Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2020

 

LA MAFIOSITA’

 

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

      

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Metodo “Falcone”.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Tommaso Buscetta spiega “Cosa Nostra”.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Omicidio Mattarella.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Mafia.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: i depistaggi sulla strage di via D’Amelio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Mafia-Appalti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il grande mistero del covo.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il Concorso Esterno. Reato fantastico.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Le Stragi del '93.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: La Strage di Alcamo Marina.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Mafia-Finanziamenti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il misterioso “caso Antoci”. (Segue dal 2019)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: La morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: La morte del giudice Rosario Livatino.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: La morte del giudice Bruno Caccia.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: La morte del giudice Paolo Adinolfi.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: La morte di Don Pino Puglisi.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: La morte di Diabolik.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Nino Agostino.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro Rostagno.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giancarlo Siani.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro De Mauro.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Peppino Impastato.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Mafia stracciona.

I killers della mafia.

La Mafia romana: L’Autoctona.

La Mafia romana: I Casamonica.

La Mafia romana: Gli Spada.

La Mafia romana: I Fasciani.

La Mafia romana: I Fasciani.

La Mafia Nomade.

I Basilischi. La Mafia Lucana.

La Quarta Mafia. La Mafia di Foggia.

La 'Ndrangheta tra politica e logge massoniche.

La Mafia Veneta.

La Mafia Italo-Padana-Tedesca.

La Mafia Nigeriana.

La Mafia Pachistana.

La Mafia jihadista. Gli affari dei califfati.

La Mafia Italo-Canadese.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Doppio Stato.

In cerca di “Iddu”.

Chinnici e la nascita del Maxi processo.

Le Ricorrenze. Liturgia ed Ipocrisia.

Non era Mafia, ma Tangentopoli Siciliana.

Guida a un monstrum giuridico: il 41-bis.

Le loro prigioni: Concorso Esterno in Associazione Mafiosa.

La Trattativa degli Onesti.

Quelli che non si pentono: I sepolti vivi come Raffaele Cutolo.

Non è Tutto Bianco o Tutto Nero.

L'antimafia degli ipocriti sinistri.

Non è Mafia…

Invece…è Mafia.

Quelle vittime lasciate sole…

Cassazione, aggravante mafiosa può essere contestata solo se c’è dolo.

Il Business del Proibizionismo.

Il Business “sinistro” dei beni sequestrati preventivamente e dei beni confiscati dopo la condanna.

La Mafia delle interdittive prefettizie.

Chiusi per (Anti) Mafia…

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Gogna Parentale e Territoriale.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giudice Onorari “sfruttati”?

Il Caporalato dei Praticanti.

Noi specializzandi sfruttati e malpagati.

Se lo schiavo sei tu.

Il lavoro sporco delle pulizie.

Il Caporalato agricolo Padano.

Schiavi nei cantieri navali.

Riders: Cornuti e Mazziati.

Caporalato nei centri commerciali.

Il Caporalato dei Call Center.

Il Caporalato degli animatori turistici.

Il Caporalato dei Locali Pubblici.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Favoritismi Curatelari.

Non è Usura…

Astopoli.

La Mangiatoia degli incarichi professionali nelle procedure fallimentari.

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Io sono il Potere Dio tuo.

La Lobby del Tabacco.

Le Lobbies di Gas e Luce.

La Lobby dei Sindacati.

La Lobby del Volontariato.

La Lobby degli Studi Legali.

La Lobby dei dentisti e la mafia odontoiatrica.

Gli Affari dei Lobbisti.

I Notai sotto inchiesta.

Se comandano i Tassisti.

La Lobby dei Gondolieri.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Massomafia.

 

INDICE TERZA PARTE

 

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Figli di Trojan.

Il Concorso truccato per i magistrati.

Togopoli. La cupola dei Magistrati.

E’ scoppiata Magistratopoli.

Magistrati alla sbarra.

Giornalistopoli.

Voto di Scambio mafioso=Clientelismo-Familismo.

L’Onorevole Mafia.

La Sinistra è una Cupola.

Tutte tonache di rispetto.

La Mafia dei Whistleblowers.

La Mafia del Riciclaggio Bancario Internazionale.

La Mafia del Gasolio.

La Cupola delle Occupazioni delle Case.

La Mafia dello Sport.

La Mafia dei posteggiatori abusivi.

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

 

PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Metodo “Falcone”.

L’Onu vota la «risoluzione Falcone». Il metodo del giudice ispirerà la lotta alle mafie del mondo. Alessio Ribaudo su Il Corriere della Sera il 18/10/2020. A Vienna, nel corso della Conferenza delle Parti, approvato all’unanimità il documento italiano che pone l’eredità lasciata dal magistrato a fondamento della lotta alle mafie. È il primo atto di questo genere che valorizza il contributo di una singola personalità. Un ponte virtuale che collega Palermo a Vienna ma attraversa 190 Paesi di tutto il mondo. Non è una infrastruttura visionaria ma è ciò che oggi in Austria è stato costruito per la lotta alle mafie di tutto il mondo: nel nome di Giovanni Falcone e delle sue straordinarie intuizioni investigative. È stata infatti approvata all’unanimità la risoluzione italiana presentata nella capitale austriaca durante la quattro giorni della Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu contro la criminalità transnazionale. È il sogno che si avvera del giudice siciliano che, già negli anni Ottanta, aveva compreso il rischio che la criminalità organizzata diventasse un problema globale ma non aveva gli strumenti legislativi perché non c’era uno straccio di norma che prevedesse l’impegno corale degli Stati. La risoluzione è nota come la «Convenzione di Palermo», ratificata nel 2000, che fu il primo strumento legislativo universale contro la criminalità organizzata transnazionale. È stato l’unico strumento legalmente vincolante a livello mondiale contro la criminalità organizzata transnazionale. Proprio Falcone aveva intuito — grazie anche al lavoro del vicequestore Boris Giuliano poi ucciso alle spalle dal boss Leoluca Bagarella — che più che le persone bisognava seguire il fiume di denaro «sporco» che generavano e il suo «follow the money» è diventata la pietra miliare di tutte le indagini in tema di malaffare nel mondo. Un «metodo» che neanche tutto il tritolo utilizzato, il 23 maggio del 1992, per ucciderlo a Capaci hanno fermato. Un attentato, voluto dalla mafia stragista del clan dei corleonesi, nel quale morirono anche la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Nel nome di Falcone. Del resto che il giudice Giovanni Falcone fosse un’icona della lotta alle mafie non solo in Italia ma in tutto il mondo lo testimoniano due fatti: poco dopo l’attentato di Capaci del 1992 il Senato americano approvò una risoluzione che definiva la morte di Falcone «una profonda perdita per l’Italia, per gli Stati Uniti, per il mondo». Del resto il magistrato siciliano si era messo in luce con inchieste che avevano toccato nel vivo gli Usa come il processo «Rosario Spatola+119» oppure collaborando con la grande inchiesta denominata «Pizza Connection» che accertò l’immenso traffico di cocaina tra gli Stati Uniti e l’Italia e i milioni di dollari depositati. Il processo che riuscì a inchiodare a 45 anni di carcere il boss Gaetano Badalamenti fu possibile proprio grazie al «metodo Falcone» sulle inchieste economiche. C’è di più in Virginia alla Quantico Fbi Academy — la più famosa scuola al mondo per la formazione di investigatori d’eccellenza — due anni dopo fu posto nel Giardino della Memoria, adiacente all’ingresso, un busto in bronzo che raffigura il magistrato palermitano. La colonna su cui sorge è spezzata, a raccontare un lavoro interrotto, e, a terra, vi è appoggiato uno scudo che sul quale è scolpita una bilancia, simbolo della Giustizia. Chissà se oggi quel lavoro invece sarà il «motore» per alzare il velo delle mafie specialmente in Paesi che sono ancora indietro nel contrasto. Fbi che, nel 2013, ha voluto ribadire l’importanza del giudice dedicandogli la «Giovanni Falcone Gallery» nel quartier generale di Washington in cui si sottolinea come la sua «inesorabile determinazione abbia ispirato milioni di persone con la speranza che la giustizia e il rispetto della legge possano prevalere un giorno contro la criminalità e il terrorismo». Tornando a Vienna, la risoluzione è stata approvata alla fine di una quattro giorni a cui hanno partecipato, in gran parte da remoto, rappresentanti diplomatici e Ong di 190 Stati che hanno discusso dello stato della lotta alle mafie nel mondo e di come migliorare e rendere più efficace la Convenzione di Palermo. La delegazione italiana era costituita dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dall’ambasciatore italiano Alessandro Cortese, dal consigliere giuridico Antonio Balsamo, e dal primo segretario Luigi Ripamonti. Per l’Italia sono intervenuti anche il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho, il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi, il capo della Polizia Franco Gabrielli e il viceministro agli Esteri Marina Sereni. Al dibattito hanno partecipato anche Ong italiane, come la Fondazione Giovanni Falcone, il Centro Pio La Torre e Libera che hanno raccontato le loro esperienze in prima linea sul territorio. Nella risoluzione si rende un «omaggio speciale a tutti coloro, come il giudice Giovanni Falcone, il cui lavoro e sacrificio hanno aperto la strada all’adozione della Convenzione», si sottolinea «che la loro eredità sopravvive attraverso il nostro impegno globale per la prevenzione e la lotta alla criminalità organizzata» e si esprime «seria preoccupazione per la penetrazione di gruppi criminali organizzati nell’economia lecita e, a questo proposito, per i crescenti rischi legati alle implicazioni socioeconomiche della pandemia del coronavirus (COVID-19)».

L’unanimità e le novità. Alla fine la risoluzione è stata approvata all’unanimità e contiene proposte che hanno messo — nero su bianco — l’importanza dell’eredità lasciata da Giovanni Falcone, pioniere della cooperazione giudiziaria nel contrasto ai clan, nella lotta alle mafie nel mondo. Un vero e proprio evento storico perché è la prima volta che in una risoluzione viene valorizzato il contributo di una singola personalità. Tra i «suggerimenti» indicati nel documento italiano agli Stati: l’adozione delle misure patrimoniali — sequestri e confische — che dal 1982 in Italia si rivelano uno strumento utilissimo nella lotta ai clan, l’uso sociale dei beni tolti alle mafie, l’invito alla costituzione di corpi investigativi comuni che facciano uso delle più moderne tecnologie (importanti soprattutto nelle inchieste sui traffici di migranti), l’estensione della Convenzione di Palermo a nuove forme di criminalità come il cybercrime e i reati ambientali ancora non disciplinati da normative universali e il potenziamento della collaborazione tra gli Stati, le banche e gli internet provider per il contrasto alla criminalità transnazionale. La Convenzione inoltre, per la prima volta, dà una definizione di criminalità organizzata applicabile alle mafie di tutto il mondo, parla di assistenza giudiziaria reciproca e promuove la cooperazione tra le forze dell’ordine, prevede una serie di impegni per gli Stati firmatari.

«Seguire il denaro». Nel documento, inoltre, si invitano gli Stati a condurre indagini economiche, a «seguire il denaro» con strumenti di indagine finanziaria e a identificare e interrompere qualsiasi legame tra criminalità organizzata transnazionale, corruzione, riciclaggio e finanziamento del terrorismo e a utilizzare la Convenzione di Palermo come base giuridica per un’efficace cooperazione internazionale finalizzata al sequestro, alla confisca dei guadagni illeciti indipendentemente dalla condanna penale. Il celeberrimo «Follow the money» nacque anche grazie alle straordinarie qualità investigative del capo della mobile di Palermo, Boris Giuliano. Nel 1978, trovò diversi assegni nelle tasche di Giuseppe Di Cristina: erano tutti del medesimo importo ed erano intestati a dei prestanome. Poi si scoprì che lo erano di diverse cosche mafiose. Quindi, l’anno dopo, inizia a indagare su un altro fatto «singolare»: nello scalo palermitano di Punta Raisi viene dimenticata sul nastro dei bagagli una valigia con oltre mezzo milione di dollari. Qualcosa inizia a non quadrare e iniziò a indagare sulla famiglia dei corleonesi che sino ad allora erano considerati «viddani», cioè gente di campagna. Nulla a che vedere con i modi più «felpati» di Stefano Bontade, «l principe di Villagrazia». Il messinese Giuliano era uno «sbirro da strada» fiutava prima di chiunque i criminali e i loro sporchi affari ed era anche «moderno» perché capiva che bisognava specializzarsi. Non a caso aveva frequentato un master dell’Fbi. Per Riina stava diventando un vero ostacolo e, nel 1979, gli fece sparare alle spalle mentre pagava un caffè al bar. Per freddarlo diede l’incarico direttamente a suo il cognato Leoluca Bagarella, un killer spietato. Palermo ben presto divenne un campo da battaglia per i corleonesi che fecero piazza pulita non solo della «vecchia mafia» del capoluogo siciliano ma di chiunque potesse intralciare la loro ascesa. Poco importava se fossero poliziotti, carabinieri, prefetti, magistrati o giornalisti come Mario Francese. Falcone capisce che gli assegni o la valigia su cui indagò Guliano non erano casi isolati ma che proprio dai soldi bisognava partire per inchiodarli. Nel 1980, istruì il procedimento penale contro Rosario Spatola, sino ad allora un danaroso costruttore con oltre 400 dipendenti, accusandolo di essere al centro di un grosso traffico di sostanze stupefacenti tra Palermo e New York, dove cinque «famiglie» avevano il monopolio di armi e droga. Nacque in quegli anni la grande collaborazione con la magistratura statunitense, la Dea e l’Fbi e, ora dopo ora, Falcone capì la potenza economica della mafia che aveva superato i confini della Sicilia e dell’Italia. Capì che indagare solo a Palermo era molto limitante perché bisognava colpire i capitali riciclati, ripuliti e detenuti nei «forzieri» di banche di tutto il mondo. Il giudice siciliano spesso diceva che se il traffico di droga non lascia quasi tracce, il denaro ottenuto non può non lasciare dietro di sé delle tracce fra chi fornisce gli stupefacenti e chi li acquista. Nacque così il «metodo Falcone» con accurate e mirate indagini bancarie che partono dalla Sicilia e si triangolano con Stati Uniti, Canada e istituti di credito che, a quei tempi, disponevano del segreto bancario considerato inviolabile.

Il «pool» e l’eredità. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano certamente le punte di diamante del «pool antimafia» fortemente voluto da un altro grande magistrato siciliano: Nino Caponnetto. Un’intuizione — la sua — tanto semplice quanto geniale: un nucleo di magistrati che non si occupavano più di singoli procedimenti ma che condividevano tutte le informazioni perché se la mafia si muoveva sul territorio con un progetto unitario e verticistico, la risposta dello Stato non poteva essere parcellizzata. Da questa scambio incessante di informazioni nacque un capolavoro giudiziario assoluto come il maxiprocesso di Palermo che portò alla condanna di 346 persone. «L’idea di cooperazione nasce proprio da quel “pool” — spiega Giuseppe Antoci, presidente onorario della Fondazione Caponnetto ed ex presidente del Parco dei Nebrodi, scampato ad un attentato mafioso nel maggio 2016 — se funzionava a Palermo, poteva essere replicato su vasta scala mondiale. Era proprio il sogno di Giovanni Falcone quello di investire sulla cooperazione internazionale per la lotta alle mafie. Era anzi uno dei punti essenziali, secondo il giudice, che avrebbe consentito di attuare tutti gli accorgimenti necessari per un’operazione a più ampio raggio contro le mafie nel mondo. Adesso avanti con la cooperazione internazionale sulla lotta alle mafie che può rappresentare quel salto di qualità per consentirci di affrontare il tema come problema globale, così come di fatto sono ormai diventate le mafie».

Le reazioni. «Giovanni Falcone credeva fermamente nella necessità di creare un fronte comune, una mobilitazione mondiale contro le mafie», spiega la sorella Maria che presiede la Fondazione intitolata al magistrato. «Al centro della sua visione c’è sempre stata la necessità di investire sulla cooperazione internazionale nel contrasto al crimine organizzato — aggiunge — . Nella risoluzione approvata a Vienna, frutto del prezioso lavoro del nostro Paese, sono recepite molte delle sue idee: dalla necessità di colpire i patrimoni illegali e di seguire i flussi di denaro, al potenziamento della cooperazione giudiziaria internazionale, alla costituzione di pool investigativi comuni a più Stati che potrebbero essere decisivi nella lotta alle organizzazioni transnazionali di trafficanti di uomini. Quello raggiunto alla Conferenza delle Parti è un traguardo di cui essere orgogliosi». Grande soddisfazione l’ha espressa anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «Quale capo della delegazione italiana l’approvazione della risoluzione non può che essere per me motivo di grande orgoglio». «La lungimirante visione di Falcone — ha concluso il ministro — ha gettato le basi per questo straordinario risultato: oggi 190 Paesi del mondo hanno unito le forze e combattono insieme, in modo sempre più efficace, le mafie». Perché per combattere le mafie — per dirla come un altro grande magistrato come Gian Carlo Caselli — non basta arrestare la struttura «militare» ma anche le cosiddette «relazioni esterne»: i pezzi collusi di politica, economia e Istituzioni. Combattere davvero la mafia significa intervenire sull’uno e sull’altro versante anche perché le «relazioni esterne» sono la vera spina dorsale e, contemporaneamente, la corazza protettiva dell’organizzazione criminale.

·         Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Tommaso Buscetta spiega “Cosa Nostra”.

Tommaso Buscetta: “Cosa Nostra ha costituzione piramidale. La famiglia mafiosa prendeva il nome dal paese di origine. Tre famiglie contigue formavano il mandamento. I mandamenti formavano la Commissione provinciale o Cupola, i cui rappresentanti formavano la Commissione interprovinciale o Cupola. Di fatto i mafiosi non votavano la DC in quanto tale, ma votavano e facevano votare ogni partito che non fosse il Partito Comunista”. Per questo i comunisti, astiosi e vendicativi, ritengono mafiosi tutti coloro che non sono comunisti o che non votano i comunisti. Tenuto conto che al Sud i moderati hanno maggiore presa, in tutte le loro declinazioni, anche sinistri, ecco la gogna territoriale o familiare o come scrive Paolo Guzzanti: Il teorema della mafiosità ambientale.

L’accanimento prende forma in varie forme:

Il caso del delitto fantastico di “concorso esterno”.

Il Business “sinistro” dei beni sequestrati preventivamente e dei beni confiscati dopo la condanna.

La Mafia delle interdittive prefettizie che alterano la concorrenza.

Lo scioglimento dei Consigli Comunali eletti democraticamente.

Quando la mafia decimò la famiglia di Buscetta. Sara Scarafia su Tribunatreviso.it il 07 febbraio 2010. Vendette e ricatti. Nella lunga storia della malavita organizzata gli ex amici che hanno cominciato a «cantare» sono sempre stati puniti. Il caso più famoso è di certo la vendetta su Tommaso Buscetta. Quando nel 1981 Buscetta lasciò l'Italia e si nascose in Brasile, per la sua famiglia fu come firmare una condanna a morte: undici i parenti uccisi. Il 21 settembre del 1982 sparirono due dei suoi figli, Antonio e Benni, sequestrati, torturati e uccisi perché svelassero il luogo dove si nascondeva. Il 26 e il 29 dicembre dell'82 fu ucciso dentro la sua pizzeria Giuseppe Genova, marito di Felicia, figlia di Buscetta. Il 29 toccò al fratello di Masino, Vincenzo, e al nipote Benedetto, uccisi dentro la vetreria della famiglia. Il 6 luglio del 1984 Buscetta cominciò a raccontare fatti e misfatti di Cosa nostra. Il 7 dicembre fu ucciso anche il cognato Pietro Busetta. E fu una vedetta anche quella che portò all'omicidio, in una sola giornata, della madre, della sorella e della zia del pentito Francesco Marino Mannoia, chimico di fiducia dei corleonesi capace di affinare in una sola giornata chili e chili di brown sugar. I suoi parenti furono uccisi, nel novembre 1989, a due mesi dai primi verbali resi da Mannoia davanti al giudice Giovanni Falcone. Ancora una vendetta dietro l'atroce fine del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, uno degli stragisti rei confessi di Capaci. Il piccolo Di Matteo fu sequestrato a 11 anni in un maneggio alla periferia di Palermo da una squadra di finti poliziotti che - dissero - dovevano accompagnarlo dal padre che già viveva in una località protetta. Il bambino in cambiò almeno sette covi e fu strangolato e sciolto nell'acido nel 1996, il giorno in cui a Giovanni Brusca fu confermato l'ergastolo in Cassazione per l'omicidio dell'ex esattore Ignazio Salvo.

Secondo Buscetta la parola «mafia» è una creazione letteraria. Cosa Nostra. Umberto Santino su centroimpastato.com. Che i mafiosi usino denominare l’associazione segreta di cui fanno parte “Cosa Nostra” è un’acquisizione recente, derivante dalle dichiarazioni di mafiosi collaboratori di giustizia, e in particolare di Tommaso Buscetta. Deponendo davanti a Giovanni Falcone Buscetta così delineava la struttura portante dell’organizzazione: “La creazione “Mafia” è una creazione letteraria, mentre i veri mafiosi sono semplicemente chiamati “uomini d’onore”, ognuno di essi fa parte di una “borgata” (questo nella città di Palermo perché nei piccoli centri l’organizzazione mafiosa prende nome dal centro stesso) ed è membro di una “famiglia”.

In seno alla famiglia vi sono: “il capo”, eletto dagli uomini d’onore. Egli, a sua volta, nomina “il sottocapo”, uno o più consiglieri (se, però, la famiglia è vasta, anche i consiglieri sono eletti, in numero non superiore a tre), e “i capidecina”.

Il capo della famiglia viene chiamato “rappresentante” della famiglia stessa.

Al di sopra delle famiglie e con funzioni di coordinamento, esiste una struttura collegiale, chiamata “commissione”, composta da membri, ciascuno dei quali rappresenta tre famiglie territorialmente contigue.

Trattasi di uno dei capi delle tre famiglie, designato dai capi delle stesse.

I membri dalla commissione, ai miei tempi, duravano nella carica per tre anni, ma non so se tuttora vengono rispettate queste regole.

Attualmente, la profonda degenerazione dei principi ispiratori della mafia, ha portato come conseguenza che queste regole vengono rispettate solo formalmente, perché nella realtà la “commissione” è lo strumento attraverso cui colui o coloro che dominano impongono la loro volontà. Nel suo insieme, questa organizzazione si chiama “Cosa Nostra”, così come negli U.S.A.” (Tribunale di Palermo 1984, pp. 4-5).

Le rivelazioni di Buscetta per un verso costituiscono una sorta di depositum fidei della tradizione di Cosa Nostra, per un altro sono un atto di accusa delle degenerazioni che avrebbero prodotto i corleonesi con la loro inesauribile sete di potere e di sangue. A prescindere dal nome, che costituisce una novità, tutti gli aspetti che concorrono a formare l’immagine compiuta di Cosa Nostra com’è stata ricostruita attraverso le dichiarazioni di vari mafiosi collaboratori di giustizia si ritrovano quasi identici risalendo indietro nel tempo.

La cerimonia iniziatica presenta varianti secondarie (il dito da cui viene fatto sgorgare un po’ di sangue, a volte è il pollice destro, a volte l’indice o il medio di una mano imprecisata, l’indice della destra, un dito qualsiasi, o quello con cui si spara), ma c’è sempre la panciuta, come pure l’immagine sacra che viene bruciata. Anche il giuramento ha qualche variante ma sostanzialmente la formula, quando è riportata, ribadisce l’irrevocabilità del vincolo contratto con il patto di sangue. Così giurano i neofiti della Fratellanza di Girgenti nel 1884: “Giuro sul mio onore di essere fedele alla fratellanza, come la fratellanza è fedele con me, e come si brucia questa santa e questi pochi gocci del mio sangue, così verserò tutto il mio sangue per la fratellanza, e come non può tornare questa cenere nel proprio stato e questo sangue un’altra volta nel proprio stato, così non posso rilasciare la fratellanza”. Così giura il medico Melchiorre Allegra nel 1916: “Giuro di essere fedele ai miei fratelli, di non tradirli mai, di aiutarli sempre, e se così non fosse, io possa bruciare e disperdermi, come si disperde questa immagine che si consuma in cenere”. E questo è sinteticamente il giuramento di Buscetta nel 1948: “Le mie carni devono bruciare come questa “santina” se non manterrò fede al giuramento” (in Gambetta 1992, pp. 367-369).

La cerimonia di iniziazione che prevede alcuni passaggi obbligati (il candidato dev’essere presentato da parte di un membro anziano dell’associazione, al nuovo arrivato vengono rivelate l’esistenza dell’organizzazione e le sue regole, il novizio deve scegliersi un padrino che praticherà il taglietto sul dito, la pronuncia della formula del giuramento) vuole avere la pregnanza simbolica di un battesimo, con precisi riferimenti alla liturgia cattolica, con l’uso di un’immagine sacra, prima cosparsa del sangue sprizzato dal dito del novizio e poi bruciata tra le sue mani. Evidente poi la valenza simbolica del sangue: è una sorta di rinascita rituale, dà vita a una nuova parentela tra i consociati e contiene un preciso riferimento alla punizione che spetta a chi tradisce il patto consociativo (Paoli 2000, p. 81). Dice il “pentito” Antonino Calderone, ricordando la sua cerimonia di iniziazione: “Col sangue si entra e col sangue si esce da Cosa Nostra! Lo vedrete da voi, tra poco, com’è che si entra col sangue. E se uscite, uscite col sangue perché vi ammazzano” (in Arlacchi 1992, pp. 57-58).

Con l’iniziazione il novizio acquista lo status di “uomo d’onore” che dura tutta la vita: l’ammissione a Cosa Nostra “impegna quell’individuo per tutta la vita. Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi” (Falcone e Padovani 1991, p. 97).

L’enfasi posta su questi aspetti sacrali non può far dimenticare che si tratta di una associazione criminale, il cui scopo è la commissione di delitti, dall’estorsione all’omicidio, mentre l’immagine di sé che danno i mafiosi, almeno i vecchi mafiosi, è ben diversa. Dice Buscetta, ricordando quel che dicevano i suoi antichi maestri che lo hanno iniziato ai segreti di Cosa Nostra: “Mi hanno detto che essa era nata per difendere i deboli dai soprusi dei potenti e per affermare i valori dell’amicizia, della famiglia, del rispetto della parola data, della solidarietà e dell’omertà. In una parola, il senso dell’onore” (in Arlacchi 1994, p. 11). Da qui ai Beati Paoli, i mitici vendicatori di torti, il passo è breve. Cosa Nostra sarebbe nata perché mancava la giustizia pubblica, per difendere la Sicilia vessata in mille modi: “Perché noi siciliani ci siamo sentiti trascurati, abbandonati dai governi stranieri e anche da quello di Roma. Cosa Nostra, per questo, faceva la legge nell’isola al posto dello Stato. L’ha fatto in diverse epoche storiche, anche quando non si chiamava Cosa Nostra. Io so che una volta essa si chiamava “I Carbonari”, poi si è chiamata “I Beati Paoli” e solo in un terzo momento “Cosa Nostra”” (ibidem, pp. 15-16).

Siamo nel pieno del mito apologetico, condito di leggende e di stereotipi. Non è da escludere che la nascita delle associazioni mafiose sia stata stimolata da un contesto in cui l’associazionismo segreto era abbastanza diffuso, con la presenza di soggetti come la Carboneria e la Massoneria, e le sollevazioni popolari in Sicilia durante l’Ottocento vedono fianco a fianco vari attori, tra cui le nascenti o già consolidate associazioni mafiose. Come pure le squadre popolari che agiscono nelle rivolte del XVIII e del XIX secolo hanno una doppia anima: uno spirito di ribellione che porterà alla nascita dei movimenti popolari in lotta per il cambiamento e un’esigenza di mobilità sociale che porterà anche all’arruolamento nei gruppi mafiosi (Santino 2000, p. 136). Ma da questo a dire che c’è una linea diretta tra Carbonari e Cosa Nostra, tramite i Beati Paoli, ci corre. Come abbiamo visto un motivo ricorrente è quello dell’onore. In cosa consiste l’onore dei mafiosi? Per Franchetti il mafioso è “un uomo che sa far rispettare i suoi diritti, astrazion fatta dai mezzi che adopera a questo fine” (Franchetti 1993, p. 97) e “il modo più efficace per farsi rispettare in buona parte di Sicilia è l’esser in fama di aver commesso qualche omicidio” (ibidem, p. 36).

Più recentemente Vincenzo Marsala, figlio del capomafia di Vicari in provincia di Palermo, ha dichiarato che “il prestigio all’interno della famiglia si raggiunge soprattutto con la consumazione di omicidi, nel senso che questo è il banco di prova nel quale si dimostra la valentia dell’uomo d’onore. In tal caso si dice che trattasi di una persona che “vale”. E più importante è l’omicidio che viene commesso, più si innalza il prestigio del mafioso” (in Paoli, 2000, p. 91).

L’abilità nell’uso della violenza ha un ruolo decisivo nello status di “uomo d’onore”. Che poi nel codice onorifico mafioso abbiano un peso altri fattori, per esempio la capacità di preservare la verginità e la castità delle donne, questo più che essere una specificità dell’organizzazione mafiosa rientra nel codice comportamentale su cui si fonda la società agro-pastorale mediterranea (Schneider 1987).

C’è da chiedersi come e perché questi “valori” entrino a far parte del bagaglio del mafioso. Si potrebbe rispondere che i membri dell’associazione criminale per coprire i loro misfatti introiettano, o manipolano, regole comportamentali delle società in cui agiscono, al solo scopo di darsi un’immagine di rispettabilità. Ma una spiegazione in termini solo utilitaristici e strumentali è insoddisfacente non tenendo conto che si è formato un codice culturale mafioso, in cui convivono aspetti diversi e contraddittori. Buscetta è stato discriminato per le sue frequentazioni femminili ed esempi recenti dimostrano che ci sono ancora mafiosi che hanno dell’onore una concezione del tipo di quella descritta precedentemente, intesa all’osservanza della morale sessuale delle donne. Nel gennaio del 2003 l’anziano capomafia dell’Acquasanta di Palermo Antonino Pipitone è stato accusato, in seguito alla rivelazioni di alcuni “pentiti”, di aver fatto uccidere nel 1983 la figlia Rosalia per punirla di una relazione extraconiugale, fingendo che si trattasse di una rapina. Questa visione legata alla tradizione etica cristiano-cattolica in materia di comportamenti sessuali convive con una pratica che considera l’omicidio un diritto-dovere dell’affiliato e ne fa il pilastro portante del codice onorifico. E va sottolineato che l’omicidio è sempre in agguato, anche quando si tratta di uccidere donne o bambini.

Dal questore Sangiorgi a Cosa Nostra. Anche l’esistenza della struttura organizzativa risalirebbe lontano nel tempo. Scriveva nel novembre del 1898 il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi: “L’agro palermitano di cui particolarmente mi occupo con la presente relazione, è purtroppo funestato, come altre parti di questa e delle finitime provincie, da una vasta associazione di malfattori, organizzati in sezioni, divisi in gruppi: ogni gruppo è regolato da un capo, che chiamasi capo-rione, e, secondo il numero dei componenti e la estensione territoriale, su cui debba svolgersi la propria azione, a questo capo-rione viene aggiunto un sottocapo, incaricato di sostituirlo nei casi di assenza o di altro impedimento. E a questa compagnia di malviventi è preposto un capo supremo. La scelta dei capi-rione è fatta dagli affiliati, quella del capo supremo, dai capi-rione riuniti in assemblea, riunioni che sono ordinariamente tenute in campagna. Scopo dell’associazione è quello di prepotere, e quindi di imporre ai proprietari dei fondi, i castaldi, i guardiani, la mano d’opera, le gabelle, i prezzi per la vendita degli agrumi e degli altri prodotti del suolo” (Sangiorgi 1898, pp. 9-10).

L’associazione era divisa in otto gruppi insediati nelle borgate a ovest della città: Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza. Le altre cosche disseminate dalla zona sud-est fino al mare (Pagliarelli, S. Maria di Gesù, Ciaculli, Villabate) non pare facessero parte del coordinamento, come pure non sembra sufficientemente documentata l’estensione dell’associazione su scala provinciale (Lupo 1988, pp. 466-467).

La tesi di Sangiorgi era decisamente controcorrente. Se si toglie un testo di Augusto Schneegans, console dell’impero tedesco in Sicilia, che nel 1890 pubblica un libro in cui sostiene che la mafia è una “società segreta”, “uno Stato nello Stato” (Schneegans 1890, 1990), la convinzione più diffusa era che possono esserci cosche, sodalizi criminali in vari luoghi, ma non ci sono né “regole fisse” né “gerarchia prestabilita” (Alongi 1977, p. 49).

La visione della mafia delineata nei rapporti del questore palermitano, che però non ha retto al vaglio giudiziario (il processo del 1901 si concluse con molte assoluzioni e lievi condanne), è la più vicina a quella ricostruita attraverso le dichiarazioni dei pentiti dagli anni ’80 in poi. Come abbiamo visto nella mafia palermitana degli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi del Novecento le cariche sono elettive e questa tradizione avrebbe resistito al passare degli anni e sarebbe stata archiviata dall’avvento al potere dei corleonesi.

“La mafia è un organismo democratico, uno dei più importanti organismi democratici” dichiara il “pentito” Leonardo Messina che esalta il ruolo della famiglia mafiosa e ridimensiona il ruolo del capo: “Il capo viene eletto dalla base e non è vero che abbia un’immagine così rilevante: l’epicentro di tutto è la famiglia, il capo ne è solo il rappresentante. E’ sempre la famiglia che decide, il capo viene votato dalla base, dagli uomini d’onore” (in Paoli 2000, p. 43) ed elettivi sono pure i membri della commissione provinciale. Ci troveremmo di fronte a una struttura fondata sulla democrazia diretta, in cui almeno sulla carta preoccupazione costante sarebbe stata quella di evitare la concentrazione dei poteri. Fino agli anni ’50 del XX secolo il coordinamento tra i gruppi della provincia di Palermo sarebbe stato assicurato da rapporti informali e solo nel 1957 si sarebbe istituzionalizzata la cosiddetta “commissione provinciale”. Buscetta riferisce che sarebbe stato il boss siculo-americano Joe Bonanno a suggerire di creare un organo di coordinamento simile a quello adottato da La Cosa Nostra americana negli anni ’30, come strumento di moderazione e di pace interna (in Arlacchi 1994, pp. 65-66). Rispetto alla proposta di Bonanno furono apportati dei cambiamenti: invece di una sola commissione come negli Stati Uniti, furono costituite più commissioni, una per ogni provincia in cui era presente Cosa Nostra e venne costituita una struttura intermedia, il mandamento, una circoscrizione che comprendeva il territorio di tre famiglie contigue, con un capo che, almeno fino a un certo punto, non fosse capo di una delle famiglie, per evitare che favorisse la famiglia di appartenenza. Sempre a dire di Buscetta, alla commissione di Palermo si decise di nominare semplici “soldati” e non capifamiglia o consiglieri: “Volevamo evitare che troppo potere si concentrasse nelle mani delle stesse persone. Consideravamo inoltre il fatto che la distanza tra un uomo d’onore soldato e uno consigliere, rappresentante o vicerappresentante, in Sicilia non era mai stata molto grande. Appartenere a Cosa Nostra implicava l’essere uomini d’onore: questa era la base di tutto. Si potevano poi inventare gerarchie, cariche, commissioni, ma all’interno di una famiglia si respirava un’aria di uguaglianza perché tutti sentivamo di far parte di una élite molto speciale” (ibidem, pp. 69-70). La proposta non piace a tutti e si arriva a un compromesso; della commissione palermitana faranno parte dodici soldati e quattro capifamiglia (ibidem, p. 71).

Solo a metà degli anni ’70 si sarebbe formata una “commissione interprovinciale” formata dai rappresentanti di sei provincie, ad esclusione di Messina, Siracusa e Ragusa, dove non c’erano uomini di Cosa Nostra. Anche qui, nel progetto originario presentato dal capomafia di Catania Pippo Calderone, si voleva evitare la concentrazione dei poteri, con un caporegione, chiamato segretario, che doveva essere, solo un primus inter pares. L’irruzione dei corleonesi, ben presto sboccata nella guerra aperta, avrebbe travolto questi principi e imposto un regime dittatoriale, monocratico, a una sorta di repubblica confederale fondata sull’uguaglianza dei membri e sulla rappresentanza democratica. In effetti con la guerra di mafia dei primi anni ’80 la vecchia commissione viene decimata e si forma un nuovo organismo composto da rappresentanti schierati con i vincitori. La dittatura dei corleonesi tiene in piedi l’organismo collegiale ma esso è totalmente egemonizzato da Riina e dai suoi alleati. Già prima dell’esplosione della guerra di mafia, la struttura di Cosa Nostra aveva subìto delle modifiche in gran parte legate alla gestione del traffico di stupefacenti: la divisione in famiglie non operava più, ognuno poteva associarsi con chi voleva e si rendeva necessario il ricorso ad esterni. A dire di Buscetta, il denaro avrebbe corrotto tutto e tutti e i principi ispiratori di Cosa Nostra sarebbero stati travolti. Se la radice di questa “degenerazione” va ricercata nel traffico di droga, addossare le responsabilità ai corleonesi non corrisponde alla realtà, dato che essi avevano un ruolo secondario rispetto ai Bontate e ai Badalamenti. Quest’ultimo mantiene il suo ruolo anche dopo essere stato “posato”, cioè espulso dall’organizzazione (Santino 1992, p. 122).

I corleonesi più che di un processo di modernizzazione, per adeguare l’organizzazione ai nuovi compiti criminali, sono portatori di un surplus di violenza che all’interno mira all’occupazione delle posizioni di potere mentre all’esterno vuole abbattere gli ostacoli che il processo di espansione delle attività incontra e condizionare le dinamiche socio-politiche. Il ricorso massiccio alla violenza e i più eclatanti delitti esterni (dall’assassinio di Dalla Chiesa alle stragi del ’92 e del ’93) produrranno effetti boomerang, innescando la reazione delle istituzioni che infliggerà gravi colpi all’organizzazione Cosa Nostra, con l’arresto e la condanna di centinaia di affiliati.

Il segreto: confidenti e collaboratori. Cosa Nostra è un’associazione segreta e i suoi affiliati sono tenuti a rispettare la legge del silenzio (omertà) ma negli ultimi vent’anni l’omertà è stata platealmente violata da centinaia di mafiosi collaboratori di giustizia. Negli anni ’80 ha cominciato ad assumere sempre maggiore consistenza il fenomeno del pentitismo: i primi collaboratori della giustizia sono stati soggetti esterni a Cosa Nostra, legati soprattutto al traffico di droghe, poi con Buscetta e Contorno si è aperta la stagione dei capi e gregari che facevano ricorso alla giustizia rivelando i segreti dell’organizzazione. Più che di un vero e proprio pentimento, fondato su ragioni etiche (il caso di Leonardo Vitale, che nel 1973 si presentò spontaneamente alla squadra mobile di Palermo per fare una serie di rivelazioni e doveva finire rinchiuso in manicomio criminale e cadere ucciso nel dicembre del 1984, rimane almeno per lungo tempo un caso unico), si è trattato di una crisi della cultura mafiosa indotta dallo straripare della violenza interna. La collaborazione con la giustizia nei termini in cui si è configurata negli ultimi decenni è una novità ma in passato non era rara la pratica di passare informazioni confidenziali alla polizia. Spesso ci troviamo di fronte a rapporti così circostanziati (è il caso dei rapporti del questore Sangiorgi) che non possono non farci pensare all’uso di indicazioni provenienti dall’interno del mondo mafioso. Solo che, a differenza di quanto è avvenuto con le dichiarazioni dei collaboratori, le fonti confidenziali non potevano essere citate in dibattimento e ciò spiega il fallimento di inchieste antiche e recenti. Per fare fronte all’emorragia dei “pentiti” Cosa Nostra ha fatto ricorso per lunghi anni alla violenza, colpendo parenti esterni al mondo mafioso; più recentemente si è avviata una pratica di recupero all’interno di un mutamento strategico fondato sull’attenuazione della violenza.

Il quadro attuale. Per la mafia degli ultimi anni si parla di mafia “sommersa” o “invisibile”, la cui caratteristica più evidente è la rinuncia ai delitti eclatanti. La struttura organizzativa ha subìto una significativa torsione per ammortizzare i colpi ricevuti, procedere alle sostituzioni con la cautela necessaria per evitare defezioni e mantenere un alto livello di segretezza. Il capo dei capi sarebbe Bernardo Provenzano, la cui latitanza ha superato i quarant’anni, che sarebbe affiancato da un direttorio ristretto. Provenzano mirerebbe a una pacificazione tra l’ala “stragista” e quella “moderata” e a una ricostruzione della struttura organizzativa attraverso un reclutamento più rigoroso, limitato a soggetti appartenenti a famiglie di tradizione mafiosa, e una rigida compartimentazione. La strategia di rilancio fa perno sul controllo del territorio, con il ricorso massiccio al prelievo estorsivo riducendo l’ammontare delle somme richieste (pagare meno, pagare tutti). Nel frattempo i capi detenuti hanno più volte fatto sentire la loro voce ricorrendo anche a forme inedite. Nel marzo 2002 il boss Pietro Aglieri indirizza una lettera al procuratore generale antimafia e al procuratore di Palermo, di cui la stampa ha pubblicato ampi stralci, in cui esclude che possano essere “strade percorribili” la collaborazione e la dissociazione e propone l’apertura di un “confronto aperto e leale” con lo Stato per “trovare soluzioni intelligenti e concrete che producano veramente dei frutti positivi” (la Repubblica 18.04.2002; Dino 2002, p. 281). Nel luglio dello stesso anno Leoluca Bagarella durante un’udienza legge una “petizione” a nome anche di altri detenuti in cui dichiarano di essere “stanchi di essere strumentalizzati… dalle varie forze politiche” e di avere iniziato una “protesta civile e pacifica” contro le proroghe del 41 bis. Seguono due lettere di detenuti sottoposti al carcere duro, tra cui il capomafia Giuseppe Graviano, in cui si dichiara che dalla protesta “pacifica e civile” dello sciopero della fame, se non sarà abolito il 41 bis, passeranno “a forme più drastiche”. Accusano gli “avvocati meridionali” eletti al Parlamento che prima deprecavano il 41 bis ma ora non dicono una parola contro di esso. Il 22 dicembre allo stadio di Palermo compare uno striscione con la scritta: “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia” (Narcomafie 2002, 2003). Con la legge 23 dicembre 2002, n. 279 il 41 bis è entrato definitivamente nel nostro ordinamento e i mafiosi detenuti non ci stanno a rassegnarsi al carcere a vita e alle restrizioni del carcere duro, richiamano esplicitamente o implicitamente patti non onorati e promesse non mantenute (dall’abolizione dell’ergastolo alla revisione dei processi) ma le minacce non hanno avuto seguito. Un decennio di pax mafiosa non vuol dire che Cosa Nostra abbia deposto definitivamente le armi. I segnali inviati dagli stragisti detenuti potrebbero essere le avvisaglie di una ripresa della conflittualità interna e di una nuova offensiva rivolta contro uomini delle istituzioni.Da “Narcomafie, n. 3 , marzo 2004, Dizionario di mafia e di antimafia.

Mafia, una Cupola collegiale e il divieto di tradire la moglie: così dopo Riina Cosa nostra è tornata alle vecchie regole. Le affiliazioni ma anche la "Cosa scritta", cioè la verbalizzazione delle norme da seguire: compreso il divieto di adulterio. È una piovra che cerca di tornare ai precetti di un tempo quella che emerge dall'ultima operazione della procura di Palermo. Vecchi comandamenti per cercare di riportare in auge Cosa nostra, che gli investigatori considerano oggi in una “situazione di crisi” ma con una capacità di “adottare strategie sempre più sofisticate di riorganizzazione". E che dopo la morte di Riina è tornata a dotarsi di una commissione provinciale: un organo centrale con funzioni di direzione dei vari clan. Giuseppe Pipitone su Il Fatto Quotidiano il 4 dicembre 2018.

Non solo una nuova commissione con un nuovo capo dei capi. Ma anche una “cosa scritta”, cioè la verbalizzazione delle vecchie regole dell’onorata società che boss e gregari sono tenuti di nuovo a rispettare. Compreso uno dei precetti più antichi: un uomo d’onore non può avere relazioni extraconiugali, altrimenti è fuori dall’organizzazione. Una regola che in passato aveva bloccato la carriera criminale di Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi e dalle mille avventure sentimentali. È una mafia che cerca di tornare alle regole di un tempo quella che emerge dall’ultima operazione della procura di Palermo. Vecchi comandamenti per cercare di riportare in auge la prima piovra, che gli investigatori considerano oggi in una “situazione di crisi” ma con una capacità di “adottare strategie sempre più sofisticate di riorganizzazione volte a superare l’attuale difficile momento storico per potersi poi ripresentare con rinnovata potenza e capacità di inquinare l’ordine sociale”.

“Vitale necessità di trovare unione” – È per questo motivo che Cosa nostra aveva la “vitale necessità di trovare unione e rappresentatività comune sul territorio”. Probabilmente la scoperta più importante che ha fatto l’ufficio inquirente guidato dal procuratore Francesco Lo Voi. I carabinieri hanno ricostruito estorsioni, il sempre di moda spaccio di stupefacenti, la gestione del territorio e persino un omicidio mancato: quello di un malavitoso che infastidiva commercianti protetti dai boss di Villabate. Resta avvolto nel mistero, invece, l’assassinio di Giuseppe Dainotti, abbattuto il 22 maggio del 2017 mentre andava in bicicletta dopo più di vent’anni di galera. Un omicidio che i boss considerano tra le “cose che fanno solo male”.

L’organismo collegiale dopo la morte di Riina – Ma soprattutto gli uomini del colonnello Antonio Di Stasio hanno documentato quello che investigatori di ogni livello sospettavano da mesi: Cosa nostra ha riunito la sua Cupola e si è data un nuovo capo dei capi. Ci provava dal 2008 visto che quello in carica era recluso al 41 bis da venticinque anni. C’è riuscita soltanto sei mesi dopo la morte di Totò Riina, il dittatore che aveva accentrato su di sé ogni decisione fino alle stragi degli anni Novanta. Sarà anche per questo motivo che la nuova commissione è tornata a essere un “organismo collegiale” e democratico, con i mandamenti del capoluogo siciliano che tornano ad essere centrali, a differenza della lunga stagione dei corleonesi. Non è un caso, quindi, che nella nuova Cupola non ci sia posto per Matteo Messina Denaro, indicato come l’erede di Riina ma essendo di Castelvetrano – oltre che latitante dal 1993 – escluso dalla nuova catena di comando.

La commissione si riunisce all’ora di pranzo –  È il 29 maggio del 2018 e all’ora di pranzo in un posto rimasto segreto la piovra riunisce la nuova commissione dei capi mandamento. A presiederla è quello che viene indicato come il nuovo capo dei capi: si chiama Settimo Mineo, ed è un ottantenne già condannato al Maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il suo nome era contenuto persino nelle dichiarazioni di Buscetta: il nuovo capo dei capi, dunque, non è un volto nuovo di Cosa nostra. Tutt’altro: è il più anziano e autorevole dei mafiosi in circolazione. Non usa telefoni cellulari, va in giro soprattutto a piedi, ed è uno che ai comandamenti della mafia di un tempo ci tiene. Compreso il rituale di affiliazione dei nuovi boss, che ancora oggi si compie con testimoni, “puncitine” e immagini sacre bruciate. E infatti durante la riunione prende “la parola” per chiedere “a tutti gli intervenuti il rispetto delle regole spiegandone i contenuti e le modalità di esecuzione”. Primo precetto: “I contatti intermandamentali dovevano essere mantenuti esclusivamente dai reggenti dei mandamenti (“referenti”) per cui, in caso di problematiche sorte all’interno di un mandamento, non potevano in alcun modo intervenire uomini d’onore appartenenti ad altro mandamento”. Insomma: nessuno potrà fare più di testa sua. Ogni interlocuzione tra i vari clan va tenuta soltanto tra i rispettivi vertici.

“La prima regola: non parlare a casa degli altri” – “È una regola proprio la prima! Nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri… siccome c’è un referente”, dice intercettato Francesco Colletti, il reggente del mandamento di Villabate. È grazie alle sue parole se gli investigatori hanno saputo dell’ultimo summit. Anche se sono tornati alle regole di un tempo, infatti, i padrini vivono comunque la modernità. E cercano di evitare di farsi incastrare, cambiando automobili, affidando i telefoni cellulari ad altre persone mentre si recano al vertice. È per questo motivo che il luogo della riunione della commissione è rimasto sconosciuto agli investigatori. A svelare cosa è successo a quel summit, però, è lo stesso Colletti mentre parla con il suo autista Filippo Cusimano a bordo della sua automobile. “Si è fatta comunque una bella cosa.. per me è una bella cosa questa.. molto seria… molto…con bella gente.. bella! Grande! Gente di paese.. gente vecchi gente di ovunque”, dice intercettato, poche ore dopo il vertice. Era stato sempre il reggente di Villabate che già nei mesi precedenti aveva attirato l’attenzione degli investigatori su Mineo: “Lo fecero capo mandamento a Settimo, lo hanno fatto capo mandamento”, dice senza specificare se il gioielliere ottantenne fosse stato votato democraticamente dagli altri boss come avveniva un tempo, o se invece sia stato individuato senza alcuna votazione.

Niente adulterio. “Ma non è che uno non può scopare” – È sempre Colletti che l’11 ottobre redarguisce il suo autista, ricordandogli le “nuove vecchie regole” di Cosa nostra: “C’è un … una cosa scritta che ti farò leggere … ma tutti quanti.. la prima di tutti c’è scritto questo… c’è scritto che non ne puoi avere ingazzamenti (relazioni extraconiugali ndr) proprio è chiaro mettere fuori a chiunque con.. tutti sti discorsi capito?”. Tradotto: un uomo d’onore non può avere altre donne se non la sua legittima moglie. Ovviamente, però, non è proibito il tradimento tout court: è l’apparenza quella che conta. “ No – continua Colletti – non è che la c’è scritto che uno non può scopare (ride ndr), non si deve fare sapere . Però una cosa è una relazione una cosa è minchia ‘me ne sono andato alla fiera e mi sono tignato tre femmine tutte in una sera‘, questo lo sappiamo noialtri, ci siamo? Sono cose diverse, chi non ha peccato scagli la prima pietra…giusto è”.

Un summit riservato ai pezzi da novanta – A quel summit presieduto da Mineo si sarebbero seduti Gregorio Di Giovanni, il “Reuccio” di Porta nuova, Filippo Bisconti , reggente del mandamento di Misilmeri/Belmonte Mezzagno, più un’altra decina di boss. Solo i più importanti, però. A spiegarlo è lo stesso Colletti che racconta come altri padrini, “sebbene ricoprissero ruoli apicali nelle rispettive articolazioni mafiose, non ricoprivano la carica necessaria per poter partecipare alla riunione che era riservata esclusivamente ai diversi reggenti o rappresentanti dei mandamenti”. Era il caso di Salvatore Pispicia, uomo di punta del clan di Porta Nuova e cugino di Gregorio Di Giovanni, Franco Caponnetto di Villabate, Giovanni Sirchia di Passo di Rigano, presente fisicamente all’incontro ma costretto a rimanere fuori dal locale non essendo in possesso dei gradi necessari. Franco Picone, uomo d’onore della Noce, che però essendo un mandamento senza reggente, alla riunione era stata rappresentata da un “consigliere”. Seduti a discutere del futuro di Cosa nostra c’erano anche altri padrini: “Gente di paese, gente vecchi, gente di ovunque”.

Ritorno all’hotel delle Palme – Parole che per i magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Salvo De Luca sono più di una prova. Quel summit del 29 maggio era “un incontro formale finalizzato a costituire un organo centrale con funzioni di direzione sulle attività criminali di rilievo intermandamentale, avente capacità di dirimere i contrasti tra i componenti delle varie articolazioni, potestà sanzionatoria, nonché l’autorità per scegliere i vertici delle famiglie mafiose, come a suo tempo riferito da Tommaso Buscetta nelle sue dichiarazioni”. Don Masino aveva fatto risalire l’origine del vertice codificato della piovra al summit del Grand Hotel delle Palme di Palermo, quando nel 1957 nella hall del lussuoso albergo i padrini siciliani incontrarono i gangster americani, tornati a casa per provare a fare evolvere gli antiquati cugini. Gli americani suggerirono ai siciliani anche il nome da dare all’organizzazione: Lcn, acronimo di “La Cosa nostra”. Dopo due guerre di mafia, la mattanza dei corleonesi, le stragi e più di mezzo secolo di terrore, i padrini provano a ripartire da lì.

IL DOCUMENTO. Ecco il decalogo del perfetto mafioso. La Repubblica (7 novembre 2007). PALERMO - Il decalogo del "perfetto mafioso", ritrovato tra i documenti sequestrati al boss Salvatore Lo Piccolo, è scritto a macchina in caratteri tutti maiuscoli e ha addirittura un titolo che ricorda la Costituzione: "Diritti e doveri". Seguono i dieci comandamenti che il soldato di Cosa nostra non può mai trasgredire.

Il primo comandamento recita testualmente: "Non ci si può presentare da soli ad un altro amico nostro, se non è un terzo a farlo".

Il secondo: "Non si guardano mogli di amici nostri".

Il terzo: "Non si fanno comparati con gli sbirri".

Quarto comandamento: "Non si frequentano né taverne e né circoli".

Quinto: "Si ha il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a cosa nostra. Anche se c'è la moglie che sta per partorire".

Sesto: "Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti".

Settimo: "Si deve portare rispetto alla moglie".

Ottavo: "Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità".

Nono: "Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie".

Il decimo comandamento è il più articolato e fornisce indicazioni precise sulle affiliazioni, ovvero su "chi non può entrare a far parte di cosa nostra". L'organizzazione pone un veto su "chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine", su "chi ha tradimenti sentimentali in famiglia", e infine su "chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali".

Con i fogli del decalogo, gli investigatori hanno sequestrato un'immaginetta sacra con la formula rituale di affiliazione: "Giuro di essere fedele a cosa nostra. Se dovessi tradire le mie carni devono bruciare come brucia questa immagine". 

ECCO I COMANDAMENTI DELLA MAFIA. Giuseppe Cerasa e Franco Recanate il 2 ottobre 1984 su La Repubblica. Qualcuno ha già inventato un colorito sillogismo: lupara d' inchiostro. Per dire che Tommaso Buscetta adopera la penna e le parole per sbarazzarsi dei suoi nemici. Chi? I corleonesi, soprattutto: Luciano Liggio, Toto Riina, Bernardo Provenzano. Una bella fetta di mafia indicata dal boss palermitano quale scellerata responsabile di feroci delitti. Sulle confessioni di don Masino erano usciti in mattinata da un eccitato Palazzo di Giustizia nuovi particolari. Per esempio, egli avrebbe detto che fra i 366 mandati di cattura "non ci sono quelli che realmente contano". Aggiungendo: "Adesso tocca a loro, a quelli che fanno veramente male, a quelli che hanno tradito cosa nostra". Al gradino superiore, insomma, al "terzo livello". Chi? Politici, industriali, gente che da anni nutre e si nutre della mafia. Gli inquirenti affermano che Buscetta abbia fatto i nomi delle "eccellenze", ma c' è chi come il consigliere istruttore Antonio Caponnetto confida: "Le sue rivelazioni ci hanno fornito elementi per individuare gli anelli fra il secondo ed il terzo livello". Uno di questi anelli si chiama Ciancimino? E' probabile, così come appare certo che l' ex sindaco democristiano non sia il solo elemento di raccordo di quella perversa catena che lega mafia, politica e imprenditoria. Dopo il blitz di San Michele, la magistratura procede con grande celerità. I giudici parlano di "corsa contro il tempo", intendendo di voler arrivare alle prime conclusioni entro il 2 febbraio, giorno in cui scatterà la legge sulla carcerazione preventiva. Per alcuni dei 366 infatti a quella data scadrebbero i termini di carcerazione "e una volta usciti da galera prenderebbero sicuramente il volo". Un' equipe di cinque giudici istruttori e cinque sostituti procuratori procede a ritmo serrato agli interrogatori. Intanto si delinea la possibilità che i più clamorosi fatti di mafia degli ultimi 15 anni vengano unificati in un solo maxi-processo. Il tutto prende le mosse da due mesi di interrogatori cui Buscetta si è volontariamente sottoposto. Una lunga confessione-analisi degli ultimi quindici anni della storia mafiosa e anche di più, ricca di particolari inediti e di precisazioni che hanno squarciato il velo su numerosi aspetti della geografia e della genealogia delle cosche, degli obiettivi e dei delitti, con tanto di esecutori e di responsabili. Ecco in una sintesi della motivazione per i 366 mandati di cattura, che cosa ha detto e che cosa ha permesso di accertare Tommaso Buscetta.

LA STRUTTURA DI MAFIA - Secondo le dichiarazioni di Buscetta anche la mafia siciliana viene denominata Cosa nostra. Essa si articola in una struttura sostanzialmente unitaria e organizzata piramidalmente. Alla base dell' organizzazione vi è la "famiglia", rigidamente ancorata al territorio, in cui si distinguono gli "uomini d' onore", i "soldati", i "capi decina" e infine il "capo-famiglia" o "rappresentante" che si avvale di un vice o di uno o più consiglieri. Al disopra delle famiglie vi è la "commissione" o "cupola" composta dai "capi mandamento", cioè i rappresentanti di più "famiglie" contigue, e presieduta da un "capo commissione" che originariamente era denominato "segretario". A quanto dice Buscetta, in ogni provincia della Sicilia, ad eccezione di Messina e Siracusa, esiste un' organizzazione mafiosa strutturata in questo modo. Successivamente, ma già da diversi anni, sopra la commissione c' è stata una "supercommissione interprovinciale" composta dai capi delle commissioni provinciali. Un organismo segretissimo, di cui Buscetta non ha mai fatto parte, che si occupa degli affari più grossi riguardanti più province. Per esempio, un imprenditore catanese che volesse svolgere la sua attività a Palermo dovrebbe chiedere il placet della "interprovinciale". A questo proposito non si può evitare l' accostamento con quanto disse e scrisse Dalla Chiesa circa la marcia sul capoluogo degli imprenditori catanesi.

LE REGOLE - Si diventa "uomo d' onore" solo dopo aver offerto prove inconfutabili di fedeltà e avere prestato giuramento. Successivamente si può avere accesso ai fasti dell' organizzazione. Non ai principali e più delicati segreti, però, che possono essere conosciuti soltanto da chi ha un grado adeguato all' interno di "Cosa nostra". Un "uomo d' onore" è tenuto ad eseguire senza mai chiedere spiegazioni e limitarsi a prendere atto di quanto gli viene riferito. Vige, tra gli uomini d' onore, l' obbligo di dire la verità: per chi trasgredisce ci sono pene severissime, fino alla condanna a morte. La detenzione in carcere non produce nè perdita nè allontanamento del vincolo. Quando un detenuto è capofamiglia, questa passa alla direzione del vice. Nessun omicidio può essere commesso senza l' assenso del "rappresentante" della famiglia nel cui territorio deve essere eseguito il crimine. I fatti di sangue più gravi esulano dalla competenza dei capi-famiglia, ma vengono decisi dall' intera commissione che ne affida l' esecuzione ad "uomini d' onore" scelti fra le varie famiglie, senza che sia necessario neanche informarne i rispettivi capi. E' questo un meccanismo che ha provocato più di un dissidio, probabilmente anche la sanguinosa lotta di mafia fra agli anni 1981 e 1983. Occorre chiedersi a questo punto: come mai Buscetta aveva il semplice grado di "soldato" della famiglia di Portanuova? Per una questione... morale. Il boss non ha fatto carriera, pur essendo una persona di eccezionale prestigio nell' ambito di Cosa Nostra poichè le sue vicende sentimentali (divorziato sposò un' altra donna) non erano dai suoi capi ritenute degne di un "uomo d' onore".

MAFIA E CAMORRA - I fratelli Nuvoletta, Antonio Bardellino, Michele Zaza e il suo vice Nunzio Barbarossa appaiono non tanto come camorristi ma regolarmente affiliati a Cosa Nostra. Inizialmente, spiega Buscetta, i rapporti tra questi delinquenti e la mafia erano esclusivamente di affari (contrabbando di tabacchi); in seguito, però, i loro legami con Pippo Calò, con i corleonesi (Liggio e Riina) e con i Greco di Ciaculli sono diventati così intensi che anche i napoletani, unico esempio finora noto, sono diventati a pieno titolo membri di "Cosa Nostra" di Palermo. Ciò offre la certezza dei collegamenti fra le due organizzazioni a delinquere e la rivelazione che i rapporti fra di esse sono più intensi e più stretti di quanto si supponesse.

LA STRAGE DI CIACULLI - Buscetta ha squarciato un velo anche sulle grandi guerre di mafia. La prima è avvenuta nel 1963. Allora, egli racconta, a comandare la "commissione" di Cosa Nostra era Salvatore Greco, detto Cicchiteddu, con il grado di "segretario". Al numero due della gerarchia ("capo mandamento") c' era Antonino Matranga, boss di Resuttana. Salvatore La Barbera era soltanto al numero 6. Mancavano completamente dall' organico i corleonesi e infatti all' epoca i rapporti fra Greco e Liggio erano pessimi. I corleonesi avrebbero sicuramente sferrato un attacco sanguinoso ai Greco, se a precederli non fosse stato La Barbera. O meglio, il crescente potere che la famiglia La Barbera andava acquisendo. Nel dissidio fra il boss della Palermo centro e la "commissione" si intrufolarono in molti, compiendo delitti e addossandone a La Barbera l' esecuzione. Fino alle autovetture piene di esplosivo di spicco di Cosa Nostra, fino alla strage di Ciaculli, regno dei Greco. Lo scontro sanguinoso e l' attività della polizia determinarono fughe precipitose e lo scioglimento di Cosa Nostra per sei anni, cioè fino al 1969 quando i grandi processi di mafia si esaurirono con la conseguente restituzione alla libertà di molti mafiosi. Emergono dalle confessioni di Buscetta responsabilità gravissime a carico di due personaggi finora rimasti abilmente nell' ombra, quali Pippo Calò e Antonio Salomone, autori si numerosissimi delitti anche a carico di persone tuttora in vita. L' organizzazione si ricomponeva nel 1970 dopo l' uccisione di Michele Cavataio (ritenuto fra i principali colpevoli della carneficina del ' 63, la strage di via Lazio). La direzione cadeva nelle mani di un triumvirato composto da Riina (ecco comparire i corleonesi: Riina verrà poi accusato, con altri, del delitto Dalla Chiesa), Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti. Sotto questa nuova "gestione", il 5 maggio del 1971 avviene il primo grande delitto di mafia (se si eccettua la scomparsa del giornalista De Mauro, il quale - secondo Buscetta - non venne assassinato dalla mafia), con l' uccisione di Pietro Scaglione, definito dall' ex boss palermitano "magistrato integerrimo e persecutore della mafia". Voluto dai corleonesi l' omicidio fu eseguito nel territorio di Porta Nuova (lo stesso dove viveva Buscetta), della cui famiglia già da allora era capo Pippo Calò. E' evidente, dunque, quanto antichi e radicati siano i rapporti di colleganza fra i Calò e i corleonesi. Di organigrammi più recenti parla ancora Buscetta, spiegando l' evolversi della gerarchia mafiosa. Dopo il triumvirato a capo della "commissione" balza Gaetano Badalamenti con Luciano Liggio "capo mandamento". All' arresto di Liggio (16 maggio ' 74) il suo posto viene preso da Salvatore Riina o da Bernardo Provenzano (8uscetta non ricorda bene). Nel ' 78 troviamo al vertice della piramide un altro Greco, Michele, detto "il papa" e nell' 80 prende posto nella "commissione" un altro Greco, Pino, quale capo della famiglia di Ciaculli. Più in là, Buscetta non va. E' l' epoca in cui viene messo agli arresti. Sarà incarcerato a Torino, poi fuggirà approfittando della semilibertà.

GLI OMICIDI - Il primo attrito tra Bontade e Badalamenti da una parte e i corleonesi dall' altra arriva con l' omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo (20 agosto 1977). La frattura d' allarga col delitto Reina, il segretario provinciale della Democrazia cristiana assassinato nel marzo del 1978. Comincia così a scricchilare la solidità e la compattezza della "commissione". I corleonesi tendono ad emarginare sempre più Stefano Bontade, Salvatore Inzerillo e Rosario Riccobono. I tre boss non vengono nemmeno avvertiti dell' esecuzione dell' esponente politico, pagando così il prezzo di un loro progressivo isolamento. L' offesa più cocente Salvatore Inzerillo la subisce con l' omicidio di Giuseppe Di Cristina, boss di Riesi, ucciso perchè ritenuto "troppo moderato". Non solo Inzerillo viene tenuto all' oscuro dell' operazione, ma l' esecuzione avviene dentro i confini del suo territorio, indirizzando così i sospetti della polizia proprio sull' inconsapevole "don Totuccio". La stessa regola vale per i successivi delitti compiuti all' insaputa dei tre boss ormai in disgrazia. In particolare per l' omicidio di Piersanti Mattarella, ex presidente della Regione, di Boris Giuliano, capo della Mobile e di Cesare Terranova, magistrato. Secondo il racconto di Buscetta i corleonesi ormai padroneggiano su tutto il campo tanto da pretendere l' eliminazione di due personaggi scomodi come i capitani Emanuele Basile (ucciso il 4 maggio 1980) e Mario D' Aleo (assassinato il 13 giugno 1983) comandanti della compagnia dei carabinieri di Monreale definita "un vero avamposto della lotta contro la mafia". Inzerillo cerca la riscossa e si vendica a sua volta decretando l' assassinio di Gaetano Costa, il procuratore della Repubblica che aveva firmato gli ordini di cattura contro gli affiliati al suo clan. Ma ormai la sorte dei "perdenti" è segnata. L' errore decisivo è quello di Stefano Bontade che cerca di stringere una alleanza di ferro con i capi degli altri clan dicendosi disposto a "uccidere personalmente Salvatore Riina, nel corso di una riunione della commissione". Il piano viene scoperto e Stefano Bontade viene trucidato il 23 aprile 1981. E' l' inizio della guerra di mafia. Poche settimane dopo tocca a Salvatore Inzerillo incaricato dalla commissione di consegnare cinquanta chilogrammi di eroina negli Stati Uniti. Viene freddato il 5 maggio dello stesso anno nonostante avesse comprato da poco una macchina blindata. E poi tocca agli uomini del clan Badalamenti, ai parenti della famiglia Inzerillo e allo stesso Tommaso Buscetta, accusato di voler riorganizzare le fila assieme a don Tano per risalire la china. Una strage inarrestabile dunque. In questo arco di tempo viene ucciso anche il professore Paolo Giaccone. (L' omicidio viene attribuito da Buscetta alla cosca dei Marchese). Muore anche l' agente della Mobile Calogero Zucchetto. Si arriva alla strage della circonvallazione, a Catania, per eliminare Alfio Ferlita e a quella Dalla Chiesa. Il primo è una sorta di "favore" resa dalla mafia palermitana a quella catanese. Il secondo vede la partecipazione degli uomini di Benedetto Santapaola, collegato con i corleonesi. Un favore ricambiato a colpi di kalashnikov, la stessa arma utilizzata per uccidere Bontade, Inzerillo e Ferlito. "I corleonesi avevano reagito alla sfida lanciata da Dalla Chiesa contro la mafia eliminandolo. Per altro - si legge nella motivazione dei magistrati - fatto questo veramente inquietante, qualche uomo politico della mafia si era sbarazzato di Dalla Chiesa divenuto ormai troppo ingombrante".

LA DROGA - Buscetta ha parlato infine del traffico di droga. Come già risultava da precedenti indagini, la trasformazione di morfina in eroina è stata effettuata, per un certo tempo, in laboratori clandestini comuni a tutte le famiglie. In questa attività, i catanesi hanno soprattutto compiti di trasporto. L' esportazione negli Stati Uniti, fa capo prevalentemente a Giuseppe Bono e ai Caruana e ai Cuntrera della famiglia di Siculiana. In sostanza si è riproposta, per il traffico di stupefacenti, una situazione pressochè identica al contrabbando di tabacchi, con utilizzazione dei canali in precedenza usati per tale attività, ormai in declino da alcuni anni. Non è un caso, infatti, che i personaggi indicati da Buscetta come quelli maggiormente implicati nell' importazione della droga dall' est asiatico (Nunzio La Mattina, Tommaso Spadaro, Giuseppe Savoca) siano quelli che, nel passato, erano ai vertici del contrabbando di tabacchi.

L’apparato strutturale, le regole e le attività di Cosa Nostra. Girolamo Alberto Di Pisa su l'identitadiclio.com il 6 Aprile 2020. Viaggio nel ventre dell’organizzazione criminale: il passato, gli uomini, i nuovi e i vecchi affari. Per comprendere a fondo Cosa Nostra e le vicende criminali che nel corso dei decenni l’hanno riguardata occorre preliminarmente conoscerne l’apparato strutturale, le regole e le principali attività. Fino a qualche decennio fa le notizie erano frammentarie e parziali, il che finiva con il non rendere efficace l’azione repressiva dello Stato. Soltanto a partire dagli anni Settanta, grazie alla attività di indagine delle forze dell’ordine ma soprattutto alla collaborazione di mafiosi, è stato possibile avere una chiave di lettura dall’interno del fenomeno. Il primo pentito di mafia fu Leonardo Vitale che, già nel 1973, colto da una crisi di coscienza, si presentò in questura rivelando quanto era a sua conoscenza sulla mafia e sui reati da lui commessi e da altri affiliati. Purtroppo allora gli investigatori e i magistrati non seppero cogliere appieno l’importanza delle sue confessioni, con la conseguenza che la mafia continuò indisturbata nelle proprie attività criminali. Vitale, dichiarato seminfermo di mente, fu condannato e, tornato in libertà dopo pochi mesi, venne ucciso. Era il 2 dicembre del 1984, cioè pochi mesi dopo l’inizio della collaborazione di Buscetta. Evidentemente le dichiarazioni del pentito, che furono allora riprese dagli inquirenti, rafforzavano l’attendibilità di Buscetta. La collaborazione di quest’ultimo iniziò nel luglio del 1984 quando giunse in Italia, estradato dal Brasile, a seguito di un ordine di cattura per traffico di stupefacenti emesso da chi scrive. Buscetta era un mafioso di spicco e un trafficante di stupefacenti, sospettato anche, dalla polizia brasiliana, di essere autore di due omicidi. La sua decisione di collaborare con la giustizia fu determinata non certo da istanze morali, ma da banali motivi di vendetta e dalla necessità di salvare la propria vita. Scatenatasi infatti la cosiddetta “guerra di mafia”, gli avversari, per stanarlo, gli avevano ucciso numerosi congiunti. Egli inoltre, mafioso di vecchio stampo, non si riconosceva più nel gruppo emergente dei corleonesi, che faceva capo a Totò Riina e Bernardo Provenzano, e che non rispettava più le tradizionali regole dell’organizzazione in seno alla quale egli era cresciuto. Si era quindi prefisso di distruggere la “nuova mafia” e di vendicarsi dei lutti subiti. In altri termini aveva deciso di rivolgersi alla Giustizia dello Stato per attuare la sua vendetta e per salvarsi la vita. Per inciso debbo dire che tra il sottoscritto e Buscetta – che ho avuto modo di incontrare più volte sia in America che in Italia, in occasione  di interrogatori condotti unitamente a Giovanni Falcone e agli altri giudici componenti del pool antimafia di quegli anni – non si creò mai, così come accadeva con gli altri magistrati, quello che potrebbe definirsi un feeling. Non ho mai compreso il motivo, forse una antipatia istintiva da parte mia nei confronti di un personaggio supponente, che voleva decidere modi e  tempi delle sue rivelazioni, e che era pur sempre un mafioso. Ritengo che da parte sua lo infastidisse la mia abitudine di interrompere il monologo cui era abituato, con domande, richieste di chiarimenti e quando era il caso, contestazioni, cosa che lo irritava senza che si premurasse di nasconderlo. Non vi è dubbio comunque che le rivelazioni di Leonardo Vitale prima e successivamente di Buscetta, di Contorno e di altri pentiti ci consentirono di infrangere quel muro di silenzio che fino ad allora aveva protetto Cosa Nostra e i suoi crimini rendendo possibile la conoscenza del suo apparato strutturale, delle regole e delle attività illecite. Ma soprattutto da queste dichiarazioni emergeva una realtà agghiacciante: accanto all’autorità dello Stato, esisteva un potere più incisivo e più efficace, quello della mafia. Il che rendeva impellente la necessità di reagire contro questa situazione inaccettabile. Dalle dichiarazioni dei vari collaboratori e dalle indagini degli investigatori coordinati e diretti dai magistrati componenti del pool antimafia di quegli anni nacque il maxiprocesso. Che ci consentì di portare alla sbarra, per la prima volta nella storia della Repubblica, ben 760 mafiosi, accusati di gravissimi reati che andavano dall’omicidio, alle estorsioni, al traffico di stupefacenti e di armi, ai reati contro la pubblica amministrazione. Quasi tutti vennero condannati in via definitiva. Passando all’assetto strutturale di Cosa Nostra (la parola “mafia” è un termine letterario che non viene usato dagli affiliati) questa è disciplinata da regole rigide non scritte ma che si tramandano oralmente. Disse allora  Buscetta: “Nessuno troverà mai elenchi di appartenenti a Cosa Nostra né attestati di alcun tipo, né ricevute di pagamento di quote sociali”.

