Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2020

 

LA SOCIETA’

 

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2020.

Cosa resta dell’anno passato. I Festeggiamenti.

Cosa resta dell’anno passato. La Politica.

Cosa resta dell’anno passato. La Cultura. 

Cosa resta dell’anno passato. L’Immigrazione.

Cosa resta dell’anno passato. Le Notizie.  

Cosa resta dell’anno passato. I Fatti.

Cosa resta dell’anno passato. I Personaggi.

Cosa resta dell’anno passato. Le Parole.

Cosa resta dell’anno passato. Le cose.

Cosa resta dell’anno passato. Lo Sport.

Cosa resta dell’anno passato. Gli Eventi.

Cosa resta dell’anno passato. I Disastri.  

Cosa resta dell’anno passato. I Morti sul Lavoro.

Le Previsioni e le Profezie.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2020.

Gli anniversari.  

500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio.

400 anni dalla nascita di Masaniello.

250 anni dalla morte di Giambattista Tiepolo.

250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven.

200 anni dalla nascita di Pellegrino Artusi.

200 anni dalla nascita di Vittorio Emanuele II.

150 anni dalla nascita di Maria Montessori.

150 anni dalla morte di Alexandre Dumas.

150 anni dalla nascita di Lenin.

150 anni dalla morte di Charles Dickens.

150 anni dalla nascita di Rosa Luxemburg.

130 anni dalla morte di Carlo Collodi.

120 anni dalla nascita di Eduardo De Filippo.

120 anni dalla nascita di Antoine de Saint Exupery.

120 anni dalla nascita di Ignazio Silone.

100 anni dalla morte di Amedeo Modigliani.

100 anni dalla nascita di Papa Giovanni Paolo II.

100 anni dalla nascita di Carlo Alberto Dalla Chiesa.

100 anni dalla nascita di Emilio Colombo.

100 anni dalla nascita di Carlo Azeglio Ciampi.

100 anni dalla nascita di Salvo D’Acquisto.

100 anni dalla nascita di Charlie Parker.

100 anni dalla nascita di Gianni Rodari.

100 anni dalla nascita di Charles Bukowski.

100 anni dalla nascita di Nilde Iotti.

100 anni dalla nascita di Gesualdo Bufalino.

100 anni dalla nascita di Enzo Biagi.

100 anni dalla nascita di Ray Bradbury.

100 anni dalla nascita di Franco Lucentini.

100 anni dalla nascita di Giorgio Bocca.

100 anni dalla nascita di Federico Fellini.

100 anni dalla nascita di Alberto Sordi.

100 anni dalla nascita di Isaac Asimov.

100 anni dalla nascita di Tonino Guerra.

100 anni dalla nascita e 20 dalla morte di Walter Matthau.

100 anni dalla nascita di Bruno Maderna.

100 anni dalla nascita di Renato Carosone.

100 anni dalla nascita di Helmut Newton.

83 anni dalla nascita dell’Ikea.

75 anni da Hiroshima.

66 anni dalla morte di Eddie Sanders.

60 anni dall'impresa del batiscafo “Trieste”.

60 anni dalla morte di Albert Camus.

60 anni dalla morte di Fausto Coppi.

60 anni dalla morte di Fred Buscaglione.

58 anni dalla morte di Marylin Monroe.

60 anni dalla nascita morte di “Tutto il calcio minuto per minuto”.

60 anni dall’Olimpiade di Roma.

50 anni dalla Woodstock italiana.

50 anni dalla morte di Janis Joplin.

50 anni dalla morte di  Jimi Hendrix.

50 anni dalla separazione dei Beatles.

50 anni dalla morte di Angelo Rizzoli “il Vecchio”.

47 anni dalla morte di Renzo Pasolini.

46 anni dalla morte di Pietro Germi.

43 anni dalla morte di Maria Callas.

43 anni dalla morte di Elizabeth «Lee» Miller.

41 anni dall’uscita di Apocalypse Now.

41 anni dalla morte di Bob Marley.

40 anni dalla morte di Peter Sellers.

40 anni dalla morte di James Cleveland Owens.

40 anni dalla morte di Alfred Hitchcock.

40 anni dalla morte di Steve McQueen.

40 anni dalla morte di Romain Gary.

40 anni dalla morte di Peppino De Filippo.

40 anni dalla morte di Mario Amato, il giudice tradito dallo Stato.

40 anni dall’uscita di “The Blues Brothers”.

38 anni dalla morte di Giuseppe Prezzolini.

38 anni dalla morte di Gilles Villeneuve.

34 anni dalla morte di Elio De Angelis.

33 anni dalla morte di Giovanni Arpino.

32 anni dalla morte di Nico (Christa Päffgen).

32 anni dalla morte di John Holmes.

31 anni dalla morte di Sergio Leone.

31 anni dalla morte di Silvana Mangano.

30 anni dalla morte di Rocky Graziano.

30 anni dalla morte di Keith Haring.

30 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

30 anni dalla morte di Stefano Casiraghi.

29 anni dalla morte di Freddie Mercury.

29 anni dalla morte di Miles Davis.

29 anni dalla morte di Maria Zambrano. la filosofa eversiva.

28 anni dalla morte di John Cage.

27 anni dalla morte di Frank Zappa.

26 anni dalla morte di Massimo Troisi.

26 anni dalla morte di Ayrton Senna.

26 anni dalla morte di Kurt Cobain.

26 anni dalla morte di Aldo Braibanti.

26 anni dalla morte di Moana Pozzi.

25 anni dalla morte di Carlos Monzon.

25 anni dalla morte di Goliarda Sapienza.

25 anni dalla morte di Arturo Benedetti Michelangeli.

25 anni dalla morte di Mia Martini.

24 anni dalla morte di Ivan Graziani.

23 anni dalla morte di Gianni Versace.

23 anni dalla morte di William Burroughs: lo scrittore del Rock.

23 anni dalla morte di Ian Curtis.

22 anni dalla morte di Marcello Geppetti.

22 anni dalla morte di Lucio Battisti.

21 anni dalla morte di Franco Gasparri.

21 anni dalla morte di Stanley Kubrick.

21 anni dalla morte di Robert Bresson.

21 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè.

20 anni dalla morte di Vittorio Gassman.

20 anni dalla morte di Enrico Cuccia.

20 anni dalla morte di Attilio Bertolucci.

20 anni dalla morte di Gino Bartali.

20 anni dalla morte di Victor Cavallo.

19 anni dalla morte di Indro Montanelli.

18 anni dalla morte di Francisco Ramón Lojácono.

18 anni dalla morte di Carmelo Bene.

18 anni dalla morte di Joe Strummer.

17 anni dalla morte di Giorgio Gaber.

15 anni dalla morte di Sergio Endrigo.

13 anni dalla morte di Luciano Pavarotti.

12 anni dalla morte di Ruslana Korshunova.

12 anni dalla morte di Tony Rolt.

10 anni dalla morte di Joe Sarno.

10 anni dalla morte di Raimondo Vianello.

10 anni dalla morte di Sandra Mondaini.

10 anni dalla morte di Pietro Taricone.

10 anni dalla morte di Edmondo Berselli.

10 anni dalla morte di Franz-Hermann Bruener.

10 anni dalla morte di Maurizio Mosca.

9 anni dalla morte di Giuseppe D'Avanzo.

9 anni dalla morte di Elizabeth Taylor.

9 anni dalla morte di Leda Colombini.

8 anni dalla morte di Whitney Houston.

7 anni dalla morte di Alberto Bevilacqua.

7 anni dalla morte di Franco Califano.

7 anni dalla morte di Enzo Jannacci.

6 anni dalla morte di Robin Williams.

6 anni dalla morte di Philip Seymour Hoffman.

6 anni dalla morte di Giorgio Faletti.

5 anni dalla morte di Francesco Rosi.

5 anni dalla morte di Pino Daniele.

4 anni dalla morte di Anna Marchesini.

4 anni dalla morte di Bud Spencer.

4 anni dalla morte di Marta Marzotto.

4 anni dalla morte di David Bowie.

4 anni dalla morte di Ettore Bernabei.

4 anni dalla morte di Marco Pannella.

4 anni dalla morte di George Michael.

3 anni dalla morte di Tomas Milian.

3 anni dalla morte di Nicky Hayden.

3 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

3 anni dalla morte di Charles Manson.

3 anni dalla morte di Tullio De Mauro.

2 anni dalla morte di Stephen Hawking.

2 anni dalla morte di Sergio Marchionne.

2 anni dalla morte di Bernardo Bertolucci.

2 anni dalla morte di Marco Garofalo.

1 anno dalla morte di Karl Lagerfeld.

1 anno dalla morte di Jeffrey Epstein.

1 anno dalla morte di Massimo Bordin.

1 anno dalla morte di Franco Zeffirelli.

1 anno dalla morte di Luke Perry.

1 anno dalla morte di Nadia Toffa.

In memoria de Bee Gees.

I Compleanni.

I 60 anni di Snoopy.

Lada-VAZ 2101: storia e foto della Fiat 124 sovietica. I suoi primi quarant'anni.  

Fiat Panda: i suoi primi quarant'anni.  

Le auto più brutte.

50 anni fa nasceva lo Statuto dei lavoratori.

L'Sos di 50 anni fa: così Danilo Dolci inventò la radio libera.

25 anni di Ruggito del Coniglio.

Vent’anni di Grande Fratello.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie influenti.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie Reali.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

La sfiga.

Le “Pulizie della Morte”.

La Morte Libera.

Il cervello è l’ultimo a morire.

Effimeri. Dimmi come muori e ti dirò chi sei.

Parlare con i morti.

I complottisti della morte.

La maledizione del "club 27".

E’ morto il musicista Claude Bolling.

È morto lo stilista Pierre Cardin.

È morto Giorgio Galli, professore di Storia delle dottrine politiche.

È morto il wrestler Brody Lee.

E’ morto George Blake, la spia rinnegata.

È morta la modella Stella Tennant.

E’ morto l’attore Claude Brasseur.

E’ morto il Serial Killer Donato Bilancia.

È morto l’ex ministro Enrico Ferri.

Morto lo scrittore John le Carré.

E’ morto il regista Kim Ki-duk.

E’ morto Paolo Rossi. Il Pablito Mundial.

E’ morto Maradona. E’ morto il calcio.

E’ morto Valéry Giscard d’Estaing.

E’ morto Alfredo Pigna.

E’ morto Vincent «Vince» Reffet. Paracadutista jetman.

E’ morta Daria Nicolodi, attrice e sceneggiatrice.

E’ morto Andrea Merloni. 

E’ morta Joan Moncada di Paternò, nata Whelan, vedova del fotografo di moda Johnny Moncada.

E’ morto Dino Da Costa. 

E’ morto Ro Marcenaro.

E’ morto Sergio Matteucci, storico telecronista dei match di Holly & Benji e Mila & Shiro.

E’ Morto Stefano D’Orazio dei Pooh.

E' morto l'ex presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino.

E' morto Gigi Proietti.

È morto Sean Connery.

E' morto Pino Scaccia, storico inviato della Rai.

Morta Diane Di Prima, poetessa e attivista Beat.

E’ morto Lee Kun-hee, presidente di Samsung Electronics.

Morto Frank Horvat, l’ultimo grande fotografo classico del ‘900.

È morto l’attore e cantante Gianni Dei.

E’ morto Enzo Mari: artista e disigner.

E’ morto Alfredo Cerruti, fondatore e voce degli Squallor.

E' morto l'ex bassista degli AC/DC Paul Matters.

È morta la presidente della Regione Calabria, Jole Santelli.

Morto il giornalista Gianfranco De Laurentiis.

È morto il principe Giuseppe Lanza di Scalea.

E’ morto il cantante Anthony Galindo Ibarra.

E' morto Marco Diana, militare in lotta contro lo Stato per l'uranio impoverito.

È morto Johnny Nash.

E’ Morto Eddie van Halen.

E’ morto l’attore Thomas Jefferson Byrd.

Morto lo stilista Kenzo Takada.

È morto Quino, il disegnatore di Mafalda.

Addio a Juliette Greco.

È morto il direttore della fotografia Michael Chapman.

Ron Cobb rip.

Michael Lonsdale rip.

E’ morto il compagno Peppino Caldarola.

E’ morta la compagna femminista  Rossana Rossanda.

Addio a Ruth Bader Ginsburg, icona femminista della Corte suprema.

Addio Enzo Golino, giornalista e critico letterario.

E' morto lo scrittore Winston Groom, autore di "Forrest Gump".

È morta la sessuologa Shere Hite.

E’ morto il regista Marco Vicario.

Morto Toots Hibbert, pioniere del reggae.

E’ morta l’attrice Diana Rigg.

E’ morta l’architetto Maria Cristina Mariani Dameno, coniugata Boeri.

E’ morto Franco Maria Ricci.

Addio a Ronald Bell, fu uno dei fondatori dei Kool & the Gang.

Addio al «re del grano» Pasquale Casillo.

È morto il dj Erick Morillo.

E’ morto Philippe Daverio.

E’ morto l’attore Chadwick Boseman.

È morto il giornalista Arrigo Levi.

E’ morto Sandro Mazzinghi, mito della Boxe.

E’ morto il brigatista Mario Marano.

E’ morto il regista Augusto Caminito.

È morto Ben Cross, l’attore di Momenti di Gloria.

Addio all'attrice barese Mariolina De Fano.

E’ morto il giornalista Stefano Malatesta.

L’attrice Linda Manz rip.

E' morto Cesare Romiti.

Addio a Trini Lopez, il musicista e attore.

E’ morto Stefano Pernigotti.

E’ morto Alberto Bauli.

E’ morto il wrestler James Harris, conosciuto come Kamala.

E’ morta Franca Valeri.

E’ morto Ivo Galletti, il papà della mortadella.

E’ morto Sergio Zavoli.

E’ morto l’attore Reni Santoni.

Addio a John Hume, il Nobel che portò la pace in Irlanda del Nord.

E’ morto l’ingegnere William "Bill" English, l'inventore del mouse.

E’ morta l’attrice hard Alessandra Bregoli in arte Alexy Brey.

E’ morto l’attore Wilford Brimley reso celebre da «Cocoon».

E’ Morta la principessa Giorgiana Corsini.

E’ morto Giulio Maceratini, esponente storico del Msi e di An.

E’ morta Luisa Mandelli, moglie di Guido Crepax.

E' morta Valentina Crepax, nipote di Guido.

Addio a Tataw, capitano del Camerun a Italia '90.

È morto a 76 anni il regista Alan Parker.

E' morta Diana Russell, la sociologa e criminologa che coniò il concetto di femminicidio.

E’ morto Maurizio Calvesi, Storico dell’Arte.

Addio al rapper Malik B, tra i fondatori dei The Roots.

E’ Morto Kansai Yamamoto, lo stilista che ha vestito il rock.

E’ morto l’attore Gianrico Tedeschi.

E’ morto l’attore John Saxon.

È morta Olivia de Havilland, diva di Hollywood.

È morto Regis Philbin, leggendario conduttore della tv Usa.

E’ morto Peter Green: fondatore dei Fleetwood Mac.

Morto Paolo Finzi, l'avvocato anarchico della Milano degli Anni di Piombo.

Morto Massimo Signoretti, voce storica di Radio Rai.

E’ morto a 104 anni Giuseppe Ottaviani: recordman tra i masters di atletica.

E' morto Oreste Casalini, artista e scultore.

È morta Giulia Maria Crespi, la fondatrice del Fai.

E’ morta Zizi Jeanmaire. La regina del music-hall parigino.

È morto John Lewis, icona dei diritti civili negli Stati Uniti.

Addio a Mario Scotti Galletta, baffo d’oro della pallanuoto italiana.

E’ morta Naya Rivera, attrice di «Glee».

E’ Morta Kelly Preston, la moglie di John Travolta.

Addio a Paolo Giovagnoli, Pm delle nuove Br e del caso Pantani.

E’ morto Emanuele Ferrario, presidente di Radio Maria.

E’ morto il norvegese Jagge, sconfisse Tomba ad Albertville '92. 

Addio all'attore canadese Nick Cordero.

Morto l’avvocato Mauro Mellini: il radicale che denunciò il “partito dei magistrati”.

Ennio Morricone è morto.

 

INDICE           QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

Addio a Carlo Flamigni il guru il fecondazione assistita.

E’ morta la ciclista Roberta Agosti.

È morta Ida Haendel, leggenda del violino.

E’ morto il campione di poker Matteo Mutti.

E' morto Loris Meliconi, l'inventore del guscio per il telecomando.

Addio a Carl Reiner, comico da record di Emmy e amico di Mel Brooks.

È morto Freddy Cole, grande jazzista e fratello di Nat King.

È morta Linda Cristal, star dei western e della serie tv "Ai confini dell'Arizona".

E’ morta L'attrice Vittoria De Paoli. Recitò con la Capotondi.

E’ morta Taryn Power, sorella di Romina.

E’ morto il grafico Milton Glaser.

E’ morto “l’immortale” Marc Fumaroli.

E’ morto Alfredo Biondi, storico leader del Partito liberale.

È morto il regista Joel Schumacher.

È morto Charles Webb, l'autore ribelle del Laureato.

E' morto Pierino Prati.

E' morto Mario Corso.

Addio allo scrittore Carlos Ruiz Zafon.

È morto Ian Holm, Bilbo Baggins del "Signore degli anelli".

E’ Morta Jean Kennedy, era l’ultima dei fratelli di Jfk.

È morto Tibor Benedek: lutto nel mondo della Pallanuoto.

E’ morto l’avvocato Gianfranco Dosi, fondatore di Aiaf.

È morto Giulio Giorello.

E’ morto Stefano Bertacco, senatore di FdI.

È morto Luigi Spagnol: scoprì per primo Harry Potter.

E’ morto il cantante Pau Donés dei Jarabe de Palo.

E’ morto Rademacher, il recordman della boxe.

Addio al maestro Marcello Abbado, fratello maggiore di Claudio.

Addio a Chris Trousdale, voce della boyband Dream Street.

E’ morto il semiologo Paolo Fabbri.

E' morto Carlo Ubbiali, leggenda del motociclismo italiano.

È morto Roberto Gervaso.

È morto Tinin Mantegazza, creatore del pupazzo Dodò dell'Albero azzurro.

E’ morto Morrow: fu il primo a eguagliare la leggenda Owens.

È morto l'artista Christo.

Morto Beppe Barletti: volto storico di “90° minuto”. 

È morto il chitarrista Bob Kulick, "quinto" membro dei Kiss.

E’ morto l’attore Anthony James.

E’ morto Franco Raselli, uno degli orafi più importanti nel mondo.

E’ morta Alice Severi: ex bimba prodigio del piano.

È morto Larry Kramer, sceneggiatore.

Addio all'attore Richard Herd, comandante supremo dei "Visitors".

E’ morto Prahlad Jani, l’indiano che sosteneva di non mangiare e bere dal 1940.

E’ Morto Stanley Ho. Addio al re dell'azzardo.

E' morto Bruno Bernardi, storica firma de La Stampa.

È morto Jimmy Cobb, tra i più grandi batteristi della storia del jazz.

È morto John Peter Sloan, il comico insegnante d'inglese più famoso d'Italia.

È morto Alberto Alesina, economista italiano che ha conquistato Harward.

Addio a Sergio Siglienti, ex presidente di Banca Commerciale Italiana.

Morto Carlo Durante, ex campione paralimpico di maratona.

Morta Cristina Pezzoli, la regista che amava la sperimentazione.

E’ Morto Antonello Riva: regista e chef.

È morta Anna Bulgari.

Addio all'editore Piero Manni.

Morto Wilson Roosevelt Jerman, maggiordomo di undici presidenti Usa. 

Addio a Claudio Ferretti, voce storica di "Tutto il calcio minuto per minuto".

È morto padre Adolfo Nicolas, era stato «papa nero» dei Gesuiti.

E’ morto Shad Gaspard ex lottatore di wrestling.

Morta Hana Kimura, la lottatrice di wrestling.

Morto Gigi Simoni.

Tennis: è morto Ashley Cooper, leggenda della racchetta anni '50.

Basket, Nba in lutto: è morto Jerry Sloan, leggenda di Utah.

Morto il giornalista Stefano Carrer.

È morto Mory Kanté: cantante guineano celebre per «Yeke Yeke».

E’ morto l’attore Hagen Mills.

E’ morto il giornalista Cesare Barbieri.

Giorgio Stegani rip.

È morto Gregory Tyree Boyce, attore di Twilight.

E’ morta Ann Mitchell,  la scienziata che decriptò Enigma.

È morto l’attore Michel Piccoli.

E’ morta la fotografa tedesca Astrid Kirchherr.

Addio a Mauro Sentinelli,  il pioniere dei cellulari. Inventò la ricaricabile.

Morta Lynn Shelton, regista di «Little Fires Everywhere» e «Glow».

E’ morto l’attore Fred Willard, da Beautiful a Modern family.

E’ morta Norma Doggett, ballerina di "Sette spose per sette fratelli".

È morto Phil May, frontman e cofondatore dei Pretty Things.

È morto Sandro Petrone, storico conduttore del Tg2.

E’ morto Ezio Bosso.

È morto Giulio Savelli, editore di "Porci con le ali".

Addio a Jerry Stiller.

E’ morta Costanza Rossi in Ichino.

Morta Betty Wright, regina del soul.

È morto Little Richard, principe trasgressivo del rock'n'roll.

E’ morto Piero Gelli, il risvolto snob dell'editoria.

Morto Franco Cordero, il giurista che inventò il "Caimano".

E' morto "El Trinche" Carlovich: idolo di Maradona.

Morto Luca Nicolini, il libraio che inventò il Festivaletteratura di Mantova.

Morto il rapper Ty.

E' morto Bob Krieger, il fotografo di Agnelli e Armani.

E’ morto Vincenzo Abbagnale.

È morto Florian Schneider, fondatore dei Kraftwerk.

Addio a Michael McClure, principe della Beat Generation.

Morto l’attore Mimmo Sepe.

Addio al barese Matteo De Cosmo, art director della «Marvel» a New York.

Morto McNamara: campione Nba di basket.

E’ Samantha Fox, la porno attrice.

È morto Sam Lloyd, l'avvocato di Scrubs.

È morto l'attore BJ Hogg.

È morto il batterista Tony Allen.

Morto Fra' Giacomo Dalla Torre: Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta.

E’ morto l’attore Irrfan Khan.

Addio a Germano Celant.

È morto Giulietto Chiesa, giornalista e politico.

Claudio Risi rip.

Addio al giornalista Nicola Caracciolo.

Addio al regista Luca De Mata.

E’ morto il filosofo Aldo Masullo.

Morto Giuseppe Gazzoni Frascara: Ex presidente del Bologna Calcio.

È morta Shirley Knight, attrice di cinema e serie tv. 

E’ morto Sirio Maccioni: re della cucina italiana in America.

E’ morto a 82 anni Peter Beard, fotografo naturalista.

E’ morto il bassista Henry Grimes.

E’ morto l'attore francese Philippe Nahon.

Se ne va Gene Deitch, 95 anni, regista, disegnatore, produttore di cartoon.

È morto Sergio Fantoni.

Morto l’attore Brian Dennehy: lo sceriffo di "Rambo". 

Addio a Lee Konitz, uno degli ultimi grandi del jazz mondiale.

E’ morto Luis Sepulveda.

E’ Mario Donatone, uno dei cattivi del cinema italiano.

E' morto Franco Lauro, volto noto di Rai sport.

E’ morto Mirko Bertuccioli, detto "Zagor", cantante dei Camillas.

Morta Patricia Millardet, la giudice della "Piovra".

Morto il giornalista Giuseppe Zaccaria.

E’ morto Stirling Moss leggenda dell'automobilismo.

E’ morto Luciano Pellicani.

E' morto il fotografo Victor Skrebneski.

È morto Enzo Carrella, cantautore romano.

E’ morto Armando Francioli.

E’ morto l’architetto Massimo Terzi.

Rip la costumista Brunetta Parmesan.

E’ morto Donato Sabia, fu due volte finalista olimpico.

E’ morta Linda Tripp, la talpa dello scandalo Lewinsky.

Allen Garfield rip.

Morta l'astrofisica Margaret Burbidge.

Morta Susanna Vianello, figlia di Edoardo e Wilma Goich.

Coronavirus: è morta Cinzia Ferraroni, storica attivista del M5s. 

È morto Alessandro Rialti, voce storica della Fiorentina. 

Morta Honor Blackman, la Pussy Galore di James Bond. 

Morto l'ex premier libico Mahmoud Jibril. 

Morto Lorenzo Sanz, ex presidente del Real Madrid.

Morto Bernard Gonzalez, calcio francese in lutto.

Addio ad Ezio Vendrame, il George Best italiano.

Morto Bill Withers, voce di "Ain't No Sunshine".

È morto Sergio Rossi: ucciso dal Coronavirus il maestro della calzatura.

Coronavirus, morto Mario Bresciani, capitano d’industria delle calze.

Turchia, morta Helin Bolek: attivista e cantante.

Addio Gerald Freedman, regista del primo Hair a Broadway.

Addio a Bill Withers, rappresentante della black music.

Morto Piero Gratton, papà del Lupetto della Roma.

Morto Gaetano Rebecchini, fu tra i fondatori di Alleanza nazionale.

Morto Ellis Marsalis, un gigante del jazz.

Morto Goyo Benito: stella del Real Madrid negli anni ’70.    

Morto Andrew Jack della saga di Star Wars.

 Coronavirus, addio al musicista Adam Schlesinger, celebre leader dei Fourtains of Wayne.

E' morta Maria Antonietta Muccioli.

Addio a Franco Crepax.

È morto Filippo Mantovani, il figlio del presidente della Sampdoria.

Morto Attilio Bignasca, leghista ticinese.

Morto Angelo Rottoli, ex campione europeo dei massimi leggeri.

È morto Krzysztof Penderecki, compositore polacco.

E’ morto Luigi Roni: il cantante lirico.

E se n'è andata anche Annunziata Chiarelli, per tutti Mirna Doris.

Morto Michel Hidalgo: c.t. campione d'Europa nell'84 con la Francia.

Morto Massimo Vincenzi de La Repubblica.

Addio a Flavio Campo di Avanguardia.

Morto a Parma Massimo Zannoni, docente e uomo di cultura.

Morto Mark Blum, recitò anche in "Mr. Crocodile Dundee".

Morto il principe Raimondo Orsini d’Aragona.

Perdiamo anche Detto Mariano.

Morto Corrado Sfogli.

È morto Joe Amoruso, il pianista del gruppo di Pino Daniele.

E’ morto Paolo Micai, giornalista e cineoperatore.

Se ne va anche Alfio Contini.  

Bepi Covre è morto: era conosciuto come il “leghista eretico”.

Coronavirus, morto Terrence McNally: scrisse “Paura d’amare”.

Morto il regista americano Stuart Gordon.

E’ morto il sassofonista Manu Dibango.

Fumetti, addio ad Albert Uderzo: era il "padre" di Asterix.

Morto Luigi Pallaro, "el senador" che affondò Prodi II.

E' morto Carlo Casini, fondatore del Movimento per la Vita.

E’ morto Alberto Arbasino.

E’ morta Lucia Bosè.

E' morto il regista Tonino Conte.

É morto Kenny Rogers.

Nazareno (Neno) Zamperla rip.

Morto Gianni Mura, raccontò il calcio e il ciclismo.

Joaquin Peiró è morto.

Addio Eduard Limonov.

Se ne va Stuart Whitman.

E' morto l'architetto Vittorio Gregotti.

Atletica, morta Dana Zatopek.

Bruno Armando è morto.

Morto Max von Sydow.

Morta Suor Germana.

Francesca Milani è morta.

Morto l’attore e culturista David Paul.

E’ morto Perez de Cuellar ex segretario generale dell’Onu.

Morto Ulay. L’artista storico compagno di Marina Abramovic.

Elisabetta Imelio è morta a 44 anni: Prozac+ e Sick Tamburo in lutto.

Addio al fisico e matematico visionario Freeman Dyson.

Egitto, morto l'ex presidente Hosni Mubarak.

Addio a Katherine Johnson, la scienziata della Nasa che portò l'uomo nello spazio.

Lego, morto Nygaard Knudsen inventore degli omini del colosso dei giochi.

Addio a Nando Ceccarini, maestro della cronaca per 20 anni.

Morto a 99 anni Jean Daniel, il fondatore dell'Obs.

Amaretto Disaronno, è morto il patron Augusto Reina.

Napoli, è morto l’ex campione Mario Occhiello. 

È morto lo scrittore Clive Cussler, maestro dell'avventura.

Metropolitana di New York, è morto il padre della mappa iconica.

Si è spenta Claire Bretécher, una delle prime donne ad affermarsi nel mondo dei fumetti.

E’ morta Caroline Flack, uno dei volti più noti della televisione britannica.

È morto José Mojica Marins. Il maestro dell'orrore.

Morto Flavio Bucci, fu Ligabue nella fiction tv.

Addio a Barry Hulshoff, il pilastro dell’Ajax di Cruyff.

Usa, si schianta col suo missile: muore Mike Hughes, sostenitore della Terra piatta.

E’ morta Nikita Pearl Waligwa, l'attrice ugandese vista nel film «Queen of Katwe».

Morto Max Conteddu,  il poeta dei social.

È morto Larry Tesler, il “padre” dei comandi copia-incolla-taglia.

Si è spento Gianni Rotondo, decano dei giornalisti di Taranto.

Addio a Stanley Cohen, Nobel per la Medicina con Levi Montalcini.

Addio a Poeti Norac, astro nascente del surf.

Se ne va anche Dyanne Thorne, cioè Ilsa la belva delle SS.

Addio alla scultrice Beverly Pepper, regina della Land Art.

È morto Luciano Capelli, storica voce di Radio Alice.

La scomparsa di Emanuele Severino.

Morta il soprano Mirella Freni.

Addio a George Steiner, maestro della critica. 

Morto a 100 anni Mike Hoare, il mercenario più famoso del mondo.

Morto il produttore Gianni Minervini.

Luciano Gaucci, morto ex presidente del Perugia.

Morta Germana Giacomelli, la super mamma che curava i bambini.

Addio a Giancarlo Morbidelli, papà di leggendarie moto da corsa.

Morto Benito Sarti, addio allo storico terzino della Juventus.

Morto Giovanni Cattaneo, è stato il primo «Capitan Findus».

Morto Kirk Douglas, aveva 103 anni.

Morto Paolo Guerra, storico agente e produttore.

Harriet Frank Jr rip.

Kobe Bryant è morto.

E' morto Robbie Rensenbrink: fu uno dei fuoriclasse della grande Olanda di Cruyff.

Morto Narciso Parigi.

Addio a Stefano Scipioni, voce di Radio Radio.

È morto Terry Jones, fondatore e regista dei Monty Python.

Morto Gianluigi Patrini, ex calciatore.

È morto Jimmy Heath, in arte Little Bird.

Addio ad Emanuele Severino, gigante della filosofia italiana.

E' morto Pietro Anastasi.

Morto Pietro Antonio Migliaccio, il nutrizionista dei salotti tv.

Morto Christopher Tolkien, figlio dell’autore del «Signore degli Anelli».

Morto Stan Kirsch.

E’ morto il giornalista e scrittore Giampaolo Pansa.

E’ morto il filosofo Roger Scruton.

Morto Giovanni Custodero, l’ex calciatore malato di cancro.

Morto Capuozzo, 40 anni, campione d’Italia nel calcio a cinque.

Dakar 2020: morto il motociclista Edwin Straver.

Dakar, morto Paulo Gonçalves.

Morto Giovanni Paolo Martelli, addio al maestro che scoprì la Xylella.

Addio a Neil Peart, uno dei più grandi batteristi di sempre.

Morto Edd Byrnes, l’attore interpretò Vince Fontaine in «Grease».

Aveva soltanto 27 anni, Harry Hains. 

Lorenza Mazzetti, che se ne è andata a 92 anni.

Se ne va Buck Henry, 89 anni.

Morta Elizabeth Wurtzel.

Musica, è morto a 67 anni Neil Peart: storico batterista dei Rush.

Morto Qaboos bin Said al-Said, sultano dell’Oman.

Morto Francesco Claudio Averna: il suo amaro è famoso in tutto il mondo.

Commissario Montalbano, morta l'attrice Nellina Laganà.

Morto a 86 anni Italo Moretti, storico giornalista Rai.

Morto Alessandro Cocco, il re gentile dei presenzialisti della tv.

Franco Ciani morto suicida.

Addio a Georges Duboeuf «Papa del Beaujolais».

È morto Vittorio Fusari, rinomato chef.

Basket, è morto David Stern: l'uomo che ha reso planetaria l'Nba.

 

 

 

LA SOCIETA’

 

INDICE QUARTA PARTE

 

·        Addio a Carlo Flamigni il guru il fecondazione assistita.

La fecondazione assistita perde il guru. Addio a Carlo Flamigni, maestro di bioetica e paladino della medicina militante. Stefano Zurlo, Lunedì 06/07/2020 su Il Giornale. Definirlo solo un ginecologo sarebbe riduttivo. Forse, sarebbe più corretto parlare di un maestro se il vocabolo non fosse divisivo sulle frontiere dei cosiddetti nuovi diritti: dall'aborto alla fecondazione eterologa. Carlo Flamigni, morto all'età di 87 anni, era più compiutamente uno scienziato da prima linea. Innovatore & divulgatore: studiava, firmava pubblicazioni su pubblicazioni affrontando questo o quel tema, poi distillava in una frase pillole di saggezza progressista, oggi si direbbe liberal, destinate a suscitare standing ovation da una parte e anatemi dall'altra. Un giorno, nel 2014, osservando lo scontro davanti al Policlinico Sant'Orsola di Bologna fra un gruppetto di cattolici che pregavano contro l'aborto e le femministe che intonavano Bella ciao, il professore se ne uscì con un giudizio molto acuminato e offensivo per la sensibilità di chi non la pensava come lui: «Quelle preghiere sono espressione di una chiesa medioevale. Le femministe reagiscono a una provocazione cattiva che umilia le donne». Così. Tranchant. Come il profeta di un nuovo ordine imbevuto nel fonte battesimale di un neopositivismo tutto ottimismo. «Dietro a un aborto - aggiunse a Repubblica - c'è sofferenza. É una scelta complicata. Ricordo le donne a testa bassa che non vogliono essere viste. Chiedo a chi recita le preghiere dove è la loro compassione, di considerare queste donne, vittime di fidanzati imprudenti, di mancanza di educazione. Dietro c'è l'egoismo, l'ignoranza, l'indolenza degli uomini». Questo era Flamigni: il bisturi era la bacchetta magica di una nuova era che faceva a pezzi millenni di tradizione, di morale, di religione. E prospettava un'epoca in cui le donne, affrancate dalla condizione subalterna, avrebbero potuto scegliere quale strada prendere ai confini della vita. Esattamente come poi è avvenuto, nel nome del femminismo e della contemporaneità, anche se non è affatto detto che tutto sia andato per il meglio. Anzi. L'aborto è diventato nei fatti quasi uno strumento di contraccezione, la sofferenza si è mischiata ad altri stati d'animo, non sempre così drammatici, soprattutto la natalità, non più difesa come prima, è crollata aprendo un buco nella società e generando problemi giganteschi. Più grandi di quelli che dovevano essere risolti. Come è successo anche ad altri generosi pionieri, Flamigni ha coltivato il mito di un nuovo umanesimo, senza accorgersi che così, pur collezionando vittorie su vittorie, la società sarebbe andata a sbattere. Ma lui è andato avanti imperterrito. Fino alla fine. «Che rabbia» esclamó davanti alle titubanze della Regione Emilia nell'imboccare la via dell'eterologa, suo cavallo di battaglia. Nessun dubbio etico scuoteva queste certezze: «Non conta la genetica, conta chi cresce il bambino». E ancora, convinto di vedere più in là, affermava con una certa temerarietà: «Le regole morali di oggi non sono uguali a quelle di ieri. E in futuro saranno ancora diverse. Non c'è una morale scritta. Ma è dettata dal senso comune. Che si modifica come la scienza. Oggi sta arrivando l'utero artificiale». Insomma, per tutta la vita, Flamigni non ha mai perso quell'immagine di camice bianco militante, immerso nella sua missione e poi nei libri, nella docenza, nelle battaglie civili che hanno segnato più di una generazione. Il ginecologo, in realtà un intellettuale, lascia uno stuolo di ammiratori. Ma anche una serie di previsioni stonate. Perché il perimetro dell'uomo è più grande di quello che aveva identificato e circoscritto. Operando una riduzione, quella sì dalle conseguenze disastrose.

Da "La Stampa" il 5 luglio 2020. È morto a 87 anni Carlo Flamigni, medico, ginecologo, scrittore, padre della fecondazione assistita, già membro del Comitato nazionale di Bioetica. Una vita spesa per i diritti delle donne, per la libertà di scelta, per la difesa di leggi come quella sull'aborto. Viveva a Forlì nella sua casa di famiglia. E proprio nella città romagnola verrà allestita la camera mortuaria: lunedì dalle 14 alle 19 e martedì dalle 7 alle 14. Flamigni, fra i massimi esperti mondiali di fecondazione assistita, ha preso parte in modo attivo al dibattito che si era sviluppato in Italia ai tempi dell'approvazione della legge 40 del 2004 che ha introdotto l'uso di queste tecniche nel nostro paese, e nel successivo lavoro per modificarla. Nato a Forlì il 4 febbraio 1933, Flamigni si era laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Bologna nel luglio del 1959, con successivo diploma di specialista in Ostetricia e Ginecologia. Docente di diversi insegnamenti presso l'Alma Mater, è stato direttore della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell'Università degli Studi di Bologna dal novembre 1994 al dicembre 2001. Imponente la sua produzione scientifica, con oltre mille memorie originali, numerose monografie e alcuni libri di divulgazione. Ha pubblicato numerosi articoli su vari problemi di bioetica. Dal 1990 al 1994 e dal 1999 al 2004 è stato Presidente della SIFES - Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione. Già membro anche del Comitato Nazionale per la Bioetica. Da dicembre 2015 era anche membro del Comitato Etico Università Statale di Milano. Esperto esterno della Fondazione Veronesi. Temi di ricerca degli ultimi anni: la contraccezione maschile; le tecniche di fecondazione assistita; i problemi della bioetica e dell'etica medica. 

Morto Carlo Flamigni: una vita per la libertà di scelta delle donne. Il Dubbio il 5 luglio 2020. Carlo Flamigni è morto a 87 anni: era medico, ginecologo e padre della fecondazione assistita e difensore dei diritti delle donne e della legge sull’aborto. L’annuncio della morte del professor Carlo Flamigni è arrivata dal figlio che ha scritto un post su facebook: “Ciao papà , speravo che questo momento non arrivasse mai, il dolore è grande almeno quanto il bene che ti ho voluto…ma un giorno ci rivedremo prof..ne sono sicuro…sempre nel mio cuore…sempre…sempre…”. Carlo Flamigni aveva 87 anni Carlo Flamigni ed era medico, ginecologo e padre della fecondazione assistita, membro del Comitato nazionale di Bioetica. Ha passato la sua vita di medico a difendere la libertà di scelta delle donne e in difesa della legge sull’aborto. Nato a Forlì il 4 febbraio 1933, Flamigni si era laureato in medicina con la specializzazione in ostetricia e ginecologia presso l’Università di Bologna dove ha intrapreso la carriera universitaria. E’ stato docente di endocrinologia ginecologica, direttore del servizio di Fisiopatologia della riproduzione e poi direttore clinica ostetrica e ginecologica dell’Università degli Studi di Bologna. Fu componente del Comitato Nazionale di Bioetica dal 1990 al 2017 e poi componente del Comitato etica dell’università di Milano.

E’ stato presidente della Società Italiana di Fertilità e Sterilità. Ha ricoperto la carica di presidente onorario dell’Aied, associazione italiana per l’educazione demografica, dell’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti, e socio onorario della Consulta di Bioetica. E’ stato autore di numerose pubblicazioni riguardanti la tutela della salute della donna, aventi come tema la riproduzione e la fecondazione assistita. Ha scritto anche libri per l’infanzia, e nel 2011 ha vinto il premio letterario Serantini per il suo “Un tranquillo Paese di Romagna”. Alle elezioni europee del 2009 si e’ candidato nella lista “Sinistra e Libertà” per il collegio dell’Italia nord-orientale. Carlo Flamigni fu “un maestro a tutto tondo. Un profilo scientifico altissimo”. E’ il ricordo che affida ad AGI il suo allievo, Carlo Bulletti, specialista in ginecologia e ostetricia, ora professore incaricato alla Yale University.  “Compassionevole e Persona con la P maiuscola, capace di studi scientifici rilevanti e di offrire un cuscino con un sussurro allo orecchio a chi si svegliava dalla anestesia di una 194”, aggiunge Bulletti che si dice “onorato di esserne stato allievo e grato per essergli stato vicino fino alla fine”.

È morto Carlo Flamigni, una vita per i diritti per le donne. Pubblicato domenica, 05 luglio 2020 da La Repubblica.it. È morto a 87 anni Carlo Flamigni, medico, ginecologo, scrittore, padre della fecondazione assistita, già membro del Comitato nazionale di Bioetica e direttore della clinica ostetrica dell'Università di Bologna. Una vita spesa per i diritti delle donne, per la libertà di scelta, per la difesa di leggi come quella sull'aborto. Viveva a Forlì nella sua casa di famiglia. E proprio nella città romagnola verrà allestita la camera mortuaria: domani, lunedì 6 luglio, dalle 14 alle 19 e martedì dalle 7 alle 14. Alle 15 ci sarà un breve saluto. Il figlio, Carlo Andrea, su Facebook lo ricorda così: "Ciao papà, speravo che questo momento non arrivasse mai, il dolore è grande almeno quanto il bene che ti ho voluto... ma un giorno ci rivedremo prof". "Ero con lui ieri sera, è una perdita da molti punti di vista incommensurabile, è uno degli ultimi veri maestri sia sul piano scientifico che personale ed umano: sapeva insegnare cose di mestiere e saggezza di vita, un uomo di spessore raro”, lo ricorda l'allievo Carlo Bulletti, specialista in ginecologia e ostetricia, ora professore incaricato alla Yale University.Eterologa, Flamigni: "Non conta la genetica, ma chi cresce il bambino" in riproduzione.... Condividi   Anche Corrado Melega, ex direttore della maternità dell'ospedale Maggiore di Bologna, già consigliere comunale del Pd, era un suo discepolo. Lo ricorda così: “Se n'è andato un pezzo della mia vita e della storia della medicina bolognese e italiana. Un uomo importante, innovativo, polemista, di rottura. Lavorava ancora, non tanto come ginecologo ma era diventato esperto di bioetica, si interessava di problemi che riguardavano l'etica della riproduzione, della genitorialità. Si è battuto per i diritti delle donne, era un grande paladino della laicità. Sono rimaste famose le sue battaglie contro il conservatorismo, il conformismo, un certo tipo di cattolicesimo di retroguardia. O ancora la sua attività a difesa della 194 e per la fecondazione assistita. Inseriva questi temi in un orizzonte più generale di tolleranza, di libertà d'espressione e di scelta: tutte quelle cose che in Italia, in questo momento, sono in pericolo”.

Le battaglie. "Quelle preghiere sono espressione di una chiesa medievale. Le femministe reagiscono a una provocazione cattiva che umilia le donne", disse a Repubblica nel 2014, commentando lo scontro davanti al policlinico Sant'Orsola tra i cattolici che pregavano contro l'aborto e le femministe che rispondevano intonando “Bella Ciao”. Perché dietro a un aborto, disse, c'è “sofferenza. È una scelta complicata. Ricordo le donne a testa bassa, che non vogliono essere viste. Chiedo a chi recita le preghiere dove è la loro compassione, di considerare queste donne, vittime di fidanzati imprudenti, di mancanza di educazione. Dietro c'è l'egoismo, l'ignoranza, l'indolenza degli uomini, c'è la responsabilità sociale di come educhiamo i nostri figli maschi a non rispettare le bambine, sorelle, compagne". "Che rabbia", esclamò, sempre quell'anno, quando l'Emilia tentennava sulla fecondazione eterologa. Criticava "scelte senza coraggio" mentre le coppie "sono costrette ad andare all'estero". Imputava alla politica di mettersi di traverso, e di non garantire, dunque, un diritto. Professava la laicità, perché "le regole morali di oggi non sono uguali a quelle di ieri. E in futuro saranno ancora diverse. Non c'è una morale scritta. Ma è dettata dal senso comune. Che si modifica, come la scienza. Oggi sta arrivando l'utero artificiale, si congelano gli ovociti da giovani quando i difetti genetici non sono ancora espressi per poter fare i figli più tardi. Sono questioni che vanno al di là della morale scritta in alto da chissà chi".

Una vita per i diritti. Gli stessi che la moglie del medico, la sociologa Marina Mengarelli Flamigni, ha raccontato in un libro uscito da poco in libreria per Pendragon, "Diritti che camminano. Uno sguardo sui diritti civili in Italia dal 1968 ad oggi attraverso gli occhi di Carlo Flamigni". La narrazione delle battaglie da lui vissute in prima persona in Italia: la rivoluzione della sessualità, la contraccezione, la riproduzione, l’inizio e la fine della vita. "Una vera e propria storia delle lotte per i diritti civili nel nostro Paese".

·        E’ morta la ciclista Roberta Agosti.

L'anno nero dei ciclisti: morta contro un camion. Travolta Roberta Agosti, moglie dell'ex pro Marco Velo: "La bici ci aveva uniti, ora ci ha divisi". Pier Augusto Stagi, Domenica 05/07/2020 su Il Giornale. Ancora una volta un camion, ancora una volta una tragica fatalità. Mentre Alex Zanardi sta lottando in un letto d'ospedale di Siena da quindici giorni, Roberta Agosti ha perso la vita ieri mattina sulle strade del bresciano in seguito all'impatto violento con un camion-cisterna adibito al trasporto del latte. Uno scontro frontale, avvenuto attorno a mezzogiorno, quando la Agosti, ciclista appassionata, compagna di vita dell'ex professionista Marco Velo (è stato anche compagno di squadra di Marco Pantani alla Mercatone Uno, ndr) e oggi collaboratore di Davide Cassani per le squadre azzurre, ha perso il controllo della bicicletta ed è andata a sbattere violentemente contro il mezzo che proveniva in senso contrario. Roberta Agosti aveva 51 anni, insegnava yoga ed educazione teatrale ai bambini e amava la bicicletta in tutte le sue espressioni, dalle passeggiate alle gran fondo agonistiche. È morta sul colpo, a nulla sono serviti gli immediati soccorsi e l'arrivo dell'elisoccorso. Era tesserata per il Team Millenium di Brescia e a Castel Venzago, tra il Santuario della Madonna della Scoperta e Lonato, la sua vita è stata in un attimo spezzata. Dalle prime testimonianze, il gruppo di amici di Velo e dell'Agosti stava pedalando in tutta sicurezza in un tratto di strada tranquillo nella campagna bresciana, su un rettilineo che puntava leggermente all'insù. «Sono a pezzi, non ho parole ha spiegato a il Giornale Marco Velo, che è anche l'uomo della sicurezza al Giro d'Italia, il regulator del gruppo -. Eravamo in mezzo alla campagna, dove il traffico in pratica non c'è. Avevamo proprio scelto quelle strade isolate per pedalare in tutta sicurezza. Eravamo un gruppetto di amici che procedeva pian pianino senza forzare, al momento dell'incidente non andavamo più di 23 chilometri all'ora. Salivamo su una strada all'1%, ad un certo punto sono caduti in 3 o 4, Roberta per evitarli si è allargata, ha sbandato e si è portata verso sinistra dove stava sopraggiungendo esattamente in quel momento il camion cisterna che le ha tolto la vita. È stata una tragica fatalità. Il camionista, poveretto, non c'entra assolutamente niente, ma per me da quel momento è in cominciato un incubo. Sono devastato. Il ciclismo ci aveva fatto conoscere e il ciclismo ci ha separato. Io e Roberta stavamo bene assieme, era un anno e mezzo che ci frequentavamo, entrambi venivamo da due matrimoni finiti. Adesso mi trovo a piangere una donna che amavo e dentro di me ho solo un profondo e incontenibile senso di fine». Una nuova tragedia sulle nostre strade, ancora una volta a farne le spese un ciclista. Strade periferiche, lontane dal traffico caotico della città, ma l'appuntamento con quel camion-cisterna era segnato. «Credo che il destino sia davvero scritto nelle stelle ci dice Velo con la voce rotta dall'emozione -. Penso che se fossimo andati a giocare a golf le sarebbe successo ugualmente qualcosa. È stata una tragica fatalità, ma questo non mi dà pace. Niente e nessuno può lenire il mio dolore».

Davide Romani per la Gazzetta dello Sport il 5 luglio 2020. «Due anni fa ho conosciuto Roberta andando in bicicletta. Entrambi uscivamo da storie importanti. Stavamo insieme da un anno e mezzo. Ora la bicicletta me l' ha portata via». Straziato dal dolore Marco Velo racconta così l' incidente mortale che ha coinvolto la sua compagna, Roberta Agosti. La donna insieme al compagno - ex professionista e oggi assistente del c.t. azzurro Davide Cassani - e a un gruppo di amici, stava svolgendo un allenamento mattutino. Da Madonna della Scoperta il gruppo pedalava verso Lonato, lungo una stretta strada di campagna nel bresciano. «La strada saliva all' 1%, andavamo piano, intorno ai 25 km/h. Eravamo su un lungo rettilineo senza buche. Davanti a Roberta sono caduti 3-4 compagni di allenamento e lei per evitarli ha scartato a sinistra. In quel momento è arrivato in direzione opposta il camion». Roberta, è stata investiva frontalmente dal mezzo che trasportava latte. Inutile l' intervento di un elicottero del 118. «Di solito non lasciava mai la mia ruota mentre in questo caso io mi trovavo davanti al gruppetto mentre lei era nelle retrovie. Ho provato a rianimarla ma non c' è stato nulla da fare». La donna era un punto di riferimento delle bike academy di Cassani (stage sportivi organizzati a Gran Canarie, in Spagna). E proprio durante questi eventi raccoglievano grande successo le sue lezioni di yoga al tramonto. Yoga che insieme all' educazione teatrale, Roberta insegnava anche ai bambini. «Eravamo in una situazione di massima sicurezza - continua il 46enne professionista dal 1996 al 2010 e compagno di squadra di Pantani alla Mercatone Uno -. Avevamo scelto quella strada in mezzo ai vigneti, in 50 km avremo incontrato 5 macchine. In questo caso non si può parlare di scarsa sicurezza stradale». Lo stesso concetto ribadito dal c.t. della Nazionale Davide Cassani. «Credo si possa parlare di una fatalità. Non stavano andando forte, la strada saliva leggermente e non c' erano curve». L' incidente di Roberta segue a meno di 24 ore quello che ha coinvolto Nicolas Chiola. Il 19enne di Cepagatti (Pescara), è stato investito a Chieti Scalo da un fuoristrada guidato da una donna mentre si stava allenando. Nicolas ha battuto violentemente la testa sull' asfalto. Al momento si trova ricoverato in prognosi riservata all' ospedale Santo Spirito di Pescara per un trauma cranico. Anche se quello di Roberta Agosti al momento viene catalogata come una fatalità, i due incidenti riportano d' attualità il tema della sicurezza stradale per i ciclisti. Nel 2019 sono stati 300 i morti con lo stesso Davide Cassani e Alex Zanardi che si sono spesi più volte in richiami alla sicurezza stradale e ad una maggiore prudenza per chi è alla guida. Un triste gioco del destino per Velo. Terminata la carriera da professionista si è proprio dedicato alla sicurezza in gara diventando il "regolatore di corsa" del Giro d' Italia e delle altre gare organizzate da Rcs. A lui il compito, insieme al direttore di corsa, di stabilire chi passa e chi no nella carovana di mezzi al seguito della corsa nei punti più delicati del percorso, dove si fermano anche i fotografi e le telecamere per provare a ridurre al massimo i pericoli per i ciclisti in gara.

·        È morta Ida Haendel, leggenda del violino.

È morta Ida Haendel, leggenda del violino del Ventesimo secolo. Pubblicato giovedì, 02 luglio 2020 da La Repubblica.it. La musicista polacca naturalizzata britannica Ida Haendel, leggendaria enfant prodige del violino negli anni Trenta, considerata una delle più grandi violiniste del Ventesimo secolo, è morta nella sua casa di Miami, in Florida. Aveva 91 anni. L'annuncio della scomparsa è stato pubblicato dalla stampa inglese. Nata il 15 dicembre 1928 a Chelm, in Polonia, da una famiglia ebrea, autentica bambina prodigio, a 5 anni Ida Haendel, il cui talento è stato paragonato a quello di brillanti esecutori come Yehudi Menuhin e Isaac Stern, vinse la medaglia d'oro del Conservatorio di Varsavia, suonando il Concerto di Beethoven, e la prima edizione del Premio Hubermann. A soli 7 anni, duellò con virtuosi del calibro di David Oistrakh e Ginette Neveu per aggiudicarsi il Concorso Henryk Wienawski del 1935. Ammessa a soli 7 anni al Conservatorio di Varsavia, fu allieva a Parigi di Carl Flesch e George Enescu. Arrivata a Londra nel 1937, Ida Haendel debuttò alla Queen's Hall con sir Henry Wood sul podio. Durante la seconda guerra mondiale suonò nelle fabbriche e per le truppe inglesi e americane. La sua carriera decollò dopo la guerra. Quando Jean Sibelius ascoltò l'esecuzione del suo Violin Concerto alla radio, inviò a Ida un biglietto di congratulazioni, lodando il suo lavoro. Nel 1992 la Società Sibelius la insignì della Medaglia Sibelius come riconoscimento per sua raffinata interpretazione. L'anno precedente, nel 1991, la regina Elisabetta l'aveva nominata Comandante dell'Ordine dell'Impero Britannico. Per le sue interpretazioni, Haendel aveva una predilezione per la musica tedesca: nel 1948-49 registrò il Concerto per violino di Beethoven con la Philarmonia Orchestra diretta da Rafael Kubelik. In seguito altri grandi successi discografici sono state le escuzioni del Concerto per violino di Brahms con la London Symphony Orchestra diretta da Sergiu Celibidache e il Concerto per violino di Tchaikovsky con la National Symphony Orchestra diretta Basil Cameron. Tra le sue ultime incisioni, le Sonate e Partite per violino solo di Johann Sebastian Bach. Per oltre 20 anni ha collaborato con il Festival Internazionale di Pianoforte di Miami. Nel 1993 ha debuttato in concerto con i Berliner Philharmoniker. Nel 2006 si esibì per Papa Benedetto XVI nell'ex campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau. Suonava su uno Stradivari del 1699. Nel 1970 scrisse l'autobiografia intitolata "Donna con il violino". Alla sua carriera sono stati dedicati libri e il documentario "Io sono il violino" del 2004.

·        E’ morto il campione di poker Matteo Mutti.

Il campione di poker Matteo Mutti morto per Coronavirus. Notizie.it il 02/07/2020. A soli 29 anni aveva sconfitto la leucemia, ma Matteo Mutti è morto a causa delle complicanze da Coronavirus. Il destino a volte è davvero beffardo e ti sfida come in una partita a poker. Lì dove Matteo Mutti era un grandissimo campione: con la sua forza aveva sconfitto la leucemia, che lo aveva colpito in giovane età. Ma nulla ha potuto contro il Coronavirus. È morto a soli 29 anni il campione di poker italiano. A un anno di distanza dalla terribile diagnosi sulla leucemia arriva l’ennesima doccia fredda in casa Mutti. Matteo è morto a causa delle complicanze da Coronavirus lunedì 29 giugno. Lo scorso aprile il ricovero in terapia intensiva a causa dei danni ai polmoni per le complicanze dell’infezione. Ma anche qui sembrava aver avuto lui la meglio: l’ultimo tampone era negativo. Poi le complicanze e il tracollo dei suoi parametri. I funerali si sono svolti a Tirano, sua città natale dove viveva con mamma Franca e papà Francesco. I fratelli più grandi piangono la dipartita del giovane 29enne, così come i nipotini. Ma è un lutto che colpisce anche il mondo del poker. Matteo era un vero e proprio asso: il suo curriculum parla chiaro. Vittoria nel Main Event del Wsop international circuit del 2016 a Campione d’Italia, il Main event dell’Italian poker tour conquistato a Nova Gorica nel 2015, un titolo Ipt e un side Ept con 40 bandierine in carriera: 300 mila dollari portati a casa dal vivo, senza contare i successi online. Poi gli ultimi mesi strazianti di vita: “Per 70 giorni i genitori non hanno potuto vederlo a causa delle rigide regole imposte dall’emergenza Covid, che non consentivano di entrare in ospedale. Matteo era solare, altruista, un campione che amava la vita”, è il ricordo dello zio Marco. “Papà quando mi porti a casa? È stata l’ultima frase che mi ha detto. Gli tenevo la mano, era intubato, eppure si sforzava di parlarmi”, altro non riesce ad aggiungere il padre Francesco alle cronache locali.

·        E' morto Loris Meliconi, l'inventore del guscio per il telecomando.

E' morto Loris Meliconi, l'inventore del guscio per il telecomando. Pubblicato martedì, 30 giugno 2020  La Repubblica.it. E' morto a 90 anni l'imprenditore Loris Meliconi, patron dell'omonima azienda di Granarolo Emilia (Bologna) che ha inventato, tra l'altro, il guscio salva-telecomando reso celebre da uno spot televisivo in cui veniva fatto rimbalzare. La Meliconi, nata nel 1967, aveva come missione trovare soluzioni e idee innovative per la vita casalinga quotidiana, come ad esempio la 'scopa-gomma', arrivando negli ultimi anni alle smart tv, agli accessori audio-video come cuffie e auricolari di design studiati per il mobile. Loris Meliconi, classe 1930, faceva il portiere della Pistoiese in serie C fino a 32 anni quando smise di giocare e iniziò con le invenzioni per la casa. L'azienda ora è guidata dai figli Patrizia e Riccardo.

·        Addio a Carl Reiner, comico da record di Emmy e amico di Mel Brooks.

Addio a Carl Reiner, comico da record di Emmy e amico di Mel Brooks. Pubblicato martedì, 30 giugno 2020 da La Repubblica.it. Carl Reiner, attore, regista, produttore, padre del regista Rob Reiner, è morto per cause naturali lunedì sera nella sua casa di Beverly Hills, a 98 anni. Era stato il vincitore del più alto numero di Emmy, di cui cinque per The Dick Van Dyke Show. I suoi film più famosi come regista includevano Bentornato dio, con George Burns, nel 1977, Lo straccione con Steve Martin, nel 1979, Ho sposato un fantasma con Martin e Lily Tomlin, nel 1984. L'ultimo film da regista lo aveva firmato nel 1997, Questo pazzo sentimento con Bette Midler. Da attore aveva continuato a lavorare  lungo, partecipando alla trilogia Ocean’s Eleven  e in televisione con ruoli ricorrenti nelle sitcom Due uomini e mezzo e The Cleveland show. Nato nel Bronx, si era diplomato al liceo a 16 anni e aveva lavorato come macchinista mentre studiava recitazione. Dopo brevi periodi di lavoro estivo era entrato nell'esercito durante la Seconda guerra mondiale. Le sue doti di attore lo avevano portato nell'unità dei servizi speciali di Maurice Evans, dove Reiner ha incontrato per la prima volta Howard Morris. È diventato famoso come membro del cast regolare di Your Show of Shows di Sid Caesar, per il quale ha vinto due Emmy nel 1956 e 1957 nella categoria di supporto. In quel periodo consoce Mel Brooks con il quale è nata un'amicizia di lunga data e una commedia fatta di sketch di The 2000 Year Old Man.

Carl Reiner rip. Marco Giusti per Dagospia il 30 giugno 2020. “Qualcuno mi disse: Se non sei nei necrologi, fai colazione. Così controllo i necrologi ogni mattina. Per prima cosa. Un sacco di gente lo fa. Ma io osservo. Controllo la loro età per vedere esattamente se li ho superati. Ti ho battuto io… Ti ho battuto io… Mi hai battuto te…”. Se ne va una leggenda della comicità americana. Carl Reiner, 98 anni, newyorkese eccellente, almeno 200 show in tv, una marea di film da attore, una ventina da regista. Un totale di 9 Emmy, tre da attore, quattro da scrittore, due da produttore. 1 Grammy per il disco concepito assieme a Mel Brooks “The 2.000 years Old Man”. Lo avevamo appena visto esibire proprio assieme a Mel Brooks, suo vecchio amico e socio, le magliette Black Lives Matter. Da buon democratico e da veterano della Seconda Guerra Mondiale, non si era mai arreso. L’ultimo tweet, poco prima di spegnersi serenamente, è stato ancora una volta per Trump. “Quando mi sono alzato alle 7:30 di questa mattina, mi sono rattristato per rivivere il giorno che ha portato all'elezione di un uomo d'affari bancarottiere e corrotto che non aveva le qualifiche per essere il leader di qualsiasi paese del mondo civile ...”.E tra tanti ricordi eccellenti di oggi, Alan Alda, Rosanna Arquette, Edgar Wright, Andrew Cuomo, vedo che la scrittrice newyorkese Joyce Carol Oates glielo ha proprio scritto: “Sono proprio dispiaciuta che questo grande commediante non sia riuscito a vedere la caduta di Txxxp”. Carl Reiner, nato nel Bronx nel 1922, era figlio di un orologiaio ebreo-austriaco e di una mamma rumena-ebrea. Appena finita la guerra, assieme a Mel Brooks, Nel Simon, Woody Allen, Imogen Coca, Sid Caesar, Larry Gelbart si dedica anima e corpo alla costruzione dei grandi show televisivi americani. Lavora come autore e attore al leggendario “Your Show of the Shows” dal 1950, al “Caesar’s Hour” con Sid Caesar dal 1954, al “The Steve Allen Show” dal 1956, al “The Dick Van Dyke Show” dal 1961, che seguirà per tutti gli anni ’70. Per il mondo dello spettacolo americano è una vera e propria rivoluzione. Molto presto Hollywood cercherà di riproporre la comicità newyorkese di Carl Reiner e quella più parodistica di Mel Brooks al cinema. Non sarà facilissimo. Anche se Reiner è in grado di recitare da comico e di scrivere per i comici con la stessa grazia. Lo vediamo attore in “Questo pazzo, pazzo, pazzo mondo” di Stanley Kramer, anzi era uno dei due comici rimasti in vita, “L’arte di amare” di Norman Jewison, “Arrivano i Russi, arrivano i Russi” di Norman Jewison con Alan Arkin. Da regista debutta con “Enter Laughing” nel 1967 con José Ferrer, Shelley Winters e Elaine May, prosegue con “The Comic” con Dick Van Dyke che non fu il successo sperato, ma andò benissimo, invece, “Senza un filo di classe” con George Segal che vive nel Bronx con la vecchia mamma ebrea, Ruth Gordon. Un capolavoro di comicità, seguito da “Bentornato Dio” con George Burns, “Un tipo straordinario” con Henry Winkler e da “Lo straccione” con Steve Martin. Proprio con Steve Martin troverà il suo interprete ideale. Lo dirigerà in “Il mistero del cadavere scomparso”, “Ho perso la testa per un cervello”, “Ho sposato un fantasma”. Ma la gag che ricordo con più piacere di “Lo straccione” è quella iniziale, con Steve Martin, bianco, figlio adottivo di neri poveri del sud, che pensa di essere nero. “È una delle mie persone preferite al mondo”, ha detto Reiner di Steve Martin, “perché è cool cat. Un gatto morto. Sembra un ragioniere, ma è uno dei pensatori più acuti. Pensa in un modo che nessun altro pensa. Ha una mente brillante, mette insieme cose che non vanno insieme e ti fa ridere”. Ma Reiner diresse anche “Vacanze in florida” con John Candy, il parodistico “Fatal Instinct” con Armand Assante, "Questo pazzo sentimento” con Bette Midler. Grazie anche alla fortuna da regista del figlio, Rob Reiner, Carl non si è mai fermato, né come attore né come autore. Lo troviamo nel ruolo di Saul Bloom nella serie di grande successo “Ocean’s Eleven”, ma è attivo anche come voce in film come “Toy Story 4”, dove è Carl Reineroceros, “I pinguini di Madagscar”, “I Griffin”, “Hot in Cleveland”. Deve ancora uscire un suo ultimo film, animato, “Saddle up!”. Dalla moglie, Estelle Reiner, attrice e cantante, scomparsa nel 2008, ebbe tre figli, Rob, Anne e Lucas, tutti nello spettacolo. Oggi lo saluta tutto il mondo dello spettacolo americano. Tranne Trump…

·        È morto Freddy Cole, grande jazzista e fratello di Nat King.

È morto Freddy Cole, grande jazzista e fratello di Nat King. Pubblicato lunedì, 29 giugno 2020 da La Repubblica.it. Il grande pianista e cantante jazzFreddy Cole, fratello minore di Nat "King" Cole, è morto sabato ad Atlanta, all'età di 88 anni. La causa della morte è legata a complicazioni di disturbi cardiovascolari di cui soffriva, ha spiegato al Washington Post la sua manager, Suzi Reynolds. Freddy Cole, aveva iniziato la sua carriera all'ombra del suo famoso fratello, figura imponente nel jazz e nella musica popolare, con cui si era esibito a lungo. Ma ha poi guadagnato un successo individuale - comprese diverse nomination ai Grammy - con la sua carriera solista, spesa tra jazz tradizionale, swing e blues. L'anno scorso aveva ottenuto una nomination ai Grammy per il miglior album jazz vocale con My Mood Is You. "Adoro suonare ovunque possa suonare", aveva detto Cole all'Atlanta Journal-Constitution in un'intervista del 2014. Freddy Cole, nome d'arte di Lionel Frederick Cole, era nato a Chicago il 15 ottobre 1931, fratello dei musicisti Nat King Cole e Ike Cole, nonché il padre di Lionel Cole e zio di Natalie Cole. Ha inciso prevalentemente dischi jazz insieme alla sua formazione Freddy Cole Quartet, con cui ancora oggi si esibisce. I tour di Cole hanno toccato gli Stati Uniti, l'Europa, l' Estremo Oriente e il Sudamerica. La sua carriera ha superato il mezzo secolo. Cole è nato da Edward e Paulina Cole, ed è cresciuto con i fratelli Eddie, Ike e Nat King Cole. Ha iniziato a suonare il pianoforte all'età di sei anni, a Chicago, proseguendo poi gli studi musicali presso la Juilliard School of Music a New York. Cole è considerato uno dei migliori interpreti dell'American Songbook ed una vera icona della canzone afroamericana. Oltre ad essere considerato, insieme a Tony Bennett, uno dei più grandi interpreti vocali del jazz contemporaneo. Nei suoi spettacolI era in grado di spaziare da Broadway al Blues, dai classici di Jermone Kern, Cole Porter, George Gershwin e Duke Ellington, a Lionel Ritchie e Stevie Wonder.

·        È morta Linda Cristal, star dei western e della serie tv "Ai confini dell'Arizona".

È morta Linda Cristal, star dei western e della serie tv "Ai confini dell'Arizona". Pubblicato lunedì, 29 giugno 2020 da La Repubblica.it. L'attrice argentina Linda Cristal, stella di di Hollywood, di film western e protagonista della serie tv Ai confini dell'Arizona, è morta sabato scorso nella sua casa di Beverly Hills, nella contea di Los Angeles, all'età di 89 anni per cause naturali. L'annuncio della scomparsa è stato dato dal figlio Jordan Wesxler al New York Times. Era nata come Marta Victoria Moya Burges a Buenos Aires il 23 febbraio 1931 da padre francese e madre italiana, entrambi deceduti in un incidente automobilistico nella capitale argentina (dal quale solo lei, 13enne, si salvò miracolosamente), da molti considerato un doppio suicidio. Dopo una carriera sfolgorante, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, si era ritirata dalle scene nel 1985. Linda Cristal inizia la carriera recitando in spettacoli itineranti, dove è scoperta dal regista messicano Miguelito Aleman che la fa esordire, senza essere menzionata Cuando levanta la niebla (1952). In quattro anni gira nove film, tutti di scarsa rilevanza, ma il suo modo di agire sulle scene è notato da emissari della Universal, i quali senza esitazioni la convincono a trasferirsi a Hollywood, dove firma un contratto con lo studios e debutta nel film La saga dei Comanches (1956) del regista George Sherman. Due anni dopo è già nota al pubblico americano per la recitazione offerta in Una storia del West, sempre diretto da Sherman, e nel 1959 si fa apprezzare ancor più nel noir Il portoricano di Paul Stanley. Nel frattempo In licenza a Parigi (1958) di Blake Edwards le permette di vincere il premio Golden Globe per la migliore attrice debuttante. Con permessi speciali Linda Cristal raggiunge l'Italia, ed è protagonista a Cinecittà in tre kolossal storico-mitologici, Le legioni di Cleopatra (1959, di Vittorio Cottafavi), La donna dei faraoni (1960, diretto dal russo Viktor Tourjansky) e, più tardi, in Le verdi bandiere di Allah (1963, di Giacomo Gentiluomo e Guido Zurli). Linda Cristal ha recitato nel western di grande successo La battaglia di Alamo (1960) di John Wayne e l'anno successivo è nel cast di un altro grande classico western, Cavalcarono insieme di John Ford. Negli anni '60 Linda Cristal passa alla televisione: famoso il suo ruolo nelle 97 puntate della serie Ai confini dell'Arizona (1967-71), dove veste i panni della protagonista, Victoria Cannon. I Cannon vivono nel ranch The High Chaparral, e il capofamiglia, Big John, è sposato con la figlia dei Montoya, Victoria. I Montoya vivono invece nel Montoya Ranch, sotto l'egida di Don Sebastian, padre di Victoria. Questo ruolo le farà vincere il premio Golden Globe per la miglior attrice in una serie drammatica. In tv ha poi recitato in episodi dei telefilm Bonanza, Sulle strade della California e Fantasilandia. Sempre più sporadici saranno per Linda Cristal i ritorni al cinema, come testimoniano i film Panico nella città (1968) e, soprattutto, A muso duro (1974), al fianco di Charles Bronson. Nel 1985 torna in Argentina, protagonista della telenovela Rossé. Poi il definitivo addio alla professione artistica interrotto solo nel 1988 per una piccola parte per la serie tv General Hospital, dove aveva recitato nel 1963. Per oltre 30 anni Linda Cristal ha vissuto da pensionata di lusso nella sua residenza di Palm Springs, tornando spesso nella sua villa di Buenos Aires. L'attrice è stata amante dell'attore Adam West e di due uomini d'affari, Arthur Symington e Marshall Shellhardt. È stata sposata tre volte con due divorzi e un annullamento: primo matrimonio con Charles Collins (annullato), poi con l'industriale Robert W. Champion, infine con Yale Wexler (si era separata nel 1966), da cui ha avuto due figli, Gregory e Jordan.

·        E’ morta L'attrice Vittoria De Paoli. Recitò con la Capotondi.

Vittoria De Paoli morta in un incidente in Vespa: aveva 14 anni, recitò con la Capotondi su Rai1. Stefania Piras Domenica 28 Giugno 2020 su Il Messaggero. Aveva 14 anni Vittoria De Paoli e un futuro davanti non solo come teenager ma anche come attrice eclettica, la ragazzina di Maser (Treviso) morta nella notte a Farra di Soligo dopo essere uscita di strada, assieme ad un amico, a bordo di uno scooter. Capelli lunghi, biondissimi, il sorriso di Vittoria se lo ricordano bene i telespettatori di Raiuno nella fiction di "Di padre in figlia" con Cristiana Capotondi,  Alessio Boni e Stefania Rocca andata in onda nel 2016. La tragica dinamica. Vittoria De Paoli era andata ad una festa di coetanei e ad un certo punto, con un suo amico 17enne, si è allontanata dicendo che sarebbero tornati subito. I due sono saliti su una Vespa 125, guidata dal ragazzo, e all'altezza di una curva sono usciti di strada andando a sbattere contro un lampione. Un botto terribile che ha svegliato chi abitava in zona, ed è stato subito allarme. Sul posto sono giunte un'auto medica e due ambulanze con i sanitari del Suem 118. Immediata la corsa verso gli ospedali vicini. Vittoria, giunta a quello di Conegliano in condizioni disperate, è morta poco dopo, il suo amico è ora al Cà Foncello di Treviso in terapia intensiva in gravissime condizioni. Sul posto, poco dopo lo schianto, sono giunti anche gli amici con cui erano alla festa ed è stata una scena di strazio, dolore e pianto di fronte all'incredulità per l'accaduto. Il gruppo ha trovato i loro amici vicini, sull'asfalto, privi di sensi e coperti di sangue. Vittoria, appassionata di equitazione, era diventata famosa prima per aver partecipato ad una pubblicità di una nota marca di scarpe da ginnastica e poi, seguita dalla mamma manager Paola, per aver fatto parte del cast della serie Tv «Di padre in figlia» girato anche nella vicina Bassano del Grappa recitando a fianco di Cristina Capotondi, Alessio Boni e Stefania Rocca. In mente tanti progetti che oltre a farla eccellere al liceo classico "Levi" di Montebelluna, dove era segnalata come studentessa modello, c'era l'impegno per crescere come attrice dedicandosi con sacrificio ai corsi di canto, recitazione, danza (Hip hop su tutti) ed imparando a suonare la batteria per un futuro che si stava costruendo da professionista dello spettacolo. Il padre Moreno, bancario mentre la mamma fa la parrucchiera, ha detto che «ora non ha alcun senso vivere, voglio morire». Il sindaco Claudio Benedos ha immediatamente inviato un messaggio di cordoglio a nome della cittadinanza. Intanto i Carabinieri di Vittorio Veneto cui sono affidate le indagini indagano sulle cause dell'incidente e non è escluso che sia sul ragazzo che sul corpo della 14enne vengano fatti gli esami tossicologici per stabilire se avessero bevuto alcolici in modo eccessivo. 

L'attrice Vittoria De Paoli muore in incidente stradale, recitò in una fiction con la Capotondi. La 14enne aveva partecipato a diverse produzioni Rai, l'ultima "Di padre in figlia". L'incidente stradale la scorsa notte durante un giro in Vespa con un amico di 17 anni, adesso ricoverato in gravissime condizioni. La Repubblica il 28 giugno 2020. Aveva un futuro da star, l'ha uccisa nella notte uno schianto in Vespa a Farra di Soligo, in provincia di Treviso. Così è morta Vittoria De Paoli, attrice di 14 anni. Vittoria, nel 2016, aveva partecipato ad una fiction Rai "Di padre in figlia" girata nel Bassanese e che vedeva nel cast anche l'attrice Cristiana Capotondi. Il 17enne che era alla guida della Vespa è ricoverato in terapia intensiva dell'ospedale Cà Foncello di Treviso. La ragazza, invece, è spirata poco dopo essere giunta all'ospedale di Conegliano con un ambulanza del Suem 118. I due giovani erano ad una festa a Farra di Soligo e avevano detto che si sarebbero allontanati per pochi minuti. Sul posto, poco dopo l'incidente, sono giunti anche gli amici con cui erano alla festa ed è stata una scena di strazio, dolore e pianto di fronte all'incredulità per l'accaduto. Il gruppo ha trovato i loro amici vicini, sull'asfalto, privi di sensi e coperti di sangue. Vittoria, nata a Maser (Treviso), appassionata di equitazione, era diventata famosa prima per aver partecipato a una pubblicità di una nota marca di scarpe da ginnastica e poi, seguita dalla mamma manager Paola, per aver fatto parte del cast della serie Tv "Di padre in figlia" girato anche nella vicina Bassano del Grappa recitando a fianco di Cristina Capotondi, Alessio Boni e Stefania Rocca. In mente tanti progetti che oltre a farla eccellere al liceo classico 'Levi' di Montebelluna, dove era segnalata come studentessa modello, c'era l'impegno per 'crescere' come attrice dedicandosi con sacrificio ai corsi di canto, recitazione, danza (Hip hop su tutti) ed imparando a suonare la batteria per un futuro che si stava costruendo da professionista dello spettacolo. Il padre Moreno, bancario mentre la mamma fa la parrucchiera, ha detto che "ora non ha alcun senso vivere, voglio morire". Il sindaco Claudio Benedos ha immediatamente inviato un messaggio di cordoglio a nome della cittadinanza. Intanto i Carabinieri di Vittorio Veneto cui sono affidate le indagini indagano sulle cause dell'incidente e non è escluso che sia sul ragazzo che sul corpo della 14enne vengano fatti gli esami tossicologici per stabilire se avessero bevuto alcolici in modo eccessivo.

Da "ilmessaggero.it" il 29 giugno 2020. Una festa tra ragazzini, il desiderio di concluderla con un giro in Vespa e la tragedia, complice il fatto che nessuna delle due coppie che ha partecipato alla scampagnata a due ruote per le stradine di Farra nella prima sera davvero estiva della stagione, indossava il casco. Una leggerezza imperdonabile anche se il gruppetto si era allontanato solo di poche centinaia di metri dal luogo del ritrovo. Ora le indagini cercheranno di stabilire cosa è successo, ricostruendo lo schianto mortale da tutte le angolazioni possibili. Sulla dinamica c’è poco da dire: la Vespa di A.S. è andata dritta, senza frenare, schiantandosi contro un lampione. Restano da accertare le cause della fatale perdita di controllo del mezzo, compito che spetterà ai carabinieri che hanno eseguito i rilievi sul posto fino all’alba. Fondamentali saranno le testimonianze degli amici che hanno assistito all’incidente  e alla morte di Vittoria De Paoli e del gruppo più ampio che, pochi minuti dopo, ha raggiunto in massa in luogo della tragedia chiamato dai superstiti. Lo scooter si trova ora in un’autorimessa a Moriago, sotto sequestro: anche le analisi sul mezzo potranno contribuire a ricostruire l’accaduto e il motivo per il quale i giovani viaggiassero senza casco. A ieri non erano state formalizzate accuse con rilevanza penale. Sabato sera Vittoria era arrivata a Farra accompagnata dai genitori Moreno e Paola Salvador per partecipare a una festa organizzata da amici. Sarebbero tornati a prenderla a mezzanotte. Alle 22.45 invece un boato ha squarciato il silenzio. All’incrocio tra via Rialto, via Cal Nova e via Borgata Grotta, dove si dipartono le strade verso le vigne, uno scooter è piombato con violenza su un palo della luce e una ringhiera. Il mezzo, una Vespa Piaggio 125, proveniva da via Rialto ed era diretto in via Cal Nova, perciò avrebbe dovuto affrontare una leggera svolta a destra. Esattamente dal lato opposto è invece andato a infilarsi, come avesse allargato troppo la curva. Sull’asfalto nessun accenno di frenata, ma i corpi esanimi di due ragazzi. Hanno appena trent’anni in due: sono Vittoria, 14 anni di Maser, e un amico di Valdobbiadene, A.S. 17 anni ancora da compiere. Alla guida della Vespa c’era il ragazzo, che a bordo di quello scooter di proprietà del padre si muoveva abitualmente e che aveva usato per raggiungere la festa. Sul sellino posteriore, stretta a lui, Vittoria. Nessuno dei due aveva il casco. E non lo indossavano nemmeno i due amici che a quel tremendo incidente hanno assistito in prima persona. Quattro erano infatti i ragazzi che si erano allontanati dalla festa. I due maschi avevano inforcato i rispettivi scooter e caricato le ragazze. In questo, nessuna violazione: compiuti i 16 anni è possibile guidare motocicli con cilindrata fino a 125 cc e, dal 2015, anche trasportare un passeggero (a patto che il mezzo sia omologato).

Vittoria si è alzata e ha parlato. A trovarli pochi istanti dopo sono stati alcuni residenti, richiamati dal fragore, che hanno prestato loro i primi soccorsi e chiamato il 118. Nei confronti di Vittoria e del 16enne sono state praticate le manovre di rianimazione e, una volta stabilizzati, sono stati e trasferiti rispettivamente al Ca’ Foncello di Treviso e all’ospedale di Conegliano. Fin da subito le loro condizioni sono parse gravissime. Il ragazzo per l’intera durata delle operazioni è rimasto incosciente. Aveva una gamba rotta e respirava a fatica, mentre Vittoria dopo i primi minuti priva di sensi si è parzialmente ripresa tanto da mettersi a sedere contro la ringhiera e da scambiare qualche parola. Aveva riportato pesanti ferite al viso e al collo, ma tra i due è stato inizialmente il giovane amico a far temere maggiormente per la sua vita. Invece, due ore dopo, il cuore della 14enne ha smesso di battere. All’1.10 il tragico verdetto: Vittoria è morta.

·        E’ morta Taryn Power, sorella di Romina.

Da leggo.it il 28 giugno 2020. Un giorno di grande dolore per Romina Power. La sorella Taryn è morta dopo un anno e mezzo di battaglia contro la Leucemia. Ad annunciarlo è la stessa Romina dal suo profilo Instagram. «Mia sorella Taryn - scrive la Power allegando un video in cui canta in auto insieme alla amata sorella - ha raggiunto i nostri genitori alle 9:53 ieri a casa sua nel Wisconsin circondata da i suoi quattro figli e quattro nipoti dopo aver combattuto una dura battaglia di un anno e mezzo contro la Leucemia. Lascerà un vuoto immenso poichè era una creatura di luce, una madre eccezionale, nonna amorevole e sorella unica per via del suo humour, generosità e amore per gli animali , la natura e per i meno fortunati. La migliore sorella che abbia potuto avere in questa vita!». Taryn Power, sorella minore della cantante, aveva 66 anni. Attrice, era una figura importante nella vita di Romina, con la quale aveva condiviso le gioie e i dolori senza voler apparire a tutti i costi. Nel 1993 rifiutò anche la proposta di Al Bano di trasferirsi in Italia.

In ricordo di Taryn, Romina Power sta pubblicando su Instagram una serie di foto e video che ritraggono la sorella o che le vedono insieme negli anni. Ancora bambine, in bianco e nero, o che duettano insieme solo pochi anni fa. E poi video in cui cantano in auto, felici e spensierate.

Marco Giusti per Dagospia il 28 giugno 2020. Non è stata fortunata Taryn Power. Né come attrice, né come cantante. Sempre all’ombra di un padre famoso morto troppo presto, di una madre possessiva, di una sorella più grande ma anche più scandalosa e più nota di lei. Nata a Los Angeles nel 1953, dalla coppia allora celebre Tyrone Power e Linda Christian, che si erano sposati con grande sfarzo a Roma nel 1949, si ritrova figlia di divorziati neanche due anni dopo, col padre che per vedere lei e Romina deve atterrare con l’aereo proveniente dai set di mezzo mondo. Orfana a soli cinque anni, dopo la morte improvvisa di Tyrone Power sul set di “Salomone e la Regina di Saba”  in Spagna, si ritrova presto al centro dei gossip testamentari. Perché il padre ha diviso sì i suoi beni tra la nuova moglie, Debora Minardos, che aspetta un figlio maschio, la sorella Anne e le sue due bambine, che riceveranno un sussidio mensile, ma non ha lasciato nulla all’ex moglie Linda Christian, “ho provveduto abbastanza generosamente per Linda in tempi recenti, ossia sino a quando sono stato in vita”, lascia scritto sul testamento, come leggiamo sui giornali del tempo. L’ex-moglie non ci sta. E inizia una serie di cause e richieste legali per avere più soldi per le bambine. Avrà presto anche altri mariti, come l’attore americano Edmund Purdom, arrivato in Italia dopo il flop del kolossal “Sinuhe l’egiziano”. Mentre Romina inizia una carriera con apparizioni piuttosto audaci in film come “Come imparai ad amare le donne” di Luciano Salce e “Justine” di Jesus Franco, dove si mostrerà completamente nuda, ma Franco non la riteneva giusta per la parte, per poi diventare compagna e partner di Al Bano, Taryn è tentata dalla stessa carriera. Ma, non ancor a ventenne, rifiuta i ruoli che avevano offerto alla sorella e alle belle ragazze del tempo. “Non ho mai accettato i compromessi e non mi sono mai spogliati” dirà anni dopo. E’ vero. Rifiuto un ruolo da protagonista in una ricca produzione di Carlo Ponti, “Cugini carnali”, diretta da Sergio Martino, ritenendola “una storia disgustosa con situazioni volgari, viscide. Perfino mia madre che pure non si scandalizza facilmente, mi ha sconsigliato di accettare”. Insomma, niente nudo, come accadde a Romina. Preferisce rimanere nel suo appartamento in affitto, si legge, alla periferia di Roma ad aspettare buone proposte. Ponti ci rimane malissimo. Il suo ruolo andrà a una americanina bionda che non farà carriera, Susy Player. Fioccano però, sui giornali, le notizie die suoi primi amori. Si parla di un operatore, tal Dario Semeraro, di un regista francese, Jean-Pail Gibon, del figlio di Silvana Mangano e Dino De Laurentiis, che morirà tragicamente qualche anno dopo. Non volendosi spogliare finisce in una produzione melodrammatica messico-colombiana, “Una vita un amore” diretta da Tito Davison dove è la protagonista, Maria. E’ il suo primo film, seguito due anni dopo da una commedia giovanile argentina, “Un viaje de locos” di Rafael Cohen, mai visto da nessuno. Intanto, in Italia, si tenta di costruirle una nuova carriera da cantante come partner, magari compagna, di Kocis, fratello di Al Bano. Cantano anche in quattro. La vediamo in qualche programma della Rai, come “Una canzone un sorriso”, presentato da Romina e Gianfranco funari nel maggio del 1972. Con Kocis non si capisce bene. Sarà stata lei a lasciare lui o lui a lasciare lei? O, forse, non sono mai stati insieme. Irrequieta, Taryn torna al cinema. Sarà Valentine de Villefort in una grande produzione televisiva americana, “Il conte di Montecristo” con Richard Chamberlain, Trevor Howard, Louis Jordan, Tony Curtis, Angelo Infanti. Si dice che si sia fidanzata con il pritagonista, il bellissimo Chamberlain. Lei dice che sono solo buoni amici, che con lui si confida. Dopo il coming out dell’attore, adorato da tutte le spettatrici del tempo, pensiamo che Taryn dicesse la verità. Gira anche, stavolta in Italia, “Bordella”, curioso film di Pupi Avati con Christian De Sica, e poi parte per Hollywood dove girerà un buon film di Vietnam e pazzia, “Tracks”, diretto dal giovane Henry Jaglom, grande amico di Orson Welles, prodotto da Beet Schneider, lo stesso di “Easy Rider”, interpretato da Dennis Hopper e Dean Stockwell. Dirà che è “un film abbastanza importante, di qualità, ma che non mi ha soddisfatto completamente…”. Ormai lanciata si ritrova come bellezza esotica nel divertente fantasy “Simbad e l’occhio della tigre” di Sam Wanamaker con Patrick Wayne, figlio di John, Jane Seymour, Donald Pleasance. La sua carriera sembrerebbe partita, ma Taryn si sposa. Prima con lo strampalato regista Norman Seef, dal quale avrà dal quale avrà una figlia, Tai Dawn (1978), poi con l’attore e cantante Tony Fox Sales, dal quale avrà due figli, Anthony Tyrone (1982) e Valentina (1983), infine con William Greendeer, dal quale avrà la sua quarta figlia, Stella Bianca (1993). Con tutti questi figli non sarà facile seguire il cinema. Farà qualcosa, come il Godzilla spagnola “Serpiente de ma” diretto da Amando De Ossorio nel 1985 con Timothy Bottoms e Ray Milland. Poi tornerà a recitare con Henry Jaglom nel 1990 in “Eating”. Leggo che avrebbe finito un film proprio quest’anno, già malata di leucemia, in Italia, “Sulle mie spalle” di Antonello Belluco, dove è protagonista. Chissà se uscirà mai..

