Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2020

 

LA GIUSTIZIA

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Processo sulla Morte.

Processo sul Depistaggio.

Federico Aldrovandi: "Non lo dimenticate".

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Condanne scontate.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Bossetti è innocente?

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una Famiglia Sfortunata.

Solita Amanda.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tso: Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Il Cerchio Magico degli Amministratori giudiziari. La Bibbiano degli anziani.

Il punto su Bibbiano.

La Tratta dei Minori.

Tra moglie e marito non mettere…lo Stato.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

Era Abuso…

Non era abuso…

Minorenni scomparso o in fuga.

Ipocrisia e Pedofilia.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Giustizia Giusta.

Comunisti per Costituzione.

Magistratura: Ordine o Potere?

Il Potere degli “Dei”.

“Li Camburristi”. La devono vincere loro: l’accanimento giudiziario.

L’accusa conta più della difesa.

«I magistrati onorari? Dipendenti».

Il Codice Vassalli.

Lo "Stato" della Giustizia.

La "scena del crimine".

Diritto e Giustizia. I tanti gradi di Giudizio e l’Istituto dell’Insabbiamento.

Testimoni pre-istruiti dal pm.

Le Sentenze “Copia e Incolla”.

Il Male minore. Condanna, spesso, senza colpa. Gli effetti del Patteggiamento.

Il lusso di difendersi.

Il Processo telematico.

Giustizia stravagante.

Giustizia lumaca.

Diffamazione: sì o no?

La Vittimologia.

A proposito di Garantismo.

A proposito di Prescrizione.

Prescrizione e toghe inoperose.

Un terzo dei detenuti in attesa di giudizio.

Salute e carcere. 

Le Mie Prigioni.

L’ergastolo ostativo: il carcere per i Vecchi.

La Prigione dei Bambini.

Le Class Action carcerarie.

Gli scrivani del carcere.

A Proposito di Riabilitazione…

Le mie Evasioni.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Oltre ogni ragionevole dubbio.

La Giornata per le vittime di errori giudiziari.

La Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo. La Cedu, il carrozzone inutile che costa 71 milioni all'anno.

L’Italia dei Ricorsi alla Corte dei diritti dell’Uomo.

Quelli che...sono Ministro della Giustizia: “Gli innocenti non finiscono in carcere”.

Invece gli innocenti finiscono in carcere. Ma guai a dirlo!

Le Confessioni e le Dichiarazioni estorte.

Storie di Ordinaria Ingiustizia.

Ingiustizia. Il caso dei Marò spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Vallanzasca spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Mesina spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Johnny lo Zingaro spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Manduca spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Luttazzi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gulotta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ligresti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Carminati spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Rocchelli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Occhionero spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gino Girolimoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Formigoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso De Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Cuffaro spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Armando Veneto spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Vincenzo Stranieri spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del delitto di Garlasco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del Delitto di Carmela “Melania” Rea spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del Delitto di Erba spiegato bene.

Nascita di un processo mediatico.

Processo Eni e Consip. Dove osano i manettari.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Intercettazioni, spionaggio di Stato per controllare la vita dei cittadini.

La spazzacorrotti. Una norma giustizialista che equipara i reati di corruzione ai reati di mafia.

I Garantisti.      

I Giustizialisti.

Gli Odiatori.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Concorso truccato per i magistrati.

Togopoli. La cupola dei Magistrati.

E’ scoppiata Magistratopoli.

Magistrati alla sbarra.

Gli intoccabili toccati.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Caso Mattei.

Attentato alla sinagoga di Roma, una nuova pista trentotto anni dopo.

Il misterioso caso di Davide Cervia.

Il Mistero di Pier Paolo Pasolini.

Il Mistero di Ilaria Alpi.

Il Mistero di Ettore Majorana.

Il Mistero della Circe della Versilia.

Il Mistero di Gigliola Guerinoni: la Mantide di Cairo Montenotte.

Il mistero del delitto della Milano da bere.

L’Omicidio del Circeo.

Il Caso Claps.

Il Caso Vassallo.

Il Caso di Eleonora e Daniele: i fidanzati di Lecce.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Denise Pipitone.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero della morte di Sissy Trovato Mazza.

Vermicino: la morte di Alfredino Rampi.

Il mistero di Maddie McCann.

Il giallo della morte di Edoardo Miotti.

La morte di Emanuele Scieri.

La morte di Giulio Regeni.

Storia di Antonio Ciacciofera, il Regeni dimenticato tornato morto da Cuba.

I Ciontoli e l’omicidio Vannini.

Il Giallo di Alessio Vinci.

Il Giallo Bergamini.

L’omicidio di Willy Branchi.

L’Omicidio di Serena Mollicone.

Il Mistero di Rino Gaetano.

Il Mistero Pantani.

Il Mistero della morte di Marco Cestaro.

Il mistero della morte in auto di Mario Tchou. 

La morte sospetta del giornalista Catalano.

Il caso Wilma Montesi.

Miranda Ferrante, morte e misteri di una ballerina della Dolce vita.

Christa, delitto-scandalo della Dolce vita.

L'assassinio di Khashoggi.

Dal mare tre sub morti e cento chili di hashish.

L’Omicidio di Walter Tobagi.

Il Caso della Uno Bianca.

La Strage palestinese di Fiumicino.

Quante vie partirono da piazza Fontana…

Il Caso Pinelli – Calabresi.

L'omicidio di Mino Pecorelli.

I misteri della Strage di Ustica.

I misteri della Strage di Bologna.

I Misteri della Strage di Piazza della Loggia a Brescia.

Dubbi e bugie sulla morte di Mario Biondo.

Boulder, Colorado: il mistero della baby miss strangolata.

Racale, il mistero di Mauro Romano.

La Morte di Rosanna Sapori.

Il mistero di Fabio e Enzo spariti nel mare.

Il mistero del Mostro di Roma.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Lesotho e l’Affare di Stato. L’Omicidio di Lipolelo.

Marocco e l’Affare di Stato. Lalla Salma.

Ted Kennedy poteva essere assassinato da un piano ordito da un satanista?

La Storia di Robert Durst.

Il giallo della baronessa Rothschild.

Il caso Bebawi: il delitto di Farouk Chourbagi.

Storia del rapimento di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi.

L’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre e la Verità a portata di mano.

La Morte di Marco Prato.

David Rossi: suicidio o omicidio?

Le Navi dei veleni. Il mistero della morte del capitano De Grazia.

Moby Prince, dopo 30 anni.

Il caso di Emanuela Orlandi.

Renatino De Pedis fu ucciso 30 anni fa.

I Suicidi di Carmagnola. Le tre sorelle Ferrero.

Il mistero dell’Eremita. La tragica fine di Mauro «Lupo grigio».

Massimo Carlotto e il delitto di Margherita.

Antonio De Falchi, morte a San Siro.

Il caso del sequestro Bulgari.

Il mistero irrisolto dell'uomo di Somerton.

Il Mistero del massacro di Columbine.

Il Mistero del jet malese MH370 scomparso.

Il Mistero Viceconte.

Il killer dell’alfabeto.

La banda di mostri, omicidio a Bargagli.

Antonietta Longo, la decapitata del lago.

Il mistero del naufragio del Ferry Estonia.

Il mistero della Norman Atlantic.

James Brown potrebbe non essere morto per infarto.

La saponificatrice di Correggio: una storia tra verità e leggende.

Delitto Casati Stampa, triangolo di sesso e morte.

Luciano Luberti il boia di Albenga.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

 

 

LA GIUSTIZIA

 

SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         La Giustizia Giusta.

Cos’è la Legalità: è la conformità alla legge.

La dimensione sociale della legalità e i benefici dello sviluppo del diritto positivo. Daniela Piana su Il Dubbio il 13 agosto 2020.

Un grave errore mettere in secondo piano il protocollo sottoscritto dal Consiglio nazionale forense con il ministero dell’Istruzione sul terreno della cultura del diritto. Sono ormai mesi che ci misuriamo, in modo più o meno consapevole, più o meno condiviso e chiaramente articolato, con un grande dilemma: quali sono gli strumenti che ci permettono di rendere prevedibile, ovvero determinabile, e quindi, anche, governabile in modo lineare, il comportamento sociale? Per quanto un diffuso e serpeggiante understatement emerso nel crollo delle grandi teorie – non delle grandi ideologie – sul funzionamento delle nostre società ci abbia accompagnato e ci abbia incoraggiati ad aderire ad un rassicurante evitamento delle grandi domande – “tanto, poi, non si trovano le risposte e quando le si trovano sono già oggetto di discussione e giammai di consenso, dunque inutili per prendere decisioni collettive” – questo pensiero minimo oggi ci aiuta assai poco. La realtà dei fatti ci ha sbattuto in faccia, con una violenza inedita, dapprima la questione del “Cigno nero”, poi la questione di come originare, di colpo nell’arco temporale di qualche giorno, un nomos sociale tutto nuovo, sospendendo e disapplicando i dispositivi di regolazione sociale cui eravamo abituati nel gestire le nostre vite quotidiane, gettandoci nello spaesamento di un mondo di regole artefatte, cogenti e strutturanti ( cosi ci è parso, vedendoci camminare per strada, pochi e distanziati, vedendoci cedere il passo per non incrociarci nello spazio pubblico) per poi costringerci a cimentarci di nuovo con la questione dei limiti dello strumento del diritto positivo nell’orientare, no, anzi nel determinare, i comportamenti individuali. Ben venga dunque la presentazione al pubblico della traduzione del volume di Christian List, Why Free Will is Real, avvenuta qualche giorno fa sulla Lettura. Ben venga perché con la categoria del free will ci portiamo dietro moltissime conseguenze che pesano come macigni e che al contempo ci costringono ad interrogarci su uno strumento, quello cardine della società moderna e democratica, con cui siamo propensi a regolare i comportamenti individuali: ossia lo strumento del diritto positivo. Poniamoci alcune domane a mò di esempio. I cittadini italiani hanno seguito le regole del confinamento perché prevedevano le sanzioni previste dai Dpcm che si sono susseguiti, perché percepivano nel loro campo visivo quotidiano i segni palesi del controllo pubblico esercitato dalle forze dell’ordine – e quindi ne prevedevano in modo certo il potere sanzionatorio – o perché sulla base di informazioni e di valori interiorizzati hanno aderito ad una prospettiva di tutela collettiva? Ancora: le vicende che hanno messo al centro del dibattito istituzionale la questione del rapporto fra magistratura e politica si leggono, interpretano ed esplicano nei termini di “non sufficientemente cogenti interazioni” fra le strategie individuali e le norme disciplinari, ovvero le loro applicazioni, oppure abbiamo bisogno di categorie che ci aiutino a rimettere al centro la autonomia del giudizio e, quindi, quell’insieme di norme e di valori che non sono pos( i) te nelle leggi e nelle regolazioni, ma che attengono alla integrità? Sulla stessa falsariga: la recentissima vicenda dell’utilizzo distorto dei bonus ci parla di un comportamento che avrebbe dovuto essere prevenuto – ossia impedito – dalle norme che regolano l’erogazione dei bonus oppure di un self- restraint che sia interiorizzato dalle persone che svolgono funzioni pubbliche? Sarebbe troppo facile liquidare questi interrogativi come divertissement estivi di una vagante immaginazione filosofica, che forse puo’ dare soddisfazione ad alcuni studiosi di eccellenza, come List, ma che poco ci aiuta nel governo e nella prospettazione della società di domani. Troppo facile: e quando le cose sono troppo facili, forse non sono correttamente impostate. Più adeguato ci pare sia tempo interrogarci su cosa siamo intenzionati a chiedere allo strumento del diritto positivo – sottraendolo così allo spazio della autonomia del giudizio e dell’azione regolati da meccanismi self restraining di integrità e diciamolo dalla dimensione sociale della legalità, proprio nel momento in cui la questione della disciplina e della coniugazione di comportamenti individuali con l’integrità pubblica ci appare uno dei grandi temi su cui investire per il futuro. Solo un difetto visivo che non ci possiamo concedere giustificherebbe dunque il passare a coté del protocollo recentemente sottoscritto dal Consiglio Nazionale Forense con il Ministero dell’Istruzione sul tema della cultura della legalità. Se si colgono nelle recenti esperienze fatte sul territorio italiano dagli Ordini forensi, in partenariato con le scuole, le radici di un modo di vedere la legalità nella sua dimensione sociale, che si nutre di un uso corretto delle parole per definire correttamente i comportamenti, dell’uso della prassi apprese in un percorso corale, come comportamenti che si rinforzano anche attraverso i meccanismi di controllo orizzontale – e non solo quelli verticali – come apprendimento di un diritto che ha le sue radici innanzitutto nella mente delle persone, prima che nei testi di legge, forse potremmo concederci un cauto, ma non freddo, positivo sentire, che vede nel diritto positivo una delle dimensioni della legalità, la quale sarebbe però incardinata nel senso dell’equità e della reciprocità, promosse attraverso due strumenti sui quali il Paese deve investire in modo sistematico: formazione e professionalità, interiorizzate, vissute, praticate dalle persone, governati e governanti. E deve farlo ora.

Dai siluri di Davigo al carrierismo dei pm: ecco la giustizia decadente. Errico Novi su Il Dubbio il 30 maggio 2020. L’emergenza rischia di ridurre le garanzie a fastidioso orpello. Lo dimostrano i nuovi attacchi di Davigo ai tre gradi di giudizio. E le porte dei Tribunali chiuse in faccia agli avvocati. Ma ora anche una parte dell’Anm (da Pasquale Grasso a Silvia Albano e Md) ha intuito la deriva. E chiede una riforma contro il carrierismo. Tribunali deserti, con rare eccezioni. Avvocati senza udienze. E per giunta con sostegni economici diversamente adeguati, diciamo così (e con Cassa forense costretta a metterci le pezze a colori). Riforme della giustizia spesso ispirate alla riduzione delle garanzie: vedi la nuova prescrizione. Insinuazioni colpevolistiche da settori della magistratura secondo i quali la vera causa della paralisi sarebbe nella ritrosia di penalisti e civilisti dinanzi alle mirabilie del videoprocesso.

Il colpo di scimitarra del consigliere Davigo. E come se non bastasse, pure i promemoria come l’intervento di Piercamillo Davigo giovedì sera davanti alle telecamere de La 7, quando nel duello con un attonito Gian Domenico Caiazza ha reiterato la sua diffidenza verso il modello processuale accusatorio. Il consigliere del Csm ci ha messo la consueta verve da grande intrattenitore: «L’errore italiano è stato quello di dire sempre “aspettiamo le sentenze”: se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche, non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo». Il punto è che Davigo — e non solo lui, basti pensare ad altre figure altrettanto rilevanti nella storia recente della magistratura italiana come Giancarlo Caselli — non crede nel modello accusatorio introdotto 30 anni fa dal nuovo Codice, nella formazione della prova attraverso il contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo. Ma fosse solo questo. Fosse questo il problema, sarebbe niente. Perché il brivido che percorre le migliaia di avvocati andate ieri a lasciare i loro codici davanti ai Palazzi di Giustizia, e a cantare l’Inno di Mameli in un disperato appello alla patria perduta (la giustizia), nasce da un timore più grave. Che la pandemia abbia sì prodotto un impulso alla semplificazione, ma nel senso di semplificare i diritti e le garanzie.

Il no al carrierismo che avanza nell’avanguardia dei magistrati. La paura è analoga e simmetrica a un’altra, radicatasi in settori della magistratura diversi da quelli che hanno in Davigo il loro leader. Sono posizioni di cui dovrà tenere conto anche il guardasigilli Alfonso Bonafede, quando presenterà in Parlamento la sua riforma del Csm (che mercoledì sarà discussa con le opposizioni, probabilmente con l’Anm e, nei giorni successivi, anche con le rappresentanze forensi, Cnf in testa). È il rifiuto di una tendenza che sclerotizza la magistratura in burocrazia, e che la rende fatalmente permeabile alle lottizzazioni. E cioè dell’eccessiva gerarchizzazione degli uffici giudiziari, da cui deriverebbe lo stesso carrierismo che fa da carburante a quegli intrecci. Ne ha parlato, in un’intervista con il Dubbio di martedì scorso, anche l’ex presidente Anm Pasquale Grasso. Il nodo è nei famosi «criteri per assicurare il merito nelle nomine». Nelle bozze da cui parte il ddl sul Csm, quelle che Bonafede aveva sottoposto agli alleati già a gennaio, ci sono molti strumenti validi, dall’obbligatorietà delle audizioni alla puntualità con cui i capi adotteranno i piani organizzativi. Meno discrezionalità, più dati di fatto: va bene. Ma il punto è che nel profondo dell’Anm avanza tutt’altra concezione. Lo si era intuito già lunedì scorso, nella riunione a distanza del direttivo Anm, per esempio dall’intervento di una componente della giunta centrale, Silvia Albano, che si riconosce in Area e, culturalmente, in Magistratura democratica: «Forse i più giovani», ha detto Albano, «non sanno qual è stato il percorso faticoso che l’associazionismo giudiziario ha dovuto affrontare perché si affermasse il valore del pluralismo, e per combattere l’assetto gerarchizzato della magistratura». Gli obiettivi delle toghe più attente alla riflessione culturale sono questi: meno gerarchie (che sono pure un po’ incostituzionali), meno carrierismo, più spazio a una vita associativa orientata a difendere «il pluralismo delle idee», vera «ricchezza della magistratura», sempre per citare Albano. E anche l’esecutivo di Md ha diffuso un paio di giorni fa un documento in cui chiede non solo che l’Anm torni alle urne prima di ottobre, ma anche di ritrovare «l’impegno associativo come impegno culturale» e, soprattutto, di smetterla con la «attenzione parossistica alla carriera», favorita dal «ritorno a una prospettiva gerarchica».

Bonafede “sorpassato a sinistra” sulla riforma del Csm. Che vuol dire? Che segmenti non marginali del mondo togato tifano per una riforma del Csm, e dell’ordinamento giudiziario, meno ispirata alla gerarchizzazione degli uffici, da cui nascono adesione al volere dei capi e ambizioni poco attente ai diritti. Il punto è che da una quindicina d’anni la politica si è innamorata dell’idea che sia più comodo interloquire con il singolo procuratore che con la schiera dei suoi sostituti. È qui che Bonafede può imbattersi in un sorprendente “sorpasso a sinistra”, sulla radicalità della sua riforma. Ed è qui che avvocatura e magistratura possono saldarsi in un’alleanza contro la giustizia ridotta a fast food del potere e dei diritti.

La vera emergenza è da sempre la “Giustizia giusta”. Valter Vecellio il 9 gennaio 2020 su Il Dubbio. Pannella, Tortora, Sciascia: ne parliamo da decenni, le soluzioni ci sono. Cassese ne ha individuate alcune sui tempi del processo e le sanzioni amministrative. Sembra che qualcuno, finalmente, si stia rendendo conto che la vera, grande, emergenza di questo paese – che pure di emergenze ne ha tante – è costituita dalla Giustizia. Sembra che molti si rendano conto che la cosiddetta riforma sulla prescrizione, fortissimamente voluta dall’attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal Movimento 5 Stelle, e da alcuni eterogenei settori della magistratura e del giornalismo, è un’offesa, un oltraggio alla civiltà giuridica, alla stessa Costituzione. Par di vederlo il povero Cesare Beccaria, chissà quante volte si è rivoltato nella tomba; e quanto mai esatta l’amara definizione di Leonardo Sciascia: “Italia, paese culla del diritto, ma ormai la sua bara…”. Accade così di vedere mobilitati personaggi fino a oggi a tutto interessati e preoccupati, ma non alla Giustizia; scendono anche in piazza, manifestano. Ricordo bene la loro irridente espressione quando li si invitava a riunioni per individuare strumenti per far fronte a questa emergenza; per quanto tempo il Partito Radicale, quello Nonviolento, Transnazionale, Transpartito, e gli avvocati sono stati lasciati soli… non muovevano un dito, nel senso letterale. Marco Pannella veniva guardato con sufficienza, una sorta di nonno un poco tocco, con quella sua mono- mania: quotidianamente ricordava l’urgenza e la gravità della questione giustizia. Ora ci dicono e ci spiegano quello che da sempre sappiamo e abbiamo cercato di dire e spiegare. D’accordo: “Meglio tardi che mai”. A patto di ammettere, di capire, che la questione della prescrizione è l’ultimo anello di una catena infinita. La giustizia giusta per cui si sono battuti Pannella, Sciascia, Enzo Tortora, richiede riforme di grande respiro: responsabilità civile del magistrato; separazione delle carriere; abolizione dell’obbligatorietà penale; robusta delegificazione. Sono le cose che auspicava, tra gli altri, Giovanni Falcone: che non a caso, prima di essere ucciso dalla Cosa Nostra, ha avuto tra i suoi più implacabili avversari, tanti suoi colleghi. Poi alcune proposte sagge e giuste di recente elencate dal giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese: i tempi del processo, tutti e tre i gradi, in un solo anno; sanzionare in via amministrativa tutto ciò che non ha vera rilevanza criminale. L’accusa affidata a persone che abbiano equilibrio e procedano con cautela, senza maxi- retate, pubblicità, gestione delle ricadute mediatiche, comunichino riservatamente ( come vuole la Costituzione) le accuse agli interessati. Questo è. Altrimenti è solo fuffa.

Viviamo in un eterno processo penale. Giancristiano Desiderio il 28 gennaio 2020 su Nicola Porro. La gogna è il carattere fondamentale del nostro tempo. Se non abbiamo qualcuno da incolpare e processare sulla pubblica piazza non siamo soddisfatti. Chi incolpiamo oggi? Chi offendiamo? Chi insultiamo? La colpa altrui non ci renderà felici ma è così utile a soddisfare il nostro risentimento che, ormai, il boia che è in noi non ne può più fare a meno. Il giustizialismo politico non è più “solo” una strumentale arma politica e giudiziaria ma è diventata la forma della coscienza immorale degli Italiani che, come ho provato a mettere in luce ne L’individualismo statalista, hanno la testa a forma di Procura. Ormai l’aria che respiriamo ha capovolto tutti i sani criteri di giudizio politico, giudiziario, civile, persino scientifico, clinico, estetico e storiografico. Viviamo in un processo universale perenne i cui l’unica cosa che conta è incolpare qualcuno che avrà fatto sicuramente qualcosa. Una volta si riteneva che fosse meglio avere un colpevole in libertà piuttosto che un innocente in carcere ma oggi si pensa sia meglio il contrario. Un tempo vigeva la presunzione di innocenza ma oggi c’è la presunzione di colpevolezza. Ieri l’altro si indagava in base alla notizia di reato, oggi basta il sospetto. Non solo di fatto ma anche di diritto non esistono più innocenti ma solo colpevoli in attesa di essere sospettati e messi alla gogna. Le cose che dico non sono un’interpretazione politica più o meno originale del nostro tempo e come tale passibile di critica o di condivisione. No. Le cose che dico riguardano da presso la concezione e l’applicazione del diritto penale che nel tempo è stato travolto fino a diventare, come recita il libro di Filippo Sgubbi che invito a leggere, Il diritto penale totale (Il Mulino), sottotitolo: Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Il diritto penale è diventato ormai totale perché riguarda ogni spazio della vita individuale e sociale che è per definizione, ormai, da punire. È totale perché, con la cancellazione della prescrizione, è senza limite di tempo: infinito, eterno. È totale perché ormai tutti credono che nel diritto penale ci sia il rimedio a ogni ingiustizia e a ogni male sociale. Una volta il processo penale riguardava l’accertamento di un fatto precedentemente accaduto. Dovrebbe essere fisiologicamente così anche oggi giacché il reato precede il processo e il pubblico ministero e il giudice sono sottoposti alle leggi: così si dovrebbero ricercare le prove, accertare i fatti e verificare se rientrano nella fattispecie prevista dalla legge. Invece, oggi tutto è stato capovolto e dal processo penale che accerta un fatto si è passati al processo penale che crea il fatto. È l’accusa che costruisce la colpa! Aberrante! Il processo precede il reato e così si va alla ricerca di un fatto che poi potrà rientrare nella previsione di norme penali. Siatene certi: il fatto verrà trovato perché il diritto è stato di fatto slegato dalla legge e le fonti, ormai, sono infinite. Tanto che la famosa frase “la legge è uguale per tutti” è la parodia di sé stessa: le giurisdizioni sono innumerevoli e la giurisprudenza, che fin dal nome invitava alla prudenza, è il diritto del fanatismo. Una tale idea di giustizia è in lotta con il mondo dal quale vuole togliere i peccati e in guerra con l’umanità e il suo legno storto che vuole raddrizzare. Non è più una giustizia umana, che come tale sbaglia, ma divina e dunque diabolica e disumana perché arresta tutti senza poter essere a sua volta arrestata ossia fermata. Su tutti regna la cultura del sospetto per cui la legge è sostituita dal controllo permanente che trasforma i cittadini in sudditi. Il sospetto genera la teoria del complotto con cui ogni accadimento è spiegabile giacché il complotto capovolge l’esigenza dell’onere della prova: non è più necessario esibire prove ma bisogna dimostrare che il complotto è falso. Sennonché, il complotto è vero a priori perché è proprio l’esistenza della dietrologia – ossia della magia – che soddisfa il risentimento, l’invidia, la frustrazione, l’insicurezza, il vittimismo. Tutti noi, ormai, viviamo in questo manicomio in cui il diritto penale (totale) s’identifica con l’etica pubblica e tutto, anche i vizi, i peccati, i comportamenti “impropri”, gli sbagli, tutto è reato. Le azioni – che si tratti di affari o di sesso, di lavoro o di ambiente, di tasse o di amministrazione – non escono dal recinto dell’incriminazione penale. La giustizia penale è diventata la grande mediatrice del modo di concepire e sentire la società ossia i rapporti umani. Il celebre incipit de Il processo di Kafka – “Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato – è semplicemente non solo la realtà della nostra condizione ma anche la forma ideale della coscienza. Ma con una differenza peggiorativa: in Kafka la colpa riguarda una persona in quanto tale, mentre nel nostro tempo la colpa è legata al ruolo sociale, all’attività, al genere sessuale. Auguri!

La giustizia e la Bibbia tra riconciliazione e dovere verso gli altri. Francesco Occhetta S.J. il 7 Gennaio 2020 su Il Riformista. Per la Bibbia la giustizia penale cura le relazioni ferite e il suo significato a livello giuridico rimanda ad un aspetto di doverosità verso gli altri e di esigibilità verso se stessi. Il suo significato è continuamente provocato da una domanda morale: «Chi è l’altro per me?» e dal senso ebraico di sedaqah, la giustizia intesa come solidarietà in relazione alla comunità di appartenenza. La Genesi racconta storie di conflitti violenti tra fratelli come quelli tra Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giacobbe e Labano, Giuseppe e i suoi fratelli. Nella Bibbia la fratellanza non è data biologicamente, è un punto di arrivo, non ha nulla a che vedere con i legami di sangue. L’uomo è “per natura” fratricida, mentre “per cultura” può diventare prossimo e giusto. Caino cosa risponde a Dio quando gli chiede “Dov’è tuo fratello”? Gli dice: “Sono forse io il custode di mio fratello”. Tuttavia, scrive Levinas, «nel momento in cui metto in dubbio quella dipendenza e chiedo come Caino che mi si dica per quale ragione dovrei curarmene, abdico alla mia responsabilità e non sono più un soggetto morale». Proprio grazie al suo realismo, il modello di giustizia penale di Israele è servito per regolare nella storia il significato della pena e della sofferenza nei rapporti fra gruppi e Stati, tribù e nazioni che si impegnano a ristabilire giustizia e riconoscimento reciproco. La stessa legge del taglione, spesso utilizzata dai giustizialisti per giustificare la durezza delle pene, non include una risposta vendicativa, ma esige una proporzione tra il male provocato e la pena inferta. Ma c’è di più. Sfogliando la Bibbia non emerge un’idea astratta di giustizia, ma un’esperienza concreta di uomo “giusto”. Il processo a Gesù è emblematico. Il popolo sceglie di condannare il giusto e di liberare il malfattore. Pilato si era chiesto “ma che cosa ha fatto di male Costui?”, ma poi si lava le mani. Quando si alleano i grandi poteri, il giusto paga per tutti. La Chiesa non si stanca di denunciare questa dinamica. Nel 2014 anche Francesco, parlando di populismo penale, ha chiesto alla cultura della giustizia di «non cercare capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, [altrimenti c’è] la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste». La morale biblica concepisce la giustizia penale secondo quattro princìpi:

1) “Non giudicare ma rieducare il colpevole”. Caino, l’archetipo dell’assassino, non viene abbandonato a se stesso, non è escluso dalla premura di Jhwh. La tsedāqāh di Jhwh prevede per Caino un lungo cammino di espiazione e di riabilitazione dopo la cacciata dal giardino.

2) La responsabilità nell’esecuzione penale è oggettiva. La vittima deve ritrovare ciò che le è stato tolto: o il colpevole assume la propria responsabilità risarcendo del danno la vittima o i suoi familiari, oppure se ne fa carico l’intera comunità. Per la Bibbia la responsabilità è oggettiva, nel diritto romano la responsabilità è soggettiva e individuale.

3) La terra macchiata dal sangue deve essere bonificata altrimenti non darà più frutto per nessuno, nemmeno per le vittime o gli estranei a quell’azione violenta, perché il luogo della relazione e della reciprocità.

4) “Nella colpa c’è già parte della pena”. Lo ha ribadito nel 1987 il cardinal C.M. Martini parlando ai detenuti del carcere di San Vittore: «Nella colpa c’è quindi insita una sofferenza, una umiliazione e una esclusione dalla comunione pacifica degli uomini». La funzione della pena è trasformare la colpa in responsabilità per riabilitare a un nuovo inizio. Si punisce severamente il male fatto, ma si salva chi lo ha fatto.

Ci si divide tra giustizialisti – che fondano la loro idea di giustizia sulla vendetta – e permissivisti che minimizzano l’accaduto. Tutto questo però cambia quando la giustizia tocca la carne e gli affetti. In quale modo è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione? Con un tasso di recidiva che si aggira intorno al 68% e una spesa di solo 95 centesimi al giorno per la rieducazione dei detenuti il modello di riabilitazione previsto dall’art. 27 della Costituzione non funziona.  Cosa significa per uno Stato come l’Italia con la sua cultura giuridica il filmino postato dal ministro Guardasigilli Bonafede sull’arrivo di Battisti all’aeroporto? Un video di tre minuti accompagnato da una musica trionfale con un montaggio da trailer cinematografico per l’arrivo di un detenuto. È solo un esempio che indica come il modello vigente di «giustizia retributiva» è arrivato al suo massimo grado di positivizzazione. È scomparso persino il nome “grazia” al Ministero di Giustizia. In quella parola si rinchiudeva un distillato di civiltà. Siamo arrivati a difenderci dal processo e non nel processo, per aver smarrito il senso di ciò che è giusto in sé. La giustizia biblica in questi ultimi anni ha però ispirato il modello di giustizia riparativa, un «prodotto culturale» che pone al centro dell’Ordinamento il dolore della vittima e la riparazione del reo. L’antropologia della pena viene stabilita rispondendo a tre domande: chi è colui che soffre? Qual è la sofferenza? Chi ha bisogno di essere guarito? Il percorso si articola in alcuni fondamentali passaggi: 

1. Il riconoscimento del reo della propria responsabilità davanti alla vittima e alla società. 

2. L’incontro con la vittima. 

3. L’intervento della società attraverso la responsabilità diretta e la figura del mediatore. 

4. L’elaborazione della vittima della propria esperienza di dolore. 5. L’individuazione della riparazione che può essere la ricomposizione di un oggetto o di una relazione. A chiederlo è la Raccomandazione n. 19/1999 del Consiglio d’Europa: va fatta crescere la cultura della mediazione e formati i mediatori penali.

Tecnicamente la giustizia riparativa non è negoziazione; non è risarcimento; non è prestazione volontaria sociale nel carcere e fuori; non è diventare collaboratori di giustizia; non è il premio della messa alla prova o dell’applicazione delle misure alternative ecc. È un modello culturale che aiuta il modello classico ma capovolge il significato di giustizia. Il salto culturale è quello di far emergere la verità e passare dall’intimidazione della pena alla riabilitazione del detenuto che incontra il dolore della vittima, prende coscienza del male fatto e concretamente ripristina un oggetto o una relazione rotta o distrutta. Riemerge culturalmente il modello biblico, tra la mišpat (la giustizia classica) e il rîb (lite bilaterale), con cui iniziano i libri di Isaia, Osea e Geremia e che la Scrittura presenta come integrativi al sistema penale e alle sue sanzioni. La dinamica è triplice: l’accusa, la risposta dell’accusato e il perdono che permette una vera riabilitazione/riparazione.  Lo testimoniano esempi silenziosi e luminosi. Anna Laura Braghetti, che freddò con 11 colpi Vittorio Bachelet, ha ricordato l’incontro avuto con suo figlio: «Ci siamo riconosciuti. Mi ha parlato e mi ha detto che bisogna saper riaccogliere chi ha sbagliato. Lui e i suoi familiari sono stati capaci di farlo addirittura con me. Li ho danneggiati in modo irreparabile e ne ho avuto in cambio solo del bene». Daniela Marcone, responsabile nazionale Libera Memoria, a cui è stato ammazzato il padre, ha spiegato così la riparazione: «Ogni volta che viene commesso un crimine, questo coinvolge direttamente il reo e la vittima, ma in realtà si crea uno strappo anche ai danni della comunità in cui reo e vittima vivono: questo strappo occorre ripararlo». Lina Evangelista, moglie di un poliziotto assassinato dai neofascisti dei Nar nel  1980, ha affermato: «Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso»; e, dopo aver incontrato gli assassini del marito, confida: «I mostri si sono rivelati tutt’altro». Agnese Moro ha scritto agli assassini del padre dopo aver riletto le terribili pagine dell’autopsia che parlano della sua agonia: «Dopo questa lettura — ha raccontato — sono stata davvero sicura di non aver annacquato nulla; che il mio cammino verso di voi, come il vostro verso di noi, è stato fatto senza semplificare e senza mettere niente tra parentesi». 

Una sentenza ingiusta lo è sempre, anche se scritta da un giudice eroe. Iuri Maria Prado l'8 Gennaio 2020 su Il Riformista. Chi critica il lavoro di certi magistrati è esposto a un’accusa molto sleale: e cioè che quella critica attenta alla legittimazione di uomini che mettono a rischio la loro vita. Si dice: quelli sono eroicamente impegnati per il bene di tutti, e tu ti permetti di fargli le pulci. È un’accusa sleale perché criticare un comportamento o un provvedimento di un magistrato non significa negare che il suo sia un lavoro pericoloso, né tanto meno rinunciare a pretendere che sia rigorosamente protetto. Ma un’indagine sbagliata non diventa corretta solo perché la ordina un magistrato che vive sotto scorta; una sentenza ingiusta non diventa buona solo perché scritta da un giudice eroe. È un discorso difficile, ma finalmente bisogna farlo. Non è impossibile ritrovare prova di atti eroici nella vicenda di qualche aguzzino nazista: pure, non si crede che ciò basti a impedire il dovuto giudizio sulle sue responsabilità. O sì? E non c’erano forse eroi tra quelli che evangelizzavano con la spada? Pure, non rinunceremmo a fare la storia dei loro crimini solo perché hanno sofferto la rivolta dei selvaggi. O sì? Non sono paragoni impropri: perché anche in quei casi, come sempre nei casi di ingiustizia, la violenza, l’arbitrio, la sopraffazione sono giustificati in nome di un bene supremo, di un interesse superiore.  E si dica se questo non avviene anche da noi e oggi. Si dica se l’ingiustizia in Italia, quando non è puramente e semplicemente negata o sottaciuta, non pretende di giustificarsi nel nome di questo o quel fine supremo: la vittoria sul crimine organizzato, il trionfo dell’onestà sulla corruzione, l’affermazione della politica sana su quella impresentabile. E tutto questo, appunto, condotto in modo incensurabile da magistrati “eroi”. Dovrebbe dispiacere innanzitutto al magistrato l’idea che l’ingiustizia possa trovare giustificazione nel suo eroismo. E se quest’idea non gli dispiace, allora il rischio è che il suo eroismo sia non solo giustificazione, ma causa di ingiustizia.

"Giudici di Asti, via dal distretto". Bufera tra avvocati e magistratura. Contestata dall'Anm e dal procuratore generale Saluzzo la lettera scritta dalla Camera penale di Torino per la sentenza letta senza ascoltare la difesa. I legali: "Era una lettera riservata, pubblicandola si alza il livello della tensione". Ottavia Giustetti il 21 gennaio 2020 su La Repubblica. È scontro aperto tra avvocati e magistrati sul caso dei giudici di Asti che il 18 dicembre hanno pronunciato una sentenza di condanna dimenticandosi di ascoltare, prima, l’arringa del difensore dell’imputato accusato di violenza sessuale sulla figlia. L’unione delle Camere penali piemontesi, infatti, dopo che per un mese il tribunale non aveva preso provvedimenti ha inviato una lettera chiedendo che i tre giudici coinvolti fossero trasferiti ad altro distretto. "Inaccettabile" è la risposta dell’Anm del Piemonte definisce una iniziativa attribuita alla Camera penale.  "Gravemente intimidatorie - prosegue la nota dell'Anm- risultano poi le modalità prescelte, ovvero una lettera diretta personalmente ai magistrati interessati, nella quale si sentenzia una situazione di insanabile perdita di credibilità che sconfinerebbe nell'incompatibilità ambientale". In realtà, il presidente del collegio Roberto Amerio aveva chiesto quasi immediatamente il trasferimento ad altro tribunale. Del caso si stanno occupando anche il Csm e la procura di Milano. "La Camera Penale aveva scritto una lettera riservata da non diffondere sui quotidiani proprio per richiamare tutti ad un senso di responsabilità. Constatiamo con amarezza, invece, che la nostra lettera è stata pubblicata ed utilizzata per sostenere tesi di un presunto attacco irriguardoso e persino scomposto alla magistratura che proprio non c'è stato. Questa iniziativa alza il livello della tensione" è la replica della Camera penale.  "Il nostro - prosegue la nota - era un garbato invito a valutare la possibilità di applicare i tre magistrati nel settore civile per ridare immediata credibilità al sistema giudiziario. Senza anticipare condanne. Constatiamo con amarezza, invece, che la nostra lettera è stata pubblicata ed utilizzata per sostenere tesi di un presunto attacco irriguardoso e persino scomposto alla magistratura che proprio non c'è stato. Questa iniziativa alza il livello della tensione. La nostra richiesta era evidentemente orientata a salvaguardare la terzietà e l'indipendenza della magistratura, anche quella "percepita" dall'opinione pubblica dopo un fatto abnorme e senza precedenti". "Il clima ad Asti era ed è irrespirabile dopo quanto accaduto" dice ancora la nota. Sul caso interviene anche il procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo: "Non spetta ad alcuno, e nemmeno agli avvocati (singoli o associati) fare pressioni sugli organi costituzionali o istituzionali ai quali è rimesso il potere della valutazione e della sanzione. Non è ammissibile che si invochino “misure sommarie” e neppure che si esercitino pubbliche “intimazioni” a singoli magistrati, venendo, così, a creare artificiosamente situazioni di debolezza ambientale e di difficoltà nell’esercizio della giurisdizione. Soprattutto, a fronte di un fatto isolato, unico e per nulla indice di una diffusa tendenza alla “sottovalutazione” del ruolo della difesa".

Trasferito a Torino il giudice di Asti che condannò senza sentire la difesa. Roberto Amerio potrebbe essere trasferito alla Corte  d'Appello di Torino. La Repubblica il 13 gennaio 2020. Potrebbe essere trasferito alla Corte  d'Appello di Torino il presidente del collegio giudicante del tribunale di Asti, Roberto Amerio, che lo scorso 18 dicembre, insieme alle colleghe a latere Claudia Beconi e Giulia Bertolino, ha dato lettura di una sentenza - una condanna a 11 anni per violenza sessuale - senza aver ascoltato la difesa. Lo ha detto lo stesso giudice oggi in tribunale, nel corso del suo ultimo giorno di udienze, secondo quanto riferito dal presidente della Camera penale di Asti, avvocato Alberto Avidano. Amerio ha fatto richiesta al Distretto per un posto libero e potrebbe iniziare a lavorare nel tribunale di Secondo grado di Torino già prima della fine del mese di gennaio per sei mesi, prorogabili di altri sei. Tra i giudici che potrebbero prendere il suo posto ad Asti, ci potrebbe essere l'attuale gip Alberto Giannone. Una delle udienze, fissate per domani, sulle infiltrazioni 'ndranghetiste nell'Astigiano emerse dall'operazione Barbarossa dei carabinieri, potrebbe essere rinviata.

Memorabile intervista di Travaglio a Davigo: per salvare la giustizia aboliamo la difesa. Piero Sansonetti il 10 Gennaio 2020 su Il Riformista. C’era una volta Oriana Fallaci. Lei era considerata la regina delle interviste. Ne fece decine, e le sue interviste erano spettacoli di lotta greco-romana. Prendeva l’intervistatore per il collo e non gliene passava una. Mise alle corde Gheddafi, ma anche Fellini e Bob Kennedy. Sapete che anche i miti, col tempo, appassiscono. vengono superati. È successo così. Oggi il mito di Oriana è di gran lunga superato da quello di Marco Travaglio. Ieri, sul Fatto Quotidiano, Travaglio ha intervistato Piercamillo Davigo (ex Pm, ex capo dell’Anm, attualmente consigliere del Csm) e lo ha letteralmente messo alle strette: non gliene ha passata una. Lui – Davigo – si è difeso bene, certo, perché lo cose le sa. Ma ha traballato. Ogni domanda una mazzata. Ne ricopio qui le più importanti, anche per dare ai miei più giovani colleghi un’idea di come si fa un’intervista vera. Le ricopio integrali, senza cambiare una virgola e senza ridurle, per evitare che si perda la complessità della domanda. 1) «Lei che farebbe per bloccare i processi?» 2) «Non ci sono già?» 3) «Quindi che fare?» 4) «L’avvocatura non ci sente» 5) «Altre soluzioni?». E poi la sesta domanda che davvero è il colpo del kappaò: «Basta così?». Sull’ultima domanda Davigo ha tremato davvero. E ha dovuto confessare che no, non bastava così. Che alle idee che aveva offerto fino a quel momento, rispondendo con sagacia agli affondi del giornalista, doveva aggiungerne un’ultima che può essere riassunta con queste poche parole: aboliamo il gratuito patrocinio per gli imputati, che tanto sono tutti evasori fiscali sennò non sarebbero imputati, e usiamo quei soldi per finanziare le parti civili. Reso il giusto omaggio alla aggressività di Travaglio, forse un po’ troppo rude (specie in quel perfido «Non ci sono già?»), passiamo a esaminare le idee di Davigo. La prima si fonda su questa affermazione singolare sulla prescrizione in Europa. Davigo, come già nei giorni scorsi più volte scritto da Travaglio (chissà chi dei due è il creatore di questa fake) sostiene che solo in Grecia esiste la prescrizione. Negli altri Paesi l’azione penale, una volta iniziata, non finisce più. Difficile discutere, su questo tema, perché l’affermazione non è discutibile: è assolutamente falsa. La prescrizione esiste in quasi tutti i Paesi europei (Germania Spagna, Francia, per citarne alcuni) e in molti di questi Paesi è molto più breve che da noi. Per esempio, in Francia i processi che prevedono pene sotto i 15 anni si prescrivono in tre anni (da noi fino a 15 anni, e in alcuni casi oltre) e l’eventuale interruzione della prescrizione non può comunque durare più di tre anni. A questo si aggiunge la prescrizione delle pene, che in Francia e in altri Paesi europei si conta dal momento del delitto, mentre da noi si conta dal momento della sentenza di terzo grado. Pensa un po’. Tanto che oggi i francesi dicono di non potere dare l’estradizione agli esuli italiani della lotta armata, perché da loro quei reati sono prescritti, da noi no. In Spagna e Germania le cose sono molto simili.  Davigo parte da qui per sostenere la sua idea di fondo. Che è questa. Per rendere più veloci i processi c’è un solo modo: ridurre i diritti della difesa. In varie forme. Abolizione della prescrizione, comunque dopo il primo grado, riduzione del diritto all’appello e introduzione della possibilità di reformatio in peius al secondo grado di giudizio (che vuol dire possibilità di aumentare le pene ricevute in primo grado, anche se l’appello è presentato dalla difesa), cancellazione o riduzione del gratuito patrocinio, obbligo per gli avvocati di pagare una multa per le impugnazioni che portano alla condanna. Davigo dice che in questo modo si sconsiglierebbe agli imputati e agli avvocati di ricorrere in appello, per evitare rischi. Travaglio purtroppo non chiede a Davigo se è giusto ridurre le possibilità di appello in presenza di dati molto allarmanti. Per esempio questo: il 40 per cento delle sentenze di appello rovescia o comunque attenua le sentenze di primo grado. L’appello non è una formalità o una perdita di tempo: è la possibilità di correggere un numero gigantesco di clamorosi errori giudiziari. Pensate che tra tutti coloro che finiscono indagati, la maggioranza risulta innocente: in Italia ogni 100 indagati, 75 sono scagionati nelle indagini preliminari o in processo; la percentuale è leggermente più bassa in caso di arresto: circa il 40 per cento degli arrestati risulta innocente, il che significa che probabilmente, oggi, nelle prigioni italiane ci sono solo 10 mila persone che vedranno la loro innocenza riconosciuta nei prossimi anni dopo aver trascorso in cella una piccola parte della propria vita. Questi dati sono utili anche per giudicare la proposta di Davigo di rendere più dura la condanna in processo, e poi in appello, per spingere gran parte degli imputati ad accettare il patteggiamento. Dice Davigo: se rendiamo conveniente il patteggiamento ridurremo i processi e finalmente i tempi della giustizia si abbrevieranno. Il problema è che per patteggiare devo accettare una condanna e se sono innocente (cioè nel 75 per cento almeno dei casi, secondo i dati che vi abbiamo appena fornito)? Mi conviene lo stesso accettare una condanna perché – sapendo che gran parte dei diritti della difesa sono sospesi – so di rischiare di essere condannato anche da innocente? Questa è l’idea di fondo della giustizia? La giustizia – diciamo – è una macchina per condannare, non per giudicare. Tante più condanne ottiene nei tempi più brevi, tanto più è efficiente. E a questo principio devono ispirarsi le riforme. Del resto su questa idea, Davigo trova il plauso di quasi tutta la stampa. Quante volte avete letto questo titolo: “Assolti: la giustizia ha perso”. Ma perché ha perso? Perché sono stati assolti degli innocenti? E avrebbe vinto invece se fossero stati condannati? Bah. Davigo su questo punto è convintissimo. Tanto che spiega come rinunciare all’appello sia un vantaggio per l’imputato. Perché? Perché di sicuro è colpevole, c’è poco da discutere. E dunque ricorrere in appello serve solo a rinviare la prigione. Se invece andasse subito in prigione potrebbe iniziare la rieducazione e riscattarsi prima. Non è così? Mandarlo in prigione prima è una cosa che si fa per il suo bene.  Va’ in cella ragazzo, lo faccio perché ti voglio bene! Poi ci sono gli ultimi due affondi di Davigo. Il primo è una vera e propria gaffe. Davigo si scaglia contro i ricorsi in Cassazione presentati solo per guadagnare tempo e far scattare la prescrizione. Davigo dice che in questi casi, quando la Cassazione stabilisce che i ricorsi erano infondati e inammissibili, dovrebbe essere automatico l’aumento della pena. Travaglio qui tace. Perché tace (e probabilmente arrossisce)? Perché è esattamente quello che fece lui, quando ricorse contro una sentenza di condanna e chiese la prescrizione, e  la Cassazione gliela negò perché giudicò strumentale il suo ricorso. Ma questo magari Davigo non lo sapeva, sennò sarebbe stato più delicato. L’ultimo affondo – ne abbiamo accennato – è sugli avvocati. Davigo propone che gli avvocati paghino insieme ai loro clienti per le impugnazioni inammissibili. Una specie di intimidazione per ridurre l’autonomia dell’avvocatura. Gli ha risposto ieri sera Gian Domenico Caiazza, il presidente delle Camere penali: «Volgarità per volgarità, parliamone quando parleremo anche della responsabilità dei magistrati, patrimoniale e disciplinare, per le indagini poi smentite da sentenze assolutorie e da appelli contro sentenze assolutorie poi confermate. Converrà con me, caro Davigo, che i danni (sociali, morali, ed erariali) che procurate con indagini e sentenze squinternate o grossolanamente persecutorie sono sideralmente imparagonabili coi danni che lei ritiene causati dalle nostre impugnazioni».

Gli errori del dottor Davigo. Michele Sarno, Presidente Emerito Camera Penale Salernitana, il 16 gennaio 2020 su Il Dubbio. Bisogna rammentare al Dr. Davigo che alle volte le esternazioni gratuite possono rivoltarsi anche contro chi le pronuncia. Non è la prima volta che il Dr Davigo si lascia andare a delle esternazioni gratuite ed inaccettabili nei confronti della categoria degli avvocati. Immaginare l’avvocato obbligato in solido col proprio cliente rappresenta il venire meno dei principi essenziali del nostro sistema giudiziario. Da troppo tempo il Dr Davigo ingiustamente incede ad eleggere l’Avvocatura a categoria che non agevola la corretta e spedita amministrazione della Giustizia laddove i dati evidenziano l’esatto contrario (basti pensare per es. al fatto che il 58% dei procedimenti risultano archiviati nella fase preliminare in cui l’avvocato non incide assolutamente). Non comprendendo che se realmente vuole candidarsi ad offrire un contributo effettivo alla risoluzione dell’annoso problema giustizia dovrebbe offrire soluzioni condivise o condivisibili e non certo limitarsi ad individuare un nemico immaginario. Forse è arrivato il momento in questo Paese di abbandonare la cultura dello slogan roboante e di sedersi seriamente attorno ad un tavolo per affrontare il tema giustizia. .Rammentando al Dr. Davigo che alle volte le esternazioni gratuite possono rivoltarsi anche contro chi le pronuncia e contro la stessa categoria che si rappresenta. Rifletta il Dr. Davigo e comprenda che se seguissimo la sua logica della obbligazione in solido successivamente ci sarà sicuramente qualcuno che affermerà essere giusto  e corretto sanzionare gli errori dei Magistrati (allorquando arrestano o condannano ingiustamente) attraverso l’applicazione di una sanzione pecuniaria da versare personalmente (e non come avviene oggi a carico dei contribuenti attraverso la previsione dell’istituto per es. della riparazione per la ingiusta detenzione). Ecco perchè ritengo che l’unico principio da salvaguardare sia quello della responsabilità e della capacità di cogliere nel proprio interlocutore una risorsa e non un avversario. L’Avvocatura questo lo ha capito da moltissimi anni.Da quando Calamandrei pubblicò nel 1936 : “Elogio dei giudici scritto da un avvocato”. Forse il vero problema e la mancata comprensione col Dr. Davigo è determinato dal fatto che a distanza di oltre 70 anni stiamo ancora aspettando un elogio della stessa natura.

Annalisa Chirico contro Piercamillo Davigo: "Sostiene la menomazione del diritto di difesa, è inaccettabile". Libero Quotidiano l'11 Gennaio 2020. L'intervista del magistrato Piercamillo Davigo, rimbalzata ovunque per quanto ammesso sui cavilli della Giustizia, ha mandato su tutte le furie proprio lei: Annalisa Chirico. "Che un consigliere del Csm - parlo di Piercamillo Davigo - sostenga pubblicamente che la prescrizione esiste solo in Grecia&Italia, balla colossale, è già grave di per sé. Ma che poi proponga, per ridurre i tempi dei processi, la menomazione del diritto di difesa, è inaccettabile" ha cinguettato al vetriolo la firma del Foglio riferendosi al colloquio del pm con il Fatto. Davigo in effetti ha rilasciato delle perle non da poco. Alcune fra tutte la proposta di "rivedere il patrocinio gratuito a spese dello Stato per i non abbienti" e il suggerimento di prendere spunto dagli Usa. Qui patteggiano in pochissimi "perché se l'imputato si dichiara innocente, sceglie il rito ordinario e poi si scopre che era colpevole, lo rovinano con pene così alte che agli altri passa la voglia di provarci. In Italia puoi patteggiare senza dirti colpevole e poi financo ricorrere in Cassazione contro il patteggiamento che hai concordato". Se per Davigo sono queste le soluzioni necessarie alla Giustizia, siamo messi male. 

Spangher: «L’appello non si tocca. Neanche il fascismo potè cancellarlo». Giulia Merlo il 10 gennaio 2020 su Il Dubbio. Parla Giorgio Spangher. «Eliminare il secondo grado di giudizio significa mettere in discussione le garanzie dei cittadini, I loro diritti e libertà. Invece si rafforzi il ruolo del gip». «La prescrizione così congegnata è oggettivamente sbagliata», è il lapidario commento del professore emerito di Diritto processuale penale, Giorgio Spangher, che però mette in guardia da facili scorciatoie per ridurre la lentezza dei proces-si: «Eliminare l’appello significa mettere in discussione le garanzie dei cittadini, i loro diritti e libertà».

Professore, perchè lo stop alla prescrizione dopo il primo grado è un meccanismo sbagliato?

«Perchè in questo modo non si determinano tempi certi per la celebrazione dei giudizi di impugnazione. La riforma Bonafede, di fatto, fornisce una nuova scadenza per i pm».

Cosa intende?

«Oggi il pm decide quali reati lasciar prescrivere nella fase delle indagini preliminari e lo dicono le statistiche, che mostrano come moltissimi reati si prescrivano esattamente in questa fase. Il pericolo ora è che il pm parta dal presupposto di portare a processo più reati possibili, perchè tanto dopo il primo grado non si prescriveranno più, sia che l’imputato sia condannato, sia che venga assolto. Questo cambierà l’atteggiamento del pm ed è molto pericoloso, perchè sarà di fatto un nuovo termine del processo, oltre il quale non ci sarà più prescrizione».

Quale correttivo propone?

«Io avevo suggerito di eliminare la sospensione della prescrizione in caso di sentenza di proscioglimento. Il presupposto è che per il condannato la presunzione di innocenza sia più affievolita rispetto a quella del prosciolto, che invece è piena. Si tratta certamente di un compromesso, ma può essere che la politica possa accettarlo, dovendo trovare la quadratura del cerchio tra posizioni distanti».

La prescrizione si inserisce nel quadro della riforma del sistema penale e l’ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha ipotizzato di eliminare l’appello per rendere più il processo più efficiente.

«Con tutto il rispetto che ho per Roberti, penso che non si possa trattare il processo in questo modo, perchè significa annullare garanzie, diritti e libertà. Nemmeno il fascismo riuscì a eliminare il divieto di reformatio in peius e l’appello, che sono alla base della nostra cultura giuridica».

La sua tesi è di eliminare l’appello nel caso in cui il primo grado si sia svolto con rito ordinario, mentre di mantenerlo nel caso di riti speciali.

«Ragionando in termini giuridici, mi sembra un paradosso. Le faccio un esempio: chi sceglie il patteggiamento accetta gli esiti del processo cui si giunge attraverso un accordo. Proprio in questo caso si rinuncia a una parte delle garanzie, tra le quali l’appello. Non solo, che fine farebbero senza il grado d’appello tutti i casi in cui si verificano nullità o invalidità nei giudizi, oppure di prove sopravvenute? Pensiamo, inoltre, a quanti proscioglimenti pieni vengono pronunciati in secondo grado, che sono frutto di una diversa valutazione dei fatti da parte di un collegio».

L’appello non va toccato, dunque?

«A me pare che il giudizio d’appello già si sia ridotto, grazie all’introduzione della specificità dei motivi di appello. Proprio questo obbligo così stringente nell’indicare le ragioni dell’appello avverso la sentenza di primo grado giustifica l’appello come un giudizio di controllo, non come un nuovo giudizio. Questo meccanismo può rallentare i tempi, ma fortifica il valore e l’affidabilità della sentenza».

Cosa andrebbe modificato, allora, dell’impianto del processo penale?

«Non voglio certo tornare al codice Rocco e al giudice istruttore, ma io credo che vada rafforzato il giudice delle indagini preliminari. Prima della riforma Vassalli, il processo era incardinato sulle indagini, con un giudice istruttore forte affiancato da un giudice debole e senza poteri, che fungeva solo da controllore delle garanzie costituzionali. Con il cambio di rito, il pm è diventato fortissimo ma il giudice delle indagini preliminari è rimasto debole. Ecco, il suo ruolo va riformato e rafforzato, per esempio con maggiori poteri di controllo sui tempi delle indagini».

Ritiene che questo possa velocizzare i processi?

«Io credo che per ottenere questo risultato sia innanzitutto necessario risolvere i problemi dell’organizzazione degli uffici, procedendo poi a una seria opera di depenalizzazione. Così si inizia a risolvere il congestionamento della giustizia, non certo eliminando l’appello».

Manterrebbe invece l’obbligatorietà dell’azione penale?

«Mi sembra un falso problema, perchè già ora di fatto l’obbligatorietà non esiste. Il pm iscrive le notizie di reato ed esercita l’azione penale quando vuole ed è ovvio che sia così e che qualcosa si perda, quando un sostituto procuratore si ritrova sulla scrivania più di cinquecento fascicoli».

Per la Costituzione difendersi è un diritto inviolabile, ma ad alcuni non importa. Iuri Maria Prado l'11 Gennaio 2020 su Il Riformista. Dunque la giustizia non funziona perché c’è troppa gente che fa appello. Non tutti lo dicono proprio apertamente (alcuni, i più disinibiti, sì): ma la teoria è appunto che la giustizia sarebbe affaticata per colpa dei troppi che impugnano le decisioni di cui sono insoddisfatti. E di qui il vagheggiamento, ma spesso proprio la proposta, di ridurre ulteriormente la possibilità che il cittadino chieda la riforma di un provvedimento ritenuto ingiusto. È pur vero che i processi sono tanti (ma sono tanti anche perché c’è una selva di leggi che incriminano tutto), ed è vero che gestirli efficacemente è difficile. Ma dietro lo schermo tecnico di queste rappresentazioni lavora oscuramente una concezione speciale e inconfessabilmente incivile della giustizia, e cioè l’idea che la difesa non costituisca un diritto da proteggere ma una specie di riprovevole insubordinazione che bisogna reprimere: l’atto di rivolta compiuto da chi osa non piegare la testa davanti alla celebrazione di un rito che si pretende impassibile. Chi chiede un secondo giudizio è dunque responsabile di una duplice colpa: quella di non accettare l’esito del processo, e quella di contribuire in tal modo ad aggravare il lavoro dei magistrati impedendogli di fare giustizia come si deve. Naturalmente, si spiega, con pregiudizio dei cittadini onesti, chiamati a pagare per l’intasamento provocato dai malvissuti che depositano ricorsi per conseguire impunità. Il fatto che la Costituzione della Repubblica dica che la difesa è un diritto inviolabile importa abbastanza poco. Così come è trascurabile la precisazione che quel diritto è inviolabile “in ogni stato e grado del procedimento”. Eliminiamolo, il diritto di ricorrere, di fare appello; e pace, poi, se a quel punto la nostra legge suprema proteggerà un diritto ridotto a un simulacro, perché non ha più nessuna sede di esercizio. Hai il diritto di pregare, ma ti smantello le chiese. La verità è che l’esistenza di quel diritto è assai mal sopportata, e quel che si suggerisce è che ad esercitarlo possa essere a tutto concedere l’innocente, così trascurando di considerare che innocenti, sempre per Costituzione, devono essere ritenuti tutti almeno sino alla decisione definitiva. Un impiccio insopportabile, per alcuni, e infatti la loro pretesa è che diventi definitiva la decisione unica, un colpo e via. Il sospetto che il diritto di impugnare una sentenza protegga un bene più vasto e importante, e cioè che lo Stato non sia sfrenato e incontrollabile nel suo potere di infliggere la violenza del processo e della pena, è completamente estraneo agli intendimenti dell’apostolato giudiziario. Si preoccupano della possibilità che il colpevole la faccia franca, e sono indifferenti davanti alla certezza che con la preclusione del diritto di difesa è l’ingiustizia di Stato a farla franca.

·         Comunisti per Costituzione.

Serviamo la Costituzione per questo noi magistrati dobbiamo essere antifascisti». Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 12 giugno 2020. L’appello firmato da circa 500 magistrati a sostegno del pm della Capitale Eugenio Albamonte, finito in questi giorni al centro delle polemiche per il sequestro dello stabile di via Napoleone III, da anni occupato abusivamente e divenuto la sede romana di CasaPound. «Dobbiamo essere e siamo antifascisti e sarebbe giusto indignarsi se non lo fossimo: la Costituzione, cui abbiamo giurato fedeltà nel giorno in cui abbiamo iniziato a svolgere il nostro lavoro, vieta la ricostituzione del partito fascista. Esercitiamo le nostre funzioni senza pregiudizi e lasciando le nostre idee fuori dalle decisioni. Il nostro dovere primario è garantire libertà e diritti dei cittadini; quelle libertà e quei diritti che il fascismo calpestò creando un ordine giudiziario asservito alla volontà del regime». Sono questi alcuni dei passaggi principali dell’appello firmato da circa 500 magistrati a sostegno, senza però citarlo, del pm della Capitale Eugenio Albamonte, finito in questi giorni al centro delle polemiche per il sequestro dello stabile di via Napoleone III, da anni occupato abusivamente e divenuto la sede romana di Casa-Pound. Albamonte, ex presidente dell’Anm e attuale segretario di Area, il cartello delle toghe progressiste, aveva ipotizzato a carico del movimento di estrema destra, oltre al reato di occupazione abusiva, anche quello di associazione per delinquere finalizzata all’istigazione all’odio razziale. L’indagine era nata a seguito di un esposto presentato dall’Anpi e dall’Agenzia del demanio, proprietaria dell’immobile. Erano stati iscritti sul registro degli indagati, oltre agli occupanti, alcuni militanti di CasaPound, fra cui Gianluca Iannone, Andrea Antonini e Simone Di Stefano. Il gip Zsuzsa Mendola, però, ha disposto lo sgombero ed sequestro preventivo dell’immobile per il solo reato di occupazione abusiva. «Non sussistono elementi – scrive il giudice – che consentono di ricondurre la sussistenza del delitto di partecipazione ad una associazione ( CasaPound, ndr). Nonché di accertare se le condotte poste in essere siano espressive di ideologie o sentimenti razzisti o discriminatori, ovvero se sussista lo scopo dell’incitamento alla discriminazione». I dirigenti di CasaPound, ricevuto il provvedimento del pm, avevano fatto notare che Albamonte, tempo addietro, aveva pubblicato su Fb dei post a favore dell’Anpi, manifestando così un «potenziale conflitto d’interessi». «Siamo un movimento politico legalmente riconosciuto, non un’associazione a delinquere. Diamo sostegno a famiglie italiane discriminate nelle graduatorie per la casa popolare», è stata la difesa dei vertici di CasaPound.

·         Magistratura: Ordine o Potere?

La toga adesso vuota il sacco: "Così guidichiamo la politica..." Il procuratore Domenico Airoma senza peli sulla lingua: "C'è qualche giudice che ritiene di essere investito della missione di giudicare la politica". Luca Sablone, Giovedì 01/10/2020 su Il Giornale. Domenico Airoma ha dimostrato di non avere alcuna paura di denunciare le degenerazioni della propria corporazione: il procuratore aggiunto del tribunale di Napoli Nord ha fatto ciò che le istituzioni temono, ovvero prendere atto che il sistema non è poi così sano come viene descritto. La sua tesi principali è chiara: i magistrati, con la loro "superiorità etica", con il passare del tempo avrebbero tolto il potere al popolo italiano e ai suoi eletti. Nelle cento pagine scritte dalla toga e contenute nel volume "In vece del popolo italiano" si evince che l'imputazione nasce dalla convinzione per cui "le correnti non sono un dato di natura, inscindibilmente connesse alla funzione del magistrato". Il vicepresidente del centro studi intestato a Rosario Livatino, magistrato cattolico ucciso dalla mafia nel 1990 all'età di 38 anni, ha puntato il dito anche contro Magistratura democratica che fin dalla sua nascita avrebbe usato l'Associazione nazionale magistrati "come la leva indispensabile per la compiuta realizzazione della strategia gramsciana nell'ambito della giurisdizione". Come riportato da Libero, il rapporto paritario con la politica dura sino a Tangentopoli, quando la magistratura assume un ruolo preponderante: "Non si tratta più di un giudice che fa politica (seppur sotto l'ombrello del richiamo alla costituzione materiale), ma di un giudice che ritiene di essere investito della missione di giudicare la politica stessa e non solo gli atti dei politici, se di rilievo penale".

"Vero potere alla magistratura". Airoma ha fatto ricorso a una metafora per spiegare meglio il concetto espresso: "I magistrati erano stati fatti salire sul carro armato e da quel carro armato non intendevano scendere più". E da quel punto è stato tutto un crescendo, visto che la giurisdizione si è praticamente proclamata "supremo potere con connotazioni di superiorità etica". Così come il caso Palamara ha dimostrato di recente, ormai le varie correnti si presentano sempre più come "compagnie di assicurazione e di sostegno nella scalata ad incarichi di vertice". Ma veramente la percezione che la magistratura ha di sé è quella di una categoria rovinata dal carrierismo? Macché. Molti esponenti vorrebbero promuovere quei nuovi diritti che vanno "ben al di là del tessuto costituzionale, percepito oramai come superato". Giorno dopo giorno prende sempre più campo la teoria secondo cui le questioni attinenti in particolare al bio-diritto non possano essere affidate alle mutevoli maggioranze parlamentari, "ma vadano attribuite a chi è capace di assecondare la nuova corrente antropologica". Cioè ai magistrati progressisti. La toga ha fatto infine notare che l'unica e vera questione morale della magistratura è che essa rappresenta progressivamente "il vero detentore del potere nell'epoca del politicamente corretto".

Ma adesso le toghe devono pagare. Lo voglio dire da persona libera, da giornalista libero, da ex senatore e presidente di un'inchiesta morta ammazzata, da liberale fra i liberali: è arrivato il momento di fare il passo successivo. Paolo Guzzanti, Sabato 11/07/2020 su Il Giornale. Lo voglio dire da persona libera, da giornalista libero, da ex senatore e presidente di un'inchiesta morta ammazzata, da liberale fra i liberali: è arrivato il momento di fare il passo successivo. La porcata contro Berlusconi, che è stata una porcata contro chi l'ha votato con una raffica di piccoli e grandi colpi di Stato, non può restare in sospeso e senza conseguenze, affidata al balbettio di un ministro che compita in Parlamento l'abbecedario che gli hanno messo in cartella con la merenda. C'è un principio solo da ristabilire: che la Magistratura non è un potere ma solo la funzione di un pubblico servizio, quello della Giustizia. Non siamo nella Francia di Montesquieu, col re all'esecutivo, gli Stati Generali alla Pallacorda e i giudici in parrucca che sputano sentenze. Soltanto il Parlamento ha il potere. Tutto. E lo esercita secondo il manuale della Costituzione, il cui arbitro è il Capo dello Stato. A noi sovrani cittadini è piaciuto concedere a noi stessi il servizio pubblico della Giustizia indipendente e per questo abbiamo imposto l'uniforme della toga ai funzionari che esercitano la loro funzione - come i militari affinché non dimentichino mai di essere servitori dello Stato e che lo Stato siamo noi. Il delitto è stato provato e adesso è l'ora del castigo. L'ora in cui la democrazia deve dimostrare di essere nei limiti delle regole tutto il potere delegato dal popolo e usarlo. Il potere può venire soltanto dal popolo, non da concorsi pubblici e cordate private.

Pieni poteri sono provvidenza se ad assumerli è la milizia eroica della magistratura. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 29 Maggio 2020. Non c’è giorno che la magistratura corporata non dia prova della propria impostazione antidemocratica. Ferma sulla linea di una buona fede forsennata, non diversa rispetto a quella dell’inquisitore che ti brucia per il tuo bene, essa crede davvero che la propria funzione sia di costituirsi in una centrale di indirizzo che pone rimedio ai mali della società e combatte gli agenti dei poteri diversi che la imprigionano nell’ingiustizia. I rappresentanti di questa cultura ispirano la propria vocazione al totem costituzionale, ma in realtà non sono soggetti alla legge suprema e piuttosto rivendicano di esserne gli esecutori esclusivi nell’esercizio di una “indipendenza” pervertita nella contestazione aperta del sistema politico rappresentativo. Come si ripete, è spesso (non sempre) un approccio in buona fede a comandare questi proponimenti di governo della società per tramite giudiziario, ma questo non ne attenua la pericolosità e anzi la aggrava perché essi si accreditano sull’idea diffusa che i “pieni poteri”, inquietanti quando a reclamarli è un politico discusso, rappresentano una provvidenza se ad assumerli è la milizia eroica della magistratura incorrotta. Ieri (ma come sempre) questa cultura spadroneggiava sul giornale senza padroni, cioè Il Fatto Quotidiano, con un articolo questa volta non sgrammaticato a firma del solito Gian Carlo Caselli il quale, dopo aver fatto l’elogio delle correnti che garantiscono vitalità alla pozzanghera giudiziaria («furono utili», spiega, «per incrinare l’estraneità dei giudici rispetto alla società e per cercare di introdurre in un corpo burocratico il rifiuto del conformismo”»), ripropone appunto l’idea che la magistratura adempie al suo ufficio se diventa «strumento di emancipazione dei cittadini» e quando assume «la funzione, anch’essa inedita, di controllo dell’esercizio del poteri forti». Con eloquio appena aggiornato, l’orientamento della giurisdizione verso la conquista rivoluzionaria che ripristina la giustizia conculcata dal potere corrotto: cosicché la democrazia che sbaglia, fastidiosamente governata dall’impiccio del voto e dalla chiacchiera parlamentare, possa trovare redenzione nei rigori del processo e nel verbo più sicuro delle sentenze. Naturalmente (è un altro classico) l’esigenza di proteggere una “autonomia” intesa in questo modo, e cioè quale strumento di reazione alla inaccettabile pretesa che le riforme in tema di giustizia siano rimesse alla decisione politica e non siano subordinate all’accettazione della magistratura militante, si giustifica nell’assunto demagogico secondo cui è l’interesse dei cittadini, non quello della corporazione, a trovare tutela nel perpetuarsi del dominio togato. Chissà se c’è speranza che questo falso cominci a essere riconosciuto.

Magistratura eversiva, il Csm si è sostituito allo Stato e i pm non rispondono alla legge. Alberto Cisterna su Il Riformista il 2 Giugno 2020. Pochi giorni or sono il prof. Serio, docente universitario stimato e già componente del Csm ha censito tra i mali che affliggono la magistratura italiana anche una elefantiaca autoproduzione di regole che il Consiglio ha approntato e affinato negli anni munendosi di poteri pressoché illimitati sulla carriera dei magistrati. Gli strali del professore si sono concentrati sul Testo unico della dirigenza giudiziaria, la Magna Charta per l’attribuzione degli incarichi su cui si esercitano spesso il Tar e il Consiglio di Stato annullando delibere consiliari di varia indole ed estro. Si legge nel suo intervento: «Attualmente, è in vigore per gli incarichi più ambiti un immodestamente denominato, testo unico sulla dirigenza, espressione alquanto pomposa che tradisce il desiderio di equiparazione del Consiglio al legislatore. Ebbene, quella che avrebbe dovuto essere una miniera di regole oggettive capaci di risolvere in modo netto e indiscutibile il conflitto tra più aspiranti, si è rivelata un’autentica trappola a causa della compresenza di decine di disposizioni minute che, isolatamente considerate, spesso vengono contraddittoriamente utilizzate per favorire l’uno o l’altro dei concorrenti, a seconda spesso dell’orientamento correntizio del consigliere o del candidato o di entrambi». Insomma, nulla per cui stare tranquilli. La scelta dei capi degli uffici è fondamentale per l’assetto del servizio-giustizia e manipolarne il corso in vista di interessi privati in qualunque altra amministrazione porterebbe alle manette, anche se – paradossalmente – fossero scelti i migliori: è il metodo a inquinare. Molti dei miasmi velenosi che emergono dalle ultime chat – purtroppo tardivamente cadute nella disponibilità dei giornali rispetto ad altre più tempestivamente propalate in piena indagine perugina a vantaggio di taluno – mostrano come siano proprio queste regole elastiche e plasmabili a consentire vendette, segnalazioni malevoli, sgambetti e, a volte, quelle vere e proprie esortazioni alla persecuzione che animano in taluni casi la lotta per il potere all’interno della magistratura. Indimenticabile l’incitazione di una (ex) toga altolocata al componente del Csm che si doleva di essere incappato in qualche intercettazione di un processo per corruzione: «Certo. Dillo ai tuoi colleghi del Csm» avrebbe sibilato il grand commis aizzando contro il reprobo giudice che non aveva subito censurato l’impiccio. Un «dillo ai tuoi colleghi» che sta a metà strada tra il callido mandato e la viscida sollecitazione, in quella fangosa terra di mezzo in cui allignano le vigliaccate e non solo Buzzi e Carminati. Tolta la pietruzza che, come sempre, nella scarpa duole, ma che un interesse generale deve pur sempre avere se la conversazione è stata pubblicata con tanto di nomi e cognomi, torniamo al discorso molto più elevato che il prof. Serio ha intrapreso.  L’articolo 108 della Costituzione dispone che «le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge» (v. anche art. 102), questo comporta che i poteri del Csm sulla carriera dei magistrati non potrebbero prevedere – come attualmente accade in molti settori – una delega in bianco in favore dell’organo di autogoverno e in fondo a discapito anche dei cittadini. Si pensi, a esempio, al principio di precostituzione del giudice naturale, fissato nella Carta e canone fondamentale della giustizia in tutti gli ordinamenti. La designazione del giudice deve precedere il reato e non seguirlo, sono vietati giudici ad personam. Oggi il suo rispetto è, processualmente parlando, carta straccia in quanto alla fine rimesso alle disposizioni amministrative del Csm che, a propria discrezione, può scegliere un giudice per un solo processo e, se occorre, anche per un solo imputato senza che sia possibile per l’imputato obiettare alcunché. La mancanza di criteri e regole precisi – come ricorda Serio – ha comportato l’espansione a dismisura dei poteri cosiddetti paranormativi del Csm che interviene con propri statuti in qualunque ganglio della vita dei magistrati (dai rapporti parentali all’interno degli uffici ai trasferimenti, dagli incarichi extragiudiziari alle valutazioni di professionalità, dalle nomine all’organizzazione del lavoro, dalle commissioni dei concorsi alle ferie) a prescindere e, troppe volte, a dispetto anche dei radi e lacunosi interventi legislativi. Il Parlamento, con un costante self-restraint ai limiti della colpevole sottovalutazione, ha concesso al Csm una vera e propria delega in bianco sui magistrati che, a quel punto, sono stati sospinti dalla stessa politica a soggiacere al potere delle correnti e dei loro rappresentanti. Sono state ristrette le toghe in un recinto anomico e illegale in cui poi la stessa politica torna a negoziare con gli emissari più smaliziati della corporazione, così dilatando il proprio controllo sulla giurisdizione oltre i limiti costituzionali. Il tutto con buona pace anche dell’articolo 101 della Costituzione che, come noto, pretende che i giudici siano «soggetti soltanto alla legge». Se le norme di legge sull’ordinamento giudiziario sono soppiantate da elastiche delibere, circolari, risoluzioni e testi unici di valenza amministrativa, è evidente che la soggezione dei giudici alla legge risulta filtrata e mediata da quella, ben più temuta, al Csm con ogni inevitabile ricaduta. Comprese quelle che tanto rumore stanno facendo in questi giorni a proposito di politici illustri. Il punto vero è che non si tratta solo di degenerazioni individuali da contenere e reprimere – come taluno ancora si illude che sia – ma della deriva sistemica di un’organizzazione (un ordinamento) che, abbandonata a sé stessa, ha creato una doppia soggezione, alla legge e alle disposizioni dell’autogoverno, con una conseguente doppia morale foriera delle peggiori distorsioni e che ha, oggi, quale contrappeso solo l’enorme patrimonio etico di quasi tutti i magistrati italiani. Lo aveva detto la Corte costituzionale in una memorabile pronuncia (n. 497/2000): «L’applicazione imparziale e indipendente della legge… sono beni i quali, affidati alle cure del Consiglio superiore della magistratura, non riguardano soltanto l’ordine giudiziario, riduttivamente inteso come corporazione professionale, ma appartengono alla generalità dei soggetti e, come del resto la stessa indipendenza della magistratura, costituiscono presidio dei diritti dei cittadini» per poi affermare in modo esemplare da scolpire in ogni aula di giustizia «nel patrimonio di beni compresi nello status professionale (dei magistrati) vi è anche quello dell’indipendenza, la quale, se appartiene alla magistratura nel suo complesso, si puntualizza pure nel singolo magistrato, qualificandone la posizione sia all’interno che all’esterno: nei confronti degli altri magistrati, di ogni altro potere dello Stato e dello stesso Consiglio superiore della magistratura». L’orgoglio dell’indipendenza e dell’autonomia da tutelare e da esercitare anche nei confronti del Csm e degli altri magistrati. Un orgoglio che sarebbe ingiusto non riconoscere a tantissime toghe italiane, ma che in troppi hanno dismesso partecipando al saccheggio delle clientele. Un patrimonio troppo importante perché la politica pensi di sbrigare la pratica giustizia con una frettolosa legge elettorale. Se non si ripristina il primato delle legge voluto dalla Costituzione, liberando le spalle ricurve della magistratura dal peso asfissiante dei poteri impliciti del Csm e del rischio di un loro uso distorto, ogni cambio di passo sarà insufficiente e destinato a fallire. Né la giustizia amministrativa può essere rimedio a questo vulnus, alla fine, eversivo della Costituzione.

100 magistrati occupano il ministero della Giustizia e fanno saltare l’equilibrio tra i poteri. Giuseppe Di Federico su Il Riformista il 30 Maggio 2020. La settimana scorsa Il Foglio ha pubblicato un’intervista a Sabino Cassese in cui si sostiene che la numerosa presenza dei magistrati all’interno del ministero della Giustizia (sempre intorno ai 100) e il monopolio che essi hanno delle posizioni dirigenziali al suo interno, rappresenta una violazione del principio della divisione dei poteri, cioè di uno dei cardini di uno stato democratico. Questa denunzia è stata condivisa e rilanciata dal presidente dell’’Unione Camere Penali, Giandomenico Caiazza, su due quotidiani, Il Riformista e Il Giornale. Nel considerare questo fenomeno occorre innanzitutto ricordare che esso è collegato alla natura burocratica dell’assetto delle magistrature dell’Europa continentale per cui i dipendenti dello Stato centrale possono essere destinati a svolgere, nell’ambito dell’apparato statale, funzioni diverse da quelle per cui sono stati reclutati. Pertanto non solo in Italia ma anche in altri stati europei numerosi sono i magistrati che svolgono la loro attività nei vari ministeri della Giustizia (in Francia, Germania, Austria. Spagna e così via). Detto questo, rimane da spiegare perché solo in Italia questo fenomeno viene denunziato ripetutamente come una violazione del principio della divisione dei poteri e negli altri Paesi no. Ciò dipende dal differente status del magistrato italiano che opera presso il nostro ministero della Giustizia rispetto a quello dei magistrati di altri paesi. Negli altri stati i ministri della Giustizia hanno, in varia misura, poteri decisori sullo status dei magistrati quantomeno per il periodo in cui sono alle loro dirette dipendenze (disciplina, valutazioni di professionalità, futura destinazione alle sedi giudiziarie alla fine del loro servizio presso il ministero). In Italia, invece, il ministro della Giustizia non ha alcuna influenza nel governare lo status dei magistrati che da lui formalmente dipendono. A differenza dagli altri paesi europei, in Italia solo il Csm può assumere decisioni in materia disciplinare e di valutazione di professionalità dei magistrati anche per il periodo in cui formalmente dipendono dal ministro della Giustizia. Si è con ciò stesso sottratto al nostro ministro della Giustizia uno degli strumenti fondamentali dell’assetto gerarchico che fa capo ai ministri della Giustizia degli altri paesi democratici e su cui poggia in misura rilevante la capacità del ministro di formulare e perseguire autonomamente le iniziative da prendere e quindi di sollecitare ed ottenere dai suoi dipendenti comportamenti conformi alle politiche che vuole perseguire e per le quali formalmente assume la responsabilità politica. In un tale assetto è solo ovvio che i magistrati del ministero privilegino le aspettative del Csm (che coincidono sostanzialmente con quelle del loro sindacato) in tutte le attività di ricerca, elaborazione delle informazioni e proposte al ministro nella sua attività di iniziativa legislativa e operativa. Tener presenti gli elementi sin qui forniti non è però ancora sufficiente ad apprezzare appieno il significato che assume l’autonomia tutta particolare della dirigenza del ministero della Giustizia rispetto al ministro. Tale autonomia ha trovato ulteriore nutrimento negli orientamenti, a lungo prevalenti e fortemente radicati nell’ambito della magistratura organizzata e delle sue rappresentanze in seno al Csm e che riguardano le ragioni con cui viene giustificata la presenza dei magistrati al ministero. Secondo questi orientamenti tale presenza sarebbe nella sostanza pienamente legittimata proprio dall’esigenza di tutelare l’indipendenza della magistratura dalle iniziative del ministro che potrebbero lederla. Questo orientamento non solo mi è stato ripetutamente ricordato nel corso degli anni in numerose interviste/conversazioni con magistrati, ma è confermata in vari documenti ufficiali e trova la più chiara esplicitazione in una relazione di vari anni fa della “Sottosezione dell’Anm presso il ministero della Giustizia”. Relazione inviata proprio al ministro della Giustizia e avente per oggetto “Proposte sulla riorganizzazione del ministero”. In tale documento, si forniscono infatti “le ragioni che giustificano questa presenza” (dei magistrati al ministero), e a riguardo si dice: «Innanzitutto essa è volta ad attenuare i pericoli che la funzione servente nei confronti del funzionamento della giustizia – costituzionalmente attribuita al potere esecutivo – si trasformi, nel concreto esercizio, in un condizionamento del potere giudiziario e in una conseguente violazione del fondamentale principio dell’indipendenza della magistratura»…. E si prosegue dicendo: «È opportuno che gli ampi poteri riconosciuti al ministro dagli artt. 107 e 110 Costituzione e (come interpretati dalle sentenze n. 168/63 e 142/73 della Corte Costituzionale) nei confronti del funzionamento della giustizia siano esercitati a mezzo di magistrati, anziché di funzionari amministrativi. I primi, pur se posti fuori temporaneamente dall’ordine giudiziario, sono i soggetti istituzionalmente più in grado di conciliare l’autonomia e l’indipendenza del detto ordine con l’osservanza della linea politica-ministeriale». Una delibera, che a dispetto di quanto possa apparire a un osservatore esterno, non aveva intenti rivendicativi ma si limitava a rappresentare l’assetto interno del ministero. Uno degli autori e firmatari di quella relazione inviata al Ministro era Ernesto Lupo, futuro presidente della Corte di Cassazione, da tutti sempre considerato persona di grande equilibrio, non certo portatore di orientamenti estremisti. Ed è significativo anche il fatto che il ministro dell’epoca nulla obiettò nel ricevere quella delibera dell’Anm, nonostante in essa si teorizzasse un ruolo davvero peculiare dei magistrati al ministero della Giustizia: dovrebbero addirittura svolgere un ruolo di resistenza, di contrasto ai voleri del ministro allorquando questi volesse, con le sue iniziative, ledere in qualche modo, a giudizio della magistratura organizzata o dei suoi rappresentanti in seno al Csm, l’indipendenza (o gli interessi corporativi) della magistratura stessa. Nei ministeri della Giustizia di altri paesi di cui ho conoscenza diretta (come Francia, Germania, Austria, Olanda) i magistrati che vi lavorano sono tenuti alla riservatezza che, se violata, viene sanzionata. Da noi no. Se le iniziative del ministro, persino quelle a livello embrionale, toccano poteri della magistratura o aspetti dell’ordinamento che contrastano con gli orientamenti del sindacato della magistratura esse vengono subito comunicate, e gli esempi a riguardo sono numerosi, ad esponenti della magistratura organizzata e/o al Csm perché possano essere intraprese le eventuali azioni di contrasto. A riguardo è certamente emblematico anche un episodio verificatori nell’ottobre del 2001 che pone in evidenza come i magistrati del ministero della Giustizia si ritengano liberi, nei casi non certo frequenti di contrasti col ministro, di operare in opposizione al ministro stesso da cui formalmente dipendono e come siano appoggiati in tale loro opera dal Csm. In quell’occasione alcuni magistrati dell’Ufficio legislativo fecero pervenire a deputati dell’opposizione un parere che avevano di loro iniziativa predisposto per il ministro della Giustizia e di cui il ministro non aveva tenuto conto; un parere che era fortemente critico proprio nei confronti di un disegno di legge del ministro che in quel momento era in discussione al Senato. È interessante notare che, a seguito di questo comportamento, i magistrati in questione hanno lasciato il ministero ma non hanno subito né procedimenti disciplinari né conseguenze negative sul piano della valutazione della professionalità da parte del Csm. Hanno invece acquisito titoli di benemerenza nella corporazione, tanto che uno di essi è stato quasi subito eletto dai colleghi, nel 2006, componente del Csm. A rinforzare e rendere i comportamenti dei magistrati del ministero aderenti alle aspettative del Csm e del loro sindacato vi è poi anche il fatto che essi sanno, per esperienza, che possono essere gravemente penalizzati dal Csm se sospettati di “collaborazionismo” col ministro su questioni che pregiudicano gli interessi corporativi. Si tratta di casi poco frequenti anche perché i pochi che si sono verificati costituiscono un chiaro ed efficace monito a futura memoria per tutti gli altri. Uno dei casi più noti e clamorosi – certamente il più facile da richiamare – si è verificato allorquando Giovanni Falcone, nel periodo in cui era direttore generale degli Affari Penali del ministero, fu diffusamente sospettato e anche pubblicamente accusato da componenti del Csm e da esponenti dell’Anm di aver assecondato il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, nella formulazione di un decreto legge in cui si prevedeva un effettivo e cogente coordinamento nazionale delle attività del pubblico ministero in materia di criminalità mafiosa, minando con ciò stesso l’indipendenza interna dei pm. Durissima fu la reazione dell’Anm e del Csm ed il decreto fu radicalmente modificato. Si pose allora in dubbio pubblicamente persino la credibilità dell’indipendenza di Falcone quale magistrato e quindi, in sede di Csm, anche la sua attitudine e capacità a svolgere con indipendenza il ruolo di Procuratore nazionale antimafia. Tanto che la Commissione per gli incarichi direttivi del Csm – nonostante la fama, anche internazionale di Falcone in quel settore – non si espresse a suo favore. Le proposte della commissione non pervennero al vaglio del Plenum del Csm perché nel frattempo Falcone era stato assassinato dalla Mafia. Falcone non divenne quindi Procuratore nazionale antimafia ma dopo la sua uccisione fu subito riammesso nei favori dell’Anm e da allora celebrato come uno dei suoi martiri più illustri. Mi sembra che quanto detto sin qui, per quanto molto sommario, sia sufficiente a dare sostanza alle preoccupazioni espresse dal professor Cassese e dall’avvocato Caiazza in materia di divisione dei poteri. È tuttavia opportuno aggiungere due postille a questo articolo già troppo lungo. Prima postilla. Vi sono state diverse iniziative legislative aventi per oggetto la presenza dei magistrati al ministero della Giustizia, tutte senza successo. Una limitata, temporanea eccezione è costituita dall’art. 19 del DPR del 4/8/2000 il quale stabiliva che i magistrati desinati al ministero non dovessero superare le 50 unità. A seguito del parere dato dal Csm (il 16/11/2000) quella limitazione fu abrogata. Ed è comprensibile. L’Anm ed il suo “braccio armato”, cioè il Csm, non potevano consentire che venisse, seppur di poco, messo in discussione l’articolato assetto di potere che fa capo alla magistratura. Seconda postilla. L’Avvocato Caiazza nel suo articolo su questo giornale ci ha ricordato che la divisione dei poteri viene menomata gravemente anche dalla presenza dei magistrati in molti dei gangli decisionali del nostro Stato (posizioni di rilevo in altri ministeri e in Parlamento, presso la presidenza del Consiglio e della Repubblica, presso la corte Costituzionale e altre ancora). Le ricerche da noi condotte sulle attività extragiudiziarie dei magistrati certamente avvalorano la sua tesi. Forse ce ne occuperemo in un altro articolo. È tuttavia difficile da comprendere perché le Camere penali non abbiano inserito questo problema nel loro progetto di riforma costituzionale, visto che la divisione dei poteri è certamente questione di rilievo costituzionale.

La dittatura dei Pm: politici succubi, giornalisti zerbini. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 28 Maggio 2020. La magistratura militante non si oppone solo a qualsiasi riforma dell’amministrazione della giustizia rivolta a limitare i privilegi della corporazione: si oppone anche, con pari energia, a ogni iniziativa di maggior tutela dei diritti delle persone sottoposte a giustizia. La ragione è molto semplice e non ha niente a che fare con le sempre sbandierate esigenze di giustizia complessiva: il rafforzamento dei diritti degli imputati, dei condannati, dei detenuti e la compiuta salvaguardia delle loro facoltà di difesa diminuiscono la forza del potere inquirente. È tutto, tragicamente, qui. L’assoluzione è fastidiosa perché denuncia la fallibilità dell’accusa, che in quest’ottica è necessariamente contrastata con mezzi pretestuosi e sleali: la difesa come attentato alle ragioni della giustizia confuse con l’interesse di chi la amministra. Si tratta di una vera e propria deviazione di potere, perché non c’è nessuna riprova – anzi c’è prova del contrario – che lo Stato di diritto democratico si affermi nel trionfo dell’accusa pagato col sacrificio dei diritti della persona. Il fatto che la magistratura deviata non operi clandestinamente dimostra anche meglio quant’è potente. Essa coltiva e protegge quel suo interesse nell’efficace sintonia di due canali: il primo è quello più appariscente sulla ribalta del dibattito pubblico, con il sistema dell’informazione asservito a orientarlo e con la classe politica intimidita e disciplinata nell’autocensura; il secondo canale è quello che percorre il ventre dello Stato e si dirama nei posti del potere vero, dove le leggi passano o si fermano, e a dirigere il traffico c’è appunto la magistratura distaccata al lavoro di macchina. La prepotenza di questo complesso sostanzialmente reazionario è simile a quella che nei sistemi di democrazia incerta esercitano i militari, con la differenza che la capacità intimidatoria della magistratura deviata è anche più efficace perché non ha bisogno di dimostrarsi in modo strepitoso coi carri armati che assediano i palazzi del potere e minacciano la cittadinanza: basta e avanza avere alle dipendenze un altro tipo di esercito, quello togato, che è composto sicuramente da ottime persone che però possono aggredire la tua vita e rinchiuderla in una cella. Le istanze antiriformatrici della magistratura deviata non sono sorrette da una migliore dottrina, ma da quel brutale presupposto di potere: ti arrestano, ti giudicano, ti condannano, e in modo non dichiarato ma perfettamente operante è quel carico di potere a pesare sulla bilancia delle riforme. Non c’è più scienza a rendere possibile l’imperio della magistratura deviata e a impedire che se ne contesti la continuazione, non c’è più competenza, più cultura della giurisdizione: c’è il ritrarsi e il sottomettersi di una società intimorita. C’è la paura.

Delirio di onnipotenza del Partito dei Pm: siamo noi la Costituzione. Piero Sansonetti de Il Riformista il 21 Febbraio 2020. Nel rifiuto dell’Anm (l’associazione magistrati) di andare all’incontro con il ministro per discutere sulla riforma penale, c’è una quantità di arroganza che nella politica italiana non si era mai vista. L’Anm con questa sua decisione afferma in modo solenne ed esplicito il proprio diritto di disporre in pieno e senza condizionamenti della legislazione italiana in materia di giustizia. Chiunque può vedere in questa linea politica assunta dall’Anm tutte le caratteristiche dell’eversione: della negazione di ogni dialettica democratica. Cosa rimproverano i Pm al ministro? Di avere recepito tutte le richieste che l’Anm aveva avanzato, ma di avere inopinatamente aggiunto un codicillo che deve essere immediatamente cancellato. Deve essere cancellato prima ancora di iniziare la discussione. Qual è il codicillo? Quello che prevede – non per adesso ma per un ipotetico futuro, comunque non prima della prossima legislatura – che sia possibile prendere delle misure disciplinari nei confronti dei magistrati che, in modo colposo, provochino ritardi molto gravi nelle indagini. È chiaro che questo codicillo è un fatto puramente platonico. I magistrati (tranne Lupacchini, l’ex Pg di Catanzaro che si è macchiato dell’unica colpa considerata imperdonabile dalla categoria: criticare Gratteri) non sono punibili e mai e poi mai vengono puniti. E comunque la leggina Bonafede non prevede neanche quale sarà la possibile punizione. Ragionevolmente un richiamo orale. Ma al partito dei Pm non interessa: è una questione di principio. Loro dicono che la totale incontrollabilità e superiorità del Pm è l’unica garanzia di indipendenza della magistratura. Loro identificano indipendenza e potere assoluto. Il povero ministro era stato consigliato dai suoi consulenti di introdurre quel codicillo, per far sembrare almeno in qualche modo che la cancellazione della prescrizione non violasse l’articolo 111 della Costituzione, quello che impone la ragionevole durata del processo. Il partito dei Pm risponde indignato: la Costituzione non può pretendere di stare sopra di noi. La Costituzione siamo noi.

L'ordine giudiziario ha sostituito la politica. Andrea Cangini, Lunedì 20/01/2020, su Il Giornale. Due atti parlamentari e un anniversario: il voto della giunta delle immunità del Senato sulla richiesta di autorizzazione a procedere ai danni di Matteo Salvini, il voto della Camera sull'abolizione della prescrizione, il ventennale della morte di Bettino Craxi. Sono questi, oggi, i tre temi attorno ai quali ruota il dibattito politico e dal cui sviluppo in parte dipenderà il futuro stesso della politica italiana. Fosse un passatempo tipo «trova l'errore», elementi incongrui rispetto al contesto sarebbero tutti e tre. Balza, infatti, agli occhi che il denominatore comune di queste tre pietre angolari della politica italiana non sia politico, ma giudiziario. Due fatti essenzialmente politici, le scelte di un ministro dell'Interno in quanto ministro dell'Interno e la memoria di un uomo di governo che mostrò la tempra dell'uomo di Stato, vengono letti attraverso le lenti non della politica ma della morale, per essere poi affrontati non in chiave istituzionale, ma penale. Uguale e contrario è il caso della prescrizione, la cui abolizione piace molto ai grillini di Giggino Di Maio e moltissimo sarebbe piaciuta al Grande Inquisitore di Dostoevsky. Non è un caso. È la logica conseguenza dell'ultradecennale processo di delegittimazione della politica e di centralizzazione dell'ordine giudiziario. Un processo magistralmente inquadrato dal professor Filippo Sgubbi in un imprescindibile pamphlet appena pubblicato dal Mulino: «Il diritto penale totale». «Totale» nel senso di totalitario, come si evince dal sottotitolo «Punire senza legge, senza verità, senza colpa». Scrive, infatti, Sgubbi che siamo ormai nel pieno di «una deriva neomedievale in cui la jurisdictio esprime la totalità del potere, di ogni potere (legislativo, amministrativo, giudiziario)», al punto che «la potestà penale si identifica ormai con l'etica pubblica». Detta in volgare, l'ordine giudiziario ha preso il posto del potere politico. Ma allora quelle pur giuste attenzioni che vengono rivolte alla Politica andrebbero spostate sulla Magistratura. La formazione, la competenza, l'imparzialità, la trasparenza, la responsabilità... Una politica timorosa finge di non vedere il problema, ma mai come oggi assume carattere di necessità e di urgenza la riforma dei meccanismi di reclutamento e di valutazione dei magistrati.