La cellula fondamentale di Cosa Nostra è costituita dalla “famiglia”. Questa è una struttura che controlla una zona della città o un intero centro abitato da cui prende il nome. Così abbiamo ad esempio, la famiglia di Porta Nuova, la famiglia di Villabate, la famiglia di Palermo Centro e così via. La famiglia è composta da “uomini d’onore” o “soldati” (coordinati, per ogni gruppo di dieci, da un capodecina) ed è governata da un capo che viene eletto e che è assistito da un vice capo e da uno o più consiglieri. Al capo o rappresentante è affidato il comando della “famiglia” locale; il vice capo è colui al quale ci si rivolge in assenza del capo. Il consigliere è normalmente una persona anziana che ha doti di equilibrio e che ha il compito di dare veri e propri consigli  al capo e a tutti quelli della famiglia. La nomina dei capi delle “famiglie” locali avviene per elezioni cui partecipano tutti i soldati delle famiglie interessate.

L’attività della famiglia è coordinata da un organismo collegiale denominato “commissione” o “cupola”. Di questo organismo fanno parte i “capi mandamento” e, cioè, i rappresentanti di tre o più “famiglie” territorialmente contigue. In tempi più recenti venne istituito un organismo segretissimo denominato “interprovinciale” il cui compito era quello di regolare gli affari riguardanti gli interessi di più province. La “commissione” è presieduta da uno dei capi mandamento, denominato “capo”. La funzione di questa commissione è assicurare il rispetto delle regole di Cosa Nostra all’interno di ciascuna “famiglia”, e soprattutto di comporre le vertenze che dovessero insorgere fra le “famiglie”. La “commissione” inoltre è quella che delibera i delitti più gravi, come l’uccisione di un magistrato, di un politico, di un appartenente alle forze dell’ordine, di un giornalista, di un imprenditore e così via. Si tratta dei cosiddetti “delitti eccellenti”.

Vi sono poi le regole che disciplinano l’arruolamento degli uomini d’onore. I requisiti richiesti sono in primo luogo le doti di coraggio e di spietatezza (Leonardo Vitale, di cui si è detto, divenne uomo d’onore in seguito a un omicidio), una situazione familiare trasparente e soprattutto la assoluta mancanza di vincoli di parentela con “sbirri” cioè appartenenti alle forze dell’ordine. La prova di coraggio ovviamente non è richiesta per quei personaggi che rappresentano, come disse il pentito Salvatore Contorno “la faccia pulita della mafia” e cioè professionisti, pubblici amministratori, imprenditori che non vengono impiegati in azioni criminali ma che svolgono una copertura in attività apparentemente lecite. Una volta acquisito il consenso della persona a far parte di Cosa Nostra ha luogo la cerimonia formale del giuramento di fedeltà, consistente nel dare in mano al neofita una immagine sacra alla quale viene dato fuoco. Questi, dopo averla rigirata tra le mani e  imbrattata con il sangue sgorgato da un dito che gli viene punto, ripete la formula del giuramento. Lo status di uomo d’onore cessa soltanto con la morte di chi lo ha acquisito. Il mafioso ovunque risieda, in Italia o all’estero, rimane sempre tale. E, a proposito della situazione familiare trasparente, va ricordato che Buscetta venne espulso dalla mafia per avere avuto una vita familiare disordinata e soprattutto per avere divorziato dalla moglie. Nel caso in cui l’uomo d’onore commetta gravi violazioni viene espulso dall’organizzazione, nel gergo mafioso viene “posato”. In questo caso non può intrattenere rapporti con altri membri di Cosa Nostra, i quali sono tenuti addirittura a non rivolgergli la parola. Pare comunque che. sin dall’epoca di Buscetta e fino ad oggi, i criteri di arruolamento siano divenuti più larghi nella scelta dei nuovi adepti.

Per quanto riguarda le conoscenze del singolo uomo d’onore sui fatti di Cosa Nostra, queste dipendono dal grado che lo stesso riveste nell’organizzazione. Più sarà elevato, più avrà la probabilità di venire a conoscenza di fatti di rilievo. Una regola ferrea poi è quella per cui ogni uomo d’onore non può svelare ad estranei la sua appartenenza alla mafia né tanto meno i segreti di Cosa Nostra di cui sia a conoscenza. La violazione di questa regola quasi sempre è punita con la morte.

Altra regola fondamentale è quella secondo cui, quando gli “uomini d’onore” parlano tra loro di fatti attinenti a Cosa Nostra, hanno l’obbligo assoluto di dire la verità. Chi non dice la verità viene chiamato “tragediaturi” e può essere sottoposto a severe sanzioni che vanno dall’espulsione (in tal caso si dice che “l’uomo d’onore è “posato”) alla morte. In base a questo codice si comprende come bastino pochissime parole e perfino un gesto, perché uomini d’onore si intendano perfettamente tra loro. Così, ad esempio, se due uomini d’onore sono fermati dalla polizia a bordo di una autovettura nella quale viene rinvenuta un’arma, basterà un impercettibile cenno d’intesa fra i due, perché uno di essi si accolli la paternità dell’arma e le conseguenti responsabilità, salvando l’altro.

Dal codice di Cosa Nostra è anche regolamentata la presentazione di un uomo d’onore. Un uomo d’onore infatti non si può presentare da solo ad un altro membro di Cosa Nostra perché in questo caso nessuno dei due avrebbe la sicurezza di parlare effettivamente con una persona fidata. Occorre quindi l’intervento di un terzo membro dell’organizzazione che li riconosca entrambi come uomini d’onore e che li presenti tra loro in termini che diano l’assoluta certezza dell’appartenenza. Come ha spiegato il pentito Contorno, è sufficiente che l’uno venga presentato all’altro con la frase “questo è la stessa cosa” perché si abbia la garanzia che l’altro appartenga a Cosa Nostra. Altra regola fondamentale è quella che sancisce il divieto, per l’uomo d’onore, di passare da una “famiglia” all’altra. Anche se questo dettame, con in passare del tempo, non sempre veniva osservato: specialmente dopo le vicende della guerra di mafia che segnò l’imbastardimento di Cosa Nostra. Qualora un capo famiglia sia in carcere, per tutta la durata della detenzione viene sostituito dal suo vice in tutte le decisioni che occorre adottare, anche se il capo sarà sempre in grado di fare sapere al suo vice il proprio punto di vista. Ciò spiega come un capomafia, anche se detenuto, possa fare pervenire all’esterno i propri ordini, anche per la commissione di omicidi o di altri gravi delitti. Una volta scarcerato, il capo famiglia avrà il diritto di pretendere che il suo vice gli renda conto delle decisioni adottate.

Altra norma, anche se non assoluta, è il divieto all’uomo d’onore, durante la detenzione, simulare la pazzia nel tentativo di sfuggire alla condanna. Sembra però che questa regola non venga più seguita e sanzionata dato che si registrarono numerosi esempi di uomini d’onore detenuti che simularono la pazzia. Anche questo, a parere di Buscetta, era un ulteriore sintomo della degenerazione degli antichi principi di Cosa Nostra. Altro divieto assoluto fondamentale è fare ricorso alla giustizia dello Stato. L’unica eccezione riguarda i furti di veicoli subiti da un mafioso. Questi possono essere denunciati alla polizia per evitare che il proprietario possa venire coinvolto in eventuali fatti illeciti commessi con l’uso del veicolo. A questo proposito ricordo un episodio quasi umoristico. La moglie del capo mafia Michele Greco era solita rifornirsi di abbigliamento presso una boutique di Napoli; i capi le venivano spediti tramite servizio ferroviario regolarmente assicurati contro il furto. Una volta il pacco venne sottratto da ignoti. Ebbene, pur di non fare la denuncia che le avrebbe consentito di  ottenere il risarcimento del danno da parte della compagnia assicuratrice, preferì pagare i capi di abbigliamento malgrado non li avesse mai ricevuti.

Abbiamo visto per grandi linee la struttura dell’organizzazione mafiosa e le regole che la caratterizzavano secondo quanto riferito da Buscetta e da altri collaboratori. Va tuttavia detto che, negli anni successivi a tali dichiarazioni, con l’affermarsi del predominio della mafia corleonese, dei Riina e Provenzano, si era costituito un ristretto gruppo di potere sotto la guida di questi ultimi, che aveva esteso la propria egemonia sull’intera Sicilia, da est ad ovest. In questo periodo  le strutture e l’organizzazione di Cosa Nostra erano ormai divenute delle vuote forme adattate e stravolte dallo strapotere del gruppo dei corleonesi. Basti dire che Riina non convocava più la “commissione”, ma decideva indipendentemente da questa. Va però precisato che –  dalla recente operazione antimafia che ha portato all’arresto tra gli altri di Settimo Mineo, destinato ad essere il successore di Riina, e in particolare da alcune intercettazioni – è emerso che Cosa Nostra sta tornando alle vecchie regole svelate da Tommaso Buscetta, e di cui stiamo parlando. E che era in corso la ricostruzione della “commissione provinciale della mafia” che, di fatto, era stata privata di ogni potere a causa della dittatura di Totò Riina. Da quanto emerge dalle indagini Settimo Mineo, a differenza di Riina che gestiva  un potere assoluto, era invece un capo che cercava di mediare tra le vecchie e le nuove leve.

Dobbiamo ora parlare delle attività delittuose dell’organizzazione mafiosa sia quelle tradizionali che quelle che nel corso degli anni e fino ad oggi hanno caratterizzato questa organizzazione. Bisogna in primo luogo sgombrare il campo da un pregiudizio: quello secondo cui la vecchia mafia sarebbe un’organizzazione solidaristica, che aiuta i deboli e gli indifesi. Questa convinzione è frutto di ignoranza e di ingenuità. La mafia è ed è sempre stata una associazione per delinquere: ogni specie di delitti sono sempre stati alla base del suo potere. Basti pensare alle estorsioni, ai sequestri di persona, agli omicidi, al traffico di stupefacenti, alle tangenti e così via. Per non dire dello scempio dei cadaveri che, dopo essere stati uccisi, venivano sciolti nell’acido. Così come bisogna sfatare la leggenda secondo cui la mafia non toccherebbe le donne e i bambini. Tra i tanti casi basta ricordare quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido come ritorsione nei confronti del padre che aveva deciso di collaborare con l’autorità giudiziaria. O quello di Claudio Domino, un bambino di appena 11 anni freddato con un colpo di pistola perché aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Numerosi comunque sarebbero gli esempi di assassinio consapevole di donne e bambini da parte della mafia. Una prima esigenza di Cosa Nostra è quella di tenere sotto controllo il territorio di competenza della “famiglia”. Ciò ha luogo mediante la imposizione della protezione con la minaccia di danneggiamenti preceduta da qualche consiglio o da qualche telefonata. In alcuni casi è la stessa persona interessata che si rivolge al rappresentante della famiglia nel cui territorio, ad esempio, esercita la propria attività commerciale, per la cosiddetta “messa a posto”. Nessuna attività criminale di un certo rilievo può essere compiuta senza l’autorizzazione della “famiglia” competente. La trasgressione di questa regola in passato si risolveva con una semplice bastonatura, oggi può risolversi anche con la morte del trasgressore. Ricordo che negli anni Ottanta numerosi omicidi, commessi dalla famiglia di Corso dei Mille, furono dovuti a delle rapine ad opera di delinquenti comuni che avevano agito senza avere preventivamente richiesto il permesso della “famiglia”.  In ogni caso, nessun omicidio può essere commesso senza l’autorizzazione del capo famiglia, che stabilisce anche il luogo. Anche le attività lecite, come ad esempio le imprese di costruzione, o altre attività economiche, non si sottraggono al controllo territoriale del gruppo. Nel caso di delitti cosiddetti “eccellenti” (magistrati, politici, appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti), questi non possono essere eseguiti senza la deliberazione e l’ordine della commissione. In questi casi è la stessa commissione che sceglie gli esecutori in qualsiasi famiglia senza informarne il capo. Così, ad esempio, i killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile furono scelti tra gli appartenenti a tre diverse famiglie mafiose.

Girolamo Alberto Di Pisa. Entrato in magistratura nel maggio 1971 è stato destinato con funzioni di Pretore, della Pretura mandamentale di Castelvetrano, (provincia di Trapani) zona ad alta densità mafiosa. Nel 1976 è stato trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Sostituto Procuratore dove, come componente del c.d. “Pool antimafia”, si è occupato prevalentemente di indagini e processi riguardanti la criminalità mafiosa e reati contro la pubblica amministrazione. Nel 2003 ha ricoperto l’incarico di Procuratore della Repubblica di Termini Imerese fino al 2008 anno in cui è stato nominato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala. Nel gennaio del 2016 è andato in pensione. Attualmente ricopre l’incarico di Commissario Straordinario del libero consorzio comunale di Agrigento.

Commissione Parlamentare Antimafia 17 novembre 1992. AUDIZIONE DEL COLLABORATORE DELLA GIUSTIZIA TOMMASO BUSCETTA

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE  

(Da archivio antimafia.org)

La seduta comincia alle 10,35.  (La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sui lavori della Commissione.

PRESIDENTE. Prima di dare inizio all'audizione prevista all'ordine del giorno, do la parola all'onorevole Taradash.

MARCO TARADASH. Signor presidente, prendo la parola per porre la questione della pubblicità dell'audizione del collaboratore della giustizia Buscetta, riguardo alla quale mi sembra che si sia creata all'esterno un'aspettativa, maturata anche dopo l'audizione di Calderone, che credo non giovi ai lavori della Commissione, il cui compito è quello di investigare anche sui rapporti tra mafia e politica. La magistratura, o almeno la parte più corretta di questa, ha sempre avuto una gestione dei pentiti ben sapendo che tra quello che dice il pentito e la verità c'è almeno lo spazio del riscontro; invece, se le nostre audizioni continuano ad essere come quella di Calderone, in realtà non vi è alcuna gestione da parte della Commissione delle posizioni assunte dai pentiti. Credo che questo sia il nostro problema. E' molto importante ascoltare personaggi ritenuti di grande attendibilità ma non possiamo dare per scontato che tutto ciò che viene detto sia vero né possiamo eccedere nello zelo e trasformare in fatti concreti quelle che sono soltanto cose sentite. Ritengo che mantenere un certo riserbo sulle audizioni di questo tipo giovi al lavoro della Commissione. Dovremmo perciò dichiarare segreta la seduta odierna ed affidare all'ufficio di presidenza il compito di riferire, attraverso una conferenza stampa, quello che si riterrà opportuno, mantenendo riservate le parti che debbono divenire materia di lavoro della Commissione.

PRESIDENTE. Prima di dare la parola ad un oratore per gruppo su tale questione, informo i colleghi di avere inviato, il 12 novembre scorso - il giorno successivo all'audizione di Calderone - ai Presidenti di gruppo della Camera e del Senato e, per conoscenza, ai Presidenti della Camera e del Senato la seguente lettera: "Onorevole Presidente, alcuni colleghi appartenenti a diversi gruppi parlamentari hanno presentato atti idonei a provocare un dibattito d'aula in relazione a dichiarazioni rese a questa Commissione dal collaboratore della giustizia Antonino Calderone nel corso di un'audizione svoltasi l'11 novembre 1992. Tale audizione si inquadra in un'indagine sui rapporti tra mafia e politica che la Commissione a larghissima maggioranza dei suoi componenti ha formalmente deliberato di condurre e che concluderà, probabilmente, entro il prossimo mese di dicembre. E' di tutta evidenza che ogni elemento raccolto nel corso dell'indagine predetta dovrà essere sottoposto ad un rigoroso accertamento per valutarne fondatezza e idoneità e dar luogo a conclusioni di carattere politico. Al termine dei lavori la Commissione presenterà al Parlamento un'apposita relazione. Non sfuggirà certamente alla sua sensibilità che le iniziative parlamentari condotte sulla base di elementi acquisiti dalla Commissione prima che ne siano state valutate fondatezza ed attendibilità rischiano di favorire, indipendentemente dalle intenzioni dei proponenti, distorsioni interpretative dannose per la reputazione di singole persone e per il lavoro stesso della Commissione. D'intesa con l'ufficio di presidenza ho ritenuto di sottoporre alla sua attenzione le considerazioni che precedono per le valutazioni che ella riterrà opportuno trarne. Prima di inviare questa lettera ho interpellato tutti i colleghi dell'ufficio di presidenza, ad eccezione dell'onorevole Tripodi con il quale, nonostante numerosi tentativi, non sono riuscito a mettermi in contatto.

MASSIMO BRUTTI. Anche secondo me è giusto fare una valutazione prudente delle dichiarazioni rese dal collaboratore della giustizia Calderone e di quelle che renderà oggi il collaboratore Buscetta. Non si può non deplorare il fatto che l'audizione odierna sia stata in qualche modo resa nota da alcuni organi di stampa e poi ripresa "a cascata" da tutti gli altri. Stabilire a priori il segreto su quanto verrà oggi qui detto non è del tutto giusto poiché non sappiamo ancora come si svolgerà l'audizione. Peraltro, fissare un vincolo rigido di segretezza può accentuare la fuga di notizie, le indiscrezioni che l'uno o l'altro può lasciarsi sfuggire all'esterno. Direi quindi che, senza adottare un criterio generale rigido, possiamo ora ascoltare il collaboratore delle giustizia Buscetta, il quale probabilmente, come ha fatto Calderone, renderà spontaneamente una dichiarazione, alla quale seguiranno le domande predisposte dal presidente. La mia proposta è di procedere all'audizione riservandoci di decidere al termine di essa, sulla base di quello che avremo sentito, quali parti debbano essere poste sotto il vincolo della riservatezza e quali, invece, possano essere rese pubbliche senza difficoltà e senza problemi. Credo che, in generale, l'opinione pubblica abbia il diritto di conoscere notizie circa il funzionamento dell'organizzazione criminale della quale questi collaboratori ci parlano ed anche circa la rete di connivenze e di complicità. Tuttavia, se dovessero esservi motivi fondati per non rendere note alcune parti, potremo prendere tale decisione al termine dell'audizione.

ROMANO FERRAUTO. Credo che l'iniziativa assunta dal presidente sia opportuna e la condivido, anche sulla base del ragionamento fatto poco fa dal collega Taradash circa l'attendibilità delle affermazioni che vengono fatte. Dunque, intervenendo proprio nel merito della pregiudiziale Taradash, ritengo che debba essere rinviata al termine dell'audizione la valutazione in merito alle rivelazioni che potrà fare il pentito Buscetta, decidendo in quella sede quali parti possano essere comunicate alla stampa e quali, invece, meritino una riservatezza particolare.

MARCO TARADASH. Saranno quelle che tutti conosceranno prima, allora!

ROMANO FERRAUTO. Concordo con la proposta di mantenere segreta l'audizione, per poi valutare rapidamente i fatti alla sua conclusione.

GIROLAMO TRIPODI. Desidero innanzitutto dare atto al presidente dell'iniziativa che ha preso e dichiarare che concordo con la posizione molto responsabile che ha assunto prospettando ai Presidenti delle due Camere l'inopportunità che nelle aule parlamentari si discuta di cose delle quali la Commissione antimafia si sta occupando. Detto questo, ritengo anch'io che dobbiamo evitare che quanto ascolteremo abbia eccessiva diffusione ed anche interpretazioni diverse. Ciò non toglie che alla fine dovremo trovare il modo di informare l'opinione pubblica nazionale, per evitare di trovarci poi di fronte a fughe di notizie che, invece, avrebbero potuto essere date dalla Commissione. Condivido dunque la proposta, avanzata dal collega Brutti, di decidere al termine dell'audizione quali parti debbano essere mantenute segrete e quali possano essere rese pubbliche. Decideremo anche se affidare al presidente l'incarico di comunicare, eventualmente attraverso una conferenza stampa, quanto si ritenga giusto. Chiarito questo punto, desidero anche precisare che se ognuno di noi ha assunto le posizioni che riteneva opportune quando abbiamo varato il programma, adesso il lavoro che abbiamo deciso e che abbiamo iniziato a svolgere non può essere messo in discussione anzi, dobbiamo dimostrare in ogni momento molta serietà, per non trovarci di fronte ad un'oscillazione di posizioni che potrebbe ostacolare lo svolgimento stesso del lavoro che ci siamo proposto.

ALTERO MATTEOLI. Non vi è dubbio che la pregiudiziale posta dall'onorevole Taradash abbia una forte motivazione. Ma devo essere sincero: senza offendere nessuno, ritengo ridicolo parlare di segretezza stamani, dopo quello che è accaduto da venerdì in poi. Neanche i rappresentanti di gruppo in Commissione - tra i quali rientro anch'io - erano stati informati su chi fosse il pentito che avremmo dovuto ascoltare oggi ed alcuni colleghi di gruppo - fortunatamente non si tratta del mio caso - sono arrivati a pensare che questi sapessero il nome ma non volessero dirlo. Dopo di che - altro che qualche indiscrezione! - abbiamo letto sui giornali ed ascoltato da radio e televisione tutte le notizie possibili sul "posto segreto".  Aggiungo che non sono assolutamente d'accordo con la proposta di delegare all'ufficio di Presidenza il compito di tenere una conferenza stampa perché, non me ne vogliano i colleghi dell'ufficio di presidenza, ritengo che i maggiori responsabili di quanto è accaduto siano loro.  Pensiamo anche al modo in cui è stato organizzato il nostro arrivo qui: siamo stati per mezz'ora davanti al palazzo di Montecitorio ad aspettare, come tanti ragazzini, un mezzo che ci conducesse in questa sede. Come tanti ragazzini, lo ripeto, mentre alcuni colleghi si sono alzati alle 4 o alle 5 del mattino per essere puntuali all'audizione! Quindi, non delego a nessuno la conferenza stampa e trovo assurdo che si parli di segretezza quando non siamo stati capaci di tenere segreta un'audizione così importante come quella odierna.  Cosa vogliamo fare? Stabilire che la seduta sia segreta mentre poi ciascuno di noi - includo anche me - si rivolgerà al giornalista amico per fornire indiscrezioni? E' assolutamente fuori luogo il solo avanzare la proposta di seduta segreta, visto il comportamento che è stato tenuto.  Dunque, che la seduta sia pubblica. Saranno i giornalisti a valutare ciò che vorranno o non vorranno scrivere e questa decisione sarà rimessa alla loro responsabilità, non a quella di qualcuno di noi.

GIOVANNI FERRARA SALUTE. A me pare che non vi sia alcun bisogno di esprimere un giudizio critico sull'accaduto. Il dato di fatto è che queste cose non sono segrete, non possono rimanerlo e - per inciso - io mi chiedo anche se sia giusto. Dopo tutto, noi siamo parlamentari, responsabili verso il corpo mistico del Parlamento italiano; siamo gli eletti dal popolo, responsabili verso gli elettori e non capisco perché io, ad esempio, dovrei tenere nascosto ai miei elettori quanto ho saputo nell'esercizio dell'attività parlamentare. Ma questa è una questione di principio che non possiamo risolvere qui. In pratica, se dopo l'audizione odierna (prescindo dal fatto se essa debba tecnicamente essere segreta o meno, perché si tratta di una scelta importante ma secondaria) i componenti della Commissione faranno i misteriosi, per cui all'esterno si viene a sapere che in questa sede sono state dette alcune cose che la Commissione ha ritenuto di tenere segrete, il risultato sarà in primo luogo che queste cose diventeranno ugualmente pubbliche; e in secondo luogo, che si speculerà sul fatto che la Commissione voglia tenerle segrete, quasi vi fossero comuni interessi inconfessabili da tutelare; in terzo luogo, si fantasticherà sulla base di ciò che verrà rivelato, per cui non avremo una realtà correttamente censurata ma del tutto deformata. A mio avviso, è perfino più pericoloso, sotto il profilo della serietà, cercare di mantenere il segreto. Esistono, invece, problemi più specifici: possono emergere in questa sede notizie che è necessario rimangano segrete per non intralciare la prosecuzione delle indagini giudiziarie; si tratta di una selezione che personalmente non sono in grado di fare e che più opportunamente potrà essere fatta solo in virtù di un rapporto con l'autorità giudiziaria che sta compiendo determinate indagini. In questo senso, e solo in questo senso, bisogna chiedersi cosa effettivamente possa essere utile non diffondere: a tal fine, ritengo che la presidenza possa avere l'autorità di operare una simile selezione; per il resto, mi rimetterei ad un rapporto responsabile ma realistico con l'opinione pubblica e con la stampa.

LUIGI BISCARDI. Desidero associarmi ai rilievi che sono stati mossi in ordine all'ampia informazione che è stata data dell'audizione odierna. Da ciò conseguono due esigenze: da un lato, quella dell'informazione che dobbiamo fornire all'opinione pubblica che di certo attende notizie; dall'altro, quella della riservatezza da parte della Commissione, soprattutto per ciò che concerne alcuni aspetti che possono risultare importanti per le indagini in corso. Ho ascoltato l'intervento del collega Ferrara Salute e sono anch'io convinto che debba esservi un rapporto tra parlamentari ed opinione pubblica ma credo che la Commissione possa dare alla presidenza il mandato di redigere un comunicato ufficiale che indichi i passi cruciali dell'audizione, naturalmente con la cautela necessaria in occasioni come queste.

MAURIZIO CALVI. Vorrei sottolineare che sotto il profilo istituzionale esiste un obbligo per tutti i membri della Commissione quando questa assuma i poteri della magistratura; in questo senso, non vi è dubbio che, nel momento in cui agiamo come una Commissione d'inchiesta, il requisito della riservatezza deve essere ancor più assicurato. Il secondo aspetto riguarda il fatto (previsto dalla legge) che i

commissari sono tenuti all'obbligo della riservatezza e sono sottoposti a tutte le conseguenze, anche di carattere penale (lo dico tra virgolette), nel momento in cui questa venga meno.  Si devono fare valutazioni non solo politiche ma anche di ordine istituzionale e queste ultime debbono risultare assorbenti in questa fase, altrimenti si corre il rischio di far venir meno gli effetti del lavoro compiuto dalla Commissione ai fini della relazione conclusiva che essa presenterà al Parlamento. A mio avviso, in questa fase si rafforza l'elemento della riservatezza, nel senso che i membri della Commissione sono tenuti ad offrire all'esterno valutazioni in qualche modo contenute. Se riuscissimo a mantenere la riservatezza di cui ho detto, certamente aumenterebbe anche l'interesse del paese nei confronti del nostro lavoro (un lavoro più esposto di altri, proprio per il carattere particolare della materia) e la considerazione nei confronti della Commissione. Per tali ragioni, riterrei opportuno in questa fase mantenere la segretezza dei nostri lavori, fermo restando che al momento della predisposizione della relazione finale sarà possibile offrire all'opinione pubblica una serie di elementi di carattere generale. Sotto tale profilo, condivido l'osservazione del collega Taradash relativamente all'obbligo della riservatezza, salvo un giudizio di carattere generale che potrà in seguito essere espresso.

OMBRETTA FUMAGALLI CARULLI. Concordo con l'onorevole Taradash e con gli argomenti da questi portati, argomenti che non ripeterò. Mantenere la riservatezza mi sembra doveroso, anche perché tra ciò che viene affermato qui e l'effettiva verità vi è tutto l'aspetto del riscontro, che impone l'obbligo della riservatezza. Probabilmente abbiamo fatto male a non porci il problema già in occasione dell'audizione di Antonino Calderone. Se poi qualcuno verrà meno all'obbligo della riservatezza, diremo che egli ha violato una regola etica: non possiamo sostenere l'opportunità di fare a meno della riservatezza in ragione del fatto che qualcuno la violerà.  Per quanto riguarda la conferenza stampa, riterrei più sensato decidere se e come tenerla alla fine dell'audizione odierna, valutando anche l'eventualità di diramare un comunicato.

MASSIMO SCALIA. Non ripeterò le osservazioni del collega Ferrara Salute, che condivido puntualmente. Ritengo che la questione della riservatezza vada affrontata dal punto di vista metodologico, a meno che nello stabilire cosa sia riservato non ci si voglia riferire al buon senso e ad elementi pragmatici. A proposito del segreto istruttorio - problema sollevato dal collega Ferrara - proporrei al presidente di sottoporre alla Commissione, dopo lo svolgimento dell'audizione, quali aspetti di essa possano configurare ipotesi ricadenti sotto la fattispecie del segreto istruttorio, che è il solo che in qualche modo mi fa sentire vincolato a certi comportamenti. Tutto il resto, infatti, mi sembra francamente assai poco definito. Ad esempio, può configurare riservatezza una conferenza stampa, da chiunque indetta? Dobbiamo, quindi, decidere anche su questi aspetti del problema perché altrimenti, se tutto non viene definito in modo preciso, l'unico limite che possiamo porci - lo ripeto - è quello del segreto istruttorio.

ALFREDO GALASSO. Ritengo che le complicazioni nascano da un errore iniziale, quello di aver deciso di ascoltare i pentiti mentre sono in corso indagini giudiziarie. E' inutile, quindi, star qui a stracciarsi le vesti.  La questione che ora ci si pone è quella della sicurezza che può scaturire sia dalla segretezza sia dal suo contrario, vale a dire dal massimo della trasparenza. Poiché non credo che la responsabilità sia dell'ufficio di presidenza o del presidente, dico subito che sono stupefatto di quanto è accaduto: non riesco a capire per quale motivo un'audizione, che avrebbe dovuto essere segreta per ragioni di sicurezza, sia stata pubblicizzata in un modo tanto eccessivo, con un contorno di dichiarazioni e di aspettative tali da rappresentare - e lo dico senza esitazioni - quasi una provocazione. Siccome, sulla base della mia esperienza, considero ciò nient'affatto casuale, mi riservo di chiedere una discussione approfondita nel merito, che vada al di là

della protesta per il modo in cui è stata platealmente pubblicizzata l'audizione di oggi. Ritengo che vi sia qualcosa di più profondo, che va analizzato e puntualmente approfondito.  Una volta superate, mi auguro senza danno, le conseguenze di questa grave negligenza della disciplina della sicurezza, non penso ci sarà alcuna ragione - non foss'altro che per non creare disparità di trattamento in tutte le direzioni - per svolgere un'audizione segreta. Sul punto si potrà eventualmente decidere dopo, ma il mio parere è nettamente contrario perché si stanno "pasticciando" mille cose: la sicurezza, il riserbo, il riguardo dovuti alle persone che eventualmente potranno essere nominate, le aspettative che possono essersi create. Stando così le cose, sul piano politico-istituzionale la migliore difesa per la Commissione è proprio quella della visibilità, della trasparenza, quindi della pubblicità. Ritengo necessario, signor presidente, sottolineare l'assoluta opportunità di una riflessione - anche prima dell'epoca prevista - su queste vicende, in particolare sulla natura delle rivelazioni dei cosiddetti pentiti. Abbiamo infatti il dovere di fare chiarezza sul piano politico-istituzionale: non è possibile che i pentiti vengano immediatamente creduti, allorquando si tratta di accusare 200 o 300 persone, che poi vanno in galera, mentre quando si parla di politici o di magistrati, altrettanto immediatamente vengono considerati inattendibili. Così non va assolutamente bene! Ed è questione, presidente, che ci riguarda direttamente, perché è politica ed istituzionale e non giuridica. Ribadisco, quindi, la necessità di affrettare i tempi di un dibattito sul tema, magari attraverso la fissazione di una seduta straordinaria. Concludendo, desidero precisare che concordo soltanto sulla prima parte della lettera inviata dal presidente ai Presidenti delle Camere e non sulla seconda perché, a mio avviso, ciascun parlamentare deve assumersi - se non viola alcuna norma di legge - la responsabilità di presentare le interpellanze che crede avendo il diritto e il dovere di valutare ed in qualche caso di esplicitare quanto ha ascoltato: singolo o gruppo che sia.

ALFREDO BIONDI. L'atmosfera da "gita scolastica" di questa mattina ha davvero un po' turbato tutti perché abbiamo avuto la sensazione - o almeno l'ho avuta io - che la riservatezza quanto meno non fosse accompagnata al genio dell'organizzazione. Elevo una formale protesta, perché è perfettamente inutile pretendere da noi comportamenti coerenti, seri e riservati dopo ciascuna audizione quando sui giornali si legge quel che si legge. Stamani ho telefonato a mia moglie per dirle che andavo a una riunione un po' segreta; lei mi ha risposto: "La Gazzetta del lunedì dice che interrogate Buscetta". Siccome è l'ultimo giornale in Italia ad avere le notizie fresche, ciò significa che la notizia era davvero stagionata!  Queste situazioni francamente dispiacciono perché creano il problema opportunamente posto dal collega Ferrara, vale a dire fino a che punto si possa tenere nascosta una cosa di cui la gente si aspetta di aver contezza ed oltre quale limite l'esigenza di dar conto delle azioni che ciascun parlamentare compie - anche nella sua qualità di rappresentante di interessi e di valori - non impinga nelle realtà processuali, nella reputazione delle persone; aspetto, questo, non certamente trascurabile ed opportunamente richiamato dal collega Galasso quando sottolineava il valore delle parole di chi accusa tutti o qualcuno, sceglie le accuse stesse, utilizza gli spazi vuoti che gli si presentano magari per levarsi qualche soddisfazione personale e forse non solo personale, visto che molte volte le domande sollecitano le risposte. Basta leggere i verbali e chi li legge per mestiere sa benissimo che certe cose vengono fuori a seconda delle sollecitazioni che si fanno, mentre altre invece si glissano, sicché appare un aspetto piuttosto che un altro o per lo meno non appare tutto ciò che noi vorremmo invece dimostrare esistere per essere fonte di prova.  Ci troviamo, dunque, di fronte a questo problema: possiamo limitare le notizie quando il consesso di cui mi onoro di far parte è così numeroso e non controllabile sul piano personale, politico e parlamentare? Diceva bene il collega Galasso allorquando si chiedeva fino a che punto ciascuno possa contenere i propri doveri di esplicitazione. Non ho risposta per la domanda che ho posto, ma posso portare il contributo della mia esperienza. Ho fatto parte della Commissione di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio del 1964, cioè della cosiddetta "Commissione SIFAR". Anche allora si interrogavano persone molto importanti o presunte tali in ragione della loro collocazioni in settori della vita militare, politica ed amministrativa. Onestamente devo dire che tutti hanno ottemperato all'impegno di non dir mai nulla. Non dimentichiamo, inoltre, che in processi anche molto gravi, sui quali le notizie sono molto attese, i giudici - che sono pure numerosi in camera di consiglio, come capita nelle giurie popolari - non raccontano di certo quello che è accaduto in tale sede.  Penso che tutti noi si debba assumere l'impegno d'onore che alcune cose - che possiamo individuare a conclusione del l'audizione - non vanno dette perché, come diceva il professor Biondi (mio omonimo ma non parente) "'un è utile e 'un si pole". Chi le dice commette un fatto disdicevole sul piano etico, come ha sostenuto poc'anzi la collega Fumagalli Carulli. Oppure diciamo che siamo tutti liberi, ma non procediamo alle "somministrazioni" parziali attraverso un comunicato, accompagnato dalle dichiarazioni del più disinvolto tra noi. Procedere in tal modo è pericoloso, incontrollabile e fa correre il rischio di dare una valutazione strumentale che può indebolire le conclusioni finali alle quali si perverrà. Senza un'analisi, uno studio, una "camera di consiglio" al termine della quale esprimere un giudizio complessivo, si corre il rischio di svolgere un lavoro inutile e dannoso. Dunque, si cominci da oggi, perché l'audizione precedente è stata ampiamente considerata un esperimento da non ripetere, sia dagli organi di stampa sia dalle interrogazioni parlamentari presentate.  Questa è la mia opinione, che non intendo imporre agli altri: esorto però a decidere, assumiamo impegni precisi - stavo per dire da "uomini d'onore", ma in questa sede non è conveniente! - da persone perbene, e rispettiamoli. Per il resto, affidiamo all'ufficio di presidenza il compito di fornire le notizie che non interessano a nessuno: l'opinione pubblica vuole vedere l'iride, non vuole meline, vuole capire che cosa è davvero successo. Ma se ciò non può essere detto perché crea problemi alle indagini o alle persone, assumiamo l'impegno di non dirlo. Per quanto mi riguarda, assumo tale impegno pur essendo tra i più loquaci, come ho dimostrato sempre.

FERDINANDO IMPOSIMATO. Ho già avuto occasione di manifestare le mie perplessità sulle audizioni dei collaboratori della giustizia perché temevo si verificasse quanto puntualmente sta accadendo. Tuttavia, una volta deciso di ascoltare i collaboratori della giustizia considerata la disponibilità dei magistrati a permettercelo, credo che il rischio di interpretazioni, falsificazioni o strumentalizzazioni delle dichiarazioni di Buscetta, e degli altri che incontreremo, non possa essere assolutamente evitato. Non penso che l'impegno di non parlare possa essere rigorosamente mantenuto, perciò ritengo che l'unica possibilità di evitare strumentalizzazioni sia di dare pubblicità all'audizione di Buscetta.  In proposito, vorrei richiamare alla vostra attenzione un particolare importante: quando sono stati emessi i mandati di cattura nei confronti di taluni mafiosi a seguito delle dichiarazioni di Marchese e Mutolo, la stampa era in possesso della copia dell'ordinanza di custodia cautelare che saggiamente, secondo me, la polizia giudiziaria - d'accordo con i magistrati - aveva consegnato. E' stata proprio la possibilità data alla stampa di leggere le dichiarazioni ad evitare quegli interventi strumentali che senz'altro si sarebbero verificati.  Ritengo sia possibile impedire la strumentalizzazione delle dichiarazioni di Buscetta solo consentendo alla pubblica opinione di partecipare all'ascolto delle dichiarazioni dei pentiti, come del resto avviene negli Stati Uniti d'America, dove le audizioni dei mafiosi vengono trasmesse in televisione. Ovviamente, ciò non significa che le dichiarazioni rappresentino il Vangelo, perché devono essere verificate e riscontrate, ma questo è un lavoro che svolgeremo noi da una parte ed i magistrati dall'altra. Ciò non toglie, ripeto, che così facendo si eviterà a qualcuno di noi il ricorso a dichiarazioni strumentali, parziali o faziose sulle affermazioni di Buscetta.

PRESIDENTE. Mi rincresce per l'inconveniente segnalato dai colleghi Biondi e Calvi che, devo dirlo, non è dipeso dagli uffici del Parlamento, in quanto del trasferimento dei parlamentari si erano incaricati gli uffici di polizia. Anzi, la Camera è intervenuta con una certa rapidità per mettere a disposizione mezzi e consentire ai parlamentari di giungere in tempo. Ci attiveremo affinché per il futuro non si ripetano più questi fastidiosi inconvenienti. Per quanto riguarda la questione di merito, sono state avanzate diverse proposte: quella di procedere in seduta segreta - che a norma di regolamento deve essere sostenuta da cinque membri della Commissione - sarà posta immediatamente in votazione, salvo la possibilità, in una successiva verifica, di valutare quali parti dell'audizione possano essere rese pubbliche. Voglio dire ai colleghi che a conoscenza dell'audizione del signor Buscetta erano formalmente i capigruppo, i componenti l'ufficio di presidenza (ai quali è stato consegnato venerdì un riassunto delle dichiarazioni di Buscetta), gli uffici di polizia che trattano con il signor Buscetta, e che non avevano alcun interesse a divulgare la notizia, nonché alcuni uffici giudiziari.  Devo altresì ricordare alla Commissione che, a seguito d'intese intervenute con le autorità giudiziarie di Palermo, non verranno poste domande su due specifiche questioni su cui sono in corso indagini preliminari da parte di quell'autorità. Per il resto, l'autorità giudiziaria palermitana non ha posto difficoltà né sulla forma né sull'estensione dei quesiti.

ALTERO MATTEOLI. Signor presidente, non ho ben compreso di quali questioni si tratti.

PRESIDENTE. Infatti, non le ho riferite essendo materia di indagine. Forse non mi sono spiegato: l'autorità giudiziaria di Palermo ha chiesto di non porre domande su due questioni che naturalmente ha indicato ma che per delicatezza io non dirò.

GIUSEPPE MARIA AYALA. E' corretto muoversi in tal senso.

ALFREDO GALASSO. L'autorità giudiziaria di Palermo dice a noi che cosa dobbiamo o non dobbiamo chiedere?

ALTERO MATTEOLI. Se non sappiamo di che cosa si tratta, rischiamo di porre al signor Buscetta proprio queste domande.

PRESIDENTE. Semmai, onorevoli colleghi, pregherò di non insistere su una particolare domanda. E' lo stesso criterio seguito la volta scorsa.  Nella prima parte dell'audizione verranno poste alcune domande al signor Buscetta, poi seguirà una sospensione. Il signor Buscetta uscirà dalla sala in cui ci troviamo e i colleghi potranno formalizzare altre domande da porre. A quel punto, se tra le domande che i colleghi formuleranno rientrerà anche la materia indicata dai giudici di Palermo, pregherò i colleghi di non insistere.

ALFREDO GALASSO. Insisto affinché al termine della seduta si svolga una discussione, perché non si può andare avanti così.

ALFREDO BIONDI. Non credo che i magistrati possano dirci quello che dobbiamo fare. E' un questione di principio!

PRESIDENTE. Può darsi, ad ogni modo, che non venga posta alcuna domanda sulle questioni indicate dalle autorità giudiziarie di Palermo.

ROMEO RICCIUTI. Siamo avvisati per il futuro.

ALTERO MATTEOLI. Signor presidente, vi un'altra questione che intendo evidenziare. Siamo tutti membri della Commissione, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Il presidente non può essere a conoscenza di notizie diverse rispetto a quelle note agli altri commissari, altrimenti si tratta di una gestione personalistica, che non possiamo accettare.

PRESIDENTE. Pongo in votazione la proposta di svolgere in seduta segreta l'audizione del signor Tommaso Buscetta. Al termine dell'audizione, decideremo se e secondo quali modalità rendere pubbliche alcune parti della medesima e in che modo dare informazioni all'esterno. 

(La Commissione approva).

(E' accompagnato in aula il signor Tommaso Buscetta).

Audizione del collaboratore  della giustizia Tommaso Buscetta.

PRESIDENTE. Signor Buscetta, le chiedo di declinare le sue generalità.

TOMMASO BUSCETTA. Mi chiamo Buscetta Tommaso, sono nato a Palermo il 13 luglio 1928.

PRESIDENTE. Intende svolgere una dichiarazione preliminare?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, preferirei: sono stato invitato, negli ultimi anni, dalla Commissione del Senato americano sulla criminalità ed anche lì mi hanno chiesto di preparare una relazione prima di presentarmi a loro, in modo che avrebbero potuto farmi delle domande sulla mia relazione. Così ho fatto. Se voi volete, posso fare così.

PRESIDENTE. Ha già preparato una relazione?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Va bene, la esponga.

TOMMASO BUSCETTA. Premetto che sono un uomo libero. Non ho più nessun conto da regolare con la giustizia. La mia presenza in questa sala è volontaria; non avrò più sconti di giustizia, non dovrò particolari ringraziamenti. Vengo in nome di quella causa che abbracciai nel 1984. Credo fermamente che l'apporto dei collaboratori, così come è visto oggi, sia una cosa molto importante. Non perdetelo di vista: è una cosa che mai si era verificata in un processo siciliano, cioè di avere collaborazione da parte di gente appartenente a Cosa nostra.  Vorrei chiarire - datemi l'opportunità di dire - che alcuni giornali, qualche politico parlano di suggerimenti. Non sono stato mai "suggerito" da nessuno. E' una cosa che mi offende. Io ho suggerito agli altri, non sono stato mai "suggerito" ed ho scelto una mia linea di condotta indipendentemente dai suggerimenti che mi potessero arrivare. Che sia ben chiaro. Perché si deve sfatare questa continua rincorsa: il politico al giornale, il giornale al politico, il politico al giornale e si fanno dei processi su cose inesistenti. Vorrei che questa mia presenza, per lo meno desidererei...scusate il mio italiano che è quello di un uomo che ha fatto la quinta elementare e certe volte fa confusione; questi sono i miei limiti. Vedo molto consenso oggi. La morte dei due giudici ha dato la possibilità che lo Stato italiano si svegliasse da quel torpore che l'ha sempre accompagnato, dal 1984 fino a pochi mesi fa, e desse quel contributo che doveva dare come forze di Stato per combattere il fenomeno mafioso.  Il fenomeno mafioso non è comune, non è il brigatismo, non è la solita criminalità di cui la polizia si intende (e la combatte bene). Il fenomeno mafioso è qualcosa di più importante della criminalità: è la criminalità più l'intelligenza e più l'omertà. E' una cosa ben diversa.  Un altro punto per me importante - ho fatto una scaletta e se non faccio bene, vi prego di scusarmi - è che è difficile per chi collabora con la giustizia puntellare le sue accuse con prove certe. Le accuse mafiose rimangono sempre nell'ambito mafioso, cioè omertose: quello che dico a te non lo dirai ad altri. Allora, quando avviene questo rapporto fra me e la persona a cui si rivolge il mafioso, sono cose che rimangono tra me e lui, cioè che non dovrò riferire neanche ai miei più diretti amici. Quando poi negli anni si parlerà di queste cose, quali sono le cose che potrà sostenere un collaboratore della giustizia? Potrà dire: io so questo. Sta a voi stabilire fino a dove arriva la prova per parlare di queste cose. Perché altrimenti nessuno parlerà mai più a favore della giustizia, perché diventa una cosa molto ridicola. Certamente mi domanderete perché fino a pochi mesi fa non avevo parlato di politica; vi prevengo e rispondo subito: il giudice Falcone - che in pace riposi - venne molte volte negli Stati Uniti per chiedermi se fossi già pronto per parlare di politica. Credo che sia venuto tre volte e sempre ho risposto di no, fino a pochi mesi fa; se fosse ancora vivo il giudice Falcone, io risponderei di no, perché le sentenze ... A me non interessa se l'imputato venga condannato o no, è una cosa che non mi interessa, a me interessa però che quando pure in tribunale riescono a fare una sentenza che poi arriva a Roma e sento che il processo ricomincia tutto da capo, non capisco più niente, rimango nella mia ignoranza e dico: ma cosa succede? Cosa è successo di nuovo? Perché lo Stato italiano non vuole combattere la mafia, questo è il mio modesto parere. Quindi quando Falcone mi domandava, io ero sicuro che dovevo rispondere di no. Questa scelta non era mai stata condivisa dal giudice Falcone, perché egli voleva la mia collaborazione fra mafia e politica e io avevo sempre detto "no", anche all'avvocato Galasso, parte civile nel maxiprocesso. Ho avuto la possibilità di leggere un documento nella rivista Avvenimenti sull'incontro fra me ed il giudice Falcone agli inizi di quest'anno. Credo che tutti voi conoscevate la dignità morale del giudice Falcone, tutti voi conoscevate la persona seria, la persona battagliera, ma era una persona che seguiva i canoni e la rigidezza della legge, egli non deviava. Il giudice Falcone venne molte volte a trovarmi negli Stati Uniti, ma sempre in compagnia di altri giudici e di poliziotti, mai solo. Ho avuto incontri con il giudice Falcone; non ho avuto telefonate con il giudice Falcone, io avrò telefonato al giudice Falcone negli anni 1986-1987. Da quell'epoca non ho mai più telefonato al giudice Falcone e lui neppure a me, perché non sapeva a quale numero trovarmi. Ma c'è di più: questo documento è falso perché dice che l'FBI ha registrato quello che io ho detto al giudice Falcone. E' stato commesso un grossolano errore: io non sono mai stato con l'FBI, io sono stato con l'FBI nel primo periodo, cioè fino a Natale 1984; dopo quel periodo sono stato preso in consegna dalla DEA e affidato a un uomo della DEA e anche quando dovevo parlare col giudice Falcone nel Dipartimento di giustizia americano, lo incontravo con la DEA. Quindi questa notizia sull'FBI è falsa.  Che cosa è cambiato dopo la morte del giudice Falcone e Borsellino? E' cambiata una predisposizione nuova, un interessamento maggiore, una volontà a fare meglio di come si è fatto fino a pochi mesi fa; quindi mi trovo pronto alla collaborazione. Oggi in questa sede non ho nessuna intenzione di fare nomi di politici, non ho nessuna intenzione di sollevare polveroni; ho intenzione di farli e li farò ai giudici i quali non solleveranno polveroni, faranno indagini ed il nome del politico verrà fuori quando sarà opportuno che ciò accada. E' assurdo che si debba sentire che Buscetta Tommaso parla a ruota libera con la trasmissione seguita, per poi domani sentirmi denunziare per calunnia. Non voglio essere calunniato e non calunnio. Le mie sono verità, ma quelle mie; se poi posso provarle o no, sarà competenza della giustizia appurare se le mie dichiarazioni siano vere o no.  E' mia convinzione che con le opportune inchieste giudiziarie, con il mio apporto - perché sono totalmente a disposizione - si potrà scoprire effettivamente questo rapporto. Non è il terzo livello, signori, scordatevelo: non esiste il terzo livello. Con il giudice Falcone abbiamo fatto delle lotte non comuni ma per me non è mai esistito e non esiste il terzo livello. Non vi sono politici che ordinano i mafiosi; non esiste questa possibilità e non è mai esistita. Il mafioso ha usato il politico e non viceversa. Avevo preso un appunto ma è di questa notte e quindi ero un po' assonnato; avevo scritto: "Lo Stato sa fare molto bene i funerali di Stato".  Ho visto alla fine degli anni settanta, quando ero carcerato a Cuneo insieme con i terroristi, tutte le forze politiche italiane convergere senza corrente, né di sinistra né di destra, per combattere il fenomeno terroristico. Perché questo non è stato fatto per la mafia? E' quello che mi domando, è quello che domando a voi politici. Perché non è stato fatto? Perché ancora ci sono le correnti per nominare un giudice, per fare un superprocuratore? E' perché non si vuole combattere o perché vi siete abituati a stare insieme ai mafiosi? I mafiosi non guarderanno in faccia nessuno; chi non farà a loro comodo è destinato ad andarsene, ora o più tardi. Convincetevi, signori miei, convincetevi: il fenomeno mafioso non è solo criminale, è un fenomeno che porta molto più lontano di quello criminale. I mafiosi non fanno volantini, non scrivono al compagno. I mafiosi hanno intese con qualunque ceto della società. Il mafioso sa accedere a tutti i livelli. Prima di finire voglio dire soltanto una cosa a me molto cara. Per me la morte del giudice Falcone e del giudice Borsellino non è la solita morte di una persona comune; per me è stata qualcosa di più. Il giudice Falcone per me era il faro di questa lotta contro la mafia: lo Stato italiano non si è reso conto di chi fossero il giudice Falcone e il giudice Borsellino; non li hanno valutati, li hanno denigrati, specialmente il giudice Falcone. Io so leggere bene tra le righe ed ho in questo un'esperienza che vorrei trasmettere ad altri. Non so spiegarmi bene a parole, ma ho molta esperienza. Ho visto la delusione negli occhi del giudice Falcone tutte le volte che l'ho incontrato, ma egli sempre rideva. L'hanno accusato di essere una primadonna, anch'io lo sapevo che l'accusavano di essere una primadonna: ma era una primadonna che lavorava, era una primadonna che voleva seriamente combattere la mafia. Se era primadonna, lo era per questa ragione, non certo per andarsene a casa a vivere tranquillo e sfoggiare la sua consapevolezza nei ristoranti o nei night. Era una primadonna che viveva come un carcerato. E' a lui che nasce l'idea della superprocura, è a lui che nasce l'idea della DIA. Signori miei, sosteneteli; li avete gli ordini.  Per me - per me, sottolineo - la mafia sta rantolando. L'ho detto anche al dottor Biagi nella mia intervista: per me la mafia sta rantolando. Ha bisogno di sentire che lo Stato non ne può più ma voi siete vicini a vincere. Resterà la criminalità, quella criminalità che la polizia saprà come combattere; ma la mafia è sull'orlo del fallimento: approfittatene. Ho finito, grazie.

PRESIDENTE. La ringrazio, signor Buscetta. Prima di passare alle domande, desidero informarla che la Commissione ha deciso di procedere in seduta segreta a questa audizione, riservandosi poi di decidere alla conclusione se rendere pubbliche alcune parti e quali.  Lei, interrogato il 1^ febbraio 1988 dal giudice Falcone, disse, tra l'altro, che il nodo cruciale del problema mafioso è costituito dal rapporto mafia-politica, cui ha fatto riferimento anche in questa sua esposizione. Può spiegare alla Commissione parlamentare il significato di tale affermazione?

TOMMASO BUSCETTA. Come significato o come personaggi?

PRESIDENTE. Cosa significa l'affermazione che il rapporto mafia-politica è tanto importante?

TOMMASO BUSCETTA. Innanzitutto voglio dire una cosa. Non so se rispondo bene, ma siamo qui e possiamo andare avanti fino all'eternità, non ho il problema di far presto.  Fin dagli anni nei quali si costituì la nuova Repubblica italiana e si formarono i partiti, la mafia votò sempre, anche per lo spauracchio che c'era - ci fu sempre, in tutte le epoche - del comunismo, dalla democrazia cristiana tutto a destra, senza il partito fascista, perché questo era un altro partito da non votare. Si aveva la possibilità di scegliere il candidato: cioè io potevo appoggiare un candidato della democrazia cristiana ed un altro poteva appoggiare un altro signore di un altro partito ma sempre dal lato destro. Quindi noi non abbiamo mai votato partiti di sinistra.  Non mi parlate del 1987 o del 1989 perché credo che già sappiate la risposta. Ma negli anni precedenti si è sempre votato dalla democrazia cristiana fino al limite del partito fascista italiano. Non so se ho risposto perché non ho capito bene la domanda.

PRESIDENTE. Questo l'abbiamo capito. Lei sostiene che il problema più importante è dato proprio dal rapporto tra mafia e politica, più importante del rapporto tra mafia e finanza, più importante del rapporto tra mafia ed altri strati della società. E' così o no?

TOMMASO BUSCETTA. Io credo di sì.

PRESIDENTE. Può spiegare perché è così importante?

TOMMASO BUSCETTA. Il mafioso ha sempre cercato - naturalmente dico fino al 1984, perché la mia vita si è fermata lì, quindi devo dire fino ad allora e non posso parlare di oggi - ed aveva l'appoggio politico del personaggio che a lui interessava per tutte le cose che si sarebbero svolte, non parliamo processualmente, perché allora non esistevano i processi o i processoni, ma per le deleghe per una importazione. Io stesso nel 1963 ero un importatore di burro a Milano, quindi anch'io avevo i miei politici ai quali rivolgermi per avere le licenze per l'importazione; quindi sto parlando in prima persona. Non dobbiamo pensare al processo, dobbiamo pensare a tutto quello che può essere inerente anche commercialmente.  Quindi ogni candidato vendeva la sua disponibilità elettorale contro i voti. Punto e basta. Credo di non avere altro da aggiungere.

PRESIDENTE. Può fare alla Commissione esempi concreti di favori ricevuti da politici? Lei adesso ha parlato di licenze di commercio, può fare altri esempi?

TOMMASO BUSCETTA. Non possiamo aspettare che siano i giudici istruttori a comunicare questo a voi?

PRESIDENTE. Io le ho chiesto esempi, non di indicare quella licenza o quel favore.

TOMMASO BUSCETTA. Ho già fatto il mio personale esempio per quanto riguarda l'importazione di burro. Nel 1963 (non so se è ancora così) lo Stato concedeva delle licenze di importazione, cioè misurava l'importazione, dava 200 tonnellate a te, 250 tonnellate a lui e quindi era una bolgia per vedere chi poteva ottenere la licenza e chi poteva fare questo. Io no: quindi avevo bisogno di qualcuno che mi

rappresentasse, in politica.

PRESIDENTE. Per quanto lei ne sa, a parte le importazioni, gli appalti rientravano in questa logica?

TOMMASO BUSCETTA. L'importazione delle banane è un'altra cosa, e non è il maxiprocesso in cassazione. E' l'importazione delle banane: io sapevo dell'importazione delle banane. Questi sono gli esempi che posso portare. Ma queste cose vanno dette in una maniera che si possa indagare prima di sollevare polveroni e fare preparare a chi sarà indagato ... facendo la figura di ...

PRESIDENTE. Gli appalti rientravano in questa logica?

TOMMASO BUSCETTA. Certo.

PRESIDENTE. Quali erano i suoi rapporti con Badalamenti e con Antonio Salamone?

TOMMASO BUSCETTA. Sotto quale aspetto? Perché erano buoni con tutti e due.

PRESIDENTE. Di che tipo di rapporto si trattava? Era un rapporto di confidenza, le parlavano, sia pure come avviene tra uomini d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, sì. Avevo con tutti e due un rapporto molto buono. Con Badalamenti prima degli anni 1975-76; poi nuovamente, perché mi faceva pena come era stato trattato nel 1980.

PRESIDENTE. Perché Badalamenti fu accantonato, è vero?

TOMMASO BUSCETTA. Fu accantonato. Credo nel 1978.

PRESIDENTE. Sì.

TOMMASO BUSCETTA. Con Salamone sempre buoni, fino al 1984, s'intende.

PRESIDENTE. Salamone era uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Era rappresentante...

PRESIDENTE. Di quale famiglia?

TOMMASO BUSCETTA. San Giuseppe Iato.

PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione la struttura di comando di Cosa nostra? Come funziona Cosa nostra secondo ciò che lei sa?

TOMMASO BUSCETTA. La struttura di Cosa nostra come commissione, come famiglie?

 PRESIDENTE. Sì.

TOMMASO BUSCETTA. Le famiglie sono riunite a tre a tre ed esprimono un capo mandamento. Il capo mandamento è la persona votata dalle tre famiglie per rappresentarle nella commissione. Quindi, noi abbiamo le famiglie, un capo mandamento che rappresenta tre famiglie e una commissione. Dopo la commissione c'è la commissione interprovinciale, che è costituita dai rappresentanti delle province di Palermo, Catania, Caltanissetta, Agrigento e Trapani. Questa è la commissione interprovinciale, che sta sopra la commissione provinciale.

PRESIDENTE. Quali sono i compiti della commissione interprovinciale?

TOMMASO BUSCETTA. La commissione interprovinciale tratta problemi che vanno al di sopra dell'interesse della piccola borgata. Se si dovesse decidere (è solo un esempio) un colpo di Stato, si riunirebbe la commissione interprovinciale.

PRESIDENTE. Chi comanda davvero nella commissione interprovinciale? Hanno tutti lo stesso peso o c'è qualcuno che comanda di più o di meno, per quello che lei sa?

TOMMASO BUSCETTA. Facciamo da uno a dieci: Palermo 10, Agrigento 8, Trapani 8, Caltanissetta 6, Catania 4.

PRESIDENTE. Quando dice Palermo, a chi intende riferirsi in particolare?

TOMMASO BUSCETTA. Intendo dire la provincia di Palermo.

PRESIDENTE. Ma all'interno di questa provincia quale gruppo ha più peso?

TOMMASO BUSCETTA. Oggi io ...

PRESIDENTE. Più o meno peso nell'evoluzione dei tempi?

TOMMASO BUSCETTA. Se devo rispondere per oggi, sono i corleonesi.

PRESIDENTE. Da quando hanno cominciato la loro ascesa?

TOMMASO BUSCETTA. E' complessa questa domanda; beh, io posso rispondere. La loro ascesa - escalation, direbbero gli americani - è

cominciata nel 1963.

PRESIDENTE. Con la strage di Ciaculli? All'epoca di quella strage?

TOMMASO BUSCETTA. Sì; si sono sciolte tutte le famiglie.

PRESIDENTE. Perché si sono sciolte le famiglie?

TOMMASO BUSCETTA. Perché la polizia a quell'epoca fece sul serio, veramente, mandò in galera tutto il fior fiore e disturbò gli altri mandandoli al confino. Quindi, mancando a quell'epoca quella che era la sfera più alta, la commissione, che era già stata costituita da Salvatore Greco, detto Cicchitedda, si sbandò. Allora, si sciolsero tutte le famiglie, anche perché fu poi la volontà di un tale Cavataio Michele che si sciogliessero tutte le famiglie per riformarle secondo come lui aveva pensato nei lunghi anni che aveva passato in carcere. Ma nel 1963 il Cavataio si era reso responsabile di una cosa gravissima: aveva messo delle bombe in una macchina ed erano morti dei poliziotti ed anche gente civile. A Villabate, per esempio, è morto un fornaio; la bomba era destinata ad un certo Li Peri, ma il Li Peri non scese di casa, passò il fornaio, vide la portiera della macchina aperta e la chiuse. A quell'epoca fu ritenuta una cosa molto grave da parte del Cavataio usare bombe come potrebbero averle usate i terroristi degli anni settanta. Da parte di tutti, all'unanimità (escluso solo il gruppo di Cavataio), fu giudicato che loro avrebbero dovuto pagare, fosse anche tra cento anni, quello che avevano commesso. La guerra si era svolta tra di noi negli anni 1963 e la sola cosa che era uscita fuori dai binari era stata la morte dei poliziotti e di quel civile di Villabate, e fu uno scandalo per Cosa nostra. Ora, invece, i corleonesi possono mettere le bombe per fare saltare in aria i giudici: questa è la loro Cosa nostra, la nuova Cosa nostra.  Morendo il Cavataio, loro hanno perduto un uomo in quell'azione, Bagarella. Approfittando dell'allontanamento di Salvatore Greco detto Cicchitedda, nonché dell'allontanamento mio, di Badalamenti e di Stefano Bontade, loro imposero che la nuova commissione fosse costituita da tre persone: Salvatore Riina in sostituzione di Liggio...

PRESIDENTE. Che era in galera?

TOMMASO BUSCETTA. No, non era in galera, era molto ammalato, aveva un problema di reni, di vescica. Oltre a Salvatore Riina, Badalamenti e Bontade. Ma da questo momento ha inizio veramente la lotta contro tutti gli amici di Salvatore Greco, perché egli era responsabile di aver chiesto a Luciano Liggio negli anni sessanta perché avessero ammazzato Navarra. Qui noi andiamo a fare la storia e non so se abbiamo il tempo per poter ... Allora, Luciano Liggio non aveva sopportato questo affronto da parte di Cicchitedda e cominciò gradualmente ad eliminare tutte quelle persone che potevano essere vicine a Salvatore Greco, tra cui Badalamenti, Bontade, i Di Maggio, gli Inzerillo e ciò per una questione di potere. Potrei essere più dettagliato ma preferisco fermarmi qui, altrimenti facciamo ...

PRESIDENTE. Quali sono le caratteristiche dei corleonesi? In che cosa si differenziano come logica e come comportamenti rispetto a Cosa nostra tradizionale?

TOMMASO BUSCETTA. La ferocia, non c'è un'altra differenza.

PRESIDENTE. C'è un uso della violenza molto più ...

TOMMASO BUSCETTA. Ma non c'era prima, assolutamente, neanche da parte loro. E' una cosa che è nata ... e questo mi fa sorgere molti dubbi e mi fa pensare molto, per cui arrivo a delle conclusioni che preferisco non dire, perché sono cose che vanno oltre il problema mafioso e il problema criminale. Ci sono riflessioni molto profonde da parte mia.

PRESIDENTE. Può per cortesia accennare alla Commissione parlamentare ...

TOMMASO BUSCETTA. No, signor presidente, perché io sono certo che la seduta è segreta e che siete tutti delle rispettabilissime persone, non c'è dubbio. Però è politica, dovete fare delle dichiarazioni quando uscite da quest'aula ed io dovrei dire delle cose che possibilmente creerebbero panico ed io non voglio assolutamente che ciò si verifichi. Non voglio essere preso per pazzo, non ho quest'intenzione.

MAURIZIO CALVI. Senza fare nomi e cognomi, può fare delle riflessioni?

TOMMASO BUSCETTA. Le mie riflessioni sono gravi senza fare nomi e cognomi. Io non parlo di fare nomi e cognomi, parlo di riflessione personale e voi potreste benissimo dirmi: "Signor Buscetta, guardi, la smetta, se ne può tornare in America e lasciarci tranquilli".

PRESIDENTE. Quindi, sostanzialmente, lei teme che queste riflessioni, che sono sue, possano in qualche modo ...

TOMMASO BUSCETTA. Signor presidente, io dico una cosa. Nel 1979 io sono carcerato. L'avvocato Galasso forse si arrabbierà con me - non vedo l'avvocato Galasso ... Nel 1979 io ero carcerato a Cuneo. Non pensate che le carceri siano invalicabili; le carceri sono valicabili. In carcere si viene con un documento falso ed entra qualsiasi persona. Io ne ho avuto.

PRESIDENTE. Documenti falsi?

TOMMASO BUSCETTA. Io ho ricevuto i capi mandamento dentro il carcere. Io ho ricevuto Michele Greco dentro il carcere. E mi veniva raccomandato un dottore che era stato carcerato, quindi non pensate che le carceri siano invalicabili: sono valicabili. Era il dottore Musumeci: i poliziotti avevano arrestato una serie di collaboratori perché sembrava che gli apparecchi dentali ... Noi abbiamo in bocca non so quanti denti, mentre sembrava che fossero 92. Erano troppi denti per una sola persona. Ed allora Greco entrò nel carcere, si rivolse a me ...

PRESIDENTE. In quale carcere?

TOMMASO BUSCETTA. All'Ucciardone, raccomandandomi il dottor Musumeci, dentista. Mi disse: "Masino, mi raccomando a te. E' una persona perbene". Lui andò via poco tempo dopo, 8 o 15 giorni dopo, e andò all'ospedale e dall'ospedale poi andò in libertà. Però, io voglio dire che ho ricevuto visita anche da parte del capo della commissione.

PRESIDENTE. Stava dicendo che nel 1979 era a Cuneo.

TOMMASO BUSCETTA. Ero a Cuneo e mi mandarono l'imbasciata per parlare con i terroristi se si ammazzava il generale Dalla Chiesa in qualsiasi posto d'Italia e i terroristi avrebbero accettato di rivendicarlo, di fare il loro volantino. Io circuii un brigatista che era con me, importante perché aveva partecipato al sequestro Moro, e gli dissi, logicamente non facendo affermazioni, allo stile mafioso: sarebbe stato bello uccidere il generale Dalla Chiesa perché a voi vi dà disturbo. Ma se qualcuno lo ammazzasse il generale Dalla Chiesa, voi lo rivendicate? "No, no, noi rivendichiamo il generale Dalla Chiesa solo se uno di noi partecipa". Io mandai l'imbasciata indietro e il generale Dalla Chiesa, in quella occasione, rimase vivo perché io credo - io credo! - che l'entità che aveva chiesto il favore alla Cosa nostra di uccidere il generale Dalla Chiesa non voleva strascichi non si trovando chi aveva ucciso il generale Dalla Chiesa. Allora: ferma! Punto! Ma qual è il rimedio per uccidere il generale Dalla Chiesa? Secondo me - signori miei, non prendetemi per pazzo, per favore! - il generale Dalla Chiesa viene ucciso perché mandato in Sicilia ad andare a disturbare i mafiosi; e i mafiosi avrebbero dovuto liberarsi come un fatto fisiologico: tu ci disturbi, noi ti ammazziamo. Ma è vero questo il motivo perché viene ammazzato Dalla Chiesa? Non mi sono saputo spiegare? Solo così posso spiegarmi.

PRESIDENTE. Nel 1979, però, che interesse c'era ad eliminare il generale Dalla Chiesa?

TOMMASO BUSCETTA. Bravo! Se lo spieghi da solo. Spiegatevelo voi che siete intelligenti più di me. Io non so spiegarvelo. Certo che ancora non aveva disturbato nessun mafioso.

PRESIDENTE. Appunto.

TOMMASO BUSCETTA. O mi sbaglio?

PRESIDENTE. Ricorda se era la fine dell'anno oppure la prima parte del 1979? Era dopo l'assassinio di Terranova, che avvenne il 25 settembre del 1979, o prima?

TOMMASO BUSCETTA. Questo non posso ricollegarlo.

PRESIDENTE. Non ricorda se faceva caldo o freddo, visto che a Cuneo le stagioni si sentono?

TOMMASO BUSCETTA. Io posso ricollegarlo, attraverso il contatto con il brigatista che entrava dalla libertà, in che epoca è stato.

PRESIDENTE. Può dire il nome del brigatista?

TOMMASO BUSCETTA. E poi lo mandiamo fuori, e già va dal brigatista. Io lo posso dire, ma non lo so ... Signor presidente ...

PRESIDENTE. Non è un reato aver ascoltato una proposta di questo genere. Poi lei decida come ritiene. Non è che la inguaia.

TOMMASO BUSCETTA. No, non in questo senso. Siccome io ho intenzione di farli, questi discorsi, con i giudici istruttori di Palermo, i quali ho sentito giovedì, non dicendo questi discorsi, si intende. Io preferirei che il giudice istruttore poi facesse delle indagini per incontrare a questo per dirgli: ma qualche volta Buscetta ti parlò?

PRESIDENTE. Ho capito. Chi era la persona, o in che modo lei era stato contattato per fare questa proposta nel 1979?

TOMMASO BUSCETTA. Come?

PRESIDENTE. Come lei aveva ricevuto questo messaggio nel 1979?

TOMMASO BUSCETTA. E' molto semplice, veniva mio figlio, venivano i miei amici, attraverso ...

PRESIDENTE ... la persona che veniva da lei.

FRANCESCO CAFARELLI. Possiamo capire "l'entità"? A cosa si riferisce, nella scala gerarchica, quando parla dell'entità che prima aveva deciso e poi aveva deciso di non farlo?

PRESIDENTE. Soprassiederei a questa domanda.

TOMMASO BUSCETTA. Forse l'onorevole Cafarelli vuole sapere l'entità di Cosa nostra che aveva deciso questo? L'entità politica no! Però, se parliamo di entità di Cosa nostra, posso dirlo benissimo: la commissione.

PRESIDENTE. Comunque, mi pare che lei abbia detto questo: che qualcuno, secondo la sua idea, potrebbe aver chiesto a Cosa nostra se si poteva fare quel tipo di operazione.

TOMMASO BUSCETTA. Ecco, sì. Perché, alla Cosa nostra cosa ci interessava il generale Dalla Chiesa? Nel 1979 non aveva niente contro i siciliani, in quel momento.

PRESIDENTE. Non c'è dubbio. Visto che stiamo toccando la questione Cuneo, lei ricorda che fu contattato anche per la vicenda Moro.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione in che termini fu contattato, che cosa successe?

TOMMASO BUSCETTA. Anche questo io vorrei ... Io fui contattato, ma addirittura per questa cosa ne vorrei parlare ai giudici. Non c'è da parte mia dire: no, non voglio parlare. No! Sono già aperto. Ma da questa parte qua io ho da suggerire ai giudici di andare a rintracciare delle bobine telefoniche, che appartengono a dei processi, dove si parla molto chiaramente dell'interessamento mio per essere trasferito di carcere per andare a parlare con i brigatisti se si può salvare la vita di Moro. Questo è nelle telefonate, ed io le ho lette le telefonate.

PRESIDENTE. Si, ma questo lei l'ha già detto davanti alla corte d'assise di Palermo.

TOMMASO BUSCETTA. Ed allora si deve avvicinare la persona che telefonava e che telefonava anche a mia moglie dicendo: noi stiamo facendo il possibile perché Masino sia trasferito a Torino. E poi sono andato a finire prima a Milano e poi a Napoli. Quindi sono andato in tutt'altro posto.

PRESIDENTE. Quindi lei doveva andare a Torino per cercare ...

TOMMASO BUSCETTA. Avrei dovuto andare a Torino.

PRESIDENTE. ... di tenere contatto con qualcuno. Le dissero con chi dovesse prendere contatto?

TOMMASO BUSCETTA. No, questa me la dovevo vedere io. Loro mandavano a chiedere il favore, ma non mi indicavano la persona. Ero io che dovevo vedere a chi mi potevo rivolgere di loro.

PRESIDENTE. Il compito che lei aveva, se non ho capito male, era quello di cercare di ottenere la liberazione di Moro. E' così?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Era stata la commissione a chiederle questo?

TOMMASO BUSCETTA. Era stata la commissione ed erano stati anche elementi della malavita milanese. Dico questo perché la commissione è una cosa che non si ascolta più perché non si è ascoltata mai, mentre l'elemento milanese è chiarissimo nelle telefonate dove dice: "non vogliono liberare a Moro". L'interlocutore che parla di Roma con questa persona a Milano, dice: non vogliono farlo liberare a Moro. Questo è nelle telefonate. Queste non sono mie dichiarazioni.

