Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2020

 

LA GIUSTIZIA

 

QUARTA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Processo sulla Morte.

Processo sul Depistaggio.

Federico Aldrovandi: "Non lo dimenticate".

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Condanne scontate.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Bossetti è innocente?

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una Famiglia Sfortunata.

Solita Amanda.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tso: Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Il Cerchio Magico degli Amministratori giudiziari. La Bibbiano degli anziani.

Il punto su Bibbiano.

La Tratta dei Minori.

Tra moglie e marito non mettere…lo Stato.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

Era Abuso…

Non era abuso…

Minorenni, scomparsi o in fuga.

Ipocrisia e Pedofilia.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Giustizia Giusta.

Comunisti per Costituzione.

Magistratura: Ordine o Potere?

Il Potere degli “Dei”.

“Li Camburristi”. La devono vincere loro: l’accanimento giudiziario.

L’accusa conta più della difesa.

«I magistrati onorari? Dipendenti».

Il Codice Vassalli.

Lo "Stato" della Giustizia.

La "scena del crimine".

Diritto e Giustizia. I tanti gradi di Giudizio e l’Istituto dell’Insabbiamento.

Testimoni pre-istruiti dal pm.

Le Sentenze “Copia e Incolla”.

Il Male minore. Condanna, spesso, senza colpa. Gli effetti del Patteggiamento.

Il lusso di difendersi.

Il Processo telematico.

Giustizia stravagante.

Giustizia lumaca.

Diffamazione: sì o no?

La Vittimologia.

A proposito di Garantismo.

A proposito di Prescrizione.

Prescrizione e toghe inoperose.

Un terzo dei detenuti in attesa di giudizio.

Salute e carcere. 

Le Mie Prigioni.

L’ergastolo ostativo: il carcere per i Vecchi.

La Prigione dei Bambini.

Le Class Action carcerarie.

Gli scrivani del carcere.

A Proposito di Riabilitazione…

Le mie Evasioni.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Oltre ogni ragionevole dubbio.

La Giornata per le vittime di errori giudiziari.

La Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo. La Cedu, il carrozzone inutile che costa 71 milioni all'anno.

L’Italia dei Ricorsi alla Corte dei diritti dell’Uomo.

Quelli che...sono Ministro della Giustizia: “Gli innocenti non finiscono in carcere”.

Invece gli innocenti finiscono in carcere. Ma guai a dirlo!

Le Confessioni e le Dichiarazioni estorte.

Storie di Ordinaria Ingiustizia.

Ingiustizia. Il caso dei Marò spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Vallanzasca spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Mesina spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Johnny lo Zingaro spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Manduca spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Luttazzi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gulotta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ligresti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Carminati spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Rocchelli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Occhionero spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gino Girolimoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Formigoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso De Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Cuffaro spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Armando Veneto spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Vincenzo Stranieri spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del delitto di Garlasco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del Delitto di Carmela “Melania” Rea spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del Delitto di Erba spiegato bene.

Nascita di un processo mediatico.

Processo Eni e Consip. Dove osano i manettari.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Intercettazioni, spionaggio di Stato per controllare la vita dei cittadini.

La spazzacorrotti. Una norma giustizialista che equipara i reati di corruzione ai reati di mafia.

I Garantisti.      

I Giustizialisti.

Gli Odiatori.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Concorso truccato per i magistrati.

Togopoli. La cupola dei Magistrati.

E’ scoppiata Magistratopoli.

Magistrati alla sbarra.

Gli intoccabili toccati.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Caso Mattei.

Attentato alla sinagoga di Roma, una nuova pista trentotto anni dopo.

Il misterioso caso di Davide Cervia.

Il Mistero di Pier Paolo Pasolini.

Il Mistero di Ilaria Alpi.

Il Mistero di Ettore Majorana.

Il Mistero della Circe della Versilia.

Il Mistero di Gigliola Guerinoni: la Mantide di Cairo Montenotte.

Il mistero del delitto della Milano da bere.

L’Omicidio del Circeo.

Il Caso Claps.

Il Caso Vassallo.

Il Caso di Eleonora e Daniele: i fidanzati di Lecce.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Denise Pipitone.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero della morte di Sissy Trovato Mazza.

Vermicino: la morte di Alfredino Rampi.

Il mistero di Maddie McCann.

Il giallo della morte di Edoardo Miotti.

La morte di Emanuele Scieri.

La morte di Giulio Regeni.

Storia di Antonio Ciacciofera, il Regeni dimenticato tornato morto da Cuba.

I Ciontoli e l’omicidio Vannini.

Il Giallo di Alessio Vinci.

Il Giallo Bergamini.

L’omicidio di Willy Branchi.

L’Omicidio di Serena Mollicone.

Il Mistero di Rino Gaetano.

Il Mistero Pantani.

Il Mistero della morte di Marco Cestaro.

Il mistero della morte in auto di Mario Tchou. 

La morte sospetta del giornalista Catalano.

Il caso Wilma Montesi.

Miranda Ferrante, morte e misteri di una ballerina della Dolce vita.

Christa, delitto-scandalo della Dolce vita.

L'assassinio di Khashoggi.

Dal mare tre sub morti e cento chili di hashish.

L’Omicidio di Walter Tobagi.

Il Caso della Uno Bianca.

La Strage palestinese di Fiumicino.

Quante vie partirono da piazza Fontana…

Il Caso Pinelli – Calabresi.

L'omicidio di Mino Pecorelli.

I misteri della Strage di Ustica.

I misteri della Strage di Bologna.

I Misteri della Strage di Piazza della Loggia a Brescia.

Dubbi e bugie sulla morte di Mario Biondo.

Boulder, Colorado: il mistero della baby miss strangolata.

Racale, il mistero di Mauro Romano.

La Morte di Rosanna Sapori.

Il mistero di Fabio e Enzo spariti nel mare.

Il mistero del Mostro di Roma.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Lesotho e l’Affare di Stato. L’Omicidio di Lipolelo.

Marocco e l’Affare di Stato. Lalla Salma.

Ted Kennedy poteva essere assassinato da un piano ordito da un satanista?

La Storia di Robert Durst.

Il giallo della baronessa Rothschild.

Il caso Bebawi: il delitto di Farouk Chourbagi.

Storia del rapimento di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi.

L’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre e la Verità a portata di mano.

La Morte di Marco Prato.

David Rossi: suicidio o omicidio?

Le Navi dei veleni. Il mistero della morte del capitano De Grazia.

Moby Prince, dopo 30 anni.

Il caso di Emanuela Orlandi.

Renatino De Pedis fu ucciso 30 anni fa.

I Suicidi di Carmagnola. Le tre sorelle Ferrero.

Il mistero dell’Eremita. La tragica fine di Mauro «Lupo grigio».

Massimo Carlotto e il delitto di Margherita.

Antonio De Falchi, morte a San Siro.

Il caso del sequestro Bulgari.

Il mistero irrisolto dell'uomo di Somerton.

Il Mistero del massacro di Columbine.

Il Mistero del jet malese MH370 scomparso.

Il Mistero Viceconte.

Il killer dell’alfabeto.

La banda di mostri, omicidio a Bargagli.

Antonietta Longo, la decapitata del lago.

Il mistero del naufragio del Ferry Estonia.

Il mistero della Norman Atlantic.

James Brown potrebbe non essere morto per infarto.

La saponificatrice di Correggio: una storia tra verità e leggende.

Delitto Casati Stampa, triangolo di sesso e morte.

Luciano Luberti il boia di Albenga.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

  

 

LA GIUSTIZIA

 

QUARTA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Il Caso Mattei.

Aldo Forbice per “la Verità” il 14 maggio 2020. Aveva scoperto che Enrico Mattei non era stato ucciso su mandato delle «sette sorelle» del petrolio. Infatti quattro giorni prima dell' incidente mortale il presidente dell' Eni aveva firmato un accordo con la americana Esso che poneva fine al conflitto fra la sua società e le multinazionali del petrolio. Ma fu anche un profeta che guardava lontano. Era riuscito a prevedere che la grande crescita della produzione mondiale di petrolio era largamente sottostimata. E questo dato, insieme al contenuto consumo del petrolio, avrebbe portato a un crollo delle quotazioni del greggio nel corso di un decennio (cosa che è poi avvenuta). Un' altra sua intuizione smentiva che «il mondo correva il rischio di rimanere senza petrolio», come sostenevano numerosi catastrofisti. Affermava ancora che gli Stati Uniti non avrebbero più avuto bisogno di importazioni di greggio perché sarebbero aumentati gli investimenti nel loro Paese e quindi si sarebbe estratto più petrolio a costi più bassi grazie anche all' utilizzazione di nuove tecnologie. Il «mago» di queste profezie e previsioni ragionate era un manager di altissimo profilo intellettuale, Leonardo Maugeri, per molti anni dirigente dell' Eni, ma anche accademico e scrittore, scomparso nel 2017 a Roma dopo una lunga malattia, a soli 53 anni. Maugeri ha anche profetizzato che entro il 2020 «l' innovazione tecnologica avrebbe scosso l' industria delle rinnovabili e alterato in modo permanente il settore dell' energia». Il 29 febbraio scorso il gruppo Eni ha annunciato un nuovo piano energetico, firmato dall' amministratore delegato Claudio Descalzi, che prevede la chiusura nel 2035 del settore idrocarburi dell' azienda italiana. In altre parole, le cose che aveva profetizzato anni fa Leonardo Maugeri stanno per avverarsi. Infatti, secondo gli attuali programmi dell' Eni, la quota della componente gas dovrà raggiungere almeno il 60% al 2030 per arrivare all' 85% nel 2050. Per raggiungere questi obiettivi green si dovranno realizzare, secondo Descalzi, 4 miliardi di investimenti, cioè il 30% in più, sulla decarbonizzazione fino al 2023, di cui 2,9 riservati alle rinnovabili. Questo significa stanziare il 20% degli investimenti previsti dal gruppo (pari a 32 miliardi) nei prossimi quattro anni. Quelle che sembravano profezie di un intellettuale, anche se esperto di energia, accusato di non tenere nel debito conto il catastrofismo e la geopolitica, si sono rivelate in gran parte realistiche. La scomparsa di Maugeri è stata commemorata per qualche giorno. Poi il silenzio, quasi totale, dei media, dei manager e degli studiosi di energia e di politica internazionale. Le ragioni? Le ipotesi che gli amici fanno sono quelle dell' invidia e del carattere difficile del manager, ma soprattutto Maugeri veniva considerato «un cane sciolto», uno studioso libero, non legato organicamente ad alcun partito politico. Ebbe anche incarichi importanti all' Eni, ma nessuno di prima fila. Veniva candidato anche per ruoli di grande responsabilità (direttore generale, ad, eccetera), ma nei momenti decisivi veniva scavalcato da altri, politicamente più «affidabili». Quando l' ho intervistato anni fa mi disse, con un' aria misteriosa, una cosa che poi ha ripetuto ad altri colleghi: «Non posso raccontarle i tanti segreti del mondo dei petrolieri, vorrei vivere ancora. Forse un giorno scriverò un romanzo, perché nel racconto è più facile far capire o denunciare imbrogli e delitti senza avere l' onere di portare prove, come avviene con tutte le opere di fantasia, e ovviamente con rischi personali minimi». Il romanzo, Leonardo Maugeri, lo ha veramente scritto ed è stato pubblicato postumo, di recente, da Marsilio, col titolo Black Twilight («Crepuscolo nero»). Sono quasi 500 pagine di misteri, delitti, trame nascoste, cospirazioni internazionali, con continui colpi di scena sullo scenario planetario (Stati Uniti, Paesi del Golfo, Svezia, Russia, eccetera), con protagonisti le multinazionali del petrolio, spie, esponenti politici di primo piano, uomini delle istituzioni, magnati dell' industria e della finanza e bande criminali di diverse nazionalità. Insomma un vero e proprio thriller politico sulla crisi energetica. Come è stato raccontato? Una spia del Kgb, uno svedese passato nelle file della Cia, rivela di avere le prove di un complotto internazionale, ma viene misteriosamente assassinato. Poco tempo dopo (siamo nel 2013) un libraio antiquario americano viene trovato morto nella sua bottega: il giorno prima aveva consegnato a suo nipote dei documenti che avrebbero provato un piano segreto dei «poteri forti», che da decenni operano nell' ombra per provocare crisi energetiche mondiali. A indagare sono un giornalista esperto di politica energetica e un coraggioso poliziotto che, alla fine, svela l' intrigo economico-energetico-politico-criminale. Fra i tanti risvolti economici dello stimolante romanzo di Maugeri, ne ricordiamo uno, anche perché è stato sempre oggetto di discussioni e polemiche fra gli esperti di energia: la questione delle riserve petrolifere che sarebbero estremamente limitate. Da almeno un decennio, infatti, si ripete che avremo ancora petrolio per 30-40 anni al massimo. «È un errore! Oggi il mondo inghiotte circa 30 miliardi di barili all' anno, mentre le riserve provate di petrolio della Terra sono stimate in 1.300 miliardi di barili. Così gli ignoranti dividono 30 per 1.300 e ottengono 38 anni di vita residua del petrolio». In realtà, osserva l' autore, «il concetto di riserve provate è un inganno economico» perché - con l' utilizzo delle nuove tecnologie - le riserve stimate sono 7-8.000 miliardi di barili nel sottosuolo. E forse anche di più, perché con gli anni si può prevedere che le tecnologie evolveranno; diventeranno cioè sempre più sofisticate e potranno raggiungere siti più profondi e impervi in ogni parte del pianeta. Ma, come detto, questo esempio rappresenta una piccola curiosità sulle risorse energetiche. Il maggiore interesse di questo thriller rimane quello dell' intrigo e dei retroscena sullo scenario dell' energia mondiale, di cui Leonardo Maugeri era un profondo conoscitore, con estimatori in diversi Paesi. Anche sul «caso Mattei» Maugeri aveva visto giusto, come hanno confermato diversi pentiti di mafia. Solo che il delitto non si è potuto impedire perché quattro giorni non sono stati sufficienti a ordinare lo «stop» agli assassini.

·         Attentato alla sinagoga di Roma, una nuova pista trentotto anni dopo.

Attentato alla sinagoga di Roma, una nuova pista trentotto anni dopo. Massimiliano Coccia su L'Espresso il 9/10/2020. Era il 9 ottobre 1982, morì Stefano Gaj Taché, due anni, altri 37 furono feriti. Un episodio a lungo dimenticato e le cui responsabilità non sono state mai chiarite a fondo. Documenti riservati, acquisiti dall’Espresso, consentono di ricostruire nuove direzioni e gradi di responsabilità. Era il 1982, autunno, morì un bambino di due anni, «un bambino italiano», come l’ha ricordato nel 2015 il presidente Sergio Mattarella. Trentotto anni dopo, sull’attentato più grave contro gli ebrei in Italia dal secondo dopoguerra, non è fatta ancora luce. Possiamo tuttavia ricostruire nuovi gradi di responsabilità e analisi grazie all’acquisizione in esclusiva per l’Espresso di alcuni documenti e alla cancellazione del segreto di Stato voluto dal governo Renzi. Il 9 ottobre 1982 fuori dal Tempio Maggiore di Roma, la sinagoga, c’è molta gente. È una giornata di festa per i tanti ebrei romani, è shabbat e le strade intorno sono popolate da famiglie e bambini per i tanti Bar Mitzwah, la cerimonia di ingresso dei ragazzi nella vita della comunità, e per la cerimonia dello Shemini Atzeret (la benedizione dei bambini) per la chiusura della festa di Sukkot. Il Tempio Maggiore di Roma sorge su Lungotevere de Cenci, proprio davanti l’isola Tiberina, alle spalle si snodano le vie e la vita del Ghetto di Roma, il cuore più antico della Capitale. Alle 11 e 50 cinque uomini, vestiti in modo distinto, si avvicinano al Tempio e si dividono in tre gruppi, uno per coprire la fuga si colloca alle spalle della sinagoga, su via Catalana, altri si collocano davanti all’ingresso. Un agente della sicurezza interna della Comunità Ebraica di Roma chiede ai due di identificarsi: in quel preciso istante il commando, alzando le mani con due dita a segno di “V” - gesto di vittoria tipo dei gruppi estremisti palestinesi - dà il via all’azione, con il lancio di tre bombe a mano corredate, qualche istante dopo, da varie sventagliate di mitra sulla folla. Per le ferite riportate in seguito all’esplosione morirà un bambino di due anni, Stefano Gaj Taché, suo fratello Gadiel di quattro anni sarà ferito in modo grave alla testa e all’addome e altri 37 ebrei romani rimarranno feriti. È l’attentato più grave in Italia dalla fine della guerra ai danni degli ebrei: viene digerito dal dibattito pubblico in modo quasi indolore. La classe politica poi non cambierà l’atteggiamento nei confronti dell’Olp di Yasser Arafat, la memoria della città per lungo tempo estrometterà in modo naturale quel giorno, vedendolo come una “questione ebraica”. Ci vorrà tempo prima che Stefano Gaj Taché e la sua memoria escano dall’oblio, dall’essere catalogati come un episodio laterale della storia del nostro Paese. Solo nel 2007 l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, intitola a Stefano un largo proprio dove avvenne l’attentato. E nel 2015 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli dedica un passaggio significativo del suo discorso di insediamento alle Camere: «(L'Italia) ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell'odio e dell'intolleranza. Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell'ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano». Un cammino lungo decenni, una ferita resa difficile da rimarginare anche dalle numerose omissioni processuali. Al momento infatti conosciamo solamente il movente, una ritorsione per l’invasione del Libano da parte di Israele, e l’identità di un attentatore: Osama Abdel Al Zomar, arrestato undici giorni dopo l’attentato al confine tra Grecia e Turchia mentre portava del materiale esplosivo, poi quasi subito rilasciato e condannato in contumacia dal Tribunale di Roma, ma che per quella morte non ha mai scontato un giorno di prigione. Nonostante il tempo trascorso, la Comunità Ebraica di Roma ha non mai smesso di chiedere l’estradizione per Al Zomar e maggior chiarezza alla politica italiana, appelli caduti nel vuoto perché troppo spesso configgevano con gli interessi italiani nel mondo arabo. Tuttavia, un atto siglato da Matteo Renzi nell’aprile del 2014 che ha tolto il segreto di Stato su numerosi dossier, ci consente oggi, grazie all’acquisizione in esclusiva de “L’Espresso”, di ricostruire nuovi gradi di responsabilità e nuovi livelli di analisi dell’attentato. Anzitutto, dalle carte dei servizi di sicurezza si comprende quanto sia stata sottovalutata la richiesta di incrementare e sorvegliare il Tempio di Roma, richiesta che il Rabbino Capo Elio Toaff avanza nell’inverno del 1982 e che è resa improrogabile da un attentato senza particolari conseguenze che avviene il 18 febbraio, quando una bomba a mano viene scagliata davanti al portone della sinagoga, non facendo nessuna vittima. La notizia dell’accaduto è trasmessa, si legge dalle carte, solamente il 26 febbraio, con la dicitura «ritardata segnalazione per tardiva notizia». Le segnalazioni ignorate sono una costante nei giorni che precedono l’attentato. Lo è ad esempio quella che giunge il 26 settembre 1982 alle 17 e 45 al Comando dei Vigili Urbani di Roma, che raccoglie una voce femminile che dichiara: «Questo è un comunicato contro i servizi dello Stato. Tra quindici minuti esploderà una bomba nella Sinagoga degli ebrei». Polizia e Carabinieri, come scrivono i rapporti, non troveranno nulla sul posto. Nel frattempo, come scrivono gli stessi servizi di sicurezza, l’Europa è attraversata da episodi similari, ad indicare come nonostante la leadership apparentemente granitica di Yasser Arafat, nei territori palestinesi e nei campi libanesi una frangia molto corposa inizi a muoversi alle sue spalle. Ma a farne le spese saranno gli ebrei europei. Infatti il 3 giugno dell’82 la Brigata “Al Siffa” composta da palestinesi, libanesi e libici compie un attentato contro l’ambasciata israeliana a Londra; il 18 settembre a Bruxelles fu compiuto un attentato - similare a quello di Roma - davanti alla sinagoga, dove rimasero feriti quattro fedeli appena usciti dal Tempio. Attentati diversi che videro l’utilizzo delle stesse armi: una mitraglietta “Massinoway W63” di fabbricazione sovietica che fu utilizzata anche per l’uccisione dell’avvocato Cotello in Spagna, nel 1980, compiuta dal palestinese Said Salman, appartenente alla fazione “Abu Nidal”. Cotello fu vittima di uno scambio di persona: l’obiettivo di Salman era infatti il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche spagnole Max Mazin. Come si legge negli atti, secondo i servizi di intelligence, anche per questo motivo le azioni consecutive in Europa non sarebbero da ascrivere all’Olp ma alla cellula “Al Assifa” di Abu Nidal. Nei documenti redatti nelle ore successive all’attentato del 9 ottobre 1982 a Roma, oltre alla ricostruzione della dinamica, si fanno i nomi di tunisini identificati nei giorni precedenti davanti alla Sinagoga e nei giorni successivi di ipotetici appartenenti al commando che ha compiuto l’attentato. Nomi che non appariranno mai nelle carte processuali e che non saranno mai perseguiti o ricercati. Così come la provenienza sovietica delle bombe a mano e delle mitragliatrici utilizzate non sarà sufficiente per ricostruire la rete di provenienza delle armi. Nei cablo redatti nei giorni successivi, oltre all’omessa vigilanza sui luoghi a rischio appare chiara la sottovalutazione di quanto si muovesse nella zona grigia del terrorismo. Dopo le relazioni sull’attentato ormai avvenuto, il 15 ottobre 1982 – sei giorni dopo - viene inviata una missiva al Centro di contro spionaggio del Sismi in cui una fonte straniera avverte che la cellula “Abu Nidal” starebbe pianificando attentati contro sinagoghe, banche, aerolinee, scuole e personale di nazionalità israeliana o religione ebraica in Italia. Questa sigla, ad un certo punto, viene assimilata a quella di una nuova organizzazione nata proprio all’indomani dell’attentato nei campi palestinesi: “Libano Nero”. Ma è forse l’ultimo documento reso pubblico ad aprire, decenni dopo, una pista poco battuta. Si legge infatti che una fonte internazionale, normalmente attendibile, dichiara che l’attentato a Roma sia stato ad opera del Fronte Internazionale della Liberazione Palestinese di emanazione filo-libica. Come scrivono gli uomini dell’intelligence, «il responsabile in Italia della suddetta organizzazione, Quader Muhammed, alcuni giorni orsono si sarebbe interessato ad obiettivi israeliani a Roma e a Milano, con riferimento alla sede e all’ubicazione dell’ambasciata e della sinagoga nella Capitale. (…) Il soggetto si è allontano da Perugia (luogo del suo domicilio, ndr) circa un mese fa e ha fatto ritorno l’11 ottobre (due giorni dopo l’attentato, ndr)». Quader secondo il rapporto avrebbe alloggiato a Roma in casa di Fathi Abed, agente dei servizi segreti libici. Negli stessi giorni a Roma c’era anche Abu Yosef, esponente del Flp, pianificatore degli attentati terroristici in Europa e confidente di Gheddafi. Proprio il leader libico offrì rifugio all’unico responsabile accertato, Osama Abdel Al Zomar, rifiutando le richieste di estradizione.

Il fascicolo si conclude con la descrizione del funerale di Stefano Gaj Taché, seguito da settemila persone che si concluse al cimitero del Verano e proseguì con un corteo pacifico degli ebrei romani per le vie della Capitale. Una chiusura laconica che decenni dopo ci racconta di come memoria e giustizia vanno spesso di pari passo.

·         Il misterioso caso di Davide Cervia.

Il misterioso caso di Davide Cervia, scomparso nel nulla 30 anni fa. Valentina Stella su Il Dubbio il 13 settembre 2020. A trent’anni esatti dal rapimento pubblicato “Il caso Davide Cervia”, il nuovo libro del giornalista Valentino Maimone. Che fine ha fatto Davide Cervia, l’ex sottufficiale della Marina militare esperto in tecnologie di guerra elettronica, scomparso il 12 settembre 1990? A trent’anni esatti dal rapimento, è uscito “Il caso Davide Cervia”, il nuovo libro del giornalista Valentino Maimone, che ha seguito la vicenda dall’inizio. Tra depistaggi, bugie e omissioni per coprire una verità indicibile: «un uomo può essere venduto come un pezzo di ricambio sul mercato del traffico d’armi». L’opera (disponibile su Amazon, in formato ebook e cartaceo) attraverso documenti inediti, retroscena e interviste esclusive ai protagonisti cerca di fare chiarezza su uno dei grandi misteri irrisolti.

Maimone, cosa accadde quel giorno?

«Verso le 17 Cervia uscì dall’azienda di elettrotecnica dove lavorava, salutò i colleghi, ma non fece più ritorno a casa. Da quel momento non si avranno più tracce di lui. Ed è stato dimostrato che il suo non fu un allontanamento volontario».

Cervia, prima di quel lavoro, era stato sottoufficiale della Marina militare?

«Si era arruolato a 17 anni, era diventato il migliore esperto in Italia, tra i primi in Europa, in tecnologie militari. Aveva allestito personalmente le apparecchiature della nave Maestrale, fiore all’occhiello della nostra Marina. A un certo punto, però, aveva deciso di abbandonare quella vita troppo stressante per dedicarsi solo alla famiglia: si sposò con Marisa, fece due figli e andò a vivere a Velletri, vicino a Roma».

A cosa portarono le indagini sulla sua scomparsa?

«Nell’immediato nessuno fece nulla. Le forze dell’ordine minimizzavano, parlando di una fuga con un’amante o da creditori, che non aveva mai avuto. Poi due testimoni oculari dichiararono di averlo visto mentre davanti al cancello della sua villetta fu bloccato da due macchine, preso di forza e portato via».

Cosa ha stabilito la giustizia in questi trent’anni?

«Nel 2000, dopo dieci anni di omissioni e depistaggi, una sentenza penale riconobbe che Cervia era stato sequestrato, ma ad opera di ignoti. E ammise anche i ritardi nelle indagini. Ma fu una pietra tombale sulle speranze della famiglia di arrivare alla verità. Poi, per fortuna, qualcuno ha avuto un’intuizione che si sarebbe rivelata fondamentale».

A cosa si riferisce?

«Diversi anni dopo, l’avvocato Licia D’Amico dello studio legale Galasso ha intentato, per conto della famiglia di Davide Cervia, un giudizio civile contro lo Stato puntando su un principio che già aveva utilizzato per far ottenere il risarcimento ai familiari delle vittime di Ustica: la lesione del diritto dei cittadini alla verità. E anche stavolta ha avuto ragione. Il risarcimento, però, è stato puramente simbolico, un solo euro. Perché l’Avvocatura dello Stato ha posto una barriera: se non volete che invochiamo la prescrizione, non dovete pretendere un risarcimento vero e proprio. La famiglia Cervia ha chinato il capo e accettato anche quest’onta, pur di far celebrare il processo».

Che fine ha fatto Davide Cervia?

«Tutte le ricostruzioni, suffragate ormai da decine di elementi non smentibili, conducono a questa verità: Cervia è stato rapito per essere portato in un Paese arabo per sfruttarne, alla vigilia della prima Guerra del Golfo, le sue conoscenze. Uomini con quelle competenze, sul mercato del traffico di armi internazionale, sono sempre molto richiesti. Specialmente i Paesi sotto embargo hanno continua necessità di personale altamente qualificato, in grado di allestire e utilizzare certi armamenti e formare i militari locali».

Lo Stato italiano sapeva?

«Sono certo che pezzi dello Stato ne abbiano avuto sempre piena consapevolezza. Se qualcuno si è potuto permettere di far sparire un ex militare dalle conoscenze così strategicamente cruciali per il Paese, è impossibile non pensare a coperture istituzionali. Ed è uno degli aspetti più inquietanti di questa storia».

·         Il Mistero di Pier Paolo Pasolini.

Il nodo del Dna sui reperti e i pantaloni manipolati di Pelosi. Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di L'inchiesta spezzata di Pier Paolo Pasolini. Stragi, Vaticano, DC: quel che il poeta sapeva e perché fu ucciso di Simona Zecchi (Ponte alle Grazie). Simona Zecchi, Martedì 17/11/2020 su Il Giornale. Da quando quarantacinque anni fa il corpo massacrato di Pier Paolo Pasolini è stato rinvenuto presso l’area di un campetto da calcio dell’Idroscalo di Ostia, alle porte di Roma, alle ore 6.30 del mattino, le ultime indagini sono quelle che hanno avuto maggiore durata, cinque lunghi anni. Un riesame delle vecchie carte del processo è stata prima necessaria agli inquirenti, in modo tale da riprendere là dove le attività investigative passate erano state interrotte, affossate o non chiarite. Sono stati individuati testimoni che prima per qualche «strana» ragione non era stato possibile individuare. Molti degli ex abitanti o possessori delle ex baracche dell’Idroscalo sono stati ascoltati (in alcuni casi riascoltati) e alcuni di loro hanno riferito per la prima volta del grande caos di quella notte in cui il «campetto degli Zingari», come veniva chiamata quella parte di Idroscalo, era popolato da più macchine, moto e persone. Racconti, anche a distanza di anni, coincidenti tra loro. Infine, nuove indagini sono state effettuate insieme ad alcuni accertamenti tecnici e biologici. Tra le scoperte più rilevanti che sono state fatte poi, quella dell’esistenza di due automobili in possesso di Giuseppe Pelosi (oltre che di una moto) attive durante la notte del 1° novembre 1975 e circolanti fra la Stazione Termini e l’Idroscalo: due Fiat 850, una di colore bianco e l’altra di colore blu acceso. Fatto questo che indica, come hanno scritto in via ipotetica i nuovi inquirenti, il possibile supporto di altre persone. Nei vecchi atti l’unica auto in possesso di Pelosi invece è sempre e solo stata quella bianca, di cui esistono anche le foto presenti nei faldoni del processo e considerata estranea al delitto, mentre sia lo stesso Pelosi sia i suoi amici interrogati di nuovo a distanza di molti anni, e sempre reticenti, ne hanno continuato a omettere l’esistenza. La Fiat 850 azzurra è stata inghiottita dal buio di quella notte, così come l’altra Alfa GT 2000, o meglio le altre Alfa – come vedremo – e le moto coinvolte. Inoltre, la pista del furto delle bobine di Salò (vicenda che presto affronteremo con elementi nuovi) è stata ritenuta dagli inquirenti valida; e ancora, la dinamica di più persone sulla scena quella notte, che forse il magistrato non ha ritenuto potesse reggere in un processo, sebbene combaciasse con diversi altri elementi a supporto, e in Massacro fissata con precisi e ulteriori elementi.32 E poi, la lista dei sospettati a fronte dei quali è stato svolto l’esame del DNA con i profili genetici presenti nel database del ministero dell’Interno, ben 120. Sui reperti, cinque le tracce di profili ignoti emersi nel 2013, oltre a quelli appartenenti allo scrittore e a Pelosi, ma le condizioni di alcuni reperti e degli stessi dati presenti nel database non hanno consentito la precisa individuazione di alcuna delle persone sospettate. Due cose tuttavia il nuovo esame le ha accertate. Intanto, la conferma che non esiste alcuna traccia organica prodotta da un atto sessuale sui vestiti di Pasolini (né l’allora perizia sul corpo rilevò al tempo alcuna presenza al riguardo). Esiste invece traccia organica di quel tipo sugli slip di Pelosi in cui non compare il profilo di Pasolini, dunque prodotta in altro frangente. Se si pensa che tutto il processo al tempo fu costruito sull’assunto che Pasolini e Pelosi si fossero appartati all’Idroscalo per consumare un rapporto sessuale, come provato abbondantemente in Massacro, 33 al contrario, quello stesso assunto, mirato a sporcare l’immagine di un uomo e un letterato che non aveva bisogno di spostarsi, per i suoi affari privati, di 35 km in un luogo buio e poco sicuro, resta privo di logica e di riscontri fattuali. L’altra questione che qui viene mostrata e sciolta, e che le carte invece non hanno spiegato, riguarda poi la macchia sui pantaloni di Pelosi, la cui sola foto avevo mostrato nel precedente libro e che ripropongo qui nuovamente ponendola a confronto, stavolta, con l’immagine dello stesso reperto presente presso il museo criminologico di via Giulia a Roma, che al momento della pubblicazione non possedevo. Le due foto raffigurano gli stessi reperti dopo oltre quarant’anni: una quello intriso di sangue proveniente dal vecchio fascicolo n. 1466/75, l’altra quello proveniente dal museo criminologico privo di quel grande alone. Ho personalmente verificato con la parte del Dipartimento dell’Amministrazione Giudiziaria (DAP) responsabile dei reperti custoditi presso il museo che i pantaloni lì esposti sono originali, nessun tipo di modifica nel corso degli anni è avvenuta o alcun reperto-copia ha mai sostituito gli originali. Altra cosa rilevante da spiegare è che non tutti i reperti sono stati inviati allora ai periti con la stessa tempistica e modalità, come si evince dalla lettura dei vecchi atti: un particolare questo che ha senso solo ora che si osservano insieme queste due foto e che fa sorgere una domanda precisa: i pantaloni arrivano senza macchia al museo perché manipolati tempo prima? La cosa fondamentale da dire poi è che nelle perizie svolte dai tre medici legali Rocchetti-Merli-Umani Ronchi,34 scelti dalla magistratura, tra il 1975 e il 1976, sugli stessi pantaloni blu di Pelosi non vi è alcun riferimento a quella grande macchia. Il riferimento a quell’indumento nelle vecchie carte è sempre e solo «a carico della parte inferiore della gamba destra del pantalone». Le tracce sulla parte inferiore sono tuttora evidenti, ormai essiccate, mentre tutto il resto di quell’enorme macchia è sparito. Secondo quanto da me verificato, inoltre, i reperti, una volta giunti presso la struttura del museo (l’8 febbraio del 1985), sono stati oggetto di «disinfestazione e disinfezione», ma questo non ha affatto influito sulla persistenza delle macchie di sangue rimaste sugli altri indumenti (come accade, ad esempio, con la camicia «Missoni» di Pier Paolo Pasolini che qui, sempre per far comprendere l’evidenza di ciò che sto affermando nei due esemplari, mostro). Tanto meno è stato possibile che si sia cancellato quell’enorme alone nel momento in cui, come raccontò Pelosi al tempo, il ragazzo si sarebbe accostato presso una fontanella prima di essere fermato dai carabinieri all’1.30 del mattino. Prova ne è che le poche altre macchie sugli indumenti di Pelosi sono rimaste lì, essiccate dal tempo ma presenti. E c’è dell’altro: gli esami compiuti dal RIS hanno indicato proprio la presenza, ormai non più evidente a occhio nudo, di tracce ematiche sulla parte superiore dei pantaloni.

Pier Paolo Pasolini, 45 anni fa quell'ultima notte misteriosa che (forse) rimarrà insoluta per sempre. Chiara Ugolini su La Repubblica l'1 novembre 2020. Nella notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975 veniva ucciso il regista e poeta. Una morte che ancora oggi presenta più di un punto oscuro e che con la morte di Pino Pelosi potrebbe essere sepolta per sempre. Oppure no. Intanto il suo cinema vive con il restauro di 'Accattone' e il documentario "In un futuro aprile". Quell'ultima notte, quella manciata di ore tra la cena con Ninetto Diavoli e la morte sulla via dell'Idroscalo, quel lasso di tempo nel quale è avvolto il mistero della uccisione di Pier Paolo Pasolini, tra il 1° e il 2 novembre del 1975, ha ispirato film (Marco Tullio Giordana, Abel Ferrara, David Grieco), riempito libri e articoli e naturalmente è stato al centro di inchieste e di fascicoli di tribunale. Eppure a 45 anni dalla morte del regista e poeta, ora che anche l'unico mai accusato formalmente del suo assassinio, quel Pino Pelosi detto la Rana che all'epoca dei fatti aveva 17 anni, è morto quello che è veramente accaduto rimane ancora confuso e frammentario. È arrivato il momento per fare chiarezza. Lo sostiene il legale della famiglia Stefano Maccioni che, con riferimento a tracce del dna diverse da quelle di Pelosi, dice: "Sono trascorsi 45 anni dal delitto ma abbiamo delle prove che possono resistere anche al trascorrere del tempo. Oggi sappiamo che Pier Paolo Pasolini non venne ucciso soltanto o forse nemmeno da Pino Pelosi, cioè da colui che la Giustizia aveva indicato come l'unico responsabile dell'omicidio. È necessario quindi sgombrare il campo dai tanti dubbi che ancora gravano su questa complessa e tragica vicenda". Già 5 anni fa, in occasione dell'uscita del libro e del film dell'amico David Grieco La macchinazione, si era tornato a parlare di quell'ultima notte. Il giornalista e regista proponeva la sua personale verità, molto vicina a quella suggerita dalla famiglia: Pasolini non fu ucciso per un rapporto sessuale finito male, ma fu vittima di un complotto, appunto una macchinazione, per le sue idee, per il mosaico che l'autore stava componendo negli ultimi anni della sua vita. Un mosaico composto dal film Salò o le 120 giornate di Sodoma, ambientato durante il fascismo ma atto d'accusa nei confronti del potere suo contemporaneo, al pari degli articoli scritti per il Corriere della Sera (tra cui quello pubblicato il 14 novembre '74 dal titolo "Cos'è questo golpe? Io so") e di Petrolio, l'incompiuto romanzo-inchiesta che metteva sul banco degli imputati la classe dirigente dell'epoca. Opere e denunce che secondo molti gli sono costate la vita, un delitto politico quindi e non un delitto sessuale, come era stato frettolosamente fatto credere allora. E proprio per quello è tanto quanto mai importante oggi continuare a leggere Pasolini, a studiare Pasolini, a vedere Pasolini. E in questo 2 novembre con le saracinesche dei cinema abbassati e i teatri chiusi occorre trovare comunque un modo per ricordarlo e celebrarlo. Avrebbe dovuto andare in sala proprio in occasione dell'anniversario, il restauro del primo film del regista, quell'Accattone che segna il debutto sul grande schermo dello scrittore e poeta. È il 1961, la sua prima volta, nel film con Sergio Citti racconta la Roma che frequenta, che ama, quella del sottoproletariato. Un primo esperimento che mina l'amicizia con Federico Fellini (che glielo doveva produrre con la sua Federiz ma poi si ritirò) ma non la rovina e che porta Pasolini a vivere mesi di angoscia e tormento fino alla prima nel dicembre del 1961 a Torino dove lo presenta così: "Sono terrorizzato. Accattone è il mio primo film. Quando l'ho cominciato - ora posso confessarlo  - non sapevo nulla: non sapevo che esistessero, per esempio, vari tipi di obiettivo, e restavo di stucco quando l'operatore mi chiedeva che obiettivo desiderassi. Addirittura - questo è enorme - non sapevo con precisione cosa significasse panoramica: la confondevo col campo lungo... Ero, insomma, un principiante. Ciò mi ringiovanisce - e questa è una cosa che fa sempre piacere. Ma, ad ogni modo, appunto per questo adesso tremo: tremo nel lasciare la parola - la difficile angosciosa parola - ai miei personaggi, che si rivolgono a voi come da un altro mondo". Il film poi venne attaccato da gruppi neofascisti (che lanciarono bombette di carta e finocchi tra il pubblico) e dalla censura che lo fece ritirare dalle sale. Vinse il premio alla regia al festival di Karlovy Vary e oggi, quasi 60 anni dopo fa dire a Martin Scorsese: "Capolavoro indiscusso, un film che ha avuto un impatto indelebile su di me e molti altri". E per un film che trova la sala cinematografica chiusa ce n'è un altro, In un futuro aprile il documentario di Francesco Costabile e Federico Savonitto che racconta la giovinezza friulana, che si sposta in quella virtuale.

·         Il Mistero di Ilaria Alpi.

I documenti segreti della Cia sul caso Ilaria Alpi. L'Espresso ha ottenuto i rapporti inediti americani sul periodo in cui in Somalia fu uccisa la giornalista. Si parla di un’azienda molto pericolosa e di trafficanti italiani. Andrea Palladino il 18 agosto 2020 su L'Espresso. Trentadue pagine, dodici documenti classificati “Secret” e “Top Secret”. Report in grado, dopo ventisei anni, di riportarci nelle strade di Mogadiscio poco prima del 20 marzo 1994, la data dell’agguato mortale contro Ilaria Alpi e #Miran_Hrovatin. Carte oggi declassificate dalla principale agenzia dell’intelligence statunitense, la Cia, dopo una richiesta dell’Espresso in base al Freedom of Information Act (Foia). Un anno e mezzo di istruttoria, una risposta per ora parziale, ma in grado di aggiungere elementi importanti al contesto somalo oggetto dell’ultimo reportage di Ilaria Alpi. Doveva andare in onda la sera di quel 20 marzo, non arrivò mai in Italia, se non per frammenti, filmati incompleti. I report Usa aprono una porta sul mondo che Ilaria seguiva durante il suo ultimo viaggio. Traffici di armi, società della cooperazione italiana, alleanze segrete. Mogadiscio, 1994. La sconfitta della missione Onu per riappacificare la Somalia era compiuta. È la storia di un fallimento lo scenario che ha visto l’agguato mortale contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Roma, 2020. Le indagini per capire chi ha armato il commando di sei uomini sono ancora aperte. Movente, mandanti, esecutori: un foglio bianco.

Mogadiscio era il crocevia di tante storie. Traffico di armi, prima di tutto. Razzi Rpg, Kalashnikov, munizioni di ogni tipo, un flusso inarrestabile che alimentava la guerra tra le due principali fazioni. Ali Mahdi, alleato con le forze Onu. Mohammed Farah Hassan, detto Aidid, il “vittorioso”, a capo delle forze islamiste. Quel mondo Ilaria lo conosceva come pochi suoi colleghi; si era laureata in lingua e cultura araba, con una lunga gavetta, prima di approdare alla Rai, raccontando il nord Africa, spesso in maniera rocambolesca. Delicata e profonda, nelle sue cronache. In grado di capire le sfumature, le alleanze che si nascondevano dietro l’apparenza. La giornalista giusta, per raccontare l’inferno. Un target per chi alimentava il caos.

LA ROTTA DELLE ARMI. #Mohammed_Aidid era il nemico numero uno della coalizione Onu quando la missione #Unosom inizia, con lo spettacolare sbarco dei Marines a Mogadiscio. Almeno in apparenza. Il 3 ottobre del 1993 i Rangers erano sulle sue tracce. Preparano una missione nel cuore di Mogadiscio, un’incursione che doveva durare pochi minuti, giusto il tempo per permettere a reparti speciali di catturare il signore della guerra. Tutto andò storto, i miliziani colpirono uno dei quattro elicotteri Black Hawk, uccidendo 19 soldati americani. Un’azione divenuta famosa con il film di Ridley Scott (“Black Hawk Down”)del 2001, icona cinematografica della sconfitta in Somalia.

Da mesi la Cia era sulle tracce di Aidid, monitorando ogni suo spostamento. L’obiettivo fondamentale, per l’Onu e gli Stati Uniti, era individuarlo, ma anche capire chi finanziasse il capo della fazione islamista e da dove provenissero le armi utilizzate dalle sue milizie. In una nota del 18 settembre 1993, declassificata su richiesta dell’Espresso, gli analisti della Cia scrivono: «L’abilità del signore della guerra nel reperire nuove armi ha senza dubbio contribuito alle recenti indicazioni che Aidid si sente sicuro di vincere contro gli Stati Uniti e le Nazioni Unite». Dal mese di agosto del 1993 gli agenti statunitensi segnalavano un aumento di flussi di armi dirette alla fazione islamista. In realtà la Somalia fin dall’inizio della guerra civile era una vera e propria Santabarbara. Per anni il governo di Siad Barre - stretto alleato dell’Italia - aveva acquistato armi, creando magazzini letali nell’intero paese. L’Italia era stato uno dei principali fornitori, fin dai primi anni ’80. L’ex generale del Sismi Giuseppe Santovito - iscritto alla P2 - in un interrogatorio davanti all’allora giudice istruttore di Trento Carlo Palermo aveva raccontato delle ingenti forniture di armamenti al paese da sempre ritenuto come una e propria estensione geopolitica dell’Italia. Pochi mesi prima della morte di Ilaria Alpi e Miran Horvatin c’è una accelerazione. Aidid ha l’obiettivo - che ritiene raggiungibile - di far fallire la missione Onu, rimandando a casa i paesi della coalizione. Acquisire armi aveva un doppio scopo, spiegano le note Cia: essere pronti al combattimento, ma soprattutto convincere gli altri signori della guerra ad allearsi con gli islamisti.

L’AIUTO SEGRETO ITALIANO. Il primo ottobre 1993, due giorni prima di Black Hawk Down, a Washington arriva una nota dalla capitale somala: «Le rotte per la fornitura di armamenti, nascondigli e legami operativi delle forze di Aidid». Dal mese di settembre gli Usa avevano iniziato a monitorare le carovane che partivano dal lungo confine con l’Etiopia dirette nell’area di Mogadiscio, dove la situazione era divenuta estremamente critica: «Gli armamenti - che includono mortai e Rpg - sono trasportati lungo le strade che collegano Mogadiscio con Belet Weyne, Tigielo e Afgoi». L’obiettivo era chiaro: «Stanno pianificando di usare i mortai e gli Rpg contro Unosom». Nella stessa nota la Cia fornisce, per la prima volta, un’indicazione sulla rete logistica di appoggio alla fazione degli islamisti: «I supporter di Aidid stanno utilizzando la società Sitt, che è situata dall’altra parte della strada rispetto al compound Unosom. La società Sitt appartiene a Ahmed Duale “Hef”. (omissis) Commento: questa presenza è una minaccia per il personale Unosom e per chiunque entri nel compound». Duale e Sitt, due nomi da appuntare. Quando mancano quattro mesi all’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin la situazione a Mogadiscio diventa ancora più critica: «I compratori pro-Aidid stanno acquistando una inusuale grande quantità di munizioni», segnala la Cia in una nota del 23 novembre 1993. Un secondo report, con la stessa data, aggiunge un altro dettaglio: «C’è una consegna di armi e munizioni in una casa nel distretto Halilua’a di Mogadiscio, trasportata da un unico camion di produzione italiana, con sei casse di Ak-47, fucili di assalto Fal, quattro lanciatori di granata russi. L’origine del carico è ignota».

IL DOPPIO GIOCO. Per l’intelligence Usa, dunque, era la società Sitt lo snodo logistico utilizzato dai supporter di Aidid. «Una minaccia per l’Onu», scrivevano. Il nome era ben noto negli ambienti del contingente italiano. Appena due mesi prima della nota della Cia, la Sitt aveva inviato una serie di fatture per migliaia di dollari al comando Italfor relative alla fornitura di materiale di ogni tipo. Prima del conflitto la stessa società aveva operato come supporto logistico per la cooperazione italiana. A capo di quell’impresa, oltre all’imprenditore somalo Ahmed Duale, citato nella nota Usa, c’era Giancarlo Marocchino, trasportatore originario del Piemonte che operava in Somalia da anni. Fu lui ad intervenire per primo sul luogo dell’attentato mortale contro Alpi e Hrovatin. «Marocchino è stato un collaboratore che ho ritenuto affidabile fino a quando ho trovato le armi nel suo compound diffidandolo ufficialmente», racconta all’Espresso il generale Bruno Loi, a capo del contingente italiano fino al settembre 1993. «Ma per quanto riguarda la nota della Cia - prosegue Loi - mi stupisce che abbiano trovato questa minaccia senza fare nulla per eliminarla; c’è qualcosa che non quadra».

L’INCHIESTA. Sull’agguato del 20 marzo 1994 la Cia sostiene di non avere nessun record in archivio. Eppure l’ultima inchiesta di Ilaria Alpi si intreccia strettamente con quel traffico di armi diretto alla fazione di Aidid. Il 14 marzo 1994 i due reporter di Rai 3 arrivano a Bosaso, nel nord della Somalia. C’era un nome appuntato sul quaderno di Ilaria, la compagnia di pesca italo-somala Shifco. Una nave della società era ferma al largo della costa migiurtina, sequestrata dalle milizie locali. In un appunto del Sismi declassificato nel 2014 dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini l’intelligence italiana racconta come quella compagnia, diretta da Said Omar Mugne - imprenditore somalo che aveva vissuto a lungo in Italia - proprio in quei mesi stava preparando il trasporto di un carico di armi «acquistato in Ucraina da tale Osman Ato, cittadino somalo naturalizzato statunitense, per conto del generale Aidid». Sulla Shifco e su Osman Ato la Cia ha risposto con la consueta formula: «Non possiamo confermare o smentire l’esistenza o la non esistenza di record». La questione, in questo caso, sembra avere ombre di segreto ancora oggi.

“CROGIOLO DI MENZOGNE”. Per il generale Bruno Loi la Somalia è ancora una ferita aperta: «Eravamo pronti a catturare Aidid nel giugno 1993 - racconta - avevamo il consenso del governo italiano, ma Unosom ci bloccò». Il fallimento di quella missione, spiega, va cercata nelle stesse regole di ingaggio delle Nazioni Unite: «L’Onu non ha capito che la democrazia non si esporta, ma si costruisce con anni di supporto», commenta Loi. E forse il caso Alpi rimane una ferita aperta perché è bene non entrare in quel labirinto senza fine della missione nel corno d’Africa: «La Somalia è stata un crogiolo di bugie, menzogne, disinformazione», spiega Loi, ventisei anni dopo. E di segreti che durano ancora oggi.

ILARIA ALPI. SEMPRE SEGRETO IL NOME DELL’AGENTE SISDE CHE SA TUTTO. PERCHE’? Inchieste 18 Agosto 2020 di: Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci. Spuntano documenti inediti della CIA sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Li rivela l’Espresso con un’inchiesta firmata da Andrea Palladino. In un dossier dell’agosto 1993, in particolare, i servizi segreti a stelle e strisce segnalano un aumento dei flussi di armi diretti alle fazioni islamiste. E dettagliano il ruolo svolto dagli italiani in quei traffici illegali. Dalle carte emerge anche il nome dell’imprenditore Giancarlo Marocchino. La Federazione Nazionale della Stampa chiede “alla Procura di Roma di acquisire ed esaminare i documenti della CIA”. Quella Procura di Roma che ha cercato di archiviare l’inchiesta, per volontà del pubblico ministero Elisabetta Ceniccola e del procuratore capo Giuseppe Pignatone. Il gip capitolino Andrea Fanelli, però, si è opposto all’archiviazione e ha chiesto ulteriori indagini per far luce su 12 punti ancora oscuri. Un punto riguarda proprio la figura di Marocchino. La prima richiesta di Fanelli è datata ottobre 2019. Se ne doveva sapere qualcosa dopo sei mesi di proroga delle indagini. Ma ad aprile nessuna novità. Il silenzio più totale, grazie forse anche al Covid. Fanelli ha chiesto altri sei mesi? O cosa?

UN TESTE TROPPO SCOMODO. Intanto, dettagliamo meglio la figura di Marocchino: l’uomo fin da subito al centro del giallo, già nelle carte del primo e unico pm che sul serio abbia indagato sul caso, Giuseppe Pititto, e per questo “fatto fuori” per “incompatibilità ambientale”. Ovvio: chi rischiava di alzare il sipario su quei traffici di “armi e rifiuti” andava eleminato. “Doveva morire” sotto il profilo giudiziario, essere sbattuto in un tribunale di provincia e poi in un cimitero degli elefanti come l’Ater che gestisce immobili della Provincia di Roma. Così come “Dovevano morire” Ilaria e Miran che avevano scoperto traffici, connection e complicità molto più grandi di loro. Scoperte che avrebbero portato ad un vero terremoto nelle nostre stesse istituzioni. Per capire il ruolo di Marocchino in tutta la story, meglio andare subito ad un episodio chiave. Vale a dire la querela presentata dallo stesso Marocchino e dal colonnello del SISMI Luca Rajola Pescarini contro Giampiero Sebri, uno dei testi chiave che nel corso dell’udienza processuale del 5 giugno 2002 lancia bordate pesantissime, e particolarmente dettagliate, contro i due, accusati di aver messo su “un sodalizio criminale per un traffico d’armi” e di essere responsabili della “preparazione dell’agguato di Mogadiscio costato la vita ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”.

E CHI INSABBIA? PALAMARA. E chi sarà mai il pubblico ministero che a Roma deve valutare quei fatti? Nientemeno che Luca Palamara, il quale prende per oro colato le accuse contro Sebri formulate dai legali di Marocchino e Rajola Pescarini e chiede tre anni di condanna per “calunnia aggravata”, aggravata cioè dal fatto di aver fornito dei precisi dettagli. Se ne frega di effettuare accertamenti, Palamara, di valutare accuse tanto pesanti e se la sbriga chiedendo tre anni di condanna. Coglie la palla al balzo il giudice, Alfredo Landi, che condanna l’imputato a tre anni. Facile come bere un bicchier d’acqua, ottimo e abbondante per insabbiare ancora una volta & depistare. Del ruolo di Marocchino ha scritto montagne di carte l’avvocato Domenico D’Amati, lo storico legale della famiglia Alpi. Alla “Voce” D’Amati raccontò di quella fondamentale pedina, dei traffici di armi & rifiuti, di quegli scenari internazionali da brivido e di troppi depistaggi eccellenti. La figura di Marocchino è al centro del capitolo dedicato al giallo Alpi nel volume “Giornalismi & Mafie” pubblicato nel 2008 e curato da Roberto Morrione. Ed è anche al centro di parecchi report redatti negli anni ’90 dal Sisde, in perfetto contrasto con il Sismi: per la serie, Servizi civili contro Servizi militari. Tutti i “segreti” – è il caso di dirlo – ruotano intorno alla figura di un agente del Sisde che “sapeva tutto” ed il cui nome non è mai stato rivelato. E’ stato lui, infatti, a confezionare un paio di dossier bollenti su quei traffici ed i protagonisti in campo: Marocchino in pole position. Le dettagliate informative sono state inviate dal Servizio civile e quello militare, il quale però ha fatto orecchie da mercante e ha “coperto”. Facendo notare appena che erano “a conoscenza di traffici d’armi nel Corno d’Africa”, ma nulla più.

PERCHE’ QUELL’AGENTE RESTA MISTERIOSO? Ed invece l’agente misterioso va avanti nei suoi approfondimenti e precisa che “Marocchino ha allestito in Somalia un’officina di assemblaggio per armi pesanti” ed è inoltre coinvolto in un progetto di cooperazione tra Italia e “Somalia Somib”, niente altro che una copertura per i traffici d’armi. A quanto si sa, la “fonte” del Sisde ha cominciato ad indagare a partire da febbraio 1993. Sorge spontanea una domanda. Come mai non è stato chiesto con forza da alcuna forza politica – MAI – di conoscere l’identità di quella fonte affinchè sia finalmente interrogata dall’autorità giudiziaria? La Procura di Roma, o meglio quella di Perugia, visto il perenne clima da “porto delle nebbie” che si respira in riva al Tevere? Ostacola forse il timore di scoprire troppi altarini? Di svelare complicità istituzionali che è meglio insabbiare? Il giallo, a quel punto, può trovare la sua svolta. Ben difficile che il rapporto della CIA, una volta reso noto nella sua completezza, possa svelare più di tanto. Per un solo motivo: gli americani erano nostri “complici” in quei traffici di armi. Sapevano benissimo e hanno chiuso gli occhi. Per qual motivo riaprirli adesso?

Uccisa due volte. Dalla Giustizia italiana. Inchieste 30 Ottobre 2016 di: Andrea Cinquegrani su La Voce delle Voci. Giallo Alpi. Giorni fa l’ennesimo schiaffo alla memoria di Ilaria e Miran Hrovatin, l’assoluzione del killer inventato dai “burattinai” per depistare meglio, 26 anni affibbiati Hashi Omar Assan che c’entrava come il cavolo a merenda. “Una conclusione schifosa, una tragica farsa”, ha ancora la forza di commentare Luciana Alpi, la sempre più sola madre di Ilaria. Solo una giustizia inefficiente? Dotata sempre dei soliti scarsi mezzi? Oppure pigra e farraginosa? Altri aggettivi servono meglio a descrivere i fatti: depistante, utilizzata solo per coprire quanto è realmente accaduto. Quindi, in soldoni, complice. Soprattutto se il burattinaio è da novanta: addirittura in casacca a stelle e strisce, la CIA. Ci sono – a questo punto del giallo tragicamente farsesco – molte tessere del mosaico che combaciano, e mandano una luce sinistra. Vediamole, ripercorrendo alcuni passaggi recenti e passati. Ecco un paio di frasi pronunciate da Luciana Alpi: “Oggi abbiamo appreso che Ilaria è morta di caldo. Sì, di caldo, in Somalia”. “Sono furibonda per tutto quello che hanno fatto e disfatto per coprire gli assassini e i moventi di un duplice delitto”. “I giudici non hanno ascoltato i veri protagonisti di questo lungo depistaggio”. “Dai verbali delle udienze emerge che l’ambasciatore Giuseppe Cassini ha portato in Italia il testimone Gelle, il quale accusa Hashi di aver sparato a Ilaria e Miran. Ma non c’è mai stato un giudice o una Corte che lo abbiano interrogato. Per confermare o per smentire. Hanno condannato un giovane sulla base di una sola dichiarazione”. E oggi neanche si scusano. Continua la signora Alpi, una donna ormai distrutta nel morale e provata anche nel fisico: “Una giornalista di ‘Chi l’ha visto’ (Chiara Cazzaniga, ndr) ha rintracciato Ali Rage Ahmed, alias Gelle, lo ha intervistato, si è fatta dire la verità. La Procura di Roma sapeva dov’era. Viveva alla luce del sole. Ha fatto finta di niente. Non lo ha mai interrogato. Ripeto: uno schifo”. “Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. Ho ormai la netta impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

LO SCIPPO DELL’INCHIESTA. Ce n’era uno, entrato subito in scena. Ma proprio perchè aveva forse intenzione di scoprire quella verità è stato immediatamente fatto fuori, estromesso dalle indagini. Si tratta di Giuseppe Pititto, che per quei primi tentativi di far luce sul giallo di Mogadiscio non solo venne scippato del fascicolo istruttorio, ma cacciato da Roma, per preciso volere dell’allora procuratore capo Salvatore Vecchione. Pititto ha quindi lavorato a L’Aquila per alcuni anni, poi, stanco di questa giustizia, ha abbandonato la toga. Ha però avuto la forza, Pititto, di scrive un thriller politico per Fazi Editore, “Il grade corruttore”. Ecco la trama: protagonista una giornalista, Federica Olivieri, inviata nello Yemen. E’ a caccia di una pista per un traffico internazionale di armi, scopre che il burattinaio è nientemeno che il nostro ministro degli Interni, Ugo Miraglia, il quale, ovviamente, sta per diventare Capo dello Stato. Federica viene barbaramente assassinata, partono le indagini e subito il procuratore capo di Roma dà tutto per chiaro, un tragico incidente, i soliti balordi. Per un puro caso il fascicolo finisce nelle mani di un giovane pm, Davide Nucci, il quale man mano si troverà sempre più debole e isolato. Proprio mentre il ministro Miraglia entra al Quirinale. “Magistratura, politica, giornali, tutti si schierano in silenzio, partecipando a una colossale recita in cui ogni ruolo, ogni battuta, risponde ad una regia spietata”. Veniamo al cuore del giallo, che batte amerikano. E riportiamo alcune parole tratte da un altro libro, uscito nel 2008, “Giornalismi & mafie”, curato da un vero maestro dell’informazione, Roberto Morrione. Nel denso capitolo significativamente titolato “L’omicidio di Ilaria Alti – Alta mafia tra coperture, deviazioni, segreti” eccoci di fronte ad un paio di quesiti chiave: “perchè il dottor Pititto è stato estromesso dall’inchiesta proprio in un momento delicato e di possibile svolta nelle indagini? Il dottor Pititto, con la collaborazione della Digos di Udine, aveva fatto giungere in Italia i due testimoni oculari, Ali Abdi e Nur Aden, l’autista e l’uomo di scorta, ma non li ha potuti interrogare”. Come mai? Altro interrogativo da novanta: “Perchè non si è individuato chi, tra le autorità italiane e dell’Unosom, ha consentito o collaborato o addirittura disposto di costruire un capro espiatorio?”. Da tener ben presente che già otto anni fa – ben prima della fresca sentenza – Hashi Omar Assan veniva definito un “capro espiatorio”! Subentrerà nelle indagini a Pititto il pm Andrea De Gasperis, che caratterizzerà la sua azione per “incompetenza e sciatteria”, come denunciarono i coniugi Alpi. Andiamo, a questo punto, alla Digos di Udine, che se le cose fossero andate come giustizia comanda (con un Pititto alla guida delle indagini) avrebbe rischiato – udite udite – di far luce su quella tragica connection, a forti tinte Usa. Un rischio che non si poteva certo correre: per questo estromessa Udine, cacciato Pititto.

NEI MISTERI DI VIA FAURO. Maggio 1994. Subito alla ribalta la prima “fonte confidenziale” (ne seguiranno altre due) che contatta la Digos friulana. Fa il nome di due italiani che vivono e operano a Mogadiscio da anni. Si tratta di Giancarlo Marocchino e Guido Garelli, un imprenditore esperto in logistica da molti etichettato come disinvolto faccendiere, il primo; un colonnello impegnato dei deserti del Sahara occidentale (un po’ come il Drogo nel Deserto dei Tartari di Buzzati) con la passione per la Somalia, il secondo. Fornita l’imbeccata, la fonte sparirà nel nulla. Ma prima accenna ad una “piccola società aerea che fa capo a Marocchino e Garelli ed ha sede in via Fauro a Roma”. Drizzano subito le antenne due ispettori della Digos di Udine, Giovanni Pitussi e Antonietta Motta. Quest’ultima, in particolare, ha ben presente una trasmissione del Costanzo Show in cui, guarda caso, sono ospiti i genitori di Ilaria, e si parla del recente attentato di via Fauro che avrebbe avuto come obiettivo l’abitazione del giornalista. Si mettono subito al lavoro, Motta e Pitussi, e scoprono che proprio a via Fauro hanno sede tre società che si occupano di trasporti, anche aerei: Finarma, Fin Chart e Saniservice. La prima fa capo nientemeno che a un ex magistrato, Pio Domenico Cesare, che stanco di codici e pandette pensò bene di darsi anima e corpo ai traffici di monnezza, meta preferita la Somalia. Dettagliò addirittura nel 1995 un servizio firmato da Luigi Grimaldi per il settimanale “Avvenimenti” che la toga-imprenditrice “coordinava gli incontri tra la Fin Chart e i rappresentanti somali per definire il progetto di smaltimento dei rifiuti tossici nel Corno d’Africa”. E a via Fauro 59 è localizzato il primo quartier generale di Fin Chart. Come mai la procura romana non approfondì quel ramo d’inchiesta il cui imput arrivava dalla Digos di Udine? Come mai delle indagini, pur avviate dal pm Franco Ionta, si sono perse le tracce? E non è stato approfondito un tassello strategico, ossia l’incrocio con un’altra strage, quella del Moby Prince, in cui fanno capolino misteriose sigle guarda coso ubicate sempre nella affollata via Fauro? L’ennesimo buco nero – quello del Moby Prince – sul quale da un anno è impegnata una fresca commissione parlamentare d’inchiesta. Nei rapporti Digos veniva fatto espressamente cenno ai possibili mandanti del duplice omicidio, tra cui il titolare dell’altra compagnia dei misteri, la Shifco (che trasportava rifiuti tossici a bordo delle navi donate del nostro governo), ossia Mugne Said Omar; e un trafficante di armi ed esponente del clan Murosade, Osman Mohamed Sheikh. Ma c’è un terzo personaggio rimasto nell’ombra, “un somalo-americano prima arruolatore di Mujadin per conto della Cia – scrive Grimaldi – e poi portavoce delle Corti islamiche”. Eccoci, allora, dentro le connection a stelle e strisce che portano da Mogadiscio direttamente negli States. Esiste la verbalizzazione di un ufficiale dei carabinieri (il nome non è mai trapelato) secondo cui la trappola mortale per Ilaria e Miran venne organizzata dalla Cia. Vero che riferisce “de relato”, fonti dell’allora Sismi e dell’Ambasciata italiana: ma che fine ha fatto quella pista? Ricorda qualcosa l’ambasciatore Giuseppe Cassini, così solerte da portare per mano in Italia l’accusatore taroccato Gelle? Passiamo a un’altra sigla il cui nome fa solo ora capolino attraverso la desecretazione – decisa un anno fa – delle centinaia e centinaia di pagine. Si tratta di CISP, una delle tante organizzazioni non governative che allora lavoravano nel Corno d’Africa per l’Italia. Ma strategica: perchè si occupò dell’ultimo trasporto di Ilaria e Miran, provenenti da Bosaso e in arrivo all’aeroporto di Mogadiscio. Come mai un cambio in corsa, visto che era stato fino a quel momento curato – e doveva esserlo anche quel giorno – dal servizio ufficiale per i trasporti, Unisom? Come mai la delicatissima notizia degli spostamenti dei due nostri giornalisti viene affidata alla fino a quel momento sconosciuta Cisp? Il quadro forse diventa più chiaro se passiamo Cisp ai raggi x. A guidarla una dottoressa italiana, Stefania Pace, a Modagiscio, con la suo Ong, dal 1988. E’ la compagna di un uomo di peso della Cia nella bollente capitale somala, Ibrahim Hussein, alias Malil. Un altro con il pallino della logistica, Malil, tanto che il suo posto – dopo il misterioso “suicidio” giocando alla roulette russa – viene preso proprio da Marocchino. Un vero hobby l’assistenza alla Ong e a tutta la Cooperazione made in Italy e promosso dal nostro governo, per Malil, visto che la maggior parte del suo tempo lo dedica ai destini della Cia a Mogadiscio, in qualità di “Top Asset”. Appartenente a una ricca famiglia somala, Malil compie i suoi studi nelle università yankee e viene arruolato, per quell’incarico al servizio dell’intelligence Usa, da un pezzo grosso, Mike Shankin, alias Condor, una vita da 007 tra Washington, Londra (in co-servizio con l’M16 di sua maestà britannica) e, appunto, Mogadiscio. E’ proprio Shankin a dirigere la caccia al generale somalo Aidid, in compagnia di due amici: John Garret, alias Crescent, e John Spinelli, alias Leopard. Per inciso, l’affiatatissimo tandem Shankin-Spinelli è coinvolto in un altro giallo, quello del rapimento dell’imam Abu Omar, in combutta con l’allora capo dei nostri Servizi, Nicolò Pollari, e con gli 007 de noantri capeggiati dalla Mancini & Tavaroli band.

TRE CUORI E UNA CAPANNA, LA CIA. Ma torniamo a Shankin. Una vita spericolata (tanto da costargli il licenziamento perfino da quei rotti a tutto della Cia!), però coronata da un grande amore. E con chi mai convolerà a nozze il fortunato Mike? Nientemeno che con una fresca vedova, Stefania Pace, un marito morto per gioco, ma secondo i più “eliminato”. Stefania, poi, si unirà a Mike anche sotto il profilo lavorativo, visto che i due si rimboccheranno le maniche con una attrezzata “consulting” in materia di informazioni, servizi & spiate. La cordata dei compagni di merende non è ancora finita. Perchè nel team figura anche un altro uomo targato Cia, e ben nascosto sia dietro un nome di battaglia, Hamed Washington, che dietro un generico impegno per conto della Comunità europea, a fianco delle nostre Ong (come Cisp) sia sotto il profilo logistico-organizzativo che, ancor più, finanziario. Ed eccoci ad un altro incrocio, una chiave per entrare al cuore del giallo sulla morta di Ilaria e Miran: é l’amico di Shankin e Spinelli, ossia Hamed Washington, a portare su un piatto d’argento all’ambasciatore italiano Cassini il teste taroccato, Gelle. Tutto ancora da scoprire, quindi, il perchè di quel passaggio del testimone, deciso non si sa come e da chi, all’ultimo istante, tra Unisom e Cisp per quanto riguarda le consegne circa il trasporto di Ilaria e Miran dall’aeroporto di Mogadiscio all’albergo. Così ci si chiede con angoscia nel capitolo “L’omicidio di Ilaria Alpi”: bisogna “sviluppare l’inchiesta su che cosa accadde quella domenica 20 marzo dall’arrivo di Ilaria e Miran all’aeroporto fino all’agguato davanti all’hotel Humana: chi e con quale mezzo andò a prendere i due giornalisti all’aeroporto per condurli al loro hotel (il Sahafi); perchè, a conoscenza dell’estrema pericolosità della situazione, decidono di andare all’hotel Hamana (attraversando la linea verde). C’è un appunto di Ilaria significativo sulla consapevolezza della pericolosità circa la situazione, che avvalora l’ipotesi che il trasferimento dal Sahafi all’Hamana sia stata un vera trappola. Ecco il testo: ‘nessuno senza un motivo particolarmente valido passa da una zona all’altro. Qualunque spostamento deve essere accuratamente organizzato”. Come mai, in 22 anni e passa, a nessuno degli inquirenti e procuratori succedutisi al capezzale dell’inchiesta è venuto mai in mente di interrogare, su quei nodi, Stefania Pace che curò, come Cisp, quello spostamento, e il tandem Cia? Perchè nessuno ha levato il cappuccio a mister Washington? Si chiede e chiede Grimaldi: “Perchè dopo il duplice omicidio la sicurezza dell’hotel Hamana si reca proprio al Cisp per sapere come comportarsi e da lì viene contattato via radio Marocchino perchè intervenga? Perchè dopo anni un falso autista di Ilaria, ma in possesso di documenti autografi della giornalista Rai, incontra casualmente in Kenia la giornalista Isabel Pisano (buona e vecchia amica di Francesco Pazienza) durante un viaggio verso Mogadiscio, sulle tracce di Ilaria e Miran, organizzato per lei da Stefania Pace?”.

CASO ALPI. PERCHE' NESSUNO INDAGA SUL SUPERTESTE E SU CHI LO HA TAROCCATO? Paolo Spiga il 24 Novembre 2016 su La Voce delle Voci. “Come mai fino ad oggi nessuno ha mai interrogato quelli che hanno interrogato il teste chiave Gelle?”. Sembra un rebus o una sorta di scioglilingua. Invece è uno degli interrogativi più bollenti che circonda il giallo della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi 22 anni fa a Mogadiscio da killer ancora impuniti. A porsi queste e altre domande, è la madre della giornalista, nel corso di un’intervista rilasciata a Colorsradio, l’emittente romana in prima linea nel denunciare, in modo particolare, i casi di malagiustizia e malasanità. Un caso tornato alla ribalta, a fine ottobre, con l’assoluzione per Hashi Omar Hassan, il somalo che ha scontato da innocente ben 16 anni di galera. Un clamoroso errore giudiziario, causato dalla testimonianza taroccata di Ali Rage Hamed, alias Gelle. E il povero Hashi sarebbe ancora a marcire in galera se una giornalista di Chi l’ha visto, Chiara Cazzaniga, non fosse andata a Londra ad intervistare Gelle: il quale ritratta quella versione farlocca, dice che Hashi non c’entra nulla e di essere stato imbeccato. Non fa il nome di chi, comunque basta perchè – dopo alcuni mesi – l’innocente Hashi venga scagionato da ogni accusa e rimesso in libertà. Qualche toga pagherà mai per un errore del genere? Ma sentiamo le parole di Luciana Alpi ai microfoni di Colorsradio, intervistata dal direttore David Gramiccioli. “Non abbiamo mai creduto, sia mio marito che io, nella colpevolezza di Hashi. Ci siamo sempre battuti perchè venisse acclarata la sua innocenza”. “E adesso, alla mia età, dovrei ricominciare tutto da capo. Sono stanca di essere presa in giro. Sono cose immonde, volgarità senza limiti. E’ un calvario pesantissimo”. “La circostanza che mi lascia sbigottita, tra le tante, è soprattutto una: perchè non è stato mai interrogato chi ha interrogato Gelle? Perchè nessuno ha mai interrogato gli inquirenti che nel 1997 interrogarono Gelle? Perchè alla procura di Roma nessuno mai ci ha pensato?”. Nell’ultima inchiesta la Voce ha ricostruito quell’incredibile episodio: Gelle “consegnato” da un agente coperto della Cia, Hamed Washington, al nostro ambasciatore a Mogadiscio, Giuseppe Cassini, e da questi portato a Roma per la ‘confessione’. Come mai non sono stati interrogati protagonisti e attori di quella sceneggiata? Come mai – si chiede ora Luciana Alpi – nessun magistrato ha pensato bene di chiedere conto a chi all’epoca interrogò in modo quanto meno ‘anomalo’ il super teste? Impossibile? Così come era impossibile farsi raccontare da Gelle – mesi fa, come ha fatto Chiara Cazzaniga – quella nuova verità? Interrogativi che pesano come macigni. La storia fa il paio con l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio e il pentito taroccato Vincenzo Scarantino, la cui testimonianza costò 16 anni di galera – guarda caso i numeri ricorrono – per nove innocenti: e i mandanti sempre a volto coperto.

Ma sentiamo ancora le parole della madre di Ilaria.

“Chi poteva aver interesse ad eliminare mia figlia? Trafficanti d’armi e di rifiuti tossici e anche la mala cooperazione. Nel suo notes Ilaria aveva segnato alcune cifre: ricordo i 1.400 miliardi di lire sperperati in quella cooperazione”. “I mandanti? Non posso saperlo. Comunque sia italiani che stranieri”. “L’inchiesta è passata per le mani di cinque magistrati. E ancora oggi niente. Secondo loro, con la condanna di Hashi, era tutto risolto. Non hanno più indagato, per loro la verità era quella, il caso era chiuso. Nonostante fosse chiaro il contrario, e poi si è visto. Sembrava dicessero, "cosa vuole ancora ‘sta famiglia"!” “L’ultima volta che ho sentito Ilaria è stato solo due ore prima della sua uccisione. Era appena arrivata da Bosaso, dove aveva intervistato il sultano locale. Le chiesi se tornava, lei mi rispose che aveva ancora da fare e avrebbe chiesto alla Rai se poteva rimanere altri due giorni. Le dissi, ‘ma dai, sarai stanca…”, e lei ‘mamma, per favore…’”. “Sono passati 22 anni, e non può esistere che la verità non venga alla luce. Ho il diritto di sapere. E mi batterò fino a che ne avrò la forza.

·         Il Mistero di Ettore Majorana.

L'ultima verità su Majorana. Luca Fraioli su La Repubblica il 13 agosto 2020. Sono passati più di 80 anni, ma il destino del grande fisico, che fece parte della generazione d’oro della scienza italiana, è un mistero che ancora appassiona tanti. E dal 1938, data della sua scomparsa, sono state fatte molte ipotesi e a lui si sono interessati professori, storici e scrittori. Ora grazie all’analisi più approfondita di una lettera di Giovannino Gentile, due studiosi sostengono che Majorana si sarebbe ucciso nel 1939. Questa rilettura di un documento non inedito, ma visto ora sotto una luce diversa, può cancellare tutte le tesi precedenti. Ecco perché.

“Chi l’ha visto?”. È il titolo che campeggia sui giornali italiani del 1938 sopra la foto di un giovane uomo, capelli scuri, occhi profondissimi, sguardo severo. Ma quella domanda è rimbalzata per più di ottant’anni fino a noi, perché l’uomo misterioso non è stato mai trovato. E quella di Ettore Majorana è diventata la scomparsa per eccellenza. Con la soluzione del giallo si sono cimentati scrittori come Sciascia e scienziati come Amaldi, storici di professione, reparti di investigazioni scientifiche e detective della domenica. Nessuno è stato cercato e riconosciuto (erroneamente) quanto Majorana: il barbone, il frate, l’emigrato in Sudamerica. E così la cronaca di una sparizione si è trasformata in leggenda che ha appassionato generazioni di italiani. C’erano tutti gli ingredienti: lo scienziato geniale, la fisica atomica, la bomba, il nazismo. Ma questo ha rischiato di offuscare la verità, i cui frammenti ora finalmente riemergono grazie a nuovi documenti. E allora delle due l’una: o aveva ragione Enrico Fermi quando diceva del suo allievo “se ha deciso di sparire, nessuno lo troverà”, oppure invece Ettore Majorana è stato trovato già nel 1939. Solo che “chi l’ha visto” allora ha deciso di tacere. Per sempre. La fine era nota   La fine era nota. Già dall’anno dopo la scomparsa. E fu messa nero su bianco a margine del funerale di uno scienziato suicida: Basilio Manià, professore universitario di matematica, morto a Pavia il 26 settembre 1939 dopo aver sparato a una donna che l’aveva rifiutato. La cerimonia si svolse a Fiume il primo ottobre e fu descritta da un testimone d’eccezione, Giovannino Gentile, fisico teorico, figlio del filosofo e ministro dell’Istruzione, e anche lui, come Manià, ex allievo della Normale di Pisa. Un racconto straziante che vale la pena leggere: "Abita la famiglia in una strada in salita ripidissima, in una di quelle case operaie che hanno le scale esterne. Il padre operaio al silurificio di Fiume; la madre una donna chiusa, con fazzoletto nero sulla testa e due grandi occhi neri tornava allora dal cimitero – dove era deposta la salma – disse poche parole in un italiano dall’accento slavo e si ritirò. Rimasi con il padre e il fratello – un giovane di 20 anni. Manià – mi disse il fratello – s’era ammazzato. I medici gli avevan detto in un primo tempo che gli avrebbero messo a posto la gamba, poi questo settembre gli han fatto perdere ogni speranza. Era innamorato d’una signorina di Pavia, sua ex-allieva. L’amore l’ha condotto a questa fredda determinazione – prima di perire mise la parola fine a un suo lavoro iniziato. Ha lasciato tre lettere – le ho lette – scritte con mano ferma, lasciava dei danari per il fratello che deve continuare gli studi. Il padre anche ora lo ammirava e lo esaltava – e diceva: deve avere avuto le sue ragioni, non deve essere stato “un colpo di sangue alla testa”. Dopo era già l’ora, ci avviammo a piedi al cimitero. – Noi tre – per quelle balze sopra a Fiume, al cimitero di Cossala. Nell’atrio trovammo la cassa – quattro ceri – a lampadine elettriche, e nessun prete. La gente pregava e poi con un cucchiaio di rame spargeva la cassa d’acqua benedetta. Vennero poi degli studenti e attraversammo in corteo il cimitero fino alla fossa. Lì un coro cantò il Kirie eleison. Non ti dico che tristezza! E c’era un sole meraviglioso, e il mare Adriatico splendeva tra la costa italiana e la Iugoslava”.

Ma è la frase finale, quella con cui Giovannino Gentile si congeda dal destinatario della lettera, l’amico Delio Cantimori (storico alla Normale di Pisa) che lui chiama Gatto, a svelare l’ultima verità sul caso Majorana: "Cosi’, caro Gatto, abbiamo perduto un altro amico. Pare un destino che spinge giovani come Majorana e Manià a queste supreme risoluzioni”.

La lettera di Giovannino Gentile a Delio Cantimori dopo il suicidio di Basilio Manià Dunque nell’ottobre del 1939, a 19 mesi della scomparsa di Ettore Majorana, due dei suoi amici e colleghi più fidati danno per assodato che il genio della fisica italiana sia stato spinto dal destino alla “suprema risoluzione” del suicidio. La lettera di Gentile a Cantimori non è inedita, lo è tuttavia la sua interpretazione. “L’abbiamo trovata alla Normale di Pisa. E già lo storico Paolo Simoncelli l’aveva studiata, senza però cogliere il vero significato della frase finale”, spiegano Nadia Robotti e Francesco Guerra, due fisici e storici della fisica, la prima all’Università di Genova, il secondo all’Università di Roma La Sapienza, che negli ultimi anni hanno dedicato parte delle loro ricerche alla ricostruzione della vicenda Majorana: a breve l’uscita del loro ultimo studio (contenente anche l’analisi della lettera di Gentile) dal titolo “Il Dossier Majorana” sulla rivista Quaderni di Storia della Fisica. “Simoncelli è uno storico di grande valore, ma all’epoca in cui ha scritto il libro, nel 2007, non aveva disponibili gli elementi necessari per poter pervenire alla soluzione. Invece, tutta una serie di documenti emersi negli ultimi anni convergono e ci fanno ritenere che Ettore Majorana sia morto prima del 1940. Le considerazioni di Giovannino Gentile a margine del funerale del suicida Manià vanno lette in quest’ottica”. E pongono forse la parola fine a una ricerca durata più di ottant’anni.

Ma chi è Giovannino Gentile e perché dovrebbe conoscere nei dettagli più tragici l’esito della vicenda Majorana?

Nato a Napoli il 6 agosto 1906 (il giorno prima a Catania era nato Ettore), si laureò a Pisa nel 1927 e fu uno dei primi fisici teorici italiani. Nel 1928 entrò nell’Istituto romano di fisica, diretto allora da Orso Mario Corbino, e fu lì che conobbe Majorana a cui, per i successivi dieci anni, sarebbe stato legato da una profonda amicizia. Sono molte le lettere che i due si scrivono quando le loro strade si dividono (Giovannino ha subito incarichi accademici, come gli altri “ragazzi di Via Panisperna” cresciuti scientificamente con Fermi, mentre Majorana, sempre ai margini del gruppo, è praticamente inattivo dal 1933 al 1937). E c’è poi una lettera, successiva alla scomparsa di Ettore, che Robotti e Guerra hanno trovato nel Fondo Giovanni Gentile jr: il mittente è Gilberto Bernardini, anche lui fisico laureatosi a Pisa alla fine degli anni Venti.

Nel mese di aprile del 1938, poche settimane dopo la scomparsa di Ettore, Bernardini scrive a Gentile: “Caro Giovanni – Come puoi immaginare la notizia di Majorana mi ha dato una vera gioia – Non è molto bello forse, ma in compenso non è una cosa così tragica come si pensava e ci se ne può rallegrare”. Tre righe che permettono di escludere il suicidio di Ettore nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa. Dunque, ci sono due lettere (a e da Giovannino Gentile) che definiscono il perimetro della vicenda Majorana: Ettore è ancora vivo nella primavera del 1938, mentre è morto (forse suicida come Manià) nell’ottobre del 1939. La lettera, scritta da Gilberto Bernardini a Giovanni Gentile, alla fine di aprile 1938 Un mistero lungo 80 anni E tuttavia le missive in questione, come tutti i documenti legati alla vicenda Majorana, non sono esplicite, dicono molto senza dire tutto, lasciando ampi spazi all’interpretazione e alla fantasia. E anche le reazioni della famiglia del fisico siciliano in questi 82 anni di ricerche, fisiche e virtuali, hanno involontariamente contribuito ad alimentare il mistero, ad accrescere il mito dello scomparso più celebre d’Italia. C’è chi dice che i fratelli abbiano sempre saputo, scegliendo di far scendere una coltre impenetrabile di silenzio e riservatezza sulla sorte del genio. Che anziché sopire l’eventuale “scandalo” ha innescato una caccia all’uomo in cui si sono cimentati storici di professione e investigatori della domenica, scienziati e romanzieri, poliziotti e giornalisti. Con il risultato di produrre, intorno alla scomparsa di Ettore Majorana, una ridda di ipotesi, credibili, probabili, bizzarre o totalmente sconclusionate: il fisico catanese è stato di volta in volta riconosciuto accanto a gerarchi nazisti, nei panni di distinti intellettuali fuggiti in Sudamerica, sotto i vestiti laceri di senzatetto in Sicilia o i sai di monaci calabresi. Nessuna di queste piste ha portato alla verità, anzi nell’intrecciarsi come in un labirinto l’hanno allontanata mentre era lì sotto gli occhi di tutti, come suggeriscono oggi Nadia Robotti e Francesco Guerra, rileggendo la lettera spedita a Fiume da Giovannino Gentile. “Per diradare la nebbia che negli anni si è addensata intorno alla figura di Majorana”, raccontano Robotti e Guerra, “abbiamo inaugurato un nuovo filone di ricerca che partisse esclusivamente da tutte le fonti primarie esistenti (corrispondenza, documenti, manoscritti), sia quelle già note, sia quelle che siamo riusciti via via a trovare, verificando anche l’attendibilità delle fonti secondarie, compresi i ricordi personali, attraverso il riscontro con le fonti primarie. In questo modo ha incominciato a delinearsi una figura scientifica, accademica, culturale, e umana di Ettore Majorana, profondamente diversa dalle credenze fortemente radicatesi nei decenni”. Un ritratto della persona e dello studioso che permette di escludere decisamente alcune delle ipotesi sulla sua fine e di valutarne meglio altre. “Sulla base delle nostre ricerche”, affermano i due storici della fisica, “emergono purtroppo prove inequivocabili della sua morte avvenuta intorno all’estate del 1939, poco più di un anno dopo la sua scomparsa, per cause non ancora accertate”. Ed è allora fondamentale tornare non tanto al 27 marzo 1938, data ufficiale della scomparsa, ma ancor più indietro nel tempo, per comprendere le premesse di quel gesto clamoroso e quindi i suoi esiti. Ecco dunque quello che sappiamo, documenti alla mano. “Fondo E. Majorana” Domus Galilaeana I punti fermi Il primo mito da sfatare è quello di un Ettore Majorana solitario e sprezzante, convinto della propria genialità e della inferiorità altrui, restio a collaborare e tendente all’isolamento. “Il Majorana raccontato non ha nulla a che vedere con quello vero”, conferma Francesco Guerra. I documenti studiati negli ultimi anni mostrano infatti come la sua attività scientifica risulti più vasta e profonda di quanto creduto finora, così come la sua influenza sulle ricerche condotte a Roma, da Fermi e i suoi collaboratori sui modelli dell’atomo. In una comunicazione del 1928, Majorana (uno studente al quarto anno di fisica, appena arrivato da ingegneria) suggerisce un miglioramento al modello atomico di Fermi che quest’ultimo adotterà solo nel 1934. E senza citare l’allievo di allora. “Questo testimonia non solo i notevoli risultati raggiunti da Ettore, ma sua determinazione nel farli conoscere”, spiegano Guerra e Robotti. “Era tutt’altro che un ragazzo timido e introverso”. Un altro aspetto che emerge dai documenti è la sua voglia di pubblicare (contrariamente a quanto in genere raccontato). Spesso adotta una strategia molto efficace: pubblicare brevi annunci sulle sue ricerche svolte, come a tutelare la sua priorità. Ha poi tutta una sua politica di pubblicazione all’estero, che lo espone alle critiche. Ma lui si difende senza timori reverenziali. Succede nel 1933 mentre è a Lipsia, con una borsa di studio del Cnr per studiare con Werner Heisenberg, il principale fondatore della meccanica quantistica premiato con il Nobel alla fine di quello stesso anno.

Ettore controbatte a chi lo accusa di aver pubblicato prima in tedesco che in italiano. “Mi servirò per l’avvenire di riviste italiane per eventuali pubblicazioni, secondo il desiderio espresso dal Direttorio”, scrive Majorana. “Non credo tuttavia che si debba evitare la doppia pubblicazione quando si tratti di lavori che è desiderabile siano conosciuti subito all’estero, dato che la diffusione internazionale delle nostre riviste di fisica, sebbene in confortante progresso, è ancora assai limitata. Se il caso si presenterà chiederò istruzioni in proposito”. Ma dai documenti di archivio emerge anche la sua generosa collaborazione con le ricerche di colleghi, con efficaci suggerimenti dati a Giovannino Gentile o a Emilio Segrè.

Eppure dal conseguimento della laurea nel 1929 fino al 1937, Majorana non riceve alcuna posizione istituzionale, a differenza degli altri giovani della “scuola” di Fermi che trovano un’immediata collocazione. Anche se ha sempre dimostrato interesse alla ricerca e alla carriera accademica. Tanto che già nel maggio del 1932 sceglie di ottenere la libera docenza in fisica teorica: gli verrà concessa l’abilitazione nel gennaio dell’anno successivo, ma dovrà tenerla nel cassetto per ben quattro anni perché, pur essendo considerato un genio, fino ad allora non gli verrà offerta alcuna occasione. Una contraddizione inspiegabile: da una parte lo si paragona a Galileo e Newton (sono parole di Enrico Fermi), dall’altra non lo integra nella comunità accademica. Tanto da far venire il sospetto che tra il “papa” della fisica italiana Fermi e il giovane talento siciliano, aldilà della stima reciproca, non corra buon sangue fin dai primi anni Trenta. Dagli studi di Nadia Robotti e Francesco Guerra emerge chiaramente che dopo il rientro da Lipsia a Roma, Majorana non ha più contatti diretti con Fermi. “Di fatto”, spiegano i due storici, “sono interrotti alla fine del 1932. Anzi, i rapporti con l’intero ambiente di via Panisperna si sono profondamente deteriorati, per ragioni che non sono facilmente analizzabili, a causa della mancanza di documentazione”. I due studiosi citano un episodio molto significativo che sono riusciti a ricostruire grazie a una ricerca condotta negli archivi di Werner Heisenberg. Il 9 novembre 1933 l’Accademia delle Scienze svedese annuncia che il Premio Nobel 1932 per la Fisica è stato assegnato a Heisenberg. Immediatamente tutti gli esponenti della cultura mondiale inviano le loro congratulazioni, nelle forme più diverse. Il fisico tedesco ha conservato in una cartellina tutti i messaggi ricevuti. Tra questi spicca un telegramma trasmesso dalla Deutsche Reichspost, proveniente da Roma e datato 11-XI-33, il cui testo in tedesco, dallo stile molto formale e freddo, recita: “HERZLICHSTE GRATULATIONEN CORBINO FERMI RASETTI SEGRE AMALDI WICK” ("Le più cordiali congratulazioni..."). L’ordine delle firme segue in modo rigoroso il rango dell’anzianità accademica all’Istituto di Fisica di Roma. Ettore Majorana, che è a Roma in quel momento, non è incluso nella lista, nemmeno all’ultimo posto. Ma Majorana, che aveva lasciato Lipsia all’inizio di agosto, tre mesi prima, invia anche lui, lo stesso giorno, le sue “Gratulationen”, seguendo naturalmente il proprio stile. Il suo messaggio è scritto in un italiano toccante sulle due facciate di un piccolissimo biglietto personale, dalla cui intestazione a stampa il titolo di “Dr.” ’e stato cancellato con un tratto di penna: Signor Professore, Mi permetta (se non mi ha dimenticato!) di esprimerLe i miei commossi auguri in occasione del nuovo solenne riconoscimento alla Sua opera prodigiosa. Con profonda ammirazione. Suo Ettore Majorana.

Dunque, nonostante sia all’apice del prestigio scientifico, a partire dal 1933 Majorana non esercita la libera docenza, per cui pure è abilitato, né collabora  con il gruppo di Fermi che sta facendo grandi progressi nella fisica nucleare. Finché il 15 marzo 1937 viene bandito un concorso per una docenza di Fisica Teorica all’Università di Palermo, il primo in questa disciplina dopo quello vinto da Fermi nell’ormai lontano 1926. E Majorana decide di partecipare. Una partecipazione imprevista dal gotha della fisica italiana di quegli anni: da quando ha fatto ritorno da Lipsia nel ’33 Majorana non ha più pubblicato nuovi studi, ha smesso di frequentare l’Istituto di fisica a via Panisperna. Insomma, è considerato fuori dai giochi. Invece lui si sente della partita e la imposta con astuzia e un po’ di perfidia: rompe il suo silenzio scientifico durato quattro anni pubblicando in aprile sulla più prestigiosa rivista italiana di fisica Il Nuovo Cimento (diretta dallo zio Quirino) quello che forse è il suo lavoro più importante, dedicato alla teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone, e contenente anche l’ipotesi del neutrino di Majorana, cioè una particella leggerissima che è identica con la sua antiparticella. Il lavoro sulla teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone. Le copie con dedica inviate a Enrico Fermi e a Gian Carlo Wick (Archivio Wick, Scuola Normale Superiore di Pisa) Ne manda copie con dedica a Enrico Fermi, “papa” della fisica italiana e presidente della commissione d’esame, e a Gian Carlo Wick, candidato “favorito” al concorso e futuro vincitore, come a segnalare la sua sfida. È probabile che la discesa in campo di Majorana, con una pubblicazione di valore assoluto (forse pronta da mesi e tenuta in serbo per essere giocata alla prima occasione utile) mandi in fibrillazione l’ambiente e i suoi protagonisti, da Fermi a Emilio Segrè, il ragazzo di via Panisperna che nel frattempo è diventato il direttore dell’Istituto di fisica dell’Università di Palermo. La ricostruzione di quel concorso, così come si evince dai documenti, illumina un passaggio cruciale della vita di Majorana, pochi mesi prima della scomparsa. La legge prevede che ci siano tre vincitori, collocati in ordine, in modo che la sede che ha chiesto il concorso e le altre sedi possano fare le chiamate. Invece l’elenco dei candidati mostra inequivocabilmente che sono in quattro ad avere pieni titoli per vincere: Ettore Majorana, Gian Carlo Wick, con cui Emilio Segrè ha già preso accordi informali per la chiamata a Palermo, Giulio Racah, fortemente appoggiato da Pisa, e Giovannino Gentile, fortemente appoggiato da Milano. Ma se la commissione decidesse di attenersi all’ordine di merito oggettivo, risulterebbe primo Majorana, Segrè sarebbe costretto a chiamare a Palermo un vincitore forse non desiderato, al posto di quello previsto. Inoltre Giovannino Gentile resterebbe fuori terna, con grave disappunto dell’Università di Milano. Ed ecco allora la trovata: “Dopo esauriente scambio di idee”, scrivono i commissari guidati da Fermi, “la Commissione si trova unanime nel riconoscere la posizione scientifica assolutamente eccezionale del Prof. Majorana Ettore che è uno dei concorrenti. E pertanto la Commissione decide di inviare una lettera e una relazione a S.E. il Ministro per prospettargli l’opportunità di nominare il Majorana professore di Fisica Teorica per alta e meritata fama in una Università del Regno, indipendentemente dal concorso chiesto dalla Università di Palermo”.

Il ministro, certamente preparato a una richiesta del genere, non ha esitazioni: il 2 novembre 1937 emette un provvedimento ufficiale in cui decreta: “A decorrere dal 16 novembre 1937, il Prof. Ettore Majorana è nominato, per l’alta fama di singolare perizia cui è pervenuto nel campo degli studi di Fisica teorica, Ordinario di Fisica teorica presso la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Regia Università di Napoli”. Nominato Majorana a Napoli, la commissione per il concorso di Palermo viene riconvocata per il giorno 8 novembre, e può riprendere i suoi lavori senza l’intralcio della presenza di un candidato ingombrante. I lavori si concludono con l’esito previsto, e terminano il 10 novembre. Il primo in terna è Gian Carlo Wick che viene chiamato a Palermo, il secondo è Giulio Racah chiamato a Pisa, e il terzo è Giovanni Gentile jr chiamato a Milano. Una cattedra per chiara fama e una “esclusione” dal giro di Fermi e colleghi che potrebbero, secondo alcuni, aver ferito lo scienziato fino a indurlo, pochi mesi dopo, ad abbandonare tutto. Eppure, a giudicare da quanto scrive, Ettore sembra quasi divertito dall’imbarazzo che ha creato e comunque determinato a fare il professore universitario. “... Ho riso alquanto per le stranezze procedurali del mio concorso, delle quali non avevo alcun sospetto. Spero di andare veramente a Napoli”, si legge in una lettera inviata il 16 novembre allo zio Quirino. E pochi giorni dopo (il 26 novembre) all’amico Giovannino Gentile scrive che sarebbe pronto persino a fare il pontefice per chiara fama, figuriamoci il professore universitario: “... Mi meraviglio che per quanto mi riguarda tu dubiti del mio buon stomaco, in senso metaforico. Pio...XI è molto vecchio e io ho ricevuto un’ottima educazione cristiana; se al prossimo conclave mi fanno papa per meriti eccezionali accetto senz’altro...”.

Resta agli atti però, come sostengono Robotti e Guerra che “il complesso dei rapporti tra Majorana e gli altri componenti dell’Istituto Fisica dell’Università di Roma sono caratterizzati da fasi alterne di cordialità e collaborazione, e fasi di incomprensione e separazione, che sfociano poi in una aperta apparente ostilità nei suoi confronti, dopo il ritorno da un proficuo soggiorno di studio e lavoro a Lipsia nel 1933”. Ettore Majorana diventa finalmente professore universitario a Napoli il 13 gennaio del 1938, ma il suo primo corso di fisica teorica durerà poche settimane. La sera del 25 marzo esce dall’albergo Bologna in cui alloggia e si imbarca su un piroscafo della Tirrenia diretto a Palermo. Prima di partire ha scritto due lettere. Una al collega Antonio Carrelli: “...Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti...”. L’altra alla famiglia: “Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”. Carrelli il giorno successivo riceverà anche un telegramma ("Non allarmarti. Segue lettera. Majorana") e una nuova missiva, appunto: “Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente”. È l’ultimo documento certamente riconducibile a Ettore Majorana, anche se non è dato sapere quando l’abbia scritto: se davvero a Palermo prima di imbarcarsi nuovamente per Napoli o, come sostiene chi terrorizza un’abile messa in scena, nel capoluogo campano chiedendo poi a un complice di spedirla dalla Sicilia, per confondere le ricerche. Fatto sta che da quel 26 marzo 1938 di Majorana non si hanno più notizie dirette: quel giorno cessano le certezze e iniziano le ipotesi. Sulla scomparsa e sulle ragioni che l’hanno indotta. Ettore Majorana, pur avendo partecipato a un concorso per Professore Ordinario di Fisica Teorica presso la Regia Università di Palermo, viene nominato professore ordinario di Fisica Teorica a Napoli, direttamente dal Ministro (Archivio Centrale dello Stato) Le prime ricostruzioni Il primo a scrivere una biografia di Ettore Majorana è Edoardo Amaldi, un altro dei ragazzi di via Panisperna, tra i pochi a restare in Italia dopo la Seconda guerra mondiale per ricostruire una scuola di fisica dopo la diaspora che aveva portato Fermi, Rasetti, Segrè e Pontecorvo a emigrare. Nel 1965 Amaldi scrive La vita e le opere di Ettore Majorana: una ricostruzione di prima mano, basata su documenti e ricordi personali, che non entra però nel merito delle cause della scomparsa e non propone teorie interpretative. Qualche anno dopo un altro fisico si cimenta con la ricostruzione della vicenda: nel 1968 Erasmo Recami è professore all’Università di Catania. Ha modo di frequentare, anche grazie all’interessamento del siciliano Antonino Zichichi, la famiglia Majorana che apre al giovane docente gli archivi di casa. A partire dal 1970 e nel corso degli anni successivi Recami avrà accesso a documenti inediti e a lui si rivolgerà Leonardo Sciascia quando proprio nei primi anni Settanta il romanziere di Racalmuto deciderà di cimentarsi con La scomparsa di Ettore Majorana. Sciascia, Recami e oggi il collaboratore di quest’ultimo Salvatore Esposito (a cui Recami dichiara pubblicamente di aver passato il testimone) condividono, oltre ai documenti, la tesi di fondo: Majorana è fuggito, si è sottratto alla realtà che altri avevano ritagliato per lui e come un personaggio pirandelliano si è costruito una nuova identità che aderisca meglio alla sua anima. Sul perché, tuttavia, le teorie divergono: secondo Recami Majorana potrebbe aver abbandonato ogni cosa "per le proprie esigenze interne e intime di equilibrio e pace". Esposito privilegia, ma ammette che si tratta di fantasia, la pista familiare: una madre dal carattere dominante che aveva deciso di seguirlo persino nella sua avventura napoletana, tanto da indurlo a simulare il suicidio e a partire in incognito per il Sudamerica. "I documenti più probanti che ho raccolto negli anni", ha confermato in una intervista Erasmo Recami, "indicavano un rifugio in Argentina: ma pure tale "pista argentina" non è certa. A priori Majorana, che con la sua sensibilità e genialità poteva forse sentirsi un po’ sprecato a questo mondo, avrebbe potuto scegliere di cercare rifugio tra le braccia della Somma Sapienza. Ma per ora non ci sono conferme sicure neppure della scelta del monastero". Scelta che invece privilegia Sciascia nel suo saggio del 1975: Ettore si sarebbe ritirato in un convento calabrese dopo aver intuito che la fisica atomica, cui stava dando contributi fondamentali, avrebbe portato alla bomba atomica e ai suoi disastrosi effetti. L’idea romantica del genio ribelle procura a Sciascia duri scontri con chi è stato testimone dei fatti: con Edoardo Amaldi un botta e risposta fatto di lettere infuocate, mentre con Emilio Segrè, che con Fermi ha partecipato al Progetto Manhattan, lo scrittore arriva quasi allo scontro fisico durante una cena a cui è presente anche Alberto Moravia. Eppure il seme piantato dal talento narrativo di Sciascia germoglia e produce variazioni sul tema: un florilegio di teorie che collegano la scomparsa di Majorana alla fissione nucleare, all’atomica, al nazismo. In un senso e nel suo opposto: da eremita fuggito dal mondo perché ha visto la fisica perdere la sua innocenza a complice degli scienziati che lavorano per dotare Hitler di una super arma. Per anni chiunque, con un passato misterioso, scriva formule matematiche su tovaglioli o pacchetti di sigarette è un potenziale Ettore Majorana. E gli avvistamenti si moltiplicano: dal velista solitario incrociato nel Tirreno al barbone Tommaso Lipari, vissuto a Mazara del Vallo dal 1940 al 1973.  La prima pagina del giornale La Stampa, 29 agosto 1975 Il proliferare di teorie   Aurelio Pelle, oggi ottantenne, è sicuro di aver conosciuto Ettore Majorana nella sua Calabria, dove si faceva passare per orologiaio. Pelle è stato sindaco di San Luca, in provincia di Reggio, ed è convinto che Sciascia ci avesse visto giusto nell’indicare, come primo rifugio dello scienziato dopo la scomparsa del 1938, la Certosa di Serra San Bruno (Vibo Valentia). Ma presto Ettore avrebbe lasciato l’isolamento del convento per tornare a vivere tra la gente sotto mentite spoglie: l’orologiaio di Polistena Giovanni Carlino. Non solo: avrebbe spesso usato, travestendosi, una identità femminile, quella di Immacolata Maria Stella Salerno, che una volta morta, sostiene Pelle, sarebbe stata inspiegabilmente sepolta in una cappella della famiglia Majorana a Catania. L’incontro tra Ettore e Rolando Pelizza risalirebbe invece alla seconda metà degli anni Cinquanta. Pelizza, classe 1938, conduce da allora una battaglia che sfida le leggi della fisica almeno quanto quelle del buon senso: Majorana lo avrebbe istruito su come costruire una macchina capace di sparare antimateria, annichilire la materia e produrre così energia pulita e a basso costo. Una macchina pronta da anni, ma su cui hanno messo le mani i "poteri forti" che non vogliono che l’umanità se ne giovi. A dimostrazione del suo stretto rapporto con Majorana, Pelizza esibisce anche foto e video che lo ritraggono con lo scienziato che, oltre al cannone ad antimateria dovrebbe essere riuscito a inventare anche l’elisir di eterna giovinezza: in un filmato del 1996 il presunto Majorana ha l’aspetto e il passo di un trentenne a dispetto dei suoi (teorici) 90 anni. C’è poi la pista sudamericana. Chi in Italia alla fine degli anni Trenta volesse lasciarsi il passato alle spalle e rifarsi una vita non aveva che da imbarcarsi su un transatlantico e staccare un biglietto per Brasile o Argentina. Ma, nel caso di Majorana, non è solo la logica a suggerire questa possibilità. Ci sono anche testimoni credibili. Erasmo Recami, per esempio, ricorda che ad aver avvistato lo scienziato catanese nei pressi di Buenos Aires sono stati il professor Carlo Ribera, allora direttore dell’Istituto di fisica dell’Università Cattolica di Santiago del Cile, Blanca de Mora, vedova dello scrittore premio Nobel per la letteratura 1967 Miguel Asturias, e infine il direttore della casa editrice argentina Losada. Testimonianze che "non hanno trovato sufficienti riscontri a conferma", scrive Recami, ma che all’epoca sono state ritenuti credibili da due autorevoli fisici: l’israeliano Yuval Ne’eman e l’italiano Tullio Regge. Ma il Sudamerica è anche il rifugio di tanti gerarchi nazisti sfuggiti alla resa dei conti dopo la fine della Seconda guerra mondiale. E c’è chi unisce in un unico puzzle la fisica atomica di Majorana, l’atomica tedesca e la seconda vita in Argentina. Arcangelo Papi è un avvocato di Assisi che ha fatto della ricostruzione della vicenda Majorana il suo secondo lavoro. In una recente intervista ha dichiarato: "Sono due le parole chiave che aprono l’urna del segreto: "sole" e "Hitler". Il riferimento è alle reazioni nucleari e alla presunta adesione di Ettore Majorana alla Germania nazista, maturata già durante la permanenza a Lipsia nel 1933, anno in cui Hitler conquistò il potere. Nel 2010 Papi contatta Giorgio Dragoni, professore di Storia della fisica all’Università di Bologna ed esperto di Majorana: ha appena pubblicato per conto del Consiglio nazionale delle ricerche una monografia sullo scambio di lettere tra Ettore e lo zio Quirino. Papi fa notare a Dragoni la somiglianza tra Majorana e un uomo ritratto accanto al criminale di guerra Adolf Eichmann in una foto pubblicata nel libro Giustizia, non vendetta scritto dal cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal: i due sono a bordo della nave "Giovanna C.", partita da Genova e pronta ad attraccare nel porto di Buenos Aires. È il 1950, sono passati dodici anni dalla scomparsa. Dragoni, stimato docente universitario, lavora all’ipotesi e chiede al Ris di Parma di esaminare la foto e di confrontarla con quelle di Majorana prima della scomparsa. E il Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri conferma: "è altamente probabile che l’uomo alla destra di Eichmann sia Majorana". Dragoni allora interpreta alla luce di questo riscontro la famosa frase scritta da Gilberto Bernardini a Giovannino Gentile nell’aprile del 1938: "Non è molto bello forse, ma in compenso non è una cosa così tragica come si pensava e ci se ne può rallegrare". Il professore bolognese, inoltre, racconta a Repubblica, che raccoglie la sua teoria, un episodio fino ad allora inedito: "Nel 1974 intervistai Bernardini, allora direttore della Scuola Normale di Pisa, e gli chiesi un chiarimento su quelle righe enigmatiche. Mi rispose: lei sa che io conosco la scelta fatta da Majorana? Non è una scelta che le farà piacere. Ettore si trasferì in Germania per collaborare alle armi del Terzo Reich". È una rivelazione clamorosa, non supportata però da alcun documento. Dragoni non può pubblicarla, ma la conserva gelosamente fino al 2010, quando propone dalle colonne di Repubblica la sua ricostruzione dei fatti. Il Ris di Parma ci conferma quanto detto a Dragoni, ma dopo il clamore suscitato dall’articolo invita alla cautela: "Servono ulteriori accertamenti".