·         E’ morto il grafico Milton Glaser.

Marco Belpoliti per “la Repubblica” il 28 giugno 2020. Era seduto in un taxi, secondo la leggenda, quando gli venne in mente la possibile soluzione e schizzò su un foglio quello che sarebbe diventato il più famoso marchio di città dalla fondazione di Roma a oggi. Era il 1978 e New York, la città dove era nato durante la grande crisi del 1929, stava toccando il suo punto più basso: crisi fiscale, fuga dei ceti abbienti, disoccupazione, rapine per le strade, e l'anno precedente il black out aveva lasciato senza luce per due giorni il centro. Così quando il sindaco chiese all'agenzia pubblicitaria Wells Rich Greene e Milton Glaser d'inventarsi uno slogan, un manifesto, un logo, per rendere interessante NY, e ridare un po' di fiducia a tutti, Milton cominciò subito a pensarci. Aveva in mente l'icona pop di Robert Indiana del 1964, diventata nove anni dopo una cartolina natalizia del MOMA, a suo modo già un brand. Se una cosa Glaser ha sempre manifestato è quella di possedere una mente rapida e veloce, capace d'afferrare quello che è nell'aria, e che nessuno ancora vede. Qualche minuto prima che appaia a tutti, l'idea è già nella sua mente e diventa un'immagine. Glaser pensa per immagini. Indiana aveva già impaginato in senso verticale la parola LOVE. Si trattava di fare un passo in più. Non facile, ma Glaser è sempre stato un maestro nell'unire emozione ed icona: emoticon. La parola non c'era, ma il cuore rosso, così evidente e palese per dire "amore", è esattamente un emoticon. Bastava aggiungere quel I, parola chiave nell'età del narcisismo - il libro di Christopher Lasch è del 1979 - e New York in acronimo, scrivere col font Typewriter, e il gioco era fatto. Facile dirlo dopo, ma provateci voi. La rapidità è probabilmente una dote che Milton aveva affinato nel Bronx, dove era nato da una famiglia ebraica d'immigrati ungheresi; lì per sopravvivere erano richieste qualità simili: attenzione desta, occhio svelto, fiuto. Il tutto non disgiunto da quella passione per il narrare storie, che è proprio dell'ambiente yiddish. Di quella educazione ricevuta nella comunità immigrata del caseggiato gli è rimasto anche un senso di leggerezza, il piacere del vivere e l'allegria. Se si sfoglia il libro Posters , composto da lui stesso e uscito pochi anni fa, dove ha raccolto 427 manifesti realizzati nel corso della sua carriera, si capisce che non c'è nessun poster triste o cupo, anche quello che sintetizza l'argomento più grave e pesante vola sempre, si solleva leggero per aria come per grazia ricevuta, tanto da far pensare a una lievità alla Chagall, un tocco che è prima di tutto coloristico, come nel resto della sua opera. Sembra che nel suo archivio avesse qualcosa come 200-300 mila manifesti, tutti usciti dal suo studio, il mitico Pushpin Studio, forse non tutti di mano sua, sicuramente da lui rivisti e licenziati. Un lavoro immenso, per cui non si dava arie, perché per lui l'importante era lavorare ogni giorno: pensare e inventare, creare e più spesso ricreare. Del mondo yiddish recava anche quel senso degli affari, che fa parte delle strategie di sopravvivenza degli immigrati nel Nuovo Mondo approdati dalle sponde del Vecchio, così che ora, che non c'è più, oltre a lodare il suo stile inconfondibile di graphic designer, bisogna dire che è stato colui che per primo ha brandizzato la cultura, ovvero ha sposato pubblicità e arte, commercio e invenzione grafica. Non un pubblicitario, perché questo Glaser non lo è stato, ovvero un creatore d'immagini atte a rendere interessante qualcosa o qualcuno, piuttosto d'immagini che diventavano con semplicità icone, come nel caso eclatante di NY. Creare dei brand non è un'arte facile, perché i brand si consumano rapidamente, oppure non funzionano, per quanto sostenuti da campagne martellanti. Poi spesso non sono belli. Il ragazzo nato nel Bronx li ha sempre fatti belli, non solo i manifesti, ma anche i loghi. Il suo karma funziona là dove dipinge, perché, per quanto tendesse alla stilizzazione, e usasse il colore come un campo magico, Glaser è prima di tutto un pittore. Era anche colto; conosceva l'arte in generale, e quella italiana in particolare, perché da giovane dopo aver studiato alla Cooper Union di New York nel 1951 era stato in Italia a Bologna con una borsa di studio, lì dove insegnava uno dei grandi pittori del Novecento, Giorgio Morandi. Nei manifesti che ha poi realizzato in seguito si sente sempre la presenza della pittura rinascimentale, soprattutto nei dettagli, perché Milton Glaser era un grande divoratore di dettagli, come si capisce dal suo lavoro, in particolare in quello degli anni Sessanta e Settanta. In Italia tornerà poi a lavorare per alcune industrie importanti e graficamente significative: Olivetti e Campari; e si occuperà anche della promozione di città come Rimini, e in Italia esporrà varie volte i suoi lavori. Nel 1967 disegna il poster infilato nel vinile Greatest Hits, il ritratto più veritiero di Bob Dylan. Cosa sono quei capelli ricci che si levano dalla testa del cantante se non pensieri scomposti, e impertinenti, e tracce della rivoluzione psichedelica iniziata da poco, e poi resti fluttuanti della Pop Art, che sta celebrando il suo trionfo e anche la sua repentina fine? Glaser afferra tutto al volo e trasposta dalle gallerie d'arte alle camerette dei fans il segno carismatico di quell'epoca dedita agli Acid test. La contestazione studentesca è già cominciata nelle università americane e il graphic designer la registra con la sua lievità. Tutto in quel periodo vola per aria e nell'aria Glaser è a suo agio. Nella sua carriera d'inventore di immagini e brand c'è anche quella di creatore della prima rivista cittadina, quel New York Magazine, che realizza nel 1968 con altri, e su cui tiene per vari anni una rubrica molto cool senza esserlo, "The Undergrond Gourmet", dedicata ai ristoranti economici della città. La più letta dell'intero foglio; ancora una volta una trovata linguisticamente perfetta: due parole ossimoriche tra loro. Il fantasioso designer le ha messe insieme. C'è tuttavia un tratto che segna il suo lavoro, come quello di moltissimi grafici e designer: creare immagini che tutti conoscono, ma che quasi nessuno, salvo i cultori o gli addetti ai lavori, sa chi le ha prodotte. Lavoro umile quello del grafico e dell'illustratore, perché, se va bene, tutti conosceranno il marchio, ma il nome e cognome dell'autore, quello no. A Glaser, figlio della umile cultura yiddish americana, questo importava poco. La stessa invenzione del logo di New York è stata da parte sua un gesto di generosità, dal momento che l'ha regalato alla sua città che amava enormemente, e dove è morto ieri. Il logo di città più imitato al mondo, come è capitato a un altro disegnatore e artista, anche lui ebreo, Saul Steinberg, per cui il suo più famoso disegno, dedicato alla medesima città, è stato copiato e riprodotto moltissime volte. Del resto le idee migliori, salvo per il copyright, appartengono a tutti.

·        E’ morto “l’immortale” Marc Fumaroli.

Stefano Montefiori per corriere.it il 25 giugno 2020. A dare la notizia è l’Académie française che lo accolse tra gli «Immortali» venticinque anni fa: «Il segretario perpetuo (Hélène Carrère d’Encausse, ndr) e i membri dell’Accademia hanno la tristezza di comunicare la scomparsa del loro collega Marc Fumaroli, deceduto il 24 giugno a Parigi. Aveva 88 anni. Era stato eletto nel marzo 1995 sulla poltrona già di Eugène Ionesco». Con Marc Fumaroli scompare uno specialista del Seicento di fama mondiale, un grande storico della letteratura, e il più erudito interprete di quel filone di pensiero insofferente verso la modernità che in Francia ha da sempre enorme successo. Uomo di straordinaria gentilezza, Fumaroli era comunque capace di annichilire con poche e feroci parole celebrità come Damien Hirst o Jeff Koons, da lui definiti «i recenti industriali americani e inglesi della segnaletica scambiata per opera d’arte». Coltissimo, aveva di buona parte dell’arte contemporanea la stessa opinione che si può raccogliere presso il pubblico meno avvertito, realizzando così, alla fine, una specie di comune sentire tra il grande aristocratico delle lettere e il popolo. È la massa, che a Fumaroli non piaceva, e ancora meno la «cultura di massa», pop, di stampo anglosassone. «L’Europa, magari a cominciare dall’ Italia, potrebbe riprendere coscienza della sua identità, senza lasciarsi americanizzare ancora di più», aveva detto in un’intervista al «Corriere» di qualche anno fa. E a chi gli ricordava i capolavori contemporanei, nel cinema e nella letteratura, di autori come Robert Altman o Philip Roth rispondeva sorridendo «ma loro sono d’accordo con me! L’Europa aveva la tradizione di numerose culture popolari. Artigianali e genuine tanto quanto la cultura di massa è industriale e prefabbricata. La cultura popolare riposa su un’adesione spontanea del suo pubblico; la cultura di massa utilizza il bombardamento pubblicitario, dalla nascita alla morte, per imporsi. L’Europa aveva le sue canzoni, e non piccoli selvaggi che montano in scena urlando fino a rischiare di rompersi la vena della tempia, prendendosi per Dioniso o Rimbaud. La pretesa dei Rolling Stones di essere geni fino a cent’anni non mi pare nella tradizione di Rimbaud». Nato l’8 giugno 1932 a Marsiglia in una famiglia di origini corse, Marc Fumaroli è cresciuto in Marocco, a Fès, dove suo padre era funzionario dell’amministrazione francese e sua madre istitutrice, prima di tornare in Francia, terminare il liceo a Marsiglia, studiare alle università di Aix en Provence e Parigi e poi insegnare letteratura a Lille, alla Sorbona e al Collège de France dove aveva la cattedra di «Retorica e società in Europa nei secoli XVI e XVII». Fumaroli ottenne quella cattedra grazie al fondamentale saggio del 1980 L’età dell’eloquenza: retorica e res literaria dal Rinascimento alle soglie dell’epoca classica (edito in Italia da Adelphi come quasi tutta la sua opera), ripercorrendo l’arte di dire e di convincere riscoperta dagli umanisti nel Rinascimento e portata allo splendore nel Grand Siècle, il Seicento tanto amato da Fumaroli. In Il salotto, l’accademia, la lingua: tre istituzioni letterarie, Fumaroli ha analizzato l’importanza dell’arte della conversazione privata, dell’Académie française fondata nel 1634 per volere di Richelieu, e della lingua francese, considerata non uno strumento di espressione accanto ad altri ma un universo unico e incomparabile. Con Le api e i ragni Fumaroli ha indagato sulla disputa degli Antichi e dei Moderni ricorrendo a un’immagine di Jonathan Swift: mentre gli Antichi come le api sanno ricavare dai fiori il miele e le sostanze necessarie alla felicità, i Moderni come i ragni secernono escrementi che diventano tele e tranelli mortali. Nella Repubblica delle lettere l’autore ha dato espressione al suo particolare europeismo, quello legato alla cultura e alle lettere, descrivendo una comunità autonoma dagli Stati nazionali, unita dalle biblioteche e dalla conversazione. L’opera forse più conosciuta al di fuori dell’ambito accademico, quella dalle conseguenze più importanti nel dibattito contemporaneo, è Lo Stato culturale pubblicato nel 1991, un grande schiaffo al potentissimo ministro dell’epoca Jack Lang e al presidente François Mitterrand. «Mai stato ostile all’intervento dello Stato in questo campo, tutt’altro — aveva spiegato Fumaroli nell’intervista al «Corriere» —. Ho solo denunciato che lo Stato francese allargava la sua responsabilità patrimoniale a rock, rap, graffiti e altri prodotti commerciali. Lo Stato deve a mio parere preoccuparsi della Comédie Française e di restaurare le cattedrali, invece di rincorrere l’hip-hop e simili pericolosi giocattoli. Si diffondono anche troppo da soli». Marc Fumaroli poi non sopportava l’altro tormentone contemporaneo di «avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro» e citava a questo proposito Giambattista Vico, «che nel 1708 pronunciò la celebre conferenza che ogni europeo dovrebbe conoscere a memoria, “Sul metodo negli studi del nostro tempo”. Dopo i successi della nuova scienza di Galileo e Cartesio, protestava Vico, ormai insegniamo ai bambini la matematica prima ancora della poesia e dell’arte. Un errore allora, ma ancora più grave oggi. Chi si occupa adesso di formare la sensibilità, l’immaginazione, i sentimenti dei giovani? Più che la scuola, o la famiglia, spesso impotenti, temo che siano i videogiochi, i reality show, l’iPhone e l’iPad». Grande amante dell’Italia come molti francesi colti e non, Fumaroli individuava nel patrimonio artistico italiano un’occasione sprecata, «non occupa il rango che gli spetta, non è capito come una forza spirituale per l’oggi... Quando invece potrebbe allontanare dalla cultura pop molti europei».

Marc Fumaroli è morto. Storico della letteratura, saggista e intellettuale di piano internazionale, ha sempre puntato il dito contro gli eventi culturali di massa. Carlo Franza il 26 giugno 2020 su Il Giornale. Lo storico della letteratura Marc Fumaroli è morto il 24 giugno, a Parigi, all’età di 88 anni, compiuti lo scorso 10 giugno 2020. Professore, accademico, saggista e ricercatore di fama internazionale, aveva denunciato le minacce che riteneva gravassero sulla cultura causate dalla dissoluzione dell’elitarismo. Lo avevo incontrato l’ultima volta nel marzo 2019 a Parigi,  e devo dire che dialogare con lui era sempre un fattore importante, perché gran signore e vulcano di sapere. Fumaroli era stato eletto al Collège de France nel 1986 e all’Académie française nel 1995, dove era succeduto a Eugène Ionesco, e all’Académie des inscriptions et belles lettere nel 1998. Aveva accumulato molti onori, tra cui la presidenza della Società degli amici del Louvre nel 1996, e in Italia aveva ricevuto la laurea Honoris causa dalle università di Napoli nel 1994, Bologna nel 1999 e Genova nel 2004. Nato a Marsiglia il 10 giugno 1932 da una famiglia corsa, Fumaroli era cresciuto a Fez, in Marocco, dove suo padre, Jean, era un funzionario pubblico e sua madre, un’insegnante, la quale gli insegnò a leggere e scrivere e gli trasmise l’amore per il libro che circoscriverà il suo universo per tutta la vita. Il saggio «Lo Stato culturale, una religione moderna» pubblicato nel 1991 da Fallois in Francia e in Italia da Adelphi, lo aveva fatto conoscere ad un vasto pubblico: una feroce denuncia contro gli eventi culturali di massa promossi dai ministri André Malraux prima e Jack Lang poi, che riteneva una deviazione disonorevole dalla nozione di cultura e un abbassamento dello spirito a scapito della conoscenza. Quando si è costretti a scrivere tra virgolette la parola “cultura”, vuol dire che la cultura è davvero mal ridotta. Quando la differenza fra la promozione turistica, mediatica, celebrativa e la cultura non viene più chiaramente percepita, vuol dire che la “cultura” trionfa. Quando di un libro, di una mostra, di un concerto non si parla più per dire ciò che rispettivamente sono, ma solo per discutere su quanto pubblico hanno attirato e con quali modalità, vuol dire che il senso dei libri, dell’arte e della musica si allontana in una nebbia indefinita. Tutto questo succede ogni giorno sotto i nostri occhi. E talvolta accade – come oggi in Francia – che sia lo Stato stesso a fomentarlo e amministrarlo, trasformandosi in imprenditore che gareggia in sontuosità e inventiva con l’imprenditore privato, con un gesto di apparente devozione alla cultura e una celata volontà di manomissione della stessa, per utilizzarla ai propri fini. In breve, tutto sembra congiurare perché venga dimenticata l’impeccabile intuizione di Jacob Burckhardt secondo cui lo Stato e la cultura sono potenze naturalmente nemiche e tali devono rimanere, per il bene di entrambe. Per valutare questo fenomeno, che è planetario ma assume forme diverse in ciascun paese (e ovviamente ben diverse da quelle francesi in Italia, dove lo Stato si è rivelato incapace perfino di garantire la sopravvivenza fisica delle testimonianze della cultura), occorre uno sguardo capace di abbracciare vasti insiemi, di riconoscere sia che cos’è la cultura sia che cos’è la «cultura». Marc Fumaroli ci è riuscito, con appassionata verve polemica, con solidissimo giudizio storico, con felice insofferenza. La sua analisi si concentra sulla Francia, risalendo alle origini di un fenomeno che si è manifestato platealmente negli anni di Mitterrand pur essendo già predisposto negli anni di Malraux. Ma il discorso va molto più in là e si applica a tutto quel sottile e onnipresente involucro di plastica che ci avvolge e tenta di soffocarci con le migliori intenzioni. Quell’involucro si chiama “cultura”. Il libro  “Lo Stato culturale”  è apparso per la prima volta nel 1991. È stato uno dei maggiori storici e interpreti della letteratura e della civiltà, ma soprattutto il più grande esperto di retorica del ‘600. Di più: è a lui che si deve la rinascita di questa disciplina nella sensibilità e nella cultura di oggi. Docente al Collège de France per quasi un ventennio, membro dell’Académie française dal 1995, al posto che fu di Eugène Ionesco, era anche socio straniero dei Lincei, amando – come non si stancava di ripetere – l’Italia come sua seconda patria, della quale riconosceva il ruolo preponderante nella formazione della civiltà europea. Fumaroli era nato a Marsiglia nel 1932, ma cresciuto nel Marocco coloniale dove i suoi genitori si erano trasferiti. Tornato in Francia si dedica alla ricerca e poi diventa docente universitario, consacrando la propria opera allo studio della tradizione letteraria europea. Con “L’età dell’eloquenza”, apparsa nel 1980, restituisce alla retorica la sua centralità non solo nell’epoca rinascimentale, ma ne fa un rimedio contro l’impoverimento della parola che costituisce uno dei mali più insidiosi del mondo attuale. Fumaroli è stato il primo infatti a rilanciare gli studi di retorica in Francia, ripristinandone l’insegnamento al Collège de France. È di un decennio dopo l’altra sua opera fondamentale: “Lo stato culturale”, dove con appassionata verve polemica, unita però a un solidissimo giudizio storico, prendendo le mosse dalla spettacolarizzazione della produzione artistica Fumaroli ci mette davanti a un’analisi puntuale di quell’onnipresente “involucro”, che ci avvolge costantemente – rischiando talvolta di soffocarci pur con le migliori intenzioni – e che si chiama “cultura”. Tra le altre opere da ricordare, “La scuola del silenzio” (1994),  testo che mi ha accompagnato per diversi mesi,  dove riflette sulla diffusione delle immagini nel diciassettesimo secolo e soprattutto sul ruolo di alcuni grandi – da Guido Reni a Caravaggio a Poussin – e, il suo ultimo lavoro, “La Repubblica delle Lettere”, tradotto in Italia nel 2018. Per anni collaboratore di Repubblica, nel 2001 Marc Fumaroli ha ricevuto il premio Balzan per la storia e la critica letteraria del XVI secolo. Eccezion fatta per Eroi e oratori, pubblicato dal Mulino nel 1990, tutte le sue opere sono state tradotte da Adelphi. Carlo Franza

·        E’ morto Alfredo Biondi, storico leader del Partito liberale.

Claudio Del Frate per corriere.it il 24 giugno 2020. E’ morto Alfredo Biondi, storico leader del Partito liberale e poi tra gli esponenti di punta di Forza Italia. Era nato il 29 giugno del 1928, quindi avrebbe compiuto 92 anni lunedì prossimo. Vicepresidente della Camera, era stato ministro della Giustizia del primo governo Berlusconi. Pisano di nascita, genovese d’adozioni , Biondi è stato una figura «ponte» tra la prima e la seconda repubblica. Debutto come deputato alla camera nel 1968 sui banchi del Partito liberale, di cui fu anche segretario tra il 1985 e il 1986. Fu anche ministro in uno dei governi di Amintore Fanfani (politiche comunitarie) e nel primo governo Craxi (ecologia). Il salto di qualità avviene però con la seconda repubblica: Biondi è tra i primi ad aderire al progetto politico di Silvio Berlusconi del Polo delle libertà ed entra in Parlamento nel 1994 . Diventerà ministro ricoprendo il ruolo chiave di ministro della giustizia. Verrà sempre rieletto fino al 2008, passando al Senato nell’ultima legislatura. Il nome del defunto ministro è legato al decreto che porta il suo nome e che, in piena stagione di Mani Pulite, interveniva cancellando la custodia cautela in carcere per il reato di corruzione e rendeva segreta l’informazione di garanzia fino all’atto di conclusione delle indagini. Il 13 luglio in consiglio dei ministri approda il cosiddetto «decreto Biondi». Il guardasigilli distribuì a tutti i presenti il testo e Berlusconi, secondo le ricostruzioni giornalistiche disse «O passa all’unanimità o lo ritiro». Il provvedimento passò senza opposizioni, complice - secondo un malizioso retroscena - il fatto che proprio quella sera era in programma la semifinale Italia-Bulgaria ai Mondiali di calcio Usa. Il decreto Biondi ha come primo effetto la scarcerazione di circa 2000 persone che erano in custodia cautelare in carcere (tra cui l’ex ministro De Lorenzo, ex collega di partito del guardasigilli). Il provvedimento è all’origine anche del primo scontro tra Forza Italia e Lega: Roberto Maroni, allora ministro dell’interno sconfessa il decreto sostenendo che a lui era stata fornita una versione differente al testo poi approvato. La bufera esplode: il pool Mani Pulite di Milano minaccia di dimettersi leggendo un comunicato in diretta tv, emergono forti perplessità all’interno della stessa maggioranza e alla fine il decreto Biondi avrà vita breve: il 21 luglio viene bocciato alla Camera a larghissima maggioranza (418 no, 33 sì e 41 astenuti).

Morto Alfredo Biondi, fu ministro della Giustizia durante il primo governo Berlusconi. Avrebbe compiuto 92 anni fra pochi giorni. Prima di aderire a Forza Italia fece parte del Partito liberale. Durante la sua carriera politica ha ricoperto anche l'incarico di vicepresidente della Camera. Fi: "Fu una colonna del liberismo e del garantismo autentico". Il Pd: ha speso la sua carriera politica a difesa delle istituzioni e della democrazia. La Repubblica il 24 giugno 2020. Lutto nel mondo della politica. È morto Alfredo Biondi, storico leader del Partito liberale e poi tra gli esponenti di punta di Forza Italia. Avrebbe compiuto 92 anni fra pochi giorni. Infatti Biondi era nato il 29 giugno del 1928 e nel corso della sua carriera ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Camera e, durante il primo governo presieduto dall'allora premier Silvio Berlusconi, era stato ministro della Giustizia.

La carriera politica. Nel 1968 fu eletto, per la prima volta, alla Camera nelle fila del Partito liberarale e tornò a Montecitorio nel 1979,per essre poi riconfermato ininterrottamente come deputato dall'ottava alla quattordicesima legislatura. Nel 1994 aderì a Forza Italia. A Montecitorio per quattro legislature ricoprì l'incarico di vicepresidente dell'Assemblea: dal 1987 al 1994, e poi dal 1996 al 2006. Nell'82 fu ministro delle Politiche comunitarie nel quinto governo Fanfani e durante il primo esecutivo dell'allora premier Bettino Craxi guidò il dicastero dell'Ambiente dal 1983 all'85. Fu nominato ministro della Giustizia nel primo gabinetto presieduto da Silvio Berlusconi e in quegli anni Alfredo Biondi fu al centro di numerose politiche per il  il decreto legge che prese il suo nome. Dal 2006 al 2008 fu eletto senatore, mentre la decisione di tornare nelle fila del Partito liberare risale al 2011.

Le reazioni. "Biondi è stato una colonna del liberalismo, un garantista autentico e un galantuomo che ha illuminato per decenni la politica italiana", scrivono in una nota i senatori di Forza Italia. "È stato - proseguono - un grande esempio di coerenza con i valori della civilta' giuridica, e il suo insegnamento resta un'ereditàpreziosa da coltivare in questi tempi di giustizialismo senza limiti e senza regole. Noi siamo in campo per continuare le sue battaglie". E il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, aggiunge: "Piango un grande amico. Le sue idee sulla giustizia sono attualissime". Per Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato. "Con la morte di Alfredo Biondi se ne va uno degli ultimi grandi liberali, un combattente nato che ha speso la sua lunga carriera politica a difesa delle istituzioni e della democrazia". E Ettore Rosato, presidente di Italia Viva, parla di Biondi sottolineando che fu "un vero liberale, apprezzato in maniera trasversale".

Ricordo di Alfredo Biondi, che nostalgia! Andrea Apollonio su Il Riformista il 26 Giugno 2020. Ho incontrato Alfredo Biondi per l’ultima volta nel febbraio di tre anni fa, nella sua splendida casa di Genova: una casa piena di ricordi, di tracce di un percorso politico orientato esclusivamente al liberalismo. Mi ero recato lì armato di registratore, perché avevamo in mente di scrivere a quattro mani (o meglio: mie le mani, suoi i pensieri) un libretto sulla “giustizia penale liberale”. Un’astrazione impalpabile, un ossimoro forse: un concetto che poteva essere solo ragionato e non applicato. Eppure lui riusciva ad esercitare – nella professione forense, come nella politica – questa forma di liberalismo, lente attraverso la quale lui vedeva e interpretava il mondo. Dopo quella lunga chiacchierata, sui temi appunto della “giustizia liberale”, avevo steso una dozzina di cartelle fitte fitte: il resoconto di quel pomeriggio. Gliele avevo inviate (per posta ordinaria) subito dopo, con l’accordo che ci saremmo ritrovati il mese successivo; non siamo mai riusciti a terminare quel lavoro, per le sue via via più frequenti indisposizioni ed anche perché il mese successivo – inaspettatamente – ero già alle prese con i temibili orali del concorso in magistratura. Quando poi gli comunicai (prima per telefono, poi scrivendogli una lettera) che avevo superato quel concorso, lui mi spedì un biglietto, scritto con il suo tratto ormai incerto su di una raffinata carta intestata, in cui si diceva convinto che avrei esercitato le mie funzioni ossequiando i principi del diritto penale liberale; né cambiò idea, quando gli dissi che avevo scelto di fare il pubblico ministero, anzi ribadì le sue certezze con maggior vigore. Non posso negare di essermi chiesto più d’una volta, se la fiducia che Alfredo Biondi riponeva sulla mia persona, e sull’esercizio di quelle particolari funzioni inquirenti, fosse ben riposta. Non l’ho più visto, e lo sentivo sempre meno, con crescente rimpianto per i pranzi e le cene in cui raccontava, senza alcun ordine, quarant’anni di politica e giustizia, col suo fare eccentrico e autorevole al tempo stesso, con la sua galanteria, la sua coerenza nelle idee liberali coltivate fin da giovanissimo, e fino alla fine. Credo di aver imparato molto da lui. Per un po’ ho continuato a cercarlo, chissà che non fossimo riusciti a chiudere il nostro (recte: “suo”) libretto: ma il suo è stato un graduale congedo da un mondo in cui non si riconosceva più. E rileggendo le cartelle di un progetto editoriale abortito sul nascere, mi rendo conto, oggi, che il suo attaccamento all’ideologia liberale, declinata nella politica e nella giustizia, l’attaccamento ai principi di libertà di cui mi parlava sempre, ed in quel pomeriggio a Genova, era in realtà il distacco di chi non voleva finire nel calderone dell’ideologia qualunquista, e del populismo a qualunque costo. Ricordare Alfredo Biondi vuol dire dare corso alla nostalgia del tempo in cui la politica, pur con tutti i difetti dei fenomeni umani, si occupava delle complessità sociali, e cercava di inquadrare i problemi in una cornice teorica, in cui venivano affermati e trattati principi di natura ideologica; di ideologie che non hanno più maestri e di cui oggi, sfortunatamente, abbiamo perso le tracce. Quel libretto mai pubblicato voleva dare ossigeno – nel chiuso della sua casa vicino al mare ligure – al suo modo di pensare, anacronistico forse, e sarebbe cominciato così, perché così egli aveva introdotto il tema: «Con giustizia liberale non intendiamo soltanto una concezione progressista e garantista del diritto, ma qualcosa di più ampio. È vero che, nel pensiero comune, la parola garantismo designa la dottrina liberale del diritto penale, ma è vero anche che ben poche sono state le elaborazioni a tutto tondo della giustizia liberale. D’altronde, il liberalismo è sempre stato connesso, principalmente, ai fenomeni dell’economia, mentre ai fenomeni del diritto, e del diritto penale in particolare, ci si riferisce evocando indistintamente concetti come quelli di garantismo, illuminismo o, appunto, liberalismo. Il discorso che ci apprestiamo a svolgere tenterà dunque di chiarire quale può – o dovrebbe – essere lo spirito del giurista liberale, e i principi che lo muovono». È davvero anacronistico pensare, oggi, a quali debbano essere i principi su cui deve improntarsi lo spirito del giurista liberale? E, in definitiva, ad un modo diverso di esercitare la giustizia? Forse, Alfredo Biondi, nonostante il suo ritiro dalle scene, lontano dai riflettori, continuava ad essere più attuale di quanto si immaginasse; e, per la granitica coerenza che ha sempre contraddistinto il suo pensiero, continuerà ad esserlo.

Addio ad Alfredo Biondi, l’ultimo guardasigilli garantista. Il Dubbio il 24 giugno 2020. Alfredo Biondi aveva 92 anni. Era stato ministro della giustizia del primo governo Berlusconi e avvocato. Storico leader del Partito Liberale nella prima repubblica, per poi diventare uno degli elementi portanti di Forza Italia con l’avvento alla politica di Silvio Berlusconi.  Alfredo Biondi è morto alla vigilia del suo 92esimo compleanno. Pisano di nascita ma genovese di adozione, Biondi aveva mosso i suoi primi passi politici tra le file del PLI (di cui divenne segretario tra il 1985 e il 1986), entrando in Parlamento nel 1968 tra i banchi della Camera. Fu ministro alle politiche Comunitarie in uno dei governi Fanfani e responsabile dell’eco ligia nel primo governo Craxi, ma il salto di qualità li fece nella Seconda Repubblica come ministro della Giustizia nel governo Berlusconi. La sua opera in qualità di Guardasigilli è legata soprattutto alla cancellazione della custodia cautelare in carcere, il cosiddetto decreto Biondi. “Oggi piango la scomparsa del grande amico, prima che del politico Alfredo Biondi. Un autentico liberale, che dopo un brillante percorso ai vertici del Partito Liberale, ha aderito sin dalla sua nascita a Forza Italia, condividendone lo spirito e portandovi il suo bagaglio di idee, valori e l’autorevolezza che lo ha sempre contraddistinto”, commenta su Facebook il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi.

Alfredo Biondi morto a 92 anni, il cordoglio della politica. L’ho voluto alla guida del ministero della Giustizia dove svolse coraggiose battaglie di matrice garantista; negli anni non ho mai smesso di confrontarmi con lui sui temi di attualità e in particolare sulle anomalie del sistema giudiziario italiano – aggiunge -. Alla luce delle recenti notizie di cronaca, le sue idee in fatto di diritti e di Giustizia appaiono ancora attualissime. Mancherà molto a me e a tutta la comunità di Forza Italia che lui stesso ha contribuito a far nascere. Ciao Alfredo”. “Desidero esprimere profondo cordoglio per la scomparsa di Alfredo Biondi, storico esponente liberale del nostro Paese. Avvocato, più volte ministro, vicepresidente della Camera, Senatore e Deputato, spese gran parte della sua vita al servizio del Paese, contribuendo alla sua crescita sociale ed economica. Ai familiari esprimo la mia vicinanza”, dice il presidente del Senato Elisabetta Casellati. “Lascia un vuoto in tutti coloro che credono nei valori liberali. E’ stato un esempio unico di attaccamento ai valori della civiltà giuridica. Il suo insegnamento resta un’eredità preziosa, specie in questi tempi di giustizialismo senza controllo”, ha scritto il capogruppo al Senato di Forza Italia Anna Maria Bernini sui suoi profili social. Un apprezzamento, quello per Biondi, che ha superato anche le barriere politiche, visto che anche il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ha sottolineato: “Con la morte di Biondi se ne va uno degli ultimi grandi liberali, un combattente nato che ha speso la sua lunga carriera politica a difesa delle istituzioni e della democrazia”.

Luigi Bisignani, il ricordo di Alfredo Biondi: "Quell'incontro con Giulio Andreotti..." Luigi Bisignani su Libero Quotidiano il 26 giugno 2020. Caro direttore, c'è un episodio inedito degli anni '80 nella vita di Alfredo Biondi, l'ultimo grande liberale che è scomparso ieri a 91 anni, che merita di essere ricordato. Ne esalta, infatti, le qualità non solo di parlamentare e ministro di lungo corso ma soprattutto di avvocato garantista. Quando era vicepresidente della Camera, chiese un appuntamento urgente al premier Giulio Andreotti che glielo diede subito per le 6.45 a piazza in Lucina. Un'ora andreottiana ma un po' insolita per Biondi, che amava la sera cantare fino a tardi al Tartarughino assieme a colleghi come Altissimo, De Michelis e Martelli. Arrivò un po' strattonato ma puntuale, il Paese era in piena emergenza terrorismo e si parlava molto delle leggi sui pentiti. Biondi non ne fece cenno con nessuno. Il colloquio durò pochi minuti. Solo molti anni dopo, un pomeriggio Andreotti si lasciò andare ad una confidenza: «Forse avrei dovuto dare più peso a quello che una mattina mi disse Biondi, ma con Cossiga decidemmo che non si poteva fare perché l'emergenza era drammatica». Ma che cosa gli aveva detto Alfredo Biondi? Che non ci poteva essere lo stesso avvocato per più pentiti perché altrimenti la prova non sarebbe stata più genuina. E cosa d'altro? Che le spese che lo Stato elargiva per i pentiti e le loro famiglie dovevano avere una forma di controllo, magari attraverso la figura garante di un alto magistrato. Entrambi i suggerimenti di Biondi non vennero ascoltati e la stagione dei pentiti forse, a parte gli straordinari risultati ottenuti, ha fatto mettere in un angolo lo stato di diritto per una giustizia premiale a volte troppo allegra. Ne sentiremo la mancanza. 

Ritratto di Alfredo Biondi, il liberale che sfidò le toghe e fu sconfitto. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 25 Giugno 2020. Un amico. Un fratello. Un maestro. Il dispiacere per non averti potuto vedere novantenne, caro Alfredo, quando adducevi dolore alle ginocchia. Eravamo pronti a partire per Genova Memmo e io, che con te avevamo formato il primo “gruppo giustizia” del governo Berlusconi del 1994. Ci hai dissuaso e non ti abbiamo voluto forzare. Peccato. Rimane dentro di me il rimorso, insieme all’altro, quello più antico, per non aver saputo asciugare le tue lacrime quando soffrivi per la sorte di quel decreto che portava il tuo nome e che ai tuoi occhi rappresentava la distruzione di un’onorata e brillante carriera di parlamentare, di ministro, di dirigente del Partito liberale, di famoso avvocato penalista. Quel che non avresti mai voluto vedere, sono i titoli con cui vieni ricordato oggi, da chi ti ha stimato e da chi non ha condiviso quel provvedimento sulla custodia cautelare, che non fu affatto una soluzione per tangentopoli, ma un tentativo di risolvere, per tutti, il problema degli eccessi del carcere preventivo. Ti ci eri impegnato, nonostante fosse chiaro che, se c’era un ruolo che nella vita non avresti mai voluto svolgere, era quello di Ministro della giustizia. Avresti gradito la Difesa, in quel 1994.  “Mi piacciono i generaloni”, dicevi ridacchiando con la consueta verve. Poi più seriamente: “gli uomini dell’esercito sono leali”. Quasi a dire che nel mondo dei processi, che lui frequentava con la sua toga di avvocato, i colpi alla schiena erano più frequenti delle sciabolate a viso aperto. Il destino avverso ebbe le sembianze del Presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il Grande Miracolato degli ultimi mesi della Prima repubblica, rotolato dal nulla alla presidenza della Camera e subito dopo al Quirinale. Scalfaro interloquì parecchio nella formazione del primo governo Berlusconi (anche io fui una sua vittima, quando mi cancellò dalla lista dei sottosegretari alla giustizia e mi preferì Borghezio) e sancì che il Premier non potesse designare il proprio avvocato, cioè Cesare Previti, a fare il Guardasigilli. L’argomento non era del tutto infondato, e Biondi dovette sacrificarsi. Fu attuato lo scambio tra i due: Biondi alla giustizia e Previti alla difesa. Memmo Contestabile, che poi divenne sottosegretario, e io, che fui eletta Presidente della Commissione giustizia della Camera, eravamo entusiasti. Era il nostro Ministro. Alfredo no, non era proprio contento. Perché, al contrario di Silvio Berlusconi, che esibiva ancora la baldanza un po’ ingenua del neofita, e l’illusione che la vecchia casta politica si sarebbe arresa alla forza elettorale della “società civile”, Biondi aveva già annusato l’aria e non aveva sottovalutato le nubi nere che cominciavano a colorare l’orizzonte. Ma soprattutto l’avvocato Alfredo Biondi conosceva i magistrati. Non si era illuso di essere intoccabile, nonostante la sua reputazione -che comunque non fu mai scalfita – di persona integerrima. E dovrà sopportare le battutine del potente procuratore milanese Saverio Borrelli, che, non riuscendo a inviargli un’informazione di garanzia, insinuava che lui non fosse lucido “a una certa ora della sera”. Piccoli uomini, piccoli magistrati. Proprio perché era lucidissimo a tutte le ore, Biondi era preoccupato. E non si fidava. Aveva alle spalle l’undicesima legislatura, l’ultima della prima repubblica, e ancora negli occhi come era andata e come era finita. Era stata la stagione in cui avevano comandato sulla politica i pubblici ministeri di Milano, i più puri tra i puri, che si proclamarono Mani Pulite senza tener conto che quarantun suicidi, quanti furono quelli di tangentopoli, forse qualche macchia possono averla lasciata. Ma era stata la stagione in cui, insieme agli arresti e alle conseguenti fiaccolate di entusiasmo di quella famosa “società civile” che tanto era piaciuta a Berlusconi, il Parlamento rispondeva chinando il capo, togliendo dal proprio corpo ogni giorno un nuovo pezzetto di sé. Un pezzetto dei propri diritti, della propria autonomia, delle proprie libertà. Nel 1993 tre importanti eventi seppellirono sotto terra il Parlamento e sua dignità. Così si presentava la galleria dei ministri che avevano amministrato la giustizia quando arrivò Alfredo Biondi, fresco di elezione con Forza Italia nell’inizio della seconda repubblica. Una voce telefonica aveva svolto il ruolo di cecchino e licenziato con un’informazione di garanzia il ministro di giustizia Claudio Martelli, il socialista che aveva voluto al suo fianco il magistrato Giovanni Falcone e che aveva messo al primo punto della sua politica sulla giustizia la lotta alla mafia. Forse aveva sbagliato tema, fatto sta che Borrelli lo mandò a casa. Era poi arrivato il ministro “tecnico”, quel galantuomo di Giovanni Conso, voluto personalmente da Scalfaro e in seguito da lui medesimo gettato nel circo in pasto ai leoni. Era stato lo stesso Presidente della repubblica, con una regia neanche troppo occulta, insieme al Presidente del consiglio Giuliano Amato, a proporre un’uscita politica da tangentopoli. Ma aveva sbagliato i tempi, perché in contemporanea anche i pubblici ministeri di Milano, accolti come principi in quel salotto buono dello Studio Ambrosetti che ogni anno si riunisce a Cernobbio, luogo pensoso sulle rive del lago, avevano presentato la propria proposta. Che comportava la gogna e l’umiliazione dei politici. Al contrario del “decreto Conso”, che depenalizzava il reato di finanziamento pubblico e prevedeva una sorta di patteggiamento allargato per gli altri reati contro la Pubblica Amministrazione. Ma i pubblici ministeri volevano la gogna, non l’uscita dignitosa delle politica. Bastò che il procuratore di Milano Borrelli andasse in tv a dichiarare sdegnato che il decreto Conso era un “colpo di spugna” perché tutti i giornali in coro scrivessero “colpo di spugna”, e riprendessero le fiaccolate. E gli avvisi di garanzia e i suicidi. Ma i suicidi non furono solo quarantuno, in quell’anno, ma quarantuno più novecentoquarantacinque, il numero dei parlamentari che, voto più voto meno, uccisero se stessi, la propria dignità, la propria autonomia dagli altri poteri dello Stato, insieme all’immunità prevista dalla Costituzione. Andammo al patibolo, vittime della furia giacobina che invadeva il Paese, ma anche della nostra debolezza. Ecco perché il mio amico Alfredo, pur non avendo voluto mai andare a occupare quel posto dove erano già stati ghigliottinati Martelli e Conso, rialzò la testa quando, da avvocato e da liberale, decise di affrontare il problema della custodia cautelare. Chi dice che il “decreto Biondi” (in realtà era “decreto Biondi-Maroni”, prima che il ministro della Lega facesse il suo “disconoscimento di paternità”, come lo definì lo stesso Guardasigilli) fu scritto per favorire la politica, mente spudoratamente. Lo dicono i numeri: dei 2750 detenuti che furono scarcerati in quei giorni, solo 43 erano stati arrestati per fatti legati a tangentopoli. Ma il dato più eclatante è il seguente: quando il governo fu costretto a ritirare il decreto, meno del 10% delle persone che erano state scarcerate fu di nuovo ammanettato. Tanto era indispensabile la custodia cautelare di massa. Alfredo ha sofferto molto, per quella vicenda. Memmo Contestabile, che ha un senso dello humor simile a quello del nostro amico che da ieri ci ha lasciati, ricorda episodi esilaranti. «Nel breve tragitto che eravamo costretti a fare dalla Camera al Senato, dovevamo subire insulti continui. I cittadini si insinuavano tra noi e le nostre scorte e ci riempivano di sputi. Arrivavamo in Parlamento tutti bagnati di saliva». Ma c’era poco da ridere. E fu di nuovo la regia perfetta dei pubblici ministeri di Milano a far scattare la mannaia. Se ai tempi del decreto Conso era stata la figura un po’ ieratica del procuratore Borrelli, con occhialini d’oro e foglietto in mano, a uccidere il ministro e la sua legge, a Biondi fu elargita un’immagine selvaggia di quattro giovanotti scarmigliati e con la barba lunga. I pm Di Pietro, Colombo, Greco e Davigo dissero che senza manette loro non potevano lavorare, quindi erano costretti a chiedere il trasferimento. La regia televisiva comportò anche che, mentre i quattro parlavano, scorressero alle loro spalle le immagini di persone famose come l’ex ministro De Lorenzo (che comunque non fu più riarrestato) che lasciavano il carcere. La gogna andava in onda su ogni rete. Il “decreto Biondi” visse sei giorni. Nacque di mercoledì, il 13 luglio 1994. Morì il 19, quando Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti con il Parlamento, lo ritirò ufficialmente. Ma molti di noi di Forza Italia lo votammo lo stesso. Avevamo preso coraggio, rispetto ai tempi (un anno prima) della prima repubblica. E lo dobbiamo alla forza di un uomo come Alfredo Biondi. È vero, aveva un nodo in gola e non riusciva a parlare, la notte precedente la bruciante sconfitta, quando Berlusconi lo chiamò a Palazzo Chigi per prendere la decisione. Ma era il nodo in gola di una persona dignitosa e sempre attenta alle garanzie di tutti. Che aveva dedicato la vita a realizzare i principi liberali con cui era cresciuto, dall’economia alla giustizia, e che vedeva la sua vita improvvisamente ristretta e vincolata a un solo episodio. A qualcosa in cui credeva, a un processo giusto in cui accusa e difesa potessero avere lo stesso peso e in cui non si sbattesse la gente in galera prima di esser stata giudicata. Tutte cose difficili da capire sia da quella sinistra di allora che sosteneva le campagne di moralizzazione dei pubblici ministeri ma poi prendeva i soldi da Mosca, che da quattro giovanotti con la barba lunga che in fondo avevano solo vinto un concorso. E che non avevano nella propria cultura giuridica – neanche quello che si fa chiamare “dottor Sottile” – neanche un grammo di quei principi che hanno caratterizzato la vita intera di questo grande novantaduenne che ci ha lasciato. E che vogliamo ricordare anche scrivendo ogni giorno un giornale che è anche un po’ il frutto di quel che Alfredo Biondi ci ha lasciato.

·        È morto il regista Joel Schumacher.

Gloria Satta per “il Messaggero” il 23 giugno 2020. È morto Joel Schumacher, regista di film di culto come St. Elmo's Fire, Un giorno di ordinaria follia, Batman Forever, Batman & Robin. Originario di New York, aveva 80 anni e da alcune stagioni combatteva contro il cancro. Entrato nel cinema come costumista (lavorò a Il dormiglione e Interiors di Woody Allen), diventato poi sceneggiatore, approdò alla regia nel 1981 dirigendo The Incredible Shrinking Woman. Ma la notorietà doveva venire nel 1985 grazie a St. Elmo's Fire, storia corale sullo stile del Grande freddo, in cui recitavano un manipolo di giovani attori del cosiddetto Brat Pack tra cui le future star Demi Moore e Rob Lowe. Nel 1993, fa scalpore e accende il dibattito nel mondo intero Un giorno di ordinaria follia, forse il suo film migliore in cui un uomo esasperato dalle avversità, interpretato da un drammatico Michael Douglas, reagisce scegliendo la violenza. Ma il successo globale arriva quando Schumacher sostituisce Tim Burton alla regia di due episodi della saga di Batman: il primo è Batman Forever che, interpretato da Val Kilmer, Tommy Lee Jones, Jim Carrey e Nicole Kidman, nel 1995 incassa 300 milioni di dollari. Segue due anni dopo Batman & Robin in cui George Clooney interpreta il Cavaliere oscuro: ma le polemiche si sprecano perché il regista, gay dichiarato, ha immaginato che tra Batman e Robin (Chris O' Donnel) ci fosse un legame omosessuale. «Effettivamente ho interpretato il mio personaggio come se fosse gay», confermò lo stesso Clooney alla giornalista tv Barbara Walters. In Flowless-senza difetti (1999), Schumacher affida a Robert DeNiro il ruolo di un uomo devastato da un ictus e destinato a trovare sostegno nel vicino di casa, un travestito (Philip Seymour-Hoffman) che aveva sempre disprezzato. Il fantasma dell'Opera, adattamento del musical di Lloyd-Webber, nel 2004 ottiene tre nomination all'Oscar. Sono horror The Lost Boys e Flatliners. E Colin Farrell è protagonista di due film: Tigerland, sul Vietnam, e il thirller Phone Boots - In linea con l'assassino ambientato tutto in una cabina telefonica. Nel 2011 il regista dirige l'ultimo film, Trespass, e tra i suoi impegni recenti figurano due episodi della serie Netflix House of Cards.

Marco Giusti per Dagospia il 24 giugno 2020. Ha diretto grandi successi internazionali, grazie ai suoi due Batman supergay definiti “spudoratamente camp e insolitamente queer”, “Batman Forever”, “Batman & Robin”, all’operistico “Il fantasma del palcoscenico”, ai grandi thriller anche complessi, “Un giorno di ordinaria follia”, “8 mm”, “In linea con l’assassino”, “Il cliente”, ai film generazionali, “St. Elmo’s Fire”, “Ragazzi perduti”, “Linea di confine”, che raccontarono i ragazzi cresciuti malamente negli anni ’80 tra i video e Ronald Reagan e le voglie di liberazione gay. Ha scoperto o valorizzato attori come Julia Roberts, Kiefer Sutherland, Colin Farrell, Jim Carrey, Matthew McConaughey. Joel Schumacher, che se ne è andato nella sua New York dove era nato 80 anni fa, può vantare di aver fatto un cinema spesso commerciale, anche molto commerciale per colpa delle majors, ma sempre anche molto autoriale proprio come messa in scena, costruzione delle scene, dei costumi, uso dello schermo panoramico, direzione degli attori. Sforando spesso nel camp proprio con i personaggi di Batman, se si pensa all’Enigmista di Jim Carrey e alla Poison Ivy di Uma Thurman, disegnata in una prima versione come dominatrice bisessuale dalla pelle di spinosa di cactus. Non banale, insomma. Come dimostrano appunto sia i suoi due clamorosi Batman, con i quali subentrò a un maestro del fantasy come Tim Burton, sia i suoi tanti thriller sempre un po’ fuori dagli schemi classici, sempre originali. Per non parlare dei suoi video per gli Smashing Pumpkins, per gli Innx, per Lenny Kravitz. Newyorkese, figlio di genitori di origini tedesche, da parte di padre, e russo-ebree, da parte di madre, si interessa da subito di moda e design. Studia alla Parson’s School of Manhattan e lavora nella moda, allestendo anche vetrine dei negozi newyorkesi. Entra nel cinema nei primi anni ’70, diventando presto costumista per registi come Frank Perry (“Play It As It Lays”), Paul Mazursky (“Blume in Love”), Herbert Ross (il fondamentale “The Last of Sheila”), Woody Allen (“Il dormiglione”), scenografo per Curtis Harrington (“Killer Bees”) e sceneggiatore per film anche importanti come “Car Wash” e “The Wiz” di Sidney Lumet , ad esempio, versione musicale nera de “Il mondo di Oz” con Michael Jackson protagonista. Passa alla regia molto presto, nel 1974 con “Virginia Hall”, con Harvey Keitel come il gangster Bugsy Siegel e Dyan Cannon come la sua amante Virginia Hall, seguito da “Amateur Night at the Dixie Bar” con Don Johnson. E’ già un film importante “The Incredible Shrinking Woman” con Lily Tomlin nel 1981, versione femminile di un celebre film di fantascienza anni ’50 tratto da un racconto di Richard Matheson con un uomo che ogni giorno diventa più piccolo di cinquanta centimetri, poi “D.C.Cabb” con Max Gail e Mister T. Il primo vero successo è “St. Elmo’s Fire” con Demi Moore, Rob Lowe, Andie MacDowell, Andrew McCarthy, ritratto della generazione americana degli anni ’80. “Loro si aspettavano di realizzarsi e di avere enormi carriere davanti. Erano gli anni della Reaganomics”. Ma non andò così. Anche se parla di vampiri, per Schumacher “gli unici mostri hot del cinema”, grazie al cast giovanile, Jason Patric e Kiefer Sutherlannd, è un film generazionale anche il successivo “Ragazzi perduti”, per non parlare di “Linea mortale”, con Kiefer Sutherland e Kevin Bacon che civettano con la morte. E’ lì che scopre e lancia Julia Roberts. “Quando Julia entrò in casa mia con questi jeans tagliati, senza trucco, a piedi nudi, i capelli raccolti in testa, sapevo una cosa: sapevo di non aver mai incontrato nessuno come lei. Ho pensato: "Come ho vissuto senza conoscere questa ragazza". La ritroveremo nel mélo  “Scelta d’amore” l’anno dopo. “La domanda che mi fanno sempre”, diceva Schumacher, “è: Come fai a sapere che questi giovani diventeranno delle stelle? Non lo sai. Sai solo che non c'è nessuno come loro. Se Julia Roberts entra nel tuo ufficio a 20 anni e tu non la assumi, non devi far parte del mondo del cinema”. E’ un remake un po’ piatto di un film francese “Cugini” con Ted Danson, Isabella Rossellini, Sean Young, ma è un gran film dedicato al  cittadino medio che esce fuori di capoccia “Un giorno di ordinaria follia” con Michael Douglas nel ruolo della sua vita. Lo seguirà “Il cliente” con Susan Sarandon e Tommy Lee Jones, bella trasposizione cinematografica di un giallo di John Grisham. Con “Batman Forever” e “Batman & Robin” si trova a prendere il posto di Tim Burton, che aveva diretto due capolavori. Non era un compito facile. La sua idea, dice, è già quella di un Batman più dark alla Frank Miller, e, da gay dichiarato,  puntare esplicitamente a una componente omo nel rapporto con Robin, e a fare di certi personaggi delle regine del queer, ma la produzione glielo permette fino a un certo punto, spingendo invece nella linea di un supereroe per tutta la famiglia. Nei due Batman, però, Schumacher realizza una piena fusione tra la sua idea di cinema e quella di scenografo-costumista, sviluppando una grande visione ultracamp e ultragay come dimostrano gli apprezzamenti dei suoi fan sui social. “Le immagini surreali in alcuni dei miei film”, dirà “sono state spesso attribuite alle mie esperienze di droga, l'ho sentito dire da varie parti. Non so... quel mondo è abbastanza lontano rispetto a me adesso. Quello era il mio percorso e quando fai i conti con l'essere un tossicodipendente e un alcolizzato, ti rendi conto che tutto quello che fai dipende solo da te”. La componente gay e quella del film sui diritti civili torna in un bel thriller sudista tratto dal primo romanzo di John Grisham, “Il momento di uccidere”, girato tra i due Batman, dove Matthew McConaughey, avvocato gay con assistente nero, torna a casa nel profondo sud, a Canton nel Mississipi, e difende un nero accusato di aver ucciso due bianchi che gli avevano stuprato la figlia. Con lui troviamo anche Sandra Bullock, Samuel L. Jackson, Kevin Spacey, Donald e Kiefer Sutherland. Un film sicuramente maggiore è il thriller dedicato al mondo degli snuff movie, quelli dove si film un vero omicidio, “8mm – Delitto a luci rosse” con Nicholas Cage, Joaquin Phoenix e James Gandolfini. Un film, dirà più tardi Scumacher che “non verrebbe mai realizzato oggi. Penso che sia un film davvero audace, molto controverso, come molti dei miei film”. Schumacher dirigerà poi “Flawless” con Robert De Niro e Philip Seymour Hoffman, “Tigerland” con Colin Farrell, “Veronica Guerin” con Cate Blanchett, l’operistico “Il fantasma del palcoscenico” con Gerald Butler, l’ottino thriller “Number 23” con Jim Carrey ossessionato dal numero 23. “Blood Creek”,  dove Michael Fassbender è uno scienziato nazista zombi che combatte con Henry Cavill, “Twelve”, fino a “Trespass”, che è il suo ultimo film. Dirigerà poi due episodi della celebre serie “House of Cards”, prima di ammalarsi qualche anno fa. “Penso di essere una delle persone più fortunate che siano mai vissute”, dirà commentando la sua carriera. “Ho il mio sogno. L'ho ottenuto molto più grande di quanto avrei potuto nemmeno immaginarlo. In fondo, sono solo un bambino i cui genitori sono morti molto giovani, che era da solo ed è cresciuto dietro un cinema prima della TV, e volevo raccontare quelle storie e guardare cosa succedeva”. Su twitter leggo quello che ha scritto Jim Carrey, che lo ebbe come regista in “Batman” e in “Number 23”: “Joel Schumacher se ne è andato. Lui ha visto cose molto più profonde in me di quante ne vedesse la gente e ha vissuto una vita meravigliosamente creativa e eroica. Sono grato di averlo avuto come amico”.

·        È morto Charles Webb, l'autore ribelle del Laureato.

È morto Charles Webb, l'autore ribelle del Laureato. Lo scrittore americano è scomparso a 81 anni. Divenuto famoso per il romanzo, poi film celebre con Dustin Hofmann, regalò tutte le sue ricchezze per vivere in povertà e nell'anonimato. Antonello Guerrera il 22 giugno 2020 su La Repubblica. Come nella “Solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe, Charles Webb è l’icona del ribelle irriducibile, anche quando il successo, il denaro e una placida vita sembrano scontati. Come in tutti i rimpianti esistenziali, dopo esser caduto nella miseria, nell’anonimato anti-borghese e nell’anticonformismo più carnale, ci mancherà molto questo inimitabile scrittore americano, l’autore del romanzo e poi film mondiale Il Laureato, scomparso a 81 anni il 16 giugno - ma si è venuto a sapere oggi - nel Sussex, in Inghilterra, per cause ignote. Molti conoscono Webb proprio per quel romanzo, il suo capolavoro, successivamente diventato la ricchissima pellicola di una generazione americana grazie al regista Mike Nichols, agli attori Dustin Hoffman, Anne Bancroft, Katharine Ross e allo sceneggiatore Buck Henry, morto lo scorso gennaio. Non tutti, però, sanno cosa accadde dietro le quinte di quel blockbuster che macinò 100 milioni di dollari al cinema. Perché l’incredibile vita di Webb, dietro quel suo disinteressato ennui (noia), è una storia di privazioni volontarie, di follie familiari, di affamato disagio. Ma bisogna partire dall’inizio per essere - e capire - Charles Webb. Che nasce il 9 giugno 1939, a San Francisco, per poi trasferirsi presto a Los Angeles. Famiglia benestante, alta borghesia, padre celebre cardiologo, madre abbonata ai salotti buoni. La sua vita è già scritta: progressismo radical chic, studi in un’eccellente università “Ivy League”, la laurea. Ecco, no grazie. Perché a Webb tutti questi privilegi non stanno bene. “Mi veniva la depressione”, raccontò in una rara intervista al quotidiano inglese Daily Telegraph nel 2005, “ogni cosa per me era stata decisa. “Il laureato” parla anche di questo casino: un ragazzo nevrotico, maniaco, depresso”. Webb si laurea presto anche lui, in letteratura al Williams College, in Massachusetts. Ottiene una borsa di studio di scrittura creativa. E nel 1963 dà alla luce “The Graduated”, il “Laureato”. Descrizione della casa editrice: “Un romanzo sulla gioventù di oggi, come non l’avete mai letta”. Dove Benjamin Braddock - alias Dustin Hoffman - è evidentemente un suo alter ego, sebbene Webb abbia sempre tenuto a precisare di non aver mai avuto una storia con “Mrs Robinson” (nel film Anne Bancroft): una donna molto più grande di lui, immortalata nella storia della musica da Simon & Garfunkel, nella fiction moglie del socio del padre e madre di Elaine, cioè Katharine Ross, protagonista con Benjamin della fuga finale, in un bus al tramonto. “No, mi sono ispirato alla moglie di un collega di mio padre che giocava a bridge”, racconterà poi Webb, oltre a sua suocera che non voleva fargli vedere la figlia, avatar letterario di Elaine, e sua futura compagna di una vita. Ma il padre di Charles non la prende affatto bene, teme che l’opera getti discredito e vergogna a tutta la rispettata famiglia. Allora prende una copia del “Laureato” che gli ha dato il figlio Charles, la scaglia a terra e urla: “È una merda!”. Non proprio, visto il successo che avrà il romanzo, pervaso da quella vacuità emotiva, dai dialoghi tediosi come nel “Guardiano” di Harold Pinter e dalle incertezze generazionali in un contesto destabilizzante come la Guerra del Vietnam. Il libro ottiene recensioni e vendite dignitose per un esordio. Ma Webb vende i diritti cinematografici ai produttori legati al celebre Larry Turman per soli 20mila dollari. Non solo: si lega le mani pure per un eventuale seguito, che dovrà essere revisionato e approvato da quella che poi sarà Canal+ in Francia, che ne avrà gli introiti maggiori. Al produttore di Hollywood Turman, che decide di finanziare il film del Laureato dopo aver comprato quel romanzo in aeroporto, Webb fa così pena che, dopo i 100 milioni incassati al botteghino, gli regala 10mila dollari. Lo scrittore li rifiuta, come tutte le successive royalties, donate all’ong ebraica “Anti-Defamation League”. Webb rifiuta persino di andare alla premiere del film e regala i biglietti a uno sconosciuto. È solo l’inizio del suo anti-materialismo cosmico e del pauperismo antagonista che segneranno la sua vita: “Quando finisci il denaro è un’esperienza purificatoria”, dirà Webb, “perché fa bene alla mente come nient’altro. A volte rimpiangi non avere in banca titoli di Stato o altri beni materiali. Ma poi raggiungi un livello per cui riesci a vedere dentro le cose”. Difatti, Webb rinuncia all’eredità del padre. Si sbarazza della sua casa al mare fuori Los Angeles. Lo stesso fa di almeno altre tre “oppressive” proprietà di sua moglie Eve Rudd, artista, discendente di pellegrini della Mayflower e eccentrica ereditiera della East Coast, conosciuta all’università dove entrambi amano lo sceneggiatore censurato Ring Lardner. Primo appuntamento della coppia: in un cimitero. I Webb si disfano anche di opere d’arte di Warhol e Rauschenberg, ereditate dalle loro famiglie. Tutto regalato a terzi, associazioni o a sconosciuti, pur di sbarazzarsi di qualsiasi bene o avere. Persino i regali del matrimonio vengono restituiti agli invitati. Charles e Eve Webb iniziano a vivere in motel, in luoghi di fortuna, nell’indigenza o in comuni nudiste (anche in Francia). Fanno gli accattoni e i lavori più umili - dagli operai alla raccolta nei campi. Hanno presto i due figli, John e David. Non chiamatela Eve, però. Perché sua moglie cambia presto nome in Fred, in primis contro la “dittatura femminile” cui era sottoposta, e poi in onore di un gruppo di “self-help” per uomini con bassa autostima. I Webb, sempre uniti fino all’ultimo giorno dello scrittore, si sposano nel 1962, nello stesso anno in cui Charles scrive “Il Laureato”. Anche se l’anno prima hanno organizzato un altro matrimonio lampo all'improvviso causa gravidanza di lei, poi annullato dopo un aborto spontaneo. Alla fine, i due divorziano, ma solo formalmente, nel 1981. Il motivo non è chiaro, ma sono due le principali e contrastanti versioni che i due hanno fornito: per protestare contro la legittimità dell’istituzione matrimonio e, seconda ipotesi, per invocare gli stessi diritti anche per le persone dello stesso sesso. Subito dopo “Il laureato”, i Webb si trasferiscono vicino New York e in Massachusetts, perché vogliono educare in casa i figli e ciò in California non è permesso. Uno di loro, un “performance artist”, un giorno mangerà letteralmente una copia del romanzo capolavoro di suo padre con la salsa di mirtilli. È l’inizio di una vita povera e peripatetica, di un nomadismo operaio e situazionista. Più tard, il trasferimento in Francia, il ritorno in America e infine, dal 1999, l’Inghilterra. “Perché ci sembrava un bel posto, anche se non conoscevamo nessuno”. Prima Brighton in un monolocale sopra un negozio di cibo per animali, poi in una casetta misera nella vicina Eastbourne, nell’East Sussex. E le altre opere di Charles Webb? Il suo stile distaccato e idiosincratico mal si adegua ai romanzi successivi: “Affettuosamente, Roger” (1969), “Il matrimonio di un giovane agente di cambio” (1970), “Orphans and Other Children” (1975), “The Abolitionist of Clark Gable Place” (1976), “Elsinor” (1977), “Il grande slam” (1979). I libri vanno male, anche perché Webb rinuncia alle promozioni (“sarebbe come cibare mucche con carcasse di mucche pazze, il mondo editoriale vuole sempre, sempre di più!”) e addirittura rifiuta di far scrivere sulle copertine “dall’autore del Laureato”: “Sarebbe stato sfruttamento”, spiegherà in seguito. Curiosamente, però, gli ultimi due romanzi lo fanno riemergere dalla palude editoriale. Nel 2002 è il turno di “Volare via”, amato da Nick Hornby, che sarà il film “Hope Springs” con Colin Firth. I soldi ricavati, però, Webb li regala per l’istituzione di un nuovo premio per le “minoranze creative” che andrà all’artista inglese Dan Shelton: il quale, come opera d’arte vincente, spedirà se stesso Tate Britain sigillato in un pacco. Infine, nel 2007, l’attesissimo sequel del Laureato, e cioè “Home School” (in italiano “Bentornata, Mrs. Robinson”) che il Times serializza, aiutandone la pubblicazione e finanziando la causa legale con Canal+ per i diritti ceduti negli anni Sessanta. Webb racimola 30mila sterline con cui paga i debiti ed evita lo sfratto. Il resto, lo regala ancora una volta al primo che passa. Rimpianti? “No”, spiegò sempre al Telegraph, "se avessi avuto 100 milioni di dollari li avrei buttati via con la stessa velocità di 20mila”. God bless you, please, Mr. Webb.

·        E' morto Pierino Prati.

Da gazzetta.it il 22 giugno 2020. Dopo Mario Corso, il calcio italiano perde in pochi giorni un altro grande giocatore degli Anni '60 e '70. Se ne è andato, a 73 anni, Pierino Prati, ex attaccante di Milan, Roma e Fiorentina, campione d'Europa con la Nazionale nel 1968 e primo giocatore italiano capace di realizzare una tripletta in una finale di Coppa nel Campioni (con i rossoneri, nel 1969). Nato a Cinisello Balsamo nel 1946, Prati cresce nelle giovanili del Milan e, dopo un debutto fugace e due prestiti formativi a Salernitana e Savona in Serie B, si afferma in rossonero, sotto la guida del "Paròn" Rocco, nella stagione 1967-68. Con i suoi 22 gol in 38 partite, Pierino trascina il Milan alla vittoria dello scudetto e della Coppa delle Coppe. Guadagnatosi sul campo la convocazione in Nazionale per l'Europeo casalingo, Prati si laurea Campione con gli azzurri, anche se trova poco spazio, essendo considerato la riserva di Gigi Riva. La sua stagione di grazia, però, è quella successiva: nel 1968-69 Prati realizza 6 gol in 7 partite nella vittoriosa Coppa dei Campioni rossonera, diventando il primo giocatore italiano a realizzare una tripletta in finale contro l'Ajax (4-1 il finale). A seguire arriva anche la Coppa Intercontinentale e, nel 1970, il secondo posto al Mondiale con la Nazionale. Pierino Prati resta al Milan fino alla stagione 1972-73 e aggiunge nella sua bacheca due Coppe Italia e un'altra Coppa delle Coppe. La sua avventura in rossonero si chiude con 102 gol in 209 partite. Passato alla Roma, gioca 4 stagioni nella Capitale, non riuscendo a ripetere le prestazioni ottenute in rossonero: chiuderà, comunque, con 41 gol in 101 gare. Il declino, poi, è repentino: passa alla Fiorentina, quindi chiude al Savona, in Serie C2, con un breve inframezzo nel campionato americano coi Rochester Lancers. Anche da allenatore, Prati non riesce a replicare quanto di buono aveva fatto in area di rigore: le sue esperienze sono tutte nelle serie minori. Rimasto sempre molto legato al Milan, Prati ha continuato a seguire e commentare le prestazioni dei rossoneri fino ai suoi ultimi giorni di vita. Nonostante una lunga malattia che oggi se l'è portato via.

Milan e calcio italiano in lutto: è morto Pierino Prati, il bomber di Nereo Rocco. Libero Quotidiano il 22 giugno 2020. Calcio italiano in lutto: è morto a 73 anni Pierino Prati, storico attaccante del Milan di Nereo Rocco a cavallo degli anni Sessanta e Settanta. Pierino "La peste" era nato a Cinisello Balsamo nel 1946 e da tempo era malato. Cresciuto nelle giovanili rossonere, dopo essersi fatto le ossa nel Savona è tornato al Milan nel 1967, risultando subito decisivo per la vittoria dello scudetto e diventando grande protagonista in tandem con Sormani e Hamrin, davanti a Rivera. Fino al 1973 ha giocato 141 partite e segnato 72 reti, vincendo, tra l'altro la Coppa Campioni 1969 (suoi 3 dei 4 gol all'Ajax di un giovanissimo Cruyff nella finale di Madrid), l'Intercontinentale nel 1970 e la Coppa delle Coppe nel 1973, mancando però la conquista della "Stella", anche a causa della celebre Fatal Verona. Passato poi alla Roma, Prati nella Capitale gioca fino al '77 totalizzando 82 presenze e 28 gol. È stato anche campione d'Europa con la Nazionale nel 1968 e finalista mondiale nel 1970. Il cordoglio di Bruno Conti su Instagram: "Riposa in pace". Da allenatore aveva guidato Lecco, Solbiatese, Sporting Bellinzago e Pro Patria.

Aveva 73 anni. E’ morto il bomber Pierino Prati, “la peste” di Milan e Roma. Redazione su Il Riformista il 22 Giugno 2020. Si è spento all’età di 73 anni Pierino Prati, ex attaccante, tra gli anni ’60 e ’70, di Milan, Roma e della nazionale italiana. L’annuncio della sua morte lo rende noto Bruno Conti, ex giocatore e dirigente della Roma, attraverso il suo profilo Instagram accompagnato dalla frase “Riposa in pace grande Pierino”. Nato a Cinisello Balsamo (Milano), il 13 dicembre 1946, soprannominato "Pierino la peste", debutta in Serie A con la maglia del Milan nella stagione 1966-1967. Dopo una stagione in prestito al Savona, torna in rossonero nel 1967. E’ il periodo d’oro del Milan di Nereo Rocco, di cui Prati è il centravanti titolare fino al 1973. In questo periodo colleziona 143 presenze segnando 72 reti: con la maglia rossonera vince 1 Scudetto, 2 coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa delle Coppe e 1 Coppa Intercontinentale. La sua carriera verrà condizionata da una serie di infortuni che gli impediranno di giocare con continuità. Nel 1967/68 è capocannoniere della Serie A con 15 reti. Ceduto alla Roma, gioca 82 partite con 28 reti fino al 1977. Poi un passaggio alla Fiorentina, il ritorno al Savona per due parentesi di fine carriera con in mezzo una esperienza negli Stati Uniti con i Rochester Lancers. Con la maglia della nazionale, causa anche la concomitanza di Gigi Riva, Prati colleziona 14 presenze con 7 reti: è campione d’Europa nel 1968 e finalista ai Mondiali del 1970. “VITTORIA DEDICATA A LUI” – “Prati? Voglio ricordarlo a nome di tutto il club, dedichiamo questa vittoria a lui, siamo vicini ai suoi familiari”. Così Stefano Pioli intervenuto a Sky Sport nel postpartita di Lecce-Milan.

E' morto Pierino Prati: bomber del Milan mondiale e della Roma. È stato anche campione d’Europa con la Nazionale italiana nel 1968, fece parte della spedizione in Messico nel 1970 ma senza mai giocare. Luigi Panella il 22 giugno 2020 su La Repubblica. Pochi giorni dopo Mario Corso, il calcio italiano perde un altro dei suoi miti. All'età di 73 anni dopo una lunga malattia è morto Pierino Prati. Milan e Roma le squadre simbolo di una carriera che ha avuto parentesi con Fiorentina, Salernitana, Savona e, sia pure solamente per qualche partita, con i nordamericani dei Rochester Lancers. Spazi importanti anche in Nazionale: campione d’Europa nel 1968, fu tra i 22 della spedizione al mondiale in Messico nel 1970. Il nome di 'Pierino la peste' (il suo alias) è legato a tanti gol e, fondamentalmente, a due allenatori: Nils Liedholm e Nereo Rocco. Nel Milan fu lo svedese a prenderlo quando era responsabile del settore giovanile. Ma fu Rocco, dopo una bonaria perplessità iniziale ("Pensavo di aver preso un giocatore e non un cantante", disse quando lo vide arrivare con i pantaloni a zanna d'elefante ed i capelli lunghi) a valorizzarne le qualità di bomber. Gianni Rivera era, non ci sarebbe bisogno di dirlo, il faro di quella squadra. Prati, nonostante partisse decentrato, il finalizzatore insieme a Sormani: 102 gol in 209 partite, le più importanti nella finale di Coppa dei Campioni del 1969 a Madrid, quando con una tripletta occupò quasi interamente il tabellino dei marcatori contro l'Ajax di un giovanissimo talento di nome Johan Cruyff. Emblematica la rete del 4-1 che sigillò il trionfo: un colpo di testa dopo un ricamo infinito del Golden Boy nel tempio del Santiago Bernabeu. Ma Prati non sapeva solo trasformare in oro solo le trovate degli altri, il gol infatti sapeva anche costruirselo, ed in tutte le salse. L'esempio sempre nella stessa notte spagnola: ne inventò uno con una bomba da fuori area che non concesse il tempo di un amen al portiere olandese Bals. Oltre al titolo di campione d'Europa, in rossonero arrivò uno scudetto (nel 1968, insieme alla classifica dei cannonieri con 15 reti), due coppe Italia, due Coppe delle Coppe, una Coppa Intercontinentale. Era in campo alla Bombonera di Buenos Aires nella finale di ritorno con l'Estudiantes, quando la sfide tra le più forti di Europa e Sudamerica erano più una guerra di culture che partite di calcio. Il Milan aveva vinto 3-0 all'andata e dovette subire una caccia all'uomo degli argentini, che non riuscirono a prendersi il trofeo ma causarono danni a parecchi giocatori milanisti. Combin quello maggiormente brutalizzato, ma anche Prati subì un violento colpo alla testa. Quando alcuni problemi fisici sembravano avergli fatto iniziare la fase discendente della carriera, ecco rispuntare Nils Liedholm, che gli regalò una seconda giovinezza con la Roma. Erano anni in cui nella Capitale andava più di moda la Lazio, campione d'Italia nel 1974. Nella stagione successiva però, nonostante una partenza difficile, proprio le reti di Prati, che vicino a sè vedeva crescere stelle del calibro di Di Bartolomei e Bruno Conti, consentirono ai giallorossi di conquistare un insperato terzo posto alle spalle di Juventus e Napoli. Era la Roma che cercava di scrollarsi di dosso l'etichetta di 'Rometta', delle sgroppate 'olandesi' di Rocca sulla fascia e delle intuizioni di Picchio De Sisti a centrocampo. Una squadra ancora adesso amatissima dai tifosi giallorossi dai cinquanta in su: nella mente soprattutto frammenti delle due vittorie nei derby, la seconda proprio con una rete di Prati, una delle 41 in 110 gare. In Nazionale dovette confrontarsi con la presenza a dir poco ingombrante di Gigi Riva. Esordì però in maniera eclatante, decisivo nel doppio confronto dei quarti di finale con la Bulgaria, che consentì all'Italia di passare alla fase a quattro da giocare in casa. Segnò a Sofia la rete che rese ribaltabile la sconfitta (3-2), quindi nella gara di ritorno aprì le marcature. Prati giocò la prima finale contro la Jugoslavia, ma dopo lo scialbo pareggio (1-1 targato Domenghini in extremis), Valcareggi ne cambiò cinque e non lo confermò nella gara replay dando spazio, nonostante le incerte condizioni fisiche, a Riva che lo ripagò con una delle due reti del trionfo. Inizialmente non selezionato per il Mondiale del Messico del 1970 dopo una stagione con più ombre che luci, venne chiamato da Valcareggi all'ultimo momento per sostituire Anastasi, che si era banalmente infortunato dopo un gioco con il massaggiatore Tresoldi. La cosa curiosa è che insieme a Prati fu chiamato anche a Boninsegna, cosa che per evidenti ragioni di sovrannumero, costò la celebre esclusione di Lodetti. Prati comunque la partita del secolo con la Germania Ovest ed in generale tutte le gare degli azzurri in quella Coppa Rimet le assaporò solo da spettatore: Valcareggi, che in precedenza lo aveva sempre preferito a Boninsegna, scelse diversamente.

Stefano Mancini per “la Stampa” il 23 giugno 2020. Pochi giorni dopo Mariolino Corso, ci ha lasciato anche Pierino Prati. Il derby dei numeri 11, la Milano del calcio che negli Anni Sessanta domina in Italia e in Europa, ha perso due protagonisti particolarmente amati dalle due metà del tifo, che a entrambi avevano attribuito il diminutivo. Prati è morto a 73 anni dopo una lunga malattia. Nato a Cinisello Balsamo nel 1946, con la maglia della Nazionale vinse gli Europei del 1968 e visse dalla panchina la finale ai Mondiali di Messico 1970 contro il Brasile. In azzurro non ebbe mai molto spazio, chiuso com’era da un certo Gigi Riva a sinistra e Boninsegna in centro, ma riuscì comunque a ritagliarsi quattordici presenze impreziosite da sette reti. È con la maglia rossonera che ha lasciato un segno indimenticabile. Fu preso che era un ragazzino e poi mandato in prestito prima alla Salernitana e poi al Savona. Di ritorno al Milan nel 1967, ancora ventenne, fu presentato dai dirigenti a Nereo Rocco, che chiedeva rinforzi in attacco ma non c’erano i soldi per fare grandi acquisti. Prati si presentò in stile figlio dei fiori, con una sgargiante camicia hawaiana. Il Paron lo fulminò così: «Go domanda’ un attaccante, non un cantante». Come andò è storia. Il giovanotto scese in campo e cominciò a segnare a raffica, 15 reti in 23 partite, capocannoniere nella stagione del debutto in Serie A. Quell’anno il Milan mise in bacheca campionato e Coppa Italia, nella stagione successiva arrivò la Coppa dei Campioni: celebre la finale al Santiago Bernabeu, tre gol all’Ajax di Crujiff (altro giovincello che farà la storia del calcio), l’ultimo di testa su assist telecomandato di Rivera. Poi arrivò anche l’Intercontinentale nella doppia, drammatica finale contro gli argentini dell’Estudiantes, per un en plein che non sarà più ripetuto fino all’era Berlusconi. Nel Milan, Pierino vinse ancora Coppa Italia e Coppa delle Coppe nel 1973, fallendo il triplete nella fatal Verona: la sconfitta 5-3 che regalò in extremis lo scudetto in volata alla Juve, e una delusione che brucia ancora in casa rossonera. Prati lasciò Milano alla fine di quella stagione per lui tormentata da una serie di infortuni. Ma non furono né la delusione né la sensazione che il suo talento stesse entrando nella parabola discendente a indurre la società a liberarsene dopo 209 partite e 102 gol. Albino Buticchi, presidente rossonero oltre che petroliere, era stato investito dalla crisi del petrolio. Andreotti gli promise il suo aiuto, ma volle in cambio Prati alla Roma. Affare fatto. Pierino si trasferì nella Capitale, dove in giallorosso segnò 28 reti in 82 partite di campionato, senza però vincere più nulla. Nella serata sono arrivati messaggi di cordoglio. «Dal Bernabeu alla Bombonera: Piero Prati ha dato lustro in tutto il mondo ai colori rossoneri. Ciao Piero». Con questo tweet il Milan ha salutato il suo grande attaccante, mentre Stefano Pioli gli ha dedicato il successo per 4-1 a Lecce, alla ripresa del campionato dopo la lunga sosta. «Riposa in Pace Grande Pierino» ha scritto invece Bruno Conti sul proprio profilo Instagram, postando una foto che lo ritrae con Prati ai tempi della Roma, due generazioni di campioni.

Addio Pierino, quella peste del Diavolo. Prati aveva 73 anni. Col Milan aveva vinto tutto. Poi la Roma. Nel '68 l'Europeo. Elia Pagnoni, Martedì 23/06/2020 su Il Giornale. L'amaro destino dei numeri 11. A tre giorni da Mariolino Corso, piange anche l'altra metà di Milano, un'altra ala sinistra completamente diversa ma altrettanto intimamente legata al cuore e ai trionfi di una squadra. Se n'è andato Pierino Prati, sei anni meno di Corso, ma rivale di tanti derby, e come l'interista protagonista dei successi europei e mondiali di Milano. Non solo, ma unito all'interista anche dalla moda dei calzettoni abbassati oltre che nel poco spazio trovato in Nazionale, l'uno per le scelte dei ct, l'altro perché davanti si è trovato un monumento azzurro come Gigi Riva. Eppure Pierino Prati per almeno una decina d'anni è stato un bomber inarrestabile, dal Pierino la Peste del Milan di Rocco, al Prati di fine carriera che comunque ha regalato gol e soddisfazioni anche alla Roma. Poco azzurro, dicevamo, solo 14 presenze ma con ben 7 gol e soprattutto la conquista del titolo europeo nel '68, quando giocò la prima finale con la Jugoslavia e segnò due reti decisive nei quarti con la Bulgaria, e la partecipazione a Messico '70 pur senza essere mai utilizzato da Valcareggi. La sua apoteosi calcistica resta però la finale di coppa Campioni del '69, la magica notte del Bernabeu quando il Milan travolge l'Ajax di Cruijff per 4-1 con una tripletta proprio di Pierino. La notte magica di quel Milan era la consacrazione di un modulo che in quegli anni funzionava a occhi chiusi, i lanci di Gianni Rivera, l'esplosività di Prati. Una coppia affiatatissima come se ne sono viste poche nella storia rossonera, una coppia che faceva sognare la gente del Diavolo e che si completava alla perfezione con Hamrin e Sormani. Se Corso era il re delle foglie morte, un undici atipico, Prati era un undici vero, un'ala in grado di travolgere le difese in potenza e velocità, di segnare di testa e in acrobazia ma soprattutto con un tiro fulminante che non si allontanava molto da quello di Riva. Centodue gol in 209 partite con la maglia rossonera lo pongono di diritto nel pantheon dei bomber milanisti. Ma a Prati restano legate anche quelle epiche battaglie con l'Estudiantes per la coppa Intercontinentale, il leggendario gol di Glasgow in contropiede nella vittoria sul Celtic che spianò la strada verso la conquista della coppa del '69, lo scudetto dell'anno precedente, ma anche due coppe delle Coppe fino alla fatal Verona in cui non giocò ma che segnò il suo addio al Milan.

·        E' morto Mario Corso.

E' morto Mario Corso, il fenomenale mancino della Grande Inter. Avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 25 agosto. Una vita in nerazzurro. Franco Vanni il 20 giugno 2020 su la Repubblica. Lo disse Gyula Mándi, commissario tecnico della nazionale israeliana, dopo avere perso contro l'Italia: "Siamo stati bravi, ma ci ha battuti il piede sinistro di Dio". Era il 15 ottobre 1961, il piede divino che aveva castigato Israele era quello Mario Corso. Il veronese, che il prossimo 25 agosto avrebbe compiuo 79 anni - è morto ieri, dopo giorni di ricovero in ospedale. E se ne va così un altro dei campioni della Grande Inter, che negli anni Sessanta vinsero tutto. É scomparso Mario Corso, interista, campione eterno dotato di infinita classe. Con il suo sinistro ha incantato il mondo in una squadra che ha segnato un’epoca. I pensieri e l’affetto di tutti noi vanno alla famiglia in questo momento difficile #FCIM. Trequartista, prima che il termine esistesse, Corso fu definito da Gianni Brera con un gioco di parole "il participio passato del verbo correre": non gli serviva sgroppare in fascia (quella dei numeri 11 era per tradizione la sinistra) per fare la differenza in campo. Più che girare per il campo come una trottola, faceva girare il pallone, quasi sempre di sinistro. Specialista nei calci da fermo, perfezionò quel tiro a "foglia morta" che sarebbe divenuto non solo il suo marchio di fabbrica, ma anche una delle armi più temute dagli avversari dell'Inter di Herrera. Con l'Inter giocò sedici stagioni consecutive, dal 1957 al '73, per poi finire la carriera con la maglia del Genoa. In nerazzurro ha segnato 95 reti in 509 partite, vincendo quattro campionati, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. All'Inter è tornato anche come allenatore, per una stagione appena, nel 1985-1986.

Addio a Mario Corso, poeta del grande calcio italiano. Il Corriere del Giorno il 20 Giugno 2020. Dal 1957 al 1973 indossò la maglia nerazzurra vincendo quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 25 agosto. Grave lutto nel mondo del calcio: è morto all’età di 78 anni  l’ex calciatore dell’ Inter, Mario Corso per tutti “Mariolino”, che era ricoverato in ospedale da giorni, ma purtroppo non ce l’ha fatta. Era nato a Verona il 25 agosto 1941 ed avrebbe compiuto 79 anni . Mariolino ha raggiunto Sarti, Picchi, Facchetti, Peirò, Tagnin, Milani, Landini… i suoi vecchi compagni di squadra protagonisti di quella Grande Inter del “patron” Angelo Moratti, che ha caratterizzato gli anni Sessanta con i suoi successi in Italia, in Europa e in Sudamerica.  Uno squadrone di campioni, certo, ma Mario era il più dotato per la sua innata classe: dal soprannome “il mancino di Dio” si capisce già tutto. Corso è stata la stella più luminosa del firmamento nerazzurro. Corso fu protagonista assoluto della Grande Inter di Helenio Herrera  degli anni ’60, con la maglia nerazzurra 4 quattro scudetti (1963, 1965, 1966, 1971), due Coppe dei Campioni (1964, 1965), 2 Coppe Intercontinentali (1964, 1965). Il campione nerazzurro ha praticamente segnato la sua carriera: ha infatti indossato la casacca dell’Inter dal 1957 al 1973 prima di trasferirsi al Genoa dove ha chiuso la carriera nel 1975. Divenne celebre una sua invenzione: la punizione “a foglia morta“. Non era un atleta “fisico”. Da Mario Corso non potevi aspettarti che rincorresse il suo avversario anche perché all’epoca il terzino destro, cioè il suo marcatore diretto, non varcava mai la metà campo. Il mister Helenio Herrera, che pure esigeva molto dai suoi ragazzi sul piano della corsa, era indulgente con lui. Ed i suoi compagni accettavano senza fiatare l’ordine di scuderia: “Mariolino” andava lasciato libero di giocare il calcio a modo suo. Che non era fatica. Era arte pura. Corso non ebbe molta fortuna e gloria con la Nazionale perché era un giocatore atipico e non tutti erano disposti a correre per lui. Il dopo calcio è l’attività di allenatore-insegnante per i giovani. Soprattutto col Napoli, la sua prima esperienza durata quattro stagioni, riuscendo a trasmettere ai Primavera la sua tecnica raffinata. Siede anche sulla panchina della sua Inter durante la presidenza di Ernesto Pellegrini, ma gli riesce complicato guidare i calciatori già affermati per via del suo carattere schivo e sopratutto troppo “signorile”. “É scomparso Mario Corso, interista, campione eterno dotato di infinita classe. Con il suo sinistro ha incantato il mondo in una squadra che ha segnato un’epoca. I pensieri e l’affetto di tutti noi vanno alla famiglia in questo momento difficile. Ci sono delle persone destinate a rimanere nella leggenda, campioni eterni e talenti unici di cui è impossibile non innamorarsi. Ciao Mario, ci mancherà tutto di te”. Così l’Inter ha reso omaggio e ricordato sul proprio profilo  la stella della Grande Inter. Anche l’ex capitano nerazzurro, ora vicepresidente, Javier Zanetti ha voluto omaggiare Corso: “Un pensiero di vero cuore per una splendida persona, un mito della nostra Inter. Ricorderò sempre tanti bellissimi momenti insieme. Ciao Mario”. l’inventore della punizione a “foglia morta” e stella della Grande Inter. Anche l’ex capitano nerazzurro, ora vicepresidente, Javier Zanetti ha voluto rendere omaggio Corso: “Un pensiero di vero cuore per una splendida persona, un mito della nostra Inter. Ricorderò sempre tanti bellissimi momenti insieme. Ciao Mario”. Corso chiuse la carriera a Genova, sponda rossoblù. Due stagioni (1973-74 e 1974-75) che sono però bastate per essere inserito nella Hall of Fame del club. Il Genoa, nel giorno della sua morte, lo ha voluto omaggiare su Twitter: “Addio a Mario Corso, campione meraviglioso che indossò la maglia del Genoa”. La Figc e il presidente federale Gabriele Gravina si sono uniti al cordoglio dei familiari di Mario Corso, : “Se ne è andato un grande campione – dichiara Gravina – la sua classe, il suo stile e il suo sinistro magico rimarranno per sempre dei simboli straordinari del nostro calcio”. “Mario Corso se ne è andato. È stato un calciatore che ha fatto sognare la mia generazione. Ma oggi io ho perso un amico, una delle più belle persone che la vita mi ha fatto incontrare”, ricorda il sindaco di Milano Beppe Sala in un tweet. Omaggio anche da parte della Lega Serie A: “Ci ha lasciati uno dei grandi protagonisti del calcio, Mario Corso, fantasista della grande Inter che dominò gli anni sessanta vincendo due Coppe dei Campioni. Oltre ai successi in Europa in nerazzurro Corso conquistò due Coppe Intercontinentali e 4 Scudetti, guadagnandosi il soprannome di ‘piede sinistro di Dio’ per l’abilità nel disegnare col mancino le sue famose punizioni a foglia morta e per la capacità di trovare corridoi per i compagni che solo lui riusciva a vedere”. Lo si legge in una nota della Lega Serie A, che “porge ai familiari le più sentite condoglianze per la perdita di Mario, poeta del calcio”. Corso vincendo la sua nota timidezza e riservatezza, ha calcato la scena dei salotti televisivi, facendo l’opinionista in varie emittenti lombarde. È un ruolo che gli piace e nel quale si cala sempre meglio: mai una parola gridata o un giudizio troppo severo. Mario Corso è stato raffinato anche nella vita di tutti i giorni: un vero signore, il cui stile mancherà al calcio ed a tutto lo sport italiano. I nerazzurri lo omaggeranno domani sera portando il lutto al braccio nella gara contro la Sampdoria e con un minuto di raccoglimento.