PRESIDENTE. Certo. Quindi lei fu contattato tanto da esponenti della commissione, quanto da persone della criminalità comune. E' così che ha detto?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Per cercare di entrare in contatto con un brigatista perché fosse liberato Moro.

TOMMASO BUSCETTA. E' esatto.

PRESIDENTE. La commissione era d'accordo su questa strada?

TOMMASO BUSCETTA. Questo non posso stabilirlo, ma il messaggio mi veniva da Stefano Bontade. Io credo che la commissione era d'accordo. Non si sarebbe lui lanciato a capofitto in una cosa di questo genere senza che la commissione non lo sapesse. Io avrei potuto metterlo nei guai dicendo "a me Stefano mandò a dire di interessarmi".

PRESIDENTE. Dov'era a Palermo?

TOMMASO BUSCETTA. No, ero a Cuneo.

PRESIDENTE. A Cuneo ebbe questa sollecitazione?

TOMMASO BUSCETTA. No, no. Sono stato tre anni a Cuneo.

PRESIDENTE. Quando era a Cuneo ebbe questa sollecitazione?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. E doveva essere trasferito a Torino?

TOMMASO BUSCETTA. A Torino, dove c'erano i brigatisti. Invece sono stato portato prima a Milano e dopo a Napoli.

PRESIDENTE. Quindi, non ebbe la possibilità di parlare di questa cosa.

TOMMASO BUSCETTA. No, credo che Moro era già morto. Non ricordo bene... si è perso là.

PRESIDENTE. Calò era d'accordo su questa linea?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so. Non lo so questo.

PRESIDENTE. Non ha saputo di dissensi all'interno di Cosa nostra su questa questione?

TOMMASO BUSCETTA. Su questo proposito no.

PRESIDENTE. Le pongo la domanda per capire quali strategie lo Stato deve avere contro Cosa nostra: che cosa disturba di più, che cosa teme di più Cosa nostra? Che cosa possiamo fare per dare il massimo fastidio possibile? Capisce che cosa voglio dire?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. A voi non vi teme; non teme la giustizia perchè un mafioso per la strada si sente molto forte. La collaborazione di gente anche non mafiosa - questo è bene che lo fate rilevare nelle vostre interpretazioni - ...parliamo solo di mafia, mafia, mafia, ma c'è gente che collabora che non è mafiosa e collabora ad un livello altissimo, perché dà contributi notevolissimi.  Quello che disturba veramente la mafia è non poter adempiere alle promesse fatte ai carcerati. L'uomo d'onore va in carcere sicuro, in tutte le epoche, che la sua famiglia starà bene, non passerà fame e che si interesseranno al massimo per poter farlo uscire. Non ci sarà mai un uomo d'onore, non c'era stato mai - correggo - un uomo d'onore che avesse temuto qualcosa su questo proposito. Ora, non mantenere questi impegni li preoccupa. Questo è molto grave.  Quando dico "Riina sta rantolando" è perché veramente lo Stato ha risposto adesso a Riina. Ho sentito la sentenza di sabato, a lui non importa che gli abbiano dato l'ergastolo, ma ha un impegno morale con i Madonia, li ha portati allo sbaraglio, lui sarà molto, ma molto cattivo in questo momento.

PRESIDENTE. Quindi, la cosa che si teme è un rigore della giustizia tale da non consentire a Riina, ai capi, di mantenere le promesse. Un'altra persona ha detto "aggiustare i processi".

TOMMASO BUSCETTA. Esatto. E' una parola tecnica.

PRESIDENTE. Che cosa vuol dire "aggiustare i processi"?

TOMMASO BUSCETTA. E' una parola tecnica. Come spiegare? Aggiustare i processi s'intende "ho parlato con il presidente", "ho parlato con il pubblico ministero", "ho parlato con il commissario", "ho parlato con un agente", "ho parlato con il testimone", "ho parlato con la giuria". Questo è aggiustamento di processo.

PRESIDENTE. Quindi, quando questo non è possibile, c'è un problema delicato.

TOMMASO BUSCETTA. Eh, diventa delicato.

PRESIDENTE. E' un problema in quanto uno come Riina promette "state tranquilli perché poi si aggiusta il processo" o lo è indipendentemente da questo?

TOMMASO BUSCETTA. Lui si è lanciato alla conquista della Sicilia, perché la Sicilia è sua; non pensiamo alla provincia di Palermo in mano a Riina perché è assurdo, lui ha tutte le province della Sicilia. Credo che l'interprovinciale era una cosa, lui la mantiene però ci mette i pupi che dice lui.  Che cosa stavo dicendo?

PRESIDENTE. Stava dicendo che Riina comanda e che in questo momento ha lanciato una sfida molto elevata.

TOMMASO BUSCETTA. Ecco, ha lanciato una sfida molto grande allo Stato e ai perdenti. I perdenti sono finiti ormai. Non ci sono più i perdenti. Dovevamo stabilirlo e non siamo riusciti a stabilirlo nel processo chi erano i perdenti, perché io appartenevo ai vincenti. Calò ha vinto, io com'ero, perdente o vincente? Non l'abbiamo stabilito.

PRESIDENTE. Non c'erano né vincenti né perdenti. Nel passato, si aggiustavano i processi?

TOMMASO BUSCETTA. Ma certo, mica erano cose campate...il processo dei 114 recente, a Palermo, è una cosa che mi consta.

PRESIDENTE. Fu aggiustato?

TOMMASO BUSCETTA. C'era il pubblico ministero, dottor Pedone se non vado errato, che sosteneva l'accusa e per tutta la durata del processo disse "ah, all'ultimo parlerò del presidente dell'associazione; all'ultimo parlerò di Gaetano Badalamenti, perché all'ultimo..." e tutti aspettavamo all'ultimo richieste. All'ultimo parlò di Badalamenti e fece la richiesta: il carcere espiato. Cioè Badalementi ha preso un

anno e undici giorni e io due anni. E lui doveva parlare all'ultimo del presidente dell'associazione! Questi sono fatti, non dico bugie; sono fatti registrati: "all'ultimo parlerò del presidente di questa associazione".

PRESIDENTE. I processi si aggiustavano solo a Palermo o anche fuori?

TOMMASO BUSCETTA. No, anche fuori di Palermo. Specialmente in Calabria e nel napoletano. Senz'altro.

PRESIDENTE. E a Roma? Scusi, che cosa interessava a Cosa nostra di quello che succedeva a Napoli o in Calabria?

TOMMASO BUSCETTA. Signori, vogliamo smetterla? Volete pensare che non è vero che a Napoli, in Campania e in Calabria ci sia solo la 'ndrangheta e la camorra? Non è vero, c'è la Cosa nostra!

PRESIDENTE. Spieghi questo.

TOMMASO BUSCETTA. C'è la Cosa nostra e loro sempre continuano con la 'ndrangheta. Non è vero; la 'ndrangheta esiste ancora, ma a livello di servire la Cosa nostra, non come entità che fa quello che gli pare e piace. Lasci sbagliare qualcuno della 'ndrangheta; lasci sbagliare Cutolo che fu l'idolo della camorra. Cosa nostra dalla Sicilia, insieme ai napoletani, distrusse a Cutolo. Chi è Cutolo oggi?

PRESIDENTE. Sì, è vero.

TOMMASO BUSCETTA. Ne hanno ammazzati mille e mille di persone, i siciliani e i napoletani. E' Cosa nostra, non camorra.

PRESIDENTE. Quindi, quando i processi riguardavano uomini d'onore Cosa nostra si attiva?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Si attiva soltanto quando i processi arrivano in Cassazione oppure in tutti i livelli?

TOMMASO BUSCETTA. In tutti i livelli. Posso bere un bicchiere d'acqua?

PRESIDENTE. Certo. Vuole fumare? Vuole un caffè?

TOMMASO BUSCETTA. No, no, non fumo grazie. Ho smesso di fumare quattro anni fa.

PRESIDENTE. Lei ci ha spiegato che cosa reca maggiore danno a Cosa nostra: ebbene, che cosa reca maggiori vantaggi a Cosa nostra? Quali sono gli errori più gravi che, secondo lei, sono stati compiuti nella lotta contro Cosa nostra e che non bisogna ripetere?

TOMMASO BUSCETTA. Innanzitutto una giustizia no più dura, più giusta. No più dura perché già è dura la giustizia! Una giustizia giusta; la giustizia che veramente faccia i processi e non accetti... allora sì che è veramente una battaglia a Cosa nostra. E poi, come dissi al Senato americano, principalmente far vedere da parte dello Stato che è lo Stato quello che comanda, non è il mafioso. Perchè purtroppo nelle borgate siciliane chi comanda è il mafioso, non lo Stato. Sconoscono lo Stato. La figlia che scappò con il tizio? Non è allo Stato che ci si rivolge, ma al mafioso. Ancora oggi si rivolgono a Riina; tremano di paura per Riina ma si rivolgono a lui! Invece, facciamo vedere che lo Stato si interessa anche di queste cose!

PRESIDENTE. Quando Cosa nostra comincia a trafficare in stupefacenti?

TOMMASO BUSCETTA. Beh, ironicamente posso dire che sono "il re dei due mondi"... invece non è vero, sono un uomo povero, non possiedo una casa di proprietà. Questo fa parte della strategia di Cosa nostra. Sono stato perseguito e inseguito da lettere anonime che parlavano del mio contrabbando. Ma dove sono i soldi del contrabbando della droga che io avrei? Non lo so. Sinceramente non lo so!  Una volta il giudice Falcone mi disse: "Va bene, signor Buscetta, anche l'uscere del tribunale sa che non è vero che lei trafficava in droga". Ma era tardi, tardi, già la nomea. Uno scrittore come Galluzzo scrive un libro e si inventa che sono stato arrestato nel centro di New York con una valigia con 85 chili di merce.  Quindi parliamo di essere arrestato e portato in carcere. Falso! Come si può scrivere così? Lui è bugiardo; non è uno scrittore, è un bugiardo ambulante. Io non sono mai stato arrestato con una valigia che conteneva 85 chili di droga. Lasciamo perdere, questa è stata una deviazione.  Comunque, sarà cominciato intorno al 1978, c'è stato un salto di qualità. Prima c'era il contrabbando delle sigarette; poi questo non servì più e si entrò nella fase del contrabbando di droga. E lo fecero con grande rilevanza.

PRESIDENTE. Tutto ciò verso la fine degli anni settanta?

TOMMASO BUSCETTA. Verso il 1978 cominciarono il vero e proprio... Quando uscii, nel 1980, vidi che i valori si erano persi. Chi aveva la villa al mare, chi in montagna.

PRESIDENTE. Quindi, il traffico di stupefacenti ha portato cambiamenti dentro Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. E' stato il traffico di stupefacenti che ha deviato Cosa nostra, che ne ha fatto perdere i valori.  Non ridete, per favore. Sono nato così e difficilmente si può cambiare. Io credevo in quella cosa.

PRESIDENTE. Quali sono stati i cambiamenti più importanti che si sono verificati per effetto del traffico di stupefacenti?

TOMMASO BUSCETTA. Tutta la strategia corleonese. Possiamo seguirla passo passo. Per poter fare un uomo d'onore nei miei anni...

PRESIDENTE. Quando è stato fatto uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Credo nel 1946. Ero molto giovane, direi bambino.  Si mandavano dei biglietti per tutte le famiglie e per tutta la Sicilia, per sapere chi aveva da dire contro il giovane proposto per diventare uomo d'onore. Negli anni ottanta, adesso, si fa uomo d'onore chi sa sparare, mentre prima c'erano dei valori più morali. Non era necessario che sapesse proprio sparare; era necessario che ci fossero quelli che sapevano sparare, ma per essere uomo d'onore non era necessario. Sono stati fatti uomini d'onore avvocati, dottori,

ingegneri, principi. Questi non vanno a sparare e non andavano a sparare. Erano fatti uomini d'onore perché servivano alla causa comune, chi perché aveva il feudo, chi perché doveva curare le ferite.

PRESIDENTE. Anche per le perizie mediche?

TOMMASO BUSCETTA. Certamente, per le perizie mediche. Quindi, Cosa nostra aveva bisogno di queste persone, che aderivano con molta volontà. Cosa nostra non si accingeva a fare un nuovo uomo d'onore se non dopo averlo sperimentato, sperimentato, sperimentato.

PRESIDENTE. Adesso, invece?

TOMMASO BUSCETTA. Adesso!

PRESIDENTE. Sono cambiati i rapporti tra gli uomini d'onore e tra le varie famiglie per effetto del traffico di stupefacenti?

TOMMASO BUSCETTA. Sono cambiati perché si ha valore nel contrabbando della droga secondo l'entità della famiglia. Si aveva valore, perché adesso non lo so più. Questo si intende?

PRESIDENTE. Sì.

TOMMASO BUSCETTA. Si aveva valore per l'importanza che l'individuo aveva in seno a Cosa nostra. Per importanza, fino a quando sono uscito nel 1980, si intendeva chi aveva saputo sparare di più.

PRESIDENTE. Quale può essere, in questa fase, la reazione di Cosa nostra, in particolare di Riina? Cosa può accadere?

TOMMASO BUSCETTA. Possiamo procedere sulle ipotesi?

PRESIDENTE. Sulle ipotesi e sulla base delle sue conoscenze.

TOMMASO BUSCETTA. Sulle ipotesi, credo che Riina farà cose molto gravi. Voglio dire una cosa, una primizia.  Sono stato giovedì con i giudici e, ai tre che mi hanno interrogato, ho detto: state tranquilli, non siete voi quelli che va cercando Riina in questo momento. Non è per sempre; sto dicendo: in questo momento non è voi che Riina cerca. Riina cerca chi sta creando tanto fastidio a lui. Non facciamo nomi. Non sono un suggeritore e non vorrei che Riina non ci stesse pensando e io gli suggerisco a chi deve pensare. Sta cercando chi gli sta creando tanti disturbi, perché questa faccenda del pentitismo sta diventando veramente grave per lui. Non più il processo, adesso.  Ecco perché dico che la mafia rantola. Non è più il processo in Cassazione che la interessa. Adesso ha un problema molto più grave: il pentitismo. Signori miei, non denigrate i pentiti, non li prendete per napoletani.

CARLO D'AMATO. Anch'io sono napoletano!

TOMMASO BUSCETTA. Chiedo venia. Mi riferivo ai processi, non ai napoletani. Per l'amor di Dio, nessuna allusione, come mi potrei permettere! Non confondiamo il processo di Tortora con i processi mafiosi. Per favore. I mafiosi, per quanto mi risulta, non prendono gli elenchi telefonici. C'è un detto a Palermo: "u carbuni si nun tinci, mascaria"; il carbone, se non tinge, sporca. Se le dichiarazioni dei pentiti non saranno al 100 per cento di vostro gradimento, state certi che il 70 per cento c'è: approfittatene, non denigrateli e non fate che la stampa li denigri, così come è stato fatto nei miei confronti.  Ma io sono forte, non c'è niente da fare, sono forte moralmente, sono un uomo d'onore, non uomo d'onore di Totò Riina: sono nato uomo d'onore e non mi distruggono. Sono qua.

PRESIDENTE. Lei ci stava spiegando che Riina, in questo momento, starebbe pensando a qualcosa di importante, probabilmente non sul versante dei giudici.

TOMMASO BUSCETTA. Non credo.

PRESIDENTE. Piuttosto sul versante dei pentiti, per cercare di bloccare questo fenomeno.

TOMMASO BUSCETTA. Per bloccare questo apparato dello Stato che sta facendo tanto bene sotto questo profilo. Io credo che voi abbiate in mano la chiave d'oro per potervi spiegare tanti "perché" del passato e del presente. Avete la chiave d'oro per aprire il passato e il presente.

PRESIDENTE. Anche il presente?

TOMMASO BUSCETTA. Anche il presente.

PRESIDENTE. Questa chiave sono i pentiti?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. I pentiti e le nuove strutture che voi avete fatto.

PRESIDENTE. E' prevedibile un'altra guerra di mafia?

TOMMASO BUSCETTA. E chi la fa la guerra a Riina? E' possibile solo una cosa: distruggendo Riina, ci saranno le guerre di mafia veramente, dove la mafia si autoannullerà. Riina lascerà come eredità tanti rancori nei gruppi mafiosi che si ammazzeranno come bastardi in prossimo futuro.

PRESIDENTE. Come è possibile che Riina sia da tanti anni latitante?

TOMMASO BUSCETTA. Queste domande dovrebbe rivolgerle alla polizia, non a me.

PRESIDENTE. Come si fa a sfuggire alla cattura? Si vive all'estero?

TOMMASO BUSCETTA. Ora no, ma parliamo del passato, un passato molto vicino. Liggio stava a Palermo, non era necessario che andasse nei giardini o nei boschi (ora credo che ci sia); ma i mafiosi stanno in città. Quando ero latitante, nel 1980 sono stato in città, non sono andato certo a seppellirmi in un bosco.

PRESIDENTE. E nessuno è venuto a cercarla?

TOMMASO BUSCETTA. Abitavo in un condominio...

PRESIDENTE. In via della Croce Rossa, vero?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, in un condominio di via della Croce Rossa, dove abitava mio figlio Antonio. Io abitavo con mio figlio e nel palazzo di fronte abitava il commissario De Luca.

PRESIDENTE. E non si affacciava alla finestra?

TOMMASO BUSCETTA. Certo che non mi affacciavo alla finestra né potevo dire: guardate io sono qua!

PRESIDENTE. Quindi, non è venuto a cercarla nessuno?

TOMMASO BUSCETTA. No; è tanto che non sono stato arrestato; facciamo come Contorno: lei ha visto Pippo Calò? No, è qua. Se lo avesse visto, lo avrebbe ammazzato. Io non sono stato arrestato a Palermo e all'inizio del 1981 me ne sono andato in America.

PRESIDENTE. Lei pensa che Riina in questo momento sia in Sicilia?

TOMMASO BUSCETTA. C'è forse qualche dubbio? In quale altro modo potrebbe sostenere i lacci che manovra? Deve stare là.

PRESIDENTE. Poiché uno dei problemi più importanti da risolvere riguarda proprio l'arresto dei latitanti...

TOMMASO BUSCETTA. E' logico.

PRESIDENTE. ... può suggerire alla Commissione quali azioni sarebbe utile intraprendere a tal fine?

TOMMASO BUSCETTA. A me sembra una presunzione spiegare a voi cosa si debba fare per arrestare i latitanti. Avete creato un organo di Stato, di cui fanno parte, se non erro, carabinieri, Guardia di finanza e polizia; costoro avranno i mezzi, se voi politici li aiuterete, non mi rivolgo a lei personalmente ma alla classe politica italiana. Sosteneteli, perché la superprocura è una cosa importante. Dico che è importante non perché condivido quest'idea o perché vedevo in Falcone la persona degna di essa ma perché è assurdo che ogni procura spezzetti e l'altra non sappia... Lei è stato un giudice, vero?

PRESIDENTE. Sì.

TOMMASO BUSCETTA. E' assurdo che le procure non abbiano contatti fra di loro. E' bella l'idea di un centro d'informazione perché è in questo modo, processualmente, che li colpirete veramente!

PRESIDENTE. Per arrestare i latitanti non c'è bisogno di tutte queste strutture; si potevano arrestare anche prima. Come facevate se si voleva trovare una persona che si nascondeva?

TOMMASO BUSCETTA. Come facevo io? Ma c'era differenza tra come facevo io e come faceva Cosa nostra!

PRESIDENTE. Lo so.

TOMMASO BUSCETTA. Io andavo da 'o zù Peppino, poi 'o zù Peppino ciu ricìa 'o zù Ciccio, 'o zù Ciccio ciu ricìa 'o zù Jachino e poi arrivavo alla persona. Quindi è una cosa ben diversa. Forse lei, da torinese, non ha capito una parola di quello che ho detto.

PRESIDENTE. Ho capito perfettamente.  Quindi, è possibile che una persona sia a Palermo da latitante perché nessuno la va a cercare?

TOMMASO BUSCETTA. E' possibilissimo, anche perché credo che a Palermo ci sia stata molta polizia accondiscendente. Nel 1980, quando ero a Palermo e mi recavo a casa di Stefano Bontade, incontravo tutti. Allora mi raccomandavano: "Per favore, non uscire prima dell'una e mezza e non tornare a Palermo dopo le quattro e mezza!". Cosa significa? Non che fossero stati corrotti i poliziotti ma si sapeva che in quell'orario nessuno della polizia era in servizio, non so se rendo l'idea. Ecco perché mi si diceva di non uscire prima dell'una e mezza e di non tornare dopo delle quattro e mezza. Che devo dire di più?

PRESIDENTE. Molti di voi latitanti eravate a casa vostra.

TOMMASO BUSCETTA. Questo poteva essere anche cattivo servizio! Io non ho corrotto nessuno, perché direi una tremenda falsità, ma il fatto è che a casa di mio figlio non veniva nessuno. Devo anche premettere che nella casa di mio figlio ero stato come "regolare": avendo avuto alcuni permessi in stato di semilibertà per recarmi a Palermo, avevo dato l'indirizzo di mio figlio dove andavo a dormire. Quindi la casa di mio figlio era già conosciuta perché vi avevo già abitato.

PRESIDENTE. E lei tranquillamente se ne è andato lì da latitante?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Dove altro è stato da latitante?

TOMMASO BUSCETTA. Sono stato in casa di Stefano Bontade, di Inzerillo. Vi dirò che il luogo dove Inzerillo teneva i suoi affari si trovava a cento metri dall'aeroporto di Bocca di Falco e si affacciava su un burrone da dove, a distanza di 100 metri, si alzava un elicottero - non ricordo se era della polizia o dei carabinieri - che sorvegliava la città di Palermo. Come ho detto, si sollevava a 100 metri di distanza dalla proprietà di Inzerillo dove, come minimo, erano parcheggiate cinquanta automobili, a volte anche cento. Mai però questi poliziotti si sono domandati: "Guarda, sembra un posteggio! Qui non c'è un supermercato, cosa fanno qui tutte queste automobili?". Nessuno se l'è mai chiesto. Io mi lamentavo con Inzerillo e gli dicevo: "Tu fai qui tutte queste riunioni nonostante l'elicottero che si alza proprio da sotto casa tua!". La risposta: "Ah, non si preoccupi!".

PRESIDENTE. E lei non si preoccupava?

TOMMASO BUSCETTA. Io invece continuavo a preoccuparmi, tanto che non ci andavo molto spesso. Mi preoccupavo di quell'elicottero che si alzava in volo a cento metri dalla sua proprietà.

PRESIDENTE. Può fare un passo indietro e fare riferimento all'omicidio di Scaglione?

TOMMASO BUSCETTA. Dell'omicidio Scaglione parlai con il dottor Falcone ma oggi devo aggiungere qualcosa di più a quelle dichiarazioni fatte al dottor Falcone. Nel 1970... (Alcuni deputati conversano tra loro). Signor presidente, mentre gli altri parlano io posso continuare, vero?

PRESIDENTE. Colleghi, ci rendiamo tutti conto che stiamo procedendo all'audizione di un teste? Egli domanda se può continuare la sua esposizione anche mentre parlano gli altri.

ALFREDO BIONDI. Mi pare che possa farlo.

PRESIDENTE. Il problema è di evitare che si parli in due.

TOMMASO BUSCETTA. Perdo la forza perché sembra che quello che dico non sia interessante e allora non vale la pena neanche parlarne,

cioè io perdo quella carica agonistica...

PRESIDENTE. Abbiamo capito perfettamente.

GIUSEPPE MARIA AYALA. Carica agonistica?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, carica agonistica. Stavo dicendo - molto brevemente e, se sarà opportuno, ci torneremo - che nel 1970 mi incontrai con Salvatore Greco per un colpo di Stato in Sicilia; da quel momento, dopo aver parlato di colpi di Stato e di incontri...

PRESIDENTE. Ci arriveremo.

TOMMASO BUSCETTA. ... io e Salvatore Greco andammo via. Luciano Liggio stabilì di sua volontà di creare un clima di tensione nell'ambiente politico per preparare il colpo di Stato. Ognuno prese le sue mosse su quale fosse il politico da colpire. A Palermo mi pare che sia stato colpito un fascista, se non ricordo male.

PRESIDENTE. Sì, Nicosia.

TOMMASO BUSCETTA. Ma io non ero a Palermo. Queste sono cose che ho sentito in carcere. Un altro. L'obiettivo di Luciano Liggio fu il procuratore Scaglione. Perché il procuratore Scaglione? Perché aveva già incominciato l'escalation. Lui sapeva cosa ne pensasse Salvatore Greco di Vincenzo Rimini, un mafioso della provincia di Trapani. Cicchitedda vedeva in questo Vincenzo Rimini qualche cosa di padre, qualche cosa di grande, tanto da offrirgli - lui ed io - di farlo evadere dal carcere, nel 1970. Ma Vincenzo Rimini - guardi la mentalità! - mandò a dire a me e a Totò Cicchitedda se eravamo pazzi. Lui era stato condannato, innocente, e doveva espiare la pena, non doveva fuggire dal carcere. Guardi la mentalità: che metamorfosi di mentalità mafiosa. Ci mandò a dire: siete pazzi; no, no io non scappo dal carcere. E scelse il procuratore Scaglione...

PRESIDENTE. Liggio scelse il procuratore Scaglione?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, perché in quel momento, in quei tempi il procuratore Scaglione era interessato alle rivelazioni di una donna che aveva accusato Vincenzo Rimini e che era stato provato che era falsa. Diceva, fra l'altro, di aver dato anche un appartamento. Io ricordo confusamente adesso...

PRESIDENTE. Ad una figlia, sì.

TOMMASO BUSCETTA. Ma già Luciano Liggio mirava come poteva annientare quel grande uomo che era Vincenzo Rimini, che poteva ancora influenzare la provincia di Palermo attraverso l'ascendente della propria personalità. Se ne era liberato perché lo lasciava in carcere: già c'era in carcere, ci rimaneva. Allora fa ammazzare il procuratore, lo fa ammazzare nel territorio dove io appartenevo, con la conseguenza che poi abbiamo visto: hanno detto che il procuratore era vicino agli uomini d'onore, lo hanno denigrato pure dopo morto. Ma la verità non è questa, la verità era minare le basi dello Stato. Lui si è scelto Scaglione, ma non c'era niente contro Scaglione.

PRESIDENTE. La scomparsa del giornalista De Mauro rientra nella stessa logica?

TOMMASO BUSCETTA. Rientra in questa logica. E' per questo che io non voglio parlare e non voglio essere preso per pazzo; perché io ho esperienza della vita e le mie esperienze possono essere giudicate da pazzo. Si può dire: questo qua è venuto dall'America per confonderci le idee. Quindi devo andare passo per passo.

PRESIDENTE. Certo, come sta facendo. Dunque, lei ha detto che l'omicidio di Scaglione fu deciso da Liggio. E la scomparsa di De Mauro?

TOMMASO BUSCETTA. Ma tutti, tutti furono decisi da Liggio. Cioè da Liggio, da Badalamenti e da Bontade, non salviamo nessuno. Da Liggio, da Badalamenti e da Bontade.

PRESIDENTE. Anche le bombe che esplosero a Palermo in quel periodo rientrano in questo quadro?

TOMMASO BUSCETTA. Le bombe le preparava Francesco Madonia.

PRESIDENTE. Ho capito.

TOMMASO BUSCETTA. Ma Francesco Madonia fu trovato in possesso di bombe a casa sua, o fu trovato mentre metteva le bombe, non ricordo bene. Comunque era Francesco Madonia.

PRESIDENTE. Quindi rientrava in questo quadro?

TOMMASO BUSCETTA. Rientrava in questo quadro.

PRESIDENTE. Dunque, sostanzialmente, tanto l'omicidio di Scaglione quanto la scomparsa di De Mauro quanto queste bombe rientrano in un quadro che è quello di preparare le condizioni per ....

TOMMASO BUSCETTA. Per fare il colpo.

PRESIDENTE. Ho capito. Può spiegare cosa sa ...

MARCO TARADASH. Nei verbali c'è scritto che non sapeva niente. Quindi questa è una novità.

PRESIDENTE. Ha detto all'inizio che aveva da dire una novità, ha esordito così.  Signor Buscetta, può spiegare bene alla Commissione questa storia del tentativo di colpo di Stato del 1970, quello di Borghese, del quale lei ha anche parlato ai giudici? Come ne viene a conoscenza?

TOMMASO BUSCETTA. Ci chiama Giuseppe Calderone, insieme al Di Cristina.

PRESIDENTE. Cosa intende dire con "ci chiama"?

TOMMASO BUSCETTA. Perché eravamo negli Stati Uniti, anche Cicchitedda. Allora ci chiama per farci sentire che è stato preparato un colpo di Stato e che Borghese avrebbe intenzione di usare i mafiosi per farsi appoggiare in Sicilia.

PRESIDENTE. Possiamo essere chiari? Vi telefona Pippo Calderone ...

TOMMASO BUSCETTA. Ma non c'è bisogno di telefonare, viene uno e ci avvisa.

PRESIDENTE. Dunque, viene uno ad avvisarvi in America e a questo punto voi partite. Chi viene vi dice che c'è un tentativo di colpo di Stato: vi fa anche il nome di Borghese?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. A quel punto voi cosa fate?

TOMMASO BUSCETTA. Andiamo in Sicilia. Direttamente dalla Svizzera andiamo in Sicilia.

PRESIDENTE. Quindi andate dall'America in Svizzera e poi dalla Svizzera...

TOMMASO BUSCETTA. A Catania, direttamente. A Catania ci incontriamo con Calderone che ci spiega...

PRESIDENTE. Avevate i vostri documenti o documenti falsi?

 TOMMASO BUSCETTA. Falsi. Io mi chiamavo Barbieri e Totò Cicchitedda si chiamava Caruso.

PRESIDENTE. Avete preso una macchina a nolo in Svizzera?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, l'abbiamo lasciata a Catania.

PRESIDENTE. E allora?

TOMMASO BUSCETTA. Chi sapeva tutto esattamente dei miei movimenti fino ad arrivare in Sicilia, e poi dalla Sicilia tornare in Svizzera fino ad arrivare in America, è il colonnello Russo. Sapeva tutto.

PRESIDENTE. Perché?

TOMMASO BUSCETTA. Perché faceva parte del colpo. Il colonnello Russo era la persona indicata che doveva andare ad arrestare il prefetto di Palermo. Quindi quando io sono arrestato per i 114 e lui fa l'associazione dei 114, lui è il poliziotto più sicuro della vita, perché lui lo sapeva. Lui era incaricato, quando veniva il momento X, di andare ad arrestare il prefetto di Palermo. Poi la risposta dei massoni è stata "l'abbiamo addormentato", e io mi sono svegliato.

PRESIDENTE. Chi "abbiamo addormentato"?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so, è una parola tecnica.

PRESIDENTE. Lo so, ma le chiedo a chi si riferivano.

TOMMASO BUSCETTA. Al colonnello Russo. Era addormentato. E io gli ho detto: "Sì, e io mi sono svegliato dentro il carcere all'Ucciardone" pagando l'associazione, perché io sono venuto solo a questo scopo.

PRESIDENTE. Dunque, quando ci fu il processo dei 114 qualcuno protestò con i massoni per questo?

TOMMASO BUSCETTA. Io non so se protestarono o no, ma i massoni si sono interessati del processo dei 114.

PRESIDENTE. Può spiegare come?

TOMMASO BUSCETTA. Ah non lo so, non lo so. Fino a questo punto posso andare.

PRESIDENTE. Come fa a sapere che si sono interessati?

TOMMASO BUSCETTA. Perché l'abbiamo detto tra noi, che i massoni si sono interessati per il processo dei 114. Perché il processo dei 114 verteva tutto nel fermo di una macchina a Milano, macchina nella quale eravamo io, Gerlando Alberti, Giuseppe Calderone, Martino Caruso e Badalamenti.

PRESIDENTE. Quindi, voi...

TOMMASO BUSCETTA. Questa era l'associazione dei 114. E i 114 erano avvenuti così chiari perché il colonnello Russo sapeva tutto, dalla a alla zeta. Andò in Svizzera a trovare niente meno - questo il mio avvocato non se lo spiegava - il biglietto che io avevo scritto essendo ospite di quell'albergo.

PRESIDENTE. Sì. Mi scusi, la morte del colonnello Russo è legata in qualche modo a questa vicenda?

TOMMASO BUSCETTA. No, no.

PRESIDENTE. E' indipendente, non c'entra. Quindi, lei stava dicendo che dopo essere stati avvertiti negli Stati Uniti voi andate in Svizzera, dove prelevate una macchina - mi pare d'aver letto da qualche parte che si trattasse di una Volvo ...

TOMMASO BUSCETTA. Poi l'ho lasciata a Catania.

PRESIDENTE ... e dalla Svizzera scendete in macchina fino a Catania. Cosa trovate a Catania? Con chi parlate?

TOMMASO BUSCETTA. Giuseppe Calderone e Luciano Liggio.

PRESIDENTE. Che era a Catania.

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Latitante, che prendeva il bagno nudo...

PRESIDENTE. Sì, l'abbiamo saputo. E cosa vi dicono?

TOMMASO BUSCETTA. Abbiamo deciso che volevamo delle garanzie, perché si diceva che i mafiosi dovevano mettersi al braccio un bracciale per essere riconosciuti e voleva l'elenco di tutti i mafiosi della Sicilia. Noi dicemmo "sta scherzando, ma chi glieli dà?"; poi finisce come Mussolini e lui ha l'elenco delle persone. Allora si mandarono Giuseppe Calderone e Di Cristina a Roma per incontrarsi con il principe Borghese. Si incontrarono con il principe Borghese ed ottenevano niente fasce e niente nomi. E si aggiustavano i processi di Riina, di Natale Rimi e di Luciano Liggio, i due che erano veramente i più inguaiati.

PRESIDENTE. Questa fu l'offerta che fece Borghese: niente liste, niente segni di riconoscimento, si aggiustavano i processi per le persone più esposte e voi in cambio cosa dovevate fare?

TOMMASO BUSCETTA. Fare parte della rivolta e fare in modo che non ci fossere contrattacchi da parte dei civili, della polizia.

PRESIDENTE. Questo soltanto in Sicilia o dappertutto?

TOMMASO BUSCETTA. Io posso parlare solo per la Sicilia; non so cosa sia avvenuto nelle altre regioni.

PRESIDENTE. E poi come è andata?

TOMMASO BUSCETTA. Abbiamo detto a Calderone, a Di Cristina, a Bontade noi che ci siamo riuniti in quella famosa giornata in cui venne fermata la macchina con dentro me, Badalamenti e Caruso, avevamo finito una riunione a Milano ...abbiamo detto di fare in modo di non dare i nomi e poi di far mantenere quegli impegni che lui aveva preso. E ritorniamo in America; non appena sbarco in America, vengo arrestato e la prima cosa che mi domanda la polizia americana è: "Lo fate o no il golpe in Sicilia?", questa è la prima cosa che mi è stata chiesta non mi è stato chiesto quanta droga avessi portato o quanti omicidi compiuto ma soltanto: "Lo fate o no questo golpe?". Io gli ho detto: "Ma quale golpe?" "Quello con Borghese". Io dissi di non capire di cosa stessero parlando e quindi negai tutto ma gli americani ne erano a conoscenza. La risposta che poi mi arrivò negli Stati Uniti fu che il golpe non si era potuto fare perché c'era una flotta russa nel Mediterraneo, ma che gli Stati Uniti erano d'accordo. Se è vero o non è vero questo non lo so né posso controllarlo.

 PRESIDENTE. Cosa sa di Giuseppe Calderone?

 TOMMASO BUSCETTA. Era mafioso, era rappresentante.

PRESIDENTE. L'idea della commissione regionale viene da Calderone, che lei sappia?

TOMMASO BUSCETTA. No, credo di no, non lo so.

PRESIDENTE. Nel corso dell'interrogatorio dell'11 settembre ...

TOMMASO BUSCETTA. Comunque, si ricordi che alla provincia di Catania ho dato valore 4.

PRESIDENTE. Catania valeva meno di tutte, insomma. Adesso è Santapaola il referente di Riina?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, ma vale sempre 4.

PRESIDENTE. Perché vale così poco?

TOMMASO BUSCETTA. Perché non hanno il carisma, la forza che può avere quello della provincia di Palermo.

PRESIDENTE. Ho capito, c'è proprio un problema di peso.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Nel corso dell'interrogatorio dell'11 settembre scorso, lei ha detto: "Per la verità, mi risulta anche personalmente che esponenti di primo piano di Cosa nostra hanno avuto contatti politici a Roma utilizzando come ponte i cugini Salvo anche senza l'intervento di Salvo Lima. D'altra parte, come oggi ha detto, Lima Salvo era uno dei principali interlocutori politici di Cosa nostra ma non il solo. Ad esempio, per limitarci a Palermo, ci si rivolgeva anche ad altri uomini politici, ciascuno dei quali aveva un proprio punto di riferimento a Roma". Per quali questioni ci si rivolgeva a Lima?

TOMMASO BUSCETTA. Se dovessi parlare fino al 1984 ...

PRESIDENTE. Certo, per quello che sa lei.

TOMMASO BUSCETTA. ... sempre per quegli appalti e ... Io personalmente ... e lui si era scusato con me, aveva detto di non essersi potuto interessare perché il mio nome era troppo eclatante e ci saremmo fatti male a vicenda: lui politicamente ed io da un altro punto di vista. Mi disse comunque che si riteneva a mia disposizione. Quindi, Lima li aveva gli agganci a Roma per interessarsi per i processi, solo con il mio nome non si era potuto interessare. Quando chiediamo cosa facesse Lima per la mafia e di cosa si interessasse, io rispondo della vita quotidiana, di ciò di cui si può aver bisogno. Non possiamo chiedere se si interessasse di una specifica cosa, certamente non si interessava di droga (su questo potrei dare la mia parola d'onore, è fuori discussione), però si interessava di tutte le altre cose quotidiane, per esempio una licenza di caccia o un passaporto; tutte quelle cose quotidiane per ottenere le quali si ha bisogno di un'entità politica a Lima si chiedevano, sì, ma si chiedevano anche ad altri uomini politici. Io parlo di Lima e ne parlo perché si è fatta tanta polvere; mi sono lamentato con i tre giudici che sono venuti a trovarmi a Milano dicendo: "Voi avevate un impegno che avevamo scritto nel verbale: avevamo scritto che queste cose non si sarebbero ... per lo meno quando l'indagine fosse stata più completa". Però, loro erano contenti perché avevano trovato il tribunale della libertà a favore della loro indagine e quindi mi sono calmato un po'. Però, ritengo che queste cose debbono essere fatte più saggiamente: non vi potete permettere di essere deboli nei confronti di Riina, perché Riina - ricordatevelo - ... Forse questa audizione lascerà uno strascico cattivo nei miei confronti, ma io sono così, sono quello che voi vedete. Non è all'intelligenza di Riina che dovete mirare, non sappiamo chi Riina abbia dietro di sé perché lui ha la ferocia, lui ha gli uomini mafiosi in mano ma è una cosa intelligente quella che sta succedendo da Lima ad oggi?

VITO RIGGIO. Si spieghi meglio.

TOMMASO BUSCETTA. No, non lo posso spiegare, non lo posso spiegare e lei non si deve offendere.

PRESIDENTE. A cosa si riferisce dicendo "quello che sta succedendo da Lima in poi"?

TOMMASO BUSCETTA. Alle stragi, non mi riferisco ad altro. Mai in nessun'epoca si era verificato un caso come l'omicidio di Chinnici, come quelli del dottor Falcone e del dottor Borsellino, mai.

PRESIDENTE. Perché non mette anche Ignazio Salvo in questo quadro?

TOMMASO BUSCETTA. Ignazio Salvo non serviva più a Totò Riina, gli era d'incomodo, non serviva più.

PRESIDENTE. E Lima? Serviva ancora?

TOMMASO BUSCETTA. Lima serviva a denigrare Andreotti, ma queste sono supposizioni mie, signori miei, per favore fermiamoci, non andiamo oltre. Non è che io non sia disposto a dare la mia collaborazione e la mia esperienza, sono dispostissimo; io faccio un atto notarile, se lo volete. Io sono un uomo libero, vado, vengo quando voglio, mi siedo, dormo perché non sono più il "soldatino" che deve obbedire, che sta deponendo per ottenere uno sconto di pena, oggi non ho sconti.

PRESIDENTE. Lei sta formulando un'ipotesi per quello che riguarda fatti che si sono verificati mentre lei era detenuto. Poiché lei nello stesso quadro ha inserito Lima e poi Falcone e Borsellino mentre non ha parlato di Ignazio Salvo, le chiedo perché lei sostenga che Ignazio Salvo non serviva più.

TOMMASO BUSCETTA. Secondo me non serviva più.

PRESIDENTE. Non serviva più da vivo?

TOMMASO BUSCETTA. Ma noi dobbiamo andare indietro. Non posso così in due parole determinare un argomento. I Salvo, quando incontrarono me - che hanno visto Dio in terra incontrando me - fra le altre cose mi dissero che chi aveva sequestrato Corleo era stato proprio Totuccio Riina, che loro non avevano la forza di dimostrarlo perchè era tanto segreto. Ma oggi lo sappiamo più perfetto. Era stato Riina, era stato Scarpuzzedda, erano stati tra di loro anche con il signor Calò. Quindi quando i Di Salvo mi vedono a me ...

PRESIDENTE. Cioé Ignazio Salvo?

TOMMASO BUSCETTA. Ignazio e Nino.

PRESIDENTE. I due Salvo?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, i due Salvo. Dicono: possiamo cominciare a fare la guerra a questi "quattru viddani"? "Viddani" significa contadini. Io dissi che non ne valeva la pena, perché i valori si erano perduti ed ognuno pensava al suo contrabbando se andava in porto, se dall'America arrivavano i soldi. Si erano perduti quei valori, quindi io non vedevo via d'uscita. Dissi a Stefano Bontade: tu sei un uomo morto perché ti vedo già morto. E me ne andai in Brasile.  Quindi, quando Salvo è sempre in una posizione di buon equilibrio fra politica e mafia, a Riina lo lascia tranquillo: vai avanti! Nel momento in cui non serve più, è da eliminare. Perché il parente di quel Corleo che continua ancora ad indagare per vedere dove si trova il morto, perché vogliono anche il morto, le ossa ...

PRESIDENTE. Anche a tanti anni di distanza?

TOMMASO BUSCETTA. Anche a tanti anni di distanza. Non so, ma mi sembra che ci siano cose di eredità. E' una cosa molto complessa.

PRESIDENTE. Invece Lima, lei dice, serviva ancora da vivo. O no? Non ho capito bene. Abbiamo capito che Ignazio Salvo non serviva più e quindi a questo punto è fatto fuori, anche perché sta continuando a cercare una cosa che non doveva cercare. Per Lima, invece?

TOMMASO BUSCETTA. Per Lima, invece, è un politico e può darsi che non abbia mantenuto un impegno o può darsi che dietro la morte di Lima ci sia una cosa molto superiore all'impegno processuale. Siamo nel campo delle ipotesi.

PRESIDENTE. Lei ha fatto un cenno ed ha detto: Lima serviva a denigrare Andreotti.

TOMMASO BUSCETTA. Può darsi.

PRESIDENTE. Lima da vivo o Lima da morto?

TOMMASO BUSCETTA. Lima da morto. Da vivo no, certamente no.

PRESIDENTE. Quali erano i referenti romani di Lima?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

PRESIDENTE. Non lo sa o preferisce non dirlo?

TOMMASO BUSCETTA. Preferisco non dirlo.

PRESIDENTE. Quando lei preferisce non dirlo, lo dica. Quando non lo sa, dica che non lo sa, altrimenti non capiamo.

MARCO TARADASH. A questa domanda possiamo rispondere noi.

PRESIDENTE. Quali erano i referenti palermitani di Lima?

TOMMASO BUSCETTA. Principalmente i Salvo.

PRESIDENTE. Lima era parlamentare europeo ed era uomo anche abbastanza importante nella vita politica per cui non poteva occuparsi di tutto.

TOMMASO BUSCETTA. Ma mica gli dicevano: vammi a fare la spesa tutti i giorni. Chiedevano un favore oggi e un altro dopo un mese. Quindi erano impegni che poteva ...

PRESIDENTE. ... mantenere. Al di là dell'onorevole Lima, facendo riferimento alle cose che lei ha detto ai giudici l'11 settembre, quali erano gli uomini politici cui si rivolgeva Cosa nostra a Palermo ed a Roma? Lei ha detto che non era solo Lima e che c'erano anche altri.

TOMMASO BUSCETTA. Io preferirei dirlo ai giudici che farebbero delle indagini.

PRESIDENTE. Ho capito. Ci sono uomini politici che erano uomini d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Sono tuttora in vita, in attività?

TOMMASO BUSCETTA. Alcuni.

PRESIDENTE. In attività politica?

TOMMASO BUSCETTA. Credo di no. Ho dato una carrellata.

PRESIDENTE. Può fare i nomi?

TOMMASO BUSCETTA. No. Li farò, però.

PRESIDENTE. Preferisce non farli.

TOMMASO BUSCETTA. Li farò, però.

PRESIDENTE. Quali sono gli uomini sostenuti da Cosa nostra nelle campagne elettorali?

TOMMASO BUSCETTA. Come corrente, come partito?

PRESIDENTE. Come persone. Quali candidati? 

TOMMASO BUSCETTA. Innanzitutto si cerca la corrente.

PRESIDENTE. La corrente vuol dire il partito?

TOMMASO BUSCETTA. Se è comunista, se è ... niente da fare.

PRESIDENTE. Comunisti e fascisti niente. Poi?

TOMMASO BUSCETTA. Poi ...

PRESIDENTE. Va bene, ho capito.

TOMMASO BUSCETTA. Si sceglie quello che ha già una caratteristica ad essere avvicinato, cioè quello a cui si possono, quando lui sarà eletto ... perché non è vero il fatto che si pattuisca prima: se tu diventerai onorevole, tu mi darai e io ti farò avere mille voti. Non è vero, per lo meno non si è mai usato, anzi si è detto: onorevole, io per lei farò le cose, speriamo che lei quando sarà onorevole non si dimenticherà. Quando poi diventa onorevole, c'è una forma di parlare con l'onorevole che è: o me la fai o me la fai! E l'onorevole fa. Sempre!

PRESIDENTE. Questo accade per tutti quelli che sono stati votati da Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. No, perché molte volte si fa confusione. Non si può stabilire quanti voti ha preso il Tizio o il Caio. E' una cosa molto difficile, solo il votato sa se ci sono stati, se sono affluiti i voti che Cosa nostra doveva dare per lui. E poi non è Cosa nostra.

PRESIDENTE. Ci spiega un po' bene?

TOMMASO BUSCETTA. E' il personaggio della Cosa nostra, non Cosa nostra. Il personaggio non dice all'altro della Cosa nostra che lui... o meglio dice: il presidente è cosa mia quindi, se tu hai bisogno di un favore dal presidente, devi rivolgerti a me. Mica ci devi andare direttamente. Quindi è una specie di monopolio il candidato eletto da me, che è differente dal candidato eletto da questo signore qui.

PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione come funziona questo meccanismo prima del voto? Bisogna scegliere un candidato da votare ...

TOMMASO BUSCETTA. No, non si sceglie il candidato da votare. Non è nè la commissione ...

PRESIDENTE. Mi faccia completare la domanda. Lei dice che non è Cosa nostra che sceglie, ma il singolo uomo d'onore. E' così?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, che se lo sceglie.

PRESIDENTE. Anche la famiglia o solo il singolo?

 TOMMASO BUSCETTA. No, è quasi personale.

 PRESIDENTE. Ho capito. Lei dice che questa scelta non è un contratto secondo cui io faccio questo e poi tu mi dai quest'altro.

TOMMASO BUSCETTA. No.

 PRESIDENTE. Si fa intendere. Però, si prendono prima contatti con quello che si voterà oppure no?

TOMMASO BUSCETTA. Certo.

PRESIDENTE. Può accadere che vi sia un uomo politico che è votato anche in zone, in quartieri dove una famiglia comanda senza che quest'uomo politico lo sappia?

TOMMASO BUSCETTA. No. Anzi, si può candidare qualsiasi persona. Non solo, avevamo la bontà di non impedire che lui si candidasse. Noi impedivamo solo il partito comunista nel vero senso della parola. Andavamo famiglia per famiglia a dire: partito comunista niente, è la cosa peggiore che esiste. Questo sì, ma per quanto riguarda tutti gli altri partiti, lasciavamo libertà a chi si voleva candidare. Era per questo, anzi, che l'uomo politico cercava il mafioso, perché sapeva che lui poteva ottenere molto di più di quello che si era candidato per conto suo.

PRESIDENTE. Cioè senza sostegno.

TOMMASO BUSCETTA. Senza sostegno.

PRESIDENTE. Poteva accadere che un uomo d'onore o più uomini d'onore decidessero di non votare più per un partito, o per certi candidati perché questi non li avevano sostenuti a sufficienza?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. A lei non risultano cose di questo genere?

TOMMASO BUSCETTA. No, a me non risultano queste cose.

PRESIDENTE. Per capire, se andiamo a vedere come si sia votato in un quartiere dove comanda quella certa famiglia si può dire, secondo lei, che l'uomo politico votato è persona con cui chi comanda in quel quartiere ha preso contatti?

TOMMASO BUSCETTA. Guardi, lei domanda una cosa tecnica alla quale non so rispondere. Credo che non si può vedere. L'uomo politico abitualmente - lei lo sa meglio di me - sa le preferenze che avrà, già ha una percentuale. Ha già la sua visione, ma quando questa percentuale aumenta lui sa benissimo...

PRESIDENTE. Vorrei capirlo meglio. Mi presento in un quartiere dove comanda una famiglia mafiosa particolarmente importante: se nelle elezioni precedenti ho preso pochi voti, mentre nelle attuali ne prendo tanti, ciò che significa che sono stato appoggiato? Oppure può accadere che la gente voti liberamente?

TOMMASO BUSCETTA. No, è stato appoggiato. Se il suo quoziente in quella borgata è di cento voti e improvvisamente, quando lei ha raggiunto un accordo con me, così, di benevolenza - non trattative, non ci sono trattative, per lo meno nell'ambiente mafioso - vedrà trecento voti, saprà che duecento sono venuti da parte mia, dal mio interessamento. Quindi, lei meglio di nessuno sa che mi deve rispettare perché quei voti saranno sempre suoi.

PRESIDENTE. Non può accadere, secondo quanto lei sa, che un uomo politico venga votato in modo massiccio, in un quartiere mafioso, dominato dalla mafia, se la mafia non ha deciso di votarlo.

TOMMASO BUSCETTA. E' molto difficile.

PRESIDENTE. In un interrogatorio davanti al dottor Falcone sostiene che Badalamenti mentre era con lei a Belem il 3 settembre 1982, avendo appreso dalla televisione dell'assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, ritenne che l'omicidio era stato effettuato dai corleonesi, aiutati dai catanesi, che erano a loro più vicini, ed aggiunse (Badalamenti a lei) che "qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia, della presenza, troppo ingombrante ormai, del generale". Può spiegare alla Commissione il significato di questa ipotesi di Badalamenti?

TOMMASO BUSCETTA. Credo che l'ho fatto mezz'ora fa, più o meno. Già l'ho fatto questo, già ho dato questa risposta.

PRESIDENTE. Ho capito.

TOMMASO BUSCETTA. Lo stesso Badalamenti non si spiega perché nel 79 deve morire, perché nel 1979 lui non è più...

PRESIDENTE. Non è ancora.

TOMMASO BUSCETTA. No, non è più il capo della commissione. E' finito; come uomo è finito, già è espulso da Cosa nostra.

PRESIDENTE. Certo.

TOMMASO BUSCETTA. Lui non si spiega come nel 1979 si doveva uccidere Dalla Chiesa da parte nostra e farlo rivendicare ai brigatisti. Poi, quando viene a Palermo il generale Dalla Chiesa e viene a disturbare i mafiosi (perché io so che li ha disturbati veramente)... lui non si spiega. Il fatto dei catanesi è un pour parler dicono i francesi, è uno scambio di vedute. Io penso che avranno usato anche i catanesi nell'omicidio, perché siccome devono agire nella pubblica via, nelle vie più centrali di Palermo, hanno usato gente sconosciuta. Lui già sapeva dei collegamenti tra Riina, i Greco e i catanesi.

PRESIDENTE. Il fatto che il generale Dalla Chiesa cominciasse a dare fastidio alla mafia e che fosse ucciso a Palermo, non necessariamente poteva far pensare al fatto che ci fosse un altro interesse ad uccidere il generale oltre a quello di difesa pura della mafia.

TOMMASO BUSCETTA. Sì, ma vede è il primo omicidio eccellente Dalla Chiesa e viene cercato. E' difficile che io trasferisca questa mia logica a voi.

PRESIDENTE. Lo sta facendo capire benissimo.

TOMMASO BUSCETTA. E' difficile. Mai la mafia si era spostata a questi livelli. Solo perché aveva detto che i fogli rosa non si dovevano dare più. Noi avevamo subìto il prefetto Mori e non lo si era ammazzato - dico noi, forse non ero nato, lo dico per sentito dire -. Non si era ammazzato il prefetto Mori né quando era prefetto, né quando si ritirò.  Cercare a Dalla Chiesa nel 79 non è più un problema mafioso; è un problema che va al di là della mafia. Poi si ammazza perché sta andando ad indagare sui costruttori di Catania o sulle patenti: è troppo in alto che si va. Questa è la mia opinione.

PRESIDENTE. Quali sono gli altri omicidi di mafia che fanno sorgere tali tipi di dubbio: quello di La Torre, poco prima dell'uccisione del generale Dalla Chiesa, può far nascere questo dubbio?

TOMMASO BUSCETTA. La Torre... Poi loro hanno attuato la legge La Torre, l'hanno messa in pratica e hanno sequestrato tutti i beni dei perdenti.

PRESIDENTE. Quando La Torre fu ucciso, il 30 aprile 1982, la legge non c'era ancora.

TOMMASO BUSCETTA. Non c'era ancora, ma loro pensavano che si stesse interessando. In virtù di tutte queste cose - perché lei, stringi stringi, si ricorda il suo mestiere di giudice istruttore e ritorna sempre sullo stesso argomento - ed è l'opinione che mi sono creato da solo, non è vero che si vuole ammazzare perché quello merita di essere ammazzato: è un mezzo. Pio La Torre stava facendo la legge antimafia per il sequestro dei beni; va bene, allora l'ammazziamo tanto...l'ammazziamo per questa ragione, poi vediamo se... Stanotte stavo leggendo un libro di Caponnetto ... no, scusate del giudice Falcone, scusate la deviazione, in cui riferisce che una volta io raccontai a lui una barzelletta. Gli dissi che un tizio ricorre al dottore per un'infezione in un posto che, per la presenza di donne, non specifico. Disse il dottore "guardi, se è stato il filo spinato è una cura; se è stata un'altra cosa è un'altra cura! Dottore, lei mi dia l'altra cura, ma le giuro che è stato il filo spinato!".

PRESIDENTE. Ho capito.

TOMMASO BUSCETTA. Quindi ... Andiamo al fatto vero: è inutile che io divago e parlo di un'altra ipotesi. Mi sono fatto una mentalità mia che può non andare d'accordo con la realtà. Non mi piace essere deriso e di essere preso in giro dicendo che sono un pazzo da legare. Le mie verità le affiderò ai giudici; le prove che loro troveranno, le porteranno avanti. Non desidero diffamare nessuno.  

PRESIDENTE. Lei deve tener conto che la Commissione parlamentare ha il dovere di porre una serie di domande.

TOMMASO BUSCETTA. Ha ragione signor presidente.

PRESIDENTE. Quali sono gli altri omicidi che fanno nascere questo tipo di sospetto?

TOMMASO BUSCETTA. Ma tutti!

PRESIDENTE. Tutti?

TOMMASO BUSCETTA. Tutti. Il giudice Falcone è stato ucciso da Cosa nostra perché fu uno strenuo lottatore contro la mafia. Strenuo, onesto e dignitoso! Però è un mezzo per coprire altre cose, secondo il mio punto di vista. E' ucciso perché combatte la mafia; è ucciso dai mafiosi. Non si venga a dire che la mafia non c'entra! Perché se ne intendono quanto i dottori si intendono di astrologia. Io vedo altre cose intorno a queste cose.

CARLO D'AMATO. Lei ha detto che il terzo livello non esiste.

TOMMASO BUSCETTA. Non esiste il terzo livello.

CARLO D'AMATO. E allora chi c'é dietro?

TOMMASO BUSCETTA. Eh, ma questo è un terzo livello interessato. Questo è un terzo livello interessato. Insisto che non c'è il terzo livello, perché i mafiosi non prendono ordini, ma possono i mafiosi dire ad altri "noi faremo così!".

PRESIDENTE. E voi cosa ne pensate?

TOMMASO BUSCETTA. Credo di averlo fatto capire cosa ne penso.

PRESIDENTE. No, i mafiosi dicono "noi faremo così" e chiedono all'altro "e voi cosa ne pensate?". E l'altro risponde di sì o di no.

TOMMASO BUSCETTA. Quello dice sì. Tranne che non è prospettato, come dire faremo questo, questa grande cosa.  In sostanza mi trovo con dei rebus. Questi miei rebus li affiderò ai giudici e i giudici li svolgeranno.

PRESIDENTE. E' chiaro.

TOMMASO BUSCETTA. Se poi diranno "signor Buscetta, dei rebus che lei ci ha dato non comprendiamo niente", tanto di guadagnato. Credo che potrò dare a loro qualche chiave perché loro possano andare avanti.

PRESIDENTE. Dobbiamo sospendere la seduta per cambiare la cassetta della registrazione televisiva. La seduta, sospesa alle 13,25, è ripresa alle 14.

PRESIDENTE. Badalamenti le ha mai detto altro su Carlo Alberto Dalla Chiesa?

TOMMASO BUSCETTA. In questo momento non ricordo. Credo di no. In questo momento non sono molto... Mi sono alzato questa mattina alle 5 per venire qui.

PRESIDENTE. Si vuole riposare?

TOMMASO BUSCETTA. No. Voglio dire che forse non sono abbastanza lucido.

PRESIDENTE. Non si preoccupi.  Dopo la strage del 3 settembre, vi capitò di riparlare di quell'omicidio?

TOMMASO BUSCETTA. Del 3 settembre?

PRESIDENTE. Si, la data dell'omicidio del generale Dalla Chiesa. Vi capitò di riparlarne tra uomini d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Demmo sempre la versione che lui era andato in Sicilia a disturbare i mafiosi. Non abbiamo dato, almeno per quanto riguarda le persone con cui mi sono riunito, una versione diversa da quella che sto dicendo questa mattina. Abbiamo detto che avevano esagerato ammazzando Dalla Chiesa e la moglie e che ci sembrava che questo fatto fosse veramente anomalo, sempre indirizzando il nostro sguardo verso la mafia: lui li aveva disturbati e la mafia se ne era liberata. In effetti è così, signori miei, guardatelo con questi occhi: è la mafia che si è liberata di Dalla Chiesa.  Quella che voglio dire è solo...

PRESIDENTE. Un'ipotesi.

TOMMASO BUSCETTA. Nel campo delle ipotesi, del "delirio".

PRESIDENTE. Forse è il caso di spiegare che il termine delirio riporta alla breve conversazione informale che lei ha avuto, poc'anzi, con l'onorevole D'Amato e che quindi assume un significato particolare.  Le sue congetture riguardano soggetti e organismi italiani o stranieri?

TOMMASO BUSCETTA. Prettamente italiani, del nostro paese.

PRESIDENTE. Badalamenti le ha dato notizie sulle possibili cause della morte di Calvi?

TOMMASO BUSCETTA. Non mi ha dato notizie, per la verità. Mi disse: il tuo figlioccio, Calò,... Non so se lei capisce la parola "figlioccio".

PRESIDENTE. La prego di spiegarla.

TOMMASO BUSCETTA. Ho iniziato Calò, quindi ero il suo padrino. L'unico che ho portato a Cosa Nostra è stato Giuseppe Calò; l'ho iniziato io e quindi lui mi chiamava padrino.  Quando questo padrinato e questa figliolanza si erano rotte, il Badalamenti mi disse: il tuo figlioccio è coinvolto nella vicenda Calvi fino a qua. Le parole, molte volte, tra uomini d'onore sono solo cenni. Non si possono avere curiosità nè interesse: basta quello che mi dici, purché sia la verità. Il dialogo si fermò quando lui disse: il tuo figlioccio è invischiato nel delitto Calvi fino a qua. Però, trovandomi a Roma e collaborando con la giustizia, sono stato chiamato da un ufficio di polizia a tradurre un verbale dal portoghese all'italiano. Non è che io sia traduttore, ma conosco il portoghese.

PRESIDENTE. So che lei è stato in Brasile per molti anni.

TOMMASO BUSCETTA. Inoltre, ho una moglie e dei figli brasiliani. Traduco questo documento e noto che la polizia italiana, attraverso la testimonianza di una brasiliana, cognata di tale Nunzio Guido (Cosa nostra napoletana), aveva conferito con un poliziotto italiano, raccontando certi episodi che non erano di molto peso secondo la polizia italiana. Io in tutti quei personaggi ne riconoscevo due, uno era Giuseppe Calò, che all'epoca si faceva chiamare Mario Aialoro, e un altro un certo Mimmo, che conosco personalmente perché mi è stato presentato da Calò Romano.

FERDINANDO IMPOSIMATO. Balducci?

TOMMASO BUSCETTA. Esatto. Quando leggo il documento, conoscendo questi due molto bene (Mario Aialoro - Giuseppe Calò)...

PRESIDENTE. Lei sapeva che erano la stessa persona?

TOMMASO BUSCETTA. Si, lo sapevo perché ero stato a Roma a casa sua nel 1980.  Dico a questo funzionario di polizia che Mario Aialoro è Giuseppe Calò, il quale nella riunione con le mogli è in compagnia di Danilo Abbruciati, quello che va a sparare al direttore della banca di Milano. Vedete che disegno! Gli organi inquirenti non avevano fatto caso a questa cosa, che non era sfuggita a me che sono vecchio e conosco i fatti. Perché Pippo Calò stava insieme a Danilo Abbruciati pochi giorni prima della sparatoria del direttore del Banco Ambrosiano? Ci doveva essere un interesse. C'è poi la cosa che aveva detto Gaetano Badalamenti: Pippo Calò sta fino a qua nella vicenda Calvi. Io faccio un riassunto di "delirio" e dico: Pippo Calò ci sta fino a qua. Non è soltanto Badalamenti che dice una frase, perché c'è un altro riscontro, essendo difficile che si riunisse con Danilo Abbruciati, il quale pochi giorni dopo va a sparare al direttore del Banco Ambrosiano e lo ammazza. Ho finito.

PRESIDENTE. Altre notizie lei non ne ha avute?

TOMMASO BUSCETTA. Io non ne ho avute, però se per voi può essere una strategia, sappiate che i soldi guadagnati dalla mafia con la droga sono molto più ingenti di quelli che i vostri ...

PRESIDENTE. ...conti...

TOMMASO BUSCETTA. ... stabiliscono. Quindi, non è affatto impensabile che Calvi abbia avuto soldi mafiosi e ne abbia fatto cattivo uso.

PRESIDENTE. Cioè, che abbia avuto in deposito soldi mafiosi e ne abbia fatto cattivo uso?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. E per questo sia scattata la vendetta?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, una vendetta ma c'è un'altra cosa: uno molto vicino a Giuseppe Calò... Non so se queste cose debba dirle.

PRESIDENTE. Le dica pure, poi decideremo noi.

TOMMASO BUSCETTA. C'è una persona molto vicina a Pippo Calò e a Totò Riina che pochi anni fa viene trovata a Londra in possesso di eroina; viene messa in carcere in quella città dove già abitava. Quell'individuo è capace di impiccare Calvi e di metterlo sotto il ponte.

PRESIDENTE. Sta parlando di Di Carlo?

TOMMASO BUSCETTA. Esattamente. Si tratta di una serie di circostanze che mi fanno pensare, quasi vivere, che i mafiosi siano coinvolti nel caso Calvi.

PRESIDENTE. E' chiaro. Secondo lei, chi informava Badalamenti?

TOMMASO BUSCETTA. Badalamenti ha un nucleo familiare grandissimo, in America ed in Sicilia, che in parte è stato ammazzato e in parte no; comunque è un nucleo di gente che appartiene alla mafia. Un esempio tipico è che Badalamenti esce, Badalamenti viene espulso e chi assume la carica di rappresentante a Cinesi, borgata o paesino di Badalamenti, è il cugino, cioè Nino Badalamenti, che è rimasto in carica fino a quando non gli hanno sparato.

PRESIDENTE. Badalamenti ha mai fatto collegamenti tra l'omicidio Calvi e quello di Dalla Chiesa?

TOMMASO BUSCETTA. No; Badalamenti sa fare molto bene, meglio di chiunque altro, intrighi ma non è molto sviluppato intellettualmente.

PRESIDENTE. Ho capito, non è sveglio. Può parlare alla Commissione dell'invito che fece a lei Pippo Calò di restare in Italia quando voleva tornare in Brasile? Se non sbaglio, negli anni ottanta lei voleva tornare in Brasile...

TOMMASO BUSCETTA. Questo è scritto su tutti i giornali!

PRESIDENTE. Sì.

TOMMASO BUSCETTA. Mi disse di rimanere in Italia ma non era il caso: avevo sofferto tanto e me ne volevo tornare in Brasile dove sarei andato povero, non certo ricco.

PRESIDENTE. Voleva andare in Brasile per sfuggire all'eventuale cattura o no?

TOMMASO BUSCETTA. Credevo di aver già pagato abbastanza lo Stato italiano con otto anni di carcere.

PRESIDENTE. Ma doveva farne ancora qualcuno?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, dovevo fare ancora qualche anno di semilibertà. Ero stato otto anni in carcere e volevo andarmene; avevo una moglie giovane, credo bella - almeno ai miei occhi era bella - e non vedevo perché non dovessi godere mia moglie e i miei figli tranquillamente e lasciare tutti i problemi, compresi quelli avuti nel carcere dell'Ucciardone. Sebbene Ciancimino dica che io fossi l'ultimo, devo ricordare a questo signore che non ero l'ultimo, anzi ero il primo. Nel carcere dell'Ucciardone non è entrato nessuno per dire a ottocento detenuti: "Raccogliete il pane e mettetelo dentro le celle"; l'ha fatto solo Tommaso Buscetta.

PRESIDENTE. Ci spiega questa storia, che non conosciamo?

TOMMASO BUSCETTA. Hanno fatto sciopero, hanno buttato il pane fuori dalle celle.

PRESIDENTE. Quando?

TOMMASO BUSCETTA. Dal 1972 al 1977; il direttore del carcere, che mi stimava moltissimo, mi disse: "Signor Buscetta, se non interviene, io diventerò un direttore rigoroso e farò chiudere le porte". Andai nelle sezioni e dissi: "Rimettete il pane nelle celle". A far raccogliere il pane non è andato il signor Ciancimino ma ci sono andato io.

PRESIDENTE. E tutti raccolsero il pane?

TOMMASO BUSCETTA. Tutti raccolsero il pane. Questo fatto è avvenuto ed è stato oggetto di una notizia giornalistica.  All'interno del carcere passavo molti guai, perché non si possono dominare 1.200 detenuti con 1.200 idee l'una diversa dall'altra: c'era l'infamone, lo spione, il malandrino, il mafioso, il magnaccia, tutte le categorie. Necessariamente dovevo dominare tutti quanti ma non è facile, mi creda, non è facile. Però ci sono riuscito. Sono stato portato a Cuneo, perché l'unico ad essere trasferito dal carcere di Palermo ad uno di massima sorveglianza è stato Tommaso Buscetta. Se ne sono infischiati dei peggiori e hanno mandato Tommaso Buscetta, a Cuneo: lì sono rimasto per tre anni.

PRESIDENTE. L'onorevole Biondi le chiede chi intenda quando usa l'espressione "hanno mandato".

TOMMASO BUSCETTA. Forse non ho usato le parole giuste, mi correggo: le autorità preposte alla massima sorveglianza mi hanno prelevato dall'Ucciardone e mi hanno portato a Cuneo.

ALFREDO BIONDI. Le autorità preposte alla custodia?

 TOMMASO BUSCETTA. Le autorità preposte alle carceri di massima sorveglianza. Come le chiamavano allora?

 PRESIDENTE. Carceri di massima sicurezza.

 TOMMASO BUSCETTA. Lo dico più chiaramente: il generale Dalla Chiesa ha preso solo me dall'Ucciardone e mi ha mandato a Cuneo.

PRESIDENTE. Può cercare di spiegare perché fu preso soltanto lei?

TOMMASO BUSCETTA. Non me lo spiego; credo che ci sia stato un litigio tra il direttore del carcere di Palermo ed il generale Dalla Chiesa. Quando questi gli domandò quali fossero i detenuti da mandare nelle carceri di massima sorveglianza, il direttore del carcere di Palermo disse: "Nessuno". "Come nessuno? E Buscetta Tommaso?" Il direttore rispose: "Sì, c'è Buscetta Tommaso ma egli è un equilibrio dentro il carcere, non ha mai tentato di evadere o di segare sbarre, malgrado gli abbia concesso, dietro domandina, il possesso di seghetti perché egli ha l'hobby della costruzione delle navi da modellismo". "Ah, so che Buscetta si è sostituito a te!".  Quindi io sono stato il centro di una disputa tra due personalità e sono stato trasferito a Cuneo.

ALTERO MATTEOLI. Lei come sa queste notizie?

TOMMASO BUSCETTA. Dal direttore del carcere, dottor Di Cesare, personalmente. Ma c'è di più: io sono uscito in permesso dal carcere perché una mia figlia si operava a Milano di peritonite ed era sul punto di morire; mi hanno dato cinque giorni di licenza e al quinto giorno esatto mi sono ripresentato sperando di essere trasferito da quel carcere in un altro carcere dove, nei colloqui settimanali, avrei potuto baciare i miei figli. Il generale Dalla Chiesa disse: no, lui deve rimanere a Cuneo.

PRESIDENTE. Si spiega il motivo di questa scelta nei suoi confronti?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so, io non lo so.

PRESIDENTE. Non può fare neanche ipotesi?

TOMMASO BUSCETTA. Neanche ipotesi.

PRESIDENTE. Stavamo parlando dell'invito fattole da Pippo Calò di restare in Italia. Vogliamo riprendere questo discorso?

TOMMASO BUSCETTA. Pippo Calò mi disse: "Perché devi andare in Brasile?" Gli dissi: "Pippo, qua io vedo che siete tutti ricchi". "Ma tu avrai tutti i soldi che vorrai, devi dire solo quanto vuoi". "No, sennò divento schiavo di questa routine. E poi non mi piace quest'atteggiamento che tu hai in commissione, di dire sempre sì quando i corleonesi parlano". "Ma i corleonesi sono nostri amici". "Sono i tuoi amici, non i miei. Comunque, io non desidero litigare. Ti conosco da bambino. Dobbiamo fare solo una cosa: io me ne vado in Brasile, voglio essere lasciato in pace". "Ma se tu rimani qua c'è una fortuna. Si devono fare i quattro quartieri a Palermo": tuttora non so che cosa significhi i quattro quartieri, non lo so, non me lo domandi. "Va bene - gli ho detto - e i quattro quartieri?". "C'è Ciancimino che è nelle mani dei corleonesi". "E proprio perché è nelle mani dei corleonesi io non ho niente a che vedere e me ne vado in Brasile".

PRESIDENTE. Cosa vuol dire che Ciancimino era nelle mani dei corleonesi? Era nelle mani dei corleonesi o di Riina?

TOMMASO BUSCETTA. E' un linguaggio locale, che è difficile tradurre in italiano. Quando Calò dice che era nelle mani dei corleonesi intende dire come struttura portante, in mano a Riina. Perché mica può essere in mano a Bagarella!

PRESIDENTE. Cosa vuol dire essere nelle mani di qualcuno?

TOMMASO BUSCETTA. Che quello ne fa quello che vuole. O per lo meno che sono in società, o che sono molto amici.

PRESIDENTE. E' chiaro. E Ciancimino tuttora opera d'intesa con Riina, secondo lei, o questo rapporto si è rotto?

TOMMASO BUSCETTA. Dovrei entrare nel campo delle ipotesi e non lo so.

PRESIDENTE. Sulla base di ciò che lei conosce, di quello che ha visto e della capacità di interpretazione dei fatti che ha per aver fatto parte di Cosa nostra, ha tratto attualmente elementi che le possano far pensare che Ciancimino ha rotto con Riina?

TOMMASO BUSCETTA. No. Se è vero... Perché io non ho dato assicurazione al dottor Falcone che era vero, ho detto: Pippo Calò mi ha detto questo...

PRESIDENTE. Certo, certo.

TOMMASO BUSCETTA. Se è vero che Ciancimino era nelle mani dei corleonesi e Ciancimino è tranquillo, può gridare, può dire "voglio essere sentito dall'Antimafia", mi creda: Ciancimino è d'accordo con Riina, ancora. Se è vero.

PRESIDENTE. Se è vera la prima cosa, ho capito. Ciancimino era votato da Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Anche dall'inizio.