Un’altra perizia fotografica dei Ris, questa volta di Roma, è invece alla base della pista venezuelana e dell’archiviazione della vicenda Majorana da parte del Tribunale della capitale. Nel dicembre 2008 Francesco Fasani, settantatreenne della provincia di Latina, telefona alla redazione del programma Chi l’ha visto?. Sostiene di avere importanti novità. Fasani tra il 1955 e il 1958 ha vissuto a Valencia, Venezuela, dove ha fatto il meccanico, il pubblicitario, l’autista di camion. Fa amicizia con un italiano dai modi signorili e dall’auto sportiva, una Studebaker gialla: il signor Bini, che poi scoprirà essere Ettore Majorana. La prova? Una foto che li ritrae insieme. "Non voleva mai farsi fotografare", racconterà Fasani, "ma quella volta gli dovevo prestare 150 bolivari e gli ho fatto una specie di ricatto: fàmose una fotografia così la mando a mio padre e mia madre". All’indomani della puntata di Chi l’ha visto? il procuratore aggiunto del Tribunale di Roma Pierfilippo Laviani apre un’inchiesta penale. Lo scatto viene esaminato dal Reparto investigativo dei Carabinieri che stabilisce la perfetta sovrapponibilità tra la fronte, il naso, gli zigomi, il mento e le orecchie di Bini e quelle del padre di Ettore Majorana, Fabio. Non solo: nel luglio 2012 Claudio Fasani, fratello di Francesco, consegna alla magistratura una cartolina che Quirino Majorana (lo zio di Ettore) avrebbe scritto nel 1920 al fisico statunitense William G. Conklin. Il meccanico di Latina l’avrebbe trovata nella macchina di Bini e poi ceduta al fratello. Bastano la foto e la cartolina per convincere la Procura di Roma: nel febbraio del 2015 archivia il caso, sostenendo che nella vicenda Bini-Majorana si può escludere "la sussistenza di condotte delittuose o contro la libertà di determinazione e movimento di Ettore Majorana, dovendosi concludere che il predetto si sia trasferito volontariamente all’estero, permanendo in Venezuela almeno nel periodo tra il 1955 e il 1959". Ma la clamorosa sentenza, la prima di una autorità giudiziaria in 77 anni di ricerche, non mette certo fine alla vicenda. Anche perché sono in molti, a cominciare dai familiari di Ettore passando per gli storici della fisica, a non credere alla pista venezuelana. L’altro ramo della famiglia Stefano Roncoroni, 80 anni, ha alle spalle una lunga carriera di critico cinematografico e regista televisivo. Ma dal 1962 ha avuto accesso ai documenti familiari relativi alla scomparsa di Majorna e alle testimonianze dirette dei parenti che parteciparono alle ricerche. Perché Roncoroni è uno di casa: "Mia madre ed Ettore erano cugini di primo grado. Per questo mio padre collaborò alle ricerche". Ma se un ramo della famiglia ha scelto per Ettore l’oblio, preferendo e chiedendo a tutti il silenzio sulla sorte dell’illustre congiunto, Roncoroni ha scavato ed è arrivato a una sua verità, meno intrigante delle tante circolate, ma forse più concreta. Nel suo libro del 2013, Ettore Majorana, lo scomparso, sostiene che il fisico geniale fu ritrovato dai suoi stessi parenti un anno dopo la scomparsa, nel marzo del 1939: "Fu raggiunto da suo fratello maggiore Salvatore. Ma ebbe un ruolo fondamentale anche mio padre, Fausto Roncoroni. Fu lui a raccontarmelo a metà degli anni Sessanta. E Salvatore confermò. Un’altra conferma mi arrivò da Angelo Majorana, anche lui cugino di primo grado di Ettore. Ma nessuno di loro volle dirmi di più. Mio padre aveva promesso ai Majorana che non ne avrebbe parlato con nessuno. C’è però una traccia: mio nonno materno Oliviero Savini Nicci annota nel suo diario di un improvviso viaggio in macchina nell’ottobre del 1938 di mio padre e Salvatore fino a un vallone vicino Catanzaro".

Torna dunque la Calabria di Leonardo Sciascia e del sindaco di San Luca Aurelio Pelle. Ma l’esito della storia, nella versione di Roncoroni, è del tutto diverso e somiglia molto più a quello che si evince dalla lettere di Giovannino Gentile scritta a Fiume durante il funerale di un suicida. "Ettore", racconta il regista, "è irrevocabile nella sua decisione di sparire. Chi lo trova non riesce a convincerlo a tornare sui suoi passi. I Majorana ne prendono atto. E da quel momento fermano o depistano le indagini. Roncoroni esclude le altre teorie sulla fuga di Majorana all’estero, in Germania o in Argentina. "Perché sono convinto che Ettore sia morto nella tarda estate del 1939. Certo, non ci sono atti ufficiali di morte o tombe da esibire. Ma le carte parlano chiaro". Il riferimento è alle indagini svolte all’epoca. Pochi giorni dopo la scomparsa di Majorana si mette in moto una macchina che in Italia non è mai stata allestita nemmeno per i peggiori criminali. I Majorana sono una famiglia potente e in ascesa: scienziati, professori universitari, politici, hanno entrature al ministero dell’Interno e in Vaticano. Chiedono e ottengono una mobilitazione senza precedenti. La polizia dirama bollettini di ricerca e avvisa i posti di frontiera. Il capo della Polizia va di persona in un paesino del Salernitano con tanto di unità cinofile per fare un controllo. La Santa Sede setaccia tramite i suoi ordini religiosi i monasteri per sapere se Ettore ha trovato rifugio lì. Indaga anche il ministero per l’Educazione nazionale: la cattedra di Napoli è vacante e bisogna prendere una decisione. Poi, prima dell’estate del 1939, accade qualcosa che ferma tutto questo. "La cattedra di Napoli", racconta Roncoroni, "viene riassegnata senza che la famiglia protesti. La polizia smette di diramare bollettini su Ettore Majorana e di cercarlo ai posti di frontiera. Dalla Segreteria di Stato del Vaticano parte una lettera indirizzata alla famiglia in cui, con parole consolatorie, si spiega che ’non vi è più alcuna ragione per continuare le ricerche’". Perché ha lasciato l’Italia? No, perché è morto. A supporto di questa tesi Roncoroni, ma anche i professori Guerra e Robotti portano un annuncio pubblicato nel fascicolo del 3 novembre 1939 della rivista Le Missioni della Compagnia di Gesu: "è stata fondata una Borsa di Studio per l’educazione di un missionario al nome dello scomparso Ettore Majorana, che sarà partecipe di tutti i vantaggi spirituali inerenti a tale fondazione. La somma (L. 20.000), restando intatto il capitale, diverrà il mezzo per dare successivamente nuovi salvatori agli infedeli". La Borsa a nome di Ettore Majorana riveste un carattere eccezionale: è l’unico caso in cui la somma è interamente versata da un unico soggetto, il fratello maggiore di Ettore, Salvatore. In una lettera del Padre Ettore Caselli S.I., amministratore della rivista, scritta su carta intestata dell’Amministrazione de "Le Missioni", in data 22 settembre 1939, e indirizzata a Salvatore, in risposta ad una sua del giorno precedente, si legge: "Ammiriamo sinceramente il V/. atto generoso per il compianto Ettore Majorana. Il Signore premi la Vostra grande fede ed il Vostro santo affetto per il caro estinto". E se un gesuita nel 1939, rivolgendosi a un familiare, usa i termini "compianto" e "caro estinto" non ci possono essere dubbi, secondo Roncoroni, Guerra e Robotti: nel settembre del 1939 Ettore Majorana era deceduto. "Ci sono una impressionante catena di fatti concomitanti in perfetto accordo con questo tragico evento", sottolineano i due studiosi. Le ricerche della Polizia terminano nell’aprile del 1939, con l’ufficiale cancellazione del nome di Majorana dalla Rubrica di Frontiera, e l’interruzione delle segnalazioni sul Bollettino delle Ricerche. Inoltre il ministro dell’Educazione Nazionale rende esecutivo nel settembre del 1939 un suo decreto, emesso il 6 settembre 1938 e mai ratificato dalla Corte dei Conti, con cui aveva disposto la rimozione di Majorana dalla cattedra universitaria, a decorrere dal 25 marzo 1938, considerandolo "dimissionario dall’impiego" "per essersi allontanato dall’ufficio, senza giustificati motivi".  La destituzione di Ettore Majorana dalla cattedra di Napoli da parte del Ministro dell’Educazione Nazionale Il fascicolo in Vaticano Per porre definitivamente la parola fine al giallo andato in scena quel venerdì 25 marzo 1938 molti confidavano nella desecretazione dei documenti conservati negli Archivi Vaticani. La Curia di Roma ebbe un ruolo fondamentale nelle ricerche e la sua riservatezza potrebbe aver reso inaccessibile per decenni la verità. Il 2 marzo scorso le carte del pontificato di Pio XII (dal 2 marzo del 1939 al 9 ottobre del 1958) sono state finalmente messe a disposizione degli studiosi. Ma chi vi cercava la soluzione all’enigma Majorana è rimasto deluso. La Santa Sede con Pio XII fa partecipe la famiglia dello scomparso che ogni altra ricerca non è di pratica utilità, perché le domande potrebbero continuare a restare senza una risposta. "Interpreto molto positivamente il fatto che le notizie su Majorana, in queste carte, si fermino all’inizio del 1940", spiega però Roncoroni. "Perché sono tra quelli che in base a molti documenti e a un po’ di buon senso, ma ancora senza la prova regina, credono che Ettore Majorana sia defunto alla fine del 1939". Eppure la mamma di Ettore non crede a quello che le si racconta in famiglia e fuori, è convinta che qualcuno sappia e non parli. Inoltra una supplica con cui chiede che siano fatti altri controlli in tutti i conventi e, soprattutto, di essere ricevuta da Pio XII. Tra i venti documenti desecretati c’è infatti anche la supplica che Maria Majorana, sorella di Ettore, scriverà in nome e per conto della madre e che consegnerà al Papa in occasione di un’udienza generale collettiva il 26 febbraio 1940. La risposta è immediata. Nel fascicolo c’è la bozza, del 5 marzo 1940, della replica in cui si spiega, che: "Quanto a ciò che si è suggerito per ulteriori ricerche nel settore ecclesiastico, il Santo Padre non vede la cosa di pratica utilità dopo il già fatto, anche perché l’esecuzione del progetto sarebbe di insolita e difficile attuazione...". È la pietra tombale del Vaticano sulla vicenda. Ma per una madre e una sorella inconsolabili, c’è una famiglia che ha già preso atto di quanto accaduto. "I Majorana sanno come sono andate le cose sin dal 1939. Il loro silenzio non ha fatto altro che alimentare le teorie più diverse: il suicidio dalla nave, la fuga in Germania per collaborare con gli scienziati nazisti, la seconda vita in Argentina", dice Roncoroni. "Fu una decisione di Giuseppe, zio di Ettore e indiscusso capofamiglia all’epoca dei fatti. Pochi anni prima i Majorana erano stati coinvolti in un caso di cronaca nera, un infanticidio. Una macchia intollerabile per l’onore di una famiglia che il fascismo stava celebrando tra i grandi di Sicilia e che annoverava già senatori, professori universitari e presidi di facoltà. Quando il giovane talento scompare nel nulla, nonostante la brillante carriera che si apre di fronte a lui, per Giuseppe esplode un nuovo scandalo che può compromettere definitivamente il buon nome e le ambizioni di famiglia. Sceglie dunque di far calare il silenzio sulla vicenda e lo fa con un documento che detta a tutti i parenti la verità ufficiale dei Majorana". Nel 1940 infatti, Giuseppe ricorda così il nipote: "Un altro bravo Figliolo e Concittadino e Grande Siciliano è scomparso, e noi dobbiamo inchinarci di fronte alla tragedia, ammantandoci per quanto sia possibile, e non possiamo sfuggirne, dell’incommensurabile dolore della madre e dei fratelli". Ettore Majorana (al centro) nella pineta di Viareggio, Italia, agosto 1926, insieme a sua madre, da sua sinistra, le sorelle Maria e Rosina, il suo amico e compagno Gastone Piqué e sua nonna maternaCosa resta da scoprire Gli studi più recenti sui documenti, quelli condotti da Nadia Robotti e Francesco Guerra, e le testimonianze raccolte in famiglia da Stefano Roncoroni, convergono dunque verso la morte prematura di Ettore Majorana all’età di 33 anni, nel 1939. Ma cosa resta da scoprire? "Complessivamente il caso Majorana si configura come un problema quasi completamente aperto dal punto di vista storiografico", rispondono Robotti e Guerra. "Sarebbe importante poter ritrovare nuovi documenti che possano gettare luce su alcuni aspetti tuttora avvolti nell’incertezza, i più importanti dei quali riguardano i suoi rapporti con l’Istituto di Fisica dell’Università di Roma, la sua scomparsa, e la sua attività di ricerca durante e dopo il soggiorno a Lipsia del 1933". Solo così si potrebbe forse risalire all’origine del mistero Majorana: quali furono le ragioni che lo indussero prima a sparire e poi alla ’suprema risoluzione’ di cui scrive Giovannino Gentile. I due storici della fisica tendono a escludere crisi mistiche, disagi esistenziali dovuti alla preveggenza dell’arma atomica o conflitti insanabili con la comunità accademica italiana, che pure l’aveva messo ai margini. "Ettore era felice di avere finalmente una cattedra a Napoli. Dopo anni di studio abbiamo imparato a conoscerlo: non era affatto il genio chiuso in se stesso che cerca di isolarsi dal mondo. Amava la vita, gli amici, le donne: ne abbiamo contate almeno otto". Eppure, improvvisamente, il 25 marzo 1938 scrive al collega Carrelli: "Ho preso una decisione che era ormai inevitabile...". E il giorno successivo: "...il mare mi ha rifiutato...". Cosa può essere successo? Di fronte a questa domanda gli scienziati alzano le braccia: non ci sono documenti e si possono solo azzardare ipotesi: "Potrebbe averla fatta troppo grossa", suggerisce Nadia Robotti. Forse uno scandalo, dunque. Qualcosa di intollerabile per un giovane geniale, appena diventato professore universitario e appartenente a una importante famiglia molto in vista e dai principi rigorosi. L’altro tassello mancante è la tomba. Se davvero la famiglia sapeva, possibile che non abbia preteso una degna sepoltura per il suo talento sfortunato? Nella cappella Majorana-Calatabiano del cimitero monumentale di Catania c’è in effetti un Ettore Majorana: il nome compare sulla stessa lapide di Luciano Majorana, fratello del fisico scomparso. Nel 1961 Luciano e la moglie Annunziata Cirino hanno un figlio e lo chiamano Ettore: oggi è un ricercatore dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, impegnato nella rivelazione e nello studio delle onde gravitazionali. Ma un anno prima alla coppia era nato un altro bambino, morto prematuramente e anche lui battezzato con lo stesso nome. Anni dopo i suoi resti furono tumulati insieme a quelli del papà: è lui l’Ettore Majorana che riposa nel cimitero di Catania.  Il senatore Salvatore Majorana Calatabiano (1825-1897) con la moglie e i figli Conclusioni Ettore Majorana suicida, un anno dopo la scomparsa. È questa dunque l’ipotesi oggi più solida: lo dicono i documenti emersi negli ultimi anni. Una verità che delude forse i teorici della fuga, del rifiuto dell’atomica e del suo opposto: l’atomica da realizzare al fianco degli scienziati di Hitler. Ma che ci restituisce l’umanità di un personaggio comunque straordinario. Tanto forte da sfidare per anni l’establishment, perché venisse riconosciuto il suo talento. Ma tanto fragile da non riuscire, per chissà quale ragione privata, a sostenere il ruolo pubblico di professore universitario che pure aveva così desiderato. Qualcosa lo spinge quella sera di marzo del 1938 a lasciare la sua cattedra e il suo albergo di Napoli. E poco più di un anno dopo alla "suprema risoluzione" di cui scrive Giovannino Gentile. Se il giallo del fisico scomparso può dirsi così risolto, resta il mistero dell’uomo.

Bibliografia

Il Dossier Majorana, di Francesco Guerra e Nadia Robotti, di prossima pubblicazione su i Quaderni di Storia della Fisica

Ettore Majorana, aspects of his scientific and Academic Activity, di Francesco Guerra e Nadia Robotti, Edizioni della Normale 2008

La scomparsa di Ettore Majorana, di Leonardo Sciascia, Adelphi 1975

Il vero Ettore Majorana, di Erasmo Recami, Di Renzo Editore 2017

La cattedra vacante, di Salvatore Esposito, Liguori editore 2009

La seconda vita di Majorana, di Giuseppe Borello, Lorenzo Giroffi, Andrea Sceresini, Chiarelettere 2016

La particella mancante. Vita e mistero di Ettore Majorana, genio della fisica, di João Magueijo, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 201

Nessuno mi troverà. Ettore Majorana, documentario di Egidio Eronico, Istituto Luce 2015

Ettore Majorana, lo scomparso, di Stefano Roncoroni, Editori Internazionali Riuniti 2013 

·         Il Mistero della Circe della Versilia.

Paolo Beltramin per il "Corriere della Sera" l'11 agosto 2020. La Circe della Versilia se ne è andata un anno e mezzo fa in pieno inverno. Aveva ottant' anni, ma nell'immaginario di un pezzo di Italia sarà sempre la cinquantenne biondo platino di Forte dei Marmi con il taglio corto alla Brigitte Nielsen, gli occhiali scuri e la passione malata per l'occulto. La mantide che ha ucciso il marito con l'aiuto del giovane amante. Eppure, in 24 anni di carcere, lei ha continuato a ripetere fino alla fine di essere innocente. Nonostante le intercettazioni, le testimonianze, i quindici milioni di lire dell'epoca dati a un mago perché facesse fuori il coniuge, poi restituiti perché, dice lei al telefono, «è chiaro che non sei stato tu». La sera del 16 luglio 1989 Maria Luigia Redoli esce a cena con i figli Tamara e Diego, all'epoca 18 e 14 anni, e l'amante Carlo Cappelletti, 24enne ex carabiniere a cavallo. Poi tutti vanno a ballare alla Bussola. Tornata a casa, intorno alle due di notte, dopo aver accompagnato in albergo Carlo, la signora apre il garage e scopre il coniuge, Luciano Iacopi, in una pozza di sangue, ucciso da diciassette coltellate. L'arma del delitto non verrà mai trovata. Non era un uomo molto amato, il 69enne immobiliarista Iacopi, detto Gasperello. Ricco, molto ricco, la figlia lo odiava al punto che nella sua stanza c'erano foto di lui infilzate con degli spilloni. Tamara era un clone della mamma, si vestiva e truccava e si tingeva i capelli di biondo come lei: fu a lungo sospettata, poi prosciolta. Iacopi non era davvero suo padre: lei e Diego erano frutto della lunga relazione con un altro amante, il maresciallo della stazione dei Carabinieri di Forte dei Marmi, morto in un incidente stradale nell'84: la mamma lo confessò a Tamara quando la ragazza aveva quindici anni, il fratello lo avrebbe scoperto dai giornali. Di Gasperello si diceva che facesse anche l'usuraio, qualcuno dei testimoni intervistati dai tg dell'epoca racconta di bar in cui si brindò alla notizia della sua morte. Anche lui si dava da fare con le donne, di solito incontrate grazie agli annunci per cuori solitari. In una delle sue tante proprietà, una casa colonica, aveva allestito una garçonnière. Quello tra Maria Luigia e Luciano era un walzer di sesso, alberghi a ore, fughe in decapottabile, che i due non ballavano mai insieme. Si detestavano e non si davano neanche più la pena di recitare. Il suo ultimo giorno di vita, mentre la moglie e i figli si divertono con Cappelletti, Iacopi è a Follonica con la sua di amante, Agata Tuttobene.  Rientrato a casa, intorno alle nove e mezza, la chiama per ringraziarla del tempo trascorso insieme e le dice che prima di andare a dormire si aprirà una birra. Agata è l'ultima persona a parlargli. Contro i fedifraghi c'è un possibile movente: l'eredità da spartirsi, sette miliardi di lire, pari a quasi otto milioni di euro di oggi. E proprio sul luogo del delitto, come in un giallo all'inglese, una porta chiusa e un mazzo di chiavi sembrano sciogliere il mistero. Secondo l'accusa quelle quattro mandate alla porta di casa poteva averle date solo Maria Luigia, perché Iacopi era sceso in garage senza portare con sé le chiavi: il suo mazzo è stato trovato in un vassoio all'ingresso dell'appartamento, quello di scorta nel bauletto di un motorino. In primo grado non basta: al termine di un processo segnato dalle urla della madre di Carlo, che maledice la Circe, sua coetanea, Maria Luigia e l'amante vengono assolti. Lei sfila fiera in piazza a Lucca, dirà poi di non aver mai pensato alla fuga, tanto era sicura che i giudici le avrebbero creduto. Ma in appello e Cassazione le cose vanno diversamente. Il 24 settembre 1991 arriva la sentenza definitiva, il «fine pena mai». Cinque interminabili giorni passano prima dell'arresto, con Maria Luigia e Carlo barricati in casa, fuori una folla di fotografi e curiosi, dentro solo un giornalista di Visto per l'esclusiva. Si sfiora la strage: Cappelletti, che sembrava tranquillo, all'improvviso punta un pugnale alla gola di un carabiniere, gli strappa la pistola di ordinanza e spara, ferendo tre agenti. Sfinito si lancia dalla finestra e atterra sul prato, riuscendo a cavarsela. La Circe è stata in carcere a Perugia e poi a Opera, e le chiacchiere l'hanno seguita anche lì: le presunte tresche con le guardie per tentare una fuga, la ferita mai ricomposta con i figli, che addirittura nel 2012 si oppongono alla richiesta di grazia all'allora presidente Napolitano, definendo il suo animo «cattivo e malvagio». Lei intanto nel 2007 ottiene la semilibertà e trova lavoro alla cooperativa Prospettive nuove a Cesano Boscone, dove incontra l'uomo che diventerà il suo secondo marito, il ragioniere Alberto Andena. «Cosa mi ha colpito di lui? - dice a Elvira Serra sul Corriere nel 2009, alla vigilia delle nozze - La pazienza e la generosità con cui dedicava il tempo agli altri. Non sapeva niente di me, non mi aveva ricollegata al delitto. Gli ho dovuto dire tutto. E lui ancora una volta mi ha sorpresa: per me sei innocente, ti credo». Le ha creduto anche Franca Leosini, che nei suoi popolarissimi programmi tv è tornata più volte sul caso. A farla dubitare della colpevolezza soprattutto i tempi troppo stretti: i due amanti avrebbero ucciso tra le 21.40, quando lasciarono il ristorante, e le 22.10, ora del loro arrivo alla Bussola, avendo il tempo di ripulirsi e di andare in discoteca. «Credo di aver pagato soprattutto per la mia strafottenza, per il fatto di essere bella e ricca - spiegava sempre in quella intervista al Corriere - mi vedevano alla Bussola, alla Capannina, il portafoglio pieno di soldi, alle donne stavo antipatica. Era tanto tempo fa...». A Forte dei Marmi Maria Luigia non sarebbe più tornata, «io e mio marito viviamo con la pensione. Non potremmo permettercelo». Un anno e mezzo fa Maria Luigia che fu la Circe se n'è andata da sola, con due chihuahua e un bassotto. Il suo ex e non più giovane amante Carlo, barba e capelli brizzolati, in regime di semilibertà ha trovato lavoro come spazzino a Norma, il suo paese di origine in provincia di Latina.

·         Il Mistero di Gigliola Guerinoni: la Mantide di Cairo Montenotte.

Paolo Beltramin per il “Corriere della Sera” il 25 agosto 2020. Cesare il re viene trovato nel fondo di una discarica. La scatola cranica fracassata da colpi di martello, il corpo bruciato, è irriconoscibile. Solo il portachiavi dell'Ordine dei farmacisti permette di risalire alla sua identità. È il 17 agosto del 1987 a Cairo Montenotte, 14 mila anime nell'entroterra della provincia di Savona, famoso perché qui il generale Bonaparte vinse la prima battaglia della Campagna d'Italia e soprattutto perché è il paese della Mantide. Si chiama Gigliola Guerinoni, è l'amante della vittima e viene arrestata dieci giorni dopo la scoperta del cadavere. Ha 42 anni e fa la mercante d'arte, anche se ha studiato da infermiera. Alle spalle ha una vita sentimentale movimentata. Figlia di un maresciallo dei carabinieri, appena maggiorenne si era sposata con un bravo ragazzo del posto, il metronotte Andrea Barillari, e aveva avuto due figli, Fabio e Alex. «Mio marito mi adorava - racconterà in una delle tante esclusive per i rotocalchi - la nostra vita era tranquilla e normale. Troppo, perché non cominciasse a stancarmi». Gigliola ha una relazione con il primario dell'ospedale in cui lavora, lascia il marito e cambia impiego. Assunta in una fabbrica, si lega al capo del personale, Ettore Geri, 27 anni più grande, che per lei abbandona la famiglia. «Conosceva la Divina Commedia quasi a memoria, mi spiegava l'arte e la musica». Insieme hanno una figlia, Soraya. E quando Geri va in pensione, con i soldi della liquidazione la aiuta ad aprire una galleria nel centro del paese. Nemmeno questa relazione è destinata a durare. Nella vita di Gigliola entra un altro uomo, Giuseppe Gustini, pittore di provincia e padre di due figli. «Era bello come Michele Placido. È stato il mio unico vero amore». Si sposano ma nel 1986 lui muore all'improvviso per coma diabetico. Anni dopo, verrà processata con l'accusa di avergli provocato la morte con dei pasti pieni di zuccheri, ma sarà assolta «perché il fatto non sussiste». All'indomani del funerale, si presenta in galleria l'uomo più ricco del paese, Cesare Brin. Gran giocatore d'azzardo, consigliere comunale Dc, titolare di una storica farmacia, lo chiamano tutti il re anche per la sua avventura da presidente della squadra di calcio locale, la Cairese, che aveva portato dai tornei per dilettanti alla serie C al costo, si dice, di 800 milioni di lire. Capelli biondi, occhi azzurri, gambe perfette e seno abbondante, anche Gigliola a Cairo Montenotte è una celebrità. Come altri prima di lui, Brin in poche settimane lascia moglie e figlio per andare a vivere da lei. Durante le indagini, a casa della Guerinoni vengono trovate tracce di sangue. Nell'interrogatorio lei racconta di aver visto Brin venire picchiato e sequestrato da due trafficanti di droga in affari con lui, scappati a bordo di una Fiat Croma. Terrorizzata, non avrebbe fatto denuncia per paura di ritorsioni. Gli inquirenti però non le credono. «Si è trattato di un delitto d'impeto, voluto e realizzato sul momento», spiegano le motivazioni della sentenza che l'ha condannata a 26 anni di carcere. Contro Gigliola non c'è una prova definitiva ma «una trama di indizi serrata», a partire dalla decisione di tinteggiare la camera da letto proprio la mattina dopo la scomparsa dell'amante. L'assassina non ha agito da sola. Il suo ex, Ettore Geri, che in un primo momento si era autodenunciato e poi aveva ritrattato, si becca 15 anni per complicità. Cosa ancora più incredibile, altri tre uomini, tutti in qualche modo legati a Gigliola, vengono condannati per averla aiutata a far sparire il cadavere. Sono l'imbianchino che ha assoldato in quei giorni, Pino Cardea, un amico della vittima, Mario Ciccarelli, e perfino un funzionario di polizia, il vicequestore Raffaello Sacco, «ricompensato con un'indimenticabile notte d'amore». Seduta in aula sul banco dei testimoni, la vedova di Brin esplode: «La maga Circe, così la chiamavo io. Forse non trasformava gli uomini in porci?». Ma è l'imputata a riservare il vero colpo di scena, quando prova a ricusare il giudice istruttore: anche lui era stato suo amante, sostiene, e adesso la perseguita per gelosia. L'accusa le varrà un'altra condanna, a sette mesi per diffamazione. A ogni giornalista che incontra, Gigliola regala una frase ad effetto: «Non sono una santa, ma questo non fa di me un'assassina». «Sono libertina e credente, come Petrarca». «Se avessi ucciso tutti gli uomini che ho amato avrei fatto una strage». In tutti questi anni ha continuato a proclamare la sua innocenza, così come il suo avvocato, Alfredo Biondi, futuro ministro della Giustizia: «È un processo in cui le prove non esistono». Anche il primogenito di Gigliola, Fabio Barillari, classe 1964, ha avuto un breve momento di celebrità sulla stampa locale alla fine degli anni 80, come finalista del concorso «Il più bello d'Italia». Dopo aver fatto l'attore per alcuni spot in tv ha aperto un negozio di gioielli, ma è finito in carcere per ricettazione. Ettore Geri è morto nel 2015 a 97 anni. Gigliola Guerinoni nel 1994 si è sposata per la terza volta nel penitenziario femminile della Giudecca con Luigi Sacripanti, un amico di lunga data che per anni, ogni mercoledì, era andato a trovarla in carcere. Anche stavolta qualcosa non ha funzionato: quattro anni dopo si sono separati. La Mantide di Cairo Montenotte ha finito di scontare la pena nel 2014. Scrivono i giudici che «ha compiuto un significativo processo di riabilitazione». Negli anni di semilibertà ha lavorato come stiratrice nel convento romano delle Serve di Maria, a due passi da piazza Navona. Raccontano i giornali dell'epoca che un giorno, davanti al suo decolleté, una suora sia sbottata: «Gigliola si metta almeno una pettina».

·         Il mistero del delitto della Milano da bere.

Cristiana Lodi per “Libero Quotidiano” il 2 settembre 2020. Cinque colpi di Smith & Wesson all' alba del 26 giugno. In un lussuoso appartamento di Corso Magenta, 84. Due passi dal Cenacolo di Leonardo. È il 1984. Francesco Moser vince la Milano-Sanremo e il Giro d' Italia. Bettino Craxi ha 50 anni ed è presidente del Consiglio. Enzo Tortora diventa eurodeputato dopo l' ingiustizia dei 214 giorni di cella per un' accusa infondata. In Italia arrivano i grandi campioni stranieri del calcio. Si chiamano: Maradona, Rummenige, Socrates. Cinque colpi di Smith & Wesson sparati da Terry Broome, modella americana di 26 anni arrivata a Milano per raggiungere la sorella Donna di 25 e top model di successo. Due pallottole vanno a segno e mandano all'altro mondo Francesco D' Alessio. Quarant'anni, playboy romano, milanese d' adozione e figlio dell' avvocato e "re dei purosangue" Carlo. Un marcantonio alto un metro e novanta. Miliardario per nascita, ex tennista, ex rugbista, ex marito di una mannequin e grande scommettitore alle corse dei cavalli. Incosciente e pasticcione, scombinato e sempre fuori dalle regole, Francesco smette di guidare perché si sfracella contro gli alberi dimenticandosi di guardare la strada. Affitta la solita suite al Grand Hotel de Milan, ma dorme vestito nella hall. Uno che con Terry vuole fare l' amore. E glielo chiede come un ossesso. Davanti a tutti. Con insinuazioni maleducate e gestacci volgari. Lei è a Milano da due mesi. I suoi luoghi, così come per lo sprezzante Francesco, sono le notti del tirar tardi milanese. Quelle notti che s' affacciano su un palco di ragazze bellissime, tra cocaina e acrobazie sessuali multiple ai soliti party annoiati. È in una di queste notti, nella stagione dei dané, dei soldi facili e della moda costellata da legioni di modelle disposte a tutto pur di ottenere la comparsata in un carosello, che va in scena il delitto. È la "Milano da bere", raccontata un anno dopo da Carlo Vanzina nel film "Sotto il vestito niente".

Amicizie e gioielli. Terry abita con l' ultimo fidanzato, il gioielliere un po' sovrappeso Giorgio Rotti. Alloggiano al residence Principessa Clotilde, ribattezzato dagli spiritosi dell' epoca Principessa Clitoride. La bella americana, conosce il gioielliere (strafatto di cocaina e alcol) durante un weekend nella villa dell' amico Carlo Cabassi, ricchissimo finanziere, playboy e fratello di Giuseppe, l' uomo di Milanofiori e della Rinascente. Giorgio le regala un anello di brillanti, con la promessa di sposarla. E poco importa che lei filasse con Claudio Caccia, assicuratore che quella sera in villa s' è addormentato sotto l' effetto degli antinfluenzali. Tant' è che Terry ne approfitta per fare sesso con Carlo Cabassi, il padrone della villa. Tutto alla faccia dell' arrogante Francesco D' Alessio, respinto con beffa la sera prima. Lui viene a sapere di Terry e Cabassi. E apriti cielo! Per punire l' americana inventa la storia che in villa, quella notte, lei se l' è spassata in un' orgia con sei uomini. Ecco il movente del crimine che matura al Nepentha, la discoteca di piazza Diaz trincea obbligata del tirar mattina milanese. È lì, fra le maioliche, il fracasso dei disc jockey, la cocaina e un parterre sociale coi camerieri come unica presenza di rango, che avviene il fattaccio della "patta". Un accenno di masturbazione inscenato da Francesco D' Alessio davanti a Terry. Quella notte al solito tavolo ci sono gli habitués che danno il tocco mondano e si mettono l' articolo davanti al cognome: il Cabassi, il D' Alessio, il Finzi, il Caccia, il Santambrogio. E si presenta anche il Rotti con Terry. Lei non mangia da due giorni. Ha bevuto qualche succo di frutta e molto whisky e vino bianco. Poi tanta coca. Terry vede Francesco D' Alessio e ha paura. Vuole andare via. Ma non fa in tempo. D' Alessio s' avvicina, le sorride cinico e la insulta con aggettivi e gestacci di scherno maschilista. Terry si alza per rifugiarsi in bagno, lui la segue e le fa avance. Tornano al tavolo e la insulta ancora. Dirà Terry: «Parlava con i presenti e mi dava di continuo della puttana. Diceva che ero una cagna, una lesbica ninfomane. Io avevo un blocco, cercavo di non sentire e volevo solo andare via».

Pensieri neri. Le parole di D' Alessio si fanno pesanti ed è a questo punto, con Terry che s' irrigidisce, che il fidanzato apprende la storia dell' orgia nella villa di Cabassi. Si fa brusco e silenzioso. Tornati al residence si fa restituire l' anello. Lei gli dà anche l' orologio. Giorgio va a dormire ma Terry resta sveglia. Fa un cruciverba, si stufa, sniffa ancora. Apre i cassetti e accende i giochi elettronici coi quali solitamente si distrae dai pensieri neri. Fantasmi di una biografia patetica e gravata dai guai. Un passato turbolento e cupo nella Carolina del Nord: l' infanzia con i 4 fratelli migrando da una base militare all' altra. Il padre sottoufficiale e reduce dal Vietnam, epilettico, alcolizzato, violento. Poi lo stupro subìto a 16 anni a opera di due motociclisti ubriachi. I suicidi tentati e il matrimonio lampo con un ragazzo tossicodipendente sposato a 18 anni e lasciato a 19. È proprio rovistando a tastoni in uno scaffale che Terry trova la pistola di Giorgio. La Smith & Wesson calibro 38 Special che il gioielliere tiene già carica. La modella l' afferra e pensa a D' Alessio. «Ha mandato in fumo il mio matrimonio», nella sua testolina passa questo ed è abbastanza. Terry infila una giacca in lino nero, sopra i jeans. Riempie un flaconcino di coca. Sfoglia l' agenda di Giorgio e trova il telefono di D' Alessio. Chiama, alla donna che risponde si presenta come Diana. Francesco manda a dire che l' aspetta. Terry chiude la pistola nella borsetta. Sono le sei del mattino. Chiama un taxi, prima di salire entra in una cabina telefonica e sniffa ancora. Dieci minuti ed è in Corso Magenta 84. D' Alessio le sorride. Lei è furibonda ma lo segue in camera da letto. In casa c' è la modella americana Marie Laure Rojko, bellissima, 21 anni, che ha risposto al telefono e a scanso di equivoco si chiude in cucina. Terry e Francesco sniffano. Lui ci prova. Litigano. Terry estrae la pistola e spara. A vuoto. Francesco le afferra un braccio e lei preme di nuovo il grilletto centrandolo al petto e alla testa. A bruciapelo. Marie Laure corre al quarto piano da Carlo Cabassi, il fidanzato che ha salutato prima di fermarsi da Francesco. Lo avverte che il suo amico è morto. Carlo manda il maggiordomo a controllare, poi scende e per prima cosa fa sparire la cocaina. Sposta il corpo verso l' ingresso, stravolge la scena dell'omicidio. Poi chiama l' ambulanza. E una volante. Terry intanto è già sul taxi verso il residence. Come in un giallo di Agatha Christie. Sono le 7.30: «Voglio tornare a casa a Elgin», dice a Rotti. Lui l' accompagna a Linate, in tempo per il volo diretto a Zurigo delle 10.30. Le dà anche 300mila lire. Prima di imbarcarsi telefona alla sorella, «mi chiamò alle 8», racconterà Donna. «"O my God!, cos' hai fatto stavolta?", e Terry disse: "Me ne vado". Ma che se ne volesse andare lo aveva ripetuto tante volte in due mesi. Aggiunse che non sapeva dove sarebbe andata. Parigi? Amburgo? Zurigo? Ma non era una novità». L' americana arriva a Zurigo, chiama Giorgio Rotti e gli indica città, indirizzo, albergo e numero di stanza in cui si trova. Non sembra un' assassina in fuga. Dorme alla pensione Bahnpost, al numero 6 della Reitergrasse, davanti al commissariato di polizia. L' Interpol avverte gli agenti locali della presenza di Terry, con tanto di indirizzo e numero di telefono. Alle due del mattino i poliziotti attraversano la strada, a piedi. Due rampe di scale e bussano. Apre una stupita cittadina statunitense. È assonnata e stanca. Dalla finestra della camera un agente le indica l' insegna della caserma dove la porteranno. Lei chiede un avvocato. Impossibile, rispondono gli svizzeri. «Allora vorrei dormire», replica Terry. Estradata a Milano confessa subito: «Francesco mi importunava I' m sorry». Quindici anni per omicidio che calano a 12 in Appello. Eccoli gli anni Ottanta, che uccidono le illusioni perché le illusioni servono solo a perdere. Ecco il delitto esemplare dell' epoca. Ma l' ovvio talvolta può essere perfino troppo per essere ovvio davvero. Così l' omicidio di D' Alessio, quei colpi nella cocaina sparati da Terry, rimandano a Sir Arthur Conan Doyle, che per voce del suo Sherlock Holmes, sentenzia: «Nulla è più ingannevole di un fatto ovvio».

Dubbi e interrogativi. Dunque? Se le cose non fossero andate come Terry ha confessato? Magari per paura di essere uccisa? L' avvocato Carlo D' Alessio, padre di Francesco, non ha mai creduto che lei fosse l' assassina di suo figlio. La dinamica, la collutazione e quegli spari non lo hanno mai convinto. A suo dire, Francesco, grande e grosso com' era, l' avrebbe fermata. Nessuno sottopose al guanto di paraffina Terry, né coloro che potevano essere dalle parti del delitto quella notte. Perché? È stata davvero lei e solo lei? Quella mattina, quando scappa a Zurigo, si lascia dietro infinite tracce. Eppure la polizia arriva a Terry a notte fonda. Qualcuno ha avuto interesse a rallentare le indagini? E chi era l' iraniano che all' aeroporto di Zurigo le si mette alle calcagna senza lasciarla un istante fino all' arresto? Dorme nello stesso albergo, stanza accanto. E come mai non furono mai rintracciati i due taxi che la sera dell' omicidio l'accompagnarono prima sul luogo del delitto e poi di nuovo al residence? Giorgio Rotti (condannato per favoreggiamento) ha pulito l'arma del delitto e sostituito i bossoli sparati con bossoli nuovi. Così quell' arma non è mai stata una prova schiacciante. Terry ha confessato, sì. Ma le sue memorie sono caotiche, imprecise e confuse. Il dubbio che l' assassino fosse un altro, e che lei alcolizzata e drogata fosse stata usata, un buon inquirente avrebbe dovuto averlo. Nella costrizione della cella, San Vittore e poi Pavia e Bergamo, Terry trova un ordine e una speranza mai conosciuti. La terrorista dissociata Vincenza Fioroni diventa sua grande amica. Impara l' italiano e a lavorare la ceramica. Il 22 febbraio '92, dopo sette anni di prigione, Terry torna libera in America. Prima di decollare, a Enzo Biagi dice: «Quello che volevate ascoltare, io l' ho detto al processo. Dimenticatemi ora».

·         L’Omicidio del Circeo.

Omicidio del Circeo, ritorno nella villa degli orrori, 45 anni dopo. Il cancello è arrugginito, la macchia mediterranea la sta quasi inghiottendo e in pochi sanno esattamente dove sia. Quel giorno i carabinieri videro un fiume d'acqua uscire da una casa, entrarono: trovarono la madre e il fratello di Ghira che lavavano il sangue da terra. Clemente Pistilli su La Repubblica il 29 settembre 2020. Dalla piazzetta di San Felice Circeo a via della Vasca Moresca sono cinque chilometri scarsi. Non più di un quarto d'ora in auto. Occorre percorrere via del Faro, a picco sul mare e con un panorama mozzafiato, poi via delle Batterie, immersa nella fitta vegetazione mediterranea del promontorio, e infine quella strada che termina su un viottolo sterrato costruito dai forestali per l'antincendio, poco frequentata in estate e completamente deserta nelle restanti stagioni. Tra lecci, cespugli di fillirea, lentisco e alaterno, il silenzio è spettrale. Ed è proprio qui, in una delle ville in stile moresco più nascosta di altre agli sguardi, villa Ghira, che 45 anni fa vennero stuprate e seviziate due giovani romane del quartiere popolare della Montagnola: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, 19 e 17 anni. Due giorni d'inferno e indicibili violenze finiti con l'omicidio della prima e con delle ferite nell'animo talmente ampie per la seconda da non riuscire più a tornare a una vita normale, tormentata e perseguitata da quegli orrori fino al giorno della sua morte quindici anni fa, al termine di un'estenuante lotta contro il cancro. Da allora quell'angolo sperduto del Parco Nazionale del Circeo è associato al massacro e quell'immobile ormai sepolto dal verde è noto come la villa degli orrori. Il 29 settembre 1975 Rosaria e Donatella, quelle che per i massacratori non erano altro che due borgatare su cui sfogare istinti bestiali, vennero attirate con l'inganno a San Felice. La 19enne, originaria di Agrigento e iscritta a un corso meccanografico organizzato dall'Ibm, aveva legato con Donatella, studentessa di un istituto professionale. Uscivano sempre insieme e, dopo essere state al cinema, una settimana prima avevano accettato un passaggio fino a casa da un ragazzo che si era presentato con il nome di Carlo, anche se in realtà era uno dei  ragazzi della Roma bene già condannati per reati violenti compiuti insieme ai massacratori. La diciassettenne gli aveva lasciato il suo numero di telefono. Da lì un appuntamento con "Carlo" e due suoi amici, Angelo Izzo e Gianni Guido. I giovani si mettono d'accordo per incontrarsi di nuovo, ma si presentano poi solo Izzo e Guido. Sono all'Eur, vicino al ristorante Il Fungo, e propongono a Rosaria e Donatella una gita a Lavinio, per andare una festa a casa di Carlo. Inizia un conto alla rovescia che alle due ragazze non lascerà scampo e che cambierà la storia d'Italia, portando a un giro di vite in tema di indagini e condanne per violenza sessuale. I quattro salgono a borgo della Fiat 127 di Gianni Guido, che preme l'acceleratore sulla Pontina, passando ad Aprilia davanti agli stabilimenti Ghira, quelli del padre del terzo autore del massacro. Si dirigono al Circeo, non a Lavinio. Izzo, con una condanna alle spalle proprio per sequestro di persona e abusi sessuali su una minorenne, ma libero avendo beneficiato della condizionale, e Guido, entrambi fascisti legati al giro del bar di piazza Euclide, dei picchiatori, hanno le chiavi della villa in via della Vasca Moresca. Aprono e tentano subito un approccio con Rosaria e Donatella, che dopo essersi rese conto della situazione chiedono di tornare a casa. Per loro è la fine. Guido tira fuori una pistola. I due per fare ancora più paura si presentano come componenti della banda dei Marsigliesi, annunciano l'arrivo del padrone di casa, sostenendo che si tratta del capo, Jacques Berenguer. Poi arriva Andrea Ghira, il terzo. Rosaria e Donatella vengono stuprate, massacrate di botte, seviziate, chiuse nude in bagno, senza acqua né cibo. Infine Rosaria viene tenuta con la testa sott'acqua, nella vasca da bagno, e uccisa. Donatella, trascinata anche per le stanze della villa con una corda al collo, si salva invece fingendosi morta. I tre, dopo che Guido come se nulla fosse era tornato anche a Roma a mangiare per poi recarsi nuovamente al Circeo, caricano i due corpi sulla Fiat 127 e si dirigono alla volta della capitale. Vogliono disfarsi di quelli che pensano essere ormai due cadaveri. Chiedono aiuto ai "camerati" e parcheggiano in via Pola, nel quartiere Nomentano. Donatella inizia a lamentarsi, dal portabagagli cola sangue, e un metronotte chiede aiuto. Quando arrivano i carabinieri e aprono la portiera si trovano davanti a una scena raccapricciante, immortalata da un reporter che, avendo intuito fosse accaduto qualcosa di grave, si era precipitato sul posto. Quell'immagine diventa il simbolo del massacro. Guido, visto un capannello di gente attorno alla sua auto, si avvicina e poi prova subito a fuggire, ma viene arrestato. E in manette finisce in fretta anche Izzo. Ghira invece, latitante, fa perdere le sue tracce. I carabinieri raccolgono le prime informazioni da Donatella. Non è semplice individuare la villa. Sul promontorio ce ne sono decine e decine. Un'intuizione dei militari si rivela però fondamentale. Vedono che da una di quelle proprietà scorre un fiume d'acqua. Entrano e trovano la madre e il fratello di Ghira intenti a cercare di ripulire tutto, a eliminare quel sangue che imbratta ogni angolo. In quella villa, dopo un mese, Donatella Colasanti sarà costretta a tornare per un sopralluogo con magistrati, carabinieri, avvocati e medici legali. Un'altra tortura.  I tre massacratori verranno condannati all'ergastolo. Izzo, che ottenuta la semilibertà, ha poi ucciso altre due donne, si trova ora rinchiuso nel carcere di Velletri, dove passa le sue giornate divorando libri e cibo. Guido è tornato libero ben undici anni fa, nonostante si fosse anche reso protagonista di diverse evasioni, e Ghira, rimasto sempre latitante, solo nel 2005 è stato indicato come l'uomo morto per overdose undici anni prima a Melilla, con il nome di Massimo Testa de Andres, dopo essere stato espulso dalla legione straniera spagnola dove si era arruolato. Un caso quest'ultimo che presenta ancora diverse ombre nonostante anche una seconda inchiesta abbia confermato che quei resti riesumati sono del massacratore. La villa moresca ora è disabitata. Il cancello è arrugginito, la macchia mediterranea la sta quasi inghiottendo e in pochi ne conoscono esattamente l'ubicazione. Ma da tempo non è più dei Ghira. Maria Cecilia Angelini Rota, la madre di Andrea Ghira, a distanza di 25 anni da quegli orrori di fine settembre del 1975, la vendette a un'anziana piemontese e quell'immobile è passato poi al figlio, un architetto di quasi 80 anni. Ufficialmente la villa degli orrori è lo studio tecnico del professionista. Senza un numero di telefono a cui poterlo contattare e senza che nessuno lo conosca all'Ordine di Latina a cui è iscritto. La casa che Donatella Colasanti aveva acquistato a Sezze, proprio in provincia di Latina, la Regione un mese fa ha deciso di trasformarla in un centro antiviolenza.

·         Il Caso Claps.

Caso Claps, un giallo durato 17 anni: "Restivo poteva essere fermato prima". Elisa Claps scomparve nel 1993. I suoi resti furono ritrovati dopo 17 anni nel sottotetto della chiesa dove fu vista per l'ultima volta. Per il suo omicidio, è stato condannato Danilo Restivo. Ma non tutti i nodi si sono sciolti. Francesca Bernasconi, Sabato 19/09/2020 su Il Giornale. Aveva solo 16 anni quando scomparve. E la speranza che potesse essere ancora viva è rimasta flebilmente accesa per 17 anni, fino a quando i resti di Elisa Claps sono stati ritrovati nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità di Potenza. Per la sua morte è stato condannato Danilo Restivo, ma il caso attorno alla scomparsa e al ritrovamento del corpo di Elisa rimane ancora in parte avvolto nel mistero.

La scomparsa di Elisa Claps. Il 12 settembre del 1993 era una domenica. Elisa Claps, una studentessa di 16 anni, che frequentava il terzo anno del liceo classico di Potenza, era uscita di casa insieme a un'amica, ma entro le 13.00 avrebbe dovuto rientrare per raggiungere la famiglia per il pranzo in campagna. Alle 11.30 si era allontanata dall'amica, Eliana, sostenendo di dover incontrare nella chiesa della Santissima Trinità Danilo Restivo, un ragazzo di qualche anno più grande che le aveva dato un appuntamento la sera prima per consegnarle un regalo. Da quel momento, di Elisa si persero le tracce. Restivo dichiarò successivamente a Chi l'ha visto? di aver incontrato la sedicenne in chiesa, dove si era appena conclusa la messa, ma sostenne di aver visto la ragazza allontanarsi verso la porta principale. "Io- aveva detto-mi sono soffermato in chiesa a pregare". Quando Elisa Claps non si presentò al pranzo, i famigliari si allarmarono: la 16enne era scomparsa. Gli investigatori l'hanno cercato ovunque, tranne nell'ultimo posto dove era stata vista, la chiesa. E infatti, Elisa Claps, era proprio lì, come si scoprirà nel 2010, al ritrovamento dei resti. "È surreale", commenta a ilGiornale.it Fabio Sanvitale, giornalista investigativo ed esperto di cold cases, che insieme all'esperto della scena del crimine Armando Palemegiani ha scritto il libro Il caso Elisa Claps. Storia di un serial killer e delle sue vittime. Ma perché gli inquirenti non perquisirono la chiesa? "Forse fu una forma di rispetto nei confronti del parroco- ipotizza Sanvitale - o l'incredulità in un possibile coinvolgimento della Chiesa". Il giorno della scomparsa, inoltre, il parroco era andato fuori città dopo le messe della mattina, per un viaggio già programmato e quando il fratello di Elisa, Gildo Claps, andò a cercarla in chiesa, la porta che conduce alla parte superiore era chiusa.

I sospetti su Danilo Restivo. Qualche ora dopo la scomparsa di Elisa, alle 13.45, Danilo Restivo si presentò al pronto soccorso dell'ospedale di Potenza per farsi medicare alla mano. Ai medici che gli chiesero spiegazioni, raccontò di essersi ferito cadendo da una scalinata, mentre si trovava, senza un motivo preciso, in uno dei cantieri delle scale mobili, all'epoca in costruzione. La versione del ragazzo, però, non convinse gli inquirenti, dato che "il lasso di tempo che rimane sguarnito di prova a causa delle sue false dichiarazioni corrisponde sinistramente a quello in cui si sono perse le tracce di Elisa Claps". Restivo, infatti, non era riuscito a spiegare i suoi spostamenti dalle 12.00 alle 13.30 di quel 12 settembre e rappresentava anche l'ultima persona ad aver visto la ragazza viva. Nonostante i sospetti, Restivo venne lasciato libero di andare a Napoli per un concorso, poi di lasciare Potenza e perfino l'Italia. Ai tempi della scomparsa di Elisa, il ragazzo era conosciuto per un gesto particolare, che spesso praticava ai danni di diverse ragazze: si appostava dietro di loro, solitamente mentre si trovavano a bordo dei bus, e tagliava delle ciocche di capelli. Nel 1999 sembrarono riaccendersi le speranze di ritrovare Elisa: al sito dedicato alla ragazza dai familiari arrivò una mail, secondo cui la 16enne si trovava in Brasile, stava bene, ma non voleva rivedere la familia. In realtà, la mail risulterà spedita da Potenza e gli inquirenti sospetteranno proprio Danilo Restivo. Dieci anni dopo, nel 2009, l'informativa conclusiva della procura di Salerno indicò Danilo Restivo come unico accusato per l'omicidio preterintenzionale di Elisa Claps, in conseguenza a una pulsione sessuale.

I testimoni. Nel 1993, a scagionare Restivo, l'ultima persona ad aver visto viva la 16enne, intervennero involontariamente alcuni testimoni. Tre persone, infatti, dichiararono di aver visto Elisa viva, nel lasso di tempo in cui Danilo non aveva un alibi. Il primo dichiarò di averla vista alle 12.45, mentre usciva dalla porta laterale della chiesa, il secondo di averla vista passando in auto e il terzo di averla incrociata più tardi su una scalinata e di averla salutata. Per questo, gli inquirenti si convinsero che Elisa fosse uscita viva dopo l'incontro con Danilo: "Fu un inghippo imprevedibile - spiega Sanvitale - che avrebbe fatto fare confusione a chiunque. Si è trattato di testimoni che, in buona fede, si sono sbagliati. Anche per questo fu difficile venire a capo del caso". Si scoprì, poi, che le versioni dei testimoni erano traballanti e presentavano alcune incongruenze. Il primo, infatti, aveva visto Elisa uscire dalla chiesa con la coda dell'occhio, mentre camminava, segno che poteva facilmente essersi sbagliato. Il secondo descrisse il motorino di Eliana, che però quel giorno non era stato usato dalla ragazza, mentre il terzo dichiarò di aver salutato Elisa, senza aver ricevuto risposta. Quella ragazza, quindi, non era la Claps. Anche l'orario riferito dall'ultimo testimone non combaciava e lasciava aperti i dubbi: Gildo, infatti, all'ora dichiarata dall'uomo, era in fondo alla stessa scalinata e dichiarò di non averlo incontrato. Inoltre, in testimonianze successive, l'orario dell'avvistamento fu cambiato: "Probabilmente, il testimone aveva confuso un momento verificatosi precedentemente, collocandolo la mattina della scomparsa di Elisa", spiega Sanvitale, ricordando come spesso i testimoni oculari siano poco attendibili, perché in generale i ricordi sono molto labili e la memoria è "totalmente e continuamente fallace". "Queste testimonianze hanno fornito un alibi a Restivo", mandando in confusione le indagini, perché gli inquirenti non hanno colto e approfondito i "campanelli d'allarme" che indicavano le incongruenze.

Il caso di omicidio in Inghilterra. Nel frattempo, Restivo si era stabilito in Inghilterra, a Bournemouth, cittadina a sud ovest di Londra. In quel periodo, proprio nella casa di fronte a quella dove l'uomo abitava con la moglie, era stato scoperto un omicidio: il 12 novembre del 2002, la sarta 48enne Heather Barnett era stata trovata morta in casa. Il corpo era stato mutilato e nelle mani era state trovate due ciocche di capelli non appartenenti alla vittima. Gli inquirenti si erano concentrati su Restivo, che sembrava fosse già stato a casa della donna, per commissionarle delle tende: dopo quell'incontro Heather non era più riuscita a trovare le chiavi di casa e aveva dovuto cambiare la serratura. Inoltre, la strana coincidenza delle ciocche di capelli tagliati aveva fatto fiutare alla polizia inglese una possibile pista relativa a Danilo Restivo. Per questo, dopo un viaggio in Italia effettuato per conoscere i dettagli del caso Claps, gli investigatori avevano chiesto se ad altre donne fossero state tagliate ciocche di capelli a Bournemouth: 5 risposero affermativamente, due delle quali riconobbero Restivo come l'autore dello strano gesto. Il 19 maggio 2010, l'uomo venne fermato dagli agenti inglesi e accusato di omicidio e, il 30 giugno del 2011, venne condannato all'ergastolo. "Lei non uscirà mai di prigione", disse il giorno della sentenza il giudice Michael Bowes, sostenendo che Restivo uccise "Heather come ha fatto con Elisa", riferendosi al caso Claps.

Il ritrovamento dei resti. Il 17 marzo del 2010, nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, durante dei lavori di manutenzione, viene trovato un corpo. È la svolta del caso Claps. I resti, si scoprirà con l'esame del Dna, sono quelli di Elisa. Secondo il procuratore generale di Salerno, "Danilo Restivo uccise Elisa Claps il 12 settembre 1993 colpendola 12 volte al torace con un'arma da punta e taglio, dopo un approccio sessuale rifiutato dalla ragazza". Stando alla ricostruzione, dopo aver colpito Elisa, l'uomo ''l'ha trascinata in un angolo del sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, coprendo il cadavere con materiale di vario tipo, fra cui tegole e materiale di risulta''.

L'autopsia svolta sui resti ha rivelato che la 16enne venne uccisa "proprio la mattina del 12 settembre 1993, esattamente negli stessi luoghi in cui aveva incontrato Danilo Restivo. Il corpo è sempre rimasto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove poi è stato trovato''. Dopo l'omicidio, l'assassino ha tagliato alcune ciocche di capelli. Le conclusioni della perizia, rese note anche da Ansa, che pubblicò il documento risalente al 10 aprile 2010, parlano di "almeno 12 lesioni da punta e taglio", sferrate presumibilmente in due momenti diversi. La ricostruzione, infatti, ipotizza "due momenti lesivi": nel corso del primo, la vittima avrebbe voltato le spalle all'aggressore, che la avrebbe colpita posteriormente, mentre nel secondo momento, l'omicida avrebbe colpito la ragazza ripetutamente. Inoltre, il fatto che la ragazza sia stata trovata con i pantaloni abbassati e il reggiseno slacciato e rotto fa "supporre che l'aggressione mortale possa essere accorsa nel corso di atti sessuali". Alla luce delle nuove rivelazioni, il 22 maggio 2010, fu emesso un mandato di arresto europeo per Danilo Restivo, accusato dell'omicidio di Elisa Claps. Tra i reperti presi in considerazione dopo i sopralluoghi nel sottotetto, c'era anche la maglietta che Elisa indossava. Lì, la prima perizia genetica aveva trovato tracce di sangue misto, da cui venne estratto il Dna: oltre a quello della 16enne, c'era anche quello di Restivo. "Dentro di me l'ho sempre saputo - aveva commentato la mamma della vittima, Filomena Iemma - Elisa me l'ha sempre fatto capire. Quando sono usciti i primi risultati del professor Pascali, avevo tanta rabbia. Elisa mi aveva detto che su quella maglia bianca c'era la firma dell'assassino. Avevo chiesto due grazie: la prima era quella di riavere indietro i resti di Elisa, la seconda era avere la prova che Danilo fosse l'assassino". Il 13 maggio 2011, la procura chiude le indagini preliminari, con Restivo come unico indagato, e il 2 luglio i familiari possono finalmente dare l'ultimo saluto a Elisa Claps. Ma attorno al ritrovamento dei resti della 16enne il mistero non è ancora del tutto risolto. Come spiega Fabio Sanvitale, infatti, "Elisa fu trovata prima". Quando trovarono il corpo nel 2010, sopra i resti c'erano alcune tegole come copertura, mentre altre erano appoggiate al muro, segno che qualcuno le tolse prima. Inoltre, qualche anno dopo la scomparsa, vennero fatti dei lavori per sistemare il soffitto a cassettoni della chiesa: uno dei perni inseriti si trovava a pochi centimetri dal braccio di Elisa. Non solo. La parrocchia ospitava anche un centro di aggregazione giovanile: come racconta Sanvitale, nella soffitta in cui è stata ritrovata Elisa, c'era anche un materasso, con evidenti segni di rapporti sessuali. Nessuno, però, accennò mai alla presenza di un corpo in soffitta. L'unica persona che provò a fare qualcosa fu il responsabile di una ditta, incaricata di portare via vecchi oggetti: l'uomo chiamò la polizia, indicando la presenza di un corpo negli scantinati della chiesa. La polizia, a quel punto, andò a perquisirli, ma ovviamente non trovò nulla, perché Elisa non era negli scantinati. Si trattò, forse, di un tentativo di far ritrovare la ragazza, spingendo gli inquirenti sulla pista giusta, ma senza parlare chiaramente. "Elisa poteva essere trovata 17 ore dopo la scomparsa, se si fosse perquisita la chiesa - spiega Sanvitale- o pochi anni dopo, se qualcuno avesse parlato".

I processi in Italia. Il 3 giugno 2011, la procura chiese il rinvio a giudizio per Danilo Restivo: l'accusa è di omicidio volontario aggravato. L'8 novembre dello stesso anno iniziò il processo in primo grado, svolto con rito abbreviato. Dati i molti anni passati dalla scomparsa di Elisa Claps, diversi reati risultarono prescritti e la possibilità dell'ergastolo venne esclusa, facendo richiesta per i 30 anni di carcere. E l'11 novembre 2011, Restivo venne condannato in primo grado a 30 anni. Oltre al carcere, all'uomo venne imposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, 3 anni di libertà vigilata al termine della pena e il pagamento di 700mila euro come risarcimento. Due anni dopo si svolse, a Salerno, il processo di secondo grado, che ebbe inizio il 20 marzo 2013. "Se veramente una sola volta, nella vita misera che ad oggi ha condotto, Danilo Restivo vorrà dire la verità e allora vale la pena sopportare l'ennesimo strazio di incontrarlo e di ascoltarlo", aveva dichiarato Gildo Claps, fratello di Elisa, il giorno prima dell'inizio del processo d'appello. L'11 marzo dello stesso anno, Restivo venne estradato temporaneamente in Italia (dall'Inghilterra, dove stava scontando la pena dell'ergastolo per l'omicidio di Heather Barnett) per poter essere presente al processo. Il 24 aprile 2013, il giudice d'appello condannò nuovamente l'uomo ai 30 anni di carcere, pena successivamente confermata anche dalla Corte di Cassazione, con sentenza del 23 ottobre 2014. Nel libro, Sanvitale e Palemegiani parlano di Restivo come di un serial killer, perché "bastano omicidi con determinate caratteristiche per identificare l'assassino come un serial killer".

I misteri ancora da risolvere. L'assassino di Elisa Claps, ora, è stato trovato e molti dubbi sul caso sono stati sciolti. Ma qualcosa ancora non torna. Per esempio non è ancora chiaro il ruolo della moglie di Restivo, con cui viveva in Inghilterra: quanto conosceva il marito? Sapeva qualcosa degli omicidi? Poi c'è la questione dei presunti ritrovamenti precedenti la data ufficiale del 2010, e in generale dell'omertà attorno al caso Claps. Infine, rimane nebuloso anche il ruolo della famiglia di Restivo: sapeva dell'omicidio di Elisa? Ha fatto qualcosa per coprire il ragazzo? Quando Elisa scomparve, infatti, Danilo tornò a casa coi vestiti sporchi di sangue, che vennero poi lavati. Inoltre, quel giorno, padre, figlio e madre, si chiusero in una stanza per 15 minuti a parlare: cosa si sono detti? Danilo ha confessato l'omicidio? Domande che restano aperte e che avvolgono ancora il caso Claps nel mistero. Secondo Fabio Sanvitale, quello che colpisce di più di questo caso è che "Restivo poteva essere fermato prima, la donna inglese avrebbe potuto salvarsi. Si poteva lavorare di più, nonostante le difficoltà". Non solo: "Danilo poteva essere fermato prima della morte di Elisa dalla famiglia". Già in passato, infatti, Restivo aveva mostrato dei comportamenti preoccupanti, da telefonate anonime o a sfondo sessuale, al taglio delle ciocche di capelli delle ragazze, fino al ferimento di un compagno di classe. Come risposta di questi comportamenti, la famiglia reagì allontanando il figlio o controllando la quantità delle sue telefonate. "Quello che sconvolge maggiormente è che in tanti avrebbero potuto dire, ma in questo caso, l'omertà delle persone si è incastrata con la chiusura della famiglia".

·         Il Caso Vassallo.

Angelo Vassallo, dieci anni dopo: la morte senza colpevoli del sindaco pescatore. Pubblicato venerdì, 04 settembre 2020  Da Dario Del Porto su La Repubblica.it. Angelo Vassallo, dieci anni dopo: la morte senza colpevoli del sindaco pescatore. Il 5 settembre del 2010 veniva ucciso il primo cittadino di Pollica. Ma il delitto resta ancora avvolto nel mistero. Acciaroli, le nove della sera del 5 settembre 2010. Un’Audi A 4 è ferma nel buio. Il finestrino del lato guidatore è abbassato. Sul sedile c’è il corpo senza vita di un uomo che ha ancora il telefono cellulare in pugno. E’ Angelo Vassallo, da quindici anni sindaco di Pollica, la piccola località del Cilento trasformata, proprio sotto la sua amministrazione, in un paradiso delle vacanze per il suo mare “bandiera blu”. Gli hanno sparato nove volte. L’assassino ha usato una pistola baby Tanfoglio calibro 9 ed era a una distanza di circa quaranta centimetri . Forse era seduto in sella a un motorino. E’ una calda serata di fine estate. Eppure nessuno sente gli spari. Comincia così, un giallo che si trascina da dieci anni, accompagnato da interrogativi rimasti tutti senza risposta. A cominciare dal più importante: chi ha ucciso il sindaco pescatore, come tutti chiamavano Vassallo? Pochi giorni prima di essere ammazzato, Angelo si era confidato con un amico: “Ho scoperto una cosa che non avrei mai voluto scoprire”, gli dice. Ma non aveva aggiunto altro. Che cosa aveva scoperto? E’ uno dei nodi centrali di questa storia. Si capisce subito che non si tratta di un delitto di paese. Il sindaco pescatore, durante l’ultima estate della sua vita, era fortemente preoccupato per lo spaccio e il consumo di droga che aveva invaso Acciaroli, allarmandolo come amministratore ma anche come padre per il coinvolgimento dell’allora fidanzato della figlia. Vassallo temeva che gli spacciatori potessero godere di coperture e per questo una sera, sul porto di Acciaroli, li aveva affrontati di persona, accompagnato solo da due vigilesse. In questo contesto, sin dal primo giorno, si muovono le indagini trasmesse dopo un paio di giorni dalla Procura di Vallo della Lucania a quella di Salerno, nell’ipotesi di una matrice o un metodo camorristico. Ma il cammino appare subito pieno di ostacoli. Sulla scena del delitto, nelle ore immediatamente successive, si muovono un sacco di persone. Troppe per garantire che non ci siano stati inquinamenti. I primi sospetti della Procura, in quel momento diretta dal futuro procuratore nazionale (oggi europarlamentare del Pd) Franco Roberti, si concentrano su Bruno Humberto Damiani, italobrasiliano che frequenta gli ambienti dello spaccio e della movida cilentana. Resterà a lungo sotto inchiesta ma alla fine verrà scagionato con l’archiviazione del fascicolo,. L’esame dello stube esclude che abbia sparato nelle ore precedenti l’omicidio. Ad attirare l’attenzione degli investigatori c’è anche la scelta di un ufficiale del carabinieri, il colonnello Fabio Cagnazzo, in quei giorni in vacanza ad Acciaroli, di rimuovere le telecamere di videosorveglianza di un negozio affacciato sul porto. L’ufficiale, a lungo in servizio a Castello di Cisterna e in prima linea nelle indagini contro la camorra, spiega di essersi mosso con l’intenzione di preservare possibili prove. Il colonnello (che nei mesi successivi ricostruirà in un’informativa la rete dello spaccio in Cilento) finisce indagato insieme al suo attendente, Luigi Molaro, ma anche questo fascicolo viene archiviato per insussistenza di gravi indizi. Lo scorso dicembre, la trasmissione televisiva "Le Iene" dedica uno speciale al caso e si occupa anche di Cagnazzo. L’ufficiale respinge ancora una volta qualsiasi coinvolgimento nel caso e agirà in giudizio contro chi lo ha tirato nuovamente in ballo. Le indagini prendono in considerazione anche la storia della vigilessa Ausonia Pisani, figlia di un ex generale dei carabinieri originario del Cilento, coinvolta insieme al suo ex compagno, Sante Fragalà, in un duplice omicidio avvenuto a maggio del 2011 a Cecchina, nel Lazio, e maturato proprio negli ambienti della droga. L’interessamento del generale in pensione per il rilascio a due imprenditori napoletani di una concessione per un lido balneare, sempre negata dal sindaco Vassallo fa immaginare un possibile legame con il delitto di Acciaroli, ma le perizie balistiche escludono una compatibilità fra l'arma del delitto e la pistola di Ausonia Pisani. L’inchiesta va avanti e nel registro degli indagati, a seguito di una segnalazione anonima inviata alla Procura di Napoli, viene iscritto il nome di un altro carabiniere, il sottufficiale Lazzaro Cioffi, per anni in servizio a Castello di Cisterna,  citato già in uno dei primi capitoli investigativi, quando gli accertamenti non avevano trovato conferme all’ipotesi di una sua presenza ad Acciaroli il giorno dell’omicidio. Ora Cioffi, che nel frattempo ha lasciato l’Arma, è detenuto perché imputato con l'accusa di collusioni con il boss della droga del Parco Verde di Caivano, Pasquale Fucito ma è libero per l’omicidio Vassallo. Due anni fa il sottufficiale è stato raggiunto da un invito a rendere interrogatorio, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. Questo filone non risulta ancora definito. Il nuovo procuratore di Salerno, Giuseppe Borrelli, che coordina il lavoro del pm Marco Colamonici, (titolare del fascicolo ereditato dalla pm Rosa Volpe, oggi procuratore aggiunto a Napoli) ha deciso di ripercorrere a ritroso le piste percorse in questi dieci anni di lavoro per poi rileggere il quadro complessivo di quanto raccolto. I buchi sono tanti. A cominciare dalla pistola, che non è mai stata ritrovata. Non ci sono testimoni oculari, nessuno ha sentito gli spari. Non ha consentito di fare passi in avanti neppure l’esame del Dna disposto su 154 persone. Molte dichiarazioni raccolte in questi anni sono apparse incomplete se non contraddittorie o addirittura reticenti. Tanti dubbi, ma una certezza: è stato un omicidio eccellente, non un delitto di paese.

Le cosche tornano a colpire: ucciso il sindaco anti-camorra. Questo è l'articolo scritto da Roberto Saviano dieci anni fa dopo il delitto del sindaco di Pollica Angelo Vassallo. Le cosche tornano a colpire: ucciso il sindaco anti-camorra. Pubblicato venerdì, 04 settembre 2020 da La Repubblica.it. Due pistole che sparano, le pallottole che colpiscono al petto, un agguato che sembra essere anche un messaggio. Così uccidono i clan. Così hanno ucciso Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, in provincia di Salerno. Si muore quando si è soli, e lui - alla guida di una lista civica - si opponeva alle licenze edilizie, al cemento che in Cilento dilaga a scapito di una magnifica bellezza. Ma Angelo Vassallo rischia di morire per un giorno soltanto e di essere subito dimenticato. Come  se fosse normale, fisiologico per un sindaco del meridione essere vittima dei clan. E invece è uno scandalo della democrazia. Del resto - si dice - è così che va nel sud, accade da decenni. «Veniamo messi sulla cartina geografica solo quando sparano. O quando si deve scegliere dove andare in vacanza», mi dice un vecchio amico cilentano. In questo caso le cose coincidono. Terra di vacanze, terra di costruzioni, terra di business edilizio che «il sindaco-pescatore» voleva evitare a tutti i costi. Questa estate è iniziata all' insegna degli slogan del governo sui risultati ottenuti nella lotta contro le mafie. Risultati sbandierati, urlati, commettendo il grave errore di contrapporre l' antimafia delle parole a quella dei fatti. Ma ci si deve rendere conto che non è possibile delegare tutto alle sole manette o al buio delle celle. Senza racconto dei fatti non c' è possibilità di mutare i fatti. E anche questa storia meritava di essere raccontata assai prima del sangue. Forse il finale sarebbe stato diverso. Ma lo spazio e la luce dati alla terra dei clan sono sempre troppo pochi. I magistrati fanno quello che possono. I clan dell' agro-nocerino in questo momenti sono tutti sotto osservazione: quelli di Scafati capeggiati da Franchino Matrone detto «la belva», o gli uomini di Salvatore Di Paolo detto «il deserto», quelli di Pagani capeggiati da Gioacchino Petrosino detto «spara spara», il clan di Aniello Serino detto «il pope», il clan Viviano di Giffoni, i Mariniello di Nocera inferiore e Prudente di Nocera superiore, i Maiale di Eboli. Il fatto è che il Cilento, terra magnifica, ha su di sé gli occhi e le mani delle organizzazioni criminali che, quasi fossero la nemesi della nostra classe politica, eternamente in lotta, si scambiano favori, si spartiscono competenze pur di trarre il massimo profitto da una terra che ha tutte le caratteristiche per poter essere definita terra di nessunoe quindi terra loro.I Casalesi sono da sempre interessati all' area portuale, così come i Fabbrocino dell' area vesuviana hanno molti interessi in zona. Giovanni Fabbrocino, nipote del boss Mario Fabbrocino, gestisce a Montecorvino Rovella, un paesino alle soglie del Cilento, la concessionaria della Algida nella provincia più estesa d' Italia, il Salernitano appunto. Il clan Fabbrocino è uno dei più potenti gruppi camorristici attualmente noti e intrattiene legami con i calabresi. Oggi le 'ndrine nel Salernitano contano molto di più e hanno interessi che vanno oltre lo scambio di favori. Il porto di Salerno, su autorizzazione dei clan di camorra, è sempre stato usato dalle ' ndrine per il traffico di coca, soprattutto da quando il porto di Gioia Tauro è divenuto troppo pericoloso. Il potentissimo boss di Platì Giuseppe Barbaro, per esempio, è stato catturato a dicembre 2008 mentre faceva compere natalizie a Salerno. In tutto questo, il cordone ombelicale che ha legato camorra e ' ndrangheta porta un nome fin troppo evidente: A3, ovvero autostrada Salerno-Reggio Calabria. Nel Salernitano sono impegnate diverse ditte dalla reputazione tutt' altro che specchiata. La "Campania Appalti srl" di Casal di Principe avrebbe dovuto costruire le strade intorno al futuro termovalorizzatore di Cupa Siglia. L' impresa delle famiglie Bianco e Apicella è stata raggiunta da un' interdittiva antimafia dopo le indagini della sezione salernitana della Direzione Investigativa Antimafia. Secondo gli investigatori, l' impresa rientra nel giro economico del clan dei Casalesi ed è nelle mani di uomini vicini a Francesco Schiavone. È così diverso oggi dagli anni ' 80 e ' 90? Di che territorio stiamo raccontando? Di una Regione dove per la gare d' appalto per la raccolta rifiuti bisogna chiamare una impresa ligure perché in Campania non se ne trova una che non abbia legami con la camorra. Nemmeno una. Se da un lato si arresta dall' altro lato non c' è affatto una politica che tenda a interrompere il rapporto con le organizzazioni criminali. L'attuale presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro, soprannominato «Gigino a' purpetta» (Luigino la polpetta), fu arrestato nel 1984 in un' operazione contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Nel 1985 il Tribunale di Napoli condannò Cesaro a 5 anni di reclusione «per avere avuto rapporti di affari e amicizia con tutti i dirigenti della camorra napoletana fornendo mezzi, abitazioni per favorire la latitanza di alcuni membri, e dazioni di danaro». Nel 1986 in appello il verdetto fu ribaltato e Cesaro venne assolto per insufficienza di prove. La decisione fu poi confermata dalla Corte di Cassazione presieduta dal noto giudice ammazza sentenze Corrado Carnevale. Ma, come ha raccontato L' Espresso, nonostante Cesaro sia stato scagionato dalle accuse, gli stessi giudici che lo hanno assolto hanno stigmatizzato il preoccupante quadro probatorio a suo carico. Durante il processo, in aula, furono infatti confermati gli stretti rapporti che l' attuale presidente della provincia di Napoli intratteneva con i vertici della Nco (incluso don Raffaele Cutolo). Si parlava di una «raccomandazione» chiesta a Rosetta Cutolo, sorella di Raffaele, per far cessare le richieste estorsive di Pasquale Scotti, personaggio tuttora ricercato ed inserito nell' elenco dei trenta latitanti più pericolosi d' Italia. (Consiglio caldamente di fare una piccola ricerca su youtube per «Luigi Cesaro esilarante», ascolterete un monologo del presidente della provincia che sarà più eloquente delle mie parole). Tutto questo non si può tacere. E chi lo tace è complice. Mi viene da chiedere a chi in questo momento sta leggendo queste righe se ha mai sentito parlare di Federico Del Prete, sindacalista ucciso nel 2002 a Casal di Principe. Se ha mai sentito parlare di Marcello Torre, sindaco di Pagani ucciso nel 1980 perché cercava di resistere a concedere alla camorra gli appalti per la ricostruzione post terremoto. E di Mimmo Beneventano vi ricordate? Consigliere comunale del Pci, trentadue anni, medico, fu ucciso nel 1980 a Ottaviano per ordine di Raffaele Cutolo perché ostacolava il suo dominio sulla città. E di Pasquale Cappuccio? È stato consigliere comunale del Psi, avvocato, ucciso nel 1978 sempre a Ottaviano. E Simonetta Lamberti, uccisa a Cava dei Tirreni nel 1982. Aveva dieci anni e la sua colpa era essere la figlia del giudice che andava punito. Le scariche del killer raggiunsero lei al posto del loro obiettivo. Qualcuno di questi nomi vi è noto? Temo solo ad addetti ai lavori o militanti di qualche organizzazione antimafia. Questi nomi sono dimenticati. Colpevolmente dimenticati. Come, temo, lo sarà presto quello di Angelo Vassallo. Ai funerali di Antonio Cangiano, vicesindaco di Casal di Principe gambizzato dalla camorra nel giugno 1988 e da allora costretto sulla sedia a rotelle, non c' era nessun dirigente della sinistra. Tutto sembra immobile in territori dove non riusciamo nemmeno a ottenere il minimo, l' anagrafe pubblica degli eletti per sapere esattamente chi ci governa. Le indagini sull' omicidio di Angelo Vassallo vanno in tutte le direzioni, si sta scavando nel passato e nel presente del sindaco. Perché, come mi è capitato di dire altrove, in queste terre quando si muore si è sottoposti a una legge eterna: si è colpevoli sino a prova contraria. I criteri del diritto sono ribaltati. E quindi già iniziano a sentirsi voci di ogni genere, ma nulla tralascerà la Dda. L' aveva scritto Bruno Arpaia (non a caso nato a Ottaviano) nel suo bel libro Il passato davanti a noi, che mentre i militanti delle varie organizzazioni della sinistra extraparlamentare sognavano Parigi o Pechino per far la rivoluzione e scappavano a Milano a occupare università o fabbriche, non si accorgevano che al loro paese si moriva per un no dato ad un appalto, per aver impedito a un' impresa di camorra di fare strada. È in quei posti invisibili, apparentemente marginali che si costruisce il percorso di un Paese. Tutto questo non si è visto in tempo e oggi si continua a ignorarlo. La scelta del sindaco in un comune del Sud determina l' equilibrio del nostro Paese più che un Consiglio dei ministri. Al Sud governare è difficile, complicato, rischioso. Amministratori perbene e imprenditori sani ci sono, ma sono pochi e vivono nel pericolo. In queste ore a Venezia verrà proiettato sul grande schermo «Noi credevamo» di Mario Martone, una storia risorgimentale che parte proprio dal Cilento, dal sud Italia. Forse in queste ore di sgomento che seguono la tragedia del sindaco Angelo Vassallo vale la pena soffermarsi sull' unico risorgimento ancora possibile che è quello contro le organizzazioni criminali. Un risorgimento che non deve declinarsi come una conquista dei sani poteri del Nord verso i barbari meridionali: del resto è una storia che già abbiamo vissuto e che ancora non abbiamo metabolizzato. Ma al contrario deve investire sul Mezzogiorno capace di innovazione, ricerca, pulizia, che forse è nascosto ma esiste. Deve scommettere sulla possibilità che il Paese sappia imporre un cambiamento. E che da qui parta qualcosa che mostri all' intera Italia il percorso da prendere. È la nostra ultima speranza, la nostra sola risorsa. Noi ci crediamo.

"L’Italia ha bisogno di tante persone con le qualità di Angelo Vassallo per dare forza e speranza ai territori". Pubblicato venerdì, 04 settembre 2020 da Ermete Realacci su La Repubblica.it"L’Italia ha bisogno di tante persone con le qualità di Angelo Vassallo per dare forza e speranza ai territori". Angelo era un mio amico. Ogni 5 settembre è una ricorrenza triste e per me doppiamente triste: nell’estate del 2010 ero a Pollica e spesso trascorrevo i pomeriggi di vacanza con Angelo. Ci piaceva molto scherzare, a me piaceva punzecchiarlo su alcune questioni e lui stava allo scherzo. Pochi giorni prima di quella tragica notte ero con lui e di quel momento conservo una fotografia che custodirò gelosamente per sempre. Accanto a me c’è un Angelo sorridente, quel suo sorriso contagioso, sereno e rassicurante. Il sorriso tipico di uomo del Sud. Nel rivederla ricordo le risate, gli interminabili discorsi su Ernest Hemingway e su Ancel Keys, sul mare, sul pescato, sul futuro, sui progetti da portare avanti insieme, come quello di valorizzare l'identità italiana e i piccoli comuni. Angelo non può essere ricordato con una lacrima ma con un sorriso. Sono trascorsi molti anni ma non abbiamo ancora il nome dell’assassino. E questo fa molto male. Fa male al corpo e allo spirito di tutti noi. Fa male all’Italia, alla parte buona di questo Paese. Fa male a chi non si arrende, a chi crede in un ideale e fa male alla memoria di chi per un ideale ha perso la vita. Non entro nel merito della vicenda giudiziaria ma pretendo, da cittadino italiano, che si faccia chiarezza. Angelo, il “sindaco pescatore”, amava profondamente la sua terra, è stato un grande ambientalista, un visionario capace di trasformare i suoi sogni in realtà, un uomo coraggioso. L’Italia ha bisogno di tante persone con le qualità di Angelo Vassallo per dare forza e speranza ai territori e per affrontare le sfide difficili che ha davanti. A 10 anni di distanza dal 5 settembre 2010, in questo triste anniversario, il mio affettuoso saluto va alla famiglia e in particolare alla moglie Angelina, donna dolce e forte. Ad oggi le indagini sull’omicidio di Vassallo non sono ancora concluse. Un’assenza di risposte che è una sconfitta per la credibilità dello Stato e nella battaglia per la legalità”.

Omicidio Vassallo, la rabbia del fratello: "In un libro racconto la verità negata". Pubblicato venerdì, 04 settembre 2020 da Dario Del Porto su La Repubblica.it. Omicidio Vassallo, la rabbia del fratello: "In un libro racconto la verità negata". Dario non ha mai smesso di battersi per conoscere i nomi dei mandanti e degli assassini: "Sono ancora tra noi e vivono nelle istituzioni". “Il tempo delle schermaglie è finito. Adesso abbiamo il dovere di dare un nome all’assassino. E’ ancora tra di noi e vive nelle istituzioni”. Dieci anni sono passati e Dario Vassallo è ancora qua, sul porto di Acciaroli, a battersi per conoscere la verità sull’omicidio del fratello Angelo, il sindaco pescatore di Pollica ucciso il 5 settembre 2010 con nove colpi di pistola. Un delitto irrisolto sul quale Dario, medico da anni trasferito a Roma insieme all’altro fratello Massimo, ha scritto due libri. L’ultimo, redatto a quattro mani con il giornalista Vincenzo Iurillo, si intitola La verità negata. “Per chi sa leggere, in quelle pagine si può capire chiaramente chi ha ucciso Angelo", afferma Dario Vassallo.

Secondo lei chi è stato?

“Non una persona sola. Erano almeno in tre. Spero che la magistratura italiana legga questo libro, perché lì viene evidenziato come un gruppo di appartenenti allo Stato abbia tenuto in questi anni comportamenti non idonei al ruolo. All'autorità giudiziaria chiedo di accertare anche un’altra cosa”.

Quale?

“Voglio sapere se questi uomini delle istituzioni hanno agito da soli, oppure insieme. Io penso che un sistema abbia depistato le indagini. Ma è una mia idea, tocca a giudici e pm accertarlo".

Nelle indagini sono stati coinvolti più appartenenti all’Arma dei carabinieri. Alcuni sono stati ascoltati come testi, altri sono stati indagati e poi la loro posizione è stata archiviata. Un ex sottufficiale, Lazzaro Cioffi, è stato l’ultimo in ordine di tempo ad essere messo sotto inchiesta e l’esito di questo filone non è ancora conosciuto. Che cosa le ha detto il comandante generale Giovanni Nistri quando l’ha incontrata assieme a suo fratello Massimo?

“Ci ha ricevuto cordialmente, abbiamo parlato a lungo. Quanto accaduto in questi anni non incrina assolutamente la nostra fiducia nell’Arma che è al nostro fianco. Se altri con la divisa hanno tenuto comportamenti sbagliati, dovrà accertarlo la magistratura".

Pensa anche lei che la chiave dell’omicidio vada ricercata nel tentativo di suo fratello di opporsi allo spaccio di droga ad Acciaroli?

“Quello è il punto di partenza. Con la droga si fanno soldi facili. E tanti. Questo porta con sé investimenti, speculazioni. Basta guardarsi intorno. Acciaroli oggi non è quella che voleva mio fratello. Ma noi, come fondazione, restiamo vigili e faremo di tutto per difendere quello che Angelo aveva creato, evitando ad esempio che i beni comuni finiscano nelle mani dei privati”.

Da quando suo fratello è stato ucciso, lei non ha mai smesso di esporsi in prima persona. Ha mai avuto paura di ritorsioni o di azioni legali?

“Gesù è morto in croce, non di freddo. E io non voglio portare questa croce sulle spalle per altri dieci anni. Per cercare la verità ho sacrificato la famiglia, ma non ci sto a passare per un vigliacco. Le minacce non mi hanno mai spaventato. E non mi riferisco alle querele”.

Che intende?

“Una notte sono entrati in casa mia, hanno rovistato fra le mie cose senza prendere nulla. Ho dovuto depositare davanti a un notaio il resoconto di una conversazione che ho avuto con un magistrato, perché ne restasse traccia se dovesse capitarmi qualcosa. Ma non mi fermo. Nessuno può comprare la mia dignità. Finché avrò voce, continuerò a chiedere giustizia per l’omicidio di mio fratello”.

·         Il Caso di Eleonora e Daniele: i fidanzati di Lecce.

Carlo Vulpio per corriere.it il 23 settembre 2020. Due ragazzi per bene. Due ragazzi educati. Due coetanei - 33 anni Daniele e 30 Eleonora - che si volevano bene e avevano deciso di andare a vivere insieme. Lui, l’arbitro di calcio bravo, professionale e appassionato, di cui tutti dicono che avrebbe fatto una brillante carriera, ormai la sua prima attività, tanto che era pronto al salto dalla Lega Pro alle serie superiori. Lei, carina, brillante, studiosa, persino forte al momento della separazione dei suoi genitori e tenace dopo, fino al momento in cui riesce a vincere un concorso pubblico e e viene assunta - sei mesi fa - all’Inps di Brindisi. Al Bar dello Sport di Seclì, minuscolo centro a trenta chilometri da Lecce, i commenti e i racconti girano tutti intorno alla personalità dei due ragazzi e alla simpatia che suscitavano. Eleonora era nata a Nardò, perché lì c’è l’ospedale, ma era di Seclì, dove ha conservato la residenza e dove è venuta a votare domenica, il giorno precedente alla sua morte. Non era una psicoterapeuta, come qualcuno ha scritto, confondendola con una sua omonima psicologa di Collepasso, un altro paesino della zona, ma aveva studiato Giurisprudenza e si era impegnata in lavori vari fino a quando è entrata all’Inps. Daniele, invece, era appassionato di calcio. Da giocatore dilettante prima e da arbitro poi, attività che gli ha regalato esperienze gratificanti ed elogi ovunque - tutti dicono fosse molto bravo - e che è diventata in breve tempo il suo primo lavoro. A Seclì veniva ogni tanto, quando Eleonora era da sua madre, e ha fatto in tempo a farsi conoscere e apprezzare anche dai compaesani della ragazza. Nessuno quindi riesce oggi a farsi una ragione della morte di due ragazzi così. Nessuno ha mai pensato che potessero essere diventati il bersaglio di malintenzionati o di bulli o di criminali. E nemmeno di qualche pazzo. Daniele ed Eleonora, insomma, erano considerati e apparivano come una coppia normale, anzi normalissima. La madre di Eleonora, insegnante, i genitori e i fratelli di Daniele, tutti inseriti professionalmente e rispettati, non avrebbero mai potuto immaginare ciò che è successo a questi due ragazzi. Anche loro li vivevano come due ragazzi tranquilli, sereni. Lunedì sera, invece, la tragedia. Una terza persona che entra con loro in casa e li uccide con un coltello che a giudicare dall’esame delle ferite doveva essere più simile a un machete. Perché, si chiedono a Seclì e a Lecce. Cosa è successo fra i tre che finora non si è riusciti a sapere? Qualcuno ha addirittura avanzato l’ipotesi di un regolamento di conti nei confronti dell’arbitro, che chissà quale patto non avrebbe rispettato per qualche gara di un campionato come quello della Lega Pro, dove la «combine» non è una eccezione, ma, francamente, una strage eseguita con tanta violenza e così rabbiosa, che colpisce anche la fidanzata dell’arbitro, sembra troppo per una gara di calcio truccata o un patto non rispettato. Forse, accennano con prudenza gli investigatori, bisognerà spostare l’attenzione sull’ipotesi che l’assassino abbia voluto «vendicarsi» di lei e di lui. Il tutto con la scusa di un chiarimento. A casa di Daniele. Un posto tranquillo, sicuro, ma anche una trappola, perché l’omicida ha avuto entrambi sotto tiro per tutto il tempo. E quando ha deciso di accoltellarli per ucciderli, non per ferirli, lo ha fatto con tutto lo spazio e il tempo a disposizione. E poi si è calato il cappuccio sul volto, ha messo lo zaino giallo sulle spalle e tutto vestito di nero «come un motociclista», ha raccontato agli inquirenti il testimone vicino di casa dei due ragazzi, si è dileguato come un’ombra.

Fidanzati uccisi a Lecce, c’è un sospettato: Daniele De Santis e la fidanzata «colpiti con un coltello da macellaio». Carlo Vulpio il 24/9/2020 su Il Corriere della Sera. Quella implorazione, «Andrea, no!», di Eleonora Manta mentre l’assassino, lo scorso lunedì sera, accoltellava prima lei sul pianerottolo e poi il fidanzato Daniele De Santis sulla rampa delle scale, è stata un indizio utile, ma avrebbe potuto essere anche un elemento fuorviante. Andrea infatti è il nome del principale testimone, che abita l’appartamento accanto a quello in cui si trovavano Eleonora e Daniele e che è riuscito a vedere la ragazza agonizzante e l’assassino in fuga. Ma Andrea avrebbe potuto essere anche il nome dell’assassino al quale la supplica di Eleonora era rivolta. Due Andrea, in tal caso, una coincidenza davvero singolare. Ma non impossibile. E gli inquirenti non l’hanno scartata, anzi, l’hanno tenuta in conto al pari degli altri elementi, per la verità scarni, che la scena del duplice omicidio e le informazioni sulla vita pubblica e privata dei due ragazzi offrivano. E ieri pomeriggio hanno fermato e interrogato a lungo in Procura — ma questo gli inquirenti lo hanno smentito — un uomo di 37 anni di nome Andrea, edicolante, originario di Aradeo, un piccolo centro a cinque chilometri da Seclì, il paese di Eleonora Manta.

L’ex fidanzato. Eleonora e Daniele stavano insieme e avevano deciso anche di convivere. Di un Andrea nella vita di lei non si parlava ormai più. Anche a Seclì. Dove però qualcuno deve avere ricordato che in passato Eleonora aveva avuto un fidanzato di nome Andrea, che però non era di Seclì, ma della vicinissima Aradeo. Certo, è ancora troppo poco, ma è qualcosa, fosse anche solo per fugare i dubbi di una «vendetta dell’ex» nei confronti dei due fidanzati felici. I quali, confermano le foto e le autopsie, sono stati uccisi con inaudita barbarie. Non con una lama qualunque, ma con un coltellaccio da macellaio, qualcosa di simile a un machete o addirittura a una katana. Un’arma che l’assassino non poteva portare con sé a vista, ma che deve aver celato nello zaino giallo che aveva in spalla e che ha tirato fuori dopo essere entrato in casa di Eleonora e Daniele.

La fuga. Forse è salito con loro, o forse si è fatto aprire, poco importa, ciò che ormai appare chiaro è che i due fidanzati si sono fidati di lui al punto da farlo entrare. Non immaginavano le sue intenzioni. Mentre lui, l’assassino, che si chiami davvero Andrea o no, che sia davvero o no l’ex di Eleonora, con quell’arma addosso era pronto a uccidere e a infierire sulle sue vittime, come poi ha fatto. Non si sa se «Andrea» ha agito da solo o se aveva ad attenderlo un complice, o qualcuno che gli ha dato un «passaggio», consentendogli di dileguarsi subito dopo aver lasciato la palazzina di via Montello con passo svelto ma senza tradire emozioni. Né si sa se sono stati ritrovati lo zaino, l’arma, i guanti in pelle nera e il cappuccio e gli indumenti, anch’essi neri, indossati da «Andrea», il quale, nonostante la follia omicida, avrà probabilmente avuto cura di distruggerli.

I funerali. Le prossime ore saranno decisive per capire se si è davvero di fronte al carnefice di Daniele, arbitro di calcio in Lega Pro lanciato verso una brillante carriera, e di Eleonora, laureata in Legge e doppiamente felice, per il legame con Daniele e per aver vinto pochi mesi fa un concorso all’Inps di Brindisi. Oggi, nella chiesa madre di Seclì, saranno celebrati i funerali dei due ragazzi. Ci sarà una marea di gente. A Eleonora e Daniele volevano bene tutti.

Omicidio fidanzati Lecce, il nome dell'assassino nei cellulari delle vittime: forse avevano un appuntamento. Ma la svolta potrebbe arrivare anche dalle tracce biologiche trovate sui corpi di Daniele De Santis ed Eleonora Manta che si sono difesi dalla furia di chi li colpiva. Intanto si organizzano i funerali: potrebbe essere un'unica cerimonia a Lecce. Chiara Spagnolo il 24 settembre 2020 su La Repubblica. La consulenza informatica e l’autopsia: sono i due elementi che nelle prossime ore potrebbero portare alla svolta nelle indagini sull’omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta (lui arbitro di 33 anni, lei funzionario dell’Inps di 30), avvenuto la sera del 21 settembre in un’abitazione di via Montello a Lecce. Nei telefoni dei due fidanzati potrebbe esserci il nome della persona che quella sera aveva un appuntamento con loro oppure quello dell’uomo che da qualche tempo faceva delle avances a Eleonora, che lei avrebbe nascosto al compagno. L’autopsia invece, potrebbe rivelare i resti biologici dell’assassino, considerato che entrambe le vittime hanno cercato di difendersi dalle numerose coltellate inferte. “La furia di chi li ha colpiti è stata cieca - ha detto l’avvocato della famiglia De Santis, Mario Fazzini - I genitori, nonostante gli sforzi, non hanno trovato nel passato di Daniele elementi utili per spiegare un delitto così atroce. Era un ragazzo solare, trasparente, che conduceva una vita serena e senza ombre. E’ tutto talmente assurdo che non escludiamo neppure che possa essere stato il gesto di un folle”. Ovvero: tutto può essere accaduto. Di certo, i parenti escludono che il delitto sia scaturito da problemi economici: “Sia Daniele che Eleonora erano due giovani con la testa sulle spalle, lavoravano, avevano l’indipendenza economica e conducevano una vita tranquilla, senza sperperi e inutili lussi”. La vita che la giovane donna postava regolarmente su Instagram, dove ha documentato i momenti più belli delle vacanze trascorse con il fidanzato e anche i piccoli lavori di ristrutturazione della casa di via Montello, in cui erano da poco andati ad abitare. Altro movente che l’avvocato non reputa realistico è quello legato alla ristrutturazione dell’appartamento da poco conclusa, “perché la famiglia ne sarebbe stata a conoscenza”. Gli investigatori, dal canto loro, non escludono alcuna pista e attendono fiduciosi la consulenza informatica, che potrà rivelare i particolari nascosti nei telefoni. Compresi eventuali segreti cancellati, ove mai ce ne fossero.

Lecce, arbitro e fidanzata uccisi: su Eleonora almeno 30 coltellate. Il killer ha colpito con furia cieca e si è accanito sulla donna; 15 fendenti per Daniele De Santis. La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Settembre 2020. Il killer di via Montello ha agito con una furia cieca. Avrebbe inferto una trentina di coltellate sul corpo di Eleonora Manta, una quindicina su quello del fidanzato della ragazza, l’arbitro di calcio di serie Pro Daniele De Santis. E per dimostrare la sua determinazione a far fuori la coppia, ha usato un coltello di grosse dimensioni, dello stesso tipo di quelli usati dai macellai. L’autopsia sui corpi dei due fidanzati di Lecce, uccisi lunedì sera nel palazzo in cui vivevano, conferma la furia cieca del sicario che ha raggiunto l’appartamento di Daniele ed 'Elly' solo per uccidere. Inoltre sapeva che in quella casa i due fidanzati, 33 anni lui, 30 lei, avevano deciso di convivere. Un corteggiatore respinto dalla ragazza? Un ragazzo deluso dalle avance andate a vuoto e che aveva capito che la convivenza avrebbe fatto calare definitivamente il sipario sui suoi progetti amorosi? E’ per questo che ha ucciso prima la donna accanendosi sul suo corpo con così tante coltellate e poi il suo uomo? Sono gli interrogativi a cui gli inquirenti stanno cercando di rispondere. Per questo stanno esaminando anche i telefoni e i computer delle vittime che La Procura di Lecce ha sequestrato e affidato ad un consulente, Silverio Greco, che dovrà estrapolarli. Questo lavoro tecnico dovrà poi essere incrociato con i tabulati telefonici delle due vittime e sul traffico dei dati. Quel che sembra certo è che le vittime conoscevano il loro assassino (Eleonora sicuramente) che per uccidere ha indossato una felpa nera con cappuccio calato sul capo, guanti neri e ha portato con sé un coltellaccio che nascondeva in uno zainetto giallo che aveva sulle spalle. Aveva studiato tutto, ma forse nella fuga ha perso dei bigliettini, poi sequestrati dagli inquirenti nel cortile esterno del condominio. E poi il nome urlato da Eleonora prima di essere accoltellata a morte: "Andrea, no, Andrea"!. Implorava il sicario, o chiedeva aiuto al suo vicino di casa che si chiama Andrea? Anche su questo si concentrano le indagini della Procura di Lecce, coordinate dal procuratore Leonardo Leone De Castris, che a breve darà il nulla osta per i funerali della coppia. Il luogo potrebbe essere la piazza di Seclì (Lecce), il piccolo comune salentino di cui era originaria Eleonora e dove risiede la madre straziata dal dolore per la morte dell’unica figlia che da quattro anni era legata a Daniele. I due erano felici: viaggiavano, avevano una buona vita sociale e non avevano mai avuto alcun problema. Pur non escludendo alcuna pista, gli inquirenti non sembrano infatti propendere per il movente della lite condominiale che nelle prime ore era stata avanzata perché Daniele era iscritto nell’Albo degli amministratori di condominio. Erano due ragazzi dolci. Lui arbitro di calcio in carriera, lei neo funzionario dell’Inps a Brindisi. Basti pensare che dall’esame del cellulare di Daniele è emersa una foto che il giovane arbitro aveva inviato con WhatsApp ai genitori poco prima di essere ucciso: è l'immagine di un quadro che aveva preso dalla casa dei suoi e portato nel suo nuovo appartamento. Daniele era felice e mostrava con orgoglio quel quadro che arredava il suo nido d’amore che subito dopo è diventato il teatro di un atroce massacro.

