Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2020

 

LA GIUSTIZIA

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

  

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Processo sulla Morte.

Processo sul Depistaggio.

Federico Aldrovandi: "Non lo dimenticate".

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Condanne scontate.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Bossetti è innocente?

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una Famiglia Sfortunata.

Solita Amanda.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tso: Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Il Cerchio Magico degli Amministratori giudiziari. La Bibbiano degli anziani.

Il punto su Bibbiano.

La Tratta dei Minori.

Tra moglie e marito non mettere…lo Stato.

Vietato scrivere: “Devastato dalla separazione” o “Il dramma dei padri separati”. Il politicamente corretto ed i padri mostri folli assassini.

Era Abuso…

Non era abuso…

Minorenni scomparsi o in fuga.

Ipocrisia e Pedofilia.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Giustizia Giusta.

Comunisti per Costituzione.

Magistratura: Ordine o Potere?

Il Potere degli “Dei”.

“Li Camburristi”. La devono vincere loro: l’accanimento giudiziario.

L’accusa conta più della difesa.

«I magistrati onorari? Dipendenti».

Il Codice Vassalli.

Lo "Stato" della Giustizia.

La "scena del crimine".

Diritto e Giustizia. I tanti gradi di Giudizio e l’Istituto dell’Insabbiamento.

Testimoni pre-istruiti dal pm.

Le Sentenze “Copia e Incolla”.

Il Male minore. Condanna, spesso, senza colpa. Gli effetti del Patteggiamento.

Il lusso di difendersi.

Il Processo telematico.

Giustizia stravagante.

Giustizia lumaca.

Diffamazione: sì o no?

La Vittimologia.

A proposito di Garantismo.

A proposito di Prescrizione.

Prescrizione e toghe inoperose.

Un terzo dei detenuti in attesa di giudizio.

Salute e carcere. 

Le Mie Prigioni.

L’ergastolo ostativo: il carcere per i Vecchi.

La Prigione dei Bambini.

Le Class Action carcerarie.

Gli scrivani del carcere.

A Proposito di Riabilitazione…

Le mie Evasioni.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Oltre ogni ragionevole dubbio.

La Giornata per le vittime di errori giudiziari.

La Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo. La Cedu, il carrozzone inutile che costa 71 milioni all'anno.

L’Italia dei Ricorsi alla Corte dei diritti dell’Uomo.

Quelli che...sono Ministro della Giustizia: “Gli innocenti non finiscono in carcere”.

Invece gli innocenti finiscono in carcere. Ma guai a dirlo!

Le Confessioni e le Dichiarazioni estorte.

Storie di Ordinaria Ingiustizia.

Ingiustizia. Il caso dei Marò spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Vallanzasca spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Mesina spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Johnny lo Zingaro spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Manduca spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Luttazzi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gulotta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Ligresti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Carminati spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Tortora spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Rocchelli spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Occhionero spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Gino Girolimoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Formigoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso De Turco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Bassolino spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Cuffaro spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Corona spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Armando Veneto spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso di Vincenzo Stranieri spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Raciti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del delitto di Garlasco spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Franzoni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del Delitto di Carmela “Melania” Rea spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Iaquinta spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso del Delitto di Erba spiegato bene.

Nascita di un processo mediatico.

Processo Eni e Consip. Dove osano i manettari.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Intercettazioni, spionaggio di Stato per controllare la vita dei cittadini.

La spazzacorrotti. Una norma giustizialista che equipara i reati di corruzione ai reati di mafia.

I Garantisti.      

I Giustizialisti.

Gli Odiatori.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Concorso truccato per i magistrati.

Togopoli. La cupola dei Magistrati.

E’ scoppiata Magistratopoli.

Magistrati alla sbarra.

Gli intoccabili toccati.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Caso Mattei.

Attentato alla sinagoga di Roma, una nuova pista trentotto anni dopo.

Il misterioso caso di Davide Cervia.

Il Mistero di Pier Paolo Pasolini.

Il Mistero di Ilaria Alpi.

Il Mistero di Ettore Majorana.

Il Mistero della Circe della Versilia.

Il Mistero di Gigliola Guerinoni: la Mantide di Cairo Montenotte.

Il mistero del delitto della Milano da bere.

L’Omicidio del Circeo.

Il Caso Claps.

Il Caso Vassallo.

Il Caso di Eleonora e Daniele: i fidanzati di Lecce.

Il Mistero di Viviana Parisi.

Il Mistero delle Bestie di Satana.

Il Mistero di Denise Pipitone.

Il Mistero di Roberta Ragusa.

Il Mistero di Simonetta Cesaroni.

Il Mistero della morte di Sissy Trovato Mazza.

Vermicino: la morte di Alfredino Rampi.

Il mistero di Maddie McCann.

Il giallo della morte di Edoardo Miotti.

La morte di Emanuele Scieri.

La morte di Giulio Regeni.

Storia di Antonio Ciacciofera, il Regeni dimenticato tornato morto da Cuba.

I Ciontoli e l’omicidio Vannini.

Il Giallo di Alessio Vinci.

Il Giallo Bergamini.

L’omicidio di Willy Branchi.

L’Omicidio di Serena Mollicone.

Il Mistero di Rino Gaetano.

Il Mistero Pantani.

Il Mistero della morte di Marco Cestaro.

Il mistero della morte in auto di Mario Tchou. 

La morte sospetta del giornalista Catalano.

Il caso Wilma Montesi.

Miranda Ferrante, morte e misteri di una ballerina della Dolce vita.

Christa, delitto-scandalo della Dolce vita.

L'assassinio di Khashoggi.

Dal mare tre sub morti e cento chili di hashish.

L’Omicidio di Walter Tobagi.

Il Caso della Uno Bianca.

La Strage palestinese di Fiumicino.

Quante vie partirono da piazza Fontana…

Il Caso Pinelli – Calabresi.

L'omicidio di Mino Pecorelli.

I misteri della Strage di Ustica.

I misteri della Strage di Bologna.

I Misteri della Strage di Piazza della Loggia a Brescia.

Dubbi e bugie sulla morte di Mario Biondo.

Boulder, Colorado: il mistero della baby miss strangolata.

Racale, il mistero di Mauro Romano.

La Morte di Rosanna Sapori.

Il mistero di Fabio e Enzo spariti nel mare.

Il mistero del Mostro di Roma.

Il Mistero del Mostro di Firenze.

Lesotho e l’Affare di Stato. L’Omicidio di Lipolelo.

Marocco e l’Affare di Stato. Lalla Salma.

Ted Kennedy poteva essere assassinato da un piano ordito da un satanista?

La Storia di Robert Durst.

Il giallo della baronessa Rothschild.

Il caso Bebawi: il delitto di Farouk Chourbagi.

Storia del rapimento di Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi.

L’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre e la Verità a portata di mano.

La Morte di Marco Prato.

David Rossi: suicidio o omicidio?

Le Navi dei veleni. Il mistero della morte del capitano De Grazia.

Moby Prince, dopo 30 anni.

Il caso di Emanuela Orlandi.

Renatino De Pedis fu ucciso 30 anni fa.

I Suicidi di Carmagnola. Le tre sorelle Ferrero.

Il mistero dell’Eremita. La tragica fine di Mauro «Lupo grigio».

Massimo Carlotto e il delitto di Margherita.

Antonio De Falchi, morte a San Siro.

Il caso del sequestro Bulgari.

Il mistero irrisolto dell'uomo di Somerton.

Il Mistero del massacro di Columbine.

Il Mistero del jet malese MH370 scomparso.

Il Mistero Viceconte.

Il killer dell’alfabeto.

La banda di mostri, omicidio a Bargagli.

Antonietta Longo, la decapitata del lago.

Il mistero del naufragio del Ferry Estonia.

Il mistero della Norman Atlantic.

James Brown potrebbe non essere morto per infarto.

La saponificatrice di Correggio: una storia tra verità e leggende.

Delitto Casati Stampa, triangolo di sesso e morte.

Luciano Luberti il boia di Albenga.

Le sfide folli: Replika, Jonathan Galindo, Escape room; Blackout challenge; Momo Challenge; Blue Whale, Planking Challenge.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

 

 

 

LA GIUSTIZIA

 

PRIMA PARTE

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Il Processo sulla Morte.

Francesco Salvatore per "la Repubblica - Edizione Roma" il 27 novembre 2020. Undici anni fa Ilaria Cucchi pensava che «la giustizia avrebbe fatto naturalmente il suo corso». Ma da allora ha dovuto lottare per dimostrare che il fratello non era «un tossicodipendente e non era morto di suo » , né «per una caduta», «per responsabilità dei medici» , «per epilessia» e «tra le cose più assurde ho sentito parlare di fratture da bara, nel primo processo: mio fratello quindi la schiena se l' era rotta da morto?». Oltre cinque ore di testimonianza ieri per Ilaria Cucchi in tribunale dove è in corso il processo per 8 carabinieri accusati di presunti depistaggi nell' inchiesta sull' omicidio del fratello. «Dopo l' arresto Stefano è stato ricoverato al Pertini - ha ricordato Ilaria - ma non ce lo hanno fatto visitare. Solo in obitorio l' ho visto, era agghiacciante. I segni sul volto erano chiari segni di un pestaggio. Quell' immagine mi ricorda sempre la solitudine di Stefano. Non perdonerò mai il fatto che mio fratello sia morto tra dolori atroci, solo come un cane, pensando che la sua famiglia, che sempre c' era stata, lo avesse abbandonato». Ilaria ha proseguito la testimonianza mostrando la gigantografia del cadavere del fratello: «Viste tutte le chiacchere, sentivo l' esigenza di mostrare come era stato ridotto. La sera dell' arresto era stato a cena da noi e 7 giorni dopo lo ritrovo in quelle condizioni? Eppure sin da subito si è detto che Stefano è morto di suo. All' indomani del fatto il ministro Ignazio La Russa disse di "non sapere nulla ma di non aver dubbio dell'innocenza dei carabinieri". Il consulente della procura Paolo Arbarello diceva che era un caso di responsabilità medica. Quando incontrai al Senato il ministro Angelino Alfano che rispondeva al Question time gli dissi di aiutarci, rispose "che era morto per una caduta": la giudicai una non risposta». Ilaria ha parlato anche di altri incontri istituzionali: «Nel 2017 incontrai il generale Tullio Del Sette che mi disse che l' Arma "era una famiglia e se un figlio sbaglia, che facciamo?". Dopo incontrai anche il comandante generale dell' Arma Giovanni Nistri due volte. Venivo insultata su Facebook da uno degli imputati, il maresciallo Roberto Mandolini e volevo esprimere solidarietà a Casamassima che era stato trasferito, dopo che le sue dichiarazioni avevano riaperto il caso: "Ognuno ha i suoi scheletri nell' armadio" mi disse facendo cenno a suoi illeciti. La seconda volta ero con il mio avvocato Fabio Anselmo e rimasi intimidita: esordì dicendo, 'alle donne perdono tutto, agli uomini no". All' incontro c' era anche il ministro Elisabetta Trenta. Nistri parlò dei tre carabinieri che avevano fatto riaprire il caso (Casamassima, Rosati e Tedesco): diceva che gli faceva onore il fatto di aver denunciato ma che avevano dei procedimenti disciplinari. Uno sproloquio sugli unici che avevano rotto il muro di omertà». Quanto ad oggi, Ilaria ha ripercorso ogni aspetto: «Subisco attacchi in quantità industriale, insulti e minacce social. Ho spesso temuto per l' incolumità mia e della mia famiglia. Economicamente non è rimasto nulla del milione e 3 di risarcimento. La mia situazione è devastante. Papà sta vendendo un appartamento, rischiamo di non pagare il mutuo. Lo studio è naufragato. I miei genitori si sono ammalati gravemente».