Giampiero Mughini per Dagospia il 20 giugno 2020. Caro Dago, e a parte il magnifico libro/emblema che su di lui scrisse Edmondo Berselli, la memoria che io ho di Mariolino Corso è straziante. Era successo nei miei vent’anni che io avessi assorbito alcune porcate del modo di ragionare “impegnato” in voga nella mia generazione. Uno di questi teoremi cialtroneschi era che lo sport fosse un affare non talmente degno di attenzione, qualcosa che allontanava dai pensieri validi e corretti, quelli di cambiare la società a forza di scioperi operai eccetera. Uno che avesse a cuore questi cambiamenti non poteva perder tempo a guardare e appassionarsi di quel che succedeva su un campo da gioco. E dunque io – che pure nello sport avevo avuto l’esperienza la più fondante della mia adolescenza, e che di sport agonistico ne avevo praticato molto – smisi di leggere le pagine sportive. Per tre o quattro anni non ne lessi più una riga, non sapevo più nulla di quel che succedeva nel nostro campionato di calcio. Finché un pomeriggio non mi accadde di affrontare un esame universitario e di averne un voto che io giudicavo inferiore a quel che avevo dimostrato e me ne sentivo terribilmente frustrato. La pativo come un’ingiustizia. E dunque nel tornarmene a casa passai dalla libreria di Ciccio D. e Carmelo Volpe, la libreria dove noi ventenni catanesi “de sinistra” passavamo almeno una volta al giorno. Erano le sei o le sette di sera, e Ciccio D. mi disse che sarebbero andati a casa sua a vedere in tv una partita di ritorno della Champions a Milano, una partita in cui la Grande Inter di Helenio Herrera (una squadra di cui non sapevo nulla di nulla) avrebbe cercato di riscattare contro una squadra inglese (il Liverpool) un sonante 1-3 subito a casa loro. Ripeto, erano tre o quattro anni che non vedevo più una partita di calcio. E comunque dissi di sì, perché stare assieme a degli amici a vedere una partita di calcio mi avrebbe aiutato a placare il magone che avevo dentro. Andammo. La partita cominciò. Ovvio che io tifassi per l’Inter, e benché juventino dall’età di dieci anni. Ci mancava altro che non tifassi per la squadra italiana. Ripeto, non sapevo nulla di Mariolino Corso, di Giacinto Facchetti, di Armando Picchi e degli altri campioni di quella squadra/monstre. Erano passati pochi minuti dall’inizio, e accadde che l’Inter dovesse battere una punizione da pochi metri di distanza della linea dell’area avversaria. Accadde in un attimo. Quel giocatore di cui non sapevo nulla e che aveva un’andatura un tantino ciancicante colpì la palla di sinistro, la palla si alzò, curvò, scese in picchiata, affondò all’incrocio della porta difesa dal portiere del Liverpool. Una meraviglia, un capolavoro, una visione da estasi. Così come da estasi fu tutto quello che seguì, il secondo e il terzo gol dell’Inter, una squadra di cui tutto funzionava come in un orologio svizzero. 3-0, e dunque l’Inter passava il turno. Dio, la gioia mia e nostra. M’ero dimenticato di quel voto che ancor oggi mi brucia da quanto lo considero ingiusto. Addio, Mariolino. E grazie ancora della malìa con cui hai curato quel mio dolore di mezzo secolo fa.

·        Addio allo scrittore Carlos Ruiz Zafon.

Addio allo scrittore Carlos Ruiz Zafon. L'autore del bestseller L'ombra del vento, tra gli autori spagnoli più letti al mondo, è morto a Los Angeles dopo una lunga malattia. Aveva 55 anni. Lara Crinò il 19 giugno 2020 su La Repubblica. Si è spento a Los Angeles, a 55 anni, dopo una lunga malattia, lo scrittore catalano Carlos Ruiz Zafón, famoso in tutto il mondo per il suo romanzo L'ombra del vento. La notizia è stata data dal suo editore spagnolo, Planeta: "Oggi è un giorno molto triste per tutta la casa editrice: nei vent'anni in cui ci siamo conosciuti e abbiamo lavorato insieme, si è creata un'amicizia che trascende il rapporto professionale".  Sul profilo Twitter dello scrittore la notizia della morte è accompagnata da una sua frase: "Ogni libro, ogni tomo che vedi ha un'anima. L'anima di chi l'ha scritto e l'anima di chi l'ha letto, vissuto e sognato". L'ombra del vento è stato il primo best seller spagnolo della sua generazione ad avere un successo commerciale mondiale, insieme alla Cattedrale del mare di Ildefonso Falcones. In questi vent'anni (il romanzo fu pubblicato nel 2001), il libro ha venduto oltre 15 milioni di copie nel mondo, oltre un milione soltanto in Italia, ed ha avuto un centinaio di edizioni estere. Dal romanzo è nata una quadrilogia intitolata Il Cimitero dei libri dimenticati, che dopo L'ombra del vento è proseguita con Il gioco dell'angelo (2008), Il prigioniero del cielo (2012), concludendosi con Il labirinto degli spiriti (2016), tutti editi da Mondadori e tradotti da Bruno Arpaia.

Gli ingredienti del successo. Cresciuto negli anni Sessanta a Barcellona, non lontano dalla Sagrada Familia, aveva sempre mantenuto un legame fortissimo con la città, nonostante negli ultimi anni si fosse trasferito in California per lavorare per il cinema, altra sua grande passione, come sceneggiatore. La sua città, trasfigurata da elementi fantastici ma anche raccontata nelle sue vicende più tragiche, è rimasta come elemento forte delle sue trame. Insieme ad un altro autore spagnolo, l'Arturo Pérez-Reverte del Club Dumas, Zafón può essere considerato tra gli artefici di un intero sottogenere, quello dei romanzi incentrati sul potere quasi magico della letteratura e dei libri, che ha visto numerosissimi epigoni cercare negli ultimi due decenni di replicare la notorietà dei suoi romanzi. Nel primo tomo della quadrilogia già lo scrittore metteva in scena gli ingredienti che avrebbero reso così popolare la sua scrittura: utilizzando l'espediente narrativo del libro ritrovato, la trama mescolava fantasy, realismo ed elementi gialli. Il giovane protagonista Daniel, che vive nella Barcellona del 1945 provata dalla guerra civile, dal franchismo e dalla povertà, viene infatti portato dal padre, proprietario di una bottega di libri usati, alla scoperta del Cimitero dei Libri Dimenticati, il luogo in cui sono conservati centinaia di volumi destinati all'oblio. Quello che Daniel sceglierà, L'ombra del vento del misterioso scrittore Julián Carax lo accompagnerà fino all'età adulta, spingendolo in un vortice di scoperte e pericoli.

L'esperienza nella pubblicità, l'amore per il cinema. Lo scrittore si era dedicato anche alla narrativa per ragazzi; anzi, era proprio con un romanzo per ragazzi che aveva esordito, nel 1993, Il principe della nebbia, cui erano seguiti Il palazzo della mezzanotte e Le luci di settembre. La narrativa era stata il punto di approdo dopo una bella carriera nel mondo della pubblicità, prima come copywriter e poi come direttore creativo. Sul quotidiano spagnolo El País, in un'intervista del 2008, aveva lui stesso tracciato un legame tra queste esperienze: "La pubblicità è stata il mio primo lavoro, avevo 19 o 20 anni: ho iniziato come una copy e sono finito come direttore creativo; Ho imparato molto e ho fatto una buona vita ... Molti scrittori, come Don Delillo, hanno lavorato nella pubblicità, perché tocca la letteratura. Impari a vedere la lingua, le parole come immagini. È lo stesso per i romanzieri che sono stati giornalisti. Michael Connelly, un autore che mi interessa molto, era un cronista prima di diventare scrittore di gialli, e senza quella formazione la sua letteratura sarebbe stata molto diversa, senza dubbio. Ma ciò che influisce sul mio lavoro e non si dice mai è il mio interesse per il cinema". All'amore per il cinema era tornato, trasferendosi a Malibù per lavorare a Hollywood. Non ha avuto il tempo di far immaginare al suo pubblico la porta di un altro mondo fantastico.

Da corriere.it il 19 giugno 2020. È morto lo scrittore Carlos Ruiz Zafón nella sua residenza a Los Angeles — dove viveva dal 1993 —, a causa del cancro, come riportato dai media spagnoli. «Oggi è una giornata molto triste per l’intero team Planeta che lo conosceva e ha lavorato con lui per vent’anni, durante i quali è stata forgiata un’amicizia che trascende la professionalità», ha dichiarato l’editore Planeta che ha dato la notizia. Ruiz Zafón, che aveva 55 anni, a Los Angeles lavorava in veste di sceneggiatore per l’industria di Hollywood. Aveva raggiunto la notorietà internazionale con il suo romanzo L’ombra del vento, vincitore di numerosi premi e selezionato nella lista fatta nel 2007 da 81 scrittori e critici latinoamericani e spagnoli con i migliori 100 libri in lingua spagnola degli ultimi 25 anni. Le sue opere sono state tradotte in oltre quaranta lingue. In Italia i suoi libri sono pubblicati da Mondadori. La sua carriera ebbe inizio nel 1993 con una serie di libri per bambini e ragazzi, fra i quali soprattutto Il principe della nebbia (l’ispirazione pare gli venne dal suo lavoro precedente come insegnante di asilo). Alla narrativa per adulti arriva soltanto otto anni dopo, nel 2001 quando pubblica L’ombra del vento. Otto milioni di copie vendute e un successo internazionale raggiunto con il passaparola, perché il lancio all’uscita non fu di quelli a cinque colonne. Nel 2005 (nel frattempo era stato tradotto in 35 lingue) ha vinto il Premio internazionale Barry, per il miglior romanzo di esordio. Planeta nel 2008 pubblica il secondo romanzo, El juego del angel, che viene tradotto alcuni mesi dopo da Mondadori con il titolo Il gioco dell’angelo. L’anno dopo esce il suo Marina. Nel 2010 Mondadori decide di ripescare un vecchio lavoro: è El palacio de la mediano che e risale a 1994, che esce in Italia come Il palazzo della mezzanotte. Nel 2011 Planeta porta sugli scaffali delle librerie Il prigioniero del cielo. Passano cinque anni per arrivare al titolo successivo Il labirinto degli spiriti (Mondadori, 2016) che è l’ultimo volume di una tetralogia dedicata al Cimitero dei libri dimenticati.

Morto lo scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon. Autore del best seller "L'Ombra del Vento" lo scrittore catalano Carlos Ruiz Zafon si è spento all'età di 55 anni a Los Angeles dopo una lunga malattia che da tempo stava combattendo. Nicola De Angelis, Venerdì 19/06/2020 su Il Giornale. È morto all'età di 55 anni dopo una lunga battaglia contro il cancro, lo scrittore catalano Carlos Ruiz Zafon si è spento a Los Angeles. Erano anni che era malato. Il suo libro più famoso "L'Ombra del Vento" è stato un best seller mondiale che aveva venduto milioni di copie e aveva posto Zafon sull'Olimpo degli autori più letti della nostra epoca. La notizia della sua dipartita è stata annunciata da El Paìs che riporta, riprendendo le parole della casa editrice dello scrittore: "Oggi è una giornata molto triste per l'intero team Planeta che lo conosceva e ha lavorato con lui per vent'anni, in cui è stata forgiata un'amicizia che trascende la professionalità". Zafon ha fatto la sua fortuna e quella della casa editrice con la pubblicazione de "L'Ombra del Vento", libro che nel 2001 ebbe un successo clamoroso in tutto il mondo tanto che lo stesso scrittore decise di realizzarne successivamente una tetralogia dal titolo Il Cimitero dei Libri Dimenticati. L'autore era entrato nel mondo della letteratura dopo aver militato per un periodo in quelli cinematografico e pubblicitario, mondo al quale era tornato successivamente. Si trovava a Los Angeles proprio per ragioni lavorative, avendo intrattenuto per anni rapporti con il mondo di Hollywood per la scrittura di alcune sceneggiature: "Ho iniziato la mia carriera come pubblicitario. Avevo circa 19 o 20 anni. Dopo pochissimo tempo mi sono ritrovato come direttore creativo dell'azienda dove lavoravo. Successivamente ho cambiato, mi sono buttato sul cinema. Ho scritto molte sceneggiature. È stata molto importante per me l'esperienza nel mondo pubblicitario", si legge in una sua vecchia intervista per El Paìs, "Moltissimi scrittori hanno lavorato in questo campo prima di iniziare a scrivere. Come per esempio Don Delillo. La pubblicità serve a vedere la lingua, le parole, come immagini. Stessa situazione per i giornalisti che successivamente diventano scrittori. Prendiamo Michael Connelly. Era giornalista di cronaca a Los Angeles". Poche ore fa l'annuncio anche sul profilo Twitter ufficiale di Carlos Ruiz Zafon. Era molto riservato avendo rilasciato, durante la sua carriera letteraria, pochissime interviste sostenendo che: "Il mondo letterario è per l'1% letterario e per il 99% mondiale". In Italia il suo editore era la Mondadori che ha scritto sui principali canali social: "Una notizia che ci spezza il cuore".

·        È morto Ian Holm, Bilbo Baggins del "Signore degli anelli".

È morto Ian Holm, Bilbo Baggins del "Signore degli anelli". Il grande attore aveva 88 anni. Tra i suoi film Alien, Brazil e La pazzia di re Giorgio. Fu candidato agli Oscar per Momenti di gloria, ma il suo volto è legato allo hobbit protagonista della prima trilogia di Peter Jackson. Silvia Fumarola il 19 giugno 2020 su La Repubblica. È morto l'attore britannico Ian Holm, noto per il ruolo dello hobbit Bilbo Baggins nella prima trilogia Il Signore degli anelli, apparso anche nella seconda, Lo Hobbit. Holm, 88 anni, è stato uno straordinario protagonista a teatro e al cinema, con la saga tratta da J. R. R. Tolkien era diventato popolarissimo. Era malato di Parkinson. All'inizio di questo mese, racconta il Guardian, aveva espresso il suo rammarico per non poter partecipare a una riunione virtuale per il film: "Mi dispiace non vedervi di persona, mi mancate tutti e spero che le vostre avventure vi abbiano portato in molti luoghi, sono in lockdown nella mia casa di hobbit". Il ruolo di Bilbo lo aveva trasformato in divo, ma era il primo a stupirsi del successo. "Sono completamente stupito dalla reazione" spiega in un'intervista all'Independent. "Ricevo molta posta dei fan indirizzata a Bilbo e talvolta a Sir Bilbo - in realtà non è quasi mai indirizzata a Ian Holm. Il mio direttore commerciale redige le risposte, quindi faccio un salto in ufficio e firmo 'Bilbo'. Ma, naturalmente, non ha cambiato la mia vita. Niente potrebbe cambiare la mia vita". Tra i tanti film che ha interpretato Alien (1979), Brazil (1985), Ballando con uno sconosciuto (1985), Enrico V (1989) e Frankenstein di Mary Shelley (1994), Amleto (1990), Il pasto nudo (1990), La pazzia di Re Giorgio (1994), Il quinto elemento (1997), Il dolce domani (1997). Nel 1981 interpreta Sam Mussabini nel film Momenti di gloria di Hugh Hudson, interpretazione che gli vale una candidatura agli Oscar come miglior attore non protagonista. Nel 1998 la regina Elisabetta II gli conferisce il titolo di baronetto per meriti artistici. Padre psichiatra, Holm cresce nell'Essex, nella clinica dove lavorava il papà. Ha definito la sua infanzia "idilliaca", ma la sua passione è il teatro: quando si trasferisce a Londra si iscrive alla London's Royal Academy of Dramatic Art, dove si diploma nel 1954. Debutta nello stesso anno a teatro con la Royal Shakespeare Company, che seguirà per oltre dieci anni. È la star dei palcoscenici più importanti nel Regno Unito e negli Stati Uniti; grande interprete dei lavori di Harold Pinter, si aggiudica il Tony Award. Nel 1970 abbandona le scene (torna in teatro nel 1990 con Re Lear), per dedicarsi al cinema e alla televisione. Vita privata intensa - ha avuto quattro mogli - è passato dai classici ai film di denuncia alle commedie. È stato diretto da Zeffirelli, Soderbergh, Branagh, Attenborough, Terry Gilliam, Atom Egoyan, Mike Newell, Woody Allen, Cronenberg, Luc Besson. Talento straordinario, anche nei piccoli ruoli lascia il segno: come in Greystoke - La leggenda di Tarzan in cui interpreta il ruolo dell'esploratore belga che trova il giovane aristocratico John Clayton cresciuto dalle scimmie. Indimenticabile nel film Il dolce domani di Egoyan, in cui veste i panni di un avvocato che cerca di convincere i genitori dei bambini morti in un incidente - l'autobus della scuola su cui viaggiavano è precipitato in un lago ghiacciato - a fare causa per ottenere un risarcimento. Sulla recitazione aveva le idee chiare: "Guardo Brando e De Niro, ma non sono 'la mia tazza di tè'. Sono più della vecchia scuola, riassunto dal famoso commento di Laurence Olivier a Dustin Hoffman mentre giravano Il maratoneta: 'Prova a recitare, caro ragazzo'. Dopotutto, si deve solo fingere. La recitazione del metodo può anche richiedere molto tempo. Se tutti sono pronti per l'inizio di una ripresa, tranne un attore che è intenzionato a raggiungere il fondo della propria anima, può essere un po' fastidioso".

Morto Ian Holm, fu Bilbo Baggins nella saga del Signore degli anelli. Ian Holm si è spento all'età di 88 anni. L'attore inglese era diventato famoso in tutto il mondo per aver interpretato l'hobbit Bilbo Baggins nella trilogia de Il Signore degli Anelli. Novella Toloni, Venerdì 19/06/2020 su Il Giornale. "È morto pacificamente in ospedale, con la sua famiglia accanto. Affascinante, gentile e di grande talento, ci mancherà moltissimo", con queste parole è stata annunciata la morte dell'attore Ian Holm. A pronunciarle il suo agente, che ha reso noto il decesso dell'interprete inglese, divenuto celebre per l'interpretazione dell'hobbit Bilbo Baggins nella popolare saga fantasy Il Signore degli Anelli e in seguito de "Lo Hobbit". Nato a Goodmayes nel settembre del 1931, Ian Holm scopre di avere una profonda passione per il teatro, che lo spinge a iscriversi alla London's Royal Academy of Dramatic Art, una delle scuole di recitazione più illustri e longeve di Londra. Grazie ai suoi studi esordisce ben presto sul palco, dove conquista il pubblico e la critica, ottenendo addirittura un Tony Award come migliore attore protagonista. Negli anni '70, però, decide di cambiare strada ed entra nel mondo della cinematografia dove interpreterà, nel corso della sua carriera, svariati ruoli da protagonista. Attore carismatico e versatile, in grado di passare da ruoli drammatici a quelli di personaggi della fantascienza, Ian Holm diventa celebre impersonando l'androide Ash nel film Alien del 1979, per poi impegnarsi in pellicole come Enrico V del 1989, Amleto del 1990, Il quindo elemento del 1997 e ancora Momenti di Gloria, nel 1981, che gli valse la candidatura al premio Oscar come miglior attore. È però l'ingresso nel cast della trilogia de Il Signore degli Anelli che lo consacra al grande pubblico mondiale, per l'interpretazione dell'hobbit Bilbo Baggins. Ruolo poi confermato nel film Lo Hobbit, prequel di successo della saga della compagnia dell'Anello. L'attore britannico, morto a 88 anni a causa delle complicazioni dovute al morbo di Parkinson, si era ritirato dalla scena cinematografica nel 2001. Dopo aver interpretato Sir William Gull, il famoso serial killer della Londra antica, nel film La vera storia di Jack lo squartatore, Ian Holm aveva scoperto di avere un tumore alla prostata e per curarlo aveva scelto di abbandonare la carriera per dedicarsi alla guarigione. Nel 1998 la regina Elisabetta II gli conferisce il titolo di baronetto per meriti artistici.

Marco Giusti per Dagospia il 20 giugno 2020. Non era bello, non era alto, non era neanche particolarmente inglese. Ma in ogni ruolo che ha interpretato, a teatro o al cinema, fosse Napoleone o Bilbo Baggins, Puck o l’Ash di Alien, Ian Holm, scomparso oggi a 89 anni, non era solo perfetto. Era profondamente umano.” Sono sempre stato un minimalista” , diceva, “rispetto la massima di Humphrey Bogart, se stai pensando la cosa giusta, la macchina da presa lo prenderà”. Baronetto, membro storico della Royal Shakespeare Company, star a teatro prima che al cinema, nominato all’Oscar per il ruolo di Sam Mussabini di “Momenti di gloria”,  vincitore di una serie di BAFTA, gli Oscar inglesi, Holm resterà nella storia del cinema soprattutto per essere stato Bilbo Baggins, con quei piedoni impossibili, nella grande saga de “Il Signore degli anelli” di Peter Jackson. Ma è lui che trasmette al personaggio quella incredibile carica umana che avrà il suo Bilbo. Ma lo avevamo già visto in tanti film di successo, e ogni volta era come se lo scoprissimo di nuovo. Penso a “Brazil” di Terry Gilliam, a “Alien” di Ridley Scott dove si rivela un meraviglioso non-umano, in “The Aviator” di Martin Scorsese, in “Un’altra donna” di Woody Allen, stretto tra Gena Rowlands e Mia Farrow, in “Ballando con uno sconosciuto” di Mike Newell, ne “Il quinto elemento” di Luc Besson, nello sfortunato “Kafka” di Steven Soderbergh, nel tristissimo “Il dolce domani” di Atom Egoyan, dove è finalmente protagonista. Negli ultimi anni, grazie a “Alien” e al “Quinto elemento”, si era specializzato nel fantasy, ma avrebbe potuto interpretare qualsiasi ruolo. Del resto a teatro aveva fatto qualcosa come cento personaggi shakespeariani diversi. Non poteva fare il protagonista bello, è vero, ma è stato un Napoleone perfetto in ben quattro film, il più celebre era “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Alan Taylor, e Stanley Kubrick avrebbe voluto solo lui per il suo Napoleone mai realizzato. Quattro mogli, anzi quasi cinque, una era l’attrice Penelope Wilton con la quale fece “The Borrowers- I Graffignoli”, cinque figli, Ian Holm era nato a Goodmayes nell’Essex nel 1931, da un padre psicanalista e da una mamma infermiera. A sette anni si trasferisce coi suoi a Londra e scopre il teatro. Alla fine degli anni ’50 riesce a tener testa a qualsiasi attore della Royal Shakespeare Company e nel “Coriolanus” si ferisce a un dito duellando sulla scena con Laurence Olivier. Nel 1965 è Riccardo III in una versione tv di “Thge War of Roses”, mentre vince il suo primo BAFTA nel 1969 con “The Boforo Guns”. Al cinema lo troviamo in film come “Oh, che bella guerra!” e “Gli anni dell’avventura” di Richard Attemborough, in “Robin e Marian” e “Huggernaut” di Richard Lester, nel “Sogno di una notta di mezza estate” di Peter Hall. Mentre recita a teatro “The Iceman Cometh” viene colpito da una sorta di panico da palcoscenico e farà solo cinema. Ritornerà sulle scene solo tre volte, per un memorabile “Zio Vanya” nel 1979, per “Moonlight” di Harold Pinter nel 1993 e per un “King Lear” per il quale verrà premiato col premio Laurence Olivier. Una consacrazione. Ma è nel cinema, ripresa con grande vigore dopo l’addio al teatro, che otterrà i suoi più grandi successi. La candidatura all’Oscar per “Momenti di gloria” di Hugh Hudson nel 1981 gli apre tutte le porte. Lo troviamo nell’”Henry V” di Kenneth Branagh, nell’”Amleto” di Franco Zeffirelli, che già lo aveva voluto nel “Ges§” televisivo, per Terry Gilliam in “Brazil”. Fino ai grandi successi di “Alien”, “Il pasto nudo”, “The Aviator”, “La pazzia di Re Giorgio”. Poi arriverà Bilbo Baggins e la nomina a Baronetto. Se ne va colpito da un Parkinson che lo aveva da un po’ allontanato dalle scene. Buon viaggio, Bilbo Baggins.

·        E’ Morta Jean Kennedy, era l’ultima dei fratelli di Jfk.

Morta Jean Kennedy, era l’ultima dei fratelli di Jfk ancora in vita. Notizie.it il 19/06/2020. È morta a Manhattan all'età di 92 anni Jean Kennedy, l'ultima dei fratelli dell'ex presidente Usa John Fitzgerald Kennedy ad essere ancora in vita. Nella giornata del 18 giugno è morta all’età di 92 anni Jean Kennedy: ultima superstite dei fratelli dell’ex presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Jean Kennedy, anch’essa figura di spicco della politica americana malgrado la sua proverbiale riservatezza, fu nel corso dei decenni fidata consigliera dei fratelli John, Bob e Ted e negli anni 90 venne scelta dal presidente Bill Clinton come ambasciatrice degli Usa in Irlanda, terra d’origine del clan dei Kennedy. Nata il 20 febbraio del 1928 con il nome di Jean Ann Kennedy, la donna era l’ottava dei nove figli di Joseph P. Kennedy e di Rose Fitzgerald Kennedy e per tutta la sua vita contribuì allo sviluppo delle brillanti carriere politiche dei fratelli, pur operando da dietro le quinte. Fu tra le altre cose proprio Jean a presentare al fratello John una sua amica, Jacqueline Bouvier, che quest’ultimo poi sposò nel 1953 portandola in seguito alla Casa Bianca come First Lady quando venne eletto presidente nel 1960.Successivamente alla morte di John Kennedy nel 1963, Jean seguì personalmente la campagna elettorale del fratello Robert, conclusasi tragicamente con l’assassinio di questi nel 1968 presso l’Ambassador Hotel di Los Angeles. Sotto la presidenza del democratico Bill Clinton, Jean Kennedy ebbe l’opportunità di svolgere un incarico di primo piano per il proprio paese, servendo come ambasciatrice in Irlanda dal 1993 al 1998. Fu proprio durante questi anni che grazie al suo intervento si rese possibile la firma di un trattato di pace tra i governi irlandese, britannico e dell’Irlanda del Nord per la fine di ogni tipo di ostilità tra gli unionisti nordirlandesi e i nazionalisti dell’Ira, noto come Accordo del Venerdì Santo. Ritiratasi dalla politica attiva con la fine dell’esperienza come ambasciatrice, nel 2011 il presidente Barack Obama la insignì della Medaglia Presidenziale per la Libertà, la più alta onorificenza civile americana.

·        È morto Tibor Benedek: lutto nel mondo della Pallanuoto.

È morto Tibor Benedek: lutto nel mondo della Pallanuoto. Notizie.it il 18/06/2020. La pallanuoto piange il fuoriclasse che fu della Pro Recco: è morto Tibor Benedek. Lutto nel mondo della pallanuoto: è morto il fuoriclasse ungherese Tibor Benedek. Di ruolo attaccante, aveva soli 47 anni: era malato di cancro e nelle ultime settimane le sue condizioni sono peggiorate in modo repentino. Figlio d’arte, il papà recitava con Enrico Montesano, fu il primo sportivo di famiglia con due fratelli attori cinematografici. Tibor Benedek ha mosso le sue prime bracciate in vasca, nel Bel Paese, nel 1996 quando è diventato l’attaccante della Roma: qui ha vinto uno scudetto nel 1999, battendo in finale il Posillipo. Ma la carriera del fuoriclasse ungherese diventa memorabile con la Pro Recco, a Genova. In terra ligure Benedek, in otto stagioni, vince praticamente tutto quello che c’è da mettere in bacheca. Nel palmarés del fuoriclasse dell’Ungheria si contano ben quattro Champions League, sei Scudetti, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe Europee e una Lega Adriatica. Come se non bastasse, Tibor Benedek è stato anche capace di trascinare la propria nazionale al trionfo in tre rassegne a cinque cerchi consecutive (Olimpiadi di Sydney 2000, Atene 2004 e Pechino 2008). E la Pro Recco vuole ricordare così il compianto attaccante: “Tibor era un uomo straordinario anche fuori dall’acqua, un professionista umile e carismatico che ha dimostrato nei fatti la partecipazione e il coinvolgimento alla causa recchelina – è la nota di cordoglio della Pro Recco –. Le più sentite condoglianze da parte di tutta la società a familiari e amici. Addio grande Tibor, hai scritto un pezzo della nostra storia: non ti dimenticheremo mai!”.

·        E’ morto l’avvocato Gianfranco Dosi, fondatore di Aiaf.

E’ morto l’avvocato Gianfranco Dosi, fondatore di Aiaf. Il Dubbio il 14 giugno 2020. Magistrato e legale, è stato un punto di riferimento per il diritto di famiglia. E’ mancato prematuramente l’ex magistrato e poi avvocato Gianfranco Dosi, fondatore dell’Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori e notissimo familiarista. Entrato in magistratura nel 1978, vi è rimasto fino al 1992, quando si è iscritto all’ordine degli avvocati di Roma. Si è sempre occupato esclusivamente di diritto di famiglia e nel 1993 ha fondato insieme ad altri colleghi Aiaf, che ha presieduto fino al 2001. E’ stato presidente dal 2003 al 2016 dell’Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia associazione forense di ricerca e documentazione sul diritto di famiglia ed è autore di moltissimi studi e pubblicazioni in materia di diritto di famiglia e minorile. Il presidente dell’Ordine di Roma, Antonino Galletti: “La famiglia forense romana piange per la prematura scomparsa del Collega Avv. Gianfranco Dosi. Punto di riferimento per tutti gli Avvocati della Famiglia e operatore di un forte cambiamento nel settore. Le più sentite condoglianze di tutto il Consiglio e della Commissione Famiglia ai suoi familiari e ai collaboratori del suo studio”.

Autentico, appassionato e fuori dal comune: addio Gianfranco Dosi. Donato Di Campli su Il Dubbio il 15 giugno 2020. Gianfranco Dosi è stato un uomo fuori dal comune, che ha scelto la professione forense per vocazione, valorizzando anche nel suo lavoro le esperienze personali da educatore di giovani e le esperienze professionali da giudice minorile, con l’obiettivo di garantire la piena affermazione dei diritti dei minori e dei soggetti deboli in ambito familiare. Ci lascia Gianfranco Dosi, un uomo autentico, mai banale e sempre proiettato nel futuro, affascinante da ascoltare in ogni occasione. Una perdita per la comunità dei giuristi e una perdita soprattutto per l’Avvocatura. Non avremo più occasione di incontrarlo fisicamente, ma la sua opera rimarrà nel patrimonio culturale di tutti quelli che hanno avuto l’opportunità di leggere i suoi scritti o di assistere alle sue conferenze. Gianfranco Dosi è stato un uomo fuori dal comune, che ha scelto la professione forense per vocazione, valorizzando anche nel suo lavoro le esperienze personali da educatore di giovani e le esperienze professionali da giudice minorile, con l’obiettivo di garantire la piena affermazione dei diritti dei minori e dei soggetti deboli in ambito familiare. Tutta la sua vita è stata dedicata alla innovazione del diritto di famiglia, grazie ad una non comune capacità di prevedere il futuro con sguardo lungimirante. Gianfranco Dosi è stato nei primi anni duemila un precursore della mediazione in ambito familiare, nella piena consapevolezza che solo attraverso l’incontro delle parti e la soluzione condivisa della controversia è possibile il recupero del rapporto tra le persone e la pacificazione sociale. Gianfranco Dosi è stato anche un precursore dell’approccio partecipativo all’amministrazione della giustizia. E’ stato tra i primi in Italia ad introdurre il metodo concertativo, con l’adozione dei protocolli per consentire un migliore esercizio della funzione giudiziaria, tramite la partecipazione attiva dell’Avvocatura. Gianfranco Dosi ha avuto sempre uno sguardo di particolare attenzione verso i giovani avvocati, spendendosi molto per la loro formazione, con la felice intuizione che solo attraverso la competenza e la specializzazione i giovani professionistiavrebbero avuto una prospettiva. Perdiamo in un momento particolare, nel quale si andranno a delineare i futuri scenari della giustizia in Italia, un punto di riferimento importante che avrebbe sicuramente saputo indicare la retta via.

·        È morto Giulio Giorello.

È morto il filosofo Giulio Giorello. Era stato ricoverato e poi dimesso per il Covid. A 75 anni è morto Giulio Giorello, filosofo della scienza con la passione per Tex Willer. Si è spento dopo due mesi di ricovero per Covid-19. Francesca Galici, Lunedì 15/06/2020 su Il Giornale.  È morto oggi, a 75 anni, Giulio Giorello, docente presso l'Università Statale di Milano. È morto per le conseguenze del coronavirus, dopo un ricovero di due mesi per l'infezione da Covid-19, che sembrava fosse riuscito a superare, seppure con qualche fatica. È stato uno dei filosofi più acuti che la scuola italiana contemporanea abbia conosciuto ed era un difensore delle libertà umane in qualunque forma. Giulio Giorello ha conseguito due lauree presso l'Università Statale di Milano, una in filosofia e una in matematica. Già da questa sua estrosità nel percorso di studi si capisce come il pensiero e l'opera di Giorello non fossero mai banali o scontati. Chi lo ha conosciuto ama definirlo come un filosofo della scienza e forse non esiste una definizione più giusta per un uomo che ha saputo coniugare in maniera così armonica il suo sapere in due campi così diversi, contaminando l'uno con l'altro per dare vita a un pensiero totalmente nuovo e innovativo. Alle sue spalle ha avuto una lunga carriera come insegnante di materie scientifiche presso le facoltà di Scienze e di Ingegneria e ha ottenuto in seguito la cattedra in filosofia della scienza nella sua amata Statale di Milano. È stato sempre molto attivo nel panorama intellettuale e scientifico italiano, senza mai sottrarsi al confronto. I più direbbero che era spinto da una vena polemica, che non è cert un difetto in questi ambienti, anzi. Tuttavia, seppure nella sua costante critica e polemica, Giulio Giorello non perdeva mai il suo noto garbo ed educazione. Così lo ricordano tutti quelli che hanno avuto il piacere di confrontarsi, e talvolta scontrarsi con lui, che a lungo è stato Presidente della SILFS (Società Italiana di Logica e Filosofia della Scienza). Oltre ad avere il sapere, Giulio Giorello aveva il dono della divulgazione e lo dimostrava sulle pagine del Corriere della sera, dove ha collaborato per la redazione delle pagine di cultura. Era convinto che qualunque argomento, anche quello più complicato e ostico, avesse una chiave di lettura semplice e popolare che potesse coinvolgere anche il lettore non specialista. Una delle grandi doti di Giulio Giorello era quella di non prendersi mai troppo sul serio e lo dimostra la sua sconfinata passione per i fumetti, soprattutto per Tex Willer, nonostante fosse un appassionato fruitore dei prodotti Disney. Giorello era anche un grande viaggiatore ma se c'era un Paese che amava più di tutti era l'Irlanda, per il suo fascino e le sue leggende. Era una personalità poliedrica capace di adattarsi a qualunque contesto, sempre pronto al dialogo su qualunque argomento, alto o basso che fosse. Giorello amava confrontarsi con i giovani sui temi di stretta attualità e anche sullo spettacolo, per continuare a nutrire la sua anima che non aveva mai smesso di essere curiosa sul mondo intorno a lui.

È morto il filosofo Giulio Giorello. Pubblicato lunedì, 15 giugno 2020 da La Repubblica.it. E' scomparso a Milano, per le conseguenze del coronavirus che aveva contratto nei mesi scorsi, il filosofo Giulio Giorello. Aveva 75 anni e tre giorni fa aveva sposato la compagna, Roberta Pelachin. Allievo del marxista Ludovico Geymonat, è stato il suo successore nella cattedra di Filosofia della Scienza all'Università Statale milanese. Ex presidente della Società italiana di logica e filosofia della scienza, responsabile per l’editore Cortina della collana Scienza e Idee, laureato in Filosofia prima e poi in Matematica, aveva fatto del superamento della barriera tra discipline umanistiche e scientifiche il tratto saliente della sua personalità accademica, con un curriculum di insegnamenti variegato e unico: dapprima Meccanica Razionale presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università degli studi di Pavia, seguita dalla Facoltà di Scienze presso l'Università di Catania, fino a quella di Scienze naturali presso l'università dell'Insubria e al Politecnico di Milano. Interessato alle neuroscienze, alla psicologia evolutiva, alla bioetica ma anche alla mitologia e all’antropologia, era però capace di mescolare all’interesse rigoroso per le discipline “alte” la curiosità  per la cultura popolare, dalla musica ai fumetti, in particolare il mondo Disney a cui aveva dedicato qualche anno fa il suo Filosofia di Topolino (Guanda). Attraverso il suo sguardo divertito e colto, Mickey Mouse si tramutava, attraverso le sue molteplici avventure nel corso di un Novecento imprevedibile, tragico e farsesco, in un filosofo involontario ma efficace. Lontano da ogni ortodossia, amante e studioso di figure filosofiche “eretiche” come Baruch Spinoza, , aveva espresso la sua visione e il suo credo nel massimo rispetto per le libertà individuali in Di nessuna chiesa, rifiutando la contrapposizione tra laici e credenti e mettendo in guardia contro il dogmatismo che può viziare anche una visione laica. Nel 1981 ha curato con Marco Mondadori l'edizione italiana di Sulla libertà di John Stuart Mill. Sulle ragioni dell'ateismo e di una laicità non dogmatica Giorello ha scritto, tra gli altri, Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo (Longanesi, 2010); Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti (con Dario Antiseri), edito da Bompiani e Di nessuna chiesa. La libertà del laico (Cortina).

È morto Giulio Giorello, filosofo tra scienza e Topolino. Aveva 75 anni. Si è spento a Milano per le conseguenze del coronavirus che aveva contratto nei mesi scorsi. Erede di Geymonat, sapeva tenere insieme epistemologia, antropologia e cultura pop. Lara Crinò il 15 giugno 2020 su La Repubblica. È scomparso a Milano, per le conseguenze del coronavirus che aveva contratto nei mesi scorsi, il filosofo Giulio Giorello. Aveva 75 anni e tre giorni fa aveva sposato la compagna, Roberta Pelachin. Allievo di Ludovico Geymonat, era stato il suo successore nella cattedra di Filosofia della Scienza all'Università Statale milanese. Ex presidente della Società italiana di logica e filosofia della scienza, collaboratore del Corriere della Sera, responsabile per l'editore Cortina della collana Scienza e Idee, si era laureato in Filosofia nel 1968 e successivamente in Matematica, nel 1978. Raccoglieva così il testimone della Scuola di Milano e del maestro Ludovico Geymonat, con la sua tradizione antifascista e marxista, e faceva del superamento della barriera tra discipline umanistiche e scientifiche il tratto saliente della sua personalità accademica. Un tratto rispecchiato da un curriculum di insegnamenti variegato e unico: dapprima Meccanica razionale presso la facoltà di Ingegneria dell'Università degli studi di Pavia, seguita dalla facoltà di Scienze presso l'Università di Catania, fino a quella di Scienze naturali presso l'università dell'Insubria e al Politecnico di Milano. Interessato alle neuroscienze, alla psicologia evolutiva, alla bioetica ma anche alla mitologia e all'antropologia, era però capace di mescolare all'interesse rigoroso per le discipline "alte" la curiosità  per la cultura popolare, dalla musica ai fumetti, in particolare il mondo Disney a cui aveva dedicato qualche anno fa il suo Filosofia di Topolino (Guanda). Attraverso il suo sguardo divertito e colto, Mickey Mouse si tramutava, con le sue molteplici avventure nel corso di un Novecento imprevedibile, tragico e farsesco, in un filosofo involontario ma efficace. Lontano da ogni ortodossia, appassionato di poesia inglese, amante e studioso di figure filosofiche "eretiche" come Baruch Spinoza, nel 1981 ha curato con Marco Mondadori l'edizione italiana di Sulla libertà di John Stuart Mill. Sulle ragioni dell'ateismo e di una laicità non dogmatica Giorello ha scritto, tra gli altri, Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo (Longanesi, 2010); Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti (con Dario Antiseri), edito da Bompiani e Di nessuna chiesa. La libertà del laico (Cortina). Giulio Giorello è deceduto. Filosofo raffinato, epistemologo, grande appassionato delle questioni riguardanti il “metodo” della scienza. Ha riflettuto intensamente anche su etica, politica, religione. L’Italia perde un grande pensatore, mai banale. Ci restano le sue dense pagine. Anche il premier Giuseppe Conte si è unito al lutto per la sua scomparsa, scrivendo su Twitter definendolo "filosofo raffinato, epistemologo, grande appassionato delle questioni riguardanti il "metodo" della scienza. Ha riflettuto intensamente anche su etica, politica, religione. L'Italia perde un grande pensatore, mai banale. Ci restano le sue dense pagine".

Dagoreport il 16 giugno 2020. Non si poteva non amare Giulio Giorello, Peter Pan dell’epistemologia, professore libero e fuori linea, libero pensatore come un inglese del Settecento in parrucca (ma i suoi folti capelli bianchi erano veri) e, diciamolo con il cuore colmo di sentimento, talento sprecato. Due lauree (matematica e filosofia) e già questo, oggi, dai Commissari dei concorsi a cattedra sarebbe visto con sospetto (è della nostra confraternita o dell’altrui?). Fu allievo di Geymonat, che prese a ironizzare su di lui molto presto. Giorello si iscrisse, come tutti allora, al Pci (ci si poteva iscrive al Pci oppure al Partito Comunista italiano) ma Geymonat divenne maoista e prese le distanze dall’ortodossia e con l’allievo andò in fredda. A quei tempi Giorello faceva coppia con Simona Morini, docente oggi di "Teoria delle decisioni razionali e dei giochi" allo Iuav di Venezia… e qui apriamo una parentesi: settimana scorsa, Angela Vettese (Iuav) è stata bocciata perché la sua produzione è stata giudicata “divulgativa” e rea di scrivere per “Il Sole 24 ore”. Nel curriculum pubblicato dalla Morini su se stessa si legge: “Si occupa di divulgazione della cultura scientifica organizzando mostre ed eventi culturali e collabora con il quotidiano Il sole 24 Ore” (quindi se devi diventare ordinario non vanno bene divulgazione e “Sole 24 ore”; ma se sei ordinario metti in evidenza divulgazione e “Sole 24 ore”). Ma torniamo a Giorello. Il bravo Giulio assecondò la carriera academica della Morini che, una volta strutturata, lasciò questo epistemologo per un altro, il più giovane collega Marco Mondadori, figlio di Alberto fondatore del Saggiatore, prematuramente scomparso. Giorello non deve essersela presa molto perché collaborò lungamente con Il Saggiatore. La Postmodernità trasformò Giorello in un Umberto Eco senza il successo pop del “Nome della rosa”. Sparirono gli studi e le pubblicazioni che in università si definiscono “scientifiche” e Giulio si tuffò nella Gaia scienza di un Pensiero debole, fatto di alto cazzeggio intellettuale, gioco colto e libero (libero anche dal Pci). Divenne presidente della Società italiana di logica e filosofia della scienza, direttore di collane di libri, curatore di altre, commentatore e giornalista per il “Corriere della Sera”, soprattutto, appassionato di fumetti, di Topolino (“Filosofia di Topolino”, 2013), di Tex Willer (l’amico degli indiani), turista nella verde Irlanda negli anni in cui le Isole Aran (quelle cantate dalla Mannoia) divennero una specie di Mecca cultural chic. Il suo libro di riferimento divenne il Book of Kells. E poi i Rolling Stones, Cromwell…Non dico che si sprecò, ma una volta che hai sdoganato Feyerabend come epistemologo di riferimento (il motto di Feyerabend è “anything goes”) tutto era lecito. La divulgazione soppiantò lo studio anche metodologico e scientifico – se mai ci sia stato –: pubblicò mille libri e mai una monografia che segni la storia dell’Epistemologia. Così eterodosso, trovò in John Stuart Mill, in Popper e nei liberi pensatori anglosassoni la sua misura di essere Filosofo. Nel 2005 pubblicò il libro “Di nessuna chiesa”, rivendicazione al laicismo contro le tendenze neoconfessionali, sebbene anche lui fosse appartenuto, da giovane, alla Chiesa rossa. Il suo libro “Lussuria”, del 2010, rivelò un’anima anche libertina, tipica dei poligrafi settecenteschi, ma non Bon vivant perché Giulio viveva dell’essenziale, dei suoi sogni e chimere e passò gran parte della sua vita a casa con la madre, figura mitica che gli fece da segretaria sino a quando scomparve. Quando cercavi Giorello chiamavi la mamma. “Solo per colpa di cristiani impostori la lussuria è stata classificata tra i crimini” ricorda Giorello in ripresa dal marchese De Sade, “quando i lumi della ragione hanno già ceduto il passo alle lanterne del terrore” (p.149). La lussuria sadiana è vista da Giorello come sviluppo radicale della “Etica” di Spinoza e il pensiero “politico” del divin marchese viene collegato alla nascita della teoria liberale dello Stato minimo (p.151). Sempre amico degli studenti, pronto ad offrirti una birra, sempre di corsa a parlare di libertà, difesa di Darwin e Galileo… si trasformò nel portabandiera della libera Scienza e del Libero pensiero. Preso da Covid, era stato ricoverato per un mese al Policlinico, da dove era stato dimesso (andiamo bene). Ne approfittò per scrivere un articolo sul Covid per il “Corriere della Sera” e per sposare (il 12 giugno) la compagna di lungo corso Roberta Pelachin, poetessa e scrittrice ma laureata in Filosofia della Scienza, ovviamente. Giulio è rimasto sempre un ragazzo, credo che non avrebbe mai voluto invecchiare e a 75 anni non era invecchiato né nell’aspetto e neppure nelle idee. Le sue pagine non sono “dense” (come scrive in un suo tweet il Presidente del Consiglio) ma leggere, a volte troppo leggere, sino a volare via, volare in alto, nei cieli liberi, là, dove tu ora sei.

Paolo Parente per lanostratv.it il 16 giugno 2020. Chiunque stesse seguendo la puntata di oggi, martedì 16 giugno, di Io e Te, siamo sicuri a un certo punto non abbia potuto fare a meno di alzare il volume e sgranare gli occhi davanti alla scena inedita di Vittorio Sgarbi in lacrime. E’ morto Giulio Giorello, filosofo, matematico ed epistemologo tra i più autorevoli e il critico d’arte più celebre della televisione italiana, ospite di Pierluigi Diaco, si è trascinato dietro una copia de La Repubblica in cui un altro filosofo, da Sgarbi definito molto sensibile, lo ha ricordato con parole che lui stesso non avrebbe saputo trovare. Dopo averle lette, mentre raccontava l’animo rimasto sempre giovane di Giorello, Vittorio Sgarbi non ha potuto trattenere le lacrime. La sua voce si è rotta mentre pronunciava: E’ vero che anche io appartengo a quelle persone mature che si comportano sempre come ragazzi, ma in lui era veramente una dimensione quasi… insomma, non doveva morire.

Pierluigi Diaco ha invitato i pochi presenti in studio a far partire un applauso e Vittorio Sgarbi ha commentato: Non ho pianto molte volte e forse non sto piangendo neanche adesso.

Vittorio Sgarbi e Pierluigi Diaco non mantengono le distanze a Io e Te. Il conduttore: “Ci saranno polemiche”. Trascinati dall’appassionante interpretazione de il Cenacolo di Leonardo Da Vinci che il critico d’arte stava concedendo al pubblico di Rai Uno, Vittorio Sgarbi e Pierluigi Diaco, durante la puntata di oggi di Io e Te, si sono alzati e hanno raggiunto i maxi schermi che stavano mostrando l’opera, dimenticandosi completamente di rispettare la distanza di sicurezza imposta dalle norme anti Covid. Tornati a sedere, Pierluigi Diaco si è rivolto a Vittorio Sgarbi e gli ha detto:

Poco fa tu ti sei avvicinato a me, ci siamo sfiorati, ci saranno tantissime polemiche perché non abbiamo rispettato le misure di sicurezza. Come ci giustifichiamo col pubblico?

Questa la risposta di Vittorio Sgarbi: Il medico di Berlusconi, Zangrillo, ha detto “il virus è clinicamente estinto”. Io cito Zangrillo. Io e Te, Vittorio Sgarbi sul suo amore con Sabrina Colle: “Una scelta che va oltre i sensi”.

Di recente Vittorio Sgarbi aveva smentito Barbara d’Urso. Non ha avuto niente da ridire, invece, quando Pierluigi Diaco, distraendolo dalle disquisizioni artistiche, lo ha richiamato sul tema del suo grande amore. Ha trovato quindi anche un po’ di tempo per parlare di Sabrina Colle, Vittorio Sgarbi nel suo intervento a Io e Te. Un amore che a un certo punto, sulla fine degli anni ’90, è diventato puramente spirituale, quando lei gli ha chiesto di non avere più rapporti sessuali, ma non per questo ha perso la sua forza: E’ una scelta che va oltre i sensi, oltre le passioni e diventa un rapporto della ragione.

L'inizio dell'articolo di Maurizio Ferraris per ''la Repubblica'', citato da Sgarbi: Giulio Giorello è per me indissociabilmente associato all' idea di giovinezza, di libertà e di libertarismo. Non avrebbe mai dovuto morire, lui che era rimasto eternamente giovane, nel vestire, nel pensare, nei gusti e nei comportamenti. Ma evidentemente, ogni umano e ogni filosofo lo sa, la libertà ha un limite, la morte, che è insieme una possibilità, un dovere di espressione, una fretta di agire. Non sono sicuro che Giulio avrebbe voluto vivere in eterno, e il suo laicismo ne è una prova. È stato un grande intellettuale e un grande amico, capace di comprendere che nulla è così alto da sfuggire all' esame razionale della filosofia, e nulla così basso da esserne escluso.

Giorello ci lascia in eredità la filosofia western di Tex. Gli ultimi scritti del professore si muovono tra pensiero alto e fumetto. E danno largo spazio al ranger solitario. Luca Gallesi, Sabato 25/07/2020 su Il Giornale. Che Tex, l'eroe arcitaliano creato da Gianluigi Bonelli e disegnato da Aurelio Galeppini, fosse diventato un mito era da tempo chiaro a tutti i suoi lettori, ma che potesse anche trasformarsi in un filosofo, non era certamente prevedibile, come ha invece, ora, dimostrato Giulio Giorello. Lo studioso e accademico recentemente scomparso ha, infatti, lasciato, parzialmente incompiuto, un volume dedicato proprio alla Filosofia di Tex, e altri saggi (Mimesis, pagg. 142, euro 14), che uscirà in tutte le librerie dal 30 luglio e di cui il giornale anticipa in questa pagina uno stralcio per gentile concessione dell'editore. Com'è noto, il docente di Filosofia della Scienza era anche, tra l'altro, un appassionato lettore di fumetti, ospite fisso a Luccacomics e autore, con Ilaria Cozzaglio, di un originale La filosofia di Topolino, pubblicato anni fa da Guanda. Volenteroso testimonial soprattutto della produzione made in Italy, Giorello è riuscito a coniugare il suo amore per la filosofia e la passione per la scienza con il mondo degli eroi di carta, ritrovando nelle strisce dei suoi beniamini conferme delle sue idee e spunti per riflessioni letterarie e filosofiche. Nelle storie di Aquila della notte, nome navaho del ranger giustiziere, Giorello trova echi shakespiriani, dalla Tempesta rievocata dal personaggio femminile di Estrella Miranda ai sortilegi del mago nero Mefisto che convalidano il celebre passo dell'Amleto secondo il quale «Vi sono in cielo e in terra assai più cose di quante ne sogna la tua filosofia». Anche davanti al sovrannaturale, però, Tex non rinuncia alla sua inscalfibile fede positivista: ogni spettro che incrocia la strada al nostro eroe non deve «commettere l'errore di capitare a tiro delle nostre Colt: nessuna magia al mondo potrebbe impedirgli di trasformarsi in cibo per vermi», parole che concludono la saga di Yama, che ha preso il posto del padre Mefisto come arcinemico di Tex. L'amore per la giustizia, la passione per la libertà e, soprattutto, una sovrana indifferenza verso la censura del politicamente corretto sono le ragioni della passione nutrita da Giorello per Tex, un eroe che, nel corso di più di settant'anni, ha mantenuto nitidamente costante la sua identità di eroe rude, senza macchia e senza paura, nato fuorilegge e diventato, grazie alla sua implacabile mira, il difensore della giustizia e il riparatore dei torti. Emblematico, a questo proposito, il confronto con un altro eroe bonelliano, Dylan Dog, che pur avendo in passato surclassato il successo del nostro pistolero, ha visto decimate le vendite dopo la sua trasformazione in icona per i diritti delle minoranze, con grande delusione del suo non più vasto pubblico. Tex Willer, nomen omen, è un uomo dai modi spicci e dalla forte volontà, incisa in volto dalla mascella squadrata e confermata dalle mani serrate a menare pugni imbattibili quando non sono impegnate a impugnare pistole. Di poche parole e di molte imprecazioni, Tex, dice Giorello, è un «filosofo pratico», seguace, come afferma lui stesso, di «Un grand'uomo, il signor Colt: una delle più grandi menti del suo paese: Samuel Colt», che, ça va sans dire, è il geniale inventore del celebre revolver a sei colpi, inseparabile compagno del ranger. Questo libro è il modo migliore di ricordare Giorello, che, al di là dei suoi meriti intellettuali e titoli accademici, è stato un filosofo senza spocchia, un intellettuale refrattario a ogni censura, un personaggio libero e generoso, proprio come il suo eroe preferito, che ha, purtroppo per noi, preceduto nelle praterie celesti.

Giulio Giorello per la Lettura – Corriere della Sera il 16 giugno 2020. Sono stato ricoverato per coronavirus il 27 marzo 2020, più precisamente alle 11.43. All'inizio mi è sembrato un brutto colpo; ma poi, fin dai primi giorni, mi è sembrato giusto prenderlo come l'inizio di una battaglia, una resistenza sempre più decisa alle insidie di questo nuovo male così sconosciuto. Sotto questo profilo la degenza al Policlinico di Milano, e una sua breve prosecuzione all'Istituto Maugeri, sono state anche un pretesto per conoscersi meglio. La mia degenza è terminata il 17 maggio. Adesso sono a casa mia, e guardo compiaciuto i miei libri come una presenza famigliare di cui continuamente mi rallegro. Ma non c'è solo questo: pur in una giornata climaticamente piuttosto triste come quella di oggi, continuo a provare un senso di liberazione. Sono infatti a casa mia e quella che contemplo è la mia libreria, ricca dei tanti volumi che ora ho l'occasione di riprendere in mano. Sotto questo profilo è una gioia e un'occasione. Peraltro, abito a non più di trecento metri dal Policlinico, e mi torna alla mente il mio sguardo verso l'ingresso dell'edificio, via Francesco Sforza 28. Ora so che anche questo è stato (e a lungo!) un oggetto del desiderio. E non c'era solo questo. La vita d'ospedale comporta tutta una serie di restrizioni che talvolta possono sembrare, anche se magari giustificate, forme di oppressione. La lontananza dai propri cari, l'isolamento, l'impossibilità di parlare «con chi è fuori» hanno finito per costituire una sorta di alienazione, certo temperata dalla attenzione del personale infermieristico e medico; ma sempre più di difficile sopportazione. Quello che io temo maggiormente oggi è una sorta di «stato medico» che vada, in nome della necessità, ben oltre il rispetto del paziente. Per carità, non come se questo fosse un disegno prestabilito ma una conseguenza magari perversa e non voluta di uno stato di necessità. Ed è questo il banco di prova non solo delle autorità mediche, ma anche dei nostri politici. Pensando ai quali non mi sento troppo ottimista.

Milano, giovedì 4 giugno. Eccome se ho combattuto. Contro un nemico invisibile e insidioso come il coronavirus. Mi sento un reduce che non ha indossato né uniforme né camice. Eppure, se devo dire la verità, io questo nemico lo continuo a vedere in forma metaforica. Perché con un nemico tradizionale tu puoi trattare, cambiare strategia, attendere. Con la malattia non puoi fare niente del genere. Non scendi mai a patti. Quindi, per certi versi, la guerra al Covid, come a qualsiasi altra malattia, resta una bella metafora. Questa idea di guerra contro nemici globali e «simbolici» si è fatta strada dopo il secondo conflitto mondiale. Perché non indirizzare le grandi risorse, anche umane, per nuove «guerre» contro i mali che affliggono i vari popoli del mondo?

Giulio Giorello per fondazioneleonardo-cdm.com.

Paperi e bombe. 6 agosto 1945: il presidente degli Stati Uniti Truman si rivolge al mondo intero con le parole che seguono. «Sedici ore fa un aeroplano ha sganciato una bomba su Hiroshima […]. Questa bomba utilizzava la potenza fondamentale dell’universo. La forza dalla quale il Sole deriva la sua potenza è stata scaricata contro coloro che hanno portato la guerra in Estremo Oriente». Tre giorni dopo che Little Boy è stata sganciata su Hiroshima, viene fatta esplodere su Nagasaki una seconda bomba, detta in codice Fatman (grassone). Così termina per il Giappone il secondo conflitto mondiale. Poco dopo, il 29 agosto Enrico Fermi in una lettera all’amico e collega Edoardo Amaldi auspica che le macchine «per produrre una reazione a catena con uranio e grafite», note come “pile atomiche”, possano venir impiegate a più pacifici scopi sul piano scientifico e applicativo; ma sottolinea pure che «l’aver contribuito a troncare una guerra che minacciava di tirar avanti per mesi o per anni è stato indubbiamente motivo di una certa soddisfazione». Anche al grande pubblico (americano) deve toccare qualche soddisfazione! Nasce in tale contesto un “genere atomico” del fumetto. Ad esempio, nel 1947 non è raro trovare nelle confezioni di cereali per la colazione dei ragazzi un albetto “by Walt Disney” intitolato “Donald Duck’s Atom Bomb”. La copertina è di Carl Buettner; la storia è, però, scritta e disegnata da Carl Barks. In Italia il titolo del tascabile suona “Paperino e la bomba”. Paperino ha costruito un’atomica casalinga mescolando un pizzico di meteore macerate, due cucchiai di polvere di cometa e succo di saetta per ottenere un esplosivo ultrapotente che detona facendo «Fut» (e non «Boom»). Un professore dall’accento tipicamente straniero gli ruba l’ordigno, e accidentalmente la bomba esplode. I suoi raggi fanno cadere i capelli alla popolazione della zona (effetto, peraltro, terrificantemente realistico). Ma la vicenda si conclude insolitamente bene per Paperino, che escogita una lozione, anch’essa atomica, che fa ricrescere le chiome, sicché il nostro eroe, mentre rifiuta qualsiasi uso militare, guadagna pacificamente un bel po’ di dollari. In ristampe più recenti, il finale è stato riadattato alla correttezza politica: Paperino diventa un benefattore che generosamente elargisce la portentosa lozione senza volere alcuna mercede.

Chimica e follia. Attorno alla Luna. Da quando era un semplice aiutante di Topolino che vendeva giornali per difesa della libertà di stampa contro delinquenti e profittatori (nell’epico “Topolino giornalista”, 1935) il nostro Papero ne ha fatta di strada. Ma non sempre è baciato dalla buona sorte. Come mostra un’altra ormai classica storia di Carl Barks, “Paperino chimico pazzo” (“Donald Duck Mad Chemist”, 1944). Se nel caso della bomba atomica gli ingredienti erano piuttosto fantasiosi, il Paperino che si dedica a un settore scientifico più tradizionale dà prova di notevole competenza. Per ironia della sorte, è un bernoccolo a causare «una febbre cerebrale» che rende il cervello del Papero «in grado di inventare qualsiasi cosa». E lui si sente ormai «il più grande chimico dell’universo! ». Così Barks si sta facendo beffa di una pretesa disciplina scientifica, la frenologia (e non la chimica), che era una mistura di spirito positivistico e di arbitraria speculazione; quella stessa cui faceva riferimento Charles Darwin nella sua “Autobiografia” quando raccontava che, stando appunto ai frenologi della sua epoca, da giovane pareva adatto «a fare il pastore» della Chiesa d’Inghilterra: un esperto aveva individuato nel cranio di chi sarebbe diventato l’autore de “L’origine delle specie” «un bernoccolo della religione così sviluppato che sarebbe stato sufficiente per dieci preti»! Ma torniamo a Paperino che si è autonominato “Prof. De Paperi”. Il suo primo risultato pare eccezionale: «Ho inventato la paperite! L’esplosivo più potente che sia stato creato», annuncia trionfante. Si badi che, inizialmente dimenticata, l’intuizione del papero verrà ripresa nel 1964, quando in un libro sulla chimica dei carbeni2 gli viene riconosciuto il merito non solo di aver ipotizzato vent’anni prima l’esistenza del metilene CH2, ma anche di averlo utilizzato in una sintesi chimica: «Se io mescolo CH2 con NH4 […] dovrei ottenere azoto spaccatutto». Da allora “Donald Duck Mad chemist” è menzionato in non poche autorevoli riviste di chimica.3 Le ambizioni del Papero tramutato in chimico geniale crescono. La sua paperite dovrebbe diventare un possente carburante per auto e velivoli; anzi, pure per un razzo destinato «a volare sulla Luna». Paperino programma questo audace viaggio in tutti i dettagli. Quando scocca l’ora zero, con un leonino ruggito parte il «Razzo a paperite». L’improvvisato astronauta se ne compiace. «Evviva! Mi sto allontanando dalla Terra alla velocità di mille chilometri al secondo!». Novello Ulisse dei cieli, Paperino si accorge via via che, però, anche il suo è un folle volo, non meno di quello dell’Ulisse dantesco. Il bernoccolo è sparito, l’ebollizione del cervello da inventore è cessata; e come Darwin non fu mai pastore della Chiesa d’Inghilterra, così Paperino non sarà mai il «più grande chimico dell’universo». E un medico ha fatto notare ai nipotini Qui, Quo e Qua che appena andato via il bernoccolo, il loro zio è ritornato «scem… volevo dire proprio com’era prima». Eppure, l’orbita intorno alla Luna era stata programmata con tale precisione che Paperino ritornerà esattamente là da dove era partito, dopo aver goduto della vista dell’altro emisfero del nostro satellite – quello che uomini come Giordano Bruno, Galileo, Keplero e molti altri dopo di loro si erano limitati a sognare. Ma il volo di Paperino – che intanto ha scordato tutto il suo sapere, e perfino cosa sia mai la paperite – non gli offre qualche vantaggio. Anzi, «tutti pensano che Paperino e i nipotini siano pazzi, e che il razzo e la paperite non siano mai esistiti». I nipotini: «Zio Paperino, davvero non ricordi come si fabbrica la paperite?». Paperino: «Chiudete il becco o vi farò vedere come si fabbricano le sculacciate!». Dall’alto del cielo la Luna – e a qualsiasi bambino qui sulla Terra il nostro satellite ricorda una faccia – sembra contemplare la scena, impassibile. Come nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi, essa non risponde agli interrogativi degli umani. Non è più una dea – celeste o infernale – ma una congerie di rocce senza vita, proprio come Paperino l’ha scorta dal vetro dell’abitacolo del suo razzo.

Recuperi sottomarini e brevetti mancati. Carl Barks ha cercato di rendere le proprie storie “paperesche”, oltre che divertenti e avvincenti, anche plausibili sotto il profilo scientifico e tecnologico – come dimostra la citata vicenda di Paperino chimico pazzo ma geniale. Un’altra avventura, nota come “L’eredità di Paperino” nella prima apparizione italiana (1949) negli “Albi tascabili di Topolino” n. 56 (l’originale era comparso nel maggio di quell’anno, senza titolo), presenta il Papero come capo di un’impresa di recuperi sottomarini; tuttavia gli affari non vanno affatto bene. Un giorno, però, sul fondo dell’oceano vengono avvistati i resti di uno yacht affondato. Come farà Paperino a tirarlo su, dal momento che non possiede un centesimo e il suo ricchissimo ma avarissimo zio (Paperon de’ Paperoni) si guarda bene dal finanziarlo? La soluzione viene in mente ai nipotini: «possiamo farlo riemergere con delle palline da ping pong!». Paperino con Qui, Quo e Qua si mette all’opera: riempie la stiva dello yacht con migliaia e migliaia di tali palline, e queste piano piano fanno risalire l’imbarcazione sommersa alla superficie. Era stato sufficiente sfruttare il fatto che le palline da ping pong sono cave e galleggiano! Nel 1964 il danese Karl Krøyer recupera dal fondale del porto di Kuwait City una nave carica di pecore, che dopo l’affondamento rischiava di scatenare un’epidemia, seguendo un procedimento per certi versi analogo a quello di Paperino: mediante una pompa ha riempito l’imbarcazione di schiuma di polistirolo espanso. Krøyer cercherà poi di brevettare il suo metodo; ma la richiesta verrà respinta, in quanto quel sistema era stato pubblicato su una rivista a fumetti quindici anni prima!

Parabole e catastrofi.Poincaré e Thom. Uno dei maggiori matematici di fine Ottocento, il francese Jules-Henri Poincaré si segnala (tra l’altro) per i suoi contributi allo studio delle situazioni che sono caratterizzate dalla cosiddetta «forte sensibilità alle condizioni iniziali» e che si riscontrano nei contesti più vari, dalla meteorologia alla finanza. Con le parole di Poincaré nel capitolo quarto del suo “Scienza e metodo” (1908): talvolta «può succedere che piccole differenze nelle condizioni iniziali [di un sistema] generino differenze grandissime nei fenomeni finali». A farne le spese è proprio il personaggio più interessante creato da Carl Barks, il celeberrimo Paperon de’ Paperoni (che abbiamo brevemente menzionato a proposito dell’avventura “L’eredità di Paperino”). Questo Uncle Scrooge McDuck, ispirato a un famoso personaggio di Charles Dickens, è un impetuoso e audace capitalista, che ha accumulato «tre ettari cubici di dollari» in un gigantesco deposito su una collina che sovrasta la sua città, Paperopoli. In “A Christmas for Shacktown” (1952; nello stesso anno è uscita la versione italiana, ovvero “Paperino e il ventino fatale”) il nostro sfortunato Papero è impegnato in una colletta per la sua fidanzata Paperina (Daisy Duck) che prepara una festa di Natale per i bambini poveri del quartiere Agonia, ove si concentrano abitualmente gli emarginati della città. Si rivolge persino al fortunato cugino Gastone (Gladstone Gander), il quale per una volta lo ha aiutato servendosi come talismano di un «ventino» (ma nell’originale è un dime, cioè una moneta da dieci centesimi) «riscaldato al calor rosso». Paperino tiene quella monetina per farsi beffa dello zio Paperone, che si è spinto a scimmiottare un mendicante col cappello rovesciato al suolo per raccogliere le offerte (senza tanto successo). «Un piccolo obolo» dice Paperino al parente, gettando nel cappello la monetina. Paperone la colloca nel già stracolmo deposito, sfruttando uno spiraglio del lucernario. Ma l’aggiunta di quella piccola moneta ha un grandissimo effetto! Il peso complessivo del denaro di Paperone aumentato di quel leggerissimo dime produce il crollo dello strato di roccia sottostante al deposito, e tutta la fortuna del magnate di Paperopoli viene inghiottita nelle viscere della Terra. Per recuperarla Paperone convoca vari cervelloni… solo per constatare lo scarto tra spiegazione scientifica (la meccanica del disastro è evidente) e intervento tecnologico (i mezzi abituali di recupero potrebbero solo peggiorare la situazione, facendo ulteriormente sprofondare il denaro). Ma dove la predizione scientifica riesce solo a giustificare l’impotenza, l’intuizione cerca vie non ortodosse. È la genialità di Qui, Quo e Qua a risolvere il problema: in situazioni sensibili ci vuole tecnologia delicata. I nipotini recuperano un poco alla volta il denaro utilizzando un trenino giocattolo (quello che Paperone aveva definito «stupido, scemo e inutile»). E Barks ha così reso omaggio a Poincaré, anticipando un tema che un altro grande matematico, René Thom, ha modulato nella sua teoria matematica delle catastrofi: non sempre eventi disastrosi (ma quello della storia di Barks lo era sia per Paperone che per il nipotame); però, sempre bruschi, in cui la minima variazione può, per l’appunto, rivelarsi «fatale».

Solventi e magneti. Un omaggio a Democrito. La nostra Critica della Ragion Papera non può non tener conto del fatto che il rapporto tra i Paperi e l’impresa tecnico-scientifica è proseguito rinnovandosi con i vari sceneggiatori e disegnatori che hanno raccolto l’eredità di Barks. Il suo più costante continuatore è stato Keno Don Hugo Rosa, nativo di Louisville nel Kentucky (1951) e di chiare origini italiche. Appassionato di fumetti e in particolare del mondo dei Paperi, dal 1987 Don Rosa ha articolato un lungo sodalizio, in particolare con Paperon de’ Paperoni, ripercorrendo le tappe di una vita che va dalla fanciullezza in Scozia alle avventure nel Klondike rese celebri da Barks, fino alla seconda metà del Novecento. Si badi: fin dall’inizio Don Rosa rifiuta la definizione di funny animals per i suoi personaggi; per lui «They are people!», cioè persone, non buffi animaletti. E le loro vicende devono essere realistiche anche sotto il profilo scientifico. Gli esempi non mancano. Dall’eruzione del Krakatoa, descritta con grande verosimiglianza ne “Il capitano cowboy del Cutty Sark”, episodio della vita di Paperone capitato nella zona dove tre isolotti dello Stretto della Sonda – tra Giava e Sumatra – sono tutto quel che resta di un’unica isola, squassata dall’eruzione vulcanica del 26-28 agosto 1883, alle conseguenze di una invenzione che annulla la forza d’inerzia in “Zio Paperone e un fiume di soldi” (1987, “Uncle Scrooge in «Cash Flow»”). Per non dire del “Solvente universale” (1995, “The Universal Solvent”), vero e proprio paradigma del riferimento a scienza e tecnologia in una storia a fumetti. Qui – come è ormai tradizione – Paperone entra nel laboratorio di Archimede Pitagorico (Gyro Gearloose) per farsi mostrare l’ultima invenzione: il solvente universale in grado di sciogliere qualsiasi sostanza (capace di resistergli è solo la polvere di carbonio che Archimede ottiene triturando diamanti). Spalmando la superficie di un ombrello con quel solvente, per la dimostrazione pratica l’inventore fa calare una congerie di incudini e rottami di ferro, che vengono inghiottiti dalla nera superficie e ridotti a un mucchietto di polvere. Quando Paperone si appresta a spazzar via il tutto, constata che la polvere è estremamente pesante. Solo allora Archimede spiega che il suo solvente si limita a sottrarre agli atomi il vuoto: paradossale omaggio al grande Democrito di Abdera! Il magnate di Paperopoli decide di eseguire una prova pubblica. Ma da perfetto irresponsabile lascia cadere il solvente, che scava una profonda fossa nel prato. Quella sostanza, come rivela Archimede, proseguirà la sua corsa fino al centro della Terra, con le inevitabili conseguenze. «Il nucleo della Terra è fatto di liquido fuso! Il solvente si fermerà laggiù, e lo dissolverà!» dichiara l’inventore. E uno dei nipotini: «Il nucleo fuso è responsabile del campo magnetico terrestre! Se scompare le bussole andranno in tilt!» E poi: «Quando il campo magnetico sarà definitivamente scomparso, saremo bombardati dai venti solari radioattivi!». Però, Archimede ha già escogitato una via di salvezza, che i Paperi realizzeranno con un’audacissima discesa verso il centro del nostro Globo.

Versi perversi. «La tecnica contro il romanticismo»: è il nuovo motto di Paperino quando consulta un potente cervello elettronico per meglio procedere contro un non meglio identificato «Poeta» di foggia anatrina che sembra essersi abilmente insinuato nella dimora – e nel cuore – di Paperina. Così racconta la storia intitolata “Paperino e il poeta sopraffino”, comparsa su “Topolino” libretto n. 570 del 30 ottobre 1966, soggetto e sceneggiatura di Rodolfo Cimino, matite di Romano Scarpa, chine di Giorgio Cavazzano. Queste 22 tavole si prestano a esemplificare come la Ragion Papera cerchi di districarsi nell’aggrovigliato nodo del rapporto tra le «due culture», quella tecnico-scientifica e quella più tipicamente umanistica. Sorpresa! Il congegno elettromeccanico consiglia al nostro buon Papero di «combattere il nemico con le sue stesse armi». E poiché quel cervello artificiale «non sbaglia», Paperino intraprenderà la carriera di poeta amatoriale. «Paperina! Paperina! / Io t’invoco stamattina, / porgi a me la tua manina!». Disgustati, Qui, Quo e Qua gli suggeriscono di dedicarsi «alla meccanica pesante»; ma il loro zio non demorde. Non ha tutti i torti, poiché i versi del «poetuncolo» non sono così diversi dai suoi. «Paperina… Paperina…/ alla sera e alla mattina / sei la dolce piccioncina!». Ma la sensibile Papera loda questa galanteria. Sarà solo dopo alcune traversie che Paperino, assistito dai nipotini, individua l’occasione per rovesciare a suo favore la contesa tra tecnica e poesia. All’annuale picnic di Paperopoli il poeta precede Paperino nell’invitare Paperina; ma questa volta il Papero ha il suo asso nella manica. Il poeta ha portato seco un borsone pieno di provviste; ma sono «provviste dello spirito» cioè «liriche, ballate, sonetti». La delusissima (e affamata) Papera annusa nell’aria il profumo dei «meravigliosi panini al pepe nero» che poco distante Paperino ha portato al picnic. Invano il poeta cerca di frenarla coi suoi versi: «È un poeta derelitto / chi suol cedere al soffritto». Paperina gli scaglia sulla testa il borsone colmo di capolavori letterari, trattandolo da «affamatore di fanciulle inesperte» e torna dal suo Papero, al fine vincitore.

Turisti del tempo. Come in un disegno di Escher. «Gli esseri umani sono vincolati al tempo come a qualcosa che scorre come un fiume. Disorienta pensare come un viaggiatore nel tempo possa raggiungere il passato. […] La prospettiva di viaggiare in circolo lungo la corrente del tempo ci sconvolge come un disegno di Escher». Così il fisico e cosmologo Paul Davies, nel suo “About Time”.4 E ancora: «L’indagine intorno a forme di spazio-tempo bizzarre che sembrano permettere di viaggiare nel passato rimane un attivo campo di ricerca. Fino a oggi la via d’uscita dalle leggi note dalla fisica che permetta un viaggio nel tempo sembra essere davvero molto stretta. Nel momento in cui sto scrivendo [1995] non sono noti scenari realistici di viaggi temporali. Ma […], in assenza di una buona prova di non esistenza, la possibilità deve rimanere presente alla nostra attenzione. Finché tale possibilità rimarrà valida, dovremo convivere con i suoi paradossi».5 Vediamo come lo fanno i nostri Paperi. In una raccolta di storie a fumetti, “Quel Tesoro dello Zione” (Topostorie n. 70, Editore Panini, Modena, dicembre 2016), trovo un’affascinante vicenda, “Paperino e il tesoro dal passato… presente” (testo di Sergio Tulipano, disegni di Lucio Leoni), che incomincia nel modo tradizionale (Zio Paperone spedisce in missione l’indebitato Paperino e i tre nipotini) per poi immergere Paperi e lettori in un contesto degno appunto di Escher. Paperon de’ Paperoni incarica il nipotame di rintracciare una sua bananiera scomparsa in una zona oceanica che ricorda non poco il famigerato Triangolo delle Bermude. I Paperi affrontano tempeste e onde agitate da fortissimi venti, per imbattersi infine in una «nave pirata» in cui il capitano e la ciurma indossano abiti «obsoleti». Scampati al loro assalto e a una violenta burrasca, tornano a Paperopoli per riferire il tutto a Paperone, non privo di un forte scetticismo. Gli ribattono Qui, Quo e Qua: «Devi crederci! Ci siamo imbattuti in una banda di pirati appartenenti a un’altra epoca». Paperone consulta come «esperto» Archimede Pitagorico che – un po’ come Paul Davies – non esclude la possibilità di «un varco temporale». I Paperi – questa volta accompagnati dallo zio multimiliardario – tornano in quella zona pericolosa, recuperano l’equipaggio della bananiera e apprendono per telefono da Archimede che quel varco è con tutta probabilità intermittente, poiché si formerebbe «di tanto in tanto per brevi intervalli di tempo». Per raggiungerlo i Paperi sono costretti ad andare «avanti e indietro» nella zona critica, in mezzo a «svariati fortunali», finché in un’isola, abitata «da gente poco raccomandabile» riscoprono quegli obsoleti tipacci che avevano incontrato nella prima crociera. Provvisto della più moderna tecnologia, Paperone riesce a sconfiggere la masnada, abile nella pirateria ma del tutto impreparata al nuovo tipo di conflitto; e si fa consegnare il loro tesoro. Rientrato a Paperopoli, riponendo quel che ha acquistato nel suo deposito, scorge improvvisamente «un angolo vuoto». Sono ancora una volta i nipotini a svelare l’arcano allo zio: «viaggiando a ritroso nel tempo» questi ha modificato «il corso della sua storia personale». Probabilmente Paperone aveva già recuperato a suo tempo quello stesso tesoro; e aggiungono i nipotini, «adesso che l’hai preso di nuovo tornando indietro nei secoli, hai vanificato il precedente ritrovamento». Meno accademicamente compassato di Paul Davies, lo zio Paperone commenta con un laconico sberequack. E con qualcosa di analogo ci congediamo anche noi (per ora!) dalla schiatta dei Paperi. Sapendo, però, che la Critica della Ragion Papera non si conclude mai, e c’è sempre la possibilità di un nuovo capitolo, capace di farci rimettere in gioco qualsiasi aspetto della realtà in cui viviamo. Per quanto tranquillo e sonnolento possa sembrare.

Glosse. L’intuizione del Prof. De Paperi, inizialmente dimenticata, verrà ripresa nel 1964, quando in un libro sulla chimica dei carbeni gli viene riconosciuto il merito non solo di aver ipotizzato vent’anni prima l’esistenza del metilene CH2, ma anche di averlo utilizzato in una sintesi chimica “Paperino e il poeta sopraffino” si presta a esemplificare come la Ragion Papera cerchi di districarsi nell’aggrovigliato nodo del rapporto tra le «due culture», quella tecnicoscientifica e quella più tipicamente umanistica.

Ritratto di Giulio Giorello, scettico spensierato che amava la libertà. Corrado Ocone su Il Riformista il 17 Giugno 2020. Non era una persona comune Giulio Giorello e te ne accorgevi ascoltandolo, frequentandolo, discutendo con lui, casomai andandoci a cena. La convivialità e la socialità erano, infatti, il tratto peculiare del suo carattere. La cosa che più ti colpiva era la capacità che egli aveva di rendere interessanti intellettualmente anche gli argomenti più semplici, però senza che tu potessi minimamente giudicare fuori luogo o noiosa la profondità culturale che sapeva profondere nella “civile conversazione”. Era per molti versi, forse quasi tutti, agli antipodi del maestro con cui si era formato e che, pur nella diversità, sempre onorò: quel Ludovico Geymonat che aveva ottenuto a Milano nel 1956 la prima cattedra italiana di Filosofia della scienza, a cui Giorello poi successe nel 1978. Tanto marxista ortodosso nel senso del materialismo dialettico (il famigerato Diamat) da Accademia delle Scienze l’uno, tanto aperto ai più disparati e “anarchici” esiti dell’epistemologia contemporanea l’altro; tanto chiuso nei recinti della filosofia e delle scienze sociali “forti” il maestro, tanto liberamente scorrazzante sulle vaste praterie della letteratura, dell’arte (la musica di ogni genere soprattutto) e persino delle forme di intrattenimento pop (i fumetti) l’allievo (gustosissimo e coltissimo è La filosofia di Topolino, che scrisse con Ilaria Cozzaglio nel 2013). D’altronde, come Giorello stesso scrisse in una autopresentazione filosofica, sin da piccolo aveva amato il mondo delle fiabe, degli eroi e delle leggende: «la mitologia e la sua controparte scientifica, la cosmologia» non avevano mai smesso di attrarlo (Prometeo, Ulisse, Gilgamesh. Figure del mito è un suo coltissimo libro del 2004). Sarà per questo che amava tanto la verde Irlanda, terra di elfi e gnomi, o anche forse perché lì fecero le loro prove tanti di quegli spiriti eretici e persino eccentrici, liberi pensatori, che tanto vicini erano al suo spirito. L’alchimia e la magia rappresentavano per lui un po’ questo, la rottura delle barriere erette dai dogmi delle Chiese di ogni tipo, la base di quel metodo scientifico che per lui doveva divenire il cardine della stessa libertà politica, civile, e soprattutto individuale (Di nessuna chiesa: la libertà del laico, 2005). Fu per questo che il marrano Baruch Spinoza, con la sua Ethica more geometrica demonstrata, in fuga dai poteri costituiti di mezza Europa, divenne per lui il simbolo dell’unione indissolubile della scienza e della filosofia con la libertà (Libertà. Un manifesto per credenti e non credenti, con Dario Antiseri, 2008) E fu così che, finiti gli anni del liceo Berchet a Milano, si avvicinò alla filosofia, sempre seguendo la linea dei “pensatori irregolari” della modernità: gli illuministi ribelli e federalisti nordamericani come Thomas Paine e Thomas Jefferson, i libertini francesi prerivoluzionari fino all’“eversivo” Marchese De Sade; gli utilitaristi anticonformisti alla Jeremy Bentham e soprattutto alla John Stuart Mill, l’autore del libro Sulla libertà che era un altro dei suoi riferimenti costanti; il logico e matematico ma anche anarchico e pacifista Bertrand Russell, che studiò in maniera non banale; i letterati filosofi come il nostro Italo Svevo e soprattutto il suo maestro dublinese James Joyce; fino al “fascista” Ezra Pound, il suo poeta preferito. Si può dire che, pur appartenendo per ambiente e istinto all’alta borghesia progressista milanese, Giulio Giorello fosse quanto di più lontano si possa immaginare dal “politicamente corretto” (oltre che dallo “scientificamente corretto”, ovviamente). Era però troppo scettico e disincantato per fare anche della “scorrettezza” un dogma o un habitus. Il risultato era quella colta e ironica, nonché raffinatissima, “leggerezza” che pure contraddistingueva la sua personalità. Anche lui era uno “scettico spensierato”, come ebbe a definire un altro dei suoi Maestri, lo scozzese David Hume: amante della vita e non disperato e pessimista come il Leopardi che pure apprezzava come filosofo naturalista. Dopo quella in Filosofia nel 1968, prese, su suggerimento di Geymonat, anche la laurea in Matematica tre anni dopo. Insegnò Geometria a Pavia, Matematiche complementari a Catania e nel 1978 successe appunto a Geymonat sulla cattedra di Filosofia della scienza a Milano. Pubblicò in quegli anni libri che gli valsero nella sua disciplina, e in quelle affini, una supremazia di fatto in Italia: Il pensiero matematico e l’infinito, 1982; Lo spettro e il libertino. Teologia, matematica, libero pensiero, 1985; Filosofia della scienza, 1992; Introduzione alla filosofia della scienza, 1994; La filosofia della scienza nel XX secolo, con Donald Gilies, 1995. Intanto, nei suoi frequenti viaggi in Gran Bretagna, soprattutto a Oxford, aveva preso familiarità con il razionalismo critico di Karl Raymund Popper e con le varie epistemologie postpopperiane, soprattutto l’“anarchismo metodologico” di Paul Feyerabend, della cui spregiudicatezza intellettuale era a dir poco affascinato. Il metodo scientifico a cui Giorello fa rifermento si precisò allora sempre più, in una direzione lontana dal newtonianesimo e dalla scienza protomodena, come fabbilista. La fantasia, la creatività eccentrica, l’innovazione spiazzante, il dubbio, l’errore, l’imperfezione, il caos (che aveva appreso direttamente da Réné Thom), l’errore (a cui è dedicato anche l’ultimo libro, scritto con Pino Donghi e uscito qualche mese fa) diventano sempre più i perni attorno a cui ruota ormai la sua visione del mondo. Il suo naturalismo ed evoluzionismo lo portava a essere ateo e relativista, ma era troppo amante della libertà e attento alle sfumature per non rendersi conto che anche l’ateismo poteva diventare, in mano poco accorte, un dogmatismo più intollerante di quelli clericali. Fu forse per questo che divenne amico e dialogo con il cristiano (anch’egli liberale e relativista) Antiseri e con il grande teologo monsignor Bruno Forte con cui scrisse nel 2006 Dove fede e ragione si incontrano?. Quanto al relativismo, egli lo faceva proprio ma distinguendo nettamente il relativismo culturale da quello etico. Credeva, infatti, fermamente nel valore assoluto e interculturale dei diritti civili e delle libertà occidentali, a cominciare da quelle di pensiero ed espressione. Lo stesso rischio poteva, d’altro canto, per lui assumere un’altra delle idee centrali del suo universo di pensiero: quella di laicità. In ogni caso, Giorello era un liberale nel preciso senso che aveva un gusto innato per la libertà, che non banalizzava mai. In qualche modo, essa, per lui, coincideva con l’idea di amore. Non a caso, il passo filosofico che teneva più caro, come ebbe a dire, è quell’aforisma di Umano, troppo umano in cui Friedrich Nietzsche definiva l’amore il «capire e rallegrarsi che un altro viva, opera e senta in modo diverso e contrario al nostro». Come dire: tutto il contrario del fanatismo. E questo è il lascito più importante che Giorello ci lascia.

