Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2020

 

LA SOCIETA’

 

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2020.

Cosa resta dell’anno passato. I Festeggiamenti.

Cosa resta dell’anno passato. La Politica.

Cosa resta dell’anno passato. La Cultura. 

Cosa resta dell’anno passato. L’Immigrazione.

Cosa resta dell’anno passato. Le Notizie.  

Cosa resta dell’anno passato. I Fatti.

Cosa resta dell’anno passato. I Personaggi.

Cosa resta dell’anno passato. Le Parole.

Cosa resta dell’anno passato. Le cose.

Cosa resta dell’anno passato. Lo Sport.

Cosa resta dell’anno passato. Gli Eventi.

Cosa resta dell’anno passato. I Disastri.  

Cosa resta dell’anno passato. I Morti sul Lavoro.

Le Previsioni e le Profezie.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2020.

Gli anniversari.  

500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio.

400 anni dalla nascita di Masaniello.

250 anni dalla morte di Giambattista Tiepolo.

250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven.

200 anni dalla nascita di Pellegrino Artusi.

200 anni dalla nascita di Vittorio Emanuele II.

150 anni dalla nascita di Maria Montessori.

150 anni dalla morte di Alexandre Dumas.

150 anni dalla nascita di Lenin.

150 anni dalla morte di Charles Dickens.

150 anni dalla nascita di Rosa Luxemburg.

130 anni dalla morte di Carlo Collodi.

120 anni dalla nascita di Eduardo De Filippo.

120 anni dalla nascita di Antoine de Saint Exupery.

120 anni dalla nascita di Ignazio Silone.

100 anni dalla morte di Amedeo Modigliani.

100 anni dalla nascita di Papa Giovanni Paolo II.

100 anni dalla nascita di Carlo Alberto Dalla Chiesa.

100 anni dalla nascita di Emilio Colombo.

100 anni dalla nascita di Carlo Azeglio Ciampi.

100 anni dalla nascita di Salvo D’Acquisto.

100 anni dalla nascita di Charlie Parker.

100 anni dalla nascita di Gianni Rodari.

100 anni dalla nascita di Charles Bukowski.

100 anni dalla nascita di Nilde Iotti.

100 anni dalla nascita di Gesualdo Bufalino.

100 anni dalla nascita di Enzo Biagi.

100 anni dalla nascita di Ray Bradbury.

100 anni dalla nascita di Franco Lucentini.

100 anni dalla nascita di Giorgio Bocca.

100 anni dalla nascita di Federico Fellini.

100 anni dalla nascita di Alberto Sordi.

100 anni dalla nascita di Isaac Asimov.

100 anni dalla nascita di Tonino Guerra.

100 anni dalla nascita e 20 dalla morte di Walter Matthau.

100 anni dalla nascita di Bruno Maderna.

100 anni dalla nascita di Renato Carosone.

100 anni dalla nascita di Helmut Newton.

83 anni dalla nascita dell’Ikea.

75 anni da Hiroshima.

66 anni dalla morte di Eddie Sanders.

60 anni dall'impresa del batiscafo “Trieste”.

60 anni dalla morte di Albert Camus.

60 anni dalla morte di Fausto Coppi.

60 anni dalla morte di Fred Buscaglione.

58 anni dalla morte di Marylin Monroe.

60 anni dalla nascita morte di “Tutto il calcio minuto per minuto”.

60 anni dall’Olimpiade di Roma.

50 anni dalla Woodstock italiana.

50 anni dalla morte di Janis Joplin.

50 anni dalla morte di  Jimi Hendrix.

50 anni dalla separazione dei Beatles.

50 anni dalla morte di Angelo Rizzoli “il Vecchio”.

47 anni dalla morte di Renzo Pasolini.

46 anni dalla morte di Pietro Germi.

43 anni dalla morte di Maria Callas.

43 anni dalla morte di Elizabeth «Lee» Miller.

41 anni dall’uscita di Apocalypse Now.

41 anni dalla morte di Bob Marley.

40 anni dalla morte di Peter Sellers.

40 anni dalla morte di James Cleveland Owens.

40 anni dalla morte di Alfred Hitchcock.

40 anni dalla morte di Steve McQueen.

40 anni dalla morte di Romain Gary.

40 anni dalla morte di Peppino De Filippo.

40 anni dalla morte di Mario Amato, il giudice tradito dallo Stato.

40 anni dall’uscita di “The Blues Brothers”.

38 anni dalla morte di Giuseppe Prezzolini.

38 anni dalla morte di Gilles Villeneuve.

34 anni dalla morte di Elio De Angelis.

33 anni dalla morte di Giovanni Arpino.

32 anni dalla morte di Nico (Christa Päffgen).

32 anni dalla morte di John Holmes.

31 anni dalla morte di Sergio Leone.

31 anni dalla morte di Silvana Mangano.

30 anni dalla morte di Rocky Graziano.

30 anni dalla morte di Keith Haring.

30 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

30 anni dalla morte di Stefano Casiraghi.

29 anni dalla morte di Freddie Mercury.

29 anni dalla morte di Miles Davis.

29 anni dalla morte di Maria Zambrano. la filosofa eversiva.

28 anni dalla morte di John Cage.

27 anni dalla morte di Frank Zappa.

26 anni dalla morte di Massimo Troisi.

26 anni dalla morte di Ayrton Senna.

26 anni dalla morte di Kurt Cobain.

26 anni dalla morte di Aldo Braibanti.

26 anni dalla morte di Moana Pozzi.

25 anni dalla morte di Carlos Monzon.

25 anni dalla morte di Goliarda Sapienza.

25 anni dalla morte di Arturo Benedetti Michelangeli.

25 anni dalla morte di Mia Martini.

24 anni dalla morte di Ivan Graziani.

23 anni dalla morte di Gianni Versace.

23 anni dalla morte di William Burroughs: lo scrittore del Rock.

23 anni dalla morte di Ian Curtis.

22 anni dalla morte di Marcello Geppetti.

22 anni dalla morte di Fabrizio Lucio Battisti.

21 anni dalla morte di Franco Gasparri.

21 anni dalla morte di Stanley Kubrick.

21 anni dalla morte di Robert Bresson.

21 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè.

20 anni dalla morte di Vittorio Gassman.

20 anni dalla morte di Enrico Cuccia.

20 anni dalla morte di Attilio Bertolucci.

20 anni dalla morte di Gino Bartali.

20 anni dalla morte di Victor Cavallo.

19 anni dalla morte di Indro Montanelli.

18 anni dalla morte di Francisco Ramón Lojácono.

18 anni dalla morte di Carmelo Bene.

18 anni dalla morte di Joe Strummer.

17 anni dalla morte di Giorgio Gaber.

15 anni dalla morte di Sergio Endrigo.

13 anni dalla morte di Luciano Pavarotti.

12 anni dalla morte di Ruslana Korshunova.

12 anni dalla morte di Tony Rolt.

10 anni dalla morte di Joe Sarno.

10 anni dalla morte di Raimondo Vianello.

10 anni dalla morte di Sandra Mondaini.

10 anni dalla morte di Pietro Taricone.

10 anni dalla morte di Edmondo Berselli.

10 anni dalla morte di Franz-Hermann Bruener.

10 anni dalla morte di Maurizio Mosca.

9 anni dalla morte di Giuseppe D'Avanzo.

9 anni dalla morte di Elizabeth Taylor.

9 anni dalla morte di Leda Colombini.

8 anni dalla morte di Whitney Houston.

7 anni dalla morte di Alberto Bevilacqua.

7 anni dalla morte di Franco Califano.

7 anni dalla morte di Enzo Jannacci.

6 anni dalla morte di Robin Williams.

6 anni dalla morte di Philip Seymour Hoffman.

6 anni dalla morte di Giorgio Faletti.

5 anni dalla morte di Francesco Rosi.

5 anni dalla morte di Pino Daniele.

4 anni dalla morte di Anna Marchesini.

4 anni dalla morte di Bud Spencer.

4 anni dalla morte di Marta Marzotto.

4 anni dalla morte di David Bowie.

4 anni dalla morte di Ettore Bernabei.

4 anni dalla morte di Marco Pannella.

4 anni dalla morte di George Michael.

3 anni dalla morte di Tomas Milian.

3 anni dalla morte di Nicky Hayden.

3 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

3 anni dalla morte di Charles Manson.

3 anni dalla morte di Tullio De Mauro.

2 anni dalla morte di Stephen Hawking.

2 anni dalla morte di Sergio Marchionne.

2 anni dalla morte di Bernardo Bertolucci.

2 anni dalla morte di Marco Garofalo.

1 anno dalla morte di Karl Lagerfeld.

1 anno dalla morte di Jeffrey Epstein.

1 anno dalla morte di Massimo Bordin.

1 anno dalla morte di Franco Zeffirelli.

1 anno dalla morte di Luke Perry.

1 anno dalla morte di Nadia Toffa.

In memoria de Bee Gees.

I Compleanni.

I 60 anni di Snoopy.

Lada-VAZ 2101: storia e foto della Fiat 124 sovietica. I suoi primi quarant'anni.  

Fiat Panda: i suoi primi quarant'anni.  

Le auto più brutte.

50 anni fa nasceva lo Statuto dei lavoratori.

L'Sos di 50 anni fa: così Danilo Dolci inventò la radio libera.

25 anni di Ruggito del Coniglio.

Vent’anni di Grande Fratello.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie influenti.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie Reali.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

La sfiga.

Le “Pulizie della Morte”.

La Morte Libera.

Il cervello è l’ultimo a morire.

Effimeri. Dimmi come muori e ti dirò chi sei.

Parlare con i morti.

I complottisti della morte.

La maledizione del "club 27".

E’ morto il musicista Claude Bolling.

È morto lo stilista Pierre Cardin.

È morto Giorgio Galli, professore di Storia delle dottrine politiche.

È morto il wrestler Brody Lee.

E’ morto George Blake, la spia rinnegata.

È morta la modella Stella Tennant.

E’ morto l’attore Claude Brasseur.

E’ morto il Serial Killer Donato Bilancia.

È morto l’ex ministro Enrico Ferri.

Morto lo scrittore John le Carré.

E’ morto il regista Kim Ki-duk.

E’ morto Paolo Rossi. Il Pablito Mundial.

E’ morto Maradona. E’ morto il calcio.

E’ morto Valéry Giscard d’Estaing.

E’ morto Alfredo Pigna.

E’ morto Vincent «Vince» Reffet. Paracadutista jetman.

E’ morta Daria Nicolodi, attrice e sceneggiatrice.

E’ morto Andrea Merloni. 

E’ morta Joan Moncada di Paternò, nata Whelan, vedova del fotografo di moda Johnny Moncada.

E’ morto Dino Da Costa. 

E’ morto Ro Marcenaro.

E’ morto Sergio Matteucci, storico telecronista dei match di Holly & Benji e Mila & Shiro.

E’ Morto Stefano D’Orazio dei Pooh.

E' morto l'ex presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino.

E' morto Gigi Proietti.

È morto Sean Connery.

E' morto Pino Scaccia, storico inviato della Rai.

Morta Diane Di Prima, poetessa e attivista Beat.

E’ morto Lee Kun-hee, presidente di Samsung Electronics.

Morto Frank Horvat, l’ultimo grande fotografo classico del ‘900.

È morto l’attore e cantante Gianni Dei.

E’ morto Enzo Mari: artista e disigner.

E’ morto Alfredo Cerruti, fondatore e voce degli Squallor.

E' morto l'ex bassista degli AC/DC Paul Matters.

È morta la presidente della Regione Calabria, Jole Santelli.

Morto il giornalista Gianfranco De Laurentiis.

È morto il principe Giuseppe Lanza di Scalea.

E’ morto il cantante Anthony Galindo Ibarra.

E' morto Marco Diana, militare in lotta contro lo Stato per l'uranio impoverito.

È morto Johnny Nash.

E’ Morto Eddie van Halen.

E’ morto l’attore Thomas Jefferson Byrd.

Morto lo stilista Kenzo Takada.

È morto Quino, il disegnatore di Mafalda.

Addio a Juliette Greco.

È morto il direttore della fotografia Michael Chapman.

Ron Cobb rip.

Michael Lonsdale rip.

E’ morto il compagno Peppino Caldarola.

E’ morta la compagna femminista  Rossana Rossanda.

Addio a Ruth Bader Ginsburg, icona femminista della Corte suprema.

Addio Enzo Golino, giornalista e critico letterario.

E' morto lo scrittore Winston Groom, autore di "Forrest Gump".

È morta la sessuologa Shere Hite.

E’ morto il regista Marco Vicario.

Morto Toots Hibbert, pioniere del reggae.

E’ morta l’attrice Diana Rigg.

E’ morta l’architetto Maria Cristina Mariani Dameno, coniugata Boeri.

E’ morto Franco Maria Ricci.

Addio a Ronald Bell, fu uno dei fondatori dei Kool & the Gang.

Addio al «re del grano» Pasquale Casillo.

È morto il dj Erick Morillo.

E’ morto Philippe Daverio.

E’ morto l’attore Chadwick Boseman.

È morto il giornalista Arrigo Levi.

E’ morto Sandro Mazzinghi, mito della Boxe.

E’ morto il brigatista Mario Marano.

E’ morto il regista Augusto Caminito.

È morto Ben Cross, l’attore di Momenti di Gloria.

Addio all'attrice barese Mariolina De Fano.

E’ morto il giornalista Stefano Malatesta.

L’attrice Linda Manz rip.

E' morto Cesare Romiti.

Addio a Trini Lopez, il musicista e attore.

E’ morto Stefano Pernigotti.

E’ morto Alberto Bauli.

E’ morto il wrestler James Harris, conosciuto come Kamala.

E’ morta Franca Valeri.

E’ morto Ivo Galletti, il papà della mortadella.

E’ morto Sergio Zavoli.

E’ morto l’attore Reni Santoni.

Addio a John Hume, il Nobel che portò la pace in Irlanda del Nord.

E’ morto l’ingegnere William "Bill" English, l'inventore del mouse.

E’ morta l’attrice hard Alessandra Bregoli in arte Alexy Brey.

E’ morto l’attore Wilford Brimley reso celebre da «Cocoon».

E’ Morta la principessa Giorgiana Corsini.

E’ morto Giulio Maceratini, esponente storico del Msi e di An.

E’ morta Luisa Mandelli, moglie di Guido Crepax.

E' morta Valentina Crepax, nipote di Guido.

Addio a Tataw, capitano del Camerun a Italia '90.

È morto a 76 anni il regista Alan Parker.

E' morta Diana Russell, la sociologa e criminologa che coniò il concetto di femminicidio.

E’ morto Maurizio Calvesi, Storico dell’Arte.

Addio al rapper Malik B, tra i fondatori dei The Roots.

E’ Morto Kansai Yamamoto, lo stilista che ha vestito il rock.

E’ morto l’attore Gianrico Tedeschi.

E’ morto l’attore John Saxon.

È morta Olivia de Havilland, diva di Hollywood.

È morto Regis Philbin, leggendario conduttore della tv Usa.

E’ morto Peter Green: fondatore dei Fleetwood Mac.

Morto Paolo Finzi, l'avvocato anarchico della Milano degli Anni di Piombo.

Morto Massimo Signoretti, voce storica di Radio Rai.

E’ morto a 104 anni Giuseppe Ottaviani: recordman tra i masters di atletica.

E' morto Oreste Casalini, artista e scultore.

È morta Giulia Maria Crespi, la fondatrice del Fai.

E’ morta Zizi Jeanmaire. La regina del music-hall parigino.

È morto John Lewis, icona dei diritti civili negli Stati Uniti.

Addio a Mario Scotti Galletta, baffo d’oro della pallanuoto italiana.

E’ morta Naya Rivera, attrice di «Glee».

E’ Morta Kelly Preston, la moglie di John Travolta.

Addio a Paolo Giovagnoli, Pm delle nuove Br e del caso Pantani.

E’ morto Emanuele Ferrario, presidente di Radio Maria.

E’ morto il norvegese Jagge, sconfisse Tomba ad Albertville '92. 

Addio all'attore canadese Nick Cordero.

Morto l’avvocato Mauro Mellini: il radicale che denunciò il “partito dei magistrati”.

Ennio Morricone è morto.

 

INDICE           QUARTA PARTE

 

Addio a Carlo Flamigni il guru il fecondazione assistita.

E’ morta la ciclista Roberta Agosti.

È morta Ida Haendel, leggenda del violino.

E’ morto il campione di poker Matteo Mutti.

E' morto Loris Meliconi, l'inventore del guscio per il telecomando.

Addio a Carl Reiner, comico da record di Emmy e amico di Mel Brooks.

È morto Freddy Cole, grande jazzista e fratello di Nat King.

È morta Linda Cristal, star dei western e della serie tv "Ai confini dell'Arizona".

E’ morta L'attrice Vittoria De Paoli. Recitò con la Capotondi.

E’ morta Taryn Power, sorella di Romina.

E’ morto il grafico Milton Glaser.

E’ morto “l’immortale” Marc Fumaroli.

E’ morto Alfredo Biondi, storico leader del Partito liberale.

È morto il regista Joel Schumacher.

È morto Charles Webb, l'autore ribelle del Laureato.

E' morto Pierino Prati.

E' morto Mario Corso.

Addio allo scrittore Carlos Ruiz Zafon.

È morto Ian Holm, Bilbo Baggins del "Signore degli anelli".

E’ Morta Jean Kennedy, era l’ultima dei fratelli di Jfk.

È morto Tibor Benedek: lutto nel mondo della Pallanuoto.

E’ morto l’avvocato Gianfranco Dosi, fondatore di Aiaf.

È morto Giulio Giorello.

E’ morto Stefano Bertacco, senatore di FdI.

È morto Luigi Spagnol: scoprì per primo Harry Potter.

E’ morto il cantante Pau Donés dei Jarabe de Palo.

E’ morto Rademacher, il recordman della boxe.

Addio al maestro Marcello Abbado, fratello maggiore di Claudio.

Addio a Chris Trousdale, voce della boyband Dream Street.

E’ morto il semiologo Paolo Fabbri.

E' morto Carlo Ubbiali, leggenda del motociclismo italiano.

È morto Roberto Gervaso.

È morto Tinin Mantegazza, creatore del pupazzo Dodò dell'Albero azzurro.

E’ morto Morrow: fu il primo a eguagliare la leggenda Owens.

È morto l'artista Christo.

Morto Beppe Barletti: volto storico di “90° minuto”. 

È morto il chitarrista Bob Kulick, "quinto" membro dei Kiss.

E’ morto l’attore Anthony James.

E’ morto Franco Raselli, uno degli orafi più importanti nel mondo.

E’ morta Alice Severi: ex bimba prodigio del piano.

È morto Larry Kramer, sceneggiatore.

Addio all'attore Richard Herd, comandante supremo dei "Visitors".

E’ morto Prahlad Jani, l’indiano che sosteneva di non mangiare e bere dal 1940.

E’ Morto Stanley Ho. Addio al re dell'azzardo.

E' morto Bruno Bernardi, storica firma de La Stampa.

È morto Jimmy Cobb, tra i più grandi batteristi della storia del jazz.

È morto John Peter Sloan, il comico insegnante d'inglese più famoso d'Italia.

È morto Alberto Alesina, economista italiano che ha conquistato Harward.

Addio a Sergio Siglienti, ex presidente di Banca Commerciale Italiana.

Morto Carlo Durante, ex campione paralimpico di maratona.

Morta Cristina Pezzoli, la regista che amava la sperimentazione.

E’ Morto Antonello Riva: regista e chef.

È morta Anna Bulgari.

Addio all'editore Piero Manni.

Morto Wilson Roosevelt Jerman, maggiordomo di undici presidenti Usa. 

Addio a Claudio Ferretti, voce storica di "Tutto il calcio minuto per minuto".

È morto padre Adolfo Nicolas, era stato «papa nero» dei Gesuiti.

E’ morto Shad Gaspard ex lottatore di wrestling.

Morta Hana Kimura, la lottatrice di wrestling.

Morto Gigi Simoni.

Tennis: è morto Ashley Cooper, leggenda della racchetta anni '50.

Basket, Nba in lutto: è morto Jerry Sloan, leggenda di Utah.

Morto il giornalista Stefano Carrer.

È morto Mory Kanté: cantante guineano celebre per «Yeke Yeke».

E’ morto l’attore Hagen Mills.

E’ morto il giornalista Cesare Barbieri.

Giorgio Stegani rip.

È morto Gregory Tyree Boyce, attore di Twilight.

E’ morta Ann Mitchell,  la scienziata che decriptò Enigma.

È morto l’attore Michel Piccoli.

E’ morta la fotografa tedesca Astrid Kirchherr.

Addio a Mauro Sentinelli,  il pioniere dei cellulari. Inventò la ricaricabile.

Morta Lynn Shelton, regista di «Little Fires Everywhere» e «Glow».

E’ morto l’attore Fred Willard, da Beautiful a Modern family.

E’ morta Norma Doggett, ballerina di "Sette spose per sette fratelli".

È morto Phil May, frontman e cofondatore dei Pretty Things.

È morto Sandro Petrone, storico conduttore del Tg2.

E’ morto Ezio Bosso.

È morto Giulio Savelli, editore di "Porci con le ali".

Addio a Jerry Stiller.

E’ morta Costanza Rossi in Ichino.

Morta Betty Wright, regina del soul.

È morto Little Richard, principe trasgressivo del rock'n'roll.

E’ morto Piero Gelli, il risvolto snob dell'editoria.

Morto Franco Cordero, il giurista che inventò il "Caimano".

E' morto "El Trinche" Carlovich: idolo di Maradona.

Morto Luca Nicolini, il libraio che inventò il Festivaletteratura di Mantova.

Morto il rapper Ty.

E' morto Bob Krieger, il fotografo di Agnelli e Armani.

E’ morto Vincenzo Abbagnale.

È morto Florian Schneider, fondatore dei Kraftwerk.

Addio a Michael McClure, principe della Beat Generation.

Morto l’attore Mimmo Sepe.

Addio al barese Matteo De Cosmo, art director della «Marvel» a New York.

Morto McNamara: campione Nba di basket.

E’ Samantha Fox, la porno attrice.

È morto Sam Lloyd, l'avvocato di Scrubs.

È morto l'attore BJ Hogg.

È morto il batterista Tony Allen.

Morto Fra' Giacomo Dalla Torre: Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta.

E’ morto l’attore Irrfan Khan.

Addio a Germano Celant.

È morto Giulietto Chiesa, giornalista e politico.

Claudio Risi rip.

Addio al giornalista Nicola Caracciolo.

Addio al regista Luca De Mata.

E’ morto il filosofo Aldo Masullo.

Morto Giuseppe Gazzoni Frascara: Ex presidente del Bologna Calcio.

È morta Shirley Knight, attrice di cinema e serie tv. 

E’ morto Sirio Maccioni: re della cucina italiana in America.

E’ morto a 82 anni Peter Beard, fotografo naturalista.

E’ morto il bassista Henry Grimes.

E’ morto l'attore francese Philippe Nahon.

Se ne va Gene Deitch, 95 anni, regista, disegnatore, produttore di cartoon.

È morto Sergio Fantoni.

Morto l’attore Brian Dennehy: lo sceriffo di "Rambo". 

Addio a Lee Konitz, uno degli ultimi grandi del jazz mondiale.

E’ morto Luis Sepulveda.

E’ Mario Donatone, uno dei cattivi del cinema italiano.

E' morto Franco Lauro, volto noto di Rai sport.

E’ morto Mirko Bertuccioli, detto "Zagor", cantante dei Camillas.

Morta Patricia Millardet, la giudice della "Piovra".

Morto il giornalista Giuseppe Zaccaria.

E’ morto Stirling Moss leggenda dell'automobilismo.

E’ morto Luciano Pellicani.

E' morto il fotografo Victor Skrebneski.

È morto Enzo Carrella, cantautore romano.

E’ morto Armando Francioli.

E’ morto l’architetto Massimo Terzi.

Rip la costumista Brunetta Parmesan.

E’ morto Donato Sabia, fu due volte finalista olimpico.

E’ morta Linda Tripp, la talpa dello scandalo Lewinsky.

Allen Garfield rip.

Morta l'astrofisica Margaret Burbidge.

Morta Susanna Vianello, figlia di Edoardo e Wilma Goich.

Coronavirus: è morta Cinzia Ferraroni, storica attivista del M5s. 

È morto Alessandro Rialti, voce storica della Fiorentina. 

Morta Honor Blackman, la Pussy Galore di James Bond. 

Morto l'ex premier libico Mahmoud Jibril. 

Morto Lorenzo Sanz, ex presidente del Real Madrid.

Morto Bernard Gonzalez, calcio francese in lutto.

Addio ad Ezio Vendrame, il George Best italiano.

Morto Bill Withers, voce di "Ain't No Sunshine".

È morto Sergio Rossi: ucciso dal Coronavirus il maestro della calzatura.

Coronavirus, morto Mario Bresciani, capitano d’industria delle calze.

Turchia, morta Helin Bolek: attivista e cantante.

Addio Gerald Freedman, regista del primo Hair a Broadway.

Addio a Bill Withers, rappresentante della black music.

Morto Piero Gratton, papà del Lupetto della Roma.

Morto Gaetano Rebecchini, fu tra i fondatori di Alleanza nazionale.

Morto Ellis Marsalis, un gigante del jazz.

Morto Goyo Benito: stella del Real Madrid negli anni ’70.    

Morto Andrew Jack della saga di Star Wars.

 Coronavirus, addio al musicista Adam Schlesinger, celebre leader dei Fourtains of Wayne.

E' morta Maria Antonietta Muccioli.

Addio a Franco Crepax.

È morto Filippo Mantovani, il figlio del presidente della Sampdoria.

Morto Attilio Bignasca, leghista ticinese.

Morto Angelo Rottoli, ex campione europeo dei massimi leggeri.

È morto Krzysztof Penderecki, compositore polacco.

E’ morto Luigi Roni: il cantante lirico.

E se n'è andata anche Annunziata Chiarelli, per tutti Mirna Doris.

Morto Michel Hidalgo: c.t. campione d'Europa nell'84 con la Francia.

Morto Massimo Vincenzi de La Repubblica.

Addio a Flavio Campo di Avanguardia.

Morto a Parma Massimo Zannoni, docente e uomo di cultura.

Morto Mark Blum, recitò anche in "Mr. Crocodile Dundee".

Morto il principe Raimondo Orsini d’Aragona.

Perdiamo anche Detto Mariano.

Morto Corrado Sfogli.

È morto Joe Amoruso, il pianista del gruppo di Pino Daniele.

E’ morto Paolo Micai, giornalista e cineoperatore.

Se ne va anche Alfio Contini.  

Bepi Covre è morto: era conosciuto come il “leghista eretico”.

Coronavirus, morto Terrence McNally: scrisse “Paura d’amare”.

Morto il regista americano Stuart Gordon.

E’ morto il sassofonista Manu Dibango.

Fumetti, addio ad Albert Uderzo: era il "padre" di Asterix.

Morto Luigi Pallaro, "el senador" che affondò Prodi II.

E' morto Carlo Casini, fondatore del Movimento per la Vita.

E’ morto Alberto Arbasino.

E’ morta Lucia Bosè.

E' morto il regista Tonino Conte.

É morto Kenny Rogers.

Nazareno (Neno) Zamperla rip.

Morto Gianni Mura, raccontò il calcio e il ciclismo.

Joaquin Peiró è morto.

Addio Eduard Limonov.

Se ne va Stuart Whitman.

E' morto l'architetto Vittorio Gregotti.

Atletica, morta Dana Zatopek.

Bruno Armando è morto.

Morto Max von Sydow.

Morta Suor Germana.

Francesca Milani è morta.

Morto l’attore e culturista David Paul.

E’ morto Perez de Cuellar ex segretario generale dell’Onu.

Morto Ulay. L’artista storico compagno di Marina Abramovic.

Elisabetta Imelio è morta a 44 anni: Prozac+ e Sick Tamburo in lutto.

Addio al fisico e matematico visionario Freeman Dyson.

Egitto, morto l'ex presidente Hosni Mubarak.

Addio a Katherine Johnson, la scienziata della Nasa che portò l'uomo nello spazio.

Lego, morto Nygaard Knudsen inventore degli omini del colosso dei giochi.

Addio a Nando Ceccarini, maestro della cronaca per 20 anni.

Morto a 99 anni Jean Daniel, il fondatore dell'Obs.

Amaretto Disaronno, è morto il patron Augusto Reina.

Napoli, è morto l’ex campione Mario Occhiello. 

È morto lo scrittore Clive Cussler, maestro dell'avventura.

Metropolitana di New York, è morto il padre della mappa iconica.

Si è spenta Claire Bretécher, una delle prime donne ad affermarsi nel mondo dei fumetti.

E’ morta Caroline Flack, uno dei volti più noti della televisione britannica.

È morto José Mojica Marins. Il maestro dell'orrore.

Morto Flavio Bucci, fu Ligabue nella fiction tv.

Addio a Barry Hulshoff, il pilastro dell’Ajax di Cruyff.

Usa, si schianta col suo missile: muore Mike Hughes, sostenitore della Terra piatta.

E’ morta Nikita Pearl Waligwa, l'attrice ugandese vista nel film «Queen of Katwe».

Morto Max Conteddu,  il poeta dei social.

È morto Larry Tesler, il “padre” dei comandi copia-incolla-taglia.

Si è spento Gianni Rotondo, decano dei giornalisti di Taranto.

Addio a Stanley Cohen, Nobel per la Medicina con Levi Montalcini.

Addio a Poeti Norac, astro nascente del surf.

Se ne va anche Dyanne Thorne, cioè Ilsa la belva delle SS.

Addio alla scultrice Beverly Pepper, regina della Land Art.

È morto Luciano Capelli, storica voce di Radio Alice.

La scomparsa di Emanuele Severino.

Morta il soprano Mirella Freni.

Addio a George Steiner, maestro della critica. 

Morto a 100 anni Mike Hoare, il mercenario più famoso del mondo.

Morto il produttore Gianni Minervini.

Luciano Gaucci, morto ex presidente del Perugia.

Morta Germana Giacomelli, la super mamma che curava i bambini.

Addio a Giancarlo Morbidelli, papà di leggendarie moto da corsa.

Morto Benito Sarti, addio allo storico terzino della Juventus.

Morto Giovanni Cattaneo, è stato il primo «Capitan Findus».

Morto Kirk Douglas, aveva 103 anni.

Morto Paolo Guerra, storico agente e produttore.

Harriet Frank Jr rip.

Kobe Bryant è morto.

E' morto Robbie Rensenbrink: fu uno dei fuoriclasse della grande Olanda di Cruyff.

Morto Narciso Parigi.

Addio a Stefano Scipioni, voce di Radio Radio.

È morto Terry Jones, fondatore e regista dei Monty Python.

Morto Gianluigi Patrini, ex calciatore.

È morto Jimmy Heath, in arte Little Bird.

Addio ad Emanuele Severino, gigante della filosofia italiana.

E' morto Pietro Anastasi.

Morto Pietro Antonio Migliaccio, il nutrizionista dei salotti tv.

Morto Christopher Tolkien, figlio dell’autore del «Signore degli Anelli».

Morto Stan Kirsch.

E’ morto il giornalista e scrittore Giampaolo Pansa.

E’ morto il filosofo Roger Scruton.

Morto Giovanni Custodero, l’ex calciatore malato di cancro.

Morto Capuozzo, 40 anni, campione d’Italia nel calcio a cinque.

Dakar 2020: morto il motociclista Edwin Straver.

Dakar, morto Paulo Gonçalves.

Morto Giovanni Paolo Martelli, addio al maestro che scoprì la Xylella.

Addio a Neil Peart, uno dei più grandi batteristi di sempre.

Morto Edd Byrnes, l’attore interpretò Vince Fontaine in «Grease».

Aveva soltanto 27 anni, Harry Hains. 

Lorenza Mazzetti, che se ne è andata a 92 anni.

Se ne va Buck Henry, 89 anni.

Morta Elizabeth Wurtzel.

Musica, è morto a 67 anni Neil Peart: storico batterista dei Rush.

Morto Qaboos bin Said al-Said, sultano dell’Oman.

Morto Francesco Claudio Averna: il suo amaro è famoso in tutto il mondo.

Commissario Montalbano, morta l'attrice Nellina Laganà.

Morto a 86 anni Italo Moretti, storico giornalista Rai.

Morto Alessandro Cocco, il re gentile dei presenzialisti della tv.

Franco Ciani morto suicida.

Addio a Georges Duboeuf «Papa del Beaujolais».

È morto Vittorio Fusari, rinomato chef.

Basket, è morto David Stern: l'uomo che ha reso planetaria l'Nba.

 

 

 

 

LA SOCIETA’

 

INDICE SECONDA PARTE

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2020.

·        Gli anniversari.

Raffaello, Masaniello, Beethoven, Dumas e Montessori, tutti gli anniversari storici. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Da Rodari a Fellini, da Iotti a Ciampi: nel 1920 sono nati grandi personaggi. Li riconosci? Il genio artistico del Rinascimento: i 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio segnano gli anniversari del 2020, proprio come i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci hanno accompagnato tutto il 2019. Ma il 2020 sarà contrassegnato da molte altre ricorrenze di rilievo, a cominciare dai 400 anni dalla nascita di Masaniello, protagonista della rivolta napoletana del 1647 o i 150 anni dalla nascita di Lenin. Tra gli artisti saranno ricordati Giambattista Tiepolo, a 250 anni dalla morte del più grande scenografo della pittura italiana e Ludwig van Beethoven, a 250 anni dalla nascita. Ricca la memoria di grandissimi scrittori, a cominciare da Alexandre Dumas, autore de I tre moschettieri e del Conte di Montecristo, a 150 anni dalla morte; e di Charles Dickens, morto anche lui 150 anni fa. Numerosi i personaggi che hanno reso famosa l’Italia nel mondo come Maria Montessori (150 anni dalla nascita) o Carlo Collodi, inventore di Pinocchio (130 anni dalla morte). Nel 2020 saranno anche i 200 anni dalla nascita di Vittorio Emanuele II.

·         500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio.

Raffaello Sanzio è stato uno dei più grandi artisti di ogni tempo. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Pittore e architetto è diventato come pochi altri un modello per secoli e generazioni a venire. Figlio unico di un pittore di buona fama, Giovanni de’ Santi, Raffaello nacque a Urbino il 6 aprile 1483. Il padre lo ritrasse bambino nella cappella Tiranni che si trova nella chiesa di San Domenico di Cagli, non lontano da Urbino. Raffaello (Sanzio è una declinazione di Santi che deriva in particolare dal latino Sancti con cui l’artista preferiva firmare le sue opere) morì a Roma il 6 aprile 1520, esattamente nel giorno del suo compleanno. Aveva solo 37 anni e nessuno può immaginare la messe di ulteriori opere straordinarie che avrebbe potuto regalarci se avesse avuto una vita più lunga. Anche per questo il 6 aprile dovrebbe essere consacrato ogni anno a Raffaello, non solo in occasione di celebrazioni «rotonde» come nel 2020 quando si ricorderanno i 500 anni dalla sua morte. Sembra accreditato che Raffaello abbia potuto apprendere i primi rudimenti dell’arte pittorica nella bottega paterna. La morte prematura di quest’ultimo, nel 1494 quando Raffaello aveva solo 11 anni, lo costrinse ad affrettare la maturazione in giovanissima età. Una delle prime opere che gli sono attribuite (da critici come Ragghianti, Longhi e Brizio) è l’affresco della Madonna con bambino nella casa natale di Urbino, datato 1498 circa, quando aveva appena 15 anni. Non si conosce come il giovane Raffaello sia entrato in contatto con Pietro di Cristoforo Vannucci, detto il Perugino (1448-1523) che nella sua maturità è stato tra i più importanti e stimati pittori italiani, titolare di due avviate botteghe a Firenze e Perugia. Proprio in Umbria avrebbe seguito il maestro eseguendo i primi interventi nella tavoletta della Natività della Madonna nella predella della Pala di Fano (1497) e in alcune figure degli affreschi del Collegio del Cambio a Perugia (dal 1498). La prima commissione artistica a Raffaello di cui si abbia notizia è datata 1499, quando aveva solo 16 anni: gli venne commissionato da una confraternita locale lo stendardo della Santissima Trinità,un dipinto a olio su tela tuttora conservato nella Pinacoteca comunale di Città di Castello. Raffaello e i suoi collaboratori (come Evangelista da Pian di Meleto, che aveva già lavorato col padre) si fermarono in Umbria fino al 1505, incontrando un crescente successo. A Perugia gli vennero commissionate alcune pale d’altare come la Pala Colonna per la chiesa delle monache di Sant’Antonio e la Pala degli Oddi, per San Francesco al Prato. Nel 1503 Raffaello fece una serie di brevi viaggi che lo portarono ai primi contatti con importanti realtà artistiche. Visitò quasi sicuramente Firenze, dove vide forse le prime opere di Leonardo da Vinci; Roma (dove ad ottobre Giuliano Della Rovere venne eletto Papa Giulio II, che anni dopo avrebbe immortalato in un celebre ritratto) e Siena dove venne invitato dal’ormai anziano Pinturicchio. L’opera che segna la fine dell’apprendistato di Raffaello e la sua definitiva consacrazione - a soli 21 anni - è Lo sposalizio della Vergine, realizzato nel 1504 per la Chiesa di San Francesco a Città di Castello e oggi conservato a Milano alla Pinacoteca di Brera. Il suo maestro Pietro Perugino stava realizzando un’opera sullo stesso soggetto per il Duomo di Perugia e che oggi si trova nel Musée des Beaux-Arts di Caen, in Francia. Il confronto tra le due opere evidenzia la maturità del giovane artista. Attratto dalle notizie sulle opere straordinarie di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti chiamati ad affrescare la Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio, rispettivamente con la Battaglia di Anghiari e la Battaglia di Cascina, Raffaello si trasferì a Firenze nel 1504. Ci sarebbe rimasto quattro anni realizzando straordinarie opere di ispirazione sacra, come la «Madonna del Cardellino» realizzata nel 1506, secondo quanto testimonia Vasari, per Lorenzo Nasi, ricco commerciante di panni di lana, e oggi conservata alla Galleria degli Uffizi, o la La Sacra Famiglia Canigiani, del 1507 circa e conservato nell’Alte Pinakothek di Monaco. Il soggiorno fiorentino di Raffaello negli stessi anni in cui nella città lavoravano e vivevano Leonardo da Vinci e Michelangelo fa di questi primi anni del 1500 un’età dell’oro per l’arte che non ha uguali nella storia. A questo periodo fiorentino risalgono i primi ritratti di Raffaello come la Donna gravida, Agnolo Doni e Maddalena Strozzi, dove nella postura è forte l’infuenza di Leonardo, la Dama col liocorno e la Muta. Raffaello coltiverà per tutta la vita la passione per il ritratto, immortalando papi, nobili o letterati come l’amico Baldassarre Castiglione. Alla fine del 1508 Papa Giulio II chiamò a Roma Raffaello a raggiungere i migliori artisti dell’epoca. A Michelangelo affidò il compito di affrescare la volta della Cappella Sistina (che concluderà nel 1512). A Donato Bramante affidò il progetto per la nuova Basilica diu San Pietro. A Raffaello e ad altri artisti tra cui il Sodoma, Bramantino, Baldassarre Peruzzi, Lorenzo Lotto, affidò la decorazione dei nuovi appartamenti papali. Ma dopo aver visto i primi risultati dell’opera di Raffaello nelle sue Stanze decise che avrebbe affidato solo a lui tutto il lavoro. Ne scaturì una serie di capolavori assoluti a cominciare dalla Stanza della Segnatura, dove si trova la Scuola di Atene. Nell’affresco, nonostante il fatto che nel primo cartone preparatorio non comparisse, Raffaello volle inserire un omaggio a Michelangelo dando le sue fattezze al pensoso filosofo Eraclito. E a Leonardo da Vinci, ritratto nel ruolo di Platone. C’è anche lo stesso Raffaello nel grande affresco, ma in una posizione defilata, all’estrema destra., dove è l’unico che rivolge lo sguardo verso noi spettatori. Dopo il 1511 nella Stanza di Eliodoro, Raffaello si dedicò a soggetti che potessero sottolineare la potenza dell’intervento divino. In questa Stanza l’affresco della Liberazione di San Pietro (1513-1514) rappresenta uno straordinario notturno squarciato dalla luce dell’angelo che si rifrange sulle corazze dei soldati. Nel 1513, dopo la morte di Giulio II diventa Papa Giovanni, figlio di Lorenzo de’Medici, che prende il nome di Leone X e conferma a Raffaello l’incarico per gli appartamenti papali. La terza Stanza fu poi detta dell’Incendio di Borgo. Uno degli incarichi più prestigiosi per Raffaello fu quello di decorare l’ultima fascia rimasta libera in basso, della Cappella Sistina, a partire dal 1515 facendo tessere a Bruxelles una serie di arazzi da appendere in occasione delle liturgie più solenni. Dopo la morte di Bramante, Raffaello venne nominato soprintendente dei lavori alla basilica vaticana ma ebbe anche l’incarico dal Papa di custodia e registrazione dei marmi antichi e l’ambizioso progetto di redigere una pianta di Roma imperiale. Anche le Logge che decorano la facciata del palazzo niccolino in Vaticano, avviate da Bramante, vennero proseguite da Raffaello. Il Sanzio arricchì l’articolazione delle pareti e coprì le campate con volte a padiglione, che permisero alla sua bottega di disporre di piani più vasti per la decorazione pittorica. Quest’ultima, avviata nel 1518, vide l’opera di un folto numero di assistenti, e comprendeva una sessantina di storie dell’Antico e Nuovo Testamento. Molti stucchi e affreschi vennero realizzati nello stile della Domus Aurea, scoperta per caso qualche anno prima, con piante e animali mirabolanti, le «grottesche». Uno dei dipinti più famosi di Raffaello, realizzato tra il 1518 e il 1519 e custodito dalla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma è la Fornarina. Un nudo di donna che l’artista tenne nel suo studio fino alla fine della sua vita. Molto discussa l’identificazione del soggetto come Margherita Luti, la figlia di un fornaio di Trastevere, ritenuta il grande amore del pittore. Ma se la leggenda è suggestiva, occorre molta prudenza: il nome Fornarina viene collegato al quadro solo nell’Ottocento e le fattezze della modella la fanno apparire in altre opere di Raffaello come «La Velata», che si trova alla galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze o addirittura la Madonna Sistina. Tra i committenti più prestigiosi dell’ultimo periodo di vita di Raffaello, c’è sicuramente il ricco banchiere Agostino Chigi. Per lui l’artista progettò la Cappella Chigi nella chiesa di Santa Maria del Popolo, e curò gli affreschi nella villa che Chigi si era fatto costruire in riva al Tevere, villa La Farnesina. Qui realizzò tra l’altro gli affreschi del Trionfo di Galatea e il ciclo con le Storie di Amore e Psiche, tratte dall’Asino d’oro di Apuleio. Molte opere di Raffaello sono state «saccheggiate» dalla moderna comunicazione che se n’è appropriata per gli scopi più diversi. Una delle tele più usate è proprio la Madonna Sistina databile al 1513-1514 circa e conservato nella Gemäldegalerie di Dresda. Secondo Vasari l’opera sarebbe stata dipinta per il convento di San Sisto a Piacenza. Ma insieme all’opera nella sua interezza una fortuna particolare l’anno avuta i due angioletti che si trovano alla base del quadro. Quasi appoggiati alla cornice inferiore e con l’espressione di chi osserva forse addirittura annoiato e un po’ perplesso quello che succede intorno. Raffaello muore nella sua casa romana. non lontana dal Vaticano, il 6 aprile 1520, dopo poche settimane di febbre alta. E’ all’apice del successo e della fortuna personale e la sua fine lascia sbigottiti amici e potenti, a cominciare dal Papa. Nella sua stanza l’ultimo quadro cui stava lavorando è la Trasfigurazione, commissionata alla fine del 1516 dal cardinale Giulio de’ Medici per la cattedrale di Narbonne. Il dipinto è diviso in due: in alto Gesù risorto si trasfigura emanando una luce che acceca gli apostoli. In basso si racconta il tentativo degli apostoli di guarire un fanciullo indemoniato, l’ossesso che si trova nella parte destra. Qui a prevalere sono i toni scuri, il nero macchia la scena. Siamo molto vicini ad una pittura che si affermerà solo un secolo dopo. Raffaello venne sepolto al Pantheon, con tutti gli onori. La sua tomba si trova sotto l’edicola della Madonna del Sasso, scolpita dall’allievo di Raffaello, Lorenzetto. Pietro Bembo scrisse l’epitaffio: «Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori» (Qui giace Raffaello da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire).

·        400 anni dalla nascita di Masaniello.

Si chiamava Tommaso Aniello d’Amalfi, tutti lo ricordano come Masaniello, protagonista della rivolta napoletana del luglio 1647 contro la dominazione spagnola e le tasse imposte alla popolazione dal viceré. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. La sua storia si è prestata a molte interpretazioni di parte, per la carenza di fonti dirette e per la grande fama che ha sempre accompagnato il suo nome fino a renderlo proverbiale come ribelle. Non era originario di Amalfi , che per lui era solo un cognome, ma gli spagnoli vollero accreditare questa origine per negare che un ribelle di quel tipo potesse essere nato a Napoli. Invece era nato a Vico Rotto vicino piazza del Mercato, figlio di un pescatore, e dove solo nel 1997 il Comune di Napoli, a 350 anni da quella sommossa popolare, ha posto una targa commemorativa. Un’altra interpretazione dubbia è quella degli storici risorgimentali che videro in lui un eroe repubblicano contro la dominazione straniera. La rivolta del 1647 scoppiò il 7 luglio contro le gabelle in particolare quelle sulla frutta, alimento base per i più poveri. Rivolte di questo tipo erano scoppiate nei mesi precedenti a Messina, Catania e Palermo. Masaniello guidò quella napoletana, giungendo in pochi giorni all’abolizione delle gabelle e ad essere riconosciuto come rappresentante dei rivoltosi anche dallo stesso vicerè. Ma presto venne accusato di pazzia, forse drogato e infine ucciso da un gruppo di sicari pagati dalla corona spagnola. Era il 16 luglio. Masaniello aveva 27 anni.

·        250 anni dalla morte di Giambattista Tiepolo.

I suoi molti estimatori non hanno paura di usare iperboli per definirlo: “il più grande scenografo della pittura italiana”, “il massimo esponente del rococò e del Settecento veneziano”, «genio strabocchevole, strapotentissimo» secondo Camillo Boito. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Eppure Giambattista Tiepolo, nato a Venezia nel 1696, era figlio di una famiglia piccolo borghese, il padre era un piccolo armatore Cominciò a dipingere giovanissimo nella bottega di Gregorio Lazzarini, dove apprese la tecnica e la passione teatrale per le grandi composizioni. Tra le sue opere più significative vi sono gli affreschi del Duomo, della Cappella del Santissimo sacramento e del palazzo arcivescovile di Udine (1726-30), le tele per la Scuola del Carmine a Venezia (1743), uno dei suoi capolavori, e gli affreschi per la residenza di Carlo Filippo di Greiffenklau a Würzburg (1751-53). Pittore di grandi affreschi mitologici e di dipinti religiosi, ha lasciato una galleria di straordinari soffitti dipinti. Grazie a lui la tradizione decorativa veneziana tornò a imporsi sulla scena artistica del suo tempo e riscosse un successo in tutta Europa. Nel 1762, Giambattista Tiepolo si trasferì a Madrid in Spagna, con i figli Giandomenico e Lorenzo, che lo aiutarono nel lavoro, rispondendo alla chiamata del re Carlo III, che voleva fossero realizzati affreschi e nuove decorazioni nella sale del nuovo Palazzo Reale. Morì nella capitale spagnola nel 1770, 250 anni fa. Sue opere sono ospitate nei maggiori musei di tutto il mondo.

·        250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven.

La sua musica fa parte della nostra vita, al di là della nostra passione per i componimenti e la classica. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai.  Film, spot pubblicitari, rivisitazioni moderne hanno fatto delle sue note le più conosciute della contemporaneità. Eppure Ludwig van Beethoven nacque in Germania, a Bonn nel 1770, 250 anni fa: contemporaneo di Goethe, Kant, Schiller; precursore di un modello di artista moderno, capace di produrre se le sue opere non su commissione, ma seguendo un’ispirazione che nasce da una nuova coscienza storica e sociale figlia degli ideali della Rivoluzione francese e che trova la sua espressione artistica. In tutte le classifiche dei brani più conosciuti al mondo compaiono almeno due sue sinfonie: la Quinta e la Nona. Le prime note della Quinta introducevano le trasmissioni in italiano di Radio Londra, durante la seconda guerra mondiale, mentre il suo arrangiamento più famoso in chiave pop compare nel film La febbre del sabato sera del 1977. La Nona e ultima sinfonia composta nel 1824 comprende l’Inno alla gioia (che musicava i versi dell’Ode alla gioia di Friedrich Schiller). Il tema del finale, riadattato da Herbert von Karajan, è stato adottato nel 1972 come Inno europeo. Ripetute volte è stata rielaborata e proposta dal cinema: le sue note sono presenti in Arancia meccanica, ne L’attimo fuggente e nel quarto episodio dell’Era glaciale. Bambino prodigio venne spinto allo studio forzato della musica dal padre, che aveva problemi con l’alcol e molti debiti. I problemi di salute (gotta, reumatismi, cirrosi) gli hanno creato molte difficoltà: soprattutto la perdita dell’udito già intorno ai trent’anni gli creava problemi a gestire una conversazione. Prima dei cinquant’anni era completamente sordo, ma questo pur spingendolo in un progressivo isolamento, non gli impedì di continuare a comporre. Le sue opere, dapprima influenzate dai classici di sempre (Haydn, Mozart) ma già segnate dalla sua forte personalità, nel corso della sua vita si fanno sempre più audaci e innovative. Una delle sue migliori amiche, la scrittrice tedesca Bettina Brentano, riferirà a Goethe come parole di Beethoven: “La musica è il vincolo che unisce la vita dello spirito alla vita dei sensi, ed è l’unico immateriale accesso al mondo superiore della conoscenza. Nella musica l’uomo vive, pensa e crea”. Muore a Vienna il 26 marzo 1827.

I 250 ANNI DI LUDWIG VAN BEETHOVEN: GENIO, SINFONIE E SPIRITUALITÀ. IL COMPOSITORE DI BONN  VISTO DA PESTELLI PROFESSORE EMERITO DI STORIA DELLA MUSICA ALL’ATENEO DI TORINO. Edvige Vitaliano il 15 dicembre 2020. Nel segno di Ludwig van Beethoven diventa un viaggio nella bellezza anche una conversazione in una sera di dicembre che si accende di riverberi sonori, quasi ti ritrovassi all’improvviso in un teatro. A un passo da un’orchestra, dentro una conchiglia di suoni ed emozioni. Dall’altro capo del telefono nella sua casa torinese, Giorgio Pestelli – classe 1938, musicologo, critico musicale e professore emerito di Storia della musica all’università di Torino – raccoglie l’invito con cortesia d’altri tempi. Professore ci avviciniamo ad un anniversario importante: i 250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven avvenuta a Bonn il 16 dicembre del 1770. Per cominciare le chiedo chi è per lei Beethoven? «Sono stato avviato alla musica da bambino, ma è solo verso i 13-14 anni che la musica (che per me allora voleva dire il pianoforte) ha cominciato a prendermi, a occupare il mio animo; da allora Beethoven ha sempre fatto parte della mia esistenza, quando ero ragazzino era una specie di eroe, un santo; poi, passando gli anni, è diventato quello che per me è ancora oggi: un insieme di valori, un appello all’impegno, alla responsabilità. Conoscere e studiare tutte le sue opere, una per una, tornare a risentirle, è stata, ed è ancora, l’avventura intellettuale ed emotiva della mia vita. Ma tutto ciò, per carità, senza nessun esclusivismo! Sentivo e mi nutrivo di tutta la musica (adoravo e adoro ancora Wagner, Schumann, Chopin, Debussy ecc.), l’amore per Beethoven cresceva assieme a tutti i grandi della musica; considero una forma di dilettantismo, sotto apparenza di competenza, l’atteggiamento di chi dice: “sento solo Bach, solo Mozart”; non posso neanche dire che Beethoven sia “il più grande musicista che sia mai esistito”; per me il più grande è quello che ascolto in ogni momento secondo il mio stato d’animo del momento».

Come lo racconterebbe ad un ragazzo del Terzo millennio?

«Raccontare o spiegare Beethoven a un ragazzo del Terzo Millennio è una impresa ardua: e questo, a differenza dei miei tempi, perché oggi il concetto di musica si è generalizzato in un assieme spesso confuso di musica di ogni genere, leggera, seria, pop, rock; bisognerebbe cominciare a distinguere e limitare il campo; e poi provare a fare capire che nella sua musica, oltre alla “bellezza” delle sue idee (che si può trovare anche in una canzone, o in altri tipi di musica) in lui c’è sempre anche il fascino di un percorso intellettuale, una costruzione che parte in un modo e finisce in un altro, passando attraverso ostacoli e contraddizioni: ogni pagina di Beethoven, oltre alla bellezza, contiene un’avventura dello spirito».

In questo Natale messo sotto scacco dalla Pandemia la bellezza della musica di Beethoven commuove forse anche di più. Da dove arriva questa luce così potente e per certi versi anche consolatoria che attraversa i secoli ogni qual volta si ascolta Ludwig van Beethoven?

«La luce di Beethoven nel momento attuale che attraversiamo viene dal suo messaggio di ottimismo malgrado tutto, dal suo spirito di guardare sempre oltre, di fratellanza umana; il suo esempio di artista colpito dalla sordità, e quindi dalla solitudine, che canta la felicità (interiore) è una dura e continua lezione per noi; la sua musica è un continuo invito all’azione, a fare, a non abbattersi».

Uno dei suoi libri dedicati al compositore si intitola “Il genio di Beethoven. Viaggio attraverso le nove Sinfonie” edito da Donzelli. In che modo il maestro di Bonn ha scompaginato la scrittura contrappuntistica del suo tempo?

«Con tutte le sue opere, con le Sinfonie in modo particolare, Beethoven ha compiuto una vera rivoluzione; ma la sua non è una rivoluzione di ribaltamento, di scardinamento; è una rivoluzione di assorbimento: Bach, Haydn e Mozart, e altri minori, sono da lui assorbiti, accettati e sviluppati; non c’è negazione nella sua opera, ma continuità; anche la scrittura contrappuntistica, generale nel pensiero musicale dell’età precedente alla sua (Bach ad esempio), viene fusa con la nuova visione di un linguaggio musicale basato sull’armonia e l’evidenza ritmica, in una parola sul “carattere” unico e inconfondibile delle sue invenzioni; anche il contrappunto, basta pensare alle sue “fughe” nelle ultime Sonate, agli ultimi Quartetti, alla Nona Sinfonia, alla Messa solenne, diventa una cosa sola con il pensiero sinfonico».

L’altro lavoro, sempre edito Donzelli, si chiama “I concerti di Beethoven. Il genio da pianista a compositore”, quale Beethoven troviamo in quest’ultimo libro?

«Nel mio libro sui Concerti viene fuori il Beethoven del suo tempo: quello che si è fatto una strada di musicista indipendente come “pianista” compositore, che suonava cioè le sue composizioni in pubblico; nei primi due Concerti per pianoforte, attraverso le varie versioni, rifacimenti, miglioramenti, questo processo si vede bene; a partire dal Terzo Concerto per pianoforte il “pianista” lascia il posto al compositore assoluto. Quindi il libro mette in luce non solo il Beethoven genio fuori dal tempo, ma anche il Beethoven del suo tempo, il Beethoven vissuto nella storia, nella sua città, di fronte al suo pubblico concreto».

L’ultimo Beethoven – in particolare l’ultima sonata per pianoforte, l’opera 111 – può essere indicato come il punto di rottura o il punto di svolta?

«Direi che con l’ultima Sonata per pianoforte, l’opera 111, Beethoven rompe con la tradizione “classica” della Sonata ed entra a vele spiegate nell’età “romantica”, quella di Schubert, Schumann, Weber e Chopin. Un po’ tutto Beethoven va inquadrato fra età classica e età romantica: l’opera 111 fa vedere bene le strutture della sonata classica che senza forzature, per misteriosa metamorfosi, diventano un poema musicale; con l’op.111 l’età romantica non è solo additata, è già abitata come nuovo paesaggio dell’anima».

Quando decide di ascoltare Beethoven, lei cosa sceglie?

«Di solito è lui che decide; se il caso mi fa ascoltare una musica di Beethoven, qualsiasi, mi trova sempre pronto, come davanti a una cosa nuova. Ma in generale, se devo scegliere, non vado in cerca di opere troppo aggressive, di grande impatto, tipo Quinta Sinfonia, preferisco quelle della saggezza, dell’uomo che ne ha viste di tutti i colori, e si mette un gradino più su delle circostanze: come nelle ultime Sonate, nei Trii, nei Quartetti; tuttavia c’è anche un’opera d’impatto che sempre mi seduce, la Terza Sinfonia Eroica: se ne sento le prime note, non posso staccarmi e devo arrivare fino alla fine».

Quale partitura può squarciare il silenzio, la solitudine e le angosce di queste notti e giorni difficili così come del resto aveva fatto la musica con la sordità di Ludwig?

«La sordità di Beethoven, cioè una menomazione che lo colpiva nel suo mestiere, non è stata vinta dalla musica ma dalla sua forza morale; per squarciare il silenzio e la solitudine di queste notti noi abbiamo la sua musica a disposizione: quindi sono molte le opere che possono aiutarci e confortarci; ma non mi sottraggo, oggi, alla richiesta di indicarne una: il Trio per pianoforte, violino e violoncello op.97 detto “Arciduca”, c’è un’ampiezza che allarga il respiro e allo stesso tempo una intimità che tocca il cuore».

E infine professore, immaginiamo sia la notte di Natale – di questo Natale così simile a una bufera di neve sulle nostre vite – cosa si potrebbe ascoltare di Ludwig per guardare con speranza al nuovo giorno che sta per arrivare?

«Per la notte di questo Natale un’opera di Beethoven che si potrebbe ascoltare con grande beneficio è la Sinfonia n. 6,  detta “Sinfonia Pastorale”: è pervasa di serenità, e quindi ci prepara alla speranza; e contiene anche una “Tempesta”, che però passa ed è seguita da un inno di ringraziamento per il ritorno alla calma. Proprio quello che ci auguriamo tutti!».

·        200 anni dalla nascita di Pellegrino Artusi.

Era figlio di un droghiere di Forlimpopoli, il paese dove è nato il 4 agosto 1820, e la sua massima aspirazione era quella di fare il critico letterario. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Ma quando Pellegrino Artusi scrisse una Vita di Ugo Foscolo, nel 1878, e Osservazioni in appendice a trenta lettere di Giuseppe Giusti, nel 1880, non se ne accorse nessuno. Avrebbe dovuto aspettare il 1891 e la pubblicazione del suo libro «La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene», per raggiungere un successo straordinario che dura fino ad oggi. Peraltro non amava neppure assaggiare i manicaretti risultanti dalle sue più di mille ricette: infatti nella prefazione del suo libro scriveva: «Non vorrei che per essermi occupato di culinaria mi gabellaste per un ghiottone e per un gran pappatore!«. Come scrisse Giulia Borgese sul Corriere della Sera nel 1993, recensendo l’Autobiografia di Artusi pubblicata quell’anno dal Saggiatore, la sua vita era stata sconvolta da una «notte fatale» che aveva provocato il trasferimento suo e della famiglia da Forlimpopoli a Firenze. «Era il 25 gennaio 1851 e al “Comunale” di Forlimpopoli si dava un drammone biblico in sette atti. In teatro ci sono tutti ad eccezione degli Artusi. Ed ecco che dopo l’ ultimo intervallo si alza il sipario e invece degli attori in costume biblico il pubblico vede schierato sul palcoscenico tredici tremendi briganti con i tromboni puntati sulla platea. Sono Stuvane’ , Stefano Pelloni detto il Passatore, con la sua banda. Il Passatore tira fuori l’ elenco dei notabili della città, poiché è analfabeta lo passa a uno dell’ orchestra perché faccia l’ appello. Ciascuno viene spennato di soldi, gioielli, orologi. In casa del droghiere Artusi, il “Passator cortese” cantato dal Pascoli aveva mandato la stessa sera alcuni dei suoi a vuotare casa e negozio.» »Il più brutto fu per le mie povere sorelle - si legge nell’ Autobiografia - al momento poco le malmenarono perché volevano serbarle a più brutta sorte a sfogo della loro libidine... La maggiore di esse Geltrude, che era bella e di lineamenti delicati e gentili, dopo una lotta disperata con alcuni di costoro, manomessa e contaminata era fuggita da un abbaino che metteva sui tetti, colà vagando spaurita... Ci fu condotta a casa dal vicinato in uno stato da far pietà; tutta sciamannata e cogli occhi fuori dalle orbite per lo spavento». La poveretta non si riprese mai più da «quel sì barbaro oltraggio» tanto che «si fu costretti a collocarla nel manicomio di Pesaro». E «colà rimase per dodici anni a tutte mie spese e vi morì demente».

·        200 anni dalla nascita di Vittorio Emanuele II.

Ultimo Re di Sardegna e primo Re d’Italia, dal 1861 al 1878, Vittorio Emanuele II di Savoia è considerato il monarca del Risorgimento, avendo portato a termine con il presidente del consiglio Camillo Benso di Cavour, l’unità d’Italia. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Considerato Padre della Patria gli è stato dedicato il monumento di Piazza Venezia a Roma, che in suo onore viene chiamato “Vittoriano” dominato da una statua di Vittorio Emanuele II a cavallo, opera in bronzo progettata da Enrico Chiaradia e completata da Emilio Gallori. Vittorio Emanuele II arriva al trono del regno di Sardegna nel 1849, dopo l’abdicazione del padre Carlo Alberto seguita alla sconfitta di Custoza contro gli austriaci nella prima guerra d’indipendenza. Secondo la storiografia risorgimentale sarebbero stati proprio i suoi primi incontri col generale Radetzki, per ottenere migliori condizioni per l’armistizio, e in particolare il suo essersi opposto alla richiesta austriaca di revocare lo Statuto concesso dal padre (la costituzione che limitava i poteri reali) a fargli guadagnare il soprannome di «re galantuomo». Analisi storiche più recenti mettono in dubbio questa sua difesa delle libertà costituzionali: in realtà i vincitori stessi non avrebbero premuto per la revoca dello Statuto di Carlo Alberto - come ha scritto Denis Mack Smith - per la necessità degli austriaci di «essere generosi per non gettare Vittorio Emanuele tra le braccia della Francia o dei rivoluzionari». Nei giorni successivi la brutale repressione dei moti di Genova contro l’armistizio di Vignale con gli austriaci, che costò 500 morti, fece comprendere l’orientamento del nuovo sovrano. Anche con Cavour, che divenne presidente del Consiglio nel 1852, il rapporto non fu facile e mai improntato a simpatia reciproca. Ma fu proprio Cavour a gettare le basi dell’alleanza con la Francia che portò nel 1859 alla seconda guerra d’indipendenza che si concluse con la vittoria grazie alle battaglie di Magenta e a quella di Solferino e San Martino. Si concluse con l’armistizio di Villafranca (11-12 luglio 1859) e l’Austria fu costretta a cedere alla Francia la Lombardia, girata poi al Regno di Sardegna. La guerra ebbe come effetto il declino del sistema di ingerenze politiche dell’Austria in Italia stabilito dal congresso di Vienna. Come conseguenze portò all’annessione da parte del Regno di Sardegna, oltre che della Lombardia, anche dei territori (Toscana, Parma, Modena e Romagna pontificia) le cui autorità lasciarono il potere a governi provvisori filo piemontesi. Creò le basi per la spedizione dei Mille di Garibaldi che assicurò al Regno di Sardegna anche le regioni meridionali fino alla proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861). Vittorio Emanuele, come Re d’Italia, mantenne il numerale II: come ha scritto Antonio Desideri «Secondo non primo (come avrebbe dovuto dirsi) a sottolineare la continuità con il passato, vale a dire il carattere annessionistico della formazione del nuovo Stato, nient’altro che un allargamento degli antichi confini, “una conquista regia” come polemicamente si disse». Per il completamento dell’Unità d’Italia mancavano importanti regioni: Roma e il Lazio, tuttora territorio vaticano, il Veneto, Il Friuli, il Trentino, l’Istria e Trieste. La capitale venne spostata a Firenze nel 1865 e un anno dopo la terza guerra d’indipendenza, la prima proclamata dal Regno d’Italia, nonostante le sconfitte subite contro gli austriaci a Custoza e nella battaglia navale di Lissa, portò all’Italia Venezia, il Veneto, Mantova e parte del Friuli. Rimaneva da conquistare Roma, ma Napoleone III continuava a difendere il papato e solo la caduta dell’imperatore francese nel 1870 aprì la strada all’intervento dei bersaglieri piemontesi che il 20 settembre aprirono la «breccia» di Porta Pia ed entrarono in città. La capitale del Regno venne trasferita a Roma in pochi mesi e Papa Pio IX non volle riconoscere il nuovo Stato italiano, scomunicando Vittorio Emanuele II e i suoi successori. Se Cavour non vide mai Roma capitale d’Italia (era morto nel 1861 poche settimane dopo la proclamazione del Regno), Vittorio Emanuele II vi regnò per sette anni. Morì il 9 gennaio 1878 ed è sepolto al Pantheon. Al suo capezzale c’erano i figli ma non la moglie morganatica, Rosa Vercellin, nota come la Bela Rosin che per molti anni fu l’amante del Re e gli dette due figli. Nel 1855 era morta la prima moglie di Vittorio Emanuele II Maria Adelaide d’Asburgo Lorena , sua cugina, che partorì otto figli, tra cui Umberto che sarebbe salito al trono alla morte del padre. Vittorio Emanuele II sposò Rosa Vercellana nel 1869 con un matrimonio morganatico, che non le dava diritto al titolo di Regina.

·        150 anni dalla nascita di Maria Montessori.

Maria Montessori è nata a Chiaravalle (Ancona) il 31 agosto. È stata una delle prime donne italiane a laurearsi in medicina, con specializzazione in neuropsichiatra, ha preso una seconda laurea in filosofia, ed è conosciuta in tutto il mondo come pedagogista e educatrice grazie al «metodo» che porta il suo nome. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Come ha detto Grazia Honegger Fresco, sua allieva e interprete della sua eredità scientifica e culturale, che ha curato la collana «Gioca e impara con il metodo Montessori» in edicola con il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport, «Maria Montessori è partita osservando i bambini: questo è il suo grande segreto. E ha chiesto ai suoi allievi di fare altrettanto. Senza applicare in modo ripetitivo una metodologia come se fosse una normativa astratta. Ecco perché esistono scuole montessoriane poverissime nei boschi della Tanzania, così come scuole modello nelle principali metropoli occidentali». Il principio alla base di questo successo è semplice: «il segreto è seguire il bambino. E, poi, occorre dare le regole giuste, per proteggere il piccolo che fa le sue prime esperienze. Il compito dell’adulto è osservarlo con rispetto e preparargli un ambiente nutriente, che risponda ai suoi interessi. Se vuole stare per terra, non lo posso obbligare sulla sedia. Se vuole stare da solo o con gli amici, devo offrirgli questa duplice possibilità. La conquista di un benessere interiore è la premessa per entrare in relazione con gli altri senza atteggiamenti aggressivi o di prevaricazione. Spesso Maria Montessori avverte i genitori del rischio di trovarsi coinvolti, seppur involontariamente, in quella che definisce una lotta tra adulto e bambino, un braccio di ferro che pone da un lato il bisogno del bambino di apprendere, esplorare, muoversi con i suoi tempi attraverso le tappe della crescita, il suo bisogno vitale di «formarsi» e dall’altro i genitori. «Non si può essere liberi se non si è indipendenti», ma allo stesso tempo il percorso dell’indipendenza è percorribile dal bambino soltanto se si trova libero dai «lacci» che sin dalla prima infanzia inibiscono le sue conquiste autonome. Le regole essenziali sono davvero poche e pochi sono i divieti necessari. Eccedere con l’uso dei no può portare il bambino a pensare che «il bene coincida con l’inattività e il male con l’attività». Nel 1907 a San Lorenzo, Roma, aprì la prima Casa dei Bambini, un modello destinato a moltiplicarsi in Italia e nel mondo. Con l’avvento del fascismo, Mussolini tentò di sfruttare la sua fama mondiale sostenendo in un primo momento la diffusione delle Case dei Bambini. Salvo mal tollerare la sua indipendenza e costringerla ad un lungo esilio. Maria Montessori è stata una antesignana dell’emancipazione femminile e fu tra le prime a chiedere parità salariale tra uomini e donne. Anche la sua vita privata ha vissuto momenti molto difficili. Da una relazione con il collega, Giuseppe Montesano, considerato tra i fondatori della neuropsichiatria infantile italiana, nacque, nel 1898, un figlio, Mario, che Maria partorì di nascosto perché la coppia non era sposata e all’epoca sarebbe stato uno scandalo. Maria affidò il bambino a una famiglia di Vicovaro (un paesino del Lazio), visitandolo ogni settimana presentandosi come una zia, e successivamente lo fece iscrivere in un collegio. Maria poté prendere il figlio a vivere con sé, quando aveva quattordici anni, dicendo che era un nipote. La verità fu rivelata solo nel suo testamento.

·        150 anni dalla morte di Alexandre Dumas.

Ha scandito i sogni di avventura per generazioni di lettori che volevano immedesimarsi nella ingenua spavalderia di D’Artagnan o nella lucida spietata sete di vendetta di Edmond Dantès. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Ma lo straordinario successo editoriale della saga dei Tre moschettieri o del Conte di Montecristo, raccontano solo un aspetto della vita eccezionale di Alexandre Dumas, nato il 24 luglio 1802 a Villers-Cotterêts a 85 chilometri da Parigi, e morto il 5 dicembre 1870, 150 anni fa, a Puys de Dieppe nell’alta Normandia. Quando si parla di lui bisogna aggiungere «padre» per distinguerlo dal figlio più noto che si chiamava anch’egli Alexandre Dumas e anche lui destinato a un grande successo soprattutto per il romanzo «La signora delle camelie», a cui si ispira La traviata di Giuseppe Verdi. Quel figlio, che portava il suo stesso nome, era nato nel 1824 da una relazione con una sartina, Catherine Laure Labay, che abitava nel suo stesso palazzo, a pochi passi da Palais Royal nel centro di Parigi. Tra i molti elementi della sua vita che meritano una speciale attenzione, i primi riguardano l’aspetto e le origini. Alexandre Dumas padre era mulatto e aveva i capelli crespi, essendo sua nonna Marie Cessette una schiava di colore di Santo Domingo. Letterariamente è stato l’inventore della moderna serialità narrativa e il primo a usare una squadra di aiutanti che gli hanno consentito di produrre centinaia di opere tra romanzi, libri di viaggio (scritti praticamente su ogni luogo che ha visitato), libri storici, opere teatrali, oltre a venti volumi di memorie e un libro di cucina pubblicato postumo. Queste collaborazioni gli hanno fruttato accuse di plagio e una certa indifferenza da parte della critica ufficiale che ha tardato a riconoscerlo come uno dei più grandi scrittori del suo tempo. Resta il fatto che la maggior parte delle sue opere è stata pubblicata a puntate su quotidiani e riviste con un successo straordinario e Alexandre Dumas può essere considerato uno dei padri del feuilleton, quei romanzi d’appendice precursori del romanzo popolare diffuso non solo sui giornali, ma per radio e televisione, fino alle moderne soap opera. Nel 2002 il bicentenario della nascita dello scrittore è diventato, per volere del Presidente francese Jacques Chirac, il pretesto per il trasferimento delle sue ceneri dal piccolo cimitero di Villers-Cotterêts, al Panthéon, l’ Olimpo dei padri spirituali e culturali della Repubblica. Quella grande cerimonia fu anche la «riparazione di un’ ingiustizia» nei confronti di uno scrittore troppo popolare per essere considerato «grande» anche dagli accademici. Molto importante il ruolo di Alexandre Dumas nella storia d’Italia e nel Risorgimento. Lunghi e intensi sono stati infatti gli «anni italiani» di Dumas, giornalista al seguito dei Mille, che definì Garibaldi «il Messia della libertà» e in lui vide il giustiziere della monarchia borbonica, l’ avversario della camorra, l’ eroe di tutti gli oppressi. Spronato proprio da Garibaldi nel 1860 fondò a Napoli il quotidiano L’Indipendente, per sostenere la causa risorgimentale. Il giornale veniva scritto in francese e tradotto in italiano prima di andare in tipografia. Tra i primi traduttori c’era un giovane Eugenio Torelli Viollier che in poco tempo divenne uno dei principali collaboratori di Dumas. Esperienza che avrebbe messo a frutto nel decennio successivo quando nel febbraio 1876 Eugenio Torelli Viollier fondò il Corriere della Sera. 

·        150 anni dalla nascita di Lenin.

Vladimir Il’ič Ul’janov, uno dei principali protagonisti della rivoluzione russa, nacque nel 1870 a Simbirsk, sul Volga a 800 chilometri da Mosca , città che sarebbe stata rinominata in suo onore Ul’janovsk. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai.  Scelse lo pseudonimo Lenin che lo accompagnerà tutta la vita, ispirandosi al fiume siberiano Lena. I suoi genitori erano insegnanti e il padre raggiunse l’incarico prestigioso di ispettore scolastico. La sua adolescenza venne segnata dalla morte del fratello Aleksandr, che nel 1883 si era trasferito a San Pietroburgo per studiare scienze naturali all’università: arrestato dalla polizia zarista per aver organizzato un attentato fallito contro lo zar Alessandro III, insieme ad altri militanti del gruppo populista Narodnaja Volja (Volontà del popolo), fu impiccato l’11 maggio 1887. Lenin si laureò in giurisprudenza nel 1891, coltivando però lo studio e la conoscenza dei testi marxisti che lo portarono a non esercitare mai l’avvocatura ma a dedicarsi alla politica schierandosi con Plechanov e il suo primo gruppo marxista russo. Centrale in tutta la fase iniziale la sua avversione ai populisti e la convinzione che lo zarismo non potesse essere abbattuto con azioni estremiste e attentati isolati, ma con la rivoluzione di tutte le classi oppresse della popolazione. Arrestato nel 1895 venne deportato in Siberia, dove sposò la socialista Nadezda Kostantinovna Krupskaja (1869-1939), anch’essa deportata. Tornato dalla deportazione viaggiò in Europa dove si impose come uno dei principali teorici rivoluzionari: in Siberia aveva completato l’opera intitolata «I compiti della socialdemocrazia russa», e concepì il progetto di un grande giornale marxista per tutta la Russia. Si trasferì prima a Monaco e poi a Zurigo. In questo periodo adottò lo pseudonimo Lenin, che comparve per la prima volta nel dicembre 1901 in un articolo sulla rivista Zaria. Deciso oppositore della prima guerra mondiale, in aperta polemica con i partiti socialisti che avevano sostenuto i rispettivi stati nazionali, Lenin tornò stabilmente in Russia solo nel 1917 dopo la rivoluzione d’ottobre che portò alla caduta della monarchia zarista. Lenin assunse un ruolo di primo piano nella caduta del governo provvisorio e nella creazione di uno Stato monopartitico guidato dal nuovo partito comunista. Il suo governo abolì l’Assemblea costituente della Russia e ritirò il Paese dalla prima guerra mondiale con la firma del trattato di Brest-Litovsk. Una legge per decreto ridistribuì terreni tra i contadini e nazionalizzò la grande industria. Sotto il suo governo, nel 1922, si costituì l’Unione Sovietica delle repubbliche socialiste, che si sarebbe dissolta solo nel 1991. Lenin morì il 21 gennaio 1924, all’età di 54 anni, raccomandando nel testamento la rimozione di Stalin dalla carica di segretario generale del partito: «Ha concentrato nelle sue mani un immenso potere e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza». Quel documento venne reso noto solo nel 1956, tre anni dopo la morte di Stalin.

·        150 anni dalla morte di Charles Dickens.

Se Il circolo Pickwick, Oliver Twist, David Copperfield e Canto di Natale fanno ormai parte del bagaglio di base della letteratura occidentale lo dobbiamo alla penna e all’inventiva straordinaria di questo scrittore inglese nato a Portsmouth nel 1812 e morto 150 anni fa. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. È sepolto nell’Abbazia di Westminster in quello che è chiamato l’angolo dei poeti, accanto a Henry Fielding. Quando aveva solo 12 anni, il padre venne arrestato per debiti, e la sua famiglia si trovò in uno stato di povertà estrema. Nonostante fosse poco più di un bambino fu costretto a lavorare come manovale e gran parte delle situazioni di sfruttamento descritte in David Copperfield sono vicine a esperienze dirette dello scrittore. Considerato uno dei più importanti romanzieri di tutti i tempi, il suo primo impiego fu da stenografo, per poi occuparsi di cronache parlamentari e poi le cronache con bozzetti di vita quotidiana sul Morning Chronicle che firmerà con lo pseudonimo Boz e saranno il suo primo successo. Il suo primo romanzo, I quaderni postumi del Circolo Pickwick, uscirà nel 1936 a dispense mensili proprio per il Morning Chronicle.

A 150 anni dalla morte di Charles Dickens, lo scrittore che raccontò la fine delle grandi speranze. Matteo Moca su Il Riformista il 9 Giugno 2020. Si sa che Charles Dickens è morto il 9 giugno 1870, accasciato sulle pagine dell’incompiuto Mistero di Edwin Drood, quello che pochi sanno è che ha rischiato di morire qualche anno prima, nel 1865, nello stesso giorno. Il 9 giugno 1865 lo scrittore inglese stava viaggiando nel Kent, in direzione Londra, e il suo treno rimase coinvolto nello spaventoso incidente ferroviario di Staplehurst: quasi tutte le carrozze del treno caddero nel fiume Beult. Quella dove viaggiava Dickens fu una delle poche a rimanere sui binari, lo scrittore prima si adoperò nel prestare soccorso ai feriti e, dopo corse a salvare una sua opera in parte ancora inedita allora, Il nostro comune amico. Il nostro comune amico è l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Dickens, «un capolavoro assoluto, d’invenzione come di scrittura» secondo Italo Calvino, certamente una delle sue opere più disperate. Nelle vicende del protagonista, John Harmon, coinvolto in un matrimonio obbligato e in uno scambio di persona, generatore di numerosi colpi di scena, Dickens giunge a uno dei luoghi più cupi della sua riflessione sociale, con la consapevolezza della fine delle «grandi speranze» nel miglioramento della società e il fallimento della classe borghese. Il nostro comune amico è anche l’ultima e definitiva prova della capacità di Dickens nel ritrarre un’intera società con una simile finezza di dettagli e una prosa piana, capace di coordinare plot complessi che molto spesso nascono dalla sua vita e dalle sue esperienze. L’autore inglese Peter Ackroyd ha scritto un poderoso volume sullo scrittore nato a Portsmouth nel 1812, recentemente pubblicato da Neri Pozza, dove riannoda tutti i fili che collegano biografia e finzione romanzesca. Dalle pagine di Ackroyd emerge come Dickens fosse uno dei due maggiori rappresentanti dell’età vittoriana: l’altra è niente meno che la regina Vittoria che infatti lo inviterà a Buckingham Palace per un colloquio, durante il quale lo scrittore, nonostante la malattia, sarà costretto dal protocollo a restare in piedi: «fu così – scrive Ackroyd – che conversarono i due più grandi rappresentanti dell’età vittoriana, come se non fossero consapevoli del posto che occupavano nella storia del loro tempo». La biografia è un ottimo strumento per ripercorrere l’intera opera di Dickens, si ritrovano qui le notizie biografiche che saranno il lievito delle sue storie («Solo Fatti dovete insegnare a questi ragazzi. Nella vita non c’è bisogno che di Fatti.», recita infatti uno dei suoi incipit più memorabili, quello di Tempi difficili), la nascita in una famiglia tutto sommato benestante destinata però alla decadenza e alla povertà, il lavoro da bambino nella fabbrica di lucido da scarpe, caldeggiato dai genitori («un oscuro complotto per precipitarlo nel mondo» scrive Ackroyd citando Oliver Twist) e l’arresto del padre John per debiti, in tempi in cui «un debitore insolvente veniva reputato quasi alla stregua di un vero criminale». E poi, c’è la Londra ottocentesca («non c’è niente a Londra che non sia curioso»), la sua nebbia, le tenebre sinistre che portavano a far correre la fantasia e il grande fiume Tamigi dall’aspetto cupo, «carico di forme indistinte e terrificanti». Vladimir Nabokov ha scritto, parlando di Casa desolata, che «lo studio dell’impatto sociologico o politico della letteratura dev’essere stato escogitato soprattutto per quelli che, per temperamento o educazione, sono immuni dalla vibrazione estetica della vera letteratura, per quelli che non sentono il brivido rivelatore tra le scapole». L’interpretazione dei romanzi di Dickens non deve essere basata solo sul valore sociale, sempre foriero di insegnamenti, ma anche riconoscendo la «vibrazione estetica» della sua scrittura e la sua capacità demiurgica nel plasmare trame così articolate e complesse. Se si riesce a utilizzare questo doppio sguardo, si comprenderanno in maniera ancora più profonda le sue opere, simbolo della fusione perfetta, come ha scritto Pietro Citati, tra «il più folle riso e la più imperterrita discesa nelle tenebre».

Ritratto di Charles Dickens, cantore dell’animo umano. Eraldo Affinati su Il Riformista il 9 Giugno 2020. Stamattina, a Londra, possiamo immaginarlo, nell’angolo dei poeti dell’abbazia di Westminster, qualche turista giapponese fotograferà la tomba di Charles Dickens con una supplementare premura se, consultando Wikipedia, avrà notato che oggi si contano centocinquanta anni dalla sua morte, avvenuta il 9 giugno del 1870 ad Higham, nel Kent. Sarà difficile spiegargli in poche battute chi è stato quello scrittore così importante, scomparso a cinquantotto anni causa emorragia cerebrale, e in quale senso abbia contribuito, nella sua vita breve ma intensa, alla formazione del pensiero occidentale moderno. In fondo l’idea stessa dell’individuo, così come viene declinata nel Vecchio Continente, deriva anche un po’ da questo imprescindibile autore, che non dimenticò mai l’umiltà delle proprie origini, soprattutto la mortificazione subita da bambino quando alcuni tracolli economici familiari lo costrinsero a lavorare nel magazzino di una fabbrica di lucido per scarpe. Studiò poco e male ma scoprì dentro di sé un giacimento inestimabile a cui seppe attingere a piene mani. A ben riflettere dobbiamo a Dickens l’invenzione dell’Infanzia, nella modalità in cui ancora adesso la percepiamo: una stagione, dotata di propria autonomia, da difendere e preservare ad oltranza, come una quintessenza dell’umanità. Insieme a Henry Fielding, altro grande scrittore i cui resti sono conservati accanto ai suoi, col quale idealmente dialoga nel sepolcro di Westminster, Dickens ha fondato davvero il romanzo picaresco, lanciando verso di noi il testimone ricevuto dai grandi spagnoli, l’anonimo autore del Lazarillo e Miguel de Cervantes: non tanto e non solo nel folgorante esordio del Circolo Pickwick (1837), in cui compose i tasselli di un viaggio nel cuore profondo della provincia inglese, quanto nei successivi romanzi di formazione: Le avventure di Oliver Twist (1837) e Nicholas Nickleby (1839) con la progressiva messa a fuoco della figura dell’orfano, vilipeso e maltrattato, temprato dalle più crude esperienze, prima fra tutte quella dell’abbandono. Nelle sue opere, incredibilmente composte quasi tutte per committenze giornalistiche, c’è da baloccarsi sulla passione devastatrice che scuote gli animi dei nostri simili: lo si può fare senza accedere ad alcuna dimensione metafisica, restando con lo sguardo rasoterra, come è caratteristico della cultura inglese. I cartoni scenografici del tradimento e dell’avarizia, dell’egoismo e della volontà di sopraffazione, del raggiro e della truffa, illustrano i nuclei tematici dei suoi testi, pur dentro la persistente euforia degli innumerevoli personaggi che quasi sempre ruotano intorno al protagonista come coriandoli variopinti. La parabola si chiuse sull’orlo dell’abisso, prima che i fantasmi novecenteschi lo risalissero per venire a tormentarci in modo diretto. Dickens ancora adesso, posto di fronte al male umano, fornisce le risposte che il buon senso richiede, ma poi ti resta sempre l’amaro in bocca. Come se egli stesso non riuscisse a trattenere un moto di disappunto. E tuttavia quanta dovizia di particolari e quale enciclopedia di caratteri e situazioni! Ogni lettore potrebbe trovare qualcosa di congeniale. Sei curioso di misurare l’intensità del rapporto fra le generazioni? La bottega dell’antiquario (1841) ti aspetta. Ti piacciono i romanzi storici? Ecco per te un magico trittico: Barnaby Rudge (1841), Martin Chuzzlewit (1844) e Racconto di due città (1859). Hai bisogno di credere nella possibilità di una sia pur illusoria salvezza? Affronta Dombay e Figlio (1848). Pensi a qualcosa di più leggero? Compra i Racconti di Natale (1848). Vuoi sapere come non dovrebbe essere la scuola? Leggi David Copperfield (1850). Senti una vera antipatia per i sistemi giudiziari? Casa desolata (1853) sarà pane per i tuoi denti. Hai l’animo del sindacalista? Orientati su Tempi difficili (1854) e La piccola Dorrit (1857). Se Dickens si fosse fermato qui, sarebbe comunque stato, in prospettiva originale, il Balzac della propria terra: gran burattinaio di una complicatissima e inquietante commedia umana che si fermò all’improvviso bloccando i lavori in corso del Mistero di Edwin Drood (1870), estremo poliziesco rimasto incompiuto. Ma nei due romanzi finali che riuscì a concludere lo scrittore fece qualcosa di più: Grandi speranze (1861) resta, a giudizio di molti, il suo capolavoro. Un sorta di Dostoevskij beneducato, con gli strappi ricuciti. Memorabile è la figura del giovane Pip, il quale nella prima pagina cerca di ricavare il ritratto dei suoi genitori dalle loro pietre sepolcrali: «La forma delle lettere su quella di mio padre mi suggerì la strana idea che egli fosse un tipo tarchiato, corpulento, con i capelli neri e ricciuti. Dai caratteri e dallo stile dell’iscrizione “Ed inoltre Georgiana, moglie del suddetto”, trassi la conclusione infantile che mia madre fosse lentigginosa e malaticcia». Il rapporto d’amore contrastato fra lui e Estella entra come una luce sporca dentro il libro che in un lento e progressivo disfacimento di qualsiasi chimera rinnovatrice svela la natura ambigua e magmatica della paternità, oltre alla dimensione ferina del capitalismo. Tale pessimismo sociale torna peraltro potente e persuasivo nel Nostro comune amico (1865), dove semmai ci fosse stata l’illusione di una missione palingenetica del proletariato, questa viene deliberatamente rigettata sotto l’insegna tristemente accesa della universale cupidigia. Eppure, a conti fatti, Charles Dickens, nonostante la diagnosi impietosa e assai poco consolante sulla natura umana e il sistematico sterminio di qualsiasi programma edificante, non smette di comunicare energia propositiva. Le sue macchine narrative sempre in marcia e funzionanti danno fiducia. Sono come i piccoli eroi che mettono in scena, sempre capaci di rialzarsi in piedi dopo essere caduti a terra.

·        150 anni dalla nascita di Rosa Luxemburg.