Politici sotto sorveglianza, la giustizia ha troppo potere. Francesco M. De Sanctis il 18 Gennaio 2020 su Il Riformista. Il termine garantismo circola sempre più con una sorta di specializzazione semantica che lo rivolge in maniera prevalente all’attività inquisitoria della magistratura. In realtà, quando parliamo di garantismo, dobbiamo far riferimento all’intero sistema di garanzie che offre l’ordinamento giuridico, a partire dalle “garanzie costituzionali” che lo informano in tutta la sua struttura. Certo, nel vecchio Stato di diritto, la garanzia fondamentale del cittadino era che il giudice fosse sottoposto alla legge, ma con le costituzioni della seconda metà del XX secolo (tra cui la nostra) si è modificata in maniera radicale la posizione dei diritti fondamentali, che, dette costituzioni, non istituiscono più, affidandole al potere legislativo, ma presuppongono rispetto allo stesso potere costituente. E ciò proprio per evitare il “torto legale” imputabile a leggi (come ad esempio quelle “razziali”) pur valide dal punto di vista formale. E le Corti costituzionali sono istituite proprio come “giudice delle leggi” costituendo, così una garanzia apicale. Ma che significa questa presupposizione dei diritti fondamentali anche contro il potere legislativo come incarnazione della sovranità del popolo? Significa che la legittimazione dell’ordinamento non riposa più soltanto sulla sovranità che tale potere incarna, ma anche sulla vigenza di tali diritti, da mettere in salvo, per il fatto di essere fondamentali, anche nei confronti delle mutevoli maggioranze a cui la democrazia affida il potere di fare le leggi. Da questa nuova condizione consegue necessariamente l’ampliamento, rispetto agli altri poteri costituzionali, del potere del giudice posto in relazione diretta con i principi della costituzione. Alla vecchia separazione dei poteri, sotto la sovranità del legislativo, si è sostituita la “cooperazione” tra detti poteri tutti vincolati alla garanzia dei diritti come concorrente fondamento di legittimità dell’ordinamento. Resta scontato che la cooperazione può anche generare conflitti, nonché egemonie più o meno passeggere di un potere rispetto agli altri (come abitualmente avviene a favore del potere esecutivo) allorché si creano “vuoti di potere” in relazione all’espletamento di determinate competenze; ma tutto ciò può anche restare nella fisiologia, per così dire, della democrazia rappresentativa. È, invece, la patologia del tessuto dello Stato costituzionale democratico che può determinare gli eccessi del “potere del giudice” o (in caso di rigida subordinazione ad altri poteri) le sue deficienze. Se dunque partiamo dal presupposto oggettivo che lo Stato di diritto costituzionale in cui abita la democrazia occidentale poggia su una doppia legittimità, vale a dire sulla sovranità del popolo e sui diritti fondamentali, dobbiamo anche ammettere che tra le due possa esserci, oltre l’auspicata convergenza o addirittura sinergia, anche divergenza e frizione. La sovraesposizione del potere giurisdizionale a cui assistiamo oggi è, soprattutto, l’esito dell’indebolimento della volontà politica, talché la giustizia si offre come luogo di esigibilità della democrazia di fronte al discredito delle istituzioni politiche e alla depressione dello spirito pubblico. E parlo chiaramente della giustizia nel suo complesso e non solo di quella parte iperprotagonista che in Italia è rappresentata dai Pubblici Ministeri (pur interni all’unico “ordine” dei magistrati) e che, per altro, altrove (es. tradizione anglo-sassone), non rientra pienamente nel puro potere giudiziario (esponendo la natura politica della funzione). Il centro di gravità della democrazia si è spostato verso la giustizia: i suoi metodi, le sue argomentazioni, il suo vocabolario (trasparenza, motivazione, imparzialità, contraddittorio, ecc.) appaiono più credibili dell’esercizio della volontà politica. Tale tendenza ha accentuato un profilo a sua volta connaturato alla struttura ambivalente della democrazia costituzionale: la difesa dei diritti individuali e collettivi di cui i cittadini si sentono titolari al di là della loro soggettività politica attiva e che vogliono veder tutelati davanti a un’autorità imparziale. Ma, si badi bene, altro è la tutela giurisdizionale dei diritti – funzione coessenziale alla democrazia costituzionale – altro è la sfiducia nella rappresentanza politica, che ha generato un atteggiamento di sorveglianza “giudiziaria” dei cittadini sull’operato dei loro rappresentanti.

Il Palazzaccio dei passi perduti (degli avvocati). Renato Luparini il 15 gennaio 2020 su Il Dubbio. Nei meandri della sede della Cassazione. Girando per I corridoi si notano cartelli perentori affissi alle porte che avvisano I viandanti di non valicare le soglie delle aule, diventate oramai laboratori destinati solo ai magistrati. A Roma si dissacra tutto. La sede della Suprema Corte di Cassazione è per tutti “Il palazzaccio”, anche se la sua architettura a confronto con certe realizzazioni contemporanee non merita tanto disprezzo. Per anni è stato il tempio laico del diritto. Così lo volle il ministro Zanardelli che ne prescrisse la costruzione e che lo volle in palese antitesi alla prigione papalina di Castel Sant’Angelo e al Cupolone di San Pietro, che gli sono vicinissimi, ma che da Piazza Cavour volutamente non si vedono. Ogni avvocato che dalle provincie più remote saliva le sue scale, magari dopo aver noleggiato una toga all’ingresso, si sentiva onorato e tornava a casa lusingato anche solo per le poche parole che gli toccava di dire davanti al supremo consesso. I più diligenti di viaggi a Roma ne facevano un paio, uno per la discussione e uno per leggere le requisitorie scritte della Procura Generale e controllare il fascicolo, perdendosi nei meandri affascinanti del Palazzo, tra statue di giuristi e corridoi infiniti. Da qualche tempo, l’incanto è finito. Il tempio è diventato una fabbrica, dove si producono massime e decisioni in quantità industriale. La presenza dell’uomo-avvocato è ormai superflua. Non si fanno più sentenze, che anche dall’etimo richiamano l’ascolto e il sentimento, ma si emanano secche ordinanze. Non si ascolta quasi più la voce degli avvocati. Nella cause civili la loro presenza è rarefatta e in quelle penali ridotta al minimo, spesso al simulacro del “riportarsi ai motivi”, fatto da un legale di passaggio. Girando per i corridoi si notano cartelli perentori affissi alle porte che avvisano i viandanti di non valicare le soglie delle aule, diventate oramai laboratori destinati ai soli e veri scienziati del diritto, i magistrati, che decidono “in camere di consiglio non partecipate”, come si dice in gergo, senza la fastidiosa presenza dei logorroici postulanti. Perfino l’accesso alla cancellerie è limitato ; gli avvocati ora si arrestano alla soglia dell’ufficio relazioni con il pubblico, come se anziché protagonisti del giudizio in cassazione fossero solo spettatori. Da ultimo, ma non in ordine di importanza, si è ascoltata la voce del Presidente Davigo, che si è fatto latore di un pensiero già diffuso tra i giudici: agli avvocati ridotti a spettatori far pagare di tasca loro il biglietto ogni volta che osano turbare i lavori del laboratorio giuridico con i loro vani ricorsi. Del resto il Primo Presidente Canzio pochi anni fa scrisse e parlò di una “Corte assediata”, dove la parte dei barbari invasori era destinata ai difensori, che con le loro inutili doglianze rendevano dura la vita nella cittadella del giure. Eppure chi è avvocato cassazionista, per poter patrocinare e soggiornare al Palazzaccio anche solo per qualche minuto paga già regolare quota annuale, una sorta di simbolico canone e risulta iscritto nel registro speciali dei patrocinanti in Cassazione, un tempo vanto e lustro delle toghe con i cordoni dorati. Insomma, da sacerdoti laici di un tempio ( la definizione, bellissima è contenuta nel testamento spirituale di Gabriele Cagliari, una delle prime vittime di Tangentopoli), gli avvocati in Cassazione sono ridotti a occupanti senza titolo, morosi e senza nemmeno un Monsignore a sostegno. Questa potrebbe sembrare una bagatella senza importanza e le mie lamentele marginali, se in Cassazione non si decidesse dei diritti e delle libertà di tutti i cittadini e se in gioco non ci fosse una questioncella che si chiama Stato di diritto. L’abolizione della prescrizione, per chi non lo sapesse, esisteva già: era contenuta in una circolare del Primo Presidente della Corte di Cassazione che incentivava lo strumento della declaratoria della inammissibilità per manifesta infondatezza. Per i non addetti ai lavori, funziona così: anziché scrivere che un ricorso non va accolto e limitarsi a respingerlo, i giudici di Cassazione scrivono che è palesemente infondato, come se invece di parlare del processo il difensore avesse scritto qualche poesia. In questo modo, si deduce che il ricorso è come se non fosse mai stato presentato e quindi che il tempo passato per esaminarlo non vale ai fini della prescrizione. Sembrano cronache di Bisanzio e invece è quotidiana realtà, con l’aggravante che magari quello stesso ricorso era stata ritenuto talmente fondato da richiedere il suo accoglimento dalla Procura Generale. Con l’amaro risultato che il povero avvocato non solo vede vanificato il proprio lavoro, ma si vede anche beffato dal fatto che il suo scritto ha convinto il massimo organo dell’accusa, ma è stato considerato carta straccia dal Giudice supremo. Ora, secondo Davigo, l’avvocato, che già passa brutti momenti ad annunciare rigetto e magari galera al cliente, va anche multato. Aspetto solo che siano riaccesi i fuochi in Campo dei Fiori, con una sommessa avvertenza: ho scoperto che un mio antenato, certo Fulvio Luparini, fu messo al rogo per sospetta eresia qualche anno prima del più famoso Giordano Bruno. Insomma: abbiamo già dato. Quanto meno, come pare abbia detto San Lorenzo sulla graticola, girateci dall’altro lato; da questo siamo già cotti.

I modi dei magistrati per umiliare gli imputati come un sergente con il soldato semplice. Iuri Maria Prado il 15 Gennaio 2020 su Il Riformista. In questi giorni di rievocazioni mi sono rivisto un po’ di udienze del processo Cusani-Enimont, quello sulla cosiddetta maxi tangente. La cosa più impressionante era il modo in cui il giudice – peraltro una brava persona – si rivolgeva agli imputati e ai testimoni. Così: «Senta, Martelli…»; «Sama, lei che ci dice?», e simili. Come fa un sergente con il soldato semplice. Come fa il padrone con il maggiordomo. A che titolo si permetteva di rivolgersi in tal modo a quelle persone? È presto detto: quelle persone erano “cadute in basso”. E non perché avevano commesso illeciti, così guadagnandosi una riprovazione che toglieva loro il diritto di ricevere riguardo, ma “in basso” perché sottoposte al potere del processo. Ti interrogo, ti giudico, e questo implica una degradazione sufficiente a permettermi di non darti di “signore”. Si noti che i magistrati incassano senza perplessità roba come “Eccellentissima Corte” o “Illustrissimo Signor Presidente”, certamente anche per responsabilità degli avvocati che si lasciano andare a queste disgustose manifestazioni di servilismo indegno: ma proviamo a immaginare quale reazione avrebbero se il cittadino che loro sottopongono a processo esordisse con qualcosa tipo «Senta un po’, Davigo…». Inutile precisare che mentre esistono magistrati rispettosissimi, ai quali neppure verrebbe in mente di rivolgersi all’imputato come fa il prof. con l’alunno delle medie, altri che non si fanno troppi riguardi ritengono evidentemente che si tratti di sciocchezzuole: e non avvertono il pericolo che lo stato di soggezione in cui è posto chi finisce “sotto” processo sia generalmente trattato con noncuranza. E invece bisognerebbe che l’amministrazione della giustizia risentisse come primario l’obbligo di non degradare in nessun modo, e anzi di trattare con il massimo grado di rispetto, il cittadino affidato alle cure giudiziarie. Perché è un “signore” qualunque cosa abbia fatto, e revocargli questo attributo rappresenta una versione solo attenuata di messa in berlina. Non è ancora come lasciare che gli lancino verdura marcia, ma condivide la medesima causa: l’idea che chi giudica sia “superiore”, stia sopra, appunto, e sotto di lui il bandito che ha perso rango civile. La medesima causa e dunque il medesimo effetto: l’imbarbarimento della società che, indifferente o compiaciuta, assiste allo scempio.

Il giudice si deve trasferire, raffica di udienze senza approfondimenti per sentenza sui Cesaro. Giovanni Altoprati il 15 Gennaio 2020 su Il Riformista. «Questo processo è la Waterloo dei diritti degli imputati»», afferma senza peli sulla lingua l’avvocato Vincenzo Maiello, difensore dei fratelli Raffaele e Aniello Cesaro, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa con il clan Polverino. Secondo la Dda di Napoli, i Cesaro, fratelli del senatore di Forza Italia Luigi e titolari di un’azienda di costruzioni, si sarebbero aggiudicati illecitamente il bando per la realizzazione di un’area industriale nel comune di Marano (NA). Ad accusarli alcuni collaboratori di giustizia. I due fratelli, dopo aver trascorso circa due anni di custodia cautelare in carcere, dal marzo del 2019 si trovano agli arresti domiciliari fuori dalla Regione Campania. «Il Tribunale di Napoli Nord ha deciso che questo dibattimento deve concludersi entro tre mesi. Il motivo? Il presidente del collegio, il giudice Francesco Chiaromonte (colui che da gip nel 2008 decise l’arresto di Sandra Lonardo, moglie dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, poi assolta da tutte le accuse nel 2017, ndr) dal prossimo mese di marzo andrà al Tribunale di sorveglianza dove ha chiesto di essere trasferito», prosegue l’avvocato Maiello. Pur essendo i reati contestati caratterizzati dall’aggravante mafiosa, per la quale si applica l’art. 190bis che non prevede la ripetizione delle udienze in caso di cambio del collegio, il Tribunale vuole procedere a tappe forzate: tre udienze a settimana e i testimoni citati direttamente dai carabinieri. Come è successo l’altro giorno a un teste della difesa che è stato chiamato a casa alle dieci di sera con l’avvertimento di presentarsi l’indomani mattina in Tribunale. Il perché di questa frenesia lo spiega sempre l’avvocato Maiello: «Il presidente dell’iniziale collegio, Giuseppe Cioffi, dopo una campagna stampa di Repubblica, ha deciso di astenersi, sostituito quindi da Chiaromonte». «Repubblica – prosegue Maiello – aveva per giorni scritto di alcune relazioni tra il gruppo dirigente di Forza Italia in Campania e Cioffi. Il magistrato, secondo le testimonianze del giornale, aveva partecipato anche a una convention di FI ad Ischia dove era stata ipotizzata una sua candidatura». Sulla vicenda era intervenuto l’allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, avviando accertamenti, e anche il Csm, con l’apertura di una pratica. «Il sospetto è che il Tribunale abbia voluto lavare quest’onta di essere colluso con il centro destra», prosegue Maiello. Per far concludere il dibattimento, in corso da due anni, in novanta giorni è stato quindi stravolto l’interno calendario delle udienze. I giudici del collegio che deve giudicare i Cesaro sono stati esonerati da tutti gli altri processi che stavano seguendo. In questo lasso di tempo – ed è qui il punto più delicato della questione, quello che ha spinto i legali degli imputati ad abbandonare (non rinunciare) le difese – dovranno essere ascoltati oltre 130 testimoni. «Si, ieri ho abbandonato la difesa dei Cesaro», puntualizza l’avvocato Maiello, secondo cui «il contesto ambientale non agevola alla percezione di un giudice imparziale». «Non ci sono problemi sul fronte della prescrizione. Questa compressione delle udienze è una chiara limitazione dei diritti degli imputati ed è il segno che si vuole chiudere in fretta un processo senza i dovuti approfondimenti», precisa ancora Maiello. L’indagine, eseguita dai Ros dei carabinieri, è stata condotta dai pm Maria Di Mauro e Giuseppe Visone, con il coordinamento dell’allora aggiunto Giuseppe Borrelli, ora procuratore di Salerno. Il fascicolo si basa essenzialmente sulle dichiarazioni di alcuni pentiti. I Cesaro hanno sempre respinto le accuse, dichiarandosi vittima di estorsione da parte di esponenti del clan Polverino.

Caso Cesaro, penalisti in rivolta: «Istituito processo speciale». Simona Musco il 21 gennaio 2020 su Il Dubbio. Gli avvocati dei sei imputati abbandonano la difesa. Sciopero di cinque giorni dopo la compressione di 130 testi in poche settimane, per consentire al giudice di chiudere il caso prima di essere trasferito, paralizzando così l’intero tribunale. Il giudice a breve cambierà ufficio e così i testi della difesa vanno ascoltati il più velocemente possibile. Ovvero con tre udienze a settimana, per smaltire entro il giorno del trasferimento – previsto a metà febbraio – 130 testimoni, bloccando però il resto delle udienze previste negli stessi giorni nelle due uniche sezioni del Tribunale. Una «eccessiva compressione dei tempi del processo» che ha portato i difensori dei sei imputati ad abbandonare la difesa, come forma di protesta nei confronti del presidente Francesco Chiaramonte. Il processo è quello in corso al Tribunale di Napoli Nord, che vede tra gli altri imputati anche gli imprenditori Raffaele e Aniello Cesaro, fratelli del senatore di Forza Italia Luigi ( prosciolto nello stesso procedimento), accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. All’ultima udienza, calendarizzata per martedì scorso, i difensori hanno messo in atto la protesta, dopo un acceso scambio di battute tra l’avvocato Vincenzo Maiello, difensore dei fratelli Cesaro, e il presidente Chiaramonte. A spingere il giudice a velocizzare l’iter è il suo trasferimento al Tribunale di Sorveglianza, dove si sposterà il prossimo mese. Da qui un calendario serratissimo per smaltire tutti i testimoni della difesa entro quella data. Tant’è che su richiesta della coordinatrice dei collegi penali, Domenica Miele, il presidente del Tribunale di Napoli Nord, Elisabetta Garzo, ha esonerato i componenti del collegio del processo Cesaro da tutte le altre udienze previste nelle stesse date. Da qui la protesta: i difensori hanno denunciato l’istituzione di un «processo speciale», con la predisposizione una corsia preferenziale di trattazione, al punto di sacrificare le esigenze di tutti gli altri processi – con «un florilegio di violazioni dei diritti della difesa». «Innanzi ad una inesistente ragione normativa di determinare un’accelerazione dei tempi di trattazione di questo processo – avevano argomentato in aula – noi riteniamo che si sia aperta la falla per una mortificazione eclatante dei diritti della difesa e della dignità dell’attività del difensore, che è intollerabile. Per queste ragioni, noi abbandoniamo la difesa e quindi non partecipiamo allo svolgimento di questo processo, che riteniamo paradigmatico di un oscurantismo nella gestione dei diritti. Mentre noi andiamo e stiamo in Europa, che è la civiltà dei diritti fondamentali, noi qui stiamo centrando la morte di un processo che tutela i diritti fondamentali». Ad aumentare l’indignazione anche il paragone con le tempistiche relative all’audizione dei testimoni dell’accusa: le 37 udienze necessarie per ascoltare tutte quante le persone chiamate a deporre dalla procura sono state distribuite in un arco di tempo di due anni, mentre la difesa, lamentano gli avvocati, si vede costretta ad «un tour de force». «Come si fa a sentire 130 testi e a prevedere la requisitoria del pm e le arringhe di 10 difensori entro il 15 febbraio?», si sono chiesti i penalisti, secondo cui «il Tribunale non è sereno». Ciò anche alla luce della notevole pressione mediatica che si è abbattuta sul Tribunale in apertura di processo: alcuni articoli di stampa, nel 2018, avevano documentato la frequentazione del presidente dell’originario collegio assegnatario con gli ambienti forzisti vicini a Luigi Cesaro, pur non essendo mai stati, i suoi fratelli, impegnati in politica. Da ciò si è arrivati all’astensione del giudice. E da tale dato è stata fatta scaturire l’esigenza di garantire una priorità assoluta al processo, finendo, appunto, per decretarne la specialità. Un’accelerazione inutile, per gli avvocati, dal momento che la sostituzione di Chiaramonte non comporterebbe un azzeramento del processo e anche considerando che i termini delle misure cautelari scadranno a maggio 2021. Dopo il fatto la Camera Penale di Napoli Nord ha programmato cinque giorni di astensione dalle udienze, dal 27 al 31 gennaio, chiedendo al presidente Garzo la revoca del decreto. Una protesta che ha trovato il sostegno della Giunta dell’Unione Camere Penali Italiane, secondo cui il presidente del Tribunale avrebbe assegnato «una inopinata e squilibrata priorità alla trattazione di quel processo, mediante l’adozione di provvedimenti organizzativi senza precedenti», sintomo «di una indebita “specialità” che pregiudica la indispensabile terzietà del giudicante». Anche perché l’esonero dei componenti del Collegio da ogni altro impegno giurisdizionale, denuncia l’Ucpi, comporterebbe una paralisi dell’amministrazione della giustizia «nel già collassato distretto di Napoli Nord», ed alla «citazione dei testi della difesa ad horas e d’imperio da parte del Tribunale». Legittimo, affermano i penalisti, soddisfare «esigenze di sviluppo di carriera», ma le stesse non possono prevalere «sul diritto di difesa degli imputati, nonché sui diritti e sulle legittime aspettative di molte centinaia di altri imputati e persone offese nei processi che, per tale incredibile ragione, sono destinati ad una ingiustificabile paralisi nei prossimi mesi».

Processo contro i fratelli Cesaro, scontro tra penalisti e Anm. Giovanni Altoprati il 23 Gennaio 2020 su Il Riformista. Ad aprire il caso era stato nei giorni scorsi Il Riformista. Poi la polemica. Che ora divampa a base di comunicati fra gli avvocati e i magistrati del Tribunale di Napoli Nord. Oggetto della discussione il “turbo calendario” del processo a carico agli imprenditori Raffaello e Aniello Cesaro, fratelli del parlamentare Luigi di Forza Italia, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa con il clan Polverino. II presidente del collegio, il giudice Francesco Chiaromonte, avendo avuto dal Csm il trasferimento al Tribunale di sorveglianza, vuole chiudere il dibattimento entro il prossimo mese di marzo. Con un provvedimento “ad hoc” il presidente del Tribunale Elisabetta Garzo ha stravolto l’intero calendario delle udienze, esonerando il collegio dei Cesaro dagli altri processi che stava seguendo: centotrenta testimoni della difesa da sentire, requisitoria dei pm, arringhe difensive, sentenza, tutto compreso in 90 giorni. Un record senza precedenti. Per protesta, il legale dei Cesaro, l’avvocato Vincenzo Maiello, ha abbandonato la scorsa settimana la difesa in quanto «il contesto ambientale non agevola alla percezione di un giudice imparziale». All’udienza di ieri i Cesaro erano assistiti dal difensore d’ufficio. «Se la complessa istruttoria dibattimentale ha seguito fino all’altro giorno, e per oltre due anni, tempi del tutto ordinari nella escussione dei testi d’accusa, sorprende che si pensi ora di dover liquidare l’assunzione della prova a discarico con scadenze frenetiche, che giungono all’esonero dei componenti del collegio da ogni altro impegno giurisdizionale (con conseguente paralisi della amministrazione della giustizia nel già collassato distretto di Napoli Nord), e alla citazione dei testi della difesa ad horas e d’imperio da parte del Tribunale», scrivono i penalisti. «Né può sottacersi l’inammissibile gravità del fatto che l’inopinato scatenarsi di questa polemica sia generata dalla pretesa di vedere tutelata e garantita una mera aspettativa di carriera, ancorché legittima, del presidente del collegio, rispetto alla quale ogni superiore esigenza di giustizia viene avvertita come secondaria e recessiva», aggiungono dalla Camera penale. Al vetriolo la replica dell’Anm. «Stupisce la posizione delle Camere Penali con la quale si stigmatizzano i provvedimenti adottati dal collegio giudicante e dal presidente del Tribunale di Napoli Nord al fine di garantire la sollecita conclusione del dibattimento di un processo di particolare complessità, con imputati detenuti». «Le Camere Penali – puntualizza l’Anm – alimentano una polemica sterile, fondata su presupposti di fatto inesistenti; polemica che arriva a trasmodare in offese indirette a singoli magistrati con accenni infondati e pretestuosi ad aspettative di carriera». «Invece di riconoscere, ed apprezzare lo sforzo compiuto dai magistrati, ci si duole proprio di quelle disposizioni e di quegli accorgimenti organizzativi, volti a evitare il mutamento del giudice», aggiungono le toghe, ringraziando «i colleghi per il loro grande impegno, nella certezza che nessun attacco alle loro persone e al loro ruolo potrà turbare la loro serenità o condizionare l’equilibrato svolgimento delle loro funzioni». I Cesaro hanno sempre respinto le accuse, dichiarandosi vittima di estorsione da parte di esponenti del clan Polverino. Titolari di un’azienda di costruzioni, per i pm si sarebbero aggiudicati illecitamente il bando per la realizzazione di un’area industriale nel comune di Marano (Na). Ad accusarli alcuni collaboratori di giustizia. I due fratelli, dopo aver trascorso circa due anni di custodia cautelare in carcere, dal marzo del 2019 si trovano agli arresti domiciliari fuori dalla Regione Campania.

Magistrati sostituiscono i medici: scoperta l’origine dei tumori. Redazione de Il Riformista il 15 Gennaio 2020. La Corte d’Appello di Torino ha deciso che un lavoratore di 57 anni, che è stato colpito da un tumore benigno all’orecchio destro, e che per causa di questo tumore ha perso in parte l’udito, dovrà essere risarcito. A noi sembra una cosa ottima che i lavoratori che si ammalano di tumore, e perdono una parte dell’udito, siano risarciti. Sembra invece un po’ curiosa la ragione per la quale è stato deciso questo risarcimento (circa 500 euro al mese per tutta la vita). La ragione è che, secondo i magistrati, il motivo per il quale questo signore si è ammalato è l’uso troppo frequente del telefonino. E la ragione per la quale questo telefonino veniva usato molto spesso stava nel lavoro della vittima. L’Inail, che dovrà pagare il risarcimento, ha fatto osservare che in realtà, sin qui, l’Istituto Superiore di Sanità ha escluso che l’uso eccessivo del telefonino possa provocare il tumore. Ma all’istituto Superiore di sanità, in verità, lavorano solo scienziati e medici, non ci sono magistrati. E forse gli scienziati e i medici non ci capiscono tanto di malattie. Così i magistrati hanno deciso di sostituirli e, dopo aver attentamente esaminato un telefonino e un orecchio, hanno accertato che il telefonino provoca il tumore. Stavolta è andata bene. Qualche soldo a un lavoratore non è certo una disgrazia. Il problema è che ogni tanto i magistrati decidono, in base alla propria convinzione di capirci molto di medicina, di spedire in prigione dei medici innocenti. E questo è più doloroso.

Italia alla deriva, sta diventando una Repubblica penale. Biagio De Giovanni il 3 Gennaio 2020 su Il Riformista. Mentre lo Stato di diritto si appresta a perdere i suoi pezzi pregiati, l’Italia ristagna tra alta retorica e distrazioni di massa, «più soldi nelle tasche degli italiani», come irresponsabilmente promesso dall’ineffabile presidente del Consiglio in una manovra spezzettata, fatta di mille proroghe e sempre salvo intese. Intanto il quadro politico della maggioranza si frantuma in mille pezzi, i 5 Stelle ne perdono uno al giorno, Conte pensa a come continuare a far politica “dopo”, il Pd, come sparito, abbraccia Conte, Italia viva spiazzata da Conte, diventato il primo nemico di Salvini. Se non batte un colpo, ma serio, mi pare fuori gioco. L’opposizione, a sua volta: sparita Forza Italia, fermo e in discesa Salvini che certe volte, in assenza di ong, sembra gridare alla luna, Meloni in un fortino in moderata e lenta espansione, questo destra-centro non si sa più che cosa sia, quale sia la sua nuova identità, dopo gli scossoni dei mesi passati. L’Italia senza nocchiero, ferma nell’economia, nel vuoto di una politica pensata, storicamente determinata in relazione al mutamento dei tempi, tutto gridato però, in modo che dal caos descritto qualche voce cerchi di isolarsi e gridi a piena voce nel vuoto caotico. È la voce che sta distruggendo lo Stato di diritto, l’unica cosa seria che sta accadendo in questa Italia “altruista”, secondo alta retorica. Altruismo è pensare agli altri, ma chi pensa, per fare un esempio ora in gioco, ai condannati a vita da un processo eterno? L’obbrobrio giuridico esercitato sulla prescrizione, che vige dal primo gennaio deve essere smantellato, ma posso dire di aver scarsa fiducia nei timidi emendamenti proposti per ora? Come se l’unico tema, impossibile se isolato, fosse: proviamo, perché no?, ad accorciare i tempi dei processi e tutto va a posto, quando in Italia non c’è il “processo giusto” proclamato dalla costituzione, non c’è terzietà dell’accusa, mancano condizioni costituzionali di base, e in assenza di queste si decide di abolire una possibile fine del processo stesso. Ah, Mario Pagano, chi era costui? Un povero illuminista napoletano che ragionava sul processo penale, vissuto nel lontano Settecento, e impiccato in Piazza Mercato, rivoltati nella tomba! Tutto questo, quando in Italia, non in Europa, vige una Repubblica penale, non c’è più illecito amministrativo che non sia penale, non c’è indagato che non sia alla gogna mediatica con viva collaborazione di una parte della magistratura e di una informazione spietata, quando la vita privata va spesso sconsideratamente sotto intercettazione; quando la magistratura pretende di rifare la storia d’Italia e giudicarla in vitro. Quando in Italia, unico paese dell’Occidente democratico, una inchiesta giudiziaria, Mani pulite, annientò un intero sistema politico, e da quel vuoto ogni equilibrio è andato perduto, non è stato più possibile, dai partiti che avevano modernizzato l’Italia, un passaggio di consegne. E poi, il grido contro l’untore prima che ne siano accertate le vere e inconfutabili responsabilità, vedi il caso concessioni ad Autostrade. Il sorriso abbozzato sul volto, sempre quello, jena ridens scrissi in un blog, superfluo il nome, di chi, rivolgendosi alla parte peggiore di un paese, sui morti innocenti dice di sapere tutto, tutto sulle responsabilità, attizzando l’odio sociale, addirittura personificando, con nomi e cognomi, i sicuri colpevoli. E ciò da un posto di responsabilità politica di gran rilievo. E i Pd, scomparso, tace o flebilmente, sottovoce, farfuglia qualcosa. Invece di dirgli: così non puoi fare o dimettiti da ministro! Ecco con il nuovo anno l’augurio: che ci sia nella cultura italiana, dico cultura, nei luoghi dove questi temi possono essere affrontati, con scienza e coscienza, che ci sia in questa cultura un risveglio serio, costante e perfino un po’ gridato per farsi ascoltare oltre il frastuono che ci copre. Non aggiungo altro, è una speranza per l’anno che si apre.

Delusione Mattarella, ha ignorato i tre problemi dell’Italia. Piero Sansonetti il 2 Gennaio 2020 su Il Riformista. Il discorso del presidente della Repubblica è stato deludente. Non solo perché costruito quasi esclusivamente sulla retorica, e su un vago appello alla fiducia, alla speranza. (È giusto, si capisce, chiamare il popolo alla fiducia: ma se resta un grido, vale niente). È stato deludente per un’altra ragione. Perché non ha indicato i problemi fondamentali di fronte ai quali si trova l’Italia, né tantomeno ha segnalato le vie per superarli. Ho visto che Stefano Folli, su Repubblica, fa un ragionamento opposto. Dice: ottimo discorso perché si è rivolto direttamente agli italiani senza impicciarsi nelle dispute politiche. Non sono d’accordo, non credo che il presidente della Repubblica debba rinunciare a occuparsi di politica, o essere una specie di via di mezzo tra il parroco e il diplomatico. Credo che debba guidare il Paese e garantire la saldezza politica quando questa vacilla. Oggi vacilla. Non mi pare che Mattarella lo abbia fatto, con questo discorso. Quali sono i problemi politici fondamentali di fronte all’Italia? Diciamo tre, che sono di sicuro i più evidenti. Il primo è la stagnazione produttiva. Il secondo è l’aumento delle diseguaglianze, e quindi della povertà. Il terzo problema è la giustizia, che negli ultimi anni ha subìto dei colpi durissimi, travolta dal populismo dilagante, dalla codardia della politica e dall’arroganza del partito dei Pm, che forse è minoritario in magistratura ma accumula sempre più potere. Mattarella ha sfiorato i primi due problemi, enunciandoli, ma quasi per dovere. Senza neppure provare a entrare nel merito delle questioni, e a indicare delle vie per superarli, o almeno dei principi da tenere saldi. Il terzo problema lo ha totalmente ignorato. Sebbene il suo discorso sia stato pronunciato appena tre ore e mezza prima dell’entrata in vigore della norma che cancella la prescrizione (dopo il primo grado di giudizio), sancisce il processo perpetuo e sferra un colpo micidiale allo Stato di diritto, facendo strame dell’articolo 111 della Costituzione. Sergio Mattarella è un uomo politico molto esperto, colto, e una persona che conosce perfettamente la struttura della giustizia, i suoi principi, e i suoi problemi. Soprattutto, è il presidente del Consiglio superiore della magistratura, e dunque è il capo della magistratura. È uno degli ultimi prodotti di qualità di quel partito, la Democrazia Cristiana, che ha contribuito in modo decisivo a ricostruire la democrazia nel nostro Paese e poi è stata rasa al suolo (insieme al partito socialista) da una iniziativa della magistratura. È impossibile che non si renda conto della drammaticità della situazione italiana, descritta molto bene qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, dal professor Angelo Panebianco. Siamo in presenza di un’offensiva formidabile del partito dei Pm, che è il più originale, piccolo, potente e sovversivo partito che sia mai apparso in Italia dai giorni della Liberazione in poi. È un partito che fonda la sua forza su due elementi: il controllo su quasi tutto il sistema della stampa e dell’informazione; la neutralizzazione di quasi tutte le possibilità di opposizione nel mondo politico. Il partito dei Pm non rappresenta la magistratura, ne rappresenta una scheggia, e tuttavia non trova nessun freno – tranne pochissimi casi isolati – all’interno della magistratura. Perciò dilaga. Ha un disegno molto chiaro, e questo disegno è sostenuto da una parte consistente dell’intellettualità, delle classi dirigenti, dei partiti politici, e naturalmente del sistema dell’informazione: quello di modificare le tradizionali regole della democrazia, di annullare la distinzione e la pariteticità dei poteri, affermando una struttura dello Stato dove uno dei poteri, e cioè quello giudiziario, è sovraordinato e dominante rispetto a tutti gli altri. E dove la struttura stessa della giustizia viene modificata, indebolendo i principi essenziali del diritto e assegnando un compito salvifico al sospetto e alla missione etica. Talvolta questo progetto e questi principi sono espressi in modo esplicito. Come quando Davigo dice che i presunti innocenti sono solo colpevoli che l’hanno fatta franca, o quando Gratteri dichiara di voler smontare la Calabria come un treno Lego. Talvolta sono sottintesi. E comunque sostenuti da una campagna molto forte di opinione pubblica che adopera la parte più importante e più rumorosa delle televisioni, dei giornali, dei social. Il presidente della Repubblica può restare puro osservatore? Ignorare il rischio eversivo? Fingere di non sentire l’appello dei penalisti, che forse sono l’unica forza organizzata che si oppone al bonafedismo e al travaglismo? Escludo che il presidente Mattarella non si renda conto del pericolo che corre l’Italia. E del modo sghimbescio e sciagurato con il quale rischiamo di entrare in una modernità molto oscura (del resto il problema dello strapotere giudiziario riguarda anche altri Paesi dell’Occidente, a partire dagli Stati Uniti e da Israele). E allora? Mattarella, forse da buon democristiano, crede nei passi brevi, nel lavoro invisibile, nella mediazione, nella prudenza. Come il governatore Ferrer dei Promessi Sposi, quando, col più curioso degli ossimori, esorta il cocchiere: «Adelante, Pedro, con juicio». Spicciati ma vai piano. Sarà la strategia giusta? Ne dubito.

Intervista ad Antonio Leone: “Cari Pm, se volete il rispetto rinunciate al potere”. Paolo Comi il 24 Dicembre 2019 su Il Riformista. «Le correnti in magistratura sono sempre più forti. Vuole un esempio? La recente elezione del procuratore generale della Corte di Cassazione. Per una carica tanto importante (il pg della Cassazione, oltre a tutto il resto, è il titolare dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe, ndr) era auspicabile una maggiore condivisione del Plenum. Invece ci sono stati ben tre candidati, ognuno riferibile a un preciso gruppo associativo. Senza togliere nulla a Giovanni Salvi, magistrato decisamente meritevole e di altissimo profilo professionale e morale, la sua elezione è avvenuta a maggioranza, con 12 voti a favore e ben 5 astensioni. Per una così alta carica, in questo momento, una maggiore condivisione sarebbe stata auspicabile e non avrebbe dato adito a reciproche recriminazioni correntizie. Insomma, poteva essere un segnale e invece si è proseguito con lo stesso sistema anche su altre importanti nomine. Quali Torino, Brescia e Salerno». Antonio Leone, presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria, fino allo scorso anno componente laico del Csm, non crede che dopo lo dimissioni forzate di cinque togati sia cambiato qualcosa a Palazzo dei Marescialli.

Presidente Leone, è scettico?

«Guardi, lo “scandalo” Palamara fino a oggi ha prodotto solo un cambiamento degli equilibri al Csm, con la corrente di Davigo che è passata da due a quattro consiglieri, cinque se vogliamo considerare anche l’indipendente Di Matteo che è stato appoggiato dall’ex pm di Mani pulite. I tanti magistrati italiani che nel 2018 votarono per i cinque consiglieri che si sono dimessi non hanno ora rappresentanza. Le pare normale? Non credo. Sa come si chiama in politica una cosa del genere? Ribaltone bello e buono».

Il problema della magistratura ha un nome e un cognome: Luca Palamara. Concorda?

«Palamara è diventato il capro espiatorio della magistratura italiana. So per certo che molti magistrati fanno addirittura fatica a pronunciarne il nome. È diventato il simbolo della lottizzazione correntizia. Ma le oltre mille nomine che sono state fatte nella scorsa consiliatura non credo siano solo farina del sacco dell’ex consigliere Palamara. Dove erano tutti coloro che oggi lo attaccano e gridano contro il sistema clientelare della spartizione degli incarichi? E dove sono quelli che avrebbero ‘usufruito’ della incriminata spartizione? Il fil rouge dell’ultimo congresso nazionale dell’Anm è stato sostanzialmente: “Basta con Palamara!”. Ma prima di lui lo strapotere delle correnti non esisteva?»

Che idea ha di questa vicenda?

«Tutto nasce dall’indagine di Perugia. Indagine che era nota a ognuno di noi fin dal mese di settembre del 2018, quando un importante quotidiano nazionale pubblicò in prima pagina i dettagli del procedimento pendente a Perugia che riguardava Palamara. Nessuno allora si scandalizzò o parlò di fughe di notizie. Vedo molta ipocrisia. E poi, la stura all’inoculazione del trojan, avvenuto lo scorso maggio, qual è stata? E poi, se l’immagina cosa sarebbe accaduto se qualche “trojanino” avesse girato nei dintorni del Csm da una ventina di anni a questa parte?»

Quindi al Csm non è cambiato nulla?

«I tre candidati per le ultime suppletive, quelle per eleggere il sostituto del consigliere Paolo Criscuoli, erano tutti riconducibili a una corrente, avendo fatto in passato anche vita associativa con incarichi nell’Anm. Il tanto sbandierato pluralismo delle candidature che fine ha fatto? E anche le nomine di importantissimi uffici giudiziari, Roma in primis, sono al palo. Ma non solo: le nomine in dirittura di arrivo vengono bloccate e rimesse in discussione in ossequio, sembra, alle risultanze trojanesche. Mi riferisco al caso della Procura di Salerno che è tornata in Commissione per valutare che tipo di rapporti avesse avuto l’aspirante con Palamara».

Cambiamo argomento, cosa pensa della riforma “epocale” della giustizia di Bonafede?

«La riforma di Bonafede? E chi l’ha vista? Doveva essere pronta per la fine di quest’anno e invece ci sono stati solo annunci per soddisfare l’elettorato giustizialista. Il blocco della prescrizione provocherà il collasso delle Corti d’Appello e creerà una nuova figura giuridica: quella dell’imputato a vita. Siamo di fronte alla fine della stato di diritto. Lo stop alla prescrizione annulla completamente la ratio per cui è stato creato l’istituto stesso. È sostanzialmente un modo per rimediare a un fallimento dello Stato: quello di non riuscire a portare a termine i processi. Il ricorso al “fine processo mai”, diciamocelo, diventa sostanzialmente una sostituzione. La sostituzione della condanna, che lo Stato non riesce a comminare, con un processo infinito. Siamo alle prese con uno strisciante ricorso a una ideologia giustizialista, o giacobina che dir si voglia, che valorizza la teoria in base alla quale siamo tutti e sempre presunti colpevoli. Teoria, questa, molto cara anche a qualche alto magistrato. Questa assurdità riesce a mettere al bando due “parole” di non poco conto: umanità e innocenza. Per non parlare, poi, del giusto processo che servirà solo a riempirsi la bocca. Contro questa riforma, ricordo, si sono schierati gli avvocati penalisti, numerosissimi e autorevoli professori di diritto, e anche molti magistrati. Il ministro, invece, continua a usare toni trionfalistici e propagandistici, supportati da argomentazioni – direi meglio spot – prive completamente di verità».

Il Pd sulla riforma Bonafede sembrava aver preso le distanze. Cosa ne pensa?

«Le distanze a mio parere si sono azzerate. Mi meraviglia come il buon Andrea Orlando (ex ministro della Giustizia, ndr) si sia rimangiato le sue posizioni, che sicuramente avevano avuto un maggiore apprezzamento, per compiacere l’alleato di governo».

Cosa andrebbe fatto subito nel tanto “criminalizzato” rapporto politica e magistratura?

«Innanzitutto andrebbe eliminata da parte della politica la sudditanza psicologica nei confronti della magistratura più ideologizzata. Il legislatore deve essere meno pavido nel normare, una volta per tutte, le regole che impediscano le porte girevoli tra magistratura e politica. Tra l’altro, bisognerebbe eliminare immediatamente tutti gli incarichi extragiudiziari dei magistrati, affidati proprio dalla politica. Pensi che c’è un magistrato, con l’incarico anche di giudice tributario, che è stato autorizzato dal Csm a svolgere attività di consulenza per il presidente del Consiglio Conte. Questo magistrato, senza essere fuori ruolo, la mattina scrive le sentenze di due giurisdizioni ed il pomeriggio scrive i pareri sulle leggi del governo. Tale consulenza è retribuita con la modica cifra di 40.000 euro all’anno, 500 euro l’ora per essere maggiormente precisi. Su questo i grillini non dicono nulla: la loro battaglia sulle esagerazioni degli emolumenti è terminato».

Il taglio dei vitalizi dei parlamentari ha fatto scomparire la povertà! La magistratura è sempre più delegittimata. Cosa suggerisce per invertire la rotta?

«La delegittimazione è partita dall’interno stesso della magistratura, così come accaduto per la politica anni addietro. Il populismo si è impossessato di ampie fette della magistratura. Penso, poi, a quella folle ipotesi del sorteggio dei membri del Csm voluto da Bonafede e finito nel cassetto in cambio del via libera dei magistrati allo stop alla prescrizione. Magistrati che, durante lo scorso congresso nazionale dell’Anm, hanno repentinamente fatto inversione di marcia proprio su un argomento così delicato come la prescrizione. E la riforma del Csm qualcuno l’ha più vista? Le toghe, giustamente, rivendicano sempre la loro autonomia e indipendenza. Ma per tornare ad avere il rispetto e la considerazione di tutti devono anche rispettare l’autonomia della politica e, principalmente, del legislatore».

·         Il Potere degli “Dei”.

C'era una volta la giustizia. I Pm "intoccabili" che hanno distrutto la magistratura tra beghe, giochi di potere e ricatti. Piero Sansonetti su Il Riformista il 17 Settembre 2020. Il Csm ha scelto la via venezuelana: Palamara non sarà processato, la stragrande maggioranza dei testimoni che lui ha chiesto siano ascoltati non saranno ascoltati. I giudici dei quali ha chiesto la ricusazione (in quanto complici del presunto delitto) non saranno ricusati. Il processo sarà rapidissimo – anche per dimostrare che la giustizia quando vuole sa essere svelta – la difesa sarà messa a tacere, il collegio giudicante sarà composto da complici del delitto, e tra tre settimane ci sarà la sentenza. La sentenza – questa è una notizia che noi abbiamo avuto in esclusiva – sarà di condanna. E a quel punto il caso Palamara potrà essere considerato chiuso e nessuno più dovrà parlarne. I giornalisti sono stati già avvertiti e chi violerà la consegna la pagherà cara. Ha deciso così il Csm. Non c’è niente di forzato nelle righe che ho scritto. È così. Il Csm ha stabilito che non si svolgerà il processo perché il processo vero farebbe saltare in aria tutto l’impianto della magistratura, metterebbe in discussione quasi tutte le Procure, i procuratori, gli aggiunti, i presidenti dei Tribunali, anche moltissimi giudici, renderebbe evidente la necessità assoluta di separare le carriere, potrebbe persino rendere illegali molte e molte e molte delle sentenze emesse in questi anni da giudici sottoposti al ricatto, o comunque al condizionamento, del partito dei Pm che domina il Csm e che si fonda sullo sperimentato sistema delle correnti. È un rischio troppo grande per le istituzioni. Dalle intercettazioni sul telefono di Palamara, e dai trojan, risulta esattamente questo: che la struttura portante della magistratura è illegale e nominata da un sistema ad incastro di condizionamenti e talvolta di ricatti. Che quasi nessun magistrato di potere è estraneo a questo sistema. E che l’intera magistratura italiana è stata ferita a morte e va riformata e riportata almeno vicina alla legalità, dalla quale oggi è lontanissima. Il Csm ha deciso di ignorare tutto ciò, e di prendere in considerazione solo la riunione all’Hotel Champagne (un paio d’ore in tutto) alla quale parteciparono i deputati Lotti e Ferri e nella quale si discusse della nomina del Procuratore di Roma, punto e basta. Per questa riunione – che peraltro fu intercettata in modo totalmente illegale, perché la Costituzione proibisce l’intercettazione dei parlamentari – si propone (e si accoglie) la condanna di Palamara e poi si chiede di stendere su tutto il resto un velo e di cancellare ogni cosa in un grande silenzio. Come esce da questa vicenda la magistratura italiana? Seppellita. È inutile che ogni volta che parliamo della magistratura ripetiamo che però un gran numero di magistrati rispettano le leggi, son persone per bene, sono professionisti capaci. È vero, certamente, ma la magistratura nel suo insieme è una struttura marcia. “Chiacchiere e distintivo”. E di conseguenza la gran parte delle inchieste giudiziarie e delle sentenze, probabilmente, sono ingiuste e sono determinate dai rapporti di forza tra i Pm e i giudici. È così in tutti i paesi dell’occidente? No, non è così. La malagiustizia è uno dei problemi della modernità, ma in pochissimi paesi democratici esiste una situazione così vasta di illegalità, dovuta allo strapotere che negli ultimi trent’anni la magistratura si è conquistato, schiacciando la politica e soffiando via i cardini essenziali dello stato di diritto. Ogni giorno che passa c’è una controprova. Prendete Gratteri, tanto per parlare di uno che un po’ i nostri lettori conoscono. Ma voi sapete di un altro paese occidentale dove un Procuratore, mentre è in corso l’udienza preliminare nella quale si decide la sorte di circa 400 suoi imputati, se ne va in Tv a fare spettacolo, ride, fa battute e sostiene che se la gente viene assolta è perché i giudici sono corrotti, e se spesso le sue inchieste finiscono in un flop è perché nella magistratura c’è molta invidia? E nessuno gli chiede conto del perché un Pm impegnato in un maxiprocesso trova normale e giusto andare in Tv a fare polemica contro i suoi imputati. E se qualcuno al mondo possa mai credere che quel Pm è un Pm rigoroso e serio che si occupa solo del suo lavoro? Conoscete i nomi di magistrati inglesi, o francesi, o tedeschi o americani che si comportano così, senza peraltro che né la politica, né il Csm si occupino di censurare questi atteggiamenti? Non li conoscete. In verità c’era qualcuno che aveva criticato Gratteri: il suo diretto superiore, il Procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini. Fior di magistrato con gloriosa carriera alle spalle. Il Csm nel giro di una settimana, invece di intervenire su Gratteri intervenne su Lupacchini, lo degradò sul campo e lo spedì a mille chilometri dalla sua sede. Voi pensate che ci sarà qualche altro magistrato che leverà la sua vocina, pure flebile, verso lo sceriffo di Catanzaro? E perché – magari uno si chiede – Gratteri è così potente? Perché ha sconfitto la ‘ndrangheta? No, la ‘ndrangheta oggi è infinitamente più forte di quando lui ha iniziato ad operare in Calabria. Ha decuplicato le sue forze. E allora perché? Perché è un Pm che sa fare la parte del Pm moderno: censore, uomo di spettacolo, scrittore, politico. Alla ricerca di reati? No, quelli li trova raramente. Alla ricerca di imputati. Possibilmente illustri. Cosa resta della magistratura? Cenere.

La ramanzina di Di Matteo: «Avvocati, state dalla parte sbagliata». Errico Novi su Il Dubbio il 19 settembre 2020. A un convegno di penalisti il pm Di Matteo parla degli avvocati come se si trattasse dei repubblichini a Salò. “Dalla parte sbagliata si muore”. Solo che la canzone di Francesco De Gregori, “Il cuoco di Salò”, parla di fascisti, di repubblichini. Adesso che Nino Di Matteo ritenga la parte opposta alla sua sbagliata quanto le brigate nere dopo l’ 8 settembre, è francamente esagerato. Sorprende che Di Matteo espliciti, come ha fatto ieri a un convegno organizzato dalla Camera penale di Palermo, un’idea finora apparsa solo sottintesa, tra le righe di sue precedenti dichiarazioni. L’idea cioè che l’avvocatura sia, generalmente, un nemico, addirittura un «ariete» schierato appunto «dalla parte sbagliata», contro quelli da lui definiti «i magistrati liberi e intelligenti». Tra l’altro ne parla a proposito delle toghe, come quelle coinvolte nel caso Procure, intente a tramare con «parti importanti delle istituzioni» per «sbarrare la strada a chi veniva considerato cane sciolto», cioè «quei magistrati considerati non controllabili». A parte il fatto che non è chiaro né a quali trame ci si riferisca né cosa c’entri la classe forense. Ma il togato Di Matteo si è accorto o no che quando gip come il povero Vinicio Cantarini di Rimini sono stati quasi linciati per aver osato firmare ordinanze cautelari in dissenso dalla curva forcaiola, i soli a difenderli sono stati gli avvocati ( e il loro giornale, ossia il Dubbio)? E sempre il consigliere Di Matteo ha dato uno sguardo alle parole pronunciate nell’ultimo lustro, innanzitutto dal presidente Andrea Mascherin, a ogni inaugurazione dell’ano giudiziario del Cnf, riguardo la riforma dell’avvocato in Costituzione, proposta come scudo da assicurare ai magistrati contro i tentativi della politica di insidiarne l’indipendenza? Vogliamo per caso ricordare, consigliere Di Matteo, che a disegnare l’ordinamento della giustizia italiana per come lo conosciamo ( organo di governo autonomo a maggioranza togata, indipendenza assoluta del pubblico ministero) è stato un avvocato, Piero Calamandrei? Ma comunque sarebbe ingiusto replicare a Di Matteo senza ricordare che, come spesso gli capita, anche al convegno dei penalisti palermitani di ieri ne ha avute per tutti, non solo per gli avvocati. Il primo della lista in fondo resta Alfonso Bonafede. Di Matteo ha di nuovo silurato la riforma del Csm, che secondo lui ha «più ombre che luci». Non ha risparmiato i colleghi, soprattutto chi ha assunto la stessa carica da lui oggi ricoperta di consigliere superiore: «Ho già detto che il metodo dell’appartenenza, privilegiato nelle scelte sulla carriera di un magistrato, è un metodo, nelle logiche, dell’agire mafioso: lo dico e lo confermo». Poi però ci piacerebbe rilevare che sempre da lui, il pm antimafia, il titolare dell’indagine sulla trattativa, si è ascoltata ieri una delle più lucide analisi sulla crisi della magistratura: «Temo che stia cambiando il dna dei giovani magistrati: prima noi ci accapigliavamo per avere l’assegnazione del processo ritenuto più interessante o potenzialmente più rischioso, oggi la gerarchizzazione degli uffici ha favorito quella ricerca delle cosiddette medagliette, degli incarichi che servono a poter dire, quando si aspira a un direttivo, “ho già coordinato un gruppo” o “ho collaborato con il dirigente dell’ufficio”. Così si crea figura di un magistrato che piuttosto che fare giustizia vuole ottenere la gratitudine del proprio dirigente». Ecco, con magistrati liberi e intelligenti come Di Matteo si potrà essere in disaccordo su molte cose, ma mai schierarsi «contro» come in una guerra.

La giustizia da riformare. “Pm senza freni, vanno controllati”, l’accusa del penalista Furgiuele. Viviana Lanza su Il Riformista l'8 Settembre 2020. Non crede nelle inchieste a orologeria, né nelle persecuzioni giudiziarie. «Non si può generalizzare, bisogna analizzare caso per caso», osserva Alfonso Furgiuele, giurista, penalista e titolare della cattedra di Diritto processuale penale all’Università Federico II di Napoli. È stato il difensore di Clemente Mastella nei processi che si sono conclusi con le piene assoluzioni dell’ex ministro e leader dell’Udeur. È attuale difensore di Luigi Cesaro, leader del centrodestra campano, e di suo figlio Armando che proprio per le vicende giudiziarie che recentemente vedono coinvolto il padre ha deciso di non candidarsi alle regionali. E di esempi se ne potrebbero citare ancora tanti. Furgiuele è esperto in processi per reati contro la pubblica amministrazione e, nella sua lunga carriera, ha sostenuto la difesa di politici e imprenditori. Di storie di vite stravolte da vicende giudiziarie ne ha viste tante. Per lui il vero nodo della giustizia sta nell’uso che i pubblici ministeri fanno dell’azione penale. «In Italia – spiega – abbiamo un uso discrezionale strisciante dell’azione penale e delle iniziative in vista dell’azione penale. Una delle cose che trovo gravi è che il pubblico ministero ha delle notizie di reato che lascia dormire a oltranza finché non si prescrivono nella fase delle indagini e altre notizie di reato che seguono una corsia preferenziale». Ed è in questa discrezionalità che potrebbe (il condizionale è d’obbligo per non cadere in facili generalizzazioni) inserirsi l’anomalia della strumentalizzazione dell’indagine da parte di un pm desideroso di attirare su di sé l’attenzione mediatica o innamorato di una tesi investigativa su una determinata persona, che sia un politico, un imprenditore, o chiunque altro. «Il processo penale – aggiunge Furgiuele – è una macchina terrificante che distrugge le persone ma per il solo fatto che c’è il processo. Molte volte si teme più il processo che la sentenza, anche se si viene assolti o il reato si prescrive, perché intanto le conseguenze sono devastanti». Si pensi a un imprenditore che si ritrova sotto inchiesta e per anni processo, intanto che riesce a dimostrare la sua innocenza la sua azienda può fallire. O si pensi al politico o a al professionista le cui carriere possono essere bruscamente fermate e stravolte da un’inchiesta giudiziaria per accuse che non saranno mai accertate nel processo, che non sono fondate, dalle quali si verrà assolti. La nostra storia giudiziaria è piena di casi di questo tipo. E a metterci il carico sono i tempi dei processi, quelli tanto lunghi da rappresentare una condanna che arriva prima ancora che si definisca il processo e la decisione dei giudici. «Il processo – sottolinea Furgiuele – deve avere una durata ragionevole. È necessario un serio controllo sull’operato del pubblico ministero. Servirebbe un controllo più attento e capillare anche sulla tempistica delle indagini e sulle archiviazioni per prescrizione. E se si rileva una violazione dell’articolo 112 della Costituzione si deve procedere nei confronti del pubblico ministero almeno con un provvedimento disciplinare se non addirittura per abuso d’ufficio o favoreggiamento. Ci vorrebbe, quindi, un controllo maggiore sull’ufficio del pubblico ministero ad opera del procuratore generale o, se si vuole, di una commissione di inchiesta o di organi di vigilanza sulla magistratura». Da giurista, Furgiuele ha una proposta: «L’obbligatorietà dell’azione penale prevista dalla Costituzione in Italia viene elusa continuamente, allora a mio giudizio si potrebbe anche rendere discrezionale l’azione penale purché sia controllata. Il pubblico ministero – osserva – non può scegliere in maniera arbitraria dove procedere e dove no, perché allora il sospetto che ci sia una strumentalizzazione sarebbe un sospetto fondato. Meglio, quindi, un’azione discrezionale penale sottoposta al controllo giurisdizionale: eliminiamo l’obbligatorietà a favore di una discrezionalità sottoposta al vaglio di un giudice che controlli se si è fatto buon governo o mal governo della discrezionalità. Altrimenti continueremo ad affidarci alla scelta del singolo sostituto, perché a volte nemmeno il procuratore sa che fine fanno i processi e dove stanno, e avremo ancora molti procedimenti archiviati dopo essere stati anni negli armadietti dei magistrati».

Il mondo delle professioni. “Fare l’avvocato è difficile, anche per colpa dei magistrati”, l’accusa del penalista Botti. Viviana Lanza su Il Riformista il 5 Settembre 2020. La crisi della giustizia coincide con la crisi della professione di avvocato. Per l’avvocato Claudio Botti, penalista di grande fama e di grande esperienza, l’emergenza legata alla pandemia ha solo amplificato un problema che ha origini lontane e una matrice culturale. La sua è un’analisi lucida e precisa che termina con un monito per le nuove generazioni affinché si affaccino alla professione forense con più consapevolezza e un richiamo all’avvocatura più esperta affinché recuperi la responsabilità e la centralità del ruolo del difensore. La sua proposta? L’istituzione di albi di specialità in modo da rendere più specialistica la formazione degli avvocati. Quanto alla lenta ripresa delle attività giudiziarie che scandisce i ritmo della riapertura degli uffici giudiziari dopo la pausa feriale, afferma: «Non si tratta di ripresa, perché la ripresa presuppone che ci sia stata un’attività. Qui si tratta di organizzare un inizio di attività giudiziaria, tenendo conto delle contingenze e della situazione con la quale purtroppo ancora dobbiamo convivere».

Avvocato Botti, quanto è difficile svolgere oggi la professione di avvocato?

«Certamente oggi è più difficile. I numeri e il contesto non consentono di valorizzare il merito. Oggi avanza più facilmente chi è più furbo, chi è astuto, chi ha più conoscenze. E questa è una responsabilità degli avvocati ma anche della magistratura, perché l’assoluta indifferenza nei confronti del difensore ci ha reso tutti soggetti fungibili. Inoltre siamo gli ultimi tuttologi, perché superato l’esame di accesso alla professione, che così come è strutturato è un terno al lotto, dal giorno dopo possiamo fare qualsiasi tipo di causa, dal tar alla Corte di Assise, al giudice del lavoro, senza alcun controllo esterno se non quello della propria coscienza perché non è previsto un albo di specialità. Il problema è che il rapporto fra domanda e offerta nel nostro ambito è completamente saltato, c’è assoluta trasversalità e una qualità sempre più scadente, perché già è difficile stare dietro alla propria specialità, figuriamoci doversi occupare di tutto».

L’avvocatura rivendica il suo ruolo centrale e lamenta un’emarginazione fisica e culturale. In che senso?

«Il degrado della categoria professionale e l’assoluta inconsapevolezza del proprio ruolo ha consentito a chi non ha sensibilità giudiziaria di emarginare il difensore, perché gli avvocati sono troppi, tanti, e non più capaci di rivendicare il loro ruolo. Servono avvocati consapevoli e seri affinché l’emarginazione culturale possa avere un’inversione di tendenza. C’è un problema di cultura della giurisdizione per cui la presenza del difensore e dell’avvocato è una presenza più sopportata che desiderata e auspicata. È un problema che viene da lontano e che l’emergenza sanitaria ha solo esasperato. Il percorso di emarginazione ha una sua matrice certamente legislativa, e quindi nella cultura del legislatore, recepita dalla magistratura. Gli avvocati non sono stati in grado di invertire questa tendenza per riaffermare la centralità del loro ruolo nel processo. E l’emergenza sanitaria ha amplificato al massimo questa contraddizione per cui addirittura si era pensato che i processi penali si potessero fare da remoto con la toga sopra e il pigiama sotto».

Dopo il lockdown la giustizia stenta ancora a ritrovare i suoi ritmi di sempre, che pure non potevano dirsi rapidi. Come mai secondo lei?

«Ci sono stati lavoratori messi da subito in condizione di lavorare perché si è ritenuto che il loro fosse un servizio pubblico essenziale, invece la giustizia non è stata ritenuta tale e questo è assurdo. C’è stata un’assoluta superficialità della politica e gli avvocati sono stati e continuano a essere ritenuti ospiti quasi indesiderati nei Palazzi di giustizia d’Italia. Non devono esserci presenze di serie A e presenze di serie B, ma il problema, come dicevo, è anche culturale. Inoltre c’è stato un ostruzionismo dei sindacati dei cancellieri rispetto a ogni apertura sia a livello legislativo e ministeriale sia a livello di capi degli uffici giudiziari, e così loro decidono con la consapevolezza che il proprio stipendio va e viene. Sono in una condizione di assoluto privilegio che però determina una specie di ricatto per l’intera macchina giudiziaria, e non solo a Napoli».

«Le procure vogliono solo potere e nessuna responsabilità». Parola di Tullio Padovani. Valentina Stella su Il Dubbio il 21 agosto 2020. «Che senso ha riformare il Csm senza aver risolto il problema della separazione delle carriere». Parla Tullio Padovani, avvocato penalista, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Tullio Padovani, avvocato penalista, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa è tra i pochissimi accademici del suo campo ad essere stato invitato a far parte della Accademia Nazionale dei Lincei. In questa lunga intervista affronta i temi attuali di politica giudiziaria senza molti giri di parole.

Cosa ne pensa della riforma Bonafede del Csm? Il Presidente dell’Ucpi Caiazza ha parlato di una riforma dalla “gravità inaudita” che consegna il Csm in mano alle Procure.

«Condivido pienamente il punto di vista di Caiazza, è demoralizzante quello che ho letto. Mi chiedo chi scriva certe “riforme”. Dobbiamo chiederci se ha senso riformare il Csm senza prima aver risolto il problema della separazione delle carriere. In caso contrario avremo un Csm che sarà comunque dominato dalle Procure. A meno che non si adotti il sorteggio puro contrario alla Costituzione – i pm domineranno perché sono i magistrati più visibili, quindi saranno i più votati, anche perché incutono più rispetto e timore. L’illusione di sradicare le correnti attraverso meccanismi elettorali somiglia tanto a quella illusione, che a suo tempo Giovanni Sartori dileggiava, secondo cui con la legge elettorale si potesse determinare la conformazione dei partiti: ad esempio favorire il bipartitismo con il sistema uninominale. Il sistema elettorale non è in condizioni di determinare l’assetto degli attori in gioco. Questo vale di più per i magistrati perché le correnti della magistratura hanno la forma dell’acqua: puoi inventare tutti i recipienti del mondo, sempre acqua sarà. Dunque con questa riforma si vuol far finta di riformare. Come diceva Tancredi nel Gattopardo: «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»».

Ma i tempi per la separazione delle carriere sono maturi?

«Si tratta di un dato ormai conquistato dall’opinione pubblica più sensibile, più consapevole; però non è un ostacolo facile da superare per una serie molteplice di ragioni, non ultima quella che i pm si renderebbero conto di perdere potere, e dico potere nel senso negativo del termine: oggi dominano la scena. Le indagini preliminari esauriscono in pratica il procedimento, quello che avviene dopo interessa fino ad un certo punto. La ragione della loro contrarierà è rappresentata dal dire che non vogliono finire sotto l’Esecutivo».

Ma la proposta di legge depositata dall’Ucpi non prevede questo.

«Avverrebbe solo se lo si volesse ma non è questo il caso. In Francia avviene perché si vuole che sia così. Ogni sistema si può impostare secondo gli obiettivi da raggiungere. Da noi non solo non c’è quell’obiettivo ma non lo si deve raggiungere. Ci sono Paesi in Europa da cui trarre spunto per meccanismi alternativi: in Olanda, ad esempio, c’è un sistema della separazione delle carriere con l’azione penale non obbligatoria e una procedura che consente un controllo interno sull’esercizio delle procure, con una responsabilità politica al vertice».

A proposito dell’obbligatorietà dell’azione penale le Procure escono rafforzate anche dal potere che il ddl conferisce loro di definire priorità fra i reati da perseguire.

«I manuali inglesi di procedura penale iniziano dicendo che la pubblica accusa deve scegliere, non si può perseguire tutto perché il sistema non è in condizioni di farlo. Quindi è necessario fare una scelta per non ingolfare la macchina della giustizia. La scelta come va organizzata? E qui arrivano i dolori: loro pensano di cavarsela con le “priorità”: sono una balla, sono un inganno, una frode direi. Quando un pm dice “prima perseguo una cosa e le altre le metto in fila” si presuppone logicamente che prima o poi tutte le ipotesi di reato dovranno essere vagliate. E nel nostro caso quando arriva il turno di coloro che sono ultimi in questa fila? Si presuppone così che i processi siano eterni: verranno posposti i processi che si terranno forse dopo 30 anni».

La situazione si è aggravata ulteriormente con la riforma che ha reso la prescrizione pressoché inesistente.

«Infatti riempiamo gli armadi di fascicoli. Prima avevamo l’amnistia e l’abbiamo abolita, poi è arrivata la prescrizione per supplire ad una mancanza di discrezionalità ordinata. Si diceva ‘” scegli cosa è importante e il resto va in prescrizione”. Adesso neanche più la prescrizione! Quindi cosa rimane? La morte del reo. Allora non parliamo di priorità; dobbiamo trovare un meccanismo che stabilisca cosa si persegue e cosa no. L’obiettivo è selezionare cosa va a giudizio e cosa non ci va».

L’articolo 112 della Costituzione dice che l’azione penale è obbligatoria senza aggiungere altro.

«Non entrando nel dettaglio – come, quando, con quale intensità processuale – dice sostanzialmente che l’azione penale è arbitraria: fate quello che volete. Intanto è obbligatorio fare tutto e le altre cose aspetteranno perché noi non possiamo dire che non le perseguiremo ma lo faremo in un dopo indefinito. La resistenza contro l’abolizione dell’obbligatorietà deriva proprio da non volere superare questo regime di arbitrarietà: fa comodo ora agire con assoluta discrezionalità senza limiti né controlli».

Sarebbe importante dunque un controllo sull’operato delle Procure?

«Un sistema controllato e guidato consentirebbe anche la verifica dell’efficienza dell’operato rispetto a quello che decidi di portare a giudizio. Come è andata a finire? Perché è fallito il processo? Perché hai deciso di perseguire Tizio o Caio? O questo tipo di reato? Perché le prove non sono state sufficienti? E perché, se non lo erano, hai deciso di andare avanti lo stesso? Un meccanismo del genere responsabilizzerebbe molto. Mia cara, nessuno in questo Paese vuole un responsabilità. Tutti vogliono il potere che deve essere insindacabile. Si tratta di una logica che si sta imponendo».

A proposito di visibilità dei pubblici ministeri e Csm, cosa ne pensa della querelle Di Matteo- Bonafede sul Dap?

«Sono polemiche miserabili, roba squallida di provincia. Di Matteo e Bonafede sono due personaggi di un’antica commedia che purtroppo è stata inaugurata in epoca repubblicana. Uno dei mali nato con il regime repubblicano è che a dirigere l’esecuzione penitenziaria ci va per lo più un pubblico ministero. Ma siamo matti? L’esecuzione penale a tutti può andare ma non ad un pm perché è colui che ha portato nel processo un punto di vista, quello dell’accusa, e quindi non può avere la sensibilità di gestire la condanna, che casomai proprio lui ha ottenuto, a prescindere dalla colpa. La condanna in linea di principio dovrebbe prescindere dalla colpa: quest’ultima rimane alle spalle, pensiamo al futuro del detenuto. Ma il pm non è l’organo del futuro, è quello del passato. L’Italia liberale mai avrebbe pensato di mettere a capo dell’amministrazione penitenziaria un pm: è un pensiero osceno. Si ricordi che nell’Ottocento noi abbiamo avuto fior di penitenziaristi di livello europeo, gente che veramente ha fatto compiere passi straordinari al pensiero penitenziario: erano grandi funzionari dello Stato che dirigevano l’esecuzione penale. Le faccio un nome: Martino Beltrani Scalìa».

Un altro tema enorme è quello dei magistrati fuori ruolo, in particolare di quelli distaccati presso il Ministero della Giustizia con buona pace del principio della separazione dei poteri.

«Chi le parla ha lavorato per il Ministero della Giustizia per 25 anni. Il mio ingresso fu propiziato da un giovane e brillante magistrato che ai tempi stava all’ufficio legislativo: Giorgio Lattanzi. Ho prestato questo servizio con gioia, avevo accanto molti colleghi e anche magistrati con cui abbiamo costruito diversi tavoli e commissioni. Il problema in realtà sta qui: perché il Mini- stero della Giustizia deve essere gestito solo da magistrati? Ma non dovrebbe proprio essere così. Chi deve decidere, il giudice, non può amministrare proprio niente: deve essere nelle condizioni di dirimere un conflitto che vede da un lato la Repubblica e dall’altro il signor Rossi. Per questo il giudice è terzo e le carriere devono essere separate, perciò il giudice deve essere immune da un rapporto con le due parti che lo coinvolga addirittura in termini di colleganza. Le pare che chi ha questo compito va a dirigere qualche ufficio al Ministero?»

Oggi sembra che nessuno conosca Palamara o che gli abbia chiesto favori. La sua espulsione dall’Anm e l’eventuale radiazione bastano a sanare la questione?

«Palamara comincia a farmi simpatia: buttata via la pecora nera rimane un gregge di pecorelle bianche. Ci sono o ci fanno? Palamara aveva il potere di fare tutto quello che è accaduto da solo? O aveva bisogno di una miriade di rapporti, di relazioni, di complicità, di connivenze? E infatti la sua lista testimoniale evoca questa rete sociale. Han fatto bene i suoi avvocati: Palamara non era solo. Sarà anche colpevole ma la sua colpa va inserita in un contesto in cui non ha agito da furfante solitario ma come esponente di un sistema nel quale ha assunto un ruolo non certo da unico protagonista. Siccome questa linea di difesa è sconvolgente nel senso che sconvolge equilibri e distrugge l’idea della solitaria pecora nera da sacrificare, ora non sanno a che santo votarsi: come faranno a non ammettere questi testi? Secondo me alla fine troveranno un modo, altrimenti sarebbe devastante per l’intero sistema. Ora vogliono solo isolare il tumore senza riconoscere le metastasi: si tratta di un tumore piccolo di un organo periferico, lo asportano e pensano che l’organismo guarisca. Non stimo Palamara ma vederlo così vilipeso e così isolato mi spinge ad essere dalla sua parte, perché da radicale sto dalla parte dei più deboli».

Appunto, Lei è radicale dal 1956. Da questa sua prospettiva come giudica questa alleanza tra Movimento 5 Stelle e Pd?

«Si tratta di una delle cose più tristi che siano accadute in Italia negli ultimi 50 anni. Qualcosa di inqualificabile. Perché siamo arrivati a questo risultato lo sappiamo tutti. Non posso non pensare senza una fitta al cuore a come il Pd ha gestito la riforma penitenziaria della Commissione Giostra. Il Partito Democratico aveva la possibilità di approvarla e se l’è venduta per un piatto di lenticchie, aveva paura che alle elezioni avrebbe perso. E ha perso lo stesso. Come disse Winston Churchill sugli accordi di Monaco del '38: "Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra"».

Una ultima domanda in relazione all’emergenza covid: cosa ne pensa dell’Associazione Nazionale Prèsidi che ha chiesto di rivedere la responsabilità penale imputabile ai dirigenti?

«Fanno benissimo, li capisco perché noi viviamo in un Paese dove i paradossi sono la normalità, dove è facilissimo finire nell’orbita di un procedimento penale da cui ti potrai difendere in non si sa quanti anni. Questa situazione li allarma ma in un Paese civile tutto si ridurrebbe alla constatazione dell’aver eseguito le istruzioni che sono state impartite per la gestione della prevenzione. Se poi si verifica un contagio come si fa a stabilire che è dipeso dall’inosservanza di quelle cautele? Non sono mica chiusi in una istituzione totale i bambini: vanno a casa, comunicano tra loro, frequentano altri luoghi. L’attribuzione di una colpa è un gioco a cui assistiamo ogni giorno. Giustamente i prèsidi vogliono una garanzia scritta perché non vogliono finire in un tritacarne. So da avvocato quanto l’esercizio dell’azione penale possa essere devastante nella vita di una persona».

Il paradosso dei giudici italiani: fanno leggi, condannano e vigilano sulle prigioni. Franco Corleone su Il Riformista il 13 Agosto 2020. Discontinuità. Una parola scomparsa dal dizionario della politica di colpo, dopo essere stata evocata come fondamento di una operazione trasformistica. Ora si vuole tornare alla normalità pre-covid in ogni settore economico o sociale. Nessuna riforma è all’orizzonte né nella sanità, né nella scuola, né nell’università, né nei consumi (tanto meno nei costumi), né nell’ambiente e nella produzione. Parodiando la abusata frase del Gattopardo si sente ripetere “che tutto torni come prima, presto” e soprattutto si sente la molla della dea pecunia, il denaro della vituperata Europa da sperperare senza controllo per grandi e piccole opere, spesso inutili se non dannose. Due grandi questioni di civiltà, il carcere e il rapporto tra magistratura e politica, sono state accantonate irresponsabilmente. Carcere e giustizia rappresentano un binomio che fa capire molto del potere e dei rapporti di potere nella società. La riforma del CSM si limita a una modifica della tecnica elettorale e a un bizzarro ricorso al sorteggio. Invece di puntare alla qualità si ricorre al caso, evitando le questioni spinose della responsabilità e degli errori. Il carcere rappresenta il deposito finale di una attività giudiziaria indirizzata alla repressione di questioni sociali come il consumo di droghe vietate in nome di un proibizionismo ideologico, l’immigrazione resa illegale, l’emarginazione sociale e, in ultima analisi, la povertà. Il totem della obbligatorietà dell’azione penale copre le scelte discrezionali per cui i reati dell’articolo 73 della legge antidroga relativi alla detenzione e al piccolo spaccio sono perseguiti in maniera esponenziale rispetto ai delitti contro la persona e il patrimonio. I dati clamorosi sono svelati nell’undicesimo Libro Bianco sugli effetti sulla giustizia e sul carcere del Dpr 309/90 (il decreto sulla droga). Il paradosso dell’Italia è che i magistrati giudicano nelle aule di tribunale, governano il ministero della Giustizia e sono padroni assoluti del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria che determina la vita delle carceri dove sono rinchiusi i condannati. Un potere unico che fa le leggi, condanna e vigila sul regime delle prigioni. Una evidente stonatura a cui si dovrebbe porre rimedio. Lo dico consapevole della qualità che in alcuni momenti storici è stata rappresentata proprio da magistrati che hanno rappresentato una eccelsa classe dirigente. Quando fui sottosegretario in via Arenula con Giovanni Maria Flick ministro, lo staff era composto da Loris D’Ambrosio, Giorgio Lattanzi, Ernesto Lupo, Franco Ippolito, Vladimiro Zagrebelsky, Luigi Scotti e altri giovani collaboratori che ora sono in Cassazione (il mio capo segreteria era Giuseppe Cascini) e al Dap responsabili furono prima Michele Coiro e poi Sandro Margara. Se infine ricordo che in Parlamento erano presenti autorevolmente Luigi Saraceni, Elvio Fassone e Salvatore Senese si rischia di essere travolti da un mix di nostalgia e malinconia. Erano protagonisti A Montecitorio e a Palazzo Madama prestigiosi avvocati come Giuliano Pisapia, Guido Calvi e Gaetano Pecorella. Davvero un altro mondo. Però proprio in quegli anni ci si pose il problema di limitare il numero dei magistrati fuori ruolo nei ministeri e si approvò la legge per assicurare l’accesso degli avvocati in Cassazione, che non era un provvedimento corporativo ma di grande valore simbolico, anche se dispiace constatare che una riforma attesa da tanto tempo sia rimasta sostanzialmente bloccata e inapplicata. Purtroppo anche l’istituzione di una doppia dirigenza, in modo da attribuire i compiti amministrativi delle procure e dei tribunali a personale specializzato e non ai magistrati, è rimasta nel limbo dei desideri. Ma gravissima è stata la ripercussione sulla gestione del Dap che ha visto l’esclusione totale dei laici. Dall’epoca di Nicolò Amato fino a pochi anni fa, uno dei due vicecapi proveniva dalla carriera dei direttori. Nel momento in cui è stato previsto un solo vice, questo ruolo è stato affidato a un magistrato. Così oggi il Capo del Dap e il suo vice sono magistrati (che siano PM è irrilevante o un eccesso), il dirigente dei detenuti e del trattamento è un magistrato, il responsabile del personale e risorse è un magistrato. È una situazione aberrante e intollerabile. Come ha detto icasticamente Mauro Palma nell’incontro promosso dalla Società della Ragione il 29 luglio per prendere forza dal pensiero di Sandro Margara, il carcere è oggi un luogo vuoto e sordo. Il virus da combattere con intransigenza è quello che cancella i principi della Costituzione, i diritti e le garanzie.

Spada e bilancia, ai magistrati il potere (senza controlli) della polizia giudiziaria. Alberto Cisterna su Il Riformista il 9 Agosto 2020. Alcuni punti fermi nella discussione esistono. Allinearli rapidamente può essere utile per tentare un passo in avanti. Ad esempio non ci voleva lo scandalo delle toghe per enfatizzare un dato noto da tempo, ossia che la lotta per le carriere è al calor bianco soprattutto tra i pubblici ministeri e soprattutto quando si aspira a posti di comando nelle procure della Repubblica. A innescare la guerriglia e a dar fuoco alle polveri una pericolosa miscela che prende le mosse da improvvide riforme legislative (la brusca riduzione dell’età pensionabile a 70 anni e il rafforzamento, dal 2006, dei poteri dei capi degli uffici) e giunge sino alle opache commistioni – sempre più intime – tra non poche toghe e un certo giornalismo “da riporto” più che “da caccia”. Il tutto reso più instabile e precario dalla disponibilità sempre più vasta che i Pm esercitano sulla polizia giudiziaria; una potestà che ha addirittura un fondamento costituzionale e che, per tale ragione, si ritiene intangibile. Ci sarebbe altro, ma accontentiamoci di questo, per questa volta. Di tutte le criticità che affliggono settori esponenziali della magistratura inquirente quella delle relazioni tra Pm e polizia è la più difficile da affrontare. Invero in molti vorrebbero che non se parlasse affatto. È un intreccio inestricabile di norme, di prassi e di qualche devianza che affligge certo a macchia di leopardo la giustizia inquirente, ma che – come tutte le malattie pericolose – ha un alto tasso di contagiosità. È un connubio a geometria variabile quello tra Pm e polizia giudiziaria che, solitamente, vive sommerso, a pelo d’acqua, appena percepibile, ma che, tuttavia, è capace di ergersi possente e spietato quando occorre. Un potere in apparenza mite, cresciuto e giustificato dalla retorica del “fare squadra” che un senso aveva nella Palermo degli anni ’80 in cui toghe e divise corrotte occupavano i palazzi del potere, isolando gli onesti, ma che è privo di ogni giustificazione in questi decenni del nuovo secolo, quando 40 anni sono passati, e non invano per fortuna, da quella stagione buia. Si diceva della disponibilità della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero. A parlarne si varcano i cancelli di un giardino proibito e si affonda lo sguardo sui pilastri sommersi dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura in Italia. Senza l’articolo 109 della Costituzione («L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria») l’ordine giudiziario, la sua stessa rappresentazione iconografica, avrebbe in mano la bilancia, ma non la spada, ovvero il simbolo della sua capacità di recidere e colpire il male. Si badi bene: la giustizia penale in Italia non si limita a stabilire chi sia colpevole o innocente, come nel resto del mondo occidentale, ma dispone tra le proprie fila di un braccio operativo, di un’organizzazione praticamente illimitata, fondata sulla disponibilità che il pm ha di centinaia e centinaia di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria anche nel più minuto dei circondari di tribunale. Organizzazione che, come noto, ha un compito decisivo ovvero stabilire di cosa i giudici si possano e si debbano occupare. Anche solo indicare a chi competa la qualifica di operatore di polizia giudiziaria è un compito immane: oltre alle tradizionali forze di polizia, ci stanno dentro gli ispettori dell’Inail, quelli dell’Inps, quelli delle Dogane, quelli dell’Ispettorato del lavoro, gli uomini della polizia provinciale, quelli della polizia locale in ciascun comune, quelli dell’Agenzia delle entrate e tanti altri ancora. Un esercito che, manovrando abilmente, può rappresentare una forza d’urto incontenibile e che ciascun Pm può adoperare a propria discrezione: a Piacenza, per dire, le indagini sui carabinieri sono state condivise tra Guardia di finanza e Polizia municipale. In altri ordinamenti questa possente ed efficiente macchina da guerra viene tenuta meticolosamente distinta dai giudici. L’attività inquirente è concepita come un’attività amministrativa e non giurisdizionale e, quindi, soggiace naturalmente a un altro modello organizzativo. La pensava così anche Giovanni Falcone, come noto, che del processo accusatorio, quale strumento per battere le mafie, era un convinto e leale sostenitore. Il nocciolo della questione è che, distinta la bilancia dalla spada, il peso complessivo della corporazione svanirebbe o quasi, come in molti altri ordinamenti in cui la giustizia è un mero apparato di servizio e non la cruna dell’ago attraverso cui deve passare il cammello della moralità e della legalità di una Nazione. Ciò che rende centrale nel nostro ordinamento la posizione del Pm nei ranghi della giurisdizione è proprio questa incondizionata disponibilità di uomini e mezzi con un budget, a sua volta, privo di limitazioni finanziarie e di rendicontazioni contabili. Un fatto impensabile altrove. E’ l’ufficio del pubblico ministero che, per così dire, impugna la spada e – condividendo con i giudici l’appartenenza alla medesima corporazione – si pone, lui stesso e lui solo, alla ricerca dei colpevoli, senza incontrare alcun limite che non sia quello, fragile e indifeso, di incanalare le indagini all’interno di un fascicolo. Non importa, poi, quanto questo fascicolo sia smisurato e per quanto tempo resti aperto o che ci entri o ci esca con il sistema degli “stralci”. Non esiste, di fatti, alcun controllo su questo snodo del lavoro inquirente e ogni, pur recente, tentativo di porre un argine a queste prassi è naufragato a fronte di un’evidenza assoluta: per controllare l‘ufficio del pm ci sarebbe in teoria la procura generale in ciascun distretto, ma i mezzi del primo surclassano quelli del secondo di innumerevoli volte. Il controllato è molto più efficiente e, quindi, molto più potente del controllore. Per cui partita chiusa; anzi mai disputata, se non in qualche rara occasione. E’ come far giocare Messi con il troppo cieco Mr. Magoo. L’erezione di questo monolite, si badi bene, è un’operazione complessa, richiede intelligenza, alleanze e una capacità di reclutamento tanto feroce quanto efficiente. Soprattutto richiede consenso e parecchio, in modo tale che non trovino ostacoli negli edifici del potere le prassi di cooptazione con cui il pm si sceglie la propria polizia giudiziaria e, altrettante volte, la polizia giudiziaria individua il proprio pubblico ministero. Il decennio appena trascorso appare, a ogni evidenza, come il laboratorio ideale in cui questo inatteso Moloch ha preso vita tra le maglie sfilacciate del processo. Su come sia stato possibile ne riparleremo. Per ora si profila chiaro che coloro i quali – da qualche decennio e invano – reclamano la separazione delle carriere tra giudici e pm in nome della parità tra le parti del processo, trascurano quasi sempre un fattore decisivo della partita che vorrebbero giocare: la diretta disponibilità della polizia giudiziaria da parte del pm. Una disponibilità che si é tentato inutilmente e blandamente di contenere da parte del potere politico e dei vertici delle forze di polizia (basta leggere la sentenza 229/2018 della Corte costituzionale) e su cui si fonda la complessiva potestas (più che l’ormai scarsa auctoritas) della magistratura italiana. Non é detto che il potere politico nasca sempre e ovunque dalla canna dei fucili (Mao Tsé-Tung), ma ci sarà una ragione se Brenno, durante il sacco del 387 a.C., davanti ai Romani che protestavano per la bilancia truccata con cui si pesava l’oro del riscatto consumò il gesto di lanciarvi sopra la propria spada prima di pronunciare il celebre “vae victis”. Ecco una spada che difende una bilancia truccata, pessimo monito per una protesta senza grandi speranze.

Il Pm sceglie il giudice, Costituzione calpestata. Italia peggio del Venezuela. Piero Sansonetti su Il Riformista il 30 Luglio 2020. “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Questo è l’incipit dell’articolo 25 della Costituzione. E l’articolo 25, insieme all’articolo 111, è uno dei pilastri dello stato di diritto. Bene. a Roma questo articolo della Costituzione non è conosciuto. O forse è conosciuto ma è considerato ingombrante. Comunque non è applicato. Cosa succede a Roma? Che c’è una disposizione presa di comune accordo dal Presidente del tribunale e dal Presidente della Corte d’Appello – e approvata poi anche dal Csm – in base alla quale il Pubblico Ministero ha il diritto di chiedere l’assegnazione del processo a una sezione penale e a un collegio, e dunque a un giudice, di suo gradimento. Ora sembra che questo metodo venga applicato con una certa frequenza. Cioè, cosa succede? Che il Pm conclude le indagini, chiede il rinvio a giudizio e poi chiede che il giudizio sia affidato a un magistrato di proprio gradimento. È avvenuto recentemente in un processo nel quale il Pm era piuttosto noto, Stefano Fava (il suo nome è stato portato sui giornali soprattutto dal caso Palamara). Anche l’imputato era piuttosto noto: Stefano Ricucci. Cosa ha fatto il Pm? Ha chiesto al Gip di affidare il giudizio alla seconda sezione penale del tribunale di Roma collegio numero 1. Il Gip ha accolto solo in parte la richiesta di Fava, perché ha assegnato il processo alla seconda sezione ma al terzo collegio. Il Presidente del primo Collegio era la dottoressa Anna Maria Pazienza, e il Presidente del terzo collegio era la dottoressa Anna Maria Pazienza. Dunque il Gip ha formalmente non accolto la richiesta del Pm, ma nella sostanza la ha accolta. Ha commesso una irregolarità? C’è stata qualche violazione di legge o di regole? Ci sono dei sospetti sull’imparzialità della dottoressa Pazienza? No: tutto regolarissimo, perché Pm e Gip hanno agito rispettando le indicazioni del Tribunale e della Corte d’Appello e perché la dottoressa Pazienza è sempre stata considerata una ottima giudice. Non è scandaloso il loro comportamento, è scandaloso che esista questa circolare. Gli avvocati di Ricucci hanno chiesto ad una avvocata molto nota, Barbara Randazzo e a un luminare del diritto come il professor Valerio Onida (che è stato presidente della Corte Costituzionale) di esprimere un parere su questa vicenda. Onida e Randazzo, hanno studiato bene la questione e hanno presentato una memoria molto dettagliata nella quale citano diverse sentenze della Corte Costituzionale e si richiamano anche al diritto europeo. La conclusione non lascia spazio a dubbi. Ricopio qui solo una frase breve scritta in questo parere: «È evidente che la scelta, da parte della Procura, della sezione o del collegio giudicante cui assegnare il processo getta un’ombra sulla necessaria imparzialità-terzietà dell’ufficio giudicante, che non solo deve essere ma deve anche apparire imparziale e terzo, secondo l’adagio inglese “justice must not only be done, it must also bee seem to be done”, espressione di frequente utilizzata dalla giurisprudenza europea. Insomma, viene pregiudicata quella equidistanza del giudice dalle parti del singolo processo… facendo correre il rischio al giudice di apparire come un alleato di una delle parti, nella specie la Procura…». Così stanno le cose. Quantomeno a Roma – e Roma è la Procura più importante d’Italia – la Costituzione non ha valore, la difesa vede lesi tutti i suoi diritti, i Pm hanno anche formalmente il diritto di scegliersi il giudice, ed è francamente abbastanza probabile che lo scelgano in modo da avere buone possibilità di vincere il processo. Diciamo che a Roma l’amministrazione della giustizia avviene in una condizione di illegalità che danneggia gli imputati. Tutto questo, naturalmente, riporta in primo piano la questione della separazione delle carriere dei magistrati. Della quale si discute anche in Parlamento da qualche giorno, ma che è ferocemente osteggiata dal partito dei Pm. Si capisce anche il perché. Con il sistema attuale i Pm hanno in mano moltissimi strumenti per condizionare o addirittura sottomettere i giudici. Il caso Palamara ci ha fatto vedere come le carriere dei giudici siano interamente nelle mani della lobby dei Pm, che controlla l’Anm – vero centro del potere in Italia – e controlla il Csm. Ora scopriamo addirittura che i Pm possono scegliersi i giudici. Provate a immaginare di essere imputati, di trovarvi di fronte a un Pm che non tiene conto di tutti gli argomenti difensivi che gli portate, e di sapere poi che andrete a giudizio e che il giudice è scelto dal Pm ed è un suo amico. Cosa pensate? E qual è la possibilità, in queste condizioni, di far vivere uno Stato di diritto? C’è un giudice a Berlino? Beh, forse sì, ma Berlino è molto, molto lontana da Roma. In genere qui da noi, quando si ha l’impressione che siano in corso degli avvenimenti che ledono lo Stato di diritto, si parla di Sudamerica, o più precisamente – negli ultimi anni – di Venezuela. Io credo che neppure in Venezuela accadano cose del genere. L’imputato in queste condizioni non è più un cittadino, non ha diritti, non può difendersi con la Costituzione. È un oggetto in mano alla Procura. Può sperare solo nell’estrema onestà personale di un Pm o di un giudice. Può appellarsi alla clemenza della Corte. Va bene così? Facciamo finta di essere ancora il paese, non dico di Beccaria, ma di Calamandrei, di Leone, di Gullo, di Moro, di Vassalli? No, non scherziamo: siamo tornati ad essere un paese nel quale il Diritto è una variabile dipendente del potere della magistratura. Tutto il lavoro dei costituenti è stato inutile. La Giustizia vive in un sistema di completa illegalità. Quasi quasi è meglio il Venezuela…

No al Foro che giudica le toghe: la riforma del Csm ha il suo tabù. La valutazione dei magistrati non potrà essere affidata anche agli avvocati nei consigli giudiziari. Federico Novi su Il Dubbio il 25 luglio 2020. Non si può dire che le ipotesi di riforma del Csm siano tenere con le toghe. Proprio no. Si va dalla configurazione dell’illecito “Palamara” — modellato cioè proprio sulla contestazione di “interferenza indebita” mossa all’ex capo Anm nel processo disciplinare — fino al divieto di costituire gruppi consiliari in plenum, dove oggi le delegazioni riconducibili alle correnti esistono eccome, con tanto di capigruppo. Ma allora viene da chiedersi perché sussista un così insuperabile timore nel dare adeguato peso al ruolo dell’avvocatura, non solo all’interno della componente laica ma anche nei Consigli giudiziari, i cosiddetti “mini Csm” istituiti in tutti i distretti. Remore relative anche all’ipotesi di aprire al Foro gli incarichi nell’ufficio Studi e documentazione. Una timidezza irriducibile, che ha condotto la maggioranza giallorossa a scelte di compromesso. Come se la presenza dell’avvocatura quale controparte tecnica della magistratura inducesse cupi retropensieri. Andiamo con ordine. E partiamo dai Consigli giudiziari. Un anno fa, quando era ancora in vita l’alleanza M5S- Lega, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede presentò un testo molto ampio, in cui le modifiche relative al Csm erano integrate in un’unica legge delega comprensiva anche della riforma penale. Già in quella bozza compare una norma, allora codificata all’articolo 27, che rimedia a un aspetto assai antipatico nel funzionamento dei Consigli giudiziari: in tutti i casi in cui si deve discutere e deliberare un parere, da inviare al Csm, relativo alla valutazione di professionalità su un magistrato, i “componenti avvocati e professori universitari” sono costretti a lasciare la seduta. Come se fossero spie. Il guardasigilli ritenne già allora che al Foro e all’Accademia andasse quanto meno riconosciuta la “facoltà di assistere” a quelle discussioni. Poi nell’autunno scorso, dal Pd e da Italia viva erano arrivate sollecitazioni affinché si sancisse un riconoscimento più pieno per il rappresentante dell’ Ordine forense distrettuale, ossia il diritto non solo di assistere ma anche di votare. Il 16 ottobre l’Anm produsse però un documento che stroncava l’ipotesi. Che nei mesi successivi è gradualmente stata ridimensionata. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis e il responsabile Giustizia del Pd Walter Verini hanno così ritenuto di sollecitare almeno una riformulazione di quella riforma dei Consigli giudiziari che era stata prospettata dall’ex guardasigilli Andrea Orlando con il Cnf, in particolare con il presidente Andrea Mascherin: ed è così che, nell’attuale testo sul Csm, si è arrivati a prevedere almeno l’obbligo, per Palazzo dei Marescialli, di acquisire il parere dell’avvocato che presiede l’Ordine nel distretto in cui è in servizio il magistrato candidato a un incarico direttivo. È un ulteriore passo avanti, che si aggiunge al diritto di tribuna nei Consigli giudiziari, ma non è la stessa cosa. Ci sarebbe un capitolo a parte sui componenti laici del Csm: Forza Italia, con Enrico Costa, ha proposto a Bonafede di affidarne l’elezione direttamente al Cnf e alla Conferenza dei rettori. Idea che richiede ovviamente una modifica all’articolo 104 della Costituzione. Bonafede l’ha accantonata proprio per l’iter troppo oneroso. Ma ora un confronto impegnativo rischia di aprirsi a proposito dei “magistrati segretari” e delle toghe in servizio nell’ufficio Studi e documentazione di Palazzo dei Martescialli. Al Dubbio, il sottosegretario Giorgis ha spiegato di tenere molto alla modifica del «sistema di reclutamento: oggi», ha ricordato, quelle funzioni sono affidate appunto a «magistrati scelti per cooptazione. Sarebbe invece più opportuno selezionarli per concorso un po’ come avviene per i consiglieri parlamentari, o comunque», ha spiegato, «attraverso modalità capaci di garantire una loro maggiore autonomia, e di coinvolgere tutte le migliori espressioni del mondo giuridico». È un punto sul quale la linea nella maggioranza non è univoca. E che certamente animerà la discussione in Parlamento. Certo è che chi è in servizio al Csm con ruoli tecnici spesso assume un peso molto rilevante rispetto alle decisioni dei consiglieri: si occupa del fascicolo sulla base del quale prima la quinta commissione e poi il plenum decidono, in particolare, l’assegnazione degli incarichi dirigenziali. Siamo al cuore delle cosiddette degenerazioni, al motivo stesso che, a partire dal caso Procure dell’anno scorso, spinge ora il governo alla riforma. Ebbene, anche qui le resistenze nella maggioranza sull’apertura agli avvocati auspicata da Giorgis sono particolarmente difficili da scalfire. C’è un ultimo capitolo. Riguarda la sezione disciplinare. L’Unione Camere penali, nella lettera inviata ieri a tutti i deputati ( firmata dal presidente Gian Domenico Caiazza e dal presidente del Comitato promotore dell’iniziativa sulla separazione delle carriere, Beniamino Migliucci) riserva un passaggio assai significativo alla valutazione degli illeciti e della professionalità: «Né può essere ignorato il tema dei rapporti tra “controllore” ( il Giudice) e “controllato” ( il Pubblico Ministero). Per rendere effettivo, proficuo e credibile il controllo, giudicante ed inquirente non devono essere sottoposti al potere disciplinare di un unico organo che, tra l’altro, decide promiscuamente anche degli avanzamenti in carriera di Giudici e Pubblici Ministeri, condizionando altresì le reciproche aspettative rappresentative». Argomento portato, dai penalisti, a sostegno della riforma che separa le carriere e istituisce due Csm. Ora, il paradosso ricordato dall’Ucpi rischia di essere ingigantito nella sua rilevanza da un aspetto piuttosto sottovalutato della b riforma sul Csm, in arrivo martedì in Consiglio dei ministri: l’elezione dei componenti togati prevede l’eliminazione dei posti riservati a requirenti e giudicanti: in futuro i consiglieri superiori potrebbero anche essere solo pubblici ministeri. A valutare i magistrati giudicanti, sia in termini di carriera che di condotta disciplinare, si troverebbero cioè solo, o prevalentemente, gli inquirenti. Si è disposti a correre un simile, pur teorico rischio piuttosto che consentire agli avvocati di giudicare i magistrati. Una remora che l’esame in Parlamento rischia di mostrare in tutto il suo carattere paradossale.