Giulio Giorello: "Vivo accanto a filosofia e matematica e non mi sono mai sentito solo". Intervista al filosofo, matematico ed epistemologo tra i più autorevoli in Italia. È stato inoltre presidente della Silfs, la Società Italiana di Logica e Filosofia della Scienza. Antonio Gnoli il 25 settembre 2016 su La Repubblica. Il giorno in cui Marco Mondadori si inabissò con la repentinità di un colpo duro e inaspettato, Giulio Giorello era lontano dall'amico fraterno. "La morte distante degli altri", oggi dice, "manca spesso di chiaroscuro: un neon lontano che brilla in modo uniforme e opaco. Non è la propria morte con la quale siamo prossimi. Ho vissuto quella di Marco nella scansione secca di un click: prima era vivo, poi non c'era più. E ora che ci penso so che quella fine mi ha sfiorato, toccato, reso per un attimo il più inebetito tra gli uomini". Solo qualche mese fa Giulio ha rischiato di morire per un accidente al cuore. Ci conosciamo da anni. Ammiro la sua versatilità. Il suo essere sulle barricate dell'infanzia, come un ragazzo della via Pal e un attimo dopo diventare il serio professore che anima i discorsi di logica e di filosofia, che sguiscia con compunta leggerezza tra i classici della letteratura e quelli del fumetto.

Cos'è per te la versatilità?

"Se fossi stato uno sportivo avrei praticato il decathlon. È un modo di stare tra le discipline e la vita. Nella mia niente è stato inaccessibile. Come se tutto fosse a portata di mano".

È il privilegio delle persone intelligenti.

"Ma anche fortunate, trovare i giusti maestri, sfruttando le occasioni in qualche modo irripetibili".

Chi sono stati i tuoi maestri?

"In primis Ludovico Geymonat. A lui devo tutto: il gusto per la curiosità che non è solo scientifica, l'apertura anche a quelli con cui non si è d'accordo. Mi laureai con lui nel 1968, con una tesi di filosofia matematica. Era l'autunno. C'erano state agitazioni studentesche a Roma e a Milano. Cortei in Francia, manifestazioni negli Stati Uniti. Il mondo sembrava che stesse cambiando".

Mentre tu studiavi matematica.

"Feci una tesi sull'ipotesi del continuo avanzata da Georg Cantor. Approfittai degli ultimi anni di filosofia per occuparmi anche di geometria e algebra. Dopo la laurea in filosofia passai a studiare matematica a Pavia. E lì c'era un'altra figura eccezionale: Enrico Magenes, matematico ed ex partigiano cattolico. Magenes aveva relazioni strettissime con i più grandi matematici francesi, russi e americani".

Hai conosciuto André Weil?

"Purtroppo no, ma ho divorato i suoi testi sulla teoria dei numeri. Sono di una bellezza e nitore straordinari".

Tra l'altro era fratello di Simone Weil.

"Di tre anni più grande. Nato nel 1906, morì negli anni Novanta a Princeton dove si era trasferito. Sono state due figure straordinarie per il talento con cui nei rispettivi campi hanno pensato. Di lui mi parlò a lungo il suo amico Jean Dieudonné, che fondò insieme ad altri matematici il gruppo Bourbaki. Gran personaggio. Per un certo periodo gli fui accanto all'università di Nizza. Era un uomo collerico e geniale".

Mi ha sempre incuriosito la formazione di questo gruppo di matematici che si firmava Nicolas Bourbaki.

"I primi approcci risalgono alla metà degli anni Trenta. Anche Simone Weil partecipò a qualche riunione. Poi negli anni Cinquanta il gruppo cominciò ad avere influenza sul mondo matematico. Provò a darne un nuovo impianto".

Nuovo in che senso?

"Maggiore chiarezza nelle dimostrazioni e dunque maggiore formalismo. Il loro obiettivo era presentare i ragionamenti matematici in forma assiomatica".

Ti senti un matematico?

"Non credo di esserlo. Dieudonné sosteneva che la matematica è una pratica di vita. Non sono mai stato un matematico a tempo pieno che risolve problemi e dimostra teoremi. L'ho fatto sporadicamente, nella consapevolezza che comunque il primo amore restava la filosofia".

E la matematica era un tradimento?

"No, affatto. Non mi sentivo un bigamo delle due culture. Ho utilizzato la matematica come fosse una cassetta di attrezzi per trattare in modo nuovo vecchi problemi della filosofia".

Colpisce una certa solitudine del matematico.

"Cosa intendi?"

Numeri e forme, così perfetti, sembrano imprigionarlo.

"È un mondo chiuso e aperto contemporaneamente. È vero che i matematici godono di un certo isolamento. Ma poi condividono le passioni di tutti, hanno le medesime curiosità intellettuali, mi viene in mente il mio amico René Thom".

L'uomo delle catastrofi.

"Ma sai, l'espressione "Teoria delle Catastrofi" non l'ha inventata lui. Mi pare che fu Pieter Zeeman a coniarla".

Però "bucava".

"Ah certo! Ci sono locuzioni che colpiscono la fantasia e sconfinano dal loro ambito specialistico. Pensa a espressioni come "Neuroni Specchio", "Teoria delle stringhe", o il più gettonato "Bosone di Dio", immediatamente comprendi che un contenuto complicatissimo può involontariamente attrarre la gente comune".

Dicevamo di René Thom.

"Seguii per un certo periodo le sue lezioni in una università non distante da Parigi. Andai a trovarlo in Alsazia dove viveva. Ricordo un certo impaccio iniziale, una timidezza che poteva essere scambiata per freddezza. In realtà si dimostrò un uomo generoso, oltreché studioso di talento. Mi chiese con chi avevo lavorato in precedenza. Gli dissi che uno dei miei riferimenti era stato Dieudonné. Ah! Esclamò, raccontandomi di una feroce polemica che aveva avuto con il grande matematico".

Cos'è che non gli andava?

"L'eccesso di formalismo che considerava vuoto e rigido. Aggiunse che il gruppo Bourbaki aveva imbalsamato la matematica riducendola a una mummia. Curiosamente si interessò alle teorie di Thomas Kuhn e gli sembrava oltremodo utile la considerazione che ci sono momenti in cui la scienza ripensa radicalmente se stessa".

A questo proposito tu sei stato uno degli artefici del dibattito epistemologico degli anni Settanta.

"Invitai Thom a Spoleto per un confronto pubblico con Paul Feyerabend che aveva da poco pubblicato in italiano Contro il metodo".

Feyerabend si definì un epistemologo anarchico, il che non faceva che aumentare la confusione.

"Tu dici? Ho l'impressione che "epistemologia anarchica" sia un'altra di quelle locuzioni particolarmente efficaci per arrivare al grande pubblico. Mi confessò che l'aveva inventata apposta. E che conteneva un senso polemico contro l'affermazione che la scienza fosse lo strumento indispensabile per trovare un ordine del mondo. Molto banalmente Paul rivendicava la necessità di non farsi condizionare dalle regole scientifiche. Contro il metodo fu un libro importante nel dibattito di quegli anni. Rifiutato da Einaudi e pubblicato da Feltrinelli".

Sai perché fu respinto?

"Boh, i misteri dei mercoledì einaudiani quando il sinedrio si riuniva e decideva la politica culturale. Temo che nei riguardi di Feyerabend ci fosse il sospetto che avesse flirtato con i nazisti".

Ed era vero?

"Penso sia una sciocchezza. Si arruolò come soldato austriaco nell'esercito tedesco e durante un incursione aerea fu ferito perdendo l'uso delle gambe. Fu anche consulente di Bertolt Brecht per il dramma su Galileo. Mi raccontò che amava Wittgenstein e che avrebbe volentieri studiato con lui se non fosse morto. "Mi toccò andare con Popper!" commentò ironico. Alla fine divenne molto amico di Imre Lakatos, che fu un grandissimo filosofo della scienza".

Ricordo un episodio piuttosto oscuro nel quale Lakatos fu coinvolto.

"Ti riferisci probabilmente alla tragica storia di una ragazza diciannovenne che si avvelenò con una pasticca di cianuro. Il suo nome era Eva Iszàk".

Sì, è lei.

"Non ne so molto, ma la sorella tirò fuori il vero motivo di un suicidio apparentemente incomprensibile. Sia Imre che Eva erano ungheresi. Ed entrambi facevano parte di un gruppo anticomunista. Lei venne scoperta e fu deciso, affinché non rivelasse i nomi degli altri componenti, che ingerisse del cianuro. Una scelta terribile".

Forse anche indecente visto che furono gli amici a indurcela.

"Sono d'accordo. Comunque Lakatos andò via dall'Ungheria nel 1956 per rifugiarsi a Londra. Con Feyerabend avrebbe dovuto scrivere Pro e contro il metodo. Ma non fece in tempo: morì nel 1974, dopo avere insegnato a lungo alla London School of Economics".

A parte i tuoi interessi scientifici hai rivendicato l'importanza di John Stuart Mill. Negli anni in cui cerchi di occupartene la cultura di sinistra va in tutt'altra direzione.

"Con Marco Mondadori scoprimmo il saggio Sulla libertà di Mill e lo pubblicammo nel 1981. Ci attaccarono da tutte le parti. Il Pci e i suoi intellettuali spararono a palle incatenate. Il più rissoso fu il fisico Carlo Bernardini, col quale in seguito saremmo diventati amici".

Cosa li aizzava?

"Mill era un liberale, utilitarista. A noi piaceva molto l'idea della "sovranità del consumatore", per cui ciascuno è arbitro di ciò che gli piace o non gli piace. Unico giudice della propria vita. È il principio della società aperta. Ma spiegare questa cosa alla fine degli anni Settanta, nel fumo delle ideologie sinistrorse, fu impossibile".

Accennavi alla presenza di Marco Mondadori.

"Fu come un fratello. Ci conoscemmo al liceo Berchet. Ricordo che il nostro professore di religione era Don Giussani. L'antipatia nei suoi riguardi rinsaldò la nostra amicizia".

Antipatia dovuta a cosa?

"Era una figura a suo modo carismatica e intollerante. Metteva molto entusiasmo nelle cose che faceva e ho l'impressione che riuscisse a fare breccia soprattutto negli animi più fragili. Con lui sia Marco che io avemmo ripetuti scontri".

Andare al Berchet di Milano era da ragazzi molto privilegiati.

"Il padre di Marco era Alberto Mondadori che creò il Saggiatore, mio padre era un semplice assicuratore che poi sarebbe diventato dirigente. Non è che godessi di tutti questi privilegi".

Marco Mondadori morì in che anno?

"Nel 1999. Fu una morte improvvisa. Si afflosciò mentre sistemava dei volumi in una libreria. Erano i giorni di Pasqua. Dal luogo di vacanza dov'ero ricevetti la telefonata. La linea era disturbata. Non capivo se era morto o no. Alla fine compresi. Allo stupore subentrò un dolore indicibile. La sua vita è stata breve, intensa e schiva".

Pensi mai alla morte?

"A volte sì. Per cavarmela con una battuta suggerirei di imparare a giocare a scacchi molto bene, prima di incontrarla. Fuori di metafora continuo a cercare piacere nel vivere. Soprattutto ora che ho avuto un incidente di percorso".

Ti va di parlarne?

"Non c'è nulla di segreto. Qualche mese fa ho avuto una trombosi alla gamba sinistra e un doppio principio di infarto. Mi sono salvato grazie alla prontezza e abilità dei medici".

Che cosa ricordi di quel momento?

"Nulla, proprio nulla. Buio prima e dopo. È strano. Ma è come se una forma di vuoto mi protegga da quel trauma. Le conseguenze sono state un po' pesanti. Ho cercato di recuperare le mie attività: scrivere, leggere, fare lezione, partecipare a qualche seminario, viaggiare. Mi piace ancora molto viaggiare. Sono stato recentemente in Portogallo e a Dublino".

Ti sei occupato di un sacco di cose. Sei dispersivo?

"In me ha funzionato lo stimolo della curiosità e il bisogno di non lasciarsi intrappolare dalle cose".

Al punto da mettere insieme Milton, Gilgamesh e Topolino?

"Perché no? Milton è stato uno dei due grandi fari del seicento inglese. L'altro era Shakespeare. Mi piace Milton: non fa sconti ai reazionari. Gilgamesh è un mito sumerico che ci sta alle spalle. Me ne parlava mia madre e non ho mai capito da dove avesse tirato fuori le sue conoscenze accadico sumeriche. Topolino è la mia infanzia. Pensa, che attraverso la grande parodia dell'inferno di Topolino, scoprii per la prima volta l'esistenza di Dante".

Cosa leggevi a scuola?

"Al liceo invece di leggere Manzoni leggevo l'Ulisse di Joyce e a Pascoli preferivo i Canti pisani di Pound".

Ti tuffavi nel difficile.

"Sono due opere profondamente architettoniche, solo che è un'architettura volutamente rovesciata, quindi hai questa impressione a labirinto. Non a caso uno dei protagonisti del romanzo di Joyce si chiama Dedalus, l'artista che costruisce il suo labirinto intellettuale. Lo stesso accade con Pound che mi dà l'impressione di cantare come una cicala su una specie di ammasso di rifiuti che è l'Europa con le sue crisi. Pound gioca con l'arte del frammento, Joyce con il labirinto, ma in entrambi scorgi un grande disegno unitario".

Come definiresti la tua vita?

"Non sono un'isola, ma un arcipelago. Non mi sento mai solo, né autonomo. A volte penso che avrei voluto un figlio. Da giovane non mi interessava. Credo di avere avuto molto dalla vita. E sarebbe stato interessante trasmettere qualcosa a un figlio. Ma è tardi. Ogni tanto mi visita questo strano sentimento. Non è desiderio. È soltanto nostalgia".

L'intervista del 2011. Ricordo di Giulio Giorello e la sua intervista su Dylan Dog. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 28 Giugno 2020. Scoprii casualmente, dopo averlo conosciuto in un’occasione accademica durante i miei studi universitari, che quello che per me era il prof. Giulio Giorello – blasonato filosofo della scienza e stimato docente universitario – era un appassionato e onnivoro lettore dei fumetti, oltre che una persona di rara umanità e di straordinaria cultura. Nel 2011, in occasione della prima edizione del mio festival Popsophia, lo chiamai – non senza un po’ del timore reverenziale che si ha per i veri Maestri – per invitarlo a cimentarsi in un’operazione squisitamente antiaccademica: tratteggiare un ritratto pop filosofico di quello che, per me, era il vero “pensatore del sospetto” del mondo dei fumetti nostrani, Dylan Dog. Pensavo storcesse il naso all’idea di intervenire sulla filosofia dell’indagatore dell’incubo. Ma non ci fu bisogno di convincerlo: accettò subito con entusiasmo. Venne fuori questa bellissima intervista, ancora oggi cliccatissima su YouTube, in cui Giulio utilizza le battute icastiche di Groucho, i comportamenti anarchici di Dylan e le provocazioni di Xabaras per riflettere, con l’acume e la profondità che lo caratterizzavano, sul senso stesso della filosofia e della sua passione per la libertà.

Dylan Dog attraversa una Londra misteriosa popolata da bizzarri personaggi e si trova a risolvere enigmi che sfidano il buon senso. L’antieroe inventato da Tiziano Scavi riflette continuamente su se stesso, s’interroga ossessivamente sul senso dei casi che tenta di risolvere. Tuttavia, il suo approccio è “strano”, tutt’altro che convenzionale. Per ragionare Dylan utilizza il suo “quinto senso e mezzo”, va oltre la logica lineare del linguaggio. Potremmo dire che, a suo modo, Dylan Dog è un filosofo pop?

«Credo di sì. Anzitutto diamo un esempio di come ragiona Dylan Dog. Partiamo dal primo incontro con uno dei nemici storici, Xabaras, personificazione di Satana e forse vero padre naturale di Dylan (o comunque possessore della chiave del suo destino). I due, seduti su delle comuni sedie, stanno discutendo: a un certo punto, Xabaras fa la mossa tipica del filosofo idealista e dice: “Guarda che tutto quello che ci circonda, comprese queste sedie, è una produzione della mia mente, una creazione del mio pensiero”. A questo scatenato idealismo Dylan ribatte: “Beh, visto che le hai pensate tu stesso, potevi anche pensarle un po’ meno dure”. Dylan Dog lavora, così, dentro le pieghe della filosofia, e ironizza su quella che abbiamo imparato dai manuali, la filosofia delle formule scontate. Queste formule, svuotate e rigirate, diventano nuove, interessanti, perfino provocatorie. Per esempio, quante volte abbiamo visto l’immagine del cavaliere solitario che, sulla riva del mare, gioca a scacchi con la morte? Basta pensare alle memorabili inquadrature del Settimo sigillo di Ingmar Bergman. Anche Dylan Dog fa la sua partita con la morte e ci ricorda che il mondo è una scacchiera, come ci ha insegnato Wittgenstein. In un fumetto ci sono anche i disegni. È questo il bello: il fumetto mette insieme parole e figure in sequenze temporali. È proprio questo ci fa riflettere. Aristotele direbbe che la contemplazione delle forme “ci fa imparare e ci fa ragionare”. Anche Dylan ci fa imparare e ci fa ragionare, in aggiunta con un grande piacere: il piacere dell’ironia».

L’ironia è arma filosofica molto antica. Da Socrate in poi è stata usata per smascherare la retorica su cui si fonda ogni discorso che pretende di dire la Verità. In che modo particolare vi ricorrono Dylan e i suoi compagni di viaggio?

«Per primo bisogna capire su che cosa Dylan e la sua banda facciano dell’ironia. La risposta è abbastanza semplice: su cose pericolose. E non c’è niente di più pericoloso di ciò in cui non si crede. (Detto per inciso, io, essendo ateo, ho una matta paura di Dio). Talvolta temiamo di più proprio ciò che non c’è. E cosa teme Dylan nelle sue battaglie? La morte. Ma come diceva Epicuro, “quando ci siamo noi, la morte non c’è; quando ci sarà la morte, non ci saremo noi”. La presenza della morte è una cosa che la logica dovrebbe eliminare; eppure, la paura resta. Dylan ci insegna allora che il lavoro filosofico è essenzialmente il lavoro sulla nostra incompletezza, sulla nostra finitezza, sul nostro essere sempre condizionati da qualcosa. Come il galeone che lui costruisce nei momenti di tempo libero, è un lavoro interminabile nel vero senso della parola. Completarlo richiederebbe una perfezione infinita, e noi l’infinito non possiamo raggiungerlo. Al contrario, è l’infinito che può raggiungere noi; può coglierci di sorpresa, qualunque nome noi gli diamo: Assoluto, Dio, Perfezione o magari Nulla, come pensano molte filosofie orientali. Il tentativo di Dylan, invece, è di ridere dentro la nostra finitezza, di ironizzare sul fatto che appena si nasce si comincia a morire. La bellezza di questo fumetto è, dunque, nel suo umorismo intelligente, a proposito dei limiti della nostra condizione esistenziale. Ma ironizzare su tali limiti non vuol dire negarli. Al contrario, vuol dire capirli meglio: vuol dire entrare meglio nel gioco della vita».

La filosofia è spesso imprigionata nell’ossessione di definire l’identità dei suoi oggetti. Al contrario, uno dei temi ricorrenti in Dylan Dog è la duplicità dell’identità. Il fumetto sembra mettere in scena un inquietante “pluriverso del sé”. In che senso, allora, l’identità dei personaggi è costitutivamente ambigua e duplice?

«La questione dell’identità è una sorta di cappio che ci prende dentro. Per capirlo prendiamo un esempio tratto da Dylan Dog n. 298, intitolato “La testa del killer”. A prima vita, la storia pare abbastanza banale. Lenny è perseguitato dalla sua metà oscura: la parte di male che ha espulso diventa un nemico che lo vuole annientare. Insomma, una storia che abbiamo vista mille volte al cinema: dai film tratti dai racconti di Stephen King ai B-movies dell’orrore. Il doppio torna come un’ombra, e ci perseguita. Ma in quel numero di Dylan Dog c’è un colpo di scena. Alla fine si scopre che non è la persona buona che ha sognato quella cattiva e gli ha dato sostanza, ma è la metà cattiva che ha sognato quella buona e che, alla fine, si trova schiacciata da quello strano doppio. La storia mostra come l’identità personale sia simile a quello che i matematici chiamiamo nastro di Möbius, una superficie chiusa piuttosto particolare. Se si parte dall’interno, percorrendola tutta, ci si ritrova all’esterno. Lo stesso capita con l’identità. Che è qualcosa di cangiante: soltanto localmente, pezzettino per pezzettino del nastro di Möbius, noi manteniamo la distinzione tra interno ed esterno. Buono e cattivo sono percepiti come distinti. Ma globalmente sono la stessa persona. Quello che noi abbiamo identificato con il buono in realtà era il cattivo e quello che era il cattivo, sarà la vittima del buono. La distinzione tra buono e cattivo, morale e immorale, domestico o straniero, è sempre una questione locale. Dipende, cioè, da dove ti collochi nel nastro di Möbius. Globalmente è difficile tracciare la linea di demarcazione. Il confine, come l’orizzonte, ci sfugge continuamente. Le identità sono importanti e interessanti modalità di parlare, sono costruzioni della lingua, ma possono diventare anche delle prigioni. Quando uno vuole evadere, deve sottoporre a tensione il linguaggio e rompere la tradizione consolidata. Può abbandonare l’identità precedente».

In quasi tutte le storie di Dylan Dog, fino all’ultima vignetta, anche il confine tra realtà e finzione è incerto. L’intera vicenda potrebbe essere soltanto un lungo sogno del protagonista. Qual è il significato di tale realtà onirica nel fumetto?

«Anche qui ci viene in soccorso il nastro di Möbius: cominciamo a pensare che questa sia la realtà e che quell’altra sia il sogno, poi scopriamo che i due lati si sono scambiati i ruoli. Come capita in una della commedie/tragedie più inquietanti che Shakespeare abbia mai scritto, La tempesta. Siamo fatti della stessa fabric, cioè della stessa “stoffa” di cui sono fatti i sogni. E in Dylan c’è un continuo scambio tra sogno e realtà. E ha una funzione narrativa essenziale. Nelle ultime battute di quasi ogni numero quella che sembrava la versione di common sense viene rovesciata. Il finale è sempre un non finale. Magari il “cattivo” risorge, magari l’anima inquieta torna a vagare nella zona del crepuscolo, magari il bravo bambino insidiato dalle ombre mostrerà di essere un tipo pestifero da cui le ombre hanno tutto il diritto di scappare».

Insomma, i confini cambiano sotto il naso del lettore, che rimane sorpreso da questi finali che non sono finali. Se potesse esserci una conclusione della storia, allora sarebbe compiuto anche il galeone. Invece, il galeone è sempre lì che viaggia. Ma verso dove?

«Potremmo rispondere con una battuta di un grandissimo matematico che con i sogni ci sapeva fare, Keplero. In una missiva a Galileo dice: “Prendiamo i nostri galeoni, andiamo avanti nel cielo, oltre la Luna”. E nel Dylan n. 250 dal titolo Ascensore per l’inferno, il meraviglioso galeone si deforma: da modellino diventa una vera nave e avanza, con la Luna sullo sfondo nel cielo stellato. Anche la nostra nave non arriverà mai in un porto definitivo, fuori dai flutti e dalle tempeste. Non c’è mai un punto di partenza stabile e un punto di arrivo altrettanto stabile; siamo sempre condannati a navigare in eterno. E allora, come facciamo se la nostra imbarcazione subisce un qualche guaio? La rattoppiamo prendendo un pezzo di qui e uno di là. Questa perpetua navigazione è la nostra storia. E tale storia – ci racconta un inquieto filosofo dublinese che gira da un pub all’altro e si chiama Stephen Dedalus – “è l’incubo dal quale noi cerchiamo di destarci”. Il problema è che, una volta svegli, la realtà potrebbe essere ancora un incubo…»

In questo viaggio alla deriva Dylan Dog incontra una serie sterminata di personaggi femminili. Oltre che un inquieto spirito libero, Dylan si dimostra un impenitente Don Giovanni. Ma qual è il senso di questa sua incessante ricerca della donna giusta?

«Dylan non conquista le donne per il “piacer di porle in lista”. È una sorta di Don Giovanni sprovveduto, e questa mancanza di astuzia lo rende così innocente, da farlo diventare piacevole nella ripetizione. Le sue donne cambiano in continuazione: belle, sensuali, secchione, assassine, vampire, prostitute, ecc… Così, Dylan Dog è un fumetto che esalta di continuo la figura femminile, anzi le figure femminili nella loro differenza. Non ce n’è una uguale all’altra! Dylan è un tipo fragile, come moltissimi di noi. Per questo è così simpatico a noi filosofi che ci sentiamo particolarmente fragili. E lo siamo, perché la parola, il ragionamento, la narrazione si rompono spesso contro la durezza della realtà, contro “l’incubo da cui vorrei svegliarmi”».

Dylan Dog è una rassegna di varia umanità. Possiamo definirlo una vera e propria un’apologia degli ultimi, dei mostri, anzi, degli straordinari nell’ordinario?

«Di più. Dylan Dog è un’apologia dello straniero. Ma il primo straniero siamo noi stessi. Siamo stranieri a noi stessi. Non c’è cosa più difficile che mettere in pratica il motto dell’oracolo di Delfi, che ironicamente Socrate faceva suo: “Conosci te stesso”. Socrate lo opponeva a tutti quelli che proclamavano con sicurezza “questo è il giusto, questo è il santo, questa è la virtù militare, questa è l’arte politica”. E il filosofo ribatte: “Comincia col conoscere te stesso, perché non ti conosci abbastanza”. Dylan ci dice di non avere troppa paura degli altri, che risultano essere solo maschere del proprio sé. Come si legge ancora in Joyce: “Noi siamo tenebre che splendono nella luce”, e la luce non ci ha compresi».

L’ultima intervista di Giulio Giorello al Dubbio: “Le mascherine ci tolgono identità e umanità…” Carlo Fusi su Il dubbio il 16 giugno 2020. Il filosofo della scienza allievo di Geymonat è morto a Milano. Aveva 75 anni. Era stato ricoverato per il coronavirus circa un mese fa al Policlinico da cui era stato dimesso da una decina di giorni. Negli ultimi giorni la sua situazione era peggiorata. E’ morto a Milano a 75 anni il filosofo Giulio Giorello: era nato nel capoluogo lombardo il 14 maggio del 1945. Era allievo di Ludovico Geymonat ed è stato il suo successore nella cattedra di Filosofia della Scienza all’Università Statale milanese. Da quanto si è appreso, era stato ricoverato per il coronavirus circa un mese fa al Policlinico da cui era stato dimesso da una decina di giorni. Negli ultimi giorni la sua situazione era peggiorata. Si era sposato tre giorni fa con la sua compagna Roberta Pelachin. 

Pubblichiamo l’ultima intervista concessa al Dubbio poche settimane fa. Siamo tutti mascherine. Ne facciamo uso, ce le portiamo appresso, le personalizziamo. Le usiamo come barriera contro il male oscuro e invisibile del Coronavirus. E come protezione verso gli altri. Le indossiamo quando pensiamo di essere in pericolo, le togliamo quando ci rilassiamo. C’è un uso pubblico: quando siamo in mezzo agli altri. E un altro privato: quando siamo in famiglia o in ambiti ristretti. Le mascherine sono diventate parte di noi, sono un pezzo della nostra identità. Ma, appunto, quale identità? Con le mascherine siamo noi, ma lo siamo anche senza. Qual è dunque l’identità vera: quella dove nascondiamo il viso o quella dove trasmettiamo – col pianto, col sorriso, digrignando i denti, schiudendo le labbra – le nostre emozioni, il nostro linguaggio non verbale? Giulio Giorello, filosofo della scienza, epistemologo, matematico, rimugina qualche secondo. Poi spiega: «Se la questione della mascherina viene presa in modo ossessivo, effettivamente può nascere un problema di identità. La nostra persona una volta era particolarmente caratterizzata dal volto e dalle sue espressioni. E la mascherina invece queste espressioni le cela. Dunque parliamo di una perdita. Se questa perdita viene mantenuta nell’ambito del ragionevole, non è un disastro. Ma se invece diventa una difficoltà, una perturbazione, se il mascheramento diventa una sorta di ossessione allora è chiaro che la mascherina produce un colpo alla nostra identità personale».

E a quel punto, professore, che succede: ci sdoppiamo, diventiamo schizofrenici?

«Succede che non ci ritroviamo più nelle modalità che abitualmente usavamo per riconoscerci».

Il tratto somatico e la sua manifestazione è ciò che da sempre contraddistingue le relazioni umane. La riconoscibilità è sintomo di sicurezza: sui documenti c’è la nostra fotografia, ed è una conquista. Ora invece la sicurezza passa attraverso il nascondersi, la negazione almeno parziale della riconoscibilità. Cosa significa e cosa comporta nella socialità?

«Non è facile rispondere. Io penso che se la cosa rimane in ambiti contenuti, se l’uso della mascherina è ragionevole e non è vissuta come una ossessione, allora noi rimaniamo sempre noi. Se al contrario diventa un atteggiamento che cambia il nostro modo di porci per le strade, diciamo così, allora può sorgere una sorta di doppia identità con aspetti fortemente destabilizzanti».

Ma in cosa può consistere questo sdoppiamento, questa doppia identità che rischiamo di subire?

«Beh, la difficoltà principale è che accanto alla fisionomia cui siamo abituati, alla riconoscibilità reciproca che determina, all’immagine di noi che lo specchio di casa ci rimanda, si affianca un altro noi, un noi mascherato che offriamo al mondo che ci circonda e che modifica negli altri la percezione di come siamo. Un cambiamento inimmaginabile anche solo fino a pochi mesi fa. E se questo cambiamento finisce per essere vissuto in modo drammatico, può provocare una sorta di scissione interiore. Mi sembra un punto molto delicato».

Però professore noi siamo obbligati a portare questa mascherina, non è una scelta. È lo Stato che ci obbliga a scinderci?

«Diciamo che anche questa faccenda dell’obbligo è una cosa curiosa. Tanta gente andando in giro non la porta. Si tratta di un obbligo per così dire diversificato. Io per esempio che sono guarito non sarei tenuto a portarla. Io comunque la porto lo stesso volentieri perché so benissimo che si tratta di un momentaneo episodio del mio modo di uscire, di entrare i contatto con gli altri. Tuttavia sé questa modalità, questo momentaneo episodio, diventa una costante vissuta drammaticamente nel senso che io non riconosco più me stesso, allora si possono produrre conseguenze anche gravi sulla psiche delle persone, sul loro equilibrio psicologico».

Esiste anche un altro aspetto riguardo l’uso delle mascherine, che finora abbiamo solo sfiorato. Nel corso della evoluzione umana, abbiamo dato sempre maggiore risalto alla parola, al cosiddetto “secondo sistema di segnalazione”. Il primo, cioè il linguaggio non verbale, l’espressività del volto che trasmette informazioni sui nostri sentimenti, è sempre più rimasto sullo sfondo. Se io mi maschero, nascondo in parte il mi volto, chi ho di fronte non sa più se sorrido, se condividilo, se sono arrabbiato e così via. Non può comprendere il non detto, il non verbale. Questo non crea un corto circuito nelle relazioni?

«Direi proprio di sì. Può creare un corto circuito con forme quasi patologiche di diffidenza nei confronti dell’altro. Vede, io questa cosa la percepivo quando ero in ospedale. Non riuscivo a distinguere un infermiere dall’altro. Poi ho trovato modi per riconoscere le persone e i loro atteggiamenti, ho stretto legami che ad un certo punto sono diventati di amicizia. Ma sono state costruzioni limite. Ci sono invece persone, come il filosofo Cartesio, che amavano dire di se’ stessi larvatus prodeo, ossia “procedo mascherato”. In questo senso era nota la quasi patologica diffidenza di questo grandissimo protagonista della modernità. Ma il suo impatto sulla modernità non sta nel fatto che girava mascherato, bensì nel fatto “pubblico” che riuscì a produrre alcuni grandissimi saggi scientifici ai quali fu poi premesso il famoso Discorso del metodo».

Dunque c’è del metodo nel mascherarsi?

«Direi meglio: l’aspetto pubblico è quello privato giocano continuamente tra di loro. Talvolta c’è perfino una sorta di contrapposizione tra pubblico e privato. Nelle grandi personalità questa dicotomia è stata risolta dalla produzione scientifica. Ma per quanto riguarda l’amico che incontravamo uscendo di casa per andare a comprare il giornale, questo universo relazionale è assai più difficile da ricostruire. Si può anche dire che in parte l’abbiamo perduto. La mia speranza è che non sia stato perduto per sempre e che il più rapidamente possibile si ritorni a forme di espressione più consone a ciò che è umano».

Ecco. Dal punto di vista “umano” noi riusciamo a metabolizzare le cose, anche quelle più difficili. Le mascherine sono un esempio. Adesso ci sono quelle personalizzate, con le iniziali, i colori e così via. Come le giudica, professore?

«Lo vedo come un meccanismo di compensazione. Siccome non posso più farmi riconoscere dell’espressione del volto allora ricorro alla “personalizzazione” della mascherina per far sapere chi sono e che sono io. È un palliativo. Noi siamo abili a trovare sostitutivi. Che poi tuttavia creano nuovi problemi. Chi mi dice che non ci sia qualcun altro una mascherina personalizzata uguale alla mia, che so con la bandiera tricolore o con qualche alto simbolo, nera piuttosto che bianca e così via.

Sono forme, come ho detto, sostitutive della identità personale. Torniamo sempre al punto. La mascherina, anche simbolicamente, è un modo per celare l’identità. È anche il primo passo per avviarsi sulla strada della non responsabilità. Se non mi si riconosce, non sono responsabile di ciò che faccio. Le conseguenze “morali” nei casi di mascheramento più patologico, possono essere a mio avviso molto gravi».

Professore, c’è anche un altro aspetto levato alla pandemia e che interseca le relazioni sociali. Parlo del “remoto” come modalità di rapporto interpersonale e sociale. È una salvaguardia sanitaria, ma stravolge il modo di relazionarsi. Che ne pensa?

«Sono d’accordo. Pensi al caso dell’insegnamento universitario a distanza, come viene definito. Da remoto come espressione è ancora peggio. Questa modalità mi pare ci faccia perdere una delle componenti più interessanti dell’insegnamento: il faccia a faccia tra docente e studente. Si tratta di uno strumento enorme di controllo e di valutazione nel corso della lezione stessa. Tutto questo viene perduto e onestamente non capisco bene con cosa si possa recuperare. Stiamo diventando tutti delle università telematiche? Mi viene male solo a pensarci».

Professore, questo distanziamento da remoto è salvavita ma scardina il rapporto interpersonale. Quale aspetto, nel bene e nel male, è più difficile da gestire?

«È tutte e due le cose. Si salva la vita? Certo. Ma tenga presente un aspetto. Se uno esce di casa può essere colpito in testa da una tegola che cade da un tetto. Allora dovremmo vietarci di uscire di casa per evitare tegole vaganti? Certo stando chiusi in casa ci sentiamo più al sicuro. Ma si tratta di una sicurezza ben miserabile».

Il discorso vale anche per la giustizia, asset fondamentale di un sistema democratico. I tribunali sono chiusi, alcune udienze si fanno a distanza…

«L’esercizio della legge era la prova di un grande teatro. Adesso il grande teatro non più, è sostituito da palliativi. Prima o poi si dovrà tornare alle forme di espressioni classiche della giustizia. Sia nelle aule giudiziarie come in quelle universitarie. Questo tipo di palliativi sono portato a giustificarli soltanto se hanno una durata temporale assai limitata. Questo è il punto di fondo. Se così non fosse, rischiamo di perdere molte componenti rilevanti sotto il profilo umano del nostro vivere sociale».

·        E’ morto Stefano Bertacco, senatore di FdI.

Stefano Bertacco, si è spento all’età di 57 anni il

senatore di FdI. Veronica Caliandro il 14/06/2020 su Notizie.it. Stefano Bertacco è morto all'età di 57 anni presso l'ospedale di Borgo Trento.  Si è spento a Verona, all’età di 57 anni, Stefano Bertacco, senatore di Fratelli d’Italia e assessore ai Servizi sociali del Comune. Numerosi i messaggi di cordoglio, tra cui quello di Giorgia Meloni attraverso un post su Facebook. Stefano Bertacco è morto all’età di 57 anni presso l’ospedale di Borgo Trento, dove era stato ricoverato d’urgenza in seguito all’aggravarsi della malattia che lo aveva colpito l’anno scorso. Cresciuto politicamente nel Movimento Sociale Italiano, Bertacco era in seguito passato ad Alleanza Nazionale e di recente a Fratelli d’Italia. Numerosi i messaggi di cordoglio per la scomparsa del senatore, con il coordinatore veneto della Lega, Lorenzo Fontana, che attraverso una nota ha fatto sapere: “Lo ricordiamo come un uomo, un amico e un esponente delle istituzioni che si è sempre speso per Verona, per i Veronesi, soprattutto per le persone con fragilità”. Messaggio di cordoglio anche da parte di Giorgia Meloni, che su Facebook ha scritto: “Non ce l’ha fatta il senatore Stefano Bertacco, tra i migliori combattenti che la Destra italiana abbia potuto vantare. Quando l’ho visto l’ultima volta, dieci giorni fa, ho pensato che la vera forza non ha bisogno di essere aggressiva. La vera forza ha esattamente il volto di Stefano: gentile, sorridente, rassicurante. Era sicuro che avrebbe vinto lui sulla malattia, e forse in fondo l’ha fatto. Stefano, tutti noi siamo stati fieri di averti al nostro fianco, e combatteremo anche nel tuo nome, per l’Italia fiera e giusta che tu sognavi. Addio, fratello. Ti voglio bene”.

·        È morto Luigi Spagnol: scoprì per primo Harry Potter.

È morto Luigi Spagnol: scoprì per primo Harry Potter. Antonino Paviglianiti il 15/06/2020 su Notizie.it. Luigi Spagnol è morto a 59 anni: brillante editore, fu lo scopritore di Harry Potter in Italia. Lutto nel mondo dell’editoria italiana: è morto Luigi Spagnol, brillante editore e letterato che nel corso della sua carriera ebbe intuizioni vincenti. Come la scoperta, per primo in Italia, del celebre ‘maghetto’ che conquistò tutti negli anni Duemila: Harry Potter. Luigi Spagnol è venuto a mancare all’età di 59 anni nella giornata di domenica 14 giugno, dopo una lunga e sofferta malattia. Lascia la moglie Hanne e due figli, Lara e Antonio. Era nato a Milano il 21 marzo del 1961, 59 anni fa e lo porta via quella che il suo gruppo, la Gems, in una nota definisce giustamente ”una prematura scomparsa”. Spagnol era editore col vero fiuto da besteller, considerato che non solo Harry Potter è stato il suo grande successo. Con la Salani fu lui a scegliere tanti titoli che hanno venduto più di un milione di copie: la “Gabbianella e il gatto” di Luis Sepúlveda nel 1996, il bestseller di Giobbe Covatta “Parola di Giobbe” nel lontano 1991. E ancora “Come smettere di farsi le seghe mentali” di Giulio Cesare Giacobbe nel 2003 a “Cotto e mangiato” di Benedetta Parodi nel 2009. In particolare, Vallardi, da editore noto per il proprio catalogo di linguistica, sotto la sua guida diventa una casa editrice protagonista di questo settore, creando, con la spinta dei suoi successi. Ha portato in Italia autori di grande valore letterario come Philip Pullman e Margaret Atwood, e saputo riproporre e far affermare con grande passione veri e propri classici contemporanei come David Almond. Ora però voglio che sia chiaro a tutti chi è scomparso. È scomparsa la persona che con i suoi successi editoriali ha dimostrato più volte negli ultimi trent’anni di sapere meglio di chiunque altro che cosa è un libro, cosa può fare un libro per i lettori e fino a dove può arrivare. Vorrei tentare di spiegarlo con le sue parole: ‘I libri sono scritti da persone, letti da persone, venduti da persone, e parlano di persone. È dunque fondamentale che siano anche pubblicati da persone, libere di seguire le proprie idee, le proprie strategie e le proprie passioni'”. è il ricordo commosso Stefano Mauri, presidente e amministratore delegato del gruppo Gems.

·        E’ morto il cantante Pau Donés dei Jarabe de Palo.

Jarabe de Palo, è morto il cantante Pau Donés. Aveva 53 anni. Aveva scoperto di avere un tumore al colon nel 2015 ma non ha mai smesso di girare il mondo per fare concerti. Ernesto Assante il 9 giugno 2020 su La Repubblica. Ci sono canzoni semplici e imbattibili, hit che in teoria sono destinati a illuminare una sola stagione della nostra vita e che invece durano per una vita. È questo il caso de La flaca, canzone degli Jarabe de Palo (anzi, Jarabedepalo, come andrebbe più correttamente scritto) che poco più di venti anni fa ebbe un grandissimo successo in tutto il mondo e rese famoso anche in Italia Pau Donés, il cantante e leader della band. Donés è morto oggi, all’età di 53 anni, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Donés era malato dal 2015, quando aveva scoperto di avere un cancro al colon: solo tre anni fa aveva celebrato i venti anni di carriera pubblicando un doppio album, 50 Palos, con tutti i grandi successi della band (oltre a La Flaca la band ha prodotto hit come Depende, Bonito, Grita, Agua e tanti brani in italiano, molti altri in Spagna e nel mondo latinoamericano) con nuovi arrangiamenti e tanti duetti, al quale aveva fatto seguito un tour mondiale e un’autobiografia. La malattia l’aveva costretto ad interrompere il tour, ma Donés, armato di una vitalità straordinaria, aveva deciso di condividere il suo percorso con tutti quelli che negli anni lo avevano seguito ed amato, sia attraverso i social con i quali ha documentato tutti i momenti della sua lotta, sia con un documentario, intitolato Jarabe Contra El Cancer. Legatissimo all’Italia, dove era diventato una star non solo con la sua band ma anche per le molte e belle collaborazioni, come quelle con Jovanotti, Niccolò Fabi, Kekko Silvestre, Noemi, Fabrizio Moro e Ermal Meta, Donés è stato in concerto e in tour molte volte in quella che per molti versi considerava una seconda casa. La prima, quella che lo ha ospitato in questi ultimi anni, è stata Formentera, dove dallo scorso anno si era ritirato, per stare vicino alla famiglia. “Il cancro, quando è arrivato, si è dovuto abituare alla mia vita da musicista, non sono stato io ad essermi adeguato a lui. Io ho messo le cose in chiaro fin da subito: ‘Se vieni con me, allora tu devi fare la mia vita’. E questo significa fare il musicista, registrare dischi, fare concerti, viaggiare e via dicendo”, aveva detto in un’intervista per Supereva. La musica di Donés e della sua band era profondamente latina, melodica, ma ricca di moltissime influenze, dal rock alla musica cubana, dal reggae alla salsa, dal flamenco ai cantautori catalani, e questa apertura a suoni e culture differenti lo aveva portato naturalmente ad essere un “cittadino del mondo”, in grado di confrontarsi con realtà differenti da quella spagnola con grande rispetto e intelligenza. La band era nata agli inizi degli anni Novanta ma è stato con La Flaca, scritta dopo un viaggio a Cuba e animata dalle sonorità e dai ritmi dell’isola, nel 1996 a portare il gruppo al successo in patria e all’estero. Da quel momento la sua musica latina gentile e raffinata, è entrata nella colonna sonora delle nostre vite, assieme al suo messaggio positivo di unità e di pace, di allegria e di amore. Un messaggio che resterà con noi, assieme alle sue canzoni, per molto tempo ancora.

La sua "La Flaca" portò gli Jarabe de Palo al successo mondiale. Palo Pau Donés è morto a 53 anni. Il cantante lottava da anni contro il cancro. La forza delle sue "hit" era la semplicità. Roberto Pellegrino, Mercoledì 10/06/2020 su Il Giornale. Non lo credeva nemmeno lui di poter fare il grande botto già con il disco d'esordio. E per colpa di una pubblicità di una marca di sigarette spagnole che girava in tv. Estate 1996, nelle classifiche europee dominavano con prepotenza Don't look back in anger degli Oasis, Cosmic Girl di Jamiroquei e Don't speak dei No doubt. In Italia si faceva spazio anche Più bella cosa di Eros Ramazzotti. Poi, le radio di casa nostra iniziarono a passare La Flaca, «una canción de amable simplicidad», come la recensì El País, che avvicinò, poi nel tempo, il suo sconosciuto autore trentenne a Cole Porter, per quel modo di scrivere canzoni, pure e orecchiabili, ancorate a brevi frasi che suonavano come uno slogan. Pau Donés, all'epoca 33 anni, ex pubblicitario, era il papà di quel fortunatissimo brano. Lo cantava con la sua band, i Jarabe de Palo. Motivetto semplice e amabile che entrò, gentilmente, nelle teste di tutti. Quella canzone, pochi accordi, un timbro di voce originale, parlava di una misteriosa «flaca», una ragazza magra. Il singolo sfiorò i cinque milioni in Europa e cambiò, da subito, la vita di Pau Donés, autore apprezzato anche Italia, non solo per quel gentile tormentone estivo del 1996, ma anche per le collaborazioni coi Nomadi, Jovanotti e Kekko dei Modá. Ora che se n'è andato, all'età di 53 anni - era nato a Montanuy, in Aragona nel 1966 - , la Spagna piange e rivaluta Pau Donés, ucciso da cinque anni di cancro. Un periodo in cui mai si è lamentato sotto ai riflettori, mai aveva fatto parlare a vanvera di sé, mai si era creduto un eroe. Aveva, semplicemente, accettato il suo destino, pur continuando a curarsi con la chemio che gli scavava il viso e gli annebbiava la mente. E continuando a fare ciò che voleva fare, il cantante. Nel 2015, quando aveva già inciso otto album in studio, scoprì la bestia che lo avrebbe fermato. Lo disse soltanto ai suoi cari e alla band. Ma la notizia si diffuse. E lui sui social ne parlò con l'ottimismo di chi ce l'avrebbe fatta. Due anni dopo, pubblicò il suo nono lavoro 50 Palos, 22 brani in cui si accenna alla malattia nelle liriche. Un anno prima sembrava uccisa la malattia, poi era tornata più violenta. Nel disco Pau canta anche in italiano, duettando con Kekko dei Modá nel brano Fumo, con Francesco Renga in Dipende, versione italica del suo successo spagnolo Depende, con Noemi in Mi piace come sei e con Jovanotti in Bonito: un'esplosione di world music, ritmi, latini e africani e tanto rumore. Con video annesso girato a Cortona. Una collaborazione da cui è nata una grande amicizia tra lo spagnolo e l'italiano. Lorenzo-Jovanotti ieri, al momento della «notizia tremenda», ha scritto un commosso tweet per lui: «Mi mancherai, amico e maestro». Il 26 maggio scorso, con un ultimo colpo di reni per il suo pubblico, in videoconferenza aveva presentato il decimo disco, LP testamento: Tragas o escupes. L'uscita era concordata per settembre. Pau non ce l'avrebbe fatta a superare l'estate, così il 25 maggio suonava già il singolo Eso que tú me das con il videoclip in cui canta e balla assieme alla figlia sedicenne Sara. Un regalo inaspettato, perché nel gennaio del 2019 aveva annunciato lo stop alla musica. «Il dolore della carne è troppo forte aveva scritto ma ciò che fa più male è privarmi della musica». Un anno di silenzio abbondante, poi, a sorpresa, l'8 aprile su YouTube compare un video in cui Pau, solo voce e chitarra acustica, canta Vuelvo, ritorno, per annunciare che ha ancora voglia di cantare. E il 13 aprile un altro video ufficiale: Volvemos, ritorniamo, un puzzle di filmati con la band in studio per registrare il nuovo album dei Jarabedepalo, tornati scritti così. Un'iniezione potente di vita, di entusiasmo. Alla faccia del cancro. Nel 2017, assieme all'album, aveva pubblicato anche una sua biografia 50 palos e continuo a sognare, edita in Italia dalla De Agostini. Nelle pagine spiegò chi era questa misteriosa «flaca». «Una donna cubana, magra, di una bellezza impressionante, con un abito in chiffon rosso semitrasparente, e due occhi così lucenti che parlavano da soli». Pau nel 2015 l'aveva incontrata per caso in un discobar de La Havana. Si chiamava Alsoris Guzmán. Fu un colpo di fulmine. Un idillio impossibile. Vedendola nuda nel letto, al mattino, le sussurrò «smilza» baciandola, prese un foglio e in dieci minuti scrisse la canzone della sua vita. E disse addio alla flaca addormentata nel suo letto d'hotel.

Dal profilo facebook di Lorenzo Jovanotti Cherubini il 9 giugno 2020. ho appena saputo della morte di Pau Dones, e una notizia tremenda, ci eravamo scritti 3 giorni fa e come al solito era lui a rassicurare me. Mi mancherai tantissimo amico e maestro Pau, niente cancellera i momenti bellissimi vissuti insieme, la bella musica, le mangiate e le bevute, le chiacchierate infinite, la forza che ci siamo dati reciprocamente. Conoscerti ed esserti amico e stato un grande regalo. Dove sei ora? Mi e difficile crederci.

Francesco Raiola per music.fanpage.it il 9 giugno 2020. Il cantante Pau Dones degli Jarabe de Palo è morto, come riportano i giornali spagnoli e il sito della band. Sul sito della band si legge il messaggio della famiglia: La famiglia Dones Cirera comunica che Pau Dones è morto il giorno 9 giugno a seguito del cancro che gli era stato diagnosticato nell'agosto del 2015. Vogliamo ringraziare l'equipe medica e tutto il personale dell'Osedale de la Vall di Hébron, l'ospedale  Sant Joan Despí Moisès Broggi, l'Istituto Catalano di Oncologia e tutti per il lavoro e la dedizione in tutto questo tempo. Chiediamo il massimo rispetto della privacy in questo momento difficile". Il cantante si era ammalato nell'agosto del 2015 e aveva avvisato i fan con un video emozionante postato sui suoi social. Così aveva tenuto aggiornato il suo pubblico sulla cura continua a cui si era sottoposto, raccontando paure e anche vittorie di quello che è senza dubbio uno dei cantanti spagnoli più conosciuti e amati anche nel nostro Paese. Pau Dones, con gli Jarabedepalo, aveva trovato il successo nel nostro Paese grazie a hit come "Depende" e "La Flaca" e aveva collaborato con artisti italiani come Jovanotti, Modà e Niccolò Fabi".

·        E’ morto Rademacher, il recordman della boxe.

Boxe, è morto Rademacher: l'uomo dal record che non può essere battuto. Pubblicato sabato, 06 giugno 2020 da Luigi Panella su La Repubblica.it Campione olimpico, nel primo match da professionista combatte subito per il titolo mondiale dei massimi, ma fu sconfitto da Floyd Patterson. Quando il 22 agosto del 1957 scagliò un gancio destro che mise al tappeto il campione del mondo dei pesi massimi Floyd Patterson, Pete Rademacher pensò di essere ad un appuntamento con la storia. Era il secondo round, ma Patterson si rialzò e gli inflisse una lezione di pugilato, giustiziandolo al sesto round con una serie infinita di atterramenti. In realtà Pete Rademacher,  morto all'età di 91 anni, nella storia ci era già entrato nel momento in cui mise piede sul ring a Seattle. Incrociando i guantoni con Patterson infatti conquistò un record che non potrà mai essere battuto: campione olimpico nel 1956 a Melbourne, al primo match da professionista subito un match per il titolo mondiale. Un esperimento tecnicamente 'folle', che fu replicato - anche se non al primo match - nel 2014 da Lomachenko che però era già al secondo match da prof ma nonostante le stimmate del fuoriclasse fallì la conquista del mondiale: gli riuscì al terzo, ed il record del thailandese Seanseak Muangsurin (stabilito nel 1975), fu solamente eguagliato. Quello con Patterson fu l'unico match con il titolo in palio per Rademacher, che continuò a combattere fino al 1962, affrontando anche pugili di notevole levatura come il leggendario Archie Moore. Ha chiuso con un ruolino di 23 incontri, con 15 vittorie e 7 sconfitte. Nessuno però potrà mai toglierli quel record.

·        Addio al maestro Marcello Abbado, fratello maggiore di Claudio.

Addio al maestro Marcello Abbado, fratello maggiore di Claudio. Pubblicato giovedì, 04 giugno 2020 da La Repubblica.it Il musicista è morto nella sua casa di Stresa a 93 anni. Una lunga carriera come pianista e compositore, ma anche come direttore di grandi istituzioni musicali. Nel 1993 fondò, insieme a Vladimir Delman, l'Orchestra Sinfonica di Milano "Giuseppe Verdi". E' morto a 93 anni nella sua casa di Stresa Marcello Abbado, fratello maggiore del grande direttore d'orchestra Claudio, scomparso 6 anni fa. Compositore, pianista e docente, Marcello Abbado aveva affiancato molto presto la sua attività di musicista a quella di docente e di direttore di istituzioni musicali: tra il '58 e il '66 aveva diretto il Conservatorio di Musica "Giuseppe Nicolini" di Piacenza, tra il '66 e il '72 il Conservatorio "Gioachino Rossini" di Pesaro e poi, tra il '72 e il '96, il Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Milano. A lui si deve la creazione nel 1993, insieme a Vladimir Delman, dell'Orchestra Sinfonica di Milano "Giuseppe Verdi", di cui è stato il direttore artistico dal '93 al '96. Negli Stati Uniti Abbado senior faceva parte del "Texas Piano Institute" ed era l'unico pianista italiano membro d'onore della Japan Piano Teachers Association di Tokyo. Nato a Milano il 7 ottobre 1926 da una famiglia di musicisti, Marcello Abbado si era diplomato in pianoforte nel 1944 e poi in composizione nel 1947, iniziando subito una intensa carriera concertistica nei teatri di tutto il mondo. Ugualmente noto come pianista e compositore, ha tenuto centinaia di recital e di concerti con orchestre sinfoniche in quasi tutte le nazioni d’Europa, America, Africa, Asia e Australia. Ha suonato come solista con molti grandi direttori d’orchestra, fra i quali Guido Cantelli, e con il compositore Paul Hindemith. Con i Wiener Philharmoniker ha più volte interpretato Mozart, ha eseguito l’intera opera pianistica di Debussy e tenuto master class in tutto il mondo. Ha scritto i balletti "Scena senza storia" e "Hawai 2000", e la musica di scena per "La voix humaine" di Jean Cocteau (2003) e per "Il buio negli occhi" (2003). Per orchestra ha composto tra l'altro la cantata "La strage degli innocenti" per voci soliste, coro di voci bianche, coro misto e orchestra; le "Variazioni sopra un tema di Mozart"; l'"Hommage à Debussy". Tra le sue ultime opere il "Concerto per quattro violini e orchestra d'archi" e il ''Für Gloria und Andrea'' per pianoforte e violino, entrambi del 2008.

·        Addio a Chris Trousdale, voce della boyband Dream Street.

Coronavirus, addio a Chris Trousdale, voce della boyband Dream Street. Pubblicato giovedì, 04 giugno 2020 da La Repubblica.it. L'artista, attore e discografico aveva appena 34 anni ed è morto in seguito alle complicazioni causate dal Covid-19, come affermano alcuni amici. Il cantante Chris Trousdale, ex componente della boyband Dream Street, è scomparso all'età di 34 anni. L'annuncio della scomparsa è stato dato dalla sua manager, Amanda Stephan: "È con il cuore pesante che confermiamo la scomparsa di Chris Trousdale avvenuta il 2 giugno 2020 per una malattia non precisata. È stato una luce per tanti e mancherà moltissimo alla sua famiglia, agli amici e ai fan in tutto il mondo". Il cantante, nonostante le indicazioni vaghe della manager legate al suo decesso, era ricoverato in un ospedale di Burbank, in California, dove è morto per complicazioni legate al coronavirus, come hanno scritto sui social alcuni amici, sebbene anche la famiglia dell'artista non abbia confermato questo dettaglio. Trousdale aveva solo 8 anni quando iniziò a esibirsi a Broadway in spettacoli come Les Misérables e The Sound of Music, come si legge nella biografia sulla sua pagina Facebook ufficiale. È stato uno dei componenti originali dei Dream Street ai quale si unì, appena 13enne, nel 1999, esibendosi fino a quando la band non si sciolse, nel 2002. Gli altri ragazzini del gruppo erano Jesse McCartney, Greg Raposo, Matt Ballinger e Frankie Galasso. Durante quel periodo la boyband intraprese tournée affiancando artisti come Britney Spears e Aaron Carter, portando sui palchi statunitensi le loro hit It Happens Every Time e I Say Yeah. Dopo il singolo del 2000 t Happens Every Time e i due album Dream Street (2001) e The Biggest Fan (2002) la loro fortuna del gruppo finì in modo inaspettato a causa di denunce giudiziarie avviate dai loro genitori contro i due manager del gruppo. Trousdale tentò la strada solista ma con scarso successo. Nel 2010 partecipò a un episodio della serie tv Shake It Up e nel 2012 partecipò al talent show The Voice ma non superò le audizioni. Ha comunque continuato a incidere e l'anno scorso ha lanciato la canzone Summer.

·        E’ morto il semiologo Paolo Fabbri.

Addio al semiologo Paolo Fabbri, ha svelato i meccanismi del linguaggio e dell'arte. Pubblicato martedì, 02 giugno 2020 da Lara Crinò su La Repubblica.it. Il semiologo Paolo Fabbri Riminese, insieme ad Umberto Eco è stato tra i pionieri della disciplina. Ha insegnato in tutto il mondo. Importanti i suoi studi di semiotica delle arti. Dopo Umberto Eco, scomparso il 19 febbraio del 2016, la semiotica perde un altro nome importante, sebbene meno noto ai non specialisti: Paolo Fabbri, riminese, è morto a 81 anni. Il messaggio della AISS, l'associazione italiana di studi semiotici, mette insieme la ricchezza culturale della sua figura e il carattere, nelle parole diffuse stamattina per ricordarlo: "la parola addio segna una distanza incolmabile, una rottura dolorosa. Porta il senso della perdita, della solitudine e dell'abbandono. La semiotica e l'intero mondo della cultura perdono oggi una delle intelligenze più vivaci, brillanti e inarrestabili. Un pensiero sempre lucido, capace di segnare una direzione, rompere i confini fra le discipline, raccogliere le sfide, animare dibattiti, centri culturali, riviste, collane". Nato a Rimini nel 1939, aveva studiato a Firenze e poi a Parigi, in quegli anni Sessanta che sono stati il periodo d'oro della Semiotica, scienza dei segni nata dagli studi linguistici di Saussure e destinata, nel Novecento della comunicazione di massa, ad aver fortuna per la sua capacità di demistificarli, di vedere tutto sotto forma di costruzione linguistica aiutando così gli studiosi a "smontare" i discorsi: del potere, della pubblicità, della propaganda. Paolo Fabbri aveva studiato in Francia, all'École Pratique des Hautes Études, con i grandi: Roland Barthes, Lucien Goldmann, Algirdas Julien Greimas. Poi era tornato in Italia, dedicando la sua vita all'insegnamento universitario. Con Umberto Eco (che nel Nome della Rosa lo trasformerà nel personaggio di Paolo da Rimini) terrà corsi all'università di Firenze, alla facoltà di Architettura, poi diventerà professore incaricato di Filosofia del linguaggio ad Urbino, dove fonderà, con Carlo Bo e Giuseppe Paioni nel 1970 il Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica, tra le prime scuole di semiotica europee. Presidente del DAMS di Bologna, docente di Semiotica delle Arti quando, sempre a Bologna, nacque una dei primi corsi di laurea in Scienze della Comunicazione, è stato docente in molte università estere, dalla Sorbona alla UC Berkeley, alla UCLA di Los Angeles. Ha diretto numerose collane editoriali; tra i suoi libri ricordiamo La svolta semiotica (Laterza), L'Efficacia semiotica (Mimesis, 2017); Vedere ad arte. Iconico e icastico (Mimesis, 2020). Nel 2019 è uscito per Marietti, Sul racconto. Una conversazione inedita con Paolo Fabbri di Roland Barthes.

Marco Belpoliti per “la Repubblica” il 3 giugno 2020. Umberto Eco l' aveva battezzato Doctor agraficus per la sua scarsa propensione alla scrittura e l' aveva ficcato nel suo Nome della rosa come Paolo da Rimini, la città dove Paolo Fabbri era nato ottantun anni fa e dove si è spento ieri. Dello stesso Eco era stato probabilmente il primo assistente a metà degli anni Sessanta, quando il semiologo insegnava a Firenze nella facoltà di Architettura agli inizi della sua carriera accademica. Una strana carriera è stata invece quella di Fabbri, uno degli uomini più colti che ci siano stati nell' Italia degli ultimi cinquant'anni: aveva letto tutto ed era informato su tutto, curioso e vorace, rapidissimo nel pensare e nel parlare. Dopo una laurea in Legge a Firenze nel 1962, era approdato a Parigi per studiare con Lucien Goldmann, lo specialista di Pascal e Racine, per via dei suoi interessi di filosofia del diritto, e lì aveva conosciuto Algirdas Julien Greimas, un lituano i cui studi avrebbe poi cambiato la semiologia, anche lui, forse non a caso, laureato in Legge. Il corso che Fabbri seguì era dedicato proprio alla semiologia del diritto e così il laureato in giurisprudenza diventò il principale assistente di Greimas. Con lui conobbe tutto il gruppo degli strutturalisti parigini, Roland Barthes in testa, che iniziò a frequentare assiduamente, e negli anni successivi: Lyotard, Virilio, Latour e Baudrillard; con quest' ultimo, poi, ci passava le vacanze. A un certo punto avrebbe dovuto succedere al suo maestro, ma sino a quel punto aveva scritto ben poco: nessun libro, solo alcuni articoli, e l' accademia francese gli preferì un altro. Forse per questa spiccata vocazione all' insegnamento orale il suo libro più efficace è una ampia raccolta d' interviste uscite nel 2017 da Mimesis, L' efficacia semiotica. Oltre che da una curiosità onnivora - Greimas, diceva, gli indicava i libri da non leggere -, Fabbri possedeva una spiccata inquietudine, così che è stato una sorta di chierico vagante, passato in tanti luoghi di studio e d' insegnamento, in molte università in giro per il mondo, da Palermo a Madrid, da Venezia a Lima. Una cosa importante è stata la fondazione del Centro internazionale di Semiotica e Linguistica a Urbino, che ha diretto, in particolare i seminari estivi cui partecipano scrittori come Italo Calvino e Gianni Celati. Proprio lì, alle lezioni di Fabbri, sono nate alcune idee del Calvino combinatorio negli anni Settanta, di cui Fabbri fu amico e suggeritore. Non c' è solo questo incontro importante. Negli anni Settanta Fabbri è andato a insegnare a San Diego, e lì ha collaborato con Erving Goffman, il grande sociologo, studioso dei comportamenti in pubblico. Da quel periodo deriva l' attenzione di Fabbri per la microsociologia, per gli aspetti minuti della vita quotidiana, su cui ha scritto brevi ma fulminanti articoli sui giornali. La vocazione più profonda di questo intellettuale di taglio enciclopedista, quasi un collaboratore postumo dell' impresa di Diderot e D' Alambert, era proprio per un sapere ibrido e per lo scambio delle lingue, come ha spiegato in un suo libro, Elogio di Babele. La semiotica deve molto a Fabbri che, pur non essendo un personaggio noto al grande pubblico, ha rifondato sulla scia di Greimas quella disciplina: La svolta semiotica del 1998 ne è un efficace esempio. Parigi è stata la sua patria di elezione; lì è stato anche uno straordinario direttore dell' Istituto italiano di cultura negli anni Novanta. Senza dimenticare poi l' insegnamento al Dams di Bologna, dove lo aveva voluto Eco, negli anni Settanta durato oltre vent' anni con Semiotica delle arti; proprio lo scorso anno è uscito il grosso volume dedicato ai suoi scritti sull' arte contemporanea, Vedere ad arte (Mimesis). La sua scrittura non è per nulla facile, e tuttavia mai oscura, scrittura densa dove ogni parola è soppesata e incastonata in frasi a tratti imprevedibili ed ironiche, come è consueto nello spirito romagnolo, di cui è stato un autentico interprete. Il 2 giugno è morto a Rimini il grande semiologo Paolo Fabbri. Lo ricordiamo con l'intervento al Festival della Comunicazione di Camogli 2016 in cui risponde alla domanda pro o contro il web posta da Umberto Eco. L'idea di Eco era che bisogna fare una critica della società informatica come c'è stata una critica della società industriale. Ci preoccupiamo troppo della comunicazione esplicita ma non ci preoccupiamo del segreto nella comunicazione. L'informazione oggi è enorme, abnorme, c'è un'esorbitazione comunicativa. Il deep web è il sommerso del web; il web in chiaro rappresenta forse il 4% della totalità del web. Fabbri conduce qui nei meandri del deep web. All'interno del mondo nero esistono trappole, siti civetta, finti profili. In Siria hanno costruito un falso sito che è servito per catturare gli oppositori di Hassad.

·        E' morto Carlo Ubbiali, leggenda del motociclismo italiano.

E' morto Carlo Ubbiali, leggenda del motociclismo italiano. Pubblicato martedì, 02 giugno 2020 da La Repubblica.it Il leggendario pilota degli anni '50, vincitore di 9 titoli mondiali, è scomparso nella sua Bergamo a 90 anni. A dicembre era stato insignito del Collare d'Oro al merito sportivo dal Coni. E' morto a Bergamo all'età di 90 anni Carlo Ubbiali, leggendario pilota del motociclismo degli anni '50 che per numero di vittoria può essere accostato a Giacomo Agostini e Valentino Rossi. Era ricoverato da inizio maggio per problemi respiratori. Ubbiali ha vinto in carriera nove titoli mondiali (sei nella 125 e tre nella 250) e otto titoli italiani, aggiudicandosi 39 corse iridate sulle 74 disputate. Nato nel 1929, bergamasco come Agostini, nella sua carriera ha duellato per lo più con Tarquinio Provini in un dualismo tutto italiano simile a quello tra Fausto Coppi e Gino Bartali nel ciclismo. A dicembre era stato insignito del Collare d'Oro al merito sportivo dal Coni, la più alta onorificenza conferita dal Comitato olimpico nazionale italiano.

Agostini: "Sognavo di diventare come lui". "Ho un grande ricordo di Ubbiali, avevo 10 anni quando vinceva tutto e sognavo di diventare come lui un giorno. E' stato per me un esempio, un incentivo e una fonte d'ispirazione. Un vero e proprio punto di riferimento" ricorda all'Ansa Giacomo Agostini. "Lui correva con la testa, da grande campione, con intelligenza e furbizia - aggiunge l'x campione -. All'epoca si vedeva poco in tv, leggevo le sue imprese sui giornali. Lo descrivevano con fosse un tutt'uno con la moto. Siamo accomunati dalla MV Agusta: quando ingaggiarono me chiesero informazioni sul mio conto a lui".

Addio "Volpe" Ubbiali. Sul podio del motomondo con Agostini e Rossi. Carlo Ubbiali si è spento a 90 anni. Era un calcolatore e il soprannome diceva tutto. Tra 125 e 250 ha vinto 9 titoli come Valentino. Ivan Scelsa, Mercoledì 03/06/2020 su Il Giornale. La sua caratteristica era quella di studiare i punti deboli dell'avversario durante le prime fasi di gara per poi attaccarlo nella seconda parte della corsa. Intelligente ed attento più alla classifica generale che alla singola vittoria, anche dopo aver lasciato le competizioni non aveva mai abbandonato il circo motociclistico in cui gli addetti ai lavori solevano indicarlo con quel nomignolo che per anni lo aveva accompagnato in pista come in strada. Se ne è andata così La volpe, per molti Il cinesino, altro simpatico soprannome attribuitogli dai numerosi sostenitori per le sue caratteristiche fisiche. Amava parlare delle sue avventure, Ubbiali. Lo faceva volentieri, snocciolando dalla valigia dei ricordi gli aneddoti legati agli episodi più celebri di quelle ardite e lunghe corse disputate tutte d'un fiato, con l'ago della lancetta del contachilometri sempre al limite. Dalla Coppa di Bergamo del 46 al Gran Premio delle Mura dell'anno dopo dove, in sella ad una motocicletta prestatagli dall'allora comandante della Squadra Mobile, ottenne il suo primo grande successo e che - ancora oggi - lo legava a quella rievocazione che si svolge sul circuito cittadino di cui, fatalità, proprio il 2 giugno 2019, fu per l'ultima volta applauditissimo ospite. Per i sostenitori che ogni anno attendevano il suo arrivo all'Historic Gran Prix, il vincitore restava comunque lui, nonostante quella sopraggiunta squalifica per aver corso da minorenne. Talento precoce, negli anni Cinquanta disputò importantissime gare, non solo nazionali. Seppe sempre mettere in mostra il suo innato talento, conquistando gli spettatori anche all'estero, sul durissimo circuito della Sei giorni del Galles, così come nel Gran premio dell'Ulster ed al Tourist Trophy, sull'Isola di Man. Alla Milano-Taranto del 1950, fu protagonista di una corsa rocambolesca intervallata da noie meccaniche ed altrettante, entusiasmanti, rimonte in classifica che lo portarono al traguardo della Città dei due mari stremato e sospinto dalla folla a causa dell'ennesima ed imprevedibile rottura. Sebbene quell'aiuto fosse giunto contro la sua volontà, anche in quel caso arrivò una squalifica. Il destino sembrava davvero essergli contro, ma dall'anno seguente invertì radicalmente quell'infausta tendenza, lanciandolo verso la conquista di nove campionati mondiali di velocità in sole dieci stagioni (otto i titoli nazionali) per un totale di 39 vittorie in 74 Gran premi disputati. Numeri da brivido, ottenuti in un decennio in cui le tragedie nelle competizioni su strada erano all'ordine del giorno. Passato dalla Mondial alla MV Agusta - a cui rimase legato fino al termine della carriera - decise di ritirarsi dopo la morte del fratello Maurizio, suo consigliere e tecnico personale. Lo fece anche per la voglia di sposarsi e tornare nella sua città e per la consapevolezza dell'inconciliabilità tra la vita di un pilota e quella del buon padre di famiglia. Insignito il 16 dicembre scorso della massima onorificenza sportiva rilasciata dal Coni, si è spento nella sua Bergamo, dove era ricoverato dallo scorso mese per problemi respiratori. Verrà certamente ricordato tra i piloti più vittoriosi di sempre, sul podio con Valentino Rossi e quel Giacomo Agostini che lui stesso introdusse alla corte del conte Agusta e che oggi lo ricorda commosso.

·        È morto Roberto Gervaso.

È morto Roberto Gervaso. A 82 anni dopo una lunga malattia si è spento Roberto Gervaso, co-autore della Storia d'Italia, giornalista e divulgatore. Francesca Galici, Martedì 02/06/2020 su Il Giornale. A 82 anni si è spento Roberto Gervaso. Lo scrittore e giornalista è stato per lungo tempo al fianco di Indro Montanelli, che lo portò al Corriere della Sera nel 1960. Dagli anni Settanta fino a oggi ha lasciato la sua firma su tutti i più importanti quotidiani nazionali, anche su IlGiornale, per il quale ha curato la rubrica Il Gervaso di Pandora. Si è spento a Milano dopo una lunga malattia. Ha tramandato la sua passione per il giornalismo e per il racconto a sua figlia Veronica, giornalista del Tg5. Ha legato il suo nome a una lunga fila di biografie di personaggi illustri ed è stato uno dei primi divulgatori storici del nostro Paese. Proprio insieme a Indro Montanelli i primi sei volumi della Storia d'Italia, una grandiosa opera in 22 volumi che racconta l'evoluzione del nostro Paese dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente in poi. A Roberto Gervaso si deve la lettura approfondita e la scansione dei fatti, con dovizia di particolari e maniacale precisione, dell'Italia dal Medioevo al Settecento illuminista. Proprio grazie a uno di questi volumi, che negli anni sono diventati un logseller che costituisce la spina dorsale della cultura storica italiana, Roberto Gervaso e Indro Montanelli hanno vinto il Premio Bancarella nel 1967. Il secondo Premio Bancarella, Roberto Gervaso l'ha vinto come solista per la sua biografia Cagliostro, nel 1973. Si è fatto conoscere al grande pubblico televisivo, che ha imparato ad amarlo per il suo garbo e la sconfinata cultura ma anche per il suo look sempre impeccabile, arricchito di volta in volta da un diverso papillon. Roberto Gervaso è stato un uomo di cultura e di parola, i cui aforismi hanno lasciato il segno in generazioni di lettori e appassionati, che ora si sentono un po' più soli senza il suo verbo. 300 diversi papillon e 100 cappelli Borsalino nell'armadio, oltre 200 donne amate e 25mila aforismi pubblicati. La vita di Roberto Gervaso in numeri è grandiosa, così come è stata la sua lunghissima carriera. Per sessant'anni ha raccontato l'Italia nelle sue sfumature come solo chi sa coniugare sapere e passione può fare. Il mondo del giornalismo è in lutto per la sua scomparsa, ma i ricordi per Gervaso giungono da più parti per il giornalista che, con ironia e sagacia, in punta di penna, è stato il Grillo Parlante d'Italia. Commosso ed elegante il saluto di sua figlia Veronica, che ha voluto ricordare suo padre con un tweet: "Sei stato il più grande, colto e ironico scrittore che abbia mai conosciuto. E io ho avuto la fortuna di essere tua figlia. Sono sicura che racconterai i tuoi splendidi aforismi anche lassù. Io ti porterò sempre con me. Addio". Tanti i messaggi di cordoglio che in queste ore si stanno susseguendo sui social e non solo. "Un grande giornalista, un uomo pieno di ironia. I suoi scritti con Indro Montanelli sono stati di insegnamento per tutti noi giovani redattori di allora. Riposa in pace, Roberto. Un abbraccio alla famiglia", così ha commentato Antonio Tajani la morte di Roberto Gervaso. Un messaggio di cordoglio anche da parte di Silvio Belrusconi che ha voluto ricordare l'"amico Roberto": "Quella di Roberto Gervaso è una grave perdita per me, per il giornalismo, per l'Italia. Roberto era un amico sincero e generoso, un grande scrittore ma soprattutto un uomo libero. Un uomo con il coraggio delle sue opinioni controcorrente, sempre garbato e signorile, colto e documentato. Mi mancherà, mancherà a tutti gli italiani liberi".

È morto Roberto Gervaso. Lo scrittore aveva 82 anni. Pubblicato martedì, 02 giugno 2020 da Annarita Briganti su La Repubblica.it. Si è spento a Milano dopo una lunga malattia. Aveva 82 anni. Celebre volto anche televisivo, firmò col fondatore del "Giornale" i primi sei volumi della popolarissima "Storia d'Italia". È morto a Milano a 82 anni, dopo una lunga malattia, lo scrittore e giornalista Roberto Gervaso. Autore di numerosi libri di successo, in particolare biografie di celebri personaggi, è stato tra i primi protagonisti della grande divulgazione storica in Italia. Lascia la moglie Vittoria e la figlia Veronica, giornalista del Tg5. E' stato anche un popolare personaggio della tv dove appariva sempre con il suo immancabile papillon ed era noto per i suoi aforismi. #robertogervaso Sei stato il più grande, colto e ironico scrittore che abbia mai conosciuto. E io ho avuto la fortuna di essere tua figlia. Sono sicura che racconterai i tuoi splendidi aforismi anche lassù. Io ti porterò sempre con me. Addio.— Veronica Gervaso. Roberto Gervaso era nato a Roma il 9 luglio 1937. Aveva studiato in Italia e negli Stati Uniti e si era laureato in lettere moderne, con una tesi sul filosofo Tommaso Campanella. Aveva collaborato a quotidiani e periodici, alla radio e alla televisione, e per decenni si è dedicato alla divulgazione storica, sua grande passione, come testimoniano decine di libri pubblicati da Rizzoli, Bompiani e Mondadori. Gervaso aveva iniziato l'attività giornalistica nel 1960 al "Corriere della Sera", presentato da Montanelli. Tra il 1965 e il 1970 ha firmato, insieme a Montanelli, i primi sei volumi della "Storia d'Italia" edita da Rizzoli, acquisendo grande notorietà. E' Gervaso ad aver curato con dettagliata precisione la scansione cronologica dell'Italia "dai secoli bui" del Medioevo a quella del Settecento illuminista e riformatore. Nel 1967, per uno di quei volumi, "L'Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250", Gervaso e Montanelli vinsero il Premio Bancarella. Gervaso è poi tornato a vincere da solo il suo secondo Premio Bancarella nel 1973 con la biografia "Cagliostro" (Rizzoli; nuova edizione con il titolo "Il grande mago. Vita, morte e miracoli del conte di Cagliostro", Rizzoli, 2002).

Da repubblica.it il 2 giugno 2020. È morto a Milano a 82 anni, dopo una lunga malattia, lo scrittore e giornalista Roberto Gervaso. Autore di numerosi libri di successo, in particolare biografie di celebri personaggi, è stato tra i primi protagonisti della grande divulgazione storica in Italia. Lascia la moglie Vittoria e la figlia Veronica, giornalista del Tg5. E' stato anche un popolare personaggio della tv dove appariva sempre con il suo immancabile papillon ed è noto per i suoi aforismi. Roberto Gervaso era nato a Roma il 9 luglio 1937. Aveva studiato in Italia e negli Stati Uniti e si era laureato in lettere moderne, con una tesi sul filosofo Tommaso Campanella. Aveva collaborato a quotidiani e periodici, alla radio e alla televisione, e per decenni si è dedicato alla divulgazione storica, sua grande passione, come testimoniano decine di libri pubblicati da Rizzoli, Bompiani e Mondadori. Gervaso aveva iniziato l'attività giornalistica nel 1960 al "Corriere della Sera", presentato da Montanelli. Tra il 1965 e il 1970 ha firmato, insieme a Montanelli, i primi sei volumi della "Storia d'Italia" edita da Rizzoli, acquisendo grande notorietà. E' Gervaso che cura con dettagliata precisione la scansione cronologica dell'Italia "dai secoli bui" del Medioevo a quella del Settecento illuminista e riformatore. Nel 1967, per uno di quei volumi, "L'Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250", Gervaso e Montanelli vinceranno il Premio Bancarella. Gervaso è poi tornato a vincere da solo il suo secondo Premio Bancarella nel 1973 con la biografia "Cagliostro" (Rizzoli; nuova edizione con il titolo "Il grande mago. Vita, morte e miracoli del conte di Cagliostro", Rizzoli, 2002).

«Io e il mio amico Roberto Gervaso». Francesco Damato su Il Dubbio il 5 giugno 2020. Lo attiravano le donne, le medicine e la sua macchina da scrivere. Ai politici, come Andreotti, faceva venire il fiatone: all’attico senza ascensore. A farmi conoscere Roberto Gervaso, che sino ad allora avevo soltanto letto soprattutto per i libri sulla storia d’Italia scritti con Indro Montanelli, fu la madre dello stesso Montanelli, l’indimenticabile Maddalena. Che gli voleva bene come a un secondo figlio. Dopo avermelo presentato mi volle incontrare di nuovo per chiedermi di tentare col figlio, di cui conosceva il rapporto stretto che si era creato fra di noi al Giornale fondato poco più di un anno prima, ciò che non era riuscito a lei: convincerlo ad assumere Roberto. Che moriva dalla voglia di seguirlo in quell’avventura con i fuoriusciti dal Corriere della Sera diretto da Piero Ottone, dei quali peraltro io non facevo parte, provenendo dal Giornale d’Italia. Ma non riuscii nella missione. E ciò non perché a Montanelli non piacesse il modo di scrivere di Gervaso, che d’altronde egli aveva praticamente portato al successo associandolo come autore dei suoi libri di divulgazione storica. Semplicemente non gradiva che Gervaso accreditasse in qualche modo, secondo lui, la voce che fosse un suo figlio segreto, tanto gli assomigliava nel fisico e nello stile. Quando, nel 1981, scoppiò quello che fu subito definito “lo scandalo della P2”- con la scoperta e la diffusione prima a singhiozzo e poi integrale, almeno nelle apparenze, delle liste della loggia massonica segreta di Licio Gelli, che comprendeva Gervaso non solo come affiliato ma anche come arruolatore- Montanelli liquidò la faccenda come una mezza pagliacciata. E, nel tentativo di rafforzare questa sua rappresentazione, presentò tutti quelli che ne furono coinvolti come gente sprovveduta più o meno in grembiulino,, a dispetto dei gradi che portavano da militari, delle funzioni che rivestivano nell’alta burocrazia o nella politica, e del successo nelle loro professioni di giornalisti, medici e altro ancora. Lo stesso trattamento toccò a Gervaso, che ne rimase molto amareggiato. E mi toccò ancora una volta, su sua diretta richiesta questa volta, di parlarne con Montanelli. Che però era già in difficoltà di suo perché con Gelli si era una volta incontrato – tanto segretamente che non se n’era mai saputo nulla per chiedergli una mano nell’apertura di una linea di credito al Giornale presso il Banco Ambrosiano, prima che Berlusconi ne diventasse editore risolvendo i problemi provocati dalla rottura dei rapporti con Eugenio Cefis. Grazie al quale il Giornale era potuto uscire. Pertanto solo a sentir parlare della delusione di Gervaso e del modo di rimediarvi Montanelli mi mandò quasi a quel paese. Gervaso, pur rimanendone un adoratore, si sentì quella volta davvero tradito, come un figlio dal padre. E mi toccò consolarlo in più di un incontro, finendo spesso anche per scherzarci sopra. Era accaduto che Roberto, di formazione orgogliosamente liberale, era stato colpito dall’anticomunismo professatogli da Gelli e, in un periodo in cui molti sembravano rassegnati a cedere al Pci, avesse involontariamente inguaiato un bel po’ di amici, fra i quali il direttore del Gr2 della Rai Gustavo Selva e Silvio Berlusconi. I quali, o convinti a iscriversi da lui o a loro insaputa, si trovarono in quelle maledette liste, con quali complicazioni vi lascio immaginare, visto che la P2 divenne sui giornali, prima ancora o diversamente dai tribunali, o nella commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dalla ex ministra democristiana Tina Anselmi, la sentina della Repubblica: un’accolita di affaristi e carrieristi nella migliore delle ipotesi, di golpisti o aspiranti tali nella peggiore. Francamente, solo l’idea di un Gervaso golpista mi faceva ridere conoscendone le abitudini e le debolezze. Ad attirarlo, però più nelle parole che nei fatti, bastandogli ed avanzandogli la sua Vittoria, erano solo le donne, le farmacie per le malattie che immaginava di avere, la macchina da scrivere con cui sfornava pezzi e libri in quantità quasi industriale e le letture, particolarmente quelle di Seneca. Che egli consigliava a tutti gli amici, come ha appena testimoniato sul Messaggero anche il buon Enrico Vanzina. Non appena ebbi l’occasione di dimostrargli la considerazione e la simpatia che avevo per lui, non cambiando né l’una né l’altra nel frastuono della P2, lo feci ben volentieri. Lo associai, per esempio, ai commenti politici nella trasmissione televisiva dell’allora Fininvest “Parlamento in”, facendogli fare “il contrappunto” al mio “punto”. E, arrivato alla direzione del Giorno, nel 1989, gli affidai una rubrica nella pagina della cultura procurandomi però una giornata di sciopero della redazione, peraltro proclamato proprio la sera in cui ero a cena nel Varesotto col presidente dell’Eni Franco Reviglio, che era il mio editore. Pur di togliermi dall’imbarazzo, sapendo che ero pronto a dimettermi se fosse continuato il braccio di ferro col comitato di redazione, Gervaso affidò alle agenzie una lettera di rinuncia alla collaborazione. «Così avrebbe fatto Seneca», mi spiegò per telefono esprimendomi tutta la solidarietà “umana e professionale” per dover dirigere quella redazione, che certamente avevo solo ereditato. E che aveva scambiato i papillon di Roberto per armi improprie. Poi – ma troppo tardi ormai per convincerlo a ripensarci, e forse neppure abbastanza per far cambiare idea al comitato di redazione- il ministro in persona delle Partecipazioni Statali, il democristiano Carlo Fracanzani, definito “il conte rosso” nel suo collegio elettorale veneto, rispose alle interrogazioni parlamentari provocate dallo sciopero al Giorno riconoscendo, bontà sua, il diritto di Gervaso di collaborare ad un giornale di proprietà pubblica. L’ultima passione politica che ricordi di Roberto fu più passiva che attiva. Dei suoi aforismi, raccolti in articoli e libri sempre di grande successo, s’invaghì negli anni del primo centrodestra al governo Gianfranco Fini. Ciò aggravò in qualche modo il contenzioso con Berlusconi, che considerava Roberto un uomo suo. Ne aveva frequentato la casa molto prima di entrare in politica e di assumerlo nelle sue televisioni, arrivando anche lui col fiatone alle sue cene, come Giulio Andreotti, Antonio Bisaglia, Renato Altissimo e tanti altri. La casa romana di Gervaso, a pochi passi da Piazza del Popolo, era all’ultimo piano di un palazzo maledettamente privo di ascensore. E in una strada intitolata, malgrado il suo ostentato laicismo, a Gesù e Maria: cosa invece che Andreotti considerava provvidenziale anche per l’amico.

BIOGRAFIA DI ROBERTO GERVASO. Da cinquantamila.it – la storia raccontata da Giorgio Dell’Arti.

Roma 9 luglio 1937. Scrittore. Giornalista. Laurea in Lettere moderne. Collabora con Mattino e Messaggero. Iniziò al Corriere della Sera. Da anni conduce su Retequattro Peste e corna & gocce di storia, breve editoriale su fatti di costume o di attualità. Moltissimi libri tradotti anche all’estero. Grande intervistatore (domande e risposte brevissime). Divulgatore di biografie storiche (Cagliostro, Casanova, Claretta, Nerone ecc.). Celebre per i suoi aforismi.

«Vivevo a Torino con i miei genitori e con mia sorella e ho conosciuto, non dico la fame, ma il bisogno, gli stenti, che mi sono stati di grande insegnamento e hanno contribuito a plasmare il mio carattere. A scuola me la sono sempre cavata, ma la mia pagella era più irta di sei e di sette che di otto, di nove, di dieci. Un po’ meglio sono andato all’università, ma mi sono laureato a ventotto anni. E non perché battessi la fiacca, ma perché, a ventitré, con il viatico di Montanelli, entrai al Corriere della Sera. Ero reduce da un infelice viaggio negli Stati Uniti dove, con una borsa di studio Fulbright, avrei dovuto fermarmi due anni. Ma dopo soli tre mesi mi buscai un devastante esaurimento nervoso e dovetti rientrare in Italia. Al Corriere della Sera feci per un anno e mezzo il cronista di nera. Avevo i nervi a pezzi e atroci coliche renali, ma strinsi i denti e i pugni e mai cedetti alla tentazione di piantare tutto, di dire addio al giornalismo. Montanelli che – come me – ciclicamente soffriva di depressione, mi fu molto vicino. Quando si rese conto che non ce la facevo, ottenne il mio trasferimento a Roma, dove lui viveva con la moglie Colette. Io mi acquartierai a casa di mio nonno e delle mie quattro zie finché non mi emancipai e con i diritti d’autore del primo libro, L’Italia dei secoli bui, scritto a quattro mani con il grande Maestro, affittai una bellissima mansarda dietro piazza Navona. Più tardi conobbi Vittoria e ci sposammo. Lasciai il Corriere della Sera e scrissi su molti altri giornali, feci tanta radio e tanta televisione. Erano gli anni Settanta, la contestazione aveva lasciato nella società rovinosi strascichi di permissivismo e, insieme, d’intolleranza. Chi non militava a sinistra, era, ipso facto, di destra. E chi era di destra, non era un liberale, un conservatore, un moderato. Chi era di destra, era un fascista. Io, e non per eroismo, ma per temperamento, non abiurai la mia fede politica e questo mi valse le censure e gli anatemi di molti colleghi».