Tra gli storici fondatori del Partito comunista tedesco, Rosa Luxemburg era nata il 5 marzo 1870 a Zamość, in Polonia, allora parte dell’Impero russo. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. I Luxemburg erano ebrei come un terzo degli abitanti della città ma non avevano particolari contatti con la comunità ebraica. In casa parlavano il polacco e conoscevano bene il tedesco e il russo. Prima ancora di compiere vent’anni, in Rosa maturò l’interesse per i problemi del mondo che la portò a impegnarsi in prima persona: divenne una militante del movimento di sinistra «Proletariat». Ma questo movimento venne perseguitato e represso e nel 1895 Rosa fu costretta a lasciare la Polonia emigrando prima in Svizzera e poi in Germania. Qui sposò un tedesco: non c’era amore tra i due ma ciò le permise di ottenere nel 1989 la cittadinanza tedesca. Trasferitasi a Berlino, aderì al partito socialdemocratico, prendendo posizione contro il revisionismo teorico di E. Bernstein Nel 1902-04 lavorò alla Gazeta ludowa («Giornale del popolo») di Poznań; dopo aver criticato aspramente i tentativi di J. Piłsudski per creare difficoltà alla Russia in conflitto col Giappone, passò a Varsavia, ma fu presto arrestata (1906). Dal 1907 al 1914 insegnò economia politica alla scuola di partito di Berlino. Trovandosi sempre più a sinistra in seno alla socialdemocrazia tedesca, finì per polemizzare con K. Kautsky sulla funzione dello sciopero generale e sull’atteggiamento da prendersi verso la riforma elettorale allora proposta da Bethmann-Hollweg. Durante la guerra, nonostante lunghi periodi di prigionia, non interruppe gli studi e la stesura dei suoi scritti, promuovendo manifestazioni pacifiste. L’accumulazione del capitale (1913) è considerata l’opera più importante di Rosa Luxemburg, dedicata all’analisi economica dell’imperialismo. Partendo dalla critica degli «schemi della riproduzione allargata» che si trovano nel II libro de Il Capitale di Karl Marx, Rosa Luxemburg intende dimostrare che, in un ambiente puramente capitalistico (cioè in una società composta esclusivamente da capitalisti e da proletari), l’accumulazione del capitale sarebbe impossibile, in quanto in tale ipotesi non potrebbe mai verificarsi la realizzazione del plusvalore, cioè mancherebbe la domanda per la porzione delle merci prodotte il cui valore corrisponde al plusvalore accumulato. Da qui, secondo Rosa Luxemburg, deriva la necessità per l’economia capitalista di cercare al di fuori di se stessa sempre nuovi acquirenti per le proprie merci. Promosse l’insurrezione spartachista di Berlino del gennaio 1919, durante la quale venne assassinata.

·        130 anni dalla morte di Carlo Collodi.

Si chiamava Carlo Lorenzini (nato a Firenze il 24 novembre 1826 e morto nella stessa città il 26 ottobre 1890) l’inventore di Pinocchio. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Dopo una carriera di scritti giornalistici e le prime fiabe, scelse lo pseudonimo Carlo Collodi, ispirandosi al nome del paese in provincia di Pistoia dove era nata sua madre e dove oggi si trova un parco dedicato proprio a Pinocchio. Dal 1837 fino al 1842 entrò in seminario a Colle di Val d’Elsa ma non diventò prete. Fra il 1842 e il 1844 seguì lezioni di retorica e filosofia a Firenze, presso un’altra scuola religiosa degli Scolopi. Dopo aver interrotto gli studi il giovane Collodi comincia a collaborare con il giornale milanese L’Italia Musicale e partecipa come volontario alla prima guerra d’indipendenza. A Firenze fonda uno dei primi giornali umoristici dell’epoca, Il Lampione. Nel 1856, collaborando con il giornale umoristico fiorentino La Lente firmò per la prima volta con lo pseudonimo di Collodi. Tra gli incarichi più prestigiosi vi fu quello ricevuto nel 1868 dal Mistero della Pubblica Istruzione di far parte della redazione del «Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze. Ma è negli anni Settanta che si avvicina al mondo delle fiabe, prima traducendo e riadattando le fiabe francesi. Poi cominciarono ad apparire le sue: Giannettino nel 1878 e Minuzzolo nel 1878. Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i Bambini, diretto da Ferdinando Martini, uscì la prima puntata de Le Avventure di Pinocchio, con il titolo Storia di un burattino.Nel 1883 pubblicò Le avventure di Pinocchio raccolte in volume. Oggi si contano a milioni le copie vendute, una diffusione e una fama senza confini geografici e con traduzioni in ogni angolo del pianeta, una resistenza a tutte le epoche, le culture, i gusti, le mode, i linguaggi, i costumi. Pinocchio è stato letto e riletto, interpretato, recitato, ridotto per il teatro, trasposto, stravolto, adattato per il cinema, riscritto a fumetti, parodiato, rielaborato, reinventato per nuovi libri. Amato da piccoli e da grandi, adorato da lettori comuni e critici d’ogni tipo, ma non dalla scuola, dove il capolavoro di Carlo Collodi non ha mai avuto troppa fortuna. Eppure - come ha scritto Paolo Di Stefano su La Lettura - di omaggi critici a Pinocchio è pieno il Pantheon della critica italiana e straniera. Primo, nel 1914, venne un francese, Paul Hazard, che ne mise a fuoco il legame con il teatro popolare italiano. Seguì, nel 1921, Pietro Pancrazi, che ne fece un Elogio, rivelando: «Ogni anno, alla cara stagione della neve e delle castagne, cavo dallo scaffale dei miei più vecchi libri Pinocchio; cerco un posto quieto vicino alla stufa, e me lo rileggo». Forse perché gli ricordava l’infanzia, forse per il desiderio di cercarvi nuovi insegnamenti, forse più semplicemente: «perché sento di volergli bene». Benedetto Croce sancì che «il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità». Il filologo Gianfranco Contini, inserendolo nel 1968 nella sua Letteratura dell’Italia unita, non esitò: «Questa è letteratura senza aggettivo, non letteratura per bambini, anche se la rappresentazione d’un’infanzia non agiografica, e pur aliena da ogni indulgenza (…) verso il sadismo degli anni verdi, giova a introdurre quel “limite della realtà” che per il De Sanctis è il massimo insegnamento del nostro Ottocento».

·        120 anni dalla nascita di Eduardo De Filippo.

Eduardo De Filippo, 120 anni fa nasceva il gigante “cattivo” del teatro. Emilia Missione su Il Riformista il 24 Maggio 2020. Non è che Eduardo fosse cattivo, come in tanti hanno raccontato. Semplicemente aveva scelto di dedicare tutta la sua vita, tutte le sue energie, tutti i suoi pensieri al teatro. E sull’argomento non concedeva sconti a nessuno. “Magari passava per strada – ha raccontato una volta l’attore Enzo Cannavale – e nemmeno ti salutava. Ma lui, con ogni probabilità, stava pensando a una battuta da mettere in qualche commedia”. Ancora oggi, a 120 anni dalla sua nascita, incasellare Eduardo De Filippo in una categoria è affare complicato. Attore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, scrittore, traduttore e poeta con la sua produzione ha messo in scena contraddizioni e debolezze umane. Ha mischiato farsa e tragedia, commedia e dolore con la stessa naturalezza usata dalla vita vera. Ha raccontato Napoli, sottraendola agli stereotipi e trasformandola in un enorme palcoscenico, pieno di possibilità e destini da raccontare. “Figlio d’arte, formatosi giovanissimo nell’ambito del teatro napoletano, ha sperimentato, nel corso della sua vasta e versatile carriera, percorsi inediti che, superando la comicità farsesca fine a sé stessa, hanno trasposto nella rappresentazione scenica i temi della realtà contemporanea, con le incertezze, le aspettative, le illusioni e i disincanti di una umanità segnata da eventi epocali e da forti contraddizioni”. È il ricordo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il drammaturgo napoletano, “un genio creativo” a 120 dalla sua nascita. Per celebrare l’evento oggi il Ministero dello Sviluppo haemesso un francobollo commemorativo  appartenente alla serie tematica “le Eccellenze italiane dello spettacolo” dedicato a Eduardo De Filippo.

"Eduardo, quante lezioni e quanti rimproveri". Il ricordo di Lina Sastri. Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 da La Repubblica.it. Oggi si contano centovent'anni esatti dalla nascita di Eduardo De Filippo, l'autore e attore che ha più rispecchiato sui palcoscenici del Novecento una svolta dal grottesco al drammatico nella storia dei legami umani e disumani in società. Le battute delle sue opere sono diventate proverbiali. I suoi testi sono la narrazione del realismo, della solitudine, del disinganno famigliare. "Era un uomo solo, con tante responsabilità, infiniti pesi, e insegnamenti artistici che si traducevano in esempi e fatti più che in parole", sintetizza Lina Sastri, che ebbe il privilegio di fare con lui alcune prime esperienze di pratica della scena. "Io avevo appena debuttato nel Masaniello, abitavo a 300 metri dal Teatro San Ferdinando e mi avvisarono che il Maestro cercava una giovane interprete. Mi scelse, credo, con un criterio fisico, facciale, per fare la comparsa nel Sindaco del rione Sanità, la fidanzatina d'un boss, una in abiti moderni e sfacciati. Portai da casa alcuni vestiti, e fu accettato un modello corto, rosso, su cui dovevo indossare bigiotterie. Io ero molto sicura di me, e una sera, stando in fondo alla tavolata dove teneva banco il sindaco, pensando di non essere vista, non m'agghindai. Eduardo recitando salutò vistosamente le donne con bracciali e collane, e poi guardò me. Mi sentii gelare. Che lezione". Mitiche erano le prime letture dei testi appena scritti, cui Eduardo dava voce davanti alla compagnia. "Lo faceva senza aver assegnato ruoli. Alla fine nominava i personaggi, affidandoli ai presenti. Lui sapeva che io cantavo bene, e per Gli esami non finiscono mai io sperai che mi toccasse la Cantastorie, cui invece fu abbinata giustamente Isa Danieli. Mi capitò una cameriera, con una sola frase. Poi m'aggiunse due battute. E più tardi, per una sostituzione, mi dette pure i compiti di una ragazza del popolo, Bonaria, che tiene testa alla moglie del suo amante. Due volti: una domestica, e una donna in tailleur con infanzia crudele. Meraviglioso". Ma da Eduardo fu anche messa in riga. "In camerino inneggiai a Strehler, e poco dopo in una prova lui mi fulminò 'non sapite manco cammina', e volete andare da Strehler'". Quel che è certo è che Eduardo in una trasmissione di Gianni Minà disse che lei era brava, ma non lo sapeva, e lui l'aveva resa cosciente. Infatti la volle in video nel ciclo scarpettiano del 1975, in tv (su RaiPlay Il teatro di Eduardo nel '77 le riservò accanto a sé il ruolo della figlia in Natale in casa Cupiello (disponibile su RaiPlay nella sezione dedicata al Teatro di Eduardo): "Nel finale tossii e gli sembrai commossa, ma mi sostenne sottovoce mormorandomi 'Non è vero, stiamo recitando'. Tempo dopo mi rimproverò di non aver accettato l'invito di entrare nella compagnia di prosa di Luca. 'Tu rifiuti, Titina avrebbe detto sì'. Gli risposi con modestia che non ero Titina. Poi mi corresse con affetto quando nell'82 esasperavo la figura dell'ubriaca in Mettiti al passo di Brachino con regia sua, facendomi capire che dovevo solo perdere le remore. Mi rimbrottò quando non volevo essere pagata per una settimana di repliche pattuite e non fatte: 'Non rispetti il denaro, te stessa'. E mi ricordò che quando Anna Magnani gli aveva anni prima posto come condizione di scritturare anche il suo compagno, lui aveva difeso la dignità di lei escludendola dal cast". È anche depositaria di un progetto eduardiano non realizzato, Lina Sastri. "Mi convocò per parlarmi d'uno spettacolo in musica con canzoni della prima e seconda guerra mondiale, e io registrai la sua voce che eseguiva a perfezione una serie di brani. Era molto intonato. Che fortuna, averlo conosciuto teatrante e uomo".

·        120 anni dalla nascita di Antoine de Saint Exupery.

Nato a Lione nel 1900 lo scrittore aviatore Antoine de Saint Exupery ha legato il suo nome a una favola allegorica, Il piccolo principe, pubblicata per la prima volta in inglese a New York nel 1943, un anno prima della sua morte avvenuta durante un volo di ricognizione per le Forze areee della Francia libera, quando il suo velivolo venne abbattuto da un caccia tedesco, ma i rottami saranno ritrovati solo nel 2004. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Terzo figlio di una nobile famiglia di Lione (città che gli ha intitolato il suo aeroporto), nel 1921 si arruolò nel II reggimento di aviazione di Strasburgo e ottenne il brevetto di pilota dapprima civile, poi militare. Nel 1926 diventa pilota per i voli postali, incarico che nel 1930 lo porta a Buenos Aires dove conosce la moglie Consueto, pittrice e scrittrice salvadoregna. Epici i suoi incidenti aerei: nel 1935 precipita nel deserto, in Egitto mentre tenta un raid aereo Parigi-Saigon, e viene salvato da un beduino e tratto in salvo da aviatori militari italiani. Nel 1938 il suo aereo cade in Guatemala mentre da New York cerca di raggiungere il Cile. La sua biografia comprende numerose pubblicazioni sul volo, ma la notorietà è legata al Piccolo principe, tradotto in oltre 300 lingue e conosciuto in tutto il mondo. La favola racconta l’amicizia tra un pilota di aerei precipitato nel Sahara e un bambino che gli racconta di vivere su un lontano asteroide dove vive solo con una piccola rosa di cui si prende cura. Una allegoria sul senso della vita e sull’amicizia.

·        120 anni dalla nascita di Ignazio Silone.

Nato il 1° maggio 1900 a Pescina dei Marsi (L’Aquila), Secondino Tranquilli, scelse lo pseudonimo Ignazio Silone per la sua attività di scrittore, giornalista e drammaturgo italiano. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. E’ stato più volte annoverato tra gli intellettuali italiani più conosciuti e letti in Europa e nel mondo. Perse gran parte della famiglia nel terremoto della Marsica nel 1915 e dopo la prima guerra mondiale partecipò alla fondazione del Partito Comunista. La sua vita e la sue attività politica (nel 1927 accompagnò Togliatti a Mosca) venne segnata dall’arresto del fratello Romolo nel 1928, accusato di aver preso parte al fallito attentato di Milano contro Vittorio Emanuele III e che provocò venti morti. Fino al 1930, nascosto sotto il nome di Silvestri, Silone ebbe rapporti segreti con la polizia fascista, emersi da documenti scoperti recentemente: inviò rapporti soprattutto a Guido Bellomo, un ispettore abruzzese che aveva conosciuto negli anni dell’adolescenza. È stato spesso spiegato che la collaborazione di Silone con Bellomo aveva uno scopo umanitario. Serviva a ottenere migliori condizioni per il fratello Romolo, che anche dopo la caduta delle accuse sull’attentato, venne tenuto in carcere e torturato fino alla morte avvenuta nel 1932. All’inizio degli anni Trenta Ignazio Silone lascia il Partito Comunista per dedicarsi completamente alla scrittura: i suoi romanzi più noti sono Fontamara, edito per la prima volta in tedesco nel 1933, e pubblicato in Italia solo nel 1947; Pane e vino (edito in inglese nel 1936 e in tedesco nel 1937), che arriverà in Italia solo nel 1955 col titolo Vino e pane: scritti nel gusto della narrativa verista «raffigurano - sottolinea l’enciclopedia Treccani - per lo più situazioni e ambienti di paesi dell’Italia meridionale nel loro lento processo di redenzione sociale». Durante la resistenza Silone sarà attivo nel Partito socialista clandestino nel 1945 diventa direttore dell’Avanti. Nel 1946 fonda e dirige Europa Socialista. Aderisce al Partito Socialista mantenendo sempre una posizione defilata. Si definisce «socialista senza partito e cristiano senza chiesa» come emerge nei saggi e nei racconti raccolti nel volume Uscita di Sicurezza (apparso per la prima volta nel 1949 e riedito in un’edizione definitiva nel 1965) e nel dramma L’avventura di un povero cristiano (1968). Il 22 agosto del 1978, dopo una lunga malattia, Ignazio Silone muore in una clinica di Ginevra 

Da Rodari a Fellini, da Iotti a Ciampi. Nel 1920 sono nati grandi personaggi. E nel 2020? Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Il 1920 è stato un anno cruciale del XX secolo. Sono moltissime le nascite illustri in ogni setto della vita sociale, politica, artistica. Cento anni fa nasceva papa Giovanni Paolo II, lo stesso anno di uno dei presidenti della Repubblica più amati dagli italiani, Carlo Azeglio Ciampi. Due militari italiani che hanno pagato con la vita il loro impegno civile, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Salvo D’Acquisto, martire della guerra di liberazione dal nazifascismo. Nel 1920 sono nati scrittori come Isaac Asimov e Charles Bukowski, narratori del calibro di Gianni Rodari, poeti come Tonino Guerra, giornalisti come Giorgio Bocca. Registi che ci hanno fatto sognare come Federico Fellini e Erich Rhomer, musicisti come Charlie Parker, artisti che ci hanno fatto sorridere e pensare come Alberto Sordi e Walter Matthau. Il 1920 è anche l’anno che si apre con la morte di Amedeo Modigliani.

·        100 anni dalla morte di Amedeo Modigliani.

Bellissimo, violento, anarchico, folle, amante delle donne e della droga, alcolizzato, malato di tubercolosi che lo ucciderà a soli 35 anni, il 24 gennaio 1920 all’ospedale della Charité a Parigi: questo è stato Amedeo Modigliani, pittore e scultore, tipico “eroe maledetto” romantico ed estremo in una brevissima carriera consacrata a Parigi, dopo aver abbandonato la Livorno dove era nato il 12 luglio 1884, frequentando artisti come Picasso, Chagall, Van Dongen, Duchamp, Braque, Utrillo, Léger, Derain, Severini, Brancusi. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. E nonostante questi incontri Modigliani resta un grande isolato del XX secolo «distante da gruppi e movimenti – ha scritto Vincenzo Trione su La Lettura - abile nel captare suggestioni spesso dissonanti, dedito a una personale e ossessiva ricerca poetica». «La sua storia – ha detto il critico Giuliano Briganti – inizia e finisce con lui». Protagonista di un’esistenza poverissima in una Parigi ricchissima di talenti, Modigliani ha lasciato un’eredità artistica autentica e una inquietante scia di falsi che lo accompagnano da un secolo.La sua prima esposizione a Livorno si tiene nel 1908, ma è sempre a Parigi che - tranne sporadici ritorni nella sua città - si svolgerà tutta la sua via personale e artistica. Qui conoscerà Jeanne Hebuterne, una giovane pittrice, che lui ritrasse molte volte e con la quale andò a vivere. Nel 1918 nascerà Jeanne, figlia della coppia. All’inizio del 1920 Jeanne Hebuterne è incinta del secondo figlio, ma il 24 gennaio Amedeo Modigliani muore al culmine di una crisi. Il giorno successivo Jeanne, che era ormai all’ottavo mese di gravidanza si suicidò gettandosi da una finestra del quinto piano. Ora riposano uno accanto all’altra nel cimitero parigino di Père Lachaise. Anche dopo la sua morte Modigliani fa parlare di sé: è del 1984 infatti il caso delle false teste, sculture ritrovate nel Fosso Reale di Livorno dove, secondo una leggenda, l’artista le avrebbe lanciate perché criticate da alcuni amici artisti. Molti critici di primissimo livello si affrettarono ad esaltare la bellezza di quelle opere che poi si rivelarono dei falsi clamorosi, realizzati per burla da tre ragazzi livornesi.

·        100 anni dalla nascita di Papa Giovanni Paolo II.

Papa Giovanni Paolo II, nato Karol Józef Wojtyła, in Polonia, a Wadowice, 18 maggio 1920 e morto a Roma, nella Città del Vaticano il 2 aprile 2005, è stato il 264º papa della Chiesa cattolica e vescovo di Roma. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Primo papa non italiano dopo 455 anni, cioè dai tempi di Adriano VI (1522-1523), è stato inoltre il primo pontefice polacco nella storia e il primo proveniente da un Paese di lingua slava. Il suo pontificato è durato 26 anni, 5 mesi e 17 giorni ed è stato il terzo pontificato più lungo della storia, dopo quello di Pio IX e quello tradizionalmente attribuito a Pietro apostolo. Fu eletto papa il 16 ottobre 1978. Il 1º maggio 2011 è stato proclamato beato dal suo immediato successore Benedetto XVI e viene festeggiato annualmente nel giorno del suo insediamento, il 22 ottobre; nella storia della Chiesa, non accadeva da circa un millennio che un papa proclamasse beato il proprio immediato predecessore. Il 27 aprile 2014, insieme a papa Giovanni XXIII, è stato proclamato santo da papa Francesco. Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, durante il suo pontificato ha proclamato 500 santi e 1350 beati, un numero senza precedenti. Nei suoi 27 anni di pontificato, ha cercato di porre la Chiesa cattolica in dialogo con il mondo contemporaneo, anche grazie a 104 viaggi apostolici in tutto il mondo: più di ottocento giorni, oltre un milione e 247 mila chilometri, 129 Paesi diversi toccati (senza mai arrivare, come sperato, in Cina e a Mosca). Decisa la sua azione politica contro il comunismo, Giovanni Paolo II è considerato uno dei fautori del crollo dei paesi socialisti controllati dall’ex Unione Sovietica, dopo la caduta del muro di Berlino. Allo stesso modo censurò la teologia della liberazione, sviluppatasi soprattutto in Sudamerica contro le dittature militari, con l’avvicinamento di alcuni esponenti del clero alle teorie marxiste. Ma fu anche un severo censore degli eccessi del capitalismo e del consumismo. Considerò decisivo il rapporto con i più giovani e si deve a lui l’istituzione delle Giornate mondiali della gioventù, incontri spirituali che a partire dal 1984 e dal 1985, si sono ripetute ogni due o tre anni in una città scelta dal Papa. Centrale, durante il suo pontificato, la relazione con le altre religioni, in particolare con gli ebrei: ha reso omaggio alle vittime dell’olocausto in molte nazioni. È stato il primo papa ad aver visitato il campo di concentramento di Auschwitz in Polonia, nel 1979. La prima missione in Italia di Wojtyla avvenne invece dopo soli tredici giorni dalla sua elezione: il 29 ottobre del 1978 andò a Mentorella, in provincia di Roma. L’ultimo, il 144esimo, fu a Introd, per le vacanze del luglio 2004. In 27 anni di pontificato ha voluto incontrare 317 parrocchie romane, la prima il 3 dicembre 1978, San Francesco Saverio alla Garbatella, le ultime dal 2002 a causa del peggiorare delle sue condizioni di salute, ricevendole in Vaticano. Il 13 maggio del 1981 in piazza San Pietro, durante l’udienza generale, il turco Alì Agca tentò di ucciderlo, sparando tre colpi di pistola che colpirono il pontefice all’addome. Alle ore 17.17 di quel mercoledì Giovanni Paolo II – l’ex arcivescovo di Cracovia – si trovava a bordo di un’automobile scoperta, la «papamobile», tra migliaia di fedeli che lo acclamavano. Ağca, 23 anni, appartenente all’organizzazione terroristica di estrema destra turca nota come «Lupi grigi», fu bloccato e arrestato dalle Forze dell’Ordine. Wojtyła venne sottoposto a un intervento di 5 ore e 30 minuti. Due anni dopo, nel Natale del 1983, incontrò in prigione il suo attentatore e gli concesse il perdono.

·        100 anni dalla nascita di Carlo Alberto Dalla Chiesa.

È stato un uomo d’azione, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, nato a Saluzzo il 27 settembre 1920 e morto a Palermo in un attentato di mafia il 3 settembre 1982. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Quella sera morirono con lui la giovane moglie Emanuela Setti Carraro (sposata nemmeno due mesi prima, il 10 luglio) e l’agente di scorta Domenico Russo. Come ha ricordato il giornalista del Corriere della Sera, Giovanni Bianconi, Dalla Chiesa fu un uomo «che ha servito le istituzioni nei momenti d’emergenza e che nel pieno di un’emergenza è caduto. Lo spedirono a Palermo nella primavera del 1982, insanguinata dai morti ammazzati nella guerra tra cosche e dall’omicidio del segretario regionale del Partito comunista italiano, Pio La Torre, ucciso insieme all’autista-guardia del corpo Lenin Mancuso il 30 aprile, alla vigilia della festa dei lavoratori. Un delitto mafioso, politico e simbolico pure per la data in cui fu consumato, che spinse il governo ad anticipare l’invio del generale appena nominato prefetto nella “città dei mille morti”, come risposta e segno di riscossa. A un simbolo abbattuto si reagì innalzandone un altro; abbattuto anche quello, poco dopo. Solo a seguito dell’omicidio La Torre la legge che porta il suo nome fu approvata dal Parlamento, mettendo a disposizione dei magistrati il reato di associazione mafiosa e nuovi strumenti per colpire i patrimoni dei boss; ma ci vollero il sacrificio del leader e – cento giorni più tardi – quello di dalla Chiesa, assassinato la sera del 3 settembre. Una strage che determinò, in pochi giorni, il varo della legge Rognoni-La Torre che ancora oggi si applica pressoché quotidianamente nei tribunali di tutta Italia. Non più solo in Sicilia. Il generale-prefetto fu eliminato prima ancora di avere il tempo di affrontare l’emergenza per cui era stato richiamato in servizio, seppure con una carica più adusa a cerimonie e tagli di nastri che a interventi concreti; ma a lui avevano promesso nuovi poteri, che tardarono ad arrivare (e non arrivarono). Tuttavia era logico aspettarsi che dalla Chiesa avrebbe trasformato quell’incarico in qualcosa di diverso e più incisivo, e per questo gli impedirono di cominciare a lavorare. Un delitto preventivo. Con la sua morte dalla Chiesa è diventato un simbolo ancor più sia significativo. Per i “siciliani onesti” che dopo l’omicidio videro perdere la speranza, come scrisse una mano anonima sul cartello che comparse in via Carini, il luogo della strage; e per quella parte di istituzioni che non voleva convivere con la mafia, bensì liberarsene. Un simbolo importante se Giovanni Falcone, il 3 settembre 1985, per un giorno decise di lasciare l’isola dell’Asinara- dove l’avevano deportato insieme a Paolo Borsellino per poter scrivere in condizioni di sicurezza l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxi-processo – e partecipare a Palermo alla commemorazione del generale-prefetto, nel terzo anniversario del delitto. Un mese prima i killer corleonesi avevano ammazzato il commissario Ninni Cassarà, e sette anni più tardi sarebbe toccato a loro, Falcone e Borsellino. Altre stragi e altri simboli, come Carlo Alberto dalla Chiesa. Caduti nella guerra combattuta da uomini dello Stato contro Cosa nostra e i suoi complici, annidati anche dentro lo Stato».

·        100 anni dalla nascita di Emilio Colombo.

Il centenario della nascita di Emilio Colombo. Il politico, l’uomo e il suo secolo. Gli snodi nella vita dello statista potentino, tra molte luci (e lunghe ombre). Un excursus tra grandi vicende e storie personali. Rocco Pezzano l'11 aprile 2020 su Il Quotidiano del Sud. Come si fa a giudicare – cioè ad averne un giudizio storico – la figura di Emilio Colombo a cento anni dalla nascita, anniversario che cade esattamente oggi? C’è un intervallo molto ampio fra gli estremi di questa figura. Fra il Colombo che dà lustro – come si diceva un tempo – alla sua regione e alla sua città, Potenza, arrivando ai massimi livelli delle istituzioni (è il politico che ha avuto più incarichi di governo della storia repubblicana dopo Giulio Andreotti) e il Colombo che doveva essere votato dai preti e che si accaparra anche i voti dei malati mentali appositamente guidati nell’urna da zelanti suorine. Fra il Colombo che porta lavoro e sviluppo e il Colombo che quel lavoro e quello sviluppo se lo fa pagare ancora una volta in termini di servilismo elettorale. Fra il Colombo che giganteggia, agli occhi dei contemporanei, davanti ai tremebondi balbettii dei politici attuali e il Colombo che ammette, senatore a vita, di fare uso di cocaina, seppure a uso medico. Come sempre, conviene far parlare i fatti. Certo, al di là dei fatti c’è un oceano di voci sulla sua vita, sulle sue abitudini, sulle sue preferenze. Ma ogni voce è – fino a conferma ufficiale, per quanto si cristallizzi come certezza assoluta – un’illazione. E come tale va trattata.

FORMAZIONE. Colombo nasce dunque l’11 aprile del 1920 a Potenza. Da ragazzo entra nella scia spirituale e organizzativa di due monsignori che segneranno la storia recente della chiesa lucana, Augusto Bertazzoni e prima ancora Vincenzo D’Elia, di cui è chierichetto. Quest’ultimo – amico di don Luigi Sturzo – non è solo un pastore di anime: conosce bene quanto conti per la causa cattolica che le pecorelle, quelle più capaci, imparino a destreggiarsi nella politica. Colombo, così ben istruito e che di capacità non difetta, diventa ben presto segretario della Giac, la Gioventù di Azione Cattolica. Il triangolo del giovanotto dalle belle speranze ha i due vertici della base nella sua casa del centro storico e nella chiesa della Trinità (perno del notabilato cattolico, nella quale si troveranno i suoi confessori). Ma il terzo vertice presenta un angolo decisamente acuto: è a Roma, là dove convergono le ambizioni dell’ancora imberbe ma già maturo Emilio, che dopo il liceo (classico, ovviamente, il glorioso Quinto Orazio Flacco del capoluogo lucano) si laurea in Legge nell’Urbe senza perdere neanche una sessione. Dopo aver preso in considerazione la carriera accademica, s’instrada decisamente su quella politica. Si candida all’Assemblea costituente e viene eletto, nonostante Francesco Saverio Nitti lo avesse definito «sagrestanello», quasi non ne presagisse le fortune, o forse per paura di quel ragazzino che si permette di sfidarlo alle elezioni (e che lo batte sonoramente). Di Colombo si potrebbe dunque dire, innanzitutto, che ha contribuito a scrivere la Costituzione italiana. E già ce ne sarebbe d’avanzo. Ma qui comincia tutto, e si può snocciolare il curriculum del nostro, per il quale aggettivi come “impressionante” non danno bene l’idea.

CURSUS HONORUM. Ha avuto 40 incarichi di governo, firmato 1.626 progetti di legge, presentato 140 atti di indirizzo e controllo fra interpellanze, interrogazioni, mozioni e ordini del giorno (e per chi non sia all’opposizione è decisamente tanto), prodotto 140 interventi in aula. E’ stato ministro di Agricoltura e foreste, Commercio con l’estero, Industria e commercio, Tesoro, Bilancio e programmazione economica, Grazia e giustizia, senza portafoglio “con delega per i compiti politici particolari e di coordinamento, con speciale riguardo alla presidenza della Delegazione italiana all’Onu”, Affari esteri, Finanze. Oltre che presidente del Consiglio, dal 6 agosto 1970 al 17 febbraio 1972 (suo vice era il celebre giurista socialista Francesco De Martino). E’ stato presente alla Camera dalla prima alla undicesima legislatura, il che significa che l’aula era praticamente casa sua e vi è entrato e uscito, fra scappellamenti comprensibilmente sempre più deferenti, dall’8 maggio 1948 al 14 aprile 1994: includendo i due anni dell’Assemblea costituente dal 1946, quando fu eletto con 26.000 voti, si sfiorano i 48 anni di presenza continuata. Poi abbiamo degli anni di “buco”, nei quali la sua presenza è più evanescente. Infine il ritorno come senatore a vita, nelle legislature dalla XIV alla XVI, fino alla morte il 24 giugno 2013, quasi una buggeratura del destino che lo ha visto andarsene alla vigilia del giorno in cui si celebra l’anniversario dell’insediamento della Costituente. Ma questa è la carriera vista nel suo chassis, nel telaio istituzionale su cui è stata impalcata. Lo scheletro, diciamo così, della sua esistenza. In mezzo c’è la polpa e l’anima di una vita ben più ricca di avvenimenti (e di dettagli, per non parlare delle sfumature) di quanto possano raccontare gli annuari di Montecitorio o di Palazzo Madama.

LO SVILUPPO LOCALE. Colombo, dicono i suoi estimatori, portò lo sviluppo al Sud. Colombo, dicono i suoi detrattori, usò il potere per portare al Sud scampoli di sviluppo con lo scopo di perpetuare lo stesso potere. Di sicuro gli si può accreditare la contitolarità o l’iniziativa di non pochi piani di sviluppo che ebbero importanza decisiva nelle sorti del Mezzogiorno e della sua Basilicata. Basentana: nome proprio della strada statale 407, nodo viario che ha risolto non pochi problemi di collegamento fra Potenza e lo Jonio, è un suo merito, ad esempio. La sua realizzazione era stata pensata per il vagheggiato sviluppo dell’industria in Valbasento. Il 30 luglio del 1961 l’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani aveva posto la prima pietra nella Valle del Basento del complesso petrolchimico dell’Anic e degli stabilimenti Montecatini e Ceramica Pozzi. Era presente anche un altro gigante di quegli anni, il patron dell’Eni Enrico Mattei. Accanto a loro proprio Colombo, all’epoca ministro dell’Industria. Ma sono ormai decenni che quei progetti occupazionali e di sviluppo sono evaporati, nonostante premesse e promesse. E la Basentana è rimasta lì, strada da cowboy nel deserto, un’auto ogni tanto tranne le domeniche d’agosto quando c’è un po’ di traffico per andare a sciacquarsi nell’acqua di Metaponto. C’è però un’altra strada fondamentale per il meridione, come ricordava in un’intervista del 2009 a Cristina Vercillo del Quotidiano del Sud il politico calabrese Dario Antoniozzi: «La Salerno-Reggio tecnicamente non è un’autostrada, questo nessuno lo sa. E’ una superstrada Anas con caratteristiche autostradali, senza pedaggio. Come spesso succede al Sud, per le solite beghe e le solite liti calabresi, erano stati fatti scadere i termini per la vendita delle obbligazioni Iri con cui si creava il capitale per realizzare le autostrade. Facemmo una riunione privata Mancini, Misasi, Nucci, Colombo e io. Colombo disse a Mancini: “Sono pronto a dare i fondi all’Anas perché faccia la Salerno-Reggio”». E così nacque la strada simbolo del Sud, fondamentale arteria che innerva parte del Mezzogiorno, i cui lavori sono durati decenni.

PENSARE IN GRANDE. Ma è un modo sbagliato di parlarne, quello di limitarsi ai tentativi di far decollare il Sud (in parte riusciti, se l’emigrazione dalla Basilicata, forse anche grazie alle sue iniziative, si arresta negli anni Sessanta). L’appellativo tipico di Colombo – e se ne sarà adontato il fan che, fino a questa riga, non l’ha letto – è “statista”. Quando morì scrisse di lui il britannico Daily Telegraph: «Emilio Colombo (…) è stato uno degli artefici della Comunità europea. E’ stato coinvolto nella creazione della politica agricola comune (Pac), e, con la tedesca Hans-Dietrich Genscher, ha avviato quello che è diventato il mercato unico e il Trattato di Maastricht». Ora, immaginiamoci i ras locali che si riempiono la bocca con paroloni come “governance” alle prese con quei progetti epocali; poi saliamo anche di livello, e figuriamoci anche i massimi esponenti della politica italiana; e poi spingiamoci oltre, e prendiamo a modello gli esponenti della politica internazionale. Onestamente, riusciamo a immaginare qualcuno capace di sognare così in grande? Di compiere miracoli di design istituzionale del genere? Risulta difficile, vengono in mente pochi nomi, fagocitati magari da interessi e meccanismi più grandi di loro. E invece, uno capace di immaginarsi tutto ciò, e di lavorarci seriamente, proveniva dalla piccola città di Potenza, allevato da un paio di monsignori. Non male per il “sagrestanello”.

LO STILE. Non ha il calore dell’uomo meridionale, Colombo. Sembra possedere un aplomb britannico che fa a cazzotti con le origini, un distacco temperato da modi gentili e fare da signore. Ma non è distanza dagli “inferiori”, come li avrebbe definiti Paolo Villaggio, bensì frutto di un’educazione rigorosa, ultracattolica, inaccessibile alle intemperanze dell’affetto e del calore umano. Poi, con gli amici veri, è affabile e dicono anche spiritoso. Non gli si può attribuire grettezza ma al contrario generosità, se è vero che la fila che si registra davanti alla sua porta a ogni suo ritorno in patria non è fatta solo di clientes politici ma anche di questuanti puri, la cui massima aspirazione è sbarcare il lunario per qualche giorno. E Colombo non lesina aiuti.

L’ERRORE POLITICO. Alle elezioni per il senato del 2001, Colombo non viene candidato dal suo Ppi, figlio della Dc. Chissà se per un puntiglio o per calcolo, se per vendetta o per rabbia, abbandona il partito. Due anni più tardi compie quello che oggi potrebbe essere considerato un clamoroso errore di valutazione, un disperato tentativo di restare nel mondo che lo aveva visto protagonista per un cinquantennio o, semplicemente, una gran sciocchezza: cambia partito. Si candida al Senato per Democrazia Europea, il partito dell’ex segretario generale della Cisl, Sergio D’Antoni. Lo annuncia peraltro in un convegno nella sala del Principe di Piemonte, a Potenza, in un’ambientazione poco consona alle passate glorie. La decisione sarà duramente punita dagli elettori: non solo non sarà eletto ma finirà terzo, con poco più di 11.000 voti, lui che era stato presidente del Parlamento europeo, eletto con oltre un milione di voti, e a ogni votazione raccoglieva messi di preferenze. Poi arriva la sanatoria, la spugna che lava via l’onta: la nomina a senatore a vita, il 14 gennaio 2003. E gli ultimi dieci anni di Colombo tornano nell’alveo della politica che conta.

LA MACCHIA. Ma nello stesso anno, il 2003, Colombo si presenta spontaneamente davanti ai sostituti procuratori Giancarlo Capaldo e Carlo Lasperanza che hanno appena arrestato due uomini della Finanza. Avevano con sé della cocaina appena acquistata da una terza persona. «La cocaina era per me. Sono un assuntore da non molto, non più di un anno, un anno e mezzo. I finanzieri non sapevano assolutamente niente, telefonavano soltanto ma non erano a conoscenza di che cosa si trattasse», dichiara Colombo. E perché la prendeva? «A scopo terapeutico», afferma il senatore a vita. La vicenda si chiude ufficialmente là. Qualcuno lo fa sapere ai giornali. Colombo si arrabbia tantissimo, aveva chiesto «massima riservatezza». C’era una prescrizione medica per l’uso terapeutico della coca? Non lo si è mai saputo. Nessuna conseguenza per il politico. Ma il fatto si pianta come un dardo avvelenato, come una freccia infuocata, nel corpo della storia colombiana. Molti dicono: è stato un galantuomo, ha scagionato i due della scorta. Ma può un senatore a vita, uno che per diventarlo ha “illustrato la Patria”, come dice la motivazione, far acquistare della droga a due finanzieri, ignari di cosa stiano facendo? Di domande ce ne stanno tante. Non avranno mai una risposta.

LO SFREGIO. Alla fine di una vita di questo tipo, fra ovazioni di piazza a ogni comizio per lustri e tentativi di boicottaggio da parte dei comunisti che ne conoscevano la potenza elettorale; dopo aver incontrato i grandi della Terra (ed essersi sentito tale); dopo aver immaginato l’Italia e l’Europa del futuro; dopo essere stato osannato al novantesimo compleanno con convegni e celebrazioni; dopo una vita di questo tipo, dunque, quale sarebbe stata la giusta commemorazione nella sua città? Un funerale di dimensioni tali da creare problemi di ordine pubblico, si sarebbe detto. E invece, nella cattedrale di Potenza ci sono più politici, giornalisti e carabinieri in alta uniforme che semplici cittadini. Meno di quelli che vanno al matrimonio della figlia di un qualsiasi notabilucolo di provincia. Perché? Forse la perdita del potere, della potestà decisionale su quanto viene fatto non diciamo a Roma ma in Basilicata. Forse la semplice ingratitudine umana: tanti sono i potentini e i lucani che devono a lui l’impiego in uffici pubblici e privati per sé e per i propri parenti. Chissà.

LA MEMORIA. Nel 2008 Colombo si trasforma in un cartoon, pagato dalla Regione Basilicata, scritto da Gianluca Caporaso, diretto da Gianluca Lagrotta e doppiato, fra gli altri, dallo stesso politico. La sua esistenza è stata ripercorsa, dopo la morte, in “Emilio Colombo – L’ultimo dei costituenti”, volume della Laterza curato da Donato Verrastro ed Elena Vigilante. Nell’impossibilità di organizzare convegni e mostre fisiche per l’emergenza coronavirus, comunque il Circolo Silvio Spaventa Filippi di Potenza, il Circolo La Scaletta di Matera, il Centro Studi Internazionali “Emilio Colombo” (sezione del Centro di Geomorfologia Integrata per l’Area del Mediterraneo che lui aveva creato) e l’Associazione dei Lucani a Roma, con la Regione Basilicata, hanno istituito un comitato promotore per le celebrazioni del centenario della nascita. In particolare il Centro Studi lancia un apposito sito web, in rete da questa mattina alle 11 all’indirizzo centenarioemiliocolombo.it, con una serie di documenti.

IL GIUDIZIO. Alla fine, torna la domanda: come si fa a giudicare la figura di Emilio Colombo? Tante le luci, lunghe le ombre. Quando il giornalista Leonardo Sacco ne scrive in “Il cemento del potere” – usando gli strumenti dello storico al servizio dell’inchiesta giornalistica – documenta lo sviluppo di un “partito dell’edilizia” che governa una specie di feudalesimo urbano vorace, pianifica il potere e il cui personaggio-chiave è proprio Colombo. Forse l’errore è farne mito. Ingigantirne il ricordo facendone una sorta di semidio. Emilio Colombo non fu una “figura”, ma un uomo. «Homo sum, humani nihil a me alienum puto», scriveva il commediografo Publio Terenzio Afro circa 2.200 anni fa. «Sono un essere umano e non considera estraneo a me nulla di ciò che è umano».

Nessuna contraddizione. Un uomo, sospeso come tutti fra il bene e il male.

·        100 anni dalla nascita di Carlo Azeglio Ciampi.

Nato a Livorno il 9 dicembre 1920 e morto a Roma il 16 settembre 2016, Carlo Azeglio Ciampi è stato il decimo presidente della Repubblica Italiana dal 18 maggio 1999 al 15 maggio 2006. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Economista, banchiere e politico italiano, è stato governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993, presidente del Consiglio dei ministri (1993-1994), ministro del Tesoro e del Bilancio e della Programmazione Economica (1996-1997), quindi ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica (1998-1999). Ciampi è stato il primo presidente del Consiglio e il primo capo dello Stato non parlamentare nella storia della Repubblica, fu anche il secondo presidente della Repubblica eletto dopo essere stato governatore della Banca d’Italia, preceduto da Luigi Einaudi nel 1948. È stato anche governatore onorario della Banca d’Italia. «Carlo Azeglio Ciampi aveva un tratto affabile, gentile, uno sguardo limpido, di rara mitezza, ma fermo, che denotava una persona d’acciaio» scrisse Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera il giorno dopo la sua morte. «Fu nominato Governatore nel momento più difficile che la Banca d’Italia ha mai vissuto - aggiungeva Giavazzi - poco dopo che il suo predecessore, Paolo Baffi, e il direttore generale, Mario Sarcinelli (costui addirittura imprigionato) erano stati colpiti da accuse infamanti, che si rivelarono poi costruite ad arte. Al presidente della Repubblica (Sandro Pertini) che gli chiedeva di accettare l’incarico, disse: “Se Mario Sarcinelli dovesse lasciare la banca mi consideri dimissionario”. Frase non ovvia nella Roma dell’autunno 1979, tre mesi dopo l’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, ammazzato da un sicario ingaggiato da Michele Sindona che di quella banca era stato il padrone e del vile attacco alla Banca d’Italia l’ispiratore. In un paese che fa tanta fatica a portare fino in fondo le riforme, era per lui impensabile che le scadenze venissero anche solo rimandate, gli impegni presi non rispettati». Quando fu primo ministro, e il suo governo avviò le privatizzazioni, introdusse i «calendari», grandi fogli a quadretti sui quali le cose da fare per concludere la vendita di un’ impresa pubblica erano elencate, ciascuna con una scadenza precisa. Chi ebbe la fortuna, e il privilegio, di lavorargli accanto in quegli anni ricorda che non si poteva neppure pensare di presentarsi davanti a lui impreparati o, peggio ancora, con una scadenza non rispettata. Così, nel breve arco del suo governo, avviò uno dei più grandi programmi di privatizzazione finora attuati in Europa. Non era un politico, ma nemmeno un alto burocrate, era una persona colta, un “civil servant” fedele allo Stato e forte delle sue convinzioni».

·        100 anni dalla nascita di Salvo D’Acquisto.

È uno degli eroi della guerra di liberazione dal nazifascismo. Nato a Napoli il 15 ottobre 1920, Salvo D’Acquisto, era un vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri e aveva appena compiuto 23 anni il 23 settembre 1943 quando offrì la sua vita a Fiumicino, nei pressi di Roma, per salvare un gruppo di civili durante un rastrellamento delle truppe naziste. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Dopo aver combattuto ed essere rimasto ferito in Libia nel 1941, Salvo D’Acquisto tornò in Italia e venne aggregato prima alla Scuola centrale dei Carabinieri a Firenze. Fu quindi assegnato alla stazione di Torrimpietra, vicino Fiumicino, a una trentina di chilometri da Roma. Dopo l’8 settembre 1943 e l’armistizio dell’Italia con gli alleati le truppe naziste si trasformarono in esercito di occupazione. Tra queste un reparto di paracadutisti tedeschi occupò alcuni locali della Guardia di Finanza nelle vicinanze di Torrimpietra. Qui durante un’ispezione ad alcune casse di munizioni abbandonate si verificò un’esplosione che ne uccise due, ferendone altri due. Quello che era stato un incidente tragico dovuto a disattenzione o imperizia dei giovani paracadutisti, venne classificato come un attentato dal comandante del reparto tedesco. Con una prassi criminale che avrebbe insanguinato l’Italia fino alla fine della guerra le truppe naziste avviarono un rastrellamento e vennero catturate 22 persone scelte a caso fra gli abitanti della zona. Il più giovane aveva 13 anni. Inutilmente, mentre il gruppo veniva portato sul luogo scelto per la fucilazione, Salvo D’Acquisto tentò di convincere il comandante tedesco che non c’era stato nessun attentato, ma solo un terribile incidente. I prigionieri vennero portati presso la Torre di Palidoro e costretti a scavare per ore una grande fossa che avrebbe dovuto contenere i loro cadaveri. Cosa successe pochi minuti prima dell’esecuzione lo ha raccontato uno dei sopravvissuti, Angelo Amadio, creduto dai tedeschi un carabiniere e quindi trattenuto per ultimo: «all’ultimo momento, contro ogni nostra aspettativa, fummo tutti rilasciati eccetto il vicebrigadiere D’Acquisto. ... Ci eravamo già rassegnati al nostro destino, quando il sottufficiale parlamentò con un ufficiale tedesco a mezzo dell’interprete. Cosa disse il D’Acquisto all’ufficiale in parola non c’è dato di conoscere. Sta di fatto che dopo poco fummo tutti rilasciati: io fui l’ultimo ad allontanarmi da detta località.». Il vicebrigadiere, vista l’inutilità di far ragionare il comandante tedesco, si assunse interamente la responsabilità di un attentato che nessuno aveva commesso. I 22 prigionieri vennero rilasciati e Salvo D’Acquisto venne immediatamente fucilato. Gli è stata riconosciuta la Medaglia d’Oro al valor Militare alla memoria.

·        100 anni dalla nascita di Charlie Parker.

Di famiglia umile, Charlie Parker, detto Bird, nato a Kansas City, Missouri, il 29 agosto 1920 e morto a New York il 12 marzo 1955, rivelò da bambino una vivissima intelligenza, ma non particolari doti musicali. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Eppure sarebbe diventato un sassofonista e compositore di straordinario talento. Dopo un periodo di studio del sax, si mise alla ricerca di idee improvvisative nuove, lavorando con orchestre di stile convenzionale. Nel corso di una vita vagabonda e caotica, mise genialmente a punto (1940-43) un linguaggio nuovo, poi chiamato bebop, che avrebbe rivoluzionato il jazz. Segnato dalla droga e da una profonda solitudine, nonostante rapporti con colleghi del calibro di Dizzie Gillespie e Miles Davis, Parker fu protagonista a volte di pessime esibizioni. La fama di Charlie Parker esplode nel 1945 proprio nei gruppi in cui milita assieme a Gillespie: le incisioni di Billie’s Bounce, Ko Ko, Now’s the Time, Ornitology (per citare solo le più famose) rappresentano una vera e propria rivoluzione nel mondo musicale afro-americano, segnando per sempre la storia del jazz. In particolare Ko Ko viene generalmente considerata essere la prima registrazione di un brano in stile bebop mai effettuata, oltre che il manifesto musicale del nascente genere. Preda del disordine personale, schiavo dell’alcol per la difficoltà di reperire eroina da cui era dipendente fin dall’adolescenza, Parker ebbe una crisi di follia durante l’incisione di Lover Man (1946). Ricoverato in un ospedale psichiatrico, si riprese; nel 1947-48 diresse un quintetto comprendente Miles Davis e attraversò la sua stagione più serena e feconda. Abbandonato da Miles Davis e Max Roach, stanchi di sopportarne le eccentricità, proprio mentre veniva accettato come stella del nuovo stile e della relativa moda, Parker cadde vittima delle proprie intemperanze verso un ambiente in cui la notorietà ormai raggiunta, i club di classe e le grandi case discografiche esigevano un comportamento adatto alle convenzioni sociali e industriali: di fronte alle esigenze dell’establishment, Parker ormai era completamente indifeso. Morì a soli 34 anni e il medico legale stimò che ne avesse venti di più: non fu neanche in grado di stabilire una causa precisa e alla fine scrisse «polmonite».

·        100 anni dalla nascita di Gianni Rodari.

Cento anni fa la nascita di Gianni Rodari, l'uomo che cambiò la fantasia. Andrea Mazzotta su Il Quotidiano del Sud il 23 ottobre 2020. IL 23 OTTOBRE del 1920, ad Omegna, in Piemonte, nasce Gianni Rodari e tutto cambia. La storia della letteratura italiana, l’approccio e il rapporto di un popolo con la fantasia, con l’immaginario, si rivoluziona e partono le lancette del cambiamento che porterà ad una nuova percezione della dimensione fantastica. A volte basta un solo uomo e il suo pensiero per cambiare ogni cosa. Certo, di uomini come Gianni Rodari ne nasce uno ogni cent’anni… proprio per questo motivo venerdì prossimo la celebrazione dei cento anni dalla sua nascita acquisiscono un valore particolare, unico, speciale. Rivoluzionario. Chi è stato Gianni Rodari, e chi sia tutt’ora, sebbene siano passati quarant’anni dalla sua scomparsa, è domanda impenitente e impertinente, che non tollera una sola risposta, e quelle che accetta non possono rispettare un’etichetta cronologica, né un desiderio di completezza. Rodari lo si può celebrare solo raccontando la sua storia (o parte di essa), di uomo, di scrittore, di pedagogista, di giornalista… di rivoluzionario. Il Rodari che vive nell’immaginario collettivo fu scrittore e affabulatore che raccontava favole al telefono, filastrocche in cielo e in terra, storie e parole per giocare, fiabe e fantafiabe, novelle fatte in macchina e che spiegava come solo lui sa fare perché i re sono re. La sua produzione è come un mare fatto di parole che onda dopo onda si infrangono sulla battigia, lasciando storie al ritirarsi della marea. Rodari fu anche giornalista impegnato, che mise la sua prosa al servizio dei più deboli e di quelle lotte sociali che meritano di essere combattute e raccontate. Ma su tutto, Rodari fu in primo luogo un educatore e un formatore, quando questa parola non aveva ancora il carisma della verità che ha oggi. Era questa la sua più intima essenza. Educò i più piccoli all’immaginazione e i più grandi a capire il valore di quell’immaginazione come linguaggio per parlare ai bambini, come chiavistello per entrare nei loro mondi. Nel suo primo libro, nel 1951, Manuale del pioniere (Edizioni di cultura sociale) Rodari si mostra ideologo del suo tempo. Si sofferma su concetti dalla valenza sociale quale la democrazia, la pace, la ricerca del giusto in un mondo ingiusto, ma lo fa ponendo già da allora la lente di ingrandimento sui bambini e sui ragazzi. Si rivolge agli educatori del tempo e chiede loro la prima rivoluzione di metodo: non l’imposizione, ma l’offerta dell’attenzione, la ricerca di comprensione, di empatia con gli interessi dei ragazzi, in modo da capirne la dimensione esistenziale e trovare il meccanismo con cui far scattare la creatività e il coinvolgimento. Per quell’opera venne “scomunicato” dal Vaticano, che lo definì “Ex-seminarista cristiano diventato diabolico” (Nel 1931 la madre dell’autore lo fece entrare in un seminario, ma comprese ben presto che non era la strada giusta per il figlio). Le parrocchie bruciavano così copie del manuale, ed altri suoi libri, tanto che trovare oggi una prima edizione dell’opera è una vera sfida. Tutto ciò avvenne in seguito alla così detta Scomunica dei comunisti, cioè il decreto della Congregazione del Sant’Uffizio pubblicato il 1 luglio del 1949. Il decreto dichiarava illecita, a detta della Congregazione stessa, l’iscrizione al partito comunista, nonché ogni forma di appoggio ad esso. La Congregazione dichiarò inoltre che tutti coloro che professavano la dottrina comunista erano da ritenere apostati, quindi incorrevano nella scomunica. Rodari al tempo dirigeva la rivista Il Pioniere, il Settimanale di tutti i ragazzi d’Italia legato all’Associazione Pioniere d’Italia (API), realtà che era alla base del crescente interesse e di un progetto ben delineato del PCI per l’educazione delle giovani generazioni. Viene chiamato a Roma da Giancarlo Pajetta per fondare e dirigere quella che si rivelerà un’esperienza da cui germogliò la sua visione. Il settimanale non aveva una politica editoriale edulcorata. Rodari, che fu maestro di fantasia, riteneva che la realtà non dovesse mancare nella formazione dei ragazzi, tanto che Il Pioniere presentò anche fatti cronica, scioperi, scontri tra operai e polizia, con feriti e morti. Al tempo stesso Rodari non tralasciò mai la parte dell’immaginario, tanto che rimase alle cronache un suo scontro con Nilde Iotti , avente a tema il valore dei fumetti. La Iotti sosteneva che i fumetti fossero “tra le cause di irrequietezza, di scarsa riflessività, […] di tendenza alla violenza […] della gioventù”. In realtà la prima donna Presidente della Camera sbagliava ritenendo, e restando influenzata da ciò, che il fumetto fosse stato“Lanciato da Hearst, imperialista cinico e fascista”, dato che il primo a promuoverlo fu Pulitzer (si, proprio colui a cui fu intestato l’ambito premio giornalistico) sulle pagine domenicali del New York World con Yellow Kid. Quella di Hearst fu solo una risposta alla concorrenza, anche se sfruttò i fumetti e il genio dei suoi autori, primo tra tutti Winsor McCay, per fini politici. Ma questa è un’altra storia. Quella che ci piace raccontare è quella di Rodari, che sulle pagine di Rinascita, sostenne che il fumetto aveva la forza di smarcarsi dai canoni statunitensi e conquistare una nuova autonomia espressiva utile alla diffusione di idee progressiste tra le masse. “Accanto ai libri – scrive Rodari in una lettera la direttore – possono i fumetti essere uno strumento, anche secondario, in questa lotta oggi? Se non possono smettiamo di stamparli”. I fumetti non sparirono, nonostante la dura risposta a Rodari di Togliatti, che era appunto il direttore di Rinascita, il quale dichiarò. “Per conto nostro non metteremo a fumetti la storia del nostro partito o della rivoluzione”. Aveva ragione Rodari, visto che di racconti a fumetti dedicati al Comunismo e alla desiderata rivoluzione citata ce ne sono oggi a bizzeffe. Ma il focus non è la solo la figura di un uomo che resta sempre sé stesso anche a fronte del vento che gli soffia contro tanto da destra quanto da sinistra, ma piuttosto la capacità del pedagogista di guardare oltre i suoi tempi. Lo dimostrerà di nuovo nel 1973 con la Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, la sua opera di pura teoria più importante. “Quello che io sto facendo – scriverà l’autore – è di ricercare le ‘costanti’ dei meccanismi fantastici, le leggi non ancora approfondite dell’invenzione, per renderne l’uso accessibile a tutti. Insisto nel dire che, sebbene il Romanticismo l’abbia circondato di mistero e gli abbia creato attorno una specie di culto, il processo creativo è insito nella natura umana ed è quindi, con tutto quel che ne consegue di felicità di esprimersi e di giocare con la fantasia, alla portata di tutti”. Rodari non si limita a codificare alcuni meccanismi narrativi e le genesi da cui derivano. Si rivolge “a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola”. Il racconto diviene dunque educazione, strumento di formazione e la formazione, soprattutto per i più giovani, resta una preghiera alla dea speranza, per un futuro che ci trovi più pronti. Gianni Rodari, a 100 anni dalla sua nascita lo vogliamo ricordare e celebrare così: come l’uomo che sapeva già allora che alla fine saranno i nostri ragazzi a salvarci tutti, magari proprio grazie all’invenzione di una storia fantastica.

Gianni Rodari, pedagogo e giornalista, è considerato il maggiore favolista del Novecento. Nato a Omegna (VB) il 23 ottobre 1920 è scomparso a Roma il 14 aprile 1980. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Ottenuto il diploma magistrale e lasciata l’università, insegnò per qualche tempo in alcune scuole elementari della zona di Varese. Nel 1944 aderì alla Resistenza contro il nazifascismo e si iscrisse al Pci, divenne funzionario del partito e ricevette l’incarico di dirigere il settimanale comunista L’Ordine Nuovo. Nel 1950 il Partito comunista lo chiama a Roma a dirigere con Dina Rinaldi il settimanale per bambini, il «Pioniere», il cui primo numero esce il 10 settembre 1950. Ed è in questa occasione che Rodari si trova di impostare e inventare temi, personaggi, storie, un vero e proprio linguaggio, per parlare ai ragazzi di pace, giustizia sociale, razzismo, solidarietà. Nessuno aveva pensato prima di quel momento che si potessero affrontare temi come questi per parlare ai ragazzi. Negli anni ‘50 cominciò a dedicarsi alla scrittura per l’infanzia. Compose filastrocche, poesie, favole e romanzi; tra le sue opere più famose: Il romanzo di Cipollino, Gelsomino nel paese dei bugiardi, La torta in cielo, C’era due volte il barone Lamberto e Filastrocche in cielo e in terra. Nel 1970 ricevette il premio Andersen, il massimo riconoscimento nell’ambito della letteratura per l’infanzia, che lo fece conoscere in tutto il mondo. Nel 1973 uscì il suo capolavoro pedagogico: Grammatica della Fantasia; introduzione all’arte di inventare storie, saggio indirizzato a insegnanti, genitori e animatori nonché frutto di anni di lavoro passati a relazionarsi con il campo della «fantastica». «La parola singola — scrive Rodari nel capitolo dedicato al “binomio fantastico” — “agisce” solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe a uscire dai binari dell’abitudine, a scoprire nuove capacità di significare. Non c’è vita, dove non c’è lotta». La tesi del binomio fantastico «sta a Rodari come quella del fanciullino sta a Pascoli» scrisse sul «Corriere» Giulio Nascimbeni nel 1974, «con la differenza che questa è una tesi per la quale non serve essere poeti con l’alloro, ma semplicemente bambini». Per questo Grammatica della fantasia non poteva essere, scriveva su «Paese Sera» Tullio De Mauro, «un accigliato e grave libro sulla meta teorizzazione della struttura epigenetica del favolistico ma un libro che viene voglia di leggere a tutti», un libro in cui «un artista ha messo in tavola le carte del suo gioco». Basta (a Rodari, certo, ma anche a molti bambini, se si ha la pazienza di ascoltare certi loro giochi) prendere due parole come «cane» e «armadio» per inventare una serie di storie straordinarie («Un cane passa per la strada con un armadio sulla groppa. È la sua cuccia, cosa ci volete fare», oppure: «Il dottor Polifemo rincasa, apre l’armadio per prendere la giacca da camera e vi trova un cane»). E tuttavia, come scrive Pino Boero nella sua biografia letteraria «Una storia, tante storie», l’operazione della Grammatica «non ha davvero le caratteristiche dell’improvvisazione». «Le citazioni che emergono quasi in ogni pagina e che sembrano giocate come riferimenti remoti e un po’ casuali della memoria — sostiene Boero — rappresentano in realtà il tessuto connettivo dei capitoli». Perché l’opera di Rodari «non è solo funambolismo inventivo e linguistico, ma è anche — e soprattutto — adesione ai problemi, capacità di elaborazione formale, sicurezza di scrittura».

·        100 anni dalla nascita di Charles Bukowski.

Nato ad Andernach, cittadina tedesca sul Reno a 18 chilometri da Coblenza, il 16 agosto 1920, Charles Bukowski scrittore e poeta, è morto a Los Angeles il 9 marzo 1994. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Per lui è davvero difficile trovare confini e definizioni, a cominciare dal nome: era nato Heinrich Karl Bukowski, ma negli Stati Uniti dove arrivò bambino è noto come Henry Charles «Hank» Bukowski, o con lo pseudonimo Henry Chinaski. Maria Luisa Agnese, sul Corriere della Sera lo ha definito «il poeta dalla vocazione barbonesca, che prima ancora di diventare idolatrato in Europa e negli Stati Uniti aveva costruito, del tutto inconsapevolmente, un bel romanzo sulla sua esistenza, aveva fatto della sua vita una biografia letteraria dai toni anarcoidi e maledetti che starebbe in piedi anche se non avesse mai scritto una riga delle sue poesie lapidarie (“Amore è una sigaretta col filtro ficcata in bocca e accesa dalla parte sbagliata”) e non avesse firmato i 40 e oltre libri ancora oggi venduti in tutto il mondo. The dirty old man, insomma qualcosa come il vecchio porco, aveva attraversato la vita standone apparentemente ai margini ma in realtà consapevole di coglierne l’essenza, con le sue frequentazioni dell’altra America, quella degli uomini qualunque che incontri nelle tavole calde e nei coffee bar. La sua vita insomma si intrecciava con quella minima di un’America da suburbia». Charles vive di alcol, vagabondaggio, lavoretti e scommesse alle corse (sua grande passione) per lo più fallite, poi accetta un lavoro alle Poste. È leggendo Céline che si consolidò il suo incondizionato rifiuto per ogni forma di lavoro regolamentato. Intanto piano piano diventava il re della cultura underground, ma in modo parallelo alla beat generation. Vicino a quel movimento (anche se da alcuni per errore ne è stato assimilato), ma vagabondo e solitario era nato e non poteva essere intruppato. Nel 1969 accettò un’offerta dall’editore della Black Sparrow, John Martin: 100 dollari al mese per tutta la vita. Decise perciò di lasciare il lavoro alle poste per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Il suo credo politico è ben sintetizzato da questa sua frase: «Non ero schierato con nessun gruppo o ideologia. In realtà nell’insieme l’idea della vita e della gente mi ripugnava ma era più facile scroccare da bere a quelli di destra che alle vecchie nei bar. La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare».Tra le sue opere principali Storie di ordinaria follia (da cui Marco Ferreri ha tratto un film nel 1981 con Ben Gazara e Ornella Muti), Pulp. Una storia del XX secolo, Hollywood Hollywood.

·        100 anni dalla nascita di Nilde Iotti.

È stata la prima donna nella storia dell’Italia repubblicana a ricoprire una delle tre massime cariche dello Stato, la presidenza della Camera dei deputati, incarico che mantenne per tre legislature tra il 1979 e il 1992, un primato mai uguagliato nella storia della Repubblica: Nilde (Leonilde) Iotti era nata a Reggio Emilia il 10 aprile 1920 e morì in una clinica a Poli, tra Palestrina e Tivoli, non lontano da Roma, il 4 dicembre 1999. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Aveva partecipato alla Resistenza come staffetta e poi nelle fila dei Gruppi di difesa della donna, fondati dal PCI per aiutare le famiglie «dei partigiani, dei fucilati, dei carcerati, degli internati in Germania», e dopo la Liberazione era diventata un’attivista dell’UDI (Unione Donne Italiane). È stata una delle 21 donne elette alla Assemblea costituente e una delle cinque partecipanti (insieme alle comuniste Maria Federici e Teresa Noce, alla democristiana Angela Gotelli e alla socialista Lina Merlin) alla Commissione dei 75, incaricata di redigere il progetto di Costituzione dove si batté per affermare il principio della parità tra i coniugi, del riconoscimento dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle famiglie di fatto, opponendosi all’introduzione del principio dell’indissolubilità del matrimonio nel testo costituzionale; si batté inoltre per l’apertura della carriera in magistratura anche alle donne, un tema che allora incontrava ancora una forte opposizione, soprattutto da parte cattolica. Nel 1946 iniziò a Roma la sua relazione con il Segretario Nazionale del PCI, Palmiro Togliatti, di 27 anni più anziano di lei (e già sposato con Rita Montagnana e padre di Aldo), che terminerà soltanto con la morte del leader comunista, nel 1964. Il loro legame divenne pubblico dopo l’attentato del 1948. Togliatti lasciò a Mosca la moglie Rita Montagnana e il figlio Aldo malato di schizofrenia, che avrebbe poi passato decenni tra cliniche e istituti psichiatrici. Togliatti e Nilde Iotti chiesero e ottennero l’affiliazione di una bambina orfana, Marisa Malagoli, sorella minore di uno dei sei operai uccisi da agenti della Celere il 9 gennaio 1950, a Modena, nel corso di una manifestazione operaia. Quella relazione è costata per anni a Nilde Iotti, non solo gli attacchi degli avversari politici, ma anche la freddezza dello stato maggiore del Partito Comunista. Un ostracismo che di fatto si sarebbe stemperato solo dopo la morte di Palmiro Togliatti nel 1964, ma mai superato del tutto a dimostrazione della diffusa discriminazione bigotta e sessista dell’intera società italiana. Politicamente Nilde Iotti ha legato la sua attività ai diritti civili come il divorzio e alle battaglie per la parità della donna. L’autorevolezza conquistata in anni di attività parlamentare ed una stima trasversale, portarono alla sua elezione alla Presidenza della Camera nel 1979, un anno difficilissimo per la storia della Repubblica, tra terrorismo e crisi economica. Era il 20 giugno: nel suo discorso d’insediamento dichiarò la propria «emozione per essere la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato» e, rivolta ai deputati, aggiunse: «io stessa, non ve lo nascondo, vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita».

Nilde Iotti, cento anni dalla nascita. Mattarella: "Simbolo di emancipazione femminile". Nel '46 fece parte della Costituente. Il 20 giugno del '79 fu eletta Presidente della Camera. Il Capo dello Stato: "È stata la madre della Repubblica". Laura Mari il 10 aprile 2020 su La Repubblica. Dalla lotta con le donne partigiane fino agli scranni del Parlamento. Simbolo di imparzialità e paladina nella battaglia per l'emancipazione femminile, Nilde Iotti è stata una delle figure più importanti della storia italiana e della nascita della Costituzione. "Il suo percorso civile e politico reca impressi i caratteri di quella straordinaria crescita democratica, che ha consentito al nostro popolo di liberarsi dal fascismo, di dotarsi di una Costituzione rispettosa degli originari e inviolabili diritti della persona, di progredire nel benessere economico e nella solidarietà sociale", ha sottolineato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della ricorrenza dei cento anni dalla nascita dell'esponente comunista.

Chi è Nilde Iotti. Nata a Reggio Emilia il 10 aprile del 1920, figlia di un ferroviere e orfana a 14 anni, dopo la laurea in Lettere e Filosofia, NIlde Iotti insegnò fino al 1946. La sua storia si lega indissolubilmente a quella della Resistenza contro il fascismo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, entrò infatti a far parte dei Gruppi di difesa della donna, che sostenevano i Comitati di liberazione periferici durante le agitazioni nelle fabbriche che portavano ai sabotaggi della produzione. Partigiana convinta, con la fine del conflitto mondiale Nilde Iotti divenne, nel luglio del 1945, segretario provinciale dell'Unione donne in Italia. Ma la Nazione pensava già alla ripartenza e alla Ricostruzione e, soprattutto, a dotarsi di un apparato legislativo su cui fondare la nascita della Repubblica italiana. Nel 1946 Iotti entrò a far parte, sotto le fila dell'allora Partito Comunista Italiano (Pci), dell'Assemblea Costitutente presieduta da Giuseppe Saragat. "Fu una delle 21 donne elette nell'Assemblea costituente, una delle cinque chiamate nella Commissione dei Settantacinque. A pieno titolo - ha precisato il Presidente Mattarella - la consideriamo una delle madri della Repubblica, anche perché spese tutta la vita nelle istituzioni per dare piena attuazione ai principi costituzionali e consolidare così i legami tra democrazia e società".

Nilde Iotti e l'emancipazione femminile. Sin dal suo impegno nella Costituente, Nilde Iotti ha mostrato la sua attenzione per la condizione femminile. Entrò a far parte della sottocommissione impegnata a preparare una stesura di articoli dedicati ai diritti e doveri dei cittadini e con il democristiano Camillo Corsanego sostenne la necessità di emancipare la donna all'interno della famiglia e della condizione sociale. La donna, secondo Iotti, doveva essere pensata non più come moglie e madre, ma come cittadina, con pari dignità sociale e si battè, durante i lavori nella Costituente, per affermare il principio di parità tra i coniugi e il riconoscimento dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle famiglie di fatto. La sua fu una battaglia a tutto campo per l'emancipazione femminile, al punto che intervenendo nella sottocomissione più volte si disse contraria all'introduzione, nella Costituzione, di un articolo che sostenesse il principio dell'indissolubilità del matrimonio. In sostanza, fu il primo passo verso la concessione del divorzio.

L'elezione in Parlamento. Membro del Partito Comunista, nel 1962 entrò a far parte della direzione nazionale e nello stesso anno fu eletta per la prima volta in Parlamento. Nell'Aula di Montecitorio si impegnò per la concessione del divorzio, che fu poi introdotto dopo il referendum del 1974. Per 10 anni, dal 1969 al 1974, ricoprì il ruolo di deputato al Parlamento europeo, ma la svolta nella sua carriera politica e nella storia italiana porta la data del 1979. In quell'anno Iotti fu eletta, prima fra le donne, Presidente della Camera dei Deputati e ricoprì l'incarico per tre legislature, fino al 1992. "Nei quasi tredici anni di presidenza svolse il suo compito con rigore, con imparzialità, con un forte senso delle istituzioni: questi grandi meriti sono stati da ogni parte riconosciuti e apprezzati", ha detto il Capo dello Stato. "La sua forte passione politica, a cui mai ha rinunciato nella vita del suo partito e nel dibattito pubblico - ha aggiunto - non ha oscurato in lei la coscienza del bene comune, la piena responsabilità nazionale delle istituzioni democratiche, l'orizzonte europeo che sempre più si mostrava come un cruciale traguardo storico. Il suo impegno e la sua testimonianza rimangono patrimonio della memoria della Repubblica".

La relazione con Togliatti. Alla fine degli anni '40 Nilde Iotti conobbe Palmiro Togliatti, pilastro del Pci. La loro fu sin dall'inizio una relazione scandalosa per l'epoca in cui la vissero. Togliatti era sposato con Risa Montagnana ed era padre di due figli avuti dalla consorte. Nonostante questo, Iotti e Togliatti restarono legati per tutta la vita, al punto che andarono a vivere in un abbaino all'interno della sede del Pci in via delle Botteghe Oscure a Roma e, in seguito, si trasferirono in un'abitazione del quartiere capitolino di Montesacro.

Centenario dalla nascita di Nilde Iotti: le reazioni. Nel giorno del centenario dalla nascita di Nilde Iotti, in tanti hanno voluto ricordare una delle figure più importanti della storia civile e politica italiana. "Testimoniò in tutto il suo percorso una visione alta della politica, come attività nobile e disinteressata e strumento per cambiare la società, promuovendo dignità, libertà e diritti", ha dichiarato la presidente del Senato, Elisabetta Casellati. "Tutto questo - ha aggiunto - rende prezioso e attuale il suo esempio e la sua eredità". Per la vicepresidente della Camera, la cinquestelle Maria Edera Spadoni, Iotti è un "fondamento della nostra società, fu una donna che si distinse per la sua imparzialità e per le sue battaglie in nome della giustizia sociale, per il divorzio e per il diritto all'aborto in un'epoca in cui esisteva ancora il delitto d'onore. Una donna che ha saputo essere se stessa nonostante tutto e tutti". Per Chiara Braga, coordinatrice del programma della segreteria nazionale del Pd, Iotti è "una delle figure più prestigiose del nostro Paese, che ha consegnato soprattutto alle giovani donne, anche a distanza di anni, un testimone prezioso e sempre attuale, una fonte di costante ispirazione per chi vuole impegnarsi per cambiare ogni giorno e rendere migliore e più giusta la nostra societa'. A lei va tutta la nostra gratitudine e il nostro affetto".

Nilde Iotti, 20 anni fa scompariva la prima italiana Presidente della Camera. Roberta Caiano il 4 Dicembre 2019 su Il Riformista. Il 4 dicembre del 1999 scompare all’età di 79 anni Nilde Iotti. Insegnante, dirigente comunista e prima donna in Italia ad essere nominata Presidente della Camera dei deputati è ancora ricordata come una delle donne più famose e influenti della storia del nostro Paese. La sua profusione nella vita politica e sociale attraverso le battaglie di resistenza l’hanno portata ad essere fonte di ispirazione per le generazioni successive. Ma ancor di più, è considerata una pietra miliare nel mondo della parità dei sessi e dell’emancipazione femminile grazie al suo contributo per l’introduzione di molte delle leggi di cui oggi le donne beneficiano.

LA STORIA – Leonilde Iotti, conosciuta solo come Nilde, è nata a Reggio Emilia il 10 Aprile del 1920. Figlia di un ferroviere attivista nel movimento operaio socialista, é cresciuta in un ambiente di gravi difficoltà economiche. Il padre Egidio fu licenziato a causa del suo impegno politico e in seguito fu perseguitato durante il periodo del regime fascista. Ma nonostante le condizioni familiari non agiate, il padre iscrisse la figlia all’Università Cattolica di Milano per permetterle di studiare. Grazie all’ottenimento di borse di studio ha potuto continuare a studiare alla Cattolica laureandosi alla facoltà di Lettere e Filosofia nel 1942, dove ebbe come professore Amintore Fanfani. Nello stesso anno comincia ad esercitare la professione di insegnante in alcuni Istituti Tecnici Industriali della zona emiliana, per poi concludere la sua esperienza nel mondo dell’insegnamento nel 1946. Grazie anche all’esempio di suo padre, Nilde si iscrisse al Partito Comunista Italiano nel 1943, periodo che coincideva con l’adesione dell’Italia alla Seconda Guerra Mondiale. Inizialmente si impegnò come porta-ordini, uno dei ruoli più significativi e pericolosi assunti dalle donne durante la Resistenza attraverso la quale i partigiani lottarono portando l’Italia alla liberazione dall’occupazione nazi-fascista. La sua partecipazione attiva tra i partigiani di Reggio Emilia le consentì poco più che ventenne di essere designata responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna, struttura molto attiva nella guerra di liberazione. I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) e di Assistenza ai Combattenti della Libertà partirono da Milano per poi estendersi su tutto il territorio italiano ancora occupato dai tedeschi con l’obiettivo di mobilitare, attraverso un’organizzazione capillare e clandestina, donne di età e condizioni sociali differenti per fronteggiare le devastazioni della guerra. Infatti, questi gruppi femminili si occupavano di distribuire indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperavano per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini ed anche armi. E’ proprio dal suo impegno ai Gruppi di Difesa della Donna che Nilde portò avanti le sue idee sull’emancipazione e i diritti per le donne. Il suo nome è molto spesso ricordato anche in merito alla relazione avuta con Palmiro Togliatti guida storica del Partito Comunista e compagno di vita per oltre 18 anni, fino alla morte del politico.

LA VITA POLITICA – Da responsabile dei GDD e segretaria dell’UDI di Reggio Emilia, a soli ventisei anni Nilde entra a far parte del Parlamento italiano ricoprendo il ruolo di semplice deputato. In seguito viene eletta al Consiglio Comunale come indipendente nelle liste del PCI per poi diventare membro dell’Assemblea Costituente. Il ruolo svolto nell’ambito della Costituente a favore dei diritti delle donne e per le famiglie, segnò l’impegno che Nilde profuse nella sua attività parlamentare condotta ininterrottamente per 53 anni. Nel 1948 la Iotti viene eletta per la prima volta alla Camera dei deputati, riconfermata per le successive legislature. Questo fino a quando nel 1979 viene eletta al primo scrutinio e prima donna nella storia parlamentare italiana come Presidente della Camera. Dopo di lei ci sono state soltanto altre due donne a ricoprire questo ruolo: Irene Pivetti nel 1994 e Laura Boldrini nel 2018. Nilde Iotti è stata Presidente sino al 18 Novembre 1999, quando ha deciso di dimettersi per motivi di salute. Non appena ottenne la carica le sue dichiarazioni furono: “Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione”.  Sin dagli albori della sua ascesa politica, Nilde si è sempre prodigata affinché le donne potessero integrarsi nella società non solo abbattendo i pregiudizi ma soprattutto da un punto di vista legislativo. Infatti, quando entrò a far parte della “Commissione dei 75” predispose la Relazione sulla Famiglia, auspicando il superamento dello Statuto Albertino con una nuova Carta Costituzionale che si occupasse dei diritti della famiglia del tutto ignorati dallo Statuto, ormai disapplicato soprattutto in vista della fine del fascismo. Per la Iotti, dunque, il caposaldo della nuova Costituzione deve essere il rafforzamento della famiglia: “L’Assemblea Costituente deve inserire nella nuova Carta Costituzionale l’affermazione del diritto dei singoli, in quanto membri di una famiglia o desiderosi di costruirne una ad una particolare attenzione e tutela da parte dello Stato”. Altro aspetto fondamentale della relazione riguarda i diritti della famiglia era sicuramente la posizione della donna: “Uno dei coniugi poi, la donna, era ed è tuttora legata a condizioni arretrate, che la pongono in stato di inferiorità e fanno sì che la vita familiare sia per essa un peso e non fonte di gioia e aiuto per lo sviluppo della propria persona. Dal momento che alla donna è stata riconosciuta, in campo politico, piena eguaglianza, col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale e restituita ad una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina”. In quest’ottica fu una donna lungimirante in quanto sin da quando mosse i primi passi nel Parlamento riuscì a porre l’attenzione sulla donna in quanto tale e sul suo diritto a lavorare. Per questo premette affinché la nuova Costituzione dovesse assicurare il diritto al lavoro “senza differenza di sesso”. Inoltre, sempre nella relazione sul diritto alla famiglia, un altro elemento su cui si focalizzava era la questione dell’indissolubilità del matrimonio “considerandolo tema della legislazione civile”. Infine, arriva all’argomento della maternità che secondo lei non doveva essere più intesa come “cosa di carattere privato” ma come “funzione sociale” da tutelare. Infatti, uno degli articoli di maggiore impatto innovativo della proposta costituente si basava sul principio dell’uguaglianza giuridica dei coniugi. Questi ultimi per lei hanno eguali diritti e doveri nei confronti dei figli per la loro alimentazione, educazione ed istruzione. Nel corso di mezzo secolo vissuto a pieno all’interno delle istituzioni repubblicane, Nilde fu promotrice della legge sul diritto di famiglia del 1975, della battaglia sul referendum per il divorzio del 1974 e per la legge sull’aborto del 1978. Nel 1993 ottenne la Presidenza della Commissione Parlamentare per le riforme istituzionali e nel 1997 venne eletta Vicepresidente del Consiglio d’Europa. La decisione di lasciare l’incarico a metà novembre del 1999 destò grande rispetto da parte di tutto lo schieramento parlamentare che la salutò tra gli applausi. Infatti dopo pochi giorni, il 4 dicembre, Nilde morì per un arresto cardiaco. In molte parti d’Italia al nome di Nilde Iotti sono intitolati, asili e organizzazioni giovanili. L’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione di una giornata commemorativa in memoria di Nilde Iotti di qualche anno fa scrisse: “Nilde Iotti, con la quale ho condiviso una lunga attività parlamentare e intrattenuto un rapporto di feconda amicizia, ha rappresentato un esempio altissimo di rigore morale, di forte passione civile, di intelligente e totale impegno al servizio delle istituzioni del paese. Nella sua vicenda umana e politica si riflette la storia stessa dell’Italia repubblicana, che ella ha accompagnato nel cammino di ricostruzione e di sviluppo dai banchi dell’Assemblea costituente e poi della Camera dei Deputati, di cui per lungo tempo fu presidente unanimemente apprezzata, garanzia di libero confronto per tutti i gruppi politici. La lezione politica di Nilde Iotti, anche nella costante affermazione del principio costituzionale dell’uguaglianza della donna nella società, nel lavoro e nelle professioni, mantiene oggi intatta tutta la sua forza e attualità: una eredità che è patrimonio dell’intero paese”.

LA FICTION – A 20 anni dalla sua scomparsa e a 40 anni dalla sua nomina a presidente, la RAI ha voluto rendere omaggio alla Presidente attraverso la docufiction ‘Storia di Nilde‘, prodotta da Gloria Giorgianni per Anele in collaborazione con Rai Fiction e diretta da Emanuele Imbucci. La protagonista sarà interpretata dall’attrice Anna Foglietta, che ripercorrerà la storia umana e politica di Nilde Iotti. La ricostruzione sarà alternata a materiali di repertorio e testimonianze, tra cui troviamo quella dell’ex Presidente della Repubblica e Senatore a vita Giorgio Napolitano e di Marisa Malagololi Togliatti, figlia adottiva di Nilde e Togliatti. La docufiction andrà in onda giovedì 5 Dicembre come monito e ricordo nei confronti della generazione che l’ha vissuta ma anche delle nuove generazioni che possono solo trarne ispirazione.

Ilviaggiodellacostituzione.it il 3 dicembre 2019. La storia narra che l’amore tra Nilde Iotti e Palmiro Togliatti sia nato in un ascensore. Palmiro Togliatti la vede con indosso un vestito a fiorellini con un colletto bianco di pizzo e chiede subito al cronista dell’Unità che lo accompagna, Emanuele Rocco, chi sia quella deputata: "Si chiama Nilde Iotti, è di Reggio Emilia". Più avanti galeotta sarà una leggera carezza di Togliatti alla sua chioma mentre scendono lo scalone di Montecitorio: seguono poi delle appassionate conversazioni sui poemi cavallereschi di Ariosto e di Boiardo, qualche incontro clandestino e infine l’amore.  Togliatti avverte una «vertigine davanti a un abisso», la Iotti sente «sgomento per questo immenso mistero d’amore che mi dà le vertigini» (come rivelato nel carteggio tra i due, pubblicato nella biografia “Nilde Iotti. Una storia politica al femminile” di Luisa Lama). Palmiro Togliatti, detto il “Migliore”, è più grande della Iotti di 27 anni ed è sposato: la moglie, Rita Montagnana, è un esponente di spicco del Partito Comunista, ha fatto la Resistenza e con Togliatti ha un figlio, Aldo. Nonostante l’avere una relazione extraconiugale sia un reato penale (il cosiddetto “concubinato”), Togliatti e la nuova compagna non riescono a rinunciare al loro amore: il segretario del PCI chiede al compagno di partito Pietro Secchia di trovare una sistemazione per lui e la Iotti ma alla fine i due andranno a vivere in un umido abbaino all’ultimo piano di Botteghe Oscure, sede del PCI, e poi in un villino a Montesacro. Il loro sarà sempre una convivenza more uxorio, mai ufficializzata, sempre contestata dalla legittima moglie ma soprattutto dal partito, il quale arriva a installare delle microspie per sorvegliarli. Pietro Secchia informa anche Stalin della “crisi personale del segretario”, spera di spedire lontano Togliatti al Comintern russo o al Cominform di Praga e arriva ad insinuare dubbi sul comunismo della deputata, la quale ha studiato alla Cattolica e ha preso parte ai comizi del cattolico Giuseppe Dossetti. Questo porterà la Iotti a scrivere un’accorata lettera a Luigi Longo, vicesegretario del PCI, per lamentare la posizione subalterna a cui è relegata per non aver saputo rinunciare al legame con il Migliore: «Sono passati più di sei mesi… nessuna responsabilità di lavoro mi è stata affidata. Questo pone una compagna in una posizione non giusta, quasi di un’intrusa. […] Oggi io chiedo di poter lavorare e di poter rispondere del mio lavoro di fronte al partito e all’organizzazione a cui fin dall’inizio ho dato i miei sforzi, credo con discreto risultato». Il loro amore non sarà mai coronato da un figlio naturale ma dall’adozione di una bambina rimasta orfana, Marisa Malagoli, sorella minore di uno dei sei operai rimasti uccisi negli scontri con le forze dell’ordine il 9 gennaio 1950, a Modena, nel corso di una manifestazione. Aldo, il figlio di Togliatti, sarà la persona che più di tutte soffrirà per la relazione del padre con la Iotti: già sofferente di depressione, dopo la morte della madre Rita sarà internato in un ospedale psichiatrico, dove resterà fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2011. Neanche l’aver fatto scudo a Togliatti gettandosi sul suo corpo, in occasione dell’attentato del 1948 a opera di un esaltato, avrà alcun valore agli occhi degli esponenti del partito: la Iotti dovrà infatti aspettare la morte di Togliatti, nel 1964, per poter essere riconosciuta ufficialmente come sua compagna e vedersi concesso il “privilegio” di sfilare in prima fila dietro al feretro del segretario. Per ottenere il definitivo riconoscimento politico, infine, dovrà attendere il 1979, quando sarà eletta Presidente della Camera, prima donna nella storia della Repubblica.

Da huffingtonpost.it l'8 dicembre 2019. “Era facile amarla perché era una bella emiliana simpatica e prosperosa come solo sanno essere le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna”. In questi termini si è espresso Giorgio Carbone, giornalista di Libero, ricordando la figura di Nilde Iotti. Il commento è stato giudicato sessista e misogino, scatenando numerose polemiche contro il giornale. L’Ordine dei Giornalisti ha deciso di deferire Libero per l’articolo. “Sminuire la figura di Nilde Iotti non è solo l’ennesimo insulto a tutte le donne, ma lo è anche per il giornalismo”, hanno dichiarato attraverso una nota le parlamentari del Movimento 5 stelle del gruppo Pari Opportunità alla Camera, “Questo non è giornalismo, ma l’ennesimo articolo denigratorio e privo di contenuto. Non potremo mai raggiungere la piena parità e il rispetto se non si cambia anche la cultura del paese”. Anche il Partito Democratico si è schierato a difesa della Iotti e ha attaccato il quotidiano diretto da Vittorio feltri: “L’articolo di Libero non offende solo la memoria della prima presidente della camera della storia repubblicana, ma tutte le donne italiane, di sinistra e di destra, moderate e radicali, femministe e non”. Sia pentastellati che dem dichiaravano nella nota di voler presentare un esposto all’Ordine dei giornalisti, che è intervenuto sulla vicenda.

La reazione dell’Ordine dei Giornalisti - . “La trasmissione della fiction su Nilde Iotti, a venti anni dalla scomparsa, offre al quotidiano Libero un’altra opportunità per violare le regole principali deontologiche. Sessismo e omofobia: il giornalismo è un’altra cosa. Il riferimento fatto a una grande statista, prima donna in Italia a ricoprire una delle tre massime cariche dello Stato, è volgare e infanga con cinismo e allusioni becere tutte le donne italiane, non solo la prestigiosa figura di Nilde Iotti. Abbiamo già provveduto a segnalare al Collegio di Disciplina territoriale competente questo nuovo infortunio del quotidiano milanese”. Lo dichiarano Carlo Verna e Guido D’Ubaldo, presidente e segretario del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti.  “I contenuti dell’articolo di oggi sono deplorevoli ed infangano la memoria di una grande donna che ha fatto la storia italiana. La competenza delle sanzioni come per tutti gli ordini professionali, in base DPR 137/2012, è passato ai consigli di disciplina, che sono totalmente autonomi rispetto agli Ordini, nei quali riponiamo - come si deve nei confronti di chiunque si veda assegnata da una legge la funzione giudicante - piena fiducia. E ci fa piacere ricordare come pochi giorni fa la giustizia domestica in primo grado abbia disposto la radiazione per l’autore della cosiddetta telecronista sessista contro una guardalinee di calcio. Ancora una volta diciamo no a chi fa male al giornalismo”, hanno aggiunto Verna e D’Ubaldo.