 “Onida si scusi”, Catello Maresca e il divieto di critica a Di Matteo. Redazione su Il Riformista il 17 Luglio 2020. Vietato criticare Di Matteo. Perché criticare Di Matteo, secondo il teorema di alcuni pm, equivale a disonorare Falcone e Borsellino. «Perché mai un magistrato di procura specializzato nella benemerita lotta giudiziaria alla mafia (benemerita se condotta con mezzi legali e costituzionalmente consentiti) dovrebbe vantare una sorta di pretesa a occupare il ruolo di direttore del Dap?», si era chiesto ieri nella bella intervista che ha concesso al Riformista, il presidente emerito della Consulta, Valerio Onida. Parole che hanno attirato contro di lui, gli strali di Catello Maresca. «Il presidente Onida – ha tuonato il sostituto procuratore di Napoli – con le sue dichiarazioni sui magistrati antimafia disonora la memoria di Falcone e Borsellino. Peraltro lo fa nei giorni nei quali si commemora la strage di via D’Amelio e in un periodo nel quale la lotta alla criminalità organizzata rischia di subire durissimi colpi e un drammatico arretramento». Ma non basta. Onida, rincara Maresca, «chiarisca le sue dichiarazioni sul collega Di Matteo e chieda scusa a tutti i magistrati antimafia». Secca la replica che il presidente Onida affida alle colonne del Riformista: «Non intendo e non mi pare il caso di replicare a dichiarazioni che non portano argomenti, ma solo usano i nomi e la memoria di Falcone e Borsellino per alimentare polemiche infondate».

Parla Onida, ex presidente Consulta: “Correnti Anm spesso agiscono per il potere”. Angela Stella su Il Riformista il 16 Luglio 2020. Il professore Valerio Onida, già Presidente della Corte Costituzionale, da avvocato ha perorato la causa di un richiedente asilo su cui si è espressa la Consulta qualche giorno fa. Con lui abbiamo commentato questa decisione ma anche i temi della giustizia all’ordine del giorno del dibattito.

La Consulta è intervenuta sul primo decreto sicurezza. Ancora una volta il giudice si è sostituito alla politica? Cosa ne pensa di quanto ha detto Salvini, ossia che questa decisione è una scelta politica?

«Con la decisione sul divieto di iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo (annunciata in un comunicato, ma non ancora motivata nella sentenza che sarà fra breve pubblicata) la Corte ha semplicemente fatto il suo mestiere, che è quello di scrutinare le disposizioni legislative sotto il profilo della loro conformità o meno alla Costituzione, e, quando ne riconosce l’incostituzionalità (come nel caso), dichiararla con effetto erga omnes e sin dall’inizio (salvo eventuali rapporti esauriti). La legge è frutto della politica, ma incontra il limite della Costituzione, e questo trova il suo presidio nella Corte costituzionale. Una sentenza di incostituzionalità è una decisione “politica”, nel senso che smentisce una determinazione o un orientamento degli organi politici che hanno dato vita alla legge, ma in nome della Costituzione, che appunto limita la discrezionalità del legislatore».

Secondo Lei questa “irragionevole disparità di trattamento” a cui sono sottoposti i richiedenti asilo può essere letta con una connotazione di razzismo?

«Questa decisione colpisce una scelta legislativa che è apparsa subito, a molti, come irragionevole e discriminatoria, e quindi contraria alla Costituzione, poiché negava ai richiedenti asilo il diritto di iscriversi nell’anagrafe del luogo di residenza effettiva senza alcuna plausibile giustificazione, che non fosse l’intento di rendere più difficile la vita a queste persone che soggiornano regolarmente nel territorio in attesa dell’esito della loro domanda di asilo, e hanno quindi diritto alla protezione. Non parlerei di “razzismo”, se non nel senso che la discriminazione ingiustificata di certe persone ha la stessa radice antigiuridica e incostituzionale che si manifesta negli atteggiamenti di chi discrimina in nome di quelle distinzioni “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” che per l’articolo 3 della Costituzione non possono negare la “pari dignità sociale” delle persone e l’eguaglianza di tutti “davanti alla legge”».

Cosa ne pensa della crisi che sta attraverso la magistratura in questo momento?

«La magistratura nel nostro sistema è soggetta, a tutela della indipendenza “esterna” ed “interna” (cioè nei rapporti fra di loro) dei magistrati, ad un sistema di governo autonomo, ma di “autogoverno temperato” dalla presenza nel Csm di membri “laici” eletti dal Parlamento, e analogamente di membri “laici” nei consigli giudiziari costituiti in ogni distretto di Corte d’Appello. Le “correnti” dell’Associazione nazionale magistrati, nate per consentire la libera espressione dei diversi orientamenti culturali e indirizzi per il governo autonomo presenti nella magistratura associata e nel Csm, sembrano troppo spesso essersi trasformate in gruppi di potere che agiscono solo per il potere, specie quando si tratta di attribuire incarichi direttivi nei vari uffici giudiziari; e la presenza dei membri “laici” (tra i quali è eletto il Vice Presidente del Csm, che è presieduto dal Presidente della Repubblica) sembra troppo spesso a sua volta essere ricondotta solo a scelte di partito. In questo modo però si tradisce il ruolo del governo autonomo, che non è chiamato a proteggere interessi personali o di gruppo, né interessi politici di parte, ma a fare scelte mirate all’indipendenza, al buon andamento e all’efficienza degli uffici giudiziari».

Come porre rimedio?

«Non certo con una riduzione dell’autonomia dell’organo di governo, e neanche forse con una crescita in esso del peso della componente di estrazione parlamentare, che potrebbe eventualmente giovare solo se gli eletti dal Parlamento a loro volta agissero in piena indipendenza e in nome non di interessi di partito da loro rappresentati, ma in nome dell’interesse pubblico all’indipendenza e al buon andamento degli apparati giudiziari. A quest’ultimo fine potrebbe giovare richiedere per l’elezione parlamentare dei membri laici una maggioranza più elevata, per favorire scelte autorevoli e non partigiane (magari anche fra magistrati in pensione, e non solo professori e avvocati), e soprattutto un costume di piena indipendenza di essi dai condizionamenti della politica contingente. Il sistema per l’elezione dei membri “togati” dovrebbe favorire la conoscenza personale dei candidati da parte degli elettori, e magari includere forme di sorteggio (però facendo sì che in definitiva si tratti pur sempre di “eletti” dai magistrati) atte a contrastare il prevalere di logiche di potere correntizio. Soprattutto occorrerebbe che in tutte le componenti della magistratura si affermasse una prassi di prevalenza dell’interesse pubblico al buon funzionamento degli uffici e non di carrierismo organizzato».

In una intervista al nostro giornale Sabino Cassese ha descritto le Procure come un quarto potere, ormai indipendente dalla magistratura. È d’accordo?

«I membri della magistratura “requirente” (le Procure) sono magistrati a tutti gli effetti, membri dell’ordine giudiziario “autonomo e indipendente da ogni altro potere” ai sensi dell’articolo 104 della Costituzione. In particolare, l’indipendenza delle Procure dal potere esecutivo (che tradizionalmente le controllava, e altrove le controlla) è e deve essere piena. All’interno i singoli magistrati delle Procure non godono invece di piena indipendenza dai Capi delle stesse, che hanno nei loro confronti anche poteri di tipo gerarchico e di coordinamento (per cui, per esempio, i rapporti col pubblico devono essere intrattenuti sempre dai Capi). Soprattutto, la magistratura giudicante (i giudici) è e deve essere del tutto indipendente dalle Procure, per assicurare l’assoluta imparzialità dei giudici, in particolare nel processo penale, ove l’accusa impersonata dalla Procura si contrappone all’altra parte, l’imputato, e il giudice deve essere per definizione “terzo e imparziale”. Per questo i provvedimenti che incidono sulla libertà e sui diritti degli imputati sono bensì chiesti dalle Procure procedenti, ma adottati e controllati esclusivamente dai magistrati giudicanti. Anche la commistione di poteri inquirenti e giudicanti che si verificava nella figura del Pretore col vecchio codice, nel nuovo codice è eliminata, affermandosi sempre la distinzione tra le due funzioni. I magistrati delle Procure hanno solo poteri di indagine e di promozione dell’azione penale: giudicare spetta solo ai giudici. Nel processo il pm è solo parte, e perciò il giudice non è mai vincolato alle sue determinazioni o richieste. Dunque c’è e ci deve essere una netta distinzione di funzioni fra Procure e magistratura giudicante. Tradizionalmente tuttavia, trattandosi di magistrati appartenenti allo stesso ordine, è ammesso che i singoli magistrati passino da una “carriera” all’altra, e svolgano volta a volta funzioni requirenti o giudicanti. Oggi il passaggio è meno frequente e più difficile, e ovviamente si evita che lo stesso magistrato, che passa da una carriera all’altra, possa ricoprire funzioni requirenti e giudicanti nello stesso processo. Tuttavia la provenienza dagli stessi concorsi, la formazione analoga, il fatto che le Procure operino nelle stesse sedi e nelle stesse strutture dei Tribunali e delle Corti d’appello, il fatto che sono “amministrati” dallo stesso Csm, la possibilità del passaggio di un magistrato dall’una all’altra funzione nella sua carriera, da un lato sono elementi utili a far sì che i due organi siano accomunati dalla stessa “cultura della giurisdizione”. Il pm è bensì parte, ma deve sempre agire nel solo interesse pubblico e della legalità, anche assumendo le prove a favore dell’imputato; e l’aver svolto prima funzioni di giudice può favorire un miglior cultura e un maggior equilibrio del magistrato. Ma dall’altro lato questi elementi possono creare o indurre ad una “vicinanza” fra pm e giudici che può ridurre l’effetto della rigida separazione funzionale. Sono pur sempre “colleghi” nella stessa magistratura. Di qui spesso l’istanza di una “separazione delle carriere”, che però meglio sarebbe forse configurare come una rigida separazione di funzioni e reciproca indipendenza fra i due corpi della magistratura».

Può spiegare meglio?

«Ai fini di assicurare la piena imparzialità dei giudici (che debbono anche “apparire” imparziali, non solo esserlo) e il giusto processo conta di più che i poteri e la durata delle indagini dei pm siano attentamente limitati e definiti, e che sulle richieste della Procura, allorquando formula le accuse e chiede l’adozione di provvedimenti restrittivi nei confronti dell’imputato, si attui il più attento e severo controllo dei giudici. Anche a questo sono intesi i principi costituzionali per cui “nessuno può esser distolto dal giudice naturale precostituito per legge”, onde mai la pubblica accusa può influire sulla scelta dei giudicanti, e “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Chi è solo indagato dalla Procura non è ancora nemmeno imputato, e l’imputato che deve ancora essere giudicato non è e non può essere considerato giuridicamente colpevole».

Il nostro giornale ha reso nota la trascrizione di una conversazione tra Silvio Berlusconi e il dott. Amedeo Franco. Che idea si è fatto della vicenda?

«Stiamo ai fatti. Un anziano giudice di Cassazione, Amedeo Franco, dopo avere condiviso e addirittura (sembra) scritto la sentenza che confermava la condanna di Berlusconi (e non risulta che avesse fatto ricorso alla facoltà, che hanno i giudici dissenzienti da una deliberazione collegiale, di far constare per iscritto il proprio dissenso dalla maggioranza), si reca a casa del condannato, ove si trova anche un altro magistrato fuori ruolo, noto esponente di una corrente e investito di funzioni di governo (come sottosegretario alla giustizia) e di parlamentare; e dice cose che potrebbero far pensare a influenze esterne sulla condanna. Perché lo fa? Viene registrato, a quanto pare a sua insaputa, ma la registrazione viene resa pubblica solo ora, dopo la sua morte, e utilizzata per contestare l’imparzialità dei giudici della Cassazione che hanno confermato la condanna. Nessuno, che io sappia, ha ancora dimostrato, tanto meno in modo convincente, che quella sentenza e quella condanna erano sbagliate e dovute a pregiudiziale inimicizia per l’imputato: condanna che, si noti, era stata sancita e motivata, prima che da quel collegio di Cassazione che la confermò, dai giudici di merito del Tribunale e poi della Corte d’Appello (e dunque avrebbero sbagliato o sarebbero stati condizionati tutti i numerosi giudici che vi avevano nel tempo concorso). Dunque uno “scandalo” a dir poco del tutto prematuro, che addirittura dà per acquisito, su questa base fattuale così poco credibile, un presunto voluto errore giudiziario mai dimostrato, e induce qualcuno ad invocare – questo è il colmo – la nomina del condannato a senatore a vita (avrebbe dunque “illustrato la Patria per altissimi meriti”) a titolo di risarcimento per essere stato dichiarato decaduto dal Parlamento!»

Al momento nelle nostre carceri ci sono 1276 ergastolani ostativi. Sarebbe favorevole all’abolizione del fine pena mai che toglie ogni speranza?

«L’ergastolo (fine pena mai) è una pena che in tanto può esser ritenuta non del tutto incompatibile con la Costituzione (per la quale la pena non deve mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla risocializzazione del condannato), in quanto sia prevista fin dall’inizio la possibilità per il condannato di conseguire la libertà in esito ad un percorso che attesti il suo “ravvedimento”. L’istituto previsto a tale scopo è la “liberazione condizionale”, che il condannato all’ergastolo può ottenere dopo aver scontato almeno ventuno anni di carcere. Oggi è però previsto che i condannati per certi reati gravi (non solo di tipo mafioso) possano chiedere la liberazione condizionale solo se collaborano con la giustizia (cioè assumono il ruolo di cosiddetti “pentiti”, che aiutano attivamente ad accertare altri reati e a trovare altri colpevoli), salvo che la collaborazione risulti impossibile o irrilevante. Questa previsione è incostituzionale, perché non si può considerare la “collaborazione” (che può comportare anche autoaccuse o accuse ad altri, anche familiari) come unico possibile modo di dimostrare il proprio ravvedimento. Lo ha stabilito ormai la Corte europea dei diritti dell’uomo, e ha cominciato a dirlo la Corte costituzionale, che tuttavia non si è ancora pronunciata sul tema della liberazione condizionale nel caso dell’ergastolo ostativo, ma lo farà fra breve, poiché è stata sollevata la relativa questione».

Qual è il suo giudizio sull’operato del Ministro Bonafede durante il lockdown? Mi riferisco soprattutto a quel decreto "emergenziale" che è intervenuto sul lavoro dei magistrati di sorveglianza a seguito delle polemiche nate dopo alcune concessioni di detenzioni domiciliari a detenuti di alta sicurezza e al 41 bis.

«La salute dei detenuti è un diritto, come quella di tutti. Non è dunque possibile sacrificarla ad alcuna ragione di “sicurezza”. Ci sono molti modi per garantire la sicurezza necessaria anche nel caso di ammissione alla detenzione domiciliare dei detenuti di “alta sicurezza” per ragioni stringenti di salute. Alta sicurezza, 41 bis e dintorni non possono in nessun caso esimere dal dovere di adottare – e ciò spetta solo ai magistrati di sorveglianza – le misure necessarie per garantire il diritto alla salute dei detenuti, né dal dovere di adottare le altre misure necessarie per fronteggiare la situazione di scandaloso sovraffollamento delle carceri. Più in generale, la pena non può mai essere configurata ed eseguita in modo da garantire la sola “sicurezza”, nel senso dell’isolamento dei detenuti dalla società, senza invece contemporaneamente attuare tutte le misure atte a rendere la pena della reclusione, oltre che non inumana, idonea, in forza del trattamento carcerario, a favorire la risocializzazione del condannato. Ci vorrebbe insomma, per così dire, un “41-ter” che imponga di realizzare davvero le condizioni per l’opera di risocializzazione di tutti i condannati, anche per delitti mafiosi o altri gravi reati».

Che giudizio dà della querelle tra Di Matteo e Bonafede sulla direzione del Dap?

«Perché mai un magistrato di procura specializzato nella benemerita lotta giudiziaria alla mafia (benemerita se condotta con mezzi legali e costituzionalmente consentiti) dovrebbe vantare una sorta di pretesa a occupare il ruolo di direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria? È invece anomalo che a svolgere questo ruolo si ritenga sempre necessario preporre un magistrato (il cui compito è quello di svolgere le funzioni giudicanti o requirenti, non quelle amministrative relative si servizi della giustizia), quando l’amministrazione penitenziaria dispone di tanti ottimi e sperimentati funzionari, alcuni dei quali anche noti esponenti di punta della cultura dell’esecuzione penale aderente dalla Costituzione, e tutti specificamente formati e cresciuti nell’esercizio proprio di questi compiti».

Esiste l’ipotesi che il Governo proroghi lo Stato di emergenza. Qual è il suo parere su questo?

«Lo stato di emergenza di rilievo nazionale è stato dichiarato dal Consiglio dei Ministri il 30 gennaio scorso sula base dell’art. 24 del testo unico sulla protezione civile, che prevede tale eventualità nel caso di “emergenze di rilievo nazionale connesse con eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomo che in ragione della loro intensità o estensione debbono, con immediatezza d’intervento, essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo”. La durata non può superare i 12 mesi, prorogabili per non più di altri 12 mesi. La eventuale proroga, e la sua durata, nei limiti di tempo predetti, dipendono dunque dal fatto che si reputi tuttora in corso una emergenza che debba essere fronteggiata con urgenza e con mezzi e poteri straordinari. In effetti, data la persistente emergenza a livello internazionale, e le incognite relative al modo in cui l’epidemia ancora si diffonde, mi pare difficile negare che sussistano i presupposti per una eventuale proroga».

L’accusa di Cassese: “Le procure sono il quarto potere, la rovina della magistratura”. Angela Stella su Il Riformista il 22 Giugno 2020. Il professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, non si sbilancia sulla recentissima nomina di Raffaele Cantone a capo della Procura di Perugia, critica chi ha già condannato Palamara prima di una sentenza, e ritiene ineludibile una riforma del Csm, bocciando la soluzione del sorteggio. Non risparmia giudizi severi nei confronti delle Procure della Repubblica, ormai diventate un quarto potere dello Stato.

Professor Cassese, il Presidente Sergio Mattarella ha usato parole molto forti nei confronti dello scandalo che ha investito il Csm. Qual è il suo parere in merito al discorso del Capo dello Stato?

«Valutazione severa ed equilibrata. Giudizi pertinenti. Suggerimenti (impliciti) condivisibili. Occorre che Csm stesso e Parlamento diano un seguito alle parole del Presidente».

Il Presidente è anche tornato sui limiti dei poteri del Capo dello Stato: i partiti hanno il potere di modificare l’attuale sistema del Csm nella due Camere. Cosa ne pensa?

«Il Parlamento può, anzi deve modificare l’attuale assetto legislativo del CSM, non la struttura e i compiti definiti dalla Costituzione, che ha configurato il Csm come uno scudo per assicurare che, attraverso l’amministrazione delle carriere dei magistrati, il governo non potesse influenzare l’esercizio della funzione giudicante. Purtroppo, su questa base è poi invalsa nella pratica e nell’uso linguistico l’idea che il Csm sia “organo di autogoverno” della magistratura, come se questa fosse un corpo che si autoamministra».

Ritiene condivisibile procedere per sorteggio per la nomina dei componenti del Csm?

«Il sorteggio è stato sperimentato al posto della elezione politica, ma con poco successo, in epoche e luoghi diversi (Atene, Venezia) e considerato negli Stati Uniti, alla fine del ‘700. Ma sempre in luogo delle elezioni politiche. Applicarlo a un organo tecnico come il Csm sarebbe un errore, perché lì vanno scelte persone in relazione a specifiche capacità, non a caso. Tra il meccanismo odierno, nelle mani delle correnti, e il sorteggio, vi sono molte soluzioni migliori, come quella di cambiare il sistema elettorale, in modo che il voto venga dato sulla persona, non sul rappresentante della corrente. Se non erro, vi è una proposta in tal senso presentata in Parlamento da Stefano Ceccanti, che è anche un serio studioso di diritto pubblico. Né si può vietare l’organizzazione in correnti, perché va rispettato il diritto di associazione e perché le correnti hanno in passato svolto un utile ruolo culturale».

È giusto pensare che alcune procure abbiano un eccessivo potere?

«Le procure sono diventate un potere indipendente dalla stessa magistratura, un quarto potere dello Stato, grazie al compito che si sono arrogate di “naming e shaming”, cioè di additare al pubblico ludibrio. Un attento esame compiuto da un magistrato, qualche tempo fa mise in luce che solo un numero molto limitato delle accuse si rivelavano fondate. Ma intanto, rese pubbliche, avevano già “condannato” gli accusati».

Oggi il dottor Luca Palamara sarà sentito dall’Anm e cercherà di scongiurare la sua espulsione. Secondo Lei è il capro espiatorio di un sistema che oggi si sente ricattato da quanto potrebbe rivelare?

«Non so risponderle e penso che anche il dottor Palamara abbia diritto di non essere condannato dalla opinione pubblica con quel meccanismo che ho appena criticato».

Secondo Lei la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con due Csm distinti e separati, potrebbe essere una soluzione alla degenerazione all’interno della magistratura?

«Penso che, giunti a questo punto, sia semplicemente la codificazione di una situazione di fatto, essendosi tanto distaccati poteri, “modus operandi”, stile dei due corpi. Le procure sono il luogo nel quale è nata la politicizzazione endogena della magistratura. Basti vedere da quale esperienza provengono i magistrati che sono “entrati in politica” o che si esprimono più spesso sui mezzi di comunicazione. Non penso che i magistrati debbano esser degli “stiliti”, quei monaci anacoreti che vivevano su una piattaforma in cima a una colonna. E non penso che i magistrati debbano “parlare solo con le sentenze”. La società ha bisogno dell’opinione anche dei magistrati. Ma c’è un problema di misura, di temi che vanno evitati, di sovraesposizione. In tutto questo il Csm stesso è stato molto carente. Così come è stato carente nel definire i criteri della scelta dei titolari degli uffici direttivi. Tra applicare la sola regola dell’anzianità e lasciare che dominino le correnti, ci sono molte soluzioni intermedie, come quella di udire i candidati, di “misurare” e valutare la loro pregressa attività, di acquisire opinioni degli uffici giudiziari».

Come giudica la nomina del dottor Cantone al vertice della Procura di Perugia? Ricordo che quando Raffaele Cantone ricopriva il ruolo di Zar dell’Anticorruzione il suo giudizio sull’operato dell’Anac fu molto spesso negativo.

«Ho più volte espresso un giudizio negativo sull’Anac e sulla sua guida, perché ritengo che abbia spaventato i dipendenti pubblici e rallentato l’azione amministrativa, senza tuttavia ridurre la corruzione. Ma non ho elementi per giudicare la bontà della scelta fatta dal Csm, non conosco la “performance” dell’attività svolta dal dottor Cantone quale magistrato, e non conosco neppure quella del suo concorrente. Finirei per giudicare – in modo parziale – solo sulla base della mia grande stima e simpatia personale per il dottor Cantone».

Il Ministro della Giustizia Bonafede è in grande difficoltà dopo le accuse che gli ha lanciato contro il dottor Antonino Di Matteo dal salotto di Giletti prima e in commissione antimafia poi per la questione relativa al vertice del Dap. Qual è il suo giudizio su questo?

«Che alla base ci sia un’altra anomalia istituzionale. I magistrati fanno parte dell’ordine giudiziario, che è uno dei poteri dello Stato. Perché occupano il Ministero della giustizia, che è parte di un diverso potere dello Stato, quello esecutivo? Pongo questa domanda perché la vicenda alla quale fa riferimento è la prova della contraddizione che ne deriva: i magistrati che siedono ai vertici del Ministero debbono eseguire le direttive del ministro, come tutti i funzionari, oppure operare in maniera indipendente, come hanno titolo di fare per il loro “status” di magistrati? Negli studi che ho fatto, alcuni anni fa, sulla storia dello Stato, ho mostrato come questo connubio è nato e perché oggi non ha ragion d’essere».

Il j'accuse. Le accuse di Ernesto Galli della Loggia: “Il potere dei Pm e la paura degli intellettuali”. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 30 Giugno 2020. Suppongo (e spero) non stia parlando di sé, il professor Ernesto Galli della Loggia quando narra di una indeterminata “opinione pubblica” che in tutti questi anni, pur conoscendo le nefandezze dei magistrati oggi scoperchiate dalla bocca e dalla mano di Luca Palamara, non ha mai detto nulla per paura. Sì, lo scrive e lo ripete con un certo vigore, il commentatore del Corriere della sera. Paura. Se alludesse al comprensibile timore che ogni cittadino nutre nei confronti di colui che dall’alto del suo scranno, della sua nera toga e del suo bianco bavaglino, decide della sua libertà (cioè della sua vita), Galli della Loggia si sarebbe limitato a dire una ovvietà. Ma l’uomo non è mai ovvio, e non lo è neppure in questa occasione. Infatti ci dà una notizia. Questa è la notizia. Silvio Berlusconi nelle sue battaglie per una giustizia imparziale aveva ragione (talvolta, dice il professore) ma non lo si poteva dire per la paura di essere appiattiti sulla “destra berlusconiana”. È questa la paura. È interessante la scelta delle parole che esprimono il concetto. Che cosa è “la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica”? Sono solo i cittadini che vanno a votare o non anche gli intellettuali che scrivono sui giornali, quelli che vaneggiano di “caste” sui libri, e quei politici che, facendosi un baffo dell’opinione di illustri costituzionalisti, hanno fatto espellere Berlusconi dal Senato? Dobbiamo pensare che tutti questi, cioè coloro che hanno contribuito a cambiare la storia giudiziaria, e quindi politica, del Paese lo hanno fatto per “paura”? La magistratura, scrive ancora della Loggia con una continua attenta selezione del linguaggio, «ha guadagnato il silenzio complice di molti». Fino a perdere l’anima della propria identità. Perché, in sintesi, in questo presunto corpo a corpo che la “destra berlusconiana” avrebbe ingaggiato con le Procure, il clima si è avvelenato tanto che questo esercito di paurosi è stato silenziosamente complice dei peggiori intrallazzi (il sostantivo scelto non è mio) degli uomini in toga, del loro sindacato corporativo e lottizzato e anche del Consiglio superiore, che proprio superiore non è, come si è visto. Povero Silvio! “Avvisato” a Napoli mentre presiedeva un convegno internazionale sulla criminalità per un reato da cui è stato assolto, poi condannato per l’evasione di una cifra che per le sue società rappresentava qualche nocciolina, poi indagato-archiviato-indagato-archiviato-indagato addirittura come mandante di stragi di mafia. Ma nessuno finora, neanche un procuratore della Repubblica, lo aveva mai sospettato di essere il mandante della vigliaccheria di un drappello di intellettuali capaci di contribuire, con il loro “silenzio complice”, alle ingiustizie di venticinque anni di storia giudiziaria e politica italiana. Sono sicura che Ernesto Galli della Loggia non abbia parlato di sé, nel commento che sul Corriere della sera narra «dell’Identità smarrita dei magistrati italiani». Perché lui – e non lo fa neppure in questa occasione – è un intellettuale non abituato a nascondersi, neppure quando pizzica i suoi colleghi cattedratici. Ma forse sta parlando di qualche direttore di grandi quotidiani, o di qualche assemblatore di atti giudiziari trasformati in libri, o magari di qualche imprenditore proprietario di giornale. Forse anche lui ricorda gli anni di Tangentopoli e quelli che vennero dopo, fino all’oggi. Non c’è bisogno di tornare ai tempi di Romiti e De Benedetti e delle trattative (quelle sì, erano vere) dei loro avvocati con i pubblici ministeri per evitar loro il carcere, per confermare quel che “l’opinione pubblica sapeva” ma solo il trojan di Palamara ha saputo raccontarci. Quando il magistrato diventa politico, perde l’immagine della sua imparzialità, scrive ancora il professor della Loggia. Ma dobbiamo anche chiederci, oggi che qualcuno ha, se pur non di propria volontà, gridato a gran voce che “il re è nudo”, se questa imparzialità sancita dalla Costituzione (cosa che i magistrati dimenticano spesso, a loro interessano solo l’autonomia e l’indipendenza) non sia caduta anche all’interno e come conseguenza di comportamenti portati all’“intrallazzo” e alla “collusione” con la politica. Intrallazzi e collusioni che, per esempio, hanno rafforzato moltissimo, nel processo e fuori di esso (con la complicità di tanti giornalisti), il ruolo dell’accusa. Mortificando non solo la figura dell’avvocato difensore ma addirittura quella del giudice. Se oggi il pubblico ministero vale mille e l’avvocato zero, il giudice arriva al massimo a uno, nella scala dei valori di quelli che contano. Ma quando dico “oggi” intendo dire almeno negli ultimi trent’anni. Vorrei raccontare un episodio “antico”, che ha ritrovato il professor Giuseppe di Federico (e che mi ha gentilmente passato) nell’appendice del libro La degenerazione del processo penale in Italia pubblicato da un grande giurista, Agostino Viviani nel 1988. È la storia del casuale ritrovamento, tra le carte di un processo celebrato in una grande città italiana, di una lettera scritta da una presidente del tribunale del Riesame al presidente del tribunale. Questa giudice raccontava di aver subito una «violenta aggressione verbale da parte del pm poiché si era permessa di rimettere in libertà un imputato di partecipazione a banda armata, nonostante la diversa richiesta dell’accusa. Ma questo pubblico ministero non si era limitato agli insulti e all’aggressione, si era anche rivolto al Presidente del tribunale della grande città perché intervenisse. E costui, invece di denunciare il pm ai titolari dell’azione disciplinare, aveva convocato la presidente del Riesame. Tanto che costei, «in uno stato di grave disagio», poiché doveva giudicare un altro caso analogo e con la presenza dello stesso pm, si era dimessa. Va da sé che il suo successore non scarcerò. Proprio come voleva il famoso pm. Questo caso fu portato due volte al Consiglio superiore della magistratura, prima dallo stesso Viviani e poi da Di Federico. Furono insultati pure loro e non successe niente. Per l’organo di autogoverno tutto ciò era normale. Il famoso pubblico ministero poté percorrere tutta la sua carriera fino ai massimi vertici e tranquillamente in seguito andare in pensione. Ma quel presidente di tribunale che portò una sua collega, supponiamo molto più giovane di lui, alle dimissioni, come si sente con la coscienza? Di questo bisognerebbe parlare quando si narrano gli intrallazzi e le collusioni della magistratura e soprattutto il dis-funzionamento del Csm e il ruolo politico di giudici e pubblici ministeri. E mi tocca anche leggere, sempre sul Corriere, ma del giorno prima, che Niccolò Ghedini, che casualmente è anche l’avvocato di Silvio Berlusconi, dice che non si devono separare la carriere di giudici e pm perché è bene che il rappresentante della pubblica accusa mantenga (ma quando mai l’ha avuta?) la “cultura della giurisdizione”. Consiglio anche a lui la lettura del libro di Agostino Viviani. E della lettera (che pubblicheremo) di quella presidente del tribunale del Riesame dei tempi dei processi per terrorismo. Quelli in cui si fecero le prove generali di quel che capiterà in seguito con tangentopoli e le inchieste di mafia.

In Italia non c’è giustizia, i Pm condizionano sentenze e processi. Piero Sansonetti su Il Riformista il 25 Giugno 2020. Luca Palamara, nell’intervista che ha rilasciato al nostro Paolo Comi, è stato spietato nei confronti della magistratura. Io penso che ci si possa fidare di lui. La conosce bene la magistratura. L’ha frequentata in lungo e in largo, nel bene e nel male, nelle retrovie e in prima linea. Conosce i soldati e i generali. La sua denuncia mi sembra che si concentri su un punto: lo strapotere delle Procure e dei Pm. Ci spiega bene questo strapotere, che non consiste – come in genere si dice – nei rapporti con la politica. Anche se quei rapporti spesso ci sono e sono palesi ma illeciti. Consiste nel ruolo stesso che è stato consegnato ai Pm, nel grado della loro indipendenza e delle loro competenze. L’indipendenza è considerata dai Pm semplicemente come il diritto di essere al di sopra di ogni controllo. Dominus senza condizioni. Le competenze danno loro il potere di comandare ogni tipo di polizia, anzi di sceglierla, di decidere come e dove indirizzare le indagini, di gestire i rapporti con la stampa, e la subordinazione della stampa, e anche di esercitare una influenza fortissima sulla magistratura giudicante, che nel disegno istituzionale dovrebbe essere la controparte del Pm, ma nella realtà, salvo eccezioni, è molto spesso una parte sottomessa. Ora la riflessione che va fatta, credo, è questa. Proviamo anche a disinteressarci del problema di come avvengono le nomine e di come il partito dei Pm domini la giustizia, la renda dipendente di se stesso e di come condizioni con facilità la politica. Poniamoci invece questa semplicissima e drammatica domanda: il partito dei Pm è in grado di condizionare i processi e le sentenze? Il problema veramente drammatico che abbiamo davanti è esattamente questo. Perché la risposta alla domanda che ho posto è inequivocabile: sì, i Pm sono in grado di condizionare le sentenze e lo fanno con una certa frequenza. E le sentenze, e il corso dei processi, spesso sono merce di scambio, o partita di giro nelle trattative di potere che avvengono tra le correnti, nelle correnti, e nei rapporti tra Procure e Giudici. Capite che vuol dire? Che in Italia non esiste la giustizia. E che il destino dei cittadini che a centinaia di migliaia, o forse a milioni, incontrano la strada della magistratura, non sarà determinato dalla giustizia o dalle leggi o dal diritto, ma dai giochi di potere nella magistratura. Lo dico meglio: viviamo in una società illegale. La domanda di giustizia è del tutto inevasa. La speranza per un cittadino per bene che finisca nelle maglie della giustizia, è che il Pm abbia interesse o inclinazione a favorirlo. Tutto questo lo abbiamo scoperto grazie al trojan? No, lo sapevamo, i giornalisti lo sapevano: però tacevano. Per convenienza, per complicità. Si può correggere tutto questo? Sì, ma non bastano certo le riformette di Bonafede. La separazione delle carriere va realizzata immediatamente. E poi bisogna trovare il modo giusto per salvare l’indipendenza della magistratura e annullare il potere dei Ras. Probabilmente va messa in discussione l’indipendenza del Pubblico Ministero. Che, del resto, non esiste in quasi nessun paese democratico.

Per colpire Berlusconi i Pm infangarono la Guardia di Finanza. Alessandro Butticé su Il Riformista il 25 Giugno 2020. L’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, sembra essere l’unico (chissà perché) rimasto col cerino in mano. Ma chi ha beneficiato delle sue trame in tutti questi anni? Sicuramente molti anche tra quelli che oggi fingono di essere sorpresi e scandalizzati, e che gli tirano, oltre alla prima, una raffica di altre pietre. Dimenticando però il vero scandalo. Che è quello di sorprendersi, dopo aver dato o accettato una valenza istituzionale a un’Anm che non è nient’altro che un sindacato. Se non proprio una cupola di gestione del potere per il potere. Che fa quindi unicamente gli interessi personali di coloro che ne fanno parte. Barattando e consolidando carriere all’interno ed all’esterno delle aule giudiziarie. A discapito dell’efficienza ed imparzialità della giustizia, e alle spalle dei cittadini, che di giustizia avrebbero tanto bisogno. Ora sembra essere stato trovato il colpevole di tutto. Per oltre trentacinque anni – prima di congedarmi nel 2014 dalla Guardia di Finanza – ho praticato molte delle più importanti procure della Repubblica italiane. Quale primo ufficiale delle forze di polizia e dirigente italiano presso i servizi antifrode della Commissione Europea (Uclaf e Olaf, ho poi avuto a che fare con molti dei nomi più illustri della magistratura requirente. Che, in considerazione dell’incarico dirigenziale internazionale rivestito sino al 2018, ho potuto osservare, con rapporti diversi dalla dipendenza funzionale dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria che avevo in Italia. Confrontandoli anche con magistrati di altri paesi europei. A volte ricoprendo posizione gerarchica o funzionale a loro sovraordinata, ho avuto modo di conoscerli e valutarli non solo sul piano professionale, ma anche e soprattutto su quello umano e psicologico. Ne ho incontrati di valorosissimi. Con alcuni dei quali ho mantenuto legami di amicizia. Ma ne ho incrociati anche altri, a volte con nomi e reputazioni roboanti, o destinati a diventarli, che mi hanno letteralmente disgustato. Sono tanti gli aneddoti che avrei da raccontare. Mi limito a ricordarne solo uno. Ad alcuni di questi signori non garbava la posizione di grande prestigio che la Guardia di Finanza aveva assunto in Europa. In particolare presso la Commissione Europea. Dovevano quindi scalzarla, e prenderne il posto. Col pretesto che le Fiamme Gialle non avevano l’indipendenza che solo i magistrati, secondo loro potevano vantare. E le chat di Palamara dimostrano quanto poco l’avessero nella realtà, quanto meno dalle loro sfrenate ambizioni personali. E ciò nonostante l’Uclaf prima, e l’Olaf poi, fossero strutture investigative di polizia amministrativa. E la ragione era nelle ambizioni personali e degli amici degli amici. Cercando di instaurare un canale privilegiato e autoreferenziale con l’Ue, cortocircuitando le istituzioni, delle quali il Comando Generale delle Fiamme Gialle aveva il difetto di far parte. Ma era evidente sin dall’inizio anche il desiderio di iniettare nell’antifrode Ue i metodi mediatico-giudiziari, impensabili all’estero, tanto in voga in Italia. E dalla seconda metà degli anni Novanta l’obiettivo principale era uno soltanto: Silvio Berlusconi. In considerazione della fiducia e della stima personale che avevo guadagnato dai tre Direttori dell’Antifrode Europea che si sono succeduti nel tempo sono quasi sempre riuscito ad evitare che le inchieste dell’Uclaf e poi dell’Olaf venissero strumentalizzate per fini diversi da quelli strettamente istituzionali, e fuori dell’assoluto rispetto della legalità. Questo non piaceva ad alcuni, ovviamente. Perché impediva di utilizzare l’Ue come base di lancio contro obiettivi italiani. Ed era il periodo della cosiddetta inchiesta sulle “tangenti alla Guardia di Finanza”, apparentemente strumentale a colpire Berlusconi. E ci fu chi, affascinato dai metodi e dalla facile gloria del rito ambrosiano, mi rivelò il suo essere alla ricerca, per conto terzi, del testo, che io avevo personalmente negoziato, di un protocollo d’intesa tra il Comando Generale della Guardia di Finanza e la Commissione Europea. Mi venne detto (anche se non ho mai potuto verificarne la veridicità) che qualcuno alla Procura di Milano era molto interessato ad averlo. Da notare che, sempre per colpire Berlusconi, qualcuno pensava persino di qualificare la Guardia di Finanza come un’”associazione criminale”. “Agente persino sul piano internazionale”, immaginai io, in considerazione di quel protocollo d’intesa. Il servitore sciocco che si prestò a questo gioco, era un altro appartenente alle forze di polizia italiane. Che io stesso avevo reclutato alla Commissione Europea. Ma l’ambizione all’immaginata facile gloria derivante dal rendere servizio agli allora auto-proclamati eroi senza macchia e senza paura del giustizialismo italiano, si rivelò per lui più forte di tutto. Anche della sua riconoscenza e della mia stessa amicizia. Che da quel giorno perse per sempre, assieme alla mia stima. Questa è la ragione per cui non è il “metodo Palamara” a scandalizzarmi, ma l’ipocrisia di chi finge di cadere dal pero.

Lanzi (Csm): «Troppo potere alle Procure, rischio per i magistrati e la giustizia». Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 20 giugno 2020. «L’allarme del Presidente Mattarella va condiviso in pieno. Sui media appare un orrendo spettacolo. Gli inquirenti hanno la politica in pugno». «Condivido pienamente l’intervento del presidente della Repubblica: la magistratura sta attraversando un momento molto triste, con il rischio di una perdita irreparabile del prestigio di cui invece dovrebbe godere l’Autorità giudiziaria», afferma il professore milanese Alessio Lanzi, consigliere del Csm eletto nel 2018 su indicazione di Forza Italia, circa il duro monito di Sergio Mattarella alle toghe pronunciato giovedì scorso.

Professor Lanzi, è tutta colpa delle chat dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara? Un tormentone che alcuni giornali, come nei romanzi d’appendice, hanno deciso di pubblicare a puntate.

«Quello che viene svelato e che appare sui media, un orrido spettacolo, è il picco più appariscente di una grande crisi di sistema che coinvolge l’ordine giudiziario».

Da dove iniziamo?

«La magistratura è un potere dello Stato che è uscito, per una serie di motivi che qui non possono essere esaminati, dal proprio perimetro costituzionale, e che con una reiterata attività di supplenza e di interventi oltre i propri limiti si è reso un soggetto politico, attribuendosi prerogative che non gli possono essere concesse».

Ad esempio?

«Le anomalie sono numerose».

Possiamo elencarne qualcuna?

«Probabilmente, la principale è lo strapotere delle Procure, che condiziona la politica, detta l’agenda della gestione della cosa pubblica, comporta intrighi e manovre per assicurarsene il controllo. In Csm quando si tratta di nominare un procuratore ci sono quasi sempre tensioni. Qualche volta la componente laica cerca di porvi rimedio».

Credo che nessuno oggi possa più avere alcun dubbio sul fatto che il procuratore della Repubblica sia una figura molto potente…

«Oltre tutti gli orpelli che si vorranno trovare con le riforme, il punto centrale rimane l’indispensabile separazione delle carriere tra giudice e pm».

Detto da lei ha un peso non indifferente…

«Si, è aggiungo anche che è necessario creare un Csm ad hoc per i pm, nominato anche a seguito di sorteggio, come dovrebbe essere per quello attuale».

Sul fronte dei giudici, invece?

«Anche la categoria dei giudici non sempre è immune da anomalie, specie quando si vuole sostituire al legislatore, lo esautora, superando volutamente la lettera della legge e agendo quale giudice di scopo. In altre parole rendendosi un soggetto politico, travalicando la regola imposta dall’articolo 101 secondo comma della Costituzione».

Se per il potere dei procuratori dobbiamo “ringraziare” la riforma Castelli che ha gerarchizzato le Procure, per quanto concerne i giudici di chi è la “colpa”?

«Il ruolo che il potere giudicante è riuscito a farsi assegnare da un pavido e miope legislatore, specie con l’introduzione della nomofilachia – istituto di per sé accettabile, ma dalle conseguenze devastanti se calato nel contesto del nostro sistema confuso -, ha determinato il compito essenziale, per ogni equilibrio di rilievo costituzionale, della Corte di Cassazione».

Si torna allora all’appello di Mattarela: “Il cittadino ha diritto a poter contare sulla certezza del diritto e sulla sua prevedibilità”.

«Non si può non osservare con apprensione, a tal proposito, la deriva che sta prendendo la nostra giurisprudenza. Precedenti che sviliscono la chiara lettera della legge, che integrano a loro piacimento il precetto penale e la sua rilevanza. Non è un caso che addirittura gli incidenti di costituzionalità investano non solo e non tanto la disposizione di legge ma l’interpretazione che ne danno e l’applicazione che ne fanno i giudici».

Si parla di “diritto vivente”.

«Diritto vivente è un termine ricorrente da parte di magistrati, giustamente stimati ed apprezzati, che tiene conto di un imprecisato e impalpabile “sentimento di giustizia” in alcun modo regolamentato».

Possibili rimedi?

«Credo sia giunto il momento che la società civile tecnica intervenga seriamente nell’amministrazione della giustizia di legittimità, concreta e attuale. Vi sono ottimi magistrati i quali sono anche valenti giuristi e non devono però essere lasciati soli in questo ruolo che, realisticamente, allo stato loro compete».

Cosa può fare il Csm?

«Mi auguro che il Csm, che deve gestire ma non deve rappresentare la magistratura, intervenga con un segnale forte e concreto nel cercare soluzioni in grado di superare l’attuale critico momento. Credo sia interesse di tutti».

Come dovrebbe esplicitarsi questo cambio di rotta?

«Su due piani: una fase di novità e di progresso, per coloro che si definiscono progressisti; per altri la valorizzazione dell’indipedenza altrui per consentire la compiuta attuazione della propria. Scopo ultimo deve essere la ricerca di una giustizia liberale e democratica per coloro che credono in tali valori».

Gli accessi in Cassazione?

«Il tema degli accessi in Cassazione è importantissimo. Urge valorizzare il contributo, voluto dalla Costituzione ( articolo 106 terzo comma), di avvocati e accademici di spessore ( i cosiddetti meriti insigni). Tale categoria è stata fino ad oggi poco considerata e probabilmente svilita da accessi anche modesti che si sono verificati».

Un cambiamento nei fatti e non solo a parole?

«».

Cassese: «Le procure sono diventate un quarto potere». Il Dubbio il 20 giugno 2020. «Penso che, nel quadro delle istituzioni, le procure siano diventate un quarto potere, accanto a legislativo, esecutivo e giudiziario». «Penso che, nel quadro delle istituzioni, le procure siano diventate un quarto potere, accanto a legislativo, esecutivo e giudiziario».  Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, usa parole molto severe per commentare lo scandalo che sta investendo la magistratura, nel corso dell’iniziativa “La riforma radicale della giustizia” in corso da ieri su Radio Radicale. «Come si esercita questo potere? Si esercita fondamentalmente al di fuori del processo con un procedura che gli americani chiamano “naming-shaming”, cioè segnalare il nome di una persona ed additarla al pubblico ludibrio, consumando questa specie di potere accusatorio e nello stesso tempo di decisione, mediante un rapporto diretto con l’opinione pubblica e anche grazie ai temi che l’accusa utilizza», aggiunge Cassese.

Non solo, «se l’accusa fosse seguita da una decisione entro 3/4 mesi vi sarebbe un risultato, ma questo non accade. Praticamente vi sono delle persone che sono condannate mediante questo processo senza contraddittorio ed un vero e proprio giudizio», conclude il professore.

Magistratopoli, ora anche molti giudici chiedono la separazione delle carriere. Alberto Cisterna su Il Riformista il 10 Giugno 2020. Canto XIX, Inferno, VIII cerchio, terza bolgia: i simoniaci stanno conficcati a testa in giù in buchi infuocati della roccia; ne fuoriescono le gambe dell’ultimo peccatore, lambite dalle fiamme. Uno dei canti più belli della Divina Commedia si apre con la nota apostrofe di Dante contro Simon Mago e i suoi seguaci, i simoniaci appunto, colpevoli di aver fatto commercio delle cose sacre. A spanne la reazione di una parte dei magistrati italiani allo tsunami che si è abbattuto su di loro potrebbe essere declinata con i versi del Sommo. Lo sdegno per un mercimonio di favori e di posti sarebbe da addossare a un pugno di infedeli faccendieri, di contagiati dal mal di potere, di dannati della carriera, di apostati della purezza della corporazione. Per carità, è un sentimento, in alcuni casi, anche sincero, profondamente giustificato dai disagi e dai sacrifici che tantissime toghe affrontano ogni giorno nel gestire una macchina lenta, farraginosa, vetusta. Non è di questo sdegno, però che occorre discutere, anche perché, francamente, appare il più delle volte incanalato in una gara, a tempo largamente scaduto, a chi si mostra più indignato, o più sorpreso, a tratti imbarazzante. Lo si era già visto l’anno scorso questo sdegno a scandalo (mezzo-scandalo, invero) appena esploso e nulla era cambiato. Anzi a confrontare certe nomine recenti con certe telefonate intercettate si ha il sospetto che operazioni pianificate da tempo continuino ad andare in porto a dispetto di ogni denuncia e di ogni rassicurazione e malgrado il nocchiero sia stato appeso all’albero maestro. Evidentemente l’abbrivio del transatlantico correntizio è piuttosto lungo e lo stop impresso al vapore non ha ancora fermato le macchine. Comunque, poiché il principio di buona fede e la presunzione d’innocenza rappresentano i cardini del diritto, mettiamo da parte come buone le dichiarazioni che vorrebbero rassicurare un Paese in gran parte sbigottito dagli avvenimenti e prendiamo in esame la situazione. La magistratura italiana ha dissipato, in un tempo non breve, un patrimonio enorme di credibilità e una reputazione immensa. Si trattava di risorse cospicue, frutto dello straordinario intersecarsi di un assetto costituzionale della giustizia ampiamente di favore (come in nessun’altra nazione) verso la magistratura e di un impegno talvolta eroico sul versante del terrorismo, della corruzione e della mafia. Se si volge lo sguardo al modello di giurisdizione tracciato in Costituzione ci si accorge che l’avvocatura non è neppure menzionata e che tutto l’indispensabile apparato di servizio ha solo un fugace cenno nella parte relativa alle competenze del Ministro. Un impianto appena ritoccato nel 1999 con la riforma sul giusto processo, ma senza alcuno spostamento del baricentro costituzionale dall’asse delle toghe e dal loro ordinamento. Un epicentro mai messo in discussione. Una totale identificazione tra toghe e giurisdizione che coinvolge anche il pubblico ministero. Un monolite, si ripete, senza eguali nelle democrazie occidentali e non solo. In questo monopolio costituzionale la funzione di regolazione della corporazione spettava al Csm, a sua volta un insolito monarca assoluto a base elettiva con pochissime regole esterne e un controllo – a tratti asfissiante – sui comportamenti dei singoli magistrati, sull’organizzazione degli uffici, sul funzionamento del processo, sugli incarichi e su molto altro. Tutto questo, sarebbe inutile nasconderlo, è andato in frantumi e proprio nel suo ganglio più vitale. Il corpo del re è apparso nudo, lacerato e purulento. La caduta di prestigio dell’Organo di autogoverno – che tanto aveva impensierito il Quirinale lo scorso anno nella stagione delle dimissioni di alcuni dei consiglieri coinvolti – rischia ora di travolgere la magistratura italiana che, come potere pulviscolare e diffuso, non è in grado di reggere le spinte disgregatrici che la investono in tutti i settori. Un potere sostanzialmente acefalo costituirebbe una rottura della Costituzione e non è possibile fare a meno di un centro di imputazione della funzione giudiziaria. Il Csm è indefettibile. Tuttavia, i magistrati, lasciati a sé stessi, non hanno dato buona prova nella gestione dell’amplissima autonomia e indipendenza che il Costituente aveva loro affidato nel 1947. Quando l’autogoverno ha iniziato a volgersi verso il malgoverno (questa è la percezione diffusa anche tra le toghe) è chiaro che si sono messi in discussione i pilastri della terra su cui dovrebbe essere edificata la casa della giustizia. Occorre comunque aggirarsi con discernimento tra le molte ipotesi di riforma. A esempio, silenziosamente e con circospezione, guadagna consenso tra i giudici l’idea di una separazione delle proprie carriere da quelle dei pubblici ministeri; intesa non più quale strumento per il riequilibrio delle parti processuali innanzi alle corti, ma come via per liberarsi di quella che è apparsa la zavorra più malmostosa e greve delle vicende recenti: la corsa per capeggiare le procure. Non si può dimenticare che tutto è nato dalla successione alla guida della più importante procura della Repubblica del paese e che la maggior parte dei soggetti invischiati, sino ai livelli apicali, fossero appartenenti agli organi requirenti. Il protagonista dell’affaire lo ha dichiarato pubblicamente in un’intervista televisiva: il problema della lotta per gli incarichi riguarda quasi esclusivamente le procure della Repubblica che hanno la disponibilità della polizia giudiziaria. Parola in più, parola in meno. La sensazione è quella che porzioni, purtroppo non marginali, della magistratura inquirente abbiano delimitato una terra infida e pericolosa che il Csm non è riuscito a governare con la necessaria risolutezza e fermezza. Si insinua, in più di un giudice e a mezza voce, la tentazione che sarebbe meglio liberarsi degli scomodi “colleghi” per evitare che colino a picco l’intera corporazione. Magari dando loro un proprio Csm in cui azzuffarsi e regolare i conti dei propri conflitti senza coinvolgere la terzietà e imparzialità dei giudici, presidio irrinunciabile del patto sociale, da tenere al riparo da ogni sospetto.

Parla Giovanni Maria Flick: “Da ministro proposi riforma giustizia ma fui bloccato dalle correnti”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 12 Giugno 2020. Giovanni Maria Flick, giurista di discendenza italo-tedesca e formazione gesuita a Torino, ha fatto il magistrato al tribunale di Roma e insegnato come ordinario Diritto Penale alla Luiss. È stato chiamato da Romano Prodi nel 1996 come Ministro di grazia e giustizia nell’esperienza del primo governo centrosinistra della Seconda repubblica. Una stagione di riforme alle quali darà il suo contributo: a sua firma una serie di pacchetti-leggi, come allora si chiamavano, tra cui l’istituzione di un singolo giudice per i reati di entità minore che prima richiedevano l’impiego di tre magistrati e la chiusura di due penitenziari, non più utilizzabili. È stato il trentaduesimo Presidente della Corte Costituzionale. Ha avuto tre infarti ma sulle grandi scelte di campo del diritto è subito pronto ad alzare la voce.

Che anni erano quelli del suo Ministero, per la giustizia, rispetto a oggi?

«Una esperienza estremamente stimolante nella quale ho però incontrato tante difficoltà. E la prima di queste fu l’atteggiamento non collaborativo da parte delle correnti della magistratura, che fu ostile a tutte le iniziative messe in atto per riorganizzarla. Il mio obiettivo principale era allora quello di non fare piccole riforme, ma riformarla globalmente».

Ma le resistenze furono tante.

«Molte. Ho avuto poi da parte dei magistrati, andandomene, sentori di rimpianto. Ho fatto quel che potevo, per affrontare un tema mai toccato prima come quello della riorganizzazione del sistema giudiziario, cercando di coniugare efficienza e salvaguardia dei valori fondamentali in modo da avere un risultato ragionevolmente soddisfacente».

Il Csm dei suoi anni com’era?

«Avevo un ottimo rapporto con il Csm che era allora presieduto da Capotosti. Quel rapporto ottimo è poi è proseguito quando ci siamo trovati con lui in Corte costituzionale».

Che effetto le fa leggere oggi delle intercettazioni?

«Un gran senso di pena. Perplessità rispetto all’incredibile tonfo che la magistratura ha fatto nella fiducia presso l’opinione pubblica. Magistratura da un lato dilaniata da faide interne tra le correnti e dall’altro quasi sempre sopra le righe, almeno una parte di essa, nel rapporto con la politica e nella gestione del proprio lavoro».

Non c’erano le avvisaglie di quello che sarebbe poi successo?

«Direi di no. Anche se la situazione allora non era molto allegra, la magistratura aveva la sua indipendenza, la sua autonomia, il suo spazio di sovranità. Non che andasse tutto bene, intendiamoci. Ma c’era una cultura della costruzione del sistema che oggi non vedo più. C’era la sensazione che si stesse andando avanti verso il futuro. Oggi non c’è più molto ottimismo».

Com’è cambiato il pianeta carcere?

«La situazione carceri era molto problematica ma c’era l’idea che il carcere andava affrontato nel quadro di un disegno più ampio, in cui era importante il recupero della posizione del detenuto, in ossequio all’art. 27 della Costituzione. Erano state introdotte da non molto le misure alternative e ci si contava molto: non semplicemente per sfollare il carcere ma nella prospettiva del trattamento e della rieducazione del detenuto. Non c’era un sovraffollamento cronico come quello che si sta verificando adesso. Era forse meno difficile la situazione, e non c’era lo strapotere della criminalità organizzata e forse c’era una maggior attenzione dell’opinione pubblica rispetto alle degenerazioni. Attenzione che si è poi allentata».

Com’era la gestione del Ministero, degli uffici e del Dap?

«Io ho cambiato tutti i direttori generali e in particolare, malgrado le difficoltà del clima correntizio, c’era un’aria nuova; sto pensando al futuro presidente della Cassazione, Ernesto Lupo. E sto pensando a Giorgio Lattanzi, futuro presidente della Corte Costituzionale. E sto pensando soprattutto a Sandro Margara, direttore degli affari penitenziari. Perfino i detenuti lo rispettavano. E quando sono stato mandato a casa con il governo Prodi, è stato mandato a casa anche Margara che con grande umiltà è tornato a fare il giudice di sorveglianza a Firenze. Ha dato tantissimo al sistema della giustizia in Italia. Eppure quando è morto, nel congedo da lui, eravamo in quattro gatti. E il Ministero in particolare brillò per assenza. Ci sono servitori dello Stato che finiscono dimenticati».

Amnistia e indulto possono essere soluzioni?

«Personalmente sono convinto che non servano. Sono misure-tampone, non affrontano strutturalmente i problemi ma solo i profili di emergenza. Non è quello il sistema per risolvere il sovraffollamento. Ma questo apre la via a un altro tipo di riflessione: ai miei tempi la pena doveva essere l’extrema ratio. Oggi è la prassi. Mettere in carcere le persone o minacciare di mettercele è diventata la prassi, una regola normale soprattutto nei confronti di certe forme di diversità che danno fastidio alla società: i migranti irregolari e i tossicodipendenti ad esempio».

Qui c’è un fatto di civiltà giuridica. E forse anche solo di civiltà e basta.

«Allora in via Arenula si era cominciato a capire l’importanza di una statistica a spanne nella quale si sottolineava la necessità di tener conto del tasso di recidiva di chi ritorna in carcere: il 70% circa, contro il 30% di chi sconta la pena con gli arresti domiciliari. Esiste oggi una enfatizzazione progressiva che ha portato alle premesse per una sorta di diritto penale del diverso, l’anticamera del diritto penale del nemico. Deformazioni del trattamento particolare, 41 bis, norme sul carcere duro, divieto di pene alternative per chi non collabora con le autorità giudiziarie… Problemi sociali molto diversi, ma gestire tutto al medesimo modo mi sembra sbagliato dal punto di vista concettuale».

Siamo in una fase in cui si afferma la cultura del sospetto, il non dover aspettare la sentenza…

«Una fase che mi trova totalmente in disaccordo. Totalmente, alla luce del principio della presunzione costituzionale di non colpevolezza sino alla sentenza definitiva. Temo che alcuni valori costituzionali estremamente importanti ed in equilibro tra loro, vengano sacrificati a favore di altri. Penso ad esempio al rapporto tra salute e sicurezza: si finisce, in un modo o nell’altro, per far prevalere le esigenze della sicurezza a discapito della salute».

Vede una deriva nell’uso delle intercettazioni?

«Nella Costituzione la comunicazione prevede due grandi branche: il diritto di comunicare con tutti e la libertà di manifestare loro il proprio pensiero, e il diritto di comunicare solo con qualcuno (articoli 21 e 15 della Costituzione). Quest’ultimo diritto è stato dimenticato pressochè completamente. Il controllo della comunicazione finisce per essere utilizzato per un pre-giudizio, anche per un pre-giudizio penale, per una valutazione sulla vita della persona che prescinde dai fatti in indagine. Non è una cosa che si possa condividere. Credo che sia un problema; progressivamente si sono scolorati i passaggi, i vari step di controllo della magistratura. Parlo della responsabilità deontologica della magistratura, non sanzionata dalla legge ma da un codice etico che non ho mai visto applicato, se non a parole; e della responsabilità del giornalista che ha seguito un analogo deterioramento attraverso una cogestione della comunicazione con alcuni protagonisti della giustizia».

Una deriva lontana dall’essere auto-controllata.

«Trovo in termini generali preoccupante il fatto che il diritto penale sia diventato non più una extrema ratio clause ma venga utilizzato, sventolato come placebo per la sicurezza sociale davanti all’opinione pubblica. Questo crea un circolo vizioso tra le attese dell’opinione pubblica, giustificate e comprensibili, e quello che si pretende dal magistrato; e ciò senza contare le anticipazioni di giudizio formulate o favorite attraverso la spinta mediatica».

La bozza di riforma del CSM la convince?

«In realtà si parla troppo a questo proposito di riforma generale del sistema giudiziario. Quando non si sa come affrontare il merito delle questioni, ci si perde nei tecnicismi e nell’abbondanza degli obbiettivi. Comodi per perdere tempo e collocare i problemi in una massa di prospettive, di modo che non si risolva nulla».

Non è ottimista.

«Ho solo speranze, che mi sono abituato a non coltivare troppo».

Qual è la sua ipotesi?

«Sono molto perplesso sul sorteggio per la composizione del CSM, e vedo anche dei problemi di costituzionalità. Ma a mali estremi mi chiedo se non si debba finire per ricorrere a rimedi altrettanto estremi come il ricorso al sorteggio. L’ultima legge sull’elezione del Csm, oggi in vigore, era ben fatta; è stata distorta completamente nella sua applicazione. Come diceva Giolitti un tempo: le leggi per gli amici si interpretano, per gli altri si applicano».

Da dove partire per la riforma?

«La prima cosa da fare è rompere il legame perverso che lega le correnti e le candidature. Se il numero dei candidati è pari al numero dei posti da eleggere, ecco un sistema che per quanto perfetto, non funziona più. Quale sia la strada migliore, non sono in grado di dirlo. Penso anche al rapporto incestuoso che c’è tra politica e magistratura per la scelta dei membri laici del Csm. Sono pienamente d’accordo con chi sostiene che l’indicazione dei membri laici deve riguardare professori universitari, giuristi, magistrati, avvocati con anzianità, che non possono e non devono essere politici. Devono essere giuristi esperti, portatori della loro esperienza, non politici esperti. Altrimenti creiamo un doppione nel rapporto rafforzato tra politica e magistratura che non funziona. Non credo che ci vorrebbe molto per intervenire su questi punti specifici, senza doverli o volerli annegare in un mare di proposte che finiscono per essere utopistiche».

Manca la volontà.

«Non voglio dare giudizi politici. Posso solo dire che la giustizia dei miei tempi era diversa (anche se quei tempi erano anche loro diversi da quelli di oggi). Oggi non c’è più una visione globale, anche se si parla di riforme epocali a costo zero. In questo momento mi fa paura immaginare grandi riforme costituzionali: alla luce dell’esperienza passata e del modo con cui si è decisa la riduzione del numero dei parlamentari ho paura di certe riforme che rischiano di peggiorare la materia trattata».

Riforma del Csm, molte ombre dietro i soliti propositi. Giorgio Spangher su Il Riformista l'11 Giugno 2020. Fra i tanti annunci si segnala anche quello – ennesimo – della riforma della giustizia, questa volta sotto il profilo di quella ordinamentale. Sono vari gli aspetti considerati nella proposta di legge delega che doveva già approdare al Consiglio dei Ministri questa settimana e di cui si stanno perdendo le tracce. Si tratta, peraltro, della riproposizione – riveduta e corretta – di quanto già elaborato sotto il precedente Governo, ora stralciato per rispondere all’emergenza del Palamara 2, dopo che sono state dimenticate le premesse legate all’urgenza di dare una risposta al Palamara 1. Si sprecano i buoni propositi, le promesse di autoriforma sia della magistratura, sia della politica. Si notano già i primi distinguo. Il processo sarà lungo e accidentato nella speranza dei protagonisti e dei comprimari della questione “giustizia” che altre emergenze possono obliterare quanto è emerso e con esso la necessità di una riforma oggi ritenuta non rinviabile. Non sono poche, anche sui profili ispirati da lodevoli intenti, le riserve che il disegno di legge presenta. Bisognerà vedere, nel momento elettorale dell’autunno per il parlamento dell’Associazione magistrati, come si posizioneranno – in termini di rapporti di forza – le “correnti” e i vari gruppi. Sotto quest’ultimo profilo, non può non segnalarsi che al tradizionale aggregarsi culturale, le correnti – sul modello di alcuni partiti – si stanno strutturando attorno a leadership individuali, con conseguenze non secondarie in punto di cristallizzazione dell’aggregazione, prima caratterizzata – pur in presenza di persone che avevano rilievo nelle singole correnti – da strutture maggiormente dinamiche. Il risultato elettorale inevitabilmente indicherà chi sarà l’interlocutore della riforma con il Governo e il Parlamento, ma soprattutto quanto peseranno le varie aggregazioni nel riformato sistema elettorale per il Consiglio Superiore della Magistratura. Il dato assicurerà rilievo rispetto alla capacità delle correnti di gestire, sia il primo, ma soprattutto il secondo turno elettorale con possibilità di coordinare gli elettorati. Un profilo di criticità della riforma è costituito dal mantenimento dentro il Consiglio della sezione disciplinare, seppur temperato dalla partecipazione esclusiva dei consiglieri e la divisione in due sezioni. Appare difficile che i componenti si sottraggano alle logiche del Consiglio alle quali la composizione di due togati e di un laico non sarà in grado di sottrarsi, anche se è vero che rispetto all’attuale situazione cambia non poco la possibilità di un giudizio di responsabilità dell’accusato: oggi nella composizione a 6 (due laici e quattro togati) ci vogliono quattro voti per un giudizio di colpevolezza. La proposta (Ermini) di collocare all’esterno l’organo disciplinare richiederebbe tempi lunghi e forse una modifica costituzionale. Il rischio è che più si alza il tiro, più si rinvia la riforma che è già in ritardo, scontando tutti i rinvii già maturati. Riserve, in materia di modello elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura sembrerebbero emergere anche in relazione alla mancata presenza di quote di genere e per l’accorpamento di giudici e pubblici ministeri, nei collegi e nell’elettorato attivo e passivo. In tal modo la riforma esclude – allo stato – qualsiasi elemento legato alla introducibilità attualmente all’esame del Parlamento della separazione delle carriere. La riforma non affronta neppure il problema dei magistrati fuori ruolo che pur rappresentano al pari della nomina dei direttivi e dei semidirettivi un problema di non secondario rilievo. Parimenti la riforma non affronta la questione della composizione dei magistrati segretati, da sempre distribuiti secondo logiche ispirate alla proporzionalità della composizione consiliare, con esclusione non solo di componenti laici, ma anche riconducibili ad una possibile loro indicazione. Si tratta di un ulteriore strumento attraverso il quale le correnti alimentano il proselitismo e costruiscono le carriere dei magistrati negli spazi destinati alla magistratura. Al tema del rapporto con la politica, sicuramente e significativamente toccato dal fuori ruolo, al quale si è accennato, la riforma dedica solo due aspetti. Il primo attiene alla partecipazione dei magistrati alla competizione elettorale ed al rientro nei ruoli dopo l’esaurimento della vicenda politica, e quello delle condizioni per la nomina a componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura. L’esclusione – molto opportuna – di membri del Parlamento che hanno la possibilità di diventare vicepresidenti del Consiglio Superiore della Magistratura – come è emerso nelle più recenti vicende (Rognoni, Vietti, Mancino, Legnini, Ermini) – dopo un passato diversamente caratterizzato è già stata avversata da alcune forze politiche. Sarà un significativo banco di prova della tenuta della riforma. Non si può negare che anche la componente laica, si connoti per “visioni” politiche e ideologiche riconducibili a specifiche aree della rappresentanza parlamentare da cui riceve il consenso ancorché a maggioranza altamente qualificata. Sarebbe ipocrita altresì negare che le nomine non siano legate alle maggioranze e minoranze parlamentari ed all’interno di queste ai rapporti di forza delle sue componenti. Si tratterebbe, tuttavia, di un rapporto maggiormente mediato rispetto a quello di un parlamentare che transita da uno status ad un altro. Al di là delle (buone?) intenzioni, si ha la sensazione che, pur dovendo assistere all’oblio di alcuni burattinai, i protagonisti dei condizionamenti sul potere giudiziario, continueranno ad operare anche con le nuove regole, evitando soltanto le patologie troppo evidenti. La riforma non affronta – e forse non poteva farlo – altri aspetti che le intercettazioni hanno evidenziato: i rapporti tra magistrati e giornalisti e le implicazioni dell’ideologia dei magistrati nell’esercizio dell’attività giudiziaria. Si dice che oggi la fiducia dei cittadini nella giustizia, sia crollata: non c’è da meravigliarsi. Piuttosto stupisce che, pur essendo quanto emerso, perfettamente conosciuto, la fiducia potesse considerarsi elevata.

Magistratopoli, così sono nate le correnti che hanno cancellato il merito. Giuseppe Di Federico su Il Riformista l'11 Giugno 2020. Le confessioni televisive di Palamara sulle disfunzioni generate dal c.d “correntismo” e la lettura delle intercettazioni che ne documentano la diffusione non dicono nulla che le ricerche sul Csm non conoscessero da più di 40 anni. Peraltro già all’inizio di questo secolo, e ricorrentemente nel corso del suo lungo mandato, il Presidente Napolitano aveva condannato pubblicamente e con parole durissime, quel fenomeno, anche per i suoi collegamenti con la politica, sollecitandone l’abbandono. Nei suoi discorsi in Consiglio ha, infatti, definito le modalità decisorie del Csm come «malsani bilanciamenti tra le correnti» e frutto di «pratiche spartitorie rispondenti a interessi lobbistici, logiche trasversali, rapporti amicali o simpatie e collegamenti politici». Il fenomeno dell’influenza delle correnti sui processi decisori del Csm è stato, peraltro, ripetutamente e duramente criticato dalle stesse correnti della magistratura. È quindi una condanna unanime del fenomeno cui non si è dato rimedio anche perché manca la volontà di individuarne le principali cause e di adottare soluzioni efficaci. Varie sono le ragioni del cosiddetto “correntismo” e del perché esso sia da vari decenni una componente rilevante e, a mio avviso, ineliminabile delle modalità decisorie del Csm. La principale ragione deriva dal fatto che al momento di decidere tra le domande, a volte numerose, di trasferimento a funzioni direttive e/o a sedi più gradite, la documentazione ufficiale sui singoli candidati spesso non fornisce ai consiglieri del Csm informazioni utili o sufficienti a scegliere chi tra i concorrenti sia il più meritevole. Ciò dipende in larga misura dal fatto che a partire dagli anni 60 il Csm ha, in vario modo, smantellato tutte le preesistenti e competitive valutazioni di professionalità e ha dato a tutti i magistrati valutazioni positive sulla base dell’anzianità, valutazioni positive che, occorre ricordarlo determinano anche il passaggio da una classe stipendiale a quella di volta in volta più elevata. Le valutazioni negative, di regola solo momentanee, hanno variato tra lo 0,9 e lo 0.5%. Questo è avvenuto nonostante l’articolo 105 della nostra Costituzione preveda espressamente che il Csm debba effettuare le promozioni dei magistrati. Il Csm non ne ha tenuto conto ed ha smesso di farle da cinquanta anni circa. Da allora lo stesso termine “promozioni” non appare più nelle decisioni e nei verbali del Csm. Negli altri paesi dell’Europa continentale ove, come da noi, i magistrati rimangono in servizio per circa 40 anni (ad esempio Germania e Francia), si ritiene necessario, per garantire qualità ed efficienza della giustizia, che i magistrati vengano sottoposti periodicamente a sostantive e selettive valutazioni della professionalità nel corso della lunga permanenza in servizio e solo un numero limitato di loro raggiunge i vertici della carriera. Le graduatorie di merito generate da quelle valutazioni limitano drasticamente la discrezionalità nella assegnazione degli incarichi e nei trasferimenti.  Da noi, invece, l’assenza di sostantive valutazioni e di graduatorie di merito rendono formalmente quasi tutti i nostri magistrati altamente qualificati e di grande diligenza. L’unica graduatoria di merito rimasta è quella basata sugli esami di ingresso in magistratura. Di necessità, quindi, le scelte del Csm sono molto spesso caratterizzate da ampi margini di discrezionalità, e non potrebbero non esserlo. Una discrezionalità che ha generato e consolidato nel tempo il cosiddetto correntismo e le disfunzioni ad esso direttamente collegate sotto almeno tre profili. In primo luogo perché l’assenza di valutazioni di professionalità attendibili e prive di graduatoria di merito da un canto fa molto spesso dipendere il successo dei candidati dall’efficacia con cui vengono appoggiati dai rappresentanti della propria corrente che siedono in Consiglio, dall’altro perché spinge i magistrati a considerare l’appartenenza alle varie correnti come condizione necessaria per ottenere decisioni consiliari a loro favorevoli. In secondo luogo perché le decisioni discrezionali, frutto di appoggi correntizi, sono spesso sorrette, nel dibattito consiliare che le precede, da motivazioni insufficienti e contraddittorie. Cosa che ha generato un numero crescente di ricorsi al giudice amministrativo contro le decisioni del Csm: nei tre anni per cui ho dati certi (ero componente del Consiglio) i ricorsi sono stati complessivamente 777. Sono ricorsi che spesso hanno successo e costringono il Csm a modificare le sue decisioni, il che è sovente accaduto anche con riferimento a incarichi giudiziari apicali (come quelli di Presidente e di Presidente aggiunto della Corte di cassazione, di due presidenti titolari di sezione e del procuratore generale aggiunto della Corte stessa). È un fenomeno che non si verifica in nessun altro paese europeo in cui, come da noi, si prevedono ricorsi al giudice amministrativo (ad esempio in Francia e Germania). In terzo luogo perché l’assenza di elementi di valutazione su cui basare con relativa certezza le proprie decisioni è particolarmente gravosa per i consiglieri laici, i quali per avere informazioni più attendibili sui candidati in lizza non possono che rivolgersi ai consiglieri togati, e finire quindi di necessità coinvolti essi stessi nella morsa del correntismo. Le proposte di riforma avanzate dal Ministro Bonafede non sono certamente in grado di restringere la discrezionalità con cui il Csm gestisce il personale di magistratura e le sue aspirazioni. Né a tal fine egli potrebbe proporre di adottare le stesse soluzioni in vigore nei paesi democratici dell’Europa continentale che non conoscono il correntismo. Proponendo cioè di adottare anche da noi severi vagli di professionalità, graduatorie di merito, e promozioni limitate dal numero di vacanze che si creano ai livelli superiori della giurisdizione. Si tratta di innovazioni per varie ragioni impraticabili anche se giuridicamente possibili (la Costituzione prevede infatti che il Csm effettui le promozioni dei magistrati). Per comprendere l’impraticabilità di una tale proposta basti pensare al solo fatto che il Csm, utilizzando i suoi poteri discrezionali per promuovere i magistrati in base all’anzianità (cosa non prevista da nessuna legge), ha tra l’altro anche consentito a tutti i magistrati italiani di raggiungere i più elevati livelli della retribuzione (più di 8000 euro netti al mese). Toccare questi privilegi in un sistema in cui la magistratura ha da decenni acquisito un incontrastato controllo sulla legislazione che la riguarda è assolutamente impensabile. Aggiungo tre postille.

La prima: nel corso delle mie ricerche sui sistemi giudiziari di altri paesi sono riuscito ad avere informazioni precise sui livelli salariali, ma non in Italia. Non quando ero consigliere del Csm, e neppure successivamente facendo presentare da un parlamentare, l’On. Lehner, una dettagliata interrogazione. La cifra che ho indicato dianzi per le retribuzioni nette negli ultimi anni della carriera l’ho dedotta dalla pubblicazione nel 2008 della busta paga mensile di 7.673 euro netti del Presidente della Corte d’appello di Milano. La cifra un po più elevata da me dianzi indicata (8000 euro) tiene con molta cautela conto del fatto che dal 2008 ad oggi i magistrati hanno ottenuto 4 adeguamenti salariali.

La seconda postilla: una verifica sull’efficacia delle valutazioni sostanziali della professionalità e delle graduatorie di merito come strumento per ridurre la discrezionalità delle scelte fatte dal Csm e con essa anche il correntismo può essere fatta con riferimento ai difficili esami per le promozioni in Appello e Cassazione che si sono tenute fino al 1977, in contemporanea con le promozioni generalizzate effettuate dal Csm a partire dal 1968. Gli 80 vincitori di questi difficili concorsi che avevano sopravanzato i colleghi nella graduatoria del “ruolo della magistratura” fino ad un massimo di 2962 posizioni, hanno sempre visto soddisfatte le loro richieste di incarichi da parte del Csm e nessun ricorso è mai stato presentato contro le loro nomine, nonostante essi abbiano monopolizzato per molti anni le posizioni di vertice sia al livello distrettuale che della Corte di cassazione, cioè le posizioni direttive più ambite. Quel monopolio è caduto solo all’inizio di questo secolo (con la nomina di Nicola Marvulli alla Presidenza della Corte di Cassazione nel 2001 e di Mario delli Priscoli a Procuratore generale della Corte stessa nel 2006), e sono subito iniziati i ricorsi anche per quelle posizioni.

Terza postilla: nella sua determinazione di promuovere tutti i magistrati sino al vertice della carriera il Csm ha sistematicamente valutato positivamente anche la professionalità di magistrati che non hanno svolto funzioni giudiziarie per molti anni, a volte decenni. Con ciò stesso il Csm ha di fatto deciso che neppure l’esperienza giudiziaria è necessaria per valutare positivamente la professionalità dei nostri magistrati. Lo scrivo da molti anni, ma la cosa sembra non interessare nessuno.

Ainis: «Il caso Csm scredita ancora di più la giustizia». Errico Novi su Il Dubbio il 9 giugno 2020. «Non mi stupisce lo scarso allarme del Paese di fronte ai tribunali chiusi: la giurisdizione è come una malato grave, se muore si ha un senso di liberazione». «Non ci voleva. Il caso Palamara è uno di quei colpi che inducono rassegnazione. Se c’è poco allarme per la paralisi dei Tribunali, un po’, anzi non poco, dipende anche dalla nuova valanga di intercettazioni sul Csm». Michele Ainis è un costituzionalista e ha una sensibilità quasi pannelliana. Ha un’idea sacra delle istituzioni e nello stesso tempo spirito sufficientemente laico per additarne il declino senza perifrasi. Così, di fronte al silenzio del Paese sui tribunali ancora mezzi chiusi – silenzio rotto solo dagli appelli dell’avvocatura – il professore dell’università Roma 3 ed editorialista di Repubblica intravede il senso diffuso della liberazione da una malattia incurabile.

Cioè, professor Ainis, per gli italiani la giustizia non è curabile?

«Esiste una disillusione forte, molto forte. Lei si immagini l’effetto delle intercettazioni su Palamara, la seconda ondata come sappiamo. Arrivano in un momento in cui l’attenzione, l’attesa dei cittadini è rivolta ad altro, all’epidemia, e anche ai limiti che il sistema sanitario ha scontato per i tanti, troppi tagli, i 37 miliardi di tagli degli ultimi anni, senza i quali forse nelle fasi più acute ce la saremmo cavata meglio. Ora questa è la priorità assoluta, giusto?»

Questo è fuori discussione.

«Ebbene, sa cosa succede nella testa di una persona, di fronte alle udienze quasi del tutto abolite? Scatta la reazione rassegnata di chi sa di un parente malato da tempo che non ce l’ha fatta. Si ha quasi un senso di liberazione, dovuto alla pietà. Ebbene, anche di fronte alla giustizia paralizzata dal covid è come se l’italiano medio avesse pensato “era già ridotta male, ha avuto il colpo di grazia, forse è meglio così”».

Agghiacciante.

«Io ho l’impressione che nelle scelte del governo ci sia stato un riflesso di una simile idea. L’indignazione per l’inadeguatezza delle strutture sanitarie ha indotto la politica a cambiare strada. Di fronte al minore allarme suscitato nel Paese dai tribunali chiusi, si è pensato di poter mettere la questione da parte».

Però mancata tutela dei diritti vuol dire impossibilità di recuperare un credito per chi ne aveva urgente bisogno, o veder compromessa la condizione delle persone più vulnerabili, i minori innanzitutto.

«Certo, è evidente. Ma vede, noi siamo un popolo irriducibilmente litigioso. E la tendenza sembra essersi imposta nel pieno della fase 1 così come ancora si impone adesso. Intanto, abbiamo sopportato forti limitazioni della libertà, inevitabili, ma sarebbe stato legittimo attendersi una altrettanto forte riscoperta del valore della libertà. Piero Calamandrei diceva che la libertà è come l’aria, ti accorgi quanto è importante solo se ti manca. Nel caso dell’Italia invece sembra che i contrasti, per esempio, fra Stato centrale e Regioni siano diventati più importanti di tutto il resto. I protagonisti della scena pubblica sono rimasti assai più impigliati nelle liti che animati dall’ansia di apprezzare la ritrovata libertà. A questo aggiungerei il contributo non proprio positivo, rispetto al valore del diritto, offerto dalla legislazione complicatissima delle ultime settimane, avvitata attorno ai dpcm. Centinaia di pagine, spesso contraddittorie, e spesso contraddette dalle ordinanze regionali. Ecco, dinanzi a tutto questo, a molti italiani il diritto è apparso come uno strumento inutile se non dannoso».

La sfiducia nella giustizia dipende anche dal fatto che i magistrati piacciono solo se emettono sentenze dure? Qualche decisione “garantista”, come la sentenza sulla strage del bus precipitato dalla A16, ha reso i magistrati impopolari?

«Un’altra caratteristica italica è l’umore ondivago. Riguarda molti campi. A proposito delle regioni: si passa dal centralismo al federalismo in un niente. Durante Mani pulite eravamo giustizialisti. Ci si è spostati un po’ verso il garantismo nel ventennio berlusconiano, o almeno lo ha fatto la parte del Paese che tifava per Berlusconi. Adesso mi pare prevalga di nuovo un sentimento manettaro, e una delle cartine di tornasole più recenti è nella vicenda carceri».

Ha trovato insopportabile la rivolta contro i giudici di sorveglianza?

«Mi è sembrato non si sia vista alcuna sensibilità per la questione del sovraffollamento, che certo non è recente ma che di fronte ai rischi legati al covid avrebbe dovuto suscitare qualche preoccupazione in più. E invece ci si è indignati davanti ai 400 detenuti per reati di mafia andati ai domiciliari, senza dare alcun peso a quel dato piccolo piccolo, e cioè che su quei circa 400, i detenuti usciti dal 41 bis erano 3 in tutto. Più che fiducia nella giustizia, c’è aspettativa per una giustizia solo punitiva».

Il caso Palamara è un colpo mortale alla credibilità delle toghe?

«Sarebbe così se avessimo memoria… Non ne abbiamo molta, dimentichiamo tutto e subito, ammesso che anche solo nell’immediato qualcosa si innesti davvero nella percezione. Però, certo, la disillusione di cui ho detto all’inizio è stata aggravata dalle nuove intercettazioni».

E come si può rimettere in piedi un sistema così indebolito?

«Con una riforma radicale del Csm. Che prenda le mosse da una constatazione: di micro interventi ce ne sono stati decine, in materia, ma non è cambiato mai un tubo».

Che intende per riforma radicale?

«Anche il ricorso al sorteggio. Credo che la chiave sia la composizione del Consiglio, eevitare che sia monopolizzata dalle correnti. E sorteggio non significa portare a Palazzo dei Marescialli chiunque».

Limiterebbe il novero dei giudici e pm sorteggiabili?

«Sì, probabilmente andrebbero considerati gli standard di laboriosità, la quantità delle sentenze non tanto in termini assoluti quanto nella percentuale di decisioni ribaltate in appello. Lo so, si tratta di una strada impegnativa, ma cito innanzitutto Voltaire, secondo il quale prima di fare nuove leggi bisogna bruciare quelle che già ci sono. D’altra parte, i francesi sono il popolo delle rivoluzioni».

Proprio le correnti chiedono di riabilitare il criterio dell’anzianità nelle nomine, il meno arbitrario di tutti.

«Pensare di sbarazzarsi delle valutazioni è una pia illusione, sia quando si tratta di studenti sia se dobbiamo scegliere chi nominare presidente di un Tribunale o capo di una Procura. Non è che possiamo affidarci a un criterio fisso, se no tanto vale dire che gli incarichi vanno solo ai pm biondi e alle magistrate con una determinata acconciatura… Deve continuare a esserci una discrezionalità nelle scelte del Consiglio superiore. Discrezionalità, non arbitrio del sovrano, ovvio. Ma stavolta ci soccorre Montesquieu: con il sorteggio, diceva, tutti acquisiscono il diritto di servire la patria. Credo sia giusto dare a tutti il diritto potenziale di diventare componenti del Csm. Il sorteggio è la garanzia della massima eguaglianza».

Perché ci vuole la riforma del Csm: 60mila pagine di chat e la scoperta dell’acqua calda. Piero Tony su Il Riformista il 4 Giugno 2020. Mai avrebbe pensato il consigliere Palamara di poter avere il telefono sotto controllo, è chiaro che si sarebbe cautelato invece di parlare e far parlare in libertà. Né tanto meno avrebbe pensato che potessero sparare al passerotto con un missile a testata nucleare anziché con la solita fionda. Perché tale è la differenza tra l’iperpervasivo trojan, pardon captatore informatico, che documenta spezzoni di vita – ideato e prodotto solo per ragioni militari e di intelligence – ed il tradizionale impianto di intercettazione presso le procure (art. 268 cpp ). La conferma? 60mila pagine di chat. Credo che le comunicazioni intercettate su misfatti di correntismo e politica nell’ambito del procedimento contro Palamara per corruzione semplice e corruzione in atti giudiziari (delitti che per loro titolo consentirono l’utilizzo del captatore, si dice che la corruzione in atti giudiziari sia stata poi archiviata) ed altri reati minori, pubblicate da alcuni giornali, siano niente più di un frame di una lunga storia sempre uguale che andiamo denunciando da decenni, la scoperta dell’acqua calda per intenderci. E credo che queste comunicazioni palesemente non abbiano alcun rilievo penale. E che pertanto, appena depositate, almeno in buona parte, avrebbero dovuto essere eliminate dal giudice, per la loro irrilevanza investigativa, nell’apposita “udienza stralcio” prevista dal Codice di procedura penale. Cosa non avvenuta, chissà per quale ragione. Come, chissà per quale ragione, per quanto si legge, pare che le intercettazioni presentino vuoti in circostanze topiche ed unidirezionali. Per tutti questi motivi credo che la loro pubblicazione su alcuni giornali sia avvenuta in violazione quantomeno del codice deontologico di autoregolamentazione. Stando così le cose, possiamo ora occuparcene? In caso di risposta affermativa, è libertà di stampa, diritto/dovere di cronaca o solo, come spesso ha celiato il Foglio, libertà di sputtanamento? E va distinto tra liceità di pubblicazione e liceità di scriverne e discuterne una volta che la pubblicazione sia ormai e comunque avvenuta? C’è poco da fare, come dal letame notoriamente può spuntare un fiore così dal trogolo di queste intercettazioni su commistione tra politici e magistrati può nascere un interrogativo etico: inutilizzabilità all’americana tamquam non esset, oppure utilizzabilità all’italiana visto che con l’avvenuta pubblicazione ormai i buoi sono scappati dalla stalla e, soprattutto, il danno diretto si è già verificato? Mi parrebbe grottesco ignorare il diritto di cronaca su qualcosa che è già avvenuto. Per di più maggiore informazione non può che essere di pubblico interesse ed utilità. Tutto quello che è emerso è la scoperta dell’acqua calda, si diceva, con la non piccola differenza che ora l’imperante malcostume giudiziario è comprovato al di là di ogni ragionevole dubbio, una sorta di ineffabile ed incontestabile documentario. Erano anni che andavamo denunciando lo strapotere dei pm sia al Csm che al ministero. Le logiche solo correntizie che governano il sistema giustizia; le tante indagini espletate secondo il vento politico; le nomine di dirigenti perfino distrettuali, senza la minima esperienza dirigenziale, decise sulla sola base del loro peso correntizio; i privilegi carrieristici concessi ai più maneggioni di corridoio a discapito dei magistrati più composti e più professionali. Palamara non è un mostro ma uno dei tanti nel sistema associativo. Sta scontando la presente vicenda vuoi per maggiore disponibilità (quasi da zelante attendente militare di una volta: organizzazione di cene carbonare, di inghippi per promozioni e nomine ma anche procacciamento di biglietti allo stadio… o aiuto per trovare casa… o presentazione a qualche vip) vuoi perché all’esito di codeste gare carrieristiche ci sono sempre vincitori che giubilano e vinti che sovente covano rancore ritenendo a torto o ragione di aver subito soprusi. Sarà pure solo un mediatore, come va dicendo. Non sarà il solo mostro, come ritengo. Ma di certo ha parlato e straparlato dicendo cose terrificanti. Ma andiamo con ordine. Quella della magistratura è una delle funzioni più importanti e per questo più protette dallo Stato. I magistrati la esercitano in nome del popolo, sono soggetti soltanto alla legge (art.101 Cost.), fanno parte di un ordine autonomo ed indipendente (art. 104 Cost.), sono inamovibili e si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni (art.107 Cost.). Come non bastasse, grazie alla legge Breganza della fine degli anni 60 il loro trattamento economico progredisce pressoché automaticamente… «basta che continuino a respirare» ironizzano i malintenzionati, e tutto ciò è sacrosanto perché – lo ha spiegato ripetutamente la Corte Costituzionale – l’automatismo corrisponde alla «peculiare ratio di attuare il precetto costituzionale dell’indipendenza e di evitare che essi siano soggetti a periodiche rivendicazioni nei confronti di altri poteri». Per questo giustamente sono stati eliminati i concorsi interni, si progredisce a ruoli aperti e le qualifiche cui è legata la progressione economica sono state sganciate dalle funzioni effettivamente svolte. Ne consegue che ad un magistrato non occorra molto coraggio per essere e restare tranquillamente autonomo ed indipendente nel suo operare, per mandare a quel paese chi possa osare di turbare la sua imparzialità con grilli da politicastro. Malgrado ciò il correntismo imperversa e si continua a fingere di non capire che politica e terzietà sono tra loro incompatibili. Malgrado tutto ciò imperversano carrierismo e lotte all’ultimo sangue quali quelle di cui si scrive. Da sempre. Ma soprattutto da quando nel 2006 (D.Lvo n.106/2006) le Procure sono state pesantemente gerarchizzate ed il procuratore della Repubblica è divenuto «titolare esclusivo dell’azione penale» e siccome comandare è meglio che far l’amore, come dicono… e siccome il criterio di anzianità da che era primo è diventato ultimo e dunque la discrezionalità è alta… tutto si spiega, compresi gli estemporanei lacchezzi intercettati, gli occhi dolci ai Palamara di turno e la dignità sotto i piedi. Perché appaiono terrificanti – come prima si diceva – le parole del consigliere Palamara? Perché disvelano uno scenario quasi irrealistico che non può non riverberarsi anche attorno a vicende trascorse. È terrificante il dialogo tra due magistrati che in quanto tali dovrebbero essere – così almeno usano autocertificarsi nelle correnti più di sinistra – “sentinelle della legalità”: il primo esprime stupore per un’incriminazione del ministro dell’Interno, in relazione alla nave Diciotti, in quanto a torto o ragione la ritiene abnorme, tanto che conclude con un «siamo indifendibili» e si sente rispondere da Palamara apertamente, ovvero senza arzigogoli, «hai ragione ma ora bisogna attaccarlo». Ed il primo – un procuratore della Repubblica, credo di aver letto da qualche parte – non ribatte insultando ferocemente, come sarebbe stato giusto, o almeno esclamando ma che cavolo dici. Ma il discorso finisce lì per i due magistrati, che dovrebbero essere per dettato costituzionale autonomi terzi imparziali indipendenti. Nel paradosso che i magistrati per legge non possono essere iscritti a partiti politici ma, iscritti a correnti iperpoliticizzate ad essi contigue, possono invece organizzare un’allegra fronda politica al ministro dell’ interno. Analisi delle frasi: «siamo indifendibili» vuol dire che il ministro è indagato per un reato che non sussiste o comunque non ha commesso; «hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo» vuol dire che, sì d’accordo, è innocente ma il particolare è di nessuna importanza visto che per contingenti ragioni politiche bisogna continuare a tenerlo sotto processo. Argomentazioni che forse sanno di usurpazione. È terrificante perché siamo la patria di un procedimento scarsamente garantito dove magistrati di codesta risma potrebbero fare e disfare a loro piacimento. La patria dove, come scrisse Enzo Tortora alla sua Francesca, può accadere di tutto a tutti. La patria – come diceva Giovanni Falcone – di giudice e pm parenti tra di loro, del concorso esterno in concorso interno, dell’applicazione retroattiva della legge Severino, del rito accusatorio che più inquisitorio non si può visto l’assoluto predominio di indagini preliminari svolte alle spalle della difesa, delle azioni penali obbligatorie ma chiuse nei cassetti fino al loro spirare, dei non pochi massacri mediatici, delle inchieste senza fine che durano decenni quanto agli esecutori ed altri decenni quanto ai mandanti e delle sentenze definitive che non arrivano mai in tempo utile, etc etc etc.  Terrificante perché, in un contesto così barbaro, il paradigmatico invito «hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo» da parte di chi – come le mitologiche tre Parche – quale potente big correntizio ed ex componente del Csm presiede i destini professionali dei magistrati potrebbe far ripensare al passato; in particolare potrebbe evocare e rendere comprensibili sia alcune sgangherate stagioni di guerra giudiziaria finite quasi tutte nel nulla, tipo quelle di Carnevale Berlusconi con Ruby, Mannino, Mori, Mafiacapitale sia la sorridente e fino ad oggi incomprensibile commiserazione per chi allora avesse temerariamente mostrato di dubitare sulla fondatezza delle impostazioni accusatorie. Per l’avvenuta conferma delle loro denunce, i cd garantisti dovrebbero finalmente gioire. Nulla di tutto ciò, lo scandalo non può che preoccupare ben sapendo come sia vitale ed insostituibile – per l’accettazione di qualsiasi giudizio – la funzione giurisdizionale esercitata con dignità e cultura, in modo autorevole credibile e terzo in nome del popolo (art.101 Cost.) con un giusto processo (art.111 Cost.). Ma si dice che non è mai troppo tardi. Dopo decenni di troppo paziente immobilismo urge uno scossone radicale, che faccia dimenticare le miserie messe in luce dal trojan e recuperare immagine ed efficienza mediante una trasformazione strutturale di tutto il sistema. Partendo dalla riforma del Csm mediante sistema misto tra sorteggio ed elezione, unico modo per evitare giri e promesse elettorali, aspettative e pretese, logiche di appartenenza. Dimenticando la riformetta Bonafede che bolle in pentola, a quel che pare ingenuamente incentrata su di un gattopardesco doppio turno con ballottaggio. E poi continuando con tutto quello che, al fine di armonizzare l’ordinamento giudiziario al codice di rito 1989, come ritornello si invoca inutilmente da sempre: separazione delle carriere, abolizione dell’impugnabilità da parte del pm delle sentenze assolutorie, abolizione del divieto della reformatio in peius, depenalizzazione degli ancora troppi illeciti bagatellari, “rianimazione” della fase dibattimentale, della difesa, del contraddittorio etc etc etc . Tanto per cominciare. 