Carabinieri o bucanieri? Dopo il caso Cucchi la caserma degli orrori di Piacenza. Alberto Cisterna su Il Riformista il 23 Luglio 2020. La Nazione non può fare a meno dell’Arma dei Carabinieri e nessuno ha mai neppure pensato di dover metter mano al più glorioso dei corpi di polizia, eletto finanche a Forza armata due decenni or sono accanto a Esercito, Marina e Aviazione. Un unicum al mondo, ritenuto un modello da imitare e una risorsa insostituibile nelle missioni internazionali. Ciò posto sarebbe ingiusto negare che la retata disposta dalla procura della Repubblica di Piacenza lasci tutti attoniti e sbigottiti. Al di là delle responsabilità dei singoli indagati, il coinvolgimento nell’inchiesta di un’intera struttura dell’Arma è un fatto grave che segnala, a questo punto in modo quasi irreversibile, l’emergere di un problema che deve essere risolto perché attinge alle radici della legittimazione democratica di una forza di polizia, ancor di più se si tratta di una forza armata vocata alla difesa della Nazione. Il ripetersi di episodi che hanno visto appartenenti dell’Arma chiamati a rispondere di gravi reati nell’esercizio delle proprie funzioni (per citare l’affaire Cucchi o la violenza sulle studentesse americane a Firenze o gli sviluppi ancora del tutto imprevedibili dell’omicidio del povero Cerciello Rega) interroga in profondità la coscienza dei cittadini e lascia cicatrici che devono essere rimarginate con rapidità e decisione. La straordinaria lettera di scuse indirizzata dal Comandante generale ai familiari di Stefano Cucchi contiene considerazioni che devono essere richiamate all’attenzione di queste ore in cui una caserma intera è stata messa sotto sequestro come fosse un covo di bucanieri e sopraffattori. Scriveva il generale Nistri: «Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell’essere accostati a comportamenti che non ci appartengono». Parole importanti che, a questo punto, esigono anche rimedi altrettanto decisi e decisivi. Ritenere che l’Arma potesse mantenersi esente da fenomeni degenerativi che, purtroppo, riguardano anche altre primarie istituzioni pubbliche sarebbe stato illusorio e nessuno si deve lamentare di uno sfilacciamento della coesione etica in qualche segmento dell’apparato. Ma mentre la corruzione o il malaffare negli uffici pubblici provocano le sperpero di risorse collettive e distruggono l’efficacia dell’azione amministrativa, le devianze dei corpi di polizia minacciano beni assolutamente primari e inviolabili del cittadino, tra cui in primo luogo la sua libertà personale e la sua incolumità fisica. La sola idea che qualcuno possa sentirsi a rischio o anche solo a disagio nell’entrare in contatto con un carabiniere o un poliziotto segna ovunque il discrimine tra una nazione democratica e un enclave sudamericana senza regole. E non serve richiamare l’ampio dibattito, in corso da decenni negli Usa, o le recenti, pesanti reazioni al caso di George Floyd per comprendere quali siano i parametri secondo cui si misura il rating di legalità dell’azione di polizia in una nazione. Il dovere dell’assoluta intangibilità fisica e morale dell’uomo in vincoli (Habeas corpus), il rispetto della sua indifesa soggezione alla potestà pubblica sono le colonne d’Ercole oltre le quali nessuno può spingersi. La relazione fiduciaria tra cittadini e forze di polizia non si manifesta solo – e com’è giusto – nella richiesta di un aiuto o di un intervento (che non mancano mai), ma soprattutto nella serenità e tranquillità con cui ciascuno affida sé stesso – anche contro la propria volontà se in custodia – alle mani di chi esercita su di lui una potestà limitatrice. Mantenere indenne questa sottile linea rossa che separa la forza legittima e l’arbitrio, impedire che la corruzione o l’abuso possano impadronirsi anche solo a macchia di leopardo delle strutture di polizia, evitare il formarsi di circuiti investigativi opachi in cui pubblici ministeri e operatori di polizia rafforzano legami extralegali al riparo o con la malcelata sopportazione dei vertici, contenere un carrierismo esasperato che induce a privilegiare i contatti con l’establishment gerarchico piuttosto che a dedicarsi all’antica, paziente cura degli uomini al proprio comando, sono obiettivi probabilmente imprescindibili per ogni forza di polizia in questo momento storico. E a maggior ragione per l’Arma dei carabinieri che ha un posto speciale e unico nella considerazione dei cittadini. Per farlo sono necessari, corpo per corpo e apparato per apparato, approcci diversi e soluzioni differenti. Troppo profonde le differenze strutturali e operative tra le tre principali forze di polizia perché possano immaginarsi rimedi omogenei. Certo, genera acuta attenzione il concentrarsi di episodi sul versante della Benemerita e il moltiplicarsi di casi mediaticamente dirompenti. Aveva ragione il generale Nistri quando scriveva alla famiglia Cucchi «…il rispetto assoluto della legge ci costringe ad attendere la definizione della vicenda penale. Come vuole la Costituzione, la responsabilità penale è personale. Abbiamo bisogno che sia accertato esattamente, dai giudici, “chi” ha fatto “ che cosa”». E malgrado ciò si staglia con una certa chiarezza, in queste parole, anche una fragilità e un limite oggettivo che l’attività di prevenzione interna degli abusi e dei reati incontra in una struttura che annovera oltre 4.500 stazioni e un centinaio di altri comandi. Un’articolazione pulviscolare pressoché unica e nella quale, drammaticamente, la lacerazione deontologica e l’aberrazione comportamentale sono più difficili da rilevare e da reprimere con rapidità. La lunga catena di comando che ha storicamente connotato l’organizzazione dell’Arma (che in oltre 3.700 comuni rappresenta l’unica forza di polizia presente) evidenzia cedevolezze e mostra crepe che vanno affrontate da chi di dovere. Con molta approssimazione e in punta di piedi può, forse, dirsi che la formazione dei quadri intermedi sia lo snodo nevralgico di questa sfida, come tutte le vicende recenti hanno mostrato. Sembra che occorra rafforzare la vicinanza dei comandi locali alle più piccole strutture periferiche affinché avvertano, a un tempo, la presenza e anche il controllo dei protocolli in cui sono inseriti. Protocolli in cui è sempre immanente il rischio che la burocrazia si sostituisca alla gerarchia. Probabilmente per nessuna altra articolazione dello Stato-amministrazione si avvertono così forti il coinvolgimento e l’aspettativa dei cittadini che hanno un preciso interesse all’onore e alla disciplina (art.54 Cost.) di tutta l’Arma solo perchè ne vanno orgogliosi.

Da corriere.it il 23 luglio 2020. «Un fatto enorme e gravissimo che ricorda la vicenda di mio fratello Stefano». Così Ilaria Cucchi commenta l’indagine della Procura di Piacenza che coinvolge alcuni carabinieri accusati, tra l’altro, di traffico di droga, estorsioni e tortura. «Bisogna andare fino in fondo - ha aggiunto Cucchi - non si facciano sconti a nessuno come hanno dimostrato magistrati coraggiosi nell’indagine sulla morte di Stefano- ricorda la sorella del geometra morto a una settimana dall’arresto per le conseguenze delle percosse subite dai carabinieri in caserma - Basta parlare di singole mele marce, i casi stanno diventando troppi.  Il problema è nel sistema: mi vengono in mente i tanti carabinieri del nostro processo che vengono a testimoniare contro i loro superiori e mi chiedo con quale spirito lo facciano quando poi spuntano comunicati dell’Arma subito dopo la testimonianza come nel caso del loro collega Casamassima», conclude Ilaria Cucchi, che per anni si è battuta per stabilire la verità sulla morte del fratello. Come si è battuta la mamma di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti: anche lei ha dimostrato che il suo ragazzo, all'epoca diciottenne, è morto nel 2005 durante un controllo di polizia. Nella condanna dei 4 agenti, del 2012, si legge che fu esercitata un'azione «sproporzionatamente violenta e repressiva». La morte fu causata dalla pressione esercitata dai poliziotti che nel tentativo di immobilizzare Federico, durante un controllo, gli erano montati sulla schiena. Inoltre, i giudici stigmatizzano il tentativo di manipolare le testimonianze e sminuire le colpe degli imputati. Oggi Moretti scrive su Twitter: «Quanti cesti di mele marce abbiamo accumulato?».

Il processo. A novembre scorso, al termine di due anni di udienze e otto ore di camera di consiglio, è arrivato invece il verdetto di primo grado contro gli imputati nel caso Cucchi, autori dell’arresto e responsabili delle percosse inflitte al trentunenne spacciatore di marijuana e cocaina, fermato la sera del 15 ottobre 2009. Da lì cominciò il calvario del detenuto, picchiato in caserma (così ha stabilito la sentenza), poi portato in tribunale, trasferito a Regina Coeli, due volte al pronto soccorso e infine ricoverato all’ospedale Pertini dove è morto a una settimana dall’arresto, senza che i familiari riuscissero a sapere nulla delle sue condizioni. I carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo sono stati condannati a 12 anni di carcere. Poi è stato aperto il cosiddetto «Cucchi ter», per ricostruire le responsabilità di chi cercò di coprire il pestaggio del geometra. Otto i militari sotto accusa. Il ministero di Giustizia si è costituito parte civile.

Ilaria Cucchi: “Basta parlare di mele marce: a Piacenza un sistema, ora niente sconti a nessuno”. Il Dubbio il 23 luglio 2020. Per la sorella di Stefano Cucchi, il ragazzo morto dopo il pestaggio da parte di due carabinieri, le violenze di Piacenza mettono in evidenza un “sistema”. “La vicenda di Piacenza e’ un fatto enorme e gravissimo che ricorda il caso di mio fratello”. Lo ha detto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, commentando l’inchiesta della procura di Piacenza che coinvolge alcuni carabinieri accusati di diversi reati dal traffico di droga alla tortura. “Bisogna andare fino in fondo e non fare sconti a nessuno, come hanno dimostrato magistrati coraggiosi nell’inchiesta sulla morte di mio fratello e anche in questa indagine. Basta parlare di singole mele marce, i casi – ha proseguito Ilaria Cucchi – stanno diventando davvero troppi. Il problema e’ nel sistema. Mi vengono in mente i tanti carabinieri del nostro processo che vengono a testimoniare contro i loro superiori e mi chiedo con quale spirito lo facciano quando poi spuntano comunicati dell’Arma come subito dopo la testimonianza del loro collega Casamassima”. “Io barro, non voglio fare un falso ideologico!”. Dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Piacenza, emerge la figura di un neo carabiniere “dall’atteggiamento solitario, che non fa gruppo”, così lo definiscono due degli arrestati, che si oppone, quanto meno non partecipandovi, a quello che per gli inquirenti sarebbe stato un andazzo criminale, caratterizzato da pestaggi, arresti illegali, spaccio di droga, festini con escort dentro la caserma sequestrata. R.B., queste le iniziali del ragazzo che appare la "mela sana" in un contesto buio, confida al telefono i suoi dubbi sull’operato dei colleghi al padre, carabiniere in pensione. – Da questi colloqui, scrive il giudice Luca Milani, si evince “tutta la delusione del giovane militare dell’Arma per essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto e’ tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”. Per il magistrato, il ragazzo manifesta “una scarsa propensione a seguire i colleghi dovuta al suo forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della caserma di via Caccialupi”. “Molte cose le fanno le cose a umma a umma, non mi piacciono”, ripete più volte al genitore, riferendosi ai colleghi poi arrestati, e spiegando al padre di non voler attestare falsamente “di avere fatto in una tot data un qualcosa che poi non e’ neanche vero”, commettendo quindi un falso.

Carabinieri della caserma degli orrori non sono male marce, la tortura di Stato è la norma. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 24 Luglio 2020. Dopo aver appreso dal Corriere della Sera che nella caserma di Piacenza si infieriva su «spacciatori, immigrati ma anche semplici cittadini innocenti» (l’immigrato è notoriamente colpevole), potremmo adottare la retorica comune a destra e a manca secondo cui quando si discute di giustizia ci si dimentica sempre delle vittime. Sarebbe una retorica buona, per una volta: anche solo perché, guarda caso, non risuona mai quando a subire violenza sono quelli sottoposti alle cure di giustizia e quando a perpetrarla è l’ordinamento che semmai dovrebbe proteggerli. Di queste altre vittime, chissà perché (chissà perché per modo di dire, ovviamente), non si occupa mai nessuno, eppure lo stato di afflizione in cui versano è conclamato. A fronte della sperabilmente episodica vergogna piacentina c’è la tolleratissima normalità di un sistema che sottopone a tortura decine di migliaia di cittadini, perlopiù appartenenti ai ranghi infimi della società: e se ora fa scandalo la sopraffazione di cui sono stati destinatari i poveracci finiti nelle grinfie di quei criminali in divisa, nulla, ma proprio nulla si fa per mettere fine all’ordinaria ignominia di un’organizzazione pubblica che con il sigillo di Stato sequestra la vita delle persone e la consegna alla malattia, alla schiavitù sessuale, alla disperazione dell’isolamento, alla privazione di qualsiasi diritto riconosciuto persino alle bestie. E sono tutti innocenti, tutti: perché potranno anche aver commesso un illecito (molti non ne hanno commesso nessuno), ma non c’è colpa che giustifichi la sottomissione a quel dispositivo di multiforme degradazione. Ordini di carcerazione e condanne irrogate con sentenze emesse in nome del popolo italiano sono lo strumento con cui la società, ogni giorno, infligge a degli esseri umani una somma di sanzioni che non hanno nulla a che fare con la pena già gravissima costituita dalla privazione della libertà: e così quei provvedimenti di giustizia diventano il tramite indifferente di un’illegalità sostanziale, il mezzo formalmente impeccabile con cui si realizza il crimine di Stato, il lasciapassare della pubblica impunità. Non servono indagini e denunce per fare emergere la realtà del nostro sistema carcerario, perché è una realtà conosciuta. E non servono condanne, che dal pulpito della giustizia europea continuano a fioccare senza che cambi mai nulla e senza che lo Stato italiano, questo delinquente abituale, ritenga di adeguarvisi. Serve una classe dirigente per opporsi a questo schifo senza curarsi del consenso a rischio.

Casamassima, testimone nel processo Cucchi: "Così sono stato punito dall'Arma". L'appuntato racconta la lunga serie di procedimenti disciplinari subiti: 15 in tutto, cominciati dopo la testimonianza. Francesco Salvatore il 10 giugno 2020 su La Repubblica. È stato il testimone che con la sua rivelazione ha permesso la riapertura dell'indagine sull'omicidio di Stefano Cucchi. Riccardo Casamassima, appuntato dei carabinieri in servizio nell'ottobre 2009 alla caserma di Tor Vergata, è tornato nuovamente in aula anche nel processo Cucchi ter, quello che riguarda i presunti depistaggi compiuti da otto carabinieri - comandanti di gruppo e di stazione oltre a marescialli e appuntati - per indirizzare l'inchiesta Cucchi su un binario morto. "Ho parlato con l'avvocato Fabio Anselmo, difensore della famiglia Cucchi, solo nel 2015, a distanza di anni dal fatto, per paura di ritorsioni" ha esordito il militare. Per poi snocciolare una lunga serie di procedimenti disciplinari subiti, "sono 15, cominciati tutti dopo la testimonianza", oltre a raccontare nel dettaglio tre trasferimenti non voluti. Casamassima ha fatto nomi e cognomi, arrivando ad affermare di essere stato messo all'angolo su pressione del comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri: "Un superiore, in una conversazione, evidenziò la volontà di Nistri di fare pressioni su di me", ha spiegato in aula davanti al giudice Roberto Nespeca. Il super testimone ha raccontato dieci anni di vita, ma è sull'ultimo periodo che si è maggiormente focalizzato. Da dopo la sua deposizione al processo Cucchi bis, nel maggio 2018: "C'è stata la testimonianza e poi è partita la pratica del trasferimento. Subito subito - ha spiegato al pm Giovanni Musarò - sono finito sempre a Roma, ma a 7 chilometri di distanza più lontano rispetto a casa mia. Dalla caserma Tor di Quinto a quella in via Giulio Cesare, alla Scuola allievi. Ho perso tutto: indennità e straordinari. Sono minimo 400 euro al mese (da 2000 a 1600 euro circa ndr). Mi hanno voluto punire". A distanza di qualche mese la situazione non è migliorata: "Nel 2019, a giugno - ha proseguito Casamassima - mi hanno messo in ufficio dove non facevo nulla. Mi tenevano sei ore fermo. Era imbarazzante. Lo scrissi sui social e venni contattato dalla ministra della Difesa Trenta, che incontrai". Una spiegazione sulle cause l'ha fornita lui stesso poco dopo: "Un maresciallo, in una conversazione, mi ha detto che era volere del comandante Nistri, di fare pressioni su di me". Contro il vertice dei Carabinieri, lo stesso appuntato ha sporto due denunce: "Una per diffamazione e una per rivelazione del segreto d'ufficio". Entrambe le querele sono state archiviate dal gip lo scorso settembre. Quanto alle presunte pressioni riportate da Casamassima da parte di Nistri, l'Anac non ha ravvisato responsabilità. A spiegarlo è il comando generali dei carabinieri in una nota: "L'Anac ha espressamente evidenziato che si tratta di una conversazione decontestualizzata alla quale possono essere attribuiti significati completamente differenti da quelli prospettati dal Casamassima e che non risulta idonea a dimostrare intenti ritorsivi nei confronti del graduato". Quanto ai procedimenti disciplinari subiti, riferiti in aula dal testimone, la stessa Anac aveva aperto un procedimento in capo a 6 ufficiali, non rilevando vizi di legittimità: "L'Anac ha riconosciuto - riporta la nota - con delibera del 1 aprile 2020, la piena legittimità dei provvedimenti adottati nei confronti di Casamassima ed ha escluso sia qualsiasi carattere ritorsivo o discriminatorio o persecutorio e sia qualsiasi demansionamento".