Chi era Nilde Iotti - Staffetta partigiana e storica militante del Pci prima e dei Ds poi, Nilde Iotti è divenuta celebre per essere diventata la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente della Camera, nel 1979. La sua figura ha rappresentato un punto di svolta nella politica italiana, segnando il primo passo nel coinvolgimento delle donne all’interno delle istituzioni italiane. A vent’anni dalla scomparsa della Iotti (4 dicembre 1999) e a quarant’anni dalla sua nomina a presidente della Camera dei Deputati, la Rai ha deciso di omaggiarla con la docu-fiction “Storia di Nilde”. Anna Foglietta è l’attrice scelta per interpretare la più longeva presidente della Camera dei deputati della storia della nostra Repubblica (dal 1979 al 1992). Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri non ha risparmiato nemmeno lei. Carbone ha infatti proseguito il suo commento sessista facendo un paragone tra Nilde Iotti e Anna Foglietta: “Anna Foglietta, chiamata a raffigurarla sul piccolo schermo (buona scelta, una romana bella e soda, chiamata a interpretare la più in vista della campagna per il divorzio)”. Gli ascolti tv della prima puntata della fiction - Giovedì 5 dicembre è andata in onda la prima puntata di “Storia di Nilde”. La fiction ha registrato un grande successo, conquistando 3.684.000 spettatori pari al 16.2% di share e vincendo la competizione della prima serata con gli altri programmi.

Elisabetta Salvini per huffingtonpost.it l'8 dicembre 2019. Su una cosa ha ragione Giorgio Carbone quando parla di Nilde Iotti: ed è quando dice che era facile amarla. È vero. Era facile amarla, ma non per i motivi stereotipati e sessisti che elenca Carbone e che giustamente hanno suscitato indignazione e rabbia. Era facile perché è sempre facile innamorarsi dell’intelligenza, del garbo, della passione e dell’umiltà. Nilde era così, una donna intelligente, solida e preparata. Una di quelle donne la cui presenza non poteva passare inosservata. La prima ad accorgersene fu Lina Cecchini, la sua insegnante di filosofia che la volle vicina nelle riunioni clandestine della primavera del ’43 per ragionare insieme sul futuro di un’Italia liberata dal fascismo. La stessa anziana professoressa che, orgogliosa ed emozionata, sarà la sola altra donna che le si siederà vicino nel 1946 nel primo consiglio comunale reggiano del dopoguerra. E se ne accorse anche il Prefetto di Reggio Emilia che il 20 agosto 1945, in seguito a una sommossa per il pane organizzata dalle donne reggiane, si trovò davanti a una donna così giovane da suscitare in lui non poche perplessità e tanti pregiudizi, destinati, però, a scomparire come per incanto, non appena Nilde iniziò ad argomentare con “garbo e con parole appropriate” le sue idee. E indubbiamente se ne accorse anche Palmiro Togliatti che fin dal primo momento ne rimase affascinato. Ma più di tutte ad accorgersene furono le donne che la sostennero nella sua battaglia politica e la scelsero come loro portavoce, perché lei, più di tante altre, le parole le sapeva usare bene e le faceva arrivare lontano. Di questo amore Nilde si fece scudo per affrontare i tanti, troppi pregiudizi che per ogni donna erano il pane quotidiano, ma che per le pioniere della politica erano ancora più duri e crudeli. Nilde l’emiliana prosperosa. Nilde la raccomandata amante di Togliatti. Nilde la comunista libertina e rovina famiglia. Chissà quante volte se lo sarà sentita dire alle spalle e quante volte lo avrà letto tra le righe, ma non solo. Eppure quelle malignità sono servite a poco, perché di coloro che le hanno pronunciate la storia se ne è già dimenticata, di Nilde, invece no. Perché lei è la storia della Repubblica come partigiana, come segretaria dell’Unione donne italiane, come madre della Costituzione e come prima donna Presidente del Camera. Anche per la storia, infatti, è stato facile amare Nilde Iotti, tanto quanto sarà facile dimenticarsi di Giorgio Carbone e di quelle sue orrende e inopportune parole sessiste e misogine che insultano tutte le donne, ma prima di tutto insultano lui.

Pietro Senaldi per ''Libero Quotidiano'' l'8 dicembre 2019. Nilde Iotti fu un presidente della Camera saggio e imparziale come pochi prima e dopo di lei. Era facile amarla perché era bella, simpatica e prosperosa. Grande in cucina e a letto». Sono le parole con le quali Libero, sotto il titolo «Hanno riesumato Nilde Iotti», ha recensito la fiction andata in onda giorni fa sulla Rai dedicata alla grande comunista, compagna di Palmiro Togliatti. Inaspettatamente siamo stati accusati da mezza sinistra di sessismo e coperti di fango per avere scritto «grande a letto», come se fosse un insulto anziché un complimento. Sinceramente non avevamo la minima intenzione di criticare sotto l' aspetto personale la Iotti, non ce ne sarebbe stato motivo, e ci spiace se qualcuno ha equivocato. Ci scusiamo pure, benché non ci sia chiaro di cosa. Non siamo sessisti ma neppure sessuofobi e ci sorprende l' indignazione che abbiamo suscitato in spiriti monacali, anche se chi ci ha lapidato non vive in convento ma naviga da lungo corso nelle redazioni e in Parlamento, che non sono templi di virtù né oasi di moralità. Quando vogliamo attaccare qualcuno, lo facciamo a tutta pagina, a caratteri cubitali e mettendoci la faccia, non deleghiamo a un collaboratore suggerendogli di insinuare del veleno tra una riga e l' altra. Pertanto rassicuro tutti: non volevamo atteggiarci a moralisti svergognando Leonilde. Non saremmo il giusto pulpito. Noi abbiamo senso del ridicolo, sappiamo di non essere santi e non indossiamo abiti che non ci appartengono. Il nostro cronista l' ha vista nella fiction sospirare a letto con Palmiro e ha pensato che anche questa scena potesse essere oggetto della sua recensione. Ci auguriamo che l' Ordine non lo passi per le armi per questo. Da direttore responsabile di Libero devo dire però che sono preoccupato per gli attacchi, omologati come un belare di gregge. Mi spiace per le donne del Pd, che pensano che a questo si sia ridotto il loro ruolo. Ritrovarmi vittima del loro conformismo, della loro superficialità, della loro pochezza e della loro arte mistificatoria mi ha aperto gli occhi, svelandomi perché non raccattano più un voto. Nascondono la loro incompetenza dietro battaglie facili. Hanno voluto prendere il potere senza ripassare dalle urne e, non sapendo gestire il Paese, sparano su un cronista ottantenne, che a differenza di Togliatti è rimasto con i figli e la moglie tutta la vita, tenendole la mano in ambulanza nel momento del trapasso. Mi auguro che per una donna di sinistra questo sia ancora un valore. Ma più che dei politici, mi hanno sconcertato gli attacchi dei colleghi, perché tradiscono la professione e si sottomettono ai linguaggi a cui li obbliga una fazione rinunciando alla libertà di critica e d' espressione. E per farlo sparano su chi non può difendersi, un collega in pensione. Contribuiscono a far credere a chi non lo legge che Libero abbia deciso una linea politica d' attacco a Nilde Iotti. Francamente noi, a differenza dei compagni, viviamo in questo secolo e quindi non avremmo mai attaccato la compagna Leonilde, deceduta vent' anni fa. Infatti l' articolo non era un ritratto politico ma una recensione di spettacoli. Per farci la morale Repubblica cita una frase della storica presidente della Camera: «È necessario cogliere negli altri solo quello che di positivo sanno darci e non combattere ciò che è diverso da noi». Complimenti, copiate e non capite. Abbiamo scritto che fu brava e imparziale, bella e simpatica e voi cogliete solo quel che non vi garba, «grande in cucina e a letto», non contestualizzate, fate della parte il tutto e la servite mistificata ai vostri lettori. Leonilde vi sputerebbe in faccia. Non c' è da aspettarsi molto di diverso da chi ogni giorno dà del razzista a Salvini, del bandito a Berlusconi e della coatta alla Meloni - quali profonde analisi - e poi pretende che gli altri si inginocchino adoranti di fronte a chi i padroni dell' informazione ci indicano. Mi appello all' Ordine dei giornalisti, perché difenda i suoi iscritti dalla prepotenza dei politici e dal killeraggio bugiardo di certi colleghi. Difenda la libertà di stampa dall' ottusità faziosa di chi vuol decidere cosa altri possano o non possano scrivere. Non permetta che i giornalisti facciano da bersaglio a politici disperati che parlano di Libero non riuscendo più a parlare ai propri elettori. Abbiamo descritto Nilde Iotti con simpatia, ritraendola migliore di quanto fosse. Avessimo voluto indugiare sulle sue arti amatorie lo avremmo fatto. Non sappiamo di persona se fosse grande a letto, come descritto dalla fiction. Sappiamo però che Togliatti non era un pirla e se, dopo anni di relazione clandestina, mollò moglie e prole per andarci a vivere, supponiamo che gli piacesse e non gli bastasse incontrarla in Parlamento. Dove la signora ha dato gran prova di sé, meritandosi la poltrona presidenziale, sicuramente agevolata dal fatto di essere la donna del capo, che gli avrà elargito molti e utili consigli.

Fulvio Abbate per “il Riformista” il 18 dicembre 2019. La Iotti e l’amore, di più, Nilde e il sesso… Sono trascorsi alcuni giorni dalla querelle venuta su dopo che la Rai ha dedicato una docu-fiction proprio a Nilde Iotti, la prima donna che abbia ricoperto l’incarico di presidente della Camera dei deputati, dirigente comunista. Tutto muove da “Libero”, che in un articolo ne ha tratteggiato la parabola pubblica indicando in lei una “bella emiliana prosperosa, brava in cucina e a letto. Il massimo che in Emilia si chieda a una donna”. Parole forse sessiste, da conversazione maschile, tra sala biliardo e circolo, si fa per dire, dei civili. Pochi giorni dopo, su La7, Pietro Senaldi, direttore responsabile di quel quotidiano, e Concita De Gregorio hanno concesso un supplemento di discussione. A fronte di un Sallusti, giunto in studio a ribadire il carattere delle emiliane-romagnole, a suo dire, segnato da “esuberanza”, orizzonte da “Mondo piccolo” di Guareschi rivisitato nella banalizzazione da pro-loco ulteriore, la De Gregorio ha sentito la necessità di porre ai suoi interlocutori dove avessero tratto i presunti dettagli circa le qualità amatorie della signora: “… come fate a sapere che a letto Nilde Iotti era brava?” Interrogativo innanzitutto politico, deontologico. Se ne verrà a capo? Ha ragione la mia amica Angela, che suggerisce un’obiezione inattaccabile: nessuno mai si riferirebbe a un politico di sesso maschile, forte di una carica pubblica, chiamandone in causa le probabili, prerogative nell’ars amandi. Resta però in tema di insinuazioni grevi da galleria fotografica de “Il Borghese” o vignette di “Candido”, storici trascorsi fogli della convegnistica privata di destra, occorrerà magari rispondere richiamando il principio del diritto al piacere. Sia dunque ritenuto legittimo disporsi a immaginare Nilde Iotti mentre fa l’amore, di più, mentre “fa sesso” con il suo uomo, convivente, compagno di vita e di partito, Palmiro Togliatti, leader-feticcio del popolo comunista post-bellico, quasi a smentire le immagini che li mostrano insieme, coppia che sembra raccontare la compostezza piemontese di lui, aria da provveditore agli studi in principe di Galles, soprabito antracite, talvolta la lobbia sul capo. Così almeno appare nello sfondo marmoreo del Palazzo dei Congressi dell’Eur in un’istantanea del 1962, due anni prima della morte a Yalta. Nilde Iotti gli è accanto, la crocchia o forse un’acconciatura cotonata, propria di quando Mina cantava le “Mille bolle blu”, polpacci e caviglie marcati, una spilla a ingentilire il collo del tailleur; altrove invece una stola di pelliccia da prima teatrale. Sappiamo bene che rivendicare i piaceri del corpo nella storia politica nazionale è cosa rara, ancora meno da comunisti, assai di più in questo genere di libertà individuali dobbiamo, nel tempo, a Marco Pannella e ai suoi radicali, parole in difesa di ciò che gli psicoanalisti chiamano “istinto desiderante”. Andando oltre la prosa da fureria di “Libero”, sarà bene rispondere con la limpidezza di chi appunto, libertario, rivendichi l’esistenza del corpo come luogo di gratificazione. Ben venga allora perfino immaginare a letto proprio “la Iotti”, docu-fiction o meno, scansando la discussione sullo scandalo moralistico che nel Partito comunista italiano del dopoguerra suscitò vedere Togliatti accompagnarsi a una giovane deputata di Reggio Emilia, lasciando moglie e figlio, e qui torna buona la ballata sull’attentato, ripresa perfino da Francesco De Gregori nell'album-canzoniere politico “Il fischio del vapore”, dove la Iotti, benchè al momento degli spari si trovi accanto al suo uomo, è espunta dalla cronaca melodica, diversamente dalla coniuge ufficiale, leggi: “Rita Montagnana che era al Senato, coi dottori e tutto il personale han condotto il marito all’ospedale, sottoposto alla operazion!”, infatti il testo. Nel rivendicare il diritto all’eros anche per Iotti, rispondiamo così sia alla grettezza moralistica comunista che si espresse il 14 luglio del 1948 sia all’implicito dar di gomito di Senaldi e colleghi. Nel far questo, come nei prodigi della memoria archivistica, vediamo altrettanto planare verso di noi un disegno apparso su “Il Male” negli stessi giorni in cui la signora raggiungeva lo scranno più alto di Montecitorio; lì c'è il modo in cui quel giornale di satira volle salutare l’occasione. Lo facciamo ancor di più pensando al seguito della polemica, con Pietro Senaldi che per ribattere a Concita De Gregorio che obietta appunto come faccia “Libero” a conoscere la condotta sessuale di Nilde a letto, il mattino del giorno dopo pubblica un editoriale dove si cita la campagna di lancio de “l’Unità” al tempo in cui a dirigerla trovavamo proprio la De Gregorio. Il manifesto dove Oliviero Toscani, cita se stesso della "scandalosa" campagna dei jeans “Jesus” degli anni Settanta (la stessa che Pasolini così commentò sul “Corriere della Sera”: “Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa”), fianchi e sedere di ragazza inguainati in una minigonna di denim dalla cui tasca spunta proprio il “nuovo” giornale... L’ “affaire”, al momento, in attesa di nuovi sussulti, non sembra essersi ingrossato ulteriormente. Tra moralismo degli uni e la rodata ottusità degli altri, improvvisamente, chi scrive, si è ricordato appunto di una pagina di un settimanale di satira senza dio né padroni né comitati centrali. Sarà stato proprio il 1979, e al “Male” ritennero doveroso salutare l’elezione della ex compagna di Togliatti con una vignetta di Jean-Marc Reiser, disegnatore satirico francese, firma di “Charlie Hebdo”, amico di strada e di talento di Wolinski; si deve proprio a lui, alla sua disinvoltura situazionista, la tavola che Mario Canale, già del collettivo del “Male”, ci ha prontamente recapitato e che offriamo qui all’attenzione di tutte le persone dotate di senso dell’ironia liberatoria. Un disegno che fa giustizia, di più, un disegno che custodisce la risata che seppellirà Senaldi e soci, e forse anche Concita De Gregorio. Come diceva proprio Togliatti: “Veniamo da lontano, andiamo lontano”. A proposito, a chi dice che invece al "povero" Berlusconi non è stata concessa nessun attenuante sessuale consegniamo le parole della Santanché pronunciate tempo addietro in radio, a “La Zanzara”: “La Minetti? Anche Togliatti aveva come amante la Iotti, poi lei è diventata il primo presidente donna alla Camera, e sicuramente non aveva vinto concorsi. Nessuna delle due ha vinto un concorso, questo è sicuro”. Non tutti, temiamo, sanno andare lontano.

Pietro Senaldi per “Libero quotidiano” il 13 dicembre 2019. Che culo. Proprio mentre Concita De Gregorio mi dava l'ennesima lezione televisiva su come si devono rispettare le donne, mi sono imbattuto su internet nella pubblicità con la quale pochi anni fa la signora promuoveva il quotidiano che dirigeva e che portò alle soglie del disastro. Un bel fondoschiena femminile, giovane e sodo, con tanto di copia dell' Unità infilata in tasca e aggettivi allusivi tra i quali indomabile, bella, generosa, libera, mini. Che dire, così fan tutti Chissà cosa avrebbe pensato, se fosse stata in vita, l' austera Nilde Iotti, che andò a vivere con Togliatti solo per il piacere di poter parlare con lui di comunismo anche alle due del mattino, dell' iniziativa sessista presa dalla prima, e ultima, direttrice donna del suo giornale di partito. Molti compagni ai tempi non gradirono, ma furono messi a tacere, nello stile della casa. Noi invece difendemmo la foto, ritenendo che non ci fosse modo migliore per diffondere carta da c…Non chiedemmo all' ordine dei giornalisti di radiare la testata, come qualche vecchio tifoso dell' Unità ha fatto ieri in tv con Libero. Aspettammo che lo facessero i lettori. Forse qualcuno se ne andò proprio quando si accorse di come la sinistra, anziché difenderle, prende per il culo le donne e, se si tratta di attizzare le menti dei possibili compratori, non disdegna di puntare sul loro lato B, che in certi perbenisti ipocriti non differisce poi tanto dal lato A. Chissà se qualche compagno non si è sentito svilito intellettualmente dalla pubblicità in questione, che colpiva alle spalle le femministe e mirava alle palle dei maschietti. Non vorremmo mai che la De Gregorio, per quella copertina, venisse messa all' indice oggi dalla sua conventicola che ci ha criticato così tanto per aver scritto che la Iotti, oltre a essere una bravissima presidente della Camera, era pure bella, simpatica e grande in cucina e a letto. Siamo convinti che la collega non rischi molto, visto che la coerenza, oltre a lei, non appartiene ai dem in generale, i quali altrimenti non avrebbero cambiato cinque volte nome e dieci volte segretario negli ultimi vent' anni. Da quelle parti si ritengono da sempre più uguali degli altri. Tuttavia sappia Concita che, se qualcuno la criticherà, avrà tutta la nostra solidarietà. Immaginiamo a quali compromessi terribili con i suoi princìpi sia dovuta scendere in nome degli affari per sbattere questo ritratto di donna sfruttata in prima pagina. Vorrei approfittare per chiarire definitivamente una cosa: della Iotti non ci importa nulla, tantomeno della sua vita sessuale e del suo amore per Togliatti, che, è storia, scandalizzò molti nel Pci quando la sinistra era una cosa seria. La frase che ha indignato tanti perbenisti si trovava nella recensione a una fiction, non in un ritratto della signora. Però non riteniamo onesto che chi per anni è entrato nella camera da letto di Berlusconi oggi si indigni per un inciso in un pezzo, sostenendo che sesso e politica vadano sempre scissi. Se si può indagare la dimensione sessuale di un parlamentare, lo si può fare anche con quella di una parlamentare, e chi si batte per la parità deve accettarlo. Per un uomo non di sinistra, grande a letto, anche se riferito a una donna, non è un insulto; tutt' altro. E questo ce lo hanno insegnato proprio i progressisti, dei quali abbiamo sempre apprezzato la libertà sessuale che propugnavano, prima di andare in cortocircuito morale e uterino. Al liceo, il 50% di quelli che si dicevano di sinistra in realtà lo faceva solo per aver maggior fortuna con le donne. Ora però l' outing politico pro Pd equivale a un voto monacale, sempre che non si decida di farlo in modo strano; anzi, moderno. Forse immemore della pubblicità sulla quale ha messo il suo lato A, la mia amica concitata, con la classe di cui sopra, ieri in tv si chiedeva se io abbia qualche figlia femmina; il sottinteso era: poveraccia, nel caso ne abbia una. Tirare in ballo i minori, uomini o donne, non è il massimo. Temo che i suoi amici che fanno gli assistenti sociali a Bibbiano, nella rossa Emilia dove è così bello essere bambini, decidano, ascoltandola, di togliermi la prole.

·        100 anni dalla nascita di Gesualdo Bufalino.

Ha esordito nella letteratura a 61 anni con Diceria dell’untore che gli valse la vittoria del Premio Campiello. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Ne aveva 68 quando nel 1988 con Le menzogne della notte vinse il Premio Strega. Sono due dei titoli più noti della bibliografia di Gesualdo Bufalino, nato a Comiso, vicino Ragusa il 15 novembre 1920 e morto il 14 giugno 1996 a Vittoria. Dopo la guerra si dedica per molti anni all’insegnamento presso l’Istituto magistrale di Vittoria. Sul suo esordio in letteratura gira da anni una leggenda: nel 1978 viene pubblicato da Sellerio un libro fotografico, Comiso ieri, una raccolta di fotografie scattate alla fine dell’Ottocento da due borghesi comisani. Bufalino scrive una lunga introduzione a quel volume, che viene notata da Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia che chiedono all’insegnante se avesse un manoscritto inedito. E fu un successo, Diceria dell’untore attrasse lettori e critica, imponendosi al premio Campiello e approdando alla cinquina dello Strega, dove si piazzò ultimo in un’edizione che vide il trionfo di un altro esordio narrativo: Il nome della rosa di un certo Umberto Eco. Convince il pubblico con quella che la critica chiama «l’oltranza lirica della scrittura, disposta a compromettersi con tutte le malizie della retorica, senza per ciò vietarsi di accogliere con partecipe abbandono l’impeto dei sentimenti più ingenui». Dopo il clamore di quell’esordio Bufalino è colto da una frenetica e prolifica frenesia letteraria, che lo porta a produrre grandi quantità di opere, che spaziano dalla poesia (L’amaro miele, 1982) alla prosa d’arte e di memoria (Museo d’ombre, sempre 1982), dalla narrativa (Argo il cieco, 1984, L’uomo invaso, 1986. E ancora Calende greche, 1992, Il Guerrin Meschino, 1993, Tommaso il fotografo cieco 1996, alla saggistica, dagli aforismi (Il malpensante, 1987, Bluff di parole, 1994 ) alle antologie (Dizionario dei personaggi di romanzo, 1982; Il matrimonio illustrato, 1989, scritto insieme alla moglie, Giovanna). Morì a causa di un drammatico incidente stradale il 14 giugno 1996.

·        100 anni dalla nascita di Enzo Biagi.

Tutto iniziò il 9 agosto 1920 a Lizzano in Belvedere, il paesino in provincia di Bologna dove Enzo Biagi nacque da padre magazziniere e madre casalinga. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Testimone del secolo che come pochi altri ha saputo declinare la sua vocazione al giornalismo in tutti i media - dalla carta stampata, ai libri, alla tv, ha fatto il giornalista fino all’ultimo giorno della sua vita, a Milano, il 6 novembre 2007. Dopo il diploma in ragioneria seguirono gli anni della gavetta al Resto del Carlino. Diventa professionista a soli ventuno anni. Allo scoppio della guerra è richiamato alle armi. Dopo l’8 settembre 1943, per non aderire alla Repubblica di Salò, varca la linea del fronte aggregandosi ai gruppi partigiani attivi sull’Appennino. Viene assunto nuovamente a Il Resto del Carlino (in quegli anni Giornale dell’Emilia), ricoprendo il ruolo di inviato e di critico cinematografico. Nel 1951 Biagi aderì al manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica e, accusato dal suo editore di «essere un comunista sovversivo», fu allontanato dal Resto del Carlino. Qualche mese dopo, fu assunto da Arnoldo Mondadori di cui diventò in breve tempo direttore trasferendosi per la prima volta a Milano. È di quegli anni l’inizio del suo rapporto con la televisione, destinato a rafforzarsi e a durare nel tempo. Nel 1961 l’ingresso in Rai, diventa direttore del Telegiornale e inizia quel difficile rapporto con la politica che non lo ha mai abbandonato. Nel 1963 cura la nascita del telegiornale del secondo canale Rai. Nello stesso anno lancia RT, il primo settimanale della televisione italiana. Ma ben presto arrivarono critiche durissime soprattutto dal Psdi di Saragat e dalla destra, che accusò Biagi di essere un comunista. Nel 1963 fu quindi costretto a dimettersi. Ritorna quindi a La Stampa come inviato speciale, scrivendo anche per il Corriere della Sera e per il settimanale L’Europeo. La sua collaborazione con la Rai, riprende nel 1968 quando chiamato dall’allora direttore generale, Ettore Bernabei ritorna alla tv di Stato, per realizzare programmi di approfondimento giornalistico. Dopo lo scandalo della P2 lascia il Corriere della Sera e collabora come editorialista con La Repubblica, quotidiano che lascerà nel 1988, quando ritornerà al Corriere. Negli anni ‘90 segue attentamente le vicende di «Mani pulite», con programmi come «Processo al processo su Tangentopoli», (1993) e «Le inchieste di Enzo Biagi» (1993-1994). Nel 1995 iniziò la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il Tg1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore. Nel 2004 Il Fatto, che mediamente era seguito da oltre 6 milioni di telespettatori. Famose resteranno le interviste a Marcello Mastroianni, a Sofia Loren, a Indro Montanelli e le due realizzate a Roberto Benigni. Biagi ha scritto più di ottanta libri, tra cui Testimone del tempo, 1970; I come italiani, 1972; La bella vita, 1996, intervista all’attore Marcello Mastroianni; Come si dice amore, 2000 e Storia d’Italia a fumetti. L’ultimo «Era ieri», un libro di rievocazioni, parte da quelle 842 puntate de Il Fatto che sono state il fiore all’occhiello di una lunga carriera. Un successo bruscamente chiuso quando venne allontanato nel 2002 dopo l’editto «bulgaro del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Una ferita mai rimarginata.

Enzo Biagi: dieci anni fa se ne andava il testimone del Novecento. Aveva voluto fare il giornalista sin da ragazzo, convinto che «quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo». E così, fedele a se stesso, scrisse pagine indimenticabili guidato sempre dall’istinto del cronista. Leda Balzarotti su Il Corriere della Sera l'8 agosto 2020. Enzo Biagi nasceva cento anni fa: dal pentapartito a Berlusconi, tutte le sue battaglie (con relative epurazioni).

Il primo articolo ancora ragazzo. Enzo Biagi esordì nel mondo del giornalismo a diciassette anni, il suo primo articolo «Marino Moretti è crepuscolare?» venne pubblicato su «L’Avvenire d’Italia» nel 1937. Prese così il via una carriera che dalla carta stampata arriverà alla televisione, passando per la direzione di «Epoca», de «Il Resto del Carlino», di «Novella», e scrivendo per il «Corriere della Sera», per «L’Europeo», «La Stampa», «Repubblica», «Espresso», «Oggi», «Sorrisi e Canzoni». Vero e proprio testimone del secolo conquistò la fiducia di lettori e spettatori con la sua eccezionale acutezza e sensibilità. A vent’anni era già cronista, estensore al «Carlino Sera», riscriveva gli appunti dei reporter sotto lo stretto controllo della censura fascista. Riuscì a evitare la guerra per quei problemi cardiaci che lo accompagneranno poi per tutta la vita. Nonostante il fisico fragile, negli anni del conflitto non rimase a guardare e nel 1944 aderì alla Resistenza fra le fila delle brigate di Giustizia e Libertà. Non sparò un colpo tra le montagne, ma firmò un giornale che voleva informare sul reale andamento della guerra, ma la tipografia saltò in aria sotto i bombardamenti dei tedeschi e le edizioni si fermarono a soli quattro numeri.

Una rapida carriera. Con la fine della guerra, Enzo Biagi tornò a «Il Resto del Carlino» - in quegli anni Giornale dell’Emilia -, come inviato speciale, dove si mise rapidamente in luce per la sua grande versatilità che gli consentiva di passare con disinvoltura dagli articoli sportivi del Giro d’Italia, alla cronaca rosa del matrimonio della futura Regina d’Inghilterra. Lasciò il quotidiano nel 1951, in contrasto con la proprietà che lo considerava un «comunista sovversivo», perché aveva firmato il «Manifesto di Stoccolma» contro la bomba atomica. Ma il suo servizio sul disastro dell’alluvione del Polesine aveva attirato l’attenzione dell’editore Arnoldo Mondadori, che gli offrì il posto di caporedattore a «Epoca». Lasciato alla guida del settimanale dall’allora direttore Renzo Segala, partito per l'America, con una delle sue proverbiali intuizioni, Biagi mandò in edicola il giornale con una copertina dedicata all’assassinio di Wilma Montesi. La scelta si rivelò indovinata: «Epoca» sbaragliò la concorrenza vendendo novantamila copie in una settimana. Così, sul campo, Biagi si guadagnò la nomina a direttore.

Direttore di Epoca. Nella nuova veste, adottò una formula innovativa per il settimanale, trasformandolo da rivista di pettegolezzi a giornale impegnato, arricchito da inchieste e reportage esclusivi. In breve «Epoca» s’impose come nuova realtà editoriale, arrivando a dominare il panorama dei periodici. Un articolo sui controversi scontri di Genova e Reggio Emilia, intitolato «Dieci poveri inutili morti», apertamente critico con il governo Tambroni, gli costò però il posto. Ma la «Stampa» non si fece sfuggire il cronista di razza e lo reclutò come inviato speciale.

L’arrivo in RAI. Nominato direttore del Telegiornale nel 1961, esordì dicendo: «La mia tv sarà al servizio del pubblico e non dei politici». Portò numerose novità: la cronaca nera, i collegamenti internazionali, e nel 1962 lanciò il programma «RT-Rotocalco Televisivo», che ricalcando la formula vincente di «Epoca» si occupava di temi difficili e mai affrontati sul piccolo schermo, come la mafia, la guerra fredda. Ma per le forti pressioni politiche non durò molto, e Biagi definirà lapidariamente l'esperienza: «l'uomo sbagliato al posto sbagliato».

Un nuovo capitolo. Apprezzato dal grande pubblico, Enzo Biagi si trasferì prima al «Corriere della Sera», poi a «La Stampa», firmò inchieste e la critica cinematografica de «L’Europeo», diventò direttore di «Novella», dando al settimanale letterario una veste tutta nuova, cambiandogli il nome in «Novella 2000» e trasformandolo in un settimanale di cronaca rosa, tornò in televisione con nuovi programmi di grande successo. E nel 1969 condusse «Dicono di lei», un formato nuovo di intervista televisiva dove un protagonista della società italiana, affrontava accuse lanciate da colleghi o da esperti davanti a lui passeranno Gianni Morandi, Francesco Morino, Sergio Leone. Un grande successo, che aprirà la strada a futuri programmi televisivi.

In equilibrio tra televisione e carta stampata. Dalla carta stampata, ai libri, alla tv, Biagi, come pochi altri ha saputo declinare la sua maestria in tutti i media. Nel 1971 venne chiamato alla direzione de «Il Resto del Carlino» con l’obiettivo di dare al quotidiano una caratura nazionale. Il primo editoriale, dedicato alle elezioni del Presidente della Repubblica, che si preannunciavano infuocate, non concedeva sconti già nel titolo «Rischiatutto» - verrà eletto Giovanni Leone dopo 23 scrutini, una consultazione che ancora oggi rimane la più lunga della storia italiana -. Tra inchieste e articoli poco apprezzati dall’editore, ancora una volta Enzo Biagi si trovò a fare i conti con le pressioni della politica e un braccio di ferro con il ministro delle finanze Luigi Preti, lo costrinse a lasciare la direzione del quotidiano bolognese. Rientrato a Milano al «Corriere della Sera», troverà il tempo di collaborare con il collega e amico di lunga data Indro Montanelli, al suo nuovo quotidiano «Il Giornale».

Il ritorno in RAI. Nell’anno più caldo della contestazione, il 1977, il giornalista tornò in RAI con la trasmissione «Proibito», affrontando spesso temi scottanti, dalla corruzione alla repressione del dissenso, dalla pornografia ai sequestri di persona. Biagi sempre rigoroso e fermo, intervistò personaggi di primo piano, come Ilona Staller, Giacomo Mancini, il capo dell’antimafia Ferdinando Pomarici, Michele Sindona. Nel 1985 prese poi il via una della trasmissioni più fortunate di Biagi, «Linea Diretta», un appuntamento quotidiano con la cronaca per cinque giorni la settimana. La prima puntata, fu un grande successo, e il botta e risposta con Alì Agca - per la prima volta intervistato in televisione dalla cella della prigione - venne rilanciato dalle grandi reti internazionali. Nel frattempo era scoppiato lo scandalo P2, nelle liste figuravano anche i nomi dei vertici del «Corriere della Sera», e Biagi, senza tergiversare lasciò il quotidiano: «Decisi immediatamente di andarmene perché, e lo dico sinceramente, non mi sentivo più a mio agio». Non rimarrà senza lavoro: l’avvocato Agnelli lo voleva tra le firme de «La Stampa», mentre Biagi scelse di accettare la proposta come editorialista dalla «Repubblica», diretta da Eugenio Scalfari, dove scriverà fino al 1988.

Il «Fatto». Il popolare conduttore, nel 1995 iniziò la trasmissione «Il Fatto», una striscia di approfondimento quotidiano in prima serata dopo il Tg Uno. Quindici minuti dedicati ai principali fatti del giorno indagati attraverso le interviste ai protagonisti. Seguito da oltre 6milioni di telespettatori, fu nominato da una giuria di giornalisti miglior programma giornalistico realizzato nella storia della televisione pubblica. Celebri le interviste a Cesare Previti, ad Antonio Di Pietro, Marcello Mastroianni poco prima della scomparsa, a Sophia Loren, a Indro Montanelli e le due realizzate a Roberto Benigni, l'ultima delle quali nel 2001, in piena campagna elettorale. Le battute del comico toscano scatenarono polemiche roventi contro Biagi, accusato da Silvio Berlusconi di avere fatto, con Luttazzi e Santoro un uso criminoso della televisione pubblica. «Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare al prezzo di certi patteggiamenti». Fu un commiato pacato ma deciso, quello con cui Biagi chiuse, amaramente, l’esperienza in Rai. La vicenda passerà alla storia come «Editto Bulgaro», e sollevò indignazione per le sorti del giornalista in tutta la Penisola.

«Un intervallo di cinque anni». A Biagi non mancarono atti di solidarietà, come l’invito, declinato, di Adriano Celentano a partecipare al suo «Rockpolitik». Solo dopo anni di silenzio televisivo, accettò di essere intervistato da Fabio Fazio a «Che tempo che fa». E il 22 aprile 2007, ormai ottantaseienne, tornò a fare il «mestiere» di sempre, in tv con «RT - Rotocalco Televisivo». Le sue prime parole rimarranno a lungo nella memoria di molti spettatori: «Buonasera, scusate se sono un po' commosso e, magari, si vede. C'è stato qualche inconveniente tecnico e l'intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica». Biagi si spense pochi mesi dopo, il 6 novembre 2007. E per il suo ultimo viaggio aveva voluto appuntato sul bavero il distintivo dei partigiani di Giustizia e Libertà, ed essere accompagnato dalle note di «Bella Ciao».

L’ultimo saluto. Autore prolifico, popolare conduttore, giornalista seguitissimo, la sua lunga carriera è stata densa di successi professionali ma anche di dolorosi momenti «ogni tempo ha una sua Resistenza» aveva scritto e che bisogna amare la verità «anche quando è scomoda». «Lavorare era il suo unico hobby - scrisse Giangiacomo Schiavi sul Corriere della Sera in un lungo servizio all’indomani della sua scomparsa, il 6 novembre 2007 - Giornali, tv, riviste, libri, saggi, romanzi, rubriche, fumetti, audiovisivi: in settant’anni ha fatto tutto. Giornalista interdisciplinare, divulgatore straordinario. Il numero uno».

Vittorio Feltri e il ricordo dell'amico: "Chi era davvero Enzo Biagi e quelle nostre liti". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 09 agosto 2020. Enzo Biagi se fosse ancora tra noi compirebbe cento anni, parecchi, ma non molti più di quanti ne ha vissuti. Infatti morì nel 2007, quando ne aveva 87. Una cifra importante se si considera che egli ebbe il primo infarto a 49. Aveva un cuore matto che gli creò molti problemi, tutti risolti brillantemente. Fu operato di by-pass in Inghilterra quando questo tipo di intervento chirurgico era ancora pericoloso, nel senso che i medici non avevano in materia grande esperienza. Lui se la cavò. Tornò in Italia più forte che pria. Fu al Corriere della Sera, dove teneva una rubrica settimanale il cui titolo era "Strettamente personale", che conobbi Enzo Biagi. L'eccelso giornalista sceglieva un argomento e lo sviscerava con uno stile personale ed efficace nonché con quelle sfumature umoristiche, battute spesso irresistibili, che caratterizzavano il suo modo di fare giornalismo. Toccava a me passare i suoi pezzi, ossia rileggerli e sistemare eventuali improprietà, ma non ce n'era bisogno perché Biagi era molto attento e meticoloso. Lo definirei un impressionista, peraltro molto affascinante, in quanto non approfondiva mai i concetti, ne dava una pennellata, eppure riusciva a trasmettere delle sensazioni forti e penetranti grazie alla sua abilità descrittiva. Ci presentammo nello stanzone albertiniano. Enzo Biagi era uno dei decani del nostro ordine allora, io un giovane giornalista. Alcune volte ci si sentiva per telefono in relazione ai suoi scritti, altre veniva in redazione, sebbene avesse uno studio suo personale non in via Solferino, ma prima su corso Matteotti, dopo in galleria Vittorio Emanuele. Ebbe la curiosità di vedermi e di stringermi la mano, così un giorno venne alla mia postazione del tavolone e facemmo quattro chiacchiere, Biagi voleva sapere chi fossi e da dove venissi. Trascorsero alcuni mesi e nel passare un suo pezzo notai un punto non molto chiaro, perciò gli telefonai facendogli presente il piccolo inconveniente, che fu così risolto in 5 secondi. Non posso affermare che da quel momento nacque una sorta di sodalizio, ma Enzo mi fu molto grato e mi manifestò una certa simpatia. Così, quando gradiva un mio articolo, mi chiamava per complimentarsi. "Sei il meglio figo del bigoncio", mi disse una volta. Non conoscevo il senso di quella strana espressione, che ho mutuato da Biagi e che oggi uso ogni tanto ricordandomi di lui, ma lo intuii, restandone felice.

L'INTERVENTO. Enzo soffriva di cardiopatia. A 49 anni aveva avuto il primo infarto. Nel periodo di cui sto narrando ne aveva 57 o 58 e la sua situazione cardiaca andava peggiorando, tanto che decise di recarsi a Londra per farsi sistemare il cuore sottoponendosi ad un'operazione di by-pass. Raggiunse la capitale inglese con la figlia Bice e, prima di entrare in sala operatoria, scrisse a mano il pezzo destinato alla sua rubrica annotandolo su un taccuino. Stavolta l'argomento era se stesso nonché ciò a cui stava andando incontro. Fu un articolo struggente, sempre ben scritto, Biagi non sbagliò neanche le misure, aveva il senso delle lunghezze. Quel pezzo mi fu consegnato da Bice, lo passai e lo titolai vinto dalla commozione. Si trattava di un'operazione estremamente delicata, non sicura come quelle dello stesso tipo che si fanno oggi dopo decenni di pratica chirurgica. Biagi uscì incolume dalla sala operatoria e in poco tempo si riprese, ricominciando presto a scrivere per il Corriere, sebbene fosse ancora affaticato. Non appena rientrò in Italia, Enzo mi invitò a colazione a casa sua, all'ultimo piano di un edificio in via Vigoni. Fu un pranzo luculliano. Biagi mangiava come un assassino di pasta asciutta. Il piatto forte erano le tagliatelle alla bolognese, ed era facile aspettarselo dato che lui era nativo di Pianaccio, in provincia di Bologna, sull'appennino tosco-emiliano. Il giornalista si tuffò nella pasta fresca e distolse il volto dal piatto solo dopo che ne ebbe divorato tutto il contenuto. Era un personaggio un po' pletorico. Dopo la mattanza delle tagliatelle iniziammo a frequentarci con assiduità, finché un giorno Enzo, che conduceva programmi tv di successo, mi propose di entrare a fare parte della sua équipe televisiva. Cominciai così a fornire il mio supporto per il format intitolato "Film dossier", che consisteva nella proiezione di una pellicola, la quale introduceva un tema che costituiva poi il fulcro del dibattito in studio. Occorreva selezionare gli ospiti e preparare le domande da sottoporre a ciascuno di essi. Io ero addetto a questa attività. Poi Biagi in televisione faceva la sua intervista e sembrava un prete. Il suo modo di fare, semplice e colloquiale, suscitava nel telespettatore sentimenti di fiducia. Il suo successo si spiegava benissimo, era un uomo serio e quindi benvoluto. Per alcuni anni mantenni il contratto con la Rai, arricchendo le mie competenze, perché Biagi era di un'abilità diabolica nel trovare soluzioni giornalistiche di grande impatto e, stando accanto a lui, ho avuto modo di carpire molti segreti, poi utilizzati con grande vantaggio. Enzo è stato per me un altro maestro, dopo Di Bella, Nutrizio, Palumbo. Mi affascinava la sua capacità di farsi pagare bene. Per una prefazione si fece corrispondere all'epoca 10 milioni di lire, una cifra astronomica che un giornalista normale poteva incassare in tre mesi. Cercai di capire come riuscisse a realizzare questi incassi stratosferici e alla fine appresi la tecnica. Del resto, è cosa nota che non lavoro mica gratis. Il segreto è farsi desiderare, tirarla un po' per le lunghe, non manifestare troppo entusiasmo davanti ad un'offerta, un po' come le donne che si fanno corteggiare, aumentando il desiderio nel corteggiatore. Questo accade anche nei rapporti professionali. Era un egoista notevole, Biagi pensava solo a se stesso, lui era il sole, noi i satelliti. Agiva come un despota, si imponeva con le maniere forti su coloro che lavoravano per lui. Lo sentii anche bestemmiare qualche volta e la cosa mi fece un certo effetto nonostante non ci fosse nulla di deplorevole, dal mio punto di vista. Durante la convalescenza Enzo scrisse un libro, ne dava alle stampe uno o due ogni anno, si diceva che avesse degli schiavi neri che sgobbassero per lui, ma non è vero. Io ho scritto qualcosa in sua vece, ma Biagi ci metteva sempre il suo zampino, aveva dei tic nervosi nella scrittura che lo caratterizzavano e rendevano la lettura molto piacevole. Non era uno che le mandava a dire neanche ai superiori. Le liti con la Rai, che cercava di imporgli una linea, erano copiose.

LA CARRIERA. Enzo era testardo e presuntuoso. Iniziò molto giovane, a 17 anni, prima ancora di finire le superiori. Diplomatosi in ragioneria, si iscrisse alla facoltà di Economia e commercio che frequentò per un solo anno. Il richiamo per la scrittura era irresistibile ed Enzo ci si buttò a capofitto come sulle tagliatelle, cominciò così a lavorare per Il Resto del Carlino in qualità di cronista, diventando professionista da giovanissimo. Durante la guerra era retribuito non solo dal suo giornale, ma prendeva compensi anche dal regime fascista, ma guai a ricordarglielo, cadeva nell'imbarazzo, non voleva che si sapesse in giro. Enzo era fascista allora, come tutti del resto. Questo non mi sorprende né mi scandalizza. Non aveva ancora trent' anni quando fu nominato caporedattore di Epoca, settimanale che ha fatto la storia dei rotocalchi italiani insieme a L'Europeo. Dopo pochi mesi, era stato già promosso direttore e portò Epoca a vendere il record di 500 mila copie. Fu un successo strabiliante. Caratteristica di Biagi era quella di realizzare un giornale popolare eppure di livello, servendosi anche di fotografie importanti. Aveva un senso cinematografico, una tecnica che credo non sia ancora tramontata, anche se oggi i giornali sono stati sostituiti dagli aggeggi tecnologici. Nel 1961 Biagi divenne direttore del Tg1, che allora era una sorta di gazzetta ufficiale, lui lo trasformò, applicando il suo metodo, ossia dando meno spazio alla politica e più spazio ad altri aspetti e problematiche della vita degli italiani. Giovarono anche alcune eccellenti assunzioni, come quella di Piero Angela, Enzo era molto bravo a scoprire i talenti. Fece un contratto anche a Giorgio Bocca, al suo caro amico Indro Montanelli, Enzo Bettiza, Emilio Fede. Durò alla Rai solo un anno, perché Biagi era disubbidiente, ribelle, non riusciva a stare agli ordini di scuderia. Così iniziò il lungo pellegrinaggio da un giornale all'altro, finché non fu chiamato a dirigere Il Resto del Carlino. Ma anche questa fu una parentesi. Lo penalizzava il suo caratteraccio, Enzo non si piegava, eppure svolse una carriera strepitosa e pubblicò libri che furono capolavori, tra questi uno mi restò in testa, "Disonora il padre". Continuò sempre ad essere un giornalista molto ambito, tutti lo volevano, ma con le direzioni ha sempre avuto conflitti più o meno accesi. Provavo per Enzo una grande ammirazione, ero tentato a volte di fargli un po' il verso, di imitarlo nella scrittura. Lui se ne era accorto, non mi ha mai rimproverato per questo, ne era lusingato. Spesso scrivevo dei testi al posto suo e sembrano redatti dalla sua penna. La mia stima nei suoi confronti era ricambiata. Enzo mi teneva in grande considerazione, oggi succede anche a me di avere dei giovani apprendisti in cui ravvedo e riconosco un piglio particolare. Ciò che lo indispettiva verso di me era l'amicizia che avevo instaurato con sua figlia Bice. Arrivò ad incazzarsi per questo ed io andai via, salvo poi tornare quando Enzo mi richiamò.

L'ARTICOLO SU SCALFARO. La nostra amicizia non si ruppe mai, ma si guastò, o cambiò, quando divenni direttore de L'Europeo. Enzo sembrava quasi un po' indispettito ed io non ne capivo il motivo. Forse per quanto mi considerasse un giornalista decente, non aveva messo in conto o immaginato che avrei potuto tenere le redini di un giornale incrementandone la diffusione. Ci si vedeva ancora, ci si parlava, ma avvertivo che era infastidito. Lasciato L'Europeo, andai a dirigere L'Indipendente. Il presidente della Repubblica era diventato Oscar Luigi Scalfaro e alla fine dell'anno tenne il discorso di rito. Biagi scrisse per Il Corriere un articolo di fondo per elogiare il neo-capo dello Stato raccontando banalità, come il fatto che Scalfaro avesse ricevuto in regalo dalla figlia una cravatta. Non persi l'occasione di prenderlo in giro per questo pezzo stucchevole e zeppo di luoghi comuni, più degno di un parroco che di un giornalista brillante quale era. Enzo se la prese a morte, non gradì di essere spernacchiato da un collega che era stato una specie di discepolo. Andare a dirigere Il Giornale al posto di Montanelli fu considerato da parte di Enzo quasi un torto al suo amico. Non lo digerì. Ma forse era più esterrefatto per la mia vertiginosa ascesa che stizzito. Gli venne un altro infarto e fu ricoverato all'ospedale di cardiologia Monzino, a Milano. Nonostante tutto, continuava ad essere un caro amico ed andai a trovarlo. In quell'occasione Enzo mi disse: «Il più grande dispetto che potevi fare a Montanelli non era quello di andare a dirigere il Giornale al posto suo, ma di raddoppiarne le copie». Mi fece capire che Montanelli ci soffriva. Dopo un anno e mezzo mi accorsi della vicenda di Affittopoli, ossia che moltissime belle case romane e di altre città erano state cedute in locazione a politici e sindacalisti, alla nomenclatura insomma, a prezzi stracciati. Feci un'inchiesta micidiale che fece guadagnare al giornale nel giro di 15 giorni 30-40 mila copie, i lettori restavano attaccati, si fidelizzavano. Questa cosa fece incazzare Enzo. Mi riferirono che diceva: quelle di Feltri non sono inchieste, bensì pratiche di sputtanamento dei politici. Insomma, Biagi criticava il mio modo di fare giornalismo. Si era instaurato tra noi questo rapporto di odio e amore. Intanto iniziai a vederlo sempre più di rado, soprattutto a causa dei miei impegni lavorativi. Un giorno facemmo un pranzo a casa di Bice. Si capiva che era meravigliato del fatto che io prendevo in mano i giornali e li portavo alle stelle. Forse molti pensavano di me fossi un bravo giornalista e basta, nessuno si aspettava che sarei riuscito anche a dirigere. Avevo quasi spodestato i grandi, superati nelle vendite di sicuro.

TRA LUI E MONTANELLI. Quando fondai Libero nel 2000, venni sottovalutato ancora, suscitai l'ilarità generale. Mi telefonò Biagi una sera in cui ero a cena dalla figlia insistendo sul fatto che io dovessi tornare al Corriere ed aggiungendo che si sarebbe dato da fare per questo. Ma io a Libero stavo benissimo. Era ancora l'inizio e faticavo parecchio, ma credevo in ciò che stavo organizzando ed ero carico di entusiasmo. Ben presto portai il quotidiano a 120 mila copie. Enzo riteneva che stessi perdendo tempo, ancora una volta non credeva che potessi farcela. Non si è mai complimentato con me per i successi di Libero, in fondo, ciò rientrava nel suo caratteraccio. Durante la campagna elettorale che poi si concluse con il trionfo di Silvio Berlusconi su Romano Prodi nel 2001, tra me e Biagi si inasprì l'antagonismo. Io sostenevo Silvio, lui il suo caro amico Romano. Nonostante queste ostilità ho sempre voluto bene ad Enzo, e lui a me. Ero l'ultimo arrivato ed ero diventato importante. Era normale che suscitassi sconcerto. Tuttavia era difficile per Enzo, come per Indro, sostenere che io fossi un pirla. I risultati erano evidenti. Biagi mi ha insegnato l'arte della sintesi, non solo quella di farmi pagare bene. Mi raccomandava di non scrivere per i finti intellettuali, e neanche per quelli veri, ma solo per la gente; di cercare di raccontare ciò che incuriosisce e non quello che sembrava importante a me. «I tuoi gusti personali lasciali perdere, Vittorio, entra nel cuore del lettore», mi ripeteva, spingendomi sempre alla ricerca della battuta capace di alleggerire il discorso. Insomma, mi esortava a essere lieve per acchiappare il pubblico. Volevo essere come lui, ed era questo ciò che provavo anche per Montanelli, eppure mi sentivo più vicino al primo nei sentimenti, come nel modo di vedere e leggere la realtà. Se Indro era un po' aristocratico, un patrizio, Enzo era più popolare, un plebeo, quanto me.

·        100 anni dalla nascita di Ray Bradbury.

Un genio della letteratura fantastica straordinariamente prolifico: questo è stato Ray Bradbury (nato nell’Illinois a Waukegan il 22 agosto 1920 e morto a Los Angeles il 5 giugno 2012) lo scrittore che ha ispirato generazioni di lettori a sognare, pensare e creare. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. È autore di centinaia di racconti e di una cinquantina di libri oltre a numerose poesie, saggi, opere teatrali e sceneggiature per il cinema. Le sue opere più famose, solo per citarne alcune, sono Fahrenheit 451, Cronache marziane, Il popolo dell’autunno . Nel 2007 ha vinto il Premio Pulitzer alla carriera. La casa editrice «Piano B» nel 2018 ha pubblicato una raccolta di dodici suoi saggi dedicati all’arte della scrittura. Il libro, intitolato Lo Zen nell’arte di scrivere, è denso di suggerimenti ed esempi pratici, ma è davvero molto più di un semplice manuale per l’aspirante scrittore: è una celebrazione dell’arte di scrivere, una biografia letteraria, un’esortazione a seguire la via dell’istinto e dell’entusiasmo e che conduce al luogo dove dimora il proprio genio interiore. Ogni indicazione parte dall’esperienza individuale di Ray Bradbury, fin dall’esortazione iniziale: «Ogni mattina salto giù dal letto e metto i piedi su una mina. La mina sono io. Dopo l’esplosione, passo il resto della giornata a rimettere insieme i pezzi. Ora è il tuo turno. Salta!». Rifiutando ogni regola Ray Bradbury ne enuncia tre fondamentali: lavoro, rilassamento, non pensare. E si comincia sempre dal lavoro: «Questa è la parola intorno alla quale la vostra carriera ruoterà per tutta la vita. A partire da oggi tu dovresti diventare non il suo schiavo, termine fin troppo meschino, ma il suo partner. Quando il lavoro e l’esistenza si fondono in un’esperienza condivisa, la parola perderà i suoi aspetti repellenti. Spesso indulgiamo nel lavoro, nei finti affari, solo per evitare di annoiarci. O peggio ancora, concepiamo l’idea di lavorare solo per i soldi. È una menzogna scrivere per essere ricompensati con il denaro del mercato commerciale. È una menzogna scrivere per essere ricompensati dalla fama offerta da qualche gruppo snob semi-letterario nelle gazzette intellettuali. Qual è la più grande ricompensa che uno scrittore può desiderare? È il giorno in cui qualcuno ti corre incontro, con il volto che esplode di onestà e gli occhi ardenti di ammirazione, ed esclama: “Questa tua nuova storia era davvero bella, era meravigliosa!”. Allora, e solo allora, scrivere sarà valso a qualcosa». Definirlo solo scrittore di fantascienza è riduttivo. È lui stesso a spiegarlo quando riflette proprio su cosa sia la fantascienza e come abbia potuto affermarsi. «Sono stati gli studenti, i ragazzi, i bambini - scrive in un saggio - a guidare la rivoluzione nella scrittura e nella pittura. Sono stati loro a insegnare a leggere a bibliotecari e insegnanti. I ragazzi sapevano, senza che neppure osassero sussurrarlo, che tutta la fantascienza è un tentativo di risolvere i problemi fingendo di guardare da un’altra parte». «Ovunque guardiamo: problemi. Ovunque gettiamo uno sguardo approfondito: soluzioni. Come possono i figli degli uomini, i figli del tempo, non essere affascinati da queste sfide? Ecco qua la fantascienza e la sua storia recente».

·        100 anni dalla nascita di Franco Lucentini.

È stato uno scrittore sperimentale Franco Lucentini, prima di avviare il sodalizio letterario con Carlo Fruttero, ma forse pochi ricorderanno la sua appartenenza al Gruppo 63 e il suo romanzo neoavanguardistico «Notizie dagli scavi» (1964). Nato a Roma il 24 dicembre 1920, si è tolto la vita, a Torino il 5 agosto 2002. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Franco Lucentini aveva esordito in realtà già nel 1951, quando pubblicò il romanzo breve «I compagni sconosciuti», eppure il suo cognome è noto al grande pubblico come parte di una coppia indistinguibile che rimane tra le più consolidate e fortunate della narrativa italiana. Una coppia amata dal pubblico ad ogni titolo e consacrata dalle classifiche dei best seller, per la capacità lucida ed intelligente di commentare il quotidiano con la lente dell’ironia e per saper guardare allo «strano» e all’ inconsueto con una tutta particolare raffinatezza e curiosità. La formula del racconto perfetto è sempre stata per loro: «Tenere il lettore col fiato sospeso con una storia sempre imprevedibile». Lucentini amava come il suo compagno di lavoro la letteratura codificata in un «genere», come il giallo o la fantascienza, e non a caso ebbe insieme a Fruttero per lunghi anni la responsabilità della collana della Mondadori, Urania, e anche della rivista omonima. Il genere era per loro «uno schema apertamente preordinato che permette di gestire con più facilità la materia del romanzo». E a queste categorie appartengono quasi tutti i volumi, scritti rigorosamente a quattro mani, come «La donna della Domenica» (72), «A che punto è la notte» (79), «Il palio delle contrade morte» (83), «L’amante senza fissa dimora» (86), «La verità sul caso D.» (89), «Enigma in luogo di mare»(91), «La morte di Cicerone» (95). Traduttore come anche il collega Fruttero, Lucentini sperimentò insieme a lui le più diverse forme: dalla radio, con radiodrammi e conduzioni; al cinema, al teatro, alla tv, fino alla prova delle prose satiriche, come quelle di «La prevalenza del cretino». L’intento è pero sempre stato unico: rendere il lettore protagonista vero della loro narrativa, dove sono solo le sue emozioni a dettare le leggi che regolano la storia e il ritmo. A loro volta lettori insaziabili ed esigentissimi, hanno curato insieme molte antologie come «I libri della fantascienza». Dicevano, negli ultimi anni in cui libri si sono sempre più diradati, che forse la fantascienza stava morendo «incalzata dalla realtà, con cui tende a confondersi. Ma nessuna scomparsa, nella letteratura - sostenevano - è una scomparsa definitiva, la letteratura è sempre imprevedibile».

·        100 anni dalla nascita di Giorgio Bocca.

È morto nel giorno di Natale del 2011, nella sua casa di Milano, dopo una breve malattia, Giorgio Bocca. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Era nato a Cuneo il 18 agosto 1920, aveva 91 anni. Tra i grandi protagonisti del giornalismo italiano, Bocca ha raccontato nei suoi articoli e nei suoi libri l’ultimo mezzo secolo di vita italiana con rigore analitico e passione civile, improntando sempre il suo stile alla sintesi e alla chiarezza. Bocca iniziò a scrivere già a metà degli anni 30, su periodici locali e poi sul settimanale cuneese La Provincia Grande. Durante la guerra si arruolò come allievo ufficiale alpino e dopo l’armistizio fu tra i fondatori delle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà. Nel 1976 fu, insieme con Eugenio Scalfari, tra i fondatori del quotidiano la Repubblica, con cui da allora collaborò ininterrottamente. Tenne ininterrottamente sul settimanale L’Espresso la rubrica L’antitaliano che sospese solo un mese prima di morire a seguito del peggioramento della malattia che lo affliggeva. Nel ricordarlo per il Corriere della Sera, Francesco Cevasco, ricordava le sue ultime parole: «La politica, il parlar di politica come interminabile, ossessivo fiume di oscenità, come accadeva nella fanciullezza quando ci scambiavamo parole “sporche” persuasi che quello fosse il segno della raggiunta maturità, che eravamo uomini capaci di essere uomini. Giornali e televisioni sembrano dominati dalla foia delle immagini lubriche, dell’umorismo da caserma». Ci ha lasciati così Giorgio Bocca, con queste ultime, le sue solite, parole dure, cattive, arrabbiate. Mica le inutili smancerie di chi è consapevole di essere arrivato agli ultimi giorni della sua vita e te la mena con se stesso, con quanto è stato grande, bravo e bello e un primo della classe nel suo mestiere di giornalista. No - proseguiva Cevasco - Bocca ha preferito il suo, solito, stile ruvido, contadino, duro come la terra del Piemonte da cui è arrivato in quella città chiamata Milano che gli è entrata talmente nel cuore e nel lavoro e negli affetti e nell’amore che ci ha scritto pure quel libro dal titolo Il Provinciale dove di provinciale non c’è niente, ma c’è la conquista di un mondo che allora era il mondo attorno al quale girava l’Italia intera. Milano. La Milano di Mattei, quella che nel giornalismo si chiamava Il Giorno. Di quella Milano il Provinciale Giorgio era uno dei protagonisti ma faceva finta di essere sempre quel contadino ruvido, quel partigiano che aveva sfidato la morte nazista, quel giornalista che sfidava questori, prefetti, magistrati, poliziotti, spioni, padroni, burocrati, imprenditori esentasse, inventori di dossier tarocchi eccetera. Faceva finta di essere un bastian contrario ottuso, come i suoi compaesani di Cuneo che per far bella figura tenevano accese le luci sulle strade pubbliche anche di giorno, per tirare le sue stoccate (anche con male parole) ai democristiani, socialisti, comunisti, missini di turno».

Giorgio Bocca, partigiano. Nato il 28 agosto del 1920, oggi avrebbe compiuto cento anni. Dalla Resistenza iniziata sulle montagne del Piemonte e continuata per i 66 anni successivi, con la penna e l'inchiostro al posto del fucile. L'omaggio che Roberto Saviano ha scritto per il grande giornalista dopo la sua morte nel 2010. Roberto Saviano il 19 agosto 2010 su L'Espresso. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati... Quelli che parlavano erano due piemontesi e discutevano delle radici profonde del male meridionale, loro lo avevano capito e l'analisi che si scambiavano come un testimone che l'uno affidava all'altro non era disprezzo colonialista verso un popolo schiavo che non aveva la forza di riscattare i suoi diritti. No, il loro era amore per il Sud, da italiani che sapevano di essere parte di quella stessa terra così lontana dai portici delle città sabaude, costruiti per proteggere da un clima europeo che il sole della Sicilia e della Campania non sa immaginare: un amore che andava oltre il senso del dovere o della professione e che per questo si trasformava in denuncia, nella metodica, sistematica analisi di quanto il male fosse profondo nella vita della gente che non sapeva, non voleva, non poteva ribellarsi. Quel colloquio tra Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giorgio Bocca è stato importante per me e per quelli della mia generazione che hanno sempre chiesto di capire. Noi che abbiamo cominciato a fare domande dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per riscoprire così il sacrificio del carabiniere diventato prefetto che aveva rinunciato alle scorte e alle blindate per essere parte della vita di Palermo, l'altra capitale del Sud, e si era imposto di cominciare la sua missione proprio dalle scuole, dal consegnare ai giovani meridionali la speranza in un futuro di legalità. Noi volevamo capire perché senza capire non si può cambiare; capire anche a costo di specchiarsi nell'orrore di una realtà che non poteva più restare nascosta dietro slogan logori e paesaggi da soap: guardarsi in faccia, scoprire il proprio volto a costo di rendersi conto di quanto fosse brutto. Questo è quello che Giorgio Bocca mi ha insegnato, a raccontare senza avere scrupoli né sentirmi un traditore. Lo hanno accusato di essere razzista, antimeridionale, di odiare il Sud. Sono le stesse cose che hanno detto di me, contro di me, "il rinnegato". Ci hanno dato degli "avvoltoi" che si arricchiscono con il dolore altrui. Bocca invece ha fatto dell'essere "antitaliano" una virtù, il metodo per non arrendersi a luoghi comuni. Da lui ho capito che non bisognava mai lasciarsi ferire, né abbassare gli occhi: gli insulti sono spinte ad andare oltre, a entrare più in profondità nei problemi. La mia strada per l'inferno l'ha indicata lui, "Gomorra" si è nutrito della sua lezione: guardare le cose in faccia, respirarle, sbatterci contro fino a farsele entrare dentro e poi scrivere senza reticenze, smussature, compiacenze. Bocca lo ha sempre fatto, da fuoriclasse, lo continua a fare oggi a novant'anni con la curiosità e la tenacia di un ventenne; sempre pronto a mettersi in discussione come quel ragazzo che nel 1943 salì in montagna superando il suo passato e scegliendo il suo futuro. E quando lui e Dalla Chiesa parlavano di un popolo da liberare lo facevano con l'anima dei partigiani, di chi aveva combattuto lo stesso nemico in nome dello stesso popolo. Avevano rischiato la vita e ucciso anche per consegnare un domani diverso a chi accettava passivamente la dittatura fascista e la dominazione nazitedesca; sono stati partigiani anche per chi non aveva il coraggio, la forza, la volontà, la possibilità o la capacità di lottare per i propri diritti. La loro vittoria è stata la Costituzione, quel documento vivo che dovrebbe essere il pilastro della nostra democrazia, un monumento di libertà troppo spesso ignorato o bollato di vecchiaia. No, è un testo modernissimo, come ancora oggi lo sono gli interventi di Giorgio Bocca. Essere partigiano prima con il fucile e poi per altri 65 anni con l'inchiostro significa avere la misura della libertà, saperla riconoscere ovunque. A sud di Roma è difficile ascoltare racconti partigiani. La guerra di liberazione è stata più a nord e anche questo ha contribuito a non risvegliare coscienze già rassegnate. Napoli con le sue quattro giornate è stata una fiammata d'eroismo, l'unica metropoli europea a cacciare i tedeschi, ma la sua levata d'orgoglio è bruciata in meno di una settimana. Sembrava quasi che ad animare i napoletani diventati guerriglieri ci fosse lo stesso sentimento del tassista che Bocca descrive nell'incipit del suo "Napoli siamo Noi": "Lui che è più intelligente del forestiero. La maledetta presunzione individualista per la quale un napoletano è pronto a dannarsi". Dopo, la rivolta della dignità in armi ha lasciato spazio all'umanità prostituta di Curzio Malaparte. Scriveva Bocca in quei mesi dell'autunno 2006 quando ancora una volta Napoli tornava a essere sinonimo di abisso criminale: "Una grande città può accettare un'occupazione delinquenziale? La risposta è sì: la grande città che dovrebbe ribellarsi all'occupazione è purtroppo composta da troppi cittadini impigliati nei vizi della camorra. Napoli dovrebbe ribellarsi contro se stessa e questo francamente è impensabile. In definitiva noi crediamo che almeno per ora la criminalità abbia vinto. Napoli ha toccato il fondo". Il Sud non ha speranze? Da solo, difficilmente può farcela, ma senza il Sud non c'è più l'Italia. I partigiani lo avevano capito, Dalla Chiesa lo aveva capito, Bocca continua a ripeterlo. E nel titolo del suo libro c'è la chiave per decifrarne il significato: "Napoli siamo noi, il dramma di una città nell'indifferenza dell'Italia". Lui non è antimeridionale, non è razzista ma da italiano dimostra un amore vero per questa terra devastata. Per Bocca la guerra di liberazione era stata battaglia per salvare anche l'unità, contro i tedeschi, i francesi gaullisti e i comunisti titini; contro i "moti separatisti siciliani e calabresi, di Portella della Ginestra e di Caulonia, ci fu una spontanea offerta partigiana di riprendere le armi a difesa dell'unità nazionale. Il vento del Nord, come fu chiamata la presenza partigiana nei primi governi di Parri e di De Gasperi, guardasigilli il comunista Togliatti, fu chiaramente unitario e risorgimentale. Sentimento condiviso dagli italiani che si strinsero attorno a quei padri fondatori della Repubblica". Oggi anche lui guarda con sospetto alla chiamata federalista: sa che le mafie non chiedono altro e non soltanto al Sud. Perché lui, quello che chiamano "razzista piemontese", quello che tra i primi ha saputo scorgere le istanze positive della Lega, non si fa scrupolo nel dire il male che vede al Nord, i frutti malati di quella colonizzazione criminale che ha trovato terreno fertile sulle due sponde del Po grazie anche alla distrazione spesso complice degli amministratori leghisti: "La presenza della criminalità organizzata, per sua storia e natura antistatale, è qualcosa di visibile, di onnipresente, di impudente. Ci sono ristoranti, mercati, club, sezione di partito, amministrazioni della Padania equamente divise fra la novità politica della Lega anti-unitaria e le cosche mafiose che di patria conoscono solo quella della rapina e delle consorterie criminali". Eccolo Bocca, in quello che parlando dei suoi maestri definì : "Lo stesso modo di vedere il mondo, senza retorica ma senza rassegnazione". Vedere il mondo a testa alta, la sua lezione, che mi accompagnerà sempre.

Dal "Provinciale" a "Noi terroristi", i capolavori con Repubblica. La nuova collana Gedi comprende gli otto capolavori di Giorgio Bocca. Ogni venerdì sarà in edicola un volume insieme a Repubblica al prezzo di 9,90 euro. Si comincia appunto il 28 agosto. Anna Briganti su La Repubblica il 25 agosto 2020. Un combattente di carattere, un uomo che non ha mai badato ad altro che a cercare la verità e quando era turpe, come spesso è, la denunciava senza badare a rischi o convenienze" nel ricordo di Eugenio Scalfari. "Un provinciale con una idea testarda di libertà" nelle parole di Ezio Mauro. L'antitaliano, dal nome della sua rubrica sull'Espresso, profondamente italiano, profondamente piemontese, come amava definirsi. Il partigiano di Giustizia e Libertà, che ha combattuto la "guerra povera" e che si è formato in quei venti mesi sulle montagne del Cuneese, dov'era nato nel 1920. Il cronista che tutti, in particolare i giovani, dovrebbero leggere. Il giornalista, lo scrittore e lo storico testimone del XX secolo, fondatore di Repubblica. Il 28 agosto 2020 Giorgio Bocca, scomparso quasi nove anni fa, avrebbe compiuto cento anni e da venerdì nasce una collana dedicata a lui: otto libri allegati ogni settimana a Repubblica per leggere/rileggere le sue opere principali. Il primo titolo della collana Giorgio Bocca, che si può trovare da venerdì in edicola, è un classico della sua produzione: l'autobiografia tra pubblico e privato Il Provinciale (edizione speciale GEDI, in accordo con Feltrinelli). Dagli "anni della neve e del fuoco", la guerra partigiana - che ha sempre considerato l'esperienza più importante della sua vita, l'unica occasione che secondo lui l'Italia non ha sprecato - , alla scelta che avrebbe cambiato la sua esistenza. "\[Nel dopoguerra\] mi chiesero se avessi delle ambizioni politiche, se desiderassi una carica pubblica, una candidatura alle elezioni. No, niente politica. Dissi che preferivo fare il giornalista" scrive Bocca, che poi avrebbe raccontato vizi e virtù dell'Italia e del mondo, dal terrorismo ai potenti italiani, dalla guerra dei Sei giorni in Israele alla guerra fredda, mai schiavo delle ideologie, anzi, facendo arrabbiare tutti, a destra e a sinistra, perché non riuscivano a dargli una etichetta. Il Provinciale potrebbe essere un romanzo di formazione, con la realtà che come sempre supera la fantasia: dall'"allegra sana povertà" della gioventù alla fama grazie alla scrittura, prima a Torino e poi a Milano. Tra i tanti passaggi significativi di questo volume, che attraversa la Storia, c'è il dietro le quinte dell'intervista più famosa di Bocca, quella a Carlo Alberto dalla Chiesa. Il generale cerca Bocca perché vuole fare sapere al Paese di essere stato lasciato solo, dallo Stato, nella lotta contro la mafia. Un mese dopo dalla Chiesa e sua moglie, Emanuela Setti Carraro, sarebbero stati uccisi, "crivellati di colpi da un commando mafioso in motocicletta". Altre parti notevoli sono quelle nelle quali Bocca abbandona per un attimo la sua corazza, e racconta qualcosa di personale: un primo matrimonio finito, con lei, ballerina della Scala, che se ne va e gli lascia la figlia di un anno, le uscite in barca con un altro figlio, che sarebbe diventato skipper, e una considerazione sul passare del tempo. "Da ragazzo tutti mi amavano, abbracciavano, sorridevano...; nell'età media hai chi ti ama, chi ti è amico ma i più ti temono, ti invidiano, ti sorvegliano, ti usano, sono o nella tua cordata o sull'altra trincea; da anziano, se ti è andata bene, sei quello che deve dare senza chiedere o chiedendo poco, quello da cui tutti si aspettano qualcosa" leggiamo. La collana prosegue con il saggio/reportage Partigiani della montagna, scritto nel 1945. E poi, È la stampa bellezza! sulla sua "avventura nel giornalismo", un modo di raccontare il mondo sul campo, on the road, andando a vedere, consumando le suole delle scarpe, guidato sempre dalla libertà e dalla ricerca della verità; Miracolo all'italiana; Italia anno uno; Il viaggiatore spaesato, altro suo libro molto amato; Il secolo sbagliato e Noi terroristi.

VITTORIO FELTRI per Libero Quotidiano il 27 agosto 2020. Giorgio Bocca era un mio vicino di casa. Abitavamo sulla stessa strada, ossia in via Giovannino De Grassi, in zona Magenta, a Milano. Lo incontravo quasi tutte le mattine, uscendo per andare al giornale. E non mancavamo mai di fermarci per salutarci e fare quattro chiacchiere. Si parlava di tutto, soprattutto di politica. La passione allora era fervente. Erano i primi anni Novanta. Avevo conosciuto lo scrittore proprio in quel periodo, nella sua dimora, in occasione di un'intervista allo stesso che mi fu commissionata da una rivista mensile con la quale collaboravo nei medesimi anni in cui dirigevo l'Indipendente, ossia Prima Comunicazione. Nonostante io non gradisca dedicarmi alle interviste, che mi annoiano particolarmente, il pezzo riuscì abbastanza bene. Del resto, Bocca era un personaggio con un certo fascino ed ascoltarlo risultava stimolante. Quel dì inaugurammo un rapporto di conoscenza non superficiale. Giorgio era piccolo di statura e nerboruto. Possedeva un carattere di ferro, tuttavia si distingueva per i modi cordiali e gentili. La sua dote era la lungimiranza. Come tutti i veri grandi uomini, aveva la capacità di vedere più avanti degli altri. Fu il primo a capire che la Lega sarebbe stata un movimento importante. Inoltre il giornalista era particolarmente dotato per la saggistica politica. L'indole scontrosa gli rendeva difficile il rapporto con gli altri. Del resto, chi possiede personalità di solito ce l'ha pessima. Lo leggevo volentieri e mi scoprivo sempre concorde. Di Bocca apprezzavo soprattutto la prosa non raffinata. La sua scrittura era torrentizia, potente, coinvolgente, straripante, ti travolgeva come un fiume in piena. Affogarvi era un piacere. Giorgio riusciva a cogliere molto bene le situazioni e a rappresentarle in tutta onestà, eccellendo per questo nell'analisi politica, a differenza sia di Indro Montanelli, il quale era più superficiale ed irridente, sia di Enzo Biagi, che non ci capiva un granché di politica ed era una sorta di orecchiante. Mentre gli altri cronisti non avevano capito ancora nulla, Bocca aveva già capito tutto, in particolare davanti al fenomeno Lega. Egli era il saggista politico per antonomasia: fotografava la realtà e sapeva interpretarla. Memorabili le sciabolate di Montanelli nonché la classe della sua prosa, indimenticabile lo spirito spumeggiante di Biagi. Bocca, invece, si distingueva e restava inciso perché era duro e crudo. Senza orpelli inutili.

IL SUO PASSATO. Bisogna ricordare però anche il suo passato. Bocca era stato un ufficiale fascista e aveva compiuto atti di guerra che prevedevano persino la fucilazione del nemico, cosa che non esitò a fare. Sì, era fascista, è cosa nota, poi divenne partigiano. Dopotutto cambiare idea è ammesso, può succedere alle persone davvero intelligenti. Tuttavia, questa transumanza da uno schieramento all'altro seccava più di tutti Bocca stesso. Non sopportava che venisse rivangato il suo passato, che viveva come un marchio ignominioso. Non si accorgeva però che era rimasto fascista, e lo rimase per tutta la sua esistenza. Bocca era fascista nel temperamento, quantunque non più nei principi. Era fascista anche nel mentre vestiva e parlava da partigiano. Andò avanti con la teoria del manganello ed era un manganellatore persino da giornalista: menava con la sua prosa. Ad un certo punto, Giorgio si stancò della Lega e si schierò ancora e sempre a sinistra. La sua bandiera era un furioso antiberlusconismo, che lo avvicinava ai suoi amici: Montanelli e Biagi. Il trio si ritrovava di frequente, anche perché gestiva il premio "È Giornalismo", fondato nel 1995 dai tre giornalisti e dal mio caro amico Giancarlo Aneri, che hanno consegnato la vincita di oltre 15 mila euro sempre e solo a penne di sinistra. Con le mie direzioni negli anni Novanta ottenni risultati soddisfacenti nel mondo della carta stampata. Bocca non mancò di rendermene atto e merito in un articolo per La Repubblica. Giorgio sosteneva che di me se ne potessero dire di tutti i colori meno che non sapessi fare il direttore. Fu l'unico a riconoscerlo pubblicamente. Agli altri doleva troppo il fegato per poterlo fare. Tale ammissione mi fece alquanto piacere, cioè l'apprezzai. In fondo, non si era mica trattato di un gesto di generosità, bensì di obiettività, la quale non vale meno della prima, in particolare di questi tempi. Quello stesso anno sorse il problema: a chi assegnare il prestigioso e lauto premio? Giancarlo con un atto di coraggio propose il mio nome. Montanelli non fece i salti di gioia per l'entusiasmo, eppure non si oppose, dato che aveva quel freddo e sano cinismo di cui deve essere dotato un bravo giornalista. Anche Biagi non si oppose, ma non per le stesse ragioni. Enzo era uno che si adattava alle situazioni, camaleontico, furbo. Il nocciolo duro fu Bocca, il quale affermò con la sua solita obiettività: «Sì, è proprio vero: il premio lo meriterebbe Vittorio Feltri». E poi aggiunse furioso: «Ma è fascista!». Risi a crepapelle quando questo fatto mi fu raccontato da Aneri. E ancora oggi mi viene da ridere. Non sono mai stato fascista. Ovviamente fui escluso. Feci un pezzo su Il Giornale scrivendo di codesto riconoscimento che si scambiavano i giornalisti di sinistra. Lo chiamai sarcasticamente "Premio Stalin". Se me lo avessero dato allora, lo avrei accettato con gioia; oggi, invece, dopo che lo hanno preso cani e porci, non lo accoglierei. Ovviamente con una punta di dispiacere dato che al vincitore vanno 15 mila euro.

LA MIA MILITANZA. Poco prima di morire, Giorgio rilasciò un'intervista, nella quale, affaticato eppure sempre livoroso, rispondendo ad una domanda dell'intervistatore che gli chiedeva un'opinione su di me, disse: «Di Feltri non voglio parlare in quanto ne ho paura fisica». Insomma, come se io fossi uno che picchia. Restai perplesso. Anche perché ho sempre avuto rispetto, stima e considerazione di Bocca, nonostante la sua vita non omogenea. Mi accusava di essere fascista, eppure, a differenza sua, fin da giovane ero iscritto al Partito Socialista, già dai 17 anni, tanto da diventarne segretario della Federazione giovanile bergamasca. Questa mia militanza mi costò addirittura la non ammissione all'Arma dei carabinieri. Desideravo farne parte perché mi piacevano i cavalli ed i carabinieri avevano eccellenti strutture equine, per questo feci il concorso, che vinsi. Tuttavia, poi fui respinto. Restai avvilito. Fui convocato presso la caserma di Bergamo, dove senza troppi giri di parole mi comunicarono che avevo sì passato il concorso, ma che l'Arma non avrebbe potuto accettarmi per motivazioni che i carabinieri non erano tenuti a spiegarmi. Non seppi mai la ragione per la quale ero stato rifiutato, finché, parecchi anni dopo, diventato ormai giornalista, strinsi amicizia con un ufficiale importante, al quale una sera a cena raccontai questa triste vicenda senza nascondergli il fatto che il non conoscere il motivo che determinò la mia esclusione ancora mi pesava. Il comandante approfondì la questione dando un'occhiata al mio fascicolo che ancora giaceva negli archivi. E fu così che venni a conoscenza della verità: ero stato respinto in quanto iscritto al PSI, che era considerato alla stregua delle Brigate rosse. Insomma, Bocca non voleva darmi il premio poiché mi dava del fascista ed i carabinieri non mi volevano perché socialista. Essere ritenuto fascista proprio da Bocca era troppo. Sono stato tutto nella vita meno che fascista. E l'unico motivo per cui non sono antifascista ora è perché non c'è il fascismo. Sono sempre stato invitato alla consegna dell'onorificenza "È Giornalismo" e non ho mai nutrito invidia nei confronti dei miei colleghi che ne sono stati insigniti. Mi tocca ammettere che, se una volta questo genere di situazioni mi dava un pizzico di dolore, oggi ritengo che non ricevere codesti riconoscimenti vuol dire soltanto che non faccio parte del club dei fighetti. Nei gruppi e nelle categorie ci sto stretto. È un merito esserne esclusi. Al diavolo i premi. Io amo il mio giornale spettinato. Quando Bocca morì feci un pezzo in cui mi dichiarai sinceramente dispiaciuto: era morto il mio miglior nemico.

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” il 27 agosto 2020. «Dormo in una stanza del Dugento, pranzo in un salone del Dugentocinquanta, cammino su un selciato, nuovo nuovo, del Trecento e mi informo sui fiorini d'oro incassati dalla Salimbeni e figli, commerciando sete lungo la via Francigena e raccogliendo le decime per conto di Onorio IV. È colpa mia se qui, il miracolo economico è avvenuto sette secoli or sono?». Cento anni dopo la sua nascita a Cuneo il 28 agosto 1920, non si può ricordare Giorgio Bocca senza partire da uno dei suoi incipit. Straordinari. Figlio di due insegnanti, tirato su dalla scuola fascista (tipico temino alle elementari: «Il Maestro ci ha spiegato che gli italiani, siccome sono i più richiamati dalla Santa Provvidenza, hanno tredici comandamenti. I primi dieci della tavola di Mosè e poi c'è Credere, Obbedire, Combattere»), campioncino di sci col culto del Monviso («un totem dominante»), premiato dal Duce per una vittoria nella staffetta ai Littoriali del Guf («Arrivò nel salone di palazzo Venezia con un'ora di ritardo, passò rapido fra noi inneggianti, guardandoci a muso duro e un po' sdegnoso, e lasciò ad altri il compito di distribuire i distintivi»), allievo ufficiale degli alpini, giovanotto invasato tanto da scrivere a 22 anni su «La Provincia Grande» un paio di articoli sulla razza («Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra») e sui Protocolli dei savi di Sion che gli sarebbero stati rinfacciati a vita, messo in crisi dalla guerra e dallo sfascio dell'8 settembre, quando decise di unirsi ai partigiani passò per casa e la mamma, che non capiva, gli corse dietro «sulle scale con una maglia di lana e ripeteva: "Mi raccomando, non far tardi stasera". Mi avrebbe rivisto dopo venti mesi». Non bastò una vita intera di reportage e inchieste e denunce sul «Giorno», «L'Europeo» e «la Repubblica» contro i mafiosi (memorabile l'ultima intervista a Carlo Alberto Dalla Chiesa sulla sua solitudine), i neofascisti, i mazzettari, i camorristi, i servizi deviati, i padreterni della cattiva politica, i razzisti, i palazzinari, i razziatori dell'economia («Il crollo del comunismo si è dimostrato una fregatura: quel modello opposto almeno obbligava anche il capitalismo a stabilire regole e un ordine di valori. Adesso invece contano solo i soldi») per risparmiargli attacchi e reprimende su quegli sventurati esordi. Ancor meno certe sortite successive tipo la convinzione che le Brigate Rosse fossero manovrate dai neri («Bisogna ammettere che abbiamo preso una bella cantonata», confesserà) o il provocatorio «Grazie barbari» rivolto ai leghisti (votati) per avere scardinato un sistema che aveva «fatto il suo indecoroso tempo». Commise degli errori? Sì. Cambiava idea? Sì. Cocciuto sulle vecchie come sulle nuove opinioni? Sì. Era però un uomo libero. Capace di essere scomodo anche con sé stesso. Un fuoriclasse assoluto. Al punto da guadagnarsi alla morte, tra grandinate di critiche, l'onore delle armi d'un arcinemico come Giuliano Ferrara: «La sua lingua letteraria scoppiava di umanità provinciale, balzacchiana se ce n'era una...». E chi li ha più visti, certi incipit? Sul boom a Vigevano: «Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste». Su un re della medicina: «Inseguo il professor Achille Mario Dogliotti per cliniche, ospedali, aule universitarie: oscuro e importuno scriba, nella scia di un sovrano...». Sui Marzotto: «Barba e baffoni per il bisnonno fondatore, soltanto baffoni per l'onorevole nonno, appena baffettini a spazzola per il beneamato genitore e guance lisce, menti d'alabastro, sottonasi rasati per i figli...». Chapeau.

“LA STORIA DEL FASCISMO E’ UNA STORIA DI FAMIGLIA”. Marcello Veneziani per “la Verità” il 26 agosto 2020. Cent' anni fa nasceva Giorgio Bocca, scarpa grossa e penna acuta del giornalismo di sinistra. Non tirerò fuori gli scheletri fascisti dal suo armadio, premiato da Mussolini, il suo razzismo conclamato in uno scritto del 1942, la recensione empatica dei Protocolli dei savi anziani di Sion, bibbia dell' antiebraismo, e nemmeno le successive crudeltà di capo partigiano, i suoi vizi proverbiali, i suoi brontolii antimeridionali, l' attaccamento arcaico al soldo o la sommaria grossolanità di certi suoi libri. Ma riprenderò un aspetto totalmente rimosso: il suo revisionismo storico in tema di fascismo. Bocca precedette Pansa nel rivedere il giudizio negativo sul fascismo, e in modo radicale. Nel 1983 pubblicò con Garzanti un testo revisionista, Mussolini socialfascista, in cui il partigiano era ormai archiviato e l' antifascismo militante non pesava più sul giudizio storico. L'autore più citato era un ragazzo di destra, il sottoscritto, per un saggio su Mussolini. Nello stesso anno - era il centenario della nascita di Mussolini - Bocca dialogò cordialmente con Giorgio Almirante su Storia Illustrata diretta allora da Giordano B. Guerri (se ben ricordo c' erano anche Indro Montanelli e Oreste Del Buono). Poco tempo prima aveva dialogato con me sull' Espresso condividendo la necessità di sdoganare la destra e aprire il dialogo con la sinistra (il servizio seguente sullo stesso tema era firmato da Paolo Mieli). Poi c' è stata la regressione in cui viviamo. Ma soprattutto Bocca scrisse risposte sorprendenti per un libro collettaneo, Il fascismo ieri e oggi a cura di Enzo Palmesano, che pubblicai nel 1985 in una collana dell' editore Ciarrapico. Vi offro una sintesi virgolettata, senza commenti, del suo revisionismo.

«La cultura italiana si è resa conto che la storia del fascismo, così come è stata scritta dagli antifascisti in questi anni, è storia da rivedere. È una storia che io chiamerei di famiglia». «Il più grave errore mi sembra quello di aver raccontato la storia del fascismo come la storia di un movimento autoritario, violento Ma la realtà del fascismo nascente è tutt' altra: il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un' altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, come quella socialcomunista». «Tra socialismo e fascismo c' è una matrice culturale comune, ci sono delle illusioni comuni: che gli uomini possano essere cambiati in breve spazio di tempo». «Nel 1936, all' epoca dell' impero credo che il 90% degli italiani approvasse quello che rappresentava anche il loro sogno». «Il consenso ci fu per tutto il periodo, diciamo così riformistico del fascismo, fino al patto con la Germania». «Gli intellettuali italiani, secondo la loro tradizione millenaria, passarono subito al servizio del fascismo. Si sa che i professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo furono tre e non di più (in realtà erano 11, diventarono 12, ndr). Tutti gli altri si misero dalla parte del fascismo che verso di loro, in verità, a differenza di altri regimi totalitari, fu piuttosto morbido. Il fascismo si differenziò proprio nell' essere largo nel lasciare autonomia alle scienze e alle arti». «C'era una posizione abbastanza permissiva da parte del fascismo». «Mussolini in campo culturale è stato un grandissimo giornalista e un politico professionale del suo tempo come Gramsci, Togliatti, Nenni. Rispetto agli altri dittatori totalitari Mussolini era un uomo di mondo, aveva letto i libri giusti, aveva dei rapporti corretti con la cultura, mentre Hitler e Stalin non li avevano». «Al di fuori del giornalismo non ha mai preso un soldo dallo Stato». «Per il delitto Matteotti non credo che si possa parlare di mandante diretto, credo che sia stato interpretato in modo estensivo un suo scatto di malumore... Mussolini diede in escandescenza contro di lui ma senza mai dire "uccidetelo"». «La politica sociale del fascismo fu nei primi anni una politica riformista normale, furono introdotte alcune leggi che facilitavano l' agricoltura, mettevano un primo ordine nei luoghi di lavoro; assicuravano con l' Iri un industrialismo assistito, una rinuncia al capitalismo feroce». «Eravamo un Paese arretrato, con una classe imprenditoriale anch' essa arretrata, e ad un certo punto fu giocoforza fare un' economia protezionista». «Il fascismo, nato come regime di massa, fece partecipare alla vita politica un numero maggiore di persone. I ceti medi, infatti, che nel regime liberale non avevano contato, sotto il fascismo, pur nei modi e nei limiti previsti, partecipavano alla vita politica». «Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale era politica di dominio non di sterminio». «Il popolo italiano le leggi razziali non le ha sentite per niente; l' adozione delle leggi razziali per adeguarsi alla Germania nazista furono una prova di subalternità rispetto alla Germania». «In tutto il fascismo fino al 1935, non c' è la minima traccia di razzismo antisemita». «Le affinità tra nazismo e fascismo sono pochissime e sono affinità di metodo: sono due regimi di massa, a partito unico, autoritari; ma le differenze sono molto più grandi delle somiglianze. Veramente fra fascismo e nazismo non c' è alcuna parentela». «La concezione della razza resta fondamentale per differenziare il fascismo dal nazismo». «Mussolini dell' ultimo periodo è stato un Mussolini con le mani legate, indubbiamente. Io credo che il motivo dominante dell' alleanza con la Germania sia stata la paura». Erano le tesi di Renzo De Felice. Poi il Bocca, ormai vecchio, si adeguò al clima di rinnovata caccia alle streghe fasciste e condannò il revisionismo del suo collega e rivale Pansa, di cui era stato precursore. In realtà Bocca rivide il giudizio sul fascismo mentre Pansa ripescò gli orrori della guerra partigiana. Ma con i giudizi qui riportati, oggi Bocca sarebbe accusato d'apologia di fascismo. Altro che il male assoluto di Mattarella...