PRESIDENTE. Anche dall'inizio.

TOMMASO BUSCETTA. Però lui aveva un collegio differente da Lima.  Ma poi non c'erano ostacoli, non si creava l'ipotesi "tu questo non lo devi votare perché io voto Lima e tu non devi votare...". Ognuno era libero. L'importante è che non fosse comunista.

PRESIDENTE. Lima e Ciancimino non erano d'accordo?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Perché non erano d'accordo?

TOMMASO BUSCETTA. Che io sappia non sono stati mai d'accordo. Ma poi questi fatti si sono confermati nel 1980, quando sono uscito e mi sono incontrato con Bontade: era una rottura totale. E sembra, a dire di Bontade, che Ciancimino avesse ricevuto da Lima, per farlo restare nelle condizioni di eminenza grigia nella democrazia cristiana, questa concessione dei quattro quartieri - ripeto che non so cosa significhi - che era gestita da Ciancimino.

ALFREDO GALASSO. Quattro mandamenti, non quattro quartieri.

TOMMASO BUSCETTA. Ma ancora non so cosa significhi.

PRESIDENTE. Credo si trattasse del risanamento del centro storico. Non ho capito bene quale fosse la ragione dell'inimicizia tra Ciancimino e Lima.

TOMMASO BUSCETTA. L'inimicizia tra Ciancimino e Lima secondo me è politica, non è...

PRESIDENTE. Non dipende da rapporti...

TOMMASO BUSCETTA. ... mafiosi. No, no. Credo che sia di corrente. Quando andai via nel 1963, lasciai Lima in una corrente fanfaniana; nel 1972 l'ho ritrovato andreottiano. Credo che più che altro sia per queste correnti che si creavano in seno ...

PRESIDENTE. Quindi un'inimicizia che non dipendeva dalle alleanze degli uomini di Cosa nostra.

TOMMASO BUSCETTA. No, no, lo escludo categoricamente.

PRESIDENTE. E quali erano i rapporti di Lima con i corleonesi?

TOMMASO BUSCETTA. Io non li conosco.

PRESIDENTE. Non li conosce.

TOMMASO BUSCETTA. No, perché io credo che non ci fossero. Nel senso che non erano ... I rapporti che potevano intercorrere tra Ciancimino e Riina... Io credo che tra Riina e Lima ... fosse un altro il contatto. Ma non credo assolutamente che ci fosse il rapporto che ci poteva essere con Ciancimino, personale.

PRESIDENTE. Ho capito. Cosa sa dei rapporti tra Balducci e Calò, oltre quanto ha detto?

TOMMASO BUSCETTA. Balducci e Calò erano soci in tutti i sequestri che si facevano nel romano, nella Toscana e nelle aziende anche commerciali.

PRESIDENTE. Sequestri di persona?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Lo so molto bene, e c'è anche un giudice che lo sa molto bene.

PRESIDENTE. Lo sa molto bene. Ma non c'era un'intesa per cui gli uomini d'onore non dovessero fare sequestri di persona?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, in Sicilia.

PRESIDENTE. Solo in Sicilia. Fuori li potevano fare. Ho capito. Se un partito o un uomo politico che siano stati sostenuti durante una campagna elettorale poi non restituiscono il favore, cosa succede?

TOMMASO BUSCETTA. Innanzitutto parliamo per la prima parte: se un partito, non è ...

PRESIDENTE. Ha ragione, mi correggo: un candidato.

TOMMASO BUSCETTA. Ecco: un candidato. Ma non ci sono...Se parliamo di un candidato che va cercando terra terra un appoggio politico, che dà un pacco di pasta o il paio di scarpe, quella è una cosa; se parliamo del rapporto tra un candidato e la mafia, anzi e un mafioso non la mafia, è un'altra cosa. Là c'è un parlare elegante: cioè, noi l'appoggiamo, io ti appoggio, vedrai i voti ..., speriamo che Dio ti benedica. Ma è senza patto. Ma dopo avvengono le cessioni.

PRESIDENTE. Ma il politico deve sapere o deve capire che quello che gli sta di fronte è un uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Lo intuisce, se è siciliano lo intuisce. Certo, se viene da Trieste non capirà mai chi ha davanti.

PRESIDENTE. Neppure se viene da Torino. Ma se questo candidato, dopo che è stato eletto, non fa quello che deve fare - diciamo così - cosa avviene?

TOMMASO BUSCETTA. Ma non è stabilito quello che deve fare.

PRESIDENTE. Cosa accade se un mafioso gli chiede un favore e questi non lo fa?

TOMMASO BUSCETTA. Se è nelle possibilità del candidato di fare il favore e non lo fa, sono fatti seri del candidato. Se invece non può farlo perché è impossibilitato a farlo, è un altro discorso.

PRESIDENTE. Può accadere che un mafioso o un gruppo di mafiosi decidano di votare a dispetto, togliendo i voti a un candidato e dandoli ad un altro perché quello capisca che non ha fatto ...?

TOMMASO BUSCETTA. Lei mi fa una domanda alla quale devo rispondere per quello che ho appreso attraverso i giornali. Altrimenti non avrei una risposta da dare, perché non è successo nel passato.  Hanno dato i voti al partito socialista: ma li hanno dati proprio a dispetto, per non votare la democrazia cristiana che forse avrà negato dei favori.

PRESIDENTE. E' stato un voto a dispetto: è possibile che sia così?

TOMMASO BUSCETTA. E' possibile. Anzi potrei giurare che è senz'altro così.

PRESIDENTE. Come fa l'uomo d'onore ad orientare il voto, a dire per chi si debba votare?

TOMMASO BUSCETTA. Con i fac-simile che vengono distribuiti.

PRESIDENTE. Come fa la gente a sapere che un determinato candidato è sostenuto da un uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Lo sanno, lo sanno. Lei non ha idea delle campane che si suonano in Sicilia, erano più rapide delle telefonate, si sanno queste cose e poi c'è "u zu Peppino" che vuole che si voti ... e lei non deve neanche sapere che servirà a qualche cosa questo uomo politico.

PRESIDENTE. Ci sono anche intimidazioni o no?

TOMMASO BUSCETTA. No, la mafia non fa intimidazioni, non ne ha bisogno.

PRESIDENTE. Che ruolo ha giocato Bontade nell'attività politica di Lima?

TOMMASO BUSCETTA. Io conosco questa parte, e sa perché? Perché Bontade, prima del 1963, non votava Lima, aveva altri candidati.

PRESIDENTE. E chi votava?

TOMMASO BUSCETTA. Eh, lasciamola così questa parte, perché poi questo deputato nel tempo si è maturato di più.

PRESIDENTE. Cosa vuol dire che si è maturato di più? Che è diventato più importante?

TOMMASO BUSCETTA. E' diventato più importante, è diventato forse, chissà, qualche cosa di più importante nel Governo, non ricordo bene.

PRESIDENTE. E' in vita?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so, come faccio a saperlo?

PRESIDENTE. Forse non mi sono spiegato: le sto chiedendo se è vivo o morto.

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so, non lo so. Ho capito bene la sua domanda, ma non lo so, devo inventare che è morto e poi quello è vivo e mi denuncia per calunnia?

ALFREDO BIONDI. E' ancora parlamentare o ha avuto una "disgrazia" di tipo elettorale?

TOMMASO BUSCETTA. Io credo che non sia più parlamentare.

PRESIDENTE. La Commissione avrebbe interesse a sapere se oggi, sulla base di quello che lei sa, un'ipotesi di separazione della Sicilia dal resto d'Italia o di un'autonomia di gran lunga maggiore possa coincidere con gli interessi di Cosa nostra attuale.

TOMMASO BUSCETTA. Come ipotesi, sto rispondendo come ipotesi: sì.

PRESIDENTE. Sulla base di che cosa fonda questa sua ipotesi?

TOMMASO BUSCETTA. Le tremende condanne che si ricevono in questi anni mi fanno pensare che dovranno trovare una soluzione, perché non sarà ammazzando il giudice Falcone, il giudice Borsellino o quelli che verranno (perché ne verranno, disgraziatamente ne verranno altri) che si risolverà il problema. Le condanne rimarranno, la Cassazione ha chiuso certi processi, quindi non credo che vi saranno alternative che potranno essere favorevoli ...

PRESIDENTE. Quindi, quello delle condanne è per lei un punto fondamentale?

TOMMASO BUSCETTA. Io credo fermamente solo in questo.

PRESIDENTE. Ricorda i nomi dell'assessore Trapani e del medico Maggiore?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Erano uomini d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, erano nella mia famiglia, entrambi consiglieri.

PRESIDENTE. Lei ha spiegato di aver conosciuto, durante il suo soggiorno a Roma presso Calò, sia Balducci sia Diotallevi. Può spiegare meglio quali rapporti avesse Calò con questi personaggi romani, con Abbruciati, e così via? Questi non erano uomini d'onore, vero?

TOMMASO BUSCETTA. No, assolutamente no.

PRESIDENTE. Un uomo d'onore può mettersi a commettere reati con gente che non è gente d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Quali reati? Se parliamo di sequestri, sì, è lui che ne assume la responsabilità. Se parliamo di omicidi, no, assolutamente, specialmente se sono omicidi decretati dalla commissione.

PRESIDENTE. Gli omicidi decretati dalla commissione sono effettuati soltanto da uomini d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Soltanto, non perdiamoci in chiacchiere, soltanto.

PRESIDENTE. Non possono essere altri?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Che rapporti aveva intrecciato Calò con questa gente a Roma?

TOMMASO BUSCETTA. Per quello che ho visto io personalmente, erano rapporti di briccone, di affari, andavano a sequestrare persone ed io ricordo che in quel periodo il Diotallevi voleva comprare qui a Roma una casa che costava (a quell'epoca erano molti soldi, forse oggi sono un po' svalutati) due miliardi; non so se poi l'abbia comprata.

PRESIDENTE. Antonino Rotolo aveva rapporti con questi personaggi?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione chi era Antonino Rotolo?

TOMMASO BUSCETTA. Antonino Rotolo era una persona amica nostra, di un'altra famiglia rispetto a Pippo Calò ma che si era molto affezionato a Pippo Calò e che si era dato, insieme a Pippo Calò, a questi sequestri e al traffico di droga, diventando molto ricco ed antipatico a Stefano Bontade, il quale aveva detto che si era fatto uomo d'onore un uomo il cui cognato era vigile urbano.

PRESIDENTE. Angelo Cosentino chi era?

TOMMASO BUSCETTA. Era capo decina a Roma.

PRESIDENTE. Era un uomo importante?

TOMMASO BUSCETTA. Era lui che comandava qui a Roma come Cosa nostra. Era dipendente di Stefano Bontade come decina, ma era lui che amministrava nella città tutto quello di cui c'era bisogno.

PRESIDENTE. Qual era la funzione di Cosentino?

TOMMASO BUSCETTA. Era di trovare agganci in Cassazione, di trovare case per far dormire i latitanti.

PRESIDENTE. I rapporti con i politici romani li teneva Cosentino?

TOMMASO BUSCETTA. In parte sì.

PRESIDENTE. Può chiarire quali rapporti avesse Pippo Calò con Nunzio Guida, di cui lei ha parlato un attimo fa?

TOMMASO BUSCETTA. Pippo Calò aveva rapporti con Nunzio Guida come uomo d'onore. Nunzio Guida prima era un grande contrabbandiere di sigarette insieme a Zaza.

PRESIDENTE. Ed era anche uomo d'onore Nunzio Guida?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, era anche uomo d'onore. Quindi, lo ha conosciuto come uomo d'onore insieme a Zaza e insieme hanno scaricato piroscafi e piroscafi di sigarette.

PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare di Nunzio Guida in Brasile?

TOMMASO BUSCETTA. Ne ho sentito parlare prima, in prima persona.

PRESIDENTE. L'ha visto in Brasile?

TOMMASO BUSCETTA. No, non l'ho visto in Brasile. Lui ha delle amicizie molto elevate; quando io sono uscito dal carcere ho detto a Salamone che volevo andare in Brasile, ma il Brasile nel 1972 mi aveva espulso, per cui mi veniva un po' difficile ritornarvi. Salamone mi disse che Nunzio Guida avrebbe potuto aiutarmi in questa cosa e mi consigliò di andare da Alfredo Bono, che mi avrebbe messe in contatto con Nunzio Guida. Parlai con Nunzio Guida a Milano di questa cosa, ma la risposta, che giunse dopo vari giorni, fu che il mio nome era troppo eclatante in Brasile e che egli non poteva fare nulla, anche se si diceva che conoscesse l'allora Presidente del Brasile.

PRESIDENTE. Sa qualcosa dei rapporti tra Nunzio Guida ed Ortolani?

TOMMASO BUSCETTA. Credo che Nunzio Guida ospitasse Ortolani o che questi ospitasse lui.

PRESIDENTE. E dei rapporti tra Nunzio Guida e Gelli?

TOMMASO BUSCETTA. Questi non li conosco.

PRESIDENTE. Può dare chiarimenti alla Commissione sulla visita di uno dei Salvo a casa di Pippo Calò? Chi era, Ignazio?

TOMMASO BUSCETTA. No, era Nino. Siamo andati a pranzo a casa di Pippo Calò e nel pomeriggio io avrei dovuto incontrarmi con Salvo Lima e chi mi portava da Lima era Nino Salvo.

PRESIDENTE. Come mai andaste a mangiare a casa di Calò?

TOMMASO BUSCETTA. Calò era il mio figlioccio, il mio rappresentante, come devo dirlo? Io ero in casa di Pippo Calò, è Nino Salvo che viene a trovarmi in casa di Pippo Calò e dopo andiamo insieme a trovare Lima.

PRESIDENTE. E Nino Salvo da chi era stato interessato?

TOMMASO BUSCETTA. Da me, io conoscevo Nino Salvo.

PRESIDENTE. Vorrei capire meglio. Quindi, lei parlò con Nino Salvo e cosa gli chiese?

TOMMASO BUSCETTA. Per la verità lui mi disse: guarda che Salvo - perché l'altro si chiama pure Salvo, cioé Lima - ti vuole vedere.

PRESIDENTE. Era Lima che voleva vedere lei?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Ti vuole vedere perché si vuole scusare. Tu avrai capito.  Per la verità, Lima mi mandava dei messaggi in carcere, quando lui era segretario, e mi diceva che non poteva fare niente per me.

PRESIDENTE. Quando lui era segretario di che cosa?

TOMMASO BUSCETTA. Mi sembra che fosse sottosegretario. Non ricordo, anzi mi sembra che fosse sottosegretario alle finanze.

PRESIDENTE. E le diceva?

TOMMASO BUSCETTA. E mi diceva, attraverso Brandaleone - che è un'altra persona nella mia famiglia, che lei forse non avrà lì segnata perché non ne ho mai parlato con nessuno - che avrebbe fatto il possibile, ma che non c'era molto da fare perché il mio nome era troppo cubitale.

PRESIDENTE. E non si poteva quindi aiutarla. Andaste poi a parlare con Lima?

TOMMASO BUSCETTA. Andai poi a parlare con Lima.

PRESIDENTE. Sempre accompagnato da Nino Salvo?

TOMMASO BUSCETTA. Lui sapeva dove andare a trovare e poi io ero latitante e quindi dovevo stare attento. Andammo in un albergo, di cui non ricordo il nome.

MARCO TARADASH. L'intervento di Lima chi l'aveva chiesto?

PRESIDENTE. Buscetta dice che Lima aveva chiesto di parlare con lui.

MARCO TARADASH. Lima aveva mandato biglietti in carcere, ed allora?

PRESIDENTE. L'onorevole Taradash vuol sapere, poiché lei qui riferisce che Lima le aveva mandato dei messaggi in carcere ...

TOMMASO BUSCETTA. Non biglietti, messaggi a voce, orali.

PRESIDENTE. L'onorevole Taradash vorrebbe capire chi avesse detto a Lima: interessati.

TOMMASO BUSCETTA. Ma Lima era amico mio. Poi, non essendo più presente perché abbiamo fatto due strade completamente diverse, avevamo l'unione di un personaggio molto vicino a Lima, nella mia famiglia di Porta Nuova, che era amico nostro e che era Brandaleone, Ferdinando Brandaleone, che aveva un fratello assessore al comune di Palermo.

PRESIDENTE. E Brandaleone era un uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Era un uomo d'onore.

PRESIDENTE. E il fratello?

TOMMASO BUSCETTA. Il fratello no, l'assessore. Ma ce ne erano tanti uomini d'onore nella giunta di Lima.

PRESIDENTE. Ce ne erano tanti?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, e ne parlerò poi con i giudici. Ne parlerò: ce ne erano tanti uomini d'onore nella giunta di Lima e non perché Lima li volesse, ma perché erano votati. Portavano più voti del sindaco: dovevano essere degli assessori.

PRESIDENTE. Nelle giunte successive ci sono stati ancora uomini d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so. Non le dirò certo di no.

MARCO TARADASH. Buscetta ha detto: Lima era amico mio. Può descrivere i rapporti personali che ha avuto con Lima?

PRESIDENTE. E' meglio rinviare a dopo questa domanda. Quali erano i rapporti tra mafia e imprese a Palermo? In altri termini, per lavorare le imprese dovevano rivolgersi a Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Sembrerà strano, ma è una parte che io non conosco perché non si facevano. Ma so benissimo che dopo il 1970, quando ero carcerato, si facevano perché entravano anche uomini d'onore che avevano subito dei processi perché avevano fatto degli attentati dinamitardi alle imprese di costruzione. Questo l'ho saputo, ma personalmente non l'ho conosciuto, questo fatto.  PRESIDENTE. Non conosce questo rapporto tra mafia ed imprese.

TOMMASO BUSCETTA. E' nato dalle intimidazioni, dalle bombe, dalle macchine che saltavano in aria, dai pilastri di cemento armato che cadevano. Quindi, è nato un rapporto di intimidazione e così ogni costruttore aveva il suo guardiano, dava una sovvenzione per i carcerati, perché questo era il nome.

PRESIDENTE. C'era stata, dunque, un'azione di intimidazione. Siccome lei un attimo fa ha detto che la mafia non ha bisogno di intimidire, come mai è accaduto ciò?

TOMMASO BUSCETTA. Ma venivano imprese che dovevano essere intimidite, venivano imprese straniere: "siamo andati dal triestino per vedere se capiva il messaggio ed il triestino non capisce il messaggio".

PRESIDENTE. Bisognava spiegarglielo bene, insomma. I nomi degli imprenditori Costanzo, Graci e Rendo le dicono qualcosa?

TOMMASO BUSCETTA. Solo Costanzo, perché lo conoscevo di nome attraverso Pippo Calderone.

PRESIDENTE. Può spiegare che cosa sa di Costanzo?

TOMMASO BUSCETTA. La persona di fiducia di Costanzo, quando lui andava a costruire ... ecco: la risposta l'abbiamo subito. Se lui andava a costruire a Palermo, a Bolognetta, era il Pippo Calderone che andava a trattare dicendo: verrà Costanzo, verrà a costruire. Di cosa avete bisogno? Gli rispondevano: abbiamo bisogno di due guardiani, due impiegati. E perciò non c'era bisogno di mettere bombe o di intimidire.

PRESIDENTE. E Cassina?

TOMMASO BUSCETTA. Cassina io credo che aveva già un sopporto molto grande da parte di Salvo Lima che io conosco dal lontano 1960, 1959.

PRESIDENTE. Chi?  TOMMASO BUSCETTA. Io personalmente conoscevo il rapporto fra Cassina e Lima.

PRESIDENTE. Mentre ci siamo, può spiegare alla Commissione questo suo rapporto d'amicizia con Lima?

TOMMASO BUSCETTA. Mio personale?

PRESIDENTE. Sì.

TOMMASO BUSCETTA. Come ho detto già in un interrogatorio diventato pubblico, il Lima era figlio di un uomo d'onore attivo. Un uomo d'onore che era nella famiglia di Palermo. Molte persone hanno scambiato che il rapporto fra Lima ed i La Barbera fosse un rapporto dovuto all'elettorato, fosse un rapporto dovuto alle intimidazioni. Non è vero. I La Barbera non avevano bisogno di questo perché avevano il padre dentro la loro famiglia, quindi loro chiedevano a Lima quello che volevano attraverso il padre, non direttamente. Mentre io ero - come dire? - l'astro nascente, il personaggio nuovo ...

PRESIDENTE. Emergente.

TOMMASO BUSCETTA. ... che frequentavo il Teatro Massimo e che non avevo niente a che vedere con le bettole; una volta, quando io ero giovanotto, si usavano le bettole, ma io non le frequentavo ed andavo al Teatro Massimo. Io conoscevo personalmente il padre di Lima e mi fu presentato Lima dal padre. Tra noi si instaurò un rapporto che non era un rapporto fatto di "io ti do, tu mi dai". Assolutamente, questo non esisteva e si instaurò un rapporto: eravamo della stessa età, frequentavamo assieme il Teatro Massimo, lui mi mandava i biglietti per tutta la stagione lirica del Teatro Massimo. Questi erano i rapporti.

PRESIDENTE. Come diceva, Cassina era sostenuto da Lima. E l'imprenditore Vassallo?

TOMMASO BUSCETTA. Credo che Vassallo era la "firma" di Lima, che Vassallo fosse scritto per sostituire il nome di Lima.

PRESIDENTE. Moncada?

TOMMASO BUSCETTA. Moncada no. Mocada era un membro della famiglia di Palermo.

ALTERO MATTEOLI. Cosa vuol dire "la famiglia di Lima"?

TOMMASO BUSCETTA. Io ho detto "la famiglia di Lima"?

PRESIDENTE. No, "la firma".

TOMMASO BUSCETTA. Forse confondo lo spagnolo con l'italiano: per "firma" intendo dire la ditta. Io credo che la ditta ...

PRESIDENTE. Era Vassallo.

TOMMASO BUSCETTA. ... che dietro quella firma ci fosse Lima. Un prestanome.

PRESIDENTE. Com'è che poi è stato sequestrato un nipote, anzi il figlio, di Vassallo, nonostante che questi avesse alle spalle Lima?

TOMMASO BUSCETTA. E perché Lima è una garanzia?

PRESIDENTE. Non era sufficiente?

TOMMASO BUSCETTA. No. E poi non credo molto a questo sequestro di Vassallo. Non lo conosco questo sequestro.

PRESIDENTE. Può spiegare?

TOMMASO BUSCETTA. Che non c'è stato il sequestro.

PRESIDENTE. E' stato finto?

TOMMASO BUSCETTA. E' stato finto.

PRESIDENTE. E perché?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so il perché.

PRESIDENTE. Però, lei sa che è stato finto.

TOMMASO BUSCETTA. Non c'è stato il sequestro. Si è autosequestrato, io credo.

PRESIDENTE. Moncada era uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, Moncada era uomo d'onore della famiglia di Palermo. Salvatore Moncada, perché erano diversi fratelli costruttori, ma l'uomo d'onore era Salvatore Moncada.

PRESIDENTE. Salvatore Moncada dava copertura anche ai fratelli?

TOMMASO BUSCETTA. E' logico.

PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare del dottor Mandalari?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Ne ho sentito parlare in carcere da Agostino Coppola, da gente che è entrata in carcere. Era come si dice...

PRESIDENTE. Un commercialista.

TOMMASO BUSCETTA. Un commercialista di tutti gli amici nostri che venivano in carcere. Tu hai avuto un commercialista? Mandalari. Altre cose non so di Mandalari.

PRESIDENTE. Era il commercialista di tutti quelli di Cosa nostra o solo dei corleonesi?

TOMMASO BUSCETTA. Beh, lei ha fatto una bella domanda. Era amico dei corleonesi perché tutti quelli che venivano in carcere e avevano il commercialista Mandalari, incredibilmente erano tutti corleonesi. Cioè, non nati a Corleone...

PRESIDENTE. Del gruppo dei corleonesi.

TOMMASO BUSCETTA. Della corrente. Voi parlate di correnti, parlo pure io di correnti. Della corrente dei corleonesi.

PRESIDENTE. Gli imprenditori di Catania come sono entrati a Palermo? Tramite Pippo Calderone?

TOMMASO BUSCETTA. L'ho data la risposta.

PRESIDENTE. Nel corso di un interrogatorio del 9 agosto 1984 al dottor Falcone, lei ha dichiarato che se un imprenditore di una provincia intende eseguire lavori di notevole rilievo in un'altra provincia, il giudizio è riservato all'interprovinciale. E' così?

TOMMASO BUSCETTA. Bisogna vedere l'importanza della ditta. Perché se uno deve fare cento metri di strada, si rivolge personalmente all'uomo d'onore che lui conosce, anche se è di Balestrade, e dice "guardi io devo andare a fare cento metri di strada in quella borgata, in quel paese, in quella cittadina". Allora, va solo. Domanda il permesso al suo rappresentante e va.

PRESIDENTE. Se invece è un lavoro più impegnativo?

TOMMASO BUSCETTA. E allora può interessarsi l'interprovinciale e dire "guarda, c'è un appalto per vari miliardi, potremmo vedere di interessarci per non avere disturbo se andiamo a costruire a Palermo o, viceversa, se andiamo a costruire a Catania".

PRESIDENTE. Questo succede anche con gli imprenditori non siciliani?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

ALFREDO BIONDI. E la ripartizione come avviene? Quando si chiede un piacere, come avviene il conteggio dell'interesse della famiglia o dell'interprovinciale?

PRESIDENTE. Dice l'onorevole Biondi...

ALFREDO BIONDI. Ha capito, ha capito.

TOMMASO BUSCETTA. Ho capito. Posso rispondere.

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Biondi, ripeterei la domanda per la registrazione.

ALFREDO BIONDI. Sono vanitoso.

TOMMASO BUSCETTA. Allora siamo due vanitosi. L'aveva capito che ero vanitoso anch'io?

ALFREDO BIONDI. E' una bella qualità aver stima di se stesso.

TOMMASO BUSCETTA. La ripartizione non avviene, non c'è ripartizione. Voleva sentire la risposta? Allora mi dia ascolto. La ripartizione non avviene, perché al momento dell'interessamento dell'interprovinciale stabiliscono loro che cosa quella firma, cioè quella ditta, darà alla borgata dove andrà a costruire.  Quindi, la ripartizione avviene con chi? Nella famiglia dove va a costruire e quello non deve ripartire con nessuno.

ALFREDO BIONDI. Ho sbagliato il termine, intendevo la quota. Come si fissa la quota?

TOMMASO BUSCETTA. La quota non c'è, non è una percentuale, è una stima.

ALFREDO BIONDI. Ho capito.

PRESIDENTE. Lei ha dichiarato al giudice Falcone di aver appreso da Stefano Bontade che il sindaco Martellucci, grazie all'intermediazione dei Salvo, aveva accettato che Ciancimino gestisse il risanamento dei mandamenti di Palermo.

TOMMASO BUSCETTA. Già non abbiamo parlato in precedenza di questo?

PRESIDENTE. Non abbiamo parlato di Martellucci. Abbiamo parlato di risanamento, c'è una cosa in più adesso. Si tratta di sapere per conto di chi i Salvo avevano svolto il ruolo di intermediazione.

TOMMASO BUSCETTA. Tra?

PRESIDENTE. Tra Martellucci e forse Ciancimino, perché Bontade le avrebbe detto che Martellucci, grazie all'intermediazione dei Salvo, aveva accettato che Ciancimino gentisse il risanamento dei mandamenti di Palermo. Martellucci era sindaco e Ciancimino assessore. I Salvo per conto di chi avevano agito? Anzi, Ciancimino non era più assessore, era responsabile degli enti locali.

TOMMASO BUSCETTA. Martellucci non è un uomo d'onore. Martellucci non è avvicinato neanche da Bontade. Martellucci in quel momento è l'attuale sindaco di Palermo. Allora che cosa si vuole? Tranquillità alla giunta di Martellucci, ma è la corrente - e questa volta è appropriato - andreottiana che va a proporre a Martellucci di lasciare, di dare un boccone a Ciancimino, perché la giunta possa andare avanti.

PRESIDENTE. Così lasciava la giunta tranquilla, insomma.

TOMMASO BUSCETTA. Esatto.

PRESIDENTE. Poi fu messa la bomba nella villa di Martellucci.

TOMMASO BUSCETTA. Sì, e difatti Bontade mi disse "ma che cosa vuole questo gran cornuto del corto (il corto sarebbe Salvatore Riina)". Insomma, quello che voleva, Ciancimino l'ha ottenuto. Ma perché andare a mettere la bomba da Martelucci? Non ho altro da aggiungere.

PRESIDENTE. Quali vantaggi trasse Cosa nostra dal fatto che il risanamento dei mandamenti fosse gestito da Ciancimino?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so assolutamente.

GIUSEPPE MARIA AYALA. Il risanamento non è mai stato fatto.

PRESIDENTE. Lo so, tant'è che recentemente è stata approvata una legge. Si tratta di capire quali siano le risposte del signor Buscetta.

TOMMASO BUSCETTA. Sarei morto di fame aspettando...

PRESIDENTE. Le è andata meglio così, signor Buscetta. Lei ha detto, a proposito del golpe Borghese, che i contatti con Cosa nostra erano stati resi possibili dal fratello massone di Morana Carlo.

TOMMASO BUSCETTA. Esatto.

PRESIDENTE. Uomo d'onore della famiglia di corso dei Mille.

TOMMASO BUSCETTA. Esatto.

PRESIDENTE. E successivamente aggiunge che Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone avevano contattato massoni di grado più elevato rispetto a Morana.

TOMMASO BUSCETTA. Morana non era massone. Carlo Morana.

PRESIDENTE. Massone è il fratello.

TOMMASO BUSCETTA. Che poi il fratello aveva introdotto ai gradi più elevati.

PRESIDENTE. Per capire, il fratello massone di Carlo Morana aveva introdotto ai gradi elevati Di Cristina e Calderone. Lei ha anche precisato che Calderone e Di Cristina sarebbero andati a Roma, insieme con i massoni palermitani e forse anche catanesi, per incontrarsi con Borghese.

TOMMASO BUSCETTA. Esatto!

PRESIDENTE. E' esatta questa ricostruzione?

TOMMASO BUSCETTA. E' esatta questa ricostruzione.

PRESIDENTE. Può chiarire meglio questo rapporto con la massoneria?

TOMMASO BUSCETTA. Chi parlò di Borghese a Cosa nostra sono i massoni. Pippo Calderone o Giuseppe Di Cristina non conoscevano Borghese. Quindi l'appuntamento viene dato dal fratello di Carlo Morana a Pippo Calderone e a Giuseppe Di Cristina. Sono poi loro che sono condotti in un altro posto, che io non so, dei massoni e viene fatta la composizione "Borghese, il patto è...".  Quando poi vanno a Roma, si vanno ad incontrare personalmente con Borghese e nasce quel fatto, le fasce...

PRESIDENTE. Sì, sì, l'elenco eccetera. Lei sa di altri rapporti tra uomini d'onore e massoni?

TOMMASO BUSCETTA. Vitale è cognato di Stefano Bontade ed era massone; Vitale era amico di Sindona; era stato Vitale a portare Sindona da Stefano Bontade e Inzerillo. Era stato Sindona a parlare a Inzerillo di golpe.

PRESIDENTE. Questo è un altro, quello del 1979.

TOMMASO BUSCETTA. No, stiamo parlando di un altro...Quando è stato Sindona in Italia?

PRESIDENTE. Nel 1979.

TOMMASO BUSCETTA. Stiamo parlando di un altro. Però non se n'è fatto niente perchè...

PRESIDENTE. Come di un altro? Prima abbiamo parlato di quello del 1970.

TOMMASO BUSCETTA. Esatto.

PRESIDENTE. Ora stiamo parlando del 1979.

TOMMASO BUSCETTA. Lei vuole sapere quello di mezzo? Del 1974?

PRESIDENTE. Qual è quello di mezzo?

TOMMASO BUSCETTA. Nel 1974 ce n'era un altro preparato.

PRESIDENTE. Vuole spiegarsi?

TOMMASO BUSCETTA. Ho ricevuto dal mio direttore del carcere, dottor De Cesare, la notizia che dopo pochi giorni sarebbe successo un colpo di Stato e io sarei passato, attraverso un brigadiere della matricola, per un cunicolo, sarei entrato in casa sua e sarei stato liberato. Sapevo che c'erano anche dei militari. Ma non vorrei dire queste cose, sennò diventa uno scandalo, per l'amor di Dio!

PRESIDENTE. Credo lo sia già stato. Nel 1974 qualcuno le disse che ci sarebbe potuto essere un tentativo di colpo di Stato - in cui lei sarebbe stato liberato - in cui c'entravano i militari. Questo le dissero?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Lo disse il dottor Di Cesare, direttore dell'Ucciardone?

TOMMASO BUSCETTA. Di massoni e militari.

PRESIDENTE. Quanto ai rapporti tra uomini d'onore e massoni, abbiamo parlato delle vicende del 1970. Successivamente, nel 1974, la mafia aveva un ruolo?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, è logico. Come faceva a conoscermi Di Cesare per dirmi che mi avrebbe portato a casa sua?

PRESIDENTE. Di Cesare era uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. No, perciò dico che era stata la mafia a dirglielo.

PRESIDENTE. Vi è poi la vicenda Sindona del 1979. Che progetto aveva Sindona?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so, perché Stefano Bontade non riuscì a spiegarmelo. Gli disse: lei mi sembra pazzo, sono stanco di colpi di Stato. Se li vada a fare lei. Lo mandarono via.

PRESIDENTE. Esistevano rapporti tra uomini d'onore e massoni anche per ragioni più spicciole, quali un processo o una licenza?

TOMMASO BUSCETTA. No, non lo so.

ROMEO RICCIUTI. Consulenze di alto livello tra università e uomini della professione tramite la massoneria?

TOMMASO BUSCETTA. No.

ALFREDO GALASSO. Il principe Alliata era massone?

PRESIDENTE. Le ripeto la domanda; per maggiore chiarezza è opportuno che sia sempre il presidente a porre i quesiti. Il principe Alliata era massone?

TOMMASO BUSCETTA. Conoscevo il principe Alliata perché ho giocato con lui. Ma, a quell'epoca, non mi intendevo di massoneria. Non so se fosse massone.

PRESIDENTE. Dopo, se n'è inteso di massoneria?

TOMMASO BUSCETTA. No, però ho cercato di sapere se c'erano dei rapporti con la massoneria.

PRESIDENTE. Il principe Alliata era uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. No. Forse la mia risposta è categorica. E' meglio dire: che io sappia, no.

PRESIDENTE. Pippo Calderone avrebbe riferito che nel 1977 Bontade avrebbe a sua volta riferito che c'era stato un pour parler perché entrassero dei mafiosi nella massoneria. Lei ha sentito parlare di questa vicenda?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Era noto che Giacomo Vitale fosse massone?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Lei sa di un intervento che avrebbe fatto Giacomo Vitale nei confronti di magistrati del processo dei 114?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Vitale aveva rapporti con le famiglie mafiose?

TOMMASO BUSCETTA. Aveva un cognato capomafia, capomandamento. Anzi, i cognati.

PRESIDENTE. Lei sa qualcosa dei rapporti tra Giacomo Vitale e Michele Sindona, oltre a quello che ha già detto?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Tra Sindona e Bontade ci fu quel colloquio...

TOMMASO BUSCETTA. E Inzerillo. Sindona aveva insieme a lui alcuni fratelli Gambino di New York. Questi sono imparentati con gli Inzerillo. Quindi hanno accompagnato Sindona. E' per questo che era presente Inzerillo. Era anche lui capomandamento.

PRESIDENTE. Cosa si sono detti durante il colloquio?

TOMMASO BUSCETTA. Io l'ho sentito raccontato: quel pazzo è venuto qua per il colpo di Stato; lo abbiamo mandato a quel paese, quale colpo di Stato!

PRESIDENTE. Lei dice di aver tentato di partecipare a due tentativi.

TOMMASO BUSCETTA. Erano tutti andati "a buca".

PRESIDENTE. Quindi, tanto valeva non provarci più. E' chiaro. Lei sapeva che Sindona era massone?

TOMMASO BUSCETTA. L'ho saputo attraverso Vitale e Stefano Bontade.

PRESIDENTE. Sapeva che Miceli Crimi era massone?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Conosce questo nome?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Sapeva che Sindona era iscritto alla loggia P2?

TOMMASO BUSCETTA. Non sapevo che esisteva la P2.

PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare della loggia Diaz?

TOMMASO BUSCETTA. Non so parlare di queste cose.

PRESIDENTE. Quindi non sa se i Greco erano iscritti alla massoneria?

TOMMASO BUSCETTA. I due fratelli? Non so.

PRESIDENTE. E i Salvo?

TOMMASO BUSCETTA. Non so di uomini iscritti alla massoneria.

PRESIDENTE. Perché si interrompe il soggiorno di Sindona a Palermo?

TOMMASO BUSCETTA. L'hanno mandato via, l'hanno cacciato. Gli hanno detto: vai via.

PRESIDENTE. Non vi è rapporto con l'assassinio del giudice Terranova?

TOMMASO BUSCETTA. No, assolutamente.

PRESIDENTE. Perché Terranova fu ucciso?

TOMMASO BUSCETTA. Perché era stato cattivello con Luciano Liggio.

PRESIDENTE. La proposta di Sindona di un tentativo di colpo di Stato separatista fu discussa nelle famiglie di Cosa Nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Credo che Stefano Bontade ne parlò in Commissione ma quella fu la risposta: di andarsi a fare una bella camminata.

PRESIDENTE. Lei sa chi mise in contatto Sindona con il notaio Cordaro di Caltanissetta?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Non sa se Pino Mandalari sia un esponente della massoneria?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Dopo la strage di Ciaculli le famiglie si sciolsero. Poi ci furono le assoluzioni di Catanzaro. Quale fu il successivo comportamento di Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Dobbiamo andare al 1969-1970; la sentenza fu del dicembre 1969. Hanno ricominciato a ricostruirsi, attraverso Stefano Bontade, che allora era giovane e non era stato preso di mira dalla polizia. Credo che avesse vent'anni. Attraverso Stefano Bontade si sono cominciate a ricostruire, ma le cose si erano un po' fermate perché quel famoso personaggio di cui ho parlato all'inizio, Cavataio, preferiva che le famiglie si facessero così come lui voleva. Questo è un discorso lungo, da fare per la storia della criminologia. Non credo che vi interessi molto e perciò sarò succinto. Dopo la morte di Cavataio, nel 1970, si comincia la ricostruzione delle famiglie, ognuno nella sua borgata. Si istituiscono i capimandamento e si fa la Commissione. Questa però, in un primo tempo e cioè verso il 1974, è gestita soltanto da tre persone: Riina, Bontade e Badalamenti. Subito dopo l'arresto di Luciano Liggio, credo nel 1974, a Milano si comincia a fare la commissione così come si formò: ogni tre famiglie un capomandamento e si abolirono i tre.

PRESIDENTE. Cosa nostra fece qualcosa di particolare per mettersi in evidenza e per far capire che si erano riorganizzati?

TOMMASO BUSCETTA. Questa mi sembra una domanda da torinese e rispondo ad un torinese: la mafia non ha bisogno di queste cose, ognuno ha una famiglia numerosissima e questa famiglia ha altre famiglie. Già si sa, è un collegamento.

PRESIDENTE. Gli attentati degli anni settanta, l'omicidio di Scaglione, la scomparsa del giornalista Di Mauro...

TOMMASO BUSCETTA. Non erano per dimostrare che la mafia era tornata.

PRESIDENTE. Perché erano stati fatti?

TOMMASO BUSCETTA. Perché dovevano scassare la credibilità del Governo italiano. PRESIDENTE. Creare le condizioni per il colpo di Stato?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Anche l'omicidio Scaglione?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Ho spiegato che anche dietro l'omicidio di Scaglione come entità di Stato c'era un'altra cosa: Vincenzo Rimi; ha approfittato di servire Cosa nostra ma ha approfittato di servirsi lui stesso.

PRESIDENTE. Lei ha spiegato, se non ho capito male, che Cosa nostra non commette mai omicidi su commissione; sono cose che interessano lei, poi possono anche interessare altri.

TOMMASO BUSCETTA. E' logico, è questo il discorso.

PRESIDENTE. Questa è l'ipotesi.

TOMMASO BUSCETTA. No, questa è certezza, non ipotesi.

PRESIDENTE. L'onorevole Riggio le chiede se questa riorganizzazione riguardi soltanto la provincia di Palermo o tutta quanta la Sicilia?

TOMMASO BUSCETTA. Solo la provincia di Palermo, perché era questa ad essere scassata.

PRESIDENTE. Quindi, a Trapani...

TOMMASO BUSCETTA. Funzionavano regolarmente.

PRESIDENTE. Avendo lei spiegato alla Commissione che l'assassinio di Scaglione, la scomparsa di De Mauro, le bombe messe in quel periodo erano diretti a togliere credibilità allo Stato e a creare l'ambiente ed il clima favorevoli al tentativo del colpo di Stato, l'onorevole Borghezio le chiede se le stragi che si sono verificate negli ultimi tempi possano avere un significato analogo.

TOMMASO BUSCETTA. Non posso rispondere a questa domanda: non lo so. Devo rimanere "a cavallo" per quelle che saranno le indagini e per quelle che potranno essere le mie riflessioni. Quindi, devo rispondere: "Non lo so". Da dove la prendo un'affermazione simile? CARLO D'AMATO. Forse nel "delirio".

TOMMASO BUSCETTA. Di "delirio" abbiamo parlato fuori.

PRESIDENTE. Se non ho capito male, lei ha usato il termine "delirio" in senso scherzoso per indicare la sua ipotesi?

TOMMASO BUSCETTA. E' così.

PRESIDENTE. All'inizio dell'audizione lei ha fatto cenno alla pressione esercitata nei suoi confronti per la liberazione dell'onorevole Moro. Se non ho capito male, qualcuno le disse che la commissione aveva deciso che si poteva fare questa operazione di prendere contatto con i brigatisti e a tal fine lei doveva andare da Cuneo a Torino.

TOMMASO BUSCETTA. C'era un piccolo intrigo che dovevo fare nella mia qualità di uomo d'onore. Mentre avevo l'ordine di Cosa nostra di interessarmi al fine di salvare la vita di Moro, da parte della malavita milanese mi veniva lo stesso richiamo; io però non raccontai ai milanesi, che non erano uomini d'onore, che dalla Sicilia avevo ricevuto la stessa "voce". Quindi approfitto dell'occasione che mi offre la malavita milanese per essere trasferito al carcere di Torino.

PRESIDENTE. Allora era la malavita milanese che le aveva data la possibilità di essere trasferito?

TOMMASO BUSCETTA. E' così ed è registrato.

PRESIDENTE. Lei fece domanda per andare a Torino?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo ricordo; comunque, accusavo delle malattie che si sarebbero trasformate in trasferimento...

PRESIDENTE. Ho capito.

TOMMASO BUSCETTA. ...in un centro clinico, che era quello di Torino.

PRESIDENTE. Poi invece fu mandato a curarsi a Milano?

TOMMASO BUSCETTA. Mi portarono a San Vittore, da dove fui mandato a Napoli. Credo che in questo frattempo il povero Moro sia morto. Dico credo perché faccio confusione con le date.

PRESIDENTE. Non si preoccupi perché le date le controlleremo noi. A Milano incontrò dei brigatisti?

TOMMASO BUSCETTA. Incontrai quello che si interessava a me...

PRESIDENTE. Quello appartenente alla criminalità comune?

TOMMASO BUSCETTA. ...e che mi dà i verbali delle intercettazioni in cui si parla di tutto questo.

PRESIDENTE. L'uomo a cui allude era un detenuto?

TOMMASO BUSCETTA. Quando andai a Milano era già detenuto.

PRESIDENTE. Aveva i verbali delle intercettazioni?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Apparteneva alla criminalità comune?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Di Milano?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Nel senso che faceva il criminale a Milano o era milanese?

TOMMASO BUSCETTA. Nel senso che faceva il criminale a Milano ed era milanese. A Cuneo sono stato in cella con Francis Turatello che aveva tutta questa malvivenza milanese ai suoi piedi; quindi questo di cui parlo, e di cui parlerò con i giudici affinché possano essere condotte le ricerche delle bobine in questione, mi viene a trovare all'interno del carcere, dove entra con un documento falso per parlare con me.

PRESIDENTE. Nel carcere di Cuneo?

TOMMASO BUSCETTA. Sì. Mi dice appunto che c'è una certa possibilità ed io rispondo: "I terroristi che sono qui non sono all'altezza di poter rispondere a questa domanda; se andassi a Torino, potrei incontrarne degli altri a cui rivolgermi". Allora mi rispose che si sarebbe interessato attraverso un certo ministro - lo scoprite attraverso le bobine, perché è inutile che io ne faccia il nome - per farmi trasferire a Torino. Gli risposi: "Fallo". Allora mi dice: "Chiedi visita medica e dichiara che hai bisogno delle cure del centro clinico di Torino". Non ricordo se ho fatto la domandina. Poi mi disse: "Fatto! Sei trasferito!" ed io sono andato a Milano e da Milano sono andato a Napoli. PRESIDENTE. L'intercettazione riguardava il colloquio tra questa persona e lei nel carcere di Cuneo?

TOMMASO BUSCETTA. No, in quello di Milano.

PRESIDENTE. La conversazione registrata...

TOMMASO BUSCETTA. Non riguardava me.

PRESIDENTE. Riguardava altre persone?

TOMMASO BUSCETTA. Sarò più chiaro: riguardava mia moglie. Questo parlava con mia moglie...

PRESIDENTE. Al telefono?

TOMMASO BUSCETTA. ...e le diceva: "Sai, abbiamo ottenuto il trasferimento di Masino che va a Torino". Poi in altre telefonate lui era in contatto con la persona o con le persone di Roma che avrebbero attuato il mio trasferimento. Nelle telefonate c'è anche...ed allora queste "cose buone" non vogliono salvare Moro. La spiegazione è tutta nelle bobine.

PRESIDENTE. L'onorevole Biondi le chiede se si trattava di una trascrizione della registrazione o se erano dei nastri.

TOMMASO BUSCETTA. Lessi la trascrizione delle registrazioni; come potevo ascoltare i nastri? Nel verbale c'è scritto "presa dalla bobina".

PRESIDENTE. Quale interesse aveva Turatello alla liberazione di Moro?

TOMMASO BUSCETTA. Turatello non c'era più; chi ha parlato di Turatello?

PRESIDENTE. Non ha detto che a Cuneo...

TOMMASO BUSCETTA. Turatello se ne era già andato da Cuneo. Ho detto, come riferimento, di conoscere la malavita milanese, persone nate a Milano attraverso il contatto con Turatello.

PRESIDENTE. Dagli atti del maxiprocesso di Palermo risulta che lei non è mai stato a Milano.

TOMMASO BUSCETTA. Sul serio?

PRESIDENTE. Sì, risulta che il 14 ottobre 1977 è andato dalla casa circondariale di Regina Coeli alla casa circondariale di Cuneo; il 22 maggio 1978, dalla casa circondariale di Cuneo a Napoli; poi, il 15 giugno 1978, dalla casa circondariale di Napoli a quella di Cuneo. Risulterebbe che lei non è mai stato a Milano.

TOMMASO BUSCETTA. Guardi, io proprio a lei ... Io sono stato a Milano, non me lo sono sognato. Io sono stato tradotto a Milano, da Cuneo.

PRESIDENTE. Dai carabinieri?

TOMMASO BUSCETTA. Logico! Come, da solo?

PRESIDENTE. Successivamente risulta che il 16 marzo 1979 lei è stato trasferito da Palermo a Termini Imerese, il 20 marzo 1979 da Termini a Palermo, il 16 maggio 1979 da Palermo a Termini Imerese. Poi, è stato trasferito da Cuneo a Milano nel giugno 1979, praticamente un anno dopo l'assassinio di Moro.

TOMMASO BUSCETTA. Sì, ma io sono andato anche prima!

PRESIDENTE. Quindi lei insiste nel dire che è stato a Milano.

TOMMASO BUSCETTA. Io sono andato da Cuneo a Milano.

PRESIDENTE. Mentre era in corso il sequestro Moro?

TOMMASO BUSCETTA. Ma ... Sì.

PRESIDENTE. Ricorda l'anno?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Ma ricorda che era stato sequestrato Moro?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. E ricorda se era stato ucciso?

TOMMASO BUSCETTA. No, non ricordo. Non riesco a mettere insieme queste date.

PRESIDENTE. Dunque, quando le viene fatta la proposta di intervenire per vedere se sia possibile avere un colloquio con i brigatisti perché Moro venga liberato, Moro è sequestrato e lei è a Cuneo. E' così?

TOMMASO BUSCETTA. E' così, esatto.

PRESIDENTE. Lei dice che successivamente va a Milano. In quell'arco di tempo, insomma, non un anno dopo.

TOMMASO BUSCETTA. In quell'arco di tempo.

ALFREDO GALASSO. Poiché la situazione carceraria alla quale il presidente ha fatto riferimento è stata riepilogata dal giudice Grasso al maxiprocesso proprio al signor Buscetta, che non vi sia menzione di questo soggiorno a Milano dipende dal fatto che non lo ricordava o che non aveva voglia di parlarne?

TOMMASO BUSCETTA. No, no, non me ne ricordavo. Perché non avrei dovuto menzionarlo?

PRESIDENTE. Siccome lei ha deciso dopo l'assassinio del giudice Falcone di aprire ...

TOMMASO BUSCETTA. Ma non avrei motivo di omettere una traduzione. Siete in condizione di prendere l'elenco delle traduzioni dei carabinieri e di verificare quando volete.

PRESIDENTE. L'onorevole Ayala le chiede se ricorda quanto si fermò a Milano in quella circostanza.

TOMMASO BUSCETTA. Poco tempo.

PRESIDENTE. Per poco tempo intende pochi mesi o poche settimane?

TOMMASO BUSCETTA. Forse due settimane, forse venti giorni.

PRESIDENTE. E a Milano riuscì ad avere contatti con i brigatisti oppure no?

TOMMASO BUSCETTA. No. Non ne avevo più bisogno, credo, a quell'epoca.

PRESIDENTE. Sulla base delle conoscenze che lei ha delle dinamiche interne a Cosa nostra ed in particolare della commissione provinciale, può dirci se questa commissione ha avuto un qualche ruolo nella strage del rapido 904? Quella strage per la quale ora Calò è stato definitivamente condannato?

TOMMASO BUSCETTA. Guardi, per me ... Siamo sempre in quell'ipotesi di cose molto più grandi di quelle che sono la Cosa nostra. Io credo che Calò c'entrasse in quelle bombe del treno.

PRESIDENTE. Ha avuto l'ergastolo. In genere questo significa che si è colpevoli.

TOMMASO BUSCETTA. Credo che c'entrasse, ma non posso asserirlo.

PRESIDENTE. Lei ha detto che uno come Calò se voleva fare un sequestro di persona poteva farlo con chi voleva, ma quando si trattava di omicidi la cosa era diversa e bisognava concordare con Cosa nostra. Per una strage come questa - alla quale risulta da tutta una serie di atti ed anche da sentenze definitive che abbia partecipato - è possibile che Calò abbia agito senza aver preso contatto con Cosa nostra, senza avere un'autorizzazione?

TOMMASO BUSCETTA. No, è impossibile. Calò non poteva fare una cosa del genere senza che la cupola, come voi la chiamate, lo sapesse. E' impossibile. Però c'è una cosa. Sembra che le mie dichiarazioni abbiano dei contrasti. Mi potreste dire: per fare dei crimini molto gravi Cosa nostra non usa gente che va fuori? Ma ci sono delle condizioni. Per potervelo spiegare meglio: se Calò ha partecipato alla strage del treno, indubbiamente non ha fatto partecipare nessun siciliano.

PRESIDENTE. Ho capito.

TOMMASO BUSCETTA. Non partecipando nessun siciliano, quello che ha fornito le bombe ha fatto un favore a lui. Non perché lui vuole che si mettano le bombe, ma l'intenzione sua è che le mettano le bombe.

PRESIDENTE. Ma la decisione di fare questa cosa, secondo lei, è stata presa anche dalla commissione, da Cosa nostra o no?

TOMMASO BUSCETTA. Senz'altro. Lui non la fa una cosa senza informare Cosa nostra. Assolutamente non può farla. Lui rischia di morire. Può essere stato portatore e dire: "Ho un'occasione, ci sono Tizio e Caio che vogliono mettere una bomba". "Lasciali fare". "Va bene". Ma lo fanno loro, senza Pippo Calò. Quando lui si batte dietro le barre e dice "sono innocente", è innocente nel vero senso, perché può giurare la sua innocenza e non ci sono prove contro di lui. Però sotto banco lui avrà senz'altro partecipato: questa è la mia convinzione. PRESIDENTE. Anche se si trattava soltanto di fornire le bombe per la strage doveva parlarne alla commissione provinciale?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Frequentando Calò, lei ha mai avuto modo di conoscere un certo Pietro Cannizzaro?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Parente di Nitto Santapaola e che gestisce un negozio di abbigliamento a Roma.

TOMMASO BUSCETTA. No, no, non lo conosco. Sono andato in un negozio, qui a Roma, insieme a Pippo Calò, che mi ha fatto un bagaglio di diversi milioni, ma era verso via Nazionale ... Qual è quella piazza in fondo a via Nazionale?

PRESIDENTE. Piazza Esedra? Vicino alla stazione?

TOMMASO BUSCETTA. Piazza Esedra.

PRESIDENTE. L'onorevole Imposimato vuole sapere se si trattava dei soldi del sequestro Armellini.

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so da dove venivano i soldi. Li aveva lui.

PRESIDENTE. La sera famosa in cui avrebbe dovuto esserci il tentativo di colpo di Stato di Borghese, qualcuno di Cosa nostra andò a Roma?

TOMMASO BUSCETTA. Che io sappia no.

PRESIDENTE. Non sa se qualcuno ci andò?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

PRESIDENTE. Nessuno glielo disse dopo?

TOMMASO BUSCETTA. A me è stato detto che c'era anche la flotta russa nel Mediterraneo.

PRESIDENTE. Questa è la ragione per cui non è successo, ma se qualche uomo di Cosa nostra è andato a Roma a dare una mano lei non lo sa.

TOMMASO BUSCETTA. No, non lo so.

PRESIDENTE. Calderone ci ha detto che andò Natale Rimi: lei questo non lo sa?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

PRESIDENTE. Il 4 dicembre 1984 lei ha dichiarato al giudice Falcone che settori di partiti politici governativi e di altre istituzioni erano pronti a fornire il loro appoggio al golpe Borghese. Aggiunge che altri uomini d'onore, oltre a quelli da lei citati, avevano avuto rapporti con Borghese. In quell'occasione, davanti al giudice Falcone disse che avrebbe riferito in seguito su questi particolari; può far capire alla Commissione di cosa si tratti?

TOMMASO BUSCETTA. Riferirò in seguito alla magistratura. Se me lo consente e se non la prende come una scortesia.

PRESIDENTE. Se bastasse questo a farla parlare, potremmo prenderla come una scortesia, ma non credo che basti.

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Può far capire a quali istituzioni si riferisca quando parla di "altre istituzioni"?

TOMMASO BUSCETTA. Non ho detto poco fa che il colonnello dei carabinieri era quello che andava ad arrestare il prefetto?

PRESIDENTE. Questa è una risposta.

TOMMASO BUSCETTA. Non ho parlato poco fa? Il resto lasciamolo ai giudici istruttori. Il colonnello Russo è un'istituzione o no? PRESIDENTE. E' appartenente ad un'istituzione.

TOMMASO BUSCETTA. Appartenente ma è un'istituzione. Appartenente: devo correggermi, va bene. Io vedo il colonnello Russo come un'istituzione perché era il comandante ed era quello che andava ad arrestare il prefetto.

PRESIDENTE. Sarebbe stato quello ...

TOMMASO BUSCETTA. Sarebbe stato: esatto.

PRESIDENTE. Cosa nostra aveva giudici amici a Palermo?

TOMMASO BUSCETTA. Giudici? PRESIDENTE. Sì, magistrati amici, che vi facevano dei favori.

TOMMASO BUSCETTA. Ah, lei mi fa entrare in un campo che è assolutamente improponibile.

PRESIDENTE. Peggio di quello della politica?

TOMMASO BUSCETTA. Io credo di sì. Per l'amor di Dio!

PRESIDENTE. Non vuole rispondere neanche sì o no?

TOMMASO BUSCETTA. No, non risponderò a questa domanda perché ritengo che, come nella politica, se è difficile stabilire un rapporto tra due mafiosi, s'immagini con un politico, s'immagini con un giudice; ed io sarei così pazzo da avventurarmi in questo sentiero? No.

PRESIDENTE. Avete avuto favori, aggiustamenti di processi a Palermo?

TOMMASO BUSCETTA. Come ho già detto "u carbuni si nun tinci mascarìa", e ritorniamo nuovamente alla domanda di prima. Io personalmente non ho corrotto nessun giudice.

PRESIDENTE. La corruzione è un'altra cosa.

TOMMASO BUSCETTA. No, no, non posso parlare di queste cose.

PRESIDENTE. Le ho chiesto se abbiate avuto aggiustamenti di processi a Palermo.

TOMMASO BUSCETTA. Aggiustamenti di processi ci sono stati a Palermo sempre, in tutte le epoche. Però, se mi chiedessero di indicare i giudici, io risponderei che non lo so.

PRESIDENTE. Anche se lo sa?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, anche se lo so.

MARIO BORGHEZIO. Presidente, può chiedere al signor Buscetta se siano state concesse grazie ad uomini d'onore?

PRESIDENTE. Le grazie le concede il Presidente della Repubblica. Trattandosi di fatti pubblici, possiamo compiere accertamenti diretti. L'essere detenuti è un impedimento a parlare tra voi, ad avere rapporti con l'esterno? Cosa cambia trovarsi nella condizione di detenuti rispetto a quella di uomini liberi?

TOMMASO BUSCETTA. Nessuna cosa, nessunissima cosa. L'uomo d'onore si qualifica e rimane sempre la stessa persona, solo che può avere un sostituto che fa le sue veci perché lui è detenuto.

PRESIDENTE. Dovunque si sia detenuti è così? L'uomo d'onore riesce sempre ad avere colloqui, a parlare, anche con documenti falsi? TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Come si può fare, secondo lei, per isolare dalla famiglia l'uomo d'onore detenuto? Lei ha detto giustamente che bisogna essere rigorosi e fare giustizia fino in fondo, senza tentennamenti; però, una volta che sia stata fatta giustizia, gli uomini d'onore essendo detenuti comunicano con quelli che stanno fuori come prima: lei capisce che la cosa cambia, ma non di molto. Allora, vorremmo capire sulla base della sua esperienza come si possa fare per interrompere questi rapporti.

TOMMASO BUSCETTA. Asinara.

PRESIDENTE. Anche all'Asinara una volta al mese si possono ricevere visite.

TOMMASO BUSCETTA. Una volta al mese ma quando il mare è buono, perché trascorrono mesi interi senza poterci arrivare perché il mare non è buono.

PRESIDENTE. Quindi, la traduzione all'Asinara è una cosa temuta?

TOMMASO BUSCETTA. E' temuta, io lo so perché mi tremavano veramente le ginocchia quando dovevo essere trasferito all'Asinara. Mi dicevo: "Ma questo è un castigo di Dio", perché stare all'Asinara significava la rottura totale dei rapporti con il continente italiano. PRESIDENTE. Quindi significava anche essere lasciati un po' a se stessi rispetto alla famiglia?

TOMMASO BUSCETTA. E' una cosa automatica, all'Asinara non si passa facilmente tutti i mesi. Il mio primo trasferimento da Palermo all'Asinara viene disposto dal generale Dalla Chiesa nel 1977; io vado fino a Porto Torres, vi arrivo tranquillo per imbarcarmi, mi sono imbarcato per tre volte e per tre volte sono tornato indietro sulla motovedetta dei carabinieri, non una motovedetta civile.

PRESIDENTE. Dopo l'omicidio di Dalla Chiesa tutti sfuggirono alla cattura: come mai?

TOMMASO BUSCETTA. (Ride con ironia) Ogni domanda ha bisogno di una risposta.

PRESIDENTE. Sembrerebbe di sì.

TOMMASO BUSCETTA. E' perché qualcuno avrà detto che c'erano questi mandati di cattura.

PRESIDENTE. Ci sarà stata un'informazione.

TOMMASO BUSCETTA. Già era "volata".

PRESIDENTE. Quindi, per capire, questa non è una supposizione: a lei è giunta notizia che l'informazione era già "volata".

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Perché lei era negli Stati Uniti?

TOMMASO BUSCETTA. Lo so anche ... Credo che per quanto riguarda l'uccisione di Costa, si sapeva ancor prima che Costa firmasse i mandati di cattura che li avrebbe emessi.

PRESIDENTE. Però in quel caso vi furono degli arresti.

TOMMASO BUSCETTA. Ma altre volte non vi furono.

PRESIDENTE. Ha mai avuto rapporti con il giudice Campisi?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione di che tipo?

TOMMASO BUSCETTA. Il giudice Campisi è stato giudice di sorveglianza, no, io credo che mi sia messo a modello 13 per parlare con il dottor Campisi.

PRESIDENTE. A Cuneo?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, a Cuneo.

PRESIDENTE. Perché?

TOMMASO BUSCETTA. Perché volevo ottenere la semilibertà e il dottor Campisi mi disse che non era di sua competenza, che il giudice di sorveglianza era una signora, una donna.

PRESIDENTE. Quindi, lui non era giudice di sorveglianza.

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Era forse procuratore della Repubblica?

TOMMASO BUSCETTA. Forse.

PRESIDENTE. E lei perché si mise a modello 13 con il giudice Campisi e non con il giudice di sorveglianza?

TOMMASO BUSCETTA. Avevo saputo che lui aveva dei rapporti con i Calderone, che era amico dei Calderone, ma non ho avuto tempo di sollecitargli questa amicizia perché lui non era il giudice di sorveglianza e quindi non poteva fare niente per me.

PRESIDENTE. Ma lei glielo disse?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Quando lui disse che non avrebbe potuto fare nulla, chiuse lì la faccenda?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Oltre a Lima, c'erano altri uomini politici che hanno avuto rapporti con la magistratura nel vostro interesse?

TOMMASO BUSCETTA. Io credo di no. Comunque, è una cosa molto difficile stabilire qua se vi siano stati rapporti di questo tipo. Bisogna dire: "una volta tizio mi raccontò" e poi fare le indagini.

PRESIDENTE. La cosa che le chiediamo è più semplice: Lima era l'unica persona alla quale ci si rivolgeva per avere aggiustamenti di processi?

TOMMASO BUSCETTA. No, non era l'unica persona, c'erano altri politici.

PRESIDENTE. Sempre di Palermo o anche di fuori Palermo?

TOMMASO BUSCETTA. Credo anche di fuori Palermo.

PRESIDENTE. Non eletti in Sicilia, insomma.

TOMMASO BUSCETTA. Esatto.

PRESIDENTE. Cosa sa dell'omicidio di Piersanti Mattarella?

TOMMASO BUSCETTA. Mi sono ripromesso di parlare con i giudici di questa cosa, anche se già dissi a Falcone nel 1984 che era avvenuto su ordine della commissione. Credo che lo dissi, non lo ricordo più.

PRESIDENTE. Credo di aver letto qualcosa del genere.

TOMMASO BUSCETTA. Credo di aver detto al giudice Falcone che Bontade ed Inzerillo non erano d'accordo su questa cosa, che era stata la commissione e che anche loro poi avevano aderito.

PRESIDENTE. Cosa interessa ad un uomo politico non eletto in Sicilia di farvi favori nel rapporto con i giudici? Prima lei ha detto che, oltre a Lima, c'erano altri uomini politici che potevano fare dei favori.

TOMMASO BUSCETTA. Preferisco non rispondere a questa domanda perché essa ci porta in un campo molto più vasto.

PRESIDENTE. Mi fa terminare la domanda?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, scusi.

PRESIDENTE. Ci mancherebbe. Lei ha detto prima che c'erano altri uomini politici, oltre a Lima, a farvi favori anche nei rapporti con la magistratura. Le ho chiesto se si tratti di uomini politici eletti in Sicilia o eletti anche fuori e lei ha risposto eletti anche fuori. A questo punto, le chiedo quale sia l'interesse che può avere un uomo politico eletto anche fuori dalla Sicilia a fare favori a voi. Questa è la domanda: qual è la sua risposta?

TOMMASO BUSCETTA. Ma non può essere che l'uomo politico ha dei suoi amici che sono eletti in Sicilia?

PRESIDENTE. Non lo so, questo lo dice lei.

TOMMASO BUSCETTA. Io formulo ipotesi, non sto dicendo che è così. Per ipotesi posso dare questa risposta ma non posso dire: "sì, perché quello aveva l'amico ...". Io dico: e non può essere per ipotesi che quest'uomo politico abbia i suoi amici politici in Sicilia? PRESIDENTE. Quindi, essendo certo che uomini politici non eletti in Sicilia facevano questi favori, l'ipotesi è che li facessero perché avevano propri amici eletti in Sicilia?

TOMMASO BUSCETTA. No, quest'affermazione non la posso fare.

PRESIDENTE. E' un'ipotesi.

TOMMASO BUSCETTA. Ah, l'ipotesi sì.

PRESIDENTE. La cosa certa è che facevano i favori, l'ipotesi è che potevano farli perché avevano amici in Sicilia.

ROMEO RICCIUTI. Possiamo chiedere al signor Buscetta se c'erano, oltre agli uomini politici, uomini del mondo universitario o di altre professioni?

PRESIDENTE. C'erano anche altre persone, non uomini politici, ad esempio professionisti, uomini dell'università, medici, che vi aiutavano in questo?

TOMMASO BUSCETTA. Abbiamo detto sempre di sì, in tutti gli interrogatori, che c'erano. L'abbiamo detto sempre, è dal 1984 che si dice.

PRESIDENTE. La Commissione, per capire meglio, è costretta a ripetere le domande, e le chiediamo scusa di questo. Lei conosce molto bene queste cose, mentre io e gli altri colleghi le conosciamo poco.

GIOVANNI FERRARA SALUTE. Tornando al delitto Mattarella, mi pare di aver capito sarebbe stata la commissione ad ordinarlo. PRESIDENTE. Pur con qualche dissenso.

GIOVANNI FERRARA SALUTE. Ed allora come mai ci sarebbero stati dei killer non di Cosa nostra, degli estranei?

PRESIDENTE. Il senatore Ferrara Salute le chiede: se è stata Cosa nostra a decidere l'omicidio Mattarella, come mai, secondo alcune ipotesi processuali, gli esecutori materiali - cioé chi ha sparato - sarebbero stati non appartenenti a Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. A me dispiace che non potrò vedere la fine di questo processo negli anni, perché sono già abbastanza vecchio, ma le garantisco che i fascisti in questo omicidio non c'entrano. Quei due sono innocenti. Glielo garantisco. E chi vivrà, vedrà.

PRESIDENTE. Dell'omicidio Reina sa qualcosa in particolare?

TOMMASO BUSCETTA. E' nella stessa ipotesi, anzi certezza, che io dico al giudice Falcone che Reina e Mattarella sono stati uccisi per ordine della commissione.

PRESIDENTE. Ma qual è il motivo specifico per cui si uccidono Mattarella e Reina? Insomma, il danno.

TOMMASO BUSCETTA. Il danno è più che altro "impresariale".

PRESIDENTE. Che vuol dire?

TOMMASO BUSCETTA. Credo che Mattarella in special modo volesse fare della pulizia in questi appalti. Se andate a vedere a chi sono andati gli appalti in tutti questi anni, con facilità voi andrete a scoprire cose inaudite. Non è stato ammazzato perché avevano bisogno dei due fascisti. La Cosa nostra non fa agire, per ammazzare un presidente della regione, due fascisti. E' un controsenso. Non esiste questa possibilità. E quei due accusati sono innocenti.

PRESIDENTE. E Reina perché sarebbe stato ucciso? Per Mattarella più o meno si capisce: perché voleva mettere ordine.

TOMMASO BUSCETTA. Ne parlerò con i giudici.

PRESIDENTE. Ma dei motivi generali può parlare anche qui, senza dire chi lo ha ucciso, che non ci interessa.

TOMMASO BUSCETTA. Anche del motivo ne parlerò con i giudici.

PRESIDENTE. Quindi, mentre il motivo dell'omicidio Mattarella si può dire, quello dell'omicidio Reina qui non si può dire.

TOMMASO BUSCETTA. E' quasi nella stessa sintonia. Ci sono degli appalti che fanno gioco, gli interessi. Sono interessi che vanno ...

PRESIDENTE. E' anche nell'ambito di questi interessi economici di appalti che viene ucciso Reina oltre Mattarella?

TOMMASO BUSCETTA. Reina credo che è ucciso prima.

PRESIDENTE. Sì, e perciò le chiedevo. Proprio per capire.

TOMMASO BUSCETTA. Credo di sì.

PRESIDENTE. Insomma, c'è una questione di interesse.

TOMMASO BUSCETTA. Credo di sì.

PRESIDENTE. Lei ha dichiarato al giudice Falcone che Inzerillo informò la commissione solo dopo aver ucciso il procuratore Costa.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Prima lo uccise e poi informò. E questo in qualche modo per ritorsione perché i corleonesi avevano fatto la stessa cosa in altre occasioni, cioé prima avevano ucciso e poi avevano informato. Lei ha detto che questo avevano fatto per altri omicidi di illustri personalità: può spiegare, per cortesia, chi erano queste illustri personalità uccise dai corleonesi per le quali questi ultimi avevano informato dopo la commissione?

TOMMASO BUSCETTA. Uno è il capitano Basile. Un altro è il capitano D'Aleo e un altro ancora il colonnello Russo. Michele Greco a me personalmente ha detto: io non lo so chi ha ammazzato il colonnello Russo. E poi ha dovuto rimangiarselo tutto.

PRESIDENTE. Perché era stato ucciso nel suo ...

TOMMASO BUSCETTA. Lui non sapeva perché i corleonesi avevano agito per conto loro.

PRESIDENTE. La Ficuzza è a Corleone?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Oltre questi, ci sono anche altri omicidi?

TOMMASO BUSCETTA. In questo momento non ricordo, perché già sono un po' stanco, per la verità.

PRESIDENTE. Vuole riposarsi?

TOMMASO BUSCETTA. Mi riposo dopo.

PRESIDENTE. Vuole fermarsi un attimo, fare una passeggiata?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Può spiegare alla Commissione perché Greco Salvatore era chiamato "il senatore"?

TOMMASO BUSCETTA. Era un politico. Cioé era un politico nel senso che lui era la persona più adatta a darsi da fare in campo politico e nel campo imprenditoriale, per prendere dei soldi in prestito dalle banche, per creare nuove fonti di introiti per la famiglia Greco.

PRESIDENTE. Com'è che si è costituito Salvatore Greco? Questo in genere non succede.

TOMMASO BUSCETTA. Perché c'era aria di morte intorno a lui. Anche per suo fratello Michele.

VITO RIGGIO. Anche suo fratello si è costituito?

PRESIDENTE. Non credo, perché è stato catturato nei pressi di Termini Imerese. Il ruolo del "senatore" era quello di procurare appoggi politici, di contattare istituti di credito. Era efficace questo ruolo?

TOMMASO BUSCETTA. Era efficace. Lui aveva le porte aperte in politica.

PRESIDENTE. Anche con uomini politici non eletti in Sicilia?

TOMMASO BUSCETTA. Questo non lo so.

 PRESIDENTE. Non lo sa o non intende dirlo?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

PRESIDENTE. Si è mai chiesto come fa Totò Riina, ed anche il gruppo dei corleonesi, a condurre un così grande traffico di stupefacenti, ad incassare tutti questi soldi, a fare riciclaggio? Come fanno i corleonesi a riciclare?

TOMMASO BUSCETTA. Il riciclaggio non lo conosco.

PRESIDENTE. Non sa chi li aiuta, chi li sostiene in queste operazioni?

TOMMASO BUSCETTA. Non ho avuto la fortuna ... così devo dire?

PRESIDENTE. Sì, tutto sommato sì.

TOMMASO BUSCETTA. ... di avere anch'io un po' di soldi per riciclarli. Il traffico della droga, però, non era cominciato così. Era cominciato che erano pochi gruppi che avevano la morfina base e quindi i corleonesi dovevano accontentare della parte che spettava loro. Poi piano piano sono riusciti ad eliminare tutti quanti. 

PRESIDENTE. Lei dice che pochi gruppi di Cosa nostra avevano la morfina base.

TOMMASO BUSCETTA. Non pochi gruppi, addirittura tre persone.

PRESIDENTE. Chi erano queste tre persone?

TOMMASO BUSCETTA. Uno era La Mattina, un altro Savoca e l'altro non mi ricordo.

PRESIDENTE. Spataro?

TOMMASO BUSCETTA. Spataro, esatto. Che è nella mia famiglia. E La Mattina è nella mia famiglia. "Nella mia famiglia" nel senso di Cosa nostra.

PRESIDENTE. Questi avevano la morfina base. Facevano la raffinazione in Sicilia?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, io credo a Palermo. In tutti i posti c'erano raffinerie a Palermo.