Con Montanelli ha scritto i primi sei volumi della Storia d’Italia (Rizzoli). Da ultimo per Mondadori Lo stivale zoppo. Una storia d’Italia irriverente dal fascismo a oggi (2013).

Presidente onorario dell’Esda (European sexual dysfunction alliance).

Il suo nome era nella lista della P2 e Berlusconi sostiene che fu proprio lui a presentargli Licio Gelli.

Indossa sempre e solo il papillon.

Vegetariano per anni («perché lo era mamma»): «Fosse libero (da dieta e medicine), Gervaso un cucchiaio lo affonderebbe nella nutella, l’altro nel gorgonzola “o nello squacquerone, ha presente?”. E invece i piaceri quotidiani sono “una bella mela renetta, però matura, una banana per il potassio, del radicchio o della cappuccina, riso o pasta integrale, formaggio poco, spesso uova, ceci, lenticchie”. Si pregia però della compagnia risorgimentale: “Mazzini era vegetariano certo, sempre pallido, però suonava la chitarra, Garibaldi non credo proprio. Sono frugale come Montanelli che, magari pochi bocconi, apprezzava pure la fiorentina”» (Giovanna Cavalli) [Cds 12/2/2009].

Dalla moglie Vittoria ha avuto una figlia, Veronica (Roma 13 gennaio 1974), giornalista a Mediaset.

Giampiero Mughini per Dagospia il 3 marzo 2020. Caro Dago, leggo le (numerose) commemorazioni di Roberto Gervaso, tutte intinte nel brodo della commozione e dell’ammirazione per questo specialissimo personaggio, e allibisco. Dio come cambia il mondo, e come nessuno si ricorda più com’era e chi era vent’anni fa. Quando avevo sfiorato per la prima volta Roberto e la sua squisitissima moglie Vittoria. Pur così distanti i nostri rispettivi trascorsi umani e professionali, avevo per lui nient’altro che simpatia e a parte i bellissimi Borsalino che lui sfoggiava. Avevo letto solo un paio dei libri scritti da Gervaso in accoppiata con Montanelli (libri scritti da lui al 90 per cento), perché quelli non erano il mio genere. Avevo invece apprezzato il libro sacrosanto su Claretta Petacci, una donna che seguì il proprio uomo sino al fondo dell’abisso. Quanto alle sue interviste pubblicate sui giornali – quelle interviste pungenti, incalzanti, tutto sugo – andavano giù come un bicchiere di seltz al limone. Ma soprattutto c’era che me ne strafottevo altamente che lui fosse stato iscritto alla P2, per la carriera si fa questo e altro e tutti del resto hanno fatto e fanno questo e ben altro. (Lo dice uno che smise di andare a giocare a ping-pong all’Ymca perché mi avevano chiesto di iscrivermi, e io non mi sono mai iscritto a nulla.) E questo è il punto cruciale. Perché vent’anni fa Roberto era schivato come fosse un lebbroso, e del resto un giorno andrà fatta la storia del cannibalismo con cui alcuni giornalisti “politicamente corretti” divorarono alcuni giornalisti rivali, e ne furono drammaticamente stroncati i destini professionali di alcuni galantuomini, da Roberto Ciuni all’ex direttore del Corsera Franco Di Bella. Gente su cui venne tatuata l’ombra dello spregio, del rifiuto umano e professionale. Roberto uno di questi. Ripeto, io me ne strafottevo che lui fosse uno di quegli iscritti e i nostri rapporti non ne furono condizionati neppure un po’. Tanto che Roberto aveva un suo libro in uscita e mi chiese di andare in non ricordo quale circolo romano a presentarlo. Cosa che feci senza esitare, io che di solito scanso le presentazioni dei libri a cominciare dai miei. Me lo ricordo come se fossi ora. Mi alzai a dire che avevo stima e simpatia umana per Roberto. Non so quanti altri lo avrebbero fatto in quel momento. Non credo tanti quante sono le dita di una mano. Vent’anni fa, ahimè quanto diversi da oggi. Addio, Roberto.

Valeria Arnaldi per ''Il Messaggero'' il 7 giugno 2020. La piazza assolata. Il dolore coperto - non nascosto - dalle mascherine. I molti amici di una vita, anche noti, in fila in attesa di entrare per l' ultimo saluto. Poi, all' uscita, l' applauso, tra sguardi evidentemente commossi, ma senza lacrime per omaggiare il suo gusto per il sorriso, alimentato da ironia, intelligenza, cultura.

LE REGOLE. Roma ha salutato così ieri lo scrittore e giornalista Roberto Gervaso, scomparso martedì scorso. I funerali, alla basilica di Santa Maria in Montesanto, Chiesa degli Artisti, in piazza del Popolo, si sono tenuti secondo le regole dettate dall' emergenza sanitaria: ingresso contingentato, distanziamento, misurazione della temperatura. Misure imposte e rispettate che, paradossalmente, hanno reso ancora più visibile il desiderio di essere insieme, vicini seppure fisicamente distanti. A far sentire il loro affetto alla moglie Vittoria, alla figlia Veronica e ai nipoti sono stati numerosi volti noti di politica, spettacolo, informazione.

GLI AMICI. «Era un fuoriclasse assoluto - ha commentato Enrico Vanzina - coltissimo, intelligentissimo, rispettoso, spiritosissimo, mai maligno, aveva un atteggiamento da filosofo. Quando mio fratello stava morendo, mi citava aforismi di Seneca». Era «Un intellettuale vero e un amico» per Renzo Arbore: «Mi stupiva ogni volta con i suoi aforismi straordinari. E ha scritto dei libri bellissimi e interessantissimi che divoravo. E stato uno storico che con Indro Montanelli ha divulgato la storia d' Italia». Pier Francesco Pingitore ha raccontato le molte risate fatte insieme: «Prendevamo sempre in giro tutti per scherzare, mi mancherà molto». Intenso anche il ricordo della politica. «Per noi giovani giornalisti - ha detto l' europarlamentare Antonio Tajani - Gervaso era, un esempio. Era un uomo libero come dovrebbero essere tutti gli uomini e soprattutto tutti gli uomini di cultura». Era «un vulcano di amicizia, di generosità e di cultura», per il senatore Maurizio Gasparri.

LA SCRITTURA. «Un genio anarchico, aveva una capacità di scrittura straordinaria, è sempre stato un battitore libero», secondo l' ex deputato Fabrizio Cicchitto. In chiesa pure Simonetta Matone, Aurelio Regina, Corrado Calabrò, Andrea Monorchio. Presenti Franco Bechis, Roberto Napoletano, Pierluigi Diaco. Senza dimenticare Francesco Romeo, Francesco Cognetti, Antonio Garcovich. E Giucas Casella. Il rettore della Basilica, don Walter Insero, che ha celebrato la messa, ha ritratto l' uomo oltre il personaggio noto, soffermandosi sull' amore per la moglie, «edificante», sulla sua capacità di essere un «padre presente», sull' affetto per gli animali, in particolare per la sua cagnolina Lola, portata dai familiari in chiesa. «L' amore è eterno finché dura affermava Gervaso», ha ricordato Insero, sottolineando come, con la sua vita, lo scrittore abbia dimostrato che in realtà il sentimento va ben oltre.

L' USCITA. Ad accompagnare il feretro all' uscita, un lungo applauso. Dopo la funzione, alcuni amici si sono attardati in piazza, quasi a voler prolungare l' addio. Un volo di passeri tra le colonne della basilica si è fatto sollecito per la memoria: «M' accorgo del cielo infinito - diceva Gervaso - solo se una rondine ne percorre un tratto».

Intervista di Luigi Mascheroni per il Giornale pubblicata da Dagospia il 9-7-2017. Roberto Gervaso. Trecento papillon, cento cappelli («tutti Borsalino, li porto sempre. Un po’ per proteggermi, un po’ per vezzo»), duecento donne amate («tu selezioni molto? Io per niente: ho preso di tutto nella vita, duchesse e commesse, miss e bruttine, anche una teologa, anche una zoppa, anche una balbuziente che ritrovava la parola solo a letto...»), una moglie bellissima («che in un momento di distrazione si è invaghita di me»), una figlia («fa la giornalista...»), tre nipoti («è come avere l’Isis in casa»), quattro case tra Milano, Palermo, Roma e la campagna romana - dove passa l’estate e lo incontro - un domestico filippino che canta magnificamente i Platters, un formidabile elenco di malattie («ne ho avute tante, ora ne ho ancora di più»), un Himalaya di medicine sparse per la villa («vuoi qualche goccia di Lexotan?»), tre depressioni devastanti («a 23, 34 e 70 anni, in tutto mi hanno portato via dieci anni di vita»), una vita vissuta «in uno stato di inquietudine perenne», sessant’anni di carriera tra quotidiani, settimanali, radio e tv, duemila interviste entrate nella storia del giornalismo, 25mila aforismi usciti dalla sua intelligenza, 52 libri pubblicati («più uno in arrivo, a ottobre, un pamphlet sulla storia d’Italia dell’ultimo mezzo secolo, titolo: Che palle!») e ottant’anni compiuti oggi.

Auguri, Robertino. «Robertino mi chiamava Montanelli. Gli devo tutto: andai apposta a Roma per conoscerlo, il mio regalo della "maturità", era il ’56, quando leggevo e ritagliavo tutti i suoi pezzi. Mi prese a ben volere: mi fece entrare al Corriere d’informazione, poi al Corriere della sera, mi fece scrivere con lui sei volumi della Storia d’Italia, per la quale mi associò - per i diritti d’autore - al 50 per cento, quando al massimo avrei dovuto avere il 15...

A proposito: sai quanto abbiamo venduto? Diciotto milioni di copie... Comunque. Mi ha aiutato a diventare inviato, per anni mi ha ospitato a casa sua o al ristorante a colazione, mi ha insegnato tantissimo in questo mestiere. Mi voleva così bene...».

Che a un certo punto iniziò a girare la voce che tu fossi suo figlio.

«Aveva 28 anni più di me, ero magro come lui. Ci stava... Io l’ho sempre trovata una cosa divertente».

E lui?

«Con lui non ne abbiamo mai parlato. Però una sera mia moglie fece una cena, a Palazzo Visconti, a Milano. Una cosa sontuosa. C’erano tutti quelli che contavano, per capirci. A un certo punto si avvicina al mio tavolo Maria Gabriella, la figlia di Maria José, l’ultima regina d’Italia, con la quale Montanelli ebbe una relazione, si conobbero a Cortina... Insomma, guardando mia moglie, mi abbraccia e dice: “Ecco Roberto, mio fratello...”. Ci scherzava anche lei sul fatto di essere figlia di Indro. Nel suo caso può essere. Nel mio, una cosa su cui ridere. Come ho sempre fatto: su tutto».

La vita è una commedia?

«Che finisce in tragedia. Ma che ha momenti farseschi e altri drammatici».

Hai avuto tanto dalla vita.

«Ma ho dato tutto. Ho voluto fortissimamente il successo, per ambizione e per vanità, però ho pagato fino all’ultimo centesimo. E con la moneta più pesante: la salute. Forse è giusto così. Se dovessi scegliere una religione...».

Ma se sei ateo...

«No. Deista, agnostico, laico, scettico, un po’ cinico. Ma non ateo».

Continua. Se dovessi scegliere una religione...

«Sceglierei il buddismo. Dalla vita riceviamo tutto ciò che le diamo. Il paradiso non lo so. Ma l’inferno lo scontiamo in terra. Lo sapevano bene il dottor Schweitzer o madre Teresa di Calcutta... Ecco. Tornando indietro, farei il missionario. Ma lo dico oggi, a ottant’anni. Quando ero giovane mi mancava la vocazione.Meglio così. Avrebbe contrastato la mia ambizione».

Se quando si è giovani non si sa cosa fare nella vita, si finisce per fare o il politico o il giornalista. L’hai detto tu.

«Sì, perché sono due dilettantismi. Il giornalismo ha il merito di farti approfondire la superficialità degli altri, la politica il demerito di corrompere la tua onestà». Tu hai scelto il giornalismo. «Io volevo arrivare. E sono arrivato».

Dove?

«All’ultima fase della vita. Nella prima devi guardare avanti. Nella seconda in alto. Poi, a un certo punto, devi guardarti dentro. Io sono arrivato qui».

Sei partito ottant’anni fa. Nato a Roma, 9 luglio 1937, sotto il segno del Cancro.

«E dell’improvvisazione».

Hai studiato in Italia e negli Stati Uniti.

«Con molta svogliatezza e poco profitto».

Ti sei laureato in Lettere moderne.

«Immeritatamente».

Hai fatto: cronista, inviato, intervistatore, editorialista, commentatore, conduttore radiofonico e televisivo... Cos’è il giornalismo?

«Quello di ieri era una forte inclinazione, forse addirittura una vocazione. Con un suo codice morale, un’etica civile, un rispetto per il lettore ma anche per il fattorino. Ed eleganza: io andavo in redazione in blazer grigio, dando del lei ai superiori e accettando le critiche. Una missione. Una vita da certosino, come mi aveva detto Indro all’inizio. Scrivere e leggere, leggere e scrivere. Mai fatto parte di un sindacato, mai votato, mai lanciato proclami, mai firmato appelli. Solo i miei pezzi».

E il giornalismo di oggi?

«È diventato un lavoro che tendenzialmente esclude la cultura. I giornalisti di oggi, a parte quelli culturali, non leggono nulla. Un mestiere che ti fa sentire molto più importante di quello che sei in realtà, che tifa guardare continuamente l’orologio, che ti fa cercare ciecamente quel colossale imbroglio che è lo scoop... È un giornalismo che è stato soggiogato alle ideologie. Non nel senso che i giornalisti abbiano delle ideologie, ma nel senso che le hanno sdoganate per fare carriera, perdendo il bene più prezioso: l’indipendenza. Da qui, l’omologazione dei giornali e dei giornalisti. Tutti uguali».

Tu, per distinguerti, hai inventato un genere. Domande fulminati, risposte rapidissime. Hai intervistato mezzo mondo. E nei ritagli di tempo, non senza irriverente indulgenza, anche te stesso.

«Tutti dicono che la cifra delle mie interviste sia la brevità, che è figlia della chiarezza. Vero. Ma l’essenza è la volontà di non annoiare. L’intervistatore non deve mai annoiare l’intervistato, e l’intervistato deve divertire l’intervistatore. Se le due cose accadono, escono delle belle interviste».

La tua più bella?

«A Georges Simenon. Andai a trovarlo a Losanna, dopo che gli era morta la figlia, la quale aveva per lui una devozione passionale che rasentava l’erotismo. Aveva abbandonato un borgo tutto suo - dove viveva con uno stuolo di cameriere, segretarie, governanti, tutte donne, tutte che avevano sottoscritto un contratto in cui accettavano di avere rapporti sessuali con lui in qualsiasi momento della giornata - per trasferirsi, con la terza moglie, in una casetta a schiera. Non faceva più nulla, se non dettare le sue memorie. Mi fece vedere il passaporto. C’era scritto: “Georges Simenon. Pensionato”. Gli chiesi perché questa scelta. Mi rispose: “Perché nella vita, con gli anni e i dolori, ti accorgi che le cose importanti sono poche. E le superflue ti distraggono da quelle essenziali”. Detto da uno che ebbe novemila donne in vita sua... Comunque, bella intervista».

La più brutta?

«A Coretta King, vedova di Martin Luther King. Maleducata, insolente, razzista. Essendo io bianco, mi trattò come un negro. Mi girò le spalle per tutto il tempo del nostro incontro, sbocconcellando arance. La minoranza che si era emancipata, ora doveva dimostrare la propria superiorità. Patetico».

La più inutile?

«Ad Anastasio Somoza, dittatore del Nicaragua. Fui l’ultimo a intervistarlo prima che fosse cacciato, e poi ucciso. Mi offrì l’ananasso più buono che abbia mai mangiato. Ma mi raccontò solo bugie. Propaganda e nient’altro. Mi diceva che il Nicaragua era felice sotto di lui...»

L’intervista che avresti voluto fare e non hai fatto?

«A Nixon, il migliore presidente che l’America abbia mai avuto, e a Deng Xiaoping, senza il quale la Cina moderna non sarebbe mai nata. Due statisti giganteschi. Ma che non mi hanno dato l’intervista».

Un’altra a che faceva grandi interviste era Oriana Fallaci.

«Giornalista più passionale che appassionata. Più spericolata che coraggiosa. Più ambiziosa che imparziale. E comunque aveva il difetto di intervistare prima se stessa, poi il suo interlocutore. Le sue domande era lunghissime, anche più della risposta. Molto furba. Una volta incontrai William Colby, già direttore della Cia negli anni Settanta. Era furente con la Fallaci: diceva che lei gli aveva mandato delle domande, lui aveva risposto, e poi lei aveva pubblicato l’intervista con delle domande diverse, cambiate all’ultimo. Lui ne usciva massacrato».

Litigaste, tu e la Fallaci.

«La intervistai per un libro. Ma il Corriere della sera, per cui lavoravo, prima che uscisse in volume fece un’anticipazione dell’intervista sulla Terza pagina. Lei fece la matta. Telefonò a Tassan Din, il direttore generale di Rcs, urlò, sbraitò, minacciò di querelarmi...».

E perché?

«Che ne so? Forse una paginata non le bastava. Voleva un’edizione speciale».

L’unica giornalista più egocentrica di te.

«Sì, ma lei non aveva il sense of humour».

Il sense of humour è la tua più grande virtù?

«Insieme al senso del dovere. Almeno credo. Ah: e il rispetto per il lettore. Mai farlo sentire ignorante. Bisogna raccontargli le cose che non sa, e spiegargliele senza spocchia. Me l’ha insegnato Montanelli. Prima lezione, e anche l’ultima che mi ha dato, e non era neanche sua perché la rubò a un formidabile premio Pulitzer, Webb Miller: “Robertino, ricordati: scrivere facile è difficilissimo. Scrivere difficile, quello sì è molto facile. Stai attento”».

Montanelli è stato il più grande giornalista italiano?

«No. Il più grande giornalista del secolo è stato Longanesi. Lo diceva Indro stesso. Leo Longanesi è stato colui che ha influenzato maggiormente il nostro giornalismo nel Novecento, così come Prezzolini colui che ha segnato maggiormente la cultura, anche più di Benedetto Croce».

E il giornalista più insopportabile?

«Eugenio Scalfari. Il principe dei moralisti, cioè coloro che condannano negli altri, per meglio nasconderli, i propri vizi. E poi ha fatto la cosa peggiore che può fare un giornalista. Ideologizzare il proprio mestiere».

Il giornalista più simpatico?

«Giancarlo Fusco. Una sera eravamo a cena. Anni ’60. Un ristorante in via Doria, a Roma. Iniziò a discutere con la sua compagna, della quale era gelosissimo, su Rodolfo Valentino. Lei diceva fosse un grande amatore, lui un frocio. Litigarono così violentemente che si dovette chiamare la polizia. Era matto, ma irresistibile. Andava sempre in giro con la pistola. Una notte credette di vedere la sua donna baciare un altro di nascosto. Sparò in aria. Poi si scoprì che l’altro era il direttore della Fao, a Roma, e la donna la sua amante, probabilmente... Raccontava un sacco di balle, ma le raccontava così bene che se ti avesse raccontato la verità non sarebbe stato così divertente».

E i politici? Il più divertente che hai incontrato?

«Almirante. Ma il più simpatico Andreotti».

E il più antipatico?

«Marco Pannella, ma non perché insopportabile. Perché logorroico. Era un amico, ma quando dovevo intervistarlo tremavo. Era incontenibile, un divagatore continuo, parlava parlava e io non concludevo niente...».

Differenze fra la politica di ieri e quella di oggi?

«Ieri era una professione, oggi una carriera. Fanfani quando era presidente del Senato aveva sempre a portata di mano 5 o 6 cravatte da prestare ai colleghi prima di entrare in aula, quando vedeva degli abbinamenti che non riteneva abbastanza eleganti. Oggi, tu la vedi la gente che va in Parlamento? È una classe politica sbracata, volgare, ignorante, impresentabile. La politica è sempre stata un affare da puttane. Ma ieri almeno era una casa di appuntamenti di lusso, oggi un bordello da suburra».

E gli italiani che stanno in mezzo?

«Hanno le stesse colpe dei politici. Sono loro a sceglierli. E sono uguali a loro. Trovami un italiano in mezzo a centomila che, se non fosse al loro posto, non si comporterebbe allo stesso modo, tra privilegi, ruberie, impunità. La politica italiana è questa, perché questi sono gli italiani. È un Paese che sta in piedi solo perché non sa da che parte cadere».

A destra o a sinistra?

«La sinistra è finita con Mussolini, e la destra anche. Quando diresse l’Avanti! era la vera sinistra, e quando fondò i fasci di combattimento la vera destra».

Dopo?

«Togliatti e De Gasperi, per breve tempo, hanno illuminato la sinistra e la destra. Dopo di loro ci sono stati solo professionisti della politica, alcuni abilissimi, come Andreotti, Craxi e Almirante. E per il resto arruffoni e arraffoni. I politici della prima Repubblica non erano santi, ma avevano decoro. Questi di oggi neanche la decenza».

E Silvio Berlusconi?

«Cosa c’entra Berlusconi. Lui è un imprenditore, e anche diverso dagli altri: ogni imprenditore vende l’arrosto. Ma lui lo vende anche ai vegetariani. Però non è un politico. Semmai un uomo di potere, che è diverso. Ha sempre rifiutato i tatticismi, le astuzie, le meschinerie della politica. Lui non esclude nessuno per principio. Perché i suoi prodotti, come le sue idee, li vuole vendere a tutti. In questo è un liberale modello».

E tu, cosa sei?

«Un conservatore anarchico. Conservatore perché voglio conservare quello che c’è di buono. Anarchico perché non accetto imposizioni. Ma rispetto le leggi e le istituzioni. Sono un ribelle, ma preciso».

Ribelle, preciso, pignolo, libertino, sarcastico, primadonna anche a riflettori spenti - sulla scena come in camerino -, Roberto Gervaso tiene in esercizio la propria intelligenza pensando il contrario di quello che dice. E a volte, viceversa. L’anticonformismo è il suo habitus, l’aforisma la sua complessità, il paradosso la sua logica, la battuta il suo asso nella manica. Rigorosamente di camicie Brooks Brothers. Ha passato una vita a parlare della sua paura della morte. E ora i discorsi sulla morte sono la sua ragione di vita. Intervistatore princeps che adora farsi intervistare - interviste modello confluite editorialmente in una trilogia otorino-laringo-oftalmica:Il dito nell’occhio (1977), La pulce nell’orecchio (1979), La mosca al naso (1980) – Gervaso offre risposte che con il punto interrogativo sarebbero meravigliose domande. Botta e ripensa: a domanda, risponde.

Lo sventurato, domanda: e la P2?

«Nessuno mi chiese niente e io non ho chiesto niente a nessuno. Presentai io Berlusconi a Licio Gelli: non accadde niente. Non mi sono neanche pentito, perché non c’è niente di cui pentirsi. Sono stato uno dei pochissimi ad ammettere l’iscrizione, e dissi che non avevo nulla contro la massoneria. Mi hanno demonizzato. E in malafede».

Per anni, al Corriere della sera, ancora sotto la direzione De Bortoli...

«Un coniglio azzimato. No: scrivi “volpe azzimata”, non vorrei querelasse».

... ancora sotto la direzione De Bortoli al Corriere non si potevano recensire i tuoi libri...

«Ipocriti. Proprio loro, che avevano un direttore iscritto alla loggia».

L’occhiuto Raffaele Fiengo, membro del comitato di redazione, proibì che fosse anche solo citato il tuo nome sulle pagine del Corriere. Me l’ha detto un vecchio redattore.

«Fiengo. Il mastino della Lubjanka di via Solferino».

Perché il Corriere precipitò così a sinistra?

«Chiedilo all’editore di allora, Giulia Maria Crespi. Fu lei la regista di quella operazione suicida. Magari ti risponde. O forse no. Non ha abbastanza intelligenza per capire quanta gliene manca».

I tuoi aforismi. Tutti copiati dai peggiori luoghi comuni degli italiani. Quanti nei hai scritti?

«Venticinquemila».

Il più bello?

«L’amore senile comincia col matrimonio».

Hai amato molto?

«Amato-amato, poco. Desiderato tanto».

Cosa desideri, adesso?

«Leggere le uniche cose che vale la pena leggere: Seneca, Ovidio e Voltaire. E scrivere le uniche cose che vale la pena scrivere: i miei articoli di giornale».

Montanelli sognava di morire avvolto nell’edizione straordinaria del giornale. Tu?

«Mi basta quella quotidiana».

Ho fatto una ricerca d’archivio. La domanda che hai posto più volte ai tuoi intervistati è stata: «Cos’è per lei la morte?». Risposta?

«O un ponte o un abisso. Cioè: un passaggio verso qualcosa d’altro oppure un precipizio nel nulla. Spero la prima. Ma temo la seconda».

·        È morto Tinin Mantegazza, creatore del pupazzo Dodò dell'Albero azzurro.

È morto Tinin Mantegazza, creatore del pupazzo Dodò dell'Albero azzurro. Pubblicato lunedì, 01 giugno 2020 da La Repubblica.it. Scrittore, pittore e scenografo, protagonista di spicco del teatro per ragazzi, illustratore e autore di libri per l'infanzia, nonchè inventore delle "telefiabe". È morto a 89 anni a Cesenatico Tinin Mantegazza, celebre per aver creato l'uccello Dodò, pupazzo protagonista della storica trasmissione per bambini della Rai L'albero azzurro, che quest'anno festeggia il trentennale. Mantegazza, di origini milanesi, ma che dagli anni '90 abitava nella cittadina della costa romagnola, in una casa-studio con vista sul porto, era stato ricoverato per un malore all'ospedale Bufalini di Cesena. Un anno fa il Comune di Bagnacavallo (Ravenna) gli aveva dedicato una mostra, Le sette vite di un creativo irriverente, in collaborazione con la Fondazione Tito Balestra onlus e Accademia Perduta/Romagna Teatri, per ripercorrere la sua carriera artistica e le invenzioni con cui ha segnato la cultura italiana dal secondo dopoguerra ad oggi. Dagli anni ’50 aveva iniziato la sua collaborazione come illustratore con le redazioni de La Notte e del Corriere dei Piccoli e sempre in quegli anni aveva aperto una piccola galleria d’arte, La Muffola, dove accanto alle mostre di artisti come Luzzati, Pericoli, Rossello, Ceretti ed altri si esibivano giovani attori e cantanti quali Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Paolo Poli, Cochi e Renato e Bruno Lauzi, fino all'esperienza dello storico Cab '64. Con la moglie Velia ha iniziato a costruire pupazzi e ad animarli in forme originali per spettacoli teatrali e televisivi, fondando anche il Teatro del Buratto. Mantegazza, instancabile mente creativa, ha saputo spaziare con capacità e disinvoltura dal giornalismo alla regia, dalla tv all'animazione culturale, all'organizzazione teatrale, fra le sue realizzazioni più note al grande pubblico c'è anche il celebre "sig.Toto" delle schede di approfondimento di Enzo Biagi. Nel febbraio dello scorso anno era stato festeggiato al Museo della Marineria di Cesenatico per il suo compleanno e aveva presentato l'ultimo libro di racconti, Restituiamo Roma al Vaticano (con tante scuse), edito da Corsiero.

Marco Giusti per Dagospia l'1 giugno 2020. Milano, la Milano perbene e meravigliosa degli anni ’60, quella di Enzo Jannacci, di Cochi e Renato, della prima Rai e del Derby Club, di giornali mitici come “La Notte” e “Il Giorno”, perde uno dei suoi più creativi e fantasiosi abitanti. Scrittore, cabarettista, pittore, disegnatore, pupazzaro, creatore di qualcosa come 2000 personaggi per la tv dei ragazzi con la moglie Velia, tra cui il popolarissimo Dodò, volatile dal becco giallo e corpo a pois dell’Albero Azzurro, se ne va in quel di Cesenatico, dove era andato a vivere da anni, Tinin Mantegazza, ligure, nato a Varazze, ma milanese da quando aveva sei anni. Tanto milanese da poter ricordarsi di aver visto gli anni più bui di Milano, tra bombardamenti, angoscia e fame. “Con la paura che la gente potesse tradirti”, dirà recentemente. “Il mio maestro elementare fu uno dei 15 martiri fucilati a piazzale Loreto. Avevo 12 anni, un vero trauma». Una mattina presto il padre sente un frastuono per la strada, scende, col cappotto sul pigiama, portandolo con sé e così vede la testa della Petacci morta sul grembo del Duce. Suo padre morirà nel 1947 quando ha solo 15 anni. Nella Milano del dopoguerra, il suo primo lavoro fu “decorare gli stand della fiera campionaria che cominciava a rinascere. Nel dopoguerra, quando aprirono locali come il Santa Tecla o l' Aretusa dove si suonava jazz, andai a decorare le pareti con dei giovani pittori: Enrico Baj, Joe Colombo, Sergio d'Angelo. Fondammo un gruppo, Pittura Nucleare, e in seguito diventammo amici di Fontana e Sassu». Contemporaneamente disegna per “La Notte” di Nino Nutrizio. “Riempivo gli spazi vuoti con disegni. Poi venni assunto al Giorno, dove facevo di tutto”. Disegnatore e scenografo, apre a Milano con la moglie Velia una piccola galleria d’arte in via Lentasio, chiamata “La Muffola”. “Esponevamo disegni e ceramiche con scarso senso degli affari, ma con un certo successo di pubblico, soprattutto perché la sera ospitavamo artisti dello spettacolo più o meno noti e si consumava grappa delle Cinque Terre». E’ lì che arrivano musicisti e artisti comici come Bruno Lauzi, Cochi e Renato, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci… Così nel 1964, a 33 anni, dopo essere stato cacciato dall’Osteria del Pomé, fonda il Cab 64, in via Santa Sofia, che definisce non più di uno scantinato di un bar. “Non avevamo una lira”, dirà “bisognava farci il bagno e Bruno Lauzi anticipò il denaro per il gabinetto. Così potemmo aprire. Io, mia moglie Velia, Lauzi, Cochi e Renato, Gino Negri, grande compositore, in cooperativa. Si faceva cabaret tutte le sere, Paolo Poli si esibì con il suo Santa Rita da Cascia.” Troviamo gli stessi artisti che saranno poi lanciati dal Derby. E’ lì che si presentano per la prima volta Cochie Renato, 2.500 lire a testa di paga. Ma presto Jannacci se li portò al Derby (“he pagava di più”). O Felice Andreasi, che arriva a Milano nel 1965. O Jacques Perrotin con le sue favole sonore. Qualcosa dell’atmosfera del Cab 64 ritroviamo nelle serie di caroselli “Club 18” dell’Amaro Isolabella tra il 64 e il 66, dove vediamo esibirsi proprio Jannacci e Toffolo presentati da Alberto Lupo e Marilù Tolo. Lavora moltissimo per la Rai, assieme a Velia, fin dagli anni ’60, con registi come Guido Stagnaro e Beppe Recchia. Tinin inventa personaggi e storie e Velia li costruisce e anima. Ricordiamo “Il bosco degli Animatti”, “Il giro del mondo in 80 giorni” o “Cappuccetto a pois” per la tv svizzera. Ci sono intere generazioni che hanno passato l’infanzia coi pupazzi dei Mantegazza. Si inventa assieme al cantante Franco Franchi nel 1969 un famoso “La filibusta”, dove troviamo Elio Crovetto, Donatello Falchi, Sergio Renda, Gianni Magni, tutto girato negli studi di Milano. In ogni puntata compariva un cantante celebre: Bobby Solo, Fred Bongusto, Leonardo, Herbert Pagani, Arturo Corso, Nino Ferrer, Enrico Maria Papes e il complesso dei New Trolls. Per “I viaggi di Gulliver”, 1969, scritto da Umberto Simonetta e Vaime, Tinin e Velia si inventano i pupazzi, e contemporaneamente fanno teatro militante a Milano, “La Duceide”, cioè il fascismo spiegato ai bambini. Nel 1970 si butta in una nuova impresa, fondando il Teatro Verdi. «Era una sala da biliardo. Cercavamo un posto per fare teatro per le scuole, e la sera ospitavamo i teatranti che non avevano casa. L' Elfo ha cominciato al Verdi, Salvatores ha debuttato lì». Nello stesso anno fonda con Velia anche “La compagnia del Buratto”, per portare avanti il teatro per i più piccoli. Ma seguita col teatro militante con lo spettacolo “Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra con l’autopsia”, 1972, con testi di Tinin e Gino Negri e attori come Edmondo Aldini e Duilio Del Prete. La Milano dei primi anni ’70 è piena di teatri e compagnie alternative, il Pier Lombardo, l’Elfo, il CRT, Il Teatro Officina. Al Teatro Verdi, Tinin portò avanti coraggiosamente l’idea di uno nuovo tipo di Teatro per ragazzi. Tra gli spettacoli più importanti ricordiamo “Il gran buffone”. “Pierino e il lupo”, “Histoire du soldat”, che finì addirittura alla Scala. Scrive, assieme a Guido Davico Bonino, la riduzione per un “Nel mondo di Alice” diretto per la Rai da Guido Stagnaro nel 1974 con le musiche dei fratelli Reverberi, pupazzi e animazioni di Velia e un cast prestigioso che va da Milena Vukotich a Duilio Del Prete, da Franca Valeri a Bruno Lauzi, da Ave Ninchi a Ricky Gianco. E’ a metà degli anni ’80 che inventa il suo personaggio più famoso, il cucciolo di volatile Dodò per la trasmissione per ragazzi “L’Albero azzurro” che verrà in gran parte diretta i primi anni dalla moglie Velia negli studi Rai di Torino. Dentro a Dodò, realizzato da Natale Panaro, è l’attrice Francesca Paganini. Nello stesso periodo, più o meno, lo chiama Enzo Biagi e disegnerà per lui le schede del suo programma, “Il fatto”, seguendolo fino al suo esilio politico. Se ne va da Milano, che ha visto stravolta nel corso degli anni, preferendo una vecchiaia a Cesenatico, anche perché, diceva nelle interviste, «Non avverto segnali di rinascita. Milano è stata fregata, c'è più vita in provincia». Lì continuerà a scrivere, anche libri per bambini, “Il mistero dei bisonti scomparsi”, “La storia di Rosanna detta Cappuccetto Rosso”. Infaticabile. Di lui, del suo lavoro, dei suoi 2000 personaggi non troviamo traccia nel fondamentale dizionario della tv di Aldo Grasso.

·        E’ morto Morrow: fu il primo a eguagliare la leggenda Owens.

Atletica, è morto Morrow: fu il primo a eguagliare la leggenda Owens. Pubblicato domenica, 31 maggio 2020 da La Repubblica.it Vinse nel 1956 all'Olimpiade di Melbourne l'oro nei 100, 200 e 4x100. Dopo di lui ci sono riusciti solo Carl Lewis (che come la leggenda di Berlino '36 si impose anche nel lungo) e Usain Bolt. Fu il primo ad eguagliare le leggenda Jesse Owens. Bobby Joe Morrow,  morto a 84 anni nella sua casa di San Benito, in Texas, alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 conquistò la medaglia d'oro nei 100, 200 e 4x100 metri, impresa fino ad allora riuscirà solo al leggendario velocista ai Giochi del 1936 a Berlino.  Un exploit successivamente compiuto da un altro americano, Carl Lewis (medaglia d'oro anche nel salto in lungo, come Owens, a Los Angeles nel 1984), e dal giamaicano Usain Bolt. Morrow fu nominato sportivo dell'anno dalla rivista Sports Illustrated per il 1956, davanti al giocatore di baseball Mickey Mantle e al pugile Floyd Patterson. Si ritirò dall'atletica leggera nel 1958, prima di fare un breve ritorno nel 1960 per tentare invano di qualificarsi per le Olimpiadi di Roma. Nell'ottobre 2006 gli fu dedicato il Bobby Morrow Stadium a San Benito, con 11.000 posti.

·        È morto l'artista Christo.

È morto l'artista Christo. L'artista è scomparso a New York all'età di 84 anni per cause naturali. Sua l'opera The Floating Piers sul Lago d'Iseo. Francesca Galici, Domenica 31/05/2020 su Il Giornale. A 84 anni è morto Christo, l'artista diventato famoso nel nostro Paese per aver realizzato l'installazione galleggiante sul Lago d'Iseo. A darne l'annuncio è stata la pagina Christo and Jeanne-Claude Official, che rappresentava l'artista sul popolare socoal-network. Non sono state rese note particolari patologie per l'artista, che domenica 31 maggio sarebbe morto per cause naturali nella sua casa di New York. Nacque in Bulgaria nel 1935 ma poco più che ventenne decise di lasciare il suo Paese Natale per seguire la sua ispirazione artistica. Prima Praga, poi Vienna e Ginevra, Christo ha perseguito la sua arte fino a raggiungere Parigi, dove ha conosciuto Jeanne-Claude Denat de Guillebon, la donna che sarebbe diventata la sua donna per la vita. Uniti nel lavoro e nella vita privata, i due crearono un legame indissolubile, che ha dato vita a tantissime opere d'arte diventate famose in tutto il mondo in oltre mezzo secolo di attività. Jeanne-Claude Denat de Guillebon è morta nel 2009 ma Christo ha continuato a portare avanti la sua opera e il suo lavoro, realizzando ancora nuove installazioni che hanno fatto parlare il mondo. L'ultima tappa del suo viaggio itinerante nel mondo è stata New York, dove Christo si trasferì 56 anni fa e dove decise di vivere la sua vita. La Grande Mela era il luogo perfetto per stimolare la sua creatività, qui Christo ha trovato la sua dimensione ideale, fino all'ultimo giorno della sua vita. "Christo ha vissuto al massimo la sua vita, non solo sognando ciò che sembrava impossibile ma realizzandolo - si legge nell'annuncio - Le opere d'arte di Christo e Jeanne-Claude hanno riunito le persone nelle esperienze condivise in tutto il mondo, e il loro lavoro continua a vivere nei nostri cuori e nei nostri ricordi", si legge nel post in cui si annuncia la morte dell'artista. La notizia si è diffusa rapidamente, in linea con l'eco che le sue opere hanno sempre avuto. The Floating Piers è stata un'installazione monumentale che ha avuto un grande successo nel nostro Paese.. La passerella gialla sul Lago d'Iseo ha incrementato esponenzialmente il flusso turistico di quell'area, attirando milioni di persone incuriosite da quella particolare concezione di passeggiata sull'acqua. "In una lettera del 1958 Christo scrisse: 'La bellezza, la scienza e l'arte trionfo sempre.' Teniamo presenti queste parole oggi", conclude il post della pagina Facebook, che in pochi minuti ha raggiunto centinaia di migliaia di persone.

E' morto l'artista Christo, aveva 84 anni. Pubblicato domenica, 31 maggio 2020 da Raffaella De Santis su La Repubblica.it. Scomparso per cause naturali a New York. È morto a New York all'età di 84 anni Christo Vladimirov Javacheff, noto con il solo nome Christo. Il decesso è avvenuto per "cause naturali". L'annuncio è arrivato attraverso i canali social dell'artista, che nel 2016 aveva realizzato l’opera The Floating Piers sul Lago d’Iseo. Nato a Gabrovo, in Bulgaria, il 13 giugno 1935, è stato tra i più grandi esponenti della Land Art. Con la sua arte modificava e ridisegnava il paesaggio. In più di cinquant'anni di carriera, trascorsi per gran parte con la compagna della vita Jeanne-Claude, scomparsa nel 2009, ha imballato e impacchettato il mondo. Da Porta Pinciana a Roma, nel 1974, al Reichstag di Berlino (1995), passando per il Pont Neuf di Parigi (1985). Il primo edificio imballato, nel 1968, è la Kunsthalle di Berna. Da allora il suo stile diventa inconfondibile. Il suo vero obiettivo era realizzare le visioni che aveva in testa. Cambiare l'immagine del mondo, anche solo per il tempo della durata della sua installazione.  Della sua opera diceva "Non voglio usare chiavi politiche, letterarie o religiose per parlare del mio lavoro. Il mio lavoro è la cosa in sé. Se vogliamo, è politica in sé. Avete idea di cosa può voler dire ottenere i permessi per impacchettare il Reichstag? Convincere Mister Kohl e tutto il Bundestag? Costringerli a votare qualcosa che non esiste ancora, se non nell’immaginazione? Questa è vera dimensione politica, non illustrazione della politica, ma pura visione politica". Quest'anno avrebbe dovuto impacchettare l'Arco di Trionfo a Parigi. Il progetto è stato rinviato per la pandemia e riprogrammato all'autunno 2021. Sarà la sua opera definitiva. La storia di Christo è strettamente legata a quella della moglie Jeanne-Claude. Senza di lei, diceva, non ce l'avrebbe fatta a realizzare opere tanto folli, che richiedevano una lunga preparazione e soprattutto molti permessi e autorizzazioni. Si erano conosciuti a Parigi, lui in fuga dal mondo comunista, lei cresciuta in una famiglia francese a Casablanca. Erano nati lo stesso giorno, se gli astri hanno un senso: il 13 giugno 1935. Insieme hanno impacchettato monumenti in tutto il mondo e pensato opere che hanno ridisegnato l'architettura urbana. Progetti incredibili come il nastro di nylon bianco che nel 1976 attraversò la California  per 40 chilometri o Umbrellas, migliaia di ombrelli con i quali avevano invaso una valle del Giappone e prima della California (1991): 1340 ombrelli blu alti sei metri  comparsi a nord di Tokyo. Quattro anni dopo avevano impacchettato il Reichstag tedesco (Wrapped Reichstag): l'opera fu visitata da 5 milioni persone. Per noi italiani è stato il ponte sul Lago d'Iseo il ricordo recente più forte di Christo, una lunghissima passerella gialla sull'acqua del lago lombardo che realizzava il miracolo di camminare sull'acqua: The Floating Pears è stata attraversata da 1 milione e 300 mila persone in sole tre settimane. Più popolare di un concerto rock. Anni prima, nel 1968, insieme a Jeanne-Claude Christo aveva impacchettato una torre medioevale a Spoleto. Poi aveva avvolto di spaghi e nastri il monumento a Leonardo da Vinci a Milano e nel 1973 era stata la volta delle mura aureliane di Roma (Wrapped Roman Wall). Ad aiutarlo allora c'era anche Guttuso. Per realizzare i suoi progetti Christo lottava con l'impossibile e con le difficoltà della burocrazia. Diceva di essere fuggito dal mondo comunista per essere un uomo libero. La libertà era anche sognare in grande, ridisegnare il mondo anche solo per qualche giorno. 

Fabio Isman per “il Messaggero” l'1 giugno 2020. È morto a 84 anni a New York, negli Stati Uniti, dove viveva il re della Land Art, arte e paesaggio. Forse non tutti si ricordano che Christo in realtà si chiamava Christo Yavachev, era bulgaro e ha avuto una vita assai curiosa, non soltanto perché ha «impacchettato» monumenti famosi: a Roma, ad esempio, le Mura aureliane in cima a via Veneto. Nel 1958 a Parigi, Jeanne-Claude Denat de Guillebon, nata a Casablanca, gli commissiona un ritratto della madre. Così, scoprono che sono nati entrambi il 13 giugno 1935, e le affinità, evidentemente, non si fermano a questo punto. Da allora, saranno una coppia: nel lavoro, e nella vita. Jeanne se n'è andata 11 anni fa, lui ha proseguito da solo. Tra le opere più recenti, il «Molo flottante» sul lago d'Iseo: tre chilometri di passerelle galleggianti larghe 16 metri, di libero transito, colori sgargianti. E il sito della coppia, che ne annuncia il decesso, precisa che la loro opera continuerà anche dopo che lui se ne è andato: come Christo ha voluto, a Parigi «l'Arco di Trionfo impacchettato» resta in programma dal 18 settembre al 3 ottobre dell'anno prossimo. Due vite interessanti, le loro. Lui, studia a Sofia; dal 1956 si trasferisce a Praga, e l'anno dopo riesce a fuggire dal regime. Apolide a Parigi, non se la passava affatto bene: campava eseguendo ritratti. Uno, appunto, gli riesce fatale. Jeanne-Claude, la cui madre era nella Resistenza e moglie di un generale, vive a Berna e poi a Tunisi, dove si laurea; approda a Parigi in quel fatale 1958. L'anno dopo, lascia il fidanzato, e marito, Philippe Planchon, dopo la luna di miele: era incinta di Christo, che peraltro frequentava sua sorella, Joyce. La loro prima collaborazione, a Colonia, nel 1961; la prima opera monumentale a Parigi l'anno dopo: «Cortina di ferro», un muro di barili d'olio che blocca rue Visconti, presso la Senna, come protesta per il muro di Berlino. Dal 1964, si trasferiscono negli Stati Uniti. La loro arte, firmata soltanto con il nome di lui, non ha emuli: è inconfondibile. E si dipana in tutto il mondo. A Spoleto, nel 1968, «imballano» la Fontana di piazza del Mercato e il Fortilizio dei Mulini; nel 1968 a Berna, alla Kunstalle, il primo edificio intero; sempre lo stesso anno, a Kassel, una struttura di di 5.600 metri cubi sollevati da gru e visibili da 25 chilometri lontano. Ed è subito una grande affermazione. L'Italia ne è un palcoscenico privilegiato: a Milano, nel 1970, tocca al monumento a Vittorio Emanuele II in piazza del Duomo; nel 1974, è la volta di Porta Pinciana. Tra il tanto d'altro, seguiranno il Pont Neuf a Parigi; le isole della baia di Miami del tutto circondate; il Reichstag, a Berlino; un percorso di 30 chilometri nel Central Park a New York. Un trapezio da 7.506 barili colorati messi in modo orizzontale su una piattaforma galleggiante a Hyde Park di Londra, sul Serpentine Lake, resta l'ultima loro prodezza, due anni fa: loro, anche se lei non c'era già più. Leggiamo il sito ufficiale della coppia: «Ha vissuto una vita piena, in cui non solo ha sognato ciò che sembrava impossibile, ma lo ha realizzato. Il lavoro di Christo e Jeanne-Claude ha unito le persone facendo condividere loro esperienze in tutto il mondo. La loro opera vive nei nostri cuori e nei nostri ricordi». Infine, una citazione, proprio di quel 1958 che li ha uniti: «La bellezza, la scienza e l'arte trionferanno sempre». E la foto sul lago d'Iseo, che lo ritrae con le mani sui fianchi, i bianchi capelli lunghi sulla nuca, di profilo, a guardare lontano, chissà dove. Cordoglio di Franceschini, che ne ricorda l'amore per il nostro Paese. Non tutto gli è sempre riuscito: dopo anni di battaglie, nel 2011, era stato autorizzato a un'opera faraonica nelle montagne del Colorado: la copertura del fiume Arkansas, con cavi e pali a sostenere una struttura di tende argentate, lunga 62 chilometri; il lavoro era previsto per il 2014. È rimasta in lui la voglia di questo ennesimo progetto: il più grande esponente di un'arte già originale di per sé, se n'è andato senza averla mai vista. Lo ricordano i milioni di visitatori che hanno camminato sulle acque del Lago d'Iseo.

Stefano Ciavatta per esquire.com il 6 giugno 2020. Nel freddo gennaio del 1974 la coppia di artisti Christo e Jeanne-Claude impacchettarono di nylon bianco con delle grosse corde arancioni i quattro archi di Porta Pinciana alla fine di Via Veneto e davanti a Villa Borghese. Siamo lungo il tracciato delle bimillenarie Mura aureliane, il monumento più grande di Roma, il sogno più ambito, il segno più duraturo della città. Nata senza fastosità, per gli storici Porta Pinciana funzionò agli inizi come porta di servizio per le ville retrostanti, senza far capo a una strada principale. Il collegamento remoto con via Salaria vecchia lo scoprirà il fondatore dell’archeologia cristiana, Antonio Bosio, ma nel XVII secolo. Quando divenne monumentale nelle dimensioni non bastarono comunque a reggere l’urto del sacco di Alarico. La gloria arrivò dopo: Porta Pinciana divenne il campo strategico del generale bizantino Belisario che respinse dopo un anno l’assedio dei goti di Vitige, il barbaro che tagliò il rifornimento d’acqua degli acquedotti, in gran parte mai più riattivati. Poi venne inglobata nella magnificenza e nell’oscuro destino di villa Ludovisi, finì murata e ci stesero i panni, poi rottamata nel DNA con Porta Pia e riaperta solo a fine 800 a reggere da sola per decenni il suo passato devitalizzato. Nella Roma modernissima e pacifica del triumvirato Fellini, Flaiano, Pinelli, la Porta divenne il termine ultimo delle vasche della Dolce Vita. Da metà anni 90 lo slargo ai suoi piedi è intitolato a Fellini e suona un po’ kitsch. Al di là sta il dolce assillo di Villa Borghese e i motori sempre accesi del Muro Torto, passaggio a nord-ovest del traffico centrale capitolino. L’installazione esposta per quaranta giorni faceva parte della mostra Contemporanea per gli Incontri Internazionali d’Arte (30/11/73 - 28/02/74), a cura di Achille Bonito Oliva, all’epoca 35enne, che però si svolse nel garage sotterraneo di Villa Borghese progettato da Luigi Moretti. Una catacomba moderna, mentre a Roma si salivano le scale al Palazzo delle Esposizioni e della Gnam, che il warholiano Gregory Battock raccontava così a Domus: "non c'è posto dove ci si possa sedere, non c'è un bar, grandi spazi vuoti, un freddo pavimento che stanca i piedi. Si pensa a come sarebbe bello poter girare in macchina dentro la mostra, il primo museo-drive in del mondo". Alla luce del sole arrivano invece Christo e Jeanne-Claude pronti per l’exploit, e trova il giovane Massimo Piersanti, fotografo ufficiale di Contemporanea, che racconta a Esquire quei giorni mitici. "Christo aveva presentato un provino anche per Ponte Sant’Angelo ma poi Contemporanea scelse le Mura. Già prima di Natale mandai allo studio di New York delle polaroid scattate a Porta Pinciana, che poi Christo riutilizzò cucendole sopra una tela. Dell’allestimento se ne occupò lo studio specializzato di Maurizio Puolo. Christo arrivò col suo gallerista Guido Le Noci e montò il lavoro. Via via arrivarono altri fotografi, compreso Harry Shunk, il fotografo personale di Christo, a cui l’artista pagava la vita. Mica solo l’affitto, persino il dentista! C’era anche Vittorio Biffani che documentò dal 26 al 29 gennaio i quattro giorni di realizzazione. Tutti scattavano dalla strada e da in fondo a via Veneto. Ma così l’impacchettamento risultava un enorme muro di ghiaccio. Invece volevo che si vedesse che si trattava di Roma e delle Mura aureliane: e così salii sulle terrazze del Grand Hotel Flora e poi del Jolly che oggi è l’NH, perché almeno c’erano i pini sullo sfondo. Il lavoro fu premiato e Christo scelse le mie foto per le tirature ufficiali". Labili le tracce di polemiche politiche contro il permesso dato ai due artisti dal Comune di Roma. Il dc Nistri presentò in consiglio regionale un'interrogazione nella quale criticava "la stravagante iniziativa" e "lo scempio di buon senso" nell’imballare le Mura. Sempre Piersanti racconta: "Ci fu qualcosa, ma insignificante come protesta, si spense subito". L’opera non venne bocciata dai romani, pur diffidenti all’insegna del "tanto dura poco". A volte Roma è preparata, a volte no, ma respinge senza vere motivazioni. Continua Piersanti: "Le reazioni dal basso furono invece immediate, c’era anche gente che passava e gridava ma che state a fa? che è ‘sta buffonata? Anche gli operai erano scettici all’inizio, poi però divennero i primi difensori dell’impacchettamento. Ci furono battibecchi storici tra gli operai in piedi sulle Mura e gli avventori di Doney e Harry’s Bar che venivano sotto a criticare". Come fece Christo a ottenere i permessi nella Roma democristiana del sindaco Clelio Darida? "Fu grazie ai buoni uffici della Lonardi, che era legata al principe Aldrombrandini - racconta Piersanti- ne rimanemmo tutti stupiti. Neanche Bonito Oliva saprebbe rispondere a questa domanda. Il garage era di proprietà del Vaticano e ci diedero un intero piano!". Nel colophon della mostra alla voce "promozione, organizzazione e coordinamento culturale" compare infatti il nome di Graziella Lonardi Buontempo, mecenate, collezionista, fondatrice degli Incontri Internazionali d'Arte, una figura fondamentale nel mondo dell’arte senza mai rivestire ruoli istituzionali (l’editore Iacobelli ha pubblicato un’antologia di interviste e interventi sul lavoro della Lonardi). Il critico e curatore Costantino D’Orazio la descrive a Esquire come "una promotrice trasversale, una grande mediatrice. Parlava la lingua degli artisti e dei politici, quando la politica era più forte e l’opinione pubblica contava meno. Era irresistibile: si mise al servizio del mondo dell’arte e rese possibili sogni per molti irrealizzabili: riaprì le porte del Palazzo delle Esposizioni per una mostra ormai storica, Vitalità del negativo, ottenne il via libera per l’impacchettamento di Christo e per l’appuntamento tra il Papa e Andy Warhol. Amava le sfide. Quella follia degli anni 70 con lei diventava sempre realtà". Gino Barioli, direttore del museo civico di Vicenza, mandò una lettera al Corriere della sera commentando la foto-notizia dell’avvio dell’impacchettamento: "Perfetto era l'imbarazzo della didascalia. Penso che il Corriere abbia voluto suggerire al lettore mediamente provveduto qualche considerazione sullo stato attuale delle arti, sul modo in cui vengono tutelati i monumenti e sulla maniera con cui in tempi di austerity viene usato del danaro che si presume pubblico per operazioni destinate a recuperare non bistecche o petrolio o quadri o documentazioni del nostro sul serio passato, ma brividi di intensa metafisica per il piacere di pochi". Un’obiezione replicabile a oltranza. In realtà l’empaquetage da 7mila metri di tela seal e 2000 metri di corda fu finanziato con la vendita degli studi preparatori di Christo: disegni, collage, modelli in scala, oltre che da precedenti opere e litografie. Gli artisti poi non accettarono sponsorizzazioni. Il rimpianto della Lonardi fu piuttosto per i cinquanta disegni preparatori di Christo, "lo Stato non volle intervenire e non rimasero a Roma". A parte il vento e il freddo durante i lavori, andò tutto liscio. Tranne la notte tra il 5 e il 6 febbraio quando venne versata della benzina su uno dei teloni che prese fuoco. "Incendiato l’art imballo" titolò L’Unità in un boxino. Motivo? Probabilmente semplice vandalismo. Ma il telo era stato scelto volutamente ignifugo e la tremenda umidità della notte romana fece il resto. Una foto del fotografo romano Gianni Termorshuizen immortalò il commento "IMMANE CAZZATA!" lasciato a sfregio sul telone. Le foto di Biffani raccontano invece la cura di Christo e della sua squadra, sempre col naso all’insù, ottimisti non solo che il coniglio esca perfettamente dal cilindro ma che non si rovini il cilindro stesso. I lavori di entrambi i fotografi (non più viventi) sono state esposti nel 2017 nella mostra The Wall, Wrapped Roman Wall curata dalla Libreria-Galleria di Giuseppe Casetti. L’opera di Christo e Jeanne-Claude divenne con mesi di ritardo la vera porta della mostra ma non ebbe mai un richiamo in prima pagina sulla grande stampa romana. Piuttosto ci andava l’austerity per la crisi petrolifera e il carovita, i rincari della benzina e le domeniche a piedi, tanto che in alcune foto dell’impacchettamento non ci sono macchine, la lotta sul prezzo del pane, la stangata su rosette e ciriole, con serrate dei fornai e arresti dei leader. L’ultima notte di Porta Pinciana impacchettata fu quella tra sabato 9 e domenica 10 marzo. Dopo 40 giorni, Christo e una commissione di tecnici sciolsero l'imballaggio, la struttura venne smontata e riciclata. Nei desiderata romani di Christo c’erano ancora il Pantheon, il Colosseo, la cupola di San Pietro, ma rimasero inevasi. L’amministrazione sentenziò: "la ripartizione comunale delle Belle Arti esclude che siano previsti almeno per il prossimo futuro altri interventi di Christo sui monumenti della capitale". E così fu. Addio, signor Christo Yavachev.

È morto Christo: "Io, un uomo libero". L'artista di origine bulgara è scomparso all'età di 84 anni. Ripubblichiamo l'intervista che ci rilasciò nel 2017 e in cui spiegava il suo lavoro: "Ho conquistato la mia libertà millimetro per millimetro e non la cedo di certo per denaro". Alessandro Mammì il 14 settembre 2017 su L'Espresso. Il segno del successo arrivò subito, fin dal primo giorno: il 18 luglio 2016. Ma al quinto, quando 270mila persone raggiunsero il lago d’Iseo perché un artista di nome Christo era riuscito nel miracolo di far camminare tutti sulle acque, ci si cominciò a preoccupare. Vigili urbani e vigili del fuoco, poliziotti e carabinieri, volontari e militari furono coinvolti nel difendere le fragili istituzioni e la limitata capienza del piccolo specchio d’acqua e nel tenere a bada la folla di uomini, donne, bambini, anziani e ragazzi determinati ad affrontare infinite code e complicati sistemi di accesso pur di poggiare i piedi sulle passerelle gialle dei “Floating piers” di Christo. Oltre un milione di persone, una media di 72mila al giorno per 18 giorni. Questo fu alla fine il calcolo. Ma per molti fu stima per difetto. Ora, a poco più di anno di distanza, Christo torna in Italia. E torna per parlare: il 16 settembre, in un dialogo con Andrea Montanari (direttore del Tg1) nella Basilica Superiore di Assisi, per la terza edizione del Meeting Internazionale del Cortile di Francesco, luogo di incontro e dialogo fra culture religiose e non, tra uomini d’arte e di pensiero raccolti intorno a un tema: “Il cammino”. Il suo tema, in fondo. Quello che ha segnato la sua vita professionale e personale, da quando sul finire degli anni Cinquanta, giovane, minuto, spettinato e ispirato fuggì dalla Bulgaria sovietica per arrivare a Parigi senza parlare una parola di francese. Quel cammino che nel 1958 gli fece incontrare Jeanne-Claude, la compagna di strada e anima gemella, figlia di un militare francese, nata in Marocco il suo stesso identico giorno, nello stesso identico anno: 13 giugno 1935. Quel cammino che insieme li portò in tutto il mondo a immaginare grandiosi progetti e realizzarne anche i più impossibili e più incredibili. “Running fence”: un nastro di nylon bianco alto cinque metri e mezzo che nel 1976 attraversò la California del nord per quaranta chilometri, rimosso dopo 14 giorni. “Umbrellas”, del 1991: migliaia di ombrelli che invadono contemporaneamente una valle in California e una in Giappone, distinti da un diverso colore - giallo per gli Stati Uniti, blu per il Giappone. “Gates”: 7503 portici di stoffa color zafferano, alti cinque metri, che spuntano nel 2005 su tutti i sentieri di Central Park a New York. “Wrapped Reichstag”, del 1995: spettacolare impacchettamento visitato da cinque milioni di persone, che richiese agli artisti anni di pazienza e 662 lettere, per convincere uno ad uno i membri del Parlamento; al Bundestag 70 minuti di dibattito sull’autorizzazione; all’opera 15 chilometri di corda e 100mila metri quadri di tessuto. Forse nulla, però, colpisce più l’immaginazione di quell’evangelico camminare sulle acque di un lago lombardo. Ma non chiamatelo miracolo, perché Christo si indispettisce, e spiega che di miracoloso nella sua opera c’è solo un duro e ostinato lavoro. Un evento d’arte più popolare di un concerto rock, un lago poco frequentato che improvvisamente viene preso d’assalto, fino a diventare un vero e proprio pellegrinaggio.

Signor Christo, non trova che ci sia qualcosa di mistico e rituale in tutto questo?

«Non mi chiamo signor, ma solo Christo. E non voglio usare chiavi politiche, letterarie o religiose per parlare del mio lavoro. Il mio lavoro è la cosa in sé. Se vogliamo, è politica in sé. Avete idea di cosa può voler dire ottenere i permessi per impacchettare il Reichstag? Convincere Mister Kohl e tutto il Bundestag? Costringerli a votare qualcosa che non esiste ancora, se non nell’immaginazione? Questa è vera dimensione politica, non illustrazione della politica, ma pura visione politica. Così come “camminare sull’acqua” non è l’immagine di un evento miracoloso, ma è il procedere passo dopo passo, galleggiando, bagnandosi, esponendosi al vento e all’umidità del lago. È una vera esperienza».

È questa la chiave del successo dell’opera? Quella che ha attirato oltre un milione di visitatori?

«Numeri approssimativi. Difficile sapere esattamente quante persone siano venute o quante persone siano entrate in contatto con ogni nostro progetto che è sempre e comunque immersivo. Una pittura è una superficie, può essere astratta, figurativa, molto piccola, molto grande, ma occupa sempre uno spazio piatto. Una scultura o un’installazione conquista la terza dimensione, ma anche se include video o movimento come i “mobile” di Calder, vive in uno spazio controllato e connotato: il museo, la galleria, la collezione. Ma quando esci dal tuo guscio, attraversi la strada, ti esponi al mondo e vedi alberi impacchettati o chilometri di tessuto che si snodano per la California, sei in uno spazio che include ogni cosa: il vento, le macchine, gli uomini, gli animali. Non sei preparato, non hai deciso di entrare in una galleria, c’è stato un incontro. Questa è la nostra arte: non illustrazione, ma pura esistenza».

Lei usa sempre il plurale e nonostante la scomparsa della sua compagna i progetti continuano ad apparire firmati a quattro mani. È ancora vivo il contributo di Jeanne-Claude?

«Certo. Dei 46 progetti che abbiamo preparato chiedendo permessi e lottando con la burocrazia ne sono stati realizzati solo 23. Ma in ognuno c’è il suo perfezionismo, la sua attitudine ipercritica, l’attenzione maniacale ad ogni particolare, l’incredibile capacità organizzativa. Ci sono le nostre discussioni anche accese, la sua determinazione a trovare una soluzione anche dove sembrava impossibile. Ogni progetto presenta problemi imprevisti e dobbiamo calcolarli tutti prima: la forza dei venti, le previsioni climatiche, le perizie statiche. Insieme abbiamo impacchettato ponti, alberi, chilometri di coste. È stato un enorme piacere passare la vita insieme in questo progettare, una vera spedizione nell’esistenza. Abbiamo incontrato migliaia di persone che non appartenevano al mondo dell’arte, abbiamo conosciuto sindaci e ingegneri, operai e addetti all’ordine pubblico, primi ministri e artigiani. E ognuno ci ha dato qualcosa. Fanno tutti parte della mia vita e della mia memoria. Grazie a tutto questo e a Jeanne-Claude sono diventato ricco, e non di denaro né cose materiali».

Lei ha più volte detto che la vostra idea di arte è fatta per essere vissuta e non posseduta. Inoltre non avete mai voluto una galleria, né un mercante. Finanziate in gran parte i lavori vendendo disegni preparatori e immagini dei progetti. Insomma una posizione in netto contrasto con l’attuale sistema dell’arte.

«Sono nato in un paese comunista, da lì sono scappato perché era tale il bisogno di diventare artista ed essere un uomo libero, da spingermi a Parigi completamente solo, senza amici né parenti e senza sapere una parola di francese. Ho conquistato la mia libertà millimetro per millimetro e non la cedo di certo per denaro. Ho finanziato i miei progetti con i miei soldi e sono arrivato a realizzarne di molto costosi. Ma ogni cosa è stata una mia/nostra decisione libera, assoluta, che arrivava dal cuore. Solo così i progetti prendono forza al punto di convincere parlamenti interi a dare permessi per qualcosa di completamente inutile e irrazionale. Immaginate cosa può voler dire spiegare a quattrocento giapponesi - che peraltro a causa del mio nome sono convinti di trovarsi di fronte un eccentrico missionario - che io non voglio convertire nessuno, ma installare in una valle di Ibaraki, a nord di Tokyo, 1340 ombrelli blu alti 6 metri e larghi 8,66. Il tutto senza avere una lingua in comune».

Ci siete riusciti. Così come siete riusciti a impacchettare le coste dell’Australia, a vestire di rosa isolotti in Florida o di tessuto dorato il Pont Neuf a Parigi. Eppure è cronaca recente che lei ha deciso di far cadere il monumento, il progetto a cui lavora da venticinque anni: “Over The River”, un soffice e brillante tetto d’argento che dovrebbe accompagnare per sei miglia il fiume Colorado in Arizona e su cui lei ha già investito 15 milioni di dollari. Si dice che sia stato anche un gesto polemico contro l’amministrazione Trump, anzi per il New York Times il più visibile e costoso gesto di protesta finora visto!

«In realtà è l’amministrazione Trump ad essere polemica con me, perché come sempre una parte importante dell’opera è la richiesta dei permessi. Dai proprietari privati erano stati ottenuti e quando cominciai, in tempi di amministrazione Clinton, anche la pubblica burocrazia, che richiede tempi molto complessi, si dimostrò favorevole. Più critica poi, ma non ostile, al tempo di Bush, mentre trovai un supporter in Obama. Ma ora sono partite anche battaglie legali che mi accusano di essere una minaccia alla fauna e alla flora: ogni piacere di lottare per questo progetto è sparito e non intendo spendere altro tempo e altri soldi per cercare di convincere questa amministrazione. L’ho detto: sono un uomo libero. Libero anche di cambiare strada».

C’è un’altra persona che da tempo vi ha seguito: Wolfgang Volz, il fotografo a cui avete affidato una gran parte della documentazione e le immagini della vostra storia. Lo vedremo in mostra ad Assisi. Che ruolo ha la foto nell’opera di Christo?

«Un ruolo importante di documentazione. Wolfgang non si limita a fotografare le opere, è con noi fin dall’inizio. Rende visibile il work in progress, dai disegni ai modellini fino ai carteggi burocratici. Poi ogni fase della messa in opera dalla costruzione alla demolizione. È un materiale che viene acquisito da archivi e fondazioni, è stato oggetto di mostre molto visitate come quella al secondo piano del Reichstag, ma è un documento e basta. E in nessun modo sostituisce l’opera».

Dopo “Floating piers” tornerà a lavorare in Italia?

«Ho un grande progetto, ma è ancora segreto. E ho un grande amore per questo paese fin dagli anni Settanta quando rivestii Porta Pinciana a Roma (“Wrapped Roman Wall”, 1973, ndr). Una difficile opera di diplomazia per superare diffidenze di politici e sovrintendenti che vedevano in me solo un giovane visionario bulgaro. Ma fui molto aiutato da un artista potente che capì l’opera, nonostante il suo lavoro fosse molto lontano dal mio. Era un comunista e si chiamava Guttuso, lo conosce?».

"Così Christo mi convinse a far finire la passerella nella mia isola sul lago". L'imprenditrice-mecenate ricorda come nacque lo straordinario evento del 2016 "Floating Piers". Luca Beatrice, Martedì 02/06/2020 su Il Giornale. Raggiunta telefonicamente nella sua casa di Brescia, Umberta Gnutti Beretta ricorda con affetto Christo, il primo incontro, le settimane che anticiparono l'apertura di The Floating Piers sul lago di Iseo, l'entusiasmo di vedere coinvolte così tante persone. Era l'estate del 2016 e quel meraviglioso pezzo d'Italia sembrava davvero il centro del mondo. Imprenditrice, mecenate, collezionista, unisce la passione per l'arte ad attività di charity. Un curriculum di studi e formazione internazionale, tra la Svizzera e Londra, che mai cela un forte bisogno di tornare alle radici della sua terra.

Signora Beretta, una primavera triste per l'arte. Se ne sono andati Germano Celant e Christo, ovvero i due protagonisti principali dell'impresa Floating Piers. Come ricorda il primo vostro incontro?

«Ricevetti la telefonata di Celant che mi chiese di andare a casa sua per incontrare un artista e parlare di un progetto, senza svelarmi altro. E lì conobbi Christo. Senza indugiare mi raccontò la sua idea di costruire il camminamento dalla terra al lago, che inizialmente mi sembrò folle. Era il 2014, due anni dopo, invece, accadde...»

Come fu l'impatto con uno dei più grandi artisti del nostro tempo?

«Christo era molto concentrato sul progetto che mi illustrò tecnicamente nei minimi particolari. Sull'iPad del nipote Vladimir mostrò i disegni e i progetti della lunga passerella sul lago di Iseo che si concludeva all'Isola di San Paolo, di proprietà della nostra famiglia. Abbiamo bisogno di voi, mi disse. Sapeva di essere anziano e di avere ancora diversi progetti in testa da realizzare in una lotta contro il tempo, ad esempio la Mastaba (installazione di oltre 7.500 barili di petrolio colorati nel lago di Hyde Park a Londra aperta nel giugno 2018, ndr). Non ci fu bisogno d'altro per convincermi».

E poi è nata un'amicizia...

«In un progetto così ambizioso si viene completamente assorbiti al punto da accantonare la normale quotidianità. Mio marito Franco e io abbiamo accompagnato Christo a incontrare amministratori, politici, tecnici, aziende, personale, ci siamo occupati insieme a lui di arrivare alla realizzazione di un'opera che, come di consueto, l'artista finanzia interamente da sé con la vendita dei propri lavori. E poi ho seguito da vicino la mostra Water Project al Museo di Santa Giulia a Brescia, che anticipò in aprile l'evento per poi chiudersi in settembre».

Dopo il 2016, vi siete rivisti?

«Sì, alcune volte, proprio a Londra per Mastaba, quindi a Miami. Da circa un anno non ci incontravamo».

Di norma l'arte contemporanea è considerata un linguaggio specialistico che non riesce ad attrarre un pubblico molto vasto, e invece in Franciacorta in due settimane arrivarono oltre 1 milione e 200 mila persone. Che spiegazione si è data di quell'incredibile e imprevisto successo?

«Christo, con sano ottimismo, pensava a 30/40 mila presenze al giorno, che a me sembravano già tantissime. E invece furono più di 100mila, con lunghe code, tempi di attesa sotto il sole, Instagram che si apriva sul giallo delle passerelle e proprio i social sono stati fondamentali nel creare l'effetto moltiplicatore. Bisognava esserci, insomma».

A pensarla oggi, un'impresa del genere appare davvero impossibile...

«Nel breve purtroppo sì. Quel desiderio di condivisione per cui ciascuno aveva il proprio motivo per passeggiare su Floating Piers sembra lontanissimo. Molta gente stava attraversando un'opera d'arte contemporanea senza saperlo e in tanti aveva prevalso la sensazione di vivere un'esperienza. Christo teneva molto che il suo fosse un evento anche popolare».

Lei non è nuova a interventi finanziari a fianco dell'arte, dal classico il restauro di opere del Museo Poldi Pezzoli - al contemporaneo. Si considera una nuova mecenate?

«Mi piace partecipare ai progetti nel momento in cui si vanno costruendo, non finanziare a cose fatte. Per Christo non c'era bisogno di economia, ho comprato un'opera per la mia collezione ma non è rilevante. In altri casi, ad esempio per il Padiglione Italia 2017 curato da Cecilia Alemani, ho sostento il suo lavoro mentre si costruiva e non a giochi fatti, insomma mi interessa soprattutto il backstage».

Brescia, la sua città, è stata tra le più colpite dalla pandemia. Ora ci sarà bisogno di grandi forze per rialzarsi e intanto la società risponde con la candidatura a capitale della cultura condivisa con Bergamo nel 2023. Quali sono i suoi pensieri a proposito, anche nel ruolo di membro del consiglio direttivo della Fondazione Brescia Musei?

«È davvero difficile pensare oggi a un modo efficace di fare arte dopo il lockdown. C'è il rischio che molte regole cambino, a cominciare dall'affluenza del pubblico che sarà contenuto nei numeri, e allora può valer la pena di pensare a un'arte diffusa sul territorio, che incontri per strada, un'arte che esca dai musei e dalle fondazioni per espandersi in altri luoghi fisici della comunità».

·        Morto Beppe Barletti: volto storico di “90° minuto”. 

Morto Beppe Barletti: addio al volto storico di “90° minuto”. Marco Alborghetti il 31/05/2020 su Notizie.it. All'età di 91 è morto Beppe Barletti, volto storico della Rai. Fu il primo ad intervistare il chirurgo del trapianto di cuore. Sabato 30 maggio è morto all’età di 91 anni Beppe Barletti, storico volto torinese del programma “90° minuto”. Barletti per anni è stato il punto di riferimento per la Rai sui campi della Juventus e del Torino. In seguito si è occupato di automobilismo, atletica e basket. Significativa la sua prima intervista al primo chirurgo del mondo che effettuò un trapianto di cuore. Un grave lutto ha colpito il mondo del giornalismo sportivo: nella giornata di sabato 30 maggio è venuto a mancare Beppe Barletti, giornalista che è diventato una vera e propria pietra miliare del programma Rai “90° minuto“, morto all’età di 91 anni. Barletti per tutti gli appassionati di calcio degli anni ’60-’70 è stato il punto di riferimento del celebre programma per quanto riguardava la cronaca dai campi di Torino, dove ha raccontato con equilibrio e tanta passione le gesta della Juventus.

Calcio nel sangue. Nel 1993 è arrivato il suo congedo dalle cronache e dal mondo del giornalismo, ma da quel momento non ha comunque smesso di parlare della sua passione, e non era insolito ritrovarlo a parlare di calcio con gli amici. Barletti fin da piccolo sapeva che prima o poi avrebbe fatto parte di quel mondo: ha giocato inizialmente nelle giovanili del Lecce (suo padre infatti era leccese), e poi a Torino, più precisamente nel Vanchiglia e nel Bertolla. Ad un certo punto sembrava che la sua carriera calcistica fosse indirizzata verso il grande salto tra i professionisti della Pro Vercelli, ma i genitori lo costrinsero a continuare gli studi.

Oltre lo sport. Nei suoi quarant’anni di giornalismo, si era occupato anche di altri sport, come automobilismo, atletica e basket. Tra i suoi servizi più significativi però rimane un’intervista storica concessa da Chris Bernard, il primo chirurgo al mondo che ha avuto il coraggio di effettuare un trapianto di cuore. Per la Rai aveva seguito anche la famosa vicenda di cronaca nera di Doretta Ganeris, l’omicida di Vercelli. Qualche anno fa, in un’intervista Barletti aveva ricordato quella vicenda con il suo solito umorismo: “Ricordo il momento in cui entrai in quella casa dove erano stati uccisi marito, moglie, figlio e nonna, e la ragazza dallo sguardo perso nel vuoto. Le prime parole che mi aveva rivolto il tenente Fornasier erano state: “Non si faccia prendere dalla compassione, Barletti, l’assassina è lei”.

Addio a Beppe Barletti, volto storico di "Novantesimo minuto" e "Domenica Sprint": aveva 92 anni. Pubblicato sabato, 30 maggio 2020 da Fabrizio Turco su La Repubblica.it Non solo sport nel curriculum dell'ex giornalista torinese della Rai: dal reportage sul lago Nasser in Egitto alla strage dei Graneris a Vercelli, all'intervista al celebre chirurgo Barnard, autore del primo trapianto di cuore. Il giornalismo sportivo è in lutto: è scomparso Beppe Barletti, storico volto di un calcio ormai datato, protagonista in video in programmi seguitissimi come Novantesimo Minuto e Domenica Sprint. Nato a Torino nel settembre del 1928, Barletti aveva iniziato a scrivere da ragazzo sul “Piccolo Commercio”, il giornale rivolto ai venditori ambulanti che lavoravano al mercato di Porta Palazzo: “Avevo iniziato così perché mio padre era uno di loro, era un mercatale” diceva con fierezza. Dopo la gavetta e la collaborazione a Stampa sera, Barletti era entrato in Rai diventando un personaggio notissimo agli appassionati di calcio per i resoconti delle partite di Juventus e Torino. Non soltanto sport, però, nella sua lunga carriera che si era poi chiusa nel 1993 quando era andato in pensione. Oltre a occuparsi di basket, atletica e automobilismo, Barletti aveva seguito anche tanti eventi cittadini realizzando anche servizi di rilievo: dal reportage sul lago Nasser in Egitto alla strage dei Graneris a Vercelli, all'intervista al celebre chirurgo Christiaan Barnard, il grande chirurgo sudafricano diventato famoso nello scorso secolo per aver realizzato il primo trapianto di cuore nella storia della medicina.

·        È morto il chitarrista Bob Kulick, "quinto" membro dei Kiss.

È morto il chitarrista Bob Kulick, "quinto" membro dei Kiss. Pubblicato sabato, 30 maggio 2020 da La Repubblica.it Era fratello del chitarrista solista della band Bruce Kulick che ne ha dato l'annuncio. Aveva 70 anni. Il chitarrista statunitense Bob Kulick, conosciuto soprattutto per aver collaborato con i Kiss, considerato il "quinto" membro della band newyorchese, lavorando soprattutto in studio, è morto all'età di 70 anni. Era il fratello maggiore di Bruce Kulick, che è stato chitarrista solista dei Kiss dal 1984 al 1996. E proprio il fratello minore Bruce ha dato la notizia della scomparsa sui social: "Ho il cuore spezzato di dover condividere la notizia della scomparsa di mio fratello Bob Kulick. Il suo amore per la musica e il suo talento di musicista e produttore dovrebbero sempre essere celebrati. So che ora è in pace, accanto ai nostri genitori, e me lo vedo lassù che suona la sua chitarra più forte che mai". Anche la band dei Kiss sui social ha espresso le condoglianze per la scomparsa del rocker: "Abbiamo il cuore spezzato. Le nostre più sentite condoglianze alla famiglia Kulick in questo momento difficile". Membro d’onore della KISS family, non solo in quanto fratello maggiore di Bruce (che lui stesso aveva “raccomandato” ai Kiss come sostituto di Mark St John nel 1984), ma anche come collaboratore stretto di Paul Stanley, Bob è stato impegnato “in incognito” con il quartetto newyorchese del Bacio specialmente in studio, per fare le veci di Ace Frehley allora troppo distratto dalla fama, su alcuni dischi a cavallo tra fine anni ’70 e primi ’80 (di sicuro sugli inediti di “Alive II” e “Killers”, e sugli album “Unmasked” e “Creatures Of The Night”). All'infuori dei Kiss, Bob Kulick ha suonato la chitarra in alcuni dischi di Meat Loaf e con i W.A.S.P. negli album The Crimson Idol e Still Not Black Enough, senza però mai esibirsi in pubblico con il gruppo. Bob suonò poi la chitarra per il disco omonimo Michael Bolton (1983) del musicista Michael Bolton e per Lou Reed in Coney Island Baby (1976). Nato a New York il 16 gennaio 1950, Bob Kulick esordì nei primi anni Settanta come chitarrista con la band Hookfoot. Nel 1973 tenne un'audizione per entrare nei Kiss come chitarrista solista ma gli fu preferito Ace Frehley. Ciononostante i Kiss decisero di tenere da conto Bob impiegandolo nel caso in cui Frehley non fosse stato nelle condizioni di lavorare. Con i Kiss Bob ha suonato in alcune tracce degli album Alive II (1978), Killers (1982) e Creatures of the Night (1982). Bob Kulick ha inoltre collaborato con il frontman dei Kiss Paul Stanley per il suo album solista Paul Stanley (1978), sia nel suo tour del 1989, sempre da solista. Bob Kulick negli anni Ottanta formò il gruppo Balance con Peppy Castro e Doug Katsaros.

Da ilmessaggero.it il 30 maggio 2020. Kiss, è morto il chitarrista Bob Kulick, considerato il quinto membro della band di New York. Bob Kulick, conosciuto soprattutto per aver collaborato con i Kiss, lavorando soprattutto in studio, è morto all'età di 70 anni. Era il fratello maggiore di Bruce Kulick, che è stato chitarrista solista dei Kiss dal 1984 al 1996. E proprio il fratello minore Bruce ha dato la notizia della scomparsa sui social: «Ho il cuore spezzato di dover condividere la notizia della scomparsa di mio fratello Bob Kulick. Il suo amore per la musica e il suo talento di musicista e produttore dovrebbero sempre essere celebrati. So che ora è in pace, accanto ai nostri genitori, e me lo vedo lassù che suona la sua chitarra più forte che mai». Anche la band dei Kiss sui social ha espresso le condoglianze per la scomparsa del rocker: «Abbiamo il cuore spezzato. Le nostre più sentite condoglianze alla famiglia Kulick in questo momento difficile». All'infuori dei Kiss, Bob Kulick ha suonato la chitarra in alcuni dischi di Meat Loaf e con i W.A.S.P. negli album «The Crimson Idol» e «Still Not Black Enough», senza però mai esibirsi in pubblico con il gruppo. Bob suonò poi la chitarra per il disco omonimo «Michael Bolton» (1983) del musicista Michael Bolton e per Lou Reed.Lou Reed in «Coney Island Baby» (1976) Nato a New York il 16 gennaio 1950, Bob Kulick esordì nei primi anni Settanta come chitarrista con la band Hookfoot. Nel 1973 tenne un'audizione per entrare nei Kiss come chitarrista solista ma gli fu preferito Ace Frehley. Ciononostante i Kiss decisero di tenere da conto Bob impiegandolo nel caso in cui Frehley non fosse stato nelle condizioni di lavorare. Con i Kiss Bob ha suonato in alcune tracce degli album «Alive II» (1978), «Killers» (1982) e «Creatures of the Night» (1982). Bob Kulick ha inoltre collaborato con il frontman dei Kiss Paul Stanley per il suo album solista «Paul Stanley» (1978), sia nel suo tour del 1989, sempre da solista. Bob Kulick negli anni Ottanta formò il gruppo Balance con Peppy Castro e Doug Katsaros.

·        E’ morto l’attore Anthony James.

Marco Giusti per Dagospia il 29 maggio 2020. Anche i cattivi muoiono. Se ne va uno dei cattivi più tenebrosi e riconoscibili di Hollywood, Anthony James, 77 anni, nato a Myrtle Beach, South Caroline e morto a Cambridge, Massachussets. Lo abbiamo visto tutti, ma proprio tutti, nel suo primo film, “La calda notte dell’Ispettore Tibbs”, dove è Ralph Henshaw, il pessimo padrone della fetente bettola con faccia un po’ a teschio, occhi in fuori, barba incolta, che sa molto più di quel che dichiara in un sud razzista del dopo Dallas. Figlio di due immigrati greci arrivati in America negli anni ’40, si ritrovò a soli otto anni orfano di padre, così la mamma decise di spostare la famiglia a Los Angeles. Lì, per pagarsi gli studi di recitazione, fece di tutto, anche pulire i bagni. Molto lo aiutò il fisico curioso, alto due metri con questa faccia spettrale, ma era anche un ottimo attore. Così entrò facilmente nel mondo della tv e poi del cinema. Grazie al ruolo di cattivo in “La calda notte dell’Ispettore Tibbs”, diventò popolarissimo negli anni ’70 e ’80 e gli toccò interpretare qualsiasi ruolo di razzista, maniaco, losco figuro pronto a dare il peggio di sé in una marea di telefilm e di film anche molto popolari come “Facce per l’inferno” di John Guillermin, il western “Sam Whiskey” di Arnold Laven, il drammatico “Tick… Tick…Tick… esplode la violenza” di Ralph Nelson. Ma è notevole anche come autostoppista gay nel cultissimo e generazionale “Punto zero” di Richard Sarafian, o come prete nello stilosissimo western “Fango, sudore, polvere da sparo” di Dick Richards. Con “Lo straniero senza nome”, dove faceva il bandito, si legò molto a Clint Eastwood e la sua carriera fece un ulteriore passo avanti. Lo troviamo poi nella commedia western “Pazzo pazzo west” di Howard Zieff, nell’horror di Dan Curtis “Ballata macabra” come pauroso chaffeur, in “Tuono blu” di John Badham, o nel curioso “Gli angeli dell’odio” di Lee H. Katzin dove fa il cannibale buono. Fa il verso a se stesso nel parodistico “La pallottola spuntata”, mentre incontra per la seconda volta sullo schermo Clint Eastwood nel bellissimo “Gli spietati”, dove interpreta il padrone del bordello. Dopo questo film, siamo ormai verso la metà degli anni ’90, decise di lasciare per sempre il cinema. Assieme alla mamma adorata, non si è mai sposato, si ritirò a Cambridge, Massachussets, dove insegnò recitazione, ma soprattutto sviluppò una carriera di pittore astratto che gli dette molte soddisfazioni, con mostre per le grandi città americane. Scrisse anche un libro di memorie, ovviamente dedicato alla mamma.

·        E’ morto Franco Raselli, uno degli orafi più importanti nel mondo.

Il coronavirus uccide Franco Raselli, uno degli orafi più importanti nel mondo. Pubblicato venerdì, 29 maggio 2020 da La Repubblica.it. E' morto ucciso dal coronavirus Franco Raselli, 73 anni, una delle figure più importanti nel mondo orafo. Nel 1969 aveva fondato la società per azioni omonima, presente in cinque Paesi nel mondo, che era arrivata a fatturare oltre sessanta milioni. Nel 2018 aveva fatto causa a Ivanka Trump, la figlia del presidente Usa, perché non si erano finiti di pagare i gioielli richiesti da una gioielleria newyorkese e portati dall'ereditiera. "Oggi è un giornata particolarmente triste - commenta il sindaco di Valenza (Alessandria), Gianluca Barbero - Ogni volta che ti sembra di uscire dal tunnel di questo virus, ci ricadi di nuovo. Perdiamo un grande imprenditore, rimasto in azienda fino all'ultimo giorno prima di ammalarsi. Lungimirante, vicino alla sua città e alle associazioni in modo sempre discreto. Un grande uomo dalla grande visione di prospettiva". "Con lui - ricorda Massimo Barbadoro, assessore a Industria, Commercio, Artigianato - sono stato spesso in Cina, dove è stato capace di muoversi in maniera creativa anche quando il Paese asiatico non era certo una potenza economica come adesso. Un anticipatore dei tempi". "Non faceva parte del nostro gruppo, però tutti lo conoscevamo - conclude Francesco Barberis, presidente Gruppo Aziende Orafe di Confindustria - La Rasellì resta la maggiore esperienza di trasformazione da attività artigianale a multinazionale".

·        E’ morta Alice Severi: ex bimba prodigio del piano.