Pubblicato venerdì, 25 settembre 2020 da Chiara Spagnolo su La Repubblica. Un fermo immagine tratto dal video di una telecamera di sorveglianza nei pressi di via Montello, dà una parvenza di volto all’assassino di Daniele De Santis e Eleonora Manta (lui arbitro di 33 anni, lei funzionaria Inps di 30), i due fidanzati uccisi nella loro abitazione il 21 settembre. Il frame è stato pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno e mostra un uomo alto, presumibilmente giovane, vestito con abiti scuri e uno zaino chiaro sulle spalle, mentre si dirige senza fretta da via Rudiae verso il sottopasso di via Monteroni. Che sia il killer è assai probabile, considerato che i carabinieri hanno ristretto a pochi minuti intorno alle 21 il lasso di tempo in cui è avvenuto il delitto. Fino a poco prima, infatti, Eleonora e Daniele avevano chattato con amici e parenti, inviando loro foto della casa nuova e, intorno alle 20,51 un vicino afferma di aver sentito le loro voci. L’omicidio sarebbe avvenuto subito dopo. Ma l'assassino avrebbe evitato in ogni modo di farsi riprendere e - secondo gli investigatori -  aveva una mappa disegnata a mano da seguire per eludere le telecamere di pubblica sicurezza del centro storico di Lecce per arrivare in via Montello senza essere visto. Sarebbe questo - secondo varie fonti - il contenuto del biglietto strappato ed intriso di sangue trovato dagli investigatori la sera del delitto nel cortile del condominio di via Montello dove Daniele De Santis e la sua fidanzata, Eleonora Manta, sono stati uccisi lunedì. Gli investigatori nelle scorse ore hanno ricostruito quel pezzo di carta che sembrava illeggibile e dal reperto sarebbero emersi altri appunti annotati dall'omicida in quello che appare un promemoria che proverebbe la premeditazione del delitto. Un percorso che però in qualche modo potrebbe aver tradito l'assassino.  Nella serata del 24 settembre, i carabinieri sono tornati nella casa in cui è avvenuto l’omicidio (attualmente sotto sequestro), per effettuare ulteriori rilievi e per portare via i computer di Daniele e Eleonora, nei quali si cercheranno ulteriori elementi. Prossimo è ormai il deposito della consulenza sui telefoni, dai quali si spera di avere indicazioni decisive per risalire al responsabile. Il movente passionale, che nelle prime ore dopo il delitto sembrava essere privilegiato, adesso è solo una delle tante ipotesi su cui si indaga. Intanto è stato dato il nulla osta alla restituzione dei corpi alle famiglie e il 26 settembre si svolgeranno i funerali dei due fidanzati. Non è ancora chiaro se le esequie si terranno nello stesso posto, perché la famiglia di Eleonora aveva manifestato la volontà che si svolgessero nella piazza di Seclì (il suo paese d’origine) ma la necessità di applicare le norme di distanziamento anti-Covid renderebbe necessario individuare un luogo più adatto ad ospitare la folla che si prevede vorrà partecipare. Per questo si è ipotizzato di svolgere i funerali in piazza Duomo, a Lecce, ma in tal caso non è detto che si faranno insieme.

Carlo Vulpio per il “Corriere della Sera” il 26 settembre 2020. L'uomo nero con lo zaino giallo è stato catturato, ma solo per pochi secondi, e purtroppo soltanto dalle telecamere del servizio di videosorveglianza collocato nelle strade intorno alla palazzina di via Montello, in cui, la sera di lunedì scorso, sono stati massacrati Eleonora Manta e Daniele De Santis. La zona, per quanto centrale, di sera non è illuminatissima, ma non perché manchino i lampioni, bensì perché a questi fanno ombra alberi alti e frondosi. Però ci sono telecamere più o meno ovunque, sia perché alle spalle della palazzina degli ex dipendenti dell'Aeronautica c'è la residenza universitaria «Maria Corti», sia perché proprio davanti al cancello del cortile del condominio di via Montello c'è una «colonia felina», tutelata, oltre che da apposito cartello e relativo decalogo dell'assessorato alla Tutela degli animali, anche da quelle stesse telecamere. L'assassino di Eleonora e Daniele sapeva anche delle telecamere per i gatti. Ed è riuscito a evitare di farsi riprendere, se non per pochissimi secondi, non per colpa dei tanti alberi o dei pochi lampioni, ma perché aveva studiato il percorso e aveva anche messo in conto di finire in qualche fotogramma delle telecamere, tanto è vero che non ha trascurato di schermarsi nella maniera più semplice, con un cappuccio.  Il percorso da fare, invece, lo aveva memorizzato e segnato su un foglietto di carta che poi ha strappato, e che gli investigatori hanno ricomposto con i pezzetti insanguinati di quel foglio ritrovati sul luogo del delitto. L'immagine dell'uomo nero con lo zaino giallo corrisponde alla descrizione fattane dal principale testimone del duplice omicidio, il vicino di appartamento di Eleonora e Daniele, che si chiama Andrea, il nome urlato da Eleonora poco prima di morire. Tuttavia, non è ancora chiaro se la ragazza - che avrebbe gridato «Andrea, no!» - si stesse rivolgendo proprio a lui o stesse implorando l'assassino di fermarsi. Se fosse vera questa seconda ipotesi, Andrea sarebbe anche il nome dell'assassino. E infatti - ma la Procura di Lecce lo ha subito smentito - nei giorni scorsi sarebbe stato fermato e interrogato un Andrea di 37 anni, ex fidanzato di Eleonora, originario di Aradeo, paesino a 5 chilometri da Seclì, dove risiedeva Eleonora. L'uomo nero sembra giovane, ma non un ragazzino, alto non più di un metro e ottanta, e, soprattutto, sembra fasciato da una tuta simile a quella indossata da Diabolik, il noto criminale dei fumetti. L'abbigliamento potrebbe far pensare a una muta da subacqueo, per due motivi: non solo perché dalle autopsie dei corpi martoriati delle vittime, il massacro sembrerebbe essere stato compiuto con un coltello da sub, ma anche perché, come qualunque criminale sa, indossando una muta da sub ci si rende praticamente irriconoscibili. L'arma del delitto e tutto il resto - tuta, felpa, guanti neri in pelle, zaino - non sono stati ancora ritrovati, e con ogni probabilità il carnefice di Eleonora e Daniele li avrà fatti sparire. Ma se davvero, come dice il medico legale, è stato usato un coltello da sub, e se l'assassino indossava una muta, le ipotesi sono due: o se li è procurati clandestinamente o li ha acquistati. Per acquistarli però, bisogna avere il brevetto da sub ed esibire il tesserino. Quel tipo di coltello non ce l'hanno nemmeno i pescatori. A cinque giorni da un duplice omicidio che appare l'opera di un pazzo sanguinario che ha agito con lucidità, ci sono due sole certezze. La prima è che si tratta di un delitto premeditato e la seconda riguarda il rapporto tra le vittime e il loro carnefice, una relazione di conoscenza piuttosto stretta, che ha permesso a un uomo imbacuccato di nero di salire in casa dei due ragazzi alle nove di sera e ha impedito a Eleonora e Daniele anche solo di immaginare che stavano aprendo la porta a colui che li avrebbe massacrati. Di questo crimine, non si riesce nemmeno a focalizzare il movente. Una «vendetta», si dice. Ma per che cosa? Nei confronti di chi? Da parte di chi?

Fidanzati uccisi, funerali separati. A Lecce tanti arbitri per l'ultimo saluto a Daniele. L'arcivescovo: "Assassino si costituisca". "Qui c'è tutto a dire che ci sei. Fai buon viaggio e riposa se puoi": con questa frase stampata su una maglietta bianca, amici e colleghi hanno salutato il 33enne. A Seclì i funerali della fidanzata nel pomeriggio: Eleonora con l'abito da sposa della madre. Chiara Spagnolo il 26 settembre 2020 su La Repubblica. "Qui c'è tutto a dire che ci sei. Fai buon viaggio e riposa se puoi": con questa frase stampata su una maglietta bianca, amici e colleghi hanno salutato Daniele De Santis, arbitro 33enne di Lecce, assassinato il 21 settembre insieme alla fidanzata Eleonora Manta, funzionaria dell'Inps di 30 anni. Le esequie di Daniele sono state officiate dall'arcivescovo di Lecce, monsignor Michele Seccia, che ha rivolto un monito all'assassino: "Chiediamo ravvedimento di chi ha commesso questo gesto: si costituisca". "Le nostre menti in subbuglio si chiedono il perché di quello che è accaduto - ha detto nell'omelia - Ci sono situazioni che non possiamo accettare. La giustizia faccia il suo corso, si spenga la vigliaccheria di chi ha commesso questo gesto e ora non si manifesta". Alla famiglia di Daniele, il vescovo ha detto: "Non coltivate il pensiero di vendetta, nessuno può farsi giustizia da solo". Inizialmente si era ipotizzato di celebrare insieme i funerali dei due giovani, che da pochi giorni erano andati a convivere nella casa di via Montello in cui sono stati assassinati, ma poi le norme anti-Covid hanno imposto la separazione delle cerimonie funebri, per consentire la partecipazione di un maggior numero di persone. Quella di Eleonora si è svolto a Seclì, il suo paese d'origine, dove ancora risiede la madre, che ha voluto vestirla con l'abito da sposa. In mattinata, in tantissimi sono arrivati in piazza Duomo, a Lecce, per le esequie di Daniele e molte persone non sono riuscite a entrare in chiesa a causa della capienza ridotta imposta dalle norme anti-Covid. Gli arbitri della sezione di Lecce hanno indossato una maglia bianca con la foto di Daniele su un campo di calcio e all'uscita del feretro dalla chiesa lo hanno salutato con il triplice fischio che segna la fine delle partite. Presenti anche i vertici dell'Aia, l'associazione italiana arbitri, con il presidente Marcello Nicchi. "La risposta su chi era Daniele è in quei ragazzi là - ha detto Nicchi - Perdiamo un uomo importante, che ha fatto tanto per noi. È una tragedia terribile, siamo vicini alla famiglia". Il sindaco di Lecce, Carlo Salvemini, si è unito all'appello dell'arcivescovo: "Chi si è macchiato di questa violenza efferata si consegni alle forze dell’ordine, risparmiando alle famiglie e ai tanti amici di Daniele ed Eleonora almeno la sofferenza dell’incertezza sullo svolgimento dei fatti". Poche ore dopo a Seclì si è celebrato il funerale di Eleonora. La ragazza è stata composta nel feretro con l'abito da sposa della madre. Sul feretro bianco è stata deposta una corona di rose gialle. Tra i presenti ci sono amici, colleghi dell'Inps di Brindisi dove dal luglio dello scorso anno Eleonora lavorava, ma anche tanta gente comune. La cerimonia funebre si celebra nel rispetto delle misure anti Covid ed è officiata dal parroco don Antonio Bruno: ""Non ci sarà un posto sulla terra dove potrai nasconderti, avrai sempre davanti agli occhi i fantasmi di Eleonora e Daniele - il suo appello all'assassino -  Convertiti, consegnati alla giustizia se sei un uomo".

Duplice omicidio Lecce: recuperati resti dei guanti del killer, forse drogato prima di agire. Prosegue l'inchiesta sull'assassinio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta in via Montello. Fabiana Pacella il 27 Settembre 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Sul luogo del massacro, l’assassino ha lasciato altri indizi. Non solo il biglietto con la mappa per evitare le telecamere nei dintorni di via Montello. Sulla scena del delitto i carabinieri hanno repertato anche brandelli, resti, frammenti di guanti di lattice, proprio quelli che indossava il killer per massacrare a coltellate Daniele De Santis e la sua compagna Eleonora Manta. Il duplice omicidio risale a lunedì scorso. E gli interrogativi sono ancora tanti. Aveva assunto stupefacenti, pasticche o cocaina, l’assassino di Eleonora e Daniele? È un’ipotesi accreditata, corroborata dalle modalità dell’azione delittuosa. Non bastano la premeditazione e la rabbia, in situazioni del genere, per infierire in quella maniera e così a lungo sulle vittime. E sulla coppia la furia è andata oltre la fine della vita. La mano che ha colpito non si è fermata nemmeno dopo aver raggiunto il suo obiettivo: uccidere. Come narra la casistica sul tema, la crudeltà cieca e prolungata deriva spesso in maniera diretta dal senso di infallibilità e delirio di onnipotenza quale effetti immediati dell’assunzione di alcune droghe. Ormai certa, quanto alla genesi del delitto, la premeditazione. Rabbia e follia tali da aver saturato i serbatoi emozionali dell’individuo misterioso sul cui identikit, fisico e interiore, si concentrano le ricerche dei carabinieri. Al lavoro il comando provinciale, con i reparti dedicati. Nessun intervento dalla capitale né dal SIS - Sezione Investigazioni Scientifiche - di Bari, la cui strumentazione all’avanguardia si è pensato, di prim’acchito, potesse dare un ulteriore contributo alla soluzione del caso. In realtà non mancano i rilievi, le verifiche, gli esami. Uomini e mezzi dispiegati e impegnati su più fronti, lavorano senza sosta dal momento in cui è giunta la richiesta di intervento, lunedì sera. Uno degli scogli maggiori di questa truculenta pagina di cronaca, è rappresentato paradossalmente proprio dalle vittime. Vite normali, persone comuni, nessuna ombra, nessuna defaillance, nessuna crepa. La quantità di dati e rilievi e informazioni da processare è vasta. Non solo le tracce nell’appartamento di via Montebello e nelle immediate vicinanze ma anche dati immateriali, telefonate, messaggi, chat, flusso di traffico sui social network dei due ragazzi. Tempo, occorre tempo. Ricostruire le loro vite con meticolosità fino alle 20.30 di lunedì 22 settembre. A ciò si aggiungono gli ascolti , dei familiari , degli amici stretti, di vicini di casa, dei colleghi , dei presunti testimoni. Un mosaico sito di tessere. Il movente: nella ridda di ipotesi formulate dagli investigatori e sulla scorta dei dati al momento messi insieme, camminano in parallelo tanto la gelosia come degenerazione malata di un sentimento quanto la vendetta. Ma per cosa? Un amore respinto o non ricambiato o piuttosto la “fastidiosa felicità di quella coppia che proprio il giorno della tragedia era andata a convivere nell’appartamento al civico 2 di via Montello? Casa per altro fino a poco tempo fa data in affitto. La vendetta porterebbe anche all’attività professionale del giovane arbitro di C1, amministratore di condominio in città. Mestiere delicato, che muove sul terreno scivoloso di difficoltà economiche e abitative, incontri talvolta esasperati da divergenze e scambi di idee a toni alti. Cuore, danari e la loro peggiore evoluzione. Questo il doppio binario a priorità di percorrenza nelle indagini.

Valeria D'Autilia per “la Stampa” il 27 settembre 2020. Alto, zaino in spalla, incappucciato. Abiti scuri e un coltello da sub con cui ha sferrato sessanta fendenti mortali. Ha usato una sola arma. Con tutta probabilità conosceva le sue vittime e ha agito con premeditazione, come dimostrerebbe quel bigliettino insanguinato con il disegno della mappa per sfuggire alle telecamere di sorveglianza. Una, però, lo avrebbe registrato. E poi c'è quel nome: Andrea. Forse l'ultima parola pronunciata da una delle vittime. Fin qui, quello che gli inquirenti hanno in mano o, almeno, che è trapelato, visto il totale riserbo che la procura ha imposto sulle indagini per il duplice omicidio di Lecce. Per trovare quella mano assassina che lunedì scorso ha spezzato la vita di Eleonora Manta e del suo compagno Daniele De Santis - di cui ieri si sono tenuti i funerali - ora scendono in campo anche i carabinieri del Ris di Roma, che dovrebbero analizzare alcuni frammenti di guanti in lattice trovati sulla scena del crimine. Un giallo che lascia aperti troppi interrogativi. Chi voleva così male a quei giovani che- per amici e familiari- vivevano una vita senza ombre? E quel massacro nel giorno dell'inizio della loro convivenza ha un movente passionale? Non sembra una coincidenza. La ragazza aveva iniziato il trasloco dall'abitazione materna - nel comune di Seclì - a quella di Lecce, dove l'aspettava Daniele. L'appartamento appena imbiancato, il frigorifero consegnato quella mattina. Le piccole cose che fanno la felicità. Una manciata di minuti prima di essere uccisa, su Instagram aveva condiviso una foto della nuova casa. È possibile che la coppia conoscesse il killer, per questo che si stanno interrogando tutti i contatti di nome «Andrea», scorrendo le rubriche nei loro cellulari, ma anche i follower sui loro profili. Sarebbe stato ascoltato anche un 37enne di Aradeo (Lecce), ma la procura ha smentito. Si analizzano pc e celle telefoniche. Eleonora da qualche mese lavorava all'Inps di Brindisi. Daniele, arbitro di calcio, sino a poco prima gestiva un b&b. Non si esclude neppure un movente economico o in ambito professionale. «Vivevano del loro lavoro» dice l'avvocato della famiglia De Santis, Mario Fazzini, ricordandoli come «ragazzi perbene». Ma quella «inaudita ferocia» con cui l'assassino si è accanito fa immaginare una vendetta. Sui corpi i segni dei disperati tentativi di difendersi: lesioni sulle braccia e sulle mani per bloccare la raffica di coltellate. Gli inquilini del palazzo hanno sentito dei rumori. Una lite e l'estremo appello: «Andrea, no». Il nome urlato dalla ragazza. Se fosse quello dell'assassino sarebbe la conferma di un legame. Oppure potrebbe essere la richiesta di aiuto al vicino, che si chiama così. Proprio lui ha raccontato di una persona incappucciata e con uno zaino. L'identikit coincide con la figura inquadrata dalla videosorveglianza. Pochi i minuti per uccidere, molti di più per pianificare la strage. Potrebbe aver usato un'auto e poi, a piedi, raggiunto via Montello 2 entrando nella palazzina alle 20.53. Poi si sarebbe dileguato, imboccando via Martiri d'Otranto e il sottopasso di via Diaz, dove è stato filmato. Un frame prezioso. Potrebbe aver fatto quel percorso altre volte, per valutare tempi e vie di fuga. Almeno stando al biglietto perso in quei momenti concitati. Forse su quel pezzo di carta il suo dna. Si analizzeranno anche le tracce biologiche repertate durante l'autopsia. Qualcosa potrebbe essergli sfuggito. Potrebbe essere stato ripreso a volto scoperto prima di entrare nel condominio. Ad aprire la porta, forse, le vittime. Si conoscevano? Quasi sicuramente. Si erano dati appuntamento? Non si sa ancora. Tra le poche certezze, l'azione rapida e i guanti per non lasciare tracce. A conferma che non può essersi trattato di un raptus. Ecco perché si scava nella vita della coppia. Trent' anni lei, tre in più lui. Insieme da quattro. Intanto ieri l'ultimo saluto. Funerali separati, un appello comune: «Con la vita non si gioca come con il pallone» dice il vescovo Michele Seccia, mentre il triplice fischio degli arbitri fuori dalla chiesa segna la fine del viaggio terreno di Daniele. A distanza di qualche ora, amici e familiari raggiungono Eleonora. Nella bara, vestita di bianco. Don Antonio si rivolge all'assassino: «Consegnati. Non ci sarà un posto per nasconderti, i fantasmi di Daniele ed Eleonora ti perseguiteranno per sempre».  

Da ilmessaggero.it il 27 settembre 2020. Un uomo vestito di nero, con uno zaino chiaro, probabilmente giallo, in spalla e il cappuccio della felpa a coprire il volto. Potrebbe essere questo l'identikit dell'assassino dell'arbitro Daniele De Santis e della fidanzata Eleonora Manta, uccisi lunedì sera a Lecce a furia di coltellate. La svolta sulle indagini arriverebbe dalle telecamere di via Rudiae, da cui arriva la preziosa descrizione. A complicare il quadro tuttavia la scarsa nitidezza delle immagini e il fatto che il soggetto venga ripreso esclusivamente di spalle. A guidare gli investigatori c'è sempre la pista passionale, quella di un pretendente la cui corte è stata respinta da Eleonora, ma i punti di domanda abbondano e in questo momento non ci si può permettere di scartare alcuna ipotesi. Tra le piste seguite, infatti, c'è anche la professione di De Santis, che era arbitro, ma anche amministratore di condominio. Qualcosa in più si spera verrà fuori dall'analisi dei computer dei ragazzi uccisi, sequestrati insieme ai cellulari. Le forze dell'ordine confidano che la chiave per risalire all'identità dell'autore possa essere nascosta magari dentro una mail o in uno scambio di messaggi.

TIZIANA PAOLOCCI per il Giornale il 27 settembre 2020. Tassello dopo tassello si sta componendo il puzzle della morte di Daniele De Santis e della sua fidanzata, Eleonora Manta, per arrivare all'assassino. I carabinieri del nucleo operativo di Lecce anche ieri hanno continuato gli interrogatori degli amici della coppia, mentre la Procura attende il risultato della consulenza informatica sui telefoni delle vittime. Eseguita da Silverio Greco, che ha setacciato i cellulari a caccia di indizi utili a risalire al killer, ammesso che fosse una persona conosciuta dai due. La chiave del delitto, avvenuto il 21 settembre nella casa di via Montello, in cui il giovane arbitro e la funzionaria dell'Inps erano andati a convivere da poco, potrebbe essere proprio negli ultimi contatti avuti nei giorni antecedenti la loro morte. Il movente su cui puntano i carabinieri resta sempre quello passionale per il modus operandi dell'assassino, che avrebbe usato un coltellaccio da cucina e per l'efferatezza nello scagliarsi sui due corpi. «L'assassino si è accanito - ha detto l'avvocato della famiglia De Santis, Mario Fazzini - il segreto istruttorio mi impone di non rivelare le risultanze degli esami effettuati dal medico legale Roberto Vaglio, ma c'è stata enorme violenza su entrambi». Sul fatto che l'accoltellatore fosse una persona conosciuta non vi è alcuna certezza: «Gli inquirenti sono al lavoro - ha proseguito il legale - non escludiamo nulla, neppure che si sia trattato di un pazzo». Le indagini dei carabinieri non trascurano alcuna pista, anche se diversi testimoni avrebbero parlato di un corteggiatore molto accanito, che Eleonora avrebbe rifiutato in nome del suo amore per Daniele. E la frase «Andrea, no!», che sarebbe stata pronunciata dalla trentenne prima di cadere sotto i colpi dell'assassino, resta ancora un mistero, come i biglietti sporchi di sangue ritrovati nel cortile della palazzina dell'orrore. I pm Maria Consolata Moschettini e Leonardo Leone de Castris della Procura di Lecce, invece, hanno smentito la notizia circolata mercoledì pomeriggio di un 37enne di Aradeo (paese limitrofo a Seclì, di cui Eleonora era originaria) che si chiamerebbe Andrea e sarebbe stato fermato come potenziale omicida. In realtà un giovane con quel nome è stato ascoltato nella speranza di fornire dettagli utili per arrivare alla svolta, ma si tratterebbe di un amico dell'arbitro. Quello che l'avvocato della famiglia si sente di escludere è certamente il movente economico: «Sia Daniele che Eleonora erano due giovani con la testa sulle spalle, lavoravano, avevano l'indipendenza economica e facevano una vita tranquilla, senza sperperi e inutili lussi». La vita che la giovane donna postava regolarmente su Instagram, dove ha fotografato anche i lavori nella casa di via Montello. Altro movente che l'avvocato non reputa realistico è quello legato alla ristrutturazione dell'appartamento da poco conclusa. «La famiglia ne sarebbe stata a conoscenza», ha detto. Inoltre, i genitori non hanno trovato alcuna macchia nel passato recente di Daniele. «Sono chiusi in un dolore che non trova conforto» ha detto Fazzini. Al padre è toccato riconoscere il cadavere mentre per Eleonora lo ha fatto la madre. Ai funerali avevano pensato alla piazza di Seclì, ma bisognerà capire se nel rispetto delle norme anti-Covid lo spazio è adatto ad accogliere la folla che vorrà partecipare.

Fidanzati uccisi: assassino voleva torturare e uccidere. (ANSA il 29 settembre 2020) Voleva immobilizzare , torturare e uccidere, per poi ripulire tutto con detergenti e lasciare una scritta sul muro con un messaggio per la città. Era questa l'azione dimostrativa che il 21enne Giovanni Antonio De Marco, fermato ieri sera a Lecce perché ritenuto responsabile dell'omicidio del giovane arbitro Daniele De Santis e della fidanzata Eleonora Manta aveva programmato per la sera del 21 settembre scorso quando i due sono stati trucidati con decine di coltellate. Il giovane è stato interrogato la scorsa notte dal procuratore Leonardo Leone De Castris nella caserma dei carabinieri e quando è uscito in macchina per essere portato in prigione, una piccola folla di amici e conoscenti della due vittime ha inveito contro di lui.

(ANSA il 29 settembre 2020) - Antonio De Marco, dopo averli colpiti più volte con un coltello, ha inseguito Eleonora Manta e l'arbitro Daniele De Santis che tentavano disperatamente di fuggire, per poi finirli sulle scale della palazzina dove la coppia viveva. Lo scrive il pm nel decreto di fermo parlando di una "totale insensibilità ad ogni richiamo umanitario" da parte del 21enne. Le vittime, si legge nel provvedimento, sono state "inseguite verso l'ingresso" dell'abitazione dove si erano portate "nel tentativo di fuggire, venendo poi raggiunti Eleonora sul pavimento del ballatoio...e Daniele sulle scale che dal pianerottolo portavano al piano sottostante. Nei foglietti manoscritti persi durante la fuga dall'assassino di Eleonora Manta e Daniele De Santis è "descritto con inquietante meticolosità il cronoprogramma dei lavori" ( pulizia.. acqua bollente ... candeggina.. soda .. ecc. ). La premeditazione del delitto risulta comprovata dai numerosi oggetti rinvenuti sul luogo del delitto (abitazione delle vittime e piazzale condominiale ) in particolare il cappuccio ricavato da un paio di calze di nylon da donna, le striscette stringi tubi e appunto i cinque foglietti manoscritti n cuiera anche descritta la mappa con il percorso da seguire per evitare le telecamere" . E' quanto si legge nel provvedimento di fermo nei confronti del 21 Antonio De Marco accusato del duplice omicidio dei due fidanzati di Lecce. "Un ragazzo schivo, timido , introverso". É così che i vicini di casa di Casarano (Lecce) descrivono Antonio De Marco, il 21enne fermato ieri e reo confesso del duplice omicidio dei fidanzati di Lecce. La casa in via Sciesa dove abitano i genitori, la madre Rosa e il padre Salvatore, un falegname, è completamente chiusa . Le tapparelle sono abbassate e non si sentono rumori. Da quanto si apprende l'omicida reo confesso nei giorni seguenti il delitto, e che studia scienze infermieristiche, avrebbe continuato a frequentare regolarmente le lezioni in ospedale senza restare alcun sospetto.

Carlo Vulpio per il “Corriere della Sera” il 29 settembre 2020. «Hanno preso l'assassino di Eleonora e Daniele, è nella caserma dei carabinieri». Il presunto assassino si chiama Antonio De Marco, 21 anni, di Casarano, studente di Scienze infermieristiche all'ospedale Vito Fazzi di Lecce. Appena la notizia si è diffusa, ieri sera intorno alle 22, davanti al comando provinciale dell'Arma, in via Lupiae, si è radunata una folla. Cronisti, curiosi e anche amici dei due ragazzi uccisi lunedì della scorsa settimana. Tutti scossi dalla barbara strage di via Montello e ancora commossi dalla cerimonia funebre celebrata nel pomeriggio e tutti in attesa della conferenza stampa improvvisata un'ora dopo dal capo della Procura di Lecce, Leonardo Leone de Castris. De Marco, che si è dichiarato innocente, è stato un coinquilino delle vittime in via Montello fino ad agosto scorso, quindi conosceva bene le sue vittime. Il procuratore de Castris ha sottolineato che l'indagine svolta dal Ros e dal comando provinciale dei carabinieri di Lecce è stata seguita da ben quattro magistrati. Nessun dubbio sulla «fortissima premeditazione» del duplice omicidio, che, secondo il procuratore, «doveva essere anche una sorta di "rappresentazione" per la comunità cittadina», anche perché costituisce «una rarità nella criminologia penale». Di più: il presunto killer aveva con sé striscette stringitubo, che forse dovevano servirgli a torturare le vittime prima di finirle. Le indagini non hanno trascurato nulla, dice il procuratore, né le attività di polizia giudiziaria tradizionale, né le intercettazioni telefoniche, né le immagini delle telecamere i cui fotogrammi hanno consentito di ricostruire un primo identikit dell'omicida, né l'esame dei tabulati dei cellulari e del materiale biologico prelevato dal Ris sul luogo del delitto, esame, quest' ultimo, che verrà completato dopodomani perché deve avvenire in presenza di tutte le parti, quindi anche dell'imputato. Ma sono stati i cinque foglietti persi dal presunto assassino durante la colluttazione e l'accoltellamento dei due ragazzi ad aver messo gli investigatori sulle sue tracce, poiché, spiega il procuratore, «su quei pezzi di carta era segnato l'itinerario per evitare le telecamere, secondo uno studio che dimostra la programmazione dell'azione omicidaria». Nulla però il procuratore ha potuto dire sul movente, che, dice, «è ancora solo parzialmente ricostruibile, cosa che ci ha messo in difficoltà durante le indagini». Gli esami del Ris e il completamento di quelli sui cellulari dei ragazzi e del presunto assassino forniranno altri elementi utili a chiarire la vicenda. Come anche l'analisi dei contratti di locazione di tutte le persone che hanno soggiornato nell'appartamento in cui poi Eleonora e Daniele hanno deciso di andare a vivere e che in passato era affittato soprattutto a studenti universitari. Si sta passando al setaccio anche l'attività lavorativa dei due ragazzi, dalla più recente a quella più risalente nel tempo. E non è ancora esclusa la pista della «vendetta passionale», che ha scatenato una furia omicida rara, con 35 coltellate a Eleonora e 25 a Daniele. Fino a che entrambi non hanno smesso di vivere.

Valeria D’Autilia per lastampa.it il 29 settembre 2020. Nella notte è arrivata la confessione. «Sono stato io», ha detto Antonio De Marco, il 21enne fermato per l’omicidio dei due fidanzati di Lecce. Ha ammesso dopo ore la sua responsabilità di fronte ai magistrati che lo hanno interrogato. In un primo momento si è dichiarato innocente, poi ha confermato di essere lui il killer. Quelle «fascette stringi tubo», ritrovate in casa dagli investigatori, sarebbero servite per legarli, torturarli e poi ucciderli. Infine, l’intenzione di scrivere una frase sui muri della casa che ha fatto da scenario alla strage. La firma, il monito di «un’azione dimostrativa per l’intera collettività». Era questo il piano di Antonio. Nello zaino, il killer ha portato con sé, la sera dell’agguato, solventi e prodotti per ripulire pavimenti e pareti dopo la mattanza. È stato bloccato ieri, mentre usciva dall’ospedale Vito Fazzi, lì dove svolgeva il suo tirocinio da infermiere. Incredulità e sgomento per i dettagli e le indiscrezioni che stanno emergendo all’indomani della svolta sull’omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, i due ragazzi accoltellati a morte nel loro appartamento di via Montello. La mano, violenta, spietata, sarebbe stata di un giovane, per lui solo 21 anni e un progetto letale definito «una rarità nel panorama della criminologia» dal procuratore Leonardo Leone De Castris che ha parlato di «un omicidio perpetrato per mero compiacimento sadico». Lo studente di scienze infermieristiche, originario di Casarano, comune dell’entroterra salentino, conosceva benissimo quella casa. Fino al 28 di agosto abitava proprio lì. Era un inquilino della «Guest house» di Daniele, proprietario della struttura che affittava a studenti. Probabilmente questa potrebbe essere una delle motivazioni che ha scatenato il risentimento di De Marco: doveva lasciare la sua stanza perché da lì a poco l’arbitro trentatreenne e la sua compagna, più giovane di tre anni, avrebbero dovuto vivere insieme. Il trasferimento dell’aspirante infermiere in via Fleming, non lontano dall’ospedale dove studiava e svolgeva la sua pratica. Subito dopo il fermo, la sezione scientifica dei carabinieri ha perlustrato l’intero appartamento, che il ventunenne da qualche settimana condivideva con altri. Secondo quanto sarebbe trapelato da ambienti vicini alla famiglia De Santis, l’omicida non avrebbe lasciato trapelare alcun sospetto. I testimoni ascoltati dagli inquirenti hanno parlato di un ragazzo come tanti, che studiava. Mai si sarebbe potuto immaginare che nascondesse quel risentimento e quell’impeto sfociati poi nella carneficina del 21 settembre scorso. Nel fine settimana precedente avrebbe effettuato un sopralluogo proprio in via Montello, per studiare un percorso utile per evitare la videosorveglianza. Un piano disegnato sui bigliettini ritrovati dagli investigatori, e che ritraevano la mappa dell’itinerario meno battuto dai dispositivi a circuito chiuso. Non aveva però fatto i conti con le quindici telecamere, tra private e pubbliche, presenti nel quadrilatero che porta al centro di Lecce. I frame analizzati sono stati fondamentali alla sua individuazione. Nel suo programma caratterizzato da una «forte premeditazione», spiccherebbe la volontà di sorprendere i due ragazzi durante la cena, seviziarli e ucciderli all’interno dell’appartamento, lasciando un messaggio a commento dell’opera criminale. Forse qualcosa non è andata secondo le previsioni: la reazione dei fidanzati, la scia di sangue che esce dalla porta di casa, le urla per le scale, i corpi straziati dalle coltellate nel pianerottolo. Trentacinque colpi contro di lui, venticinque messi a segno su di lei. Poi quel fogliettino perso nelle fasi concitate, scritto dal pugno del presunto autore dell’omicidio, con la grafia comparata con i suoi documenti. Altro elemento che lo ha incastrato, oltre ad intercettazioni e pedinamenti disposti da un pool di quattro magistrati ed eseguiti dai reparti speciali dei carabinieri. Poi, nelle ultime ore, c’è stata la confessione del giovane studente.

Da lastampa.it il 29 settembre 2020. «Sì, sono stato io». Ha confessato nella notte Antonio De Marco, 21 anni, che studia per diventare infermiere. E’ stato arrestato ieri sera per l'omicidio di Daniele De Santis e della sua fidanzata Eleonora Manta. Originario di Casarano, comune dell’entroterra salentino, conosceva benissimo la casa della coppia. Fino al 28 di agosto, infatti, abitava proprio lì. Era un inquilino della «Guest house» di Daniele, ma la convivenza con Eleonora era diventata sempre più complicata. Il movente del delitto, però, al momento, non è ancora chiaro: le ipotesi vanno dall’infatuazione alla vendetta. Sul proprio profilo Facebook De Marco aveva pubblicato  un post tratto dal blog “Universo psicologia” dal titolo “il desiderio di vendetta” che stigmatizzava tale sentimento, riportando il seguente commento: «Un piatto da servire freddo...è vero che la vendetta non risolve il problema ma per pochi istanti ti senti soddisfatto», accompagnandolo con due faccine sorridenti. Per il pm l’omicidio è «stato perpetrato per mero compiacimento sadico». L'azione è stata «realizzata con spietatezza e totale assenza di ogni sentimento di pietà verso il prossimo». Il folle piano di Antonio emerge da cinque bigliettini, che sono stati ritrovati dagli investigatori. Aveva stilato una lista da seguire nei dettagli: pulizia, acqua bollente, candeggina e soda. Quella sera Antonio probabilmente voleva sorprendere i due ragazzi durante la cena, seviziarli e ucciderli all’interno dell’appartamento, lasciando un messaggio a commento dell’opera criminale. Ma qualcosa non è andato secondo le previsioni: la reazione dei fidanzati, la scia di sangue che esce dalla porta di casa, le urla per le scale, i corpi straziati dalle coltellate nel pianerottolo. Trentacinque colpi contro di lui, venticinque messi a segno su di lei. Nonostante «le ripetute invocazioni a fermarsi urlate dalle vittime il killer proseguiva nell'azione meticolosamente programmata inseguendole per casa, raggiungendole all'esterno senza mai fermarsi. La condotta criminosa, estrinsecatasi nell'inflizione di un notevole numero di colpi inferti anche in parti non vitali (il volto di De Santis) e quindi non necessari per la consumazione del reato, appare sintomatico di un'indole particolarmente violenta, insensibile ad ogni richiamo umanitario».

Lecce, l'assassino di Daniele e Eleonora scriveva su Facebook: "La vendetta un piatto da servire freddo". Pubblicato martedì, 29 settembre 2020 su La Repubblica.it da Anna Puricella. Sui bigliettini perduti aveva appuntato: "Pulizia, acqua bollente, candeggina, soda". Il copricapo che indossava era decorato con una bocca disegnata con un pennarello nero. Dal decreto di fermo del presunto assassino dei due fidanzati di Lecce - Daniele De Santis ed Eleonora Manta, 33 e 30 anni - emergono dettagli inquietanti. Un delitto compiuto con "spietatezza e totale assenza di ogni sentimento di compassione e pietà verso il prossimo", scrive il pubblico ministero Maria Consolata Moschettini nelle pagine che hanno inchiodato Antonio Giovanni De Marco, lo studente di Scienze infermieristiche 21enne, originario di Casarano, che avrebbe ucciso la coppia la sera del 21 settembre. De Marco aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, e aveva preso appunti: "Scendo dalla fermata attraversi e riattraversi in diagonale poco prima del bar in via V. Veneto c'è il condominio a dx a fine strada attento di fronte a passare velocemente sul muro a sx". Non solo aveva scritto sui bigliettini il percorso per arrivare all'appartamento di via Montello 2, ma anche le azioni precedenti e successive al duplice omicidio. I solventi per pulire la scena del delitto e non lasciare tracce, quindi, copricapo, abiti scuri e guanti per non farsi riconoscere. E ancora, coltello da caccia (di cui è stato ritrovato solo il fodero) per finire i due fidanzati, e le fascette stringitubo ritrovate in casa che hanno portato gli inquirenti a ipotizzare che l'assassino volesse legare e torturare le vittime. E voleva anche lasciare una traccia, una sorta di monito alla città, una scritta a suggello del suo gesto. Un'azione dimostrativa "da far vedere alla città", appunto, come hanno sottolineato le forze dell'ordine. De Marco è stato fermato all'ospedale Vito Fazzi di Lecce, dove era impegnato in uno stage. Ha riso, poi nella notte ha confessato. Manca il movente, anche se tutto pare convergere nel desiderio di vendetta, un desiderio covato per mesi e che ha portato il ragazzo a studiare il suo piano omicida nei minimi dettagli. Nell'ordinanza di fermo si fa riferimento a un post di Facebook che il 21enne ha condiviso dalla pagina Universo Psicologia il 3 luglio. Veniva descritto il sentimento della vendetta, e De Marco accompagnava quel post con: "Un piatto da servire freddo...È vero che la vendetta non risolve il problema ma per pochi istanti ti senti soddisfatto", e due emoticon di faccine sorridenti. Secondo le ricostruzioni, in quei giorni Antonio De Marco si era rivolto a Daniele De Santis per chiedergli di affittargli la stanza in cui aveva alloggiato durante il tirocinio universitario. I due, infatti, avevano già convissuto in passato - dal 30 ottobre al 30 novembre 2019 - e in quella casa di via Montello c'era anche Eleonora Manta, la fidanzata di De Santis. Non era stata una convivenza facile, secondo quanto riferito da una testimone amica della donna: "Eleonora... ultimamente non si trovava a suo agio... perché l'appartamento era condiviso da altre persone". De Marco aveva ancora vissuto lì da novembre 2019 fino all'inizio del lockdown, e poi da luglio ad agosto 2020. Alla nuova richiesta di De Marco, allora, De Santis aveva scritto alla fidanzata: "Sulle utenze delle vittime - riporta l'ordinanza - rimaneva memorizzata una chat nel corso della quale, dopo che De Santis aveva preannunciato a Manta la richiesta di locazione "dell'infermiere", entrambi commentavano con una risata, scrivendo testualmente 'ahah'..., il possibile ritorno del medesimo e la ragazza chiosava scrivendo 'tutto torna come prima XD'". "Tale scambio di battute - continua il magistrato - è da ricondurre verosimilmente alla volontà dei due di deridere il ragazzo" in merito alla passata convivenza in tre. Dopo poco più di due mesi, l'assassinio compiuto "senza pietà". Un progetto studiato in maniera maniacale, stando a quei bigliettini perduti, in cui aveva scritto proprio tutto: "Erano descritti il percorso adducente al condominio di via Montello 2, nonché le modalità e l'arma con cui intendeva consumare l'intera azione criminosa". Un cronoprogramma che però non ha fatto i conti con le videocamere che - nonostante l'accortezza del killer nell'evitarle - lo hanno inquadrato, né con il testimone che l'ha visto agire dallo spioncino, che ha sentito le due vittime chiedere pietà e ha notato "questa figura, con passo normale e apparentemente tranquillo, che scendeva le scale". "Indossava una felpa nera, presumo che teneva il cappuccio poiché ho visto l'intera figura scura - ha messo a verbale il testimone - aveva uno zainetto sulle spalle di colore giallo con degli inserti grigio/argento. Penso che poteva essere alto circa 1,75 metri, di corporatura normale anche se ho notato che aveva delle spalle larghe". È stato il primo identikit dell'assassino, il resto l'ha fatto il lavoro meticoloso degli inquirenti, passato da intercettazioni, social, perizia calligrafica. Il presunto assassino voleva portare a termine il suo piano, e nel decreto di fermo si mette in evidenza la premeditazione "provata dagli oggetti trovati sul luogo del delitto" (le fascette e la candeggina): "Dall'omicida indole violenta e insensibile a ogni richiamo di umanità - si legge nell'ordinanza - vittime inseguite per casa e raggiunte fuori senza mai fermarsi", neanche davanti alle urla. Dopo il post su Facebook del 3 luglio, in cui esaltava la vendetta, due giorni dopo De Marco aveva condiviso un articolo, sempre da blog che riguardano la psicologia: "Chi sono gli amici da cui stare alla larga; i segnali per capirlo", recitava il titolo. Lui l'aveva accompagnato con l'emoticon di una faccina dalla bocca chiusa con una cerniera.

Lecce, tutti gli errori dell'assassino di Daniele ed Eleonora: così è stato smontato il delitto perfetto. Pubblicato martedì, 29 settembre 2020 su La Repubblica.it da Francesco Oliva. Una serie di errori compiuti da killer di Daniele De Santis ed Eleonora Manta nel suo percorso di fuga. Che, dopo una settimana di frenetiche indagini condotte dai carabinieri, si sono rivelati decisivi per chiudere il cerchio attorno al presunto assassino dei fidanzati uccisi a Lecce, in via Montello. Trafitti con oltre sessanta pugnalate in un condominio a pochi passi dalla stazione ferroviaria. Passi falsi compiuti dal presunto assassino a conclusione di un piano premeditato, come hanno spiegato gli inquirenti. E il delitto perfetto, in realtà, ha iniziato a mostrare qualche macchia. Antonio De Marco, 21enne di Casarano sottoposto al fermo di polizia, qualche leggerezza l'ha commessa. Andando a ritroso nel suo percorso prima e dopo il duplice omicidio, scandagliando la scena del crimine e visionando decine e decine di filmati il giallo di via Montello ha assunto contorni sempre più chiari. Nel ventaglio di indizi raccolti dai carabinieri che hanno collocato in breve il giovane di Casarano sulla scena del crimine ci sono i cinque bigliettini persi dopo aver compiuto la strage. Pezzi di carta su cui il killer aveva annotato le strade da evitare per non essere immortalato dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza. La grafia è stata comparata con quella di altri documenti acquisiti durante le indagini dagli investigatori in Prefettura e in Comune. La calligrafia era la stesa. Una firma inconsapevole del suo passaggio. E nella fuga Antonio De Marco ha comunque imboccato qualche strada dove le telecamere hanno ripreso il suo passaggio. In particolare lungo il sottopasso di via Monteroni. Immagini sgranate, di scarsa qualità. Di fatto un altro indizio nel percorso investigativo che ha condotto le forze dell'ordine a bloccare il fuggitivo. Negli atti di questa prima fase d'indagine ci sono poi alcune intercettazioni e le attività di pedinamento. I militari hanno monitorato i suoi dialoghi, le conversazioni, le frequentazioni e le abitudini del 21enne. Che sarebbero rimaste le stesse. De Marco ha continuato a frequentare regolarmente le lezioni di Scienze Infermieristiche all'ospedale "Vito Fazzi". Di pari passo alle indagini tradizionali hanno preso sempre più slancio anche gli accertamenti tecnici e scientifici. Sono stati analizzati i telefonini delle vittime, spulciati i computer e i supporti informatici e gli specialisti del Ris hanno inviato i primi esiti dei rilievi eseguiti in laboratorio. Così il profilo dell'assassino è diventato sempre più nitido offrendo, dopo sette giorni, un primo identikit fino al fermo.

Lecce, le risate del killer di Danele ed Eleonora mentre lo arrestavano. Nei bigliettini pianificate le torture. Pubblicato martedì, 29 settembre 2020 su La Repubblica.it da Gabriella De Matteis. Voleva legarli, torturarli e poi ucciderli. Era questo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il piano di Antonio De Marco, il 21enne, di Casarano studente di Scienze infermieristiche che nella notte ha confessato di aver ucciso Daniele De Santis ed Eleonora Manta. Dalle indagini che hanno portato alla svolta sull’omicidio emergono nuovi particolari. Il presunto killer che sino ad agosto aveva vissuto nell’abitazione di via Montello che Daniele affittava agli studenti aveva con se’ cinque biglietti. In uno aveva annotato le torture che avrebbe voluto infliggere ai due fidanzati. Qualcosa nel suo piano, però, non ha funzionato. E dopo aver infierito sui due ragazzi con più di 60 coltellate è scappato, perdendo una parte delle annotazioni che aveva con se’. De Marco dopo aver torturato i ragazzi voleva lasciare una scritta sul muro e nello zaino aveva portato anche solventi con cui avrebbe dovuto cancellare ogni traccia del suo passaggio e del delitto. Quando ieri lo studente è stato arrestato nel reparto dell’ospedale Vito Fazzi dove era impegnato in uno stage si è messo a ridere, raccontano i suoi compagni di studio che lo descrivono come un ragazzo perbene, che non aveva mai destato sospetti. Sul movente ancora è buio, anche se non si esclude che alla base del duplice omicidio ci possa essere un'infatuazione non corrisposta.

Drogato, aveva copia delle chiavi di casa. Il giovane era un ex coinquilino delle vittime, che aveva le chiavi di casa. Ha studiato il delitto nei minimi dettagli. La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 Settembre 2020. «Sì, sono stato io». ha confessato nella notte il responsabile del duplice omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, i due fidanzati di 33 e 30 anni massacrati a coltellate il 21 settembre scorso nella loro casa in via Montello a Lecce, fermato ieri sera dai carabinieri. La notizia viene confermata dalla Procura. Si tratta di Antonio De Marco, 21 anni, di Casarano (Le), studente di Scienze infermieristiche all'ospedale Vito Fazzi, che aveva vissuto nella casa di via Montello prendendo in affitto una stanza proprio da Daniele De Santis, per un periodo anche insieme a Eleonora. Il nome dell'arrestato è stato fornito nel corso di una conferenza stampa del procuratore della Repubblica Leonardo Leone de Castris nella sede del Comando provinciale dei Carabinieri ieri in tarda serata. Questa mattina gli stessi militari in un altro incontro con la stampa hanno confermato che De Marco è entrato con una copia delle chiavi di casa, li ha colpiti mentre stavano cenando, non era drogato, né aveva bevuto. Dopo l'omicidio si è disfatto dell'arma (un pugnale da caccia comprato qualche giorno prima, di cui è stato recuperato solo il fodero), e dello zainetto. 'Andrea', è stato confermato essere l'inquilino del piano di sotto, al quale la coppia ha chiesto aiuto, e la sua collaborazione è stata fondamentale per individuare il responsabile. IL MOVENTE - Pochissimi amici, nessun segno di squilibrio in passato. Non del tutto chiaro, al momento, il movente dell'omicidio anche se sembra quello di una vendetta personale (i carabinieri hanno escluso il movente passionale e sostengono che la premeditazione sia iniziata appena il 21enne ha liberato l'immobile): il giovane aveva vissuto diverso tempo nella casa di via Montello, dividendo per un periodo anche l'appartamento con Eleonora. Una convivenza 'difficile', a quanto emerge. Tanto che Daniele De Santis, proprietario dell'appartamento, aveva poi deciso di rescindere il contratto d'affitto, e di trasformare quella casa nel suo nido d'amore con 'Elly'. È bastato questo per scatenare la furia omicida del ragazzo? Le prossime ore saranno decisive. A quanto emerge, qualche settimana fa De Marco aveva scritto uno status sul suo profilo Facebook, “La vendetta è un piatto che va servito freddo”. Non sappiamo se ci sia un collegamento, ma sono parole che, alla luce di quanto emerge, oggi sembrano agghiaccianti. 

CONTINUAVA A COLPIRLI ANCHE QUANDO GLI CHIEDEVANO DI FERMARSI - «Nonostante le ripetute invocazioni a fermarsi urlate dalle vittime, l’indagato proseguiva nell’azione meticolosamente programmata inseguendole per casa, raggiungendole all’esterno senza mai fermarsi. La condotta criminosa si è estrinsecata anche nell’inflizione di un notevole numero  di colpi inferti in parti non vitali (il volto di De Santis) e quindi non necessari per la consumazione del reato, e appare sintomatica di un’indole particolarmente violenta, insensibile ad ogni richiamo umanitario». È quanto si legge nel provvedimento di fermo. Le vittime sono state «inseguite verso l’ingresso dell’abitazione dove si erano portate nel tentativo di fuggire, venendo poi raggiunte, Eleonora sul pavimento del ballatoio, e Daniele sulle scale che dal pianerottolo portavano al piano sottostante». «La sproporzione tra la motivazione del gesto (potrebbe avere avuto in precedenza una lite) e l'azione delittuosa è ulteriore elemento tale da fare ritenere che quest’ultima sia stata perpetrata per mero compiacimento sadico nel provocare con le predette modalità la morte della giovane coppia. Non si spiega se non nella direzione di inquadrare l’azione in un contesto di macabra ritualità la presenza di oggetti non necessari a provocare la morte della giovane coppia (striscette, soda ecc...). A tal riguardo giova altresì evidenziare come sul copricapo sia stata disegnata con un pennarello nero una bocca, quando ciò non risultava necessario all’economia del reato». Continua così il provvedimento.

IL PIANO: TORTURARLI, UCCIDERLI E LASCIARE UNA SCRITTA SUL MURO - Nella notte sono emersi dettagli riguardo il ritrovamento dei bigliettini che il killer ha perso nella fuga, fondamentali per la comparazione calligrafica (il giovane aveva abitato nell'appartamento di De Santis fino all'agosto scorso, e aveva firmato il contratto d'affitto), e sui quali non era riportata solo la mappa del quartiere per evitare le telecamere, ma anche un vero e proprio piano dettagliato di torture precedenti all'omicidio, e l'intenzione di lasciare poi una spettacolare scritta sul muro, come 'messaggio alla collettività'. Sul luogo dell’omicidio, nella casa dei due fidanzati, gli inquirenti hanno trovato due bottiglie di candeggina, fascette tendicavi, e tutta l’attrezzatura che secondo il programma dall’assassino doveva servire a ripulire la scena del crimine per non lasciare traccia. Sui bigliettini persi durante la fuga, era scritto anche il promemoria con i dettagli dell’acqua bollente, e la candeggina da usare per ripulire tutto, anche se ovviamente qualcosa è andato storto. In nottata setacciata l'abitazione in cui il giovane 21enne viveva attualmente, in una traversa di via San Pietro in Lama, una casa al primo piano che divideva con un coinquilino, già ascoltato, che non ha riferito nulla di rilevante. I carabinieri sono arrivati a lui anche grazie a telecamere, perizia grafica sui bigliettini, intercettazioni, pedinamenti e riprese filmate. L'hanno catturato in prima serata proprio al Vito Fazzi, dove svolgeva il tirocinio: secondo le prime testimonianze, appena i militari sono entrati a prenderlo sarebbe scoppiato a ridere dopo essere caduto per terra. Anche se i carabinieri smentiscono: «Nessuna agitazione, ha chiesto da quanto lo stessimo pedinando».

I VICINI A CASARANO: «RAGAZZO SCHIVO» - «Un ragazzo schivo, timido, introverso». È così che i vicini di casa di Casarano (Lecce) descrivono Antonio De Marco. La casa in via Sciesa dove abitano i genitori, la madre Rosa e il padre Salvatore, un falegname in pensione, è completamente chiusa. Le tapparelle sono abbassate e non si sentono rumori. Da quanto si apprende giovane avrebbe continuato a frequentare regolarmente le lezioni in ospedale senza destare alcun sospetto. 

L'OMICIDIO IL 21 SETTEMBRE - I due giovani, ricordiamo, furono uccisi a coltellate nell'appartamento in cui si erano trasferiti: proprio quel giorno la coppia era andata a convivere in quella casa al civico 2 di via Montello che fino a poco tempo prima era stata data in affitto. L'autopsia ha confermato la furia cieca con cui il killer si è accanito suo due, in particolar modo la donna colpita da almeno 30 coltellate (15 il suo fidanzato). Del killer si conosceva solo una immagine, di spalle, catturata da una telecamera di sorveglianza di una delle strade da cui si sarebbe allontanato dopo il delitto. Gli investigatori hanno ascoltato più di 100 persone in questi giorni, partendo dai contatti dei due giovani, la rete delle amicizie, le frequentazioni, dei rapporti di lavoro. I cellulari dei due giovani (lui arbitro, lei dipendente dell’Inps di Brindisi) sono stati passati al setaccio alla ricerca di messaggi utili per fare luce sul duplice omicidio. L’attenzione degli investigatori si è soffermata sulle applicazione di messaggistica, sulla posta elettronica, su contatti, post e condivisioni sui social network. La Procura di Lecce ha conferito formalmente l’incarico al consulente informatico Silverio Greco che dovrà analizzare il contenuto dei dispositivi informatici sequestrati alle vittime. L’esame sarà compiuto sui due computer trovati nell’appartamento in via Montello, sul pc che Eleonora utilizzava nel suo ufficio presso la sede Inps di Brindisi e su un pc sequestrato presso la casa della madre, a Seclì (Lecce); il consulente esaminerà anche un tablet, un vecchio telefono cellulare in uso a De Santis ed una chiavetta usb. Il consulente dovrà effettuare copia forense che sarò messa a disposizione degli investigatori e accertare se siano stati cancellati dati dai dispositivi. I risultati saranno depositati entro 10 giorni.

Daniele De Santis e Eleonora Manta, l'inquietante dettaglio su Antonio De Marco: "Ritualità sadica, ha disegnato una bocca sul copricapo". Libero Quotidiano il 29 settembre 2020. Si arricchisce di inquietanti dettagli l'omicidio di Daniele De Santis e della fidanzata Eleonora Manta dopo che il loro assassino ha confessato. "La sproporzione tra la motivazione del gesto e l’azione delittuosa è ulteriore elemento tale da far ritenere che quest’ultima sia stata perpetrata per mero compiacimento sadico nel provocare la morte della giovane coppia - ha scritto il pubblico ministero Maria Consolata Moschettini nel decreto di sequestro di Antonio Giovanni De Marco, reo confesso del duplice omicidio.  Poi l'agghiacciante ammissione: "Non si spiega se non nella direzione di inquadrare l’azione in un contesto di macabra ritualità la presenza di oggetti non necessari per provocare la morte della giovane coppia. A tal riguardo, giova altresì evidenziare come sul copricapo sia stata disegnata con un pennarello nero una bocca, quando ciò - sottolinea ancora il pm - non risultava necessario nell’economia e consumazione del reato". Stando al racconto di una testimone che aveva osservato il crimine dallo spioncino di casa, l'efferata uccisione è "avvenuta...in poco meno di dieci minuti". "Poco dopo - rivela la testimone - notavo una figura che si trascinava sulle scale, non capivo chi potesse essere. In tale frangente notavo una persona che si avvicinava e lo colpiva più volte e sentivo la persona per terra che implorava il soggetto che lo stava colpendo dicendogli più volte ’basta, basta, basta!’". Ma non è finita qui: "Subito dopo - prosegue - sempre dallo spioncino, ho notato questa figura, con passo normale e apparentemente tranquillo, che scendeva le scale". Insomma, come se nulla fosse.

Omicidio di Lecce, Antonio Giovanni De Marco ballava a una festa dopo i funerali di Daniele De Santis ed Eleonora Manta.  Michelangelo Borrillo il 30 settembre 2020 su Il Corriere della Sera. Ascoltava. Ma non partecipava. Capiva che si parlava del delitto. Ma non proferiva parola. Un po’ perché era taciturno di suo, un po’ di più perché si sentiva (ed era) parte in causa. Anche se in quel momento nessuno poteva immaginarlo. Poche ore dopo i funerali di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, la sera di sabato 26 settembre, Antonio De Marco ha partecipato a una festa con i colleghi del Vito Fazzi di Lecce, l’ospedale che frequentava per diventare infermiere. Tutti insieme, in un locale, per festeggiare il compleanno di una tirocinante.

Una settimana di lucida follia. Antonio non ha amici stretti a Lecce — e anche a Casarano, il suo paese di origine, nessuno forse lo conosce a fondo — quando usciva frequentava solo i colleghi dei corsi di studi infermieristici. E quella sera, il sabato dei funerali, forse anche per continuare a interpretare il ruolo di persona non coinvolta (e probabilmente tranquillizzato dalle indagini che sembravano indirizzarsi verso un conoscente della coppia di nome Andrea), decise di non disertare la festa tra colleghi. Del resto, una settimana trascorsa — da martedì in poi, dopo il lunedì dell’efferato delitto — come se nulla fosse successo, tra corsi da infermiere, tirocinio e telefonate a casa dei genitori, non poteva che terminare con una festa il sabato sera, il più tradizionale appuntamento degli studenti nel fine settimana.

Foto di gruppo, ma nessun commento sul delitto. Quel sabato, però, a poche ore dai funerali e a soli cinque giorni dal più efferato delitto che Lecce ricordi, non si poteva non parlare di Daniele ed Eleonora, dell’arbitro leccese e della sua fidanzata di Seclì, uccisi nel primo giorno di vera convivenza. Tutti ne discutevano, in quel locale. Antonio — camicia blu con pallini bianchi — non affrontava l’argomento, origliava e passava oltre: ascoltava le conversazioni, ma non si intrometteva, nessuna opinione sul delitto, senza dare mai nell’occhio. Si comportava senza destare alcun tipo di sospetto: foto di gruppo, foto con singoli amici, finanche davanti alla torta della festeggiata, con il giardino del locale sullo sfondo.

Silenzioso e appartato. C’è anche chi, tra i partecipanti alla serata, ha visto Antonio ballare. Di certo il 21enne di Casarano sembrava sereno a tavola, tra un boccone e un sorso, così come lo ritraggono le foto scattate dai colleghi di corso e postate sui social, da Facebook a Instagram, nelle istantanee e nelle storie. Un comportamento, per l’aspirante infermiere, forse anche più social del solito. Perché in ospedale lo ricordano tutti come un tirocinante molto silenzioso, rispettoso dei colleghi e quasi sempre sulle sue, anche quando si trattava di scambiare due chiacchiere dinanzi alla macchinetta del caffè. Un ruolo, da solitario, ben rappresentato dal video delle telecamere di sorveglianza che lo hanno ripreso, nella serata del duplice delitto, al rientro a casa a piedi. Con un coltello nello zaino.

«Da quanto mi stavate seguendo?». La settimana trascorsa facendo finta che nulla fosse successo si è interrotta esattamente allo scoccare del settimo giorno, nella serata del lunedì che ha cambiato la vita di Antonio, dopo che il precedente aveva stroncato quella di Eleonora e Daniele. All’uscita dall’ospedale, con gli stessi colleghi della festa, prima di entrare in auto con una tirocinante che lo avrebbe riaccompagnato a casa, Antonio ha visto arrivare i carabinieri. In quel momento, sotto la pioggia, ha capito che poteva smettere di far finta che non fosse successo nulla: «Da quanto mi stavate seguendo?». Anche i colleghi hanno intuito. E da allora è stato un continuo togliere foto con Antonio dai social. «Sì, sappiamo chi è, ma non lo conosciamo». Che poi è tutta la verità, nient’altro che la verità.

Calcolati anche i tempi del massacro: un'ora e mezza per uccidere la coppia. Sequestrato un altro biglietto in casa del killer dei due fidanzati con il cronoprogramma del piano. De Marco in isolamento. Patricia Tagliaferri, Giovedì 01/10/2020 su Il Giornale. Tutto calcolato, anche la durata del massacro. Antonio De Marco aveva preparato il duplice delitto di Daniele De Santis ed Eleonora Manta al millimetro. Se tutto fosse andato come previsto, se i due giovani non si fossero difesi con tutte le loro forze mandando a monte il piano dello studente ventunenne di scienze infermieristiche trasformatosi in killer perché non sopportava la felicità di quella coppia con cui aveva abitato in una stanza in affitto, in un'ora e mezzo sarebbe dovuto finire tutto. Anche le torture che De Marco avrebbe voluto infliggere ai due fidanzati di Lecce dopo averli finiti con oltre 60 coltellate. I carabinieri hanno trovato in casa del giovane reoconfesso del duplice omicidio ulteriori prove della puntigliosa premeditazione del massacro. Nell'appartamento che De Marco divideva con altri studenti dallo scorso settembre, da quando si era interrotta la convivenza con Daniele ed Eleonora, i carabinieri hanno sequestrato un altro biglietto, come quello trovato sul luogo dei fatti, con il cronoprogramma dettagliato del delitto. C'erano segnati i tempi di percorrenza da una casa all'altra e quelli di permanenza nelle stanze dove lo scorso 21 settembre si è consumata la feroce vendetta maturata, per motivi ancora non del tutto chiariti, nella sua mente. Certa è la determinazione con cui il tirocinante infermiere ha portato a termine il suo piano diabolico, uscendo di casa con un grosso coltello da caccia, guanti in lattice per non lasciare tracce, un cappuccio ricavato da un collant per non farsi riconoscere e striscette stringitubo con cui avrebbe voluto immobilizzare e torturare i due fidanzati per poi bollirli e farli sparire, come avrebbe detto agli inquirenti. L'intera azione, con tanto di particolari, era descritta su alcuni fogli di carta. È stato uno di questi biglietti, trovato sul luogo del duplice omicidio, ad incastrarlo. Per entrare in casa, il ventunenne avrebbe utilizzato le chiavi di cui aveva fatto copia o che non aveva ancora restituito. Adesso De Marco si trova nel carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, in isolamento per il rispetto delle norme anti-Covid e per precauzione, visto che è la prima volta che viene a contatto con il contesto carcerario. Oggi comparirà davanti al gip Michele Toriello per l'interrogatorio di convalida del fermo. Sarà assistito dal legale di fiducia, Giovanni Bellisario, nominato dalla sua famiglia, che valuterà se chiedere una perizia psichiatrica. Ieri è stato il difensore d'ufficio, prima di essere sostituito, a fargli visita in carcere. «È scosso e provato, consapevole della gravità e della delicatezza della situazione. È molto confuso e sofferente per quello che è successo», ha riferito l'avvocato Andrea Starace. Oggi De Marco avrà modo di chiarire al gip il motivo che ha scatenato una tale ferocia. Il cadavere di Daniele è stato trovato disteso sulle scale, con la nuca appoggiata su un gradino. «Presentava numerosissime lesioni da arma da punta e taglio, concentrate soprattutto sulla parte superiore del torace, su un braccio e sul volto», annotano gli investigatori. Il cadavere di Eleonora era riverso, invece, sul ballatoio, in una pozza di sangue che scorreva lungo il torace. Stavano cenando quando sono stati sorpresi dall'assassino, entrato senza bussare. C'era sangue ovunque. Sul pavimento dell'ingresso tracce di trascinamento, i segni di una colluttazione. Che non li ha salvati dalla furia cieca dello studente.

Michelangelo Borrillo per il “Corriere della Sera” il 30 settembre 2020. Ascoltava. Ma non partecipava. Capiva che si parlava del delitto. Ma non proferiva parola. Un po' perché era taciturno di suo, un po' di più perché si sentiva (ed era) parte in causa. Anche se in quel momento nessuno poteva immaginarlo. Poche ore dopo i funerali di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, la sera di sabato 26 settembre, Antonio De Marco ha partecipato a una festa con i colleghi del Vito Fazzi di Lecce, l'ospedale che frequentava per diventare infermiere. Tutti insieme, in un locale, per festeggiare il compleanno di una tirocinante. Antonio non ha amici stretti a Lecce - e anche a Casarano, il suo paese di origine, nessuno forse lo conosce a fondo - quando usciva frequentava solo i colleghi dei corsi di studi infermieristici. E quella sera, il sabato dei funerali, forse anche per continuare a interpretare il ruolo di persona non coinvolta (e probabilmente tranquillizzato dalle indagini che sembravano indirizzarsi verso un conoscente della coppia di nome Andrea), decise di non disertare la festa tra colleghi. Del resto, una settimana trascorsa - da martedì in poi, dopo il lunedì del delitto - come se nulla fosse successo, tra corsi da infermiere, tirocinio e telefonate a casa dei genitori, non poteva che terminare con una festa il sabato sera, il più tradizionale appuntamento degli studenti nel weekend. Quel sabato, però, a poche ore dai funerali e a soli cinque giorni dal più efferato delitto che Lecce ricordi, non si poteva non parlare di Daniele ed Eleonora, dell'arbitro leccese e della sua fidanzata di Seclì, uccisi nel primo giorno di vera convivenza. Tutti ne discutevano, in quel locale. Antonio - camicia blu con pallini bianchi - non affrontava l'argomento, origliava e passava oltre: ascoltava le conversazioni, ma non si intrometteva, nessuna opinione sul delitto, senza dare mai nell'occhio. Si comportava senza destare alcun tipo di sospetto: foto di gruppo, foto con singoli amici, finanche davanti alla torta della festeggiata, con il giardino del locale sullo sfondo. C'è anche chi, tra i partecipanti alla serata, ha visto Antonio ballare. Di certo il 21enne di Casarano sembrava sereno a tavola, tra un boccone e un sorso, così come lo ritraggono le foto scattate dai colleghi di corso e postate sui social, da Facebook a Instagram, nelle istantanee e nelle storie. Un comportamento, per l'aspirante infermiere, forse anche più «social» del solito. Perché in ospedale lo ricordano tutti come un tirocinante molto silenzioso, rispettoso dei colleghi e quasi sempre sulle sue, anche quando si trattava di scambiare due chiacchiere dinanzi alla macchinetta del caffè. Un ruolo, da solitario, ben rappresentato dal video delle telecamere di sorveglianza che lo hanno ripreso, nella serata del duplice delitto, al rientro a casa a piedi. Con un coltello nello zaino. La settimana trascorsa facendo finta che nulla fosse successo si è interrotta esattamente allo scoccare del settimo giorno, nella serata del lunedì che ha cambiato la vita di Antonio, dopo che il precedente aveva stroncato quella di Eleonora e Daniele. All'uscita dall'ospedale, con gli stessi colleghi della festa, prima di entrare in auto con una tirocinante che lo avrebbe riaccompagnato a casa, Antonio ha visto arrivare i carabinieri. In quel momento, sotto la pioggia, ha capito che poteva smettere di far finta che non fosse successo nulla: «Da quanto mi stavate seguendo?». Anche i colleghi hanno intuito. E da allora è stato un continuo togliere foto con Antonio dai social. «Sì, sappiamo chi è, ma non lo conosciamo». Che poi è tutta la verità, nient' altro che la verità.

A. Cell. per “il Messaggero” il 30 settembre 2020. Cinque bigliettini manoscritti con il meticoloso cronoprogramma dell'omicidio e la mappa del percorso da seguire per evitare di essere ripreso dalle telecamere di sicurezza. Antonio De Marco aveva pianificato tutto, studiando per giorni, forse settimane, le mosse di quello che doveva essere un delitto perfetto. Il suo piano, secondo la ricostruzione dei magistrati, prevedeva anche la tortura delle due vittime. Il 21enne, infatti, aveva pronte delle fascette per legare la coppia, oltre a candeggina, soda e varechina per ripulire tutto. Ma alla fine più di una cosa è andata storta. De Marco, secondo quanto viene fuori da quei cinque foglietti, ha sottovalutato la portata e la definizione di alcune telecamere, che lo hanno comunque ripreso anche se sul marciapiede opposto e che hanno consentito agli investigatori di ripercorrere a ritroso tutto il tragitto fino alla sua nuova casa alla ricerca di altre immagini ancora più nitide. Una perizia calligrafica su altri biglietti, e la comparazione con i contratti d'affitto degli inquilini dell'appartamento, hanno fatto il resto, consentendo alla fine di identificarlo. Un ruolo lo ha anche avuto la reazione dell'arbitro e della fidanzata, che evidentemente il 21enne pensava di poter gestire meglio. Quella sera Eleonora e Daniele sono comunque stati presi alla sprovvista. Nessuna lite poi degenerata, nessuna discussione ha preceduto le coltellate. Hanno aperto la porta al loro assassino (o quest' ultimo, molto probabilmente, ha aperto da solo, visto che aveva conservato le chiavi) e sono stati subito travolti dalla furia omicida. Prima di morire i due ragazzi hanno implorato pietà, hanno supplicato l'assassino di risparmiarli. «Che stai facendo? Ci stai ammazzando», dice Eleonora, le sue parole riportate agli investigatori dai vicini che hanno sentito tutto e, in parte, hanno assistito al duplice omicidio dallo spioncino della porta. Ma le grida disperate dei due hanno attirato l'attenzione di alcuni testimoni, tra i quali un uomo che stava portando fuori il cane e che è stato in grado di descrivere l'assassino. Non solo. Sul posto, il killer ha lasciato tracce che si sono poi rivelate fondamentali per le indagini: frammenti di guanti in lattice macchiati di sangue, una mascherina nera, un passamontagna ricavato da calze in nylon, oltre ai cinque foglietti manoscritti con le indicazioni per raggiungere l'abitazione e i le modalità con cui portare a termine l'omicidio. A quel punto, il suo piano, così come lo aveva concepito, è andato in fumo. Per Antonio De Marco è stato relativamente facile fuggire. Sebbene almeno un testimone ne abbia seguito i movimenti mentre usciva dal palazzo di via Montello per addentrarsi nelle strade semibuie, nessuno in quel momento si è azzardato a fermarlo: in mano aveva ancora il coltello, una lama lunga 15-20 centimetri. Quando la prima pattuglia del Nucleo operativo e radiomobile dei carabinieri di Lecce raggiunge il luogo dell'omicidio, De Marco è già a un centinaio di metri di distanza. Nonostante i suoi tentativi di organizzare al meglio la fuga, numerose telecamere di videosorveglianza lo hanno ripreso. Le ultime immagini, quelle registrate in via Fleming, sono quelle che si sono poi rivelate fondamentali per le indagini. Riguardando quei nastri gli inquirenti hanno capito che l'uomo in fuga abitava in uno di quegli edifici. Una volta capito quale, sono riusciti a risalire al nome dell'inquilino: un nome che era già comparso nell'elenco degli affittuari dell'appartamento di via Montello. E hanno chiuso così il cerchio.

Lecce, la ricostruzione della mattanza vista da un vicino attraverso lo spioncino della porta. Macabri particolari della vicenda di via Montello a Lecce. Nazareno Dinoi su La Voce di Manduria mercoledì 30 settembre 2020. Mentre lo studente di infermieristica di Casarano infieriva sulle sue vittime colpendole con sessanta pugnalate, la coppia di fidanzati aveva tentato disperatamente di fermare la mano assassina e chiedere aiuto, urlando, nel tentativo di attirare il vicinato rimasto impietrito dietro le porte, ad ascoltare e spiare. Uno di loro ha addirittura assistito attraverso lo spioncino agli ultimi fendenti inflitti dall’assassino sul corpo di Daniele De Santis che in un estremo tentativo di salvarsi era riuscito a raggiungere le scale della palazzina di via Montello a Lecce, teatro della mattanza. Sono alcuni agghiaccianti particolari che emergono nelle pagine del procedimento a carico di Antonio Giovanni De Marco, ventunenne di Casarano, omicida reo confesso del giovane portiere e della sua fidanzata, Eleonora Manta. Dal racconto delle numerose telefonate fatte dai vicini ai centralini della polizia, carabinieri e del 118, è possibile ipotizzare una dinamica del duplice omicidio. Scoprendo ad esempio che la prima a morire è stata la ragazza e che Daniele, ormai ferito, prima di uscire sul pianerottolo per tentare la fuga, ha afferrato il telefonino per chiedere aiuto ma non c’è riuscito. Nel tentativo disperato di aprire la schermata e formulare un numero, il giovane ha scattato uno screenshot dello schermo bloccato. Lo racconta lo smartphone trovato per terra in cucina sporco del suo sangue. Fa rabbrividire ciò che è successo dopo. Il giovane, ferito e sanguinante, guadagna la porta d’uscita inseguito dall’omicida che lo stende sui gradini e lo finisce con altri colpi diretti quasi tutti all’altezza del cuore e al volto. Scene terribili che avvengono non senza testimoni. Uno racconterà agli investigatori di aver udito rumori e urla provenire dall’appartamento sopra di lui. «Pensavo fossero dei ladri così mi sono affacciato sulle scale gridando che avrei chiamato la polizia», racconterà il testimone che dallo spioncino ha poi assistito alla scena dell’orrore. Da quella postazione ha visto una figura che si trascinava per le scale e «una persona che si avvicinava e lo colpiva più volte mentre la persona a terra implorava il soggetto che lo stava colpendo dicendogli più volte: basta, basta, basta!». Subito dopo l’assassino, indisturbato, scende le scale ed esce dal portoncino della palazzina dove viene visto da un altro testimone che si trova in strada. Quest’ultimo vedrà l’assassino allontanarsi a piedi impugnando un grosso coltello nella mano sinistra. Erano le 20,54 di quel lunedì 21 settembre, dai tabulati delle telefonate fatte dalle vittime, risulterà che tutto si è compiuto in poco più di dieci minuti. In quel frangente lo studente d’infermieristica si è recato, secondo gli inquirenti avendo premeditato tutto, nell’appartamento di via Montello dove aveva già abitato per cui aveva conservato la copia delle chiavi. Con quella è entrato in casa dove la giovane coppia aveva da poco finito di cenare. Poco prima la ragazza con il suo Iphone aveva scattato una foto al ragazzo mentre entrava in cucina per la cena. Quella foto così intima viene inviata su un gruppo WhatsApp di amici. È l’ultima volta che Eleonora userà il telefonino. Il suo fidanzato, invece, prima di rientrare era stato da sua madre per ritirare un dolce. La madre gli manderà un messaggio alle 20,44, forse per sapere se il dolce era piaciuto, al quale il figlio non risponderà. Tra le 20,45 e le 20,55, saranno molti i telefoni che si metteranno in funzione in quella palazzina. Sono le telefonate che gli inquilini, preoccupati dalle grida di aiuto e dai rumori che provengono dall’appartamento del primo piano, fanno alle forze dell’ordine; che quando arriveranno sarà troppo tardi. Questi i dieci minuti di violenza ceca che per capire da cosa è stata alimentata bisognerà ancora attendere. Nazareno Dinoi

Alessandro Cellini per ilmessaggero.it l'1 ottobre 2020. È pentito per quello che ha fatto, Antonio De Marco, l’assassino reo confesso di Daniele De Santis, 33 anni, e della fidanzata Eleonora Manta, 30. O meglio, è pentito per quello che è scritto nel decreto di fermo della Procura di Lecce, perché lui quei fatti raccontati in modo dettagliato non li ricorda affatto. Non ricorda le pugnalate mortali alla coppia né la pianificazione del delitto. Una gran confusione che ha palesato ai suoi legali, gli avvocati Andrea Starace e Giovanni Bellisario, che ieri mattina sono andati a trovarlo in carcere. Ora è in isolamento, così come disposto dalle misure anti-Covid, sotto vigilanza continuativa, nel carcere di Borgo San Nicola, a Lecce. I suoi difensori lo hanno trovato «scosso e provato, consapevole della gravità e della delicatezza della situazione. È molto confuso e sofferente rispetto a quello che è successo». Insieme hanno preparato quella che sarà la giornata di oggi: questa mattina, infatti, comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari Michele Toriello per l’interrogatorio di convalida del fermo. Risponde dell’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà, e di porto di armi o oggetti atti ad offendere. A lui sono arrivati i carabinieri della compagnia di Lecce, dopo un’indagine certosina durata una settimana, culminata con l’arresto lunedì sera. In caserma, quella notte, De Marco aveva confessato subito. «Sì, sono stato io a uccidere Daniele ed Eleonora», aveva detto ai militari e ai magistrati della Procura salentina. Il movente, per quanto assurdo possa sembrare, è la felicità altrui; e, di conseguenza, l’infelicità propria. «Sono solo, non ho amici, non faccio nulla se non studiare – aveva continuato, come un fiume in piena – Mi montava la rabbia a vedere Daniele ed Eleonora sempre così felici». Ieri, intanto, una nuova perquisizione nella stanza affittata in via Fleming, sempre a Lecce, a poche centinaia di metri dal luogo dell’omicidio, ha permesso ai carabinieri di sequestrare altro materiale. Nello specifico, un altro foglietto simile a quelli persi a casa delle vittime. E anche in questo caso, vi sarebbero riportati appunti sulle modalità con cui portare a termine l’omicidio. Una scansione temporale dei movimenti che avrebbe dovuto rispettare quella sera, dal momento dell’uscita da casa fino al suo rientro, dopo l’omicidio. È riportato a mano il percorso da seguire, sono cronometrati anche i tempi di percorrenza e della permanenza nella casa, luogo del delitto. Un’ora e mezzo: tanto sarebbe dovuto durare il tutto. E, molto probabilmente, il 21enne in quel tempo avrebbe anche voluto far sparire i cadaveri o cancellare tutte le tracce, visto che aveva portato anche varechina e soda caustica. Nei biglietti ritrovati in via Montello, De Marco aveva appuntato il tragitto migliore per evitare le telecamere di videosorveglianza sparse un po’ ovunque in città. Un tentativo vano, visto che è stato inquadrato a più riprese, e quei video sono risultati utilissimi agli investigatori. Tutto, in ogni caso, porta a quel rapporto difficile tra la coppia di fidanzati e il 21enne, che in due distinte occasioni aveva preso in affitto una stanza all’interno dell’appartamento di via Montello, a pochi passi dalla stazione ferroviaria di Lecce. E gli investigatori continuano a scavare in quella convivenza – difficile, come aveva confidato Eleonora ad un’amica – alla ricerca di qualche elemento che possa in qualche modo spiegare una follia omicida così feroce. Un’azione portata a termine in nove minuti, durante i quali De Marco avrebbe agito «con spietatezza e totale assenza di ogni sentimento di compassione e pietà verso il prossimo», si legge nel decreto di fermo. Ieri intanto, alcuni degli effetti personali appartenuti al giovane arbitro e alla sua fidanzata uccisi lunedì 21 settembre sono stati consegnati dagli investigatori ai familiari delle due vittime. Si tratta di oggetti personali, tra cui portafogli, chiavi e una catenina d’oro, rinvenuti nella casa dove è avvenuto il duplice omicidio ma che non fanno parte dei reperti necessari alle indagini e che non saranno sottoposti a perizia da parte dei Ris di Roma la prossima settimana.

Alessandro Cellini per “il Messaggero” il 30 settembre 2020. I primi contatti tra il killer Antonio De Marco e una delle due vittime Daniele De Santis avvengono il 29 ottobre dello scorso anno. Messaggi su Whatsapp in cui De Marco chiede al giovane arbitro la possibilità di prendere in affitto una stanza nell'appartamento di via Montello. È in quel momento che i due si conoscono. Successivamente l'assassino conoscerà anche la fidanzata di Daniele, Eleonora. Ma i rapporti tra i tre non vanno mai oltre le normali dinamiche tra proprietario di casa e affittuario, tanto che Daniele registra sul cellulare il numero di De Marco sotto il nome ragazzo infermiere. Nient' altro. E ad un generico infermiere si riferirà in seguito Daniele quando ne parla con Eleonora. Non con il nome di battesimo. Quel 29 ottobre De Marco dice in un messaggio che quella stanza va bene, «è anche vicina alle fermate degli autobus», scrive. Comoda per seguire le lezioni di Scienze infermieristiche. Vi rimarrà un mese. Il 30 novembre va via, e la coppia non ne sente più parlare fino al 6 luglio, quando il 21enne si rifà vivo e manda un altro messaggio sul cellulare di Daniele. La camera gli serve nuovamente, sarebbe l'ideale perché deve cominciare il tirocinio universitario e da lì, con i mezzi, è facile raggiungere l'ospedale Vito Fazzi di Lecce. I due si mettono nuovamente d'accordo, e Daniele scrive alla fidanzata che sarebbe tornato l'infermiere. «Entrambi commentavano con una risata si legge nel decreto di fermo scrivendo testualmente ahahah, il possibile ritorno del medesimo, e la ragazza chiosava scrivendo torna tutto come prima. Tale scambio di battute - è scritto ancora nel provvedimento - è da ricondurre verosimilmente alla volontà dei due di deridere il ragazzo in ragione di un possibile episodio accaduto durante la sua permanenza in quella casa, dal 30 ottobre al 30 novembre 2019». Una permanenza, quella dello scorso anno, non priva di problemi. Tanto che un'amica di Eleonora dice agli investigatori: «Eleonora ultimamente non si trovava a suo agio, poiché l'appartamento era condiviso da altre persone». Chissà cos' è accaduto in quel mese. Perché una delle ipotesi è che tutta la furia della scorsa settimana abbia avuto origine allora. Tanto che il 3 luglio scorso De Marco condivide sul proprio profilo Facebook un post tratto dal blog Universo Psicologia, dal titolo Desiderio di vendetta, corredato da un commento: «Un piatto da servire freddo... è vero che la vendetta non risolve il problema, ma per pochi istanti ti senti soddisfatto». E due emoticon sorridenti. Vendetta nei confronti di Eleonora e Daniele? E perché solo tre giorni più tardi chiede proprio a Daniele di utilizzare nuovamente la stanza dell'appartamento di via Montello? Forse il risentimento è successivo, quando Daniele gli comunica che deve lasciare la casa perché ci andrà a vivere con Eleonora? Ma mai - ha spiegato ieri il comandante provinciale dei carabinieri di Lecce, il colonnello Paolo Dembech - De Marco ha contestato la richiesta di liberare la stanza. Domande che per il momento non trovano risposta. Sono poche le risposte, in questa storia. E poche le persone che possono dire di conoscere il killer. Pochi lo ricordano, nel suo paese, a Casarano. Qualcuno lo descrive come una persona tranquilla, che passa inosservata. Talmente tranquilla, anche dopo l'omicidio, che il giorno dei funerali di Daniele ed Eleonora lui era a una festa. Dopo l'omicidio, De Marco ha cancellato il numero di Daniele dal suo cellulare. Probabilmente l'ha anche bloccato, forse per evitare che gli inquirenti risalissero a lui attraverso le chat. Un tentativo vano.

Carlo Vulpio per il “Corriere della Sera” il 30 settembre 2020. È come se si fosse materializzato dal nulla e un brutto giorno tutti si fossero accorti di lui. Fino a quel momento, fino a quando le sue mani non si sono macchiate del sangue innocente di Eleonora Manta e Daniele De Santis, sembra che nessuno conoscesse o avesse anche solo sentito parlare di Antonio Giovanni De Marco, ventuno anni, studente fuori sede in Scienze infermieristiche. Antonio è nato qui, a Casarano, nel Basso Salento, in una cittadina di ventimila abitanti che fu uno dei più importanti poli calzaturieri d'Italia fino alla fine del secolo scorso, e qui ha vissuto per diciannove anni. Eppure nessuno lo conosce, nessuno ne sa nulla, nessuno lo ha mai visto. Di Antonio De Marco non sa nulla il sindaco di Casarano, Ottavio De Nuzzo, geometra, che tra i suoi clienti ha avuto i genitori e finanche i nonni di Antonio. Non ne sanno nulla gli amici di Salvatore De Marco, il padre di Antonio, quelli che andavano a caccia con lui e lo definiscono «un bravo falegname e un gran lavoratore, rispettosissimo delle regole, tutte, quasi un calvinista, e lo stesso vale per sua moglie Rosalba Cavalera». Ma di Antonio, nulla. Non ne sa niente il proprietario della palestra Gym Center, frequentata da Antonio fino a due anni fa, quando non si era ancora trasferito a Lecce. Non ne sanno nulla gli altri frequentatori della stessa palestra, e nemmeno i suoi colleghi di corso all'ospedale Vito Fazzi di Lecce, persino quelli che erano con lui alla festa di compleanno di una tirocinante, tre giorni fa, la sera in cui si stavano celebrando i funerali di Eleonora e Daniele. Antonio De Marco, a Casarano, non se lo ricorda nessuno. Della sua famiglia, tutti sanno tutto, anche fino alla terza generazione e ai suoi nonni materni Amleto e Anita. Ma di Antonio, non un ricordo dell'asilo o delle elementari o delle superiori. Solo una immagine lontana e sfuocata di lui chierichetto nella chiesa della Madonna della Campana. Lo stesso oblio della profonda provincia salentina accompagna Antonio a Lecce, il capoluogo, la città del barocco accecante, sede dell'università, dove Antonio non ha bisogno di nascondersi perché tanto nessuno lo vede. Introverso, taciturno, solitario, pensieroso, ma all'apparenza tranquillo e rassicurante, parla come tanti suoi coetanei. Senza usare la voce. Soltanto con le chat, gli sms e qualche commento sui social network. Per il resto, la sua vita è un mistero. Chi frequenta quando ha finito di studiare, dove va, con chi condivide i suoi momenti intimi, è una zona oscura della sua esistenza. O forse è proprio questa la sua esistenza reale, che lui stesso ha deciso di oscurare, come quando si è vestito di nero, ha celato il volto dentro un cappuccio e ha eseguito il suo piano criminale con una brutalità nettamente in contrasto con il suo viso delicato, efebico, e con i suoi modi gentili, mai rudi e persino quasi mai virili. Quando Daniele De Santis ha affittato ad Antonio una stanza del suo appartamento in via Montello, un anno fa, se lo è «messo in casa» anche perché convinto di avere a che fare con un ottimo ragazzo. I due hanno convissuto insieme in quell'appartamento, dove ogni tanto Eleonora andava a trovare Daniele, per diversi mesi. E per un intero anno - dal 29 ottobre 2019 al 17 agosto scorso - hanno chattato con assiduità. Poi, qualcosa si è rotto. Eleonora, che sempre più spesso si fermava in quella casa con Daniele e con lui aveva deciso di convivere, diceva di sentirsi a disagio per la presenza di Antonio e confidava a un'amica d'infanzia il suo stato d'animo. Mentre Antonio cominciava a sentirsi «tradito» e «abbandonato», voleva rimanere in quella casa, anche se a viverci stabilmente sarebbero stati in tre, e non più soltanto lui e Daniele. Quando capisce che è finita, si rifugia sul web, e qui, il 3 luglio, trova e condivide un post su un articolo intitolato «Psicologia della vendetta», che, in un delitto ancora senza movente come questo, andrebbe analizzato parola per parola: «Il desiderio di vendetta - dice il post che attira l'attenzione di Antonio De Marco - è una emozione che fa parte dei nostri impulsi più elementari quando siamo vittime di un'aggressione o di un'ingiustizia. Non è però utile ad alleviare le sofferenze: se da una parte fantasticare la vendetta può essere liberatorio, non si deve esagerare perché rischia di peggiorare le cose». Il commento di Antonio al post è eloquente: «Un piatto da servire freddo È vero che la vendetta non risolve il problema, ma per pochi istanti ti senti soddisfatto», più due emoticon di risate. Poi, il 6 luglio, invia a Daniele un sms con cui gli chiede per l'ultima volta di affittargli quella stanza in casa sua. Non sappiamo cosa è successo dopo. Sappiamo solo che Antonio si materializza di nuovo quando va e uccide.

Da corriere.it l'1 ottobre 2020. Antonio De Marco «ha risposto a tutte le domande che sono state poste» durante l'interrogatorio durato circa tre ore. Lasciando il carcere di Lecce gli avvocati Andrea Starace e Giovanni Bellisario, difensori dello studente reo confesso del duplice omicidio dei fidanzati di Lecce, Daniele De Santis ed Eleonora Manta, per il quale il gip ha convalidato l'arresto. «L'atteggiamento del nostro assistito è stato collaborativo — hanno detto all'uscita dal carcere i difensori — fornendo la ricostruzione dei fatti». «Ha risposto a tutte le domande», hanno ribadito i legali che però non hanno aggiunto altri in particolare in merito al quesito se De Marco abbia fornito indicazioni relative al movente, che secondo le dichiarazioni del reo confesso, sarebbe l'invidia e la rabbia per la felicità della coppia. Ai giornalisti che chiedevano se lo studente fosse apparso pentito, agli avvocati hanno risposto che De Marco «è ancora molto scosso e provato per l'accaduto ». I difensori stanno valutando se richiedere una perizia psichiatrica. In un breve incontro con i legali prima dell'inizio dell'udienza, De Marco avrebbe escluso ogni coinvolgimento sentimentale nella vicenda.

Da ilmessaggero.it l'1 ottobre 2020. È stato convalidato il fermo, con la conferma della custodia cautelare in carcere, per Antonio De Marco, lo studente di 21 anni reo confesso dell'omicidio dell'arbitro Daniele De Santis e della sua fidanzata Eleonora Manta a Lecce. Davanti al gip il giovane ha confermato la confessione resa ieri in cui si parlava anche di un primo pentimento per quello che era accaduto. De Marco - che si trova in isolamento - sarebbe apparso «scosso» e «provato» ai legali, e a loro dire avrebbe preso coscienza della gravità dei suoi atti. «Ha risposto a tutte le domande che sono state poste», hanno riferito lasciando il carcere di Lecce gli avvocati Andrea Starace e Giovanni Bellisario, difensori dello studente reo confesso del duplice omicidio dei fidanzati. «Ha avuto un atteggiamento collaborativo con gli organi inquirenti e ha risposto a tutte le domande, è ancora molto scosso, molto provato». Sulla possibilità di chiedere una perizia psichiatrica i due avvocati hanno risposto: «Dobbiamo valutare». Nelle ultime ore, in merito al movente dell'omicidio su cui resta ancora un grosso punto interrogativo per gli inquirenti, De Marco ha aggiunto di non avere avuto un coinvolgimento sentimentale nei confronti delle due vittime. «Né nei confronti di Eleonora e neanche di Daniele. Li vedevo pochissimo - ha detto -, una volta rientrato a casa mi chiudevo nella mia stanza e mi isolavo. Avrei avuto bisogno che qualcuno mi aiutasse, ma non ho chiesto aiuto a nessuno».

Da liberoquotidiano.it l'1 ottobre 2020.  Daniele De Santis e la fidanzata Eleonora Manta stavano cenando quando il loro assassino, Antonio De Marco, è entrato nell'appartamento con l'intenzione di torturarli e ucciderli. Le vittime sono state prese alla sprovvista, visto che il killer non ha bussato prima di entrare. Lo ha fatto autonomamente con la copia delle chiavi di casa che aveva, visto che era stato loro coinquilino fino al mese di agosto. Quando sono arrivati sul luogo del delitto, i carabinieri hanno trovato la tavola apparecchiata per metà con una tovaglia, su cui c'erano ancora i residui del pasto, mentre un pezzetto di dolce è stato trovato per terra. A riportare questi dettagli è il Tempo. Gli inquirenti, poi, hanno notato una sedia rovesciata, la spalliera a contatto con il pavimento; sangue ovunque, a cominciare dall'ingresso e sulla parte interna del portoncino; segni sul pavimento che fanno pensare a una colluttazione. Infine i corpi delle due vittime. Quello di Daniele era disteso sulle scale e "presentava numerosissime lesioni da arma da punta e taglio, concentrate soprattutto sulla parte superiore sinistra del torace, sul braccio sinistro e sul volto", come hanno annotato gli investigatori. Il corpo di Eleonora era riverso sul ballatoio del secondo piano, dove si trova l'appartamento della famiglia De Santis, in una pozza di sangue che scorreva lungo il torace e la gamba sinistra. Intanto l'avvocato del reo confesso, Andrea Starace, ha incontrato De Marco in carcere: "È scosso e provato, consapevole della gravità e della delicatezza della situazione", ha detto.

Alessandro Cellini per ilmessaggero.it l'1 ottobre 2020. È pentito per quello che ha fatto, Antonio De Marco, l’assassino reo confesso di Daniele De Santis, 33 anni, e della fidanzata Eleonora Manta, 30. O meglio, è pentito per quello che è scritto nel decreto di fermo della Procura di Lecce, perché lui quei fatti raccontati in modo dettagliato non li ricorda affatto. Non ricorda le pugnalate mortali alla coppia né la pianificazione del delitto. Una gran confusione che ha palesato ai suoi legali, gli avvocati Andrea Starace e Giovanni Bellisario, che ieri mattina sono andati a trovarlo in carcere. Ora è in isolamento, così come disposto dalle misure anti-Covid, sotto vigilanza continuativa, nel carcere di Borgo San Nicola, a Lecce. I suoi difensori lo hanno trovato «scosso e provato, consapevole della gravità e della delicatezza della situazione. È molto confuso e sofferente rispetto a quello che è successo». Insieme hanno preparato quella che sarà la giornata di oggi: questa mattina, infatti, comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari Michele Toriello per l’interrogatorio di convalida del fermo. Risponde dell’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà, e di porto di armi o oggetti atti ad offendere. A lui sono arrivati i carabinieri della compagnia di Lecce, dopo un’indagine certosina durata una settimana, culminata con l’arresto lunedì sera. In caserma, quella notte, De Marco aveva confessato subito. «Sì, sono stato io a uccidere Daniele ed Eleonora», aveva detto ai militari e ai magistrati della Procura salentina. Il movente, per quanto assurdo possa sembrare, è la felicità altrui; e, di conseguenza, l’infelicità propria. «Sono solo, non ho amici, non faccio nulla se non studiare – aveva continuato, come un fiume in piena – Mi montava la rabbia a vedere Daniele ed Eleonora sempre così felici». Ieri, intanto, una nuova perquisizione nella stanza affittata in via Fleming, sempre a Lecce, a poche centinaia di metri dal luogo dell’omicidio, ha permesso ai carabinieri di sequestrare altro materiale. Nello specifico, un altro foglietto simile a quelli persi a casa delle vittime. E anche in questo caso, vi sarebbero riportati appunti sulle modalità con cui portare a termine l’omicidio. Una scansione temporale dei movimenti che avrebbe dovuto rispettare quella sera, dal momento dell’uscita da casa fino al suo rientro, dopo l’omicidio. È riportato a mano il percorso da seguire, sono cronometrati anche i tempi di percorrenza e della permanenza nella casa, luogo del delitto. Un’ora e mezzo: tanto sarebbe dovuto durare il tutto. E, molto probabilmente, il 21enne in quel tempo avrebbe anche voluto far sparire i cadaveri o cancellare tutte le tracce, visto che aveva portato anche varechina e soda caustica. Nei biglietti ritrovati in via Montello, De Marco aveva appuntato il tragitto migliore per evitare le telecamere di videosorveglianza sparse un po’ ovunque in città. Un tentativo vano, visto che è stato inquadrato a più riprese, e quei video sono risultati utilissimi agli investigatori. Tutto, in ogni caso, porta a quel rapporto difficile tra la coppia di fidanzati e il 21enne, che in due distinte occasioni aveva preso in affitto una stanza all’interno dell’appartamento di via Montello, a pochi passi dalla stazione ferroviaria di Lecce. E gli investigatori continuano a scavare in quella convivenza – difficile, come aveva confidato Eleonora ad un’amica – alla ricerca di qualche elemento che possa in qualche modo spiegare una follia omicida così feroce. Un’azione portata a termine in nove minuti, durante i quali De Marco avrebbe agito «con spietatezza e totale assenza di ogni sentimento di compassione e pietà verso il prossimo», si legge nel decreto di fermo. Ieri intanto, alcuni degli effetti personali appartenuti al giovane arbitro e alla sua fidanzata uccisi lunedì 21 settembre sono stati consegnati dagli investigatori ai familiari delle due vittime. Si tratta di oggetti personali, tra cui portafogli, chiavi e una catenina d’oro, rinvenuti nella casa dove è avvenuto il duplice omicidio ma che non fanno parte dei reperti necessari alle indagini e che non saranno sottoposti a perizia da parte dei Ris di Roma la prossima settimana.

Omicidio De Santis, la ricostruzione dei fatti del killer. Notizie.it il 02/10/2020. I fatti dell'omicidio De Santis ricostruiti da Antonio De Marco, il killer. Nell’ordinanza con la quale il gip del tribunale di Lecce, Michele Toriello, ha convalidato il fermo e ha disposto l’ordinanza per Antonio De Marco, il responsabile dell’omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, viene riportata anche la ricostruzione dei fatti dell’omicida e alcune sue frasi. “Il passamontagna – ha detto De Marco – mi è stato sfilato da Daniele, il quale poi mi ha riconosciuto. Ho sentito gridare Andrea. Loro non hanno mai pronunciato il mio nome. Indossavo dei guanti che poi si sono strappati perdendone forse uno solo o un frammento”. Ho dormito fino alla mattina successiva. Mi sono disfatto dei vestiti gettandoli in un bidone del secco di un condominio poco distante dall’abitazione. La fodera faceva parte del coltello che ho comprato”. “Insieme ai vestiti – continua – c’erano le chiavi e il coltello acquistato in contanti. La candeggina l’ho acquistata presso un negozio, quella sera portavo al seguito anche uno zainetto di colore grigio con dentro la candeggina, delle fascette ed il coltello nonché della soda. Ho scritto solo due giorni prima i biglietti. Sono andato a trovare Daniele ed Eleonora convinto di trovare entrambi. Quando sono entrato in casa i due erano seduti in cucina. Ho incontrato Daniele nel corridoio, il quale si è spaventato perché avevo il passamontagna. Dopo aver avuto una colluttazione con lui li ho uccisi. Quando ho colpito lui ha cercato di aprire la porta per scappare. Ho ucciso prima lei e poi ho colpito nuovamente Daniele. Dopo aver lottato con loro – conclude De Marco – sono andato via senza scappare perché non avevo fiato”.

Claudio Tadicini per corriere.it il 2 ottobre 2020. La definisce una «caccia al tesoro», l’uccisione di una coppia felice. La fase centrale del progetto di morte pensato da Antonio De Marco per ammazzare Daniele De Santis e la fidanzata Eleonora Manta, l’atto clou che doveva essere preceduto da «10/15 minuti di tortura» e seguito da «30 minuti di pulizia» e da «15 minuti di controllo generale». Un piano scandito al minuto e scritto su uno dei cinque bigliettini persi dall’assassino dopo il massacro, che prevedeva persino di «scrivere sul muro», forse col sangue delle vittime perché con sé non aveva alcuna bomboletta di vernice. «Sono colpevole, ammetto di averli uccisi. Qualcosa mi ha dato fastidio, ho provato e accumulato tanta rabbia, che poi è esplosa. Mai trattato male: la mia rabbia, forse, era dovuta all’invidia che provavo per la loro relazione». L’universitario di Scienze infermieristiche lo ha ribadito anche al gip Michele Toriello, che ieri mattina in carcere lo ha interrogato e ne ha convalidato il fermo per duplice omicidio aggravato da crudeltà e premeditazione, nonché la detenzione in carcere perché «concreto ed attuale il pericolo che il fermato — se lasciato libero — commetterà delitti della stessa specie». «De Marco è profondamente turbato e sconvolto ed ha risposto alle domande» riferiscono i legali Andrea Starace e Giovanni Bellisario, che non escludono di chiedere una perizia psichiatrica: «È un’ipotesi che valuteremo». Ieri De Marco ha ripercorso le tappe dell’omicidio dei due fidanzati, compiuto la sera del 21 settembre, nonché le fasi preparative: l’acquisto del coltello da caccia, dei vestiti, della candeggina con cui — unitamente ad acqua bollente — voleva far scomparire i cadaveri. La soda che aveva nello zaino, quest’ultimo fatto sparire insieme a coltello e vestiti, invece, l’avrebbe dovuta utilizzare, sempre per pulire, ma «poco prima di uscire». «Non avendo molti amici — ha raccontato De Marco — e trascorrendo molto tempo in casa da solo, mi sono sentito molto triste. Sono andato a trovare Daniele ed Eleonora convinto di trovare entrambi. Sono entrato in casa con le chiavi. Erano seduti in cucina. Ho incontrato Daniele nel corridoio, si è spaventato perché avevo il passamontagna. Dopo aver avuto una colluttazione con lui, li ho uccisi». Il suo piano, ad eccezione della morte dei due fidanzati, suoi inquilini per quasi un anno, non è andato come aveva programmato. La coppia doveva essere legata (l’assassino aveva con sé anche delle fascette stringitubo), prima di essere torturata per un quarto d’ora e quindi uccisa. Un piano subito fallito perché Daniele ha provato a reagire, riuscendo anche a sfilargli la «maschera» che indossava, una calza di nylon con due fori per gli occhi ed una bocca disegnata. «Quando ho colpito lui, ha cercato di aprire la porta per scappare. Ho ucciso prima lei e poi ho colpito nuovamente Daniele. Dopo avere lottato con loro, sono andato via senza scappare perché non avevo fiato. Il passamontagna mi è stato sfilato da Daniele, mi aveva riconosciuto. Ho sentito gridare “Andrea”, ma non hanno mai pronunciato il mio nome. Poi sono tornato a casa mia, in via Fleming, e ho dormito fino alla mattina successiva». Riguardo alla «caccia al tesoro», fase centrale del suo piano, invece, ha riferito di non ricordare cosa intendesse dire né quando ha scritto quel biglietto. Nei cinque bigliettini, oltre al percorso per evitare le telecamere, anche la «scaletta» da seguire una volta entrato in casa: «legare tutti», «accendere tutti i fornelli e mettere l’acqua a bollire», «scrivere sul muro». E poi ancora: «nastrare le dita», «prendere i guanti», «coprire testa», «cambio maglietta vestizione», «prendere coltello e fascette», «slacciare scarpe». Pizzini del terrore ora sostituiti con un libretto di preghiere, diventato il suo unico compagno nelle lunghe giornate in cella.