Cresce il potere della magistratura. Così l’accusa si è impossessata del processo. Giorgio Spangher su Il Riformista l'8 Maggio 2020. Il “fall out” (visto che l’inglese va di moda) della scarcerazione di alcuni soggetti detenuti al regime di 41 bis, suggerisce alcune riflessioni che superano la portata dell’episodio, perché lo stesso si colloca in un quadro generale più ampio. A prescindere o meno dalla correttezza della decisione del Tribunale di Sorveglianza di Sassari (che molti non avranno neppure letto e che personalmente ritengo assolutamente corretta) quello che lascia stupefatti è la virulenza dell’aggressione verbale ai giudici che, collegialmente, con la presenza di esperti (sulla base di atti processuali, tecnici, giudici, amministrativi) hanno assunto quel provvedimento, peraltro, impugnabile. Avevo sentito e approvato a più riprese da consigliere del Csm la “famosa” nota del presidente Ciampi che ribadiva la legittimità delle critiche se queste non determinavano la delegittimazione dei magistrati. Quante pratiche a tutela sono state aperte negli anni 2002–2006, e successivamente. Spero che lo si faccia anche per la magistratura sassarese, anche se questa volta le censure vengono dall’interno dello stesso Consiglio. Prescindo anche dai risvolti più strettamente politici connessi alla nomina del nuovo Capo del Dap, alle dimissioni del suo precedente direttore, all’integrazione della struttura con la nomina di un vicedirettore, se non per sottolineare che si tratta di pubblici ministeri, tutti pubblici ministeri e tutti in qualche modo pubblici ministeri antimafia, a vari livelli nella struttura delle procure. L’episodio supera la riferita questione che, peraltro, ripropone il tema della collocazione fuori ruolo dei magistrati nei gangli dell’apparato amministrativo inserito nel potere esecutivo, di cui si amplifica il significato. Tutto ciò, senza considerare – ancora una volta, a distanza di alcuni mesi – lo sfondo della lotta di potere, che sta travolgendo la magistratura, della quale si aspetta la riforma e l’autoriforma. Come era (forse) prevedibile, la distribuzione degli equilibri dentro il processo penale del 1988 ha innestato alcune dinamiche che la ridistribuzione degli stessi nel tempo ha accentuato. L’affinamento dei ruoli e delle professionalità ha inciso fortemente sulla collocazione delle procure dentro la magistratura e nel contesto dell’attività giudiziaria. Con la “complicità” dello spostamento del baricentro del processo nella fase delle indagini e del recupero del precedente investigativo a dibattimento, il potere processuale del pubblico ministero si è esponenzialmente rafforzato, integrato dalla “visibilità” dell’azione svolta dagli uffici della pubblica accusa in sinergia con l’attività della polizia giudiziaria, di cui dispone. Questi elementi sono alla base della configurazione di un magistrato che metabolizza il proprio ruolo, ritaglia gli sviluppi professionali e di carriera sui poteri che gli son conferiti, così da incardinare una figura non suscettibile di alternative: si diventa e si vuole restare il magistrato dell’accusa. Del resto, il sempre maggior tecnicismo nello svolgimento delle indagini (criminalità organizzata, economica, internazionale) richiede la presenza di un soggetto metodologicamente e culturalmente attrezzato. Il reato plasma il soggetto e la funzione svolta. L’originaria struttura del codice, imperniata sulla centralità del dibattimento, governato da un giudice “forte” teso a controllare la rappresentazione del fatto non richiedeva la presenza nella fase precedente di un altro ufficio giudicante, egualmente “forte”: era del tutto inopportuno, del resto, contrapporre con funzione di merito a contrappeso di un pubblico ministero originariamente teso alla mera ricostruzione del fatto. Si trattava, cioè, di una figura processuale – si diceva – né forte, né debole, ma autorevole, in quanto capace pur nella precarietà di poteri probatori, deliberare e delibare, non decidere, avendo quali parametri di raffronto le garanzie costituzionali e le previsioni processuali. Non può non segnalarsi che, a fronte del consapevole e voluto gigantismo dell’accusa, il giudice delle indagini non si è attrezzato – difettandogli spesso gli strumenti processuali – per costituire un adeguato ribilanciamento dei ruoli e delle funzioni. L’ufficio dell’accusa è di fatto fuori da un vero controllo processuale ed ancor di più lo è la procura nazionale antimafia, senza pensare cosa sarà del futuro pubblico ministero europeo. Si potrebbe dire che ormai il discorso della cosiddetta separazione delle carriere e/o delle funzioni si sia realizzato nei fatti, nella strutturazione soggettiva e istituzionale dei procuratori e degli uffici delle procure. Questa distribuzione del potere processuale fa male al processo, alla sua funzione, anche perché la debolezza del giudice lo attrae inevitabilmente nella stessa logica del potere più consolidato e strutturato, in qualche modo ulteriormente legittimandone le funzioni e le attività. Le dinamiche del potere e dei poteri sono insuperabili, anche quando se ne sia consapevoli. Bisogna ripensare questi elementi, ridefinendo ruoli e funzioni, nella complessità del modello. Pur nella piena consapevolezza di quanto detto, sia da parte dei giudici più attenti, sia da parte degli operatori di giustizia, sia da parte della dottrina, la prospettiva è considerata remota. Non è facile e non sarà agevole, anche perché chi ha il potere non è disposto a cederlo, se non a ragione dei propri errori ovvero per un eccesso di arroganza o di presunzione. Qualcosa c’è, ma non basta ancora.

Il Paese affonda e i magistrati litigano, che pena. Iuri Maria Prado su Il Riformista l'8 Maggio 2020. È abbastanza penoso che durante questa devastazione civile ed economica la ribalta sia occupata dalle star del potere giudiziario, capibastone che si sbudellano nella guerra all’ultimo sangue per l’occupazione delle piazze di spaccio del verbo forcaiolo.  Perché c’è qualcosa di profondamente antisociale, un brutto segno di evidentissimo scollamento democratico, nelle beghe tra fazioni di una cerchia potente e privilegiata elevate a questioni prioritarie dell’agenda nazionale. In faccia al Paese, ovviamente, questa rissa è inscenata sul palco dei valori nobili della lotta al crimine e nella retorica degli eroismi concorrenti a sconfiggerlo, ma sotto la superficie declamatoria degli slogan battaglieri lavorano il tornaconto dell’affermazione personale e la più soda ambizione di carriera: cose che andrebbero anche bene, nel senso che sarebbero umanamente comprensibili, se non pretendessero di camuffarsi nell’intransigenza ieratica del moralizzatore che vive solo di pane con la cicoria dell’antimafia. Un lavoro certamente difficile, a volte pericoloso, è giustamente ben pagato (magari non sarebbe male se il cittadino sapesse quanto guadagna chi lo accusa e lo giudica, ma questo è un altro discorso); ed è perfettamente legittimo aspettarsi che il proprio merito trovi riscontro in allocazioni di prestigio (magari non sarebbe male se la valutazione del merito non fosse perlopiù conventicolare, ma anche questo è un altro discorso). E tuttavia si tratta di questioni corporative, che non dovrebbero essere rimesse all’opinione pubblica nella versione contraffattoria delle vicende che interessano le sorti del Paese. Anzi, semmai esistesse un’informazione decente si spiegherebbe che le esigenze di giustizia non coincidono affatto con le impostazioni di potere della magistratura televisiva, né tanto meno con la furibonda lotta per le investiture in cui essa si impegna se c’è caso che all’assolutezza del suo sovranismo si frapponga il fastidioso ostacolo della democrazia rappresentativa. È già sufficientemente inaccettabile che la giustizia sia governata da una specie di mandarinato che fa il bello e il cattivo tempo non solo sulle proprie questioni interne ma a tutto tondo, reclamando autonomia trasmutata nella pretesa di fare stato sui poteri altrui e sulla testa di una società che fino a prova contraria ha incaricato i magistrati di fare processi, non di costituirsi in una centrale di indirizzo del Paese. Ma è davvero troppo che tutto questo avvenga con lo stipendio d’oro e la catapulta gerarchica gabellati a presidio delle legalità repubblicane mentre il Paese a Costituzione sospesa vive di seicento euro e cassa integrazione che non arrivano.

Io giudice vi svelo le vergogne della casta. Il codice non scritto prevede "vivi e lascia vivere". Decisivi gli appoggi politici al Csm. Il Giornale Sabato 02/03/2013. Quando entri in magistratura, è come dischiudere uno scrigno segreto e misterioso. Hai l'impressione d'essere stato ammesso in un regno proibito. Con le sue leggi, i suoi codici di comportamento. Rigorosamente non scritti, prima regola. Nulla di ufficiale. Quello che è ufficiale è demandato a Note, Circolari, Protocolli, utili per giustificare l'esistenza di un grande apparato. Quando entri in magistratura, resti allibito; poi, lentamente, ne assorbi il clima, le consuetudini. Ti arriva subito forte e chiaro un messaggio: vivi e lascia vivere, camperai cent'anni. Il tuo ego cresce a dismisura, tanto quanto il peso della toga. Scopri come sia importante la difesa dei tuoi privilegi: questione di sopravvivenza. Non muovere le acque, non rompere gli equilibri, non discutere le tradizioni: ne puoi trarre vantaggio al pari degli altri. E, dunque, perché agitarsi? Non sei d'accordo? Finirai a smaltire l'arretrato dei colleghi lavativi. Sarai tollerato come un diverso, insidioso e pericoloso. Alla prima occasione, fuori. Quando il tribunale si svuota, il collega del Sud che se ne va, vedendomi ancora chino sul lavoro, mi canzona ridendo: «Tanto, lo stipendio è sempre uguale...». In effetti non esistono orari d'ufficio. A che ora vengo a lavorare? Quando tieni udienza. Quando tengo udienza? Lo decidi tu. Perché non si lavora al pomeriggio? Perché manca il personale. Perché convochiamo testi, sapendo che l'udienza va rinviata? Il teste ha l'obbligo di comparire. Perché la stanza del mio collega è sempre vuota? Lavora da casa, s'è portato via i fascicoli, stende le sentenze nel tinello, dove può concentrarsi di più. Perché a Natale, a Ferragosto, a Pasqua i tribunali sono vuoti? Non ci sono attività istituzionali. Perché il collega è assente? È indisposto. Ha mandato il certificato medico, almeno? No, lo porterà al rientro. Perché il procuratore viene al lavoro con l'auto blindata partendo da casa sua, che dista decine di chilometri dall'ufficio? È stato autorizzato. E ancora. Perché esiste la sospensione dei termini feriali e quindi non possiamo fissare udienze dal 31 luglio al 15 settembre? Perché gli avvocati vogliono andare in ferie. Perché non decidi subito sull'istanza di scarcerazione? Il codice mi assegna cinque giorni, dunque me li prendo tutti, così posso passare il fine settimana in famiglia. Perché non scrivi subito la sentenza? Devo farla decantare, ho fissato un termine di sei mesi, come il codice mi consente. Vorrei fare domanda di trasferimento: devo andare al Csm a parlare con il consigliere che ho votato. Devo progredire in carriera: devo andare al Csm a parlare con il consigliere che ho votato. Ho un procedimento disciplinare in corso: devo andare al Csm a parlare con il consigliere che ho votato. Vado: «Sta' tranquillo, ho già parlato con gli altri colleghi della commissione disciplinare, andrà tutto per il meglio, nessuna sanzione». Il Consiglio superiore della magistratura salva i magistrati. È lì apposta. Ma perché ho in ballo un procedimento disciplinare? Trattasi di atto dovuto: ho messo in galera una persona per errore. E che sarà mai! Al Csm entri nella guardiola esibendo il famoso tesserino verde, quello che ti frutta il rispetto sociale, i favoritismi, la visibilità sui mass media. Il clima è ovattato, esoterico. Cammini su tappeti rossi. Fai anticamera. Svolazzano di qua e di là tante impiegate, altrettante fanno capannello alla macchinetta del caffè. Commessi impettiti che potresti scambiare per presidenti di qualche tribunale. Il cortile sembra una concessionaria della Lancia, vi sono schierate decine di auto minacciosamente blu, appena uscite dall'autolavaggio. Quando finalmente entri nella stanza del «tuo» consigliere, ti accorgi che gli hai interrotto una serie interminabile di telefonate e vedi dalle pile di fascicoli sulla sua scrivania, tutti blasonati col logo ministeriale o del Csm, che in quella stanza si discutono incarichi direttivi o semidirettivi in Procure e ministeri. Sei una nullità, con quella tua banale richiesta di poterti trasferire nella località di residenza dei tuoi genitori. In realtà, in quella stanza si decide chi sarà il procuratore generale della Cassazione o di Torino o di Palermo; chi dirigerà il tribunale di Roma o di Milano. Una specie di gioco a scacchi in cui le pedine si muovono in base a degli scambi. Per ogni posto importante vi è già tutta la filiera degli aventi diritto, concordati e spartiti fra le correnti. Come la «dinastia sabauda», così viene definita la cordata dei giudici piemontesi. Te ne vai via dal Csm quasi subito con una bella stretta di mano rivestita dall'accento palermitano o napoletano. Riprendi il tuo trenino per il Nord. Hai vissuto una grande giornata, sei entrato anche tu, con tanto di tesserino spillato sulla giacca, nel Palazzo che decide il destino dei grandi magistrati, quelli potenti. Per la cui nomina si scomoda persino il capo dello Stato. Per te non si scomoderà nessuno. Anzi, devi stare attento alle prossime elezioni, il Csm si rinnova. Bisogna capire in fretta a quale corrente conviene aderire.

Agostino Viviani, l’avvocato che sfidò le toghe. E perse…Davide Varì il 4 Febbraio 2020 su Il Dubbio. Fu avvocato, partigiano e deputato socialista. Propose la legge sulla responsabilità civile dei magistrati ma la pressione delle toghe indusse Bettino Craxi a non ricandidarlo. È la storia del nonno di Elly Schlein: il padre del garantismo italiano. «Bettino Craxi, che non sottovalutava la questione della responsabilità civile dei giudici, né il pericolo dello strapotere di una parte della magistratura, fu probabilmente condizionato in alcune sue scelte e sottoposto a pressioni che lo indussero a scegliere una linea morbida sul tema della responsabilizzazione dei magistrati…». Finì così la carriera politica di Agostino Viviani, con un blocco del potere giudiziario ( l’Anm di allora) che persuase l’allora leader socialista a ” liberarsi” di quell’avvocato scomodo e preparatissimo perché Viviani era prima di tutto un avvocato – per evitare una guerra contro le toghe che sarebbe potuta finire male, molto male. Chissà se Craxi, anni dopo, pensò a quella resa dal suo esilio di Hammamet. Chissà se rimuginò di aver sbagliato a non resistere a quelle pressioni. Ma questa è un’altra storia. Quella che oggi ci interessa è la vita di quell’avvocato: la notevole, affascinante e singolare vita di Agostino Viviani, l’uomo che da solo provò a scardinare il potere inviolabile dei giudici. Una battaglia che perse, naturalmente, ma che ha lasciato una traccia profonda nella storia del garantismo di questo paese. Il nome di Agostino Viviani è riemerso tra il mainstream di questi giorni per il fatto di essere il nonno di Elly Schlein: prima delle elette in Emilia Romagna e nuova speranza della sinistra. Viviani fu partigiano, parlamentare, consigliere laico del Csm. Ma sopra ogni cosa fu avvocato. Perché fu da quella prospettiva, da quelle vesti che mosse tutte le altre attività. E quando fu eletto parlamentare col Psi, l’avvocato Viviani mise anima e corpo nella battaglia per le garanzie e i diritti. «Le vittime dell’ingiustizia sono sempre di più – spiegava nei suoi appassionati scritti – C’è bisogno di ricordarlo? Ed è tutta colpa delle indagini preliminari. L’accusa ha una sua ipotesi, niente affatto dimostrata e non sa fare altro che arrestare l’indagato e costringerlo a confessare» . Da onorevole divenne presidente della Commissione Giustizia del Senato e fu lì che iniziò la sua battaglia per limitare il potere dei giudici. Primo e unico firmatario della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, Viviani spiegava che «se accettato da tutti il principio che chi per dolo o per colpa produce un danno ingiusto è tenuto a risarcirlo ( art. 2043 c. c.) – stabilite le distinzioni tra colpa e dolo ( che sono limitate per i pubblici dipendenti e per alcune professioni al solo dolo o colpa grave) – la regola vale per tutti». E allora si domandava: «È concepibile che per il magistrato si faccia una eccezione e così mostruosa, da liberarlo dalla responsabilità civile in ogni caso, e cioè quando egli arrechi danno ingiusto per dolo o colpa grave?». L’unico risultato che ottenne fu quello di non essere ricandidato in Parlamento. Così tornò alle sudate carte e alla sua toga da avvocato. Ma dal suo studio continuò a cercare e denunciare le falle e i soprusi che si consumavano nelle aule di giustizia. Memorabile l’intervista che rilasciò a Radio radicale nel febbraio dell’ 89, quando oramai la rottura col Psi era consumata e i giudici del pool milanese si preparavano a spazzare via la prima Repubblica. Ma la prima svolta autoritaria della magistratura, secondo Viviani, arriva con l’emergenza terrorismo: «E’ lì – spiegava – che il codice penale ha subito un ulteriore imbarbarimento. C’è chi ha abusato dell’emergenza per rendere meno liberale il già ultrarepressivo Codice Rocco». Viviani era invece convinto che anche l’emergenza terrorismo o, successivamente, l’emergenza mafiosa doveva necessariamente risolversi entro i limiti della Costituzione. Così non fu e in breve tempo l’emergenza divenne prassi consolidata: «La legge ce la facciamo noi – dicevano i magistrati – ed è inutile che invocate diritti e garanzie». TE proprio sulla scia dell’emergenza si consolidò la vecchia abitudine dei pm di interrogare gli “imputati” in qualità di testimoni. Abitudine sopravvissuta fino ai giorni nostri. Una furbata – spiegava il vecchio avvocato Viviani – che consentiva ai pm di avere a disposizione l’imputato senza la presenza dell’avvocato, spogliandolo così dei diritti più elementari: «Perché se non c’è l’avvocato si può minacciare di ingabbiarlo». E quando, di fronte a questo arbitrio, Viviani e altri avvocati provarono a protestare, secca fu la risposta dell’allora presidente dell’Associazione nazionale magistrati, il quale spiegò che non c’era nulla di male e che lui stesso, in quindici e passa anni di onorata carriera da pm, lo aveva fatto più volte. E di fronte a questo abuso rivendicato senza pudore, a Viviani non restava altro che alzare le mani: «Quando si arriva all’esaltazione della violazione della legge da parte di un pm, io mi chiedo: che ce ne facciamo dell’indipendenza della magistratura se questa indipendenza precipita nell’arbitrio?». Poi la confessione della resa: «Nell’assistere a questi abusi nelle aule dove si cerca giustizia, io credevo di dover morire presto a causa del fegato ingrossato e dei dispiaceri nel veder quanta ingiustizia ci sia nel nostro paese. E invece sono ancora vivo e vegeto – e a dire il vero Viviani, che morì nel 2009, vivo lo sarà ancora a lungo – e allora mi sto lentamente convincendo che pur sicuro di perdere la nostra battaglia, essa può rappresentare una spinta, una speranza per incidere una traccia nel futuro». Insomma – concluse Viviani – «si fa per i nostri figli, per i nostri nipoti». E una nipote che ha raccolto il suo testimone forse esiste. Si chiama Elly Schlein, una giovane donna che va dicendo in giro che vuol combattere ingiustizie, autoritarismi e abusi. Parole che sarebbero piaciute parecchio a suo nonno, l’avvocato Agostino Viviani.

Anno giudiziario, i pm: la Giustizia siamo noi. Anno 2020, al via "dittatura" della magistratura: fuori avvocati e diritti dei cittadini. Piero Sansonetti il 31 Gennaio 2020 su Il Riformista. Oggi apre l’anno giudiziario, a Roma. Domani in tutte e 26 le Corti d’Appello. Apre sotto pessimi auspici. Il timore è che il 2020 sia l’anno “nero” della Giustizia. La magistratura, che negli anni scorsi aveva vissuto momenti di divisione, di discussione – persino di pensiero critico – sembra essersi ricompattata. È tornata a testuggine. Ora vuole avanzare con le ruspe. La discussione sulla prescrizione non l’ha vissuta come un momento di confronto, o magari di scontro – politico e di idee – ma come una battaglia per la difesa del proprio potere. Battaglia mortale. Fine della prescrizione come consacrazione dell’idea che un imputato vada consegnato al suo Pm, e il suo Pm (e poi i giudici, e poi i successivi Pm) possa avere su di lui un potere totale, incontrollato e perenne. L’obiettivo è quello, ed è molto chiaro: rendere evidente e incontestabile la sottomissione dell’imputato al giudice, e in particolare al Pm. E poi qualcosa di più: fine della prescrizione come inizio di una riforma del processo che porti a una sensibile riduzione dei diritti della difesa, e poi all’abolizione dell’appello e alla riduzione da tre a due dei gradi di giudizio (dei quali uno solo di merito). Il ragionamento è semplice: abbiamo cancellato la prescrizione e dunque ora dobbiamo abbreviare i tempi del processo. C’è un solo modo per ridurre i tempi del processo, senza investimenti e senza intaccare il potere della magistratura: ridurre gli spazi della difesa e i diritti del cittadino. Questa linea, che all’inizio sembrava la bandiera di un settore minoritario della magistratura, ha finito per essere l’unica linea visibile. Ha trovato opposizione solo nelle Camere penali e tra i giuristi. Nei partiti – con l’eccezione di Forza Italia, che oggi però ha una forza molto limitata in Parlamento – nell’intellettualità, in parte larghissima del giornalismo, e soprattutto tra i magistrati, ha vinto il silenzio e l’ossequio ai Pm d’assalto, all’Anm, al ministro e al loro gruppo parlamentare a 5 Stelle. Ora siamo alla vigilia dei discorsi. E le cerimonie si annunciano avvelenate. Gli avvocati penalisti di Milano hanno dato battaglia perché il Csm ha deciso di voler portare a casa il loro scalpo. Non si può leggere in nessun altro modo la decisione di mandare a Milano, alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario milanese, l’ex capo dell’Anm Piercamillo Davigo, poco noto come giurista ma notissimo come personaggio della Tv. Gli avvocati milanesi non hanno mica sostenuto che bisogna levare a Davigo il diritto di parola, solo perché la sua idea di giustizia prevede, più o meno, l’abolizione della difesa (anche perché lui è sempre stato convinto che tra avvocato e imputato esista comunque un rapporto di complicità, molto disdicevole). Gli avvocati riconoscono a Davigo, come a chiunque, il diritto di sostenere ogni opinione, anche le più scombiccherate, e non pretendono che le opinioni siano necessariamente in linea con la Costituzione. Non capiscono però per quale ragione il Csm debba considerare Davigo, e dunque il pensiero di Davigo, come specchio dell’identità della magistratura. Se davvero il Csm ritiene che la giurisdizione debba funzionare secondo i criteri di Davigo, è ovvio che l’avvocatura scompare. Diventa una specie di accessorio, quasi burocratico, e comunque del tutto subordinato alla magistratura. Possibile che il Csm voglia seguire questa linea, entrando in contrasto con il codice di procedura penale e con la Costituzione Italiana? E se non è così, allora, perché mandare Davigo? L’unica risposta è una risposta politica, e non c’entrano niente i principi né il pluralismo: il Csm, probabilmente pressato dalle correnti battagliere dell’Anm, ha deciso una provocazione, consapevole, per sfidare gli avvocati e ogni forza o flebile voce o pensiero liberale e garantista. Ha voluto usare un suo esponente, il più noto in Tv, anche forse spinto dalle campagne giornalistiche del Fatto, a occupare il territorio. A segnarlo, come fanno certi animali: questa è terra nostra, i difensori se ne vadano con gli imputati. Del resto il portavoce più importante della magistratura, che è il direttore del giornale – cioè del Fatto – Marco Travaglio, ieri nel suo editoriale si è posto provocatoriamente la domanda: e cosa c’entrano gli avvocati con l’anno giudiziario? È tutta qui l’operazione politica del variegato e composito partito dei Pm. Dichiarare che la giustizia è quella cosa che spetta alla magistratura orientare e amministrare. Alla magistratura, alla magistratura e solo alla magistratura. Fuori gli avvocati. Fuori il legislatore. Fuori la politica. Tra oggi e domani ascolteremo molti discorsi. Potremo valutare se dentro la magistratura ci sono ancora forze in grado di opporsi alla deriva autoritaria del davighismo. Speriamo di avere buone notizie. Una cosa è certa: si apre un anno feroce, nel quale può succedere di tutto. E la posta in gioco è gigantesca. È lo Stato di diritto. Quello che non sarà presente, domani, alla cerimonia di Milano. 

Avvocati non vogliono Davigo, il Csm se ne frega: Travaglio, ma quale bavaglio? Giovanni Altoprati il 30 Gennaio 2020 su Il Riformista. Piercamillo Davigo è persona non gradita al tribunale di Milano. Il “daspo” è stato disposto dalla Camera penale del capoluogo lombardo. L’ex pm di Mani pulite era stato designato nei giorni scorsi da Palazzo dei Marescialli come suo rappresentante nel distretto di Milano alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario che si terrà sabato prossimo. Fra i motivi alla base dell’inopportunità della presenza di Davigo, le sue continue esternazioni sul ruolo dell’avvocato e sul diritto di difesa. Il casus belli, in particolare, è stata l’ultima intervista al Fatto Quotidiano. Al giornale di riferimento dei grillini, fra una fake news e l’altra, Davigo si era lanciato in alcune bizzarre proposte come quella di «rendere responsabile in solido l’avvocato» in caso di ricorso. Secondo il “Davigo pensiero”, l’avvocato dovrebbe depositare all’atto della presentazione del ricorso «fino a 6mila euro e poi, in caso di inammissibilità (disposta dai colleghi di Davigo, ndr) del ricorso, verserà lui la somma al posto del cliente». Proposte che avevano già scatenato l’ira di diversi Ordini forensi, come quello di Torino che aveva deciso di denunciarlo. Per chiedere la designazione di un “sostituto”, l’avvocato Andrea Soliani, presidente dallo scorso anno della Camera penale di Milano, ha scritto al capo dello Stato, al vice presidente del Csm David Ermini e a tutti i componenti, ai due capi di Corte, Giovanni Mammone e Riccardo Fuzio. La risposta del Csm, che solo il giorno prima aveva cacciato il pg Otello Lupacchini da Catanzaro, degradandolo a semplice sostituto a Torino, per aver “commentato” le modalità di gestione della maxi retata di Nicola Gratteri, è stata durissima. «Stupisce che venga proprio da una associazione di avvocati la richiesta – irricevibile e irrispettosa – di censurare la libera manifestazione del pensiero», si legge nella nota di risposta del Csm.  I primi a difendere Davigo erano stati i suoi adepti di Autonomia&Indipendenza, la corrente da lui fondata che, grazie al “ribaltone” estivo del caso Palamara, dettano ora la linea a piazza Indipendenza. Questo il testo del loro comunicato. «Non vogliono, gli avvocati milanesi un Magistrato (sì, proprio con la M maiuscola) che ha servito lo Stato con competenza e professionalità elevatissime e abnegazione eccezionale. Gli avvocati della Camera penale non vogliono confrontarsi con lealtà e correttezza sulle spinose difficoltà che impediscono il funzionamento della giustizia; non hanno alcuna volontà di concorrere a rendere la giustizia italiana più efficiente e più giusta trovando assai più comodo giocare il ruolo degli offesi. Abbiamo sempre pensato che l’Avvocatura dovesse rendersi interprete del diritto di difesa costituzionalmente garantito. Oggi abbiamo capito che, nella realtà, non è così. Ma noi Magistrati non ci perdiamo d’animo e continueremo nella nostra incessante opera di tutela dei principi fondanti della giurisdizione. Insieme con Piercamillo Davigo, e orgogliosamente al suo fianco, traendo dal suo fulgido percorso professionale e dalla sua incessante difesa della Costituzione la forza di essere magistrati della Repubblica italiana». In soccorso di Davigo anche le toghe progressiste di Area: «Non ci ritroviamo in diverse sue posizioni, e anzi in più occasioni le abbiamo confutate pubblicamente. Tuttavia, riteniamo inaccettabile e contrario alle regole fondamentali del vivere democratico discriminare chiunque in base alle opinioni espresse, e ancor di più tentare di privarlo del diritto di parola. Le idee non condivise si contrastano con argomenti nell’ambito del confronto e del dibattito. Tutto il resto è frutto della degenerazione culturale che il nostro Paese sta vivendo, e gli avvocati italiani dovrebbero esserne ben consapevoli». Più soft, invece, il comunicato dell’Anm milanese, dispiaciuta per quanto accaduto e per la «mancanza di rispetto verso l’Ordine giudiziario ed il Csm». A fare da scudo umano sabato prossimo a Davigo ci sarà il ministro della Giustizia in persona. Bonafede, invece di recarsi in distretti “problematici”, come ad esempio Catanzaro, dove sono stati rimossi, oltre al procuratore generale, il procuratore di Castrovillari ed il procuratore aggiunto, e dove ci sono decine di magistrati indagati per reati gravissimi o sottoposti a misure cautelari, come il presidente della Corte d’Assise, accusato di taroccare le sentenze, ha deciso di accompagnare Davigo nella passerella milanese. La “battaglia” sulla presenza di Davigo, comunque, ha anche un’altra lettura. Più importante.  E cioè la sua permanenza in servizio. A ottobre il magistrato compirà settant’anni e dovrà andare in pensione. Senza Davigo, un certo modo di vedere la giustizia è destinato a sciogliersi come neve al sole. E questo il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e i grillini lo sanno molto bene. Come lo sanno molto bene anche al Fatto Quotidiano.

Niccolò Zancan per “la Stampa” il 30 gennaio 2020. La prima guerra è sotto gli occhi di tutti. Tre camionette dell'esercito sono piazzate davanti all'ingresso della Procura di Catanzaro. I nuovi Suv corazzati scortano il procuratore Nicola Gratteri dentro al palazzo. Al primo piano si può salire solo con gli agenti della vigilanza. La direzione distrettuale antimafia è blindata, hanno appena sostituito i vetri delle finestre per renderle a prova di esplosione. Nuove regole anche per il centralino: «Nessuna chiamata diretta alla segreteria del procuratore, l' unico modo è scrivere una mail». La prima guerra è quella di un magistrato contro la 'ndrangheta, che quel magistrato vuole morto. Nicola Gratteri vive sotto scorta da più di trent' anni. Il suo nome ritorna nelle intercettazioni delle cosche. I mafiosi parlano così: «Quattro anni fa hanno fallito. Stava andando a Crotone e per lui avevano trovato pure i cosi.». «È un figlio di puttana». «È un morto che cammina». «Falcone come è stato? Quando ha superato il limite se lo sono cacciato!». Queste erano minacce già note. Ma il 14 gennaio è stato convocato un comitato provinciale per l' ordine e la sicurezza e la decisione è stata presa con la massima urgenza. Ecco l' esercito, le auto corazzate, i vetri antiproiettile, l' indicazione di ridurre al minimo le apparizioni in luoghi pubblici. Il livello di protezione è stato aumentato ulteriormente. Non si conoscono le nuove frasi intercettate, perché fanno parte di un' inchiesta ancora coperta dal segreto. Ma si sa che 'ndranghetisti di cosche diverse stanno cercando di allearsi per ottenere lo stesso risultato: vogliono trovare armi da guerra per uccidere il procuratore capo. La prima guerra è dichiarata. Ma c' è un' altra guerra che è stata combattuta intorno alla procura di Catanzaro. Una guerra fatta di allusioni, discredito, potere. «Una guerra qui dentro?», dice Gratteri. «Non mi piace questa definizione». Eppure è difficile trovarne una diversa per spiegare quello che è successo con l' ex procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini. La scontro è diventato pubblico quando i due magistrati si sono trovati davanti alla prima commissione del Csm.

Come erano arrivati lì? Il procuratore generale aveva scritto una nota di rimprovero al procuratore antimafia: lo accusava di scorrettezze formali, soprattutto di non averlo avvisato di alcune indagini. Le frasi pronunciate davanti al Consiglio superiore della magistratura, svelate dal Fatto Quotidiano, spiegano meglio il clima all' interno del palazzo di giustizia. Lupacchini: «Non sto qui a ricordare l' atteggiamento ostile manifestatomi sin dal momento della mia presa di possesso a Catanzaro, solo lui era il verbo, non solo nel distretto, ma probabilmente in tutta Italia, nell' universo e forse anche in altri siti. Tutti sono farabutti all' infuori di lui, nessuno capisce nulla, perché il verbo giuridico è lui a possederlo». Gratteri: «Mi si dice che io furbescamente non abbia trasmesso gli atti a Salerno. Di me accetto tutte le critiche del mondo, che sono ignorante eccetera, ma sull' onestà no. Ogni settimana c' è un' intercettazione ambientale dove si discute su come mi devono ammazzare. Non ho tempo per parlare del sesso degli angeli o andare a baciare l' anello a nessuno».

Per almeno tre volte Lupacchini ha attaccato pubblicamente il lavoro di Gratteri.

La prima è stata durante l' inaugurazione dell' anno giudiziario del 2019, quando fece riferimento al record di scarcerazioni per ingiusta detenzione nel distretto di Catanzaro.

La seconda fu nel giorno dell' insediamento del presidente della sezione penale del tribunale di Vibo Valentia, dove commentò un' inchiesta condotta proprio da Gratteri: «Magistrati che si presentano in qualsiasi circostanza a elogiare loro stessi, laddove poi le vicende dei processi non raggiungono risultati utili».

La terza è storia recente. Dicembre 2019. Operazione «Rinascita» con 330 persone arrestate, colletti bianchi, politici, avvocati, massoni: un intero sistema di potere mafioso. Ma in un' intervista a TgCom24 Lupacchini, lamentando il fatto di essere stato tenuto all' oscuro del blitz, disse: «Il problema non è smontare la Calabria come un Lego, ma ricostruirla». I rapporti fra i due erano pessimi.

Dopo una prima archiviazione, lunedì la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha accolto le richieste avanzate dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal procuratore della Cassazione Giovanni Salvi e ha disposto il trasferimento d' ufficio di Lupacchini. Non è più il Procuratore generale di Catanzaro, ma sostituto procuratore generale a Torino: trasferito d' urgenza «con perdita di funzione». Il difensore del magistrato, Ivano Lai, dice: «Questo provvedimento è un atto politico. Il ministro Bonafede risponda pubblicamente sugli esiti delle denunce invitategli dal procuratore generale Lupacchini e, immediatamente dopo, si dimetta da un ufficio per ricoprire il quale occorrono, oltre che imparzialità e trasparenza, misura e buon senso. Nei confronti di Lupacchini si continua a infierire in violazione delle più elementari norme di civiltà giuridica». Amareggiato, l'avvocato Lai aggiunge: «È tutto sbagliato. Questo non era il confronto fra un eroe e una persona che voleva contrastare l'eroe. Il problema degli eroi è che diventano intoccabili. Ma tutti noi siamo soggetti a richiami. Nessuno è infallibile». Da una stanza blindata al primo piano della procura di Catanzaro, il procuratore Gratteri non commenta. Fuori c' è una targa in memoria di Giovanni Falcone. I militari fanno il cambio turno. Nella fontana restano i volantini della manifestazione del 18 gennaio, quando 2 mila persone sfilarono qui davanti in solidarietà con il procuratore antimafia.

Pubblico ministero, un super poliziotto che non risponde di quel che fa. Giuseppe Di Federico il 31 Gennaio 2020 su Il Riformista. In una recente intervista, Sabino Cassese ha detto di aver saputo da fonte attendibile che circa i due terzi delle persone sottoposte a giudizio risultano poi innocenti nel corso dei tre gradi di giudizio. I dati esatti non li conosciamo e proprio ieri i Radicali hanno chiesto, con una lettera aperta al Ministro Bonafede pubblicata da Il Dubbio, di fornirli. Nell’attesa sappiamo comunque che le percentuali sono molto elevate e certamente tali da imporre una riflessione sul perché di un fenomeno tanto diffuso e tanto pernicioso per il cittadino. Chiedono di riflettere, in particolare, sulle modalità con cui operano i guardiani dei cancelli dell’iniziativa penale, cioè i nostri pubblici ministeri (Pm). Si può certamente dire che l’assetto del nostro Pm è fortemente deviante rispetto a quello degli altri Paesi a consolidata democrazia. Lo è sotto diversi profili. Poiché ho solo poco spazio a mia disposizione concentrerò la mia attenzione sugli aspetti di maggiore devianza, cioè quelli che più di altri contraddicono momenti rilevanti della funzionalità di uno stato democratico sia per quanto riguarda il controllo delle politiche criminali che la protezione dei diritti civili nell’ambito del processo penale. Lo farò tenendo ovviamente conto che i nostri pubblici ministeri operano in un contesto in cui vige il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale sconosciuto in altri Paesi, principio che è al contempo irrealizzabile e ciononostante gravido di implicazioni sul piano operativo. Farò inizialmente riferimento al peculiare ruolo del nostro Pm nella fase investigativa. Una fase che è cruciale per la protezione dei diritti civili non solo perché di fatto vi è in questo settore dell’attività del Pm molta discrezionalità, ma anche perché quella discrezionalità è priva di reali, efficaci controlli. Il nostro Pm non solo è pienamente indipendente rispetto agli altri poteri dello Stato, ma lo è in larga misura anche all’interno del suo ufficio. Ha anche il pieno ed esclusivo controllo gerarchico della polizia per la conduzione delle indagini (ce lo ha ricordato di recente anche la nostra Corte costituzionale). La polizia deve cioè operare seguendo esclusivamente le istruzioni del Pm. Quindi il Pm nella fase delle indagini è sostanzialmente un vero e proprio poliziotto pienamente indipendente, che certamente non è meno poliziotto per il solo fatto di chiamarsi Pm. Non esiste nessun paese a consolidata democrazia in cui il Pm sia pienamente indipendente ed abbia poteri di polizia tanto ampi ed incontrollati. Sul piano operativo significa, tra l’altro, che di sua iniziativa il nostro Pm può svolgere, se lo vuole, indagini su ciascuno di noi con tutti i gravi ed irreparabili danni che questo comporta per il cittadino che poi risulti innocente. Si tratta di danni irreparabili sul piano sociale, economico, politico, familiare e della stessa salute come viene ricorrentemente documentato dalle cronache giudiziarie. Danni la cui angosciosa, drammatica, gravità ci è stata ricordata giorni fa anche dal presidente dell’Unione camere penali, Gian Domenico Caiazza, in un suo articolo dal significativo titolo: “L’assordante silenzio degli innocenti”. Se molti anni dopo il giudice di appello o cassazione riconosce che i motivi dell’azione penale o erano inconsistenti o non rilevanti sotto il profilo penale, nessuna responsabilità può comunque essere imputata, né è mai stata imputata ad un Pm, né sul piano disciplinare e neppure sul piano della valutazione della professionalità.  Nei casi in cui si sono invocati quei tipi di responsabilità, esse sono state escluse con riferimento all’indipendenza del Pm e/o al fatto che in presenza della convinzione che vi fossero seri indizi di reato, il Pm era obbligato ad agire per non violare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, un principio costituzionale che quindi trasforma qualsiasi comportamento discrezionale e ingiustificato del Pm in un atto dovuto per legge. Robert Jackson, quando era ancora Attorney General degli Usa (procuratore generale degli Stati Uniti, capo del Dipartimento della Giustizia n.d.r.), in un suo discorso del 1940 ai procuratori federali che da lui dipendevano, li avvertiva che nel ruolo del Pm è insito un pericolo, e cioè che potendo scegliere i casi, i Pm possono anche scegliere la persona ed indirizzare la polizia alla ricerca di possibili reati da lui commessi. È un fenomeno che riguarda tutti i Paesi ove i reati sono molto più numerosi di quelli che possono essere perseguiti, e quindi di fatto anche nel nostro, a dispetto dell’obbligatorietà dell’azione penale. La cosa che rende quel fenomeno più pericoloso nel nostro Paese è che i Pm degli altri paesi democratici sanno che i comportamenti scorretti vengono in vario modo sanzionati, mentre i nostri Pm sanno che i loro comportamenti non sono comunque soggetti a censure di nessun tipo. Vengo ora al ruolo del Pm nella promozione dell’azione penale. È ormai un fatto pienamente riconosciuto anche in Italia che non tutti i reati possano essere perseguiti così come erroneamente creduto dal nostro Costituente e come previso all’art. 112 della nostra Costituzione. Il compito di scegliere quali reati perseguire viene di fatto lasciato alla libera ed indipendente valutazione dei nostri Pm, che in tal modo definiscono di fatto a livello operativo, senza trasparenza e senza responsabilità alcuna, gran parte delle politiche pubbliche del nostro Paese nel settore criminale. Anche questo non avviene in nessun paese a consolidata tradizione democratica (Inghilterra, Germania, Francia, Olanda, Austria, Stati Uniti, e così via) perché sarebbe ritenuto incompatibile con il principio che le politiche pubbliche debbono essere decise nell’ambito del processo democratico. Vale a riguardo ricordare quanto lapidariamente affermato dalla Commissione presidenziale francese a cui, nel 1997, il presidente Chirac aveva, tra l’altro, affidato il compito di esplorare la possibilità di sottrarre il pubblico ministero al controllo gerarchico del ministro della giustizia. La Commissione liquidò la questione in poche parole ricordando che nessun paese era mai riuscito, né sarebbe mai potuto riuscire a perseguire tutti i reati. Che quindi sottraendo il Pm al controllo del Ministro si sarebbe anche demandato al Pm il compito di effettuare le scelte di priorità. Cioè scelte di politica criminale. Concludeva ricordando che in un paese democratico le politiche pubbliche in tutti i settori, e quindi anche nel settore criminale, devono essere definite da organi che ne rispondano politicamente. Un orientamento riaffermato anche di recente (2017) dal Conseil constitutionnel francese, in un giudizio promosso dal Syndicat de la Magistrature che da molto tempo vorrebbe che il Pm francese avesse gli stessi poteri del Pm italiano. Ho citato questo caso perché illustra la principale ragione per cui in tutti i paesi a consolidata democrazia l’organizzazione del Pm è gerarchica, unitaria e vede al suo vertice un soggetto politicamente responsabile del settore (di regola il ministro della giustizia, ma anche un altro soggetto come avviene in Spagna e Portogallo ove il capo dello Stato nomina un procuratore generale pro tempore su indicazione del governo). Non posso qui trattenermi sulle misure che vari Paesi democratici adottano per evitare che un assetto più controllato dell’attività del Pm possa portare ad un uso distorto dei suoi poteri soprattutto per iniziativa del potere politico. È tema di grande importanza risolto in maniera differente da Paese a Paese e che non può certo essere trattato nell’economia di questo breve articolo. Da ultimo, solo due riflessioni sui progetti di riforma costituzionale attualmente pendenti in Parlamento e volti a regolare le attività del Pm: uno predisposto dall’Unione delle camere penali e l’altro presentato dal senatore Vitali. La prima riflessione è che questi progetti di riforma prevedono la fissazione di priorità nell’esercizio dell’azione penale da parte del Parlamento senza indicare chi dovrebbe controllare il pieno rispetto di quelle priorità e come dovrebbero essere sanzionati i trasgressori. Ed è a dir poco difficile immaginare come questo possa avvenire in un regime di piena indipendenza esterna ed interna del Pm quale esso è attualmente e che non viene modificato in nessuno dei due progetti di riforma. La seconda riflessione. Nelle relazioni delle due proposte di legge si riconosce che esiste un’incontrollata discrezionalità del nostro Pm nella fase delle indagini, ed era difficile non farlo visto che entrambe le relazioni hanno ampiamente copiato, pur senza dirlo, i miei scritti. Tuttavia nell’articolato non prevedono nessuna norma volta a rimuovere o attenuare i pericoli che al cittadino derivano dalla esistenza nel nostro Paese di un Pm che nella fase delle indagini è di fatto un poliziotto che può agire in piena indipendenza senza portarne responsabilità alcuna. Le ricorrenti tensioni che questo ha prodotto nel governo del nostro Paese e i danni che ha causato a moltissimi cittadini innocenti sono certamente ancor più gravi di quelli che possono derivare dalla assenza di priorità nell’azione penare che le norme di quei due progetti di legge costituzionale cercano di regolare.

1992 Ritorno al futuro, partito dei Pm all’assalto. Piero Sansonetti il 5 Novembre 2019 su Il Riformista. È in corso un attacco senza precedenti alla politica italiana da parte della magistratura. Anzi, un precedente c’è: 1992. Cioè l’anno della grande inchiesta “Mani Pulite”, quella che portò all’annientamento di una intera generazione politica, e precisamente della generazione che forse è stata la migliore degli ultimi 150 anni. Quella che ha reso grandi i partiti (soprattutto la Dc, il Psi e il Pci) e ha portato l’Italia a diventare la quarta potenza industriale del mondo e uno dei paesi dove più si riducevano, progressivamente, le disuguaglianze sociali. L’attacco di ieri si è verificato attraverso tre o quattro bocche di fuoco. Principalmente quelle controllate da tre magistrati molto noti: Giuseppe Pignatone, Nino Di Matteo e Nicola Gratteri. Ciascuno per conto suo ha sistemato i cannoni ad alzo zero e ha iniziato il bombardamento. Pignatone ha contestato la sentenza della Cassazione, recentissima, che esclude la presenza della mafia nella vicenda “Mondo di Mezzo”. (La Cassazione aveva spiegato che corruzione e mafia non sono necessariamente la stessa cosa). Di Matteo, che è un ex Pm e un membro del Csm (recentemente escluso da un gruppo di lavoro della superprocura Antimafia perché troppo ciarliero coi giornalisti) ha usato la Tv per entrare nella contesa politica e mettere in moto una valanga di fango contro Berlusconi. Gratteri – che dei tre è il più concreto – senza tanto rumore ha fatto capire al Pd e al centrodestra calabrese che i candidati alla Presidenza della regione è meglio che li scelga lui. E ha deciso che né il governatore uscente – candidato naturale del centrosinistra – né il sindaco di Cosenza – candidato naturale del centrodestra – sono adatti all’incarico. Siccome il governatore e il sindaco sono di gran lunga i candidati favoriti, in vista delle elezioni di gennaio, Gratteri ha ottenuto già un buon risultato: probabilmente centrodestra e Pd piegheranno il capo e presenteranno un candidato gradito a Gratteri, e così, ovviamente, faranno anche i 5 stelle. In questo modo il risultato delle regionali è abbastanza sicuro: vincerà un gratteriano. Non so se qualcuno ricorda quella favola di Esopo del Leone e del topolino, rielaborata nella versione di Trilussa, che finisce con quei versi memorabili in dialetto: “Tenente, la promozzione è certa, e te lo dico perché me so magniato er capitano”. Ecco, il lavoro di Gratteri si ispira un po’ al poeta romanesco. Di Trilussa gli manca solo l’ironia. Aggiungiamo a questi attacchi diretti anche l’attacco indiretto che viene in seguito all’arresto a Palermo di un ex detenuto e militante radicale. Il quale è accusato di avere avuto rapporti coi boss e di avere utilizzato per questi rapporti la possibilità di visitare i carcerati a seguito dei parlamentari. Quel che colpisce è la foga con la quale da molte parti (non dalla Procura di Palermo, proprio per confermare che una cosa è la magistratura e una cosa diversa e non coincidente è il partito dei Pm) si è chiesto di cogliere al balzo questa notizia di cronaca per limitare le visite in carcere e per rendere le prigioni un luogo ancora più inaccessibile e dove i diritti sempre di più diventino una opzione discrezionale. Nel titolo di questo articolo, ricordiamo il 1992. Perché? Non solo perché la virulenza dell’attacco dei magistrati fa ricordare la grandiosità di Mani Pulite. Ma per altre due ragioni. La prima riguarda la situazione politica, la seconda riguarda le istituzioni. La situazione politica oggi è molto simile a quella del 1992. La politica è debolissima, allo sbando, e non sembra in grado di controllare i movimenti di chiunque abbia intenzione di ferirla. Il governo è sorretto da partiti che nel Paese sono minoranza. L’opposizione è sostenuta invece da una maggioranza abbastanza forte, nell’opinione pubblica, e tuttavia – specialmente per le recenti esperienze governative della Lega – dà la sensazione di non avere né idee né competenze sufficienti per governare la crisi. I partiti sono allo sbando. I due partiti che negli ultimi 30 anni si sono alternati al vertice del potere politico, e cioè Forza Italia e il Pd, sono ridotti ai minimi termini e sono martoriati dalle scissioni successive. L’intellettualità è in ritirata, impaurita, spaesata, incapace di esprimere giudizi e tantomeno di indicare prospettive. La pancia del Paese è in grande agitazione, travolta dalla cultura del “vaffa” ma senza più aver fiducia neppure in chi quella cultura ha creato. Tutto ricorda i tempi drammatici del ‘92-’93, quando i partiti di governo persero in pochi mesi più della metà dei consensi che avevano, mentre l’ex Pci sbandava e poi si accodava ai magistrati. E i giornali, in gran parte subalterni al potere economico – anche lui intimidito dall’offensiva della magistratura – decisero di schierarsi a testuggine a difesa delle Procure. La seconda ragione per la quale vediamo una somiglianza tra l’offensiva di oggi e quella del ‘92 è la larghezza dell’attacco. Che non si limita a colpire i partiti e a pretendere (Gratteri) il diritto a surrogarli, ma giunge fino a mettere in discussione l’intero assetto democratico. Compreso, in parte, il potere giudiziario. L’attacco di un gruppo di magistrati guidati da Marco Travaglio alla Corte Costituzionale, e ora l’attacco di Giuseppe Pignatone alla Corte di Cassazione, spiegano benissimo la natura di questa offensiva. Il partito dei Pm non solo spara a palle incatenate contro i partiti, ma intende mettere in discussione anche i meccanismi fondamentali del garantismo che funzionano all’interno dell’Ordine giudiziario. L’obiettivo è grandioso e semplice: mettere in mora lo Stato di Diritto. In tutte le sue articolazioni. Queste righe che ho scritto sono di semplice analisi politica. Non vi nascondo che il sentimento che questa analisi produce, in me, è di paura. Siccome sono, di formazione, un vecchio comunista, ricordo Antonio Gramsci e la sua analisi sulla sovversione delle classi dirigenti. Mi pare attualissima. Oggi la sovversione avviene da parte del partito di Pm. P.S. Lo ripeto per l’ennesima volta, e non come precisazione formale. Partito dei Pm e magistratura non coincidono. E in buona parte sono in conflitto tra loro. Però il partito dei Pm, oggi, è fortissimo, e sta fagocitando la magistratura.

·         “Li Camburristi”. La devono vincere loro: l’accanimento giudiziario.

Procura di Bergamo, presunte intimidazioni a un praticante avvocato: 2 esposti al Csm. Valentina Stella su il Dubbio il 14 novembre 2020. La vicenda risale al dicembre 2017: un sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo e un Tenente colonnello della Guardia di Finanza avrebbero convocato con un pretesto un giovane praticante di un noto studio legale milanese e lo avrebbero intimidito per estorcergli informazioni su un importante cliente. Se la storia che vi stiamo per raccontare fosse vera sarebbe di una gravità inaudita. Il condizionale è d’obbligo perché sono in corso degli accertamenti da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. La vicenda è molto complessa ma proviamo a riassumerla così: un sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo, il dottor Emanuele Marchisio, e un Tenente colonnello della Guardia di Finanza, Salvatore La Bella, nel 2017 avrebbero convocato con un pretesto un giovane praticante di un noto studio legale milanese, lo avrebbero chiuso in una stanzetta, intimidito con urla e minacce, obbligato a spegnere il cellulare, gli avrebbero negato il diritto di appellarsi al segreto professionale e lo avrebbero torchiato per tre ore e mezza per estorcergli informazioni su un importante cliente dello studio che aveva concluso la procedura di voluntary disclosure per un rimpatrio di capitali dall’estero. Tutto questo è descritto in due esposti dei dominus del praticante inviati alla sezione disciplinare del Csm che abbiamo avuto da una fonte anonima. Entriamo nel dettaglio dei fatti: lo studio legale Stufano Gigantino Cavallaro di Milano assume nel 2015 la difesa di Gianfranco Cerea in diversi procedimenti tributari. L’uomo è un noto manager e finanziere, tra i protagonisti di operazioni bancarie su Credito Bergamasco, Banca Popolare di Crema, Banca Popolare di Cremona e in Svizzera è stato advisor per Ubi nella vendita della Banca di Deposito e di gestione di Losanna. Cerea in quell’anno aderisce alla procedura di voluntary disclosure o collaborazione volontaria regolarizzando una trentina di milioni di euro fra cui centinaia di opere d’arte detenute all’estero. Nell’ottobre 2016 l’Agenzia delle entrate emette gli atti conclusivi della procedura, qualificando Cerea come collezionista d’arte. Invece, secondo la Procura di Bergamo esisterebbero a carico di Cerea gravi indizi di esibizioni di atti falsi: per loro non sarebbe un collezionista ma un vero mercante d’arte. E cosa avrebbe fatto la Procura per saperne di più? Tra i vari atti di indagine, sottopone a intercettazione dall’ottobre 2017 l’auto del praticante e la sua utenza telefonica “al fine di poter conoscere eventuali – probabili – comunicazioni tra lui e i titolari dello studio Cavallaro concernenti la delicata posizione del Cerea” come si legge nella richiesta di autorizzazione a operazioni di intercettazione. Inoltre il 5 dicembre dello stesso anno, come leggiamo dall’esposto a firma dell’avvocato Sebastiano Stufano, “il giovane praticante avvocato ( con problemi di salute importanti nonostante la giovane età) è stato convocato presso una caserma della Guardia di Finanza per essere interrogato da cinque persone, ed è stato intimidito per diverse ore da un Sostituto Procuratore della Repubblica e da un ufficiale superiore della Guardia di Finanza che gli hanno intimato più volte in modo minaccioso di rispondere alle loro domande. L’assunzione di sommarie informazioni è durata quasi quattro ore, come emerge dal verbale, ma sono state verbalizzate soltanto poche domande. Questo quadro dà una chiara rappresentazione del modus procedendi del Dott. Marchisio e del Ten. Col. La Bella; non è dato infatti sapere, se non dalle spiegazioni rese dal praticante, cosa sia successo in quasi quattro ore di interrogatorio. Il racconto del praticante rivela un uso, da parte dei pubblici ufficiali presenti, di una forte violenza psicologica e l’adozione di comportamenti coercitivi volti a condizionare in modo non consentito la libera autodeterminazione del testimone, in violazione di quanto disposto dall’art. 188 c. p. p.”. Il praticante ha risposto a diverse domande relative alla posizione di Gianfranco Cerea, cliente dello studio, apprese nell’esercizio della sua professione e nello svolgimento del mandato professionale, nonostante il suo dominus gli avesse detto prima dell’incontro di rispettare il segreto professionale. Il giovane non sarebbe riuscito a sopportare le pressioni che a suo dire gli avrebbero fatto in quella stanza: “L’atteggiamento arrogante, prevaricatorio e minaccioso del dottor Marchisio è andato crescendo nel corso dell’interrogatorio quando lo stesso ha ricordato al praticante di non tacere nulla di quanto a sua conoscenza, «anche perché lei è giovane, è ancora praticante e non è nel suo interesse dire il falso o fare omissioni. Quindi, visto che conosce bene il dottor Cerea, ci dica tutto». Di fronte alle risposte del praticante in merito alla veridicità della procedura di voluntary disclosure, la contrarietà di tutti gli astanti è emersa in tutta la sua violenza. A titolo esemplificativo, il Ten. Col. La Bella ha cominciato a urlare sbattendo i pugni sul tavolo”. Così ha raccontato il ragazzo al suo dominus e così leggiamo nell’esposto del 2018 in cui l’avvocato Stufano chiede al Csm di indagare sull’accaduto e di prendere eventuali provvedimenti. Si chiede contestualmente anche di acquisire le conversazioni telefoniche avute col dominus a dimostrazione del fatto che al praticante era stato detto di mantenere il segreto professionale e quelle intercorse tra lo stesso praticante con i familiari il 5 e 6 dicembre per acclarare il suo stato d’animo. Inizia l’istruttoria del Csm. Vengono richiesti pareri e noi abbiamo modo di leggere quello del Sostituto Procuratore Marchisio che si difende da tutte le accuse: “non corrisponde al vero che il teste sia stato ammonito prima ancora di potersi sedere e in assenza di presentazione del sottoscritto; non corrisponde al vero che il sottoscritto abbia tenuto un atteggiamento arrogante, prevaricatorio e minaccioso; parimenti è falsa l’allegazione che il F. ( praticante, ndr) sia stato posto in condizioni tali da potersi sentire fisicamente coartato; né il Ten. Col. La Bella, né alcun altro dei presenti ha mai alzato i toni o tenuto atteggiamenti scomposti; con riferimento al profilo relativo al segreto professionale, il dottor F. decideva autonomamente di non avvalersi del segreto, né sussiste alcun obbligo in capo all’A. G. di sollecitare il teste all’esercizio di tale facoltà”. Ci sarebbe un problema però ed è qui che nasce l’esposto dell’avvocato Vincenzo José Cavallaro del 2 novembre scorso: “la documentazione che dovrebbe essere stata ricevuta nel settembre 2018 dal Csm risulta inspiegabilmente priva delle chiamate intercettate sull’utenza telefonica in uso al dottor F. il cui contenuto è particolarmente importante ai fini dell’accertamento della responsabilità disciplinare in oggetto”. Infatti uscendo dall’interrogatorio del 5 dicembre il giovane ha chiamato la madre e una collega avvocato raccontando in lacrime il trattamento a cui era stato sottoposto. Noi abbiamo ascoltato quelle registrazioni ed effettivamente il ragazzo è disperato, piange al telefono, è in uno stato di profonda agitazione. La parte in cui descrive “la metodologia di interrogatorio a cui è stato sottoposto che rappresenta la prova regina del clima minaccioso e violento subito” è in omissis. “Altro elemento che lascia impietriti – scrive Cavallaro nell’esposto – è quanto si legge nel decreto d’urgenza di intercettazione e localizzazione di conversazioni e comunicazioni, dell’ 1.12.2017, a firma del dottor Emanuele Marchisio, che per potermi intercettare direttamente mi definisce ’ commercialista’” invece che avvocato. Come vi avevamo premesso ci troviamo dinanzi ad una matassa alquanto complicata: non spetta a noi giudicare ma solo raccontare quello che leggiamo nelle carte sui cui sarà il Csm a doversi esprimere.

Incongruenze del sistema giudiziario. Perché i Pm possono accanirsi anche dopo l’assoluzione? Alberto Cisterna su Il Riformista il 2 Ottobre 2020. Si è conclusa mercoledì – con il fioco clamore mediatico che in questo sfortunato Paese viene tributato alle assoluzioni degli ingiustamente accusati – la vicenda di un ufficiale di alto rango dell’Arma dei Carabinieri. Il nome poco importa – lo ha fatto ieri Il Riformista – e anche il suo processo sarebbe da considerare di scarso rilievo. Una falsa testimonianza in un processo di ‘ndrangheta. Non una corruzione o una collusione mafiosa, né un depistaggio o peggio ancora un pestaggio. Nulla di particolarmente grave nella colonna infame dei reati che di tanto in tanto vengono contestati a fedeli servitori dello Stato e per i quali, a distanza di tempo, fioccano inevitabili archiviazioni o assoluzioni. La Cassazione ieri ha respinto il ricorso che la procura d’appello aveva proposto contro l’assoluzione che era stata pronunciata dai giudici di secondo grado, cancellando una prima condanna. Ancora una volta nulla di particolarmente grave, sono cose a cui la gente è abituata purtroppo, e quando capita che il velo dell’omertà mediatica sia squarciato e la notizia si spanda in mille rivoli minori, non sono pochi quelli che pensano che un colpevole l’abbia passata liscia e che debba ringraziare il cielo di aver scampato le manette, piuttosto che lamentarsi della lapidazione investigativa. È un problema di civiltà. Una nazione abbrutita da fughe di notizie, da arresti presentati come condanne, da conferenze stampa percepite come verdetti inappellabili, ha completamente smarrito quali sia il rigore anche etico imposto dalla presunzione di innocenza e non esercita più alcun controllo sulle notizie che provengono dagli apparati della repressione penale i quali, da anni, agiscono in perfetta simbiosi con ben collaudati e servizievoli consorzi mediatici. Ma ancora una volta nulla di particolarmente grave. Sono cose note da tempo. Per quale motivo strapparsi le vesti questa volta, cosa ci potrebbe essere di diverso da altri casi, finiti in silenzio e sopiti nell’indifferenza di tutti. Qualche tempo or sono – in tempi di leggi ad personam sfacciatamente presentate come tali (anche oggi, invero, i casi non mancano, ma tutto è più felpato e consociato) – si era pensato di inibire al pubblico ministero la possibilità di proporre appello contro le sentenze di assoluzione. La tesi dell’one shot. Il processo penale si svolge nel pieno contraddittorio, l’accusa porta le proprie prove e se il giudice le ritiene inadeguate o insufficienti l’imputato deve essere lasciato in pace. Regola semplice, forse anche ragionevole, che tuttavia è incespicata nei rilievi censori della Corte costituzionale e per ragioni che – all’epoca e tenuto conto del contesto politico della riforma – potrebbero anche comprendersi. Questo non avrebbe impedito al legislatore di por mano alla questione per altra via, imponendo a esempio rigorosi filtri gerarchici per l’impugnazione del pubblico ministero e, soprattutto, monitorando l’esito dei processi ai fini della ricostruzione delle carriere, di quelle carriere che sono esibite nei tornei correntizi come folgoranti e per le quali nessuno sa effettivamente come una retata di manette si sia conclusa o come un’indagine eccellente abbia avuto il proprio epilogo. I curricula (che la riforma Bonafede vorrebbe rendere ostensibili e pubblici) tacciono su questo profilo, certo non marginale della questione, e sono pieni piuttosto di numeri riguardanti indagini – anzi (come le si chiama ora con linguaggio inappropriato per un magistrato anche se dell’accusa) “operazioni” – e mai di riferimenti alla loro conclusione e ai verdetti definitivi. Non che questo snodo cruciale della vicenda fosse sfuggito all’attenzione delle menti più raffinate del Parlamento italiano e che non si fosse prevista una norma in proposito. Ma il 18 dicembre 2004, il presidente Ciampi rinviò alle Camere, rifiutandone la promulgazione, il testo della legge di delega al Governo per la riforma dell’ordinamento giudiziario, definitivamente approvata dalla Camera il 1 dicembre 2004, e svolse svariati rilievi, uno dei quali concernente proprio questo monitoraggio dell’esito dei procedimenti. Rilevò la Presidenza della Repubblica che la prevista «istituzione presso ogni direzione generale regionale o interregionale dell’organizzazione giudiziaria dell’ufficio per il monitoraggio dell’esito dei procedimenti, in tutte le fasi o gradi del giudizio, al fine di verificare l’eventuale sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giudiziariamente accertata della pretesa punitiva manifestata con l’esercizio dell’azione penale o con mezzi di impugnazione ovvero di annullamento di sentenze per carenze o distorsioni della motivazione, ovvero di altre situazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali» fosse in palese contrasto con gli articoli 101, 104 e 110 della Costituzione. E ancora «il monitoraggio dell’esito dei procedimenti – fase per fase, grado per grado – affidato a strutture del Ministero della giustizia, esula dalla ‘’organizzazione” e dal ‘’funzionamento dei servizi relativi alla giustizia’’, che costituiscono il contenuto e il limite costituzionale delle competenze del Ministro». Quindi, il nocciolo della questione: «inoltre, da questa forma di monitoraggio, avente ad oggetto il contenuto dei provvedimenti giudiziari, deriva un grave condizionamento dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni; in particolare, il riferimento alla possibilità di verificare livelli di infondatezza ‘’della pretesa punitiva manifestata con l’esercizio dell’azione penale” integra una ulteriore violazione del citato articolo 112 della Costituzione». Un punto invalicabile che, con grande onestà intellettuale, il messaggio di Ciampi enunciava senza alcun infingimento e dietro il quale si scorgeva anche il peso delle preoccupazioni provenienti dalla corporazione. Aleggiava il pericolo che il controllo sull’esito dei processi, operato dal Ministro della giustizia, potesse condizionare l’esercizio della giurisdizione. Non si può negare che sia vero. Il problema è, però, comprendere se esista un punto di equilibrio tra l’assenza di efficaci controlli (il Csm è, almeno formalmente, in grado di poter verificare questo aspetto quando cura la valutazione dei singoli magistrati) per lasciare tranquillo e sereno il manovratore giudiziario, e l’esigenza dei cittadini e dello Stato di prevenire il ripetersi di errori seriali da parte della stessa toga, se non dello stesso cluster di toghe non poche volte avvinte dalle medesime indagini e messe a guardia degli stessi imputati. Si badi bene, non si tratta di discutere né dei fondi per l’ingiusta detenzione da manette facili (sono i casi più gravi, ovviamente) né degli indennizzi per la irragionevole durata del processo (messi in bilancio 2020 per 180 milioni di euro), ma della necessità di scovare quelli che, in sanità, vengono definiti gli «eventi avversi» ossia i casi in cui la macchina sistematicamente si inceppa e nessuno riesce a porvi rimedio in modo celere e definitivo. Così consentire al pubblico ministero, che ha visto miseramente naufragare la propria ipotesi investigativa. di rimandare l’imputato assolto innanzi alla corte d’appello e, se ben ammanicato, anche al cospetto della Cassazione, è un danno che il sistema non può sopportare. L’obiezione è nota: le impugnazioni dei pm contro le assoluzioni sono infrequenti e non sono quelle a intasare le aule dei gradi superiori. Ma la risposta è parimenti chiara: l’impugnazione non può essere il sistema per impedire all’imputato, già proclamato innocente, di uscire per sempre dal processo e, soprattutto, per impedire un redde rationem sulle indagini.

“Causa che pende, causa che rende” proclamavano un tempo i vecchi avvocati; ma parlavano d’altro. Quando è in gioco la libertà e la dignità delle persona ogni causa che pende è una causa che rende un pessimo servizio allo Stato e alla collettività, oltre che al singolo. La riforma dell’ordinamento giudiziario voluta dal Ministro della giustizia dovrebbe fare un passo in avanti e tentare – nel percorso tracciato dal presidente Ciampi- di costruire una costante verifica sui processi per confrontarne l’esito con le indagini. Una, due, dieci, trenta assoluzioni sono fisiologiche, un nugolo non lo è più: mettere insieme ottimi e scadenti pubblici ministeri non è una buona idea, soprattutto quando sono i secondi i più assetati di notorietà e di carriera.

Francesco Bellomo per “Libero quotidiano” il 2 ottobre 2020. Domani a Catania si apre l' udienza preliminare che vede Salvini imputato per il caso della nave Gregoretti. Ancorché da tutti ricondotto al tema dei rapporti tra politica e magistratura, questo processo presenta un significativo elemento di diversità. Per comprenderlo occorre muovere da una classificazione della tipologia di reati che il politico, come ogni persona, può commettere: reati tecnici (corruzione, abuso d' ufficio, falso, riciclaggio, ecc.) e reati naturalistici (omicidio, furto, rapina, violenza sessuale, ecc.). I primi sono di gran lunga i più diffusi tra i politici, poiché presuppongono la titolarità o il contatto con cariche pubbliche e sono mossi da finalità di arricchimento. Per loro natura sono figure di delitto abbastanza elastiche, quindi una certa sproporzione tra numero di processi e numero di condanne è fisiologica. I reati naturalistici, in cui la componente materiale è predominante, sono governati da leggi scientifiche, dunque meno esposti alla discrezionalità dell' interprete. Non sempre, però, la pratica corrisponde alla teoria, specialmente quando la materia è culturalmente sensibile: in tali casi accade di frequente che l' ipotesi accusatoria sia costruita convertendo un (personale) giudizio di disvalore etico o sociale in un reato. L' accusa mossa a Salvini è un singolare ibrido tra queste due categorie: un reato naturalistico (sequestro di persona) contestato sulla base dell' esercizio di un potere tecnico-giuridico (quello derivante dalla carica di Ministro dell' interno). In questa anomalia si compendia un problema che va ben al di là della dialettica tra politica e magistratura ed assume una valenza quasi epistemologica: possono le decisioni di un giudice (e, ancor prima, le indagini di un pubblico ministero) essere influenzate da fattori estranei alle leggi che è chiamato ad applicare? Per chi abbia sufficiente conoscenza della materia la risposta è pacifica: sì. Il tema dei condizionamenti al giudizio normativo - passioni, emozioni, pregiudizi, ideologie, interessi - è vasto come la letteratura che se ne occupa. Provo a spiegarlo citando nuovamente l' aneddoto raccontato da Corrado Carnevale, a lungo presidente della I sezione penale della Corte di cassazione e destinato a diventarne primo presidente, fino a quando fu travolto dall' ondata mediatico-giudiziaria, per la sua fama di "ammazzasentenze" nei processi di mafia: «Il pubblico ministero si era limitato a chiedere la condanna precisando l' importo della multa, la difesa non aveva affrontato nessun argomento. Quando fummo in camera di consiglio, i componenti del collegio s' impegnarono in una dotta dissertazione sul trattamento pensionistico dei magistrati europei. Dopo che furono arrivati alla conclusione che, naturalmente, il peggiore trattamento pensionistico era quello dei magistrati italiani, il presidente si rivolse al collega cui spettava di redigere la motivazione della sentenza e chiese: Quantu ci damu? (la discussione si svolgeva in dialetto siciliano, cosa che non mi dispiaceva affatto). Che pena gli diamo? Scusate un momento, obiettai io: la derubata non ha riconosciuto l' accusato, testimoni non ce ne sono, la somma sottratta non si è trovata nella sua disponibilità. In base a quali elementi questo signore dovrebbe essere condannato? La domanda mi pareva legittima. Ma il presidente mi rispose: "Tu sei un sofista". Sarò pure un sofista, ma almeno spiegatemi, perché vorrei capire. E lui: "Ma tu lo sai chi è l' imputato? È un barbiere. E lo sai quand' è avvenuto il furto? Era un lunedì". Allora capii dove volessero andare a parare. E soltanto perché era barbiere, quel poveretto si beccò sei mesi di reclusione. Da allora mi sono sempre trovato a disagio nell' ambiente». Quotidianamente, nelle aule di giustizia, vengono fatti ragionamenti di questo tipo (magari un po' più raffinati), che inevitabilmente conducono al più grave dei difetti possibili per una decisione giudiziaria: l' inversione logica. La decisione precede l' argomentazione. Fortunatamente, per quanto diffuso, questo modo di operare raramente porta a danni reali, perché i procedimenti intuitivi (che a volte sarebbe più corretto chiamare istintivi) spesso conducono allo stesso risultato che si sarebbe ottenuto ragionando in termini formali. E va pur detto che, tra tutti i corpi dello Stato, la magistratura è quello mediamente più preparato, aduso sin dai primi studi a sviluppare le doti della conoscenza e della tecnica. Ma la neutralità, l' immunità da pregiudizi morali, la capacità di orientarsi in base alla logica e non ai sentimenti, sono uno stato dell' intelletto difficile da raggiungere. Né giova a tale obiettivo l' incessante pressione mediatica sui casi giudiziari di maggiore rilievo, spesso alimentata proprio dalla politica, che, a sinistra come a destra, cavalca il desiderio di sangue della piazza, immolando lo Stato di diritto (e, prima di esso, la Ragione) sull' altare del consenso. L'uso della retorica e l'appello all'emotività sono il contrario della giustizia. Anche Salvini dovrebbe rammentarlo. Ma in questo caso, forse, gli si può concedere una giustificazione: legittima difesa.

·         L’accusa conta più della difesa.

La singolare sentenza. La Cassazione ha deciso: l’accusa conta più della difesa. Giuseppe Fornari su Il Riformista l'1 Ottobre 2020. “Il consulente tecnico dell’Accusa è più attendibile di quello della Difesa”, potrebbe essere riassunta così la singolare sentenza della Cassazione Penale, Sez. III, 29 maggio 2020 (ud. 18 febbraio 2020), n. 16458, che mette nero su bianco ciò che nessuno aveva osato dire o, quantomeno, scrivere. In questa pronuncia, tanto assurda quanto pericolosa, si legge infatti, letteralmente, che «le conclusioni tratte dal consulente del PM (…) pur costituendo anch’esse il prodotto di un’indagine di parte, devono ritenersi assistite da una sostanziale priorità rispetto a quelle tratte dal consulente tecnico della difesa». Non solo: al fine di chiarire definitivamente il concetto, palesando un inaccettabile pregiudizio nei confronti della Difesa, la Corte aggiunge che «gli esiti degli accertamenti e delle valutazioni del consulente nominato ai sensi dell’art. 359 c.p.p., rivestono (…) una valenza probatoria non comparabile a quella dei consulenti delle altre parti del giudizio». Si tratta di un colpo durissimo, l’ennesimo, inferto al principio della parità delle parti processuali, al rito accusatorio, al giusto processo. Ciascuna delle parti, infatti, compreso il Pubblico Ministero (che è parte del processo, vale la pena ribadirlo), deve potersi avvalere del contributo tecnico-scientifico di esperti, ai fini dell’accertamento di fatti e circostanze di rilevanza penale, in condizioni di parità con le altre parti processuali. Detta possibilità deriva da una duplice consapevolezza: la prima, relativa alla necessità di integrare le limitate conoscenze delle parti con specifiche competenze tecniche; la seconda, relativa alla possibilità di poter fornire, in ipotesi, una spiegazione alternativa di un medesimo accadimento mediante l’applicazione di metodi e regole tecnico-scientifiche differenti, che meritano tutte, ugualmente, di essere prese in considerazione. La prova scientifica dovrà essere poi sottoposta, infatti, alla valutazione del giudice che sarà chiamato a valutarla sulla base del proprio libero convincimento, secondo gli ordinari meccanismi conoscitivi del processo penale. Egli sarà tenuto a motivare la ritenuta attendibilità della prova, anche quella di tipo scientifico, e a spiegare le ragioni per cui ritiene non attendibili le prove contrarie. Quest’onere di motivazione deriva dal valore del contraddittorio che, nel sistema accusatorio, deve essere inteso come metodo di conoscenza: ad un tempo solo, sia diritto dell’imputato che via maestra per l’accertamento. Sacrificare il principio di parità delle parti significa tradire questo valore del contraddittorio, che si trasforma così in una sorta di diritto a difendersi “se e quando possibile” anziché “come possibile”. Mi auguro che la Suprema Corte possa ravvedersi presto e affermare, così, che questa pronuncia rappresenta l’incauta espressione di un pensiero isolato, che non può e non deve trovare accoglimento nell’alveo del giusto processo.

Shock in Cassazione: "I periti dell'accusa devono avere priorità". La sentenza sancisce una "disuguaglianza" fra i pm e la difesa. Ed esplode la polemica. Massimo Malpica, Domenica 04/10/2020 su Il Giornale. Accusa e difesa sono pari davanti al giudice, ma a dirla tutta l'accusa è un po' più pari. La conclusione paradossale, e uno schiaffo in più al principio della parità delle parti processuali, arriva con la sentenza 16458 della terza sezione della Corte di Cassazione penale che ha respinto il ricorso di una signora barese condannata per aver demolito un rudere in zona con vincolo paesaggistico ricostruendo poi un nuovo fabbricato. Solo che la donna, nel ricorso, lamentava come la corte d'Appello che l'ha condannata avesse ignorato la sua consulenza di parte (che definiva l'intervento come ristrutturazione) aderendo invece in pieno alla perizia disposta dal pm. Ed eccoci al punto. Perché la Cassazione, nella sentenza, rimarca proprio come non sia censurabile la sentenza di condanna oggetto del ricorso per essersi allineata alle conclusioni del perito del pubblico ministero, e mette nero su bianco che «pur costituendo anch'esse il prodotto di un'indagine di parte, devono ritenersi assistite da una sostanziale priorità rispetto a quelle tratte dal consulente tecnico della difesa». Chiaro? Il consulente tecnico incaricato dal pm gode dunque di una maggiore attendibilità, stando alla pronuncia della Cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso. E ha affermato un precedente inquietante che fa a cazzotti, appunto, con il principio della parità delle parti. La sentenza, peraltro, insiste sul punto, definendo più avanti gli accertamenti del consulente del pm portatori di «una valenza probatoria non comparabile a quella dei consulenti delle altre parti del giudizio». Il tutto proprio perché il pm, argomenta la Terza sezione della Cassazione, sarebbe super partes, avendo «per proprio obiettivo quello della ricerca della verità», un obiettivo discutibile, nella pratica che secondo la Suprema corte è «concretamente raggiungibile attraverso una indagine completa in fatto e corredata da indicazioni tecnico scientifiche espressive di competenza e imparzialità», e al quale prosegue la sentenza, dovrebbe allinearsi anche il lavoro del consulente nominato dal pm, «dovendosi necessariamente ritenere che () operi in sintonia con tali indicazioni». Insomma, i giudici salentini che hanno condannato la donna, per la Cassazione, bene hanno fatto a fidarsi della perizia del consulente del pm senza verificare gli abusi denunciati con un ulteriore accertamento peritale, «del tutto inutile per l'accertamento dei fatti e per la speditezza del processo». Peccato che il pm «super partes» dovrebbe in realtà rimanere una parte del processo, e che l'obbligo di acquisire elementi anche a favore dell'indagato da parte del pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari è, nella pratica, piuttosto trascurata. Tanto che questa pronuncia apre una pericolosa breccia nel già fragile principio che vorrebbe il contraddittorio tra le parti nel processo svolgersi in condizioni di parità. Mentre si parla tanto di riforme nel campo della giustizia, sarebbe cosa buona che i giudici della Suprema corte non certificassero come dato assodato - oltre che condivisibile, a leggere la sentenza - lo squilibrio nel processo tra accusa e difesa.

Per la Cassazione valgono più i consulenti dell’accusa che della difesa? Caiazza: «Finalmente lo ammettono». Il Dubbio il 10 ottobre 2020. «Peccato che la parità delle parti (Pm e imputato) davanti al giudice terzo è il comando costituzionale». «Detto in parole povere, secondo la terza sezione penale della Corte di Cassazione, il parere tecnico del Consulente del Pubblico Ministero è in sé più attendibile di quello del Consulente della Difesa. Ciò deriverebbe dal fatto che il Pm è un organo pubblico, il cui compito è quello di accertare la Verità, mentre il compito del difensore è solo quello di affermare e sostenere la verità utile per la salvezza del proprio assistito». Così su Facebook il presidente dell’Unione delle camere penali italiane Gian Domenico Caiazza, commenta la sentenza della Corte di Cassazione con cui si stabilisce che il parere tecnico di un consulente della Difesa ha meno attendibilità di quello di un consulente del pm. «Naturalmente, colpisce di questa sentenza null’altro che la brutale ed esplicita chiarezza. Nessuno di noi può dirsi sorpreso da una simile affermazione, visto che noi avvocati ne scontiamo quotidianamente la ferrea vigenza nei processi che si celebrano nelle aule di giustizia. Dirò di più: se questa rivendicazione, in termini di principi generali, della superiorità degli elementi di prova raccolti dal Pm ci aiuterà a svergognare in via definitiva la storiella del processo ad armi pari davanti ad un giudice terzo ed imparziale, ben venga questa sentenza. Così almeno la piantiamo di raccontare favole», prosegue Caiazza.

C’è un piccolo particolare, però, segnalo il capo dei penalisti italiani: «La parità delle parti (Pm e imputato) davanti al giudice terzo è il comando inequivoco dettato dall’art. 111 della Costituzione. E questa sentenza, ed il principio che essa afferma, letteralmente si fa beffe, ed anzi sovverte, quanto preteso senza equivoci dalla nostra Costituzione». È  vero, segnala Caiazza, che il codice di rito imporrebbe «al Pubblico Ministero di ricercare le prove anche favorevoli all’imputato: ma si tratta, come è a tutti noto, di una delle norme -forse la norma- più inapplicabile e infatti più disapplicata del nostro codice di procedura penale. Ed è giusto che sia così: il Pubblico Ministero onesto, equilibrato e sereno può e deve prendere atto della prova che demolisce il proprio teorema accusatorio, se in essa si imbatte; ma pretendere che ne vada alla ricerca è pura accademia, figlia peraltro della idea inquisitoria del processo che non distingue accusatore e giudice», insiste il presidente dell’Ucpi. Nella realtà, poi, secondo Caiazza, il principio affermato dalla Cassazione viene sistematicamente smentito. «Non si comprende d’altronde per quale misterioso motivo il parere dell’esperto balistico o chimico o tanatologico nominato dal PM dovrebbe avere valore ed attendibilità scientifiche superiori a quelle dei suoi colleghi nominati dalla difesa. Al contrario, nel proprio sforzo confutativo della tesi accusatoria è assai frequente che l’imputato, soprattutto se è in grado di sostenerne le spese, nomini consulenti più qualificati, e spesso di gran lunga più qualificati, di quelli nominati dall’ufficio di Procura», rimarca Caiazza. «La valutazione del Giudice, dunque, non può che essere di merito: assegnare questo odioso ed ingiustificabile vantaggio all’accusa, e dunque questo pesante handicap alla difesa, la dice lunga sulla idea che i giudici nutrono, nel nostro Paese, del processo accusatorio. La magistratura italiana è, davvero con rarissime eccezioni, irrimediabilmente ostile al sistema processuale accusatorio, all’idea del processo delle parti, alla formazione della prova in dibattimento in un contraddittorio paritario», argomenta il capo dei penalisti.

Poi l’arringa finale: «Il sistema accusatorio, infatti, diffida della prova raccolta da PM e polizia giudiziaria in solitudine, interrogando testi nel chiuso di uno stanzino di una caserma, e nominando consulenti il cui lavoro – e la cui conferma in successivi incarichi – è fortemente condizionato dalla inclinazione a compiacere e supportare la tesi dell’Accusa. Tutto questo materiale, nel processo accusatorio, vale tutt’al più ai fini di rinviarti a giudizio; poi è carta straccia o poco più, perché la prova andrà formata alla luce del sole, in dibattimento, davanti ad un giudice terzo. Un sistema indigeribile per la magistratura italiana, che sin dal primo giorno del nuovo codice ha infatti provveduto a mutilarne i connotati distintivi, e da allora non ha mai smesso. Quest’ultima è solo una piccola ciliegina su una torta sontuosamente imbandita nel corso degli anni; in barba a Giuliano Vassalli, all’art. 111 della Costituzione, ed alle fastidiose pretese paritarie del difensore, che con la ricostruzione della verità ha poco o niente a che fare. Quello è il lavoro dei Pubblici Ministeri, perbacco!», conclude Caiazza.

“Consulenti del pm più attendibili”: l’assurdo della Suprema corte dimostra quanto sia urgente la riforma dell’avvocato in Costituzione. Alessandro Parrotta, Avvocato, direttore Ispeg – Istituto per gli studi politici, economici e giuridici, su Il Dubbio il 18 ottobre 2020. Secondo la Cassazione “la consulenza dell’Ufficio di Procura” è “assistita da una sostanziale priorità” rispetto alla consulenza della difesa, “anche se costituisce il prodotto di un’indagine di parte”. È la dimostrazione che la battaglia del 1999 per la modifica dell’articolo 111 è una vittoria di Pirro. E che le incrostazioni retrograde della nostra giustizia impongono una nuova, storica sterzata. Nella sentenza della terza sezione penale della Suprema corte si legge che la consulenza dell’Ufficio di Procura è “assistita da una sostanziale priorità” rispetto alla consulenza della difesa, “anche se costituisce il prodotto di un’indagine di parte”. L’affermazione della Cassazione ha immediatamente spinto la mente dei giuristi a recuperare il testo della legge costituzionale 23 novembre 1999, numero 2, relativa all’inserimento dei principi del giusto processo nell’articolo 111 della Costituzione, e con questa i lavori preparatori in seno a quella che fu la Tredicesima Legislatura. A distanza di poco tempo dalla stesura della prima bozza di proposta relativa all’inserimento della figura dell’avvocato nella Carta costituzionale, l’arresto giurisprudenziale appena ricordato ingenera non poche perplessità e lascia basiti proprio gli avvocati, se non fosse che proprio il presidente emerito della Corte di Cassazione Giovanni Canzio fu uno dei primi magistrati a unirsi all’iniziativa del Cnf sull’inserimento in Costituzione della figura dell’avvocato, per mettere in evidenza l’esigenza di modificare la Carta Fondamentale. Come brillantemente illustrava il Presidente, la necessità di una riforma in tal senso è ricollegabile al principio dell’autonomia e dell’indipendenza della difesa, tassello irrinunciabile della professione forense. E allora, rileggendo i resoconti stenografici d’aula del Senato della Repubblica della seduta numero 549 del 18 febbraio 1999 di esame al nuovo articolo 111 della Costituzione, si coglie tutta la forza e tutta la volontà di rinvenire un equilibrio tra Accusa e Difesa, quali parti processuali aventi pari dignità. La parità tra accusa e difesa è un minimo necessario, dovuto anche se non esplicitamente riconosciuto, almeno implicitamente ricavabile: uguaglianza significa uguali davanti alla legge, uguali nella possibilità di difendersi attraverso un contraddittorio tra le parti che si svolga in condizioni di parità, in ossequio al sacrosanto principio della presunzione di innocenza e della trasparenza dei processi. Mutuando ancora il pensiero filosofico, ricordo che per Locke, il grande ispiratore della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del liberalismo, l’eguaglianza era l’eguale godimento della libertà: il problema però è un altro, “il vero dibattito sul giusto processo si svolge, in realtà, al di fuori di quest’aula”, così annotava il senatore Gasperini nel corso di quell’esame parlamentare, lasciando intendere che il terreno sul quale si gioca la parità dei ruoli è quello del processo, nelle aule di giustizia. Sottomettere un principio fondamentale, riconosciuto in tutti i Paesi civili del mondo, a finalità applicative contingenti non è coerente né con l’esigenza di chiudere velocemente alcuni capitoli processuali pendenti, né con la parità tra le parti, né tantomeno con la terzietà del giudice che —preferendo una parte piuttosto che un’altra — tanto terzo non pare. “Diritto alla difesa e parità con l’accusa non sono forse già sanciti come princìpi e ampiamente condivisi dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo? Dobbiamo tornare a far battaglia per una giustizia che sia degna di tale nome?”. Così chiudeva il suo intervento il già citato senatore Gasperini. Pare anacronistico dover tornare sul “giusto processo” a distanza di ormai 20 anni, quando il principio è ormai più che maggiorenne. Appare straordinario dover ripetere qui concetti che sono ormai nella coscienza di ogni tecnico del diritto, recepiti anche nell’ambito dell’esperienza di ogni giorno: le parti devono essere poste su un piano di parità tra loro; il giudice deve essere terzo; la prova si acquisisce in dibattimento, dove si valuta la sua attendibilità, sia che provenga dall’una sia che provenga dall’altra parte, e con questi mezzi si può raggiungere il fine del processo, che è l’accertamento della verità. E allora torniamo alle parole del presidente Canzio che appaiono ancora più condivisibili e trovano la loro ragione nel meccanismo di inserire in coda al secondo comma dell’articolo 111 la seguente affermazione: “Salvo i casi espressamente previsti dalla legge, nel processo le parti sono assistite da uno o più avvocati, i quali, al fine di garantire l’effettività della tutela giurisdizionale, esercitano l’attività professionale in condizione di libertà e indipendenza”. Poche righe ma che portano il peso specifico del profilo dell’avvocato, figura divisa tra il dovere di osservare la Legge e quello di difendere – da qualsiasi accusa – l’assistito, e per questo sinonimo di libertà. E la parità si apprezza ancor più nel momento di formazione della prova, determinante in quanto funzionalmente idonea a contrastare, neutralizzandola, quella mentalità retrograda, ma ancora oggi assai dura a morire, secondo cui l’istruttoria dibattimentale rappresenti non già il momento e la sede di formazione della prova sui fatti di causa addotti a carico dell’imputato, bensì “una sorta di ultima spiaggia della difesa, in cui le viene garantita la possibilità di confutare la prova del fatto-reato già formatasi e perfezionatasi nel corso delle indagini”, come annotava anche il senatore Mungari, sempre nei corposi lavori preparatori. E come se non bastasse a svilire il ruolo dell’avvocato, come qui già detto, arriva la riforma penale che annichilisce ogni speranza di equilibrio giuridico che si coglieva nel lontano 1999, quando il Parlamento lavorava alla parità delle armi tra Accusa e Difesa. Serve maggior confronto, serve ascolto, dell’avvocato, soprattutto.

Magistrati corrotti? Per Gratteri la colpa è degli avvocati. Davide Varì su Il Dubbio l'1 ottobre 2020. Per il procuratore Gratteri l’ordine degli avvocati e le camere penali dovrebbero vigilare sui colleghi che corrompono i poveri magistrati. Di chi è la colpa della deriva morale della magistratura? Ma degli avvocati naturalmente. La singolare teoria arriva dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri il quale riconosce che sì: nella magistratura italiana «c’è anche un problema corruzione», ma la responsabilità è degli avvocati che non denunciano: «Noi magistrati guadagniamo bene, io sono contento dello stipendio che ho – riconosce Gratteri – quindi il resto si chiama ingordigia, e allora bisogna essere feroci nei confronti di questi magistrati che commettono reati ricevendo soldi e regalie. Ben vengano, dunque, queste indagini per scoprire un problema che c’è ed esiste, che molti avvocati sanno che esiste, quindi mi auguro che ci siano avvocati che denuncino queste corruzioni, che non sopportino che i loro colleghi più spregiudicati riescano a vincere una causa o ad avere un’assoluzione perché riescono a trovare il canale per pagare». Per Gratteri, «ci vorrebbe, dunque, maggiore attenzione anche da parte del Consiglio dell’ordine degli avvocati e delle Camere penali, non solo del Csm, Ufficio ispettivo perché gli avvocati sono i primi a sapere quello che accade nei tribunali, nelle cancellerie e dietro le quinte di un processo». Dopo la lezione sulla reale missione degli avvocati, il procuratore Gratteri è poi passato ai suoi cavalli di battaglia, al repertorio classico. A cominciare dalle presunte scarcerazioni dei boss in tempi di Covid:«La verità è che si è cavalcata la tigre, e sono usciti minimo 8mila detenuti. Fra questi anche gente detenuta al 41bis. E stato un pessimo segnale anche perché è avvenuto un mese dopo le rivolte nelle carceri». E il fatto che lo stesso ministro della giustizia abbia spiegato più e più volte – non ultimo ieri – che il numero degli scarcerati dell’alta sorveglianza non ha mai superato le «223 unità», il procuratore Gratteri, e con lui la solita schiera di indignati – continua a raccontare una storia diversa e non suffragata da fatti e prove. Senza contare che ognuna di quelle scarcerazioni è stata decisa da un magistrato di sorveglianza che, giustamente, ha seguito le nostre leggi e la nostra Costituzione. Ma questo, per qualcuno, evidentemente è un dettaglio.

La ramanzina di Di Matteo: «Avvocati, state dalla parte sbagliata». Errico Novi su Il Dubbio il 19 settembre 2020. A un convegno di penalisti il pm Di Matteo parla degli avvocati come se si trattasse dei repubblichini a Salò. “Dalla parte sbagliata si muore”. Solo che la canzone di Francesco De Gregori, “Il cuoco di Salò”, parla di fascisti, di repubblichini. Adesso che Nino Di Matteo ritenga la parte opposta alla sua sbagliata quanto le brigate nere dopo l’ 8 settembre, è francamente esagerato. Sorprende che Di Matteo espliciti, come ha fatto ieri a un convegno organizzato dalla Camera penale di Palermo, un’idea finora apparsa solo sottintesa, tra le righe di sue precedenti dichiarazioni. L’idea cioè che l’avvocatura sia, generalmente, un nemico, addirittura un «ariete» schierato appunto «dalla parte sbagliata», contro quelli da lui definiti «i magistrati liberi e intelligenti». Tra l’altro ne parla a proposito delle toghe, come quelle coinvolte nel caso Procure, intente a tramare con «parti importanti delle istituzioni» per «sbarrare la strada a chi veniva considerato cane sciolto», cioè «quei magistrati considerati non controllabili». A parte il fatto che non è chiaro né a quali trame ci si riferisca né cosa c’entri la classe forense. Ma il togato Di Matteo si è accorto o no che quando gip come il povero Vinicio Cantarini di Rimini sono stati quasi linciati per aver osato firmare ordinanze cautelari in dissenso dalla curva forcaiola, i soli a difenderli sono stati gli avvocati ( e il loro giornale, ossia il Dubbio)? E sempre il consigliere Di Matteo ha dato uno sguardo alle parole pronunciate nell’ultimo lustro, innanzitutto dal presidente Andrea Mascherin, a ogni inaugurazione dell’ano giudiziario del Cnf, riguardo la riforma dell’avvocato in Costituzione, proposta come scudo da assicurare ai magistrati contro i tentativi della politica di insidiarne l’indipendenza? Vogliamo per caso ricordare, consigliere Di Matteo, che a disegnare l’ordinamento della giustizia italiana per come lo conosciamo ( organo di governo autonomo a maggioranza togata, indipendenza assoluta del pubblico ministero) è stato un avvocato, Piero Calamandrei? Ma comunque sarebbe ingiusto replicare a Di Matteo senza ricordare che, come spesso gli capita, anche al convegno dei penalisti palermitani di ieri ne ha avute per tutti, non solo per gli avvocati. Il primo della lista in fondo resta Alfonso Bonafede. Di Matteo ha di nuovo silurato la riforma del Csm, che secondo lui ha «più ombre che luci». Non ha risparmiato i colleghi, soprattutto chi ha assunto la stessa carica da lui oggi ricoperta di consigliere superiore: «Ho già detto che il metodo dell’appartenenza, privilegiato nelle scelte sulla carriera di un magistrato, è un metodo, nelle logiche, dell’agire mafioso: lo dico e lo confermo». Poi però ci piacerebbe rilevare che sempre da lui, il pm antimafia, il titolare dell’indagine sulla trattativa, si è ascoltata ieri una delle più lucide analisi sulla crisi della magistratura: «Temo che stia cambiando il dna dei giovani magistrati: prima noi ci accapigliavamo per avere l’assegnazione del processo ritenuto più interessante o potenzialmente più rischioso, oggi la gerarchizzazione degli uffici ha favorito quella ricerca delle cosiddette medagliette, degli incarichi che servono a poter dire, quando si aspira a un direttivo, “ho già coordinato un gruppo” o “ho collaborato con il dirigente dell’ufficio”. Così si crea figura di un magistrato che piuttosto che fare giustizia vuole ottenere la gratitudine del proprio dirigente». Ecco, con magistrati liberi e intelligenti come Di Matteo si potrà essere in disaccordo su molte cose, ma mai schierarsi «contro» come in una guerra.