Le motivazioni della sentenza: «Cucchi stava bene, morì per le lesioni». Pubblicato giovedì, 06 febbraio 2020 su Corriere.it da Ilaria Sacchettoni. Né la droga né l’epilessia: solo il violento pestaggio al quale fu sottoposto Stefano Cucchi la notte del suo arresto (il 15 ottobre 2009) può spiegare la sua morte sopraggiunta una settimana dopo. È questa la certezza raggiunta dalla I Corte d’Assise di Roma, presieduta da Vincenzo Capozza: «Se (Cucchi, ndr) non avesse subito un evento traumatico non avrebbe sofferto di molteplici e gravi lesioni con l’instaurarsi di accertate patologie che hanno portato al suo ricovero e da lì a quel progressivo aggravarsi delle sue condizioni che lo hanno condotto a morte». Le lesioni ricevute hanno innescato «una serie di eventi (patologici, ndr) terminati con la morte». L’inchiesta bis sulla morte di Cucchi, coordinata dal pubblico ministero Giovanni Musarò, ha raggiunto un primo punto fermo nell’accertamento delle cause del decesso del ragazzo. Ma poi, sempre stando alle argomentazioni con le quali i giudici hanno motivato le condanne per omicidio nei confronti dei carabinieri Raffaele D’Alessandro (12 anni) e Alessio Di Bernardo (12 anni), anche sul fronte della ricostruzione di quanto avvenuto la notte dell’arresto di Cucchi si sono compiuti passi avanti. Fondamentale e attendibile la testimonianza del carabiniere, inizialmente imputato di omicidio con gli altri, Francesco Tedesco, presente al momento delle percosse: «L’istruttoria dibattimentale ha consentito di acquisire una molteplicità di univoci riscontri alla ricostruzione dei fatti operata da Tedesco e per altro aspetto questi ha offerto una spiegazione del suo pregresso silenzio assolutamente comprensibile e ragionevole». Tedesco è stato poi condannato per il solo falso relativamente al confezionamento del verbale di arresto di Cucchi. Ma è la sua testimonianza, accanto a quella di alcuni detenuti (fra cui Luigi Lainà), che ha permesso di accertare la verità. «Le lesioni accertate sul corpo di Cucchi, poi, sono state tutte tali da risultare perfettamente compatibili con l’azione lesiva descritta da Tedesco» scrivono i giudici. La notte del suo arresto Cucchi entrò in un silenzioso contrasto con i carabinieri che lo avevano arrestato fino a provocare uno di loro al momento del fotosegnalamento. La reazione fu «illecita e ingiustificabile»: «È indiscutibile che la reazione tenuta da Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo sia stata illecita e ingiustificabile. Un’azione violenta nel corso dello svolgimento del servizio d’istituto, per un verso facendo un uso distorto dei poteri di coercizione inerenti il loro servizio, per altro aspetto violando il dovere di tutelare l’incolumità fisica della persona sottoposta al loro controllo». Motivata anche la condanna per falso ideologico di Roberto Mandolini (3 anni e 8 mesi) relativamente al verbale di arresto: «Il verbale di arresto di Stefano Cucchi appare già, ad una prima lettura, un concentrato di anomalie, errori ed inesattezze». Commenta Ilaria Cucchi: «È esattamente tutta la verità così come l’abbiamo sostenuta e urlata invano per tanti anni».

Morte Cucchi, “Stefano prima del pestaggio era in buone condizioni fisiche”. Il Dubbio il 7 febbraio 2020. Depositate le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado dei carabinieri. Inflitti 12 anni a Raffaele d’Alessandro e Alessio di Bernardo per omicidio preterintenzionale 3 anni e 8 mesi a roberto mandolini e 2 anni a Francesco Tedesco per falso. “È indiscutibile che Stefano Cucchi la sera dell’arresto versava in condizioni fisiche assolutamente normali e che non presentava né manifestava alcun segno di lesioni fisiche’, così scrive nero su bianco la Corte d’assise di Roma nelle motivazioni depositate ieri della sentenza per la quale sono stati condannati 4 carabinieri di cui due per omicidio preterintenzionale per il pestaggio avvenuto nella caserma Casilina. “Va escluso – scrive la Corte – che fossero intervenute cause sopravvenute da sole sufficienti a cagionare l’evento morte. Non possono considerarsi tali né un atteggiamento di scarsa compliance del paziente con gli interventi terapeutici proposti né la possibilità/ probabilità di negligenze nel trattamento medico e/ o infermieristico inerenti scarsi controlli sul paziente e, in particolare, sull’andamento della diuresi e sull’efficienza del cateterismo’. Secondo la Corte c’era stata una catena causale che parte “da un’azione palesemente dolosa e illecita che ha costituito la causa prima di un’evoluzione patologica alla fine letale”. Secondo i giudici si tratta di "uno schema che, così, corrisponde perfettamente alla previsione normativa in tema di nesso di causalità tra condotta illecita ed evento e che, d’altra parte, rende chiara la differenza tra la mera causalità biologica, secondo cui nessuna delle singole lesioni subite da Cucchi sarebbe stata idonea a cagionare la morte, e la causalità giuridico penale, nel rispetto della quale il nesso di causalità sussiste se quelle lesioni, conseguenza di condotta delittuosa, siano state tali da innescare una serie di eventi terminati con la morte". Senza quel pestaggio, quindi, Cucchi non sarebbe morto. Questa è l’amara verità accertata processualmente in primo grado e che ha visto la condanna a 12 anni nei confronti dei carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro per il pestaggio. Oltre a loro, sono stati condannati – per falso – anche altri due militari: Roberto Mandolini e Francesco Tedesco. Un processo, ricordiamo, che si era aperto proprio dopo le dichiarazioni di quest’ultimo, Tedesco, che raccontò del pestaggio subito da Stefano in caserma. La vicenda di Stefano Cucchi inizia nella serata del 15 ottobre 2009, quando viene arrestato perché trovato in possesso di droga. Stefano è un geometra 31enne di Roma e viene fermato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti: trovato in possesso di 20 grammi di hashish, di cocaina e di alcune pastiglie per l’epilessia di cui soffriva. Il giorno dopo il fermo viene convalidato l’arresto e il 31enne viene processato per direttissima. Il giudice dispone che Cucchi rimanga in custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli, in attesa di un’udienza che si sarebbe dovuta tenere il mese successivo. Già alla fine dell’udienza per la convalida dell’arresto le condizioni di salute di Cucchi sono abbastanza preoccupanti e per questo viene fatto visitare dal medico del tribunale. Dopo l’ingresso in carcere viene visitato nell’infermeria di Regina Coeli, che dispone un immediato trasferimento al pronto soccorso del Fatebenefratelli per degli accertamenti. Cucchi rifiuta però il ricovero e torna in carcere. Il giorno dopo, le sue condizioni di salute sono sempre più preoccupanti e viene sottoposto ad altre visite, fino al ricovero nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, dove muore il 22 ottobre. Al momento del decesso pesa 37 chili. In sei giorni la famiglia non riesce mai a vederlo. È l’inizio di una complessa vicenda giudiziaria e di una lunga ricerca della verità, portata avanti soprattutto dalla sorella di Stefano, Ilaria Cucchi. Il 14 novembre 2019, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a 12 anni per omicidio preterintenzionale due carabinieri. Nello stesso giorno, è arrivata la sentenza d’appello che ha visto quattro medici prescritti e uno assolto.

Cucchi, le motivazioni della sentenza: “Stava bene, fatali le lesioni subite nel pestaggio”. Redazione de Il Riformista il — 7 Febbraio 2020. Il pestaggio subito da Stefano Cucchi la notte dell’arresto è “la causa prima della patogenesi che si è rapidamente conclusa con la morte” ed è “indiscutibile” che il giovane la sera in cui fu fermato, “fino all’esecuzione della perquisizione domiciliare, versasse in condizioni fisiche assolutamente normali” senza “alcun segno di lesioni”. È quanto si legge nelle motivazioni della Corte d’Assise di Roma che il 14 novembre scorso ha condannato quattro carabinieri. Non esiste “nessuna possibilità di dubbio”, sostengono i giudici, sul fatto che Stefano abbia subito “un evento traumatico in prossimità del suo arresto e, più precisamente, nel corso del suo passaggio presso la caserma Casilina per il fotosegnalamento”. Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, condannati a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, aggredendolo con tanta violenza hanno avuto una condotta “assolutamente ingiustificabile”: Cucchi è morto, per “una concatenazione polifattoriale”, la cui causa “essenziale, se non unica”, è “il riflesso vagale connesso alla vescica neurogenica originata dalla lesione in S4”. È stata dunque la lesione alla vertebra provocata dal calcio di uno dei due militari a provocare, sei giorni dopo, un decesso che, sostengono i giudici, non può esser stata in alcun modo una conseguenza dell’epilessia di cui aveva sofferto. Di Bernardo e D’Alessandro, sono ritenuti i responsabili del pestaggio, mentre la Corte ha anche inflitto tre anni e otto mesi al maresciallo Roberto Mandolini, l’ufficiale condannato per falso che avrebbe coperto quanto accaduto, e due anni e sei mesi per falso a Francesco Tedesco, il militare che nel corso del procedimento ha accusato Di Bernardo e D’Alessandro ed è stato assolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Altri otto carabinieri sono a processo perché accusati, a vario titolo, di reati che vanno dal falso, all’omessa denuncia, la calunnia e il favoreggiamento: si tratta del generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del gruppo Roma, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi venne portato dopo il pestaggio, Francesco Di Sano, che a Tor Sapienza era in servizio quando arrivò il geometra, Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capo ufficio del comando del Gruppo carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, e il carabiniere Luca De Ciani.

ILARIA: “GRAZIE A CHI LOTTATO CON ME” – “Leggo le 130 pagine delle motivazioni della sentenza per la morte di Stefano e ogni tanto devo smuovermi per capire che non sto sognando. Anni ed anni trascorsi nelle aule di tribunale a sentir dire da dei gran professoroni che mio fratello era morto di suo o comunque di qualcosa di bizzarro. Anni ed anni a combattere contro l’ipocrisia e l’arroganza del potere. Non ero sola per fortuna, perché da sola non avrei potuto fare nulla. Ma proprio nulla”. Lo scrive su Facebook Ilaria Cucchi. “In tutti questi anni ho visto delle persone lottare per un’idea. Ed il mio ringraziamento ogg va a loro. Quelle persone sono Fabio, il mio avvocato, ed i miei consulenti medico legali. Avevano ragione loro. Su tutto! E sarò loro per sempre grata per non essersi arresi”, aggiunge.

·         Processo sul Depistaggio.

Andrea Galli per il Corriere della Sera il 17 dicembre 2020. Sono dodici passi, come da titolo e focalizzano altrettante tappe temporali, geografiche ed esistenziali, ma in realtà se ne portano dietro migliaia, milioni di milioni e anche più. A cominciare dalle marce di un eroe dimenticato, non dall' autore che ce lo ricorda nella sua grandiosità, l' astigiano Cosma Manera, maggiore dei carabinieri, protagonista di una missione ai limiti dell' impossibile: tra il 1916 e il 1920, attraversando gli inverni siberiani, salvò oltre diecimila soldati di lingua austriaca, presi prigionieri dall' esercito zarista. Manera è uno dei protagonisti del volume «Dodici passi nell' Arma dei carabinieri» (Cairo editore) scritto dal generale di Corpo d' Armata Gaetano Angelo Maruccia, vicecomandante dell' Arma, che ha voluto non già limitarsi all' agiografia di un' istituzione, e men che meno ribadirne la longeva vita e le infinite fatiche quotidiane spinto da recenti fatti, come la caserma di Piacenza. I comportamenti di rari singoli non possono certo inquinare un cammino centrale nella storia del Paese, debitore nei confronti dei carabinieri della loro fedeltà. Fedeltà. Dice il generale: «Questa è la cifra distintiva, al punto da ispirare il motto araldico "Nei Secoli Fedele", concesso ufficialmente da Vittorio Emanuele III il 10 novembre 1933, e che racchiude in tre parole vicende semplici ma insieme di grande, grandissima umanità, manifestata nella capacità di far fronte alle numerose calamità naturali che hanno colpito il popolo italiano». Con un linguaggio accessibile, senza indugiare in inutili dogmatismi, volendo al contrario regalare anche alle nuove generazioni uno strumento di studio e accompagnamento, fra gloriosi esempi, Fanfare e missioni all' estero, Maruccia interpreta un viaggio che ci restituisce le contaminazioni di genere, poiché, come ogni simbolo, l'Arma si è via via interfacciata, e viceversa, con la letteratura, l' arte, il disegno e la televisione, in una dimensione intrinsecamente popolare, valga l' iconico Gigi Proietti, il maresciallo Rocca degli schermi.  Il generale Maruccia s' allontana anche dal proscenio lasciando voce ad altri. Una delle più intense è quella di Emanuela Piantadosi, figlia del maresciallo capo Stefano, assassinato nel 1980 da un killer latitante. Piantadosi comandava la stazione di Locate Triulzi, hinterland di Milano. I suoi funerali, esequie di un uomo semplice, ordinato, puntuale, duro coi duri e abile a interpretare le infinite pieghe della commedia umana, insomma portatore delle coordinate del perfetto maresciallo di paese, furono celebrati dal cardinal Carlo Maria Martini, alla presenza del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Emanuela Piantadosi è presidentessa dell' Associazione vittime del dovere. Dunque il ricordo, la memoria, l' obbligo d' individuare le tracce, portarle alla luce, percorrerle con pazienza e decisione. I diritti d' autore saranno devoluti all' Onaomac, l' Opera nazionale di assistenza per gli orfani dell' Arma, creata nell' immediato secondo dopoguerra grazie alla donazione di una giornata di lavoro d' ogni singolo carabiniere. Quello di Maruccia, come esplicitato dal sottotitolo, è un «percorso tra storia, tradizione, letteratura e testimonianze» che poggia anche sui passi del generale stesso nelle differenti sedi di comando. Ma chi sono, i carabinieri? «Devono saper realizzare il difficile equilibrio tra i compiti repressivi e di tutela. Da sempre e per sempre le prescrizioni etiche costituiscono le radici».