Tra fumetti e sesso a pagamento, le ore successive all'assassinio del killer di Lecce. Giovanni Antonio De Marco è stato pedinato per tre giorni dai carabinieri dopo il delitto. Dalla banconota con cui ha pagato il libro di fumetti si è risaliti alle impronte digitali. Dai preservativi usati con una escort al suo Dna. Brunella Giovara su La Repubblica il 02 ottobre 2020. Era di pomeriggio, e lui "era un tipo magro, mingherlino, e aveva le occhiaie, questo me lo ricordo bene". Era sabato scorso, 26 settembre, era appena lo scorso weekend. La mattina erano stati seppelliti Daniele De Santis e la fidanzata Eleonora Manta, uccisi nel loro appartamento di via Montello. Chi è stato? Giovanni Antonio De Marco, 21 anni, i carabinieri lo sanno già e quel sabato iniziano un'attività di pedinamento dell'allievo infermiere, e lo seguono a zig zag per le vie di Lecce, in centro e in periferia. Per tre giorni ne studiano abitudini e personalità - intanto arrivano altre conferme dalle utenze telefoniche, altre certezze che fanno dire agli inquirenti "allora è lui. È lui" - e lo seguono a distanza così ravvicinata che a un certo punto lui si accorge di qualcosa, diventa ultrasospettoso, del resto sa di aver perso sul luogo del delitto molti oggetti che possono portare a lui, come è davvero successo. La mascherina chirurgica obbligatoria in questi tempi di Covid, la calza di nylon con disegnati occhi e bocca, i bigliettini con la lista delle cose da fare, una specie di sceneggiatura, una sequenza di azioni da eseguire, e anche i guanti di nitrile blu. Quanti indizi, anzi prove. Quindi il ragazzo è molto preoccupato, e vagabonda per la città, e dalla via Fleming dove abita, in una stanza in affitto, attraversa il centro storico, sfiorando le grandi chiese barocche che sono il vanto di Lecce, e se ne va in periferia per approdare infine qui, in via Santi Giacomo e Filippo all'angolo con via Piero Gobetti, e qui entra in un negozio. Il negozio è "L'angolo del fumetto", dentro c'è il titolare Yuri, un giovane che adesso mostra il braccio e dice "io mi sento male. Guardi, mi viene la pelle d'oca a pensare che lui è entrato qui, da me". Pochi minuti prima che De Marco metta piede nel negozio, Yuri riceve una telefonata dei carabinieri. Si qualificano, gli spiegano di stare sorvegliando un ladro, gli danno alcune istruzioni, e Yuri, pur essendo molto preoccupato di avere un ladro in negozio, esegue. Le istruzioni sono queste: "Se compra qualcosa, non toccare i soldi che lui ti darà". Dagli il resto, ma non toccare i soldi che lui ha toccato. E così succede. De Marco entra - non è un cliente abituale, e poi ha la mascherina sulla faccia - e subito va in fondo al negozio, con una tale fretta che Yuri pensa "ma dove va? Cosa vuole fare?", e lo segue. "È andato verso gli scaffali dei fiumetti giapponesi, ne ha pescato uno, credo a caso, ha fatto dietrofront ed è tornato verso la cassa. Ora, ripensandoci, e sapendo adesso chi era e cosa aveva fatto, penso che sia entrato davvero a caso, per controllare se qualcuno lo stava seguendo". Comunque, De Marco compra un libretto della serie Black Clover, che costa 4,90 euro, lo mette nello zainetto, porge una banconota da 20 euro che Yuri non prende, ma lascia che la appoggi sul banco, mette il resto sempre sul banco, e intanto il ragazzo sconosciuto prende il resto e se ne va. "Non ha detto niente, non ho sentito la sua voce. Ma l'ho guardato, perché pensavo fosse davvero un ladro, e volevo ricordarmelo". Quindi, ricorda bene due cose: era magro, aveva occhiaie profonde, l'unica cosa che si vedesse oltre la mascherina. Un attimo dopo entra un uomo, un carabiniere in borghese. Si presenta, raccoglie la banconota e la mette in una busta di plastica, restituisce un'altra banconota da 20 euro, ringrazia e se ne va. In quel momento esatto, i carabinieri hanno acquisito un'altra prova importante: le impronte digitali, che andranno comparate con quelle trovate in via Montello, e che risulteranno uguali. Intanto, il ragazzo con lo zainetto se ne va, e va a una festa di compleanno: una tirocinante del corso da infermieri professionisti dell'ospedale Vito Fazzi ha invitato tutti, persino lui, il taciturno allievo che non lega con nessuno, e lì si parla dell'omicidio dei due fidanzati, la cosa ha spaventato la città intera, non c'è casa o bar o ristorante o ufficio dove non si parli di quei due giovani trucidati - è il termine più preciso - e di quell'assassino in fuga, ancora da catturare. Poi, De Marco se ne va a casa. I carabinieri, dietro. Va a dormire, certo. Il giorno dopo è domenica, e lui torna dalle parti dell'"Angolo del fumetto", che è chiuso. Ma gira a sinistra e prende via Gobetti. È pomeriggio, De Marco oltrepassa alcuni ristoranti chiusi, bar, case a due piani con le persiane chiuse, poi entra deciso nella porta di una palazzina, qualcuno gli ha aperto, e sparisce. Cosa fa? A quell'indirizzo vive e pratica una escort, che riceve De Marco nel suo appartamento, con cui "ha un rapporto sessuale" che dura poco e che lui paga come da accordi precedenti, per poi andarsene per la sua strada. Un attimo dopo la sua uscita, arrivano i carabinieri. Perquisiscono, sequestrano: "Due preservativi e alcuni fazzolettini utilizzati dal De Marco". Imbustati e repertati, la ragazza è sbalordita, mai le è successa una cosa del genere, non sa che un'altra prova è appena stata acquisita. Il Dna dell'omicida. Anche lei sa che è stato commesso un feroce e duplice omicidio, ma non collega, non capisce cosa stia succedendo. Se lo sapesse, avrebbe i brividi e la paura che adesso ha Yuri, essere stati così vicini a un ragazzo solo apparentemente tranquillo. E lei è la persona che gli è stata più vicina, a quel che se ne sa. Il pomeriggio del giorno dopo - è lunedì 28 settembre - i pubblici ministeri firmano il decreto di fermo, poi convalidato dal giudice per le indagini preliminari. I carabinieri vanno a prendere De Marco alle 21,40 all'ospedale, dove lui fa il tirocinio. È sorpreso a metà, domanda: "Da quanto tempo mi stavate seguendo?". Non ha risposta. Ma c'è un altro indirizzo che conviene andare a visitare, seguendo il peregrinare astioso di questo ragazzo sempre con lo zainetto in spalla, ed è via Pitagora 23, anche questo esattamente dall'altra parte della geografia "normale" di De Marco: via Fleming, l'ospedale, tutto dall'altra parte della città. Qui c'è il negozio Zona militare, specializzato in armi per il softair - repliche di armi, però perfette - abbigliamento militare, mimetiche elmetti e tutto quanto può servire per sembrare un vero militare. Prodotti per la difesa personale, spray al peperoncino. E anche coltelli, di quelli in libera vendita ai maggiorenni, cioè con un solo filo. Chi frequenta questo negozio? "Chi fa survivor, outdoor, campeggio, boy scout, cacciatori, e anche forze dell'ordine", spiega il titolare Alessandro. Qui, in un giorno imprecisato "ma non nell'ultima settimana", De Marco è entrato per comprare il coltello da caccia che ha poi usato per uccidere. Alessandro non lo ricorda: "Non è un cliente abituale, e come tutti aveva sicuramente la mascherina in faccia. Il pensiero che sia venuto qui a comprare un coltello, mi fa star male. Noi siamo sportivi, ma non ricordo che tipo di coltello possa avere comprato. Ne vendo tanti...". L'arma del delitto è sparita. De Marco ha poi spiegato di averla buttata in un cassonetto, ma accanto al cadavere di una delle sue vittime è stata trovata "una guaina da coltello in tessuto di colore nero della lunghezza di cm 29". Quale coltello può aver custodito, questa guaina di cordura? Un coltello alla Rambo, con seghetto e tranciafili. Un coltello da caccia, manico nero scanalato. Il modello più corto costa 29,90 euro. Ma lui ne ha preso uno più lungo, per il lavoro che intendeva fare ne ha voluto uno decisamente più grande, con una bella lama lucente, forse avrà speso 40 euro, anche meno, Alessandro non ricorda quel cliente giovane, quindi non ricorda neanche il modello esatto del coltello, ma ha consegnato i filmati delle telecamere, così si potrà ricostruire in quale giorno preciso il ragazzo con lo zainetto è entrato, puntando dritto alla vetrinetta delle armi da taglio, ha soppesato vari articoli, ne ha scelto uno che gli piaceva e che si adattava bene alla mano. Poi se ne è andato verso la sua missione.

Duplice omicidio Lecce: il killer in carcere ha chiesto solo un libro di preghiere. Antonio De Marco è accusato di aver ucciso i fidanzati Daniele De Santis ed Eleonora Manta. Alberto Nutricati il 04 Ottobre 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Un libro di preghiere. Questa l’unica richiesta formulata dal carcere da Antonio De Marco, 21enne casaranese, reo confesso del duplice omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta. A renderlo noto è Andrea Starace, che, assieme a Gianni Bellisario, compone il collegio difensivo di De Marco. Gli avvocati hanno avuto un incontro con il loro assistito nel carcere di Borgo San Nicola. «Un ragazzo provato»: così lo definisce Starace, che non esclude la possibilità di richiedere una perizia psichiatrica. Al momento però non è stata richiesta alcuna perizia, anche se in queste ore il collegio difensivo sta valutando se procedere in quella direzione o meno. Nel frattempo, continuano a ritmo serrato le indagini dei carabinieri, allo scopo di colmare alcune lacune che permangono nonostante la confessione rilasciata dal giovane. Parole che lasciano un buco nero proprio sul movente. Lo scorso venerdì la Procura ha conferito al consulente Silverio Greco l’incarico di passare al setaccio computer, smartphone e tre pen drive sequestrati nell’appartamento di via Fleming, dove risiedeva il 21enne studente di scienze infermieristiche. La difesa, invece, non ha inteso nominato alcun consulente di parte. Gli accertamenti tecnici sulle tracce biologiche e sulle impronte dattiloscopiche presenti sul materiale acquisito dai militari durante il pedinamento del 21enne saranno condotti dai Ris di Roma. In questo caso, l’incarico sarà affidato domani. L’attenzione dei carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche si soffermerà sui preservativi utilizzati da De Marco nel rapporto avuto domenica sera con una escort e sulla banconota da 20 euro usata dal giovane per l’acquisto di un fumetto giapponese in un’edicola di Lecce. Diversi gli interrogativi ai quali gli investigatori cercano di dare una risposta. Uno di questi riguarda il significato della scritta «caccia al tesoro», trovata su uno dei bigliettini persi dal 21enne nell’allontanarsi dalla scena del crimine. Non manca chi ritiene si tratti di una sorta di sfida lanciata agli inquirenti. Tra l’altro, su questo punto De Marco non ha fornito risposte nel corso dell’interrogatorio dinanzi al gip Michele Torriello, che giovedì scorso ha convalidato il fermo. De Marco è attualmente in isolamento giudiziario nel carcere di Borgo San Nicola. L’isolamento sarebbe dovuto terminare venerdì e il reo confesso sarebbe dovuto essere trasferito nelle celle ordinarie. Al momento, però, si è ritenuto opportuno prorogare il regime più restrittivo, anche per evitare contatti con gli altri reclusi.

Michelangelo Borrillo per corriere.it il 5 ottobre 2020. Una foto prima visibile e poi scomparsa su Whatsapp. È uno degli elementi che ha avvalorato l’ipotesi di fuga di Antonio De Marco, il 21enne tirocinante infermiere che ha confessato l’omicidio di Eleonora Manta e Daniele De Santis. Se l’elemento decisivo per individuarlo sono state le telecamere posizionate vicino alla casa di Antonio, l’analisi del telefono dell’arbitro leccese ha contribuito ad avvalorare l’ipotesi di un pericolo di fuga di Antonio: probabilmente aveva capito — dopo i primi giorni in cui le indagini sembravano indirizzate verso un conoscente della coppia di nome Andrea — che gli investigatori erano sulle sue tracce.

La ricerca tra gli ex inquilini. «Non essendo stato rinvenuto alcun segno di effrazione né sul portone dello stabile, né sulla porta di ingresso dell’abitazione delle vittime — si legge nell’ordinanza di custodia cautelare — era ragionevole ritenere che l’assassino si fosse introdotto nell’appartamento facendo uso delle chiavi: ciò che, per l’appunto, lasciava ipotizzare che l’autore del delitto potesse essere proprio uno degli inquilini. La circostanza che l’aggressione avesse avuto inizio nella cucina dell’appartamento induceva, invero, ad escludere l’ipotesi che le vittime avessero aperto la porta all’assassino: più logico ipotizzare che l’assassino si fosse introdotto nell’appartamento sorprendendo le due vittime ed aggredendole». Tra i numerosi recenti inquilini, l’attenzione degli inquirenti si è concentrata su Giovanni De Marco, registrato sul telefono del De Santis sotto il nome di «Ragazzoinfermiere Via Montello», «non tanto per i 55 messaggi scambiati tra i due sull’applicazione Whatsapp tra il 29 ottobre 2019 e il 17 agosto 2020, quanto per il fatto che, accedendo all’applicazione Whatsapp, mentre il 24 settembre 2020 la foto profilo di De Marco risultava visibile, il 28 settembre 2020 la foto non risultava più visibile, segno – come è notorio — che De Marco aveva cancellato (o bloccato) De Santis dai propri contatti, ovvero aveva cancellato la sua foto/profilo». Un passo falso che non è passato inosservato agli occhi degli inquirenti e che ha contribuito a supportare l’ipotesi di fuga di Antonio che ha portato a far scattare il fermo lo stesso 28 settembre, a una settimana dall’omicidio.

La visita in carcere della sorella. A 14 giorni dal duplice delitto, inizia oggi una settimana in cui si approfondirà la ricerca di riscontri per verificare l’attendibilità della confessione di Andrea arrivata dopo il fermo. È atteso per oggi, infatti, il conferimento ai Ris di Roma dell’incarico di eseguire accertamenti tecnici sulle tracce biologiche e sulle impronte di Antonio. Che ieri, in carcere (dove si trova in regime di sorveglianza continuata), ha ricevuto la visita della sorella Mariangela: un’ora di colloquio nell’istituto di Borgo San Nicola di Lecce, in cui la ragazza — nel primo incontro che il reo confesso ha avuto con un membro della famiglia dopo una settimana di detenzione — avrebbe chiesto ad Antonio di raccontare tutta la verità. A partire dal principale punto oscuro della vicenda: il movente.

Omicidio Daniele e Eleonora, per Antonio De Marco il primo incontro con un familiare dopo l'arresto. La Repubblica il 4 ottobre 2020. La sorella ha fatto visita in carcere allo studente 21enne reo confesso. In cella continua ad avere la sorveglianza continuativa e ad essere solo, nonostante sia stato revocato l'isolamento. Un'ora di colloquio in carcere a Lecce con la sorella maggiore. E' il primo contatto con i familiari che il 21enne Antonio De Marco ha avuto dopo l'arresto del 28 settembre per l'omicidio confessato dell'arbitro salentino Daniele De Santis e della sua fidanzata Eleonora Manta. Il giovane di Casarano, studente alla scuola infermieri dell'ospedale Fazzi di Lecce, continua ad avere la sorveglianza continuativa e ad essere solo in cella, nonostante sia stato revocato l'isolamento giudiziario dopo la convalida del fermo da parte del gip Michele Toriello. Non ha chiesto di avere in cella la televisione né di  leggere i giornali, ma solo dei libri. Tra quelli che gli sono stati dati e che sono in dotazione alla libreria del carcere c'è anche un opuscolo di preghiere che il cappellano del carcere dona ai detenuti. Intanto lunedì 5 ottobre, a Roma, è previsto il conferimento dell'incarico agli investigatori del Ris di Roma per le analisi su tutto il materiale biologico raccolto nel luogo del delitto in via Montello a Lecce.

Fidanzati uccisi a Lecce, l'interrogatorio del killer: «Quel giorno non mi sono fermato». E’ uno dei passaggi dell’interrogatorio reso dal 21enne Antonio De Marco nei giorni scorsi davanti al gip Michele Toriello, emerso oggi. La Gazzetta del Mezzogiorno il 07 Ottobre 2020. «È stato un mix di tante cose, non so neanche io. A volte venivo assalito da crisi di rabbia, ogni tanto avevo delle crisi in cui scoppiavo a piangere all’improvviso. Mi sentivo solo. Come vuoto e solo, e non riuscivo a controllare i pensieri». E’ uno dei passaggi dell’interrogatorio reso da Antonio De Marco nei giorni scorsi davanti al gip Michele Toriello, emerso oggi. Nel verbale dell’interrogatorio il 21enne reo confesso dell’omicidio dei due fidanzati salentini, Daniele De Giorgi ed Eleonora Manta, parla anche delle crisi che avrebbe avuto il giorno dell’omicidio e di gesti autolesionisti, mostrando una cicatrice su una delle caviglie. Un’ustione che a suo dire si sarebbe procurato con la lama di un coltello. «Ci sono stati dei momenti - ha detto ancora - in cui magari sono stato tentato di rubare magari qualche farmaco dall’ospedale, ma non l’ho fatto. Ho preso solo una scatola di Xanax. Forse per uccidermi, per farmi del male». Nessuna spiegazione logica sul movente del duplice omicidio: «Sarà stato dettato tutto dalle crisi che ho avuto quel giorno - ha detto al Gip - e mi sono deciso a farlo. Alle volte riuscivo a fermare i miei pensieri, sia quelli autolesionistici che quelli magari rivolti ad altri, quel giorno no». 

Da ansa.it l'8 ottobre 2020. Potrebbero essere state due delusioni d'amore a scatenare la rabbia che ha portato Antonio De Marco ad uccidere barbaramente a Lecce l'arbitro Daniele De Santis e la sua fidanzata Eleonora Manta. E' quanto si evince da un passaggio dell'interrogatorio reso dall'assassino reo confesso davanti al gip, nel quale comunque non spiega il movente delitto. Alla domanda del giudice se avesse avuto una delusione amorosa, un amore non corrisposto, il 21enne aspirante infermiere risponde "Sì, un paio di mesi fa qui a Lecce. Una compagna di corso. Non ci sono uscito, ci frequentavamo nell'ambito universitario, ma lei mi ha detto che dovevano restare amici". Alla domanda del gip se l'essere stato in qualche modo respinto possa essere un "ingrediente della tua rabbia": De Marco risponde "Si".  

Duplice omicidio Lecce, il 21enne reo confesso: «Una delusione amorosa ha contribuito alla mia rabbia». Non è ancora chiaro il movente dell'omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta, ma il giovane riporta di essere stato respinto da una compagna di corso, e questo ha aumentato il suo disagio. La Gazzetta del Mezzogiorno l'08 Ottobre 2020. «Il fatto di essere stato in qualche modo respinto da una tua compagna di corso può essere un ingrediente della tua rabbia?», domanda il giudice a Antonio De Marco, assassino reo confesso dei due fidanzati di Lecce. Il 21enne risponde senza tentennamenti: «Sì». Con passare del tempo comincia a delinearsi, se non il movente, almeno il motivo della furia belluina con la quale Antonio, studente universitario di 21 anni, ha ucciso il 21 settembre scorso, nel loro appartamento di Lecce, l’arbitro Daniele De Santis e la sua fidanzata Eleonora Manta. Avevano 33 e 30 anni ed erano al loro primo giorno di convivenza nell’appartamento in cui lo stesso killer aveva abitato fino a pochi mesi prima assieme ad Eleonora e ad altri ragazzi. Dal verbale di interrogatorio di 71 pagine reso dall’assassino reo confesso davanti al gip di Lecce Toriello durante l’udienza di convalida del fermo per il duplice omicidio, il 21enne non spiega il movente delitto, ma parla di due delusioni d’amore. Alla domanda del giudice se avesse avuto una delusione amorosa, un amore non corrisposto, il 21enne aspirante infermiere risponde «Sì, un paio di mesi fa qui a Lecce. Una compagna di corso. Non ci sono uscito, ci frequentavamo nell’ambito universitario, ma lei mi ha detto che dovevano restare amici». Aggiunge anche che ci teneva molto a questa ragazza. Chiede il gip: «Durante il corso magari vi sedevate accanto, condividevate pensieri. Ad esempio questo può essere un ingrediente della tua rabbia? Il fatto di essere stato... neanche respinto, voglio dire, non è che ti ha negato l'amicizia, ti ha detto che non voleva essere fidanzata con te». De Marco risponde: «Si». L’interrogatorio prosegue e prende la parola il pm Maria Consolata Moschettini alla quale il giovane confessa una seconda delusione d’amore avuta qualche anno prima, quando era studente alla Facoltà di Biologia. All’epoca si era invaghito di una ragazza liceale, più piccola di qualche anno, Eleonora. Anche in quel caso il giovane avrebbe dichiarato alla ragazza il suo interesse sentendosi rispondere che «stava pensando ad un altro" e di esserci rimasto male. Alla domanda del pm se quando Daniele De Santis gli presentò la fidanzata Eleonora (che aveva lo stesso noma della ragazza che lo aveva respinto) questo gli fece venire in mente la precedente delusione amorosa vissuta anni prima, l’indagato risponde con un secco «No». Dagli atti emerge anche che il giovane, nel 2013 e nel 2019, era stato sottoposto a due interventi di artrodesi vertebrale, ovvero una stabilizzazione delle vertebre della zona lombare che lo aveva molto provato e, per questo, su indicazione dei genitori, era andato da uno psicologo di Casarano (Lecce), la sua città. «Ci sono andato solo per un giorno, più che altro per accontentare i miei genitori - ha detto al giudice - che dopo il secondo intervento, un giorno, mi hanno visto in preda ad una crisi di pianto e l’hanno associata alla patologia». De Marco ha rivelato anche ai magistrati di non aver mai avuto una fidanzata. Da qui forse la sua forte delusione per essere stato respinto per due volte: l’ultima volta due mesi prima di compiere l’atroce delitto di via Montello.

Fidanzati uccisi a Lecce, il killer ai pm: "Arrabbiato perché respinto da due ragazze". Pubblicato giovedì, 08 ottobre 2020  La Repubblica.it. Potrebbero essere state due delusioni d'amore a scatenare la rabbia che ha portato Antonio De Marco ad uccidere barbaramente a Lecce l'arbitro Daniele De Santis e la sua fidanzata Eleonora Manta. È quanto si evince da un passaggio dell'interrogatorio reso dall'assassino reo confesso davanti al gip, nel quale comunque non spiega il movente delitto. Alla domanda del giudice se avesse avuto una delusione amorosa, un amore non corrisposto, il 21enne aspirante infermiere risponde "Sì, un paio di mesi fa qui a Lecce. Una compagna di corso. Non ci sono uscito, ci frequentavamo nell'ambito universitario, ma lei mi ha detto che dovevano restare amici". Alla domanda del gip se l'essere stato in qualche modo respinto possa essere un "ingrediente della tua rabbia", De Marco risponde "Si". Successivamente al pm Maria Consolata Moschettini, nel prosieguo dell'interrogatorio, il giovane confesserà una seconda delusione d'amore avuta qualche anno prima quando era studente alla Facoltà di Biologia nei confronti di una ragazza più piccola di qualche anno. Anche in quel caso il giovane avrebbe dichiarato alla collega il suo interesse sentendosi rispondere che "stava pensando ad un altro" e di esserci rimasto male. Alla domanda del pm se quando Daniele De Santis gli presentò la fidanzata Eleonora (che aveva lo stesso nome della compagna di corso che lo aveva respinto) questo gli fece venire in mente la precedente delusione amorosa vissuta anni prima, l'indagato ha risposto "no". De Marco ha rivelato di non aver mai avuto una fidanzata.

De Marco: "Meditavo l'omicidio di Eleonora e Daniele da agosto. Ho anche pensato di uccidermi". Pubblicato mercoledì, 07 ottobre 2020 da Francesco Oliva su La Repubblica.it. I verbali dell'interrogatorio del 21enne, reo confesso del duplice omicidio dei due fidanzati nel loro appartamento in via Montello a Lecce. Meditava il duplice omicidio già da agosto, senza sapere cosa lo spingesse a pianificarlo. Questo emerge dagli stralci dell'interrogatorio di Antonio De Marco, il giovane studente di Scienze Infermieristiche, omicida reo confesso di Eleonora Manta e Daniele De Santis, uccisi con oltre 60 coltellate nel condominio di via Montello il 21 settembre scorso. Un delitto apparentemente senza un movente, compiuto da una persona che si sentiva sola e insicura rispetto al resto del mondo: "È stato un mix di tante cose, non so neanche io. Molta rabbia e ogni tanto avevo, non lo so, come delle crisi in cui scoppiavo a piangere all'improvviso. Mi sentivo solo. Come vuoto e solo. E questo mi procurava tristezza e rabbia". Una persona chiusa in se stessa, che interagiva con difficoltà con il prossimo, che usava poco i social ed estremamente riservata. Pronta ad esplodere, improvvisamente, in un'azione violenta. "Mi sentivo solo, a volte non riuscivo a controllare i pensieri. A volte venivo assalito da crisi di rabbia". Davanti al gip Michele Toriello, alla pm Maria Consolata Moschettini e ai suoi avvocati difensori Andrea Starace e Giovanni Bellisario, De Marco ha raccontato di aver avuto degli impulsi autolesionistici mostrando agli inquirenti una cicatrice all'altezza della caviglia destra che si sarebbe procurato da solo con una lama incandescente. "C'erano dei momenti in cui desideravo farmi del male, non so esattamente il motivo", ha raccontato il giovane studente di Scienza Infermieristiche. "Ci sono stati dei momenti in cui magari sono stato tentato di... non lo so, di rubare magari qualche farmaco dall'ospedale, ma non l'ho fatto. Anche se ho preso una scatola di Xanax per utilizzarlo io. Forse per uccidermi, per farmi del male". Il male in cui sembrava trovare rifugio alle difficoltà di ogni giorno, in particolare quella di interagire con gli altri. Primi tra tutti i suoi ex coinquilini: in cima a una black list che avrebbe compreso altri nomi, stando alle indicazioni degli inquirenti. Quando Daniele gli ha comunicato per telefono che avrebbe dovuto lasciare casa si sentiva "più arrabbiato del solito". "Sarà stato dettato tutto da delle crisi che ho avuto quel giorno e mi sono deciso a farlo, alle volte riuscivo a fermare i miei pensieri, sia quelli autolesionistici che quelli magari rivolti ad altri". "Quel giorno no?"; "Quel giorno no". De Marco ha così sfogato un rigurgito di violenza represso nei confronti di Daniele ed Eleonora senza nessun movente ma pianificando la sua azione omicida. In maniera certosina "già da agosto quando vivevo con loro". "Non ho fatto sopralluoghi, utilizzavo Google Maps. Le telecamere si vedono anche da lì. Basta indirizzare l'omino vicino alle pareti". Poi l'omicidio e l'intenzione di lasciare un messaggio "forse contro la società, forse un passo biblico che mi veniva in mente in quel momento". Infine la fuga verso casa. A piedi disseminando per strada indizi del suo passaggio che, di fatto, lo hanno inchiodato: residui di guanti, pezzi di bigliettini, la sua sagoma ripresa da alcune telecamere di videosorveglianza. "Non ho visto se qualcuno si era affacciato perché ero praticamente senza fiato e confuso. Ho pensato che mi avrebbero preso. Lo pensavo la sera stessa. Non credevo che l'avrei fatta franca". "Quando sono tornato a casa c'erano i miei inquilini. Sono andato subito in camera, anche l'altro era in camera. Mi sono tolto i pantaloni e la felpa e mi sono poggiato sul letto, poi ho vomitato un po'. Mi sono fatto la doccia. Il giorno dopo ho buttato i vestiti chiusi in sacchetto nei bidoni di un condominio. Non sono andato al lavoro". Ed è rimasto il pensiero di costituirsi, che per giorni gli è balenato in mente. Intanto i carabinieri hanno prelevato un campione di saliva di De Marco nel carcere di Lecce per estrapolare il Dna nel corso di un accertamento che prevedeva il consenso del giovane. Subito dopo è stato riaccompagnato nella sua cella dove è stato trasferito dopo otto giorni trascorsi in isolamento. Nella giornata dell'8 ottobre, intanto, gli avvocati difensori avranno un colloquio con il ragazzo e potrebbe arrivare la richiesta al gip di una perizia psichiatrica per stabilire le condizioni psicofisiche del 21enne al momento del duplice delitto.

Omicidio di Lecce, De Marco andò dallo psicologo: "Avevo crisi di pianto, ma ho fatto solo una seduta". Nei verbali di interrogatorio del 21enne studente di Scienze infermieristiche, reo confesso del duplice omicidio di Eleonora Manta e Daniele De Santis, emerge anche che, su insistenza dei genitori, pochi mesi fa si era rivolto a un professionista dopo una serie di interventi chirurgici. Francesco Oliva su La Repubblica il 09 ottobre 2020. Una seduta da uno psicologo per una crisi di pianto dopo anni di interventi chirurgici per stabilizzare le vertebre. I genitori di Antonio De Marco, reo confesso del duplice omicidio di Daniele De Santis e di Eleonora Manta, avevano intuito il disagio del figlio. E lo avevano spronato affinché accettasse un supporto da parte di uno psicologo. Ma dopo una sola seduta, avvenuta pochi mesi fa, De Marco rifiutò qualsiasi tipo di aiuto esterno. Retroscena inediti sulla vita del 21enne che delineano un profilo sempre più chiaro dell'assassino di via Montello. "Sì sono andato da una psicologo. Per un giorno. Più per accontentare i miei genitori, per il fatto magari che avevo avuto l'intervento", confessa il giovane nel corso dell'interrogatorio davanti al gip Michele Toriello, alla pm Maria Consolata Moschettini e ai suoi avvocati difensori Andrea Starace e Giovanni Bellisario. Ed è proprio uno dei suoi legali, nella parte conclusiva dell'interrogatorio, a chiedere ad Antonio di fornire chiarimenti sulla sua breve esperienza con uno psicologo. Un aiuto, un supporto a distanza di sette anni dal primo intervento chirurgico. L'ultima operazione è stata nel 2019 ed è quella con cui De Marco ha risolto definitivamente il problema. Su un ragazzo così giovane e vulnerabile, probabilmente, simili limitazioni potrebbero averne condizionato la crescita, "sminuendolo come persona". Un dubbio che l'avvocato pone ad Antonio nel carcere di Borgo San Nicola davanti agli inquirenti: "Sminuito come persona? "Penso di no", ribatte lui. Eppure, da tempo, i suoi genitori avevano intuito un certo disagio. Probabilmente legato agli interventi chirurgici che ne avrebbero condizionato l'umore, alimentato i silenzi e acuito la sua difficoltà ad interagire con chi aveva attorno. Così avevano convinto Antonio a cercare un supporto psicologico per superare quel momento no: "Sì, poi ho avuto anche una crisi di pianto e allora anche per quello... loro l'hanno associata all'intervento", ammette il giovane. E "per un solo giorno" va da uno specialista. Poi, però, Antonio rifiuta qualsiasi sostegno. Ripiomba nel suo mondo e si chiuse sempre più in se stesso. In casa. Da solo. E ritornano le difficoltà. "Avevo delle crisi in cui scoppiavo a piangere all'improvviso", conferma al giudice. Prima di pianificare e compiere il duplice delitto.

«Insultati perché difendiamo l’omicida reo confesso di Lecce». Intervista all’avvocato di Antonio De Marco. Valentina Stella su Il Dubbio il 10 ottobre 2020. Andrea Starace: «Secondo queste persone noi difensori ci marchiamo del grave reato di difendere questo imputato». Dopo gli attacchi agli avvocati dei presunti assassini di Willy Montero, ora ad essere nel mirino dei leoni da tastiera sono Andrea Starace e Giovanni Bellisario, i legali di Antonio De Marco, reo confesso del duplice omicidio di Eleonora Manta e Daniele De Santis. Ai due difensori è giunta la solidarietà del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce per cui è «inaccettabile l’idea che l’avvocato possa essere considerato sodale del proprio cliente».

Avvocato Starace, che insulti avete ricevuto?

«Si tratta di commenti pesantemente offensivi apparsi sotto le notizie di stampa che hanno trattato la vicenda. Secondo queste persone noi difensori ci marchiamo del grave reato di difendere questo imputato. Ci scrivono messaggi del genere: «Anche l’avvocato dovrebbe andare in carcere», «non vi vergognate a difenderlo», «se le vittime fossero stati i vostri figli vi sareste comportati allo stesso modo?»».

Quindi la solita equiparazione dell’avvocato con il proprio assistito?

«Esatto. Purtroppo è un fenomeno sempre più diffuso e per questo ancora più inaccettabile. Nell’opinione pubblica sta prendendo sempre più piede questa errata sovrapposizione. Invece ci sono tre aspetti fondamentali che rendono indispensabile l’attività del difensore e che vanno considerati: egli svolge una funzione irrinunciabile ed essenziale in qualsiasi Stato di Diritto e, peraltro, la difesa è un diritto costituzionalmente garantito; la presenza del difensore dell’indagato è una garanzia anche per le vittime, senza di lui il processo non si farebbe e ciò frustrerebbe le istanze delle vittime di condanna del responsabile; il compito dell’avvocato è garantire il rispetto delle regole e delle garanzie del giusto processo e, in caso di condanna, che il Giudice irroghi una pena legale, che soddisfi i criteri ed i requisiti dell’art. 27 Cost. Chiunque può trovarsi ad essere indagato».

Insieme agli avvocati, anche i giudici sono spesso presi di mira quando emettono una sentenza impopolare.

«Chi si discosta dall’opinione di questi leoni da tastiera ovviamente subisce la gogna mediatica. Vale per tutti, avvocati, magistrati, consulenti».

Secondo lei, è già iniziato un processo parallelo per il vostro cliente?

«Io trovo inquietante che la sera stessa dell’arresto, prima ancora che il mio assistito fosse interrogato e confessasse, c’era gente che già in televisione tracciava un profilo psichiatrico del soggetto sulla base del nulla. La sede naturale di queste discussioni è un’aula di Tribunale, non un bar o un salotto televisivo. Il collega Bellisario ed io abbiamo fatto una scelta precisa, ossia quella di cortesia nel rispondere alle domande dei giornalisti, ma contemporaneamente di totale chiusura ad affrontare il processo in sede mediatica. Aggiungo che da parte nostra non è mai uscito e mai uscirà alcun atto che riguarda il processo».

Però ampi stralci dell’interrogatorio di garanzia sono stati pubblicati.

«Non sono usciti da noi difensori. E lo rivendico con orgoglio. Addirittura noi difensori ancora non abbiamo copia dell’interrogatorio di garanzia che forse riceveremo lunedì. I giornali già lo hanno. Con questa distorsione si permette ai forcaioli di manipolare una parte dell’opinione pubblica. Ho fiducia, però, che i magistrati non si lascino condizionare».

Si tratta comunque di una situazione molto delicata.

«Certo. Premesso il massimo rispetto per il dolore delle famiglie delle due vittime, che solo loro possono realmente provare e comprendere, ritengo di poter affermare che questa vicenda ha fortemente destabilizzato anche la famiglia di Antonio De Marco».

De Marco ha già incontrato la sorella, adesso toccherà alla madre.

«Presto i genitori lo incontreranno. La famiglia non lo ha abbandonato. Ma la madre ha comunque sentito il bisogno di scrivere una lettera ai genitori di Eleonora e Daniele in cui non ha inteso affatto giustificare il gesto del figlio, ma solo chiedere scusa per quello che ha fatto. Credo che l’opinione pubblica abbia compreso che l’azione del ragazzo nulla abbia a che vedere con la sua famiglia d’origine».

Il suo cliente rischia il fine pena mai.

«Certo, stiamo parlando di un reo confesso che ha commesso un gravissimo atto, ma ricordiamoci sempre qual è la funzione della pena, quella di rieducare. Si tratta di un ragazzo con forti problematiche che comunque va aiutato psicologicamente, al di là di quello che dirà la perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e di volere. Sicuramente era una persona sola, senza amici e senza fidanzata, taciturna ed introversa, che covava un forte disagio interiore. Nel corso della sua vita pregressa non aveva dato alcun segnale esteriore che potesse far immaginare la commissione del reato in contestazione. Ancora oggi è molto confuso, quasi scioccato, però ora ha acquisito consapevolezza della gravità di quello che ha fatto e anche di quello che lo aspetta».

Il killer di Lecce pensava a un "gesto eclatante" all'interno dell'ospedale Fazzi dove lavorava come infermiere. Su quale fosse l'effettivo progetto dello studente vige il massimo riserbo. Qualche dettaglio in più potrebbe emergere dai colloqui che il giovane ha avviato con gli psichiatri del carcere. Francesco Oliva su La Repubblica il 14 ottobre 2020. Un'azione violenta all'interno dell'ospedale dove Antonio De Marco seguiva le lezioni di Scienze infermieristiche. I propositi di violenza covavano da tempo nella mente dell'omicida reo confesso dell'arbitro leccese Daniele De Santis e della sua fidanzata Eleonora Manta. In cuor suo il 21enne di Casarano aveva pensato di compiere un gesto eclatante all'interno dell'ospedale "Vito Fazzi" ancor prima di mettere a segno il duplice delitto di via Montello. De Marco covava tanta rabbia dentro di sé da tempo e i propositi di far del male a qualcuno aleggiavano nella sua mente già da alcuni mesi. Cosa avrebbe voluto effettivamente fare all'interno del nosocomio Antonio De Marco? Un delitto? Il ferimento di qualcuno? E nei confronti di chi? Magari di un collega o di una collega di corso? Su quale fosse l'effettivo progetto dello studente vige il massimo riserbo. Qualche dettaglio in più potrebbe emergere dai colloqui che il giovane ha avviato con gli psichiatri del carcere di Borgo "San Nicola" nell'ambito di un percorso che dovrebbe condurre De Marco in tempi relativamente brevi ad aprire la scatola dei propri ricordi e a svelare il movente del duplice omicidio. E i segnali che arrivano in questa direzione dal ragazzo sarebbero giudicati "incoraggianti". De Marco, seppur con difficoltà e con molta cautela, sta iniziando ad aprirsi e a confidarsi con chi ha al suo fianco. Una cosa non scontata per un ragazzo introverso e che ha avuto per anni nella propria solitudine il suo miglior amico. E capace di pianificare in modo quasi chirurgico il delitto dei suoi due ex coinquilini portando con sé dei fogliettini. Alcuni enigmatici. Come la scritta a penna "caccia al tesoro" lasciata su uno dei pezzetti di carta il cui significato, da qualche ora, sembrerebbe più chiaro. De Marco non voleva lanciare alcun messaggio di sfida alle forze dell'ordine o al mondo. La chiave di lettura del bigliettino fornita dallo stesso giovane sarebbe molto più semplice. "Caccia" e "tesoro" si riferirebbero alla ricerca di un oggetto che si trovava all'interno dell'abitazione di Daniele ed Eleonora e che lo studente avrebbe voluto portare con sé dopo il duplice delitto. Quale possa essere questo oggetto, però, non è ancora chiaro. Qualcosa di personale che De Marco aveva lasciato in casa o appartenente alla coppia? E quell'oggetto misterioso potrebbe rappresentare il movente dell'omicidio? Domande su domande nella ricerca di un perché da scovare nella mente quasi imperscrutabile del killer e nei file del suo smartphone, del pc e di tre pen drive estratti da un ingegnere informatico e depositati in queste ore in procura in attesa di essere esaminati dagli specialisti di informatica del Ris.

Da ilmessaggero.it il 14 ottobre 2020. «Istinti omicidi anche durante i turni di tirocinio in ospedale tenuti nei corsi di Scienze infermieristiche». Non un sentimento isolato, dunque, ma una pulsione reiterata nel tempo prima di passare all'azione. Lo ha rivelato l'omicida reoconfesso Antonio De Marco, 21 anni, di Casarano, nel corso dei colloqui tenuti in questi giorni in carcere con gli psichiatri, gli psicologi ed il cappellano. Una serie di colloqui mirati a fare luce sulla mattanza che ha sconvolto il Salento e su cui restano molti aspetti poco chiari. Uno tra questi è frase "la caccia al tesoro", presente sugli appunti del killer. Una frase sinora rimasta senza risposta. Dalla casa di Daniele De Santis e di Eleonora Manta - a quanto si apprende - il killer avrebbe infatti voluto portare via qualcosa. Un oggetto simbolico. La prova dell'efferato omicidio consumato la sera del 21 settembre quando li ha ammazzati con 75 coltellate nella loro abitazione di via Montello, a Lecce, dove i due giovani erano appena andati a convivere. Nonostante la difficoltosa ricostruzione che via via viene fuori dai colloqui, Antonio De Marco non sembra ancora determinato a rivelare il movente del suo folle gesto, o per meglio dire la ragione della scelta della sfortunata coppia di giovani fidanzati con cui aveva convissuto per qualche tempo e con cui non c'era stata alcuna frizione evidente. E tantomeno il killer sembra per ora disposto a chiarire la gran parte del contenuti dei cinque foglietti di bloc notes persi durante la fuga. Proprio quei foglietti che hanno permesso agli inquirenti di stringere il cerchio attorno a lui.

Da blitzquotidiano.it il 16 ottobre 2020. Scrive Repubblica che nel pc di Antonio De Marco ci sarebbe un’altra confessione. “Fino a qualche tempo fa non avrei mai pensato di essere in grado di fare una cosa del genere… Purtroppo è successo e non si può tornare indietro“. Queste le frasi, riportano Repubblica e Agi, che sarebbero state trovate dai Ris nel pc del killer di Lecce. Assassino reo confesso che la sera del 21 settembre ha ucciso Daniele De Santis ed Eleonora Manta con oltre 60 coltellate nella loro casa. De Marco ha già confessato l’omicidio e queste frasi sono una ulteriore conferma del suo atroce delitto. Il movente ancora non si sa del tutto chiaramente visto che il giovane studente di infermieristica parla a sprazzi. Intanto si cerca la donna con cui De Marco è stato qualche giorno dopo aver ucciso Daniele De Santis ed Eleonora Manta: le sue dichiarazioni potrebbero essere utili.

Gli istinti omicidi anche durante il tirocinio in ospedale. L’istinto omicida di Antonio De Marco avrebbe potuto scatenarsi anche in ospedale. Lì l’assassino reo confesso  svolgeva il tirocinio per diventare infermiere. È quanto trapela dal lavoro degli esperti sul profilo psicologico dell’omicida. Il 21enne studente di Scienze infermieristiche, che si è detto pentito, ha svelato i pensieri che avrebbero attraversato la sua mente. Pensieri, riporta l’Agi, riguardo ad un gesto eclatante da compiere nelle corsie dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce. Antonio De Marco, secondo quanto rivelato anche dai suoi avvocati, starebbe cominciando a ricordare con maggiore lucidità fatti ed elementi che potrebbero aiutare gli inquirenti a decifrare alcuni aspetti ancora non del tutto chiari della personalità del giovane omicida. Perché ha ucciso proprio all’ora di cena? Il motivo è semplice. Nonostante fosse in possesso di una copia delle chiavi dell’appartamento di Lecce, ogni sera dopo cena, prima di dormire, Daniele De Santis ed Eleonora Manta mettevano un chiavistello alla porta. Per Antonio De Marco a quel punto entrare sarebbe stato più complicato e soprattutto anche più rumoroso dovendo spaccare il chiavistello con la forza, in piena notte. Ecco all’ora perché ha agito all’ora di cena. Entrando con le chiavi e sorprendendo la coppia a tavola. (Fonti Agi e Repubblica).

I "bigliettini" horror della morte. Le parole terribili che hanno annunciato la fine di Eleonora e Daniele. Cosa è successo a Lecce. Evi Crotti, Lunedì 19/10/2020 su Il Giornale. Dall’analisi della scrittura emerge una personalità in balìa di impulsi difficilmente controllabili a causa di un’aggressività distruttiva (allunghi superiori eccedenti e tratto grafico congestionato). Come sempre è difficile prevedere in anticipo il comportamento di persone disturbate emotivamente; sottovalutiamo in genere la possibilità che un disagio possa trasformarsi in atto distruttivo. La grafologia non può dire che la scrittura di una persona appartenga a un cosiddetto “mostro”, però può preventivamente diagnosticare lo stato di disordine psichico e di conseguenza il rischio. Il tumulto del gesto grafico, che si nota in tutti gli scritti del De Marco, manifesta un ragazzo in preda a un disagio interiore, con indicatori di difficoltà a tenere a bada lo stimolo interiore a palesare scatti di violenza. Gli stessi allunghi svettanti verso l’alto segnalano un idealismo esasperato che nasconde un sottofondo di rivalità verso chi, almeno secondo lui, non appaga i suoi desideri e gli stimoli affettivi. Infatti, Antonio è in uno stato di profondo subbuglio, pronto ad assecondare moti di violenza in quanto difficile da contenere. Sicuramente lo stato psichico non appare in equilibrio, come conferma la scrittura disordinata, congestionata, oscura e svettante; la grafologia non può però diagnosticare esattamente la patologia che sottende all’omicidio.

Lecce, fidanzati uccisi: la verità nel diario del killer e in un romanzo dal titolo «Vendetta». Secondo quanto si apprende Daniele De Santis era il primo obiettivo. La Gazzetta del Mezzogiorno il 23 Ottobre 2020. Un diario segreto in cui Antonio De Marco, lo studente 21enne reo confesso dell’omicidio dell’arbitro Daniele De Santis e della fidanzata di quest’ultimo, Eleonora Manta, è stato trovato nella sua abitazione in via Fleming, a Lecce. Assieme al diario sono state trovate pagine dattiloscritte di un romanzo che il giovane stava scrivendo dal titolo 'Vendetta' il cui protagonista aveva come obiettivo di provocare la sofferenza e la morte degli altri. Dal diario si evincerebbe il motivo scatenante della furia omicida: l’ormai incontrollabile sensazione di solitudine del giovane e l’assenza di amore, i ripetuti rifiuti da parte delle ragazze con le quali aveva tentato di avere una relazione, e una profonda solitudine interiore mista ad una rabbia e ad una frustrazione crescente contro tutto e contro tutti coloro che gli apparivano fortunati, brillanti e di successo con le ragazze. Un diario in cui Daniele De Santis comparirebbe solo alla fine, come primo obiettivo solo perché più facilmente raggiungibile dato che il 21enne aveva le chiavi della sua abitazione nella quale aveva abitato per alcuni mesi. Nessun cenno, invece, ad Eleonora Manta con la quale Daniele De Santis, proprio il giorno del delitto, era andato a convivere. Nell’appartamento del killer sono state trovate anche pagine dattiloscritte di un romanzo che il giovane stava scrivendo, il cui protagonista è una sorta di suo 'avatar', chiamato 'Vendetta', un personaggio che aveva come obiettivo di provocare la sofferenza e la morte degli altri. Sarebbe stato lo stesso studente autore del duplice omicidio, compiuto a coltellate nell’appartamento delle vittime in via Montello, a Lecce, il 21 settembre scorso, a rivelare ai propri difensori l’esistenza del quaderno, recuperato nei giorni scorsi e consegnato agli inquirenti.

Fidanzati uccisi a Lecce, il diario del killer: «Perché nessuno mi ama? Qualcuno dovrà pagare». «Quando piango sento dentro una bestia». Linda Cappello su La Gazzetta del Mezzogiorno l'1 Novembre 2020. «La bestia che sento dentro quando piango». La bestia, così Antonio De Marco, l’assassino della coppia di fidanzati leccesi, chiama quel suo male di vivere. Quel turbinio di sensazioni spiacevoli che sfoga con il pianto, con la rabbia, con il desiderio di uccidere. Dalle pagine del diario che nelle scorse settimane è stato consegnato in Procura, emerge tutta la fragilità del 21enne di Casarano, che lo scorso 21 settembre ha accoltellato a morte l’arbitro Daniele De Santis e la fidanzata Eleonora Manta. Il diario (che il giovane aveva cominciato a riempire poco più di un anno fa) inizia così, con una frase scritta in stampatello con la penna rossa: «Motivi per cui noi non siamo normali». E poi a seguire un elenco: «Parlare sempre al plurale; la bestia che sento dentro quando piango; il rifiuto dei 18 anni». Non è dato sapere a cosa si riferisca quest’ultima considerazione, ma potrebbe essere lecito ipotizzare che si possa trattare del rifiuto ricevuto da parte di una ragazza. Ma al momento si tratta solo di una libera interpretazione. Poi accanto, scritto a matita, l’ulteriore prova di quanto fosse profonda la sua sofferenza: «Il fatto di aver voluto morire sotto i ferri (e non solo)». Il riferimento è ad un intervento chirurgico alla schiena al quale De Marco è stato sottoposto in passato. C’è poi un altro stralcio, che risale al 29 dicembre: «Oggi sto male. Non so perché ma oggi non mi sento bene. Vorrei provare ad andare avanti ma non ci riesco. Non voglio piangere». Ma è nella pagina del 7 agosto che Antonio fa riferimento al suo piano omicidiario ed ai motivi della tanta rabbia che ha accumulato dentro. Il contenuto di questa pagina e di altri appunti riportati del diario hanno dato spessore e consistenza al profilo da serial killer individuato dai magistrati della Procura di Lecce e dai carabinieri. Ecco cosa c’è scritto nella pagina del 7 agosto scorso: «Mercoledì ho avuto una crisi mentre stringevo un cuscino ho pensato che a differenza mia gli altri abbracciano delle vere ragazze e così sono scoppiato a piangere. Ho comprato qualche attrezzo…voglio uccidere qualcuno, voglio farlo a pezzi. Ho accettato la stanza, nella stessa casa di F., e ho già le chiavi e da qui quando andrò via potrò uccidere Daniele… mi piacerebbe una donna per prima ma penso che così sarà una buona base di partenza». Il tormento di Antonio De Marco, studente di Scienze infermieristiche, dunque, è quello di non essere amato, di essere stato rifiutato da una compagna di corso: «Ogni giorno che passa sembra che divento sempre meno amato, ma che ci posso fare? Non è colpa mia se nessuna mi ama! Ci sono tanti …ni e teste di c… con un carattere di m… che hanno sempre tutte le ragazze che vogliono. E io che sono gentile con tutti non ricevo mai niente! Qualcuno dovrà pagare, non mi importa chi, perché non sono amato? Perché non posso avere una ragazza?». La difficoltà di relazionarsi con l’altro sesso, l’incapacità di allacciare un rapporto amoroso tormentava l’aspirante infermiere. Sentimenti di odio e di rabbia che affidava alle pagine del suo diario: «Ucciderò tutte le tr… di questo mondo, le ragazze perché sono solo delle tr…, ma perché nessuno mi vuole?». E ancora: «Io non voglio essere così, non voglio diventare così, non voglio, che cosa posso fare? Mi dimostro disponibile con tutti, sorrido a tutti, perché nessuno mi ama?». Odio e rabbia incanalati verso Daniele De Santis, colpevole di essere felice e per questo massacrato a coltellate insieme con la sua fidanzata Eleonora Manta.

Erasmo Marinazzo per “il Messaggero” il 2 novembre 2020. Si dichiara un serial killer già nella prima delle 36 pagine del diario scritto su un quadernone a quadretti con la copertina gialla, lasciato fra gli appunti del corso di Scienze infermieristiche: «I pensieri che faccio e che ho fatto, anche diverso tempo fa, sull' uccidere le persone». «Godere della morte degli altri». «La bestia che sento dentro quando piango». E i toni non cambiano nelle otto pagine dattiloscritte e intitolate «Noi che non siamo stati amati»: sono tutte dedicate alla proiezione di se stesso nel personaggio chiamato Vendetta e i suoi accoliti satanici rappresentati da immagini scaricate da internet. «Vendetta non odia le persone in sé, bensì la loro vita piena delle esperienze che lui non ha mai avuto. È stato proprio questo a spingerlo a commettere il suo primo omicidio». Il diario dell' omicida reoconfesso Antonio De Marco, 21 anni, di Casarano (Lecce) sembra avere sciolto le ultime riserve sul movente delle 75 coltellate inferte la sera del 21 settembre per spazzare via in pochi secondi le vite degli ex coinquilini Daniele De Santis, arbitro di calcio, 33 anni, e della fidanzata Eleonora Manta, funzionaria Inps a Brindisi. «Ho accettato la stanza nella stessa casa di F. perché di questa ho le chiavi e quindi quando andrò via potrò uccidere Daniele», scrive venerdì 7 agosto. «Mi piacerebbe uccidere una donna per prima». Le donne la sua ossessione. Le donne che lo respingono. Un no ricevuto alla scuola superiore e un altro no da una compagna del secondo anno di corso di Scienze infermieristiche a cui De Marco ha dedicato la mail mai spedita e ritrovata nel suo computer dai carabinieri. Non accetta che l' amore possa arrivare senza preavviso. E viene sopraffatto dalla parte peggiore di sé. Da vendetta: «Se Dio, se il destino non vuole che Daniele e altre persone muoiano, allora deve farmi incontrare una ragazza che voglia stare con me - scrive il 21 agosto - Altrimenti non mi fermerò e ucciderò sempre più persone. Ho deciso di intraprendere una vendetta contro Dio, il mondo e la mia vita, la vita che odio così tanto». Chiude con questa promessa il dattiloscritto fatto trovare ai suoi avvocati Giovanni Bellisario e Andrea Starace, nella casa di via Fleming dove era stato visto dirigersi la sera del duplice omicidio dalla telecamera che lo ha inquadrato con i jeans ancora sporchi di sangue e uno zaino giallo in cui si era portato il corredo per torturare e, forse, anche fare a pezzi la giovane coppia con cui aveva convissuto da ottobre dell' anno scorso a marzo e poi da luglio ad agosto. «Ho comprato qualche attrezzo, voglio uccidere qualcuno, voglio farlo a pezzi», sono ancora le sue riflessioni. Seguono due pagine e mezzo di perché scritti in maiuscolo e con una grafia di una persona furiosa. Tra questi perché dichiara la sua misoginia: «Ucciderò tutte le troie di questo mondo. le ragazze sono solo delle troie, ma perché nessuna mi vuole?». Da domani De Marco incontrerà in carcere gli psichiatri forensi Felice Francesco Carabellese ed Elio Serra. Il primo passo verso la richiesta di una perizia psichiatrica.

Omicidio Lecce, Fabiana Pacella: “Perché i giornalisti dovrebbero raccontare la verità ad ogni costo”. Meglio arrivare tardi, in una notizia, ma arrivare bene. Il dovere dei giornalisti è quello di raccontare la verità, senza esasperare la perfezione di alcuni dettagli. Il caso dell'omicidio Lecce lo insegna secondo la giornalista Fabiana Pacella. Catiuscia Ceccarelli su ildigitale.it il 3 ottobre 2020. È trascorso ormai qualche giorno dall’arresto di Antonio De Marco, il giovane studente pugliese che ha ucciso Daniele De Santis e la fidanzata Eleonora Manta in quel condominio in via Mondello a Lecce. Un delitto macabro, cruento e spietato che ha sconvolto l’intera comunità locale. Un dolore amplificato dai media e dai social, diventando corale in tutto il Paese. Lascia tuttora sgomenti il movente del duplice omicidio: la felicità altrui. Ne parliamo con la giornalista salentina Fabiana Pacella.

Omicidio Lecce, l’analisi della giornalista Fabiana Pacella. Una giornalista puntuale, scrupolosa e abituata ad inchieste scomode per amore della verità ha seguito la vicenda sul posto. Si tratta di Fabiana Pacella, salentina e più volte apprezzata a livello nazionale per il suo impegno come giornalista d’inchiesta. Fabiana, te lo aspettavi che l’assassino dei due fidanzati leccesi fosse proprio De Marco, il giovane che sognava di fare l’infermiere? Il male è banale e quando l’indagine è concentrata sulla vita di due persone praticamente noiosa, tanto era normale, diventando un’indagine complessa ti devi aspettare di tutto. Il male è banale ed è intorno a noi. La fisiognomica lo insegna. Basta guardare gli atteggiamenti, il volto e le movenze di qualcuno per capire le potenzialità, nel bene e nel male che una persona può avere. Questo ragazzo, Antonio De Marco ha anche nei tratti somatici ed espressivi delle indicazioni purtroppo precise. È più difficile scavare nella vita di due persone normali. Come hanno fatto gli investigatori, si deve ricostruire tutto da zero. Il colpo di scena te lo aspetti, poi che fosse quel ragazzo o un altro poco importava.

Come si è sviluppata l’indagine? Gli investigatori, sia Carabinieri che Procura sono stati bravissimi a confondere le acque facendo credere a tutti, stampa compresa, che davvero non sapessero dove mettere le mani. Così facendo, si sono blindati in un silenzio totale, guadagnando notevole vantaggio sul colpevole e deludendo l’opinione pubblica che voleva risposte subito, ma anche la stampa. Hanno fatto un lavoro straordinario e hanno avuto la capacità di far vedere quello che non era.

La città di Lecce, la comunità in cui questi ragazzi vivevano la loro quotidianità, ma la Puglia tutta, come ha vissuto l’alone che si è creato intorno a questo delitto? Come sta vivendo ora questo dramma? Siamo tornati alla morbosità del caso Avetrana? Da Cogne in poi, è cambiata la concezione del fatto di cronaca. Un certo modo di fare televisione ha contribuito in questo. I processi celebrati in tv, anche. L’uso del telefonino e dei social ha amplificato il tutto. Ricordo all’epoca di Avetrana, il via vai del turismo del macabro dal luogo del rinvenimento del cadavere di Sarah Scazzi. Le responsabilità non sono mai da una sola parte, vi è una corresponsabilità nel fare informazione. Un certo modo di fare informazione, di fare televisione e un uso errato dei canali di comunicazione come i social ma anche la volontà nostra è importante. Una sottocultura della verità che il più delle volte crea problematiche interiori e sicuramente può inficiare l’esito delle indagini, a meno che gli investigatori e gli inquirenti non abbiano i nervi saldi. Lecce è piombata nella paura perché, quando sono due persone senza problemi, come nel caso di Daniele e Eleonora, a fare una fine del genere si ha il timore che ci sia un mostro che si aggira liberamente per le strade della città che può tornare a colpire.

Il ringraziamento della città di Lecce ai Carabinieri che hanno risolto il duplice omicidio di Daniele ed Eleonora. Secondo quanto ci ha dichiarato la giornalista Fabiana Pacella, la risposta veloce delle forze dell’ordine ha restituito serenità. Ne è testimonianza lo striscione che è stato affisso sul cancello del condominio degli orrori con le facce delle due vittime e con la scritta “Carabinieri grazie”.

Fabiana Pacella e la necessità di una educazione all’informazione. “La gente – continua Fabiana Pacella – ha bisogno di risposte. Bisogna però vedere attraverso quale canale impiegare e che tipo di risposte si danno”. Questa tragica vicenda sottolinea l’importanza di una educazione all’informazione. La storia professionale di Fabiana Pacella giornalista parla da sola. Per le sue inchieste scomode come quella sulla Bcc di Terra d’Otranto e quella che ha portato al commissariamento per infiltrazioni mafiose del Comune di Carmiano, Fabiana Pacella ha subito minacce, messo a rischio il suo lavoro e la sua stessa vita. Ma ha anche ricevuto riconoscimenti prestigiosi come il “Premio Leali delle Notizie in memoria di Daphne Caruana Galizia” e l’encomio al Festival del Giornalismo d’Inchiesta delle Marche. Fabiana, quanto è difficile oggi fare inchieste che possano educare alla giusta informazione? La gente non è stupida. Il cuore, la verità pagano tardi ma pagano sempre. La gente ha bisogno di cuore e di verità. Il modo di raccontare il giornalismo, il modo di fare tv in certi casi tende ad esasperare una perfezione di dettagli macabri dei quali si potrebbe fare a meno. Solo per dimostrare di avere quel dettaglio in più. Questo è un modo spregiudicato di cercare la perfezione. Tu, giornalista, devi dare verità, cosa molto diversa dalla perfezione. Tornando al caso di cronaca di questi giorni, ho letto di tutto, anche particolari davvero sconcertanti su come quel ragazzo avrebbe voluto uccidere le sue vittime. Ma cosa aggiunge ad un servizio di cronaca, quel particolare dettaglio? Nulla. Anche se quelle informazioni sono riportate nelle carte, i familiari le leggeranno, se sarà il caso, ma raccontare sulla stampa, ad esempio che accanto al cadavere è stato ritrovato il suo intestino o che l’assassino voleva bollirli, non è necessario, serve solo a fare cattiva informazione. Si può scegliere cosa dire e cosa non dire.

Che cos’è il giornalismo d’inchiesta? Non dovrebbe esistere un giornalismo d’inchiesta, a mio avviso: il giornalismo o è tale o non lo è. Quando si parla di giornalismo d’inchiesta vuol dire che vi è uno spartiacque netto tra gli impiegati del giornalismo e il giornalista di strada, tra il giornalista che cerca la pappa pronta, un comunicato stampa da rielaborare o i dati già pronti e il giornalista che fa questo mestiere antico tra la gente. Questo non riguarda solo la cronaca, ma ogni ambito. Studiare i profili, cercare magari quella testimonianza scivolata nel silenzio di quei giorni terribili, ascoltare la gente.

Ma l'orrore non ha la bussola. Renato Moro Venerdì 2 Ottobre 2020 su quotidianodipuglia.it. Quando il giudice lesse la sentenza di condanna dei responsabili della morte di Renata Fonte, l'assessora uccisa a Nardò nella notte del 31 marzo di 36 anni fa, il faccendiere Antonio Spagnolo (mandante del delitto) sbottò in aula: «Ho capitato come Gesù!». Quelle parole fecero ridere giudici, avvocati e giornalisti, ma tutto finì lì perché la mancanza dei social e la scarsa attenzione dei telegiornali nazionali negarono un moltiplicatore a quello strafalcione. Oggi non sarebbe così. Oggi anche il mandante del delitto Fonte finirebbe nel parco degli insulti senza passare dal via. E soprattutto oggi il popolo dei social - o, meglio, quella parte di esso abituato a ragionare con i piedi - troverebbe il modo di legare quel verbo sbagliato alla latitudine che ha visto nascere e crescere l'imputato: ignorante, spietato, ambizioso fino a uccidere e figlio di un Sud che viaggia con una velocità tutta sua non solo nell'economia e nella sanità, ma anche nel bisogno di legalità e persino nella grammatica. È così. In questa Italia affetta da diplopia congenita c'è sempre una linea che divide tutto, anche l'indivisibile, ed è la linea immaginaria che separa un Sud liquido, e quindi espandibile al bisogno, da un Nord con i confini chiari e fissati col cemento. La tragica sorte di Eleonora Manta e Massimo De Santis e il conseguente arresto dell'assassino reo confesso offrono l'ennesimo esempio. Dalla sera di quel maledetto 21 settembre spesso ci si è avventurati un una lettura dei fatti che sa di vecchio, che puzza di umidità e muffa per quanto tempo quella lettura è rimasta - e sembra rimanerci ancora - nei cassetti della peggiore sociologia. Il principio, forzando un po' i concetti, sarebbe che se uccidi a Trezzano sul Naviglio o a Trento la colpa è in te, nella famiglia, nella scuola, nel prete che ti ha violentato a dieci anni o nello zio del cuginetto che ti baciava con troppa passione; se invece uccidi a Casarano o Rossano Calabro la colpa è in te, ma anche fuori da te e dal tuo mondo. Soprattutto colpa del Sud, forse delle «case bianche sferzate dallo scirocco sparse lungo poderi ticchiolati di ulivi e fichidindia» (Omar Di Monopoli ieri sul Fatto Quotidiano, c'è da chiedersi dove veda ancora degli ulivi), delle vecchie vestite di nero o magari della salsa fatta in casa, ma venuta acida. Così - tornando a ciò che scrive Di Monopoli -, la Casarano che è stata e sta tornando ad essere una capitale italiana del calzaturiero, che istruisce fino alla maturità i ragazzi di mezzo Salento e che si pone come centro commerciale e produttivo di un territorio vasto quasi quanto il Molise, diventa un «villaggio dimenticato da Dio»». Ciliegine sulla torta la doppia vita dell'assassino che ci ricorda «la polvere nascosta sotto l'ovattata quiete di certi luoghi del Sud»» (Marco Travaglio nel post che su Facebook presenta l'articolo di Omar Di Monopoli) e quella «Terra del male» con cui il redattore ha voluto titolare. Ora, sia chiaro che Di Monopoli è scrittore intelligente e leggibilissimo e che le sue letture non sono certo ferme al “Cristo fermatosi ad Eboli”, ma è pur vero che nell'interpretazione di questi fatti forse si sta un pochino esagerando. Antonio De Marco ha ucciso quei due poveri e innocenti fidanzati in un condominio di Lecce, ma avrebbe potuto farlo in un quartiere di Treviso o nel centro di Bologna. È quello che aveva e ha dentro che interessa. Il percorso che lo ha portato a uccidere che deve essere studiato, non se e perché Dio ha cancellato Casarano dalla sua agenda. Sta accadendo ciò che accadde con la famosa villetta dei Misseri ad Avetrana, dove fu uccisa Sarah Scazzi. Una casa di periferia come tante altre, col giardino davanti e il garage accanto, che potrebbe sorgere a Padova come ad Arezzo, ma quella - proprio quella - divenne il simbolo di un Sud assolato e sonnacchioso (era agosto) che chiude le imposte e gli occhi al passaggio di una ragazzina quindicenne e cerca di coprire i responsabili della sua morte. Non fu colpa di Avetrana, fu semplicemente colpa delle persone che Sarah incontrò il pomeriggio in cui scomparve. E Misseri, zio Michele, è solo un uomo senza scrupoli che ha nascosto il cadavere della nipote e coperto moglie e figlia assassine. Avrebbe potuto farlo a Genova, ma vuoi mettere quel dialetto e quella mattanza di congiuntivi che sembrano legarlo a doppio filo a un Sud ignorante, sgrammaticato e geneticamente delinquente? Siamo alla fiera dei luoghi comuni. Il fatto è che il degrado sociale, la fuga nell'illegalità e la scarsa disponibilità a collaborare con la Giustizia non sono connotazioni prettamente meridionali. Nell'omicidio di Yara Gambirasio, avvenuto a Bergamo, ci sono più tentativi di depistaggio di quanti possa averne messi in atto ad Avetrana la ditta Misseri. Erika e Omar uccisero la mamma e il fratellino di lei a Novi Ligure, in Piemonte. L'unica differenza con Casarano è che lì non si eccelle nella produzione delle scarpe, ma del cioccolato. Olindo e Rosa massacrarono quattro vicini di casa a Erba, nella ricca Lombardia. Prima ancora, 45 anni fa, i tre aguzzini che violentarono e seviziarono Donatella Colasanti e Rosaria Lopez (quest'ultima uccisa) venivano da uno dei più ricchi quartieri di Roma. L'elenco potrebbe continuare, ma sarebbe un esercizio inutile. Leggere dentro un assassino è diritto di tutti. Ma occorrerebbe partire da un punto fermo: per sprofondare negli abissi della mente non è richiesto il certificato di residenza.

Gianluigi Nuzzi per “la Stampa” il 30 settembre 2020. La camera della tortura era pronta, la sala da pranzo dove i ragazzi ignari cenavano al secondo piano di via Montello 2, il palazzo giallo nel bianco Salento a Lecce, a due passi dalla questura, a ridosso dall'ostello universitario. Poteva muoversi persino bendato in quella stanza, tanto la conosceva bene, Antonio De Marco, 21 anni, studente e giovane assassino. Proprio lì al tavolo imbandito delle vittime, l'inverno scorso, Antonio per trenta sere aveva divorato una pizza, un kebab, una volta finito il tirocinio da infermiere in ospedale. Sempre in solitudine, per cacciare i pensieri, gli incubi, l'odio che l'assaliva. In un mondo fantastico e protetto, simile a quello degli hikikomori - parola giapponese che significa letteralmente «stare in disparte, isolarsi». Ragazzi che rifiutano la vita sociale, che deambulano in un pianeta parallelo, profili che incuriosivano Antonio. Forse si riconosceva in quei giovani che decidono di isolarsi dalla società, si chiudono in casa. Senza nemmeno uscire. Si spendeva nelle ricerche su internet per conoscere meglio gli hikikomori, solitudine, isolamento. La cena interrotta Il 21 settembre per la mattanza all'ora di cena, il boia indossava indumenti rituali, nello zaino strumenti idonei. Una felpa e jeans scuri, una mascherina protettiva nera con disegnata sopra una sarcastica bocca dello stesso colore. Brandiva un coltello dalla lama scintillante e dall'affilatura perfetta. Antonio non doveva interrogare Eleonora e Daniele, la coppia della Bellezza, un amore d'emozioni da quattro anni. Né voleva carpire loro segreti, promesse, denaro, sesso estremo. Doveva esprimere solo l'elegia della violenza assoluta e quindi del sacrificio. Consumare quella vendetta che già settimane prima sui social avvertiva come «un piatto da servire freddo» perché, osservava, «è vero che la vendetta non risolve il problema ma per pochi istanti ti senti soddisfatto». Ecco, per esaltare quella soddisfazione voleva bloccare le vittime con le fascette stringitubi e porre la coppia in inferiorità psicologica, ridotta a schiavitù, rimessa all'ubbidienza sadica. Sopraffarla con il tormento, il dolore. Imporre con il coltello dalla lama imponente il progressivo supplizio. Con la sola cura di evitare la morte e la perdita dei sensi, perché avrebbero anzitempo interrotto la tragedia e dissolto il piacere. Quindi, ripulire il teatro del proprio godimento e dileguarsi nel buio, immergendosi nella normalità di inizio campionato, gelato da passeggiata e fine estate. Tornare sui libri, come poi ha fatto, come se nulla fosse in una solitaria anaffettività che avrebbe reso il suo agire più impermeabile ai sospetti. Ma ecco l'imprevisto. Daniele ha reagito. Il cristiano si è difeso a mani nude, rovinando il rito, il piano sghembo dello studente che studiava da infermiere ma scolpiva nella mente il delitto che con miope arroganza riteneva perfetto. E così la vendetta, il pareggiare i conti ha subito un'accelerazione fulminea. Eleonora e Daniele sono stati massacrati con venti, trenta coltellate, una furia cieca che andava ben oltre la volontà di uccidere. Ha perso la freddezza dell'attesa, dei cinque bigliettini con mappate le telecamere. Perde la mascherina, i foglietti, lascia tracce ovunque. Lo prenderanno. Ora sociologi, criminologi, psichiatri o presunti tali si tufferanno nel passato di questo ragazzo cercando brandelli di patimenti e risposte al suo agire. Si avrà un giustificazionismo da salotto poi brandito da chi magari proporrà l'infermità mentale di questo infermiere che imparava a curare di giorno e studiava come torturare e uccidere di notte. Il paragone con la vittima E invece - almeno da quanto a oggi trapela - aveva il passato lindo fino alla rottura dei rapporti con i coinquilini, a vedere in loro dei nemici. Ci sarà anche un motivo scatenante preciso, un litigio a luglio, ma questo odio non è figlio di un episodio unico. Una rabbia montata da chi si sente deriso, da chi per proteggere una personalità fragile anima la persona di risentimento, di desiderio di rivalsa, che deve reagire, trovare soddisfazione. «Li ho uccisi perché erano troppo felici, troppo» avrebbe detto agli investigatori. La distanza tra la solitudine di Antonio e l'amore di Eleonora e Daniele era incolmabile. E così tra il successo di Daniele, dal riconoscimento sociale e sportivo dell'attività di arbitro al denaro delle pigioni, alle spalle famiglie affiatate, al costruirsi un futuro, rispetto ai sotterranei dei nosocomi dove Antonio andava a cambiarsi a inizio e fine turno vedendo davanti a se ogni domani senza colore. Daniele arbitro rispettato, qualche volta persino in serie B, Antonio allenatore di squadre amatoriali. Lui che della straordinaria generosità degli infermieri e dei medici nulla aveva capito. Daniele proprietario di case, lui vagabondo d'affitto, di stanza in stanza. Daniele ricco, emancipato, lui invidioso di quella felicità che percepisci negli altri sempre più grande e luminosa di quanto sminuisca la tua. E poi Eleonora, una principessa dalla bellezza magnetica, un rapporto duraturo con Daniele, la convivenza, e poi domani, chissà, un bambino. Eleonora dall'anima gentile e gli studi di psicologia alle spalle, Antonio che si perdeva in internet per trovare le chiavi e decifrare il proprio tormento. Inarrivabili, Daniele ed Eleonora. Inarrivabili se non spegnendo le loro vite. E rimanere, per assurdo, ancora soli.  

Michela Allegri per “il Messaggero” il 30 settembre 2020. Una personalità ossessiva, un delitto passionale. Un amore non corrisposto e l'invidia per una relazione alla quale lui, Antonio De Marco, non poteva partecipare. Il criminologo Francesco Bruno commenta l'omicidio di Lecce e analizza la personalità del killer.

Professore, pensa che quello che De Marco ha raccontato ai pm, cioè che ha agito per invidia della felicità di Eleonora e Daniele, fosse una scusa?

«Non penso fosse necessariamente una scusa volontaria. Penso fosse piuttosto un modo di essere. L'invidia è un sentimento che tutti proviamo, ma è difficile che porti a uccidere una persona, figuriamoci due. Non può essere stato solo quello. Credo che ci fosse piuttosto una passione, un innamoramento per uno dei due ragazzi, che ha portato l'omicida a provare invidia per un sentimento al quale non poteva accedere. Immagino che dietro questa passione lui abbia visto una felicità dalla quale era escluso e non l'ha sopportata».

Quindi pensa che il killer fosse un innamorato respinto?

«Odiava che l'antagonista avesse un partner desiderabile, che anche lui desiderava. Ma non aveva il coraggio di accettare questa condizione. Da qui l'invidia e l'omicidio. Penso che provasse questa passione per la ragazza». Eleonora e Daniele erano ai primi giorni di convivenza, il killer potrebbe avere deciso di agire per interrompere quella scelta? «È il motivo per il quale si è presentato a casa loro proprio all'inizio della convivenza. Voleva interrompere una scelta che lui non riusciva ad accettare».

Non pensa che dietro l'omicidio ci potesse essere un risentimento covato da tempo, magari per una lite o per uno screzio?

«Non credo che una furia omicida così feroce possa essere una reazione a uno screzio. Qui c'è stata una furia che si è concretizzata. Credo che il killer si sia dispiaciuto per una passione non placata dall'idea che ci sarebbe stato spazio anche per lui. Lui cercava spazio all'interno di quella relazione, cercava un approccio».

De Marco ha programmato meticolosamente il delitto. Ha preso appunti, ha disegnato una mappa. Cosa significa?

«Evidentemente il killer è una persona che presenta una ossessività. Per questo motivo ha programmato ogni momento, si è addirittura scritto i passaggi e ha portato gli appunti con sé. Questi atteggiamenti sono tipici delle personalità ossessive. Se il loro ordine viene sconvolto si infuriano, perché hanno necessità di controllo sulla realtà. E questa coppia sfuggiva al controllo dell'omicida, stava insieme davanti a lui».

Una personalità ossessiva e un delitto organizzato, ma anche il proposito di lasciare un messaggio alla collettività. Sembra che De Marco volesse scrivere una frase sul muro. Pensa che volesse un riconoscimento per il suo gesto?

«Credo che il killer non abbia provato un grande senso di colpa, probabilmente gli è dispiaciuto non poter più avere le sue due marionette da comandare. Per il messaggio alla collettività non servivano scritte sui muri: era evidente anche da come è stato commesso il fatto. È stato un gesto eclatante, commesso quasi davanti a molti testimoni».

Ma quindi in fondo il killer voleva farsi scoprire?

«Non dico che volesse farsi scoprire, ma quello che ha fatto l'ha fatto con consapevolezza. Era consapevole di poter essere scoperto, ma il rischio non contava. Non era importante rispetto alla volontà che il messaggio venisse divulgato. Una volta mi è capitato il caso di un giovane che ha ucciso una persona solamente per finire sui giornali e in televisione. Non credo che qui fosse la stessa cosa, ma di certo voleva che il mondo sapesse quello che aveva fatto».

Pensa che la difesa di De Marco invocherà il vizio di mente?

«Credo che in questo caso il vizio di mente ci sia e sia anche evidente, anche se non è detto che venga riconosciuto. La prima cosa che farà il suo avvocato sarà chiedere la perizia psichiatrica».

Grazia Longo per “la Stampa” il 30 settembre 2020.

Professor Vittorino Andreoli, psichiatra, membro della New York Academy of Sciences, com' è possibile che l'invidia sia così potente?

«L'invidia è la pulsione a essere come un altro o ad avere ciò che l'altro ha. È una proiezione sull'altro con il quale ci si identifica perdendo totalmente la dimensione di se stesso. L'invidioso vive uno sdoppiamento, una scissione, perché desidera essere come l'altro. In questo caso il giovane assassino invidiava la coppia, voleva essere felice come loro».

Che cosa rappresenta la felicità nella nostra società?

«Purtroppo viviamo nell'epoca dei like e dei follower, per cui il nostro valore dipende non da ciò che siamo, ma da come e quanto siamo graditi. La felicità è un piacere che si lega anche ad un altro mito: la bellezza, che aumenta la felicità perché aumenta i follower. E la coppia uccisa era molto bella, quindi agli occhi dell'omicida rappresentava ancor più un simbolo di felicità. Ricordiamo, peraltro, che a Torino, un anno fa, un giovane uccise un ragazzo vicino al Po e spiegò di averlo fatto perché infastidito dalla sua aria felice».

L'invidia può indurre a uccidere?

«Certamente, perché l'invidioso si identifica nell'altro e perde se stesso. In questa duplicità avverte la tendenza a vivere come l'oggetto invidiato altrimenti non riesce a vivere. Se si sente lontano si sente morto e depresso e quindi deve cercare di raggiungere la felicità. Ma quando si accorge che questo desiderio è irraggiungibile matura un odio sfrenato e vuole eliminare l'oggetto invidiato. L'odio, la rabbia, crescono a un punto tale da sfociare nella violenza, nell'omicidio».

Ma colui che uccide per invidia è malato di mente?

«No, i matti non uccidono per invidia. L'assassino di Lecce è una personalità che, non sentendosi affermata e protagonista, finisce per distruggere chi ai suoi occhi lo è. Ha ucciso per invidia non perché è matto».

Alcuni testimoni raccontano che la sera dei funerali l'assassino è andato a una festa di compleanno dove appariva sereno. Possibile che stesse bene dopo quello che aveva fatto?

«Con l'omicidio si è finalmente liberato da quel senso di sdoppiamento che provava invidiando la felicità della coppia. Si è sentito guarito».

Perché non è riuscito a frenare la rabbia?

«Perché oggi la morte è banale, ha perso il significato di mistero. Assistiamo a molti delitti perché la morte è intesa come un ostacolo da tirare via. Freud sosteneva che almeno una volta nella vita ciascuno di noi può desiderare di uccidere. Ma un conto è pensare "ti ammezzerei", un altro è farlo realmente. La rabbia va frenata altrimenti scade nella violenza».

Perché la felicità altrui può scatenare reazioni rabbiose di così elevata intensità?

«Ho sviluppato questo tema nel mio ultimo libro, Fare la pace. Il problema è che nella nostra società la felicità andrebbe sostituita con la gioia. Perché la felicità riguarda l'io, il ricevere qualcosa che gratifica se stessi. La gioia è, invece, collegiale e comporta sia l'atto del ricevere sia quello del dare. La gioia quindi non può scatenare quell'invidia tremenda che suscita la felicità».

Valeria Arnaldi per leggo.it il 30 settembre 2020. Uccisi perché «troppo felici».

Roberta Bruzzone, criminologa, come valuta il movente confessato dall’assassino per il duplice omicidio di Lecce?

«È una semplificazione. Siamo davanti a una personalità disturbata, di tipo narcisistico, probabilmente borderline. Credo che il giovane abbia trasformato la decisione di De Santis di riprendersi l’abitazione per vivere con la compagna in una sorta di abbandono. Non si credeva parte della coppia, ma della situazione. Vivere con De Santis, stimato in città, lo gratificava. Il mancato rinnovo dell’affitto lo ha fatto sentire escluso, umiliato».

Per questo ha deciso di uccidere?

«Era vendicativo, lo dimostra anche quel messaggio su facebook. Voleva punire i due fidanzati per far capire che era importante e che non potevano liberarsi così di lui. Le previste torture lo facevano sentire gratificato».

I social, con l’illusione di essere tutti “connessi”, possono essere rischiosi per tali personalità?

«I social possono far credere che ci siano rapporti anche dove non ci sono. Soggetti disturbati possono pensare di essere amici di qualcuno, magari per un messaggio. Lo sto sperimentando su di me, come personaggio pubblico. Le personalità più fragili possono non elaborare frustrazioni per presunte ma inesistenti relazioni e arrivare ad adottare comportamenti autodistruttivi o, come in questo caso, eterodistruttivi».

Omicidio Lecce, criminologo Strano: “Killer voleva essere uno di loro due”. Notizie.it l'1/10/2020. Per il criminologo Marco Strano l'autore dell'omicidio di Lecce avrebbe voluto essere uno dei due membri della coppia che ha ucciso. Il criminologo Marco Strano ha detto la sua sull’omicidio di Lecce ai danni dell’arbitro Daniele De Santis e della compagna. Secondo lui il killer sarebbe affetto da una psicopatologia e avrebbe maturato una fantasia intrapsichica che lo ha portato a voler essere uno dei due membri della coppia. Intervistato dal Messaggero ha spiegato che a sua detta per Antonio De Marco, ex coinquilino delle due vittime e reo confesso, uccidere sia stato come liberarsi da un’angoscia. Un sentimento montato progressivamente da quando è andato via dal loro appartamento per eliminare il quale pianifica l’omicidio. “L’esecuzione, in questo caso, rappresenta solo la parte finale che comporta la riduzione dell’oppressione che lui viveva“, ha affermato Strano. Secondo lui Antonio li avrebbe voluti torturare perché voleva leggere il terrore nei loro occhi. Questo gli avrebbe infatti dato un senso di potere e una capacità di sopraffazione che avrebbe aumentato, nella sua mente malata, l’autostima. Quanto all’ipotesi che l’omicidio sia stato mosso anche da invidia, come suggerirebbe un post pubblicato su Facebook in cui si legge “È vero che la vendetta non risolve il problema, ma per pochi istanti ti senti soddisfatto“, il criminologo non parlerebbe genericamente di invidia per la felicità altrui. Egli direbbe piuttosto che il killer si immaginava in quella coppia al posto della ragazza o del ragazzo. S può quindi affermare che in questo caso provasse invidia per chi, secondo lui, occupava il suo ruolo all’interno della coppia. Un sintomo di un elemento psichico legato alla schizofrenia che a detta di Strano si aggiunge al disturbo di personalità grave.      

Il criminologo Meluzzi e il caso di Lecce: "Dove si cela la malvagità". Secondo il criminologo e psichiatra Alessandro Meluzzi, Antonio De Marco è una persona perfettamente capace di intendere e di volere. Per il professore "dichiarare l'infermità mentale sarebbe un gravissimo errore". Sofia Dinolfo, Lunedì 05/10/2020 su Il Giornale. "Li ho uccisi perché erano troppo felici e mi è montata la rabbia". Ė questa la frase choc resa agli inquirenti da Antonio De Marco, l'assassino dell'arbitro Daniele De Santis e della fidanzata Eleonora Manta. De Marco, 21enne, originario di Casarano, studente modello in Scienze Infermieristiche, ha avuto la capacità di infliggere alla coppia 60 coltellate in 10 minuti nella loro abitazione di Lecce lo scorso 21 settembre. Un piano premeditato, studiato nei dettagli e appuntato in cinque foglietti. Un omicidio atroce che ha sconvolto il Salento ma anche l'Italia intera. Non si danno pace le famiglie delle vittime e le persone che conoscevano Antonio come un bravo ragazzo. Perché tanto odio e violenza sfociati all'improvviso? Ne abbiamo parlato con lo psichiatra e criminologo Alessandro Meluzzi.

L’assassino ha detto di aver ucciso la coppia perché era troppo felice. Perché la felicità altrui può generare un sentimento omicida?

"C’è un sentimento diffuso nell’animo umano che è un pessimo sentimento: si chiama invidia. Invidia vuol dire guardare dentro contro, quindi guardare nell’altro quello che non si ha. E invece di imitare, come avviene in un sentimento positivo che è l’emulazione, nell’invidia l’obiettivo è quello di sconfessare se stessi distruggendo. Quando questo supera una certa soglia può dar luogo anche a manifestazioni di violenza come in questo caso".

Secondo lei Antonio De Marco in questi giorni ha preso coscienza di quello che effettivamente ha commesso?

"Io ritengo di sì, ritengo che lui sia capace di intendere e di volere, che sia punibile che abbia agito in maniera volontaria, premeditata e con finalità abiette e futili. Quindi quello che si merita è l’ergastolo, non certo una perizia che ne esima la responsabilità".

Come può una persona che non ha mai fatto del male a nessuno uccidere con così tanta ferocia?

"Questo succede continuamente perché purtroppo molti reati efferati sono commessi da persone incensurate, quindi c’è sempre una prima volta. Anche coloro che sono poi diventati i più grandi serial killer hanno avuto il loro primo omicidio".

Chi lo conosce dice che Antonio non ha mai dato segni di squilibrio. Possibile che non ci fossero segnali dai quali ravvisare un allarme?

"Ma neanche in questo caso ha dato segni di squilibrio perché ha premeditato e preordinato tutto, ha misurato le telecamere, ha anche deciso a quale tipo di torture sottoporre quelle persone. Quindi De Marco non ha mai perso l’equilibrio. Ha perso semmai l’equilibrio morale, non quello psichico. La malvagità esiste e può esplodere improvvisamente".

Come riconoscere queste personalità. Cosa ci deve far stare in allerta?

"Di solito le personalità più introverse, chiuse, meno espressive e con elementi di narcisismo nascosto e profondo, sono più propense a mettere in atto comportamenti di questo tipo. Ma ci sono anche persone assolutamente introverse che sono, saranno e resteranno sempre assolutamente miti. Quindi non ci sono criteri specifici per individuare queste personalità. Non è sempre facile capire quando ci si trova davanti a questa tipologia di persone".

Cosa pensa riguardo a quanto successo?

"Bisogna fare attenzione a non 'buttare' in psichiatria quello che è solamente un problema etico e morale. L’equivoco è sempre legato al volere cercare nella follia quello che è invece soltanto lo specchio della cattiveria. Se dovessero trovare un perito che dovesse dichiarare l’infermità mentale di Antonio De Marco sarebbe un gravissimo errore".

Il pressapochismo dei media. Omicidio di Lecce: tuttologi tv, arrendetevi: non saprete mai perché il killer ha ucciso…Angela Azzaro su Il Riformista il 4 Ottobre 2020. A dirla tutta fanno anche un po’ paura: li vedi schierati nei salotti televisivi e, pur provando a fare la faccia contrita, a stento trattengono un sorriso. Perché per loro più l’omicidio è efferato, più c’è stato spargimento di sangue, più hanno da dire, da straparlare. E sì, più hanno da esibirsi davanti al pubblico. Sono gli esperti psicologi, criminologi, tuttologi, bruzzologi e boh (alcuni davvero è difficile definirli) che vengono chiamati a spiegare, con una semplice occhiata, il movente di un ragazzo di vent’anni che uccide una coppia perché – dice lui – troppo felice. Si attaccano alle sue parole, a quello che leggono sui giornali (sempre le stesse cose), a quello che sentono a Chi l’ha visto? e pretendono di capire il vero motivo per cui lo ha fatto. Sono in grado guardando una foto di capire di quali eventuali patologie soffra il killer e riescono a litigare anche tra di loro: è così; no, non è così: come ti permetti: no, come ti permetti tu…L’omicidio di Lecce non è purtroppo sfuggito a questo teatrino che aggiunge una buona dose di sgomento a una vicenda che scuote nel profondo. Daniele ed Eleonora, l’omicida reo confesso Antonio diventano personaggi di una tragedia che purtroppo i media riescono a trasformare in farsa. Sono anni che il processo mediatico ha tra le ricadute peggiori quella di aver prodotto una psicologia da strapazzo, una psicoanalisi usa e getta, una psichiatria talmente mediocre da far risultare il famigerato criminologo Lombroso, quello che dalla conformazione del viso capiva se uno era delinquente o meno, illuminato e democratico. Così come la sentenza si decide in tv, anche la perizia psichiatrica, anche qualora non venga chiesta dall’accusa o dalla difesa, viene prontamente confezionata dagli illustri opinionisti con qualche qualifica in tasca. È sufficiente trascorrere qualche ora sotto i riflettori delle telecamere per capire quale sia il disturbo che ha spinto un essere umano ad uccidere barbaramente qualcun altro. E fin qui tutto male. Ma va anche peggio se si riflette sulle conseguenze che la cultura della banalizzazione produce. A forza di semplificare e rendere tutto digeribile al pubblico a casa, la società non è messa nelle condizioni di elaborare il lutto, di creare difese che impediscano il più possibile che si ripetano fatti efferati come quello di Lecce. Il desiderio di capire, di farsene una ragione, anche quando una ragione non c’è, è umana, normale. Ma il desiderio non può essere assecondato impoverendo la lettura, improvvisandola, usandola come una clava. Povero il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, che perdeva tempo a studiare i casi e poi a teorizzare. E scrivere. A dibattere con i suoi colleghi di tutto il mondo. Davvero uno scemo. Poteva anche lui guardare Quarto grado o Chi l’ha visto? o qualsiasi altro talk italiano dedicato al crimine. Avrebbe visto come basta poco per arrivare alle conclusioni e fare una diagnosi. Altro che scervellarsi! Scherziamo, ma il confronto con Freud ci aiuta a capire quale salto di paradigma sia avvenuto. L’autore dell’Interpretazione dei sogni credeva nella possibilità che l’animo umano mutasse, pensava che al pari della società anche il singolo avesse una possibilità di riscatto, di futuro, di cambiamento. Oggi quando, davanti a un crimine violento, vediamo schierati i criminologi in tv, avviene il processo opposto. La messa in scena chiude ogni speranza, racconta l’impossibilità, descrive una società che non sa e non vuole cambiare. Si isola un caso, si impedisce di andare a fondo, si evita di studiarlo con serietà, di rifletterci con almeno un leggero sforzo. Non sempre è possibile capire e farsene una ragione. Non sempre si riesce a sondare l’animo umano con gli strumenti a nostra disposizione. Ma sarebbe non dico bello, ma almeno un po’ meno brutto che davanti all’orrore si facesse un passo indietro, si evitassero dibattiti inutili quando il dolore è ancora così forte, così intollerabile. Il Covid, dicono, abbia riportato le competenze al centro del dibattito. Ma lo show non ha mai smesso di andare avanti. Ogni tanto, per carità, fermiamolo!

La Gazzetta del Mezzogiorno il 5 ottobre 2020. Poche righe piene di rammarico: con queste parole la mamma di Antonio De Marco, il 21enne reoconfesso che ha ucciso a coltellate (lo scorso 21 settembre) i due fidanzati di Lecce Eleonora e Daniele, chiede perdono alle famiglie. Un gesto ancora inspiegabile quello commesso dal figlio di Rosalba Cavalera, che in questa lettera letta durante la Vita in Diretta in onda su Rai 1 si rivolge ai familiari delle vittime, facendo trapelare tutto il dolore di una madre. Qui, in esclusiva, il testo integrale della missiva: «Vi chiedo scusa! C’è sicuramente una ragione se il legame tra madre e figlio non si spezza mai. Forse per i nove mesi durante i quali te lo senti dentro, o per quel cordone che ancora lo lega a te quando viene alla luce, oppure per quel dolore forte e intenso, che soffri nel metterlo al mondo. Un dolore che non dimentichi e che a volte ritorna…così come è certamente ritornato in Voi, mille e mille volte più forte e più atroce, così come si è ripresentato in me, anche se in misura non paragonabile con il Vostro, quando ho appreso che era stato mio figlio a strappare anche i Vostri cuori. Vi chiedo scusa per ciò che ha fatto Antonio, anche se mi rendo conto che sia davvero poca cosa, rispetto alla terribile ferita che Vi è stata inflitta. E Vi chiedo ancora scusa per la mia presunzione, perché quando ho appreso del Vostro dramma, ed ancora non sapevo che era stato causato da mio figlio,ho creduto di poter comprendere il Vostro dolore di madri, ma non era così. Solo ora che anche io, sia pure in maniera differente , provo quella stessa sofferenza, posso essere davvero consapevole del Vostro dolore e condividerlo dentro di me». “Risplenda ad essi la Luce perpetua”. Rosalba Cavalera De Marco

Omicidio di Lecce, la madre dell'assassino scrive alle famiglie di Eleonora e Daniele: "Vi chiedo scusa". Pubblicato lunedì, 05 ottobre 2020 da Francesco Oliva su La Repubblica.it. La donna ha affidato a una lettera il suo pensiero verso i genitori dei due ragazzi uccisi nell'appartamento in via Montello dal 21enne studente universitario: "Solo ora che mio figlio ha confessato sono davvero consapevole del Vostro dolore e posso condividerlo dentro di me". "Vi chiedo scusa per ciò che ha fatto Antonio anche se mi rendo conto che sia davvero poca cosa rispetto alla terribile ferita che vi è stata inflitta". Rosalba Cavalera, la madre dell'assassino di Eleonora Manta e Daniele De Santis, rompe il silenzio. Prende carta e penna e con una lettera cerca un primo contatto con i genitori dei due ragazzi uccisi dal figlio, Antonio De Marco, con oltre 60 coltellate il 21 settembre scorso in un condominio di via Montello, a Lecce. "Vi chiedo scusa" è l'incipit della lettera. Per poi esternare tutto il proprio amore materno per un figlio che rischia di rimanere in carcere per il resto della sua vita. "C'è sicuramente una ragione se il legame tra madre e figlio non si spezza mai. Forse per i nove mesi durante i quali te lo senti dentro, o per quel cordone che ancora lo lega a te quando viene alla luce, oppure per quel dolore forte e intenso, che soffri nel metterlo al mondo. Un dolore che non dimentichi e che a volte ritorna...". Poi il pensiero ricade sui familiari delle vittime: "Così come è certamente ritornato in Voi, mille e mille volte più forte e più atroce, così come si è ripresentato in me, anche se in misura non paragonabile con il Vostro, quando ho appreso che era stato mio figlio a strappare anche i Vostri cuori...E Vi chiedo ancora scusa per la mia presunzione, perché quando ho appreso del Vostro dramma, ed ancora non sapevo che era stato causato da mio figlio, ho creduto di poter comprendere il Vostro dolore di madri, ma non era così. Solo ora che anche io, sia pure in maniera differente, provo quella stessa sofferenza, posso essere davvero consapevole del Vostro dolore e condividerlo dentro di me". La missiva si chiude con un pensiero per le vittime, un messaggio di preghiera: "Risplenda ad essi la Luce perpetua". Intanto questa mattina l'avvocato Andrea Starace (uno dei legali di Antonio De Marco insieme al collega Giovanni Bellisario) ha incontrato il 21enne in carcere. Si cerca un motivo, un appiglio nella mente dell'assassino per risalire al movente di un delitto così efferato. L'omicida, reo confesso, ha dichiarato di avere ancora dei vuoti nella sua mente. È confuso, quasi stordito. Solo flash back parziali su quanto accaduto. Ricordi sparsi ma non lineari. E allora uno dei suoi avvocati lo ha spronato a compiere uno sforzo. "Devi ricordare Antonio, devi sforzarti", gli ha ripetuto più volte. L'assassino, però, fa fatica a ricomporre le sequenze di quella sera. Alcuni passaggi non li ricorda come già ribadito nell'interrogatorio davanti ai carabinieri e nell'udienza di convalida del fermo. Apparso dimagrito, con gli occhi persi nel vuoto il 21enne si è presentato in maglietta e tuta nella sala colloqui. E ha ribadito: "Avvocato, molte cose faccio veramente fatica a ricordarle. Non solo il movente ma anche le fasi dell'omicidio e il post". E allora chissà se la svolta non possa arrivare da uno scritto così come gli ha suggerito il suo avvocato: "Scava nella tua mente, annota qualche dettaglio su un foglio se ti può agevolare ma trova un movente". Perché in tanti stentano a credere che lo studente di Scienze Infermieristiche, originario di Casarano, possa aver ammazzato due persone "per l'invidia per la relazione" tra i suoi due ex coinquilini. Più di qualcosa sfugge agli investigatori, agli avvocati del ragazzo e ai suoi stessi familiari. Come quella frase riportata in uno dei bigliettini ritrovati dai carabinieri: "Caccia al tesoro" che, nelle intenzioni del killer, sarebbe dovuta durare 30 minuti. "Un'azione da potenziale serial killer compiuta da una mente lucida e spietata" a parere degli inquirenti. Eppure i suoi avvocati non demordono. Sono intenzionati a giocarsi la carta della perizia psichiatrica per consentire ad uno specialista di valutare la capacità di intendere e di volere di De Marco al momento dell'omicidio e smontare l'ipotesi di avere di fronte un killer spietato e sadico. "La perizia psichiatrica è una possibilità concreta", commenta l'avvocato Starace "che stiamo attentamente vagliando sulla base di alcune valutazioni". L'assassino è sempre ristretto in isolamento giudiziario nella sezione C-1 del carcere di Borgo "San Nicola". Taciturno nella vita di tutti i giorni, silenzioso anche in questi primi giorni trascorsi in carcere. Poche ed essenziali le sue richieste agli agenti di polizia penitenziaria che lo monitorano con frequenza per scongiurare qualsiasi azione che possa mettere a rischio la sua incolumità. In isolamento non può avere a disposizione tv, libri o giornali De Marco ha voluto solo un libro di preghiere e trascorre gran parte della sua giornata riposando anche di giorno. Parallelamente, in queste ore, presso i laboratori del Ris (Reparto investigazioni scientifiche) sono iniziati gli accertamenti tecnici irripetibili su tutto il materiale biologico acquisito dai carabinieri per recuperare tracce biologiche come impronte digitali e saliva che possano consentire di estrapolare il dna dell'assassino. Sarà analizzato anche il computer portatile di De Marco che il giovane ha utilizzato nei giorni che hanno preceduto il suo arresto per comunicare sui social attraverso le varie chat. E probabilmente proprio dalla memoria del pc potrebbe emergere qualche dettaglio sugli interessi del giovane e se nella pianificazione e nella realizzazione del delitto De Marco si sia ispirato a qualche serie tv. E magari scardinare la scatola dei ricordi del giovane che, per ora, rimane sigillata.

·         Il Mistero di Viviana Parisi.

Trovato il corpo della dj scomparsa Si cerca ancora il figlio Gioele. Salvo Toscano per il “Corriere della Sera” l'8 agosto 2020. Vega, il cane dell'unità cinofila dei vigili del fuoco, ha scovato il corpo nel primo pomeriggio. L'esame del Dna potrà confermare che il cadavere è quello di Viviana Parisi, la donna scomparsa lunedì sull'autostrada Palermo-Messina con il suo bambino di quattro anni. Ma sull'identità del corpo non ci sono ormai dubbi tra gli inquirenti dopo che uno degli indumenti trovati addosso al cadavere è stato riconosciuto ed è stata anche rinvenuta la fede nuziale. La scoperta è arrivata nel sesto giorno di ricerche, non lontano dal punto dell'autostrada, nel territorio di Caronia, dove Viviana, 43 anni, aveva abbandonato la sua Opel Corsa dopo un piccolo incidente in galleria. Con lei era scomparso il figlio, Gioele: ieri a tarda sera ancora nessuna traccia del bimbo nella boscaglia di contrada Sorba dove è stato trovato il corpo della mamma. Il cadavere ritrovato dai cani, a un chilometro e mezzo dal luogo della scomparsa, è in avanzato stato di decomposizione e quindi irriconoscibile. Addosso ha una maglietta, dei pantaloncini, un paio di sneakers bianche. Proprio queste ultime sono state riconosciute, così come una catenina. Nel pomeriggio, quando è stata resa pubblica la notizia della scoperta del corpo, si era appreso che c'era un'altra donna della stessa età scomparsa in zona. Era sparita venerdì da Castel di Lucio, ma dopo qualche ora è stata ritrovata a casa di un'amica a Sant' Agata di Militello. Lunedì mattina Viviana Parisi, dj di origini torinesi, era uscita da casa sua a Venetico, piccolo centro vicino a Messina, per andare a Milazzo con suo figlio Gioele. Doveva comprargli un paio di scarpe, aveva riferito il marito. Il negozio era a una ventina di chilometri da casa. Di chilometri, invece, Viviana ne aveva fatti 104, quando ha abbandonato la vettura in autostrada dopo avere urtato un furgone. I testimoni hanno raccontato di averla vista scavalcare il guard rail, ma non ricordano il bambino. I familiari avevano raccontato che la donna aveva avuto un periodo di sofferenza psicologica durante il lockdown, da cui si era ripresa. Il marito, Daniele Mondello, aveva pubblicato un video appello rivolto alla moglie, implorandola di tornare a casa insieme al figlio. Quel bambino per il quale Viviana aveva dedicato meno tempo alla sua amata musica. Una madre attenta, l'hanno descritta i familiari. Una madre che un lunedì mattina, dopo aver preparato la salsa per il pranzo, è uscita di casa con il suo piccolo per non tornare più. Il mistero di Viviana e Gioele è oscuro e terribile. Cosa ha provocato il decesso della donna? Quale ragione l'ha spinta a dileguarsi tra i boschi dopo l'incidente? E soprattutto, cosa è stato del piccolo? Una delle ricostruzioni al vaglio degli inquirenti è che la donna possa essere caduta dall'alto, forse da un pilone dell'alta tensione. Tra le ipotesi che non si possono escludere c'è anche quella, terribile, che la donna possa aver fatto del male al figlio prima di morire, ma al momento non si può nemmeno scartare la possibilità della presenza di una terza persona sulla scena. «Tutte le ipotesi sono possibili: l'incidente, un incontro sfortunato, anche l'atto estremo», ha detto a caldo ai giornalisti il procuratore capo di Patti Angelo Cavallo. Che aveva rivelato proprio ieri che nella ricostruzione della giornata di Viviana c'era un buco di venti minuti. Cioè da quando la donna è uscita allo svincolo di Sant' Agata per poi ritornare sull'autostrada, prima dell'incidente e della scomparsa. Cosa ha fatto Viviana a Sant' Agata? Può avere affidato a qualcuno il bambino? Il giallo resta. Intanto, le ricerche del piccolo sono riprese con un massiccio impegno di uomini e cani, con un'angoscia sempre più profonda.