PRESIDENTE. Questo in che anni?

TOMMASO BUSCETTA. Sto cercando di ricordare. Fino al 1980, che io ero a Palermo, c'erano.

PRESIDENTE. Non ho capito cosa intendesse quando ha detto che i corleonesi dovevano accontentare.

TOMMASO BUSCETTA. Della parte che spettava a loro.

PRESIDENTE. Loro si dovevano accontentare?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, perché gli importatori sarebbero stati questi tre e quindi dovevano adeguarsi alla parte che poteva spettare loro.

PRESIDENTE. E le parti chi le stabiliva?

TOMMASO BUSCETTA. Qui cominciano a nascere i gruppi. Quando si andava in commissione, più che discutere dei problemi di come sarebbe andata la Cosa nostra, si discutevano queste cose. Già era iniziato con le sigarette: se le navi dovevano entrare a turno nelle acque, o se prima entrava la barca di Spataro, poi la barca di La Mattina, poi la barca di Zaza. Così è stato anche per la droga. Quindi, per la droga si doveva aspettare anche la parte che a loro spettava, poi per investimento.

PRESIDENTE. Cioè?

TOMMASO BUSCETTA. Si investiva quanto si voleva.

PRESIDENTE. Come si investiva?

TOMMASO BUSCETTA. Si investiva. Si dice "io ho un carico di droga, quanto vuoi investire?" "300 mila dollari" e si facevano le quote di 300 mila dollari.

PRESIDENTE. Nel febbraio 1975 si decise di non fare sequestri di persona in Sicilia. Si ricorda da chi partì la proposta e perchè?

TOMMASO BUSCETTA. La proposta partì da Gaetano Badalamenti e da Stefano Bontade e Riina acconsentì, ma subito dopo c'è lo sgarbo di sequestrare Corleo.

PRESIDENTE. Perché, si fece questo accordo?

TOMMASO BUSCETTA. Perché questo attraeva la polizia. Nascevano dei problemi con la polizia. Poi si riteneva che non fosse una cosa molto buona per l'opinione pubblica far vedere che i siciliani sequestrano i siciliani. E allora in Sicilia niente sequestri.

PRESIDENTE. Se invece veniva sequestrato qualcun altro, andava bene.

TOMMASO BUSCETTA. In altri posti... a ruota libera.

PRESIDENTE. Dura tuttora questa regola?

TOMMASO BUSCETTA. Che dura tuttora non ne sono a conoscenza.

PRESIDENTE. Ho capito. Sequestri mi pare non se ne facciano in Sicilia.

TOMMASO BUSCETTA. Ce n'è stato uno e mi sembra siano morti tutti i sequestratori.

PRESIDENTE. Quello della signora Mandalà?

TOMMASO BUSCETTA. Mandalà, sì.

PRESIDENTE. C'entrava Cosa nostra nel sequestro della signora Mandalà?

TOMMASO BUSCETTA. No, la Cosa nostra ha ucciso tutti i sequestratori.

PRESIDENTE. Quali collegamenti di Cosa nostra ci sono stati fuori dalla Sicilia, in Calabria, in Campania e in Puglia?

TOMMASO BUSCETTA. Sui sequestri?

PRESIDENTE. No, in generale. Ci sono uomini d'onore anche in Campania, in Calabria?

TOMMASO BUSCETTA. E basta. Ci sarebbero anche a Milano. Ma come famiglie costituite è in Campania e in Calabria. Invece a Milano ci sono ma... è personalizzata la cosa.

PRESIDENTE. Che vuol dire?

TOMMASO BUSCETTA. Ci sono i Bono, ma già i Bono è rappresentante a Baucina ... a Bolognetta. A Milano agisce come se fosse boss, perché tutti si rivolgono a loro. Anche i gruppi di altre famiglie confluiscono verso i Bono.

PRESIDENTE. L'onorevole Tripodi chiede se per caso ha avuto notizia delle ragioni per le quali è stato ucciso il pubblico ministero Scopelliti in Calabria e se per caso le risulta, direttamente o indirettamente, che l'omicidio sia stato commesso per rallentare, bloccare o impedire il giudizio di Cassazione sul maxiprocesso.

TOMMASO BUSCETTA. Non sono in condizione di poter rispondere perché sono stato in America. Non avevo condizione per controllare questa cosa. Posso dire che è morto per questa causa. Secondo me è morto per questa causa. Secondo me, ma non ho niente per...

PRESIDENTE. E' una sua deduzione?

TOMMASO BUSCETTA. E' una mia deduzione.

PRESIDENTE. E' possibile che Cosa nostra compia un omicidio in Calabria? Oppure si deve mettere d'accordo con i calabresi?

TOMMASO BUSCETTA. Non ho detto questo. Io ho detto che è Cosa nostra, ma possono agire i calabresi.

PRESIDENTE. Quindi, un delitto può essere commesso.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Ho capito. Bardellino era uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. No. Bardellino? Sì, scusi, stavo pensavo a Balducci. Bardellino era rappresentante, addirittura.

PRESIDENTE. Zaza era uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Zaza è uomo d'onore.

PRESIDENTE. Nuvoletta?

TOMMASO BUSCETTA. Sono uomini d'onore.

PRESIDENTE. Cutolo invece no?

TOMMASO BUSCETTA. No, Cutolo era camorrista.

FRANCESCO CAFARELLI. E Peppino Sciorio di San Giuliano?

TOMMASO BUSCETTA. Era uomo d'onore.

PRESIDENTE. Mi pare sia stato ucciso.

FRANCESCO CAFARELLI. Sì.

PRESIDENTE. Signor Buscetta, il giro delle prime domande è terminato. A questo punto lei si può riposare mentre i commissari formuleranno ulteriori domande da porle.

TOMMASO BUSCETTA. Okay.

PRESIDENTE. Ha qualcosa da dire?

TOMMASO BUSCETTA. No, va bene.

PRESIDENTE. Grazie.

(Il signor Buscetta è accompagnato fuori dall'aula).

PRESIDENTE. Colleghi, a questo punto potete formulare le ulteriori domande da rivolgere al signor Buscetta.

ANTONINO BUTTITTA. Ho trovato estremamente interessante la notizia data in ordine ai rapporti economico-finanziari tra Vassallo e Lima. Poichè tale notizia è stata riferita in termini generici e vaghi, vorrei che venisse approfondita. E' bene chiarire se in realtà tali rapporti siano esistiti oppure no.

GIOVANNI FERRARA SALUTE. Vorrei che si chiedesse se nella famiglia Bontade vi siano stati degli uomini politici oltre che dei mafiosi.

VITO RIGGIO. Signor presidente, vorrei che lei riprendesse un passaggio: in particolare quando viene spiegato che, a seguito del processo dei 114, erano state eliminate le famiglie nella provincia di Palermo. Il signor Buscetta può fornire qualche elemento sui rapporti tra le famiglie esterne alla città, tra le quali quella dei corleonesi, di Morreale, di Caccamo; in sostanza che tipo di rapporti esistevano tra queste famiglie e quella di Palermo?

MASSIMO SCALIA. Vorrei conoscere con maggior precisione la questione del trasferimento dal carcere di Cuneo a quello di Milano in rapporto alla richiesta rivolta, da parte della commissione, al Buscetta affinchè prendesse contatto con i terroristi presenti nel carcere di Torino. Il Buscetta sostiene di essere stato trasferito al carcere di Milano: vorrei che si facesse collimare questo periodo con quello del sequestro Moro, per altro molto breve (dal 16 marzo al 9 maggio). Vorrei che il presidente ponesse le domande in modo tale da definire con precisione - anche perchè Buscetta dice di essere stato a Milano dopo, nel 1979 - il periodo in cui è stato trasferito a Milano anzichè a Torino come sarebbe dovuto accadere secondo quello che racconta.

GIROLAMO TRIPODI. Vorrei porre una domanda sul rapporto tra criminalità organizzata, Cosa nostra e i servizi segreti. Il signor Buscetta ha detto che altre forze dello Stato hanno mantenuto rapporti, nei modi più diversi. Sarebbe opportuno affrontare il tema.

FERDINANDO IMPOSIMATO. Vorrei sapere se l'inerzia dello Stato di fronte alle richieste dei giudici Falcone e Borsellino di misure dirette a favorire la dissociazione fosse, a suo giudizio, determinata da comportamenti di uomini politici collegati a Cosa nostra. Vorrei inoltre sapere se il signor Buscetta fosse a conoscenza del fatto che anche il procuratore generale Spagnuolo venne informato della volontà della mafia (in particolare attraverso Pippo Calò, Flavio Carboni e l'onorevole Cazora) di occuparsi della salvezza di Moro. Risulta agli atti di quel processo che, durante il sequestro alcuni uomini si recarono da Spagnuolo per offrire la collaborazione della mafia e che poi questa collaborazione venne revocata.

GIANCARLO ACCIARO. Circa le ipotesi sul separatismo in Sicilia cui ha accennato il signor Buscetta, vorrei sapere se egli sia a conoscenza di contatti tra la mafia e movimenti politici (e non) della Sardegna, per una eventuale ipotesi di separatismo di quest'isola. Più volte è stato detto che vi era libertà di azione per gli uomini d'onore relativamente ai sequestri effettuati fuori dalla Sicilia. Vorrei sapere se siano stati ipotizzati sequestri in Sardegna, considerando che vi è un collegamento tra Calò e Carboni e che quest'ultimo è stato un importante imprenditore sardo.

LUIGI BISCARDI. Vorrei che si tornasse sul rapporto tra Vassallo e Lima, che è stato negato in un articolo recente da un uomo politico di grande importanza qual è il senatore Andreotti. Il signor Buscetta ha chiarito il rapporto tra Vassallo e Lima, dicendo che il primo era un prestanome. Poiché si è tanto insistito sulla sigla VALIGIO (Vassallo-Lima-Gioia), vorrei sapere qualcosa sul terzo elemento di tale rapporto, centrale per definire l'attività politico-amministrativa dell'onorevole Lima.

MARCO TARADASH. Sarebbe opportuno un chiarimento sulla dimestichezza del signor Buscetta con il direttore del carcere dell'Ucciardone, Di Cesare, il quale lo ha informato di un colpo di Stato e gli ha indicato un cunicolo dal quale evadere. Vorrei sapere per quanti anni Di Cesare sia stato direttore di quel carcere e che tipo di rapporti avesse con Cosa nostra e con il signor Buscetta stesso. In altre parole, occorrerebbe capire per chi lavorava Di Cesare, se per i servizi segreti, se per i golpisti o se per Cosa nostra. La seconda domanda è se il delitto Dalla Chiesa possa essere messo in relazione all'ipotesi di omicidio avanzata nel 1979, cioè se vi sia una continuità tra i due fatti.

ANTONIO BARGONE. Il signor Buscetta non è stato chiaro quando ha spiegato per quale motivo il generale Dalla Chiesa dava fastidio a Cosa nostra; ha sostenuto che è difficile trasferire la loro mentalità nella nostra. Forse sarebbe opportuno approfondire questo aspetto per chiarire quali fossero le iniziative di Dalla Chiesa che intralciavano l'attività di Cosa nostra. In secondo luogo, vorrei domandare se le attività criminali di Vernengo e Pecoraro durante il soggiorno obbligato fossero collegate a Cosa nostra ovvero fossero individuali, così come emerge dagli atti del maxiprocesso.

MASSIMO BRUTTI. Il signor Buscetta, nel corso degli interrogatori resi nel 1984 (il 23 luglio dinanzi al giudice Falcone e il 14 agosto), si riferisce ad alcune caratteristiche della famiglia dei corleonesi e della famiglia Madonia, cioè alla particolare segretezza dell'appartenenza a queste famiglie: "Devo far presente che caratteristica della famiglia di Corleone è quella di non far conoscere alle altre i nomi dei propri adepti. Di ciò Badalamenti Gaetano si è sempre lamentato". La stessa caratteristica viene riferita ai Madonia. Nel corso di un interrogatorio svolto ai primi si settembre, afferma: "Parlando con Gaetano Badalamenti e con Salamone, tutti e tre abbiamo avuto il sospetto che i personaggi più in vista della coalizione a noi avversa avessero in grande segretezza costituito fra di loro una distinta famiglia, al di fuori e contro le regole di Cosa nostra". Vorrei fosse chiesto se, all'interno di Cosa nostra, esista una struttura supersegreta alla quale abbiano dato vita i corleonesi, eventualmente con altri alleati. Il signor Buscetta ha parlato di alcuni delitti commessi all'insaputa di una parte della Commissione. In realtà, in base alle sue deposizioni, risulta che tutti i grandi delitti sono stati commessi all'insaputa di Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo. Ad esempio, Buscetta ha detto che il delitto Mattarella era stato deciso dalla commissione. In precedenza aveva detto che ciò era avvenuto all'insaputa di Bontade e di Inzerillo.

ALFREDO GALASSO. Veramente, aveva detto che non se ne era saputo nulla, tanto che i giudici avevano ritenuto che forse per questa ragione si erano rivolti ai fascisti.

MASSIMO BRUTTI. Dice testualmente: "Dell'omicidio di Michele Reina né Stefano Bontade né Salvatore Inzerillo né Rosario Riccobono sapevano nulla. Gli omicidi di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella sono stati decisi dalla commissione di Palermo all'insaputa di Salvatore Inzerillo e di Stefano Bontade".

ALFREDO BIONDI. Oggi ha detto che erano in disaccordo.

MASSIMO BRUTTI. Infine, vorrei che si tornasse sul coinvolgimento di Cosa nostra in tentativi golpistici. Nel 1970 vi è il tentato golpe Borghese. Nel 1971 viene ucciso Scaglione e Buscetta ha detto che questo omicidio si collega alla strategia di tipo eversivo. Nel 1974 il direttore del carcere gli parla di un colpo di Stato. Conosciamo le tragiche vicende del 1984, cioè le due stragi di Brescia e del treno Italicus. Nel 1979 c'è la proposta fatta da Sindona ai perdenti, cioè a quelli che in quel momento stavano già perdendo peso all'interno di Cosa nostra: Bontade e gli Inzerillo. Vorrei che Buscetta chiarisse ulteriormente perché la vicenda del 1971 non possa essere appiattita su quella di un anno prima. Si tratta di altra cosa. Nel 1971 si trovano già in un'altra prospettiva, in un altro tentativo di tipo eversivo.

GAETANO GRASSO. Vorrei chiedere qualche notizia circa le altre province, oltre le sei che sono state citate; in particolare, se esistano uomini d'onore o famiglie organizzate in altre province.

ROMANO FERRAUTO. Non nego l'importanza di questa audizione, anzi ritengo che faccia luce su una serie di aspetti; tuttavia credo che sia importante capire quale sia la situazione odierna, come la strategia e la filosofia della presenza mafiosa nel nostro paese sia cambiata. Chiederei a Buscetta - anche se occorre procedere all'audizione di altri collaboratori della giustizia che conoscono la realtà attuale - in quali settori ed in quale direzione oggi si potrebbe indagare.

PRESIDENTE. Può spiegarsi meglio?

ROMANO FERRAUTO. Ritengo decisivo che i collaboratori della giustizia offrano un contributo, ma poiché Buscetta non ha voluto parlare di uomini, di vicende, di fatti, dell'attualità, chiederei in quali settori sarebbe opportuno indagare.

ERMINIO ENZO BOSO. Il signor Buscetta parlava del grosso intervento del generale Dalla Chiesa; vorrei sapere, visto che queste particolarità avevano creato tali difficoltà da far decidere l'omicidio, se i superprefetti dotati di supepoteri abbiano mai disturbato Cosa nostra. Facendo riferimento ai rapporti tra IOR e Banco ambrosiano, vorrei sapere se il clero sia stato mai interessato a Cosa nostra e in quale misura.

MARIO BORGHEZIO. Vorrei sapere se esista un archivio di Cosa nostra, di cui non saltano mai fuori le carte amministrative né i conti. Inoltre vorrei sapere se si possa ipotizzare l'esistenza di "santuari" a questo dedicati e se possano essere individuati i luoghi geografici dove trovare questi documenti. Vorrei che il signor Buscetta ci potesse dire qualche cosa sul voto mafioso al nord, in particolare a Torino e a Milano e se abbia notizia di interventi di Cosa nostra in ordine alle operazioni di investimento al sud (parlo di operazioni patrocinate attraverso le varie leggi di intervento straordinario nel Mezzogiorno); quale sia il motivo per cui non sono mai stati effettuati sequestri di esponenti del mondo bancario e finanziario (le uniche eccezioni sono stati dei sequestri del tutto anomali). Infine, vorrei sapere se sia al corrente di acquisti da parte di esponenti di Cosa nostra di quote azionarie di società presenti in Borsa.

MICHELE FLORINO. Vorrei sapere se, oltre ai collegamenti per contrabbando e traffico di stupefacenti con le famiglie calabresi e napoletane, gli uomini d'onore Bardellino, Zaza e soprattutto Nuvoletta abbiano avuto l'incarico di appoggiare nelle consultazioni elettorali determinati partiti politici.

ALFREDO BIONDI. Vorrei che al signor Buscetta venisse posta nuovamente una domanda che gli è stata già rivolta e che egli ha eluso, dal momento che ha detto che il delitto Dalla Chiesa in qualche modo ha coperto realtà diverse, superiori e peggiori di non so quale entità (ha usato proprio questo termine). Poiché ha parlato di "un uomo politico che si è sbarazzato della presenza troppo ingombrante del generale", gli chiederei qualche spiegazione sull'uomo politico e sulla presenza ingombrante. Verso chi c'era l'ingombro? Verso il mondo politico o verso quello militare in cui il generale si muoveva o verso le situazioni note al generale sui rapporti con il terrorismo? Vorrei sapere quale fosse questa entità e se fosse diversificata.

OMBRETTA FUMAGALLI CARULLI. Vorrei che al signor Buscetta fosse chiesto di spiegare meglio la sua frase: "Lima da morto serviva a denigrare Andreotti". A chi serviva e perché? In quale senso ha detto questo? Solo come mera ipotesi o perché ha avuto notizie in merito?

ALFREDO GALASSO. Ritengo, signor presidente, che almeno un paio delle domande che desidero formulare dovrebbero essere firmate: intendo dire che sarebbe utile che Buscetta sapesse chi le ha poste perché, dato il personaggio, possono avere un senso proprio per questo. La prima domanda è in base a quale criterio egli abbia deciso di dire alcune cose e di non dirne altre. Infatti non è vero che si è riservato di rispondere su tutto: alcune cose le ha dette, anche di un certo impegno - vedi delitto Dalla Chiesa e delitto Moro - altre no. Non riesco a comprendere quale sia la ragione per cui ha compiuto certe scelte, ma ritengo sia importante saperlo. La seconda domanda è cosa stia succedendo ora all'interno di Cosa nostra. A questo riguardo, la prima cosa che mi lascia perplesso è che nell'intervista a Biagi, poi riportata testualmente, se non erro, da Panorama, alla domanda: "E' Riina?" Buscetta ha risposto: "Chissà, poi, se è Riina". Qui, stamane, ha invece fatto intendere che il soggetto più pericoloso è proprio Riina. Vorrei allora capire come stiano effettivamente le cose. (Commenti). Ha detto: "Oltre Riina"; ma nell'intervista che ho citato aveva detto: "Chissà se è Riina", quasi a far intendere che all'interno di Cosa nostra potrebbe essere successo qualcosa per cui Totò Riina o non conta più o addirittura non c'è più. L'altro punto su cui ho dubbi è la notizia, riferita come acclarata dai giudici di Palermo che hanno richiesto ed emesso il mandato di cattura, secondo cui dopo il delitto Lima sarebbe stata data agli affiliati di Cosa nostra una sorta di autorizzazione, se non proprio l'ordine, di costituirsi o di fare, comunque, ciò che volevano. Cosa molto strana, mai successa. Anche Calderone ha detto testualmente: "Questa è una strana storia" e strana sembra anche a me. Per questo vorrei chiedere a Buscetta cosa stia succedendo. Naturalmente la sua sarà un'ipotesi, un parere, comunque è interessante sapere quale giudizio dia di questa vicenda. Valuti il presidente se sia il caso di porre la domanda in termini ancora più brutali, cioè "C'è ancora Cosa nostra?". Inoltre non ho ben capito la vicenda del delitto Dalla Chiesa. Vorrei dunque che il presidente domandasse a Buscetta perché mai non abbia riferito ai giudici della corte d'assise durante il dibattimento quest'ultima notizia relativa al 1979, al terrorista e così via. Perché sono coinvolti politici e dei politici non aveva voglia di parlare o per qualche altro motivo? Non si tratta, infatti, di un piccolo particolare: alcuni personaggi sono stati condannati. Vi è, poi, la questione della commissione regionale-provinciale: fino a che epoca risulta a Buscetta che questi importanti delitti fossero deliberati a livello regionale, sia pure nella proporzione di 10, 8, 4 e via dicendo cui ha fatto riferimento? Fino a quando è stato richiesto il consenso delle altre province per delitti di una certa importanza? Ultima domanda - e questa veramente particolare - è se egli sappia chi è "lo zio", cioè quel famoso signore, piuttosto anziano, che entrava ed usciva dal tribunale informandosi o in qualche modo intercedendo rispetto alle vicende giudiziarie.

ROSARIO OLIVO. Signor presidente, vorrei chiedere al signor Buscetta un approfondimento, una valutazione sul processo di Catanzaro. Insisto ancora su tale questione perché mi pare che egli abbia espresso valutazioni abbastanza pesanti su un giudice che è stato pubblico ministero in quel processo nel 1968. Inoltre vorrei sapere qualcosa sui rapporti tra Cosa nostra e la Sacra corona unita: se si tratti di un rapporto simile a quello che Cosa nostra ha con 'ndrangheta e camorra.

MAURIZIO CALVI. Vorrei, signor presidente, che non si dimenticasse che oggetto dell'odierna audizione sono il delitto Lima, le interconnessioni mafia-politica con riferimento a Lima, lo spessore del sistema delle relazioni mafiose nonché l'estensione dei rapporti tra mafia e politica. Mi sembra, infatti, che queste audizioni si stiano indirizzando verso altre aree, pure di grande interesse, riguardanti la vita interna ed esterna della mafia, mentre ritengo che lo scopo finale debba essere quello di capire l'effetto Lima e l'estensione dei rapporti tra mafia e politica in relazione agli interessi che stavano dietro quest'uomo politico. Da questa audizione emerge che Buscetta è sicuramente l'uomo che è stato maggiormente a contatto con Lima, probabilmente perché andavano a scuola insieme, poi a teatro insieme; quindi è forse l'interlocutore che più di altri può farci capire il personaggio Lima e gli interessi che sono dietro ad esso. Vorrei quindi che cercassimo di approfondire questo rapporto per capire quali altri interessi comuni avessero, oltre quello del teatro. Approfittiamo, presidente, di questo grande rapporto di amicizia con Lima per estendere l'analisi ad un altro sistema di relazioni, perché, a mio giudizio, questo è l'interesse maggiore dell'audizione.

ALTERO MATTEOLI. Buscetta ha insinuato (uso questo termine ma è quasi un eufemismo) che Dalla Chiesa sia stato ucciso sì da Cosa nostra (il che a suo modo di vedere è fisiologico) ma anche da qualcun altro, quasi che il potere, il sistema avessero voluto morto il generale. Abbiamo ascoltato ciò che ha detto in proposito ma non abbiamo tentato di approfondire quel passaggio. Gradirei che lo facessimo domandandogli se questa sua insinuazione o per lo meno questo suo convincimento sia dato dal fatto che è legato al potere politico, alla stessa vicenda Lima ed ai collegamenti che quest'ultimo aveva con il potere centrale, con Roma, con Andreotti, per intenderci. Bisognerebbe, insomma, chiedergli se a suo avviso ambienti governativi o comunque dello Stato gradissero l'uccisione di Dalla Chiesa. La domanda posta in questi termini è molto brutale ma il presidente saprà porla in modo migliore. Nella precedente audizione, Calderone ci ha detto che il giudice Campisi fu trasferito a Cuneo; guarda caso nel periodo in cui Campisi è a Cuneo Buscetta viene trasferito nel carcere di quella città.

PRESIDENTE. Bisogna ricordare, però, che Campisi chiese di andare a fare il procuratore a Cuneo.

ALTERO MATTEOLI. Sì, si tratta di sapere se in qualche modo il trasferimento di Buscetta a Cuneo sia stato favorito. Inoltre, abbiamo accettato come normale il fatto che Michele Greco entri nel carcere dell'Ucciardone e vada a trovare Tommaso Buscetta, ma ci sarà qualcuno che avrà favorito l'ingresso di Michele Greco nel carcere. Per una persona perbene andare a trovare un detenuto è sempre complicato, mentre Michele Greco riesce a farlo agevolmente. Bisognerebbe chiedere, come suggeriva anche il collega Taradash, se ciò sia stato possibile solo grazie al direttore del carcere o se altri abbiano favorito l'accesso di Michele Greco.

ROMEO RICCIUTI. L'esperienza odierna può essere considerata interessante e di grande utilità storica, perché il personaggio è fondamentale. A noi tuttavia interessa sapere cosa faccia la mafia oggi in senso politico. Vorrei, perciò, che si insistesse in questa direzione, se vi è la possibilità di acquisire qualche altra notizia che sarebbe utilissima per la nostra attività. Un'altra domanda dovrebbe riguardare il separatismo: se si tratti di un disegno politico unitario di separatismo tra nord e sud (per cui vi può essere un collegamento con i fatti odierni) oppure se il disegno politico siciliano sia a suo avviso autonomo.

PIERO MARIO ANGELINI. Vorrei sapere se Buscetta conosca o abbia conosciuto in quanto uomo d'onore Calderone e gli altri collaboratori della giustizia Spatola e Mutolo; se conosca o gli sia stata fatta conoscere la sostanza delle loro confessioni, se li abbia mai incontrati e quale giudizio dia di loro.

CARLO D'AMATO. Nell'audizione di Buscetta è emerso un dato molto importante sotto il profilo della conoscenza del fenomeno mafioso, quello che non esistono organizzazioni separate ma esiste ormai un'unica mafia. Si tratta di un dato particolarmente significativo che, pur partendo dall'omicidio Lima, potrebbe consentirci l'individuazione di eventuali connivenze tra mafia e politica anche in Campania. Tra l'altro, Buscetta è stato anche a Poggioreale, conosce camorristi mafiosi napoletani; gli si dovrebbe chiedere se, al di là dei meccanismi di voto, sui quali è stato abbastanza esplicito (o almeno ha dato la sua versione di come avvenga questo collegamento elettorale), esistano collusioni che nel corso di questi anni abbiano potuto dare positivo riscontro alle attività mafiose della Campania utilizzando uomini politici di quella regione, tenendo anche conto che questo può essere un punto di riferimento utile per conoscere le attività mafiose in Sicilia, visto che la Campania è una regione particolarmente importante e significativa. Ho constatato anche nel corso di un colloquio ufficioso avuto con Buscetta durante la sospensione della seduta che egli si ritiene un collaboratore fondamentale, importante e si attribuisce anche una grande capacità di valutazione degli eventi, tant'è vero che, definendole deliri, parla di suggestioni e di congetture, compiendo anche un tentativo di interpretazione dei fatti. Alla luce di tutto questo, penso che potremmo chiedergli di esprimersi sull'attendibilità dei pentiti, anche perché nel medesimo colloquio di cui ho già parlato ha espresso alcuni giudizi negativi. Ad esempio, i magistrati che hanno emesso l'ordinanza di carcerazione dei componenti della cupola mafiosa per l'uccisione di Salvo Lima definiscono attendibili tutti i pentiti sulla base delle nuove leggi e dei criteri indicati dalla Cassazione: sarebbe importante avere anche a questo proposito alcuni elementi di valutazione da parte di Buscetta, elementi che potrebbero servirci per lo meno come dato culturale.

(Il signor Buscetta è accompagnato nuovamente in aula).

PRESIDENTE. Signor Buscetta, le rivolgerò adesso alcune domande formulate dai colleghi. A proposito dei rapporti economico-finanziari tra Vassallo e Lima, lei ha detto che Vassallo era la sigla dietro la quale c'era anche Lima. Può essere più preciso su questi rapporti, per quello che lei sa? La domanda le viene posta dal senatore Buttitta.

TOMMASO BUSCETTA. Queste domande che riguardano politici preferirei che fossero fatte dai giudici istruttori. Io non ho niente da nascondere a voi, perché voi potrete avere dai giudici istruttori tutte queste notizie. Quindi vi chiederei di lasciarlo questo campo.

PRESIDENTE. Non le chiedo una cosa nuova.

TOMMASO BUSCETTA. Sì, va bene, ma quando io entro nel particolare, sul perché Vassallo nasconde Lima, cominciamo a fare una storia che diventa una cosa lunga e che è di competenza del giudice istruttore. Lei è stato giudice istruttore.

PRESIDENTE. Questa è una risposta chiara. Nella famiglia Bontade c'erano anche uomini politici?

TOMMASO BUSCETTA. A mente non mi vengono, ma c'erano. Sì, c'erano.

PRESIDENTE. Quali erano i rapporti tra le famiglie di Palermo e quelle della provincia?

TOMMASO BUSCETTA. Scusi, signor presidente, in che termini?

PRESIDENTE. Lei ha detto che le famiglie si erano sciolte, dopo il 1963. In particolare si erano sciolte le famiglie di Palermo, mentre le altre, se non ho capito male...

TOMMASO BUSCETTA. No, tutta la provincia di Palermo.

PRESIDENTE. Questa domanda le è stata formulata dal senatore Ferrara. Adesso l'onorevole Riggio le chiede per chi votasse la mafia della provincia. Aveva gli stessi orientamenti vostri oppure diversi?

TOMMASO BUSCETTA. In tutta la Sicilia aveva gli stessi orientamenti. Non era solo per la provincia di Palermo non votare comunista, ma per tutta la Sicilia.

PRESIDENTE. Non votare i due estremi.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. L'onorevole Scalia le chiede maggiori chiarimenti - se ricorda - sulla traduzione a Milano. La aiuto: fu tradotto con un cellulare normale dei carabinieri o con la macchina?

TOMMASO BUSCETTA. Cellulare, e grosso.

PRESIDENTE. Con altre persone o da solo?

TOMMASO BUSCETTA. Io credo che ero insieme ad un altro. Uno.

PRESIDENTE. Era un detenuto comune, un terrorista, uno di Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Non ho parlato. Non ci siamo parlati con l'altro detenuto.

PRESIDENTE. Siete arrivati direttamente a San Vittore o vi siete fermati da qualche parte?

TOMMASO BUSCETTA. Mentre ero da solo di là pensavo che questa cosa non deve creare... Quello che dico io può essere certificato attraverso gli uffici.

PRESIDENTE. Stia tranquillo, si vedrà.

TOMMASO BUSCETTA. Io ricordo benissimo di essere andato a Milano da Cuneo.

PRESIDENTE. Volevo sapere se prima si è fermato o no da qualche parte: in una caserma o in qualche altro posto?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo ricordo. Non ho parlato con il detenuto che stava insieme a me.

PRESIDENTE. Non si ricorda se era giorno o notte quando fu trasferito?

TOMMASO BUSCETTA. Quando fui trasferito era di giorno. Credo che sia stato nel pomeriggio.

PRESIDENTE. Comunque di giorno. Insomma, c'era luce. Il senatore Tripodi le chiede se può riferire alla Commissione, per quanto è a sua conoscenza, sui rapporti fra appartenenti a Cosa nostra ed appartenenti ai servizi segreti.

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. No nel senso che non sa?

TOMMASO BUSCETTA. Non so.

PRESIDENTE. Passo ora alla domanda formulata dal senatore Imposimato. Falcone e Borsellino più volte hanno chiesto leggi particolari per i collaboratori, le quali però sono venute in ritardo. Per quello che voi ne sapevate, Cosa nostra operava, nell'ambito delle sue possibilità, per impedire l'emanazione di tali leggi?

TOMMASO BUSCETTA. Con i rapporti politici che poteva avere Riina, certo che le impediva.

PRESIDENTE. Lei pensa quindi che questi ritardi siano stati determinati dalle influenze di Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. E' sempre un'ipotesi mia, non ho certezze. Senz'altro.

PRESIDENTE. Il procuratore generale di Roma, Spagnuolo, era al corrente dell'interesse di Cosa nostra per Moro?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

PRESIDENTE. Ci sono stati incontri tra uomini di Cosa nostra e movimenti della Sardegna?

TOMMASO BUSCETTA. Credo di no.

PRESIDENTE. Nei sequestri in Sardegna c'è la stata la mano di qualche uomo d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. No!

PRESIDENTE. Il senatore Biscardi chiede quale fosse la funzione di Gioia nel rapporto tra Vassallo e Lima. Circolò una sigla.

TOMMASO BUSCETTA. Ritorniamo sempre alla stessa cosa. Vorrei non rispondere.

PRESIDENTE. Io devo porle la domanda. Non la consideri una scortesia.

TOMMASO BUSCETTA. Signor presidente, non ho niente contro la sua domanda. Dico che ritorniamo sempre alla stessa cosa. Rispondo: risponderò a giudici.

PRESIDENTE. Risponderà ai giudici adesso, non in futuro.

TOMMASO BUSCETTA. No, no, ai giudici adesso.

LUIGI BISCARDI. Di Vassallo e Lima ha parlato però.

PRESIDENTE. Lei ha detto che tra Vassallo e Lima un rapporto c'era. Il senatore Biscardi vuole sapere se c'era un rapporto anche tra Vassallo e Gioia.

TOMMASO BUSCETTA. Vuole un'anticipazione? C'era!

PRESIDENTE. Da che cosa nasceva questa sua dimestichezza di rapporti con il direttore del carcere dell'Ucciardone, dottor De Cesare, le chiede l'onorevole Taradash?

TOMMASO BUSCETTA. Ho detto che era massone.

PRESIDENTE. De Cesare era massone?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. E quindi?

TOMMASO BUSCETTA. E quindi venivano le raccomandazioni dai massoni al massone, per me.

PRESIDENTE. Mi scusi, c'era un rapporto tale per cui se avevate bisogno vi rivolgevate ai massoni?

TOMMASO BUSCETTA. Io non mi sono rivolto.

PRESIDENTE. Non lei, Cosa nostra.

TOMMASO BUSCETTA. Se c'era bisogno, sì.

PRESIDENTE. Quindi De Cesare non era di Cosa nostra, era massone?

TOMMASO BUSCETTA. Assolutamente, era massone.

PRESIDENTE. E in quanto tale aiutava lei o anche altri di Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Aiutando me aiutava tutta la Cosa nostra perché io facevo le richieste.

PRESIDENTE. Sempre l'onorevole Taradash le chiede se sulla base delle sue ipotesi l'omicidio del generale Dalla Chiesa - risalente al settembre 1982 - può essere in collegamento con l'ipotesi avanzata nel 1979, quando qualcuno le disse...

TOMMASO BUSCETTA. Dissi che questa è la mia ipotesi.

PRESIDENTE. La sua ipotesi è questa.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Vorrei che lei spiegasse, per cortesia, una questione che anch'io non ho capito bene forse perché mi sono distratto. Per quale motivo Dalla Chiesa dava fastidio a Cosa nostra? Lei si è riferito alla storia delle patenti e dei fogli rosa, che però non erano un problema.

TOMMASO BUSCETTA. No, no, non ho detto non era un problema, forse mi sono spiegato male. Era un problema, ma non era un problema tale da arrivare al punto di ammazzarlo pubblicamente insieme alla moglie.

PRESIDENTE. Quale fastidio dava Dalla Chiesa a Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Mah, ho citato due casi: uno era con gli imprenditori; il secondo erano le patenti, i fogli rosa... e poi chiedeva leggi speciali. Quindi, il movente per ammazzarlo c'è. Legittimamente dice: la mafia si è stancata e l'ammazza; è pacifico questo. Se devo sostenere un'altra cosa, devo accettare che posso passare anche per una perizia psichiatrica.

PRESIDENTE. Ho capito cosa vuole dire. Vernengo e Pecoraro...

TOMMASO BUSCETTA. Vernengo?

PRESIDENTE. Sì, Pietro Vernengo che ha avuto il soggiorno obbligato in Puglia, mi pare...

TOMMASO BUSCETTA. Questo non lo so. Però se è Pietro, io so chi è.

PRESIDENTE. Quando andarono in Puglia, lo fecero per collegamenti con qualcuno di Cosa nostra oppure no?

TOMMASO BUSCETTA. Guardi, in tutto il territorio nazionale - voi lo sapete - ci sono Cosa nostra.

PRESIDENTE. Anche in Puglia?

TOMMASO BUSCETTA. Ma in Puglia, in qualsiasi parte. Perché un siciliano va a Milano e va a costituire un punto fisso della Cosa nostra. L'errore più madornale che ha potuto commettere la Commissione antimafia di una volta è stato quello di mandare i siciliani fuori dalla Sicilia, a Milano, a Padova e a Bologna. E' stato l'errore più madornale perché li ha fatti espatriare. E' gente che non ha mai preso il treno, non sapeva che cos'era Bologna e voi gliel'avete insegnato. Quando dico voi intendo gli altri.

 

PRESIDENTE. Il soggiorno obbligato dette fastidio a Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Dette fastidio ma per poco, poi si aggiustarono.

PRESIDENTE. Quando lei ha riferito del fastidio che poteva dare Dalla Chiesa, ha parlato dei costruttori: a quali fa riferimento, a quelli di Catania?

TOMMASO BUSCETTA. Non ho altro riferimento da fare se non quello di Catania, perché a quelli dava disturbo Dalla Chiesa.

PRESIDENTE. A uno o a più di uno?

TOMMASO BUSCETTA. Credo a più di uno di Catania.

PRESIDENTE. Oltre al nome di Costanzo, che lei ha già fatto, è in grado di citarne altri o preferisce farlo all'autorità giudiziaria?

TOMMASO BUSCETTA. All'autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. Un uomo politico che è vostro alleato può proporre leggi contro di voi? Come la prendete questa mossa?

TOMMASO BUSCETTA. Innanzitutto desidero chiarire ex vostro alleato.

PRESIDENTE. Certo, è come la storia dei politici.

TOMMASO BUSCETTA. Altrimenti torniamo punto e a capo. Posso dirle una cosa che mi viene alla memoria, poi quando parlerò con i giudici... Nel 1963 ci fu una riunione alla regione siciliana... No, alla provincia siciliana, ci sono due cose diverse se non sbaglio...

PRESIDENTE. Sì, certo.

FRANCESCO CAFARELLI. Diciamo amministrazione provinciale.

TOMMASO BUSCETTA. Amministrazione provinciale. Credo che il presidente fosse Reina. Allora si disse che si doveva combattere la mafia perché stava dando disturbo. Votiamo una mozione contro la mafia per alzata di mano. Hanno alzato la mano credo in novanta ed erano in novanta: quindi, tutti. Solo che là dentro c'erano anche uomini d'onore. Ho dato la risposta.

PRESIDENTE. Quindi, può darsi che lo facciano, il che è positivo. Lei ha detto, ad un certo punto, che la famiglia dei corleonesi e quella dei Madonia non facevano conoscere i nomi dei loro aderenti.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Questo può voler dire che all'interno di Cosa nostra esiste un gruppo più ristretto non conosciuto?

TOMMASO BUSCETTA. No. Non è che esiste un gruppo più ristretto, esistono delle persone non conosciute, non un gruppo più ristretto. Avere persone non conosciute non è una malvagità nei confronti della conoscenza o meno; è una malvagità perché in caso di confronto loro hanno delle basi che agli altri uomini d'onore sono sconosciute.

PRESIDENTE. Questi, quindi, non possono essere uomini che comandano.

TOMMASO BUSCETTA. No, tranne che poi nel corso della vita dirà: questo è stato messo in famiglia.

PRESIDENTE. Lei, parlando nel 1984 con il giudice Falcone, afferma: "Nel 1978 la signoria vostra mi dice che sono avvenuti gli omicidi di Michele Reina e di Giuseppe Di Cristina. Circa il primo di tali omicidi non so nulla, ma rammento alla signoria vostra che lo stesso, data la sua eclatanza, non poteva che essere stato commesso su mandato della commissione, o meglio di tutti i componenti della stessa alleati con i corleonesi. Mi risulta che né Stefano Bontade né Salvatore Inzerillo né Rosario Riccobono sapevano nulla di ciò". Ed ancora: "Per quanto concerne gli omicidi di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, so per certo, per averlo appreso da Salvatore Inzerillo, che trattasi di omicidi decisi dalla commissione di Palermo all'insaputa di esso Inzerillo, di Stefano Bontade ed anche di Rosario Riccobono". Dice inoltre: "L'omicidio del capitano Basile, secondo quanto mi ha detto Salvatore Inzerillo, è stato voluto dai corleonesi per motivi che ignoro. Sicuramente la commissione era consenziente, ad eccezione dei soliti Inzerillo e Bontade". Dunque, vi è un complesso di omicidi commessi all'insaputa di questi due personaggi.

TOMMASO BUSCETTA. Ho cercato, in quel periodo, di spiegare al giudice Falcone i contrasti che c'erano in seno alla commissione.

PRESIDENTE. Bontade, Inzerillo e Riccobono stavano da una parte e la commissione dall'altra?

TOMMASO BUSCETTA. Credo ce ne fosse qualche altro: Gigino Pizzuti. Ho cercato di spiegarmi, ho fatto del mio meglio. Non stavo bene fisicamente.

PRESIDENTE. Quando ha svolto l'interrogatorio?

TOMMASO BUSCETTA. Non stavo bene. Ero un individuo che veniva da un trauma tremendo; in quei casi si attenua la lucidità. Mi sono state fatte iniezioni di curaro che, come sapete, rallenta l'azione dell'uomo in contrasto alla stricnina; avevo momenti in cui, anche se ero sempre presente, è potuta nascere qualche contraddizione da parte mia. Ma il fatto è che esistevano contrasti tra i gruppi e sia Bontade sia Inzerillo non vedevano la realtà. Dicevano che si doveva finire e credevano che Michele Greco facesse il giusto per tutti. Non sapevano che Michele Greco era venduto ai corleonesi. Questa la confusione di tutti i contrasti.

PRESIDENTE. Lei ha spiegato che il procuratore Scaglione venne ucciso nell'intento di gettare disordine e discredito sulle istituzioni. Il tentativo di Borghese è del dicembre 1970, mentre l'omicidio Scaglione è del 1971. Può spiegare meglio se questo vuol dire che il progetto di disordine andava anche oltre?

TOMMASO BUSCETTA. Andava oltre. Lui cercava di farsi i suoi interessi andando oltre e dicendo che era un tentativo per destabilizzare lo Stato.

PRESIDENTE. Quindi l'interesse alla destabilizzazione era presente in Liggio, anche al di fuori?

TOMMASO BUSCETTA. E' sempre stato presente. Non bisogna credere a quello che ha detto durante il maxiprocesso. Non si era reso conto che io già avevo parlato e disse, facendo l'eroe, che noi eravamo andati e lui si era rifiutato. Rifiutato a che? Un assassino come quello che si rifiutava?

PRESIDENTE. Lei ha detto che la destabilizzazione è sempre un obiettivo di Cosa nostra. O lo è di Liggio?

TOMMASO BUSCETTA. Di Liggio e quando parlo di lui parlo della corrente dei corleonesi.

PRESIDENTE. Perché perseguono l'obiettivo di creare disordine e confusione?

TOMMASO BUSCETTA. Liggio in quel momento, nel 1971, era l'uomo più rovinato; non gli altri. Era stato assolto a Bari ma sapeva che questa assoluzione durava meno di niente. Fuggì e appena fu libero si allontanò. Doveva presentarsi al commissariato di Corleone a dire che era arrivato. Non l'ha voluto fare.

PRESIDENTE. L'obiettivo della destabilizzazione perseguito dai corleonesi, secondo le sue ipotesi, sarebbe in collegamento con i soggetti di cui ha parlato prima?

TOMMASO BUSCETTA. Credo di sì.

PRESIDENTE. Può dire se esistevano uomini d'onore in province siciliane diverse da quelle che lei ha indicato, cioè Palermo, Catania, Trapani, Agrigento, Caltanisetta e Enna? A Messina ce ne erano?

TOMMASO BUSCETTA. A Messina sconosco che ci possa essere famiglia e se c'è è una cosa nuova.

PRESIDENTE. Il senatore Ferrauto le chiede, sulla base della sua esperienza, in che direzione si dovrebbe oggi indagare per raggiungere risultati particolarmente importanti.

TOMMASO BUSCETTA. La Commissione o i giudici?

PRESIDENTE. Entrambi i poteri, il Parlamento e la magistratura.

TOMMASO BUSCETTA. E' una cosa che dovete chiedere ai giudici, dopo che questi si saranno resi conto delle dichiarazioni che verranno fatte sulla politica. Dopo quel mio interrogatorio, in tempi futuri ma vicini, chiedetelo ai giudici.

PRESIDENTE. Lei intende dire che dopo le sue dichiarazioni nominative sulla politica si capirà dove "mettere le mani"?

TOMMASO BUSCETTA. Esatto. Questo il mio convincimento.

PRESIDENTE. Ciò riguarderebbe tanto la Commissione antimafia quanto la magistratura?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. I superprefetti, l'Alto commissario, i superpoteri hanno dato fastidio a Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Perché? Cosa serve?

TOMMASO BUSCETTA. Perché non hanno fatto niente per farsi temere. Non si sono viste quelle azioni per farsi temere.

PRESIDENTE. Il senatore Boso le chiede: se il generale Dalla Chiesa avesse avuto i superpoteri (tra l'altro li aveva richiesti) sarebbe stato temibile?

TOMMASO BUSCETTA. Temibilissimo.

PRESIDENTE. Perché?

TOMMASO BUSCETTA. Dalla Chiesa - secondo me, ma credo che sia provato - aveva un sentimento della patria che non ho riscontrato negli altri. Può darsi che sia questo uno dei motivi per cui era inviso a molti.

PRESIDENTE. Il senatore Boso le chiede se la Chiesa sia interessata a Cosa nostra.

TOMMASO BUSCETTA. Come?

PRESIDENTE. Mi spiego meglio. Come lei sa, l'Istituto per le opere di religione, cioè la banca del Vaticano, è stato coinvolto nella vicenda Calvi. Partendo da questo dato, il senatore Boso le chiede se le risultino rapporti tra esponenti della Chiesa e Cosa nostra.

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. L'onorevole Borghezio le chiede se esista un archivio di Cosa nostra.

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Gli uomini politici del nord eletti con i voti mafiosi a Torino e a Milano quando devono votare si comportano come gli uomini d'onore che stanno in Sicilia o no?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, se sono residenti in altri posti; se vivono in altri posti e lì fissano la loro residenza, si comportano allo stesso modo.

PRESIDENTE. Quando sono state sequestrate persone fuori dalla Sicilia - è sempre l'onorevole Borghezio che glielo chiede - si è trattato quasi sempre di persone appartenenti al mondo dell'imprenditoria ma mai persone che lavoravano nel sistema bancario e finanziario. C'è una ragione particolare o è solo un caso?

TOMMASO BUSCETTA. E' un caso.

PRESIDENTE. Le risulta che con i soldi ricavati Cosa nostra abbia acquistato quote di società per azioni?

TOMMASO BUSCETTA. Non mi risulta.

PRESIDENTE. Non le risulta o non lo sa?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

PRESIDENTE. Bardellino, Zaza e Nuvoletta sono tre uomini d'onore, o meglio uno era e gli altri due sono.

TOMMASO BUSCETTA. E' già scontato che è morto?

PRESIDENTE. Non è scontato. A lei risulta che possa essere vivo?

TOMMASO BUSCETTA. Non mi risulta ma non credo che sia morto.

PRESIDENTE. Come dicevo, Bardellino, Zaza e Nuvoletta sono uomini d'onore; in quanto tali avevano l'incarico di sostenere anch'essi i candidati alle elezioni a Napoli?

TOMMASO BUSCETTA. Certamente; perché no?

PRESIDENTE. Quindi anch'essi lo facevano?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

 PRESIDENTE. Chi decideva i nomi?

TOMMASO BUSCETTA. Ho sempre detto che ognuno era libero di scegliersi il candidato.

PRESIDENTE. L'onorevole Biondi, che è stato parte civile nel processo per l'assassinio del generale Dalla Chiesa, le chiede di spiegare, se possibile, una sua frase detta a proposito di tale vicenda: lei ha parlato di "presenza troppo ingombrante" del generale Dalla Chiesa. Per chi tale presenza era così ingombrante?

TOMMASO BUSCETTA. Credo per lo Stato.

PRESIDENTE. Non per Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. No, non dava tutto questo fastidio per morire assassinato in quella maniera o, per lo meno, non aveva ancora dato tutto quel fastidio.

ALFREDO BIONDI. Ha fatto cenno anche ad alcuni uomini politici.

PRESIDENTE. Può precisare meglio?

ALFREDO BIONDI. Nella rogatoria del dottor Falcone del 3 settembre 1982 si legge: "Avendo appreso dalla televisione dell'assassinio del generale Dalla Chiesa, ritenni che l'omicidio fosse stato effettuato dai corleonesi aiutati dai catanesi, che erano a loro più vicini". E aggiunge: "Qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia, della presenza troppo ingombrante...". Signor Buscetta, non le chiedo di fare ora il nome dell'uomo politico, le chiedo solo se lo abbia fatto in quella occasione.

TOMMASO BUSCETTA. Lo dirò al giudice.

ALFREDO BIONDI. Questo l'ho capito ma vuol dire che il nome già l'ha detto. E' quello che volevo sapere.

PRESIDENTE. Quindi, con Badalamenti vi siete detti il nome dell'uomo politico?

TOMMASO BUSCETTA. Lo dirò al giudice.

PRESIDENTE. Certo, il nome lo dirà al giudice ma lei deve rispondere sì o no alla mia domanda.

TOMMASO BUSCETTA. Non facciamo ora confusione; dirò il nome al giudice perché è possibile che quello che mi ha detto Badalamenti possa essere stato da lui inventato.

PRESIDENTE. Forse non mi sono spiegato: noi non vogliamo sapere...

TOMMASO BUSCETTA. Ho capito: ce lo siamo detto.

PRESIDENTE. Si tratta di un uomo politico che ancora fa politica?

TOMMASO BUSCETTA. Ah, ah, ora che facciamo? Dieci carte, da uno a cinque, poi da cinque a uno e poi chiede: qual è l'ultima carta? Il cavallo. Dopo quante carte vuoi il cavallo? Non possiamo fare così!

PRESIDENTE. Signor Buscetta, lei faccia il suo mestiere così come la Commissione antimafia fa il suo; poiché le stiamo rivolgendo delle domande, lei risponda.

TOMMASO BUSCETTA. Non ho più mestiere.

PRESIDENTE. Lei sta rispondendo ad alcune domande che la Commissione ha il dovere di porle. Può rispondere come vuole, non può però presumere che non le si rivolgano determinate domande. Chiedere se si tratti di un uomo politico ancora in vita, tenendo presente che gli uomini politici in Italia sono alcune migliaia, non mi pare che sia una domanda che possa pregiudicare il suo interesse. Spero di essere stato chiaro.

TOMMASO BUSCETTA. E' vivo, anzi sono vivi.

PRESIDENTE. Sono più d'uno, quindi. L'onorevole Galasso le chiede con quale criterio lei abbia scelto cosa riferire alla Commissione antimafia.

TOMMASO BUSCETTA. Forse io ho criterio? Non ho criterio, io rispondo alle domande.

PRESIDENTE. Di fronte ad alcune domande, però, lei ha detto che preferisce riferire alla magistratura.

TOMMASO BUSCETTA. Appunto, preferisco. Il criterio è di non fare niente per intralciare quello che potrà essere il lavoro della magistratura, se so farlo.

PRESIDENTE. Quello che lei pensa possa intralciare il lavoro della magistratura preferisce non dirlo qui, benissimo. In questa fase, secondo lei, cosa sta accadendo all'interno di Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. E' una domanda complessa.

PRESIDENTE. Può dare qualche indicazione alla Commissione?

TOMMASO BUSCETTA. Credo che in questo momento ci sia grande confusione perché, per quello che ho letto dai giornali e per quello che ho potuto sentire, il pentimento di Mutolo e Marchese è una cosa tremenda per loro. Questi personaggi hanno vissuto a diretto contatto con loro; questi personaggi conoscono veramente fatti per loro gravi; questi personaggi potranno indurre, con il pensiero, altri personaggi a pentirsi, quindi ci sarà una grande confusione.

PRESIDENTE. Nell'intervista rilasciata a Biagi nella scorsa estate ha detto a proposito di Riina: "Chi lo sa se è Totò Riina". Oggi lei ha fatto riferimento ad un Totò Riina molto forte ancora, che decide; è parso all'onorevole Galasso di cogliere una contraddizione tra le due affermazioni.

TOMMASO BUSCETTA. Può darsi. Quando dico "può darsi Riina" e quando dico "Totò Riina" intendo fare un riferimento, perché è impossibile se quando si fa la lotta non c'è un leader. Se Riina è caduto in disgrazia, se l'hanno strangolato, ci sarà Provenzano al suo posto ma non posso saperlo da fuori. Allora, invece di parlare di corleonesi, anche perché non posso essere compreso, preferisco dire "Riina o chi sta al suo posto".

PRESIDENTE. L'onorevole Galasso le chiede se lei abbia elaborato qualche ipotesi sulla cui base ritenere che possa anche non trattarsi di Riina.

TOMMASO BUSCETTA. Le ipotesi si fanno nella Cosa nostra. Perché può venire la sorpresa che Riina sono cinque anni che è sotto terra. Si faceva il processo a Giuseppe Greco, detto Scarpazzedda, e quello era morto già da due anni. Si pensava che Scarpazzedda stava ammazzando, ma la verità era che non si trattava più di Scarpazzedda: era nato uno molto più pericoloso di lui, che aveva preso il suo posto e continuava ad ammazzare. Sono stato chiaro?

PRESIDENTE. Sì, è stato chiaro. A questo punto si pone la domanda: Cosa nostra, così come noi la intendiamo, esiste ancora?

TOMMASO BUSCETTA. Cosa nostra? Certo che esiste. E' esistita fino al pentimento di Marchese. Io credo che è esistita.

PRESIDENTE. Quindi esiste ancora. Abbiamo letto che dopo l'omicidio Lima vi sono stati casi di costituzione in carcere di uomini d'onore, tra i quali uno si era costituito ma non c'era ...

TOMMASO BUSCETTA. Si era costituito nel posto sbagliato.

PRESIDENTE. Sì, nel posto sbagliato. E' possibile, secondo la logica di Cosa nostra, che un uomo d'onore si vada a costituire dopo un omicidio?

TOMMASO BUSCETTA. Lo ha fatto Antonio Salamone.

PRESIDENTE. Può spiegare questa cosa alla Commissione?

TOMMASO BUSCETTA. Nel 1982 Salamone si recò in un paese della Calabria e si costituì per sfuggire alle domande pressanti di dare la possibilità di fare una base per uccidere me.

PRESIDENTE. In Brasile, ho capito. Quindi è possibile.

TOMMASO BUSCETTA. Preferì tornare in Italia e costituirsi, quando era cittadino brasiliano, con passaporto brasiliano, e non aveva niente di cui rispondere in Italia. Doveva rispondere del soggiorno obbligato.

PRESIDENTE. Se uno si costituisce i capi di Cosa nostra non pensano che egli abbia violato le regole?

TOMMASO BUSCETTA. Certo.

PRESIDENTE. Quindi?

TOMMASO BUSCETTA. Io non so dov'è Antonio Salamone!

ALFREDO GALASSO. Sappiamo che questa costituzione era in qualche misura autorizzata; era una cosa generale e non particolare, come se dopo il delitto Lima si fosse detto: se volete, andate a costituirvi. Questo hanno detto i giudici di Palermo.

PRESIDENTE. E' possibile che non sia stata un'iniziativa spontanea?

TOMMASO BUSCETTA. E' possibile. E' possibile perché ad un altro si può dire: "Dobbiamo fare una cosa molto importante, non voglio coinvolgerti, ti puoi costituire". Sono due cose diverse questa e quella di Salamone. Non c'è una regola precisa.

PRESIDENTE. Cioè Salamone si costituì sostanzialmente per evitare di ucciderla, correndo, a quel punto, anche dei rischi perché costituendosi violava una regola.

TOMMASO BUSCETTA. E' esatto. Ma lui cosa diceva al maresciallo? "Non dica che mi sono costituito, dica che mi ha arrestato".

PRESIDENTE. Certo. L'altro caso si ha, invece, quando Cosa nostra dice: "Stiamo facendo una cosa grande quindi ...". E questo avviene prima di un omicidio, non dopo.

TOMMASO BUSCETTA. Prima.

PRESIDENTE. L'onorevole Fumagalli le chiede di spiegare la frase: Lima morto serviva a denigrare Andreotti.

TOMMASO BUSCETTA. Lima era il lato democratico cristiano a Palermo. Questo significava la denigrazione di Andreotti, cioè della corrente andreottiana.

PRESIDENTE. Cioè uccidere Lima era ...

TOMMASO BUSCETTA. ... denigrare Andreotti.

PRESIDENTE. Denigrare nel senso di privarlo di peso oppure...

TOMMASO BUSCETTA. No, privarlo di voti.

PRESIDENTE. Quindi denigrare nel senso di indebolire. Mi chiede ora l'onorevole D'Amato se servisse anche a far capire che c'erano rapporti fra Lima ed Andreotti e quindi a far emergere questo tipo di contatti. TOMMASO BUSCETTA. Questi discorsi preferirei farli con i giudici.

PRESIDENTE. Quindi denigrare voleva dire togliere voti.

TOMMASO BUSCETTA. Togliere voti.

ALFREDO BIONDI. Non prestigio.

TOMMASO BUSCETTA. Perdendo il prestigio perdeva i voti.

PRESIDENTE. Lei ha sostenuto in passato che l'uomo d'onore dice sempre la verità. Vuol spiegare cosa significhi questa frase? Dice sempre la verità davanti a chiunque si trovi?

TOMMASO BUSCETTA. No, no.

PRESIDENTE. L'onorevole Fumagalli, che è di Milano, come io sono di Torino, le chiede di spiegare questa frase.

TOMMASO BUSCETTA. Dire la verità significa che se è chiamato in una riunione deve rispondere con la verità. No a chiunque: se è chiamato dal suo capo deve dire la verità.

PRESIDENTE. E se è chiamato da altri uomini d'onore?

TOMMASO BUSCETTA. Non gli devono domandare, perché sono curiosi e lui ha il diritto di non rispondere.

PRESIDENTE. Quindi l'unica persona alla quale ha il dovere di dire la verità è il suo capo.

TOMMASO BUSCETTA. O la commissione.

PRESIDENTE. Proseguo con le domande dell'onorevole Galasso che mi erano sfuggite: perché non ha riferito in sede di maxiprocesso la notizia sul generale Dalla Chiesa relativa al 1979?

TOMMASO BUSCETTA. E' semplice; io sono una persona dispostissima, adesso che c'è stata questa apertura, a testimoniare se ci fosse un nuovo processo. Quindi non è una preclusione nei confronti del generale Dalla Chiesa; è un problema che mi ero posto allora, di non parlare perché avrei complicato tutto il processo.

PRESIDENTE. Alla luce di quanto è successo poi - è questa una domanda che le faccio io - gli assassinii di Falcone e Borsellino e via dicendo, le sembra che la scelta che fece allora di non parlare di queste cose sia stata saggia?

TOMMASO BUSCETTA. Lei mi mette in difficoltà. Credo che la scelta sia stata saggia sotto un profilo materiale. Sotto un profilo umano forse io ho sbagliato, ma sotto il profilo materiale dovevo comportarmi così. Se avessi parlato di politica in quell'epoca, avrei vanificato le mie dichiarazioni. Sarebbero diventate zero perché avrebbero detto: credete a questo mascalzone che parla di cose che non sa?

PRESIDENTE. E' chiaro. Può dire alla Commissione fino a quale epoca i delitti erano deliberati a livello regionale? L'onorevole Galasso le domanda se vi è un'epoca fino alla quale gli omicidi più importanti erano decisi a livello di commissione interprovinciale.

TOMMASO BUSCETTA. La commissione interprovinciale è una cosa che viene dopo il 1974-1975, quindi io sono in carcere e queste discussioni non le so. Prima non esisteva, quindi la commissione che decideva era provinciale.

PRESIDENTE. E, che lei sappia, fino a quando la commissione provinciale ha deciso se un grande delitto poteva essere compiuto?

TOMMASO BUSCETTA. Fino al 1975. Cioè partendo dal 1970, escludendo dal 1973 al 1970, è dal 1970 al 1975 che decide autonomamente.

PRESIDENTE. Lei sa chi fosse questo personaggio di Palermo, vicino a voi, credo massone, chiamato "lo zio"? Posso aiutarla dicendole che, secondo Calderone, Giacomo Vitale aveva rapporti con gli uffici giudiziari tramite questa persona anziana, chiamata "lo zio", che era un massone.

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.

PRESIDENTE. Può spiegare meglio alla Commissione quello che ha accennato riguardo all'aggiustamento del processo di Catanzaro? Ha fatto un esempio relativo al pubblico ministero: ricorda altri fatti in ordine all'aggiustamento del processo? E' una domanda che le rivolge l'onorevole Olivo.

TOMMASO BUSCETTA. Anche a Catanzaro ci sono stati gli aggiustamenti. Il processo di Catanzaro è finito nel nulla. Sono andati tutti a casa, condannati con l'espiazione della pena.

PRESIDENTE. Ci sono rapporti, che lei sappia, tra Cosa nostra e la Sacra corona unita, l'organizzazione criminale pugliese?

TOMMASO BUSCETTA. No.

PRESIDENTE. Il senatore Calvi le chiede di precisare meglio il suo rapporto con Lima. Lei ha detto che era nata una specie di amicizia da molto tempo perché eravate quasi coetanei: il padre di Lima, che era uomo d'onore, gliel'aveva presentato, lei gli mandava i biglietti del teatro e così via. C'erano rapporti di questo tipo. Ritiene di poter dare qualche informazione in più alla Commissione?

TOMMASO BUSCETTA. La darò ai giudici, perché ho già cominciato il verbale con i giudici.

PRESIDENTE. Va bene. L'onorevole Matteoli le chiede se, secondo lei, ambienti governativi avessero interesse all'eliminazione di Dalla Chiesa.

TOMMASO BUSCETTA. Non lo so, come faccio a saperlo?

PRESIDENTE. Chi ha favorito l'ingresso di Michele Greco all'Ucciardone?

TOMMASO BUSCETTA. La matricola, l'ufficio matricola, il brigadiere Buonincontro.

PRESIDENTE. Che è stato ucciso, se non erro.

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Da Cosa nostra?

TOMMASO BUSCETTA. Credo di sì.

PRESIDENTE. C'era secondo lei un rapporto tra l'andata del giudice Campisi a Cuneo ed il suo trasferimento nel carcere di quella città?

TOMMASO BUSCETTA. Non lo conoscevo.

PRESIDENTE. Ma dopo ha saputo?

TOMMASO BUSCETTA. Sì, ma molto dopo.

PRESIDENTE. L'onorevole Ricciuti vorrebbe sapere cosa faccia oggi Cosa nostra. Secondo lei, cosa sta succedendo?

TOMMASO BUSCETTA. L'abbiamo già detto, abbiamo già risposto a questa domanda.

PRESIDENTE. Durante il primo giro di domande, gliene ho rivolta una riguardante il separatismo e l'interesse che a questo riguardo può avere Cosa nostra. Lei ha risposto in particolare richiamando la necessità di avere un alleggerimento delle sentenze e sostenendo che da questo punto di vista il separatismo potrebbe risultare utile. Secondo lei, chiede il collega Ricciuti, vi è un rapporto tra questa forma di separatismo e quello di cui si discute al nord?

TOMMASO BUSCETTA. Secondo me, secondo la mia opinione, forse sì.

PRESIDENTE. Conosce il testo delle dichiarazioni di Calderone e di Mutolo?

TOMMASO BUSCETTA. No, di Calderone ho letto un libro.

PRESIDENTE. L'onorevole D'Amato le chiede se esista un collegamento tra uomini d'onore campani e politici campani.

TOMMASO BUSCETTA. Ne parlerò ai giudici, parlerò con loro di tutto quello che riguarda la politica. D'altronde, non sono più lucido come quando sono arrivato questa mattina e non vorrei fare confusione.

PRESIDENTE. Lei ha detto prima, comunque, che anche gli uomini politici campani si comportano alla stessa maniera: lo conferma?

TOMMASO BUSCETTA. Sì.

PRESIDENTE. Inoltre, secondo lei, quali sono i criteri per valutare l'attendibilità di una persona che si presenta come pentito?

TOMMASO BUSCETTA. Eh, qua casca l'asino! Deve parlare con il pentito solo una persona competente e che ha vissuto dentro Cosa nostra.

PRESIDENTE. Uno che è vissuto dentro Cosa nostra è difficile che faccia il giudice, tranne quei casi ...

TOMMASO BUSCETTA. Ah, ah, è logico, ma chi è vissuto dentro Cosa nostra senza fare il giudice può stabilire se il pentito dice o meno la verità.

PRESIDENTE. Ho capito, ci vuole un vaglio robusto.

ALFREDO BIONDI. E' successo che qualcuno dei pentiti abbia usato l'arma del parlare, del raccontare per farsi giustizia privata, per diventare il "tragediatore" di qualcun altro?

PRESIDENTE. L'onorevole Biondi le chiede se qualcuno dei pentiti abbia usato questa sua condizione per compiere una vendetta privata dicendo il falso.

TOMMASO BUSCETTA. Dei pentiti che io ho conosciuto, Calderone no, Contorno assolutamente no; Contorno ha sostenuto confronti con tutti quanti. Quindi, quelli che ho conosciuto io no; se verranno in futuro, non lo posso sapere.

PRESIDENTE. Il senatore Ricciuti le chiede questo: accertata la sfiducia totale nei confronti dei partiti cui la mafia ha fatto tradizionalmente riferimento, adesso il rapporto con la politica può dirigersi anche verso formazioni nuove, diverse da quelle tradizionali?

TOMMASO BUSCETTA. Se vuole un'opinione personale, dico senz'altro di sì.

PRESIDENTE. Si tratterebbe di partiti che ancora debbono nascere o che già sono nati?

TOMMASO BUSCETTA. Secondo me, sono già nati.

PRESIDENTE. Se un uomo politico amico di Cosa nostra deve fare una legge contro di voi (lei ha fatto capire prima che si può fare ugualmente) deve avvertirvi e spiegarvi qualcosa?

TOMMASO BUSCETTA. Guardi, nessuno meglio di lei mi può insegnare che, prima che si approva una legge in Italia, passano degli anni. Non è che in Italia una legge si faccia in poco tempo.

PRESIDENTE. Ma se poi la legge si fa?

TOMMASO BUSCETTA. Si fa e lui deve conservare quell'immagine pubblica anche a scapito di Cosa nostra.

PRESIDENTE. E Cosa nostra capisce questa cosa?

TOMMASO BUSCETTA. Nel passato la capiva, non so se adesso la capisca più.

PRESIDENTE. Le domande sono terminate e noi la ringraziamo molto. Vorrei chiederle se lei abbia una dichiarazione finale da rendere alla Commissione.

TOMMASO BUSCETTA. Sono molto stanco, avrei una dichiarazione finale da fare alla Commissione antimafia e mi riservo di scrivere una lettera a lei, signor presidente, che potrà leggerla a tutti i componenti la Commissione presenti in aula. Sono veramente stanco e sono certo che non mi esprimerei bene, cosa che invece vorrei fare.

PRESIDENTE. Va bene, scriva senz'altro questa lettera. Essa sarà allegata al resoconto stenografico della seduta odierna.

(Il signor Buscetta viene accompagnato fuori dall'aula).

Sui lavori della Commissione.

PRESIDENTE. Sulle questioni che già sono state toccate all'inizio della seduta odierna propongo che si pronunci un rappresentante per gruppo. In primo luogo, dobbiamo decidere se mantenere o meno segreta la seduta; in caso negativo, si pone la questione di quale informazione dare (un comunicato, una conferenza stampa o altro).

LUIGI BISCARDI. Il gruppo misto sostiene che non deve esserci nessun segreto, che tutto può essere reso pubblico, viste anche le dichiarazioni dello stesso Buscetta, che si è riservato di fare ai giudici i nomi e di riferire loro sui rapporti tra mafia e politica.

GIOVANNI FERRARA SALUTE. Poiché lo stesso Buscetta ha fatto notare di non aver detto cose che possano danneggiare le indagini, tutte le altre sue dichiarazioni possono essere rese pubbliche nel modo in cui decideremo.

GIROLAMO TRIPODI. Concordo con quanto detto dai colleghi che mi hanno preceduto perché ritengo che stamani noi abbiamo anche commesso un errore: avremmo fatto bene a tenere sin dall'inizio seduta pubblica. Per queste ragioni, non posso che essere favorevole a rendere pubblica l'audizione.

MARCO TARADASH. Signor presidente, io ho posto una questione di metodo e non di merito. A me non interessa, infatti, stabilire se Buscetta abbia detto cose più o meno importanti, se abbia offeso o meno qualcuno. Ritengo che la Commissione, nel momento in cui ascolta dei collaboratori della giustizia, dovrebbe sempre tenerne segrete le audizioni, visto che tutto quanto essi dicono può essere materiale di lavoro per la Commissione stessa. Francamente, penso che oggi sia stato commesso un errore a causa del quale si è costituita una forte attesa sulla possibilità che Buscetta avrebbe fatto i nomi dei politici, così come Calderone ne aveva fatto qualcuno. Procedendo in questo modo, perderemo di vista i nostri obiettivi e non saremo più una Commissione di inchiesta ma una cassa di risonanza per chi viene qui per avere domani titoli di prima pagina sui giornali. Ribadisco, pertanto, che la questione è di metodo e perciò non mi pronuncerò a favore o contro la pubblicità dell'audizione. Semmai, tale decisione avrebbe dovuto essere assunta a prescindere da quello che Buscetta avrebbe detto. Ed io mi rifiuto di stimare se quanto ha detto debba essere tenuto segreto o meno. A me interessano i lavori della Commissione e non le dichiarazioni di Buscetta.

ANTONIO BARGONE. Arrivati a questo punto, credo che la decisione più saggia sia quella di rendere pubblica la seduta, non foss'altro perché lo stesso Buscetta ha fugato tutti i dubbi che sono stati o potevano essere avanzati in proposito. Se non rendiamo pubblica la seduta, inoltre, qualcuno - in qualche modo avendone interesse - potrebbe adombrare che qui sono state dette cose di grande rilievo su esponenti politici, o comunque su settori del mondo politico. La pubblicità della seduta rappresenta, perciò, anche un utile deterrente per quegli esponenti della Commissione che intendessero instaurare un rapporto privilegiato con la stampa.

MARIO BORGHEZIO. Siamo ovviamente favorevoli alla pubblicizzazione della deposizione di Buscetta.

ALFREDO BIONDI. Concordo con l'onorevole Taradash a proposito del metodo: non si può scegliere di volta in volta cosa dire e cosa non dire; né è affatto scontato che le frasi ed i riferimenti che Buscetta sceglie possano essere di per sé tali da determinare tranquillità. Buscetta non ha fatto delle assoluzioni, ma dei rinvii. Tenere però nascosto quanto non è stato esplicitato mi sembrerebbe un volere inutilmente complicare le cose. Per il futuro - e sarà bene riunirci per decidere sul metodo - dovremo adottare un criterio generale. In questo momento mi dichiaro a favore della pubblicità dell'audizione perché altrimenti può sembrare che sappiamo più di quanto sua eccellenza Buscetta, nella sua infinita misericordia, ci ha consentito di dire o di non dire.

ALFREDO GALASSO. Mi sono già pronunciato prima per la pubblicità della seduta, anche nel caso che Buscetta avesse detto dei nomi. Figuriamoci ora che non li ha detti!

ALTERO MATTEOLI. Stamani, in apertura di seduta e senza sapere cosa Buscetta avrebbe detto, a nome del mio gruppo mi sono espresso a favore della pubblicità della seduta. Tutti ci aspettavamo grandi rivelazioni che non ci sono state, per cui ora mi sembra davvero assurdo tenere nel cassetto le sue dichiarazioni. Non ha detto niente e chi sa quali sarebbero i titoli sui giornali per ciò che non ha detto!