Il giallo di Emanuel Scalabrin: manette, botte e morte in caserma proprio come Stefano Cucchi…Angela Stella su Il Riformista il 17 Dicembre 2020. È ancora troppo presto per dire se siamo in presenza di uno nuovo caso Stefano Cucchi, ma certamente la morte di Emanuel Scalabrin merita attenzione e approfondimento investigativo. Emanuel è morto tra la notte del 4 e 5 dicembre nella camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga, in provincia di Savona, dopo essere stato arrestato durante un blitz antidroga durante il quale è stato trovato in possesso di 40 grammi di cocaina. «La dinamica di quanto accaduto in quelle ore – ci dice l’avvocato Giovanni Sanna che assiste la famiglia insieme alla collega Lucrezia Novaro – ci lascia molto perplessi. Alcuni aspetti sono ancora da chiarire ma è comunque singolare che una persona muoia mentre è sotto la custodia dello Stato». L’autopsia sul corpo del ragazzo non è ancora terminata, anche se i primi accertamenti del medico legale Francesca Fragiolini sembrano ricondurre il decesso a un problema cardiaco. Intanto però la Procura di Savona ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti. Proprio per scongiurare un nuovo caso Cucchi, inoltre, il pubblico ministero Chiara Venturi, appena giunta sul posto, ha prontamente chiesto non solo una ispezione del corpo al medico legale, ma anche un confronto con il fotosegnalamento con l’obiettivo di rilevare eventuali ecchimosi successive all’arresto. Ma vediamo quali sono le circostanze che potrebbero far pensare che dietro la morte di Emanuel, bracciante agricolo di 33 anni con problemi di dipendenza, ci possa essere qualche forma di responsabilità di terzi. Partiamo dall’arresto: secondo i racconti dei familiari, pubblicati dalla Comunità San Benedetto al Porto, fondata da don Andrea Gallo, «Emanuel verso le 12.30 del 4 dicembre si trova nella sua casa di Ceriale insieme alla compagna Giulia, mentre il loro figlio minore di 9 anni si trova presso una famiglia di amici. Ad un certo punto mentre si apprestano a pranzare viene a mancare la corrente elettrica ed Emanuel esce dalla porta di casa per verificare se si tratta di un’interruzione o altro. Improvvisamente viene spintonato all’interno dell’alloggio da alcuni agenti in borghese che erano lì appostati per l’irruzione, lui viene trascinato all’interno della casa fino alla camera da letto e qui gettato sul materasso dove viene colpito in ogni parte del corpo torace, addome, schiena, viso ed estremità. Emanuel urla e chiede aiuto, dice che non riesce a respirare mentre Giulia la sua compagna implora i carabinieri del nucleo di Albenga di fermarsi». Le fasi dell’arresto dureranno circa 30 minuti: un tempo forse troppo lungo, durante il quale la Procura dovrà accertare cosa sia veramente successo. Il ragazzo viene poi tradotto nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga. Intorno alle 21 viene chiamata la guardia medica perché Emanuel non si sente bene e presenta sintomi patologici. La Guardia Medica lo visita per circa un’ora e chiede ai carabinieri che l’uomo venga trasferito al pronto soccorso di Pietra Ligure per ulteriori accertamenti, avendo riscontrato pressione alta e tachicardia. E qui arriviamo alla seconda questione da chiarire: da quello che si sa al momento, Emanuel viene portato al Pronto Soccorso con l’auto di servizio dei carabinieri, la sua permanenza dura solo 5 minuti, e non gli sarebbe stato fatto un elettrocardiogramma, né alcun altro accertamento. Gli viene dato solo del metadone ipotizzando una crisi di astinenza per essere rispedito subito in caserma. Emanuel torna nella cella di sicurezza prima di mezzanotte. Da quel momento in poi un cono d’ombra avvolge le sue ultime ore di vita. Solamente alle 11:00 del 5 dicembre i carabinieri si accorgeranno che il giovane padre non respira più, è morto. Dalle prime ricostruzioni sembrerebbe che i militari di turno abbiano tenuto sotto controllo Emanuel tramite le telecamere di videosorveglianza presenti nella cella. Peccato però che, come riferito dal portavoce nazionale di Sinistra Italiana, l’onorevole Nicola Fratoianni, nell’annunciare una interrogazione parlamentare sul caso, «non esiste la registrazione del video controllo di sorveglianza, perché l’hard disk non c’è più». Dunque si tratta di una storia con ancora molti interrogativi. Cosa è successo durante l’arresto? Perché i sanitari non hanno approfondito il suo stato clinico? Cosa è successo nella notte in cui è morto? Forse si è lamentato e qualcuno ha cercato di zittirlo con la violenza? La morte di un ragazzo di 33 anni poteva essere evitata?

Ilaria Cucchi, rabbia a 11 anni dalla morte di Stefano: “Indifferenza e omertà”. Notizia.it il 21/10/2020. La rabbia di Ilaria Cucchi a undici anni dalla morte di Stefano: "Nessuno ha avuto il coraggio di parlare". Giovedì 22 ottobre sarà l’anniversario della morte di Stefano Cucchi. Undici anni fa, infatti, il trentaduenne romano morì una settimana dopo dall’avere subito delle percosse in caserma mentre era in custodia cautelare poiché trovato in possesso di droga.

Ad oggi le cause della morte sono ancora sotto processo. Con la sentenza emessa il 14 novembre 2019, nel corso del processo bis, la Corte di assise di Roma ha dichiarato infatti i carabinieri scelti Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale. Da due anni, tuttavia, è in corso il processo per depistaggio. I cinque militari coinvolti nell’episodio di violenza sono imputati con l’accusa di falso per un inquinamento probatorio che aveva ottenuto di sviare i processi verso persone che non avevano alcuna responsabilità. A battersi, da più di un decennio, per avere giustizia, la sorella della vittima Ilaria Cucchi.

Il post di Ilaria Cucchi. Ilaria Cucchi ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un post in ricordo di Stefano. Tra le righe un velo di rabbia data dal fatto che, a undici anni dalla morte del fratello, non si ha completa verità su come andarono i fatti. “Mentre i Generali sfilano in udienza nel tentativo di giustificare, oltre ogni evidenza, il loro operato io non posso non pensare che 11 anni fa queste erano le ultime ore di vita di mio fratello. Domani all’alba, di 11 anni fa, Stefano è morto, nell’indifferenza generale di tutti coloro che lo hanno visto nei giorni del suo calvario. E nel quieto vivere di chi sapeva e non ha avuto il coraggio di parlare allora finché si era in tempo, forse, per poterlo salvare“, ha scritto Ilaria.

La sorella della vittima, inoltre, ha risposto ai tanti commenti arrivati sotto al post. In uno di questi ha parlato, in particolare, del ruolo nella vicenda di Riccardo Casamassima, appuntato dei carabinieri in servizio nell’ottobre 2009 alla caserma di Tor Vergata, il quale diede una svolta al processo nel 2015 rivelando al pm Giovanni Musarò di avere sentito da un superiore che un ragazzo arrestato era stato “massacrato di botte”. “Denunciare è un dovere soprattutto per un pubblico ufficiale. Io ringrazio per quello che ha fatto Riccardo Casamassima. Ma, soprattutto in questi giorni, non posso non pensare che se avesse fatto il suo dovere per tempo mio fratello, forse, sarebbe ancora vivo. Le omertà e gli insabbiamenti sono costati alla mia famiglia anni ed anni di battaglie legali a vuoto. Ci siamo devastati. Entrambi i miei genitori si sono ammalati gravemente“, ha concluso Ilaria.

La testimonianza chiave. Caso Cucchi, il mistero della relazione sparita. Fu insabbiata dai Carabinieri? Paolo Comi su Il Riformista il 29 Settembre 2020. I carabinieri “insabbiarono” fin da subito le indagini sulla morte di Stefano Cucchi? La risposta, ad undici anni dai fatti, arriverà questa mattina dalla testimonianza dell’appuntato Gianluca Colicchio in programma al Tribunale di Roma nell’ambito del processo “Cucchi ter”. Colicchio è il teste chiave sugli eventuali depistaggi messi in atto dai vertici della scala gerarchica dell’Arma allora in servizio nella Capitale, nessuno dei quali, seppur imputato, mai sospeso cautelarmente dal Comando generale. Anzi, in questi anni tutti hanno fatto carriera, ricoprendo attualmente posti di grande prestigio. Colicchio era di piantone alla caserma di Roma Tor Sapienza quando Cucchi vi venne portato, la sera del 15 settembre del 2009, dopo essere stato arrestato dai colleghi della stazione Roma Appia con l’accusa di spaccio di stupefacenti. L’appuntato si accorse subito che qualcosa non tornava nello stato di salute del geometra romano e decise di chiamare l’ambulanza, redigendo poi una relazione di servizio sull’accaduto. Tale relazione, su ordine del colonnello Alessandro Casarsa, comandante del Gruppo di Roma, sarebbe quindi stata modificata, omettendo le effettive condizioni di salute di Cucchi. Ad aiutare Casarsa ci sarebbe stato il suo più stretto collaboratore, il colonnello Francesco Cavallo, ed il maggiore Luciano Soligo, comandante della compagnia Roma Monte Sacro. Il motivo? «Procurare l’impunità dei carabinieri della stazione Appia» responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che il successivo 22 settembre ne determinarono il decesso. E, probabilmente, anche evitare un altro danno d’immagine all’Arma dal momento che poche ore dopo la morte di Cucchi venivano arrestati i carabinieri autori del ricatto al presidente della Regione Lazio, Pietro Marrazzo. Colicchio, però, si rifiutò di firmare la relazione “corretta”. Sul banco degli imputati ci sono anche il colonnello Lorenzo Sabatino, ex comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Roma, ed il capitano Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del dipendente Nucleo investigativo. Entrambi incaricati dal pm romano Giovanni Musarò di svolgere accertamenti su quanto accaduto, sarebbero stati a conoscenza che le annotazioni di servizio, quella appunto di Colicchio e quella del carabiniere Francesco Di Sano, che gli aveva dato il cambio come piantone alla stazione di Roma Tor Sapienza, erano false. Sabatino, in particolare, dopo l’acquisizione degli atti si sarebbe limitato ad elencare la documentazione prelevata presso i vari comandi, «omettendo di denunciare la sussistenza del reato e omettendo di evidenziare che esistevano due versioni per ciascuna annotazione e che una delle due era falsa». Tale aspetto è stato oggetto di un duro scontro in aula durante una delle ultime udienze. Il Colonnello Lorenzo D’Aloia, comandante del Nucleo investigativo, aveva ricostruito cosa avvenne quando la Procura delegò gli stessi carabinieri, e non la Polizia che aveva svolto le indagini sul decesso di Cucchi, ad effettuare gli approfondimenti del caso. I militari avrebbero tradito la fiducia dei pm nascondendo una serie di responsabilità: documenti sfuggiti, sbianchettamenti sospetti, un’annotazione di servizio che dava conto della sparizione della relazione di servizio sulla vicenda Cucchi mai entrata a far parte nell’elenco degli atti trasmessi all’attenzione della magistratura. La modalità con cui erano stati acquisiti i documenti lasciò poi “perplesso” D’Aloia, benché decisa dal suo superiore diretto, il colonnello Sabatino. Invece di acquisire gli atti, venne chiesto ai comandi di “consegnarli”. All’ultima udienza Musarò si è irrigidito: «Siamo stanchi di questi inquinamenti probatori che vanno avanti da 11 anni».

Testarmata, per confutare quanto affermato da D’Aloia, aveva prodotto poco prima dei documenti che descrivevano modalità analoghe di acquisizione atti. Documenti che Testarmata non avrebbe potuto avere, secondo il pm. Normale esercizio di difesa, aveva ricordato l’avvocato del capitano, mettendo anche in luce i differenti profili di carriera degli ufficiali implicati in questa vicenda e le conseguenze ai fini della carriera.

Processo Cucchi, i pm in aula: "Tra i carabinieri qualcuno passa ancora atti agli imputati". Pubblicato venerdì, 25 settembre 2020 da La Repubblica.it. "Ancora oggi nel 2020 nel Reparto operativo dei carabinieri c'è qualcuno che passa gli atti a qualche imputato. Siamo stanchi di questi inquinamenti probatori che vanno avanti da 11 anni e vogliamo identificare gli autori". A dirlo in aula oggi il pm Giovanni Musarò nel processo sui depistaggi, che si svolge a porte chiuse, seguiti alla morte di Stefano Cucchi in cui sono imputati 8 militari dell'Arma accusati di falso. Il riferimento è ad alcuni documenti depositati la scorsa udienza dal difensore di uno degli imputati che non erano stati formalmente richiesti. "Il pm Musarò si alza e denuncia depistaggi in atto e documenti in possesso all'imputato Testarmata che non poteva avere. 'C'è un Giuda, un cavallo di Troia che speriamo di identificare che fornisce atti e documenti per una verità parziale e fuorviante'. Come dire: non abbiamo finito e non finiremo mai di subire interferenze illecite", scrive sul suo profilo Facebook l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia di Stefano Cucchi, in riferimento alle parole espresse in aula dal pm Musarò.