Scoppia la polemica. Il grillino Nicola Morra contro gli avvocati: “La giustizia non funziona per colpa vostra”. Angela Stella su Il Riformista il 23 Settembre 2020. L’avvocatura è chiaramente sotto attacco e da più fronti. Ormai è prassi che gli avvocati vengano aggrediti verbalmente e ricevano anche minacce di morte da quel “Tribunale del Popolo” che non accetta che difendano anche il peggiore dei criminali; ieri però è arrivato anche un duro attacco da un esponente di spicco del Movimento Cinque Stelle, Nicola Morra, Presidente della Commissione Antimafia, che in un post su Facebook ha scritto: «Nel 1996 in Italia avevamo 87mila quasi iscritti all’albo degli avvocati. Nel 2019 erano 245mila, quasi tre volte quelli di 23 anni prima. Con una popolazione italiana che è aumentata nel frattempo di poco più del 5%. Facciamoci qualche domanda. Forse capiremo perché abbiamo qualche problema nell’amministrazione della giustizia». Quindi, mentre il Ministro Bonafede qualche tempo fa diceva «guardo all’avvocato in Costituzione con particolare favore», Morra sembra ignorare i reali problemi che stanno attanagliando la giustizia e incolpa gli avvocati. Parole definite «inaccettabili, offensive e fuori luogo» dall’Aiga, l’Associazione italiana giovani avvocati che chiede anche «con forza una presa di posizione» da parte del responsabile di via Arenula. Ma qualche giorno fa è stato il consigliere del Csm Nino Di Matteo, in un convegno organizzato dalla Camera Penale di Palermo, a lanciare delle pesanti accuse nei confronti dell’avvocatura: evidenziando come negli ultimi 20-30 anni non vi sia stata una guerra tra magistratura e politica, ma «un’offensiva unilaterale, e organizzata molto bene, da un sistema malato e alimentato da una parte consistente e trasversale della politica e da una parte della stessa magistratura», ha aggiunto che bisogna prendere atto che anche l’avvocatura «con i suoi organismi rappresentativi si è schierata dalla parte sbagliata, da quella del potere di coloro che attaccavano i magistrati liberi, coraggiosi e indipendenti, attaccando chi partecipava ai dibattiti organizzati da un partito politico, o accusato di politicizzazione coloro che hanno osato alzare il livello e l’asticella delle indagini, anche nei confronti di esponenti di governo o dell’opposizione. Non ha avuto la forza e l’intelligenza per attaccare quei rapporti, quelli sì di vero collateralismo politico tra una parte dei magistrati e il potere politico». Dallo stesso convegno però è arrivata la risposta esemplare di Gian Domenico Caiazza, Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane: «Noi contestiamo la premessa del suo ragionamento, consigliere Di Matteo. Noi ci occupiamo come professionisti nella nostra vita e come associazione politica del tema del rispetto delle regole processuali. Noi non abbiamo da schierarci per la corruzione o contro la corruzione, per la buona politica o contro la cattiva politica. Noi dobbiamo essere sicuri che il giudice chiamato a giudicare – non di un fenomeno di corruzione politica – ma delle responsabilità di Tizio o di Caio o di Sempronio, che hanno un nome e un cognome, ragioni su Tizio, su Caio e su Sempronio. Questo è preteso dal nostro sistema costituzionale prima e processuale dopo. Qual è la degenerazione che noi abbiamo visto negli ultimi, diciamo, 25 anni di amministrazione della giustizia in questo Paese in modo chiaro? È che ci si è sempre più allontanati da questa urgenza inderogabile: che il processo penale non divenisse un luogo dove si risolvono le questioni sociali e politiche, ma è il luogo dove si giudica la responsabilità individuale». Ieri Caiazza ha aggiunto un commento al nostro giornale: «Se il confronto con Nino Di Matteo è stato franco, leale e segnato dal rispetto reciproco, a Morra non è nemmeno possibile replicare, dato il livello desolante dei suoi poveri ragionamenti. Posso tutt’al più parafrasarlo. Dunque dirò: ascoltiamo Morra e facciamoci qualche domanda. Forse capiremo perché abbiamo qualche problema nell’amministrazione del Paese».

Morra versione Erdogan: “Troppi avvocati, ecco il problema della Giustizia”. Il Dubbio il 21 settembre 2020. “Il problema della giustizia italiana? La crescita esponenziale del numero di avvocati”. Parola di Nicola Morra. Quel Nicola Morra, il grillino presidente della Commissione Antimafia che ha trasformato la stessa commissione in una succursale di una procura.

Fatto. “Il problema della giustizia italiana? La crescita esponenziale del numero di avvocati”. Parola di Nicola Morra. Quel Nicola Morra, il grillino presidente della Commissione Antimafia che ha trasformato la stessa commissione in una succursale di una procura. Fatto sta che secondo Morra gli avvocati italiani sono tanti, anzi: troppi. Un’idea che deve aver mutuato dal presidente turco Erdogan il quale sta risolvendo l’eccessiva presenza di avvocato a modo suo.

Ma vale la pena leggere il testo integrale i Morra:

“Osservate questa tabella, per quanto non sufficientemente nitida. Nel 1996 in Italia avevamo 87mila quasi iscritti all’albo degli avvocati. Nel 2019 erano 245mila, quasi tre volte quelli di 23 anni prima. Con una popolazione italiana che è aumentata nel frattempo di poco più del 5%. Facciamoci qualche domanda. Forse capiremo perché abbiamo qualche problema nell’amministrazione della giustizia”.

La polemica. Dopo Davigo e Di Matteo, l’Antimafia attacca gli avvocati: “Sono troppi”. La replica: “Come Erdogan”. Redazione su Il Riformista il 22 Settembre 2020. “Nel 1996 in Italia avevano 87mila avvocati, nel 2019 245mila, quasi il triplo in 23 anni. Facciamoci qualche domanda. Forse capiremo perché abbiamo qualche problema nell’amministrazione della giustizia”. Hanno fatto infuriare il mondo forense le parole di Nicola Morra, senatore e presidente della Commissione Antimafia. Dichiarazioni che arrivano a mesi di distanza da quelle già pronunciate dai magistrati Piercamillo Davigo e Nino Di Matteo. Parole definite “inaccettabili, offensive e fuori luogo” dall’Aiga, l’associazione italiana giovani avvocati. “In diversi Stati del mondo (non da ultima la Turchia)  – si legge in una nota – gli avvocati vengono perseguitati, condannanti, portati alla morte, perché rei di esercitare il loro mandato difensivo nell’interesse della Giustizia”. “Una violazione assoluta dei diritti di libertà, difesa e di tutti i valori umani più elementari. Aiga critica aspramente le parole di Morra, che ricopre un ruolo apicale nelle nostre Istituzioni ma che, forse, ne dimentica l’importanza sminuendo la figura dell’Avvocato ed il diritto di difesa che ne rappresenta la più alta estrinsecazione” prosegue la nota. “In un paese come l’Italia, che ha visto anche gli Avvocati cadere per mano mafiosa (è di poche ore la motivazione della Corte di Assise di Palermo che, con oltre 600 pagine ha spiegato come l’omicidio di Enzo Fragalà sia stato un omicidio contro l’Avvocato nell’esercizio della sua funzione) – dichiara il Presidente Nazionale Aiga Antonio De Angelis – è insostenibile che gli Avvocati si debbano difendere anche e soprattutto dallo Stato”. La nota si conclude con una appello a Bonafede, ministro della Giustizia, a cui Aiga “chiede con forza una presa di posizione” ed “auspica che, al di là di questa triste vicenda, permanga nelle istituzioni un rispetto imprescindibile e doveroso verso la nostra categoria”. Dura anche la posizione del Movimento Forense che, in una nota del presidente Massimiliano Cesali, ritiene “le affermazioni del Sen. Morra infondate oltre che gravissime, soprattutto perché provengono da chi si occupa di lotta alla criminalità e difesa dei diritti del cittadino, attuata proprio mediante gli Avvocati. Dopo Davigo e Di Matteo anche Morra ritiene che gli avvocati, come per Erdogan, siano un intralcio alla Giustizia. Auspichiamo che il Ministro di Giustizia Bonafede, il Consiglio Nazionale Forense e l’Organismo Congressuale Forense prendano una posizione circa tali affermazioni stigmatizzandole, in primis rammentando al Senatore Morra l’importanza della funzione dell’avvocato e, comunque, evidenziando che gli avvocati non hanno alcuna possibilità di incidere nel funzionamento del sistema giustizia completamente in mano agli amministrativi ed ai Magistrati. Da ultimo, MF chiede anche agli avvocati che siedono sugli scranni del Parlamento, di prendere le distanze dalle gravi affermazioni del Presidente della Commissione Antimafia”.

La soluzione turca di Morra: troppi avvocati, tagliamoli. Davide Varì su Il Dubbio il 23 settembre 2020. Morra ha le idee molto chiare ed è convinto che per eliminare i problemi della nostra malandata giustizia sia sufficiente dare una sforbiciata al numero di avvocati e, visto che ci siamo, agli inutili “lacci e lacciuoli” rappresentati dai diritti e dalle garanzie. “Il problema della giustizia italiana? Il numero eccessivo di avvocati». Non è un fuori onda del dottor Piercamillo Davigo – neanche lui ha mai osato tanto – né un messaggio a reti unificate del presidente turco Erdogan che considera gli avvocati al pari di criminali incalliti per il solo fatto di svolgere il proprio dovere e assicurare il diritto di difesa. No, stavolta Erdogan non c’entra nulla. La frase è del presidente della commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra. Il quale Morra ha le idee molto chiare ed è convinto che per eliminare i problemi della nostra malandata giustizia sia sufficiente dare una sforbiciata al numero di avvocati e, visto che ci siamo, agli inutili “lacci e lacciuoli” rappresentati dai diritti e dalle garanzie. I giovani avvocati dell’Aiga sono stati tra i primi a reagire e hanno ricordato al presidente Morra quanto segue. Primo: «In diversi Stati del mondo (non da ultima la Turchia) gli avvocati vengono perseguitati, condannati, portati alla morte, perché rei di esercitare il loro mandato difensivo nell’interesse della Giustizia». Secondo: «In un paese come l’Italia, che ha visto anche gli avvocati cadere per mano mafiosa, è insostenibile che si debbano difendere anche e soprattutto dallo Stato». Terzo: «Aiga – per voce del presidente Antonio De Angelis chiede con forza una presa di posizione del ministro Alfonso Bonafede nei suoi confronti». Degne di nota le parole del presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni, pentastellato e avvocato di professione: «La giustizia italiana è un sistema malato da anni e anni, soprattutto di inefficienza», dice Perantoni, «per questo stiamo realizzando un’azione riformatrice che ne aumenta le risorse umane e finanziarie. Il presidente Morra, dunque, non coglie nel segno: puntare il dito contro l’Avvocatura, così come contro ogni altra categoria, è conseguenza di analisi semplicistiche». Il presidente della commissione Giustizia ricorda che «con la sua funzione insostituibile l’Avvocatura garantisce appieno l’amministrazione della giustizia. Ma si tratta di incomprensioni che non influenzeranno il nostro comune lavoro per le riforme», conclude Perantoni. Ma l’isolamento di Morra nel Movimento diventa plastico qualche ora dopo, quando arriva un comunicato a firma dei deputati del Movimento 5 Stelle in Commissione giustizia della Camera: «Gli avvocati sono una risorsa fondamentale per il Paese, oltre che una delle pietre angolari del sistema della giustizia». A dire il vero Morra non è nuovo a queste intemerate. E rimasta negli annali, e per fortuna solo lì, la sua idea di creare un “bollino blu” – proprio così disse: bollino blu – per avvocati e professionisti in modo da verificare e validare la loro tenuta morale ed etica: «Nel contrasto alla criminalità organizzata – spiegò entusiasta Morra – si partirà anche da quella parte dell’economia sana che rischia di essere inquinata: uno strumento potrebbe essere l’istituzione di un “bollino blu” per gli iscritti ai vari Ordini professionali. Penso a una sorta di controllo di filiera etica che possa rappresentare una certificazione di moralità». L’altra passione del presidente Morra sono le “black-list”: le famigerate liste di candidati impresentabili che egli presenta a ogni elezione. A dire il vero Morra all’inizio era molto, molto rigido e nella lista nera finivano persone anche soltanto indagate. Ma poi è accaduto che anche qualche collega grillino è finito nei guai con la giustizia e così il nostro ha preferito limitarsi ai soli condannati. In ogni caso Morra sembra aver trasformato la commissione antimafia in una sorta di succursale delle procure. Ma un consiglio vogliamo darglielo: il presidente dell’Antimafia potrebbe cercare tra gli archivi di palazzo san Macuto la relazione di minoranza con cui, nel 1976, Pio La Torre e Cesare Terranova spiegarono il motivo per cui rifiutarono di consegnare alla stampa i nomi dei politici “chiacchierati”: «Il nostro compito è quello di fornire al governo e al Parlamento uno spaccato della situazione, una serie precisa di indicazioni per realizzare le riforme economiche, sociali e politiche in senso non mafioso». E ancora: «Siamo contrari all’equivoco che si è ingenerato: che cioè la commissione parlamentare fosse una specie di “giustiziere del Re”, una sorta di comitato di salute pubblica destinato a far cadere testa su testa». Ah, quasi dimenticavamo : Pio La Torre e Cesare Terranova furono ammazzati dalla Mafia.

L’Aiga a Morra: “Parole gravissime, sminuisce il diritto di difesa, intervenga Bonafede”. Il Dubbio il 22 settembre 2020. “Le dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, secondo cui“Il problema della Giustizia? E’ la crescita esponenziale del numero di avvocati.”, sono inaccettabili, offensive e fuori luogo, a maggior ragione in un momento delicato come quello che stiamo vivendo”. “Le dichiarazioni rilasciate poche ore fa dal Presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, secondo cui“Il problema della Giustizia? E’ la crescita esponenziale del numero di avvocati.”, sono inaccettabili, offensive e fuori luogo, a maggior ragione in un momento delicato come quello che stiamo vivendo”.  E’ la dura presa di posizione dei giovani avvocati dell’Aiga che replicano in questo modo alle parole del presidente dell’Antimafia, il grillino Nicola Morra. Morra si era lasciando andare a considerazioni decisamente ardite  sul numero di avvocati presenti in Italia: “Nel 1996 – ha infatti scritto Morra – in Italia avevamo 87mila quasi iscritti all’albo degli avvocati. Nel 2019 erano 245mila, quasi tre volte quelli di 23 anni prima. Con una popolazione italiana che è aumentata nel frattempo di poco più del 5%. Facciamoci qualche domanda. Forse capiremo perché abbiamo qualche problema nell’amministrazione della giustizia”. Ma gli avvocati dell’Aiga spiegano a Morra: “In diversi Stati del mondo (non da ultima la Turchia) gli avvocati vengono perseguitati, condannanti, portati alla morte, perché rei di esercitare il loro mandato difensivo nell’interesse della Giustizia.Una violazione assoluta dei diritti di libertà, difesa e di tutti i valori umani più elementari. Aiga critica aspramente le parole di Morra, che ricopre un ruolo apicale nelle nostre Istituzioni ma che, forse, ne dimentica l’importanza sminuendo la figura dell’Avvocato ed il diritto di difesa che ne rappresenta la più alta estrinsecazione. In un paese come l’Italia, che ha visto anche gli Avvocati cadere per mano mafiosa (è di poche ore la motivazione della Corte di Assise di Palermo che, con oltre 600 pagine ha spiegato come l’omicidio di Enzo Fragalà sia stato un omicidio contro l’Avvocato nell’esercizio della sua funzione) – dichiara il Presidente Nazionale Aiga Antonio De Angelis – è insostenibile che gli Avvocati si debbano difendere anche e soprattutto dallo Stato.In considerazione della gravità delle dichiarazioni di Morra, altamente lesive della reputazione dell’intera classe forense, Aiga chiede con forza una presa di posizione del Ministro Alfonso Bonafede nei suoi confronti ed auspica che, al di là di questa triste vicenda, permanga nelle istituzioni un rispetto imprescindibile e doveroso verso la nostra categoria”.

Morra vuole gli avvocati col “bollino etico”. Zanettin: no a schedature. La proposta shock del nuovo presidente della Commissione antimafia. Errico Novi su Il Dubbio il 30 novembre 2018. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha sicuramente un’interlocuzione intensa con gli avvocati. Scossa da qualche caso diplomatico – su tutti la frase scappata via in una dichiarazione che qualificava i difensori dei «ricchi» come «azzeccagarbugli» – ma comunque corretta, come ha riconosciuto anche il presidente dell’Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza alla manifestazione di venerdì scorso. Come si possa conciliare un simile costruttivo atteggiamento con l’idea di «un bollino blu» per certificare la moralità dei professionisti è però quesito a cui è difficile rispondere. Tanto più che ad avanzare la proposta non è un parlamentare qualsiasi ma il presidente dell’Antimafia Nicola Morra; e che il massimo vertice di Palazzo San Macuto proviene dalla stessa forza politica di Bonafede, il Movimento cinquestelle. Morra ha accennato a quell’ipotesi in una conversazione con l’Ansa di alcuni giorni fa. Vi ha squadernato le priorità della nuova commissione parlamentare Antimafia. Ci sono propositi interessanti e ambiziosi come l’eliminazione del segreto di Stato, altri controversi come la commissione d’inchiesta sulla “Trattativa Stato- Mafia” e altri ancora enunciati in continuità con la presidenza Bindi, come il «comitato sulla massoneria». Posizioni che si possono discutere e non condividere, ma politicamente più che legittime. C’è però poi quell’altro, singolare passaggio della conversazione di Morra con l’Ansa: «Nel contrasto alla criminalità organizzata si partirà anche da quella parte dell’economia sana che rischia di essere inquinata: uno strumento potrebbe essere l’istituzione di un "bollino blu" per gli iscritti ai vari Ordini professionali. Penso a una sorta di controllo di filiera etica che possa rappresentare una certificazione di moralità». Andiamo con ordine, è il caso di dire. Prima di tutto il concetto di “filiera”. Dà l’idea di un giudizio che deve essere espresso da una catena informale, magari animata anche da sospetti, validata da fonti non istituzionali, non autorevoli ( in senso formale), potenzialmente inclina anche alla mera delazione. Possibile? L’impressione che Morra non alluda all’ordinaria cornice dei procedimenti disciplinari è suggerita soprattutto da quella certificazione di «moralità». Concetto che, per un professionista, a cominciare dagli avvocati, o produce fatti di rilievo disciplinare o anche penale, oppure è irrilevante. Gli illeciti tipizzati sono già sottoposti all’accertamento e all’eventuale sanzione interna da parte – per esempio e sempre per restare agli avvocati – dei Consigli di disciplina degli Ordini forensi e successivamente del Consiglio nazionale forense. Non a caso ieri un avvocato che siede in Parlamento, l’azzurro Pierantonio Zanettin, ha avanzato anche l’ ipotesi che Morra, semplicemente, non si riferisse alla professione legale. «Immagino che non pensi ad un "bollino blu" per gli avvocati», ha dichiarato. Ma poi ha aggiunto: «Ricordo al presidente Morra che gli avvocati hanno già un preciso codice deontologico e che sono soggetti dall’ordinamento professionale a un rigoroso controllo disciplinare». Appunto: i Consigli di disciplina degli Ordini e il Cnf, che è anche organo giurisdizionale. Il parlamentare di Forza Italia, che è stato anche laico al Csm nell’ultima consiliatura, aggiunge di essere pronto ad opporsi «con ogni energia a qualsiasi ipotesi di controllo politico sul libero esercizio della professione forense». Contattato da Dubbio, il presidente Morra spiega di «non voler alimentare polemiche» e che, per questo, preferisce non replicare. Il tema però adesso è sul tavolo. E andrà affrontato. Anche perché, come detto, finora l’interlocuzione tra governo, Parlamento e professione forense è stato tanto aspro nel dissenso sul merito di alcune proposte – stop alla prescrizione, legittima difesa – quanto reciprocamente rispettoso. Basti pensare che alcuni giorni fa il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone ha i riunito i rappresentanti di tutte le professioni vigilate da via Arenula per discutere di un rafforzamento delle norme sull’equo compenso, senza escludere l’ipotesi di estenderne i princìpi ai rapporti con tutti i clienti privati. Un incontro al quale è intervenuto anche il Cnf, rappresentato dalla consigliera segretaria Rosa Capria, e al termine del quale Morrone ha assicurato di valor valorizzare «l’attività dei professionisti, che hanno un ruolo di primo piano nella società», in modo da «risolvere, nel più breve tempo possibile, i principali problemi, comuni a tutti gli Ordini, per troppo tempo sottostimati». E soprattutto, andrebbe considerata la disponibilità mostrata dal ministro vigilante, il guardasigilli Bonafede, su una proposta, di segno opposto a quella di una certificazione extraordinistica, avanzata proprio dagli avvocati. Al Congresso forense dello scorso ottobre, Bonafede ha detto di voler studiare il modo per introdurre «l’avvocato in Costituzione», ossia il riconoscimento della libertà e indipendenza della professione messo a punto dal Cnf. In quella proposta di legge costituzionale si richiama anche «la funzione giurisdizionale sugli illeciti disciplinari dell’avvocato» da parte dell’ «organo esponenziale della categoria forense, eletto nelle forme e nei modi previsti dalla legge». Quindi, Bonafede ha espresso – e lo ha fatto ripetutamente – la propria condivisone complessiva su una ipotesi di modifica costituzionale che implicherebbe proprio il riconoscimento della funzione giurisdizionale esercitata dal massimo organo dell’avvocatura. Eppure su tale funzione e sull’efficacia con cui viene svolta, il presidente della commissione Antimafia ha evidentemente delle riserve. Il fatto che Bonafede e Morra siano entrambi autorevoli esponenti del Movimento cinquestelle lascia credere che sul punto non sarà difficile arrivare a un chiarimento con l’avvocatura. Anche in modo da rafforzare, proprio attraverso il riconoscimento costituzionale, una funzione di controllo su illeciti che in una percentuale infinitesima di casi possono essere ascritti all’ambito della criminalità mafiosa.

Aiello smentisce Morra: «Nessun bollino etico per gli avvocati…». 5Stelle contro 5Stelle in commissione antimafia. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 2 dicembre 2018. Le “linee guida” del neo presidente della Commissione antimafia Nicola Morra hanno suscitato, come era facilmente prevedibile, una ridda di polemiche. In particolare, l’idea di istituire il ‘ bollino blu’ per gli iscritti ai vari Ordini professionali, specie per gli avvocati. Scopo del "bollino blu", secondo Morra, sarebbe quello di agevolare il riconoscimento dei professionisti che durante la propria attività non hanno subito contaminazioni da parte della criminalità organizzata, garantendo così “un controllo di filiera etica che possa rappresentare una certificazione di moralità”. L’idea del marchio di qualità per le professioni ( ma anche l’istituzione di una Commissione ad hoc sulla Trattativa Stato- mafia o sulla massoneria, ndr) era stata lanciata l’altro giorno da Morra durante una conversazione con l’Ansa. Nulla di ufficiale, quindi. Tesi, quella della non ufficialità, che è stata confermata dall’onorevole pentastellato Davide Aiello, componente della Commissione antimafia. Aiello, in un colloquio ieri con il Dubbio, ha affermato «che il tema del ‘ bollino blu’ non è stato oggetto di discussione in Commissione». «La Commissione antimafia, ad oggi, si è riunita una sola volta e non si è mai fatto cenno a questo bollino», ha precisato Aiello, smorzando quindi sul nascere le polemiche. Archiviato il “bollino blu” si è però subito aperto un nuovo fronte. «Siamo tutti sospettati e attenzionati, a partire dal sottoscritto», ha affermato Morra ad un giornalista del Foglio che gli chiedeva ieri delucidazioni su una sua dichiarazione a proposito di Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella e componente della Commissione antimafia, che a causa delle sue vicissitudini giudiziarie ( da cui è stata assolta, ndr) avrebbe dato adito a sospetti preventivi. Ad intervenire è stato nuovamente l’onorevole forzista Pierantonio Zanettin, avvocato, che per primo si era espresso a proposito del “bollino”. «Non voglio fare polemiche dirette con il presidente Morra – ha dichiarato il parlamentare azzurro – ma in tutta coscienza non vedo motivo per essere “attenzionato”, né “sospettato”, per il solo fatto di essere componente della Commissione antimafia». «Faccio politica con la massima trasparenza. Dal 1986 al 1993, anni difficili, come tutti possono immaginare, sono stato consigliere di Amministrazione delle più importanti aziende municipalizzate della mia città, Vicenza, senza essere mai sfiorato da una inchiesta penale», ha aggiunto Zanettin. «Sono stato componente del Csm, gestendo, in qualità di relatore, credo con competenza e professionalità questioni assai delicate. Non vedo di cosa potrei ora essere ‘ sospettato’. Mi pare che questa Commissione antimafia sia partita davvero male» .

I Pm, sempre chiacchieroni, sulla giustizia ingiusta stanno zitti…Iuri Maria Prado su Il Riformista il 19 Settembre 2020. Nel Paese in cui i magistrati, come si dice, parlano solo con le sentenze, il problema non c’è. Nel Paese in cui parlano dappertutto e su tutto, come succede qui da noi, il problema c’è ed è grande come una casa. Qual è? È questo: che nella serrata militanza pubblica della magistratura non c’è mai posto non si dice per una denuncia, ma neppure per una perplessità sui tanti casi di evidentissima ingiustizia di origine giudiziaria. In un ordinamento rispettoso i magistrati farebbero il gran piacere di stare zitti e non interverrebbero su qualunque argomento spiegando ai politici come devono legiferare (cioè scrivendo le leggi che piacciono alle procure), ai giornalisti cosa scrivere (cioè che i magistrati sono bravi e i politici mascalzoni) e ai cittadini come vivere per essere considerati perbene (cioè facendo gli spioni e tenendo in tasca il santino della star togata). Ma siccome quell’ordinamento rispettoso non è il nostro, e appunto qui da noi i magistrati rivendicano ed esercitano a piene mani il diritto di illustrarci quanto è ingiusta la società che essi eroicamente si impegnano a migliorare, allora è legittimo domandarsi perché non trovino il tempo per un accenno ai malati e ai morti di carcere, per una parola sui bambini che crescono dietro le sbarre, per un dubbio davanti alla giustizia che sbatte in galera una donna perché non rinuncia a pensar male del Tav e a frequentare gente che la pensa allo stesso modo (non è uno scherzo, ne ha scritto ieri Piero Sansonetti, e le motivazioni che portano e tengono in prigione Dana Lauriola, manifestante anti-Tav, sono esattamente quelle: non può andare ai domiciliari perché continua a comportarsi “dando prova della sua incrollabile fede negli ideali politici” che l’hanno indotta a delinquere e perché risiede in un posto dove potrebbe incontrare altri “soggetti coinvolti in tale ideologia”). Evidentemente non c’è un magistrato al quale tutta questa bella roba dispiaccia almeno un pochetto, visto che non c’è caso che nei loro editoriali (rarissimi, d’accordo), nelle loro interviste (pochissime, per carità) o nelle loro esibizioni televisive (anche più rare, lo sappiamo), questi signori ritengano di far sapere che tra le tante cose che non vanno un granché bene in questo caro Paese può esserci forse, magari, per ipotesi, almeno qualche volta, la giustizia che tratta ingiustamente le persone. Ma figurarsi. Eppure ce lo ricordiamo il manipolo di giustizieri che convoca le televisioni per far mostra della propria coscienza in ribellione (usarono esattamente quella parola: “coscienza”) davanti al decreto che limitava la pratica della galera preventiva, cioè lo strumento per estorcere confessioni. Ma quando si tratta dell’ingiustizia commessa in nome della giustizia quella loro coscienza è impassibile.

·         «I magistrati onorari? Dipendenti».

Storica sentenza della Corte di Giustizia Europea: le toghe onorarie vanno equiparate ai magistrati. Redazione su Il Riformista il 17 Luglio 2020. «La Corte di Giustizia dell’Unione europea con la storica sentenza del 16 luglio 2020 ha equiparato lo stato giuridico ed economico dei giudici di pace e dell’intera magistratura onoraria a quello della magistratura professionale, accogliendo integralmente i quesiti pregiudiziali del giudice di pace di Bologna, giudice del rinvio pregiudiziale con l’ordinanza dell’ottobre 2018». Lo si legge in una nota diffusa dall’Unione nazionale dei giudici di pace (Unagipa), nella quale si sottolinea che «la Corte di Lussemburgo conferma le eccellenti impressioni emerse all’esito della discussione della causa davanti al collegio a cinque della seconda sezione all’udienza del 28 novembre 2020, in cui la giudice di pace ricorrente Cristina Piazza è stata difesa dagli avvocati Gabriella Guida, Francesco Paolo Sisto, Francesco Visco e Vincenzo De Michele e la fondatezza delle questioni poste dal giudice di pace di Bologna sono state sostenute dalla stessa Commissione europea, che ora aprirà la procedura di infrazione nei confronti dello Stato italiano, per obbligare il legislatore nazionale ad adeguarsi immediatamente alla decisione europea».

Giudice di pace “sfruttati”? La Corte Ue decide. Simona Musco su Il Dubbio il 15 luglio 2020. Secondo l’Italia e i suoi organi giurisdizionali di grado superiore, i giudici di pace ricoprono solo una carica onoraria, per la quale ricevono un rimborso spese parametrato all’attività svolta, con un tetto massimo annuo di 72.000 euro. La Corte di Giustizia dell’Unione europea con sede a Lussemburgo depositerà un’attesa sentenza in tema di magistratura onoraria. In particolare si stabilirà se i giudici di pace italiani vanno considerati al pari di “lavoratori subordinati”. Secondo l’Italia e i suoi organi giurisdizionali di grado superiore, i giudici di pace ricoprono solo una carica onoraria, per la quale ricevono un rimborso spese parametrato all’attività svolta, con un tetto massimo annuo di 72.000 euro. Ma per entrare più nel dettaglio della vicenda, ci facciamo aiutare dall’avvocato e giuslavorista Sergio Galleano che fa parte di un collegio difensivo dei giudici onorari insieme ai colleghi Bruno Caruso, Giorgio Fontana, Stefano Giubboni, Vincenzo De Michele e Gabriella Guida. «Il procedimento incardinato presso la Corte di Giustizia – ci spiega Galleano – nasce quando un giudice di pace di Bologna solleva una questione pregiudiziale a seguito di un ricorso di una nostra assistita, un’altra giudice di pace che, avendo trattato in un anno 1.800 procedimenti e svolto due udienze alla settimana, ha ritenuto di essere una lavoratrice e di chiedere quindi le ferie retribuite al ministero di Giustizia». La domanda alla quale i giudici europei dovranno rispondere è la seguente: «I giudici di pace italiani sono lavoratori e hanno pertanto diritto alle ferie retribuite?». Gli avvocati non hanno chiesto l’equiparazione tra magistrati onorari e togati, perché questi ultimi hanno un diverso percorso di carriera, ma una parificazione a livello di trattamento: ossia anche i giudici di pace dovrebbero essere inquadrati all’interno di un rapporto di lavoro subordinato e di conseguenza avere diritto ad una retribuzione adeguata, alla malattia e alle ferie. «Si tratta di una decisione molto importante e attesa – dice al Dubbio il direttivo di Asso. Got – in quanto se la Corte accoglierà le conclusioni già espresse dell’avvocato generale ( cosa che avviene nel 95% dei casi) lo Stato italiano dovrà adeguarsi riconoscendo molti dei diritti che finora ha negato ai giudici di pace e ai magistrati onorari di tribunale, Got e Vpo».

Cosa accadrebbe se la Corte desse ragione alla ricorrente?

«Tutti i magistrati onorari in servizio, circa 5.000 – ci spiega sempre Galleano – potrebbero fare ricorso e chiedere l’adeguamento retributivo per tutti gli anni passati.

Ovviamente non c’è un automatismo per cui, qualora la sentenza fosse a noi favorevole, immediatamente tutti i magistrati onorari riceverebbero un contratto di subordinazione. Spetterebbe al governo recepire nella maniera più fedele possibile la decisione della Corte».

Secondo un calcolo molto approssimativo, una decisione favorevole alla magistratura onoraria comporterebbe un maggior costo per lo Stato nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, forse non lontano dal miliardo. Già nel 2015 la Commissione europea ha aperto una procedura di pre- infrazione contro l’Italia. L’accusa era di aver violato la direttiva Ue 99/ 70, giacché si continuava a rinnovare i contratti a termine di Got e Vpo senza prevedere maggiori tutele e remunerazioni. Roma era riuscita a fermare la procedura, promettendo di intervenire per risolvere la questione, ma sia la riforma Orlando che quella solo annunciata di Bonafede non sono state ancora dirimenti.

Penalisti in protesta, got avvocati non sono ospiti. Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Luglio 2020. Gli uffici giudiziari come «piccoli granducati in cui ognuno fissa i criteri del proprio funzionamento», la giurisdizione come «un pianeta con proprie autonome regole delle quali non si risponde a nessuno e fra le quali vi è la convinzione di avere diritto a una posizione privilegiata rispetto a un problema che riguarda l’intera collettività sociale, avvocati compresi» e una costante: «Considerare gli avvocati come degli ospiti fastidiosi e petulanti, come se andassero a casa di un dirigente o di un presidente di tribunale a ora di pranzo». Il presidente dell’Unione Camere Penali Italiane (Ucpi) Gian Domenico Caiazza interviene al dibattito sulla paralisi della giustizia che si è svolto all’hotel Britannique su iniziativa dei presidenti delle Camere penali del distretto della Corte di Appello di Napoli. “Non siamo ospiti” non è soltanto l’hashtag dell’evento, ma è anche la sintesi del sentimento provato dall’avvocatura nei vari Palazzi di giustizia. Gli avvocati rivendicano il loro ruolo all’interno dei tribunali, protestando contro decisioni di capi degli uffici e dirigenti amministrativi che impediscono o limitano l’accesso nelle aule e nelle cancellerie. «Non dobbiamo chiedere il permesso di entrare e non lo possiamo ricevere dalla dirigente della cancelleria», precisa Caiazza. «I presidenti dei tribunali sono terrorizzati, nella loro veste di datori di lavoro, dalle possibili iniziative di un dipendente che dovesse infettarsi. Ma questo problema va affrontato con i sindacati del pubblico contratto – aggiunge Caiazza – Io vorrei capire come mai un cancelliere o un segretario non si infetta se va dal parrucchiere, in palestra o ad un aperitivo con gli amici ma rischia di infettarsi se un avvocato chiede di poter ritirare una copia del fascicolo». «I dipendenti del comparto giustizia – aggiunge – devono capire che l’avvocatura è al loro fianco nella richiesta di dotare i tribunale di tutti gli strumenti possibili per la tutela della salute collettiva, ma non possiamo accettare risposte di chi dice che non dobbiamo disturbare e definisce le nostre assurde pretese». File, porte chiuse, rinvii comunicati talvolta il giorno prima della celebrazione dell’udienza, e avessi nei tribunali solo su prenotazione: gli avvocati denunciano «una paralisi della giustizia» e «il fallimento dello smart working» per il personale amministrativo. «A settembre – sperano – vogliamo una ripresa senza equivoci, ambiguità e sacche di privilegio».

 «I magistrati onorari? Dipendenti». La sentenza che apre il caso giustizia. Pubblicato martedì, 28 gennaio 2020 su Corriere.it da Luigi Ferrarella. Una sentenza del tribunale dà torto al ministero della Giustizia che nega lo status di lavoratori subordinati ai magistrati onorari. In Tribunale a Sassari una sentenza del giudice del lavoro dà torto al ministero della Giustizia che nega lo status di lavoratori subordinati ai magistrati onorari, e a Milano un sindacato del personale di cancellerie ricorre invece al giudice del lavoro contro l’applicazione di volontari con cui la Corte d’Appello cerca disperatamente di tamponare vuoti d’organico per mantenere i propri standard europei: la giustizia del lavoro come surreale frontiera di maxiquestioni ormai incancrenite. Il primo fronte riguarda quei «precari» del diritto (per lo più avvocati) che da tantissimi anni fanno i magistrati onorari (5.500, di cui quasi 1.800 vpo-viceprocuratori), cioè per funzioni ma non per carriera, reclutati per titoli anziché per concorso, in teoria a tempo ma di fatto continuamente prorogati, pagati a cottimo (98 euro lordi per 5 ore di udienza, compreso tutto il lavoro di studio delle decine di processi di una udienza), e soprattutto senza malattia-pensione-ferie, ma ormai divenuti insostituibili. Rappresentano, infatti, la pubblica accusa in udienza nella quasi totalità dei procedimenti per reati di competenza del giudice monocratico e dei giudici di pace. Stanchi di essere trattati come co.co.co. del diritto, e storditi dal susseguirsi di progetti di riforma, ieri per i vpo arriva dalla giudice del lavoro sassarese Maria Angioni una sentenza che «accerta e dichiara la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato di fatto» tra il ministero della Giustizia e un vpo (patrocinato dagli avvocati Claudio e Ilaria Tani, e Maurizio Serra). E lo fa «dalla data di immissione nelle funzioni di vpo» e «con ogni effetto conseguente per legge»: che, nel potenziale impatto generale per il ministero (in risarcimenti per il passato e adempimenti per il futuro) sarà stimabile dopo le motivazioni. A un giudice del lavoro, ma a Milano, ricorre anche un sindacato del personale amministrativo contro il ministero per una condotta della presidenza della Corte d’Appello: la quale, pur continuando a fare i processi in metà della durata media italiana e in linea con quella europea, fatica però a farlo con una media del 29,6% in meno di cancellieri nel distretto (40% a Busto o Monza), e con aggravi di competenze (tipo la gestione edilizia): «Su 15 promessi ingegneri, architetti e geometri, ne è arrivato uno», dice la presidente Marina Tavassi, mentre ad esempio Napoli può contare su una apposita Direzione Generale con 30 persone. Inoltre il rapporto tra cancellieri e magistrato è «di circa 2 a 1 a Milano, 5 a 1 a Roma, 4 a 1 a Napoli». Prima il ministro Orlando e poi ora Bonafede (che sabato sarà a Milano per l’anno giudiziario) dopo 20 anni hanno meritoriamente ripreso ad assumere migliaia di cancellieri, che però pareggiano appena quelli che vanno in pensione, e sono contesi dai vari uffici giudiziari in una lotta tra poveri attorno a una coperta corta per tutti. Tavassi ha allora cercato di tenere a galla il settore penale applicando su base volontaria (come le norme consentono 6 mesi più 6 mesi per straordinarie necessità) personale dell’Unep, cioè dell’ufficio di 80 persone che notificava atti oggi invece telematici. Così 16 lavoratori, divenuti fondamentali per la funzionalità delle cancellerie, hanno confermato la propria disponibilità, ma il sindacato Uilpa ha depositato un ricorso al giudice del lavoro per il danno formale al contratto nazionale che firmò anni fa e che verrebbe violato da quelle applicazioni. Senza le quali i presidenti delle varie sezioni penali hanno scritto al coordinatore Giuseppe Ondei che le cancellerie rischierebbero di collassare, con la prospettiva di dover fare solo i processi con detenuti. Non è certo quello che vogliamo, hanno subito compreso i sindacalisti nella prima udienza, e il giudice del lavoro ha allora rinviato a marzo per consentire una intesa in extremis che scongiuri il «collasso» da nessuno voluto.

·         Il Codice Vassalli.

Trent’anni dal varo del codice Vassalli, ecco i nuovi confini della giustizia. La riflessione del procuratore generale emerito. «Si impone un approccio realistico sulla prescrizione: è solo un sintomo. Il problema è il decadimento impietoso del livello di qualità del sistema». Riccardo Fuzio il 29 gennaio 2020 su Il Dubbio. Pubblichiamo – ringraziandolo per l’attenzione – il testo inviatoci dal Procuratore generale emerito della Corte di Cassazione per il trentesimo anniversario dell’entrata in vigore del Codice Vassalli. 1. Il 22 ottobre 2019 cade il trentesimo anno di vigenza del codice di procedura penale promulgato con la firma del ministro di ( grazia e) giustizia Vassalli. Un codice che, approvato il 22 settembre 1988 e pubblicato un mese dopo, è stato sottoposto, in attesa della sua entrata in vigore, ad una attenta preventiva opera di preparazione dell’organizzazione giudiziaria e di formazione degli operatori del diritto di cui va dato merito alla classe forense ed alla magistratura e per essa al Consiglio superiore della magistratura per l’ampia e diffusa attività svolta per adeguare anche il nuovo ruolo che i protagonisti del processo andavano ad assumere passando da un sistema inquisitorio ad uno accusatorio. La sua effettiva entrata in vigore, il 22 ottobre del 1989, determinò un forte impegno di tutti per studiare ed applicare le nuove regole del processo delineate secondo i rispettivi ruoli. Il pubblico ministero nella funzione di titolare delle indagini sulle notizie di reato ( anche nell’interesse dell’indagato) le cui conclusioni vanno sottoposte al giudice terzo, interlocutore e “custode” della legalità del corso delle indagini, al quale è attribuita la decisione sulla richiesta di archiviazione ovvero di rinvio a giudizio da esaminarsi in una udienza in camera di consiglio, che ha funzione di snodo e filtro, per l’eventuale prosecuzione del procedimento in un processo pubblico. La previsione di una disciplina dei mezzi di ricerca della prova funzionali, insieme alle indagini difensive dell’avvocato ( invero introdotte 10 anni dopo con la l. n. 397 del 2000), a rendere possibile ad entrambe le parti di essere nelle condizioni di “ formare” la prova nel successivo dibattimento pubblico dinanzi al giudice terzo ed imparziale. L’introduzione di riti alternativi al dibattimento. Un modello processuale che, come sappiamo, è stato poi più volte ritoccato ( secondo alcune stime un centinaio di interventi), già agli inizi degli anni ’ 90 dalla giurisprudenza della Corte costituzionale e dalle modifiche normative intervenute per la necessità di prevenzione e contrasto alla criminalità mafiosa ( così interrompendo la fase di metabolizzazione del nuovo sistema processuale) e che in contemporanea con l’esecuzione delle stragi ( ancora oggi non del tutto chiarite nei suoi completi risvolti) condusse all’istituzione della DNA e delle DDA. E’ seguito, tra il 1999 ed il 2001, un percorso legislativo che ha rimodellato l’organizzazione giudiziaria e il processo penale con la disciplina del giudice unico di prima istanza ( d. lgs. n. 51 del 1998 ), le incisive modifiche processuali della l. n. 479 del 1999, l’attribuzione della competenza penale al giudice di pace ( d. lgs n. 274 del 2000), la già indicata disciplina delle investigazioni difensive ( l. n. 397 del 2000) e, infine, con il recepimento, a livello costituzionale, dei principi del giusto processo e del diritto ad un giudizio in tempo «ragionevole» ( l. c. n. 2 del 1999). Nell’ultimo ventennio il processo penale italiano si è “confrontato” con l’impatto che la normativa sovranazionale e la giurisprudenza delle corti della UE e di Strasburgo hanno determinato sulla nostra giurisprudenza e legislazione penale e che, di volta in volta, ha imposto ulteriori modifiche normative ed il recepimento di accordi, direttive, regolamenti e decisioni quadro. Si pensi alla contumacia ( l. 28 aprile 2014, n. 67), all’applicazione diretta del diritto della UE e all’interpretazione conforme al diritto convenzionale che hanno inciso su molte materie. 2. Negli ultimi anni l’attenzione si è rivolta all’esigenza di adeguare il processo penale ai tempi di durata ragionevole e si sono registrati interventi su diversi temi: a) rivalutazione ed incremento delle categorie di reato per i quali, nella formazione dei ruoli di udienza e nella trattazione dei processi, si deve assicurare “priorità assoluta” ( art. 132 bis c. p. p.); b) numero elevato di estinzione dei reati per prescrizione cui si è cercato di porre rimedio mediante l’elevazione della pena per allungare i tempi della prescrizione; c) termini di durata delle indagini preliminari con la nuova previsione della avocazione “collaborativa” del Procuratore generale in caso di inerzia del pubblico ministero; d) obbligatorietà dell’azione penale e criteri di priorità di tipo organizzatorio all’interno degli uffici del Pubblico ministero; e) la circolare del CSM sul Pubblico ministero; f) i criteri di orientamento adottati dal procuratore generale presso la Corte di Cassazione in tema di avocazione collaborativa. 3. Non è la sede per approfondire il discorso ma l’assetto organizzativo del pubblico ministero in Italia non può prescindere dai principi generali previsti in Costituzione che nel 1948, con lo sguardo anche al passato, delineava una forte garanzia di autonomia ed indipendenza per la magistratura vista come un unico “ordine” cui è attribuita la giurisdizione ed un solo Consiglio superiore della magistratura. Le giuste preoccupazioni dell’epoca costituente sono state ribadite con l’espresso richiamo alla figura del Pubblico ministero all’art. 107, norma che impone una differenza tra i magistrati solo per “funzioni” e prevede che quella requirente deve ottenere espresse “garanzie” dalle norme di ordinamento giudiziario. Cioè da norme di legge che presuppongono e richiedono il mantenimento della autonomia ed indipendenza dei magistrati del Pubblico ministero. Questo assetto costituzionale si fonda sull’architrave del bilanciamento dei poteri che innerva la nostra legge fondamentale. Qualunque proposta di modifica non può essere avversata a priori ma deve essere calata nel contesto della complessiva architettura della nostra Repubblica. Ciò richiede capacità politica e progettuale che, sinora, si è sempre dimostrata carente nelle varie occasioni di riforma costituzionale. E’ fondamentale credere nella “forza del nostro Stato- istituzione” e non unicamente nelle rispettive posizioni contrapposte e, per tornare al tema del processo penale, penso sia utile investire nella reciproca legittimazione del ruolo dei protagonisti del processo: il pubblico ministero, l’avvocato difensore dell’indagato/ imputato ed il giudice. La storia della magistratura italiana, pubblici ministeri e giudici, ci racconta – prima e dopo l’attuale codice Vassalli – di “risultati” giudiziari eccellenti e sono convinto che l’esito delle indagini e delle sentenze non può essere ascritto solo a merito dei magistrati; ogni processo si svolge con l’avvocato e conosciamo il tributo che l’avvocatura ha fornito anche in termini di vita. Nel pensare a mutare l’assetto del processo penale, e della giustizia in generale, non possiamo pensare solo ai grandi processi ma l’attenzione deve andare alla “ordinaria e quotidiana attività di amministrazione della giustizia”. In essa è importante e fondamentale il contraddittorio tra le parti e il ruolo che la nostra Costituzione assegna alla difesa tecnica ( art. 24) e alle regole del giusto processo che richiedono sempre “condizioni di parità”. Se così è, e ne sono pienamente convinto, allora è indispensabile investire sulla cultura di ciascuno degli operatori di giustizia, sul valore della tempestività delle indagini e delle sue conclusioni, sul rispetto delle prerogative dell’indagato/ imputato e, quindi, del suo difensore e del suo ruolo nel processo ( per legge professionale “l’avvocato svolge una funzione sociale volta a garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti per i fini della giustizia e secondo i princìpi del nostro ordinamento”), sul contributo che tutte le parti devono offrire alla imparzialità del giudice e al rispetto delle sue decisioni autonome ed indipendenti, sui doveri professionali di aggiornamento e lealtà processuale, sull’osservanza dei codici disciplinari e di quelli deontologici. Nella legislatura precedente, non a caso, si era insistito per soluzioni soft in grado di attuare forme di vigilanza e controllo di tipo organizzativo sui termini di durata delle indagini e sull’ampliamento dell’avocazione. Era parso evidente che, al di là dell’inserimento di forme di chiusura a monte dell’accesso al processo ( vedi la irrilevanza o tenuità del fatto) l’esercizio di una azione penale tempestiva e l’adeguata preparazione di tutte le notizie di reato con le conseguenti determinazioni non deriva da considerazioni di opportunità ma da un limite oggettivo alla capacità di smaltimento del carico giudiziario. E’ un dato oggettivo e su questo va compiuta una riflessione. Il moltiplicarsi delle fattispecie penali e l’evoluzione legislativa che amplia gli ambiti di della tutela della persona umana come conseguenza della maggiore complessità della società, già solo sotto il profilo quantitativo, rappresenta – come acutamente messo in rilievo in dottrina un’evidente smentita della teoria delle cosiddette “costanti criminologiche”. Il carico di lavoro eccessivo impone una forte accelerazione sull’uso delle tecnologie e sui riti alternativi, due fronti sui quali è necessaria e fondamentale la figura dell’avvocato ( Corte cost. 29 maggio 2019 n. 131 secondo cui la richiesta di riti alternativi “costituisce una modalità tra le più qualificanti di esercizio del diritto di difesa”). Ma un vero contributo per alleviare gli uffici di Procura può venire solo da un mutamento culturale – interpretativo ovvero normativo che conduca il PM ed il GIP ad una applicazione delle norme processuali, in tema di regola dell’archiviazione e regola di giudizio per l’udienza preliminare, nell’ottica di un effettivo bilanciamento tra l’interesse alla persecuzione penale e quello all’efficienza giudiziaria secondo le linee esposte nei vari documenti della Associazione tra gli studiosi del processo penale e in alcuni dei principi esposti nel Manifesto approvato dalla Unione delle camere penali. In tal modo si potranno concentrare risorse materiali e personali verso quei reati che mettono a rischio la stessa convivenza civile: criminalità organizzata, economia illegale ( dal riciclaggio alla evasione fiscale alla corruzione), tutela del territorio e dell’ambiente. Occorre superare la strategia solo emergenziale che si limita ad ampliare le categorie di reati del 132 bis o le competenze delle DDA rischiando di indebolirne le loro funzioni specifiche. Si impone, poi, un approccio realistico al tema della prescrizione, partendo dal superamento dell’equivoco della prescrizione come istituto di diritto sostanziale o processuale, nonostante l’ultima pronuncia della Corte costituzionale che sembra abbia voluto consacrare la copertura costituzionale della prescrizione di natura sostanziale. E che si superi lo sterile dibattito sulle cause e sulla responsabilità della prescrizione: è la prescrizione che allunga i processi o la lunghezza dei processi che determina la prescrizione; ed ancora la responsabilità grava sulle “cavillosità avvocatesche”, sul PM, sul Gip o sul giudice. La verità è che la prescrizione è solo un sintomo della malattia del sistema; ovvero, come si è espresso un giovane e bravo magistrato, siamo in presenza di un impietoso decadimento del livello di qualità del sistema, di cui la prescrizione è un impietoso “marcatore”. Occorre concentrarsi sui principi costituzionali a base del nostro sistema penale. La funzione del diritto penale, il principio di legalità, la presunzione di innocenza, la funzione della pena, la tutela del contraddittorio, la parità tra le parti, il rispetto dei principi sovranazionali. Quale la attuale identità del codice processuale Vassalli? Il confronto con questi principi si impone con uno sguardo proiettato al futuro immediato ed alla prossima Procura europea. In questo quadro generale si inseriscono anche le proposte sulla separazione delle carriere e sull’inserimento dell’avvocato in Costituzione che provengono dai vertici istituzionali ed associativi dell’avvocatura. Posso solo augurare che i 30 anni del codice Vassalli e della vita del nostro Paese non siano trascorsi invano e che, sulle esperienze che ci sono alle spalle, si possa costruire insieme un percorso di rinnovamento del nostro complessivo sistema giudiziario. Premessa indispensabile è il confronto fecondo e non armato. 

·         Lo "Stato" della Giustizia.

Ogni edizione racconta la storia di penalisti e magistrati. Jacopo Pensa, l’avvocato poeta che le canta in versi ai Pm. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 17 Novembre 2020. È come un cioccolatino ricoperto di stagnola colorata, una dichiarazione d’amore per i diciott’anni di un tempo, l’antico profumo di mughetto, la storia di una vita, il superfluo cui non si può rinunciare. È tutto questo e molto di più, il libretto di poesie che quest’anno l’avvocato Jacopo Pensa ha finalmente messo insieme e che ogni anno, una per volta, aveva vergato e poi donato a colleghi e amici per Natale. Un paio di volte anche per le vacanze. Con un garbo sottile, satira e ironia insieme, in queste centocinquanta pagine (Nel paese del diritto c’è talvolta buio fitto, edizioni Le Lucerne, sedici euro) racconta un po’ di storia sotto la toga, quella del penalista e anche del piemme e pure del ministro e del Presidente. E persino le edizioni rimembrano quel Bartolo da Sassoferrato che fu il massimo “lucerna juris”. I versi vengono presentati da due Gran Signori. Pippo Baudo, che si annuncia come amico e quasi parente. E Tullio Padovani, avvocato e professore che manifesta una rara competenza su endecasillabo, settenario e ottonario e la loro relazione con i tempi della musica. Se non è poeta, questo Jacopo (di cui lui stesso ricorda esser nato lo stesso giorno mese e anno di Torquato Tasso, 11 marzo ’44), butta lì Padovani, «dovremmo trovargli un’altra qualifica denotativa. Ma quale?». Un avvocato milanese, solide tradizioni, medie dai salesiani (come Berlusconi, Confalonieri, Albertini e tanti altri), liceo Berchet, quello di sinistra ma che fu anche dominato da don Giussani, frequentato da Giorello, Pisapia, Pillitteri e tanti altri, tra cui la sottoscritta. Poi la Statale, facoltà di giurisprudenza. È la storia di una certa Milano, che poi si ritroverà unita nei versi dell’avvocato Pensa ma anche in un percorso politico (a favore o contro) che va da Craxi a Berlusconi e negli anni di Tangentopoli e in quel Palazzo di giustizia che diventerà una sorta di caput mundi. Tutto comincia nel 1982, in modo un po’ casuale e con un vezzo di famiglia. Pochi versi: «Buon natale agli avvocati:/agli illustri, ai titolati,/ai seriosi, ai sorridenti,/agli ahimè nullatenenti…». Il foglietto è inviato a tutto il Foro di Milano. I più sono entusiasti, ma anche gli snob che sempre arricciano il naso e spesso invidiano, presero ad aspettare i versi di Jacopo Pensa ogni anno, ogni Natale. Guizzano fuori dalle pagine ogni anno i personaggi della nostra storia. Il 1985, in cui: «I Signori Magistrati/ sono proprio preoccupati/ han finito per sapere/ quanto logora il potere». Ne hanno ben d’onde, avendo a che fare non solo con il Presidente del consiglio Bettino Craxi, ma anche e soprattutto con l’inquilino del Quirinale Francesco Cossiga, quello che un bel giorno mandò addirittura i carabinieri al Consiglio superiore della magistratura. C’è un buco, a un certo punto: si passa dal 1991, l’anno in cui molti magistrati a Milano affissero cartelli sui loro uffici perché non volevano essere molestati («avvocato pussa via/questa stanza è tutta mia»), al 1994, quando il grosso della bufera è ormai passato. Quando non c’è più la prima repubblica e il nostro Jacopo, troppo indaffarato come tanti avvocati milanesi nei due anni precedenti, ci offre il suo «Giro giro tondo/ qui si indaga tutto il mondo/ molto a destra, poco a manca,/ di indagar non ci si stanca», e poi «son venuti gli ispettori/ a indagar gli indagatori». E per chi ha memoria (e anche l’età), paiono sfilare i piemme e gli indagati più o meno eccellenti, e il procuratore Borrelli e il ministro Mancuso che osò toccare gli intoccabili. E poi, con qualche salto, possiamo arrivare al 2007, alle inchieste di de Magistris e alle dimissioni di Mastella da ministro di giustizia: «un Piemme calabrese/ che ha avanzato le pretese/ di inserire quel Ministro/ nel fatidico registro». Il gomitolo si scioglie piano piano su tutte le vicende giudiziarie, ma anche imprenditoriali e calcistiche di Silvio Berlusconi, per arrivare al 2018 e 2019 con le strane vicende politiche dei governi gialloverde e giallorosso. Fino al nostro disgraziato 2020 con la sua pandemia. Non c’è tragedia, come non c’è stata neppure nei versi dei fatti più pesanti, neppure nella lunga filastrocca dei giorni nostri, quando «Nel palazzo di giustizia/ solo entrare fa notizia» e il processo quasi non esiste più, la presenza degli avvocati è considerata un intralcio e, quando aspetti insieme al tuo assistito con il cuore in gola la sentenza, non puoi neanche più spiare dalla faccia del cancelliere o del giudice come è andata: «Or ti mandano una pec/ con linguaggio molto sec/ la condanna è di trent’anni…». Quando un appuntamento è un assembramento e tutto va veloce, tutto sotto traccia, e nessuno riesce a difendersi, persino tra le alte sfere di quelli che indossano la “toga giusta”, quella di chi accusa: «Hanno accolto al Ciesseemme/ le richieste del Piemme/ Palamara ha esagerato/ e deve essere radiato./ L’han cacciato via dal tempio./ Al momento di lasciare,/ l’han sentito pronunciare/ una frase lì per lì:/ ah tu quoque fili mi!». Tra le Odi agli amici, che chiudono le lettere natalizie agli avvocati, mi piace quella leopardiana, in cui si alternano endecasillabi e settenari, “A Silvio”. È scritta nel 1980, parla di un imprenditore capace e ”tostarello” e della sua carta vincente dell’epoca, “il nero Ruud”. Il grande Gullit.

La dura vita nei tribunali nell’era post lockdown. Simona Musco su Il Dubbio il 16 ottobre 2020. Cancellerie ingolfate, tecnologia sottoutilizzata, lunghe file e caos assembramenti: la ripresa vista dagli avvocati. File interminabili. Strumenti telematici che non funzionano o che non sono in grado di risolvere i problemi. Cancellerie non operative al 100% e regole incerte. La fase di ripresa post lockdown nei tribunali è un rompicapo. Con una situazione certamente migliore rispetto al periodo di blocco imposto dall’emergenza Covid, ma tale da non consentire un’effettiva ripartenza della macchina della Giustizia. I tribunali di Milano, Roma e Napoli ne sono un esempio: la difficoltà principale, a sentire i presidenti dei rispettivi Coa, hanno a che fare proprio con l’attività di cancelleria, che necessariamente blocca e condiziona tutto il lavoro degli avvocati. E anche se «la situazione è quasi normale», come spiega Giuseppe Belcastro, responsabile dell’Osservatorio dati Ucpi, «i ritmi non sono quelli di prima». Le udienze, bene o male, sono riprese. Ma alle cancellerie «si accede ancora tramite e- mail – spiega Belcastro, che sta raccogliendo le segnalazioni dalle Camere penali di tutta Italia -. Il nostro lavoro non è sempre programmabile: a volte devi controllare un fascicolo e scappare a fare altro, cose che attualmente sono una chimera. Per farlo, ora, bisogna mandare una pec, prendere un appuntamento, o fare la fila sperando che ci sia il tempo per arrivare in udienza. C’è una distanza tra fascicolo e avvocato che prima non c’era». A Roma c’è ancora il punto unico deposito atti, che genera un’unica lunga fila, in barba alle norme di distanziamento e anche se le udienze sono scaglionate, l’emergenza comporta l’impossibilità di stare tutti insieme contemporaneamente in aula. E quindi l’assembramento si sposta semplicemente nei corridoi, dove le distanze sono quasi annullate. Una situazione, sostiene Belcastro, sostanzialmente conforme sul territorio. Le possibilità di migliorare ci sono, ricorrendo, ad esempio, al telematico per materie semplici, come il deposito atti o i fascicoli online, che consentirebbero di evitare inutili file in cancelleria. Cose attualmente impossibili, mentre il rischio di ripristinare il processo penale da remoto continua a “minacciare” i sogni degli avvocati. «Ma il processo penale non è un orpello», contesta Belcastro. A Roma, spiega il presidente del Coa Antonino Galletti, il problema principale è la carente copertura telematica dei servizi. E così nonostante il covid e nonostante si possa fare ormai praticamente tutto da casa con un click, «gli avvocati sono costretti ad andare in cancelleria per fare la stragrande maggioranza degli adempimenti», spiega Galletti. Secondo cui il primo problema è la mancata fornitura, da parte del ministero, di tutti i dispositivi necessari alle cancellerie per lavorare da remoto, cosa fatta solo in maniera molto parziale. Il secondo problema riguarda la delega ai capi degli uffici giudiziari a disporre le misure organizzative, che soprattutto in tribunali e corti d’appello complessi come quelli di Roma «ha determinato un moltiplicarsi di centri decisionali, rendendo veramente complicato il lavoro degli avvocati e soprattutto la tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini». Così le regole da seguire per una sezione non sono uguali a quelle di un’altra e la collaborazione tra uffici e avvocati varia a seconda della sensibilità del singolo capo. Se nei settori in cui il processo telematico funziona i numeri delle udienze sono in netto miglioramento, spiega Galletti, laddove il telematico non è ancora utilizzato a dovere «siamo all’anno zero: se il magistrato non prende materialmente il fascicolo cartaceo non può studiarlo, così come se l’avvocato non deposita la memoria materialmente non può farlo altrimenti». E ciò nonostante la tecnologia non manchi: «Al Tar e al Consiglio di Stato già da due anni il processo amministrativo è telematico. Se un modello funziona, perché non lo si utilizza?». Anche a Milano, spiega il presidente Vinicio Nardo, il problema principale è rappresentato dalle cancellerie. Alcune con poco personale, altre costrette a chiudere per quarantene familiari, il tutto in assenza di linee guida. «I rimedi che sono stati assunti in precedenza non ci sono più sottolinea – e chi non ha abbastanza buon senso si adagia sulla cortina burocratica della procedura». Le udienze, invece, registrano ancora problemi di assembramento, risolti, anche in questo caso, sulla base di accordi affidati alla buona volontà del singolo magistrato. «Abbiamo ottenuto, grazie alla disponibilità di alcuni giudici, di avere il giorno prima un elenco delle udienze scaglionate in base all’orario di chiamata – spiega Nardo -. Ma ci sono situazioni incresciose, come processi celebrati con gli avvocati addirittura fuori dalle aule». Il numero di processi, anche qui, è molto diminuito e mancano sistemi di contraddittorio alternativo, come la videoconferenza e il processo cartolare. «C’è, da un lato, la paura che si possa approfittare del processo da remoto, ma c’è anche la volontà, data la difficoltà a stare in tribunale, a celebrare con metodi alternative tutte quelle udienze che non presuppongono una partecipazione attiva. È questa una fase di normalità delle norme in una situazione di anormalità. Non rimpiangiamo il proliferare di linee guida – conclude Nardo -, però ci manca un punto di riferimento. Ed è tutto molto indecoroso, perché il ministero continua a dire: “arrangiatevi”». L’ascia di guerra tra cancellieri e avvocati, a Napoli, non è del tutto sotterrata, ma la situazione è di certo migliorata, spiega il presidente Antonio Tafuri. E se con il civile la trattazione scritta ha consentito lo svuotamento del tribunale, nel penale le udienze stanno andando avanti con una certa regolarità, seppure generalmente a porte chiuse. Proprio ieri, però, tutte le regole anticovid sono saltate nel corso del processo “Concorsopoli”, che conta più di 150 imputati, con maxi assembramento nei corridoi. «Il giudice non ha adottato nessuna misura organizzativa particolare – sottolinea Tafuri -. quindi si è creato un grosso caos». Le cancellerie funzionano ancora soltanto su prenotazione obbligatoria, «anche se il clima di collaborazione con il personale è stato recuperato». Le udienze sono state organizzate suddividendole in fasce orarie e «questo consente di evitare che si affollino tutte le chiamate contemporaneamente. Talvolta questo non succede, ma dipende dal singolo magistrato o dalla singola cancelleria. Il sistema – conclude – ci sta consentendo di fare i processi sia civili che penali. È chiaro, però, che sul civile non aspettiamo altro che la fine di questa trattazione scritta: ci sono dei momenti in cui le nostre possibilità difensive sono mortificate – conclude -. Tiriamo avanti, in attesa di tornare quanto prima alla normalità» .

Da ilmessaggero.it il 3 ottobre 2020. Ferita da una lastra di marmo staccatasi da una parete, l'avvocato Bongiorno ha lascia il tribunale in sedia a rotelle.  «Voglio raccontare una nota a margine davvero surreale: l'avvocato Bongiorno è entrata in Tribunale sulla sue gambe ed è uscita sulla sedia a rotelle perché in attesa che il giudice uscisse dalla camera di consiglio una lastra di marmo di 50 kg si è staccata dalla parete piombando sulla caviglia di Giulia Bongiorno, arrivata a metà tra la caviglia e il tendine. Ditemi voi se è normale». Lo ha detto Matteo Salvini durante la conferenza stampa a Catania. «Ovviamente la responsabilità non la do al Presidente del Tribunale - dice - chiedo al ministro Bonafede se è normale che in un tribunale si stacchino lastre di marmo sulle gambe degli avvocati presenti. Penso che si chiuderà un processo e se ne aprirà un altro». «L'immagine che diamo dell'Italia nel mondo è quantomeno particolare», ha detto.

Ecco i tribunali che cadono a pezzi e Giulia Bongiorno è solo l’ultimo caso. Il Dubbio il 4 ottobre 2020. Solai fatiscenti, strutture inagibili, impianti idraulici rotti: ecco la mappa dell’orrore dei nostri tribunali da Nord a Sud del belpaese. «Ma lei l’ha vista quella lastra? E’ enorme. Ci sono volute tre persone per sollevarla. E’ caduta all’improvviso, mi ha travolto e io sono finita a terra. Salvini, con cui stavo parlando in quel momento, non ce l’ha fatta ad alzarla da solo e ha dovuto chiedere aiuto a dei carabinieri. Poi è arrivato il pubblico ministero, il mio collega-avvocato e un carabiniere: in tre sono riusciti a sfilare la gamba». L’avvocata Giulia Bongiorno parla dopo aver  lasciato con una sedia a rotelle del 118 il tribunale di Catania, dove si trovava per l’udienza preliminare del procedimento a carico dell’ex ministro dell’Interno legato al caso della nave Gregoretti. La senatrice della Lega è rimasta ferita all’altezza della caviglia da un pesante lastrone di marmo di circa un metro quadrato durante la camera di consiglio del gup. «Qualche centimetro più in là e poteva recidermi i legamenti. Per ora non voglio nemmeno provare ad appoggiare il piede. Stasera (ieri, ndr), rientrata a Roma, farò degli accertamenti. Poi vedremo». Intanto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha disposto accertamenti per verificare le condizioni dell’aula in cui si è verificato l’incidente. L’area è stata messa in sicurezza e sono subito iniziate le verifiche su tutte le altre stanze del palazzo di Giustizia. Lunedì sarà consegnata una relazione completa. «Bonafede ha disposto accertamenti? Veramente a me hanno detto che già gli avevano segnalato una serie di problematiche – aggiunge l’ex ministra -. Di sicuro mi muoverò in sede legale e in sede parlamentare con una interrogazione».

Edilizia giudiziaria e quei tribunali che cadono a pezzi. Nel 2018 fu l’Anm a lanciare l’allarme sull’edilizia giudiziaria. Un grido d’allarme inascoltato e ancora drammaticamente attuale. Ecco la “lista nera” dei tribunali individuata dai magistrati.

Lesioni strutturali vengono segnalate nelle sedi di Siena (nel palazzo situato in via Franci) e Messina (con riguardo agli uffici ubicati nella sede di via Malvizzi), mentre sovraccarico delle strutture portanti nella sede del Tribunale di Napoli ed in particolare negli uffici della sezione Gip-Gup;

Solai e soffitti fatiscenti e pericolanti vengono segnalati nelle sedi di: Vercelli (ove, nella struttura del Castello Visconteo in cui sono allocate le sezioni penali e civili del Tribunale e la sede dell’UNEP, nell’anno 2015 a causa di crolli è stato dichiarato inagibile parte del secondo piano sede dell’ufficio Gip e delle sue cancellerie; nel 2016 è crollata una parte del muro di cinta esterno); Monza (l’ala est dell’edificio di Piazza Garibaldi, risalente al 1700, è inutilizzabile dal 2016 per forti ammaloramenti, ad eccezione di poche stanze individuate dal Provveditorato Regionale Opere Pubbliche per un uso precario e temporaneo: i lavori di ristrutturazione risultano appaltati ma non ancora avviati; il plesso di via Vittorio Emanuele presenta avvallamenti nella pavimentazione del secondo piano;

entrambi gli edifici necessitano di verifiche di tenuta/staticità);

Arezzo (che necessita del rifacimento delle guaine di protezione di terrazze e lastrico solare); Livorno (nel palazzo di via De Larderel è parzialmente crollata la volta di copertura dell’accesso carrabile); Pisa; Perugia (presso l’immobile ove ha sede il Tribunale penale); Messina (nell’immobile di via Malvizzi); Catania (ove nel plesso centrale di Piazza Verga sono stati realizzati solo lavori di somma urgenza dell’importo di 30.000,00 euro a fronte di un progetto definitivo di straordinaria manutenzione della copertura del tetto dell’importo di 320.000,00 euro, mentre nel plesso di via F. Crispi è stata inviata al Provveditorato richiesta di verifiche tecniche);Infiltrazioni piovane vengono segnalati nelle sedi di: Firenze (al quarto piano dell’edificio);

Arezzo (a causa del deterioramento sia della copertura del tetto, che degli infissi in legno, piove in diverse parti del Palazzo di giustizia, si allaga il locale ove si trovano server e centralina telefonica); Livorno (in entrambi i plessi di via De Larderel e di via Falcone Borsellino); Siena (nella sede di via Franci); Pistoia; Pisa (nei locali archivio di Tribunale e Procura, nei locali della sezione lavoro siti al piano terra, in numerose stanze di magistrati e cancellieri);

Prato; Perugia; Nola; Torre Annunziata (nell’edificio più risalente il tetto è danneggiato ma è in fase di completamento la procedura d’appalto per la riparazione); Savona; Lecce (nel garage del palazzo di via De Pietro); Messina (nell’immobile sito in via Malvizzi e negli uffici di Palazzo Piacentini);

Catania (sia nel plesso di Piazza Verga che in quello di via F. Crispi –le fotografie e i filmati dello scorso mese di ottobre dell’acqua scrosciante dentro gli uffici e dei colleghi che si riparano con l’ombrello hanno fatto il giro di tutta Italia e sono facilmente rinvenibili sul web- e nel locale archivio di San Francesco La Rena);

Distacco di mattonelle, cornicioni, calcinacci e presenza di crepe vengono segnalati nelle sedi di: Firenze (nonostante l’edifico sia nuovo); Arezzo (anche nell’ala nuova del Palazzo denominata Nuova Espansione); Livorno; Grosseto (ove a rischio è la controsoffittatura di doghe metalliche all’interno dell’edificio della Procura della Repubblica); Pisa; Prato; Perugia (ove sono caduti pannelli di cartongesso dal soffitto del Tribunale Penale); Torre Annunziata (in tutti e tre gli edifici giudiziari, due dei quali di nuova costruzione, gli infissi delle finestre sono ‘pericolanti’ probabilmente per errori di montaggio); Lecce (nel palazzo di via De Pietro); Patti; Messina (nell’immobile sito in via Malvizzi e negli uffici di Palazzo Piacentini); Trapani;

carenza degli impianti antincendio e delle vie di fuga sono stati parimenti segnalati nelle sedi di: Monza (con riguardo al palazzo di Piazza Garibaldi sono stati richiesti interventi adeguati dalla Conferenza Permanente e dal Presidente del Tribunale per la realizzazione di vie di fuga e di uscite di emergenza e per la eliminazione di una pericolosa vetrata interna posta dinanzi l’ingresso principale e la sua sostituzione con porta con maniglia antipanico; con riguardo alla sede di via Vittorio Emanuele nel percorso di esodo è stata segnalata la presenza di porte vetrate che determinano un fattore di rischio alto); Siena (ove manca l’agibilità per la sede di via Franci perché non è mai stato effettuato il collaudo); Pisa (nell’edificio del Giudice di Pace); Prato; Avellino (risultano stanziate dal Ministero somme per l’adeguamento dell’edificio di Piazza d’Armi e di via Colombo n. 10, ma i lavori non sono mai iniziati);

Nola (dove si attende dal Comune la documentazione inerente il rilascio del certificato di agibilità per la sede sita in via On. Napolitano); Torre Annunziata (non essendo stato effettuato il collaudo dei due edifici di nuova costruzione manca l’agibilità); Savona (il cui plesso necessita anche della realizzazione di scale); Genova; Roma (limitatamente agli uffici della Procura Generale); Lecce; Taranto (ove le vie di fuga sono lontane); Ragusa (sia il palazzo ex INA Assicurazioni che il palazzo di via Natalelli, che attendono che il progetto originariamente approvato dal comune di Ragusa per realizzare una scala antincendio all’esterno del palazzo sia finanziato dal Ministero e quest’ultimo destinatario anche di disposizioni che contingentano il numero di udienze giornaliere poiché la struttura non sopporta la presenza contemporanea di più di trecento persone;

per quanto riguarda il palazzo ex INA, risulta dalla dichiarazione del Dirigente del Settore V del Comune di Ragusa dell’aprile 2017, che lo stesso non è soggetto alla disciplina del DM 22/2/2006 -Approvazione della regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, la costruzione e l’esercizio di edifici o locali destinati ad uffici- in quanto i locali esistenti erano già adibiti ad ufficio ed alla disciplina del DPR 151/11 sui controlli di prevenzione incendi, essendo le presenze giornaliere inferiori a 300); Catania (il palazzo centrale di piazza Verga non gode ancora del certificato prevenzione incendi in quanto necessitano alcuni lavori per ottemperare alle prescrizioni impartite dal Comando dei Vigili del Fuoco, opere che però non hanno ancora ricevuto i correlativi stanziamenti ministeriali);

il mancato rispetto della normativa di sicurezza viene segnalato nelle sedi di: Arezzo (ove è stata segnalata la presenza di pavimentazione in marmo lucido scivolosa e pericolosa, specie in considerazione dei frequenti allagamenti dovuti ad infiltrazioni di acqua piovana); Taranto (ove la pavimentazione è obsoleta e pericolosa); Catania (nella sede di via Guardia della Carvana ove insistono le sezioni specializzate del Tribunale lavoro e della Corte lavoro mancano maniglioni antipanico nel portone di ingresso/uscita e strisce antiscivolo sulle scale che collegano i diversi piani e ciò a causa del contenzioso insorto col condominio in cui sono allocati tali uffici);il mancato rispetto della normativa antisismica viene segnalato ad Avellino (il palazzo di Piazza d’Armi costruito prima del 1980 non ha agibilità e necessita di adeguamento alla più recente normativa sismica per il quale risultano stanziate somme) e a Ragusa (ove la costruzione del palazzo di giustizia di via Natalelli risale agli anni Settanta, prima dell’entrata in vigore della normativa sulle costruzioni antisismiche; di recente, con determinazione n. 21 del 22/3/2018 del Settore Pianificazione Urbanistica e Centri Storici della Città di Ragusa, nell’ambito di un progetto di valutazione dello stato di sicurezza nei confronti dell’azione sismica degli edifici pubblici strategici, è stato approvato “un piano di indagini finalizzato all’individuazione delle caratteristiche dei materiali e della geometria degli elementi strutturali dell’edificio in questione e delle indagini geognostiche e prove di laboratorio per la caratterizzazione litostratigrafica e geotecnica del terreno sul quale insiste lo stesso” ed è stata avviata la procedura di affidamento per l’esecuzione del piano);l’inadeguatezza degli impianti elettrici è segnalata nelle sedi di: Monza (sia nell’edificio di Piazza Garibaldi, ove sono stati descritti quadri elettrici in posizione soggetta a frequenti allagamenti, numerosi episodi di black out, sia nel palazzo di via Vittorio Emanuele);

Arezzo (ove la cabina elettrica non è stata revisionata); Avellino (l’edificio di Piazza d’Armi attende l’adeguamento e la certificazione dell’impianto, la sostituzione o il ripristino del gruppo elettrogeno); Nola (ove è necessaria la sostituzione della centralina elettrica nella sede della Reggia Orsini); Savona; Lecce (ove in alcune aule penali sono presenti cavi elettrici a cielo aperto); Taranto; Messina; Catania (ove proprio in questi primi giorni di dicembre è finalmente avvenuto il collaudo della nuova cabina elettrica del plesso di via Crispi che da anni non funzionava e che aveva determinato problemi al funzionamento degli ascensori e agli impianti di riscaldamento e condizionamento, inducendo il Presidente del Tribunale a sospendere le udienze nei mesi estivi);il malfunzionamento e l’inadeguatezza degli ascensori sono segnalati nelle sedi di: Monza (nell’ufficio di via Vittorio Emanuele); Arezzo (i vani ascensori sovente si allagano); Prato (per diversi mesi tutti e quattro gli ascensori sono stati rotti e allo stato ne risultano funzionanti solo due); Napoli (ove sono frequentissimi guasti non immediatamente riparabili); Roma (ove pare che sia stata accolta dal Ministero la richiesta di sostituzione di tutti gli ascensori degli uffici di Piazzale Clodio, viale Giulio Cesare e via Lepanto);

Messina (negli immobili di via Malvizzi e di Palazzo Piacentini); Trapani; Catania (con riguardo al plesso di via F.Crispi); l’inadeguatezza e la fatiscenza degli impianti idraulici sono segnalati a Monza, Firenze, Avellino (l’edificio di Piazza d’Armi attende l’adeguamento e la certificazione dell’impianto idrico), Taranto, Messina (nella sede di via Malvizzi) e degli impianti igienici a Pisa, Avellino, Savona, Genova, Roma, Taranto, Catania; il malfunzionamento e l’inadeguatezza degli impianti di riscaldamento/condizionamento al concreto fabbisogno vengono segnalati nelle sedi di: Monza (negli uffici di Piazza Garibaldi manca la denuncia di attività per la messa in opera dell’impianto termico ed in quelli di via Vittorio Emanuele le tubature e la centrale termica non sono conformi alle norme di sicurezza e antincendio); Firenze (nella quale è segnalato l’eccessivo rumore ai limiti della tollerabilità); Siena (nel palazzo di via Franci per la vetustà dello stesso); Prato; Avellino (con riguardo al plesso sito in via Colombo n. 10); Nola; Savona; Lecce; Taranto;

Messina (nell’immobile di via Malvizzi); Trapani; la mancanza di impianti di riscaldamento/condizionamento sono segnalate nelle sedi di Vercelli (nelle aule di udienza sia penali che civili del Tribunale e nel locale adibito ad audizioni protette) e Genova; la scarsa salubrità degli ambienti è segnalata nelle sedi di: Monza (ove la coibentazione di alcune tubature nei locali sotterranei è caratterizzata dalla presenza di amianto, che seppure risultato non aerodispersibile, necessita comunque di periodici controlli ed ove i locali archivio interrati sono privi di areazione, caratterizzati da ammaloramento delle superfici murarie e con sospetta presenza di radon); Firenze (nei locali destinati ad archivio e corpi di reato ci sono problemi di staticità ed areazione e nelle copertura è presente la fibra di vetro);

Pisa (ove una centralina elettrica situata in aderenza agli uffici genera onde elettromagnetiche); Prato (ove è copiosa la presenza di umidità); Perugia; Napoli Nord (sussistono problemi di areazione nei corridoi del secondo piano); Torre Annunziata (nell’edificio più risalente è ancora presente moquette maleodorante); Messina (negli uffici di Palazzo Piacentini ed in particolare in quelli GIP-GUP e Procura siti al piano cantinato e nell’aula del Tribunale del riesame); Catania (negli archivi di San Giuseppe La Rena);l’insufficienza di aule di udienza è segnalata sia per il settore civile (che determina nei Tribunali di Napoli Nord, Taranto, Messina, Patti, Catania, che le udienze si tengano quasi esclusivamente in stanze originariamente deputate a costituire ufficio del Giudice con conseguente sovraffollamento delle stesse e concreti problemi di sicurezza) che per quello penale (ciò a Massa, Catania) e la mancanza di stanze per tutti i magistrati e la consequenziale condivisione delle stesse è emersa nelle sedi di Vercelli, Taranto, Messina, Patti, Catania;

la mancanza di aule per gli esami protetti e per le ricognizioni di persona è segnalata a Catania, mentre l’insufficienza delle dotazioni per le videoconferenze a Napoli Nord (i cui Giudici spesso devono ricorrere alle aule site nei Tribunali di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere) e Catania (spesso occorre spostarsi nel carcere di Bicocca che dista diversi chilometri con dispersione di energie e tempo);archivi insufficienti fatiscenti sono stati segnalati a Prato, Napoli, Genova, Patti, Messina, Catania; la presenza non occasionale di ratti e blatte è stata segnalata rispettivamente, per i primi, nelle sedi di Prato e Messina (negli uffici di Palazzo Piacentini: cfr. fotografie allegate) e, per le seconde, nelle sedi di Torre Annunziata e Messina (negli uffici di Palazzo Piacentini);problemi di insufficienza di aree parcheggio –che ridondano sulla tematica della sicurezza- ricorrono nelle sedi di Napoli, Napoli Nord (ove sussistono anche avvallamenti della pavimentazione, si verificano allagamenti frequenti, si registra la presenza di alberi ad alto fusto non manutenuti) e Catania.

Intrieri: «Sparite le pagine della sentenza, che giustizia è mai questa?» Valentina Stella su Il Dubbio il 15 settembre 2020. La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Milano alla cosiddetta “infermiera killer”. Mancano 13 pagine nelle motivazioni. Venerdì sera la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Milano che aveva inflitto 30 anni all’infermiera Laura Taroni, nota alle cronache come l’infermiera killer. La donna è stata condannata in relazione all’omicidio del marito Massimo Guerra e della madre Maria Rita Clerici tramite la somministrazione di dosi eccessive di farmaci: a iniettare i farmaci sarebbe stato il medico Leonardo Cazzaniga, con cui aveva una relazione, e che è stato condannato all’ergastolo in primo grado. Lui ora è ai domiciliari, la donna in carcere. Alla base della decisione degli ermellini ci potrebbe essere l’errore materiale che aveva viziato la sentenza di secondo grado, dal momento che mancavano 13 pagine nelle motivazioni con cui lo scorso 30 novembre la Corte di Appello aveva confermato la condanna a 30 anni inflitta alla Taroni dal gup di Busto Arsizio con rito abbreviato nel 2018. Ne parliamo con l’avvocato Cataldo Intrieri, che assiste la donna insieme alla collega Monica Alberti.

Avvocato Intrieri ci può spiegare bene cosa è successo?

«A gennaio di quest’anno i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano ci hanno notificato un’udienza nella quale si sarebbe dovuto riparare – a loro dire – ad un errore materiale contenuto all’interno delle motivazioni con cui avevano condannato la nostra assistita. Attraverso la procedura detta di “correzione dell’errore materiale” avrebbero voluto sanare la questione. Ci hanno riferito che quelle tredici pagine erano state scritte su un altro computer – mi chiedo dunque se dalla stessa persona – e non copiate e incollate nella sentenza. Ma non si trattava affatto di un errore materiale, come l’aver sbagliato a scrivere un nome o una data di nascita dell’imputato. Pensare di poter rimediare così è goffo ma soprattutto sconcertante. Dunque ci siamo rifiutati di aderire alla procedura perché mancava un importante pezzo di motivazione che riguardava due punti rilevanti sollevati dalla difesa"».

E cioè?

«Il dispositivo era privo della parte riguardante la perizia psichiatrica della signora Taroni e quella relativa alle dichiarazioni di alcuni consulenti in merito alla letalità dei farmaci utilizzati da Cazzaniga. Ricordo che sul corpo del marito della Taroni non è stato possibile effettuare l’autopsia perché è stato cremato e non per volontà della moglie. Quindi siamo dinanzi ad un vero processo indiziario. Aggiungo che la nostra assistita è in carcere mentre il signor Cazzaniga, pur essendo stato condannato all’ergastolo, è ai domiciliari».

Tornando a quelle 13 pagine cosa è poi accaduto?

«Alla fine io e la collega l’abbiamo avuta vinta e la Corte di Appello ha ammesso che non si poteva procedere in quel modo. Arriviamo dunque in Cassazione e inseriamo tra i rilievi posti all’attenzione dei supremi giudici anche questo fatto. Ora attendiamo le motivazioni della Cassazione per capire bene i motivi dell’annullamento».

Se sarà davvero così, sarebbe davvero grave.

«È la prima volta in circa 40 anni di carriera che mi succede una cosa simile. Si mette a repentaglio l’esito di un processo con accuse pesanti. Ma la cosa ancora più grave è che i giudici di appello avevano fissato l’incidente di esecuzione quando i termini di impugnazione stavano per scadere. Cosa avremmo dovuto scrivere nei motivi di ricorso in Cassazione se non erano a nostra disposizione ben 13 pagine della sentenza di appello? La giustizia non può essere amministrata con tanta sciatteria».

Le parti civili hanno rilasciato una dichiarazione al Giorno dove si dicono certi che il prossimo processo di appello confermerà le responsabilità della Taroni.

«L’annullamento riguarda tutti i capi della sentenza. E sicuramente la Corte di Cassazione, avendo rifiutato il ricorso per altri due imputati del processo, e avendo accolto quello della Taroni e di altri due è sicuramente entrata nel merito dei ricorsi stessi. Quindi la collega Alberti ed io confidiamo che l’annullamento riguardi anche altri parti della sentenza, che troviamo carente altresì sotto il profilo della valutazione degli indizi per le condanne più gravi. A parer mio non è stato analizzato adeguatamente il rapporto di coppia tra i due imputati: non si è cercato di capire fino in fondo se la donne fosse una succube di Cazzaniga».

Rapporto Ambrosetti, De Notaristefani: «La Giustizia? È iniqua». Simona Musco Il Dubbio il 10 Settembre 2020. Il presidente dell’Unione nazionale camere civili smonta la teoria secondo la quale sarebbero gli avvocati a rallentare i processi per trarne vantaggio. Se la giustizia è lenta la colpa è dell’avvocatura. Parola di The European House Ambrosetti, che nel proprio rapporto sulla Giustizia se la “prende” con i cittadini che decidono di non accettare le sentenze di primo grado, impugnando le sentenze sfavorevoli e facendo ricorso in Appello e per Cassazione. Un “cattivo” comportamento, sebbene consentito dalla legge e garantito come diritto, del quale gli avvocati, in qualche modo, sarebbero complici. Tant’è che a pagina 18 del rapporto gli esperti lo dicono chiaramente: per risolvere il problema dei tempi elefantiaci dei processi «è necessario limitare ulteriormente fenomeni di ricorso opportunistico alla giustizia da parte del privato teso a un “tentato guadagno” per il tramite del sistema giudiziario, fenomeno che a volte può anche godere di una spinta da parte del sistema di avvocatura che può trovare utile non disincentivare tale atteggiamento». Un po’ quanto già sosteneva il consigliere del Csm Piercamillo Davigo, allorquando teorizzava che a rallentare i processi fossero le tecniche dilatorie degli avvocati, intenzionati a raggiungere la prescrizione. Una teoria strampalata, che non rispecchia quanto accade nel mondo reale. E a spiegarlo sono proprio gli avvocati. Che a dispetto di quanto si legge nel report, non hanno i vantaggi descritti nel rallentare i processi. L’equivoco di fondo, secondo Antonio De Notaristefani, presidente dell’Unione nazionale camere civili, è che gli avvocati non hanno il dovere né il diritto di scoraggiare i cittadini dal fare causa. «Abbiamo il dovere di farlo solo per le cause inappropriate. Ma si sta introducendo di soppiatto il concetto che chi fa causa è un nemico della società, perché intasa la Giustizia. Non è così: chi fa causa fa valere un diritto che è riconosciuto dalla Costituzione, per esercitare il quale paga le tasse. Quindi è un diritto non solo in astratto, ma anche in concreto, perché ne sopporta i costi attraverso la contribuzione fiscale», spiega De Notaristefani. Dal rapporto, però, l’idea emerge chiaramente: se una sentenza di primo grado è sfavorevole, fare appello è un tentativo di perdere tempo e intasare la Giustizia. Un’idea che non convince il presidente dell’Uncc per un semplice motivo: non esistono più i clienti che pagano a prescindere, si paga in base al risultato. «Se non c’è risultato, non c’è pagamento. Forse è questa la grossa pecca del rapporto: si registra un fenomeno sulla base dei dati forniti dal ministero, stando ai quali circa il 50 per cento degli appelli o dei ricorsi per Cassazione vengono respinti. Intanto i due fenomeni non dovrebbero essere equiparati spiega -, in quanto la maggior parte dei ricorsi per Cassazione vengono respinti per ragioni di carattere formale, non sostanziale. Quindi non c’entra la ragione, ma il modo in cui i ricorsi vengono scritti». In quanto al numero eccessivo di appelli, afferma, il dato avrebbe meritato una maggiore riflessione: oggi, infatti, con la liberalizzazione dei compensi, i grandi committenti fanno appello a costo quasi zero. Quindi, più che atteggiamenti opportunistici – al netto delle “pecore nere” – il vero problema è che «in Italia la Giustizia costa troppo poco per i ricchi e troppo per i poveri. Per fare un giudizio in appello, oggi, un impiegato spende 30mila euro. Ovvero un anno di stipendio. Quindi probabilmente sarà costretto ad accettare una sentenza magari ingiusta perché non può permettersi di fare appello – continue De Notaristefani -. Per quella stessa causa, se la controparte è una grande banca o una grande compagnia di assicurazione, spende magari mille euro. Quindi può appellare tutte le sentenze: in ogni caso avrà vantaggi». Il problema, dunque, è una Giustizia iniqua ed è questa la vera differenza con gli altri Paesi europei: il costo di accesso alla stessa. «Volete ridurre il numero delle cause? Perfetto, rendete vincolanti le tariffe professionali e consentite la deroga soltanto per i consumatori oppure per chi ha un Isee inferiore ad un certo valore», insiste De Notaristefani. Il vero problema, dunque, non è il numero di appelli respinti, ma se l’accesso al giudizio di secondo grado è garantito in maniera equo per tutti. «È pericolosissima, ad esempio, la proposta avanzata anche da Carlo Cottarelli di restringere l’accesso al giudizio di impugnazione sulla base del censo. È una cosa incivile, che non dovrebbe mai essere consentita», conclude.

Magistratopoli, parla il giudice Raimondi: “Sistema giudiziario italiano sotto standard dei paesi moderni”. Angela Stella su Il Riformista il 17 Luglio 2020. Guido Raimondi attualmente è Presidente di sezione della Corte di Cassazione ma per nove anni è stato giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, di cui è stato anche Presidente dal 2015 al 2019. In questa lunga intervista abbiamo affrontato tutti i temi che sono al centro del dibattito sulla giustizia in questi giorni.

È ormai evidente che la magistratura sta attraversando una profonda crisi.  Qual è il suo parere in merito?

«Certamente le rivelazioni sulle modalità con le quali si è proceduto al CSM in molti casi –  dalla selezione dei magistrati da avviare a posizioni direttive alla decisione della Corte di Cassazione del 2013 sulla questione dei diritti televisivi, hanno destato profondo sconcerto, dentro e fuori la magistratura.  Il rischio della strumentalizzazione di queste notizie è alto, ma questo non deve farci velo nel prendere atto che il tema della autorevolezza e della credibilità della magistratura è oggi, giustamente, al centro dell’attenzione, per quanto questo possa, comprensibilmente, dispiacere ai magistrati. È perciò opportuno che vi sia un dibattito il più possibile aperto, per permettere all’opinione pubblica di farsi un’idea chiara e consapevole. Non c’è miglior disinfettante, diceva il giudice Brandeis, della luce del sole».

Cesare Mirabelli ci ha detto che in realtà non è solo un problema della magistratura, ma del sistema giustizia a partire dalla lunghezza dei processi.

«Sarebbe sbagliato, credo, pensare che il discredito che indubbiamente è piovuto sui giudici sia un problema della sola magistratura.  Una giustizia autorevole, autonoma e indipendente è condizione dell’esistenza di una moderna democrazia liberale, che è la forma di governo stabilita dalla nostra Costituzione e nella quale, fino a prova contraria, vogliamo vivere.  Non si tratta di un valore esclusivamente nazionale. Al contrario, sessant’anni di giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, le cui sentenze si indirizzano a 47 Stati europei, dimostrano che il progetto europeo è costruito a partire dal valore della democrazia liberale, condizione essenziale della quale è una giustizia autonoma, indipendente e credibile. Conferma eloquente di ciò vi è nell’appropriazione di questa giurisprudenza da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea, come si è visto con la serie di sentenze, relative alle recenti riforme del sistema giudiziario polacco, con le quali i giudici di Lussemburgo hanno ribadito l’imprescindibilità, per la costruzione europea, di una giustizia della qualità che ho indicato. Se una vera democrazia non può prescindere da una giustizia autonoma, indipendente e credibile, essa non può neanche fare a meno di un’avvocatura libera. Quindi il problema è di noi tutti come cittadini e non può preoccupare i soli magistrati. Giustamente la sua domanda, accanto al tema del discredito sollevato dalle recenti vicende, evoca quello della lunghezza dei processi.  Non si può dire che le autorità italiane siano state inerti rispetto a questo endemico problema, ma è sotto gli occhi di tutti che, nonostante le riforme realizzate, il sistema giudiziario italiano non raggiunge gli standard di efficienza che sarebbe legittimo attendersi da un moderno Paese europeo, con evidenti ricadute negative in vari contesti, tra i quali sempre di più emerge con forza quello economico, essendo evidente come una giustizia non efficiente costituisca un freno potente agli investimenti. In questo contesto forse dobbiamo guardare alla presente crisi epidemiologica come a un’opportunità. Se risorse straordinarie sono attese, non sarebbe forse sbagliato individuare, come terreno privilegiato per il loro uso, proprio la giustizia, la cui rinnovata efficienza sarebbe sicuramente motore di sviluppo».

A proposito di lentezza dei processi, secondo le recenti statistiche della Cedu dal 1959 al 2019 l’Italia è stata interessata da 2410 procedimenti (peggio di noi Russia e Turchia) di cui 1843 hanno riscontrato una violazione. Di questi 1197 hanno riguardato la lunghezza dei processi e 287 il diritto ad un giusto processo.

«Sì, come dicevo il problema resta vivo a livello europeo, sebbene l’Italia abbia avviato delle riforme e si sia dotata di un meccanismo interno, la legge Pinto, per dare soddisfazione già in patria a chi abbia subito un processo troppo lungo, meccanismo, tra l’altro, costosissimo per l’Erario.  Il problema non è solo italiano, ma bisogna riconoscere che per noi esso si presenta con una particolare gravità e, come dicevo, credo sia meritevole di un’azione prioritaria. Come violazione dei diritti umani certo la lunghezza eccessiva dei processi non è paragonabile alla tortura o alla riduzione in schiavitù, ma non va banalizzata. Se la giustizia non è efficiente, oltre che autonoma, indipendente e credibile, vuol dire che lo Stato di diritto non funziona bene. Da questo punto di vista devo registrare, ed è un rilievo positivo, una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica, che comincia a rendersi conto di come questo problema non possa semplicisticamente essere ricondotto ad una pretesa – e totalmente indimostrata – neghittosità dei magistrati, ma sia il frutto di molteplici fattori, che richiedono interventi complessi ed articolati e un serio impegno da parte dei decisori politici».

Le correnti della magistratura sono espressione della libertà di associazione ma è chiaro che hanno ricoperto un ruolo anomalo nel pretendere posti di rilievo per gli appartenenti ad esse, tagliando fuori molto spesso coloro che non ne fanno parte. È d’accordo con questa sintesi? E come porre rimedio?

«La sintesi è dolorosa da ascoltare, ma sembra difficilmente contestabile. Le correnti hanno rappresentato e rappresentano un potente mezzo di dialogo e di crescita culturale della magistratura. Personalmente ho partecipato a diversi convegni su vari temi organizzati da Unità per la Costituzione, Magistratura Indipendente e Magistratura Democratica, e devo dire che in queste occasioni ho sempre apprezzato il rigore metodologico, l’apertura mentale e l’assenza di spirito settario degli organizzatori. È triste che oggi si presentino le correnti come fenomeni quasi criminali».

Come è potuto succedere?

«È duro da accettare, ma quello che mi pare sia mancato è una cosa molto semplice, che dovrebbe essere intuitiva per chi ha scelto di abbracciare la carriera di magistrato, e cioè la necessità di comportarsi sempre ed esclusivamente al servizio dell’istituzione cui si appartiene – che sia un ufficio giudiziario o il CSM – e quindi dell’interesse superiore al cui presidio la stessa istituzione è posta. La Costituzione lo dice con parole non difficili da capire all’art. 54, molto citato in questi giorni, secondo cui “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.  C’è stato un corto circuito.  Che le correnti animino, all’interno dell’ANM, dinamiche paragonabili a quelle politiche o sindacali non è cosa che possa scandalizzare. Che le elezioni interne all’Associazione riflettano sensibilità, anche politiche, diverse, mi sembra assolutamente normale. È giusto che gli organi direttivi dell’ANM siano lo specchio di queste diverse sensibilità perché si trovi una sintesi da far valere, appunto, sul piano dell’azione dell’ANM. Mi sembra pure fisiologico che i magistrati eleggano al CSM colleghi con i quali avvertono una sintonia sul modo di concepire il lavoro del magistrato e, perché no, anche valoriale. Non mi scandalizza, in questo contesto, il ruolo elettorale delle correnti. Qui, però, la normalità finisce».