CARLO D'AMATO. Al punto in cui siamo, la pubblicità della seduta diventa un fatto relativo al contenuto delle dichiarazioni rese: se fossero state di un certo tipo, le avremmo tenute segrete; se fossero state di altro tipo, le avremmo rivelate. Concordo anch'io sulla necessità di discutere sul metodo da seguire. Noi abbiamo già adottato dei filtri ed io stamattina mi ero già espresso a favore della segretezza dell'audizione, anche alla luce delle iniziative assunte da alcuni gruppi subito dopo l'ultima riunione della Commissione. In considerazione poi della lettera inviata dal presidente ai capigruppo, credevo fosse opportuno un momento di ripensamento finalizzato al recupero di un comportamento che deve essere proprio di una Commissione che ha compiti tanto delicati. Devo dire, comunque, che il metodo sin qui seguito è corretto: il presidente opera da filtro delle domande, sia nella prima sia nella seconda fase. La valutazione di ciò che può scaturire da un'audizione di questo tipo non può però essere tenuta segreta, e questo criterio va stabilito una volta per tutte. In altri termini, dovremmo stabilire che, alla luce dell'esperienza degli ultimi due incontri, la pubblicità sarà assicurata per tutti gli altri. Ove così non facessimo, verremo coinvolti in un negativo dibattito; e questo anche nel caso in cui non vi fossero gli elementi concreti per un tale coinvolgimento. Ritengo, quindi, che si debba rendere pubblica la seduta di oggi. Tra l'altro, so che sono già state fatte dichiarazioni che fanno credere che da questa seduta sia emerso non si sa bene che cosa di strabiliante! La pubblicità della seduta, diventa un atto doveroso di chiarezza e di informazione dell'opinione pubblica per fugare ogni incertezza sul nostro lavoro, fermo restando che tale decisione dovrà trasformarsi in un metodo valido per il futuro. PRESIDENTE. Secondo me, colleghi, dobbiamo decidere a prescindere dai comportamenti più o meno scorretti assunti da qualcuno di noi. Altrimenti, saltano anche i criteri utili a garantire comportamenti corretti tra di noi.

OMBRETTA FUMAGALLI CARULLI. Signor presidente, credo che la questione riguardi il metodo, non il contenuto. All'inizio della seduta mi ero espressa a favore della riservatezza alla luce di considerazioni oggettive e prescindendo da quanto avrei ascoltato. Del resto, nella precedente riunione avevo già sottolineato la mia contrarietà all'utilizzo del metodo della pubblicità. Sconsiglierei tra l'altro vivamente di decidere di volta in volta se tenere segreta oppure no l'audizione, perché ciò darebbe luogo a letture certamente poco trasparenti e non corrette. Personalmente, ripeto, sono per la riservatezza dei nostri lavori (anche se mi rendo conto a questo punto di essere in assoluta minoranza), in quanto le affermazioni del pentito hanno bisogno di ulteriori elementi di valutazione, in termini tecnici, nonché di riscontri. Fungere da cassa di risonanza per le dichiarazioni di una persona, che non sappiamo se dice il vero o il falso, mi pare imprudente.

ROMEO RICCIUTI. Signor presidente, intervengo per motivo personale. Ho saputo che, prima ancora che si decidesse se dare pubblicità o meno all'audizione odierna, alcuni colleghi hanno rilasciato dichiarazioni agli organi di stampa. Se un fatto del genere venisse accertato presso le agenzie di stampa, le chiedo di adottare provvedimenti a carico del responsabile con grande severità: questo è il metodo più corretto per procedere. Nutro solo una preoccupazione, quella che si sappia all'esterno che il pentito, ancorché simpatico, ha trattato la Commissione con sufficienza, alla stregua di ragazzi in libertà ai quali si può far conoscere soltanto una parte della verità, dato che le rivelazioni più importanti verranno affidate ai magistrati. Ripeto, ho solo questa preoccupazione che, peraltro, mi passa subito.

PIERO MARIO ANGELINI. Poiché siamo vanitosi come Buscetta, ci preoccupiamo della nostra immagine e dell'opinione pubblica: sinceramente mi preoccuperei di più del rapporto tra noi ed i collaboratori della giustizia. Buscetta ha chiaramente affermato che ai giudici parlerà in un modo, a noi ha parlato in un altro, perché sa che dialogando con noi, parla a tutta la nazione. Quindi, personalmente mi interessa poco quello che è successo oggi, perché ormai la situazione è compromessa, mentre mi preoccupa quello che accadrà in futuro. Non è la stessa cosa se Mutolo - e gli altri collaboratori che ascolteremo - saprà di parlare ad una piazza pubblica oppure ad un nucleo di persone riservate. La riservatezza è l'unica condizione che questa Commissione deve osservare se vuole lavorare seriamente; diversamente, ci troveremo dinnanzi a confessioni evirate perché gli uditi sanno che ogni commissario riporterà le dichiarazioni secondo il proprio punto di vista. Se veramente si vuole potenziare il lavoro della Commissione antimafia, si deve dire chiaramente a Mutolo, o a chi verrà, che le rivelazioni sono raccolte da un gruppo di persone che tiene la bocca chiusa; altrimenti, che senso ha parlare con i collaboratori della giustizia?

PRESIDENTE. Colleghi, prima di procedere alla votazione vorrei segnalarvi una questione che non è stata trattata nel corso degli interventi dei commissari, ossia quella del perseguimento dello scopo. Poiché abbiamo deciso - quasi all'unanimità - di lavorare in un certo modo, facendo chiarezza su taluni argomenti e presentando una relazione compiuta al Parlamento, è necessario capire che cosa giovi o danneggi il lavoro. In quest'ottica, il tipo di reazione registrata dopo l'audizione di Calderone non mi pare abbia giovato allo scopo. Come avrete notato, Buscetta si è riferito esplicitamente al pericolo di ritorsione da parte di singoli, tanto che ha operato una scelta molto chiara nel senso cioè che i nomi li avrebbe detti ai giudici, mentre il quadro politico lo avrebbe delineato alla Commissione. Ora, senza peraltro esprimere opinioni, chiedo ai colleghi di valutare quale delle due scelte risulti più funzionale - mi riferisco alla segretezza o alla pubblicità della riunione - per la presentazione, in tempi rapidi, di una relazione seria al Parlamento. Naturalmente si pone il problema della serietà di ciascuno di noi in ordine alle dichiarazioni che si rilasciano. La Commissione non può adottare provvedimenti punitivi nei confronti di chi viola queste regole, anche se ritengo si debba assumere un orientamento tale per cui, una volta deciso per la seduta segreta, se un commissario parla deve necessariamente stabilire se stare dentro o fuori.

ALTERO MATTEOLI. Se sono state rilasciate dichiarazione agli organi di stampa, non possiamo sculacciare il responsabile. Rilevo però che il collega, con la sua azione, autorizza tutti noi a fare altrettanto. Poiché abbiamo atteso la fine della seduta per decidere sulla segretezza o sulla pubblicità - anche noi, che eravamo favorevoli alla pubblicità - non possiamo uscire dalla sala e stare zitti, perché dobbiamo rispetto agli elettori. Rilasceremo le dichiarazioni responsabilmente, perché non me la sento di non fare dichiarazioni (ai giornali di partito o agli amici giornalisti), visto che altri hanno ritenuto di rilasciarne durante la seduta.

ALFREDO BIONDI. Questo già risulta?

ALTERO MATTEOLI. L'ha detto il collega e va acclarato. Non faccio altro che prendere contezza delle dichiarazioni di qualche attimo fa del collega Ricciuti. Se effettivamente sono state rilasciate dichiarazioni, non c'è scorrettezza da parte della Commissione verso l'esterno, ma nel rapporto interno. Il presidente avrà capito che sono portato per temperamento a dire ciò che penso: all'inizio della seduta ho pensato che l'ufficio di presidenza non si fosse comportato correttamente e l'ho detto; e così intendo andare avanti. Tuttavia, se appurerò che qualcuno ha rilasciato dichiarazioni, farò altrettanto, ossia rilascerò dichiarazioni responsabili, valutandole insieme con i colleghi del mio gruppo, ma la farò perché non intendo farmi dire da chicchessia "gli altri hanno parlato, voi no!"

PRESIDENTE. Colleghi, una volta esisteva il senso dello Stato ed io chiedo che venga considerato. C'è un punto fondamentale nella tenuta delle istituzioni e concerne i rapporti tra mafia e politica: penso che la Commissione abbia la legittimità e la forza di svolgere questa difficile indagine a condizione che vengano mantenuti comportamenti coerenti con la qualità della scelta operata. Altrimenti, occupiamoci degli spacciatori e del tabacco e basta! Occorre verificare se i comportamenti, le regole e la tenuta della Commissione siano all'altezza degli obiettivi: se non dovesse esistere questo livello, ripeto, sarebbe meglio lasciar perdere. Se qualcuno ha violato la regola, non è detto che tutti siano tenuti a comportarsi alla stessa maniera. Se qualcuno ha violato io, responsabilmente ed avvertendo il senso della tenuta istituzionale, non farò altrettanto. Credo, quindi, si ponga non tanto un problema di punibilità, quanto di incompatibilità: abbiamo votato, si è imposta una regola, la dobbiamo osservare tutti. Se qualcuno l'ha violata, ripeto, credo si ponga un problema di incompatibilità (comunque, non so se qualcuno abbia rilasciato dichiarazioni, perché io non mi sono mai mosso dalla sala). Tra l'altro, poiché si è stabilito di fare il punto della situazione a dicembre, ciò significa che passeranno solo alcune settimane e quindi l'esigenza di far conoscere può essere contenuta nell'arco di pochi giorni. Quanto poi alla possibilità di ricorrere ad un comunicato, ho dei dubbi, perché ogni parola può significare venticinque cose diverse. La conferenza stampa, poi, meno che mai. Vi chiedo quindi di valutare questi aspetti, che non sono assolutamente secondari.

GIOVANNI FERRARA SALUTE. Proprio in relazione a questi aspetti tutt'altro che secondari bisogna fare alcune considerazioni. Condivido le affermazioni del presidente, si impone il riconoscimento reciproco e a priori del senso di responsabilità. Se domani appariranno sui giornali alcune notizie, ciascuno di noi potrà essere sospettato di averle divulgate, per ragioni più o meno obiettive: cosa dovrebbe fare, forse discolparsi? La materia è estremamente difficile da definire. Per quanto mi riguarda, posso dire che non parlerò con nessuno dell'audizione di oggi, anche se non mi sembra sia emerso nulla di particolarmente drammatico. Se le indiscrezioni ci saranno lo stesso, posso solo confermare di non averne colpa. Ferma restando l'opportunità che ciascuno di noi mantenga la riservatezza, esiste un altro problema: se mantenessimo segreta la seduta, riusciremmo a sapere dai pentiti più di quanto sarebbero disposti a dirci nel corso di un'audizione pubblica? Ne dubito, perché la sfiducia probabilmente è dovuta a motivi più generali, cioè al sospetto che comunque non si voglia tenere il segreto. Il presidente ha richiamato al senso dello Stato ed alla responsabilità verso il paese. Allora, in futuro, occorrerebbe chiedersi se questa Commissione non dovrebbe esercitare la propria autorità nei confronti di chi viene ascoltato. In questo caso abbiamo permesso - ed abbiamo fatto bene - che il signor Buscetta non ci rispondesse quando non voleva. Sapete che questo comportamento sarebbe molto difficile da tenere dinanzi ad una Commissione del Senato americano: si verrebbe facilmente tradotti in un carcere federale. Per il futuro dobbiamo stabilire fino a che punto possiamo consentire la libera scelta di chi viene sostanzialmente non in stato di assoluta libertà se parlare o meno. Tornando ai fatti, credo all'opportunità del segreto ma dubito che ci credano gli altri, per cui il segreto stesso rischia di diventare una pura formalità, con lo svantaggio che - in assenza di un comunicato, molto complesso da elaborare - sarà difficile contestare notizie distorte che un domani dovessero apparire sulla stampa. Di conseguenza, ritengo che sia preferibile la pubblicità dei lavori, affinché si possa controllare quanto viene riferito.

VITO RIGGIO. Ho votato all'inizio per la seduta segreta, ma devo dire che a questo punto sono necessari, oltre alla convergenza ed un forte senso delle istituzioni, anche la consapevolezza di quanto accade in questa sede. Finora abbiamo ascoltato i pentiti Calderone e Buscetta, che rappresentano la storia della mafia; ci apprestiamo ad ascoltare pentiti che sono ricercati da Cosa Nostra e che sono in pericolo di vita. Se l'approccio è di tale leggerezza, per cui affrontiamo il lavoro in questa come in una qualsiasi Commissione parlamentare, e se il membro di un gruppo viola una regola anche gli altri ritengono di doverlo fare, mi rifiuterò di partecipare alle successive audizioni. Probabilmente non si ha la percezione di cosa possa significare, in particolare per alcuni, far capire che si sanno cose e non si vogliono dire o far dire cose che non andrebbero dette. Per motivi del genere è morta della gente. E' stato per consentire un filtro che avevo votato in favore della seduta segreta, per evitare una possibile interferenza con l'inchiesta della magistratura. Questo argomento non può essere sottovalutato e credo che abbia costituito la ragione di fondo, per lo meno quella che così è stata presentata, dell'atteggiamento del signor Buscetta. Sono altresì convinto che il clamore fatto intorno all'audizione di oggi abbia finito con il vanificarne gli effetti. Deve essere perciò chiaro che a volte, sotto l'istanza della trasparenza e della pubblicità, possono nascondersi atteggiamenti di sostanziale negazione degli obiettivi dell'inchiesta. Pertanto, occorre rispettare rigorosamente le regole. Non si tratta di dare segnali: quando si vota per la segretezza di una seduta, questa deve rimanere segreta e deve esserlo per tutti. Se non siamo in grado di garantirlo, dobbiamo pagarne il costo, cioè depotenziare la nostra attività rendendola pubblica. Non vedo alternative, a causa di una nostra debolezza dobbiamo dare pubblicità perché non siamo capaci di fare altrimenti, non perché sia la scelta più corretta.

GIANCARLO ACCIARO. Confesso che questa mattina sono partito deluso perché ho sentito il giornale radio. Inorridisco però quando sento dire dal collega che durante la seduta probabilmente qualcuno ha reso dichiarazioni pubbliche. Come ha giustamente affermato il presidente, la nostra responsabilità è di rendere dichiarazioni ben ponderate, attraverso una persona che sia credibile. Se quanto è stato detto è vero, viene una gran voglia di apparire sui giornali di domani. Io non sono un deputato molto conosciuto ed ho un grande bisogno di pubblicità, ma ritengo gravissimo quanto pare sia accaduto. Un certo modo di agire sminuirebbe la portata delle dichiarazioni che sono state rese in questa sede e porterebbe a riflettere se non ci sia un modo migliore per passare il tempo, anziché stare qui ed essere poi gli "ultimi della classe".

ALFREDO BIONDI. Esistono tre problemi, il primo dei quali è stato risolto dal signor Buscetta, relativo all'interferenza tra le sue dichiarazioni e l'attività che sta svolgendo l'attività giudiziaria. In proposito, mi permetto di suggerire una preselezione delle materie che possono costituire intralcio alle indagini, anziché lasciare ai nostri interlocutori questo compito. La questione riveste aspetti di opportunità ed ha risvolti sull'efficienza delle indagini giudiziarie in corso. L'unica soluzione è la stessa segretezza seguita dall'autorità giudiziaria; la Commissione, infatti, agisce con i medesimi poteri ma anche con gli stessi limiti. Non si tratta soltanto di cortesia e rispetto reciproco, ma anche di rispetto della legge. Per quanto mi riguarda, nonostante io sia poco portato alla riservatezza, sono tentato di resistere alle pulsioni di apparenza più che di sostanza. Del resto, sarebbe buffo far sapere che Buscetta non ha risposto a tutte le domande perché non si fida di noi. Il secondo problema riguarda la pubblicità della seduta, nel senso che fin dall'inizio, qualunque cosa succeda, si deve decidere se la seduta debba essere pubblica o segreta: usque ad sidera, usque ad infera. Non vorrei che dessimo l'impressione che qui dentro non sia stato detto niente mentre, secondo me, oggi è stata una giornata molto importante. Anch'io, come il collega Galasso, ho partecipato come parte civile al maxiprocesso e devo riconoscere che il quadro generale è riemerso ed è stato sottolineato. Credo che l'audizione odierna debba essere resa pubblica; chiedo però che si riunisca quanto prima l'ufficio di presidenza per concordare il metodo di lavoro riguardo alla segretezza delle sedute di audizione dei pentiti. Ho la sensazione che, per il bene delle finalità che intendiamo perseguire, dobbiamo decidere se interferire o no in ciò che è di competenza dell'autorità giudiziaria. Non va dimenticato che c'è anche il problema di salvaguardare la reputazione delle persone che può essere messa in discussione dall'uno o dall'altro argomento o da un eccesso di "istinto venatorio" che può avere il pentito. Se decidiamo che tutto il nostro lavoro debba essere pubblico, allora assumiamo l'iniziativa di decrittare fin dall'inizio le audizioni; se invece pensiamo che in tal modo rischiamo di intralciare il lavoro dell'autorità giudiziaria, decidiamolo noi ma non lasciamo tale decisione al pentito perché è abbastanza imbarazzante che egli sia più realista del re.

PRESIDENTE. Vorrei chiarire che il problema di interferenza con il lavoro dell'autorità giudiziaria non si pone perché essa è stata informata dell'audizione odierna. Come, mi sembra con correttezza, ho ricordato ricevendo anche qualche rampogna dai colleghi, essa ha posto il limite su due temi che non sono stati oggetto di nessune delle domande poste.

ALFREDO BIONDI. Anche questa è una "mordacchia".

PRESIDENTE. Ma quale "mordacchia"! Nessuno ha posto quelle domande.

ALFREDO BIONDI. Le domande non sono state poste perché non conoscevamo gli argomenti.

PRESIDENTE. Vi prego inoltre di tenere conto che Buscetta ha fatto oggi un lavoro molto importante, ha delineato vari quadri che costringono l'autorità giudiziaria a porre una serie di domande. Non è vero che egli abbia messo da parte certe cose a favore di altre; essendo un uomo intelligente, ha considerato la nostra una sede politica e qui ha dipinto una serie di quadri politici, riservandosi di fare ai giudici i nomi. In questo modo ha costretto - sia detto tra virgolette - l'autorità giudiziaria interessata a porre certe domande che non può a questo punto più fare a meno di porre.

ALFREDO BIONDI. Mi sembra di non aver rivolto critiche alla seduta.

PRESIDENTE. Certamente, ma era mia intenzione sottolineare certi aspetti circa l'interferenza con l'autorità giudiziaria. Se sulla pubblicità dei lavori deve decidere l'ufficio di presidenza, è evidente che esso avrà luogo al termine della seduta.

ALTERO MATTEOLI. A me sembra che il problema sia superato perché abbiamo appurato che sono state rilasciate alcune dichiarazioni: secondo le agenzie di stampa, alle ore 17.40 il collega Galasso ha ritenuto di rilasciare una dichiarazione.

ALFREDO GALASSO. Bisogna vedere che cosa!

ALTERO MATTEOLI. Rimane il fatto che la dichiarazione è avvenuta prima che noi decidessimo in merito alla segretezza della seduta.

ALFREDO GALASSO. Ho fatto una dichiarazione, non ho raccontato nulla.

MASSIMO BRUTTI. Non credo che sia di particolare rilevanza il fatto che qualcuno abbia rilasciato una dichiarazione, perché su ciò deciderà l'opinione pubblica (Commenti del deputato Piero Mario Angelini). Bisogna verificare quale sia l'oggetto della dichiarazione e se infranga il principio della pubblicità; comunque, ritengo che questo non sia tema di discussione, anche perché in questo momento non abbiamo poteri sanzionatori nei confronti di colui che abbia rilasciato dichiarazioni in contrasto con il dovere di segretezza. Il punto è che all'inizio della seduta abbiamo stabilito di mantenere segreta l'audizione, riservandoci di decidere alla fine se e quali parti rendere pubbliche. Ritengo che quello di scegliere di volta in volta sia il criterio migliore da seguire perché i collaboratori della giustizia che verranno qui devono sapere che la parte delle loro dichiarazioni che tocca determinate personalità potrà essere tenuta segreta, e ciascuno di noi ha l'obbligo di rispettare il dovere di segretezza. In questo momento siamo in grado di dire che nulla di quello che abbiamo sentito oggi costituisce turbativa per le indagini in corso o lede l'onorabilità di qualcuno. A questo punto, penso che si debba mettere in votazione la proposta di rendere pubblica l'intera audizione del collaboratore Buscetta, riservandoci per le prossime audizioni di decidere dopo aver valutato il tenore delle dichiarazioni rese.

MARCO TARADASH. A me sembra che il problema di oggi si riproporrà in futuro in modo esponenziale. Le prossime audizioni riguarderanno collaboratori che parleranno dell'attualità e non della preistoria della mafia e toccheranno l'onorabilità di persone che agiscono pubblicamente. Nell'assumere una decisione dobbiamo anche tener conto delle eventuali interferenze con l'azione portata avanti dalla magistratura. Quanto ai rapporti con la stampa, nel nostro paese essa è stata abituata da alcuni esponenti della politica a riferire quello che viene detto qui dentro come se fosse acquisito e verificato. Credo che nel prossimo ufficio di presidenza si dovrà valutare l'opportunità di continuare con le audizioni dei collaboratori della giustizia. Se esse si rivelano inutili perché i collaboratori non si fidano della Commissione e questa, a sua volta, non esercita i poteri di far giurare il teste o di incriminare eventualmente quello reticente, non vedo perché si debba continuare con queste audizioni che non servono a nulla e creano soltanto sospetto, interferenze e un clima intimidatorio da parte dal mondo esterno nei nostri confronti nel caso in cui vogliamo lavorare correttamente e quindi non dichiarare pubblico tutto quello che viene detto qui dentro.

PRESIDENTE. Desidero precisare che i testimoni non giurano e che, grazie ad una serie di pressioni esercitate anche dal gruppo federalista europeo, non è più prevista la contestazione immediata del teste. Pongo in votazione la proposta di revocare la segretezza della seduta. (E' approvata).

La seduta termina alle ore 18,15. 

ALLEGATO Dichiarazione finale rimessa per iscritto dal signor Tommaso Buscetta: "Signor Presidente della Commissione Antimafia, ritengo utile e doveroso affidare a queste brevi note il mio più vivo ringraziamento per l'occasione che Ella ed i suoi colleghi parlamentari mi avete offerto di esprimere in piena libertà e con serenità le mie considerazioni su quel gravissimo fenomeno delinquenziale rappresentato dalla "cosa nostra" siciliana. Attraverso di voi ho potuto oggi esprimere con chiarezza un concreto grido d'allarme, che mi auguro sarà ascoltato da tutti sul grave rischio cui la società civile è esposta se scegliesse di continuare a convivere con la mafia e non decidesse di liberarsi, una volta per tutte, di questa realtà criminale. Con la stessa forza e con altrettanta chiarezza credo di aver espresso la mia fiducia che questa lunga battaglia contro "cosa nostra", fino ad oggi combattuta a fasi alterne, possa una volta per tutte essere affrontata con determinazione ed in modo tale da provocare la sua definitiva scomparsa dal vivere civile. Sono stato un mafioso e sono oggi un uomo libero degno di essere accettato dalla società ed in questa mia nuova veste voglio rinnovare il mio impegno a proseguire nella battaglia che ho intrapreso tanti anno addietro a fianco del giudice Falcone. In questa logica mi permetto di suggerire, attraverso di Lei e tutto il Parlamento italiano, alcune mie considerazioni sulle modalità che io, sulla base della mia esperienza di mafioso, ritengo utile per la definitiva sconfitta della mafia. E' innanzi tutto necessario che questa grave realtà delinquenziale sia conosciuta nella sua effettiva dimensione e nella sua capacità di colpire lo Stato e i suoi uomini migliori. Perché ciò avvenga non si può fare a meno di quelle persone che, avendo militato all'interno della "cosa nostra", ne conoscono a fondo le regole ed i segreti. E queste persone sono i cosiddetti pentiti. Persone che hanno spesso sofferto per primi sulla loro pelle la crudeltà e la violenza mafiosa, persone che hanno sofferto per una difficile scelta personale e che spesso non sono state nemmeno apprezzate per il contributo che hanno offerto nell'accertamento della verità e dei fatti. A queste persone bisogna offrire la possibilità di essere sereni nella loro scelta di vita e la certezza di essere sostenuti dal consenso di quanti vogliano lottare contro la mafia. Perché i loro racconti siano sostenuti da prove è anche necessario che a coloro che decidono di collaborare con la giustizia sia consentito di affrontare con serenità il giudizio della pubblica opinione e di poter contare sulla benevolenza della legge e dei giudici che sono chiamati ad applicarla. Ed ecco allora la necessità che lo stato aiuti questi collaboratori a manifestare in piena libertà tutte le loro conoscenze e anche le loro colpe nella certezza però di poter contare sul sostegno di quella società civile che in fondo stanno in qualche modo proteggendo da un male grave come la mafia. Se queste leggi arriveranno, se sarà data fiducia ai pentiti, se saranno rese operanti le strutture dello Stato e nelle stesse potranno essere chiamati a prestare la loro opera gli uomini migliori, giudici e poliziotti, allora la strada per sconfiggere la mafia sarà tutta in discesa. Scomparirà quella "cosa nostra" che ha tenuto per tanto tempo la società civile e forse resterà una normale criminalità senza regole e senza tradizioni, che le strutture dello Stato potranno facilmente tenere sotto controllo. Per quanto mi riguarda, Signor Presidente, continuerò ad essere a Sua disposizione, del Parlamento, delle Istituzioni tutte e del nostro Paese. Se sarà necessario resterò in Italia, rischiando in prima persona, offrendo la mia conoscenza pregressa e la mia capacità di interpretare i fatti di mafia e potrò così essere ancora utile. Con gratitudine, i miei ossequi. 17 novembre 1992. Buscetta Tommaso

·         Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Omicidio Mattarella.

40 anni fa a Palermo veniva ucciso Piersanti Mattarella. Il fratello dell'attuale Presidente della Repubblica fu ucciso il 6 gennaio 1980. Ad oggi non è ancora noto l'esecutore in un intreccio tra mafia, politica e terrorismo nero. Nel 2019 il caso è stato riaperto. Edoardo Frittoli il 3 gennaio 2020 su Panorama. In via della Libertà a Palermo era il giorno dell'Epifania del 1980. Piersanti Mattarella, Presidente democristiano della Regione Sicilia, stava andando a Messa in compagnia della moglie, dei due figli e della suocera. Il politico e giurista fratello maggiore dell'attuale Presidente della Repubblica entrò con la famiglia nella sua Fiat 132 non blindata e senza scorta, perché lo stesso Piersanti aveva deciso di rinunciare alla protezione armata almeno alla domenica. Pochi istanti ed un uomo si avvicinò rapidamente alla macchina a viso scoperto, esplodendo il caricatore della sua Colt 38 Special addosso al presidente, sotto gli occhi dei familiari. Piersanti Mattarella moriva sul colpo straziato dalle pallottole al torace, alla tempia e alla spalla esplose da meno di un metro di distanza. Non erano neppure passati due anni dall'assassinio di Aldo Moro, suo principale riferimento politico all'interno della Democrazia Cristiana. Pochi minuti più tardi saranno proprio le braccia di suo fratello Sergio ad estrarlo dall'abitacolo della 132 inondato dal sangue e a correre, purtroppo senza speranza, all'ospedale Santa Sofia. Contemporaneamente nelle redazioni dei quotidiani arrivavano le rivendicazioni dei "Nar" (i Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione terroristica neofascista) ma anche quelle di Prima Linea e delle Brigate Rosse. Palermo e l'Italia ripiombavano di colpo nel clima dei 55 giorni di Moro, impietriti dalla rapidità e freddezza dell'esecuzione di un "cadavere eccellente". Piersanti Mattarella, figlio di Bernardo, esponente della Dc siciliana vicina a Giorgio La Pira, era nel mirino della mafia da quando fu eletto alla guida della Regione Sicilia con un voto pressoché plebiscitario (77 voti su 100) nel 1978. La sua onestà intellettuale ed il coraggio nel portare avanti una profonda azione riformatrice delle istituzioni dell'isola ed i decisi attacchi alla criminalità organizzata furono alla base della volontà di cosa nostra di mettere a tacere per sempre la voce del nuovo presidente. Piersanti Mattarella si era contrapposto in maniera netta anche ai compagni di partito Salvo Lima e Vito Ciancimino, esponenti della corrente andreottiana e considerati gli uomini di contatto tra interessi mafiosi e politica in Sicilia. La sua giunta di centro-sinistra, infine, si era formata con l'appoggio esterno del Pci, in evidente continuità con la politica del compromesso storico inaugurata da Aldo Moro. Le indagini furono da subito caratterizzate dalla lentezza e dall'incertezza dovuta alla presenza di due piste, quella mafiosa e quella nera. Quest'ultima aveva preso corpo per le dichiarazioni successive di alcuni pentiti riguardo al ruolo degli esponenti dei Nar Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini quali esecutori materiali dell'omicidio, accuse supportate anche dalla testimonianza della moglie della vittima Irma Chiazzese Mattarella che avrebbe riconosciuto Fioravanti mentre scaricava la pistola contro il marito. La sua dichiarazione fu in seguito dichiarata "inattendibile". Giovanni Falcone, in qualità di Procuratore aggiunto, espresse durante l'iter giudiziario l'oggettiva difficoltà nell'individuare e distinguere le responsabilità e i ruoli nei cosiddetti "delitti politici" che insanguinarono l'isola (oltre a Mattarella quelli di Pio La Torre e Michele Reina). Il giudice palermitano durante il maxiprocesso sembrò nel caso dell'omicidio del Presidente siciliano propendere per la "mano nera". Fu dopo la morte dello stesso Falcone che le dichiarazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo portarono i magistrati a propendere decisamente per la pista mafiosa che portava ai Corleonesi. Nel 1995 saranno condannati all'ergastolo quali mandanti dell'omicidio di Piersanti Mattarella i boss Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Nené Geraci e Francesco Madonia. L'assassinio del Presidente democristiano sarà una questione nodale nel corso dei processi a carico di Giulio Andreotti, specie dal 2004 quando furono accertati i contatti tra l'ex presidente del Consiglio e gli uomini di cosa nostra in due incontri avvenuti a Palermo ed aventi come argomento principale proprio il comportamento del nuovo presidente della Regione Sicilia, quella che Piersanti Mattarella avrebbe voluto una volta per tutte con le "carte in regola". All'inizio del 2018 la pista nera è emersa nuovamente, evocata dal  ritrovamento di due spezzoni di targa automobilistica che, uniti, sarebbero stati utilizzati sulla Fiat 127 utilizzata dai sicari quella mattina di gennaio del 1980. Le targhe contraffatte erano state rinvenute in due covi a Palermo e Torino utilizzati all'epoca dall'organizzazione di estrema destra Terza Posizione (poi sparite nel passaggio tra i vari uffici), fatto reso noto dal magistrato Loris D'Ambrosio, esperto di casi legati all'eversione nera. Un altro elemento che ha indotto la Procura di Palermo a decidere la riapertura del caso è stato il confronto tra l'arma utilizzata per il delitto Mattarella e quella dell'omicidio (avvenuto pochi mesi dopo) del giudice Mario Amato. In entrambi i casi a sparare fu una Colt 38 Special e nel caso di Amato è stato condannato proprio il terrorista nero Gilberto Cavallini. A quasi un trentennio di distanza dalla stesura del memoriale di Giovanni Falcone che pose l'accento sull'ipotesi di una collaborazione e di una convergenza di interessi tra la mafia e il terrorismo nero (come nel caso della strage del rapido 904) all'apice degli anni di piombo. Il giudice palermitano aveva dichiarato nel caso dell'omicidio di Piersanti Mattarella: "È un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se, e in quale misura, la pista nera sia alternativa a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa".

Piersanti Mattarella, a 40 anni dall’omicidio  il dolore della famiglia  e l’omaggio di Palermo. Pubblicato domenica, 05 gennaio 2020 su Corriere.it da Felice Cavallaro. Il capo dello Stato ha visitato con figli e nipoti la tomba del fratello. Una seduta solenne dell’Assemblea regionale siciliana, tenuta alla presenza del capo dello Stato, suggellerà lunedì alle 11.30 le commemorazioni per i 40 anni trascorsi dal delitto di Piersanti Mattarella. Un crudele omicidio consumato in un giorno di festa, il 6 gennaio 1980, per uccidere il governatore dell’isola. L’uomo che voleva mettere «la Sicilia con le carte in regola». Un omicidio consumato sotto gli occhi della moglie, Irma Chiazzese, e dei figli, tutti in auto per andare a Messa. Con il fratello della vittima, oggi presidente della Repubblica, immediatamente accorso dal suo appartamento di fronte al luogo del massacro per tirar fuori dall’abitacolo questo martire innocente allora definito l’erede di Aldo Moro. Sono i flash inevitabilmente tornati alla memoria di Sergio Mattarella che domenica ha reso omaggio alla tomba di famiglia, a Castellammare del Golfo, la città sul mare fra Palermo e Trapani, insieme con i tre figli, Bernardo Giorgio, Laura e Francesco, oltre ai due figli di Piersanti Mattarella, Bernardo e Maria. Quest’ultima segretario generale della Regione siciliana voluta dal governatore Nello Musumeci che oggi parlerà a Palazzo dei Normanni subito dopo il ricordo di Gianfranco Micciché, per la seconda volta presidente dell’Assemblea regionale. Benché in prima fila fra i banchi dei deputati siciliani, Sergio Mattarella ha fatto saper che non interverrà. Ed è come se per le polemiche di sottofondo al quarantesimo anniversario lasciasse la parola a parenti, amici stretti di Piersanti, allo scrittore Giovanni Grasso che al Quirinale coordina la Comunicazione, autore di un libro da lunedì in diffusione con il Corriere. Chi ha conosciuto da vicino e chi ha amato Piersanti Mattarella denuncia ogni anno l’immutata amarezza per un processo in cui i pentiti, demolita l’accusa, hanno «assolto» i presunti esecutori. Come è accaduto con gli storici collaboratori Tommaso Buscetta e Marino Mannoia che, solo dopo la strage di Capaci, hanno sostanzialmente scagionato due neofascisti, Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, inquisiti da Giovanni Falcone facendo leva anche sulla testimonianza oculare di Irma Chiazzese, pittrice e ritrattista di fama. (Leggi qui le parole di Falcone sull’omicidio Mattarella: «Si potrebbe riscrivere la storia del Paese»). Polemiche che riecheggeranno sin dal 9 del mattino quando diverse corone di fiori saranno deposte sul marciapiede di via Libertà, di fronte a via Pipitone Federico, a pochi metri da dove sarebbe stato ucciso con una autobomba il giudice Rocco Chinnici. È la memoria di quell’inferno che il sindaco Leoluca Orlando ha deciso di rievocare, poco dopo la cerimonia di via Libertà, nel vicino Giardino Inglese intitolandolo da oggi «Parco Piersanti Mattarella - Giardino all’Inglese». Con una lapide collocata di fronte al giardino Garibaldi, da tempo intitolato alla memoria dei giudici Falcone e Francesca Morvillo.

Repubblica Tv il 5 gennaio 2020. Piersanti Mattarella, 40 anni fa il delitto. Parla il testimone: "Vidi il killer e lo inseguii con la Vespa. Non scorderò il suo ghigno". Dopo 40 anni, ha ancora quel volto stampato nella mente. "Ci guardò, fece un ghigno e poi fuggì su una 127 guidata da un complice". Francesco aveva 14 anni, con due suoi amici scout tornava in Vespa dalla messa dell’Epifania. "Non sapevo ancora che quel giovane aveva appena ucciso il presidente della Regione Piersanti Mattarella – sussurra - Non sapevo ancora che quella mattina di gennaio avrebbe cambiato per sempre la mia vita". Parla per la prima volta il testimone del delitto di Piersanti Mattarella. Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta

Piersanti Mattarella, dopo 40 anni, la morte è ancora un mistero. Il Dubbio il 7 gennaio. «Mafia e corruzione, in Italia, restano due piaghe che occorre debellare ed estirpare in ogni loro forma e articolazione, attraverso l’impegno di tutti: istituzioni, politica e cittadini», ha affermato la presidente del Senato, Elisabetta Casellati. Mattarella quaranta anni dopo. Le corone di fiori sul luogo dell’omicidio. Poi l’intitolazione del Giardino Inglese. Infine, la seduta solenne dell’Assemblea regionale siciliana, davanti al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, tra i primi a soccorrere e a prendere tra le sue braccia il fratello subito dopo l’agguato. La mafia e la spirale terroristica avevano abbattuto la speranza politica più autorevole dell’Isola, l’allievo di Aldo Moro, siciliano tenace e capace, lucido e ostinato propugnatore di una politica rigorosa e di rinnovamento. «Mafia e corruzione, in Italia, restano due piaghe che occorre debellare ed estirpare in ogni loro forma e articolazione, attraverso l’impegno di tutti: istituzioni, politica e cittadini», ha affermato la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, che ha avvertito: «A tutt’oggi sull’omicidio Mattarella conosciamo solo una parte della verità: per le istituzioni è compito prioritario portare fino in fondo la ricerca delle responsabilità, per onorare la sua memoria e restituire giustizia ai familiari». Piersanti un «politico onesto e rigoroso, servitore dello Stato, esempio di riscatto per le giovani generazioni e per tutti coloro che hanno contribuito e continuano a contribuire con determinazione alla lotta alla mafia», ha scritto su Twitter il presidente della Camera, Roberto Fico. A Palermo anche il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano: «Se siamo qui è perchè la mafia la guerra non l’ha vinta, le istituzioni hanno reagito».

Omicidio Mattarella, finché non verrà fuori la verità in Sicilia regnerà l’oscurità. Calogero Mannino il 7 Gennaio 2020 su Il Riformista. Il tragico attentato che quarant’anni fa ha stroncato la vita di Piersanti Mattarella ha aperto una ferita non cicatrizzabile. Non soltanto per i familiari più intimi. Ma anche per una cerchia, che il tempo restringe, di compagni della sua vicenda politica (di questa cerchia faccio parte anch’io). Tutti fortemente interessati alla ricostruzione della verità su questo assassinio, le cui conseguenze non si sono ancora esaurite, e del contesto d’insieme in cui fu compiuto. Quando un avvenimento di questa portata (come anche il delitto Moro), non trova la ricostruzione oggettiva e quindi ragionevolmente veritiera, il vulnus aperto non viene sanato dal tempo e dallo sbiadimento della memoria. Anzi, a volte, e certamente sin dal primo momento, vengono addensati e cristallizzati elementi di confusione e di vero e proprio sviamento dalla verità storica. Intanto la figura stessa di Piersanti Mattarella non può essere imbalsamata nel santino agiografico che ne viene fatto, a volte con marcati segni di forzatura arbitraria da parte di coloro che ancora oggi ne usano la memoria per scopi di parte. Soprattutto se si ha riguardo per la sua figura, ricca e complessa. Lo stesso crimine che lo ha colpito nasce dalla barbara reazione ai tratti forti della sua personalità. Un uomo dal carattere fermo e spigoloso, figlio, sposo, padre, politico, che si presenta sempre con i caratteri straordinari per la ricchezza della sua umanità matura e profonda, sempre illuminata da una fede religiosa autenticamente sentita. È probabile che nella determinazione dei suoi assassini ci sia stata la delusione di chi sperava di poterlo piegare. Egli fu, con un’espressione letteraria, un “uomo verticale”. Il suo impegno politico da democristiano nella Democrazia Cristiana, della cui storia – luci e ombre – andava consapevole e coerente interprete, fu un impegno totale. Le stesse linee del disegno politico che portò avanti si muovevano entro queste caratteristiche. Eletto deputato all’Ars nel 1967, si era collegato, indipendentemente dalla caratterizzazione di corrente che aveva in quel tempo, a un gruppo che faceva capo all’onorevole Nino Lombardo, il quale portava avanti in quella legislatura una politica di rinnovamento del costume, con l’abolizione del voto segreto, che nella cronaca della vita politica regionale aveva determinato non pochi passaggi complicati, anche quello del milazzismo. Mattarella era antagonista irriducibile di questo modo di far politica. Le elezioni del 1971 segnarono per la Dc un momento negativo. Accanto alla riforma della burocrazia regionale era stata portata avanti una riforma della legge urbanistica che aveva determinato una reazione di destra molto forte: una autentica onda nera, in parallelo alla contemporanea rivolta di Reggio Calabria. La Dc siciliana – tutta – ma soprattutto con il gruppo dirigente che aveva avviato il rinnovamento – D’Angelo, Lombardo, Nicoletti, Parisi e Mannino – fu ferma nell’opposizione e resistenza a un’opinione che tendeva invece verso l’avvicinamento al Movimento Sociale. Era anche una stagione politica difficile sul piano nazionale. Il centro-sinistra non godeva più dell’appoggio del Psi, si era esaurita la fase del secondo centro-sinistra. In quelle circostanze l’onorevole Moro aprì nella Dc la fase della strategia dell’attenzione verso il Pci. Con la segreteria regionale Nicoletti, che successe all’onorevole D’Angelo, la linea di riflessione proposta da Moro diventò la linea della Dc siciliana. L’onorevole Piersanti Mattarella con il padre onorevole Bernardo (scomparso nel 1971) seguivano le idee di Aldo Moro. E In Sicilia, con la segreteria Nicoletti, furono realizzate, prima di ogni esperienza nazionale, forme avanzate di collaborazione con il Pci. Il segretario del Pci, allora, era Achille Occhetto. E quando maturò il tempo, Piersanti divenne presidente della Regione sulla base di una maggioranza che ricomprendeva il Pci. Fu eletto appena cinque settimane prima del sequestro Moro e della formazione del governo Andreotti e cioè del governo di solidarietà nazionale con il Pci di Berlinguer in maggioranza. Intanto nella linea politica della Dc siciliana, proprio in quel tempo, maturò una più attenta considerazione del problema mafia. Il ritardo dello sviluppo del Mezzogiorno, con l’aggravante di una insidiosa emergenza mafiosa, determinarono l’impegno della Dc siciliana che rappresentò la base politica della presidenza Mattarella. Per fedele ricostruzione ai fatti: nel Comitato Regionale della Dc siciliana si determinò una divaricazione tra maggioranza e minoranza sulla proposta di Nicoletti di collaborazione con il Pci e la proposta per la presidenza della Regione dell’onorevole Mattarella. Gli andreottiani, cioè l’onorevole Lima, si schierarono a favore. Anche per la sincronia con il Governo Andreotti. Costituito il Governo con una maggioranza che comprendeva il PCI, che assumeva la Presidenza dell’ARS con l’on.Pancrazio De Pasquale, il presidente Mattarella fu artefice di una concreta politica di cambiamento e di forte impegno per lo sviluppo della Sicilia. Il contrasto alla criminalità mafiosa fu caratterizzato da un impegno civile e culturale del quale fanno fede gli atti pubblici del tempo. Il 9 maggio del 1978, quando fu consegnato in via delle Botteghe Oscure il cadavere dell’on. Moro, la politica di solidarietà nazionale subì una vera e propria interruzione. Anche in Sicilia il Pci interruppe l’appoggio al governo Mattarella, che andò in crisi anche perché il Psi siciliano in quel tempo era ancora sulla linea “degli equilibri più avanzati” di De Martino, cioè seguiva la linea del partito comunista. Il 6 gennaio del 1980 l‘assassinio di cui fu vittima vedeva Piersanti Presidente della Regione in crisi. Ancora oggi – condannata la cupola di Cosa nostra – non si conosce l’identità dei killer. Questo dato ha condotto le indagini sulla pista del terrorismo nero. Niente esclude la confluenza degli interessi o delle responsabilità tra Cosa nostra e terrorismo. Però la mancata ricostruzione di una verità certa non può autorizzare anche chi ha avuto responsabilità giudiziarie in quel tempo a sostenere delle pure divagazioni. Il delitto Mattarella venne in successione temporale all’assassinio di Michele Rejna, segretario provinciale della Dc palermitana, andreottiano e limiano. Ci sono molti indizi politici che dicono che tra i due delitti vi è un collegamento. Una parte politica – alla quale si sono prestati anche altri che avrebbero interesse alla verità – ha sostenuto che le cause-obiettivo dei due delitti erano l’interesse a impedire l’alleanza politica della Dc con il Pci. Ma il Pci era uscito già dalla maggioranza del governo Mattarella e ne aveva provocato la messa in crisi. Allora semmai questo dato di fatto sottolinea che la mafia, sempre attenta alle cose della politica, colpisce quando un uomo politico, la vittima, è stato reso più debole dalle circostanze della politica. Questa avvertenza non fu sufficiente per determinare un diverso orientamento politico del Pci. Allora una corretta ricostruzione politica è il contributo migliore – possibile e doveroso- per riconoscere la dimensione storica della figura di Piersanti Mattarella. Non come artefice di politiche mai pensate da lui. Orgoglioso della storia della Democrazia Cristiana come era orgoglioso di suo padre, pensava invece a rendere la Dc forte per guidare il Paese in una fase storica in cui il terrorismo aveva colpito Moro, il suo leader, ma contemporaneamente Cosa nostra muoveva all’attacco con efferata criminalità. Contro le linee del rinnovamento proposte dalla Dc e nella Dc. Il ricordo di oggi forte del sentimento che lo ispira non può rinunciare alla verità. Si farebbe torto alla storia, ma anche a quella grande e generosa di Piersanti.

Intervista ad Antonio Todaro: “Piersanti Mattarella era sereno, non temeva per la sua vita”. Redazione de Il Riformista il 5 Gennaio 2020. A quarant’anni dall’omicidio per mano mafiosa di Piersanti Mattarella, la giornalista dell’AdnKronos Elvira Terranova ha intervistato l’avvocato Antonio Todaro, che fu tra i più fidati amici del compianto politico Dc. «Incontrai Piersanti Mattarella – dice Antonio Todaro a Elvira Terranova – pochi giorni prima che venisse ucciso. Andammo insieme a una mostra. Lui venne con la moglie Irma, senza la scorta. Lo accompagnai io con la mia 124. Era sereno. Aveva la consapevolezza di potere camminare senza alcun timore, appunto sereno. Eppure mancavano pochissimi giorni alla sua uccisione». Antonio Todaro, 80 anni appena compiuti, è un avvocato in pensione. È stato uno degli amici di famiglia più cari dell’ex Presidente della Regione siciliana, il Governatore dalle “carte in regola”, ucciso il 6 gennaio 1980, mentre andava alla messa per l’Epifania. Ancora oggi, nonostante siano trascorsi 40 anni da quel tragico giorno, Antonio Todaro, che negli anni Settanta a capo del ‘Gruppo Politica’, l’iniziativa di formazione all’impegno socio-politico, proposta nel 1977, da Piersanti Mattarella e da altri suoi giovani amici e collaboratori, si commuove quando fa un salto indietro nel tempo e ricorda l’amico Piersanti.  L’avvocato Todaro ha gli occhi lucidi quando ricorda l’ultima volta in cui vide Piersanti Mattarella, quattro giorni prima dell’omicidio. «Non avrei mai pensato che non lo avrei mai più rivisto…», dice. Poi si illumina quando ricorda “quel pomeriggio”. «Era l’inizio dell’anno del 1980, quando andai a prendere Piersanti con la mia auto per andare a vedere insieme una mostra d’arte, di cui lui era un grande appassionato- racconta – Passò da casa mia e andammo insieme in macchina. E ricordo la sua sobrietà, al limite della cautela di quest’uomo che pur rivestendo un ruolo pubblico così importante come quello di Presidente della Regione. Lui, con grande serenità, salì sulla mia macchina con la moglie, senza la scorta. Questo mi fece pensare che aveva il cuor sereno». Era sereno, dunque, Piersanti Mattarella. «Solo una volta – racconta ancora l’amico Antonio Todaro – ebbe un sussulto. Ricordo che stavamo tornando da Castellammare del Golfo (città di origine di Mattarella, ndr), quando arrivando a Terrasini vedemmo una fila di costruzioni abusive. Lui ebbe un momento di riflessione sulle conseguenze che un’azione proibitiva di interruzione avrebbe potuto procurargli. Vedendo quelle schifezze lungo la costa si mise le mani nei capelli, ebbe una sorta di sussulto a pensare alle difficoltà e all’impegno, alle reazioni che si sarebbero determinate per questo intervento. Ma a me, personalmente, sensazioni di preoccupazione per la sua vita non ne esternò mai, eppure io ero molto vicino a lui. A differenza di quanto detto dalla dottoressa Trizzino». Maria Grazia Trizzino era il capo di gabinetto di Piersanti Mattarella. E in passato aveva raccontato che, di ritorno da un viaggio a Roma, alla fine del 1979, per denunciare al Governo la grave situazione siciliana e la necessità di fare pulizia nella Dc Piersanti Mattarella le avrebbe confidato di avere incontrato l’allora ministro Virginio Rognoni: «Se dovesse capitarmi qualcosa, si ricordi di quello che le sto dicendo…». Antonio Todaro ricorda ancora che Sergio Mattarella «era il confidente più fidato» di Piersanti. «Molti pensieri li ha condiviso soprattutto con suo fratello, se posso dare una mia impressione, il suo consigliere più fidato, più intimo. L’attuale Capo dello Stato non faceva ancora politica attiva, teneva il suo spazio discreto e riservato. Ma la contiguità totale più frequente era quella con suo fratello. Gli altri sì hanno avuto delle confidenze dal Governatore ma mai quanto Sergio». Poi, l’amico avvocato di Piersanti Mattarella sottolinea con commozione che «oggi manca moltissimo una persona, un politico, come Piersanti Mattarella», un «uomo la cui grande umiltà non toglieva niente alla sua autorevolezza. Manca una persona dotata della sua fantasia, della sua gioiosità della vita. Aveva il gusto della vita. La gioia della vita, senza essere bacchettone, amava anche gli aspetti più ludici, più sereni, più immediati. Amava la musica leggera, l’arte, il tutto vissuto con molta disinvoltura, senza particolari impacchettamenti, con una grande sensazione del senso dell’amicizia». E ricorda che il «giorno in cui fu nominato presidente della Regione, lui mi chiamò alle otto del mattino per chiedermi come stava mia nonna, perché sapeva che stava male». «Ricordo la sua faccia quando un commesso lo chiamò, il giorno in cui un giorno andai a trovarlo, lo chiamò “eccellenza”, lui non era pronto. Non fece cenno al commosso ma ebbe un sussulto perché riteneva quel tributo, che peraltro gli spettava, lo considerava estraneo alla sua dimensione umana e sociale». Antonio Todaro è l’autore della fotografia-icona che ritrae Piersanti Mattarella mentre è al telefono nel suo ufficio. «Ho sempre avuto la passione della fotografia – racconta oggi – e quel giorno, andai a trovare il Presidente del suo ufficio. Era una riunione direi familiare, c’era pure sua nipote Lea, la critica d’arte. Io avevo con me la Nikon che avevo comprato da poco. Era assorto e malinconico in quell’istante in cui l’ho fotografato. C’era stato qualche giorno prima un incidente aereo. E lui esprimeva con quello sguardo la sua partecipazione emotiva, stava assorto e silenzioso. Non ha parlato per alcuni minuti. Quel momento mi parve una sintesi complessiva della sua sensibilità, della sua attenzione e partecipazione umana a ciò che accadeva».

Chi ha ucciso Mattarella? Attilio Bolzoni Francesca Trotta su La Repubblica il 6 gennaio 2020. Sono passati quarant'anni e ancora non sappiamo chi l'ha ucciso. Non conosciamo il nome del sicario ma dietro l'omicidio dell'Epifania palermitana non c'è solo mafia, c'è mafia ma anche tanto altro. C'è la Sicilia dei “delitti eccellenti” e c'è l'Italia della “strategia della tensione”, ci sono boss e neofascisti che si confondono, Cupole invisibili, poteri sporchi che si mischiano per fermare uomini giusti e il cambiamento di un Paese. Il 6 gennaio del 1980, Palermo, l'uccisione di Piersanti Mattarella. Non era solo il Presidente della Regione, era l'uomo politico che più di ogni altro voleva una Sicilia “con le carte in regola” e che più di ogni altro stava raccogliendo l'eredità di Aldo Moro. Uccisi a distanza di un anno e mezzo, a Roma e in Sicilia, apparentemente due vicende lontane ma in realtà una sola vicenda italiana. Sulla sua morte ha indagato a lungo il giudice Giovanni Falcone nel filone dei cosiddetti “delitti politici”, l'assassino del segretario provinciale della Democrazia Cristiana Michele Reina - 9 marzo 1979 - e l'assassinio dell'onorevole Pio La Torre - 30 aprile 1982 -, arrivando al convincimento di una convergenza di interessi fra eversione nera e Cosa Nostra, una connessione che avrebbe portato «alla necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani». Parole pronunciate dal giudice in un'audizione della Commissione Parlamentare Antimafia il 3 novembre del 1988 e diventate pubbliche qualche settimana fa grazie alla desecretazione (curata dal pm Roberto Tartaglia, consulente a Palazzo San Macuto) voluta dal presidente Nicola Morra. Giovanni Falcone per l'omicidio di Piersanti Mattarella aveva rinviato a giudizio il capo dei Nuclei Armati Rivoluzionari Valerio “Giusva” Fioravanti e come suo complice Gilberto Cavallini, successivamente assolti tutti e due, come richiesto dalla pubblica accusa di allora, fino in Cassazione. Eppure la “pista nera” è rimasta sempre lì, sospesa. Un paio di anni fa il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi ha riaperto un fascicolo "atti relativi'' sul caso Mattarella, affidato all'aggiunto Salvatore De Luca e al sostituto procuratore Roberto Tartaglia, che hanno ricominciato a indagare da dove Falcone aveva finito. Dopo tanto tempo l'attenzione si è concentrata sulle informazioni che il giudice avrebbe ricevuto - e proprio sul delitto Mattarella - nei giorni precedenti al fallito attentato dell'Addaura avvenuto il 20 giugno 1989. Falcone in quel periodo aveva ascoltato un testimone che gli avrebbe fornito nuovi elementi sui sicari dell'Epifania palermitana. Ed è appena di un paio di settimane fa la notizia di una perizia su una Colt modello Cobra calibro 38 che collegherebbe l'omicidio di Piersanti Mattarella a quello del magistrato Mario Amato, ucciso il 23 giugno 1980 dai Nar. La stessa pistola per i due delitti. La nostra Rubrica nel quarantesimo anniversario vi ripropone gli atti dell'inchiesta del giudice Falcone “Greco Michele + 18”, nella parte riguardante il delitto Mattarella. L'indagine fu seguita al principio da Pietro Grasso, l'ex Presidente del Senato che il 6 gennaio era sostituto procuratore della Repubblica a Palermo. Il deposito della sentenza ordinanza è datata 9 giugno del 1991 ed è firmata invece da Gioacchino Natoli, uno dei giudici del pool antimafia dell'Ufficio Istruzione di Palermo. Falcone due anni prima era stato nominato procuratore aggiunto e sei mesi prima era volato a Roma, alla direzione degli Affari Penali del Ministero della Giustizia. Il suo ultimo anno di vita, prima di Capaci. A conclusione della serie, dopo l'inchiesta sui “delitti eccellenti”, pubblicheremo anche un estratto dell'ultimo libro del giudice Giuliano Turone, “Italia occulta” (Chiarelettere editore), dedicato all'assassinio del Presidente della Regione. E' il capitolo sul mistero della targa dell'auto utilizzata dai sicari di Mattarella. Una traccia robusta che porta sempre alla "pista nera”. Dopo quarant'anni la domanda è sempre la stessa: chi ha ucciso Piersanti Mattarella? (Hanno collaborato Marta Bigolin, Elisa Boni, Silvia Bortoletto, Sara Carbonin, Ludovica Mazza, Alessia Pacini, Asia Rubbo)

Palermo, 6 gennaio 1980. La Repubblica il 6 gennaio 2020. Alle ore 12.50 del 6 gennaio 1980, l'On. Piersanti MATTARELLA, Presidente della Regione, veniva ucciso con alcuni colpi di arma da fuoco corta mentre - in compagnia della moglie, della madre e dei due figli - stava per uscire da un garage vicino alla sua abitazione, in questa via Libertà, alla guida della sua autovettura, per recarsi ad assistere alla celebrazione della Messa nella chiesa di S. Francesco di Paola. Sul posto interveniva subito il P.M., mentre la Squadra Mobile e il Reparto Operativo CC eseguivano immediatamente numerose perquisizioni ed effettuavano posti di blocco, peraltro senza esito. L'Ufficio di Procura iniziava quindi, fin dai giorni immediatamente successivi al delitto, indagini a vasto raggio, assumendo in esame i familiari ed i più stretti collaboratori dell'uomo politico assassinato. Altre indagini venivano, nel frattempo, espletate dalla Squadra Mobile, dai Carabinieri e dal Nucleo Regionale di Polizia Tributaria; veniva acquisita documentazione relativa ad alcune delle pratiche più importanti trattate dall'On. MATTARELLA e venivano, altresì, disposte perizie balistiche comparative tra i proiettili rinvenuti in occasione del delitto ed altri, sequestrati - in precedenza - in relazione ad taluni omicidi commessi in questa città ed in provincia. Le risultanze di queste investigazioni venivano riferite dalla P.G. con rapporti dell'8 e 10 febbraio, del 14 e del 26 marzo e - da ultimo - del 23 dicembre 1980, con i quali, pur esprimendo il convincimento che l'On. MATTARELLA fosse stato ucciso per bloccare la sua azione di rinnovamento e moralizzazione della vita pubblica, si formulava la conclusione che non era stato possibile identificare né gli autori materiali né i mandanti del gravissimo delitto. In data 24 dicembre 1980, gli atti venivano quindi trasmessi al Giudice Istruttore per la formale istruzione contro ignoti. Durante tale fase venivano, dapprima, continuate ed ampliate le indagini già iniziate dalla Procura della Repubblica, senza che peraltro emergessero elementi utili per la identificazione dei colpevoli. Migliori risultati non sortivano neanche dalle investigazioni compiute dall'Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa e dal SISDE, secondo quanto riferito con nota del 7.12.1982 (Vol. VII, Fot. 616679). In data 13 dicembre 1982, il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma trasmetteva copia delle dichiarazioni rese, il 28 ottobre di quell'anno, da FIORAVANTI Cristiano, il quale, escusso in qualità di testimone da quell'Autorità Giudiziaria, aveva riferito che lui e suo padre, nell'osservare gli identikit degli autori dell'omicidio dell'On. MATTARELLA, pubblicati dagli organi di stampa, avevano notato una notevolissima somiglianza con le fisionomie del di lui fratello VALERIO (già condannato all'ergastolo quale autore di gravissimi delitti e leader riconosciuto del movimento terrorista di estrema destra, Nuclei Armati Rivoluzionari) e di Gilberto CAVALLINI, esponente dello stesso movimento eversivo. A seguito di queste e di altre dichiarazioni di FIORAVANTI Cristiano, l'istruttoria veniva quindi indirizzata, oltre che nei confronti di numerosi esponenti delle cosche mafiose della Sicilia Occidentale, anche nei confronti di alcuni appartenenti ai movimenti eversivi di estrema destra. In tale quadro ed al fine del compimento degli atti istruttori (interrogatori, confronti, perizie balistiche), venivano considerati indiziati di reato: FICI Giovanni, RACCUGLIA Cosimo, MARCHESE Antonio, SINAGRA Vincenzo, SINAGRA Antonino, ROTOLO Salvatore, DI MAIO Vincenzo, GIAMBRONE Vito, FIORAVANTI Valerio, FIORAVANTI Cristiano, MAMBRO Francesca, BELSITO Pasquale, TRINCANATO Fiorenzo, MANFRIN Angelo, SODERINI Stefano, CAVALLINI Gilberto, AMICO Rosaria e DE FRANCISCI Gabriele.

Intanto, a seguito delle dichiarazioni rese al Giudice Istruttore nel corso di altro procedimento penale (maxi-uno) - al quale il presente veniva poi riunito - dai noti BUSCETTA Tommaso e CONTORNO Salvatore, in data 24.10.1984 veniva promossa azione penale, anche in relazione all'omicidio in pregiudizio dell'On. MATTARELLA, contro: CALO' Giuseppe, GRECO Michele, RIINA Salvatore, PROVENZANO Bernardo, SCAGLIONE Salvatore, MADONIA Francesco, GERACI Antonino (n. 1917), GRECO Leonardo, MOTISI Ignazio, DI CARLO Andrea, GRECO Giuseppe fu Nicola, SCADUTO Giovanni e BRUSCA Bernardo.

Nei confronti di tutti costoro veniva emesso mandato di cattura. Il RIINA, il PROVENZANO, lo SCAGLIONE, il GRECO Giuseppe e DI CARLO Andrea restavano latitanti, mentre tutti gli altri imputati respingevano ogni accusa, protestandosi innocenti dei reati loro contestati come esponenti di primo piano nell'ambito di "Cosa Nostra" e, più particolarmente, quali componenti "pro tempore" della "Commissione provinciale" di tale associazione.

Nel corso della ulteriore attività istruttoria, le indagini si svolgevano quindi in una duplice direzione:

- da un lato, veniva sempre meglio precisato, mediante l'escussione di numerosi testimoni e l'acquisizione di altra documentazione, il quadro complessivo in cui si era svolta l'attività politica ed amministrativa del Presidente MATTARELLA;

- da un altro, venivano approfondite, mediante intercettazioni telefoniche, indagini bancarie e patrimoniali, perizie tecniche - e in particolare - balistiche, e, soprattutto, mediante le dichiarazioni di altri imputati che avevano deciso di collaborare con l'Autorità Giudiziaria (CALDERONE Antonino, MARSALA Vincenzo, MARINO MANNOIA Francesco), il  ruolo della "Commissione" e dei singoli imputati nell'ambito di "Cosa Nostra".

- sotto un ultimo profilo, infine, venivano svolte approfondite indagini su FIORAVANTI Valerio e CAVALLINI Gilberto, soprattutto dopo che FIORAVANTI Cristiano aveva dichiarato che il fratello gli aveva confidato di essere stato, insieme al CAVALLINI, l'autore materiale dell'omicidio del Presidente della Regione Siciliana.

In tale contesto, venivano interrogati numerosi esponenti dei movimenti eversivi di destra e venivano acquisiti - ex art. 165 bis c.p.p. abrogato - numerosi atti dai procedimenti penali instaurati contro di loro in varie parti d'Italia. In relazione a tali ulteriori acquisizioni, dopo che il FIORAVANTI Valerio e il CAVALLINI erano stati sottoposti a ricognizione personale da parte della Signora Irma CHIAZZESE, vedova del Presidente MATTARELLA, nonché di altri testimoni oculari del delitto, e ricevuta anche una relazione dell'Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa (basata su atti istruttori di questo e di altri processi pendenti o definiti presso altre A.G.), nei confronti del FIORAVANTI e del CAVALLINI veniva emesso, in data 19.10.1989, il mandato di cattura n. 393/89. Qualche settimana, inoltre, veniva iniziata azione penale per calunnia continuata nei confronti di PELLEGRITI Giuseppe ed IZZO Angelo, cui il reato veniva contestato con mandato di cattura, in relazione alle dichiarazioni di cui si dirà più diffusamente in appresso. Questi ultimi si protestavano innocenti del reato loro contestato; ugualmente, respingeva ogni accusa NISTRI Roberto, imputato - con mandato di comparizione - del reato di falsa testimonianza, in relazione alle dichiarazioni rese al G.I. il 14 maggio 1986. Quindi, con l'entrata in vigore del vigente c.p.p. (24.10.1989), gli atti dell'omicidio MATTARELLA venivano separati dall'istruttoria comprendente anche altri delitti di "Cosa Nostra" (proc. pen. n. 1817/85 R.G.U.I.) ed assegnati esclusivamente a questo G.I. Infine, dopo l'escussione di numerosi altri testi, anche in ordine ai rapporti tra alcuni degli imputati ed indiziati e i Servizi segreti, gli atti, previa nuova riunione Con quelli relativi agli omicidi REINA e LA'TORRE-DI SALVO, venivano trasmessi al P.M. per le richieste definitive, in relazione: al termine imposto per la definizione dei processi istruiti con il rito formale dall'art. 258, Dec. Legisl. 28 luglio 1989 n. 271. Durante la fase del deposito ex art. 372 c.p.p. abrogato, si costituiva frattanto Andrea DI CARLO (latitante per altra causa), che non veniva interrogato in quanto da prosciogliere per non avere commesso il fatto in ordine a tutte le imputazioni.

La dinamica e le prime indagini. La Repubblica il 7 gennaio 2020. Sulla base delle indagini della Squadra Mobile e del Nucleo Operativo CC di Palermo (v., in particolare, il rapporto in data 9 febbraio 1980) e delle numerose testimonianze acquisite agli atti, la dinamica del delitto può essere così sinteticamente ricostruita.

Il 6 gennaio 1980, come ogni domenica, il Presidente della Regione si accingeva, in compagnia dei suoi familiari, a recarsi alla chiesa di S. Francesco di Paola per assistere alla celebrazione della S. Messa. In tale occasione, come ogni volta che usciva per motivi privati, aveva manifestato la precisa intenzione di non utilizzare la scorta di sicurezza predisposta a cura dell'Ispettorato Generale di P.S. presso la Presidenza della Regione Siciliana.

Alle ore 12,45 circa, l'On. MATTARELLA ed il figlio Bernardo, di venti anni, erano scesi nel garage, sito in fondo ad uno scivolo prospiciente via Libertà e distante dall'abitazione circa 15 metri, per prelevare l'autovettura. Il Presidente effettuava, quindi, la manovra di retromarcia e fermava l'auto sul passo carrabile per consentire alla moglie di prendere posto sul sedile anteriore ed alla suocera di sistemarsi sul sedile posteriore. Frattanto, il figlio si era attardato per chiudere la porta del garage ed il cancello che, dallo scivolo, immette nella strada. Improvvisamente, dal lato sinistro dell'autovettura, che era rimasta con la parte anteriore rivolta verso lo scivolo, si avvicinava un individuo dell'apparente età di 20 - 25 anni, altezza media, corporatura robusta, capelli castano-chiari sul biondo, carnagione rosea, indossante una giacca a vento leggera ("piumino" o "K-way") di colore celeste, il quale, dopo avere inutilmente cercato di aprire lo sportello anteriore sinistro, esplodeva alcuni colpi d'arma da fuoco all'indirizzo dell'On. MATTARELLA, che sedeva al posto di guida. La vittima cadeva riversa sul lato destro e veniva parzialmente coperta dal corpo della moglie, che si era piegata su di lui, appoggiandogli le mani sul capo, nel tentativo di fargli da scudo. Dopo avere esploso alcuni colpi, il giovane killer si avvicinava ad una Fiat 127 bianca sulla quale si trovava un complice armato, col quale parlava qualche attimo in modo concitato e da cui riceveva un'altra arma con la quale tornava a sparare contro il Presidente MATTARELLA, peraltro già accasciatosi sul sedile dell'auto, dal finestrino posteriore destro della FIAT 132. In tale ultima occasione feriva anche la signora Irma CHIAZZESE, china sul corpo del marito. I due assassini si allontanavano poi a bordo della FIAT 127 bianca, che veniva ritrovata, verso le ore 14.00, poco distante dal luogo del delitto, abbandonata lungo lo scivolo di un garage di via Maggiore De Cristoforis, angolo via degli Orti.

Nella parte interna dello sportello sinistro dell'auto, sottostante al vetro, veniva evidenziato un frammento di impronta debitamente repertata ma risultata non utile per confronti.

Al momento del rinvenimento, sulla FIAT 127 erano montate targhe contraffatte: la targa anteriore era composta da due pezzi, rispettivamente "54" e "6623 PA"; quella posteriore da tre pezzi, rispettivamente "PA", "54" e "6623". Questi ultimi due segmenti presentavano, superiormente, del nastro adesivo di colore nero, posto per meglio trattenerli alla Carrozzeria. La FIAT 127 risultava sottratta, verso le ore 19,30 del precedente giorno 5 gennaio, a FULVO Isidoro, che l'aveva momentaneamente parcheggiata, in seconda fila e con le chiavi inserite nel quadro, in via questa De Cosmi. Le targhe originali dell'auto (PA 536623) erano state alterate, come si è detto, mediante l'applicazione degli spezzoni delle targhe PA 549016, asportate (dopo le 23.00 dello stesso giorno 5 gennaio) dalla FIAT 124 di VERGA Melchiorre, posteggiata in via delle Croci. Non venivano ritrovate le altre parti delle targhe delle due auto (PA - 53 - 0916), non utilizzate per le alterazioni di cui si è detto. Risultava quindi, e veniva evidenziato nel rapporto di P.G., che i luoghi dell'agguato, dei furti (della FIAT 127 e delle targhe della FIAT 124) e del rinvenimento della FIAT 127 distavano poche centinaia di metri l'uno dall'altro. Non emergevano elementi sicuri sulle modalità di abbandono della FIAT 127, anche se un teste (TESTAIUTI Costanzo) riferiva che l'auto avrebbe preso - lungo lo scivolo di via delle Croci - il posto di una vettura più piccola di colore verde, vista lì poco prima delle 12,00.

Un altro teste (MODICA Pietro) riferiva che, sempre poco dopo mezzogiorno, nei pressi dello scivolo erano transitati due giovani a bordo di una moto di grossa cilindrata.

Altri testimoni riferivano, ancor più genericamente, che nei pressi del luogo dell'agguato erano state notate, la mattina del 6 gennaio o nei giorni precedenti, una JAGUAR rosso amaranto targata ROMA ed una LAND ROVER verde targata CT.

Nell'arco dello stesso giorno, 6 gennaio, l'omicidio veniva rivendicato con quattro contraddittorie telefonate.

La prima giungeva all'ANSA alle 14.45: "Qui Nuclei Fascisti Rivoluzionari. Rivendichiamo l'attentato dell'On. MATTARELLA in onore dei caduti di via Acca Larentia".

La seconda giungeva al Corriere della Sera alle 18.48: "Qui Prima Linea. Rivendichiamo esecuzione MATTARELLA che si è arricchito alle spalle dei terremotati del Belice".

La terza telefonata perveniva alla Gazzetta del Sud di Messina alle 19.10: "Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato MATTARELLA. Segue comunicato".

La quarta ed ultima giungeva al Giornale di Sicilia alle 21.40: "Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato l'On. MATTARELLA. Mandate subito tutta la gente nelle cabine telefoniche di Mondello. Troverete il ciclostilato delle B.R.".

Ma, in realtà, il ciclostilato non veniva rinvenuto. Subito dopo il delitto e nei giorni successivi, gli organi di P.G. controllavano i movimenti e gli alibi di giovani appartenenti a movimenti estremisti di destra e di sinistra, di pregiudicati e di persone segnalate come somiglianti all'identikit dell'assassino, del quale i presenti avevano notato "un accenno di sogghigno che aveva sulle labbra nonché il contrasto tra i lineamenti del volto, che erano gentili, e lo sguardo che era spietato, così come il comportamento era stato di calma glaciale anche al momento di esplodere il colpo di grazia. Venivano inoltre eseguite, senza esito positivo, intercettazioni telefoniche e molte decine di perquisizioni domiciliari.

Così riassunte le risultanze delle indagini per quanto concerne la ricostruzione della dinamica del delitto, è opportuno ricordare a questo punto anche le conclusioni delle numerose perizie balistiche che sono state espletate nel corso dell'istruzione, al fine di verificare se le armi usate dagli assassini del Presidente MATTARELLA siano state utilizzate in occasione di altri delitti. Prima, però, giova riportare le conclusioni della perizia autoptica eseguita sul cadavere di Piersanti MATTARELLA.

I periti (prof. Paolo GIACCONE e dott. Alfonso VERDE) hanno così sintetizzato l'esito dei loro accertamenti: "Santi MATTARELLA venne a morte per lesioni dei visceri toraco-addominali da proiettili per armi da fuoco a canna corta. Nel cadavere si sono rinvenuti tramiti attribuibili ad almeno sei diversi proiettili (di cui cinque sono rinvenuti in corso di autopsia ed uno è stato rinvenuto al pronto soccorso nello spogliare la vittima); una lesione in sottomandibolare sinistra, apparentemente da striscio, è attribuibile sia a un settimo proiettile sia allo stesso proiettile che poi è penetrato in emitorace anteriore destro. Tre dei proiettili (tutti di piombo nudo a punta piatta) sono stati esplosi dalla sinistra verso destra della vittima e quasi orizzontalmente, mentre il MATTARELLA era seduto alla guida della propria autovettura. Gli altri tre proiettili hanno avuto direzione compatibili con una particolare posizione della vittima (rannicchiato in decubito laterale destro). La negatività della ricerca delle polveri sugli indumenti in corrispondenza degli orifici in emitorace anteriore destro e alla manica sinistra è compatibile con l'ipotesi che i relativi colpi furono esplosi quando i finestrini laterali dell'autovettura erano ancora chiusi e non frantumati; sugli altri tre orifici, esistenti sugli indumenti ed attribuibili ad entrata di proiettile, la positività della ricerca delle polveri indica che i rispettivi colpi furono esplosi entro il limite di cm. 40-45 fra bocca dell'arma e superficie del bersaglio".