Floriana Rullo per "corriere.it" il 28 maggio 2020. «Aveva un talento fuori dal comune». Era un talento naturale al pianoforte, riconosciuto da tutti i colleghi, quello di Alice Severi, morta a 32 anni nella sua casa di Domodossola per cause ancora da accertare. Fin da quando era bambina, ad appena sette anni, aveva messo in mostra il suo talento vincendo il premio internazionale Stresa, dedicato ai giovani pianisti. Era il 1992 e, in quell’occasione, aveva superato ragazzi più grandi di lei, arrivati da tutta Europa. È stata trovata senza vita nell’appartamento in centro città, dove viveva con la madre. Per le vie del paese la si poteva incontrare insieme ai due alani di cui si prendeva cura. Fino a qualche anno fa anche con un corvo nero, che portava in giro sulla spalla come fosse un cagnolino. Conosciuta nel mondo della musica, era la bambina prodigio, ormai diventata donna, che aveva imparato a suonare Beethoven, Chopin, Mozart sui tasti bianchi e neri del pianoforte prima ancora dell’alfabeto. A Domodossola aveva frequentato i primi anni alle scuole elementari Milani, poi aveva proseguito da privatista per poter continuare gli studi di piano con l’insegnante Michela Casalini. Le sue mani volavano sul pianoforte. Diplomata al Conservatorio di Cremona nel 2007, si era esibita in numerosi concerti che l’avevano portata sui più prestigiosi palchi del mondo. E lei, bellissima e biondissima, incantava il pubblico ogni volta che si sedeva al piano. Esibizioni sempre impeccabili con la tecnica che fino da piccola aveva stupito la critica. Alice aveva un talento naturale. Una capacità di eseguire e interpretare brani di qualsiasi difficoltà con una scioltezza unica. Ogni spartito da lei suonato diventava semplice. Da bambina si era esibita negli Stati Uniti e in Canada; un recital a Detroit è stato anche trasmesso dalla televisione Nbc. Doti musicali apprezzate da celebri pianisti come Paul Badura Skoda e Marta Algerich. Numerosi i premi in concorsi nazionali e internazionali ricevuti. Una lunga lista tra cui spicca nel 2006 il primo posto al concorso «Chopin» di Racconigi e il terzo posto al concorso pianistico «Premio Venezia» ricevendo anche un’onorificenza dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che l’aveva invitata al Quirinale. Negli ultimi anni la carriera da pianista era stata un po’ messa da parte, dietro un aspetto che poteva sembrare appariscente si celava una donna fragile. Aveva tentato di rilanciarsi sul web, senza mai riuscirci sul serio. Spesso condivideva video di esibizioni e lezioni per avvicinare i più piccoli alla musica. Arte che non aveva mai abbandonato. Da un paio di anni insegnava all’accademia musicale Mozzati di Mezzago, in provincia di Milano.

Floriana Rullo per il “Corriere della Sera” il 29 maggio 2020. Quando si sedeva al pianoforte Alice Severi tirava fuori il suo talento naturale per la musica. Una dote straordinaria quella che possedeva la 32enne, capace di conquistare chiunque la stesse ascoltando. Se ne erano accorti molto presto in Piemonte quando, bambina di appena sette anni, aveva messo in mostra il suo talento vincendo il premio internazionale Stresa, dedicato ai giovani pianisti. Era il 1992 e, in quell'occasione, aveva sbaragliato la concorrenza fatta di decine di partecipanti più grandi di lei, arrivati da tutta Europa. Alice è stata trovata senza vita nell' appartamento di Domodossola dove viveva con la madre. Una morte ancora da chiarire, che ha lasciato senza parole l' intera città centro principale della val d' Ossola. Da giorni, per le strade dove risiedono appena 18 mila abitanti e in cui Alice è cresciuta, non si parla d' altro. Da bimba prodigio aveva frequentato i primi anni alle scuole elementari Milani, continuando poi da privatista. Fino a qualche giorno fa la si poteva incontrare mentre portava a spasso i suoi cani, due alani, di cui si prendeva cura. Fino a qualche anno fa aveva anche un corvo nero. Conosciuta nel mondo della musica, era l' enfant prodige ossolana, ormai diventata donna, che aveva imparato a suonare Beethoven, Chopin, Mozart sui tasti bianchi e neri del pianoforte prima ancora di conoscere l' alfabeto. Il pianoforte era stato sempre il suo unico grande interesse. E le sue mani volavano sui tasti ogni volta che seguiva uno spartito. Diplomata al Conservatorio di Cremona nel 2007, seguita dall' insegnante Michela Casalini, si era esibita in numerosi concerti che l' avevano portata a salire sui più prestigiosi palchi del mondo. E lei incantava il pubblico ogni volta che si sedeva al piano. Le sue esibizioni erano sempre impeccabili. Non potevano non esserlo visto il suo pretendere sempre molto da se stessa e la tecnica che fin da piccola aveva imparato. Una perfezione capace di sorprendere e lasciare a bocca aperta la critica. Mai scontata, mai banale, aveva una capacità naturale di eseguire e interpretare brani di qualsiasi difficoltà con una scioltezza unica. Ogni spartito da lei suonato diventava semplice per chi lo ascoltava. Da bambina si era esibita negli Stati Uniti e in Canada; un recital a Detroit è stato anche trasmesso dalla televisione Nbc. Doti apprezzate da celebri pianisti come Paul Badura Skoda e Martha Argerich, che l' aveva voluta ascoltare in privato alla fine di un concerto. Numerosi i premi in concorsi nazionali e internazionali ricevuti. Una lunga lista tra cui spicca nel 2006 il primo posto al concorso «Chopin» di Racconigi e il terzo posto al concorso pianistico «Premio Venezia» ricevendo anche un' onorificenza dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che l' aveva invitata al Quirinale. Negli ultimi anni la carriera da pianista era stata un po' messa da parte. Aveva tentato di rilanciarsi sul web, senza mai riuscirci sul serio, postando video anche fuori dal contesto musicale. Dietro un aspetto che poteva sembrare appariscente, si celava una donna fragile. Spesso Alice condivideva anche video di esibizioni e lezioni dedicati ai più piccoli con l' obiettivo di avvicinarli alla musica. Arte che non aveva mai abbandonato. Da un paio di anni insegnava all' accademia musicale Mozzati di Mezzago, in provincia di Milano, dove tutti ora la ricordano con affetto.

Alice Severi, ex bimba prodigio del piano trovata morta in casa. Il giallo sulla morte di Alice Severi, ex bambina prodigio del pianoforte, trovata morta nella sua casa di Domodossola all'età di 32 anni. Rosa Scognamiglio, Venerdì 29/05/2020 su Il Giornale. È un giallo la morte di Alice Severi, 32 anni, ex bambina prodigio del pianoforte, trovata morta nella casa in cui viveva con la madre, Caterina Sgro, infermiera all'ospedale San Biagio di Domodossola. Una vita costellata di successi Oltreoceano e prestigiosi riconoscimenti come musicista, Alice Severi era una indiscussa fuoriclasse al pianoforte. Aveva cominciato a suonare, prima ancora che a leggere o scrivere, vicendo il premio internazionale di Stresa, dedicato ai musicisti di tutta Europa, all'età di appena 7 anni. Un talento davvero raro e prezioso, unico nel suo genere. Apprezzatissima dai suoi colleghi, era stata tra le poche bambine al mondo a saper suonare in scioltezza le note di Chopin, Mozart e Beethoven: il pianoforte era la sua unica, grande passione. E le sue mani volavano su quei tasti neri e bianchi quando leggeva uno spartito. Nata e cresciuta in Val d'Ossola, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, aveva frequentato le elementari all'Istituto Milani continuando poi le medie da privatista. Nel 2006 vinse il primo posto al concorso «Chopin» di Racconigi; a 21 anni era arrivata terza al concorso pianistico «Premio Venezia» ricevendo anche un’onorificenza dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Diplomata al Conservatorio di Cremona nel 2007, seguita dall’insegnante Michela Casalini, si era esibita in numerosi concerti che l’avevano portata calcare i palcoscenici più prestigiosi del mondo. E lei incantava il pubblico ogni volta che si sedeva al piano. Le sue esibizioni erano sempre ineccepibili, melodiose e in grado di far sognare ad occhi aperti chi l'ascoltava.Una perfezione capace di sorprendere e lasciare a bocca aperta la critica: mai scontata, mai banale, aveva una capacità naturale di eseguire e interpretare brani di qualsiasi difficoltà con una scioltezza unica. Ogni spartito da lei suonato diventava semplice per chi lo ascoltava. Da bambina si era esibita negli Stati Uniti e in Canada; un recital a Detroit è stato anche trasmesso dalla televisione Nbc. Doti apprezzate da celebri pianisti come Paul Badura Skoda e Martha Argerich, che l’aveva voluta ascoltare in privato alla fine di un concerto. Ma dietro quella corazza da professionista impeccabile, forse, si celava l'animo di una donna fragile. Alice è stata trovata senza vita nel suo appartamento di Domodossola, casa che condivideva con la madre, qualche giorno fa. Una morte inattesa che ha gettato nello sconforto tutti gli abitanti della piccola Val d'Ossola: nessuno riesce a capire cosa possa essere accaduto. Da qualche tempo, la 32enne aveva accantonato il piano lanciandosi nel mondo del web. Aveva aperto un profilo social attraverso il quale condivideva stralci della sua quotidianità che c'entravano poco o nulla con il mondo della musica. Di tanto in tanto, la si incrociava in giro con i suoi due amatissimi alani, ma non sembrava più la stessa. Quella bimba prodigio era cresciuta e, probabilmente, qualcosa in lei si era spezzato. "Era geniale. Mi ricordo che la prima volta che l’ho sentita suonare aveva 8 anni ed era alla Fabbrica - dice il pianista ossolano Roberto Olzer a La Stampa -. Ha avuto una carriera importante, era una professionista molto valutata e ricercata non solo in Italia ma anche all’estero. e si riconosceva capacità e tecnica incredibili. Raramente si ascoltava un talento così spiccato e naturale". Ma adesso, di Alice non resta che il ricordo di un talento raro e il dolore inconsolabile dei suoi genitori.

·        È morto Larry Kramer, sceneggiatore.

È morto Larry Kramer, sceneggiatore tra i più influenti attivisti anti-Aids. Pubblicato mercoledì, 27 maggio 2020 da La Repubblica.it. Larry Kramer, drammaturgo e sceneggiatore statunitense, è morto a Manhattan per una polmonite all'età di 84 anni. L'annuncio della scomparsa è stato dato da suo marito, l'architetto David Webster. Attivista anti-Aids, Kramer è noto per la premiata commedia The Normal Heart che portò per la prima volta il virus Hiv sul palcoscenico di Broadway vincendo un Tony Award. Larry Kramer visse a Londra dal 1961 al 1970 lavorando come sceneggiatore. Il suo successo maggiore dell'epoca è stata la sceneggiatura per il film Donne in amore (1969) di Ken Russell, basato sul romanzo Donne innamorate di D. H. Lawrence, per cui è stato nominato agli Oscar. Ha poi scritto il soggetto di Orizzonte perduto (1973) di Charles Jarrott. Kramer fu un sostenitore dei diritti gay fin dai primi anni 70 ma il suo modo eterodosso di sostenere la comunità omosessuale suscitò scalpore. Il suo romanzo del 1978 Faggots è stato un bestseller tra i romanzi a tema gay ma si è attirato addosso addirittura l'accusa di omofobia per l'aperta critica agli eccessi promiscui del mondo omosessuale newyorkese. Divenuto fin dal 1981 attivista anti-Aids, ha scritto l'opera teatrale The Normal Heart (1985), che resta una delle risposte culturali più importanti alla devastazione causata dall'Aids agli inizi dell'epidemia. Considerata l'autobiografia teatrale di Kramer, trent'anni dopo è diventata un film diretto da Ryan Murphy, con Brad Pitt tra i produttori. Trasmesso in tv negli Usa, ha ottenuto 16 nomination agli Emmy, ed è stato osannato dal presidente Obama. Tra gli interpreti Mark Ruffalo, Matt Boomer e Julia Roberts. Kramer è stato uno dei fondatori del Gay Men's Health Crisis, un'organizzazione di lotta contro l'Aids con sede a New York. Nel 1987 ha contribuito a fondare la Aids Coalition to Unleash Power, un'organizzazione di lotta e protesta spesso coinvolta in azioni di disobbedienza civile. Negli anni 90 gli è stata diagnosticata l'infezione da virus Hiv. Nel dicembre 2001 Kramer si è sottoposto a un trapianto di fegato al Medical Center dell'Università di Pittsburgh. Nel 2013 ha sposato il suo compagno, David Webster.

·        E’ morto Prahlad Jani, l’indiano che sosteneva di non mangiare e bere dal 1940.

DAGONEWS il 27 maggio 2020. Prahlad Jani, l’indiano che sosteneva di non mangiare e bere dal 1940, è morto all’età di 90 anni. L’uomo, che aveva un piccolo stuolo di seguaci, viveva a Charada nello stato occidentale del Gujarat, dove ha trascorso la sua vita tra yoga e mediazione . «È morto martedì mattina nella sua residenza per vecchiaia - ha detto a AFP Sheetal Chaudhary, che viveva accanto a Jani - È stato portato di corsa in ospedale dopo mezzanotte, ma è stato dichiarato morto all'arrivo dai medici». Il corpo di Jani è stato portato ad Ambaji, una città famosa per i suoi templi, dove sarà esposto per due giorni in modo tale che i seguaci possano rendergli omaggio. Jani raccontava di essere stato benedetto da una dea quando era un bambino e questo gli permetteva di vivere senza acqua o cibo. Un’affermazione che ha sempre fatto storcere il naso ai medici. Nel 2003 aveva dichiarato di aver scoperto: «l'elisir di lunga  vita e di nutrirsi attraverso un buco nel palato dal quale la dea gli forniva nutrimento». Nel 2010 un team di medici militari lo ha studiato per due settimane in un ospedale di Ahmedabad, la più grande città del Gujarat. Jani è stato osservato 24 ore su 24 con telecamere a circuito chiuso. I medici hanno eseguito esami ai suoi organi, al cervello e ai vasi sanguigni e hanno condotto test su cuore, polmoni e memoria. Secondo quanto riscontrato all’epoca pare che l’uomo effettivamente non avesse contatti con l’acqua se non durante i gargarismi e il bagno. «Non sappiamo come sopravvive – aveva detto il neurologo Sudhir Shah - È ancora un mistero che tipo di fenomeno sia». I risultati dello studio, avviato dall'Organizzazione per la ricerca e lo sviluppo della difesa dell'India, non sono mai stati pubblicati o sottoposti a revisione.

·        Addio all'attore Richard Herd, comandante supremo dei "Visitors".

Addio all'attore Richard Herd, comandante supremo dei "Visitors". Pubblicato mercoledì, 27 maggio 2020 da La Repubblica.it. Addio a Richard Herd, attore americano amato dagli appassionati di fantascienza per aver interpretato il Comandante Supremo John nella serie televisiva Visitors e per i cinefili per l'exa agente James McCord di Tutti gli uomini del presidente. Era apparso anche in numerosi episodi di Star Trek e tra i protagonisti della sitcom Seinfeld. E' morto ieri nella sua casa di Los Angeles, per le complicazioni legate ad un tumore, aveva 87 anni. L'annuncio della scomparsa è stato dato dalla moglie, l'attrice Patricia Crowder Herd. Nella carriera lunga cinquant'anni, ha spesso interpretato personaggi forti e dominatori. Ha debuttato in Ercole a New York nel 1970, al fianco di Arnold Schwarzenegger. Interpreto il personaggio chiave dello scandalo Watergate, James McCord, ex agente della Cia e coordinatore per la sicurezza del Comitato per la Rielezione del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, in Tutti gli uomini del presidente, nel 1976. Tra gli altri film Sindrome cinese (1976), Soldato Giulia agli ordini (1980), L'affare del secolo (1983), Un biglietto in due (1987) e Sergente Bilko (1996). Ma il ruolo che gli ha consegnato l'amore dei fan è stato quello del Comandante Supremo John nella miniserie fantascientifica V- Visitors del 1983 e nel seguito dell'anno successivo. E sempre nel mondo della fantascienza ha vestito i panni di Klingon L'Kor in Star Trek: The Next Generation (1993), dell'Ammiraglio William Noyce in SeaQuest 2032 (1993-94) e dell'Ammiraglio Owen Paris in Star Trek: Voyage (1999-2001) e Star Trek: Renegades (2015). Dal 1982 al 1985 Richard Herd ha interpretato il capitano di polizia Dennis Sheridan nella serie televisiva T.J.Hooker. L'attore ha recitato in numerosi episodi delle più popolari serie tv tra gli anni '70 e '80, tra cui Il tenente Kojak, Agenzia Rockford, Le strade di San Francisco, La famiglia Bradford, Starsky & Hutch.

·        E’ Morto Stanley Ho. Addio al re dell'azzardo.

Mafie, donne e guerre. Addio al re dell'azzardo. Cominciò con 10 dollari, ha fatto di Macao la regina dei casinò. Senza scommettere mai. Roberto Fabbri, Mercoledì 27/05/2020 su Il Giornale. Il gioco d'azzardo ne aveva fatto uno degli uomini più ricchi dell'Asia, ma lui si guardava bene dal puntare anche un solo dollaro al casinò. Arrivato a quasi cent'anni di età, Stanley Ho, l'uomo che aveva trasformato Macao nella Las Vegas d'Oriente, non si stancava di ripetere ai suoi figli e ai suoi amici migliori di evitare di giocare forte, e anzi insisteva «se potete, non scommettete affatto». Evidentemente conosceva le regole del gioco, e doveva aver assistito a troppe tragedie. La storia di Ho, morto ieri in un ospedale dell'ex colonia portoghese sulla costa meridionale della Cina, è quella di un imprenditore che univa logica e sregolatezza in un mix che aveva fatto di lui un personaggio da film. Quasi sessant'anni fa, nel 1961, Ho era stato il primo a ottenere una licenza per aprire una casa da gioco a Macao, e seppe in breve tempo trasformare la decadente città coloniale in una capitale mondiale dell'azzardo. Se ancor oggi Macao (tornata sotto la sovranità cinese nel 1999) ricava quasi il 90 per cento delle sue entrate fiscali dal gioco lo deve a lui, il fondatore dello spettacolare casinò «Gran Lisboa», che per quarant'anni aveva mantenuto il monopolio del settore arricchendosi spropositatamente. Solo nel 2002, le nuove autorità locali aprirono il settore agli investitori stranieri, che fecero all'ormai ottantenne Ho una concorrenza spietata. Non tale, però, da metterlo in ginocchio: il vecchio re dei casinò aveva da tempo diversificato i suoi interessi, e la sua Sociedade de Turismo e Diversoes de Macau si occupava ormai anche di corse di cavalli, di alberghi di lusso e perfino di elicotteri. Abbastanza per mantenere senza problemi i diciassette figli che aveva avuto da quattro donne diverse. Milionario già a 24 anni, Stanley Ho era in realtà originario di Hong Kong: era nato in una famiglia mista euro-asiatica, una delle quattro più ricche di Hong Kong. A soli 13 anni, però, suo padre si era rovinato ed era scappato in Vietnam, lasciando la famiglia nell'indigenza. Le disgrazie non erano finite: quando i giapponesi invasero la Cina e attaccarono Hong Kong, il giovane Ho dovette trovare rifugio a Macao, che grazie alla neutralità del Portogallo conservava almeno in parte la propria autonomia. In quel piccolo mondo perfetto per il contrabbando, il figlio spiantato del tycoon di Hong Kong cominciò la sua scalata, partendo quasi come in un fumetto di Paperon de' Paperoni con soli dieci dollari guadagnati prima di scappare davanti all'esercito del Sol Levante. Ho lavorò in una società che contrabbandava alimentari e generi di lusso, poi investì nel mattone e nel carburante, infine scoprì la sua vera vocazione: le case da gioco. Ridiventato ricchissimo, si fece amare per la filantropia e l'eleganza, e detestare da molti per i suoi (mai provati) legami con le Triadi, la mafia cinese, e per i rapporti poco limpidi con la Corea del Nord. Amava il tango e le stravaganze (tentò perfino di mediare con Saddam Hussein per evitare la guerra del Golfo), ma soprattutto il suo lavoro: non mollò la presidenza del suo gruppo fino all'età di 96 anni.

·        E' morto Bruno Bernardi, storica firma de La Stampa.

E' morto Bruno Bernardi, storica firma de La Stampa. Giornalista e scrittore (tra i suoi libri la biografia di Gigi Riva), la Juventus era la sua grande passione. La Repubblica il 19 maggio 2020. E' morto Bruno Bernardi, storica firma di calcio del quotidiano La Stampa per il quale ha lavorato per decenni raccontando partite, personaggi, aneddoti e retroscena della Juventus di cui era grande tifoso. Aveva 79 anni e da qualche giorno era ricoverato all'ospedale Mauriziano. Da ragazzo aveva giocato a calcio in una società dilettantistica torinese, il Pino Maina. Andato in pensione, è stato opinionista in alcuni programmi televisivi tra cui "Il processo di Biscardi". Ha scritto una quindicina di libri: il più apprezzato è probabilmente 'Rombo di tuono', la biografia di Gigi Riva, al quale era legato da stima e amicizia. "Bruno Bernardi 'è' la cronaca, la incarna - scriveva nella prefazione del libro lo scrittore Giovanni Arpino - Lui, che ha giocato a football, si ferma sul tocco di esterno, sullo strappo, sul debito di ossigeno, sul taglio, sullo stacco, insomma su quei fondamentali elementi che costituiscono l'umile scienza della cronaca".

Bruno Bernardi raccontava la Juve chiedendo permesso. Luca Momblano il 19 maggio 2020 su  juventibus.com. Bruno Bernardi lo leggevo quando era già giornalista professionista da più di 20 anni. Poi lo ascoltavo e sembrava di un altro mondo, ma si adattava senza perdere il proprio stile. E la partita, che comunque era al centro di tutto. Da Bernardi – il grande Bernardi, senza per forza un volto su La Stampa e con l’oculatezza di chi sa quanto siano importanti le parole – è poi per me gradualmente, e fatalmente, diventato soltanto Bruno. Sono stato fortunato.

Fortunato perché Bruno mi ha prestato (anzi, l’ho presa in prestito senza chiedergliela, scusami Bruno) quella forza di voler raccontare la Juventus come una cosa che ti appartiene, ma che in realtà non ti appartiene perché appartiene soltanto a chi ne fa parte. Pubblico incluso, ancor più se pubblico pagante. In televisione poi – se sei stato almeno una volta al fianco di Bruno – quel pubblico era “generalista” cioé di due colori ma anche di tutti i colori, era “ascoltatore”, era “testimone di un testimone” ed era da rispettarsi a prescindere. I fatti prima di tutto, gli aneddoti soltanto dopo, preferibilmente in privato. Amava soffermarsi su singole scelte tecniche di formazione, sulle vigilie, sulle rocambolesche storie di quelle vigilie, sul fatto che ogni tanto suggeriva e ci prendeva, col buon occhio dell’ex bomber dello Spartanova Torino che fu. La Juve e la Nazionale, un certo rispetto e una certa ammirazione per il Torino. Era un esteta, Bruno. Era vero e cortese. Dolce. Michel Platini il suo dessert preferito, e in pochi sanno quanto Bruno fosse goloso. Negli studi tv era l’Anastasi – fa un certo effetto scriverlo – dei giornalisti legati a doppia mandata alla parabola della Vecchia Signora: Bruno non voleva spiegare, voleva condividere. E nessuno per lui – come per Anastasi, per tutti quelli come loro di cui infatti ci si dimenticherà troppo in fretta – era mai l’ultimo arrivato. Bruno (come Pietro) non riteneva di avere qualcosa da far pesare. Da buon giornalista, ogni giorno era ora e adesso. Bruno, come uomo, dava la sensazione di non riuscir mai a disprezzare. Una persona, un pensiero, una provocazione, un’offesa non scalfivano il suo livello di persona semplice e di (ex) professionista irreprensibile, vecchio stampo, forse perfino un po’ dileggiato dai più giovani. Era più forte di lui, faceva fatica perfino a borbottare o a sollevare la minima protesta. O forse era “soltanto” nella sua più grande interpretazione di un ruolo che come il centromediano metodista – direbbe lui – è stato poi superato (e guastato?) dall’esuberanza delle nuove generazioni. Era forte Bruno, forte anche delle sue enciclopediche memorie monografiche su ogni componente delle tante Juventus che ha attraversato. Per Bruno avevano sempre qualcosa in comune l’una con l’altra. Lui dava valore anche alle Juve che non vincevano, agli eroi minori, alle fragilità umane di questo sport divenuto disumano. E lo faceva senza mai uscire dal campo. Dal seminato. Dal dovere. Dal mestiere. E quando lo faceva, chiedeva permesso. Fai pure Bruno. E salutaci l’Avvocato.

E’ morto Bruno Bernardi, storica firma de La Stampa. Salvino Cavallaro de Redazione di siciliaoggi.com il 21 Maggio 2020. Ci ha raccontato di Juventus, di calcio mondiale, di campioni del pallone e di uomini veri per oltre mezzo secolo, esattamente dall’inizio degli anni ’60. Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando di Bruno Bernardi firma storica de “La Stampa”. Il nostro incontro avviene proprio lì, ai piedi della collina di Torino nel tratto che divide il Ponte Isabella da quello di Corso Bramante, in zona Molinette. Prospiciente alla redazione de “La Stampa”, ci sono dei giardinetti e, con il “maestro”, decidiamo di comune accordo di accomodarci in una panchina. Abbiamo voglia di stare all’aria aperta e non è un caso avere scelto questa soluzione per l’intervista. Infatti, sarà la dolce aria di primavera o puramente il desiderio di rendere l’incontro meno ufficiale, fatto è che entrambi, in quel luogo, ci siamo subito sentiti a nostro agio. La gente passa incuriosita e, qualche volta, tergiversa volutamente nel vano tentativo di carpire una parola, una frase detta dall’illustre interlocutore. Il paesaggio, l’aria dolce di primavera, i colori variopinti dei fiori appena sbocciati e il lento fluire del Po, ci introduce in un conversare cordiale, fatto di ricordi e di commozione legata al tempo che fugge via velocemente. Bruno Bernardi è in pensione da diversi anni, tuttavia, continua caparbiamente a interessarsi di calcio e a frequentare quella storica redazione de La Stampa (che per lui è diventata una seconda casa), con il desiderio di stare al passo dei tempi, di non perdere la notizia, di cavalcare l’attualità sportiva inerente soprattutto la “sua” Juve, per poterla riferire come opinionista negli studi di Juventus Channel piuttosto che al Processo di Biscardi o altre televisioni private con le quali collabora proprio come se lavorasse ancora. Un piacevole impegno di presenza quotidiana che s’interseca al desiderio di recuperare quelle lunghe assenze dalla sede di via Marenco, dovute al suo impegno d’inviato speciale al seguito della Juventus. Un lavoro bellissimo che gli ha dato modo di conoscere il mondo in lungo e in largo. Bernardi nasce a Torino da mamma Margherita, ultranovantenne che adora, e papà Eligio tifoso granata DOC, amico di Ossola e Gabetto. Ci rimase un po’ male papà Eligio, quando il figlio Bruno, all’età di sette anni, nel negozio di articoli sportivi di Parola, scelse la maglia della Juventus e non quella granata del Toro che, peraltro, gli era già stata regalata da papà nel periodo natalizio. Ricordi lontani nel tempo che s’intrecciano tra figure affettuose e momenti che fanno parte della sua sfera intima di uomo sensibile. Oggi, Bruno Bernardi è legato sentimentalmente a sua moglie Giovanna che egli definisce “La mia luce”. Nel periodo della guerra abitava a Torino, in Corso Valdocco e poi, a causa di un bombardamento, dovette trasferirsi con mamma e papà in Via Garibaldi. Barriera di Milano e Regio Parco sono i suoi quartieri preferiti, per avervi vissuto lunghi anni della sua vita. Era un bravo calciatore. Giocava con il Pino Maina e si atteggiava a Omar Sivori, il suo idolo, non solo nell’emulazione tecnica ma anche nel portare giù i calzettoni arrotolati alla caviglia, proprio come faceva il campione argentino. Giocò una volta sola contro la sua Juve al campo Combi nella categoria Juniores, segnando un memorabile gol e regalando la vittoria per 1 a 0 al Pino Maina, la sua squadra. E, tra tanto passato, ecco il riferimento alla Juventus di oggi che gli ricorda quella di Heriberto Herrera. Quella Juve vinse uno scudetto di misura davanti all’Inter, nonostante i nerazzurri di allora fossero superiori ai bianconeri dal punto di vista tecnico. Il Milan è avvertito. Ma, la squadra di Conte, per la sua cattiveria agonistica, per la continuità e per il modo di pressare a tutto campo l’avversario, Bernardi la paragona alla prima Juve di Marcello Lippi e la ritiene da podio, cioè classificabile nei primi tre posti del campionato. A maggio, ci sarà anche la finale di Coppa Italia contro il Napoli, un’occasione da non perdere. Poi, il riferimento a Del Piero è d’obbligo:“Un grande campione cui ho dedicato un libro, grande classe, grande educazione in campo e fuori; purtroppo la carta d’identità lo penalizza e le logiche aziendali vanno oltre il rispetto per i giocatori considerati “simbolo”. Oggi il calcio è prevalentemente atletico e bisogna stare al passo con la vigoria fisica. Penso che Alex giocherà ancora un anno in America e, in futuro, farà parte del gruppo dirigente della Juventus”. Il “maestro” è instancabile nel suo dire, ma è piacevole ascoltarlo come quando tiene a precisare che dal punto di vista professionale e personale, la Juventus gli ha dato tante soddisfazioni, avendola vista vincere per ben 19 volte, così come ha raccontato nel suo libro “La Juventus, regina di Coppe”. Poi, un ricordo speciale del suo amico e maestro Giovanni Arpino, scrittore, poeta e giornalista di grande qualità che gli attribuì affettuosamente il nome di Bibì: “Con Giovanni nacque un feeling naturale; io avevo 33 anni e lui era un maestro, mai distante da nessuno. L’ho visto scrivere una colonna in otto minuti che, cronometrati, sono più o meno settanta righe scritte senza neppure una sbavatura. Abbiamo girato il mondo insieme per dieci anni, da Cruijff alla lattina in testa a Bordon. Arpino aveva vinto il premio Strega e il Campiello; per questo non dettava mai a braccio”. Poi, come in un film, rivede i grandi campioni da Di Stefano a Sivori, Pelè, Maradona, Baggio, Paolo Rossi, Gigi Riva, Rivera, Mazzola, Platini, Scirea, Zidane, fino ad arrivare a Buffon, Del Piero, Giovinco, Marchisio, De Ceglie. Una carrellata di atleti e di uomini che s’identificano nel calcio di ieri e di oggi e del quale si fregia di essere amico. Tanti sono i suoi racconti legati al mondo del calcio e tutti di notevole interesse e qualità. E intanto, sul calar della sera, l’umidità provocata dalle acque del Po s’impone sul fievole tepore del sole di primavera. L’intervista con il “maestro” Bernardi volge al termine. E’ stato bello incontrarsi, il tempo è volato via velocemente, quasi come il suo mezzo secolo di giornalismo. Ma il nostro è un arrivederci perché ci rivedremo a Milazzo in provincia di Messina il 13 luglio prossimo, in occasione di una conferenza stampa organizzata dai colleghi giornalisti siciliani. Sarà interessante e piacevole per noi giornalisti e per coloro i quali amano il calcio da sempre, ascoltare e rivivere attraverso le parole del “maestro” i trascorsi di un’esperienza professionale e umana di straordinaria intensità culturale. Salvino Cavallaro

·        È morto Jimmy Cobb, tra i più grandi batteristi della storia del jazz.

È morto Jimmy Cobb, tra i più grandi batteristi della storia del jazz. Pubblicato lunedì, 25 maggio 2020 da La Repubblica.it. Jimmy Cobb, uno dei più grandi batteristi della storia del jazz, è morto all'età di 91 anni. È stato il produttore e manager Todd Barkan a dare la notizia sui social. Nel corso di una carriera lunga oltre 70 anni ha collaborato con mostri sacri come Dizzy Gillespie, John Coltrane, Stan Getz e soprattutto Miles Davis. Nato a Washington il 20 gennaio 1929, Cobb è celebre per aver collaborato al capolavoro di Miles Davis, Kind of Blue (1959), il disco più famoso e più venduto della storia del jazz, una pietra miliare del genere registrato nel 1959. Con Cobb alla batteria, c'erano Davis alla tromba, Julian Adderley al sassofono contralto, John Coltrane al sassofono tenore, Bill Evans e Wynton Kelly al pianoforte e Paul Chambers al contrabbasso. Cobb rimase nel gruppo di Miles Davis per cinque anni, con il quale partecipò ad altre storiche registrazioni come Sketches of Spain, Someday My Prince Will Come, Live at Carnegie Hall, Live at the Blackhawk, Porgy and Bess e Sorcerer. Grande innovatore, Jimmy Cobb ha continuato a collaborare con star del jazz come Dizzy Gillespie, Stan Getz e Sarah Vaughan, artisti stilisticamente votati agli incroci con l'hard bop, il funk e la soul music. Per oltre trent'anni Jimmy Cobb è stato attivo a New York con il suo gruppo Jimmy Cobb's Mob. Ha tenuto concerti in tutto il mondo ed è stato spesso ospite in Italia, insegnando anche ai seminari di vari festival. Cobb ha collaborato con i più grandi del mondo del jazz, tra cui Dinah Washington, Billie Holiday, Clark Terry, Wynton Kelly, Wes Montgomery, Gil Evans, Kenny Burrell, J. J. Johnson, Sonny Stitt, George Coleman e molti altri.

Jazz, addio a Jimmy Cobb, leggenda della batteria. La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 Maggio 2020. Insieme con Roy Haynes, di quattro anni più anziano, Jimmy Cobb - morto l’altro ieri a 91 anni - era rimasto tra gli ultimi batteristi che potevano vantare di aver suonato con alcuni tra i più grandi musicisti della storia del jazz. E sebbene non avesse mai raggiunto la fama - e forse anche il magistero tecnico - di colleghi quali Max Roach o Art Blakey, era considerato a buon diritto uno dei grandi maestri del suo strumento. Tuttavia, a far entrare il suo nome nella leggenda, era stata una fortunata, preziosa collaborazione, che nel corso degli Anni ‘50 e ‘60 lo aveva imposto sulle scene internazionali. Non ancora trentenne, era stato infatti cooptato da Miles Davis nel suo gruppo e questo gli aveva consentito di prendere parte ad alcune registrazioni poi diventate leggendarie: aveva cominciato con Porgie and Bess, licenziato nel 1958 dalla Columbia a nome della coppia Miles Davis - Gil Evans, ma soprattutto, un anno più tardi, aveva preso parte alla registrazione del leggendario Kind of Blue, l’album di Davis tra i più celebrati di tutta la storia del jazz moderno. La loro collaborazione sarebbe proseguita sino al 1963, con altri titoli ben noti ai «davisiani» e contemporaneamente quella militanza gli consentì di collaborare discograficamente anche con John Coltrane, che rimase al fianco del trombettista fino al 1959. Non a caso, Cobb registrò con lui in alcuni album della Prestige e anche nei primi della Atlantic, prima che il sassofonista chiamasse con sè Elvin Jones. Si può dire, in altre parole, che Cobb - le cui colleborazioni sono lunghe e prestigiose - abbia «capitalizzato» quel periodo per tutto il resto della propria vita, accettando di buon grado di collaborare anche con i giovani solisti europei, spesso per cifre ben al di sotto di un musicista della sua reputazione. Lo ricordiamo in Puglia a Ostuni per Nicky Maffei e a Bari, nelle indimenticate notti dello Strange Fruit e anche al Fez con Nat Adderley. Preciso, swingante, fantasioso eppure sempre attento a non «coprire» i giovani colleghi che lo trattavano con il rispetto dovuto a un maestro dal nome leggendario. E ai quali insegnava innanzitutto l’importanza di non montarsi la testa.

·        È morto John Peter Sloan, il comico insegnante d'inglese più famoso d'Italia.

Da repubblica.it il 26 maggio 2020. Maurizio Colombi scrive: "Oggi ci ha lasciato un grande personaggio italiano importato da Birmingham. John Peter Sloan, un grande cantante, un creatore, un attore, un comico, un insegnante unico, una persona difficile e discutibile fra le più intelligenti che abbia mai conosciuto ma soprattutto un grande amico che adesso mi manca molto. Tvb". Bellissime le parole di Herbert Pacton: "Hai saputo tirare fuori il meglio di me, come persona e come attore, abbiamo riso cosi tanto lavorando fianco a fianco. Ho sempre avuto una grandissima ammirazione per le tue idee geniali, mi hai preso sotto la tua ala e mi hai fatto planare e sono stati momenti incredibili. Ora mi risuona la tua voce in testa, con gli occhi pieni di lacrime mentre accenno ad un sorriso perché sento la tua voce che mi dice una cazzata. Ti ho voluto sempre sempre sempre un gran bene amico mio ed ora ti devo dire addio. Ti porterò per sempre nel mio cuore Mate".

È morto John Peter Sloan, il comico insegnante d'inglese più famoso d'Italia. Pubblicato martedì, 26 maggio 2020 su La Repubblica.it. È morto all'improvviso John Peter Sloan, aveva 51 anni. La notizia è stata data su Facebook da due suoi colleghi. Arrivato in Italia nel 1990, cantante, attore teatrale e scrittore di libri, è diventato uno dei volti più amati di Zelig. Le sue lezioni di inglese sono diventate un cult. È morto a Menfi, dove viveva dal 2016 quando aveva deciso di trasferirsi in Sicilia e di aprire la "Sloan scuola di inglese", un luogo di apprendimento della lingua rivolto ai bambini, agli adulti e ai docenti. Un luogo che amava molto, e da qui soltanto tre giorni fa postava fotografie del mare siciliano e del suo ritorno in studio di registrazione per nuovi cicli di corsi di inglese.John Peter Sloan a Menfi: "Amate i vostri cani" in riproduzione.... Condividi   Morto John Peter Sloan, il ricordo dei colleghi. Maurizio Colombi scrive: "Oggi ci ha lasciato un grande personaggio italiano importato da Birmingam. John Peter Sloan, un grande cantante, un creatore, un attore, un comico, un insegnante unico, una persona difficile e discutibile fra le più intelligenti che abbia mai conosciuto ma soprattutto un grande amico che adesso mi manca molto. Tvb". Bellissime le parole di Herbert Pacton: "Hai saputo tirare fuori il meglio di me, come persona e come attore, abbiamo riso cosi tanto lavorando fianco a fianco. Ho sempre avuto una grandissima ammirazione per le tue idee geniali, mi hai preso sotto la tua ala e mi hai fatto planare e sono stati momenti incredibili. Ora mi risuona la tua voce in testa, con gli occhi pieni di lacrime mentre accenno ad un sorriso perché sento la tua voce che mi dice una cazzata. Ti ho voluto sempre sempre sempre un gran bene amico mio ed ora ti devo dire addio. Ti porterò per sempre nel mio cuore Mate".

Addio a Sloan, l’insegnante di inglese più famoso d’Italia. Il 51enne John Peter Sloan aveva inventato un metodo d'insegnamento della lingua inglese divertente con il quale si era guadagnato l’affetto del pubblico. Gabriele Laganà, Martedì 26/05/2020 su Il Giornale. È morto all'improvviso John Peter Sloan, il 51enne insegnante d'inglese più famoso d'Italia. Sloan, attore, cantante, scrittore di libri e comico, era diventato noto al grande pubblico grazie al suo rivoluzionario e divertente metodo d'insegnamento della lingua tanto che le sue lezioni sono divenute in breve tempo un vero e proprio cult. Inoltre era divenuto anche uno dei volti più amati di Zelig. La drammatica notizia è stata pubblicata su Facebook da alcuni suoi colleghi. Sloan arrivò a Milano nell’ormai lontano 1990 per una serie di concerti con il suo gruppo rock di allora. Il legame con la città non si era mai interrotto. Nel 2011 decise di aprire, in zona Loreto, la sua prima scuola. Visto l’enorme successo, Sloan espande questa attività a Roma e Melfi, in provincia di Agrigento, dove viveva dal 2016 insieme alla sua compagna. Nella città siciliana aveva aperto la ''Sloan scuola di inglese'', un luogo di apprendimento della lingua rivolto ai bambini, agli adulti e ai docenti. Il celebre insegnante amava molto Melfi: solo tre giorni fa postava fotografie del mare e del suo ritorno in studio di registrazione per nuovi cicli di corsi di inglese. Maurizio Colombi su Facebook ha scritto: "Oggi ci ha lasciato un grande personaggio italiano importato da Birmingam. John Peter Sloan, un grande cantante, un creatore, un attore, un comico, un insegnante unico, una persona difficile e discutibile fra le più intelligenti che abbia mai conosciuto ma soprattutto un grande amico che adesso mi manca molto. Tvb". Dolore è stato espresso anche dall'attore Herbert Pacton che sullo stesso social ha rivolto una dedica a Sloan: "Hai saputo tirare fuori il meglio di me, come persona e come attore…. abbiamo riso cosi tanto lavorando fianco a fianco…. ho sempre avuto una grandissima ammirazione per le tue idee geniali…. mi hai preso sotto la tua ala e mi hai fatto planare e sono stati momenti incredibili…… Ora mi risuona la tua voce in testa…. con gli occhi pieni di lacrime mentre accenno ad un sorriso perché sento la tua voce che mi dice una cazzata….Ti ho voluto sempre sempre sempre un gran Bene Amico Mio ed ora ti devo dire addio….. Ti porterò per sempre nel mio cuore Mate. Ciao John Peter Sloan…..". 

Morto John Peter Sloan a 51 anni, dramma improvviso: solo 3 giorni fa, le foto al mare. Libero Quotidiano il 26 maggio 2020. Addio a John Peter Sloan. Una morte improvvisa, ad appena 51 anni: il maestro d'inglese più famoso d'Italia si è spento a Menfi, dove viveva dal 2016, quando aveva scelto di trasferirsi in Sicilia e di aprire la Sloan scuola di inglese, un luogo in cui si rivolgeva a tutti, dai bambini e fino agli insegnanti. Soltanto tre giorni fa, John Peter Sloan postava sui social immagini che lo ritraevano al mare o in studio di registrazione per nuovi cicli di corsi di inglese. John Peter Sloan era in Italia dal 1990: cantante, attore teatrale e scrittore, divenne un volto di Zelig. Le sue lezioni di inglese era un piccolo cult. Celebri anche alcuni suoi litigi televisivi, in particolare uno con Vittorio Sgarbi, che fu davvero violentissimo. A dare la notizia della sua morte due suoi colleghi. Il primo è Maurizio Combi: "Oggi ci ha lasciato un grande personaggio italiano importato da Birmingam. John Peter Sloan, un grande cantante, un creatore, un attore, un comico, un insegnante unico, una persona difficile e discutibile fra le più intelligenti che abbia mai conosciuto ma soprattutto un grande amico che adesso mi manca molto. Tvb". Quindi le parole di Herbert Pacton: "Hai saputo tirare fuori il meglio di me, come persona e come attore, abbiamo riso cosi tanto lavorando fianco a fianco. Ho sempre avuto una grandissima ammirazione per le tue idee geniali, mi hai preso sotto la tua ala e mi hai fatto planare e sono stati momenti incredibili. Ora mi risuona la tua voce in testa, con gli occhi pieni di lacrime mentre accenno ad un sorriso perché sento la tua voce che mi dice una cazzata. Ti ho voluto sempre sempre sempre un gran bene amico mio ed ora ti devo dire addio. Ti porterò per sempre nel mio cuore Mate", ha concluso.

Giancarlo Dotto per Diva e Donna il 26 maggio 2020. Mi piace John Peter Sloan, l’uomo che sussurra l’inglese a vecchi e bambini, a giovani in carriera e casalinghe più o meno disperate, ma anche a detenuti modello quando il destino lo impone. Mi piace perché mi parla in mutande dalla terrazza di casa, a Menfi, dalle parti di Agrigento, mentre guarda i cani che dormono sotto gli ulivi. Perché è un uomo generoso che tracanna la vita a grandi sorsi, senza troppi calcoli e troppe strategie, con il suo vecchio cuore rocker sempre acceso. E quando gli capita di cadere, come capita a tutti gli uomini generosi, si lecca le ferite, si rialza e riparte più forte di prima, avendo l’assillo di trasferire ai tanti che lo seguono nella vita e nei social la lezione che ha imparato sulla sua pelle. Un comunicatore nato John, tra pedagogia, didattica e intrattenimento. L’anima definitivamente latina, ma le sintesi fulminanti degli anglosassoni. E un senso dell’umorismo che trasmette grazia e leggerezza anche quando parla di disastri esistenziali. Ti avevo lasciato, l’ultima volta, milanese al cento per cento dentro lo “Sloan Square”, il tuo pub inglese dove cantavi e recitavi, e mille progetti per la testa.

“Ora vivo in Sicilia. Sono fisso qua… A Milano e a Roma ci vado quando proprio devo, una, due volte al mese, ma scappo appena posso.”

Tiro a indovinare. Fu l’amore, galeotto?

“È vero. Asia, la mia fidanzata, è qua vicino che mi sente e dice “no, no, no…”, ma è così che è andata. Lei faceva l’insegnante a Milano e voleva apprendere il mio metodo per portarlo in Sicilia.”

Che ne è stato del tuo amato pub?

“Non voglio nemmeno sentirlo nominare. Sono in causa con i soci. Una brutta storia.”

Era il tuo orgoglio, la tua allegria.

“Mi son fidato delle persone sbagliate. Ti dico solo che non mi arriva un euro da lì. Sai la storia del gatto che quando non c’è i topi ballano. Ecco, hanno ballato parecchio.”

Raccontami della tua nuova terra d’adozione.

“A Menfi sono rinato. A Milano stavo andando in pazzia. Troppi progetti e questo pub che non aiutava le cose…”

In che senso non aiutava?

“Stavo bevendo un po’ troppo. Sai, la mia vita è completamente cambiata con il successo arrivato tardi, a quarant’anni. Prima ero un cantante come tanti, senza una lira. Da allora, soldi, proposte di lavoro, io che non riesco a dire di no. Stavo andando fuori di testa.”

Il concetto è chiaro.

“Quando sono sceso in Sicilia ho avuto un’epifania. Toccare un albero, prendere un limone da un albero, sentire la sabbia sotto i piedi. Qua sono sempre in mutande e metto le scarpe tre volte al mese. A Milano sarei arrivato alla tomba senza aver mai raccolto un limone da un albero…”

Sei un altro uomo.

“Lo puoi dire. Quando stavo a Milano avevo questi amici siciliani e li salutavo normale “ciao”. Adesso, quando sono a Milano e li incontro, li abbraccio come fossero eroi: “Minchia, come fai a stare qui?”

Racconti le tue “parentesi” alcoliche e fai ridere nei tuoi spettacoli.

“In un mio spettacolo racconto di quando, anni fa, mi hanno fermato mentre guidavo in stato di felicità.”

Stato di felicità? Magnifico modo di tradurre l’ebbrezza da alcol.

“Mi hanno chiesto di soffiare dentro un palloncino. Ho provato con una battuta. “Potete almeno impostare la macchinetta sui parametri inglesi?”. Non hanno riso molto…”

Conseguenze?

“E’ risultato che ero felicissimo. Mi hanno mandato a San Vittore a insegnare l’inglese ai detenuti.”

Hai avuto altri incontri ravvicinati con le forze dell’ordine?

“Qui a Menfi, in due anni, la polizia l’ho vista una volta sola. Non succede niente qua. I vigili, invece, li vedo più spesso perché abbiamo quattordici cani. A volte sono loro che ci portano i cuccioli abbandonati che trovano in giro.”

Chi è John Sloan oggi, in attesa che venga domani?

“Sono tornato in me. Lavoro poco, ma bene. Non bevo più. Ho imparato a dire no. Ho imparato, soprattutto, a dare un prezzo al mio tempo. Milano ti fa pensare che quando non lavori stai perdendo soldi. Dimentichi di dare un prezzo e dunque un valore al tuo tempo libero.”

Errore madornale. Come vive John il siciliano?

“La mia ragazza mi ha detto: “Metti un giorno alla settimana tutto per te”. A Milano non riesci. Andavo ogni sera ai “Gucci party”, così li chiamavo, e si parlava solo di lavoro. Tornavo a casa con un mazzo di biglietti da visita. In Sicilia esco e torno con melanzane e vino rosso.”

Ora che hai sconfitto la dipendenza da alcol, lo stress da agenda e la bulimia da lavoro, raccontami di quando hai toccato il fondo.

“Uno spettacolo a San Patrignano, che sponsorizziamo con la mia scuola di Milano (ne ho persi tanti di amici per droga e per alcol), sedute in prima fila Letizia Moratti e mia figlia. Una volta sul palco, guardo questi ragazzi e dico: “Non posso mettermi davanti a voi e far finta di essere quello che non sono, perché anche io sto lottando con l’alcol….”

Reazioni?

“Qualche secondo  di silenzio e poi una reazione incredibile. Credo e spero che pensassero: vedi cos’è riuscito a fare lui, nonostante il problema con l’alcol, tutti questi libri, il corso d’inglese più venduto nella storia. Abbiamo scherzato e riso insieme.”

Tua figlia sapeva di te?

“Lo sapeva, ma non da me. Non ne parlavo in famiglia. Avevo paura. C’è ignoranza in Italia sul tema. Non sanno che è una cosa genetica. Che una persona su venti non può bere, e io sono uno di questi. In Italia, se hai un tumore ti abbracciano e ti mandano fiori. Se hai problemi di alcol, ti abbandonano.”

In Inghilterra non è così?

“Per niente. In Inghilterra non conosco una famiglia che non abbia questo problema, ma da voi è diverso. Qui a Menfi gira un alcolista, schifato da tutti, e io invece ci parlo. Di solito, chi diventa schiavo dell’alcol ha storie interessanti da raccontare, sono artisti, persone sensibili.”

La storia di Patrignano non è a toccare il fondo, ma vedere la luce.

“Ho ripreso il controllo, prima che succedesse il peggio. A Milano andavo a mille e avevo sotto mano tutto la birra che volevo. Ho cominciato a toccare il fondo quando non mi presentavo a teatro o consegnavo tardi i miei lavori.”

Ne parli senza falsi pudori sulla tua pagina facebook.

“Dovevo farlo. Anche per diffondere una cura che nessuno conosce in Italia ma funziona. A me mi ha salvato. Il metodo Sinclair. Una pastiglia che ti blocca le endorfine. Bevi un’ora dopo averla presa e scopri che l’alcol non ti fa più effetto. Prima gridi al miracolo, poi smetti di bere.”

Ti scrivono?

“Migliaia di messaggi di ammirazione, ma in privato solo quattro persone con il problema. Tutti inglesi. In Italia è vergogna. Io ero un alcolista emotivo. Usavo la birra come medicina quando ero un po’ depresso. Era come andare in farmacia.”

Se ti capita oggi?

“L’alcol è il peggior modo per riempire il vuoto. Passa l’effetto e stai peggio di prima. Oggi io non posso bere neanche se voglio. Se capita che mi sento giù aspetto che passi, male che va prenderò una medicina vera. Magari scopro che sono bipolare. Mia mamma lo è ma, grazie a quel farmaco, non beve più.”

La tua fidanzata Asia?

“Assolutamente fondamentale. Mi è stata molto vicina, ma senza quella pastiglia non ce l’avrei fatta. Mi hanno aiutato molto anche i cani”.

I cani?

“L’unica pecca qui in Sicilia sono tutti questi randagi abbandonati. Ho avuto più di cento cani in casa. Prendo questi randagi, gli faccio fare le punture e poi, quelli che non posso tenere, li porto a famiglie a Milano e Roma, sfruttando la mia visibilità.”

E’ diventata virale la storia di Rocky.

“Un cucciolo di cinquanta giorni, grosso come un topo, pieno di zecche. Aveva la faccia spezzata in due da un calcio, la bocca in cancrena, era in fin di vita. Ora sta qua con me e sta bene. È l’unico che non darò mai in adozione. Non voglio dargli altri traumi.”

Avrà un grande amore per te.

“Minchia! Mi segue ovunque, adesso è qua attaccato al piede.”

Dicevi che i cani ti hanno aiutato.

“Si chiama dog therapy. Danno tantissimo, i cani. Io giro per le scuole della Sicilia portando i miei spettacoli sull’inglese. Li faccio gratis ma, alla fine, mi devono lasciare 15 minuti per parlare dei cani. Qui sono invisibili. Sono come i topi. Li lasciano morire per strada.”

Una cosa è certa, ovunque vai lasci tracce forti.

“Mia mamma dice sempre “Porca puttana, ti fai conoscere ovunque!”. La mia ragazza sta annuendo.”

Hai imparato a parlare il siciliano?

“Come no? Senti qua. “Minchia, la tua è una minchiata fatta da un minchione.”

Tutto qua?

“Il dialetto non m’interessa. Trovo assurdo che in Galles dedicano un giorno al gallese. Imparalo dalla mamma a casa, non a scuola. Come quando studiano Shakespeare nei corsi d’inglese, una lingua morta. Sai quanto ti ridono dietro se lo parli a Londra.”

La rete abbonda di proposte miracolistiche, imparare l’inglese e qualunque lingua in una settimana.

“Tutte cazzate. Sai quanto mi offrono per mettere il mio nome su queste truffe? Ogni studente è diverso e ha i suoi tempi. In molti hanno copiato il mio corso. Se dovessi litigare con tutti quelli che mi plagiano non ne uscirei più. Diceva Oscar Wilde che “il plagio è il miglior complimento.”

Ci sono quelli negati per le lingue, che proprio non ce la fanno?

“Ci sono e tu puoi stare lì anche una vita. Il problema in Italia è che l’inglese è insegnato molto male e molto tardi. Non è colpa degli insegnanti. Nessuno li aiuta. Prendono un diploma e gli danno un’aula. Il segreto è buttarsi, fregarsene degli errori. Voi italiani siete nazisti con la grammatica.”

Vengono a trovarti i tuoi figli in Sicilia?

“Certo. Li vedo più adesso di quando stavo a Milano. Non sono mica stupidi.”

La tua Inghilterra?

“Ha preso una bruttissima strada con il “brexit”. I razzisti stanno venendo fuori come i vermi dal legno.”

Salvini lo sa l’inglese?

“Non lo so, ma so una cosa. Minchia, ma se sei siciliano come fai a votare Lega con tutto quello che hanno detto sui terroni…”

E tu?

“Sto diventando sempre più italiano. Ho imparato a usare il bidet, non guardo la tivù e passo il tempo con la fidanzata a guardare i cani come fosse una telenovela. Ho capito che la vita è corta, me la devo godere. E poi sono un uomo fortunato. Vivo in Sicilia con uno stipendio milanese.”

·        È morto Alberto Alesina, economista italiano che ha conquistato Harward.

È morto Alberto Alesina, economista italiano che ha conquistato Harward. Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 da La Repubblica.it. È morto l'economista Alberto Alesina. Aveva 63 anni e insegnava alla Harvard University. La notizia è stata diffusa su Twitter da David Wessel e poi confermata dall'Istituto Bruno Leoni. A quanto riportato da Wessel, stava facendo una camminata in montagna con la moglie quando ha avuto un attacco cardiaco.

Morto Alberto Alesina, l'economista che aveva "conquistato" l'America. Alesina è scomparso improvvisamente il 23 maggio, all'età di 63 anni, a causa di un attacco cardiaco. Aveva da poco vinto lo Hayek Prize ed era professore di economia politica ad Harvard. Federico Giuliani, Domenica 24/05/2020 su Il Giornale. Alberto Alesina è scomparso improvvisamente il 23 maggio, all'età di 63 anni, a causa di un attacco cardiaco che lo ha stroncato mentre faceva hiking, una forma di trekking, negli Stati Uniti. A darne il triste annuncio il giornalista e scrittore David Wessel su Twitter: "Cari amici economisti. Sono molto triste nel riferire che Alberto Alesina è morto oggi. Stava facendo un'escursione con la sua amata moglie Susan e ha avuto un infarto. Ci mancherà molto". Poco dopo arriva anche la conferma dell'Istituto Bruno Leoni: "È scomparso Alberto Alesina. Un grande economista che l’IBL ricorda con stima e affetto. Ci uniamo al dolore della famiglia". Accademico ed economista, Alesina aveva conquistato l'America diventando per tre anni, dal 2003 al 2006, direttore del dipartimento economico dell'Università di Harvard, nella quale era professore di Economia Politica. Era anche visiting professor presso l'università Bocconi di Milano nonché editorialista per giornali come Il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore. Nel 1990 la prestigiosa rivista Economist lo aveva descritto come uno dei migliori otto economisti al mondo under 40.

Una carriera ricca di soddisfazioni. La sua carriera è stata ricca di soddisfazioni, l'ultima dei quali arrivata pochi giorni fa con la vittoria di un nuovo premio, lo Hayek Prize, ottenuto grazie al libro "Austerità, quando funziona e quando no", scritto insieme a Francesco Giavazzi e a Carlo Favero.

Nato a Broni (Pavia) nel 1957, Alesina si laurea alla Bocconi nel 1981 e ottiene, nel 1986, un dottorato di ricerca in economia (Phd) ad Harward. Nel corso degli anni ottiene l'affiliazione a National Bureau of Economic Research e al Center for Economic Policy Research. Diventa poi membro della Econometric Society e dell'American Academy of Art and Sciences. Nel 2006 è direttore del programma di politica economica Nber. Marco Mazzucchelli, amico di vecchia data di Alesina, consigliere della Kredietbank Luxembourg e senior advisor di Bain&Co, lo ha voluto ricordare così, come riportato da Il Corriere della Sera: "Lo ricordo l’ultima volta in Bocconi, l’anno scorso, per presentare il suo libro sull’austerità, poi premiato. Volle parlare per primo giustificandosi: ''Così dico le poche cose semplici che so, poi lascio quelle difficili a Favero e Giavazz''. Tipico di Alesina: sapeva dire le cose complesse in modo semplice e sempre con un sense of humor che lo rendeva immediatamente simpatico, soprattutto agli studenti, anche se diceva cose difficili o scomode. A Harvard gli studenti lo adoravano perché sapeva rendersi uno di loro grazie al suo atteggiamento da gregario e alla mano".

Addio ad Alberto Alesina, teorizzò “l’austerità espansiva”. Il Dubbio il 25 maggio 2020. Noto e seguito in Italia soprattutto per i suoi editoriali a quattro mani con Francesco Giavazzi, Alberto Alesina era stato uno dei primi laureati del Des, quel corso di Discipline Economiche e Sociali nato nel 1974 che ha reso famosa l’Universita’ Bocconi nel mondo intero. Noto e seguito in Italia soprattutto per i suoi editoriali a quattro mani con Francesco Giavazzi, Alberto Alesina era stato uno dei primi laureati del Des, quel corso di Discipline Economiche e Sociali nato nel 1974 che ha reso famosa l’Universita’ Bocconi nel mondo intero. Nato a Broni (Pavia) il 29 aprile del 1957, era professore di Economia Politica all’Universita’ di Harvard ma continuava a collaborare anche con l’ateneo milanese di via Sarfatti. Alesina e’ morto nelle scorse ore per un attacco di cuore mentre passeggiava in montagna negli Stati Uniti, sua patria adottiva. Il libro scritto a sei mani con Giavazzi e Carlo Favero, “Austerita’, quando funziona e quando no”, pubblicato l’anno scorso da Rizzoli, ha da poco ottenuto il premio Hayek, intitolato all’economista liberale premio Nobel nel 1974, l’austriaco-britannico Friedrich August von Hayek. Quello dell'”autorita’ espansiva” era uno dei cavalli di battaglia dell’economista di Harvard, che gia’ nel 2009 l’aveva teorizzata in uno studio, poi criticato dai nemici dell’austerita’ come il premio Nobel Paul Krugman. La teoria espressa negli ultimi lavori, sintetizzata da Favero, uno dei coautori di Alesina nell’ultimo libro, e’ che “l’austerita’ puo’ essere capita paragonandola a una medicina necessaria che da’ effetti collaterali, che vanno minimizzati. Per l’economia, la malattia è l’alto debito pubblico. Si tratta di un male che viene ereditato dalle generazioni future, su cui manifesta i propri effetti piu’ perniciosi. L’austerità basata sulla riduzione della spesa pubblica è meno costosa in termini di crescita ed e’ piu’ efficace nella stabilizzazione del rapporto debito/Pil rispetto all’austerità basata sull’aumento delle entrate del settore pubblico”. Moltissimi i messaggi di cordoglio e rimpianto diffusi sui social network fin dal momento in cui si e’ diffusa la notizia della scomparsa dell’economista, molto apprezzato anche per i modi gentili e l’empatia. Lo ricordano colleghi e ex allievi in Italia e Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, oltre che le numerosissime istituzioni con le quali ha collaborato nel corso dei decenni della sua attività.

Morto Alberto Alesina, l’economista di Harvard. Il Giorno 24 maggio 2020. L’economista Alberto Alesina, morto negli Stati Uniti in un’escursione in montagna. È morto Alberto Alesina, uno dei più famosi economisti ed editorialisti italiani. Aveva 63 anni. Alesina è morto a causa di un attacco cardiaco durante un’escursione in montagna negli Stati Uniti. Alesina era nato nel 1957 a Broni, vicino a Pavia, e aveva studiato all’università Bocconi di Milano e in seguito ad Harvard, negli Stati Uniti, l’università in cui era anche diventato professore. A partire dagli anni Novanta Alesina è stato anche ospite in diversi programmi televisivi italiani e ha collaborato come editorialista per giornali come il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore. In più di un’occasione aveva collaborato a libri o articoli con l’economista Francesco Giavazzi, con cui scriveva spesso parlando frequentemente dei vantaggi del libero mercato e della riduzione delle tasse per aziende e cittadini. "Per ripartire l’Europa ha bisogno di meno tasse, meno spese inutili e di riforme strutturali che liberalizzino i mercati. Era il pensiero di Alberto Alesina che, a qualche anno di distanza, è ancora attualissimo". Così il vice ministro dell’Economia e delle Finanze Laura Castelli ricorda l’economista. "Nitido e lungimirante scienziato economico", lo piangono i vertici dell’Abi, l’associazione bancaria italiana.

È morto Alberto Alesina, economista italiano che ha conquistato Harvard. Colpito da un attacco cardiaco durante un’escursione in montagna negli Usa, aveva 63 anni. Professore nella celebre università americana ha scritto saggi molto influenti. La Repubblica il 24 Maggio 2020. È morto l'economista Alberto Alesina. Aveva 63 anni e insegnava alla Harvard University. Lo ha reso noto in un tweet l'economista David Wessel, direttore del Centro Hutchin sulla politica fiscale e monetaria, il quale precisa nel suo messaggio di avere appreso la notizia da un altro economista, David Cutler. A quanto riportato da Wessel, Alesina con la moglie stava facendo una camminata in montagna negli Usa, sua patria adottiva, quando ha avuto un attacco cardiaco. La morte di Alesina è stata confermata dall'Istituto Bruno Leoni. "È scomparso Alberto Alesina - si legge nel messaggio - Un grande economista che l'IBL ricorda con stima e affetto. Ci uniamo al dolore della famiglia". Nato a Broni in provincia di Pavia nell'aprile del 1957, nel 1981 era stato uno dei primi laureati del Des, quel corso di Discipline Economiche e Sociali nato nel 1974 che ha reso famosa l'Università Bocconi nel mondo intero. Cinque anni più tardi ottenne il dottorato di ricerca in economia (PhD) ad Harvard, dove ha trascorso gran parte della sua vita professionale costruendo l'intera carriera. Dal 2003 al 2006 è stato il direttore del dipartimento economico della celebre università americana. Nel suo curriculum spiccano l'affiliazione a National Bureau of Economic Research e al Center for Economic Policy Research; è inoltre membro della Econometric Society e dell'American Academy of Art and Sciences. Era considerato uno dei maggiori esperti mondiali di politica economica, tanto che L'Economist nel 1990 lo aveva inserito tra i migliori otto economisti under 40 e papabile per un futuro premio Nobel.

In Italia era "visiting professor" all'Università Bocconi. In più di un'occasione aveva collaborato a libri o articoli con l'economista Francesco Giavazzi, che considerava il suo migliore amico, con cui scriveva spesso sul Corriere della Sera parlando frequentemente dei vantaggi del libero mercato e della riduzione delle tasse per aziende e cittadini. Il libro scritto con Giavazzi e Carlo Favero, "Austerità, quando funziona e quando no", pubblicato l'anno scorso da Rizzoli, ha da poco ottenuto il premio Hayek, intitolato all'economista liberale premio Nobel nel 1974, l'austriaco-britannico Friedrich August von Hayek. Quello dell'"austerità espansiva" era uno dei cavalli di battaglia dell'economista di Harvard, che già nel 2009 l'aveva teorizzata in uno studio, poi criticato dai nemici dell'austerità come il premio Nobel Paul Krugman. La teoria espressa negli ultimi lavori, sintetizzata da Favero, uno dei coautori di Alesina nell'ultimo libro, è che "l'austerità può essere capita paragonandola a una medicina necessaria che dà effetti collaterali, che vanno minimizzati. Per l'economia, la malattia è l'alto debito pubblico. Si tratta di un male che viene ereditato dalle generazioni future, su cui manifesta i propri effetti più perniciosi. L'austerità basata sulla riduzione della spesa pubblica è meno costosa in termini di crescita ed è più efficace nella stabilizzazione del rapporto debito/Pil rispetto all'austerità basata sull'aumento delle entrate del settore pubblico". Tra gli altri lavori di Alesina, da citare anche The Size of Nations, Fighting Poverty in the US and Europe: A World of Difference, Goodbye Europa, un saggio scritto a quattro mani con l'amico Giavazzi, e Il liberismo è di sinistra. E ancora, un articolo scritto con Andrea Ichino, dove ha avanzato la proposta provocatoria di tassare le donne in maniera inferiore rispetto agli uomini (Gender Based Taxation). Si tratterebbe, secondo gli autori, di un provvedimento privo di costi per lo Stato e che dovrebbe contribuire al raggiungimento di effettive pari opportunità tra uomini e donne. Nel novembre 2009 ha pubblicato, sempre con Andrea Ichino, il libro L'Italia fatta in casa, nel testo gli autori si soffermano sull'importanza che riveste, per il benessere del sistema Paese, il lavoro fatto in casa dalle mamme, dai nonni, dai papà, un lavoro spesso invisibile nelle statiche sulla ricchezza del Paese ma che contribuisce, in maniera significativa, in Italia più che in altri Paesi, al benessere generale della popolazione. Moltissimi i messaggi di cordoglio e rimpianto diffusi sui social network fin dal momento in cui si è diffusa la notizia della scomparsa dell'economista, molto apprezzato anche per i modi gentili e l'empatia. Lo ricordano colleghi e ex allievi in Italia e Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, oltre che le numerosissime istituzioni con le quali ha collaborato nel corso dei decenni della sua attività.

·        Addio a Sergio Siglienti, ex presidente di Banca Commerciale Italiana.

Addio a Sergio Siglienti, ex presidente di Banca Commerciale Italiana. Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 su Corriere.it da Nicola Saldutti. Più tardi, dieci anni dopo romperà il silenzio per raccontare la sua storia nel libro «Comit, una privatizzazione molto privata». E fotograferà una situazione che spesso si è verificata nell’incrocio pericoloso tra banche e imprese: la figura del debitore di riferimento. Imprenditori con ruoli di primo piano nelle stesse banche che li finanziano. Spiegherà: Mediobanca ha spesso dovuto svolgere un ruolo di supplenza. Il suo modello era la public company, ma dirà : Comit è stata scalata ancora prima di nascere. Qualche tempo prima si era opposto al progetto di fondere le ex banche di interesse nazionale, Commerciale, Credit e Banco di Roma. È un banchiere riservato, ma combattivo. Coerente nelle sue battaglie nel tentativo di far crescere questo mercato italiano. Il presidente della Repubblica, Cossiga, siamo nel 1979, gli aveva proposto di diventare direttore generale della Banca d’Italia quando Carlo Azeglio Ciampi ne diventò governatore. A scorrere la sua biografia, è piena di battaglie. Come per la madre Ines. L’ultima, quando il ministero del Tesoro lo chiama a guidare l’Ina. Ne fa una società talmente competitiva, che le Generali lanceranno un’offerta ostile da 24 mila miliardi (in lire). Siamo nel ’99. Il fronte dei soci si rompe e alla fine si trova l’accordo. Con quel misto di ironia e rigore commenterà, citando Tacito: fanno un deserto e la chiamano pace. Ha guidato l’Istituto superiore di Studi Storici, fondato da Benedetto Croce. Per descrivere se stesso, diceva: «Sassari è la più vecchia colonia pisana della Sardegna. Ecco perché i sassaresi sono un po’ litigiosi: si sono sempre considerati con altezzosità e superbia». Nel suo caso, coerenza.

·        Morto Carlo Durante, ex campione paralimpico di maratona.

Morto Carlo Durante, ex campione paralimpico di maratona. Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 da Corriere.it. Domenica è morto Carlo Durante, ex campione paralimpico non vedente, tre volte Medaglia d’oro al Merito Sportivo e Leone d’Argento del Coni Veneto. Nella maratona ha scritto pagine memorabili della storia dello sport paralimpico. Medaglia d’oro alle Paralimpiadi di Barcellona nel 1992, argento alle Paralimpiadi di Atlanta nel 1996 e bronzo a Sidney, nel 2000, poi a 58 anni partecipò anche ai Giochi di Atene. Avrebbe compiuto 74 anni alla fine di giugno, ha avuto un malore in bicicletta mentre si trovava in compagnia di un amico, nel Trevigiano. Fra i tanti titoli conquistati anche un Campionato del mondo nel 1994. È stato campione europeo per tre volte (1991, 1993, 1997). Si è affermato come campione italiano non vedenti dal 1990 al 2004, su tutte le distanze. Un palmares ricchissimo che gli è valso numerosi anche riconoscimenti istituzionali (anche 4 medaglie d’argento al Merito Sportivo e 5 medaglie di bronzo al Merito Sportivo). Può vantare più di 70 maratone in tutto il mondo con ben tre edizioni di quella di New York, oltre a quelle di Boston, Monaco, Londra, Venezia, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Brescia, Carpi, Torino, Roma, Cesano Boscone, Treviso e quasi la metà delle edizioni della Duerocche. Pioniere del movimento paralimpico in Veneto, ha dedicato la sua vita anche all’attività di promozione dello sport per i disabili. «Sono addolorato per la scomparsa di Carlo Durante. Se ne va un gigante dello sport italiano, una stella del firmamento paralimpico» ha dichiarato il presidente del Comitato italiano paralimpico Luca Pancalli. «Carlo oltre ad essere un campione è stato un punto di riferimento per il nostro movimento anche per l’attività di promozione dello sport per tutti. Colgo l’occasione per esprimere la mia vicinanza e quella del Cip alla sua famiglia e alle persone a lui care».

Addio a Carlo Durante, campione paralimpico di maratona. Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 da La Repubblica.it. Un improvviso malore mentre pedalava in tandem con un amico sul Montello, a Nervesa della Battaglia. È morto così Carlo Durante, 73 anni, campione paralimpico di maratona. Lascia la moglie e le due figlie Chiara e Daniela. Non vedente, appassionato di sport fin dall'adolescenza, Durante ha partecipato a più di 70 maratone in tutto il mondo con ben tre edizioni di quella di New York, oltre a quelle di Boston, Monaco, Londra, Venezia, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Brescia, Carpi, Torino, Roma, Cesano Boscone, Treviso. Affetto da retinite pigmentosa, malattia che porta alla cecità, ha interrotto la sua attività sportiva fino all'età di quarant'anni quando, ritrovatosi totalmente cieco, è tornato alla maratona  grazie al G.P. Montebelluna e alla società sportiva G.S. Non Vedenti di Padova. Pioniere del movimento paralimpico in Veneto, aveva dedicato la sua vita anche all’attività di promozione dello sport per i disabili. Il suo successo più prestigioso resta la maratona alla paralimpiade estiva di Barcellona del 1992 (in 2h50'00 a 46 anni). Sempre nella maratona è stato poi medaglia d'argento nelle paralimpiade estiva del 1996 di Atlanta (in 2h53'31) e di bronzo nella paralimpiade estiva del 2000 a Sidney (in 2h48'45 a 54 anni), oltre che settimo in quella del 2004 ad Atene. Inoltre, è stato medaglia d'oro nella maratona ai Campionati del Mondo a Berlino nel 1994 (in 2h47'26) e quarto ai Campionati Mondiali in Giappone nel 1998. E ancora, è stato vincitore ai Campionati Europei di Maratona per Non Vedenti a Caen nel 1991, a Dublino nel 1993 (in 2h46'39), a Riccione nel 1997 (in  2h57'47) e secondo a Lisbona nel 1999 (in 2h53'12) e a Francoforte nel 2001 nella mezza maratona. Durante, infine, è stato anche Campione italiano dal 1990 al 2004 su tutte le distanze, dai 10.000 metri alla maratona (e detiene anche un record mondiale nella sua categoria stabilito mentre gareggiava nella maratona di Venezia del ‘95 segnando il tempo di 2h29'49) e, grazie ai suoi risultati sportivi, è stato insignito più volte della Medaglia d'oro al merito sportivo (e di quelle di argento e bronzo), oltre che del Leone d'argento conferito dal CONI Regionale Veneto e del Collare d'oro al merito sportivo nel 2015. Così il Governatore del Veneto, Luca Zaia: «Con Carlo Durante se ne va una figura storica dello sport paralimpico. Non ha potuto vederle perché era affetto da cecità, ma ha vinto medaglie d’oro, d’argento e di bronzo in tutte le più grandi manifestazioni internazionali, a cominciare dalle Paralimpiadi di Barcellona 92, Atlanta 96 e Sidney 2000. Il primo pensiero, e il cordoglio, vanno alla moglie e alle figlie. Avesse compiuto oggi le gesta sportive di allora sarebbe stato un personaggio famoso, come giustamente sono oggi atleti del calibro di Bebe Vio e Alex Zanardi, ma in quegli anni la grandezza dello sport paralimpico non era ancora stata riconosciuta come avrebbe meritato e come è adesso. Rimarrà ugualmente indimenticabile – conclude Zaia – come quei 14 anni filati, dal 1990 al 2004 in cui è stato ininterrottamente campione italiano di tutte le distanze lunghe, dai 10.000 metri alla maratona».

·        Morta Cristina Pezzoli, la regista che amava la sperimentazione.

Morta Cristina Pezzoli, la regista che amava la sperimentazione. Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 su Corriere.it da Franco Cordelli. La regista Cristina Pezzoli è morta a Pistoia, dove viveva e lavorava, e dove aveva diretto dal 2002 il Teatro Manzoni. Aveva 57 anni. Il primo spettacolo suo che io ricordi è «Come le foglie di Giacosa». Non mi aspettavo che Giacosa fosse così accogliente, non mi aspettavo una regia come quella: veniva prima o veniva dopo le regie di Valerio Binasco? Erano contemporanei ma il realismo, la cura dei dettagli, il colore erano solo suoi, di quella giovane regista sconosciuta. Cristina Pezzoli si era formata alla Paolo Grassi, poi divenendo aiuto registadi Massimo Castri e assistente di Nanni Garella. Ne ho seguito il lavoro soprattutto nella prima fase della carriera. Meravigliosa la regia de «La scuola delle mogli» di Molière; indimenticabile «L’annaspo» di Raffaele Orlando, che nessuno aveva avuto il coraggio di mettere in scena ed era lì, pubblicato da anni; commovente «L’ultimo nastro di Krapp» di Beckett. Me ne ha raccontato la genesi Sara Bertelà, con Isa Danieli e Bruna Rossi, tra le sue attrici preferite. Sergio Fantoni si sarebbe dovuto operare alle corde vocali. Lei gli chiese di registrare il testo. Poi, in teatro, si sarebbe ascoltata la sua voce di prima e quanto gli rimaneva di quella successiva all’operazione. Ma queste erano le doti di Cristina, la determinazione e la voglia di sperimentare. Dopo gli inizi si potrebbero distinguere tre fasi. Sempre alternando testi classici («Il principe travestito» di Marivaux o «Antigone» a Siracusa) e autori contemporanei (Tarantino, Letizia Russo), lavorò con la compagnia di Fantoni e con il Teatro Due di Parma; poi al Capannone di Prato: la si ricorda per i suoi lavori con i cinesi, un suo «Arle Chino: traditore traduttore di due padroni» arrivò fino in Cina; infine e in specie con attrici come Laura Curino, Veronica Pivetti e Angela Finocchiaro che, era il suo pensiero costante, voleva portare da sé stesse, dal loro teatro, al teatro di tutti, il teatro classico. Amaramente, rimpiango di non averla conosciuta.

·        E’ Morto Antonello Riva: regista e chef.

Morto Antonello Riva, regista e chef, figlio del volto del «Musichiere». Pubblicato sabato, 23 maggio 2020 su Corriere.it da Fabrizio Peronaci. Addio al super-cuoco che amava il cinema e il teatro. È morto all’età di 69 anni Antonello Riva, chef raffinato e uomo di spettacolo, autore teatrale e televisivo, regista di prosa a lungo collaboratore di Maurizio Scaparro al Teatro Argentina (dal 1990 al ‘95), nonché figlio di Mario, il leggendario conduttore de «Il musichiere», la trasmissione Rai lanciata nel 1957 (ideata da Giovannini e Garinei) che calamitò il grande pubblico negli anni del boom. A dare l’annuncio della scomparsa di Antonello, il cui nome in ambito enogastronomico era legato all’esperienza della Palatium-Enoteca della Regione Lazio, per molti anni elegante location in via Frattina, e ai piatti poveri della cucina regionale di sua invenzione, sono stati i familiari, con un messaggio pubblicato sulla pagina Facebook dello chef. «I funerali si terranno lunedì 25 maggio 2020 alle ore 10 presso la Basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria, a Piazza Euclide. Ci si disporrà uno per banco e vista la grande capienza della navata principale sarà possibile rispettare il distanziamento sociale». La fama di Riva junior ai fornelli in tempi non troppo remoti si era consolidata per le ricette spiegate in Rete, per la gestione di due ristoranti («L’Elefantino» a Roma e «L’Elefantino a Mare» a Orbetello) e per le apparizioni con il cappello da cuoco in tv: dal 2002 al 2004 ogni sabato e domenica condusse per “Mattina Due” la rubrica di gastronomia, curando personalmente l’acquisto di prodotti nei mercati rionali e cucinando in diretta – il giorno successivo – il piatto con gli ingredienti acquistati. Poi, nel 2005, «tradì» mamma Rai, che suo papà aveva concorso a lanciare, conducendo assieme a Iva Zanicchi , su Canale 5, «Il piatto forte», gara in diretta tra aspiranti cuochi. Nella capitale aveva però lasciato il segno maggiore sul versante artistico: fu lui a fondare assieme alla madre, l’attrice Diana Dei, la «Scuola di Teatro Mario Riva» di via Archimede, ai Parioli, nella quale insegnò recitazione e storia del teatro. Oltre 10 anni di corsi di formazione professionale sostenuti dagli enti locali, per attori di prosa, che videro alternarsi come docenti Michele Mirabella, Patrick Rossi Gastaldi e altri professionisti dello spettacolo e della comunicazione. Solo pochi anni fa l’ultima battaglia, animata da senso civico: fu Antonello Riva, nel 2016, a esporsi in prima linea in una campagna per il rispetto della memoria dei defunti e la cura del cimitero monumentale Verano, dove l’intero settore che ospita la tomba del celebre genitore era (ed è ancora) in condizioni penose, a rischio crollo.

·        È morta Anna Bulgari.

È morta Anna Bulgari, rapita insieme al figlio Giorgio  nel 1983. Aveva 93 anni. Pubblicato sabato, 23 maggio 2020 su Corriere.it da Paolo Conti. È morta a 93 anni Anna Calissoni Bulgari, erede della grande dinastia di gioiellieri originari dell’Epiro, eccellenti conoscitori di gemme per generazioni, e trapiantati a Roma dove fondarono il prestigioso marchio internazionale. Ma Anna Calissoni Bulgari, moglie del generale Franco, eroe di El Alamein (scomparso nel 2001) resterà nella storia giudiziaria italiana, soprattutto romana, per il clamoroso rapimento suo e di suo figlio Giorgio la sera del 19 novembre 1983. Anna ai tempi ha 57 anni, Giorgio (oggi affermato notaio) 17. Anna sta rientrando con suo marito Franco nella grande tenuta di famiglia ad Aprilia: due uomini con passamontagna e fucili lasciano da parte il generale, prendono Anna e la chiudono nel portabagagli della 132 della famiglia, Giorgio viene messo su un sedile. Seguono trattative serrate e complesse: non esistendo ai tempi i cellulari, le trattative avvengono per telefono, sotto la minaccia del sequestro dei beni da parte della Procura. La richiesta è altissima: quattro miliardi di lire. Otto anni prima, per il rapimento del fratello di Anna Bulgari, Gianni, era stato pagato un miliardo e 300 milioni di lire. Dall’accento, la figlia di Anna che segue le trattative- Laura (ai tempi avvocato internazionale)- capisce subito che si tratta di rapitori sardi, anche politicizzati (durante la prima conversazione c’è un rapido confronto sul capitalismo). In una riunione di famiglia si decide di pagare il riscatto. Il 17 dicembre, due giorni dopo la scadenza del primo ultimatum, arriva una busta che contiene un pezzo dell’orecchio di Giorgio. La famiglia accelera le trattative, i soldi vengono messi in due grandi buste nere dell’immondizia seguendo le indicazioni dei rapitori: la consegna avviene il 21 dicembre sulla via Aurelia, in uno slargo tra gli alberi all’altezza di Sarzana. Un uomo con la torcia li aspetta. La sera del 24 dicembre Anna e Giorgio Calissoni vengono liberati a nemmeno un chilometro di distanza da dove erano stati sequestrati. Stanno complessivamente bene: la ferita all’orecchio di Giorgio (l’amputazione era avvenuta con un semplice coltello da cucina senza precauzioni di alcun tipo) è infetta e viene curato subito, Anna ha i piedi piagati: erano stati tenuti sempre all’aperto e costretti a continui spostamenti. Giorgio dovrà poi subire cinque interventi di ricostruzione per l’orecchio negli Stati Uniti. In un’intervista rilasciata a Fabrizio Roncone per il nostro giornale, nelle ore del rilascio delle due volontarie Greta Ramelli e Vanessa Marzullo nel gennaio 2015, Laura Calissoni dichiarò: «Negoziai in totale solitudine. Non ricevetti alcuna telefonata né dal presidente del Consiglio, Bettino Craxi, né dal ministro dell’Interno, che era Oscar Luigi Scalfaro. Solo i carabinieri si dimostrarono molto competenti e anche dotati di grande umanità. Quando sento che per la liberazione di quelle due ragazze, Greta e Vanessa, a trattare sono stati i nostri servizi segreti e a pagare sarebbe stato addirittura lo Stato, sono assalita da rabbia mista a disgusto. Noi fummo lasciati soli. E da subito». E la stessa Anna Calissoni Bulgari scrisse all’allora presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni: «Perché lo Stato non intervenne all’epoca per tutelare l’incolumità e la vita di suoi cittadini pacifici che non avevano preso alcun rischio, rispettosi delle regole nazionali ed internazionali?». Gentiloni rispose spiegando le ragioni dell’impegno dell’Intelligence per il rilascio di Greta e Vanessa ma ammettendo: «So di non rispondere al suo angoscioso interrogativo sulle scelte del 1983, ho provato a spiegare, per quanto possibile, quelle di oggi» Anna Calissoni Bulgari per lunghi anni sparì da qualsiasi cronaca mondana ufficiale, occupandosi esclusivamente dei tre figli e dei numerosi, amatissimi nipoti. Otto banditi vennero arrestati per il sequestro e, alla fine dei vari gradi di giudizio, condannati complessivamente a 140 anni di carcere. Anna Calissoni Bulgari assistette a diversi dibattimenti con una calma che stupì molti. Oggi l’azienda familiare di Aprilia, guidata da Laura Colnaghi Calissoni e Francesca Feroldi Calissoni, è una straordinaria oasi faunistica di 60 ettari protetta dalla Guardia Forestale, ricca di aironi, volpi, cinghiali ma anche di ulivi, meta delle visite di tante scolaresche.

«La prigionia con mia madre, senza di lei non ce l’avrei fatta». Pubblicato sabato, 23 maggio 2020 su Corriere.it da Flavia Fiorentino. «Mi manca la terra sotto i piedi, ho un senso di vuoto incolmabile, non posso immaginare che mamma non c’è più. Da quando ci rapirono insieme, avevo solo 17 anni, con lei ho sempre avuto un legame speciale». Il nome è importante, ma nel parlare di Anna Bulgari Calissoni, scomparsa a 93 anni venerdì pomeriggio all’Ospedale Santo Spirito di Roma dopo un breve malore, il figlio Giorgio è semplicemente un uomo (oggi affermato notaio della capitale) che ha profondamente amato sua madre. Una donna coltissima, amante della musica classica, appassionata di argenteria antica, erede della grande dinastia di gioiellieri originari dell’Epiro, eccellenti conoscitori di gemme per generazioni e trapiantati a Roma dove fondarono il prestigioso marchio internazionale, oggi di proprietà del gruppo francese Lwmh.

Vi capitava di ricordare quel terribile momento in cui i vostri carcerieri le amputarono anche il lobo di un orecchio per ottenere il riscatto che fu poi pagato, 4 miliardi di lire?

«Sono riuscito a superare quella situazione solo perché mamma mi dava coraggio. Da quando ci presero, il 19 novembre del 1983, fino alla liberazione alla vigilia di Natale, ho avuto la fortuna che non ci separassero mai e abbiamo vissuto sempre in tenda insieme. Se lei non ci fosse stata, non so se ce l’avrei fatta. Con il tempo non le piaceva tornare sull’argomento. Con gli altri lo aveva cancellato. Tra noi era diverso, anche se non ne parlavamo si era creata un’intesa così speciale, che solo noi sapevamo che alcune parole o certe situazioni ci colpivano perché riportavano la mente a quei giorni lontani ma ancora così vivi. Sui giornali se ne scrisse tanto. Quei fatti sono diventati un pezzo di storia del nostro Paese. Oggi per fortuna i sequestri non sono più di attualità».

Quando l’ha vista l’ultima volta?

«Sono andato a trovarla giovedì, come quasi ogni giorno, nella sua casa in via Condotti. Sempre elegante, lucidissima, curiosa. Parlavamo di tutto, lei era molto ironica e divertente. Poi ci siamo risentiti al telefono in serata e mi ha detto che le mancavano le sue amiche che non vedeva da un po’ perché, come tutti, per paura del Coronavirus l’avevamo “chiusa in casa”. Dai controlli, nessun contagio, due tamponi, entrambi negativi. Ma il medico mi ha detto: “ Guardi che se sua madre non muore per il Covid, muore di depressione. Così, mi sono imposto di andarla a trovare regolarmente. E tutti i giorni, alle 18 e 30 ero lì».

Poi cosa è successo?

«All’una di notte la badante ha chiamato un’ambulanza perché la mamma si lamentava. Poi, arrivata all’ospedale Santo Spirito, la situazione è precipitata. All’alba di venerdì i medici ci hanno detto che era gravissima facendo questo esempio: “Le persone così anziane camminano su un burrone, basta un po’ di brecciolino per farle precipitare”. Sono un uomo maturo, ho 54 anni e due figlie, ma in questo momento provo un senso di vuoto che mi dà le vertigini. Ho perso mio padre nel 2001, con lui avevo un ottimo rapporto e ho ereditato molti aspetti caratteriali. Ma lo spaesamento, il senso di abbandono che sto vivendo in queste ore è più profondo. I funerali, per l’ultimo saluto alla mamma si terranno domani a Roma nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme».

·        Addio all'editore Piero Manni.