Cucchi, processo depistaggi: "Lettere di apprezzamento ai carabinieri che arrestarono Stefano". Francesco Giovannetti su La Repubblica il 13 luglio 2020. "Siamo basiti e stanchi". Così Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo, legale della famiglia di Stefano Cucchi, il 31enne romano morto nell'ottobre del 2009 in seguito al pestaggio subito durante un arresto da parte dei carabinieri, al termine dell'ultima udienza del processo sui presunti depistaggi perpetrati da alcuni alti ufficiali dell'Arma. "E' terribile dover sentir ancora una volta che nei giorni in cui Stefano era ancora vivo già venivano messi in piedi depistaggi per mettere in cassaforte un eventuale processo", ha detto Ilaria Cucchi. Durante la testimonianza del luogotenente Giancarlo Silvia, del Nucleo comando della compagnia Roma-Casilina, sarebbe emerso come le condizioni fisiche di Cucchi avessero già destato attenzione. E tuttavia, negli stessi giorni, i responsabili dell'arresto avrebbero ricevuto lettere di plauso da parte dei loro superiori. "Per questo ci piacerebbe vedere le parti civili che rappresentano lo Stato (l'Arma si è costituita parte civile, ndr) più attive, perché finora sono rimaste nella totale inerzia", ha concluso Anselmo.

Caso Cucchi, "noi vittime, costretti a eseguire gli ordini": due imputati processo depistaggio chiedono di costituirsi parte civile. Si tratta di Massimiliano Colombo Labriola e Francesco Di Sano. Sono 8 i militari alla sbarra con l'accusa di aver tentato di insabbiare l'inchiesta sul pestaggio sul giovane morto una settimana dopo l'arresto. "Non sapevamo del pestaggio". La Repubblica il 16 dicembre 2019. "Non sapevamo del pestaggio. Dopo i Cucchi, le vittime siamo noi. C'è stata una strana insistenza nel chiederci di eseguire quelle modifiche che all'epoca non capivamo. Oggi sappiamo tutto e per questo abbiamo deciso di costituirci parte civile. Non siamo nella stessa linea gerarchica, l'abbiamo subita, erano ordini". Queste le parole, riferite dall'avvocato Giorgio Carta, di  Massimiliano Colombo Labriola e Francesco Di Sano, i carabinieri imputati che hanno annunciato l'intenzione di costituirsi parte civile contro i superiori coimputati Francesco Cavallo e Luciano Soligo. Si consuma così un nuovo colpo di scena al processo a carico degli otto carabinieri accusati dalla procura di aver "depistato" l'inchiesta sul pestaggio in caserma di Stefano Cucchi. La motivazione, hanno spiegato i legali dei due carabinieri, sarebbe da ricercare nell'obbligo come militari di eseguire ordini arrivati dai superiori: il tenente colonnello, Cavallo e il tenente colonnello, Soligo. Per questo la decisione di costituirsi parte civile contro i due superiori gerarchici, anche loro imputati nel processo. "L'ordine fu dato da chi insistendo sulla modifica sapeva qualcosa di più. - ha spiegato uno dei legali - Labriola e Di Sano hanno subito un danno di immagine, da questo punto di vista siamo nella stessa posizione degli agenti di polizia penitenziaria". "Fu bloccata la partenza già programmata e con biglietto già acquistato di Francesco Di Sano per la Sicilia, per firmare l'annotazione di servizio già modificata". Aggiunge l'avvocato  Carta, in riferimento alle parole che sarebbero state pronunciate dal tenente colonnello Luciano Soligo allo stesso Di Sano che avrebbe dovuto rinunciare alla partenza per firmare l'annotazione. A Labriola fu invece chiesto, dal tenente colonnello Francesco Cavallo, di inviare i due file word delle annotazioni modificate Per i depistaggi sono imputati il generale Alessandro Casarsa all'epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altri 7 carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Gli otto carabinieri sono accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Oltre a Casarsa e Sabatino, sono a processo Francesco Cavallo, all'epoca dei fatti tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, all'epoca dei fatti maggiore dell'Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, all'epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, all'epoca in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri e il carabiniere Luca De Cianni, accusato di falso e di calunni. Presenti all'udienza di questa mattina quattro degli otto imputati: Colombo Labriola, Sabatino, Testarmata e Di Sano. "Chiediamo di poter citare come responsabile civile il ministero della Difesa in quanto organo di riferimento dell'Arma dei carabinieri". Lo ha detto in aula  l'avvocato Diego Perugini, legale di uno dei tre agenti della penitenziaria assolti in via definitiva al primo processo sulla morte di Stefano Cucchi. Alla richiesta si sono associati i legali degli altri agenti della penitenziaria. Il ministero della Difesa è anche parte civile bello stesso processo.

Caso Cucchi, i due carabinieri: «costretti a eseguire ordini». Simona Musco il 17 Dicembre 2019 su Il Dubbio. Di Sano e Labriola, a processo per I presunti depistaggi, accusano I superiori coimputati: «non sapevamo nulla del pestaggio, ci hanno obbligati a modificare le relazioni». «Non sapevamo del pestaggio di Stefano e non abbiamo potuto rifiutarci di modificare le relazioni sul suo stato di salute. Erano ordini superiori. Vogliamo costituirci parte civile». Colpo di scena al processo sui presunti depistaggi seguiti alla tragica fine di Stefano Cucchi, il 31enne romano arrestato il 15 ottobre 2009 per possesso di droga e morto sei giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini di Roma. Ieri due degli imputati – Francesco Di Sano e Massimiliano Colombo Labriola – hanno chiesto al giudice Giulia Cavallone di costituirsi parte civile contro i due superiori co- imputati, i tenenti colonnello Luciano Soligo e Francesco Cavallo. «C’è stata una strana insistenza nel chiederci di eseguire quelle modifiche che all’epoca non capivamo, ma oggi sappiamo tutto. Non siamo nella stessa linea gerarchica, l’abbiamo subita, erano ordini», hanno spiegato i due attraverso il loro legale, Giorgio Carta. Secondo cui il reato di falso, per i suoi assistiti, non si sarebbe verificato. Alla sbarra ci sono otto carabinieri, accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, all’epoca comandante del Gruppo Roma, e altre sette carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo, Francesco Cavallo, capo ufficio del comando del Gruppo Roma, Luciano Soligo, comandante della compagnia Roma Montesacro, Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza, Francesco Di Sano, in servizio alla stessa stazione, Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri e il carabiniere Luca De Cianni. Tutto sarebbe accaduto il 27 ottobre 2009, cinque giorni dopo la morte di Cucchi, nella stazione di Tor Sapienza, dove il geometra era stato condotto dopo l’arresto, dopo aver già subito il pestaggio ad opera, secondo la sentenza emessa a novembre scorso, dei carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, condannati a 12 anni. Il giorno successivo all’arresto, Di Sano, allora piantone alla stazione di Tor Sapienza, dopo aver dato il cambio al collega, vide Cucchi in camera di sicurezza attraverso lo spioncino. Ed è proprio per questo motivo che venne coinvolto nella redazione della relazione di servizio richiesta dopo la sua morte. Il 27 ottobre, dunque, Soligo chiese a Labriola di inviare via mail il file con la relazione a Cavallo, che lo stesso rispedì via mail con delle modifiche specifiche sulla salute di Cucchi e l’annotazione «meglio così». Labriola stampò dunque il file consegnandolo a Soligo. L’atto necessitava, però, della firma di Di Sano, quel giorno fuori servizio e in procinto di partire per la Sicilia. Soligo lo avrebbe dunque fermato: «Prima di partire – gli avrebbe detto – devi firmare l’annotazione». E dopo essersi intrattenuto a lungo con Soligo, Di Sano avrebbe firmato il documento, attardandosi tanto da perdere l’aereo. «Quel biglietto aereo l’ho perso, tanto che ricordo di essere dovuto poi scendere in Sicilia in macchina», ha spiegato. Insomma, i due «non avevano nessun potere decisionale – ha sottolineato Carta -. Dovevano ubbidire». «Dopo i Cucchi, le vittime siamo noi», hanno sostenuto i due. Per il legale, dunque, «non c’è alcun falso», anche perché «Labriola non hai mai incrociato Cucchi, non fu neppure informato quando fu portato nella sua stazione». E se i due non avessero eseguito quell’ordine, «sarebbero incorsi in un reato militare». Avendo subito «un danno di immagine – ha aggiunto – sono nella stessa condizione degli agenti penitenziari». Che ieri hanno chiesto di poter citare come responsabile civile il ministero della Difesa.

Da ilfattoquotidiano.it il 16 dicembre 2019. I carabinieri Massimiliano Colombo Labriola e Francesco Di Sano, imputati nel processo sui presunti depistaggi che sarebbero seguiti alla morte di Stefano Cucchi, hanno chiesto di costituirsi parte civile contro i colleghi Luciano Soligo e Francesco Cavallo. Secondo i legali, infatti, i due militari dell’Arma avrebbero eseguito un ordine arrivato dai superiori: “L’ordine fu dato – hanno spiegato i difensori – da chi insistendo sulla modifica sapeva qualcosa di più. Loro hanno subito un danno di immagine, da questo punto di vista sono nella stessa condizione degli agenti penitenziari”. Il loro avvocato ha riferito il pensiero dei due imputati: “Non sapevamo del pestaggio. Dopo i Cucchi, le vittime siamo noi. C’è stata una strana insistenza nel chiederci di eseguire quelle modifiche che all’epoca non capivamo. Oggi sappiamo tutto e per questo abbiamo deciso di costituirci parte civile. Non siamo nella stessa linea gerarchica, l’abbiamo subita, erano ordini”. Per i depistaggi che sarebbero seguiti alla morte di Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e deceduto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini di Roma, sono imputati il generale Alessandro Casarsa – all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma – e altri 7 carabinieri, tra cui Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Gli otto carabinieri sono accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Il dibattimento si svolgerà davanti alla giudice Giulia Cavallone che ha deciso di vietare le riprese video del processo perché “il diritto di cronaca viene già garantito dalla presenza dei giornalisti in aula”. Oltre a Casarsa e Sabatino, sono a processo Francesco Cavallo, all’epoca dei fatti tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, allora maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei carabinieri e il carabiniere Luca De Cianni, accusato di falso e di calunnia. Colombo Labriola e Di Sano, invece, erano rispettivamente comandante della stazione di Tor Sapienza e carabiniere scelto in servizio nella stessa stazione. Secondo quanto riferito dall’avvocato di Di Sano, Soligo gli disse: “Adesso non parti e modifichi l’annotazione di servizio”. Di Sano avrebbe spiegato che “quel giorno in cui eseguì la modifica era in partenza per la Sicilia, ma fu contattato da Soligo affinché prima eseguisse la modifica richiesta”. “Non c’è alcun falso – ha proseguito l’avvocato – Labriola e Di Sano non sapevano niente del pestaggio e Colombo Labriola non ha mai incrociato Cucchi. Inoltre, se non avessero eseguito gli ordini sarebbero stati puniti con reato militare che prevede la reclusione, per disobbedienza militare”. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Cavallo “rapportandosi direttamente sia con Casarsa che con Soligo chiedeva a quest’ultimo che il contenuto di quella prima annotazione fosse modificato”. Soligo, invece, “veicolando una disposizione proveniente dal Gruppo Roma ordinava a Di Sano, anche per il tramite di Colombo Labriola, di redigere una seconda annotazione di servizio, con data falsa del 26 ottobre 2009 nella quale si attestava falsamente che “Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura fredda/umida che per la rigidità della tavola del letto ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata per la sua accentuata magrezza omettendo ogni riferimento alle difficoltà di deambulare accusate da Cucchi”. Per la morte di Cucchi, nel filone principale dell’inchiesta che ha squarciato un silenzio durato quasi 10 anni, i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di aver pestato il geometra di 31 anni dopo averlo arrestato, sono stati condannati a 12 anni per omicidio preterintenzionale. I giudici della Corte d’assise di Roma hanno assolto da questa accusa l’imputato diventato teste dell’accusa Francesco Tedesco, che nel 2018 decise di parlare e di raccontare quanto aveva visto nella caserma Casilina, dove avvenne il pestaggio. A lui sono stati inflitti 2 anni e sei mesi per falso. Il maresciallo Roberto Mandolini, il comandante della Stazione Appia dove fu portato Stefano, è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per la falsificazione del verbale di arresto. Assolto Vincenzo Nicolardi che rispondeva di calunnia, poi riqualificata in falsa testimonianza.

·         Federico Aldrovandi: "Non lo dimenticate".

A 15 anni dalla morte di Federico Aldrovandi: "Non lo dimenticate". Pubblicato venerdì, 25 settembre 2020 da La Repubblica.it. Quindici anni fa moriva Federico Aldrovandi, 18enne ucciso a Ferrara durante un controllo della polizia e divenuto un simbolo con la battaglia dei suoi genitori per avere giustizia. "Il 25 settembre di ogni anno, giunta l'alba, si ripete quello che per me rimarrà per sempre un incubo, o peggio, il ricordo orribile dell'uccisione di un figlio da parte di chi avrebbe dovuto proteggergli la vita", scrive oggi su Facebook il padre del giovane, Lino, mentre la madre, Patrizia Moretti, su Twitter invita a "non dimenticare" e posta un video-omaggio della curva ovest della Spal, la squadra di Federico. Lino Aldrovandi ricorda la storia del figlio: "Nato a Ferrara il 17 luglio 1987, terminò forzatamente la sua breve vita ad appena diciotto anni, alle ore 6.04 di un assurdo 25 settembre 2005, sull'asfalto grigio e freddo di via Ippodromo, di fronte all'entrata dell'ippodromo, in Ferrara, in un luogo forse troppo silenzioso, ucciso senza una ragione all'alba di una domenica mattina da 4 persone con una divisa addosso. I loro nomi: Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani", i poliziotti che vennero condannati per eccesso colposo in omicidio colposo, a tre anni e sei mesi (pena ridotta a 6 mesi per via dell’indulto). Nel lungo post in memoria di Federico, il dolore del padre: "Quello che non mi darà mai pace sono le urla di Federico con quelle sue parole di basta e aiuto sentite anche a centinaia di metri, ma non da quegli agenti (atti processuali). Anzi, il quarto, quello proteso in piedi a telefonare col cellulare di un collega, mentre Federico è a terra bloccato, a tempestarlo di calci (testimonianza in incidente probatorio del 16 giugno 2006). Un’immagine ai miei occhi di padre non diversa, anzi peggiore, considerandone gli autori di quel massacro (54 lesioni Federico aveva addosso, la distruzione dello scroto, buchi sulla testa e per finire il suo cuore compresso o colpito da un forte colpo gli si spezzò o meglio gli fu spezzato) rispetto ad altri casi orribili in cui la violenza l’ha fatta da padrona. Perchè?". Nel pomeriggio a Ospital Monacale, Comune di Argenta (Ferrara) a Federico viene intitolato un giardino pubblico. "L’idea di dare il nome di mio figlio ad un parco, sa di natura, di respiro, di voglia di correrci dentro a perdifiato. E solo i bimbi lo possono fare senza mai fermarsi, quello di correre a perdifiato, come faceva Federico", scrive il padre. All’intitolazione ci saranno i Modena City Ramblers che suoneranno poi in serata in piazza Marconi ad Argenta per un concerto insieme ai Nomadi. I Moden City Ramblers qualche anno fa dedicarono una canzone a Federico, dal titolo "La luna di Ferrara".