·        100 anni dalla nascita di Federico Fellini.

Il 31 ottobre del 1993 ci lasciava Federico Fellini, uno dei più grandi registi della storia del cinema. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Era nato a Rimini il 20 gennaio 1920. Considerato uno dei maggiori registi della storia del cinema, vincitore di 5 premi Oscar (4 per il miglior film straniero, uno alla carriera) nell’arco di quasi quarant’anni - da Lo sceicco bianco del 1952 a La voce della Luna del 1990 - ha «ritratto» in decine di lungometraggi una piccola folla di personaggi memorabili. Definiva se stesso «un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo». Da Rimini Fellini arrivò a Roma diciannovenne con la scusa di frequentare l’università, ma non sostenne neanche un esame. La sua ambizione era fare il giornalista, uno dei suoi sogni fare il fumettista. Riuscì a fare entrambe le cose dal 1939 sul Marc’Aurelio, la principale rivista satirica italiana, nata nel 1931 e diretta da Vito De Bellis. Il successo nel Marc’Aurelio gli offrì inaspettate occasioni di lavoro. Fellini fa conoscenza con personaggi a quel tempo già noti. Comincia a scrivere copioni e gag di sua mano, per Macario e Aldo Fabrizi. Scrive anche per la radio dove incontra e si lega affettivamente a Giulietta Masina. Grazie a Renzo Rossellini, Fellini collabora alle sceneggiature di Roma città aperta e Paisà, film che aprono, la stagione del Neorealismo. L’esordio alla regia cinematografica avviene nel 1950 con Luci del Varietà (insieme ad Alberto Lattuada) Due anni dopo Le luci del varietà, Fellini giunge all’esordio assoluto come regista, con Lo sceicco bianco, con Antonioni coautore del soggetto, Ennio Flaiano coautore della sceneggiatura e una grande interpretazione di Alberto Sordi. Nasce anche la collaborazione con Nino Rota che scriverà le musiche per diciassette suoi film. Il film viene bocciato dalla critica e snobbato dal pubblico. Il successo arriva col successivo I vitelloni che racconta la vita di provincia di un gruppo di amici a Rimini. Il film conquista il Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia del 1953. La consacrazione internazionale arriva nel 1954 con La strada che nel 1957 vincerà l’Oscar come miglior film in lingua straniera, istituito per la prima volta in quella edizione. Dopo l’insuccesso de Il bidone, Fellini torna vincere nel 1958 l’Oscar come miglior film in lingua straniera con Le notti di Cabiria. È del 1960 il più celebre film di Fellini, La dolce vita, campione d’incassi in Italia e all’estero, opera che ha segnato profondamente la storia del cinema. Il film è interpretato da Marcello Mastroianni, giornalista-scrittore in crisi morale fra i locali notturni e i monumenti di Roma. Indimenticabile la scena di Anita Ekberg che fa il bagno nella fontana di Trevi, mentre il personaggio Paparazzo darà il nome alla categoria dei fotografi di gossip. Il film ottenne innumerevoli premi tra cui la Palma d’Oro a Cannes e un Oscar per i migliori costumi. Nel 1963 è la volta di 8½, altro capolavoro che gli permette di ottenere un nuovo Oscar. Nel 1965 Fellini passa al colore col film Giulietta degli spiriti. La produzione successiva di Fellini vede I clowns (girato per la TV, 1970), Roma (1972) e Amarcord (1973) sono tutti incentrati sul tema della memoria. E con Amarcord (mi ricordo, in dialetto romagnolo) vince nuovamente l’Oscar per il miglior film straniero. L’ultima fase della sua vita artistica lo vede firmare E la nave va (1983), Ginger e Fred (1986), Intervista (destinato alla TV, 1987), e il lavoro dell’addio al cinema: La voce della luna (1990), liberamente tratto da Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni. Nel 1993 l’Academy di Los Angeles decide di conferire a Federico Fellini il premio Oscar alla carriera. Morirà il 31 ottobre. Cinque mesi dopo morirà anche Giulietta Masina, con cui è stato sposato per cinquant’anni. Come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera il suo mito continua a dominare incontrastato il cinema italiano. E non solo. Non ci sono altri nomi, né vivi né scomparsi, che possano insidiare questo suo privilegio. Forse solo Rossellini, ma nel circoscritto mondo della cinefilia critica, tra gli addetti ai lavori e per giunta nemmeno tanto giovani. Per tutti gli altri, in excelsis c’è Fellini. In un complice ritratto su Epoca, nel 1974, Cesare Garboli scriveva che «si possono anche discutere i film di Fellini. Ma nessuno come lui, con la macchina da presa, riesce a vedere “tutto”, e a far vedere tutta la “vanità” di ciò che si vede [...] Fa esistere le cose nello spazio di un prodigio, afferrandole un momento prima che si affloscino, a un passo dalla loro apparenza. Più di Bergman, più dello stesso Buñuel. Fellini “è” il cinema».

Aldo Grasso per il Corriere della Sera il 22 maggio 2020. Steiner si rivolge a Marcello con una battuta tipica di Ennio Flaiano: «Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista». A 60 anni esatti dalla Palma d’oro, Rai Movie ha trasmesso La dolce vita per inaugurare il ciclo «Federico Fellini, realista visionario». Più passa il tempo, più si rivede il film e più la distanza tra Fellini e Flaiano prende corpo. Non tanto per lo sgradevole incidente che avrebbe rotto il sodalizio (il famoso viaggio in aereo a Los Angeles che vede Fellini seduto in prima classe con Angelo Rizzoli e Flaiano in economica), quanto perché tra i due c’era una profonda distanza culturale che, tra le pieghe, il film lascia trasparire. Ne La solitudine del satiro, Flaiano scrive: «Sto lavorando, con Fellini e Tullio Pinelli, a rispolverare una nostra vecchia idea per un film, quella del giovane provinciale che viene a Roma a fare il giornalista… Il film avrà per titolo La dolce vita… Uno dei nostri luoghi dovrà essere forzatamente via Veneto... Il giovane provinciale è già ben piazzato, guadagna, e uno di quei giornalisti prodotti dalla civiltà della sensazione, cioè racconta gli scandali, le fesserie che fanno gli altri. Si è lasciato adottare da quella stessa società che lui disprezza». Ma quando Flaiano vede in proiezione alcune scene del film commenta: «Il gongorismo, l’amplificazione di Fellini nel ritrarre quel mondo di via Veneto fa pensare al museo delle cere, le immagini dei quaresimalisti quando descrivono la carne che si corrompe e imputridisce… Fellini quaresimalista? É un’ipotesi tentatrice». Una delle tante chiavi di lettura del film potrebbe essere proprio questa: il contrasto tra la scrittura barocca, composita, grondante metafore di Fellini e lo stile aforistico di Flaiano, tra il mondo «caricaturale» del regista e quello intellettuale dello scrittore (e del gruppo del Mondo, cui apparteneva).

Giulia Zonca per ''La Stampa'' l'11 settembre 2020. Si ride a Venezia. Succede quasi alla fine e con un nome che chiama deferenza, Rossellini: voce che si abbassa subito sotto tonnellate di fama. Pura storia del cinema, la mostra celebra due maestri in un giorno solo. Fellini con La verità su la Dolce Vita e The Rossellinis, il titolo che capovolge il Festival. Via i timori, le ansie da prestazione, i confronti: il documentario elaborato per cinque anni dal nipote di Roberto Rossellini, Alessandro, è una liberazione. Non è da vedere per la saga che racconta un pezzo di Italia (e di mondo) ma per quello che dice sulla famiglia di ognuno di noi. «In casa di chiunque c' è uno più bello, uno autorevole, uno che incute timore». Alessandro non fa il regista di professione e forse è logico che l' unica voce lieve in un coro di drammi e spremute di problemi sia di qualcuno che sta fuori dal cinema. Pure essendoci nato più dentro di chiunque altro. Alessandro Rossellini, quasi 57 anni, passato complicato da anni di tossicodipendenza superati «con un lungo e attento ricompattamento». Mancava solo un pezzo, la tribù e lui l' ha rimessa insieme in un documentario che ha un nome troppo importante per reggere pure un soggetto serioso. Lo sguardo è autoironico e gioca sul fatto che ogni essere umano abbia la stessa sindrome: «la rossellinite», declinata in qualsiasi modo. Tutti colpiti dallo struggente bisogno di sentirsi amati e approvati, tutti intenti a reggere, superare o stracciare aspettative, a riannodare relazioni. I Rossellini sono figli e nipoti di tante passioni: «mi sono trovato in difficoltà, la morale oggi è aperta, ma diversa e il giudizio sul maschio è feroce». Un uomo che abbandona, fa il despota e richiama figli di matrimoni infranti per avere il controllo riceverebbe acidi commenti ora «io non posso proprio dire che nonno era un maschilista. Non era monogamo, era ancora padre e padrone e ci ha amato molto. A 11 anni mi ha spiegato il sesso dicendomi che prima di chiedere piacere a una donna bisogna darne due volte tanto a lei». Età sbagliata magari per un discorso così, però nei Rossellinis tutto è confuso. Per fortuna. Radici miste, parenti sparpagliati tra gli Usa, Roma, il Qatar, la Svezia e poi si scopre che questi rapporti non erano poi un continuo Vulcano. Eruzioni al momento dei tradimenti e poi tranquillità ricomposta con una continua estensione della stessa sicurezza: «Basta un colpo di genio». Motto del capostipite Rossellini e tormento per la dinastia: «Come se ognuno potesse tirare fuori una Roma città aperta all' improvviso». No, pure se il padre di Alessandro ha fatto il regista, se la zia Isabella si è tolta ogni sfizio di notorietà tra la carriera di modella e quella di attrice, niente sarebbe stato abbastanza per essere come Roberto Rossellini e Ingrid Bergman. E nel documentario si scopre che nessuno voleva seguire orme così definite. Oggi i Rosselinis sono una famiglia allargata e più che multietnica. Alessandro ha una madre afroamericana, «la hanno allontanata, non perché nera, allora era alcolista e umorale ma lei e mio padre si sono voluti bene davvero», c' è il ramo indiano con Raffaella che è diventata musulmana e si chiama Nur «e c' è questo strano sguardo su di noi che io non avevo mai visto prima». La vena malinconica non è nel film è nelle inevitabili considerazioni che si fanno guardandolo: «Eccoci lì: meticci, mulatti, misti, atei e convertiti, etero e gay, c' è tutto in una sola unitissima famiglia eppure la gente mi guarda storto quando entro in un negozio. Fino a che non tiro fuori al carta di credito». Se ognuno curasse la propria «rossellinite» forse sarebbe un po' più semplice.

Marco Giusti per Dagospia il 10 settembre 2020. In una delle scene più di culto, ma assolutamente vere, della docu-fiction che Giuseppe Pedersoli ha messo in scena sulla vita e sul ruolo fondamentale di suo nonno Peppino Amato sulla costruzione della Dolce Vita di Federico Fellini, “La verità su la Dolce Vita”, mostrato a Venezia oggi, vediamo il produttore napoletano come prima mossa andare da Padre Pio a Pietrelcina e chiedergli se faceva bene o no a produrre il film. Cosa gli disse davvero, il vecchio Alvaro Mancori, amico fraterno di Amato che era presente all’incontro, non riuscì a afferrarlo, ma certo da lì in poi il produttore prese il film come una missione da portare a termine. Personaggio leggendario già negli anni dei Telefoni Bianchi, “Pareva un dio”, ricordava Paolo Stoppa, “faceva cadere le cose dall’alto”, ricordava Aldo Fabrizi, “ma ci aveva l’occhietto clinico”, Peppino Amato, che si chiamava in realtà Giuseppe Vasaturo, nato a Napoli nel 1899, aveva dedicato l’intera vita al cinema. Star sulle scene del cinema muto napoletano dal 1914 agli anni ’20, protagonista di film come “Pupatella”, “Reginella”, “Napule ca se ne va”, era diventato produttore nei primi anni ’30 legandosi a registi come Mario Bonnard, Carmine Gallone, Gennaro Righelli, e a un finanziatore forte come Angelo Rizzoli, che ritroveremo proprio su “La Dolce Vita”, a uomini di partito illumnati come Luigi Freddi. La sua prima fissa fu di portare i De Filippo dal teatro al cinema, pensando, forse ingenuamente, di far diventare Eduardo e Peppino i nuovi Stanlio e Ollio. Li fa esordire in “Tre uomini in frac”, e arriva al grande successo popolare con “Il cappello a tre punte” di Mario Camerini, malgrado fosse stato attaccato dallo stesso Mussolini, che interruppe la visione a metà, criticando il film per il suo antifascismo. Malgrado i tanti tagli che si fecero per renderlo meno duro contro il potere, il film andò benissimo e aprì la strada alla non così breve stagione cinematografica dei De Filippo. Al tempo stesso produsse film importanti come “Batticuore”, “Grandi magazzini”, “Una romantica avventura”, “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti con celebre seno nudo di Clara Calamai. Produsse nel 1940  il primo film da regista di Vittorio De Sica, “Rose scarlatte”, che codiresse soprattutto per le parti tecniche. Ma Giuseppe Porelli ricordava che sul set, dovendo spiegare all’attrice francese Renée Saint-Cyr cosa voleva che facesse se ne uscì con un imbarazzante “Je voudrai vos fesses”, cioè “Voglio le vostre chiappe”, che scandalizzò l’attrice. Dopo aver lanciato De Sica regista, che ritroverà dopo la guerra come produttore di un capolavoro del neorealismo come “Ladri di biciclette”, lanciò Aldo Fabrizi con “Avanti c’è posto” e “Campo de’ Fiori” diretti da Bonnard, veri film che già odorano di neorealismo. A Fabrizi offrì 70 mila lire più l’opzione per un secondo film. Ma è dopo la guerra che inizia la sua grande stagione, producendo appunto “Ladri di biciclette” di De Sica, “Francesco giullare di Dio” di Roberto Rossellini, una delle primissime commedie all’italiana, “Natale al campo 119”, “Parigi è sempre Parigi” di Luciano Emmer e, soprattutto, “Umberto D” di De Sica. Da regista e produttore diresse Totò nel suo primo film dramatico, “Yvonne la Nuit” con Olga Villi e la bellissima Linda Darnell in “Donne proibite”. Finanziato da Angelo Rizzoli produsse “Don Camillo” e “Il ritorno di Don Camillo” con Gino Cervi e Fernandel ottenendo un incredibile successo internazionale grazie alla distribuzione della Dear di Roberto Haggiag. Per lo stesso Haggiag fu produttore esecutivo di “La contessa scalza”, che Joseph Mankiewicz girò in Italia con Ava Gardner. In un’Italia che stava cambiando arriviamo a film drammatici importanti come “Un maledetto imboglio” di Pietro Germi, “Nella città l’inferno” di Renato Castellani e “La Dolce Vita” di Federico Fellini, un film considerato infernale, impossibile, pericoloso da tutti i produttori italiani. Per farlo, visto che era di Dino De Laurentiis, lo scambiò con “La grande guerra” di Mario Monicelli, che portò un Leone d’Oro a Venezia al produttore. Ma, certo, non era “La Dolce Vita”. Il documentario di Giuseppe Pedersoli racconta appunto il calvario di Peppino Amato per arrivare alla fine di quello che oggi salutiamo come un capolavoro, ma che costò al produttore napoletano un infarto e un budget che esplose dai 400 milioni di lire previsti agli 800 milioni di lire effettivi. Pedersoli tra fuori dai cassetti del nonno le lettere che Amato scambiò con Fellini, i documenti sulla lievitazione dei costi e i mille intoppi che ci furono. Ma il film non è solo questo, perché Pedersoli, figlio del celebre Carlo Pedersoli alias Bud Spencer, che aveva sposato una delle tre figlie, Maria, di Amato, cerca anche di restituire al nonno la dignità del grande uomo di cinema che era, al di là delle battute che Ennio Flaiano e il mondo del cinema italiano avevano fatto per anni sul suo buffo modo di parlare e sugli svarioni anche molto divertenti che faceva, raccolti proprio da Flaiano col titolo “Catalogo Peppino Amato” (“Apriamo una paralisi”, “In quanto ad idee politiche io e lei siamo agli antilopi”, o un completo d’inferiorità, ecc). Abbandonato da Rizzoli proprio dopo l’esplosione del budget, non aiutato da Fellini, che ha sempre visto i produttori come il nemico, Peppino Amato si trovò solo a affrontare una situazione di disastro produttivo che solo il grande successo immediato del film salvò. Ma la grande fatica per arrivare alla fine della “Dolce Vita” in qualche modo gli fu fatale, visto che morirà di infarto nel 1964, avendo portato a termine solo altri due film.

Arianna Finos per “la Repubblica” il 6 settembre 2020. La verità su La dolce vita era nascosta in quattro scatoloni pieni di muffa e ragnatele. Migliaia di fogli, telegrammi, contratti, note, bozze, ricevute, ingiunzioni, cambiali. Soprattutto un carteggio a tre colori: l'inchiostro rosso usato da Federico Fellini, la firma in verde di Angelo Rizzoli e il sobrio carattere scuro di Giuseppe Amato, produttore caduto nell'ombra del capolavoro di sessant' anni fa. A scoprire il tesoro di memorie è stato è stato il nipote materno Giuseppe Pedersoli (figlio di Carlo, in arte Bud Spencer, la madre è Maria Amato, figlia di Giuseppe), facendone la base per il docufilm La verità su La dolce vita , fuori concorso alla Mostra di Venezia il 10 settembre e poi in sala. «Mi sono sempre chiesto perché nonno, dopo aver prodotto La dolce vita , non ne avesse cavalcato il successo e a 64 anni, poco tempo dopo le vicissitudini del film, fosse venuto a mancare», non prima di aver depositato un soggetto dal titolo La verità su La dolce vita , «forse la sua versione sul capolavoro ». Studiando quei documenti, rimettendoli a posto cronologicamente, racconta Pedersoli, «ne è scaturita una sceneggiatura naturale basata sul carteggio a tre intercorso tra l'estate del 1958 fino al 1960, con l'uscita del film: Fellini che era autore del progetto, Amato che lo aveva apprezzato quando tutti gli altri produttori lo avevano rifiutato e Angelo Rizzoli, socio storico di Amato». La storia parte con il viaggio di Amato a San Giovanni Rotondo per avere la benedizione da Padre Pio, per dipanarsi lungo l'infernale avventura produttiva. Alcuni personaggi, tra cui Amato, sono interpretati da attori, ad altri le voci sono prestate da doppiatori. E poi i video di uno strepitoso duetto Vittorio De Sica - Amato, le testimonianze di Marcello Mastroianni, Sandra Milo e Dino De Laurentiis. Per Pedersoli si tratta anche di restituire verità alla figura del nonno, che «all'epoca molti descrivevano come un guappo napoletano ignorante, basti pensare al ritratto che ne fa Carlo Lizzani in Celluloide , che ha offeso mia madre e le sue sorelle». Attore famoso del cinema muto, conquistatore di dive hollywoodiane, produttore e distributore - ha fatto arrivare lui in Italia i disneyani Cenerentola e Bambi , ha portato sullo schermo il teatro dei fratelli De Filippo, ha tenuto a battesimo il debutto alla regia Vittorio De Sica, l'unica volta che Amato ha rivelato scarso fiuto è stato in famiglia: «Nonno si lamentava perché i colleghi avevano le grandi stelle in casa - Loren e Mangano - e lui doveva pagarle. Non sapeva che suo genero, mio padre Carlo Pedersoli, pochi anni dopo sarebbe diventato un attore popolare. Mio padre ha anche lavorato per nonno nella produzione e nella gestione degli studi cinematografici dal '59 al '62. Mio padre descriveva nonno come un uomo elegante, che non si fermava davanti a nessun ostacolo e così è stato per La dolce vita ». Eppure quel film, sofferto e complicato al di là degli aspetti economici (costò il doppio del preventivato), finì per costargli la salute: «Continuò a lottare malgrado un primo infarto lo avesse colto durante i primi mesi della post produzione. Una sua collaboratrice dichiarò: "Peppino Amato è morto a causa della Dolce vita ". Ad amareggiarlo più che gli scontri con Fellini, «entrambi personalità fortissime, ma sapevano di lottare entrambi per il bene del film», fu quello che considerò un tradimento dell'amico e socio Rizzoli, «che prospettando il fallimento del film gli chiese indietro i soldi e lo mise in ginocchio. Nonno è stato dimenticato, è bello oggi poter restituire la sua impresa a chi non lo ricorda o non lo conosce».

Carlo Verdone per “la Lettura - Corriere della Sera” il 6 settembre 2020. Il miglior giudice resta e resterà sempre il tempo. Il tempo farà brillare un'opera ingiustamente declassata alla sua apparizione, il tempo condannerà senza appello un'opera troppo esaltata dalla maggior parte della critica di quel tempo. L'affidabilità del critico, dello storico del cinema (in questo caso, visto che l'argomento è La dolce vita di Fellini), è quello di afferrare al volo la novità narrativa, il coraggio di esplorare sentieri inediti proposti dal regista e, non ultimo, di liberarsi dall'«ideologia» che pone un ostacolo insormontabile nel percepire la verità, l'autenticità poetica e drammatica del tema sviluppato dall'autore.  Se c'è un film che spaccò in due il mondo della critica e la platea degli spettatori in modo nevrastenico, parossistico, questo fu La dolce vita del 1960. Per comprendere bene il terremoto che provocò mi è venuto in aiuto un libro, un grosso volume, conservato nella biblioteca di mio padre Mario dal titolo La dolce vita. Raccontato dagli Archivi Rizzoli a cura di Domenico Monetti e Giuseppe Ricci, edito dal Centro Sperimentale di Cinematografia e dalla Fondazione Federico Fellini. Sono quasi ottocento pagine in cui si raccolgono tutte le recensioni su quello che oggi definiamo un capolavoro assoluto. Iniziando a sfogliare il libro, si resta attoniti dal putiferio che scatenò quella pellicola. Questi i primi titoli che appaiono voltando le pagine: «Film confezionato con gli elementi più deteriori della pornografia», «Pattumiera cinematografica», «La sporca vita del culturame sinistro», «Povera vita, povera capitale», «Il Centro cattolico cinematografico bolla La dolce vita tra i film esclusi», «Verso il sequestro della Dolce vita ?», «Forse il Papa vedrà La dolce vita », «Lo scrittore Staino chiede il sequestro de La dolce vita », «Basta! Basta!», titola enorme «L'Osservatore Romano», «La nobiltà e la borghesia accusano Fellini», «Il Centro cattolico chiede il licenziamento in tronco del critico del "Quotidiano"». Mio padre. «Il critico del "Quotidiano" licenziato su due piedi». Fu così che papà rimase senza lavoro per aver scritto: «Le prime qualità del film sono nella fantasia sfrenata, nell'ambientazione scavata con lo stesso ardire e la stessa succulenza di uno Stroheim e di uno Sternberg nel modo sorprendente della evocazione, come una favola surreale di Hoffmann; ma tutto quel che Fellini ci mostra è rigorosamente vero, còlto in alcuni ambienti della Roma notturna...». Papà e Fellini erano già amici, si stimavano a vicenda e avevano una passione comune: la storia del circo e dei clown. Quando Federico seppe del licenziamento di papà rimase molto avvilito e gli propose di entrare come ufficio stampa in quella che doveva essere la sua prima casa di produzione: la Federiz (nata da un'alleanza con la Rizzoli). Progetto che fu chiuso dopo circa un anno. In ogni caso papà era già impiegato al Centro Sperimentale e non avrebbe potuto accettare. Ma rimase molto commosso dal gesto di Fellini, da vero amico. Sarebbe comunque ingiusto non ricordare altri critici e scrittori che invece compresero il coraggio di raccontare un mondo che esisteva e che molti non volevano vedere nelle sue fragilità, nei suoi vizi, nella depressione, nell'euforia, nell'immoralità e direi anche nella sua spiritualità. Il cardinale Siri se ne accorse e comprese la grandezza del film. Padre Taddei, sacerdote intellettuale, idem (rimosso per questo dall'incarico di capo della comunicazione e della cultura nella Compagnia di Gesù) e poi Giuseppe Marotta, Tullio Kezich, Pietro Bianchi, Sergio Frosali, Pasolini e Moravia e altri. La dolce vita , non seguendo gli schemi di una pura dottrina neorealista e marxista, volando invece nella totale libertà dell'autore (mai schierato), pagò duramente l'attacco che gli venne scatenato dai più oltranzisti. Lo storico del cinema Guido Aristarco in prima fila (al quale Fellini mandò per Natale un biglietto: «Auguri stronzetto!»). Ma, alla fine, vinse lui. Il tempo lo risarcì di ogni offesa. Il pubblico affollò le sale. Fellini si apprestava a diventare tra i più grandi registi che il cinema abbia mai avuto. Quel film aveva aperto la pagina su una nuova era. Un affresco rappresentato con assoluta verità e impressionante sensibilità.

«La dolce vita» e la distanza di pensiero tra Fellini e Flaiano. Pubblicato giovedì, 21 maggio 2020 su Corriere.it da Aldo Grasso. Steiner si rivolge a Marcello con una battuta tipica di Ennio Flaiano: «Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista». A 60 anni esatti dalla Palma d’oro, Rai Movie ha trasmesso La dolce vita per inaugurare il ciclo «Federico Fellini, realista visionario». Più passa il tempo, più si rivede il film e più la distanza tra Fellini e Flaiano prende corpo. Non tanto per lo sgradevole incidente che avrebbe rotto il sodalizio (il famoso viaggio in aereo a Los Angeles che vede Fellini seduto in prima classe con Angelo Rizzoli e Flaiano in economica), quanto perché tra i due c’era una profonda distanza culturale che, tra le pieghe, il film lascia trasparire.

Ne La solitudine del satiro, Flaiano scrive: «Sto lavorando, con Fellini e Tullio Pinelli, a rispolverare una nostra vecchia idea per un film, quella del giovane provinciale che viene a Roma a fare il giornalista… Il film avrà per titolo La dolce vita… Uno dei nostri luoghi dovrà essere forzatamente via Veneto... Il giovane provinciale è già ben piazzato, guadagna, e uno di quei giornalisti prodotti dalla civiltà della sensazione, cioè racconta gli scandali, le fesserie che fanno gli altri. Si è lasciato adottare da quella stessa società che lui disprezza». Ma quando Flaiano vede in proiezione alcune scene del film commenta: «Il gongorismo, l’amplificazione di Fellini nel ritrarre quel mondo di via Veneto fa pensare al museo delle cere, le immagini dei quaresimalisti quando descrivono la carne che si corrompe e imputridisce… Fellini quaresimalista? É un’ipotesi tentatrice». Una delle tante chiavi di lettura del film potrebbe essere proprio questa: il contrasto tra la scrittura barocca, composita, grondante metafore di Fellini e lo stile aforistico di Flaiano, tra il mondo «caricaturale» del regista e quello intellettuale dello scrittore (e del gruppo del Mondo, cui apparteneva).

"La dolce vita", 60 anni fa la Palma d'oro a Cannes. Valeria Ciangottini: "Un film e un set irripetibili". Pubblicato mercoledì, 20 maggio 2020 da Rita Celi su La Repubblica.it. L'attrice ricorda il suo esordio nel capolavoro di Fellini in cui interpreta la ragazzina che sogna di fare la dattilografa. "C'erano quattromila giovanissime che volevano quel ruolo. Appena mi ha vista, il regista ha detto subito: "è lei". Il cinema all'epoca era così". Era il 20 maggio del 1960 quando Federico Fellini vinceva la Palma d'oro a Cannes con La dolce vita, il film con Marcello Mastroianni diventato il manifesto dell'epoca, tra paparazzi e star nella Roma di via Veneto. Il finale è su una spiaggia dove il protagonista ritrova la giovane cameriera che un giorno in trattoria gli aveva confessato il suo sogno di diventare dattilografa. Il rumore del mare copre le parole della ragazzina, lui la saluta da lontano e va a raggiungere gli amici. Lei rimane a guardarlo, e su quel sorriso si chiude il film. Valeria Ciangottini aveva 14 anni quando girò quella scena, non sapeva nulla del cinema e degli strani personaggi che ci lavoravano. Per i suoi occhi di adolescente La dolce vita era un film bellissimo, un'esperienza che ricorda ancora con gioia a sessant'anni di distanza. All'epoca non sapeva che il suo volto avrebbe chiuso il film. "Quando abbiamo girato sulla spiaggia, la macchina da presa era abbastanza lontana quindi non mi sono resa conto", ricorda l'attrice. "Quando poi mi sono vista sullo schermo, mi sono impressionata a vedere il mio faccione" dice ridendo. Il ruolo di Paola, la cameriera umbra, aveva solo due sequenze e quindi ha potuto vivere al meglio il suo debutto cinematografico. "Ho girato solo due scene con Mastroianni e ho frequentato poco il set. Sapevo che c'erano stati dei problemi, però quando ho girato erano ormai gli ultimi giorni di lavorazione. Eravamo alle ultime riprese e l'atmosfera era rilassata, anche molto piacevole. Fellini era una persona stupenda, chiamava tutti con nomignoli, Marcellino, e mi chiamava Paolina, come il mio personaggio, era molto dolce". Valeria Ciangottini è stata scelta tra migliaia di ragazzine. "Era uscito una specie di messaggio sui giornali in cui si diceva che Fellini cercava una ragazzina dai 12 ai 14 anni. Poi lo disse anche in una rubrica di cinema alla Rai e intorno a me tutti mi dicevano che ero la persona giusta e che dovevo provare. Ho convinto mia madre e siamo andate. Appena mi ha vista, Fellini ha detto subito: "è lei". Poi ho fatto comunque i provini e dopo un po' sono stata scelta. C'erano quattromila ragazzine che volevano quel ruolo. Il cinema all'epoca era così". Ricorda ancora la folla alla prima proiezione a Roma e poi a Milano. "A Roma è andata abbastanza bene, i fischi erano pochi rispetto agli applausi, a Milano invece è stato un disastro, fischi, urla, insulti, una cosa vergognosa. Ero sbalordita, io lo trovavo un film bellissimo e il fatto che reagissero così male non riuscivo a capirlo. Era una reazione violenta, esagerata". Dopo La dolce vita ha continuato a studiare e ha iniziato a fare l'attrice girando molti film negli anni 60. È stata diretta da Valerio Zurlini in Cronaca familiare, incontrando di nuovo Mastroianni, e da Roger Vadim in Il vizio e la virtù. È stata anche la fidanzata del figlio di Peppone in Don Camillo monsignore... ma non troppo. "Ho un ricordo bellissimo del set di Fellini, erano tutti dolci e gentili ma non è che sia stato sempre un idillio lavorare nel cinema, però da ragazzina è andato tutto bene. Dopo Vadim ho fatto altri film di respiro internazionale, ho lavorato parecchio in Francia e in Germania, poi ho capito che dovevo fare teatro, avevo voglia di crescere artisticamente. Ho fatto una scuola di teatro e da quel momento in poi quella è stata la mia vita". È stato comunque un debutto travolgente per la giovanissima Ciangottini. "La dolce vita è stato un film folgorante a livello internazionale, c'erano proiezioni continue dalla mattina all'una di notte, sempre con la fila ai botteghini. Un esordio così, oggi sarebbe impensabile, però speriamo che capiti di nuovo alla prossima ragazzina cui faccio tutti i miei auguri, perché tutto sommato mi considero una persona fortunata. Quel film è stato un grande trampolino, fondamentale anche nelle mie scelte successive: aver fatto l'attrice per tutta la vita mi dà gioia, sono contenta per quello che ho fatto".

Prefazione di Milan Kundera a “Dizionario Intimo” di Federico Fellini (Piemme), pubblicata da “la Repubblica” il 5 novembre 2019. Il mio amore per i film di Fellini è senza limiti. Il nome di Fellini è sempre grande, ammirato, celebre, è diventato perfino un simbolo. Amarcord è stato tuttavia il suo ultimo film la cui bellezza poetica ha messo tutti d' accordo. Poi l' immaginazione di Fellini si è scatenata ancora di più e il suo sguardo si è fatto ancora più acuto: la sua poesia è diventata antilirica, il suo modernismo antimoderno. I sette film dei suoi ultimi quindici anni sono stati un ritratto implacabile del mondo in cui viviamo. Il Casanova, l'immagine di una sessualità esibita, condotta fino ai suoi limiti estremi, grottesca; Prova d' orchestra ; La città delle donne ; E la nave va, un addio all' Europa la cui nave, accompagnata da alcune arie operistiche, se ne va verso il nulla; Ginger e Fred; Intervista, grande addio al cinema, all'arte moderna, all' arte in generale; La voce della luna, addio finale. Nel corso di quegli anni, irritati dalla sua estetica molto esigente e dallo sguardo disincantato che poneva sul mondo contemporaneo, i salotti, la stampa, il pubblico e anche i produttori se ne sono allontanati; non dovendo più nulla a nessuno, Fellini allora assapora la «gioiosa irresponsabilità» lo cito «di una libertà fino a quel momento sconosciuta». Qualche giorno fa io e mia moglie Vera abbiamo rivisto Intervista . Alla fine del film ci siamo detti: «Sapeva già tutto». L' ultimo periodo dell' arte di Fellini ha rappresentato la vetta delle vette, la fusione del sogno e della realtà di cui sognavano i surrealisti. Fellini l' ha realizzata nei suoi ultimi film con una forza incomparabile, effettuando allo stesso tempo un' analisi lucidissima del mondo contemporaneo. I film di Fellini dell' ultimo periodo rappresentano l'apice dell' arte moderna, l' immagine più rivelatrice che conosco del nostro mondo così com'è. Negli ultimi decenni, dopo Picasso, dopo Stravinskij, dove possiamo trovare un' opera più bella, di un' immaginazione più potente? Dove possiamo trovare un'opera più importante in grado di interrogare, domanda dopo domanda, tutto il destino europeo, le viscere stesse di questo destino? Quando ho saputo che Fellini aveva deciso di girare America di Kafka, ho avuto la strana impressione di una sorpresa che non era tale: la cosa mi è parsa tanto inattesa quanto logica e necessaria. Infatti, solo Fellini poteva, grazie alla sua interpretazione, svelare in modo brutale l'essenza (sempre trascurata, elusa, non compresa) della grande rivoluzione estetica di Kafka: la liberazione radicale dell' immaginazione che, con la facilità del sogno, trasgredisce tutte le regole della verosimiglianza. L' arte moderna, per me, è la storia di questa immaginazione, che Fellini ha condotto verso cime inaccessibili (e forse verso il suo compimento, il suo compimento orgiastico).

Maurizio Porro per il “Corriere della Sera” il 13 dicembre 2019. Oltre a essere un regista che ha rivoluzionato il modo di far cinema, che è diventato un aggettivo e un sinonimo di qualità italiana nel mondo, oltre a essere l' artista di 8½ , film che ha portato al massimo livello espressivo i mezzi artistici del cinema, come Joyce e Proust che fingeva di non aver letto, oltre a essere colui che divise l' Italia in due a parlare della Dolce vita (non si può credere cosa fu l' uscita di quel film), Federico Fellini era anche un uomo di grande spirito, di umorismo raffinato e profonda gentilezza, il meno vanitoso che abbia calcato Cinecittà e dintorni, il genio che più amava nascondersi. Forse consapevole, ma lo teneva per sé. Ma 8½ è un film che non riesce a fare, come Proust nella Recher che arriva all' ultima pagina per dirsi pronto. Casi junghiani di sincronicità. Sono invitato ad andare sul personale e confesserò quindi che col Fellini che ho conosciuto io, per caso un pomeriggio molestandolo al teatro Nuovo per un' intervista laggiù nel '72 o giù di lì, finendo per accompagnarlo a un appuntamento stipandolo nella mia non linda 500, era arduo parlare dei suoi film. Sorrideva, scantonava, assentiva, ma era anestetizzato di fronte a qualunque elogio. Io lo tormentavo su come 8½ potesse cambiare la vita e il mio modo di vedere il cinema, ripetendo un rosario di complimenti che sapeva a memoria, ma a lui piaceva parlar d' altro. Parlava come nessuno, l' accostamento e la scelta dei vocaboli erano personali e originali, faceva dell' impressionismo col linguaggio, disegnava con parole e aveva ragione Orson Welles che nella Ricotta dice: «Egli danza». Gli piaceva andare a zonzo in auto senza meta, gustare il famoso risotto giallo, assaggiare piatti, sguardi, stare al riparo dalla popolarità usa e getta, sentirsi a casa. Era curioso di tutto, venne una sera nello stupore di una platea rockettara a vedere Rocky horror picture show , nel defunto cine teatro Cristallo, e sembrava un musical sulle sue misure immaginifiche. E raccontava di Rol e dei suoi prodigi di sdoppiamento, sempre con humour e quando era con la Masina parevano proprio la coppia italiana medio borghese, quanto di più lontano in realtà fossero. Naturalmente amava, quando nascevano per caso, chiacchierando, i ricordi e ne aveva pronti all' uso alcuni magnifici, sulla sua prima esperienza all' opera, col timpano offeso da un acuto, mentre stava in braccio a papà (magari era meno grave, ma lui era spettacolo) e di ritorno dal Giappone era sconvolto perché «in un dischetto non ci crederai ci sono tutti i miei film». Lo portai una sera, lui e Mastroianni, a sfogliare vecchi programmi di teatro, trovando non a caso quelli di Zio Vanja e del Commesso viaggiatore , spettacoli di Visconti interpretati dal suo, nostro, attore preferito. Fu un irresistibile inseguimento di memorie e aneddoti che restituivano il sapore dello spettacolo nel suo farsi e tramandarsi, il quotidiano del corpo del mestiere, qualcosa che andava oltre qualunque professorale giudizio di merito che sta dall' altra parte della barricata. Ridevano come bambini. Fellini era sempre il primo a fare gli auguri a Natale, anche in orario da insonne cronico come quando telefonava per raccomandare un libro che magari aveva letto durante la notte (ricordo la Tamaro) e mi pento di non aver conservato un suo affettuoso messaggio dall' ospedale: cancellai il nastro per portargli fortuna, ma dovevo capire che era quasi un salutino in finale di partita. Ripensando ai film, credo che Fellini sia stato davvero un profeta, nel senso biblico del termine. Nella Dolce vita aveva intuito senza sentenze tutto il peggio che sarebbe arrivato, dalla moda dei paparazzi (una delle tante parole finite nei dizionari) quindi della vita rubata, fotografata e virtuale, alla teocrazia dell' immagine televisiva alla crisi dell' intellettuale, allo strapotere della cronaca, a quello del sesso. Ma soprattutto in quasi tutti i suoi film c' era la richiesta gentile di fare un po' di silenzio. È l' ultima battuta della Voce della luna ma già prima ci aveva avvertito, inascoltato. Era profetico il suo sguardo sul mondo, quando aveva anticipato la guerra balcanica nella Nave va , le moto selvagge in corsa alla fine di Roma , l' amore con la ballerina meccanica robot in Casanova , nel Bidone i trafficoni diventati di moda; quando scopriva facce sconosciute (Nico, la musa di Warhol nella Dolce vita , dove c' era anche Celentano, Pina Bausch nella Nave ) e quando chiedeva appunto di ascoltare solo il rumore dentro, quello che lui riusciva a esprimere nelle immagini di un suo rumoroso e inimitabile teatrino.

Federico Fellini, 100 anni fa la nascita: oggi è un genio del nostro tempo, ma all’epoca gli diedero del «grossolano»...Pubblicato sabato, 18 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Beltramin e Maurizio Porro. Un’intervista inedita a Tullio Kezich, grande critico del “Corriere”: “Per anni fu osteggiato dai marxisti, poi dalla destra e dai cattolici”. Tra le poche voci fuori dal coro, Montanelli. «Questa non l’ho mai raccontata a nessuno», mi scrisse a un certo punto, «ma è una storia proprio divertente...». I fogli con le risposte battute a macchina mi arrivarono dentro una busta. Era il 2002 e Tullio Kezich, il grande critico cinematografico del Corriere che sarebbe scomparso nel 2009, aveva accettato di farsi intervistare da me, giovane studente dell’Università di Padova impegnato in una tesi in Storia del cinema. A quasi dieci anni dalla morte di Federico Fellini, di cui era stato amico e biografo, Kezich tornò con la memoria agli inizi della carriera del regista. Anni complicati. Perché è facile dire adesso che è stato un gigante del cinema mondiale, forse il più grande di tutti. Allora le cose andarono diversamente. I guai cominciarono già con la prima opera tutta sua, Lo sceicco bianco. «Un film talmente scadente per grossolanità di gusto, deficienze narrative, convenzionalità di costruzione, da rendere legittimo il dubbio se tale prova di Fellini regista debba considerarsi senza appello» (Nino Ghelli, Bianco e nero, settembre-ottobre 1952). Ma il vero disastro fu La strada: l’autore «non si è reso conto nell’involucro della sua decantata solitudine, di aver portato, con questo suo film, l’attacco più a fondo, dall’interno, al realismo cinematografico italiano. E per realismo intendiamo umanità, solidarietà, affetto e interesse per la vita, senso di responsabilità nel contribuire, con l’arte, alla comprensione dei nostri simili» (Ugo Casiraghi, l’Unità, 8 settembre 1954). Meno male che con La strada Fellini avrebbe vinto il primo dei suoi cinque Oscar. Poi arrivò nelle sale Il bidone. «L’assurdità della trama, la narrativa sghemba e slegata, la volgarità dei fatti rappresentati si sommano in un’opera totalmente mancata. Che è tra le più sgradevoli e infelici di tutta la storia della cinematografia» (così Umberto Barbaro, sommo critico di vocazione marxista e tra i fondatori del Centro Sperimentale di Cinematografia, su «Vie Nuove», settembre 1955). Quindi uscì nelle sale Le notti di Cabiria. «Siamo di fronte a caricature di personaggi, caricature di emozioni, simulazioni di poesia» (Corrado Terzi, «l’Avanti!», 12 maggio 1957). Ma a Hollywood è un altro Oscar. La prima della Dolce vita, il 5 febbraio 1960 al Capitol di Milano, finì sui giornali nelle pagine di cronaca. «Un tale mi ha sputato sul collo — raccontò l’indomani Fellini al Giorno — e quando mi sono voltato mi ha gridato in faccia: “Si vergogni! Si vergogni!”». Palma d’oro a Cannes, La dolce vita diventa anche il maggiore successo di pubblico nella storia del cinema italiano. Ma questo è l’editoriale del Secolo d’Italia del 7 febbraio: «Che cos’è dunque questa Dolce vita? Sarebbe facile dire, e dicendo il vero, che è una menzogna e un insulto e, per usare il linguaggio del film stesso, una “schifezza”. Ma questo film merita più paziente attenzione. Perché è un film importante, come è importante un attentato alla nazione, alla società, alla morale». «Basta!», è il titolo dell’editoriale dell’Osservatore Romano l’8 febbraio, primo di una serie di articoli (tutti non firmati) contro il film, scritti secondo alcuni dal direttore, conte Giuseppe Della Torre, e per altri da un collaboratore illustre, Oscar Luigi Scalfaro. Tullio Kezich nel 1960 aveva 32 anni ed era già una firma di peso nel dibattito culturale, oltre che sceneggiatore e commediografo. Durante le riprese della Dolce vita era stato accanto a Fellini praticamente ogni giorno. «Vista la fama di disimpegno che circondava Federico — rifletteva 42 anni dopo —, La strada fu bollato sull’Unità e dintorni come film spiritualista criptocattolico. Del resto anche Miracolo a Milano di De Sica, avversatissimo a destra, fu accolto con sospetto da una certa sinistra in quanto pareva che le favole non dovessero avere diritto di cittadinanza nel mondo reale; e che ai sottoproletari si dovesse opporre la figura dell’“operaio cosciente”. I marxisti non capirono che l’opera di Fellini, anche sotto il profilo dei modi di produzione, era filiazione diretta del neorealismo rosselliniano, la loro fu vera ottusità critica. L’opposizione clerico-fascista a La dolce vita ebbe in un altro momento motivazioni più serie: gli scribi della destra sentirono che quel film rifletteva il cambiamento della società che avrebbe visto la fine del potere reazionario e ridicolizzato le smanie di bigotti e nostalgici». Non tutti per fortuna seguivano la corrente. Montanelli dopo aver visto La dolce vita scrisse: «Non siamo più nel cinematografo, qui. Siamo nel grande affresco. Fellini secondo me non vi tocca vette meno alte di quelle che Goya toccò in pittura, come potenza di requisitoria contro la sua e la nostra società». Giudizi indigesti per i critici militanti dell’epoca. «Chi ballava da solo, ispirandosi a esperienze e scelte personali, in quegli anni era guardato con sospetto — ricordava Kezich nell’intervista — : bastava non essere onnipresenti nella campagna delle proteste e delle firme, o non concedersi facilmente alle frequenti mobilitazioni della sinistra o della destra, per venire iscritti d’ufficio nel partito opposto. In ogni epoca il lavoro culturale rischia di impigliarsi nei luoghi comuni: è compito degli artisti veri quello di ignorare o rovesciare i canoni correnti». E la rivalità con Visconti, quanto si detestavano davvero? «Ai tempi la guerra fra Fellini e Visconti fu una cosa seria, con cazzottature e interventi della polizia. Fu uno sfogo di antipatia provvisoria e un gran divertimento per i gazzettieri che ci intingevano il pane. Certo, le poetiche di Federico e Luchino erano agli antipodi, tant’è vero che anche dopo la riconciliazione (sulle prime forse poco convinta, poi caratterizzata da improvvisa stima e affetto reciproco) ognuno restò della sua opinione. Visconti criticava i film di Fellini e Fellini evitava di vedere i film di Visconti; e anche quelli di quasi tutti gli altri colleghi, a eccezione (ma non sempre) di Kurosawa e Bergman». Nel libro «La dolce vita con Federico Fellini», Kezich descrive le riprese della scena della conferenza stampa di Anita Ekberg, girata improvvisando, con veri giornalisti a interpretare se stessi e il regista a inventare domande surreali: «È vero che lei fa il bagno nuda nel ghiaccio?», «Le piacciono gli uomini con la barba?». In realtà le domande le scrisse Kezich. «Sì, non l’avevo mai fatto ma è arrivato il momento di confessare: ero su un praticabile sovrastante il salone dell’albergo ricostruito a Cinecittà, e su richiesta di Fellini improvvisavo le domande annotandole su foglietti che buttavo dall’alto. Divertito come tutte le volte che il lavoro diventava un gioco, Federico leggeva ad alta voce i messaggi e sceglieva quelli che gli piacevano. A un certo punto suggerii di far chiedere a un finto giornalista: “Per Cinema Nuovo: il neorealismo italiano è vivo o morto?”. Federico chiese ad Anita di restare perplessa, consultarsi smarrita con l’interprete, e dopo l’imbeccata (“Say: alive!”) rispondere intensamente: “Oh... alive!”».

Marco Giusti per Dagospia il 25 gennaio 2020. Mai sentito parlare di un film intitolato I cavalieri del deserto? Aveva anche altri titoli, Gli ultimi tuareg, I predoni del Sahara, i predoni del deserto… Girato in piena guerra, nell’autunno del 1942 da non si sa bene chi tra un gruppo di non registi come Osvaldo Valenti, doveva essere la sua opera prima, e il montatore Gino Talamo. Ma, forse, si dice, pare, anche da un giovanissimo Federico Fellini, che firma il film come sceneggiatore assieme al prestigioso  “Tito Silvio Mursino”, anagramma guarda un po’ di Vittorio Mussolini, cioè il figlio del Duce, che del film è anche produttore come direttore dell’A.C.I., società specializzata soprattutto in film di propaganda militare, come è direttore, da pochissimo, del Centro fotocinematografico della Real Aeronautica, che fornirà supporto aereo per riprese e spostamenti. Fellini lavora, tra il 42 e il 43, proprio all’ufficio soggetti dell’A.C.I. di Vittorio Mussolini. E’ lì che conosce per la prima volta Roberto Rossellini, già co-sceneggiatore di Luciano Serra Pilota di Goffredo Alessandrini, del 1938, e regista, proprio nel 1942, di Un pilota ritorna, prodotto dall’A.C.I., sceneggiato da Michelangelo Antonioni e Massimo Mida da un soggetto di Tito Silvio Mursino alias Vittorio Mussolini. In pratica tutto il grande cinema italiano del dopoguerra lavorava per Vittorio Mussolini su film di propaganda militare. Siamo in guerra, e, dopo anni di telefoni bianchi e di commedie più o meno riuscite, sono lo stesso Mussolini padre assieme al ministro della cultura Alessandro Pavolini, a chiedere film di propaganda, anzi “tutto un cinema di guerra o per meglio dire in guerra. In guerra cioè con gli ebrei di Hollywood, con l’asservimento pellicolare per cui maniere di vita a noi estranee si imponevano a casa nostra attraverso gli schermi” (“Corriere della Sera, 13 febbraio 1942). Ecco così che il cinema italiano, attraverso soprattutto l’A.C.I. e la figura di Vittorio Mussolini, si scatena con storie di piloti e marinai coraggiosi o con film anticomunisti o antiamericani. Cosa che non aveva fatto prima. Già alla Mostra di Venezia nell’agosto del 1942, troviamo parecchi film di propaganda, da Noi vivi di Goffredo Alessandrini a Bengasi di Augusto Genina, lanciato come “grande affresco propagandistico” e vincitore della Coppa Mussolini, ma ci sono anche I tre aquilotti di Mario Mattoli con un giovane Alberto Sordi, dedicato ai cadetti dell’aeronautica, sempre su soggetto di Tito Silvio Mursino alias Vittorio Mussolini che è anche produttore con l’A.C.I. Lo stesso Vittorio è il supervisore anche di Gente dell’aria diretto da Esodo Pratelli, prodotto dalla Cines e ideato prima da Mussolini padre in persona, poi, caduto il figlio pilota Bruno (7 agosto 1941), attribuito come ideazione e sceneggiatura proprio a lui. Insomma. All’interno dell’A.C.I., tra tanti progetti e film di propaganda militare di un gruppo di grandi futuri cineasti, ma un po’ imboscati in questo ufficio soggetti in Via Francesco Crispi a Roma, nel 1942 parte anche questo strampalato progetto tratto da un romanzo di Emilio Salgari e sceneggiato dal giovane Federico Fellini e da Tito Silvio Mursino alias Vittorio Mussolini. Sul listino dell’A.C.I., 1 luglio 1942, il titolo è I predoni del Sahara, la regia è di Roberto Rossellini, che se la scampa andando a girare altro, i protagonisti sono Adriana Benetti e Folco Lulli. Ma giò al 4 luglio 1942, con lo stesso titolo, la regia passa a Paolo Moffa, un modesto tuttofare che seguiterà a fare film avventurosi anche nel dopoguerra e, infine, ma siamo già al 25 settembre del 42, allo stesso protagonista Osvaldo Valenti, che è già in Libia assieme alla sua compagna e coprotagonista Luisa Ferida, a attori come Guido Celano, Luigi Pavese, Piero Lulli e al pugile Erminio Spalla. Ma ci sono anche il direttore di produzione Luigi Giacosi, responsabile anche dei precednti film di guerra dell’A.C.I. Notizia subito smentita sul “Corriere” del 26 settembre dove il film viene attribuito al montatore Gino Talamo. Nell’ottobre ’42 diventa Gli ultimi Tuareg e il 25 novembre, leggiamo sulla rivista “Cinema”, che col titolo I cavalieri del deserto (Gli ultimi tuareg), dopo un mese di riprese in Libia, il film ha spostato il suo set in italia per proseguire le riprese degli interni nello stabilimento dell’A.C.I. della Farnesina a Roma. Sarà vero? Mah…Guido Celano, uno dei pochi a sapere la storia, che nel film faceva il capo dei Tuareg, padre della Ferida, racconta in “Cinecittà Anni Trenta”, al critico Francesco Savio, figlio di Corrado Pavolini, parte della storia in altro modo. Intanto Valenti non era in grado di fare la regia, che era passato di mano in mano fino al montatore del film, Gino Talamo. “Poi Talamo si ammalò, anzi ebbe un incidente automobilistico… e allora tra me e Valenti cercavamo di fargli fare la regia a Fellini”. Fellini, pensiamo con quanta voglia, parte per Tripoli pronto a diventare regista e salvare il film. Perché lo fa? Ce lo ricorda Tullio Kezich nella sua biografia di Fellini: “solo per ottenere l’ennesima proroga dal richiamo alle armi: dovendo ormai raggiungere il reparto sul fronte greco, sceglie l’alea non meno inquietante di un volo in Africa con un aereo della LAI in partenza dall’aeroporto Salario”. Così scende a Tripoli accolta da Luigi Giacosi come un salvatore. Ma Tripoli è bombardata giorno e notte. “La troupe”, scrive Kezich grazie ai ricordi di Fellini”, dovrebbe girare nel deserto a una ventina di chilometri, ma passa la maggior parte del tempo nei rifugi sotterranei del Grand Hotel. La Ferida incinta è in preda a crisi isteriche, Valenti si consola con la cocaina e Celano si esercita a fare l’irlo dello sciacallo. I registi sono diventati tre: l’ex montatore Gino Talamo, un certo Barboni e l’organizzatore generale Franco Riganti che non ha perso la speranza di salvare il film”. Fellini comunque qualcosa gira, almeno nei ricordi di Celano. “Venne a girare le prime scene… Facemmo questa roba di fantasia con i cavalli, con gli arabi, con me”. Ma, a parte bombe e cannoni che si fanno sentire tutti i giorni, manca la pellicola, infuria il ghibli, gli inglesi sono “a venti centimetri”, come ricordava Fellini, e  Giacosi, non reggendo più la situazione, va dal generale Bastico, al comando di Tripoli che gli dice che devono andar via perché sono sbarcati gli Americani a Bona. Si prepara la fuga. Rapidamente. Ma nell’ultimo aereo per Roma da Tripoli, che cadrà nel gennaio ’43, ci sono solo 26 posti. Non bastavano per tutti. Fellini, Celano, Giacosi e un ispettore di produzione si rifiutano di partecipare a un sorteggio su chi si doveva salvare e restano a terra. Prenderanno un aereo militare tedesco. Ma fu un viaggio disastroso. Ricorda Celano: “gli Spitfires mitragliavano e noi dovevamo volare a fior d’acqua”. Sul momento Fellini “si rammarica solo di aver abbandonato in Africa un carico di ciabatte di pelle, braccialetti e tappeti comperato per rivenderlo a Roma”. I quattro vengono sbarcati dai tedeschi a Castelvetrano, in Sicilia, e lì parte una nuova avventura, perché il viaggio dura un’enormità e si svolge in un’Italia in piena guerra dove è quasi impossibile muoversi. Solo da Reggio Calabria a Roma ci vogliono dieci giorni di viaggio. Un po’ di questa non così eroica avventura la racconterà lo stesso Fellini il 14 novembre del 1942 sulle pagine del “Marc’Aurelio” in un articolo intitolato “Il primo volo”, che inizia più o meno così: «….Volavo, ero in cielo, e le case, le strade, gli amici, la macchina da scrivere, il giornale, voi tutti restavate piccini e dimenticati su questa cosa rotonda che si chiama terra».. Curiosamente, e non posso che dare ragione a Tullio Kezich, tutta la situazione del film continuamente interrotto e l’aereo dove è possibile morire da un momento all’altro, sembrano quasi la fonte dell’ispirazione per il grande progetto mai realizzato di Fellini, Il viaggio di G. Mastorna. Di tutto il cast, solo Guido Celano era rimasto a raccontare la storia. Osvaldo Valenti e Luisa Ferida moriranno fucilati a Milano dai partigiani il 30 aprile del 1945. Gino Talamo diresse altri tre film, ma in Brasile, per poi tornare il Italia nel 1959. Il direttore della fotografia, Angelo Jannarelli figura nel 1945 tra gli operatori di Giorni di gloria, il documentario sulla Liberazione girato da Giuseppe De Santis, Luchino Visconti, Mario Serandrei e Marcello Pagliero. Fellini, tra il 1942 3 il 1943, ha occasione di lavorare come sceneggiatore a una serie di film che verranno più o meno interrotti e malamente ripresi. Quanto a I cavalieri del deserto non se ne è saputo più niente. Nessuno lo ha visto perché, come pensa Tatti Sanguineti, non si è mai finito. Probabilmente nel viaggio, assieme alle ciabatte di pelle di Federico sono state scordate anche le pizze di pellicola del girato a Tripoli e dintorni. 

Andrea De Carlo per lastampa.it il 6 novembre 2020. È interamente dedicato a Federico Fellini, nel centenario della nascita, il numero di novembre di Linus, in uscita lunedì prossimo. Nella rivista - oltre a disegni, fumetti e testi inediti del regista (tra cui un progetto sull’Inferno dantesco, reinterpretazione in chiave comica delle proposte che gli arrivavano di continuo da parte dei produttori americani per convincerlo a trasformare la Divina Commedia in un kolossal hollywoodiano), un contributo di Andrea De Carlo, che nel 1983, poco più che trentenne, gli fece da assistente per il film del 1983 E la nave va. Ne anticipiamo un ampio stralcio. La preparazione di E la nave va si era rivelata un processo lunghissimo, perché mettere insieme un film di Fellini era estremamente complicato, oltre che costoso da far paura. La sua scarna sceneggiatura iniziale di poche decine di pagine si arricchiva giorno dopo giorno di annotazioni, appunti, schizzi a matita e a pennarello, disegni più elaborati, fotografie che si allineavano su un tabellone di sughero appeso a una parete del suo ufficio al primo piano del Teatro Cinque, il più grande di Cinecittà, dove lui aveva girato gran parte dei suoi film. [...] Per identificare gli attori del suo film Fellini si basava su sogni, disegni, chiacchierate con collaboratori e amici, convocazioni, segnalazioni di agenzie, consultazioni con maghi, viaggi di ricerca. Lo stesso processo discontinuo ma inarrestabile valeva per le scenografie, i costumi, le musiche. I costi dell’impresa salivano di giorno in giorno con il mutare delle sue idee, i produttori alternavano distacco a fatalismo a pessimismo nero. Le giornate della preparazione si dilatavano tra discussioni convulse, liti, distrazioni, perplessità, telefonate interrotte da escursioni in carovane di macchine verso un ristorante dei Castelli Romani, dove la nostra corte felliniana consumava pasti interminabili. A un certo punto avevo calcolato con sgomento che tra pranzo e cena passavamo ogni giorno dalle cinque alle sei ore seduti a tavola; d’altra parte la tavola era uno dei luoghi in cui Fellini si dedicava più volentieri all’arte del racconto, rielaborando vecchie storie e creandone di nuove, mescolando verità, immaginazione e bugie con stupefacente, inarrestabile capacità affabulatoria. Ho continuato a fargli da assistente e testimone per mesi e mesi, mentre la sua idea di cosa dovesse essere E la nave va continuava a evolversi e le costruzioni andavano avanti. Il set principale consisteva nel ponte di una nave a grandezza naturale montato su quattro giganteschi pistoni idraulici costruiti in Svezia, che lo facevano rollare e beccheggiare come il ponte di una nave vera. I produttori avevano tentato in tutti i modi di convincere Fellini che sarebbe stato infinitamente più semplice muovere la macchina da presa invece dell’intera scena, ma lui era irremovibile, continuava a ripetere che solo un ponte rollante e beccheggiante avrebbe dato agli attori la sensazione di essere su una nave. Il che era paradossale, considerando quanto poco gli importava delle sensazioni degli attori, e quanto poco realistica fosse la rappresentazione della crociera funebre che aveva in mente, con un cielo finto e un mare di plastiche azzurre smosse dagli attrezzisti per simulare le onde. In realtà lo divertiva avere a disposizione un giocattolo gigantesco, che forse avrebbe potuto suggerirgli idee interessanti e inaspettate. L’ispirazione dell’ultimo minuto e l’improvvisazione erano fondamentali nel suo modo di fare film: utilizzava attori, comparse, scenografie, luci come un pittore che afferra pennelli e colori a seconda dell’estro del momento. Mi ricordo il suo sguardo trionfante e beffardo quando l’ho visto per la prima volta lassù in alto, appoggiato al parapetto del ponte della finta nave raggiungibile solo con una lunga scala retrattile su cui dovevano avventurarsi ogni volta tecnici, attori e comparse. Non ho idea di come fosse stato possibile assicurare un set così assurdamente pericoloso, ma quando si trattava di Fellini c’era sempre la possibilità di un’eccezione alle regole. Il cast non avrebbe potuto essere più eterogeneo, una miscela di tipi strani e mezzi matti che si presentavano a ogni convocazione, gente presa dalla strada, professionisti collaudati, attori di nome trovati attraverso le più importanti agenzie europee. I raffinati interpreti inglesi del teatro di Shakespeare oscillavano tra sgomento e incredulità quando si rendevano conto di non avere quasi battute da imparare a memoria, e di dover recitare insieme a personaggi scelti unicamente in base al loro aspetto, a cui Fellini faceva pronunciare numeri perché muovessero le labbra. Del resto per lui gli attori erano soprattutto facce e corpi, maschere da usare nella sua commedia: la loro abilità era quasi irrilevante, tutti sarebbero stati doppiati a montaggio finito. Bastava che riuscissero a replicare i gesti e le espressioni che lui mimava durante le riprese, mentre gridava «Guarda in su, guarda in là, in là! Gira quella capoccia, sorridi, sorridi!». Una volta mi aveva fatto vedere un disegno in cui si era ritratto come un gigantesco burattinaio che teneva appesi ai fili sua moglie Giulietta e Marcello Mastroianni. Ogni cambio di scena richiedeva laboriosi, lentissimi spostamenti dei riflettori da migliaia di watt attaccati alle impalcature. Attori e comparse scivolavano nel vuoto di attese interminabili, vestiti e truccati in modo da non essere più sé stessi, e restavano in quello stato di sospensione fino al momento in cui Fellini li avrebbe richiamati in vita, mentre meccanici ed elettricisti si indaffaravano e il direttore della fotografia inseguiva la luce giusta. A seconda dei giorni e dei momenti il set era un circo, un teatro dell’arte, un sogno guidato, un incubo, un luogo di psicodrammi, un contenitore di rivelazioni miracolose. Al centro c’era sempre lui, con il suo cappello, la sua sciarpa, il suo grande cappotto e il megafono in mano, come un domatore che tiene a bada i leoni con la frusta, come un Nerone che suona la lira mentre Roma brucia, come un compagno di viaggio illimitatamente comprensivo, come un dio greco che passa con naturalezza assoluta dalla benevolenza alla crudeltà, stupito lui stesso del suo potere sugli altri e dell’attenzione che suscitano le sue azioni, assorto in quello che fa e distaccato, tremendamente serio e sempre pronto a una battuta smitizzante, pronunciata a bruciapelo con il più straordinario senso del tempo. 

«Amarcord Fellini», un alfabeto visionario. In viaggio nell’universo di Federico Fellini con il libro di Iarussi: ne pubblichiamo la premessa per gentile concessione dell’Editore. Oscar Iarussi il 18 Gennaio 2020. È nelle librerie per i tipi del Mulino, «Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico» del giornalista e critico cinematografico della «Gazzetta». «Il visionario è l’unico vero realista». È un magnifico paradosso di Federico Fellini, come la sua esistenza affollata di incontri e ricca di onori, eppure segnata dalla solitudine di una perenne ricerca: nello specchio dell’infanzia e nei labirinti del desiderio, non meno che nella realtà quotidiana di un’Italia in radicale trasformazione che egli fu tra i pochi a saper cogliere e raccontare in divenire. Un’opera, la sua, spesso incompresa o avversata, puntualmente equivocata sotto il segno della presunta nostalgia goliardica, laddove invece illumina il presente o addirittura capta il futuro. Un’opera, infine, prepensionata dal mercato cinematografico, non più interessato a produrla. Fellini nasce a Rimini il 20 gennaio 1920 e muore a Roma all’età di 73 anni, il 31 ottobre 1993. Era il giorno dopo il cinquantesimo anniversario delle nozze con Giulietta Masina, che sarebbe mancata solo pochi mesi più tardi, il 23 marzo 1994.

«Dolce come Verlaine, come Beatrice

e maledetto come James Dean

casto della purezza di Euridice

intelligente come Rin Tin Tin.

M’han detto che era morto, ebbi uno shocche

come se fosser morte le albicocche».

Fellini come le albicocche: frutto della terra, dono della natura, delizia dei sensi. È la chiosa del poetico commiato di Roberto Benigni, cui Federico il Grande consegna una sorta di lascito testamentario chiamandolo a interpretare, nel 1990, il personaggio di Ivo Salvini in La voce della luna: «Eppure credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire...». Un invito a tacere tanto profetico quanto disatteso, considerando il caos e la mancanza di pudore che oggi imperano. L’autore italiano più amato nel mondo, vincitore nel corso del tempo di cinque premi Oscar, è stato un raffinato antropologo del Novecento nel suo farsi e disfarsi. Egli colse la prevalenza dell’abnorme, del beffardo, del bizzarro, di un onirismo/onanismo di massa che discende dal «virus dannunziano» diagnosticato da Alberto Savinio o dal fascismo come eterna adolescenza (vedi Amarcord), una tentazione con ogni evidenza mai sopita. Tale primato del grottesco scandisce il progressivo – meglio, regressivo – declino di una società invecchiata e impecorita, rassegnata e stanca, forse paga del ricordo o della pallida imitazione, spesso parodistica, della sua fioritura leggendaria nelle stagioni del boom anni Sessanta, ovvero della Dolce vita. D’altronde, Fellini per il suo Casanova (1976) sceglie quale protagonista il canadese Donald Sutherland – «un candelone spermatico», lo definisce –, scatenando discussioni a non finire sulla presunta lesa maestà del Grande Seduttore veneziano. Si radicalizza allora la vena funerea di Fellini, più palpabile in Prova d’orchestra (1979), concepito all’indomani dell’omicidio dello statista democristiano Aldo Moro per mano delle Brigate rosse, in cui il Nostro e il compositore Nino Rota tessono l’apologo dell’innocenza perduta di un paese che non riesce più ad accordare i suoni e i toni. È la prima elegia di un «lungo addio» visionario: E la nave va, Ginger e Fred e La voce della luna. Fellini aveva indovinato tutto dell’Italia entrata nel terzo millennio, come se fosse il terzo secolo avanti Cristo: all’insegna del fescennino in salsa «bunga bunga» (il Fellini Satyricon tratto da Petronio è del 1969). Un gigantesco passatempo da Bar Sport on line «per legioni di imbecilli» – disse Umberto Eco – scandisce questa deriva, che Silvio Berlusconi ha interpretato per primo con l’irruenza mercantile e la libido senile che sappiamo. Poi, sono arrivati i giovanotti. Fellini confidava sardonico e rassegnato: «Mio babbo voleva che facessi l’avvocato e mia mamma sperava che facessi il dottore, ma io ho fatto l’aggettivo: il felliniano». Eppure, Federico non fu mai felliniano, a dispetto del talento da neologista: vitellone e paparazzo, dolce vita e amarcord. Anzi, Fellini tentò di sottrarsi allo stereotipo di situazioni e personaggi caricaturali, eccessivi o carnascialeschi. Caso mai satireggiava le macchiette erotomani e le signore prosperose da Anita Ekberg alla Saraghina, dalla Tabaccaia alla Gradisca, sebbene con la tenera complicità che, per altri versi, riservava alla Masina. Fanno testo le quattro lettere inedite di Federico alla moglie del 1992, pubblicate nel 2018 da «Famiglia Cristiana»: «Giuliettina mia adorata, sei sempre una ragazzetta in gambissima e insieme con il tuo vecchierello faremo ancora qualche pastrocchio. Con te vicino sono ancora capace di fare capriole. Coraggio». Senza le struggenti invettive di Pasolini contro la modernità e senza alcun moralismo, il Riminese è un lungimirante testimone sul campo delle metamorfosi sociali. Intervistato dall’amico Georges Simenon, Fellini confessa: «In fin dei conti lei e io abbiamo sempre raccontato delle sconfitte. Ma voglio, devo riuscire a dirle... Credo che l’arte sia questo, la possibilità di trasformare la sconfitta in vittoria, la tristezza in felicità. L’arte è un miracolo...». Nella nostra realtà mosaicata, eterogenea, contraddittoria, vige la disperata ricerca di un insieme, di una speranza, di un appiglio contro la solitudine, sì, forse di «un miracolo». Metaforicamente, siamo tuttora sull’ultima spiaggia nel finale di La dolce vita con Mastroianni. Al cospetto del mostro marino arenato, Marcello non riesce a cogliere le parole della ragazzina nel vento e le risponde con un sorriso impotente. Oggi come minimo sarebbe oggetto di una serie di tweet sarcastici con l’hashtag #machestaiadì? Abbiamo cercato le parole per dire di Fellini e di noi rispetto al suo cinema. Una parola-chiave per ogni lettera dell’alfabeto, o quasi, dalla A di Amarcord alla Z di Zampanò. Un «alfabeto di Federico» che non ha pretese di completezza, né mai potrebbe, considerando oltretutto che la vastissima bibliografia felliniana è continuamente alimentata da studiosi di ogni dove. Meno vividi, purtroppo, sono i suoi film agli occhi del pubblico più giovane, ma confidiamo che le iniziative nel centenario della nascita ne favoriscano la conoscenza. Anzi, per cominciare, provate a trovare su YouTube alcune delle scene qui citate e vedrete se non vi assale la voglia di recuperare l’intero film, perché un’opera d’arte è tale solo nella sua integrità (e in certe condizioni di visione, ma questo è un altro discorso). Per ogni voce del nostro dizionarietto portatile abbiamo fatto scelte soggettive, quindi opinabili, guidati dalle suggestioni, dalle emozioni o dai ricordi personali. Un esempio? La lettera K è stata «in ballo» tra Kafka, perché Fellini lo amò e coltivò l’idea di realizzare una trasposizione del suo romanzo incompiuto America (secondo il semiologo Paolo Fabbri in realtà l’ha realizzata, eccome, in Intervista), e Kubrick o Kurosawa, colleghi di pari rango con i quali echeggia talvolta un dialogo a distanza. Ma al dunque la K è di Kezich, critico cinematografico, biografo e amico di Federico, i cui «diari» contribuiscono a guidare lo spettatore nel labirinto... kafkiano delle sue immagini. Ricordiamo però, con Fellini, che il filo di Arianna non è mai uno solo, come nella vita quotidiana del nostro tempo così incerto. Anche nel corpo delle singole lettere dell’alfabeto abbiamo seguito percorsi non canonici, assecondando ora l’affresco dell’ambiente culturale o lo stralcio storico-sociale; ora l’analisi di una sequenza felliniana poco nota ovvero celeberrima, dal prologo di I clowns all’apparizione del piroscafo Rex lungo il filo dell’orizzonte di Rimini, girata a Cinecittà.

Da “Avvenire” il 18 gennaio 2020. Pubblichiamo la confessione inedita del grande cineasta romano al collega francese Gérald Morin, che di Federico fu aiuto regista «A 18 anni scrissi un film sulla mia giovinezza, però Federico fu più veloce di me e uscì il suo primo capolavoro» Proponiamo in questa pagina due inedite confessioni rilasciate nel lontano 1977 al regista Gérald Morin, storico collaboratore di Federico Fellini, da Sergio Leone e da Alberto Lattuada. Della rivelazione a Morin del cineasta romano, reso famoso soprattutto dai cosiddetti "spaghetti western" e di cui sono appena ricorsi i novantanni dalla nascita e i trent' anni dalla morte, riportiamo qui un ampio stralcio riguardante l' inizio della propria carriera e il primo contatto con il collega riminese. Nell' altro articolo viene riportata, a firma dello stesso Morin, una intervista a Lattuada che con Fellini ebbe una lunga e proficua collaborazione negli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta. Devo dire che io ho incontrato lui, ma Fellini non ha incontrato me, in quanto la prima volta che l' ho visto, fui invitato da un montatore a vedere, a Cinecittà, La dolce vita. Mi ricordo che uscendo, me lo presentarono. Fu una presentazione fugace, io non avevo ancora fatto niente, ero un giovane aiuto regista, e uscendo mi fermai con la macchina, stavo con mia moglie, davanti all' Istituto Nazionale Luce, dopo aver fatto pochi metri e dissi: «Mio povero Federico, ma che farà d' ora in avanti?», perché ebbi la sensazione, specialmente in quel periodo (oggi forse rivedendolo accusa un po' di tempo), che in quel film c' era tutto; c' erano tutti i concetti, eppure espressi magicamente. Questa era una certa posizione limitativa, in quanto mi sembrava che ci fosse la magia del cinema dentro, tutti i sentimenti, tutte le percezioni, tutti gli umori di quel periodo che attraversavamo. Poi io con Federico ho una certa congenialità, perché lei deve sapere che Federico è in un certo qual modo il primo personaggio che mi ha fatto piangere. Perché io a 18 anni scrissi un film che era il film della mia giovinezza, della mia infanzia, che si chiamava Viale Glorioso, e stranamente questo nome è alle pendici del Gianicolo vicino a Villa Sciarra, dove io ho passato tutta la mia infanzia. Era di una ingloriosità totale, perché c' eravamo mescolati a tutti i ragazzi trasteverini, proprio al milieu, un certo milieu trasteverino, ladri, ecc. ... e facevamo una specie di doppia vita come il Dr. Jekill e Mr. Hyde, a casa e fuori; e quindi scrissi questa storia che era la storia di sette, otto ragazzi, io compreso, autobiografica, che era i Vitelloni a Roma. La scrissi contemporaneamente a lui, ma poi quando la finii, io ero ancora troppo giovane per poter affrontare la regia a quei tempi, e me l' ero riservato come il mio primo film, il film del debutto; invece poi uscì I vitelloni; e ho pianto di rabbia perché poi soprattutto gli umori erano gli stessi, anche se il luogo diverso. C' era dentro tutto, il mio leggermente più drammatico, che finiva con la morte di uno di questi ragazzi, ma l' atto del film era quasi identico. Stranamente, senza conoscerci; nessuno dei due aveva raccontato qualcosa all' altro, dunque senza possibilità di fuga di idee; avevamo pensato tutti e due allo stesso modo di cominciare la carriera.

Natalia Aspesi per “Robinson - la Repubblica” il 17 dicembre 2019. Me lo ricordo il Fellini che incontravo per le interviste, forse ai tempi della Città delle donne o anche prima: un uomo gentile, affettuoso, un tesoro per un giornalista perché evocava cose sorprendenti e l' articolo si faceva da solo: un uomo stanco, grassoccio, seduto in un angolo, con quella vocetta infantile, un fiume fantasioso di parole e di immagini; noi arpie del giornalismo detto chissà perché di costume lo adoravamo per la dolcezza con cui voleva farci credere, ma non lo credevamo, quanto ci stimasse. Ci appariva molto accogliente, piacevole, ma del tutto privo di fascino di quel tipo là, e un po' ne ridevamo, pentendoci subito perché chiunque fossero le femmine vere che accoglieva o spingeva in un letto, o quelle di fantasia che raccontava sullo schermo, i suoi film, una parte dei suoi film, sarebbe stata meravigliosa per sempre. Si può a 27 anni dalla sua morte, nel centenario della sua nascita, in un tempo, oggi, smemorato e capovolto, chiedersi ancora delle sue donne, vere o immaginarie, dopo che negli anni, a ogni occasione ne è spuntata una che si è dichiarata la sua donna, e lui pazzo d' amore, e lei pazza di lui: ne vivono ancora con questa medaglia, signore a cui in passato se si chiedeva, E la Masina?, sempre rispondevano, Contenta. Tutto ormai è evaporato nella leggenda e non conta più, e sono certo più reali le donne della fantasia che quella vere ormai defunte o tuttora parzialmente vegete. Per esempio la Carla di 8 e 1/2, la bionda burrosa e sempre sorridente a cui Guido alzandosi dal letto chiede di fare la faccia da porca, e lei pigola, nella sua adorabile scemenza, voglio scrivere a mio marito; oppure Fanny di Giulietta degli spiriti, amante ideale delle fantasie maschili d' epoca, polposa e un po' ridicola, tutta in bianco con velo come una sposa, ma già in mutande. Oggi, più di mezzo secolo dopo, Sandra Milo, una settantina di film e qualche apparizione sconcertante in tivù tipo Isola dei Famosi, deve la sua gloria ai soli due film con Fellini, l' uomo che è stato il suo distratto amato amante per 17 anni: senza che lei mai lasciasse marito e figli anche se in certe interviste ha sostenuto che a un certo punto lui, marito di ferro della sua Giulietta, le aveva comunque chiesto di sposarlo. Certo i film di Fellini e forse davvero anche la sua vita, sono zeppi di donne, madri, puttanoni, spose, beghine, fanciulle, serve, sante, cori di belle sciocchine maliziose e inafferrabili con i visi vacui incorniciati da meravigliosi e stupidi cappelli: che raccontano l' ossessione italiana e ancor più, forse, romagnola di allora per una femminilità divisa in due: quella di una moglie poco vistosa che ogni giorno all' alba si alza per tirare la pasta fresca e rimestare un indigeribile ragù, mentre su una spiaggia, in una tabaccheria, in un vicolo, in un letto a baldacchino, lo attende ubbidiente e indifferente, una bellissima donna, un corpo sontuoso e muto: oppure una sua degenerazione, una Gradisca, una Gigantessa, una Rosina, una Tabaccaia, una Paciocca, una Saraghina, una mostruosità cattiva e inesistente, due palloni al posto del seno, una montagna al posto del sedere, un viso diabolico: come nei disegni preparatori per i suoi film ( I disegni di Fellini di De Santi, Laterza) che rivelano il disprezzo, e la paura che può suscitare quel costante mistero che è la femmina. Ma poi c' è La Moglie, che è per sempre, che non si cambia, almeno per Federico, e quindi non ha bisogno di quegli orpelli carnali perché il suo ruolo è un altro, vuoi angelo del focolare ma anche mamma inflessibile che ti soccorre, che ti controlla, che ti urla se bevi troppo, se mangi troppo, se un' amante ti ha piantato: non è stato proprio così il ruolo di Giulietta Masina, sposata, tutti e due ventenni, tutti e due emiliano-romagnoli, quando Fellini era ancora magro magro (secondo Alberto Sordi che gli era già amico, per fame) e con una gran capigliatura nera: bello, come una volta accasato è stato per poco, da quasi subito infedele come era ovvio, la moglie però non addomesticata secondo tradizione, sua musa e interprete per i personaggi angelicati, sia di piccola barbona come Gelsomina, sia di ingenua prostituta come Cabiria. E quanto alla fedeltà obbligatoria della Moglie, non ne esistono prove certe, anzi, Roma pullulava in quegli anni, di immensi intrecci di corna. In Anita Ekberg Fellini aveva trovato la splendida rara immagine della bellezza eterna da lui sognata: esuberante, ridente, lattea, dispensatrice di felicità, tutto ciò che una dolce vita può dare, e che rimase gelida nei suoi confronti, giudicandolo dal suo moralismo nordico, un provinciale, una donnetta, un despota, un invidioso, come rivelò in varie interviste. Anche un' altra signora che lui voleva in Casanova, questa volta con sprezzo anglointellettuale lo atterrò in una intervista a Leonetta Bentivoglio: stravaganza felliniana perché Germaine Greer, femminista bellicosa e autrice dell' epocale L' eunuco Femmina, se lo portò a letto tanto per passare una serata o due, rimanendone delusa. «Quando si infila nel letto col pigiama di seta, telefona subito alla moglie mandandole bacini» concludendo dopo una serie di dispregiativi, «di atleti del sesso ce ne sono tanti e a buon mercato». A Roma si sapeva del vero grande amore di Federico Fellini, che lui portava nei ristoranti e ovunque senza che, fantastica ipocrisia italiana, la cosa fosse considerata vera: non un tradimento coniugale insomma, ma una casualità imposta dalle regole della sopravvivenza: per 36 anni Anna Giovannini fu la sua amante segreta, un' altra moglie, la realtà di quell' amore carnale che scorreva come un sogno nei suoi film. Una luminosa bellezza formosa e grande, incontrata casualmente in una pasticceria, che vestita di rosso e molto scollata, lo aveva folgorato per sempre. Era il 1957, dopo Il bidone e Federico non riusciva a liberarsi da una delle sue depressioni. Due anni dopo la morte del regista, la signora che allora aveva 79 anni (4 più di lui) concesse una intervista ad Adele Cambria, per rivelarsi, finalmente: «Federico era molto geloso, non voleva che la nostra storia venisse inquinata dalle chiacchiere». Anche perché il rifugio della passione clandestina gli consentiva un' altra serie di vite senza fastidi: professionale, sociale, di coppia ufficiale e certo di corna. In casa ho trovato questo librino di carta povera e già ingiallita, Caro Federico, edito da Rizzoli nel 1982, sulla copertina azzurra, sotto il solito immenso cappello rosa, occhiali neri e gesto stupidino, Sandra Milo, l' autrice, con probabile ghost writer; quando il suo Fellini, ormai perduto per lei, stava preparando E la nave va. Una specie di romanzo, gentile e spiritoso in terza persona, in cui la protagonista si chiama Selana. A pagina 61: camera da letto di gusto barocco, lenzuola di lino ricamate, lui nudo si stende sul letto, le fa indossare un mantello nero e sotto niente: «Ti senti la castellana che nel buio raggiunge il cavaliere errante che le ha chiesto asilo per la notte? È un cavaliere o uno stregone? Ti amerà o farà un crudele incantesimo? Sì così, fai quella bella bella faccia da porca, mostrami la lingua». Tutte le donne si innamoravano di lui, ricorda Sandra: in ogni caso da quel passato di multiple e roventi passioni, mai un eco di molestie. Insomma contente tutte, più o meno.

Gloria Satta per “il Messaggero” il 24 novembre 2019. L' umanità è condannata ad avere la memoria sempre più corta? Non sembrerebbe: a cent' anni dalla nascita, il mondo intero si prepara infatti a celebrare per tutto il 2020 Federico Fellini scomparso il 31 ottobre 1993 dopo aver firmato film-capolavoro come La strada, Le notti di Cabiria, La Dolce Vita, Otto e mezzo, Giulietta degli spiriti, Prova d' orchestra, La voce della Luna, vinto cinque Oscar (record imbattuto) e segnato l' estetica cinematografica e la cultura del Novecento, in una parola l' immaginario del nostro tempo. L' omaggio-kolossal si snoda in quattro tappe. La prima è il convegno internazionale Ricordiamo il maestro promosso dal Comune di Milano a Palazzo Reale il 20 gennaio 2020, giorno della nascita di Fellini: accanto a intellettuali e cineasti ci sarà Donald Sutherland, l' indimenticabile Casanova felliniano. Seguirà (marzo-dicembre) la mostra itinerante sostenuta dal Ministero degli Esteri in 10 città del mondo: San Paolo del Brasile - dove il Banco do Brasil ha prestato la propria sede - Berlino, Mosca (nel Museo della Musica), San Pietroburgo, Toronto, Tirana, Vilnius, Buenos Aires, Lubiana - dove inaugurerà la Cineteca Nazionale Slovena - Hong Kong. Da settembre a novembre si terrà poi a Palazzo Reale di Milano la monumentale esposizione del centenario Fellini, le donne, i film curata da Vincenzo Mollica e Alessandro Nicosia con Francesca Fabbri Fellini, erede del maestro, e con la collaborazione di Simonetta Tavanti, nipote di Giulietta Masina. C' è poi il libro Federico Fellini - Dizionario Intimo a cura di Daniela Barbiani con prefazioni di Milan Kundera e Pietro Citati, in uscita da Piemme: raccoglie le parole, le espressioni, gli amori e i ricordi del grande regista in 203 voci destinate a restituirne l' immagine sfrontata, geniale, sempre viva.

IL COMITATO. Regista delle celebrazioni del centenario è Alessandro Nicosia, 500 mostre all' attivo in oltre 30 anni di attività e numerosi eventi dedicati proprio al maestro di Rimini: la prima esposizione in assoluto da lui curata a Roma nel 1995 con Mollica e Lietta Tornabuoni, l' omaggio del 2003 al Guggenheim di New York, il tributo ospitato dall' Academy a Los Angeles e quello del Puskin di Mosca. «Il nome di Fellini, che ho avuto il privilegio di conoscere, suscita tuttora un' enorme emozione nel mondo intero», spiega Nicosia che ha riunito per l' occasione un comitato di eredi, amici ed estimatori del regista in cui spiccano i nomi di Milo Manara, Giuseppe Tornatore, Rosita Copioli, Citati, Kundera, Mario Longardi, Sutherland, Milena Vukotic, Fiammetta Profili, Carlo Patrizi. E aggiunge: «Organizzare oggi, con l' amico fraterno Mollica, le celebrazioni del centenario significa mantenere viva la memoria del regista e farlo conoscere ai giovani che, nell'era di internet e della cultura usa-e-getta, rischiano di dimenticarlo».

I DOCUMENTI. Molti saranno gli inediti della mostra in programma a Palazzo Reale e incentrata su disegni, schizzi, documenti, fotografie, molte delle quali scattate da Gideon Backman, frammenti di film mai montati, oggetti di scena, manufatti, indumenti, curiosità. Tra le chicche, il disegno che il regista regalò all' amico Giulio Andreotti per i suoi 70 anni, il pianoforte verticale di casa Fellini su cui Nino Rota accennava le sue celebri colonne sonore, i biglietti di auguri spediti da Federico alla nipote e i ritratti degli amici, le immagini del futuro genio del cinema da bambino con i fratelli Riccardo e Maddalena. Si vedranno per la prima volta anche alcuni spettacolari costumi confezionati da Danilo Donati per Casanova (e ci sarà una grande testa di cartapesta realizzata per il film) nonché le mutandine e i reggiseni indossati dalle interpreti de La città delle donne e restaurati per la mostra. Ciliegina sulla torta, i disegni che Fellini e Charles M. Schultz si scambiarono in occasione della mostra organizzata a Roma nel 1992 da Nicosia in onore del padre dei Peanuts di cui il regista era un fervente estimatore. Tanto da esclamare, osservandolo disegnare in una saletta dell' Hotel Hassler: «Mi sento come quel piccolo manovale che guardava Michelangelo mentre dipinge la Cappella Sistina».

Dagospia il 24 novembre 2019. Estratto della prefazione di Milan Kundera a “Dizionario Intimo di Federico Fellini” a cura di Daniela Barbiani (Piemme). Il mio amore per i film di Federico Fellini è senza limiti. L' ultimo periodo dell' arte di Fellini ha rappresentato la vetta delle vette, la fusione del sogno e della realtà di cui sognavano i surrealisti. Fellini l' ha realizzata nei suoi ultimi film con una forza incomparabile, effettuando allo stesso tempo un' analisi lucidissima del mondo contemporaneo. I film di Fellini dell' ultimo periodo rappresentano l' apice dell' arte moderna, l' immagine più rivelatrice che conosco del nostro mondo così com' è. Negli ultimi decenni, dopo Picasso, dopo Stravinskij, dove possiamo trovare un' opera più bella, di un' immaginazione più potente? Dove possiamo trovare un' opera più importante in grado di interrogare, domanda dopo domanda, tutto il destino europeo, le viscere stesse di questo destino?