Viviana Parisi, il casello non pagato: ma i soldi li aveva. Nuovi scenari sul mistero di Caronia, ma Gioele non si trova. Libero Quotidiano il 10 agosto 2020. Passano le ore, i giorni, e Gioele Mondello non si trova. Controlli a tappeto nella boscaglia nei pressi di Caronia, il dubbio di cercarlo nel posto sbagliato. E si indaga su Viviana Parisi, la madre e dj, 43 anni, trovata morta venerdì. Suicidio? Omicidio? O altro? Forse degli animali selvatici. Dopo quel maledetto incidente col furgoncino degli operai il vuoto. Solo il suo corpo. Dubbi e misteri che si accavallano. I due operai alla guida del furgone non si sono più fatti vivi: perché non testimoniano? Che fine hanno fatto? "Tutte le piste sono aperte", ripete il procuratore di Patti, Angelo Cavallo. Ma le certezze stanno quasi a zero. Si scopre, però, un dettaglio. Si parla del viaggio di Viviana da casa verso Milazzo, per quel paio di scarpe per Gioele che non è mai andata a comprare: la loro auto ha imboccato a Milazzo l'autostrada A20 verso Palermo, per poi uscire al casello di Sant'Agata di Militello, 70 chilometri più avanti, senza pagare il pedaggio. Già, perché non ha pagato. "Ha chiamato l'operatore per fasi alzare la sbarra e procedere", ha spiegato uno degli investigatori. Dunque la telecamera ha inquadrato solo la targa dell'automobile, una delle pochissime immagini che sono state recuperate. Restano i dubbi sollevati dal fatto che non ha pagato il casello: perché? Aveva fretta? Il denaro, probabilmente, lo aveva, tanto che è stato rinvenuto sul sedile dell'auto dopo l'incidente. Che cosa è successo, quel giorno maledetto? Domande che continuano, ad ora, a non avere risposta.

Il cellulare a casa, il bimbo e l'uscita dall'autostrada. Tutti i punti oscuri sulla morte di Viviana. Giusi Fasano per il “Corriere della Sera” l'8 agosto 2020. Misteri e ancora misteri. Il corpo di Viviana è stato ritrovato ma questo non fa che allungare la scia delle domande sulla sua strana scomparsa e su quello che è successo a lei e al bambino. Gioele, 4 anni, non si trova. Non c'era traccia di lui vicino al cadavere della madre e anche le testimonianze raccolte fin qui dalla procura di Patti non sciolgono il nodo. Nessuna delle persone sentite a verbale racconta di averla vista con il piccolo quando, lunedì scorso, ha urtato un furgone sull'autostrada ed è stata vista allontanarsi a piedi dalla sua Opel Corsa. O meglio: la coppia che si è fermata a chiamare i soccorsi riferisce di aver saputo da due sconosciuti di passaggio (che si sono fermati pochi istanti) che con quella donna c'era anche un bambino, ma quelle persone non si sa chi siano né se il loro ricordo è nitido. Quindi la prima domanda è: Gioele era con lei al momento dell'incidente? Gli uomini a bordo del furgone - indaffarati a segnalare la loro presenza alle auto in arrivo - hanno visto da lontano soltanto la sagoma di lei, poi più niente. Perché si è allontanata? E, soprattutto, perché si trovava in punto decisamente distante dal luogo in cui aveva detto di andare uscendo di casa? Al marito Daniele aveva annunciato di voler comprare le scarpe a Gioele in un centro commerciale di Milazzo. Ma arrivata a Milazzo ha imboccato l'autostrada in direzione di Palermo e, dopo averne percorso un pezzo, è uscita a Sant' Agata. Venti minuti da qualche parte, a Sant' Agata o nei dintorni, e poi la sua auto rientra di nuovo in autostrada. Quando urta la fiancata del furgone Viviana si trova a quasi cento chilometri da casa sua, non ai pochi che sarebbero bastati per arrivare al centro commerciale. Perché si è spinta così lontano? E, soprattutto, che cosa ha fatto in quel lasso di tempo che il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, definisce come un «buco» nella ricostruzione dei fatti? «Incidente, incontro sfortunato, atto estremo...». Il capo della procura aspetta un punto fermo dall'autopsia che potrebbe svelare dettagli in direzione dell'ipotesi di suicidio. Viviana è stata trovata ai piedi di un pilone dell'alta tensione, potrebbe essersi arrampicata per poi buttarsi giù. Il marito Daniele racconta che il lockdown aveva messo a dura prova la sua tenuta psicologica, che lei aveva vissuto giorni di depressione, che temeva molto per la vita di lui e di Gioele. Ma nelle ultime settimane le cose sembravano essere cambiate, l'amore di lei per la musica e per il lavoro da dj sembrava averle restituito serenità. Tutto crollato di nuovo lunedì, con la sua scomparsa. «Torna a casa, ti prego. Qualunque cosa sia successa si aggiusterà tutto. Ti amo» l'aveva implorata lui con appelli via tivù. Niente. Più si è cercato di capire cosa fosse successo, più si è complicato il quadro. Perché mai un incidente da niente dovrebbe spaventare una donna al punto da farla fuggire a piedi in autostrada? E ancora una volta: dov' era il bambino quel giorno? Dov' è? Dalla parte della carreggiata che lei stava percorrendo è difficile uscire anche scavalcando il guard rail. E infatti una delle ipotesi è che lei se ne sia andata attraversando l'autostrada e uscendo dalla parte opposta. Scappava da qualcuno? Dal rimorso per aver fatto qualcosa di grave? Quella donna - con il cellulare lasciato a casa, senza la borsetta e quindi senza un soldo perché ha abbandonato tutto sulla sua Opel, senza documenti e a piedi - è semplicemente sparita nel nulla. E con lei il suo adorato Gioele. «Ci sono momenti della vita in cui ci smarriamo, in cui abbiamo bisogno di stare un po' soli», aveva scritto Viviana sulla sua pagina facebook. Chi le ha voluto bene e l'ha vista in difficoltà sapeva che soltanto la musica avrebbe potuto guarirla dalla malinconia che se l'era presa. Non ce n'è stato il tempo.

Viviana Parisi, cadavere irriconoscibile a Caronia: "Si cerca un'altra donna", la clamorosa coincidenza. Libero Quotidiano l'8 agosto 2020. Ormai il caso di Viviana Parisi, scomparso con il figlio Gioele di 6 anni da circa una settimana, si sta facendo sempre più fitto di misteri, al punto da ricordare tristemente la sceneggiatura di un film. Il cadavere irriconoscibile di una donna è stato trovato nei boschi di Caronia, nel messinese, ma è ancora presto per stabilire con certezza un collegamento tra il ritrovamento del corpo e la scomparsa di madre e figlio. Anche perché potrebbe trattarsi di una macabra coincidenza: da ieri si cerca un’altra donna, una 43enne scomparsa da Castel di Lucio, comune messinese che dista soltanto 21 chilometri da Caronia. Non si può quindi escludere che il cadavere ritrovato appartenga alla seconda donna anziché a Viviana, anche perché del figlio finora non vi è traccia. 

Il dramma di Viviana: suo il corpo nel bosco. E ora si cerca Gioele. Romina Marceca su La Repubblica il 9 agosto 2020. La corsa di Viviana Parisi si è fermata dentro al bosco di Caronia. A 500 metri dall'autostrada Messina-Palermo dove aveva abbandonato, lunedì scorso, la sua auto per poi scappare col figlio Gioele. Poco prima aveva avuto un banale incidente dentro una galleria. Il suo cadavere è stato trovato dopo cinque giorni tra le sterpaglie, sotto un albero. Una zona difficile da raggiungere a piedi e dove le ricerche, in un primo momento, non si erano concentrate. "È lei", assicurano gli investigatori in serata, dopo un giorno trascorso col fiato sospeso e in cui si è sperato l'impossibile. E, invece, la fede al dito della mano sinistra, risparmiata dallo strazio che la natura riserva in questi casi, ha rivelato che si trattava della mamma di 43 anni. La data del matrimonio e il nome "Daniele" impressi sulla fede hanno messo il sigillo sulla verità. Resta l'angoscia però. Perché il corpo della dj originaria di Torino è stato trovato ma non c'è traccia del figlioletto di 4 anni. Dov'è Gioele? Le squadra di vigili del fuoco e della protezione civile già ieri hanno ripreso a battere la zona palmo a palmo. "Mia figlia non si sarebbe mai uccisa, le hanno fatto del male. Adesso devo pensare a Gioele, non può essere sparito nel nulla", dice in lacrime da Torino Luigino Parisi, il papà della dj che tra poche ore arriverà in Sicilia. Alle 15 di ieri sono stati i cani molecolari dei vigili del fuoco a rintracciare il corpo. Addosso un paio di pantaloncini di jeans con due cuciture fucsia sulle tasche, a un piede una scarpa Stan Smith con i riporti rosa, e una canotta ormai lacerata. L'altra sneaker è stata trovata in mezzo a un cespuglio. Il corpo riverso a faccia in giù ha lasciato spazio a due ipotesi principali: una caduta o uno svenimento. Sembra improbabile il suicidio ma sarà l'autopsia a chiarire la dinamica. Il procuratore Angelo Cavallo alla domanda se sul corpo della donna ci siano segni di violenza, ha risposto: "Preferisco al momento non parlarne". In un primo momento c'era il dubbio che potesse anche non trattarsi del corpo di Viviana perché proprio venerdì sera era stata presentata la denuncia di scomparsa di un'altra donna nel Messinese. Ma alle 17 di ieri è stata rintracciata a casa di un'amica. Viviana Parisi era arrivata in Sicilia nel 2003, dopo aver sposato Daniele Mondello, trasferendosi definitivamente a Messina. La loro storia d'amore era iniziata grazie alla musica. Entrambi erano dj molto conosciuti. Quattro anni fa la nascita di Gioele e le prime rinunce di Viviana. Sempre meno serate nelle discoteche e sempre più notti insonni accanto al figlio. Nel paese di Venetico la coppia è stata descritta come affiatata e amorevole. Però il lockdown per il coronavirus aveva messo a dura prova Viviana. Era depressa da qualche mese e aveva anche affrontato delle cure. Poi, il 3 agosto, Viviana racconta una bugia al marito dicendo che sta andando a Milazzo per alcuni acquisti. In macchina sale anche Gioele. Da quel momento il buio. Daniele Mondello è stato ascoltato due volte dagli investigatori, a casa sono stati sequestrati il tablet della dj e alcuni oggetti. Il procuratore capo di Patti, Angelo Cavallo, ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. Restano i video in cui Gioele balla accanto ai genitori, quelli in cui Viviana mixa i vinili nel suo studio. E resta anche una domanda senza risposta. Cosa è successo veramente?

Rintracciata la donna scomparsa ieri. E' stata rintracciata a casa di un'amica a Sant'Agata di Militello la donna (di 43 anni), scomparsa ieri da Castel di Lucio, comune messinese che dista 21 chilometri da Caronia.

Bugia al marito e i 20 minuti: che cosa non torna sulla mamma dj. Proseguono senza sosta le ricerche del figlio della donna, di cui neppure i testimoni dell'incidente in autostrada hanno parlato nei loro racconti. Federico Garau, Domenica 09/08/2020 su Il Giornale. Che il corpo senza vita della donna rinvenuta nel territorio di Caronia (Messina) appartenga a Viviana Parisi pare non essere più in dubbio, anche se come da prassi, sarà il test del Dna a rivelarlo con assoluta certezza scientifica. Il marito della dj, scomparsa da sei giorni così come il figlio di 4 anni Gioele, ha infatti già effettuato il riconoscimento degli indumenti indossati dalla vittima, che al dito portava ancora la fede nuziale ed al collo una catenina di sua proprietà, ulteriori elementi di conferma. Le ombre, tuttavia, permangono per quanto riguarda ciò che è accaduto dal momento in cui la 43enne si è messa al volante della sua Opel Corsa, ufficialmente per recarsi ad acquistare un paio di scarpe per il piccolo. Questa è la motivazione dichiarata agli inquirenti proprio dal marito. Un negozio collocato a circa una ventina di chilometri appena dalla casa di Venetico dove viveva la coppia, per la precisione a Milazzo. Non sono, tuttavia, 20 bensì ben 104 i chilometri percorsi dalla Opel Corsa prima che la donna decida di fermarsi ed abbandonare la vettura proseguendo a piedi. Stando alle ricostruzioni degli inquirenti, infatti, dopo aver avuto un incidente con un furgone in una galleria lungo l'autostrada Palermo-Messina, Viviana si allontana. È qui che intervengono i racconti di alcuni testimoni, i quali dichiarano di aver visto una donna scavalcare il guardrail. Nessuna traccia, tuttavia, neppure nelle parole dei presenti, del piccolo Gioele, di cui non si sa più nulla. Ma nella ricostruzione di quanto accaduto c'è anche un altro particolare da tenere ben presente: alcuni parenti avrebbe parlato di una "bugia" della al marito. La moglie infatti a quanto pare non avrebbe detto la verità sulla sua destinazione e dunque ci sono dubbi anche su quell'uscita per recarsi in un negozio. Poi, dopo l'incidente, sei giorni di ricerche e proprio oggi il ritrovamento, grazie al fiuto di un cane dell'unità cinofila dei vigili del fuoco. La donna, che indossava un paio di jeans, una canotta ed un paio di sneakers bianche, è stata rinvenuta in avanzato stato di decomposizione, ma del piccolo Gioele ancora nessuna traccia. Breve la distanza (appena un chilometro e mezzo) rispetto al luogo in cui Viviana aveva abbandonato la propria auto, ma un buio fitto per quanto riguarda la ricostruzione di quei momenti che hanno preceduto la morte. Procedono ancora le ricerche del figlio, non individuato nelle vicinanze del luogo di ritrovo del corpo della 43enne, vale a dire la boscaglia di contrada Sorba.

È della dj Viviana Parisi il cadavere trovato a Caronia. Si cerca il figlio Gioele. Non solo il buio dal momento in cui la donna abbandona l'auto, ma anche quello precedente fin da quando lascia la propria abitazione e giunge a Milazzo, allungando misteriosamente il suo percorso, come aveva spiegato il procuratore capo di Patti Angelo Cavallo a "La Stampa". "Ci sono venti minuti di buco tra il momento in cui è uscita e il momento in cui è rientrata. Dal suo paese, Venetico, ha raggiunto Milazzo. Qui, anziché fermarsi come aveva detto al marito, ha imboccato l’autostrada in direzione Palermo ed è uscita allo svincolo di Sant’ Agata, senza pagare il pedaggio. A Sant’ Agata non sappiamo cos’abbia fatto per venti minuti, poi si è rimessa in marcia fino al punto in cui è accaduto l’incidente in autostrada". Un caso di difficile soluzione, come ammette il procuratore, che non esclude alcuna ipotesi, anche quella secondo cui Viviana"si è allontanata con l’aiuto di qualcuno e non è detto che il bambino fosse con lei". L'invito a chiunque sappia qualcosa è quello di collaborare con le forze dell'ordine. "Tutte le ipotesi sono possibili: l’incidente, un incontro sfortunato, anche l’atto estremo", ha riferito oggi Cavallo. Tante le ipotesi, come quella che la vittima possa essere precipitata verso il basso da un pilone dell'alta tensione. Resta in piedi l'idea del suicidio dopo aver fatto del male a Gioele così come quella che una terza persona possa esser stata presente in quei momenti concitati. Nessun segno di squilibrio, tuttavia, almeno secondo quanto dichiarato dai familiari, che avevano spiegato di un momento di crisi seguito al lockdown, comunque lasciato alle spalle.

Viviana Parisi, i due testimoni chiave sono scomparsi: dissero che Gioele era con lei, non si trovano più. Un mistero inquietante. Libero Quotidiano il 09 agosto 2020. Ci sono troppi misteri, troppe cose che non tornano, nella vicenda di Viviana Parisi e il piccolo Gioele, la madre trovata morta nel bosco di Caronia e il figlio di cui, invece, ancora non si ha nessuna traccia. Il corpo della dj, 43 anni, è stato ritrovato ieri, sabato 8 agosto: i due erano scomparsi da lunedì, dopo il piccolo incidente avvenuto in autostrada. Ora, come detto, l'angoscia di tutta Italia e del marito, Domenico Mondello, è per il piccolo scomparso. E tra le varie cose che proprio non tornano, c'è qualcosa che riguarda gli attimi che hanno seguito l'incidente in autostrada, che ha coinvolto la Opel Corsa di Viviana e un furgoncino con due operai a bordo. Questi ultimi hanno detto di aver visto, di sfuggita, solo la donna. Insomma, Gioele secondo loro non c'era. E molti elementi fanno pensare che Gioele non fosse a bordo dell'auto in quel momento (mentre 30 chilometri prima, e prima che Viviana uscisse al casello di Sant'Agata per far cosa non è ancora chiaro, lo era: lo confermano le telecamere dell'autostrada). Ma ci sono, o meglio c'erano, altri due testimoni, i quali al contrario hanno riferito a caldo, dopo l'incidente e la sparizione, di aver visto la madre e il figlio scavalcare il guardrail che conduceva nel bosco dove Viviana è stata trovata morta e sfigurata. Addirittura, affermavano che la donna avrebbe tenuto in braccio il piccolo Gioele. Peccato che questi due testimoni siano spariti, non sono stati più rintracciati e non si sono presentati alla polizia. Tanto che il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che coordina le indagini, ha lanciato nei giorni scorsi un appello affinché i due si presentino alle autorità. E ovviamente, il mistero si infittisce, cresce, si ingigantisce: perché mai i due uomini hanno scelto di nascondersi, di restare nell'ombra? Qualcuno sta nascondendo qualcosa? E soprattutto, che cosa?

Viviana Parisi, l'inquietante post su Facebook di un mese fa: "La matrigna cattiva, scappata nel bosco". Libero Quotidiano il 09 agosto 2020. Il cadavere trovato nei boschi di Caronia, provincia di Messina, nei pressi dell'autostrada, è quello della dj Viviana Parisi. Non si trova però Gioele, il figlio di 4 anni: i due erano spariti da lunedì. Ed in questo contesto si cercano spiegazioni, dettagli, particolari. E uno di questi sta in un post scritto dalla Parisi circa un mese fa, parole che lasciavano intendere in modo abbastanza chiaro come attraversasse un momento molto difficile, attanagliata dalla depressione, acuita dalla paranoia per il coronavirus e per gli effetti nefasti che il lockdown aveva avuto su di lei. Ed eccoci al post, in cui la dj scriveva: "Cinque anni fa i miei ormoni sono cambiati e gli ormoni di una donna sono veramente complicati e difficili da gestire - premetteva -. Alla nascita del mio cucciolo il suo mondo mi rapì sia con il cuore che con la mente. Il mio tempo non lasciò spazio ad altri pensieri. Mi travolse. Prima di tutto mi coinvolse un senso di protezione quindi iniziai ad aver cura di tutto il suo grande universo... Fino a un anno e mezzo fa lo nutrii col mio seno. Decisi poi a malincuore di non dargli più il mio latte nonostante ne avessi ancora proseguii con quello che mi prescrisse il pediatra, così arrivò il primo distacco come quello del cambio dei quindici pannolini quotidiani al vasino e... quello del baldacchino alla culla più grande... La musica per me cambiò...". Parole che descrivono una forte, profonda, depressione post-parto. Dunque, si sofferma sul momento di crisi vissuto circa due anni fa: "Io che.... poi due anni fa mi sono totalmente e completamente del tutto ancora più  estraniata, allontanata, chiusa in un bunker precisamente e vi dirò cari amici che state qui in parte a leggere le mie emozioni...  e come se avessi incontrato la matrigna cattiva e fossi scappata nel bosco nascondendomi dal mondo.  La musica? La musica e tutto ciò che facevo è diventata malvagia mi ha " perseguitata" mi ha rinchiuso in una bara di " cristallo".  Ho cercato di difendermi,  ho cercato di proteggere me e il mio piccolo ma alla fine è stato il mio cucciolo a darmi il TEMPO e a cliccare il tasto PLAY, a ridarmi il " RITMO" pian piano ...", concludeva Viviana Parisi.

Simona Pletto per “Libero Quotidiano” il 10 agosto 2020. Si affievoliscono le speranze di ritrovare vivo il piccolo Gioele. Dopo il ritrovamento del cadavere della madre, Viviana Parisi, scoperto sabato pomeriggio nei boschi di Caronia, in provincia di Messina, a 500 metri dal luogo dell'autostrada A20 da cui si era allontanata lunedì scorso, dopo l'incidente, per tutta la giornata di ieri le ricerche si sono concentrate nella zona e sono proseguite senza sosta. Vigili del fuoco e protezione civile, polizia e carabinieri, hanno setacciato ogni centimetro di erba e di terra, anche con i decespugliatori, per cercare di trovare il corpicino del piccolo di appena quattro anni e mezzo. Sul posto è andato anche il padre, Daniele Mondello. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti, che ad ogni modo non escludono altre piste per spiegare la morte della donna 43enne, c'è quella che la madre abbia dunque ucciso il figlioletto prima di togliersi la vita. Per questo ieri si è optato per le ricerche intensificate in zona, e non allargate in un ampio raggio come di solito accade. Ma al tramonto, ancora, di Gioele non vi era traccia. Si resta dunque nell'ambito delle ipotesi, in attesa dell'autopsia sul cadavere di mamma Viviana, che potrebbe essere eseguita già oggi, o al massimo domani, su incarico della Procura di Patti. L'esito potrebbe dare risposte importanti sulla dinamica della morte, svelare se vi sono segni di violenza o escludere altre piste. Il corpo senza vita della donna, che faceva la deejay insieme al marito Daniele, era supino in quel bosco, con le braccia e le gambe allargate. Irriconoscibile, tanto che è stata identificata grazie alla fede che aveva al dito con su scritto "Daniele e Viviana 2013". Le uniche certezze per ora sono che la donna ha compiuto un percorso a piedi, dopo aver urtato un furgone con la sua auto nella galleria lungo la A20 Messina-Palermo. La dj ha lasciato la vettura nella piazzola dell'autostrada qualche centinaio di metri più avanti, per arrivare fino al punto in cui è stata trovata senza vita. La prima ipotesi investigativa è che Viviana Parisi, che si era allontanata da casa dicendo al marito che andava a Milazzo per comprare delle scarpe al figlio, «abbia prima ucciso il figlio e poi si sia suicidata, dopo avere nascosto il cadavere del piccolo». Un'altra ipotesi è che la dj «avesse un appuntamento con qualcuno che poi l'ha uccisa insieme con il figlio Gioele». Infine, la terza ipotesi è che la donna abbia prima consegnato il figlio a qualcuno e poi si sia tolta la vita. Ma a chi potrebbe aver consegnato il bambino? Ci sono 22 minuti di "buco" nel percorso fatto dalla donna, e gli inquirenti stanno cercando di accertare se in quel lasso di tempo la mamma possa aver consegnato a qualcuno il bimbo. Secondo i magistrati, la donna «era diretta alla Piramide di Motta d'Affermo» ma potrebbe essere uscita per errore a Sant' Agata di Militello. Quindi, rientrata in autostrada, avrebbe avuto un lieve incidente. Subito dopo sarebbe scesa a Caronia, dopo la galleria, e lì «potrebbe essersi uccisa dopo avere tolto la vita al piccolo». I familiari della 43enne scomparsa, ieri hanno lasciato Borgo San Paolo, in provincia di Torino, dove era nata Viviana, per raggiungere la Sicilia. «Mia figlia non c'è più, me l'hanno ammazzata. Vogliamo sapere mio nipote dove è finito e se qualcuno gli ha fatto del male», ha dichiarato Luigino Parisi, padre della musicista trovata morta. «Ho molti dubbi su ciò che è accaduto», ha aggiunto, «mi chiedo perché mia figlia avrebbe dovuto uccidersi, non lo avrebbe mai fatto». Gli investigatori ora chiedono aiuto ad eventuali testimoni che possano aver visto la donna con il figlio quando è scomparsa. «Se avete visto qualcosa chiamateci», dicono dalla Squadra mobile. Intanto le ricerche proseguono a ritmo serrato con i cani molecolari. riproduzione riservata Viviana, 43 anni, trovata morta nei boschi di Caronia.

Il padre del piccolo Gioele è, insieme alla moglie, un maestro della musica elettronica. Lau.Ane per “la Stampa” il 10 agosto 2020. Difficile pensare che quest' uomo piegato, stravolto, quasi difeso da due amici che lo affiancano tra il bosco e la sterpaglia dove è stato ritrovato il corpo della moglie e dove è disperso quello del figlio sia lo stesso Daniele Mondello che posava accanto a Viviana nelle locandine dei loro show da dj. Lui con i capelli ribelli, lei con gli occhi tanto verdi che sembrano fosforescenti. Adesso Daniele ha le lenti scure a coprire due voragini di pianto, una t-shirt nera con un grande stemma bianco e verde sul torace, l'orecchino al lobo, il ciuffo d'artista che gli scende quasi incongruo su un lato della fronte. «Sono venuto a cercare mio figlio», dice prima di mettersi a parlare fitto fitto con i vigili del fuoco e con gli uomini del nucleo cinofilo che da ieri hanno setacciato ogni angolo di questa campagna per trovare anche una sola traccia di quel bambino di quattro anni sparito nel nulla. Non è un dj qualsiasi, Daniele Mondello, è un artista riconosciuto, amato in mezza Europa, così come Viviana: maestri dell'hardstyle, genere di musica elettronica derivato dall'hardcore.

Il sodalizio è insieme personale e artistico. Anche per la madre, la passione per la musica è solo seconda a quella per il bambino che le ha arricchito e stravolto la vita. «A Daniele l'hardstyle, a me la ninna nanna», racconta in un post senza rabbia apparente. In un attimo, da una vita tra registrazioni, serate e console è passata a pannolini, biberon, vaccinazioni. Dalla coppia (che tutti descrivono come unita, ma affaticata come tutte dopo la nascita di un figlio) è passata alla dimensione della famiglia. Dalla libertà - prima di tutto creativa - ai sacrifici. Lui li condivide, ma continua a lavorare, sempre impegnato nel suo studio di registrazione al pianterreno della palazzina in cui vivono a Venetico, quattromila anime nella provincia di Messina. È alla console, di spalle, anche quando Viviana esce di casa lunedì, dopo avere preparato il sugo per il pranzo. «Vado a comprare le scarpette al bambino e torno». Una cosa di routine. Lui non si gira neanche, concentrato nel suo lavoro. Da pochi giorni, insieme, hanno lanciato sul mercato una traccia che sostanzialmente segna il loro ritorno sulla scena artistica dopo il lockdown. Sono una coppia techno, Daniele e Viviana, che hanno avuto il loro bambino dopo dieci anni di matrimonio, un bambino fortemente voluto che li ha comunque costretti a trovare nuovi equilibri nella coppia e nel lavoro. «Non ci sono motivi di ritenere che la famiglia vivesse in un particolare contesto di conflitti, e tantomeno in un clima di violenza», dicevano l'altro ieri negli uffici della procura dove lui è stato a lungo ascoltato. Una smentita indiretta dei colpevolisti dei social che, all'indomani della scomparsa della moglie, avevano puntato il dito contro di lui e contro il presunto clima difficile che la donna si trovava a respirare. Accuse rinfocolate dalle parole forse infelici dell'appello a Viviana che lui aveva fatto sul suo profilo Facebook: «Torna e stai tranquilla che non succederà niente, né a me, né a te né al bambino».

Una minaccia? Secondo chi indaga no. Ma certo Daniele era consapevole del disagio della moglie, del suo travaglio interiore, delle difficoltà a conciliare i suoi grandi amori, quello per la musica e quello di madre. «Torna, non puoi stare tanti giorni fuori, senza soldi, senza niente». Gli ultimi video postati su Facebook raccontano di una famiglia unita. C'è Gioele che gioca con un disco di vinile sulla console, e il padre che gli accompagna la manina. «Ecco il mio bambino con il suo papà - commenta Viviana - Lui fa parte di noi. Il nostro cucciolo sta crescendo e capisce tante cose. Sono dell'idea che i bambini vanno tutelati e protetti dai genitori, seguiti». C'è Gioele in piedi sul sedile posteriore dell'auto - la madre al volante, il padre accanto - che muove le braccia a ritmo di musica. Della loro musica. Sembra musica cattiva, da sballo, ma qui è ritmo e gioia. E loro con lo sguardo compiaciuto, quello che solo un genitore può avere, soprattutto quando vede le proprie passioni trasmesse ai figli. «Quando crescerai, sceglierai tu cosa fare», diceva Viviana a Gioele in uno degli ultimi post. Lei non c'è più, il bambino disperso chissà dove. Resta un padre, da solo, appoggiato a una macchina dei vigili del fuoco.

Estratto dell'articolo di Valentina Raffa per “il Giornale” il 10 agosto 2020. (…) Ma quella del suicidio della donna è solo una delle tante ipotesi, che peraltro sembra sconfessata dalla posizione del corpo, ritrovato vicino a un traliccio dell'alta tensione e dall'improbabilità, secondo gli investigatori, che Viviana si sia potuta arrampicare sul palo per poi gettarsi nel vuoto. Viviana, piuttosto, potrebbe essere caduta o potrebbe avere avuto un malore. Per un'eventuale indagine per omicidio si attendono i risultati dell'autopsia disposta dalla procura di Patti che sarà eseguita domani e che rivelerà con certezza le cause della morte della donna, che era irriconoscibile a causa degli animali selvatici che vivono nella zona. Se le squadre di ricerca non mollano e hanno intensificato il lavoro proprio dal luogo del rinvenimento del corpo, nel timore che il bambino possa essere stato sepolto, ci si interroga anche su come la madre avrebbe potuto scavare in quel terreno senza un arnese adatto. Ecco, quindi, l'interesse per un pozzo che si trova in quell'area, dove non è stato trovato niente, oltre ai laghetti che sono stati già scandagliati nei giorni scorsi dai sommozzatori dei vigili del fuoco. Non c'è nulla che porti a Gioele e, se fosse stato divorato dagli animali, sarebbe impossibile non trovarne i resti. Le ipotesi dunque restano tutte aperte. (…) «Era troppo attaccata a lui», dicono. «L'hanno ammazzata si sfoga il padre Luigino Parisi -. Abbiamo trovato un biglietto. Mia figlia non si sarebbe mai fatta del male, era troppo affezionata a suo figlio, a mio nipote È a lui che dobbiamo pensare. Dov' è?».

Messina, la morte di Viviana Parisi: ora si cerca il figlio. Investigatori: "Il bimbo era con lei. Chi ha visto qualcosa ci aiuti". Pubblicato domenica, 09 agosto 2020 da Romina Marceca su La Repubblica.it.  Sul luogo del ritrovamento il marito della donna: "E' venuto a cercare suo figlio". Due amici: "Non crediamo si sia uccisa, è stata aggredita". Le tre ipotesi degli investigatori: potrebbe aver consegnato il figlio a qualcuno. Sono riprese all'alba le ricerche del piccolo Gioele, il figlio di 4 anni di Viviana Parisi. Il corpo senza vita della mamma di 43 anni è stato ritrovato nel bosco di Caronia ieri pomeriggio, a cinque giorni dalla scomparsa sulla autostrada Messina-Palermo. Squadre composte da vigili del fuoco, forestali e protezione civile si sono rimesse al lavoro partendo proprio dal punto in cui è stata ritrovata la dj di Torino. L'ipotesi più drammatica, fatta dagli inquirenti, è che la donna possa avere ucciso il figlio seppellendolo nella zona prima di suicidarsi. I vigili del fuoco hanno ispezionato un pozzo vicino Sant'Agata di Militello ma non hanno trovato nulla. Accanto al corpo della donna senza vita, in contrada del Lauro, non sarebbe stato trovato alcun oggetto riconducibile al bimbo. Ma il riserbo di chi indaga adesso è strettissimo. Si stanno valutando diverse piste e le ricerche di Gioele, ancora senza esito, continuano anche in altre direzioni. Per esempio a Sant'Agata di Militello. È qui che Viviana Parisi è arrivata con la sua auto imboccando l'uscita sull'autostrada. Ha pagato un biglietto di pedaggio in entrata che è stato trovato in macchina. Manca quello d'uscita ma, secondo il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, in quel paese la donna è rimasta una ventina di minuti. Le ricerche, nei primi giorni della scomparsa, sono state già eseguite a Sant'Agata di Militello e hanno dato esito negativo. Adesso gli investigatori stanno facendo girare la foto del bambino nel paese a 65 chilometri di distanza da Venetico, punto di partenza della mamma col figlio. "L'ideale è che qualcuno finalmente collabori e ci racconti cosa ha visto", è l'appello di magistrati e investigatori. Sono "almeno tre le ipotesi investigative" sulla morte di Viviana Parisi. Secondo quanto si apprende, gli investigatori stanno cercando di accertare se in quei 22 minuti di "buco", al momento in cui è entrata in autostrada, la donna abbia potuto consegnare il piccolo a qualcuno. La prima ipotesi degli investigatori è che Viviana Parisi "abbia prima ucciso il figlio e poi si sia suicidata, dopo avere nascosto il cadavere del piccolo". Un'altra ipotesi è che la dj "avesse un appuntamento con qualcuno che poi l'ha uccisa insieme con il figlio Gioele". Infine, la terza ipotesi è che la donna abbia prima consegnato il figlio a qualcuno e poi si sia tolta la vita. Ma a chi potrebbe aver consegnato il bambino? Questa mattina Daniele Mondello, il marito della donna, è andato nella zona del ritrovamento. Daniele non è riuscito ad aspettare che arrivasse una telefonata. Ha deciso di salire in auto, accanto ai suoi familiari, e di andare a cercare il suo bambino. È arrivato a Caronia da Messina, al mattino presto, e ha organizzato una sua personale ricerca del figlio nelle campagne attorno a contrada del Lauro. "È venuto qui non per guardare il luogo dove è stata ritrovata la povera Viviana - racconta un parente - ma per cercare Gioele. Siamo distrutti da tutto questo". Ieri Daniele Mondello ha avuto la certezza che la donna ritrovata nel bosco di Caronia era sua moglie mentre si trovava nella questura di Messina. Un poliziotto gli ha riferito la data del matrimonio con Viviana e lui ha annuito. È stato il sigillo sulla verità. Affranto e disperato è poi tornato a casa. Al suo fianco da giorni c'è la sorella Mariella, gli amici più cari e i parenti. Ma stamattina al dolore per la perdita della moglie si è aggiunta la disperazione per un'altra notte senza notizie di Gioele. "E così - dice uno dei familiari - ci ha chiesto di venire qui". Due amici del marito di Viviana dicono che "non crediamo che Viviana si sia uccisa o abbia ucciso Gioele. Pensiamo che qualcuno li abbia aggrediti o uccisi o che degli animali che qui si muovono in branchi li abbiamo assaliti e ammazzati". I due amici vengono da Tortorici e aspettano di parlare con Daniele alla postazione dei vigili a Caronia. "E' vero, Viviana ha passato dei brutti momenti - concludono - ma non avrebbe mai ammazzato Gioele era troppo attaccata a lui". La cognata di Viviana, Mariella Mondello, invece, denuncia che "Le ricerche per trovare lei e mio nipote sono partite in ritardo. Il corpo è stato trovato a meno di 2 km dall'autostrada: come mai non l'hanno trovato prima?. "Mio fratello è distrutto - aggiunge - Noi speriamo che Gioele venga trovato vivo anche se sappiamo che è molto difficile. Non sappiamo più cosa pensare su ciò che accaduto, se mia cognata si è sucidata o se sia stata uccisa. E' strano - conclude - che le due persone che erano sul furgone con cui mia cognata ha avuto l'incidente non l'abbiano fermata". Intanto sembra che gli investigatori siano portati a escludere che la donna si sia uccisa buttandosi dal traliccio perché l'impalcatura non sarebbe stata toccata. Intanto, sarà eseguita nei prossimi giorni l'autopsia sulla donna trovata morta. Il traliccio distante dal suo corpo non è stato sequestrato, spiegano gli investigatori, perché sarebbe poco probabile che si sia lanciata da lì. È possibile, invece, che la donna sia caduta o abbia avuto un malore. Per indagare o meno sull'ipotesi di omicidio, si attendono i risultati degli esami sul cadavere.

Viviana Parisi, la cognata: “Perché l’hanno trovata solo dopo 4 giorni?” Notizie.it il 10/08/2020. La cognata di Viviana Parisi non si capacita di come la donna sia stata trovato dopo 4 giorni: per lei le ricerche dovevano partire prima. Non si danno pace i familiari di Viviana Parisi, trovata morta in un bosco sabato 8 agosto dopo essere scomparsa da quattro giorni insieme al figlio Gioele: la cognata Mariella Mondello, sorella del marito della vittima Daniele, ha denunciato come le operazioni di ricerca siano partite troppo tardi.

Parla la cognata di Viviana Parisi. “Perché l’hanno trovata solo dopo quattro giorni? Forse le ricerche per trovare Viviana e Gioele dovevano partire prima“, ha affermato con la voce ancora rotta per lo strazio facendo notare come le unità cinofile abbiano ritrovato il corpo a meno di 2 km dall’autostrada da cui Viviana è fuggita dopo aver avuto un incidente. A tal proposito Mariella ritiene strano che le due persone che erano sul furgone coinvolto nel sinistro non l’abbiano fermata e abbiano lasciato che fuggisse dalla scena. Ora l’unico auspicio è che i soccorritori trovino presto il piccolo Gioele, nella speranza che sia ancora vivo pur ammettendo di essere consapevole che ciò sia molto difficile. “Mio fratello è distrutto. Non sappiamo più cosa pensare su ciò che accaduto, se mia cognata si è suicidata o se sia stata uccisa“, ha concluso la cognata. Tra le ipotesi in campo ci sono infatti quella secondo cui Viviana si sia tolta la vita –non si esclude che abbia ucciso anche il figlio per poi seppellirlo- o che sia rimasta vittima di un omicidio. Gli inquirenti sono ora al lavoro per cercare di ricostruire la dinamica dell’accaduto ripercorrendo i suoi ultimi istanti.

Viviana e Gioele scomparsi, segnalazione di una guardia medica: “Da me mamma con bimbo, ha pianto ed è scappata”. Redazione su Il Riformista il 7 Agosto 2020. E’ una guardia medica a fornire dettagli utili alle ricerche di Viviana Parisi e di suo figlio Gioele, scomparsi lunedì scorso sull’autostrada Messina-Palermo nei pressi di Caronia. In un verbale raccolto dai carabinieri di Giardini-Naxos e girato agli agenti della Squadra Mobile che indagano su quello che sembra essere un allontanamento volontario della donna, 43 anni, torinese di nascita ma che vive a Venetico, paesino messinese, col marito Daniele Mondello, dj e creatore di musica dance come lei. A diffonderlo è l’agenzia AdnKronos che riporta la testimonianza di una dottoressa del presidio di Giarnidi-Naxos, comune in provincia di Messina. “Questa mattina, intorno alle 11,50, è venuta al presidio una donna di età apparente 40 anni con un bambino di 2/3 circa in braccio – ha raccontato il medico ai carabinieri – dicendo che il piccolo aveva la febbre a 39 da due, tre giorni e che, residente nel catanese, si trovava in zona in villeggiatura. Aveva la necessità che visitassi il bambino poiché la pediatra non poteva farlo, data la distanza da casa. Le spiegavo che non poteva entrare nel presidio, perché il bimbo aveva la febbre, e le chiedevo quindi le generalità sue e del figlio. E’ stato allora che la donna, rifiutandosi, ha iniziato ad avere una crisi di pianto dicendomi testualmente "Lasci stare" e allontanandosi subito dopo senza altro aggiungere”. “La stessa, per tutto il tempo, è rimasta sull’uscio senza entrare, in relazione alle norme anti-Covid-19. Non ricordo come fosse vestita ma alle 16,15 circa si sono presentati nell’ambulatorio tre uomini tra i 30 e i 40 anni circa. Tra questi, a me sconosciuti, uno mi ha chiesto aiuto con il telefono cellulare in mano, mostrandomi diverse foto di una donna con un bambino in braccio e dicendomi che era un parente, che erano disperati in quanto li stavano cercando. E’ stato vedendo quelle foto che mi è tornato in mente l’episodio della mattina, quindi ho deciso di informarmi”. La dottoressa, che ai carabinieri ha specificato di non avere certezza sulla corrispondenza della donna vista con la 43enne scomparsa, ha però aggiunto: “Lei aveva i capelli scuri lunghi e raccolti mentre il bambino aveva i capelli castano chiaro, biondo scuri, cresciuti in modo da coprirgli tutta la fronte. Non ricordo però altro sui caratteri somatici o su come fossero vestiti. Però posso dire che parlava correttamente italiano senza che riuscissi a cogliere alcun idioma”. I familiari, chiamati in causa dai carabinieri, non avrebbero però riconosciuto la donna dalle immagini di videosorveglianza presenti nel presidio medico. Fabio Ettaro, dirigente del commissariato di Polizia a Taormina, ha escluso questa ipotesi: “Ieri abbiamo fatto indagini anche alla Guardia medica di Giardini Naxos dove era stata segnalata anche la presenza della donna, ma dalle immagini che abbiamo visionato escludiamo in questo caso si tratti della persona scomparsa e del suo bimbo“. Intanto proseguono le ricerche, portate avanti anche dai parenti stretti e amici della donna che hanno ribadito come quest’ultima non avesse “problemi col marito o in famiglia”. Pare che la donna però, non “avesse vissuto bene il recente periodo del lockdown per l’emergenza Coronavirus” mostrandosi “alquanto depressa e spaventata soprattutto per il piccolo Gioele”.

Floriana Rullo per "corriere.it" il 10 agosto 2020. «Vogliamo sapere dove è nostro nipote Gioele. Mia figlia non c’è più. Ma vogliamo sapere mio nipote dove è finito e se qualcuno gli ha fatto del male». Non si arrende Luigino Parisi, il padre di Viviana, la dj di 43 anni scomparsa nella zona di Caronia, nel Messinese, insieme a Gioele Mondello, il figlio di 4 anni. Dopo aver ricevuto la notizia che il corpo ritrovato tra i boschi di Caronia era di sua figlia, il pensiero, è diventato un’ossessione: sapere dove si trova Gioele, il nipotino di appena quattro anni. «Me l’hanno ammazzata», ripete papà Luigino mentre sta per partire dalla sua casa di Borgo San Paolo, a Torino, per raggiungere la Sicilia.

«Nessuno l’ha aiutata». «Abbiamo trovato un biglietto – dice l’ex autista Gtt ora in pensione -. Raggiungiamo nostro genero. Ho molti dubbi su ciò che è accaduto. Mi chiedo perché mia figlia avrebbe dovuto uccidersi, non lo avrebbe mai fatto. E poi perché nessuno l’ha aiutata? Ora bisogna pensare a Gioele. Bisogna capire dove è finito mio nipote. Dove può essere un bambino di quattro anni? Qualcuno gli ha fatto del male? Vogliamo sapere la verità». Sabato pomeriggio le notizie che arrivavano da Messina non hanno lasciato nessuna speranza a lui e alla moglie Carmela. Le hanno ascoltate, insieme, nel loro appartamento del quartiere San Paolo, sperando fino all’ultimo che quella donna trovata sfigurata nei campi non fosse la loro Viviana. Certezza poi arrivata dal riconoscimento da parte del marito Daniele Mondello della fede portata al dito.

Le ricerche del piccolo Gioele. La famiglia torinese non la vedeva da mesi, anche se si sentivano tutti i giorni. A causa del Covid non era riuscita a raggiungere mamma e papà, ma lo avrebbe voluto fare durante le ferie estive. Ora, mentre le ricerche del piccolo continuano senza sosta, alla famiglia di Viviana, che intanto si è stretta nel silenzio e non vuole parlare con nessuno, non resta che la flebile speranza di trovare il nipote ancora vivo.

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” l'11 agosto 2020. Le ricerche del piccolo Gioele, fino alla tarda serata di ieri vane, hanno un difetto d'origine: la mancanza di certezze. Non si sa se la mattina del 3 agosto, giorno della scomparsa, era davvero con la madre Viviana al momento dell'incidente nella galleria della Messina-Palermo, quando la donna si è allontanata in silenzio (intorno alle 11.30) scavalcando il guardrail per addentrarsi nella boscaglia di Caronia dove poi è stato ritrovato il suo corpo. Se era con lei, ipotesi che gli inquirenti giudicano plausibile, non c'è comunque certezza che fosse in vita. I soli ad averli visti insieme sono due testimoni, probabilmente padre e figlio, dall'accento del Nord Italia, che si sono fermati sulla piazzola di sosta successiva per tornare a vedere cos' era successo. «Abbiamo notato una donna con in braccio un bambino che ha scavalcato il guard rail», avrebbero detto a chi era sul posto per poi andarsene facendo perdere le loro tracce. I due operai delle manutenzioni a bordo del furgone, il mezzo che è stato urtato sulla fiancata dall'Opel Corsa di Viviana, hanno un ricordo vago: «La donna sembrava da sola». Preoccupati delle conseguenze che poteva avere l'incidente all'interno della galleria, hanno preso la direzione opposta a quella della mamma cercando di deviare il traffico per evitare guai peggiori. E mentre loro deviavano, la mamma si dileguava. Ma nessuna certezza esiste fin dall'inizio del drammatico viaggio di Viviana. «Vado a Milazzo a comprare un paio di scarpe per Gioele», ha detto al marito, Daniele Mondello, dj e creatore di musica dance, la passione comune che è stata un po' il cemento del loro rapporto. Viviana gli ha parlato al telefono, a metà mattinata. «Stiamo verificando anche questo particolare», aggiungono gli inquirenti. Comunque sia, a Milazzo, una ventina di chilometri da Venetico dove la famiglia vive, la donna non si è mai vista in un negozio di scarpe. Ha però sicuramente imboccato l'autostrada verso Palermo, dove una telecamera, una delle poche utili alle indagini, ha immortalato la sua Opel Corsa grigia. «Le immagini sono sfocate, non si distinguono i passeggeri - fanno notare gli investigatori - ma anche se fossero nitide e si vedesse il bambino (4 anni, ndr ) legato al seggiolino, non potremmo mai sapere se era vivo». L'ipotesi sottende naturalmente lo scenario più terribile, che però, in mancanza di certezze, non viene escluso: il bambino già morto. Cosa che giustificherebbe l'allontanamento di Viviana dopo l'incidente con il figlio in braccio. In questo quadro si sarebbe trattato di omicidio-suicidio, con lei che, dopo aver lasciato Gioele, magari seppellendolo o lasciandolo da qualche parte, ha deciso di farla finita, forse buttandosi dal traliccio alla base del quale è stata trovata. Un'ipotesi che ha però vari punti deboli: il corpo del piccolo non è stato rinvenuto nei paraggi e neppure a Sant' Agata di Militello, dove la dj è uscita dall'autostrada per venti minuti. Amici e parenti parlano poi di una madre amorevole, incapace di dare anche solo un ceffone a Gioele. Altra ipotesi: omicidio di Viviana nella boscaglia e sequestro del bambino. Nella sua tragicità è paradossalmente uno scenario che molti si augurano, perché in questo caso il bambino potrebbe essere ancora in vita. Pesa, però, il macigno dell'improbabile killer-sequestratore casuale, incontrato nella boscaglia. Terzo caso, il più carico di speranze ma anche il più fantasioso: Viviana che affida il bambino a qualcuno e poi decide di togliersi la vita. «Gioele non lo lasciava mai, figuriamoci se lo dava a qualcuno che non è della famiglia», tagliano corto gli amici. Infine l'incidente, una caduta, un malore, uno svenimento e lei e il bambino che finiscono preda di animali selvatici. Un'altra immagine da brividi. «È difficile, non abbiamo trovato neppure un capello del piccolo», allargano le braccia gli investigatori. Insomma, un vero giallo. L'autopsia, che verrà eseguita oggi dal medico legale, e sulla quale molti confidano, non lo risolverà ma dirà almeno che cosa è successo a Viviana. Quanto a Gioele, l'impressione è che se non si troverà, la sua fine rimarrà avvolta nel mistero.

Laura Anello per “la Stampa” l'11 agosto 2020. Chissà da quali fantasmi era inseguita Viviana, lunedì sotto il sole nei sentieri accanto all'autostrada. E chissà dov' è finito Gioele, il figlioletto di quattro anni che - secondo gli inquirenti - era con ogni probabilità con lei. Perché il percorso che ha fatto la donna, ricostruito dopo la scoperta del suo corpo, indica uno zig zag apparentemente inspiegabile. Prima l'uscita a piedi dalla galleria dopo l'incidente con un furgone, poi duecento metri in cammino sul bordo dell'autostrada, poi l'imbocco di un sentiero scavalcando il guard rail e approfittando di un varco nella rete, poi ancora una stradella in direzione opposta, in salita, infine un altro sentiero in discesa che l'ha portata a morire tra rovi e sterpaglie. Qui è stata trovata vicino a un traliccio dell'energia elettrica e a poche decine di passi da un'abitazione e da un allevamento: tragica beffa per chi l'aveva cercata per 480 ettari fin sulla montagna, sul lato opposto della carreggiata, pensando che avesse attraversato l'autostrada e si fosse inerpicata lassù. «Scavalcato il guard rail poteva camminare in tre direzioni: a sinistra verso Palermo, oppure dritto verso il mare, oppure ancora a destra tornando indietro», raccontano i vigili del fuoco. Ha scelto quest' ultima, ma senza alcun senso logico, sempre che nessuno l'abbia costretta. Tutto intorno sessanta uomini battono adesso ogni centimetro, ogni pozzo, ogni canale, per ritrovare il bambino con l'aiuto di squadre di esperti di topografia. Quel bambino disperso in un bosco come nella peggiore delle favole gotiche. L'autopsia sul corpo della dj torinese, prevista per oggi all'ospedale Papardo di Messina, dovrebbe chiarire com' è morta e se ha subito violenza. Due risposte che potrebbero dirigere le indagini verso una delle tre attuali direzioni: si è suicidata? È stata uccisa? Ha avuto un incidente? Il corpo è riverso a terra in posizione prona, le braccia lungo la testa, le gambe divaricate, come se fosse caduta. Ma sul vicino traliccio dell'Enel non sarebbe mai salita, secondo chi indaga. Ieri è tornato il marito Daniele Mondello a cercare il figlioletto, affiancando vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, uomini della protezione civile. Nessuna polemica, dopo che la sorella Mariella l'altro giorno aveva puntato il dito contro i ritardi nelle ricerche. «Aspettiamo di sapere», dice con la testa bassa, accanto a lui c'è il padre. Mancavano questi ultimi venti ettari per considerare esplorata tutta la zona. Eppure, beffa atroce, Viviana era proprio qui, dietro l'angolo, a soli cinquecento metri in linea d'aria dal punto della scomparsa, e a poco più di un chilometro e mezzo a piedi. Un clamoroso errore nelle ricerche? Gli uomini della forestale dicono di no: «Il terreno qui è così infestato da rovi e da cespugli, è possibile pure passare accanto a una salma e non riuscire a vederla». Se così è stato per Viviana, così potrebbe essere ancor più per il piccolo Gioele. Gioele, che nessuno - al di là delle parole di circostanza - conta più di vedere vivo. Gioele, che si spera solo sia spirato con il minore strazio possibile, almeno senza vedere la madre che moriva.

Laura Anello per “la Stampa” l'11 agosto 2020. «Non lo avrebbe mai ucciso». I capelli scuri e ricci, gli occhi di fuoco, l'accento siciliano - così diversa da quella cognata torinese e bionda - si è presentata ieri nel quartier generale delle ricerche allestito nella stazione di rifornimento sulla statale di Caronia. È Mariella Mondello, la sorella di Daniele, la zia di Gioele, l'altra faccia al femminile di questa tragedia d'estate. «Viviana non avrebbe mai abbandonato Gioele, lo amava. E non credo neanche che lo avrebbe mai ucciso». Lei conosceva bene la cognata, che il fratello aveva sposato nel 2004, l'aveva vista splendente e negli show in cui faceva ballare le folle, l'aveva vista madre felice al momento del parto di quel bambino arrivato dopo dieci anni di matrimonio, e ne aveva seguito gli ultimi faticosi mesi. Qualcosa in più di una depressione. «Viviana - ha raccontato a Gds.it - era afflitta da manie di persecuzione, questo le avevano refertato all'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto. Diceva a mio fratello che era pedinata, ma erano soltanto cose che aveva nella sua mente». È una donna che si sentiva braccata, una donna che scappava da pericoli immaginari, quella che lunedì scorso lascia la macchina nella galleria in cui aveva provocato un incidente con dentro la borsa, i soldi e i documenti, e si allontana dalla galleria a piedi, trovando poi la morte un chilometro e mezzo più in là. Se con il figlio Gioele o senza è il dubbio atroce di questi giorni: ci sono testimonianze contraddittorie, ma gli inquirenti sono convinti che fosse con lui. E le parole di Mariella («Non avrebbe mai abbandonato Gioele») spengono indirettamente la speranza che la madre possa averlo consegnato in altre mani quella mattina, forse durante quel buco di venti minuti a Sant' Agata di Militello, tra l'entrata e l'uscita del casello di un'autostrada che ha la maggior parte delle videocamere rotte. E quindi la speranza che il bambino sia vivo, nascosto da qualche parte. Certo la madre stava male, seppure in modo ondivago. «Stava male mentalmente - dice Mariella - anche se negli ultimi tempi sembrava stesse meglio, alternava periodi di serenità a periodi di crisi nervose. Litigi con mio fratello? No, ma a volte accendeva discussioni per fisime dovute allo stato mentale in cui si trovava». Quando stava meglio, andava nello studio di registrazione al pian terreno di casa sua e postava sulla sua pagina Facebook musica che faceva impazzire i suoi fan e parole dettate dal cuore, di amore infinito per il figlio e di consapevolezza ritrovata: «Tutti abbiamo dei momenti difficili, ma poi si superano». Quando stava male, quei nemici immaginari tornavano tutti.

Estratto dell’articolo di Lara Sirignano per “il Messaggero” l'11 agosto 2020. Col passare delle ore le speranze di trovare vivo il piccolo Gioele Mondello si affievoliscono. Quella ingaggiata dai vigili del fuoco e dalle forze dell'ordine è ormai una lotta contro il tempo. La zona in cui il bambino sarebbe scomparso insieme alla madre, trovata morta sabato scorso sotto un traliccio della luce a poca distanza dall'autostrada che da Messina porta a Palermo, è vasta e impervia. Cinquecento ettari di boschi, dirupi, macchia mediterranea fittissima vengono perlustrati con l'aiuto dei cani dell'unità cinofila, degli esperti in topografia e delle squadre del soccorso Speleo alpino fluviale; mentre i droni del Sistema aeromobili pilotaggio remoto sorvolano l'area sperando di avvistare, dall'alto, tracce del piccolo. […] […] Viviana potrebbe essere caduta battendo la testa e il figlio, spaventato, potrebbe essersi allontanato e perso nei boschi - né che madre e figlio siano stati aggrediti da qualcuno. […] sembra poco credibile che la donna, uscita dall'autostrada per una misteriosa sosta di 20 minuti a Sant' Agata di Militello, abbia lasciato Gioele a qualcuno […] Nessuna telecamera sull'autostrada ha ripreso la dj e il bambino prima della scomparsa, ma, anche basandosi su alcune testimonianze, gli investigatori sono certi che fossero insieme. Restano senza risposta molti interrogativi sulla giornata di Viviana: dal perché si trovasse a Caronia, 100 chilometri lontana dal suo paese, visto che aveva detto che sarebbe andata a fare spese a Milazzo in un centro commerciale, al perché abbia lasciato a casa il cellulare e abbia fatto tappa a Sant' Agata. Aveva appuntamento con qualcuno? […]

Nella testa di una madre in fuga con il figlio in braccio. Pubblicato domenica, 09 agosto 2020 da Giuseppina Torregrossa su La Repubblica.it. L’ipotesi ventilata è quello di un allontanamento volontario. E allora, mentre si cerca la verità, io provo a mettermi nei panni della giovane donna, dagli occhi colore del mare. L 'hanno trovata morta e sfigurata. Del bambino nessuna traccia, almeno fino a questo momento. A noi non rimane altro che una preghiera, un pensiero di pietà, per quel corpo, a chiunque esso appartenga.  

Ma cosa è successo a Viviana, la dj scomparsa qualche giorno fa nel Messinese? L'ipotesi ventilata è quello di un allontanamento volontario. E allora, mentre si cerca la verità, io provo a mettermi nei panni della giovane donna, dagli occhi colore del mare. Sembra che da quando sia diventata mamma, Viviana si senta triste, forse è persino depressa. Che sia caduta in quel pozzo di tremenda malinconia, di cui parla Natalia Ginzburg nel suo discorso sulle donne? La famiglia, gli amici forse non conoscono l'entità vera del suo tormento, ma lei magari ci sta affogando dentro a quel pozzo, e annaspa per tornare a galla. "Vado a comprarmi un paio di scarpe al centro commerciale", dice una mattina di agosto, ché talvolta lo shopping funziona come antidoto a qualunque male. "Compra le più belle, le più costose; voglio farti un regalo", le risponde, immagino, il marito. Nei giorni della chiusura totale l'aveva vista rinchiudersi in se stessa. Chissà, magari la preoccupazione per il lavoro, o semplicemente la vita ripetitiva tra le mura di casa; certo è che il dolore sordo sembrava essersi esacerbato. E ora quello shopping improvviso lo solleva, sia pure per poche ore, dalla preoccupazione per lo stato di salute della moglie. Viviana veste il bambino, lo conduce alla macchina per mano, lui le trotterella accanto con il passo incerto dell'infante, la manina stringe fiduciosa quella della mamma, si sente al sicuro. Lei lo lega al seggiolino e mette in moto. Percorre la strada verso Milazzo, è lì che si trova il centro commerciale; canticchia una musichetta, ci si è svegliata e non la lascia in pace, insieme con un profondo turbamento e una dolorosa sensazione di solitudine. Eppure all'apparenza tutto funziona nella sua vita. È bella, ha successo nel lavoro e una famiglia solida dietro le spalle, il marito la adora; molte cose li uniscono, compresa la passione per la musica. La strada le si para davanti, un nastro grigio di asfalto bollente. L'aria è tremula, l'afa una cortina nebulosa che intorpidisce la mente. Viviana suda, le gocce colano dalla sua fronte ampia, scivolano lungo il collo, impregnano l'abito leggero. Poi improvviso compare il mare; uno spazio smisurato, un ponte teso tra lei e l'assoluto. Ora, l'assoluto è difficile da sopportare da soli; perciò, immagino, Viviana senta il cuore impazzire, la respirazione farsi difficoltosa; qualche lacrima compare sul bordo delle palpebre, il trucco si disfa. Lei si guarda allo specchio e si vede per quello che è: una creatura in balia della vita. Ci vorrebbe un'amica, qualcuno con cui condividere il senso di angosciosa finitezza che la coglie quando si confronta con sentimenti più grandi di lei. Come è successo dopo il parto; quando suo figlio era apparso urlando, ché la vita anche nella gioia urla sempre; lei si era sentita così, come oggi davanti al mare. Guarda nello specchietto, Gioele dorme nel suo seggiolino. È tranquillo, come solo si può essere vicino alla mamma, eppure lei non si sente adeguata, spesso ha avuto paura di fargli del male. Allora Viviana sterza improvvisamente, vuole allontanarsi dall'orizzonte blu che divide il cielo dal mare. Imbocca l'autostrada, cerca una parete che sia montagna, che sia paese, qualcosa in grado di contenere il suo sperdimento. Il pulmino con gli operai non lo vede. Forse non si accorge nemmeno dell'urto. La rete ai margini della piazzola, solo quella le interessa. C'è un varco. Lei afferra il bambino e si infila in quel buco. Di là è la salvezza. Cosa cercava Viviana lungo quel canalone scosceso se non salvezza? Difficile pensare che con quella metà di lei, viva e pulsante tra le braccia, abbia cercato dannazione. Il resto è cronaca: droni, cani molecolari, unità cinofile, uomini della protezione civile. Ma nessuna diavoleria moderna ci restituisce nell'immediatezza la madre e il suo bambino. Siamo finiti e limitati, è forse questo il senso della storia?

Andrea Pasqualetto per corriere.it l'11 agosto 2020. È Stefano Vanin, uno dei più qualificati entomologi forensi d’Europa, docente di Zoologia all’università di Genova, a eseguire l’autopsia sul corpo di Viviana Parisi, la 43enne torinese trapiantata nel Messinese scomparsa il 3 agosto scorso con il figlio Gioele e ritrovata senza vita cinque giorni dopo nelle campagne di Caronia, a un centinaio di chilometri da casa.

Chi è. Vanin è stato incaricato con i medici Elvira Ventura e Daniela Sapienza dell’Università di Messina dalla procura di Patti, che sta coordinando le indagini sulla morte e sulla scomparsa del piccolo Gioele, 4 anni, che ancora non si trova. Vanin ha collaborato alla soluzione dei più efferati casi di cronaca degli ultimi anni, da Yara Gambirasio a Melania Rea a Lucia Manca a Elisa Claps.

Il verdetto. Entro 60 giorni dovrà dare una risposta al quesito principe: quando e come è morta Viviana? Suicidio o omicidio? La procura di Patti ha aperto un fascicolo senza indagati per omicidio e sequestro di persona ma si tratta di un’iscrizione puramente formale, un tecnicismo che consente di utilizzare ogni strumento a disposizione degli inquirenti. L’esame autoptico verrà terminato in serata.

«Viviana era sconvolta». Intanto il legale della famiglia di Viviana, l’avvocato Pietro Venuti, ha detto che la ragazza «aveva dei problemi di salute, certificati», e «nel periodo del Covid questa chiusura forzata l’aveva sconvolta. Sembra che volesse andare in un determinato punto, a Caronia, ma non ne conosco il motivo». «Non so se l’incidente è avvenuto prima o dopo la scomparsa del bambino», ha detto, prima di gettare un nuovo sospetto sulla vicenda: «E anche il ritrovamento dopo sette giorni in una zona già battuta...». Anche il suocero della dj, Letterio Mondello, ha sottolineato come Viviana fosse sconvolta «da quando c’è stato questo maledetto virus»: «Ma era dolcissima, brava e non lasciava mai il bambino - ha detto ancora - Non lo abbandonava mai. Non lo dava a nessuno nemmeno a mia moglie. È stata tre mesi a a casa con noi con il bambino». «Non so come spiegare che sia stata a Sant’Agata di Militello - aggiunge - forse per fare rifornimento e comprare le sigarette, ma non conosceva nessuno lì» . «Non ho paura che mio figlio Daniele venga coinvolto nelle indagini - sottolinea infine Letterio Mondello - perché non ha fatto niente. È una bravissima persona, e ora sta malissimo. Io ho un’idea di questa vicenda, ma non dico niente. Viviana era una ragazza dolcissima che andava d’accordo con il marito e lui altrettanto con lei. Non fuggiva da nessuno».

Gli insetti e l'esperto di Yara: cosa ci dirà il corpo di Viviana. All'autopsia sulla salma di Viviana Parisi partecipa un entomologo forense. Ma è la polemica sulle ricerche di Gioele. Rosa Scognamiglio, Martedì 11/08/2020 su Il Giornale. Sono giorni decisivi per la risoluzione del ''giallo di Caronia''. Dalle prime ore di questo pomeriggio fino a sera, è avvenuta l'autopsia sul corpo di Viviana Parisi, la mamma vj di Venetico rinvenuta cadavere nei boschi di Torre di Lauro, tra la vegetazione a ridosso della A20 Messina-Palermo, in prossimità della piccola cittadina Messinese. L'esito degli esami autoptici potrà chiarire le cause del decesso fornendo, altresì, elementi utili alla ricostruzione di una vicenda dai contorni ancora molto indefiniti e incerti. Intanto, procedono a tutto spiano, le ricerche del piccolo Gioele, del quale non si hanno più notizie dallo scorso lunedì.

Il test chiave dell'autopsia. Gli esami autoptici sulla salma di Viviana sono stati effettuati all'ospedale Papardo di Messina. Date le circostanze anomale del ritrovamento (il volto e il corpo della donna sono stati deturpati dagli animali selvatici), la procura ha richiesto la partecipazione straordinaria di un esperto entomologo forense di Genova, il dottor Stefano Vanin. Attraverso la classificazione delle larve rinvenute sulla salma della 43enne, il perito dovrà stimare l'ora esatta della morte e valutare se, eventualmente, il cadavere sia stato trasportato da un altro luogo. "Sono stato chiamato dalla Procura per l'autopsia perché visto lo stato del cadavere, la stima dei tempi del decesso si fa attraverso dei metodi indiretti, cioè non si lavora sul corpo ma si guarda come l'ambiente ha interagito con il corpo", ha spiegato il professor Stefano Vanin ai microfoni dell'AdnKronos. Questa mattina, l'esperto ha fatto un sopralluogo nella zona boschiva di Caronia, laddove è stata ritrovata senza vita la mamma Vj: "Ho raccolto sul luogo del ritrovamento tutto quello che potrà servire", ha aggiunto. All'autopsia hanno preso parte il medico legale della famiglia Parisi, Pina Certo, e gli avvocati Pietro Venuti e Claudio Mondello. La procura di Patti ha nominato come periti, invece, Elena Ventura Spagnolo, Daniela Sapienza e l'entomologo Stefano Vanin. In ogni caso, il medico legale è molto chiaro: i risultati, ha spiegato ad AdnKronos, arriveranno entro tre mesi. Ma non si sente di escludere nulla sulla causa del decesso. Da una prima anticipazione, si è capito che l'autopsia "non è stata risolutiva".

Polemiche sulle ricerche di Gioele. Mentre all'ospedale di Messina si accertano le cause del decesso di Viviana, continuano le ricerche del piccolo Gioele. Più di settanta uomini, vigili del fuoco, speleologi del nucleo SAF (Speleo Alpino Fluviale) e unità cinofile stanno perlustrando la vastissima area boschiva di Caronia: più di 500 ettari sono stati già passati al setaccio con insuccesso. Nelle ultime ore, le attività sono state estese anche alla zona di Sant'Agata Militello dove la 43enne avrebbe transito a bordo della sua Opel Corsa grigia attorno alle ore 10.34 di lunedì mattina. Intanto monta la polemica sulle ricerche da parte di Lillo Mondello, padre di Daniele e nonno del bimbo. "Sono arrivato nel piazzale della stazione mobile dove si coordinano le ricerche e c'erano 15 persone ferme - spiega alle pagine de La Repubblica - mentre lì sopra non c'è nessuno. Sono arrivato per capire cosa succede. Poi non capisco perché cercare a Sant'Agata Militello. Che c'entra?", conclude.

Le parole del suocero di Viviana. Sono tante, quasi innumerevoli, le ipotesi formulate dagli investigatori sulla morte di Viviana: "Tutte le piste restano aperte", ribadiscono dalla procura. Un grattacapo non da poco anche per i familiari della 43enne che non si danno ancora pace per quanto accaduto. "Da quando c'è stato il coronavirus era cambiata ma prima era dolcissima. Bravissima. - racconta Lillo, il suocero di Viviana - Non lasciava mai il bambino. Non lo abbandonava mai. Forse ha fatto rifornimento e poi ha comprato le sigarette, non lo so", dice a chi gli chiede perché la donna fosse andata a Sant'Agata di Militello. "Non ho paura che Daniele venga coinvolto nelle indagini, perché non ha fatto nulla di male. Aspetto qui per vedere quello che sta succedendo. Io ho un'idea ma non posso dire niente", aggiunge.

Il legale del marito: "Viviana aveva problemi di salute". Emergono retroscena inquietanti circa gli ultimi mesi di vita di Viviana. La depressione post-partum, le ''manie di persecuzione" , e chissà cos'altro, dettagliano il vissuto della mamma vj di non trascurabili particolari. "La signora aveva dei problemi, ma non voglio lasciare dichiarazioni sul suo stato di salute. Sembra che il periodo del Covid l'abbia profondamente sconvolta", spiega l'avvocato Pietro Venuti, legale di Daniele Mondello, marito della donna. "Anche il marito - aggiunge il penalista - vuole sapere la verità come tutti. Lui è distrutto dalla vicenda: ha perso la moglie e suo figlio non è stato ancora trovato. Gli interrogativi sono tanti. Il fatto che la donna ha camminato tanto dopo l'incidente e non è scattato subito un accertamento. E' stata trovata in un posto che era già stata battuto nei giorni precedenti. E non sappiamo se l'incidente è avvenuto prima o dopo la scomparsa del bambino. Ci sono tanti punti oscuri, ma noi abbiamo fiducia sugli inquirenti. Adesso aspettiamo esito dell'autopsia".

La chiave del caso nelle ossa? ​Cosa sappiamo ora della dj. Resta un giallo la morte di Viviana Parisi. Agli esperti occorreranno circa 90 giorni per stabilire l'ora e le cause del decesso. Rosa Scognamiglio, Mercoledì 12/08/2020 su Il Giornale.  "Ossa fratturate in più parti del corpo". Non trapelano molte informazioni sull'esito dell'autopsia di Viviana Parisi quando, nella tarda serata di martedì 11 agosto, si spalancano le porte della sala mortuaria dell'ospedale Pardo di Messina. Le poche parole che riferiscono gli esperti alla stampa, e ai familiari della mamma deejay, lasciano intendere che occorrerà ancora del tempo per chiarire le cause del decesso e stabilire l'ora esatta della morte. "Ci servono circa 90 giorni", dicono all'unisono i periti che per tre lunghe ore hanno esaminato il corpo della 43enne.

Fratture multiple al corpo. "Lesioni al torace e al bacino", è il verdetto dell'autopsia. Subito s'insinua il dubbio tra i presenti: se le è procurate cadendo accidentalmente dal traliccio sotto il quale è stata ritrovata o è stata spinta da qualcuno giù dal dirupo? "Non ci sono chiare evidenze che possano escludere una o l'altra ipotesi come causa della morte", le bocche dei medici restano cucite. Uno dei due legali della famiglia Parisi, Pietro Venuti, spiega: "Secondo il mio punto di vista questo esito esclude l'omicidio perché quella serie di fratture è compatibile con una caduta in quel terreno dissestato". Qualche istante dopo, è il medico legale Elvira Ventura Spagnolo, nominata dalla procura assieme alla collega Daniela Sapienza, a ribadire che "le lesività sul corpo possono essere compatibili con tutte le ipotesi possibili". Anche gli investigatori preferiscono attendere l'esito definitivo dei test autoptici prima di sbilanciarsi: "Tutte le piste restano aperte", ripete il procuratore di Patti e titolare dell'inchiesta, Angelo Cavallo. Ci va con i piedi di piombo anche Stefano Vanin, illustre entomologo forense - già noto alle cronache per le drammatiche vicende di Yara Gambirasio, Elisa Claps e Melania Rea - interpellato dalla procura per fare luce sulla dinamica del decesso di Viviana. "Le fratture alle ossa possono dire tutto e nulla. - spiega al Corriere della Sera - Basti pensare che di fronte a un braccio fratturato non siamo in grado di dire se è dovuto, per esempio, a una badilata tirata da qualcuno o a una banale caduta sul marciapiede. Io ci vado coi piedi di piombo". Ci sono ancora molti nodi da sciogliere sulla morte della 43enne di Venetico. E se l'ipotesi di un omicidio-suicidio resta attendibile, è possibile escludere quasi con certezza massima che sia stata raggiunta da colpi di arma da fuoco o trafitta al corpo con un coltello. "Non ho visto lesioni riconducibili a colpi d'arma da fuoco e d'arma bianca", spiega Vanin. Resta in dubbio, invece, il retroscena di un atroce strangolamento. L'entomologo allarga le braccia: "Questo non potremo mai saperlo. Il corpo era troppo decomposto".

L'ora della morte. Ci sono 22 minuti di buco nella ricostruzione di quel maledetto lunedì. Stando alle testimoniante riferite da alcuni astanti occasionali, Viviana avrebbe scavalcato il guardrail che delimita la A20 Messina-Palermo attorno alle ore 11 del mattino. Ma l'ora del decesso, elemento non trascurabile della intricata vicenda, resta ancora un enigma. A tal riguardo, spetterà all'entomologo Vanin calcolare una stima esatta. Nel pomeriggio, prima di recarsi all'ospedale Papardo di Messina, l'esperto ha fatto un sopralluogo nei boschi di Caronia per prelevare dei reperti, insetti e larve dallo stesso posto in cui la mamma dj è stata ritrovata senza vita. Da oggi è al lavoro per "l'identificazione della specie, il confronto con i dati termici e quindi si arriverà a una stima dei tempi del decesso", spiega ai taccuini dell'Adnkronos. Il perito ha raccolto del terriccio prima dell'autopsia: "Serve a studiare la specie di insetto che ha colonizzato il corpo. - precisa ulteriormente alle pagine del Corriere - Gli insetti parlano, raccontano i tempi della morte e ogni territorio ha la sua specie e i suoi tempi ". Ci sono poi i dati termici da analizzare: "Siccome non conosco le temperature della zona ancora non sono in grado di dare i tempi del decesso. - spiega il professor Stefano Vanin - Abbiamo chiesto 90 giorni per avere gli esiti". Novanta giorni per chiarire un giallo che sembra incastrato in un vicolo cieco. Cosa è successo a Viviana?

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 12 agosto 2020. «La signora Viviana, mamma premurosa, aveva purtroppo dei problemi di salute: è stata a lungo in cura nelle strutture pubbliche e prendeva psicofarmaci. Il Covid ha riacutizzato i problemi e quindi è chiaro che l'ipotesi del suicidio è possibile». Prima ancora che i medici legali dicano qualcosa circa l'autopsia sul corpo di Viviana Parisi, scende in campo l'avvocato Pietro Venuti che con Claudio Mondello assiste la famiglia del marito, Davide Mondello. E mette in chiaro quello che fino a ieri era un pensiero inaccettabile per i familiari: «L'omicidio-suicidio è fra gli scenari, anche se naturalmente si spera sempre di ritrovare il bambino in vita». Parla di Gioele, 4 anni, scomparso con Viviana il 3 agosto e ancora introvabile. Affiora l'angoscia che lei possa averlo ucciso per poi farla finita. «Profondo dolore - aggiunge il legale - la famiglia è sconvolta e combattuta, s' interroga e nutre ancora speranze di rivedere il bambino». Vicino al legale c'è il nonno paterno di Gioele, Letterio Mondello. «Viviana è stata con noi tre mesi durante il Covid - spiega -. Era molto turbata e l'hanno anche ricoverata. Ma era dolcissima e brava e non abbandonava mai il figlio. Non lo dava a nessuno, nemmeno a mia moglie». L'idea che si è fatto su questa vicenda è quella di una Viviana sconvolta dai suoi fantasmi, da una malattia oscura che le turbava la mente da qualche anno. Il bambino potrebbe essere stato vittima di un momento di smarrimento, di follia, nonostante il grande amore. È questa la grande paura. «Se spero di rivedere il piccolo vivo? No, io penso di no dopo tanti giorni...», si lascia andare alla fine il nonno. Ma c'è l'inchiesta penale che al di là delle sensazioni deve produrre prove e al momento prove non ce ne sono. Lo testimoniano le parole del procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che dopo aver aperto formalmente un fascicolo per omicidio e sequestro di persona senza tuttavia escludere il suicidio e l'incidente, ha rilanciato il suo appello: «Chi ha soccorso Viviana Parisi dopo l'incidente ha compiuto un'opera meritoria, mi sembra strano che non si siano fatti vivi. Vengano a raccontarci quello che hanno visto». Due persone, probabilmente padre e figlio, avrebbero visto la donna scavalcare il guard rail dell'autostrada con il bambino in braccio. Si erano fermati in una piazzola vicina al luogo dell'incidente provocato da Viviana sotto una galleria della Messina-Palermo, a un centinaio di chilometri da casa. L'hanno detto ai pochi presenti e poi se ne sono andati, senza più farsi sentire. Cinque giorni dopo, nella boscaglia vicino alla galleria, è stato trovato il corpo sfigurato e irriconoscibile di Viviana. Sul quale ieri hanno a lungo lavorato i consulenti nominati dalla Procura, i medici legali Elvira Ventura e Daniela Sapienza, e l'entomologo Stefano Vanin, docente di Zoologia all'università di Genova, già consulente per vari gialli italiani, Yara Gambirasio, Melania Rea, Elisa Claps. Vanin partirà dalla vita degli insetti presenti nel luogo di ritrovamento del corpo, dove ieri ha raccolto terriccio, per stabilire la data presunta della morte: «La colonizzazione ci può raccontare il tempo trascorso». Con loro c'era il medico legale Giuseppina Certo voluto dalla famiglia Mondello. Il terzetto avrà due mesi di tempo per rispondere alle domande di rito: quando e come è morta Viviana? «Sono emerse lesioni, anche fratture, che devono essere studiate nell'insieme per capire se sono pre o post mortem», ha spiegato Ventura al termine dell'autopsia. Ma per l'avvocato Venuti, che ha sentito la sua consulente, si tratta di «ferite compatibili con una caduta dall'alto». Chiuso nel suo dolore, Daniele, il marito. «Che non è indagato e non era in casa quando Viviana è partita con suo figlio», hanno precisato i legali. Sta malissimo, dicono, potrebbe aver perso insieme la moglie e il figlio che amava, tutto il suo mondo.

Il papà di Gioele: «Viviana non era stata bene, ma non voglio pensare al suicidio. Chi sa, parli». Andrea Pasqualetto, inviato a Messina, il 13/8/2020 su Il Corriere della Sera. Daniele Mondello: «Non voglio pensare al suicidio ma non credo sia stata uccisa. Forse un incidente o un malore. Aveva avuto dei problemi di salute, erano però cose passeggere». «Quella mattina li avevo visti tranquilli, nessuna inquietudine, nessun litigio...». Un saluto veloce a Viviana e Gioele e giù al lavoro, in sala di registrazione, considerato che lui, Daniele Mondello, è un creatore di musica elettronica, un dj dell’hardstyle. Era il 3 agosto scorso, il giorno più lungo della sua vita. Quello più brutto porta invece la data dell’8, quando hanno trovato il corpo senza vita di sua moglie Viviana nella boscaglia di Caronia, ai piedi di un traliccio dell’alta tensione: «Non credo sia stata uccisa, ma il suicidio non lo voglio nemmeno immaginare». Vuole immaginare un incidente, lei che sale, che perde l’equilibrio, che cade. O un malore. Non di quelli che di tanto in tanto le turbavano la mente. «Aveva avuto una forma di depressione che si era acutizzata durante il lockdown. Ma non era un malessere quotidiano e non è mai stata aggressiva, anzi». Un’ossessione, Viviana, ce l’aveva. «Temeva il virus per la sua famiglia... Aveva iniziato a leggere la Bibbia, anche ad alta voce». Infine Gioele, il suo bambino: «Oggi (ieri per chi legge, ndr) i miei fratelli sono partiti con alcuni amici per andare a cercarlo in modo autonomo, io non ho la forza». Così, il papà di Gioele e marito di Viviana, in questa sua prima intervista che nasce da domande scritte alle quali ieri sera ha voluto rispondere. «Ricordiamo solo che lui è parte lesa — hanno sottolineato gli avvocati che lo assistono, Pietro Venuti e Claudio Mondello — e che lo scopo delle risposte è quello di lanciare un appello a tutti coloro che abbiano elementi utili ad aiutare le indagini».

Signor Mondello, ci può raccontare com’è andata quella mattina?

«È andata che ci siamo svegliati come tutte le mattine e non c’era nulla di strano in casa. Viviana era tranquilla, Gioele anche, nessuna inquietudine, nessun litigio. Erano circa le nove e io sono uscito per andare allo studio di registrazione. Lei mi ha detto “guarda che vado al centro commerciale di Milazzo a prendere un paio di scarpe per lui”. Li ho salutati e non li ho più rivisti né sentiti, visto che lei aveva lasciato il cellulare a casa».

Quando non li ha visti rientrare cos’ha pensato?

«Non sapevo cosa pensare, non era mai successo prima. All’inizio mi dicevo: “Avrà avuto qualche contrattempo”. Col passare delle ore ho iniziato a preoccuparmi seriamente. “Avrà deciso di prendersi un po’ di tempo per sé” anche se non riuscivo a vederci una logica, visto che c’era Gioele con lei. Quando ho saputo dell’incidente e del fatto che se n’era andata via, ho invece pensato a un momento di smarrimento; che si fosse un po’ persa, spaventata».

Viviana non stava bene, giusto?

«Aveva avuto problemi di salute per una forma di depressione che si è acutizzata durante il periodo del lockdown, periodo in cui si è affidata molto alla religione. Praticava e leggeva la Bibbia, a volte anche ad alta voce. Temeva il virus, per la sua famiglia. I malesseri invece non erano quotidiani. Le succedeva di tanto in tanto e non in forma preoccupante. Una volta l’ho accompagnata a seguire una terapia e anche un breve ricovero. Ma, ripeto, non ho visto rischi, erano malesseri passeggeri. Non aveva atteggiamenti aggressivi, soprattutto con Gioele. Anzi, con lui è sempre stata molto protettiva. Non lo avrebbe dato da tenere neppure a mia madre».

Cosa pensa sia successo?

«Non saprei proprio, è successo qualcosa di così lontano dal nostro mondo che non riesco a immaginare nulla. L’avevo vista tranquilla e sapevo che doveva andare a prendere le scarpe per il bambino, non c’erano motivi di particolare allarme».

Ferite alle gambe, al bacino, alle vertebre. Rispetto all’autopsia i suoi legali parlano di lesioni compatibili con una caduta dall’alto, cosa ne pensa?

«Penso che potrebbe aver perso l’equilibrio da un’altezza importante o che si sia sentita male. Non credo l’abbiano uccisa».

Il suicidio?

«Non lo voglio nemmeno immaginare».

Dove immagina invece Gioele?

«Il fatto che non sia stato trovato accanto al corpo della mamma mi fa pensare che potrebbe essere stato lasciato in un’altra zona, che non è ancora stata battuta dai gruppi di ricerca. Anche per questa ragione mia sorella e mio fratello oggi sono andati con altri amici a cercarlo in modo autonomo. Io non li ho seguiti, non ho la forza».

Cosa sarà andata a fare Viviana a Sant’Agata, in quei 22 minuti in cui è uscita dall’autostrada?

«È un mistero anche per me. Forse è andata a fare rifornimento o forse ha sbagliato strada».

Viviana si trovava bene a Messina?

«Sì, si era ambientata molto bene e aveva ottimi rapporti anche con i miei parenti, con mia madre e mio padre, i miei fratelli... Lei e Gioele sono la gioia di casa, sono la mia vita. Ho dentro ora un vuoto terribile. Un vuoto che mi divora. Per favore, se qualcuno ha visto qualcosa, se sa qualcosa, lo imploro, parli».

Lara Sirignano per “il Messaggero”  il 13 agosto 2020. L'autopsia non è stata risolutiva, ma alcuni punti fermi li ha messi: il cadavere di Viviana Parisi, la dj trovata morta nei boschi di Caronia sabato scorso, non presenta ferite da arma da fuoco né da taglio. Le fratture scoperte dall'equipe di consulenti nominati dalla Procura di Patti sarebbero compatibili con una caduta da un'altezza elevata. Una conclusione che allontana l'ipotesi dell'omicidio e della caduta accidentale e rende sempre più probabile che la donna, da mesi depressa, si sia gettata dal traliccio dell'alta tensione vicino al quale è stata ritrovata, dopo aver ucciso Gioele, il figlio di quattro anni che sembra sparito nel nulla ormai da 10 giorni.

LA SPERANZA. Col passare delle ore le speranze di trovar vivo il bambino si vanno affievolendo. Oltre 70 tra vigili del fuoco, poliziotti e volontari, continuano a battere la zona. Il raggio delle ricerche si va allargando: dall'area del ritrovamento del corpo della madre, all'ultimo centro abitato in cui Viviana si è fermata: Sant' Agata di Militello. In paese Viviana ha trascorso circa 20 minuti. Una tappa imprevista - sarebbe dovuta andare a Milazzo in un centro commerciale in cui non è mai arrivata su cui si stanno concentrando ora le indagini.

I MISTERI. Perché la dj ha preso l'autostrada per Palermo per poi uscire al casello di Sant' Agata? Cosa ha fatto e, soprattutto, ha incontrato qualcuno a cui ha affidato il bambino? Le videocamere del casello autostradale hanno ripreso l'Opel corsa della donna tornare sulla Messina-Palermo dopo la misteriosa sosta, ma le immagini non sono nitide e non è chiaro se fosse sola in auto o se con lei ci fosse ancora il figlio. La presenza di Gioele è il mistero nel mistero. La dj dunque riprende l'A-20 e, all'altezza della galleria di Pizzo Turda, vicino Caronia, urta contro un furgoncino. Gli operai a bordo del mezzo si preoccupano di deviare il traffico ed evitare altri incidenti e non prestano attenzione a Viviana, che accosta. Racconteranno di averla vista di spalle scavalcare il guardarail e sparire. Verrà ritrovata dopo 5 giorni a meno di due chilometri di distanza dalla piazzola dove era l'auto. Il cadavere riverso a terra sotto il pilone. Facilmente visibile, dicono i familiari che non hanno risparmiato critiche alle modalità con cui sono state condotte le ricerche.

LA COPPIA. Il bambino era con lei prima che sparisse tra i boschi? Gli operai non sanno rispondere. Spunta però una misteriosa coppia di automobilisti che si sarebbe fermata dopo l'incidente a prestare soccorso e che potrebbe aver visto Viviana e il figlio allontanarsi. Ma dei due testimoni non c'è più traccia. Tanto che il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che ha aperto un'inchiesta per omicidio e sequestro di persona, martedì ha rivolto un appello alla cittadinanza. «Chi sa parli», ha detto. Invito ripetuto ieri dall'avvocato Pietro Venuti, che difende la famiglia del marito di Viviana, Daniele Mondello.

LA DEPRESSIONE. «Secondo quanto è emerso dopo l'autopsia- spiega Venuti - e visto che le ricerche proseguono a Caronia e Sant' Agata di Militello negli stessi punti degli altri giorni riteniamo che l'ipotesi che si sta perseguendo sia quella del suicidio. La priorità, però, ora è trovare Gioele». Suicidio dunque. La prima pista seguita dagli inquirenti, a cui danno forza i racconti dei familiari della donna che la descrivono come una persona fragile, depressa. Durante il lockdown aveva molto sofferto, racconta il suocero Letterio Mondello. «Era cambiata, aveva preso a leggere la Bibbia, era preoccupata per sé e il bambino», ricorda. Un mal di vivere che ha spinto Viviana a rivolgersi alle cure dei medici a Barcellona Pozzo di Gotto. Era stata in terapia, aveva assunto psicofarmaci. «Alternava momenti di buio a giorni di serenità, ma non era mai stata violenta, tantomeno con Gioele che adorava, non gli avrebbe mai fatto del male», dice il legale dei Mondello. E allora Gioele dove è? E' possibile che la donna l'abbia portato con sé, lo abbia ucciso e lo abbia fatto sparire prima di buttarsi dal traliccio dell'alta tensione? E come è possibile che il corpo del bambino non sia stato trovato?

Laura Anello per “la Stampa”  il 13 agosto 2020. Quel traliccio dell'energia elettrica sotto cui hanno trovato il corpo di Viviana - in posizione prona, le braccia allungate dietro la testa, una scarpa saltata fuori dal piede - è oggi di nuovo l'unico vero indiziato di un'inchiesta per omicidio colposo e sequestro. Messo sotto accusa al momento del ritrovamento della dj torinese scomparsa e poi subito dopo scagionato («Non ci sono tracce di arrampicamento») al punto da indurre gli inquirenti a smentire di averlo sequestrato, adesso torna di nuovo al centro dell'inchiesta. Ieri tecnici dell'Enel si sono arrampicati per decine di metri e hanno effettuato tutti i rilievi possibili, anche delle impronte digitali. Un ripensamento dovuto ai risultati dell'autopsia, per quanto provvisori. Il corpo di Viviana racconta di avere subito forti traumi alle vertebre, al torace, all'anca, nessun segno di ferite da armi da taglio o da fuoco. «Traumi compatibili con una caduta dall'alto», hanno detto ieri i legali del marito, Daniele Mondello, appena fuori dall'obitorio di Messina. E alcuni dettagli della posizione, in particolare la postura della mano, dicono che è morta lì dove è stata ritrovata. Abbastanza per escludere un malore, un morso di vipera, una lieve caduta che le avesse impedito di camminare. In quella zona l'unico luogo da cui si può cadere è quel traliccio di media tensione dell'Enel: non c'è altro. Quindi, per esclusione, si torna lì, mentre proseguono incessanti le ricerche del piccolo Gioele e la disperazione dei familiari diventa sempre più rassegnazione. Come fa un bambino di quattro anni a sopravvivere senza aiuti, acqua e cibo per nove lunghi giorni e notti? Se si accertasse che Viviana è morta cadendo dal traliccio, si rivolverebbe almeno un tassello di questa storia piena di false piste e di ipotesi finite nel nulla. Resterebbe irrisolta la domanda sul perché è morta così: ha voluto suicidarsi? È stata spinta da qualcuno (ipotesi che appare la più improbabile)? Oppure, presa dai suoi fantasmi, dalle sue paure, dalle manie di persecuzione che la ossessionavano dai mesi del lockdown è salita lì come per nascondersi, per sfuggire a un nemico immaginario, per cercare un rifugio sicuro e poi è caduta? In questo scenario, il distinguo tra suicidio e caduta accidentale è labile e forse neanche troppo importante. Quel che grida ancora, dentro questo bosco setacciato palmo a palmo, è il corpo di Gioele che non si trova. Ieri le squadre di ricerca hanno ispezionato un pozzo, anche questa volta senza successo. Oggi ci sarà un vertice alla prefettura di Messina (competente per le persone scomparse) per fare il punto della situazione, mentre il padre del bambino attraverso i suoi avvocati lancia un appello a chiunque abbia visto qualcosa o qualcuno. Le ricerche di Gioele infatti tornano a concentrarsi - oltre che nel terreno dove è morta la madre - anche lungo tutto il percorso che ha fatto Viviana, dal paese di Venetico fino al posto della scomparsa, avvenuta all'uscita del viadotto Pizzo Turba dell'autostrada Messina-Palermo, nel territorio di Caronia. Non si può escludere che la donna, preda di uno stato di alterazione psichica forse sottovalutato dai familiari, possa avere lasciato o ucciso Gioele in un altro luogo, lungo la strada. La speranza per questo bambino è, a questo punto, che abbia sofferto il meno possibile.

"Ecco perché Viviana voleva andare alla Piramide della luce..." L'avvocato Claudio Mondello, legale di Daniele Mondello, ricostruisce quel lunedì mattina: "Viviana voleva andare alla Piramide della Luce''. Rosa Scognamiglio, Giovedì 13/08/2020 su Il Giornale.  Cosa sia accaduto a Viviana Parisi resta ancora un mistero. Né l'autopsia né il breve frammento video del passaggio a Sant'Agata Militello, in cui s'intravede il figlio Gioele a bordo dell'Opel Corsa Grigia, hanno chiarito le dinamiche di quel maledetto lunedì mattina. Ma ora, a distanza di 10 giorni dalla tragedia, spunta un nuovo retroscena: "Voleva alla "Piramide della Luce", a Moffa d'Affermo", spiega il legale di Daniele Mondello, marito della vittima.

La "Piramide della Luce". La "Piramide al 38º parallelo" è un'opera dell'artista Mauro Staccioli e fa parte della "Fiumara d'Arte", un museo all'aperto costituito da diverse sculture di artisti contemporanei ubicate lungo gli argini del fiume Tusa. Ogni anno, attorno alla scultura monumentale, si svolge il cosiddetto ''Rito della Luce'', un evento "ideato dalla Fondazione Antonio Presti-Fiumara d’Arte che coinvolge poeti, filosofi, musicisti, danzatori, artisti, gruppi di diverse etnie, associazioni, studenti del territorio e l’intera cittadinanza, con l’obiettivo di illuminare le coscienze di tutti, restituendo alle nuove generazioni messaggi positivi legati ai valori e alla speranza", si legge tra le note della pagina Facebook della Fondazione.

"Viviana cercava la luce''. Ma perché Viviana avrebbe voluto recarsi proprio lì con il figlioletto di 4 anni? Prova a mettere in fila i pochi elementi di cui dispone l'avvocato Mondello, nel tentativo di trovare il bandolo della matassa che, oggi più di prima, avvolge in un intreccio ingarbugliato di mere supposizioni la drammatica vicenda della mamma deejay. "Nei giorni precedenti chiede a Mariella Mondello e Maurizio Mondello dove si trovi questa piramide - scrive il legale in un post su Facebook -Il riaccendersi dei casi di Covid acuisce la paura che qualcosa possa accadere alla propria famiglia; in particolare al proprio figlioletto". Così si arriva alla mattina di quel fatidico lunedì: "Esco a comprare un paio di scarpe per Gioele", dice Viviana al marito. "Si assicura di eludere ogni forma di vigilanza e di avere il piccolo in macchina - chiarisce ancora l'avvocato - Per acquistare le scarpe serve, infatti, la presenza del piccolo: Daniele non ci trova nulla di strano e scende in sala registrazione".

Quella sosta a Sant'Agata Militello. Nella ricostruzione, l'avvocato Mondello non manca di spiegare la sosta che la donna ha effettuato, la mattina del 3 agosto, a Sant'Agata Militello: "Si ferma a fare rifornimento benzina: in paese ci sono 4 distributori". Il racconto non fa una grinza perché è proprio una delle telecamere istallate in prossimità degli erogatori carburante ad aver immortalato il passaggio della donna a bordo della sua vettura assieme al figlioletto Gioele. Assicurato il pieno, la 43enne riprende la marcia verso Moffa d'Affermo, dove si trova la 'Piramide della Luce'. Ma poi ''si rende conto che si è fatto tardi: Daniele potrebbe insospettirsi per la propria assenza'', continua il legale. Qualche minuto più tardi, l'Opel Corsa grigia impatta contro un furgone sulla A20 Messina-Palermo, a circa 25 chilometri dall'ipotetica destinazione. "È da questo momento - scrive Claudio Mondello - che dobbiamo, per un verso, ricostruire la dinamica degli eventi e, per altro, sul piano giuridico individuare (se esistono) responsabilità per azioni od omissioni".

Ipotesi omicidio-suicidio. Cosa accade a Viviana subito dopo l'incidente? Perché scavalca il guard-rail? Secondo l'avvocato Mondello, ci sono due ipotesi verosimili, entrambe plausibili. Circa la prima ricostruzione, il legale suppone che la 43enne si sia allontanata "in preda a profondo turbamento emotivo e tale turbamento esita in omicidio-suicidio". Oppure la seconda possibilità: "Viviana si allontana in preda a profondo turbamento emotivo e tale turbamento esita in un incidente. È una zona, quella in cui si smarrisce, irta di pericoli sia per la morfologia del terreno che per la fauna autoctona e, dato che nelle vicinanze insistono insediamenti umani, forse anche domestici", conclude l'avvocato. Qual è la verità?

Dal bambino perduto al video: quattro misteri sulla fine di Viviana. Pubblicato giovedì, 13 agosto 2020 da Romina Marceca su La Repubblica.it Dopo l'incidente il bimbo era con Viviana Parisi. Dal magistrato un nuovo appello ai soccorritori e la loro descrizione. Terzo sopralluogo del magistrato attorno al traliccio dove è stato trovato il corpo, i vigili del fuoco e reparti cinofili setacciano altre zone limitrofe. L’ultimo accertamento arriva nel pomeriggio, su disposizione della procura. L’obiettivo è cercare, se ci sono, le impronte sul traliccio delle campagne di Caronia, sotto al quale è stato trovato il corpo di Viviana Parisi. La mamma e dj di 43 anni era scomparsa nel nulla il 3 agosto scorso, insieme al figlioletto Gioele di 4 ancora irrintracciabile, ed è stata ritrovata morta cinque giorni dopo. I poliziotti e i tecnici dell’Enel sono saliti su un cestello e sono arrivati fino a tre metri di altezza. Hanno eseguito alcuni rilievi, gli esiti non sono ancora pronti. Ma questa mossa degli inquirenti dà forza alla possibilità che Viviana Parisi sia caduta da quel traliccio. È caduta o si è suicidata? È uno dei nodi da sciogliere. Il giallo resta, legato soprattutto alla scomparsa di Gioele. Ma ecco i quattro punti principali dell’inchiesta coordinata dalla procura di Patti che ha aperto un fascicolo per omicidio e sequestro di persona.

Gioele era con lei?

«Abbiamo dati nuovi che ci consentono di dire che Gioele sulla macchina è salito», spiegano gli inquirenti. Ma quando è sceso? Le ricerche sono concentrate nelle campagne di Caronia, tutto attorno al luogo dove è stata ritrovata la mamma. «Ma regge anche l’ipotesi che il bambino possa essere sceso a Venetico, forse è stato abbandonato lì», non si spingono oltre gli inquirenti. E, infatti, vigili del fuoco e polizia lì hanno compiuto diverse ricerche. «E non è escluso che ci torneremo. Abbiamo già cercato lungo i bordi della strada», spiega chi indaga. La polizia da giorni mostra a cittadini e turisti le foto del bambino. Immagini delle telecamere sono state sequestrate a Venetico. «Ma anche a Milazzo, Rometta, Sant’Agata, Caronia e Santo Stefano. Più passa il tempo più le telecamere si perdono. È una corsa contro il tempo». E anche i familiari adesso, dopo il nono giorno di ricerche a vuoto, sembrano rassegnati: «Non può farcela senza cibo e acqua tutto questo tempo»

Viviana è caduta dal traliccio?

L’autopsia sul corpo straziato della donna ha dato i primi risultati: fratture al bacino, alle vertebre e al torace. Nessun segno di ferita da coltello o arma da fuoco. Altri esiti si aspettano a giorni. L’entomologo Stefano Vanin ha intanto chiarito: «La signora è morta nel luogo del ritrovamento. Bisognerà attendere l’esame istologico per vedere le eventuali infiltrazioni, quello tossicologico per capire se aveva assunto qualcosa, quello entomologico che faccio io per stabilire i tempi del decesso». Il cadavere della donna era riverso ma rivolto con i piedi verso il traliccio adesso al centro delle indagini. «A circa tre metri di distanza, su un cespuglio, è stata ritrovata una scarpa, che potrebbe essersi tolta nella caduta», è una ipotesi investigativa. «In un sopralluogo abbiamo verificato che salire e lanciarsi da quel traliccio non era impossibile perché da una parte la vegetazione è meno fitta», spiegano ancora gli inquirenti che ieri però sono ritornati sul traliccio. Il legale della famiglia, Pietro Venuti, adesso dice: «Seguiamo la pista del suicidio, non la escludiamo».

Il percorso, il video e l’unica sosta certa. Viviana è uscita di casa con Gioele il 3 agosto alle 9,30. «Sembra un percorso senza soste, calcolando orari e le poche immagini delle telecamere sul percorso», è la ricostruzione degli investigatori. Che aggiungono: «La sosta certa è a Sant’Agata alle 10,30». Questa certezza deriva dalle immagini di una telecamere di videosorveglianza che riprende l'auto della donna nel paese del Messinese. Immagini che sarebbero fondamentali per capire meglio cosa è realmente successo. Lì la donna avrebbe potuto abbandonare il bambino o peggio fargli del male. Alle 10,52 Viviana lascia Sant’Agata, dove ieri per un sopralluogo è arrivato un altro avvocato della famiglia: Claudio Mondello. Alle 11,05 provoca l’incidente nella galleria Pizzo Turda. Alle 11,07 scompare nel nulla. Con il figlio?

Incidente e testimoni svaniti. Dopo l’incidente, in cui un furgone di operai del Cas finisce contro una parete della galleria perché scoppiano due gomme, succede il caos. Viviana prende la folle decisione di abbandonare l’auto. E qui il giallo innescato da quattro testimoni introvabili. «Hanno dichiarato a altri due automobilisti che poi hanno chiamato il 112 di avere visto Viviana col bambino che scavalcava il guardrail. Era una famiglia dall’accento settentrionale», dicono gli inquirenti. E il capo della procura di Patti, Cavallo, lancia l’ennesimo appello: «Non gli succederà nulla ma si facciano avanti. Essendo turisti, in questi giorni non hanno letto i giornali o visto i telegiornali». La loro testimonianza è fondamentale perché si scontra con altre due in cui il bambino non c’è: quella degli operai e quella di altri due automobilisti.

Viviana Parisi, l'audio della telefonata al 112: "C'è stato un incidente, una donna e un bambino..." Libero Quotidiano il 13 agosto 2020. L'audio di una telefonata al numero d'emergenza potrebbe dare importanti conferme nel giallo di Viviana Parisi, la donna trovata morta nei boschi di Caronia lo scorso 8 agosto dopo essere scomparsa il 3 agosto. La dj era un auto con il figlio Gioele di 4 anni quando dopo un sinistro con un furgoncino sull'autostrada A20 Messina-Palermo è scesa dalla vettura facendo letteralmente perdere le proprie tracce. Il cadavere è stato poi ritrovato, deturpato da animali selvatici, in una scarpata, mentre continuano le ricerche del figlioletto. Come apprende l'Adnkronos, nell'audio una voce chiama il numero 112 e riferisce che "c'è stato un incidente" e che alla guida dell'auto coinvolta "c'era una donna". Quindi il particolare decisivo: "C'è anche un bambino". Il procuratore capo di Patti Angelo Vittorio Cavallo ha lanciato poi un appello agli unici testimoni fin qui riconosciuti, una famiglia a bordo di una berlina grigia metallizzata o comunque di colore chiaro che si era fermata per soccorrere Viviana. "Si tratta di un uomo, una donna e un ragazzo e una ragazza, Il padre era quasi calvo, abbronzato e indossava una maglietta arancione. La donna ha sui 45 anni, indossava un vestito blu. Hanno fatto un'opera meritoria spero che si facciano vivi adesso. Riteniamo che questi signori, oltre a essersi fermati sul luogo dell'incidente, abbiano iniziato anche delle ricerche scavalcando il guardrail. Quindi, ripeto ancora una volta, questi signori hanno compiuto un'opera meritoria, proseguano in quest'opera e ci dicano quello che hanno visto".