E cosa inizia invece?

«Una volta eletto al CSM, un magistrato non può comportarsi come il componente di un organo politico o sindacale, le cui scelte e prese di posizione non possono prescindere, senza conseguenze, dalle determinazioni della centrale politica o sindacale di riferimento.  Il CSM è un organo di garanzia, posto a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, il che vuol dire che i suoi componenti hanno il dovere, non diversamente dai giudici della Corte costituzionale, di non richiedere e di non accettare istruzioni da alcuno. Un componente del CSM “eterodiretto” è una bestemmia istituzionale. È dovere di ciascun membro del CSM di seguire nelle sue determinazioni null’altro che scienza e coscienza, al servizio dell’interesse superiore a presidio del quale l’istituzione è posta».

E la riconoscenza verso coloro che hanno facilitato l’elezione?

«Vi è il “dovere d’ingratitudine” che è proprio dei componenti degli organi di garanzia, anche qui, proprio come i giudici della Corte costituzionale, i quali sono tenuti ad essere “ingrati”, cioè ad  essere indipendenti, rispetto alle autorità che li hanno eletti o nominati.  Non si può pensare che se il meccanismo di nomina in organo di garanzia è elettivo l’attività dell’organo diventi politica. Questo è il corto circuito cui ho fatto riferimento. Anche i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sono eletti (dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa), ma nessuno di loro si sognerebbe di orientare le proprie determinazioni tenendo conto delle preferenze dei loro elettori. Come dicevo, sono concetti di una semplicità estrema, ed è desolante che il loro senso si sia smarrito».

I rimedi?

«Mi piacerebbe poter rispondere con un attestato di fiducia nella capacità della magistratura di ripudiare queste pratiche degenerative con un soprassalto di dignità e con un’adesione spontanea e convinta all’invito accorato che è stato rivolto a tutti noi dalla cattedra più alta del nostro Paese, quella del Presidente della Repubblica.  Forse però questo non è sufficiente, se il costume che è emerso dalle vicende che stiamo commentando ha potuto affermarsi, e persino acquisire caratteri di apparente normalità, pur in presenza di un codice etico, adottato dall’ANM, che in modo piuttosto chiaro prevede all’art. 1 che “Nello svolgimento delle sue funzioni, nell’esercizio di attività di autogoverno ed in ogni comportamento professionale il magistrato si ispira a valori di disinteresse personale, di indipendenza, anche interna, e di imparzialità.”»

E un intervento legislativo potrebbe essere risolutivo?

«Sarei molto cauto quanto a un possibile intervento legislativo. Troppo forte sarebbe la tentazione di utilizzare l’occasione per limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.  A mio sommesso giudizio occorre che l’ANM prenda una posizione chiara nello stigmatizzare come assolutamente impropri e censurabili tutti i comportamenti – da chiunque posti in essere – volti a condizionare l’autonomia dei membri del CSM, i quali nell’esercizio delle loro importanti funzioni debbono rispondere solo alla Costituzione, alla legge e alla loro coscienza. La dimensione etica va forse poi curata un po’ meglio nella fase del tirocinio dei nuovi magistrati. Occorre avere la consapevolezza che la legittimazione della magistratura, e quindi la sua credibilità, riposa su due pilastri, che sono da una parte la preparazione tecnico-giuridica, accertata in modo obiettivo, e, dall’altra, l’assoluta integrità personale di ciascun appartenente all’ordine giudiziario. L’una senza l’altra non è assolutamente sufficiente».

Non c’è altra via che il rigore dei comportamenti dunque?

«Ciascun magistrato deve avere ben presente che l’autonomia e l’indipendenza che la Costituzione gli accorda non solo non sono un privilegio personale, ma implicano il dovere di un’assoluta severità con sé stessi. Gli utenti della giustizia hanno il diritto di pretendere che chi è chiamato a decidere le loro controversie sia assolutamente libero di farlo secondo scienza e coscienza. La libertà e l’indipendenza del magistrato vanno dunque vissute come un dovere. Sono concetti la cui appartenenza al patrimonio morale di tutti coloro che entrano in magistratura non può essere presunta, e che vanno quindi illustrati ai giovani magistrati in modo sistematico».

Non Le sembra che il dott. Palamara sia divenuto un facile capro espiatorio dei mali endemici che attraversano la magistratura italiana?

«La prego di scusarmi, ma preferisco non esprimermi sulla vicenda specifica del dott. Palamara, anche perché la Corte di cassazione, alla quale appartengo, potrebbe essere chiamata ad occuparsene. Ho già detto, affrontando la questione nei suoi termini generali, che purtroppo non siamo di fronte ad episodi isolati. Ne viene di conseguenza la necessità di una presa di coscienza e di una riflessione a largo raggio, che coinvolga tutti i magistrati, nessuno escluso».

Il CSM ha bisogno di essere riformato?

«Come dicevo, sarei cauto nell’auspicare un intervento legislativo. Il problema deve essere risolto sul piano del costume e dei comportamenti. Non vorrei indulgere alla retorica della “maggioranza sana” del corpo dei magistrati, ma è un fatto che mediamente si può contare sull’integrità di chi è chiamato a svolgere funzioni giudiziarie. Credo che si possa essere moderatamente ottimisti quanto alle possibilità di successo di un’azione di richiamo ai valori etici della professione, purché vi sia fermezza, a partire dall’ANM e nell’agire quotidiano di tutti i magistrati, nello stigmatizzare comportamenti impropri, e nel dissipare ogni dubbio sull’inaccettabilità di ogni tentativo di condizionamento – comunque motivato – di chi sia chiamato a prendere decisioni sulla carriera dei colleghi, specie nel CSM, decisioni nelle quali l’appartenenza di chi le prende –  o di chi ne è destinatario – a questa o a quella corrente non dovrebbe avere alcun peso. Il solo sospetto che le decisioni sui magistrati vengano prese per ragioni diverse dal merito toglie evidentemente credibilità e autorevolezza all’istituzione. Detto questo, quanto alle possibili riforme bisogna essere rispettosi delle prerogative del Parlamento che, nei limiti fissati dalla Costituzione, si determinerà secondo le proprie valutazioni».

Volendo entrare più nel merito delle possibili proposte in campo per riformare il Csm?

«Personalmente non credo siano auspicabili modifiche quanto al rapporto numerico tra membri togati e laici del CSM o ai procedimenti disciplinari. Quanto ai meccanismi elettivi della componente togata, mi pare difficile garantire la libertà degli eletti modificando il sistema elettorale. La soluzione è nell’affermazione, prima di tutto nelle coscienze degli eletti e degli elettori, dell’idea, cui accennavo un istante fa, del “dovere d’ingratitudine” che grava sugli eletti, un’idea che forse non è stata fino ad oggi veramente recepita, ma che è essenziale per il buon funzionamento delle istituzioni di garanzia».

In una intervista al nostro giornale Sabino Cassese ha descritto le Procure come un quarto potere, ormai indipendente dalla magistratura. È d’accordo?

«Le opinioni del Prof. Cassese sono sempre autorevoli. Non si può negare che il corpo dei pubblici ministeri, nettamente minoritario all’interno della magistratura, abbia per forza di cose una più netta visibilità rispetto alla componente giudicante. Nemmeno ci si può nascondere che questa maggiore visibilità abbia costituito in qualche caso una potente tentazione per qualche magistrato attirato dalle sirene della politica. Detto questo, per quella che è la mia esperienza, mi sono fatto l’idea che la stragrande maggioranza dei pubblici ministeri italiani condivide pienamente la cultura della giurisdizione che è propria dell’intera magistratura, e che quindi ci si possa attendere da loro comportamenti equilibrati e garantistici rispetto ai diritti individuali non diversi da quelli dei giudici».

A fine luglio l’Aula della Camera discuterà di separazione delle carriere tra pm e giudici. Lei sarebbe d’accordo su questa riforma?

«La mia opinione vale ciò che vale, cioè nulla, ma da quanto dicevo prima è evidente che la mia preferenza è nel senso della conservazione della tradizione italiana di unicità della carriera dei magistrati, che siano giudicanti o del pubblico ministero, proprio perché un pubblico ministero che partecipi pienamente della cultura della giurisdizione garantisce meglio a mio sommesso giudizio i diritti individuali».

L’Unione delle Camere Penali non sarebbe d’accordo.

«So che i penalisti italiani non sono d’accordo. L’argomento principale che viene portato a sostegno di questa idea, e cioè che la comunanza di carriera renda più “pesante” agli occhi del giudice l’opinione del pubblico ministero rispetto a quella del difensore mi pare che provi troppo. Da una parte ci sono i tanti casi di assoluzioni pronunziate dai giudici in presenza di richieste di condanna del pubblico ministero. Dall’altra, a portare l’argomento alle estreme conseguenze, occorrerebbe allora provvedere a tante separate carriere di magistrati per quanti sono i gradi di giudizio, per evitare che il giudice superiore sia sempre portato a confermare, per la comunanza di carriera, la decisione di quello del grado precedente».

Il nostro giornale ha reso nota la trascrizione di una conversazione tra Silvio Berlusconi e il dott. Amedeo Franco. Che idea si è fatto sulla vicenda?

«Anche questa è una vicenda sconcertante, che come dicevo mi pare debba essere ancora chiarita nei suoi precisi contorni. Un aspetto delicato è costituito dal fatto che il giudice Franco non è più tra noi e quindi non può replicare a quanto si dice di lui. Detto questo, credo non si possa non essere d’accordo con quanto osservato dall’ex Primo Presidente della Corte di cassazione, Ernesto Lupo, il quale ha fatto notare come, al di là degli aspetti penali, il comportamento di un giudice che violi il segreto della camera di consiglio sia sempre disdicevole».

Qualche giorno fa abbiamo ospitato un intervento del professor Andrea Pugiotto sull’ergastolo ostativo. Qual è il Suo giudizio sul tema?

«Avendo partecipato alla decisione della Cedu, nel caso Marcello Viola c. Italia, mi limito a dire che, come emerge dal testo della sentenza, alla quale è annessa una sola opinione dissenziente, e che è stata adottata a maggioranza con sei voti contro uno, ero tra i giudici della maggioranza. Come vede, a differenza di quanto avviene nel diritto processuale italiano, per le sentenze della Corte di Strasburgo si può legittimamente sapere se una decisione è stata presa a maggioranza e quale fosse la posizione dei singoli giudici. Detto questo, devo fermarmi, non essendo opportuni commenti da parte mia su una decisione giudiziaria alla quale ho preso parte. In termini generali, è vero che a partire dal caso Vinter c. Regno Unito la Corte di Strasburgo ha teorizzato il c.d. “diritto alla speranza”. Questo però non significa che la pena della reclusione perpetua sia in sé contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ciò che la Corte dice è che una detenzione che si prolunghi oltre la sua necessità penologica, quando cioè non vi siano più ragioni per trattenere il condannato in carcere, entra in contrasto con l’art. 3 della Convenzione, che vieta la tortura e le pene e trattamenti disumani o degradanti».

Durante l’emergenza covid alcuni magistrati di sorveglianza hanno concesso la detenzione domiciliare ad alcuni detenuti dell’alta sicurezza e del 41bis. Molte le polemiche che hanno portato anche all’intervento del Ministro Bonafede con un decreto ad hoc. Crede che le polemiche siano state strumentali e nate nelle sedi sbagliate, ossia i salotti televisivi?

«In tema di giustizia, specialmente quando si tratta di temi securitari altamente sensibili politicamente, il rischio di strumentalizzazioni è sempre elevato, così come quello di un’interessata distorsione dell’informazione. Detto questo, non sarò io a dirmi in favore di una compressione della libertà d’informazione, ossigeno della democrazia».

Nel suo ultimo speech annuale quale Presidente della Cedu ha detto che gli uomini e le donne della sua generazione “hanno avuto per molto tempo la consapevolezza che la democrazia, una volta stabilita, non può essere annullata. Ma, come alcuni studiosi hanno osservato, stiamo assistendo a un fenomeno di disillusione sociale, che potrebbe portare alla deconsolidazione democratica”. Possiamo approfondire?

«Ho voluto semplicemente dire che il sistema europeo di protezione dei diritti umani, messo in piedi con la Convenzione firmata a Roma nel 1950, è una efficace polizza di assicurazione contro possibili derive autoritarie, e che quindi è un bene prezioso da preservare. Ciò anche perché non è più possibile dare per scontato il perpetuarsi della democrazia, come invece la mia generazione aveva forse ingenuamente creduto.Tentativi di erosione delle basi della democrazia sono sotto gli occhi di tutti. Ho ricordato le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea a difesa dell’autonomia della magistratura come condizione essenziale della democrazia liberale, precondizione della partecipazione all’Unione, in risposta a riforme chiaramente ispirate a idee diverse».

A cosa si riferisce?

«Si è potuto parlare di “democrazia illiberale” o anche di legittima “dittatura della maggioranza”. Sono idee del tutto incompatibili con il concetto di democrazia pluralistica teorizzata dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo e che è patrimonio comune dei 47 Stati che, con la Convenzione del 1950, hanno voluto mettere in piedi la garanzia collettiva dei diritti fondamentali della persona umana. La crisi economica, aggravata dal Covid-19, la percezione del fenomeno migratorio dei nostri tempi come minaccia d’invasione e altre difficoltà, come la sensazione d’insicurezza prodotta dal dilagare della criminalità, possono condurre al ripiegamento degli Stati su sé stessi, alla violenza e anche a derive autoritarie, quando ad alcuni, se non a molti, appaia conveniente barattare quote di libertà con quote di sicurezza. È una tentazione a mio giudizio pericolosa, perché l’autoritarismo conduce alla guerra e ad altri disastri. Siamo quindi grati alla lungimiranza dei padri della Convenzione europea, e lavoriamo perché la Corte europea dei diritti dell’uomo continui a guidare i giudici – e anche i legislatori – nazionali nell’efficace tutela dei diritti umani preservando la democrazia pluralistica, e quindi nel quadro dello Stato di diritto e nel rispetto delle minoranze e delle opinioni contrarie a quelle di chi detiene il potere».

Da oltre 60 anni la Corte contribuisce all’armonizzazione delle norme europee in materia di diritti e libertà. A che punto siamo?

«Con la Convenzione, settant’anni fa, e con la Corte, che come lei ricorda ha cominciato a lavorare più di sessant’anni fa, gli Stati europei hanno messo in piedi un cantiere che non dovrà necessariamente vedere la fine, giacché l’opera rimarrà incompiuta per definizione, dato che la giurisprudenza della Corte di Strasburgo è chiamata a confrontarsi con una società in continua evoluzione, che richiede quindi una lettura dei diritti convenzionali sempre al passo con i tempi. Parlo della dottrina dello “strumento vivente” che la Corte ha introdotto nel 1978, non senza contrasti, con la sentenza Tyrer c. Regno Unito. Detto questo, i progressi in materia di tutela di diritti umani compiuti grazie alla giurisprudenza della Corte sono immani. Il dovere degli Stati contraenti di riformare i loro ordinamenti giuridici nei casi in cui le sentenze della Corte ne rivelino la tensione con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ha condotto ad innumerevoli cambiamenti nella legislazione degli stessi Stati. Sarebbe impossibile anche tentare un elenco in questa risposta. Consiglierei a tutti coloro che siano curiosi di saperne di più di consultare il sito del Dipartimento del Consiglio d’Europa per l’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo».

Per quanto riguarda il nostro Paese?

«Per quanto riguarda l’Italia mi limiterei a ricordare tre casi: Torreggiani, del 2013, che ha dato luogo, tra l’altro, all’introduzione nel sistema italiano di ricorsi posti a disposizione di detenuti vittime di fenomeni di sovraffollamento carcerario, Cestaro, del 2015, relativo alle violenze poliziesche perpetrate durante il G8 di Genova del 2001, in seguito al quale il Parlamento italiano ha adottato, dopo una lunga attesa, la legge contro la tortura del quale il nostro Paese era sprovvisto e Oliari, sempre del 2015, sulle coppie omosessuali, che ha indotto il nostro Paese a dotarsi, finalmente, di un quadro giuridico per le unioni civili, la legge Cirinnà. Gli esempi potrebbero essere moltissimi, e dimostrano la vitalità del sistema e come gli Stati finiscano nella stragrande maggioranza dei casi per seguire le indicazioni della Corte, così realizzando un progresso effettivo nella tutela dei diritti umani».

Ma qualcuno non gradisce il lavoro della Corte.

«So bene che in certi ambienti europei vi è insofferenza verso quello che viene considerato “l’attivismo” della Corte di Strasburgo. Tentativi di limitare il raggio di azione della Corte vi sono stati in passato, finora senza successo, e non si può escludere che ve ne possano essere in futuro.  Dal mio punto di vista un ridimensionamento del sistema europeo di tutela dei diritti umani sarebbe pernicioso per il nostro continente. Sono, ancora una volta, ottimista. Il mio atteggiamento positivo deriva da una constatazione, quella della penetrazione dei valori convenzionali nella giurisprudenza dei giudici nazionali – veri protagonisti dell’applicazione della Convenzione – che li hanno ormai interiorizzati nelle loro coscienze, anche in Italia.  Certo, difficoltà di coordinamento e contrasti non mancano, ma resta irreversibile, credo, la scelta di far vivere la Convenzione negli ordinamenti interni, a tutela e garanzia dei diritti fondamentali di tutti noi».

Tempi lunghissimi e scarsa fiducia nei magistrati: la fotografia Ue della Giustizia italiana. Simona Musco su Il Dubbio il 12 luglio 2020. Nel 2018 ci sono voluti più di 1200 giorni per concludere un processo in via definitiva. Crolla la fiducia nelle toghe: il 55% ha un parere negativo. Cala la fiducia della cittadinanza nei confronti della magistratura, avvertita come sempre meno indipendente, mentre rimane alto il numero di giorni necessari per risolvere le controversie. È il quadro dipinto dalla Commissione europea nella valutazione della Giustizia per il 2020, che mette a confronto l’efficienza, la qualità e l’indipendenza dei sistemi giudiziari di tutti gli Stati membri dell’Ue. Se, da un lato, si registra un costante miglioramento dell’efficienza dei sistemi giudiziari in molti Stati membri, dall’altro secondo i risultati di un’indagine Eurobarometro, i cittadini hanno sempre meno fiducia nell’operato della magistratura, avvertita come sempre meno indipendente. «È incoraggiante constatare che in molti Stati membri i sistemi giudiziari funzionano meglio e che i cittadini europei possono chiedere efficacemente giustizia – ha sottolineato Věra Jourová, Vicepresidente per i Valori e la trasparenza -. Ciò che però mi preoccupa è il fatto che, in alcuni paesi, il livello d’indipendenza della magistratura percepito è molto basso e viene principalmente ricondotto alla pressione politica».

Il caso Italia. Stando ai dati pubblicati nel rapporto, il tempo necessario per la risoluzione dei casi civili e commerciali vede l’Italia al secondo posto, dopo la Grecia, per lunghezza delle controversie, con un notevole miglioramento rispetto al 2012, ma non quanto basta per rimanere negli standard previsti dall’Europa. Per arrivare ad una sentenza di primo grado servono, dunque, 525 giorni in media, con un miglioramento di circa 80 giorni rispetto al 2012, quando ne occorrevano circa 600. Una cifra pazzesca se si considera che il Paese più veloce, la Lituania, ci mette poco più di 50 giorni per una sentenza di primo grado. In Francia sono necessari circa 400 giorni, mentre in Germania poco più di 200.«Un sistema giudiziario efficiente gestisce il suo carico di lavoro e il suo arretrato di casi e formula giudizi senza indebito ritardo – si legge nel rapporto -. Guardando i dati disponibili dal 2012 in casi civili, commerciali e amministrativi, l’efficienza è migliorata o è rimasta stabile in 11 Stati membri, mentre è diminuita, sebbene spesso solo marginalmente, in 8 Stati membri. Si possono osservare sviluppi positivi nella maggior parte degli Stati membri che sono stati identificati nel contesto del semestre europeo per far fronte a sfide specifiche».

Ma l’Italia balza al primo posto quando si tratta di far arrivare i processi in Cassazione: per ottenere una sentenza definitiva, nel 2018, è stato necessario attendere anche 1200 giorni, ovvero tre anni e quasi quattro mesi, mentre ci sono voluti, invece, quasi mille giorni per una sentenza di secondo grado. Il paragone con la Francia è impietoso: oltralpe per concludere un processo in via definitiva ci vogliono meno di 350 giorni. Tale lentezza è dovuta, soprattutto, al numero di cause pendenti: in Italia se ne conta una ogni cento abitanti.

I costi della Giustizia. In Italia, la spesa della Giustizia è composta, in larghissima parte, da salari e stipendi di giudici e personale giudiziario, compresi i contributi sociali: si tratta di oltre il 60% della spesa. L’altra grossa fetta (circa il 25%) riguarda costi operativi per beni e servizi consumati dai tribunali, come affitto di immobili, uffici, materiali di consumo, energia e assistenza legale. Le spese fisse, come edifici e software per tribunali e altre spese, costituiscono circa il 5% della spesa. Secondo il rapporto, «risorse adeguate e personale qualificato sono necessari per il buon funzionamento del sistema giudiziario».

Indipendenza dei magistrati. In termini di percezione dell’indipendenza dei giudici, in Italia la situazione è disastrosa, con un netto calo, nel 2018, rispetto al 2017: solo poco più del 30% ha una grado di considerazione che va da abbastanza a molto alto, oltre il 40% ha un parere abbastanza negativo, il 15% molto negativo e il restante 15% non ha un’opinione in merito. L’Italia si trova così al terzultimo posto in termini di fiducia: peggio di noi solo la Slovacchia e la Croazia. Prima, invece, la Danimarca, sesta la Germania e undicesima la Francia. «L’indipendenza giudiziaria, che è parte integrante del compito decisionale giudiziario, è un requisito derivante dal principio di effettiva tutela giurisdizionale di cui all’articolo 19 Tue e dal diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un organo giurisdizionale sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue (articolo 47) – si legge nel documento -. Il quadro di valutazione Ue 2020 della Giustizia mostra indicatori aggiornati in relazione all’indipendenza percepita di tribunali e giudici, le garanzie legali sui procedimenti disciplinari riguardanti giudici, istruzioni ai pubblici ministeri in singoli casi e nomina dei membri dei consigli di magistratura e due nuove rassegne sui procedimenti disciplinari riguardanti i pubblici ministeri». Tra le principali ragioni di tale sfiducia, in Italia, spicca la pressione subita dalla politica (40% circa), quasi alla pari con pressioni economiche e altri interessi specifici, mentre poco sopra il 25% si piazzano lo status e la posizione dei giudici.

Troppi processi, pochi giudici, indipendenza toghe poco percepita. Il Corriere del Giorno. Presentato il rapporto sullo stato dei sistemi giudiziari Ue. La giustizia italiana demolita dall’Ue. Al nostro Paese il commissario Reynders riserva speciali raccomandazioni: “Oggi più che mai abbiamo bisogno di buone riforme”. Secondo le stime della Commissione Ue sono pochissime le persone che ritengono che l’indipendenza della magistratura italiana sia molto elevata. Una larga percentuale di cittadini italiani mostra scetticismo e diffidenza. In Italia ci sono troppe cause civili e commerciali pendenti, pochi giudici in proporzione agli abitanti. Una percezione dell’indipendenza della magistratura migliore solo di quella di Croazia e Slovenia. La giustizia italiana vista dalle stanze della Commissione europea, si presenta con qualche miglioramento rispetto agli anni scorsi, ma ancora tante cose da cambiare. “Abbiamo proposto al Consiglio di mandare delle particolari raccomandazioni a sette Paesi”, ha detto Didier Reynders, il commissario europeo alla Giustizia, presentando il rapporto annuale sullo stato dei sistemi giudiziari Ue. E tra questi Stati, forse non bocciati ma sicuramente rimandati, c’è l’Italia. “Rispetto al 2012 ci sono stati dei miglioramenti, ma i procedimenti restano ancora molto lunghi”, ha aggiunto Reynders. Infatti osservando i grafici presenti nelle 63 pagine del rapporto sulla giustizia, le sue affermazioni vengono confermati dai dati. Ed i numeri hanno sempre ragione. . Si stima, infatti, che per arrivare a una sentenza – in materia civile o commerciale – di primo grado ci vogliano poco più di 500 giorni. Un po’ meglio rispetto al 2012, quando si sfioravano i 600 giorni, ma comunque un tempo troppo lungo, specialmente se paragonato a quello degli altri Stati. Se poi si vuole arrivare in Cassazione, allora i tempi diventano biblici. Nessuno fa attendere un cittadino o un’impresa per una sentenza definitiva quanto l’Italia . Nel 2018 è stato sfondato il tetto dei 1200 giorni: 3 anni e quasi 4 mesi. Lecito chiedersi: perché tutta questa lentezza, questi ritardi ? Una delle cause è proprio nei numeri: i casi da risolvere sono troppi. Circa 4 ogni 100 abitanti. Meglio del 2012, quando erano quasi 6. Ma in ogni caso tanti, troppi soprattutto se si pensa che la Finlandia – che dalle tabelle sembra essere il Paese meno litigioso dell’Ue – rasenta lo zero e la Francia, che pure non è propriamente ai primi posti, non arriva a due. Se i processi sono troppi, i giudici sono pochi. Secondo i dati diffusi dal Consiglio Superiore della Magistratura, i magistrati italiani al 7 marzo 2017 erano 9408. Un numero non troppo differente da quella attuale. Ma troppo bassa secondo la Commissione Ue . Per prendere come termini di paragone dei Paesi vicini, l’Italia fa un po’ meglio di Francia e Spagna ma molto peggio della Germania, . Un numero ristretto di toghe, in proporzione agli abitanti, non aiuterà a velocizzare la giustizia civile, già travolta dai troppi fascicoli arretrati. Ma, secondo l’esecutivo della Comunità Europea, è arrivato il momento di un cambiamento necessario. Ma come si possono risolvere questi problemi? Il commissario europeo alla Giustizia Reynders non ha alcun dubbio in proposito: è necessario cambiare le leggi, e si raccomanda “Oggi più che mai abbiamo bisogno di buone riforme della giustizia. Servono ai cittadini e alle imprese, ma sono importanti anche per l’Unione europea”. C’è poi un altro aspetto rilevante e riguarda il modo in cui i cittadini giudicano la magistratura. Il potere giudiziario italiano, reduce dagli scandali nati dall’inchiesta di Perugia sul mercato delle nomine nelle procure, se la passa piuttosto male. Riesce a fare meglio solo di Slovenia e Croazia.  Secondo le stime della Commissione Ue sono pochissime le persone che ritengono che l’indipendenza della magistratura italiana sia molto elevata. Una larga percentuale di cittadini italiani mostra scetticismo e diffidenza. Infatti secondo i dati dell’Eurobarometro, molti cittadini credono che i giudici subiscano pressioni dal Governo o, comunque, dalla politica. Altri, ritengono invece che le interferenze provengono dal mondo dell’economia e dell’industria. 

Se per rendere più veloci i processi il ruolo più importante dovrà giocarlo il legislatore, ai magistrati spetterà di dimostrare nella nuova fase annunciata e promessa dopo gli scandali del 2019 e il loro lunghissimo strascico che continua ancora, che la percezione dei cittadini non corrisponde al vero. 

Lenta, diseguale e obsoleta. Ecco la giustizia italiana secondo il Cnr. Il Dubbio il 4 giugno 2020. I costi per la giustizia penale variano da un minimo di 290 euro a un massimo di circa 2.000. E un procedimento civile dura in media 250 giorni nel tribunale più veloce e 2.200 giorni circa nel più lento. L’efficienza e l’efficacia della giustizia sono due sfide che il Paese da anni deve affrontare per rimuovere i fattori che ostacolano lo sviluppo economico e il perseguimento della giustizia sociale. Nei prossimi mesi, a causa della pandemia da Covid-19, le criticità sociali ed economiche si acuiranno, incrementando il contenzioso in materia commerciale, di lavoro e di famiglia. Allo stesso tempo, è difficile ritenere che le risorse per la giustizia possano aumentare, per cui si dovranno individuare altri approcci per migliorare efficacia ed efficienza. Una ricerca svolta dall’Istituto di informatica giuridica e sistemi giudiziari del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-Igsg) ha stimato per tutti i tribunali italiani il costo medio per procedimento civile e penale (efficienza) e lo ha rapportato ai tempi di definizione delle cause (efficacia), dimostrando che “ci sono significative disparità e ampi margini di miglioramento”, in entrambi i termini. Si tratta del primo studio di questo tipo condotto nel nostro paese e rappresenta un nuovo punto di partenza per capire come utilizzare al meglio le risorse a disposizione. I dati sono stati pubblicati su “Questione giustizia”, affiancati a un cruscotto interattivo che permette a tutti i lettori di visualizzare e comparare costi e tempi medi di definizione per ciascun ufficio italiano. “Dalla ricerca emerge un quadro estremamente disomogeneo, con costi medi per causa definita che variano, a seconda del tribunale, da un minimo di 290 euro ad un massimo di circa 2.000 euro per i procedimenti penali, e dai 180 ai 620 euro per i procedimenti civili. Anche i tempi medi di definizione, come noto, presentano una grande variabilità: un procedimento civile dura in media 250 giorni nel tribunale più veloce e 2.200 giorni circa nel più lento, mentre un procedimento penale dura in media dai 120 ai 1.500 giorni. È quindi evidente che i livelli di efficienza ed efficacia sono molto diversi, differenziando sostanzialmente il servizio offerto a seconda del territorio”, dice Francesco Contini, ricercatore del CNR-Igsg e coautore dello studio. I dati mostrano da un lato un problema di allocazione delle risorse, ma dall’altro ampi margini di miglioramento che potrebbero rendere il sistema piu’ economico ed equo. “Sia sull’efficienza sia sull’efficacia, alcuni tribunali ottengono performance che, se fossero raggiunte da un maggior numero di uffici, permetterebbero una radicale riduzione dei tempi della giustizia nella definizione delle cause a parità di spesa, con una maggiore omogeneità a livello nazionale”, prosegue Contini. “Queste differenze possono essere in parte spiegate dalla diversa complessità delle cause da trattare, ma vi sono differenze tra tribunali di dimensioni analoghe e posti in territori simili che sottolineano l’importanza della diversa organizzazione degli uffici”. Aggiunge Federica Viapiana, coautrice dello studio: “Gli strumenti per affrontare queste differenze non mancano. Un primo passo dovrebbe essere il superamento della logica delle piante organiche, obsoleta, poco trasparente, poco flessibile e inadeguata a rispondere prontamente a situazioni impreviste ed emergenziali, come nel caso della recente pandemia. A questo proposito, diversi paesi europei adottano sistemi di finanziamento dei tribunali basati sui costi standard che permettono un’allocazione più equa delle risorse a disposizione – ogni ufficio viene finanziato considerando il tipo e il numero di cause che deve definire – e che quindi incentivano tutti gli operatori a rendere piu’ efficiente ed efficace la trattazione delle cause”.

Il processo penale non può essere strumento di controllo sociale. Vincenzo Comi, Antonio Mazzone de Il Riformista il 31 Gennaio 2020. Distinzione tra estinzione del reato ed estinzione del processo penale, introduzione dei termini di fase che ne impediscano l’irragionevole durata, previsione di cause di sospensione dei termini di fase sul modello di quanto previsto per i termini di custodia cautelare: questa la soluzione più equilibrata e costituzionalmente più adeguata che da anni viene prospettata. Il dibattito che si sta sviluppando su tale tema richiede, però, che ci si intenda sulla funzione del processo penale. In uno Stato di diritto e sociale il processo penale non può essere strumento di controllo sociale. Ciò vale anche con riferimento alle misure cautelari, laddove l’eventuale abbassamento del quantum probatorio richiesto per la loro emissione inevitabilmente comporterebbe un’estensione della loro applicazione, con conseguente aumento del numero delle persone sottoposte a restrizioni. Una tale scelta, però, contrasterebbe non soltanto con esigenze di garanzia e di rispetto della persona, ma anche con esigenze di efficacia, non essendo interesse della collettività ed essendo del tutto disfunzionale che sia sottoposto a misure cautelari chi non è responsabile di un reato (magari al posto di chi lo sia effettivamente). È, quindi, interesse della collettività che, nel momento in cui una misura cautelare venga emessa, le probabilità che sia stata emessa nella giusta direzione siano alte. In uno Stato di diritto e sociale il processo penale non può assumere caratterizzazione politica, non può essere strumento politico. Il processo deve avere soltanto il fine dell’accertamento della verità nel rispetto dei diritti della persona: questa, e soltanto questa, deve essere l’ideologia che motiva le riforme dello stesso. Da ciò deriva che il dibattito sulle riforme del processo penale deve riguardare soltanto scelte tecniche e non politiche. Nel momento in cui su tale tema si prospetti la possibilità di crisi politiche ciò starebbe a significare che il processo penale ha assunto una non condivisibile funzione politica. Che sarebbe conseguenza della trasformazione del ruolo del diritto penale negli ultimi trent’anni. Fino al 1990 il diritto penale ha riguardato, soprattutto, fasce socialmente deboli; ha riguardato, in particolare, condotte devianti espressione di una tipologia d’autore propria di settori socialmente ed economicamente svantaggiati. Dai primi anni 90 i settori che hanno acquisito maggiore rilevanza all’interno del diritto penale sono divenuti quelli del diritto penale della pubblica amministrazione e del diritto penale dell’economia, attinenti, rispettivamente, alla criminalità amministrativa e a quella economica. Cosicché il baricentro del diritto penale si è spostato sulle fasce sociali ed economiche dirigenti e sui settori amministrativi ed economici. Il processo penale, che è lo strumento di attuazione del diritto penale, andando a riguardare l’accertamento di stravolgimenti funzionali di attività amministrative e di quelle economiche attinenti a settori di vertice della società inevitabilmente è esposto al rischio di assumere una connotazione politica. L’impegno, oggi, deve essere quello di ricercare soluzioni tecniche che consentano al processo di svolgere efficacemente la sua funzione anche in relazione alla criminalità amministrativa ed a quella economica, eliminando, però, ogni rischio di una sua possibile caratterizzazione politica. In termini più incisivi può dirsi che la tutela dell’assetto costituzionale passa, anche, dal respingere ogni ipotesi di riforma del processo penale che possa consentire una sua illegittima utilizzazione come strumento per il conseguimento di finalità incompatibili con quelle di uno Stato di diritto e sociale.

La furia di Salvi contro il “mercimonio” operato da alcuni magistrati. Il Pg di Cassazione contro le toghe coinvolte nello scandalo nomine. Il Dubbio il 31 gennaio 2020. “Il danno che il mercimonio della funzione determina all’amministrazione della giustizia è incalcolabile”. Sono le parole del procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, nel suo intervento all’anno giudiziario. “Abbiamo dovuto assistere, anche in questi giorni, a farti di particolare gravità che hanno portato all’adozione, nel processo penale, delle più rigorose misure cautelari nei confronti di magistrati – ha sottolineato -. Queste condotte devono trovare adeguata sanzione anche disciplinare”.

RISPETTARE LE SENTENZE. “Grandi progressi sono stati fatti in direzione della tutela delle vittime. Questa tutela non può però legittimare aggressioni verbali, quando non anche fisiche, nei confronti dei giudici, allorché questi emettono decisioni che non si approvano. Tutti, anche le vittime e i loro familiari, hanno il dovere di rispettare le decisioni del giudice e i magistrati che le emettono. La critica, anche severa, non deve mai trascendere nel dileggio, nella delegittimazione e nell’insulto”. Ha detto il Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi . “Purtroppo la diffusione di questo pessimo costume, cui siamo costretti ad assistere ogni giorno dai nostri schermi televisivi, è frutto anche del mancato rispetto delle decisioni dei giudici da parte proprio di coloro che dovrebbero dare l’esempio, per il ruolo istituzionale rivestito” ha aggiunto.

Anche la Cassazione silura la riforma "grillina" sulla prescrizione. Il Corriere del Giorno il 31 Gennaio 2020. Forte anche il richiamo all’autonomia e alla indipendenza della magistratura, nelle parole importanti pronunciate dal Vicepresidente del CSM Ermini, impegnato a ridare quella piena credibilità all’organo di autogoverno. Secondo il Primo Presidente della Cassazione c’è il rischio di un “significativo incremento del carico penale (vicino sostanzialmente al 50%) che difficilmente potrebbe essere trattato a causa del venir meno delle prescrizioni che maturano in appello, circa 20-25mila processi l’anno. L’ “allarme prescrizione” è arrivato oggi inaspettatamente dal Primo Presidente della Cassazione Giovanni Mammone che ha spiegato che  senza correttivi si rischia un vero e proprio caos giudiziario,  in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario  svoltosi nell’Aula magna del “Palazzaccio”, alla presenza del  Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del presidente del Senato Elisabetta Casellati e del premier Giuseppe Conte e delle più alte cariche dello Stato. Secondo il Primo Presidente della Cassazione c’è il rischio di un “significativo incremento del carico penale (vicino sostanzialmente al 50%) che difficilmente potrebbe essere trattato a causa del venir meno delle prescrizioni che maturano in appello, circa 20-25mila processi l’anno. Ne deriverebbe un significativo incremento del carico penale (vicino al 50%) che difficilmente potrebbe essere tempestivamente trattato” aggiungendo che “risulta pertanto necessario porre allo studio e attuare le più opportune soluzioni normative, strutturali e organizzative tali da scongiurare la prevedibile crisi”. Il Presidente della Cassazione Mammone ha spiegato che  “è necessario che le concrete misure acceleratorie vengano adottate non solo nella parte del processo successiva al primo grado, ora non più coperta dalla prescrizione, ma anche in quella anteriore, soprattutto nelle fasi dell’indagine e dell’udienza preliminare, in cui si verificano le maggiori criticità che determinano la dispersione dei tempi e la maturazione della prescrizione“, concludendo che “Il blocco della prescrizione prolungherà la durata dei processi; le vittime del reato vedrebbero prolungarsi i tempi di risposta della giustizia e del risarcimento del danno patito: è dunque auspicabile che intervengano concrete misure legislative  per accelerare il processo, la cui stessa conformazione dilata oltremodo i tempi“. Nella relazione di Mammone messo in evidenza il valzer delle cifre del pianeta giustizia, sempre in sofferenza nel nostro Paese, in cui pendono oltre 3 milioni e 312mila cause civili pendenti, con durata dei processi non adeguata ai parametri della Corte europea ed “alle attese del mondo economico”. Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi nel corso del suo intervento ha detto che “L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata una importante occasione per ribadire alcune emergenze, a partire dalla necessità di un impegno senza quartiere per contrastare corruzione, mafie e la loro penetrazione nell’economia legale” .  L’allarme del procuratore generale della Corte di Cassazione sulle politiche dell’immigrazione è chiaro e diretto: “Mentre da anni sono chiusi i canali di ingresso legali e ormai non viene nemmeno più redatto nei tempi prescritti il decreto flussi, la cessazione dell’accoglienza e delle politiche di inserimento creeranno tra breve un’ulteriore massa di persone poste ai margini della società, rese cioè clandestine. Ciò deve essere evitato per molte ragioni, ma per una sopra ogni altra: rendere il nostro Paese ancora più sicuro”. “Affidare esclusivamente al diritto penale i valori della società reca rischi preoccupanti”, ha aggiunto Salvi: dalle sentenze si esigerebbe  che “veicolino contenuti ritenuti “giusti”» perché ricavati dalla discussione mediatica e si rischia di  spostare le politiche» ai “soli risvolti punitivi”. «La tentazione del governo della paura ha riflessi anche sul pm, e dal desiderio di  rassicurazione sociale  a  proporsi come inquirente senza macchia e senza paura, il passo non è poi troppo lungo“. Sul problema della prescrizione che  da settimane divide e contrappone persino gli stessi partiti della maggioranza, il procuratore generale Salvi ha ricordato che si tratta di “un istituto di garanzia correlato all’inerzia dei pubblici poteri e alle loro inefficienze, a presidio del diritto all’oblio, che tuttavia non è assoluto e non è senza bilanciamenti”. Bisogna quindi “operare per respingere gli effetti negativi di una prescrizione che giunge mentre è intenso lo sforzo di accertamento della responsabilità, preservando al contempo il valore di garanzia dell’istituto”. Sui doveri del magistrato, di cui il Procuratore Generale della Cassazione è una sentinella in quanto titolare  insieme al ministro della Giustizia dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe, la relazione di Salvi ha affrontato un altro argomento di grande attualità: la comunicazione dell’attività giudiziaria da parte dei capi degli uffici, e in particolare dei procuratori. I quali danno notizia di arresti e indagini in una fase preliminare del procedimento, cioè “quando ancora il contraddittorio non è pieno e un ruolo dominante è svolto necessariamente dal pubblico ministero” . Un’informazione inevitabilmente di parte, un tema che anche di recente ha suscitato dibattiti e polemiche, e Salvi non si sottrae richiamando i pm al principio secondo cui “l’informazione non è resa nell’interesse del magistrato o della Procura; è un dovere di ufficio e il pm deve attenersi ai doveri di riservatezza e correttezza, come manifestazione e riflesso della imparzialità e della indipendenza“. Ne consegue  che l’utilizzo di  “toni enfatici, tali da generare nell’opinione pubblica la convinzione della definitività dell’accertamento, sono professionalmente inadeguati e lesivi dei diritti degli indagati. La semplificazione della comunicazione rischia di generare il sospetto che non la fiducia della pubblica opinione sia ricercata, ma il suo consenso. E questo sarebbe la fine dell’indipendenza del pubblico ministero”. L’intervento del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi non ha risparmiato la crisi che l’estate scorsa ha travolto il Consiglio Superiore della Magistratura , con il “caso Palamara” che ha portato alla sostituzione del Pg della Cassazione, di cui lui ha preso il posto, ed alle   dimissioni di cinque consiglieri . Salvi ha ricordato le azioni disciplinari avviate, ma sostiene che “limitare la risposta istituzionale alle sole sanzioni amministrative, sarebbe un segno di incomprensione  di quanto avvenuto” . “Il controllo disciplinare dell’attività dei magistrati, sia nell’ambito del loro lavoro che fuori, è fondamentale per contribuire Allo svolgimento corretto della funzione giudiziaria” ha aggiunto il procuratore generale “Ma va esercitato con grande attenzione, perché in moltissimi casi le denunce disciplinari arrivano da privati che hanno il solo scopo di «punire il magistrato sgradito e magari liberarsene“. Si spiega così il dato statistico per cui  a fronte di 1.898 notizie di interesse disciplinare arrivate in Cassazione, che sono in costante aumento negli ultimi anni, sono stati 156 i procedimenti aperti nel 2019 , anche questi in aumento rispetto agli anni precedenti. La metà delle incolpazioni (per la precisione il 50,8 per cento) riguarda le violazioni del dovere di correttezza, il 37, 4 per cento della diligenza e l’11,8 per cento comportamenti al di fuori dell’attività giudiziaria. Forte anche il richiamo all’autonomia e alla indipendenza della magistratura, nelle parole importanti pronunciate dal Vicepresidente del CSM David Ermini, impegnato a ridare quella piena credibilità all’organo di autogoverno minata dalle vicende opache emerse qualche mese fa e da un deteriore correntismo, che impone anche nuovi meccanismi di elezione dei membri togati. “Serve prudenza  e sobrietà anche nell’uso dei social da parte delle toghe”, ha sostenuto Ermini che dopo la bufera dell’inchiesta di Perugia  ha chiesto loro “un comportamento esemplare e irreprensibile anche nella vita privata”. La relazione del Primo Presidente Mammone e l’intervento del Presidente del Consiglio Nazionale Forense, Mascherin, hanno riproposto, tra l’altro, l’urgenza di una riforma del processo penale che garantisca davvero tempi certi e rapidi ai processi. Ma hanno chiaramente fatto emergere anche tutti i rischi insiti nella riforma Bonafede sulla prescrizione, che non è affatto quel fattore di civiltà di cui ha parlato il Ministro. “Per questo, per il Pd, è necessario al più presto portare in Consiglio dei Ministri la riforma del processo penale e insieme giungere come maggioranza  ad una modifica vera della legge sulla prescrizione, per giungere ad una sintesi che tenga conto delle ragioni serie di tutte le componenti” ha commentato il deputato Walter Verini, responsabile giustizia del Pd, presente oggi all’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Suprema Corte di Cassazione. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione  ha detto : “È noto a tutti che esistono divergenze, soprattutto per quanto concerne il nuovo regime della prescrizione entrato in vigore dal primo gennaio che io considero, personalmente, una conquista di civiltà. Ciò premesso, è in atto un confronto serrato all’interno della maggioranza per superare le divergenze e consegnare ai cittadini un processo idoneo a rispondere alle loro istanze di giustizia, garantendo tempi certi ed eliminando ogni spazio di impunità” aggiungendo “Contemporaneamente ci stiamo confrontando su un progetto di riforma ordinamentale della magistratura che mira a rafforzarne l’autonomia e l’indipendenza incidendo, da un lato sulla recisione di ogni possibile commistione con la politica; dall’altro lato sulla necessaria eliminazione delle cosiddette degenerazioni del correntismo“.

L’allarme del Pg della Cassazione sui decreti sicurezza: «Attenti agli effetti criminogeni». Pubblicato venerdì, 31 gennaio 2020 da Giovanni Bianconi su Corriere.it. L’allarme del procuratore generale della Corte di cassazione sulle politiche dell’immigrazione è chiaro e diretto: «Mentre da anni sono chiusi i canali di ingresso legali e ormai non viene nemmeno più redatto nei tempi prescritti il decreto flussi, la cessazione dell’accoglienza e delle politiche di inserimento creeranno tra breve un’ulteriore massa di persone poste ai margini della società, rese cioè clandestine. Ciò deve essere evitato per molte ragioni, ma per una sopra ogni altra: rendere il nostro Paese ancora più sicuro». Secondo Giovanni Salvi, che nella nuova veste di capo della magistratura inquirente partecipa per la prima volta con la sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, «se di sicurezza si parla, è bene che sia valutato l’effetto criminogeno e di insicurezza che discende dalla mancanza di politiche razionali per l’ingresso legale nel Paese e per l’inserimento sociale pieno di coloro che vi si trovano». Il riferimento è ai cosiddetti «decreti sicurezza» varati dal precedente governo quando ministro dell’Interno era Matteo Salvini, al quale il pg della Cassazione dedica alcune considerazioni solo sul piano tecnico. «Le scelte sulle politiche migratorie e di ingresso nel territorio dello Stato competono al legislatore e al governo», precisa infatti Salvi, che subito dopo però precisa: «Purché nel quadro di compatibilità con le norme costituzionali e pattizie, prima fra tutte l’obbligo che il nostro Paese ha assunto per la protezione internazionale di coloro che ne hanno potenzialmente diritto». È un richiamo analogo a quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando firmò i provvedimenti, e che il nuovo governo ha ripetutamente annunciato di voler rispettare modificando alcune parte dei decreti Salvini. Finora però non s’è vista alcuna riforma, e ora le parole dell’alto magistrato rendono più urgenti le indicazioni giunte del Quirinale. Sul problema della prescrizione che da settimane divide i partiti della maggioranza, Salvi ricorda che si tratta di «un istituto di garanzia correlato all’inerzia dei pubblici poteri e alle loro inefficienze, a presidio del diritto all’oblio», che tuttavia «non è assoluto e non è senza bilanciamenti». Bisogna dunque «operare per respingere gli effetti negativi di una prescrizione che giunge mentre è intenso lo sforzo di accertamento della responsabilità, preservando al contempo il valore di garanzia dell’istituto». L’altro magistrato non entra nel merito della cosiddetta «riforma Bonafede», ma sembra spezzare una lancia a favore del «lodo Conte» quando dice che c’è «un punto critico» nella «parificazione della sentenza di condanna a quella di assoluzione». I partiti di governo stanno lavorando a una distinzione tra le due situazioni (prescrizione che s’ interrompe solo dopo il verdetto di colpevolezza), ferma restando, «a parere della Procura generale, la necessità di individuare comunque un punto finale, cui consegua la statuizione definitiva sulla prescrizione». No al processo senza fine, insomma, «e ciò anche a tutela della persona offesa». Sul tema è intervenuto anche il primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone: «Si prospetta un incremento del carico di lavoro della Corte di cassazione di circa 20.000-25.000 processi per anno. Ne deriverebbe un significativo incremento del carico penale (vicino al 50%) che difficilmente potrebbe essere tempestivamente trattato». E ancora: «Il blocco della prescrizione prolungherà la durata dei processi; le vittime del reato vedrebbero prolungarsi i tempi di risposta della giustizia e del risarcimento del danno patito: è dunque auspicabile che intervengano concrete misure legislative» per «accelerare il processo», la cui stessa conformazione «dilata oltremodo i tempi». Una migliore e più corretta analisi dei dati statistici consente al pg della Cassazione di smentire l’affermazione secondo cui la gran parte delle prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari; nella realtà l’imbuto nel quale evaporano molti reati è nella fase d’attesa tra la chiusura delle indagini e la fissazione delle udienze per i processi di primo grado, a inchiesta ampiamente conclusa. Un altro dato che non corrisponde al vero, sebbene sia diventato quasi un luogo comune nel dibattito politico e intorno ai temi della giustizia, è che la metà dei processi avviati finisce con sentenze di assoluzione. Ne discende un giudizio severo sull’attività delle Procure, che la relazione di Salvi smentisce interpretando meglio i numeri. Nel 50 per cento di «assoluzioni» vengono infatti incluse le dichiarazioni di prescrizione, le remissioni di querela, le depenalizzazioni del reato, le morti del reo, la minima rilevanza del fatto e altri esiti «che non possono essere considerati smentite dell’ipotesi accusatoria, e dunque non sono il risultato di un cattivo esercizio dell’azione penale». Sottratte queste cause di «non doversi procedere», le assoluzioni nel merito si riducono a circa il 21 per cento, quota che può considerarsi fisiologica. Stesso discorso per le sentenze riformate in appello: oltre il 70 per cento non si tramutano in assoluzioni, bensì in estinzione del reato per prescrizione o altre cause. Le statistiche sull’andamento della criminalità, sottolinea Salvi, «indicano una tendenza molto positiva, e rafforzano la discrasia tra la sicurezza effettiva, almeno per ciò che concerne i profili derivanti dalla criminalità, e quella percepita. Tuttavia, anche la insicurezza solo percepita non è da trascurare o da guardare con spocchia». Nell’analisi del pg, «la discrasia è frutto di molti padri, innanzitutto la convinzione che il ‘mercato della paura’ sia un buon affare politico. Ma vi sono anche aspetti reali, che non si devono sottovalutare: dalla sostanziale carenza di effettività della risposta alla domanda di giustizia quotidiana, alla inesistenza di politiche di integrazione dello straniero, la cui mancanza è particolarmente avvertita nelle aree degradate». In ogni caso il numero degli omicidi è «drasticamente calato», attestandosi a 297 nel 2019 (furono 1.916 nel 1991), con un rapporto rispetto alla popolazione «inferiore alla media europea e tra i più bassi al mondo». In questo quadro, però, «è ancora più drammatico il fatto che permangono pressoché stabili, pur se anch’essi in diminuzione, gli omicidi in danno di donne, consumati nel contesto di relazioni affettive o domestiche, i cosiddetti “femminicidi”. Le donne uccise sono state 131 nel 2017, 135 nel 2018 e 103 nel 2019. Aumenta di conseguenza il dato percentuale, rispetto agli omicidi in danno di uomini, in maniera davvero impressionante; le violenze in danno di donne e di minori diminuiscono in numero, ma restano una emergenza nazionale». La diminuzione dei delitti e del crimine violento è dovuta al «contrasto efficace» delle forze di polizia e degli inquirenti, che ha dato i suoi effetti anche rispetto al fenomeno mafioso. Se infatti le organizzazioni criminali hanno scelto la strategia della «sommersione», evitando per quanto possibile omicidi e reati eclatanti, ciò è dovuto alla risposta «vincente» fornita da investigatori e magistratura, «e più in generale della risposta ferma della società civile». Sempre in tema di contrasto alla mafia, che «dunque non è invincibile», Salvi ricorda l’importanza della sentenza della Corte costituzionale sul cosiddetto «ergastolo ostativo». Sgombrando definitivamente il campo dagli allarmi abbastanza ingiustificati che s’erano levati all’indomani della pronuncia, il pg ricorda che la Consulta «ha riportato a sistematicità e coerenza costituzionale un istituto che in origine non era volto a punire più gravemente, e nella fase esecutiva, ma a prevenire ulteriori condotte illecite». Sui doveri del magistrato, di cui il pg della Cassazione è una sentinella in quanto titolare (insieme al ministro della Giustizia) dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe, la relazione di Salvi affronta un altro punto di grande attualità: la comunicazione dell’attività giudiziaria da parte dei capi degli uffici, e in particolare dei procuratori. I quali danno notizia di arresti e indagini in una fase preliminare del procedimento, «quando ancora il contraddittorio non è pieno e un ruolo dominante è svolto necessariamente dal pubblico ministero». Informazione inevitabilmente di parte, quindi. È un tema che anche di recente ha suscitato dibattiti e polemiche, e Salvi non si sottrae richiamando i pm al principio secondo cui «l’informazione non è resa nell’interesse del magistrato o della Procura; è un dovere di ufficio e il pm deve attenersi ai doveri di riservatezza e correttezza, come manifestazione e riflesso della imparzialità e della indipendenza». Ne consegue – e in questo passaggio si possono leggere riferimenti a casi recenti – che «toni enfatici, tali da generare nell’opinione pubblica la convinzione della definitività dell’accertamento, sono professionalmente inadeguati e lesivi dei diritti degli indagati. La semplificazione della comunicazione rischia di generare il sospetto che non la fiducia della pubblica opinione sia ricercata, ma il suo consenso. E questo sarebbe la fine dell’indipendenza del pubblico ministero». L’intervento di Salvi non risparmia la crisi che ha investito il Consiglio superiore della magistratura l’estate scorsa, che con il «caso Palamara» ha portato alle dimissioni di cinque consiglieri e alla sostituzione del pg della Cassazione, di cui lui ha preso il posto. Ricorda le azioni disciplinari avviate, ma sostiene che «sarebbe segno di incomprensione» di quanto avvenuto limitare la risposta istituzionale alle sole sanzioni amministrative. Tuttavia proprio il controllo disciplinare dell’attività dei magistrati, sia nell’ambito del loro lavoro che fuori, è «fondamentale per contribuire Allo svolgimento corretto della funzione giudiziaria». Ma va esercitato con grande attenzione, perché in moltissimi casi le denunce disciplinari arrivano da privati che hanno il solo scopo di «punire il magistrato sgradito e magari liberarsene». Ecco così spiegato il dato statistico per cui nel 2019, a fronte di 1.898 notizie di interesse disciplinare arrivate in Cassazione (in costante aumento negli ultimi anni), i procedimenti aperti sono stati solo 156 (anche questi in aumento rispetto agli anni precedenti). La metà delle incolpazioni (50,8 per cento) riguarda le violazioni del dovere di correttezza, il 37, 4 per cento della diligenza e l’11,8 per cento comportamenti al di fuori dell’attività giudiziaria.

Prescrizione e giustizia show sono “una boiata pazzesca”: due magistrati contro il partito dei Pm. Piero Sansonetti il 1 Febbraio 2020 su Il Riformista. I l primo presidente della Cassazione, Giovanni Mammone, diciamo pure il capo della magistratura, nel suo discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario ha spiegato che la riforma della prescrizione – per usare un linguaggio caro a Paolo Villaggio – è una boiata pazzesca. Danneggerà il funzionamento della giustizia al solo scopo di ledere i diritti degli imputati e di incattivire i rapporti tra magistratura e avvocatura. Capolavoro. Chi l’ha pensato questo capolavoro? Chi intende ancora difenderlo? Il Procuratore generale della Cassazione, invece, cioè Giovanni Salvi, ha demolito la giustizia spettacolo, la subalternità degli inquirenti alle pressioni mediatiche, i decreti sicurezza del governo, la politica xenofoba sull’immigrazione, il panpenalismo, i magistrati che fanno retorica “eroista” e narcisista, la paura come strumento di governo, l’idea che la punizione sia la salvezza di una società… e anche altre cose. Diciamo che mettendo insieme i due discorsi si può giungere a questa conclusione (stavolta sostituendo Paolo Villaggio con Gino Bartali): l’è tutto da rifare. Forse è sbagliato scherzare. Senza forse. L’apertura dell’anno giudiziario, dopo le polemiche molto aspre dei giorni scorsi, soprattutto tra avvocati e partito dei Pm, ha portato delle novità importanti e spinge ad alcune riflessioni. La novità fondamentale è questa: esiste una parte della magistratura capace di discutere di giustizia e di giurisdizione senza immaginare che la giustizia e la giurisdizione possano essere identificate con la magistratura stessa, con le sue aspirazioni etiche, con i suoi interessi materiali. È importante che esista questa anima democratica della magistratura, che ieri si è espressa a una notevole altezza culturale. In netto ed evidentissimo contrasto con la modestia culturale che nei giorni scorsi aveva caratterizzato le polemiche del partito dei Pm e del suo giornale. Ed è anche molto importante che questa parte della magistratura abbia rappresentanti ai vertici. Il Presidente della Cassazione e il Procuratore generale sono persone di grande prestigio e hanno un ruolo di enorme peso sulla vita della giustizia. Poi però c’è l’altra faccia della medaglia. La riflessione numero due: come è possibile che queste preoccupazioni così forti da parte dei vertici della magistratura non abbiano nei giorni scorsi trovato nessuna espressione, a nessun livello, nel corpo grande e vasto della stessa magistratura? Come si può immaginare che la magistratura italiana abbia dei vertici molto illuminati, ma poi si raccolga tutta compatta, senza dissensi, senza fiati di critica, attorno al partito dei Pm, che è controllato in modo quasi militare dalle correnti, dai loro equilibri, e dal carisma di magistrati come Gratteri, o Davigo, o dai vertici dell’Anm, o anche da personaggi esterni, ma molto potenti, come per esempio il ministro Bonafede o il capo dei 5Stelle e cioè Marco Travaglio? Non è una domanda “politologica”. È politica. Riguarda i rapporti di forza tra i sostenitori dello Stato di diritto e il partito dei populisti e dei Pm. È paradossale che il governo – guidato dai 5 Stelle – imponga al Parlamento la fine della prescrizione e la proclamazione del processo eterno (e del diritto dei magistrati di dominare gli imputati senza limiti di tempo) per fare piacere ai magistrati, e che poi, alla prima cerimonia ufficiale, i vertici della magistratura spieghino che quella riforma è una vera e propria stupidaggine che creerà danni seri alla giustizia e limiterà i diritti costituzionali degli imputati. C’è qualcosa che non funziona, no? Scusate se lo dico in modo così brutale: secondo me quello che non funziona è la negazione di un fatto innegabilmente avvenuto in questi anni: un settore eversivo e autoritario della magistratura, di ispirazione fortissimamente reazionaria e giustizialista, è riuscito a creare una struttura politica – parallela ma al tempo stessa interna al Parlamento e alla stessa magistratura – capace di esprimere un potere formidabile, di condizionare i partiti, le leggi, le norme, le politiche, e anche le reti di potere nell’Ordine giudiziario. È una struttura vera e propria, che naturalmente passa dentro l’Anm e i partiti politici, si esprime attraverso i gruppi parlamentari dei 5 Stelle, trova una forza immensa nelle ampie capacità di controllo sulla stampa e sulla Tv, controllo che avviene attraverso lo strumento intimidatorio del Fatto Quotidiano ma che va molto oltre Il Fatto Quotidiano, e che comunque non trova nessun ostacolo serio, tranne alcuni piccoli quotidiani ( noi, il Foglio, Il Dubbio e quasi nient’altro) e qualche piccola stazione radio (Radio Radicale e basta). Sapete quando si parla, a vanvera, di P2, di P3, di P4 eccetera eccetera? Stupidaggini. Qui invece siamo effettivamente di fronte a una vera e propria struttura parallela e potentissima, in grado di condizionare e sottomettere il potere legittimo della democrazia. Raccontare queste cose vuol dire violare la correttezza politica? O l’omertà dovuta alla propria categoria? Vuol dire rompere i confini e i limiti della buona educazione? Non lo so. Forse. Però le cose stanno esattamente così. I discorsi di Mammone e di Salvi hanno riscaldato il cuore a quelli di noi, non molti, che credono allo Stato di diritto, e considerano il garantismo un gran valore della civiltà occidentale. Però sappiamo che non cambieranno molto le cose. Che il partito dei Pm comunque resta il partito politico più forte nel nostro Paese. e che sta assumendo connotati sempre di più reazionari ed estremisti. Ha un disegno di fondo, che è quello dell’accumulo del maggior potere possibile. E nella sua strategia di potere c’è la riduzione dei diritti della difesa, l’indebolimento del ruolo degli avvocati (che sono gli unici che si oppongono), il congelamento degli aspetti più moderni dello Stato di diritto. Il disegno di una società autoritaria costruita tutta attorno al valore del giudizio, della repressione e della pena. Grazie a Salvi, certo, e grazie a Mammone. E poi? O la politica si mette in moto e abbandona la sua tradizionale codardia, e organizza la resistenza, o i discorsi di Salvi e Mammone varranno un po’ meno di un’avemaria.

Prescrizione, la Cassazione boccia Bonafede: “25mila processi in più, andremo in crisi”. Redazione de Il Riformista il  31 Gennaio 2020. La riforma della prescrizione potrebbe creare “un significativo incremento del carico penale (vicino al 50%) che difficilmente potrebbe essere trattato“. A lanciare l’allarme è il presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone, nella sua relazione per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario. Secondo la suprema Corte “si prospetta un incremento del carico di lavoro della Cassazione di circa 20.000-25.000 processi per anno, corrispondente al quantitativo medio dei procedimenti che negli ultimi anni si è estinto per prescrizione in secondo grado“. Un peso lavorativo che secondo Mammone avrà vari effetti, ancora di difficile definizione, con “le vittime del reato che vedrebbero inoltre prolungarsi i tempi della risposta di giustizia e del risarcimento del danno patito“. Pertanto, insiste il presidente, “risulta necessario porre allo studio e attuare le più opportune soluzioni normative, strutturali e organizzative tali da scongiurare la prevedibile crisi che ne deriverebbe al giudizio di legittimità” auspicando “che intervengano concrete misure legislative in grado di accelerare il processo, in quanto ferma è la convinzione che sia la conformazione stessa del giudizio penale a dilatare oltremodo i tempi processuali”. LA RICHIESTA DI ‘CONTRAPPESI’ – Un giudizio che se non stronca la riforma, ne richiede con forza dei contrappesi, per evitare un collasso del sistema giustizia. Anche il procuratore generale del Palazzaccio, Giovanni Salvi, sottolinea: “Finché la prescrizione sarà, non un evento eccezionale causato dall’inerzia della giurisdizione, ma un obbiettivo da perseguire, nessun rito alternativo sarà appetibile“. Il Pg della Cassazione ribadisce che “la prescrizione è un istituto di garanzia correlato all’inerzia dei pubblici poteri e alle loro inefficienze, a presidio del diritto all’oblio. Questo diritto non è assoluto e non è senza bilanciamenti“. Dunque è “necessario operare per respingere gli effetti negativi di una prescrizione che giunge mentre è intenso lo sforzo di accertamento della responsabilità, preservando al contempo il valore di garanzia dell’istituto“.

BONAFEDE TIRA DRITTO – Nonostante gli alert lanciati dalla Corte il guardasigilli Alfonso Bonafede tira dritto: “È noto a tutti che esistono divergenze, soprattutto per quanto concerne il nuovo regime della Prescrizione entrato in vigore dal 1 gennaio 2020, che io considero, personalmente, una conquista di civiltà“. Sulla riforma, il ministro però non nega “un confronto serrato all’interno della maggioranza per superare le divergenze“, ma nello stesso tempo conferma la volontà e l’impegno affinché si arrivi a una efficiente riforma del processo penale che consegni “ai cittadini un processo idoneo a rispondere alle loro istanze di giustizia, garantendo tempi certi ed eliminando ogni spazio di impunità“.

LE REAZIONI POLITICHE – Una posizione che acuisce ancora di più le divergenze nel governo giallorosso con Andrea Marcucci (Pd) che invita Bonafede a riflettere “sull’allarme del presidente della Cassazione Mammone. Il blocco della Prescrizione potrebbe mandare in crisi intero sistema della giustizia. Occorre intervenire presto e bene“. “La riforma Bonafede è un obbrobrio giuridico che trasforma i cittadini in ostaggi a vita dei pubblici ministeri” tuona Mara Carfagna che annuncia: “Se non sarà il Parlamento ad abolirla, Voce Libera raccoglierà le firme per promuovere il referendum e cancellarla così una volta per tutte“. A farle eco Enrico Costa, collega di Forza Italia, che accusa il guardasigilli: “Ha sbandierato lo stop alla Prescrizione come una ‘conquista di civiltà”. Dichiarazioni che suonano come un pugno in faccia a quella parte della maggioranza che a quella riforma si è opposta ed ha chiesto che non entrasse in vigore o che venisse cambiata.

·         La "scena del crimine".

"Vi dico cosa succede (davvero) sulla "scena del crimine"". Chi arriva per primo sul luogo di un omicidio? E come si procede nelle indagini? Il racconto di un agente di pubblica sicurezza: "La realtà non è quella che si vede nei film". Francesca Bernasconi, Sabato 24/10/2020 su Il Giornale. Il nastro rosso e bianco recinta la stanza, mentre a terra i cartellini gialli numerati segnalano i reperti più interessanti ai fini delle indagini. Sul luogo, intanto, arrivano agenti della scientifica, medico legale e funzionari in borghese. È quello che siamo abituati a vedere sulla scena del crimine dei film. Ma nella realtà è davvero così? Chi interviene quando ci si trova di fronte a un caso di omicidio? A rispondere al Giornale.it è un agente di pubblica sicurezza - che preferisce mantenere l'anonimato - intervenuto spesso sulle scene del crimine e che rivela: "Non è come nei film".

Chi arriva per primo sulla scena di un crimine?

«I primi ad arrivare sul posto sono gli agenti di polizia della volante, la pattuglia che viene avvisata dalla centrale operativa dopo la chiamata di qualche cittadino che ha segnalato un crimine. Io ho lavorato sulle volanti per un periodo e sono intervenuto su diverse scene del crimine. Funziona così: se un cittadino sente o vede qualcosa di sospetto, come urla, boati o sangue, chiama il 113 descrivendo la situazione e la centrale invia la volante sul luogo.

Come procede la volante che arriva sul posto?

«Dipende dalla situazione. Se si deve intervenire in una casa e la porta è chiusa, può essere necessario anche l'intervento dei vigili del fuoco, che vengono avvisati direttamente dalla centrale e arrivano insieme a noi sul posto. Se invece si riesce a entrare sulla scena del crimine o se si tratta di un luogo all'aperto, non è necessario contattarli e gli agenti possono procedere alla bonifica, controllando che non siano presenti altre persone, oltre alle vittime».

Prendiamo il caso di un omicidio. Cosa fanno gli agenti?

«Una volta entrati, fanno una prima valutazione, per capire se la persona che si trovano di fronte è morta. In caso affermativo, bloccano eventuali soccorsi avvisati precedentemente, evitando di farli accedere alla scena del crimine. Bisogna anche cercare di capire se si tratta di un omicidio: per farlo vengono presi in considerazioni diversi elementi, come la posizione del corpo, la presenza di colpi da arma da fuoco o un'arma da taglio (se questa è conficcata nella schiena della vittima, difficilmente si esclude l'omicidio). Una volta appurato che c'è stato un omicidio, gli agenti "congelano" la scena, cinturando la zona per impedire l'accesso a tutti gli estranei: è fondamentale, infatti, inquinare il meno possibile la scena del crimine, per permettere alla scientifica di fare tutti i rilievi del caso. A quel punto, iniziamo a raccogliere più informazioni possibili, facendo da apripista ai colleghi della scientifica».

In che senso?

«Essendo i primi ad arrivare sul posto, gli agenti di pattuglia devono raccogliere tutte le informazioni possibili: per farlo, spesso ci si aiuta con i dispositivi elettronici, che permettono di riprendere la scena del crimine. Se ci si trova all'aperto, alcune tracce potrebbero anche svanire, soprattutto in caso di pioggia: per questo è molto importante riuscire a riprendere tutto, per fornire eventuale supporto alla scientifica. Solitamente, prima di entrare sulla scena di un crimine, gli agenti indossano calzari e guanti ma, in caso non sia stato possibile, la pattuglia descrive alla scientifica il percorso fatto in precedenza e, per evitare che le impronte vengano confuse con quelle dei possibili sospetti, quelle degli agenti possono venire registrate. Non lasciare ulteriori tracce è fondamentale per non inquinare la scena. Ti faccio un esempio: una volta, quando svolgevo servizio sulle volanti, un nostro informatore ci aveva segnalato la presenza di un cadavere in un capannone. Quando siamo arrivati sul posto, abbiamo indossato i calzari per non lasciare impronte e abbiamo fatto la bonifica, controllando che non ci fosse nessun altro oltre la vittima. Poi abbiamo "congelato" la scena senza toccare niente. La scientifica ci ha fatto i complimenti, perché eravamo stati molto attenti a non lasciare le nostre tracce e non abbiamo inquinato nulla».

Chi altro interviene sulla scena di un omicidio?

«Una volta arrivati sul posto, gli agenti della volante avvisano subito la centrale opertativa, che invia la volante coordinatrice, sulla quale lavora un sottoufficiale, l'unico che può autorizzare determinati atti. I due agenti aggiuntivi, inoltre, servono da supporto alla prima pattuglia intervenuta, sia per la cinturazione che per l'identificazione di eventuali testimoni e per la raccolta di sommarie informazioni. In seguito arrivano la scientifica e la squadra mobile perché, se l'individuazione del reo non è lampante, tutti i casi di omicidio passano sotto la gestione della sezione specifica della squadra mobile. Intanto la prima volante arrivata sulla scena del crimine chiama il magistrato di turno, a cui vengono riferite le prime sensazioni e valutazioni degli agenti: in quel momento, siamo i suoi occhi e quelli del nostro funzionario di turno, che interviene sul posto solamente se lo ritiene opportuno. L'arrivo del medico legale, avvisato dalla centrale operativa, è atteso da tutti, per avere subito qualche informazione in più sul posto (tempo del decesso, modalità...). È lui infatti che fa le prime valutazioni sul posto, constatando con certezza la morte della persona, in base alla temperatura corporea e ad altri elementi. Una volta effettuate le prime constatazioni sul corpo, viene autorizzata la rimozione del cadavere, che viene portato in obitorio. Lì viene successivamente svolta l'autopsia che, in caso di esami irripetibili, può richiedere la presenza della sezione omicidi. Solitamente si hanno i risultati in un paio di giorni, mentre la documentazione completa dell'esame può arrivare anche a distanza di 60 giorni. Nel frattempo a indagare è la squadra mobile: gli agenti delle volanti sono presenti solamente sulla scena del crimine, ma poi tutto passa nelle mani della squadra omicidi. Dopo il congelamento, però, la pattuglia arrivata sul luogo per prima, può svolgere azioni di supporto alla squadra mobile».

Per esempio?

«Per prima cosa, la squadra mobile rintraccia e sequestra tutti i dispositivi elettronici presenti sulla scena del crimine. Questi, infatti, possono contenere diverse informazioni, ricavate grazie al lavoro della scientifica, che provvederà a sbloccare i dispositivi su disposizione del magistrato e a verificarne i contenuti. Queste attività di sequestro possono essere svolte anche dagli agenti di pattuglia. Un altro compito della volante è controllare se siano presenti telecamere nella zona, che possono aver ripreso qualcosa di utile: se sono pubbliche ci si rivolge al Comune per avere i filmati, altrimenti ai privati».

A cosa bisogna fare particolare attenzione?

«Gli agenti che arrivano sul posto per primi devono prestare attenzione a tutto quello che vedono, per questo spesso si fanno aiutare anche dai dispositivi elettronici per registrare. Ma non solo. Fondamentale è anche cogliere gli odori e i profumi particolari. Una volta, per esempio, arrivati sulla luogo di un omicidio abbiamo sentito un odore molto forte di un dopobarba particolare, che ci ha permesso successivamente di collegare il figlio della vittima alla scena del crimine. È possibile anche che sulla scena del crimine si sentano odori di solventi (che indicano la volontà del reo di ripulire il luogo), gas o principi di incendi: spesso per permettere di lavorare in sicurezza, viene arieggiata la stanza e questi odori svaniscono. Per questo è molto importante prestarvi attenzione e annotarli. È fondamentale riportare in modo dettagliato tutto ciò che si osserva e che si sente: gli agenti di pattuglia, infatti, al termine del loro servizio, relazionano tutto nell'annotazione, che deve essere il più minuziosa e dettagliata possibile, per quanto riguarda le osservazioni relative all'intervento. I dettagli sono importanti. Una volta, per esempio, siamo intervenuti per un'aggressione: un uomo si era accasciato in strada, sanguinante. Al nostro arrivo abbiamo notato un potente odore di olio da frittura. In base ad altre informazioni forniteci dalla vittima siamo riusciti a risalire a un appartamento: all'interno il pavimento era ricoperto proprio di olio. Così siamo riusciti a scoprire che il proprietario dell'appartamento, oltre ad aver accoltellato l'uomo, gli aveva anche gettato addosso dell'olio bollente, vera causa della morte: l'olio aveva provocato l'ustione interna di tutte le vie aeree».

Spesso in televisione rappresentano il vostro lavoro. È davvero come siamo abituati a vedere nei film?

«In televisione si vede sempre il funzionario in borghese che arriva sul posto e risolve il caso, ma non è così: raramente va fisicamente sulla scena del crimine. Il primo lavoro viene svolto dagli agenti di pattuglia, poi intervengono gli altri colleghi, che svolgono le indagini. La realtà è lontana dai film».

·         Diritto e Giustizia. I tanti gradi di Giudizio e l’Istituto dell’Insabbiamento.

Promemoria:

Mod 21 Registro contenente notizia di Reato a persone note ...

Mod 21 Bis, IDEM ma presso il giudice di Pace...

Mod 44 Registro Denunce contro Ignoti...

Mod 45 Registro NON contenente notizia di Reato...

Mod 46 Registro Denuncia Anonima...

Indovinate: quale modello va per la maggiore?

In Italia, spesso, ottenere giustizia è una chimera. In campo penale, per esempio, vige un istituto non  previsto da alcuna norma, ma, di fatto, è una vera consuetudine. In contrapposizione al Giudizio Perenne c’è l’Insabbiamento.

Rispetto al concorso esterno all’associazione mafiosa, un reato penale di stampo togato e non parlamentare, da affibbiare alla bisogna, si contrappone una norma non scritta in procedura penale: l’insabbiamento dei reati sconvenienti.

A chi è privo di alcuna conoscenza di diritto, oltre che fattuale, spieghiamo bene come si forma l’insabbiamento e quanti gradi di giudizio ci sono in un sistema che a livello scolastico lo si divide con i fantomatici tre gradi di giudizio.

Partiamo col dire che l’insabbiamento è applicato su un fatto storico corrispondente ad un accadimento che il codice penale considera reato.

Per il sistema non è importante la punizione del reato. E’ essenziale salvaguardare, non tanto la vittima, ma lo stesso soggetto amico, autore del reato.

A fatto avvenuto la vittima incorre in svariate circostanze che qui si elencano e che danno modo a più individui di intervenire sull’esito finale della decisione iniziale.

La vittima, che ha un interesse proprio leso, ha una crisi di coscienza, consapevole che la sua querela-denuncia può recare nocumento al responsabile, o a se stessa: per ritorsione o per l’inefficienza del sistema, con le sue lungaggini ed anomalie. Ciò le impedisce di proseguire. Se si tratta di reato perseguibile d’ufficio, quindi attinente l’interesse pubblico, quasi sempre il pubblico ufficiale omette di presentare denuncia o referto, commettendo egli stesso un reato.

Quando la denuncia o la querela la si vuol presentare, scatta il disincentivo della polizia giudiziaria.

Ti mandano da un avvocato, che si deve pagare, o ti chiedono di ritornare in un secondo tempo. Se poi chiedi l’intervento urgente delle forze dell’ordine con il numero verde, ti diranno che non è loro competenza, ovvero che non ci sono macchine, ovvero di attendere in linea, ovvero di aspettare che qualcuno arriverà………

Quando in caserma si redige l’atto, con motu proprio o tramite avvocato, scatta il consiglio del redigente di cercare di trovare un accordo e poi eventualmente tornare per la conferma.

Quando l’atto introduttivo al procedimento penale viene sottoscritto, spesso l’atto stanzia in caserma per giorni o mesi, se addirittura non viene smarrito o dimenticato…

Quando e se l’atto viene inviato alla procura presso il Tribunale, è un fascicolo come tanti altri depositato su un tavolo in attesa di essere valutato. Se e quando….. Se il contenuto è prolisso, non viene letto. Esso, molte volte, contiene il nome di un magistrato del foro. Non di rado il nome dello stesso Pubblico Ministero competente sul fascicolo. Il fascicolo è accompagnato, spesso, da una informativa sul denunciante, noto agli uffici per aver presentato una o più denunce. In questo caso, anche se fondate le denunce, le sole presentazioni dipingono l’autore come mitomane o pazzo.

Dopo mesi rimasto a macerare insieme a centinaia di suoi simili, del fascicolo si chiede l’archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari. Questo senza aver svolto indagini. Se invece vi è il faro mediatico, allora scatta la delega delle indagini e la comunicazione di garanzia alle varie vittime sacrificali. Per giustificare la loro esistenza, gli operatori, di qualcuno, comunque, ne chiedono il rinvio a giudizio, quantunque senza prove a carico.

Tutti i fascicoli presenti sul tavolo del Giudice per l’Udienza Preliminare contengono le richieste del Pubblico Ministero: archiviazione o rinvio a giudizio. Sono tutte accolte, a prescindere. Quelle di archiviazione, poi, sono tutte accolte, senza conseguire calunnia per il denunciante, anche quelle contro i magistrati del foro. Se poi quelle contro i magistrati vengono inviate ai fori competenti a decidere, hanno anche loro la stessa sorte: archiviati!!!

Il primo grado si apre con il tentativo di conciliazione con oneri per l’imputato e l’ammissione di responsabilità, anche quando la denuncia è infondata, altrimenti la condanna è già scritta da parte del giudice, collega del PM, salvo che non ci sia un intervento divino,  (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. La difesa è inadeguata o priva di potere. Ci si tenta con la ricusazione, (escluso per il pm e solo se il giudice ti ha denunciato e non viceversa), o con la rimessione per legittimo sospetto che il giudice sia inadeguato, ma in questo caso la norma è stata sempre disapplicata dalle toghe della Cassazione.

Il secondo grado si apre con la condanna già scritta, salvo che non ci sia un intervento divino, (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. Le prove essenziali negate in primo grado, sono rinegate.

In terzo grado vi è la Corte di Cassazione, competente solo sull’applicazione della legge. Spesso le sue sezioni emettono giudizi antitetici. A mettere ordine ci sono le Sezioni Unite. Non di rado le Sezioni Unite emettono giudizi antitetici tra loro. Per dire, la certezza del diritto….

Durante il processo se hai notato anomalie e se hai avuto il coraggio di denunciare gli abusi dei magistrati, ti sei scontrato con una dura realtà. I loro colleghi inquirenti hanno archiviato. Il CSM invece ti ha risposto con una frase standard: “Il CSM ha deliberato l’archiviazione non essendovi provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare, trattandosi di censure ad attività giurisdizionale”.

Quando il processo si crede che sia chiuso, allora scatta l’istanza al Presidente della Repubblica per la Grazia, ovvero l’istanza di revisione perchè vi è stato un errore giudiziario. Petizioni quasi sempre negate.

Alla fine di tutto ciò, nulla è definitivo. Ci si rivolge alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che spesso rigetta. Alcune volte condanna l’Italia per denegata giustizia, ma solo se sei una persona con una difesa capace. Sai, nella Corte ci sono italiani.

Per i miscredenti vi è un dato, rilevato dal foro di Milano tratto da un articolo di Stefania Prandi del “Il Fatto Quotidiano”. “Per le donne che subiscono violenza spesso non c’è giustizia e la responsabilità è anche della magistratura”. A lanciare l’accusa sono avvocate e operatrici della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano che puntano il dito contro la Procura della Repubblica di Milano, “colpevole” di non prendere sul serio le denunce delle donne maltrattate. Secondo i dati su 1.545 denunce per maltrattamento in famiglia (articolo 572 del Codice penale) presentate da donne nel 2012 a Milano, dal Pubblico ministero sono arrivate 1.032 richieste di archiviazione; di queste 842 sono state accolte dal Giudice per le indagini preliminari. Il che significa che più della metà delle denunce sono cadute nel vuoto. Una tendenza che si conferma costante nel tempo: nel 2011 su 1.470 denunce per maltrattamento ci sono state 1.070 richieste di archiviazione e 958 archiviazioni. Nel 2010 su 1.407 denunce, 542 sono state archiviate.

«La tendenza è di archiviare, spesso de plano, cioè senza svolgere alcun atto di indagine, considerando le denunce manifestazioni di conflittualità familiare – spiega Francesca Garisto, avvocata Cadmi – Una definizione, questa, usata troppe volte in modo acritico, che occulta il fenomeno della violenza familiare e porta alla sottovalutazione della credibilità di chi denuncia i maltrattamenti subiti. Un atteggiamento grave da parte di una procura e di un tribunale importanti come quelli di Milano». Entrando nel merito della “leggerezza” con cui vengono affrontati i casi di violenza, Garisto ricorda un episodio accaduto di recente: «Dopo una denuncia di violenza anche fisica subita da una donna da parte del marito, il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione de plano qualificandola come espressione di conflittualità familiare e giustificando la violenza fisica come possibile legittima difesa dell’uomo durante un litigio».

Scarsa anche la presa in considerazione delle denunce per il reato di stalking (articolo 612 bis del codice penale). Su 945 denunce fatte nel 2012, per 512 è stata richiesta l’archiviazione e 536 sono state archiviate. Per il reato di stalking quel che impressiona è che le richieste di archiviazione e le archiviazioni sono aumentate, in proporzione, negli anni. In passato, infatti, la situazione era migliore: 360 richieste di archiviazione e 324 archiviazioni su 867 denunce nel 2011, 235 richieste di archiviazione e 202 archiviazioni su 783 denunce nel 2010. Come stupirsi, dunque, che ci sia poca fiducia nella giustizia da parte delle donne? Manuela Ulivi, presidente Cadmi ricorda che soltanto il 30 per cento delle donne che subiscono violenza denuncia. Una percentuale bassa dovuta anche al fatto che molte, in attesa di separazione, non riescono ad andarsene di casa ma sono costrette a rimanere a vivere con il compagno o il marito che le maltrattata. Una scelta forzata dettata spesso dalla presenza dei figli: su 220 situazioni di violenza seguite dal Cadmi nel 2012, il 72 per cento (159) ha registrato la presenza di minori, per un totale di 259 bambini.

Non ci dobbiamo stupire poi se la gente è ammazzata per strada od in casa. Chiediamoci quale fine ha fatto la denuncia presentata dalla vittima. Chiediamoci se chi ha insabbiato non debba essere considerato concorrente nel reato.

Quando la giustizia è male amministrata, la gente non denuncia e quindi meno sono i processi, finanche ingiusti. Nonostante ciò vi è la prescrizione che per i più, spesso innocenti, è una manna dal cielo. In queste circostanze vien da dire: cosa hanno da fare i magistrati tanto da non aver tempo per i processi e comunque perché paghiamo le tasse, se non per mantenerli?

"In Italia ci sono milioni di vittime della male giustizia". Silvio Berlusconi non poteva evitare di ricordarlo durante l’incontro con il club lombardo di Forza Silvio, riunito a Milano. "Siamo arrivati ad avere magistrati che con troppa leggerezza arrivano a togliere libertà a cittadini italiani - dice Berlusconi - e per questo nella riforma della giustizia che vogliamo realizzare dopo aver vinto le elezioni inseriremo anche l’istituto della cauzione, come accade in America, che sarà graduata a seconda delle possibilità economiche del singolo cittadino. In carcere si dovrebbe andare solo per reati di sangue". Sempre in tema di giustizia, il Cavaliere ha anticipato qualcosa dell’instant book che ha scritto in questi giorni e che verrà distribuito a tutti i club Forza Silvio d'Italia. "Nel libro - ha detto l’ex premier - spiego la magistratura con cui abbiamo a che fare. Che è incontrollata e incontrollabile. Non paga mai anche quando sbaglia. Sono impuniti, godono di un privilegio medioevale. Se ci sono 100 imputati in un processo di solito 50 sono giudicati colpevoli. Ma qual è il risultato se l'imputato è un giudice? la percentuale scende al 4-5%. Ci troviamo in una situazione molto lontana da quella di libertà in cui dovremmo vivere. Nessun italiano può essere sicuro, in queste condizioni dei propri diritti".

Giustizia penale. La notizia di reato tra qualificazione, iscrizione e controlli.  Rosa Volpe – Agostino De Caro.

Il titolo II del libro V del codice di procedura penale vigente è rubricato notizia di reato. Nel medesimo codice di rito della notizia di reato si legge in più articoli: 55, 330, 335, 347, 408. Anche nelle norme di attuazione (d.lgs. 28 luglio 1989, n. 271), in più casi, ad essa si fa puntuale riferimento: artt. 108–bis, 109, 110–bis, 125. Tuttavia, nessuno degli articoli citati ne fornisce una definizione. Uno dei maggiori autori, Franco Cordero, definisce la notizia del reato “l’embrione dell’ipotetica domanda”. Non si è rinvenuta definizione più appropriata. La notizia di reato, infatti, non è altro che una informazione il cui scopo è quello di promuovere un accertamento giurisdizionale di carattere penale. Ciò è possibile ed avviene nel caso di commissione, anche ipotetica, di un fatto costituente reato. La premessa svolta consente di pervenire ad una nozione di notizia di reato semplice e nello stesso tempo ovvia: trattasi dell’informazione che perviene all’attenzione dell’organo giurisdizionale deputato all’esercizio dell’azione penale (pubblico ministero) di un fatto i cui connotati esteriori consentono di sussumerlo in una norma incriminatrice. In altri termini, quando il pubblico ministero riceve la comunicazione di un fatto che individua un comportamento in possibile violazione del codice penale o di altra norma penale, capace di dar luogo ad una imputazione, ossia alla contestazione di una ipotesi di reato, si è in presenza di una notizia di reato. Non è necessario che ne sia indicato l’autore (potendo la notizia riguardare autore ignoto), né, nel caso in cui lo stesso sia individuato, ciò è indice della sua automatica fondatezza: lo stabiliranno le indagini preliminari, il cui prodromo è costituito proprio dalla notizia di reato. La ricerca compiuta dei requisiti strutturali del reato spetta alle indagini preliminari. La nozione fornita del sintagma notizia di reato reclama qualche precisazione. È necessario, infatti, che sia individuata la fonte della notizia criminis. Anche un esposto anonimo pervenuto alla polizia giudiziaria o al pubblico ministero potrebbe, in astratto, contenere la descrizione di un fatto perfettamente riconducibile alla violazione di una norma penale sostanziale, capace, pertanto, di far elevare una imputazione. In tal caso, tuttavia, non esiste notizia di reato: la denuncia o delazione anonima non è tale, poiché non è attribuibile ad alcuno, sicchè vi è incertezza della fonte della notizia di reato, manca la paternità. In tal senso il codice di rito, all’art. 333, comma 3, statuisce che delle denunce anonime non può essere fatto alcun uso. Ciò è pienamente in linea con i principi costituzionali in tema di giurisdizione. L’art. 111 Cost., infatti, dispone che il processo è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova, ed esclude che la colpevolezza dell’imputato possa provarsi sulla scorta di dichiarazioni di chi, per libera scelta, si sottrae all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore: l’anonimo è per eccellenza colui che per libera scelta mostra di volersi sottrarre al contraddittorio. È, pertanto, notizia di reato quella che proviene da fonte qualificata: non è tale quella proveniente da fonte anonima o confidenziale (art. 203 c.p.p.).

2. Acquisita la notizia di reato, il pubblico ministero (il procuratore della Repubblica) deve provvedere alla sua iscrizione. L’art. 335, comma 1, c.p.p., infatti, fa obbligo al pubblico ministero di iscrivere immediatamente, nell’apposito registro, ogni notizia di reato che perviene alla sua cognizione, provvedendo contestualmente, o dal momento in cui risulta, ad iscrivere il nome della persona alla quale il reato stesso è attribuito. Una prima osservazione. La norma in questione implicitamente individua due registri delle notizie di reato: quello a carico di soggetti noti, identificati, a cui viene ricondotto già all’atto dell’iscrizione il fatto reato (cd. modello 21) e quello a carico di soggetti ignoti (cd. modello 44), cui si ricorre nella ipotesi in cui vi è notizia di reato ma non sono acquisiti elementi (almeno nella fase di acquisizione e ricezione della notizia) per ricondurla ad un ben individuato soggetto. Correlato all’art. 335, comma 1, cit., è l’art. 109, disp. att., c.p.p., che prescrive alla segreteria della procura della Repubblica di annotare sugli atti che possono contenere notizie di reato la data e l’ora in cui sono pervenuti in ufficio e li sottopone immediatamente al procuratore della Repubblica per l’eventuale iscrizione nel registro delle notizie di reato. La norma in questione parrebbe di mera sussidiarietà all’art. 335 cit. e limitata a dettagliare gli adempimenti richiesti alla segreteria della procura della Repubblica che si riceve un atto che può contenere notizia di reato. Ciò non è. La norma implica ben più ampie problematiche. Da essa si coglie, infatti, che spetta al procuratore della Repubblica verificare se un fatto che seppure qualificato, come può accadere, dalla polizia giudiziaria o altro soggetto trasmittente, quale notizia di reato, sia da ritenersi tale e, dunque, se ne debba operare la iscrizione nel registro di cui all’art. 335, comma 1, c.p.p. Non vi è, pertanto, alcun automatismo tra la ricezione di un atto denominato notizia di reato e iscrizione di esso nel registro delle notizie di reato. È evidente che la norma non si riferisce a quelle ipotesi in cui è facile ricondurre un determinato fatto giunto alla cognizione del pubblico ministero ad una norma incriminatrice: nella fisiologia del sistema il procuratore della Repubblica immediatamente ne ordinerà l’iscrizione nel registro delle notizie di reato. L’art. 109 disp. att. cit., laddove usa l’aggettivo “eventuale”, implica che vi siano degli atti, che potrebbero anche essere denominati notizie di reato ma che il procuratore della Repubblica può valutare di non iscrivere nel registro delle notizie di reato in quanto, a suo giudizio, non costituiscono notitia criminis. La questione è di estrema delicatezza ed è molto dibattuta in dottrina e giurisprudenza. Essa attiene alla tenuta del registro cd. modello 45, istituito presso tutte le procure della Repubblica, che non è disciplinato dal codice. La sua istituzione è avvenuta con d.m. 30 settembre 1989 (relativo alla istituzione dei registri in materia penale), ma il suo fondamento normativo e codicistico si rinviene proprio nell’art. 109 disp. att. cit. Secondo la circolare del Ministero della Giustizia (cd. circolare Vassalli) del 18 ottobre 1989, il registro modello 45 è destinato a contenere la registrazione di quegli atti “privi di rilevanza penale”. Una successiva circolare del Ministero della Giustizia del 20 luglio 1990 ha disposto che le informative non costituenti notizia di reato debbano essere iscritte nel registro mod. 45, in quanto atti privi di rilevanza penale, non suscettibili, pertanto, di dare corso alle indagini preliminari, ed aggiunge che tali modelli (cd. 45) non vanno trasmessi al giudice per le indagini preliminari per l’archiviazione, ma inviati direttamente all’archivio del pubblico ministero. Aggiunge la circolare che nel caso in cui il pubblico ministero ritenga che per la notizia iscritta a mod. 45 debba compiere atti di indagine, prima di disporne l’esecuzione deve procedere a nuova iscrizione nel registro delle notizie di reato. Siffatta procedura in realtà non sempre viene osservata; del resto essa appare contraddittoria con le scelte inizialmente operate dal pubblico ministero con l’iscrizione del fatto a modello 45. Ed invero, tralasciando le notizie di chiara irrilevanza penale per le quali la iscrizione nel registro degli atti non costituenti notizia di reato avviene agevolmente, vi è una zona grigia, che spesso impone valutazioni non semplici. Qualche esempio. Capita sovente di esposti o denunce, anche di privati, ma non solo, che lamentano torti subiti da apparati che agiscono per la pubblica amministrazione. Talvolta si indica anche nominativamente il soggetto nei cui confronti le doglianze sono prospettate e, tuttavia, dall’atto non si colgono gli elementi, sia pure in via meramente astratta, per ritenere configurabile una ipotesi di reato e, dunque, poter apprezzare l’acquisizione di una notizia di reato. In tali casi il procuratore della Repubblica provvederà ad iscrivere la notizia a mod. 45. Tuttavia, il pubblico ministero sente il dovere di verificare la fondatezza delle doglianze e, soprattutto, se a fronte della non chiara esposizione dei fatti (magari avvenuta ad opera di privato privo di nozioni giuridiche e tecniche o da una polizia giudiziaria a cui, parimenti, non può essere richiesta una non facile preparazione in tema di astruse normative che regolano il funzionamento della pubblica amministrazione o materie similari) possano esservi elementi capaci di darne connotazione penalistica. Per la circolare ministeriale del 1990 prima citata, il pubblico ministero, in tali casi, prima di ogni iniziativa, dovrebbe operare una iscrizione a mod. 21 o mod. 44. Si richiede, pertanto, al p.m. di inventarsi una ipotesi di reato e, peraltro, di proporre al suo procuratore della Repubblica una iscrizione diversa da quella che quest’ultimo ha disposto qualche giorno prima. Tale procedura non è condivisibile. Se l’art. 330 del codice di rito conferisce al pubblico ministero il potere di prendere notizia di reato di propria iniziativa, appare corretto assumere che uno dei veicoli tramite i quali il p.m. può prendere notizia di reato è proprio attraverso indagini disposte nell’ambito di un fascicolo modello 45. È evidente che trattasi di attività preprocedimentali e, pertanto, il pubblico ministero non potrà dare corso ad atti invasivi, ma certamente potrà assumere quelle iniziative limitate alla verifica della sussistenza ed acquisizione di una notizia di reato (potrà, ad es., sentire l’esponente/denunciante, potrà acquisire atti). Solo nel momento in cui, operata tale verifica, verrà alla sua attenzione una notizia di reato (ossia la dinamica di un fatto in astratto sussumibile in una norma incriminatrice) scatterà l’obbligo della iscrizione secondo il dettato dell’art. 335 c.p.p.

3. Il tema in trattazione si ricollega a quello della mancata tempestiva iscrizione della notizia di reato. Sebbene privo di una effettiva sanzione in termini di nullità o inutilizzabilità degli atti compiuti in carenza della doverosa iscrizione, rientra nei doveri giuridici (oltre che deontologici) del pubblico ministero procedere alla pronta iscrizione della notizia di reato e del soggetto a cui viene ascritta, in ossequio al disposto, oltre che dell’art. 335 c.p.p., anche dell’art. 124 c.p.p., che prescrive l’obbligo dell’osservanza delle norme del codice di procedura anche quando “l’inosservanza non importa nullità o altra sanzione processuale”. La problematica di maggiore interesse che si pone nell’affrontare il tema è soprattutto quella della mancata o tardiva iscrizione del nome dell’indagato nell’apposito registro. Le ipotesi che si possono profilare sono le seguenti:

a) notizia di reato iscritta a mod. 44 (ignoti), con identificazione del soggetto cui la notizia va ascritta;

b) notizia di reato acquisita nell’ambito di indagini svolte nel modello 45, con individuazione del soggetto cui va ascritta.