Riccardo De Palo per il Messaggero l'8 gennaio 2020. Dove comincia la realtà e finisce il sogno? La domanda che si pone Daniel Pennac, nel suo ultimo romanzo La legge del sognatore (dal 16 in libreria per Feltrinelli), è la chiave per leggere questo libro labirintico, onirico, accattivante, che ha un solo, vero, protagonista: Federico Fellini. L'autore francese (all'anagrafe, Daniel Pennacchioni), ammette di non aver mai avuto occasione di conoscere il suo «regista preferito», di cui si celebra il prossimo 20 gennaio il centenario dalla nascita; ma è attraverso film come Amarcord e 8½ che è cresciuto, e questo libro rappresenta un omaggio alla sua impareggiabile capacità creativa, alla sua fervida immaginazione.

LA PSICANALISI. Il libro (uscito lo scorso 3 gennaio in Francia, edito da Gallimard, che abbiamo letto nella versione originale), è dedicato non a caso a un amico psicanalista dello scrittore, Jean-Bertrand Pontalis, scomparso qualche anno fa; e, naturalmente, la storia inizia proprio da un sogno. Tutto da interpretare. Pennac si ritrova, bambino di dieci anni, nella casa di montagna dei genitori, con il suo amico immaginario Louis. Il padre gli ha spiegato le meraviglie dell'energia idroelettrica; e fatalmente, mentre sta per addormentarsi, rivela al compagno che «la luce è acqua»; così, d'incanto, si accorge che una lampada comincia a colare come se ne contenesse veramente. Presto tutte le sorgenti di luce cominciano a presentare il medesimo problema, e a inondare il paese come durante un'alluvione, fino a trascinare con sé auto e detriti. Ma dov'è finito Louis? Dove sono i genitori?

IL DISEGNO. «Lo spettacolo cominciava appena chiudevo gli occhi». I ricordi (veri? sognati) si susseguono, da quella camera da letto con un disegno felliniano alla nuotata in un lago, più di cinquant'anni più tardi, alla ricerca della fondatezza di quel sogno. Dove è inevitabile trovare un intero universo che si credeva perduto. In fondo cosa c'è in un ricordo, falsato irrimediabilmente dalla distanza, dalla fantasia, dall'emozione di un tempo? Siamo veramente fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni? E, soprattutto: «Sappiamo veramente quando comincia un sogno?» Le coincidenze diventano piccole illuminazioni, tracce da seguire, indizi che prendono la forma di punti segnati in una mappa; alla ricerca di una pista inconscia, di una verità nascosta. C'è posto anche per una visione onirica nata da un incidente: quando Pennac cade e rimane per ore in coma, in seguito al colpo ricevuto. Al risveglio si chiede, da romanziere: qual è la proporzione di realtà dei sogni, e quindi del libro? Al massimo, un dieci per cento.

INDELEBILI. In fondo, ammette Pennac, ci si dimentica sempre di ciò che è «utile», mentre i sogni più antichi restano ricordi indelebili. Ma è Fellini ad averci aperto la «caverna favolosa delle sue immagini», ed è sempre il grande regista romagnolo ad averci regalato le sue visioni, che annotava ogni giorno appena sveglio, e che prendevano corpo in forme disegnate febbrilmente sulla carta - raccolte poi in un altro volume memorabile, Il libro dei sogni. Quando Fellini cominciò a faticare a trovare produttori - ma come, possibile? Davvero non andavano più a vedere i suoi film? - si rese conto, con amarezza, di non riuscire ormai neanche a sognare; e Pennac si chiede se non sia morto proprio per questo, il 31 ottobre del 1993. Un uomo che trasformava le sue fantasie oniriche in set cinematografici aveva perduto, d'un tratto, la sua ragione di vivere, la sua bacchetta magica.

RITORNO AL REALE. Finzione a parte, la cosa più vera del libro, ammette l'autore, è proprio lo spettacolo che bisogna mettere in piedi per «resuscitare» il regista; sempre ammesso che il maestro lo voglia, che possa «sopportare questa prova». Pennac vorrebbe intitolarlo Federico Fellini è pronto a ricevere tutti coloro che vogliono vederlo, come quelle grandi adunate al mitico Studio 5 di Cinecittà, in cui si faceva ressa per avere udienza con il maestro. 

GLI AMICI. Dal sogno alla realtà, il passo è breve. Così Pennac ha contattato gli amici italiani di sempre del centro Funaro di Pistoia, la regista teatrale Clara Bauer, la figlia compositrice Alice Pennacchioni, e tanti altri. Il risultato è uno spettacolo, ancora da mettere a punto, prodotto da Intesa Sanpaolo, che debutterà il 20 al Piccolo teatro Giorgio Strehler di Milano, giorno in cui, se fosse ancora vivo, Fellini avrebbe compiuto cent'anni (ricordiamo anche la tappa a Bologna, il 19, con Silvia Avallone alla Biblioteca Salaborsa per incontrare i lettori). Come in precedenti show dell'autore francese, si tratta di mettere in tre dimensioni il testo sulla carta, con qualche attore sulla scena e lo stesso Pennac sul palco. L'evento si sposterà il giorno dopo a Torino, presso l'Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo, per approdare il 22 a Rimini, al Teatro Galli, nell'ambito della settimana di festeggiamenti per il compleanno del maestro romagnolo. Nato da un sogno, da un libro dei sogni, lo spettacolo celebrerà la definitiva risurrezione di Fellini.

Dagospia il 20 gennaio 2020. Tratta da ''Gli Antipatici'' di Oriana Fallaci, Oscar Mondadori, Milano 1963 e pubblicato oggi da Giorgio Dell'Arti nella sua rassegna stampa ''Anteprima'', oltre che da libreriacristinapietrobelli.it. Conosco Fellini da molti anni, ad esser precisa da quando lo incontrai a New York per la prima americana del suo film Le notti di Cabiria e diventammo un po’ amici infatti andavamo spesso a mangiare le bistecche da Jack’s o le caldarroste in Times Square dove si poteva anche sparare al tirassegno. A volte, poi, capitava nell’appartamento che dividevo in Greenwich Village con una ragazza di nome Priscilla per chiedermi un caffellatte: il caffellatte alleviando, non ho mai capito perché, le nostalgie della patria e la lontananza della moglie Giulietta. Entrava massaggiandosi affranto un ginocchio, «Quando son triste mi fa sempre male il ginocchio: Giulietta! Voglio Giulietta!» e Priscilla correva a vederlo come io sarei corsa per veder Greta Garbo. Inutile dire che, a quel tempo, Fellini non aveva nulla di Greta Garbo, non era il monumento ch’è oggi. Mi chiamava Pallina, si faceva chiamare Pallino, in certi casi Pallone, si abbandonava a stravaganze innocenti come piangere al bar del Plaza Hotel perché il critico del New York Times aveva scritto male di lui, o passare da prode. Frequentava infatti la bionda di un gangster e questi gli telefonava ogni giorno all’albergo dicendo «I will kill you», ti ammazzerò. Lui non sapeva l’inglese e rispondeva «Very well, very well»: alimentando la fama di prode. La fama durò fino a quando io non gli spiegai che «I will kill you» vuol dire «Ti ammazzo». Mezz’ora dopo la spiegazione, Fellini era sopra un aereo e viaggiava alla volta di Roma. Faceva anche altre cose come girare la notte in Wall Street, esaminare con l’aria di un ladro le banche, indurre al sospetto i poliziotti più sospettosi del mondo che finalmente gli chiesero i documenti, lo arrestarono perché non li aveva, e lo chiusero fino alle sei del mattino in una cella dove rimase a gridare l’unica frase che conoscesse in inglese: «I am Federico Fellini, famous Italian director».  Alle sei del mattino un poliziotto italoamericano che aveva visto non so quante volte La strada lo udì: "Se sei davvero Fellini, esci fuori e fischia il motivo de La strada". Fellini uscì fuori e con un filo di voce, lui che non distingue una marcia da un minuetto, fischiò tutta la colonna sonora del film. Un trionfo. Con affettuosi pugni allo stomaco che lo indussero a bere brodini per almeno due settimane, i poliziotti gli chiesero scusa, lo riaccompagnarono in albergo scortandolo con motociclette ed auto blindate, lo salutarono con uno strombettare di clacson che si udì fino ad Harlem. A quel tempo Fellini era proprio simpatico. Quando lo avvicinai per questa intervista lo era un po’ meno sebbene mi salutasse, com’è sua abitudine, sollevandomi in un ardentissimo abbraccio, palpandomi dal collo ai ginocchi, giurando che se non fosse stato sposato a Giulietta avrebbe sposato subito me. «A proposito, perché non ci amammo a New York? Ah, quanto fosti cattiva a negarti!». E fingeva di scordare, s’intende, che nemmeno una volta durante le nostre scorribande a New York m’era giunto da lui un romantico cenno, una adulterina proposta che ci distraesse dai reciproci flirt. Aveva girato La dolce vita, un film per cui lo paragonavano a Shakespeare, stava per presentare Otto e mezzo, un film di cui si parlava senza averlo visto come della Divina Commedia, e pur non confessandolo era conscio della gloria che lo illuminava: il suo volto aveva un piglio quasi mussolinesco, i suoi occhi eran gravi, si capiva che non avrei più potuto chiamarlo Pallino o Pallone. Del resto, esauriti gli abbracci, me lo fece capir quasi subito. M’aveva ricevuto, disse, solo perché io ero io; aveva pochissimo tempo e l’unico modo di far l’intervista era farla mangiando. M’invitava per questo nel ristorante dove in quel momento entravamo. Tentai di distoglierlo da un così orrendo progetto. Il magnetofono funzionava elettricamente, la presa di corrente non c’era, se c’era non era vicino alla tavola: non servì a niente. O al ristorante mentre mangiavamo o in nessun altro luogo e mai più. Cercai dunque una tavola accanto a una presa di corrente, sistemai il magnetofono fra i piatti e i bicchieri, il vassoio degli antipasti, cominciai l’intervista che subito interrotta da innumerevoli telefonate proseguì con la lievità di uno zoppo che corre; tra un rumore di forchette, bottiglie, masticazioni volgari. Riascoltandola risultavano frasi come la seguente «Con questo film ho inteso narrare... tu vuoi il prosciutto o il salame? Io piglio il salame. Quelli che parlano di dialettica metafisica... no, le pastasciutte non le voglio, fanno ingrassare. Una bistecca senza sale, ecco quello che prendo... è così stupido chiudere gli occhi al mistero... crack! din din..., il silenzio che ti circonda e diventa chiarore... le patatine! Perché non mangi le patatine?» Nessun dubbio che bisognava ripeterla. E sospirando, gemendo, Fellini rispose d’accordo: poiché io ero io sarebbe venuto l’indomani alle dieci al mio albergo. «Ma in albergo non stiamo tranquilli, Federico». «Lo saremo. Salirò in camera tua». La mia camera all’Excelsior non era grandissima e un letto a due piazze la riempiva fino a sfiorar le pareti. Conoscendo la seduzione che i letti esercitano su Federico Fellini, per addormentarvicisi è chiaro, chiesi al manager un appartamento con salotto: «Aspetto Fellini». «Fellini, signorina Fallaci? Oh! Ma certo! Ma sì». E mi dettero l’appartamento dove avevano abitato lo scià di Persia e Soraya: con un salotto che era piuttosto un salone da ballo. Qui mi trasferii, con violentissima spesa, e alle nove e mezzo del mattino seguente ero già pronta a riceverlo: con le sigarette su un tavolo, i fiori su un altro tavolo, un cameriere pronto a portarci il caffè: «Al signor Fellini piace forte e caldo, mi raccomando». Sembravo un seduttore che aspetta la sua nuova vittima per rivelarle le meraviglie del sesso, non mancava che un poco di musica. Ma le dieci vennero e di Fellini nemmeno la traccia. Vennero anche le undici e poi mezzogiorno, l’una, le due, ma di Fellini neanche la voce. Il telefono suonò che eran le tre e mezzo passate ed io inghiottivo insieme alla mortificazione un tè coi biscotti. «Tesorino, amorino, Orianina, bambina, è da stamani che chiamo per dirti che sono in ritardo. Ma dove sei, dove vai, perché non stai mai in albergo. Be’, ti perdono, e alle cinque sono da te: non un minuto più tardi». Deposi convinta il ricevitore: era un bugiardo ma sarebbe venuto. Scesi a prendere aria. «E Fellini?» chiese con un indefinibile sorriso il portiere. «Sarà qui alle cinque» risposi spavalda. Ma le cinque giunsero e Fellini non venne. Non venne neppure alle sei, neppure alle sette, neppure alle otto, e mentre il buio calava sul salone dove aveva abitato Reza Pahlevi, sulla mia attesa delusa, sul mio prestigio schiacciato, sull’impazienza sempre più irritante del mio direttore che da Milano chiamava dicendo allora a che punto siamo, allora è venuto?, suonò liberatore il telefono. «Tesorino, amorino, Orianina, bambina...» Una complicazione imprevista gli aveva impedito, materialmente impedito, di venire da me. Ne era addolorato, confuso, ma lo sapevo che era un uomo con mille impegni. A chiunque altro avrebbe detto non posso, era già molto che non si negasse e rimandasse l’impegno. Comunque mi avrebbe visto quella sera stessa alle undici alla proiezione privata del film in via Margutta. «Guarda, Federico, che sono in ritardo, un ritardo di almeno due giorni, il direttore è arrabbiato, le pagine aperte, guarda Federico...» «Ah! Come osi dubitare di me? Come puoi pensar che non vengo?!? È offensivo, malvagio...». Eccomi dunque, alle undici di sera, che col mio magnetofono aspetto su un portone di via Margutta Federico Fellini, famous Italian director. So che alle undici non verrà: ma lo aspetto. So che non verrà neppure a mezzanotte: ma lo aspetto. So che non verrà nemmeno all’una: ma lo aspetto. Il film, in sala di proiezione, è incominciato da un’ora, da un’ora e mezzo, da due, da due e mezzo, è finito, la gente esce, si ferma al rinfresco, è finito anche il rinfresco, la gente va via, qualcuno chiude il portone, io mi sposto sul marciapiede, continuo ad aspettare, con gli occhi che mi si chiudono, le gambe che mi si piegano, i teddy boy che mi molestano, continuo ad aspettare: finché passa un tassì e ci salgo. È ormai l’una e mezzo del mattino, rientrando dico al portiere di prenotarmi il primo aereo per Milano. In camera, cado sfinita sul letto. Mi addormento di colpo. Mi risveglio col suono del telefono e una melliflua voce che canta: «Tesorino, amorino, Orianina, bambina, ma perché non sei venuta?!» «Perché parto» rispondo. «Dovevo far le valige: il mio aereo parte domattina alle otto». «Ma è il mio aereo! Anch’io parto alle otto! Non è straordinario? Comodissimo? Parleremo in aereo». Inutile dire che perse l’aereo. Oh, il biglietto l’aveva, e anche la prenotazione. Quel volo era il suo, a Milano lo aspettavano cronisti e fotografi, perché non lo perdesse il suo produttore gli aveva mandato la Cadillac con l’autista. Ma perse l’aereo lo stesso. E quando esso giunse a Linate, i fotografi corsero alla scaletta, sulla scaletta c’ero io che scendevo e due americani dell’Oklahoma, quattro francesi di Nimes, due industriali lombardi di Concimi Chimici e Affini. Fellini giunse a mezzogiorno col mio benvenuto rilasciato a un amico: che andasse all’inferno, e ci restasse. Ammesso che anche all’inferno non fosse sgradito. Italiani e cinesi, norvegesi e cileni, messicani e francesi, indiani e groenlandesi, popoli tutti della terra, ricordate. Non si manda all’inferno Federico Fellini sennò Federico Fellini si arrabbia, si arrabbia come una bestia e vi telefona insultando il babbo, la mamma, la zia, la nonna, i cognati, i nipoti, i cugini, e vi ricorda che lui è un grande regista, un artista, un grandissimo artista, e in virtù di questo può mancare a tutti gli appuntamenti che vuole, perdere tutti gli aerei che vuole, anzi gli aerei farebbero bene ad aspettarlo perché Federico Fellini si aspetta, ciascuno di noi è nato per aspettare Federico Fellini eccetera eccetera, amen. Ero al giornale quando telefonò e gridava tanto che tutti lo udirono mentre mi ricordava che Federico Fellini è un grande regista, un artista, un grandissimo artista, tirando fuori una voce che avrebbe fatto morir di spavento il gangster che aveva fatto morir lui di spavento, insultandomi a morte mentre immaginavo il suo piglio mussolinesco, la sua saliva che copriva come rugiada il telefono, il suo faccione sudato d’ira ed orrore per la blasfemia che avevo osato commettere. Tentai di girare con garbo gli insulti, di spiegargli quel che pensavo in quel momento di lui. Non mi udì, non mi udiva. E mentre tutti ridevano commentandone gli urli, dolcemente deposi il ricevitore. Cominciò allora una crisi: giacché non è cattivo, lo giuro. Gli è andata male ad andar così bene, ecco tutto: nemmeno sant’Antonio resisterebbe alla sciagura di tanta fortuna, e ciò sveglia la violenza emiliana che cova sotto quell’aria di pacifico gatto. Però dopo gli dispiace moltissimo, fino alle lacrime, è capace di chiamar cento persone per dirvi che il suo cuore è straziato, che vi vuol bene come a Giulietta, che vi ha sempre voluto un gran bene, che ve ne vorrà finché resta al mondo eccetera eccetera, amen. Finché, come un ipnotizzato o un sonnambulo, vi trovate a salire sulla Cadillac che vi ha inviato per andare da lui, a percorrer la strada pensando che la colpa è vostra e non sua, a entrare in ascensore dicendovi come farà a perdonarmi, infine ad aprire la porta della sua stanza d’albergo col volto di Giuda che ha venduto Gesù. Qui trovarlo disteso come Ibn Saud sopra un letto, beato, ronfante, che dice con la sua vocetta melliflua «Tesorino, amorino, Orianina, bambina...», poi essere stretti in un abbraccio sinistro e ascoltarlo durante una ancor più sinistra serata. L’intervista che segue Fellini volle rileggerla e la rilesse tre volte: ogni volta apportando alle sue risposte correzioni diverse, opinioni nuove, pentimenti improvvisi. È l’intervista meno genuina di tutta la serie, non una frase di essa è stata scritta senza pensarci e ripensarci. Il Codice napoleonico e la Costituzione americana costarono certo meno fatica di questo documento prezioso. Io gli volevo bene davvero a Federico Fellini. Dopo quel tragico incontro gliene voglio assai meno, ho anche smesso di dargli del tu. Lui può anche negarlo. Ma, come dice Jeanne Moreau un po’ più in là, egli è un tale bugiardo che la menzogna diventa alla sua buona fede verità sacrosanta.

Oriana Fallaci. Allora facciamoci coraggio, signor Fellini, e parliamo di Federico Fellini: tanto per cambiare. Le costa fatica, lo so: lei è così schivo, così segreto, così modesto. Ma parlarne è nostro dovere: anche di fronte al paese. Ancora un poco e la storia della sua vita, il significato della sua arte diventeranno materia di insegnamento in tutte le scuole della repubblica: come la matematica, la geografia, la religione. I libri di testo, non esistono già? Federico Fellini, Storia di Federico Fellini, Il mistero di Fellini... Nemmeno su Giuseppe Verdi s’è scritto tanto. Eh, sì: a pensarci bene lei è il Giuseppe Verdi dell’Italia d’oggi. Vi assomigliate perfino: nel cappello. No, la prego: perché nasconde il cappello? Giuseppe Verdi lo portava proprio così: nero, a tese larghe...

Federico Fellini: «Disgraziata. Screanzata. Ballista. Maleducata».

Perché? Anche Verdi era bravo, sa? Per la prima delle sue opere accadeva esattamente quello che accade per le prime dei suoi film. Io credo che solo per La Traviata gli italiani abbiano fatto il fracasso che hanno fatto per il suo Otto e mezzo: con le poltrone prenotate da mesi, le signore con l’abito nuovo, i critici che intrecciano corone di alloro...

«Già. Come se Lo Sceicco Bianco non fosse stato un insuccesso clamoroso, e Il bidone non fosse stato accolto con freddezza glaciale, e La strada non avesse ricevuto sghignazzate e insolenze. E La dolce vita? Cosa credi, ragazzi’, che abbia avuto solo lusinghe ed elogi?»

Oddio! A Milano volò uno sputacchio. A Roma venne la Celere. Ma anche a Verdi gettavano ogni tanto verdura e uova fresche. Signor Fellini! Non sarà mica preoccupato? Mi scusi, sa: ma a vederlo così placidamente disteso sul letto, con la sua aria da gatto soriano, mi sembrava tanto tranquillo...

«Son tranquillissimo. Dopotutto ho fatto quel che avevo in testa di fare: riesco a non preoccuparmi troppo che il film possa piacere o no. L’attesa non mi lascia indifferente, è ovvio. Ma non mi emoziona nel senso che puoi credere tu: l’ansia e la trepidazione che provo sono le stesse di quando feci il primo film. Voglio dire che i successi precedenti non mi danno l’affanno di pensare: aiuto, ora pretendono da me il triplo salto mortale. Non è presunzione se ti dico che l’unica inquietudine può venirmi dal timore che il film sia equivocato: non certo dall’idea che la gente si aspetti da me più di quanto io possa dare. Perché dovrei preoccuparmi di non deludere quei tipi che mi guardano come una soubrette che ogni volta deve salire un gradino più alto ed esibire altre piume?».

Signor Fellini, guardiamoci negli occhi: per uno cui non importa un bel niente lei ha fatto abbastanza rumore. Tutto quel mistero sulla trama perché la gente morisse di curiosità, quel fare a nascondino coi giornalisti, quel tacere perfino agli attori la parte che stavano recitando, insomma quella segretezza che era diventata come gli occhiali di Greta Garbo...

«Ah sì? Ognuno paga lo scotto dell’ambiente in cui vive: è il cinematografo che traduce tutto in forme volgari».

Tesorino mio: sono abbastanza abile da inventare storie e se avessi voluto ricorrere ad accorgimenti pubblicitari... Se non ne parlavo era perché non sapevo che dirne: nemmeno oggi so cosa dirne. Non è un film di cui si possa raccontare la trama. Quando mi chiedono la trama io mi stringo nelle spalle e rispondo ecco, fai conto che una sera incontri un amico in vena di confidenze e questo amico ti narra sgangheratamente, disordinatamente, quello che fa, quello che sogna, i suoi ricordi d’infanzia, i suoi disordini sentimentali, le sue incertezze professionali, e tu lo stai a sentire, e alla fine hai ascoltato una creatura umana, e forse viene voglia anche a te di cominciare a raccontare qualcosa... Capito? È una chiacchierata confusa, caotica, una confessione fatta con abbandono, a volte perfino insopportabile...»

Sì, in fondo c’è qualcosa di proustiano. Proust tradotto in cinema puro.

«Proust? Mah! Io sono molto ignorante... Che vergogna, eh? Una sana, vasta, solida, coriacea ignoranza. Non so nulla di nulla. E il discorso non vale solo pei libri. Vale anche pei film».

Lo so, lo so. Lei non va a vedere che i film di Federico Fellini. Quelli degli altri mai, vero? «È così vero che ho il coraggio di dirlo. Non riesco a organizzarmi per il rituale che esige lo spettacolo uscire di casa, salire in macchina, sedersi fra tante persone, star lì a farsi solleticare da emozioni collettive. Se esco di casa per andare al cinema o a teatro, stai sicura che durante il tragitto vedo qualcosa che mi interessa di più. Se poi vedo il film di un altro e mi accorgo che quest’altro ha realizzato una cosa che volevo realizzare io... ci resto male. Certo ho visto i film di Charlot: che artista favoloso. Ma per i quarantenni come me Charlot appartiene alla mitologia della nostra vita: il babbo, la mamma, la maestra, il prete, Charlot. Charlot... l’ho incontrato una volta a Parigi. Aveva visto La strada: mi fece, credo, complimenti a mezza voce. Mi parve piccolissimo, con due manine piccine piccine. Parlava un francese che non capivo, lui non capiva il mio inglese: mi sentivo a disagio, in soggezione...»

Lasciamo stare Charlot: siamo qui per Fellini. Il protagonista di Otto e mezzo...

«L’hai visto? T’è piaciuto?»

Certo che m’è piaciuto. Che film triste, però. Tutti quei vecchi, tutti quei preti, quell’aria di disfacimento e di morte... Sono morti anche i vivi, in quel film. «Ma allora hai capito poco, non è un film triste. È un film dolce, aurorale. Malinconico, semmai. Però la malinconia è uno stato d’animo nobilissimo: il più nutriente e il più fertile...»

Se le fa piacere: diciamo pure che ho capito poco.

«Tesorino, hai fame? Hai sete? Vuoi sdraiarti un po’?»

Non ho fame, non ho sete, e non voglio sdraiarmi per niente. Mi lasci continuare, la prego. Dunque dicevo: il protagonista del film ha quarantatré anni, è un regista, ed è Federico Fellini. Anche se lei lo ha chiamato Guido Anselmi...

«Davvero non hai bisogno di nulla? Un caffè...»

Non ho bisogno di nulla. Per favore, signor Fellini: lasci stare il mio magnetofono. Se continua a toccarlo, lo rompe. Perché vuole romperlo? Tanto lo sappiamo tutti, ormai, che il suo film è autobiografico: sfacciatamente, indiscutibilmente autobiografico. Perfino il cappello di Guido Anselmi è identico al suo. Perfino il modo di buttarsi il cappotto sulle spalle, di camminare, di sorridere. Lasci stare il mio magnetofono. Perfino...

«Ma quello è un regista fallito, che sta fallendo. Oh, bimba!? Ti sembro un regista fallito, io? Guido Anselmi ha quarantatré anni come me, va bene, ma potrebbe averne quarantuno o quarantasette o trentacinque come quell’altro grande regista. “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai in una selva oscura / ché la diritta via era smarrita”. È un uomo perduto in una boscaglia intricata e buia...... perfino nella stessa capacità di dire bugie. «Menti come respiri», gli dice sua moglie. Oddio: non che a somigliargli lei faccia una gran bella figura. Il ritrattino è spietato: «Pulcinella ipocrita e vigliacco». «Debole, abulico e mistificatore». «Presuntuoso, incerto e imbroglione». «Un tipo che non vuol bene a nessuno». E, per finire, quella ammissione terribile: «Non ho proprio nulla da dire ma lo dico lo stesso».

«E va bene. E con questo? Con questo non si può certo dire che il film sia autobiografico: in senso spicciolo. E se anche lo fosse? Non voglio fornire allo spettatore una interpretazione in chiave aneddotica, biografica. In chiave biografica il film diventerebbe solo una inutile, fastidiosa esibizione narcisistica.

Magari lo è. Una splendida, impudica chiacchierata narcisistica.

«Mi dispiace, ma non credo che sia così. È la storia di un uomo come ce ne sono tanti: la storia di un uomo giunto a un punto di ristagno, a un ingorgo totale che lo strozza. Io spero che dopo i primi cento metri lo spettatore dimentichi che Guido è un regista, cioè un tipo che fa un mestiere insolito, e riconosca in Guido le proprie paure, i propri dubbi, le proprie canagliate, viltà, ambiguità, ipocrisie: tutte cose che sono uguali in un regista come in un avvocato padre di famiglia».

Senta, signor Fellini: l’avvocato padre di famiglia potrà anche riconoscersi in Guido, però resta il fatto che Guido è Fellini. Ma via: sembra un atto testamentario, quel film, un tirare le somme. A parte il fatto che tirare le somme della propria vita a quarantatré anni mi sembra un po’ esagerato.

«Perché? Meglio tirarle presto che tirarle tardi: quando non c’è più tempo di cambiar nulla. Quarantatré anni non sono un’età precoce per tirare le somme della propria vita. Proprio per questo il film mi ha fatto un gran bene: mi sento come liberato, ora, con una gran voglia di lavorare. È un film testamentario, hai ragione, eppure non mi ha svuotato. Al contrario, mi ha arricchito: fosse per me, ricomincerei a farne un altro domattina. Davvero. E certo se mi dicono che bravo Fellini, che ingegno, mi fa un gran piacere: ma non sono i complimenti che cerco con Otto e mezzo. Vorrei... vorrei che questo senso liberatorio si trasmettesse a chi lo va a vedere, che dopo averlo visto la gente si sentisse più libera, avesse il presentimento di qualche cosa di gioioso...».

Oddio, signor Fellini: non mi venga a dire che a lei importa della gente che va a vedere il suo film. Se c’è un uomo che se ne frega del prossimo e non ha spiriti evangelici, questo è proprio lei. Lasciamo perdere, per carità, e prendiamo atto dell’importante ammissione: le somme che tira in Otto e mezzo sono quelle della sua vita e non di un personaggio fantastico.

«Uffa, che noiosina. Ma cosa vuoi che ti dica? Tante cose... si capisce... son vere. Quello che è successo nel film è successo un po’ a me... a un certo punto non sapevo più cosa fare, non mi ricordavo più niente. Lavoravo con Flajano, Pinelli, Rondi, senza convinzione. Avevo l’episodio della Saraghina, quello del cardinale, ma erano cose staccate, che nuotavano nel vuoto: e non mi ricordavo più niente, davvero. Quelli della produzione stavano lì, mi guardavano con occhi imploranti, sospettosi, e io avevo una gran voglia di dire al produttore lasciamo perdere, non facciamolo più questo film. Poi m’è sembrato che questo smarrimento fosse un invito, l’aiuto di un collaboratore invisibile che mi diceva racconta la verità, racconta questo. E così m’è venuta l’idea di fare un film su un regista che vuol fare un film e non se lo ricorda più. Sì, Guido Anselmi non fa che vivere ciò che ho vissuto in parte anch’io in questo film. E la conclusione, se conclusione si può chiamare, è questa: non bisogna accanirsi nel capire ma tentar di sentire, con abbandono. Bisogna accettare se stessi: io sono questo e sono contento di essere questo. Voglio smetterla di costruire miti sopra di me, voglio vedermi come sono: bugiardo, incoerente, ipocrita, vile... Voglio piantarla di problematizzare la vita, voglio mettermi in condizioni di amarla, di saper amare tutto. Parlo sempre di Guido, s’intende... E insomma lo dice anche sant’Agostino: “Ama e fai quello che vuoi”. Be’, non dice proprio così ma quasi...»

Per uno che non ha letto nulla, mica male la citazione di sant’Agostino.

«È che ogni tanto mi capita di entrare in libreria, di aprire un libro e di buttare gli occhi sopra una pagina che dice una cosa così. Poi, magari quella cosa così non la capisco neanche, subito...»

Bugiardo. Mi dica piuttosto come mai non ha più scelto Laurence Olivier per il ruolo di Federico, pardon, di Guido. Sarebbe stato perfetto.

«Laurence Olivier... Un inglese, un baronetto, un grandissimo attore. Come si fa? Ti intimidisce. Io avevo bisogno di un italiano, di un amico che accettasse con umiltà di essere come un’ombra rispettosa, che non venisse fuori in modo eccessivo. Così ho preso Mastroianni, lo conoscevo già, ed è stato bravissimo: così allusivo, discreto, simpatico, antipatico, tenero, prepotente. C’è e non c’è. Perfetto».

Già, lei si affeziona agli attori che adopra. E Giulietta? L’ha persa per la strada, Giulietta?

«Ho un paio di film in testa: che derivano da Otto e mezzo come la pera dal pero. Nel prossimo c’è anche Giulietta. Giulietta per me è un personaggio evocatore di un mondo che non si è scolorito o intiepidito: riprenderò quel personaggio con nuova voglia, nuova fantasia. Girerò questi due film in Italia... In America continuano a rivolgermi inviti, a offrirmi somme da capogiro, ma perché dovrei andare fuori?

Non ho bisogno di stimoli esteriori: il mio paese, le mie campagne, la gente che conosco è ancora sufficiente a stimolarmi, che ci vo a fare a New York o a Bangkok. Sono un pessimo viaggiatore, quando viaggio tutto diventa un caleidoscopio di colori e di suoni, non capisco nulla, torno sempre con un dettaglio inutile o straziante. E poi come ci si può abbandonare a un viaggio se devi dare notizie a chi è rimasto, e infine devi tornare indietro? Forse mi piacerebbe andare in Egitto, in India: ma ci penso stando seduto. Il mio posto è in questa Italia cattolica».

Sì, in fondo lei è un inguaribile cattolico: o, almeno, assai più legato al cattolicesimo di quanto si creda. Lo si capisce bene anche da questo film su cui le autorità ecclesiastiche non han trovato a ridire.

«Ma tu conosci qualche italiano che sia completamente laico?! Io no. Ma come è possibile? Ce l’abbiamo nel sangue, il cattolicesimo, da secoli. Quanti? Il tentativo di liberarsene è un tentativo necessario, nobilissimo, che tutti dobbiamo fare: ma dimostra che l’ammaccatura esiste, evidente. Se non esistesse l’oggetto della rivolta, perché dovremmo ribellarci? Guido è una vittima di un cattolicesimo medievale che tende a umiliare l’uomo anziché restituirlo alla sua grandezza divina, alla sua dignità: quel cattolicesimo che ha riempito manicomi e ospedali e cimiteri di suicidi, che ha mostruosamente partorito una umanità infelice, separato lo spirito dal corpo che invece sono una cosa sola. Insomma quel cattolicesimo degenerato che questo Papa combatte in maniera così eroica e stupenda. Ti è piaciuto l’episodio del bambino e di Saraghina?».

È indiscutibilmente il più bello del film. La punizione del bambino, soprattutto. Quei preti gelidi, senza pietà. M’è sembrato di rivedere certi disegni del Goya: l’Inquisizione, la strega martoriata... Tanto più patetico in quanto la strega, qui, era un bambino. Era lei quel bambino?

«In un collegio a quel modo non ci sono mai stato, un’estate però sono stato in un convento di salesiani ed era press’a poco così. Sai, questa educazione basata sulla mortificazione del corpo, le bacchettate sui geloni, che male, l’esser costretto a inginocchiarsi sul granoturco, che male, e quel sentirsi continuamente giudicati da Dio... Tu credi d’essere solo, ti ripetono, ma Dio ti vede, ti vede sempre. Sai, queste in un bambino sono vere ferite e se ne guarisce a fatica. No, non riesco a scindere dalla mia vita il ricordo delle chiese, delle monache, dei preti, le voci dal pulpito, le voci dal confessionale, i funerali... Ma quale italiano può fare a meno di questo paesaggio, di questa coreografia?»

Eppure, malgrado questa educazione spietata, terrorizzante, lei riesce ancora a pregare. Vero?

«Certamente. Ché tu non preghi? La preghiera è un colloquio con se stessi, con la tua parte più segreta, più genuina, più misteriosa, e quando ti rivolgi a quella c’è sempre il caso che venga fuori qualcosa di buono perché chiedi aiuto a ciò che v’è di più prezioso in te, di più vergine... Oddio, piantiamola: dette così certe cose diventano ridicole. Io volevo dire soltanto che non capisco come una non possa pregare, non essere affascinata dal mistero, è così stupido chiudere gli occhi al mistero, così disumano, un atteggiamento da bestie. Il mistero di tutto... il silenzio che ti circonda e diventa chiarore... Oria’! Ma che mi fai dire?!»

Io nulla: è lei che parla. E sa chi mi ricorda quando parla così? Ingmar Bergman. Straordinario quanto vi sia in comune tra lei e Bergman: lei così romagnolo, Bergman così nordico, lei così sanguigno, Bergman così ascetico. A parte i vostri film, che mi sembra abbiano molti punti in contatto, anche lui non riesce a far niente fuori del proprio paese, anche lui è un peccatore ossessionato dal peccato...

«Bergman, sì: di lui ho visto anche un film, Il volto. Mi è piaciuto moltissimo. Bergman è il più grande autore cinematografico che esista oggi».

Dopo Fellini? Prima di Fellini? O contemporaneamente a Fellini?

«Mascalzona, che ne so? Come faccio a dirlo? Per me è un fratello. Egli è ciò che deve essere un uomo che parla agli altri: la tonaca del profeta, e in testa il cilindro coi lustrini del pagliaccio. Ecco: Bergman ha tutti e due: la tonaca e i lustrini».

E Federico Fellini?

«Mah! Forse io ho meno tonaca e più lustrini».

Interessante: quando intervistai Bergman, anche lui mi parlò a lungo di lei. Voleva sapere un mucchio di cose: come viveva e come parlava...

«E tu, le solite balle: chissà che gli hai detto. Le mie bugie mischiate alle tue... Oddio! Mi piacerebbe conoscerlo, Bergman. Fino ad oggi ci siamo scritti soltanto. C’è un produttore simpatico e irresponsabile che voleva fare un film a episodi con me, Bergman e Kurosawa: quello straordinario regista di I sette samurai. Mi pregò di scrivere a Bergman al quale del resto avevo sempre mandato saluti attraverso giornalisti svedesi. Così gli scrissi caro Bergman, ti ammiro tanto e ti voglio bene come ad un fratellino, c’è questo produttore che vuol fare questa cosa, secondo me è un progetto un po’ avventato ma proprio perché pazzo vale la pena di tentare. Bergman mi rispose una bellissima lettera dove diceva che avrebbe fatto questa cosa con gioia e infatti non s’è fatto ancora nulla».

Un’altra caratteristica di Bergman è che se ne frega completamente di ciò che scrivono i critici su di lui: ma in questo non vi assomigliate. So che lei ci bada parecchio a certe critiche con le parole difficili che finiscono in ismi, asmi, e parlano di dialettica, etica, estetica... Qualcosa del genere: legga un po’  questo articolo.

«Ma che dice questo qui? Ma che vuole? Non ha mai capito i miei film nonostante gli piacciano: ne sono sicuro. E a dirtela chiara mi dispiace che gli piacciano. Io ho un vocabolario scarso, dinanzi a queste parole resto sconfortato. Del resto il cinema, tranne cinque o sei confortanti eccezioni, ha la critica che si merita: è un’arte giovane, sgangherata. Tutti fanno la critica in senso libresco, mai umanisticamente, ma che me ne importa? Io non sono uno di quelli che corrono all’edicola per sapere cosa ha scritto il critico Tale; a proposito, cosa ha scritto Marotta di Otto e mezzo? Io leggo volentieri quelli che parlano bene di me. So bene che anche la critica negativa può essere costruttiva, ma la sola che capisco è quella materna, fatta di bacetti, di carezze, di paroline lusinghiere...»

Infatti, nel film, quel rompiscatole che non le dà i bacetti finisce impiccato. Quante volte ha sognato di impiccare chi non le dice che è bravo, signor Fellini?

«Tante volte. La critica espressa così è per me pericolosissima perché uccide la spontaneità».

Io mi chiedo cosa avrebbe potuto fare lei se il cinema non fosse esistito, insomma se fosse nato quando il cinema non esisteva. Il confine tra fantasia e realtà è così labile in lei...

«Cosa avrei potuto fare? Non lo so davvero. Scrivere, no. Scrivere è una disciplina ascetica, lo scrittore deve essere circondato di solitudine, di silenzio: a ciò non potrei abituarmi. Di sicuro mi sarei dedicato a qualcosa che avesse avuto a che fare con lo spettacolo o avrei tentato di inventare il cinematografo. Il cinema mi piace perché col cinema ti esprimi mentre vivi, racconti il viaggio mentre lo fai. Sono fortunatissimo, anche in questo: sono stato portato per mano a scegliere un mestiere che è l’unico mestiere per me, l’unico che mi permetta di realizzarmi nella forma più gioiosa, più immediata...»

Certo non lo vedo un Fellini nascosto, pensatore solitario. Noi dei giornali abbiamo inventato la divinizzazione dei registi: ma a pochi tale divinizzazione si addice quanto a lei. Lei ha sempre bisogno di un palcoscenico che la illumini, di un’orchestra che le suoni una marcetta.

«Può anche darsi che esista questa componente di vanità: d’altra parte lo spettacolo si fa coi riflettori accesi. Però ti dirò che sono assai timido. Sì, lo sono anche se non ci credi e sghignazzi, proprio timido. E ne sono contento perché non credo che possa esistere un artista senza la timidezza, la timidezza è una sorgente di ricchezza straordinaria: un artista è fatto di complessi».

 E quell’altra ricchezza? Quella terrestre, volgare, fatta di un delizioso conto in banca? Lei è ricco, ormai.

«No, e poi no, e poi un’altra volta no. Tesorino mio, ma quante volte devo ripeterti che il produttore della Dolce vita non sono io? Sai, a me importa poco dei soldi. Mi servono, ecco tutto. Che me ne faccio di una villa con la piscina? L’importante è non aver debiti».

Senta, signor Fellini: il cardinale del film dice una agghiacciante realtà. «Nessuno viene al mondo per essere felice». Lei è felice? È almeno soddisfatto?

«Felice? Mah!... Sì... Sto volentieri al mondo, sto volentieri con gli altri. Mi interessa quel che mi succede, lavoro volentieri: tanto più che il mio non mi sembra neanche un lavoro. Soddisfatto... Mah! Spero di non essere mai completamente soddisfatto: perché allora sarebbe la fine. M’è andata benissimo, certo. Ma è andata come doveva andare».

Vuol dire che le sembra giusto avere avuto il successo che ha avuto? Vuol dire che non ha alcun dubbio sulla legittimità di questo successo? Vuol dire che non giudica con nessuna modestia il fatto d’essere esaltato come «il fenomeno cinematografico più importante del nostro tempo»? Che insomma trova sacrosanto il trionfo della Dolce vita, questa venerazione da Greta Garbo che la circonda, il particolare che basti un annuncio sul giornale perché orde di pazzi le vengano a offrire pei suoi film nonne moribonde, zie paralitiche, mogli virtuose?

«Come faccio io a dire fino a che punto questo è giusto o ingiusto? I dubbi ce li ho durante il lavoro e sono i dubbi di uno che crea, che inventa. Dopo, quando il film è finito, non riesco ad oggettivarmi, a tenere un atteggiamento distaccato. Sarebbe come se tu mi invitassi a parlare della mia vita, di un amore, di una avventura, di un viaggio. Come la giudico? Mah! Non giudico, dico che mi era necessario. Tutto ciò che ci è capitato di bene e di male era necessario. La dolce vita è un film che ho fatto tanti anni fa: mi è stato più faticoso liberarmene perché era una specie di mostro, che continuava a crescere. Se il suo successo è giustificato non lo so: evidentemente il film aveva una carica che giustificava tale emozione. Quanto alle nonne moribonde, alle zie paralitiche che mi offrono pei film... Io sono un romantico: mi piace vedere la vita sempre in chiave di fantasia. Potrei dunque dire che il cinema è una sirena dalla seduzione infinita e per questo gli regalano le nonne moribonde. Invece mi piace pensare che la gente me le porta per aiutarmi a fare un film. Toh! Piglia».

Che sublime diplomatico. Che celestiale mistificatore. Questa non è risposta. Recentemente, se ben ricordo, noi due abbiamo avuto un violento scontro telefonico: in seguito al quale le risponderò sempre col lei. E in quell’occasione sì che mi ha dato una risposta. Io le ho ricordato che i giornalisti l’hanno sempre trattata con stima ed affetto e lei ha replicato che i giornalisti l’avevano sempre trattata come si merita perché lei è Federico Fellini ed un grande artista.

«Disgraziata. Screanzata. Ballista. Maleducata».

Maestro, queste parolacce bisognerà toglierle dai testi scolastici quando i bambini delle elementari studieranno la vita di Giuseppe Verdi. Pardon, di Federico Fellini.

Geniale, "finto", nostalgico. Fellini, l'italiano perfetto. Un dizionario racconta il grande regista. La cui vita e film svelano il meglio e il peggio del nostro carattere. Luigi Mascheroni, Martedì 21/01/2020, su Il Giornale. Cento anni di Federico Fellini - a proposito, «Auguri» - e cento possibili modi di raccontarli. Saggi, nuove biografie e vecchie interviste, mostre, cataloghi, convegni, rassegne cinematografiche, francobolli (ieri il ministero dello Sviluppo Economico ne ha emesso uno appartenente alla serie «Le Eccellenze italiane dello spettacolo», valore 1,10 euro), speciali televisivi...E ricordi, quanti ricordi. Amarcord. Ognuno ha il suo. Chi conobbe bene il Maestro, chi lo incontrò appena, chi ci lavorò, chi ci litigò. Fellini visse 73 anni (1920-93), ne avrebbe compiuti cento ieri, ma l'immaginario che ha creato, diventato parte della nostra quotidianità, non ha tempo. È strano. La sua opera non è così vista ormai: Amarcord - per esempio - non si vede in prime time dal 2001. Eppure Fellini è uno degli autori italiani in assoluto più amati e famosi all'estero. La dolce vita non è solo un film: è il cinema italiano nel mondo. Di più: è il modo italiano di vivere, per il mondo. E «Paparazzo» non è soltanto uno dei suoi neologismi più fortunati, ma il nome di centinaia di negozi, ristoranti e attività varie, ovunque. «Marcello, come here!». L'Italia di Fellini è un marchio turistico - «Stranieri, venite qui!» - e Fellini è l'italiano perfetto. Tutta l'italianità, nel bene e nel male, sta dentro Fellini e il suo cinema. Così come Fellini e il suo cinema hanno dentro di sé i vizi e il genio del carattere italiano. Per l'anniversario felliniano sono usciti e continueranno ad arrivare molti libri. Ma, in qualche modo, nell'«alfabeto» compilato dal critico cinematografico Oscar Iarussi dal titolo Amarcord Fellini (il Mulino), fra curiosità, aneddoti e riflessioni che incrociano arte e vita, c'è tutto: dalla «A» di Amarcord, appunto, alla «Z» di Zampanò, passando per la «B» di Borgo (cioè Rimini, cioè la spiaggia degli stranieri d'Italia), la «C» di Clown (il senso italiano per la comicità...), la «D» di Dolce vita, la «E» di Ekberg (Anita, la straniera più italiana di tutte), la «F» di Flaiano (il più grande antitaliano d'Italia)... e c'è soprattutto l'idea (ma non è detto che l'autore del dizionarietto federiciano sia d'accordo: è una lettura nostra) che Fellini sia persino più che un «antropologo del '900», «un testimone sul campo delle metamorfosi sociali» del Paese. Ma che lui stesso - il suo corpus e il suo spirito - sia addirittura l'autobiografia di un popolo. Il nostro. Ecco perché F.F., Federico Fellini (i francesi hanno B.B.), piace tanto agli stranieri e inquieta molto gli italiani, ai quali guardare i suoi film fa l'impressione di rivedersi su un grande specchio. Fellini è pigro e sognatore, mammone e puttaniere, fedifrago e attaccatissimo alla famiglia. Visionario inguaribile e feroce realista, provinciale e hollywoodiano. E poi moderatamente cinico, disincantato, nostalgico, anche se non sa neppure lui bene di cosa...Fellini è il prototipo dell'italiano sempre circondato da tanta, troppa gente: da compagni di giovinezza e di avventure, Vitelloni e colleghi, fan, adulatori, falsi amici - e ancora: vagabondi, saltimbanchi, matti e lunatici - tutte persone divertentissime, ma che ti fanno sentire perso in una solitudine indefinibile. Ecco, forse, perché adoriamo feste, marcette, circhi, trenini e girotondi. Cose bellissime e tristi. Le sue donne - senza le quali il «Pianeta Fellinia», per usare una definizione di Gian Piero Brunetta, perderebbe una «fonte energetica» fondamentale - sono le nostre donne, burrose (come Gradisca, il cui ruolo in un primo momento doveva essere di Edwige Fenech, poi Fellini ci ripensò: «Scusami, mai sei troppo magra, ti dispiace se dò la parte a un'altra?», le chiese), donne materne e generose, donne da amare e dalle quali fuggire, da inseguire e da temere. Il suo borgo - Rimini, el bôrg, che doveva essere il titolo di Amarcord, poi cambiato - è uno dei mille campanili d'Italia, la provincia da cui scappi per poi tornarci, anche solo con il ricordo. E se pure il regista fu di casa a Hollywood, vincendo cinque Oscar, «la sua vena aurea non potrebbe essere più italiana e provinciale, più estranea al cuore dell'Impero», come ammette anche Iarussi. E del resto quando Vittorio De Sica vide La dolce vita, sbottò: «È una cafonata, il sogno di un provinciale». Fellini è come Marcello, il suo Marcellino, e viceversa. Cioè come tutti noi vorremmo sentirci, e un po' ci illudiamo di essere, da italiani: scanzonati, scettici, autoironici, seduttori (Il Casanova di Federico Fellini, 1976), ma alla fine così pigri, rinunciatari, in balia del colpo di genio, che vaghiamo tra feste immobili e decadenti. È la grande bellezza del suo cinema. Fellini è così autentico, come l'Italia e gli italiani, perché l'arte è sempre più vera della realtà. Artifici, prospettive, barocchismi, sogni, illusioni e inganni: con questa roba ci abbiamo a che fare da secoli... Nei film di Fellini la quasi totalità delle scene di mare e della riviera adriatica è girata sul Tirreno o a Cinecittà. L'unica cosa vera del «Rex» è il fumo dei fumaioli. E la strada più famosa del cinema italiano, via Veneto, fu ricostruita in studio. Come sanno illuderti e illudersi gli italiani, nessuno. «Non è necessario che le cose mostrate siano autentiche. In genere è meglio che non lo siano. Ciò ce dev'essere autentico è l'emozione nel vedere e nell'esprimere» amava dire il «dottor» Fellini, che non prese mai la laurea. Fellini e il suo cinema, a partire dagli anni Cinquanta, accompagnano il passaggio - scandito dalle musiche di Nino Rota - dell'Italia povera e contadina, cattolica e comunista, all'Italia modana e del boom, laica e benestante. Dall'Italietta fascista al fascino del cinema. Dux et Rex. E anche in questo Fellini è l'italiano perfetto: da ragazzo pubblica un po' di cose su un settimanale fascista di Firenze e disegna vignette satiriche per il Marc'Aurelio, poi però riesce a scampare la tragedia della guerra, un po' per questioni di studio un po' di salute, e alla fine le delusioni del Ventennio, complice la magia del cinema, diventano speranze antifasciste. Anche se tutto sommato a Fellini - come agli italiani - la politica non interessa così tanto. L'importante è lo spettacolo, che da noi di solito coincide con la vita stessa. Naturalmente restandone sempre «più grande».

Gianmaria Tammaro per lastampa.it il 30 agosto 2020. Federico Fellini, dice Milo Manara, era un uomo estremamente libero, e viveva la sua libertà nel cinema, nelle cose che faceva, nel mondo che ogni volta costruiva e decostruiva, metteva insieme, demoliva, provava a rievocare. Il cinema di Fellini era sempre sospeso, sempre a metà: tutti i suoi film parlavano di viaggi (fisici, interiori, mentali) e di sogno. Perché «non c’è niente di più sincero di un sogno», spiegava. In “Fellini degli spiriti” di Anselma Dell’Olio, al cinema con Nexo Digital il 31 agosto, l’1 e il 2 settembre, quello che viene raccontato non è solo il regista o il poeta o il visionario; è soprattutto l’uomo con la sua fede e le sue convinzioni, con la sua visione unica, immensa, del mondo. È un mosaico di interviste e di confessioni. Stupendo, enorme, travolgente. Fatto di voci che sfumano, di particolarità, di aneddoti, di un’onestà che sa di amicizia. La cosa più vera la dice Vincenzo Mollica all’inizio. «Era un grande seguace della casualità». E la casualità sorprendeva Fellini, sottolinea il giornalista; proprio come voleva farsi sorprendere dalla vita. Spiriti e spiritualità, psicologia e fede, uomini e donne: sono tutte facce di una medaglia multiforme, infinita, piena di spicchi e di angolature, piena di significati e di essenze, e soprattutto piena di Fellini, di ciò che amava, di ciò che lo incuriosiva, di quello che voleva mettere in scena e offrire al suo pubblico. Era il primo di molti: il primo a farsi certe domande, il primo a provare a rispondere, il primo a dubitare. Un profeta, per qualcuno. Un mago, per qualcun altro. Come dice Nicola Piovani: non è di socialismo o di lotte politiche che parlava. Nei suoi film, c’è una fitta rete di simboli e di riferimenti, di Madonne candide ed innocenti, di estrema umanità e di una bellezza – per quanto assurdo possa suonare – bruttissima. Fellini vedeva, immaginava e sognava. E poi raccoglieva tutte queste cose – le strade e le persone delle sue passeggiate senza meta, le intuizioni ad occhi aperti, l’altro mondo in cui viveva quando dormiva – nelle sue opere, nella sua poetica, nella sua filosofia. Era un seguace di Jung, dell’interpretazione del subconscio, delle cose che non succedono ma che si sentono (o forse, proprio perché si sentono, succedono?). «Un uomo», diceva Fellini, «quando parla di una donna non fa altro che parlare della sua parte più oscura». E quindi non fa altro che parlare di sé stesso, di quello che non si vede, che non si conosce, che non si può toccare con mano. Fellini immortalava le cose nella loro doppia esistenza: quella di ogni giorno, dell’uso quotidiano, e quella ultraterrena, sospesa, incapsulata anch’essa nel concetto di viaggio. Gli piacevano le stazioni dei treni e gli aeroporti. Gli piaceva meno doverli prendere gli aerei e sospendersi sulle teste degli altri. Era radicato nella sua realtà, nella sua Italia, nel suo mondo, e diceva: ogni volta che parto, non imparo niente di nuovo; vengo travolto da cose molto spesso inutili, che so già, vengo schiacciato dalla confusione, e non faccio nessuna scoperta. Con il suo documentario (prodotto da Mad Entertainment con Rai Cinema, in collaborazione con Walking the dog, Arte e Rai Com), Dell’Olio riesce nella missione difficile, ma non impossibile, di mostrare aspetti inediti di uno dei registi più amati e più celebrati, e in un certo senso, con la sua eredità, con le interpretazioni che vengono costantemente date delle sue opere, delle sue scelte, del suo sguardo, più discussi di sempre. Quando si parla di Fellini, si parla dei suoi film, degli alter-ego che vivevano nei suoi attori, di Mastroianni, delle donne; si parla del successo (e poco del successo contestato, urlato, preso d’assalto dalla Chiesa e dall’opinione pubblica, a cui, invece, la Dell’Olio concede grande spazio), e del talento. Resta comunque un angolo nascosto, oscuro, lontano dalle luci e dai racconti, che in “Fellini degli spiriti” viene magnificamente fotografato. Il documentario stesso, con la sua struttura fatta di scatole cinesi, di argomenti che si uniscono ad argomenti, di concretezza che sconfina sempre di più nell’immateriale e nello spirituale, è un viaggio. Partiamo subito, al primo minuto, con i titoli di testa animati; e non sappiamo dove ci stiamo dirigendo. È un viaggio bellissimo, ricco di testimonianze e di piccoli dettagli (e Fellini, come dimostrano i video d’epoca, era attentissimo ai dettagli: contava i respiri, i gesti, misurava i movimenti dei suoi attori, li riprendeva come un maestro di scuola se non erano come li aveva immaginati). Anche se incastonato in una cornice precisa ed elegante, in “Fellini degli spiriti” resiste una dimensione intima, di memorie e sincerità, in cui Fellini non è quasi mai il grande maestro – spesso grande poeta, spesso geniale indovino – ma sempre l’uomo, sempre il curioso, quello delle sedute spiritiche, dell’oroscopo («ho preso tutti i difetti del Capricorno e dell’Acquario»), l’amico che ti costringeva a gare assurde; che ti trascinava in giro per Roma e che poi ti chiedeva di fermarti davanti a San Pietro, davanti all’abbraccio del colonnato e di ascoltare; quello che vedeva e sentiva mille presenze nei vicoli più bui, che nell’umanità verace cercava le risposte alle domande più alte. Nell’esistenza Fellini voleva sapere della non-esistenza, e i suoi film, così straordinari, così potenti, facevano da testa di ponte, un po’ qua e un po’ là, un po’ radicati nel vivo, nel concreto, nel mondano, e un po’ rivolti agli spiriti, alle sfumature, alle sensazioni, ai dubbi. Fellini sapeva e non sapeva, vedeva e non vedeva; e come un pittore – lui che aveva iniziato come vignettista al Marc’Aurelio – dipingeva, colorava e disegnava ciò che sentiva, ciò che voleva, ciò che, specialmente, cercava. Il cinema era il suo viaggio, il suo percorso, non la sua meta; e nel cinema, come dice Manara, riversava tutta la sua libertà. “Fellini degli spiriti” apre uno scorcio nella fitta coltre di celebrazioni e di frasi tutte uguali, di ritornelli critici e servili, e porta la luce dove, per tanto tempo, c’è stata solo l’ombra: su Federico e non solo, e semplicemente, su Fellini.

Ilaria Ravarino per “il Messaggero” il 4 settembre 2020. «Sono pentita. Forse non dovevo scriverlo». Si rigira il suo libro tra le mani, Marina Ceratto Boratto, con lo sguardo fisso all' uomo in copertina: Federico Fellini, il genio e l' amico, come recita il sottotitolo del volume pubblicato a maggio e su cui, adesso, ha qualche dubbio. Per tutti il Maestro, per i collaboratori il Faro, per Marina che lo conobbe a 16 anni grazie alla madre, la bellissima Caterina Boratto, la Signora Misteriosa di 8 e mezzo Fellini fu qualcosa di più. Un padre, una guida. Un sensitivo. «Federico era un mago bianco», dice Boratto inseguendo l' ombra di un ricordo nella sua bella casa ai Parioli, a Roma, lei che di Fellini fu la cartomante (questo il titolo del volume: La cartomante di Fellini). Fellini «vedeva oltre le persone», Giulietta Masina no. Fellini amava le donne, Giulietta solo lui. Fellini, scrive Boratto, la tradiva. Giulietta soffriva. Beveva. Lo insultava. Nell' anno del centenario della sua nascita, è un' immagine di rottura quella che di Fellini emerge dalle 470 pagine del libro di Boratto, per anni alla corte di un genio che lei stessa descrive satiro e dominatore, tormentato dai fantasmi e narciso. Sperimentatore di Lsd. Pessimo cuoco. Superstizioso. Ma affascinante «come un dio».

Perché è pentita?

«Per quello che ho scritto su Giulietta. Spero che si capisca che il rapporto tra loro, anche se travagliato, aveva qualcosa di sacro e misterioso. Quando facevo le carte a Federico mi chiedeva sempre di fare un giro anche per lei. Era preoccupato che non la facessero lavorare, ne era ossessionato. Per lui era come una madre e una figlia. Invece era la moglie».

La tradiva?

«Voleva essere libero di vivere le esperienze erotiche di un adolescente in ritardo anagrafico. Giulietta era mortificata e ferita dalle bugie che le raccontava, ma sapeva che non l' avrebbe mai lasciata. Fellini poteva essere molto crudele. Con le donne era disinibito: le pacche sul sedere erano una consuetudine tollerata».

Ha conosciuto le sue donne?

«Si era innamorato della Cardinale, aveva un' ossessione per la sua segretaria di edizione, la Viperetta. Sandrocchia, Sandra Milo, per lui era una donna-totem. Masina fu gelosa di Francesca Dellera e di Anna Magnani. E poi c' era Anna Giovannini, la farmacista, detta la Paciocca. Un giorno entrai nel suo negozio e lo sorpresi con lei. Lui mi disse: hai visto che hai dei poteri magici? E mi volle come cartomante. Anna era diversa da Giulietta: in casa sua non trovavi nemmeno un cespo di insalata, doveva cucinare tutto lui. Faceva delle frittate inimmaginabili, indigeribili. Invece, quando con mamma andavamo a trovare i Fellini a Fregene, Giulietta viveva in cucina».

Le piaceva?

«Sì. Una volta successe un casino con Tognazzi. Ugo, che era una persona molto positiva, decise di mettersi a cucinare a casa loro. Giulietta odiava le intromissioni. Ma lui iniziò a spadellare, usando tonnellate di panna. Osò mettere in discussione la pasta e fagioli di Giulietta. Pensava di creare atmosfera, finì che i coniugi Fellini lo piantarono in asso lasciando Fregene».

Lo facevano spesso?

«Fellini dava delle buche clamorose. Alle cene arrivava sempre in ritardo. A volte si negava al telefono: lo chiamavi e faceva la voce della governante. Oppure imitava Giulietta e diceva che non era in casa. Altre volte era adorabile, nemmeno aprivi bocca e già indovinava che giornata avevi avuto. Era sensitivo».

Com' era il suo quadro astrale?

«Capricorno in Saturno. Molto malinconico, ma dotato di una personalità fortissima».

Lo ha mai visto arrabbiato?

«Una volta su un set chiese una spada e gli portarono una scimitarra. Si arrabbiò parecchio».

Ha mai mentito facendogli le carte?

«Non potevo. Anche lui le sapeva leggere. Gli dissi che non sarebbe mai riuscito a girare Il viaggio di Mastorna. Il problema con le carte è che non è detto che gli altri ti credano. Feci i tarocchi anche a Pasolini: gli dissi che vedevo una grande minaccia per lui nascosta nella notte».

Perché Fellini era attratto dall' occulto?

«Era superstizioso. Quando poteva passava sempre in via Lutezia, la strada in cui aveva incontrato Giulietta. Pensava gli portasse fortuna. Quando ha cambiato l' ufficio a Roma, ha fatto fare il giro delle sette chiese ai furgoni con tutti i mobili. Per Giulietta degli spiriti girò l' Italia, conoscendo maghi, medium e sensitivi. Quando nel 1963 provò l' Lsd, sotto la guida di uno psicoterapeuta, disse di aver parlato per delle ore con gli spiriti. Ma non ricordava nulla».

Con i soldi che rapporto aveva?

«Era generosissimo, Giulietta più concreta. Gli dava una paghetta giornaliera che lui disperdeva quasi immediatamente».

Ma Giulietta lo tradiva?

«Aveva questo amico, Salvato Cappelli, che era più presente di Federico. Fellini si rilassava con i massaggi e la sauna, Salvato faceva le flessioni in giardino nella loro villa a Fregene. Ma non credo ci sia mai stato molto fra loro».

E lei con Fellini è mai stata?

«No. Diffidavo profondamente. Ero tra rapimento, estasi e blocco. C' erano 27 anni fra noi: poteva essere mio padre. Mi corteggiò Alberto Sordi, un altro gigante. Mi fece un po' di corte, mandandomi a casa scatole di cioccolatini, sempre più piccole man mano che lo respingevo. Era un po' come nei suoi film».

Fellini aveva amici?

«Mastroianni. Fu lui a ricomporre l' incidente diplomatico tra Giulietta e Ugo. Lo dipingono tutti come un dandy, ma veniva da una fame nerissima, un' infanzia terribile. Per questo il lavoro è diventato centrale nella sua vita. Per Federico era indispensabile. Anche a livello emotivo. Si completavano l' un l' altro. La mamma di Marcello veniva spesso sul set».

Era così terribile, Fellini?

«Era una persona straordinaria, ma spiazzante. Quanto lo sentivi vicino, era invece lontanissimo. Quando lo pensavi lontano ti chiamava. Dovevi abituarti ai suoi cambiamenti, velocissimi. Poteva stare un mese senza telefonarti, e poi imputava a te il fatto. È difficile accettare che sia stato, anche e soprattutto, un uomo».

Ha secondo lei un erede?

«No. Ci sono dei registi bravissimi come Paolo Sorrentino, che ha subito molto l' influenza di Federico. Ma lui è Paolo Sorrentino. Federico era un mare, un lago, un tramonto. Era tutto».

Cinzia Romani per "Il Giornale" il 21 agosto 2020. Non cominciava un film se, prima, non aveva consultato la cartomante di fiducia. Si sa che la gente di cinema è superstiziosa, ai limiti del grottesco, ma Federico Fellini, il Mago di Rimini del quale ricorre il centenario della nascita, faceva sul serio. Egli aveva, cioè, un severo approccio olistico a quanto non è dato vedere e studiava con scrupolo ogni enigma, o qualsiasi avventura senza soluzione: i suo film, zeppi di figure femminili inspiegabili, lo dimostrano. E procedeva da visionario illuminato attraverso la propria esistenza, perché la magia, i poteri paranormali e le atmosfere soprannaturali lo avevano sempre attratto. Fino al punto di affrontare un viaggio, lui pantofolaio e pigrotto, in California e in Messico, alla ricerca del romanziere-guru Carlos Castaneda, che l'aveva affascinato con i suoi racconti. Peccato che l'uso delle droghe avesse messo fuori gioco l'autore di A scuola dello stregone, ma per Fellini la vita avrebbe avuto sempre il colore del sogno. A disvelare tale lato oscuro del regista riminese arriva adesso un bel film documentario di Anselma Dell'Olio, intitolato Fellini degli spiriti, che il 23 agosto verrà presentato, in anteprima internazionale, al XXXIV Festival del Cinema Ritrovato, a Bologna. «Se pensate che tutto sia stato detto sul grande riminese di Roma, dovete vedere Fellini degli spiriti, perché vi farà scoprire un Fellini nuovo, intimo e più vicino ad ognuno di noi», dice Gian Luca Farinelli della Cineteca di Bologna. Tra l'altro, il docufilm uscirà nelle sale, con Nexo Digital, il 31 agosto e l'1 e il 2 settembre. Attraverso straordinari materiali d'archivio di Rai Teche e Istituto Luce, tra immagini dei film felliniani e interviste esclusive, il docufilm racconta la profondità della passione di F.F. per quello che egli definiva «il mondo non visto». E indagando altre dimensioni e altri viaggi dello spirito, Anselma Dell'Olio illumina esperimenti e Tarocchi, il gusto per la pratica I Ching e l'incontro con il grande veggente Gustavo Rol, conosciuto durante le riprese di Giulietta degli spiriti, i segreti dell'inconscio, inizialmente indagati con lo psicanalista junghiano Ernst Bernhard e le più intime cose di un artista non dimenticabile. Selezionato dal Festival di Cannes «Cannes Classics Sélection officielle 2020» e prodotto da Mad Entertainment, con Rai Cinema, Walking the Dog, Arte e Rai Com, questo ritratto di Fellini aggiunge un elemento importante alla conoscenza di un autore che il mondo ci invidia. Così William Friedkin, intervistato dalla Dell'Olio, si sofferma a lungo sull'attrazione per le leggi dell'aura e sulla tecnica per guardare dentro alle persone che il cineasta americano avrebbe appreso dallo studio dei film di Fellini. Confermando la tesi di un altro grande genio visionario, Edgar Allan Poe, secondo il quale quanto più l'assunto di una storia è pazzesco, tanto più bisogna saperla raccontare in modo che i dettagli risultino credibili e convincenti. Anche Nicola Piovani, che ha scritto le musiche di diversi film felliniani, è convinto che Fellini fosse un mago, o un profeta. Mentre sorprende venire a sapere che il compositore Nino Rota, storico collaboratore del Mago di Rimini, fosse uno dei più importanti collezionisti italiani di libri esoterici. Ne La voce della luna c'è una scena ispirata a una teoria del musicista, il quale sosteneva che determinate sequenze di note operano miracoli sulla materia. Certo, la Roma dei Sessanta del secolo scorso pullulava di spunti misteriosi, colti al balzo da Fellini che spesso infilava pretini levitanti e suorine nei suoi film, quasi a ribadire un afflato più alto. Tanto Giulietta Masina, amatissima moglie di F.F., era solidamente ancorata alla concretezza della vita quotidiana, quanto il regista aspirava a scoprire il mondo dell'invisibile. Infilandosi nei retrobottega dei ciarlatani e frequentando Gustavo Rol, il medium che lo iniziò all'evocazione degli spiriti, dopo che lo scrittore Dino Buzzati glielo aveva fatto conoscere. E furono quadri che si dipingevano da soli, mani che trapassavano le porte come fossero burro, tavoli che sparivano fino a diventare gelatinosi, materializzazioni di persone scomparse. A Rol Fellini chiedeva sempre «la formula», finché Rol gli disse: «È semplicissimo: il colore verde, la quinta musicale e il calore».

Alessandra Levantesi per “la Stampa” il 21 luglio 2020. Sebbene il titolo in terza persona possa sviare, La cartomante di Fellini è la stessa Marina Ceratto Boratto, autrice di un libro tanto affascinante quanto impossibile da definire. Un ritratto ravvicinato del maestro riminese? Un'autobiografia celata fra le righe di un'altrui biografia? Un flusso di coscienza? Lo spaccato di un momento magico del cinema italiano? Una confessione, una sorta di terapia junghiana? Fluviale e appassionato, La cartomante di Fellini (Baldini+Castoldi) è tutte queste cose. E pur procedendo nel tempo e nello spazio per scarti, ricordi, assonanze, parentesi, è ondivago solo in apparenza: perché non perde mai di vista il suo baricentro, o meglio il suo Faro, ovvero Federico. La cornice è la Roma in gran fermento artistico e culturale degli anni Sessanta, l'io narrante una timida studentessa della scuola prestigiosa cattolica Cabrini, così religiosa che pensa di farsi suora. Il deus ex machina è l'incontro del destino fra Fellini e la mamma di Marina, l'attrice Caterina Boratto ritiratasi dalle scene per via del matrimonio con il gelosissimo Armando Ceratto, proprietario della clinica Sanatrix di Torino. Colpito dalla bellezza incontaminata di Caterina, il Maestro le inventa un ruolo, La Signora Misteriosa, nel film che si appresta a girare. Ed è così che, con indosso un tubino verde smeraldo degno dell'occasione, Marina approda sul set di 8 e mezzo, nei corridoi del Palazzo delle Civiltà dell'Eur dove le si palesa un uomo alto, magro, la giacca nera sbadatamente gettata sulla spalla che subito la abbraccia e apostrofa con i nomignoli «tesorino, Marinella, Marinotta, pastrocchia, bambocciona» con cui la chiamerà sempre. All'adolescente il maestro appare: «Un testimone, un profeta o un apprendista stregone al primo incontro, lo ammetto, sospettai che fosse il diavolo incarnato». Ma è subito amore, seppur un amore sublimato: su quel set-harem orchestrato dal regista con piglio di giocoliere e popolato di divi, attori, comparse e straordinari collaboratori come Nino Rota, Gianni di Venanzo, Piero Gherardi, Marina capisce che «accetterà Fellini per sempre, difetti inclusi». Nel corso di quasi cinquecento pagine, che tuttavia volano, la Ceratto annota tutto quel che ha visto e sentito sull'arco di una frequentazione interrotta solo dalla scomparsa di Fellini - il metodo di lavoro e gli insanabili contrasti con Giulietta (Masina), i complicati rapporti umani e le scivolate depressive - delineando la figura di un seduttore esplosivo, vitalissimo, spiazzante, poetico, dietro il quale si cela un uomo umbratile, tormentato, saturnino. Poco a poco, Marina scopre di condividere con l'adorato regista la sensibilità per l'arcano, il magico, il trascendente, l'analisi junghiana; e Federico, perennemente circondato da maghi (a partire da Gustavo Rol) e indovini, la nomina sua lettrice di tarocchi. «Sopravvalutando le mie facoltà di sensitiva» scrive lei, ma è proprio grazie al suo radar di percettiva che un giorno entra nella farmacia di Anna Giovannini, la compagna segreta di Fellini. «Occhi turchini, fisico da signora grandi firme, voce melodiosa e avvolgente», Annina è una donna dalla sensualità materna che Federico ama in modo esclusivo e possessivo: ogni volta che può va da lei, quando lavora la inonda di telefonate e bigliettini. Nella sua esistenza di «traditore seriale», l'amante Anna così come la moglie Giulietta rappresentano punti fermi e inamovibili: «C'è qualcosa di eterno e necessario nell'unione di due esseri» confida; le donne sono un pianeta misterioso su cui non cessa di proiettare sogni e incertezze. E del resto per Fellini la vita stessa è sostanzialmente materia artistica, «un'amalgama incandescente» da esorcizzare e tradurre visionariamente sullo schermo. Vuoi in film «sortilegio» come 8 e mezzo, in film mai realizzati come il Mastorna; o in quel viaggio archetipo nella Roma antica che è il Satyricon. Un'opera, quest' ultima, dalla lunga e difficile lavorazione nel corso della quale Fellini «smantella gran parte del suo calore» nei riguardi di Marina. Lei ne soffre; ma se quella sorta «di pugno ricevuto in pieno volto» le da la spinta per affrancarsi, l'ammirazione e l'affetto rimangono intatti. Come si evince dalla lettura di questa torrenziale lettera d'amore che, restituendo con vividezza di Fellini il contraddittorio carisma, aiuta a penetrane lo straordinario mondo poetico. Un esempio? «Gli piacevano le stazioni ferroviarie adorava il mare d'inverno, perder tempo nei ristoranti deserti, meditare nelle chiese vuote e cos' altro gli piaceva? Il suono delle campane, i letti molto alti, i fratelli Marx, Buster Keaton, John Ford, Bunuel, James Bond, Matisse, Piero della Francesca i romanzi di Simenon e Dickens, le ciliegie amava attendere anche se invano la donna che desiderava».  

Franco Giubilei per “la Stampa” il 21 luglio 2020. Sondare il mondo magico di Fellini è un po' come avventurarsi nell'inconscio del maestro, la cui fascinazione per il mistero e l'occulto risale all'infanzia, quando i suoni della campagna riminese si trasformavano nelle strane visioni di Federico bambino. Episodi che sono stati raccontati dallo stesso regista, segni precoci di una passione che non lo lascerà mai più e che ispirerà tutta la sua produzione, nella ricerca di un senso delle cose in cui immaginazione e realtà si sovrappongono continuamente. Ora questo aspetto, centrale nella sua opera come nella sua biografia, viene esplorato nel documentario Fellini degli spiriti di Anselma Dell'Olio che sarà presentato in anteprima dalla Cineteca di Bologna il 23 agosto alla rassegna «Il cinema ritrovato». Selezionato dal Festival di Cannes nella sezione «Classics Sélection officielle», dal 31 agosto sarà distribuito nelle sale da Nexo Digital. Fra i protagonisti ci sono la cartomante che Fellini consultava regolarmente, Marina Ceratto, e poi Giuditta Mascioscia, la sensitiva che porta direttamente a un altro personaggio fondamentale in questo viaggio nei rapporti del maestro con il soprannaturale, cioè Gustavo Rol: «Fellini lo conobbe nel 1965 (l'anno di Giulietta degli spiriti, ndr), durante il viaggio di Dino Buzzati in cui lo scrittore raccontava per il Corriere l'Italia del mistero, e ne restò affascinato - spiega Marco Leonetti, direttore della Cineteca di Rimini -. Di fatto, Rol, che era un noto sensitivo, nella sua vita prese il posto dello psicanalista junghiano Ernst Bernhard, morto poco tempo prima e figura molto rilevante per lui». Un ruolo importante, quello giocato dall'occultista torinese nella vicenda umana e artistica del regista: «Rol è stato decisivo nel dare una svolta al film Casanova, la cui lavorazione, prolungatasi per tre anni, si era impelagata nelle difficoltà di Fellini con un personaggio che detestava - aggiunge Leonetti -. Grazie ad alcune sedute spiritiche col sensitivo, in cui sarebbe stato evocato Giacomo Casanova, il maestro sarebbe riuscito a trovare la chiave giusta per raccontarlo. Sarà ancora Rol a convincere Fellini ad abbandonare il progetto del film su Mastorna». Il documentario di Dell'Olio chiama in causa anche collaboratori e amici stretti del regista, oltre a colleghi come William Friedkin (autore de Il braccio violento della legge e L'Esorcista) e Damien Chazelle (Oscar per La La Land), tutti contributi alternati a preziosi materiali d'archivio di Rai Teche e Istituto Luce. Il fil rouge resta lo sguardo di Fellini verso quell'Oltre che affiora puntualmente nella sua opera sotto forma di apparizioni enigmatiche e strettamente imparentate col sogno, un'altra dimensione tanto amata dal nostro da trasformarsi nell'omonimo Libro, che raccoglie i disegni delle sue visioni notturne: «Nei film di Fellini compaiono come Epifanie, in un incrocio fra visibile e invisibile - conclude Leonetti -, si tratti dell'immagine del Rex in Amarcord come di Sordi in altalena nello Sceicco bianco o del Cristo trasportato dall'elicottero della Dolce vita: sono cancelli di comunicazione con un mondo altro».

Federico Fellini, il mito in 100 tappe: ecco chi era l'uomo dietro al genio. Aneddoti, curiosità e informazioni: 100 cose da sapere su Federico Fellini. Con la consapevolezza che lui stesso diceva: "Mi sono inventato quasi tutto: un'infanzia, una personalità, nostalgie, sogni, ricordi per il piacere di poterli raccontare". Chiara Ugolini il 19 gennaio 2020 su La Repubblica.

1. È nato il 20 gennaio del 1920 in Via Dardanelli a Rimini alle ore 21.30, Capricorno ascendente Vergine.

2. La mamma, romana, era casalinga, il padre, romagnolo, era commesso viaggiatore per una ditta di dolci.

3. Aveva due fratelli, Riccardo di un anno più giovane di lui e Maddalena, nata sette anni dopo.

4. Il primo film di Fellini è Luci del varietà, realizzato a quattro mani con Alberto Lattuada.

5. Il progetto iniziale di Lattuada doveva essere una sorta indagine di costume su Miss Italia ma poi diventa una commedia su un capocomico interpretato da Peppino De Filippo.

6. Lo sceicco bianco, primo film a firma solo sua, all’uscita andò malissimo: boicottato dagli editori dei fumetti, non vinse nulla a Venezia. Ora è un film di culto e torna in versione restaurata.

7. Per il centenario tornano in sala anche I vitelloni, 8 e ½ e Amarcord.

8. Fellini e Alberto Sordi erano amici prima del cinema. Dopo aver sposato Giulietta Masina Fellini andò a vederlo a teatro e dal palco Sordi disse al pubblico: “Non sono andato alle nozze di questo mio amico perché stavo qua, fategli un regalo che costa poco: un applauso”.

9. Galeotta fu la radio. Fellini incontrò Masina nel ’43: interpretava Pallina, personaggio ideato proprio da Federico, nella commedia radiofonica Le avventure di Cico e Pallina.

10. Nel 1945 ebbero un bambino che morì a poche settimane.

11. Insieme hanno realizzato sette film: il primo ruolo fu per Lo sceicco bianco, una prostituta di nome Cabiria che avrà poi il film tutto suo.

12. L’ultimo è stato Ginger e Fred del 1986, in cui Giulietta torna a lavorare con il marito a vent'anni da Giulietta degli spiriti.

13. Per Le notti di Cabiria Fellini dovette ricorrere all’aiuto di un cardinale molto potente, dopo che la censura aveva proibito il film.

14. Giulietta è morta cinque mesi dopo Fellini.

15. La tomba di Fellini, a Rimini, è sovrastata da una scultura di Arnaldo Pomodoro, Le vele, ispirata al film La nave va.

16. Il primo amore di Fellini è stato a 16 anni: la sua dirimpettaia 14enne Bianca, un amore osteggiato dai rispettivi genitori.

17. Tra le sue letture preferite di ragazzo c’erano Robinson Crusoe, Oliver Twist e L’isola del tesoro.

18. Fellini è stato qua e là anche attore: una delle prime apparizioni sul grande schermo è con Anna Magnani in un film a due episodi di Rossellini, L’amore.

19. Nei primi tempi a Roma, insieme all'amico pittore Riccardo Geleng, Fellini per guadagnare qualcosa lavorò come comparsa nell'Aida alle Terme di Caracalla.

20. Assistente volontario di Rossellini su Paisá e Roma città aperta diceva: "Rossellini mi ha insegnato a girare un film come fosse una gita in campagna con amici”.

21. Dopo l’insuccesso de Lo sceicco bianco Fellini si prese una grande rivincita. L’anno dopo, 1953, portò I vitelloni alla Mostra del Cinema di Venezia e vinse il Leone d’Oro.

22. A causa però del flop dello Sceicco i produttori non vollero che nei poster e nelle prime venti copie del film sui titoli di testa ci fosse il nome di Alberto Sordi.

23. I vitelloni ebbe successo anche all’estero: fu campione di incassi in Argentina.

24. Quattro dei suoi film hanno vinto l’Oscar come miglior film straniero. Sono La strada, Le notti di Cabiria, 8½ e Amarcord.

25. Nel 1993, pochi mesi prima di morire, ha ricevuto l’Oscar alla carriera dalle mani di Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

26. Il giorno dell’annuncio al posteggio dei taxi di piazza del Popolo un gruppo di autisti è uscito dalle macchine, ha circondato Fellini che passava di lì e invece di dirgli “sei bravo” dissero “Federi’, siamo forti” e si sono congratulati fra loro.

27. Il suo discorso sul palco dell’Academy terminò con “Giulietta, don’t cry” rivolto alla moglie che in sala non smetteva di piangere.

28. Fellini ha iniziato la sua carriera nel mondo dei fumetti. A soli 19 anni ha iniziato a lavorare al Marc’Aurelio, la principale rivista satirica di quegli anni.

29. Ancora a Rimini aveva lavorato come caricaturista per il gestore del cinema Fulgor, che gli commissionava i ritratti degli attori più famosi per appenderli in sala.

30. Al cinema Fulgor Fellini ha visto il suo primo film, Maciste all’Inferno, seduto sulle ginocchia di suo padre.

31. A sette anni era fuggito di casa sperando di unirsi al circo esaltato dall’esibizione del clown Pierino.

32. Nell'estate del 1937, Fellini fondò insieme al pittore Demos Bonini la bottega Febo, dove i due eseguivano caricature per i turisti.

33. A Roma si era trasferito con la scusa di iscriversi a Giurisprudenza all’Università, ma non diede mai esami.

34. Fellini ha vissuto a Rimini dal gennaio 1920, quando è nato, al gennaio 1939, quando è partito per Roma.

35. Topolino nel 1991 ha dedicato al regista una storia intitolata La strada, disegnata dal maestro Giorgio Cavezzano. Si raccontava di Fellini che arrivava a Hollywood a ritirare l’Oscar.

36. Gelsomina e Zampanò erano Topolino e Minnie. Del fumetto Disney Fellini fu così contento che volle regalare a Topolino uno suo schizzo di ringraziamento.

37. Aveva una vera adorazione per Walt Disney che aveva conosciuto a Hollywood quando era andato a ritirare l'Oscar per La strada. Per lui e Giulietta il mago dell'animazione aveva organizzato una piccola festa a Disneyland con una banda che suonava il motivo del film.

38. Fellini aveva una passione per le vignette erotiche: una serie di personaggi che mettono a nudo i propri genitali - sempre enormi, esagerati, irrefrenabili - protagonisti di giochi di parole e significato, tra doppi sensi e metafore.

39. “Anche io disegno per mostrare come voglio qualcosa in un mio film, ma Fellini disegnava per comunicare con sé stesso”. Parola di Wes Anderson in Fantastic Mr. Fellini.

40. Di disegni e appunti è fatto anche il Libro dei sogni, l’album dove su suggerimento dell'analista junghiano Ernst Bernhard, ha trascritto per quasi trent’anni le proprie visioni notturne.

41. Per i suoi disegni Fellini utilizzava solo i pennarelli giapponesi Tombow, che ordinava con mesi di anticipo.

42. Dopo il fumetto la scuola successiva per Fellini fu quella dell’avanspettacolo: scriveva per comici di successo come Macario e Aldo Fabrizi.

43. “Solitamente Fellini dava appuntamento alle 8 di mattina da Canova e riceveva le persone a piazza del Popolo. Il bar diventava il suo ufficio quando lui non poteva essere a Cinecittà”: parola di Fiammetta Profili, per 13 anni segretaria del regista.

44. Per La strada il budget era basso per cui Anthony Quinn, che interpretava Zampanò, accettò un cachet ben inferiore agli standard ma non se ne pentì mai.

45. Quando uscì La strada il regista ricevette molte recensioni negative dai critici di sinistra che lo accusarono di aver tradito il neorealismo.

46. Amarcord in un primo tempo il film avrebbe dovuto intitolarsi È Bourg (il borgo): “Se si uniscono amare, core, ricordare e amaro, si arriva a Amarcord”, diceva Fellini.

47. La notizia della vittoria dell’Oscar per Amarcord gli arrivò mentre era sul set de Il Casanova. Fellini decise di non andare a ritirare il riconoscimento che venne consegnato al produttore.

48. Per Il Casanova Donald Sutherland aveva letto tutto quello che era stato scritto sul personaggio, ma Fellini gli chiese di dimenticare tutto perché non era la figura storica che voleva.

49. Per interpretarlo l’attore ha dovuto indossare 40 costumi, 10 parrucche e 300 nasi finti.

50. Fellini non rivedeva mai i suoi film. “Appena ho terminato il lavoro il film se ne va per la sua strada e io per la mia” diceva.

51. Quasi tutti i suoi film sono stati girati allo Studio 5 di Cinecittà.

52. Allo Studio 5 aveva due camere, bagno e cucina: ci dormiva, si faceva cucinare, ci mangiava. Era come una seconda casa.

53. Anche la camera ardente si è svolta in quegli stessi studi.

54. 8 e ½ nasce da una crisi di ispirazione. Fellini stava andando dal produttore Angelo Rizzoli per comunicargli che era ad un punto morto col film, quando a Cinecittà un capo macchinista invitò il regista a festeggiare il compleanno di un collega. E lì, mentre tutti gli facevano gli auguri per il nuovo film, Fellini ha un'illuminazione: farà un film su un regista che deve fare un film ma non sa più quale.

55. Claudia Cardinale racconta che sul set di 8 e ½ non c’erano copioni: solo dei pezzettini di carta con qualche battuta che arrivava all’ultimo momento.

56. Un attimo prima di girare il regista si metteva al posto di Mastroianni, parlava e improvvisava, Cardinale gli rispondeva e quello diventava il dialogo del film.

57. Paul McCartney avrebbe voluto Fellini per il video di una nuova canzone alla fine degli anni '80, ma poi per questioni di marketing saltò tutto.

58. Fellini diresse Totò solo per una scena, quella finale di Dov'è la libertà?, perché Rossellini si era ammalato.

59. Rivelò poi che avrebbe voluto farlo recitare nel film mai realizzato Viaggio di G. Mastorna.

60. Viaggio di G. Mastorna è il film non realizzato più famoso della storia cinema italiano: il protagonista avrebbe dovuto essere Paolo Villaggio.

61. L’ultimo film di Fellini, La voce della luna, con Roberto Benigni valse a Paolo Villaggio un David di Donatello.

62. Con Benigni Fellini girò solo quel film, il regista lo chiamava Pinocchietto.

63. Da ragazzino la passione più grande di Fellini era stare in piedi su una sedia, il Corriere dei Piccoli contro il vetro della finestra e sopra un foglio per ricopiare le illustrazioni.

64. Del rapporto con il disegnatore Milo Manara sono rimaste diverse testimonianze tra cui i manifesti di Intervista e La voce della luna.

65. Fellini aveva un cane che si chiamava Arcibaldo che era uguale allo Snoopy di Schultz e quando il regista faceva riunioni di sceneggiatura stava sempre ad ascoltarle.

66. Ha lavorato tutta la carriera con il commediografo Tullio Pinelli, morto a 101 anni.

67. Giulietta Masina ne La strada è stata chiamata un Charlot al femminile ma non dai critici bensì dallo stesso Chaplin: un complimento a cui sia Masina che Fellini tenevano tantissimo.

68. Negli anni in tanti gli avevano chiesto il significato di 8 e ½, così un certo punto cominciò a dare questa risposta: “Parla di te, proprio di te, del tuo mestiere, di quello che fai, dei tuoi sogni, dei tuoi rapporti con le donne”.

69. Dal suo cognome è nato il termine 'felliniano', del quale diceva: “Essere felliniano è il ruolo più difficile perché nonostante sia lusingato di essere diventato anche un aggettivo, non so cosa voglia dire”.