15 anni fa Aldrovandi fu soffocato dai poliziotti come George Floyd. Lanfranco Caminiti il 26 Settembre 2020 Il Dubbio il 26 Settembre 2020. «Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico/Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico». È l’urlo della Curva Ovest della Spal di Ferrara – ultras che in una coreografia impressionante e commovente ricordano sempre Federico Aldrovandi «perché non accada mai più» – che ne ha tratto il significato più politico, proprio come negli Usa: Defund the police/no justice no peace. Perché il nodo è quello: quattro agenti di polizia in servizio misero in moto una “macchina di violenza” di fronte una situazione difficile, che si fermò solo quando Aldro smise di respirare: 54 lacerazioni sul suo corpo, la distruzione dello scroto, buchi nella testa, due manganelli rotti, compressione toracica che portò alla morte. Basta, smettetela, basta, vi prego – sentì urlare una signora nella strada e vedeva un agente che continuava a dare calci alla testa di un corpo per terra. Non la smisero. Quelle urla lacerarono la notte, ma i poliziotti – dissero poi – non avevano sentito nulla. Per cinque ore il corpo restò lì – all’aria. I genitori di Aldro, allarmati perché non era rientrato, chiamavano in continuazione il suo cellulare. Finalmente uno dei poliziotti rispose. Non sappiamo nulla, disse. Abbiamo solo ritrovato il suo cellulare, disse. I genitori contattarono gli ospedali per avere un qualche riscontro. Niente. Alle undici li richiamarono – c’era il corpo del figlio da riconoscere. Qualcuno imbastì una storia – c’era la droga di mezzo, c’è sempre la droga di mezzo. Provarono a depistare tutto. I can’t breathe – sussurrava George Floyd mentre gli avevano messo un ginocchio sul collo, non riesco a respirare. «Non respiro più», scrisse la mamma di Aldro sul suo blog. Nessuno le dava retta, nessuno riusciva a credere a quella storia. I giornali si giravano dall’altra parte. Era arrivato Natale, da quel maledetto 25 settembre 2005, e nessuno faceva niente, non c’era stato nessun atto di indagine. Aldro continuava a non respirare, continuava a morire. Un amico le suggerì di aprire un blog – lei non sapeva neppure cosa fosse. Cominciò a scrivere: «Non respiro più», scrisse. Arrivò quasi un migliaio di commenti – divenne una delle pagine più lette. Nei commenti qualcuno suggeriva di rivolgersi a Indymedia, una piattaforma alternativa, visto che i media mainstream non ne parlavano. Indymedia fece circolare la storia. E Liberazione e il manifesto ne scrissero. Ci fu qualche interrogazione parlamentare. Le risposte del governo erano una ripetizione a pappagallo delle veline dei poliziotti. Fu a quel punto che la storia di Federico Aldrovandi divenne la storia che tutti conosciamo. Ieri l’altro dei tre poliziotti coinvolti nella morte di Breonna Taylor solo uno è stato condannato: “per negligenza”. Nello sparacchiare contro tutto ciò che si muoveva aveva tirato anche contro i vicini della casa in cui aveva fatto irruzione con i colleghi, convinti di trovare droga – per poi rovesciare i loro caricatori sul corpo di Breonna. Era marzo, a Louisville, Kentucky. Ma nessuno poteva credere a questa storia. i giornali non ne parlavano. È solo dalla morte di George Floyd che la morte di Breonna è diventata oggetto di indagine. Gli altri due poliziotti sono andati assolti “per autodifesa”. Però, almeno adesso i “no- knock warrants”, cioè il fatto che gli agenti potessero irrompere senza avvisare e farsi riconoscere in un qualunque appartamento sono diventati illegali in Louisiana. I quattro agenti di polizia nelle cui mani morì Federico vennero condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo ( la Cassazione li definì «sproporzionatamente violenti» ), pena poi ridotta a sei mesi per l’indulto. Scontarono altri sei mesi di sospensione disciplinare dal servizio. Ripresero il loro posto in polizia. Quasi dieci anni dopo, nel 2014, tre dei quattro partecipano a un congresso del sindacato di polizia Sap e ricevono cinque minuti di applausi dai colleghi. «Vergognatevi» – urla la madre di Aldro, che riceve la solidarietà del presidente Napolitano, di Renzi e del capo della polizia, Alessandro Pansa. E il padre, Lino: «Ucciso senza una ragione da quattro individui con una divisa addosso. Una divisa che forse non guarderò mai più con fiducia». Incalza Patrizia: «Servono provvedimenti concreti, perché la solidarietà fine a se stessa non basta. Si tolga la divisa agli agenti condannati e si introduca nel nostro ordinamento il reato di tortura». Non è accaduto niente. Erano le 6.04 del 25 settembre 2005, a Ferrara («Lailalaillà vola e va / la luna di Ferrara veglia la città?» – canteranno i Modena City Ramblers), quando Federico scese dall’auto con cui rientrava con i suoi amici da una serata di festa e si fece lasciare lì, per attraversare il parco e prendere un po’ di ossigeno, a via dell’Ippodromo. Non arriverà mai a casa. Era la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, a Varese, quando Giuseppe Uva in evidente stato di ebbrezza è fermato da due carabinieri e ammanettato e portato in caserma, poi trasferito all’ospedale per un TSO dove morirà per arresto cardiaco. Era il 15 ottobre del 2009, a Roma, quando Stefano Cucchi viene arrestato e portato in caserma. Sette giorni dopo, morirà. Era la notte del 3 marzo 2014, a Firenze, quando Riccardo Magherini, dopo una cena, corre per le strade in preda a un terrore incontrollabile. Viene bloccato a terra, ammanettato da due carabinieri, uno sta a cavalcioni su di lui, il torace schiacciato – «Aiuto, aiuto, sto morendo. Vi prego, ho un figlio». Morirà. No justice / no peace.

Quindici anni dalla morte di Federico Aldrovandi. Il padre: «Ogni anno si ripete l’incubo». Il Dubbio il 25 settembre 2020. Simbolo di una battaglia per la giustizia, il 18enne fu ucciso a Ferrara da quattro poliziotti in divisa durante un controllo. Sono passati quindici anni dalla morte di Federico Aldrovandi, il 18enne ucciso a Ferrara durante un controllo della Polizia e divenuto un simbolo con la battaglia dei suoi genitori per avere giustizia. Il suo corpo massacrato, pestato fino alla morte, fu abbandonato sull’asfalto: «54 lesioni addosso, la distruzione dello scroto, buchi sulla testa, il cuore compresso o colpito da un forte colpo». «Il 25 settembre di ogni anno, giunta l’alba, si ripete quello che per me rimarrà per sempre un incubo, o peggio, il ricordo orribile dell’uccisione di un figlio da parte di chi avrebbe dovuto proteggergli la vita», scrive oggi su Facebook il padre del giovane, Lino, mentre la madre, Patrizia Moretti, su Twitter invita a «non dimenticare» e posta un video-omaggio della curva ovest della Spal, la squadra di Federico. Lino Aldrovandi ricorda la storia del figlio: «Nato a Ferrara il 17 luglio 1987, terminò forzatamente la sua breve vita ad appena diciotto anni, alle ore 6.04 di un assurdo 25 settembre 2005, sull’asfalto grigio e freddo di via Ippodromo, di fronte all’entrata dell’ippodromo, in Ferrara, in un luogo forse troppo silenzioso, ucciso senza una ragione all’alba di una domenica mattina da 4 persone con una divisa addosso». E cita i nomi dei poliziotti che vennero condannati per eccesso colposo in omicidio colposo, a tre anni e sei mesi: Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani. «Ricordiamocelo sempre quando si abbia a parlare di questa orribile storia, per non correre il rischio di sminuire, annullare o resettare una verità che oltre a produrre inevitabilmente tanto dolore lacerante, sopratutto in chi l’ha subita, ha comunque aperto una strada anche se difficile da percorrere, verso quei luoghi chiamati rispetto, dignità, civiltà, democrazia, legalità, umanità, partecipazione, impunità», continua il padre di Federico, appigliandosi a «quel poco di giustizia» resa dalle parole scritte dai giudici negli atti processuali dei tre ordini di giudizio che portarono alla condanna definitiva degli agenti. Nel pomeriggio a Ospital Monacale, Comune di Argenta (Ferrara) a Federico viene intitolato un giardino pubblico. La celebrazione, alla presenza del sindaco, è accompagnata dalla musica dei Moden City Ramblers, il gruppo che qualche anno fa dedicò una canzone a Federico, dal titolo “La luna di Ferrara”. «L’idea di dare il nome di mio figlio ad un parco, sa di natura, di respiro, di voglia di correrci dentro a perdifiato. E solo i bimbi lo possono fare senza mai fermarsi, quello di correre a perdifiato, come faceva Federico», conclude Lino Aldrovandi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Le Condanne scontate.

Caso Scazzi, “Da Misseri false accuse a Galoppa e alla Bruzzone”. La Redazione di tarantobuonasera.it sabato 21 Novembre 2020. Michele Misseri dovrà essere nuovamente processato per calunnia ai danni dell’avvocato Galoppa e della criminologa Bruzzone. Il fatto che sua figlia Sabrina sia stata condannata per l’omicidio non cancella il peso calunnioso delle sue accuse. In 10 pagine la Cassazione spiega perché lo zio di Sarah Scazzi non può essere assolto. Come riferito nell’edizione dello scorso 31 ottobre, la Suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza di assoluzione emessa dalla Corte d’Appello di Taranto dal reato di calunnia aggravata e continuata nei confronti del suo ex difensore Daniele Galoppa e della sua ex consulente, la criminologa Roberta Bruzzone. Ad impugnare il verdetto favorevole col ricorso è stato il procuratore generale. In sintesi, Misseri ha sostenuto di essere stato indotto dal legale e dalla criminologa ad accusare falsamente la figlia Sabrina dell’omicidio di Sarah. Secondo la sua versione (l’ultima di una lunga serie) il 26 novembre 2010 sarebbe stato lui ad uccidere la nipote. Ma la sentenza definitiva di ergastolo, dopo tre gradi di giudizio, ha stabilito che l’omicidio è stato commesso dalla figlia Sabrina, in concorso con la madre Cosima. Pertanto, poiché il fatto, come è stato poi accertato dal processo, era vero, quella verso la figlia non era una falsa accusa. Quindi Misseri, secondo i giudici di secondo grado, non poteva essere condannato per calunnia. Di tutt’altro parere, invece, la Cassazione che, accogliendo il ricorso del procuratore generale, ha stabilito che lo zio di Avetrana non può essere assolto in quanto “non è rilevante se Sabrina avesse o meno commesso l’omicidio della cugina, ma se Galoppa e la Bruzzone avessero o meno formulato o concorso a formulare quella che al momento risultava la calunnia in danno della Misseri; se dunque, l’imputato, nell’accusare il suo difensore e la sua consulente di averlo indotto ad accusare la figlia, avesse riferito una circostanza vera o avesse alterato la verità dei fatti accaduti”. I giudici della Sesta Sezione (presidente Anna Petruzzellis, relatore Ercole Aprile) hanno disposto il rinvio alla Corte d’appello di Lecce “che, nel nuovo giudizio, si uniformerà all’indicato principio di diritto”, ossia alle motivazioni dell’annullamento. Inoltre hanno rigettato, in quanto inammissibili, i ricorsi degli imputati Misseri e l’ex difensore Fabrizio Gallo; quest’ultimo rispondeva di diffamazione. Misseri, difeso dall’avvocato Ennio Blasi di Statte, è detenuto in carcere a Lecce dove sta scontando la condanna a 8 anni di reclusione per aver occultato il corpo di Sarah in un pozzo. Moglie e figlia, invece, stanno scontando l’ergastolo.