Quanto invece agli accertamenti balistici veri e propri, è opportuno riportare le conclusioni della perizia eseguita nell'ambito del procedimento penale contro ABDEL AZIZI Afifi ed altri, (c.d. maxi-bis) e che ha preso in esame pressoché tutti i reperti balistici relativi a delitti di stampo mafioso disponibili fino alla data di conferimento dell'incarico (18.2.1986). I periti di Ufficio (MORIN, ARNETI, SCHIAVI LOMBARDI e STRAMONDO) hanno così concluso: "Per l'omicidio ai danni di Piersanti MATTARELLA sono stati usati due revolvers, probabilmente un Colt Cobra e una Rohm oppure un Charter Arms, utilizzando munizioni calibro 38 special con palla Wadcutter e palla Super Police da 200 grammi. Dalle comparazioni effettuate non sembra che le armi in questione siano state utilizzate in altri episodi delittuosi. In particolare sono state negative anche le comparazioni con i reperti relativi all'omicidio ai danni di SERIO Giovanni".

Per questi, invece, una precedente perizia aveva ritenuto che fossero state usate le stesse armi adoperate dai killers del Presidente MATTARELLA (cfr. Vol. LXX, anche per un elenco dettagliato dei delitti cui si riferiscono i reperti balistici sottoposti ad esame comparativo). Gli accertamenti balistici, originariamente limitati ai reati commessi nel palermitano e comunque riconducibili all'attività di "Cosa Nostra", sono stati poi estesi a tutto il territorio nazionale (Fot. 908234-236 e 917573 e segg.) con particolare attenzione, naturalmente, alla posizione di FIORAVANTI Valerio. A proposito di quest'ultimo, si deve qui ricordare che le armi sequestrate al FIORAVANTI al momento del suo arresto non erano state certamente, usate per l'omicidio del Presidente MATTARELLA (cfr. perizia depositata il 15.3.1985, Fot. 618122). Infine, poiché l'identikit dell'autore dell'omicidio di Valerio VERBANO (commesso in Roma il 20.2.1980 e riconducibile a fatti di terrorismo politico, come poi si vedrà) presentava marcate analogie con la descrizione dell'assassino del Presidente MATTARELLA, è stata altresì disposta, nel 1990, una perizia per accertare: "le modalità di silenziamento della pistola Beretta 7,65 con silenziatore rinvenuta in occasione dell'omicidio VERBANO" e per verificare "se dette modalità siano riconducibili o meno a quelle descritte nei loro interrogatori di FIORAVANTI Valerio e FIORAVANTI Cristiano".

L'accertamento ha però avuto esito negativo per le marcate discordanze esistenti tra le due modalità di silenziamento, cosicché si deve piuttosto ritenere che il silenziatore usato per l'omicidio VERBANO "non sia stato fabbricato da Valerio FIORAVANTI" (cfr. perizia FARNETI, Fot. 918220 Vol. LXIV). Per quanto riguarda, infine, le indagini per la identificazione degli autori materiali del delitto, è necessario fare rinvio a quel che si dirà in seguito, nel corso della presente sentenza-ordinanza, circa la posizione degli imputati FIORAVANTI Giuseppe Valerio e CAVALLINI Gilberto (v. infra) nonché in ordine alle dichiarazioni autoaccusatorie di GALATI Benedetto.

Si deve, invece, qui accennare al fatto che il dr. NICOLICCHIA, che nel 1980 ricopriva l'incarico di Questore di Palermo, ritenne di ravvisare una certa somiglianza tra l'identikit dell'autore dell'omicidio del Presidente MATTARELLA e le sembianze di INZERILLO Salvatore (n. a Palermo il 28.3.1957), già sospettato di essere l'autore dell’assassinio del dr. Gaetano COSTA, Procuratore della Repubblica di questa città, ucciso la sera del 6 agosto 1980 (ma recentemente assolto dalla Corte di Assise di Catania con formula ampia, dopo essere stato catturato all'estero ed estradato dagli U.S.A.). Sulla base di questa sensazione, il dr. NICOLICCHIA incaricò il Dirigente della Criminalpol, dr. Bruno CONTRADA, di mostrare le foto dell'INZERILLO alla signora Irma CHIAZZESE, vedova MATTARELLA. A tal fine, il dr. CONTRADA si recò a Londra, dove la signora CHIAZZESE si trovava nell'estate 1980, ma la donna non ravvisò alcuna somiglianza tra le foto dell'INZERILLO e l'uomo che – a pochi metri da lei – aveva sparato al Presidente della Regione. Esito negativo ebbe, peraltro, anche un successivo atto (informale) di riconoscimento fotografico che la signora CHIAZZESE venne invitata a fare, qualche tempo dopo, a Palermo, dallo stesso Questore NICOLICCHIA (cfr., sul punto le dichiarazioni della Signora CHIAZZESE, del dr. CONTRADA e dell’on. Sergio MATTARELLA, nonché il rapporto della Squadra Mobile in data 8.10.1980). Va inoltre aggiunto che la Signora CHIAZZESE non ha mai ravvisato somiglianze con l’autore dell’assassinio del marito nelle foto dei numerosissimi appartenenti a “Cosa Nostra” che le sono state mostrate in più occasioni sia dal Giudice Istruttore sia dagli organi di p.g. (v., in proposito, riassuntivamente le dichiarazioni rese al G.I. l’8.8.1986, Fot. 646412-646416 Vol. XXIII).

La ricerca del movente. La Repubblica l'8 gennaio 2020. Fin dai primissimi giorni il P.M. e gli Uffici di P.G., così come successivamente anche il Giudice Istruttore, hanno compiuto ogni tentativo per accertare nel modo più ampio e completo quali fossero le principali questioni di cui si fosse occupato il Presidente MATTARELLA, pur nella consapevolezza che la decisione di compiere un delitto così grave difficilmente può trovare origine in un singolo atto amministrativo o politico, ma piuttosto in una valutazione (di natura criminale) più articolata e complessa. A tal fine, sono stati assunti in esame i familiari ed i collaboratori del Presidente MATTARELLA, gli assessori e i principali funzionari regionali in carica nel gennaio 1980 e numerosi altri esponenti politici siciliani appartenenti sia alla Democrazia Cristiana sia ad altri partiti. Appare, quindi, opportuno esporre qui queste risultanze con riferimento ad alcune delle principali questioni affrontate dal Presidente MATTARELLA e - subito dopo - riassumere sinteticamente il quadro della situazione politica in cui si inserì l'azione dell'ucciso. Infatti, solo in relazione a questa si possono meglio comprendere la reale portata ed il valore, anche solo emblematico, di certe decisioni ed atti che, singolarmente valutati, potrebbero sembrare quasi irrilevanti.

IL C.D. "VERDE TERRASI". In data 12 gennaio 1980, l'avv. Antonino MATTARELLA, dopo aver premesso di aver avuto sempre contatti piuttosto rari con il fratello Piersanti, perché il suo lavoro di professionista e di docente universitario si svolgeva fuori dalla Sicilia, riferiva di avere avuto occasione una sola volta, in tempi recenti, di interessare il congiunto, richiedendone un qualche intervento presso uffici della Pubblica Amministrazione. Riferiva, in particolare, che un importante operatore immobiliare romano, il rag. Angelo PIPERNO, da lui conosciuto per motivi professionali, gli aveva detto che - nonostante ripetute sentenze a lui favorevoli rese dai giudici amministrativi - non riusciva ad ottenere che il. Comune di Palermo rilasciasse le concessioni edilizie relative ad un'area sita all'incrocio tra via Lazio e via Campania, che egli aveva acquistato dagli eredi TERRASI. Il PIPERNO gli aveva riferito anche di avere inutilmente interessato a tal fine il dr. Carmelo MANTIONE (Assessore Comunale) e il dr. Michele REINA (segretario provinciale della D.C.) e che nei suoi rapporti con il TERRASI e con il Comune si erano verificati episodi poco chiari, a volte di tenore minaccioso, a volte nel senso che sembrava gli venisse richiesto il pagamento di "tangenti", nonostante che il rilascio delle concessioni fosse, per il Comune, un atto dovuto. L'Avv. Antonino MATTARELLA aggiungeva, infine, che aveva fatto avere al fratello un promemoria predisposto dal PIPERNO, ma che non era in grado di dire quale esito avesse avuto tale iniziativa; probabilmente aveva avuto- solo una risposta interlocutoria o l'assicurazione che sarebbe stato interessato l'Assessore competente (Fot. 614773, Vol. I).

Veniva, quindi, assunto in esame il PIPERNO, il quale, in data 19.1.20, riferiva testualmente: "Fin dai primi mesi del 1978 ho avuto delle trattative, previo un incontro con il Prof. Aldo TERRASI, per l'acquisto del terreno di sua proprietà sito tra via Brigata Verona – via Sciuti e viale Lazio. Nel maggio 1978 stipulammo un contratto soggetto alla condizione sospensiva che il Comune rilasciasse la concessione edilizia entro gg. 180 con facoltà di rinnovo per un eguale periodo. Successivamente, diedi incarico di intraprendere tutte le possibili azioni legali in via amministrativa al Prof. Guido CORSO, genero del Prof. Aldo TERRASI, che aveva già difeso la società ESIONE nei precedenti giudizi. Contemporaneamente, intrapresi una linea che può definirsi politica, nel senso di contattare taluni uomini politici per agevolare l'iter della pratica, considerato anche che la concessione della licenza edilizia dopo il giudicato amministrativo era un atto dovuto per il Comune. Presi contatti quindi con il Dr. MANTIONE, che io conoscevo perché mio inquilino dell'immobile di via Emerico Amari e che allora era, se non ricordo male, assessore comunale all'urbanistica. In maniera generica, il MANTIONE mi diceva che avrebbe studiato la pratica e che in seguito avrebbe riferito. Dopo che quest'ultimo divenne sindaco, gli ho telefonato talvolta, ma avendo capito che avrei perso il mio tempo, ho rallentato le pressioni, cercando di rivolgermi ad altre persone. Per ottemperare alla stessa esigenza, approfittando del fatto che il partito della D.C. occupa al 6° piano dell'immobile di via E. Amari locali di mia proprietà e che c'era una controversia giudiziale in atto in materia di sfratto, presi contatto, il 5.2.1979, se non ricordo male, con il Segretario Prov.le del citato partito, Dr. REINA Michele. Esposi le mie ragioni e mi resi conto che il REINA conosceva perfettamente la questione ed era anche preparato sul piano urbanistico; egli mi disse inoltre che avevo ragione e che però la situazione politico-ambientale non consentiva una facile decisione in materia, ma che egli avrebbe contattato i diversi gruppi. Non ricordo se REINA o MANTIONE disse che problemi come questo potevano fare cadere la giunta. Il REINA mi promise che successivamente mi avrebbe riferito sulle possibilità di risolvere il problema. Il colloquio con quest'ultimo si svolse a quattr'occhi. Fui introdotto nella stanza della Direzione Prov.le della D.C. ed ivi trovai soltanto il Dr. REINA. Il Dr. MANTIONE era a conoscenza che avrei parlato con REINA e probabilmente è stato proprio lui ad indirizzarmi al REINA, prendendomi addirittura l'appuntamento. Mi sembra di ricordare che ho parlato telefonicamente con il Dr. MANTIONE, chiedendogli notizie. Egli sicuramente mi avrà dato delle informazioni di poco conto o interlocutorie, dato che non ne ho un preciso ricordo. Dopo la morte di REINA, avendo prima conosciuto per una controversia l'Avv. Antonino MATTARELLA, avendo appreso dallo stesso che era fratello del Presidente della Regione, lo pregai di presentarmi al fratello e nel contempo gli inviai un promemoria da fare avere al Presidente. Frattanto l'Avv. CORSO, seguendo la linea legale, aveva più volte diffidato il Comune ad adempiere e, trascorso il termine di gg. 60, aveva notificato alla Regione, credo all'Assessorato all'ambiente e al territorio, una istanza tendente a provocare la nomina di un Commissario "ad acta", che avvalendosi dei poteri sostitutivi dell'assessore rilasciasse la concessione edilizia. Tale notifica dovrebbe essere avvenuta nell'aprile del 1979. Il 12.5.1979 riuscii ad ottenere un colloquio con il Presidente MATTARELLA, che era venuto a Roma per far da padrino alla cresima di un figlio del fratello. Tale incontro avvenne alle ore 20 presso lo studio romano del fratello Antonino. Il Presidente MATTARELLA, al quale feci le mie rimostranze per le omissioni del Comune, mi disse che avevo ragione, ma che comunque non si trattava di questioni di sua diretta competenza, ma piuttosto dell'assessore agli Enti Locali che avrebbe curato di interessare alla questione. Credo di ricordare che successivamente a detto colloquio, che durò pochi minuti, inviai al fratello Antonino alcuni documenti e memorie in copia perché li inoltrasse al Presidente. Tramite l'Avv. Antonino MATTARELLA, riuscii ad ottenere un appuntamento con l'assessore al territorio On. FASINO per il giorno 3.7.1979 alle ore 11,00. A detto incontro erano presenti uno o due funzionari, che mi sono stati presentati come tecnici, ma di cui non ricordo i nomi. Rappresentai all'assessore le mie lagnanze per le palesi omissioni di atti dovuti da parte del Comune lasciandogli, se non ricordo male, un promemoria e le copie dell'esposto già presentato. Egli mi disse che si sarebbe interessato alla questione, ma successivamente non ho avuto più alcuna notizia" (cfr. Fot. 614889 Vol. I). Il PIPERNO esponeva poi, dettagliatamente, l'ulteriore evolversi dei suoi rapporti con il TERRASI ed altri imprenditori, da una parte, e con gli uffici comunali, dall'altra. Tali rapporti, che - come si è già accennato – presentavano aspetti poco chiari, hanno formato oggetto di indagini, con l'acquisizione anche di tutta la documentazione amministrativa, in esito alle quali la Squadra Mobile ed il Nucleo Operativo C.C. segnalarono alla Procura della Repubblica, con nota del 10.2.1980, la possibilità che nella condotta di alcuni funzionari del Comune di Palermo potessero ravvisarsi i reati di omissione di atti di ufficio e di peculato per distrazione. Tali ipotesi di reato hanno, peraltro, formato oggetto di altro procedimento penale, a seguito di separazione degli atti disposta da questo Ufficio con decreto del 13.2.1980 (Fot. 615066, Vol. II). Quel che occorre invece rilevare in questa sede è che l'intervento dell'On. MATTARELLA fu limitato a procurare al PIPERNO un appuntamento con l'Assessore Regionale al Territorio, on. FASINO, ed i suoi funzionari, al fine di illustrare le sue doglianze. Peraltro a tale incontro non fece seguito alcuna iniziativa concreta, come già detto dal PIPERNO e come risulta pure dalle dichiarazioni dello stesso On. Mario FASINO: "Alcuni mesi fa, sicuramente prima dell'estate, il Presidente MATTARELLA mi chiese di ricevere un avvocato romano che curava gli interessi della società che aveva rilevato il terreno "ex TERRASI", sito tra viale Campania - viale Lazio e via Brigata Verona, perché sentissi quali erano le sue richieste. Io ebbi tali colloqui ed invitai il predetto legale a mandarmi la documentazione concernente la questione comprensiva delle sentenze amministrative che l'avevano caratterizzato. Io riferii l'esito del colloquio al Presidente ma successivamente egli non mi richiese più alcuna notizia. In atto la situazione è immutata, nel senso che io non mi sono adoperato in alcun modo nei confronti del Comune o degli interessati" (cfr. Fot. 614787 Vol. I).

Appare quindi da escludere, come è del resto opinione sia dei familiari del Presidente assassinato sia degli Uffici di P.G. (v. rapporto del 23.12.1980, Vol. IV), che l'interessamento dell'On. MATTARELLA alla "vicenda TERRASI" abbia potuto in alcun modo costituire valida causale del gravissimo delitto.

L'inchiesta sui Lavori Pubblici. La Repubblica il 9 gennaio 2020. Fin dalle prime dichiarazioni, rese nell'immediatezza del delitto, i collaboratori del Presidente MATTARELLA hanno evidenziato che alcune delle questioni che più lo avevano impegnato e preoccupato nelle ultime settimane di vita erano ricollegate alle vicende dell'Assessorato Regionale dei Lavori Pubblici, il cui titolare, On. Rosario CARDILLO (PRI), si era dimesso, dopo essere rimasto. coinvolto in una indagine giudiziaria a Firenze per il ritrovamento di una sua valigetta contenente molto denaro. Così, per esempio, il Dr. Felice CROSTA, vice-capo di gabinetto ed amico personale dell'On. MATTARELLA, ha dichiarato il 10.1.1980 (Fot. 614603, Vol. I): "Per quanto concerne l'attività del Presidente MATTARELLA devo dire che, a parte le iniziative legislative, egli ha effettuato delle rilevanti inchieste nel campo della pubblica amministrazione. In particolare, allorché dall'Assessore CARDILLO furono presentate le dimissioni, egli immediatamente assunse ad interim l'Assessorato ai Lavori Pubblici e quindi portò alla valutazione dell'Assemblea le predette dimissioni. Ricordo che in sede assembleare il CARDILLO sostenne la tesi che si era dimesso dall'incarico affidatogli ai LL.PP. ma non da Assessore, per cui avrebbe dovuto partecipare come tale alle riunioni di Giunta. Il Presidente e l'Assemblea vennero messi in difficoltà da questo atteggiamento e solamente dopo la sospensione di alcune ore, l'On. CARDILLO si decise a rassegnare in maniera completa le dimissioni. In quella stessa seduta, poiché il Partito Repubblicano non era pronto alla designazione di un nuovo assessore, si rinviò tale nomina ad altra data. Allorché l'On. MATTARELLA assunse l'Assessorato ai LL.PP. lasciò immutato il precedente Gabinetto, provvedendo soltanto a nominare il direttore regionale Dr. GIAMBRONE, capo Gabinetto, e provvedendo, inoltre, a disporre un'ispezione in ordine ad una lamentata differenza che si era verificata nella realizzazione di una opera pubblica in un Comune, forse S. Giovanni Gemini, rispetto al programma deliberato dalla Giunta Regionale. Successivamente, un esponente del Gabinetto, tale Cafiero RENDA, se non ricordo male, non fece più parte del Gabinetto dei LL.PP. In seguito il Presidente nominò una Commissione ispettiva per indagare sull'attività dell'Assessore CARDILLO. A seguito di precisa richiesta da parte del predetto, nominò a tale veste funzionari esperti e capaci che garantissero un normale sviluppo dell'inchiesta. La relazione che ne seguì venne poi trasmessa all'assessore per i LL.PP. ed unitamente all'esito di altre ispezioni al Presidente dell'Assemblea Regionale, che ne aveva fatto esplicita richiesta per la Commissione d'inchiesta nominata dall'Assemblea Regionale". La esatta portata dell'iniziativa disposta dal Presidente MATTARELLA emergeva ancor meglio dalle dichiarazioni del Dr. Alessandro MIGLIACCIO, direttore Regionale agli Enti Locali e incaricato, insieme ad altri funzionari, di procedere all’ispezione straordinaria presso l'Assessorato ai Lavori Pubblici. Il Dr. MIGLIACCIO, dopo aver riferito che il Presidente MATTARELLA dispose che l'ispezione amministrativa avesse corso nonostante l'Assemblea Regionale avesse già nominato una commissione d'inchiesta sull'operato dell'Assessore CARDILLO (Fot. 614878, Vol. I), ha poi riferito: "Nella nostra relazione noi prendemmo in esame tutte le opere realizzate con i finanziamenti dell'Assessorato ai Lavori Pubblici. La relazione si occupa, in modo particolare, delle cosiddette opere dirette, cioè di quelle opere in cui l'assessorato interveniva, non soltanto con la provvista di fondi, ma anche con gli appalti.

A D.R. La relazione dell'inchiesta da noi redatta, che supera le 460 pagine, metteva in particolare evidenza l'ampiezza dei poteri decisionali che l'Assessore CARDILLO si era attribuito nella scelta delle ditte da invitare fra quante avessero richiesto di essere invitate. In particolare, fu rilevato che nell'elenco delle ditte figurava l'annotazione di pugno di un impiegato, Cafiero RENDA, delle ditte da invitare. Apparentemente la scelta era regolare. Senonché, ad una valutazione più approfondita, emerse un "riaccorpamento" di imprese tra di loro collegate e addirittura della stessa impresa che era inscritta all'albo sotto diversa denominazione. Noi pervenimmo a questa conclusione per il motivo che le lettere delle ditte che chiedevano di essere invitate erano scritte dalla stessa macchina da scrivere e presentavano gli stessi errori di dattilografia erano presentate da ditte che avevano differenti ragioni sociali ma identico recapito. Risultavano, pure, dagli esami degli elenchi, tutti allegati in fotocopia alla relazione, casi di partecipazione massiccia di ditte aventi tutte la sede nel Comune di San Giuseppe Jato". L'importanza che lo stesso On. MATTARELLA attribuiva a queste vicende risulta chiaramente da varie dichiarazioni. Così il fratello, On. Sergio MATTARELLA, ha riferito in proposito (cfr. Fot. 614749 Vol. I): "Allorché l'Assessore ai LL.PP. CARDILLO presentò una lettera, peraltro diretta personalmente a mio fratello e non al Presidente dell'Assemblea, come dovuto, con la quale rassegnava le dimissioni dall'incarico conferitogli ai LL.PP., dimissioni non espressamente dichiarate irrevocabili, mio fratello immediatamente, previa rapida consultazione con la Corte dei Conti, considerò operanti ed efficaci tali dimissioni ed assunse "ad interim" l'Assessorato ai LL.PP. In tale sua veste allontanò dal Gabinetto del suddetto assessorato un funzionario nel quale non riponeva alcuna fiducia e nominò come capo del Gabinetto il direttore regionale GIAMBRONE. Successivamente, allorché si discussero in assemblea le dimissioni di CARDILLO, questi sostenne che non si era dimesso come assessore ma soltanto come incaricato del ramo dei LL.PP. che pertanto tutte le sedute di Giunta alle quali non era stato invitato dovessero considerarsi invalide. Per superare tale ostacolo mio fratello minacciò le dimissioni dell'intera Giunta nel caso in cui il CARDILLO non avesse confermato in maniera inequivocabile le proprie dimissioni. Dopo una sospensione dell'Assemblea riuscì ad ottenere dette dimissioni. Sempre nell'ambito dei LL.PP. mio fratello richiese un elenco dei funzionari che normalmente venivano nominati per i collaudi di nomine pubbliche, incarichi che notoriamente costituivano fonte di notevoli introiti che a quanto pare erano affidati sempre alle medesime persone. Pertanto, non so in quale modo, egli cercò di modificare "l'andazzo"".

Anche la dott.ssa Maria Grazia TRIZZINO, capo di gabinetto del Presidente assassinato ha detto: "Il Presidente MATTARELLA non ha autonomamente preso iniziative inerenti alla sua funzione in relazione all'inchiesta amministrativa sull'operato dell'Assessore ai LL.PP. CARDILLO. Infatti, fu questo ultimo ad inviare una lettera con la quale sollecitava tale richiesta. Tale fatto venne portato in Giunta, la quale deliberò di incaricare il Presidente, per la nomina di una commissione. La scelta dei funzionari venne fatta dall'On. MATTARELLA con molta oculatezza, in quanto scelse dei funzionari che avevano competenze in materia ispettiva ed in materia di appalti di opere pubbliche, ponendo a capo della stessa un direttore regionale tra i più giovani che desse il massimo affidamento. Tale commissione ha ultimato i suoi lavori di recente depositando una relazione che è stata trasmessa in copia all'Assemblea Parlamentare Regionale per l'inoltro alla commissione nominata in relazione al "caso CARDILLO"". Ancora più significativa è poi la dichiarazione dell'On. Michelangelo RUSSO, esponente di primo piano del P.C.I. in Sicilia e, a quell'epoca, Presidente dell'Assemblea Siciliana.

L'On. RUSSO ha infatti riferito: "Il Presidente non mi parlò mai di minacce, però, qualche volta, parlando con me, dopo aver compiuto degli atti amministrativi di un certo rilievo, con tono preoccupato ebbe a dirmi: «forse me la faranno pagare». Queste espressioni uscirono dalla sua bocca quando, di ritorno da Catania dopo la visita del Presidente della Repubblica, ebbe ad accennare ai suoi interventi presso il Comune di Palermo per la questione degli appalti per la costruzione degli edifici scolastici e presso l'Amministrazione Regionale per la questione relativa ai funzionari collaudatori.

A D.R. Con riferimento ai due episodi testé riferiti, non fece mai dei nomi. Altra volta che io notai il Presidente preoccupato fu quando si discusse il caso CARDILLO" (Fot. 617131 Vol. IX). In proposito si deve aggiungere che, oltre ad acquisire tutte le relazioni cui si è fatto riferimento, sono state anche disposte indagini sul tema dei collaudi assegnati a funzionari regionali e sulle iniziative assunte in proposito dall'On. MATTARELLA. Le risultanze di tali indagini sono state esposte dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Operativo dei Carabinieri nel rapporto in data 23.12.1980 (Fot. 616002 e segg. Vol. IV), le cui conclusioni possono essere testualmente riportate: "Il Presidente aveva avuto modo di recepire malcontenti e lamentele da parte di quei funzionari regionali, la stragrande maggioranza di essi, ai quali non erano stati mai affidati collaudi di opere pubbliche. L'assegnazione dei collaudi comporta infatti per gli assegnatari grossi guadagni, essendo il compenso ragguagliato percentualmente alla entità dell'opera eseguita. Il Presidente si proponeva di inserire in un disegno di legge di riforma dell'Amministrazione Regionale una normativa che sancisse l'assegnazione dei collaudi soltanto a tecnici qualificati, quali i funzionari del Genio Civile e del Provveditorato alle Opere Pubbliche. Si sarebbe evitato così la grossa disparità di trattamento economico nella categoria dei funzionari regionali, cioè tra quelli assegnatari di collaudi, una minima parte, e tutti gli esclusi. Tale inchiesta, come le altre che hanno formato oggetto dei precedenti rapporti, evidenzia la serietà e qualità degli intenti con i quali l'On. MATTARELLA aveva improntato la sua azione di Governo" (Fot. 616005 Vol. IV). Gli organi di P.G. hanno poi escluso, sul piano logico, la possibilità che questi atti amministrativi possano essere stati, di per sé soli, la causa del gravissimo delitto, ma hanno pure esattamente sottolineato che «gli accertamenti disposti dall'On. MATTARELLA per conoscere i nominativi dei funzionari regionali preposti ai collaudi di opere pubbliche sono da considerare parte integrante di un corretto esercizio di controllo politico-amministrativo dei vari componenti la Giunta Regionale … L'indagine conoscitiva tradiva chiaramente un intento innovatore e moralizzatore nella prassi che si era consolidata… ».

La mafia e l'incontro con il ministro Rognoni. La Repubblica il 10 gennaio 2020. Un altro dei temi emersi come essenziali, perché ritenuto dallo stesso Presidente MATTARELLA di tale importanza da poter provocare contro di lui le reazioni più gravi, è stato quello dell'incontro da lui avuto, nell'ottobre 1979, con l'On. Virginio ROGNONI, a quel tempo titolare del Ministero dell'Interno. Anche a questo proposito è opportuno riportare testualmente quanto emerge dagli atti processuali. La prima sommaria indicazione emerge dalle dichiarazioni rese, il giorno 11 gennaio 1980, dall'On. Sergio MATTARELLA (Fot. 614745, Vol. I):

"A fine settembre del 1979, mio fratello mi partecipò che intendeva parlare con il Ministro ROGNONI perché rivolgesse la sua attenzione sul Comune di Palermo. Penso che su tale punto potrebbe fornire utili indicazioni l'attuale Ministro degli Interni nel caso in cui mio fratello sia riuscito ad avere un colloquio".

L'importanza dell'incontro, quale occasione per richiedere «un intervento ben preciso dello Stato per risolvere i problemi della Sicilia in relazione alla criminalità dilagante» veniva confermata anche nelle testimonianze degli On.li D'ACQUISTO e NICOLETTI, il quale ultimo sottolineava peraltro che «il Presidente MATTARELLA non aveva rivelato nemmeno in Assemblea il contenuto dettagliato delle discussioni avute con il Ministro ROGNONI». L'On. Sergio MATTARELLA ritornava sul tema, in occasione della testimonianza resa al Giudice Istruttore il 16 gennaio 1981 (Fot. 617059, Vol. IX): "Dopo l'uccisione dell'On. Cesare TERRANOVA, mio fratello, parlando con me, mi disse che aveva intenzione di chiedere un colloquio al Ministro ROGNONI per parlargli della situazione di Palermo, che era insostenibile quanto alle infiltrazione ed alle influenze mafiose, per chiedergli un'azione più decisa e più attenta del Ministro degli Interni. Dell'argomento non mi parlò più. Però, dopo la sua morte, avendo esaminato la sua agenda, ho potuto rilevare che egli ebbe delle conversazioni telefoniche con il Ministro dell'Interno e che verosimilmente a Roma, in occasione di uno dei suoi viaggi, si sia incontrato con il Ministro. Con il Ministro ROGNONI, comunque, si era incontrato a Palermo quando fu organizzato in Prefettura, ad iniziativa di mio fratello, un incontro del Ministro ROGNONI, con mio fratello e i responsabili locali dell'ordine pubblico".

Va chiarito che, in occasione di questa riunione, tenuta in Prefettura sull'ordine pubblico il 10 ottobre 1979, il Presidente MATTARELLA fece un intervento particolarmente significativo per la lucidità dell'analisi e per la precisione delle proposte formulate (cfr. verbale in Vol. V), così da far condividere in pieno quanto affermato dal Presidente dell'Assemblea Regionale, On. Michelangelo RUSSO, secondo cui: «rileggendo tutti i discorsi fatti dall'On. MATTARELLA a partire dal suo incarico presidenziale, si denota un crescendo nella condanna della violenza della mafia in particolare».

Solo in data 10 aprile 1981, la Dr.ssa Maria Grazia TRIZZINO, principale collaboratore del Presidente MATTARELLA perché suo capo di Gabinetto, si presentava al Giudice Istruttore e dichiarava al riguardo (Fot. 617153 Vol. IX): "Verso la fine di ottobre del 1979, il Presidente MATTARELLA, di rientro da Roma con l’aereo del primo pomeriggio, venne direttamente alla Presidenza; contrariamente alle sue abitudini, non era passato da casa sua. Appena in ufficio, mi chiamò personalmente senza ricorrere all'usciere e, con aria molto grave, mi disse testualmente: «le sto dicendo una cosa che non dirò né a mia moglie né a mio fratello. Questa mattina sono stato con il Ministro ROGNONI ed ho avuto con lui un colloquio riservato su problemi siciliani. Se dovesse succedermi qualche cosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il Ministro ROGNONI, perché a questo incontro è da collegare quanto di grave mi potrà accadere». Io non azzardai alcuna domanda perché conoscevo bene la riservatezza del Presidente, tuttavia rimasi alquanto perplessa e quasi incredula perché mai il Presidente si era lasciato andare ad affermazioni tanto gravi e preoccupanti. Il Presidente notò la mia espressione e mi disse testualmente: «Signora, io le parlo molto seriamente». Subito dopo si parlò del lavoro corrente. Conoscevo molto bene il Presidente e sapevo che non avrebbe azzardato alcun giudizio se non avesse avuto elementi fondati e concreti. E pertanto, quanto mi disse il Presidente non poteva che essere il frutto di una sua maturata riflessione su quanto aveva detto al Ministro ROGNONI.

Il Presidente MATTARELLA mi diceva sempre che «bisognava fare pulizia nel partito e bisognava eliminare alcuni uomini che non facevano onore al partito stesso». Quanto ho riferito nel corso di queste mie dichiarazioni non fu più oggetto, da parte mia e del Presidente di discussioni o commenti".

La testimonianza della Signora TRIZZINO veniva ripresa e precisata dal fratello del Presidente assassinato, On. Sergio MATTARELLA, che, in data 28.5.1981, dichiarava al G.I. (Vol. IX, Fot. 617156): "Qualche giorno dopo i funerali di mio fratello Piersanti, venne in casa di mia cognata la Signora TRIZZINO Maria, che era stata Capo di Gabinetto di mio fratello. La signora mi chiamò in disparte, mi portò in un'altra stanza e mi disse: «un giorno di fine ottobre, suo fratello, rientrato da Roma, mi ha chiamato nel suo ufficio e mi disse di avere avuto nella mattinata, su sua richiesta, un colloquio con il Ministro dell'Interno On. ROGNONI, nel corso del quale gli aveva parlato esclusivamente delle condizioni di Palermo, dicendomi che questo colloquio lo aveva chiesto dopo averci pensato a lungo e che, pur rendendosi conto della gravità del passo che aveva compiuto, non aveva potuto, per dovere di coscienza, farne a meno anche se il colloquio riguardava anche il suo partito». Aggiunse la Signora TRIZZINO, che l'espressione di mio fratello le sembrò molto grave e che egli le disse di non parlarne né con me né con mia cognata. Aggiunse ancora, la Signora TRIZZINO, che mio fratello ebbe a dirle: «se dovesse capitarmi qualcosa, si ricordi di quello che le sto dicendo».

A D.R. Non ritenni, né ritengo di informare di questo episodio mia cognata, dato il suo stato di salute fortemente scosso in conseguenza del trauma subito".

L'On. MATTARELLA aggiungeva di non aver mai fatto cenno dell'episodio narratogli dalla Dr.ssa TRIZZINO né ai Questori IMMORDINO e NICOLICCHIA né agli altri funzionari di polizia (con i quali pure aveva avuto numerosi colloqui, anche di carattere informale). Veniva quindi assunto in esame l'On. Virginio ROGNONI, Ministro degli Interni, che - in data 11.6.81 - dichiarava al G.I. (Fot. 617319, Vol. IX): "Nell'ottobre del 1979, non ricordo quale giorno, previo appuntamento preso, non ricordo se direttamente o per tramite delle rispettive segreterie, venne a trovarmi qui al Viminale il compianto Presidente MATTARELLA. Nel corso del colloquio si parlò della situazione dell'ordine pubblico e della sicurezza della città di Palermo e anche della Sicilia, in relazione al problema della mafia anche in dipendenza degli ultimi atti criminosi come quello del Commissario GIULIANO Boris e del Giudice TERRANOVA, avvenuti rispettivamente nel luglio e nel settembre 1979. Ricordo che il Presidente MATTARELLA mi parlò delle nuove forme criminose della mafia e di un aspetto molto importante del fenomeno relativo ai legami tra mafia e politica. Mi ricordò che la sua politica era rivolta a combattere il fenomeno mafioso e a rendere via via credibile la classe politica adottando comportamenti, che rendessero, giusto nei fatti, credibile l'azione di governo e l'azione politica in genere. Come esempio di questa politica, il Presidente MATTARELLA mi ricordò il suo intervento volto a fermare la procedura di alcuni appalti concorsi e di altri interventi nell'ambito dell'Amministrazione Regionale. Non mi nascose che questa politica poteva creare forti ostilità negli interessi colpiti. Nel corso della discussione il Presidente MATTARELLA, quasi per esemplificare il clima di paura e di intimidazione esistente e sul quale egli operava, mi ebbe espressamente a rappresentare la situazione, in quel momento veramente depressa, del segretario regionale della D.C. Rosario NICOLETTI; mi accennò finanche alla intenzione, qualche volta espressa giusto in quel periodo da NICOLETTI di troncare l'attività politica. A questo punto, ricordo anche che il Presidente MATTARELLA mi espresse serenamente la sua determinazione e volontà di continuare nella intrapresa azione di governo, portando avanti una prospettiva di riscatto della vita civile, politica e sociale della Regione. Ricordo che il Presidente MATTARELLA, in relazione ad alcune notizie secondo le quali l'ex sindaco di Palermo Vito CIANCIMINO avrebbe premuto per ottenere un reinserimento ad un livello di piena utilizzazione politica all'interno del partito della Democrazia Cristiana, ebbe a manifestarmi grande preoccupazione per un evento del genere ed il suo vivo dissenso al riguardo. A giustificazione di questo dissenso, il Presidente MATTARELLA mi disse quanto fosse discussa, ambigua e dubbia la personalità del CIANCIMINO". In sostanza, dalle dichiarazioni dell'On. ROGNONI veniva confermato il profondo impegno morale e politico del Presidente MATTARELLA, la sua volontà di non cedere di fronte a nessun ostacolo e di non aver riguardo per alcuno neanche all'interno del suo partito, come emergeva chiaramente dal riferimento alla posizione di Vito CIANCIMINO.

Da quella testimonianza risultava, però, anche che l'interlocutore, forse per una diversa percezione della realtà siciliana, non aveva avuto la sensazione della tensione e del senso di pericolo, anche personale, che pervadeva invece il Presidente MATTARELLA, come veniva ribadito 1'8 luglio 1981 dalla vedova, signora Irma CHIAZZESE, che riferiva più ampiamente e dettagliatamente al G.I. le confidenze finalmente fattele dalla Dr.ssa TRIZZINO (Fot. 617325 Vol. IX): "Da mio cognato prof. Sergio MATTARELLA ho saputo che mio marito era stato a Roma e che aveva avuto un colloquio con il Ministro degli Interni ROGNONI e che il colloquio aveva avuto per oggetto la questione politica siciliana con riferimento anche alla situazione interna della D.C. Dopo 4 o 5 giorni che mio cognato ebbe a riferirmi la circostanza, venne a trovarmi la Signora TRIZZINO che era stata capo di Gabinetto di mio marito. Alla signora riferii quanto succintamente mio cognato mi aveva detto e la signora mi riferì che un giorno mio marito, rientrato da Roma, nel primo pomeriggio, la mandò a chiamare e le disse, dopo averla invitata a sedere (la TRIZZINO abitualmente, parlando per motivi di lavoro per brevi momenti, stava in piedi): «sappia che questa mattina sono stato a Roma ed ho avuto un colloquio con il Ministro ROGNONI sulla questione politica siciliana; se dovesse succedermi qualche cosa, dico fisicamente, voglio che lei dica che io sono stato oggi a Roma a parlare con il Ministro degli interni». La TRIZZINO mi riferì ancora che mio marito le aveva raccomandato di tacere tale circostanza in maniera assoluta, sia a me che a mio cognato.

A D.R. Nel corso del colloquio che io ebbi al riguardo con la TRIZZINO, io cercai di accertare se mio marito avesse confidato alla stessa qualche altra cosa, ma la TRIZZINO negò di avere avuto altre confidenze e, nel corso della discussione seguitane la TRIZZINO precisò soltanto che la discussione tra mio marito e ROGNONI aveva avuto anche per oggetto, oltre il problema della mafia, in relazione ai collegamenti politici, anche fatti interni del partito. La TRIZZINO non fu con me ricca di particolari perché io non reagii bene, per ovvi motivi, a quanto apprendevo, in maniera così dettagliata per la prima volta; ciò perché mio cognato era stato molto più cauto rispetto a quanto non lo fosse stata la TRIZZINO.

A D.R. La TRIZZINO mi disse che mio marito era particolarmente dispiaciuto perché aveva avuto l'impressione, anzi dico meglio, era particolarmente dispiaciuto; secondo lei perché il Ministro ROGNONI non aveva dato troppo peso a quanto da lui esposto. La signora mi disse pure che mio marito era così amareggiato che lei provò un sentimento di angoscia.

A D.R. Alla Signora TRIZZINO io mossi un rimprovero quando mi riferì le circostanze di cui ho parlato; la rimproverai perché me le aveva taciute. La signora mi disse che non me ne aveva parlato perché mio marito le aveva espressamente detto di non riferire nulla dell'incontro con il Ministro ROGNONI né dell'oggetto di esso né a me né a mio cognato".

Per completare l'esposizione di quanto emerge dagli atti processuali su questo punto (che sarà oggetto di valutazione in un momento successivo), si deve solo aggiungere che sul colloquio tra il Ministro ROGNONI e il Presidente MATTARELLA non sono stati in grado di aggiungere altri particolari nemmeno i parlamentari che all'epoca rivestivano la carica di sottosegretario agli Interni (On. SANZA, LETTIERI e DARIDA), nonostante alcuni di loro fossero legati ai due interlocutori da rapporti personali oltre che politici. L'escussione di questi testi, nel 1990, si è resa necessaria per verificare se, eventualmente, all'incontro tra l'on. MATTARELLA e l'on. ROGNONI fosse stato presente uno dei Sottosegretari all'Interno, considerato che il prof. Leoluca ORLANDO CASCIO, nell'esame testimoniale del 21.9.1990 (fot. 938521 vol. LXX), aveva detto: «.... devo dire che anch'io ho memoria della presenza dell'on. SANZA, al cennato incontro o meglio ho memoria della notizia in questione. Potrebbe darsi che .... ne abbia sentito parlare dal compianto Cons. CHINNICI in occasione di una escussione testimoniale, dopo la quale rimasi a parlare con lui .... per lungo tempo». Pertanto, quest'Ufficio ha ritenuto di investigare anche in tale direzione, attesa l'importanza dell'eventuale presenza di una terza persona all'incontro per verificare l'esattezza dei ricordi dell'on. ROGNONI. Per raggiungere tale risultato, sono stati sentiti tutti i sottosegretari all'Interno D.C. dell'epoca, escludendo il solo sen. OCCHIPINTI sul rilievo logico che, ad un incontro così riservato il sottosegretario poteva partecipare solo come amico comune dei due interlocutori e l'OCCHIPINTI, in quanto neppure appartenente alla D.C., appariva sicuramente da escludere.

Le minacce per la legge urbanistica. La Repubblica l'11 gennaio 2020. Fra i momenti salienti dell'attività politica e parlamentare dell'On. MATTARELLA, vi fu certamente l'approvazione della nuova disciplina urbanistica, in occasione della quale egli ricevette anche minacce anonime. Già dal primo esame della Dr.ssa TRIZZINO, in data 9 gennaio 1980, risultava che (Fot. 614559, Vol. I): "Per quel che mi risulta, il Presidente MATTARELLA non ha ricevuto minacce se non in occasione della mancata promulgazione di parte della legge urbanistica ed in particolare di 3 articoli concernenti la sanatoria dell'abusivismo edilizio, impugnati dal commissario dello Stato. In realtà, nonostante tale impugnazione, lo statuto Regionale prevede che trascorsi 30 gg. senza che la Corte Costituzionale abbia deciso in merito, il Presidente della Regione può promulgare ciò nonostante la legge. Il Presidente MATTARELLA per un atto discrezionale di auto-tutela della Regione, in ossequio anche all'importanza del provvedimento legislativo, ha ritenuto di non promulgare detti articoli, attendendo le decisioni della Corte Costituzionale. In relazione a tale sua omissione, il Presidente ricevette una prima lettera di minaccia nel maggio '79, almeno credo, sulla quale scherzò con noi del Gabinetto. Dopo alcuni mesi, ricevette altra lettera con minacce di morte che lo turbarono in maniera più grave. Tali lettere sono state dallo stesso conservate nella sua scrivania, ove ritengo che siano tuttora custodite. Ricordo che il Presidente parlò di tale faccenda, non se personalmente o per telefono, con il Questore EPIFANIO, su consiglio di noi del Gabinetto. Non so quali esiti abbiano avuto tali contatti" (Fot. 614559, Vol I).

La questione era poi ripresa e approfondita, due giorni dopo, dal fratello del Presidente assassinato, On. Sergio MATTARELLA: "La legge urbanistica n. 71 del 1978 fu proposta su iniziativa della Giunta ed in particolare dell'On. FASINO, assessore al Territorio. Tale legge provocò un malcontento generalizzato e diffuso poiché, nel riproporre principi della Legge nazionale, abbassava notevolmente gli indici di edificabilità, danneggiando i proprietari dei terreni e lo sfruttamento degli stessi ai fini edilizi. Inoltre, la suddetta legge ha danneggiato i costruttori in quanto ha fatto diminuire i loro margini di guadagno, aumentando costi di costruzione e delle opere di urbanizzazione. Una volta deliberata dall'Assemblea, tale legge venne impugnata dal Commissario dello Stato per la parte concernente la sanatoria dell'abusivismo edilizio. A questo punto la discrezionalità di mio fratello poteva seguire tre diversi indirizzi:

1) ritardare la promulgazione dell'intera legge essendo stata la stessa impugnata dal commissario, ciò fino alla pronunzia della Corte Costituzionale, che già si prevedeva in tempi lunghi dato che la predetta Corte si occupava in quel periodo del "caso Lockeed";

2) promulgarla interamente, trascorsi i 30 gg. senza che fosse intervenuta la pronunzia della Corte Costituzionale, così come previsto dallo Statuto;

3) promulgarla solo per la parte non impugnata.

Egli scelse quest'ultima soluzione perché adottando la prima avrebbe favorito una intensificazione intensiva e massiccia dell'edilizia in un brevissimo arco di tempo, considerato che tutti i proprietari avrebbero cercato di ottenere la concessione edilizia fruendo dei vecchi indici di edificabilità notevolmente più alti. Mio fratello volle rispettare la volontà legislativa espressa dall'Assemblea per la regolamentazione urbanistica futura e quindi ritenne suo preciso impegno, resistendo a molteplici ed insistenti pressioni politiche, promulgare immediatamente la parte della legge non impugnata. Del resto, non ritenne di adottare la promulgazione della parte concernente la sanatoria per evitare che una contrastante decisione della Corte Costituzionale provocasse dei disordini amministrativi e l'obbligo di restituire agli aventi diritto le somme versate per la sanatoria" (Fot. 614745 Vol. I). L'importanza politica dell'approvazione della legge urbanistica e la entità degli interessi economici su cui essa incise è stata di recente chiarita e sottolineata nelle testimonianze del Prof. Leoluca ORLANDO e dell'On. Mario FASINO.

Il primo ha, infatti, dichiarato in data 29 maggio 1990 (Vol. LXIX, Fot. 919394): "In questo contesto, in un partito che a Palermo vedeva MATTARELLA in posizione fortemente minoritaria, quest'ultimo divenne nel 1978 Presidente della Regione, realizzando, promovendo e sostenendo, nel settore amministrativo e legislativo scelte assai incisive per la vita politico-economica della Regione e per la stessa vita politico-economica della città di Palermo. In particolare, l'approvazione della legge urbanistica regionale n. 71 del 1978, fissò autoritativamente ed in contrasto col vigente piano regolatore generale, drastiche riduzioni, sull'utilizzo edificatorio delle aree urbane. Con quella legge, tra l'altro, si ridusse l'indice massimo di edificabilità da 21 mc/mq a 7 e si portò l'indice di edificabilità del "verde agricolo" da 0,20 - mc/mq a 0,03; e, infine, con apposito comma, si stabilì per legge per il Consiglio Comunale di Palermo il divieto di edificabilità di dette aree di "verde agricolo" per fini privati, vietandosi che le stesse potessero essere oggetto di variante urbanistica, con la sola parziale eccezione (e per percentuali limitate) di edilizia economico-popolare. Fu questa legge, per gli amministratori comunali di Palermo, una sostanziale, drastica ed autoritativa riduzione di potestà discrezionale nell'uso del territorio. Ricordo, ancora, che aveva chiara la consapevolezza tanto lui quanto l'Assessore al Territorio, On. Mario FASINO, di quanto la nuova disciplina urbanistica regionale limitasse il potere dei politici cittadini ed incidesse sulla stessa capacità di manovra del "comitato di affari" palermitano. A D.R. Certamente utile, per comprendere la durezza dello scontro, è ricordare che la legge urbanistica regionale poté essere approvata soltanto a seguito di durissimi contrasti, superati per il peso politico del Presidente MATTARELLA. Al riguardo, credo che ulteriori, più precisi elementi, potrebbe fornire l'On. FASINO. Quest'ultimo, infatti, ma trattasi di una mia personale riflessione, a partire dalle elezioni successive non venne più rieletto deputato regionale nel Collegio di Palermo".

L'On. FASINO, a sua volta, escusso in data 13 giugno 1990, ha affermato (Vol. LXX Fot. 938149): "Prendo atto che il Prof. ORLANDO, recentemente, ha dichiarato che io avrei potuto fornire un contributo informativo sulle difficoltà che il Governo MATTARELLA incontrò nell'iter di approvazione della legge n. 71/78 (c.d. Legge Urbanistica Regionale). In effetti, come avevo già detto, detta legge fu una delle più qualificanti di quel Governo ed io, quale assessore al Territorio, rivendico a me il merito di essere riuscito a fare adeguare gli indici di edificabilità regionali a quelli che la legge statale (c.d. MANCINI-ponte già prevedeva da oltre un decennio. Pur essendo tale disegno di legge regionale parte del programma di Governo, la sua approvazione avvenne tra molti contrasti, evidenziatisi non tanto nel risultato numerico finale di approvazione della legge (oltre che alle forze di Governo aveva l'appoggio del P.C.I.) quanto, nel gioco degli emendamenti proposti in Commissione. Tale legge provocò la reazione di due gruppi di interessi diversi ma convergenti. Quello degli imprenditori edili, che videro ridurre notevolmente il potenziale edificatorio delle loro aree, quello stesso potenziale che aveva consentito, ad esempio, di devastare la via Libertà attraverso la demolizione delle -- vecchie palazzine "liberty" e la costruzione di moderni palazzi a più piani. E l'interesse dei proprietari terrieri di tutte le zone circostanti la città di Palermo, che attraverso l'abbassamento dell'indice di edificabilità del "verde agricolo", videro diminuire considerevolmente il potenziale edificatorio delle loro aree. A quest'ultimo riguardo, credo di poter dire senza tema di smentite che gran parte di questi terreni si appartenevano, direttamente o per interposta persona, a "famiglie" mafiose. Basti pensare alla zona di Ciaculli e Croce Verde- Giardini, ovvero alla parte alta di Via Leonardo Da Vinci, che mi risultava personalmente appartenersi all'imprenditore Michelangelo AIELLO.

A D.R. L'iter legislativo durò circa tre mesi, durante i quali l'ARS si occupò solo di questa legge: Ricordo che in questo lasso di tempo vi furono riunioni ed assemblee di sedicenti coltivatori diretti (che dalla legge, se fossero stati realmente tali, avrebbero avuto tutto da guadagnare), i quali chiedevano di non procedere alla approvazione della legge, cioè di non adeguare la normativa regionale a quella statale, operante già da molti anni. In effetti, questa legge nazionale già veniva applicata in Sicilia in tutti quei Comuni sprovvisti di un piano regolatore generale ovvero in quei pochi Comuni che avevano adeguato quest'ultimo agli standard nazionali. Delle riunioni di cui ho sopra fatto cenno, credo che sia rimasta traccia sulla stampa locale dell'epoca.

A D.R. Vero è, secondo quanto mi viene letto dalle dichiarazioni del Prof. ORLANDO, che io "pagai" politicamente tale impegno per fare approvare la legge 71/78, in quanto, dopo circa trent'anni di ininterrotta permanenza all'ARS con altissimo numero di preferenze, alle elezioni regionali del 1981 non venni rieletto, rimanendo il primo dei non eletti. Ricordo di avere perduto nella città di Palermo oltre 10.000 voti, mentre mantenni sostanzialmente i suffragi in Provincia. Di fatto, successivamente, entrai ugualmente all'ARS dopo l'elezione al Parlamento dell'On. D'ACQUISTO, ma la "bocciatura" del 1981 rimase ugualmente. Nel 1986, alla scadenza del mandato, decisi di non ricandidarmi, ma devo dire che tale decisione ha avuto motivazioni personali e non è stata connessa a quel risultato parzialmente sfavorevole.

A D.R. Per chiarire meglio, desidero precisare che pur essendo stato io l'artefice della approvazione della legge urbanistica, non avrei mai potuto riuscirvi se non avessi avuto l'appoggio incondizionato del Presidente MATTARELLA, che l'aveva inserita nel programma di governo e che mi sostenne durante l'iter legislativo.

A D.R. Quando nel mio esame testimoniale del 14.1.1980 ho espresso l'opinione che l'omicidio MATTARELLA fosse un "delitto politico", voluto dal coagularsi "di interessi di altre forze" che volevano mantenere lo stato attuale delle cose, intendevo riferirmi proprio a quelle forze che ho oggi indicato parlando della legge 71/78. Non escludo che tali forze potessero avere dei referenti in sede politica e, quindi, anche all'interno della D.C., nella quale milito da sempre. Tuttavia, per onestà intellettuale e doveroso senso di responsabilità, non posso indicare nominativamente un gruppo o una persona come referente politico di tali forze. Può sembrare strano che un uomo politico di esperienza come me non abbia conoscenze precise al riguardo, ma questa LI effettivamente la verità" (Fot. 938152 Vol. LXX).

Gli appalti del Comune di Palermo. La Repubblica il 12 gennaio 2020. Un'altra delle questioni che, secondo le testimonianze dei familiari e collaboratori, avevano maggiormente impegnato, sul finire del 1979, il Presidente MATTARELLA e destato in lui profonde preoccupazioni è la ispezione da lui personalmente disposta sulla regolarità delle procedure seguite dal Comune di Palermo per l'affidamento in appalto dei lavori per la realizzazione di sei edifici scolastici, in zone diverse della città. Nel suo primo esame, in data 9 gennaio 1980, la Signora Maria Grazia TRIZZINO, capo di Gabinetto del Presidente assassinato, segnalava fra le iniziative più importanti assunte dall'On. MATTARELLA la nomina di un ispettore: Al fine di indagare sulla concessione di sei appalti per la costruzione di scuole pubbliche da parte del Comune di Palermo con fondi erogati dall'Assessorato Regionale della Pubblica Istruzione».

Anche l'On. Sergio MATTARELLA, fin dalla prima dichiarazione resa a questo Ufficio 1'11 gennaio 1980 (Fot. 714745, Vol. I), poneva quell'appalto tra i temi meritevoli di approfondimento in relazione al gravissimo delitto: "Un'altra questione per la quale mio fratello si impegnò e si espose con la sua autorità, personalmente, fu quella concernente l'appalto di alcune scuole da parte del Comune di Palermo con fondi dell'Assessorato Regionale alla Pubblica Istruzione; su segnalazione del predetto Assessorato, mio fratello nominò l'Ispettore MIGNOSI, funzionario in cui riponeva fiducia, per accertare eventuali irregolarità. Il predetto ispettore presentò due relazioni a seguito delle quali mio fratello intervenne una prima volta sul Sindaco per bloccare le procedure e rifare le gare. Questa prima richiesta non ottenne probabilmente alcun risultato visto che ve ne fu una seconda, intervenuta nel dicembre u.s. (1979: N.D.R.). Non posso precisare con quali esiti. Ho ritenuto di dovere porre in risalto tale episodio per l'entità degli interessi economici in gioco, si trattava infatti di appalti di circa 6 miliardi".

Nell'interrogatorio reso al G.I., lo stesso On. Sergio MATTARELLA aggiungeva ancora: "Con mio fratello eravamo molto legati e non c'era cosa che ci riguardasse che non ci dicessimo l'un l'altro.  Una sola volta egli mi parlò di una lettera di minaccia, ciò fece dopo alcuni mesi dalla ricezione, forse per non preoccuparmi. Con me non parlò mai di altre minacce. Debbo però dire che uno o due mesi prima della sua uccisione, anzi nel dicembre del 1979, con specifico riferimento alle gare di appalto per gli edifici scolastici e alla ispezione da lui disposta all'Assessorato LL.PP., parlando con un suo collaboratore, il Prof. Francesco GIULIANA di Partinico, che insegna al Liceo di Salemi, ebbe a dire: «queste cose possono farmele pagare»; al che il GIULIANA: «politicamente ? »; e mio fratello: «non politicamente, ma sul piano fisico, personale».

L'episodio mi fu riferito dal Prof. GIULIANA dopo la morte di mio fratello, nel mese di gennaio 1980. D'altra parte so pure che una sera, durante il periodo natalizio del 1979, lasciando il suo ufficio verso le ore 21,00 assieme al Dott. Gaetano FAVAZZA, dell'Ufficio di Gabinetto, ebbe a dire a costui, che dimostrava meraviglia, per il fatto che non c'era alcuna sorveglianza, «noi non abbiamo nulla da temere perchè facciamo il nostro dovere»" (Fot. 617059 Vol. IX). L'importanza attribuita alla questione dallo stesso Presidente MATTARELLA emerge pure dalle dichiarazioni dell'On. Michelangelo RUSSO, esponente del P.C.I. e Presidente dell'Assemblea Regionale, che fu informato dallo stesso MATTARELLA «nel corso di un colloquio personale» della sua decisione di disporre l'indagine ispettiva (Fot; 614833, Vol. I). Anzi, l'on. RUSSO ha precisato nella sua dichiarazione al G.I. (Fot. 617131, Voi. IX), che il Presidente MATTARELLA ebbe a dirgli «con tono preoccupato: «forse me la faranno pagare» proprio mentre, dopo la visita del Presidente della Repubblica, faceva cenno «ai suoi interventi presso il Comune di Palermo per la questione degli appalti per la costruzione degli edifici scolastici e presso l'amministrazione regionale per la questione relativa ai funzionari collaudatori». Venivano, quindi, espletati approfonditi accertamenti con l'acquisizione di tutta la documentazione presso gli Uffici Comunali e Regionali, con l'escussione di numerosi testimoni ed anche con l'espletamento di indagini bancarie da parte del Nucleo Regionale di Polizia Tributaria. Dal complesso di questi accertamenti (v. in particolare il rapporto del 4.3,80, Fot. 615368, Vol. H; rapporto del 23.12.80 rot. 616002 Vol. IV e rapporto del 28.3.81, Vol. VI, Fot. 616326) emergeva in sintesi che:

- Nell'aprile 1979 il Comune di Palermo aveva pubblicato il bando di appalto concorso per la realizzazione di sei scuole (MARABITTI-MARVUGLIA, Passo di Rigano, Resuttana, Uditore, Castellana Bandiera e Piazzi) per un importo di spesa complessiva di circa L. 5.600 milioni;

- Ad ogni gara avevano chiesto di partecipare una trentina di imprese circa, metà delle quali non erano state ammesse per motivi vari, cosicché il numero delle imprese ammesse variava, per ognuna delle sei gare, da un minimo di 13 ad un massimo di 19;

- In data 2 ottobre 1979 la Giunta Comunale aveva nominato le sei commissioni giudicatrici che avrebbero dovuto esprimere un parere tecnico vincolante sulla idoneità del progetto presentato e sulla congruità del prezzo offerto;

- Per ognuno dei sei appalti era stato però presentato un solo progetto, rispettivamente dalle imprese SAGECO, Agostino CATALANO, EDIL REALE, SANSONE, CATALANO COSTRUZIONI, Gaetano Massimo BARRESI;

- Le commissioni giudicatrici avevano appena iniziato i loro lavori (tranne quella competente per la scuola di Via Castellana Bandiera, che aveva dichiarato non funzionale il progetto stralcio presentato dall'impresa CATALANO COSTRUZIONI).

Nel frattempo, fin, dal luglio 1979 erano pervenuti all'Assessorato Regionale alla Pubblica Istruzione alcuni esposti anonimi, che denunziavano gravi irregolarità nelle procedure di appalto. L'Assessore, On. Luciano ORDILE, dopo aver ricevuto in proposito generici chiarimenti dal Comune di Palermo, aveva richiesto, con nota del 28.9.1979, al Presidente della Regione di disporre gli opportuni accertamenti «tenendo conto anche che il fatto potesse riguardare anche altri Assessorati come quello agli Enti Locali» (v. ORDILE al P.M., Fot. 614901, Vol. II). Il 5 novembre 1979. la Presidenza della Regione informava l'Assessorato alla Pubblica Istruzione che aveva disposto un'ispezione straordinaria incaricando il Dr. Raimondo MIGNOSI; questi depositava in breve volgere di tempo- due relazioni, che venivano comunicate in data 14 e 28 novembre all'Assessorato P.I., che, in data 5 dicembre, inviava al Comune una nota in cui, evidenziate le irregolarità emerse in sede ispettiva, suggeriva i rimedi da adottare e cioè la riapertura dei termini dell'appalto-concorso ovvero l'annullamento degli atti e la riproposizione delle gare. Nel corso del mese di dicembre, il Presidente della Regione aveva invitato nel suo ufficio il Sindaco di Palermo, Dr. MANTIONE, e l'Assessore Comunale competente, Dr. Pietro LORELLO, e dopo aver fatto cenno, secondo quanto dagli stessi riferito, dei risultati dell'ispezione espletata dal Dr. MIGNOSI, dei criteri molto restrittivi adottati per la ammissione alla gara e della stranezza rappresentata dall'esistenza di una sola offerta per ogni scuola, aveva consigliato di riaprire i termini di partecipazione, ricevendo in proposito dai due amministratori comunali l'assicurazione della piena disponibilità del Comune. Due giorni dopo l'omicidio del Presidente MATTARELLA, e cioè l'8 gennaio 1980, il Comune aveva invece inviato all'Assessorato Regionale alla Pubblica Istruzione le proprie controdeduzioni. Nei mesi successivi, l'Amministrazione Regionale, acquisiti nuovi pareri tecnico-giuridici (del Comitato Tecnico Amministrativo Regionale, dell'Ufficio Legislativo e Legale e del consulente giuridico del Presidente D'ACQUISTO, Dr. Giorgio GIALLOMBARDO), perveniva alla conclusione che l'operato del Comune di Palermo era stato perfettamente regolare dal punto di vista della legittimità amministrativa, ma che tuttavia «ragioni di autotutela consigliavano di non dare più corso all'aggiudicazione dell'appalto» (D'ACQUISTO al G.I., Fot. 617133, Vol. IX), invito fatto proprio dall'Avv. MARTELLUCCI, subentrato al dott. MANTIONE nelle funzioni di Sindaco di Palermo. Non è naturalmente questa la sede per valutare né la linearità delle scelte della nuova Amministrazione Regionale (su cui il Dr. MIGNOSI ha espresso perplessità, Fot. 617100 Vol. IX) né la legittimità dell'azione degli uffici comunali né, infine, la liceità della condotta dei titolari delle sei imprese partecipanti ai sei appalti-concorso, i quali del resto - nel corso di altro procedimento penale - sono stati assolti con formula ampiamente liberatoria del reato 'di turbativa d'asta (art. 3.5,3 C.P.), che era stato contestato loro dopo che avevano dichiarato che tra essi non era intercorso alcun preventivo accordo e che era «solo per caso o per buona fortuna» che ognuno di loro si era ritrovato unico partecipante ad una singola gara di appalto. Va solo aggiunto che dalle indagini esperite dagli uffici di P.G., sono emersi dei collegamenti tra i titolari delle sei imprese e fra alcuni di loro e SPATOLA Rosario, esponente - com'è ben noto - della famiglia mafiosa GAMBINO-INZERILLO.

Giova, a questo proposito, riportare testualmente quanto riferito nel rapporto della Squadra Mobile e del Nucleo Operativo dei Carabinieri del 23.12.1980 (Fot. 616002 Vol. IV): "E proprio l'esistenza di un solido patto realizzato sia sul fronte internò, per evitare dispersioni di risorse e contrasti tra le sei imprese, sia sul fronte esterno, per dissuadere i concorrenti dal partecipare, che ha indotto gli investigatori a considerare le sei ditte in modo unitario, come se si trattasse di un'unica "corporation".

Ma non è solo la compattezza dimostrata dalle sei imprese che conduce a tale deduzione. Vi sono pure legami personali, associativi, familiari, societari e di altro tipo che, di seguito verranno illustrati. Infatti CATALANO Agostino, titolare di una delle sei imprese più volte citate, ha sposato una nipote di REALE Antonino, titolare a sua volta della "EDIL REALE", presentatrice del progetto relativo alla scuola da costruire a Resuttana. Inoltre, sia il CATALANO che il REALE, si sono serviti del medesimo professionista, l'Ing. MANNINO Giuseppe, per realizzare i progetti delle scuole presentati alla commissione giudicatrice. Le imprese edili facenti capo al CATALANO ed al BARRESI Gaetano Massimo fanno parte in sede regionale dell'API SICILIA (Associazione di Piccole e Medie Imprese) ed aderiscono in sede nazionale alla CONFAPI - ANIM; in considerazione dello stretto numero di imprese edili palermitane iscritte all'API SICILIA, Li da ritenere che i contatti tra il CATALANO ed il BARRESI siano quanto meno frequenti. Ma vi sono altri legami che non è il caso di sottovalutare per l'importanza che rivestono ai fini delle  indagini. SANSONE Gaetano, che pure ha ammesso di essere stato socio del noto mafioso SPATOLA Rosario, è stato di recente inquisito perché ritenuto uno degli adepti della cosca SPATOLA-INZERILLO-GAMBINO. Inoltre il SANSONE, che abita ed ha la sede sociale della sua impresa nel medesimo fabbricato degli SPATOLA, è cognato di GAMBINO Tommaso, a sua volta cugino di SPATOLA Rosario. Ma anche REALE Antonino ha stretti collegamenti con i costruttori SPATOLA, considerato che, nel corso di una perquisizione effettuata dalla Guardia di Finanza nella sede dell'Impresa ii SPATOLA Vincenzo (fratello di Rosario e di Antonino), è stata ritrovata. documentazione varia attinente ai lavori di completamento della scuola elementare C.E.P. Petrazzi), documentazione che avrebbe dovuto trovarsi negli uffici comunali. Come si vede, sono stati sufficientemente evidenziati i collegamenti esistenti fra cinque delle sei imprese partecipanti all'appalto-concorso. I vincoli di parentela tra il CATALANO ed il REALE, nonché tra il SANSONE e Rosario SPATOLA, la comunanza di interessi tra l'impresa REALE e quella CATALANO, che affidando la fase progettuale al medesimo tecnico, gli stretti legami fra le imprese SPATOLA e quella REALE, documentati dal rinvenimento negli uffici dell'impresa SPATOLA degli atti di pertinenza comunale, l’appartenenza  alla medesima associazione industriale delle imprese di CATALANO e BARRESI ed infine l'affiliazione del SANSONE all'organizzazione criminale degli SPATOLA, GAMBINO ed INZERILLO, tutto questo insomma, conduce a ritenere che il patto stretto tra gli imprenditori edili più volte già menzionati, abbia avuto la sollecitazione, l'organizzazione o quanto meno il placet dei massimi esponenti delle famiglie mafiose sopra indicate, la cui presenza traspare da ogni piega degli accertamenti. Pur senza volere affermare che le sei imprese costituivano dei semplici prestanomi, attraverso i quali l'aggregato mafioso si apprestava a monopolizzare tutti gli appalti-concorso (cosa che potrebbe anche essersi verificata stante la dovizia di mezzi di ogni genere di cui le tre famiglie dispongono), tuttavia l'essere riusciti a dimostrare che gli interessi delle imprese ammesse alla fase finale si identificano o collimano con quelli delle maggiori famiglie mafiose italo-americane, serve per evidenziare che la presa di posizione dell'On. MATTARELLA non danneggiava ciascuna delle sei imprese, impedendo a ciascuna l'aggiudicazione dell'appalto ammontante a circa un miliardo di lire, ma inibiva ad un gruppo di mafia di assicurarsi una serie di appalti per un valore globale di sei miliardi". Naturalmente, gli stessi verbalizzanti non hanno ritenuto di poter ricollegare con certezza alla vicenda dell'appalto delle sei scuole responsabilità personali in ordine all'omicidio del Presidente della Regione, ma hanno sottolineato l'importanza di quella vicenda anche, e soprattutto, alla luce di quanto riferito, in un lungo promemoria consegnato al P.M. il 26 gennaio 1980 dal Dr. Raimondo MIGNOSI, cioè dal funzionario incaricato dall'On. MATTARELLA di effettuare l'ispezione amministrativa presso il Comune di Palermo.

L'ispezione che ha fatto tremare tutti. La Repubblica il 13 gennaio 2020. Per la sua importanza è opportuno riportare testualmente ampi brani di questo pro-memoria del dottor RAIMONDO MIGNOSI. "Ricordo che, fin dall'origine della vicenda, ebbi a rilevare la particolare decisione del Presidente MATTARELLA nel disporre la ispezione tanto che, in un certo momento, ne ebbi persino una impressione di "animosità politica" (che era congeniale) perchè l'esercizio del suo potere di controllo straordinario mi sembrò spinto, ai limiti dell'eccesso rispetto alle attribuzioni istituzionali. A ciò fui indotto dalla considerazione delle seguenti circostanze:

1) Anzitutto il rilievo dato, fin dal 25 luglio, ad un esposto anonimo denunciante presunte irregolarità negli appalti, esposto sulla cui sola base il Presidente ha chiesto lo svolgimento di accertamenti e l'adozione di conseguenti provvedimenti agli Assessori regionali della Pubblica Istruzione e degli Enti Locali, mentre non Li prassi dell'Amministrazione regionale la presa in considerazione di anonimi, salvo il caso che non suggeriscano interventi che l'Amministrazione avrebbe comunque autonomamente posti in essere;

2) Secondariamente, la forma del decreto che, contrariamente alla prassi di conferire gli incarichi ispettivi con semplice lettera è stata adottata per l'instaurazione di un procedimento ispettivo nei confronti del Comune di Palermo, come per mettere al riparo l'azione amministrativa da possibili eccezioni di forma dell'Ente sottoposto a controllo; inoltre l'insolita pienezza di poteri garantiti per l'operatività dell'ispettore incaricato; ed infine l'attribuzione allo stesso, anche questo con innovazione alla prassi, dell'incarico di "formulare anche concrete proposte sugli eventuali provvedimenti da adottare";

3) Da ultimo, la legittimazione del Decreto di ispezione con riferimento alla norma dell'art. 2, lett. p) della legge 29 dicembre 1962, n. 28, la quale induce al presupposto dei "motivi di eccezionale gravità". Veniva posta, così, in essere una ispezione straordinaria per le cui eventuali conclusioni di irregolarità il Presidente della Regione non avrebbe potuto attingere ad altro rimedio amministrativo che al più grave dei propri poteri sanzionatori (scioglimento del massimo organo deliberante dell'Ente soggetto in base all'art. 2, lett. O) della legge citata, salva l'ipotesi alternativa dell'esercizio di un potere di influenza politica sugli organi del Comune per l'esperimento di un loro autonomo rimedio in autotutela, come il Presidente ha poi tentato di realizzare nel caso in questione.

Alle predette circostanze, che allora mi sembrarono già di per sé sufficienti ad evidenziare l'importanza che il Presidente MATTARELLA intendeva attribuire al problema della regolarità delle procedure di appalto nel Comune di Palermo per la realizzazione di opere pubbliche finanziate dalla Regione, debbo ora collegare anche altri fatti verificatisi nel corso dell'ispezione (direttive, colloqui e comportamenti del Presidente), che evidenzierò più avanti e che hanno consolidato in me il convincimento di una decisa volontà dell'On. MATTARELLA di impedire la aggiudicazione degli appalti con procedure meno che limpide. La lettera con cui il Presidente MATTARELLA sollecitava l'esperimento di opportuni accertamenti riguardo alle "presunte gravi irregolarità" denunciate con l'esposto anonimo del 7 luglio, era stata indirizzata agli Assessorati Regionali della Pubblica Istruzione e degli Enti Locali "per quanto di rispettiva competenza", e cioè al primo in considerazione della materia (edilizia scolastica), al secondo in considerazione del suo potere istituzionale di ordinaria vigilanza sui comuni. Le due diverse funzioni, benché sollecitate, non mi sembrarono correttamente esercitate. Quanto all'Assessorato degli Enti Locali non risulta, infatti, agli atti della Presidenza, nessun riscontro alla lettera del Presidente. L'Assessorato Regionale della Pubblica Istruzione, invece, ha dato riscontro alla richiesta presidenziale di accertamenti, proponendo però che essi venissero disposti direttamente dal Presidente. Tale sostanziale ricusazione della responsabilità competente, richiamata dal Presidente con la sua lettera del 25 luglio, non mi sembrò trovare legittima spiegazione nella motivazione dichiarata "poiché la questione può interessare sfere di competenza di diversi Assessorati..."), poiché in materia di edilizia scolastica l'Assessorato della Pubblica Istruzione ha una competenza specifica con compiti anche di vigilanza sugli Enti obbligati alla realizzazione delle opere programmate. D'altra parte è vero, al contrario, che l'Assessore alla Pubblica Istruzione si era già risolto, in un primo tempo, a disporre con proprio provvedimento lo svolgimento di indagini presso il Comune di Palermo proprio sulla materia degli appalti per la costruzione degli edifici scolastici del primo programma triennale. Di tale provvedimento io stesso ho potuto prendere visione nell'ufficio del Dott. CAPPELLANI, Coordinatore del gruppo di lavoro Edilizia scolastica e arredamenti, che lo conserva in atti, e dallo stesso ho avuto comunicazione dei nominativi dei due funzionati incaricati delle indagini, il Dott. GRILLONE e il Dott. GENTILE. Sempre dal Dott. CAPPELLANI, ho appreso che il motivo di questa vera e propria anomalia di comportamento degli organi dell'Assessorato fu dovuto all'ostinato rifiuto dei due funzionari incaricati (ed in particolare del Dott. Giovanni GENTILE) ad eseguire l'incarico loro conferito con atto assessoriale perfetto. Di fronte a tale rifiuto l'Assessore si sarebbe convinto, anche per la difficoltà di reperire altri funzionari disponibili cui affidare lo stesso incarico ispettivo, a modificare la precedente determinazione di fare eseguire le indagini ad organi dell'Assessorato, aderendo invece alla soluzione di ribaltare sul Presidente della Regione il compito di disporre la ispezione.