70. A Rimini in piazza Cavour per fargli festa ci sarà la Torta dei sogni, alta due metri, realizzata dal maestro pasticcere Roberto Rinaldini che ha personalmente reinterpretato il dolce più amato dal regista: la zuppa inglese.

71. Nella sua carriera ha anche realizzato spot pubblicitari, tra cui uno del 1985 per Barilla in cui la protagonista ordina "rigatoni" al cameriere che decanta i piatti della Nouvelle Cuisine.

72. Fellini era un buongustaio: amava le polpettine di bollito con uvetta, gli spaghetti al tonno e il polletto alla cacciatora che faceva sua mamma.

73. Giulietta era una gran cuoca e cucinava in quantità industriali perché il marito era capace di chiamare alle 9 e dire "non siamo quattro a cena ma 15".

74. Il lungo rapporto con l'analista junghiano Ernst Bernhard iniziò per caso: il numero di telefono del dottore rimase nelle tasche del regista finché un giorno lo chiamò credendo che si trattasse di una tale Maria.

75. Per anni poi il regista lo avrebbe frequentato nel suo studio di via Gregoriana, a Roma.

76. Con La dolce vita, nel febbraio del 1960, il cinema arriva per la prima volta in prima pagina su un quotidiano. È Il Giorno, che titola sugli applausi e i fischi.

77. La scena più famosa, quella di Anita Ekberg che fa il bagno nella fontana di Trevi, fu girata a febbraio. Faceva talmente freddo che Mastroianni aveva una muta da sub sotto il vestito.

78. Il film vinse la Palma d’Oro a Cannes. In occasione della presentazione al festival si tenne una festa in piscina dove le ospiti si buttavano in acqua vestite, in omaggio alla Ekberg.

79. La dolce vita avrebbe dovuto essere prodotto da Dino De Laurentiis ma sulla scelta del protagonista, Mastroianni, produttore e regista litigarono: De Laurentiis avrebbe voluto Paul Newman.

80. Il termine 'paparazzi' deriva da un personaggio di nome Paparazzo, un giornalista che fotografava le celebrità, interpretato da Walter Santesso.

81. Il personaggio di Paparazzo era ispirato a Tazio Secchiaroli, fotografo a via Veneto e amico di Fellini. Dopo quel film lo seguì su tutti i set.

82.  Il dolcevita, il maglioncino a collo alto, fu ribattezzato così dopo che Mastroianni lo indossò nel film, vincitore dell'Oscar per i migliori costumi creati da Piero Gherardi.

83. Il film Prova d’orchestra (1979), racconto delle prove di un concerto sinfonico interrotto da proteste sindacali e infine da un'enorme palla di ferro che sfonda i muri, Fellini decise di girarlo quando seppe dell’assassinio di Aldo Moro.

84. Per tutta la lavorazione di 8 e ½ tenne un’etichetta "ricordati che è un film comico” come monito applicato macchina da presa.

85. Arrivato a Roma voleva fare il giornalista ma la causa era sempre il cinema. "Avevo visto tanti film americani in cui i giornalisti era personaggi affascinanti".

86. Per Roma fece costruire a Cinecittà un pezzo del grande raccordo anulare.

87. Amava molto il circo e diceva che se il cinema non fosse esistito avrebbe voluto essere direttore di circo.

88. Quando i giornalisti lo chiamavano a casa spesso faceva finta di essere la cameriera, camuffava la voce e diceva “il maestro non è in casa”.

89. Nel cinema di Fellini il circo è molto presente, completamente dedicato a quel mondo è un documentario per la tv del 1970, I clowns.

90. Nino Rota ha scritto la musica di gran parte della filmografia del regista: le sue colonne sonore sono entrate nella storia, ma ancor più stretto è stato il rapporto personale fra regista e compositore.

91. Dopo la morte del musicista Fellini scelse di far comporre le colonne sonore dei suoi film a Nicola Piovani, che riconosceva come erede di Rota.

92. Nel 1990 ricevette il Praemium dell’Imperatore del Giappone, in un viaggio con Giulietta a Tokyo che lo lasciò entusiasta del paese e dell’accoglienza.

93. Uno dei film preferiti di Fellini era Uomini contro di Francesco Rosi.

94. Il logo di Fellini 100, che raccoglie tutte le iniziative per il centenario del regista, mostra il regista con in mano una frusta (sul set  di 8 e ½): lo ha disegnato Paolo Virzì.

95. Per il compleanno si inaugura lunedì a Roma Federico Fellini, Ironico, beffardo e centenario: la mostra fotografica è visibile fino al 28 febbraio presso la Biblioteca l'Angelica.

96. Cinecittà omaggia il maestro con un'esposizione speciale: la palazzina a lui nominata verrà allestita dallo scenografo Dante Ferretti – che lavorò con lui in cinque film – e Francesca Lo Schiavo.

97. Lunedì dalle 10 del mattino fino a mezzanotte alla Cineteca di Bologna si avvicenderanno per raccontarlo Marco Bellocchio, Franco Maresco, Giorgio Diritti, Gianni Zanasi, lo scrittore e sceneggiatore Ermanno Cavazzoni, che con Fellini ha lavorato all’ultimo film, La voce della luna, il pianista e autore di colonne sonore Daniele Furlati.

98. Esce Federico Fellini, Dizionario Intimo per parole e immagini, di Daniela Barbiani, nipote di Federico Fellini e sua assistente alla regia dal 1980 al 1993, negli ultimi suoi quattro film: E la nave va, Ginger e Fred, Intervista, La voce della luna.

99. Sempre lunedì la Rai dedica una programmazione che propone su tutte le reti grandi film (da Ginger e Fred a E la nave va, da La città delle donne al Casanova), reportage, interviste e riletture dell’immaginario felliniano e dei suoi protagonisti, come quella di Eugenio Cappuccio con immagini delle Teche Rai in Fellini fine mai.

100. Per il centenario sarà stampato un francobollo che riproduce  un autoritratto di Federico Fellini dal Libro dei sogni.

Prefazione di Milan Kundera a “Dizionario Intimo” di Federico Fellini (Piemme), pubblicata da “la Repubblica” il 5 novembre 2019. Il mio amore per i film di Fellini è senza limiti. Il nome di Fellini è sempre grande, ammirato, celebre, è diventato perfino un simbolo. Amarcord è stato tuttavia il suo ultimo film la cui bellezza poetica ha messo tutti d' accordo. Poi l' immaginazione di Fellini si è scatenata ancora di più e il suo sguardo si è fatto ancora più acuto: la sua poesia è diventata antilirica, il suo modernismo antimoderno. I sette film dei suoi ultimi quindici anni sono stati un ritratto implacabile del mondo in cui viviamo. Il Casanova, l'immagine di una sessualità esibita, condotta fino ai suoi limiti estremi, grottesca; Prova d' orchestra ; La città delle donne ; E la nave va, un addio all' Europa la cui nave, accompagnata da alcune arie operistiche, se ne va verso il nulla; Ginger e Fred; Intervista, grande addio al cinema, all'arte moderna, all' arte in generale; La voce della luna, addio finale. Nel corso di quegli anni, irritati dalla sua estetica molto esigente e dallo sguardo disincantato che poneva sul mondo contemporaneo, i salotti, la stampa, il pubblico e anche i produttori se ne sono allontanati; non dovendo più nulla a nessuno, Fellini allora assapora la «gioiosa irresponsabilità» lo cito «di una libertà fino a quel momento sconosciuta». Qualche giorno fa io e mia moglie Vera abbiamo rivisto Intervista . Alla fine del film ci siamo detti: «Sapeva già tutto». L' ultimo periodo dell' arte di Fellini ha rappresentato la vetta delle vette, la fusione del sogno e della realtà di cui sognavano i surrealisti. Fellini l' ha realizzata nei suoi ultimi film con una forza incomparabile, effettuando allo stesso tempo un' analisi lucidissima del mondo contemporaneo. I film di Fellini dell' ultimo periodo rappresentano l'apice dell' arte moderna, l' immagine più rivelatrice che conosco del nostro mondo così com'è. Negli ultimi decenni, dopo Picasso, dopo Stravinskij, dove possiamo trovare un' opera più bella, di un' immaginazione più potente? Dove possiamo trovare un'opera più importante in grado di interrogare, domanda dopo domanda, tutto il destino europeo, le viscere stesse di questo destino? Quando ho saputo che Fellini aveva deciso di girare America di Kafka, ho avuto la strana impressione di una sorpresa che non era tale: la cosa mi è parsa tanto inattesa quanto logica e necessaria. Infatti, solo Fellini poteva, grazie alla sua interpretazione, svelare in modo brutale l'essenza (sempre trascurata, elusa, non compresa) della grande rivoluzione estetica di Kafka: la liberazione radicale dell' immaginazione che, con la facilità del sogno, trasgredisce tutte le regole della verosimiglianza. L' arte moderna, per me, è la storia di questa immaginazione, che Fellini ha condotto verso cime inaccessibili (e forse verso il suo compimento, il suo compimento orgiastico).

Maurizio Porro per il “Corriere della Sera” il 13 dicembre 2019. Oltre a essere un regista che ha rivoluzionato il modo di far cinema, che è diventato un aggettivo e un sinonimo di qualità italiana nel mondo, oltre a essere l' artista di 8½ , film che ha portato al massimo livello espressivo i mezzi artistici del cinema, come Joyce e Proust che fingeva di non aver letto, oltre a essere colui che divise l' Italia in due a parlare della Dolce vita (non si può credere cosa fu l' uscita di quel film), Federico Fellini era anche un uomo di grande spirito, di umorismo raffinato e profonda gentilezza, il meno vanitoso che abbia calcato Cinecittà e dintorni, il genio che più amava nascondersi. Forse consapevole, ma lo teneva per sé. Ma 8½ è un film che non riesce a fare, come Proust nella Recherche arriva all' ultima pagina per dirsi pronto. Casi junghiani di sincronicità. Sono invitato ad andare sul personale e confesserò quindi che col Fellini che ho conosciuto io, per caso un pomeriggio molestandolo al teatro Nuovo per un' intervista laggiù nel '72 o giù di lì, finendo per accompagnarlo a un appuntamento stipandolo nella mia non linda 500, era arduo parlare dei suoi film. Sorrideva, scantonava, assentiva, ma era anestetizzato di fronte a qualunque elogio. Io lo tormentavo su come 8½ potesse cambiare la vita e il mio modo di vedere il cinema, ripetendo un rosario di complimenti che sapeva a memoria, ma a lui piaceva parlar d' altro. Parlava come nessuno, l' accostamento e la scelta dei vocaboli erano personali e originali, faceva dell' impressionismo col linguaggio, disegnava con parole e aveva ragione Orson Welles che nella Ricotta dice: «Egli danza». Gli piaceva andare a zonzo in auto senza meta, gustare il famoso risotto giallo, assaggiare piatti, sguardi, stare al riparo dalla popolarità usa e getta, sentirsi a casa. Era curioso di tutto, venne una sera nello stupore di una platea rockettara a vedere Rocky horror picture show , nel defunto cine teatro Cristallo, e sembrava un musical sulle sue misure immaginifiche. E raccontava di Rol e dei suoi prodigi di sdoppiamento, sempre con humour e quando era con la Masina parevano proprio la coppia italiana medio borghese, quanto di più lontano in realtà fossero. Naturalmente amava, quando nascevano per caso, chiacchierando, i ricordi e ne aveva pronti all' uso alcuni magnifici, sulla sua prima esperienza all' opera, col timpano offeso da un acuto, mentre stava in braccio a papà (magari era meno grave, ma lui era spettacolo) e di ritorno dal Giappone era sconvolto perché «in un dischetto non ci crederai ci sono tutti i miei film». Lo portai una sera, lui e Mastroianni, a sfogliare vecchi programmi di teatro, trovando non a caso quelli di Zio Vanja e del Commesso viaggiatore , spettacoli di Visconti interpretati dal suo, nostro, attore preferito. Fu un irresistibile inseguimento di memorie e aneddoti che restituivano il sapore dello spettacolo nel suo farsi e tramandarsi, il quotidiano del corpo del mestiere, qualcosa che andava oltre qualunque professorale giudizio di merito che sta dall' altra parte della barricata. Ridevano come bambini. Fellini era sempre il primo a fare gli auguri a Natale, anche in orario da insonne cronico come quando telefonava per raccomandare un libro che magari aveva letto durante la notte (ricordo la Tamaro) e mi pento di non aver conservato un suo affettuoso messaggio dall' ospedale: cancellai il nastro per portargli fortuna, ma dovevo capire che era quasi un salutino in finale di partita. Ripensando ai film, credo che Fellini sia stato davvero un profeta, nel senso biblico del termine. Nella Dolce vita aveva intuito senza sentenze tutto il peggio che sarebbe arrivato, dalla moda dei paparazzi (una delle tante parole finite nei dizionari) quindi della vita rubata, fotografata e virtuale, alla teocrazia dell' immagine televisiva alla crisi dell' intellettuale, allo strapotere della cronaca, a quello del sesso. Ma soprattutto in quasi tutti i suoi film c' era la richiesta gentile di fare un po' di silenzio. È l' ultima battuta della Voce della luna ma già prima ci aveva avvertito, inascoltato. Era profetico il suo sguardo sul mondo, quando aveva anticipato la guerra balcanica nella Nave va , le moto selvagge in corsa alla fine di Roma , l' amore con la ballerina meccanica robot in Casanova , nel Bidone i trafficoni diventati di moda; quando scopriva facce sconosciute (Nico, la musa di Warhol nella Dolce vita , dove c' era anche Celentano, Pina Bausch nella Nave ) e quando chiedeva appunto di ascoltare solo il rumore dentro, quello che lui riusciva a esprimere nelle immagini di un suo rumoroso e inimitabile teatrino.

Natalia Aspesi per “Robinson - la Repubblica” il 17 dicembre 2019. Me lo ricordo il Fellini che incontravo per le interviste, forse ai tempi della Città delle donne o anche prima: un uomo gentile, affettuoso, un tesoro per un giornalista perché evocava cose sorprendenti e l' articolo si faceva da solo: un uomo stanco, grassoccio, seduto in un angolo, con quella vocetta infantile, un fiume fantasioso di parole e di immagini; noi arpie del giornalismo detto chissà perché di costume lo adoravamo per la dolcezza con cui voleva farci credere, ma non lo credevamo, quanto ci stimasse. Ci appariva molto accogliente, piacevole, ma del tutto privo di fascino di quel tipo là, e un po' ne ridevamo, pentendoci subito perché chiunque fossero le femmine vere che accoglieva o spingeva in un letto, o quelle di fantasia che raccontava sullo schermo, i suoi film, una parte dei suoi film, sarebbe stata meravigliosa per sempre. Si può a 27 anni dalla sua morte, nel centenario della sua nascita, in un tempo, oggi, smemorato e capovolto, chiedersi ancora delle sue donne, vere o immaginarie, dopo che negli anni, a ogni occasione ne è spuntata una che si è dichiarata la sua donna, e lui pazzo d' amore, e lei pazza di lui: ne vivono ancora con questa medaglia, signore a cui in passato se si chiedeva, E la Masina?, sempre rispondevano, Contenta. Tutto ormai è evaporato nella leggenda e non conta più, e sono certo più reali le donne della fantasia che quella vere ormai defunte o tuttora parzialmente vegete. Per esempio la Carla di 8 e 1/2, la bionda burrosa e sempre sorridente a cui Guido alzandosi dal letto chiede di fare la faccia da porca, e lei pigola, nella sua adorabile scemenza, voglio scrivere a mio marito; oppure Fanny di Giulietta degli spiriti, amante ideale delle fantasie maschili d' epoca, polposa e un po' ridicola, tutta in bianco con velo come una sposa, ma già in mutande. Oggi, più di mezzo secolo dopo, Sandra Milo, una settantina di film e qualche apparizione sconcertante in tivù tipo Isola dei Famosi, deve la sua gloria ai soli due film con Fellini, l' uomo che è stato il suo distratto amato amante per 17 anni: senza che lei mai lasciasse marito e figli anche se in certe interviste ha sostenuto che a un certo punto lui, marito di ferro della sua Giulietta, le aveva comunque chiesto di sposarlo. Certo i film di Fellini e forse davvero anche la sua vita, sono zeppi di donne, madri, puttanoni, spose, beghine, fanciulle, serve, sante, cori di belle sciocchine maliziose e inafferrabili con i visi vacui incorniciati da meravigliosi e stupidi cappelli: che raccontano l' ossessione italiana e ancor più, forse, romagnola di allora per una femminilità divisa in due: quella di una moglie poco vistosa che ogni giorno all' alba si alza per tirare la pasta fresca e rimestare un indigeribile ragù, mentre su una spiaggia, in una tabaccheria, in un vicolo, in un letto a baldacchino, lo attende ubbidiente e indifferente, una bellissima donna, un corpo sontuoso e muto: oppure una sua degenerazione, una Gradisca, una Gigantessa, una Rosina, una Tabaccaia, una Paciocca, una Saraghina, una mostruosità cattiva e inesistente, due palloni al posto del seno, una montagna al posto del sedere, un viso diabolico: come nei disegni preparatori per i suoi film ( I disegni di Fellini di De Santi, Laterza) che rivelano il disprezzo, e la paura che può suscitare quel costante mistero che è la femmina. Ma poi c' è La Moglie, che è per sempre, che non si cambia, almeno per Federico, e quindi non ha bisogno di quegli orpelli carnali perché il suo ruolo è un altro, vuoi angelo del focolare ma anche mamma inflessibile che ti soccorre, che ti controlla, che ti urla se bevi troppo, se mangi troppo, se un' amante ti ha piantato: non è stato proprio così il ruolo di Giulietta Masina, sposata, tutti e due ventenni, tutti e due emiliano-romagnoli, quando Fellini era ancora magro magro (secondo Alberto Sordi che gli era già amico, per fame) e con una gran capigliatura nera: bello, come una volta accasato è stato per poco, da quasi subito infedele come era ovvio, la moglie però non addomesticata secondo tradizione, sua musa e interprete per i personaggi angelicati, sia di piccola barbona come Gelsomina, sia di ingenua prostituta come Cabiria. E quanto alla fedeltà obbligatoria della Moglie, non ne esistono prove certe, anzi, Roma pullulava in quegli anni, di immensi intrecci di corna. In Anita Ekberg Fellini aveva trovato la splendida rara immagine della bellezza eterna da lui sognata: esuberante, ridente, lattea, dispensatrice di felicità, tutto ciò che una dolce vita può dare, e che rimase gelida nei suoi confronti, giudicandolo dal suo moralismo nordico, un provinciale, una donnetta, un despota, un invidioso, come rivelò in varie interviste. Anche un' altra signora che lui voleva in Casanova, questa volta con sprezzo anglointellettuale lo atterrò in una intervista a Leonetta Bentivoglio: stravaganza felliniana perché Germaine Greer, femminista bellicosa e autrice dell' epocale L' eunuco Femmina, se lo portò a letto tanto per passare una serata o due, rimanendone delusa. «Quando si infila nel letto col pigiama di seta, telefona subito alla moglie mandandole bacini» concludendo dopo una serie di dispregiativi, «di atleti del sesso ce ne sono tanti e a buon mercato». A Roma si sapeva del vero grande amore di Federico Fellini, che lui portava nei ristoranti e ovunque senza che, fantastica ipocrisia italiana, la cosa fosse considerata vera: non un tradimento coniugale insomma, ma una casualità imposta dalle regole della sopravvivenza: per 36 anni Anna Giovannini fu la sua amante segreta, un' altra moglie, la realtà di quell' amore carnale che scorreva come un sogno nei suoi film. Una luminosa bellezza formosa e grande, incontrata casualmente in una pasticceria, che vestita di rosso e molto scollata, lo aveva folgorato per sempre. Era il 1957, dopo Il bidone e Federico non riusciva a liberarsi da una delle sue depressioni. Due anni dopo la morte del regista, la signora che allora aveva 79 anni (4 più di lui) concesse una intervista ad Adele Cambria, per rivelarsi, finalmente: «Federico era molto geloso, non voleva che la nostra storia venisse inquinata dalle chiacchiere». Anche perché il rifugio della passione clandestina gli consentiva un' altra serie di vite senza fastidi: professionale, sociale, di coppia ufficiale e certo di corna. In casa ho trovato questo librino di carta povera e già ingiallita, Caro Federico, edito da Rizzoli nel 1982, sulla copertina azzurra, sotto il solito immenso cappello rosa, occhiali neri e gesto stupidino, Sandra Milo, l' autrice, con probabile ghost writer; quando il suo Fellini, ormai perduto per lei, stava preparando E la nave va. Una specie di romanzo, gentile e spiritoso in terza persona, in cui la protagonista si chiama Selana. A pagina 61: camera da letto di gusto barocco, lenzuola di lino ricamate, lui nudo si stende sul letto, le fa indossare un mantello nero e sotto niente: «Ti senti la castellana che nel buio raggiunge il cavaliere errante che le ha chiesto asilo per la notte? È un cavaliere o uno stregone? Ti amerà o farà un crudele incantesimo? Sì così, fai quella bella bella faccia da porca, mostrami la lingua». Tutte le donne si innamoravano di lui, ricorda Sandra: in ogni caso da quel passato di multiple e roventi passioni, mai un eco di molestie. Insomma contente tutte, più o meno.

Gloria Satta per “il Messaggero” il 24 novembre 2019. L' umanità è condannata ad avere la memoria sempre più corta? Non sembrerebbe: a cent' anni dalla nascita, il mondo intero si prepara infatti a celebrare per tutto il 2020 Federico Fellini scomparso il 31 ottobre 1993 dopo aver firmato film-capolavoro come La strada, Le notti di Cabiria, La Dolce Vita, Otto e mezzo, Giulietta degli spiriti, Prova d' orchestra, La voce della Luna, vinto cinque Oscar (record imbattuto) e segnato l' estetica cinematografica e la cultura del Novecento, in una parola l' immaginario del nostro tempo. L' omaggio-kolossal si snoda in quattro tappe. La prima è il convegno internazionale Ricordiamo il maestro promosso dal Comune di Milano a Palazzo Reale il 20 gennaio 2020, giorno della nascita di Fellini: accanto a intellettuali e cineasti ci sarà Donald Sutherland, l' indimenticabile Casanova felliniano. Seguirà (marzo-dicembre) la mostra itinerante sostenuta dal Ministero degli Esteri in 10 città del mondo: San Paolo del Brasile - dove il Banco do Brasil ha prestato la propria sede - Berlino, Mosca (nel Museo della Musica), San Pietroburgo, Toronto, Tirana, Vilnius, Buenos Aires, Lubiana - dove inaugurerà la Cineteca Nazionale Slovena - Hong Kong. Da settembre a novembre si terrà poi a Palazzo Reale di Milano la monumentale esposizione del centenario Fellini, le donne, i film curata da Vincenzo Mollica e Alessandro Nicosia con Francesca Fabbri Fellini, erede del maestro, e con la collaborazione di Simonetta Tavanti, nipote di Giulietta Masina. C' è poi il libro Federico Fellini - Dizionario Intimo a cura di Daniela Barbiani con prefazioni di Milan Kundera e Pietro Citati, in uscita da Piemme: raccoglie le parole, le espressioni, gli amori e i ricordi del grande regista in 203 voci destinate a restituirne l' immagine sfrontata, geniale, sempre viva.

IL COMITATO. Regista delle celebrazioni del centenario è Alessandro Nicosia, 500 mostre all' attivo in oltre 30 anni di attività e numerosi eventi dedicati proprio al maestro di Rimini: la prima esposizione in assoluto da lui curata a Roma nel 1995 con Mollica e Lietta Tornabuoni, l' omaggio del 2003 al Guggenheim di New York, il tributo ospitato dall' Academy a Los Angeles e quello del Puskin di Mosca. «Il nome di Fellini, che ho avuto il privilegio di conoscere, suscita tuttora un' enorme emozione nel mondo intero», spiega Nicosia che ha riunito per l' occasione un comitato di eredi, amici ed estimatori del regista in cui spiccano i nomi di Milo Manara, Giuseppe Tornatore, Rosita Copioli, Citati, Kundera, Mario Longardi, Sutherland, Milena Vukotic, Fiammetta Profili, Carlo Patrizi. E aggiunge: «Organizzare oggi, con l' amico fraterno Mollica, le celebrazioni del centenario significa mantenere viva la memoria del regista e farlo conoscere ai giovani che, nell'era di internet e della cultura usa-e-getta, rischiano di dimenticarlo».

I DOCUMENTI. Molti saranno gli inediti della mostra in programma a Palazzo Reale e incentrata su disegni, schizzi, documenti, fotografie, molte delle quali scattate da Gideon Backman, frammenti di film mai montati, oggetti di scena, manufatti, indumenti, curiosità. Tra le chicche, il disegno che il regista regalò all' amico Giulio Andreotti per i suoi 70 anni, il pianoforte verticale di casa Fellini su cui Nino Rota accennava le sue celebri colonne sonore, i biglietti di auguri spediti da Federico alla nipote e i ritratti degli amici, le immagini del futuro genio del cinema da bambino con i fratelli Riccardo e Maddalena. Si vedranno per la prima volta anche alcuni spettacolari costumi confezionati da Danilo Donati per Casanova (e ci sarà una grande testa di cartapesta realizzata per il film) nonché le mutandine e i reggiseni indossati dalle interpreti de La città delle donne e restaurati per la mostra. Ciliegina sulla torta, i disegni che Fellini e Charles M. Schultz si scambiarono in occasione della mostra organizzata a Roma nel 1992 da Nicosia in onore del padre dei Peanuts di cui il regista era un fervente estimatore. Tanto da esclamare, osservandolo disegnare in una saletta dell' Hotel Hassler: «Mi sento come quel piccolo manovale che guardava Michelangelo mentre dipinge la Cappella Sistina».

Dagospia il 24 novembre 2019. Estratto della prefazione di Milan Kundera a “Dizionario Intimo di Federico Fellini” a cura di Daniela Barbiani (Piemme). Il mio amore per i film di Federico Fellini è senza limiti. L' ultimo periodo dell' arte di Fellini ha rappresentato la vetta delle vette, la fusione del sogno e della realtà di cui sognavano i surrealisti. Fellini l' ha realizzata nei suoi ultimi film con una forza incomparabile, effettuando allo stesso tempo un' analisi lucidissima del mondo contemporaneo. I film di Fellini dell' ultimo periodo rappresentano l' apice dell' arte moderna, l' immagine più rivelatrice che conosco del nostro mondo così com' è. Negli ultimi decenni, dopo Picasso, dopo Stravinskij, dove possiamo trovare un' opera più bella, di un' immaginazione più potente? Dove possiamo trovare un' opera più importante in grado di interrogare, domanda dopo domanda, tutto il destino europeo, le viscere stesse di questo destino?

·        100 anni dalla nascita di Alberto Sordi.

Dagospia l'1 ottobre 2020. Da I Lunatici Radio2. Paola Comin, storica collaboratrice di Alberto Sordi, è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì dalla mezzanotte alle sei del mattino. La Comin è stata l'addetta stampa di Alberto Sordi per molti anni e sull'Alberto nazionale ha dichiarato: "Il rapporto di Sordi con la notte? Buono, poteva fare tardi se la compagnia era piacevole e la serata era divertente. Poteva andare avanti a oltranza, a parte le nottate di lavoro. Lui però aveva una regola alla quale non poteva soprassedere, quella della pennica pomeridiana. Si chiudeva in camera, anche se eravamo in giro per il mondo, a casa sua o in albergo, veniva che venissero chiuse tutte le persiane, e doveva fare il suo riposino, completamente al buio. Si metteva il pigiama e andava a dormire, se entrava la luce gli dava fastidio. Quando girava dormiva nel camper o in camerino, mangiava velocemente e poi si faceva mezzora, quaranta minuti di riposino. Altrimenti non riusciva a reggere la giornata".

Altri aneddoti su Sordi: "Si svegliava presto, vedeva Unomattina. La prima volta che l'ho incontrato? Mi ero preparata tutto, lui era un mito, sciolse tutto alla prima stretta di mano, alla prima occhiata, ci siamo dati subito del tu. Aveva una serie di collaboratori e due grandi amici, Piero Piccioni e Rodolfo Sonodo. Con tutti i collaboratori aveva un rapporto di grandissimo affetto e di grande rispetto. Devo essere sincera, era un maschilista, figlio della sua generazione. Ma aveva un grande amore e rispetto per le donne. Era maschilista perché sosteneva che il regno della donna fosse la casa, pensava che solo a casa la donna potesse essere realizzata. La sua villa a Roma, aperta al pubblico il 16 settembre e visitabile fino al 31 gennaio, era meravigliosa, quella casa è stata acquistata da lui, con i suoi guadagni, ma è stato il regno delle sorelle, Aurelia era la regina di quella casa. A casa lui era rimasto il figlio più piccolo, il fratello attore, aveva verso le sorelle un rispetto, quasi una sottomissione, direi commovente".

Ancora Paola Comin: "Sordi disse a Costanzo che il Maurizio Costanzo Show sarebbe stato un flop. Pensava che stare seduti in un teatro davanti al pubblico non avrebbe funzionato. Poi è andato ospite tante volte. Per la sua generazione star seduto davanti al pubblico non andava bene. Aveva un rispetto totale e assoluto per il pubblico. Ha rifiutato contratti miliardari per la pubblicità, diceva che non sarebbe stato corretto nei confronti della gente, era consapevole che tutto quello che aveva lo doveva all'amore della gente. Pensava che poi il pubblico non lo avrebbe più rispettato. Per Alberto Sordi era assolutamente impossibile fare una passeggiata in giro per Roma. Una volta andammo vicino a Piazza del Parlamento, da un ottico, immediatamente lo riconobbero, volevano gli autografi, non c'erano ancora i selfie. Lui non camminava mai per Roma, non era possibile".

Sui rimpianti di Alberto Sordi: "Non ne aveva. Gliel'ho chiesto parecchie volte, lui ha scelto con tutto se stesso di fare questa professione. Si è dedicato al lavoro e al pubblico, diceva che si se si fosse sposato non avrebbe potuto essere un buon marito, diceva che c'erano troppe tentazioni nel suo lavoro. E aggiungeva che se avesse avuto un figlio, lui avrebbe voluto educarlo. Ma come avrebbe fatto se doveva stare fuori per mesi a girare dei film? I suoi film erano i suoi figli".

Sulla leggenda legata all'essere tirchio: "Conosceva il valore dei soldi, era parsimonioso, ma anche molto generoso. Faceva beneficenza, ma in modo anonimo e silenzioso. Viveva in una villa, con sette persone di servizio. Non si faceva mancare nulla. Cosa mi disse prima di morire? 'Non ti preoccupare, sta arrivando la bella stagione e io starò meglio'".

Storia di Alberto Sordi, una carriera nata da un fallimento. Redazione de il Riformista il 15 Giugno 2020. Il 15 giugno del 1920, a Trastevere, nasce Alberto Sordi. Fin dalle scuole medie, mostra già tutti i suoi talenti: gira l’Italia con la compagnia del Teatro delle marionette e canta nel coro di voci bianche nella Cappella Sistina. In seguito, però, abbandonerà la scuola, per inseguire il mondo dello spettacolo, incidendo a 16 anni un disco di fiabe per bambini. Si iscrive poi all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, dalla quale sarà espulso proprio per la forte inflessione romanesca. Sarà quell’insuccesso a spingerlo a fare del suo difetto un punto di forza. Tornato a Roma, avrà il suo primo contatto con il cinema, partecipando come comparsa al film “Scipione l’Africano” di Carmine Gallone, presentato alla Mostra di Venezia nel 1937. Nel frattempo, come doppiatore, diventa la voce italiana di Oliver Hardy per il suo personaggio Ollio, mentre alterna al doppiaggio, il teatro, il cinema e alla radio, raggiungendo un grande successo radiofonico con il suo programma “Vi parla Alberto Sordi”. Dopo aver fondato nel 1950 una casa di produzione con il suo amico Vittorio De Sica e dopo un tentativo di film scritto da lui “Mamma mia che impressione”, arrivano i primi successi. Federico Fellini lo sceglie come protagonista di “Lo sceicco bianco” (1952) e “I vitelloni” (1953) e in teatro si esibisce accanto a Wanda Osiris in “Gran Baraonda”. Nel 1965 esordisce come regista con “Fumo di Londra”. E arrivano anche numerosi riconoscimenti: nel ‘55 il presidente Truman, a Kansas City, gli le chiavi della città, mentre, nel ‘58 l’allora presidente Giovanni Gronchi lo investe della prestigiosa carica di cavaliere della Repubblica Italiana. Nel 2000, in occasione del suo 80esimo compleanno, il sindaco di Roma lo investe della carica di “Sindaco per un giorno”. Vinse per esser stato un grande interprete della commedia all’italiana e classico esempio di romanità, ben 4 Nastri d’argento, un Orso d’argento a Berlino, un Leone d’oro alla carriera e un David di Donatello alla carriera nel 1999. È stato nominato ambasciatore della cultura italiana. Nella sua villa di piazza Numa Pompilio, affetto da diverse forme di polmoniti e bronchiti, muore all’età di 82 anni. Ma il suo mito non è ancora tramontato.

Gianluca Veneziani per “Libero Quotidiano” il 21 giugno 2020. Qualcuno potrebbe definirlo "cent' anni di solitudine" questo secolo dalla nascita di Alberto Sordi, essendo lui il grande solista del cinema italiano, senza padri e senza eredi, unico per talento e genere di comicità. Ma sarebbe più corretto chiamarlo "cent' anni di moltitudine", perché la cifra del "molto" è quella che più connota Sordi. Alberto fu tante cose prima di diventare il Sordi nazionale: comparsa, cantante, teatrante, doppiatore, personaggio radiofonico. E fu tante cose anche quando fu consacrato dal successo: lo dimostra la sua capacità di adattarsi ai ruoli più diversi e di fare di ogni personaggio un archetipo, reale più che ideale: il Vigile, il Medico, il Soldato, il Borghese, il Marchese sono tutt' oggi la quintessenza dell'italiano medio. Sta proprio nella capacità di raccontare i mille e uno Sordi la bellezza del libro A Roma con Alberto Sordi. Da Trastevere a Kansas City (Giulio Perrone, pp. 288, euro 18) in cui l'autore Nicola Manupelli si insinua, con grande conoscenza ed empatia, nelle pieghe biografiche e cinematografiche del celebre attore: un dedalo di identità e aneddoti come le vie di Roma lungo le quali lui si inoltra, ripercorrendo i passi di Sordi. Tra le tante maschere indossate da Albertone, la più decisiva fu quella dell'"ameromano", un po' romano e un po' americano. La parlata simil-inglese tornò utile a Sordi allorché ottenne il suo primo vero ruolo per il cinema, il compito di doppiare Oliver Hardy. E si rivelò essenziale quando si trattò di interpretare la parte del protagonista in Un americano a Roma, che lo portò al successo. In quel film, ricorda Manupelli, tra un «you take la tua street» e un «Attention, nun annà a destra», Sordi «mescola romanesco e idiomi inglesi storpiati, creando una vera e propria lingua». Un'altra maschera, meno nota ma importante, di cui all'inizio della carriera lui si avvalse, fu quella del finto mussoliniano. Alla nascita di Cinecittà, nel 1937, Sordi "sfruttò" la figura di Mussolini per ottenere qualche ruolo di comparsa, atteggiandosi ad amico del Duce. «Per fare la comparsa», raccontava Sordi, «bisognava avere il bijetto e tutto era in mano ai capigruppo» che «ci comandavano a bastonate. Per evitare le botte mi inventai che ero amico di Mussolini. Conosci il Duce? Me lo puoi presentare?, mi disse il capogruppo. Come no! risposi. Se mi dai quarche bijetto in più e quarche botta de meno!». Fu anche grazie a quella simulazione che Sordi ottenne la possibilità di entrare nel circuito e prendere parte a pellicole come Scipione l'Africano e Il feroce Saladino. Erano gli anni, d'altronde, in cui Sordi viveva la spettacolarizzazione del regime come fosse la sceneggiatura di un film: «Ognuno aveva un ruolo», diceva lui, «c'erano le comparse e i comprimari, gli attori e le attrici, e Mussolini era il capo comico, il primo attore. Lo spettacolo era in costume, infatti tutti vestivamo una divisa. Questo successo era inebriante per noi che non ci siamo mai resi conto di quello che stava succedendo davvero». A ciò contribuiva il suo arruolamento nell'esercito in modo soft: durante la guerra Sordi fu assegnato alla Banda Presidiaria; anziché imbracciare il fucile, suonava il sassofono. Fu solo dopo il bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio 1943 che l'attore prese consapevolezza del dramma in cui era precipitata l'Italia. Lo sperimentò lui stesso all'indomani dell'Armistizio, quando rischiò di essere caricato su un camion tedesco. Ma la sua fortuna fu presentarsi in borghese in caserma: Sordi sfruttò il tempo di tornare a casa a mettersi la divisa per darsela a gambe e disertare. Un trucco simile a quello che adottò nel Dopoguerra, quando dovette presentarsi a teatro, in uno sketch satirico, con una divisa fascista. Il pubblico tuttavia non ne voleva più sapere del regime. «Una sera in pieno spettacolo», raccontò Sordi, «vedo entrare in sala un gruppo di scalmanati che, al grido di Bandiera Rossa, cominciano a vuotare latte di benzina sul pavimento. Successe il finimondo. Tirarono perfino una bomba. Io mi misi in borghese di corsa e mi mischiai a quelli che tumultuavano nella platea, fingendo di essere uno di loro». In questi atteggiamenti del Sordi uomo, tra scaltrezza, opportunismo, sagace vigliaccheria e repentini cambi di casacca per salvarsi la pellaccia si anticipano i tic e i trucchi che poi saranno propri del Sordi attore e ne decreteranno il successo. Forse non è così sbagliato pensare che gli italiani che Sordi interpretò erano un po' gli italiani che lo stesso Sordi era. In questo disincanto ironico e in questa capacità camaleontica stava d'altronde la sua grandezza, che lo portò a essere invidiato da alcuni totem della comicità italiana e a prendersi gioco degli idoli del tempo. Manupelli ricorda il rapporto conflittuale di Sordi con Aldo Fabrizi, il quale era convinto che l'altro, pur molto più giovane di lui, gli rubasse la scena e anche alcune idee, come quella in cui Sordi fa il gesto dell'ombrello nel film I vitelloni. Allo stesso modo Totò era geloso dell'attore romano di cui aveva intuito il talento e la voglia di protagonismo. E così, durante le riprese di un film, Totò e i re di Roma - come confida Enrico Vanzina -, «all'improvviso Totò sputò sul collo di Sordi. Improvvisando. Era un modo per riprendersi la scena». La mancanza di timore reverenziale di Sordi nei confronti dei grandi del cinema era palese anche nella sua abitudine di fare scherzi telefonici. Manupelli racconta di quando Sordi chiamò Amedeo Nazzari, attore noto per i film strappalacrime, fingendosi un suo fan: «Sono un suo grande ammiratore», gli disse. «Ho visto tutti i suoi film. Se mi potesse fare il piacere di incontrarla per un autografo». E quando quello accettò, Sordi aggiunse: «Be', perché sa una faccia da stronzo come la sua non è mica tanto facile incontrarla!». Un'altra volta Albertone chiamò De Sica, facendo la voce di Nazzari: «Vittorio sono rovinato», gli disse, «non ho più una lira». Siccome Nazzari veramente non se la passava bene, De Sica prese sul serio la richiesta di aiuto e organizzò una colletta. Quando Nazzari lo seppe, si arrabbiò moltissimo e sporse denuncia contro ignoti. Vittime delle beffe di Sordi furono anche Carlo Vanzina, svegliato in piena notte dall'attore che il giorno dopo sul set si prendeva pure il lusso di sbeffeggiarlo dicendo «Ahò, guarda com' è stanco». E Giulietta Masina, moglie di Federico Fellini, a cui Sordi telefonava facendo finta di essere un'amante del regista e minacciando di andare a trovarla a casa. Goliardie che possono sembrare gli scherzetti di un borghese piccolo piccolo e invece erano le manifestazioni di un attore grande grande. riproduzione riservata.

Andrea Scarpa per il Messaggero il 15 settembre 2020. Diceva spesso, Albertone, che non gli piaceva andare in tv. In quella famosissima puntata di Studio Uno, anno 1966, quella dello sketch con Mina e della battuta che oggi qualcuno potrebbe addirittura definire politicamente scorretta - «Mina, Minona, quanto sei bella, sei la più brava cantante del mondo. Sei grande, grande, sei na fagottata de roba, sei» - poco prima aveva raccontato il suo rapporto con il piccolo schermo.  «Io non vado tanto volentieri in televisione perché ho iniziato con la radio e lì è tutto diverso. Chi ascolta segue in religioso silenzio, oggi quando guardano la tv le persone parlano al telefono, mangiano, litigano... Alberto Sordi? A me quello nun me fa ride.... Ao! Che ve siete ammattiti?».  E giù a ridere tutto lo studio, con Mina piegata in due. In realtà ci andava poco, è vero, ma lo faceva sempre con piacere, calibrando giustamente le apparizioni per lasciare sempre il segno. Ovunque e con tutti: da Mina alle gemelle Kessler, a Raffaella Carrà. Con quest' ultima, nel 1971, scrisse addirittura una piccola grande pagina di storia del costume italiano. Che cominciò sul primo canale della Rai il 13 novembre di quell' anno, due settimane prima del suo intervento. A raccontarcelo è proprio lei, la Raffa nazionale, 77 anni.

Durante la sesta puntata di Canzonissima, la popolare gara canora legata alla Lotteria di Capodanno, che lei conduceva per il secondo anno consecutivo con Corrado, cosa fece?

«Presentai Tuca tuca, canzone e balletto, assieme a Enzo Paolo Turchi. Le parole erano di Gianni Boncompagni, le musiche di Franco Pisano, le coreografie di Don Lurio. Scoppiò il finimondo».

Troppo sexy?

«Per l' Italia bacchettona di quegli anni, sì. I dirigenti Rai mi proibirono di ripresentarlo. In tv per il Tuca tuca non ci sarebbe mai più stato posto. Per loro era indecente e provocatorio. E poi erano arrivate lamentele anche dal Vaticano... Per mia fortuna, però, c' era Alberto Sordi».

Che intende dire?

«Prima dello scandalo aveva già accettato di venire in trasmissione come ospite, così lo invitai a cena a casa mia, gli raccontai tutto, e dopo aver mangiato misi su la canzone e gli feci vedere le mosse, esibendomi da sola per lui, per poi fargli la proposta: balleresti il Tuca tuca con me? Mi sarei aspettata una risposta tipo: Raffae', fammece pensa' un po'. E invece...».

E invece?

«Mi disse subito di si: Vengo al Delle Vittorie solo se ballo il Tuca tuca. Rimasi a bocca aperta dalla felicità: nessuno avrebbe detto no ad Alberto Sordi».

Come andò?

«La serata fu memorabile. Iniziai l' esibizione con Enzo Paolo Turchi e a metà del ballo entrò in scena Alberto. Mi sfiorò con le dita i seni e l' ombelico. In quel momento pensai che mi avrebbero sicuramente cacciata dalla Rai e non avrei mai più lavorato in tv. Invece fu un trionfo. Dopo lo sdoganamento di Sordi non ebbero più il coraggio di dire no al Tuca tuca, che era una trovata geniale, semplice e innocente. Lo ballavano pure le suore coi bambini negli asili. Un successo che va avanti da allora. Nel 2012 anche Madonna gli ha reso omaggio in un suo tour».

La prima cosa che le viene in mente del suo Sordi qual è?

«La battuta pronta. Era simpatico e gentile, Alberto. E non si dava mai arie da divo. Anche se avrebbe potuto farlo: era il numero uno».

Quando vi siete incontrati la prima volta?

«Tantissimi anni fa in uno studio tv. Eravamo lì per ragioni diverse ma finimmo per mangiare insieme in mensa. Alla fine mi chiese una sigaretta e da quel giorno ogni volta che c' incontravamo me ne chiedeva una, per lui era diventato un gesto scaramantico, quasi un portafortuna».

Secondo lei è stato grande per quale motivo?

«Perché ha saputo raccontare gli italiani come nessun altro. Ha descritto la nostra natura in profondità utilizzando gli strumenti della simpatia, ma anche della viltà, del cinismo, del coraggio, della seduzione... Tutti quei sentimenti, vizi e virtù che ci appartengono, lui li ha messi nella sua arte in maniera tanto generosa ed efficace quanto implacabile».

Il suo film preferito qual è?

«Se devo citarne uno: La grande guerra di Mario Monicelli, un capolavoro».

Cosa resterà di lui?

«I suoi lavori, che non invecchieranno mai, e anche l' affetto e la stima di chi lo ha conosciuto. Quando è morto, di nascosto, andai di sera in Campidoglio a rendergli omaggio. Aiutata dalle guardie della sicurezza, gentilissime, pregai per lui, lo guardai a lungo, e poi lo salutai. Sono sicura che mi abbia sentito. Fu emozionante. Come sempre, con lui. Ciao Alberto, grazie di tutto».

DAGOREPORT il 19 giugno 2020.  L'Italia è molte cose. Ma cos'è, veramente l'Italia? Da Garibaldi a Berlusconi, da Pasolini ad Alberto Sordi, le risposte sono varie ed avariate, e anche la letteratura ci ha messo bocca (da "I promessi sposi" di Manzoni a "Fratelli d'Italia" di Arbasino). Ma se volessimo un'Italia da identificare senza esitazioni, un crogiolo (possibilmente umano) nel quale vedere l’etica e la cotica, l’ingenuità e il cinismo, il Vaticano dello Spirito e il Vesuvio della carne, la forza e la scorza, le pippe e le frappe, io credo che un "nume" più potente e lampante di Alberto Sordi non si potrebbe trovare. Il suo nome è finito nella storia dell'avanspettacolo, del cinema (solo post-mortem), della televisione (solo per le repliche estive), della commedia dell'arte. Era invece nella storia dei cataclismi d'Italia che andava messo Albertone. Un cataclisma ben vivo, benché centenario. Perché un ciclone, un tornado non muore mai, al massimo cambia nome, ma gira attorno a noi, muta l'aspetto, abbassa la guardia, si addolcisce nelle metamorfosi, poi torna a colpire, distruttivo. Sordi, come tutte le cose pericolose (la sua antica, meravigliosa, dignitosa cattiveria), prescinde dalle trame, non ha mai bisogno di alibi contenutistici/ideologici, come succede a gran parte dei nostri Nanni Moretti. La sua arte rappresenta sempre e solo una disposizione dello spirito, ambigua, sfuggente, volgare, quindi autentica, scandalosa, quindi totalmente amorale ma viva. Di qui ha origine il malcelato disprezzo verso Sordi, con le solite accuse idiote di essere stato sempre un ‘’fascista” (Monicelli), un “balilla della piccola borghesia’’ (Furio Scarpelli), un ‘’trombone’’ (Tognazzi e Villaggio), avanti il Moretti di “Te lo meriti Alberto Sordi”, per finire con Pasolini: “Della sua comicità ridiamo solo noi italiani, ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo”. Invece Sordi è stato molto importante per noi tutti, negli anni passati. Ci ha mostrato come eravamo. Come eravamo conformisti e tracotanti; come eravamo mammisti e piagnoni. Mostrandocelo ci ha consentito non dico di eliminare ma certo di contrastare, di limitare questi difetti del “carattere nazionale”. Di esserne consapevoli, quanto meno. Di più: da tempo penso che il nostro paese dovrebbe pagare i diritti ad Albertone e al suo mitico sceneggiatore, il veneto Rodolfo Sonego. Sono loro che hanno inventato le terribili macchiette che gli italiani hanno assunto a modelli di vita (vedi lo straordinario libro di Tatti Sanguineti, “Il cervello di Alberto Sordi – Rodolfo Sonego e il suo cinema”, Adelphi). “Te lo meriti Alberto Sordi”, mi frullava nella testa caracollando verso la Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, dove l’esimio avvocato Giorgio Assumma aveva invitato un drappello di amici per una messa in gloria del centenario di Sordi il Buono: tutti in ginocchio, da Gianni Letta a Vittorio Storaro con figlio, da Pippo Baudo a Lino Banfi, da Rutelli & Palombelli a Milly Carlucci, da Angiola Armellini a Dante Ferretti & Francesca Lo Schiavo, per chiudere con la prezzemolona Marisela Federici. Tutti calzavano la mascherina, soprattutto nera e l’effetto era proprio da film di Sordi nei panni di Zorro. La scelta della chiesa non è stata casuale: qui si trova una straordinaria cappella, a lato della sacrestia, che fu restaurata dal “taccagno” de Trastevere. Che avaro non era per nulla ma non aveva la vanità di fare comunicati ai giornali per le sue opere di bene, vedi la donazione del terreno dove oggi sorge il Campus Biomedico dell’Opus Dei. Dopo messa con coro e comunione, ricordi e aneddoti di Assumma e Baudo, l’aitante don Walter Insero ci ha accompagnato sul terrazzo della chiesa per un aperitivo di crodini e patatine rinforzato da una torta rustica eccellente. Chiacchiere e gnam-gnam. Colpiva che lo sguardo dei presenti sfuggiva di sbirciare la tristezza di piazza del Popolo che alle 20 era già semideserta. Essì, deve passa’ ‘a nuttata. Meglio godersi la bellezza immortale di Villa Medici e Trinità dei Monti. Essì, mejo Sordi che stronzi.

Caro Nanni avevi ragione: Alberto Sordi ce lo meritiamo davvero. Il filo rosso che va da Leopardi a Sorrentino passa per Flaiano e Albertone. Uno scrittore spiega perché servono cinismo e cattiveria per raccontare gli italiani. Giuseppe Culicchia il 15 giugno 2020 su L'Espresso. «Ve lo meritate, Alberto Sordi». Così Nanni Moretti in “Ecce Bombo”, correva l’anno 1978. E oggi possiamo dire che sì, ce. «Ve lo meritate, Alberto Sordi». Così Nanni Moretti in “Ecce Bombo”, correva l’anno 1978. E oggi possiamo dire che sì, ce lo siamo meritato l’Albertone Nazionale. Perché tra i tanti Mostri Sacri del cinema italiano, da Gassman a Mastroianni a Manfredi, passando per la Loren la Lollo e la Vitti, nessuno come lui ha saputo raccontare le nostre ipocrisie, il nostro conformismo, la nostra vigliaccheria, la nostra piaggeria, la nostra doppiezza all’insegna del sempiterno Franza o Spagna purché se magna, il nostro immarcescibile “tengo famiglia”. Tuttavia Alberto Sordi non è stato soltanto un grande attore italiano, se non forse il più grande in assoluto, ma anche un grande antropologo, capace di impersonare i sempiterni caratteri di un popolo intero in film tragicomici ma a ben vedere soprattutto cattivi, addirittura feroci nel loro mettere a nudo le viltà e le debolezze di un’Italia, quella del dopoguerra, ansiosa di lasciarsi alle spalle il fascismo e la guerra civile senza mai far davvero i conti con se stessa e di abbracciare con il Boom e il passaggio da Paese agricolo a potenza industriale la nuova religione del consumismo: vedi non solo le “Lettere Corsare” di Pier Paolo Pasolini ma per l’appunto anche Alberto Nardi, il personaggio interpretato da Sordi ne “Il vedovo”. Un progetto inedito conservato come un segreto di Stato. Dagli archivi di Furio Scarpelli affiora una storia rimasta in sospeso. Insieme al mistero di una telefonata: di Cossiga. In questo film girato nel 1959 da quell’altro gigante del cinema italiano che è stato e che rimane Dino Risi, vediamo il Nostro al suo meglio - al fianco di una straordinaria Franca Valeri - nei panni di un improbabile imprenditore roso dall’invidia nei confronti della ricca moglie milanese, lei sì capace di condurre come si deve la sua azienda ancorché consapevole di aver sposato un “cretinetti”. C’è, in quel personaggio convinto che per avere successo nella vita bastino solo “la fortuna e le conoscenze”, il ritratto impietoso dell’italiano medio che confidando nello stellone s’arrangia, s’arrabatta, s’improvvisa, e a suon di cambiali finisce fatalmente indebitato fin sopra i capelli, visto che oltretutto si è fatto l’amante e conduce una vita alquanto al di sopra delle proprie possibilità. Di modo che progettando di uccidere la moglie per ereditarne le cospicue fortune, l’industriale fallito Alberto Nardi finisce per portare sul grande schermo con una mimica e una comicità straordinarie il peggio di un Paese intero, destinato di lì a poco a dimostrarsi incapace di progetti seri e di lungo periodo, e rivelandosi poi pronto a fare cassa nei decenni successivi - finito da un pezzo il Miracolo Italiano e svanito il sogno berlusconiano di un remake - svendendo e/o privatizzando aziende e servizi: nel caso della pellicola, e non casualmente, i terreni agricoli e le vacche, di cui quando s’illude che la moglie sia deceduta in un incidente ferroviario il Nardi vuole disfarsi per fare “una bella speculazione edilizia”. Già nel 1953 del resto il giovane Alberto diretto da Federico Fellini ne “I Vitelloni” fa il gesto dell’ombrello a un gruppo di operai cantonieri al lavoro su una strada, apostrofandoli col celebre «Lavoratori?!». In quella scena, ecco l’Italia che da sempre si ritiene depositaria della furbizia e in fondo disprezza chi si guadagna il pane onestamente: dopotutto, siamo pur sempre il Paese ai vertici delle classifiche mondiali in fatto di evasione fiscale. Ben prima dello scandalo che travolse l’allora ministro della Sanità Poggiolini, ecco Sordi nei panni del dottor Tersilli ne “Il medico della mutua”. Uscito per la regia di Luigi Zampa e con la colonna sonora di Piero Piccioni nel fatale 1968 - l’anno che segnò la fine del Boom e l’inizio di una contestazione poi sfociata nei cosiddetti Anni di Piombo - il film denuncia con largo anticipo l’italica malasanità, e lo fa prendendo di mira non solo una classe medica pronta a tutto pur di mettere le mani sul prezioso patrimonio costituito da un popolo di mutuati, ma altresì il potere capillare delle case farmaceutiche, ingolosite d’altronde da masse di ipocondriaci con gli stipetti stracolmi di medicinali spesso destinati a rimanere inutilizzati. Di nuovo, pur di ritagliarsi il suo posto al sole il dottor Tersilli si mostra disposto a qualsiasi cosa, e passando dalla Vespa all’utilitaria e poi alla moglie bella e ricca con tanto di attico con vista sui tetti della Capitale, prima abbandona la fidanzata innamorata ma onesta e perciò povera, poi illude la consorte di un medico in punto di morte dotato di un nutritissimo parco mutuati - interpretata da una bravissima Bice Valori - per accaparrarsi il parco mutuati medesimo, e infine, nel seguito girato da Luciano Salce nel 1969 e intitolato “Il prof. Dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue”, apre una struttura privata tutta sua arricchendosi ulteriormente a scapito di malati veri e immaginari. E poi ancora nel 1959 ecco il Sordi che diretto da Giorgio Bianchi ne “Il moralista” interpreta l’irreprensibile Agostino, Segretario Generale per la Moralità Pubblica e dunque censore dai modi assai democristiani ma a capo di un florido giro di prostituzione; e un quindicennio più tardi, nel 1974, il Sordi che diventato regista di se stesso gira “Finché c’è guerra c’è speranza”, nel quale il protagonista fa soldi vendendo armi illegalmente ad alcuni Paesi africani. Insomma: l’attore (e regista) nato nel cuore di Trastevere il 15 giugno del 1920 è parente stretto del Leopardi del “Discorso sopra i costumi degli italiani”, del Flaiano del “Diario notturno”, dell’Arbasino di “Paesaggi italiani con zombi”: a loro volta capaci di uno sguardo antropologico sugli italiani, e dunque in grado di individuare tratti destinati a restare immutati nel carattere di questo nostro popolo fatto non solo di santi, poeti e navigatori. Se Leopardi sottolinea degli italiani la mancanza di “buon tuono”, rilevando come in Italia si rida di tutto, e Flaiano mette in scena una Roma decadente e corrotta pressoché identica a quella poi portata al cinema da Paolo Sorrentino col suo La Grande Bellezza, le “mignottone tivù” categorizzate da Arbasino restano come sappiamo un evergreen. Ma Alberto Sordi se ne sta lì, di fianco a loro: e sì, davvero ce lo siamo meritato.

Alberto Sordi, storia di un italiano in 100 tappe. Pubblicato lunedì, 15 giugno 2020 da Rita Celi e Chiara Ugolini su La Repubblica.it. Il 15 giugno di cento anni fa nasceva uno dei volti più importanti e amati del nostro cinema. Tra aneddoti, citazioni e curiosità, ripercorriamo la sua straordinaria carriera.

1. Alberto Sordi è nato il 15 giugno 1920 in via San Cosimato 7 a Trastevere in una casa che non c'è più, ma al suo posto c'è una targa che lo ricorda.

2. La mamma è maestra, il papà è professore di musica e basso tuba dell'orchestra del Teatro dell'Opera di Roma.

3. Aveva tre fratelli, le sorelle Savina e Aurelia cui era legatissimo e il fratello Giuseppe, detto Pino. In realtà lui era il quintogenito perché prima di lui era nato un altro bambino, chiamato pure Alberto, che era morto dopo pochi giorni.

4. Alle elementari già iniziava a coltivare la passione per la recitazione, infatti faceva parte del Teatrino delle marionette, diretto dal professor Parodi un insegnante di ginnastica con la passione per il teatro.

5. Da bambino ha fatto parte del coro delle voci bianche della Cappella Sistina finché un mattino, da un giorno all'altro, gli cambiò la voce e dovette abbandonare il coro.

6. Alberto Sordi nel 1927: "Ero un fusto, ero bello come er sole, un pupone bello e riccio, me chiamavano 'faccia d'angelo'. Non c'era ragazzina che non s'innamorasse de me. Quando, a sette anni, vinsi il concorso 'Bimbi belli', non potevo più uscì, più annà in giro. Le ragazze me strappavano i vestiti, come fecero a Tyrone Power quando venne a Roma per sposarsi con Linda Chistian" (Costanzo Costantini, Superveleno [...], Roma, Newton Compton, 1989).

7. Nel 1936 incise un disco di fiabe per bambini per la casa discografica Fonit e con il ricavato partì per Milano, dove si iscrisse al corso di recitazione all'Accademia dei filodrammatici dove però venne espulso per la sua cadenza romana.

8. Tornato a Roma cominciò a fare la comparsa a Cinecittà, fu un soldato romano nel film Scipione l'africano.

9. Ricordava "dovevo trovarmi tutti i giorni alle 4 in piazza Tuscolo, lì arrivavano dei camion che ci caricavano e ci portavano fino a Cinecittà. C'era tutta Roma, mi stupii che ci fosse tanta gente con la passione per il cinema. Solo dopo capii che in realtà la maggior parte di loro era lì per le 10 lire del compenso, ma io no. Io avrei fatto qualsiasi sacrificio per riuscirci".

10. La grande occasione gli venne offerta dal concorso bandito dalla Mgm nel 1937 per il doppiaggio di Laurel & Hardy. Lo vinse e da allora, per più di dieci anni, prestò la sua voce a Oliver Hardy. Ma ha doppiato anche Robert Mitchum in Notte senza fine, Anthony Quinn in Buffalo Bill, e anche Marcello Mastroianni in Domenica d'agosto.

11. Del 1950 l'incontro con il vero Oliver Hardy in una serata a Villa Aldobrandini in cui  l'attore si esibì dietro il sipario per far emozionare i presenti sentendo Ollio parlare in italiano e poi, terminata la performance, uscì per rivelarsi e godersi gli applausi.

12. Sordi cominciò a lavorare nella rivista, nel teatro leggero ma quando finalmente cominciava a ingranare venne chiamato militare. Entrò nella banda militare del regio Esercito, era il 1940, dove suonava i piatti e i timpani.

13. Tra i suoi primi sostenitori ci fu il nonno materno Primo Righetti che gli diede un po' di soldi e gli comprò il suo primo smoking.

14. Tra i suoi primi ruoli ci fu anche quello dello stilé, che nel gergo dell'epoca era chi in frac bianco o nero e distribuendo sorrisi accompagnava la soubrette della rivista sul proscenio a prendere gli applausi.

15. La sua prima grande occasione nel cinema gli viene data da Mario Mattoli nel film I tre aquilotti su un soggetto del figlio del Duce, Vittorio Mussolini (sotto pseudonimo), sull'amicizia tra tre allievi aviatori.

16. La sua ultima partecipazione sul palcoscenico fu nel 1953 con Wanda Osiris, ma alla rivista rimase molto legato tanto che nel 1973 ha diretto poi un suo film da regista con Monica Vitti, Polvere di stelle dedicato proprio a quel mondo.

16. È del 1969 il primo film della coppia Sordi-Vitti, Amore mio aiutami. Quella che tutti ricordano è la sequenza sulla spiaggia di Sabaudia in cui il personaggio di Monica Vitti viene schiaffeggiata. Era però una giovanissima Fiorella Mannoia la controfigura.

17. Tra i titoli più celebri della coppia c'è Polvere di stelle con la indimenticabile Ma 'ndo Hawaii, testo di Alberto Sordi, musica di Piero Piccioni, canzone simbolo del film.

18. Nella seconda metà degli anni Quaranta Sordi fece fortuna in radio, con personaggi ispirati al mondo dell'Azione Cattolica che confluirono nella satira I compagnucci della parrocchietta.

19. Sul personaggio di Alberto, innamorato perso della "signorina Margherita" (ricordate il celebre grido?), goffo e infantile, verrà scritto anche il film (in collaborazione con Cesare Zavattini) Mamma mia, che impressione (1951).

20. Per quel film fonda con Vittorio De Sica una sua casa di produzione, la P.F.C., Produzione Film Comici, ma il film verrà accolto freddamente.

21. Un altro personaggio nato in radio e che avrà anche la sua versione cinematografica è invece Mario Pio, che farà capolino anche nel film Ci troviamo in galleria di Mauro Bolognini.

22. Nel 1948 ebbe un programma radiofonico tutto suo, Vi parla Alberto Sordi, all'epoca il divismo in radio non esisteva e faticò non poco a convincere il direttore della rete a concedergli una trasmissione tutta sua.

23. Come miglior attore radiofonico del 1949 ricevette la Maschera d'argento, riconoscimento che riconquistò anche in seguito.

24. Alla fine degli anni Quaranta compose e incise anche molte canzoni Nonnetta, Il carcerato, Il gatto, Il milionario.

25. Sordi si è esibito anche a Sanremo come ospite nel 1981 con il brano E va', e và di Migliacci e Mattone.

26. Federico Fellini e Alberto Sordi avevano la stessa età ed erano amici prima del cinema. Dopo aver sposato Giulietta Masina, Fellini andò a vederlo a teatro e dal palco Sordi disse al pubblico: "Non sono andato alle nozze di questo mio amico perché stavo qua, fategli un regalo che costa poco: un applauso".

27. Lo sceicco bianco, primo film che Fellini firmò solo, all'uscita (1952) andò malissimo: boicottato dagli editori dei fumetti, non vinse nulla a Venezia. Ora è un film di culto e per il doppio centenario è tornato in versione restaurata.

28. Sordi era stato il primo sostenitore di questo racconto e di questo personaggio "che conoscevo molto bene, uno che non sapeva neppure parlare, pronunciare una parola ma vestito da Sceicco bianco faceva innamorare tutte le lettrici dei giornali a fumetti" diceva l'attore.

29. Nonostante il poco successo dello Sceicco bianco Fellini riuscì a imporre Sordi ai produttori anche per I vitelloni però il nome dell'attore romano non si trovava né sulla locandina né sui titoli di testa delle prime venti copie.

30. Per il ruolo di uno dei vitelloni Alberto vince il Nastro d'argento come miglior attore non protagonista.

31. Il 1954 è l'anno della consacrazione cinematografica per Sordi: in un solo anno escono 13 film da lui interpretati, fra cui I vitelloni, Il seduttore, Il matrimonio e Un americano a Roma di Steno.

32. Di quell'annata pazzesca il film che sicuramente rimane nella mente è quello di Steno. Il personaggio di Ferdinando "Nando" Mericoni era stato creato in un film dell'anno precedente Un giorno in Pretura ma si era conquistato un film tutto suo.

33. La celebre battuta "Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno..." è una delle più famose del cinema italiano. Sordi raccontava che fosse stata girata in un solo ciak.

34. Dopo Un americano a Roma Sordi partì per gli Stati Uniti con il produttore Goffredo Lombardo, perché doveva girare Un romano a New York ma poi il film saltò.

35. L'anno dopo tornò negli Stati Uniti e andò a Kansas City, patria di Nando Mericoni, dove ricevette le chiavi della città e diventò governatore onorario.

36. Tra il 1959 e il 1960 interpretò due film sui due conflitti mondiali, La grande guerra di Mario Monicelli e Tutti a casa di Luigi Comencini.

37. Nel 1960 firmò un contratto di esclusiva con Dino De Laurentiis, era un contratto per tre film l'anno, contratto pare fosse molto buono. Con lo storico produttore si alternarono momenti di accordo e altri di tensione.

38. Uno dei personaggi a cui era più legato è il protagonista di Una vita difficile di Dino Risi (1961) era il giornalista Silvio Magnozzi. Raccontava che Togliatti lo ringraziò per "quel ritratto di italiano idealista vessato dalla realtà".

39. Con Il diavolo (1963) raggiunse la notorietà negli Stati Uniti dove ricevette il Globo d'oro e con lo stesso film vinse anche L'Orso d'oro a Berlino.

40. Il film svedese fu uno dei primi passi verso la regia, già sceneggiatore di se stesso Sordi in questo film, firmato da Gian Luigi Polidoro, improvvisò moltissimo.

41. Ha curato la regia di una ventina di film (calcolando anche i film a episodi), il primo fu Fumo di Londra nel 1966, che era il suo film da regista cui era più affezionato.

42. Tra le tante colleghe con cui ha fatto coppia rimane famoso il duetto con Mina durante la trasmissione televisiva Studio Uno. L'attore romano alla Tigre: "Quanto sei bella... sei la più grande cantante del mondo. Sei grande grande grande... sei 'na fagottata de roba".

43. Con Franca Valeri, che a fine luglio compie 100 anni, ha girato sette film, i più famosi sono Il vedovo e Un eroe dei nostri tempi. Di lui la straordinaria attrice dice: "Sembrava svagato, ma era molto professionale e dedito al lavoro".

44. Nel '67 finalmente gira il suo film americano, si intitola Un italiano in America, ne cura la regia da una sceneggiatura firmata con Rodolfo Sonego. Nel film è il figlio di Vittorio De Sica.

45. Il medico della mutua di Luigi Zampa, storia della scalata di un dottore neolaureato fino a primario di una clinica di chirurgia estetica, fu il maggior incasso della stagione del '68-'69 con più di 3 miliardi di lire al botteghino.

46. Quel saltino, inconfondibile passo di Guido Tersilli, è diventato un passo riconosciuto. In alcune scuole di danza romane ci si riferisce a quel saltello come "il passo di Sordi".

47. Nell'ultima parte della sua carriera Sordi ha regalato opere di larghissima diffusione come Il marchese del Grillo del 1981 di Mario Monicelli, con la battuta più celebre e rappresentativa del personaggio: "Perché io so io, e voi nun siete un c..."

48. Il tassinaro del 1983 racconta gli incontri di un tassista con vari viaggiatori tra cui Federico Fellini e Giulio Andreotti.

49. Nella sua lunga carriera ha ricevuto 9 David di Donatello, 6 Nastri d'argento, un  Orso d'oro e un Orso d'argento a Berlino, un Golden Globe e il Leone d'oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia.

50. Aveva però un rimpianto, quello di non essere mai stato candidato dall'Italia agli Oscar. Nel marzo del 2003, un mese dopo la sua morte, venne ricordato tra le grandi star che ci avevano lasciato durante la cerimonia degli Academy Award.

51. Negli Stati Uniti però Sordi riscosse grande successo. Nel '97 Los Angeles e San Francisco gli dedicano una rassegna di 24 film con grandissimo successo e soddisfazione dell'attore.

52. Con il suo film Nestore - ultima corsa, storia di un vetturino, la sua carrozzella e il suo cavallo ormai vecchio, girò per molto tempo le scuole italiane. Il film fu scelto dal ministero della Pubblica istruzione per promuovere una campagna di sensibilizzazione sulle problematiche degli anziani e del rispetto degli animali.

53. Aveva una grande passione per gli animali. Partecipò anche al progetto Nestore per costruire sulla Aurelia una ricovero per i cavalli anziani.

54. Storia di un italiano, programma tv che Sordi ha realizzato dal 1979 al 1986 con l'intento di illustrare il Novecento italiano con spezzoni dei suoi lungometraggi e filmati Luce e Rai Teche. Diventa lo storiografo d'Italia.

55. Sordi è stato sindaco onorario di Roma per un giorno: Francesco Rutelli gli ha ceduto la fascia tricolore il 15 giugno 2000, in occasione del suo ottantesimo compleanno.

56. La grande villa in via Druso, davanti alle Terme di Caracalla, diventa la sua casa a partire dal 1958. Pare che se ne sia innamorato subito e abbia deciso di acquistarla il giorno stesso che l'ha vista.

57. Ora è diventata una casa museo e la mostra per il centenario (che avrebbe dovuto essere da marzo a giugno) sarà inaugurata il 16 settembre.

58. Tra le curiosità e i segreti di casa Sordi che verranno rivelati ci sono tantissimi oggetti preziosi di antiquariato di cui l'attore era appassionato e memorabilia cinematografici come ciak e elementi di scena.

59. Tra gli ambienti più interessanti della casa ci sono il teatro e la sala cinematografica ma anche la barberia di Sordi dove poteva preparare i trucchi dei suoi personaggi.

60. Alberto Sordi ha avuto 18 cani, sono tutti sepolti nella sua villa romana. Sopra ogni sepultura c'è una pianta di rose.

61. Tra Sordi e Carlo Verdone si creò un rapporto molto forte ma il ricordo del primo incontro non è sereno perché Verdone, bambino a Venezia, gli chiese un autografo e Sordi lo prese in giro dicendogli "non te lo faccio perché sei russo", alla fine gli fece uno scarabocchio ma il ragazzino Carlo finì in lacrime.

62. La coppia cinematografica sbancherà i botteghini nel Natale del 1982 con In viaggio con papà, dove sono un padre e un figlio, scontro - incontro tra due diverse generazioni di comicità "alla romana". Dirige Sordi.

63. Quattro anni dopo la coppia si ribalta. Con Troppo forte è Sordi a essere diretto da Carlo Verdone.

64. In tv Sordi è stato don Abbondio nella versione per il piccolo schermo dei Promessi sposi su Rai 1 con la regia di Salvatore Nocita.

65. Alberto Sordi è stato tra gli attori più prolifici del cinema italiano: oltre 150 film in quasi sessant'anni di carriera, toccando tutti i generi.

66. Tra le tante attività filantropiche di Sordi c'è stata la creazione del Campus Biomedico di Trigoria che è stato eretto sui 25 ettari di terreno regalati dall'attore.

67. È stato premiato nella Giornata mondiale del gatto per le sue iniziative a favore degli animali.

68. Nel 1997 in occasione delle Passeggiate romane i vigili urbani della città gli conferiscono un casco d'ordinanza, un'onorificenza e un fischietto.

69. È morto il 25 febbraio 2003 nella sua casa. La camera ardente allestita al Campidoglio viene visitata da migliaia e migliaia di persone che si mettono in coda per ore per un ultimo saluto.

70. La sua ultima apparizione pubblica è stata in video durante una serata organizzata in suo onore al Teatro Ambra Jovinelli di Roma il 17 dicembre 2002. La malattia gli impedì di partecipare di persona e la sua ultima parola rivolta al pubblico fu: "Addio".

71. Alle sue esequie, il 27 febbraio nella Basilica di San Giovanni in Laterano, parteciparono oltre 250 mila persone.

72. Nel dicembre di quell'anno la galleria Colonna, nel centro di Roma, diventa galleria Alberto Sordi.

73. Nello stesso anno anche una dedica cinematografica. Ettore Scola, che lo aveva diretto diverse volte da Riusciranno i nostri eroi a Romanzo di un giovane povero, gli dedica il suo film Gente di Roma.

74. Ha ricevuto la laurea honoris causa in Scienze delle comunicazioni dall'università di Salerno e dallo Iulm di Milano.

75. Sordi era, ovviamente, tifoso della Roma. Alla Gazzetta dello sport nel 2001 dichiarò "Sono giallorosso fin da quando giocavo con una palla di stracci. Lo scudetto dell'83? Imbandierai le finestre di giallorosso. La mia casa è in una via di scorrimento mi faceva piacere far vedere che anche io partecipavo ai festeggiamenti".

76. Non si è mai sposato. "Per me la fase più bella dell'amore è quella del fidanzamento, proprio lo stato primo diciamo, è al momento in cui devo timbrare, allora m'impaurisco e con grande sincerità dico che non me la sento. Non sono contrario al matrimonio, anzi a me fa piacere quando qualcuno mi annuncia: mi sposo, dico sposatevi, addio mia bella signora, va pure, segui pure il tuo destino" diceva.

77. L'unica relazione ufficiale è di cui si ha notizia è stata quella iniziata nel 1942 e durata nove anni con la collega Andreina Pagnani che aveva 14 anni più di lui.

78. Moltissime le celebrazioni in tv. Il 15 giugno RaiMovie manderà in onda il capolavoro di Federico Fellini I vitelloni.

79. Su RaiPlay disponibili una selezione di dodici film - da Fumo di Londra a Troppo forte - oltre Storia di un italiano e Sordi, un italiano a Roma e alla recente fiction Permette? Alberto Sordi.

80. Luca Manfredi (figlio del grande Nino), regista della fiction Permette? Alberto Sordi, ha spiegato che il suo è stato "un omaggio affettuoso" a un artista che "con più di duecento film ci ha regalato personaggi indimenticabili".

81. Edoardo Pesce così racconta il lavoro che ha fatto per interpretare Alberto Sordi nella fiction: "Mi sono messo 'la mascherà di Sordi, come un napoletano indosserebbe quella di Pulcinella. Era l'unico modo per interpretarlo. Anche il suo famoso saltello mi è venuto naturale. Il primo provino è durato otto ore, utile per tre scene fondamentali".

82. RaiStoria propone Un eroe dei nostri tempi di Mario Monicelli, musiche di Nino Rota, con Alberto Sordi, Franca Valeri e Giovanna Ralli. Martedì 16 seguirà il documentario di Enrico Salvatori Alberto Sordi che abbraccia e analizza 150 film e mezzo secolo di carriera tra cinema, radio e televisione.

83. Rai Premium celebra il grande attore con In nome del popolo sovrano (1990) di Luigi Magni, ambientato nella Roma papalina di metà Ottocento, seguito dal documentario Alberto Sordi - Un italiano come noi di Silvio Governi, un ritratto delineato attraverso materiali inediti, storie, aneddoti, testimonianze, spezzoni di film raccontati da Sabrina Impacciatore.

84. Cine34, il canale Mediaset dedicato al cinema, dedica sei serate dal 15 al 20 giugno con la rassegna Sordi 100 con tre film al giorno per un totale di 18 titoli tra cui Il vigile, Tutti dentro, Quelle strane occasioni, Il comune senso del pudore Io so che tu sai che io so Polvere di stelle in versione restaurata  e molti altri.

85. Su Rai 1 a mezzanotte di domenica 14 giugno Speciale Tg1 Paolo Sommaruga e Claudio Valeri ripercorrono la vita dell'attore dalla sua casa natale nel cuore di Trastevere alla villa che ospiterà la grande mostra per il centenario. Con ricordi e aneddoti di Carlo Verdone, Walter Veltroni, Enrico Vanzina e Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli e Paola Comin.

86. Rai5 propone una serata evento con la trasposizione teatrale di uno dei film più importanti nella carriera di Sordi, Un borghese piccolo piccolo, tratto dall'omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, con Massimo Dapporto. Regia di Fabrizio Coniglio, musiche di Nicola Piovani.

87. In occasione del centenario anche Infinity propone una selezione di titoli diretti e interpretati da Sordi, da Finché c'è guerra c'è speranza a In viaggio con papà, Lo sceicco bianco e molti altri.

88. Sky Cinema Collection apre la collezione Classic da lunedì 15 giugno con una giornata interamente dedicata ad Alberto Sordi con una serie di film tra cui Il medico della mutua di Luigi Zampa e Romanzo di un giovane povero di Ettore Scola.

89. Nel giorno del centenario La7 propone Riusciranno i nostri eroi  a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa (1968) di Ettore Scola.

90. Molti anche i libri usciti a giugno in occasione dei 100 anni dalla nascita: Alberto Sordi. Una vita tutta da ridere è un ritratto dell'attore a cura del regista e storico del cinema Italo Moscati (Castelvecchi editore), un percorso lungo le strade del cinema, davanti e dietro la macchina da presa, per cercare di scoprire i segreti che lo hanno condotto al successo e poi al mito.

91. In libreria anche La Roma di Alberto Sordi di Valeria Arnaldi (Edizioni Olmata) che racconta il simbolo della romanità dell'attore che ha incarnato l'anima della Città eterna. Tra pubblico e privato, lo studio dell'immagine che Sordi ha costruito di se stesso, personalizzando ogni ruolo interpretato, ma anche della vita personale, che ha tutelato per privacy e pudore, ricostruita attraverso "indizi" celati nei film.

92. Giancarlo Governi in Storia di un italiano (edizioni Fandango) rievoca l'omonimo programma andato in onda su Rai 2 tra il '79 e l'86 che ha realizzato insienme a Sordi.

93. Il giornalista, critico e storico del cinema Alberto Anile nel suo Alberto Sordi (edizione Sabinae con Csc) ripercorre la carriera dell'attore, con la prefazione di Carlo Verdone.

94. Alberto Sordi segreto - amori nascosti, manie, rimpianti, maldicenze (Rubettino Editore) è il volume scritto dal giornalista, conduttore e soprattutto cugino di Sordi, Igor Righetti che lo ha definito "un po' una biografia corale, un po' libro inchiesta".

95. Paola Comin è stata addetta stampa degli ultimi dieci anni di vita di Alberto Sordi, gli ha filtrato le telefonate, le interviste e lo ha accompagnato nei vari festival in tutto il mondo, e racconta di aver provveduto sempre, quando arrivavano nei vari hotel di lusso, anche a sincerarsi che dalle tapparelle non filtrasse la luce "perché per la sua irrinunciabile pennichella quotidiana, rigorosamente in pigiama, l'attore voleva il buio assoluto".

96. In occasione del centenario della nascita di Albertone, Stefano Andreotti, figlio dell'ex leader della Dc, Giulio Andreotti, ha pubblicato su Facebook la lettera che l'attore scrisse nel 1990 al padre, all'epoca presidente del Consiglio, ringraziandolo per gli auguri: "Grazie presidente per il suo affettuoso pensiero. Tratteniamoci a lungo e bene altri tre o quattro decenni (dall'espressione del S.Padre) con la sua apostolica benedizione. Cento di questi giorni presidente dal suo dev.mo Alberto Sordi".

97. Nanni Moretti aveva inveito contro Alberto Sordi nel film Ecce bombo del 1978 ("Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Ve lo meritate Alberto Sordi, ve lo meritate"). Nel 2001 ai David di Donatello a consegnare il premio al regista per La stanza del figlio c'era sul palco, tra gli altri, proprio Alberto Sordi. Con visibile imbarazzo i due non si scambiarono neanche uno sguardo.

98. I due si erano già incontrati anche al Festival di Locarno nel '96 quando Sordi ha ricevuto il Pardino d'Argento alla carriera, ma non si erano trovati insieme sullo stesso palco.

99. Alberto Sordi è sepolto nellatomba monumentale che si trova al Cimitero del Verano di Roma (riquadro 24, fila 5, cappella I). Ogni anno in occasione degli anniversari della nascita e della morte il gruppo storico romano lo commemora con un picchetto d'onore.

100. Il centenario della nascita di Alberto Sordi sarà celebrato anche in Campidoglio con la sindaca Virginia Raggi, il presidente della Fondazione Museo Alberto Sordi, Italo Ormanni e, tra gli altri, Carlo Verdone e Christian De Sica. In quell'occasione verranno annunciate le nuove date della mostra che sarà inaugurata il 16 settembre e rimarrà aperta fino al 31 gennaio 2021. L'evento comprende la visita a Villa Sordi (in piazzale Numa Pompilio) e la mostra al teatro dei Dioscuri (via Piacenza 1)

Ariela piattelli per la Stampa il 15 giugno 2020. Nacque esattamente 100 anni fa a Roma, in un agglomerato di case popolari nel cuore di Trastevere, Alberto Sordi. Lì un evento gli cambiò la vita: a 3 anni finì sotto ad un'automobile, ne uscì salvo, e il popolo di Trastevere assieme alla famiglia gridò al miracolo. Quel giorno si tenne il suo primo vero spettacolo da protagonista: «Questo aneddoto me lo raccontò la sorella Aurelia», ricorda Luca Verdone, regista, che adesso sta lavorando per la Fondazione Alberto Sordi, di cui è curatore e consulente, ad una riedizione prodotta in collaborazione con Rai Cinema del programma televisivo Storia di un italiano, che Sordi fece nel '79. «Il giorno dell'incidente Alberto sfuggì dalle mani di sua madre, la signora Maria, e della sorella, e finì sotto ad una macchina. Davanti agli occhi e la disperazione di tutti ne uscì incolume camminando "a quattro zampe". Così le popolane in una specie di processione portarono il piccolo miracolato nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, lo misero su un tronetto e iniziarono a cantare per ringraziare la Madonna». In quella chiesa Sordi fece poi da chierichetto, e la sua "carriera ecclesiastica" continuò quando fu scelto per il coro delle voci bianche alla Cappella Sistina. «Da bambino Alberto in realtà era un vero discolo» continua Luca Verdone che, come suo fratello Carlo, Sordi lo conosceva bene, sin da quando era bambino: «Eravamo vicini di casa, tiravamo i sassolini sulle finestre di Alberto, e lo chiamavamo a gran voce, Aurelia aveva paura che lo svegliassimo e andava su tutte le furie. Negli anni '80 divenne una frequentazione più assidua: Alberto veniva spesso da noi, mia madre gli preparava le sue amatissime fettuccine». La fede, il cattolicesimo, continuarono ad avere un posto di primo piano nella vita dell'Albertone nazionale. Nel Museo Alberto Sordi allestito nella sua casa, che aprirà ufficialmente il 16 settembre, ci sono tante fotografie con i Papi: «Li ha conosciuti tutti. Aveva un rapporto particolare con Giovanni Paolo II, ci sono moltissime foto con dediche. Alberto era un credente, devoto, osservante della teologia cattolica. Proprio come la sua famiglia. Lui non parlava mai delle sue opere pie, invece aiutava molte persone, anche economicamente. Faceva beneficenza, e l'ha fatta fino all'ultimo». Nei suoi oltre 150 personaggi ci sono anche i preti e i monsignori, ruoli che Sordi interpreta spesso per mettere a nudo una realtà, l'ipocrisia dei costumi, della società. «Il suo cinema è un mélange di vari elementi: era un grande osservatore della realtà, prendeva i personaggi veri dalla vita, li osservava e li riproponeva sul grande schermo. Faceva un lavoro di imitazione, soprattutto dei tic e delle manie. Nel bene e nel male. Ha interpretato dal barbiere al netturbino, dal mercante di armi al dirigente d'azienda. Li ha fatti tutti. Sordi è un campionario della tipologia sociale italiana. E' stato anche criticato per questo - dice Verdone, mentre indica un vecchio articolo di Pier Paolo Pasolini - qui Pasolini critica apertamente Sordi perché secondo lui rappresentava il peggio degli italiani e per questo non piaceva all'estero. Mentre Sordi rappresentava la piccola borghesia in tutti i suoi aspetti, Pasolini la disprezzava. Sordi invece voleva far riflettere, il suo cinema era uno specchio. Pasolini vedeva forse solo lo specchio, che indica i mali senza i rimedi». Anche sulla religione lo sguardo del cinema di Sordi è molto disilluso: «Credo che il rapporto con la religione nel suo cinema sia una boutade ironica su se stesso - conclude Verdone -. Di lui diceva che sarebbe andato in Paradiso, e che lì avrebbe avuto una suite». L'ironia, forse, di chi ci crede sul serio. 