Viviana, spunta la telefonata al 112. Il Procuratore: “Famiglia del Nord testimone, ci dica cos’ha visto”. Redazione su Il Riformista il 13 Agosto 2020. Durante la mattina del 3 agosto qualcuno ha visto l’incidente di Viviana Parisi sull’autostrada A20 Messina- Palermo e l’ha segnalata al 112. L’audio, come apprende l’Adnkronos, è stato acquisito dal Procuratore capo di Patti Angelo Vittorio Cavallo. Una voce chiama il numero 112 per dire all’operatore che “c’è stato un incidente” e che alla guida dell’auto coinvolta “c’era una donna”. Non solo. La voce avrebbe anche detto all’operatore del numero d’emergenza che a bordo c’era “anche un bambino”. Quindi, un’ulteriore conferma della presenza del piccolo che da quel giorno è scomparso. Il corpo di Viviana Parisi è stato rinvenuto poi sabato, 8 agosto, nei boschi di Caronia (Messina). A chiamare il 112 sarebbe stata una famiglia proveniente dall’Italia settentrionale, 4 persone, che viaggiavano a bordo di una berlina, due volumi, di colore probabilmente grigio metallizzato. Si trattava di un uomo adulto, una donna, probabilmente un padre e una madre, e due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza. Possiamo dare anche la descrizione sommaria dell’uomo che era alla guida del veicolo: circa 50 anni, senza capelli, calvo, corporatura robusta, in quel momento vestiva una maglietta rossa o arancione, pantaloni, molto abbronzato. La signora poteva essere una donna di circa 45 anni, carnagione chiara, capelli raccolti, forse con un vestito blu. Questo l’identikit fatto dal procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che sta cercando di rintracciare quella famiglia la cui testimonianza potrebbe essere fondamentale per la ricostruzione dei fatti. “Questi signori – continua Cavallo –  riteniamo che, oltre a essersi fermati sul luogo dell’incidente, abbiano iniziato anche delle ricerche scavalcando il guardrail. Quindi, ripeto ancora una volta, questi signori hanno compiuto un’opera meritoria, proseguano in quest’opera e ci dicano quello che hanno visto”. Intanto è in corso un nuovo sopralluogo, come riporta l’Adnkronos, nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo di Viviana. I poliziotti sono saliti con un fuoristrada fino al posto vicino al traliccio dove giaceva il corpo della donna. Del figlio Gioele, di 4 anni, non ci sono ancora notizie e le ricerche continuano a ritmo serrato. In mattinata è venuto fuori un altro importante indizio: un video che ritrae Viviana con suo figlio Gioele in auto prima dell’incidente sull’autostrada. Le immagini sono state acquisite dalla Procura di Patti ed estrapolate dalle telecamere di un circuito di video sorveglianza a Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina. I pochi frame ritrarrebbero Viviana intorno alle 10.30 in macchina, una Opel corsa grigia, con il figlio prima di scomparire. La squadra mobile di Messina sta cercando di capire se il piccolo è stato lasciato solo a Sant’Agata di Militello o affidato a qualcuno. Secondo fonti investigative non è escluso che il bambino fosse in macchina con la madre al momento dell’incidente. Proseguono intanto le ricerche di Gioele che al momento non hanno portato risultati. “Iniziamo a ritenere che verosimilmente Gioele fosse con la madre al momento dell’incidente sull’autostrada. Stiamo continuando a fare tutte le verifiche del caso”, ha detto Angelo Cavallo, rilanciando “l’appello affinche’ chi ha visto qualcosa parli”. Alla domanda se è stato trovato sangue in auto o tracce sul pilone presente nel luogo del ritrovamento del corpo il pm ha replicato: “non posso rispondere”.

Viviana Parisi: Gioele era vivo ma senza cintura, forse ferito nell’incidente. Andrea Pasqualetto il 15/8/2020 su Il Corriere della Sera. L’immagine in un video un quarto d’ora prima di scomparire: ha gli occhi aperti ed è affacciato al finestrino dell’auto. Il procuratore: «Questo è un punto fermo». «Aiutatemi a trovare mio figlio».  Ha gli occhi aperti ed è affacciato al finestrino della Opel Astra di mamma Viviana. L’ultima immagine di Gioele, immortalata dalla telecamera esterna di un negozio di Sant’Agata di Militello, non lascia spazio a dubbi: un quarto d’ora prima di scomparire nel bosco con la madre, il bambino era vivo. «Questo è finalmente un punto fermo», conferma il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che sta coordinando le indagini sulla morte di Viviana Parisi e sulla misteriosa sparizione di suo figlio. Punto fermo che non risolve il giallo ma restringe le ipotesi, escludendo soprattutto qualsiasi sospetto sul marito di Viviana, Daniele Mondello, che venerdì ha lanciato un secondo appello a chiunque abbia visto o sappia qualcosa del piccolo, «che voglio riabbracciare», ha detto in lacrime.

L’analisi del video. L’analisi dello stesso video, il più significativo acquisito dagli inquirenti, restituisce anche un particolare considerato importante: pare che il bambino non fosse legato al seggiolino ma seduto sul sedile posteriore senza alcuna sicurezza. Visto che un quarto d’ora dopo Viviana ha causato l’incidente sotto la galleria autostradale e visto soprattutto che viene notata mentre si allontana con il bambino in braccio, non si può escludere che Gioele, senza cintura, possa aver sbattuto la testa da qualche parte, essersi ferito o aver perso coscienza. E che la mamma si sia spaventata e abbia reagito in quel modo sconsiderato. Dalla Scientifica di Catania, che ha esaminato l’auto, al momento non sono emerse tracce di sangue evidenti.

Un’ipotesi. «È comunque una delle ipotesi al vaglio», precisano gli investigatori, ricordando che la ricostruzione si basa però su un elemento non del tutto certo: la testimonianza oculare della non meglio identificata «famiglia del Nord». Di quei soccorritori cioè che si erano fermati nella piazzola di sosta per aiutare le persone coinvolte nell’incidente dicendo ai presenti di aver incrociato e seguito Viviana con il figlio in braccio dopo che lei aveva scavalcato il guard-rail, rinunciando evidentemente a fermarla. «Vorrei chiedere a questi signori come teneva il bambino, quale direzione ha preso», aggiunge Cavallo. Il fatto di sapere con certezza se Gioele era con lei e se stava o meno camminando può essere utile da vari punti di vista: quello della ricostruzione dei fatti, innanzitutto.

La ricostruzione. Dal casello dell’autostrada di Sant’Agata alla galleria ci sono 15 minuti di buco, nei quali può essere successo qualcosa. E 15 minuti per percorrere 13,6 chilometri significa viaggiare a una media inferiore ai 60 all’ora, una velocità da strada provinciale. Viviana si è per caso fermata? È successo qualcosa con Gioele? Tutti nuovi interrogativi che si affacciano su questo giallo di Ferragosto, nel quale le squadre dei Vigili del Fuoco e della Protezione civile sono impegnate senza sosta nella ricerca del bambino. Con un rinnovato spirito e un obiettivo più mirato: si batte soprattutto la zona del ritrovamento del corpo di Viviana, dove venerdì è arrivata pure una sensitiva, chiamata dalla zia di Gioele: «Lui è lì, vicino alla madre e probabilmente adagiato su alcune foglie».

Le ricerche. Non giova alle ricerche il fatto che Viviana fosse una donna energica e che quindi possa aver camminato a lungo, salendo e scendendo per le colline impervie. «Dove - fa notare chi segue il caso – può sempre aver fatto quell’incontro sfortunato di cui aveva parlato il procuratore. Teniamo conto che questi sono territori dove si macellano animali in modo clandestino». Non sarà il paese dei balocchi, ma l’ipotesi dell’omicidio di Viviana sta decisamente perdendo quota. Rimane il suicidio e l’incidente. E rimane questo traliccio ai piedi del quale è stato trovato il suo corpo senza vita. Potrebbe esserci salita per orientarsi, scivolando. Oppure per farla finita, lanciandosi nel vuoto. Certo, non è semplice salire su un pilone del genere.

Gli interrogativi. Rimangono molti interrogativi. Come quello della bugia iniziale: vado a Milazzo a prendere le scarpe per Gioele, aveva detto al marito. Non c’è mai andata. Dove era diretta? Pare alla Piramide della Luce, un’opera artistica legata a una certa mistica che dista una quarantina di chilometri da Sant’Agata. Lo pensano i familiari e non lo escludono gli inquirenti: «Ci sta». Quel che non ci sta è il mancato pagamento del pedaggio all’uscita di Sant’Agata. Perché? Aveva con sé carte di credito e contante. Gli stessi che ha lasciato in macchina dopo l’incidente. Forse impaurita, forse confusa.

Ipotesi-shock su Gioele: "È rimasto ucciso nell'incidente stradale". La pista: il piccolo non era sul seggiolino, fatale l'impatto tra l'auto della madre e il furgone. Valentina Raffa, Sabato 15/08/2020 su Il Giornale. Viviana Parisi, alla guida della sua Opel Corsa grigia, sta percorrendo la A20 Messina-Palermo e nella galleria Pizzo Turda, a Caronia, azzarda il sorpasso di un furgone dell'Anas. La velocità è sostenuta per cui l'impatto è violento. Non si è trattato di un lieve incidente come finora è stato riferito ufficialmente, tutt'altro. Dopo il contraccolpo che ha lasciato segni evidenti sulla fiancata laterale sinistra del furgone, quest'ultimo sbanda e impatta contro il marciapiede a destra. Scoppiano entrambe le ruote destre. Anche l'auto di Viviana perde una ruota che si suppone sia scoppiata. Viviana riprende il controllo della macchina che si ferma poco dopo. Gioele, il figlio di 4 anni - per effetto dell'incidente - potrebbe essere morto o privo di sensi o ferito (ma non ci sarebbero tracce ematiche nel mezzo). Viviana è sconvolta, sotto choc. Scende dall'auto e col piccolo in braccio scavalca il guard-rail e si inoltra per la campagna non dando ascolto a chi la chiama dalla carreggiata, ossia i testimoni irrintracciabili, le cui voci si sentono in sottofondo in una telefonata al 112 per segnalare il sinistro. Poi lascia il corpicino in un luogo al riparo. A quel punto potrebbe essersi tolta la vita lanciandosi dal traliccio sotto cui è stata trovata o avere avuto un malore o essere caduta. È lo scenario che finora non era emerso dall'inchiesta aperta dalla procura di Patti dopo la scomparsa il 3 agosto da Venetico, nel Messinese, di Viviana Parisi, dj 43enne, e del figlio Gioele. Viviana è stata ritrovata morta l'8 agosto a 500 metri dal punto in cui aveva scavalcato il guard-rail. C'è il massimo riserbo su quest'ipotesi su cui si sta lavorando, ma ora si comprende meglio come sia fondamentale sapere dai testimoni se il bambino fosse tenuto in braccio o per mano, per ipotizzare con ragionevolezza se era morto o vivo. Il video acquisito dalla procura che ritrae Viviana e Gioele in auto a Sant'Agata di Militello, dove la donna quel 3 agosto si è intrattenuta per 22 minuti e ha fatto rifornimento forse diretta alla Piramide della luce, attesta che Gioele era vivo. Ed ecco il primo interrogativo essenziale di questo nuovo scenario, che non esclude la possibilità che il piccolo sia stato preso da qualcuno: Gioele viaggiava in sicurezza sul seggiolino omologato? Bocche cucite da parte della procura e degli investigatori. Secondo indiscrezioni Gioele non era nel seggiolino, dettaglio che avallerebbe la possibilità che sia morto nell'incidente o si sia fatto male. Nell'area boschiva di Caronia le ricerche non si sono mai fermate. In ausilio del cane specializzato nel fiutare resti umani ne stanno arrivando altri. «Ce ne sono 5 in Italia dice il procuratore di Patti, Angelo Cavallo -. Uno è già operativo, uno non sta bene e i restanti 3 stanno arrivando». Arrivano anche i cacciatori di Sicilia, carabinieri specializzati nella ricerca di latitanti in zone impervie. La nuova ipotesi si sposa con la tesi dell'entomologo Stefano Vanin che si è occupato dell'autopsia con due medici dell'università di Messina, che la donna sia morta nel luogo del ritrovamento il giorno della scomparsa. «Chiunque abbia visto qualcosa dopo l'incidente, nelle campagne, chiami la polizia. Amo mio figlio e lo voglio trovare», è l'appello accorato di papà Daniele Mondello, che vuole conoscere la sorte di Gioele. La zia paterna, Mariella, ha contattato la sensitiva Rosa Maria Laboragine, detta Rosmary. Lei era già intervenuta suggerendo di cercare nell'acqua, adesso dice che Gioele è sotto delle foglie.

Andrea Pasqualetto per corriere.it il 14 agosto 2020. Perché Viviana ha raccontato una bugia? In ordine cronologico, il primo mistero di questo giallo è nella bugia di Viviani Parisi al marito, Daniele Mondello, prima di partire da casa, cioè da Venetico, un centro dell’hinterland di Messina. «Vado con Gioele a Milazzo a prendergli un paio di scarpe». Sono le nove del mattino dello scorso 3 agosto e Daniele sta per uscire di casa per andare nel suo studio di registrazione, essendo lui un dj creatore di musica elettronica, come lei. Viviana non andrà mai a prendere le scarpe e non entrerà mai in un negozio. Lasciato il telefonino a casa, parte e va direttamente al casello di Milazzo a imboccare l’autostrada per Palermo. Perché raccontare una menzogna? Perché lasciare a casa il telefonino? Non voleva essere contattata? Non voleva lasciare tracce? Secondo gli avvocati che assistono la famiglia Mondello la ragione è da ricercarsi nella vera meta di quel viaggio: Piramide della Luce, a Motta d’Affermo, circa 140 chilometri da casa verso Palermo. La Piramide è un’installazione artistica alla quale è legata anche una certa mistica e lei era diventata molto religiosa nel periodo del Covid, temendo il contagio della sua famiglia. Prima della scomparsa aveva chiesto ai cognati dove si trovava l’opera. Ma perché non dirlo al marito? «Per evitare discussioni», dicono gli avvocati.

Perché non paga il pedaggio all’uscita di Sant’Agata di Militello? In autostrada, l’A20, percorre con la sua Opel Corsa circa 70 chilometri ed esce a Sant’Agata di Militello. Sorpresa. Non paga il pedaggio. Il casello è automatico, la sbarra è abbassata e per passare deve citofonare all’operatore. Sono le 10.30 della mattina. I soldi ce li ha e ha pure bancomat e carta di credito. Perché, dunque, non paga? È forse confusa? Agitata? È successo qualcosa nel frattempo? O è solo una questione tecnica, visto che talvolta la cassa automatica non funziona? In ogni caso l’operatore le rilascia una ricevuta di mancato pagamento e lei può proseguire.

Perché l’uscita a Sant’Agata di 22 minuti? Mancano ancora molti chilometri alla Piramide, ammesso e non concesso che fosse quella la sua meta. Cosa spinge Viviana a uscire a Sant’Agata per riprendere l’autostrada 22 minuti dopo sempre verso Palermo.

Aveva forse un appuntamento con qualcuno? Doveva fare qualcosa di urgente? Cosa cercava? Dove andava? Le telecamere del paese registrano l’auto in varie zone e in una di queste immagini si vede con chiarezza che nell’auto c’è anche Gioele. «Ed è vivo», assicura il procuratore di Patti, Angelo Cavallo. Secondo gli avvocati della famiglia potrebbe essere uscita per fare carburante. Anche gli inquirenti non lo escludono. Ma perché non farlo alla stazione di servizio di Tindari che precede l’uscita di Sant’Agata di Militello?

Perché non si ferma all’incidente e lascia tutto in macchina? Questo è il secondo mistero in ordine di importanza. Fatti 13, 6 chilometri in 15 minuti, che significa andare a una velocità media inferiore ai 60 chilometri orari, decisamente bassa per un’autostrada, sotto una galleria urta sulla fiancata un furgone con a bordo due operai della manutenzione. I veicoli sbandano e si fermano poco più avanti. Lei scende, non dice nulla e se ne va verso l’uscita della galleria. Gli operai, preoccupati di deviare il traffico per evitare altre collisioni, la vedono fuori dall’auto mentre s’incammina. Altri testimoni la incrociano dicendo di averla vista con Gioele in braccio mentre scavalcava il guard-rail dell’autostrada per addentrarsi nel bosco. In macchina lascia la borsetta con il denaro, le carte e i documenti. Perché una decisione così priva di logica apparente? Da cosa scappava? Si è spaventata? Secondo gli avvocati della famiglia deve aver pensato che l’incidente poteva smascherare la menzogna ed è entrata in uno stato confusionale. Perché poi portava in braccio Gioele, che dicono fosse un piccolo colosso di 4 anni, sempre che sia vera questa testimonianza oculare? Cosa gli era successo?

Cosa è successo a Viviana? Il suo corpo senza vita è stato trovato, irriconoscibile e sfigurato, a circa un chilometro e mezzo dall’autostrada, sotto un pilone dell’alta tensione. Il che farebbe pensare a un suicidio, considerando anche il tipo di fratture e lesioni trovate dai medici legali. Ma com’è possibile che una donna, per quanto energica come Viviana, riesca a salire fin lassù per lanciarsi nel vuoto? Se invece ha fatto un brutto incontro, ipotesi non esclusa dal pm, a cosa sono dovute tutte quelle fratture? L’ipotesi dell’omicidio sembra tuttavia perdere quota. Mentre più possibile è considerato l’incidente, una caduta, un malore. E Gioele dov’era?

Perché non si trova Gioele? È il mistero dei misteri. Considerato che gli inquirenti ritengono che fosse con lei quando è successo l’incidente e considerato che il corpo senza vita di Viviana è stato rinvenuto a circa un chilometro e mezzo dall’autostrada, sotto un traliccio dell’alta tensione, dov’è finito il piccolo? Nel caso in cui fosse stato portato in braccio dalla madre perché non stava bene, non può aver fatto molta strada. Ma anche avesse camminato, da qualche parte dev’essere finito in quella zona. Lo stanno cercando da 12 giorni ma di lui nemmeno una traccia.

Riccardo Arena per “la Stampa” il 17 agosto 2020. L'unico posto dove non lo hanno cercato è il mare: da tredici giorni Gioele non si trova, di Gioele non si sa nulla, su Gioele solo ipotesi. L'ultima è quella che il bambino di 4 anni, scomparso con Viviana Parisi - lei ritrovata morta l'8 agosto, lui non si ha idea di dove sia - sarebbe stato aggredito o strappato alla mamma deejay da due cani feroci, finendo chissà dove, nelle campagne di Caronia, nel cuore della provincia di Messina. Senza lasciare una traccia che sia una: una scarpina, un indumento, niente che sia stato trovato dai soccorritori che da 13 giorni battono palmo a palmo quelle zone, con ogni mezzo tecnologico a disposizione. Mentre la donna, sempre secondo questa ricostruzione, si sarebbe arrampicata precipitosamente su un traliccio, per tentare di sfuggire agli animali. E poi sarebbe caduta giù, trovando la morte. Niente più che ipotesi. Per giunta vaghe, anche se le fratture alle gambe e i segni che il cadavere della donna aveva sui polpacci riportano a possibili morsi di animali: sì, ma quali? Cinghiali, come si era detto giorni fa, o cani, come si è pensato nel giorno di Ferragosto? E morsi dati quando? Prima che la donna salisse o dopo che era precipitata dal pilone dell'alta tensione? Il proprietario di un terreno vicino al bosco di Caronia in cui ha trovato la morte la 43enne venuta da Torino, ma residente a Venetico, è stato ascoltato dalla Squadra mobile di Messina: possiede due rottweiler, cani di grossa taglia, di una razza a volte feroce, spietata. La sua masseria è stata passata al setaccio, alla ricerca di qualcosa che potesse ricondurre a Gioele o alla mamma. E ancora: la donna è stata trovata con una sola scarpa indosso e l'altra era poco distante dal corpo. Non erano troppo sporche di terra: segno che non ha camminato molto nei boschi, dopo aver lasciato l'autostrada. Come avrebbe potuto seppellire Gioele in questo introvabile posto in cui sarebbe il bambino, se fosse stata lei a ucciderlo? E poi il piede nudo era senza il calzino: che fine ha fatto? È stata aggredita da animali o da persone? Nulla torna, in questa storia che è un rompicapo senza apparente via d'uscita. Nessuno cerca il bambino vivo, le speranze ormai si sono perse. Gioele Mondello era stato con la mamma a Sant' Agata di Militello, prima di sparire nel nulla: uno dei pochi dati certi è la telecamera che lo ha inquadrato in via Cernaia, nel paese rivierasco, poi più nulla. La Opel Corsa grigia della mamma ha ripreso l'autostrada A20 Messina-Palermo e a quel punto non si sa se il bambino fosse con lei. Testimonianze, anche queste vaghe, inconsistenti, de relato, appelli a farsi vivi, lanciati dal procuratore di Patti, Angelo Cavallo, ma non raccolti dai componenti della presunta «famiglia del Nord» che avrebbe visto Viviana Parisi fermare la propria auto in una piazzola, dopo avere avuto un incidente con un furgone in galleria. E poi l'avrebbe vista, dopo che era scesa dalla Opel col figlio, scavalcare il guard-rail e dileguarsi. Gioele - altra ipotesi - sarebbe morto nell'incidente. E dopo Viviana si sarebbe suicidata. Ma ogni ricostruzione appare cervellotica, improbabile. La famiglia smentisce la morte nell'incidente, attraverso l'avvocato-parente Claudio Mondello, cugino del padre di Gioele, Daniele Mondello, pure lui deejay. Certezze non se ne possono però avere, perché se il bambino viaggiava - come si vede nelle immagini della telecamera del negozio di Sant' Agata - senza cinture, anche un impatto a bassa velocità sarebbe potuto essere fatale. Ma tracce di sangue nell'auto di Viviana Parisi non ce ne sarebbero, non significative almeno. La donna, preda di crisi mistiche cominciate col Covid-19 e con la paura che a se stessa e a Gioele potesse succedere qualcosa, non agiva però né ragionava in maniera ordinaria. E questa è un'altra delle pochissime certezze di questa storia incredibile.

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 17 agosto 2020. «Viviana temeva che i servizi sociali potessero toglierle il bambino perché era stata due-tre volte in ospedale per problemi di carattere mentale». E questa sua paura, di cui parla l'avvocato Claudio Mondello, potrebbe spiegare varie cose. Prima fra tutte lo stato confusionale in cui è precipitata la donna dopo l'incidente sotto la galleria autostradale, quando si è inspiegabilmente allontanata con Gioele entrando nella boscaglia di Caronia.

«I messaggi di Daniele in quei giorni di ricerche avevano proprio lo scopo di tranquillizzarla: non preoccuparti Viviana che non lo perdi», spiega oggi il legale che è anche cugino di Daniele Mondello, il marito della dj scomparsa il 3 agosto e ritrovata senza vita cinque giorni dopo a un chilometro e mezzo dal luogo dell'incidente. Ma un limite Viviana l'avrebbe rispettato: «Quello della morte di Gioele o di un grave ferimento nell'incidente. In quel caso, ne sono sicuro, Viviana avrebbe chiesto aiuto, si sarebbe messa a urlare perché la salute del bambino aveva la precedenza su tutto. Non l'avrebbe portato via. Lei era morbosamente legata a Gioele. Non mi convince l'ipotesi della morte nell'incidente». Anche sul fronte medico l'ipotesi raccoglie scarsi consensi: «Difficile che un bambino di 4 anni, che ha un corpo molto elastico, possa morire in un incidente del genere», spiega uno specialista. Meno improbabile, per il legale della famiglia Mondello, è la pista dell'aggressione alla donna e al bambino da parte di cani di grossa taglia. Nella zona ci sono un paio di rottweiler che girano in un fondo privato, non distante dal luogo del ritrovamento del corpo di Viviana. Per gli inquirenti, che hanno sentito il proprietario dei cani, è una delle tante ipotesi fatte in questi giorni. «Nell'ambito della lesioni trovate - chiarisce tecnicamente Elvira Ventura, il medico legale che ha eseguito l'autopsia - ci sono dei segni (morsi, ndr ) compatibili anche con un'azione di animali. Ma potrebbero essere causati anche dall'azione congiunta della decomposizione e di piccoli animaletti». Le fratture multiple fanno invece pensare anche a una caduta dall'alto, come era stato ipotizzato subito dopo l'autopsia. C'è poi un piccolo giallo nel giallo: la sparizione di un calzino della donna. Secondo l'Adnkronos , al momento del ritrovamento del corpo, pare che la donna ne indossasse solo uno. E l'altro? Il caso è un rompicapo anche per quanto riguarda la scomparsa di Gioele, che non si trova (ieri sono stati fatti degli scavi vicino al traliccio dov' era stata ritrovava la mamma). A cercare il bandolo della matassa ci proveranno anche gli avvocati della famiglia che hanno deciso di chiedere l'autorizzazione ad avviare un'indagine difensiva.

Da lastampa.it il 17 agosto 2020. I genitori della dj Viviana Parisi hanno chiesto di potere vedere le foto del corpo della donna trovata nelle campagne di Caronia lo scorso 8 agosto, per avere la conferma visiva che sia la loro figlia, e di potere svolgere ricerche del nipote Gioele, di 4 anni di cui non si hanno tracce dal 3 agosto. Ma il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che ha ricevuto i genitori della dj Viviana Parisi, ha spiegato loro che non era possibile, ma che non ci sono dubbi sull'identità della vittima. Ad accompagnare Luigino Parisi e la moglie c'era il genero Daniele Mondello, a sua volta affiancato dal legale, l'avvocato Pietro Venuti. «I genitori - ha detto il penalista - avevano dei dubbi addirittura sul fatto che si potesse trattare di Viviana e volevano visionare le immagini del cadavere. Gli è stato spiegato che, dai riscontri, in particolare la fede e i vestiti, erano sicuri si trattasse di Viviana. Hanno permesso ai genitori di fare delle ricerche autonomamente». Continua il mistero intorno alla scomparsa del figlio: dopo l'incidente stradale «Gioele era vivo, in braccio alla madre, in posizione verticale e senza alcuna ferita». A dirlo al dottor Cavallo è un testimone, che era presente dopo l'impatto. Resta quindi al vaglio della procura l’ipotesi dell’aggressione da parte di cani feroci. Gli inquirenti avevano già esaminato questa ipotesi, avvalorata dal fatto che sulle gambe di Viviana sono stati trovati segni di morsi. Il proprietario di due rottweiler, che sarebbero stati avvistati nei boschi di Caronia, è stato interrogato a Ferragosto. Secondo un'altra ipotesi, che prende quota, lo schianto contro il mezzo degli operai impegnati nei lavori nella galleria sarebbe stato più violento e avrebbe potuto causare la morte di Gioele sistemato sul sediolino forse non bloccato nell'auto, spingendo la donna sotto choc ad allontanarsi con il corpicino e poi al suicidio. Secondo alcune fonti Viviana Parisi peraltro soffriva di problemi psichici, forse di depressione, e temeva che le togliessero il figlio che amava molto. Setacciati anche diversi ruderi e casolari abbandonati. Nelle ricerche sono impegnate circa settanta persone tra carabinieri del reparto cacciatori di Sicilia con droni e cani specializzati, oltre a vigili del fuoco, Protezione civile, forestali, poliziotti e finanzieri e diversi volontari.

Da liberoquotidiano.it il 17 agosto 2020. Potrebbe essere Federica Sciarelli a contribuire a dare una svolta nel caso di Viviana Parisi. La conduttrice di Raitre torna in tv con Chi l'ha visto dopo tre sole settimane di pausa con una puntata speciale tutta dedicata al giallo di Caronia. La Sciarelli aveva già affrontato la sparizione della dj 43enne e del figlio Gioele Mondello, di 4 anni, ma prima del ritrovamento del cadavere della donna, avvenuto l'8 agosto. Ora il mistero è tutto incentrato sulla sorte del bimbo, di cui si sono perse le tracce. Chi l'ha visto, grazie alle telefonate dei telespettatori e alle segnalazioni anonime, già in passato è riuscito a dare un grande aiuto agli inquirenti. La speranza, visto che i pochi testimoni dell'incidente d'auto sulla Messina-Palermo che ha innescato il dramma si sono di fatto "volatilizzati", è che chi sa abbia il coraggio di parlare, lontano da Procure e telecamere.

Viviana Parisi, Federica Sciarelli e lo speciale Chi l'ha visto: "Un caso anomalo, mi ricorda la scomparsa di Provvidenza Grassi". Libero Quotidiano il 18 agosto 2020. "Un caso anomalo". Federica Sciarelli descrive così il giallo di Viviana Parisi e del piccolo Gioele: mamma morta dopo un incidente d'auto, figlio di 4 anni scomparso. "L'incidente potrebbe essere una sliding doors, il momento in cui cambia il destino di mamma e figlio". spiega la conduttrice di Ch l'ha visto? al Quotidiano nazionale. Questa sera il programma di Raitre tornerà con una puntata speciale dedicata al giallo di Caronia . "La promessa dell'anonimato potrebbe spingere qualcuno, che finora, chissà perché, non si è rivolto alle forze dell'ordine, a parlare? Ogni dettaglio può essere utile. Noi andiamo in onda proprio per questo", è l'auspicio della Sciarelli, secondo cui Viviana "è vittima del caso, l'incidente automobilistico è l'ultimo fatto certo. Poi la storia è tutta da scrivere, tenendo conto che lo schianto sull'A20 potrebbe aver aperto scenari che la stessa donna non avrebbe mai immaginato. Mi ricordo che in quel tratto della Palermo-Messina ha perso la vita Provvidenza Grassi. Per mesi furono fatte ipotesi sulla sua scomparsa: si era pensato a una fuga volontaria, a una lite violenta con il fidanzato o ad un gesto estremo e, invece, è caduta dal viadotto in seguito a un incidente stradale".

 (ANSA il 16 agosto 2020) - L'ipotesi che il piccolo Gioele, il bimbo di 4 anni scomparso lo scorso 3 Agosto con la madre Viviana Parisi, la Dj il cui cadavere è stato poi trovato nelle campagne di Caronia, sia morto in seguito all'incidente avvenuto nella galleria dell'autostrada Messina-Palermo non viene ritenuta credibile dalla famiglia della donna. Lo conferma anche Claudio Mondello uno dei due legali della famiglia Mondello, che scrive su Facebook: "E' credibile la tesi (di cui apprendo dalla stampa) del bambino morto ad esito dell'incidente iniziale? No. Per le seguenti ragioni: l'incidente occorso è di lieve entità; se fossero emerse tracce ematiche, dall'analisi della vettura sottoposta a sequestro, stante il clamore suscitato dalla vicenda lo avremmo già saputo. Inoltre Viviana era morbosamente legata al proprio figlio. Secondo una ricostruzione siffatta avrebbe preferito guadagnare la fuga piuttosto che (quantomeno) tentare di soccorrerlo". Il legale, che dice di esprimersi "a titolo strettamente individuale", aggiunge: "la tempistica dei fatti pare sia stata fulminea: Viviana, pertanto, avrebbe, in via immediata, deciso che fosse piu' utile tutelare se stessa piuttosto che Gioele e, quindi, guadagnato la fuga. Alcuni dei presenti sulla scena dei fatti non si limitano ad un rapido transito ma cercano di prestare soccorso: possiamo ritenere probabile che non si fossero accorti degli esiti di un incidente in danno del bambino? Questa ricostruzione (quantomeno allo stato delle emergenze) non mi convince affatto".

Nino Luca /CorriereTv il 16 agosto 2020. Minuto per minuto, da Venetico fino al luogo dell'incidente — con un furgone di operai, in galleria sull’autostrada Messina-Palermo — e alla boscaglia di Caronia. Ecco i luoghi dove si è consumata la tragedia di Viviana Parisi, la 43enne dj originaria di Torino ritrovata morta sotto un traliccio dell’energia elettrica nelle campagne di Caronia. Nel video, la ricerca spasmodica del piccolo Gioele con il procuratore Angelo Cavallo in prima fila; i punti fermi dell'indagine; i dubbi degli inquirenti. E, soprattutto, il percorso, metro dopo metro: da Venetico al distributore di Sant'Agata di Militello, da Caronia e fino alla meta finale, la «piramide della luce» che, secondo i legali della famiglia del marito, Viviana desiderava vedere.

Andrea Pasqualetto per il ''Corriere della Sera'' il 16 agosto 2020. Se davvero fosse andata così, se quell’incidente in galleria definito banale si fosse trasformato in qualcosa di più grave per il fatto che Gioele non era seduto sul seggiolino ma a fianco, come sembra emergere dalle immagini a disposizione degli inquirenti, se il piccolo avesse battuto la testa, fosse svenuto o addirittura morto, beh, allora saremmo di fronte a una tragedia greca. Una madre che, sconvolta nel vedere che il suo bambino, il bambino dal quale non si separava mai, non può reggersi in piedi o non le risponde o non respira più, lo prende in braccio e se ne va, entrando nel bosco. E lì chissà cosa succede ma, ragionando sempre per ipotesi, se non respirava più, potrebbe averlo sepolto e aver deciso di farla finita. Con una disperazione infinita nel cuore, il seggiolino non assicurato, l’incidente provocato, la bugia detta al marito. Se fosse questa la soluzione del giallo — sul quale restano ancora molti punti oscuri — nessuno l’aveva prevista. Un colpo di scena nel quale non è contemplato l’omicidio: solo l’incidente, la disperazione e il suicidio.

Lo scenario. «È l’ipotesi che sta prendendo piede. Sì, come una tragedia greca nella quale la madre potrebbe però anche essere morta di incidente. Un doppio incidente, dunque. Oppure, chiaramente, il suicidio — dice l’avvocato Pietro Venuti che assiste la famiglia Mondello e che ieri aveva avuto un incontro con il procuratore di Patti, Angelo Cavallo —. Ho chiesto al magistrato per quale motivo gli operai della manutenzione che erano sul furgone dell’incidente con Viviana non abbiano prestato soccorso. Ho chiesto di verificare se ci sono state eventuali omissioni di soccorso». L’avvocato ritiene plausibile la nuova ipotesi, il bambino fuori dal seggiolino, l’urto del furgone sotto la galleria, Viviana che sbanda e sbatte a destra e a sinistra e buca una gomma ed è costretta a fermarsi. «Chiederò informazioni sugli operai, cos’hanno visto esattamente? — insiste Venuti — E cos’hanno visto i misteriosi testimoni del Nord?».

Le indagini. Va detto che per gli inquirenti la nuova ipotesi c’è ma rimangono in piedi anche le altre. E rimane sospesa una domanda: per quale motivo la stessa Viviana non ha chiesto soccorso? «Difficile poi — fa notare un medico legale — che un bambino di 4 anni, che ha un corpo molto elastico, possa morire in un incidente del genere. E difficile anche che, se sviene, non si riprenda in breve tempo». Finché Gioele non sarà ritrovato e finché i risultati dell’autopsia non diranno com’è morta sua madre, è complicato privilegiare una pista. Nel frattempo la Scientifica di Catania, che non ha rivenuto tracce di sangue evidenti nell’automobile di Viviana, sta analizzando in modo più approfondito l’abitacolo, con particolare attenzione al sedile posteriore e al seggiolino.

Il giallo di Caronia: l'incidente drammatico in galleria. Il seggiolino non assicurato, la velocità, lo schianto: tutti gli esiti degli accertamenti. Pubblicato lunedì, 17 agosto 2020 da Romina Marceca su La Repubblica.it.  I rilievi della polizia rafforzerebbero l’ipotesi della morte di Gioele in auto e il suicidio della mamma. Non è stato un incidente banale quello nella galleria Pizzo Turda. Gli ultimi metri sull'autostrada Messina-Palermo, prima della scomparsa del piccolo Gioele di 4 anni e della sua mamma, Viviana Parisi, riservano ancora dettagli. La donna sabato scorso è stata trovata morta ai piedi di un traliccio. Oggi è il quattordicesimo giorno di ricerche del figlio scomparso nel nulla. L'auto di Viviana, dopo avere urtato il furgone fermo degli operai che si stavano occupando della manutenzione della luce in galleria, viaggiava a circa 100 chilometri orari. L'auto, ha anche fatto due giri su se stessa prima di schiantarsi sulla galleria e finire la sua corsa. La carrozzeria è fortemente danneggiata nella parte destra, un finestrino è infranto e una gomma, sempre lato destro, è scoppiata e non si sono trovati i resti dello pneumatico. Sono gli ultimi dettagli appresi da Repubblica sull'incidente di quel maledetto 3 agosto. Da lì ha avuto inizio il giallo sulla fine di mamma e figlio. Ma c'è un altro importante particolare in quello che era stato definito "un lieve impatto". E forse è il più doloroso: il seggiolino di Gioele non era assicurato allo schienale dell'auto. Le cinture di sicurezza dei posti a sedere dietro non sono mai state utilizzate. È l'esito della "prova dell'usura" eseguita dalla polizia scientifica sulla Opel Corsa della dj trovata morta nelle campagne di Caronia. Quel seggiolino era solo poggiato sul sedile. L'ultima ipotesi investigativa tra le più accreditate dalla procura di Patti è che Viviana si sia uccisa perché Gioele è morto, o ha riportato gravi ferite, nell'incidente in galleria. Ed è comprensibile la risposta del procuratore di Patti, Angelo Cavallo, quando continua a ripetere: "Non sappiamo se Gioele si trovasse sul seggiolino o meno". Perché quello che doveva essere il dispositivo al quale assicurare il piccolo è stato trovato caduto tra i sedili. Ma quanto peso ha questo esito?  È anche vero che tracce ematiche, almeno fino ad ora, in quell'auto non ne sono state trovate.  Ma è anche molto probabile che Gioele ha preso un contraccolpo per l'urto violento. Ed è possibile che le conseguenze si saranno acuite sia nel caso in cui era seduto su quel seggiolino libero sia sul sedile senza cintura. Sul giallo della fine del piccolo un ruolo importante per il procuratore di Patti lo hanno i quattro testimoni che dicono di averlo visto in braccio alla mamma mentre scavalcava il guardrail. Anche ieri non si sono fatti avanti nonostante i numerosi appelli. L'altra ipotesi che si è fatta largo in questi giorni è che mamma e bambino siano stati aggrediti da due rottweiler. Viviana potrebbe aver cercato riparo su un traliccio dell'Enel, ma da lì sarebbe caduta. Il proprietario è stato ascoltato dalla polizia, nella sua casa c'è stata una perquisizione. Ma è anche vero che resti ossei nelle campagne di Caronia, ad oggi, non ne sono stati ritrovati. Intanto, continuano le ricerche del bambino svanito nel nulla e si cerca un cumulo di terra e foglie che potrebbero essere la sepoltura scelta dalla madre. Tutti i cinque cani addestrati a trovare resti umani in Italia si trovano adesso a Caronia. E da Roma è arrivato anche uno dei più esperti conduttori di questi segugi. E' un poliziotto che ha anche lavorato al caso di Yara Gambirasio.

Viviana aveva le scarpe pulite. Gli investigatori: “Non ha camminato a lungo nel bosco”. Pubblicato sabato, 15 agosto 2020 da Salvo Palazzolo su La Repubblica.it. L’ultima ipotesi: lei e il figlioletto aggrediti da due Rottweiler. Interrogato il proprietario dei cani. Sulle gambe della deejay trovata morta ci sono dei morsi. Le scarpe di Viviana Parisi erano solo un po’ graffiate, ma ancora abbastanza pulite. Gli investigatori ritengono che la deejay trovata morta l’8 agosto non abbia camminato molto nei boschi di Caronia, subito dopo essere scesa dall’auto e aver oltrepassato un guard rail dell’autostrada Messina-Palermo assieme al figlioletto di quattro anni, Gioele (non sappiamo ancora se era vivo o morto in seguito a un incidente in galleria). Il dettaglio di “quelle scarpe abbastanza pulite”, come dice un investigatore, rilancia la pista di un’aggressione improvvisa, forse da parte di uno o due Rottweiler visti in zona negli ultimi giorni. L’AdnKronos riferisce che il proprietario degli animali è stato ascoltato dagli investigatori della squadra mobile di Messina. Per certo, dall'autopsia è emerso che sulla gamba della donna c'erano dei morsi di animali, ma non è ancora chiaro quali, bisognerà attendere il risultato delle analisi dei medici legali, che arriveranno nel giro di un paio di mesi. Il procuratore di Patti Angelo Vittorio Cavallo ha chiesto anche di sapere cosa c’è sotto le unghie delle mani della donna, un altro dettaglio importante per provare a ricostruire cosa è accaduto veramente. Una scarpa era al piede di Viviana, l'altra a poca distanza. Davvero la donna stava correndo per difendere se stessa e il figlioletto? In quest’altra drammatica ipotesi, dunque, Viviana potrebbe aver cercato riparo su un traliccio dell’Enel, ma da lì sarebbe caduta. Ipotesi su ipotesi, mentre continuano le ricerche del piccolo Gioele. Oggi, è il tredicesimo giorno del giallo.

Viviana Parisi, "una terza persona ha preso Gioele": l'ipotesi dopo la testimonianza della famiglia del Nord. Libero Quotidiano il 17 agosto 2020. Dopo quattordici giorni di ricerche ancora non vi è traccia di Gioele, il figlio di 4 anni di Viviana Parisi, la dj trovata morta lo scorso 8 agosto nei boschi di Caronia. A cercare il bambino ci sono addirittura i cacciatori di Sicilia, che sono specializzati nella ricerca di latitanti in zone impervie, e quattro cani specializzati nella ricerca di resti umani. La spiegazione che si danno gli investigatori è che Viviana abbia lasciato il corpo del figlio lontano dal luogo in cui è stata trovata morta, per poi tornare indietro e togliersi la vita o cadere dal traliccio. Però c’è anche da considerare il fatto che le scarpe della donna sono state ritrovate in condizioni tutto sommato pulite e poco impolverate: non sembrano appartenere a qualcuno che ha percorso tanta strada. E quindi gli investigatori non escludono la pista che prevede la presenza di una terza persona che potrebbe aver preso Gioele con sé: ipotesi che potrebbe essere avvalorata dalla testimonianza della famiglia del Nord (inizialmente irreperibile), secondo cui il bambino era vivo e vegeto dopo l’incidente. 

Viviana Parisi, il testimone: “L’ho vista allontanarsi, non era turbata”. Notizie.it il 18/08/2020. Il turista testimone della fuga di Viviana Parisi dopo l'incidente ha spiegato di aver visto la donna allontanarsi col figlio verso la montagna. A tredici giorni dal ritrovamento del cadavere di Viviana Parisi, emergono nuovi dettagli forniti da un testimone che ha assistito all’incidente e alla fuga della donna. L’uomo, un turista milanese che stava trascorrendo le vacanze in Sicilia, ha affermato di averla vista scavalcare il guard rail con Gioele in braccio in uno stato non turbato. Dopo aver ribadito che il figlio era vivo e non ferito, facendo allontanare gli inquirenti dall’ipotesi che il piccolo potesse essere morto nell’incidente, ha spiegato che “stava in braccio alla madre, con la testa appoggiata sulla sua spalla destra e gli occhi ben aperti, come se volesse proteggerlo“. L’uomo, che seguiva a distanza la Opel Corsa di Viviana, l’ha vista urtare un furgone e proseguire la corsa sino ad una piazzola di sosta poco dopo l’uscita della galleria. É qui che il turista l’ha vista scendere dall’auto insieme al figlio e allontanarsi. Ha infatti ammesso di averla seguita con lo sguardo e “vista scavalcare il guardrail per dirigersi verso la montagna, imboccando un sentiero sopra la galleria“. Inoltre ha aggiunto maggiori dettagli sul momento dell’allontanamento, spiegando che a donna non correva, camminava con passo veloce e non sembrava per niente turbata. Ha spiegato di aver cercato di seguirla ma di aver poco dopo desistito perché si era formata una coda di macchine per l’incidente e stavano per arrivare i soccorsi. Gli investigatori dovranno quindi tenere conto delle parole del testimone, resosi reperibile dopo l’appello del procuratore.

Parla (finalmente) il testimone "Vi dico cosa ha fatto la dj..." Un turista a cui la procura aveva lanciato un appello in questi giorni ha deciso di rivelare che cosa ha visto. Rosa Scognamiglio, Lunedì 17/08/2020 su Il Giornale. "Ho visto Gioele in braccio alla mamma". Sarebbe questo, in estrema sintesi, il contenuto della testimonianza resa agli inquirenti da un turista che, lo scorso lunedì 3 agosto, transitava sulla A20 Messina-Palermo proprio nel momento in cui Viviana Parisi scavalcava quel maledetto guardrail. Il bimbo di 4 anni, del quale si sono perse le tracce da due settimane, pare fosse tra le braccia della mamma ''ancora vivo'', assicura il teste, dopo l'impatto dell'Opel Corsa grigia contro un furgoncino in sosta nella Galleria Pizzo Turda.

Gioele era in vita dopo l'incidente? Se l'ipotesi che il bimbo fosse morto a seguito del sinistro in autostrada era sembrata la più plausabile e verosimile con la ricostruzione della vicenda, adesso la chiave di volta del giallo di Caronia potrebbe essere contenuta nelle dichiarazioni di un teste. "Gioele era vivo, in braccio alla mamma, dopo l'incidente in galleria, quando ha scavalcato il guardrail dell'autostrada - dice il procuratore di Patti, Angelo Cavallo - lo ha raccontato un testimone, un turista del Nord, che si è finalmente presentato dopo il nostro appello". C'è una svolta importante, dunque, nella vicenda. "Il piccolo non era ferito né aveva sangue - spiega il magistrato - il testimone ci ha detto che il bambino aveva gli occhi aperti e aveva il viso appoggiato sulla spalla destra della madre. Per il resto, tutte le piste restano ancora aperte sulla fine di Viviana e del suo bambino", precisa il procuratore subito dopo un lungo vertice con gli investigatori della squadra mobile di Messina, della Scientifica di Catania e i medici legali. "Ora la priorità è trovare il piccolo Gioele - riferisce la Repubblica - abbiamo a disposizione quattro cani della polizia di Stato specializzati nelle ricerche di persone scomparse. Non ci fermiamo".

Le ipotesi della Procura. Viviana è stata trovata morta sotto un traliccio dell'Enel l'8 agosto, nella zona boschiva di Caronia: il volto era irriconoscibile. "Il corpo si è decomposto lì - precisa il medico legale Elvira Ventura Spagnolo - ma sono in corso numerosi altri esami per comprendere come sia morta la donna". Sul suo corpo ci sono diverse fratture, e probabilmente quelli che sembrano dei morsi. Il procuratore Cavallo ripete: "Tutte le ipotesi restano aperte: l'incidente dopo la fuga per i campi, una caduta accidentale, un incontro sfortunato con persone che possono averla aggredita, oppure un'aggressione da parte di alcuni animali selvatici. Tutte le ipotesi sono aperte e le stiamo considerando tutte".

La rivelazione del testimone: "Ho visto gli occhi del bimbo..." Il teste dichiara che il bambino aveva gli occhi aperti ed era vivo quando è sceso dall'auto. Adesso gli inquirenti si concentrano su quattro piste. Roberto Chifari, Lunedì 17/08/2020 su Il Giornale. In questa storia ci sono tanti dubbi e molti misteri. Si sa poco o nulla di quello che è successo lo scorso 3 agosto. Sappiamo che Viviana Parisi e il piccolo Gioele sono partiti dalla casa di Venetico, in provincia di Messina, per raggiungere un centro commerciale di Milazzo a 15 chilometri di distanza. Il video e la telefonata "chiave". La donna però, a casa lascia il proprio smartphone mentre prende regolarmente le chiavi di casa, le chiavi dell'auto e il portafogli. Il marito Daniele Mondello ha raccontato agli inquirenti che Viviana le avrebbe detto di dover andare a comprare le scarpe per Gioele a Milazzo. Una dichiarazione che poi si è scoperta essere una bugia. Viviana voleva andare a visitare la Piramide della Luce (una installazione artistica cui che negli ultimi anni si è legata al cultura dell'esoterismo). La Piramide si trova a Motta D’Affermo per raggiungerla bisogna uscire allo svincolo autostradale di Santo Stefano di Camastra, ovvero 125 chilometri da casa. A confermare la bugia è anche un'altra rivelazione, ovvero che nei giorni antecedenti alla scomparsa, Viviana avrebbe chiesto ai familiari dove si trovi esattamente la piramide. La realtà, ricostruita dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza e dai passaggi al casello autostradale, raccontano che la donna quel giorno invece di prendere la statale 113 direzione Milazzo ha preso l'autostrada A20 in direzione Palermo. In autostrada si accorge di aver finito la benzina e così decide di uscire a Sant'Agata di Militello. A Sant'Agata si ferma 22 minuti, probabilmente per fare rifornimento, poi rientra in autostrada. È ormai prossima alla meta quando impatta con un furgoncino di operai di una ditta appaltatrice dell’autostrada. L'impatto è all’altezza di Caronia all'interno della galleria Pizzo Turda. La Piramide dista, ancora, circa 20-25 chilometri dal luogo. Ma Viviana sbanda, frena in autostrada e si ferma in una piazzola poco dopo l'uscita della galleria. Scende dall'auto e con il piccolo Gioele in auto scavalca il guardrail. Questo è quello che sappiamo. Cosa succede poi? Da questo momento dobbiamo, per un verso, ricostruire la dinamica degli eventi. In un primo momento si parla di un banale incidente, ma potrebbe essere stato più grave di quanto si pensasse. I testimoni del nord che erano in vacanza in Sicilia quel 3 agosto hanno dichiarato che il bambino dopo l'incidente "aveva gli occhi aperti". Per il pm il teste "è attendibile". "Sono testimoni che erano in vacanza in Sicilia e poi sono rientrati al Nord", dice la procura. All'inizio, ha spiegato il procuratore, "avevano dei dubbi se fossero proprio loro, ma quando è stata diffusa la loro descrizione hanno capito che era quello l'incidente e si sono presentati". Hanno così aggiunto un tassello importante all'inchiesta. Le ipotesi investigative adesso sono quattro ed escludono che il bimbo possa essere morto nell'incidente stradale. Cerchiamo di ricostruirle dalle parole del procuratore Angelo Cavallo che in questi gironi è proprio sul luogo del ritrovamento del cadavere di Viviana Parisi per tentare di capire cosa è successo a Gioele. Le ipotesi dicevamo sono quattro: una potrebbe essere che la donna dopo l'incidente con la propria auto si sia data alla fuga per i campi. Non avrebbe camminato molto, lo dimostrano le suole delle scarpe. Ma nella fuga potrebbe aver perso i sensi. Oppure il lancio dal traliccio, ma in questo caso bisognerebbe capire come mai il corpo del bimbo non è vicino a quello della madre. Una terza ipotesi è legata ad un incontro con persone che possono averla aggredita, oppure un'aggressione da parte di alcuni animali selvatici. "Abbiamo finalmente rintracciato - ha detto il procuratore di Patti Angelo Vittorio Cavallo - la famiglia dell'Italia settentrionale. Si sono presentati, si sono fatti vivi e fortunatamente hanno risposto al nostro appello con esito positivo. Dalle dichiarazioni di queste persone - ha aggiunto - possiamo dire che la signora è scesa dalla macchina, aveva con sè il bambino, sul suo lato destro ed era vivo. Questo è già un punto fermo. Con le immagini della telecamera a Sant'Agata, la registrazione audio al 112 e finalmente con una testimonianza diretta di una persona che ci dice di avere visto con i propri occhi a pochi metri di distanza la signora possiamo dire che la nostra ipotesi iniziale di concentrare le ricerche in quel luogo non si è rivelata errata. Il bambino non era ferito - ha continuato il procuratore -, non aveva sangue". Per l'avvocato della famiglia Pietro Venuti, "se la testimonianza di chi ha visto Gioele vivo e accanto alla madre è veritiera, allora il discorso dell'incidente assume contorni diversi. Bisogna ricostruire i momenti successivi e cercare la verità in un altro luogo". L'avvocato Venuti (che con il collega Claudio Mondello assiste la famiglia) ha chiesto per nome della famiglia "certezza sull'identità del cadavere nei boschi di Caronia" e di potere "visionare le foto del ritrovamento". Intanto, da due settimane, non si sono mai fermate le ricerche del bambino che nella giornata di oggi hanno visto impegnati più di 70 tra soccorritori e volontari. Domani, in Prefettura a Messina, è previsto un nuovo vertice per fare il punto sulle attività svolte fino a questo momento. Per il medico legale Elvira Ventura Spagnolo, che nei giorni scorsi ha eseguito l'autopsia, "sul corpo di Viviana Parisi sono in atto ancora degli accertamenti per comprendere come sia morta. Ci sono diverse fratture e, probabilmente, quelli che sembrano morsi, non è chiaro se siano di cani o di altri animali selvatici. La decomposizione del corpo - ha aggiunto - è avvenuta lì, ma ci sono da valutare la temperatura e le condizioni atmosferiche". L'inchiesta per omicidio volontario e sequestro di persona, coordinata dalla Procura di Patti è al momento senza indagati.

Viviana Parisi, il testimone: «Abbracciava il piccolo Gioele come per proteggerlo».  Salvo Toscano il 18/8/2020 su Il Corriere della Sera. Il turista-testimone del giallo di Caronia si è fatto vivo dopo tredici giorni. Ha deciso di presentarsi, domenica scorsa, spontaneamente, al Commissariato della sua città dopo aver ascoltato l’appello lanciato dal procuratore di Patti Angelo Cavallo che coordina le indagini sulla scomparsa del piccolo Gioele, quattro anni, e sulla morte della madre Viviana Parisi. «Gioele era vivo, non era ferito, stava in braccio alla madre, in posizione verticale come se volesse proteggerlo. La testa appoggiata sulla sua spalla destra, gli occhi ben aperti», ha riferito.

«L’ho vista scavalcare il guard-rail». Il 3 agosto scorso l’auto dell’imprenditore lombardo che rientrava al Nord, dopo aver trascorso le vacanze in Sicilia, seguiva a distanza l’Opel Corsa guidata da Viviana Parisi che, all’interno di una galleria, sulla Messina-Palermo, ha urtato un furgone. L’auto della donna ha proseguito la corsa sino a fermarsi in una piazzola di sosta, poco dopo l’uscita della galleria. È a quel punto che il turista ha visto scendere dall’auto la deejay, con il piccolo Gioele. «L’ho seguita con lo sguardo e l’ho vista scavalcare il guardrail e dirigersi verso la montagna, imboccando un sentiero sopra la galleria», ha spiegato. Il testimone ha un ricordo nitido di quei momenti. «La donna non correva, camminava con passo veloce, ma non sembrava per niente turbata. Ho cercato di seguirla, ma poi ho desistito perché si era formata una coda per l’incidente e stavano per arrivare i soccorsi». Il turista-testimone si è deciso a parlare perché si è riconosciuto nella descrizione fornita dagli investigatori che cercavano le persone che avevano assistito all’incidente.

L’omicidio-suicidio e le altre ipotesi. «La deposizione del teste ci aiuta a mettere un punto fermo alle indagini», spiega il procuratore. E proprio ieri c’è stato un vertice in Procura con investigatori della polizia scientifica, il capo della Mobile di Messina e i medici legali. Il procuratore Cavallo ha fatto intendere di avere una sua idea sul giallo di Caronia. Non la dice, ma lascia capire che non crede molto all’ipotesi dell’aggressione da parte di animali selvatici, ma non esclude niente. «Neanche la tentata aggressione a scopo sessuale, finita male». Sul corpo della donna, trovato ai piedi di un traliccio dell’Enel a qualche chilometro dall’autostrada, sono state riscontrate fratture diffuse. «Stiamo valutando la vitalità delle lesioni per capire se sono pregresse o sono la causa della morte. C’è una certezza, comunque, sulla decomposizione del corpo che è avvenuta nel punto in cui è stato trovato», spiega il medico legale Elvira Ventura Spagnuolo. L’omicidio-suicidio è comunque l’ipotesi che più di tutte si sta facendo strada tra gli inquirenti. La donna potrebbe aver raggiunto un costone della montagna, facendo anche parecchi chilometri con il piccolo Gioele, per mettere in atto il suo gesto. Poi sarebbe ridiscesa, per ritornare indietro e lanciarsi dal traliccio.

L’appello del nonno: «Non fermate le ricerche». Il procuratore ammette: «Viviana soffriva di un disagio mentale, che si è accentuato nel periodo del lockdown». «Viviana era, però anche una donna atletica, grande camminatrice e nonostante la zona sia impervia, potrebbe avere comunque attraversato il bosco senza problemi» sostiene ancora il capo della procura. I poliziotti della scientifica hanno fatto una serie di analisi sul traliccio per cercare impronte digitali. Ieri il marito della donna, Daniele Mondello, il padre Luigino Parisi e il suocero hanno avuto un colloquio di circa un’ora, senza avvocati, con il procuratore Cavallo. «Non vogliamo che le ricerche si fermino», ha spiegato il padre di Viviana. Più categorico è stato l’appello del suocero, concentrato sul nipote: «Gioele deve essere trovato». Il piccolo, però, non si trova. Quattro cani molecolari stanno già setacciando tutta la zona, assieme a centinaia di uomini. I droni e gli elicotteri non hanno fornito ancora nessun contributo, adesso si spera che qualche aiuto possa venire almeno dai satelliti. C’è un altro dubbio, però, che in queste ore sta emergendo. E se la donna avesse visto, durante quel suo tentativo di fuga, qualcosa che non avrebbe dovuto vedere? La zona è infatti dominata dai «tortoriciani», i mafiosi dei pascoli. Proprio in quella zona vive uno di loro, un esponente vicino alle cosche locali attualmente ai domiciliari, con licenza di uscire solo la domenica.

Giallo di Caronia, il teste alla polizia: "Dopo l'incidente Gioele era vivo, in braccio alla mamma". Pubblicato lunedì, 17 agosto 2020 da Salvo Palazzolo su La Repubblica.it.  Svolta nelle indagini. Il procuratore Cavallo: "Il turista ha risposto al nostro appello. Aperte tutte le ipotesi sulle fine di Viviana: dall'incidente all'aggressione, da parte di persone o animali". "Gioele era vivo, in braccio alla mamma, dopo l'incidente in galleria, quando ha scavalcato il guardrail dell'autostrada - dice il procuratore di Patti, Angelo Cavallo - lo ha raccontato un testimone, un turista del Nord, che si è finalmente presentato dopo il nostro appello". C'è una svolta importante nel giallo di Caronia. "Il piccolo non era ferito né aveva sangue - spiega il magistrato - il testimone ci ha detto che il bambino aveva gli occhi aperti e aveva il viso appoggiato sulla spalla destra della madre. Per il resto, tutte le piste restano ancora aperte sulla fine di Viviana e del suo bambino", precisa il procuratore subito dopo un lungo vertice con gli investigatori della squadra mobile di Messina, della Scientifica di Catania e i medici legali. "Ora la priorità è trovare il piccolo Gioele - dice ancora Cavallo - abbiamo a disposizione quattro cani della polizia di Stato specializzati nelle ricerche di persone scomparse. Non ci fermiamo". Viviana è stata trovata morta sotto un traliccio dell'Enel l'8 agosto, a un chilometro e mezzo dall'autostrada. "Il corpo si è decomposto lì - precisa il medico legale Elvira Ventura Spagnolo - ma sono in corso numerosi altri esami per comprendere come sia morta la donna". Sul suo corpo ci sono diverse fratture, e probabilmente quelli che sembrano dei morsi. Ma com'è morta Viviana? E che fine ha fatto il suo figlioletto?. Il procuratore Cavallo ripete: "Tutte le ipotesi restano aperte: l'incidente dopo la fuga per i campi, una caduta accidentale, un incontro sfortunato con persone che possono averla aggredita, oppure un'aggressione da parte di alcuni animali selvatici. Tutte le ipotesi sono aperte e le stiamo considerando tutte". Ma da chi fuggiva Viviana dopo l'incidente? "Per ora non lo sappiamo, stiamo facendo delle ipotesi. Non possiamo escludere che fuggisse da alcune persone, o da animali selvatici". Il fascicolo d'indagine, ancora contro ignoti, resta iscritto per omicidio e sequestro di persona. Il summit di oggi con gli investigatori, durato due ore, è servito a fare il punto sulle indagini. Sono stati decisi nuovi accertamenti sulle campagne di Caronia, dove si cerca ancora il piccolo Gioele.

Carlo Macrì per il “Corriere della Sera” il 18 agosto 2020. Il turista-testimone del giallo di Caronia si è fatto vivo dopo tredici giorni. Ha deciso di presentarsi, domenica scorsa, spontaneamente, al Commissariato della sua città dopo aver ascoltato l'appello lanciato dal procuratore di Patti Angelo Cavallo che coordina le indagini sulla scomparsa del piccolo Gioele, quattro anni, e sulla morte della madre Viviana Parisi. «Gioele era vivo, non era ferito, stava in braccio alla madre, in posizione verticale come se lei volesse proteggerlo. La testa appoggiata sulla sua spalla destra, gli occhi ben aperti», ha riferito. Il 3 agosto scorso l'auto dell'imprenditore lombardo che rientrava al Nord, dopo aver trascorso le vacanze in Sicilia, seguiva a distanza l'Opel Corsa guidata da Viviana Parisi che, all'interno di una galleria, sulla Messina-Palermo, ha urtato un furgone. L'auto della donna ha proseguito la corsa sino a fermarsi in una piazzola di sosta, poco dopo l'uscita della galleria. È a quel punto che il turista ha visto scendere dall'auto la deejay, con il piccolo Gioele. «L'ho seguita con lo sguardo e l'ho vista scavalcare il guardrail e dirigersi verso la montagna, imboccando un sentiero sopra la galleria», ha spiegato. Il testimone ha un ricordo nitido di quei momenti. «La donna non correva, camminava con passo veloce, ma non sembrava per niente turbata. Ho cercato di seguirla, ma poi ho desistito perché si era formata una coda per l'incidente e stavano per arrivare i soccorsi». Il turista-testimone si è deciso a parlare perché si è riconosciuto nella descrizione fornita dagli investigatori che cercavano le persone che avevano assistito all'incidente. «La deposizione del teste ci aiuta a mettere un punto fermo alle indagini», spiega il procuratore. E proprio ieri c'è stato un vertice in Procura con investigatori della polizia scientifica, il capo della Mobile di Messina e i medici legali. Il procuratore Cavallo ha fatto intendere di avere una sua idea sul giallo di Caronia. Non la dice, ma lascia capire che non crede molto all'ipotesi dell'aggressione da parte di animali selvatici. Però non esclude niente. «Neanche la tentata aggressione a scopo sessuale, finita male». Sul corpo della donna, trovato ai piedi di un traliccio dell'Enel a qualche chilometro dall'autostrada, sono state riscontrate fratture diffuse. «Stiamo valutando la vitalità delle lesioni per capire se sono pregresse o sono la causa della morte. C'è una certezza, comunque, sulla decomposizione del corpo che è avvenuta nel punto in cui è stato trovato», spiega il medico legale Elvira Ventura Spagnuolo. L'omicidio-suicidio è l'ipotesi che più di tutte si sta facendo strada tra gli inquirenti. La donna potrebbe aver raggiunto un costone della montagna, facendo anche parecchi chilometri con il piccolo Gioele, per mettere in atto il suo gesto. Poi sarebbe ridiscesa, per ritornare indietro e lanciarsi dal traliccio. «Soffriva di un disagio mentale, che si è accentuato nel periodo del lockdown», ammette Cavallo. «Però Viviana era anche una donna atletica, grande camminatrice e nonostante la zona sia impervia, potrebbe avere comunque attraversato il bosco senza problemi», sostiene ancora il capo della Procura. I poliziotti della Scientifica hanno fatto una serie di analisi sul traliccio per cercare impronte digitali. Ieri il marito della donna, Daniele Mondello, il padre Luigino Parisi e il suocero hanno avuto un colloquio di circa un'ora, senza avvocati, con il procuratore Cavallo. «Non vogliamo che le ricerche si fermino», ha spiegato il padre di Viviana. Più categorico è stato l'appello del suocero, concentrato sul nipote: «Gioele deve essere trovato». Il piccolo, però, non si trova. Quattro cani molecolari stanno setacciando tutta la zona, assieme a centinaia di uomini. I droni e gli elicotteri non hanno fornito nessun contributo, ora si spera che qualche aiuto possa venire dai satelliti. L'area delle ricerche, scrive il Viminale su twitter, è di 500 ettari. C'è un altro dubbio, però, che in queste ore sta emergendo. E se la donna avesse visto, durante quel suo tentativo di fuga, qualcosa che non avrebbe dovuto vedere? La zona è infatti dominata dai «tortoriciani», i mafiosi dei pascoli. Proprio in quella zona vive uno di loro, un esponente vicino alle cosche locali attualmente ai domiciliari, con licenza di uscire solo la domenica.

Estratto dell’articolo di Lara Sirignano per “il Messaggero” il 18 agosto 2020. Si riparte da zero. Con alcuni dati certi - pochi - e moltissimi dubbi. I pm riavvolgono il nastro e tornano al 3 agosto, il giorno in cui, dopo un incidente in autostrada, scompaiono Viviana Parisi e il figlio di 4 anni, Gioele. Del piccolo da allora non c'è traccia. La madre, dj torinese trapiantata in Sicilia, un passato di tossicodipendenza e gravi problemi di depressione, sarà ritrovata morta 5 giorni dopo tra i boschi di Caronia, distesa tra le sterpaglie, sotto un traliccio dell'alta tensione, a poco più di un chilometro dalla piazzola in cui aveva abbandonato la macchina. Dove è finito Gioele? Di sicuro era vivo dopo l'incidente. Lo ricordano chiaramente i turisti che si sono fermati a prestare soccorso a Viviana sull'autostrada. […] Un colpo di scena che sembra escludere una delle piste seguite dai pm: si era pensato che il bambino potesse essere morto nell'impatto dell'auto con un furgone. Un urto tutt' altro che lieve: la macchina della donna procedeva a oltre 100 chilometri l'ora, nello scontro una ruota si è forata e Gioele non era assicurato al seggiolino. Elementi che avevano fatto ipotizzare che Viviana, da mesi in cura per depressione, sotto choc fosse corsa via col figlio, lo avesse nascosto tra la boscaglia e disperata si fosse lanciata dal pilone. […] Le ipotesi di reato restano comunque il sequestro di persona e l'omicidio anche se - e questa è un'altra delle poche certezze sul caso - l'autopsia non ha trovato sul corpo della dj segni di violenza, tranne due morsi di animale che potrebbero risalire a dopo il decesso. I medici legali, che non hanno ancora definito la data precisa della morte - l'hanno ricondotta però alle fratture provocate da una caduta da un'altezza elevata. Verosimilmente dal traliccio sotto al quale il corpo è stato trovato: la Scientifica sta cercando sull'impalcatura impronte e tracce di dna. «Sul cadavere ci sono diverse fratture e non è chiaro se quelli che sembrano morsi siano di cani o di altri animali selvatici», dice l'anatomopatologa Elvira Ventura Spagnolo. Che la donna e il bimbo siano stati aggrediti e uccisi da animali- cani si era detto vista la presenza di due rotweiler - sembra poco probabile. […]

Estratto dell’articolo di Riccardo Arena per “la Stampa” il 18 agosto 2020. […] È nei boschi e nelle macchie a volte impraticabili di Caronia, a ridosso dei piloni dell'autostrada, che bisogna continuare a cercare Gioele. […] se il bambino è sceso, in braccio alla mamma, nel canalone in cui poi, ai piedi di un traliccio dell'alta tensione, la dj è stata ritrovata morta, a maggior ragione torna l'interrogativo più inquietante: dov' è il bambino? Il testimone e le altre persone che erano con lui hanno visto «la donna di fronte, che camminava in modo veloce, sul lato destro, verso un passaggio nel guard-rail dopo la galleria Pizzo Turda, al km 117, dove c'è un piccolo varco, hanno cercato di aiutarla, ma quando la signora è sparita dalla loro vista, hanno sospeso le ricerche». Rimane in piedi l'esame del contesto familiare per capire le ragioni delle inquietudini di Viviana. Si attenua, invece, l'ipotesi di un'aggressione da parte di animali selvatici: «non è quella privilegiata», dice Cavallo. Viviana era in preda a una crisi mistica, affrontava un momento particolare, i familiari dicono che al bambino non avrebbe fatto mai del male: ma allora perché si è spinta in campagna? Gli inquirenti escludono che fosse inseguita […]

La commessa, il commerciante, lo studente. "Noi, volontari, continuiamo a cercare Gioele". Pubblicato lunedì, 17 agosto 2020 da Salvo Palazzolo su La Repubblica.it Da tredici giorni, le squadre della protezione civile siciliana battono palmo a palmo la montagna di Caronia. "E' una montagna piena di misteri". Da tredici giorni, battono palmo a palmo la montagna. “Ma ancora nessuna traccia del piccolo Gioele”, sussurra Vito Spinnato, uno dei volontari della protezione civile regionale, dopo un’altra mattina passata fra trazzere, anfratti e rovi. “Questa è una montagna dove finiscono tanti, troppi misteri”, racconta. “Cinque anni fa, è scomparsa una donna, non se n’è saputo più nulla. Nel 2013, invece, una bambina venne persa di vista dai genitori per un attimo e a sorpresa ricomparve dopo ore”. Gioele no, lui è sparito. Ma i volontari, che lavorano sin dal primo giorno al fianco dei vigili del fuoco, non si arrendono. “La storia di Viviana e del suo bambino è entrata nelle nostre vite”, dice Maria Grazia Passarello, di professione fa la commessa in un negozio a mezz’ora da qui: “Per adesso, il negozio è chiuso per ferie, così posso dedicare tutto il mio tempo alle ricerche”. Vito, il veterano dei soccorsi della zona di Mistretta, fa invece il commerciante nelle vita di tutti i giorni. Cono Ceravolo lavora in una ditta che si occupa di manutenzione di estintori. Antonino Sanfilippo, il coordinatore dei volontari della zona di Terranova, gestisce un ente di formazione: “Non è come le altre volte – dice – in questi giorni, ognuno di noi impegnato nelle ricerche si è trovato a sentire Viviana come un’amica conosciuta da sempre, e il piccolo Gioele, come un figlio, un nipote. E ogni sera è una sofferenza ritornare al campo base senza aver trovato quel bambino”. Sono arrivati da tutta la Sicilia per contribuire alle ricerche. “Ogni giorno, dalle 30 alle 50 persone – spiega l’architetto Maurizio Venuto, coordinatore della protezione civile – tutte persone straordinarie, che anche il giorno di Ferragosto hanno lasciato i loro cari per dedicarsi a queste ricerche così difficili”. Nel gruppo ci sono pure studenti, insegnanti, esponenti delle forze dell'ordine.  Antonino Sanfilippo Condividi   Ieri, al campo base della protezione civile e dei vigili, istituito all'interno del distributore Ip lungo la statale 113 dopo Canneto di Caronia, sono arrivati anche alcuni turisti per proporsi come volontari. “Ma nelle nostre squadre ci sono solo persone specializzate”, spiega l’architetto Venuto. Da Catania, sono arrivati ad esempio dei volontari che gestiscono delle unità cinofile.  Francesco Scuto e Artù, un bellissimo Labrador di cinque anni, sono appena tornati al campo base. “Siamo in squadra insieme da due anni. E cerchiamo di dare il massimo in questi giorni”. Francesco e i suoi compagni volontari non si arrendono all’evidenza del tempo che passa. “La montagna è piena di insidie – ripete Vito Spinnato ai più giovani, e torna a raccontare le sue storie. Da venticinque anni, cerco persone scomparse lassù. Ho imparato che le sorprese sono sempre possibili”. I ragazzi sorridono, si scambiano un po’ di pane e prosciutto sotto il sole cocente e tornano a fare un breefing con i vigili del fuoco. Le ricerche riprendono.

Carlo Macrì per corriere.it il 19 agosto 2020. Non c’è più mistero sulle condizioni di salute mentale di Viviana Parisi, la donna ritrovata cadavere sotto un traliccio dopo una fuga senza un perché, con il figlio Gioele, quattro anni, che non è stato ancora trovato. Un certificato medico del 17 marzo scorso, rilasciato dall’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, afferma che «Viviana soffriva di paranoia e ha avuto un crollo mentale dovuto a una crisi mistica».

Il cugino. A dirlo è Claudio Mondello, uno dei legali della famiglia, e cugino di primo grado del marito della donna, Daniele. Il certificato è stato trovato dalla Scientifica nel cruscotto dell’Opel Corsa che la donna ha abbandonato dopo l’incidente in galleria. Il documento è stato sequestrato. Questa condizione psichica spiegherebbe la volontà della donna di recarsi alla «Piramide della luce», a Motta d’Affermo. Un’installazione legata ai riti di rinascita. Sul giallo di Caronia la confusione è ancora tanta e molti i misteri. Ora iniziano anche le polemiche. Pietro Venuti, l’altro legale della famiglia, va giù duro parlando dei tempi iniziali dei soccorsi, dopo l’incidente causato da Viviana Parisi lungo l’autostrada Messina-Palermo. «La polizia stradale è arrivata dopo 20 minuti, i Vigili del fuoco ci hanno impiegato un’ora. Se ci fosse stata più celerità nei tempi, forse Viviana non sarebbe arrivata così lontano». E ancora: «La perlustrazione effettuata dai Vigili del fuoco per trovare lei e il piccolo Gioele ha riguardato un raggio di circa cinquecento metri. Troppo poco».

Le ricerche. Oggi a dar man forte alle ricerche del bambino, che durano ormai da 14 giorni, saranno in campo i cittadini di Caronia e Sant’Agata Militello, i due centri costieri a ridosso della montagna. «Invito tutti quelli che ci vogliono bene a partecipare alle ricerche di mio figlio», è l’appello su Facebook di Daniele Mondello, papà del piccolo. Il luogo del raduno sarà il centro di coordinamento della Protezione civile, lungo la statale 113. Un esempio di solidarietà che potrebbe causare qualche problema alle forze dell’ordine, impegnate a perlustrare interi costoni di montagna. «Queste persone faranno un percorso autonomo e non si uniranno alla Protezione civile, perché sarebbero d’ostacolo alle indagini» dice Angelo Cavallo, procuratore di Patti. La riunione di ieri in Prefettura ha stabilito che le ricerche andranno comunque avanti. Anche con l’aiuto dell’Esercito. «Se non si trova Gioele è una sconfitta dello Stato», dice l’avvocato Mondello. Il giorno della scomparsa in quella zona c’erano molti raccoglitori di sughero e diversi pastori. E nessuno ha visto niente.

Il referto medico su Viviana: "Ha manie di persecuzione". Il procuratore: "Al momento della sparizione soffriva di un grave disagio psicologico". In campo l'esercito. Valentina Raffa, Mercoledì 19/08/2020 su Il Giornale. Viviana Parisi «era impaurita, agitata» quando il 3 agosto, con il figlio Gioele di 4 anni in braccio, oltrepassa a piedi il guard-rail sull'A20 Messina-Palermo, a Caronia, e fa perdere le tracce. La testimonianza del turista del Nord che, in vacanza in Sicilia, ha assistito all'incidente fatto dalla donna mentre sorpassava un furgone dell'Anas, è stata di fondamentale importanza. Non solo perché ha fornito l'informazione chiave riguardo al fatto che il piccolo Gioele stesse bene, facendo scartare l'ipotesi investigativa più accreditata che fosse morto durante il sinistro che è stato «di una certa entità», ma anche perché ha indicato lo stato emotivo in cui sembrava si trovasse Viviana e, colpo di scena, una direzione diversa da quella che si credeva avesse percorso. Viviana era spaventata per l'incidente provocato o stava scappando sentendosi pedinata come aveva riferito ai medici durante il lockdown, tornando però a casa dall'ospedale con un referto di manie persecutorie? Non ha nemmeno risposto alla domanda del turista che le chiedeva se avesse bisogno di qualcosa ed è andata dritto per la sua strada, ma non si tratta del sentiero che dalla carreggiata conduce verso il mare e dove ha poi trovato la morte sotto a un traliccio dell'alta tensione, perché è andata a lato monte. Il super testimone ha indicato al procuratore il percorso fatto da Viviana, fino a quando non l'ha vista scomparire con Gioele in braccio. Il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, tiene a precisare che le ricerche di Gioele hanno già riguardato quell'area, ma adesso si torna a cercarlo in quest'altra zona impervia che si raggiunge oltrepassando un altro guard-rail, scavalcando un muretto e percorrendo un canale di scolo». Gioele deve essere lì a meno che qualcuno non lo abbia portato via, ipotesi che non viene esclusa, almeno fino a quando non avrà altri elementi per mano, a cominciare dagli esiti di alcuni esami richiesti dall'equipe medica che si è occupata dell'autopsia. Viviana, dunque, potrebbe averlo lasciato in un posto che riteneva sicuro, in quanto, fortemente attaccata a lui, potrebbe aver ritenuto di proteggerlo da qualcosa o da qualcuno, o magari lo ha nascosto al mondo. E la procura non esclude che possa averlo ucciso. Sta di fatto che si ritiene che sia tornata indietro senza Gioele, abbia scavalcato un altro guard-rail, percorrendo il sentiero che va verso il mare e poi sia morta accanto al traliccio dell'alta tensione, non si sa se suicida, per una caduta o un malore o se sia stata uccisa. Resta aperto, infatti, il fascicolo per omicidio e sequestro di persona a carico di ignoti. Da oggi 10 squadre dell'esercito scenderanno in campo a dare manforte alla task force che sta lavorando dal 3 agosto con un elicottero, droni, unità cinofile, cani molecolari e 4 cani specializzati nella ricerca di resti umani. «Non possiamo escludere nulla dice il procuratore -. Gioele potrebbe essere a lato monte, anche se la zona è già stata battuta, ma adesso concentreremo lì le ricerche. Non escludiamo neppure un incontro sfortunato con qualcuno o un animale. È ovvio che ci siamo fatti un'idea di cosa sia accaduto quel giorno, ma non è il momento di parlare. Chiaramente, da come ci è stata descritta, emerge la fragilità della donna in quel momento».

Viviana Parisi, l'incidente è stato più grave di quello che dicevano. "Auto ribaltata, gomma esplosa": fuga sotto shock? Libero Quotidiano il 19 agosto 2020. Due presupposti errati dietro l'inchiesta sulla morte di Viviana Parisi e la scomparsa di suo figlio Gioele Mondello. Come riporta la Stampa, la Procura ha preso atto di due verità non considerate in precedenza: la donna è riuscita con il bimbo ancora vivo in braccio, ad addentrarsi nel bosco lato montagna semplicemente scavalcando il guardrail dell'autostrada A20 Messina-Palermo. Fino a che il testimone-chiave non si è presentato in Procura, si pensava la donna fosse fuggita lato mare e lì si erano concentrate le prime ricerche. Secondo presupposto: la "lievità" dell'incidente d'auto nel tunnel che ha scatenato il dramma. L'incidente è stato più serio di quanto detto inizialmente. "L'Opel Corsa guidata da Viviana Parisi viaggiava a 100 chilometri all'ora: ha urtato un furgone, l'auto ha sbandato e si è ribaltata almeno due volte, ha un finestrino in frantumi e un pneumatico esploso. "Abbiamo sentito una frenata, poi ci è venuta a sbattere sul lato guidatore", ha spiegato uno degli operai a bordo del furgone a Chi l'ha visto?. L'incidente potrebbe aver sconvolto effettivamente Viviana, già fragile psicologicamente. Non a caso, come confermato dal procuratore Cavallo, "dopo l'incidente era agitata e impaurita". Possibile che sotto choc per il trauma e spaventata per le possibili ferite riportate da Gioele abbia deciso in preda al panico di fuggire. Cosa sia successo a quel punto, fatalità, incontro "sfortunato" con un terzo uomo od omicidio-suicidio, è ancora un mistero.

Viviana Parisi, la pista della aggressione sessuale: "Nella zona dominano i tortoriciani, mafiosi dei pascoli". Libero Quotidiano il 18 agosto 2020. La pista della "terza persona" nella morte di Viviana Parisi prende quota, con risvolti agghiaccianti. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, citando il procuratore Cavallo, l'ipotesi dell'aggressione da parte di animali selvatici sta scemando, mentre non si esclude "neanche la tentata aggressione a scopo sessuale, finita male". Il testimone chiave che ha assistito all'incidente sulla A20 all'altezza di Caronia ha spiegato agli inquirenti di aver visto la donna fermarsi a una piazzola di sosta, scendere e tenere il figlio Gioele in braccio. Sul piccolo di 4 anni, di cui si sono perse le tracce, il testimone precisa: "Era vivo, non era ferito, stava in braccio alla madre, in posizione verticale come se lei volesse proteggerlo. La testa appoggiata sulla sua spalla destra, gli occhi ben aperti". Un dettaglio importante. Da quel momento, la "fuga": "L'ho seguita con lo sguardo e l'ho vista scavalcare il guardrail e dirigersi verso la montagna, imboccando un sentiero sopra la galleria". Dove stesse andando, non si sa. "Viviana - puntualizza il procuratore - era una donna atletica, grande camminatrice e nonostante la zona sia impervia, potrebbe avere comunque attraversato il bosco senza problemi", Lì le ricerche del piccolo Gioele si stanno concentrando. Ma secondo il Corriere della Sera, c'è un altro dubbio che sta emergendo nelle ultime ore: "E se la donna avesse visto, durante quel suo tentativo di fuga, qualcosa che non avrebbe dovuto vedere? La zona è infatti dominata dai tortoriciani, i mafiosi dei pascoli. Proprio in quella zona vive uno di loro, un esponente vicino alle cosche locali attualmente ai domiciliari, con licenza di uscire solo la domenica".

Viviana Parisi, a Chi l'ha visto? l'inviato della Sciarelli trova un pezzo di seggiolino per bambino sotto il traliccio. Libero Quotidiano il 19 agosto 2020. Subito un colpo di scena nella puntata speciale di Chi l'ha visto? sul caso di Viviana Parisi. Dopo tre sole settimane di stop torna Federica Sciarelli e piazza la zampata: mostra in diretta l'aggancio di un seggiolino per bambini ritrovato da un suo inviato a poca distanza dal traliccio dov'è stata ritrovata morta la dj 43enne, a Caronia, accanto all'autostrada A20 Messina-Palermo. Il dubbio è che quel pezzo si sia staccato dal seggiolino su cui viaggiava il figlio di Viviana, il piccolo Gioele Mondello, di cui invece si sono perse le tracce da quel 3 agosto. Quel frammento è stato acquisito dalla Procura, ma la Sciarelli fa di più e contatta direttamente il padre di Gioele e marito di Viviana, Daniele Mondello. "Non è un pezzo dell'auto di mia moglie", fa sapere l'uomo attraverso il suo legale Pietro Venuti, in diretta. E si continua a cercare nella campagna per ritrovare almeno il corpo del piccolo.

Quel gancio vicino al traliccio: spunta l'ultimo giallo su Gioele. Il pezzo è stato rinvenuto vicino al traliccio dove era il corpo di Viviana. Ma il padre del bimbo smentisce: non sarebbe appartenente alla famiglia. Valentina Dardari, Mercoledì 19/08/2020 su Il Giornale. Continuano le ricerche per trovare Gioele, il bambino di 4 anni scomparso con la mamma, la dj 43enne ritrovata morta nel boschi di Caronia, nel Messinese. I due erano scomparsi la mattina di lunedì 3 agosto, il sabato seguente era stato rinvenuto il corpo della donna vicino a un traliccio dell’alta tensione. Di Gioele però nessuna traccia. Dal giorno della scomparsa volontari, forze dell’ordine, vigili del fuoco e cani molecolari non si sono praticamente mai fermati e hanno setacciato l’intera zona.

Ritrovato il gancio di un seggiolino. Ieri sera il programma di Rai3 “Chi l’ha visto” ha dedicato uno speciale al giallo di Caronia, per seguire le ricerche di Gioele e dare delle risposte al giallo che sta tenendo col fiato sospeso tutta l’Italia. L’inviato della trasmissione ha trovato un gancio della marca Isofix che serve ad assicurare il seggiolino per bambini al sedile della macchina. Il pezzo è stato consegnato ai carabinieri. In diretta però sarebbe stato accertato che non si tratta di un aggancio appartenente al seggiolino usato dalla famiglia. Daniele Mondello, il marito della dj contattato telefonicamente in diretta dalla trasmissione, non avrebbe infatti riconosciuto il pezzo come tale. Un aiuto particolare nelle ricerche del piccolo Gioele potrebbe arrivare dai residenti della zona in cui è avvenuta la tragedia. Pietro Venuti, il legale di Daniele Mondello, ha fatto un appello affinché la popolazione abitante della zona dia il suo contributo attivo alle ricerche. Nella giornata di ieri l’avvocato ha fatto una ulteriore ispezione nella zona. "La domanda che si fanno tutti è dove possa essere il bambino. Oggi percorrendo quella strada, che è anche difficile perché su alcuni punti è sconnessa, dubbi vengono particolarmente guardando il traliccio dove è stato ritrovato il corpo" ha spiegato Venuti. Quando l’inviato di Raitre ha ritrovato un coperchio relativo all'aggancio di un seggiolino dell'auto nei pressi del traliccio dove è stato trovato il corpo della mamma di Gioele, si è sperato fosse una prova necessaria alle indagini in corso. Purtroppo però Il legale ha confermato che il papà Daniele "non riconosce l'oggetto sequestrato ed esclude categoricamente che sia un pezzo dell'autovettura della moglie. L'auto è sotto sequestro e sono state fatte verifiche. Non sappiamo ancora quando verrà restituita".

Il testimone chiave ha visto Gioele vivo. Un paio di giorni fa era circolata la notizia che nuovi rilevamenti avevano appurato che la vettura, una Opel Corsa, al momento dell’incidente nella galleria Pizzo Turda, sull’autostrada A20 Messina-Palermo, stesse viaggiando a una velocità di 100 chilometri orari e che il seggiolino dove era seduto Gioele non fosse fissato al sedile dell’auto, ma solo appoggiato allo schienale. Il piccolo si sarebbe quindi potuto ferire gravemente nell’impatto o addirittura essere morto. Ipotesi che sembra però caduta dopo che un testimone chiave si è finalmente fatto vivo e ha testimoniato di aver visto il bambino con la madre subito dopo l’incidente: stava bene. Gli investigatori stanno seguendo altre piste sperando di riuscire a trovare qualcosa che possa aiutare a spiegare cosa è avvenuto quel tragico lunedì di inizio agosto e soprattutto a ritrovare Gioele.

Gioele, sfogo del padre su Facebook: "Trovate in 5 ore da un volontario: ho dubbi sulle ricerche". Pubblicato mercoledì, 19 agosto 2020 da La Repubblica.it. "Cinque ore di lavoro di un volontario rispetto a 15 giorni di 70 uomini esperti mi fanno sorgere dei dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche. La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di un marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia". Lo afferma Daniele Mondello, papà di Gioele e marito di Viviana Parisi, sul proprio profilo Facebook. "Nonostante il dramma che mi ha travolto - scrive - trovo doveroso ringraziare quanti mi hanno aiutato. Dedico un ringraziamento particolare al signore che ha trovato mio figlio. Se non ci foste stati voi, chissà se e quando lo avremmo ritrovato". "Viviana e Gioele - conclude Daniele Mondello - vi ringraziano ed io vi mando un abbraccio enorme, siete stati grandi!"

Estratto da repubblica.it il 19 agosto 2020. Le tracce individuate vicino all'autostrada sarebbero di Gioele Mondello, scomparso con la madre Viviana il 3 agosto. Per gli uomini che coordinano le ricerche del bambino i resti ossei e la maglietta portano a lui "al 99 per cento". Le tracce sono state segnalate da uno dei volontari che da giorni affiancano vigili del fuoco, forestali e poliziotti. L'uomo è un carabiniere in congedo. Il posto, coperto da rovi e arbusti si trova a circa 200 metri dall'autostrada e a una certa distanza dal punto in cui è stato trovato il corpo di Viviana Parisi, ai piedi di un traliccio della rete elettrica. "Hanno trovato qualcosa ma non sappiamo cosa. Siamo qui in attesa di capire". A darne notizia intorno a mezzogiorno è stata Mariella Mondello, la zia del piccolo Gioele che si trova nella zona in cui è arrivato il procuratore di Patti, Angelo Vittorio Cavallo con la polizia scientifica. Con lei c'è anche il fratello, Daniele Mondello, il papà di Gioele, che non parla. E' in auto in silenzio in attesa di sviluppi.

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per “la Repubblica” il 19 agosto 2020. […] continuano a rincorrersi due ipotesi d'indagine […] Forse, Viviana Parisi ha ucciso il piccolo Gioele, seppellito il corpo, e poi si è suicidata. Oppure, qualcuno l'ha aggredita. L'autopsia non ha chiarito il giallo, ma emerge che Viviana sarebbe morta dopo un'agonia di qualche ora […] «Per un'emorragia, in seguito alle pesanti fratture che erano sul corpo, ma non in testa», dice il legale della famiglia, Pietro Venuti. […] […] Altro indizio: le lesioni alla colonna vertebrale e le fratture, che racconterebbero dell'ultimo disperato lancio dal traliccio. Anche se sul traliccio non ci sono impronte, ma la Scientifica ha spiegato che la struttura è realizzata con un materiale particolare sui cui non restano tracce. Ora, la seconda ipotesi, l'aggressione […] qualcuno ha tentato di aggredire sessualmente Viviana. Il secondo: l'aggressione è avvenuta per un'altra ragione, magari perché uno degli animali che circolano liberamente sui terreni in montagna (tutti di privati) ha fatto del male al bambino, e a quel punto va eliminata una testimone scomoda. L'ipotesi dell'aggressione è alimentata soprattutto da un dato dell'autopsia, che parla di «fratture costali anteriori e posteriori». […] C'erano dei raccoglitori di sughero su quel tratto di montagna, e anche dei pastori, sono stati ascoltati dalla polizia. «Possibile che nessuno abbia visto o sentito nulla?», ripete il legale. […] «Se Viviana è stata aggredita, poi qualcuno ha provato a simulare un suicidio sotto il traliccio», sussurra un investigatore […]

Caronia, le ricerche del piccolo Gioele: "Hanno trovato alcuni resti". La segnalazione di un volontario ha fatto scattare l'allarme. Trovati alcuni resti umani vicino al traliccio. La zia del piccolo: "Siamo qui in attesa di capire". Marianna Di Piazza e Roberto Chifari, Mercoledì 19/08/2020 su Il Giornale. È "quasi certamente" del piccolo Gioele Mondello il corpo ritrovato nelle sterpaglie a Caronia, nel Messinese. Sono momenti di ansia per i familiari del piccolo di 4 anni scomparso lo scorso 3 agosto. Secondo gli investigatori i pochi resti recuperati sono "di Gioele ma per la certezza si aspetta il riconoscimento". "Hanno trovato qualcosa ma non sappiamo cosa. Siamo qui in attesa di capire", ha commentato Mariella Mondello, la zia di Gioele. Con lei c'è anche il fratello, Daniele Mondello, il papà del piccolo, che preferisce non parlare. Sul posto anche il procuratore di Patti, Angelo Vittorio Cavallo, con la polizia scientifica, due medici legali, gli uomini della Protezione civile e le squadre dei vigili del fuoco (guarda il video). È stato un carabiniere in congedo, il 55enne Giuseppe Di Bello, a trovare alcuni resti nei pressi del traliccio in cui era stato rinvenuto il corpo di Viviana Parisi lo scorso 8 agosto. "Il tronco ritrovato dista circa 400-500 metri in linea d'aria dalla zona in cui era stata trovata la donna", hanno spiegato gli investigatori. L'uomo che ha lanciato l'allarme fa parte dei volontari che questa mattina hanno partecipato alle ricerche del piccolo di 4 anni. Poi la segnalazione a circa 200 metri dall'autostrada Messina-Palermo dove la mamma e il suo figlioletto sono stati visti per l'ultima da un testimone dopo un incidente. Il volontario avrebbe trovato dei resti ossei che per gli investigatori sono "al 99 per cento" di Gioele, ma saranno i familiari a dover riconoscere il corpo del bimbo ritrovato tra gli arbusti e le sterpaglie di Caronia. In un primo momento era stata diffusa la notizia del ritrovamento di una maglietta, circostanza poi esclusa.

I resti. "Viviana non l'ha ucciso, l'amava troppo. Dobbiamo trovarlo", ripeteva il padre del piccolo a chi gli sta accanto e ai numerosi volontari accorsi questa mattina per cercare Gioele. Poi l'allarme lanciato dall'ex carabiniere. Come riporta AdnKronos, alcune fonti investigative parlano del "busto di un bambino totalmente irriconoscibile": sarebbero infatti stati trovati solo il tronco, alcuni peli e una parte di femore compatibile con un bambino di 4 anni. Gli investigatori non escludono che il corpicino possa essere stato smembrato e trascinato dagli animali, "o da maiali o da cani", e quindi per determinare con certezza l'identità della vittima "serve l'esame del Dna". Dopo poche ore, a quanto apprende Adnkronos, sarebbe stata trovata la testa di un bambino, in avanzato stato di decomposizione, a monte del luogo in cui sono stati ritrovati i resti. "È quasi certamente di Gioele", hanno spiegato fonti investigative. Poco distante, anche alcuni indumenti.

Il ritrovamento. "È stato un dono di Dio", ha commentato Giuseppe Di Bello, il carabiniere in congedo che ha ritrovato questa mattina dei resti umani tra i cespugli. "L'ho trovato dove gli altri non lo hanno cercato. Quando sono arrivato ho visto un corpicino straziato da animali selvatici. Mi ha colpito moltissimo: adagiato a terra in condizioni irriconoscibili. Il suo corpo è stato smembrato in parti"", ha poi aggiunto. Intanto, sul luogo del ritrovamento è salita la tensione tra forze dell'ordine e volontari che sottolineano di essere riusciti a trovare il corpicino in un solo giorno di ricerche. Per questo il Codacons Sicilia "chiede ora di accertare le tempistiche del decesso del piccolo: se l'autopsia stabilirà che la morte è avvenuta dopo qualche tempo dalla scomparsa, sarà quindi assolutamente necessario indagare per omicidio colposo i responsabili delle ricerche e l'intera catena di comando che ha diretto le operazioni nella zona". "I soccorsi non ci hanno coordinato perché siamo dei volontari e ci hanno detto di arrangiarci da soli", ha raccontato un volontario al Giornale.it spiegando di aver "trovato il posto con Google Maps". "Il signore che ha trovato il corpo - ha aggiunto - aveva una roncola ed è riuscito a farsi strada" (guarda il video). È "arrivata questa persona (Di Bello, ndr), che è un conoscitore dei luoghi, con strumenti atti a farsi spazio tra la vegetazione: aveva un falcetto che gli consentiva di passare dove passano gli animali", ha spiegato il vicecomandante dei vigili del fuoco di Messina, Ambrogio Ponterio, sottolineando anche che i droni usati "con questa fitta vegetazione non riescono a vedere a terra". Dopo alcune ore, sul luogo del ritrovamento è arrivato il carro funebre con a bordo la bara per ricomporre i resti umani, presumibilmente del piccolo Gioele.

Le parole del pm. "Fino a questo momento possiamo parlare di resti compatibili con un bambino di circa 3-4 anni. Non possiamo dare per ora risposte definitive". Dopo il sopralluogo di alcune ore sulla collina di Caronia, il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, ha confermato che i resti ritrovati potrebbero appartenere al piccolo Gioele. "L'autopsia sarà effettuata in tempi brevi - ha spiegato il pm - e serviranno per l’identificazione accertamenti medico-legali e l’esame del Dna". "Le indagini e le ricerche sono state effettuate in condizioni difficili. Sono state fatte varie ipotesi, se ne sono rafforzate alcune, ne sono cadute altre. Stiamo lavorando da 16 giorni e continueremo a farlo" ha detto il magistrato. Ma per quanto riguardo le piste seguite dagli investigatori, Cavallo ha detto che "perdono quota quelle riconducibili ad ambienti familiari". Il pubblico mistero ha poi chiarito che saranno mostrati i resti degli indumenti del bambino. Sarà poi il test del Dna ad accertare quello che ormai sembra evidente sul destino del piccolo Gioele.

Trovati resti compatibili del piccolo Gioele: “È Il corpo al 99 per cento” Anche la maglietta del bimbo e resti irriconoscibili. Il Corriere del Giorno il 20 Agosto 2020. Le tracce segnalate da un carabiniere in congedo, uno dei volontari che aveva risposto all’appello del padre del bambino per partecipare alle ricerche. Poco dopo le 12, ha lanciato l’allarme. Il ritrovamento è avvenuto a circa un chilometro dall’autostrada Messina-Palermo, dove lo scorso 3 agosto Viviana aveva avuto un incidente, e scavalcato il guardrail portando il bimbo in braccio. Una maglietta che assomiglia “al 99 cento” a quella che indossava il piccolo Gioele Mondello sparito 16 giorni fa, resti ossei che sembrano quelli di un bambino, e dei peli che potrebbero essere di un animale. “Hanno trovato qualcosa ma non sappiamo cosa. Siamo qui in attesa di capire” a darne notizia intorno a mezzogiorno è stata Mariella Mondello, la zia del piccolo Gioele che si trova nella zona in cui è arrivato il procuratore di Patti. I resti presumibilmente del piccolo Gioele sono stati ritrovati nelle campagne di Caronia, il tronco a circa 400 metri dal traliccio dove è stato trovato il corpo della madre Viviana Parisi, e la testa molto distante, sarebbero stati trascinati lì “o da maiali o da cani” spiegano fonti investigative che sono sul luogo del ritrovamento. I familiari del bimbo, il padre Daniele Mondello che si è recato sul luogo del ritrovamento insieme alla sorella Mariella e al padre Letterio, non sono stati fatti avvicinare al punto esatto. E’ arrivata così la svolta nella drammatica vicenda del piccolo di quattro anni che non si trovava da quindici giorni e della madre, Viviana Parisi, trovata morta l’8 agosto sotto un traliccio. Si fa strada sempre più l’ipotesi dell’omicidio-suicidio a causa del forte disagio psichico negli ultimi tempi della madre che avrebbe ucciso il figlio e si sarebbe suicidata, lanciandosi dal traliccio. Le tracce segnalate da un carabiniere in congedo, uno dei volontari che aveva risposto all’appello del padre del bambino per partecipare alle ricerche. Poco dopo le 12, ha lanciato l’allarme. Il ritrovamento è avvenuto a circa un chilometro dall’autostrada Messina-Palermo, dove lo scorso 3 agosto Viviana aveva avuto un incidente, e scavalcato il guardrail portando il bimbo in braccio. Il carabiniere si chiama Giuseppe Di Bello, 55 anni originario di Capo d’Orlando (Messina) era arrivato stamattina con un amico, Francesco Radici, che lo ha accompagnato nelle campagne di Caronia, racconta di aver fatto il ritrovamento alle 10.28 e che il corpicino era “straziato da animali selvatici“. “È stato un dono di Dio” dice Di Bello, che ha ritrovato i resti umani di un bambino che “quasi certamente è Gioele” , rispondendo ai cronisti che gli chiedono come abbia fatto a trovare il corpo che da giorni si stava cercando. “L’ho trovato dove nessuno l’aveva cercato, ho spostato dei cespugli e i resti erano lì”. ha aggiunto il carabiniere in congedo. Sul luogo del ritrovamento in montagna, è arrivato il procuratore di Patti Angelo Cavallo, accompagnato dagli investigatori della Polizia e dal medico legale Elena Ventura Spagnolo chiamato a repertare i resti trovati. «I resti sono compatibili con un bambino di 3 o 4 anni – ha precisato il procuratore Cavallo – ovviamente ancora non possiamo dare certezze scientifiche, vanno fatti tutti gli accertamenti medico legali» aggiungendo che sono stati ritrovati anche i frammenti di alcuni indumenti che adesso saranno mostrati al padre e ai familiari del bimbo per una conferma che si tratti di quelli che Gioele indossava al momento della scomparsa. «In questo momento ci dobbiamo stringere attorno a questa famiglia e a questo bambino. Abbiamo sempre pensato che si trovasse in questo posto e i fatti ci hanno dato ragione. Ringrazio tutte le persone che a qualsiasi titolo hanno contribuito alle ricerche. Ora dobbiamo lavorare come abbiamo fatto fin’ora e andare a fondo a questa storia triste» ha aggiunto il procuratore Cavallo. Il papà di Gioele stamattina appariva molto turbato e provato: “Viviana non l’ha ucciso, l’amava troppo” escludendo le piste dell’omicidio-suicidio e dell’aggressione da parte di cani” ripeteva a chi gli stava accanto, “dobbiamo trovarlo” . Sua sorella Mariella non crede che ci fosse qualcosa o qualcuno che ha indotto la la cognata ad allontanarsi: “Era solo nel panico in quel momento, non fuggiva da niente“.

Gioele, le scarpette blu che nessuno aveva visto. Salvo Palazzolo il 19 agosto 2020 su La Repubblica. I resti del bimbo trovati dopo 16 giorni in una radura: erano a 700 metri dal corpo della mamma. I dubbi: l’area già perlustrata. Il procuratore: “Da appurare perché è stato scoperto solo oggi". Le scarpette blu di Gioele sono adagiate sotto un albero della montagna del mistero. Un poliziotto della Scientifica si ferma a guardarle e le sistema dentro una busta trasparente. Mamma Viviana aveva scelto anche un bel colore blu per la maglietta del suo bambino, chissà per andare dove. Il fango e l'assalto degli animali non hanno cancellato quel blu brillante. Si intravede un disegno bianco al centro della maglietta, che ancora copre quel che rimane del corp...

Viviana Parisi e Gioele Mondello, il giallo delle scarpette blu. I soccorritori: "Lì c'eravamo già stati, non le abbiamo viste". Libero Quotidiano il 20 agosto 2020. "Qui c'eravamo già passati". Il ritrovamento di Gioele Mondello, i cui resti straziati sono stati ritrovati a Caronia a 700 metri da dov'era il cadavere della madre Viviana Parisi, porta con sé un carico infinito di dolore, ma anche rabbia e dubbi. Come riporta Repubblica, i soccorritori della Protezione civile quella radura a margine dell'autostrada A20 Messina-Palermo l'avevano già battuta. Ma quel giorno non avevano visto nulla: non i resti, le ossa del tronco e del femore, dietro una boscaglia, in cui si è imbattuto un volontario, carabiniere in congedo, armato di falcetto. "Un dono di Dio", ha definito quel ritrovamento. Ma soprattutto non avevano visto le scarpette blu, adagiate sotto un albero, la maglietta azzurra e i pantaloncini bianchi che hanno permesso il riconoscimento per ora ufficioso a Daniele Mondello, padre stravolto dal dolore. E le polemiche sulle operazioni di ricerca sono già innescate. "Le zone vanno esaminate a vari livelli - difende il lavoro dei propri uomini Ambrogio Ponterio, del comando provinciale dei vigili del fuoco di Messina -, ci sono tratti in cui si cerca una persona viva, altri in cui si cerca qualcosa di più. È arrivata questa persona che è un conoscitore dei luoghi: aveva un falcetto che gli consentiva di passare dove riescono a intrufolarsi gli animali selvatici". Già, gli animali selvatici: l'autopsia su quel che rimane del piccolo forse permetteranno di fare luce su una domanda cruciale per risolvere, almeno in parte, questo giallo: il corpo del bimbo di 4 anni è stato dilaniato dagli animali prima o dopo la morte?