Ma l'orrore non ha la bussola. Renato Moro Venerdì 2 Ottobre 2020 su quotidianodipuglia.it. Quando il giudice lesse la sentenza di condanna dei responsabili della morte di Renata Fonte, l'assessora uccisa a Nardò nella notte del 31 marzo di 36 anni fa, il faccendiere Antonio Spagnolo (mandante del delitto) sbottò in aula: «Ho capitato come Gesù!». Quelle parole fecero ridere giudici, avvocati e giornalisti, ma tutto finì lì perché la mancanza dei social e la scarsa attenzione dei telegiornali nazionali negarono un moltiplicatore a quello strafalcione. Oggi non sarebbe così. Oggi anche il mandante del delitto Fonte finirebbe nel parco degli insulti senza passare dal via. E soprattutto oggi il popolo dei social - o, meglio, quella parte di esso abituato a ragionare con i piedi - troverebbe il modo di legare quel verbo sbagliato alla latitudine che ha visto nascere e crescere l'imputato: ignorante, spietato, ambizioso fino a uccidere e figlio di un Sud che viaggia con una velocità tutta sua non solo nell'economia e nella sanità, ma anche nel bisogno di legalità e persino nella grammatica. È così. In questa Italia affetta da diplopia congenita c'è sempre una linea che divide tutto, anche l'indivisibile, ed è la linea immaginaria che separa un Sud liquido, e quindi espandibile al bisogno, da un Nord con i confini chiari e fissati col cemento. La tragica sorte di Eleonora Manta e Massimo De Santis e il conseguente arresto dell'assassino reo confesso offrono l'ennesimo esempio. Dalla sera di quel maledetto 21 settembre spesso ci si è avventurati un una lettura dei fatti che sa di vecchio, che puzza di umidità e muffa per quanto tempo quella lettura è rimasta - e sembra rimanerci ancora - nei cassetti della peggiore sociologia. Il principio, forzando un po' i concetti, sarebbe che se uccidi a Trezzano sul Naviglio o a Trento la colpa è in te, nella famiglia, nella scuola, nel prete che ti ha violentato a dieci anni o nello zio del cuginetto che ti baciava con troppa passione; se invece uccidi a Casarano o Rossano Calabro la colpa è in te, ma anche fuori da te e dal tuo mondo. Soprattutto colpa del Sud, forse delle «case bianche sferzate dallo scirocco sparse lungo poderi ticchiolati di ulivi e fichidindia» (Omar Di Monopoli ieri sul Fatto Quotidiano, c'è da chiedersi dove veda ancora degli ulivi), delle vecchie vestite di nero o magari della salsa fatta in casa, ma venuta acida. Così - tornando a ciò che scrive Di Monopoli -, la Casarano che è stata e sta tornando ad essere una capitale italiana del calzaturiero, che istruisce fino alla maturità i ragazzi di mezzo Salento e che si pone come centro commerciale e produttivo di un territorio vasto quasi quanto il Molise, diventa un «villaggio dimenticato da Dio»». Ciliegine sulla torta la doppia vita dell'assassino che ci ricorda «la polvere nascosta sotto l'ovattata quiete di certi luoghi del Sud»» (Marco Travaglio nel post che su Facebook presenta l'articolo di Omar Di Monopoli) e quella «Terra del male» con cui il redattore ha voluto titolare. Ora, sia chiaro che Di Monopoli è scrittore intelligente e leggibilissimo e che le sue letture non sono certo ferme al “Cristo fermatosi ad Eboli”, ma è pur vero che nell'interpretazione di questi fatti forse si sta un pochino esagerando. Antonio De Marco ha ucciso quei due poveri e innocenti fidanzati in un condominio di Lecce, ma avrebbe potuto farlo in un quartiere di Treviso o nel centro di Bologna. È quello che aveva e ha dentro che interessa. Il percorso che lo ha portato a uccidere che deve essere studiato, non se e perché Dio ha cancellato Casarano dalla sua agenda. Sta accadendo ciò che accadde con la famosa villetta dei Misseri ad Avetrana, dove fu uccisa Sarah Scazzi. Una casa di periferia come tante altre, col giardino davanti e il garage accanto, che potrebbe sorgere a Padova come ad Arezzo, ma quella - proprio quella - divenne il simbolo di un Sud assolato e sonnacchioso (era agosto) che chiude le imposte e gli occhi al passaggio di una ragazzina quindicenne e cerca di coprire i responsabili della sua morte. Non fu colpa di Avetrana, fu semplicemente colpa delle persone che Sarah incontrò il pomeriggio in cui scomparve. E Misseri, zio Michele, è solo un uomo senza scrupoli che ha nascosto il cadavere della nipote e coperto moglie e figlia assassine. Avrebbe potuto farlo a Genova, ma vuoi mettere quel dialetto e quella mattanza di congiuntivi che sembrano legarlo a doppio filo a un Sud ignorante, sgrammaticato e geneticamente delinquente? Siamo alla fiera dei luoghi comuni. Il fatto è che il degrado sociale, la fuga nell'illegalità e la scarsa disponibilità a collaborare con la Giustizia non sono connotazioni prettamente meridionali. Nell'omicidio di Yara Gambirasio, avvenuto a Bergamo, ci sono più tentativi di depistaggio di quanti possa averne messi in atto ad Avetrana la ditta Misseri. Erika e Omar uccisero la mamma e il fratellino di lei a Novi Ligure, in Piemonte. L'unica differenza con Casarano è che lì non si eccelle nella produzione delle scarpe, ma del cioccolato. Olindo e Rosa massacrarono quattro vicini di casa a Erba, nella ricca Lombardia. Prima ancora, 45 anni fa, i tre aguzzini che violentarono e seviziarono Donatella Colasanti e Rosaria Lopez (quest'ultima uccisa) venivano da uno dei più ricchi quartieri di Roma. L'elenco potrebbe continuare, ma sarebbe un esercizio inutile. Leggere dentro un assassino è diritto di tutti. Ma occorrerebbe partire da un punto fermo: per sprofondare negli abissi della mente non è richiesto il certificato di residenza.

Sarah Scazzi, mistero senza fine: Sabrina Misseri innocente o colpevole? A dieci anni dal ''delitto di Avetrana'', il legale di Sabrina Misseri, il professor Franco Coppi, non si dà pace: ''Sabrina è una vittima''. Ma la criminologa Bruzzone non ha dubbi: ''Nessun mistero sui colpevoli''. Rosa Scognamiglio, Sabato 26/09/2020 su Il Giornale. Intrighi, bugie e depistaggi. A dieci anni da quel tragico pomeriggio del 26 agosto 2010, in cui fu uccisa una ragazzina di appena 15 anni, Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana resta uno dei casi più controversi e macabri della cronaca nera italiana. Due processi e 11 condanne non sono bastati a chiarire le dinamiche di un crimine maturato in un contesto familiare claustrofobico, viziato da una presunta rivalità amorosa tra cugine e da un silenzioso omertoso che tace, forse, verità inenarrabili e ancor più dolorose. Chi ha ucciso davvero la giovane Sarah? ''Sono state Cosima e Sabrina, senza ombra di dubbio. Michele Misseri, invece, si è occupato della soppressione del cadavere. Non c'è alcun mistero sul delitto di Avetrana'', dice la criminologa Roberta Bruzzone a IlGiornale.it. "Sabrina Misseri è una vittima del delitto di Avetrana come, del resto, lo è anche la signora Cosima'' rivela alla nostra redazione, invece, il professore e avvocato penalista Franco Coppi.

Chi è Sarah Scazzi. Bionda, minuta e con un sorriso vagamente accennato sul volto. Nelle foto diffuse dai familiari dopo la presunta scomparsa, in un vano e disperato appello, Sarah Scazzi appare serena, fasciata in un miniabito scuro o in una maglia arancione che nasconde le sinuosità ancora acerbe. Cresciuta ad Avetrana, una cittadina con 6.700 abitanti, nell'estate del 2010, ha da poco terminato il secondo anno dell'istituto alberghiero di Maruggio. ''Da grande'' sogna di fare l'estetista o, in alternativa, la cuoca in un ristorante di Milano. Le sue ambizioni sono modeste, fin troppo per una ragazzina così giovane. Ma Sarah è cresciuta in una piccola realtà di paese e, probabilmente, le basta una fantasticheria misurata per fare voli pindarici. Nella ridente cittadina pugliese si conoscono tutti, e tutti sanno che la ragazzina trascorre gran parte delle sue giornate a casa Misseri, con zio Michele e zia Cosima, ma soprattutto in compagnia della cugina Sabrina, di sette anni più grande. Fa parte di una comitiva di ragazzi, tutti tra i 20 e i 27 anni, con i quali si raduna alla sera presso il pub 102 per una cola e quattro chiacchiere. Non ha grilli per la testa ma solo un immenso bisogno di ''coccole'' e una voglia smisurata di esplorare il mondo fuori dalla porta di casa. Mamma Concetta è una fervente testimone di Geova mentre papà Giacomo è impegnato per lavoro lontano da casa. Poi c'è Claudio, il fratello che vive a Milano, e al quale Sarah confida le emozioni di un'adolescente qualunque ma con l'ingenuità bonaria di una bambina, la stessa che la condannerà ad un morte crudele in un torrido pomeriggio d'estate.

Cosa succede il 26 agosto 2010. Quel giorno Sarah si organizza per andare al mare con la Sabrina Misseri e un'amica comune, Mariangela Spagnoletti. Costei avrebbe dovuto prelevare entrambe con l'auto davanti alla villetta dei Misseri, al civico 22 di via Deledda. L'incontro è concordato per le 14.30, ma la 15enne non si presenterà mai all'appuntamento. La madre, Concetta Serrano Spagnolo, racconta che la giovane, di rientro dalla spesa con il padre, pressapoco alle ore 13, si è ''chiusa in camera per 15 minuti'', dopodiché avrebbe mangiato un cordon bleu alla svelta e raccattato i teli da mare dalla cantina. A quel punto, si sarebbe allontanata dall'abitazione di Vico II G. Verdi, circa 3/4 d'ora prima dell'orario fissato per l'appuntamento con la cugina. Sabrina sostiene - e i tabulati telefonici lo confermano - di aver inviato due sms alla cugina alle 14.25: ''Metti il costume che andiamo al mare'' e poi un altro alle 14.28 ''Hai ricevuto il messaggio?''. Sarah avrebbe quindi fatto partire uno squillo di conferma per la ricezione del messaggio ma alle 14.42 il suo cellulare è già spento.

La prima ipotesi: "Sarah rapita da uno sconosciuto". ''La persona che ha rapito Sarah, se ha un minimo di coscienza, la lasci tornare a casa". Sono le parole che Sabrina Misseri pronuncia tra le lacrime nei giorni successivi alla presunta scomparsa della cugina 15enne, allorquando i media cominciano ad interessarsi alla vicenda di Avetrana. Gli appelli della giovane, al tempo 22enne, vengono rilanciati in molteplici programmi televisivi con interviste esclusive e collegamenti in diretta dalla villetta di via Deledda. "Sabrina ha una personalità fortemente narcisistica – spiega la criminologa Bruzzone –, mente senza mai tradirsi una sola volta, è sempre fedele al ruolo che recita. È lei a gestire i rapporti coi media, ad essere protagonista della scena. Questo è tipico di tutte le personalità manipolative''. Intanto, gli investigatori lavorano al caso seguendo la pista dell'allontanamento volontario o, in alternativa, quella del rapimento da parte di un malintenzionato che avrebbe adescato la ragazzina sui social. Ma la verità è ben altra e, dopo un mese di ricerche inconcludenti, salterà fuori in tutto l'orrore.

Michele Misseri diventa lo ''zio assassino''. Occhi azzurri, un cappello calato sulle orecchie e mani arse dal sole. Michele Misseri, 57 anni, è un agricoltore, lavora nei campi del Tarantino, tra distese di uliveti e fichi d'india. Appare piuttosto schivo davanti alle telecamere e alle domande incalzanti dei giornalisti sulla nipotina, quella che lui e la moglie Cosima hanno cresciuto come ''una terza figlia'', risponde quasi sempre tra le lacrime. Suscita sentimenti di tenerezza alle prime apparizioni televisive al punto che passerà alla cronaca, e al pubblico del delitto di Avetrana, come "zio Michele''. Ma la sera del 28 settembre qualcosa cambia. L'uomo fa ritrovare il cellulare di Sarah, semibruciato e provvisto della sola sim, in un campo poco distante dalla sua abitazione. Dice di averlo riconosciuto dalle ''linguette delle lattine di Coca Cola'' che Sarah collezionava. Da quel momento, la misteriosa scomparsa della giovane assume contorni delittuosi e tutti i sospetti degli investigatori ricadono proprio su quell'uomo taciturno che, fino a quel momento, era rimasto defilato. Tacciato di ipotizzabile colpevolezza, diventa adesso lo ''zio assassino''.

La confessione del delitto e il ritrovamento del corpo. Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, al termine di un interrogatorio durato 9 ore, Michele Misseri confessa l'assassinio della nipote. In estrema sintesi, il contenuto della prima confessione si sostanzia nella rivelazione di un'azione condotta da un raptus omicida, esploso allorquando la giovane ragazza era scesa nel garage della casa di via Deledda mentre il 57enne era intento nella riparazione di un trattore. Il movente, a suo dire, sarebbe quello sessuale. Dopo le dichiarazioni rese agli inquirenti, Michele conduce i carabinieri nel luogo in cui è stato riposto il cadavere di Sarah, in un pozzo cisterna ''a campana'' in località Contrada Mosca. Dopo complesse e articolate operazioni di recupero, la salma della 15enne viene sottoposta all'osservazione del medico legale. L'esito della autopsia, dopo qualche settimana, fuga ogni dubbio sulla dinamica del decesso: ''Asfissia meccanica da costrizione''. Un solco nella parte posteriore del collo, di circa 2,6 millimetri, induce a pensare che sia stata soffocata con una cintura o un oggetto nastriforme. Ma proprio quando la quadra del delitto sembra essere fissata, la vicenda assume tutta un'altra piega.

Le verità dello zio assassino e l'ombra sulla figlia Sabrina. Per ben 7 volte Michele Misseri viene ascoltato dagli inquirenti e, in tutte le circostanze, fornisce descrizioni ''altalenanti'', così come le definisce il professor Franco Coppi, sulla esecuzione del delitto. La confessione chiave, quella che segnerà in definitiva il caso, è quella del 15 ottobre 2010. Lo zio di Sarah chiama in correità la figlia Sabrina. ''Nello sviluppo dichiarativo successivo e, ancora, nel corso dell'incidente probatorio, - si legge a pagine 4 della sentenza della Cassazione emessa il 21 febbraio 2017 – attribuiva, di converso, alla figlia stessa la responsabilità esclusiva dell'omicidio. Ammetteva contra se la sola soppressione del cadavere". Dunque, non avrebbe ucciso Sarah ma si sarebbe occupato di occultarne il cadavere. Nel corso della udienza preliminare, rendendo dichiarazioni spontanee, e nel corso del dibattimento, alle udienze del 5 e 12 dicembre 2012, ritratterà le accuse nei confronti della figlia attribuendosi l'esclusività del delitto. ''Michele Misseri non è mai stato in grado di raccontare i fatti in maniera coerente col ruolo di assassino. Non ha mai saputo dire neanche come fosse stata uccisa Sarah – spiega la dottoressa Bruzzone –. È stato, invece, di una precisione chirurgica per quello che riguarda la soppressione del cadavere. Ricordo benissimo il frangente in cui ci indicò dove aveva nascosto le chiavi di casa di Sarah. Ci indicò l'incavo di un ulivo, uno uguale a tutti gli altri che c'erano nelle campagne di Nardò. Ed effettivamente le ritrovammo proprio lì. Invece, per quello che riguarda l'esecuzione del delitto è stato sempre molto impreciso fornendo versioni incompatibili con la realtà dei fatti. Lui sa chi ha ucciso Sarah ma non sa dire in che modo, non ha neanche un'idea dell'arma usata per uccidere Sarah''. E, forse, a quel punto ne hanno un'idea anche in procura. Il 15 ottobre 2010, sulla scorta di quanto affermato dal padre, viene infatti disposto il fermo di Sabrina: è accusata di concorso in omicidio. Il 21 ottobre il gip di Taranto decide la convalida del fermo, basandosi anche sulla testimonianza dell'amica Mariangela Spagnoletti, la quale riferisce che, vedendo la cugina in ritardo all'appuntamento, Sabrina Misseri "appariva agitata", ripetendo che la ragazzina era stata certamente rapita e che occorreva avvertire immediatamente i carabinieri. L'ennesimo, inatteso risvolto di un delitto che non smette mai di riservare colpi di scena.