Addio all'editore Piero Manni. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su La Repubblica.it da Ilaria Zaffino. Fondatore della casa editrice che porta il suo nome aveva 76 anni ed era un punto di riferimento per tutto il Sud Italia e non solo. Ha pubblicato, tra gli altri, Edoardo Sanguineti, Giorgio Caproni, Mario Luzi e Alda Merini. Aveva fatto delle sue due grandi passioni, i libri e la politica, un progetto di vita confluito nella casa editrice che porta il suo nome, punto di riferimento per tutto il Sud Italia e non solo. È scomparso a 76 anni Piero Manni: protagonista della storia dell’editoria locale, era nato nel 1944 a Soleto, in provincia di Lecce, e prima di dedicarsi a tempo pieno ai libri aveva insegnato nella scuola media e per vent’anni anche in un’aula dietro le sbarre, ai detenuti nelle carceri di Lecce. Fondata nel 1984 insieme alla moglie Anna Grazia, la Manni Editori si caratterizza da subito per le sue pubblicazioni di poesia, narrativa e saggistica politica, sin dal primo libro, un’antologia sulla pace con poesie - tra gli altri - di Giorgio Caproni, Mario Luzi, Edoardo Sanguineti, Paolo Volponi e Andrea Zanzotto: tutti autori che negli anni successivi continueranno a pubblicare per Manni. Insieme alla casa editrice, nel gennaio 1984 Piero e Anna Grazia Manni avevano dato vita anche a una rivista di letteratura, chiamata "L'immaginazione", ancora oggi attiva, che aveva una visione della cultura vissuta in maniera militante e guardava il mondo da sinistra. Nonostante sia sempre rimasta una piccola casa editrice indipendente, la Manni resta il simbolo di un’avventura editoriale di successo, soprattutto per le pubblicazioni di importanti autori e per la capacità di reggere alle difficoltà del mercato: una realtà riconosciuta e rispettata anche a livello nazionale per l’autorevolezza e la qualità del proprio catalogo. Tra gli autori pubblicati negli anni, figurano infatti anche Alda Merini e scrittori all’epoca poco noti come Giancarlo De Cataldo e Wanda Marasco all’inizio degli anni duemila. Lo stesso Manni aveva pubblicato alcuni suoi scritti, romanzi e saggi e, nel 2005, era stato eletto consigliere regionale per Rifondazione Comunista, mentre oggi era presidente emerito di Anpi Salento.

Morto Piero Manni, passione civile e titoli scelti. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su Corriere.it da Cristina Taglietti. I libri, la politica e l’impegno sociale erano le passioni di Piero Manni, l’editore salentino scomparso il 22 maggio a 76 anni. Nato a Soleto (Lecce) nel 1944, già consigliere regionale di Rifondazione comunista, presidente emerito dell’Anpi Salento, era stato a lungo insegnante, nelle scuole medie e nelle carceri, prima di fondare, a metà degli anni Ottanta a Lecce, con la moglie Anna Grazia D’Oria, la casa editrice omonima. Pubblicò, come prima opera, un’antologia poetica intitolata Segni di poesia lingua di pace, con le voci di alcuni tra i i maggiori poeti italiani, da Giorgio Caproni a Mario Luzi, da Andrea Zanzotto a Edoardo Sanguineti, da Elio Pagliarani a Paolo Volponi. «Sei in ogni nostro libro — quelli fatti, quelli immaginati e mai realizzati, quelli che hai scritto e tradotto e curato, e in quelli che hai inventato negli ultimi giorni e su cui hai scocciato fino all’ultimo perché ci lavorassimo! — che ti ritroveremo per sempre dappertutto», è l’annuncio, sui social, della casa editrice che era anche la sua famiglia. La figlia Agnese in particolare, oggi direttore editoriale, ne aveva raccolto l’eredità. Tutto era iniziato nel gennaio 1984 con la rivista di letteratura «L’immaginazione», che ancora oggi si occupa di ricerca letteraria, e intorno alla quale si è creata una rete di relazioni e di interessi culturali. Il marchio si sviluppa inizialmente con la letteratura; la prima collana di saggistica, «La scrittura e la storia», che apre con Cina Cina di Luigi Malerba, è promossa da Romano Luperini, che ancora oggi la dirige. L’attenzione per i protagonisti della neoavanguardia si fondeva con quella per un padre della sinistra eretica come Franco Fortini, per i maestri della filologia come Maria Corti e Cesare Segre. Oltre ad autori come Massimo Bray e Alda Merini, Manni ha pubblicato negli anni anche scrittori che poi sarebbero approdati a marchi più grandi, come Giancarlo De Cataldo o Wanda Marasco. Nel 2017 con Un’educazione milanese di Alberto Rollo la casa editrice era entrata nella cinquina del premio Strega. Oggi con circa 50 volumi all’anno, si occupa di letteratura, sociologia, filosofia, antropologia, teatro e cinema senza dimenticare i grandi temi di politica nazionale ed internazionale. Dello scorso anno è il libro dell’ex presidente della Commissione P2, Tina AnselmiGabriella in bicicletta. La mia Resistenza raccontata ai ragazzi; mentre, del 2016 la raccolta Che dice la pioggerillina di marzo:nella prefazione Manni scrisse di aver dovuto convincere i redattori più giovani, restii a quella vena un po’ nostalgica di versi degli anni Cinquanta che una volta si studiavano a memoria. Il titolo ebbe successo e uscì la seconda raccolta: una selezione di poesie degli anni Sessanta, Cloffete cloppete clocchete.

·        Morto Wilson Roosevelt Jerman, maggiordomo di undici presidenti Usa. 

Morto Wilson Roosevelt Jerman, maggiordomo di undici presidenti Usa. Jacopo Bongini il 22/05/2020 su Notizie.it. Deceduto a 92 anni a causa del coronavirus, Wilson Roosevelt Jerman fu maggiordomo alla Casa Bianca servendo ben undici presidenti degli Stati Uniti. Dopo oltre cinque decadi passate all’ombra degli uomini più potenti del mondo si è spento all’età di 91 anni Wilson Roosevelt Jerman, maggiordomo ufficiale della Casa Bianca che nel corso della sua lunga carriera lavorò per ben undici presidenti degli Stati Uniti, da Dwight Eisenhower fino a Barack Obama. Jerman, nato in un’umile famiglia afroamericana come il collega Eugene Allen, la cui storia ispirò il noto film The Butler, è morto a causa del coronavirus lo scorso 16 maggio ma la notizia del decesso è stata resa pubblica dai nipoti soltanto nelle ultime ore. Assunto alla Casa Bianca nel 1957 come addetto alle pulizie durante la presidenza di Dwight Eisenhower, Jerman si fece in breve tempo notare per le sue doti di riservatezza e professionalità che indussero pochi anni dopo il suo successore John Fitzgerald Kennedy, si dice dietro consiglio della moglie Jacqueline, a promuoverlo maggiordomo.

Una circostanza confermata anche da una delle nipoti dell’uomo che citando proprio il rapporto con la first lady ha dichiarato: “Con lei aveva ottimi rapporti e fu lei a sostenerlo e a imprimere una svolta nella sua carriera”.

Jerman divenne uno degli uomini più fidati dello staff della Casa Bianca anche per il presidente Ronald Reagan, al quale lasciava sempre preparare le sue valigie, ma il rapporto più stretto lo ebbe senza dubbio con George W. Bush, il quale proprio in occasione della sua scomparsa ha voluto così ricordarlo: “Era una persona deliziosa e amabile e si faceva voler bene”. Fu proprio nel 2003, durante la presidenza di Bush Junior, che Jerman tornò a lavorare per la Casa Bianca dopo aver lasciato il posto nel 1997 e rimanendo al 1600 di Pennsylvania Avenue fino al pensionamento definitivo nel 2012, sotto Barack Obama. Una delle ultime soddisfazioni dell’uomo fu proprio quelle di essere menzionato nell’autobiografia dell’ex first lady Michelle Obama dal titolo “Becoming”, in cui viene ritratto in una celebre foto in ascensore con la coppia presidenziale. Nel 2011, lo stesso Barack Obama conferì a Jerman una medaglia presidenziale per il suo lungo servizio.

Anna Lombardi per “la Repubblica” il 23 maggio 2020. Lucidò stoviglie d' argento per Dwight Eisenhower: era il 1957. Servì il caffé a John Fitzgerald Kennedy, promosso al rango di butler, maggiordomo, grazie all' aiuto di Jackie che lo aveva preso in simpatia. Poi divenne il cameriere più fidato di George W. Bush: aiutando il presidente insonne a ritrovare il sonno con aneddoti della sua gioventù. Fino a quell' ultima immagine. Dove Wilson Roosevelt Jerman, il più longevo membro dello staff della Casa Bianca, ucciso dal coronavirus martedì, a 91 anni, sorride, in ascensore, al fianco degli Obama. Uno scatto così simbolico - il cameriere nero in livrea con alle spalle la prima coppia presidenziale afroamericana - da essere stato inserito da Michelle Obama carrellata di immagini che illustrano la sua autobiografia, Becoming. «Era un uomo gentile. La prima persona che vedevamo al mattino, l' ultima prima di coricarci. Per noi aveva sempre un sorriso e una leccornia »: George W. Bush lo ricorda così nel messaggio di cordoglio firmato con la moglie Laura, recapitato a Nbc News . Perché Jerman, 55 anni trascorsi alla Casa Bianca al servizio di 11 presidenti, era davvero amato da tutti. E peccato che, in tempi di coronavirus, il fedelissimo di così tanti leader non avrà nemmeno un funerale. Nato in Virginia nel 1929, l' anno della grande crisi, sposatosi a 19 anni e padre di cinque figli, nonno di 12 nipoti e 18 bis nipoti, Jerman si accontenterà di un addio virtuale. Con forse più di un presidente ad asciugarsi le lacrime, in diretta su Zoom. A ricordarlo al mondo, oggi, ci pensa la nipote Jamila Garrett, intervistata da Fox: «Era un uomo sincero, sempre al servizio degli altri. Non contava chi si rivolgesse a lui. Si prodigava per tutti, in ogni modo possibile ». Un nonno straordinario quello evocato da Jamila: «Ci ha insegnato che per riuscire nella vita bisogna essere autentici. E trovare la forza di superare gli ostacoli. Il suo insegnamento, è la nostra eredità più preziosa». Insieme a quegli indimenticabili aneddoti. Perché, pure se Wilson Roosevelt Jerman non è il maggiordomo della Casa Bianca immortalato da Hollywood nel film di Lee Daniels The Butler , con Forest Whitaker - ispirato alla vita di Eugene Allen, collega e per un certo periodo superiore di Jerman - i suoi aneddoti non furono certo da meno. Una lunga storia d' amicizia con i potenti della Terra, la sua: fino all' onore, ormai già molto anziano, di servire gli Obama, sia pure part-time. «Di lui mi colpì la grande dignità», scrive Michelle nell' autobiografia. «La stessa che rende speciali tutto coloro che lavorano alla residenza privata del presidente». Da Eisenhower a Obama: Jerman ha contribuito, a suo modo, alla Storia. Lustrando argenteria e servendo il caffè.

·        Addio a Claudio Ferretti, voce storica di "Tutto il calcio minuto per minuto".

Addio a Claudio Ferretti, voce storica di "Tutto il calcio minuto per minuto". Pubblicato giovedì, 21 maggio 2020 su La Repubblica.it da Marco Bonarrigo. Il mondo dello sport piange Claudio Ferretti. Dopo Ameri, Ciotti e Provenziali, se ne va un'altra voce storica di "Tutto il calcio minuto per minuto". Giornalista romano, 77 anni, figlio di Mario Ferretti che nel 1949 durante una tappa del Giro d'Italia coniò la frase "un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi", iniziò il suo percorso in Rai nel 1963. Una vita dedicata allo sport

Tre anni dopo era già parte integrante della storica trasmissione radiofonica. Negli anni '80 iniziò a collaborare con la televisione dove ebbe modo di condurre diverse trasmissioni sportive, quali "E' quasi goal", "Anni azzurri", "Telesogni" e "L'una italiana". Nella sua carriera seguì il calcio, la boxe (sua la radiocronaca del primo match tra Benvenuti e Monzon) e il ciclismo. Proprio le due ruote gli regalarono le emozioni più belle. Dal 1998 al 2000 condusse il Processo alla Tappa. Condusse anche il tg3 di cui è stato capo della redazione sportiva.

Da repubblica.it il 22 maggio 2020. Il mondo dello sport piange Claudio Ferretti. Dopo Ameri, Ciotti e Provenziali, se ne va un'altra voce storica di "Tutto il calcio minuto per minuto". Giornalista romano, 77 anni, figlio di Mario Ferretti che nel 1949 durante una tappa del Giro d'Italia coniò la frase "un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi", iniziò il suo percorso in Rai nel 1963.

Una vita dedicata allo sport. Tre anni dopo era già parte integrante della storica trasmissione radiofonica. Negli anni '80 iniziò a collaborare con la televisione dove ebbe modo di condurre diverse trasmissioni sportive, quali "E' quasi goal", "Anni azzurri", "Telesogni" e "L'una italiana". Nella sua carriera seguì il calcio, la boxe (sua la radiocronaca del primo match tra Benvenuti e Monzon) e il ciclismo. Proprio le due ruote gli regalarono le emozioni più belle. Dal 1998 al 2000 condusse il Processo alla Tappa. Condusse anche il tg3 di cui è stato capo della redazione sportiva.

Addio a Claudio Ferretti, la voce più bella di Tutto il calcio. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su La Repubblica.it da Antonio Dipollina. Figlio d'arte, se n'è andato da Roma e dal mondo giovedì, a 77 anni. Ha raccontato il calcio e i grandi eventi sportivi alla radio e in tv. La terza voce era la più bella. La prima (Ameri), era a sostegno di un ritmo impareggiabile ma con aspri finali di frase, la seconda – Ciotti – era quella ideale al servizio del funambolo che era. La terza era quella di Claudio Ferretti, terzo campo in ordine di importanza: ed era perfetta, sembrava il podcast di un grande attore che ti raccontava live la partita. Per qualche motivo il terzo campo era molto spesso l’Olimpico di Roma e quando entrava il gol della squadra di casa si ricordano i toni epici e un boato diverso, nitido, con voce appunto perfetta a sostegno. Claudio Ferretti se n’è andato da Roma e dal mondo ieri, a 77 anni. Nato col marchio del figlio d’arte, non era una paternità qualsiasi: il padre Mario era passato dalle strade della Cuneo-Pinerolo (anno 1949) direttamente alla leggenda di sempre dello sport con quella frase dell’uomo solo al comando della corsa, poi il colore della maglia e poi il nome. Claudio il figlio si ritrovò a navigare alla grande dentro quella leggenda settimanale che era Tutto il calcio minuto per minuto. Ma la leggenda la ebbe a praticare anche lui, maggio 1975, la sfida decisiva verso lo Stelvio, al Giro: e in un giorno in cui per uno sciopero salta la diretta televisiva. Ma Ferretti era al suo posto, ovvero sulla moto che seguiva Fausto Bertoglio e Francisco Galdos, in un Giro falcidiato dalle assenze, diventano protagonisti del sogno e lui, Ferretti, a scandire i tornanti per milioni di radioline (“Ne mancano 27 al traguardo”). Fece anche la radiocronaca del primo Benvenuti-Monzon, Ferretti era multiuso e aveva un orizzonte ampio in testa (negli anni Ottanta ideò un folle, per allora, Giro al computer trasmesso alla radio, con i corridori virtuali ed ebbe grande successo). Quell’orizzonte che lo condusse a fine anni 80 a traslocare in tv e vivere da protagonista gli anni d’oro del Servizio pubblico rinnovato e con una rete, la 3, gioiellino da alimentare. Conduttore di tv, capo dello sport, autore e protagonista di programmi (Telesogni e molti altri), aveva anche ereditato il Processo alla Tappa. Ma oggi tocca soprattutto chiudere, forse per l’ennesima volta, un’epoca, registrando che di quelli del Tutto il calcio da venti milioni di ascoltatori, quello delle radioline al parco con la mano nella mano della fidanzata e l’altra all’orecchio, dei risultati appesi sul tabellone verde fuori dal bar, non rimane più nessuno: e tutto sfuma nella storia, anzi leggenda, chiamando le cose col loro nome.

Claudio Ferretti è morto a 77 anni: era la storica voce di «Tutto il calcio minuto per minuto» e del «Processo alla tappa». Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 da Corriere.it. Claudio Ferretti, storico giornalista della Rai, è morto a Roma la sera di giovedì 21 maggio a Roma. Aveva 77 anni. Lo rende noto la Rai che ne ricorda la competenza, la passione e la grande professionalità che lo hanno contraddistinto come grande esempio di giornalista del servizio pubblico. Figlio d’arte di Mario — commentatore delle leggendarie pedalate di Fausto Coppi (sua la famosa frase: «Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi») — iniziò il suo percorso in Rai nel 1963. Voce storica di «Tutto il calcio minuto per minuto», è stato poi tra i conduttori del Tg3 di Sandro Curzi, di cui è stato capo della redazione sportiva. Tra le sue altre rubriche e trasmissioni di successo, «Anni Azzurri» e «Telesogni». Poliedrico e curioso, è stato anche autore con Barbara Scaramucci di un apprezzato libro sulla storia della Rai. Nella sua carriera seguì soprattutto il calcio, la boxe (sua la radiocronaca del primo match tra Benvenuti e Monzon) e il ciclismo. Proprio le due ruote gli regalarono le emozioni più belle. Dal 1998 al 2000 condusse il «Processo alla Tappa».

·        È morto padre Adolfo Nicolas, era stato «papa nero» dei Gesuiti.

È morto padre Adolfo Nicolas, era stato «papa nero» dei Gesuiti. Pubblicato mercoledì, 20 maggio 2020 su Corriere.it da Gian Guido Vecchi. «Vede, sant’Ignazio era un uomo libero, la libertà che viene quando si sente lo Spirito». La sera del 3 settembre 2012 era arrivato in Duomo per i funerali del cardinale Carlo Maria Martini, l’omaggio del padre generale della Compagnia di Gesù al grande confratello per ventitré anni arcivescovo di Milano. Ed il ritratto che padre Adolfo Nicolás ne aveva fatto al Corriere era insieme una riflessione su ciò che significa essere gesuita, «un figlio di sant’Ignazio fino alla fine», sulla sua stessa vocazione: «C’è un principio di Ignazio molto chiaro: trovare Dio in tutte le cose. Il cardinale Martini aveva un approccio così positivo verso la realtà perché aveva quello sguardo, la visione nella quale Dio lavora in tutto: e ha trovato Dio in tutte le cose, in tutte le persone. Di qui il grande rispetto che aveva per credenti e non credenti, di qualunque origine fossero. Tutti hanno una scintilla di Dio che bisogna trovare». Padre Adolfo Nicolás è morto a Tokyo, dov’era stato a lungo studente e poi docente universitario, la città più amata nella quale si era infine ritirato dopo essersi dimesso da generale dei gesuiti. Era malato da tempo, l’ultima imagine pubblica risale al viaggio di Francesco in Giappone, il 12 novembre dell’anno scorso, la carezza di Francesco al volto soffrente del suo vecchio superiore durante la visita alla Sophia University. Spagnolo di Villamuriel de Cerrato, aveva 84 anni e dal 2008 al 2016 era stato il ventinovesimo successore di Ignazio di Loyola. Aveva annunciato le sue dimissioni due anni prima di lasciare, nel 2014, con una lettera ai diciassettemila gesuiti sparsi in 112 nazioni nel mondo. Un evento straordinario, perché la Compagnia di Gesù è l’unico ordine religioso della Chiesa nel quale il superiore viene eletto a vita, come il pontefice, e per questo viene popolarmente definito il «Papa nero». Prima di lui solo due volte era capitato che un padre generale lasciasse in vita: il primo fu padre Pedro Arrupe, nel 1980, in un momento di tensione con la Santa Sede, presentò le sue dimissioni a Giovanni Paolo II, che le respinse: un anno più tardi, però, Arrupe fu colpito da un ictus e Wojtyla inviò un suo «delegato personale» commissariando di fatto la Compagnia; il secondo era stato Peter-Hans Kolvenbach, eletto nell’83, che decise di dimettersi nel 2008, a ottant’anni, proprio come avrebbe fatto padre Nicolás. L’annuncio della morte di padre Nicolás è stato dato mercoledì mattina dalla Curia generale dei gesuiti e dal suo successore, padre Arturo Sosa. I funerali saranno celebrati sabato a Tokyo, nella chiesa di Sant’Ignazio. Nelle sue parole su Martini, sei mesi prima del conclave che avrebbe eletto Francesco, c’era già la svolta del futuro pontificato, la Chiesa in uscita: «Ho vissuto 48 anni in Asia e credo che forse siamo stati deboli, noi missionari. Non abbiamo cercato abbastanza di trovare Dio e il lavoro di Dio nelle altre culture e nelle altre genti. Portare questa ricchezza di Dio alla Chiesa universale continua ad essere una sfida. Credenti di altre fedi, non credenti: Dio sta lavorando nella gente prima che noi missionari andiamo. Sta già lavorando».

·        E’ morto Shad Gaspard ex lottatore di wrestling.

Morto Shad Gaspard, l’ex lottatore di wrestling è annegato per salvare la vita del figlio di dieci anni. Pubblicato mercoledì, 20 maggio 2020 su Corriere.it da Salvatore Riggio. Dopo tre giorni di ricerche è stato trovato il corpo di Shad Gaspard, ex stella di wrestling e attore. Aveva 39 anni, domenica era andato a nuotare insieme al figlio di dieci anni, a Marina del Rey, accanto alla famosissima Venice Beach di Los Angeles. E proprio a Venice mercoledì mattina è stato notato da un bagnante il cadavere e segnalato alla Guardia Costiera che lo ha recuperato. Solo la settimana scorsa la contea di Los Angeles aveva riaperto le spiagge per l’attività fisica, includendo anche il nuoto, dopo il blocco totale per il coronavirus. Secondo le ricostruzioni Gaspard prima di essere trascinato via dalle onde ha salvato la vita del piccolo spingendolo verso i soccorritori. Che hanno provato a recuperare in acqua tutti e due, ma senza riuscirci, a causa delle condizioni del mare che si era alzato improvvisamente: «Le onde erano alte due metri, sembrava di stare dentro a una lavatrice, la prima decisione è stata mettere al sicuro il ragazzino, è la scelta naturale ma ce l’ho ha detto anche lui di farlo. Quando siamo tornati indietro per recuperare anche lui è arrivata un’altra onda enorme» hanno raccontano i bagnini intervenuti alle tv americane. Anche «The Rock», il popolarissimo attore Dwayn Johnson, anche lui un ex wrestler aveva lanciato un appello e pregato per l’amico scomparso. Per Gaspard sono stati, quindi, fatali le forti correnti dell’Oceano Pacifico. Fin dalle prime ore dell’incidente, da quando l’ex wrestler era disperso in mare appunto, elicotteri e sub si sono messi alla ricerca del 39enne. Ritrovato il corpo, la prassi prevede che qualche familiare lo riconosca e così è stato. Era soprannominato «The Beast», la bestia. In coppia con JTG aveva formato il tag team Cryme Time. Infine, una volta che si era dedicato al cinema, aveva avuto un ruolo pure nel film della Marvel, «Black Panther».

Shad Gaspard muore annegato per salvare il figlio. The Rock: "Ho pregato fino alla fine". Il corpo senza vita del wrestler è stato ritrovato dopo aver salvato dall'annegamento il figlio. Lo straziante messaggio dell'attore Dwayne Johnson, "The Rock", amico e collega. Novella Toloni, Mercoledì 20/05/2020 su Il Giornale. Lutto nel mondo del wrestling americano. Il cadavere di Shad Gaspard è stato ritrovato questa mattina a Venice Beach da un bagnante. Il wrestler era scomparso da due giorni, dopo aver salvato dall'annegamento il figlio di 10 anni, ma il suo corpo non era ancora stato ritrovato. Devastato dal dolore l'amico e collega Dwayne Johnson, meglio conosciuto come The Rock, star di Hollywood che fino all'ultimo ha sperato in un miracolo. La tragedia si è consumata nel pomeriggio di domenica scorsa, quando il wrestler si trovava sulla spiaggia di Venice a Los Angeles insieme ad un gruppo di persone. Con lui anche il figlio Aryen di 10 anni che, proprio mentre si trovava in acqua, è stato travolto dalle onde. Gaspard si è tuffato in mare per salvare il figlio, ma quando i soccorritori sono giunti sul luogo dell'incidente hanno potuto recuperare solo il bambino, ancora in vita, spinto da un gesto estremo del padre. La forza del mare avrebbe invece sopraffatto il lottatore, il cui corpo è scomparso tra le onde agitate. Come ha riportato poche ore fa il sito Tmz il cadavere di Shad è stato ritrovato solo questa mattina, riverso senza vita sulla spiaggia. La tragica scomparsa dello sportivo, molto conosciuto tra gli appassionati della WWE, ha gettato nello sconforto colleghi e amici non solo dell'ambiente del wrestling. Tra tutti The Rock, l'attore ed ex lottatore, che proprio con Gaspard aveva combattuto in passato. Su Twitter The Rock ha scritto un accorato messaggio di speranza, quando ancora i soccorritori stavano cercando il corpo di Shad: "Le mie preghiere e speranze per la moglie, il figlio e la famiglia di Shad Gaspard durante questo periodo impensabile. Amico, lo so che è difficile. Davvero difficile. Grande uomo". A nulla sono valse, però, le sue preghiere visto il ritrovamento del corpo senza vita del wrestler. Shad Gaspard e The Rock erano legati da un destino comune oltre a essere amici di vecchia data. The Rock, infatti, aveva supportato l'esordio nel mondo del cinema di Shad, che dal ring sognava un futuro davanti alla cinepresa. Un passo verso il nuovo ruolo di attore lo aveva già compiuto, recitando come stuntman nel blockbuster Marvel "Black Panther". Solo due settimane fa, Gaspard aveva pubblicato sul suo profilo Instagram uno scatto al fianco di The Rock per augurargli buon compleanno: "Grazie per essere la motivazione, l'ispirazione e l'esempio per tutti noi".

·        Morta Hana Kimura, la lottatrice di wrestling. 

Hana Kimura, la wrestler giapponese di 22 anni morta per cyber bullismo. Aveva partecipato a Terrace House. Pubblicato sabato, 23 maggio 2020 da Corriere.it. Una giovanissima «wrestler» giapponese, la ventiduenne Hana Kimura, è morta in Giappone. Nota anche per aver partecipato al reality show di Netflix, Terrace House, Hana Kimura aveva denunciato negli ultimi giorni di essere vittima di cyber-bullismo, dimostrando con i suoi ultimi messaggi sui «social» di essere molto provata («Volevo essere amata. Non voglio più essere un essere umano», si leggeva fra l’altro) dai continui attacchi degli hater. La notizia della morte, per ragioni ancora non chiarite, è stata data dall’organizzazione Stardom Wrestling di cui la giovane faceva parte, che chiede ai fan di avere rispetto. Sul suo profilo Instagram, l’ultima immagine la mostra con il suo gatto e una sola inquietante parola come didascalia: addio, in giapponese. Una scelta che molti dei suoi fans hanno interpretato come chiara prova a favore dell’ipotesi di un suicidio. Negli ultimi giorni attraverso i suoi profili social aveva condiviso pensieri tristi e ossessioni: «Mi arrivano addosso quasi cento opinioni al giorno Grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuta, È stato bello, adesso sono debole. Mi dispiace. Non voglio più essere umana, Grazie a tutti, vi amo. Ciao». Kimura era molto popolare in Giappone anche grazie alle apparizioni tv, figlia d'arte, anche sua madre Kyoko Kimura era stata una lottatrice. Nel 2019 Hana aveva vinto il premio Fighting Spirit Award.

Morta Hana Kimura, la lottatrice di wrestling aveva 22 anni. Riccardo Castrichini il 23/05/2020 su Notizie.it. Hana Kimura muore a soli 22 anni, la lottatrice di wrestling era da tempo vittima del cyberbullismo. È morta a soli 22 anni Hana Kimura, lottatrice professionista di wrestling giapponese. A darne notizia è stata la Stardom, la federazione per cui la giovane lottava che ha invitato i suoi fan a rispettare il drammatico momento: “Siate rispettosi e lasciate che passi qualche giorno per processare il tutto”. Il riferimento in questo caso è a quanto era avvenuto nei giorni precedenti alla scomparsa della ragazza, quando la stessa aveva postato su Twitter delle foto di automutilazione personale che lasciavano intuire che avesse tentato il suicidio. Anche il testo che accompagnava la foto non lasciava spazio a diverse interpretazioni: “Quasi 100 opinioni franche ogni giorno. Non posso negare di star male. Sono morta. Grazie per avermi dato una madre. Era una vita che volevo essere amata. Grazie a tutti quelli che mi hanno supportato. Vi adoro. Sono debole, mi dispiace. Non voglio più essere un umano. Era una vita che volevo essere amata. Grazie a tutti, vi amo. Ciao”. La Kimura era vittima di un pressante e quotidiano cyberbullismo, tipico purtroppo nel mondo del wrestling, che pare abbia fortemente turbato la sua esistenza. Al momento, comunque, non sono state ancora svelate le modalità del decesso. La madre di Hana Kimura è Kyoko Kimura, anch’essa wrestler professionista molto popolare in Giappone. La carriera della giovane Hana era in grande ascesa, tanto che era diventata uno tra i volti più popolari della Stardom e aveva preso parte anche alla serie Netflix Terrace House: Tokyo 2019-2020. Si tratta tra l’altro della seconda morte di un lottatore di wrestling in una sola settima. Pochi giorni prima della scomparsa della Kymura è infatti venuto a mancare anche Shad Gaspard, lottatore americano morto annegato per salvare il figlio durante un bagno nel mare della California.

·        Morto Gigi Simoni.

Gigi Simoni, il ricordo del club nerazzurro: "Un signore, se n'è andato nel giorno più interista di tutti". Libero Quotidiano il 22 maggio 2020. “Ci ha lasciati oggi, 22 maggio. Una data non casuale, la data più interista di tutte”. Così l’Inter nella nota in cui ricorda Gigi Simoni, scomparso all’età di 81 anni. “Di lui ricordiamo e ci mancherà tutto - prosegue il club nerazzurro - il suo essere signore, innanzitutto. Un modo di vivere, la vita e il calcio, mai sopra le righe. Anche il suo calcio era così: umile ma funzionale, capace di far fruttare al meglio ciò che aveva a disposizione”. Simoni ha incarnato “l’interismo più genuino” ed a lui è legato il ricordo di Ronaldo: “Sulla panchina nerazzurra arrivò nel 1997, assieme al Fenomeno. Un binomio, quello Simoni-Ronaldo, che resterà per sempre nel cuore di tutti. Un rapporto paterno, la benevolenza nei confronti di un calciatore speciale”. “Noi lo ricordiamo così - conclude l’Inter - coi suoi capelli bianchi, sulla nostra panchina, mentre con un sorriso si godeva le magie di Ronaldo, circondato dall’orgoglio e dall’affetto dei tifosi dell’Inter. Ciao Gigi, ci mancherai”. 

Morto Gigi Simoni nel giorno del 10° anniversario del Triplete: calcio italiano in lutto.  Libero Quotidiano il 22 maggio 2020. Calcio in lutto: a 81 anni è morto Gigi Simoni. Un simbolo del nostro pallone, un cuore interista che si spegne nel decimo anniversario del Triplete, una coincidenza che lascia senza fiato. Il 22 maggio 2010, infatti, l'Inter di Mourinho vinse tutto, una stagione pazzesca e irripetibile. Gigi Simoni alla guida dell'Inter di Ronaldo e di Moratti presidente, vinse la Coppa Uefa battendo 3-0 la Lazio in finale. Gigi Simoni era in gravi condizioni da circa un anno, dopo che era stato colpito da un ictus. Durante la sua lunga carriera anche tre promozioni in Serie A, una Coppa Anglo-italiana con la Cremonese e la vittoria della Panchina d'Oro nello stesso anno della Coppa Uefa. Tra i primi commenti, proprio quello di Massimo Moratti: "Gli è stato impedito di vincere un campionato che avrebbe assolutamente meritato", ha premesso riferendosi all'annosa vicenda Iuliano-Ronaldo e allo scudetto vinto dalla Juventus. E ancora: "Era un tecnico gentiluomo verso il quale - aggiunge l’ex presidente nerazzurro - , provavo grande stima e affetto. La telefonata con la quale poco fa la moglie mi ha avvisato della morte mi ha provocato un dolore immenso", ha concluso Moratti.

Addio a Gigi Simoni, un allenatore fuori dal coro. Le Iene News il 22 maggio 2020. L’ex allenatore dell’Inter, con cui vinse una Coppa Uefa, è morto all’età di 81 anni. "E' stato un grande protagonista della storia del nostro club”, ha detto Massimo Moratti. Noi de Le Iene lo avevamo conosciuto nel 2005, nell’intervista che potete rivedere qui sopra. Gigi Simoni se n’è andato. L’ex allenatore, bandiera dell’Inter con cui vinse una Coppa Uefa nel 1998, si è spento all’età di 81 anni. Era malato da tempo, aveva accusato un malore il 22 giugno scorso. Oltre ai nerazzurri, nella sua lunga carriera ha allenato tra le altre anche Lazio, Napoli e Torino. "E' stato un grande protagonista della storia dell'Inter: ha vinto una coppa europea molto importante, gli è stato impedito di vincere un campionato che avrebbe assolutamente meritato”. L’ha ricordato così Massimo Moratti, storico presidente nerazzurro. “Un tecnico gentiluomo verso il quale provavo grande stima e affetto”. Noi de Le Iene avevamo conosciuto Gigi Simoni qualche anno fa, nell’intervista che potete rivedere qui sopra. Con lui avevamo parlato della situazione del calcio pochi mesi prima dell’esplosione dello scandalo di Calciopoli e della sua Inter del 1998: “Avevo un bellissimo rapporto con Ronaldo, era il migliore di tutti i tempi”. E senza dimenticare il famoso contatto con Iuliano. Un allenatore fuori dal coro, di cui potete riascoltare le parole qui sopra: buon viaggio mister!

Morto Gigi Simoni, aveva 81 anni. Allenò il Napoli, la Lazio e l’Inter di Baggio e Ronaldo. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su Corriere.it da Mario Sconcerti. Lutto nel mondo del calcio: è morto Gigi Simoni. L’ex allenatore dell’Inter aveva 81 anni e un anno fa era stato colpito da un grave malore. L’ex tecnico di Genoa e Inter è stato sulle panchine di decine di club in Italia e anche all’estero dopo una discreta carriera di calciatore. Gli ultimi incarichi sono stati da dirigente con il Gubbio e da tempo pur continuando a seguire il calcio si era di fatto ritirato a vita privata. Da giocatore ha vinto una coppa Italia con il Napoli nella stagione 1961-62 e il campionato italiano di serie B con il Genoa nella stagione 1967-68. Più ricco il palmares in panchina dove ha vinto con la Cremonese la coppa Anglo italiana nel 1993, una coppa Uefa con l’Inter nella stagione 1997/98, anno nel quale gli fu assegnata anche la Panchina d’oro come migliore allenatore italiano, e cinque campionati di serie B (tre con il Genoa e due con il Pisa). Tecnico simbolo dell’Inter di Ronaldo, è stato il primo a vincere un titolo (la Uefa già citata) nel club presieduto da Massimo Moratti prima dell’avvento di José Mourinho. Era l’anno del controverso episodio, in campionato, del presunto fallo da rigore dello juventino Mark Iuliano proprio sul centravanti brasiliano, un intervento che non fu sanzionato e che impedì la rimonta scudetto ai nerazzurri proprio a vantaggio dei bianconeri. Simoni però ha sempre mantenuto l’aplomb che gli è valso il rispetto di tutto l’ambiente in tutta la sua carriera: mai una parola fuori posto, mai uno sgarbo a colleghi e avversari. Ci pensa, allora, il suo presidentissimo Massimo Moratti che, alla notizia del decesso, ha commentato: «Gli è stato impedito di vincere un campionato che avrebbe assolutamente meritato. Era un tecnico gentiluomo verso il quale - aggiunge l’ex presidente nerazzurro - , provavo grande stima e affetto. La telefonata con la quale poco fa la moglie mi ha avvisato della morte mi ha provocato un dolore immenso».Tra i primi a esprimere cordoglio anche il Genoa: Simoni aveva vestito la maglia rossoblù da calciatore dal 1971 al 1974 (88 presenze e 13 gol) e iniziato la carriera in panchina proprio sotto la Lanterna ('74-'78) per poi tornarci nella stagione 1987-1988. «Uomo e allenatore meraviglioso, indimenticabile giocatore e tecnico del Genoa. Riposa in pace», è il ricordo del club.

Claudio De Carli per “il Giornale” il 23 maggio 2020. Gigi? Un uomo buono, troppo buono, gli parlavi assieme ed era la prima cosa che ti arrivava, e uno così doveva essere anche molto signore per non finire nelle centrifughe del calcio, facile scaricare sui teneri. All' Inter ce l' ha portato Sandro Mazzola: «Presidente è uno come noi, educato, mai una parola in più, sincero. E ci sa fare». Massimo Moratti lo conosce ma quando lo frequenta rimane sorpreso dalla persona. Corrado Ferlaino lo esonera dopo dieci partite senza vittorie, troppo, ma è dispiaciuto, alla stampa dice che non aveva scelta. Il Gigi il 22 aprile lascia Napoli, tre mesi dopo, a luglio 1997, firma per l' Inter di Ronaldo e tocca il cielo. Ha già girato l' Italia, ha iniziato nelle giovanili della Fiorentina sulla fascia a fare la sua parte, una sessantina di reti, Mantova, Napoli, Torino, Juventus, Brescia, Genoa, e quando va via lascia solo nei ricordi. Nel '74 subentra a Guido Vincenzi sulla panchina del Genoa e inizia la sua seconda vita nel calcio, conquista la serie A, ci riesce anche a Brescia, ha il record nazionale delle promozioni, firma solo contratti per una stagione, da come gira il calcio, scende in C, nessun problema, con la Cremonese vince un Anglo-italiano a Wembley e a Milano ci sta con le pantofole. Ma poi, Gigi cosa è successo? «La stampa, le televisioni, le radio. I giornalisti fanno il loro lavoro per carità ma scrivevano che la mia Inter non aveva un schema, niente spettacolo, palla a Pagliuca e rinvio per Ronaldo. Il presidente voleva il bel gioco. Stop». E quindi? «Mi ha dato il benservito proprio nel giorno che a Coverciano ricevevo la Panchina d' Oro, esonerato, proprio non me lo aspettavo. Avevo risposto alle domande dei colleghi, mi chiedevano di Roberto Baggio e Ronaldo, avevo spiegato che i problemi si stavano risolvendo, e giù applausi. Poi mi squilla il telefono e Mazzola mi gira la bella notizia. Quel giorno credo di aver fatto la figura del deficiente». Inter in corsa su tre fronti, battuto il Real Madrid, in campionato è a un solo punto dalla Juventus, sui quotidiani si legge che è la squadra da battere. E tutto così strano. Massimo Moratti sembra più dispiaciuto del Gigi: «Mi ha fatto vincere il primo trofeo internazionale a Parigi, non lo scordo, ma ci sono momenti cui ti sembra giusto agire in un certo modo. Cosa penso? Penso che gli abbiano impedito di vincere uno scudetto che strameritava».

E poi c' è una voce che gira e fa male.

«Ronaldo? - chiede Gigi mentre spalanca gli occhi -. Ronaldo era un bambino meraviglioso, io ho avuto quell' oro, quello che ti faceva vincere e abbiamo vinto. Con il resto della squadra ero stato sincero, per me erano tutti uguali tranne uno. Ironie a quei tempi poteva fare quello che voleva, non credo proprio che si mise contro di me. E non credo neanche che qualcuno della squadra si fosse sentito offeso e abbia spinto il presidente ad allontanarmi. La conferma l' ho avuta poi. Mi chiamavano tutti. Quando ho saputo dell' esonero di Mircea Lucescu ho capito che la squadra era rimasta legata a me, quella era ancora la mia squadra. Il giorno che West gli ha tirato la maglia addosso, «l' ho perdonato, dopo la storia di Ceccarini, tutto era imploso dentro di noi, eravamo un gruppo straordinario, quell' episodio ci ha condizionato per anni».

Si vergogni. «Si, certo, quel giorno gli ho detto che doveva vergognarsi». Quasi consiglio a Ceccarini che non vede il fallo di Iuliano su Ronaldo perché stava guardando Birindelli. Con Ronaldo palla al piede in area. E non ha mai fatto un passo indietro, addirittura ha ipotizzato un fallo di sfondamento del Fenomeno. Nessun commento, l' arbitro giudica quel che vede, mai schiacciare la buona fede in un angolo. «Quanta gente perde tante buone occasioni per tacere. Lui sempre poco intelligente». L' ultima uscita. Ha messo su casa a San Piero a Grado, di quelle che chiamano coloniche, giardino a volte, Taribo che ti salta sulle spalle appena oltrepassi il cancello, è il labrador che gli ha regalato Sartor. Dentro sulla parete della sala c' era un poster enorme di Ronaldo. E l' Inter è rimasta under skin, ha sempre parlato di tutti come se fossero ancora lì nello spogliatoio ad ascoltarlo: «Ganz veniva da me e mi chiedeva perché Ronaldo era un titolare fisso e lui no. Poi quando lo mettevo in campo dava l' anima. Taribo mi chiamava tutti i giorni, voleva venire con me a Piacenza. Ma sei sempre fuori dal mondo gli ho detto, con il tuo ingaggio qui si paga tutta la rosa e poi il Piacenza è l' unica squadra di A che gioca senza stranieri! Ma è normale, alla fine il calcio è questo e io ho sempre giustificato tutti, anche quelli che non mi andavano. Tanti. Ne bastano pochi, un paio o un rigore non dato e i tuoi detrattori ti fucilano. A Milano devi vincere, altrimenti passi le settimane a leggere la lista dei tuoi successori».

Eppure San Siro, ogni volta che c' è tornato, gli ha riservato standing ovation di minuti interi, tutto lo stadio a battere le mani, anche i tifosi della squadra ospite. Potresti farci notte con il tenero Gigi: «Ma con il presidente Moratti mai avuto una discussione, mi ha portato all' Inter, devo solo essergli grato». E quel giorno? «Quel giorno ricordo che ho pianto». Non stava bene da giugno scorso, ha tirato ancora un anno, un solo anno come i contratti che firmava. L' ultimo con la viltà. Se ne è andato nel giorno del Triplete, gli ha messo sopra la firma, quasi un contrappasso. In occasione del centenario della Cremonese è stato nominato allenatore del secolo, il Genoa lo ha inserito nella sua Hall of Fame. L' Inter può ancora rimediare.

Eh già, altro che Oronzo, siamo davanti a un membro dell’Unesco..

«E non ho ancora cominciato a dire la mia. Voglio che venga convalidato il ruolo del “nonno d’Italia” come patrimonio dell’Unesco perchè un nonno vale più di un museo. E’ una esperienza familiare che voglio rivalutare».

Ma quando sarà completamente finita la pandemia che farà, come festeggerà?

«Vorrei che tutti gli italiani, dopo aver cantato l’Inno di Mameli, escano sui balconi a cantare “E’ finita la quarantena , porca puttena”». 

Gigi Simoni e il fallo di Iuliano: era rigore netto, c’eravamo abituati, ma in più c’era lo sgarbo a un signore. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su Corriere.it da Carlo Baroni. Arriva il giorno che anche un interista non ce la fa più a confondere alibi e ragioni. E le ragioni con i torti. Perché per un interista i soprusi (degli altri) vincono sempre. Come quella volta che. L’avevamo visto tutti. Era rigore. Netto, sacrosanto. Che neanche mille Var. Quando mai Ronaldo va a sbattere a tre metri dalla porta? E davanti a un Iuliano qualunque, per giunta. Era rigore. Indiscutibile, da manuale dell’arbitro. Negarlo fece più male che un cinque maggio. Lo sapevamo. C’eravamo abituati. Ma rispetto alle altre diecimila volte (esagero in difetto) c’era uno sgarbo più grave da sopportare. L’umiliazione a Gigi Simoni. Ci fosse stato un Mourinho l’avremmo metabolizzato. Lo Special One ci avrebbe campato per anni su quell’ingiustizia. Gliele avrebbe cantate e suonate a Federazione, arbitri e zebre furbastre. Farla in quel modo a Simoni sapeva di cattiveria. Lui che, tra l’altro, nella Juve ci aveva persino giocato (nessuno è perfetto). Un interista ricorda le vittorie. Il decennale del Triplete, in questi giorni. Gigi non vinse quasi niente. Arrivato troppo tardi. Quasi un ripiego. Una brava persona sulla panchina che scotta. Eppure nessuno fece valere le ragioni nerazzurre come lui in quel pomeriggio di una vita fa. La sua corsa in campo, le sue proteste a Ceccarini (sempre dandogli del lei), gli applausi alla panchina. Sarebbe bastato questo per capire che era stata commessa l’ingiustizia del secolo. Gigi Simoni che non faceva polemiche. Non alzava la voce. E quasi chiedeva scusa se doveva togliere un giocatore. Gigi Simoni che non dava titoli ai giornali e lo spogliatoio era come il bar dell’oratorio. Gigi Simoni che ci pensava prima di parlare e sapeva di calcio senza bisogno di dirlo. Gigi Simoni e quel pomeriggio al Delle Alpi. Passerà alla storia per un pareggio. Anche per questo è unico e speciale per chi palpita di nerazzurro. 

È morto Gigi Simoni, volto gentile del calcio italiano. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su La Repubblica.it da Franco Vanni. Aveva 81 anni ed era da tempo malato. Con l'Inter conquistò la Coppa Uefa. Moratti: "Non ha vinto lo scudetto per episodi strani". Ronaldo: "Come un direttore d'orchestra". Bergomi: "Per lui eravamo tutti uguali, tranne il Fenomeno". Mondo del calcio in lutto. Si è spento a 81 anni Gigi Simoni. Allenatore dell'Inter che nella stagione 1997/1998 conquistò la Coppa Uefa nella notte di Parigi, da tempo era malato. L'allenatore aveva accusato un malore il 22 giugno scorso. Simoni scompare proprio nel giorno del decennale della vittoria interista del Triplete, quel 22 maggio che aveva consacrato il suo operato con l'Inter un decennio prima. Come giocatore ha militato nel Torino, Brescia e Genoa principalmente, nella sua lunga carriera da allenatore, ha guidato Lazio, Napoli, Inter e Torino.

Moratti: "Gli impedirono di vincere lo scudetto". "E' stato un grande protagonista della storia dell'Inter: ha vinto una coppa europea molto importante, gli è stato impedito di vincere un campionato che avrebbe assolutamente meritato", è il ricordo di Massimo Moratti all'Ansa. "Tecnico gentiluomo verso il quale - aggiunge l'ex presidente nerazzurro -, provavo grande stima e affetto. La telefonata con la quale poco fa la moglie mi ha avvisato della morte mi ha provocato un dolore immenso". Luigi Simoni, per amici e avversari era semplicemente 'Gigi'. Il tecnico di Crevalcore è stato uno degli allenatori più amati e rispettati in Italia per il suo stile misurato e mai sopra le righe che ha caratterizzato la sua lunga carriera, dalla sua prima esperienza in panchina al Genoa (1975 al 1978 dove tornerà in altre due occasioni) passando per Brescia, Pisa, Empoli, Cosenza, Carrarese, Cremonese, Napoli, Inter, Piacenza, Torino, Cska Sofia, Ancona, e nuovamente Napoli, Siena, Lucchese, Gubbio per finire con la Cremonese nella stagione 2013-2014.

Classe 1939, Simoni prima della panchina ha avuto una discreta carriera da calciatore: giovanili della Fiorentina e poi Mantova, Napoli, Torino, Juventus, Brescia e Genoa dove chiuse nel 1974. L'impatto da allenatore fu subito vincente. Arrivato alla guida del Genoa nell'estate del '75 l'anno dopo il suo primo incarico ottenne la promozione in Serie A. Passaggio di categoria che ripeterà altre volte portando agli onori della massima divisione squadre come il Pisa, il Brescia, la Cremonese (di cui fu artefice del periodo d'oro assieme al presidente Luzzara) e l'Ancona, oltre ad ottenere una promozione in C1 con la Carrarese. Profondo conoscitore del mondo del calcio, Simoni oltre alle doti tattiche ha avuto tra le sue migliori qualità la capacità di parlare con i giocatori e motivarli. Il momento più alto della sua carriera probabilmente l'approdo all'Inter nella stagione 1997-98. I nerazzurri, spinti da Ronaldo contendono il titolo alla Juve perso tra le polemiche nello scontro diretto a Torino caratterizzato dall'ormai famoso contatto in area tra Iuliano e Ronaldo. I veleni per il mancato scudetto trovano consolazione nella vittoria della Coppa Uefa a Parigi contro la Lazio. L'anno seguente, coi nerazzurri rafforzati dall'arrivo di Baggio, non sarà fortunato per Simoni, esonerato a novembre ma per sempre nei cuori dei tifosi. Una carriera in panchina lunga quasi 40 anni per il tecnico emiliano che ha visto alti e bassi. Per lui oltre a promozioni, un successo europeo con l'Inter e il riconoscimento della Panchina d'oro 1997-1998, ma anche qualche delusione con 3 retrocessioni (due col Genoa e una con la Cremonese) e 8 esoneri.

Alberto Cerruti per gazzetta.it pubblicato da dagospia.com il 22.01.2019. Dalla prima partita con la Fiorentina di Bernardini all’ultima come presidente della Cremonese. Gigi Simoni ha attraversato più di sessant’anni di calcio, da giocatore, allenatore e presidente, tra i pochi protagonisti in quattro derby – a Genova, Torino, Roma e Milano –: l’unico ad avere festeggiato dodici promozioni, ma soprattutto l’unico capace di farsi voler bene da tutti, da San Siro a Sanremo. Da Moratti a Baglioni, che non ha aspettato il compleanno numero 80 di oggi per fargli un regalo dal quale non si è mai separato. “Vede questa medaglietta d’oro? La tengo sempre sotto la camicia, perché me l’ha donata Baglioni quando ho lasciato la Lazio. C’è la data, 12-6-1986, con la dedica: “Per un amico che partendo non se ne va, un ricordo di una bella amicizia nata a Roma e mai interrotta”. 

Prima e dopo la Lazio, è stato in altre 20 squadre: a quale è rimasto più affezionato? 

“Il primo amore è stato il Grande Torino che ho visto da bambino con mio papà. Poi ho giocato nel Toro con Meroni, quando ci chiamavano “i Luigi d’oro” e per questo seguo con simpatia il Torino, anche perché Cairo è sempre stato molto affettuoso con me. E poi nel Torino c’è Petrachi, mio ex giocatore, che è bravissimo. Il vero tifo, però, è per l’Inter, il grande amore professionale. E per tutti i tifosi io sono sempre l’allenatore dell’Inter”. 

Ma con l’Inter era finita male… 

“Non mi aspettavo di essere esonerato. Moratti, però, ha riconosciuto di avere sbagliato e adesso abbiamo un ottimo rapporto, perché è davvero una persona splendida. A Natale mi ha mandato un panettone enorme, con gli auguri”.

Il ricordo più bello è la coppa Uefa? 

“Solo a livello sportivo, perché io scappai negli spogliatoi amareggiato per le voci che circolavano sul possibile arrivo di Zaccheroni. E infatti non ci sono nelle foto dei festeggiamenti. A livello personale, invece, il ricordo più bello è l’ovazione ricevuta dai tifosi di San Siro, tutti in piedi ad applaudirmi, quando sono tornato la prima volta sulla panchina del Piacenza. Moratti mi ha detto che nessun altro è stato accolto così”. 

Come mai poi è passato al Piacenza? 

“Mi avevano chiamato Del Sol per il Siviglia, Eriksson per il Benfica. Magari sarei diventato il capo di Mourinho che incominciava allora, ma rifiutai per motivi personali, preferendo ricominciare da Piacenza”. 

Ha smaltito la rabbia per quel rigore non fischiato da Ceccarini a Ronaldo? 

“È una ferita che rimarrà sempre, anche perché Ceccarini ripete che aveva visto giusto”. 

Non ha più riparlato con lui? 

“No, anche perché quando ci siamo trovati a qualche cerimonia io l’ho salutato e lui ha fatto finta di non riconoscermi”. 

Chi ricorda più volentieri tra i tanti giocatori allenati? 

“Il mio preferito, a livello umano, è Bruno Conti. L’ho scoperto a 20 anni, l’ho lanciato titolare nel Genoa. Un ragazzo d’oro, campione in campo e fuori”. 

A livello tecnico, invece, il primo è Ronaldo… 

“Il più forte che ho allenato. Conservo ancora la sua maglia sporca di fango, dopo la doppietta a Mosca. Ma non dimentico West, che mi manda ancora tartarughine in legno”. 

Chi vorrebbe rivedere tra i suoi tanti compagni d’avventura? 

“Rocco, grande allenatore e uomo unico. Mi portò al Torino e poi mi anticipò la convocazione in Nazionale, grattandosi la pancia nello spogliatoio”. 

Come visse il successivo trasferimento dal Torino alla Juve? 

“Andai alla Juve perché fu bloccato il trasferimento di Meroni e perché mi voleva Heriberto Herrera, però giocai poco. La Juve aveva quelle strane maglie che si allargavano sulla schiena. Se davvero lì è nata la storia dei gobbi, io sono stato uno dei primi gobbi”. 

Oggi c’è un’altra Juve: ricorda squadre più forti? 

“La Juve è la squadra più forte, ma la più forte che ricordo è la Fiorentina di Bernardini, che vinse lo scudetto nel 1956”. 

Quanto ci vorrà per rivedere un’Inter da scudetto? 

“Spero poco, perché per adesso è ancora una squadra che può vincere con chiunque, perdere con chiunque e fare solo un punto in due partite contro il Sassuolo”. 

Le piace Spalletti? 

“È un buon allenatore, ma a volte faccio fatica a capirlo”. 

Chi vorrebbe vedere, in futuro, al suo posto? 

“Simeone sarebbe l’ideale, è di un’altra categoria. L’ho avuto come giocatore e in un quaderno aveva già gli appunti sui metodi di lavoro di tutti i suoi allenatori. Mai visto uno così”. 

Icardi non segna più: è condizionato dal contratto? 

“Non credo perché è forte in campo e fuori. Come attaccante non ha rivali e merita di rimanere all’Inter, anche se la trattativa mi sembra un po’ complicata”. 

C’è un allenatore nel quale si rivede? 

“Giampaolo, che avevo portato a Cremona. Non so se sia un bene o un male, ma mi assomiglia molto”. 

A 80 anni è stanco di guardare il calcio? 

“No, perché il calcio è la mia vita. Mi manca il campo ed è un peccato che non si possa fermare il tempo. Ma ho la fortuna di avere vicino mia moglie Monica e mio figlio Leonardo, che per colpa di Shevchenko è diventato milanista. Così, quando c’è il derby, sono contento in ogni caso: per me o per lui”. 

·        Tennis: è morto Ashley Cooper, leggenda della racchetta anni '50.

Tennis: è morto Ashley Cooper, leggenda della racchetta anni '50. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 da La Repubblica.it. MELBOURNE (Australia)   - Il mondo del tennis piange Ashley Cooper, leggenda australiana che ha scritto pagine indelebili nella storia della racchetta. Il re degli Slam degli anni 50 si è spento a 83 anni dopo una lunga malattia. Grande Slam sfiorato nel 1958. Nato a Melbourne il 15 settembre 1936, Cooper vince nel 1957 il suo primo titolo in singolare dello Slam all'Australian Open contro Neale Fraser e insieme a quest'ultimo si aggiudica il doppio maschile agli US Open dello stesso anno. Il 1958 è il suo anno migliore, entrando a far parte di quel gruppo ristretto di tennisti (dieci) che sono riusciti a vincere tre titoli dello Slam in una stagione. Cooper trionfa infatti in Australia, a Wimbledon e agli Us Open, ma al Roland Garros si ferma in semifinale contro Luis Ayala, perdendo così l'occasione di completare il Grande Slam. Cooper, che ha messo in bacheca con l'Australia due Coppe Davis (1956 e 1957), è stato in testa alla classifica nel 1957 e nel 1958 prima di passare tra i professionisti nel 1959. Nel 2007 è stato insignito dell'Officer of the Order of Australia (AO) per il suo impegno nel tennis e nel 1991 è stato inserito nella International Tennis Hall of Fame.

·        Basket, Nba in lutto: è morto Jerry Sloan, leggenda di Utah.

Basket, Nba in lutto: è morto Jerry Sloan, leggenda di Utah. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 da La Repubblica.it. SALT LAKE CITY - La Nba è in lutto. Si è spento a 78 anni Jerry Sloan, ex giocatore dei Chicago Bulls e storico allenatore degli Utah Jazz. Fatali le complicazioni legate al Parkinson e alla demenza a corpi di Lewy, che gli erano state diagnosticate nell'aprile 2016. Nella Hall of Fame dal 2009, sfidò i Bulls di Jordan. Entrato nella Hall of Fame nel 2009, Sloan ha allenato i Jazz per 23 anni (dal 1988 al 2011), centrando i play-off per 15 stagioni di fila. Il massimo a fine anni Novanta quando Utah, trascinata da Malone e Stockton, vince la Western Conference nel 1997 e nel 1998, salvo poi cedere nella finale per l'Anello ai Chicago Bulls di Michael Jordan, sfide recentemente raccontate nel documentario "The Last Dance". Icona da giocatore di Chicago (la sua maglia numero 4 è stata ritirata), ai Bulls ha mosso i primi passi da coach, carriera conclusa con l'addio ai Jazz durante la stagione 2010-11. In tutto ha conquistato 1.221 vittorie in regular season, dietro i soli Don Nelson, Lenny Wilkens e Gregg Popovich. Sloan inoltre è al secondo posto nella classifica di tutti i tempi per le partite consecutive allenate con la stessa franchigia (1.809), e possiede anche il secondo maggior numero di vittorie con una squadra (1.127). E' uno dei sette allenatori nella storia del campionato ad aver vinto almeno 50 partite in 10 stagioni diverse (Rick Adelman, Don Nelson, Pat Riley, Phil Jackson, Gregg Popovich e George Karl gli altri). Con lui in panchina Utah ha avuto un record vincente per 16 stagioni consecutive (1988-2004), quarta miglior serie di sempre dietro Popovich (22), Jackson (20) e Riley (19). Sloan è stato inoltre il primo allenatore a vincere 1.000 partite con un club ed è stato il quinto allenatore nella storia della Nba a registrare 1.000 vittorie in carriera. Utah Jazz: "Farà per sempre parte di noi". "Jerry Sloan sarà sempre sinonimo di Utah Jazz. Farà per sempre parte dell'organizzazione degli Utah Jazz e ci uniremo alla sua famiglia, agli amici e ai fan per piangere la sua perdita - recita un comunicato della franchigia di Utah -. Siamo grati per quello che ha realizzato qui e per i decenni di dedizione, lealtà e tenacia che ha portato alla nostra franchigia. Jerry ha avuto un impatto enorme sui Jazz, come dimostrato dal suo stendardo appeso alle travi dell'Arena. Le sue 1.223 vittorie di allenatore dei Jazz, 20 playoff e due presenze alle finali della Nba sono risultati incredibili. Il suo approccio a muso duro lo rese solo più amato. Anche dopo essere andato in pensione, la sua presenza alle gare degli Jazz ha sempre suscitato una risposta fragorosa da parte dei tifosi. Come Stockton e Malone come giocatori, Jerry Sloan incarna l'organizzazione. Ci mancherà molto. Estendiamo le nostre più sentite condoglianze a sua moglie, Tammy, a tutta la famiglia Sloan e a tutti coloro che lo hanno conosciuto e amato".

·        Morto il giornalista Stefano Carrer.

Trovato morto in montagna sopra Como il giornalista Stefano Carrer. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su Corriere.it da Anna Campaniello. È stato individuato in un dirupo sui monti della Valle Intelvi, nel Comasco, il corpo senza vita del giornalista Stefano Carrer, 59 anni, disperso da mercoledì pomeriggio nella zona di Pigra, dove era andato a fare un’escursione. Carrer lavorava nella redazione Esteri del Sole 24 Ore e si occupava in particolare di Asia e Giappone. Mercoledì scorso era arrivato sul Lario per un’escursione. Aveva parcheggiato l’auto nella zona della funivia di Pigra e poi era partito da solo per una camminata. Non vedendolo tornare e non riuscendo a mettersi in contatto con lui, in serata i familiari avevano dato l’allarme, facendo scattare le ricerche che hanno impegnato i vigili del fuoco, il Soccorso Alpino e le forze dell’ordine. Le ricerche sono proseguite ininterrottamente fino al primo pomeriggio di venerdì, quando il corpo del giornalista è stato individuato in un dirupo. Sarebbe precipitato dal sentiero che stava percorrendo, cadendo nel vuoto per decine di metri. Complesse le operazioni di recupero, perché la zona è particolarmente impervia. Diplomato al liceo Volta di Como, laureato in giurisprudenza, Carrer aveva frequentato l’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano. Poi, dopo un’esperienza nel settore periodici del gruppo Monti, aveva iniziato a collaborare con il Sole 24 Ore da New York, era passato alla Rizzoli-De Agostini e nel 1993 era stato assunto al Sole 4 Ore. Dal 2008 al 2011 aveva lavorato per lo più in Asia e dal 2013 al 2018 era stato corrispondente a Tokyo. «Fu il primo giornalista italiano ad arrivare a Fukushima» dopo l’incidente nucleare del marzo 2011, ha ricordato un amico su Facebook. «Stefano aveva una grande passione per il suo lavoro e una grande curiosità per la cultura e per la società del Giappone - dove aveva vissuto per anni come corrispondente del Sole 24 Ore - e più in generale per l’estremo Oriente». È il ricordo del presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia Alessandro Galimberti e collega a Il Sole 24ore del giornalista trovato morto sulle montagne del Comasco. «Nonostante la sua competenza e la considerazione di cui godeva negli ambienti diplomatici, teneva per indole un profilo molto basso ed era estremamente educato nei rapporti con i colleghi - spiega Galimberti -. Mai sopra le righe, schivo e riservato, Stefano era però sempre dentro la notizia con la capacità di analisi e di lettura degli eventi di chi ha saputo vivere il proprio lavoro con passione e coinvolgimento».

·        È morto Mory Kanté: cantante guineano celebre per «Yeke Yeke».

È morto Mory Kanté: cantante guineano celebre per «Yeke Yeke». Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su Corriere.it. Il cantante della Guinea Mory Kante è morto nella capitale Conakry, all’età di 70 anni. Lo ha reso noto suo figlio, Balla Kante. Kante divenne uno dei più celebri cantanti del continente, scalando le classifiche musicali europee nel 1988 con la canzone `Yeke Yeke´, grande successo prima in Africa e poi anche nel Vecchio Continente. Kante è morto in ospedale per problemi di salute. «Aveva malattie croniche e spesso andava in Francia per curarsi, ma con il coronavirus non è stato più possibile», ha affermato il figlio. «Abbiamo visto le sue condizioni di salute peggiorare rapidamente», ha aggiunto. Il presidente della Guinea Alpha Conde’ ha espresso via Twitter le proprie condoglianze e ha ringraziato Kante per la sua musica, dicendo che «la cultura africana è in lutto». Mory Sanda Kamissoko detto «Sanda», questo il suo nome completo, nacque a Kissidougou, in Guinea, il 29 marzo 1950: èra il più giovane di ben 38 fratelli. Nel 1971 entrò a far parte del gruppo Rail Band di cui divenné cantante nel 1973 per poi rimanerci fino al 1978. Nel frattempo imparò da autodidatta a suonare la kora, strumento tradizionale, divenuto indispensabile in tutti i suoi concerti. Nel 1981 pubblicò il suo primo disco «Courougnegne»; nel 1984 si recò in Francia dove, dopo alcune difficoltà dovute al suo status di immigrato privo di cittadinanza, tenne molti concerti suonando la kora elettrica. Il 1987 fu dunque l’anno del successo internazionale: il singolo «Yéké yéké» vendette oltre un milione di copie in tutto il mondo mentre il successivo album, «Akwaba beach» oltre mezzo milione. Dopo di allora non sarebbe più riuscito ad ottenere successi analoghi, ma quella canzone rimane nell’immaginario collettivo degli anni’80.

E' morto Mory Kanté, l'artista che ha portato l'Africa nel mondo. Pubblicato venerdì, 22 maggio 2020 su La Repubblica.it da Carlo Moretti. Il musicista guineiano aveva 70 anni. Lo chiamavano "il griot elettrico": con la sua hit "Yeke Yeke" negli anni Ottanta fu tra i primi artisti internazionali della nascente world music. Il cordoglio di Youssou N'Dour: "Addio fratello". E' morto a 70 anni, dopo lunga malattia Mory Kanté, cantante e musicista originario della Guinea, conosciuto in tutto il mondo soprattutto per la hit Yeké Yeké lanciata nel 1987. E proprio a quel brano, che portava elementi etnici nel mezzo dell'accelerazione elettronica tipica della musica negli anni Ottanta, viene fatto riferimento quando si parla della nascita della world music. Non a caso per tutti Kantè era "il griot elettrico". Kanté aveva iniziato come griot, suonando la kora (la tipica arpa dei paesi dell'Africa occidentale) che aveva appreso ancora bambino quando i suoi genitori lo avevano inviato a studiare lo strumento in Mali. Tutta la sua famiglia si dedicava a quest'arte musicale da cantastorie, che nella cultura africana travalica i confini della musica per diventare racconto storico della propria famiglia e della propria etnia di appartenenza, quindi memoria collettiva. Nato nel 1951 a Kissidougou, in Guinea, a 15 anni Kanté si trasferì a Bamako e nella capitale si unì al gruppo all'epoca più famoso del paese, la Rail Band. Per sette anni restò con loro fino a quando la rivalità con il maestro orchestratore della band, Salif Keita, lo costrinse ad abbandonarli per unirsi prima ai Les Ambassadeurs e poi, arrivato in Costa d'Avorio, per guidare un'orchestra di 35 elementi chiamata Les Milieus Branches. Con loro, siamo ormai alla fine degli anni Settanta, Kanté comincia a innestare nella musica tradizionale elementi anglosassoni, soprattutto soul, anche grazie all'incontro con Abdoulaye Soumare, un produttore che aveva collaborato a lungo con Stevie Wonder. Fu grazie al successo dell'album Courougnegne pubblicato nel 1981 che Kanté cominciò ad essere considerato il padre fondatore della moderna musica Mandinga, quello speciale mix tra musica etnica e musica occidentale ed elettronica che si sarebbe affermata prima in Africa e poi in Europa portandolo nel 1982 in Francia. E' a Parigi che Kanté registra l'album A Paris contenente una prima versione molto più acustica di Yekè Yekè. E' l'album che, con appena sei brani, lo conferma come uno degli artisti di punta della nuova scena africana. E' però nel 1987, nella versione molto più ritmata e con sonorità quasi house, che Yekè Yekè si impone come un successo a livello internazionale. Kanté diventa così famoso in tutto il mondo: il singolo vende oltre un milione di copie, l'album che lo contiene, Akwaba Beach, supera il mezzo milione di copie. Con l'album Touma pubblicato nel 1990 Kanté conferma il suo stile di griot elettrico, spingendo ancora di più sulle componenti elettroniche sostenute da grandi fiati e dalla sua voce sempre esplosiva; sulla stessa linea si posizionano i lavori lungo il decennio Nongo Village,Un Amour de Prix e Tatebola. Bisognerà attendere l'inizio degli anni Duemila per un ritorno ai suoni acustici ed etnici con Sabou pubblicato nel 2004 e con con Tamala nel 2009. Nel 2012 con La Guinéenne il griot elettrico tornava a balafon e al flauto fulani per rendere omaggio alle donne africane che riteneva ancora troppo svantaggiate nonostante i passi avanti compiuti. Il figlio di Mory Kanté, Balla, ha spiegato alla France Presse che il padre soffriva di una malattia cronica che in passato aveva potuto curare a Parigi, grazie a frequenti viaggi in Francia. Il coronavirus ha però reso impossibili gli spostamenti all'estero e le condizioni di Kante sono velocemente peggiorate. E' morto venerdì in Guinea, in un ospedale della capitale Conakry. Molti gli artisti che hanno voluto rendergli omaggio, a cominciare dal senegalese Youssou N'Dour. Che su Twitter scrive: "Apprendo con dolore del ritorno a Dio del mio fratello maggiore e punto di riferimento, il Maestro Mory Kanté. Oggi sento un grande vuoto per la scomparsa di questo baobab della cultura africana. Riposa in pace. Dal tuo fratello addolorato, Youssou N'Dour". Condoglianze espresse anche dal Presidente della Guinea, Alpha Condé, che su Twitter pubblica la foto di un recente incontro e scrive: "La cultura africana è in lutto. Le mie più sentite condoiglianze... Ringrazio l'artista. Un percorso eccezionale. Esemplare. Un orgoglio".

·        E’ morto l’attore Hagen Mills.

Hagen Mills morto suicida: l’attore ha tentato di uccidere la compagna. Linda il 21/05/2020 su Notizie.it. Morto in condizioni drammatiche Hagen Mills, attore di “Baskets”: ha sparato prima alla compagna e poi si è suicidato. Hagen Mills, noto interprete di “Baskets”, “Justified” e “Swedish Dicks”, è morto in condizioni a dir poco drammatiche. Dapprima ha infatti tentato di uccidere la sua compagna, che aveva tra le braccia la figlia di 4 anni, poi si è suicidato. La tragedia è accaduta nella casa della suocera a Mayfield, nello stato del Kentucky. Secondo la ricostruzione dei fatti, l’attore avrebbe sparato alla compagna Erica Price senza ucciderla, per poi rivolgere contro di sé la pistola togliendosi la vita. Al momento la donna si trova fuori pericolo, in ospedale per accertamenti. La madre di lei e la bambina non sono invece fortunatamente rimaste coinvolte nella sparatoria. Gli agenti accorsi sul posto hanno dichiarato che nonna e nipote erano state trattenute in casa dallo stesso Mills fino al ritorno della compagna. Hagen Mills ha iniziato la sua carriera nel mondo nel cinema nel 2011. Nel 2016 ha quindi impersonato Lucky in “Renoir”, per poi ottenere una parte nel primo episodio di “Baskets”, serie tv molto popolare con Zach Galifianakis. Nel 2013 ha avuto il ruolo di Buck nel film “Bonnie & Clyde: Justified”. Aveva inoltre avuto una parte nell’horror “Starlight”, di prossima uscita nelle sale ad agosto. Stando ai primi rumors, da tempo Hagen Mills non godeva di buona salute né era stato particolarmente fortunato sul lavoro. Inoltre risulta che sia rimasto lontano dai social media per diverso tempo. Il canale Instagram è infatti tutto impostato su privato, mentre gli altri suoi account non sarebbero attivi da un po’.

·        E’ morto il giornalista Cesare Barbieri.

Pubblicato martedì, 19 maggio 2020  La Repubblica.it. Un grave lutto ha colpito il mondo del giornalismo sportivo italiano A soli 55 anni è morto Cesare Barbieri, originario di Vigevano (Pavia), da alcune settimane ricoverato in una struttura sanitaria a Milano dopo esser stato recentemente colpito da un ictus che aveva aggravato le sue condizioni di salute aggiungendosi alla malattia contro la quale combatteva da tempo. Ancora da stabilire la data dei funerali (ora si possono celebrare sia pure nel rispetto delle misure di distanziamento). Dagli inizi a Pavia fino alle tv nazionali.  Barbieri nella sua vita era riuscito ad unire due grandi passioni, quella per lo sport e quella per il giornalismo. Aveva cominciato la professione sin da giovanissimo a Radio Pavia e al settimanale locale "il Lunedì", soprattutto occupandosi del basket, primo grande amore, poi di calcio e di cronaca. Dalle televisioni locali e il lavoro alla rivista Nuovo calcio, è passato a canali nazionali come 7 Gold, poi Mediaset Premium, Sky e la piattaforma Tim. Attualmente lavorava per Infront e il magazine sulla serie B per la Lega Calcio. Professionalmente molto preparato, si è sempre fatto apprezzare anche per il suo carattere aperto e gioviale. Gli amici e colleghi ricordano, in particolare, anche la sua passione per il campione Roberto Boninsegna. Il ricordo di Katia Serra e Mauro Suma. Lo ricorda con affetto Katia Serra, opinionista su Sky Sport per quanto concerne il calcio femminile: "Un amico, un uomo a cui voler bene, un anima dal grande cuore che amava il calcio femminile". Commosso anche il saluto di Mauro Suma, già direttore di Milan Channel e voce delle telecronache rossonere: "Ci siamo conosciuti da ragazzi, avevamo tanti sogni e poi ci siamo persi di vista nei percorsi della vita. Mi spiace davvero tanto Cesare. Riposa nella pace più assoluta".

·        Giorgio Stegani rip.

Marco Giusti per Dagospia il 19 maggio 2020. Bang! Bang! Il cinema italiano, quello antico, di genere, perde un altro dei suoi vecchi, gloriosi registi. Giorgio Stegani Casorati, noto anche come George Finely nei suoi spaghetti western, nato a Milano nel 1928, fu attivissimo prima come soggettista, sceneggiatore, assistente alla regia e poi come regista per una decina di titoli tra gli anni ’60 e ’70. Fu lui a scrivere per Giuliano Gemma il soggetto e la sceneggiatura di “Un dollaro bucato”, poi a dirigerlo nella seconda unità di “Wanted” e poi col proprio nome in “Adios Gringo”. Quando l’ho conosciuto, un po’ confuso per l’arrivo dell’Alzheimer, sosteneva di essere stato lui a lanciare nel western Giuliano Gemma, piuttosto che il vecchio regista Giorgio Ferroni. Probabilmente era vero, visto che Stegani è presente come sceneggiatore e regista della seconda unità di quasi tutti i film di Ferroni dal documentario sulle Olimpiadi Invernali “Vertigine bianca” nel 1956 a “Il mulino delle donne di pietra”, “Le baccanti”, Il colosso di Roma”, “La guerra di Troia”, fino appunto a “Un dollaro bucato” e “Wanted”. Aveva lavorato anche per altri registi, sia come sceneggiatore, “Il campanile d’oro” di Giorgio Simonelli, “La celestina P.. R..” di Carlo Lizzani, “Amore e guai” di Angelo Dorigo, e anche come assistente, “Colpo grosso ma non troppo” di gerard Oury con Louis De Funes, “Caccia alla volpe” di Vittorio de Sica con peter Sellers, ma certo il rapporto con Ferroni fu per lui qualcosa di speciale, visto che diventano una specie di fabbrica di cinema. Bello, signorile, di buona famiglia, nipote del pittore Casorati, come mi disse lui stesso, sposato con Delfina Metz, figlia del celebre umorista e sceneggiatore, Stegani era stato presentato a Ferroni addirittura dal grande regista Jean Renoir. Il legame con Ferroni da una parte gli aprì le porte del cinema, ma da un’altra lo limitò, visto che la sua collaborazioni ai film del vecchio maestro dimostrano un impegno maggiore di un semplice assistente regista. Quando Ferroni si ammalò sul set di “Wanted”, Stegani lo sostituì, riuscendo a firmare il suo primo film da regista, appunto “Adios Gringo” con Giuliano Gemma, che per la prima volta si presentava col suo vero nome, e Evelyn Stewart alias Ida Galli. In realtà aveva già firmato un film, “Da 077: criminali a Hong Kong”, ma solo per doveri di coproduzione, visto che il vero regista era il tedesco Helmut Ashley. Negli anni’60 Stegani girerà altri due western, l’elegante “Gentleman Jo… uccidi” con l’italo-brasiliano Anthony Steffen alias Antonio De Teffé, e il più ricco “Al di là della legge”, prodotto da Sansone e Croscicki, con Lee Van Cleef e Antonio Sabato protagonisti e Bud Spencer che esordiva nel suo primo western. Gira anche nel 1967 il divertente “Colpo doppio al Camaleonte d’oro” con Mark Damon e la bella Magda Konopka. Finita o quasi la stagione dello spaghetti western, Stegani si lancia nell’erotico d’autore scrivendo, dirigende e producendo il notevole “Il sole nella pelle” con una giovanissima e nudissima Ornella Muti al suo secondo film assieme al suo compagno di allora Alessio Orano. Rivisto oggi il film è un incredibile documento della bellezza della Muti. Dirige poi nel 1974 il poliziottesco “Milano: Il clan dei calabresi” con Antonio Sabato e Silvia Monti, poi signora De Benedetti. E torna all’erotico con lo scandaloso “Disposta a tutto” con una giovanissima Eleonora Giorgi fra le braccia di Bekim Femiu, l’Ulisse televisivo. Sarà il suo ultimo film da regista. Lo ritroviamo poi tra gli sceneggiatori di “Cannibal Holocaust”, di “La maschera del demonio” nella versione di Lamberto Bava del 1990, della serie tv “Alta tensione”. 

·        È morto Gregory Tyree Boyce, attore di Twilight.

È morto Gregory Tyree Boyce, attore di Twilight. Alice il 19/05/2020 su Notizie.it. Si indaga sulla morte di Gregory Tyree Boyce: l'attore aveva solamente 30 anni, e con lui è scomparsa anche la fidanzata Natalie. È scomparso a soli 30 anni l’attore Gregory Tyree Boyce, che aveva ricoperto un piccolo ruolo nella saga di film di successo Twilight. Insieme a lui è scomparsa anche la compagna Natalie Adepoju, ma ancora non sono chiari i motivi del decesso. Il mondo del cinema piange Gregory Tyree Boyce, giovanissimo attore che aveva ricoperto un ruolo per i film sulla saga dei vampiri Twilight. Il decesso sarebbe avvenuto il 13 maggio ma i corpi sarebbero stati trovati da una persona vicina alla coppia solo qualche giorno più tardi. Ancora non è stato svelato il motivo del decesso di Gregory e della sua fidanzata Natalie, che si trovava con lui nel suo appartamento di Las Vegas. Sembra che a scoprire la tragedia sia stata una parente dell’attore, allarmata dal fatto che la sua macchina fosse ancora parcheggiata difronte all’appartamento mentre l’attore avrebbe dovuto spostarsi quello stesso giorno a Los Angeles, dove spesso si recava per impegni di lavoro e per far visita a sua figlia Alaya (10 anni, nata da una sua precedente relazione). Anche la sua compagna, Natalie, era madre di un bambino avuto da un’altra relazione. Per il momento i familiari dei due giovani non hanno svelato i motivi del decesso ma sui social sono già in tanti a piangere la triste scomparsa di Tyree Boyce e della sua Natalie. Boyce aveva raggiunto la popolarità nel 2008 quando aveva preso parte alle riprese di Twilight interpretando Tyler Crowley, uno degli studenti della Forks High School.

Da "lastampa.it" il 20 maggio 2020. E' giallo sulla morte dell'attore statunitense Gregory Tyree Boyce, noto per aver interpretato il ruolo di Tyler Crowley nel film "Twilight" (2008), tratto dall'omonima saga della scrittrice Stephenie Meyer. I corpi senza vita di Boyce, 30 anni, e della fidanzata Natalie Adepoju, 27 anni, sono stati trovati all'interno del loro appartamento in un condominio di Las Vegas. La causa della morte di entrambi non è stata ancora precisata e sono in corso le indagini da parte della polizia: nell'abitazione sarebbe stata trovata "polvere bianca". L'attore lascia la madre, Lysa Wayne, e la figlia Alaya, 10 anni, avuta da un precedente matrimonio; Natalie Adepoju lascia il figlio Egypt. Il decesso della coppia risale a mercoledì 13 maggio ma la notizia è stata pubblicata dalla stampa americana solo oggi. A dare l'allarme è stata una cugina dell'attore che, sapendo che Boyce doveva andare a Los Angeles, si è insospettita quando ha visto la sua auto parcheggiata davanti a casa. Dopo aver chiamato più volte Boyce e senza ricevere risposta, ha avvisato i soccorsi e la polizia, che hanno fatto la macabra scoperta. Gregory Tyree Boyce, pur essendo apparso al cinema solo in un paio di film, aveva conquistato notorietà per aver recitato in "Twilight" nel ruolo di Tyler Crowley, il giovane al volante di un furgone che rischia di investire Bella (Kristen Stewart), salvata da Edward (Robert Pattinson) che svela così la sua natura vampiresca.

·        E’ Morta Ann Mitchell,  la scienziata che decriptò Enigma.

Morta a 97 anni Ann Mitchell,  la scienziata che decriptò Enigma. Pubblicato lunedì, 18 maggio 2020 su Corriere.it da Paola De Carolis. La laurea in matematica e poi Bletchley Park, i codici dei tedeschi, la macchina Enigma, i turni massacranti, un solo pomeriggio di riposo a settimana: dietro il sorriso tranquillo, Ann Mitchell nascondeva una vita avvincente che sino agli anni 70 aveva celato a tutti, anche al marito Angus, e che solo nel 2009 le aveva portato un riconoscimento ufficiale dai servizi segreti britannici con l’assegnazione di «una medaglia piccola ma significativa». E’ morta a 97 anni di Covid nella casa di riposo di Edinburgo dove risiedeva dal 2018. Il figlio Andy, 61 anni, ha voluto ricordare una madre brillante e affettuosa che solo negli ultimi tempi aveva cominciato ad accusare i problemi dell’età, ma stando agli studiosi della seconda guerra mondiale, e in particolare delle attività della Scuola governativa di codici e cifrazioni di Bletchley, Mitchell ebbe un ruolo fondamentale nell’ultima fase del conflitto. James Turing, pronipote del genio matematico Alan, ha sottolineato che i diari di Mitchell nonché la poca documentazione che è rimasta sulle attività di Bletchley mostrano che le mansioni di Ann e le sue esperienze durante la guerra furono molto simili a quelle del prozio. In più, precisa, il suo ruolo e la sua bravura «aiutarono a superare i pregiudizi tipici di quei tempi e a permettere a tutti, donne e uomini, di raggiungere ciò di cui erano capaci». Tessa Dunlop, autrice del libro «The Bletchley Girls», parte di una lunga serie di opere letterarie, cinematografiche e televisive realizzate sul gruppo di menti brillanti cui venne affidato il compito di decifrare le comunicazioni dei tedeschi, ha sottolineato che mentre la maggior parte delle donne assunte a Bletchley venivano assegnate a mansioni amministrative, Ann era passata immediatamente alla «baracca sei», ovvero alla squadra che si occupava dei messaggi dell’aeronautica e dell’esercito tedeschi (la marina, invece, veniva ascoltata nella «baracca 8»). «Il suo era un talento raro», ha precisato Dunlop, che per il libro aveva intervistato diverse crittoanaliste. «Era dotata di grande empatia e allo stesso tempo di straordinaria acutezza». Se quest’ultima qualità le permise di ottenere grandi risultati a Bletchley – così come all’università di Oxford, dove conseguì la laurea in tempo record ed era una di cinque donne matematiche nel suo anno - la prima dote è quella che ricordano i quattro figli e che le portò grandi successo e soddisfazione nella seconda incarnazione professionale, come consulente matrimoniale in Scozia. I suoi due libri sull’effetto della separazione sui bambini hanno plasmato la legge scozzese sul divorzio, consigliando dove possibile la mediazione piuttosto che il ricorso ai tribunali.

·        È morto l’attore Michel Piccoli.

È morto Michel Piccoli: aveva 94 anni, da Ferreri a Moretti, ha lavorato con tutti i più grandi. Pubblicato lunedì, 18 maggio 2020 su Corriere.it da Paolo Mereghetti. E’ scomparso a 94 anni il grande attore francese Michel Piccoli. Lo ha reso noto lunedì 18 maggio la famiglia, ma la sua morte risale al 12 maggio. Il film che lo fece conoscere al grande pubblico fu Il disprezzo (1963) di Jean-Luc Godard, cui seguirono, tra i titoli più noti, Salto nel vuoto, per la regia di Marco Bellocchio, con vinse al Festival di Cannes come miglior attore protagonista. O Habemus Papam (2011) di Nanni Moretti , per il quale l’anno successivo vinse il David di Donatello. Considerato l’attore feticcio di Claude Sautet, ha girato dunque film con i maggiori registi internazionali: da Jean Renoir a Agnès Varda, da Alfred Hitchcock a Costa-Gavras Ma Piccoli non è stato solo grande attore: è stato anche produttore, regista e sceneggiatore. Con più di 70 anni di carriera è stato protagonista di più di 200 produzioni sia al cinema che in televisione e ha preso parte anche a una cinquantina di pièce a teatro. E è dunque lunghissima la lista di film con cui ha lavorato: Il diario di una cameriera (1964), Dillinger è morto (1969) , Life Size (Grandezza naturale) (1974), Tre simpatiche carogne (1976), La signora è di passaggio (1981), Passion (1982), L’armata ritorna (1983), Viva la vita (1984), La bella scontrosa (1991), Compagna di viaggio (1995), Genealogia di un crimine (1997), Libero Burro (1998), La petite Lili (2003), Specchio magico (2005), Belle toujours e Giardini in autunno (2006), La duchessa di Langeais (2007) e infine Habemus Papam (2011) di Nanni Moretti.

È morto Michel Piccoli, attore europeo per Godard, Buñuel e Nanni Moretti. Pubblicato lunedì, 18 maggio 2020 su La Repubblica.it da Rita Celi. È morto all'età di 94 anni Michel Piccoli. Attore, regista, sceneggiatore e produttore, è stato uno dei mostri sacri del cinema francese. Adorato in patria, ha lavorato con i più grandi registi europei ed è stato tra gli interpreti favoriti di Buñuel, con cui ha iniziato a collaborare dal '56, Marco Ferreri che l'ha scelto per il suo Dillinger è morto e La grande abbuffata. Nel 2011 è stato protagonista di Habemus Papam di Nanni Moretti, ruolo che gli è valso il David di Donatello. Nato a Parigi il 27 dicembre del 1925 in una famiglia d’artisti, padre violonista e madre pianista, decide presto che la sua via sarà la recitazione. La sua prima prova sul grande schermo arriva a vent'anni con il film Sortilèges di Christian-Jaque. Si sposa con l'attrice svizzera Eléonore Hirt, dalla quale avrà l'unica figlia Anne-Cordélia. Ancora poco conosciuto dal grande pubblico, frequenta i grandi del cinema francese ottenendo piccole parti, da Jean Renoir (French Cancan) a René Clair (Grandi manovre). Poi l'incontro con Luis Buñuel, con il quale collabora fra il '56 e il '74, nella fase più surrealista del maestro ispano-messicano. Arrivano in seguito personaggi indimenticabili delineati da Jean Luc Godard (Il disprezzo), Alain Resnais (La guerra è finita), Agnès Varda (Les Créatures e Josephine), lavorando con tutti gli autori della Nouvelle vague, da Chabrol a Lelouch e Sautet. Sul finire degli anni Sessanta sposa l'attrice e cantante francese Juliette Gréco, dalla quale divorzierà nel 1977, proprio quando Sautet lo sceglierà come interprete della sua Parigi borghese. È morto Michel Piccoli, una vita per il cinema. Amato dai maestri italiani da Ferreri a Moretti. Il riconoscimento più grande lo ottiene con Marco Bellocchio, grazie al quale si aggiudica la Palma d’oro di Cannes quale migliore attore per il film Salto nel vuoto nel 1980. La carriera non ha un attimo di sosta, nemmeno con l’avanzare dell’età, ed è proprio il più grande vecchio del cinema d’autore mondiale, il portoghese Manoel de Oliveira, a regalargli nuove parti e nuovi onori con i film Ritorno a casa, Lo specchio magico e Belle toujours (2006), sequel ideale a decenni di distanza del capolavoro del suo primo grande maestro, Luis Buñuel in versione Bella di giorno. Nel 2011 Nanni Moretti lo sceglie per il ruolo del Pontefice in crisi in Habemus Papam. Presentato in concorso al Festival di Cannes, viene eletto miglior film dell'anno dai Cahiers du cinéma, vince un European Film Award, sette Nastri d'argento e tre David di Donatello, tra cui quello al miglior attore protagonista.