In entrambe le ipotesi può accadere che il pubblico ministero, pur avendo acquisito oltre alla notizia di reato il nome dell’indagato, prosegua nelle indagini senza operare il passaggio del fascicolo al cd. modello 21 o vi proceda tardivamente. La terza ipotesi che si può delineare è la seguente: in presenza di un procedimento a modello 21, ossia iscritto ab initio a carico di soggetti noti, sebbene nel corso delle indagini vengano individuati altri soggetti raggiunti da notizia di reato e, pertanto, soggetti ad iscrizione o, ancora, che le indagini abbiano condotto alla individuazione di altre ipotesi di reato a carico dei soggetti indagati ed iscritti, non vengano operate le relative ulteriori iscrizioni o esse vengano operate tardivamente. Tali evenienze ed omissioni da parte del pubblico ministero rivestono particolare significato nel sistema procedurale vigente. Infatti, il pubblico ministero ha limiti temporali ben cadenzati entro i quali deve svolgere la sua attività successiva alla acquisizione della notizia di reato, ovvero le indagini preliminari, all’esito delle quali esercitare, se del caso, l’azione penale. Il termine imposto è quello indicato nell’art. 405 c.p.p., per le notizie di reato iscritte a carico di soggetti noti, e dall’art. 415 c.p.p., per quelle ascritte a soggetti ignoti. Tale termine è prorogabile ad opera del giudice ai sensi degli artt. 406 e 415 c.p.p. La mancata tempestiva iscrizione della notizia di reato e, in particolare, del nome del soggetto cui il reato è attribuito altera il meccanismo di durata dei termini per le indagini preliminari. Soprattutto ritarda — nei casi in cui è consentito — la possibilità per l’indagato di avere conoscenza della esistenza di indagini a suo carico e di far ricorso alle facoltà accordategli dalla legge.

4. La tematica da ultimo sollevata induce ad affrontarne altra, pure strettamente collegata: quella della qualificazione della notizia di reato. Sembra ovvio ricordare che iscrivere una notizia di reato significa disporre l’annotazione nel registro disciplinato dall’art. 335 c.p.p., che un determinato soggetto (se noto) o persona ignota (se non individuata), ad una certa data ed in un determinato luogo, ha violato una specifica disposizione di legge penale. Può apparire elementare chiarire che occorre si indichi la norma penale sostanziale violata e, ove ricorrenti, le circostanze aggravanti che caratterizzano l’azione. La corretta e completa qualificazione della notizia di reato è di sicuro rilievo. Se è vero, infatti, che nel corso delle indagini preliminari la qualificazione giuridica del fatto può mutare, come può emergere che lo stesso risulti diversamente circostanziato, e che il pubblico ministero in tali casi, a norma dell’art. 335, comma 2, c.p.p., ne opera l’aggiornamento, è tuttavia di innegabile importanza che sin dall’inizio, avuto riguardo a quanto offrono gli atti a corredo della notizia di reato, se ne operi una corretta e compiuta qualificazione. La questione rileva, in particolare per le attività cui è preposto il pubblico ministero, sotto vari profili che meglio si coglieranno con qualche semplice esemplificazione. L’iscrizione di una ipotesi delittuosa come aggravata dall’art. 7, legge 203/91, importa che il fatto venga devoluto alla competenza della procura distrettuale antimafia. La conseguenza, sul piano procedurale, non è limitata al cambio di competenza, ma si riverbera sul regime delle indagini preliminari e degli strumenti investigativi cui può far ricorso il pubblico ministero. Difatti, le indagini riferite all’ipotesi delittuose così circostanziate si giovano di:

a) un diverso termine di durata per lo svolgimento delle indagini preliminari (termine iniziale pari ad un anno, ex art. 405, comma 2, c.p.p.; termine di durata massima di due anni, ex art. 407, comma 2, c.p.p.);

b) un diverso regime in tema di richiesta di proroga del termine per le indagini preliminari (con mancata partecipazione all’indagato), con prosieguo di esse in riservatezza;

c) un diverso e più agevole regime di ricerca della prova tra cui, in particolare, la possibilità di accedere alle attività di intercettazioni con regole facilitate in tema di presupposti per l’effettuazione delle operazioni (richiesta di “sufficienti indizi” invece che “gravi indizi”) e sotto il profilo della durata delle operazioni di ascolto (ex art. 13, d.l. 13 maggio 1991, n. 152).

L’aver individuato sin dall’inizio, sia pure in via astratta, la sussistenza dell’aggravante cd. mafiosa, prima citata, comporterà che il pubblico ministero potrà percorrere canali investigativi maggiormente efficienti ed efficaci per l’accertamento dei fatti e meglio potrà soddisfare ai principi di completezza e tempestività delle indagini preliminari. Altro esempio. Nel caso di atti sessuali con minorenne, accompagnati da dazioni o promesse di dazioni al minore da parte dell’agente, la qualificazione corretta di essi quale violazione dell’art. 600–bis c.p.p., comporterà che l’ipotesi, di cui all’art. 609–quater c.p.p., diventi procedibile di ufficio e, nel contempo, la competenza a procedere verrà individuata ex art. 51, comma 3–quater, c.p.p. In definitiva, il nostro ordinamento procedurale assegna al pubblico ministero il compito di vagliare se una determinata notizia costituisca reato e, pertanto, debba essere iscritta; gli impone di iscriverla tempestivamente quando ne ha operato valutazione positiva; gli prescrive di iscrivere, quando noto, anche il soggetto cui va ascritta, sia pure in via astratta, la notizia di reato. Ciò in quanto spetta al pubblico ministero, peraltro per dettato costituzionale, l’esercizio dell’azione penale.

5. Appare necessario a questo punto verificare se e quali controlli appresta il sistema sull’operato del pubblico ministero nella fase di gestione della notizia di reato. Tale tema involge quello dei rapporti tra il pubblico ministero e il giudice per le indagini preliminari. Pur fondandosi l’attuale sistema processuale sul principio del necessario controllo da parte del giudice su tutti gli atti, non sempre è consentito al g.i.p. di intervenire sulle scelte operate dal pubblico ministero. In particolare, nessuna norma vigente e neppure ricavabile dal sistema consente al giudice per le indagini preliminari di esercitare un sindacato sul momento della iscrizione della notizia di reato e del nome dell’indagato. L’assenza di siffatta norma di controllo trova la sua ratio, oltre che nell’autonomia riservata al pubblico ministero, anche nella esigenza di evitare una pericolosa sovrapposizione di valutazioni rispetto al momento genetico ed embrionale del procedimento penale. In merito la giurisprudenza di legittimità è stata costante nel tempo nel ritenere che il p.m. ha un potere discrezionale insindacabile circa l’an e il quando effettuare l’iscrizione per cui il ritardo nell’iscrizione della notizia di reato, iscrizione rilevante ai fini della decorrenza del termine per le indagini preliminari, non può essere censurato in sede processuale, fatta salva ovviamente la responsabilità disciplinare ed eventualmente penale del p.m. ricorrendone i presupposti (cfr. Cassazione, Sezioni Unite n. 16 del 21–30 giugno 2000, Tammaro). Tale orientamento è stato di recente nuovamente ribadito dalle Sezioni Unite della Cassazione (cfr. sentenza 24 settembre 2009, n. 40538) che hanno assunto nuovamente che l’iscrizione della notitia criminis rientra nella “valutazione discrezionale” del pubblico ministero e non può affidarsi a postume congetture. Ancora una volta la Suprema Corte ha osservato che l’eventuale tardiva iscrizione costituisce mera irregolarità per la quale il pubblico ministero è censurabile sul piano disciplinare e/o penale senza che però tale irregolarità si riverberi sul piano processuale. Gran parte della dottrina non condivide tale impostazione, valutata come dettata unicamente da esigenze di politica giudiziaria. La censura non è condivisibile. Nel codice di rito l’assunzione della veste di indagato segue alla iscrizione del nominativo nel registro degli indagati: solo con tale iscrizione si diventa titolari delle correlate posizioni giuridiche tutelate. Per converso, in assenza della iscrizione, il pubblico ministero non ha strumenti per dare corso ad attività investigative invasive o che prescrivono la partecipazione dell’indagato e, ove vi dovesse incautamente dare corso, queste ultime non sarebbero certamente utilizzabili nei confronti di chi non è stato regolarmente iscritto. Il codice, pertanto, dispone di meccanismi interni capaci di evitare che atti di indagine compiuti in violazione delle norme che attribuiscono diritti e garanzie al soggetto interessato dalle indagini possano essere efficacemente utilizzati a suo carico. Il tema dell’assenza del controllo del giudice sulla mancata iscrizione nel registro di cui all’art. 335 diventa, però, particolarmente delicato con riferimento alle iscrizioni a mod. 45 di cui si è detto sopra. Si ricorda che chi scrive è dell’opinione che il pubblico ministero non ha sempre un potere di cd. cestinazione ma, diversamente, ha il dovere di effettuare una attenta verifica di quelle comunicazioni iscritte a mod. 45 che, tuttavia, necessitano, per quanto detto sopra, di primi accertamenti (cd. attività preprocedimentali) onde valutare, all’esito, se possa ritenersi acquisita e sussistente una notizia di reato. Trattasi di situazioni per lo più poco chiare e di difficile qualificazione. In tali casi, dopo l’iniziale iscrizione a modello 45, il pubblico ministero, avvalendosi anche dei poteri conferitigli dall’art. 330 c.p.p., è opportuno dia corso ad indagini anche minime ma capaci di consentire all’esito la preliminare compiuta valutazione del contenuto effettivo della notizia ricevuta. Compiuti tali preliminari accertamenti, il pubblico ministero ha due opzioni: o disporre la iscrizione nel registro di cui all’art. 335 c.p.p., o diversamente, ove reputi non acquisita alcuna notitia criminis, avvalersi del potere di archiviazione interna o cd. potere di cestinazione. Ebbene, se è vero che in molti uffici requirenti anche il potere cd. di archiviazione interna viene esercitato, comunque, secondo regole di massima trasparenza, dal momento che il provvedimento che dispone in tal senso è motivato e sottoposto al visto del procuratore della Repubblica, ciò non toglie che tale procedura possa consentire la sottrazione di attività di indagine al controllo del giudice. Ragioni di trasparenza massima che devono presidiare ogni Procura della Repubblica, imporrebbero, ogni qualvolta si proceda allo svolgimento di indagini, sia pure minimali, nell’ambito del fascicolo cd. mod. 45, la formulazione di richiesta di archiviazione al giudice in quanto organo deputato alla effettuazione del controllo ad ogni esito delle indagini preliminari svolte dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria. In tal senso, peraltro, è l’orientamento delle Sezioni Unite della Cassazione (cfr. sent. 22 novembre 2000–15 gennaio 2001, n. 34). In sede di controllo, di esame degli atti e della richiesta di archiviazione, il giudice potrebbe, in analogia con quanto accade nella ipotesi di cui all’art. 415, comma 2, c.p.p., ordinare al p.m. l’iscrizione a registro degli eventuali indagati. Nella fase delle indagini preliminari il g.i.p. possiede sicuramente un potere di controllo sulla qualificazione giuridica del fatto. Esso può esplicarsi ogni qualvolta venga interessato con istanze del pubblico ministero a seguito delle quali è chiamato ad esaminare e valutare la regiudicanda sia pure con i limiti della fase. Così accade nel caso in cui il pubblico ministero chiede di ottenere l’autorizzazione a dar corso a specifici mezzi di ricerca della prova, per i quali è prevista l’autorizzazione del giudice (ad esempio intercettazioni), nonché nel momento in cui il pubblico ministero formula richiesta di proroga delle indagini. Nel primo caso è evidente che il giudice, investito di una richiesta di autorizzazione alle operazioni di intercettazione, dovendone valutare i presupposti di ammissibilità, disciplinati dall’art. 266 c.p.p., deve operare il controllo della qualificazione giuridica del fatto reato per il quale il pubblico ministero chiede l’autorizzazione al mezzo di ricerca della prova. Parimenti, questo accade anche allorchè il fatto viene qualificato, sia pure solo in relazione alle circostanze ritenute, come rientrante tra quelli cd. di criminalità organizzata, sottoposti ad un regime di indagine più agevole ed efficace (cd. doppio binario): nel caso in cui il pubblico ministero abbia chiesto al giudice per le indagini preliminari di essere autorizzato a svolgere intercettazioni telefoniche o ambientali per fatto — reato per il quale è stata iscritta anche l’aggravante di cui all’art. 7, l. 203/91, il giudice prima di accedere ed autorizzare tale ampio (e spesso anche molto invasivo) strumento di ricerca della prova ha il potere — dovere di effettuare il controllo anche sulla sussistenza dei requisiti minimi della ipotizzata aggravante. Il giudice per le indagini preliminari analoghi controlli può esercitare anche in sede di proroga delle indagini preliminari. Ad esempio, ove non dovesse ritenere sussistenti gli embrionali elementi caratterizzanti la configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 7, l. 203/91, in relazione ad una determinata condotta criminosa, nulla gli impedisce che possa disporre che si applichi il regime cd. ordinario di procedura partecipata della proroga delle indagini preliminari. A conclusione possono, pertanto, rassegnarsi le seguenti osservazioni. L’art. 335 c.p.p. e la giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione individuano nel Procuratore della Repubblica il soggetto a cui spetta, in via esclusiva, il potere di iscrizione ed individuazione della notizia di reato. La valutazione circa la natura degli atti spetta al pubblico ministero in quanto titolare dell’esercizio dell’azione penale. Al giudice per le indagini preliminari non è riconosciuto alcun sindacato sul momento della iscrizione e neppure sulle modalità di iscrizione. Il pubblico ministero in relazione a tali decisioni è soggetto eventualmente a responsabilità disciplinari e penali che, tuttavia, non ripercuotono i loro effetti sul piano processuale. Rispetto a tale potere esercitato in via esclusiva sono apprestati dei rimedi, taluni esplicitamente previsti dal codice di rito ed altri ricavabili implicitamente e frutto della elaborazione giurisprudenziale della Suprema Corte. Tali rimedi, tuttavia, ancora una volta non riguardano il momento genetico della iscrizione della notitia criminis: essi intervengono nel momento in cui il pubblico ministero formula richieste al giudice per le indagini preliminari, nel corso delle stesse o al termine di esse, ed hanno l’unico scopo di controllare, nei casi in cui è previsto, che le indagini preliminari si svolgano nel rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti e che esse siano state complete e ciò in quanto il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale. Tali concetti sono ben definiti anche nella pronuncia delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione del 31 maggio–17 giugno 2005, n. 22909, resa in materia di archiviazione e poteri conferiti al g.i.p. In essa si chiarisce che i poteri conferiti al giudice per le indagini preliminari sono “correlati soprattutto al controllo del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale”. Richiamando la giurisprudenza costituzionale, la Suprema Corte ha, infatti, osservato che: i confini tracciati dal legislatore sui poteri dei due organi che si occupano delle indagini preliminari sono ben definiti e conformi ai principi costituzionali dell’obbligatorietà dell’azione penale e della sua titolarità in capo all’organo requirente (art. 112 Cost.), riservando al giudice delle indagini la funzione di controllo e di impulso.

Rosa Volpe Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno

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La puntuale definizione del concetto di notizia di reato ha, come è intuibile, significative implicazioni in più ambiti. È utile per fissare, senza margini di dubbio, il momento nel quale la stessa sorge e quello in cui deve essere iscritta nel registro previsto dall’art. 335 c.p.p., perché formalmente acquisita; di conseguenza, consente l’individuazione certa del dies a quo dal quale partire per computare il termine di durata delle indagini. In una prospettiva analoga — anche se non sovrapponibile — rileva, poi, la sua corretta perimetrazione giuridica, capace di influire su segmenti procedurali ai quali afferiscono diritti e garanzie rilevanti. Il profilo ha una dimensione problematica, dal momento che, nell’attuale sistema normativo, manca una definizione puntuale di “notizia di reato”. La locuzione è, infatti, genericamente indicata dal legislatore senza alcuna specificazione utile a delinearne il significato. Questo indiscutibile limite, non consente di avere nitida contezza degli argini entro i quali si muovono i connessi (ampi) poteri del pubblico ministero. È sentita, infatti, l’esigenza di un intervento normativo per fare chiarezza in un settore estremamente delicato. La commissione ministeriale di riforma del codice di procedura penale, presieduta dal Prof. Riccio, istituita nella scorsa legislatura, prendendo atto di questa oggettiva necessità, ha considerato opportuna la definizione normativa di notizia di reato individuandola nella direttiva n. 55/1 della bozza di legge delega come rappresentazione non manifestamente inverosimile di uno specifico accadimento storico, attribuito o meno a soggetti determinati, dalla quale emerga la possibile violazione di una disposizione incriminatrice contenuta nel codice penale o in leggi speciali. La scelta è stata determinata dalla “esigenza, largamente condivisa nell’ambito della Commissione, di fornire una definizione normativa della notizia di reato“, per “delimitare e dare concretezza all’obbligo di iscrivere la notitia criminis nell’apposito registro, chiarendo definitivamente che cosa deve essere iscritto in tale registro e superando le ben note incertezze manifestatesi nell’utilizzo del cd. mod. 45 da parte degli uffici di procura” (Relazione di accompagnamento alla bozza di legge delega, Commissione Riccio). La individuazione degli elementi caratteristici della notizia di reato, peraltro, ricalca la nozione generalmente condivisa in dottrina e giurisprudenza. Trattasi della esistenza di una rappresentazione del fatto, la sua non manifesta inverosimiglianza (intendendosi per rappresentazione manifestamente inverosimile quella contraria a elementari leggi logiche o scientifiche oppure inconciliabile con fatti notori), il carattere specifico del fatto rappresentato, l’impossibilità di effettuare una diagnosi sicura e immediata di irrilevanza penale del medesimo. La prospettiva delineata ha, naturalmente, un ulteriore approdo: è stata stabilita la inutilizzabilità degli atti compiuti oltre il termine previsto o prorogato e, soprattutto, il potere del giudice, su istanza dell’interessato di verificare la correttezza dell’iscrizione retrodatando, ove necessario, la iscrizione medesima al momento nel quale doveva essere effettuata (Relazione, cit.). La lacuna normativa della legislazione vigente, pur richiedendo uno sforzo interpretativo maggiore, non autorizza atteggiamenti di “rassegnato immobilismo” ermeneutico, sottraendo al giudice doverosi spazi di valutazione. Peraltro, la definizione fatta propria dalla Commissione Riccio corrisponde al buon senso ed all’orientamento prevalente; si può, anche in mancanza di chiarezza normativa, considerarla un punto di riferimento per l’interprete. Dopo il chiarimento preliminare, si deve affrontare il fondamentale tema della durata delle indagini preliminari ed in particolare il profilo della effettività dei tempi previsti per la fase investigativa, al quale segue (naturalmente) quello del controllo giurisdizionale sul momento iniziale (l’iscrizione nel registro delle notizie di reato) dal quale decorre il termine legale. È un tema ignoto al previgente sistema processuale, che compare all’indomani del varo del codice di rito del 1988, ove, per la prima volta, sono state perimetrate temporalmente le indagini. La previsione normativa fissa, come è noto, un termine (prorogabile) di durata della fase (sei mesi o un anno), stabilendo, contemporaneamente, la inutilizzabilità delle attività investigative effettuate dopo la scadenza del tempo massimo a disposizione del pubblico ministero. La disposizione, dunque, pone un iniziale (e centrale) problema interpretativo: la durata contingentata dei tempi massimi dell’investigazione rivela un corrispondente diritto dell’indagato (connesso alla tempistica in sé e/o relativo al più generale diritto di difesa) o integra una mera previsione di tipo organizzativo priva di valore nella prospettiva delle garanzie procedurali? La questione è di estremo interesse pratico perché l’individuazione del dies a quo (l’iscrizione della notizia e del nome della persona alla quale il reato è attribuito nel registro ex art. 335 c.p.p.) fissa uno degli estremi dell’alveo entro il quale si sviluppa la scansione temporale dell’attività investigativa ordinaria e oltre il quale la medesima non trova legittimazione. La complessità del problema nasce, invece, dalla prassi (possibile se si ritenesse mancante un doveroso controllo giurisdizionale) di iscrivere con ritardo le notizie nel registro e di lucrare un tempo investigativo maggiore e proietta la verifica sull’esistenza di un dovere del giudice di controllare la correttezza del momento nel quale viene iscritta la notizia (e il nome della persona) e sull’individuazione delle conseguenze per le attività investigative compiute fuori dal termine correttamente computato. Il profilo è stato oggetto di attenzione da parte della Corte costituzionale con l’ordinanza n. 307 del 22 luglio 2005. Il giudice delle leggi ha puntualmente affermato: che se, peraltro, l’iscrizione nel registro ha una valenza meramente ricognitiva, e non già costitutiva dello status di persona sottoposta alle indagini, è di tutta evidenza come le garanzie difensive che la legge accorda a quest’ultima, in relazione ai singoli atti compiuti, debbano ritenersi pienamente operanti anche in assenza dell’iscrizione: con la conseguenza che il tardivo espletamento della formalità non può essere considerato fonte di pregiudizio al diritto di difesa sotto il profilo indicato dal giudice rimettente; che risulta quindi insussistente anche la ventilata disparità di trattamento tra “indagati” tempestivamente iscritti e “indagati” tardivamente iscritti; che nell’ipotesi, infatti, in cui il pubblico ministero procrastini indebitamente l’iscrizione del registro, il problema che può porsi attiene unicamente all’artificiosa dilazione del termine di durata massima delle indagini preliminari: vale a dire alla possibile elusione della sanzione di inutilizzabilità che colpirebbe, ai sensi dell’art. 407, comma 3, c.p.p., gli atti di indagine collocati temporalmente “a valle” della scadenza del predetto termine, computato a partire dal momento in cui l’iscrizione avrebbe dovuto essere effettuata. In questa pronunzia, la Consulta, rivendicando il valore meramente ricognitivo e non già costitutivo dello status di persona sottoposta alle indagini e richiamando il principio secondo il quale le “garanzie difensive che la legge accorda a quest’ultima, in relazione ai singoli atti compiuti, debbano ritenersi pienamente operanti anche in assenza dell’iscrizione”, ha stabilito che “il tardivo espletamento della formalità non può essere considerato fonte di pregiudizio al diritto di difesa”. L’interpretazione riconosce, in modo evidente, come il diritto alla durata contingentata delle indagini non possa essere conculcato dall’artificiosa dilazione del termine che si verifica tutte le volte che il pubblico ministero procrastini, indebitamente, l’iscrizione della notizia e del nome della persona nel registro delle notizie di reato. In sintesi, l’iscrizione è meramente ricognitiva di un diritto che si costituisce nel momento in cui lo status di persona sottoposta alle indagini sorge, sicchè la decorrenza dei termini investigativi nasce esattamente nel momento in cui sorge il diritto e non successivamente, quando il pubblico ministero provvede alla iscrizione. In un ambito fisiologico, i due segmenti temporali coincidono (o si differenziano in misura impercettibile), mentre possono divergere anche sensibilmente, in situazioni patologiche. In questi casi, succede che il pubblico ministero, attraverso una dilazione anomala dell’iscrizione, finisce per utilizzare un tempo maggiore per espletare le indagini preliminari, compiendo attività investigative che, se avesse adempiuto all’obbligo di iscrizione tempestiva, non avrebbe potuto effettuare, pena la inutilizzabilità delle medesime. È un profilo dal quale emerge una prospettiva patologica che non può essere lasciata senza rimedio. Nella prospettiva evidenziata, devono essere valorizzati tre profili indiscutibili: innanzitutto, il diritto alla iscrizione tempestiva nel registro delle notizie di reato; poi, di fronte alla possibilità concreta che il diritto possa essere completamente disatteso da comportamenti illegittimi, il potere giurisdizionale, diretto alla tutela del diritto, di controllare la tempistica; infine, la rimozione degli effetti del comportamento che viola le disposizioni procedurali attraverso l’applicazione della sanzione. L’inutilizzabilità prevista dal legislatore, quale conseguenza della violazione del tempo massimo consentito all’inquirente, non avrebbe un senso concreto se si consentisse di aggirare agevolmente la previsione procedurale, qualificando il comportamento (illegittimo) come una semplice omissione improduttiva di effetti processuali. Se il pubblico ministero ha, in sostanza, l’obbligo di iscrivere la notizia al momento in cui perviene, al giudice per le indagini preliminari — deputato al controllo sulla effettiva durata delle indagini — spetta il compito di valutare la tempestività dell’iscrizione, computare i corretti termini utilizzati per investigare, partendo dal momento in cui la notizia e il nome andavano iscritti effettivamente, e dichiarare l’inutilizzabilità delle attività poste al di fuori del perimetro temporale giudicato sulla scorta della rilevazione esatta del momento in cui correttamente doveva avvenire l’iscrizione e di quello finale. La decisione della Corte costituzionale richiamata, ribalta i tradizionali orientamenti della giurisprudenza che, invece, confinavano le iscrizioni intempestive nel limbo delle mere irregolarità, al più produttive di violazioni disciplinari. Si deve riconoscere, invece, applicando le coordinate normative derivanti dal sistema processuale nel suo complesso, un vero e proprio potere del giudice di controllare la tempestività dell’iscrizione, intervenendo sulle “artificiose dilazioni”. Il principio espresso fonda sulla ritenuta natura meramente ricognitiva e non costitutiva dello status necessario per l’obbligatoria iscrizione. Se il diritto si costituisce a prescindere dall’attività materiale, il giudice non può essere lo spettatore della marchiana violazione della garanzia. Questo profilo, risponde, d’altronde, pienamente alla ratio dell’istituto. Se esiste un obbligo di iscrizione e se dall’iscrizione nascono una serie di termini fondamentali per la legittimazione del potere del pubblico ministero, è innegabile l’incoerenza rispetto alla vocazione legale tipica dell’ordinamento della (ritenuta) mancanza di un potere di controllo affidato al giudice, vista, soprattutto, la conseguenza sanzionatoria prevista per il mancato rispetto del termine: l’inutilizzabilità. Si tratta solo di ampliare le coordinate in base alle quali giudicare esistente la violazione del termine di durata delle indagini: sarebbe oltremodo incomprensibile un sistema che prevedesse l’inutilizzabilità delle investigazioni compiute dopo la scadenza del termine decorrente dalla formale iscrizione e escludesse le violazioni del termine compiute mediante l’artifizio della ritardata iscrizione. Se prima della richiamata decisione della Corte costituzionale, le diverse opinioni potevano essere censurate sul piano del disciplina codicistica, oggi la severa censura si aggancia ad una valutazione puntuale della giudice delle leggi. Bisogna naturalmente considerare anche la recente decisione della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sent. 24 settembre 2009) che ha ribadito la natura di mera irregolarità della mancata tempestiva iscrizione, produttiva solo di conseguenze disciplinari ed eventualmente penali per il pubblico ministero inadempiente, senza alcun effetto sul piano processuale. Ancora una volta, l’interpretazione delle Sezioni Unite è orientata da prevalenti esigenze di politica giudiziaria. La comprensibile preoccupazione di evitare (con precisione chirurgica) di assumere decisioni che possano avere ripercussioni sul sistema processuale penale non giustifica, però, la fuga dai principi e l’utilizzazione di soluzioni eccentriche rispetto alla legalità processuale. Quest’ultima, infatti, impone di ricercare all’interno del tessuto normativo e, soprattutto, nel sistema sanzionatorio finalizzato a rendere effettiva la legalità processuale — i rimedi alle violazioni che annullano in concreto la valenza di diritti essenziali, collegati al giusto processo. Richiamare solo i potenziali profili disciplinari e penali connessi alla tardiva iscrizione è veramente un modo per rifugiarsi al di fuori del paradigma della legalità processuale, pur prendendo inesorabilmente atto (ed è questo il dato che desta maggiore perplessità) che essa è stata irrimediabilmente violata. La stessa Cassazione a Sezioni Unite, nella decisione richiamata (sent. 24 settembre 2009), ha, peraltro, stabilito che: l’unico tassello normativo per il tramite del quale è forse possibile configurare un potere di apprezzamento da parte del giudice, circa la tempestività dell’iscrizione, è offerto, a ben guardare, soltanto dalla disciplina che regola il regime delle proroghe del termine per le indagini preliminari (art. 498 c.p.p.), non apparendo estranea a quel sistema l’idea di un giudice che, in presenza di iscrizioni tardive, calibri la concessione o il diniego della proroga in funzione, anche, della durata delle indagini eventualmente espletate prima della tardiva iscrizione. Al di fuori di questo segmento normativo mancherebbe qualsiasi riferimento normativo capace di legittimare, in via generale, la sindacabilità degli atti del pubblico ministero o la funzione di garanzia del giudice per le indagini preliminari. La Corte, in verità, concentrando la sua attenzione sul g.i.p. e sui poteri ad esso attribuiti (nell’ambito dei quali giustamente rintraccia un segmento utile a sindacare la tardiva iscrizione), sembra lasciare sullo sfondo il problema dell’inutilizzabilità degli atti (probatoriamente rilevanti) compiuti fuori dal termine investigativo correttamente computato. Il giudice della decisione (anche il g.i.p. in fase cautelare; o comunque quello di merito e di legittimità) non può sottrarsi al compito di valutare l’utilizzabilità degli atti ogni qual volta le parti propongano una questione che abbia a che vedere con tale profilo. E se un atto è stato compiuto dopo la scadenza del termine investigativo, correttamente computato, è irrimediabilmente inutilizzabile e, di conseguenza, sono inutilizzabili le prove che da tale atto derivano. È questo un principio generale non valorizzato dalle Sezioni Unite, che invece costituisce il versante attraverso il quale analizzare l’annoso problema interpretativo. Anche il giudice per le indagini preliminari, in fondo, intanto si pone il problema della corretta iscrizione in quanto deve risolvere un problema di utilizzabilità dei risultati di indagini compiute fuori dal perimetro temporale, attività che ogni giudice può essere chiamato a ripetere nelle diverse fasi nelle quali si pone un problema analogo. Vi è, quindi, una sostanziale sovrapposizione tra la valutazione sulla corretta iscrizione, legittimamente riservata al g.i.p. in sede di proroga dei termini, e quella relativa alla inutilizzabilità di atti che può essere invocata in altri (successivi) segmenti procedurali La situazione normativa attuale, in verità, non agevola la soluzione proposta. La poca chiarezza normativa di alcuni concetti, amplificando interpretazioni soggettive rende, infatti, difficile l’instaurazione di prassi virtuose e amplia le maglie di un efficace controllo giurisdizionale. Mi riferisco, ancora una volta, al problema della definizione di notizia di reato, la cui acquisizione rende obbligatoria la tempestiva iscrizione. Ciò che per alcuni la integra, per altri la sfiora o addirittura non la coinvolge affatto. Sarebbe fortemente auspicabile, in questa prospettiva di chiarezza, coniare una definizione normativa capace di rappresentare un punto fermo nella definizione del momento nel quale sorge l’obbligo di iscrizione. La lacuna, però, non mette in crisi la soluzione interpretativa suggerita, peraltro congeniale ad un sistema fondato sul principio di legalità, ove la ragionevole durata del processo ha una proiezione anche nella fase investigativa, realmente partecipe del meccanismo celere voluto dalla Costituzione. Sarebbe, infatti, eccentrico rispetto al principio delineato dall’art. 111, comma 1, Cost. un sistema che consentisse di dilazionare, senza alcun controllo, l’iscrizione e con essa l’inizio della vicenda alla quale la garanzia si applica in via generale. Il principio ha una valenza costituzionale che vincola il legislatore e l’interprete, ognuno nelle rispettive competenze, ad adeguarsi creando o leggendo ed applicando le norme e il sistema in una dimensione prossima a quella prospettata come fondamentale. Volendo riassumere, dunque, si può affermare come nel sistema vigente, se si riconosce l’esistenza del diritto ad indagini predeterminate temporalmente, espressione del più generale diritto al rispetto delle regole procedurali e quindi della legalità processuale, il dovere del pubblico ministero di “iscrivere” immediatamente (nel momento in cui perviene al suo ufficio) la notizia di reato non può tradursi in una mera irregolarità priva di sanzione, né sembra possibile rifugiarsi in profili deontologici e disciplinari: questi profili eventualmente si aggiungono, ma non sostituiscono i rimedi legali interni all’ordinamento. La sanzione necessariamente conseguente è quella che il sistema ricollega, in via generale, ai casi di indagini effettuate oltre i termini: l’inutilizzabilità. La nettezza della posizione interpretativa non può, però, sottovalutare la non sempre agevole individuazione del momento nel quale sorge l’obbligo di iscrizione. È — giova ribadirlo — auspicabile un intervento normativo per dissolvere le ambiguità che oggi ritroviamo nella definizione di un concetto in sé problematico, ma la mancanza di chiarezza non deve può lasciare nelle mani del pubblico ministero un potere sottratto ad ogni forma di controllo. Un secondo profilo ugualmente problematico riguarda la qualificazione giuridica della notizia di reato, con tutti i corollari che ne derivano. L’iscrizione di un fatto aggravato dalla finalità o dal metodo mafioso comporta, ad esempio, una serie di conseguenze di rilievo, che vanno dalla attribuzione “investigativa” della Direzione Distrettuale Antimafia, alla maggiore durata del termine delle indagini (un anno in luogo di sei mesi), alla diversità del procedimento di proroga (senza alcuna forma di partecipazione della difesa), fino alla possibilità di ottenere più facilmente intercettazioni telefoniche ed ambientali (sufficienti indizi in luogo di gravi indizi di reato) o, addirittura, all’individuazione (anomala) del g.u.p. competente per l’udienza preliminare e per gli eventuali riti premiali. Gli effetti (imponenti) di una particolare qualificazione giuridica — penso, in particolare, alla possibile violazione dei principi di naturalità e precostituzione del giudice in relazione alla competenza del g.u.p. distrettuale — impongono l’individuazione di meccanismi di controllo giurisdizionale capaci di verificarne la correttezza. In verità, la risposta mi sembra semplice, posta l’esistenza di un generale principio che affida alla giurisdizione il potere di qualificare giuridicamente il fatto. Nello specifico, tutte le volte in cui il giudice ha un contatto con la regiudicanda, infatti, ha il dovere di controllare i parametri giuridici utilizzati per delineare ed orientare il meccanismo procedurale, intervenendo allorquando si profila un vizio che riguarda non il fatto ma la sua qualificazione in termini di corretta applicazione del diritto. Insomma, se i profili fattuali dell’imputazione e di tutti i meccanismi provvisori utilizzati per dare impulso alla vicenda procedimentale non tollerano un intervento giurisdizionale, i profili giuridici lo impongono. Questo potere di controllo è, peraltro, coerente con le dinamiche del giusto processo e con il principio di legalità. Riafferma, invero, la supremazia del giudice nell’applicazione del diritto e orienta una serie di segmenti procedurali verso la meta indicata. Corrisponde, cioè, ad una radicata convinzione l’idea di riconoscere al giudice questa supremazia ed al pubblico ministero (alla stregua delle altre parti) il dovere di adeguarsi: nel momento della iscrizione della notizia di reato, così come nella fase de libertate o in quella del controllo sull’azione. Avv. Prof. Agostino De Caro Ordinario di Procedura penale Università degli studi del Molise

VALLO DELLA LUCANIA,FASCICOLI DIMENTICATI AL TRIBUNALE RIMASTI SENZA ASSEGNAZIONE. Agropolinews.it agosto 2017. Oltre 80 fascicoli di processi, dal 2009 ad oggi, mai assegnati ad alcun magistrato, riguardanti inchieste su persone note e meno note del Cilento, e non solo. Erano finiti nel dimenticatoio, alcuni addirittura nella spazzatura, ed oggi recuperati e rimessi in ordine cronologico per capire cosa sia successo, come mai queste pratiche si sono fermate. Un giallo, o se vogliamo un scandalo, che ha investito la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania, finita sotto la lente d’ingrandimento degli ispettori ministeriali, che hanno scoperto i fascicoli dimenticati durante un’ispezione. Il procuratore capo facente funzioni, Paolo Itri, che da pochi mesi ha sostituito il collega Giancarlo Grippo, andato in pensione dopo otto anni (arrivò nel 2008), ha avviato accertamenti interni, commentando così la vicenda: “Si tratta di un vero mistero, ma non abbiamo elementi per ipotizzare che qualcuno abbia voluto insabbiare indagini o processi”. A destare sospetto, però, è che la maggior parte dei faldoni rinvenuti riguardano inchieste condotte dalla procura vallese tra il 2012 e il 2013, tutti ben ricostruiti ed ordinati da chi, le carte, le ha maneggiate prima che ‘scomparissero’. E centrerebbe poco l’atavica carenza d’organico che caratterizza, da tempo, sia la procura che il tribunale vallese, dove la situazione non è migliore dal punto di vista organizzativo e numerico. Intanto, ci sarebbero ritardi anche da parte della Commissione del Csm per la valutazione delle domande presentate per ricoprire il ruolo di procuratore capo di Vallo della Lucania: nell’ultima riunione, infatti, la nomina non è stata discussa.

«Decido io a chi assegnare il fascicolo». Condannato il cancelliere «infedele». Sei anni di reclusione per corruzione in atti giudiziari: chiedeva soldi in cambio di favori. Giovanni Falconieri su torino.corriere.it il 19 gennaio 2018. «Voglio capire a chi viene assegnato» il fascicolo, «perché qui ci sono quattro sezioni e ogni sezione c’ha un presidente, in base ai presidenti poi chiamo la signora qui che l’ufficio lo dirigo io, l’ufficio iscrizioni, dico questo assegnalo a questo…». Così si esprimeva un cancelliere della Corte d’Appello di Torino quando ancora occupava il proprio ufficio al quinto piano del Palazzo di Giustizia. Si chiama Angelo Moscato e dalla sua scrivania si preoccupava di «curare», in cambio di denaro, le vicende giudiziarie di amici e conoscenti. Un imprenditore di un comune della provincia, tanto per fare un esempio, versava tutti i mesi 1500 euro per fare in modo che i propri fascicoli venissero insabbiati e i reati cadessero in prescrizione. Moscato (assistito dall’avvocato Romano Console) è stato condannato a 6 anni di reclusione dal collegio di giudici presieduto da Silvia Bersano Begey: era accusato di corruzione in atti giudiziari e il pm Gianfranco Colace aveva chiesto 8 anni di carcere. È stato invece assolto Francesco Quaranta, l’ex poliziotto della Procura accusato di aver chiesto un favore a Moscato (occultare un fascicolo che lo riguardava) e di aver effettuato una serie di accessi abusivi ai sistemi informatici del Palagiustizia: era assistito dall’avvocato Stefano Castrale e nel 2015 era finito anche agli arresti domiciliari per 18 giorni. Erano state le intercettazioni ambientali e telefoniche a tradire il cancelliere «infedele»: «Lo teniamo fino alla prescrizione, il fascicolo è messo lì che mi vuole guardare in faccia… io sono molto attento alla tua persona, quando io ti parlo e ti dico non sei solo, significa che qualcuno da dietro sta guardando bene le cose, ma non facendo le cazzate…il problema è che questo collega tra un anno e mezzo va in pensione…». L’ufficio di Moscato era a pochi metri da quello di Raffaele Guariniello, l’ex procuratore aggiunto di Torino. E Moscato era terrorizzato da Guariniello: «Se la signora mi avesse detto: dottore, lei intervenga, perché io tanto fra sei mesi me ne vado, andavo a spada tratta… ma non solo, le facevo anche fare una richiesta di malattia professionale e poi qualcuno andava un po’ nei guai, perché nasce il procedimento penale e quattro porte più avanti c’è Guariniello… quindi… se noi andiamo a segnalare… poi lui non vede l’ora insomma…». Non manca naturalmente il «colore» nelle conversazioni catturate dalle cimici dei carabinieri. Come quella volta in cui si parlò, addirittura, di arancini: «La dottoressa è una carissima amica, anche se è la persona più isterica del mondo: l’altro giorno abbiamo mangiato gli arancini insieme». Il sospetto degli inquirenti è che la «dottoressa» fosse una dirigente dell’ufficio e che Moscato potesse contare su appoggi di una o più persone che lavoravano tutti i giorni con lui nella cancelleria al quinto piano del Palagiustizia. Anche perché, a un certo punto, il cancelliere fa riferimento a un «collega» che «ogni tanto» gli chiede «un fisso». Ma i sospetti della Procura sono rimasti tali.

Il Csm riduce la sanzione a Robledo che gridò: “Il re è nudo”. Frank Cimini il 31 maggio 2016 su giustiziami.it. Alfredo Robledo si vede confermare dal Csm il trasferimento a Torino ma recupera la funzione di procuratore aggiunto oltre alla perdita di sei mesi di anzianità. Insomma sanzione ridotta ma resta il fatto che Robledo è l’unico a pagare dazio per lo scontro interno alla procura di Milano con l’allora capo Edmondo Bruti Liberati, una vicenda con la quale la magistratura è riuscita a farsi male da sola e in misura superiore a qualsiasi “delegittimazione” compresa quella operata dall’imputato eccellente per antonomasia. Robledo con il suo esposto in pratica aveva gridato: “Il re è nudo”.  Aveva fatto emergere alla luce del sole che i magistrati fanno valutazioni politiche. Questo tra l’altro mise nero su bianco, rimproverando Bruti pur assolvendolo dall’abuso d’ufficio, la procura di Brescia. Bruti però non ha pagato dazio dal momento che il Csm annunciò il procedimento disciplinare solo quattro giorni dopo il comunicato con cui l’allora procuratore disse che di lì a poco sarebbe andato in pensione. Sul fascicolo Sea, insabbiato da Bruti e consegnato a Robledo con sei mesi di ritardo quando in pratica non si poteva più indagare non sapremo mai cosa accadde veramente. Francesco Greco che supportò Bruti è stato addirittura premiato come successore al vertice dell’ufficio nonostante una decina di  indagini per frode fiscale avocate dalla procura generale e finite con la condanna degli imputati dopo le richieste di archiviazione rigettate dal gip. Paga solo l’anello debole della catena. Così ha voluto Giorgio Napolitano al Quirinale all’epoca di fatti e misfatti e regista nemmeno tanto occulto dell’operazione, con quel suo richiamo ai poteri pressoché incontrollabili dei capi degli uffici. Il re era nudo per davvero. Ma la verità non interessava non interessa a nessuno. Basta scorrere le cronache con cui i giornaloni hanno incensato la nomina di Greco, da destra a sinistra passando per il centro. Almeno la smettessero di blaterare di indipendenza e autonomia, di obbligatorietà dell’azione penale a ogni piè sospinto. La smettessero di prendere per i fondelli. Non lo faranno. Impunità garantita per legge. Dal Csm che dovrebbe controllare. Il condizionale è più che mai d’obbligo. (frank cimini)

Il Csm dell’omertà nomina Francesco Greco Procuratore. Frank Cimini il 30 maggio 2016 su giustiziami.it. Ci sono voluti sette mesi per formalizzare, ma in realtà era tutto scritto, a cominciare dalla manfrina di sentire i candidati uno per uno. Una messa in scena, una ammuina, per fingere una gara vera. Almeno questo spettacolo potevano evitarlo prima di comunicarci che Francesco Greco va a capo della procura di Milano in sostituzione di Edmondo Bruti Liberati, in pensione dal 16 novembre scorso. Così è pienamente assicurata la continuità con la gestione di Bruti, soprattutto con la moratoria delle indagini su Expo che tra l’altro ha consentito la candidatura di Beppe Sala a sindaco di Milano, passando per un proscioglimento senza nemmeno il disturbo di un interrogatorio e con una motivazione tragicomica. Il giudice che su input della procura l’aveva firmata era lo stesso che per i fondi Expo giustizia aveva contribuito a non indire gare pubbliche ricorrendo alle solite aziende in strettissimi rapporti con l’amministrazione. Più o meno come si era comportato Sala nel settore ristorazione con Oscar Farinetti. Un altro giudice che contribuì a evitare le gare pubbliche, andato in pensione, ora siede comodo in due importanti consigli di amministrazione. Se Expo è stata una grande abbuffata, senza esercizio obbligatorio di quell’azione penale con cui a parole ci ammorbano da sempre, a tavola era presente anche la magistratura. I giornaloni illustrando il curriculum del nuovo signore del quarto piano elencano le tante inchieste fatte omettendo però di ricordare che Francesco Greco aveva sollecitato l’archiviazione in una dozzina di procedimenti per frode fiscale, con avocazioni da parte della procura generale che poi otteneva la citazione diretta a giudizio e anche la condanna degli imputati. Il Csm, informato per prassi della questione, ha fatto finta di niente. Del resto parliamo del cosiddetto organo di autogoverno che aveva coperto fino in fondo le responsabilità di Bruti Liberati in relazione al famoso fascicolo “scomparso” del caso Sea. L’iter disciplinare veniva annunciato solo dopo il comunicato con cui l’allora procuratore affermava che di lì a poco sarebbe andato in pensione. Sea è la storia di un insabbiamento. I pm di Brescia nell’archiviare l’abuso d’ufficio a carico di Bruti scrivevano che il procuratore aveva agito in base a valutazioni politiche, ma pure in questo caso il Csm se n’è fregato. Il fascicolo ricompariva magicamente solo quando le indagini in pratica non si potevano più fare per finire con sei mesi di ritardo sul tavolo dell’allora aggiunto Alfredo Robledo, l’altro protagonista con Bruti della guerra interna all’ufficio. Decisa su diretto intervento del Quirinale, gestione Napolitano. Robledo cacciato e trasferito a Torino. E per giunta processato dal Csm nello stesso giorno in cui diventa procuratore Francesco Greco componente del cerchio magico di Bruti. Il procuratore della Cassazione addirittura ha chiesto per lui la perdita di un anno di anzianità e il trasferimento ad altra sede e funzione. Lo metteranno a togliere la polvere ai fascicoli?   La continuità intanto è pienamente assicurata. E’ arduo dare la palma del peggiore tra controllati e molto presunti controllori (frank cimini)

·         Testimoni pre-istruiti dal pm.

Testimoni pre-istruiti dal pm, sentenze scritte prima dell’udienza: avvocati, diciamo basta! Alessandro Parrotta, avvocato, direttore dell’Ispeg, Istituto per gli studi politici, economici e giuridici, su Il Dubbio il 26 luglio 2020. Il caso di Padova, dove un ufficiale di polizia giudiziaria è stato sorpreso dai difensori col foglietto delle domande preparatogli dalla Procura, e il presidente del Tribunale non ha ancora ordinato l’inutilizzabilità della deposizione. O la vicenda delle sentenze scritte prima dell’udienza a Venezia. Come dice il presidente dell’Ucpi Caiazza, i magistrati devono rispettare le leggi, non inventarle E al ceto forense ora tocca ribellarsi con tutta la potenza di cui dispone. Il sistema giudiziario italiano nell’ultimo periodo non sembra trovare pace. Dopo i noti casi di Palamara e delle nomine riguardanti il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, un’altra notizia, con meno rilevanza mediatica ma che porta con sé altrettante preoccupazioni suscita nuove polemiche, questa volta in ordine al controverso principio di uguaglianza e di parità dei poteri tra le parti (pubblico ministero da una parte e imputato con il proprio difensore dall’altra) in seno al procedimento penale. La problematica in questo caso trae origine proprio da un’aula giudiziaria ed è legata alla svolgimento di un’udienza dibattimentale: in particolare, dinanzi al Tribunale di Padova, durante l’esame di un testimone della pubblica accusa (un testimone, peraltro, qualificato trattandosi di ufficiale di polizia giudiziaria), veniva notato tra le mani dello stesso una minuta contenente alcune domande scritte direttamente dal pubblico ministero. I difensori degli imputati hanno immediatamente chiesto l’esclusione della testimonianza, e il Tribunale, negando l’eccezione, si è limitato a dire che l’avrebbe valutata. Il caso può sembrare di scarsa importanza, ma occorre rilevare che una procedura del genere innanzitutto lede le principali disposizioni in tema di formazione della prova, finanche di rango costituzionale, e in secondo luogo, se proseguisse priva di censure e ulteriori valutazioni, metterebbe in luce un’evidente disparità di trattamento tra la pubblica accusa e l’imputato, medesimi ingranaggi – di pari importanza – dello stesso procedimento penale. Come detto, le disposizioni violate sono molteplici, a partire dall’articolo 111 della Carta Costituzionale, che in maniera chiara garantisce che “il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova”. La ratio sottesa ad una simile norma è proprio quella di evitare situazioni del genere: la scelta operata in ordine al tipo di procedimento penale da instaurare nel nostro Paese aveva come base fondamentale la valutazione per cui la prova si avvicina tanto più alla realtà storica quanto più emerge da un esame multiplo delle parti che ne fa scaturire tutti i punti mancanti e lacunosi. È proprio per queste ragioni che in dibattimento, la sede naturale dove si forma la prova – tra l’esame e il controesame delle parti – il testimone deve giungere privo di alterazioni e senza aver dialogato con alcuna delle parti: diversamente, risulta evidente come il meccanismo di formazione della prova subisca un cortocircuito irreparabile. E infatti, in tema l’articolo 149 delle disposizioni di attuazione del Codice di procedura penale dispone proprio come sopra indicato. La sanzione prevista nel caso di un testimone che ha avuto pregressi contatti con una delle parti (e nel caso giudiziario è evidente come non solo pubblico ministero e ufficiale di polizia giudiziaria si fossero incontrati ma, anzi, è stata anche stilata una lista di domande che gli sarebbero state sottoposte) è disciplinata nell’art. 191 c.p.p., che in tema di prove illegittimamente acquisite, sancisce come le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possano essere utilizzate. Sembrerebbe, dunque, naturale che nel caso di specie, acclarata la violazione dell’articolo 149 disp. Att. C.p.p. ma anche dell’articolo 111 Costituzione in materia di contraddittorio, una simile prova venga dichiarata inutilizzabile e venga fatta uscire dal processo penale. Invece, ad oggi, il Tribunale si è limitato a riservare di valutarla. Un simile caso di cronaca non soltanto offre spunti di riflessione meramente tecnici in materia di formazione della prova e utilizzabilità della stessa ma rimette in luce l’annosa questione in ordine al supposto principio di uguaglianza tra le parti dinanzi al procedimento penale. Gli avvocati penalisti da anni pongono l’attenzione sul rispetto dei principi costituzionali che regolano il processo penale e sull’importanza del ruolo svolto dalla Difesa privata, che dovrebbe rappresentare una parte fondamentale dello stesso processo, al pari della Pubblica Accusa (sulla scorta di queste valutazioni nell’ultimo periodo è stato chiesto l’inserimento in Costituzione del ruolo dell’avvocato, quale parte necessaria del procedimento penale e come garante del rispetto del principio del contraddittorio tra le parti). Tuttavia, questo caso rappresenta ancora una volta come, purtroppo, il ruolo dell’avvocato penalista sia ormai il più delle volte quello di un co-protagonista che assiste – disarmato – alle mosse della pubblica accusa e dell’organo giudicante. E se fosse stato il Difensore della parte privata a munir di foglietto il proprio testimone? Quali conseguenze? Anche quella disciplinare ai sensi del Codice Deontologico Forense, oltre alla pessima figura in aula. Il presidente dell’Unione delle Camere Penali, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, si è di recente espresso sull’automatismo che si è ormai raggiunto nelle aule giudiziarie, che rende – per l’appunto – il ruolo dell’avvocato penalista pressoché svuotato di ogni contenuto. Lo spunto è stato, anche in quel caso un’analoga vicenda di cronaca: alcuni giorni prima che l’udienza ad hoc venisse celebrata, alcuni avvocati patroni delle Parti hanno ricevuto dalla Corte di Appello di Venezia le motivazioni delle sentenze con le quali i loro atti di impugnazione erano stati giudicati infondati. Le sentenze sono, dunque, state decise e scritte prima del processo, ma il dottor Carlo Citterio, presidente della seconda sezione penale della Corte, ha assicurato che se la successiva discussione del difensore e la conseguente Camera di Consiglio lo persuaderanno della infondatezza della tesi già scritta in motivazione, il relatore sarà ben lieto di riscriverla sostenendo l’esatto contrario. Riscrivere una sentenza? O meglio, una sentenza emessa in assenza del contraddittorio? Anche in questo caso sono state violate le più basilari norme in tema di equo processo e non si possono che condividere le parole del presidente Caiazza: “La sovranità legislativa è del Parlamento, la Magistratura si limiti a rispettare e ad applicare le leggi, anche quelle che non le piacciono e che non condivide”. Forse è il momento che tutti gli avvocati riacquistino, in attesa delle conferme in Costituzione, con tutta la potenza della categoria (di una professione tanto necessaria quanto indispensabile) la consapevolezza di essere l’ultimo baluardo della Giustizia.

·         Le Sentenze “Copia e Incolla”.

Giu.Sca per “il Messaggero” l'11 novembre 2020. Non c' era alcun dubbio la condanna era giusta, le motivazioni, però, erano di un altro imputato. Quattro mesi di carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Ma un po' di tempo dopo, quando i giudici hanno consegnato il documento dove spiegavano il perché e il percome avevano deciso di dichiarare la sua colpevolezza, è arrivata la sorpresa: l' incartamento riguardava un' altra persona, un' altra vicenda, un altro reato. È stato un pasticcio quello combinato in chissà quale ufficio della Corte d' appello di Torino nel 2019, su cui ha dovuto metter mano la Cassazione. Ora il signor F., 50 anni, sardo trapiantato nell' Alessandrino, potrebbe farla franca: la sentenza è stata annullata, e ci sarà un nuovo passaggio davanti ai giudici subalpini che probabilmente si rivelerà inutile, dato che lo stesso pg ha fatto presente che ormai il caso è prescritto. Quello che può essere successo, secondo la Cassazione, è «un errore nella allegazione della motivazione al frontespizio della decisione». In sostanza, qualcuno ha scambiato le motivazioni. Cosicché la condanna di M.F. è stata sovrapposta a fatti che riguardavano un certo signor T., imputato di resistenza e lesioni. Non è la prima volta che i giudici, in Italia, compiono errori simili. Più grave del caso di Torino è stato quello che ha riguardato la Corte d' appello di Venezia. Il 6 luglio scorso un avvocato aveva ricevuto via pec le motivazioni di una sentenza relativa a un processo che il legale avrebbe dovuto discutere lo stesso giorno. Motivazione che, tra l' altro, erano il copia incolla di un altro verdetto dei magistrati del 2016. Tornando, invece, alla corte D' Appello del capoluogo piemontese già in passato gli Ermellini, ne avevano contestato l' operato: nel 2018 cassarono un provvedimento che aveva negato a un pusher la riduzione della pena dopo avere scoperto che era scritto su «un modello prestampato». Nel 2019 sgridarono la Corte perché aveva avuto troppa fretta: il processo a un quarantottenne di Domodossola per hashish era stato fissato alle ore 11, ma i giudici lo cominciarono alle 10:21 e lessero il dispositivo venti minuti dopo. Quando l' avvocato difensore arrivò in aula, alle 11 spaccate, si sentì dire che era tutto finito. Il 2019 fu anche l' anno in cui un giovane commesso, Stefano Leo, fu ucciso sul Lungo Po da uno sconosciuto che, dopo l' arresto, dichiarò di averlo scelto a caso come vittima sacrificale: l' uomo era stato condannato mesi prima per maltrattamenti in famiglia ma non era andato in carcere perché la Corte non aveva trasmesso le carte all' autorità competente. Il presidente, Edoardo Barelli Innocenti, si scusò pubblicamente.

Salerno, il capo d’imputazione? «Copiato dalla memoria difensiva». Simona Musco su Il Dubbio il 25 luglio 2020. La denuncia di due avvocati: «accuse non controllate e fatti non verificati». Dopo la richiesta di rinvio a giudizio il pm ha chiesto la restituzione degli atti, salvo poi fare marcia indietro giovedì. Ma il Gup ha rispedito tutto il fascicolo in procura. Un capo d’accusa totalmente copiato dalla memoria della parte civile e contenente un fatto «non corrispondente al vero» ma mai verificato. A denunciarlo sono gli avvocati Ivan Pacifico e Antonio Nobile, protagonisti di quella che venerdì scorso, a Salerno, è apparsa a tutti come un’udienza preliminare a dir poco surreale, iniziata con la richiesta di rinvio a giudizio degli imputati e terminata anzitempo con la richiesta di restituzione degli atti per tre dei sei capi d’accusa. L’inchiesta vede otto persone imputate a vario titolo, tra le altre cose, per diffamazione a mezzo stampa in concorso, concussione ed estorsione. E soprattutto quest’ultima accusa, secondo Pacifico e Nobile, sarebbe totalmente campata in aria: l’imputata, infatti, si è vista riconoscere per ben cinque gradi di giudizio, in sede civile, il diritto ad essere reintegrata nella cooperativa dalla quale era stata estromessa anni prima e a vedersi versare circa 160mila euro per spettanze non retribuite e altro. «La vicenda nasce dunque anche da pretese economiche che l’imputata ha nei confronti della presunta persona offesa, che per evitare di pagare quello che è dovuto ha imbastito una serie di azioni legali civili – spiega Pacifico al Dubbio -. Ci sono stati cinque giudizi: un arbitrato, un appello sull’arbitrato, una Cassazione, un giudizio di primo grado e uno di Corte d’Appello, tutti conclusi con sentenze favorevoli alla persona oggi imputata. I giudici nell’ultima, risalente al 29 giugno scorso, proprio perché stanchi di questa querelle, hanno condannato la presunta persona offesa, in via punitiva, al pagamento del doppio del contributo unificato. Ma secondo il capo d’imputazione, tali sentenze sarebbero state sfavorevoli alla donna, che nonostante ciò avrebbe continuato a prendere il pagamento di tali somme». Da qui l’accusa di estorsione, attraverso «la minaccia inequivoca di riuscire ad ottenere (per la cooperativa, ndr) ulteriori ispezioni e verifiche con cui procurare non solo ingenti danni e consistenti esborsi per spese legali ma addirittura concreti rischi di perdita dell’accreditamento (al servizio sanitario nazionale, ndr) e dunque di chiusura della cooperativa». Tale capo d’accusa, il numero 3, «è perfettamente identico a quanto contenuto nella memoria del difensore di parte civile, che ha quindi indicato il capo d’imputazione ideale, che il pm ha letteralmente copiato e trasposto nell’avviso di conclusione delle indagini». Quel pm, nel frattempo, è stato promosso e trasferito altrove e il fascicolo assegnato ad un nuovo sostituto. «Per quanto mi consta, per il Csm copiare la sentenza di un altro giudice costituisce un illecito disciplinare. In questo caso sono stati copiati e incollati addirittura atti provenienti dalla persona offesa. Colui che ha ereditato il fascicolo – ha spiegato Pacifico – non ha letto le carte, chiedendo comunque il rinvio a giudizio». Ma come si è arrivati alla richiesta di restituzione degli atti? «Come avvocati, per una questione di cortesia personale e per evitare che apprendesse tali fatti dai giornali, abbiamo inviato la memoria in cui spieghiamo tutte le stranezze di questa vicenda, sentenze favorevoli incluse, non solo al giudice d’udienza ma anche al procuratore di Salerno, Giuseppe Borrelli, che essendo nuovo non poteva conoscere tutti i dettagli – ha aggiunto Pacifico -. Durante l’udienza abbiamo visto fasi concitate, fino a quando il pm ha interrotto il giudice, che stava leggendo un’ordinanza, chiedendo la restituzione degli atti per tre dei sei capi d’imputazione, con la scusa di dover verificare chi siano effettivamente le persone offese». Insomma, un modo per prendere tempo e chiarire la questione, secondo i difensori. Giovedì scorso il nuovo colpo di scena: la Procura è tornata sui suoi passi, chiedendo non più la restituzione degli atti ma solo l’integrazione del contraddittorio. Ma dopo un’ora e mezza di udienza e due di camera di consiglio, il Giudice ha rispedito l’intero fascicolo in Procura, ovvero tutte e 18mila le pagine agli atti e non solo le circa 12mila richieste inizialmente dal pm. «Quello che ci sorprende – ha concluso Pacifico, che contesta in toto l’indagine, lamentando anche la fusione di due vicende distinte – non è tanto che gli avvocati scrivano ciò che viene rappresentato dai propri clienti, ma che il magistrato abbia preso tutto per buono, senza fare alcuna verifica».

Gianluca Amadori per “il Gazzettino” il 14 luglio 2020. Corte d' appello di Venezia nell' occhio del ciclone. L' Unione delle Camere penali del Veneto e i 7 presidenti delle Camere penali della regione, informata l' Unione nazionale delle Camere penali, hanno sollecitato il ministero della Giustizia a disporre un' ispezione urgente per quelle che ritengono essere bozze di alcune sentenze già scritte, con tanto di condanna e indicazione dei termini di deposito delle motivazioni, prima ancora che l' udienza venisse discussa. Un fatto di «enorme gravità», ha denunciato il direttivo della Camera penale veneziana in una lettera inviata ieri a tutti gli avvocati per informarli di quanto accaduto e auspicare che venga restituita al più presto «chiarezza ai rapporti processuali ed al giudizio d' appello nella nostra Corte». «Nessuna sentenza già scritta, ma una semplice bozza di ipotesi di decisione, predisposta dal giudice relatore sulla base di uno schema predisposto dal Csm e come consentito dalla Cassazione», replica la presidente della Corte d' appello lagunare, Ines Marini. Tutto ha preso il via a seguito della segnalazione pervenuta da due legali veneziani in relazione all' udienza dello scorso 6 luglio di fronte alla prima sezione penale della Corte, presieduta dalla trevigiana Luisa Napolitano (già componente del Consiglio superiore della magistratura, fino al 2010), giudice relatore Giulio Borella, a latere Michele Medici. Un avvocato comunica alla Camera penale di aver ricevuto a mezzo pec, con tre giorni di anticipo rispetto all' udienza di discussione, «le motivazioni della sentenza di rigetto ricavate attraverso quello che appare essere il copia e incolla di altra sentenza redatta nell' ottobre del 2016». Quindi, il giorno dell' udienza, un' avvocatessa segnala che alle difese, prima che iniziasse la discussione, era stato consegnato «l' ordito motivazionale della sentenza, comprensivo del dispositivo, che disattende le tesi degli appellanti». In aula chiede informazioni anche il sostituto procuratore generale, Alessandro Severi, e i casi vengono rinviati al 2021. Si trattava di procedimenti che, dopo la sentenza di prima grado, si erano prescritti per il troppo tempo trascorso, ma la decisione era in ogni caso attesa per la presenza di parti civili che reclamano un risarcimento per i danni sofferti. E, nel caso di condanna, poi prescritta in appello, il risarcimento è comunque dovuto. La Camera penale veneziana a sua volta protesta nei giorni successivi scrivendo una dura lettera sia alla presidente della Corte d' appello, che al procuratore generale, Antonello Mura. Ines Marini si attiva immediatamente chiedendo una relazione alla presidente del collegio giudicante, Luisa Napolitano e al coordinatore delle sezioni penali, Carlo Citterio, per poi dare riscontro alla richiesta di spiegazioni degli avvocati, trasmettendo loro i documenti richiesti. Le «copie autentiche dei verbali delle udienze e di ben 7 pronunce complete di motivazione e di dispositivo», precisa la Camera penale veneziana, presieduta da Renzo Fogliata. «Uno sconcertante quadro documentale che rischia di legittimare l' ipotesi che esista una sorta di prassi di precostituzione del giudizio non solo rispetto alla camera di consiglio, ma anche alla discussione delle parti», denuncia il direttivo dell' associazione che riunisce i penalisti della provincia di Venezia. In sostanza gli avvocati ritengono che le sentenze siano state scritte prima della discussione del processo, e dunque senza neppure ascoltare pubblico ministero e difensori. «Quegli schemi, del tutto legittimi, sono stati trasmessi per errore agli avvocati, gettando ombre su decisioni che vengono sempre prese in camera di Consiglio, dopo aver ascoltato tutte le parti - precisa Ines Marini - Sono sorpresa della decisione della Camera penale di rivolgersi al Ministero: non appena ho ricevuto la loro segnalazione mi sono immediatamente attivata per assumere i provvedimenti necessari, a garanzia della massima trasparenza e dunque trasmettendo tutti gli atti richiesti. Comprendo che gli avvocati possano avere frainteso, ma sono amareggiata. Le decisioni non erano state prese, lo ribadisco». La presidente della Corte ricorda gli enormi sforzi compiuti in questi anni dalla Corte veneziana per cercare di gestire gli enormi arretrati con una cronica carenza di personale: «Abbiamo introdotto la relazione introduttiva scritta, anticipata agli avvocati invece che letta in aula, per cercare di accelerare i processi e per poterne trattare un numero superiore. Insomma, per offrire un servizio migliore. Spiace che si vogliano gettare ombre su un' attività svolta sempre nell' ambito dei confini costituzionali».

Venezia, sentenze copia e incolla scritte prima delle udienze: i penalisti chiedono un’ispezione. Simona Musco su Il Dubbio il 15 luglio 2020. Caos in Corte d’Appello, la presidente: «Nessuna sentenza, erano bozze di valutazione». Ma il capo dei penalisti insorge: «Prassi che sviliscono il principio del contraddittorio». Sentenze copia e incolla, scritte prima ancora della discussione di pm e avvocati. È questa la grave accusa mossa dalla Camera penale di Venezia, che ha chiesto al ministero della Giustizia l’invio degli ispettori presso la Corte d’Appello, «al fine di restituire chiarezza ai rapporti processuali e al giudizio di appello nella nostra Corte». Il fatto risale al 6 luglio, quando un avvocato ha denunciato, nel corso di un’udienza davanti alla I Sezione penale, di aver ricevuto già tre giorni prima, via pec, la sentenza relativa al caso trattato. Un errore d’invio, spiega al Dubbio il presidente della Camera penale Renzo Fogliata, perché la mail, in realtà, avrebbe dovuto contenere la relazione scritta. Ma in allegato gli avvocati si sono ritrovati «l’ordito motivazionale della sentenza, comprensivo del dispositivo, che disattende le tesi degli appellanti». E, si legge ancora nella nota inviata a via Arenula, le motivazioni della sentenza di rigetto sarebbero state ricavate «attraverso quello che appare essere il copia e incolla di altra sentenza redatta nell’ottobre del 2016».

La “svista” della Corte d’Appello. La “svista”, spiega Fogliata, nasce da un malvezzo di base: «in Corte d’Appello a Venezia vige questa cattiva abitudine, l’aver sostituito la relazione orale con la relazione scritta, probabilmente perché è comoda come bozza di sentenza, dal punto di vista dei fatti. Ma in questo caso è stata inviata direttamente la decisione». Il fatto è stato identico per un’altra avvocatessa, che aprendo il fascicolo, al posto della relazione, ha trovato il dispositivo, «naturalmente sfavorevole». Si tratta di casi in cui bisognava decidere se applicare la prescrizione o accogliere i motivi d’appello e, quindi, assolvere l’imputato. «Ma agli atti, prima ancora che le parti si esprimessero, c’era il respingimento dei motivi d’appello», aggiunge il presidente dei penalisti. Da qui la richiesta di chiarimenti, da parte di tutte le Camere penali del Veneto (sette in totale), che hanno sottoscritto la nota inviata al ministro Alfonso Bonafede e la richiesta di chiarimenti inviata alla presidenza della Corte d’appello di Venezia e alla Procura Generale, con la quale veniva chiesta copia delle sentenze «già scritte» in questione, ovvero sette. «Alcune erano incomplete, ma almeno un paio – spiega ancora Fogliata – erano complete, dall’intestazione fino al dispositivo. Ed erano già nel fascicolo, prima della discussione delle parti. La situazione si commenta da sé». Il dubbio, spiega ancora il penalista, «è che si tratti di una prassi. Non possiamo affermarlo con certezza – aggiunge – ma il sospetto c’è». Dal canto suo, la presidente della Corte d’Appello, Ines Marini, dopo aver trasmesso copie autentiche dei verbali delle udienze e le sette pronunce «complete di motivazione e di dispositivo», ha provato a spiegare la vicenda respingendo le accuse. «Nessuna sentenza già scritta – ha spiegato a Il Gazzettino -, ma una semplice bozza di ipotesi di decisione, predisposta dal giudice relatore sulla base di uno schema predisposto dal Csm e come consentito dalla Cassazione. Le decisioni – ha aggiunto – vengono prese in camera di consiglio, dopo aver ascoltato tutte le parti. Sono sorpresa della decisione di rivolgersi al ministero. Comprendo che gli avvocati possano avere frainteso, ma sono amareggiata». La relazione, dunque, verrebbe «anticipata agli avvocati invece che letta in aula, per cercare di accelerare i processi e poterne trattare un numero superiore». Ma la risposta non ha convinto i penalisti veneziani, secondo cui si tratta di «uno sconcertante quadro documentale che rischia di legittimare l’ipotesi che esista una sorta di prassi di precostituzione del giudizio non solo rispetto alla camera di consiglio ma anche alla discussione delle parti. Una prassi che mortificherebbe il nostro ruolo, renderebbe vuoto il contraddittorio e finendo con il delegittimare l’intera Corte di appello e i tanti giudici che praticano con convinzione il giudizio dialettico».

Chiesta l’apertura di una pratica al Csm. Le udienze, nell’imbarazzo generale, sono state rinviate al 2021. «E loro stessi hanno parlato di “una sorta di anticipazione della valutazione”, ammettendo per primi, dunque, che si tratta proprio di questo. Per me è incomprensibile parlare di bozze di valutazione consentite dal Csm: intanto si offende l’intelligenza di tutta l’avvocatura – continua Fogliata -, perché dovremmo essere degli sprovveduti per confonderle con una sentenza. E mai il Csm potrebbe autorizzare una prassi di questo tipo, perché sarebbe contra legem, in modo brutale». L’indignazione è stata condivisa, in aula, dal sostituto procuratore generale, Alessandro Severi, che ha chiesto chiarimenti sull’accaduto. Ora si attendono le verifiche del ministero, ma intanto i laici del Csm Stefano Cavanna (Lega) e Alberto Maria Benedetti (M5S) hanno chiesto al Comitato di presidenza di aprire una pratica per «effettuare un’approfondita istruttoria» e «conseguentemente, accertare l’eventuale sussistenza di fatti e/o condotte rilevanti nell’ambito delle competenze del Consiglio, nonché al fine di adottare le iniziative meglio ritenute». E nel caso in cui venisse fuori che altre sentenze, in passato, siano state scritte in anticipo, spiega il capo dei penalisti, le conseguenze potrebbero essere molteplici, «a partire dalla nullità del processo. Quel che è certo – conclude – è che questo episodio è la spia di uno squilibrio: se anche volessimo, violentando la realtà delle cose, definire quegli atti delle bozze, allora va detto che le stesse sono gravemente irrispettose del ruolo delle parti e del ruolo del processo, ma anche del ruolo stesso del giudicante, che così è svilito e mortificato. Chi giudica senza celebrare un processo non è più un giudice, ma un funzionario amministrativo, come un Prefetto, e non c’entra più la giurisdizione. Esistono giudici che credono nella funzione della dialettica e del contraddittorio, che ascoltano le parti davvero e fanno il loro lavoro tutti i giorni. Ma accanto a loro esiste un filone di magistrati che, molto spesso, vive la difesa come un fastidio o un ostacolo. Non possiamo negarlo».

·         Il Male minore. Condanna, spesso, senza colpa. Gli effetti del Patteggiamento.

Coimputati per lo stesso reato: uno è assolto e l’altro condannato. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 7 luglio 2020. Coimputati dello stesso reato: uno assolto e l’altro condannato. Sono gli “effetti” collaterali del patteggiamento; “l’applicazione della pena su richiesta delle parti”. Coimputati dello stesso reato: uno assolto e l’altro condannato. Sono gli “effetti” collaterali del patteggiamento, “l’applicazione della pena su richiesta delle parti” come recita il codice di procedura penale, di fatto una condanna a scatola chiusa di cui poi ci si pente senza, però, la possibilità di tornare indietro. Questi i fatti. O. E. è un sindacalista milanese. Coinvolto in una maxi indagine su infiltrazioni mafiose, condotta dalla Dda del capoluogo lombardo, negli appalti per i servizi di facility, decide di patteggiare nel 2018 una pena a tre anni e tre mesi di reclusione per i reati di associazione a delinquere e traffico di influenze illecite. Provato da diversi mesi di carcerazione preventiva in regime di isolamento, O. E. pensa che il patteggiamento sia il male minore per uscire dal gorgo giudiziario in cui è precipitato. Una scelta, quella di O. E., comune a molti nella sua posizione: davanti alla prospettiva di rimanere anni con la spada di Damocle di un carico pendente, il patteggiamento sembra essere la via d’uscita apparentemente più indolore. Presentata istanza di patteggiamento, si spalancano le porte del carcere. I coimputati di O. E., invece, sono di diverso avviso e decidono per il rito ordinario, affrontando il processo in custodia cautelare. Al termine del dibattimento, la sorpresa: il collegio li assolve da questa imputazione per “insussistenza del fatto”. La difesa di O. E., lette le motivazione dell’assoluzione, dato che la vicenda in cui erano coinvolti era identica, decide allora di presentare istanza di revisione della sentenza di patteggiamento a tre anni e tre mesi, nel frattempo già scontati fra detenzione domiciliare ed affidamento ai servizi sociali. La decisione dei legali di O. E si fonda su una accurata ricostruzione dei fatti oggetto del giudizio dove “erano stati trovati mancanti di un uno degli elementi costitutivi del reato”. “Sussiste un conflitto di giudicati basato sull’incompatibilità dei fatti storici su cui si fondano le sentenze”, proseguono i difensori del sindacalista milanese. Gli avvocati, ricostruito il fatto storico, chiedevano allora di assolvere l’imputato da tutte le imputazioni per insussistenza del fatto. La doccia fredda della Corte d’Appello di Brescia, competente per la revisione delle sentenze di condanna emesse dai colleghi di Milano. è arrivata la scorsa settimana: l’istanza è stata dichiarata inammissibile. Tutto in punto di diritto è il ragionamento dei giudici bresciani.“ La giurisprudenza prevalente con riferimento al contrasto di giudicati che coinvolgono una sentenza di applicazione pena, esclude che la semplice assoluzione del coimputato che abbia optato per un rito diverso valga a configurare contrasto di giudicati”, esordiscono i togati. “Diverso – aggiungono – è il criterio di valutazione proprio dei due riti di per se tale da condurre fisiologicamente ad esiti opposti”. Ma non solo. “La revisione cesserebbe di essere un mezzo di impugnazione straordinario e diventerebbe strumento a disposizione del patteggiante per revocare in dubbio una decisione da lui stessa richiesta e riaprire integralmente la fase dell’accertamento dei fatti e della responsabilità”. Non nuove prove, come sarebbe necessario per la revisione della sentenza, allora, “ma semplice valutazione in termini di insufficiente probatorio degli elementi d’accusa già presenti”. In conclusione, si può essere dichiarati colpevoli di un reato che non si è mai commesso. E per questo reato mai commesso si possono anche scontare anni di reclusione. E non finisce qui. Infatti, oltre alla beffa scatta anche il danno. E già, perchè i giudici bresciani, oltre a dichiarare inammissibile l’istanza di revisione delle sentenza da parte di O. E., lo hanno anche condannato al pagamento di mille euro di spese. La difesa di O. E. ha già annunciato che presenterà ricorso in Cassazione. Con la speranza, però, di un esito più favorevole.

·         Il lusso di difendersi.

Ma quanto cazzo costano sti avvocati…televisivi?

Raffaele Sollecito ancora nei guai: “In carcere da innocente, adesso sono sul lastrico”. Marco Preve su La Repubblica il 10 ottobre 2020. Assolto per l’omicidio di Meredith Kercher ha chiesto i danni allo Stato, ma ha perso. Deve ancora 660 mila euro ai difensori Bongiorno e Maori. Dopo 4 anni di carcere, una serie infinita di processi e trasmissioni tv, Raffaele Sollecito venne assolto definitivamente dalla Cassazione nel 2015 per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, sgozzata a Perugia il primo novembre 2007. Ma l'innocenza non cura la depressione, non cancella dalla mente delle persone il pregiudizio e soprattutto non si trasforma in un bancomat quando devi ancora pagare - oltre ai 400 mila già anticipati da tuo padre - 300 m...

 La Franzoni non paga. E Taormina pignora la villa di Cogne. Via libera da parte del Tribunale di Aosta al pignoramento. La Franzoni, condannata per l’omicidio del figlio Samuele, doveva ancora pagare all'avvocato 450mila euro. Valentina Dardari, Venerdì 18/09/2020 su Il Giornale. L’avvocato Carlo Taormina ha avuto il via libera dal Tribunale di Aosta: potrà infatti proseguire le pratiche per il pignoramento della villetta di Cogne. Il ricorso presentato da Annamaria Franzoni e dal marito Stefano Lorenzi, con la richiesta di sospendere l’esecuzione immobiliare, è stato respinto dal giudice Paolo De Paola. Il legale Taormina aveva infatti difeso la mamma del piccolo Samuele Lorenzi, accusata dell’omicidio del figlio avvenuto nel gennaio 2002. La donna era stata poi condannata a 16 anni di carcere, ridotti poi a 11 anni di reclusione.

L'avvocato Taormina non era stato pagato. L’avvocato però non era mai stato pagato e per questo motivo aveva deciso di rivolgersi alla magistratura. Il contenzioso nasce dalla sentenza civile passata in giudicato a Bologna dove la Franzoni, condannata per l’omicidio del bambino, avvenuto proprio nella casa di Montroz, frazione di Cogne, a gennaio 2002 e per cui era stata condannata a 16 anni, non ha ancora pagato gli onorari difensivi al suo ex legale, Carlo Taormina. Si tratta di oltre 275mila euro, diventati poi circa 450mila nell’atto di pignoramento.

Franzoni condannata: dovrà risarcire l'avvocato Taormina. Negli scorsi mesi, assistito dal figlio Giorgio, Taormina aveva pignorato la metà della casa dove la Franzoni, che adesso si è trasferita sull’Appennino bolognese, era ritornata per poco tempo dopo che aveva scontato la sua condanna penale, ridotta a 11 anni per indulto e benefici.

Franzoni e Lorenzi avevano fatto ricorso. Quando la donna e il marito si erano opposti al pignoramento dell’abitazione, assistiti dagli avvocati Maria Rindinella e Lorenza Parenti, avevano sostenuto che la casa non fosse pignorabile in quanto all’interno di un fondo patrimoniale, fatto nel maggio del 2009. Il giudice ha però respinto il ricorso. La costituzione del fondo, che era stata fatta all’epoca da Lorenzi, allora tutore della moglie, interdetta a seguito della condanna penale, è ricollegabile all’iter processuale della Franzoni che, proprio per il suo stato, non poteva occuparsi dei bisogni materiali e morali della famiglia. Anche il debito contratto con Taormina per l'attività difensiva, in quanto atto a dare la possibilità alla donna di ritornare il prima possibile ai suoi affetti, risulta legato ai bisogni della famiglia. E se il debito ha queste caratteristiche, il fondo non può essere motivo di opposizione al pignoramento. La villetta potrà quindi essere messa in vendita, nonostante penda un giudizio nel merito, sempre ad Aosta, che il giudice ha invitato a fissare entro il prossimo venerdì 30 ottobre.

L'avvocato Taormina e la villa di Cogne pignorata: "Troppo dolore in quella storia. Dimentichiamola". Pubblicato sabato, 19 settembre 2020 da Sarah Martinenghi su La Repubblica.it. "Questa è una storia che mi ha causato troppi dolori, troppi dispiaceri. Per questo non mi piace parlarne, non fatemi aggiungere altro". L'avvocato Carlo Taormina vorrebbe considerare un capitolo chiuso la vicenda  che da anni lo lega ad Annamaria Franzoni, in un rapporto che l'ha visto passare dall'essere al suo fianco, come avvocato difensore quando lei fu accusata di aver ucciso il figlioletto Samuele, a controparte nelle aule di giustizia per le parcelle non pagate. Ieri una nuova puntata della querelle che si trascina da più di dieci anni, gli ha visto assegnare dal giudice una vittoria parziale: andrà all'asta, proprio per ripagarlo, la villa di Cogne dove nel 2002 era stato ucciso il piccolo Samuele. Il giudice di Aosta non ha infatti accolto la richiesta dei coniugi Lorenzi (assistiti dagli avvocati Maria Rindinella e Lorenza Parenti) di bloccare la procedura di esecuzione immobiliare, dando l'ok al pignoramento da parte di Taormina. "Non avrei nemmeno voluto che uscisse la notizia - dice con sconforto l'avvocato - preferirei che non se ne parlasse proprio più: non mi interessa nemmeno, per questo non la commento in alcun modo". Sono lontani i tempi in cui Taormina proclamava a gran voce l'innocenza della sua ex-assistita. Lei aveva inteso che lui l'avrebbe patrocinata a titolo gratuito. E certo non si aspettava di vedersi recapitare una richiesta di pagamento per averla difesa fino a parte del secondo grado, che sfiorasse quasi il milione di euro. Una cifra esorbitante che era stata ritenuta, in effetti, troppo alta anche dal giudice che l'aveva rimodulata in 275 mila euro. Saliti però ora a 450 mila, tra interessi e rivalutazione, nell'atto di pignoramento. A quella casa in frazione Montroz che gli italiani hanno imparato a conoscere bene per la quantità di accertamenti e sopralluoghi fatti durante le indagini e il processo, Annamaria Franzoni è sempre rimasta molto legata. Tanto da esserci tornata più volte: brevi visite, il tempo di fare qualche lavoretto per sistemare il giardino o ridare il colore alle pareti, dopo la ritrovata libertà una volta scontata la sua condanna a 16 anni di carcere. Ma né lei né il marito hanno mai pensato di venderla. Anzi, nel 2009, intorno a lei hanno costituito un fondo patrimoniale e sulla base di ciò hanno chiesto al giudice di bloccare il pignoramento della loro casa da parte dell'avvocato. Ma il giudice di Aosta ha fatto un ragionamento in cui ha cucito l'intento del fondo con quello dell'assistenza legale ricevuta al tempo da Taormina per dimostrare che entrambi avessero lo stesso scopo, legato ai "bisogni della famiglia". La costituzione del fondo, fatta da Stefano Lorenzi in qualità, all'epoca, di tutore della moglie che era interdetta a seguito della condanna penale, è ricollegabile alla vicenda processuale di Franzoni che, per il suo stato, non poteva occuparsi dei bisogni materiali e morali della famiglia. Ma legato ai bisogni della famiglia, secondo il giudice, è anche il debito contratto da Annamaria Franzoni con Taormina per l'attività difensiva, in quanto funzionale a ottenere la possibilità, per lei, di ritornare il prima possibile ai suoi affetti. E se il debito ha queste caratteristiche, il fondo non può essere motivo di opposizione. A questo punto potrà essere disposta la vendita dell'immobile, anche se pende un giudizio nel merito, sempre ad Aosta, che il giudice ha invitato a fissare entro il 30 ottobre. "La casa può andare all'asta perché la procedura con questa decisione non è stata sospesa - ha commentato Giorgio Taormina, che assiste il padre nel procedimento - ma se la controparte intende procedere ancora nel merito la causa potrà certamente andare ancora avanti, anche fino in Cassazione".

Giusi Fasano per il ''Corriere della Sera'' il 7 novembre 2020. L'abbiamo vista tutti. Ci siamo entrati anche senza esserci mai stati. Fotografie fronte/retro/lato/interno, dettagli ingranditi, il plastico sul tavolo di Porta a Porta... Stiamo parlando della villetta di Cogne. Che poi: la sola espressione - «villetta di Cogne» - porta immediatamente lì, alla casa di Annamaria Franzoni e del suo bambino, Samuele, che fra quelle mura fu ucciso la mattina del 30 gennaio 2002. Porta lì, appunto. Nella villa della frazione di Montroz, come se a Cogne non ci fossero altre villette. Potenza della cronaca. Di una storia iper-raccontata che ancora adesso, dopo tutti questi anni, si trascina nelle aule giudiziarie e rievoca le tante immagini-chiave che l'hanno narrata negli anni. La villetta prima fra tutte. Il tribunale di Aosta ha appena disposto la vendita della casa alla quale Annamaria Franzoni e suo marito Stefano Lorenzi si sono inutilmente opposti. Niente da fare: la villa si vende perché è il solo bene dal quale può arrivare la cifra per pagare la parcella mai onorata dell'ex avvocato di Annamaria, Carlo Taormina, che ha chiesto e ottenuto il pignoramento. Base d'asta: 800 mila euro, data della vendita ancora da fissare. Il professor Taormina aveva difeso la mamma di Samuele nel primo e in parte del secondo grado. Si dice che lei e suo marito sulle prime avessero anche creduto che quell'impegno fosse gratuito. Errore. La parcella è arrivata eccome: quasi un milione di euro che il giudice ha ritenuto improponibile e ha rivisto al ribasso, cioè 275 mila euro, diventati adesso 470 con interessi, rivalutazione, Iva... Annamaria Franzoni oggi vive sull'Appennino bolognese e ha pagato il debito con la giustizia (16 anni di condanna). Qualche volta è tornata a Montroz e chi la conosce sostiene che mai avrebbe voluto disfarsi di quella casa. Ma adesso la domanda è: chi si farà avanti per comprarla? Per quanto in ripresa, è difficile credere che il mercato immobiliare possa piazzare facilmente una villa - per altro disabitata dal 2002 - a una cifra così alta. E poi c'è il fattore psicologico. Che conta, pur facendo appello a tutta la razionalità possibile. Quale famiglia (magari con bambini) vorrà abitare fra quelle mura? Chi vorrà dormire nella stanza dell'omicidio? Chi potrà pensare di sopportare che per anni e anni a venire qualcuno passi davanti e si fermi a indicare o commentare: quella, proprio quella, è la casa del delitto di Cogne! I luoghi delle grandi storie di cronaca sono spazi difficili da vivere. A meno che non li scelgano le stesse famiglie che ci abitavano prima dei fatti, com' è successo a Garlasco, per esempio, dove Alberto Stasi ha ucciso Chiara Poggi, oppure a Novi Ligure, dove Erika e Omar hanno massacrato la madre e il fratellino di lei. Spesso le aste vanno a vuoto, le vendite finiscono per essere svendite o la questione si chiude con l'affido del posto a qualche associazione. Il prezzo di certi ricordi è sempre troppo alto.

Vince le cause per il Comune ma non la paga nessuno… nemmeno i commissari prefettizi. Simona Musco su Il Dubbio il 25 Settembre 2020. L’assurda vicenda di un avvocata calabrese: porte in faccia anche da chi rappresenta la legalità. Un lavoro ben svolto, fino alla fine. Un Comune che incassa ma non paga. E il mestiere di avvocato, ancora una volta, vituperato dallo Stato. Non una, ma ben due volte. Protagonista della vicenda è l’avvocato Giuseppina Tuscano, chiamata a rappresentare il Comune di Palizzi, frangia estrema della Locride, in provincia di Reggio Calabria, contro tre consiglieri di minoranza, intenzionati ad ottenere una dichiarazione di incandidabilità dell’allora sindaco Arturo Walter Scerbo. Tuscano vince due volte, ma quando è il momento di farsi pagare dal Comune arriva solo il silenzio. E ciò nonostante al posto del sindaco ci sia, ormai, una Commissione nominata direttamente dal Presidente della Repubblica, che ha certificato l’infiltrazione mafiosa dell’ente. Così, dopo una serie di richieste rimaste per lo più senza risposta, Tuscano si trova costretta a rivolgersi alla procura, semplicemente per chiedere quanto dovuto. La vicenda inizia nel 2015, quando l’avvocato si presenta, su richiesta del Comune, davanti al Tribunale di Locri e vince: il primo cittadino è legittimato a rimanere in carica. Tocca, allora, ai tre consiglieri pagare le spese di lite, che in primo grado ammontano a circa 3.800 euro. Somme che non vengono versate spontaneamente dai tre rendendo necessario, dunque, un recupero coattivo. Tuscano invia la fattura al Comune, che recupera le somme ma non paga. E così inizia il lungo carteggio, quasi totalmente a senso unico, lungo tre anni, dal 2016, anno della sentenza, al 2019, con il quale l’avvocato chiede di vedersi riconosciuto il lavoro svolto. Anni in cui al Comune arrivano, intanto, anche la Commissione di accesso agli atti e quella straordinaria, nominata dopo lo scioglimento dell’amministrazione comunale. Ma nulla da fare: dal Comune, sia prima sia dopo l’azzeramento degli organi amministrativi, tutto tace. Così, a marzo scorso, il legale ribadisce la richiesta, comprensiva, questa volta, degli interessi. La risposta, però, è sempre la stessa: il silenzio. Ma il debito del Comune è destinato a crescere. I tre consiglieri di minoranza, infatti, non si danno per vinti e propongono ricorso in appello. E il Comune, nonostante il debito nei confronti di Tuscano, le riconferma il ruolo di difensore. L’avvocato vince nuovamente, ma ancora una volta, per recuperare le somme, si procede a pignoramento. Il copione si ripete uguale: Tuscano invia tre solleciti al Comune, poi la fattura, che viene contestata perché incompleta. Fino a quando nella vicenda entra in gioco un altro avvocato: il nuovo legale dell’Ente. Che chiede gli atti necessari per verificare la veridicità del credito, atti, di fatto, necessariamente in possesso del Comune, come delibere e relativi impegni di spesa. Tuscano, dopo l’iniziale sbigottimento, invia quanto richiesto, domandando, contestualmente, lumi sulle somme dovute. Ma niente: ancora una volta il Comune si trincera dietro il silenzio. Da qui il ricorso al Tribunale e l’ottenimento di un decreto ingiuntivo, con la speranza, finalmente, di ottenere quanto dovuto, così come stabilito dal Tribunale di Reggio Calabria: 14.487,54 euro più interessi. L’atto viene notificato il 20 luglio scorso e Tuscano, questa, volta, è speranzosa: si tratta, in fondo, di soldi che il Comune ha incassato e che spettano di diritto all’avvocato che ha consentito all’Ente di vincere la causa. Ma l’ennesimo colpo di scena non si fa attendere: il 31 luglio la Commissione straordinaria dichiara il dissesto. E così ogni possibilità di recuperare quelle somme sembra sfumare. Del dissesto finanziario, si legge nell’esposto presentato dall’avvocato Tuscano in procura, la stessa viene informata dal nuovo legale dell’ente, con una lettera, datata 24 agosto, nella quale il credito viene contestato «integralmente quanto all’esistenza, alla certezza, liquidità ed esigibilità». Insomma, una nuova beffa. Eppure, ricorda Tuscano, si tratta semplicemente «di somme delle quali il Comune si è appropriato ingiustamente ed illegittimamente, in quanto spettanti integralmente ed esclusivamente all’avvocato a titolo di spese legali». Da qui l’accusa di appropriazione indebita mossa nei confronti del Comune. Ma non solo: le fatture emesse dall’avvocato hanno comportato anche un esborso per il pagamento dell’Iva e delle tasse ed «avendo già da tempo avviato la procedura per la dichiarazione di dissesto – continua l’esposto – si è deliberatamente proceduto ad una distrazione delle somme». Il rammarico dell’avvocato è enorme: a non pagare, infatti, è stata proprio quella Commissione spedita da Roma per risanare le criticità di un ente considerato “infetto”, gente che, dunque, dovrebbe rappresentare una garanzia di legalità. «Quanto accaduto in danno della scrivente conclude Tuscano – ha avuto luogo nel mentre, dentro il Comune, operavano rispettivamente una Commissione d’accesso antimafia ( con funzioni accertative) prima e una Commissione straordinaria nominata direttamente con decreto del Capo dello Stato ( con funzioni di gestione) dopo, indiscussi presidi di legalità, cui va il “merito” di non aver gestito come avrebbero dovuto le somme riscosse a titolo di spese legali».

Destra, sinistra e il menefreghismo per la libertà dei poveri. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 31 Luglio 2020. C’è un’emergenza doppia nella giustizia italiana. E sta nel fatto che essa violenta le libertà individuali mentre a patirne sono perlopiù i poveri. Non soltanto, ovviamente: ma di fatto è lì, dove c’è povertà, dove c’è emarginazione, dove c’è arretratezza culturale, è lì che più fortemente si scarica l’ingiustizia dell’ordinamento. E l’emergenza di questa doppia ingiustizia non è senza causa: ne ha una molto precisa e risiede nella speciale concezione dei diritti di libertà a destra e a sinistra, una concezione diversa ma che nei due casi conduce identicamente al sacrificio dei diritti dei più bisognosi, dei più deboli. Se non c’è né a destra né a sinistra sufficiente attenzione per i diritti di libertà è perché a destra essi sono concepiti come accessori garantiti dal censo mentre a sinistra sono considerati sostanzialmente irrilevanti o in ogni caso recessivi in favore di acquisizioni diverse (uguaglianza, progressione sociale tramite assistenza pubblica e via di questo passo). Il risultato ai danni della vittima principale, e cioè la povera gente, è tuttavia lo stesso: essa non trova protezione a destra perché lì il fervore garantista si eccita a patto che in gioco sia la libertà dei galantuomini, che vuol dire i ricchi; e non trova protezione a sinistra perché lì quel fervore non si eccita proprio. E nei due casi, appunto, a rimetterci sono i poveracci. La connotazione sociale, classista e dopotutto antidemocratica del maltrattamento delle libertà, di cui soffrono innanzitutto i ranghi bassi della società, non impensierisce il garantismo discriminatorio della destra né l’equanimità illiberale della sinistra: e il risultato identico è quello lì, con i poveri che identicamente sono estromessi dal godimento pieno dei diritti di libertà perché essi sono alternativamente un lusso da garantire a pochi (destra) o una cosa senza importanza da non garantire a nessuno (sinistra). Le carceri sono piene di poveri. E a riempirle di poveri è la combinazione condannatoria dell’apartheid liberale di destra con il sostanziale indifferentismo della controparte.