Viviana Parisi, rinvenuti resti ossei e una maglietta: le parole del carabiniere. Notizie.it. il 19/08/2020. Durante le ricerche del figlio di Viviana Parisi un volontario ha trovato resti ossei e una maglietta: al 99,9% sarebbero di Gioele. Mentre sono in corso le ricerche del figlio di Viviana Parisi, la cognata di quest’ultima e zia del piccolo ha reso noto che un volontario ha trovato qualcosa. “Non sappiamo cosa sia, siamo in attesa di sapere“, ha affermato. Sul posto è giunto il procuratore di Patti Angelo Vittorio Cavallo con la Polizia Scientifica. Secondo i primi riscontri si tratterebbe di resti umani di piccole dimensioni che secondo gli investigatori sarebbero da ricondurre al 99,9% a Gioele. Tra i volontari che hanno preso parte alle ricerche c’è anche Giuseppe Di Bello, carabiniere in pensione 55enne. È stato lui a dare l’allarme, intorno alle 10.20. Insieme a lui, “in mezzo ai rovi e a una fitta vegetazione” c’era anche Francesco Radicic, che con una falce si è fatto largo “fino a trovare i resti”. Le ossa sono state rinvenute a circa 200 metri da dove Viviana aveva abbandonato l’auto e a meno di un chilometro dal luogo di ritrovamento del cadavere della donna. Oltre ai resti ossei è stata rinvenuta anche una maglietta. Secondo i soccorritori entrambe le cose porterebbero a Gioele al 99,9%. Sono in corso le indagini da parte della scientifica per capire se possano davvero essere ricondotti al piccolo. Le squadre che partecipano alle operazioni si sono dirette sul posto per effettuare un sopralluogo insieme al coordinatore delle indagini. Autore del ritrovamento è stato un carabiniere in congedo che fa parte dell’ingente gruppo al lavoro da giorni per sperare di trovare qualcosa che faccia luce sulla sorte del bimbo di 4 anni. Costui ha trovato i resti in un posto a 200 metri dal luogo in cui Viviana ha avuto l’incidente in autostrada e da cui si è allontanata. Si tratta più precisamente di un cavalcavia non molto lontano dal traliccio vicino a cui la dj è stata trovata morta. “Hanno trovato qualcosa ma non sappiamo cosa. Stiamo aspettando di capire” aveva affermato poco prima Mariella Mondello. La donna si trova in macchina col fratello e padre di Gioele, Daniele Mondello, che ha preferito non rilasciare dichiarazioni e attendere di capire se possa esserci una svolta nelle ricerche del figlio.

Gioele Mondello, la rabbia dei familiari: "Perché tanto accanimento sul corpo, che gli hanno fatto?". Il dubbio sulle ricerche. Libero Quotidiano il 20 agosto 2020. La rabbia e i dubbi di Daniele Mondello e dei suoi familiari esplodono quando è ormai praticamente certo che i resti di bambino ritrovati in mattinata sono quelli di Gioele Mondello, il bimbo di 4 anni che quel 3 agosto viaggiava in auto con la madre Viviana Parisi sull'A20 Messina-Palermo. Poi l'incidente, a Caronia: la donna che prende in braccio il figlio e scavalca il guardrail, verso la montagna, per poi scendere di nuovo verso il mare. Lei l'hanno trovata l'8 agosto, sotto un traliccio. I resti del piccolo, straziati dagli animali selvatici, a 400 metri di distanza. Daniele piange sulla bara che contiene il corpo martoriato di Gioele, giura che "non può essere stata Viviana" a ucciderlo. Lui e il nonno provano a vedere quel che rimane del bimbo, li trattengono e glielo sconsigliano: sarebbe una visione sconvolgente, troppo per persone già distrutte dal dolore. "Non ho potuto vedere mia nuora, e adesso mi impediscono di vedere anche mio nipote. Che gli hanno fatto, com'è ridotto, perché tanto accanimento? Posso sapere cosa gli è successo, perché mi nascondono tutto?", è lo sfogo del nonno raccolto dal Corriere della Sera. Già ieri iniziava una polemica destinata a durare per i prossimi giorni, quella sul ritardo delle ricerche. Pietro Venuti, uno dei legali della famiglia, lo dice chiaramente: "Come mai non è stato trovato prima? Io ho rappresentato le mie perplessità dopo aver fatto un sopralluogo di 3 ore e mezza, guardando la morfologia del territorio". L'autopsia sui resti di Gioele, forse, potrà dire qualcosa in più.

Gioele, il legale della famiglia: “Credibilità Stato ne esce compromessa”. Notizie.it. il 20/08/2020. Le parole del legale della famiglia Mondello dopo il ritrovamento di quello che quasi certamente è Gioele da parte di un volontario. Dopo il ritrovamento dei resti che al 99,9% apparterrebbero al piccolo Gioele, il legale della famiglia Mondello non ha potuto non sottolineare che la credibilità dello Stato esca fortemente compromessa da questa vicenda. Dopo 17 giorni di ricerche da parte dei soccorritori, il figlio di Viviana Parisi sarebbe infatti stato trovato da un volontario che si era unito alla squadra soltanto poche ore prima. L’avvocato Caudio Mondello, cugino del padre di Gioele e marito di Viviana Parisi, ha fatto notare come per ritrovare il bimbo la famiglia “ha dovuto fare affidamento sulle proprie forze e metterci una pezza“. Nonostante il dolore di fronte ad uno Stato a suo dire poco credibile, non ha mancato di ringraziare tutti i volontari “che ci hanno sostenuto col loro sudore ed amore: una Italia che ci restituisce speranza“. Intanto nella zona intorno al luogo di ritrovamento delle ossa che quasi certamente appartengono al piccolo, le squadre in campo hanno rinvenuto altri resti umani. Utilizzando le motoseghe, gli addetti hanno infatti disboscato diverse zone a poche centinaia di metri da dove il carabiniere ha trovato i primi: si tratterebbe di alcune costole e scapole. Ora il medico legale Elvira Spagnolo, la medesima che ha eseguito l’autopsia sul cadavere di Viviana Parisi, dovrà capire le cause di morte del bambino. Secondo quanto si apprende l’esame autoptico sarà svolto fra il pomeriggio di venerdì 21 e la mattina di sabato 22 agosto 2020. L’esame del Dna per il padre che consentirà di avere la certezza dell’identità del corpo ritrovato verrà invece eseguito giovedì 20.

Giole Mondello, il papà: “Dubbi sui metodi delle ricerche”. Notizie.it. il 20/08/2020. "Un volontario lo ha trovato in 5 ore di lavoro", i dubbi sulle ricerche del papà del piccolo Giole Mondello. Continuano ad esserci molti punti interrogativi legati alla scomparsa di Viviana Parisi e di suo figlio Giole Mondello. I presunti resti del bambino sono stati trovati nei boschi di Caronia a 400 metri dal luogo del ritrovamento del corpo della madre, a circa 200 metri dall’autostrada Messina-Palermo. Manca ancora l’ufficialità che si tratti realmente del piccolo di 4 anni (arriverà solo dall’esito degli esami del DNA), ma gli indizi sembrerebbero esserci tutti. Intanto è il padre del bambino, Daniele Mondello, a chiedersi come mai ci siano voluti tutti questi giorni di ricerca per trovare suo figlio, scoperto, tra l’altro, da un volontario che aveva risposto all’appello d’aiuto lanciato da Mondello stesso, il carabiniere in congedo Giuseppe Di Bello. “Cinque ore di lavoro di un volontario – ha scritto il papà di Giole su Facebook – rispetto a 15 giorni di 70 uomini esperti mi fanno sorgere dei dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche. La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di un marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia”. “Nonostante il dramma che mi ha travolto – scrive ancora Daniele Mondello – trovo doveroso ringraziare quanti mi hanno aiutato. Dedico un ringraziamento particolare al Signore che ha trovato mio figlio. Se non ci foste stati voi, chissà se e quando lo avremmo ritrovato”. “Viviana e Gioele – conclude il dj – vi ringraziano ed io vi mando un abbraccio enorme, siete stati grandi!”. Anche Claudio Mondello, legale e cugino della famiglia del papà di Gioele, ha parlato del ritrovamento dei resti del bambino: “Persino per ritrovare Gioele la mia famiglia ha dovuto fare affidamento sulle proprie forze: ancora una volta ha dovuto metterci una pezza. La credibilità dello Stato ne esce fortemente compromessa e non posso che dolermene. Devo, tuttavia, ringraziare i tantissimi volontari che ci hanno sostenuto col loro sudore ed amore. È una Italia che ci restituisce speranza”.

Viviana Parisi, la criminologa Bruzzone parla della morte di Gioele. Notizie.it. il 19/08/2020. “Viviana sapeva che quel viaggio sarebbe stato senza ritorno”. Così ha detto, la criminologa Bruzzone, che parla delle ipotesi sulla morte di Gioele. Viviana Parisi, sapeva già che non sarebbe mai più tornata a casa. Ha voluto coinvolgere il figlio Gioele di 4 anni, in quello che potrebbe essere chiamato omicidio-suicidio. Ha esordito così, a proposito della morte del figlio di Viviana Parisi, la criminologa Roberta Bruzzone, esperta del caso. Una fine quindi premeditata a partire dall’annuncio di comprare un paio di scarpe, cosa che non è mai stata fatta. A chiarire ancora di più le ipotesi, è l’incidente con il furgoncino. A detta dell’esperta, avrebbe solo contribuito ad accelerare la fine della Dj trovata morta nel bosco di Caronia lo scorso 3 agosto. “Quando la donna ha incontrato un testimone che ha tentato di parlarle, non ha risposto: un segno evidente che si trovava già in piena crisi dissociativa e si stava dirigendo verso un altro luogo per attuare il suo intento suicidario”. Così ha spiegato la criminologa Roberta Bruzzone. Viviana Parisi, mentre si stava avventurando verso quello che possiamo definire l’ultimo viaggio, era in piena “crisi dissociativa”, diagnosticata in precedenza dal personale medico e il cui certificato era stato trovato nel cruscotto della macchina. Si trattava in definitiva di una situazione da trattare con estrema delicatezza, tenendo conto che la Parisi era molto attaccata al figlio, come ogni madre che si rispetti d’altronde. “Paradossalmente il fatto che fosse molto attaccata al figlio e premurosa nei suoi confronti è proprio l’elemento che, nell’ambito del suo grave disturbo psichiatrico,l’ha resa più pericolosa. Un disagio psichico, che in definitiva, è stata la morte del piccolo Gioele che è stato coinvolto nel folle suicidio assieme alla madre. I resti di Gioele sono stati rinvenuti nella mattina del 19 agosto, da un carabiniere. Le ossa del piccolo non erano molto lontane dal luogo dove la madre si sarebbe lanciata quel giorno. Mancano infine analisi approfondite su come possa essere morto Gioele quel tragico giorno. Le due ipotesi attualmente accreditate sono quelle che conducono allo strangolamento o nella peggiore dell’ipotesi al volo dal precipizio insieme alla madre. “Se saranno evidenti fratture al costato o al femore, si potrà parlare di morte per precipitazione”, ha puntualizzato la criminologa.

Viviana Parisi, la criminologa Bruzzone: "Gioele è morto per strangolamento o precipitando con la madre". Libero Quotidiano il 19 agosto 2020. “Gioele è morto per strangolamento oppure dopo essere precipitato insieme alla madre”. È quanto sostiene la criminologa Roberta Bruzzone, secondo cui il caso di Viviana Parisi rientra nella categoria “omicidio-suicidio”. Dopo sedici giorni finalmente è stato ritrovato il corpo del bambino di 4 anni: sulla sua morte gli scenari sono sostanzialmente due. “È possibile che la madre abbia soffocato o strangolato il figlio prima di salire sul pilone e gettarsi - ha dichiarato l’esperta all’Agi - oppure non stupirebbe che lo abbia portato con sé nell’arrampicata per poi lasciarsi andare nel vuoto”. In ogni caso sono scenari terrificanti: a fare chiarezza sarà l’analisi delle ossa del bambino, trovate non lontano dal traliccio. “Se saranno evidenti fratture al costato o al femore, si potrà parlare di morte per precipitazione”, ha spiegato la criminologa, secondo cui poi il caldo e gli animali avrebbero fatto il resto: “Si tratta di un’area dove è presente molta fauna selvatica e soprattutto animali da tana, che tendono a spostare le prede e portarle verso il proprio rifugio”. Questo spiegherebbe perché le ossa di Gioele sono state ritrovate in un’area lontana qualche centinaio di metri dal punto di ritrovamento di Viviana. 

Viviana Parisi, lo psichiatra a In Onda: "Foglio in auto cruciale, perché è spuntato solo oggi?" Libero Quotidiano il 19 agosto 2020. Lo psichiatra Paolo Crepet è intervenuto a In Onda, la trasmissione condotta da Luca Telese e David Parenzo su La7, per parlare degli ultimi sviluppi del giallo di Caronia. Dopo due settimane è infatti stato ritrovato il corpo di Gioele Mondello, il figlio di 4 anni di Viviana Parisi, la dj scomparsa il 3 agosto e trovata morta l’8. “Oggi abbiamo appreso una notizia sbalorditiva, ovvero che nella macchina c’era un foglio che riportava la diagnosi della signora. Che ci vogliano venti giorni per guardare nel cassetto dell’auto - ha sottolineato lo psichiatra - mi sembra un po’ sorprendente. Si dovrebbe sapere mezz’ora dopo il ritrovamento della macchina perché è un elemento molto importante. Quel foglio prelude ad una prescrizione farmacologica pesante e allora mi chiedo perché a una signora che è in terapia si lascia un bambino piccolo per molte ore? Non credo - ha chiosato Crepet - che sia il comportamento più opportuno”. 

Viviana Parisi, il sensitivo: Gioele è ancora vivo e non si trova dove è morta la madre. Continuano le ricerche. Di Marco D’Errico su agrigentooggi.it il 18 Agosto 2020. “Gioele è ancora vivo e non si trova dove è morta la madre: potrebbe essere molto lontano”. Lo dice Mario Alocchi, noto sensitivo di Civitavecchia, che in passato si è occupato con successo della ricerca di persone scomparse e di omicidi irrisolti. E’ noto per i casi di Melania Rea, Sarah Scazzi e Yara Gambirasio. Secondo Alocchi, che ha lavorato la scorsa notte usando la tecnica della radiestesia, il bambino si troverebbe “assieme a un uomo e una donna, probabilmente già in un luogo molto distante dalla Sicilia”. Poi specifica che, sempre grazie al responso delle sue ricerche esoteriche, la vicenda avrebbe risvolti ben diversi da quelli finora emersi dalle indagini: “Gioele Mondello è stato portato via per una ritorsione nei confronti della madre, Viviana Parisi, la quale è stata vittima forse di un giro di usura…”. Il sensitivo afferma di avere sempre agito per il bene delle persone scomparse: “Non voglio farmi pubblicità, non ho mai tratto vantaggio dalle mie ricerche, ma voglio offrire il mio contributo per ritrovare Gioele. Si deve cercarlo altrove, scoprire le frequentazioni della madre, ma soprattutto diffondere la sua foto per ritrovarlo prima che sia troppo tardi. Temo infatti che i suoi rapitori possano fargli del male”. Alocchi, nel 2010, scoprì dopo una settimana dalla scomparsa la sorte di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa da Sabrina Misseri e Cosima Serrano, condannate al carcere a vita e rinchiuse nel penitenziario di Taranto. Il sensitivo anticipò con sconcertanti dettagli, intervistato dal quotidiano Senzacolonne di Brindisi, che fine avesse fatto la ragazzina, ritrovata cadavere due mesi dopo la scomparsa, all’interno di un pozzo cisterna nelle campagne di Avetrana.

Intanto proseguono le ricerche del piccolo Gioele, il bambino di 4 anni scomparso lo scorso 3 agosto insieme alla madre, Viviana Parisi. Nelle ricerche del bambino adesso è impegnato anche l’esercito con 10 squadre che stanno perlustrando un vastissimo territorio di oltre 500 ettari. Intanto dagli avvocati dei familiari di Viviana Parisi è arrivata la richiesta di dissequestro della salma per poter celebrare il funerale, ma dovranno ancora attendere alcuni giorni per consentire ulteriori esami sul cadavere. Marco D’Errico

Ritrovamento di Gioele, il pianto del padre al passaggio della bara. Notizie.it. il 19/08/2020. Al momento del passaggio della bara con i presunti resti del piccolo Gioele, il padre Daniele Mondello si è lasciato andare in un pianto disperato. Si aggiungono anche le drammatiche immagini del pianto del padre Daniele Mondello alla notizia del ritrovamento dei presunti resti del piccolo Gioele, scomparso nei boschi del messinese lo scorso 3 agosto assieme alla madre Viviana Parisi. L’uomo, marito della donna rinvenuta morta il successivo 8 agosto, si è infatti accasciato sulla bara al momento del trasporto dei resti all’interno del carro funebre, che li ha poi inviati presso l’istituto di medicina legale di Messina dove verrà eseguita l’autopsia. Il corpo del bambino di quattro anni è stato ritrovato proprio nella stessa giornata in cui Daniele Mondello aveva chiamato a raccolta decine di volontari per aiutare le forze dell’ordine nelle ricerche del figlio. Intervistato dai giornalisti li presenti, l’uomo ha ribadito la certezza che la moglie Viviana non avrebbe mai potuto fare del male al piccolo Gioele, neanche in un momento di difficoltà, come spesso è stato ipotizzato. A ritrovare il corpo del bambino è stato un ex carabiniere in congedo, Giuseppe Lo Bello, che armato di un piccolo falcetto è riuscito a farsi largo in una zona del bosco ricoperta dalla fitta vegetazione e finora non ancora perlustrata dai soccorritori: “L’ho trovato dove gli altri non lo hanno cercato. Sono arrivato dove nessuno era ancora arrivato“. Il militare ha poi affermato di aver trovato il corpo del bambino completamente straziato dagli: “Dagli animali selvatici. È stato un dono di Dio, ritrovarlo”.

Gioele Mondello, Andrea Delogu crolla a La vita in diretta estate. Arriva la bara, lei piange. Libero Quotidiano il 20 agosto 2020. Le immagini del ritrovamento dei resti di Gioele Mondello scorrono a La vita in diretta Estate e Andrea Delogu non riesce a trattenere le lacrime. Marcello Masi ascolta con il capo chino il racconto dell'inviato della Rai a Caronia, mentre la conduttrice è visibilmente emozionata. "Anche se facciamo questo mestiere, è un momento veramente difficile, brutto", spiega l'inviato mentre i volontari e i soccorritori trasportano la piccola bara in cui sono contenuti i resti del bimbo di 4 anni, figlio di Viviana Parisi: entrambi presumibilmente sono morti quel 3 agosto, il giorno dell'incidente d'auto nel tunnel dell'A20 Messina Palermo. La mamma, forse sotto choc, ha scavalcato il guardrail con il figlio in braccio e poi si è addentrata nella boscaglia. Per quale motivo, non è dato sapere: soffriva di "crisi mistiche" e e aveva subito "un crollo mentale" pochi mesi fa, e la prima ipotesi al vaglio degli inquirenti è quella dell'omicidio-suicidio. Il momento più straziante arriva quando le telecamere colgono l'abbraccio del papà, Daniele Mondello, a quel che resta di Gioele. La Delogu piange, Masi si copre il volto con la mano. 

Gioele, le parole del padre: «Viviana non l’ha ucciso, ma si è perso tempo». Carlo Macrì e Cristina Marrone il 20 agosto 2020 su Il Corriere della Sera. Il dolore e le lacrime della famiglia e le parole scritte nella notte su Facebook: «Cinque ore di lavoro di un volontario rispetto a 15 giorni di 70 uomini esperti mi fanno sorgere dei dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche. «Cinque ore di lavoro di un volontario rispetto a 15 giorni di 70 uomini esperti mi fanno sorgere dei dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche. La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di un marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia». Lo afferma Daniele Mondello, papà di Gioele e marito di Viviana Parisi, sul proprio profilo Facebook. «Nonostante il dramma che mi ha travolto - scrive - trovo doveroso ringraziare quanti mi hanno aiutato. Dedico un ringraziamento particolare al Signore che ha trovato mio figlio. Se non ci foste stati voi, chissà se e quando lo avremmo ritrovato». «Viviana e Gioele - conclude Daniele Mondello - vi ringraziano ed io vi mando un abbraccio enorme, siete stati grandi!». Le parole scritte nella notte tra mercoledì e giovedì dal padre di Gioele arrivano dopo una giornata di svolta per le ricerche del bambino di 4 anni. «Grazie, grazie a quest’uomo che ha trovato il nostro Gioele». Mariella Mondello, zia del bambino lo grida mentre davanti a lei gli uomini della Protezione civile, Vigili del fuoco e poliziotti, fanno la spola tra il luogo del ritrovamento e i mezzi, sfidando i 40 gradi. «Certo che se l’avessero trovato loro qualche giorno dopo la scomparsa, avremmo potuto almeno fargli una carezza, dargli una sepoltura dignitosa, invece oggi, a distanza di sedici giorni, ci restituiranno solo qualche resto di Gioele. La mia rabbia è che non possiamo neanche vederlo per il riconoscimento», dice Letterio Mondello, nonno del bambino. Mantenendo un contegno dignitoso.

Il papà. Seduto a terra a poca distanza con le gambe incrociate, le mani giunte rivolte al cielo, Daniele Mondello, papà di Gioele è in continua meditazione. «Io e Viviana avevamo ritrovato la serenità, anche perché lei era felice per aver ritrovato il lavoro. Il 3 agosto abbiamo fatto colazione insieme a Gioele, poi lei mi ha detto che andava a Milazzo. Ma sapevo che aveva voglia di andare anche alla Piramide della luce, l’aveva detto a mio fratello e a mia cognata. Quel giorno non si è portata con sé il telefono perché si appoggiava sempre a me», ha biascicato al mattino durante la ricognizione alla ricerca di Gioele. E poi tra la fatica della salita e il caldo tropicale si è lasciato andare: «Non credo assolutamente che Viviana possa aver fatto del male a nostro figlio. Lo adorava. Era la sua anima». Poi: «Lasciatemi da solo, lasciatemi in pace. Andatevene tutti». Rabbia, dolore. Davanti al traliccio dell’Enel dov’è stato ritrovata morta la moglie Viviana, Daniele Mondello ha alzato gli occhi al cielo, ha modificato il viso diventata ormai una maschera di sofferenza e con una smorfia ha farfugliato: «Non ci credo che lei si sia buttata da qui». Poi il silenzio durato otto ore. Interrotto soltanto dal pianto senza freni alla vista della bara con dentro quel che restava di suo figlio. Avrebbe voluto vederlo Gioele, ma gli è stato sconsigliato.

Il nonno e l’avvocato. Ci ha tentato anche nonno Letterio, ma quando ha chiesto di scendere giù, il cordone di agenti glielo hanno impedito. «È meglio di no, gli ha sussurrato un parente stretto. E lui con un filo di voce: «Non ho potuto vedere mia nuora, e adesso m’impediscono di vedere anche mio nipote. Che gli hanno fatto, com’è ridotto, perché tanto accanimento. Posso sapere cosa gli è successo? Perché mi nascondono tutto»? Domande senza risposta. Letterio Mondello ha insistito: «Chiamiamo i nostri avvocati, il nostro medico legale, siamo qui da ore», dice rivolgendosi all’altro figlio e agli amici che tentavano di salvaguardarlo dalla ressa dei giornalisti. Il ritrovamento dei resti fa montare la polemica. Pietro Venuti, uno dei legali della famiglia pone dei dubbi: «Come mai non è stato trovato prima? Io ho rappresentato le mie perplessità dopo aver fatto un sopralluogo di 3 ore e mezza, guardando la morfologia del territorio».

Viviana Parisi, l’avvocato: “Non ha ucciso Gioele, lo cercava tra i boschi”. Notizie.it il 21/08/2020. Viviana Parisi e il figlio sarebbero morti accidentalmente nei boschi: è questa la tesi dell'avvocato della famiglia. Continuano a frasi strada le ipotesi su cosa sia successo a Viviana Parisi e al figlio Gioele: nell’attesa che il medico legale svolga l’autopsia sul corpo di quest’ultimo, l’avvocato della famiglia esclude che la donna possa essersi uccisa e aver ucciso il piccolo. Claudio Mondello ha infatti affermato di aver fatto sua la ricostruzione di chi ha ritrovato il bimbo di 4 anni, vale a dire Giuseppe Di Bello, ex brigadiere dei carabinieri. Secondo la sua pista è probabile che Gioele abbia vagato per i boschi fino al momento in cui è incorso in un incontro funesto, forse con un suino nero dei Nebrodi, una specie molto diffusa in quelle zone. Dato che i due corpi distavano 500 metri in linea d’aria e più di 1 chilometro se si seguono i collegamenti, secondo lui il piccolo sarebbe sfuggito alla vigilanza della madre e si sarebbe allontanato. Probabilmente qualcosa ha attirato la sua attenzione oppure lo ha spaventato e Viviana, terrorizzata, avrebbe cercato invano di trovarlo. Per vedere meglio avrebbe deciso di salire sul pilone della corrente, una scelta dettata da “un senso di protezione” da parte sua. Da quella posizione lo avrebbe visto e si sarebbe affrettata a scendere ma, per guadagnare tempo, avrebbe ritenuto preferibile saltare. Una scelta rivelatasi fatale. Nel frattempo Gioele sarebbe stato aggredito da animali selvatici che ne avrebbero causato la morte. Claudio Mondello tenta poi di spiegare perché Viviana sia fuggita dall’incidente e perché non sia andata a Milazzo come detto al marito. Secondo lui la madre avrebbe voluto intraprendere un viaggio che, “se avesse avuto maggiore fortuna, si sarebbe compiuto nel breve volgere di una mattinata di agosto. E nessuno avrebbe saputo nulla“. Una tesi contraria a quella della criminologa Bruzzone per cui nella mente della donna il viaggio non avrebbe avuto ritorno. Un proposito violato da un fatto non previsto né prevedibile, ovvero un incidente. La sua posizione era tale da metterla in grave difficoltà, dato che si trovava a 100 km da dove avrebbe dovuto essere, e quindi avrebbe deciso di fuggire. “Una madre che si evidenzia per condotta di protezione e tutela del figlio“, ha concluso.

Viviana Parisi e Gioele, quando sono morti: "Rischiamo di non saperlo mai", tutta colpa delle ricerche sbagliate. Libero Quotidiano il 21 agosto 2020. Adesso ci si affida all’entomologo perché faccia il miracolo. Lo scrive la Stampa, secondo cui solo un esperto degli insetti che abitano i corpi in decomposizione potrà indicare quando sono morti Viviana Parisi e il figlio Gioele Mondello. La chiave per risolvere il giallo di Caronia sta proprio nel capire se sono deceduti nello stesso momento o chi per primo: la mamma ha ucciso il figlio e si è poi suicidata? O si è tolta la vita insieme al piccolo, lanciandosi nel vuoto? O ancora, entrambi esausti e magari feriti sono stati aggrediti dalla microfauna che vive in quella zona? A tutti questi interrogativi potrà dare risposta solo il ciclo vitale degli insetti che si trovano sui loro corpi: La Stampa lo definisce come un orologio di precisione, ma dopo tutti questi giorni sarà difficilissimo anche per l’entomologo più esperto arrivare a decifrare l’ora precisa del decesso dell’uno e dell’altra. Nel caso in cui non dovesse farcela il mistero rimarrà tale: fossero stati trovati prima i corpi, sarebbe stato molto più facile ricostruire con esattezza quanto successo. Se dovesse emergere che a morire per primo sia stato Gioele, allora sarebbe chiaro lo scenario di un omicidio-suicidio. Inoltre La Stampa punta il dito contro le ricerche, caratterizzate da diversi errori: è intervenuta un’enorme macchina specializzata, eppure a ritrovare il corpo del bambino - che era a poche centinaia di metri dalla madre - dopo oltre due settimane è stato un volontario, un ex carabiniere armato soltanto di falcetto e intuito. “Le ricerche sono fatte a cavolo - ha dichiarato il generale Luciano Garofano a La Stampa - bisogna impiegare la cosiddetta ricerca a pettine, tenendosi braccio a braccio, proprio per evitare zone vuote, buchi, aree non esaminate. Non c’è differenza tra ricerca di un soggetto vivo o morto, il problema è che ancora oggi non esiste un sistema uniforme”. E a farne le spese stavolta sono stati i familiari di Viviana e Gioele, dato che il ritardo nel ritrovamento dei corpi renderà più difficili le indagini.  

Viviana Parisi, il marito e il video sulle ricerche: "Così stavano cercando mio figlio Gioele?" Libero Quotidiano il 21 agosto 2020. “Questo video me l’hanno mandato. Non so cosa pensare… lo stavano cercando così mio figlio?”. È la denuncia di Daniele Mondello, padre del piccolo Gioele e marito di Viviana Parisi. Nella mattinata del 19 agosto sono stati ritrovati i resti del bambino di 4 anni nel bosco di Caronia: in tanti si chiedono perché ci siano volute oltre due settimane da quel maledetto 3 agosto per giungere alla scoperta del corpo, che tra l’altro non era molto distante da quello della madre. Ora il padre sta alimentando la polemica con un video in cui si vede un operatore tv che segue e riprende un militare impegnato nelle ricerche: solo che non sta cercando veramente. La spiegazione più logica è che siano pochi secondi organizzati a favore di telecamera e che non siano davvero andate così le ricerche, ma ogni dubbio è lecito. Tra l’altro Daniele Mondello aveva già dimostrato di non essere molto convinto dai metodi adottati: “Cinque ore di lavoro di un volontario rispetto a 15 giorni di 70 uomini esperti fanno sorgere dei dubbi. La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di un marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia”. 

Da video.lastampa.it il 21 agosto 2020. "Questo video me l'hanno mandato. Non so cosa pensare...lo stavano cercando così mio figlio?". Lo scrive su Facebook il papà di Gioele, Daniele Mondello, dopo il riconoscimento delle scarpette del figlio ritrovate tra la fitta vegetazione della collina di Caronia, dove Gioele e la madre Viviana erano scomparsi il 3 agosto scorso. Il dj ha postato un video in cui si vede una fase delle ricerche. Attività che lo stesso Mondello ha definito "un fallimento".

Gianluigi Nuzzi per “la Stampa” il 21 agosto 2020. Adesso ci si affida all'entomologo perché faccia il miracolo. Solo un esperto di esapodi, gli insetti che abitano i corpi in decomposizione, potrà indicare quando è mancato Gioele, quando è spirata Viviana. Capire se sono deceduti nello stesso momento o chi per primo. E' la chiave per risolvere l'enigma del bosco: la mamma ha tolto la vita al piccolo e si è poi suicidata o l'ha lasciato andare, prima di uccidersi? O si è ammazzata insieme al figlio incosciente, lanciandosi nel vuoto? O, ancora, entrambi, magari feriti, esausti sono stati aggrediti dalla macrofauna che vive nella macchia? Tutto è legato al ciclo vitale degli insetti che già si trovano sui loro corpi. Il ciclo è come un orologio di precisione. Offre la scansione naturale evolutiva, da decifrare, per capire quando hanno iniziato a presentarsi. Sarà però difficilissimo che l'entomologo pur esperto arrivi a cristallizzare l'ora precisa del decesso dell'uno e dell'altra. Un miracolo, appunto. Sarà più facile che lo stadio degli esapodi gli dia la certezza del giorno del decesso, non dell'ora precisa. E così ci si ritroverà con l'enigma irrisolto. Certo, fossero stati trovati prima, i loro corpi avrebbero potuto raccontare di più, tutto sarebbe più facile per ricostruire gli accadimenti, dare risposte a chi piange e si colpevolizza. Ma gli errori, le scelte che hanno segnato questa storia hanno rallentato le ricerche, preso qualche bagliore, lasciando noi al buio di verità. Si rimane infatti impietriti che ancora oggi le ricerche di persone scomparse siano claudicanti, indegne di un Paese che vanta forze di polizia e vigili del fuoco d'avanguardia. Nella zona della scomparsa di Gioele sono intervenuti 70 esperti, cani molecolari, un elicottero, droni, e persino da poco l'esercito e i cacciatori di Sicilia, carabinieri specializzati nella caccia ai latitanti in zone impervie, capaci di stare dodici ore immobili mimetizzati in un rovo per vedere con lenti Swarovski se una tendina di un casolare si muove a un chilometro di distanza. Una macchina enorme senza ritrovare il corpo del bimbo che era a poche centinaia di metri dalla mamma. C'è voluto l'intuito di un solitario volontario armato del solo falcetto, un brigadiere in pensione, appassionato ricercatore di funghi, per risolvere l'enigma. Possibile? Da qui, iniziano inevitabili le polemiche: «Le ricerche sono fatte a cavolo - sbotta il generale Luciano Garofano, già comandante dei Ris dei carabinieri -. Bisogna impiegare la cosiddetta ricerca a pettine, tenendosi braccio a braccio, proprio per evitare zone vuote, buchi, aree non esaminate». Eppure chi ha lavorato giorno e notte per trovare il bambino osserva che si trattava di individuare una persona in vita, magari in movimento, e quindi ci si è più concentrati su un'area ampia, usando droni e mezzi aerei. «Non c'è differenza - rilancia Garofano - tra ricerca di un soggetto vivo o morto, il problema è che ancora oggi non esiste un sistema uniforme». Basta guardarsi alle spalle e pensare a Yara Gambirasio, la ragazza di 13 anni di Brembate scomparsa fuori dalla palestra che frequentava nella bergamasca. Ironia della sorte, il corpo venne trovato in un campo incolto tra l'erba alta a una decina di chilometri dalla sua abitazione, ma a soli 300 metri dal comando della polizia locale dell'Isola Bergamasca, ovvero da quello che era il centro di coordinamento delle ricerche della ragazza. Se da subito si fosse compreso il perimetro della tragedia che si stava consumando, forse dallo Stato sarebbero state dirottate sul posto ancora più forze, più uomini, più esperti, tesi a risolvere quello che stava diventando il giallo dell'estate, che stava creando «allarme sociale», destando enorme interesse e apprensione, come si legge nei documenti ufficiali, nell'opinione pubblica. Invece, nei primi giorni dopo l'incidente del 3 agosto, nella storia di Viviana si è assistito a un certo torpore, come se si trattasse di una "fuitina" di minorenni, con i ragazzini che scappano, attraversano l'Italia pur di vivere il loro amore acerbo, in una fuga sentimentale. Invece, Viviana era nel suo labirinto cieco, soffocata dai fantasmi, ossessionata dalle ansie, dai nemici senza identità, dai cattivi senza volto che la braccavano giorno e notte in uno stillicidio senza fine. Non era salita su un'altra auto, non era scappata dalla Sicilia e dal pericolo degli assistenti sociali e delle loro scelte. E' che ti senti sola. E ti senti soffocare. E' che ti guardi dietro e non dentro. E' che, insomma, ti senti così fragile, incerta, che la profonda inadeguatezza colonizza il tuo agire, avvelenandoti senza cura. E' che diventi iperprotettiva nei confronti di tuo figlio sul quale proietti e trasferisci ogni tuo limite. In fondo, lui come potrebbe fare senza di te? Tanto che nelle crisi post parto non si contano le madri che si suicidano portandosi dietro la propria creatura. E così nei primi anni di vita del figlio che esprime un disagio sovrastante. Un quadro psicologico che avrebbe dovuto allarmare e che avrebbe dovuto far scattare l'allarme rosso, una volta trovata l'Opel Corsa abbandonata, per un soggetto in profonda crisi esistenziale e con alle spalle ricoveri e disorientamenti. Invece, per giorni nell'afa investigativa si è parlato di lieve incidente nella galleria Pizzo Turda, di una donna un po' triste, insomma ogni angolo era smussato rendendo nella percezione una pericolosa anormalità, meno grave e inquietante. E se è condivisibile e commovente che il papà, Daniele Mondello, si consumasse negli appelli per far tornare Viviana a casa, quindi tranquillizzandola, sminuendo l'accaduto per ricucire e andare oltre, la ricerca doveva assumere una capacità di penetrazione sul territorio assai maggiore. E non solo per il destino prioritario di questa famiglia ma per quello di noi tutti che siamo rimasti lì a Caronia, appesi, il cuore in gola. E attendiamo sempre dallo Stato una risposta superiore a quella che purtroppo riesce a organizzare. L'allarme sociale non è una classificazione sociologica o giudiziaria degli eventi, è un preciso sentore al quale si deve rispondere mostrando ogni competenza, cercando di compiere l'impossibile, per rassicurare la cittadinanza e garantire ordine ed equilibrio sociale. Invece, qui si rivive la scomoda sensazione, tante volte provata nel seguire queste vicende, che in Italia non è solo importante dove nasci - da quale famiglia, in quale contesto sociale - ma anche dove sparisci o dove ti ammazzano. Si pensava che l'autostrada A20 Messina Palermo nel tratto della scomparsa fosse a tenuta stagna con recinzioni e canaloni, per poi scoprire varchi percorribili. Si cercava verso i monti Nebrodi, seguendo i tardivi ricordi di qualche testimone, quando la direzione di marcia di Viviana era verso Palermo: quindi con la fuga verso i riflessi del mare alla propria destra, più accessibile, immediata per chi è preso dal panico e fugge da sé stesso. E allora si torna alla ricerca. Il corpo di Gioele e quello di Viviana erano lì a 400 metri di distanza l'uno dall'altro, sotto una grandine di domande irrisolte. Perché non sono stati trovati subito? E perché il piccolo non è stato individuato nell'immediatezza del rinvenimento della mamma? Gli esperti avevano diviso le zone in aree, giuste sbagliate, probabili e impossibili. Lo scacchiere era preciso, corretto? Quella dove sono stati trovati i resti del piccolo era stata battuta e con quale esito? Sì, perché poi le responsabilità sono più estese e riguardano anche ciascuno di noi. Di quanto vediamo e tacciamo. Qualche giorno fa i turisti del Nord avevano fatto tardivamente il loro dovere di testimoni oculari, affermando di aver visto mamma e figlio andare verso la boscaglia. Quindi verso i monti e non verso il mare, verso il traliccio dove poi è stato trovato il corpo di Viviana. La direzione contraria rende il percorso più irto, superando ostacoli e canali per poter salire di quota. Se questi signori avessero fatto il loro dovere prima, forse si scriverebbe oggi una storia diversa. Se si obbligasse penalmente un testimone oculare a fare il proprio dovere nel bene di tutti, si darebbe ossigeno a indagini di ogni natura che sbattono sempre con l'omertà, l'indifferenza, la sciatteria sociale. E questo purtroppo capita in Sicilia, ma capita anche in Lombardia, proprio come nel caso di Yara, dove per mesi gli inquirenti hanno vissuto la frustrazione del silenzio di chi sa e se ne frega.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, ricerche inadeguate. Perché ha ragione il papà. Simona Pletto su Libero Quotidiano il 22 agosto 2020. Accanto ai cespugli di rovi e arbusti che nascondevano il corpicino di Gioele, martoriato da animali e dalle alte temperature, c'era una "traccia". C'era cioè una delle tante linee segnate dai soccorritori attraverso un Gps, usate per tracciare appunto le zone già battute in quella impervia campagna a Caronia, in provincia di Messina. Una delle tante tracce disegnate su una mappa, che in queste ore è al vaglio dei soccorritori che stanno cercando di ricostruire tutti i loro spostamenti e le eventuale falle del sistema. «Dobbiamo rivedere con calma gli strumenti utilizzati nelle ricerche del bimbo - spiega un funzionario dei vigili del fuoco di Messina, - ricostruire chi è passato dove e perché non è stato visto. Ad ogni modo, come ha detto il procuratore, il piccolo potrebbe essere stato trascinato lì da qualche animale. Aspettiamo di capire meglio tutto. Noi sappiamo di aver fatto tutto il possibile per trovare Gioele, abbiamo smontato le nostre tende oggi (ieri, ndr) e posso dirle che abbiamo tanta amarezza. Per non averlo trovato. Capiamo anche la rabbia e il dolore dei familiari. Ma ripeto: con la nostra coscienza siamo a posto». Quella traccia segnala però che qualcosa non ha funzionato. Qualcuno, tra vigili del fuoco, forestale, polizia, protezione civile, è dunque passato a poche decine di centimetri da Gioele senza vederlo. Evidentemente non aveva al seguito un cane molecolare, e neppure un drone. Resta un fatto certo: dopo 16 giorni di ricerche a vuoto, organizzate e coordinate dalla Prefettura di Messina che ha messo in campo una flotta di settanta persone, i resti del piccolo sono stati trovati mercoledì mattina da un carabiniere in congedo che ha risposto all'appello del papà Daniele Mondello. L'ex militare Giuseppe Di Bello è arrivato nella campagna di Caronia insieme a un centinaio di cittadini volontari che, come lui, hanno mostrato sensibilità davanti alla rabbia e alla disperazione di un padre che ha optato per le ricerche fai da te. Una pista alternativa che finalmente ha dato i suoi frutti: dopo cinque ore il rappresentante dell'Arma ha trovato i resti del bimbo, che si trovavano a soli 400 metri da quel quadrato di cemento sotto al traliccio dell'alta tensione in cui è stata trovata la madre Viviana Parisi. E anche sul ritrovamento della madre diciamo che le ricerche non sono state proprio il massimo. Viviana, deejay 43enne in cura per fragilità psichiche segnalate dopo il lockdown per il Covid, è scomparsa il 3 agosto scorso. Le ricerche sono partite lo stesso giorno, dopo il ritrovamento della sua auto al chilometro 117 dell'autostrada A20, a Caronia, dove ha avuto un lieve incidente (ha urtato un furgone) prima di abbandonare la sua vettura con la borsa all'interno e sparire col figlioletto in braccio verso quella zona boschiva dove entrambi hanno trovato l'orribile morte. La donna è stata rinvenuta cadavere l'8 agosto. Il piano per le persone scomparse prevedeva una perlustrazione a raggiera, partendo dal punto in cui è stata trovata l'auto di Viviana. Ci sono voluti cinque giorni, eppure lei era lì, sotto al traliccio e neppure coperta dagli arbusti di quell'area impervia. Insomma, ha le sue buone ragioni il padre del piccolo Gioele, che ieri ha dovuto riconoscere le scarpette del piccolo ritrovate in zona, a lamentarsi della bontà delle ricerche. «Ho dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche», ha scritto ieri su Facebook il papà Daniele. «La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di un marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia. Nonostante il dramma che mi ha travolto - scrive - trovo doveroso ringraziare quanti mi hanno aiutato. Dedico un ringraziamento particolare al Signore che ha trovato mio figlio». «Abbiamo fatto assolutamente tutto ciò che dovevamo fare», mette le mani avanti Maria Carolina Ippolito, vice prefetto vicario e coordinatrice delle ricerche. «Abbiamo impegnato personale e mezzi. Ogni uomo si è speso giorno e anche notti per trovare il piccolo Gioele». Allora come mai un ex carabiniere in 5 ore è riuscito a fare quello che 70 uomini non hanno fatto in 16 giorni? «Ripeto, non era semplice, la zona era impervia. E nessun ricercatore si è risparmiato». Tanto che all'ultimo dei cinque incontri organizzati in Prefettura si era deciso di procedere al disboscamento totale dell'area. Lo avessero fatto subito forse quei due cadaveri non sarebbero stati martoriati da cani o maiali. Sul fronte delle indagini ora si proseguirà all'esame comparativo del dna (ieri è stato convocato il padre Daniele per il prelievo) e all'autopsia sui resti di Gioele. Il procuratore si è detto fiducioso di poter ricostruire, attraverso i resti, gli ultimi momenti di vita di madre e figlio.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, il generale Garofano ex Ris: "Ricerche fatte a cavolo, serviva il metodo a pettine". Libero Quotidiano il 21 agosto 2020. Le ricerche di Viviana Parisi e Gioele Mondello "sono state fatte a cavolo". Lo sostiene il generale Luciano Garofano, già comandante dei Ris dei carabinieri, consultato da Gianluigi Nuzzi nel suo pezzo su La Stampa. Madre e figlio sono stati ritrovati morti nel bosco accanto all'A20 Messina-Palermo all'altezza di Caronia del 3 agosto scorso, rispettivamente l'8 e il 19 agosto. Sedici giorni, troppi. "Nella zona della scomparsa di Gioele - ricorda Nuzzi - sono intervenuti 70 esperti, cani molecolari, un elicottero, droni, e persino da poco l'esercito e i cacciatori di Sicilia". Eppure, il corpo del bimbo di 4 anni era a poche centinaia di metri dalla mamma. "C'è voluto l'intuito di un solitario volontario armato del solo falcetto, un brigadiere in pensione, appassionato ricercatore di funghi, per risolvere l'enigma. Possibile?", si chiede ancora Nuzzi. La risposta di Garofano è durissima: "Bisogna impiegare la cosiddetta ricerca a pettine, tenendosi braccio a braccio, proprio per evitare zone vuote, buchi, aree non esaminate". Non c' è differenza, come sottolineato invece dagli inquirenti, tra il cercare una persona che si crede viva e una morta. Siamo di fronte, ricorda ancora Nuzzi, all'errore già visto nel drammatico caso di Yara Gambirasio, il cui corpo "venne trovato in un campo incolto tra l'erba alta a una decina di chilometri dalla sua abitazione, ma a soli 300 metri dal comando della polizia locale dell'Isola Bergamasca, ovvero da quello che era il centro di coordinamento delle ricerche della ragazza". Oggi, come allora, c'è stato un problema di "perimetro". 

Gioele, il papà Daniele Mondello: «Viviana non l’ha ucciso» Carlo Macrì, inviato a Messina, su Il Corriere della Sera il 22 agosto 2020. Le 8 pasticche ingerite dalla dj e quel referto ospedaliero di giugno. «Cinque ore di lavoro di un volontario rispetto a quindici giorni di settanta uomini esperti, mi fanno sorgere dei dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche. La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di un marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia». Daniele Mondello padre di Gioele, il bambino di quattro anni trovato morto nel bosco di Caronia, ancora una volta si è affidato ai social per criticare i metodi d’indagine sviluppati per cercare suo figlio. Sulla sua pagina Facebook ha inoltre postato un video dove si vede un carabiniere con un metal detector sondare il terreno alla ricerca del bambino. «Non so cosa pensare... lo stavano cercando così mio figlio» (clicca qui per guardare il video)? Infine, ha ribadito la sua verità: «Viviana non si è uccisa e non ha ucciso il piccolo».

La ricostruzione di parte. Le polemiche, infatti, non riguardano solo le tecniche di ricerca adottate. La famiglia continua ad avere dubbi sulle cause della morte. Il Corriere ieri ha rivelato qual è l’ipotesi degli inquirenti sulle ultime ore di vita di Viviana e del piccolo Gioele. Dalla fuga nel bosco, dopo l’incidente da lei provocato in galleria lungo la Messina-Palermo, alle fasi successive che l’avrebbero indotta all’omicidio-suicidio. L’avvocato Claudio Mondello, uno dei legali che cura gli interessi della famiglia, ha esposto, sempre su Facebook, una sua teoria. «Viviana non si è uccisa e non ha ucciso il piccolo Gioele» afferma. E ipotizza uno scenario: «Il bambino sfugge alla vigilanza della madre, qualcosa lo spaventa e fugge. La madre, terrorizzata, lo cerca disperatamente, ma i suoi tentativi falliscono. Alla fine per meglio orientarsi decide di salire sul pilone. Viviana riesce da quella posizione a rintracciare Gioele, si affretta a scendere ma, probabilmente per evitare di perdere tempo, ritiene di saltare. Questa scelta le è fatale. Il bambino, rimasto solo nel bosco, è incorso in un incontro fatale con un suino nero dei Nebrodi». Fin qui la ricostruzione del legale. Per la Procura di Patti, guidata da Angelo Cavallo, Viviana Parisi soffriva di disturbi psicotici. Teoria che sarebbe confermata da documenti sanitari. Il 17 marzo la deejay si è presentata all’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto ed è uscita con una diagnosi che parlava di «sensazioni di sconforto e crisi di ansia».

La scelta dalla famiglia. Il 28 giugno scorso Viviana si presenta invece al Pronto soccorso del Policlinico di Messina perché ha ingerito otto pasticche di un farmaco utilizzato per disturbi psicotici acuti e cronici. Il farmaco fa parte della fascia «A» è mutuabile e deve essere prescritto con ricetta medica. Alla domanda del medico la donna riferì di «problemi psichiatrici». Il medico nel rilasciare il certificato scrisse che «è in cura al reparto di psichiatria». Gli avvocati Pietro Venuti e Claudio Mondello però in una nota scrivono: «Viviana quel giorno aveva assunto un quantitativo leggermente maggiore del farmaco prescritto e nel dubbio siamo andati al Pronto soccorso per i dovuti accertamenti. Nessun tentato suicidio». Le indagini si concentrano anche su questi aspetti medici. Nei giorni scorsi la polizia ha sequestrato all’ospedale Papardo di Messina la cartella clinica relativa al parto della donna. Infine, un’ultima nota: i genitori di Viviana Parisi hanno nominato come propri legali, gli avvocati del caso Scazzi e Meredith Kercher. «Lo apprendo dagli organi d’informazione», ha detto l’avvocato Venuti. «Ci aspettavamo almeno che ci venisse comunicato con una telefonata o una Pec. Ma, evidentemente, non l’hanno ritenuto opportuno».

Il procuratore sotto assedio si difende: “Un rompicapo con troppe variabili”. Salvo Palazzolo il 20 agosto 2020 su La Repubblica. Il tempo perso, le molte piste aperte e il corpo del bimbo trovato in un luogo già perlustrato: tutti i dubbi sulle indagini. La giornata inizia male per il procuratore Angelo Vittorio Cavallo. Di buon mattino, sui social impazza la polemica lanciata dal papà di Giole: «Se non ci fossero stati i volontari a cui avevo rivolto un appello, chissà se e quando lo avremmo trovato mio figlio… Le ricerche sono state un fallimento». Il cugino di Daniele Mondello, Claudio, l’avvocato di famiglia, rilancia sui troppi misteri di questa storia con un altro post.

Carlo Macrì per corriere.it il 20 agosto 2020. Viviana Parisi e il figlio Gioele Mondello sono morti nello stesso posto. Ne è convinto il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che indaga sulla morte della dj e del bimbo di 4 anni dopo il ritrovamento dei resti ossei, di un paio di scarpette blu, brandelli di una maglietta e di un pantaloncino. «Ma oggi c’è un lavoro che bisogna fare — afferma il procuratore — si devono valutare per prima cosa i possibili tragitti della signora, del bambino, dei terzi, di animali. Dalla zona dove abbiamo rinvenuto i resti, percorrendo 50-60 metri di boscaglia, si arriva ad un sentiero che potrebbe essere collegato al traliccio, ma è un’area con vegetazione fitta. Trai due luoghi in linea d’aria c’è una distanza di circa 300 metri».

L’ex carabiniere. Il dottor Cavallo ci tiene però a rivolgere un tributo a chi ha ritrovato il corpo del piccolo Gioele: «Ringrazio Pino Di Bello, questo ex carabiniere che è una persona fantastica — dice il procuratore —. Non solo ha svolto quest’opera di ricerca per trovare il corpo - ha aggiunto - ma poi nonostante fosse stanco e grondante di sudore è rimasto altre 4 ore con noi. L’ho visto personalmente strisciare sotto passaggi alti 30 centimetri tra i rovi e ci ha indicato un altro posto dove potevano essere altri resti che abbiano rinvenuto. Lo ringrazio molto. Già nei giorni precedenti eravamo stati contattati dai familiari che ci avevano chiesto la possibilità di poter fare delle ricerche volontarie. Noi abbiamo dato subito una disponibilità di massima perché eravamo convinti che le ricerche si dovessero concentrare in quel posto. Più persone erano presenti maggiori era la possibilità di trovarlo. A noi interessava il risultato».

Il viaggio e i dubbi. Le uniche certezze, afferma il procuratore, riguardano «il tragitto fatto da Viviana Parisi e dal figlio Gioele, il 3 agosto scorso, da casa al momento dell’incidente, sulla A20». Su questo, afferma: «Riteniamo che sia stato tutto accertato». Restano invece tutti gli altri interrogativi: «In questo momento tutte le ipotesi sono aperte — dice — o una morte contestuale o in momenti separati. Dobbiamo verificare. Le risposte più importanti arriveranno dagli accertamenti medico legali e grazie alla collaborazione di altre professionalità». Una cosa il procuratore si sente di escludere: i contatti di Viviana con sette. «Stiamo analizzando le celle di aggancio della zona sia quello che c’era sul tablet e nel cellulare della signora — conclude — Ma Per ora non ci sono risultanze su chiamate telefoniche. Si è parlato di sette ma non è cosi».

Carlo Macrì per corriere.it il 20 agosto 2020. Cercatore di funghi, conoscitore della montagna, Giuseppe Di Bello, l’ex brigadiere dei carabinieri di 66 anni che ha trovato i probabili resti di Gioele, ieri mattina era uno dei tanti volontari che avevano aderito all’appello di Daniele Mondello, papà del piccolo. «È stato un dono di Dio», ha detto. Poco prima di incamminarsi verso la montagna al Corriere ha raccontato: «Sono molto pratico di questa montagna. La zona è impervia. In basso è tutta macchia mediterranea e rovi fitti, ma salendo diventa più problematico».

Era difficile quindi orientarsi per Gioele?

«Uno deve ragionare come un bambino di 4 anni. Trovandosi solo, se la madre fosse morta prima, e con le tenebre, il bambino guarda la luna, tenta di ascoltare un rumore, cerca di notare una luce. Si allontana. Non torna certo verso l’autostrada perché ha subìto un trauma, visto che c’era stato un incidente».

Quali sono i pericoli di questa montagna?

«Ci sono molti maiali selvatici di proprietà, ma non tutti vengono presi e quelli che rimangono allo stato brado per uno, due anni di-ventano selvatici. Possono attaccare l’uomo, in particolare le scrofe se hanno i cuccioli e sentono il rischio, sono pericolosi».

Viviana Parisi, il procuratore: “Test del Dna sugli oggetti ritrovati”. Notizie.it. il 19/08/2020. Su tutti gli oggetti ritrovati nelle ultime ore verrà svolto il test del Dna, questa la conferma del procuratore che segue il caso Viviana Parisi. Il procuratore sul caso Viviana Parisi prende parola, alla luce del ritrovamento di oggetti e resti ossei che sembrerebbero appartenere a suo figlio Gioele, scomparso il 3 agosto 2020. Angelo Vittorio Cavallo ha parlato ai giornalisti a seguito del sopralluogo di questa mattina. È stato un ex carabiniere, Giuseppe Di Bello, a trovare i reperti: “In questo momento non interessa chi lo abbia trovato. L’importante è averlo trovato. Ma appureremo anche questo”, ha dichiarato il procuratore, “Noi abbiamo sempre detto che dovevamo insistere in queste ricerche in questo posto e che più avevamo persone disponibili più probabilità c’erano di trovarlo. Avete sentito le motoseghe utilizzate per disboscare la vegetazione lo stato dei luoghi è difficile. Che lo abbia trovato un volontario o altri non interessa in questo momento”. Secondo quanto afferma Cavallo, la famiglia di Viviana e Gioele visionerà gli oggetti ritrovati, dopodiché si potrà procedere con il test del Dna su questi. Non ci sono ancora conferme sull’appartenenza delle ossa, che potrebbero anche non essere quelle del piccolo Gioele, di 4 anni. “Ci siamo fatti delle ipotesi, se ne sono rafforzate alcune e ne abbiamo scartate altre. Ora è il momento del silenzio, continuiamo a lavorare”, ha specificato il procuratore. Tra quelle scartate, le piste riconducibili ad ambiti familiari ma sembra non verrà diffusa alcuna nuova informazione sul giallo. I resti ossei si trovavano nei boschi di Caronia, poco lontano da dove è stato ritrovato il corpo di Viviana. “L’ho trovato dove gli altri non lo hanno cercato. Sono arrivato dove nessuno era ancora arrivato”, ha dichiarato l’ex carabiniere.

Caso Parisi, l'esperto: Corpo Gioele rilevato da satellite già 4 agosto. (LaPresse il 20 agosto 2020) - I corpi di Gioele e Viviana potevano essere trovati "già il giorno dopo la scomparsa. Bastava utilizzare le immagini satellitari, scaricarle e con filtri per amplificare le anomalie nella banda del Nir, rilevare la presenza di corpi". Lo assicura a LaPresse Pier Matteo Barone, professore all'American University of Rome, archeologo forense e geofisico. "Ieri con le informazioni messe a disposizione dai media ho scaricato una immagine satellitare del 4 agosto (il giorno dopo la scomparsa di madre e figlio, ndr) - racconta - ed elaborandole si vedevano delle anomalie nella vegetazione del bosco di Caronia, riconducibili a due corpi". Secondo l'esperto, membro del Comitato tecnico scientifico dell'associazione Penelope scomparsi "i due corpi potevano essere trovati subito. Il problema è che manca la volontà di modernizzare protocolli e tecniche di ricerca dei corpi e degli scomparsi nell'ambito tra corpi dello Stato. Questi ultimi ignorano totalmente le immagini satellitari e fanno riferimento ancora ad antichi e antiquati sistemi". Gli stessi droni, aggiunge "sono provvisti di sensori ottici che non servono, soprattutto quando si perlustra una vegetazione così fitta. Servirebbero dei sensori termici o Lidar".

Caso Parisi, l'esperto: Corpo Gioele il 4/8 a 50mt da ritrovamento.  (LaPresse il 20 agosto 2020) - "Il corpo di Gioele il 4 agosto si trovava a 50 metri da dove sono stati ritrovati i resti ieri. Ed era un corpo unico". Lo dice a LaPresse Pier Matteo Barone, professore all'American University of Rome, archeologo forense e geofisico, che analizzando ed elaborando le immagini satellitari del bosco di Caronia, ha potuto rilevare delle anomalie della vegetazione, riconducibile a dei corpi, già il giorno dopo la scomparsa di Viviana Parisi e di suo figlio. Questa tesi avvalora l'ipotesi secondo cui il piccolo Gioele sarebbe stato trascinato e smembrato.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, "traccia del Dna dell'aggressore sui vestiti". La nuova pista. Libero Quotidiano il 22 agosto 2020. Il caso di Viviana Parisi e Gioele Mondello non è ancora chiuso: si cerca sui vestiti della donna la traccia del Dna di un aggressore. A riportare la notizia è il Messaggero, ed è una notizia pesante perché nelle ultime ore l'unica pista considerata attendibile dalla Procura sembrava quella dell'omicidio-suicidio. L'ipotesi di un aggressione da parte degli animali selvatici che vivono nel bosco di Caronia adiacente all'A20 Messina Palermo, infatti, pare essere definitivamente accantonata: i morsi sul cadavere della donna e i resti martoriati del povero figlio di 4 anni sarebbero dovuti a un attacco successivo alla morte, ad opera di animali come volpi, istrici o suini neri dei Nebrodi. Resta invece in piedi quella di un aggressione di un uomo, "uno sfortunato incontro" come l'aveva definito in via ipotetica il procuratore Angelo Cavallo nei giorni scorsi. La risposta del caso, spiega il Messaggero, ora "si cerca sui vestiti di Viviana. I medici legali che hanno eseguito l'autopsia hanno consegnato alla polizia scientifica reperti di abiti della donna. Serviranno agli inquirenti per verificare l'eventuale presenza di un Dna sospetto". L'aggressione da parte di terzi a mamma e figlio non è stata presa in considerazione pubblicamente nemmeno dalla famiglia Mondello, che negando che Viviana possa avere ucciso Gioele punta invece sulla catena di "fatalità" che ha portato prima Viviana a scappare oltre il guardrail, presa dal panico e sotto choc per l'incidente avvenuto poco prima. Quindi Gioele si sarebbe allontanato e la madre, per ritrovarlo, si sarebbe arrampicata sul traliccio per poi cadere e morire. A quel punto il bimbo sarebbe stato attaccato da qualche animale.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, a In Onda salta la pista dell'aggressioni di animali selvatici. Libero Quotidiano il 21 agosto 2020. "Gli animali selvatici attaccano le carcasse, non l'uomo". Viviana Parisi e Gioele Mondello potrebbero essere stati attaccati dagli animali selvatici nel bosco di Caronia? L'inviato di In Onda va nelle campagne che circondano la A-20 Messina-Palermo, per intervistare alcuni allevatori del luogo. "Il suino nero dei Nebrodi come si comporta davanti all'uomo?", chiede. "Il primo istinto è di scappare, solo le scrofe attaccano se qualcuno urla e prende i suoi piccolini", spiega un allevatore. Secondo l'avvocato Claudio Mondello, cugino di Daniele (marito e padre delle due vittime), il piccolo Gioele sarebbe morto dopo essersi perso, aggredito dagli animali selvatici. Entrambi i cadaveri, soprattutto quello del bimbo, sono stati straziati dai morsi degli stessi. "Ad attaccare i corpi potrebbero essere stati l'istrice, la volpe. Non pensavo nemmeno che trovassero i resti, per la quantità di animali che ci sono qua". Un'osservazione pesante, perché di fatto depotenzia notevolmente la versione del legale dei Mondello e rilancia la pista dell'omicidio-suicidio, peraltro quella privilegiata dalla Procura.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, sotto accusa il procuratore Cavallo: "In carriera altri due casi irrisolti", precedenti pesanti. Libero Quotidiano il 21 agosto 2020. Al centro delle polemiche nel caso di Viviana Parisi e Gioele Mondello ora è finito Angelo Cavallo, il Procuratore di Patti che sta provando a sbrogliare la matassa. Daniele Mondello, marito e papà delle due vittime, ha accusato i soccorritori (e chi li coordina) di lentezze, errori e incertezze nella perlustrazione della zona vicino all'A20 Messina-Palermo, all'altezza di Caronia, dove poi sono stati ritrovati i cadaveri martoriati delle vittime: 8 agosto Viviana, il 19 Gioele, a 16 giorni dall'incidente del 3 agosto. Cavallo si difende, parlando di "correttezza delle indagini" anche se c'è chi ricorda che a ridosso dell'incidente, quando ancora non si erano ritrovati i cadaveri, affermava che c'era "per come li stiamo cercando l'ipotesi che siano morti ha solo l'1% delle possibilità". Visto il tempo trascorso, il rischio è che alla fine questo giallo resti tale, senza la certezza che sia stato omicidio-suicidio o una tragica fatalità nel bosco. E non sarebbe, sottolinea Repubblica, l'unico fallimento nella carriera del Procuratore. Sul suo conto si erano sollevate polemiche per altri due casi rimasti irrisolti, l'omicidio del giornalista Beppe Alfano e l'attentato al presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. "Per quest' ultima indagine - ricorda Repubblica - lui e i suoi colleghi della Direzione antimafia sono stati messi sotto accusa dal presidente della commissione regionale antimafia Claudio Fava, che non ha mai creduto all'ipotesi dell'attentato di mafia, arrivando anche a ipotizzare una messinscena. Cavallo, ascoltato dall'Antimafia, ha ribadito invece la "matrice mafiosa dell'attentato". Un'ombra che potrebbe venir cancellata da questo caso, che ha sconvolto l'Italia.

Viviana Parisi, il marito cambia il quadro: "Bancomat e 500 euro?", cosa non torna sui soldi. Libero Quotidiano il 20 agosto 2020. Sono ancora tanti gli interrogativi che riguardano il giallo di Caronia, anche se le indagini sembrano avviate verso l’ipotesi di “omicidio-suicidio” dopo il ritrovamento del corpo di Gioele Mondello, il figlio di 4 anni di Viviana Parisi. Tra gli indumenti trovati ieri vicino ai resti del bambino c’erano anche un paio di scarpette blu: saranno mostrate al padre per il riconoscimento, dopodiché verrà eseguito un prelievo per permettere un esame del Dna, anche se è ormai chiaro a tutti che quei resti appartengono a Gioele. “Viviana non era in cura e non seguiva alcuna terapia - ha dichiarato Daniele Mondello all’Ansa riguardo alle condizioni di salute mentale di sua moglie - ha soltanto preso due pillole in quattro giorni e poi ha smesso lei, di sua volontà”. Poi il marito ha anche smentito che la donna avesse con sé "il bancomat o i 500 euro come è stato invece scritto”. L’uomo è ovviamente sconvolto dalla doppia perdita, ma ha comunque voluto ringraziare il carabiniere in congedo che ha trovato i resti di Giole e tutti i volontari che si sono impegnati nelle ricerche: “Se non ci foste stati voi, chissà se e quando lo avremmo trovato. Cinque ore di lavoro di un volontario rispetto a 15 giorni di 70 uomini esperti mi fanno sorgere dei dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche. La mia non vuole essere una polemica, ma la semplice considerazione di due marito e padre distrutto per la perdita della propria famiglia”. 

Viviana Parisi, tentato suicidio a giugno: il racconto della cognata. Notizie.it il 21/08/2020. Viviana Parisi avrebbe tentato il suicidio a fine giugno: si indaga anche sui certificati medici. Viviana Parisi avrebbe tentato il suicidio a giugno. La deejay soffriva di paranoia e crisi mistiche, come è risultato da due certificati dell’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto: uno è del 17 marzo e l’altro di fine giugno. La famiglia non crede all’ipotesi suicidio, ma pensa che sia salita su quel traliccio perché ha perso il suo bambino del bosco ed è caduta. Si attende il risultato dell’autopsia sui resti compatibili con il piccolo Gioele: l’esame sarà svolto da Elvira Spagnolo, lo stesso medico legale che ha eseguito l’esame sulla donna.

Il racconto della cognata. “Non sappiamo se si è trattato di un tentativo di suicidio” precisa la cognata di Viviana, Mariella Mondello. Ripercorre quel drammatico momento, ai primi di giugno, quando la dj “aveva chiamato il marito Daniele dicendo che si sentiva male perché aveva ingerito cinque o sei pillole. Poi firmò le dimissioni e decise di tornare a casa” dove ha ripreso le cure che le erano state somministrate tempo prima.

Viviana Parisi ha tentato il suicidio? Viviana Parisi avrebbe tentato il suicidio a giugno e questo possibile precedente induce gli inquirenti a ipotizzare che lo abbia rifatto, questa volta riuscendoci. Secondo gli inquirenti la donna cercava un dirupo o un burrone in cui buttarsi e dopo aver percorso centinaia di metri si sarebbe arrampicata su un traliccio dell’energia elettrica per buttarsi di sotto. L’ipotesi è compatibile con le condizioni del corpo. La Procura sta cercando di capire come mai la donna avesse così tante libertà vista la sua condizione psicologica. Gli inquirenti sono pronti ad ascoltare i servizi sociali per indagare sulle condizioni familiari. La famiglia non crede all’ipotesi omicidio-suicidio. “Viviana non si è uccisa e non ha ucciso il piccolo Gioele” ha spiegato Claudio Mondello, legale e cugino del marito di Viviana. La teoria dell’avvocato esclude questa ipotesi.

La ricostruzione dell’avvocato. Secondo la ricostruzione dell’avvocato, “il bambino sfugge alla vigilanza della madre e si allontana. Forse anche solo di pochi passi. Probabilmente qualcosa, in quello scenario di campagna, attira la sua attenzione oppure lo spaventa. La madre, terrorizzata, cerca disperatamente di trovarlo, ma i suoi tentativi falliscono” ha spiegato. “Al fine di meglio orientarsi decide di salire sul pilone della corrente e guadagnare una posizione di privilegio rispetto al luogo circostante. È vero che il traliccio è posto più in basso rispetto alla collina adiacente, ma è l’unica tipologia di struttura che consenta di guardarsi intorno a 360 gradi. È compatibile, pertanto, con l’idea di chi voglia perlustrare la zona limitrofa; probabilmente (così ipotizzo) per guadagnare il contatto visivo col bambino” ha aggiunto. Da quella posizione Viviana potrebbe aver rintracciato Gioele ma potrebbe essere caduta. “È probabile che il bambino abbia vagato tra i boschi fino al momento in cui è incorso in un incontro funesto (forse un suino nero dei Nebrodi; in zona ve ne sono molteplici sia da allevamento sia allo stato brado). Quanto sopra deve essere vagliato, in modo accurato, e supportato da evidenze tali da rendere impossibile ogni alternativa possibile. Un lavoro che impone pazienza, rispetto e silenzio” ha aggiunto il legale.

Carlo Macrì per il “Corriere della Sera” il 21 agosto 2020. Viviana Parisi aveva tentato il suicidio a fine giugno scorso. Il 3 agosto la donna voleva riprovarci, questa volta portandosi dietro il piccolo Gioele. Al marito Daniele Mondello aveva detto che si sarebbe diretta a Milazzo per acquistare le scarpe al bambino. Voleva invece raggiungere un viadotto dell'autostrada Messina-Palermo, il più lontano possibile, per buttarsi giù insieme al figlio di 4 anni. Il telefono lasciato a casa è stata una mossa studiata per evitare di essere localizzata. L'incidente autostradale in galleria poi le ha fatto cambiare i piani. È questa l'ipotesi di chi sta indagando sulla morte della dj e del figlioletto. Viviana soffriva di paranoia e accusava crisi mistiche, come hanno documentato i medici dell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto il 17 marzo in un primo documento sul suo stato di salute. Un secondo certificato, anche questo attestante problemi mentali era stato compilato dallo stesso ospedale a fine giugno, in coincidenza del suo tentativo di suicidio. La donna teneva quei documenti nel cruscotto della Opel Corsa, e ora la Procura sta cercando di capire il perché. Confusa, in preda al panico, temendo di essere seguita, la mattina del 3 agosto la deejay dopo l'incidente è scappata, portandosi dietro Gioele, come hanno confermato l'imprenditore milanese e la moglie, testimoni dell'incidente. A quel punto, secondo la ricostruzione degli inquirenti, la donna ha ucciso Gioele - forse per strangolamento, lo chiarirà l'autopsia - poi lo ha adagiato in un fosso, coprendolo di sterpaglie e pietre. Disperata, ma comunque spinta dall'obiettivo di togliersi la vita, Viviana ha cercato un burrone, un dirupo per buttarsi. Ha percorso centinaia di metri e alla fine si è accorta del traliccio dell'Enel. L'ha raggiunto, ci è salita e si è buttata. La sua morte è stata istantanea. Non è vero, come era stato riferito in un primo momento, che il corpo è stato ritrovato ai piedi della struttura. Viviana è stata trovata distante un paio di metri. Anche la perdita di una scarpa da tennis e del calzino è compatibile con l'impatto. Questa è l'ipotesi investigativa su cui stanno lavorando gli inquirenti coordinati dal procuratore capo di Patti, Angelo Cavallo. Gli altri scenari - come quello di un coinvolgimento dell'ambito familiare o di una possibile aggressione a sfondo sessuale che Viviana avrebbe respinto - sono stati ormai scartati perché privi di qualunque riscontro. Questa pista invece è già stata suffragata da un primo responso dei medici legali e dai periti che lavorano al caso. «Già ce lo hanno detto quello che è successo. Una pista, una lettura chiara degli avvenimenti c'è stata data - ha confermato il procuratore di Patti -. I periti si sono riservati di fornire gli esiti complessivi tra qualche mese, soprattutto quelli istologici». Le indagini della Procura sono indirizzate anche a capire come mai Viviana, nonostante il suo stato di salute, avesse così «tanta libertà» nel gestire la sua vita e quella del figlio. Gli inquirenti nei prossimi giorni sentiranno i servizi sociali. Anche le condizioni familiari sono tema d'indagine. Daniele Mondello, marito di Viviana e papà di Gioele, era in cassa integrazione. La ditta per cui lavorava, come autista di navetta adibita al trasporto di clienti al cimitero di Messina, l'aveva lasciato a casa dopo l'emergenza Covid-19. Una sicurezza in meno per la fragile Viviana.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, si apre un'altra indagine: "Perché aveva quel certificato medico in auto". Libero Quotidiano il 21 agosto 2020. Nel caso di Viviana Parisi si sta aprendo un nuovo filone d'indagine che potrebbe suffragare la tesi di fondo della Procura: omicidio del figlio Gioele Mondello e poi suicidio. Al centro dell'attenzione degli inquirenti ci sono le condizioni di salute mentale della donna, che a quanto risulta avrebbe tentato il suicidio solo lo scorso giugno (la famiglia nega, parlando di "sovradosaggio delle pillole") e che non aveva ancora superato quel "crollo mentale" e la "crisi mistica" che le avevano diagnosticato a marzo i medici dell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto. "Perché la donna, nonostante le premesse sanitarie sul suo stato di salute, aveva così tanta libertà?", è la domanda che gira ora in Procura. Libertà di uscire da sola col figlio di 4 anni, libertà di lasciare il telefono a casa. "Gli inquirenti nei prossimi giorni sentiranno anche i servizi sociali e indagheranno più a fondo sulle condizioni familiari", spiega TgCom24. E a non tornare è anche la presenza di quel foglio rilasciatole dall'ospedale di Barcellona e ritrovato nel cruscotto della sua Opel Corsa dopo l'incidente nel tunnel dell'A20 Messina Palermo a Caronia. L'incidente che, spiega un retroscena del Corriere della Sera, potrebbe aver accelerato i suoi istinti omicidi/suicidi. 

Viviana aveva tentato il suicidio a giugno. Si indaga su due certificati medici. Pubblicato giovedì, 20 agosto 2020 da Salvo Palazzolo su La Repubblica.it. Disposti accertamenti sui due referti fatti dall'ospedale Covid di Barcellona Pozzo di Gotto. La famiglia propone una versione alternativa: "Era salita sul traliccio perché il bambino si era perso nel bosco. E poi è caduta". Messina - «Quelle scarpette blu per Gioele le avevamo comprate insieme, io e Viviana», dice papà Daniele ai poliziotti della Scientifica, mentre gli mostrano una busta trasparente con i “reperti” recuperati mercoledì pomeriggio. Purtroppo, non ci sono dubbi sui poveri resti martoriati ritrovati a trecento metri dal traliccio dove l’8 agosto è stato scoperto il corpo della mamma del piccolo. Ma è ancora un giallo quello che è successo, e così ieri pomeriggio nella caserma Calipari della questura di Messina, Daniele Mondello e suo suocero Luigino Parisi si sono dovuti sottoporre anche a un prelievo per la prova del Dna. Così come disposto dalla procura di Patti. I codici genetici di Gioele e Viviana serviranno a “mappare” i resti già scoperti. E sono previsti altri sopralluoghi nel tratto di montagna dove un volontario, il brigadiere in pensione Giuseppe Di Bello, ha scoperto il corpicino del bimbo. L’indagine punta tutto sulle scienze forensi per fare chiarezza fra le diverse ipotesi. E una sembra privilegiata da chi indaga: Viviana avrebbe ucciso il piccolo e poi si sarebbe suicidata, lanciandosi dal traliccio. Il suicidio aveva già tentato a giugno. E ora si fanno indagini anche sui due certificati medici ritrovati nell’auto della donna, che attestavano il suo disagio psichico. Certificati stilati dall’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, ospedale Covid, a cui a marzo si era rivolto il marito di Viviana preoccupato per le continue crisi della moglie durante il lockdown. I pm vogliono anche nominare un super esperto, per ricostruire lo stato psicologico della donna e cogliere l’eventuale “compatibilità” con gesti estremi. Un approfondimento molto complesso. «Viviana non era comunque in cura – precisa il marito – e non seguiva alcuna terapia: ha soltanto preso per 4 giorni due pillole e poi ha smesso lei, di sua volontà». La famiglia propone una versione alternativa a quella della procura: «Viviana non avrebbe mai fatto del male a suo figlio – dice l’avvocato Claudio Mondello – forse, ha perso di vista Gioele ed è salita sul traliccio per provare a rintracciarlo. Ma è caduta, morendo. Mentre il bambino avrebbe fatto un brutto incontro nei boschi, un animale che l’ha aggredito». Di sicuro c’è che la scena del crimine si è ormai ristretta: fra il corpo della mamma e quello del bimbo ci sono circa 300 metri. Il procuratore Cavallo precisa: «Il corpo del bimbo non è mai stato spostato. Al limite l'ipotesi è che gli animali siano intervenuti e abbiano operato una dispersione dei resti». Gli investigatori si concentrano sul traliccio: impronte non ne sono state trovate, ma i magistrati hanno chiesto di fare nuovi accertamenti considerato il materiale particolare della struttura. E’ stato utilizzato il Luminol, per rilevare tracce di sangue. Altre verifiche, sui vestiti di Viviana, saranno fatti questa mattina, nel laboratorio di biologia della Scientifica di Palermo. Papà Daniele non riesce a darsi pace mentre dalla questura di Messina: «Le ricerche sono state davvero un fallimento. Un volontario ha trovato Gioele in cinque ore, 70 uomini esperti neanche in 15 giorni». Il cugino Claudio Mondello aggiunge: «La credibilità dello Stato ne esce fortemente compromessa».

Lo psichiatra del "caso Cogne": "Viviana? Così nasce la follia..." Lo psichiatra di Annamaria Franzoni nel caso di Cogne, commenta la vicenda di Viviana Parisi: "La crisi economica può aver inciso". Rosa Scognamiglio, Venerdì 21/08/2020 su Il Giornale. Diventa sempre più verosimile l'ipotesi di un omicidio-suicidio nel ''giallo'' di Caronia. Il sospetto maturato negli ultimi giorni è che Viviana possa aver deciso di farla finita insieme al figlioletto Gioele, di appena 4 anni. Sulla dinamica della drammatica vicenda si è espresso anche Renato Ariatti, pischiatra di Annamaria Franzoni nel caso di Cogne, che individua nella deriva economica ingenerata dall'emergenza Covid un fattore d'impatto devastante per una donna già segnata dalla depressione: "Può aver scatenato la paura della morte", afferma l'esperto in una intervista al quotidiano La Nazione.

"Si è sentita braccata dai fantasmi''. Che Viviana fosse affetta da una fragilità psicologica è stato conclamato anche a livello clinico. La diagnosi che le è stata refertata lo scorso marzo fa riferimento esplicito ad una ''crisi mistica'' e ''crollo mentale'', circostanze confermate sommessamente sia dal marito Daniele Mondello che dalla cognata. Inoltre, stando a quanto si apprende dagli ultimi riscontri cronistici, pare che la donna avesse già tentato il suicidio lo scorso giugno. "Nella mente malata di chi vive una depressione patologica delirante - spiega il professor Ariatti -, l'uccidere è vissuto come gesto estremo d'amore verso la vittima. Dargli la morte significa sottrarla a una realtà tragica". Quel maledetto lunedì mattina, dopo l'incidente con il furgone all'ingresso della galleria Pizzo Turdo, Viviana prende in braccio Gioele e scavalca il guardrail dell'autostrada A20 Messina-Palermo: "Fugge da qualcosa, si sente braccata, inseguita dai fantasmi. C'è confusione, angoscia, panico estremo". Ma cosa può averla spaventata così tanto da decidere di farla finita insieme al piccolo Gioele?

L'impatto della crisi economica. Ad inasprire le fragilità di Viviana, ingenerando una forma di depressione paranoide, potrebbe aver giocato un ruolo decisivo anche l'emergenza Covid e le conseguenze economiche ad essa correlate. Non è più un mistero, ormai, che la 43enne pregasse per la fine della pandemia e che, proprio la mattina del 3 agosto, avesse intenzione di recarsi alla "Piramide della luce" nel tentativo di trovare un po' di sollievo dai suoi turbamenti. Il Covid "può aver scatenato la paura della morte, del contagio incombente, o della deriva economica", sentenzia Ariatti. Nelle ultime ore è emerso che il marito aveva infatti perso proprio a causa della crisi economica il suo posto di autista di navetta adibita al trasporto di clienti al cimitero di Messina: attualmente, è in cassa integrazione. Un fantasma in più in una mente già affollata.

Crisi mistiche e paranoia: cosa sono i disturbi di cui soffriva Viviana Parisi. Viviana Parisi avrebbe sofferto di paranoia e crisi mistiche: cosa sono questi disturbi e cosa implicano nei pazienti. Secondo il certificato medico trovato nel cruscotto della sua Opel Corsa e datato 17 marzo 2020, Viviana Parisi avrebbe sofferto di paranoia e crisi mistiche: cosa sono questi disturbi e di cosa si tratta in termini neuroscientifici.

Paranoia e crisi mistiche: cosa sono. La paranoia è un disturbo psichico di tipo cronico caratterizzato da un delirio lucido. Il che significa che il soggetto che ne soffre riesce a mantenere una logica di pensiero molto coerente nonostante abbia una percezione della realtà non rispondente a ciò che è. I deliri paranoici non vanno dunque ad intaccare le facoltà intellettive quanto più danno vita ad un comportamento rivendicativo, inventivo, erotomane, interpretativo, di gelosia o di contaminazione. Per esempio la maggior parte delle persone affette da questa patologie sono convinte che alcuni soggetti vogliano danneggiarle e dunque interpretano in maniera distorta qualsiasi evento. Si tratta quindi di un disturbo del pensiero i cui pazienti credono reali determinate idee che spesso non hanno però rispondenza nella realtà. “Sono convinzioni di tipo delirante che possono riguardare sé o gli altri“, ha chiarito Giancarlo Cerveri, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda SocioSanitaria di Lodi. Quanto invece alle crisi mistiche, esse potrebbero descrivere un delirio su base religiosa o su base mistica. Si tratta della convinzione di essere in missione per conto di Dio, cosa che ha effetti molto marcati sulla vita della persona. Come conseguenza della propria insicurezza e fragilità, alcuni pazienti trovano rassicurante aderire ad un movimento religioso, ma ciò non fa propriamente parte del delirio mistico. Capita poi che il gruppo o la setta trascinino i soggetti più fragili e li spingano a compiere atti irragionevoli come destinare interi patrimoni o separarsi dai propri familiari.

Viviana Parisi e Gioele Mondello, un investigatore: "Quello che voleva fare alla Piramide forse l'ha fatto nel bosco dopo l'incidente". Libero Quotidiano il 20 agosto 2020. Forse Viviana Parisi "quello che voleva fare alla Piramide l'ha fatto nel bosco dopo l'incidente". A un investigatore sfugge questa frase e il giallo di Caronia inizia ad assumere contorni più chiari e drammatici. Il ritrovamento dei resti del corpo del figlio di Viviana, Gioele Mondello, perlomeno elimina un dubbio sulla sorte del piccolo. Sono morti entrambi, in un fazzoletto di poche centinaia di metri anche se l'azione degli animali selvatici della zona potrebbero aver disperso quel che rimane del bimbo di 4 anni. La pista dell'aggressione da parte degli stessi animali è ancora al vaglio degli inquirenti, ma quella più concreta conduce al tragico scenario dell'omicidio-suicidio. Viviana avrebbe ucciso Gioele e poi si sarebbe gettata dal traliccio.  "Io e Viviana avevamo recuperato la serenità - si rifiuta di crederlo Daniele Mondello, marito e papà -, anche perché lei era felice per aver ritrovato il lavoro. Il 3 agosto abbiamo fatto colazione assieme a Gioele, poi lei mi ha detto che andava a Milazzo. Ma sapevo che aveva voglia di andare anche alla Piramide della luce, l'aveva detto a mio fratello e a mia cognata. Quel giorno non si è portata il telefono perché si appoggiava sempre a me". Ecco, la Piramide di cui parlava l'investigatore: un luogo "mistico", teatro delle cerimonie spirituali del solstizio d'estate a Motta d'Affermo (a una trentina di chilometri da Caronia), che tanto avevano affascinato Viviana, in preda a un "crollo mentale e a una crisi mistica", come scritto nero su bianco da una perizia dell'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto dove la donna era stata ricoverata lo scorso marzo. Secondo Daniele stava meglio, e non avrebbe mai potuto fare del male a Gioele a cui era "morbosamente legata", parola del legale di famiglia. Ma proprio questo legame morboso, unito alla crisi mistica, secondo la criminologa Roberta Bruzzone potrebbe aver portato a un ultimo insano gesto, forse accelerato dalla paura per l'incidente nel tunnel dell'A20 Messina-Palermo.

Viviana Parisi, tragico indizio: "La morte di Gioele come salvezza, ne aveva parlato nell'ultimo video". Libero Quotidiano il 19 agosto 2020. Il delirio di Viviana Parisi è iniziato in casa ed è terminato con un caso di “omicidio-suicidio”. È quanto sostiene Roberta Bruzzone, la criminologa che ha parlato con l’Agi per ricostruire il giallo di Messina, dopo che è stato ritrovato il corpo di Gioele Mondello, il figlio di soli 4 anni. Secondo l’esperta, Viviana sapeva che il suo viaggio sarebbe stato senza ritorno prima ancora di uscire da casa: “È probabile che l’incidente con il furgoncino abbia accelerato la situazione, ma quando la donna ha incontrato un testimone che ha tentato di parlarle non ha risposto: un segno evidente che si trovava già in piena crisi dissociativa e si stava dirigendo verso un altro luogo per attuale il suo intento suicida”. Paradossalmente il fatto che fosse molto attaccata al figlio e premurosa nei suoi confronti è proprio l’elemento che ha reso Viviana più pericolosa: “Ha deciso di coinvolgere il piccolo nel suo piano per privarlo di una vita fatta di sofferenza e malattia e in cui la morte, secondo la sua visione deviata, era l’unica salvezza”. Una sorta di liberazione di cui Viviana “aveva parlato d’altra parte anche nell’ultimo video pubblicato sui social, con riferimento alla morte di Gesù per la salvezza degli uomini”. A questo punto gli scenari sulla morte di Gioele sono due: “È possibile che abbia soffocato o strangolato il figlio prima di salire sul pilone e gettarsi, oppure non stupirebbe che lo abbia portato con sé nell’arrampicata per poi lasciarsi andare nel vuoto”. 

Piramide della Luce: cos’è l’opera “mistica” del giallo Parisi. Notizie.it. il 19/08/2020. Piramide della Luce, cos'è la scultura "mistica" co-protagonista del giallo Parisi? La scultura, alta 30 metri, è nata nel 2010. Cos’è la Piramide della Luce? Secondo un’ipotesi sul caso Viviana Parisi, la donna voleva raggiungerla assieme al figlio, il giorno della loro scomparsa. La struttura è un’installazione artistica che sorge a Moffa D’Affermo, vicino a Caronia, in acciaio patinato. La Piramide della Luce si staglia per 30 metri ed è stata commissionata da un imprenditore, sorse nel 2010 per mano dello scultore Mauro Staccioli. Si trova all’interno del Fiumara d’Arte, il parco di sculture più grande d’Europa. Negli ultimi anni era meta di curiosi e appassionati di misticismo, diverse le celebrazioni rituali sul luogo che hanno visto partecipare centinaia di persone durante il solstizio d’estate. La scultura si chiamerebbe originariamente “Piramide 38° parallelo” ma proprio per via dello svolgimento del rito della luce, gli appassionati mistici le hanno dato un altro nome. Nel caso di Viviana Parisi, sembra che la donna avesse manifestato da tempo profondo malessere a livello psicologico. Questo l’aveva portata ad avvicinarsi alla fede e coltivare di più la sua spiritualità, la Piramide della Luce l’affascinava e voleva visitarla, secondo quanto riportato dalla cognata. Il luogo dove sorge si trova a circa 25 chilometri dall’autostrada in cui si è verificato l’incidente che ha visto coinvolta la donna e suo figlio. La fatidica mattina del 3 agosto 2020, era infatti diretta col figlio Gioele alla scultura mistica ma, come tutti noi ormai sappiamo, non ci sono mai arrivati. Al momento, però, non ci sono ulteriori elementi né indiscrezioni in merito al legame tra Viviana e la Piramide della Luce.

Riccardo Bruno per corriere.it il 20 agosto 2020. La «Piramide della luce» non è solo un’installazione alta 30 metri in acciaio patinato, è anche il luogo dove ogni anno a giugno si svolge il «rito della luce». E che ha trasformato quell’altura a Motta d’Affermo, tra i Nebrodi e il mare, di fronte agli scavi dell’antica Halaesa, in una terra mistica e simbolica che potrebbe essere stata la meta mai raggiunta da Viviana Parisi, la dj trovata morta a pochi chilometri di distanza.

Fiumara d’Arte. L’opera 38° Parallelo - Piramide fu realizzata nel 2010 dallo scultore di Volterra Mauro Staccioli, scomparso due anni fa. L’imponente struttura fu commissionata dal visionario imprenditore Antonio Presti nel più ampio progetto della «Fiumara d’Arte», museo a cielo aperto che ha arricchito il territorio al confine tra Messina e Palermo di 12 grandi realizzazioni, a partire da La materia poteva non esserci di Pietro Consagra del 1986. La Piramide di Staccioli, parzialmente sprofondata nel terreno roccioso, ha una fessura lungo lo spigolo occidentale che cattura la luce come «un faro introverso, testimone consapevole del ciclico e irreversibile scorrere del tempo».

Artisti e visitatori. Alla Piramide è legato il «rito della luce», evento che si tiene ogni anno a giugno (solo nel 2020 è saltato per l’emergenza Covid) nei giorni che coincidono con il solstizio , «quando il sole trionfa sul buio, e chi partecipa sceglie consapevolmente una via, un cammino di luce». In questa occasione la piramide viene aperta e si tiene un vero festival che attira decine di artisti e migliaia di persone. «L’obiettivo — ha spiegato lo stesso Antonio Presti, fondatore della Fiumara — è consegnare alle nuove generazioni l’opportunità di riunirsi ogni anno, in quei giorni d’estate, per scegliere ogni volta il trionfo della luce. Affinché il futuro si nutra del valore della bellezza universale nel suo assurgere a statuto di rito». È davvero un paradosso che quest’anno in cui il rito non si è svolto si parli della Piramide per una vicenda così tragica.

Fulvio Abbate per “il Riformista” il 20 agosto 2020. Dopo scie chimiche, microchip sottopelle e rettiliani, mancava unicamente “La Piramide della Luce” per completare la Grande Opera; architettonica alchimia del banale, che mette in fuga sia la coscienza sia il senso del limite, del ridicolo. Sia pure nella tragedia che vede la scomparsa di un bambino di nome Gioele, e la morte accertata di sua madre Viviana Parisi, professione dj, siamo costretti a rilevare l’esistenza di un manufatto che, narrativamente ragionando, sembra riassumere l’incontentabile mediocrità subculturale che intorno a tutto ormai fi orisce, tra complottismo e tentazione negazionista. Una matassa che si è declinata nel tempo, metti, ora con la crociata No Vax ora nella persistente acefala negazione del Covid-19, ora nella ricerca di una mistica irrazionale da disco-pub New Age. Un simbolo-girmi di tutto ciò, riteniamo di averlo trovato nella citata Piramide. Dove sembra che Viviana Parisi si stesse recando poco prima che la tragedia si consumasse. Non potrà il dramma ancora in corso impedirci comunque di rilevare quanta subcultura, banalità da irrazionale portatile sembra germinare intorno a noi, con la Piramide della Luce, a campeggiare sull’assurdo lassù in primo piano. Come già nel video Gaia di Gianroberto Casaleggio, dove si presagiva un “nuovo ordine mondiale”. Inossidabile profezia intorno alla quale l’erede scrive ora: “Anche la nostra generazione sta vivendo la sua guerra. Una guerra al contrario dove i medici sono in prima linea e l’esercito trasporta i feretri. Nel 2008 mio padre realizzò un filmato sul futuro della politica, lo volle intitolare Gaia. In quel video prevedeva per il 2020 grandi sconvolgimenti”. In verità il, video così pronunciava: “2020: inizio della Terza Guerra Mondiale. Che dura 20 anni. Distruzione dei simboli dell’Occidente. Piazza San Pietro, Notre Dame de Paris, Sagrada Familia. Uso di armi batteriologiche. Accelerazione dei cambiamenti climatici. E innalzamento degli oceani. Fame. Fine dell’era dei combustibili fossici. Riduzione della popolazione mondiale a un miliardo di persone”. La “Piramide della Luce”, più esattamente “Piramide al 38º parallelo”, il medesimo che, oltre raggiungere la Sicilia, taglia le due Coree, alta 30 metri, realizzata in acciaio dallo scultore Mauro Staccioli, fa parte della Fondazione Antonio Presti Fiumara d’Arte, ed è posta su un’altura affacciata sul mare nei dintorni di Motta d’Affermo, Messina. “Inaugurata il 21 marzo 2010, è accessibile all’interno solo il 21 giugno di ogni anno, in coincidenza con il solstizio d’estate,” si legge imperiosamente. Ciò che segue, è significativa parte di un’ideale antologia del nostro caso:

“Da alcuni anni infatti in questo luogo ed in questa data si tiene il Rito della luce, che coinvolge poeti, musicisti e danzatori”;

“Mai come in questo momento credo che il mondo abbia bisogno di una luce rigeneratrice. La luce è vita, è futuro, è conoscenza”;

“Una centrifuga spirituale ed emozionale”;

“La Piramide suonerà come un monito all’Ascolto del Silenzio”;  

“L’armonia universale è il soffio che avvolge tutti”;

“È il tempo del ringraziamento. La vita echeggia in questa contemporaneità sospesa, immobilizzata e contagiata dall’emergenza”; “La cultura che permea gli spazi sopravvissuti alle tecnologie invadenti; la spiritualità che inonda l’universo e il genius loci di quei luoghi che abbiamo sempre vissuto con la superficialità dei tempi e mai con proiezione interiore”; “La nuova equazione etica per fronteggiare uno dei più grandi allarmi della società: quel batterio invisibile che distrugge l’anima in nome dell’asfi ttica logica che ha prosciugato la modernità”; “L’animavirus sarà l’antidoto contro la svuotante cultura dell’attimo fuggente. Contro la radioattività che ha contaminato un presente senza futuro. Al moto centrifugo degli anni passati si sostituisce quello centripeto di quest’anno, volto alla meditazione individuale, alla riflessione profonda di ciascuno su quest’importante momento di passaggio”;

“Ritrovare relazioni autentiche senza mummificarsi nella superficialità dell’Avere, era ormai urgenza, impellenza, una strada per la sopravvivenza. Profitto contro salute”; “Quella Grande Madre che chiedeva carezze all’anima non ha avuto ascolto per troppo tempo, manifestando in tutti modi la sua vulnerabilità. L’uomo dell’egoismo, l’uomo del denaro, l’umanità del consumo, dell’apparire, dell’ignoranza, non ha ascoltato tutto ciò perché era collegato al fi - lo dell’egocentricità e dell’apparire, anestetizzando il valore dell’Essere”;

“L’animavirus è in mezzo a noi. Quando i nostri occhi si ricollegheranno al cuore, riacquisteremo la visione del mondo universale. Solo allora tutti potremo assistere alla manifestazione della Bellezza. Solo in quell’attimo di stupore e meraviglia la Piramide 38° Parallelo consegnerà la luce e la sua visione: l’apparire dell’invisibile”.

Un ultimo messaggio: “Il Rito della Luce, percorso di Bellezza e Conoscenza quest’anno non si svolgerà a causa dell’emergenza sanitaria,” così l’annuncio in rete. Troppo. Neppure in Mars Attack, capolavoro di Tim Burton, il tragico catasto del banale New Age toccava una simile Cima Coppi dell’ironia. Assente. Che resti solo sognare lo schianto di un asteroide che metta fi ne al ridicolo nel nostro pianeta?

Dagospia il 21 agosto 2020. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, spiace che l’amico Fulvio Abbate, nel suo piacevole delirio nicciano autoreferenziale, abbia sbattuto la capoccia contro gli spigoli della Piramide di Presti-Staccioli. Colpisce innanzitutto l’accusa di mancanza di ironia contro Presti: peccato, vuol dire che non ha mai frequentato Antonio, dalla cui ironia avrebbe parecchio da imparare. Lo invito quando vuole, lo ospito nella stanza dell’atelier sul mare che abbiamo ideato io e Presti, si chiama “io sono il blu”, e ha due letti, uno a molte piazze e uno, solo un king size, ma sul balcone affacciato sulla baia di Castel di Tusa. Certo, l’ironia di Antonio ha radici altre, è un venticello fresco di alta montagna che nasce spontaneo e irriverente quando hai fatto tutte le pulci a “questo” mondo e ti confronti con quell’altro, non è certo lo sgomitare cercando di far prevalere il proprio pensiero tra gli altri. Spiace anche l’accusa di new age, rivolta dal mio amico Fulvio al mio fratello Antonio. Io trovo molto new age Fulvio: il suo continuo tentativo di sostituire varie forme di pensiero col suo, la sua tenacia nel tentativo di ammaliare con le sue parole l’ascoltatore dirottandolo dalle proprie convinzioni, me lo fanno sembrare un guru isterico. La Piramide parla nient’altro che di un rito, legato al solstizio d’estate, avvenimento che sopravanza le parole e la stessa esistenza di Fulvio da ogni parte: storica, fisica, letteraria. L’armonia delle sfere, i movimenti dei pianeti e delle stelle, la lotta, in corso, tra meccanica classica e fisica quantistica, il “silenzio” ossia quel rumore sottile della seconda legge della termodinamica che in qualche modo “echeggia” in noi, l’alzare lo sguardo distogliendolo per un momento da soubrette (televisive e letterarie), la “consolazione” in senso teologico (e non mistico), sono una piccola parte delle faccende che si possono pensare riguardo alla Piramide. Anche perché trovo strepitoso che un privato come Antonio, di tasca sua, si svegli una mattina e possa ritrovarsi a pensare: “Sai che c’è? Questa costa ha un aspetto un po’ nero a causa della permanenza di Alister Crowley e della sua abbazzia della minchia moscia. Adesso mi faccio costruire da Mauro una piramide di luce come una minchia bella attisata”. E trovo strepitoso che l’abbia realizzata.

P.s. Non ricordo esattamente se Antonio abbia usato l’analogia della minchia moscia e di quella attisata. 

P.s. 2 Che si metta in relazione la Piramide con la sventura mentale della quale si parla in cronaca è piccineria piccina picciò. Ottavio Cappellani

Dagospia il 21 agosto 2020. Riceviamo e pubblichiamo da Fulvio Abbate: Carissimo Ottavio, devo darti un dolore. Temo di avere poco da apprendere da Antonio Presti, le cui parole a supporto della “Piramide della Luce” trovo esilaranti, espressioni da dépliant di circolo olistico. Se c’è qualcuno che si ciba di subcultura New Age, meglio, di paccottiglia buona anche per il più invasato no-vax negazionista, ripeto, quello è da ricercare altrove, e il manufatto in questione, ai miei occhi, ne è la prova più luminosa. Parli di un “guru isterico”, se davvero nel nostro caso dovesse esistere, probabilmente è simile a chi, immaginando una edificante carta di presentazione per la scultura di Staccioli, ha accennato a “una centrifuga spirituale ed emozionale” e all’ “animavirus antidoto contro la svuotante cultura dell’attimo fuggente. Contro la radioattività che ha contaminato un presente senza futuro, a quella Grande Madre che chiedeva carezze all’anima non ha avuto ascolto per troppo tempo” (sic). Dai, Ottavio, è troppo, ho vergogna perfino a ripetere queste parole. Se così fosse, se davvero tu le sposassi, sappi che c’era più ironia perfino nella “Julleuchter" (Lanterna di Yule), sempre restando in tema di solstizi, dono che veniva dato dal criminale Himmler alle sue SS, così dopo avere sostituito le ricorrenze cristiane del 24 e 25 dicembre con il pagano solstizio d'inverno.

P.S.   Accludo foto personale con l’oggetto appena citato!!!!111!!!111.  

Viviana Parisi e Gioele Mondello: il caso dall’inizio e tutto quello che c’è da sapere. Salvo Toscano e Andrea Pasqualetto il 20 agosto 2020 su Il Corriere della Sera. Le tappe principali della storia della dj e del figlio di 4 anni, dalla scomparsa alle ultime testimonianze raccolte da «Chi l’ha visto?». È la mattina di lunedì 3 agosto. Viviana Parisi, deejay di 43 anni, esce da casa sua a Venetico, piccolo centro vicino a Messina, con il figlio Gioele Mondello, 4 anni. Il marito di lei, Daniele Mondello, papà di Gioele, è anche lui dj e si trova al lavoro quando la moglie va via. Lei gli ha detto che andrà a Milazzo, a una ventina di chilometri, in un centro commerciale per comprare le scarpe al bambino. Prima di uscire, Viviana prepara la salsa di pomodoro per il pranzo. Lascia il cellulare a casa.

L’incidente a Caronia. In tarda mattinata, l’Opel Corsa di Viviana urta un furgone in una galleria (Pizzo Turda) dell’autostrada Palermo-Messina all’altezza di Caronia, a 104 chilometri da Venetico in direzione Palermo. Si parla da subito di un lieve incidente. L’auto presenterà una foratura a uno pneumatico. I due operai sul furgone si premurano di rallentare il traffico in galleria mentre la vettura di Viviana procede fino all’uscita di galleria e si ferma in un’area di sosta. Diversi automobilisti in transito la notano. Sono gli ultimi momenti in cui Viviana Parisi verrà vista viva.

La scomparsa di Viviana Parisi e Gioele Mondello. Pochi secondi dopo l’incidente, la donna si dilegua, scavalca un guard rail e svanisce nelle campagne e nella boscaglia che si trovano vicino all’autostrada. Lascia la borsa in auto, con dentro soldi e documenti. Gli operai la vedono di spalle in lontananza ma non notano il bambino. Solo una famiglia del Nord Italia vede Gioele. I settentrionali lo raccontano ad altri testimoni che chiamano il 112. Poi però la famiglia del Nord se ne va e sparisce: per giorni quei supertestimoni saranno cercati in lungo e largo per l’Italia.

Le ricerche. Da lunedì 3 agosto cominciano le ricerche nella zona circostante. Decine di persone sono impegnate, si setaccia ogni anfratto tra la fitta vegetazione. Passano i giorni senza esiti. Il marito di Viviana lancia uno straziante appello alla moglie in un video pubblicato su Facebook, la implora di tornare a casa. Si comincia a privilegiare la pista dell’allontanamento volontario. La mattina dell’8 agosto in un’intervista il procuratore di Patti Angelo Cavallo lo dice apertamente e aggiunge che ormai si ritiene meno probabile che la donna e il bambino siano morti e siano nella zona.

Il ritrovamento del corpo di Viviana Parisi. Lo stesso pomeriggio, un cadavere di donna viene ritrovato nella boscaglia a circa un chilometro dal luogo dell’incidente. È sabato 8 agosto, sono più o meno le 15 quando uno dei cani molecolari fiuta il corpo. Il cadavere è irriconoscibile, si trova vicino a un traliccio dell’alta tensione. Ma i vestiti sono quelli di Viviana. In particolare, vengono subito riconosciute le sue scarpe da tennis bianche. Poi si trova anche una catenina e infine la fede nuziale. In serata il procuratore di Patti dirà che si ritiene con relativa certezza che si tratta di lei. Di Gioele non c’è traccia.

La depressione. Cosa è successo a Viviana e al suo bambino? Pian piano vanno emergendo in quei giorni dettagli sulla vita privata della donna. Non emergono particolari problemi familiari ma i parenti raccontano di un periodo di sofferenza psicologica durante il lockdown. Viviana è finita anche in ospedale. Stava male, poi meglio ma alternava giorni tranquilli a giorni di malessere. Da subito gli inquirenti prendono in considerazione l’ipotesi dell’omicidio-suicidio ma non escludono altre teorie, come quella dell’incidente o di un «incontro sfortunato».

La piramide. Dove stava andando Viviana così lontano da casa? I familiari ricostruiscono: nei giorni precedenti alla sparizione, Viviana aveva chiesto notizie sulla Piramide della luce, un’installazione artistica che si trova a Motta d’Affermo, legata a riti di rinascita. Il fascino mistico del luogo l’avrebbe rapita, in quelle settimane in cui la donna aveva preso a leggere ogni giorno la Bibbia. La piramide dista una ventina di chilometri dal luogo dell’incidente. I parenti credono che fosse quella la sua meta. Perché non l’aveva detto al marito? Forse perché voleva essere sola (aveva scritto dei pensieri sulla solitudine che aveva condiviso su Facebook). E perché allora era con Gioele? Perché non se ne separava mai, per nessun motivo, dice chi la conosceva bene.

La salma e l’autopsia. Sulla salma della donna viene effettuata l’autopsia. Le prime risultanze analizzate dll’entomologo forense Stefano Vanin parlano di fratture multiple, compatibili con una caduta dall’alto. Viviana potrebbe essere caduta dal traliccio. Suicidio o incidente? Non si sa ancora. Sul corpo ci sono segni di morsi di animali. Forse animali selvatici che vivono nella boscaglia. La presenza in zona di due cani di grossa taglia induce gli inquirenti a sentire il proprietario degli animali. È una pista che non si esclude ma che gli investigatori non privilegiano.