Non conosco i motivi della indisponibilità dei funzionari dell'Assessorato Regionale della Pubblica Istruzione a svolgere indagini presso il Comune di Palermo sulle procedure d'appalto; su questo punto posso soltanto riferire le seguenti circostanze, che mi sovvengono alla memoria come possibili espressioni di un clima, se non di paura almeno di cautela, del quale i due funzionari potevano avere risentito:

1) Agli inizi della mia ispezione, il Dott. CAPPELLANI mi disse che una sua relazione riservata, contenente rilievi sulla regolarità delle procedure seguite dal Comune di Palermo nelle gare d'appalto per la costruzione degli edifici scolastici, sarebbe stata oggetto di rielaborazione poiché la sua prima stesura, dopo il suo inoltro alla visione dell'Assessore, gli sarebbe stata restituita dal capo di Gabinetto, Dott. DI DIO, perché ritenuta troppo pesante nella forma, talché lo stesso Dott. CAPPELLANI avrebbe aderito all'invito ad una maggiore prudenza, rielaborandola. Su tale episodio grava la riserva di una memoria imprecisa, che tuttavia non altera la impressione che ricordo di averne tratto di una preoccupazione e di una reticenza degli organi dell'Assessorato della Pubblica Istruzione nel trattare la questione degli appalti gestiti dal Comune di Palermo.

2) In occasione di un mio colloquio con il Dott. Nino DI DIO, agli inizi dell'ispezione, egli mi disse di apprezzare la scelta del Presidente sulla mia persona per quell'incarico perché la materia richiedeva un particolare equilibrio che egli mi riconosceva.

Per rafforzare questo giudizio il Dott. DI DIO lo contrappose al criterio seguito, nel trattare la questione degli appalti scolastici del Comune di Palermo, dal Dott. CAPPELLANI, che egli aveva ritenuto saggio richiamare amichevolmente - ad una maggiore prudenza. E fu a tal proposito che egli ebbe ad usare, a mo’ di commento, la espressione: "A Palermo si spara per molto meno" (riferendosi alla entità del finanziamento complessivo previsto in circa sei miliardi per la costruzione delle scuole). Ricordo bene che la battuta mi colpì non solo perché se ne poteva dedurre che il Dott. DI DIO ne sapesse più di quanto appariva riguardo ai rischi connessi ad una ingerenza della Regione negli affari interni del Comune in materia di appalti, ma anche perché essa mi apparve significativa del fatto che egli riteneva prevalente l'aspetto "affaristico" degli appalti in corso per l'edilizia scolastica a Palermo su un altro aspetto, che invece mi preoccupava e sul quale avevo richiamato la sua attenzione: il quadro, cioè, delle lotte di fazione interne alla Democrazia Cristiana, quadro a cui la stampa riferiva in quei giorni quello che venne definito un vero e proprio "tiro al piccione" nei confronti degli uomini appartenenti alla corrente dell'On. RUFFINI, che a Palermo erano oggetto di scandali a getto continuo (casi GIGANTI, CASTRO, CASCIO ecc…). Che il Dott. DI DIO trascurasse quest'ultima chiave di interpretazione dell'attacco all'Assessore ai LL.PP. del Comune di Palermo LORELLO, in cui avrebbe potuto ridursi una ispezione regionale sugli appalti di scuole, è dimostrato dal fatto che egli non sapeva neppure che LORELLO fosse un fedele di RUFFINI, come si diceva, mentre invece lo riteneva amico dell'On. MATTARELLA. Proprio perché infastidito dal dubbio che io potessi essere strumentalizzato, con l'affidamento dell'incarico ispettivo e con l'esercizio della mia funzione professionale, a fini di eventuale partigianeria politica, ed allo scopo di sottrarmi ad una eventualità del genere, mi attenni al proposito di chiudere al più presto la mia ispezione, limitandomi ai termini formali dell'incarico senza cedere alla tentazione, che mi è congeniale, di approfondire, scendere in dettaglio e dilungarmi con il che solitamente svolgo il mio impegno di lavoro. Poiché il decreto di incarico mi commetteva di "effettuare accertamenti... allo scopo si verificare la regolarità delle procedure preliminari adottate" per l'appalto delle scuole e di "formulare anche concrete proposte sugli eventuali provvedimenti da adottare", ritenni pertanto di limitarmi a queste due finalità nei termini più formali possibili. E poiché fin dalle prime battute dell'ispezione mi fu subito chiara la possibilità di concludere dignitosamente, con l'accertamento di alcune irregolarità e con la proposta di una sospensione immediata delle procedure d'appalto in funzione di una loro riproduzione ex novo con attività più legittima, in data 12 novembre 1979 presentai una relazione con la quale riferivo sui vizi di legittimità riscontrati soprattutto nei bandi di appalto-concorso e nelle deliberazioni di esclusione dalle gare di alcune imprese e proponevo un intervento urgente e diretto del Presidente MATTARELLA sugli Organi del Comune per conseguire la sospensione della aggiudicazione degli appalti, nonché un intervento mediato attraverso "i competenti organi di ordinaria vigilanza" (Assessorati alla Pubblica Istruzione ed agli Enti locali) per indicare al Comune la modalità corrette attraverso cui avrebbe dovuto procedere alla reiterazione delle procedure d'appalto.

Tale relazione, presentata prima della scadenza dei limiti di tempo fissati nel decreto d'incarico (peraltro ordinatori e per prassi solitamente non rispettati in relazione alle esigenze operative degli accertamenti), venne da me stesso consegnata all'ufficio del Segretario Generale nonché personalmente al Capo di Gabinetto del Presidente Dott.ssa TRIZZINO, alla quale verbalmente feci inoltre presente quanto segue:

1) che dal punto di vista formale la ispezione era considerata conclusa, avendo io adempiuto ai compiti fissati nel decreto presidenziale di incarico;

2) che, tuttavia, la mia relazione volutamente si prestava a non essere considerata conclusiva (e conseguentemente l'attività ispettiva avrebbe potuto essere protratta), qualora ciò potesse servire a tenere il Comune sotto pressione finché non avesse deliberato formalmente di sospendere le procedure per l'aggiudicazione degli appalti;

3) che io ero personalmente restio a proseguire le indagini, perché consideravo rischiosi approfondimenti che avrebbero teoricamente ed eventualmente potuto condurre a rilievi di carattere penale, trattandosi peraltro di una ricerca estranea ai compiti istituzionali;

4) che ero restio a tale prosecuzione, anche perché la materia degli appalti è notoriamente "spinosa" per le possibili correlazioni di natura indefinibile fra organi del Comune di Palermo e taluni ambienti di appaltatori, il che avrebbe potuto comportare anche situazioni difficili;

5) che, da un punto di vista strettamente amministrativo, le conclusioni cui ero pervenuto nella mia relazione rappresentavano il massimo risultato possibile (rilievo di irregolarità e conseguente ripercorso dell'iter amministrativo per l'esperimento degli appalti, anche mediante la sola riapertura dei termini per la presentazione delle domande di partecipazione alle gare);

6) che suggerivo al Presidente l'opportunità di un intervento immediato e pressante (con lettera) per ottenere il risultato della sospensione degli appalti;

7) che, da un punto di vista politico, il Presidente MATTARELLA avrebbe potuto ritenersi soddisfatto di un tale risultato, potendosi a lui ascrivere il merito di avere tempestivamente bloccato una operazione che appariva poco limpida;

8) che, comunque, rimanevo disponibile alle istruzioni che il Presidente mi avrebbe impartito.

Il Presidente MATTARELLA ebbe la relazione lo stesso giorno, la lesse e la condivise, come poi mi confermò la Dott.ssa TRIZZINO; telefonò immediatamente al Sindaco MANTIONE, da cui ottenne l'assicurazione che il Comune aveva deciso di "bloccare tutto", ne diede atto in un appunto autografo in calce all'originale della mia relazione; inoltre diede istruzioni alla Dott.ssa TRIZZINO. Quando, l'indomani, mi recai a colloquio con essa, la Dott.ssa TRIZZINO mi comunicò il contenuto di tali istruzioni che erano le seguenti:

1) Il Presidente aveva disposto che la Segreteria Generale elaborasse una lettera da indirizzare all'Assessorato Regionale della Pubblica Istruzione, in conformità alle proposte da me formulate nella relazione ispettiva;

2) il Presidente desiderava che l'ispezione continuasse "anche se dovessero emergere rilievi penali".

Quanto alla prima direttiva, la Dott.ssa TRIZZINO la trasmise telefonicamente in mia presenza al Segretario Generale, Dott. Sergio GRIFEO, che, dopo una breve polemica sulla necessità di tenere l'originale e non una copia della mia relazione, mi convocò immediatamente ed in mia presenza diede istruzioni al suo collaboratore Dr. MICELI per la redazione di una lettera da inviare, come si concordò sul momento dietro mio suggerimento, non solo all'Assessorato della Pubblica Istruzione ma anche a quello degli Enti Locali per la eventualità che fosse necessario ricorrere in seguito ai suoi poteri sostitutivi nei confronti del Comune in caso di renitenza. Il Dott. GRIFEO non mancò, in quella occasione, di criticare punto per punto le deduzioni della mia relazione che non condivideva affatto; e poiché, ciò malgrado, si attenne alle direttive presidenziali, ne ricavai l'impressione che volesse in ogni modo sottolineare questa sua divergenza con il Presidente. Tanto più ne rimasi perplesso, in quanto collegai la circostanza col fatto che l'ispezione aveva la caratteristica formale di un'altra novità assoluta: mentre infatti tutti i precedenti incarichi ispettivi pervenivano in arrivo all'ufficio ispettivo (protocollate in partenza dal Gabinetto o dalla Segreteria Generale), questo mio per la prima volta nasceva cartolarmente da un provvedimento protocollato in partenza dall'ufficio ispettivo, per disposizione del Dott. GRIFEO. Più avanti, alcuni giorni dopo, la circostanza di quel ribadito distinguo del Dr. GRIFEO dall'orientamento del Presidente, mi tornò in mente quando appresi dalla stampa che egli si era dimesso per contrasti di fondo con il Presidente. Come altri colleghi, ritenni che le dimissioni del GRIFEO, annunciate per febbraio, sarebbero potute rientrare qualora la crisi di governo, frattanto aperta, avesse prodotto la sostituzione di MATTARELLA dalla carica di Presidente. Quanto alla seconda direttiva, che mi riguardava direttamente, debbo dire che mi vi adeguai certamente (riprendendo a recarmi in Comune per la consultazione degli atti ed elaborando appunti) ma con una riserva circa i tempi di esecuzione, nel senso che, siccome consideravo sostanzialmente esaurito il mio compito, non solo reputavo gli accertamenti che avrei potuto ulteriormente effettuare insuscettibili di modificare (ma semmai integrare con più minuziosi dettagli) le conclusioni cui ero già pervenuto, ma ritenni anche di potere proseguire il lavoro senza l'urgenza originariamente disposta ed ormai superata, e prevalentemente in funzione di supporto (con il prosieguo di una lenta ma presente attività ispettiva presso il comune) all'azione del Presidente e dell'Assessorato della Pubblica Istruzione per la definitiva e coerente conclusione della vicenda nel senso da me proposto ed accettato dal Presidente MATTARELLA. Ricordo di avere comunicato questa mia disposizione d’animo anche alla Dott.ssa TRIZZINO, alla quale precisai pure, scherzosamente, che tale mio atteggiamento era suggerito dalla preoccupazione di poter "finire in una betoniera", data la materia e data la decisione con cui avevamo (il Presidente ed io) messo le mani nel mondo palermitano degli appalti. D'altronde, da un punto di vista professionale, ero in una posizione corretta potendo sempre giustamente sostenere che avevo esaurito l'incarico, tanto che il Presidente aveva approvato le mie conclusioni, dandovi seguito in effetti anche con atti ufficiali. Permanevano, però, in me la perplessità sull'assicurazione del Sindaco data telefonicamente al Presidente, che il Comune aveva "deciso di bloccare tutto". Temevo, infatti, che il Sindaco si riferisse, più che ad un impegno di deliberare formalmente la sospensione del processo di aggiudicazione degli appalti in coerenza con le motivazioni giuridiche da me suggerite, a quanto era già stata fatto dal Comune (prima ancora della telefonata del Presidente MATTARELLA) e che si prestava a determinare una situazione di ambiguità ed incertezza. Mi riferisco a quanto operato dall'Assessore comunale ai Lavori Pubblici LORELLO, nella sua qualità di Presidente delle Commissioni giudicatrici dei sei progetti-offerta per gli appalti-concorso delle sei scuole. In data 10 novembre 1979, due giorni prima, cioè, della presentazione della mia prima relazione ispettiva, ma indipendentemente, l'Assessore LORELLO, presiedendo una delle sei commissioni, propose, ottenendo assenso unanime, di sospendere i lavori essendo in corso una ispezione regionale di breve durata. Era pertanto molto probabile che il Sindaco, nella conversazione di due giorni dopo col Presidente MATTARELLA, intendesse riferirsi, con l'espressione "il Comune ha deciso di bloccare tutto", esattamente alle determinazioni dell'Assessore LORELLO. Tanto più che questo aveva dichiarato in commissione di ritenere "la necessità che sull'argomento si pronunzi la Giunta Municipale".

Poiché una tale pronuncia della Giunta Municipale non risulta essere intervenuta (e ciò ancora a tutt'oggi), almeno non a livello di formale atto deliberativo (anche se può ipotizzarsi una irrituale presa d'atto, eventualmente risultante dai verbali della Giunta, del proposito dell'Assessore LORELLO di non procedere ad ulteriori convocazioni delle commissioni giudicatrici), avevo motivo di supporre che le assicurazioni del Sindaco date al Presidente circa il "blocco" delle operazioni fossero state date e recepite in buona fede, ma sulla base di un equivoco, che avrebbe potuto risolversi negativamente una volta cessata la pressione della Regione (o con la chiusura dell'ispezione o con la sostituzione del Presidente MATTARELLA, data la crisi di Governo in corso) mediante una possibile ripresa delle. procedure di aggiudicazione al punto in cui esse erano state sospese, potendosi rilevare quindi che “blocco" stava per "sospensione di fatto" nel lessico comunale. Mi preoccupavo anche che queste perplessità fossero presenti anche al Presidente MATTARELLA. Come ho già detto, dal punto di vista formale, potendo legittimamente considerare esaurito il mio compito, non avrei dovuto preoccuparmi degli esiti successivi alla mia relazione del 12 novembre; ma poiché il Presidente mi aveva posto, colla direttiva verbale di proseguire le indagini, in una posizione imbarazzante, e poiché dal punto di vista della mia serietà professionale giudicavo più positivo che le mie deduzioni ispettive conseguissero un risultato concreto in una conclusione dell'intera vicenda ad esse conformi, in data 23 novembre '79 mi sono risolto a presentare un secondo stralcio di relazione, limitato alla materia delle commissioni giudicatrici, che era uno degli argomenti che andavo via via approfondendo nel corso del seguito di ispezione fondato sulla direttiva verbale del Presidente. In tale relazione evidenziavo che "la sospensione dei lavori di una sola commissione giudicatrice... non soddisfa pienamente.... l'esigenza e... l'urgenza di pervenire tempestivamente, in via cautelativa, ad un provvedimento di sospensione delle aggiudicazioni degli appalti", ed avvertivo anche che "fino a quando l'amministrazione comunale non abbia formulato espressamente con apposito atto deliberativo la propria volontà di non concludere l'iter degli appalti concorso per riformarne gli atti preliminari onde procedere ad una modifica sostanziale delle gare in funzione dell'interesse pubblico di disporre di una pluralità di offerte, rimane sempre viva la possibilità che le commissioni giudicatrici... riprendano e concludano i propri lavori". La relazione del 23 novembre venne da me consegnata all'ufficio del Segretario Generale, che la fece pervenire al Presidente con una nota di accompagnamento del 27 novembre (prot. n. 509) a firma del dirigente coordinatore del servizio ispettivo. Sull'originale di tale nota di accompagnamento il Presidente annotò, il 28 novembre, una puntata duramente polemica nei confronti della Segreteria Generale e del servizio ispettivo, che non avevano sentito il dovere di formulare proposte. Da tale annotazione risulta chiaramente che il Presidente abbia ritenuto il convincimento che il Segretario Generale non condividesse le conclusioni della- mia relazione, tanto che dispose per iscritto l'invio all'Assessorato regionale della Pubblica Istruzione della mia relazione, insieme ad una bozza di lettera di accompagnamento minutata da lui stesso o dal suo Gabinetto, in cui si invitava l'Assessorato ad assumere le iniziative conseguenti ed opportune, indicando in particolare quella di invitare il Comune ad esercitare i propri poteri di autotutela nel senso da me rappresentato. L'Assessorato della Pubblica Istruzione, che aveva già scritto al Comune sulla base della mia prima relazione del 12 novembre, non ha ritenuto che la seconda relazione, pervenutagli con la lettera del Presidente sopra detta, aggiungesse nuovi elementi sufficienti a giustificare un secondo intervento sul Comune e se ne è astenuto fino al 14 gennaio 1980, dopo la morte del Presidente, data in cui ha inviato al Comune una nota di sollecito del riscontro alla prima lettera fondata sui rilievi della mia prima relazione, senza far cenno al contenuto della seconda.

Sta di fatto che fino alla data della morte del Presidente il Comune non ha dato alcun riscontro epistolare (né all'Assessorato della Pubblica Istruzione, né all'Assessorato Enti Locali, né alla Presidenza della Regione) che potesse rivelare un qualsiasi atteggiamento (se non quello noto della sospensione temporanea) riguardo alla sorte degli appalti, che rimanevano pertanto sempre in procinto di essere aggiudicati malgrado la decisa serie di interventi del Presidente MATTARELLA. Immediatamente dopo l'uccisione del Presidente, 1'8 gennaio '80, giornata di lutto cittadino, il Comune rompe il silenzio con una lettera (prot. n.165/SG/SZ 1) indirizzata all'Assessore della Pubblica Istruzione, a quello degli Enti locali ed al Presidente della Regione, nella quale sostanzialmente respinge tutti i rilievi formulati dalla Regione pur dichiarandosi disponibile ad un incontro. Per aggiungere un altro elemento a riprova della decisione con cui il Presidente MATTARELLA aveva perseguito lo scopo di bloccare l'operazione, riferisco il seguente particolare. Il 29 novembre 1979, il Presidente aveva fissato un colloquio al Sindaco MANTIONE per le ore 12,00, come ho appreso dalla Dott.ssa TRIZZINO. Non so se il colloquio avvenisse su richiesta del Sindaco (come tuttavia mi pare di aver capito) o per la convocazione del Presidente. Questi, che il giorno precedente aveva dato disposizione scritte per l'invio della lettera sopra citata, ebbe cura di raccomandare alla Dott.ssa TRIZZINO che la lettera stessa venisse indirizzata all'Assessorato della Pubblica Istruzione con data e protocollo del 28 novembre ancorché materialmente spedita il 29 mattina, allo scopo di potere ricevere il Sindaco al coperto da possibili ripensamenti e di potergli opporre, nella eventualità di prevedibili richieste in difformità alla linea da lui seguita, il fatto compiuto di una disposizione già ufficialmente ribadita nel senso della sospensione e del rifacimento delle gare d'appalto. Debbo a questo punto aggiungere che, al momento della presentazione della mia relazione del 23 novembre, ritenni doveroso inoltrare al Presidente anche una lettera riservata nella quale, oltre a richiamare la sua attenzione sulla poca attendibilità delle assicurazioni verbali del Sindaco, in quanto esse erano fondate su una sospensione di fatto pura e semplice della procedura di aggiudicazione degli appalti, avanzavo la proposta della acquisizione "da altri organi dell'ordinamento pubblico" (intendendo magistratura e polizia), di "elementi ed informazioni sulla personalità e. sui precedenti dei titolari delle sei imprese palermitane, uniche presentatrici di offerte, e sulle rispettive zone di influenza in relazione alle aree prescelte per la realizzazione delle sei scuole". Nella stessa lettera riservata, coglievo l'occasione per ribadire, in conclusione, che l'ispezione di cui ero stato incaricato poteva considerarsi esaurita, in quanto un suo eventuale prosieguo non avrebbe potuto condurre, sul piano amministrativo, a conclusioni diverse da quelle cui ero già pervenuto. La lettera venne protocollata con lo stesso numero e data, come è prassi, dello stralcio di relazione che vi era allegata. Quest'ultima, però, era stata formulata in modo da non richiedere necessariamente di essere inoltrata in allegato a lettera di accompagnamento, avendo una sua formale autonomia. Ciò mi consentì di inoltrare alla Segreteria Generale soltanto lo stralcio di relazione, mentre la lettera riservata venne da me sigillata in busta e personalmente da me consegnata alla Dott.ssa TRIZZINO, alla quale dissi: - "La prego di non considerare irriguardoso nei suoi confronti il fatto che le consegno in busta chiusa una lettera indirizzata al Presidente. Trattandosi di un riserbo a tutela del Presidente, io ho il dovere di comportarmi così, salvo il suo diritto di comportarsi come crede, dato il suo rapporto fiduciario col Presidente".

La dott.ssa TRIZZINO non mostrò di aversene a male e mi assicurò che avrebbe consegnato la busta chiusa. Allora aggiunsi: - "La prego di riferire al Presidente da parte mia che se egli ritiene inopportuno il contenuto di questa riservata, me lo dica con franchezza, e la lettera sarà come non scritta. A tal fine garantisco che non ho ancora acquisito agli atti la sua minuta".

A motivazione della insolita prassi che suggerivo aggiunsi ancora: "Questa busta odora di mafia, ed io non mi sento di coinvolgere altri, nè di esporre il Presidente su un terreno pericoloso".

Dopo alcuni giorni, il 28 novembre, la Dott.ssa TRIZZINO mi diede la risposta del Presidente. Riguardo allo stralcio di relazione, la risposta era nel senso che ho già detto (lettera alla P.I.); riguardo alla riservata, la Dott.ssa TRIZZINO mi disse testualmente: - "Dice il Presidente: la lettera resta" agli atti. Appena possibile, quindi, ne inserii la minuta nel fascicolo (ho saputo dopo che il Segretario Generale rimase sorpreso di trovarla come per incanto nello stesso fascicolo che aveva consultato altre volte senza vederla). Intrattenendomi ancora nell'ufficio della Dott.ssa TRIZZINO per commentare le decisioni del Presidente, mostravo di esserne soddisfatto perché essa chiudeva la fase ispettiva in vista di una soluzione radicale del problema di garantire una corretta gestione degli appalti per la costruzione delle scuole.

Dicevo, infatti, che il Presidente non aveva poteri amministrativi di intervento idonei allo scopo, essendo giuridicamente non ipotizzabile il ricorso alla sanzione dello scioglimento del Consiglio comunale, unica arma in suo potere, oltre, ovviamente, quella dell'influenza politica in funzione dell'esercizio del potere di autotutela del Comune. Una scelta diversa, che scontasse una insistenza nell'ispezione amministrativa - dicevo - avrebbe potuto dare, oltretutto, solo il risultato di esporre me personalmente al rischio, e concludevo scherzando: - Poi, lui continua a fare il Presidente della Regione, ed io finisco in una betoniera!

Era presente anche il Dr. CROSTA. Ad un tratto, mentre ancora ridevamo, si aprì la porta: era il Presidente che, vedendomi allegro, mi complimentò, chiedendomi dei miei figli mentre mi avvicinavo a lui ancora fermo sulla soglia. Subito entrai nel vivo della questione che mi aveva interessato, dicendogli qualcosa come: "Bisogna andarci piano, siamo su un terreno scivoloso".

Intervenendo, allora, la Dott.ssa TRIZZINO, celiando disse: - "Presidente, dice il Dott. MIGNOSI che, poi, Lei continua a fare il Presidente, e lui finisce nel cemento".

- "Io finisco nel cemento" - rispose MATTARELLA, guardandomi.

- "Ma no, Presidente" - replicai - "che c'entra? Lei è il Presidente della Regione".

- "Non è così" - insistette, e fece un gesto come per dire che sapeva bene quello che diceva, ed aggiunse, come per fare una concessione: - "Diciamo che ci finiamo tutti e due".

- e si allontanò nel salone dandomi appena il tempo di aggiungere: - "Magari in due plinti contigui!"

- ad alta voce, perché lo scherzo non pareva richiedere, allora, cautele di riservatezza.

Lasciato il Presidente, ero combattuto da opposti sentimenti: da un lato ero contento di poter considerare chiusa l'ispezione amministrativa, il che mi consentiva di estraniarmi alla vicenda; dall'altro ero preoccupato per aver contribuito, sia pure con la cautela che ho riferito, alla decisione scelta dal Presidente, che consideravo molto difficile.

Avvicinai il Dr. Felice CROSTA, Consigliere del Presidente, nel suo ufficio e, continuando a commentarne la disposizione, ne lodai il coraggio dicendo: - "ha scelto la via giusta. Era inutile proseguire un'azione strettamente amministrativa; su questo piano, al di là delle mie proposte non si può andare: occorre la volontà di autotutela del Comune. Se il Presidente vuole andare più in fondo, non deve fare altro che prendere il telefono e chiamare il Procuratore Generale o il Questore..."

Il Dr. CROSTA mi guardò con intenzione e disse, assentendo: - "Ma io credo che..." e chinava la testa lasciandomi capire che il Presidente lo avesse già fatto o intendesse farlo. Non ho approfondito: ancora oggi ignoro se il Presidente abbia interessato organi qualificati, ufficialmente o confidenzialmente, per indagini sugli appaltatori di natura diversa da quella amministrativa. E' vero che ne chiesi poi notizie alla Dott.ssa TRIZZINO, ma questa mi rispose di non esserne al corrente, aggiungendo che per questo genere di affari il Presidente si avvaleva della collaborazione del Dr. CROSTA.

Il successivo 30 novembre, due giorni dopo, rividi il Presidente. Ero andato a chiedere alla Dott.ssa TRIZZINO, che però mi disse che non aveva avuto occasione di informarsene, notizie sull'incontro del Presidente col Sindaco MANTIONE. Anche in quell'occasione, il Presidente giunse all'improvviso nell'ufficio di Gabinetto, di passaggio verso una riunione che era già in corso al piano terreno.

Lo accompagnai per chiedergli notizie "di prima mano" sul suo colloquio col Sindaco. Mi rispose che era andato "benissimo":

- "MANTIONE Li una persona seria. Mi ha garantito che rifaranno la gara d'appalto".

- "Sono contento - gli dissi - è la soluzione migliore per tutti. Avevo il timore che al Comune non fossero in condizione di tirarsi indietro, pur con tutta la buona volontà. Potevano avere degli impegni... e non riuscire a svincolarsi".

Mi rispose: - "Non ci sono problemi. Faranno una delibera di revoca, anziché di annullamento. E' giusto che salvino la faccia. Gli ho persino suggerito la motivazione: poiché siamo in presenza di una sola offerta; considerato l'interesse del Comune ad avere una possibilità di scelta fra una pluralità di progetti, ecc.".

Aggiunse anche: - "Il problema è chiuso. Ora possiamo rientrare..."

Capii che si riferiva all'ispezione e gli chiesi: - "Benissimo, Presidente - e, mentre mi salutava ai piedi dello scalone, aggiunsi: "Lei può essere soddisfatto: ha raggiunto il risultato di rimettere le cose a posto". Ricordo che successivamente, subito dopo la morte del Presidente MATTARELLA, quanto avevo appreso da lui circa i suoi colloqui col Sindaco MANTIONE mi è tornato dolorosamente alla memoria, perché il Presidente non era arrivato a coronare il suo intendimento poiché, infatti, gli impegni che egli mi diceva essere stati assunti dal Sindaco riguardo agli appalti scolastici non si erano ancora verificati.

Come ho già detto, il Comune di Palermo, dalla data dei primi esposti (luglio '79) che denunziavano pretese irregolarità nello svolgimento delle gare di appalto, per tutta la durata dell'ispezione, fino alla data della morte del Presidente MATTARELLA, ha mantenuto il silenzio sull'intera vicenda sia dal punto di vista della emanazione di atti deliberativi, sia da quello della corrispondenza con la Regione" (cfr. Fot. 614927 Vol. II). Si è riportato quasi interamente il promemoria del Dr. MIGNOSI, perché esso bene esprime la tensione e la sensazione di poricolo che quell'incarico ispettivo determinò non solo nel funzionario ma, quel che più conta, nello stesso Presidente della 577-, Regione, come Li stato confermato - secondo quanto si Li visto all'inizio di questo capitolo - dalla Sig.ra TRIZZINO, dall'On. Sergio MATTARELLA e dallo stesso Dr. CROSTA, il quale riferiva alla Squadra Mobile di essere stato presente ad` un colloquio tra il Presidente ed il Dr. MIGNOSI.

Il CROSTA precisava che, nel corso di questo, «il MIGNOSI aveva fatto rilevare che a séguito della sua ispezione, si sarebbero potuto verificare "reazioni"» e l'On. MATTARELLA aveva risposto che «se ci fossero state reazioni, a tali reazioni sarebbe stato interessato lui e non certo l'ispettore». E' peraltro da aggiungere che il Dr. CROSTA ha aggiunto che «in tale occasione il Presidente MATTARELLA aveva detto che comunque il problema si poteva considerare ormai superato, giacché se non ricordo male, nella stessa mattinata aveva avuto un colloquio nel suo ufficio con il Sindaco e con l'Assessore LORELLO, i quali gli avevano assicurato che avrebbero senz'altro proceduto al rinnovo di tutta la procedura relativa all'aggiudicazione degli appalti» (Fot. 615492, Vol. III). L'importanza attribuita alla questione dal Presidente MATTARELLA appare palese da tutto quanto precede. Va sottolineato in questa sede, rimandando ad un approfondimento successivo, che nella vicenda l'azione dell'on. MATTARELLA fu pressante, nuova nelle forme giuridiche adottate e sembrò addirittura - allo stesso dott. MIGNOSI - motivata in un primo tempo da "interessi politici". Pertanto, il tasso di esposizione del Presidente MATTARELLA fu elevato, se è vero (come è vero) che per tale iniziativa spesso, sia lui sia il MIGNOSI, ebbero a pensare - ancorché tra il serio ed il faceto - di potere "finire nel cemento". E, peraltro, si deve osservare che, ancora di recente, anche il Prof. Leoluca ORLANDO CASCIO, già stretto collaboratore del Presidente MATTARELLA e poi Sindaco della città' di Palermo dal 1985 41 1990, ha sottolineato l'importanza della «attenzione, anche amministrativa, (da parte del Presidente assassinato) per la vita comunale palermitana», rilevando che fu «certamente di grande rilievo simbolico l'ispezione disposta sugli appalti per la costruzione di alcune scuole».

Il Prof. ORLANDO ha poi aggiunto che: «tali scelte furono rese possibili tanto per la particolare ampia maggioranza che sosteneva il primo governo MATTARELLA, quanto per la stessa determinazione ed autorevolezza del Presidente».

Ha sottolineato, infine, che: «Il Comune di Palermo. prima di MATTARELLA, appariva politicamente una zona "off limits", egemonizzata da un "comitato di affari" che vedeva nei CASSINA, nei VASSALLO ed in altri imprenditori l'espressione economica e che vedeva in CIANCIMINO e nei suoi amici (dentro e fuori la D.C.) espressioni politiche». (29.5.1990, Vol. LXIX, Fot. 919394).

Appare doveroso osservare, a proposito dell'incidenza dell'intervento personale del Presidente MATTARELLA, che una ispezione ordinaria - disposta dall'Assessorato Regionale Enti Locali nei confronti del Comune di Palermo sui tema degli appalti in data 7.12.1979 - alla data del 7 maggio 1981, per difficoltà burocratiche di varia natura, non era stata ancora completata ed anzi doveva avere ancora effettivo inizio (cfr. dichiarazioni di LO FRANCO, DI VITA e MIGLIACCIO (Fott. 617239, 617243, 617270, Vol. IX). Alla vicenda relativa all'indagine sulle sei scuole, memoria difensiva della p.c. PCI-PDS del 30.5.1991 dedica una parte, in cui - rifacendosi peraltro agli atti del processo per l'omicidio del Procuratore della Repubblica dott. COSTA - lamenta che certe indagini delegate dal P.M. alla G. di F. il 14.7.1980 non vennero più espletate, di fatto, dopo la morte del compianto Magistrato. Al riguardo, non potendosi assolutamente entrare, in questa sede, nel merito di altro processo, giova solo precisare che - dagli atti di questo processo - emerge che 1' istruttoria sommaria fu condotta esclusivamente dal P.M. dott. Pietro GRASSO (ovviamente, in un ufficio gerarchicamente organizzato, con l'intesa di massima col Procuratore capo). Inoltre, l'importanza fondamentale attribuita a quell'indagine, su cui l'organo di p.g. delegato ebbe a riferire con rapporto definitivo del 28.3.1981, appare obbiettivamente sovradimensionata per due motivi logici:

1) il dott. GRASSO continuò a seguire l'istruttoria, anche dopo la formalizzazione, ed essa rimase nelle mani del Cons. Istr. CHINNICI (che, si assume nella stessa memoria, aveva avuto frequenti contatti col Proc. COSTA) per circa tre anni, di talché se il dott. CHINNICI avesse pensato che la stessa era fondamentale per le indagini, non avrebbe omesso di perseguirla con tutti i mezzi (invero notevoli) di cui era capace;

2) l'indagine, secondo quello che si è detto, portava in rotta di collisione l'azione dell'on. MATTARELLA con interessi mafiosi e questo, come diffusamente chiarito nel presente: provvedimento emerge pacificamente, onde non si vede sotto un profilo eminentemente probatorio - quale ulteriore contributo al processo sarebbe potuto venire da quegli asseriti accertamenti "inevasi", atteso che (si dirà chiaramente in prosieguo) in "Cosa Nostra" l'esistenza di un «problema MATTARELLA è pacifico, tanto che il BONTATE (cui il "gruppo INZERILLO" delle sei scuole era notoriamente vicino) aveva certamente dato il suo assenso di massima - come lo stesso INZERILLO - alla risoluzione del «problema», nei termini che appresso saranno dettagliatamente chiariti.

Vito Ciancimino e gli altri. La Repubblica il 14 gennaio 2020. Parzialmente diversa è stata, invece, la lettura degli avvenimenti fatta da CIANCIMINO Vito, il quale, in una dichiarazione resa al G.I. il 7 luglio 1990, ha affermato (loc. cit.): "Vero è che fino al periodo precedente le elezioni amministrative del 1975 io ero consigliere comunale D.C. di Palermo e capo gruppo consiliare, militando all'interno della corrente di maggioranza "fanfaniana", facente capo all'On. Giovanni GIOIA. In prossimità di quelle elezioni, il partito decise di non ricandidare più coloro che avessero già fatto tre o più consiliature, tra cui vi ero io, che ne avevo fatte quattro. Considerato che non condividevo tale forma di rinnovamento in sede locale, al quale non seguiva un analogo rinnovamento in sede nazionale, manifestai apertamente la mia opposizione. Di tal che nelle elezioni del 1975 presi le distanze da tutte le altre correnti della D.C. e feci eleggere (o meglio contribuii a fare eleggere) 7 consiglieri comunali, mettendo in crisi la maggioranza fino ad allora detenuta dall'On. GIOIA. Questa mia dissidenza aperta portò alla crisi della Giunta MARCHELLO, eletta subito dopo le consultazioni del 1975, e determinò, seppure indirettamente, quella Giunta SCOMA, appoggiata da tutte le componenti D.C. ad eccezione di quelle dell'On. GIOIA e mia. Tale dissidenza ebbe termine nel novembre 1976, esattamente il 6, a seguito di un incontro da me avuto a Palazzo Chigi con l'On. ANDREOTTI, alla presenza dell'On. LIMA, di Mario D'ACQUISTO e dell'On. Giovanni MATTA. Tale riunione era stata preceduta da una presa di contatto verso di me dell'On. MATTA, il quale, ovviamente, era solo il "nuncius" delle volontà di LIMA, di D'ACQUISTO e dello stesso ANDREOTTI. In effetti, io avevo in precedenza rifiutato un incontro con l'On. LIMA, nel senso non di non volerlo incontrare fisicamente poiché questo avveniva di frequente, ma nel senso che non avrei potuto "quagliare" alcunché di politicamente solido con lui in ordine ai motivi della mia dissidenza, giacché non lo ritenevo politicamente affidabile. Egli, infatti, era colui che - a mio avviso - a pochi giorni dalle elezioni politiche del 1968, aveva rotto un patto con l'On. GIOIA, creando grossi scompensi all'interno della corrente in cui tutti noi allora militavamo. Pertanto, accettai l'incontro con l'On. ANDREOTTI (allora - tra l'altro - Presidente del Consiglio), in quanto l'ho sempre ritenuto affidabile e tale mio giudizio, anche in quella occasione, era stato condiviso dall'On. Nino GULLOTTI, al quale avevo parlato della proposta d'incontro, persona con la quale ho sempre avuto rapporti estremamente franchi anche se talora divergenti sul piano politico. Come detto, in esito a tale incontro, la mia dissidenza sul piano locale cessò e ve ne è prova per il fatto che, nei giorni immediatamente successivi, un mio compagno di corrente, il Dott. Francesco ABBATE, su indicazione del mio gruppo, entrò a fare parte della Giunta provinciale di Palermo. A livello comunale, viceversa, il mio gruppo espresse degli assessori, esattamente due, solo dopo circa un anno (nel c.d. monocolore SCOMA della fine del 1977), in quanto dopo l'incontro con ANDREOTTI rifiutai - per questione di stile politico - di accettare la proposta dell'On. LIMA di sostituire con due miei compagni di corrente gli assessori repubblicani".

In sostanza, il CIANCIMINO cercava di minimizzare il significato del cambio di maggioranza all'interno della D.C., culminato nella formazione della Giunta SCOMA e nella elezione di REINA Michele alla Segreteria Provinciale, sottolineando l'unanimità presto ricomposta nel partito con l'adesione alla maggioranza del suo gruppo e di quello che faceva capo all'On. GIOIA. Si deve però osservare, in proposito, che (a prescindere dalla reale portata dell'incontro con l'On. ANDREOTTI - che, secondo l'On. LIMA, fu «un normale incontro politico, volto a raggiungere una pacificazione generale a Palermo, dato che anche l'On. GIOIA aveva dato il suo consenso a questa nuova stagione politica», mentre «la versione datane dal CIANCIMINO è nettamente enfatizzata per la parte che lo riguarda») dalle altre testimonianze acquisite agli atti è risultato chiaramente che l'adesione delle correnti "GIOIA" e "CIANCIMINO" alla maggioranza aveva solo un significato di "accordo tattico", mentre permanevano i contrasti di fondo sulla linea politica.

Questo è ben esplicitato dall'On. GORGONE, che ad esempio ha fatto notare che (loc. cit.): "Vero è che al congresso provinciale del 1977 il REINA venne riconfermato all'unanimità. Questo, però, non significava che i dissensi di linea politica tra le varie componenti erano spariti, ma solo che si era trovato un momento di accordo, forse occasionato anche dalla volontà dell'On. GIOIA di non continuare le ostilità interne. Taluni definiscono questo atteggiamento come arrendevolezza, la verità però - come qualche anno dopo potè verificarsi - è che l'On. GIOIA forse già covava quel male che poi lo condusse a morte" (il deputato decederà, infatti, per un tumore il 26.11.1981: N.D.R.). Pure l'On. PURPURA ribadiva che «anche la corrente dell'On. GIOIA e di Vito CIANCIMINO finirono con confluire in questa gestione politica nuova, seppure a livello semplicemente formale, in quanto permanevano le ragioni politiche di fondo da loro sempre sostenute».

In questo senso, una ulteriore conferma veniva dalle dichiarazioni dell'On. Nino MANNINO, a quel tempo segretario provinciale del P.C.I. e poi componente della Commissione Parlamentare Antimafia, il quale affermava, in data 28.6.1990 (loc. cit.): «Vero è che tra la prima e la seconda sindacatura di Carmelo SCOMA vi fu un ritorno nell'area della maggioranza interna della D.C. sia dei "fanfaniani" che dei "Cianciminiani". Ricordo di aver parlato di ciò, in termini preoccupati, sia con REINA sia con NICOLETTI, minacciando di ritirare l'appoggio programmatico del P.C.I. Essi mi risposero però che se il P.C.I. avesse fatto ciò, avrebbe lasciato sola quella parte della D.C. che voleva un rinnovamento della vita politica comunale e regionale a Palermo e in Sicilia. Fu per questo che il P.C.I. continuò, se pure per pochi mesi ancora, a mantenere aperto il dialogo con l'intera D.C.L1. In sostanza, dal complesso di tutte le dichiarazioni acquisite agli atti (alle quali si rinvia per 1'aspetto particolare della posizione delle diverse Giunte Comunali sul problema del c.d. "risanamento del centro storico"), emerge l'importanza - per gli equilibri politici della città di Palermo e dell'intera regione - del cambio di alleanze e di maggioranze, all'interno della D.C., che ebbe luogo negli anni 1975/76. Ed invero, fino a quella data, la corrente "fanfaniana" che faceva capo all'On. GIOIA, con l'appoggio dei gruppi di CIANCIMINO Vito, di Bernardo e - poi - di Piersanti MATTARELLA, nonché dei "dorotei", pur nella chiara diversità di apporti e di caratteristiche, aveva goduto di una pressoché totale egemonia all'interno del partito e, conseguentemente, anche nel governo della città, mantenuto grazie alla costante alleanza con il P.R.I. e con il P.S.D.I. Secondo il contributo ultimo dell'on. Sergio MATTARELLA (17.12.1990), tuttavia, la scelta politica di Piersanti – in favore dell'on. GIOIA (e di CIANCIMINO) - trovò giustificazione "strategica" nella valutazione (poi rivelatasi errata) che il GIOIA garantisse alle "minoranze" interne maggiore spazio di quello che avrebbe lasciato loro la corrente dell'on. LIMA. Questa posizione politica egemone era stata, quindi, caratterizzata da una netta contrapposizione - all'esterno del partito - con il P.C.I. e il. P.S.I. e, all'interno, da violenti scontri con le minoranze, facenti capo agli "andreottiani" dell'On. LIMA, all'On. NICOLETTI e all'area vicina alla CISL. Esempio importante di questi scontri è il c.d. "manifesto dei 12" del 17 novembre 1970, in cui alcuni esponenti della minoranza (NICOLETTI, AVELLONE, BONANNO, REINA, BRANDALEONE, BRUNO e PURPURA) si rivolgevano al dirigente organizzativo centrale della D.C., On. Oscar Luigi SCALFARO, per formulare pesantissime critiche, sulla situazione palermitana, non solo sul piano della linea politica ma anche del rispetto delle regole della vita di partito (tesseramenti fantasma ed altro). Il tutto contro la maggioranza di allora e per essa - emblematicamente - contro il CIANCIMINO, a quell'epoca sindaco della città (seppure solo dall'ottobre 1970 all'aprile 1971, quando fu costretto a dimettersi per le pressioni politiche rivolte da molti nei suoi confronti).

Va detto che, se pure negli anni fino al 1975 talune di queste minoranze entrarono a far parte delle giunte presiedute da Giacomo MARCHELLO (espressione dell'on. GIOIA), questo non significò cessazione dell'opposizione, ma soltanto dimostrazione di quella "flessibilità" tattica - tipica delle correnti D.C. - di cui hanno efficacemente parlato l'on. GORGONE e l'on. PURPURA. Dopo il 1975/76, invece, in coincidenza anche con i nuovi rapporti tra i partiti che stavano maturando a livello nazionale con i governi di "solidarietà nazionale", vi fu - come si è visto - un ribaltamento della situazione anche a Palermo. Questo fu determinato, peraltro, proprio dal passaggio della corrente "morotea" di Piersanti MATTARELLA e di quella "dorotea" all'alleanza con i gruppi degli On. LIMA, GULLOTTI e NICOLETTI e dell'area CISL (AVELLONE, D'ANTONI), che mise in minoranza la corrente dell'on. GIOIA (proprio in quei mesi abbandonato anche dal CIANCIMINO). E - inevitabilmente - la nuova maggioranza, ispirata dal gruppo "andreottiano" dell'on. LIMA, non poteva non assumere una posizione di apertura e collaborazione con i partiti della sinistra, sia per rispecchiare la linea nazionale sia per diminuire il peso dell'ancor forte opposizione interna dell'on. GIOIA. In questa chiave, ed in questo quadro complessivo, vanno quindi visti la nomina di Michele REINA alla Segreteria provinciale della D.C. e l'elezione di Piersanti MATTARELLA alla Presidenza della Regione. In altri termini, essendo cessata all'interno della D.C. palermitana l'egemonia di una sola corrente, l'area della maggioranza (seppur con la prevalente partecipazione della corrente "andreottiana" dell'on. LIMA) era divenuta composita. Questa circostanza nuova, unita al fatto che vi era l'appoggio (interno ed esterno) da parte dei partiti di sinistra fece sì che l'esponente di un gruppo - come il rappresentativo di una piccola frangia della D.C. (circa il 10%), potè divenire - per il proprio "peso" personale - Presidente della Regione, in quanto espressione di una larga coalizione.

La ricostruzione fin qui effettuata ha trovato sostanziale conferma anche nelle dichiarazioni rese, da ultimo in data 17.12.1990, dall'On. Sergio MATTARELLA (loc. cit.): "Vero è che nel 1968 vi fu una spaccatura tra l'On. LIMA e l'On GIOIA, che prima militavano all'interno della stessa corrente fanfaniana. Sento di precisare, però, che il rapporto fra i due non divenne di contrasto, ma che essi passarono da una fase collaborativa ad una fase concorrenziale sempre però all'interno del sistema di guida e controllo della vita amministrativa della città e della Provincia di Palermo. Questo è tanto vero che uno dei due gruppi esprimeva il sindaco e l'altro il Presidente della Provincia. In questo passaggio politico si inserì, a cavallo del 1970, la necessità di scegliere - per i gruppi minori della D.C. provinciale, tra cui quello di mio fratello Piersanti - tra LIMA e GIOIA al momento dell'elezione a sindaco di Vito CIANCIMINO o meglio tale necessità si era già posta per l'elezione degli organismi provinciali del partito nel 1968. La scelta fu in favore di GIOIA in quanto si ritenne che egli avrebbe "compresso" meno i gruppi minori ed anche perché la persona da lui indicata come candidato alla Segreteria, l'On. Giacomo MURATORE, veniva ritenuta molto equilibrata. Altro motivo della scelta di GIOIA fu quello relativo alla vicinanza tra l'On. LIMA e gli esattori SALVO, ritenuta estremamente imbarazzante in sé ed anche perché questi ultimi negli anni precedenti avevano fortemente contribuito ad interrompere l'esperienza positiva dell'On. Giuseppe D'ANGELO, quale Presidente della Regione. Questa scelta operata nel 1968 comportò, come logica conseguenza, l'appoggio alla scelta della maggioranza fanfaniana in favore di Vito CIANCIMINO quale sindaco di Palermo. Che quest'ultima scelta del gruppetto moroteo fosse legata a quella fatta nel 1968 mi pare dimostrato anche dal fatto che, all'indomani dell'elezione del CIANCIMINO, mio fratello Piersanti, unitamente all'On. RUFFINI (doroteo), altro esponente della maggioranza interna alla D.C. palermitana, fecero una dichiarazione con la quale invitavano il partito a riesaminare la situazione complessiva. Dopo alcuni anni di questa esperienza di maggioranza con "fanfaniani" (anche se i "morotei" erano solo due su quarantadue), Piersanti si rese conto che, nel concreto, le aspettative che aveva nutrito sull'On. GIOIA, soprattutto in tema di democrazia interna e di rispetto dei gruppi minori, erano infondate o meglio si erano progressivamente vanificate. Pertanto, soprattutto per i motivi politici che di seguito indicherò, nel 1976 contribuì a quel rinnovamento della D.C. palermitana, che vide Michele REINA come Segretario Provinciale e Carmelo SCOMA quale sindaco di Palermo. Il contributo del gruppetto moroteo (divenuto di 3 componenti su 42) finì con l'essere determinante, al pari degli altri gruppi minori, in quanto tutti questi facevano da ago della bilancia tra i due gruppi maggiori dell'On. GIOIA e dell'On. LIMA, mentre il gruppo del CIANCIMINO era su posizioni "aventiniane". I motivi del rinnovamento possono sintetizzarsi nella volontà di far corrispondere a Palermo quella sintonia tra l'On. MORO e l'On. ANDREOTTI, che aveva portato a Roma ad un governo caratterizzato dalla astensione del P.C.I. e, quindi, da una crescente attenzione della D.C. verso rapporti con questo partito fortemente osteggiata dalla corrente dell'On. FANFANI. Questa linea politica si stava manifestando anche alla Regione, col governo BONFIGLIO, attraverso forme di accordo programmatico col P.C.I. evidenziate già alla fine del 1975 col c.d. "patto di fine legislatura". Ma l'On. MATTARELLA ha, in questa occasione, voluto sottolineare altresì il ben diverso "peso" e la ben diversa importanza del ruolo svolto dal Presidente assassinato nell'ambito comunale ed in quello regionale.

Sostanzialmente marginale nel primo caso, di primo piano e addirittura decisivo nel secondo: "In questa linea politica era cruciale sul piano regionale il ruolo di Piersanti MATTARELLA sia per la crescente affermazione della sua personalità sia per i rapporti che egli, più degli altri esponenti del partito, intratteneva con i comunisti siciliani. Per Piersanti questa attenzione verso il P.C.I. doveva rappresentare insieme una sponda essenziale per nuovi indirizzi politici e una condizione utile per spingere sia il partito nel suo complesso sia l'intero sistema politico regionale a comportamenti politici ed amministrativi diversi dal passato e più coerenti con la posizione di rinnovamento. Tengo, peraltro, a fare presente che il gruppo moroteo siciliano ha sempre avuto un forte senso della propria autonomia ed identità propria nell'ambito del partito e, quindi, anche di diversità rispetto a tutte le altre componenti. Anche coerentemente a questo atteggiamento, il gruppo - sul piano comunale - non esitò a mantenere e quasi a sottolineare una posizione marginale all'interno della nuova maggioranza costituitasi nel 1976. Tutto ciò si concretizzò in un atteggiamento verso l'operato delle giunte comunali che pure il gruppo sosteneva e della stessa segreteria del partito che io definirei "di vigilanza" e di "attenzione critica". Si concretizzò, pure, nel rifiuto di assumere posizioni di vertice in due precise occasioni e cioè quando fu proposta la candidatura a sindaco della dr. AMBROSINI (fine 1977, dopo la prima giunta SCOMA) e quando fu proposta la candidatura del Prof. GIULIANA a Segretario provinciale, dopo la morte di Michele REINA.

In entrambi i casi gli interessati rifiutarono con l'approvazione di Piersanti MATTARELLA. Le SS.VV. mi chiedono di precisare nuovamente quale fosse la posizione di mio fratello Piersanti all'inizio del 1980 e in particolare se la lunga crisi del governo segnasse un suo momento di debolezza. In realtà, ribadisco che era assolutamente pacifico che mio fratello avrebbe presieduto anche il nuovo governo regionale e che egli vedeva la sua forza politica, secondo l'opinione generale, ancora in fase crescente sia in virtù dei suoi rapporti con i partiti della sinistra sia per il sistema di alleanze esistente tra i vari gruppi della D.C. Elemento ancor più decisivo forse erano i rapporti esistenti con mio fratello a livello nazionale del partito e in questo senso devo aggiungere che all'inizio del 1980 era convinzione generale che il Congresso Nazionale della D.C. previsto per il mese di febbraio, si sarebbe concluso - come già ho detto - con una maggioranza tra centro e sinistra, che avrebbe portato a riallacciare in tutte le sedi, almeno come linea di tendenza, il dialogo con il P.C.I.

E' chiaro che in questo quadro il ruolo di mio fratello era destinato a crescere ulteriormente. Invece il Congresso si concluse in modo del tutto diverso su una linea di chiusura al P.C.I., con la sconfitta della sinistra, ma questo esito maturò - contro ogni previsione - proprio e soltanto durante i giorni del Congresso". Peraltro è chiaro che tra i due livelli di azione politica e amministrativa, quello comunale e quello regionale, vi erano (e non potevano non esservi) molteplici interferenze; anche di questo vi sono significative conferme nelle più recenti dichiarazioni dell'On. MATTARELLA: "Dopo le riflessioni di questi giorni, ho ricordato due fatti che possono avere rilievo e che quindi intendo riferire. Il primo è che verso la fine del 1979 e precisamente tra la fine di novembre ed i primi di dicembre, mio fratello, parlò ai suoi più intimi collaboratori (Francesco GIULIANA, Andrea ZANGARA e Salvatore SAITTA) del suo programma di farli dimettere dal comitato provinciale del partito e di concludere la crisi che ne avrebbe seguito con il commissariamento del partito stesso. Devo dire che di questo programma (di cui mio fratello parlò anche con me) egli aveva parlato anche con la segreteria nazionale del partito, allora retta dall'On. ZACCAGNINI, ma che tuttavia tale programma doveva essere avviato ad esecuzione solo dopo il Congresso nazionale del partito, previsto per il febbraio 1980, se da tale congresso (come era previsto ma come non avvenne) fosse risultata, una maggioranza tra il centro e la sinistra del partito con la segreteria, verosimilmente, ad un esponente della sinistra. Il secondo fatto, che non mi risulta personalmente, ma mi è stato riferito dal Prof. GIULIANA, è che nel 1979 Vito CIANCIMINO fece in direzione provinciale della D.C. un duro attacco al governo regionale, presieduto da mio fratello, accusandolo di insensibilità ai problemi della città di Palermo. L'attacco traeva in realtà origine, secondo l'opinione comune, dalla mancata concessione di un finanziamento di alcuni miliardi all'AMAP di Palermo". Quest'ultima circostanza è stata poi confermata anche dall'On. GIULIANA, il quale ha altresì precisato che, al di là dell'episodio specifico del finanziamento di alcuni miliardi negato all'AMAP (di cui era Presidente, a quel tempo, un cugino dello stesso CIANCIMINO), egli attribuì alla presa di posizione del CIANCIMINO un significato politico di "chiara avversione nei confronti di Piersanti MATTARELLA".

Il quale peraltro, "non attribuì peso a tale attacco giacché non ne vedeva la refluenza sulla politica regionale".

Voleva una Regione con “le carte in regola”. La Repubblica il 15 gennaio 2020. Gioacchino Natoli, il giudice che il 9 giugno 1991 ha depositato l'ordinanza sui "delitti politici” Reina, La Torre e Mattarella. Come si è evidenziato in altra parte, nell'ambito dell'attività istruttoria sono stati assunti in esame i familiari e i collaboratori dell'uomo politico assassinato, i funzionari e gli assessori in carica nel gennaio 1980 nonché numerosi esponenti politici di tutti i partiti. Giova precisare, in termini generali, che il primo governo regionale presieduto dall'on. MATTARELLA fu eletto il 21 marzo 1978, ottenne la fiducia il 5 aprile successivo e si dimise 1'8 marzo 1979. Il suo secondo governo venne eletto il 15 marzo 1979, ottenne la fiducia dall'A.R.S. il 27 marzo seguente ed il 10 10 dicembre 1979 entrò in crisi, per cui al momento dell'uccisione l'on. MATTARELLA era in carica solo per l'"ordinaria amministrazione". In venti mesi di attività, le giunte regionali dirette dall'esponente politico D.C. presentarono all'Assemblea Regionale n. 110 disegni di legge, di cui ben 78 divennero leggi regionali, oltre ad altri 14 disegni che i "gabinetti" MATTARELLA ereditarono dal precedente governo dell'on. Angelo BONFIGLIO fecero approvare dall'A.R.S. Di tutto questo ponderoso carico legislativo, per come si è visto, l'unica legge che provocò la necessità di un'esposizione diretta dell'on. MATTARELLA (oltreché dell'on. FASINO) fu quella urbanistica (n. 71/78), di cui s'è ampiamente parlato. Ritornando alle dichiarazioni sopra riportate, sono emersi - in primo luogo - il rigore morale e la correttezza del Presidente MATTARELLA nonché il suo sforzo continuo, spinto fino alla cura di particolari apparentemente irrilevanti, per ottenere dall'amministrazione regionale un'azione efficiente ed imparziale, così da presentare la Regione Siciliana «con le carte in regola» nel confronto con lo Stato e con tutte le Regioni sui temi decisivi dello sviluppo civile. Basti qui ricordare soltanto alcune delle testimonianze acquisite agli atti processuali:

«L'On. MATTARELLA era un uomo serio, onesto e corretto, aperto alle spinte sociali di rinnovamento e un convinto meridionalista...» (RUSSO Michelangelo al P.M., 16.1.80, Fot. 614831, Vol. I):

«Il Presidente MATTARELLA era- fortemente interessato alla realizzazione dell'attività di programmazione...» (EPIFANIO Giovanni al P.M., Fot. 614825, Vol. I):

«Voleva dare l'immagine di un'amministrazione funzionale, operativa ed efficiente... Concepiva l'ufficio come un servizio al cittadino e dava l'esempio lavorando alacremente ed osservando per primo l'orario di ufficio. In genere non avuto richiesta da parte sua di trasferimenti o di distacchi di personale...» (SANFILIPPO Emilio al P.M., 16.1.80, f. 161, Vol. I).

«Il Presidente MATTARELLA, sui problemi di una certa rilevanza aveva l'abitudine di convocare tutti i direttori regionali per conoscere la loro opinione tecnico-burocratica sull'argomento. Tali ispezioni avvenivano senza la presenza degli assessori. Egli si faceva la propria idea e poi, allorché se ne parlava in giunta, poteva controbattere con elementi di fatto le tesi sostenute dai singoli assessori, i quali nelle loro valutazioni potevano essere influenzati dal lato politico, dando valutazioni diverse» (ALEPPO Giuseppe al P.M., 17.1.80, f. 205, Vol. I).

«L'azione politico-amministrativa del Presidente MATTARELLA e dei suoi governi si manifestò anche nella vita regionale. Basti, fra tutti, ricordare l'approvazione della legge 1/79 che realizzò in dimensione economica-finanziaria assai consistente una drastica riduzione della capacità di spesa degli assessori regionali con un ingente trasferimento di competenza ai comuni dell'isola; e basti altresì ricordare l'attenzione del Presidente MATTARELLA al settore degli appalti pubblici regionali» (ORLANDO Leoluca al G.I., 29.5.90, Vol. LXIX, Fot. 919394).

«L'On. MATTARELLA era un uomo estremamente onesto ed intransigente e considerava la sua carica come "un servizio". Arrivava in ufficio intorno alle 8 e dopo un intervallo molto breve per i pasti ritornava in ufficio, ove restava fino a sera inoltrata. Tanto per citare alcuni esempi che ne caratterizzano la dirittura morale, posso dire che distingueva in maniera precisa le funzioni espletate come personale di Gabinetto da quelle ricoperte come collaboratori politici sul piano personale...Inoltre usava in maniera rigorosa la macchina d'ufficio a sua disposizione, usando la macchina personale allorché non svolgeva mansioni inerenti alla carica... Questi suoi principi riportati pienamente nel suo lavoro costituivano un impegno continuo nel fare funzionare con la massima efficienza ed operatività la burocrazia regionale da sempre tacciata di un certo immobilismo. Ricordo che l'ultimo giorno dell'anno ci trovammo insieme da soli alla Presidenza per le scale ed io gli dissi: "siamo soli, in questo momento ci potrebbero ammazzare". Egli mi rispose "Ma perché ci dovrebbero ammazzare, facciamo il nostro dovere ed abbiamo la coscienza a posto"» (FAVAZZA Gaetano al P.M., 12.1.80, Fot. 614770, Vol. I).

«Il Presidente MATTARELLA diede all'Amministrazione Regionale la giusta dimensione inquadrandola nello spirito dello Statuto Regionale; e ciò nel senso di responsabilizzare al massimo sia gli assessori sia i funzionari. E fu in tale ottica e in tale prospettiva che venne emanata la legge regionale n. 2 del 1978 che, nell'intento di dare maggiore efficienza alla amministrazione, stabilì il principio della responsabilità collegiale della giunta di governo eliminando così clientelismo e sperequazioni. A D.R. Nei giorni che precedettero la sua uccisione il Presidente non appariva turbato in modo particolare. Egli non mi parlò mai di minacce ricevute per telefono a casa o in ufficio» (TRIZZINO Maria Grazia al G.I., 14.1.81, Vol. IX, Fot. 617035).

«E' stato colpito un politico serio, integro, impegnato e coerente» (NICOLETTI Rosario al P.M., 14.1.80, Fot. 614791, Vol. I).

«Il Presidente MATTARELLA aveva accentuato la tendenza alla collegialità nel senso che tutti i programmi che comportavano impegni di spesa di una certa rilevanza venivano valutati in sede di proposta della Giunta e inviati per il parere alle competenti commissioni legislative che sono formate proporzionalmente da tutti i partiti. Infine si arrivava alla deliberazione della Giunta, per cui i singoli assessorati in pratica sono stati privati, in parte, di quell'ampia discrezionalità nella scelta delle spese che prima caratterizzava la loro attività. Non può tralasciarsi lo spirito altamente innovativo di tali procedure che in pratica facevano partecipare il potere legislativo, seppur sotto forma di suggerimenti e di pareri, all'attività esecutiva. L'attività di coordinamento del Presidente MATTARELLA era caratterizzata da una estrema diligenza, nel senso che seguiva personalmente o tramite l'ufficio di Gabinetto le singole pratiche per cui gli pervenivano segnalazioni. Il Presidente MATTARELLA nell'ambito dell'amministrazione regionale portava avanti un discorso sulla moralizzazione e sulla efficienza dell'attività amministrativa regionale. Per esempio nell'ambito del mio assessorato sono state disposte in molti comuni tra cui anche quello di Palermo delle ispezioni straordinarie e si è proceduto anche alla nomina di commissari "ad acta" per il compimento di atti dovuti e non compiuti dalle amministrazioni locali» (TRINCANATO Gaetano al P.M., 15.1,80, Fot. 614816, Vol. I).

«Il Presidente durante la sua gestione aveva dato un impulso diverso alla funzione presidenziale nel senso che cercava di ottenere il massimo dell'efficienza e della operatività. Inoltre voleva che cambiasse sia nell'ambito nazionale che straniero la considerazione di una Sicilia "non con le carte in regola". Tutta la sua attività era rivolta con spirito di intransigenza a tali scopi...» (BUTERA Salvatore al P.M., 11.1.80, Fot. 614742, Vol. I).

Le risultanze istruttorie su questo punto sono poi confermate dalle dichiarazioni dei diretti collaboratori del Presidente assassinato (LA PLACA, CARBONE, BUTERA, FAVAZZA), che hanno sottolineato, altresì, nelle loro dichiarazioni che: «l'elettorato del Presidente MATTARELLA era costituito prevalentemente da giovani provenienti dall'Azione Cattolica o comunque di estrazione cattolica» (LA PLACA al G.I., Vol. IX, Fot. 617047); ovvero che : «la sua base elettorale era costituita essenzialmente da giovani che lo collaboravano attivamente ed inoltre da professionisti, tra cui i più giovani che avevano collaborato con lui all'università ed i più anziani che erano legati al padre. Inoltre lo appoggiavano un gruppo di intellettuali, cosiddetto "Gruppo Politica", forze sindacali come la CISL ed una larga parte dell'Azione Cattolica della quale era stato dirigente' nazionale» (CARBONE Pietro al P.M., Fot. 614737, Vol. I).

Ma, a questo proposito, interessante è anche la dichiarazione resa, il 20 settembre 1988, dall'avv. Antonino SORGI, noto penalista palermitano (già esponente politico del P.S.I.), che si è - a tal fine - presentato spontaneamente al Giudice Istruttore, ritenendo di adempire in questo modo «un suo preciso dovere civico». L'avv. SORGI riferiva di essere stato nominato suo difensore dal Presidente MATTARELLA, in relazione ad una imputazione (dalla quale venne poi assolto con formula piena) di violazione delle leggi sulla tutela dell'ambiente e che tale nomina lo aveva sorpreso perché in passato egli aveva difeso persone imputate di diffamazione proprio in danno dell'On. Bernardo MATTARELLA, padre di Piersanti. Ciò premesso, il penalista riferiva: "Durante il viaggio da Palermo ad Augusta, parlammo a lungo e potei constatare l'assoluta chiarezza di analisi della situazione siciliana da parte del mio interlocutore, soprattutto per quanto attiene al problema della criminalità mafiosa. Egli, fra l'altro, mi diceva di essere particolarmente soddisfatto perché il suo notevole consenso elettorale aveva radici diverse da quelle del padre, nel senso che, perduta la concentrazione dei consensi nelle zone che tradizionalmente avevano appoggiato suo padre, per contro l'appoggio elettorale nei suoi confronti si era dilatato in tutte le zone in cui egli era candidato. In sostanza, MATTARELLA diceva che la sua azione politica gli aveva alienato le simpatie di ben determinati gruppi clientelari che nel passato avevano appoggiato suo padre ma che, per contro, egli cominciava a riscuotere consensi spontanei da parte dell'elettorato; e tutto ciò egli lo valutava molto positivamente. Infatti, con una diagnosi che io peraltro condivido, MATTARELLA sosteneva che una delle cause principali della forza della mafia in Sicilia andava individuata nel rapporto clientelare tra mafiosi e potere politico che rendeva indissolubili, o comunque molto difficili da sciogliere, certi nodi che frenavano una piena esplicazione dell'azione politica. Per questi motivi, egli mi diceva che era stato sempre favorevole, data la situazione ambientale siciliana, a larghe coalizioni politiche di governo, senza escludere a priori il coinvolgimento anche della estrema sinistra. Ed individuava, altresì, come fattore importantissimo per la recisione di questi legami clientelari la trasparenza nella pubblica amministrazione". Va detto, peraltro, che il giudizio negativo riportato dall'avv. SORGI dal colloquio con Piersanti MATTARELLA, circa l'appoggio elettorale dato da gruppi clientelari all'on. Bernardo MATTARELLA, è stato decisamente contestato dall'on. Sergio MATTARELLA nelle dichiarazioni rese al Giudice Istruttore in data 17.12.1990. Tuttavia, non può ignorarsi che su questo giudizio, concernente ovviamente solo una parte dell'elettorato dell'on. Bernardo MATTARELLA (più volte ministro della Repubblica), esistono anche delle indicazioni in talune pagine delle relazioni delle prime Commissioni Antimafia.

Il “cambio delle alleanze” politiche. La Repubblica il 16 gennaio 2020. Nel corso dell'istruzione, si è cercato di chiarire anche il quadro della situazione politica nella quale si esplicò l'attività di Piersanti MATTARELLA negli ultimi anni di vita. Al momento della morte, invero, l'On. MATTARELLA era in carica, quale Presidente della Regione, soltanto per l'ordinaria amministrazione, a seguito delle dimissioni della Giunta da lui presieduta, provocate dal ritiro dalla fiducia da parte del Partito Socialista Italiano. In precedenza, invece, il primo Governo Regionale presieduto MATTARELLA aveva goduto anche dell’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano (c.d. "politica di solidarietà autonomistica") ed era stato proprio il passaggio all'opposizione del P.C.I. che ne aveva determinato, di fatto, la crisi. Nella prima fase delle indagini si tendeva, quindi, a chiarire la linea politica dell'On. MATTARELLA, la posizione all'interno del suo partito ed altresì la reale possibilità che egli si facesse promotore di nuove intese con il P.C.I., nel futuro governo, fino a fare partecipare anche questo partito alla nuova Giunta. Dal complesso delle testimonianze acquisite nel corso del 1980 e del 1981 risultava, in buona sostanza, che l'On.  MATTARELLA, di cui era data praticamente per scontata la rielezione alla Presidenza della Regione, pur sensibile alle "istanze dei ceti popolari" ed attento alle posizioni delle forze politiche e sociali di sinistra, non aveva assunto (né intendeva assumere) alcuna iniziativa per una trattativa con il P.C.I., ai fini della formazione della nuova Giunta di Governo. Ciò, almeno, fino alla elaborazione di una precisa linea politica, anche su tale problema, da parte del Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, già fissato per il febbraio del 1980.

A tale proposito dichiarava, per esempio, in data 11.1.80, l'On. Sergio MATTARELLA (Fot. 614745, Vol. I): "Per quanto riguarda la linea politica di mio fratello, sin dall'inizio della sua attività ha seguito senza tentennamenti la corrente morotea. Egli volle comunque crearsi una propria autonoma posizione politica distinta, non come contenuto ideologico, da quella del padre, ma costituita con le proprie capacità. Anche se non era ammesso da alcuno, nemmeno da mio fratello, appariva scontata la sua nomina a Presidente del nuovo Governo Regionale. Circa la sua ventilata apertura nei confronti dei comunisti, fino alla partecipazione al Governo, debbo dire che in effetti tale decisione non poteva essere presa autonomamente da mio fratello senza prima acquisire delle indicazioni in tal senso dal congresso Nazionale della D.C. Egli era certamente disponibile a tale partecipazione di Governo, ma non lo considerava l'obiettivo essenziale. Mio fratello aveva in animo di passare alla Camera con le prossime elezioni politiche" (previste per il 1984: N.D.R.).

Analogamente, l'On. Mario FASINO dichiarava, in data 14.1.80 (Fot. 614787, Vol. I): "Le dimissioni recenti della Giunta erano state determinate dal ritiro della maggioranza del Partito Socialista e pertanto era stato inevitabile rimettere il mandato. Era comunque impressione comune che l'On. MATTARELLA sarebbe stato rieletto Presidente del, nuovo Governo. Regionale, anche se erano state ventilate altre candidature, come quelle dell'On. D'ACQUISTO e dell'On. NICOLETTI. Devo dire che, almeno con me, era stato molto cauto nel manifestare la convinzione che i tempi fossero maturi per una diretta partecipazione dei comunisti al Governo, comunque ogni decisione in tal senso, per un preciso deliberato dei direttivo Regionale della D.C., era stata rinviata all'esito del Congresso Nazionale della D.C. che si terrà nei primi di febbraio".

Ugualmente, l'On. Rosario NICOLETTI, a quel tempo Segretario regionale della D.C., riferiva in data 14.1.80 (Vol. I, Fot. 614791): "Per quanto concerne la linea politica dell'On. MATTARELLA nell'ambito della sua collocazione nella corrente "morotea", egli ha sempre seguito le linee politiche deliberate dagli organi collegiali del Partito. In particolare, egli non era fautore della proposta di risolvere la crisi regionale mediante la partecipazione dei Comunisti al Governo. Egli si adeguò alla deliberazione espressa all'unanimità della Direzione Regionale della D.C., secondo cui bisognava attendere le indicazioni che sarebbero venute fuori dal Congresso Nazionale del partito, che si dovrà tenere nei primi di febbraio. La D.C. Ei aperta ad una discussione che si Ei sviluppata nella ;fase pre-congressuale e che si svilupperà nella fase congressuale ed anche successivamente, sui modi per risolvere la crisi di assetto politico del Paese a livello centrale ed anche a livello di Governo locale. Nell'ambito di queste discussioni, si muove la linea di solidarietà nazionale rispetto alla quale vi sono varie sfumature ed interpretazioni, che corrispondono alle posizioni di gruppi e correnti del partito".

 Nello stesso senso si esprimeva, del resto, uno dei maggiori esponenti del P.C.I. siciliano, l'On. Michelangelo RUSSO, a quel tempo Presidente dell'Assemblea Regionale (Vol. I, Fot. 614831): "Per quel che mi risulta, l'On. MATTARELLA era un uomo serio, onesto. e corretto, aperto alle spinte sociali di rinnovamento e un convinto meridionalista, consapevole che la soluzione dei problemi del mezzogiorno era affidata all'unità delle forze democratiche. Non risponde alla realtà il fatto che egli stesse operando per la partecipazione dei comunisti alla Giunta di Governo, ma tale problema era certamente presente nel quadro degli sviluppi generali della politica nazionale. Ogni decisione in tal senso era stata comunque rinviata al Congresso Nazionale della D.C., che si terrà i primi di febbraio. In tale Congresso, si porrà in discussione quel veto assoluto, già posto dalla D.C., all'ingresso dei comunisti nelle Giunte locali; se questo veto potesse cadere la Sicilia Li una delle Regioni maggiormente predisposte a tale forma di collaborazione. Gli esponenti regionali della D.C. riproducono le posizioni che le varie correnti hanno assunto in ordine a tale problema a livello nazionale".

Dichiarazioni analoghe venivano rese anche dall'On. Mario D'ACQUISTO, pure assunto in esame da questo Ufficio il 14.1.80 (Fot. 614784, Vol. I): "Per quanto concerneva la sua linea politica, egli era molto aperto alle istanze provenienti dalle forze sociali e sindacali, sostenendo la politica della "solidarietà nazionale". Tuttavia, per quanto riguarda la sua posizione in relazione ad un eventuale ingresso dei comunisti nel Governo Regionale, egli era convinto che i tempi non fossero ancora maturi, ma comunque si rimetteva a quanto sarebbe stato deciso