Fulvia Caprara per la Stampa il 15 giugno 2020. Nessuno era mai stato così diretto, così intollerante, così irresistibile. Nella sequenza celeberrima di Ecce bombo, capelli lunghi, camicia bianca svolazzante fuori dai pantaloni, Nanni Moretti, esasperato, aggrediva l'avventore di un bar che discettava di italianità in un trionfo di qualunquismi. Sulla battuta «rossi e neri sono tutti uguali», il suo alter-ego Michele Apicella sbottava urlando: «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi, te lo meriti». Il caso di lesa maestà divenne subito leggendario e lo stesso Moretti, molti anni dopo, in un video in cui parlava del suo cinema durante una lezione di Pilates, raccontava: «Il pubblico delle proiezioni di Ecce bombo era sempre generoso, disponibile, ridanciano... ma quando arrivava la battuta su Sordi calava in sala un gelo, come se avessi bestemmiato in chiesa». Eppure, del mito Alberto Sordi (che oggi sarà ricordato in Campidoglio nel centenario della nascita) fanno parte ricordi e testimonianze di quelli che non lo amarono affatto, ma che, anzi, leggendo nella sua opera l'esaltazione della cattiva coscienza italiana, gli imputarono i difetti che rappresentava. Dalla critica francese, ma anche di molti altri Paesi, che bacchettò l'abitudine sordiana di irridere il male fino alle sue più estreme conseguenze a quella radical-chic che gli imputava la matrice democristiana, furono in tanti, a suo tempo, prima che l'agiografia mettesse tutto a tacere, quelli che su Albertone ebbero da dire e ridire: «Alla comicità di Sordi - diceva Pier Paolo Pasolini - ridiamo solo noi italiani, ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo». Quel modo di far ridere, proseguiva l'autore, «quella comicità piccolo borghese e cattolica, fondamentalmente senza nessuna fede, senza nessun ideale, non urta e non urterà mai la censura italiana. Urta e urterà sempre chi possiede una sensibilità civica e morale, cioè la media dei pubblici francesi e anglosassoni». Attacchi e distinguo arrivavano anche dal suo mondo, dai compagni di strada che avvertivano diversità di comportamenti: «Tognazzi - racconta Goffredo Fofi nel suo libro Alberto Sordi L'Italia in bianco e nero (Mondadori) - diceva "non sono l'attore carismatico che ha fatto di tutto per esserlo, Sordi ha lavorato tutta la vita per essere quello che è oggi per il pubblico, l'Albertone nazionale. Io, invece, sono un Ughetto nazionale, modestamente, non ho fatto niente per essere un Ugone nazionale». E ancora: «Ho visto in tv l'ingresso di Sordi a Sanremo - commentava Tognazzi -, somigliava molto al Papa, mentre io continuo a somigliare solo a me stesso». Proprio sul piccolo schermo, nel novembre del '91, Sordi pronunciò una battuta che fece scalpore: «Oggi libertà e disordine vanno sottobraccio», mentre in passato, aggiunse in varie interviste, «portavamo tutti la divisa ed eravamo tutti uguali». Nel fiume di reazioni che seguì, due furono i commenti più netti: «Nessuna sorpresa - commentò Mario Monicelli -, Sordi è sempre stato fascista». E comunque, gli fece eco Furio Scarpelli, «I suoi non sono pensieri da fascista, ma da balilla». D'altra parte la sentenza di Fofi sul Sordi politico è categorica: «Uomo d'ordine, nuovo ricco, veterocattolico, nostalgico del fascismo, Alberto Sordi ebbe migliori frequentazioni e maggiori affinità non con i fascisti né con i comunisti, né con il meglio della tradizione cattolica legata al sociale e a ideali di carità, ma proprio con quella più fosca. Suo amico fu Andreotti e, almeno indirettamente, Cossiga». La scomparsa dell'artista, spiega Tatti Sanguineti, critico e autore del volume Il cervello di Alberto Sordi Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi), provocò la «monumentalizzazione» del fenomeno Sordi, un evento su cui Mario Monicelli, parlando con il regista Franco Maresco, si era espresso con l'abituale, lucida ironia: «Vorrei rivolgermi a Walter Veltroni, un caro amico, una persona gentile, vorrei pregarlo di evitare quelle manifestazioni gigantesche che si sono fatte per Togliatti, Berlinguer, oppure, più modestamente, per Fellini, Mastroianni, Sordi... vorrei che le cose fossero un tantino più regolari, più modeste, e un po' più divertenti». Con una frecciata trasversale, Paolo Villaggio era riuscito a inchiodare in un sol colpo sia Sordi che la romanità da lui così ben delineata: «Sordi è quello che ha fatto capire, più esattamente di tutti, quello che è il cinismo dei romani». Per loro, aggiungeva l'attore, «è stata una lezione e una terapia. Dopo Sordi, i romani hanno accettato l'idea di essere un pochettino come lui». -

Alberto Sordi nasceva 100 anni fa, la sua filmografia è la biografia dell’Italia. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 15 Giugno 2020. Molti anni fa eravamo al Festival di Gifuni, un evento cinematografico meridionale molto in voga. Alberto Sordi era accanto a me ed era estasiato dal pubblico di giovani e giovanissimi. Si alzò una ragazza e chiese, con forte accento: «Signor Sòrdi, scusate: il ginema segondo voi, ge l’ha un vuduro? E se sì, guale?». Alberto restò paralizzato. Faceva un suo personaggio, il suo: «Eh? Che dici, cara? Se il cinema cià un futuro? E che ne so io, cara? Che vòi che te dica? Dipenne da te, dipenne da voi se ciavrà un futuro. Perché me fai ste domande?». Sembrava stizzito come Mario Pio. Mario Pio era un suo personaggio radiofonico. Ci fu un tempo nell’immediato dopoguerra, in cui di Alberto Sordi si conosceva soltanto la voce e le sue invenzioni. Una di queste era Mario Pio: «Brondo? Qui Mario Pio, gon ghi parlo io?». Un altro era il “Conte Claro”, parodia della contessa Clara che furoreggiava sui rotocalchi dando lezioni di stile, vita, amore, moda e bon ton. Lui faceva la rubrica delle lettere alla radio: sempre con quell’accento romanesco un po’ virato sul burino che scambia dentali e labiali, “di” per ti e “bi” per pi: «Mi sgrive Marisa da Bordernone: Gonde Glaro, mi drovo in una derribbile ambascia…». E andava avanti. Immaginate: esistevano nelle case delle grosse radio, le stesse con cui avevamo ascoltato Radio Londra e che poi ci nutrivano di magnifici sceneggiati radiofonici con spreco di effetti speciali fatti solo di rumori: cigolii, spifferi di vento, i racconti del mistero di Edgar Allan Poe, poi i notiziari radio e l’uccellino che faceva da intervallo: sei trilli, quattro trilli e poi due. Voleva dire che la radio attendeva l’ora esatta trasmessa con quattro punti e una lunga linea: «Sono le ore quattordici. Giornale Radio, oggi il ministro degli Affari interni, onorevole Mario Scelba…». Da quella radio paludata, ufficiale, scandita, poi usciva come una perdita di follia dai circuiti la voce di questo incredibile personaggio che prendeva in giro divi di un altro mondo scomparso: quello dei rotocalchi, dei fotoromanzi e della letteratura popolare cinematografica. Un giorno mia nonna mi portò una copia del Messaggero in preda a una frenesia: «Guarda! Sai chi è questo? Questo è Alberto Sordi»? «Alberto Sordi? La voce della radio? Ha questa faccia un po’ qualsiasi tra il giovane salumiere e il fuoricorso di Giurisprudenza?» Era lui. Succedeva con la radio, dove le immagini te le dovevi fare da solo nella tua testa e poi non combaciavano. Il vero Alberto Sordi dal volto ancora ignoto era anche il geniale doppiaggio di Stan Laurel e Oliver Hardy, al secolo Stanlio e Ollio (era ancora un’Italia che storpiava i nomi stranieri, ribattezzando Donald Duck di Walt Disney come Paperino, quando gli ispanici lo traducevano fedelmente El Pato Donaldo) creando una lingua, una fonetica perfetta: l’italiano di accento inglese con tutta la consonantica e vocalica straziate che rendeva irresistibili due comici altrimenti puerili che Sordi rendeva non solo grotteschi ma anche drammatici. E poi arrivò il genio cinematografico. Genio assoluto, senza rivali né ieri né oggi, perché soltanto un creatore di letterature e mondi, atteggiamenti e antropologie poteva inventare il ragazzone mammone con il mito americano de l’Americano a Roma: «Maccherone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, io me te magno», dice il fanatico filoamericano dopo aver tentato di adeguarsi allo strano modo di mangiare degli alleati. Secondo la leggenda, fu lui uno degli inventori della ricetta della Carbonara, utilizzando ingredienti basici del vitto contenuto nella scatoletta del soldato americano: polvere d’uovo, bacon abbrustolito con cui creare l’amalgama da integrare con una manciata di cacio (pecorino nei tempi poveri, parmigiano nell’opulenza) e tanto pepe nero da dare l’idea di una pioggia di carbone. Alberto Sordi, che nacque un secolo fa a Trastevere, ha lasciato di sé una falsa immagine che appartiene ai personaggi orrendi: l’affarista, il palazzinaro, il traditore, l’opportunista, il vigliacco sempre pronto a vendersi e adattarsi. La sua maschera unica: l’uomo che sbarra gli occhi di fronte a una proposta disonesta e che dice “Siiiiii?” e resta immobile estroflettendo la mandibola con l’espressione di chi non si aspettava una porcata del genere, ma è pronto ad adattarsi. I suoi viscidi “Come dici, cara?”, “Permette, commendatore?” e “Certamente signor generale” sono la maschera. Ma Alberto Sordi è stato anche l’autobiografia italiana, con i suoi mesti splendori. Eccolo in uniforme da ufficiale a Porta San Paolo dopo l’inizio dell’invasione tedesca dell’8 Settembre, mentre interpreta la tragedia delle forze armate lasciate sole a se stesse, senza ordini e senza comunicazioni: «Colonnello, pronto? Qui sta succedendo una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso. Che dobbiamo fare? Come dice, colonnello? Ah, lei non lo sa? E lo devo sapè io? Ma allora tutto è finito». Il film è Tutti a casa di Luigi Comencini e mi sono interrotto scrivendo questo articolo per guardare le scene della disfatta in cui Sordi è un soldato con la schiena dritta e poi finirà combattendo contro i tedeschi. Film complementare, a colori mentre Tutti a casa è in un drammatico bianco e nero, è Polvere di stelle del 1973 con Monica Vitti, sua la regia, in cui una compagnia d’avanspettacolo viaggia fra le linee della guerra come facevano le vecchie compagnie di giro. Il loro spettacolo aveva come numero di ballo erotico la canzone Ma ‘ndo vai, se la banana non ce l’hai?, che proseguiva con gli immortali versi “Bella hawaiana, attaccate ‘sta banana”. Monica Vitti era uno schianto di sex appeal e re Sordi la grande maschera del nuovo Bertoldo che deve arrangiarsi e che trova la forza di permettere alla sua donna di prostituirsi per salvare la pelle di tutti. Nella Grande Guerra, uno dei pochi film italiani sulla Prima guerra mondiale, lui e Vittorio Gassman sono due soldati lavativi, imbroglioni, opportunisti, perfettamente aderenti al cliché italiano, ma in un sussulto di dignità e patriottismo scelgono il plotone d’esecuzione. Quest’uomo, come anche Gassman, Tognazzi, Manfredi, i fratelli De Filippo e specialmente Eduardo, dettero la propria vita artistica per incarnare la tragedia italiana della guerra e del dopoguerra, delle follie imperiali di un fascismo di cartapesta crudele e trucolento, lo sgomento della gente comune di fronte all’inganno, l’abbandono, l’occupazione, la povertà, l’arte di arrangiarsi e di sopravvivere che erano arti necessarie ai vinti di un Paese vinto, con le reni spezzate, per usare l’espressione mussoliniana “Spezzeremo le reni alla Grecia”. Era una voce e un carattere romano e anzi romanesco, come quello di Aldo Fabrizi e tanti altri eroi di celluloide e teatro, ma il suo personaggio reale era l’italiano, tutti gli italiani, nelle diverse fasi della loro crescita. Alla guerra succede il boom economico, l’arte di fare quattrini, di vivere spensieratamente e vigliaccamente anche in Brevi amori a Palma de Majorca (in cui si inventa l’espressione poi eterna di “piatto ricco, me ce ficco”), come mercante d’armi, medico della mutua ignobile che fa della sua professione un mercimonio immondo. Sordi era un grande moralista e un lavoratore impeccabile, una persona con un alto senso del rispetto di sé e degli altri. Ho avuto il piacere, purtroppo non lungo, di conoscerlo e averlo per amico: quelle amicizie dei giornalisti che nascono dopo le interviste, come mi accadde anche con Ugo Tognazzi, altro gigante, che non so perché quando lo andavo a trovare al mare, mi cucinava le zucchine in padella. Erano minuscoli rapporti umani, ma di fortissima empatia con persone che sapevano di essere – come attori – tutto il mondo, specialmente il mondo italiano. Per chissà quale buffo motivo, mi chiamava per nome e cognome: «Viè, Paolo Guzzanti, che te faccio vedè la scena», «Mo’ nun posso perché è arivato Paolo Guzzanti e dovemo parlà». Aveva bisogno di raccontare e raccontarsi perché sapeva benissimo di essere un grande storico della sua e altrui storia e di conoscerla meglio di ogni accademico. L’unica volta che dissentii da lui fu quando dette vita al Marchese del Grillo, autentico personaggio storico antisemita e gli mise in bocca il verso di Giuseppe Gioachino Belli “Io so’ io, e voi nun siete un cazzo”. Il sonetto del Belli originale non ha niente a che fare col marchese del Grillo. Dà voce a “Li soprani der monno vecchio” restaurati dopo il congresso di Vienna, il cui prototipo mandò come precursore il boia per leggere il suo editto ai sudditi: «Io so io e voi nun ziete un cazzo, sori vassalli buggeroni, e zitt»”. Poi proseguiva con «A voi la vita nun ve la do: io ve l’affitto…». Purtroppo, quel verso – “Io so io” – ebbe un effetto spettacolare sugli spettatori che ignorano del tutto l’origine del verso del Belli, che è totalmente ignorato. “Mbè, ma era perfetto”, mi disse Alberto Sordi. E certo: tutto quello che faceva era perfetto. L’Italia settentrionale più ottusa e leghista, ne fece l’oggetto del suo dileggio, credendo e facendo credere che Alberto Sordi fosse il personaggio e che incarnasse di suo Roma ladrona, la corruzione, la burocrazia e la viltà. Non avevano capito un cazzo. L’alberto-sordismo diventò una variante dell’idiozia italiana per tutti quelli che non riuscivano a capire che Sordi non portava in scena se stesso, ma gli italiani tutti. Era molto ricco e nacque la leggenda che fosse avaro, come il personaggio di Molière, di cui fu un interprete di mostruoso talento. Non era avaro e non prese moglie. A chi gli chiedeva perché, rispose davvero “Mica me posso mette un’estranea in casa”. Lo disse anche parlando dei figli che non ebbe: “Non sai mai chi te metti in casa”. Ebbe tante storie e la più lunga fu con una attrice di quindici anni più anziana di lui, Andreina Pagnani. Era un misantropo cattolico praticante che si dava molto alla carità, finanziando ricerca scientifica e ospedali, ma senza mai dare nell’occhio. Questa stranezza dell’essere considerato sia libertino che cattolico osservante, conservatore ma in grado di mostrare il senso della rivoluzione, ha fatto di lui non solo un grande attore interprete, ma un autore protagonista, uno storico e, tutto ciò messo insieme, una maschera. Negli anni Sessanta fra noi giovani d’allora era diventato un vezzo, ma più che altro una necessità, parlare sempre come l’Alberto Sordi codardo: “Eh? Come dici cara? Siiii?”. Era il Tarzan della Maranella (le marane romane sono fiumiciattoli sudici e periferici per la balneazione dei poveri). Era un vezzo ma più che altro una lingua comune, come un patois o un argot, come del resto è il romanesco, che non è un dialetto ma un uso plebeo della lingua nazionale. È nato un secolo fa e ci manca da diciassette anni, quando un cancro ai polmoni se lo portò via e lui si lasciò catturare dalla morte con grande compostezza, cercando di restare vivo e pubblico, finché le forze lo consentirono.

Da ilmessaggero.it il 13 giugno 2020. Forza Alberto, facci ridere ancora: i 100 anni della nascita dell'attore. Cento anni fa il destino - racconta Carlo Verdone - fece un grande regalo allo spettacolo italiano. Un regalo con un nome e un cognome: Alberto Sordi. Ancora oggi, a 17 anni dalla sua scomparsa, in un periodo difficile e in cui si tende a dimenticare gran parte del nostro passato, ad annebbiare vicende e personaggi che andrebbero consegnati all’eterno ricordo, la figura di quest’uomo, fortunatamente, è sempre presente nella venerazione di ciò che è stato e di ciò che ha fatto. Alberto Sordi è stato per l’Italia, uscita dalla guerra, l’immagine di un Paese che torna finalmente a sorridere tramite un immenso attore che, sbarazzandosi della tecnica dell’accademia, irrompe sullo schermo con impressionante energia, assoluta anarchica follia e tempi recitativi sovversivi. La razionalità dell’attore soccombe e Sordi impone una recitazione istintiva con pause e riprese personalissime. Ma Sordi è ben cosciente di questo e a partire dallo Sceicco Bianco e da Un Americano a Roma, comincia lentamente ad imporre la sua fortissima personalità che sente unica nel panorama del cinema italiano. Senza alcun timore della critica si fabbrica una maschera che, anno dopo anno, diventa per tutti familiare. La maschera rubiconda, pavida, invadente, megalomane, mitomane, logorroica, furbacchiona che rispecchia tanti lati dell’italiano medio. Ogni italiano viene, più o meno, rappresentato dai suoi “tic”. Ma nessun italiano riconosce sé stesso. Rivede, nelle interpretazioni di Sordi, sempre gli altri. E lo trova geniale. Sordi nel decennio degli anni ‘60 è l’assoluto re della risata. E’ il punto di riferimento per chi ama la commedia e anche io comincio a conoscerlo nei cineclub che gli dedicano retrospettive. Lo trovo insuperabile nei suoi film in bianco e nero come I Vitelloni, La Grande Guerra, Una Vita Difficile, per citarne alcuni. Finalmente nel 1981, quando la vita mi diede l’opportunità di entrare come regista, sceneggiatore ed attore nel cinema, lo conobbi. Il merito fu di Sergio Leone. Sergio aveva prodotto insieme a Poccioni e Colaiacomo della Medusa anche il mio secondo film “Bianco, Rosso e Verdone”. Il film non lo convinceva del tutto perché trovava odioso il personaggio di Furio, il marito logorroico. Era convinto che il pubblico avrebbe avuto voglia di «tagliargli la testa co’ la sega» (parole testuali). E allora per avere un riscontro sul film fece a gennaio una proiezione in anteprima dove invitò Sordi e la Vitti con il compagno Roberto Russo. Nel vedere nella sala privata due attori straordinari come loro, mi misi le mani nei capelli. Chi potevo essere io di fronte al talento di Sordi e della Vitti? Nessuno. Come inizia il film e appare il personaggio di Furio, Leone subito sbuffa e a mezza voce baritonale gli esce uno sgradevole : «Arieccolo…». Mentre comincio realmente a pensare di aver sbagliato personaggio, ecco che Sordi e la Vitti esplodono in due risate fragorose quando Furio telefona all’ACI. Leone si sorprende e io tiro un sospiro di sollievo. Da quel momento ogni sequenza che riguarda Furio e Magda fa piegare in due dalle risate sia Alberto che Monica. E il film termina con Sordi che si rivolge a me e allargando le braccia mi dice: «Vie’ qua …». Stordito ed emozionato gli chiedo: «Le è piaciuto, Alberto?». Sordi mi abbraccia e dice: «Quel marito è geniale!». Mi volto verso Leone che allargando le braccia in segno di resa disse: «Ci avesse ragione lui… Boh». Oggi, dopo ben quarant’anni, possiamo dire che aveva ragione Alberto. Forse proprio da quella proiezione a casa Leone nacque l’amicizia che ci legò per diversi anni e ci portò a lavorare insieme. Di Alberto ricorderò sempre l’ inarrivabile grandezza artistica, ma quello di cui andrò più fiero è che mi ha veramente voluto bene. Come gliene ho voluto io. Ed osservare che dal 1986, in una grande nicchia del terrazzo, la sua bella orchidea dedicata alla nascita di mia figlia Giulia continua imperterrita a fiorire, me lo fa sentire sempre vicino a proteggermi e a proteggerci nei colori di una pianta piena di grazia ed eleganza.

Arianna Finos per “la Repubblica” l'8 giugno 2020. Racconta e ride, Giovanna Ralli, ricordando l'amico Alberto Sordi di cui il 15 ricorre il centenario della nascita. «Ho lavorato con grandi attori: Gassmann, Manfredi, Mastroianni, ma con nessuno si rideva come con Alberto. Sul set di Un eroe dei nostri tempi durante le prove non riuscivo a fermarmi. E lui "Giova', ridi adesso ma mi raccomando al ciak trattieniti. Bastava un suo sguardo per farti sganasciare, aveva quel modo meraviglioso d'inventare i personaggi». L'attrice di De Sica, Monicelli, Scola, Rossellini, 85 anni, 64 film per il grande schermo oltre a tutto il resto, con Sordi ha girato Un eroe dei nostri tempi e un episodio di Costa azzurra.

«Quando seppi che dovevo lavorare con Sordi e Monicelli un po' mi preoccupai».

E invece?

«Andò bene. La prima scena fu la passeggiata sul lungotevere, lui mi invita per corteggiarmi, io voglio raccomandargli il mio fidanzato. In spiaggia mi chiede "ha mai baciato un uomo?" e io "sono incinta". Il mio fidanzato lo faceva Bud Spencer, col suo fisico da nuotatore. Alla fine della scena del litigio Alberto mi disse: "Ma lo sai che sei brava?" e io: "Sì, lo so"».

Siete diventati amici?

«È stato un amico grande, grande. Lo frequentavo già perché lui faceva film sceneggiati da Amidei, Age e Scarpelli con cui io lavoravo in altri film. Era un uomo generoso, elegante, profumato. Gli piaceva molto uscire la sera, con Piero Piccioni, soprattutto. Poi simpatizzò con mio marito e veniva a mangiare a casa nostra: "Basta che mi fai la pastasciutta con i pomodori e io sto a posto».

Poi la chiamò nel '59 per l'episodio di "Costa azzurra".

«Eravamo talmente sintonici che non mi faceva mai un appunto. vai così che vai bene. Le riprese durarono una settimana, giravamo la mattina e la sera tutti a cena. Mi sono sposata di lunedì, da martedì recitavo al Quirino, con solo i testimoni. Organizzammo il pranzo per gli amici un mese dopo. Alberto mi inondò di fiori, poi dall'Africa, dove aveva appena girato Riusciranno i nostri eroi mi portò un caftano colorato con una fusciacca per i capelli. Io andai in camera, li indossai subito e tornai dagli invitati. Alberto ere felice: "Ammazza quanto sei bella"».

Sordi non si è mai sposato.

«Gli piacevano moltissimo le donne, ma aveva sposato il lavoro e diceva che la famiglia ce l'aveva già. Quando morì la sorella soffrì moltissimo, smise di fare feste in quella villa bellissima che, nuova di zecca, mi mostrò una mattina, era raggiante. Il successo era arrivato dopo tanta fatica.

Era felice di stare come stava. Il suo grande amore è stata la Pagnani, che ha sofferto quando lui la lasciò. Ed era grande amico di Silvana Mangano, la faceva tanto ridere. Sordi era molto credente, riservato: non l'ho mai sentito dire un pettegolezzo. Era un democristiano, legato ad Andreotti. Non si parlava mai di politica con lui, anche perché tutti gli altri erano di sinistra. Ma Alberto è stato molto amato da tutti, come Totò che non lo dimenticherai mai, così è Sordi, non si dimenticherà».

Venivate entrambi da famiglie povere.

«Io e Alberto non abbiamo fatto scuole di recitazione. All'Accademia gli correggevano "tera", "guera". Ha fatto il doppiatore, parlava perfettamente italiano, ma i suoi personaggi non potevano parlare come un libro stampato. Non si può recitare Il Vigile senza la cadenza romana».

Vicini di quartiere, lei testaccina e Sordi trasteverino.

«Mio nonno ebanista abitava in via dei Pettinari, come lui. Al piano terra il negozio, sopra un piccolo appartamento per i nove figli, sopra ancora Aldo Fabrizi. Una volta con Alberto siamo tornati e gli ho fatto vedere il negozio di nonno».

Ma è vero che gli diede uno schiaffo dopo una discussione?

«Ma quando mai? Fu solo un litigio acceso. Successe a Parigi, andammo a passare lì l'ultimo dell'anno con Steno e Bruna Parmesan. Tornando a piedi da un ristorante passammo sotto i portici delle Tuileries, davanti all'Hôtel Meurice. Io dissi che c'ero stata e Alberto s' arrabbiò: "Possono entrare solo gli aristocratici". Io: "E non possono esserci stata con un aristocratico?". Alla fine litigammo per davvero».

Il ricordo più divertente?

«Quando ha cercato di corteggiarmi, ma nella maniera più scanzonata, facendomi capire a un certo punto l'ho guardato e gli ho detto: "Albe' ma te lo immagini io e te? Ma a me me verrebbe da ride, ma a te no?". Si è messo a ridere anche lui. Avere un flirt con Alberto non avrei potuto mai immaginarlo. Eravamo troppo amici».

L'immagine di voi due insieme?

«Ho una foto incredibile, lui in canotta con la bandana, i pedalini e gli zoccoli, io in costume nero e zoccoli. Beh, sembriamo due broccolari, non c'è niente da fare».

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 14 aprile 2020. Nell' anno in cui si celebra il centenario della nascita di Alberto Sordi, Sky Cinema Comedy ha proposto quattro giorni di programmazione di film di uno dei più importanti attori del cinema italiano e, insieme, Siamo tutti Alberto Sordi? , il documentario di Fabrizio Corallo che ripercorre l' esistenza dell' artista, dalla formazione agli esordi fino al successo sul grande schermo, riunendo spezzoni di film, frammenti televisivi e testimonianze di colleghi, registi, critici, osservatori, ex politici. Con così tanti e illustri intervistati, francamente mi aspettavo qualcosa di più dal documentario. Salvo rare eccezioni, è stata una sfilata di luoghi comuni su Sordi: l' incarnazione dell' italiano medio con le sue poche pubbliche virtù e i numerosi vizi, però anche lo smascheratore dell' ipocrita rispettabilità piccolo-borghese, però anche il conservatore, moderato e cattolico che mette in scena il malcostume nazionale, però anche l' inventore di archetipi indimenticabili sull' opportunismo di uomini immaturi. Tutte osservazioni che, vedendo i suoi film, s' intuiscono. Sarebbe stato bello sentire il parere di Nanni Moretti e di Tatti Sanguineti. Nel 1978, in Ecce Bombo , c' è una scena in cui il protagonista, sentendo un uomo al bar che dice: «Gli italiani, rossi e neri, sono tutti uguali», risponde aggredendolo e urlando: «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi!». Nel 1986, Sanguineti firma per Rai3 un' autobiografia di Walter Chiari, Storia di un altro italiano (l' eterno perdente), in contrapposizione a Storia di un italiano (1979) di Sordi, antologia dei suoi film e ritratto di un italiano che alla fine casca sempre in piedi grazie al cinismo. Ma nel 2015 scrive un libro su Rodolfo Sonego, intitolandolo Il cervello di Alberto Sordi . Due pareri che sarebbero stati fondamentali per capire tante cose: ce lo meritiamo Alberto Sordi?

Alberto Sordi nasce il 15 giugno del 1920 a Roma, in Via San Cosimato nel cuore di Trastevere, da Pietro Sordi, direttore d’orchestra e concertista presso il teatro dell’opera di Roma, e Maria Righetti, insegnante. Ha due sorelle, Savina e Aurelia, ed un fratello, Giuseppe, detto Pino. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. È morto a Roma il 24 febbraio 2003. Con oltre 200 film all’attivo è considerato uno dei più grandi interpreti della commedia all’italiana con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni. Inoltre, insieme ad Aldo Fabrizi e Anna Magnani, è considerato tra i massimi esponenti della romanità cinematografica. Già dagli inizi degli anni Sessanta si sarebbe potuto smontare un luogo comune - anche critico - che ha perseguitato Alberto Sordi per tutta la vita: la sua identificazione con vizi e difetti dell’italiano medio. Ettore Scola, che ben lo conosceva, ha sostenuto più volte una tesi opposta: Sordi è l’italiano impazzito, in cui pulsioni socialmente inconfessabili hanno preso il sopravvento sulla rispettabilità piccolo-borghese. Con queste parole si apre la voce dedicata ad Alberto Sordi e curata dal critico cinematografico e storico del cinema Alberto Crespi per il Dizionario Biografico degli Italiani edito dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Importanti i suoi esordi divisi tra teatro (sia serio, sia leggero), radio (suoi i personaggi di Mario Pio, del Conte Claro e del compagnuccio della parrocchietta), doppiaggio (sua la voce azzeccatissima di Ollio). Tanti i film di successo: come Il segno di Venere e Il vedovo di Dino Risi; Brevi amori a Palma di Maiorca (quello del memorabile «zoppetto») di Giorgio Bianchi, La grande guerra di Mario Monicelli con Vittorio Gassman, Tutti a casa di Luigi Comencini, Mafioso di Alberto Lattuada, Il boom di Vittorio De Sica, Il maestro di Vigevano di Elio Petri, I complessi di Luigi Filippo D’Amico (quello di Guglielmo il dentone). «Erano anni - ha scritto Alberto Crespi - in cui quasi tutti i film venivano, in prima battuta, scritti per lui: sia il copione de Il sorpasso che quello de I mostri, entrambi di Risi, erano destinati a lui e la fortuna degli altri «colonnelli» della commedia (Gassman, Tognazzi, Manfredi) fu che Sordi aveva rallentato i ritmi (solo nel 1954 aveva interpretato 12 film) e non poteva né voleva girare tutti i film che gli venivano proposti». Tra i progetti non realizzati dall’attore, così si chiude la voce scritta da Alberto Crespi: «un film sulla vita del poeta romano Belli (proposta rifiutata perché temeva che, al momento dell’ascesa in Paradiso, san Pietro glielo avrebbe rimproverato), uno su Henry Kissinger, un altro sul trombettiere del generale Custer John Martin (in realtà un italiano, tale Giovanni Martini) e infine il sogno, confessato in un’intervista al Corriere della Sera, di impersonare Benito Mussolini».

SIAMO TUTTI ALBERTO SORDI. Dagospia l'11 giugno 2020. Nel centenario della sua nascita, giovedì 11 giugno alle 21,15 La7 celebra Alberto Sordi con una serata evento dal titolo 100 Auguri Alberto. Un appuntamento speciale introdotto da Andrea Purgatori che presenterà – in prima tv in chiaro - il docufilm di Fabrizio Corallo “Siamo tutti Alberto Sordi?”. "Siamo tutti Alberto Sordi?" è un documentario di Fabrizio Corallo prodotto da Surf Film e Dean Film in collaborazione con LA7, Istituto Luce Cinecittà Sky Arte e 3D Produzioni che aspira a celebrare il talento unico e la personalità segreta del grande attore e regista romano scomparso 17 anni fa mettendone in rilievo non solo la leggendaria vicenda artistica ma soprattutto le sue doti spesso profetiche di interprete/autore capace di raccontare come nessun altro la commedia umana degli italiani del secolo scorso. Sordi viene raccontato nell'arco della sua formazione e del consolidarsi della sua carriera attraverso le sequenze di alcuni tra i più significativi dei 187 film da lui interpretati; filmati tratti dalle sue tante apparizioni televisive e pubbliche e interviste appositamente realizzate a compagni di lavoro, esponenti di punta del cinema recente, storici e critici, tutti chiamati a raccontarne i vari aspetti della poliedrica personalità tra riflessioni, aneddoti, ricordi e curiosità. Tra gli intervistati gli attori Carlo Verdone, Giovanna Ralli, Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Anna Foglietta, Valeria Marini, Riccardo Rossi; i critici Goffredo Fofi, Valerio Caprara e Masolino D'Amico; esperti osservatori del costume nazionale come Renzo Arbore, Paolo Mieli, Michele Serra, Pietrangelo Buttafuoco, Vincenzo Mollica, Maurizio Costanzo e Filippo Ceccarelli; amici e collaboratori come il presidente onorario della Fondazione Museo Alberto Sordi, Walter Veltroni; il consulente artistico Fondazione Museo Alberto Sordi, Luca Verdone;  lo sceneggiatore Enrico Vanzina; il presidente Anica ed ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli; il regista Marco Risi; le scrittrici Gigliola Scola e Chiara Rapaccini; la giornalista Gloria Satta;

Note di regia di Fabrizio Corallo. Dagli anni '50 in poi e sino alla fine dei suoi giorni Alberto Sordi esprimendosi quasi sempre in felice sintonia con registi e sceneggiatori come lui in stato di grazia ha mostrato con le sue denunce in forma di satira del malcostume italiano quello che siamo e che forse avremmo preferito non essere. Conservatore, moderato e cattolico convinto ma anche osservatore implacabile di vizi e storture e profondo conoscitore dei meccanismi psicologici ha dato vita nelle sue commedie a tanti ruoli di uomini immaturi, opportunisti, servili e incapaci di solidarietà e altruismo. Nel suo cinema riecheggiano certe costanti nazionali come la furbizia, il cinismo,  il familismo amorale, la mancanza di senso civico, considerati troppo spesso dagli italiani quasi come una dote, un patrimonio, un'autodifesa allarmata e gelosa del proprio "particulare". Al di là degli occasionali e divertìti autocompiacimenti i suoi personaggi "scomodi" sono però rappresentati sempre criticamente ed esortano lo spettatore a riflettere su difetti e colpe di un'umanità priva di coscienza etica. Sordi ha portato in scena tanti "mostri" del suo tempo nei loro aspetti divertenti con l'intento esplicito di condannarli e fustigarli anche se troppo spesso il suo pubblico ha finito con l'identificarsi in lui senza farsi troppe domande, nutrendosi passivamente degli splendori e delle miserie rappresentate nel glorioso genere della commedia all'italiana. Però secondo Ettore Scola - che prima di dirigerlo in film memorabili lo aveva conosciuto bene nei primi anni 50 come autore dei suoi programmi radiofonici e sceneggiatore di tante commedie - "il  pubblico di Alberto non è mai stato “ricattato” dalla sua simpatia e dalla sua bontà, piuttosto è stato ammaliato e colpito dalla sua grandezza come attore e come uomo. Il suo merito principale è stato quello di non aver camuffato le bassezze con un'ipocrita rispettabilità: non era un ritrattista ma un inventore di caratteri. Era soprattutto un disturbatore ed un dissacratore, è andato sempre contro i luoghi comuni, contro le convenienze". Secondo il critico Maurizio Liverani "Sordi con il suo umorismo sarcastico e beffardo non ha rappresentato soltanto l'arrivismo e la faciloneria: la sua più che una storia degli italiani è una loro imitazione allucinata e iperrealista che diventa disturbante".

"Siamo tutti Alberto Sordi?" Il documentario di Fabrizio Corallo su Sky riapre i conti con una figura che non finiamo mai di riscoprire. Fabio Ferzetti il 10 aprile su L'Espresso. Cominciamo con un’immagine. Siamo sul set di Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, anno di grazia 1977, attenti alla data. Come molti ricorderanno è la storia di un modesto impiegato romano alle soglie della pensione, Alberto Sordi, che dopo essersi visto uccidere per caso il figlio unico e amatissimo durante una rapina, scova l’uccisore, lo sequestra, lo tortura e finisce per provocarne accidentalmente la morte. Una delle metafore più livide e calzanti di quegli anni non facili, nata dalla penna di Vincenzo Cerami e considerata da molti l’epitaffio della gloriosa commedia all’italiana. Si gira la scena in cui Shelley Winters, nel film la moglie di Sordi, si trova per la prima volta faccia a faccia con l’assassino del figlio. Per riuscire a piangere senza ricorrere a lacrime artificiali, l’attrice americana si è fatta nascondere nel reggiseno un registratore che le manda in cuffia strazianti canti yiddish. Uno stratagemma macchinoso, tipico di una certa scuola di recitazione. Nel frattempo, pochi metri più in là, Sordi aspettando il ciak addenta serafico un gigantesco sfilatino. Il ricordo dal set di Monicelli, folgorante, è uno dei tanti che illumina Siamo tutti Alberto Sordi?, il documentario di Fabrizio Corallo in onda su Sky Arte domenica 12 aprile alle 21.15, e su Sky Cinema Comedy alle 21.45. Fra i primi meriti del film di Corallo c’è infatti la grande varietà di voci, testimonianze, scene inedite, rarità d’archivio, raccolte per rendere il più possibile sfaccettato e problematico il ritratto del grande attore. Nessuno forse, nella storia del nostro cinema, ha avuto infatti un percorso artistico e biografico come il suo, tanto chiaro in apparenza quanto ricco in verità ricco di sfumature e ombre insondabili. Nessuno ha conosciuto un successo così clamoroso in patria, scontrandosi al tempo stesso con incomprensioni e resistenze presso le platee internazionali, che non sempre capivano quella comicità paradossale e tinta di nero. Nessuno infine, fra i divi di un cinema incredibilmente fecondo e centrale nell’immaginario non solo nazionale, ha vissuto il proprio talento con passione più esclusiva. Quasi che più di un mestiere o di un’arte si trattasse di un sacerdozio. Ne fa fede lo sterminato archivio personale raccolto nella gigantesca villa-mausoleo di piazzale Numa Pompilio, una specie di castello di Dracula - un Dracula bonario e cattolicissimo, alla romana - dove non entrava mai la luce («Er sole me rovina i quadri», disse lui stesso a un allibito Carlo Verdone, uno dei testimoni che sciorina i ricordi più pungenti nel documentario, anche se si tratta soprattutto del Sordi ormai declinante degli anni Ottanta e oltre). Ma anche i mille progetti rimasti nel cassetto, come Un italiano in Brasile, il film che doveva girare a Rio su sceneggiatura del fedele Sonego (ne parla diffusamente il massimo esperto in materia, Tatti Sanguineti, nel voluminoso numero di Bianco e Nero dedicato a Sordi); i personaggi sfiorati e non interpretati; o il riserbo assoluto di cui riuscì a circondare la sua vita privata, segnata da molte relazioni ma nessun matrimonio («E che me metto un’estranea in casa?»). Il titolo del film di Corallo riassume bene il suo interrogativo di fondo, non nuovo ma tutt’altro che risolto. È stato Sordi a capire meglio di chiunque altro i suoi connazionali, anche in ciò che hanno di più meschino e inconfessabile? O sono stati gli italiani che fatalmente, forse inevitabilmente, hanno finito per riconoscersi in quei personaggi e in certo modo imitarli? A cento anni dalla sua nascita e diciassette dalla sua morte la domanda resta aperta, ma qualche certezza ce l’abbiamo. La prima è che il suo successo non era affatto scontato. Quando Sordi tenta di entrare all’Accademia dei Filodrammartici, a Milano, lo cacciano per il suo accento. Il suo primo film da protagonista, Mamma mia che impressione!, è un fiasco: troppo surreale, troppo paradossale, troppo aggressivo. Al cinema era arrivato attraverso il doppiaggio di Oliver Hardy, cui regala una voce italiana a dir poco geniale, ma saranno i personaggi radiofonici scritti da Ettore Scola e Vittorio Veltroni come il Conte Claro e Mario Pio a dargli il successo. Fellini si batte per lanciarlo ne Lo sceicco bianco, che però ha un successo relativo, poi lo impone ai produttori, che non ne vogliono sapere, nei Vitelloni. È così che quel «giovanotto cresciuto sotto il fascismo e buttato in una democrazia che non capiva» (Fellini dixit), inizia a scolpire quella Storia di un italiano che alla fine conterà ben 187 titoli. La strada però è ancora lunga. Al montaggio del mitico Un giorno in pretura di Steno, il produttore Dino De Laurentiis vuole tagliare il suo episodio, oggi sembra incredibile, e solo l’intervento di sua moglie Silvana Mangano impedisce la catastrofe. Intanto Sordi studia, cresce, ruba la scena addirittura a Totò, come Corallo puntualmente ricapitola. Soprattutto inizia a spingersi la dove nessuno osa avventurarsi. Buttandosi, per dirla con Rodolfo Sonego, su «personaggi di una grettezza quasi ributtante, su racconti abbastanza folli e inaccettabili, e infatti inaccettati da molti altri attori», con «il colpo d’occhio infallibile, il giudizio immediato e fulminante (...) di un animale selvaggio, un animale del bosco che ci vede anche di notte». E che «riesce, per misteriosa intuizione, a rendere con assoluta verità vizi che non ha, sentimenti che non ha mai provato». Il resto è Storia, come si dice, anche se a ben vedere le grandi interpretazioni di Sordi sono tutte legate a un periodo preciso in cui le follie della Storia e i suoi demoni personali trovano un misterioso e potente accordo. Come se l’Italia, una certa Italia, avesse bisogno di lui per rivelarsi a se stessa. E viceversa. Fino a quando l’Italia non divenne così terribile che perfino l’arte di Sordi non bastava più a darle una forma e un senso. Come testimonia Verdone con la storia, feroce, del posteggiatore che vedendo il vecchio Sordi cadere, alla fine della sua famosa giornata da sindaco di Roma voluta da Rutelli, non gli tende nemmeno la mano per aiutarlo ma si limita a dire: «Albe’, se semo invecchiati, eh?».

Ci sono almeno tre buone ragioni per non perdere Siamo tutti Alberto Sordi?, il documentario di Fabrizio Corallo in onda su Sky Arte domenica 12 aprile alle 21.15, e su Sky Cinema Comedy alle 21.45. La prima naturalmente è la statura stessa del suo protagonista, o meglio la sua unicità e inafferrabilità. Chi era davvero Sordi? In che rapporto stava l’uomo e l’artista? Cosa c’era dietro.

La prima è la gran quantità di inediti, curiosità e testimonianze che rendono questo ritratto sfaccettato e problematico, come si conviene a un attore dal percorso artistico e biografico come il suo, tanto chiaro all’apparenza quanto in realtà ricco di sfumature e ombre insondabili.

La seconda è il tono, mai banalmente agiografico ma sempre sapientemente a cavallo fra lo scavo psicologico e l’inchiesta a tutto campo, che mette i 187 film di Sordi e alcuni dei suoi molti progetti rimasti nel cassetto in relazione con il quadro storico e sociale dell’Italia e del cinema di quegli anni.

La terza naturalmente è il protagonista stesso, Alberto Sordi, che più credi di conoscere e più ti sfugge per ripresentarsi sotto vesti sempre diverse. Nel bel documentario di Corallo ci sono i surreali provini per il Casanova di Fellini, c’è l’energia che animava danze e corsette, forse il ritratto più fedele di un attore folle che non aveva paura di niente e che come diceva il uso sceneggiatore-principe Rodolfo Sonego.

Chi era questo attore che i più grandi attori del mondo ci invidiano, ma che il pubblico internazinale stentava a capire? Chi era quest'uomo che non ha mai voluto far altro che recitare, fin da bambino, e dedicò la vita intera alla sua arte, rinuciando a affetti e famiglia per vivere abbartocato con le sorelle nella sua villa mausoleo a piazzale Numa Pompilio, Amendola De Niro si è studiato Sordi in Accaddemia al penitenziario perché un ubriaco cos’ non l’aveva mai visto. Marotta: Nessuno meglio di lui ha saputo essere insieme "infantile e decrepito, ingenuo e corrotto, saggio e scemo, tiranno e schiavo... un bambino malvagio e vizioso che mentre pecca si odia e si ama, ha orgoglio e pietà di sé", per citare uno dei suoi primi grandi estimatori, Giuseppe Marotta. Cominciamo con un’immagine. Siamo sul set di Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, anno di grazia 1977, attenti alla data. Come molti ricorderanno è la storia di un modesto impiegato romano alle soglie della pensione, Alberto Sordi, che dopo essersi visto uccidere per caso il figlio unico e amatissimo durante una rapina, scova l’uccisore, lo sequestra, lo tortura e finisce per provocarne accidentalmente la morte. Una delle metafore più livide e calzanti di quegli anni non facili, nata dalla penna di Vincenzo Cerami e considerata da molti l’epitaffio della gloriosa commedia all’italiana. Si gira la scena in cui Shelley Winters, nel film la moglie di Sordi, si trova per la prima volta faccia a faccia con l’assassino del figlio. Per riuscire a piangere senza ricorrere a lacrime artificiali, l’attrice americana si è fatta nascondere nel reggiseno un registratore che le manda in cuffia strazianti canti yiddish. Uno stratagemma macchinoso, tipico di una certa scuola di recitazione. Nel frattempo, pochi metri più in là, Sordi aspettando il ciak addenta serafico un gigantesco sfilatino. Il ricordo dal set di Monicelli, folgorante, è uno dei tanti che illumina Siamo tutti Alberto Sordi?, il documentario di Fabrizio Corallo in onda su Sky Arte domenica 12 aprile alle 21.15, e su Sky Cinema Comedy alle 21.45. Fra i primi meriti del film di Corallo c’è infatti la grande varietà di voci, testimonianze, scene inedite, rarità d’archivio, raccolte per rendere il più possibile sfaccettato e problematico il ritratto del grande attore. Nessuno forse, nella storia del nostro cinema, ha avuto infatti un percorso artistico e biografico come il suo, tanto chiaro in apparenza quanto ricco in verità ricco di sfumature e ombre insondabili. Nessuno ha conosciuto un successo così clamoroso in patria, scontrandosi al tempo stesso con incomprensioni e resistenze presso le platee internazionali, che non sempre capivano quella comicità paradossale e tinta di nero. Nessuno infine, fra i divi di un cinema incredibilmente fecondo e centrale nell’immaginario non solo nazionale, ha vissuto il proprio talento con passione più esclusiva. Quasi che più di un mestiere o di un’arte si trattasse di un sacerdozio. Ne fa fede lo sterminato archivio personale raccolto nella gigantesca villa-mausoleo di piazzale Numa Pompilio, una specie di castello di Dracula - un Dracula bonario e cattolicissimo, alla romana - dove non entrava mai la luce («Er sole me rovina i quadri», disse lui stesso a un allibito Carlo Verdone, uno dei testimoni che sciorina i ricordi più pungenti nel documentario, anche se si tratta soprattutto del Sordi ormai declinante degli anni Ottanta e oltre). Ma anche i mille progetti rimasti nel cassetto, come Un italiano in Brasile, il film che doveva girare a Rio su sceneggiatura del fedele Sonego (ne parla diffusamente il massimo esperto in materia, Tatti Sanguineti, nel voluminoso numero di Bianco e Nero dedicato a Sordi); i personaggi sfiorati e non interpretati; o il riserbo assoluto di cui riuscì a circondare la sua vita privata, segnata da molte relazioni ma nessun matrimonio («E che me metto un’estranea in casa?»). Il titolo del film di Corallo riassume bene il suo interrogativo di fondo, non nuovo ma tutt’altro che risolto. È stato Sordi a capire meglio di chiunque altro i suoi connazionali, anche in ciò che hanno di più meschino e inconfessabile? O sono stati gli italiani che fatalmente, forse inevitabilmente, hanno finito per riconoscersi in quei personaggi e in certo modo imitarli? A cento anni dalla sua nascita e diciassette dalla sua morte la domanda resta aperta, ma qualche certezza ce l’abbiamo. La prima è che il suo successo non era affatto scontato. Quando Sordi tenta di entrare all’Accademia dei Filodrammartici, a Milano, lo cacciano per il suo accento. Il suo primo film da protagonista, Mamma mia che impressione!, è un fiasco: troppo surreale, troppo paradossale, troppo aggressivo. Al cinema era arrivato attraverso il doppiaggio di Oliver Hardy, cui regala una voce italiana a dir poco geniale, ma saranno i personaggi radiofonici scritti da Ettore Scola e Vittorio Veltroni come il Conte Claro e Mario Pio a dargli il successo. Fellini si batte per lanciarlo ne Lo sceicco bianco, che però ha un successo relativo, poi lo impone ai produttori, che non ne vogliono sapere, nei Vitelloni. È così che quel «giovanotto cresciuto sotto il fascismo e buttato in una democrazia che non capiva» (Fellini dixit), inizia a scolpire quella Storia di un italiano che alla fine conterà ben 187 titoli. La strada però è ancora lunga. Al montaggio del mitico Un giorno in pretura di Steno, il produttore Dino De Laurentiis vuole tagliare il suo episodio, oggi sembra incredibile, e solo l’intervento di sua moglie Silvana Mangano impedisce la catastrofe. Intanto Sordi studia, cresce, ruba la scena addirittura a Totò, come Corallo puntualmente ricapitola. Soprattutto inizia a spingersi la dove nessuno osa avventurarsi. Buttandosi, per dirla con Rodolfo Sonego, su «personaggi di una grettezza quasi ributtante, su racconti abbastanza folli e inaccettabili, e infatti inaccettati da molti altri attori», con «il colpo d’occhio infallibile, il giudizio immediato e fulminante (...) di un animale selvaggio, un animale del bosco che ci vede anche di notte». E che «riesce, per misteriosa intuizione, a rendere con assoluta verità vizi che non ha, sentimenti che non ha mai provato». Il resto è Storia, come si dice, anche se a ben vedere le grandi interpretazioni di Sordi sono tutte legate a un periodo preciso in cui le follie della Storia e i suoi demoni personali trovano un misterioso e potente accordo. Come se l’Italia, una certa Italia, avesse bisogno di lui per rivelarsi a se stessa. E viceversa. Fino a quando l’Italia non divenne così terribile che perfino l’arte di Sordi non bastava più a darle una forma e un senso. Come testimonia Verdone con la storia, feroce, del posteggiatore che vedendo il vecchio Sordi cadere, alla fine della sua famosa giornata da sindaco di Roma voluta da Rutelli, non gli tende nemmeno la mano per aiutarlo ma si limita a dire: «Albe’, se semo invecchiati, eh?».

Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera” il 7 marzo 2020. Una vecchia foto in bianco e nero. In questi giorni circola parecchio sui social ed emoziona molto. Mostra Alberto Sordi davanti a un microfono, dietro di lui compaiono Stanlio e Ollio, i due celeberrimi comici, il primo britannico e il secondo statunitense. È l' unico «clic» che ritrae assieme i tre immensi attori e a ritrovarlo è stato Alberto Anile, storico del cinema e critico, nel corso di una ricerca durata un paio d' anni tra le carte dell' archivio personale di Sordi. Da cui è emerso che quella foto - messa in rete dall' Ansa - venne scattata la sera del 25 giugno 1950 a Roma, a Villa Aldobrandini, sul colle del Quirinale, durante una tournée europea di Stan Laurel e Oliver Hardy oramai a fine della carriera. Un viaggio iniziato in Costa Azzurra e terminato in Italia - all' arrivo alla stazione Termini Stanlio e Ollio furono accolti da una folla impressionante - finalizzato al lancio di quello che sarebbe stato il loro ultimo lungometraggio, «Atollo K». Tra gli appuntamenti nella Capitale, anche quello di cui Anile racconta nel suo libro appena pubblicato, «Alberto Sordi», edito da Fondazione Centro Sperimentale/Edizioni Sabinae. Uno sketch memorabile davanti a una «platea con forse tremila persone - è la ricostruzione dello storico - tra cui famiglie con bambini, tantissimi, entrati gratis. Sul palcoscenico Stanlio e Ollio improvvisano le loro gag, leggeri passi di danza, smorfie e mimica unica. Dietro, nascosti da un telo, Alberto Sordi e Mauro Zambuto danno le voci ai due comici proprio come facevano nei film». I due italiani erano infatti i doppiatori ufficiali di Laurel e Hardy. Veri e propri alter ego , «apprezzati assai da Stanlio e Ollio. Sordi stava avviandosi a diventare una star mentre Zambuto pochi anni dopo avrebbe lasciato lo spettacolo per trasferirsi negli Usa, insegnando computer science all' università». Ma la foto? «Chi la scattò la diede ad una rivista che non c' è più. Sordi la ritagliò, conservandola nel suo immenso archivio che aggiornava con scrupolo, catalogando tutto in album divisi per anni e film. Lo ripeteva spesso: "Voglio conservare tutte le mie cose"».

Renato Franco per il “Corriere della Sera” il 27 marzo 2020. La sua avarizia era solo una leggenda, con Verdone non c' era tutta questa sintonia, di Manfredi meglio non parlare, il rapporto con la politica, come nacquero alcune delle sue citazioni più famose. C' è questo e altro nel volume Alberto Sordi segret o in arrivo in prossimità del centenario della nascita (15 giugno 1920, a Roma, e dove se no?). In uscita il 30 marzo sul sito dell' editore Rubbettino, ma anche in versione digitale come e-book, 242 pagine, prefazione di Gianni Canova, Alberto Sordi segreto è stato scritto da Igor Righetti voce storica di Radio1 con Il ComuniCattivo , ma qui in qualità di cugino di una delle maschere d' Italia: il nonno infatti era il fratello di Maria Righetti, madre di Alberto Sordi. Righetti racconta Sordi tra pubblico e privato, l' attore che diede il volto a tanti arcitaliani, ma non interpretò mai un politico nei suoi film: «Diceva che recitavano già loro e che sarebbe stata una sovrapposizione inutile... Negli anni '50, la Democrazia Cristiana gli chiese di fare il sindaco di Roma. Pur cattolico declinò l' invito. Altre proposte di entrare in politica le ricevette un po' da tutti i partiti. Ma affermava che nell' Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità». Lui che ebbe il rimpianto di non essere stato candidato dall' Italia agli Oscar; lui che non amava i critici cinematografici («si commuovono soltanto davanti ai sarcofagi, basti pensare che cosa hanno fatto con Totò»); lui che pensava che l' Italia avrebbe dovuto puntare su agricoltura e turismo («ora saremmo una nazione senza problemi dove tutti sarebbero occupati»); lui che con Manfredi non aveva un gran rapporto. Una ruggine - secondo Righetti - nata da un' intervista in cui Nino disse che «Sordi non ha mai fatto altro che se stesso in vita sua ed è per questo che oggi è finito... A noi parenti Alberto non ne ha mai parlato come suo amico. Anzi, ci svelò che se lui era avaro, Nino Manfredi era veramente tirchio. E nel libro lo conferma anche Pippo Baudo». Piuttosto Sordi era generoso, ma senza ostentare: «Chi conosceva veramente Alberto sa che frequentava gli orfanotrofi e che aveva adottato a distanza decine di bambini, filantropia sempre fatta in silenzio, come era il suo stile... A quei familiari che gli erano più vicini, così come alla sua segretaria storica Annunziata Sgreccia, alla contessa Patrizia De Blanck con la quale ebbe una love story nei primi anni '70, Alberto ha sempre detto di voler destinare la sua villa faraonica a orfanotrofio perché in quella casa - disse - non c' è mai stato il sorriso di un bambino». Invece è diventata un museo, contravvenendo - sostiene Righetti - alle sue volontà perché «la sua villa l'aveva sempre protetta da sguardi indiscreti con estrema fermezza e mai avrebbe voluto che fosse mostrata al pubblico». Nel libro ci sono diverse testimonianze, l' attrice Piera Arico (che ha recitato in diversi film con Alberto), il fotografo Rino Barillari, Pippo Baudo, Elena de Curtis (nipote di Totò), Sandra Milo... Aneddoti pubblici e privati. Il nome Alberto gli fu dato in ricordo del fratello nato nel 1916 e scomparso pochi giorni dopo il parto, «e anche per questo motivo non voleva essere chiamato Albertone». Il suo modo di vestire è sempre stato molto classico, ma non amava lo shopping, «era troppo indolente per acquistare i vestiti. Glieli comprava la sorella Aurelia che conosceva bene i suoi gusti». Righetti racconta anche l' origine della celeberrima frase pronunciata dal Marchese del Grillo («Me dispiace, ma io so' io... e voi nun siete un cazzo»), una citazione dal sonetto Li soprani der monno vecchio del Belli («Io so' io, e vvoi nun zete un cazzo») «espressa da Alberto a modo suo». Con uno degli altri interpreti della romanità forse - a dire di Righetti - non c' era tutto questo feeling: «Nel mio elenco degli amici di Alberto in molti si stupiranno di non trovare il nome di Carlo Verdone. A noi parenti, come anche alla contessa Patrizia De Blanck, Alberto rivelò di non essersi trovato bene sul set del film Troppo forte . Ci disse che Verdone aveva avuto paura di essere oscurato da lui in un film diretto da Verdone stesso. Di lui non ci disse altro. I fatti parlano chiaro: dopo quel film non lavorarono mai più insieme».

La foto (recuperata) di Alberto Sordi assieme a Stanlio e Ollio. Pubblicato venerdì, 06 marzo 2020 su Corriere.it da Alessandro Fulloni. Una vecchia foto in bianco e nero. In questi giorni circola parecchio sui social ed emoziona molto. Mostra Alberto Sordi davanti a un microfono, dietro di lui compaiono Stanlio e Ollio, i due celeberrimi comici, il primo britannico e il secondo statunitense. È l’unico «clic» che ritrae assieme i tre immensi attori e a ritrovarlo è stato Alberto Anile, storico del cinema e critico, nel corso di una ricerca durata un paio d’anni tra le carte dell’archivio personale di Sordi depositate alla Cineteca Nazionale. Dal loro studio è emerso che quella foto — messa in rete dall’Ansa — venne scattata la sera del 25 giugno 1950 a Roma, a Villa Aldobrandini, sul colle del Quirinale, durante una tournée europea di Stan Laurel e Oliver Hardy oramai a fine della carriera. Un viaggio iniziato in Costa Azzurra e terminato in Italia — all’arrivo alla stazione Termini Stanlio e Ollio furono accolti da una folla impressionante — finalizzato al lancio di quello che sarebbe stato il loro ultimo lungometraggio, «Atollo K». Tra gli appuntamenti nella Capitale, anche quello di cui Anile racconta nel suo libro appena pubblicato, «Alberto Sordi», edito da Fondazione Centro Sperimentale/Edizioni Sabinae in cui la foto è ora riprodotta insieme ad altre 99 immagini inedite o poco note. Uno sketch memorabile davanti a una «platea con forse tremila persone — è la ricostruzione dello storico — tra cui famiglie con bambini, tantissimi, entrati gratis. Sul palcoscenico Stanlio e Ollio improvvisano le loro gag, leggeri passi di danza, smorfie e mimica unica. Dietro, nascosti da un telo, Alberto Sordi e Mauro Zambuto danno le voci ai due comici proprio come facevano nei film». I due italiani erano infatti i doppiatori ufficiali di Laurel e Hardy. Veri e propri alter ego, «apprezzati assai da Stanlio e Ollio. Sordi stava avviandosi a diventare una star mentre Zambuto pochi anni dopo avrebbe lasciato lo spettacolo per trasferirsi negli Usa, insegnando computer science all’università». Ma la foto? «Chi la scattò la diede ad una rivista che non c’è più. Sordi la ritagliò — dice Anile, non nuovo a questi ritrovamenti, tra cui una copia del film Guardie e ladri depositata prima della revisione censoria e con dialoghi differenti da quelli poi ascoltati al cinema — conservandola nel suo immenso archivio che aggiornava con scrupolo, catalogando tutto in album divisi per anni e film. Lo ripeteva spesso: “Voglio conservare tutte le mie cose”». (Sordi e Zambuto restarono con Stanlio e Ollio diverse ore. Anile racconta che l’entusiasmo era «incredibile: i bambini sapevano bene chi fossero Laurel e Hardy. A fine spettacolo dovette addirittura intervenire la polizia per calmare la ressa che circondava il duo comico». Sordi poi se ne andò con la sua auto. In serata, raccontano le cronache di quel giorno, l’attore romano investì una donna sul lungotevere che fortunatamente se la cavò con pochi giorni di prognosi)

Mario Sesti per “il Venerdì - la Repubblica” l'8 gennaio 2020. Una volta Alberto Sordi e sua sorella Aurelia ebbero un' udienza privata da Papa Wojtyla. «Mi è giunta voce» disse il pontefice «che qui c' è qualcuno che sa rifare alla perfezione la voce del Papa». Sordi si volta verso la sorella e le fa: «Ma non mi dire Aurelia, sei tu?». «Alberto aveva iniziato a fare l' imitazione di Giovanni Paolo II, perfetta, già dopo la proclamazione» dice Giancarlo Governi, che con Sordi ha lavorato a lungo in moviola alla Safa Palatino, a scegliere e cucire insieme le sequenze tratte dai suoi film e destinate a un programma della Rai che fece epoca, Storia di un italiano. «Ero con lui quando hanno rapito Moro. "Ci vorrebbero i comunisti: ma quelli veri, con i carri armati. Altro che Berlinguer", disse». Quando invece Il Male uscì con la finta copertina di Paese Sera e la notizia burla che Ugo Tognazzi era il capo delle Brigate Rosse, Governi si presentò in moviola con il giornale e Sordi, credendo si trattasse di una notizia vera, lo guardò severamente e disse con gravità: «Io l' ho sempre sospettato». Nella vita come al cinema «Alberto Sordi l' ho conosciuto da ragazzo: lo andavo a prendere a casa in macchina quando festeggiava il compleanno insieme a mio padre Giancarlo, visto che lui era nato il 16 e Sordi il 15 giugno» dice invece Silvio Governi. «Avevo 18 anni e mi ricordo bene come amava raccontare e spiegare la storia del cinema italiano: per lui Roma città aperta era un mezzo pastrocchio mentre Ladri di biciclette era un capolavoro». «Sordi, nella vita, era a volte indistinguibile da Sordi al cinema» racconta ancora Giancarlo, «una volta mentre montavamo delle immagini di repertorio del ventennio fascista con il refrain di Giovinezza, giovinezza al massimo del volume cominciamo a sentire dei rumori di gente che scalpicciava nel cortile. Ci affacciamo e vediamo gli operai della Safa Palatino che, in silenzio, parodiavano una marcia fascista al passo con la musica che sentivano dalla nostra stanza, con il braccio teso a saluto romano. Alberto non ha perso un secondo. Petto in fuori, mani sui fianchi, è partito con una strepitosa caricatura del duce: "Italiani!". Poi amava tormentare De Sica, che pure adorava come artista. Una volta, durante l' inaugurazione degli stabilmenti di Dinocittà, alla posa della prima pietra, diede uno spintone a Vittorio che finì addosso a Fanfani che finì a sua volta con le mani nella calce. "Eccellenzaaa, è stato lui" disse De Sica a un Fanfani che si voltò sconcertato "è una vita che mi dà le spinte !"». «I film sono come figli» I suoi film preferiti? «Se glielo chiedevi» sorride Governi «ti rispondeva con un' altra domanda: "E i tuoi figli preferiti? Io non ne ho avuti, i miei sono i film". Però c' erano due film di cui non ha mai voluto più parlare: Il maestro di Vigevano, per le litigate con il regista Elio Petri, e La più bella serata della mia vita di Scola: perché durante le riprese morì la sorella Savina». Silvio Governi,regista, e il padre Giancarlo sceneggiatore, sono gli autori di Alberto Sordi, un italiano come noi, un film che, dopo un passaggio nelle sale, andrà in onda sulla Rai per celebrare il centenario della nascita di Sordi che cade il prossimo 15 giugno. Avrà come protagonista, una sorta di Virgilio all' interno del continente di un personaggio/mondo come Sordi, Sabrina Impacciatore: sarà lei a portare per mano il pubblico dalle sale di doppiaggio dove Sordi dava la voce a Oliver Hardy fino agli onori del Campidoglio dove l' allora sindaco Francesco Rutelli gli volle cedere la fascia tricolore di "Sindaco di Roma per un giorno". «Spero che il film» aggiunge Silvio «grazie anche alle testimonianze di Ettore Scola, Furio Scarpelli, Gigi Magni, Carlo Verdone, Giovanna Ralli, possa avvicinare le giovani generazioni a quello che per noi è un monumento non solo del cinema ma della cultura italiana contemporanea».

Il sostegno all' orfanotrofio. Giancarlo è un fiume di ricordi: «Una volta mi dice: portami al Divino Amore. Alberto aveva la patente ma non guidava mai. Quando arriviamo, mi porta a un orfanotrofio lì vicino. Entrati, ci accoglie una folla di bambini. "Senza di lui, questo posto non esisterebbe" mi dice una suora. Alberto mi guarda, serio, e mi dice: "Guai a te se ne parli con qualcuno". Ho raccontato questo episodio solo dopo la sua morte».

Alberto Sordi, un italiano come noi è prodotto da Pierfrancesco Fiorenza per Produzione Straordinaria con la partecipazione di Rai Cinema e il sostegno della Fondazione Casa Museo di Alberto Sordi. E il film finisce, inevitabilmente, nella casa, la villa dell' Aventino dove Sordi visse per più di 40 anni. È un luogo unico che contiene un teatrino settecentesco, una sala da barbiere con le poltrone girevoli, il salotto dove l' attore leggeva i copioni. Una volta finiti, li gettava a terra. E sotto sentivano il tonfo.

Da “la Stampa” il 18 febbraio 2020. Trasparente e misterioso, popolare e insondabile, allegro, ma anche terribilmente malinconico. Nella Villa di via Druso, dove amava rifugiarsi, le immagini del documentario di Fabrizio Corallo intitolato Siamo tutti Alberto Sordi? suscitano l' idea di un enigma irrisolto, riflettono il senso inafferrabile di una personalità complessa, di un uomo di cui si sapeva tutto senza sapere niente, di un artista amatissimo, capace di dedicare la vita al pubblico, ma anche di mantenere intatto il segreto della sua anima. Nella ridda di sketch, brani di film, memorie, interpretazioni, spiccano le parole finali del protagonista: «Io la tristezza la nascondo. Perché a nessuno importa niente della mia tristezza. La tristezza la tengo per me». Una dichiarazione di sfiducia nel genere umano, pronunciata, non a caso, dal capofila del cinismo ironico, dall' interprete inimitabile di «uomini immaturi, furbi, opportunisti, servili, incapaci di solidarietà e altruismo». Nel cinema di Sordi, osserva Corallo, «riecheggiano certe costanti nazionali come il familismo amorale e la mancanza di senso civico, considerate troppo spesso dagli italiani quasi come una dote, un patrimonio, un' autodifesa allarmata del proprio "particulare"». I suoi personaggi «scomodi rappresentati sempre criticamente» spingono gli spettatori a un' auto-analisi ineludibile: «Sordi ha portato in scena tanti "mostri" del suo tempo, nei loro aspetti divertenti, con l' intento esplicito di condannarli e fustigarli anche se, troppo spesso, il suo pubblico ha finito con l' identificarsi in lui senza farsi tante domande». Nel film (scritto da Corallo con Giovanni Piscaglia) i testimoni dell' avventura del grande italiano tentano di definirne i tratti, stabilendo relazioni tra ruoli e storia del Paese: «Stravolgeva le regole del personaggio comico - osserva Mario Monicelli -, Sordi era arrogante e prevaricatore». Eppure perfetto, come dice Paolo Mieli, nel cogliere l' indole dell'«italiano medio». Renzo Arbore lo vede come un «futurista» della recitazione, Walter Veltroni individua la ragione dei primi successi radiofonici «nella sua follia» e nel cogliere «il clima effervescente dell' Italia, che guardava al futuro con allegria». Enrico Vanzina celebra, rievocando una sequenza di Totò e i Re di Roma, diretto dal padre Steno, la cifra di un talento scintillante: «Totò aveva capito subito che Sordi era un grande attore e su quel set, inventando dal nulla l' idea di sputargli sul collo, cercava di rubargli la scena». Claudio Amendola cita la confessione in cui Robert De Niro svelò di aver studiato lo stile del collega italiano guardandolo all' opera in Accadde al penitenziario. Giovanna Ralli lo definisce un «eroe dei nostri tempi». Sul fronte del privato parlano, nel documentario in onda il 12 aprile su Sky Arte (e poi il 10 giugno su La7), Carlo e Luca Verdone che rievoca la reazione dell' artista alla morte della sorella Savina: «Dal 1972, nella Villa dove si svolgevano spesso feste, cocktail, proiezioni per gli amici, le tapparelle si abbassano, Sordi diventa più malinconico e i rapporti con i familiari diventano ancora più stretti». Appassionato ammiratore del genere femminile, Sordi collezionò storie e fidanzamenti senza mai giungere al matrimonio. Per Andreina Pagnani, racconta la giornalista Gloria Satta, perse la testa, con l' austriaca Uta Franzmair mandò a monte le nozze, ma la fascinazione più forte fu per Silvana Mangano: «Gli sembrava di averla conosciuta da sempre», commenta Masolino D' Amico. Per Anna Foglietta la donna che artisticamente gli tenne testa con più forza è stata Monica Vitti: «Con lei c' era un vero duello, un ring aperto, perché Monica non arretrava mai di un passo». Del rapporto con Roma e la romanità parla Francesco Rutelli che per un giorno, nell' ottantesimo compleanno, conferì all' attore la carica di sindaco. Gli spezzoni delle pellicole, dal bianco e nero lucente di capolavori come Una vita difficile alle tinte sgargianti di Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l' amico misteriosamente scomparso in Africa?, dal Vedovo alla Grande guerra, dal Borghese piccolo piccolo al Medico della mutua, dal Tassinaro con la sequenza recitata con Giulio Andreotti, a Fumo di Londra, seguito dall' apparizione tv in cui Mina canta Breve amore, completano il puzzle Sordi: «Il suo merito principale - spiega Ettore Scola - è stato quello di non aver camuffato le bassezze con un' ipocrita rispettabilità: non era un ritrattista, ma un inventore di caratteri. Era, soprattutto, un disturbatore e un dissacratore, è andato sempre contro i loghi comuni, contro le convenienze».

Giuseppe Fantasia per huffingtonpost.it il 23 febbraio 2020. Tra pochi giorni, se fosse stato ancora in vita, Alberto Sordi avrebbe compiuto cento anni. Solitario, schivo, molto diverso nella vita privata rispetto ai clichés, fiero della propria origine e delle proprie convinzioni, decise di convivere con le proprie debolezze, su tutte il problema col suo “faccione” ritenuto poco adatto per interpretare personaggi del cinema dell’epoca. Autentico mito del cinema italiano nel mondo, interpretò più di duecento film divenendo il simbolo della Commedia all’Italiana raccontando i drammi e i sogni del nostro Paese appena uscito dalla Guerra con sorriso e ironia, ma anche con un forte sguardo critico. Un autentico mattatore di questo genere che ci ha regalato una galleria di personaggi indimenticabili grazie ai suoi giochi di tic, manie, modi di parlare e di muoversi come il suo famosissimo saltello. Uno come Luca Manfredi, regista e figlio di un altro mito del nostro cinema, Nino Manfredi, lo ha conosciuto bene e ha deciso di raccontarlo in “Permette? Alberto Sordi”, un film co-prodotto da Rai Cinema e Ocean Productions e distribuito da Altre Storie che sarà nelle sale solo il 24, 25 e 26 febbraio prossimi. Un film che va a ricordare la straordinaria vitalità, l’immenso talento, la sottile ironia tra difetti e virtù di un artista e di un uomo che nel film è interpretato dall’attore romano Edoardo Pesce. “Tutto parte dal produttore Sergio Giussani con cui abbiamo pensato di festeggiare un Sordi inedito, sconosciuto ai più, raccontando i primi venti anni della sua formazione come uomo e come artista che lo hanno portato ad essere quello che è poi diventato”, spiega il regista all’HuffPost. “Il film parte dal 1937, quando, giovanissimo, faceva l’usciere d’albergo a Milano mentre studiava all’Accademia dei Filodrammatici da cui venne espulso a causa del suo spiccato accento romano, per poi proseguire attraverso un percorso ricco di ostacoli e di difficoltà fino al 1954, quando con “Un americano a Roma” di Steno diventò uno degli attori più apprezzati del cinema italiano. È un film che mette in risalto la sua grande determinazione”. “Aveva deciso fin da bambino che avrebbe fatto l’attore a tutti i costi nonostante le difficoltà – continua Manfredi – e il film è il racconto di un uomo che ha fatto della sua vita un esercizio tenace della volontà mettendo in luce fragilità e debolezze”.

Qual è il primo ricordo che hai di lui?

“Ricordo un pranzo a casa mia, in famiglia, perché stavano preparando il film di Scola ambientato in Africa – “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” -  un titolo lunghissimo alla Wertmüller. Ricordo che Alberto disse a mio padre che aveva proprio una bella famiglia e lui gli chiese quando aveva intensione di sposarsi e di farsene una. La risposta di Sordi – che ascoltai personalmente – “Che mi metto un’estranea dentro casa?” - rimase storica e lui l’ha ripetuto tante altre volte”.

La storia d’amore con Andreina Pagnani, diva del teatro di posa e doppiatrice, lo aiutò moltissimo nella sua carriera: è così?

“Sì, perché il Sordi grande attore e grande artista lo conosciamo tutti, gli aspetti più interessanti, quelli più privati sono meno conosciuti. Lui è stato una specie di toy boy ante litteram. Quindici anni meno di lei, per l’epoca quella differenza d’età faceva scandalo. Fu anche osteggiato dalla madre Maria che era una donna che lo amava moltissimo ed era il vero capo famiglia. Lo condizionò moltissimo. Suo padre Pietro, che lavorava al Teatro Costanzi suonava il bombardino, era un uomo molto mite che in qualche modo lo assecondava. Oltre a questo, raccontiamo anche l’amicizia con Aldo Fabrizi, l’incontro con Federico Fellini con cui farà i suoi primi due film (Lo Sceicco Bianco e i Vitelloni, ndr)”.

Un rapporto a dir poco edipico.

“Decisamente. Ho letto molte biografie su Sordi e in una di queste c’è la dichiarazione di Fellini che era presente quando morì sua madre. Si chiuse a chiave ventiquattro ore nella stanza dove c’era la madre senza fare entrare nessuno, mandando via persino gli uomini delle imprese funebri per poi farli tornare il giorno dopo”.

Secondo alcuni, Sordi sfruttò il suo essere già una diva di teatro, di posa e doppiatrice per iniziare la sua carriera.

“Lei era famosa, lui no, su questo non c’è alcun dubbio. Nelle ultime interviste Sordi dichiarò in realtà che questa relazione non lo aiutò più di tanto, ma io, avendo meglio approfondito il tema, ho scoperto in realtà che quella relazione lo ha aiutato a essere introdotto nel bel mondo del cinema e dello spettacolo. Andreina era già una diva organizzava spesso party in cui lui poteva entrare a contatto più facilmente con quel mondo lì, con il cinema. Sicuramente gli è stata utile”.

I due rimasero in buoni rapporti: dopo una storia d’amore importante, si può restare amici?

“Si può, io posso dimostrarlo. Di guai ne ho fatti tanti: ho quattro figli da tre mamme diverse (tra cui Francesco, nato dal matrimonio con l’attrice Nancy Brilli, ndr), potrei essere portato ad esempio. La mia è una famiglia allargata. Amo i miei figli con i quali ho ottimi rapporti e cerco di averli anche con le loro mamme, anche se la cosa è più complicata, comunque questa mia famiglia allargata mi piace molto. Sordi, invece, è sempre stato ripiegato su sé stesso. Ha fatto una scelta di non impegnarsi con nessuno, di dedicarsi alla professione e al suo lavoro circondato dai suoi familiari, ad esempio dal fratello Pino che era laureato in ingegneria e che divenne poi il suo segretario e le due sorelle Aurelia e Savina che lo hanno accudito per tutta la vita. Con la Pagnani sono rimasti amici e quando lei stava male, lui andava a trovarla. La loro relazione credo sia stata l’unica storia d’amore che Sordi ha avuto nonostante tutti lo vivessero come il grande scapolo. In realtà. tutti pensavano che non abbia mai avuto una vera relazione e che non si sia mai impegnato con nessuna, cosa che peraltro è vera”.

Voci insistenti hanno parlato anche di una sua presunta omosessualità.

“Che però non è vera, anche perché nell’ambiente era noto come grande amatore. Lui ha avuto tantissime relazioni brevi e avventure senza mai impegnarsi, persino con un’ austriaca la cui famiglia aveva diversi alberghi proprio in Austria. Il padre della ragazza arrivò a Roma per concordare la data delle nozze, ma Sordi mandò il suo agente/segretario Bettanini, già agente di mio padre, che gli disse, parlando al plurale: non possiamo sposarci perché troppo impegnati per lavoro”.

Cosa può insegnare oggi Sordi ai Millennials che non lo conoscono?

“Questa sua domanda mi ha portato a fare questo lavoro su Sordi e prima ancora a mio padre (nel film tv “In arte Nino” con Elio Germano, ndr). Quattro anni fa, parlando con degli amici di mio figlio che all’epoca aveva sedici anni, mi sono reso conto che mio padre non lo conosceva nessuno, solo qualcuno lo riconosceva se citavo il Geppetto del Pinocchio di Comencini, altrimenti no. Questa cosa sta accadendo anche con Sordi: si sta perdendo la memoria storica di un patrimonio culturale importantissimo del nostro cinema. Un recente sondaggio fatto tra i diciottenni che ho potuto verificare dice che si chiede loro chi sia Sordi, alcuni hanno risposto che è uno sciatore o addirittura ‘quello dei documentari della Rai’, riferendosi ad Alberto Angela”.

C’è poco da sorridere…

“Esatto. Questa cosa è una specie di grido di allarme, significa che tra vent’anni questi ragazzi non sapranno neanche chi erano Totò o Anna Magnani. Purtroppo questo è un paese che dimentica in fretta, quindi credo che sia anche compito del servizio pubblico difendere questa memoria storica non solo trasmettendo i loro bellissimi lavori, ma facendo questi film biografici che raccontano chi erano e che grande fatica hanno fatto per diventare i grandi attori che abbiamo conosciuto”.

Manfredi era suo padre e Sordi un amico di famiglia: che cosa le hanno lasciato?

“Sordi è stato il migliore di tutti a rappresentare l’italiano medio interpretando spesso due facce della stessa medaglia: è stato l’eroe e il vigliacco, l’ingenuo e il cinico calcolatore, la vittima e il persecutore. Ha fatto oltre duecento film, quasi il doppio di quelli di mio padre, ha messo i pregi e i difetti di tutti gli italiani facendoci ridere e piangere allo stesso tempo come solo un grande artista sa fare. È stato, poi, una grande maschera: a differenza di papà che spariva dietro la pelle dei personaggi che interpretava, perché aveva una formazione diversa, frequentò l’Accademia, ed era capace di diventare il portantino di C’eravamo tanti amati come l’emigrante di Pane e Cioccolata - Sordi rimaneva sempre Sordi, perché era la sintesi dei personaggi che interpretava. Lui dichiarò che quando andava alle proiezioni di controllo dei film che faceva, si vergognava perché si sentiva scoperto”.

Decisiva la frase che gli dedicò Ettore Scola il giorno del suo funerale.

“Sì. Disse che Sordi non ci ha mai permesso di essere triste. Quella dichiarazione di Ettore la condivido totalmente. Sordi non lo ha mai permesso ed è uno dei motivi per cui lo abbiamo amato e continueremo a farlo”.

Gloria Satta per “il Messaggero” il 6 giugno 2020. «Quando Alberto Sordi era ormai anziano, gli comunicai il desiderio di girare un film sulla sua vita. Lui mi guardò stupito e replicò: vuoi scherzare? Al di fuori del lavoro, la mia vita è sempre stata grigia». Lo rivela Christian De Sica alla vigilia del centenario del grande attore romano, nato il 15 giugno 2020 e mancato il 24 febbraio 2003. Christian, 69 anni, si prepara a ricostituire il mitico terzetto di tanti cinepanettoni: girerà un film con Massimo Boldi diretto da Neri Parenti. Intanto racconta il suo Sordi, solido affetto della sua giovinezza e grande amico del padre Vittorio che, con il re della commedia, girò davanti e dietro la cinepresa film memorabili come Il conte Max, Gastone, Il giudizio universale, Il boom, Il vigile.

Christian, chi era per lei Alberto?

«Uno zio. Frequentava regolarmente casa nostra e, ricambiato, adorava papà che nel 1951 aveva prodotto il suo primo film da protagonista, Mamma mia che impressione!. Nessuno, all'epoca, voleva Sordi: il suo nome venne perfino cancellato dai manifesti di Lo Sceicco bianco... Ma mio padre si era innamorato di lui ascoltandolo alla radio nel ruolo del Compagnuccio della parrocchietta».

Che tipo era, Sordi, in privato?

«Scherzosissimo e sempre allegro a differenza di tanti comici che, come Totò, fuori dal set ostentavano una tristezza quasi lugubre. Amava giocare e far ridere anche nelle occasioni più inaspettate».

Ne ricorda qualcuna?

«All'inaugurazione di Dinocittà, gli studios di Dino De Laurentiis sulla Pontina, Alberto diede uno spintone a papà che finì tra le braccia di un esterrefatto Amintore Fanfani. Vittorio si scusò tra le risate generali: quest'uomo, onorevole, mi spinge da vent'anni».

Ha potuto constatare di persona la generosità di Sordi che fu invece perseguitato dalla fama immeritata di avaro?

«Certo. Ricordo che per i 18 anni mi regalò una costosissima macchina per dimagrire e quando mi sposai (con Silvia Verdone, ndr) un accendino d'oro massiccio».

È vero che negli anni '50 Sordi soffiò a suo padre la villa di Caracalla, dove sarebbe vissuto fino alla fine?

«Sì. Papà non aveva i soldi sufficienti, se li era giocati al Casinò. Poté permettersi solo il nostro appartamento di via Aventina. Alberto invece comprò la villa in contanti».

Le ha mai dato dei consigli?

«Mi raccomandò di non ascoltare nessuno e di fare sempre di testa mia. E di abbracciare e baciare tutti, anche quelli che mi avevano fatto un dispetto. Voleva vivere in pace».

Cosa ricorda dei due film che avete girato insieme, nel 1979 Il malato immaginario e Vacanze di Natale '91?

«Nel primo volevo parlare in romanesco, ma Sordi mi bloccò spiegandomi che solo lui ne aveva il diritto. In compenso mi suggerì di pronunciare tutte le battute in forma interrogativa con grande effetto comico. Era severissimo: ad ogni mia papera minacciava di farmi doppiare da Giulio Panicali, mitica voce italiana delle star hollywoodiane».

E sul set del cinepanettone come andò?

«Dovevamo doppiare in fretta e furia il trailer del film e Sordi, ultrasettantenne, faticava a sincronizzare le battute. Mi chiese allora di dargli un colpetto sulla spalla per avvertirlo. Io gli risposi: Se sbagli chiamo Panicali!. Fu la mia vendetta affettuosa 11 anni dopo...».

Perché, secondo lei, non si è mai sposato?

«Non voleva mettersi un'estranea in casa: la sua celebre battuta corrispondeva ai suoi sentimenti. Però non si fece mancare gli amori e a casa nostra portò molte sventole. Ma alla prima pretesa matrimoniale le scaricava».

Qual è il merito più grande di Alberto?

«Aver rivoluzionato la comicità rendendo simpatici dei personaggi spregevoli che incarnavano i difetti italiani. Mi spiegava: non si ride con San Francesco ma con Satana».

A quale dei film di suo padre interpretati da Sordi lei è più legato?

«Amo molto Il giudizio universale in cui Alberto faceva il venditore di bambini. Il boom, invece, alla prima uscita fu un flop: la borghesia che andava al cinema non gradì di essere l'oggetto di quella satira feroce».

Vittorio e Alberto come reagirono?

«Se ne fregarono. Altri tempi: dei giganti come loro potevano ignorare gli incassi e andare avanti. Mica come noi, sempre terrorizzati che ci tolgano il giocattolo».

Roberto Alessi per Novella 2000 il 27 febbraio 2020. Sì, l’ho amato, di un amore intenso, puro. Sesso? Cerchiamo di non parlare di volgarità quando si parla di una persona così, il corpo va oltre, posso solo dire che lo avrei sposato senza nemmeno pensarci per un momento. Ero estasiata quando gli parlavo, era un artista pazzesco, ma era anche un uomo pazzesco, di un fascino che aveva quasi una sua luce». Valeria Marini quando parla del suo amico Alberto Sordi assume un’aurea che ricorda certe nipotine quando parlano di un nonno speciale, che ha saputo donare loro la felicità. Ed è quasi emozionante anche per me sentirla parlare, dopo anni e anni di interviste che faccio, forse perché a Sordi tutti dobbiamo qualcosa, perché ha saputo accarezzare il nostro cuore, ma ha saputo anche educarci a migliorare, perlomeno ad accettare anche i nostri difetti tipicamente italiani. Roma si appresta a celebrare Alberto Sordi per i cento anni dalla sua nascita con una mega mostra (Il Centenario  –  Alberto Sordi 1920-2020 dal  7  marzo  al 29  giugno  2020). La mostra sarà ospitata a casa sua, nella villa che si affaccia sulle Terme di Caracalla, dove viveva con le sorelle, e che qualcuno ha cercato di sottrarre alla Fondazione per i giovani artisti e a Roma, cui ha voluto invece lasciarla la signorina Aurelia, la sorella ed erede di Albertone, che se ne è andata a 97 anni, nel 2014. Sordi si innamorò subito della villa di via Druso al Celio quando la vide nella primavera del 1954, tanto che la comprò solo poche ore dopo averla visitata. Ci saranno tutte le persone che possono testimoniare l’amore che avevano per Alberto. Ma la più attesa è lei, Valeria Marini, voluta da Sordi come protagonista femminile del suo ultimo film, Incontri Proibiti, di cui Sordi fu anche regista. «Avevamo pensato anche a Sabrina Ferilli, e a Monica Bellucci, ho incontrato anche Manuela Arcuri, bellissima, ma mi tornava in mente sempre il nome di Valeria Marini», ricordava Alberto Sordi, «così ho chiesto a Paola Comin, che mi segue come press e come manager di contattarla, e l’ha trovata a Los Angeles». «Ero a Los Angeles per studiare inglese», ci racconta la Marini, «prima mi ha chiamato mia madre, poi Paola Comin, non potevo crederci: Alberto voleva me. Puoi immaginare la mia emozione: uno dei più grandi attori del cinema italiano, forse il più grande, voleva me. Una grande emozione». Il provino? «Io dovevo guidare un’auto, e lui mi stava al fianco, lui mi chiamava “Signorina Federica”, perché era il nome del mio personaggio, ma aveva paura che fossi distratta, a un certo punto mi disse: “Sta attenta al camion! Sta attenta al camion!”. Che strano: non c’era scritto sul copione del provino. E non c’era infatti: aveva solo paura che potessi andare a sbattere contro un camion in strada, ma poteva stare tranquillo, sono sempre prudente». Chi lavorava con Sordi e Valeria in quei mesi ricorda il loro sodalizio. Ricorda Paola Comin, grande collaboratrice di Sordi e famosa ufficio stampa del grande cinema: «Valeria era attentissima, precisa, puntuale, anche perché Alberto, al di là della simpatia, sul lavoro è sempre stato molto severo. In quel film era anche il regista, non c’era da scherzare. Poi ci si rilassava a tavola, e poteva capitare anche la battuta. Lui e Valeria, amici, grandi amici. Lui aveva 77 anni, era molto divertito da Valeria, così solare, allegra, felice di stare accanto a lui e Alberto l’apprezzava, apprezzava che una ragazza potesse essere così contenta di potergli stare accanto. E non pretendeva nulla di più, perché Alberto era un grande signore». «Un principe», conclude Valeria, che vola alto sulle insinuazioni che qualcuno aveva cercato di fare in quel periodo. «Lui aveva 77 anni, ma l’età non era un problema. Ripeto: l’ho amato, di un amore totale, platonico, certo, ma un’anima così grande va oltre la carnalità. Ancora oggi quando parlo di lui, parlo al presente, Alberto non se ne è mai andato dal mio cuore, e forse anche dal cuore di tutti quelli che, come me, hanno avuto la fortuna di conoscerlo».

Dagospia il 29 marzo 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Roberto, di seguito la mia lettera a Renato Franco in relazione alla sua intervista sulla biografia scritta da Igor Righetti uscita oggi sul Corriere della Sera e da te ripresa. Grazie per l’attenzione, buon lavoro e cari saluti, Paola Comin.