A Sant’Agata di Militello. Cercando di ricostruire il tragitto di Viviana, emerge da subito un dettaglio: un buco di venti minuti. L’Opel esce al casello di Sant’Agata di Militello (Viviana non paga) e poi rientra. Cosa ha fatto la donna lì? Ha incontrato qualcuno? Può avere affidato a terzi il piccolo? Si pensa anche a questo, visto che il bambino non si trova e non si trovano nemmeno gli unici testimoni che lo hanno visto allontanarsi con la mamma dopo l’incidente. Diversi giorni dopo la scomparsa vengono acquisiti dei video.

Il video di Viviana e Gioele in macchina. Viviana ha fatto benzina a Sant’Agata. E Gioele era vivo. Lo si vede chiaramente nelle immagini delle telecamere che gli inquirenti trovano a Sant’Agata. C’è più di un video che inquadra la mamma e il bambino. Che dunque era vivo almeno fino a quel punto, dieci minuti prima del’incidente. Potrebbe essere morto nell’urto? Si pensa anche a questo ma è un’ipotesi marginale. Non ci sono tracce di sangue in macchina. E la reazione della donna, che sparisce con lui subito dopo l’urto sarebbe del tutto inspiegabile se il piccolo fosse morto. La famiglia vuole indagare sulla dinamica dell’incidente.

La paura dei servizi sociali. Ma allora perché Viviana è scappata? L’avvocato della famiglia rivela al Corriere della sera un dettaglio fino ad allora non noto: la donna aveva paura che i servizi sociali le togliessero il bambino. Questa paura potrebbe averla spinta a scappare dalla scena dell’incidente? Non è da escludere. Ecco perché il marito nell’appello le aveva detto di stare tranquilla perché non le sarebbe successo niente. Ma perché avrebbero dovuto togliere Gioele alla mamma che era a lui così attaccata e devota? La paura di Viviana nasce durante il lockdown. Quando ansia e depressione la fanno finire in spedale. Le prescrivono una terapia. Ma lei mostra ritrosia a curarsi. E lì nella sua anima provata dal malessere scatta il tarlo della paura: se non si curerà, rischierà di perdere il figlio.

I testimoni dell’incidente. Domenica 16 agosto, tredici giorni dopo la scomparsa, arriva una svolta importante nelle indagini. La famiglia lombarda che aveva visto il bambino con la madre dopo l’incidente in autostrada si fa viva. I supertestimoni confermano il loro racconto alle forze dell’ordine: Gioele era vivo, in braccio alla madre, aveva gli occhi aperti e non era ferito. Viviana con atteggiamento protettivo verso il piccolo si è allontanata con lui in una stradina di campagna dopo avere scavalcato il guard rail e aver attraverso l’autostrada andando nell’altra carreggiata. Lo annuncia all’Ansa il procuratore di Patti, che aggiunge: nessuno li stava seguendo. A Chi l’ha visto, però, uno degli operai del mezzo con cui l’auto di Viviana si è scontrata in autostrada ha raccontato: «Mentre stavamo transitando abbiamo sentito una frenata di una macchina che ci è venuta a sbattere sul nostro mezzo. L’urto è stato abbastanza forte. Non abbiamo visto il bambino, non sappiamo se c’era o no». Le ricerche intanto proseguono, giorno dopo giorno. La procura sembra più indirizzata verso la pista dell’omicidio-suicidio, pur non escludendo altre ipotesi. Ma di Gioele, quindici giorni dopo la sua scomparsa, non si trova ancora traccia.

Le ricerche del papà e il certificato. Il 19 agosto, il papà di Gioele, Daniele Mondello organizza una “battuta” di ricerche con un centinaio di volontari. L’uomo dice di non credere che la moglie abbia ucciso il bambino. Si apprende inoltre che un certificato medico del 17 marzo scorso, rilasciato dall’ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto, afferma che «Viviana soffriva di paranoia e ha avuto un crollo mentale dovuto a una crisi mistica». In tarda mattinata un volontario, l’ ex brigadiere Giuseppe Di Bello, fa la tragica scoperta. Trovati i resti di un bambino. «Adesso eseguiremo l’autopsia e sarà l’esame del dna a dirci la verità» ha detto il procuratore di Patti, Angelo Vittorio Cavallo.

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 20 agosto 2020. Prima il corpo irriconoscibile e sfigurato di Viviana e ora le ossa di Gioele. Madre e figlio, trovati entrambi nella boscaglia di Caronia, inseparabili nella vita e nella morte. Sarà il Dna a dare una certezza ma tutto sembra portare a questo epilogo, il più tragico e temuto di una vicenda che da sedici giorni tiene l'Italia con il fiato sospeso. E che comunque rimane un giallo: come sono morti Viviana e Gioele? La difficile risposta, se mai ci sarà, è sempre più nelle mani di chi deve stabilire in laboratorio tempi e cause dei decessi. «Sì, il nostro ruolo a questo punto è molto importante», riconosce Elvira Ventura, il medico legale che ha eseguito l'autopsia sul corpo di Viviana, ieri presente nel luogo del ritrovamento dei resti del bambino. «I frammenti umani sono stati trovati in più posti della stessa zona», ha sintetizzato al termine del sopralluogo, aprendo scenari orribili. Tutto inizia lo scorso 3 agosto, con quel saluto di Viviana al marito Daniele, dj e creatore di musica elettronica come lei: «Guarda che vado al centro commerciale di Milazzo a prendere un paio di scarpe per lui». Sono le nove di mattina, Daniele non lo scorderà mai: «Erano tranquilli, li ho lasciati a casa per andare allo studio di registrazione. Non li ho più sentiti». Non li ha più sentiti anche perché Viviana lascia il telefonino a casa, a Venetico. E questo è il primo mistero: come mai? Non voleva forse essere contattata? Al centro commerciale non ci andrà mai. Prende l'autostrada per Palermo e, fatti una settantina di chilometri, esce a Sant' Agata per una ventina di minuti. Altra stranezza: Viviana non paga il pedaggio, nonostante avesse contante e carta di credito. Perché? Gioele è sempre con lei e lo documentano le immagini di una telecamera privata che lo riprende con gli occhi aperti, accanto al finestrino, seduto sul sedile posteriore probabilmente fuori del seggiolino. «Questo è finalmente un punto fermo dell'indagine», dirà dopo dodici giorni di ricerche il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, che fino a quel momento non poteva sapere con certezza se il bambino fosse nell'Opel Corsa della mamma. Viviana imbocca dunque nuovamente l'A20 sempre verso Palermo e percorsi 13,6 chilometri, sotto una galleria, urta un furgone, sbanda e si ferma 50 metri più avanti. «Abbiamo sentito la frenata di una macchina che ha sbattuto sul nostro mezzo - racconterà due giorni fa a Chi l'ha visto l'operaio che era alla guida del furgone -. L'impatto è stato abbastanza forte. Io sono andato a vedere ma nella macchina non c'era nessuno, non c'era il bambino». Lui non cerca Viviana, si preoccupa di deviare il traffico per evitare altri incidenti. A notare Gioele è invece un turista brianzolo che si ferma con la famiglia a prestare soccorso: «C'era una donna che scavalcava il guardrail tenendo in braccio un bambino, aveva un atteggiamento protettivo nei suoi confronti», dirà il testimone qualche giorno fa dopo i ripetuti appelli del procuratore a farsi vivo. Dove andava Viviana con Gioele, un piccolo «colosso» di 4 anni? Perché lo portava in braccio? E qui possono essere d'aiuto i familiari. Daniele, il marito, ha fatto capire che un problema c'era: «Viviana ha vissuto momenti di depressione e si era affidata molto alla religione. Leggeva la Bibbia anche ad alta voce». Più chiaro è stato suo cugino, l'avvocato Claudio Mondello: «Era stata ricoverata due volte per problemi mentali, temeva che i Servizi sociali le portassero via il bambino, al quale era attaccata morbosamente. Soffriva di paranoie e ha avuto un crollo mentale dovuto a una crisi religiosa». Loro pensano che la meta di Viviana, quel giorno, fosse la Piramide della Luce, un'opera architettonica alla quale è legata una certa mistica. Per i familiari, l'incidente può averla confusa, spaventata, sconvolta. Cinque giorni dopo la scomparsa, l'8 agosto, sotto un traliccio dell'alta tensione, viene ritrovato il corpo della donna. «Ci sono varie fratture compatibili con una caduta dall'alto e forse un paio di morsi di animale», dicono gli esperti. Ora c'è forse anche Gioele, trovato a metà strada fra la galleria e il traliccio. Ma la soluzione del giallo è lontana. Cosa può essere successo? Viviana ha ucciso suo figlio e si è suicidata? O è forse scivolata, caduta e il bambino è stato aggredito da qualcuno, da qualche animale? È stata aggredita lei? Gioele è caduto e lei disperata ha deciso di farla finita? E poi un dubbio: stava bene il bambino dopo l'incidente? L'investigatore azzarda un'ipotesi: «Forse quello che Viviana voleva fare alla Piramide l'ha fatto nel bosco dopo l'incidente». Gli orari della morte sono importanti. «Non riusciremo a stabilirli con esattezza, ma avremo solo intervalli temporali», spiega Stefano Vanin, l'entomologo che ha partecipato all'autopsia. E se questi si accavallano, non si capirà se sia morto prima Gioele di Viviana. E quindi non sapremo mai cosa sia davvero successo in quel bosco.

Laura Anello per “la Stampa" il 20 agosto 2020. Di sicuro c'è solo che sono morti. Verrebbe da parafrasare l'incipit di Tommaso Besozzi sulla morte di Salvatore Giuliano per raccontare la storia di Viviana e di Gioele, che rischia di restare un enigma, a meno che dall'autopsia dei due corpi straziati non riescano a emergere le risposte alle domande aperte. Omicidio? Suicidio? Incidente? Chi è morto prima dell'altro? Un'inchiesta piena di false piste e finita con una beffa. A dispetto dei settanta specialisti impegnati per quindici giorni nelle ricerche ufficiali con droni e cani molecolari, a trovare il corpo di Gioele è stato un volontario armato di un falcetto. Un volontario che faceva parte «dell'esercito parallelo» mobilitato dal padre di Gioele. Ecco quindi i nodi in cui si è aggrovigliata l'inchiesta. L'incidente La mattina di lunedì 3 agosto Viviana si allontana dopo avere avuto un incidente contro un furgone sull'autostrada Palermo-Messina. Per giorni si parla di un «lieve incidente». Ma come può uno scontro su un'autostrada, e dentro una galleria, essere così lieve? Soltanto il 7 agosto il procuratore titolare dell'inchiesta, Angelo Cavallo, chiarisce la dinamica di quanto avvenuto: un tentativo di sorpasso di Viviana, la sua fiancata destra contro il furgone, lo stop dell'auto 50 metri più in là. Ci vorranno ancora tre giorni per sapere che la macchina, dopo l'incidente, fa un giro su se stessa, si schianta contro il muro della galleria, rompe un finestrino, subisce lo scoppio di due gomme. Una dinamica che fa ipotizzare che il piccolo Gioele possa essere morto, o gravemente ferito nello scontro. «Dal punto della scomparsa è difficilissimo muoversi in qualsiasi direzione. C'è una rete alta un metro e mezzo e un canalone profondo due metri», lo dicono i vigili del fuoco, lo ripete il procuratore. «Ci sono stato personalmente», dichiara. Al ritrovamento del corpo di Viviana, l'8 agosto, si scopre che in realtà l'accesso alla zona boschiva è tutt' altro che difficile. Basta passare in un varco che c'è tra una rete e un cancello. La carreggiata dell'autostrada percorsa in macchina dalla donna è quella che da Messina porta a Palermo, parallela alla costa tirrenica. Chi guida si trova sulla destra la campagna che porta verso il mare e sulla sinistra le montagne dei Nebrodi. La donna scende dalla macchina e non può che dirigersi verso il mare, a meno di non attraversare due carreggiate dell'autostrada. Ma nonostante questo le ricerche per giorni vanno avanti nella zona a monte. Venerdì 7 agosto il procuratore Cavallo dichiara che le probabilità di trovare Viviana morta sono dell'1 per cento «per quanto e come l'abbiamo cercata». Si privilegia l'ipotesi che sia salita a bordo di un'altra macchina, si setacciano gli elenchi dei passeggeri di treni, aerei, navi. Emerge pian piano che la donna non è solo depressa, come trapela all'inizio, ma ha seri problemi psichici, con manie di persecuzione che sfociano nella paranoia. Vede nemici ovunque. Difficile che possa architettare un piano di fuga. Il pomeriggio dell'8 agosto viene trovata morta a 400 metri dal punto di scomparsa.

La.Si per “il Messaggero” il 20 agosto 2020. L'hanno cercato per 16 giorni decine di vigili del fuoco, uomini della Forestale, il nucleo d'elite dei carabinieri che dà la caccia ai latitanti, i droni, i cani molecolari. Dall'alba al tramonto, perlustrando la boscaglia, tra i rovi, dragando bacini idrici, controllando i pozzi. Ma Gioele era a un passo dal luogo in cui tutto è cominciato. A 200 metri dalla piazzola dell'autostrada MessinaPalermo in cui la madre, Viviana Parisi, aveva lasciato l'auto, sparendo tra la vegetazione con il bimbo. E a 700 metri dalla radura in cui il corpo della donna è stato trovato l'8 agosto scorso. Un'area di quasi 7 chilometri quadrati battuta palmo a palmo. Nella speranza, vana, che Gioele, soli 4 anni, potesse essere ancora vivo. Poi un volontario, ex carabiniere in pensione, Giuseppe Di Bello, fa quello che nessuno aveva fatto fino ad allora. Prende una falce, si fa strada tra i rovi e comincia a cercare a ridosso dell'autostrada. E trova quel che resta del bambino. «Ho guardato», dice, «dove gli altri non avevano guardato». E allora: cosa non ha funzionato nelle ricerche di Gioele? Critici verso i soccorsi e le modalità con cui la zona veniva battuta sono stati, da subito, i familiari del bambino. Il nonno, Letterio Mondello, aveva parlato di inefficienze: «Stanno fermi per ore invece di darsi da fare». E ieri il papà di Gioele, Daniele, dopo il ritrovamento lo ha ribadito chiaramente: «Dubbi oggettivi sui metodi adottati per le ricerche». E infatti si era mosso alcuni giorni fa con Facebook: «Invito tutti quelli che si vogliono unire alle ricerche di mio figlio Gioele a presentarsi presso il centro di coordinamento sulla SS113. Si raccomanda di indossare abbigliamento adeguato, pantaloni lunghi e maglie con le maniche lunghe per proteggersi dai rovi. Indossate un cappellino per il sole e possibilmente portate l'acqua da bere da tenere nello zainetto insieme alle magliette di ricambio. Vi ringrazio anticipatamente», aveva scritto. L'ex carabiniere in pensione ha raccolto l'invito. E ha fatto la tragica scoperta. «In questo momento non interessa chi lo abbia trovato. L'importante è che sia accaduto. Ma appureremo anche questo», ha commentato il procuratore di Patti Angelo Cavallo cercando di troncare le polemiche. «Noi abbiamo sempre detto - ha aggiunto - che dovevamo insistere in questo posto e che più persone disponibili avevamo, più probabilità c'erano». La zona è molto impervia, è vero. Gli inquirenti lo hanno ripetuto spesso. E le ricerche non erano semplici. «Avete sentito le motoseghe utilizzate per disboscare la vegetazione? Lo stato dei luoghi è difficile», ha replicato Cavallo. Quello che lascia perplessi, però, è che sia Viviana che il figlio fossero a pochissima distanza, in linea d'aria, dall'autostrada e dalla piazzola in cui erano stati visti vivi per l'ultima volta. «Le zone vanno esaminate a vari livelli, ci sono livelli in cui si cerca una persona viva, ci sono livelli in cui si cerca qualcosa di più. E ce ne sono altri ancora in cui si cercano parti introvabili e si procede con un'altra intensità», ha tentato di spiegare Ambrogio Ponterio, vice dirigente del comando provinciale dei vigili fuoco, che dal primo giorno ha coordinato le ricerche del piccolo Gioele. «È arrivata questa persona che è un conoscitore dei luoghi ha spiegato Ponterio alludendo al carabiniere- usando strumenti per farsi spazio tra la vegetazione: aveva un falcetto che gli consentiva di passare dove riescono a intrufolarsi gli animali selvatici». Sembra semplice. L'autopsia sul corpo della donna non ha ancora dato risposte certe sull'ora della morte. Quella sui poveri resti di Gioele non è stata ancora effettuata. Solo i medici legali scioglieranno il tragico dubbio dei familiari: se le ricerche fossero state indirizzate nei luoghi giusti, Viviane e Gioele si sarebbero potuti salvare?

Le ossa, il luogo, il volontario: i misteri del giallo di Caronia. Il caso di Viviana e Gioele resta ancora un giallo. Adesso gli inquirenti dovranno fare luce sulle tante zone d'ombra. Francesca Galici, Mercoledì 19/08/2020 su Il Giornale. Con il ritrovamento di quelli che sembrano a tutti gli effetti i resti del piccolo Gioele Mondello, le indagini del pool investigativo sono interamente orientate a scoprire cos'è successo quel tragico 3 agosto, dopo che la vettura guidata da Viviana Parisi ha urtato un furgone in galleria a Caronia. Da quel momento di lei e del piccolo Gioele si sono perse le tracce. I testimoni l'hanno vista allontanarsi verso le campagne scavalcando il guardrail e dirigendosi verso una zona impervia della campagna di Caronia, dove sono poi scomparsi. Il corpo della dj è stato ritrovato pochi giorni fa e solo oggi, dopo lunghe settimane di ricerche, le squadre di ricerca hanno individuato i resti del bambino poco distanti da quelli della madre. Manca solo l'ufficialità, che verrà fornita dai test del dna. E se da un lato si è scritta la parola fine di una tragica storia di cronaca, dall'altra montano i dubbi.

Il ritrovamento. I resti, scomposti, del bambino si trovavano a breve distanza da dove è stato trovato pochi giorni fa il corpo di Vivina Parisi, nei pressi di un traliccio. In molti in queste ore si sono chiesti come sia stato possibile non vederlo prima. "Le zone vanno esaminate a vari livelli, ci sono livelli in cui si cerca una persona viva, ci sono livelli in cui si cerca qualcosa di più con un'altra intensità. Poi ci sono livelli in cui si cercano parti introvabili e si va con un'altra intensità di ricerca che comunque è stata fatta", ha spiegato il vicecomandante del comando provinciale dei vigili del fuoco di Messina ing. Ambrogio Ponterio. A trovare i resti del bambino è stato un carabiniere in congedo, volontario nelle ricerche, che ha raggiunto la zona di Caronia con un falcetto, passando dove le ricerche prima d'ora non si erano inoltrate. Una ricostruzione che però non convince gli investigatori, che infatti già nelle prime ore del pomeriggio hanno dichiarato che "con ogni probabilità il corpo del bambino è stato trascinato qui solo di recente".

Il giallo degli animali. Trascinato da chi o da cosa? Da quando è stato trovato il corpo di Viviana Parisi lo scorso 8 agosto, gli inquirenti hanno avanzato l'ipotesi che la madre, quindi anche il figlio, potessero essere stati aggrediti dagli animali selvatici che vivono in quelle colline ala periferia di Caronia. Lo stato del corpo del bambino, trovato smembrato e con i resti distanti gli uni dagli altri, potrebbe avvalorare questa ipotesi, anche se sarà il medico legale a stabilire se il bambino sia stato aggredito da vivo o da morto. "Altrimenti non si spiegherebbe perché il suo corpo sia stato trovato smembrato: in una zona la testa e gli indumenti, in un'altra zona il tronco senza arti", hanno riferito le fonti investigative. Pare che anche sul corpo della dj siano state ritrovate delle lesioni compatibili con i morsi di alcuni animali. A proposito degli indumenti, il giornalista Salvo Sottile è scettico: "La maglietta del bimbo era lì, a 200 metri dal corpo della mamma e nessuno l'aveva vista?".

I dubbi sulle ricerche e sul volontario. "L'ho trovato dove nessuno cercava". Parla il volontario che ha scoperto i resti del bimbo. Sottile è stato per vari anni conduttore di Quarto Grado, su Rete4, ed è uno maggiori esperti di cronaca nera del nostro Paese. Nel suo tweet, il giornalista espone una fine vena polemica sui fatti e le indagini. "Hanno trovato la madre morta e hanno pensato prima al marito, poi al suicidio, poi agli animali che 'forse' li avevano aggrediti", scrive Sottile che a tal proposito si chiede come sia stato possibile che fino a oggi non sia stata trovata nemmeno una minima traccia. Un dubbio lecito, da parte di Salvo Sottile, che non è però l'unico che serpeggia nel sentimento popolare e investigativo. Il procuratore di Patti che coordina le indagini, il dottor Angelo Vittorio Cavallo, ha dichiarato che in un secondo momento verranno effettuati approfondimenti sulla condotta delle indagini, per capire come sia stato possibile che a trovare il corpo sia stato un volontario e non uno dei tantissimi professionisti della ricerca da giorni impegnati in quei luoghi. "Appureremo anche questo ma a me in questo momento non interessa chi lo abbia cercato o trovato, l'importante è averlo trovato. Noi abbiamo sempre detto che tutto conduceva a questo posto è abbiamo detto che dovevamo insistere nella ricerca. Vi garantisco che la condizione dei luoghi è difficile", ha affermato il procuratore. Cavallo ha affermato di aver sempre avuto la certezza che il corpo del bambino si trovasse in quella zona.

Il percorso di Viviana fino allo schianto. Trovati i due corpi, ora sarà compito degli inquirenti ricostruire a ritroso il percorso di Viviana Parisi per capire anche per quale motivo si possa essere trovata in quel punto. La pista familiare è ormai accantonata dagli investigatori. Il 3 agosto, Viviana Parisi era uscita di casa per andare a comprare le scarpe al figlio, almeno questo è quello che aveva raccontato al marito. La sua destinazione finale sarebbe dovuta essere Milazzo ma la donna prende l'autostrada in direzione opposta, verso Palermo. Perché raccontare una bugia a suo marito? Inoltre, Viviana Parisi prima di avere l'incidente nella galleria di Pizzo Turda, è uscita al casello di Sant'Agata di Militello e ha imboccato l'autostrada, sempre in direzione Palermo. C'è un buco di 20 minuti prima che la donna torni sull'autostrada, lasso di tempo durante il quale non si sa cosa possa aver fatto Viviana, se potrebbe aver incontrato qualcuno.

La crisi mistica. L'ipotesi attualmente più accreditata per la sua presenza a Caronia, fa leva sulla volontà della dj di andare a visitare la Piramide della luce. Si tratta di un'installazione mistica a Motta d'Affermo, borgo a breve distanza da dove Viviana Parisi ha avuto l'incidente. La dj aveva intrapreso un cammino nella fede e la storia di questa installazione l'avrebbe affascinata. Voleva andarci da sola e forse non voleva nemmeno essere rintracciata, visto che il suo cellulare è stato ritrovato a casa. Se voleva andare da sola, allora perché portare con sé Gioele? Pare che la donna non si separasse mai da suo figlio. Il percorso mistico di Viviana Parisi è iniziato qualche tempo fa, quando la donna ha iniziato a manifestare i primi segni della depressione. Inoltre, una delle sue grandi paure era che i servizi sociali potessero portarle via Gioele a causa di alcuni ricoveri subiti proprio per i forti stati di ansia e di depressione, e lei non avrebbe retto a quel distacco. Sarebbe quindi legato a questo la fuga dopo l'incidente, quando Viviana è scappata lasciando tutti i suoi effetti personali in auto, facendo perdere le sue tracce. Proprio nell'auto della donna nelle scorse ore è stato trovato un certificato medico datato 17 marzo, in pieno lockdown, in cui si attesta che "Viviana soffriva di paranoia e ha avuto un crollo mentale dovuto a una crisi mistica".

Le ipotesi di Roberta Bruzzone. L'ipotesi choc della criminologa: "Gioele è stato strozzato o è caduto". Sulla base del malessere psicologico di Viviana Parisi si fonda l'ipotesi della criminologa Roberta Bruzzone, secondo la quale "è iniziato in casa il delirio di Viviana Parisi". La criminologa ha analizzato la situazione con l'agenzia AGI, supponendo che "la donna potrebbe essersi gettata". Si potrebbe trattare di un caso di omicidio-suicidio per Roberta Bruzzone, che ipotizza proprio nel 3 agosto la data di morte del bambino. "Viviana sapeva che il suo viaggio sarebbe stato senza ritorno. L'incidente con il furgoncino abbia accelerato la situazione", ha spiegato la criminologa. La sua tesi è supportata dal fatto che quando "ha incontrato un testimone che ha tentato di parlarle, lei non ha risposto: un segno evidente che si trovava già in piena crisi dissociativa e si stava dirigendo verso un altro luogo per attuare il suo intento suicidario".

Il certificato che attesta la crisi mistica di Viviana Parisi sarebbe una conferma dell'ipotesi di Roberta Bruzzone, perché "è in letteratura la causa più probabile negli scenari in cui a uccidere un figlio è un genitore. È la condizione più pericolosa che porta ai casi di omicidio-suicidio o di 'suicidio-allargato' di cui si parla in queste occasioni". Nella sua analisi, Roberta Bruzzone si spinge anche a ipotizzare le possibili cause della morte di Gioele, che potrebbe essere stato ucciso "per strangolamento oppure dopo essere precipitato insieme alla madre". Il forte attaccamento al bambino di cui parla chi la conosceva bene sarebbe un elemento pericoloso in persone come la Parisi, che avrebbe "deciso di coinvolgere il figlio nel suo piano suicidario per privarlo di una vita fatta solo di sofferenza e malattia e in cui la morte era l'unica salvezza". A riprova di questa testi, Roberta Bruzzone porta uno degli ultimi video pubblicati su Facebook dalla donna "con riferimento alla morte di Gesù per la salvezza degli uomini".

Viviana Parisi, chi è il carabiniere che ha trovato i resti di Gioele? Notizie.it. il 19/08/2020. È stato l'ex carabiniere Giuseppe Di Bello a ritrovare i resti del piccolo Gioele nei boschi di Caronia, a poca distanza da dove fu rinvenuta la madre. Era armato soltanto di un piccolo falcetto e della profonda conoscenza dei boschi della zona; così il militare in congedo Giuseppe Di Bello ha ritrovato intorno alle 10:20 di mercoledì 19 agosto i resti del piccolo Gioele Mondello, il bambino di quattro anni scomparso lo scorso 3 agosto assieme alla madre Viviana Parisi, successivamente ritrovata una settimana dopo nei pressi di un traliccio dell’alta tensione. Il 55enne ex carabiniere di Capo d’Orlando non ha voluto rilasciare dichiarazioni, limitandosi a dire di avere cercato dove nessuno era ancora arrivato. Intervistato dai giornalisti presenti nei boschi di Caronia, Di Bello si è limitato a rispondere: “L’ho trovato dove gli altri non lo hanno cercato. Sono arrivato dove nessuno era ancora arrivato”. E così, con la sua maglietta blu e il cappellino mimetico, Di Bello sale in macchina allontanandosi dal luogo del ritrovamento, evitando di rispondere alle domande sul perché il corpo del piccolo Gioele fosse finito proprio li: “Non mi interessa, saranno i magistrati a scoprirlo”. Di Bello aveva subito risposto all’appello del padre di Gioele, recandosi assieme a centina a di persone nei luoghi dov’era stato rinvenuto il corpo di Viviana Parisi per procedere alla ricerche del figlio. Stando alle poche parole proferite dall’ex carabiniere, il corpo del bambino era stato straziato: “Dagli animali selvatici. È stato un dono di Dio, ritrovarlo”. Secondo i soccorritori appare probabile che il bambino sia morto vicino alla madre e che il suo cadavere sia stato poi portato lontano dai numerosi animali selvatici presenti nella zona: “È stato straziante vedere quel tronco di bambino senza arti, con un pezzetto di femore e null’altro. […] C’è anche un ciuffo di peli, non si sa se sono del bimbo o di un animale accanto ai resti”.

Viviana Parisi, per gli inquirenti non c'è nessun omicidio: la donna si è buttata dal traliccio. Gioele forse aggredito dagli animali. Libero Quotidiano il 23 agosto 2020. Tocca ai periti cercare le risposte mancanti nella vicenda della morte di Viviana Parisi e del piccolo Gioele a Caronia. Dopo un incidente dentro la galleria Pizzo Turdo, Viviana Parisi ha preso il figlio Gioele in braccio, ha scavalcato ilGli inquirenti: nessun omicidio, Viviana si è buttata dal traliccio ed è stata trovata morta quattro giorni dopo. Sembra essersi lanciata: lo rivelano i primi riscontri dell'autopsia. Viviana Parisi, scrive la Stampa, avrebbe trovato il suicidio da quel traliccio. Ma cosa è successo al bambino? Le sue spoglie sono state trovate al sedicesimo giorno di ricerche sotto un cespuglio di macchia mediterranea, dentro la vegetazioni fitta, a 400 metri di distanza. Per gli investigatori la madre e il bambino sono morti lo stesso giorno, il primo. Quindi il cadavere di Gioele Mondello potrebbe essere stato spostato dagli animali del bosco. Gli esperti ora devono stabilire l'ora del decesso: devono misurare la temperatura dell'aria nei luoghi dei ritrovamenti, il termometro dell'auto segna 36 gradi, ma loro usano termometri di precisione. Quel dato verrà comparato con quello delle stazioni meteorologiche della zona. Sbagliare questa premessa, comprometterebbe il risultato finale. Bisogna poi studiare l'evoluzione degli insetti sul cadavere di una vittima per stimare con la massima precisione possibile l'ora di morte. Sapere l'orario è importante perché la procura ipotizza che si tratti di un caso di omicidio-suicidio, cioè pensa che Viviana Parisi, in preda all'angoscia e alla sofferenza psichica, abbia ucciso il figlio e poi si sia tolta la vita. Ma se si scoprisse che Gioele è morto dopo sua madre quello scenario cadrebbe. 

Viviana Parisi, la conferma della Scientifica: "Ha ucciso Gioele e si è lanciata dal traliccio". Libero Quotidiano il 23 agosto 2020. Arrivano i primi risultati della Polizia scientifica, nonché quelli degli accertamenti sui tessuti: entrambi confermano la tesi dell’omicidio-suicidio. Dopo aver ucciso il figlio Gioele Mondello, Viviana Parisi è salita sul traliccio dell’Enel e si è lanciata da un’altezza di 15 metri. Un tuffo come da un trampolino: il corpo è stato trovato a tre metri dal traliccio e nella caduta la dj 43enne ha perso una scarpa che si era slacciata a causa dell’impatto sul terreno, secondo gli investigatori. I quali tendono ad escludere l’ipotesi che Viviana sia scivolata dal traliccio: in quel caso il corpo sarebbe dovuto essere ai piedi del pilone. Martedì prossimo ci sarà un nuovo sopralluogo nell’area dove sono stati trovati i resti del bambino di 4 anni, dopodiché verrà eseguita l’autopsia: ciò che preme ai tecnici è verificare se il corpo sia stato trascinato da animali selvatici o da cani. Intanto i familiari continuano a ritenere che Viviana non avrebbe mai fatto del male a Gioele e che sia stata aggredita, magari proprio dagli animali selvatici. Anche se l’avvocato Pietro Venuti ha ammesso che mamma e figlio potrebbero essere morti in due momenti diversi e in due luoghi separati: “La madre potrebbe aver perso il bambino per un attimo ed essere salita sul traliccio per tentare di avvistarlo. E il bimbo potrebbe essere caduto da qualche altra parte. Gli animali hanno portato i resti lì dove sono stati trovati”. Ma ciò non toglie che dagli accertamenti svolti finora tutto lasci pensare che si tratti di un omicidio-suicidio.

«Viviana Parisi ha ucciso Gioele e poi si è lanciata dal traliccio» Gli esami confermano l’ipotesi. Carlo Macrì su Il Corriere della Sera il 23 agosto 2020. I primi risultati degli accertamenti tecnici effettuati dalla Polizia scientifica e di quelli sui tessuti confermano la tesi dell’omicidio-suicidio. Viviana Parisi, dopo aver ucciso il piccolo Gioele, 4 anni, è salita sul traliccio dell’Enel e si è lanciata da un’altezza di 15 metri. Tuffandosi come da un trampolino. Gli esami sui tessuti della donna hanno confermato questa ipotesi accertando la «consistenza dei tessuti, che varia con l’impatto». Il corpo è stato trovato a 3 metri dal traliccio. Nella caduta la dj ha perso la scarpa che si era slacciata per effetto dell’impatto sul terreno, spiegano gli inquirenti. Sfuma l’ipotesi che Viviana sia scivolata dal traliccio. In quel caso il corpo si sarebbe dovuto trovare quasi ai piedi del pilone.

La tesi della famiglia. I familiari continuano a pensare che Viviana sia stata aggredita da animali selvatici e che non avrebbe mai fatto del male al piccolo Gioele. L’avvocato Pietro Venuti, però, ammette che «mamma e figlio potrebbero essere morti in due momenti diversi e in due luoghi separati»: «La madre potrebbe aver perso Gioele per un attimo ed essere salita sul traliccio per tentare di avvistarlo. E il bimbo potrebbe essere caduto da qualche altra parte. Gli animali hanno portato i resti lì dove sono stati trovati».

Il luminol. La Polizia scientifica, non avendo trovato tracce di Dna sul traliccio, ha effettuato una serie di analisi con il Luminol. Neanche i satelliti «interrogati» hanno offerto un contributo alle indagini.

I sopralluoghi. Sabato nell’area dove sono stati trovati i resti del bambino è stato effettuato un nuovo sopralluogo con i tecnici della Polizia scientifica, l’entomologo Stefano Vanin (quello dei casi Gambirasio e Rea) e il medico legale Elvira Spagnolo. «Abbiamo misurato la temperatura dell’ambiente perché stiamo lavorando sugli insetti trovati sui resti del bambino. La larve, infatti, hanno uno sviluppo a temperatura dipendente. Più caldo fa, più si sviluppano», ha spiegato Vanin. Martedì prossimo ci sarà un nuovo sopralluogo con i consulenti delle parti e nel pomeriggio l’autopsia sui resti del bimbo. I tecnici dovranno verificare se il corpo possa essere stato trascinato da animali selvatici o da cani. L’altro ieri a Venetico, paese dove abita la famiglia Mondello, la gente del posto ha voluto organizzare una veglia di preghiera. I bambini della scuola calcio, dove Gioele aveva da poco iniziato a tirare i primi calci, hanno fatto volare decine di palloncini bianchi. La morte atroce del piccolo Gioele ha turbato anche chi coordina l’indagine, il procuratore capo di Patti Angelo Cavallo, magistrato che quando era alla Dda di Messina ha combattuto la mafia dei Nebrodi. «Provo quello che può provare un magistrato-padre, anche se in questi casi bisogna agire mettendo da parte i sentimenti e le emozioni, come fanno i medici. Il giorno del ritrovamento dei resti assieme al collega Alia, guardando il mare, abbiamo fatto questa considerazione: “Questo spettacolo Gioele non lo vedrà mai più”. Così come resta nel ricordo l’ultimo momento di divertimento del piccolo, la spiaggia di Patti, dove il venerdì prima della tragedia il bambino si divertiva a giocare sui gonfiabili». Il procuratore poi descrive il momento del rinvenimento. «Ho avuto un sospiro di sollievo perché finalmente l’avevamo trovato. Non ho mai creduto a un rapimento». E sulle critiche a chi ha operato per la ricerca del bimbo non ha dubbi: «I luoghi erano pieni di difficoltà, anche per i cani molecolari, a causa del gran caldo. E poi la fitta boscaglia, i roveti a macchia hanno fatto il resto. Le critiche sono state ingenerose».

Viviana Parisi, la procura studia i messaggi Facebook prima della scomparsa: "È come se avessi incontrato la matrigna cattiva". Libero Quotidiano il 22 agosto 2020. Viviana Parisi  il 17 marzo era stata in ospedale. Una dottoressa del pronto soccorso di Barcellona Pozzo di Gotto scriveva: "La paziente riferisce di sensazioni di sconforto e crisi di ansia legati al particolare momento di lockdown". Il 28 giugno, il marito accompagnò d'urgenza Viviana al pronto soccorso del Policlinico di Messina perché aveva ingerito 8 compresse di un farmaco utilizzato per il "trattamento dei disturbi psicotici acuti e cronici", ovvero, scrive Repubblica, malattie mentali di una certa gravità. Il medico del pronto soccorso annotò: "Riferisce di avere problemi psichiatrici. È in cura al reparto di Psichiatria". La polizia però ha accertato che non è così. Perché quella bugia? La procura di Patti vuole vederci chiaro. Ma chi, e perché, aveva prescritto quel farmaco così forte a una donna che continuava ad andare tranquillamente in auto con il suo bambino? Il marito di Viviana ha sempre detto che la "moglie non era in cura, ha solo preso per quattro giorni due pillole e poi ha smesso". Il procuratore Angelo Cavallo sta studiando tutti i post che aveva scritto sulla pagina Facebook "Express Viviana", appassionata deejay. Ce n'è uno in particolare, del 9 luglio, che oggi suona come un drammatico presagio: "È come se avessi incontrato la matrigna cattiva e fossi scappata nel bosco nascondendomi dal mondo. Il suo mondo mi rapì sia con il cuore che con la mente. Mi travolse. Prima di tutto mi coinvolse un senso di protezione quindi iniziai ad aver cura di tutto il suo grande universo", si legge sulla pagina di Viviana.

Viviana Parisi, la famiglia passa al contrattacco: scelti gli avvocati di Sarah Scazzi e Meredith Kercher. Libero Quotidiano il 22 agosto 2020. La famiglia di Viviana Parisi continua ad avere dubbi sulle cause della morte. L'avvocato Claudio Mondello, uno dei legali che cura gli interessi della famiglia, ha esposto su Facebook una sua teoria. "Viviana non si è uccisa e non ha ucciso il piccolo Gioele", scrive in un posto. "Il bambino sfugge alla vigilanza della madre, qualcosa lo spaventa e fugge. La madre, terrorizzata, lo cerca disperatamente, ma i suoi tentativi falliscono. Alla fine per meglio orientarsi decide di salire sul pilone. Viviana riesce da quella posizione a rintracciare Gioele, si affretta a scendere ma, probabilmente per evitare di perdere tempo, ritiene di saltare. Questa scelta le è fatale. Il bambino, rimasto solo nel bosco, è incorso in un incontro fatale con un suino nero dei Nebrodi", questa la ricostruzione del legale.  Gli avvocati Pietro Venuti e Claudio Mondello in una nota poi scrivono: "Viviana quel giorno aveva assunto un quantitativo leggermente maggiore del farmaco prescritto e nel dubbio siamo andati al Pronto soccorso per i dovuti accertamenti. Nessun tentato suicidio". Le indagini si concentrano anche su questi aspetti medici. Nei giorni scorsi la polizia ha sequestrato all'ospedale la cartella clinica relativa al parto della donna. Inoltre i genitori della Parisi hanno nominato come propri legali, gli avvocati del caso Scazzi e Meredith Kercher. "Lo apprendo dagli organi d'informazione", ha detto l'avvocato Venuti. "Ci aspettavamo almeno che ci venisse comunicato con una telefonata o una Pec. Ma, evidentemente, non l'hanno ritenuto opportuno", rivela al Corriere della Sera.

Caronia, per i legali della famiglia: "Viviana e Gioele morti in due momenti e posti distinti". Pubblicato sabato, 22 agosto 2020 da Salvo Palazzolo su La Repubblica.it.  Caronia, per i legali della famiglia: "Viviana e Gioele morti in due momenti e posti distinti". Un nuovo sopralluogo da parte degli esperti nominati dalla procura e dei poliziotti della Scientifica. Sarà effettuato oggi nelle campagne di Caronia, dove sono stati trovati i corpi di Gioele Mondello e della madre Viviana Parisi, un sopralluogo di una equipe di tecnici ed esperti nominati dalla Procura di Patti per ricostruire cosa sia accaduto alla donna e al figlio di 4 anni, trovati morti nei giorni scorsi. In particolare si cercherà di verificare se è possibile che un branco di animali abbia trascinato il corpo di Gioele dal traliccio, dove è stata ritrovata la madre, fino al luogo in cui sono stati scoperti i resti del piccolo. "Si cercherà di capire anche che tipo di animali potrebbero essere stati e se nei dintorni ci siano delle tane - spiega il legale del marito della donna, l'avvocato Pietro Venuti - Noi pensiamo che Giole e Viviana siano morti in due momenti e in due luoghi distinti. Magari la madre aveva perso Giole ed è salita sul pilone per tentare di avvistarlo, cadendo poi accidentalmente. Nel frattempo il bimbo forse è caduto da qualche altra parte e poi è stato assalito dagli animali. Comunque speriamo che questi sopralluoghi possano chiarire la vicenda".

Niccolò Zancan per “la Stampa” il 24 agosto 2020. Quella parola non la vuole sentire. Non la contempla nemmeno. Non può sopportare di leggerla in una ricostruzione giornalistica. «Strangolato? Mio figlio sarebbe stato strangolato da sua madre? È impossibile. Viviana non era capace di compiere un'azione del genere». Ieri Daniele Mondello, il padre di Gioele, ha avuto un lungo colloquio telefonico con l'avvocato Pietro Venuti, uno dei legali che assistono la sua famiglia. Il padre non crede all'ipotesi dell'omicidio-suicidio prospettata dagli investigatori, ha chiesto di ribadire al procuratore quella che ritiene una versione molto più credibile della sua tragedia personale. È un uomo che ha perduto la moglie e il figlio dentro un bosco, fra l'autostrada e il mare. Giorni di ricerche, supposizioni. Prima è stato trovato il cadavere di Viviana Parisi sotto un traliccio dell'alta tensione, poi le spoglie di Gioele dentro una selva quasi impenetrabile. «Sono assurde certe ricostruzioni», dice l'avvocato Venuti. «Tanto più che non è ancora stata eseguita l'autopsia sul bambino. Incontrerò il procuratore capo di Patti al più presto, in modo da spiegare che non può essere andata così, come viene ricostruito, cioè con la madre che prima strangola il figlio e poi sale sul traliccio per togliersi la vita. La premessa è sbagliata. Noi chiediamo che vangano fatti nuovi accertamenti sulla Opel Corsa guidata dalla signora Viviana Parisi». Perché l'auto è così importante? «Perché noi pensiamo che Gioele possa avere avuto un trauma durante l'incidente, anche se non sono state trovate tracce di sangue dentro all'abitacolo, sappiamo che il bambino non era legato al seggiolino. Sappiamo che l'impatto è stato violento, tanto che un finestrino è andato in frantumi e una gomma è scoppiata. Riteniamo molto più credibile che sia successo qualcosa di drammatico a Gioele, un trauma cerebrale o una lesione interna. Se fosse morto fra le braccia di sua madre per le conseguenza dello schianto, allora riusciremmo a spiegarci quello che è successo dopo». Ecco cosa chiederanno al procuratore di Patti, Angelo Cavallo. Volgono capire meglio se possano esserci delle tracce utili sull'auto, e poi chiederanno di poter leggere l'unica testimonianza che descrive quel frangente concitato, quando un turista lombardo passando sull'autostrada Palermo-Messina vede la scena e così la descrive: «La madre aveva in braccio il bambino, lo teneva sulla spalla, la testa reclinata. Ho chiesto se avesse bisogno d'aiuto, ma lei ha accelerato il passo e ha scavalcato il guardrail». In quel momento Viviana Parisi si addentra nel bosco: macchia mediterranea, pietraie, bestie, casolari abbandonati, il mare all'orizzonte. È un bosco reale, dopo averlo evocato su Facebook in uno dei suoi ultimi post: «È come se avessi incontrato la matrigna cattiva e fossi scappata nel bosco nascondendomi dal mondo». Della signora Viviana Parisi è stata scandagliata la disperazione. Era schiacciata dell'angoscia, uno smarrimento amplificato dal lockdown. Vedeva nemici, pericoli. Stava male. Era stata due volte in ospedale: a marzo a Barcellona Pozzo di Gotto, a giugno a Messina. Soffriva di problemi psichici e cercava di curarsi. Stava in bilico sul filo di un equilibrio sottile. Ma ha ragione l'avvocato Venuti. Sono due scenari completamente diversi quello di una madre che strangola il figlio e quello di una madre che si vede morire il figlio fra le braccia. Perché sul fatto che la signora Viviana Parisi si sia tolta la vita, adesso, non sembrano esserci più molti dubbi. Il suo cadavere è stato trovato in una posizione incompatibile con una caduta accidentale dal traliccio: si è buttata. Domani è il giorno della verità. O almeno l'ultima occasione per sperare di arrivarci. Nel pomeriggio verrà eseguita l'autopsia sul cadavere di Gioele Mondello, 4 anni. Scomparso il 3 agosto dopo un incidente stradale, trovato mercoledì 19 agosto nel bosco, a circa 300 metri di distanza dal cadavere della madre. Ma anche questa, che potrebbe sembrare l'ennesima stranezza di una storia tragica, in realtà avrebbe una spiegazione. «Noi riteniamo che il cadavere del bambino sia stato spostato dagli animali», dice un investigatore. In quel punto la selva è troppo fitta per gli esseri umani.  

"Perché Viviana non si è uccisa": le ipotesi che smentiscono pm. Secondo il legale la 43enne voleva solo passare la mattinata con il proprio bambino ma è avvenuto un tragico imprevisto. Valentina Dardari, Venerdì 21/08/2020 su Il Giornale. L'avvocato Claudio Mondello, cugino di Daniele, il papà di Gioele, in un lungo post su Facebook ha parlato della morte di Viviana Parisi, certo che “Viviana non si è uccisa e non ha ucciso il piccolo Gioele". Il legale ha poi scritto che la donna era vulnerabile ma aveva un amore immenso per il suo cucciolo. E che voleva proteggerlo da tutto.

La ricostruzione dell'avvocato. Quella terribile mattina di lunedì 3 agosto la mamma voleva solo fare un viaggio con il proprio figlio e, se non fosse sopraggiunto un tragico imprevisto, l’incidente in auto, sarebbero tornati a casa e nessuno avrebbe saputo nulla. Purtroppo invece le cose sono andate in modo diverso e a casa non hanno più fatto ritorno. Mondello ripercorre poi tutto ciò che è avvenuto dopo l’incidente, provando anche a immaginare i pensieri di Viviana: "La propria posizione era tale da metterla in grave difficoltà (si trovava a 100 km da dove avrebbe dovuto essere); decide, quindi, di guadagnare la fuga. Il teste del nord - il cui senso civico revivisce a distanza di due settimane - riferisce di una madre che si evidenzia per una condotta di protezione e tutela del figlio. Protezione".

Gioele sfuggito alla mamma?

L’avvocato ha poi ipotizzato nel suo lungo post che Gioele sia riuscito a sfuggire alla vigilanza della mamma e che si sia allontanato. Magari attratto da qualcosa visto in quelle campagne dove sono stati ritrovati i due corpi di madre e figlio. A quel punto Viviana, preoccupata e in preda al panico, avrebbe cercato disperatamente il suo bambino senza però riuscire a ritrovarlo. Avrebbe quindi deciso di arrampicarsi sul pilone della corrente per poter avere una vista più ampia. Anche se qualche dubbio c’è. Come sottolineato da Mondello “il traliccio è posto più in basso rispetto alla collina adiacente (circostanza che mi lasciava dubbioso su uno scenario di tale guisa) ma lo è, altresì, che è l'unica tipologia di struttura che consenta di guardarsi intorno a 360 gradi. È compatibile, pertanto, con l'idea di chi voglia perlustrare la zona limitrofa; probabilmente (così ipotizzo) per guadagnare il contatto visivo col bambino. Perché per ritrovare il bambino e non per ritrovare la via smarrita? Perché si discorre di un possibile pericolo mortale (da quel traliccio transita corrente elettrica ad alto voltaggio) per cui ipotizzo che una spinta esiziale - tale da far decadere ogni indugio - sia stata, per Viviana, quella di ogni madre responsabile: l'amore ("mi coinvolse un senso di protezione") e la tutela del proprio bambino".

La scelta che è stata fatale. Viviana, sempre secondo la ricostruzione dell’avvocato, sarebbe quindi riuscita a scorgere Gioele. Per fare in fretta e raggiungere il suo piccolo uomo, avrebbe deciso istintivamente di saltare. Ma quella scelta le è stata però fatale. A questo punto Mondello fa sua la ricostruzione di Giuseppe Di Bello, l’ex brigadiere dei carabinieri che ha restituito il bimbo alla sua famiglia. Il bimbo potrebbe aver vagato da solo per i boschi, impaurito, e aver incontrato un animale selvaggio, forse un suino nero dei nebrodi, che lo attaccato. Toccherà adesso agli esperti vagliare anche questa ipotesi e dare le risposte ancora mancanti. Nella giornata di oggi, presso il laboratorio della Polizia scientifica della Questura di Palermo, verranno eseguite delle analisi sugli indumenti che Viviana indossava. In supporto è arrivato anche un team di esperti che analizzerà tutte le prove raccolte.

Il papà di Gioele presenta un esposto in procura: “Indagate sui buchi nelle ricerche”. Pubblicato lunedì, 24 agosto 2020 su La Repubblica.it da Salvo Palazzolo. Il papà del piccolo Gioele, Daniele Mondello, vuole vederci chiaro sulle ricerche fatte dopo la scomparsa della moglie e del figlio. E, adesso, chiede al procuratore di Patti Angelo Cavallo di fare anche un’indagine su eventuali omissioni nella macchina dei soccorsi. Questa mattina, l’avvocato Pietro Venuti ha presentato un esposto al palazzo di giustizia. “Le ricerche hanno avuto troppe carenze”, ribadisce il legale della famiglia. Già all’indomani del ritrovamento dei resti del piccolo Gioele, fatto da un brigadiere in pensione e non dalla macchina ufficiale delle ricerche, il papà di Gioele aveva lanciato un amaro sfogo su Facebook: “Se non ci fossero stati i volontari a cui avevo rivolto un appello, chissà se e quando lo avremmo trovato mio figlio… Le ricerche sono state un fallimento”. Il cugino di Daniele Mondello, Claudio, anche lui legale della famiglia, aveva rilanciato sui troppi misteri di questa storia con un altro post: “La credibilità dello Stato ne esce fortemente compromessa”. Quel giorno, il procuratore Cavallo commentò: “Rispetto l’opinione di chi vive un dolore immenso, ma non ho visto inefficienza dello Stato. E non devo certo fare il difensore di ufficio di qualcuno, sono state messe in campo le migliori energie e professionalità”. Ma al papà di Daniele non basta. E continua a chiedere di accendere i riflettori sui quindici giorni che hanno scandito questa storia drammatica. Gioele è stato ritrovato solo il 18 agosto, il 3 era avvenuto l’incidente in galleria e la misteriosa fuga con la madre oltre il guard rail. La famiglia chiede alla procura di verificare se la macchina dei soccorsi si sia mossa con tempestività e con il dovuto coordinamento nelle ricerche.  

Viviana Parisi, l'amaro sfogo del padre: "Ricerche superficiali, mi sono girati i coglioni!" Libero Quotidiano il 25 agosto 2020. "Quando ho saputo che già all’indomani della scomparsa un drone ha ripreso il corpo di Viviana mi sono girati i coglioni".  E' quanto afferma Luigino Parisi padre di Viviana la dj morta a Caronia (Messina) assieme al figlio Gioele in circostanze tutte da chiarire  punta il dito contro "una certa superficialità nelle ricerca, avrebbero potuto scoprire il corpo di mia figlia molto prima. Se io sono un lavoratore devo guardare quelle immagini. Non che ho 16mila fotogrammi e li guardo quando ho tempo", ha detto  arrivando al tribunale di Patti (Messina) con i suoi legali di fiducia Nicodemo Gentile e Antonio Cozza.   "Oggi speriamo che sia una giornata decisiva" afferma l’avvocato Gentile. "Mancano punti fermi - sottolinea - vogliamo solo capire quali sono le ipotesi e cosa è successo. Adesso continua il momento del dolore". Sulla svolta dell’inchiesta con il cadavere di Viviana già visibile il 4 agosto il giorno dopo la scomparsa, dice: "La famiglia vuole capire. Vogliamo capire. Nomineremo i nostri consulenti. C’è una dinamica che va ricostruita, speriamo che la medicina legale ci possa aiutare e darci risposte certe". "Sono state fatte già tante ricostruzioni senza avere elementi certi" osserva l'avvocato Cozza. Intanto vertice in Procura a Patti tra il Procuratore Angelo Vittorio Cavallo e cinque funzionari della Polizia scientifica di Palermo. Il magistrato darà l’incarico alla Scientifica per eseguire domani mattina, nel laboratorio di genetica forense di Palermo, nuovi accertamenti biologici non ripetibili. Come si apprende, si tratta di materiale biologico che è stato prelevato dal cadavere di Viviana Parisi e di altri esami Dna per avere la certezza definitiva sulle identità di madre e figlio. Verranno anche eseguite delle analisi su tracce rinvenute sull’Opel corsa della donna, scomparsa lo scorso 3 agosto dopo un incidente avvenuto in autostrada sulla A20 Messina-Palermo. Presente in procura anche il padre di Gioele, Daniele Mondello.

Salvo Palazzolo per repubblica.it il 24 agosto 2020. Viviana Parisi è morta il giorno stesso della fuga, la mattina seguente un drone dei vigili del fuoco riprese il suo corpo accanto al traliccio. Ma nessuno se n'è accorto, l'ha scoperto adesso il consulente della procura che sta riesaminando quelle immagini. Mentre il papà del piccolo Gioele, Daniele Mondello, vuole vederci chiaro sulle ricerche fatte dopo la scomparsa della moglie e del figlio. E, adesso, chiede al procuratore di Patti Angelo Cavallo di fare anche un’indagine su eventuali omissioni nella macchina dei soccorsi. Questa mattina, l’avvocato Pietro Venuti ha presentato un esposto al palazzo di giustizia. “Le ricerche hanno avuto troppe carenze”, ribadisce il legale della famiglia. "Chiediamo di fare chiarezza anche su chi, dopo l'incidente, avrebbe potuto aiutare Viviana e non l'ha fatto". Già all’indomani del ritrovamento dei resti del piccolo Gioele, fatto da un brigadiere in pensione e non dalla macchina ufficiale delle ricerche, il papà di Gioele aveva lanciato un amaro sfogo su Facebook: “Se non ci fossero stati i volontari a cui avevo rivolto un appello, chissà se e quando lo avremmo trovato mio figlio… Le ricerche sono state un fallimento”. Il cugino di Daniele Mondello, Claudio, anche lui legale della famiglia, aveva rilanciato sui troppi misteri di questa storia con un altro post: “La credibilità dello Stato ne esce fortemente compromessa”. Quel giorno, il procuratore Cavallo commentò: “Rispetto l’opinione di chi vive un dolore immenso, ma non ho visto inefficienza dello Stato. E non devo certo fare il difensore di ufficio di qualcuno, sono state messe in campo le migliori energie e professionalità”. Ma al papà di Gioele non basta. E continua a chiedere di accendere i riflettori sui quindici giorni che hanno scandito questa storia drammatica. Gioele è stato ritrovato solo il 18 agosto, il 3 era avvenuto l’incidente in galleria e la misteriosa fuga con la madre oltre il guard rail. La famiglia chiede alla procura di verificare se la macchina dei soccorsi si sia mossa con tempestività e con il dovuto coordinamento nelle ricerche. In un comunicato, diffuso intorno alle 14, la procura precisa: "Le ricerche delle vittime, su tempistica e modalità, sono state coordinate dagli organi competenti, diversi da questa Procura, e sono rimaste ben distinte dalle attività investigative giudiziarie finalizzate alla ricostruzione dell’intera vicenda. Complesse indagini sono ancora in corso, allo stato, nei confronti di ignoti per i delitti di omicidio e sequestro di persona e sono tuttora coperte da segreto istruttorio". La procura spiega di aver chiesto le immagini dei droni dei vigili del fuoco, che sono state trasmesse fra il 18 e il 19 agosto. Il 20, l'esperto geologo nominato dai pm ha iniziato il suo esame dei fotogrammi. Ed è emerso che "già alle ore 10,15 circa del mattino del 4 agosto 2020, era visibile ai piedi del traliccio il corpo di Viviana Parisi, verosimilmente nella identica posizione in cui qualche giorno dopo veniva ritrovato". Il ritrovamento è avvenuto l'8 agosto. "Quanto al piccolo Gioele - prosegue il comunicato della procura - è attualmente in corso l’elaborazione da parte del consulente di questa Procura delle migliaia di ulteriori fotogrammi ripresi dai droni dei vigili del fuoco - nei giorni delle ricerche (oltre 16.000). Al momento, ad un primo studio dei fotogrammi consultati, non si evidenzia la presenza del corpo del piccolo Gioele vicino a quello della madre". I magistrati hanno cercato spunti importanti dall'esame dei satelliti: "Le immagini tratte dal sistema satellitare europeo “Costellazione Copernicus” non sono risultate utili, ma, anche in questo caso, sono in corso ulteriori accertamenti ed approfondimenti tecnici. E’ in corso di valutazione anche l’eventuale contributo che potrà essere fornito dall’acquisizione di immagini ricavate da altri sistemi satellitari". Intanto, il procuratore ha nominato come suo consulente il professore Massimo Picozzi, docente di psichiatria presso le Università di Parma e Bocconi di Milano, "al fine di acquisire - spiega il comunicato della procura - informazioni precise sullo stato di salute mentale e psicologico della signora Parisi, alla luce della documentazione medica acquisita e di ogni altro elemento di eventuale interesse". Domani sarà conferito l'incarico per l'autopsia sui resti del piccolo Gioele, che si terrà nel pomeriggio, a Messina. Saranno nominati, in particolare, la professoressa Daniela Sapienza, professore associato di Medicina Legale presso l’università di Messina; la dottoressa Elvira Ventura Spagnolo; l'entomologo Stefano Vanin, professore associato di zoologia presso l’università di Genova; Rosario Fico, responsabile del Centro di referenza nazionale per la medicina forense veterinaria, in servizio presso l’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana “Aleandri”, zoologo, esperto in materia di segni e tracce animali impresse sui corpi; la dottoressa Rita Lorenzini, anche lei in servizio all’Istituto “Aleandri”, è zoologa e genetista, esperta in materia di fauna selvatica e non; nel pool di consulenti, anche Roberta Somma, geologa forense dell'università di Messina, esperta nell’analisi di terreni e resti umani in essi conservati. Conclude il procuratore: "Gli accertamenti investigativi si presentano, dunque, tuttora molto articolati e proseguono in ogni direzione, senza tralasciare, come già detto alcuna ipotesi. Questo Ufficio, sin dal primo momento, è impegnato, senza risparmio di tempo, risorse ed energie, nell’acquisizione di tutti gli elementi possibili, non tralasciando alcun dato che possa contribuire a chiarire i tragici eventi accaduti".

Niccolò Zancan per “la Stampa” il 25 agosto 2020. Caronia Il drone aveva visto. Il drone aveva inquadrato il cadavere di Viviana Parisi sotto il traliccio dell'alta tensione già la mattina del 4 agosto, il giorno successivo alla sua scomparsa. Ma gli esseri umani che manovravano quell'aggeggio, con la telecamere collegata, non erano stati in grado di riconoscere ciò che stavano riprendendo, accumulavano immagini dall'alto che non decifravano. Tanto che il cadavere della signora Parisi è stato trovato solo cinque giorni dopo. C'era la possibilità di fare molto più in fretta, ecco quello che si è scoperto ieri. E se il fattore tempo non cambia rispetto al destino di una donna inquadrata già morta, di sicuro cambia rispetto alla possibilità di capire dove fosse in quel momento Gioele Mondello, il figlio di 4 anni, che nelle immagini non compare. Soprattutto, cambia l'autopsia sul cadavere della signora Parisi: sarebbe stata molto più indicativa se fatta nell'immediatezza. Il drone è l'ennesimo colpo di scena di una storia tragica. L'inchiesta su una madre e un bambino che si erano persi nel bosco, dopo un incidente nella galleria Pizzo Turdo dell'autostrada Messina-Palermo, all'altezza del comune di Caronia. Prima si riteneva che non ci fosse un passaggio fra l'autostrada e la selva, invece c'era. Poi erano incominciate le ricerche senza tenere conto che quell'incidente era stato molto violento: cosa era successo a Gioele? Infine il drone inquadra un cadavere in un punto preciso, ma in quel punto nessuno è andato a cercare. Si capisce perché il clima che circonda le indagini non sia dei migliori. Ormai è scontro aperto. Fra ricostruzioni opposte: la procura ipotizza «l'omicidio-suicidio», i famigliari credono a una sciagura. Fra lunghe ricerche ufficiali senza risultati e ricerche improvvisate dai volontari che, invece, raggiungono il risultato in mezza mattina. Ed è scontro anche fra tecnologia e fattore umano, fra vecchi e nuovi metodi di indagine. Erano i vigili del fuoco a riprendere dall'alto tutta la zona, forse avevano la chiave del mistero. Ma non hanno visto ciò che stavano cercando e hanno consegnato tutte le immagini registrate alla procura solo il 19 di agosto. Procura che, a sua volta, ora è messa sotto accusa da Daniele Mondello, il padre. Con i suoi legali ha presentato un esposto con tutti i dubbi sull'efficacia della indagini. La sequenza temporale è stata proprio questa: primo l'esposto, quindi la replica della procura di Patti con una nota stampa. I punti salienti: le indagini sono ancora aperte, non ci sono piste privilegiate. Le ricerche sono state coordinate dal prefettura dii Messina, non dalla procura in questione. Tanto che il materiale raccolto con i droni è stato acquisito «di propria iniziativa». Cioè lo ha voluto il procuratore Angelo Cavallo: «Già alle ore 10,15 del mattino del 4 agosto 2020 era visibile ai piedi del traliccio il corpo di Viviana Parisi, verosimilmente nella identica posizione in cui qualche giorno dopo veniva ritrovato». Quindi. La famiglia attacca la procura di Patti, che scarica la responsabilità sulla prefettura di Messina e sui vigili del fuoco. Oggi verrà conferito l'incarico per l'autopsia sulle spoglie del bambino trovato nella selva al sedicesimo giorno di ricerche. Il padre ha scritto su Facebook: «Mia moglie non ha mai toccato mio figlio. Credo siano stati aggrediti da animali. Quanto prescritto a Viviana era finalizzato a lenire il suo stato d'ansia: a causa del Covid, e dei mesi di clausura forzata in casa, temeva per la sua famiglia. La stessa paura che abbiamo avuto tutti. Finché vivrò e Viviana e Gioele mi daranno la forza di andare avanti lotterò per sapere la verità».  

Carlo Macrì per il “Corriere della Sera” il 25 agosto 2020. Per valutare il presunto stato di sofferenza mentale di Viviana Parisi la procura di Patti si affida al criminologo Massimo Picozzi, al quale l'ufficio diretto dal procuratore Angelo cavallo ha assegnato un incarico di consulenza tecnica. Lo psichiatra avrà il compito di indagare lo stato psicologico in cui si trovava la donna, attraverso lo studio delle carte che lo documentano, il racconto dei familiari e un viaggio tra i suoi post e filmati sui social. Sessant' anni, origini operaie, Picozzi - padre di tre figli - si è occupato di alcune delle più note vicende criminali degli anni scorsi: Cogne, Avetrana, Yara Gambirasio, la strage di Erba e Novi Ligure, il caso delle Bestie di Satana, per citarne soltanto alcune. Il suo primo caso è stato l'omicidio di suor Laura Mainetti, uccisa da tre ragazzine di Chiavenna. Nella sua vita ha affrontato boss come Angelo Epaminonda e Renato Vallanzasca. Dopo un'esperienza come direttore sanitario negli istituti penitenziari, dal 2000 insegna Psicologia investigativa all'Università di Parma ed è fellow dello Sda Bocconi di Milano dove si occupa di leadership, organizzazione e risorse umane. Le forze dell'ordine si affidano a lui, tra i maggiori esperti di profiling (una tecnica di analisi a supporto delle forze di polizia, che consiste nell'elaborare un possibile profilo psico-comportamentale di un soggetto che ha compiuto un crimine), per decifrare i misteri dei delitti eccellenti. Al pubblico televisivo è noto per le sue partecipazioni a Quarto Grado e Porta a Porta . Negli ultimi anni, ha voluto dedicarsi allo studio della rabbia e delle dinamiche sociali. Ora farà anche televisione: interpreterà sé stesso nel film Ballando il silenzio , di Salvatore Arimatea, girato a Messina. Una storia di due donne, accomunate dalla solitudine, dove si consumerà un delitto. È stato consulente per il doppiaggio di Csi-Miami. È anche scrittore: insieme a Carlo Lucarelli ha pubblicato Serial killer, scena del crimine e La nera, storia fotografica di grandi delitti italiani dal 1946 a oggi.

Viviana Parisi, il drammatico racconto dei vicini di casa su quanto accaduto prima della morte: "Aiuto, aiuto, non voglio che muori". Libero Quotidiano il 25 agosto 2020. Un racconto straziante quello che ora, i vicini di casa di Viviana Parisi, riferiscono. La dj ritrovata cadavere assieme al figlio dei boschi di Caronia, Messina, attraversava un periodo buio. A darne conferma chi abitava vicino a lei che racconta un triste episodio avvenuto poco prima della scomparsa. Un giorno i vicini hanno sentito gridare: "Aiuto, aiuto, non voglio che muori". A urlare era proprio Viviana, mentre il suo piccolo Gioele piangeva per la paura. Immediato l'arrivo dell'ambulanza. Tutti erano convinti che il bimbo di 4 anni stesse male e invece i soccorsi erano per lei, terrorizzata che quel suo figlio adorato - figlio che era in perfetta salute - avesse qualcosa di grave. Il mese - come ricorda La Stampa - era giugno, Viviana non stava per niente bene, e quell'ambulanza soccorre lei, non Gioele. Lo stesso marito, Daniele Mondello, ha più volte confessato che la donna temeva il coronavirus. E forse, sarebbe stato proprio questo il motivo, almeno secondo gli inquirenti, che avrebbe spinto Viviana a compiere un suicidio-omicidio inaspettato.

Laura Anello per "La Stampa" il 25 agosto 2020. «Aiuto, aiuto, non voglio che muori». Viviana urla, Gioele piange per la paura, arriva l'ambulanza. I vicini pensano che sia per il bambino che sta male, e invece è per lei, terrorizzata che quel suo figlio adorato - figlio che è in perfetta salute - abbia qualcosa di grave, qualcosa che glielo porti via per sempre. Dà i brividi ascoltare adesso i racconti dei vicini di casa della famiglia Mondello, nei primi giorni troppo intimiditi per spezzare davanti alle telecamere il refrain che tutto filava liscio in quel quarto piano affacciato sulla luce del Tirreno. Era giugno, Viviana non stava per niente bene, e quell'ambulanza soccorre lei, non Gioele. Dà i brividi ascoltare le voci dei ragazzini sulla strada che giocano e si rincorrono in bicicletta, e percepire in modo quasi fisico l'assenza irreale di Gioele dallo scenario di cui era parte, con i suoi gridolini e le sue corse nel cortile. Il balcone della palazzina gialla con le serrande serrate - Daniele Mondello in questa casa non è più entrato, rifugiato dai genitori a Messina - un traliccio dell'Enel sulla collina a fianco, oggi una sorta di presagio funesto che rimanda al corpo di Viviana esanime e irriconoscibile a cento chilometri da qui, tra i rovi e gli sterpi accanto all'autostrada per Palermo. Gioele è rimasto qui, nel suo breve passato e nel suo futuro strappato. E qui, al di là dei risultati dell'inchiesta, nessuno crede che possa averlo ucciso quella madre con cui viveva in simbiosi. Non almeno lucidamente, non almeno in modo preordinato. Non ci sono assassini qui a Venetico, non ci sono colpevoli, non ci sono condanne. Solo ricordo e pietà. Come se fossero stati portati via da una forza oscura che non appartiene a questo tempo e a questo spazio. «Gioele si era battezzato qui - racconta Cleto D'Agostino, parroco da dieci anni nella chiesa di Santa Maria del Carmelo, a un passo dal mare - la mamma mi aveva chiesto da poco consigli su come iscriverlo al Grest, il gruppo estivo. Ma era ancora troppo piccolo, per bambini di quell'età ci vuole un'attenzione particolare che non possiamo garantire, tanto meno in questi tempi di epidemia. Ci eravamo ripromessi che l'avrebbe iscritto l'anno prossimo». A lui Viviana aveva confidato le sue fragilità, i suoi tormenti, i suoi dubbi per cui cercava conforto in quella Bibbia che declamava sul balcone. «Ma di questo non voglio parlare - dice - penso che dobbiamo dare spazio al silenzio e alla preghiera, senza cercare colpe o ribellarci a questa grande prova che tocca tutti, lontani dalla macchina del fa». È stato lui l'altro giorno a organizzare una veglia in chiesa, le fotografie di Gioele e Viviana sull'altare illuminate da una torcia, una nuvola di palloncini bianchi lanciati in cielo dai bambini. Sembra irreale che Gioele non sia qui con loro, morto in un non-luogo, ritrovato a pezzi dentro a una boscaglia. Quel bambino che con le sue scarpette misura 28 tesseva su e giù le strade del paese. Le scarpette che Viviana dice al marito di volere comprare nel vicino centro commerciale di Milazzo, prima di imboccare l'autostrada e perdersi verso il suo destino. Quelle scarpette blu grazie al quale il padre lo ha riconosciuto dopo giorni e giorni di ricerche infruttuose. «Sì, gliele avevo comprate io»". Una tragedia che comincia e finisce con un paio di scarpette. Perché le consumava tanto, Gioele, a piedi da casa fino al lungomare, settecento metri, nove minuti di cammino. «Erano sempre insieme, lei e Gioele, sempre - racconta Luciana Filoramo, vicina di casa, le lacrime che affiorano - a ogni ora del giorno e della sera, nel passeggino la spesa e il bambino a camminare accanto a lei. Loro due, e spesso anche Daniele, in tre. Li vedo ancora risalire sulle scale di casa, tutti i giorni. Difficile vederli in compagnia, con amici, erano molto riservati, l'impressione è che gli amici veri li avessero fuori, dove li aveva portati la loro carriera». Le fa eco Pierangela Rizzo, proprietaria dell'hotel Baia di Ulisse. «Quando ho saputo che quel giorno era in macchina da sola con il bambino - dice - quasi non ci credevo. Era sempre con il marito, pensavo che lei neanche guidasse». La carriera, già. La ricorda bene Dino Fiannacca, in arte Dino Yanez, per vent' anni vocalist di Daniele. «Si incontrarono nel 2002, lui aveva fatto una serata come special guest a Torino. Mi disse: ho conosciuto un'artista straordinaria, cominciammo a fare eventi insieme. Una donna splendida e un'artista di grande valore. Che abbia ammazzato il figlio? Non ci crederei neanche se lo vedessi».

Il grido straziante di Viviana: "Figli di Satana, io credo in Dio". La mamma di Gioele alternava momenti di lucidità a momenti di agitazione improvvisa. Un calvario che andava avanti da quasi un anno. Valentina Dardari, Giovedì 27/08/2020 su Il Giornale. Viviana Parisi stava male da quasi un anno. Tutto era poi peggiorato con il coronavirus e il lockdown. La religione aveva occupato un ruolo molto importante nella sua vita. Alcuni vicini l’avevano vista camminare con in mano la Bibbia, declamando versi, pochi giorni prima della scomparsa. E poi il rapporto con i suoi genitori e il marito Daniele, la corsa in ospedale, i momenti di serenità alternati a giorni agitati. Emanuele Bonfiglio, datore di lavoro e amico del papà di Gioele, ha raccontato come stava vivendo Viviana prima della tragedia. Daniele Mondello aveva stravolto la sua vita per stare accanto alla consorte e cercare di aiutarla. Aveva deciso di lasciare il lavoro che amava, aveva rinunciato alle sue tournée come dj e aveva accettato un impiego nella ditta del suo amico: guidava un pullman che porta anziani e disabili dall’entrata del cimitero fino alle tombe dei familiari defunti.

La corsa in ospedale. “Era da tempo che la moglie, di cui era innamoratissimo, stava male. Ma purtroppo non voleva farsi curare. Sto bene, sto bene, urlava ai parenti che la invitavano a prendere le pillole che le avevano prescritto all'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto quando Daniele era riuscito a imporsi e a portarla davanti a un medico” ha raccontato l’amico. Ma si rifiutava di assumere quei medicinali che avrebbero potuto magari aiutarla. Lo scorso giugno la telefonata allarmante a Daniele, durante la quale Viviana aveva detto di aver preso forse un dosaggio troppo alto di pillole. La corsa in ospedale e poi le dimissioni. Il legale della famiglia, Pietro Venuti, ha precisato che “quando il marito a giugno la porta al Policlinico di Messina lei sta bene, pressione a posto, cuore a posto, non le fanno la flebo e tanto meno una lavanda gastrica, le danno il carbone attivo come prevenzione antiveleno e la rimandano a casa. Il giorno dopo era al mare”. Non sembrerebbe quindi essere stato un tentativo di suicidio. Più probabile un modo per attirare l’attenzione di marito e familiari, far capire loro che qualcosa non andava.

Solo loro tre: Viviana, Daniele e Gioele. Sembra volesse Daniele solo per sé e che avesse fatto di tutto per allontanarlo dagli amici. La sua famiglia ideale: lei, il marito e il piccolo Gioele. Non aveva bisogno d’altro. O forse sì. Anche quando il figlio giocava con la nonna o la zia, Viviana era sempre presente, quasi a controllare che non accadesse nulla. Un attaccamento quasi morboso verso la sua creatura. Difficile per il papà pensare che abbia potuto fargli del male. Bonfiglio ha raccontato che quella del 3 agosto non era stata la prima fuga della donna con il figlio. Era già capitato che si allontanasse per qualche ora con il bambino, per poi tornare come se niente fosse. Ma quel tragico lunedì 3 agosto né lei né Gioele hanno fatto ritorno nella loro abitazione. Quel giorno Daniele aveva chiamato Bonfiglio chiedendo un aiuto per cercare la moglie e il bambino. Il marito “aveva perfino deciso di vendere la casa a Venetico e di trasferirsi a Messina per stare più vicino ai genitori e alla sorella, in questa situazione difficile. Lui e Viviana avevano visto una casa qui, nel quartiere Tre Monti, a lei piaceva tanto. Ma quando gli agenti immobiliari erano andati a Venetico per valutare il loro appartamento lei li aveva buttati fuori” ha spiegato Bonfiglio. Una situazione difficile per quell’uomo che non sapeva più come aiutare la donna che amava. A volte la 43enne usciva sul balcone e iniziava a declamare versi presi dalla Bibbia oppure a urlare: “Voi siete peccatori, figli di Satana, io credo in Dio!”.

Laura Anello per “la Stampa” il 27 agosto 2020. È un calvario che durava da almeno un anno, quello di Viviana Parisi, un calvario di cui il lockdown era stato soltanto l'ultima stazione. A raccontarlo è Emanuele Bonfiglio, amico e datore di lavoro di Daniele Mondello, accanto a lui durante l'autopsia sul corpo del piccolo Gioele. E' lui a tenergli la mano sulla spalla, a vigilare che quel ragazzo distrutto dal dolore - e tenuto in piedi dalla rabbia - non crolli tutto a un tratto. Dall'inizio di quest' anno Daniele Mondello, il dj che faceva da special guest nelle serate, guidava il furgoncino della ditta Bonfiglio che porta i parenti dei defunti sulle tombe del cimitero di Messina. «Aveva cambiato la sua vita per stare vicino a Viviana - racconta l'amico - non voleva più partire e lasciarla. Perché era da tempo che la moglie, di cui era innamoratissimo, stava male. Ma purtroppo non voleva farsi curare. Sto bene, sto bene, urlava ai parenti che la invitavano a prendere le pillole che le avevano prescritto all'ospedale di Barcellona Pozzo di Gotto quando Daniele era riuscito a imporsi e a portarla davanti a un medico». Ma quelle pillole, purtroppo, lei non le prendeva, salvo poi - tre mesi dopo - chiamare il marito allarmata per dirgli che temeva di averne assunte troppe, forse otto. Un tentativo di suicidio? Questa volta è Pietro Venuti a parlare, l'altro avvocato di Daniele. «Quando il marito a giugno la porta al Policlinico di Messina - racconta - lei sta bene, pressione a posto, cuore a posto, non le fanno la flebo e tanto meno una lavanda gastrica, le danno il carbone attivo come prevenzione antiveleno e la rimandano a casa. Il giorno dopo era al mare». Forse una piccola simulazione per attirare l'attenzione e chiedere aiuto, da parte di una donna che svolgeva un ruolo dominante nella coppia, mentre Daniele era più remissivo. Era lei ad averlo sostanzialmente allontanato dagli amici. Lo voleva tutto per sé. Lei, lui e il bambino. Insieme. E soli. «Persino la zia e la nonna paterna di Gioele, quando giocavano con il bambino, dovevano farlo sotto l'occhio vigile della madre». Non era la prima volta che Viviana spariva. «A volte - racconta Bonfiglio - prendeva e partiva con Gioele, lasciava il telefonino a casa e tornava dopo quattro ore. Quando Daniele mi ha chiamato il giorno della scomparsa per chiedermi di aiutarlo a cercare la moglie, pensava a un colpo di testa dei suoi». Tutti in famiglia erano più che consapevoli di un grande disagio. «Daniele aveva perfino deciso di vendere la casa a Venetico e di trasferirsi a Messina per stare più vicino ai genitori e alla sorella, in questa situazione difficile. Lui e Viviana avevano visto una casa qui, nel quartiere Tre Monti, a lei piaceva tanto. Ma quando gli agenti immobiliari erano andati a Venetico per valutare il loro appartamento lei li aveva buttati fuori». Difficile non capire quel sorriso spento sul volto di Daniele negli ultimi mesi. Lui a camminare avanti a testa bassa, lei indietro con il bambino. Ma resisteva, moltiplicando le sue attenzioni. Anche quando lei declamava dal balcone: «Voi siete peccatori, figli di Satana, io credo in Dio!», anche quando mostrava per Gioele un attaccamento quasi morboso. Per questo non vuole, non può credere, che quella mamma, sua moglie, possa avere ucciso suo figlio». 

Lau.An. per “la Stampa” il 27 agosto 2020. L'ipotesi più atroce, perfino peggiore della morte inflitta da una madre fuori di sé, torna a emergere. Quella del piccolo Gioele vivo e solo, perduto nella notte accanto al cadavere di Viviana sul pendio scosceso della boscaglia di Caronia. Certo gli animali ne hanno smembrato il corpicino, tanto che stamattina saranno tagliati gli arbusti e i rovi per permettere ai vigili del fuoco e alla polizia scientifica di cercare quel che manca a ricomporlo e provare a trovare la causa della sua fine. «Impresa difficilissima» visto lo stato dei resti, ripete l'entomologo Stefano Vanin all'uscita della camera mortuaria del Policlinico di Messina, dove per quattro ore ha condotto l'autopsia su Gioele insieme al nutrito pool di esperti nominati dalla procura e dagli avvocati: medici legali, geologi, esperti di segni di animali, studiosi del terriccio. «È solo una prima indagine - dice Elvira Ventura Spagnolo, medico legale - ce ne vorranno molte altre. Ma siamo fiduciosi». Il padre, Daniele Mondello, attende pazientemente sotto il sole qualche brandello di verità. «Ma a questo punto mi chiedo se la verità arriverà mai», sussurra agli amici e agli avvocati. «Però io lo voglio sapere come è morto mio figlio, almeno questo», aggiunge. Dritto, fermo, gli occhi rossi e scavati, solo un momento di cedimento quando all'obitorio arriva un neonato morto in culla. Un altro bambino, una tragedia anonima, ma un corpo intatto da piangere - quello che lui non avrà - e una ragione di morte sicura. Di sicuro c'è che i due cadaveri, quello di Gioele e quello della madre, resteranno ancora a lungo a disposizione degli inquirenti, e che i funerali si allontanano sine die. Di sicuro c'è pure che Gioele, un bambino di quattro anni che gli ultimi video riprendono intento a fare i tuffi in mare ha avuto il terribile destino di preda degli animali selvatici: topi, istrici, volpi, suini. «Di solito attaccano i morti, non i vivi», dice Pietro Venuti, uno dei due avvocati del padre, ma non si può escludere che possano avere aggredito un bambino stremato, solo, disidratato, terrorizzato. Perché in questo momento nessuno può dimostrare che lo abbia ucciso la madre. «La presunzione di innocenza esiste anche per i morti, non solo per i vivi», scandisce Claudio Mondello, cugino e avvocato di Daniele. E nessuno tanto meno può dire, come ieri è circolato, che Gioele possa essere morto nella macchina a causa dell'incidente dopo il quale Viviana scappa. «Le sei tracce biologiche rinvenute nell'automobile - dice Venuti - sono adesso all'esame della polizia scientifica, ma non c'è ancora alcun risultato». Così come lunare che siano state ritrovate tracce di sangue sulla testa del bambino: restano solo alcune ossa del cranio, che ieri nell'autopsia non è stato indagato, perché si è lavorato sul tronco. Si annuncia un'indagine fiume, che si giocherà a colpi di perizie. A meno che non arrivi qualcuno a testimoniare, qualcuno dei pastori, degli allevatori, dei raccoglitori di sughero che quel lunedì 3 agosto erano nella zona. E che adesso - dice Venuti - sono tutti scomparsi. Loro e pure gli animali.

Dj morta: esami su auto, Gioele deceduto dopo incidente. (ANSA il 26 agosto 2020) - Accertamenti irripetibili di tipo biologico sono stati eseguiti dalla polizia scientifica di Palermo sull'Opel Corsa di Viviana Parisi. Li ha disposti il Procuratore di Patti su sei campionature effettuate il 6 agosto scorso sull'auto della donna per verificare l'eventuale presenza di profili genetici ed eventuali future comparazioni. Esami che, aggiunti a particolari emersi dall'autopsia sul bambino, fanno riprendere quota alla tesi che Gioele possa essere rimasto ferito mortalmente nell'incidente stradale sulla A20. (ANSA).

Dj morta, si riapre l'ipotesi incidente: «Gioele morto dopo lo scontro in auto». Da ilmessaggero.it il 26 agosto 2020. Il piccolo Gioele, il bambino di 4 anni figlio di Viviana Parisi, la deejay trovata morta lo scorso 8 agosto cinque giorni dopo la sua scomparsa, potrebbe essere morto nell'incidente avvenuto sulla A20 Messina-Palermo. L'autopsia sui resti del bambino, che si è svolta al Policlinico di Messina, e gli esami effettuati sull'Opel Corsa di Viviana Parisi, fanno riprendere quota alla tesi per cui il bambino non sia morto successivamente, come si pensava, ma sarebbe rimasto ferito mortalmente proprio a causa dell'incidente.

Dj morta, pietruzze nel corpo di Gioele per determinare il luogo della morte. Nel corpo, come apprende l'Adnkronos, c'erano delle pietruzze che potrebbero essere utili ai periti per stabilire il luogo della morte del bambino ma anche la data del decesso. La tac sui resti del piccolo Gioele è servita per effettuare dei «rilievi antropometrici», come ha spiegato Daniela Sapienza, medico legale della task force di esperti che parteciperà all'autopsia. «Per correlare il soggetto all'età anagrafica, sesso, e quanto utile per fare i rilievi antropologici». «E quindi, all'identificazione» del piccolo Gioele. «Poi andiamo a vedere se ci sono segni di lesività macroscopica su questi resti - ha detto ancora il medico legale - e infine vediamo di determinare l'epoca della morte». L'autopsia terminerà nella tarda mattinata.

Dj morta, oggi l'autopsia sul corpo di Gioele. Nuovi accertamenti Dna su 6 tracce biologiche in auto. Nuovi accertamenti anche presso il laboratorio genetico forense della Polizia scientifica di Palermo, per esaminare alcune tracce biologiche, sei in tutto, ritrovate sulla Opel Corsa di Viviana Parisi, la deejay di 43 anni trovata morta lo scorso 8 agosto nei boschi di Caronia (Messina). Gli esperti nominati dal Procuratore di Patti Angelo Vittorio Cavallo dovranno accertare di che tipo di tracce biologiche si tratta e, soprattutto, se sono recenti. Tra le ipotesi avanzate dalla Procura, anche se non è la pista privilegiata, c'è quella dell'incidente stradale in cui il piccolo, senza la cintura allacciata al seggiolino, avrebbe sbattuto la testa e si sarebbe ferito.

Dj morta, il corpo di Viviana «sotto il traliccio già il giorno dopo la scomparsa». «Il miasma è ancora presente nell'aria. Mi chiedo come sia possibile che nessuno, non solo di coloro che si sono adoperati per le ricerche, ma anche degli abitanti del luogo, non abbia percepito questo cattivo odore. Eppure è una zona con una certa densità abitativa». Lo ha detto l'avvocato Claudio Mondello, cugino e legale di Daniele Mondello, padre di Gioele. «Anche il cadavere di Viviana era a 15-20 metri da una proprietà recintata - aggiunge - è impossibile che nessuno abbia visto, anzi sentito, alcunché». L'avvocato ipotizza che il corpo del bambino sia stato «verosimilmente trascinato nel luogo dove poi è stato ritrovato» e che «non si conosce la posizione originaria, quella in cui è morto». Sulla tesi dell'omicidio-suicidio il penalista ricorda che «la presunzione di innocenza nel nostro ordinamento deve valere per tutti». «Se ci sono elementi va bene - sottolinea -, altrimenti no. E non so se ci saranno mai questi elementi, io ne dubito».

Il consulente della famiglia: cadavere compromesso, impossibile ricavare elementi utili. Dall'autopsia sul piccolo Gioele è emerso che il cadavere «è abbastanza compromesso». «Allo stato non è possibile ricavare elementi utili se non da tutti i fattori che potranno emergere sale indagini specialistiche». Così Giuseppina Certo, medico legale e consulente della famiglia di Daniele Mondello uscendo dalla camera mortuaria dov'è si tiene l'autopsia del piccolo Gioele. «Deve essere tutto ricostituito singolarmente, mettendo insieme i vari tasselli», dice ancora la dottoressa. Alla domanda se oggi non possa essere messo un punto certo sullo stato del bambino, il medico replica seccamente: «No». Dice anche che sui resti di Gioele ci sono «lesioni da macro fauna», in altre parole morsi di animali selvatici. Ha poi confermato che sul cadavere di Gioele è stato prelevato «del terriccio che è stato analizzato» ma non vuole aggiungere altro se non che è «sempre un altro step». Non si può neanche dire dall'esame se il piccolo Gioele è morto «nel luogo in cui è stato ritrovato». Non si sbilancia neppure sull'ipotesi se il bambino è stato morso «prima o dopo la morte» e spiega: «Sono valutazioni che si fanno concatenando i vari risultati». «Abbiamo acquisito dei dati- dice - e il dato più evidente è che ci sono delle mortificazioni degli arti», cioè che il corpicino di Gioele non aveva né le gambe né le braccia. «Quindi assenza anche di latte di tessuti». E ribadisce: «È stato aggredito anche dalla macro fauna». Però, perché la madre, invece di chiedere aiuto, è scesa dalla sua auto con il bambino in braccio correndo verso i boschi di Caronia? Dopo avere scavalcato il guardrail dell'autostrada? Sono alcune delle domande a cui la task force di esperti nominata dalla Procura dovrà dare risposte. Intanto ieri sera è terminato solo poco prima delle 21 il sopralluogo nei boschi di Caronia da parte degli esperti, i due medici legali, l'entomologo, il geologo forense, lo zoologo, chiamati dal Procuratore di Patti Angelo Vittorio Cavallo. «Le domande sono tante e noi faremo del nostro meglio per rispondere a tutte», ha detto Stefano Vanin. «Il Pool di specialisti che sta lavorando è molto qualificato e sono tutte persone molto brave ma - ha aggiunto Stefano Vanin - è un caso difficile». «Dobbiamo vedere, dipende tutto dai risultati delle analisi. A priori non si dice assolutamente niente. Con i dati alla mano poi arriveremo ad avere delle risposte».

Carlo Macrì per corriere.it il 28 agosto 2020. Gioele potrebbe aver subito un trauma cranico sbattendo la testa sul parabrezza anteriore dell’Opel Corsa, nell’impatto tra l’auto, condotta dalla madre Viviana e il furgone della ditta autostradale contro cui lei si era scontrata. Il vetro dell’autovettura risulta, infatti, lesionato nella parte lato passeggero. L’indiscrezione, che proviene da ambienti della polizia scientifica, potrebbe aprire uno squarcio nelle difficili indagini sulle cause della morte del piccolo. «Se si verifica un incidente e il bambino non è legato al seggiolino, può accadere di tutto», spiega Piero Volpi, primario ortopedico all’Humanitas di Milano. «Gli effetti del trauma che può subire un bambino di quattro anni sono tanti e dipendono da due fattori: la posizione del corpo al momento dell’impatto e dalla forza cinetica del trauma stesso che dipende dall’entità del tamponamento e dalla velocità dell’auto al momento dell’incidente».

Non era agganciato. E Gioele al momento dello scontro non era agganciato al seggiolino. «Un bambino dell’età della sua età non poteva stare assolutamente libero in auto. La struttura ossea non ancora sviluppata e il precario equilibrio, vista l’età, può aver determinato un trauma da sbattimento, con conseguenze serie», sostiene Annamaria Giannini, professore ordinario di Psicologia alla «Sapienza» di Roma ed esperta sui temi della formazione educazione e comunicazione stradale. La Polizia, intanto, sta ultimando l’analisi dei sei campioni di materiale biologico, ritrovati sull’Opel Corsa, che potrebbero appartenere a Gioele. E per i prossimi giorni è prevista l’analisi medica sul cranio del piccolo. Un esame difficile per le condizioni in cui si trova la scatola cranica, che è martoriata dai morsi degli animali. Ma l’esame, a questo punto, potrebbe proprio confermare la compatibilità tra le tracce di sangue già osservate sul cranio del bambino e la lesione sul parabrezza.

Esame difficile. Ieri, intanto, i Vigili del Fuoco di Patti, hanno disboscato una vasta area dove erano stati trovati i resti del bambino, alla ricerca di ulteriori frammenti ossei. Resta comunque sempre attuale l’altra ipotesi quella dell’omicidio-suicidio. «Viviana era una mamma meravigliosa, stava molto attenta al piccolo Gioele. Non gli lasciava mai la mano. Era scrupolosa, perfetta. Io non credo assolutamente alla tesi dell’omicidio-suicidio», ha riferito la fioraia della piazza principale di Venetico, il paesino del Messinese dove Viviana si era trasferita da Torino per stare vicino al marito Daniele Mondello.

Gioele, l'ultimo giallo è sul parabrezza: "Lesionato prima dell'incidente". Secondo i familiari, la lesione sarebbe avvenuta qualche mese fa in un precedente sinistro. Nuovi accertamenti nel pomeriggio di oggi nei boschi di Caronia. Valentina Dardari, Venerdì 28/08/2020 su Il Giornale. "Il parabrezza della Opel Corsa di Viviana Parisi era già rotto prima dell'incidente avvenuto il 3 agosto nella galleria Turdi sull'autostrada A20 Messina-Palermo" ha reso noto l’avvocato Pietro Venuti, legale di Daniele Mondello, il marito della dj 43enne trovata morta lo scorso 8 agosto nei boschi di Caronia, nel Messinese. Il 18 agosto un volontario aveva invece ritrovato i resti del figlio Gioele, anche lui scomparso con la madre la mattina del 3 agosto.

Il parabrezza era già rotto da mesi. In seguito ad alcune perizie sull’auto della donna, una Opel Corsa, nella serata di ieri era circolata la voce che il parabrezza della vettura fosse lesionato. Questo particolare aveva rafforzato l’ipotesi che il bambino si fosse ferito mortalmente durante l’incidente avvenuto tra la macchina e un furgoncino dell’Anas nella galleria PizzoTurda dell’Autostrada A20 Messina-Palermo. La crepa sul parabrezza è stata rinvenuta nella parte anteriore, nel lato del passeggero. Anche da sottolineare che l’autopsia sul corpo di Viviana non aveva riscontrato lesioni sul cranio della donna. In seguito a questi riscontri si era quindi rafforzata la tesi secondo la quale Gioele aveva battuto violentemente la testa contro il parabrezza ed era probabilmente morto poco dopo nel bosco. La mamma disperata avrebbe quindi deciso di togliersi la vita lanciandosi dal traliccio. Adesso però le parole dell’avvocato smontano in parte questa ipotesi. Sembra infatti che il parabrezza fosse già lesionato da un precedente tamponamento verificatosi negli scorsi mesi.

Le indagini proseguono. L’auto incriminata, con una ruota bucata e altre lesioni sul fianco, si trova adesso in un deposito della Polizia a Messina. Una telecamera di sorveglianza aveva anche mostrato che il bambino non era correttamente legato al seggiolino. Nell’urto il bimbo sarebbe stato sbalzato dal seggiolino e un finestrino si sarebbe rotto. Questi particolari avevano fatto pensare al colpo mortale. Nel pomeriggio di oggi gli agenti della scientifica faranno un altro sopralluogo nei boschi di Caronia. Verranno scandagliati i casolari, gli allevamenti e le case rurali che si trovano nella zona del ritrovamento dei due corpi. inoltre verranno anche eseguiti esami con il Luminol per cercare eventuali tracce ematiche e biologiche. Prevista anche l'identificazione degli animali presenti nella zona. Su entrambi i corpi gli esami autoptici avevano riscontrato morsi di animali. Per il momento non sono stati trovati altri resti del piccolo Gioele. Le indagini proseguono per cercare di dare risposte alle tante domande che ancora gravitano sul giallo di Caronia.

Messina, colpo di scena: "Nell'auto incidentata niente sangue di Gioele". I rilievi della Scientifica fanno vacillare l'ipotesi che il bimbo si fosse ferito in galleria. Valentina Raffa, Sabato 29/08/2020 su Il Giornale. Messina. Nell'Opel Corsa di Viviana Parisi non c'è sangue di Gioele. È il procuratore di Patti, Angelo Cavallo, a riferire che «gli accertamenti genetici effettuati sui tamponi prelevati all'interno del mezzo e sul parabrezza hanno finora fornito esito negativo, anche per quanto riguarda la presenza di eventuali tracce di sangue». L'esito dei rilievi effettuati dalla Scientifica su 6 tracce biologiche prelevate dall'auto, che chiude «un ulteriore ciclo di prelievi ed accertamenti», giunge proprio quando sembrava aver preso corpo l'ipotesi del ferimento del bambino nell'incidente causato da Viviana durante un sorpasso nella galleria Pizzo Turda sull'A20 Messina-Palermo, in conseguenza del quale si ipotizzava che di lì a poco il piccolo sarebbe morto. L'ipotesi, che già era stata ritenuta credibile ad apertura indagine alla luce del fatto che si è trattato di un incidente di una certa entità, con una ruota scoppiata nell'Opel e due nel furgoncino dell'Anas che la dj 43enne stava sorpassando, aveva perso vigore dopo la testimonianza di un turista che aveva visto Viviana allontanarsi a piedi nell'area boschiva di Caronia con Gioele in braccio, che non sembrava ferito. L'ipotesi però aveva ripreso forza dopo le prime risultanze dell'autopsia sui resti di Gioele con il riscontro nel cranio di «micro tracce di sangue» con «infingimento osseo». L'assenza di sangue nell'auto non esclude comunque che Gioele, non assicurato al seggiolino, abbia sbattuto la testa. La ricostruzione che ne segue è che Viviana, sconvolta, si sia inoltrata nella campagna con lui. Un'azione solo apparentemente illogica se teniamo in considerazione la fragilità psicologica di Viviana più volte sottolineata dal procuratore, tanto che durante il lockdown si era persino sentita pedinata. Forse Viviana stava a suo modo proteggendo Gioele ed è proprio un atteggiamento protettivo nei confronti del piccolo quello riferito dal turista. In attesa che il pool di medici ed esperti elabori gli esiti dell'autopsia e della tac e i reperti e le osservazioni raccolti sul campo, tutte le ipotesi sono aperte: «Non è ancora possibile formulare una seria ipotesi sulla morte di Gioele» dice il procuratore. Viviana potrebbe avere ucciso Gioele anche se la famiglia non lo ritiene fattibile, Gioele potrebbe essere caduto nella campagna battendo la testa, potrebbero essere stati attaccati da animali. E la procura non ha nemmeno chiuso il fascicolo contro ignoti per omicidio e sequestro di persona. Gli esperti, che durante i sopralluoghi non hanno rinvenuto altre parti del corpicino smembrato di Gioele, preleveranno il Dna di animali presenti nella zona in cui sono stati ritrovati morti mamma e figlio, distanti 400 metri in linea d'aria, in particolare suini neri e cani, per compararlo con le tracce del presunto morso sulla caviglia di Viviana che non si esclude sia segno di decomposizione e con tracce prelevate dai resti del piccolo.

Viviana Parisi, al via gli esami con il Luminol: setacciati casolari, allevamenti e abitazioni. Libero Quotidiano il 28 agosto 2020. Anche gli accertamenti sul parabrezza dell'auto di Viviana Parisi si sono rivelati inutili. Rispetto a quanto diffuso in un primo momento, il padre del piccolo Giole, Daniele Mondello, ha smentito tutto affermando che il vetro dell'automobile della moglie era già rotto. Insomma, il bimbo di 4 anni della dj, scomparsa e ritrovata cadavere nei boschi di Caronia, non può essere morto nel piccolo incidente antecedente alla fuga della donna. E così sono stati disposti nuovi accertamenti tecnici non ripetibili, a partire dalle 18 di venerdì 28 agosto, in casolari, allevamenti, abitazioni rurali che si trovano nei pressi del luogo in cui sono stati ritrovati i corpi senza vita. Nel frattempo saranno eseguiti con il Luminol esami per cercare eventuali tracce di sangue o biologiche. Qui si procederà anche all'identificazione degli animali presenti sul posto. "Gli accertamenti genetici effettuati sui tamponi prelevati all'interno del mezzo e sul parabrezza hanno finora fornito esito negativo, anche per quanto riguarda la presenza di eventuali tracce di sangue", ha spiegato il procuratore di Patti (Messina) Angelo Vittorio Cavallo parlando degli accertamenti eseguiti ieri sulla Opel Corsa di Viviana. Lo stesso Cavallo, assieme alla famiglia di Viviana, non vuole sbilanciarsi, ma mette le mani avanti perché sia chiaro che "non è ancora possibile formulare allo stato alcuna seria ipotesi sulle cause di morte del piccolo Gioele". Tutto è ancora in alto mare.

Viviana Parisi, tracce di sangue trovate nel bosco con il luminol. Notizie.it il 29/08/2020. Ancora accertamenti nel bosco di Caronia. Nella notte sono state trovate con il luminol delle tracce di sangue. Non si sa se sono d’uomo o d’animale. Continuano le indagini nel bosco di Caronia dove sono stati trovati il corpo di Viviana Parisi e Gioele. Delle tracce di sangue trovate con il luminol potrebbero darci qualche dettaglio in più sulla vicenda il cui mistero si sta infittendo. Le tracce trovate dalla polizia scientifica sono state mandate al laboratorio di analisi. Dal risultato emergerà se si tratta di tracce ematiche umane o di animali. “Vedremo quello che emergerà da queste analisi, dobbiamo dire che tutti gli allevatori sono stati disponibili e che si è riusciti a fare le analisi agli animali”. Così ha annunciato l’avvocato Pietro Venuti che ha partecipato insieme alla Polizia Scientifica agli accertamenti notturni. “Durante le ricerche eseguite ieri sono state trovate delle tracce ematiche con il luminol, ma non si sa se sono di animali o persone. Dovremo aspettare una decina di giorni per sapere i risultati”. Lo ha affermato l’avvocato Pietro Venuti legale della famiglia del marito della donna deceduta insieme al figlio di 4 anni nel bosco di Caronia. Resterà da chiarire, una volta arrivati i risultati se si tratta di resti di sangue appartenuti all’uomo o all’animale. Nel frattempo il procuratore di Patti Angelo Cavallo ha fatto sapere che l’ultima ipotesi sulla morte di Gioele nell’incidente stradale sta perdendo consistenza. “Gli accertamenti genetici effettuati sui tamponi prelevati all’interno del mezzo e sul parabrezza hanno finora fornito esito negativo, anche per quanto riguarda la presenza di eventuali tracce di sangue. Non è ancora possibile formulare, allo stato, alcuna seria ipotesi sulle cause di morte del piccolo Gioele. Come già detto in precedenza, questo ufficio prosegue tuttora le indagini in ogni direzione, senza tralasciare alcuna ipotesi”.

Il giallo di Caronia, le impronte di Gioele sul parabrezza. Torna la pista dell’incidente grave in autoNon c’è sangue, ma sono emerse nuove tracce nell’esame della Scientifica. Il bambino potrebbe essere morto per le ferite riportate durante lo scontro in galleria. Ecco le prime immagini della Opel Corsa. Salvo Palazzolo su La Repubblica il il 10/9/2020. Sul parabrezza della Opel Corsa di Viviana Parisi ci sono adesso due strisce di carta, lì i poliziotti della Scientifica di Catania hanno trovato delle piccole impronte, probabilmente quelle di Gioele. Sono il segno che il bambino è stato scaraventato dal seggiolino sul parabrezza, dopo l’incidente in galleria? Oppure, solo il segno di un ultimo gioco? Il sopralluogo effettuato ieri sera non ha fatto emergere tracce di sangue, ma le tracce potrebbero essere comunque l'indizio che è accaduto qualcosa di grave nell’auto, prima della fuga di Viviana nel bosco. Si ipotizza un impatto violento, che avrebbe causato la morte del piccolo, poco dopo. E la madre si sarebbe suicidata per disperazione. Ieri sera, gli investigatori della Scientifica, i consulenti della procura di Patti e quelli della famiglia Mondello hanno passato al setaccio la Opel Corsa con il Luminol, alla ricerca di sangue. L’esame è stato fatto in un garage del soccorso stradale di Brolo, dove l’auto era stata trasferita all’inizio di agosto. Dopo il Luminol, un’attenzione particolare è stata dedicata al parabrezza. “Era già lesionato per un precedente incidente”, aveva spiegato nei giorni scorsi il papà di Gioele, Daniele Mondello, c’era anche lui ieri sera a Brolo. Lunedì, i consulenti esamineranno l’auto e poi anche il camion dell’incidente, avvenuto durante un sorpasso. Verifiche verranno fatte anche in autostrada, per valutare l’entità dell’impatto. La famiglia Mondello ha nominato come consulente un esperto in materia di incidenti stradali, Carmelo Costa, che dice: “E’ un momento molto delicato degli accertamenti, stiamo ricostruendo con precisione cosa è accaduto in galleria”. C’è anche l’ipotesi che sia stato il camion a causare l’incidente, e non Viviana. Ment