Addio Michel Piccoli, libertino fedele. Da Bunuel a Godard, da De Oliveira a Ferreri, da Sautet a Moretti ha lavorato con tutti i più grandi. Senza mai smettere di cercare. Fabio Ferzetti il 18 maggio 2020 su L'espresso. Se n’è andato il 12 maggio ma la famiglia lo ha rivelato solo oggi. A dicembre avrebbe compiuto 95 anni, tutti spesi molto intensamente. È stato uno dei più grandi attori del cinema europeo, e anche se l’espressione “cinema europeo” non ha molto senso è l’unica che può raccogliere una carriera come la sua, 233 film grandi e piccoli (piccoli solo negli anni 50) girati fra il 1945 e il 2014, e diretti da registi non solo francesi e italiani (da Petri a Bellocchio, da Scola alla Cavani, da De Seta al Moretti di Habemus Papam), ma spagnoli, portoghesi, inglesi, georgiani...Nato a Parigi il 27 dicembre 1925 in una famiglia di musicisti, madre pianista francese, padre violinista di origini italiane, Michel Piccoli era infatti un libertino, nel senso filosofico del termine, sempre avido di nuove prove e nuove esperienze. Ma era anche un uomo fedele, come dimostrano i tanti film fatti con un pugno di registi ricorrenti e fondamentali nella sua sterminata filmografia (e che registi: Luis Bunuel, Marco Ferreri, Claude Sautet, Manoel De Oliveira, perfino con l’impossibile Jean-Luc Godard fece altri due film dopo Il disprezzo, 1963, il capolavoro che peraltro segnò il suo lancio definitivo dopo tanti ruoli di contorno). Ma soprattutto Piccoli era un grande, grandissimo attore. E come tutti i più grandi poteva fare tutto e il contrario di tutto, senza lasciarsi incasellare in nessuno di quegli schemi in cui spesso si adagiano non solo i critici ma, cosa più grave, i registi e i produttori. La ragione di tanta versatilità del resto era semplicissima. Come molti dei più grandi, Piccoli non aveva minimamente bisogno di recitare. Gli bastava essere. Anche perché “essere” Piccoli significava esporre alla macchina da presa un volto e un corpo capaci di essere attraversati dal dubbio o dal pensiero, dal desiderio, dal ricordo, dalla follia, in qualsiasi momento. Per questo molti registi ne fecero (più o meno tortuosamente) il loro alter ego. In testa naturalmente il Godard del Disprezzo, ma è impossibile non citare almeno Claude Sautet, Manoel De Oliveira (il vecchio attore colpito da un lutto improvviso in Torno a casa, personaggio memorabile) e il Ferreri di Dillinger è morto e de La grande abbuffata, altri due capolavori che oggi troppo pochi conoscono. Il che ovviamente non significa che Piccoli non recitasse, al contrario. Nato in palcoscenico, una passione che non avrebbe mai abbandonato, conosceva ogni finezza, ogni trucco del mestiere. Ma mai e poi mai avrebbe dato a vederlo (Godard, sempre dal set del Disprezzo: «Ho preso Piccoli - allora tutt’altro che un divo - perché mi serviva un attore davvero eccellente. Ha un ruolo difficile e lo interpreta benissimo, nessuno si accorge di quanto è bravo perché la sua recitazione è tutta nei dettagli»). Così come mai avrebbe smesso di cercare e quando poteva aiutare nuovi registi, nuovi talenti, facendosi anche produttore all’occorrenza, perdendo anche parecchi soldi negli anni 70, ma senza rimpianti. Come sempre, come in tutto ciò che fece in una vita davvero lunga e ricca, più ricca di quella di tanti divi suoi contemporanei perché costantemente abitata dalla dote più rara e preziosa. L’immaginazione.

Michel Piccoli rip. Marco Giusti per Dagospia il 18 maggio 2020. Non ricordo, davvero, un film con Michel Piccoli giovane. Neppure nel curioso peplum che venne a girare in Italia, “Le vergini di Roma” di Vittorio Cottafavi, inseguendo, lo diceva lui, una sua giovane fiamma (che fosse Nicole Courcel? chissà? era abbotonatissimo). Allora non era nessuno, anche se aveva girato già una quindicina di film, perfino uno da protagonista, “Le schiave bianche” con Françoise Arnoul. Eppure solo due anni dopo, grazie a Jean-Luc Godard, che lo riportò a Roma ne “Il disprezzo”, per fare il giovane sceneggiatore in crisi Paul Javal che si vede soffiare l’anima e la bellissima moglie Camille, Brigitte Bardot, dal produttore americano Jeremy Prokosch, cioè Jack Palance, che vuole girare un nuovo peplum con Fritz Lang regista, è già Piccoli. In grado di muoversi con la propria identità tra star come Lang-Godard-Bardot-Palance. E così sarà per sempre. Brizzolato, o con radi capelli bianchi, col cappello anche quando si fa il bagno. Mai giovane. A fianco delle più belle attrici del tempo, Romy Schneider, Jeanne Moreau, Jane Fonda, Catherine Deneuve, Lea Massari, Claudia Cardinale. Di amici attori meravigliosi come Marcello Mastroianni, Serge Reggiani, Yves Montand, Ugo Tognazzi, Gerard Depardieu. O di registi incredibili come Marco Ferreri, Luis Bunuel, Claude Sautet, Claude Chabrol, Marco Bellocchio, Agnes Varda, Alain Resnais, Yussef Chahine, Léos Carax. Piccoli, che abbiamo perso oggi a 94 anni, è sempre stato Piccoli, da allora in avanti. Non ha mai perso la sua identità, credo conquistata su quel set di Godard e poi riconfermata da qualcosa come 200 film in una carriera che parte con “French Cancan” di Jean Renoir e finisce, diciamo, col papa che non sa più cosa fare nel profetico “Habemus Papam” di Nanni Moretti. Ma in mezzo c’è un rapporto stretto, di amicizia e di grande professionalità, con tutti i grandi registi, attori, attrici, sceneggiatori del cinema francese e italiano. Grandi amori, una grande attrazione per le donne, tre mogli, Eleonore Hirt, Juliette Greco, Ludivine Clerc. Quando lo intervistai, una quindicina d’anni fa, doveva inaugurare la sala cinematografica a lui dedicata a Villa Medici a Roma, gli mancava già così tanto il grande cinema che aveva vissuto. Soprattutto quello italiano, gli amici storici Ferreri-Mastroianni-Tognazzi, scomparsi così presto. Piccoli ha girato in italia alcuni dei suoi film più belli, penso a “Dillinger è morto”, alla follia di “La grande abbuffata” e di “Non toccate la donna bainca”, tutti di Ferreri, ma anche a “Salto nel vuoto” di Marco Bellocchio, col quale vinse il suo unico premio a Cannes come protagonista maschile nel 1980. Il cinema francese, chissà perché, non lo ha mai celebrato davvero. Non ha mai vinto un Cèsar, ad esempio, anche se è stato nominato quattro volte, per “Une étrange affair” di Pierre Granier-Deferre, “La diagonale de feu” di richard dembo, “Milou en mai” di Louis Malle e “La belle noiseuse” di Jacques Rivette. Ma ha vinto un Orso d’Argento a Berlino, con “Un étrange affair”, e un David in Italia, con “Habemus Papam”. Quando era giovane, non era bello come Belmondo, Montand, Delon, Sorel. E quindi non aveva grandi ruoli. “Il disprezzo” lo riposiziona e gli lancia una carriera di film favolosi, ma le parti non sono mai di primissimo piano. Anche se Luis Bunuel lo vuole in tutti o quasi i suoi ultimi film, “Diario una cameriera”, “Bella di giorno”, “La via lattea”, “Il fascino discreto della borghesia”. E lo chiamano davvero tutti, da Jean Aurel, “La calda pelle”, a Alain Resnais, “La guerra è finita”. Nei triangoli amorosi, allora andavano forte, non è mai il bello, anche se sta benissimo a fianco di qualsiasi attrici. Di solito è il marito, come in “La calda pelle” di Roger Vadim con Jane Fonda e Peter McEnery, che ebbe un grande successo, mentre ai belli e dannati, penso a Pierre Clementi sia in “Bella di giorno” che in “Benjamin” di Michel Deville, andavano i ruoli più forti. Ma il legame d’amicizia con Romy Schneider, nato sul primo dei loro tanti film, “La voleuse” di Jean Chapot, e proseguito poi con un film di culto per i francesi, “L’amante/Les choses de la vie” di Claude Sautet, e proseguito poi “Il commissario Pelissier” e “Mado” sempre di Sautet, “Trio infernale” di Francis Girod, lo aprì a ruoli più popolari. Lo troviamo così in grandi produzioni, da “Parigi brucia?” di René Clement a “Topaz” di Alfred Hitchcock, da “Dieci incredibili giorni” e “L’amico di famiglia” di Claude Chabrol a “La femme en bleu” di Michel Deville con Lea Massari. Non particolarmente adatto alle produzioni anglofone, ebbe da subito invece un grande legame con l’Italia, anche perché figlio di un italiano. Lo troviamo così sul set di “Diabolik” con la regia di Mario Bava nel ruolo dell’ispettore Ginko, sia nella primissima versione con Jean Sorel e Catherine Deneuve coppia protagonista e poi in quella definitiva con John Philip Law e Marisa Mell. Ironia della sorte, ritroviamo i tre attori francesi, Sorel-Deneuve-Piccoli poco dopo sul set di “Bella di giorno” di Bunuel. Anche con la Deneuve girò parecchi film, anche di autori improtanti, come “Le creature” di Agnes Varda, “La chamade” di Alain Cavalier. Dopo aver incontrato Ferreri come protagonista di un film scandaloso come “Dillinger è morto”, dove divide la scena con Anita Pallemberg e Annie Girardot, nel 1969, lavorò con altri registi italiani, penso a Vittorio De Seta nel raro e sottile “L’invitata” con la canadese Joanna Shimkus, o su altri set romani, come quello dello scombinato “L’invasione” di Yves Allegret a fianco di Lisa Gastoni. Ma certo Ferreri e il ruolo da protagonista di “Dillinger è morto” ne fecero un attore di culto pronto ai progetti più strani e sperimentali, come “Themroc” di Claude Faraldo, o “Life Size” di Luis Garcia Berlanga, dove si innamora di una bambola gonfiabile. Mentre il cinema francese lo spingeva verso prodotti di successo un po’ facili, “Darsela a gambe” di Philippe De Broca o il quasi Amici miei di “Tre amici, le mogli e (affettuosamente) le altre” di Sautet con Montand, Reggiani e Depardieu, il cinema italiano lo cerca per ruoli complessi in film importanti. Come furono appunto lo scandaloso “La grande abbuffata”, lo strampalato “Todo modo” di Elio Petri, dove interpreta l’ominomo ministro democristiano Piccoli, o “Salto nel buio” di bellocchio, che lo porterà al giusto premio di Cannes nel 1980, seguito da “Gli occhi, la bocca”, presentato a Venezia. Per amicizia di Marcello Mastroianni lo troviamo anche nel divertente “Giallo napoletano” di Sergio Corbucci e nel più serio “Il generale dell’armata morta” di Luciano Tovoli. Nel 1981 “Une étrange affair” di Pierre Granier-Deferre lo porta a vincere il premio come protagonista al Festival di Berlino, mentre recita per l’ultima volta con Romy Schneider in “La signora è di passaggio” di Jacques Rouffio e gira con Lino Ventura un bel noir, “Alzati, spia” di Yves Boisset. Torna da Godard in “Passion” nel 1982, mentre è richiesto da registi più giovani, Léos Carax in “Rosso sangue”, Jacques Doillon in “La puritana”, trattato ormai da monumento nazionale. Generoso, disponibile, aperto a qualsiasi innovazione intelligente, gira molti film sia negli anni ’90 che nel decennio successivo. Personalmente mi ricordo il caloroso saluto del pubblico e la sua commozione in sala a Cannes alla fine del lunghissimo “La belle noiseuse” di Jacques Rivette dove, da pittore, divide la scena con la giovanissima Emmanuelle Béart, modella sempre nuda sulla scena. Una sorta di tour de force magari eccessivo, ma che grazie all’umanità di Piccoli diventa davvero qualcosa di emozionante. La stessa cosa si può dire del suo papa in terapia, con un passato di attore di teatro, quindi molto autobiografico, in “Habemus Papam”, forse il suo ultimo grande ruolo da protagonista, anche se mi piace ricordarlo anche in “Holy Motors” di Carax e in “Linhas de Wellington” di Valeria Sarmiento. Da anni si era perso come il suo papa, sempre più confuso…

·        E’ morta la fotografa tedesca Astrid Kirchherr.

Da repubblica.it il 17 maggio 2020. La fotografa tedesca Astrid Kirchherr, i cui primi scatti dei giovanissimi Beatles hanno contribuito a trasformarli in icone, curando il loro stile visivo e ideando per loro il taglio dei capelli a caschetto, è morta ad Amburgo, sua città natale, alla vigilia dell'82esimo compleanno. La scomparsa è stata annunciata dallo storico dei Beatles Mark Lewisohn, che ha precisato che Kirchherr si è spenta mercoledì scorso dopo una breve malattia. "Il suo dono ai Beatles è stato incommensurabile", ha scritto Lewisohn su Twitter. Era nata nella città anseatica il 20 maggio 1938. Astrid Kirchherr, allieva e assistente del grande fotografo tedesco Reinhart Wolf (1930-1988), è stata la 'musa esistenzialista' durante gli 'Hamburg Days', gli anni formativi dei Beatles nell'Amburgo del dopoguerra e tappa fondamentale della cultura pop: non solo immortalò il gruppo quando ancora si stava formando ma ne influenzò profondamente l'immagine esteriore trasformandola in quella che tutti oggi conosciamo. Ha avuto il privilegio per quasi un decennio di fotografare i Beatles in giro per il mondo, in immagini private ed intime ed anche di metterli in posa per la prima volta. Kirchherr incontrò per la prima volta i Beatles nel 1960 al Kiserkeller di Amburgo, uno dei molti locali sulla Reeperbahn in cui le giovani band inglesi venivano messe sotto contratto a pochi marchi per suonare rock' n' roll tutta la notte ed intrattenere i molti soldati americani di stanza nella città dopo la fine della seconda guerra mondiale. La band era allora composta da John Lennon (voce e chitarra), Paul McCartney (voce e chitarra), George Harrison (chitarra), Pete Best (batteria) e Stuart Sutcliffe (basso) cinque ragazzini di Liverpool - Harrison all'epoca non era neanche maggiorenne - conosciutisi a scuola e in cerca di un po' di denaro e un po' di esperienza oltremanica. Kirchherr all'epoca era studentessa al politecnico e assistente del celebre fotografo Reinhard Wolf, da cui stava imparando la fotografia, e venne a sapere della band grazie all'amico e allora fidanzato Klaus Voormann - che avrebbe in seguito disegnato la copertina del settimo album dei Beatles, "Revolver" - e da subito rimase affascinata dalla presenza scenica e dalla qualità del gruppo che allora alternava cover dei grandi classici del rock alle proprie primissime canzoni. I Beatles dal canto loro furono ovviamente attirati da una delle poche coetanee che tentava di parlare inglese ad Amburgo, ma che presto si rivelò anche grande fonte di ispirazione ed esempio di apertura verso una cultura europea ancora del tutto sconosciuta ai ragazzi cresciuti nella periferia inglese. L'amicizia tra Astrid e i Beatles crebbe in fretta e salda. Kirchherr introdusse il gruppo all'arte e alla letteratura esistenzialista, portando in loro un drastico cambiamento nello stile: le giacche di pelle, gli stivali alla texana e i capelli con la banana lasciarono presto posto a completi, camice e al più minimale taglio dei capelli a caschetto che anche la fotografa sfoggiava e che sarebbe diventato presto uno dei simboli della band (in alcune interviste rigettò tuttavia questa attribuzione). Sutcliffe, in seguito, si legò anche sentimentalmente alla Kirchherr al punto da chiederle di sposarla e lasciare la band per rimanere con lei ad Amburgo, e seguire una carriera nel mondo della pittura. Da allora i Beatles rimasero in quattro e presto Best venne sostituito da Ringo Starr. Sutcliffe sarebbe morto dopo appena due anni a causa di un'emorragia cerebrale, nel 1962, appena ventiduenne, mentre i Beatles stavano diventano un fenomeno di massa. I Beatles e la Kirchherr però rimasero legati da profonda amicizia e la fotografa fu una delle poche che poté seguire la band anche negli anni successivi quando ormai erano all'apice della carriera, realizzando scatti memorabili ma anche intimi e privati, tra vacanze rubate, e week end in giro per l'Europa. I Beatles dal canto loro, cercarono sempre di ricreare quei primi anni di Amburgo, sia stilisticamente che visivamente, per molto del tempo a venire. Kirchherr fu la prima ad immortalare i Beatles in un vero e proprio servizio fotografico posato, regalando scatti oramai entrati nella storia ma che erano pressoché sconosciuti fino agli anni Novanta; inoltre fu l'unica fotografa ammessa sul set di Hard Day's Night, il primo film della band. La storia di Astrid Kirchherr e Sutcliffe e i Beatles è raccontata dal film Backbeat - Tutti hanno bisogno di amore (1993) di Iain Softley, nel quale la fotografa è interpretata dall'attrice Sheryl Lee. Si passa dall'incontro con i cinque di Liverpool, per scandire passo a passo l'innamoramento e la comunione di idee con la band. La fotografa compare anche nel docufilm La nascita dei Beatles (1979) e nel film per la tv La vera storia di John Lennon.

·        Addio a Mauro Sentinelli,  il pioniere dei cellulari. Inventò la ricaricabile.

Addio a Mauro Sentinelli,  il pioniere dei cellulari. Inventò la ricaricabile. Pubblicato sabato, 16 maggio 2020 su Corriere.it da Federico De Rosa. Il contributo di Sentinelli alla diffusione della telefonia mobile in Italia è stato fondamentale. Negli anni 90 l’Italia era prima al mondo per numero di cellulari e nel 93 Tim raggiunse il primo milione di abbonati. Da lì in avanti la crescita sarà inarrestabile e ad accelerarla sarà soprattutto il lancio della TimCard, il primo abbonamento telefonico ricaricabile al mondo, inventato da Sentinelli all’epoca dirigente della Tim guidata da Vito Gamberale, di cui nel ‘99 diventerà direttore generale. E’stato tra i fondatori del Global System for Mobile Communications (GSM) ed era presidente del gruppo che scelse il sistema Gsm come standard mondiale per i primi cellulari. Sentinelli diede l’addio alla telefonia nel 2005 lasciando Tim quando sotto la gestione di Marco Tronchetti Provera quando la società venne ritirata dal listino. Sentinelli è stato affiliate member della University California Los Angeles (Ucla) – Computer Science Department e membro del board della GSMA, il ramo industriale della GSM Association, e di Barthi Airtel, il primo gestore mobile indiano. Tanti i riconoscimenti ottenuti dal manager durante la sue carriera: nel gennaio 2000 viene nominato “Uomo marketing dell’anno 1999“. Nel febbraio 2002 riceve dalla Gsm Association il premio “Roll of Honour for lifetime Achievement Award“ e prima l’”Outstanding Marketing Award” per l’invenzione dell’abbonamento ricaricabile. Sentinelli è finito più volte nel mirino in passato per la sua maxipensione – era il pensionato più pagato d’Italia -, salvo accertare che solo negli ultimi quattro anni di carriera il manager aveva versato oltre 7 milioni di contributi all’Inps.

Addio a Mauro Sentinelli, il padre della telefonia mobile di Tim. Pubblicato domenica, 17 maggio 2020 da Sara Bennewitz su La Repubblica.it. MILANO - Non c'è più Mauro Sentinelli, 74 anni, ingegnere di Telecom Italia, genio visionario e manager che ha reso grande la telefonia mobile con il lancio su larga scala delle tessere prepagate. Si narra che ai tempi della formula commerciale, che serviva a bypassare la tassa di concessione governativa, Tim avesse più abbonati di tante altre rivali europee. E che gli ingegneri di tutto il mondo, dagli Usa alla Cina, si recassero a Roma per ascoltare Sentinelli, che in quegli anni brevettò diverse innovazioni per l'ex monopolista delle tlc. Pare che l'invenzione della prepagata fosse in realtà di un operatore portoghese, ma nessuno come Sentinelli è riuscito a esportare il modello di abbonamento ricaricabile e a farne un business su larga scala, che ha permesso la diffusione del cellulare a tutti e che poi si è propagato in tutto il mondo. Ancora oggi la maggior parte dei clienti della divisione consumer di tutti gli operatori mobili è fatta di tessere prepagate, perché ancora oggi la tassa governativa è un onere spropositato rispetto al costo del servizio telefonico. Sentinelli in Tim è stato una leggenda, era un carismatico e un trascinatore, molto amato dalla sua squadra e dai rivenditori. In azienda era entrato dopo la laurea nel 1974, in quella che allora si chiamava Sip e se n'era andato nel 1998, subito dopo la privatizzazione per inseguire un altro sogno: lanciare la telefonia mobile via satellite con una start up, Iridium, che non ha avuto il successo sperato. Ma nel 1999, Marco De Benedetti che dalla Omnitel passava in Tim dopo l'Opa di Roberto Colaninno, lo convinse a rientrare in Tim a capo delle strategie della telefonia mobile. Erano gli anni in cui Tim lanciava il claim "vivere senza confini", perché i telefonini iniziavano a entrare nelle case di tutti gli italiani, ma non solo. "L'ho voluto al mio fianco quando arrivai in Tim, furono sei anni fantastici - ricorda Marco De Benedetti, ad di Tim dal 1999 al 2005 - Abbiamo combattuto tante battaglie fianco a fianco, molte le abbiamo vinte, alcune le abbiamo perse, inclusa quella decisiva nel 2005. Lasciammo tutti e due a pochi mesi di distanza: Mauro era un lavoratore instancabile, una mente brillante e un amico". Tra le Battaglie che l'abbinata Sentinelli-De Benedetti è riuscita a vincere, c'è quella per evitare la vendita di Tim Brasil, la divisione carioca che era diventato l'avamposto più grande e promettente delle partecipate estere di Telecom e l'ultimo che rimane. Pare che Sentinelli non sapesse nemmeno il portoghese, ma quando andava a Rio riusciva lo stesso a farsi capire da tutti i dipendenti di Tim Brasil."Fu Sentinelli a convincere tutti, compreso De Benedetti, che il Brasile era una risorsa che Telecom non poteva perdere - ricorda Stefano De Angelis, ex amministratore delegato di Tim Brasil fino al 2018 - Ricordo una volta in una delle convention con i dealer a Roma che Sentinelli per spiegare ai venditori la nuova offerta estiva disse: "Voi non avete capito, la gente al mare si toglierà il costume, ma avrà sempre il cellulare in mano". Aveva ragione". Lui che era tra i padri fondatori dello standard Gsm, con l'avvento dell'Umts, continuava a sognare nuove tecnologie e nuove applicazioni. Telecom cavalcò la prima di una serie di rivoluzioni legate al 3g, puntando tutto sulla video chiamata, che non prese mai piede fino al 4g e all'utilizzo dei dati e della connessione a Internet. Sentinelli se ne andò da Telecom nel 2005, due mesi dopo che Marco De Benedetti aveva lasciato la guida di Tim ( incorporata dentro una costola di Telecom Italia) sbattendo la porta. Ci ritornò nel 2011, ma questa volta come consigliere indipendente di Telecom Italia su indicazione nella lista Telco (Telefonica, Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo). "Era un ingegnere che oltre a padroneggiare la tecnologia sapeva tradurla in un'idea di marketing: è stato il primo a intuire l'importanza del fatto che il cellulare, che era nato come un oggetto per un'élite, doveva essere appannaggio di tutti  - ricorda Marco Patuano, ad di Telecom Italia ai tempi in cui Sentinelli era un consigliere indipendente - Ricordo che in consiglio quando dovevamo votare su un progetto o su un'idea, tutti gli occhi si spostavano verso Sentinelli per capire cosa ne pensava lui, e la sua opinione faceva la differenza. Non si è mai fatto spaventare dalla finanza, sosteneva che gli investimenti nelle reti e nelle nuove tecnologie andavano fatti, e poi si sarebbe trovata una soluzione per commercializzarli: il suo carisma ha resto Telecom un'azienda innovativa. Era un genio e un leader naturale, un uomo eccezionale che annullava le distanze avvicinando le persone". Dello stesso avviso anche Roberto Colaninno, presidente e ad di Piaggio, e ad di Telecom tra il 1999 e il 2001: "La scomparsa di Mauro Sentinelli per me è due volte dolorosa perché è la scomparsa di un personaggio straordinario e di  uno straordinario amico, con una sensibilità umana senza limiti. I miei ricordi sono legati alle avventure visionarie  della telefonia mobile del futuro che abbiamo fatto assieme. La scienza e la tecnica perdono un campione che inventò la carta prepagata, e che ha reso possibile l'utilizzo del telefono mobile su tutti i mercati e su tutti i segmenti di clienti". Nel 1999 è stato nominato Cavaliere della Repubblica, nel 2002 Commendatore, nel 2006 Grand'ufficiale ma nel 2012 è tornato a essere famoso sui giornali per avere una pensione dorata (90.246 euro al mese), frutto degli stipendi e delle tante tasse pagate all'Inps sulle sue buonuscite (tra cui 7 milioni di contributi solo negli ultimi anni di carriera). Romanista sfegatato, lascia un vuoto dentro a tutti quelli che hanno avuto il privilegio di lavorare con lui in Telecom.

·        Morta Lynn Shelton, regista di «Little Fires Everywhere» e «Glow».

Morta Lynn Shelton, regista di «Little Fires Everywhere» e «Glow». Pubblicato domenica, 17 maggio 2020 su Corriere.it da Laura Zangarini. È morta Lynn Shelton, regista «indie» che ha diretto «Humpday - Un mercoledì da sballo» e della serie tv «Little Fires Everywhere», in arrivo venerdì prossimo su Amazon Prime Video. Aveva 54 anni. Il suo agente, Adam Kersh, ha comunicato che la regista è morta venerdì 15 maggio a Los Angeles per una malattia del sangue non meglio specificata. A confermare la morte della regista anche il compagno, il comico Mark Maron. Shelton era diventata la voce principale del nuovo movimento cinematografico indipendente americano. Molto apprezzati dagli spettatori dei festival i suoi film a basso budget, mentre per la televisione aveva diretto episodi di «Mad Men», «Fresh Off the Boat», « The Mindy Project» e «Glow» oltre al recente «Little Fires Everywhere», con Reese Witherspoon e Kerry Washington. «Abbiamo fatto tantissime cose insieme», ha dichiarato Mark Duplass su Twitter. Era l’attore feticcio di Shelton, co-protagonista nel suo film del 2009 «Humpday - Un mercoledì da sballo», un divertente racconto della sessualità maschile vista attraverso uno sguardo femminile. L’attore ha dichiarato di aver perso una « cara amica» e di aver ammirato la sua creatività. «Vorrei che avessimo fatto di più — ha detto Duplass —. La sua illimitata energia creativa e il suo spirito contagioso non avevano rivali. Mi ha reso migliore. Che perdita tragica». Shelton aveva iniziato la sua carriera cinematografica intorno ai 30 anni, dopo aver lavorato inizialmente come attrice e fotografa. Ha scritto e diretto otto lungometraggi nel giro di 14 anni. Ava DuVernay ha ricordato invece Shelton per averle «cambiato la vita» dopo la consegna di un premio al Sundance Film Festival nel 2012. «Ha annunciato il mio nome con orgoglio — ha detto la regista di «Selma» e «Nelle pieghe del tempo», che ha pubblicato una foto su Twitter che le ritrae insieme —. Me lo ha consegnato con amore. Un momento che si è radicato in me per molto tempo dopo. Non riesco a credere che sia morta. Riposa in pace, bellezza. Grazie per i tuoi film. E per la tua gentilezza».

·        E’ morto l’attore Fred Willard, da Beautiful a Modern family.

Addio al brillante Fred Willard, da Beautiful a Modern family. Pubblicato domenica, 17 maggio 2020 su La Repubblica.it. Addio Frederic Willard brillante, e imprevedibile attore comico, da Tutti amano Raymond, a Beautiful, fino a Modern Family. E' morto per cause naturali, a 86 anni. A dare l'annuncio è stata la figlia Hope: "Mio padre è morto in pace la scorsa notte alla fantastica età di 86 anni. Ha continuato a muoversi, lavorare e renderci felici tutti fino alla fine. lo abbiamo amato così tanto, ci mancherà sempre". Aveva partecipato a 250 produzioni, tra cinema e televisione, spesso minori ma tanto irresistibili da rubare ogni volta la scena ai protagonisti. Era stato sposato per cinquant'anni a Mary Willard, sceneggiatrice e co-autrice del marito, morta nel 2018 a 71 anni. Era figlio di un banchiere, che lo aveva lasciato orfano a soli 12 anni. Nei primi anni della sua carriera, dopo aver prestato servizio nell'esercito, ha iniziato a lavorare in una compagnia di improvvisazione  teatrale, ha poi fondato un  gruppo comico,  Ace Trucking Company  che con i loro sketch sono stati parte di trasmissioni televisive come il Tonight Show. Era stato protagonista di vari programmi televisivi satirici tra gli anni 1980 e 2000, e per aver preso parte a vari film mockumentary, quali This Is Spinal Tap di Rob Reiner, Campioni di razza, A Mighty Wind - Amici per la musica e For Your Consideration. Nella filmografia anche Austin Power, nel 2008 era l'unico personaggio umano nel film WALL•E. Tra il 2003 e il 2005 per il suo ruolo ricorrente in Tutti amano Raymond ha ricevuto per tre volte consecutive una candidatura per il premio Emmy al miglior attore guest star in una serie commedia, grazie al ruolo di Hank McDougal, suocero del protagonista. Nel 2010 è stato candidato nuovamente per tale premio grazie al ruolo del padre del protagonista Phil Dunphy nella serie Modern Family. Dal 2010 ha partecipato ad alcuni episodi della serie Modern Family, interpretando Frank Dunphy, il padre del protagonista Phil, ruolo che gli vale una nuova candidatura ai Primetime Emmy Award. Nel 2014 e nel 2015 interpreta entra nel cast di Beautiful interpretando John Forrester, fratello di Eric e padre di Ivy e lascia la soap un anno dopo. Lo vedremo nella sua ultima interpretazione, nella serie Space Force, in uscita su Netflix a fine maggio… 

·        E’ morta Norma Doggett, ballerina di "Sette spose per sette fratelli".

Addio a Norma Doggett, ballerina di "Sette spose per sette fratelli". Pubblicato sabato, 16 maggio 2020 su La Repubblica.it. Addio a Norma Doggett.  La ballerina di Broadway che ha interpretato Martha, una delle adorabili fanciulle del classico film musical Sette spose per sette fratelli firmato del regista Stanley Donen nel 1954, è morta nella sua casa di New York all'età di 94 anni. L'annuncio della scomparsa è stato riferito dall'edizione online di "The Hollywood Reporter". Sul palcoscenico di Broadway Doggett è apparsa in sei musical tra il 1948 e il 1959, lavorando per Irving Berlin, Jerome Robbins, Moss Hart e Joshua Logan. La ballerina ha fatto solo un'apparizione cinematografica ad Hollywood quando fu selezionata per il cast di Sette spose per sette fratelli: le fu affidata la parte di Martha, che sposa Daniel (Marc Platt), uno dei sette fratelli Pontipee che vivevano nelle montagne dell'Oregon nel 1850. Le altre spose nell'amato film furono interpretate da Jane Powell, la protagonista Milly, Julie Newmar (Dorcas), Ruta Lee (Ruth), Nancy Kilgas (Alice), Virginia Gibson (Liza) e Betty Carr (Sarah). Il film ottenne quattro nomination all'Oscar, tra cui quella per il miglior film, e fu poi premiato dall'Academy Award con la statuetta per la migliore colonna sonora. Il musical è uno dei film culto che vengono riproposti in televisione  ogni anno nei giorni delle festività natalizie. Dopo il ritiro dal mondo dello spettacolo Norma Doggett ha lavorato come segretaria per la Mobil Oil. È stata sposata con Jack Bezwick dal 1970 fino alla sua morte nel 1985. 

·        È morto Phil May, frontman e cofondatore dei Pretty Things.

È morto Phil May, frontman e cofondatore dei Pretty Things. Pubblicato sabato, 16 maggio 2020 da La Repubblica.it. Il cantante inglese Phil May, frontman dei Pretty Things, band di grande successo negli anni Sessanta e una delle più influenti della storia della musica leggera e del rock britannico, è morto, ieri, al Queen Elizabeth Hospital di King's Lynn, nel Norfolk, per le complicazioni insorte a seguito di un intervento chirurgico all'anca. Aveva 75 anni e, all'inizio di questa settimana, aveva avuto un incidente con la bicicletta, cadendo rovinosamente. Phil May aveva fondato i Pretty Things nel 1963 insieme al chitarrista Dick Taylor, che aveva da poco lasciato i nascenti Rolling Stones: i due nuovi amici arruolano John Stax al basso, Brian Pendleton alla chitarra ritmica e Pete Kitley alla batteria (quest'ultimo, dopo meno di un anno, venne sostituito da Viv Andrews). Il nome per il nuovo gruppo, The Pretty Things, fu scelto in onore del titolo di una canzone composta nel 1955 da Willie Dixon. Il loro suono caratterizzato da una certa frenesia fu subito apprezzato dal pubblico, tanto che nel biennio 1964-1965 ben tre dischi entrarono nelle classifiche: Rosalyn / Big Boss Man; Don'T Bring Me Down / We'll Be Together; Honey I Need / I Can Never Say. La band si caratterizzò anche per l'aspetto trasandato dei suoi componenti, con il frontman Phil May che si presentava con i capelli più lunghi mai visti fino ad allora. Nel marzo del 1965 venne dato alle stampe il primo album, The Pretty Things. La band raggiunse il culmine del successo tra la fine del 1965 e il 1966 con una serie di singoli come Midnight To Six Man e Come See Me, oltre al disco Film, contenente richiami sonori e tematici alla psichedelia nei brani Can't Stand The Pain e Lsd. Lo straordinario successo fece però implodere la band: Pendleton abbandonò il gruppo nel dicembre 1966, seguito due mesi dopo da John Stax. Si chiudeva così un capitolo della storia musicale dei  Pretty Things. Tuttavia, la band mantenne la propria line-up al numero di cinque elementi, reclutando Jon Povey e Wally Waller, entrambi ex membri dei "Bern Eliott and the Fenmen", con May sempre frontman. Nel 1968 venne pubblicato l'album più importante della discografia dei Pretty Things, S.F. Sorrow, riconosciuto come la prima opera rock, particolarmente amato da Pete Townsend e fonte di ispirazione per il più celebre Tommy degli Who. Tra alti e bassi il gruppo ha continuato a esibirsi e a incidere sotto la guida di May per 50 anni. La band di May ha tenuto uno dei suoi ultimi concerti il 13 dicembre 2018 a Londra, con la partecipazione di amici come David Gilmour e Van Morrison. L'ex cantautore dei Pink Floyd, Gilmour, per l'occasione eseguì con i Pretty Things diversi brani, tra cui She Says Good Morning.

·        È morto Sandro Petrone, storico conduttore del Tg2.

Sandro Petrone è morto: era inviato di guerra e conduttore del TG2. Debora Faravelli il 15/05/2020 su Notizie.it. Lutto nel mondo del giornalismo: il noto volto del TG2 e inviato di guerra Sandro Petrone è morto all'età di 66 anni. Addio a Sandro Petrone, storico inviato di guerra e conduttore del TG2, morto venerdì 15 maggio 2020 all’età di 66 anni. A dare la tragica notizia è stato il segretario Usigrai Vittorio di Trapani che lo ha comunicato con un post sui suoi canali social. “Non ha mai nascosto la malattia. Anzi, l’ha combattuta tornando a dedicarsi alla passione di sempre: la musica. Per me è stato anche un docente. Sandro Petrone non lavorava in tv, conosceva e sapeva fare televisione“, si legge nel post in questione. Come raccontato da lui stesso, in passato il giornalista aveva avuto a che fare con un tumore molto aggressivo, in particolare un microcitoma che nel 95% dei casi colpisce i fumatori. Si era poi sottoposto ad una cura sperimentale, l’immunoterapia, al Pascale di Napoli.A causa della malattia aveva dovuto abbandonare la sua attività di sempre dedicandosi alla sua più grande passione, la musica. Tra i tanti lavori da lui svolti si ricordano in particolare i reportage sulla Guerra del Golfo e quello sul conflitto nei Balcani. Petrone è poi stato uno dei primi inviati di guerra ad utilizzare una propria telecamera per riprendere e documentare i grandi eventi di fama internazionale. Oltre ad essere inviato ha svolto anche l’incarico di docente di giornalismo nonché di autore e conduttore televisivo. Si menziona a tal proposito la sua partecipazione nel 1982 alla realizzazione di Radiosoftware di RadioTre. Si trattò della prima trasmissione d’Europa che comunicava con i computer via etere stabilendo un circuito interattivo con gli ascoltatori.

Addio a Sandro Petrone, il giornalista con la passione per la musica: "Così è nata la mia canzone Solo fumo". Repubblicatv il 15 maggio 2020. "La giornata di registrazioni è già terminata quando decidiamo di provare Solo fumo, nel tramonto di una Bari ancora tiepida a fine ottobre. Umore positivo subito palpabile nel nuovo studio di Massimo Stano, appena trasferito da Santeramo in Colle al capoluogo pugliese. Sistemati nelle diverse sale, in contatto visivo uno con l’altro, suoniamo in diretta. Tranne il sax di Ada Rovatti che arriverà più tardi da New York. Arrangiamento collettivo, in un’oretta di consultazioni e sfottò incrociati. Poi, si registra. Buona la seconda, come raccontano le immagini di Francesca Fiorito e Luca Pastore", così il giornalista Sandro Petrone, scomparso all'età di 66 anni, raccontava come è nata la sua canzone Solo fumo che diede il titolo all'omonimo album.

Da ilmessaggero.it il 16 maggio 2020. Lutto nel mondo del giornalismo televisivo. È scomparso nella notte il giornalista napoletano Sandro Petrone, storico volto del Tg2. Aveva compiuto 66 anni nel febbraio scorso. Non è riuscito a sconfiggere la sua lunga battaglia con un tumore che lo aveva colpito ai polmoni subito dopo la sua lunga attività con la Rai da inviato speciale di guerra in tutto il mondo. Aveva iniziato la sua attività professionale con esperienze nelle primissime radio private. Fu assunto come praticante nel 1985 dal Giornale di Napoli di Orazio Mazzoni nella redazione spettacoli. «Una grave perdita per il giornalismo, un esempio per tutti», commenta il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano. «Io ricordo Petrone come un grandissimo professionista, una persona puntuale, innamorata di questo mestiere che in ogni cosa che faceva metteva entusiasmo della prima ora. Per lui il giornalismo non è mai stato una routine - osserva Sangiuliano - ma una ricerca attenta e un'indagine permanente della realtà». Dal 1987 sviluppa la sua esperienza nella Telemontecarlo dei brasiliani (Rede Globo) come reporter di guerra. Dal 1993 viene assunto in Rai dove si fa valere per le sue qualità di inviato e successivamente di conduttore del Tg2. Ha insegnato sin dal 1989 comunicazioni di massa e giornalismo in scuole e università, anche all'estero. Scrisse il libro "Il linguaggio delle news" edito da Rizzoli. Ma la sua grande passione coltivata sin da ragazzo è stata la musica. Fu esponente della corrente culturale musicale partenopea cosiddetta Vesu-wave, legato al movimento dei cantautori italiani. Ha pubblicato anche un album "Last call - note di un inviato". Come inviato è stato il primo italiano a trasmettere dal Kuwait liberato, dalla ex Jugoslavia, dal Kosovo, dall'Iraq. Suoi i servizi del Tg2 dagli Usa sugli attentati dell'11 settembre e da Madrid su quelli dell'11 marzo. Autore di programmi televisivi, di documentari e di interessanti inchieste e reportage. Dopo aver lasciato in gioventù la sua attività di cantautore affianco a Edoardo Bennato, Enzo Gragnaniello, Pino Daniele e del suo amico di sempre Tony Cercola, ha continuato a scrivere canzoni, quasi sempre ispirate a fatti di cronaca. Ha raccolto canzoni in un cd intitolato "Blues in blu" legandosi alle avanguardie e promuovendo glie sperimenti dei giovani musicisti italiani. Sandro Petrone lascia un ricordo indelebile di grande giornalista e di un professionista con tanta umanità. «Era orgoglioso e appassionato del suo lavoro. Sempre gentile. Pronto a partire. Un professionista che amava la tv, amava la Rai, credeva nel Servizio Pubblico». Così in una nota il ricordo dell'Esecutivo Usigrai. «Voglio esprimere le mie più sincere condoglianze a tutti i colleghi del TG2 per la scomparsa di Sandro Petrone. Inviato Speciale ha raccontato le Guerre e il Mondo a tutti noi. Ecco un suo raro sorriso. Voglio ricordarlo così». Così la giornalista Paola Ferrari su Twitter ricorda il collega e posta una foto che lo ritrae sorridente con sullo sfondo la grande Sfinge di Giza.

È morto Sandro Petrone, storico conduttore del Tg2. A 66 anni è morto Sandro Petrone, volto storico del Tg2 e inviato di guerra negli scenari più pericolosi. Da anni combatteva contro un tumore aggressivo ai polmoni. Francesca Galici, Venerdì 15/05/2020 su Il Giornale. Grave lutto in Viale Mazzini. Questa notte è morto il giornalista Sandro Petrone, storico volto del telegiornale di Rai2. Aveva compiuto 66 anni lo scorso febbraio ma purtroppo non è riuscito a sconfiggere il tumore che da anni lo affliggeva. Nella sua lunga carriera è stato inviato di guerra negli scenari più critici dei conflitti internazionali e con la sua voce ha raccontato il cambiamento geopolitico del pianeta dagli anni Ottanta ai Duemila. Con lui il giornalismo italiano ha perso un altro pilastro. Sandro Petrone è stato un pioniere del giornalismo d'assalto in tempo di guerra. Con la sua telecamera è stato il primo giornalista a dare copertura ai grandi eventi della storia contemporanea. Ha raccontato la Guerra del Golfo e quella in Jugoslavia, è stato il primo giornalista italiano a trasmettere dal Kuwait liberato. Ha dato voce agli eventi bellici in Kosovo, Iraq e Libano ma ha raccontato anche la grande stagione degli attentati terroristici fin dall'11 settembre 2001, passando per gli attacchi di Madrid e Londra. Negli anni si era specializzato nella politica USA ed era uno dei massimi esperti di elezioni americane della Rai, tanto da garantire la copertura delle presidenziali fin dal 1992, con lunghissimi mesi di permanenza nella redazione di corrispondenza di New York. Ha vissuto anche a Parigi, Londra e Mosca, da dove lavorava come corrispondente Rai, realizzando spesso interessanti reportage. Per oltre un decennio, dal 1997 al 2012, è stato un volto ancor più familiare per gli italiani, perché era stato incaricato di condurre l'edizione delle 13 del Tg2. La scoperta del tumore ai polmoni è avvenuto nel corso della sua lunga attività come inviato in zone di guerra. Sandro Petrone raccontò la scoperta della malattia ad Onconline, uno dei portali web specializzati in patologie oncologiche. La diagnosi è avvenuta nel 2016, durante uno dei tanti screening ai quali il giornalista si è sempre sottoposto in veste di inviato di guerra. "Ero tenuto a effettuare controlli medici semestrali per accertarmi che non avessi malattie infettive o altri problemi di salute", aveva raccontato il giornalista che, quella volta, decise di chiedere anche una lastra ai polmoni a causa di un certo affaticamento. Un problema che non lo impensieriva più di tanto ma che, probabilmente, accese in lui un primo campanello d'allarme. In quel momento iniziò il suo calvario, con un addensamento nei polmoni che si scoprì essere un microcitoma, tumore, anche piuttosto aggressivo. I medici gli diedero 6, massimo 8 mesi di vita ma lui, con la determinazione che caratterizza un inviato di guerra, si è messo alla ricerca di una cura qualunque, anche sperimentale, che potesse allungare la sua aspettativa di vita. Per questa ragione abbandonò la strada della chemioterapia, contro il parere dei suoi medici di riferimento, e iniziò l'immunoterapia all'ospedale Pascale di Napoli, sua città natale. Per anni ha alternato le cure chemioterapiche a quelle immunologiche sperimentali e i risultati ottenuti, dopo tutto, gli hanno dato ragione. Sandro Petrone non è stato solo uno dei più bravi giornalisti e inviati di guerra della Rai, ma era anche un cantante. La musica è stato il suo primo amore, è cresciuto nella Napoli degli anni Settanta con amici come Edoardo Bennato, Pino Daniele, Enzo Gragnaniello e Tony Cercola. Una passione per la musica mai abbandonata ma solo accantonata per seguire la strada del giornalismo, che non gli ha però impedito di scrivere e comporre pezzi anche durante la carriera da inviato di guerra. "Io che ho accarezzato la morte so raccontarvi cos'è combattere", recita l'intro della canzone Sono un guerriero e non temo la morte, scritta e interpretata da Sandro Petrone, contenuta nell'album Solo fumo, uscito negli anni di lotta al tumore. "Era orgoglioso e appassionato del suo lavoro. Sempre gentile. Pronto a partire. Un professionista che amava la tv, amava la Rai, credeva nel Servizio Pubblico", scrive oggi l'esecutivo Usigrai per ricordare il collega Sandro Petrone, volto amato da tutti in azienda: "Sandro Petrone è stato un volto, è stato una firma. Ed è stato anche un docente per decine di giovani professionisti alla Scuola di Giornalismo di Perugia." Parole di vicinanza e commozione anche per Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2: "Petrone esempio per tutti, grave perdita per il giornalismo."

·        E’ morto Ezio Bosso.

Morto Ezio Bosso a 48 anni: addio al maestro e pianista che ha emozionato l'Italia intera. Libero Quotidiano il 15 maggio 2020. Addio a Ezio Bosso: il pianista è morto a 48 anni. Nato a Torino il 13 settembre 1971, direttore d'orchestra, compositore e pianista, Bosso nel 2011 fu operato per un tumore al cervello. Subito dopo gli fu diagnosticata una malattia neurodegenerativa. Musicista di fama internazionale, commosse l'Italia intera con la splendida e indimenticabile esibizione a Sanremo 2016, con Following a Bird, un brano estratto dal suo album. 

DA ILMESSAGGERO.IT il 16 maggio 2020. «Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza». Era l'autunno del 2019 quando il musicista, compositore e direttore d’orchestra torinese Ezio Bosso confessava questo dolore. «Nessun pietismo», chiedeva al pubblico, l'artista che soffriva di una malattia neurologica degenerativa. «La bacchetta è il mio potere forte. La maschera che nasconde il dolore. Quando la poggio, tutto mi piace un po’ meno», amava dire. Non sappiamo bene nel dettaglio il nome della malattia che affliggeva il Maestro. Era una malattia terribile, di quelle che possono imprigionare il talento e l’anima nel corpo. Tante le ipotesi. Inizialmente si è parlato di Sclerosi laterale amiotrofica (SLA), ipotesi poi smentita. Quello che sappiamo del musicista torinese è che la diagnosi è arrivata nel 2011 dopo un intervento per tumore al cervello. Questa malattia oggi ha compromesso l’uso delle sue mani. C’è chi ha ipotizzato una malattia autoimmune, come la neuropatia motoria multifocale che colpisce i nervi motori, quelli che trasmettono i segnali dal sistema nervoso centrale ai muscoli. 

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera il 16 maggio 2020. «Il sorriso è uno strumento musicale senza tempo e senza età, che tutti, giovani e vecchi, possono suonare». Detta così, la frase che ancora oggi si legge sui profili social di Ezio Bosso sarebbe solo una bella frase. Ezio però l' aveva vestita di carne e di nervi, l' aveva fatta sua. Aveva dato corpo al sorriso, era diventato quel sorriso. A dispetto degli odiatori - persino lui ne aveva -, Ezio Bosso non era un malato che si era messo a fare il pianista. Era un pianista che si era ammalato. Eppure non aveva smesso di suonare, era diventato più celebre e apprezzato di prima, forse anche più bravo. Aveva portato la sua musica al festival di Sanremo (bravissimo anche Carlo Conti). E ci aveva commossi e travolti con quel sorriso contagioso. Rideva con gli occhi, con le braccia lunghissime, con tutto il fisico, e soprattutto con la sua musica. Era diventato un simbolo di resilienza: parola abusata che lui rendeva fresca e viva. Negli ultimi tempi la malattia stava per avere il sopravvento, l' aveva costretto a smettere di esibirsi; ma nel chiuso della casa, con la sua compagna e i suoi tre cani, aveva continuato a suonare, a provare, a comporre. Ora pare impossibile che non ci sia più. Sembrava una di quelle persone fortissime nella loro apparente fragilità. Talmente piegate e sofferenti da diventare immortali. L' orribile notizia di ieri arriva nel momento più drammatico delle nostre vite. Abbiamo perso il decano dei nostri architetti, Vittorio Gregotti, e il più importante dei nostri critici d' arte, Germano Celant. In molte famiglie, in quasi tutte le comunità si è aperto un vuoto. La morte ha sfiorato le nostre vite. Di solito esorcizzata e nascosta, ora sembra diventata una consuetudine. Eppure la morte di Ezio Bosso sta emozionando l' Italia come non mai. Perché dice una cosa chiarissima: il mondo perde un talento della musica e dell' umanità; ma noi non possiamo arrenderci. Non dobbiamo, non vogliamo. Ce lo impedisce quel sorriso che Ezio ha saputo incarnare, e tornerà ogni volta che sentiremo la sua musica. La storia di Ezio Bosso non finisce. Ricomincerà ogni volta che qualcuno - giovane o vecchio, sano o malato - suonerà un pianoforte.

Dal corriere della Sera il 16 maggio 2020. Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto condividere il suo ricordo su Ezio Bosso. «Sono rimasto molto colpito dalla prematura scomparsa del maestro. Desidero ricordarne l' estro e la passione intensa che metteva nella musica, missione della sua vita, e la sua indomabile carica umana». Ma sono moltissimi i politici che hanno reso omaggio al musicista. Elisabetta Casellati, presidente del Senato, ha ricordato che Bosso ci ha lasciato «il patrimonio di una sinfonia suonata con gli strumenti dell' umanità, della poesia, della quotidiana invenzione della vita» mentre quello della Camera, Roberto Fico, ha sottolineato come la «musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare». E sono stati moltissimi anche i musicisti che hanno voluto condividere il loro saluto a Bosso. «Che dispiacere - ha scritto Jovanotti -. Il silenzio di stamattina è un vuoto improvviso, come se la musica avesse perso un suo figlio prediletto». Per Vasco Rossi «è stato una prova vivente di quanto la musica possa rivoluzionare l' esperienza, di quanto la musica possa essere arma potente per affrontare qualsiasi situazione, anche peggiore delle malattie». Mengoni ha invece ricordato come la sua sia stata «una vita contro il pregiudizio», mentre Fiorello ha scritto: «Il tuo sorriso rimarrà per sempre scolpito nelle nostre menti. Ci hai insegnato ad affrontare la vita e le sue difficoltà».

Alba Parietti per “Chi”. Testo raccolto da Valerio Palmieri su Dagospia il 21 maggio 2020. Ho avuto il privilegio di conoscere Ezio Bosso, un uomo di grande carisma e fascino. Un artista talmente intrigante che avrebbe potuto essere il più bel romanzo di Oscar Wilde. Non ho mai creduto che la sua vita potesse finire così presto e non ho mai visto in lui una persona fragile o malata: dopo cinque minuti trascorsi in sua compagnia ti accorgevi che i malati erano tutti gli altri. Perché sapeva sdrammatizzare a sapeva portarti immediatamente lontano dal pensiero della sua condizione. Non amava farsi commiserare, aveva alcune durezze nel carattere che oggi suonano come una forma di difesa, per sé e per gli altri. Sapeva che, chi si fosse affezionato a lui, avrebbe sofferto. Bosso era fragile fisicamente, ma fortissimo di carattere, era un uomo che metteva in dubbio ogni tua certezza, conoscerlo è stato un dono raro. Perché parlo di lui? Perché sono abituata a manifestare con grande sincerità i miei stati d'animo e voglio rendere omaggio a una persona che ha lasciato un segno nella mia vita e anche in quella di chi non lo conosceva. E, chi lo ha incontrato, conserva una parte di lui. Io ho la mia, ma voglio che questo sia un omaggio trasparente, scevro da qualunque lettura maliziosa. Avevo conosciuto Ezio Bosso molti anni fa e l'ho rivisto a Sanremo nel 2016, anno in cui è stato ospite di Carlo Conti e, come tutti gli italiani, sono rimasta folgorata dalle sue parole e dalla sua musica, è stata come un'apparizione. Da allora ho avuto l'occasione di frequentarlo, conoscerlo meglio, di andare ai suoi concerti. Di lui ho amato la sua anima geniale, il suo carattere deciso e la sua intelligenza raffinata, la sua capacità di decidere la trama dei propri rapporti, di condurre le danze. Ezio non era in balia degli altri, casomai, purtroppo, era in balia della sua malattia e per questo non voleva sentirsi compatito o suscitare tenerezza. Aveva grande fascino e qual-siasi donna, ma direi qualsiasi essere umano, conoscendolo, non poteva che innamorarsi della sua personalità istrionica. Mi ha sempre dato fastidio quando lo descrivevano come uno che "commuove" perché in questo termine c'è anche un sentimento legato alla sua condizione, mentre lui sapeva ammaliarti, portarti in un altro mondo con le proprie armi. Ho riascoltato in questi giorni le sue composizioni, che passeranno alla storia. Rain, in your black eyes è uno dei pezzi più potenti che abbia mai sentito: impetuoso, dolce e toccante, come Ezio. Quando ascoltavi la sua musica dal vivo venivi rapito, assistere a un suo concerto era una cosa che ti faceva volare e, quando uscivi dal teatro, non eri più la persona di prima. Era come il pifferaio magico, attraverso le note sapeva raccontarsi anche con sarcasmo e senso dell'umorismo, riusciva a ridere della tragedia della sua malattia e portarti nel profondo della sua anima, sconvolgeva ogni tua struttura, li trascinava e ti metteva in una bolla. Avevo imparato a conoscerlo e non era facile, non era facile essergli amico, non era facile amarlo, con lui non ho mai potuto decidere niente e ho sempre e solo accettato le regole che lui stabiliva. Dirigeva la vita come dirigeva un'opera. Eravamo veramente amici e solamente amici. Era spiritosissimo, coltissimo, misteriosissimo, il mistero fatto a persona. Ci ha lasciato senza avvisarci, senza farci presagire il destino che forse conosceva, ma che avrei scommesso non si sarebbe mai presentato alla porta, non credevo nemmeno all'evidenza della sua malattia perché la trovavo inaccettabile. Per questo ho trattato Ezio come trattavo tutti, e questa è la mia più grande colpa e il più grande sollievo. Perché non avevo filtri, mi piaceva provo-care le sue reazioni, avevamo un rapporto schietto e questa è stata la cosa più bella. Ho sempre volato sopra gli stereotipi, la banalità, le condizioni fisiche, sopra qualsiasi cosa. Certo, a volte abbiamo anche discusso, perché Ezio era -inafferrabile", sfuggente. Lo trattavo come una persona sane lui diceva che, quando non sbroccavo, ero una persona meravigliosa. Ammetto di aver sbloccato, e forse lui si divertiva perché era uno che aveva una sua vanità, e vorrei che la gente non lo dipingesse come un povero ragazzo sfortunato perché era un uomo pieno di charme, di donne che avrebbero fatto qualsiasi cosa per stare con lui, consapevole dei suoi poteri. Era tante cose, tutto e il contra-rio di tutto, impossibile non innamorarsi della sua persona. Ci siamo detti tante cose, ho passato giornate intere a piangere guardando il soffino pensando a quanto fosse tragico il suo destino e volevo convincermi che non fosse così. Di lui amavo più i difetti che i pregi perché erano la sua forza, come quella capacità che molti avranno sperimentato su piani diversi di sedurti e lasciarti senza fiato e senza speranza. Questa era la sua magia, con un tocco di bacchetta ti faceva avvicina-re e con un altro ti teneva lontano, era anche il suo modo di proteggere i rapporti, di tenerli sospesi, di non definirli. Gli ultimi concerti li faceva quasi solo dirigendo, ma ricordo la stagione in cui ancora suonava, come in The 12th roorn tour, dove raccontava il rapporto fra la vita e la morte. Diceva che, secondo una teoria antica, la vita di ogni uomo è composta di do-dici stanze, in ciascuna lasciamo qualcosa di noi e di tutte ci ricorderemo quando entreremo nell'ultima. La prima, quella in cui siamo nati, non possiamo ricordarla, la rivedremo solo quando entreremo nell'ultima, dove tutto finisce e tutto ricomincia. E allora mi piace immaginare Ezio come un eterno ragazzo, con quel sorriso e gli occhi curiosi di un bambino, che ci ha lasciato troppo presto, senza avvisarci, lasciando solo "pioggia nei nostri occhi scuri".

Carlo Conti con Ezio Bosso a Sanremo: «Il suo amore per la vita fu un esempio per tutti». Pubblicato venerdì, 15 maggio 2020 su Corriere.it da Renato Franco. «È stato uno degli incontri più emozionanti della mia carriera». Carlo Conti — tre Festival di Sanremo e svariate decine di programmi — di artisti ne ha incrociati parecchi. Ma quella volta sul palco (era il Sanremo 2016) non è stata una delle tante. «Ezio Bosso (morto oggi a Bologna all’eta di 48 anni, ndr) ha illuminato quell’edizione del Festival con le sue parole, il suo talento, la sua energia. Ci ha regalato emozioni fortissime e forse anche inaspettate per chi non lo conosceva».

Bosso all’epoca non era ancora famoso. Come arrivò a lui?

«Quando lavori al Festival cerchi di trovare proposte diverse, cerchi qualcosa che si vede poco o si conosce meno. Quando ci imbattemmo in Bosso, non avemmo nessun dubbio: ci conquistò subito».

Come fu il primo incontro in vista del Festival?

«In realtà fu direttamente sul palco. Sanremo ti assorbe, tra mille cose da fare. Ezio arrivò il pomeriggio stesso per provare e non avemmo modo di incontrarci. Ci trovammo direttamente sul palco. Fu tutto vero, naturale, spontaneo. E questo forse è il segreto di quel momento perché non c’era niente di preparato. Tutta la nostra chiacchierata, tutto quello che è successo sul palco, tutto quello che ci ha regalato, tutto quello che ci ha fatto sentire, tutte quelle emozioni sono venute di getto, al momento. Per questo credo abbiano avuto una forza unica. In quel momento ero appoggiato al suo pianoforte, eravamo io e lui e basta. Come se intorno non ci fosse nulla. Mi sono trovato di fronte a una saggezza e una forza incredibile, tutto il resto era sparito».

Fu una delle poche volte che ha sforato sulla scaletta...

«Non era prevista una chiacchierata così lunga, ma quei minuti meritavano di essere prolungati e vissuti da tutti».

Con quel Sanremo davanti a milioni di spettatori Bosso raggiunse la popolarità e il suo messaggio fu di una forza dirompente.

«All’epoca Bosso era più conosciuto all’estero che in Italia, il Festival gli diede la ribalta che meritava. Ezio ci ha lasciato un messaggio unico di forza, energia, amore per la vita. Aveva ancora tanto da raccontare, da insegnarci, musicalmente e umanamente».

La scomparsa. E’ morto Ezio Bosso, il pianista e compositore aveva 48 anni. Redazione de Il Riformista il 15 Maggio 2020. Ezio Bosso ha perso la sua battaglia, portata avanti da anni con coraggio. Il pianista e direttore d’orchestra, torinese di nascita, è scomparso all’età di 48 anni: dal 2011 conviveva con una malattia neurodegenerativa che gli fu diagnosticata dopo aver subito un intervento per un tumore al cervello. La patologia non gli aveva impedito di continuare a suonare, dirigere e comporre musica, tanto da emozionare il pubblico del Teatro Ariston nel 2016, esibendosi al Festival di Sanremo. Nel settembre del 2019 il progressivo manifestarsi della malattia l’aveva quindi costretto a fermare l’attività di pianista, con la patologia che gli aveva compromesso l’uso delle mani. Bosso ha vinto alcuni tra i più importanti riconoscimenti, come il Room Award in Australia (unico non australiano a vincerlo) o il Syracuse NY Award in America. Dall’ottobre 2017 al giugno 2018 è stato direttore stabile residente del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, mentre a Londra, dove ha vissuto, ha diretto l’unica orchestra d’archi di grande numero inglese, The London Strings.

Ezio Bosso, il Socrate della musica. Alberto Veronesi, Direttore d'orchestra, su Il Riformista il 16 Maggio 2020. Non possiamo sapere come siano stati gli ultimi istanti della vita del Maestro Bosso, ma possiamo immaginarli sicuramente sempre pieni di quella musica che, come diceva lui, non si smette mai di ricercare, di perfezionare, sapendo che la felicità del musicista non è trovare una verità, ma cercarla. Fu nostro ospite già nel 2016, al Festival Puccini di Torre del Lago, si presentò con un quartetto d’archi e un gruppo di fiati, mi stupì perché suonava il pianoforte quasi in piedi, su uno sgabello altissimo. Era una persona difficile da non amare immediatamente. L’uomo come il musicista si presentava con delle caratteristiche di immediata comunicativa, e anche le sue stesse idee musicali lo erano, sempre chiare, limpide, immediatamente comprensibili. Mai una involuzione, mai un pensiero nascosto, mai un retro pensiero. Colpiva la sua frase tipica “la musica la facciamo insieme, la musica è una cosa che si fa insieme”, ma fare insieme la musica non voleva dire semplicemente che ci si vuole bene, che c’è il calore del volersi bene, dell’abbracciarsi. C’era in quelle parole anche qualcosa di più profondo: la musica è la metafora della ricerca della verità, e la verità è frutto di un dialogo; è nel dialogo che Socrate trova la verità, partendo sempre dal dubbio, dal togliere le certezze, dal punto zero, dal sapere di non sapere. “La musica è il fatto di non essere mai contenti, ma di essere felici di non esserlo”, il filosofo musicista, per Bosso, è un ricercatore, mai soddisfatto dei propri risultati, ma felice di continuare a ricercare. Dentro queste semplici parole c’è tutta la nostra storia, non solo musicale, qui sta l’orgoglio di tutta la storia della scienza, di tutta la storia del sapere occidentale: non c’è nulla di rivelato e di assoluto, e questo vale per i compositori, per gli esecutori, per i direttori, ma anche per tutti gli altri: politici, filosofi, scienziati, sportivi, artigiani, artisti. Torno ancora a “La musica si fa insieme” : parrebbe di vedere però anche il musicista-filosofo che, come il Socrate di Platone (ne “la Repubblica”), ritorna nella caverna a condividere con gli altri uomini la verità che ha trovato fuori; c’era in Bosso anche questo desiderio di condivisione, questo entusiasmo nel raccontare ciò che si è trovato, ciò che si è intravisto nella luce meravigliosa che sta fuori della caverna, quella luce meravigliosa che sicuramente Bosso identificava con la musica. Bosso dice “la musica non finisce con l’ultima nota, continua, anche nel silenzio”, è la verità dell’essere, chi intravede la verità, ne rimane toccato, porta una esperienza che non finisce con la fine della musica…..veramente sembra ancora di ascoltare Socrate nel “Fedone” e ancora: “la musica ci fa ritrovare parti di noi che non sapevamo di avere”, e questa è la teoria dell’anima, l’anima che è immortale e che attraverso la reminiscenza ci fa sapere delle verità che non sapevamo di sapere (…è sempre il Fedone). “Eseguiamola come fosse la prima volta, ma anche come se fosse l’ultima”, dice all’inizio del quarto movimento della settima di Beethoven, qualche mese fa, per Rai tre. Sentito oggi quel dire “come se fosse l’ultima” ci commuove, ma nel dirigere il suo sguardo è sempre pieno di gioia. Condannato da una malattia implacabile, quello sguardo è come volesse dirci, come disse Socrate di fronte ai suoi discepoli piangenti, “sono condannato ma non scappo dal mio destino, non mi dispero, bevo con serenità la cicuta, non è giusto che debba morire, perché la condanna è ingiusta, ma la accetto serenamente perché così è stato deciso”. Bosso era un grande uomo.

È morto il pianista Ezio Bosso, Mattarella: “Un’indomabile carica umana”. Redazione de Il Riformista il 15 Maggio 2020. Ezio Bosso ha perso la sua battaglia, portata avanti da anni con coraggio. Il pianista e direttore d’orchestra, torinese di nascita, è scomparso all’età di 48 anni: dal 2011 conviveva con una malattia neurodegenerativa che gli fu diagnosticata dopo aver subito un intervento per un tumore al cervello. Il musicista è scomparso nella sua casa di Bologna. La patologia non gli aveva impedito di continuare a suonare, dirigere e comporre musica, tanto da emozionare il pubblico del Teatro Ariston nel 2016, esibendosi al Festival di Sanremo. La sua magnifica esecuzione di “Following a bird“, composizione inserita nel suo album “The 12th Room”, aveva colpito il pubblico sanremese e televisivo, col suo nome che da allora non è rimasto più riservato ad una ‘nicchia’ di cultori della musica colta. Nel settembre del 2019 il progressivo manifestarsi della malattia l’aveva quindi costretto a fermare l’attività di pianista, con la patologia che gli aveva compromesso l’uso delle mani. “Se mi volete bene, non chiedetemi più di sedermi al pianoforte e di suonare. Tra i miei acciacchi adesso ho anche due dita fuori uso. Se non posso dare abbastanza al pianoforte, è meglio lasciar perdere”, aveva detto in quell’occasione il compositore. Bosso ha vinto alcuni tra i più importanti riconoscimenti, come il Room Award in Australia (unico non australiano a vincerlo) o il Syracuse NY Award in America. Dall’ottobre 2017 al giugno 2018 è stato direttore stabile residente del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, mentre a Londra, dove ha vissuto, ha diretto l’unica orchestra d’archi di grande numero inglese, The London Strings. Il 20 giugno dello scorso anno era stato anche nominato cittadino onorario di Roma. “Sono rimasto molto colpito dalla prematura scomparsa del maestro Ezio Bosso. Desidero ricordarne l’estro e la passione intensa che metteva nella musica, missione della sua vita, e la sua indomabile carica umana”, ha scritto su Twitter il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A esprimere dolore per la scomparsa del compositore molti esponenti del mondo della politica e dell’arte. Così Lorenzo Jovanotti: “Che dispiacere, il silenzio di stamattina è un vuoto improvviso, come se la musica avesse perso un suo figlio prediletto”.

Morto Ezio Bosso, pianista e direttore d’orchestra: aveva 48 anni. Linda il 15/05/2020 su Notizie.it. Ezio Bosso, famoso pianista, direttore d'orchestra e compositore, è morto a soli 48 anni: combatteva contro una malattia neurodegenerativa. Si è spento a soli 48 anni Ezio Bosso: il pianista e direttore d’orchestra combatteva dal 2011 con una malattia neurodegenerativa. Nel 2011, il grande musicista era stato sottoposto a un intervento chirurgico per l’asportazione di una neoplasia. Inoltre era stato colpito da una sindrome autoimmune, tutte patologie che inizialmente non gli avevano impedito tuttavia di continuare a comporre, suonare e dirigere. Purtroppo, però, il peggioramento della malattia neurodegenerativa, all’inizio inesattamente indicata dai media come SLA, l’aveva costretto a fermarsi del tutto lo scorso anno. I gravi problemi di salute avevano infatti compromesso l’uso delle mani del grande compositore torinese, portandolo a dover necessariamente smettere di suonare. Come amava definirsi lui stesso, Ezio Bosso era un pianista per caso. Trovò grande popolarità quando nel 2016 venne invitato da Carlo Conti come ospite d’onore a Sanremo. Sul palco dell’Ariston eseguì una composizione contenuta nell’album “The 12th Room”, uscito qualche mese prima. Il brano “Following a Bird” finì così subito in classifica e da quel momento il suo nome è diventato noto al grande pubblico, che lo ha sempre seguito con grande affetto negli anni a seguire. Il musicista si esibiva sul palco senza spartiti, suonando o dirigendo tutto a memoria. “Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritti, […], io li ho davanti, per me è un contatto visivo. Dirigo con gli occhi, con il sorriso, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene”. Proprio questa solarità e la grande voglia di vivere di Ezio Bosso resteranno nel cuore di tutti.

“Sei in ogni nota suonata”. Il saluto della sua orchestra ad Ezio Bosso. Diletta Capissi su Il Dubbio il 15 maggio 2020. Vogliamo ricordarlo con questa frase: «Noi cambieremo il mondo a colpi di musica». L’addio di Ezio Bosso squarcia il greve silenzio di questi difficili mesi. “E’ andato via con le sue braccia da ali di corvo con le quali dirigeva – scrive Patrizia de Mennato, raffinata signora della cultura e proprietaria della dimora antica napoletana Villa Di Donato – perdiamo un esempio di forza morale e di umanità che solo lui sapeva esprimere”. Bosso riusciva a tratteggiare nell’aria il disegno della sua musica volteggiando con vigore la bacchetta di direttore d’orchestra così da accarezzare e catalizzare sia i musicisti che il pubblico che lo ha tanto amato.  Così è stato la sera di Natale 2019, gli ascolti lo hanno confermato, con il suo concerto su Rai3 dal titolo «Che storia è la musica», dedicato a Cajkovskij, al compositore russo e al suo più struggente capolavoro, la Patetica.  «Una musica che è dolore ma anche consolazione. Nell’ultimo movimento Cajkovskij annota di suo pugno la parola “lenezza”, che non sta per lentezza ma per carezza. La musica lenisce il dolore. Se credi in lei e ti lasci guidare, ti cambia la vita». Così è stato per lui, da anni sofferente per una malattia neurodegenerativa, così per Cajkovskij. (Dichiarava nell’intervista a Giuseppina Manin, pubblicata su Corriere.it). Il peggioramento della sua condizione fisica ci aveva privato del suo tocco delicato di pianista. “Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare –  l’avvertimento durante la Fiera del Levante di Bari – Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire più a gestire un’orchestra, smetterò anche di dirigere”. Enfant prodige della musica, si era avvicinato all’età di quattro anni, grazie ad una prozia pianista e al fratello musicista. Ha debuttato in Francia a 16 anni come solista ed ha partecipato a prestigiose orchestre europee in qualità di compositore, esecutore e direttore d’orchestra. Una breve ma intensa vita da artista che inizia presto ma che non termina con la sua morte perché ci lascia un prezioso testamento musicale e di vita, e quella passione che aveva verso i giovani musicisti.  “L’abbiamo visto provare senza risparmiarsi con i giovanissimi – scrive ancora Patrizia de Mennato – per insegnare loro non solo a suonare ma a sentire lo stare insieme. L’abbiamo visto dirigere una epica Settima Sinfonia di Beethoven, il genio che ha amato di più, con l’Accademia di Santa Cecilia”. Il concerto su Rai3 «Che storia è la musica», in onda a Natale l’aveva registrato al Teatro dell’Unione di Viterbo con la sua Orchestra Europa Filarmonica, arricchita dai giovani della Filarmonica di Benevento e il Coro Rossini di Pesaro. Dal 2017, è stato testimone e ambasciatore internazionale dell’Associazione Mozart14 – si legge sul suo sito – eredità ufficiale dei principi sociali ed educativi del Maestro Claudio Abbado, diretta dalla figlia Alessandra. A conferma della sua attenzione, “impegno didattico e sociale”, Bosso si è profuso nell’attività svolta con “Opera Pia Barolo” e “Medicina a Misura di Donna a Torino”. Indimenticabile sarà per tutti il toccante e memorabile intervento sullo stato della cultura europea, nel 2018, al Parlamento Europeo, dove fu invitato come testimone ufficiale alla Festa Europea della Musica.  Il 30 agosto scorso, Ezio Bosso ha incantato il pubblico di Santa Maria di Castellabate, nell’ambito dell’evento “Camera in Tour”, dove ha diretto l’Orchestra Filarmonica Salernitana nello scenario dei giardini di Villa Matarazzo. Forte è il cordoglio del nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Sono rimasto colpito dalla prematura scomparsa del maestro Ezio Bosso. Desidero ricordarne l’estro e la passione intenza che metteva nella musica, missione della sua vita, e la sua indomabile carica umana”.  Ci piace ricordarlo con questa sua frase: «Noi cambieremo il mondo a colpi di musica». Grazie Ezio Bosso, vola leggero e continua a disegnare nell’aria la musica con la tua bacchetta. Le nostre porte saranno sempre aperte.

È morto Ezio Bosso, il pianista che non ha mai smesso di sorridere. Compositore e direttore d'orchestra aveva 48 anni. Da tempo malato, ha continuato a suonare, comporre e dirigere. La sua ultima apparizione in tv a Natale con la serata "Che storia è la musica". Silvia Fumarola il 15 maggio 2020 su La Repubblica. Ezio Bosso era una persona molto speciale. Intelligentissima, sensibile, sapeva trasmettere la passione per la musica e per la vita. Se n'è andato a 48 anni, e lascia un grande vuoto. "La musica ci cambia la vita e ci salva. Le persone che vengono ospiti da me, entrano da personaggi e escono da persone. La bacchetta mi aiuta a mascherare il dolore e non è una cosa da poco" spiegava dopo la serata evento di Che storia è la musica, andata in onda a giugno, incentrata sulla Quinta e la Settima Sinfonia di Beethoven, vista da oltre un milione di spettatori. La sera di Natale Bosso era tornato su Rai 3  con Cajkovskij  e Mozart. Il Teatro dell'Unione di Viterbo aveva ospitato il maestro con l'Orchestra Filarmonica, da lui fondata, arricchita per l'occasione dai giovani dell'Orchestra Filarmonica di Benevento e il Coro Filarmonico Rossini di Pesaro. "Ascoltate a tutto volume il nostro concerto, dobbiamo disturbare i vicini e riempire l'Italia di questa musica meravigliosa. La nostra forza sarà la televisione, ma non in casa, deve uscire dalle case. L'arte e la bellezza sono contagiose: così cambieremo il mondo". Aveva un entusiasmo contagioso. Il direttore d'orchestra, compositore e pianista torinese soffriva di una malattia neurodegenerativa da anni ma non si era mai fermato. Era diventato popolarissimo quando nel 2016 fu invitato da Carlo Conti come ospite d'onore al Festival di Sanremo. Sul palco dell'Ariston Bosso eseguì Following a Bird, composizione contenuta nell'album The 12th Room, che dopo quell'esibizione, applauditissima, finì subito in classifica. "Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritto, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene". Spiegava come fosse stato difficile essere accettato nel mondo della musica classica e dei pregiudizi "perché guardavano la malattia: è evidente, non è che posso negarlo. Ho combattuto il pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d'orchestra, perché il figlio di un operaio deve fare l'operaio, così è stato detto a mio padre". Lo studio come riscatto, la passione che lo guida e gli fa vincere anche il dolore. "Ho avuto paura anche delle 'mazzate' che mi sono preso, ho preso schiaffoni perché sono una persona normale. Il nostro entusiasmo, la nostra voglia di fare, però, alla fine, diventa un contagio. Mi auguro una pandemia di voglia di fare. Dirigere la Patetica è una delle direzioni più difficili che esistono. Credere nella musica non è unicamente un processo di allegria ma è un processo faticoso che, a volte, ti consuma. Lasciarsi guidare dalla musica è anche un gesto di umiltà, riconosci la grandezza dell'altro e diventi grande insieme a lui". Bosso parlava davvero a tutti, ci faceva emozionare, arrivava dritto al cuore. Tra gli eventi che lo hanno visto grande protagonista, Grazie Claudio, l'omaggio a Claudio Abbado. Fu lui a dirigere il concerto evento di Mozart14 per i cinque anni dalla scomparsa del maestro. Bosso mise insieme cinquanta musicisti delle migliori orchestre del mondo per unirsi all'European Union Youth Orchestra e agli amici della Europa Philharmonic Orchestra fondata da lui stesso. Nella sua vita, piena, diceva che gli mancavano " i viaggi lunghi che facevo una volta", ma non aveva paura. "Le paure servono. Non è utile scacciarle. Ho paura che la paura un giorno mi paralizzi. Questo sì. Ma non vale solo per me. Mi spaventa che possa accadere a chiunque". Era rigoroso ma anche ironico, su Twitter aveva risposto al blog satirico Spinoza che prendeva in giro la sua capigliatura 'da coglione'. "Non mi sono offeso" spiegava. "Spinoza mi piace un casino. Potrei mai prendermi sul serio? Io sono già così, come mi vedete. Se facessi il tronfio, sai che noia. Solo la musica merita tutto l'impegno. Gli esempi veri non si vedono quasi mai. Ho messo in pubblico le mie mani e la mia faccia, così come ascolto le storie degli altri, ogni tanto provo a raccontare un pezzetto della mia. Sono un essere umano, uno solo, se vi girate a guardare ne trovate tanti". "Essere leggeri, prendersi in giro", osservava Bosso "è una cosa seria. Se non ci si prende in giro, non si può essere seri. Quando non mi ricordo il nome di un musicista e faccio una figuraccia è una cosa bella. Ascoltatelo a tutto volume il nostro concerto, dobbiamo disturbare i vicini e riempire l'Italia di questa musica meravigliosa. La nostra forza sarà la tv, non dentro casa, ma fuori dalle mura. Cambieremo il mondo". Lui l'ha cambiato, l'ha reso davvero più bello.

L’ultima intervista a Ezio Bosso: “Un sorriso al giorno, facciamo la rivoluzione con atti di gentilezza militante”. Rossella Grasso de Il Riformista il 15 Maggio 2020. Ezio Bosso non lascia in eredità all’umanità intera solo la sua musica ma anche una vera e propria filosofia di vita che non ha smesso di emozionare fino all’ultimo. È stato un vero lottatore, non solo contro la sua malattia, ma anche contro le difficoltà di riuscire a suonare, a muovere gli arti nonostante la patologia gli assottigliasse sempre di più gli arti. E lotta anche contro le malelingue che gli attribuivano successo solo per essere il personaggio che era diventato. Ma lui a queste rispondeva con ironia e con il suo modo sempre delicato di raccontare qualsiasi cosa, con gli occhioni pieni di emozioni e i gesti di chi ama la musica. L’ultima volta che Ezio Bosso ha suonato in Campania è stato in occasione di “Estate da Re. La Grande Musica alla Reggia di Caserta”, iniziativa estiva finanziata dalla Regione Campania e organizzata e promossa dalla Scabec, la società inhouse della Regione. Era la fine di Agosto 2019 e il maestro diresse l’Orchestra Filarmonica del Teatro Giuseppe Verdi di Salerno, nel parco allestito nel meraviglioso emiciclo sotto le stelle dell’Aperia, situato nella parte alta del parco reale della Reggia di Caserta, incastonato nel Giardino Inglese e restaurato anno dopo anno proprio grazie al festival. La sua esibizione fu una emozione enorme, cavalcando le note di Bolero di Ravel, Sinfonia di Dvoràk e le Danze Ungheresi di Johannes Brahms. “La musica ci serve a questo – disse Bosso in conferenza stampa con pantalone di pelle, chiodo e borchie – portarci a quell’ascolto neutro, dolce e gentile. Per questo motivo ho deciso di iniziare questa campagna di atti di gentilezza militante. Mettiamoci tutti, un sorriso al giorno, una mano tenuta a chi ne ha bisogno. Perchè la musica è così, è fatta di atti di gentilezza”.

Leonetta Bentivoglio per “la Repubblica” – 29/08/2016. «La musica salva il mondo, induce a stare insieme, illumina gli spazi, fa sì che gli esseri umani si ascoltino», dice con amichevole grazia Ezio Bosso accomodato su un sofà della sua dimora bolognese, col grande soffitto dalle volte antiche e lo spazio centrale dominato dalla bellezza sinuosa e lucida di un pianoforte a coda. Per la maggior parte dell’umanità esistono un tempo per la musica e altri tempi per il resto. Per Ezio Bosso no, la musica è “sempre”. È il tempo della vita, della guarigione, del comunicare, del sentire amore, vitalità e piacere. «La musica è magia e non a caso i direttori d’orchestra hanno la bacchetta», dichiarò Bosso quest’anno all’Ariston di Sanremo, davanti alla sterminata platea televisiva del Festival, dopo aver fatto il suo ingresso sul palco in sedia a rotelle. Poi si mise a suonare con un’intensità che avvolse come un’onda di emozioni il pubblico nella sala, compatto nel tributargli un abbraccio in forma di standing ovation. Bosso è un combattente fertile per creatività e per lo slancio nella diffusione della propria arte, «di cui sono solo un tramite», afferma sorridente. «La musica è una sfera empatica e io cerco di dare agli altri stimoli per trovare in ogni brano i rispettivi racconti». Nato a Torino nel ’71, ma ormai da decenni cittadino del pianeta («le due case in cui torno fra i vari viaggi sono a Londra e a Bologna, dove ritrovo la meravigliosa famiglia disfunzionale dei miei amici»), Ezio abita nella musica come in una dimensione «a cui devo tutto, anche il mio respiro». Formatosi principalmente a Vienna come pianista, compositore, direttore d’orchestra e contrabbassista, si applica alla esecuzione dei classici («il vecchiaccio Bach non manca mai nelle mie giornate, e Beethoven lo sento come un padre») e alla scrittura di pezzi sinfonici, cameristici e solistici, oltre che di musiche destinate al teatro, alla danza e al cinema. Non è riuscita a distoglierlo dalla sua totalizzante vocazione nemmeno la malattia neurologica degenerativa con cui convive dal 2011, anzi. La vede addirittura come una modalità che può fargli esplorare nuove strade: «Suono ogni giorno finché il corpo lo permette, anche otto ore. Imparo a riconoscere ciò che può fare il mio fisico e ad assecondarlo nonostante gli ostacoli, perché è impossibile rinunciare alla gioia della musica. Ho dovuto adattarmi alla disabilità: mi serve uno sgabello alto e i miei tasti sono più leggeri del normale. A volte non controllo una mano ma la musica svela sempre altre opportunità. Quando un dito non funziona ne uso un altro e magari esce un suono più bello; se la mano s’inceppa rallento il tempo, forse scoprendo che in tal modo mi piace di più. Allora lo rifaccio e mi diverto: in me non c’è frustrazione». Il pianoforte è un compagno amato e fidato lungo il cammino nelle “stanze” che fungono da filo conduttore del suo doppio album, The 12th Room. Lo formano un primo cd con dodici brani, sia suoi che di compositori storici, e un secondo che include una sua Sonata. The 12th Room Tour è anche il titolo dell’acclamato tour di concerti di cui è stato protagonista quest’estate in giro per l’Italia. cui appartengo o che appartengono alla mia esperienza o alla storia delle stanze stesse», spiega. «Alcuni di questi brani mi hanno aiutato a tornare a suonare, cioè a uscire dalla stanza in cui mi aveva relegato la malattia. Altri sono pezzi che autori come Bach e Chopin hanno dedicato a storie di stanze, dato che tra le funzioni della musica c’è quella di farci vivere storie». Secondo un’antica teoria, sostiene Bosso, la vita è composta da dodici stanze: «Nessuno può ricordare la prima perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo si realizzi nell’ultima stanza che raggiungeremo. Costruiamo stanze quando troviamo posti dove fermarci, attribuendo loro nomi e significati: la stanza dei giochi, della musica, dei sogni. La stanza della luce o quella cieca. Le stanze della memoria e quelle abbandonate. Le stanze del potere, dette “dei bottoni”. In certi momenti entro in una stanza priva di musica e vi resto bloccato a lungo, pensando di non uscirne più», racconta riferendosi al periodo in cui venne operato al cervello e la malattia gli impedì di suonare. «Comunque la mia stanza preferita è quella del pianoforte ». Bosso è stato molto amico del direttore d’orchestra Claudio Abbado, che ha sempre promosso la musica in quanto inesauribile fonte di dialogo, terapia e salvezza. Come Claudio, scomparso due anni fa, Ezio crede nell’idea del “Zusammenmusizieren”, cioè del fare musica insieme, e ha dato quest’appellativo a un progetto in cui accoglie periodicamente, nella sede di Palazzo Barolo a Torino, musicisti di ogni età e livello per farli suonare con lui e per parlare di suono, di sicurezza di sé, di memoria e d’importanza dell’ascolto: «Non pontifico né faccio il santone: semplicemente condivido. Sono incontri aperti, anzi spalancati, dove arriva di tutto, dal quartetto che vuol provare un brano al bambino che suona Piva l’olio d’oliva». Lo stesso spirito anima i concerti di Bosso, rilassati e anti-accademici. Ogni pezzo è introdotto dai suoi discorsi fluidi e caldi, e gli spettatori sono persino invitati a non spegnere i cellulari, se lo desiderano: «Non bisogna porre la musica su un piedistallo. I cellulari non mi piacciono ma è più fastidioso un colpo di tosse che s’inserisce in un “pianissimo”». Non gli piace il termine “musica classica”: «Preferisco parlare di musica libera da costrizioni e forme di ego. La musica di cui mi occupo è universale: Beethoven puoi suonarlo anche in Africa e arriva a chiunque. Ciò che scrivono Bach o Beethoven non ha regole di mercato né di nicchie o d’intellettualismo. E poi non c’è la mia musica: esiste la nostra». La musica è salvezza non solo per chi suona, ma per chi ascolta assimilandola naturalmente: «Spaventano certi busti di compositori, tutti severi e antipatici. Io cerco di descriverne al pubblico l’umanità. Mi piace, ad esempio, parlare di Chopin anche con ironia, mostrando un uomo che dal punto di vista della salute era un bel po’ sfigato come me. Col mio amico Mario Brunello ho fatto molta musica da camera, e insieme proviamo a dare un senso narrativo a ciò che suoniamo, per far capire che le note derivano da una persona, dal suo contesto, dalle sue esperienze». Quanto al clamore ottenuto a Sanremo, Bosso non ne minimizza gli effetti, ma specifica che al festival ha parlato solo «di quel che dico continuamente nei miei concerti così come chiacchierando con gli amici e al bar. Sanremo è stato un vettore enorme, però non ci sono andato per me stesso, ma per la musica, che è di tutti. La cosa bella è quando sento l’ovazione dopo Bach e comprendo di aver incuriosito i giovani, i quali vorranno sentirne ancora». Tornerà in televisione Bosso? «Dopo Sanremo mi sono arrivati gli inviti televisivi più assurdi. Mi hanno chiesto persino di partecipare a programmi sul calcio. Ma io non so niente di calcio! In tivù tornerò solo quando trasmetteranno un concerto in prima serata».

Da corriere.it il 15 maggio 2020. «La prima cosa che farò è mettermi al sole. La seconda sarà abbracciare un albero». Dalla sua casa di Bologna, Ezio Bosso stila i propositi per quando «si apriranno le gabbie». Purtroppo non sarà così. Ezio Bosso è morto. Direttore d’orchestra, compositore e pianista, Ezio Bosso era nato a Torino il 13 settembre 1971. Aveva 48 anni. Bosso conviveva ormai dal 2011 con una malattia neurodegenerativa che gli fu diagnosticata