"Gentile Renato Franco, sono Paola Comin e ho avuto l’immenso privilegio di assistere Alberto Sordi negli ultimi dieci anni della sua vita in qualità di ufficio stampa. Nei primi tempi con la mia maestra Maria Ruhle, grandissima press agent in anni dove questi professionisti in Italia si contavano sulle dita di una mano e in seguito, quando Maria allentò il lavoro per motivi personali e di età, da sola. Alberto in quel periodo realizzò e partecipò a pochissimi film, avendo quindi molto tempo libero per accettare gli inviti più interessanti di grandi Festival, rassegne e Premi che volevano omaggiarlo. Insieme, quasi sempre soli, o accompagnati da grandi firme del nostro giornalismo, siamo stati in America del Nord e del Sud, in mezz’Europa e abbiamo attraversato diverse decine di volte l’amata Italia. Quindi ho avuto modo di conoscerlo molto bene. Perché le scrivo questo? Perché in dieci anni non ho mai visto o conosciuto un suo parente e una delle prime raccomandazioni che mi fece Maria all’inizio della nostra collaborazione, fu quella di non accettare qualcuno che si presentasse come cugino. Errore che molti anni prima aveva ingenuamente commesso lei e per il quale fu poi aspramente redarguita. Errore che invece perpetrai anch’io quando lo persuasi a rispondere al telefono ad Igor Righetti. Quest’ultimo mi chiamò al mio numero mobile circa due anni prima della scomparsa di Sordi, presentandosi come un lontano parente da parte della madre di Alberto, Maria Righetti, e pregandomi di intercedere a che gli rispondesse al telefono (Sordi aveva solo un numero fisso e filtri severissimi). Righetti mi raccontò che stava conducendo un programma radiofonico e voleva tanto dei consigli da lui. Ed io, tra l’altro, ho dovuto anche insistere parecchio per convincere Sordi. Il  signore in questione, che si è spesso presentato in qualità di “nipote” non è mai entrato non solo nella villa ma neanche nell’ufficio del Maestro, che in tantissime occasioni mi aveva ribadito, motivandolo, di  non riconoscere parenti. Gli unici  erano il fratello e le adorate sorelle. E quando iniziai a lavorare con lui era rimasta solo Aurelia che proteggeva e amava oltre ogni dire e che dopo la morte di Alberto confermò in più occasioni e non solo a me, questa antica avversione per il parentado. Nessuno con questo titolo, tantomeno Righetti, è mai stato invitato ad una prima, ad una manifestazione in suo onore e neanche alla grandiosa festa che gli tributò Roma per i suoi ottanta anni, quando Rutelli gli “prestò” la fascia da Sindaco per quel giorno. E nessun parente fu invitato al memorabile funerale organizzato dall’allora sindaco Veltroni, né salì sul palco riservato alle persone che in vita gli erano state più care, in una  piazza San Giovanni commossa e gremita. Tutto quel che dichiara e scrive Righetti  lo ha letto sulle innumerevoli biografie e interviste dedicate a quell’immenso e inimitabile Artista. In ultimo si è persino alleato con la contessa De Blank che con grande “nobiltà”  raccontò ad un settimanale, intervistata guarda caso da Righetti,  di aver avuto una relazione in gioventù con Sordi, giudicandolo tra l’altro nel talamo uno scarso amante, inventando incontri e confidenze inesistenti, senza vergognarsi di parlare di un uomo scomparso che aveva fatto della discrezione un irrinunciabile stile di vita. Tutto questo per significare che  nessun parente ha mai frequentato Casa Sordi. Come mai io ho scatole di immagini, scritti, ricordi, dediche, filmati televisivi con Lui e questi “parenti” nulla, se non che una foto scattata in un evento pubblico a Salerno? E non è strano che non abbia mai, sottolineo mai, parlato di loro con nessuno, giornalisti o biografi? Non esiste una riga dove venga citato uno di questi cugini con i quali sarebbe stato in rapporti così stretti da esprimere giudizi di cui era invece estremamente parco. Ed è profondamente ingiusto pubblicare dichiarazioni assolutamente false sui rapporti con Manfredi, per fargli omaggio intervenne, già malato, alla prima del restauro di “C’eravamo tanto  amati”, o su Carlo Verdone per il quale nutriva grande stima e sincero affetto, come sulla volontà completamente infondata di fare della sua casa un orfanotrofio. La povera Annunziata Greccia, amica dalla adolescenza delle sorelle Sordi, rimasta orfana fu assunta da Alberto dietro le insistenze di Savina e Aurelia ed è stata fedelmente vicino a Lui fino alla sua scomparsa. Ma per cinquant’anni ha continuato a dargli del ‘lei’ e non era di certo persona che riceveva le sue confidenze. Come non è vero che lo infastidiva essere chiamato Albertone, tutt’altro. Ovviamente le mie affermazioni sono  sostenute da prove e testimonianze inconfutabili. Alberto amava e rispettava il suo pubblico in maniera totale. Potrei raccontare scelte e atteggiamenti sorprendenti e quasi incredibili. Diceva che tutto quel che aveva lo doveva al suo pubblico e a lui avrebbe lasciato tutti i suoi averi. Chi visiterà, quando sarà superato questo drammatico momento,  la splendida Mostra organizzata nella sua Villa, scoprirà veramente la parte “segreta” di Alberto attraverso tutto quello che aveva conservato della sua vita e della sua arte per non essere dimenticato dagli italiani e continuare a farli sorridere. Ho amato in maniera incondizionata il Maestro e non ho altro interesse che difendere le sue volontà e la sua memoria, che venero. Ho testimoniato davanti ai giudici a sostegno delle decisioni testamentarie di Aurelia Sordi, che erano quelle che aveva indicate il fratello e difeso i  loro fedeli e onesti collaboratori, che entrambi stimavano e ai quali erano profondamente affezionati, ingiustamente accusati e poi assolti. I parenti che hanno cercato di appropriarsi dell’ingente eredità e hanno perso la causa in maniera irrevocabile, farebbero bene a tacere e sparire. Con i più cordiali saluti"

Dagospia il 30 marzo 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Gentile Roberto D’Agostino, in merito alla lettera di Paola Comin pubblicata su Dagospia il 29 marzo 2020 preciso quanto segue: “Paola Comin, che partecipò con grande entusiasmo il 23 febbraio 2006 a una puntata del mio programma Il ComuniCattivo su Rai Radio 1 dedicata a mio cugino Alberto Sordi durante la quale più volte sottolineò la mia frequentazione familiare storica con Alberto che a lei era mancata (del resto sarebbe folle o puro opportunismo intervenire nel programma di un millantatore e addirittura chiamarmi spesso per promuovere nella mia trasmissione le attività degli artisti da lei rappresentati),  è stata una dipendente di mio cugino in qualità di collaboratrice per l’ufficio stampa negli ultimi dieci anni della sua vita. Tanto per sfatare una delle tante bugie raccontate da Paola Comin che vuole dimostrare di conoscere ciò che non conosce affatto, io ho cominciato la mia esperienza radiofonica il 30 giugno del 2003, quattro mesi dopo la morte di Alberto, e non due anni prima della sua scomparsa come affermato dalla Comin. È cosa nota a tutti che Alberto fece della riservatezza una ragione di vita e con il suo pubblico che tanto amava, così come con i suoi collaboratori e il personale dipendente, non ha mai condiviso la sua vita privata. Addirittura Paola Comin non conosce neppure i cognomi della segretaria storica di Alberto, Annunziata Sgreccia e non Greccia, e del suo primo agente fino al 1965 Gastone Bettanini e non Bettarini. Paola Comin se ne faccia una ragione: il sangue si eredita. Si crei altre situazioni per ottenere il suo agognato momento di visibilità. E come avrebbe detto il nostro amato Alberto: ‘Pussa via!’”. Cordiali saluti, Igor Righetti.

Gloria Satta per "ilmessaggero.it" il 29 marzo 2020. Non ci sono più ostacoli: dopo l' estate, una volta terminata la mostra del centenario in programma dal 7 marzo al 29 giugno, nella villa di Alberto Sordi affacciata sulle Terme di Caracalla prenderà il via la realizzazione pratica del museo dedicato al grande attore scomparso nel 2003. I 37 aspiranti eredi che avevano impugnato il testamento di Aurelia, la sorella di Alberto, hanno perso la causa. Dopo il tentativo, fallito nel 2018, di sequestrare l' ingente patrimonio di Sordi, tutte le loro istanze sono state rigettate e il Tribunale di Roma ha riconosciuto la piena legittimità dell' atto che destinava il tesoro dell' attore alla Fondazione Museo Alberto Sordi proprio in vista della realizzazione di un centro espositivo permanente.

IL TESTAMENTO. E' dunque il pubblico l' unico erede dell' amatissimo Albertone. Lo ha confermato la sentenza, molto dettagliata e non più contestabile. Hanno infatti rinunciato all' appello i 37 lontani parenti che accusavano Aurelia (scomparsa nel 2014 a 97 anni) di essere incapace di intendere e di volere quando, nel 2011, decise di mettere nero su bianco le volontà del famoso fratello il cui patrimonio faceva gola a molti: oltre alla grande villa costruita dall' architetto Clemente Busiri Vici un secolo fa e acquistata da Alberto nel 1954, fanno parte dell' eredità il vasto studio di Via Emilia, conti correnti, titoli, azioni. Ma la signorina Sordi, ha stabilito il Tribunale, al momento dell' atto era lucidissima (lo era anche quando elargì del denaro all' autista e alle persone di servizio, tutti assolti un anno fa dall' accusa di circonvenzione di incapace). E proprio per evitare l' assalto dei questuanti e rispettare la volontà di Alberto, dopo la scomparsa dell' attore si era rivolta alle persone di cui si fidava di più per creare la Fondazione Museo Alberto Sordi a cui destinare il tesoro ereditato. A condizione che venisse realizzato il museo all' interno della villa, vincolata peraltro dal ministero dei Beni Culturali a questa specifica destinazione.

IL CONCORSO. Presidente della Fondazione è Italo Ormanni, già magistrato di chiara fama, presidente onorario Walter Veltroni e vicepresidente Giambattista Faralli che fu molto vicino ad Aurelia e oggi rivela: «Un primo nucleo del Museo è già stato realizzato: è l' archivio che abbiamo riorganizzato, digitalizzato e sistemato nei locali più adatti della villa per riaccogliere la sterminata documentazione relativa alla vita e al lavoro di Sordi». L' inaugurazione è prevista il prossimo 15 giugno, il giorno in cui Alberto avrebbe compiuto 100 anni. «Riconosciuto di particolare rilevanza storica dalla Sovrintendenza, l' archivio in futuro si aprirà anche ai contributi di altri attori e registi: diventerà un centro di consultazione su una stagione irripetibile del cinema italiano e sul ruolo centrale di Roma nella realizzazione dei grandi film».

I PROGETTI. Per creare il museo, tre anni fa la Fondazione aveva indetto un concorso per giovani architetti in tandem con la Fondazione Alberto Sordi Giovani (di cui è presidente Ormanni e presidente onorario Carlo Verdone) con la collaborazione della Facoltà di Architettura presso La Sapienza. Avevano vinto tre progetti, tutti firmati da laureati under 30: costituiranno ora la base per dare inizio ai lavori rispettando così il desiderio di Sordi che dedicò tutta la sua vita al pubblico e al pubblico ha voluto lasciare il suo tesoro, frutto del suo lavoro.

«Quando si vince una causa c' è sempre soddisfazione», commenta l' avvocato della Fondazione, Claudio Martino, «ma quella più grande, per noi, è aver contribuito ad attuare la volontà di Alberto prima e poi di sua sorella Aurelia, con la quale avevamo personalmente preso un impegno. La villa diventerà finalmente un museo, un luogo aperto e fruibile da tutti. Il rischio che prendesse un' altra destinazione è dunque scongiurato».

·        100 anni dalla nascita di Isaac Asimov.

Isaac Asimov è stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza e uno dei più ineguagliati divulgatori scientifici del mondo. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. La sue grande fortuna è dovuta al felice connubio tra invenzione letteraria e verità scientifica che riesce a rendere i suoi libri verosimili e fantastici insieme, veri specchi di un futuro possibile. Nato da una famiglia ebraica il 2 gennaio 1920 a Petrovichi, in Bielorussia, a soli tre anni emigra con la famiglia negli Stati Uniti, stabilendosi a Brooklyn. Il padre acquista un emporio di giornali e dolci, e Asimov inizia ad appassionarsi alla fantascienza leggendo le riviste che periodicamente arrivano al padre. Le sue doti straordinarie emergono da subito: impara a leggere da solo a cinque anni e da quel momento in poi non smetterà più di leggere libri e di studiare. Prenderà due lauree, una in Chimica e una in Filosofia. Nel 1942 si sposa con Gertrude Blugerman, e quello stesso anno viene impiegato come chimico presso il Naval Air Experimental Station di Philadelphia. Durante la Seconda Guerra Mondiale viene arruolato come soldato semplice e inviato prima a Camp Lee (Virginia), poi a Honolulu, dove partecipa al primo esperimento atomico del dopoguerra. Tra il 1949 e il 1958 insegna alla prestigiosa School of Medicine dell’università di Boston. L’anno successivo esce il suo primo romanzo, Paria dei cieli. Più tardi è la volta della raccolta Io, robot e del suo primo libro di saggistica. L’anno dopo nasce il figlio David. Tra il 1951 e il 1953 escono i romanzi Il tiranno dei mondi, Le correnti dello spazio e Abissi d’acciaio, oltre alla famosa Trilogia della Fondazione. Nel 1952 è la volta di Lucky Starr, il vagabondo dello spazio, primo della fortunata serie su Lucky Starr pubblicata con lo pseudonimo di Paul French, che si concluderà nel 1958. Nel 1953 esce l’antologia La terra è abbastanza grande. Nel 1955 nasce Ribyn Joan, la sua seconda figlia, e gli viene conferito il titolo di professore associato di biochimica. Tra il 1955 e il 1957 alterna l’attività di professore a quella di romanziere con l’uscita di La fine dell’eternità e Il sole nudo. Grazie al successo delle sue opere, nel 1958 abbandona l’attività accademica per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno: Asimov è estremamente prolifico, la sua vastissima produzione è stimata intorno ai 500 volumi. Nel 1970 si separa da Gertrude, dalla quale divorzia tre anni più tardi per sposare Janet Jeppson, una giovane psichiatra conosciuta diversi anni prima. Lo stesso anno esce Neanche gli dei, il romanzo preferito di Asimov. Nel 1974 inizia il ciclo dei Vedovi Neri, le storie di un club di amici che si cimentano nell’investigazione. Nel 1976 esce l’antologia The Bicentennial Man and Other Stories, (per la ricorrenza del bicentenario della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America) dal cui racconto principale “L’uomo bicentenario”, è stato tratto l’omonimo film nel 2000. Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla produzione scientifica, con numerosi articoli di divulgazione sui più disparati argomenti. Paradossalmente proprio lui, un uomo che non ha fatto che immaginare un’umanità in viaggio attraverso lo spazio e il tempo, non amava viaggiare, era terrorizzato dagli aerei e raramente si allontanava da New York. Conduceva una vita molto semplice, quasi monastica, assolutamente dedito al lavoro. Asimov è morto il 6 aprile 1992: era stato infettato dal HIV durante una trasfusione di sangue nel 1983, ma che la causa della sua morte fosse stata l’AIDS è stato rivelato solo dieci anni dopo dalla moglie Janet nella biografia It’s Been a Good Life.

100 anni fa nasceva Isaac Asimov: perché ancora oggi è importante leggere "Il Ciclo delle Fondazioni". Gabriele Di Donfrancesco il 3 gennaio 2020 su it.mashable.com. Il nostro presente non potrebbe essere più distante dal futuro descritto nei romanzi di fantascienza di Isaac Asimov. E siamo a un secolo dalla sua nascita, il 2 gennaio 1920 nel villaggio russo di Petroviči, e a 28 anni dalla sua morte, il 6 aprile del ’92 a Brooklyn. È per questo, però, che la sua opera resiste e pare inossidabile, quanto gli incubi impossibili di Philip K. Dick o la distopia orwelliana di 1984 o il Fahrenheit di Ray Bradbury. Per spiegare come alcune delle decine e decine di creazioni di Asimov siano riuscite a rimanere intatte nella loro potenza narrativa dopo tutte le rivoluzioni tecnologiche degli ultimi decenni non faremo l'esempio dei racconti di Io, Robot, con le loro leggi della robotica. Prenderemo invece l’inizio del primo volume (1951) dei quattro (1952, '53, '82) che compongono il Ciclo delle Fondazioni (numero che sale a sette se si contano prequel e sequel dell'autore), così come pubblicato in Italia da Mondadori - e che è da molti anni in odore di serie tv: di recente sarebbe in pre-produzione per Apple Tv+. Faremo un discorso che ha per oggetto lo stile e l'ambientazione. I pregi della Fondazione sono tanti e torneremo a parlarne in seguito.

La storia per chi non ha letto i libri (senza spoiler). La saga è ambientata in un futuro lontanissimo, dove l’umanità ha colonizzato la galassia ed è dominata da un unico Impero. Uno scienziato, Hari Seldon, prevede però il crollo graduale dell'ordine durato millenni – un’idea che Asimov riprese dalla caduta dell’Impero Romano –, e si convince che ne seguiranno altrettanti di caos e barbarie. Decide così di istituire in segreto una comunità ai margini della galassia. A questa toccherà il compito di crescere da avamposto della conoscenza nei tempi bui (una “Fondazione” di enciclopedisti) a nuovo germoglio di un governo stabile per l’umanità. Almeno secondo i piani. E non senza innumerevoli avventure dei suoi inaspettati eroi.

Il mondo di Trantor. Quando all’inizio del Ciclo delle Fondazioni lo scienziato Gaal Dornick, un personaggio minore ma il primo ad apparire nella storia, sbarca su Trantor, la capitale dell’Impero galattico, si trova di fronte un mondo di metallo. Ogni spazio calpestabile è al chiuso: corridoi, negozi, alberghi e appartamenti sono come contenuti in un’immensa galleria commerciale. Persino i taxi, volanti naturalmente, non abbandonano mai le cupole, dove la vista del cielo è schermata e penetra solo la luce del Sole. Coruscant, capitale della Repubblica prima e dell'Impero dopo in Star Wars, è un pianeta ispirato a Trantor. L’intero mondo, salvo i giardini imperiali e le torri panoramiche, è coperto di strutture senza finestre, abitate da miliardi di esseri umani. Il cuore di questo Impero, nell’anno 12.000 e qualcosa, è dunque un’ecumenopoli al centro della galassia. George Lucas ne trarrà ispirazione per il suo Coruscant di Star Wars (che al contrario è tutto in altezza, una selva di grattacieli, mentre ad Asimov gli spazi troppo aperti non piacevano granché).

Un futuro senza computer. A questo pianeta infinitamente complesso, come a tutta la Via Lattea descritta da Asimov nei primi tre libri della saga (1951-1953), manca qualcosa di fondamentale per noi: il computer. Anche se - meno di una decina di volte - occorre la voce "computer" o "macchina calcolatrice", è da intendersi in senso letterale (mentre esistono, invece, elettrodomestici atomici) e nulla è virtuale o digitale o vicino ad un oggetto polifunzionale come lo concepiamo noi oggi. Persino la rotta di un viaggio interstellare va calcolata alla vecchia maniera, analogicamente, così come si faceva al tempo dei primi lanci della Nasa (lo si vede nel film Il diritto di contare di Theodore Melfi, 2016). Nella galassia della Fondazione, in effetti, non ci sono nemmeno robot (ma questa è un’altra storia e non si vogliono fare spoiler). L'idea che l'uomo possa essersi sparpagliato per la galassia senza un briciolo di informatica ha una grande forza romantica. Non che Asimov non abbia mai scritto di computer. Un suo celebre racconto di quel periodo, L’ultima domanda (The last question, 1956), ha già come protagonista uno di quei colossi della dimensione di intere stanze in stile IBM. E nei suoi libri degli anni Ottanta introdurrà un po' della rivoluzione tecnologica del periodo. Ma nel 1951 i "calcolatori" sono ancora ben più che secondari nella sua fantasia. Nonostante questa assenza, in nessun momento l’universo narrativo della Fondazione perde di credibilità. Che l'uomo si sia sparpagliato per la galassia senza un briciolo di informatica pare perfettamente plausibile e ha anzi una grande forza romantica. E lo stesso vale per i curiosi ritrovati alternativi che appaiono ogni tanto. Non ci sembra strano, ad esempio, che qualcuno possa leggere un libro proiettando nell’aria un microfilm di quelli che si vedono nelle avventure di James Bond.

Il diavolo è davvero nei dettagli? Isaac Asimov non ci tiene a descrivere per filo e per segno il mondo dei suoi personaggi. Isaac Asimov negli anni Sessanta e una delle ultime edizioni della Fondazione per HarperCollins. Nel Ciclo delle Fondazioni molto non viene raccontato. Non sappiamo in effetti in che modo funzioni un’astronave, o come sia una televisione dell’anno 12.000 (che pure viene nominata). Non ci viene illustrato come sia fatto il taxi su cui, all’inizio del primo romanzo, sale il personaggio di Gaal Dornick. Sappiamo solo che è un “taxi”, che vola, che i finestrini sono curvi e trasparenti ma nient’altro. In effetti, non ci viene nemmeno descritto il volto di Gaal, o lo spazioporto e persino l'immagine che abbiamo di Trantor resta sempre a grandi linee. Ad Asimov certi dettagli non interessano: tocca al lettore immaginarseli. La maggior parte dei suoi testi è fatta principalmente di dialoghi. Le descrizioni sono ridotte a brevi note di regia: un po’ di colore dato al massimo con un paio di pennellate.

E questo è un bene. A distanza di quasi settant’anni dall’uscita del primo volume della Fondazione, possiamo leggere di Trantor e di tutto quel che segue e trovarci, automaticamente, a riempire i vuoti lasciati dallo scrittore con una versione del suo mondo sempre nuova, viva e realistica (si veda in proposito il saggio Mimesis di Erich Auerbach). E proprio perché la maggior parte delle tecnologia che anima questa visione della galassia è spesso appena accennata o non è affatto nominata, non può essere superata, ma anzi può venire ogni volta ripensata diversamente dal lettore. È vero, l’ambientazione di una storia non è tutto, ma è una parte importante in questo genere di letteratura e se invecchia male può compromettere la sopravvivenza del libro. La buona fantascienza ha questo di incredibile: riesce a far durare nel tempo sia il suo messaggio che l’universo che inventa per contenerlo. La galassia pre-informatica del Ciclo delle Fondazioni è eterna, perché diversa in una maniera che non può essere resa obsoleta. E questo risultato può essere ottenuto solo da un grande scrittore.

·        100 anni dalla nascita di Tonino Guerra.

Poeta, sceneggiatore, scrittore, instancabile cantastorie Tonino Guerra, nato a Santarcangelo di Romagna il 16 marzo 1920, è morto a 92 anni. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. Le sue poesie possono essere divise tra quelle in dialetto romagnolo e quelle in italiano. Tra i primi a notare i suoi componimenti Carlo Bo che firmò la prefazione alla sua primissima raccolta «I scarabocc» del 1946 e Pier Paolo Pasolini. Le sue sceneggiature sono legate ai nomi dei grandissimi registi con cui ha lavorato. Per citare solo i maggiori: Federico Fellini (per lui ha scritto Amarcord, E la nave va, Ginger e Fred), Michelangelo Antonioni (L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso, Blow-Up, Zabriskie Point, Eros, Al di là delle nuvole, quest’ultimo con Wim Wenders), Vittorio De Sica (I girasoli, Matrimonio all’italiana), Mario Monicelli (Casanova ’70, Caro Michele, Il male oscuro), Elio Petri (L’assassino, I giorni contati, La decima vittima), Francesco Rosi (Il caso Mattei, Uomini contro, Tre fratelli), Giuseppe De Santis (La garçonnière), Damiano Damiani (La noia),, Paolo e Vittorio Taviani (Kaos), Andrej Tarkovskij (Nostalghia), Teo Angelopulos (Il volo, Il passo sospeso della cicogna, La sorgente del fiume, La polvere del tempo). Ha avuto un momento di grande notorietà nel 2001 quando accettò di essere testimonial per una catena di negozi di elettrodomestici lanciando il tormentone dell’ottimismo.

·        100 anni dalla nascita e 20 dalla morte di Walter Matthau.

Un premio Oscar quale migliore attore non protagonista nel 1967, due nomination nel 1972 e nel 1975; un Golden Globe nel 1976 e un David di Donatello nel 1975. Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 su Corriere.it da Paolo Fallai. In mezzo sessant’anni di una straordinaria carriera che fatto sorridere e pensare spettatori di tutto il mondo. Questo è stato Walter Matthau, nome d’arte di Walter John Matthow (New York, 1º ottobre 1920 – Santa Monica, 1º luglio 2000). Ha recitato in decine di film, ma deve il successo internazionale a Billy Wilder che lo volle accanto Jack Lemmon in Non per soldi..ma per denaro (1966 che gli procurò l’Oscar), creando una delle più fortunate coppie artistiche del cinema statunitense. Con successi straordinari come La strana coppia (1968) e Prima pagina (1974). Roberto Benigni lo volle nel ruolo del sacerdote per il suo Il piccolo diavolo (1988). 

·        100 anni dalla nascita di Bruno Maderna.

Il centenario di Bruno Maderna, un pioniere (quasi) ricordato. Luca Pavanel il 23 aprile 2020 su Il Giornale. I giornali non è che ne abbiamo parlato molto. Del centenario dalla nascita del compositore Bruno Maderna (1920-1973), personaggio che ha avuto un ruolo chiave nel Novecento della musica colta italiana. Un pioniere che ha attraversato, ha voluto attraversare i più diversi linguaggi, dal neoclassicismo alla serialità alla musica elettronica. Milano, la città a cui lui ha dato molto, lo ha celebrato attraverso i circuiti specialistici, vedi l’associazione Nomus fondata e portata avanti da Maddalena Novati; non molto di più per la verità. Maderna, è doveroso ricordarlo, insieme all’illustre collega Luciano Berio e al grande tecnico del suono Marino Zuccheri, fondò lo studio di musica elettronica della Rai, correva l’anno 1955. Una svolta. La prima composizione messa usata come colonna sonora della commedia radiofonica “Ritratto di città” nel 1954, un anno primo del via ufficiale del nuovo polo musicale meneghino (testo del programma di Roberto Leydi). Diciamo una delle prime pietre posate in questo campo. I giornali di queste cose non ne parlano, o ne parlano molto poco. Eppure l’esistenza della musica elettronica (certamente assai cambiata rispetto a quel periodo) si deve a personaggi come lui. Certo il “suo centenario” cade in un periodo orribile, in cui il Covid-19, l’emergenza sanitaria con vittime e contagiati, la crisi economica da paura che si è innestata, sono assolutamente al centro di tutto, delle preoccupazioni e degli interessi. Ma quando la nostra attenzione messa a dura prova ce lo consente dobbiamo guardare alla cultura, non possiamo rinunciare alla musica, alle arti che anche ci aiutano in questo periodo durissimo, per tutti; guardare al nostro passato per progettare – visto che ce ne sarà bisogno – un nuovo futuro diverso, per noi e per i giovani, i giovanissimi. In questo senso Maderna è stata una delle figure più interessanti, un esploratore. Cercatore di nuovi linguaggi, modi, orizzonti. Per andare avanti, per non continuare a stare nel passato che “voleva” essere superato. Forse un giorno – probabilmente vicinissimo – dovremo fare anche noi così. Per rinascere.

·        100 anni dalla nascita di Renato Carosone.

Carosone cent'anni con inedito, un brano ispirato a Sharon Stone. Federico Vacalebre Giovedì 2 Gennaio 2020 su Il Mattino. Iniziato nel migliore dei modi possibili, con il «Pianofortissimo» di Stefano Bollani ad illuminare il Capodanno napoletano in piazza del Plebiscito, il centenario carosoniano entra nel vivo con una sorpresa: un inedito conservato nel cassetto da Sandrino Aquilani, ultimo produttore discografico dell'americano di Napoli, che sarà pur nato il 3 gennaio del 1920, ma resta il più giovane, il più internazionale, il più moderno dei talenti veraci che abbiano attraversato il Novecento napoletano. Tra le tante iniziative - Arbore prepara uno show, la Rai pensa a una fiction, torna in libreria la sua autobiografia, all'Arena Flegrea il Premio Carosone e in teatro il musical ad essa ispirato, questa volta con Andrea Sannino nei panni del protagonista - in programma, c'è anche la compilation «Renato Carosone 100», portata in edicola da «Sorrisi e Canzoni» e «Chi», un doppio cd che raccoglie una trentina di classici del cantapianista nelle versioni degli anni Novanta: il produttore Sandrino Aquilani, tra «Pigliate na pastiglia» e «Maruzzella», «'O sarracino» e «Caravan petrol», ha inserito brani meno noti ed alcuni di difficile reperimento: la poesia «'O miliardario», la dedica all'antico compagno Di Giacomo («Addo' sta Gegè»), quella «Lacco Ameno» uscita postuma scritta con il grande Bonagura, e «A signora», brano di cui finora si ignorava l'esistenza. È un provino, ma prezioso: proprio come «Addo' sta Gegè» testimoniava il senso quasi di colpa che Renato provava per l'antico sodale quando si era ritirato, così «'A signora» conferma la sua curiosità perenne, la sua voglia di mettere in canzone quello che vedeva, quello che viveva, o almeno di prenderne spunto. La signora del titolo è, infatti, una delle tante sensuali bellezze del canzoniere carosoniano, una di quelle per cui il ragioniere non ragiona più, il barbiere non insapona più, impazzisce il gelataio e «il cantiniere, sciacquando un bicchiere, sospira e fa: aaaah, che bontà». La sua visione si manifesta dalla «fenestra e rimpetto»: «è uno schermo a colori», canta il maestro scomparso il 20 maggio 2001 e si riferisce al cinema, non tanto al supremo Hitchcock di «La finestra sul cortile», o all'Ozpetek all'epoca ancora non uscito di «La finestra di fronte» - il demo è del 1993 circa, il film del 2003 - ma a «Basic instict», nelle sale nel 1992 ed entrato nell'immaginario collettivo grazie alla scena cult in cui Sharon Stone, oggi single sfigata alla ricerca di partner on line, ma all'epoca sex symbol planetario senza confronti, accavallava le gambe senza indossare mutandine. Proprio come, si presume, fa «'a signora»: «Si mette il rossetto/ si bagna le labbra/ si ammira allo specchio/ si leva a camicia/ si scioglie i capille/ si butta sul letto/ accavalla le gambe/ accavalla e scavalla,/ accavalla e scavalla.../ e i me sento e muri'». Il povero dirimpettaio-voyeur è ridotto uno straccio, «a signora» inizia a mostrarsi non solo la mattina, ma anche il pomeriggio, «e senza pudore». Il pianoforte scandisce un ironico blues newpolitano, Renato ha la voce che confessa di aver vissuto (e fumato il sigaro), ricordando quel Cosimo Pellecchia che nella «Canzone pettegola» d'altri tempi cesellata da Nino Taranto confessava ad un'altra donna generosa con gli uomini: «Vi ammiro di rimpetto, signo', che bella cosa, quanno spannite calze e reggipetto». Ma la chicca dell'inedito è solo un pretesto per continuare a tessere le lodi dell'uomo che a fine anni Cinquanta rinnovò la canzone napoletana, e con essa quella italiana, portandola fuori dalle tristanzuole secche del dopoguerra, rinnovandola nei toni - finalmente ironici, a tratti - «E la barca tornò sola» - persino dissacrante, come nei suoni: Napoli città aperta si lasciava conquistare dai ritmi americani e dai profumi di notte d'Oriente e dal sound latino, colonizzando poi i colonizzatori grazie al vis suprema di Carosone, alla commedia dell'arte di Nisa, alla malinconia onomatopeica di Bonagura, al percussionista-fantasista Di Giacomo, alla chitarra estrosa del dongiovanni Peter Van Wood, ad arrangiamenti che sono come scolpiti nella pietra: «I dischi del trio, del quartetto, del sestetto, suonano come quelli dei Beatles: li ami, li consumi, ti viene voglia di farli tuoi, di suonarli, ma poi ti chiedi: che lo faccio a fare? Che cosa posso aggiungerci? La paura di rovinarli, proprio come è successo con i Beatles, mi ha fatto tentennare a lungo, nella notte del Capodanno napoletano, da neocittadino napoletano, ho osato farlo, da devoto carosoniano, si intende», racconta Bollani, che ha superato persino la sfida di «Pianofortissimo», spiegando in note, alla piazza festante, perché non possiamo non dirci tutti carosoniani.

Mario Luzzatto Fegiz per il “Corriere della Sera” il 3 gennaio 2020. Esattamente cent'anni fa nasceva a Napoli Renato Carosone, uno dei più grandi e originali artisti della canzone italiana, creatore di contaminazioni fra il jazz, la musica americana e partenopea e l' Oriente. I suoi classici, da Torero a Caravan petrol , da Tu vuò fa l' americano a Pianofortissimo , da Maruzzella a Pijate 'na pasticca testimoniano una modernità stilistica e una vocazione all' intrattenimento in qualche modo uniche. Carosone ebbe la fortuna di un padre che amava la musica e lo spinse a studiare, fino al diploma, su uno scassatissimo pianoforte francese. Poi una scrittura con una compagnia di varietà lo portò a Massaua, Addis Abeba, Asmara. La scalata al successo cominciò nel '49 quando formò un trio con Van Wood e l' esuberante batterista Gegè di Giacomo: debuttò nel '49 alla Shaker Club di Napoli, mentre nel '55 inaugurò la Bussola di Sergio Bernardini, alleandosi col paroliere Nisa (Nicola Salerno) che inventò dei testi in linea con l'ecletticità e lo humour di Carosone, qualità con cui incantava le platee. Torero fu tradotta in 12 lingue, la Loren e Clark Gable duettarono con Tu vuò fà l' americano ne La Baia di Napoli , la Magnani cantò Maruzzella e anche Scorsese utilizzò suoi brani in Main Street . Nel '59, al culmine del successo, annunciò il ritiro. «Ritengo che il mio genere sia ormai superato». Per i 15 anni seguenti solo piano e pittura, la sua segreta passione. Poi il ritorno. Carosone era un napoletano speciale che detestava l' acquerello partenopeo del quadrinomio cuore-amore-pizza-Vesuvio. Pur cresciuto con molti grandi della canzone napoletana come Sergio Bruni e Murolo, rimase un outsider. Il 20 maggio 2001, dopo aver pranzato con la famiglia, si concesse un sonnellino. Dal quale non si svegliò più. Un addio in punta di piedi, con la stessa classe con cui aveva vissuto. Estratto del libro Carosone 100-Autobiografia dell’Americano di Napoli scritto da Renato Carosone e Federico Vacalebre e pubblicato da il Messaggero. Nicola Salerno, alias Nisa, univa un grande mestiere e un'eccezionale velocità di versificazione a una pigrizia quasi proverbiale e a una vena ironica che covava sotto la cenere. Un giorno la Ricordi lo iscrisse con me a un concorso radiofonico, aspettandosi che noi due, senza esserci mai frequentati prima, sfornassimo tre canzoni per la kermesse in questione. Nicola venne al primo appuntamento con alcuni testi già scritti, uno dei quali mi folgorò letteralmente. Si trattava di Tu vuo' fa' l'americano. All'incontro era presente anche Mariano Rapetti, il padre di Giulio (poi noto come Mogol), direttore della Ricordi e autore di successo con lo pseudonimo di Calibi (un pezzo per tutti: Vecchio scarpone), che intuì subito che qualcosa di importante stava per vedere la luce. Io, però, non lo lasciai nemmeno parlare e, appena letti i versi, sedetti al piano, il testo sul leggio e la mano sinistra intenta a cercare le note giuste: il suono di un popolo, quello italiano, che voleva fare l'americano. Nisa e Rapetti mi guardavano esterrefatti, in religioso silenzio: dieci minuti più tardi avevamo la stesura praticamente definitiva di un successo internazionale. Al primo ascolto tutti e tre ci rendemmo conto di avere tra le mani una bomba, ma, soprattutto, che la premiata ditta Nisa-Carosone ne avrebbe combinate delle belle. In pochi giorni, poi, firmammo anche 'O suspiro e Buonanotte. Dopo le ottime vendite dell'album che conteneva Maruzzella, infilammo una travolgente serie di brani indovinati, poi entrati nella storia della musica leggera italiana e, forse, anche in quella del costume (non lo dovrei dire io, ma molti amici critici sostengono che è così e non voglio contraddirli, altrimenti si arrabbiano e perdo la loro stima), raccontando in tono giocoso vizi e virtù di una nazione alla vigilia del boom (?), dei favolosi (?) anni Sessanta. T'aspetto 'e nove, Torero, 'O sarracino, Pigliate 'na pastiglia, Caravan petrol, 'O russo e 'a rossa e 'O mafiuso non sono semplicemente dei successi, ma la colonna sonora di un'era di transizione, la memoria sonora di più d'una generazione. Questo però l'ho capito in seguito, quando ho letto che cosa se ne era scritto, spiegando anche a me stesso il segreto del mio trionfo, i cui ingredienti vincenti sembrano essere stati: le allusioni sessuali nemmeno troppo mascherate («Aaaah, sei una bontà», cantavo in 'O suspiro, una canzone-sceneggiata sulle bellezze di una ragazza al cui passaggio il gelatiere impazzisce, il ragioniere non... ragiona più e il barbiere non... insapona più); la capacità di dar voce a una generazione stanca delle banalità canzonettare, ma non disposta a rinunciare a un facile consumo musicale (come ha sottolineato un musicologo del livello di Diego Carpitella); l'aver fornito al momento giusto un sottofondo ritmico per le serate nei night e per le feste «da pomicio»; l'inserimento, sponsorizzato da Gegè Di Giacomo, di voci e rumori estemporanei (il pubblico, un venditore di sigarette, un colpo di pistola, un fischietto); la voglia di esotismi alla buona, strappando sorrisi, anzi risate, giocando con i ritmi e le lingue a proprio piacimento, tra allitterazioni e correzioni metriche, parodie, pastiches, citazioni...Una riforma più che una rivoluzione, si diceva prima. Anche perché davvero io non inventai nulla, limitandomi a spostare un po' più in là il comune senso musicale, partendo da quel gran crogiolo sonoro che era, che è e che sempre sarà Napoli. Questo procedimento è evidente in Pianofortissimo, un altro dei successi di questo periodo, soltanto strumentale: il pezzo unisce due temi, una melodia anni Venti e un boogie sfrenato, incalzante sequenza di ottavi puntatisedicesimi che a qualcuno ricordò tal Pete Johnson e ad altri il «Boogie woogie» a Marechiaro di Cosimo Di Ceglie. Il fiume di note, ribattute l'una dopo l'altra a velocità ultrasonica, sembrò l'equivalente tastieristico della tremolante corsa dei mandolini, impegnati nell'eterna serenata. L'interpretazione è suggestiva e si potrebbe adattare a tutta la mia produzione, sempre sospesa tra Stati Uniti e melodia napoletana. Ma dietro la nascita di Pianofortissimo non c'erano quelle considerazioni; mentre correvo sui tasti, io non pensavo ai mandolini e alla nostra tradizione e mi limitavo a creare una sorta di stacchetto, un intermezzo tra una canzone-scenetta e l'altra, un pezzo di bravura, un virtuosismo con un pizzico di nostalgia per l'epoca dei pianini ambulanti. Io e i miei compagni d'avventura facevamo canzonette, non pensavamo che fossero destinate a durare.

·        100 anni dalla nascita di Helmut Newton.

Epopea di un genio ribelle. Michele Fossi per “Vogue” il 6 ottobre 2020. Il 31 di questo mese cade il centenario della nascita di Helmut Newton. A decenni di distanza dalla data di pubblicazione, i suoi ritratti di donne forti, ricche ed emancipate su tacchi a spillo, imbevuti di erotismo e ossessioni, continuano a stupire, polarizzare, affascinare, riuscendo a parlare a generazioni di spettatori molto diverse tra loro. In questa intervista Matthias Harder, direttore della Fondazione a lui intitolata a Berlino, ci introduce nel ricco e complesso universo del fotografo, ripercorrendo le principali tappe della sua vita privata e professionale. Dagli esordi alle fasi più sperimentali e avanguardistiche di tutta la sua carriera, attraverso missioni (apparentemente) impossibili e grandi conquiste. Helmut Neustädter – questo il suo nome di battesimo – nasce a Berlino nel 1920 in un’altolocata famiglia ebreo-tedesca. È giovanissimo quando capisce che da grande vorrebbe fare il fotografo. Ribellandosi al padre, che per il figlio sognava una professione più borghese, a sedici anni inizia uno stage nello studio di Yva, la più celebre fotografa di moda della Repubblica di Weimar.

Nell’opera newtoniana si scorge l’influenza di Yva?

«Certo, e non può essere mai sottolineata abbastanza! Newton eredita da lei il gusto per l’eleganza sensuale e l’idea che le riviste patinate, e non il mercato dell’arte, siano l’habitat ideale delle fotografie di moda. Newton descriverà i due anni di apprendistato con Yva come il periodo migliore della sua vita».

Apprendistato che si conclude forzatamente nel ’38, quando, per sfuggire alle persecuzioni naziste, è costretto a lasciare Berlino.

«Prese un treno dalla stazione Zoo alla volta di Trieste, con in valigia due macchine fotografiche, qualche vestito e il sogno di guadagnarsi da vivere come fotografo. Dopo una breve tappa a Singapore, arriva via nave in Australia. Non appena sbarcato viene arrestato. Ironia del destino, aveva un passaporto tedesco – il passaporto del nemico. Nel suo studio fotografico di Mebourne, che inaugura nel 1946, si consuma l’incontro con la donna che lo accompagnerà per tutta la vita, sia privata sia lavorativa: l’attrice e fotografa June Browne, in arte Alice Springs. La collaborazione professionale tra Helmut e June è un’intensa e fruttuosa storia d’amore durata 56 anni. Ce la racconta il libro Us and Them (Taschen), un intimo diario fotografico della loro vita insieme che abbraccia ben cinque decadi, e dove sono confluiti molti dei ritratti che si facevano l’un l’altra. Newton si fidava ciecamente del giudizio di June, e sentiva la necessità di consultarsi spesso con lei sulle più svariate questioni legate al lavoro. Sappiamo con certezza che senza i suoi preziosi consigli alcune delle sue fotografie più celebri non sarebbero mai venute alla luce. Dopo la sua morte, nel 2004, per un incidente stradale nei pressi dello Chateau Marmont, sarà lei a prenderne in mano l’eredità e a ispirare l’opera della Fondazione Helmut Newton che, di comune accordo, avevano fondato a Berlino l’anno precedente».

Il 1961 è considerato l’anno zero della carriera di Newton. Si trasferisce con la moglie a Parigi e inizia a collaborare con Vogue Paris: qui prenderà davvero forma il suo stile unico e irriverente, che non si presta a facili etichettature. Ci aiuta a descriverlo?

«Newton mescola elementi di glamour, moda, ritrattistica e documentario, e condisce il tutto con ingre-dienti piccanti come il voyeurismo e riferimenti all’universo fetish. Le sue foto celano inoltre metalivelli semantici che contribuiscono ad aumentarne l’appeal visivo, generando un alone di mistero. La sua opera, è imbevuta di riferimenti culturali: rielabora scene di film come Intrigo internazionale di Hitchcock e trae spesso ispirazione dall’arte: l’idea di accostare modelle vestite e svestite, sviluppata per la serie Dressed and Naked, è presa in prestito dalla Maya desnuda e vestida di Goya».

White Women/Femmes Secrètes, il suo primo libro fotografico, fu pubblicato nel 1976, quando Newton aveva già 56 anni.

«Durante i suoi shooting per le riviste, Newton era solito scattare per sé versioni più osé delle stesse immagini, chiedendo alle modelle di abbassare una spallina oppure di alzare una gonna... Le riunirà anni dopo in questa storica pubblicazione, con cui apre la strada alla “erotizzazione visiva” della moda, culminata nel 1980-1981 con le serie Sie Kommen, Paris (Dressed and Naked) e Big Nudes».

Infrange un tabù, e con questi lavori introduce per primo il nudo radicale nella moda.

«Riuscendo così in una missione apparentemente impossibile, e per certi versi paradossale: scattare foto di moda senza moda, con modelle completamente svestite. Il suo esempio è stato poi seguito da molti altri fotografi, come Daniel Josephson, Rasmus Mogensen, Szymon Brodziak, e registi: la scena finale del film Prêt-à-Porter di Robert Altman, dove vediamo modelle nude in passerella, ha un fortissimo sapore newtoniano».

Nel 1981, Helmut e June lasciano Parigi e si lanciano in una nuova vita tra Monte Carlo e Los Angeles.

«Sono gli anni in cui le location delle sue foto cambiano radicalmente: dai lussuriosi e decadenti interni dei ’60 e ’70 si passa al cemento grezzo dei sottopassaggi urbani e dei garage. Come quello del suo condominio di Monte Carlo, dove Newton inscena interessanti dialoghi visivi tra modelle e automobili parcheggiate ad arte per creare l’effetto voluto. In California lui e June cominciarono a fotografare numerose star di Hollywood e celebrity, da Jane Birkin e David Hockney a Liz Taylor e Grace Jones. Vulcanico, in perenne evoluzione, Newton non si è mai fermato. Basta sfogliare i suoi libri più fam-si – White Women, Sleepless Nights, Big Nudes, Sumo – per rendersene conto: ognuno è profondamente diverso dall’altro. E la sua produzione degli anni 90, quando aveva più di settant’anni, è considerata una delle fasi più avanguardistiche e sperimentali della sua carriera!»

A dispetto di questa creatività esuberante, che lo ha portato a reinventarsi continuamente, è possibile riscontrare “punti fissi” nell’opera di Newton?

«È sempre rimasto fedele al suo stile fortemente narrativo. Agisce come un direttore di scena, considerando le fotografie di moda dei frammenti di immaginarie pièce teatrali, con donne forti e indipendenti come protagoniste. Pur lavorando su commissione, è sempre riuscito a farlo per se stesso e a imporre ai suoi clienti idee e temi newtoniani. Con lui, per la prima volta, assistiamo a un vero e proprio ribaltamento di potere tra il fotografo e la casa di moda: l’ultima parola spetta al fotografo, e non più al committente del servizio. E questa è forse la sua più grande conquista».

Ossessioni (le scarpe). Christian Louboutin per “Vogue” il 6 ottobre 2020. Com’è noto Helmut aveva una vera ossessione per le scarpe con i tacchi. Con tutta probabilità l’aveva maturata nella Berlino prima della guerra. So che, seppur giovanissimo, aveva frequentato la scena fetish della città, dove forse aveva avuto modo di mettere a fuoco la sua fascinazione per la figura sadomaso della donna dominante, o “dominatrix”. E, va da sé, con questa passione scoprì inevitabilmente anche quella per le scarpe con il tacco alto, che con la prima va a braccetto! Nella sua fotografia, le scarpe svolgono la funzione di piedistallo: servono a elevare la donna al rango di icona carnale, contribuendo a sacralizzarla. Ma soprattutto, con quel loro carattere fetish, servono a eccitare la fantasia dello spettatore. Nessuno come lui ha saputo dimostrare che una donna nuda con le scarpe è, paradossalmente, una donna ancora più nuda. Ricordo di avergli detto un giorno, durante un pranzo, quanto stupefacenti fossero per me i suoi enormi nudi di donna, e di avergli fatto i complimenti per quella nudità perfetta potenziata dal tacco alto. Mi rispose che era un vero peccato che non ci fossimo incontrati prima di scattare quelle foto perché, dal suo punto di vista, non erano immagini pienamente riuscite. «Nessuno ha osato dirmelo, ma io non ho problemi ad ammetterlo a me stesso: quelle foto non sono venute bene come lei dice. La colpa è delle scarpe: non sono scarpe che spogliano, come avrei desiderato, bensì scarpe che, per quanto su una superficie esigua, coprono… Quando le capita di rivedere le fotografie, ci faccia caso e mi faccia sapere». Ed è vero, aveva assolutamente ragione: non solo non “svestivano”, quelle scarpe non erano neanche poi così belle. Ma l’impatto dell’immagine, nel suo complesso, è così potente, il corpo di quella modella così forte, che a quelle scarpe non si fa poi molto caso.

·        83 anni dalla nascita dell’Ikea.

DA QUANDO IL COLOSSO SVEDESE È STATO FONDATO NEL ’43,

Brunella Bolloli per "Libero Quotidiano" il 29 agosto 2020. Casa che cambi, Ikea che visiti. Sembra uno slogan pubblicitario, è la realtà di quasi tutte le famiglie italiane. Ci siamo abituati alle borse blu che si trovano all'ingresso e alla matita di legno con cui annotare il mobile che ci interessa. Entriamo per dare un'occhiata - «solo un giretto veloce» promettono le mogli a mariti già rassegnati in partenza - e usciamo con la macchina strapiena e la carta family caricata di punti. Servizi di piatti, coperte, tende, zerbini, pentole, sedie, l'immancabile scolaposate con i buchi e lo spazzolino per sgrassare le stoviglie. Le candele profumate alla mela e l'asse tondo di legno. All'Ikea sono belli perfino i tovaglioli di carta: rigorosamente bianchi, essenziali, senza disegnini, sarà che sono svedesi ma sembrano diversi da milioni di tovaglioli di carta bianchi che si trovano in qualunque supermercato del mondo. Perché? Sono dell'Ikea. Il colosso dell'arredamento fondato nel '43 dall'allora 17enne Ingvar Kamprad (Ikea prende il nome dalle sue iniziali e dal paesino d'origine) è un'esperienza sensoriale più che un semplice magazzino di oggetti per la casa, ma è anche la prova tangibile di come è cambiato il gusto di abbellire le nostre dimore. Un fenomeno da approfondire dal punto di vista sociologico. Basta sfogliare i cataloghi dal '51 ad oggi per fare un tuffo nel passato e ammettere che, sì, tutti noi abbiamo avuto in salotto quella poltrona di tessuto scuro che oggi appare così vintage mentre allora era il top della comodità, o il lampadario un po' sfigato che pendeva dal soffitto beige e le piastrellone a righe in cucina. Nel '56 andava il tavolo basso di legno con il vassoio sopra da cameriere, mentre negli anni '60 si comincia a osare: divano in pelle nera e il tavolino Lövbaken con le sue caratteristiche tre gambe, la superfice semplice da pulire e i piedini in gomma per spostarlo senza rovinare il pavimento. Alla fine più moderno di quanto possa sembrare. Tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60 la famiglia media europea cominciava a riunirsi in soggiorno per vedere la tv, in sala c'era il tappeto a pelo lungo, quasi sempre grigio o nero, che adesso ci sembra porti caldo e acari. Per l'esterno, il pezzo forte era la poltroncina in rattan che richiama le atmosfere della campagna, ma andava bene pure per chi restava in veranda a parlare con il vicino o sul balcone. Il mobilio era lineare e senza pretese. Negli anni Settanta esplodono i colori, fa il suo ingresso la chaise-longue Skopa, un classico del design in plastica arancio con cuscino reversibile, e questo è forse l'unico articolo Ikea (insieme alla libreria Billy), dal nome pronunciabile: il resto è comprensibile solo agli scandinavi. Negli Ottanta cambiano i materiali, spopola il metallo e l'illuminazione è centrale, si cerca di ricreare nelle abitazioni private l'effetto discoteca con lampade grandi e sofà vistosi, mentre nel decennio successivo si torna a uno stile minimal, più nordico e con tanto parquet, fino al Duemila con la manìa delle candele ovunque, il bianco e le forme squadrate. Mentre oggi l'imperativo è: sostenibilità, materie prime ecocompatibili, il salvare le foreste, più prodotti riciclati e riciclabili. Il concetto è che il colosso svedese con i suoi prezzi accessibili e il modello do it yourself (fai da solo), ha saputo creare un brand democratico che si sposa con l'idea di casa che vale per la stragrande maggioranza della gente: un nido comodo, al passo con i tempi, senza spendere un capitale. Poi quanto dura è un altro discorso. Diciamo che, prima o poi, tutti abbiamo seguito la moda Ikea proposta dai cataloghi che ogni estate escono dal quartier generale dell'azienda. Guide definite la "bibbia" dell'arredamento, non a caso più sfogliate di qualunque pubblicazione in commercio. Ecco perché in queste settimane all'Ikea Museum di Älmhult, in Svezia, la multinazionale ha deciso di pubblicare e digitalizzare tutti i cataloghi usciti dal '51 a oggi. Perché in fondo in quelle pagine c'è anche un po' delle nostre case e quindi della nostra storia.

·        75 anni da Hiroshima.

Cristian Martini Grimaldi per "La Stampa" il 6 agosto 2020. Da 75 anni il 6 agosto in Giappone è diventata la rituale occasione per riflettere sul passato. Si ricordano le vittime della prima bomba atomica, e gli hibakusha (i sopravvissuti) rammentano al mondo gli orrori di una guerra nucleare. Eppure per le generazioni d'oggi comprendere appieno gli stati d'animo e le percezioni di coloro che hanno vissuto quegli orrori risulta una sfida oltremodo problematica. È da questa semplice constatazione che nasce Hiroshima Timeline, un progetto nato dalla collaborazione di un gruppo di cittadini della città di Hiroshima con la NHK (la televisione pubblica giapponese). La domanda dalla quale si è partiti è: fosse esistito twitter cosa avrebbero lasciato scritto gli abitanti di Hiroshima di allora? Non si tratta di istigare una riflessione filosofica ma di indagare su qualcosa di estremamente concreto. Infatti quell'urgenza fisiologica di mettere per iscritto riflessioni maturate dall'esperienza quotidiana esisteva già al tempo, non l'ha inventata la rete. Ma il "commento" era custodito in forma privata sui propri diari. Ed è appropriandosi di questi contenuti (i diari di un ragazzo di 12 anni, di un giornalista a di una casalinga) che un gruppo di 16 cittadini di tutte le età si è messo al lavoro per ridurre intere pagine in tweet di poche battute. Il lavoro è iniziato a febbraio di quest' anno e i tweet seguono scrupolosamente la cronologia dei diari, così che i tweet di oggi corrispondano esattamente alle date dei diari di 75 anni fa.Hiroshima si estendeva su un'area quasi interamente pianeggiante, aveva una notevole rilevanza militare, qui sorgeva il secondo quartier generale dell'esercito che dirigeva la difesa di tutto il sud del Giappone. Un porto chiave per spedizioni e stoccaggi e un centro di raccolta delle truppe. Per citare un rapporto giapponese, «probabilmente più di mille volte dall'inizio della guerra, i cittadini di Hiroshima hanno gridato "Banzai" (esclamazione che sta per: diecimila anni di lunga vita) per le truppe in partenza dal porto». Fuori dal centro si estendeva una serie di botteghe di legno incastonate tra le tradizionali case giapponesi col tipico kawara yane, tetto a tegole. Ma nella periferia si trovavano anche grandi impianti industriali. Per questo la popolazione di Hiroshima aveva raggiunto un picco di oltre 380.000 persone prima dello scoppio della guerra, che poi a causa della sistematica evacuazione ordinata dal governo si era ridotta a circa 255.000. Dall'estate del 1944 a quella del 1945, le autorità di Tokyo avevano infatti evacuato oltre 400.000 alunni delle scuole elementari urbane. Sotto la custodia degli insegnanti furono inviati nelle campagne lontano dalla crescente minaccia delle incursioni aeree. Con questo a mente possiamo calarci nell'esistenza del dodicenne Shun che così "twittava": 17 luglio 1945. «Il professore ci ha detto che dobbiamo andare in campagna ad Haramura per aiutare i contadini. Abbiamo chiesto, quando? Ci hanno risposto, "domani"».

Il 20 luglio Shun lascia Hiroshima dove viveva con la famiglia e insieme ad altri studenti si trasferisce nel villaggio di Haramura.

22 luglio. «Abbiamo cibo in quantità qui in campagna, che le persone rimaste a Hiroshima ci invidino?». Sui diari del tempo non comparivano mai espressioni indicative del proprio stato d'animo, come ha spiegato un professore alla radio pubblica durante la presentazione del progetto, «quella era una generazione "yokuatsuteki", ovvero era stata educata alla continenza dei propri sentimenti, cioè esattamente il contrario delle nuove generazioni».

Ecco allora che se leggiamo un nuovo tweet di Shun 24 luglio. «Il professore mi ha chiamato, e mi ha detto "sei stato bravo", non solo mi ha lodato ma mi ha anche regalato un pomodoro. Sono così felice!», sappiamo che quel commento finale è un'aggiunta moderna per rendere intellegibili gli asciutti pensieri del protagonista ai giapponesi di oggi. I tweet all'approssimarsi della "kyodaina hikari" (la grande luce, come avrebbero raccontato i testimoni riferendosi all'esplosione) ci descrivono una vita semplice sospesa in una falsa percezione di tranquillità.

25 luglio. «Mio padre è venuto in campagna per portarmi alcune cose che avevo dimenticato. Ha portato anche del riso, e con questo il sapore di casa mia. Mi ha detto che Hiroshima è sicura».

27 luglio. «Oggi lavoro sul terreno del signor Senda. Ho ricevuto 4 patate dolci e riso. La qual cosa mi incoraggia a lavorare con più passione».

30 luglio. «Un bel bagno dopo 4 giorni. Posso finalmente rilassarmi».

3 agosto 1945. (tre giorni prima del passaggio dell'Enola Gay) «Oggi sono stato mandato a raccogliere legna da ardere, un bene quotidiano essenziale. Ho fatto due viaggi la mattina e due il pomeriggio».

 Koichiro Osasa, giornalista di 32 anni che vive con moglie e cognata ad Hiroshima. Il 28 luglio twitta, «Il Primo Ministro Suzuki ha dichiarato "la guerra continuerà, e stiamo aumentando la produzione di armi decisive nelle fabbriche sotterranee". Ma l'alimentazione è ridotta al minimo. Mi piacerebbe veramente capire quello che passa per la testa dei nostri leader». E ancora «Stamattina è stato abbattuto un aereo nemico a Itsukaichi. I soldati statunitensi sono stati arrestati e fatti prigionieri. Secondo Numata, entrambi hanno 20 anni, e hanno dichiarato: "L'America vincerà sicuramente"». Si scoprono anche i momenti intimi della casalinga Yasuko-san. Ventisei anni, è sposata da due ed è incinta. Il marito, Tsugou, è un dottore militare stanziato nella regione del Giappone occidentale del Kyushu. Da pochi mesi si è trasferita nella casa dei suoceri a Hiroshima.

13 luglio. «Oggi ho fatto un pacco regali per Tsugou, ho messo dentro sapone, libri, tabacco e bottoni. E anche questa scatoletta vuota chissà che faccia farà quando la apre». Anche qui come nei messaggi del dodicenne Shun emerge tutta l'essenzialità dei piccoli gesti. In questo caso Yasuko gioca a ingannare l'aspettativa del marito con una scatoletta "regalo" vuota.

29 luglio. «Ancora oggi l'allarme ha suonato più volte e gli aerei nemici ci hanno sorvolato, dopotutto a Hiroshima è andata bene». 1 agosto. «Sono appena tornata dal dentista. Ho pulito casa, ho lavato e ho appena finito di scrivere una lettera ai miei a Tokyo. Ho ricevuto una lettera da Tsuguo oggi. Tutti sembrano stare bene per fortuna. Ora finisco di stirare».

2 Agosto. «C'è stato un raid aereo questa notte. Pensavo fossero ormai finiti. Ma anche in momenti come questi c'è gente che nasce. Lo so perché mio suocero è un ostetrico». I tweet che leggiamo sembrano davvero stati scritti oggi. Gli editor del progetto sono riusciti a restituire nuova vita in dei diari altrimenti destinati alla consueta imbalsamazione nei musei. Mai avrebbero prodotto lo stesso impatto emotivo e men che meno la medesima risonanza mediatica. Nonostante le ferite riportate Shun, Koichiro e Yasuko si salveranno, continuando a vivere e a "twittare" per tanti anni ancora.

Hiroshima, 75 anni fa la bomba che distrusse tutto: era la città perfetta per provare l’atomica. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 7 Agosto 2020. La città fu scelta perché era perfetta. Hiroshima era una intatta città di provincia che scandiva il suo tempo. Quando il fat boy, la bomba bianca obesa lasciò la placenta del suo aereo, era proprio il momento in cui i bambini in uniforme baciavano le mamme con la merenda nello zainetto. Fat boy volava come un greve fiocco di neve come Humpty Dumpty che si sarebbe frantumato in milioni di atomi furiosi seguiti dal nulla. Mai era accaduto che il nulla occupasse il tutto. Era stato al più un concetto filosofico, ma nessuno aveva ancora visto l’anti-essere sostituirsi all’essere. Non si vedevano, dopo il lampo, feriti o squartati i brandelli insanguinati dei 93 mila che si dissolsero col primo botto. Erano semplicemente mai esistiti, salvo alcune scarpe. Dove c’era la bambina seduta con lo zainetto, ora restavano due ombre, la sua e dello zainetto. Degli edifici annullati qualcosa restava di acuminato e contorto. Ma non si coglieva pianto, né stupore, perché il nulla non ha suono. Prima della fatale decisione, una direttiva americana aveva diffuso la nuova notizia secondo cui la popolazione civile giapponese, addestrata a resistere, non andava considerata forza combattente. E che the morale, il morale della gente, era un dichiarato obiettivo bellico per una ragione di contabilità e una di calendario. La ragione principale era di contabilità: finora ogni battaglia di avvicinamento al Giappone era costata decine di migliaia di vittime, americane e giapponesi con corpo a corpo mai conosciuti nella storia militare perché per i giapponesi era impossibile arrendersi. Si era visto a Iwo Jima, a Guadalcanal, Tarawa Midway, Leyte, Okinawa. Per arrivare a sconfiggere e occupare il Giappone sarebbero occorsi almeno un altro mezzo milione di inglesi e un milione di americani, più due milioni di giapponesi, disse Winston Churchill quando oramai la bomba era stata sganciata. Valeva la pena? Il mondo da allora è diviso ed è difficile che qualcuno approvi l’uso delle bombe atomiche, perché è moralmente scorrettissimo. Proverò io ad azzardare, anzi a ricordare, che dal 1945 in poi non ci sono state più guerre. Non le piccole infinite guerre regionali, ma le grandi sanguinarie guerre che hanno per secoli devastato l’Europa o la Russia, il Giappone o la Cina. Ci fu la pace della Belle Époque fra il 1870 e il 1914 ma furono solo 44 anni, un record. Oggi siamo a 75 anni di pace e ancora dura. Le grandi guerre che hanno insanguinato il pianeta sono cessate, tutte. E chi sostiene che le guerre siano egualmente molte e altrettanto crudeli, non conosce la storia né la geografia. Le due guerre terminate con le esplosioni atomiche e poi con l’equilibrio del terrore fra superpotenze – anche se tu mi uccidi, io prima di morire farò in tempo ad uccidere te – l’Europa, l’America, l’Asia, la Cina, non hanno avuto che guerre limitate. Certo, ci furono la Corea e il Vietnam. Ma il numero delle vittime fu – in proporzione – irrilevante. «Noi non abbiamo paura della bomba» cantavano i Giganti negli anni Settanta e invece dobbiamo soltanto a quell’ordigno il fatto che siamo per lo più vivi e complessivamente in discreta salute, tanto che l’età della vita umana è cresciuta enormemente fino a far crollare le riserve delle assicurazioni. E gli scienziati? Furono soddisfatti di quel che fecero? Chi sì e chi no. Il nostro Enrico Fermi, fuggito in Usa con una moglie ebrea soggetta alle leggi razziali di Mussolini del 1938, diventò un protagonista del progetto Alamo ed era continuamente scortato, vivendo una esistenza misteriosa e segreta. Chi condanna l’America sostiene in genere che gli Stati Uniti decisero di usare la bomba per spaventare Stalin e rimetterlo in riga. Oggi possiamo dire che già tre anni prima, nel 1942, Stalin era stato dettagliatamente informato del progetto americano dal fisico Iuli Khariton e ordinò immediatamente al suo capo della polizia segreta, Lavrentij Beria, di arruolare tutti gli scienziati atomici sovietici fra cui Igor Kurciatov, Andrei Sakharov e lo stesso Khariton. Ma il primo materiale fu fornito loro dallo scienziato americano Klaus Fuchs che lavorava al “progetto Manhattan” ma era un informatore russo. Era avvenuto un cambio etico e militare. Era cioè prevalsa la linea – in entrambi gli schieramenti – secondo cui il morale dei civili è un obbiettivo militare. Poiché i giapponesi erano mostrati mentre si esercitavano alla scherma con i bastoni contro l’invasore, l’amministrazione americana dichiarò la popolazione giapponese obiettivo militare. Prima di Hiroshima inglesi e americani avevano deciso di cancellare la città tedesca Dresda. Il piano fu studiato dal capo dell’aviazione inglese Harris, detto poi Bomber Harris, o Butcher Harris, il macellaio. Tre ondate separate di aerei si avvicendavano sulla città: la prima scoperchiò le case, la seconda le riempì di combustibile e la terza portò la temperatura a trentacinquemila gradi e la popolazione- come dimostrò la commissione d’inchiesta dopo la guerra – ne fu liquefatta. Secondo gli inglesi morirono solo 35 mila tedeschi, ma secondo i tedeschi i morti furono 135 mila, molti di più di Hiroshima e Nagasaki. I morti complessivi del Giappone in cinque anni di guerra fra civili e militari superarono di poco i due milioni mezzo. L’incidenza delle due bombe atomiche fu irrilevante, non così l’effetto esistenziale, distruttivo e depressivo che travolse l’intera umanità. Molto di più della bomba atomica avevano terrorizzato il Giappone i bombardamenti di Tokyo usando bombe incendiarie che distruggevano una città di carta, legno, papiro e decorazioni laccate. Stalin, più che sorprendersi per le notizie che gli arrivavano sull’uso delle atomiche americane si preparò ad attaccare l’esercito giapponese in Manciuria e riconquistare le isole contese fin dalla guerra del 1905. A Stalin interessava la sua parte di bottino nel Pacifico, dopo essersi fatto riconoscere a Yalta ciò che aveva già ottenuto da Hitler: Europa orientale, Paesi baltici, Romania, Bessarabia e una mano sui Balcani grazie al maresciallo Tito, ancora suo numero due. I giapponesi speravano invece di poter usare il canale sovietico per ottenere una pace onorevole e per questo il ministro degli Esteri del nuovo governo Shinegori Togo fece sapere a Stalin che il Giappone avrebbe restituito la parte meridionale dell’isola di Sakhalin e le Curili settentrionali. Le risposte di Mosca furono vaghe e includenti. Il governo di Tokyo capì che non esisteva più spazio per giocare alla politica: il governo giapponese ignorava che a Yalta Roosevelt aveva promesso a Stalin non soltanto la parte meridionale dell’isola di Sakhalin, l’arcipelago delle Curili, il porto di Dairen ma anche la base navale di Port Arthur in cambio dell’intervento con cui chiudere la guerra e garantire all’opinione pubblica una riduzione del massacro delle truppe americane. Stalin capì e agì da uomo ordinato e onnipotente: trasferì con la Transiberiana mezzi e materiali per l’invasione della Manciuria e quando il ministro degli esteri giapponese Togo chiese all’ambasciatore sovietico Jakob Malik di procurare un incontro fra Molotov e il principe Konoye, cugino dell’imperatore ed ex capo del governo si capì che non tirava aria. Uno dei prezzi della bomba atomica, aggiuntivi per il Giappone era che adesso doveva tirarsi addosso anche la pedata sovietica per pagare tutti i conti in sospeso. E così fu. Negli Usa, prima ancora del lancio della bomba, si faceva sentire il partito favorevole a una resa onorevole per il Giappone: Joseph Grew e il sottosegretario alla guerra John McCloy premettero su Truman affinché rassicurasse i giapponesi sul fatto che non intendevano privarli del sistema imperiale: «L’impiccagione dell’imperatore equivarrebbe per loro alla crocifissione di Gesù Cristo». Roosevelt a questo punto istituì un organismo militare e scientifico: l’interim Committee formato da Robert Oppenheimer, Ernest Lawrence, Arthur Compton e dal ministro della guerra Henry I. Stimson, più altri cin¬que politici. Dieci in tutto. Leo Szilard era favorevole a una azione dimostrativa anziché distruttiva sul Giappone. I prigionieri di guerra americani in Giappone, per esempio nel campo di Hokkado, furono avvertiti di di non evadere per non subire rappresaglie in seguito ai terribili bombardamenti con i B-29. Furono anzi organizzati “bombardamenti” sui campi con lancio di vettovaglie, abiti e medicinali per i prigionieri, con missioni di oltre 4.000 miglia per un totale di ore di volo di h.20 e 45’ sul Pacifico. Il 17 giugno del 1945, l’italiano Enrico Fermi entrò nell’Interim Committee destinato a consigliare i politici sull’uso dell’arma atomica. La commissione delegò i suoi poteri a una sottocommissione, lo Science Panel formata da Fermi, Oppenheimer, Lawrence e Arthur Compton. Fermi si trovò di fronte un documento stilato nel suo stesso laboratorio a Chicago da James Franco e da un gruppo di ricercatori, che proponeva un uso non distruttivo della bomba: darne vistosa dimostrazione ai giapponesi per convincerli alla resa. L’opzione opposta era raccomandata dal generale Leslie Groves, capo del Progetto Manhattan, il quale chiese il bombardamento immediato di una città giapponese. Fermi e i suoi valutarono a fondo e poi si chiamarono fuori dalla decisione di bombardare o no: «Riconosciamo l’obbligo di fronte alla nazione, che l’arma debba essere usata per salvare vite americane. Per quanto riguarda questi aspetti generali dell’impiego dell’energia atomica, è chiaro che noi, in quanto uomini di scienza, non godiamo di alcun diritto d’autore… non rivendichiamo una particolare competenza nella soluzione dei problemi politici, sociali militari che sorgono con la scoperta dell’energia atomica». Alla fine di giugno aggiunsero: «Non possiamo suggerire alcuna dimostrazione tecnica che abbia una qualche probabilità di far finire la guerra; non vediamo alcuna soluzione alternativa accettabile a quella del diretto uso militare». Più tardi, nel febbraio 1947 su Harper Bazar l’ex ministro della guerra Henry Stimson scriverà: «Non ci sarebbe stato nulla di più controproducente di una dimostrazione che si concludesse con un buco nell’acqua. E, inoltre, non c’erano bombe atomiche da sprecare». Gli echi del dibattito arrivarono a Tokio dove l’imperatore Hirohito chiese al suo governo di intavolare trattative per finire alla guerra. Lo scienziato ungherese Leo Szilard scrisse allora da Chicago a Teller una lettera firmata anche da altri scienziati in cui insisteva per un uso dimostrativo dell’atomica, prima di quello distruttivo. Teller rispose che Robert Oppenheimer non era d’accordo, perché la decisione spettava soltanto al governo e non agli scienziati. Teller in seguito disse che ignorava che lo stesso Oppenheimer, insieme a Enrico Fermi, Arthur Compton e Ernest Lawrence facevano parte di un comitato ristretto che aveva lo scopo di fornire consulenza al presidente sull’uso dell’arma atomica. E che per “uso dimostrativo” intendeva un’esplosione a dieci chilometri d’altezza sulla baia di Tokio, senza creare danni e davanti agli occhi dell’imperatore: «Gli scienziati ne parlarono fra loro, ma Oppenheimer non volle sottoporre l’opzione al presidente, perché pensava che in questo modo la guerra sarebbe finita prima». Compton e Lawrence si dichiararono contrari al lancio immediato. Il 16 luglio la prima bomba atomica sperimentale esplode nel deserto del Nuovo Messico ad Alamogordo nella pianura di Jornada del Muerto (cammino del morto) e la bomba sperimentale viene chiamata Trinity. Fermi dice: «Potrebbe darsi che l’esplosione non si possa verificare, e può darsi che l’esplosione non si arresti e bruci tutto il pianeta. In ogni caso avremo raggiunto un importante risultato scientifico». Oppenheimer mormorò alcuni versi di un poema sacro indù, Segre pensò all’apocalisse e altri si abbandonarono a considerazioni sul futuro dell’umanità. La notizia venne trasmessa a Truman che si trova a Potsdam e che la sussurrò a Churchill, mandandolo in visibilio. A Stalin il presidente americano disse: «Abbiamo avuto notizia di una bomba di nuovo tipo». Stalin annuì distrattamente, essendo ben informato del progetto Manhattan e dei fisici di Los Alamos da due scienziati: il fisico Klaus Fuchs e il biochimico Harry Gol ed altri. Stalin con altrettanta noncuranza raccontò dei tentativi giapponesi per ottenere una capitolazione. Truman si finse vagamente stupito, essendo perfettamente informato grazie al sistema “Magic” di intercettazione e decrittazione. Il giorno successivo ci fu la Dichiarazione di Potsdam, di Truman, Stalin e Churchill, un ultimatum al Giappone letto per radio e non consegnato per vie diplomatiche. Il governo di Tokyo è sconvolto dall’umiliazione di questa procedura e temporeggia. Poi replica con una dichiarazione tipicamente orientale e involuta di Suzuki a una conferenza stampa, che viene scambiata per un rifiuto. Alla conferenza di Potsdam Stalin informa in modo vago gli alleati degli approcci giapponesi per arrivare alla pace e di altri condotti attraverso la Svezia. Ormai Truman, succeduto a Roosevelt, sa di avere l’atomica e di poter piegare il Giappone senza far scendere in campo l’Urss con cui non intende contrarre né pagare debiti. La sua linea è semplice: l’imperialismo giapponese è comunque battuto, quello sovietico deve essere bloccato invece nella sua fase nascente. Stalin avverte il cambiamento di umore americano e decide di affrettare i tempi dell’invasione in Manciuria. Intanto, la bomba era stata recapitata sull’isola di Tinian alla base del reparto di volo. Truman era ormai deciso ad ottenere per via atomica la resa incondizionata di Tokio senza dover passare per i favori di Stalin. Il generale Eisenhower e l’ammiraglio Leahy si dichiarano contrari all’uso «perché il Giappone è ormai sconfitto». Degli scienziati 57 sottoscrivono il “rapporto Frank” con cui si dichiarano contrari all’uso della bomba anche da loro creata. Sul fronte opposto, due scienziati volevano l’uso della bomba per poterne valutare gli effetti. Robert Oppenheimer e Enrico Fermi dissero: «Una distruzione nel deserto non significa nulla». Hiroshima fu scelta perché intatta e quindi eccellente test per misurare le distruzioni. Fu usato l’ordigno “Little boy” trasportato dall’”Enola Gay” con uranio 235, mentre “Fat Man” destinato a Nagasaki era al plutonio. La seconda bomba fu lanciata per poter esaminare le differenze dei due diversi modelli. Mentre ancora la palla di fuoco ardeva nella valle di Urakami a Nagasaki, Truman dichiarava: «Abbiamo impiegato la bomba atomica per abbreviare il conflitto… preghiamo Dio di illuminarci nell’uso di questo strumento, secondo le sue intenzioni». Churchill dirà: «E’ stato un gesto necessario per salvare 500mila soldati inglesi e un milione e mezzo di americani». Lo scienziato inglese Rotblat dirà: «Credo invece che questi numeri fossero assolutamente esagerati. E che gli stermini di Hiroshima e Nagasaki servirono soltanto a impressionare i russi. Lo ammise il generale Eisenhower alla fine della guerra e allora io mi sentii particolarmente felice di aver abbandonato il progetto».

La storia di Claude Eatherly, il pilota divorato dal rimorso d’aver sganciato la bomba. Vittorio Ferla su Il Riformista il 9 Agosto 2020. Che cosa prova un soldato quando uccide un altro essere umano nel corso di una guerra? La risposta non può essere mai facile, ma il trauma è profondo. Ancora più difficile diventa la risposta quando un militare uccide in un colpo solo decine di migliaia di persone, semplicemente premendo un bottone. Quello che accadde nel 1945 a Hiroshima e Nagasaki quando i piloti americani lanciarono le bombe atomiche sulla popolazione civile delle due città giapponesi. Qualcosa che – non a caso – è successo una volta sola nella storia e, per le proporzioni disumane dell’evento, nessuno ha mai più ripetuto. Secondo le stime, i due attacchi nucleari – con i quali, il 6 e il 9 agosto di 75 anni fa, gli Usa misero fine alla guerra con il Giappone – provocarono almeno 200 mila morti. E così, mentre in questi giorni si ricorda il tragico anniversario, viene da chiedersi che fine hanno fatto gli aviatori americani che sganciarono le bombe, come hanno vissuto quella esperienza e quali tracce ha lasciato il bombardamento nella loro esistenza. «Solo un secondo prima di sganciarla ho pensato che stavamo per uccidere vecchi, donne, bambini. Ma non mi sono mai pentito di aver buttato la bomba su Nagasaki». Diceva così in un’intervista del 1999 Fred J. Olivi, il militare italoamericano – la sua famiglia veniva da Lucca – che il 9 agosto del 1945 co-pilotava il B-29 Bockscar, aereo gemello dell’Enola Gay di Hiroshima. «No, non mi dispiace aver tirato la bomba – spiegava Olivi – anche perché con questa operazione abbiamo fatto finire la seconda guerra mondiale. Senza l’atomica forse oggi molti bambini americani non ci sarebbero: in caso d’invasione del Giappone i loro nonni sarebbero morti e i loro padri non sarebbero mai nati. E quindi nemmeno loro sarebbero nati». Anche il colonnello Paul Tibbets Jr., che comandava l’unità delle forze aeree dell’esercito incaricata di consegnare le bombe atomiche e pilotava l’aereo che sganciò la bomba su Hiroshima, difese le sue azioni fino ai suoi ultimi giorni. «Ho deciso allora che gli scrupoli morali relativi a quella bomba non erano affar mio», ha detto a un intervistatore nel 1989. «Non ho mai perso una notte di sonno per questa vicenda». Tutti gli aviatori che allora parteciparono alla missione cercarono insomma di giustificarsi in qualche modo. Tutti, meno uno. Anne I. Harrington, professore associato presso il dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università di Cardiff, racconta sul New York Times che, negli anni successivi, il Maggiore Claude Eatherly fu l’unico a farsi avanti per confessare pubblicamente il proprio rimorso per ciò che aveva fatto. «Eatherly, allora un texano di 26 anni, pilotava l’aereo che aveva l’incarico di valutare la visibilità dell’obiettivo su Hiroshima. Fu lui a dare il via libera quel giorno al lancio della bomba. Il suo ruolo nel bombardamento lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita». Da Taxi driver in poi i film americani hanno sfornato un’enorme collezioni di reduci di guerra traumatizzati dall’esperienza bellica. Spesso si tratta di personaggi “spostati”, che possono diventare pericolosi appena ritornano alla vita sociale “normale”. Proprio come il tassista interpretato da Robert De Niro nel film di Martin Scorsese. Soprattutto dopo l’esperienza del Vietnam e – più di recente – dopo le guerre in Afghanistan e in Iraq, si moltiplicano i casi di reduci colpiti profondamente dallo shock generato dal conflitto militare. Accade spesso che i veterani di guerra afflitti da questo trauma rimangano bollati a vita e, incapaci di reinserirsi nella società, possano trovare difficoltà nell’accesso al lavoro e vivere in condizioni di marginalità. Nell’aprile del 1957, Newsweek pubblicò un articolo dal titolo L’eroe in manette. L’eroe era proprio il pilota Claude Eatherly, chiuso in una cella di prigione a Fort Worth per aver scassinato due uffici postali nel Texas rurale. La sua vita dopo la guerra era ridotta a brandelli: soggetto a trattamento psichiatrico in un ospedale di Waco, detenuto in una prigione di New Orleans per aver falsificato un assegno, coinvolto in una serie di rapine nei negozi di alimentari di una piccola città. Ma i suoi crimini erano eseguiti male, in modo perfino goffo. Al punto che veniva sempre catturato. Ecco perché sia il suo psichiatra che uno dei suoi avvocati difensori giunsero alla conclusione che Eatherly avesse l’intenzione di essere scoperto. Al processo per i furti con scasso presso l’ufficio postale, lo psichiatra di Eatherly testimoniò che il suo paziente soffriva di un complesso di colpa derivante dal suo ruolo nel bombardamento di Hiroshima. Insomma, Eatherly commetteva questi piccoli crimini perché cercava una punizione. Fu rilasciato, perché la giuria lo ritenne «non colpevole per pazzia». Ma Eatherly non è soltanto l’antesignano dei reduci sbandati dei film americani. L’ex pilota, a un certo punto della sua vita, diventa addirittura una sorta di esempio filosofico. Come spiega sempre Anne I. Harrington sul «New York Times, la discrepanza tra l’enorme potere delle invenzioni dell’umanità e la capacità limitata di ogni singola persona di comprendere, per non parlare di controllare le implicazioni morali e pratiche di quel potere, rappresenta il “divario prometeico” teorizzato da Günther Anders”, filosofo ebreo tedesco del dopoguerra, compagno di Hanna Arendt e attivista antinucleare. Nella mitologia greca Prometeo ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, ma le invenzioni umane conseguenti scatenano nuove forme di morte, distruzione e sfruttamento. Nel mito greco, gli dei punivano Prometeo con l’eterno tormento. Per Anders, gli aviatori americani incaricati di sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki sono il primo esempio di persone intrappolate nel divario prometeico. Da un lato, ingranaggi della macchina atomica: anche se avessero rifiutato l’incarico, qualcun altro lo avrebbe svolto al loro posto. Potevano essere, insomma, dei “colpevoli senza colpa». Dall’altro lato, come partecipanti e testimoni della violenza, furono sottoposti all’enorme peso del rimorso per le loro azioni. «La tecnica ha fatto sì che si possa diventare ‘incolpevolmente colpevoli’, in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri» scrive Gunthers in una lettera a Eatherly, nell’ambito di un celebre carteggio della fine degli anni ’50 (pubblicato in Italia nel 2016). «Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiché Lei è uno dei primi che si è invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere – oggi o domani – ciascuno di noi. A Lei è capitato ciò che potrebbe capitare domani a noi tutti. È per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore». Eatherly soffrì per tutta la vita, ma fece in tempo a diventare un campione del movimento antinucleare e a riconciliarsi con le vittime di Hiroshima.

·        66 anni dalla morte di Eddie Sanders.

Sanders, il colosso ucciso dal colpo oscuro. A Helsinki '52 fu oro nei pesi massimi. Due anni dopo morì sul ring per un tumore alla testa. Riccardo Signori, Venerdì 14/08/2020 su Il Giornale. Un colpo oscuro finì Eddie Sanders, tragico e irridente per un fantastico colosso nero, ercole che metteva paura sol a mettere piede sul quadrato. Lo chiamavano Big Ed, morì fra le corde di un ring di Boston mentre si batteva con Willie James, campione del New England per i pesi massimi. Era l'11 dicembre del 1954, solo 9 match da professionista all'attivo: 18 ore dopo il ko subito da James, lasciò la vita. Due anni prima, a Helsinki, questo americano, 22 anni di età, 1,93 m. d'altezza e 100 kg di stazza, saliva sul podio per godersi la medaglia d'oro del torneo olimpico dei pesi massimi. Inesorabile distruttore di avversari, tanto da convincere l'ultimo, un futuro campione dei massimi, a fuggire per il ring. I cronisti del tempo ne vedevano già l'erede del grande Joe Louis. Invece un tumore annidato nella testa scatenò una emorragia cerebrale, dopo un pugno avversario, che decretò il ko finale. La nera signora è uno degli avversari dei pugili fra le corde, nella decade fra il 1950 e il 1959 si contarono 119 morti: un inferno. Sanders veniva dalla California, il clima di quell'estate a Helsinki, dove pioggia e sole si alternavano nel giro di poche ore, e dal mare di Barents arrivavano raffiche di vento polare, parevano il vero disagio per un uomo abituato al caldo di Los Angeles, tanto che il coach della nazionale Usa, un italo-americano, stava perfino per sostituirlo con Norvel Lee, un poliziotto di New York. Sanders aveva già dimostrato la sua potenza e prepotenza: si era guadagnato la qualificazione olimpica salendo sul ring con una mano rotta e mettendo ugualmente ko l'avversario. Poi l'infortunio di Charley Spieser, stempiato ragazzone di Detroit iscritto nei mediomassimi, diede soluzione al caso: Norvel Lee avrebbe gareggiato fra i mediomassimi, Sanders fra i massimi. Fu una fortuna per la storia della boxe. Il poliziotto vinse il suo torneo, ma presto lasciò i guantoni per diventare ufficiale di carriera dell'esercito. Invece bastò il primo match nella Messuhall I di Helsinki per far capire al pubblico quale era il vero terrore del ring: Big Ed si muoveva a velocità impressionante e faceva danni con entrambi i pugni. Eppure questi Giochi avrebbero annoverato, si sarebbe scoperto nel tempo, fior di campioni: Floyd Patterson oro nei medi ma nei professionisti due volte campione del mondo dei massimi, Henry Twin Cooper baronetto inglese futuro avversario di Cassius Clay, l'americano Davey Moore poi mondiale piuma, il messicano Raoul Raton Macias mondiale gallo, Ingemar Johansson svedese che sarebbe diventato mondiale dei massimi, l'ungherese Laslo Papp uno dei più grandi dilettanti di sempre. Fra gli italiani Guido Mazzinghi, fratello più grande di Sandro. Sanders sembrava un monumento bronzeo: a 12 anni pareva un bestione di 18, aveva praticato football e frequentato gli stadi dell'atletica. Si muoveva da giaguaro, saltava e correva veloce. L'allenatore della Accademia navale di Compton, California, ne avrebbe voluto fare un avversario di Bob Mathias il campionissimo del decathlon. Ma a Helsinki, Sanders dimostrò di aver preso la strada giusta. Eliminò gli avversari per ko: lo svizzero Jost, il romano Di Segni centrato al 3° round. Fu più dura con il sudafricano Andries Chris Niemann, uno scricciolo rispetto alla dimensione dell'altro: ma si battè da coraggioso boero. A causa delle leggi razziali del suo paese era la prima volta che si batteva con un nero: incalzò Sanders con violenza distruttiva per un round, quasi fece crollare il colosso. Ma, nel 2° round, la furia dell'americano lo demolì. Lo svedese Ingemar Johansson arrivò pure lui alla fine, osservando sempre Sanders da bordo ring. Pareva un tipo tranquillo, ma quel sabato notte lasciò il coraggio nello spogliatoio. Cominciò a correre e indietreggiare: una fuga indecorosa. Sanders cercò il contatto: stupito. Il vichingo non tenne fede alla fama guerriera della sua gente. I tifosi cominciarono a spazientirsi, volò pure una mela fra le corde ad inseguire il fuggitivo. L'arbitro francese Vaisberg invitò al combattimento: dapprima con gentilezza, poi con asprezza. Finchè, nella 2ª ripresa, fermò Sanders con una mano e spedì i pugili all'angolo. Johansson venne squalificato, la gente inviperita gli urlò «codardo». La stampa scandinava lo definì «coniglio». Scrissero: «Una tra le pagine più vergognose della storia sportiva di Svezia». La medaglia d'argento non venne consegnata, sul podio salirono solo Sanders, primo nero americano a vincere l'oro dal 1904, e il finlandese Koski: bronzo. La bandiera svedese rimase ammainata: caso che fece storia. Dopo due anni la sorte di Sanders finì in tragedia. Invece Johansson capovolse un destino da coniglio andando a conquistare il mondiale dei massimi davanti a Floyd Patterson, enfant prodige della boxe Usa: il più giovane re dei massimi nella storia. Il 26 giugno 1959 il corpulento svedese, per i bookmakers perdente 5-1, nello Yankee stadium di New York davanti a 20mila spettatori, costrinse il campione a sette cadute e chiuse nel 3° round. Prima di allora, solo due europei, Max Schmeling e Primo Carnera, erano stati campioni mondiali. Un medico americano di Seattle raccontò che lo sfidante era stato ipnotizzato nello spogliatoio da un accompagnatore. Fantasie? La successiva rivincita, un anno dopo, si chiuse con Johansson messo ko in 5 round. E così capitò nel terzo incontro. Tre match, come piaceva al business americano. Le vie dei sospetti sono infinite, ma a Goteborg, sua città natale, decisero che Johansson meritava comunque una bronzea statua. Il codardo si era riscattato.

·        60 anni dall'impresa del batiscafo “Trieste”.

Sessant'anni fa l'impresa del batiscafo "Trieste" batiscafo rivoluzionario, non più costituito da una singola struttura sferica ma con una costruzione più complessa che ricordava molto un mini-sommergibile. Edoardo Frittoli su Panorama 20 gennaio 2020. Il "Trieste" fu battezzato con il nome dello capoluogo giuliano perché fu realizzato in buona parte nei Cantieri Riuniti dell'Adriatico negli anni del Territorio Libero di Trieste (Tlt) occupato dagli Alleati dal 1945. Sulla base dei disegni di Piccard fu assemblato uno scafo di 15 metri di lunghezza del peso di 150 tonnellate. La zona di comando e osservazione era il ore all'occhiello di tutto il progetto. Si trattava di una sfera in acciaio (del peso di ben 3 tonnellate) con le superfici spesse dai 9 ai 12 centimetri. Fu realizzata dalle Acciaierie di Terni e inne assemblata allo scafo a Castellammare di Stabia presso i cantieri Navalmeccanica. Mosso da due piccoli propulsori elettrici da 2 Hp ciascuno e alimentati con batterie da 60 Kwh, il "Trieste" presentava all'interno dello scafo una serie di camere stagne contenenti 85 metri cubi di benzina come galleggiante. Fu scelto l'idrocarburo al posto dell'acqua per le caratteristiche di fluidità e di incomprimibilità alle altissime pressioni degli abissi. Il batiscafo funzionava grossomodo come un "aerostato acquatico": grazie alla zavorra in pellet di ferro e a due camere riempite d'acqua il batiscafo si inabissava ad una velocità media di 85 centimetri/secondo. La risalita avveniva invece dopo il rilascio della zavorra grazie ad un attuatore elettromagnetico. Il batiscafo "Trieste" fu pronto nel 1953 e poco dopo lasciò i cantieri alla volta dell'isola di Capri, dove furono programmate le prime prove d'immersione. Battente doppia bandiera italiana e svizzera, ruppe il primo limite di discesa oltre i 1.000 metri pilotato da Jacques Piccard il 27 agosto 1953. Esattamente un mese più tardi il "Trieste" superò il record mondiale di immersione realizzato quell'anno in Francia da Jacques Cousteau (2.100 metri). Al largo dell'isola di Ponza il batiscafo scese nelle profondità del mar Tirreno no ai 3.150 metri senza alcun problema tecnico. Da questi successi, poi ripetuti per 4 anni, nacque l'interesse americano per l'acquisizione del prodigioso natante. Oltre agli oceanografi, che si presentarono a Napoli alla metà del 1957, era interessata anche la Marina degli Stati Uniti soprattutto per quanto riguardava la sperimentazione nel campo dei radar antisommergibile (erano gli anni della guerra fredda) e della misurazione della radioattività nelle fosse oceaniche. Il passaggio alla Us Navy avvenne formalmente l'8 gennaio 1958 e subito dopo il "Trieste" lasciò l'Italia alla volta del porto di San Diego in California. Il gioiello di Piccard era stato inserito nel programma oceanografico "Nekton" , consistente in una serie di ricerche esplorative nelle profondità del Pacico, nel punto di mas