Il lusso di difendersi: fino a 30mila euro di atti e consulenze. Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Giugno 2020. Trecento euro per avere copia di un video su dvd, dai 400 ai mille o duemila euro per avere copia di tutti gli atti allegati al fascicolo di indagini. Ci sono stati maxi-processi con decine di imputati e migliaia di intercettazioni in cui per avere pieno accesso al fascicolo integrale si è arrivati a spendere anche di più. Costa caro il solo conoscere le accuse di cui viene sospettati. Se poi si decide di impostare una difesa a tutto tondo, avvalendosi oltre che di un buon avvocato anche di consulenti per la trascrizione di intercettazioni o per perizie medico-legali, si deve essere disposti a spendere anche fino a 20-30mila euro. E se alla fine del processo si viene assolti, si torna a casa solo più sereni. Perché lo Stato non rimborsa nulla delle spese sostenute. “La legge è uguale per tutti”, recita la Costituzione, quella stessa Costituzione invocata e violata, citata per far valere diritti che in alcuni casi esistono sulla carta ma non nella realtà. “La legge è uguale per tutti”, ma non è per tutti la possibilità di difendersi. Spesso è un diritto che riesce a esercitare fino in fondo solo chi può permettersi di affrontare spese per migliaia di euro. Se si considera che in quasi tutte le inchieste le accuse si basano su intercettazioni, va da sé che per difendersi occorre come minimo fare una copia di tutti gli atti allegati al fascicolo del pm e se occorre la trascrizione integrale delle intercettazioni contenute nelle bobine, per valutare anche eventuali conversazioni che i pm non hanno ritenuto rilevanti ma i difensori sì, si arriva a cifre da capogiro. «È noto – spiega il penalista Alfredo Sorge, componente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli – che una delle principali caratteristiche negative del processo penale è la sua durata: perché si giunga a una sentenza definitiva, soprattutto con l’allungamento dei termini di prescrizione, occorre attendere molti anni. È meno noto, ma rappresenta un dato ugualmente preoccupante, che il processo penale ha costi elevatissimi per le parti private (imputati e persone offese). Soprattutto a causa della eccessiva durata delle indagini preliminari, l’immane accumulo degli atti processuali di cui le parti devono chiedere copia (molte centinaia di faldoni) fa sì che, anche se chiesti su supporto informatico, i costi delle copie sono molto elevati a causa degli onerosi diritti che lo Stato impone». «Spesso – aggiunge – ho assistito alla corresponsione di diverse migliaia di euro per avere a disposizione gli atti processuali, soprattutto quando occorrono in fretta per poter adeguatamente affrontare procedure di Riesame avverso le purtroppo sempre troppo frequenti misure cautelari. Il diritto di difesa – conclude l’avvocato Sorge – è dunque diventato sempre più una sorta di lusso, per tutti o quasi, inaccessibile in violazione della nostra Costituzione che l’assicura invece a tutti a prescindere dal reddito». L’avvocato Sergio Pisani ha lanciato sui social una proposta e l’ha spiegata al Riformista. «L’indagato, che per la nostra Costituzione è innocente fino a quando non viene condannato con sentenza definitiva, dovrebbe avere diritto ad accedere a tutti gli atti in maniera gratuita così come l’accusa, salvo poi pagare le spese processuali in caso di condanna. Quello che invece accade nel nostro sistema, dove lo Stato accusa e si fa pagare per quell’accusa, è una cosa davvero antidemocratica – aggiunge Pisani – Considerato che il 60 per cento dei processi si conclude in assoluzione, se si facesse una causa per ottenere il rimborso delle spese legali sostenute da innocenti lo Stato fallirebbe. Serve una riforma».

La legge non è uguale per tutti: Pm senza limiti di spesa, inquisiti costretti a pagare migliaia di euro. Riccardo Polidoro su Il Riformista il 12 Giugno 2020. La pubblicazione del bilancio sociale della Procura della Repubblica di Napoli induce ad alcune riflessioni sulle ragioni della lentezza e inefficienza della macchina giudiziaria. Premesso che è stata fatta un’apprezzabile operazione di trasparenza, con la quale il più grande ufficio inquirente d’Italia ha comunicato gli esiti dell’attività svolta, va innanzitutto evidenziato l’enorme sproporzione tra le risorse assegnate per le attività d’indagine e quelle destinate agli altri uffici giudiziari. Indagare è un obbligo, ma anche giudicare in tempi ragionevoli e con mezzi adeguati lo è. Tale dovere e onere, però, non preoccupa affatto il Ministero che fornisce alle Procure strumenti tecnologici all’avanguardia per penetrare nella vita privata degli indagati, mentre nei Palazzi di Giustizia mancano il personale e i mezzi per svolgere, in maniera dignitosa e con le dovute garanzie, i processi. Con un esempio, che non sembri blasfemo, ma che può rendere l’idea di quanto in concreto avviene, si potrebbe paragonare il Ministro della Giustizia a un imprenditore che investe il capitale e gran parte delle risorse a reperire le materie prime per iniziare la lavorazione del prodotto, ma non si preoccupa affatto di vedere il manufatto finito o, comunque, se pur finito, non si interessa della sua qualità. Indagini complesse, tanto lunghe quanto costose, producono fascicoli di migliaia di pagine e, ove ci sono intercettazioni, migliaia di file audio. La chiusura delle indagini rappresenta il momento in cui l’avvocato può prendere visione degli atti, attività che va esaurita in venti giorni, a fronte di investigazioni durate diversi anni. Tale evidente sproporzione di tempo a disposizione tra l’”accusa” e la “difesa” – che si riduce maggiormente (soli dieci giorni) se si deve impugnare un’ordinanza di misura cautelare – ha un’aggravante non indifferente, cioè la copia degli atti. Attività per la quale è necessario altro tempo e il pagamento dei diritti di cancelleria. Spesa questa, affatto irrisoria, che va sostenuta dall’indagato/imputato che, pur se assolto, non verrà rimborsato di alcunché. Ove condannato, invece, dovrà pagare le cosiddette “spese di giustizia” in cui sono comprese, tra le altre, quelle sostenute dalla Procura. Il cosiddetto “patrocinio a spese dello Stato” copre una fascia del tutto esigua di popolazione, quella con un reddito annuo imponibile non superiore a 11.493,82 euro e consente di rivolgersi non a tutti gli avvocati, ma solo a legali iscritti nell’apposito albo. Più aumentano le spese delle indagini, dunque, più sarà onerosa la difesa. L’attuale emergenza sanitaria ha evidenziato le croniche deficienze del sistema Giustizia, ancorato a procedure medioevali. Per fare un esempio, ma ce ne sarebbero tantissimi, le cancellerie inviano al difensore, a mezzo pec, l’avviso di deposito di un atto e non l’atto stesso. Per averlo sarà necessario recarsi in cancelleria, depositare istanza, pagare i diritti e, dopo alcuni giorni, tornare per ottenere la copia. In un mondo online, quello penale è da tempo fermo e il flusso di risorse va in un’unica direzione, l’unica che interessa davvero, per la falsa immagine di una giustizia efficiente. Nella “riservatezza” di uno studio televisivo è importante che le intercettazioni – atti che dovrebbero essere coperti da segreto istruttorio – siano di qualità, poco importa se poi non ci saranno le risorse per celebrare il giusto processo, perché manca ovvero non funziona la strumentazione necessaria nelle aule. Il tempo della notizia è quello delle indagini; l’altro, quello del processo, non interessa. Ancora meno se vi sarà una sentenza di assoluzione. Nel mondo giudiziario, dunque, esiste un gigante, con rilevanti risorse, a cui deve essere assegnato uno spazio proprio, che non interferisca con le altri componenti dell’ordinamento. Solo separandolo dal resto ne verrà individuato il reale potere che sarà circoscritto alle sue funzioni e non invaderà altri spazi, come le cronache di questi giorni – e non solo – hanno dimostrato.

·         Il Processo telematico.

Gli esperimenti di Giovanni Falcone sulle nuove tecnologie nei processi. Giuseppe Di Federico su Il Riformista il 30 Aprile 2020. Ho seguito con attenzione la proteste degli avvocati sulle attuali modalità d’uso delle tecnologie video nel processo penale e mi sono sentito chiamato in causa, e un po’ anche colpevole, perché sono stato io ad aver proposto, nel 1989, l’utilizzazione delle tecnologie video nell’ambito del processo penale e ad aver anche coordinato per circa tre anni, in base ad un accordo tra Cnr e Ministero della giustizia, gli esperimenti di utilizzazione di quelle tecnologie in cinque tribunali e in una procura. Esperimenti allora autorizzati dal Ministro della Giustizia, Claudio Martelli e attivamente promossi dal direttore generale degli affari penali, Giovanni Falcone. Condivido con gli avvocati l’avversione all’uso di collegamenti video per celebrare i processi ma so anche bene che l’avversione all’uso delle tecnologie video era diffusa tra gli avvocati penalisti anche in passato. È un orientamento negativo dovuto anche al fatto che le tecnologie video non sono state finora utilizzate con le finalità per cui erano state inizialmente da me proposte e che avevano governato le sperimentazione negli uffici giudiziari per promuovere un processo più efficace e garantista, sia nella fase dibattimentale che in quella della indagini preliminari. È un orientamento negativo comprensibile ma a mio avviso errato perché un corretto uso delle tecnologie video, diverso da quello che se ne fa oggi, sarebbe di grande utilità non solo ai fini di un giusto processo ma anche del potenziamento dei diritti della difesa. Ricordo che coll’avvento del codice di procedura penale di stampo accusatorio del 1988, uno dei più difficili problemi da risolvere a livello operativo era la corretta e fedele verbalizzazione del processo divenuto (formalmente) orale. Svolsi allora una ricerca sulle molteplici modalità e le varie tecnologie con cui tale compito veniva assolto nei paesi che avevano sempre avuto un processo accusatorio. A Louisville, nel Kentucky ebbi modo di assistere (ed era allora una novità anche negli Usa) all’utilizzo di riprese video che, nel corso dell’udienza, si posizionavano automaticamente sui soggetti che di volta in volta parlavano, dando in tal modo una fedele rappresentazione visiva non solo delle cose dette in udienza ma anche delle modalità con cui venivano dette (atteggiamenti, comportamenti, esitazioni, cioè tutte le comunicazioni non verbali). Intervistai magistrati e avvocati che la utilizzavano con soddisfazione sia in primo grado che in appello e acquisii informazioni dettagliate sulle tecnologie utilizzate che, tra l’altro, consentivano anche all’avvocato di avere copia della videoverbalizzazione al termine di ogni udienza. A testimonianza del rilievo probatorio che le comunicazioni non verbali assumono nel processo penale mi è utile ricordare quanto scritto su questo giornale alcuni giorni fa (il 21/4/20209) dal Presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza. Oltre a censurare l’uso delle telecamere per la celebrazione delle udienze da remoto, Caiazza indica anche le ragioni per cui con esso si viene a minare l’essenza stessa del “diritto di difesa” che egli, in maniera sommaria ma efficace, così ci descrive: «Il controllo fisico, percettivo, emotivo della formazione della prova, della attenzione del giudice, della reazione delle altre parti nell’aula, la comunicazione non verbale con il teste, con il giudice, con il nostro stesso assistito, fatta di sguardi, di tesaurizzazione di una incertezza, di un silenzio improvviso, di un cambio del tono della voce. Percezione che alimenta le intuizioni, le scelte, le accelerazioni o le rinunzie del percorso difensivo». Certamente le attuali, claudicanti, modalità di verbalizzazione dei processi non sono in grado di fornire una rappresentazione di quelle “comunicazioni non verbali” che l’avvocato Caiazza considera, giustamente, cruciali per il “diritto di difesa”. Attualmente esse vengono conservate solo nella memoria, caduca, selettiva, e a volte distratta dei partecipanti al processo ed in caso di divergenze non vi è modo di effettuare verifiche. Una difficoltà sempre presente ma che caratterizza in particolare i processi lunghi e complessi che vedono la presenza di molti imputati ed avvocati. Con il sistema della videoverbalizzazione anche le comunicazioni non verbali possono essere invece richiamate, riviste e valutate, in caso di dubbio o contestazione, sia nel corso del dibattimento che al momento della decisione, sia in primo grado che in appello. Acquistano cioè un valore probatorio che altrimenti non avrebbero. Non mi soffermo a descrivere le garanzie per la difesa e per la protezione dei diritti civili nell’ambito processuale che deriverebbero dall’uso della videoverbalizzazione nelle indagini preliminari. Mi basti ricordare le risposte dei 4265 avvocati delle camere penali, da noi intervistati a varie riprese tra il 1992 e il 2012. Alla domanda se i pubblici ministeri nel corso delle indagini utilizzassero i loro poteri e la loro influenza per ottenere dai testimoni dichiarazioni conformi alle loro tesi accusatorie, circa il 50% degli avvocati ha detto che il fenomeno avviene di frequente, più del 40% ha detto che avviene ma non di frequente e meno del 10% di non aver avuto esperienza di quel fenomeno. Con la videoverbalizzazione delle indagini preliminari si creerebbe certamente una maggiore trasparenza in un settore che ora ne ha poca e si introdurrebbero strumenti di responsabilizzazione in un’area dove attualmente non ve ne sono. Potrebbe cioè essere un buon antidoto per curare o alleviare quella malattia che sembra essere diffusa, non solo in Italia, tra coloro che hanno la responsabilità di condurre le indagini (da noi il pubblico ministero), una malattia cui uno studioso inglese ha dato il suggestivo nome di “sindrome del cacciatore”. Alla fine dell’attuate periodo di emergenza che riguarda anche il processo penale, sarebbe, quindi, opportuno analizzare a tutto campo i molteplici usi delle tecnologie video nell’ambito del processo penale, individuando quelle che sono con esso incompatibili (come certamente lo è udienza da remoto) e promuovendo invece quelle che sono utili per la promozione del giusto processo (come certamente lo è la videoverbalizzazione). Auspicherei che gli avvocati, fossero, senza pregiudizi, promotori e protagonisti di questa iniziativa con l’obiettivo, proprio della loro funzione, di assicurare che le innovazioni anche in questo settore servano a potenziare i diritti della difesa per meglio garantire quelli dei cittadini. Una postilla. Le sperimentazioni della videoverbalizzazione da noi effettuate vennero considerate positive dal Ministero della Giustizia che provvide quindi ad acquistare le attrezzature per gli uffici giudiziari, attrezzature che però non vennero mai utilizzate per la videoverbalizzazione del processo, anche perché al termine della sperimentazione Claudio Martelli non era più Ministro e Giovanni Falcone era stato assassinato dalla mafia. Aggiungo che valutazioni molto positive sulla videoverbalizzazione vennero espresse anche in lettere ufficiali scritte dai presidenti dei collegi giudicanti che avevano partecipato alla sperimentazione. Tra esse mi piace ricordarne una, perché più di altre si collega alle cose dianzi dette, quella di un presidente di Corte d’assise il quale testimonia come la possibilità di rivedere alcune testimonianze e gli aspetti non verbali con cui erano state rese fosse stata molto utile a lui ed ai giudici popolari in fase di giudizio. Attualmente le tecnologie disponibili sono molto più avanzate e la adozione della videoverbalizzazione sarebbe meno costosa e molto più agevole da gestire. Per quel che oggi può valere, le complesse sperimentazioni da noi allora compiute e la copiosa documentazione ad essa relativa sono state pubblicate dal Cnr nel 1993 in un ampio volume scritto da me e dai miei collaboratori dell’Istituto di Ricerca sui Sistemi giudiziari.

Cristina Bassi per “il Giornale” il 28 aprile 2020. Il processo da remoto, anche detto «smaterializzato» o «cancellato dall' Amuchina», è il futuro della giustizia oppure spazza via una serie di diritti sanciti dalla Costituzione? Con la conversione in legge del decreto Cura Italia le udienze via webcam, almeno per i casi «urgenti», sono una realtà. Una strada alternativa al dibattimento in carne e ossa che è stata messa nero su bianco e che spaventa molti. Il timore è che possa essere battuta anche dopo l' 11 maggio, giorno fino a cui le udienze in aula sono ferme per l' emergenza Coronavirus. Sui fronti opposti stanno, a grandi linee, i magistrati (ma non solo) e gli avvocati. Al Csm la corrente che fa capo a Piercamillo Davigo, Autonomia e Indipendenza, ha proposto che le novità «telematiche» diventino la regola, anche dopo la fine del lockdown. Nicola Gratteri ha argomentato a Otto e mezzo: «Se il potere politico avesse dato ascolto alla mia commissione del 2014, quando parlavo di processo a distanza, e quindi di convalida degli arresti con il detenuto in carcere, il giudice nel suo ufficio, il pubblico ministero nel suo e l' avvocato da casa, oggi saremmo arrivati preparati e avremmo risparmiato non milioni ma bilioni di euro». Pure Piero Grasso ha definito una «opportunità» la possibilità di effettuare le udienze penali da remoto. Si è detto «favorevole» all' opera di «ammodernamento della macchina giustizia anche mediante la digitalizzazione». A Italpress ha dichiarato: «Lo sostengo da anni». Non solo: «Non si capisce questo clima di scontro e barricate» da parte degli avvocati «verso strumenti che non saranno mai obbligatori ma condizionati» alle circostanze. Da parte sua l' Anm spiega che il processo da remoto «è l' unica risposta adeguata» alla situazione. Risposta che «consentirà una parziale ma significativa ripresa delle attività nel rispetto delle norme sul distanziamento sociale e delle ulteriori cautele che dovranno accompagnare le nostre vite nelle prossime settimane. Non si tratta di derogare ai principi e alle garanzie proprie del modello costituzionale di processo». Questa disciplina, assicura l' Associazione nazionale magistrati, durerà solo fino al superamento dell' emergenza. Tuttavia non è razionale «rimettere alla sola volontà delle parti la scelta della modalità da remoto». Sottolinea il presidente Luca Poniz (Rai Radio1): «Nessuno immagini scenari orwelliani». Le polemiche sono «senza fondamento» per una soluzione «strettamente legata a questa fase». Comunque, nella fase della ripresa «bisognerà continuare con i processi a distanza» nell' attesa di riaprire le aule «a macchia di leopardo». I presidenti delle Camere civili e delle Camere penali, Antonio De Notaristefani e Gian Domenico Caiazza, si ribellano all'«intervento a gamba tesa» dell' Anm e alle «spinte giustizialiste» del governo. Il processo da remoto, si legge in una nota, ha «devastanti implicazioni» ed è incompatibile «con i principi costituzionali». Ancora: «Le dichiarazioni di alcuni (soliti) magistrati adusi ai proclami mediatici svelano poi il disegno di rendere tali misure, che oggi si intendono sperimentare, stabili nel nostro ordinamento». Aggiunge Caiazza: «Non c' è nulla di più fisico della discussione in aula». Così gli avvocati milanesi Eugenio Losco e Mauro Straini sul blog Giustiziami: «Il processo è innanzitutto un diritto dell' imputato», fin qui basato su «tre fondamentali pilastri: oralità, immediatezza, contraddittorio». Un rito oggi compresso nelle due dimensioni di uno schermo, spazzato via «con un colpo di Amuchina» che rende «impossibile» esercitare la difesa.

Udienze online? Roba da regime, così i populisti hanno abolito il diritto. Vincenzo Maiello de Il Riformista il 16 Aprile 2020. Al peggio non c’è mai fine. E tuttavia, quando il peggio investe lo stadio avanzato della decomposizione vitale delle garanzie costituzionali, che cancella i sedimenti della progressione identitaria della nostra civiltà, l’inesorabilità del vecchio adagio non può indurre alcuna forma di rassegnazione. Pensavamo che l’impasto di cinismo demagogico e arcaico retribuzionismo punitivo, responsabile delle ipocrite soluzioni di facciata all’immane problema carcerario, costituisse la frontiera estrema della curvatura giustizialista sotto la quale si è sviluppata la produzione normativa della legislatura in corso. Ci sbagliavamo. Quel limite è stato superato senza alcun ritegno dall’inedito monstrum del processo penale telematico. Strumentalizzando in chiave retorico/opportunistica la drammatica emergenza in atto, l’ultima e più preziosa perla della politica giudiziaria nazionale ha deciso di contendere alla pandemia il connotato di vicenda biblica, interrompendo d’emblée le “magnifiche sorti e progressive” dell’emancipazione del diritto e delle sue forme da logiche ed assetti di disciplina autoritari. Col piglio interventista caratteristico di scelte percorse da arroganza corriva e per certi versi sfrontata, il governo in carica ha inteso, così, buttare alle ortiche l’ontologica dimensione del funzionamento conformativo del più delicato e gravoso fra i congegni secolarizzati di teologia politica e istituzionale: quello che ambisce a ricostruire – in nome del popolo e in conformità a criteri di giudizio predicabili di condivisione assiologica e razionale – la verità dei fatti e delle condizioni per i quali un individuo può essere privato di libertà e patrimonio, con effetti stigmatizzanti e inabilitativi che spesso si proiettano nella cerchia dei familiari e finanche di terzi, “colpevoli” di condividere col condannato affari ed interessi economici. Com’è noto, infatti, il governo intende sospendere fino alla data del 30 giugno, termine che tuttavia rischia di essere spostato in avanti a causa della non pronosticabile evoluzione della pandemia – le condizioni di agibilità del giusto processo penale di matrice costituzionale. D’un colpo, questo viene a perdere le sembianze di luogo fisico di una comunicazione dialettica contestuale, smarrendo, con esse, la funzione di liturgia alla quale la democrazia costituzionale dei diritti affida il compito di celebrare – anche sul piano simbolico – il primato della “ragione discorsiva”. In altri termini, la materialità e la separatezza topografica dell’udienza è la metafora della sacertà laica dell’amministrazione della giustizia che, come nei “misteri” delle religioni ellenistiche ha bisogno di impedire confusioni contaminanti con l’ambiente profano (Cordero).

In pratica, a svanire è la conformazione materiale del giudizio e con essa, perciò, non solo la dimensione che ne ha fatto un paradigma epicentro di svariati registri narrativi, bensì – soprattutto – quel clima d’aula che integra la pre-condizione delle potenzialità performative della contesa dialettica. Costruire un processo nel quale ciascuno dei protagonisti partecipa “da remoto” significa virtualizzare un contesto comunicativo che proprio alla simultanea presenza fisica degli attori del contraddittorio deve la sua specifica capacità epistemica di strumento privilegiato ai fini di un’affidabile ricostruzione dei fatti e di un proficuo confronto di tesi antagoniste. I rituali del contraddittorio nella formazione della prova – spina dorsale del processo accusatorio – hanno bisogno del “teatro” dell’aula di udienza, perché, come ha scritto Franco Cordero, essi “esigono acustica e ottica perfette”: da un lato, per consentire che l’esaminato sieda nel posto dove sia agevolmente visibile dalle parti e dal giudice; dall’altro, ma affinché venga garantita ai soggetti che vi prendono parte (testimoni, imputati, accusatore, difensore e giudice) di osservare e valutare le circostanze extralinguistiche che danno corpo alle forme non verbali della comunicazione. Il tono della voce, l’espressione del volto, il disagio o l’imbarazzo nella (e della) risposta costituiscono, di norma, formidabili indici di apprezzamento della genuinità della fonte, cosi come una sequenza incalzante di domande accompagnata dagli occhi puntati sul testimone può accrescere il carisma del contro-esaminatore e indurre un maggiore coefficiente di veridicità della risposta. Si tratta, dunque, di aspetti niente affatto marginali, relegabili fra gli orpelli estetico-simbolici dell’agire giudiziario, ma, anzi, di configurazioni che intrecciano questioni di fondo del giudizio penale. Siamo, in sostanza, innanzi a una rottura della legalità costituzionale, traumatica poiché ne ribalta il significato di punto di arrivo della lunga tradizione che, a partire dal congedo della mentalità e delle istituzioni inquisitorie, ha traghettato il processo sulla scena pubblica, facendone punto di confluenza tra la dimensione antropologica di “mistero” e l’esposizione a pratiche di controllo dell’opinione pubblica. Una rottura che segna il passaggio ad un ordinamento processuale dell’eccezione priva di base legale, dal momento che la sua disciplina risulta consegnata al potere regolamentare di un organo (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) interno al Ministero della giustizia. L’opposto, pertanto, di quanto prescrive l’art. 111 Cost. che assoggetta alla sola legge la conformazione normativa del processo. Un simile scempio ci pare sia stato denunciato con forza dalla sola voce dell’avvocatura, questa volta anche istituzionale, e, da ultimo, dagli studiosi del processo penale. Amareggia che all’appello manchi – con l’eccezione della corrente di Magistratura democratica – una presa di posizione della magistratura associata cui sarebbe stato doverosa l’intransigente rivendicazione del carattere intangibile (dei fondamenti) del modello di processo di cui è anzitutto essa custode. Peccato! L’abbandono del nomos della modernità ai marosi delle pulsioni populistiche e di malintese esigenze di efficienza burocratico-aziendaliste delle pratiche di giustizia, che le frustrazioni dell’emergenza e del suo governo rischiano di rendere ancor più aggressive, potrebbe far divenire inesorabile il declino della civiltà occidentale se a prevalere dovessero essere l’indifferenza etica e il silenzio connivente.

Abolizione della difesa. Il processo online è un golpe, al potere forze eversive. Vincenzo Maiello de Il Riformista il 25 Aprile 2020. La definitiva approvazione della disciplina che – sia pure col paradossale alibi della limitata vigenza – tiene a battesimo il dispositivo del processo penale telematico, meglio del processo che dematerializza l’aula di udienza e affida al circuito dei cristalli liquidi la partecipazione dei suoi protagonisti, permette di definire in tutta la sua sconcertante carica eversiva una decisione politica che reca i tratti della ribellione ai vincoli delle prescrizioni costituzionali e dei fatti – perciò, della verità. E si sa che quando ciò accade, quando, cioè, un potere agisce nel disprezzo delle regole e dei principi costituzionali e dei fatti, assume connotazioni che lo proiettano nello spirito delle culture totalitarie. Dietro questa inusitata fuga in avanti, non sta solo l’archiviazione della tradizione e dell’ontologia del processo – e, dunque, il congedo dalla loro traduzione normativa nelle Carte costituzionali e nel diritto europeo dei diritti umani – bensì qualcosa di assai più grave e preoccupante per la tenuta di una democrazia fondata sui diritti, vale a dire la rottura del rapporto tra potere e verità. Si tratta di un punto a mio avviso cruciale per comprendere la gravità di quanto accaduto. Il nesso tra esercizio politico della normatività e verità resta quello scolpito con straordinaria lucidità da Hannah Arendt, che nella verità individuò un elemento di durezza odiato dai tiranni i quali vi intravedono «la concorrenza di una forza coercitiva che non possono monopolizzare». Nella ricostruzione arendtiana la verità coincide con “i fatti” e col rispettivo carattere di “esasperante ostinatezza”, la cui non modificabilità li rende limite invalicabile di ogni potere. Allorché quest’ultimo aggira i fatti o promuova una loro conoscenza menzognera, oppure deliberi “contro i fatti”, acquisisce il volto del totalitarismo. A fianco ai “fatti” di Hannah Arendt – o, se si vuole, dentro ad essi – l’epistemologia dei moderni Stati costituzionali di diritto annovera i diritti fondamentali, vale a dire le situazioni di valore individuale che concorrono a definire le basi di legittimazione del potere. Questa digressione permette di svelare l’inquietante connotazione del monstrum del giudizio penale smaterializzato, vuoi perché clamorosamente distante dal paradigma costituzionale di giusto processo, vuoi in quanto si assume a fondamento della sua giustificazione asserti non veritieri poiché contrari a “fatti”. Della violazione delle norme costituzionali si è abbondantemente disquisito in questi giorni: in evidenza è venuta, in buona sostanza, l’ampia e diversificata gamma di diritti e facoltà processuali che fanno capo alla presenza fisica innanzi al giudice e ai testimoni dell’imputato e del suo difensore, ma anche – e in maniera niente affatto marginale – l’esigenza del giudice di disporre del contatto diretto con le fonti di prova al fine di arricchire il patrimonio della conoscenza funzionale ad una pronuncia che salvaguardi l’in dubio pro reo. Sul punto, è appena il caso di osservare come una responsabile opera di sensibilizzazione pubblica ai valori costituzionali non dovrebbe mancare di sottolineare che nel processo penale il conflitto tra esigenze repressive (motivate storicamente anche da bisogni di punizione solo simbolici, come dimostra l’esperienza del capro espiatorio) e protezione della libertà dell’accusato non va risolto – assecondando il crucifige populista – in favore delle prime, ma nella direzione opposta (ricordando che per assolvere è sufficiente un dubbio ragionevole e che per condannare occorre la certezza della responsabilità). Ma è soprattutto sul terreno dei fatti e della contrarietà ad essi che la decisione legislativa sul processo penale dematerializzato (e, perciò, devitalizzato) sembra accampare una giustificazione che le conferisce una epistemologia dispotica. Invero, deve con risolutezza affermarsi come sia contrario ai fatti – quindi falso nei presupposti – l’assunto secondo cui dopo l’11 maggio, quando sarà cessata la paralisi normativa dell’attività giudiziaria, non sarebbe possibile celebrare i processi negli spazi fisici delle aule di udienza. La natura arbitraria della tesi non è stata dimostrata solo dall’articolata proposta dell’avvocatura penale che ha convincentemente argomentato come possano trovare adeguato contemperamento la sicurezza delle parti e dei giudici e l’esigenza di trattazione dei processi, ma si ricava dalle molte altre attività il cui svolgimento è consentito ed in pratica avviene (basti pensare al lavoro nelle sedi parlamentari, ma anche all’esperienza dei tribunali tedeschi che continuano ad operare nelle aule con forme di opportuno distanziamento). Parimenti contraria ai fatti è la decisione di prevedere che il giudice – che voglia ricorrere alla modalità di trattazione telematica – si assicuri che venga rispettato il contraddittorio, dal momento che ciò non è possibile stante l’irriducibilità del contraddittorio nella formazione della prova – fosse anche limitato all’esame del consulente, del perito o dell’ufficiale di p.g. – a forme di interazione diversa da quella fisica contestuale che si instaura tra l’interrogante e la fonte di prova escussa. Siamo, dunque, in presenza di una normativa ipotecata da una concezione potestativa del potere, insofferente ai vincoli del diritto ed alle pretese di una ragione che trae fondamento e conformazione dai fatti. Una normativa affetta, perciò, da un deficit di cultura democratico/parlamentare, plasticamente testimoniata dalle modalità ancora una volta scelte per l’introduzione di un congegno tanto dirompente e traumatico per l’equilibrio del sistema, quanto fortemente polemogeno. Anziché seguire la via maestra del decreto-legge (o del d.d.l.), la maggioranza politica ha optato – come era già accaduto in occasione della riforma della prescrizione – per il ricorso all’emendamento successivamente blindato col voto di fiducia. È avvenuto, così, che il commiato da un archetipo di giustizia penale pensato e strutturato per servire la causa delle ragioni dell’uomo (l’accusato, ma anche il giudice investito della più audace delle prerogative che la comunità politica si attribuisce), faccia il suo ingresso di sbieco nell’ordinamento dello Stato costituzionale di diritto, con modalità legittime ma oblique sul piano della responsabilità politico/istituzionale, che calpestano le prerogative di ampiezza e centralità del confronto parlamentare, mortificandone le potenzialità dialettiche e riducendo la democrazia rappresentativa a penosa parodia. Certo, l’esautoramento del Parlamento non è vicenda dell’oggi. Dell’oggi è, invece, la sfrontata pervasività della pratica di strumentalizzare il fenomeno per varare riforme eversive della Costituzione e, perciò, deficitarie di ragioni spendibili nel circuito del confronto intersoggettivo delle idee. Del resto, di ciò sembrava si fosse resa conto la maggioranza della Commissione giustizia quando, qualche giorno fa, in un risveglio di coscienza critica e di orgogliosa resipiscenza identitaria votò la proposta di condizionare l’approvazione del Cura Italia allo stralcio della disciplina sul processo telematico. Purtroppo, sembra che le logiche di bassa Realpolitik abbiano miseramente prevalso e, con esse, le nubi dell’oscurantismo hanno spento barlumi di civiltà.

Fine dell’oralità e sacrificio del linguaggio del corpo: così aumenteranno gli errori giudiziari. Simona Musco su Il Dubbio il 24 aprile 2020. Nel documento della Camera penale di Roma tutte la falle del processo da remoto che uccide garanzie e diritti. «Nello spazio telematico si sacrifica scientificamente il 70/80% delle informazioni normalmente percepite dall’individuo attraverso il linguaggio del corpo; basterebbe già solo questo per affermare che il cambiamento che si prospetta all’orizzonte sarà una svolta infelice». La frase tra virgolette rappresenta solo un passaggio di un lungo documento pubblicato dalla Commissione linguistica giudiziaria della Camera penale di Roma, che ha “smontato” il processo penale da remoto – pensato per superare l’emergenza coronavirus -, evidenziandone tutti i limiti linguistici. Un’analisi semiotica che va ben oltre l’efficacia ovvia del linguaggio – centrale in un processo orale – per addentrarsi in quella che, agli occhi dell’avvocatura, appare come una vera e propria decostruzione del diritto alla difesa. Il processo da remoto, insomma, sfronda l’intervento del difensore di momenti vitali per la difesa stessa: prosodia, prossemica e cinesica, che gonfiano le arringhe e tutti gli altri interventi degli avvocati di sensi ed efficacia. A danno di coloro che rappresentano e, dunque, di un diritto sancito dalla Costituzione. Il nuovo modello processuale, si legge nel documento, incide così necessariamente «sul corretto accertamento del fatto», attorno a cui ruota l’intero dibattimento. Partendo da un ridimensionamento della discussione orale, che rappresenta «un determinato modo di organizzare tutta la struttura del processo». Che è soprattutto – e non anche – dialogo, aspetto da cui deriva l’esigenza di abbreviare le distanze tra i protagonisti dello stesso. L’efficacia del metodo dialettico consiste proprio nella formazione delle prove dinanzi al giudice «consentendo a quest’ultimo di averne una diretta percezione e di istituire un più genuino collegamento tra l’istruttoria e il giudizio finale». L’oralità è il punto di contatto tra il giudice e la fonte di prova, «così da poter percepire direttamente egli stesso elementi irripetibili e non riproducibili in un verbale o in una trascrizione e che non potranno essere colti tramite un collegamento via etere da remoto, quali il tono della voce, il contegno tenuto, le eventuali incertezze o esitazioni, tutti elementi necessari e imprescindibili per vagliare la credibilità del dichiarante e, quindi, per accertare correttamente il fatto e giungere ad un equo giudizio», scrive la Commissione. E non si tratta di un principio astratto: anche la Corte di Strasburgo riconosce e garantisce il principio di oralità e immediatezza «in quanto espressione del diritto dell’equo processo», affermando che «coloro che hanno la responsabilità di decidere sulla colpevolezza o l’innocenza degli accusati devono in linea di principio essere in grado di sentire i testimoni e di valutare la loro attendibilità in prima persona. La valutazione dell’attendibilità di un testimone è un compito complesso che di solito non può essere soddisfatto da una semplice lettura delle sue dichiarazioni». Insomma: la compresenza nel medesimo luogo fisico, per la Cedu, è fondamentale affinché possa parlarsi di giusto processo. Ma con le udienze da remoto viene meno anche un altro principio: la pubblicità del processo. Un processo il cui attore principale – l’imputato – rimane oltretutto relegato a figura di sfondo. «La pubblicità – scrive la Commissione – deve garantire la trasparenza e la presenza del pubblico funge da deterrente, anche per i comportamenti “inconsueti ed autoritari del giudicante”». Ed ecco, dunque, che un dibattimento a distanza rischia di eliminare le garanzie processuali, con il rischio concreto «di un aumento degli errori giudiziari, una piaga del nostro sistema, spesso taciuta e silenziata». Ed è ancora una volta la Corte europea a sottolineare che la pubblicità del dibattimento «è principio volto a tutelare i singoli da una giustizia che sfugge al controllo del pubblico e rappresenta così uno degli strumenti per contribuire al mantenimento della fiducia nei tribunali». Il monitor aumenta le distanze tra chi parla e chi ascolta, mettendo al centro la sola immagine di chi, in quel momento, ha la parola. E ciò impedisce «di percepire adeguatamente i soggetti ascoltatori, di verificarne lo stato dell’attenzione, nell’oblio del costante insegnamento della linguistica», problemi ingigantiti dalle possibili interferenze di natura tecnologica. L’uso di una piattaforma informatica, inoltre, «riduce l’immediatezza, il ritmo, la velocità e la spontaneità dello scambio comunicativo», minacciato anche dalla durata dell’attenzione – naturalmente ridotta – davanti al monitor, trasformando chi ascolta in un soggetto «ricettivo-passivo». E a ciò si aggiunge la mancanza di elementi paralinguistici, che si tradurrà in un linguaggio più conciso, con una semplificazione del linguaggio che potrebbe tramutarsi «in un impoverimento dell’atto comunicativo». E non si tratta di semplici scelte stilistiche, bensì dell’esigenza «di dare forza comunicativa al discorso, il quale nel processo penale è di tipo persuasivo e argomentativo, del tutto opposto a un modello plasmato su una elencazione meccanica di dati». Ma c’è anche la questione dello spazio, l’aula, all’interno della quale il giudice rappresenta l’arbitro delle interazioni, il regista, colui che ha in mano la gestione del turno di parola, da sempre attività di negoziazione. «Con la remotizzazione del processo vi è un rischio evidente – continua il documento -: la gestione del contraddittorio potrà avvenire mediante meccanismi meno graduali, meno negoziabili e più immediati». E il ruolo di regista si limiterà ad una concessione o meno della loro stessa voce agli interlocutori. «In definitiva, il processo penale determinerà un inaridimento della complessità comunicativa tra i soggetti partecipanti al processo, con evidenti conseguenze sul piano dell’effettività del diritto di difesa», si legge ancora. D’altronde, anche l’articolo 146 bis del codice di procedura penale «chiarisce l’importanza fondamentale della dimensione non verbale della comunicazione in aula, disciplinando quale debba essere la collocazione all’interno dell’aula della persona sottoposta a esame», ovvero in modo da «consentire che le persone stesse siano agevolmente visibili sia dal giudice che dalle parti». Garanzia che con l’udienza da remoto viene meno. Lo spazio tra le parti e il giudice “consente loro di osservarsi reciprocamente e di verificare che la partecipazione al contraddittorio avvenga secondo modalità corrette». Effetti negativi ancora più gravi nei casi in cui a testimoniare sono soggetti deboli, per i quali la comunicazione non verbale non è affatto secondaria, «ma costituisce un canale che spesso sostituisce quello verbale. I soggetti socialmente più svantaggiati – continua la relazione – rischiano di non essere adeguatamente compresi e ascoltati nel corso di un’udienza a distanza, ampliandosi così il loro svantaggio sociale». Infine, a risentirne sarà la difesa d’ufficio: il processo da remoto amplificherà la distanza genetica tra un indagato e un difensore che non ha un mandato fiduciario. «Nel processo da remoto verrebbe meno la stessa dimensione empatica della comunicazione tra avvocato e assistito», così come non sarà possibile garantire ad un imputato alloglotta un contatto continuativo con l’interprete e il difensore, «relegando l’effettività della difesa a mera dichiarazione di principio e rendendo i diritti illusori» e riducendo «il contraddittorio a mera parvenza virtuale».

Processo telematico, i penalisti: «Vìola privacy e Costituzione». Simona Musco su Il Dubbio il 15 aprile 2020. L’Unione delle Camere penali alza il tiro. E per denunciare le possibili violazioni dei diritti connessa alla smaterializzazione del processo penale – radicalmente «censurata in ragione della evidente compromissione dei principi costituzionali che lo regolano» – scrive all’autorità. L’Unione delle Camere penali alza il tiro. E per denunciare le possibili violazioni dei diritti connessa alla smaterializzazione del processo penale – radicalmente «censurata in ragione della evidente compromissione dei principi costituzionali che lo regolano» – scrive all’autorità garante per la protezione dei dati personali, ponendo 21 domande cruciali per disambiguare i termini che regolano il processo da remoto. Termini, secondo i penalisti, forieri di molteplici violazioni e che rischierebbero di mettere in circolo tutta una serie di dati delicatissimi con un effetto bomba ai danni della sicurezza del processo stesso. Il sistema utilizzato attualmente per le udienze penali non ha nulla, infatti, a che vedere con quello che, da qualche anno, viene impiegato per il processo civile telematico. Un sistema messo a punto non senza fatica e che consiste non in un vero e proprio dibattimento telematico, ma in una piattaforma asincrona di deposito di atti e di documenti inerenti l’avvio e le fasi del processo civile. Una piattaforma che appartiene all’Amministrazione della Giustizia e, dunque, non ha necessità di appoggiarsi a programmi commerciali esterni alla stessa. Tutto ciò, invece, nella giustizia penale non esiste. E per far fronte all’oggettiva emergenza, che ha reso necessario svuotare i tribunali per evitare il diffondersi del virus, si è optato per strumenti esterni e, dunque, potenzialmente pericolosi. Si tratta di due programmi commerciali di una società estera, individuati dalla Direzione generale dei sistemi informativi e automatizzati del ministero della Giustizia, ovvero Skype for Business e Teams, della società Microsoft Corporation. Ma dopo un mese di udienze da casa, denunciano i penalisti, non è dato sapere se l’utilizzo di tali piattaforme «consenta di rispettare le garanzie minime di sicurezza, riservatezza e protezione dei dati personali richieste dalla normativa nazionale e sovranazionale». Senza dimenticare che, trattandosi di una società statunitense, la stessa è soggetta al Cloud Act, «che consente la discovery dei dati contenuti nei suoi server, anche se localizzati al di fuori del territorio Usa, su semplice richiesta dell’autorità governativa». Domande non di poco conto, considerato che la legge di conversione intende ampliare ulteriormente le ipotesi di udienze virtuali «estendendole persino agli atti di indagine e alle camere di consiglio ( segrete), nel corso delle quali i giudici possono costituire la camera di consiglio da remoto, collegandosi ad una stanza virtuale ognuno da un suo terminale». Ma non solo: il collegamento da remoto avviene attraverso la rete internet pubblica e non attraverso la Rete unica Giustizia, rendendo i dati, dunque, facilmente intercettabili. Da qui le questioni poste all’ufficio del garante Antonello Soro, a partire dalle misure di sicurezza previste nei termini di servizio intercorrenti tra Microsoft Corporation e il ministero della Giustizia e i livelli di licenza, chiedendo se le modalità di attuazione sono conformi alle norme del decreto legislativo 51/ 2018, relativo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati. I penalisti, dunque, voglio sapere se la norma che introduce il processo da remoto prevede una valutazione dell’impatto di tale meccanismo sulla protezione dei dati personali, ponendo, poi, tutta una serie di interrogativi sugli applicativi per i sistemi di partecipazione a distanza e sulla conformità dell’informativa privacy di tali programmi al loro utilizzo nei processi penali, non essendo stati pensati per tale scopo. C’è, poi, tutta una questione relativa alla fine che faranno i dati raccolti e archiviati durante le udienze: è stato valutato – si chiede l’Ucpi – l’impatto di tale raccolta? Chi viene considerato responsabile del trattamento di tali, per quanto tempo e secondo quali regole? Esistono vpn – ovvero protocolli di trasmissioni – dedicati e una cifratura con cifratura end- to- end? Ma non solo. I dubbi riguardano anche la possibilità di profilazione dei dati e la raccolta, dunque, dei metadati, che potrebbero essere utilizzati dalla società proprietaria dei programmi per finalità estranee al processo stesso, ovvero commerciali. Senza contare le questioni – mai chiarite – relative alla custodia di tali informazioni, dell’accesso alle stesse e della loro permanenza. A preoccupare gli avvocati è anche la possibilità che nel corso delle udienze virtuali e delle segrete camere di consiglio ci sia la possibilità di registrare in autonomia l’intera sessione o parte di essa, con la possibilità, poi, di renderla pubblica. Da qui la necessità di comprendere se è possibile escludere con certezza la presenza di “ospiti silenti”. Questioni che si riassumono tutte nell’ultima domanda contenuta nel documento firmato dal presidente dell’Ucpi Gian Domenico Caiazza e dal segretario Eriberto Rosso: «sono state adottate dal ministero della Giustizia tutte le disposizioni regolamentari e operative per tutelare la cosiddetta “Cyber Security”?». Domanda per la quale i penalisti, da giorni in riunione permanente per discutere l’alternativa alla smaterializzazione del processo, attendono risposta, a tutela dei diritti e delle garanzie costituzionali.

Se il processo telematico imita Totò contro Peppino. Giuseppe Guida su Il Dubbio il 15 aprile 2020. Una raffigurazione farsesca della celebrazione del processo smaterializzato ( ormai prossimo al suo definitivo varo e purtroppo nemmeno tanto avversato da una quota sommessa di avvocati). Ma forse utile alla percezione e alla comprensione della catastrofe che si sta abbattendo sul processo penale…Per comprendere il significato di ciò che sta per accadere nel sistema giustizia italia- 19 e non volendo tediare il lettore, scomodando la cultura giuridica secolare, i principi costituzionali e fondativi del processo penale, la funzione sociale del difensore, quale tutore dei diritti, l’oralità, l’immediatezza, la ragionevolezza e la pubblicità, canoni evangelici del processo accusatorio e valori irrinunziabili del giusto processo, ho provato a raffigurarmi la celebrazione del processo smaterializzato ( ormai prossimo al suo definitivo varo e purtroppo nemmeno tanto avversato da una quota sommessa di avvocati) in maniera, forse troppo ironica, magari farsesca. Ma credo e spero, utile alla percezione ed alla comprensione della catastrofe che si sta abbattendo sul processo penale ( e credo francamente anche su quello civile).

Sveglia comoda a mattina inoltrata, caffè, abluzioni varie, scambio di saluti e programmi coniugali.

( Lei/ lui)…. Stamattina che fai ? ( avvocato) ….. Ho udienza da remoto alle 10,30 ( lei/ lui)… allora vestiti che sono le nove e mezza passate ( avvocato)… caspita allora mi preparo: blazer blu, camicia bianca, cravatta, scusa cara dove hai messo il pantalone della tuta grigio che si adatta meglio al Blu?

( lei/ lui).. vedi che è tra i vestiti appena stirati ( avvocato)… a grazie trovati! Pantofole pantofole pantofole, ecco qua quelle nere che si adattano meglio

( lei/ lui fuori campo) …….. vedi che ci sono anche quelle con topolino ( avvocato)…… no non è il caso sono in udienza. Allora, eccoci qua, accendiamo il computer, attiviamo la conferenza, “beee, deng, bing, uooo”, Presidente Buongiorno mi sente, mi sente Pree.. si.. dente, mi sente?

( Presidente)… si avvocato ma la sentiamo male, ci sono rumori di fondo, ecco adesso la se… no adesso non la sentiamo più, la linea è disturbata. Ah ecco qua la sentiamo ma non la vediamo, ma fa nulla andiamo avanti l’importante che lei ci sente e ci vede.

( avvocato)……… Presidente io la vedo ma non la sento!

( Presidente)….. fa nulla avvocato lei ci vede noi la sentiamo il contraddittorio è perfetto!

. Procediamo alla costituzione delle parti ( parte civile)….. la parte civile si riporta all’atto di costituzione depositato a mezzo mail ( Presidente) … il PM?

( PM)… nulla osserva!

( Presidente)… la difesa?

( avvocato)… Per la verità presidente l’atto di costituzione non l’ho visto!

( Presidente)… cancelliere ha trasmesso l’atto al difensore?

( cancelliere) ….. Sì Presidente ! ( avvocato) …. Mi spiace Presidente, ma nella mail e nella pec non rinvengo alcun atto di costituzione!

( Presidente)….. Va bene avvocato, andiamo avanti, allora dispongo che la parte civile trasmetta l’atto di costituzione a mezzo whats’app al difensore! Ricevuto avvocato?

( avvocato)…. Si presidente ma non si legge bene, non leggo le autentica della firma in calce ( Presidente)… avvocato la prego evitiamo questioni speciose e tattiche dilatorie mi raccomando !!! quindi per il verbale la difesa nulla osserva!

( avvocato) …. come nulla osserva.. Press…… io.. volev….

( presidente) … Avvocato la sentiamo a tratti, non si capisce quello che dice, quindi Procediamo! Ci sono allora questioni preliminari?

( avvocato)…… Sì presidente, io vorrei eccepire la om… ss.. indicaz beeee nel cap. beee ( rumori metallici di fondo)…….

( Presidente)… la omessa indicazione nel…? avvocato la sentiamo a tratti e disturbato, sono già le 10,45 ed alle 11,00 ho un altro processo da remoto, andiamo avanti, quindi, per il verbale, non ci sono questioni preliminari. Apriamo il collegamento con il primo teste, lei è?…….. bene legga la formula di impegno… ( Teste)… Consapevole della responsabilitàààààààààà… rale e g… dica che ass… beeee, … ( avvocato)… Presidente non ho sentito nulla ( Presidente)… noi Sì avvocato, andiamo avanti la prego! Prego PM proceda con l’esame…, ( voce sotto e fuori campo) «Antonio per favore puoi spegnare il fuoco? Altrimenti si brucia il sugo…».

( avvocato)… Presidente non ho capito la domanda chi è Antonio? E che ruolo ha nel processo?

( Presidente)… no avvocato ero io che mi rivolgevo a mio marito, ( avvocato)… mi scusi Presidente e che c’entra suo marito che tra l’altro mi risulta presieda la VII?

( Presidente)……… infatti avvocato sta celebrando la camera di consiglio nel soggiorno ed più vicino alla cucina!

( avvocato)… Ah, adesso mi è chiaro.

( Presidente)… Allora procediamo, il Pm ha concluso, la parte civile non ha domande, prego la difesa!

( avvocato)… Signora lei conosce il sig…? … ci può dire ( teste)… avvocato non ho capito non la sento!

( Presidente)… Signora la prego vada avanti io la sento e la vedo…… ( avvocato)… Presidente mi scusi ma la teste sta rispondendo ad una domanda che non ho ancora formulato!

( Presidente)… sta rispondendo la prego andiamo avanti.

( avvocato)… presidente mi scu- si ma la teste sta ripetendo in maniera speculare le dichiarazioni rese in querela, con virgole e punti, io contesto a questo punto la genuinità della testimonianza!!!

( Presidente)… avvocato la prego, cosa vuole dire che sta leggendo?

( avvocato)… Presidente sto dicendo che più che una testimonianza sto ascoltando una lettura e poiché vedo solo il riquadro del volto non comprendo se stia leggendo o meno!

( Presidente)… avvocato questa è una sua illazione, le garanzie del processo da remoto sono queste e mi paiono ampiamente rispettate! Andiamo avanti, prego avvocato, domande?

( avvocato)… nessuna domanda presidente mi rassegno!!

( Presidente) … infatti avvocato, il processo è questo se ne faccia una ragione! Altri testi?

( PM)… si ma sono solo i verbalizzanti che hanno raccolto la notizia di reato quindi posso rinunciare. ( presidente)… bene il PM rinuncia, la parte civile?

( parte civile)… si associa, ( presidente)… la difesa?

( avvocato)… si arrende!

( Presidente)… A questo punto dichiariamo chiusa l’istruttoria dibattimentale e diamo alle parti la parola per le conclusioni.

( PM)… si riporta alla requisitoria scritta inviata sulla chat della conference e chiede la condanna alla pena di anni 4 di reclusione.

( parte civile)… La parte civile, fa proprie le conclusioni del PM e si riporta alla nota e alle conclusioni depositata sulla chat.

( Presidente)… La difesa, prego avvocato, ha 5 minuti perché il collegamento sta per terminare.

( avvocato)… Come 5 minuti?

( Presidente)… Si avvocato il collegamento termina, mi spiace, ha la disponibilità della chat dove rassegnare le sue conclusioni.

( avvocato)… signor Presidente, ma questa è una palese violazione del Diritto di Difesa!

( Presidente)… no avvocato questo è il processo da remoto!!!!

( avvocato)… allora io procedo alla discussione : …. Sig. Presidente.. “prendo la parola in difesa” ( cit.) beeee ( rumori di fondo metallici), l’str…. non ha….. risc ….. beee.

( presidente)… avvocato non la sentiamo, avvocato la vediamo ma non la sentiamo, avvocato, avvocato….. l’abbiamo persa… sta parlando da solo..

( voce fuoricampo)…. Presidente il collegamento sta per cadere, non possiamo andare oltre… ( presidente)… va bene assistente, stacchi il collegamento e mi ritiro in camera consiglio per la sentenza.

( avvocato)… Presidente mi scusi, Presidente non vedo e non sento più nessuno, Presidente, pronto mi sente? Bah! E mò che è sto what’app?

Gentile avvocato, Le comunico che il collegamento in remoto è cessato, il Giudice si è ritirato in camera di consiglio per la decisione, riceverà il dispositivo a mezzo pec. Grazie, il cancelliere.

·         Giustizia stravagante.

Rom prese a schiaffi leghista? Per i magistrati è "meno grave". Maria Teresa Tomasini, residente nel campo nomadi di via Erbosa (Bologna), assalì l'allora consigliere comunale, prendendola a calci e a schiaffi. Dopo un processo durato anni, la condanna a 20 giorni di reclusione, poi le attenuanti. Federico Garau, Mercoledì 02/09/2020 su Il Giornale.  Aveva aggredito Lucia Borgonzoni prendendola a schiaffi e calci nel campo rom di via Erbosa (Bologna), dove la rappresentante della Lega si era recata per un sopralluogo, eppure, dopo una battaglia legale durata anni, la donna di etnia sinti ha praticamente ricevuto l'assoluzione. Era il 3 novembre 2014 quando la Borgonzoni, all'epoca consigliere comunale, aveva raggiunto l'insediamento insieme al collega Alan Fabbri (oggi sindaco di Ferrara) e ad alcuni giornalisti per ispezionare la zona occupata abusivamente. Furiosa per la presenza dei politici all'interno del campo, la 54enne Maria Teresa Tomasini si scagliò contro il gruppo. Borgonzoni fu insultata e poi presa a calci e schiaffi, come è stato immortalato anche in un video.

Rifilò uno schiaffo alla leghista. La sinti condannata a 20 giorni. Accusata di violenza privata ed ingiurie, la donna sinti ha rischiato ben poco, dato che sono presto arrivate le prime giustificazioni. Il suo avvocato, ad esempio, aveva da subito chiesto addirittura l'assoluzione per legittima difesa, dal momento che la comitiva formata da politici e giornalisti aveva violato il diritto alla riservatezza della 54enne. Non solo. A finire nel mirino anche il blitz della Borgonzoni, non adeguatamente comunicato. Condannata a soli 20 giorni di reclusione dopo un processo di primo grado durato anni, in realtà la sinti non sconterà alcuna pena, dato che questa è stata di fatto sospesa proprio grazie alle attenuanti. Non è stata fatta menzione neppure di un risarcimento. Persino la presenza di fotografi e giornalisti, che avevano raggiunto il campo nomadi per documentare quanto stava accadendo, ha giocato a favore di Maria Teresa Tomasini. Secondo il giudice Danilo Mastrocinque, infatti, la loro presenza" deve ritenersi priva di giustificazione", come riferito da "LiberoQuotidiano", ed è "con buona probabilità scaturita non tanto da esigenze di informazione ma da finalità di tipo propagandistico". Inutile spiegare che la stampa si trovava all'interno del campo per fare il proprio lavoro, non certo perché chiamata da Lucia Borgonzoni. Il giudice ha chiaramente parlato di "una pratica giornalistica piuttosto diffusa volta a spettacolarizzare e strumentalizzare per scopi politici o comunque avulsi da esigenze istituzionali, circostanze che con la politica poco hanno a che vedere". Oltre alla presenza dei giornalisti, che pure si trovavano in una zona pubblica, anche lo stato d'ira in cui versava l'imputata sarebbe servito in qualche modo a giustificare le sue azioni ed a far scattare le attenuanti. "Io da consigliere comunale sono andata in uno spazio in cui i consiglieri possono entrare ero addirittura con la Digos. Stavo uscendo in quel momento e una persona è arrivata, mi ha schiaffeggiato, mi ha preso a calci e mi ha riempito di insulti. Non mi sembrava spaventata", aveva raccontato la Borgonzoni, come riferito dal "Corriere della Sera". "Non ci può essere un’area dove chi rappresenta i cittadini e il pubblico non può entrare".

 

Nigeriano si masturba sul bus, assolto: “Era domenica”. Martino Grassi il 20/02/2020 su Notizie.it. Un nigeriano sorpreso a masturbarsi su un bus a Trento è stato assolto poiché i fatti erano accaduti di domenica. Il 16 marzo 2018, un uomo di 38 anni proveniente dalla Nigeria, fu sorpreso e ripreso con uno smartphone mentre si masturbava su un autobus, dell’azienda Trentino Trasporti, partito da Trento con destinazione Canazei. In poco tempo, il video divenne virale su internet, e la notizia giunse anche a tutti i quotidiani, facendo nascere un vero e proprio caso, tanto che la parlamentare leghista Stefania Segnana , chiese al leader del suo partito, Matteo Salvini, di intervenire. Secondo quanto emerso dalle indagini, sembrerebbe che il nigeriano avesse ricevuto delle immagini pornografiche sul proprio cellulare e dunque avrebbe iniziato a masturbarsi senza considerare che si trovava su un mezzo pubblico. L’uomo aveva ammesso le sue responsabilità, ed era anche risultato recidivo. fin da subito sono scattati i domiciliari, in seguito sono stato disposti anche tre mesi di reclusione in primo grado. A due anni di distanza dai fatti, il nigeriano, che ha problemi psichici, è stato assolto dalla Corte di Appello dopo che la corte ha accolto le tesi della difesa. Secondo l’avvocato della difesa, il reato è punibile sono in determinate circostanze e nello specifico se il fatto avviene “all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano”. Durante l’avvenimento dei fatti, l’uomo di 38 anni, si trovava su bus di domenica alle 7:45, e dunque l’avvocato ha fatto notare che in quell’orario e di domenica non ci era alcun bambino o minore sul bus che potesse assistere alla scena, dal momento che solitamente si trovano sempre a letto.

·         Giustizia lumaca.

La legge da riformare. La giustizia italiana bocciata dall’Europa: Processi-lumaca in una giungla di norme. Viviana Lanza su Il Riformista il 13 Agosto 2020. Anche l’Europa bacchetta l’Italia per i risultati del suo sistema giudiziario. Il tema dei processi troppo numerosi e troppo lunghi è un argomento che ha una doppia rilevanza, non solo locale ma anche europea. Il nostro Paese è al ventiduesimo posto nell’Unione europea per numero di giudici ogni 100mila abitanti ed è anche tra i Paesi con il maggior numero di avvocati (se ne contano quattro ogni mille abitanti). Tanti giudici, tanti avvocati, quindi. Ma anche tante norme, circa 13mila tra i settori della giustizia penale, civile, amministrativa e tributaria. Una selva normativa, un surplus di leggi e regolamenti e decreti e normative nati troppo spesso più sull’onda dell’emergenza del momento che in un’ottica di sistema. Ed ecco che negli ultimi tempi è diventata attuale e diffusa l’esigenza di una inversione di rotta, di una riforma organica della giustizia, di un approccio diverso. Lo dice anche l’Europa. Nel più recente quadro di valutazione Ue della giustizia, l’Italia non esce bene dal confronto con gli altri Stati membri sui temi della efficienza, della qualità e dell’indipendenza dei sistemi giudiziari. Eppure l’Italia è la patria del diritto, terra di cultura e tradizioni. Ma non basta più. Secondo l’Europa, il nostro Paese deve migliorare l’efficienza della giustizia e il funzionamento della pubblica amministrazione. Troppe leggi, troppi processi, procedure troppo lunghe, una scarsa capacità amministrativa e un basso livello di digitalizzazione: eccoli, secondo il quadro di valutazione Ue della giustizia 2020, i motivi delle inefficienze del nostro sistema giudiziario. Ed ecco, di riflesso, i motivi per cui in Italia, e in particolare nel Mezzogiorno, si fa fatica a rilanciare l’economia e a sostenere progetti imprenditoriali. È la stessa Commissione europea a sottolineare, nel report che dal 2013 è uno degli strumenti con cui si monitorano Stato di diritto e riforme degli Stati membri, come un sistema giudiziario efficiente sia alla base di una economia capace di attirare imprenditori e investimenti. Anche il Riformista lo ha più volte ribadito raccontando la cronaca dei fatti e raccogliendo le riflessioni di autorevoli giuristi ed esponenti del mondo accademico. L’incertezza e la varietà delle decisioni giurisprudenziali, unite ai lunghi tempi dei processi, impediscono la crescita dimensionale delle imprese e rendono più difficili le condizioni di finanziamento per tutti, consumatori e imprese, incidendo negativamente anche sulle opere pubbliche. In Europa l’Italia è 18esima per numero di cause in generale, e 19esima per durata stimata dei procedimenti collocandosi tra i Paesi con i tempi più lunghi. Questo dato si incrocia con quello dei processi pendenti, che è altissimo e dà la misura di quanti casi sono ancora sospesi in attesa di una risposta da parte della giustizia. Tutto questo incide anche in termini di costi. In Italia la giustizia costa nonostante il nostro sia un Paese con una forma di gratuito patrocinio che copre le spese legali, ma solo per le persone con un reddito che supera di poco più del 10 per cento la soglia di povertà. La recente emergenza-Covid, inoltre, ha fatto scoprire a ciascun tribunale italiano l’importanza della digitalizzazione ma i risultati come le dotazioni informatiche del nostro sistema giustizia sono ancora lontani dagli standard europei e i nostri tribunali sono solo 15esimi in Europa. Di qui l’esigenza di investire di più nella giustizia: l’Italia è all’11esimo posto nell’Unione europea per risorse finanziarie destinate al comparto giustizia.

La giustizia da riformare. Bancarotta fantasma, l’appello del pm: “Si vedono reati ovunque, depenalizzare”. Viviana Lanza su Il Riformista il 14 Agosto 2020. «Quello che in gergo si chiama panpenalismo è un problema italiano che da dieci o venti anni è ormai cresciuto. C’è la tendenza legislativa a vedere tutto in chiave di violazione penale, una visione assolutamente distorta e patologica della vita e dell’azione dei cittadini in un’ottica moralizzatrice in base alla quale il reato è peccato. È la tendenza a trasformare qualunque condotta che comporti la violazione di una norma in violazione di una norma penale», afferma Luigi Bobbio, magistrato presso il Tribunale di Nocera Inferiore, ex pm dell’Antimafia napoletana con un passato da senatore. La sua è spesso una voce fuori dal coro nel contesto della magistratura. «Il panpenalismo ha anche alimentato lo strapotere dei pubblici ministeri sulla vita dei cittadini in tutte le sue possibili declinazioni, economia e mercato compresi», spiega Bobbio, sottolineando come «si sia trasformato un approccio sano al diritto e alle regole in un approccio malato perché – ragiona il magistrato – se tutto viene considerato reato vuol dire che qualcosa non va». Come spezzare questo circolo vizioso? Come riportare la giustizia nei limiti di un diritto più efficace e meno sovrabbondante? «Le azioni sono duplici – risponde – Innanzitutto è necessaria una depenalizzazione ampia. Occorre depenalizzare quanto più è possibile e per questo serve una politica forte, che si sottragga al ricatto e al gioco di sponda che Procura e una certa informazione fanno una a favore dell’altra. E poi serve che si smetta di vedere qualunque condotta in chiave di reato». Depenalizzare, quindi, ma anche potenziare la leva amministrativa. «Parallelamente è necessario che il Legislatore abbia la capacità di rafforzare le risposte di altro tipo, come riportare al centro della scena le sanzioni amministrative. Sarebbe un enorme passo in avanti», spiega Bobbio. La sua esperienza professionale spazia dalla politica al diritto. «Oggi la giustizia penale è sovraccaricata da una miriade di reati». A voler ipotizzare sfere di depenalizzazione, Bobbio pensa, tra gli altri, ai reati di borsa e a quelli fallimentari. «Ci sono imprenditori che vengono distrutti per accuse di bancarotta inesistenti o che sono condannati in nome di una assoluta discrezionalità interpretativa e creativa della giurisprudenza – dice Bobbio – Il sistema Giustizia non dà quasi più garanzie. Ci sono reati fiscali puniti con sanzioni penali che finiscono per essere vuote di contenuto perché, all’esito del giudizio penale, la sentenza definitiva non è mai tale da portare in carcere l’imputato. Per cui spesso tutto si riduce alla sola custodia cautelare. E quanti imprenditori hanno scontato solo una distruttiva custodia cautelare salvo poi essere assolti o condannati senza esecuzione della pena». I nodi della giustizia, però, non sono tutti nel penale. Ci sono altri settori critici. «Diventa non più rinviabile il tema della riforma profonda della giustizia contabile e della giustizia amministrativa – precisa Luigi Bobbio, spiegando il perché – A proposito di giustizia contabile, se si fa uno screening delle sentenze della Corte dei Conti, della loro qualità giuridica e della valutazione in termini di rigorosa considerazione di elementi di accusa si nota una tendenza dei giudici a condannare per recuperare denaro all’Erario con il rischio che da una funzione giurisdizionale si passi a una funzione di esattori, di gabellieri». Critica, secondo il magistrato, anche la situazione della giustizia amministrativa: «Peggio che andar di notte – sostiene – I tempi sono biblici e le pronunce talvolta fantasiose. È un sistema che va rivisto». Perché tutte queste criticità? «Perché troppi giudici, sia nel settore della giustizia amministrativa sia in quella contabile, hanno il permesso di ricevere un numero indefinito di incarichi estranei alla loro funzione, quindi incarichi retribuiti, e questo significa sottrarre tempo al loro lavoro. Una sottrazione di risorse di lavoro c’è anche nella giustizia tributaria». Per cui, a voler tirar le somme, il sistema Giustizia così com’è non funziona. «Fa acqua da tutte le parti – conclude Bobbio – Partendo da una indispensabile depenalizzazione, la riforma della giustizia non può non passare quindi per la rivisitazione completa di tutti i settori».

Storie di 4 imprenditori rovinati dalla legge: “I Pm ci hanno distrutto la vita”. Viviana Lanza  su Il Riformista il 16 Agosto 2020. Edilizia, urbanistica, ma anche reati di borsa e reati tributari. Intervistando giuristi, magistrati, avvocati e docenti universitari il Riformista ha tracciato una sorta di mappa dei reati che potrebbero essere puniti con sanzioni amministrative o, comunque, perseguiti seguendo un iter diverso da quello penale. In una parola, depenalizzazione. È tra le soluzioni indicate come possibili rimedi all’eccessivo carico della giustizia, all’ingolfamento dei tribunali, all’aumento di reati e di faldoni che poi finiscono per risolversi, nel 60 per cento dei casi, in un nulla di fatto perché i processi non arrivano a sentenza, perché non arrivano a sentenza di condanna o perché, quando pure c’è condanna, si prevede una pena sospesa, che non porta in carcere. E allora perché continuare a seguire, per reati cosiddetti bagatellari e comunque non gravissimi, un doppio binario giudiziario, quello penale e quello amministrativo? Perché non usare la sola leva amministrativa per far valere la legge, lasciando che le aule di tribunale siano affollate solo da imputati accusati di reati gravi per cui non si può rinunciare a un’inchiesta penale e al dibattimento che ne è la diretta conseguenza in presenza di validi indizi? Gli interrogativi sono destinati a rimanere con il punto di domanda in attesa che la politica prenda coraggio per una riforma ampia. E intanto aumentano le storie di imputati, soprattutto fra gli imprenditori, che finiscono nelle maglie della giustizia penale per reati tributari o edilizi, che subiscono sequestri preventivi e talvolta anche danni. Perché, si sa, i tempi della giustizia possono essere anche molto, molto lunghi. Il Riformista ha raccolto quattro storie di imprenditori che, a Napoli e nel resto della Campania, sono l’esempio di come una giustizia lenta e una legislazione sovrabbondante possano condizionare l’economia, ostacolando o addirittura fermando, la crescita di un’impresa.

Falso ideologico: Prima condanna, poi assoluzione. Ha affrontato anni di processo per arrivare in appello a una sentenza di assoluzione che ha completamente ribaltato la tesi dell’accusa. I fatti riguardano un imprenditore di Roccagloriosa, nel Cilento, e la sentenza risale ad alcuni mesi fa e ha occupato le pagine delle cronache locali. La storia è una delle tante storie di imprenditori che hanno dovuto affrontare un lungo processo, con tutte le possibili ricadute sulla propria attività, prima di arrivare a una sentenza che smonta il castello accusatorio e definisce l’intera vicenda giudiziaria con un verdetto di assoluzione. In primo grado l’imprenditore era stato condannato a sei mesi di reclusione. L’accusa riguardava il presunto reato di falso ideologico in atto pubblico per false dichiarazioni in un’istanza protocollata al Comune per avere prestazioni sociali agevolate. In appello, invece, è arrivata l’assoluzione.

I Pm: “Locale abusivo”, ma il proprietario è il Comune. È una storia singolare, particolare, che sembra addirittura surreale. È una storia che da circa un anno e mezzo pende dinanzi alla giustizia sia penale sia civile. È la storia di un imprenditore che decide di investire in una attività di ristorazione in uno dei luoghi più belli e suggestivi di Napoli, a Marechiaro. Acquista la licenza e avvia i lavori di ristrutturazione. Ma proprio in quel momento comincia per lui un incubo giudiziario. Viene indagato per reati di abusi edilizi perché secondo l’accusa l’immobile è abusivo. Eppure è un immobile che risulta appartenere al Comune di Napoli, tanto che l’amministrazione comunale richiede il canone di affitto. Succede, quindi, che l’imprenditore finisce anche sotto processo civile per gli affitti rivendicati dal Comune. E da un anno e mezzo attende una risposta dalla giustizia.

Sotto inchiesta per le normative contraddittorie. Una pedana all’esterno del locale e una normativa che, come spesso accade, si presta a più interpretazioni. Parte da qui la storia di un imprenditore costretto a subire lo stop di un mese per la sua attività di bar e ristorazione nel cuore di Napoli e affrontare un procedimento per occupazione di suolo pubblico, salvo poi ottenere il dissequestro con la pronuncia di un giudice che ha ritenuto illegittimo il dissequestro. Tutto accade all’indomani dell’avvio della fase 2, a maggio. Dopo il lockdown legato alla pandemia, l’imprenditore prova a rimettere in moto l’attività. C’è un decreto emergenziale che consente l’occupazione di suolo per allestire tavoli e sedie all’aperto. Ma c’è anche una normativa a livello locale e nazionale che crea confusione sulla necessità o meno del parere della Sovrintendenza per l’installazione di una pedana. Tanto basta per far azionare la pesante macchina della giustizia penale.

Versa l’Iva in ritardo: 600mila euro sequestrati. Seicentomila euro di Iva non versata nei tempi previsti dalla legge e per un imprenditore di Maddaloni, impegnato nel settore dei trasporti e con cento dipendenti, scatta la segnalazione dell’Agenzia delle Entrate. Inizia quindi l’iter previsto per questi casi e l’imprenditore definisce la sua posizione con un piano di rateizzazione che prevede il pagamento del debito in tranche da 125mila euro. Ma siccome questa è una delle tante storie in cui la giustizia penale si accavalla a quella tributaria, accade che, nonostante il piano di raitezzazione che portando all’estinzione del debito dovrebbe portare anche all’estinzione del reato, l’imprenditore finisce al centro di un’inchiesta penale subendo così il sequestro per equivalente di 600mila euro. Un duro colpo per una piccola impresa che aveva già avviato il pagamento del debito. E per il Riesame bisognerà attendere la ripresa dell’attività dei giudici dopo lo stop feriale.

Dieci magistrati per un reato urbanistico: basta, depenalizziamoli. Riccardo Polidoro su Il Riformista il 6 Agosto 2020. Una giustizia obesa, che si muove lentamente, rappresenta un peso non più sopportabile per il nostro Paese. Ma il Legislatore, nonostante tale evidente menomazione, continua a ingrassare di nuove fattispecie un diritto penale ormai in agonia. Vi è una spasmodica ricerca di punizione, irrazionale, inutile e dannosa, che mira a un consenso popolare che cavalca l’onda della momentanea emotività. Occorrerebbe, invece, una drastica “cura dimagrante”, che privi di rilevanza penale tutte quelle condotte che possono essere valutate senza la necessità di indagini particolari. Un’ampia depenalizzazione è invocata, da tempo, dall’Unione delle Camere Penali Italiane che, anche su questo tema, ha dimostrato lucidità di pensiero, nonostante sia evidente che l’avvocatura, per un proprio interesse corporativo, dovrebbe augurarsi l’aumento delle condotte penalmente rilevanti. La diminuzione dei reati consentirebbe di ottenere il massimo rendimento delle risorse umane e degli spazi deputati alla celebrazione del processo penale, permettendo di attuare i principi del giusto processo, dettati dall’articolo 111 della Costituzione, secondo i quali lo stesso deve avere una durata ragionevole, garantire il contraddittorio e i diritti della difesa. Oggi, invece, la durata non solo è “irragionevole”, ma ignobilmente lunga, mentre il cittadino – imputato o persona offesa – ne paga le conseguenze e l’Italia viene additata, a livello internazionale, come inaffidabile. Le condotte depenalizzate potranno trovare una sanzione amministrativa che, con maggiore efficacia, saranno da deterrente per nuove azioni illecite. Se è vero che gli illeciti penali devono confrontarsi costantemente con il momento storico e, in particolare, con il grado di civiltà di un Paese, con il cambiamento e l’evoluzione degli usi e costumi di una società, è altrettanto importante che si promuova immediatamente una corretta informazione sullo stato comatoso della nostra giustizia e si affidino all’accertamento penale le sole condotte che abbiano effettivamente una rilevanza particolare e che necessitano di indagini, non eseguibili in altre sedi. Si potrebbero fare molti esempi di delitti e contravvenzioni da abrogare, ma probabilmente quello più eclatante riguarda i reati urbanistici che, pur considerati giustamente gravi per l’impatto devastante sul territorio, potrebbero essere disciplinati in maniera diversa. È del tutto irrazionale che il verbale per una costruzione ritenuta abusiva debba far nascere due procedimenti: uno penale, l’altro amministrativo. In entrambe le sedi si dovrà accertare se quanto contestato sia effettivamente illecito e disporre, eventualmente, la giusta sanzione, con tempi biblici in tutti e due i casi. Basterebbe, invece, la sola procedura amministrativa, in quanto l’indagine da svolgere è esclusivamente oggettiva, riguarda un luogo, un manufatto e l’esistenza o meno di titoli autorizzativi. Nulla di più. L’illecito potrà essere punito in tempi rapidi, anche con la confisca o l’abbattimento. Si recupererebbero nel penale enormi risorse. Esistono in molte Procure della Repubblica, sezioni specializzate per i reati urbanistici, che gestiscono migliaia di procedimenti destinati al dibattimento, che a sua volta viene sommerso dai relativi fascicoli, la maggior parte dei quali, dopo anni, giungeranno in Corte di Appello e poi in Cassazione. Per l’accertamento di una violazione urbanistica, in ambito penale, saranno dunque coinvolti un sostituto procuratore e probabilmente nove giudici e tre procuratori di udienza, oltre al personale delle varie segreterie e cancellerie e sperperate risorse economiche preziose. L’occhio vigile di un imprenditore comprenderebbe immediatamente l’inutilità di tali farraginose procedure, ma alla politica interessa solo una giustizia penale non in salute, ma “grassa” dei suoi innumerevoli reati.

«Non ci fu stupro»: la sentenza arriva dopo 19 anni, ma due imputati sono già morti. Il Dubbio il 29 Giugno 2020. Assolto un artigiano campano, mentre gli altri due sono morti prima della fine di un processo durato 19 anni. Diciannove anni di processo per stabilire la loro innocenza. Anzi, l’innocenza di uno di loro, perché nel frattempo gli altri due imputati sono morti. La storia arriva da San Giovanni a Piro, in Campania, dove risiedevano i tre uomini – un artigiano, unico superstite, un imprenditore e un pescatore. La sentenza è arrivata giovedì scorso, pronunciata dai giudici  del tribunale di Vallo della Lucania: lo stupro non ci fu mai. A denunciare i tre uomini era stata una donna russa, che nel 2001 aveva puntato il dito contro di loro, come racconta “Il Mattino”. Le accuse mosse dalla donna provocarono problemi diplomatici con le Autorità di Mosca. Le indagini aperte a Scario portarono a scoprire un traffico di prostituzione proveniente dall’Est Europa, organizzato da tale Luba, anch’essa russa, che, assieme ad un uomo della Piana del Sele, avrebbe indirizzato la donna russa e il marito a Scario, dove la stessa sera del loro arrivo avevano condiviso un cena, innaffiata da molto vino e poi superalcolici, con un pescatore del posto. Da quella cena le accuse mosse nei confronti dei tre uomini.

Giustizia lumaca, 18 anni per la prima udienza. Viviana Lanza su Il Riformista il 20 Giugno 2020. Diciotto anni di attesa per la prima udienza istruttoria davanti al giudice di pace. Un record? Forse. Di certo un esempio di giustizia non efficiente e di tempi ragionevoli del processo, garanzie e diritti tutt’altro che tempestivamente tutelati. Il caso è quello di un Giampiero S., napoletano, che da ben diciotto anni attende di veder celebrata l’udienza del giudizio intentato contro Poste Italiane per un pacco mai recapito e distrutto. In quel pacco c’erano giocattoli per i suoi bambini, lettere e fotografie per la sua amata, ricordi e oggetti che avevano un valore soprattutto affettivo. Giampiero li aveva spediti dal carcere di Secondigliano dove all’epoca, parliamo di vent’anni fa, era recluso. Erano il suo messaggio di amore nei confronti dei propri cari ma quegli oggetti non arrivarono mai alla destinataria e nessuno seppe, se non anni dopo, che se quel pacco con i regali per i figli e le lettere per la moglie non arrivò non fu per disinteresse o dimenticanza. Sta di fatto che la situazione ebbe delle ripercussioni sui rapporti del detenuto con la sua famiglia, «provocando seri danni e disagi nonché indiscutibili complicazioni al rapporto familiare del mio cliente» come scrisse l’avvocato Angelo Pisani a Poste Italiane per avere il rimborso delle spese sostenute per la spedizione e il risarcimento dei danni per il mancato recapito del plico. Emerse solo dopo che il pacco era stato mandato in un apposito reparto delle Poste dove finiscono tutti i pacchi destinati alla distruzione perché non ci sono gli estremi o le condizioni per farli recapitare ai destinatari. Di qui la causa civile e un’attesa di ben 18 anni per veder celebrata un’udienza utile del processo. Si è arrivati così a ieri. «Sono emozionato, non ci posso credere. Dopo oltre 18 anni, nonostante i blocchi Covid, oggi finalmente dinanzi a un nuovo giudice di pace si è tenuta la prima udienza istruttoria della causa intentata da un utente contro Poste Italiane per il risarcimento dei danni subiti dalla mancata consegna e distruzione di un pacco spedito nel lontano 2002», è la gioia di Giampiero. «E il colmo – afferma l’avvocato Pisani – è che, visti i tempi, ora saranno maggiori i danni dovuti dallo Stato, in base alla legge Pinto, per il ritardo della giustizia». Sì, perché è evidente che i tempi ragionevoli del processo non sono stati rispettati. Diciotto anni per un’udienza che incardini l’istruttoria sono davvero tanti, troppi. Come è potuto accadere? La risposta è in una serie di singolari eventi, la fatalità c’entra solo in minima parte, poi ci sono gli effetti di una giustizia che generalmente affannando annaspa e annaspando perde efficacia e credibilità. Al danno si è aggiunta la beffa in questo caso. Perché Giampiero, che si era rivolto alla giustizia per un pacco andato disperso e poi distrutto, ha dovuto assistere alle lungaggini di un procedimento che non prendeva il via, una volta per la lentezza di un primo giudice di pace, un’altra volta perché il fascicolo processuale è andato smarrito. Le varie istanze inoltrate alla cancelleria dall’avvocato Pisani solo nel 2017 hanno avuto un riscontro concreto con la fissazione di un’udienza, poi rinviata al 2018 e, dopo che il nuovo giudice a cui il processo era stato assegnato è andato in pensione, al 19 giugno 2020. Da ieri ha preso il via la prima udienza istruttoria e si spera che questa sia la volta buona per celebrare e definire il processo. Si torna in aula a settembre.

·         Diffamazione: sì o no?

Giampaolo Scacchi per blitzquotidiano.it 21 dicembre 2020. Ingiuria abolita anche in Inghilterra. Ma ancora una volta all’estero lo hanno fatto meglio di noi. La Corte d’Appello britannica ha sentenziato che la libertà di parola include anche il diritto a offendere. In Italia l’ingiuria non è più un reato penale ma solo una offesa civile. Mentre a Londra il reato o il danno di ingiuria non ci sono più, da noi non c’è più il carcere ma…Ma ci può essere sempre un cospicuo risarcimento. Con multa anche salatissima. L’abolizione del delitto di ingiuria fu decisa dal Parlamento, per difendere alcuni deputati e senatori dalla lingua sciolta, come Maurizio Gasparri e Vittorio Sgarbi. Da noi sopravvive il reato di vilipendio, che portò alla condanna di Umberto Bossi, Aveva definito “terrone” l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Fu poi Sergio Mattarella a graziare Bossi, anni dopo la sentenza. Da noi soprattutto persiste il reato di diffamazione a mezzo stampa e per i direttori quello di omesso controllo. Avanzo della legge sabauda e poi fascista, quando i giornali erano di 4 pagine. E la libertà di stampa non era certo nella Costituzione. L’Italia costituisce forse un unico caso al mondo. Insieme con un ordine dei giornalisti parto della mente del giornalista Benito Mussolini, che in questo non fu superato nemmeno da Stalin. Sotto pressione dell’Europa, da anni il Parlamento italiano cerca di varare una legge che abolisca il reato di diffamazione. Però invece di una legge con un solo articolo che lo stabilisca, così, semplicemente, l’odio dei politici verso i giornalisti ha provocato la elaborazione di testi più pericolosi e liberticidi del carcere. In ogni caso, mentre per la legge italiana l’ingiuria non è più reato penale. Ma resta illecito civile, con multa da 100 a 12 mila euro. E risarcimento danni, i giudici britannici l’hanno proprio cancellata dal quadro giudiziario, riconoscendo all’insulto pieno diritto di cittadinanza nella società di oggi. Riferisce il Daily Mail che quella inglese è una sentenza storica. In seguito alle offese di una femminista che aveva definito una donna transgender un “maiale con la parrucca” e un “uomo”, i giudici hanno sottolineato che la libertà di parola include il “diritto di offendere”. I giudici Lord Bean e Warby, decidendo il caso in Corte d’appello, hanno affermato: “Non vale la pena di avere la libertà di parola se è soltanto utilizzata in modo inoffensivo”. Hanno aggiunto che “la libertà di parola comprende il diritto di offendere e, anzi, di abusare di un altro”. Quindi diritto di ingiuria. Il giudizio di due alti membri della magistratura costituirà un precedente per i futuri casi riguardanti la libertà di parola. La sentenza è a favore di Kate Scottow, di Hitchin nell’Hertfordshire, madre di due figli, dopo che all’inizio dell’anno era stata dichiarata colpevole ai sensi del Communications Act del 2003. Scottow ha dichiarato al Daily Telegraph: “Era necessario sancire uno dei diritti fondamentali di qualsiasi persona in una società democratica. Il diritto alla libertà di parola che attualmente viene regolarmente attaccato”. Ma la “vittima” Hayden ha replicato: ”Questo è un calcio sui denti per l’intera comunità LGBT”. Nel 2018, Scottow era stata arrestata, strappata ai figli e messa in stato di fermo dopo aver definito la transgender Stefanie Hayden un uomo, un “razzista” e un “maiale con la parrucca”. Hayden, 47 anni, aveva denunciato le offese online alla polizia. Scottow era stata arrestata da tre agenti nella sua abitazione davanti alla figlia di 10 anni e il figlio di 20 mesi. Boris Johnson in seguito lo definì un abuso di potere. Nel febbraio di quest’anno, Scottow, 40enne femminista radicale, ha ricevuto la sospensione condizionale della pena di due anni e le è stato ordinato di pagare un risarcimento di 1.000 sterline. Il giudice distrettuale Margaret Dodds le aveva detto: “I suoi commenti non hanno affatto contribuito a un dibattito. “Insegniamo ai bambini a essere gentili gli uni con gli altri e a non chiamarsi con altri nomi nel parco giochi”. Ma, ribaltando la decisione, il giudice Warby ha spiegato che le parti rilevanti della legge sulle comunicazioni “dal Parlamento non erano intese a criminalizzare le forme di espressione”. Warby ha inoltre indicato che l’accusa era stata una “ingiustificata interferenza dello Stato con la libertà di parola”. Lord Bean ha affermato che l’appello ha confermato la necessità, per i responsabili delle decisioni nel sistema giudiziario penale, di tenere conto della libertà di parola. A febbraio, Scottow è stata dichiarata colpevole di fare uso costantemente, tra settembre 2018 e maggio scorso, di un network pubblico mirando a causare fastidio, disagio e ansia a Stephanie Hayden. La “femminista radicale” era stata accusata di aver deliberatamente “offeso” Hayden riferendosi a lei come un “lui” o “lui” durante un periodo di “notevole abuso online”. Nel corso del processo i sostenitori di Scottow avevano manifestato davanti alla Magistrates’ Court St Alban per protestare con il verdetto, cantando “maiale con la parrucca” e “è un uomo, continuate a incriminarmi”.

Estratto dell’articolo di Maria Elena Gualandris per “La Prealpina” pubblicato da “la Verità” il 9 ottobre 2020.  Un «vaffa...» ai poliziotti non è reato. Un marocchino di 32 anni, accusato di oltraggio e minaccia a pubblico ufficiale, è stato assolto a Varese perché il fatto non sussiste. Nel 2018 l'imputato, all'esterno di un locale, aveva ingiuriato una pattuglia della Volante. Gli agenti lo avevano portato in questura per identificarlo e lì il marocchino aveva reiterato le proteste. Al processo, il pm ha chiesto la condanna a sei mesi. Ma il giudice ha preferito la tesi dell'avvocato difensore il quale, ricordando in aula la canzone di Marco Masini e il V Day di Beppe Grillo, ha ritenuto che «l'espressione fosse in quel contesto al più maleducata e volgare» e non costituiva oltraggio perché i poliziotti non stavano compiendo un atto d'ufficio.

Michela Allegri per ilmessaggero.it il 3 aprile 2020. Un insulto in videochat, alla presenza - virtuale - di più persone, non è reato. L’ha stabilito la Cassazione, che nei giorni scorsi ha accolto il ricorso di un uomo di Milano, che era stato condannato in primo grado e in appello per diffamazione per avere offeso una persona in videoconferenza e poi anche su Facebook in una chat di gruppo. Il giudice aveva stabilito che dovesse pagare una multa da 600 euro. Ma ora la Cassazione ha rimescolato le carte in tavola. Secondo gli ermellini, infatti, si tratta di ingiuria: un reato che è stato depenalizzato. Quindi, la sentenza è stata annullata. Gli insulti sono stati rivolti alla vittima attraverso la piattaforma "Google Hangouts”, una delle più utilizzate ai tempi della quarantena forzata a causa del coronavirus. Per la suprema corte, però, non si tratta di un reato. Per un motivo preciso: c’è una netta differenza tra la diffamazione e l’ingiuria, che non sarebbe stata colta dal Tribunale e dai giudici di secondo grado. «E' stato accertato che le espressioni offensive sono state pronunciate dall’imputato mediante comunicazione telematica diretta alla persona offesa e alla presenza di altre persone “invitate” nella chat vocale», si legge nella sentenza. A questo punto, la Cassazione sottolinea che «l’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso, mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore». Tradotto: in caso di diffamazione la parte lesa non ha la possibilità di difendersi direttamente e in tempo reale. Il fatto che ci fossero testimoni presenti, collegati in videoconferenza, non ha importanza. E non ha importanza nemmeno il fatto che il video della chat fosse stato poi pubblicato su YouTube. Quindi il reato, in questo caso, deve essere riqualificato in ingiuria aggravata dalla presenza di più persone. Reato che è stato depenalizzato. Quindi la sentenza è stata «annullata senza rinvio, perché il fatto, così riqualificato, non è più previsto dalla legge come reato», concludono gli ermellini.

·         La Vittimologia.

Lo Stato aiuta l’assassino anziché le sue vittime. Paola Carella il 27 Settembre 2020 su culturaidentita.it. 30 agosto 2015 – 29 settembre 2020: cinque anni e un mese che Vincenzo e Mercedes Solano sono stati assassinati dall’ivoriano Mamadou Kamara (sgozzò il marito e poi lanciò sua moglie dal balcone della loro abitazione, uccidendola sul colpo, n.d.r.), riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo dal Tribunale di Catania, nel processo di primo grado. Ma la giustizia italiana, si sa, è tra gli ultimi posti: secondo la Commissione Europea dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione un processo penale nei tre gradi di giudizio ha una durata di circa 1600 giorni, metà dei quali passano di fronte alla Corte d’Appello. “Un calvario ancora più tremendo per le vittime dei reati violenti e dei loro familiari” – dice Rosita Solano, una delle figlie della coppia trucidata nella loro casa di Palagonia, comune del catanese – “purtroppo questa volta non potrò assistere all’udienza (la quarta nel processo d’appello – ndr) causa Covid, dati i miei problemi di salute e per il costo eccessivo dei voli per arrivare in Sicilia”. Rosita Solano è una guerriera, fin dal primo momento ha urlato il suo sdegno alle istituzioni per l’indifferenza e il mancato sostegno: “Spero almeno nella riconferma della sentenza di primo grado – continua – anche se l’avvocato della difesa  si è appellato a delle sciocchezze, ci sono decine e decine di video che provano la colpevolezza dell’ivoriano e che lo incastrano inconfutabilmente, è stato provato che sono sue le tracce di DNA sul corpo oltraggiato e violato di mia madre e di mio padre, eppure la difesa si appiglia a degli escamotage che non servono ad altro se non ad allungare i tempi della sentenza. Sono arrabbiata perché per noi vittime non c’è  rispetto: la nostra perdita, il nostro dolore, non sono considerati. Per noi figli e familiari nessun sostegno, abbiamo messo energie e risorse economiche, al contrario di chi invece è colpevole ed ha il sostegno legale, psicologico ed economico. Ed oltre il danno la beffa, perché dobbiamo anche sopportare una certa ostilità per il semplice fatto che pretendiamo giustizia”. Rosita Solano oggi è nel direttivo di UNAVI Unione Nazionale Vittime, l’associazione che combatte per i diritti delle vittime dei reati violenti chiedendo ai governi e a tutte le forze politiche di rivedere la normativa sugli indennizzi alle vittime e il riconoscimento del trauma da parte del SSN: “In questi anni con l’associazione abbiamo iniziato un percorso di psicoterapia – sottolinea –  che ci ha aiutato molto più di quanto sia stato fatto dalle istituzioni, perché non ci si può affidare a semplici psicologi, bisogna essere esperti di vittimologia, è necessario che si formino specialisti della materia”. Non è facile alleviare la sofferenza di chi ha perso un familiare in modo atroce, è l’ergastolo per chi resta: ”A chi mi chiede se ho perdonato rispondo di no perché il Kamara  aveva premeditato tutto. E’ uscito dal CARA ( a Mineo – ndr) con l’obiettivo malvagio di entrare a casa dei miei genitori. Ho scritto anche al Papa, ma ho ricevuto una risposta di routine, senza sentimento, probabilmente dalla sua segreteria. Non posso credere che un uomo così generoso con tutti non abbia avuto una parola veramente solidale nei nostri confronti. Io comunque aspetto di mettere la parola fine”.

La beffa delle spese processuali a carico della vittima: da Pribke a oggi nulla è cambiato. Valter Vecellio su Il Riformista il 27 Settembre 2020. Temo sia rimasta lettera morta la denuncia raccolta da Giovanni Pisano e pubblicata su Il Riformista: “Ucciso da un proiettile vagante a Capodanno, ora la famiglia deve pagare le spese di giudizio”. Vale la pena (è, a leggerla, una vera pena) riproporre la vicenda: «Era uscito fuori al balcone di casa per richiamare il fratellino che era sceso in cortile durante i festeggiamenti di Capodanno a Napoli ed è morto dopo essere stato raggiunto da un proiettile vagante a un occhio. È la storia di Nicola Sarpa, pizzaiolo di 24 anni, ucciso nei primi minuti del 2009 da un colpo partito dalla pistola impugnata da Emanuela Terracciano (all’epoca 23enne), figlia di Salvatore ‘o nirone, uno dei boss dei Quartieri Spagnoli. Undici anni dopo per la sua famiglia, costituitasi parte civile nel processo che ha portato alla condanna a circa 10 anni per omicidio volontario ma con dolo eventuale, arriva l’ulteriore beffa: una cartella esattoriale con richiesta perentoria di 18.600,89 euro». Come riassume l’avvocato Pisani, «La Terracciano è stata condannata in via definitiva. L’Agenzia delle Entrate ha intimato oggi ai familiari della vittima di rimborsare le spese di tasse e sanzioni della causa perché la condannata risulta nullatenente: non ha risarcito i danni e nemmeno le spese legali, che ora lo Stato, che non ha saputo garantire sicurezza e la vita del giovane sparato a morte mentre era sul balcone, pretende anche i soldi dalla mamma e fratelli della vittima». Anche a me è accaduta una simile, kafkiana vicenda, per fortuna mia, meno dolorosa. Nel 1996 il criminale nazista Erich Priebke (uno di quelli che hanno ucciso alle Fosse Ardeatine), mi querela. Con l’allora presidente della comunità ebraica Riccardo Pacifici avrei, nientemeno, organizzato il suo sequestro. Vinco tutti e tre i gradi di giudizio. Non chiedo un centesimo di risarcimento, il denaro di Priebke mi avrebbe procurato disgusto. Pago di tasca mia l’onorario dell’avvocato. Ebbene: dopo 23 anni dopo l’Agenzia delle Entrate mi notifica di pagare le spese processuali: 291 euro e 21 centesimi entro sessanta giorni dalla notifica. Specificatamente: «277.02 controllo tasse e imposte indirette anno 2007; 8.31 oneri di riscossione spettanti a Agenzia delle entrate-Riscossione; 5,88 diritti di notifica spettanti a Agenzia delle entrate-Riscossione». Mi sono rivolto trenta volte al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiedendo se riteneva giusto quello che accadeva: silenzio per trenta volte. Stessa domanda al presidente del Senato e della Camera. Stessi silenzi. A tutti (dico tutti) i leader di partito rappresentati in Parlamento: silenzio. Un avvocato amico, protagonista di tante buone battaglie per il diritto e il diritto al diritto, bonariamente mi dice: «Di cosa ti stupisci? Accade tutti i giorni». Mi ha lasciato sgomento: perfino lui trovava “normale” la cosa. Mi sono allora rivolto a famosi rubrichisti e commentatori. Silenzio. Alla fine, mi sono arreso. Ho preso atto che sono un suddito, non un cittadino. Ho pagato, con vergogna e disgusto. La ricevuta del pagamento è incorniciata, appesa sopra il water di casa.

La denuncia. Ucciso da proiettile vagante a Capodanno, lo Stato presenta il conto: “Figlia boss nullatenente, pagate 18mila euro”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 21 Settembre 2020. Era uscito fuori al balcone di casa per richiamare il fratellino che era sceso in cortile durante i festeggiamenti di Capodanno a Napoli ed è morto dopo essere stato raggiunto da un proiettile vagante a un occhio. E’ la storia di Nicola Sarpa, pizzaiolo di 24 anni, ucciso nei primi minuti del 2009 da un colpo partito dalla pistola impugnata da Emanuela Terracciano (all’epoca 23enne), figlia di Salvatore ‘o nirone, un dei boss dei Quartieri Spagnoli. Undici anni dopo per la sua famiglia, costituitasi parte civile nel processo che ha portato alla condanna a circa 10 anni per omicidio volontario ma con dolo eventuale, arriva l’ulteriore beffa: una cartella esattoriale con richiesta perentoria di 18.600,89 euro. È quanto pretende l’Agenzia delle Entrate dai genitori di Nicola. La “colpa” di questa famiglia, difesa dagli avvocati Angelo e Sergio Pisani, è di essersi costituita parte civile nel processo contro Emanuela Tarracciano, condannata al risarcimento ma di fatto nullatenente. “Per la giustizia italiana – precisa Pisani – a pagare spese e tasse processuali deve essere questa sfortunata famiglia della vittima innocente uccisa dalla criminalità”. Pisani spera in un intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e in una revisione della normativa anche fiscale che non sia sempre un ostacolo e una beffa per le vittime. “Il ragazzo – ricorda Pisani – fu ucciso da un colpo di pistola, la mamma e la sorella chiesero giustizia e dopo anni di causa arriva la condanna in sede penale e civile dell’autore della responsabile dell’omicidio, una donna della famiglia Terraciano ai Quartieri Spagnoli, ma ora l’Agenzia delle Entrate addebita e imputa ai familiari della vittima innocente euro 18.819,25 per spese/tasse della causa vinta risultando l’assassina nullatenente”. “La cifra imposta senza pietà dallo Stato alle vittime – denuncia Pisani – ammonta a 18.819,25 euro. L’assassina, condannata in via definitiva dalla Cassazione ad 8 anni di reclusione ed anche a risarcire i danni, risulta nullatenente e non pagherà, ma ai familiari della vittima oltre al danno irreparabile della morte del figlio anche la beffa di dover pagare spese e tasse di registrazione con i