Il ''gioco del cavalluccio'': Sabrina e Cosima alla sbarra. Nell'atto istruttorio, Michele Misseri conferma che Sabrina gli ha confidato la circostanza del ''gioco del cavalluccio''. Afferma che, dopo pranzo, è stato svegliato dalla figlia. La 22enne gli avrebbe detto che stavano giocando, per l'appunto, e che Sarah era caduta. Chiestole cosa doveva fare, egli avrebbe garantito alla figlia che si sarebbe assunto la colpa. Dunque, avrebbe tolto la cinta dal collo della nipote e successivamente avrebbe caricato il cadavere in auto per dirigersi a Contrada Mosca per disfarsene. Cambia dunque la posizione di Sabrina che, da complice del misfatto, diventa esecutore esclusivo dell'omicidio. A seguito di ulteriori indagini, l'accusa nei confronti di Sabrina diviene solo di omicidio, mentre cade quella di sequestro di persona. Successivamente, in data 26 maggio 2011 viene arrestata Cosima Serrano, madre di Sabrina, con l'accusa di concorso in omicidio e sequestro di persona. Dall'analisi dei tabulati risulta, infatti, che il suo telefono cellulare avrebbe effettuato una chiamata dal garage, mentre la donna dichiara che, quel pomeriggio, non si sarebbe mai recata nel garage, circostanza sulla quale i carabinieri del Ros in sede di deposizione all'udienza del 27 marzo, pur precisando di non poter esprimere alcuna certezza, si sono espressi in termini di "compatibilità". Ci sono le dichiarazioni del fioraio di Avetrana, Giovanni Buccoleri, che dichiara di aver visto le due donne rincorrere la giovane Sarah in via Deledda, nel primo pomeriggio del 26 agosto, costringendola a salire a bordo della Opel Astra di Cosima. Successivamente l'uomo ritratterà dicendo di averlo solo immaginato o sognato. Ma per la Corte territoriale il suo narrato è ''di naturale reale''. ''Nel corso del procedimento viene ritenuta attendibile la testimonianza del fioraio - spiega il professor Coppi - Ma quanto può essere credibile? Lui dice prima di averle viste e poi di aver sognato la circostanza. Se solo si decidesse a dire la verità...''.

L'orrore in 15 minuti. A quel punto però per la procura tutti i tasselli del puzzle si combinano in un disegno delittuoso progettato con fulminea lucidità. Per la fase esecutiva dell'omicidio, la Corte d'assise d'appello osserva che la morte di Sarah è avvenuta nell'arco temporale tra il momento in cui la 15enne viene condotta dalle due imputate nell'abitazione di via Deledda e l'arrivo della Spagnoletti, verosimilmentre tra le 14.00 e le 14.15. In quei pochi minuti sarebbe esplosa una lite violenta tra le due cugine che avrebbe costretto Sarah ad andar via. A quel punto, sarebbe intervenuta Cosima che avrebbe inseguito la ragazza in strada con l'Opel Astra e, dopo averla affiancata, l'avrebbe caricata con la forza a bordo. In auto con la donna ci sarebbe stata anche la figlia Sabrina. Rientrate nella villetta del civico 22, Sarah viene strangolata con una cintura salvo poi essere trasferita nel garage con un passaggio interno alla casa. Successivamente, entra in gioco Michele Misseri; a lui viene affidato il compito di far sparire il cadavere e gli effetti personali della ragazzina. ''È tutto finito'', assicurerà l'uomo nel corso di una telefonata alla moglie alle 15.25.

Il movente e le condanne: nel 2020 sono 11. Il movente del delitto è rinconducibile ad un sentimento di gelosia che Sabrina avrebbe nutrito nei confronti della 15enne per via di Ivano Russo, il cuoco 27enne di Avetrana che fa parte della comitiva di amici, con il quale la Misseri ha un flirt. Nello specifico, ''il corto circuito emotivo'' sarebbe scattato quando Sarah confida al fratello che la cugina sarebbe stata respinta dal giovane durante un approccio sessuale. Cosima, informata dei fatti, avrebbe progettato con la figlia, in maniera fulminea, il delitto per impedire che la fuga di notizie inguaiasse la reputazione della famiglia: Avetrana è un paese piccolo e la gente mormora in fretta, ''Si tratta di una invenzione bella e buona - commenta il legale di Sabrina, il professor Coppi - In aggiunta, trovo che sia di una banalità assurda. Senza contare che la relazione tra i due ragazzi si era già interrotta a fine agosto del 2010. E poi a Sabrina sarebbe bastato non portare la cugina con sé quando usciva con lui, non serviva molto. Eppure, non lo ha mai fatto: le voleva bene come fosse una sorella''. Fatto sta che, il 20 aprile del 2013 la Corte d'assise di Taranto condanna all'ergastolo Sabrina Misseri e Cosima Serrano per l'omicidio di Sarah Scazzi. Michele Misseri viene invece condannato a 8 anni per concorso in soppressione di cadavere. Il 27 aprile del 2015, al termine del procedimento appello, le pene inflitte per i reati ascritti agli imputati vengono rinconfermate. Il 21 febbraio 2017 la Corte di cassazione non retrocede sulle posizioni della Corte territoriale e, in via definitiva, attribuisce la paternità del delitto alle due donne; ''zio Michele'' si è occupato della soppressione del cadavere e, in aggiunta, ha inquinato le indagini. Il 22 gennaio del 2020, il giudice monocratico del tribunale di Taranto, Loredana Galasso, emette 11 sentenze nei confronti di altrettanti imputati nel processo bis per depistaggi nell'inchiesta. Tra questi, vi è anche Ivano Russo a cui vengono comminati 5 anni per le ipotesi di false informazioni ai pm e falsa testimonianza alla Corte d'Assise.

C'è davvero un'altra verità? Nonostante il caso sia concluso, i dubbi che alla vicenda possa sottendere una verità altra da quella trascritta agli atti permangono. Ma è davvero così? Insomma, chi sta mentendo? "Nessun mistero su Avetrana. – sostiene con tono perentorio la criminologa Bruzzone – Ad uccidere Sabrina sono state Cosima e Sabrina mentre Michele Misseri si è occupato della sola soppressione del cadavere. In quella famiglia comandava Cosima, è lei che dettava gli ordini e nessuno si sarebbe sognato mai di contraddirla. Michele aveva un ruolo subalterno, ha coperto la figlia e la moglie assumendosi la responsabilità del reato. E dopo dieci anni, escludo che possa avere un sussulto di coscienza''. Di tutt'altro avviso, invece, è l'avvocato Franco Coppi: ''Sabrina è innocente, così come lo è Cosima Serrano - dice - Il responsabile è Michele Misseri ed il movente del delitto è quello sessuale''. Non si dà pace il legale per la pena inflitta alla sua assistita: ''Vivo col terrore di morire senza aver potuto dimostrare l'innocenza di quella ragazza - conclude – Sabrina è un'altra vittima del delitto di Avetrana, è un peso che ormai mi porto nel cuore''.

Avetrana: a dieci anni dallo show dell’orrore. “Sarah Scazzi è rimasta imprigionata nella narrazione che di lei è stata fatta da giornali”. Felice Sblendorio 31 Agosto 2020 su bonculture.it. Per tutti, dopo Avetrana, c’è un prima e un dopo: soprattutto per la cronaca nera, che da quel fattaccio brutto si è rivelata definitivamente come una pratica crudele e indifferente al dolore. Tutto comincia il 26 agosto 2010 in un paesino che, nella Puglia delle bellezze e del turismo à la page, è un punto ignoto di una geografia conosciuta: Avetrana, quasi seimila anime tra il Salento e Taranto. Quella provincia marginale, dove la noia combatte contro il tempo e l’immobilismo, però, diventa presto nota come l’epicentro fisico e simbolico di uno dei fatti di sangue più spettacolari e narrati della storia recente nostro Paese. A distanza di dieci anni, infatti, l’omicidio di Sarah – una somma di avvenimenti che illumina l’incertezza umana e unisce la miseria all’ignoranza, le pulsioni animalesche a un ammasso di emozioni mal formate – torna a far parlare di sé grazie a un libro (e, prossimamente, a una serie televisiva diretta da Pippo Mezzapesa e un documentario di Chistian Letruria) scritto a quattro mani dalla scrittrice Flavia Piccinni e dal giornalista Carmine Gazzanni: “Sarah. La ragazza di Avetrana” (Fandando Libri, 320 pagine, 18.00 euro). bonculture ha intervistato gli autori.

Dopo dieci anni, ritornate sull’omicidio più discusso e controverso della storia recente del nostro Paese: perchè?

Flavia: Sono nata a cresciuta a Taranto, e mi sentivo finalmente pronta a confrontarmi con certi meccanismi arcaici e apparentemente lontani dal nostro tempo di cui si nutre questa storia. Raccontiamo una Puglia che non ha niente a che vedere con quella delle cartoline, con le feste salentine e con la retorica della bellezza. Raccontiamo una Puglia che esiste, anche se a volte si preferisce non guardare. Cercando, ci siamo imbattuti in tante cose. Quelle che mi hanno fatto più male sono state quelle che mi hanno sorpreso: la crudeltà, la ferocia, l’arroganza, la rabbia.

Carmine: Volevamo poi raccontare come due persone sono state condannate all’ergastolo ben oltre ogni ragionevole dubbio. Ci sono tre sentenze che le indicano colpevoli, ma anche molte zone oscure che volevamo mettere in evidenza.

La cronaca nera, a volte, è una radiografica esattissima della natura antropologica di alcuni luoghi. Un delitto burrascoso, che ha confuso emozioni e miseria, fantasmi e morte, solo in quel lembo di Puglia poteva maturare?

«A legami umani universali si sovrappongono letture tipicamente meridionali e ancestrali, che fanno del rispetto del nucleo famigliare un diktat etico fondante. Quello di Sarah Scazzi è un delitto famigliare, maturato in un ambiente complesso e segretamente, sotterraneamente, violento. Nel libro abbiamo provato a raccontare questo contesto crudele e quotidiano».

Cercate di donare l’umanità perduta ai protagonisti di questa tragedia: soprattutto a Sarah, una vittima in ombra per tutto questo tempo. Chi era la ragazza di Avetrana?

«Era una ragazza di 15 anni che sognava il futuro. È rimasta imprigionata nella narrazione che di lei è stata fatta dai giornali: da una parte la lolita che sogna di fare cose da grandi, dall’altra la bambina dal corpo infantile. Fra questi due estremi crediamo ci sia la verità. Sarah, leggendo integralmente i suoi diari, ma anche incontrando le persone che le hanno voluto bene e l’hanno protetta, appare nella disubbidienza che tutti abbiamo conosciuto a quindici anni: ha i suoi segreti, i suoi amori, i suoi sogni di ribellione e di autoaffermazione».

Le indagini e i processi, analizzati minuziosamente, conservano molte ombre che voi sottolineate. Quali sono dal vostro punto di vista, i principali buchi neri delle sentenze?

«Sono moltissimi, e non si possono sintetizzare. Il libro ha testimonianze inedite, documenti e una meticolosa ricostruzione dei buchi abissali che costellano le indagini e le sentenze. È stato un lavoro lungo, un’immersione nella parte oscura della nostra Italia e in qualche modo in noi stessi. Un esempio? Michele Misseri, dopo dieci anni, è tornato a professarsi colpevole e per la prima volta ha raccontato tutta la sua vita. A cominciare dalla sua infanzia di abusi e povertà».

Franco Coppi sulle colonne del Foglio ha dichiarato: «Sabrina Misseri è l’angoscia della mia vita. La notte mi capita ancora di pensare a questa sciagurata e a sua madre. Ho la certezza assoluta della loro innocenza, sarei pronto a qualunque cosa. Non essere riuscito a dimostrarlo ha rovinato la mia vita di avvocato». Anche secondo voi questi due ergastoli non sono oltre ogni ragionevole dubbio?

«Sì, ed è quello che raccontiamo dettagliatamente nel libro».

La storia di Sarah è entrata nell’immaginario collettivo del Paese grazie ai media. Il circo mediatico esplode ottobre 2013 a “Chi l’ha visto“. La mamma di Sarah viene a sapere in diretta della morte di sua figlia e della confessione di Michele Misseri. In quei minuti concitati, scanditi dalle agenzie che battono particolari confusi Federica Sciarelli comunica questa notizia a una donna pietrificata, quasi incapace di proferire parola. Questo è primo cortocircuito comunicativo di questa storia: l’informazione che mette alla prova estrema il dolore, senza mediazione; di fatto violentandolo.

«Avetrana è stato un cortocircuito fra le ambizioni degli avetranesi e delle persone coinvolte, che improvvisamente si sono ritrovati personaggi televisivi e da rotocalco. Uno scontro fra le capacità manipolative di una certa stampa scandalistica e l’innocente ricerca della verità. Un mix esplosivo che ha avuto per tutti esiti nefasti: ne hanno risentito le indagini, tutte le persone coinvolte, soprattutto Sarah. La sua morte è passata in secondo piano. E ha segnato la perdita completa dell’innocenza del telespettatore  che prende parte all’orrore dello show del dolore».

Questa esposizione massiccia come ha influenzato le indagini e i processi?

«Partiamo dal presupposto che i video delle varie interviste televisive sono stati acquisiti agli atti, e che una teste si è fatta mettere delle ricetrasmittenti addosso per registrare una presunta testimonianza per inchiodare Cosima e Sabrina. Questi, ovviamente sono solo due paradossali esempi. Se non fosse tutto vero, ci sarebbe da piangere».

Scrivete che ad Avetrana abbiamo perso l’innocenza. Quanto racconta di noi questa storia che ci ha visti spettatori curiosi, morbosi e, a volte, anche osceni e divertiti turisti di quei luoghi dell’orrore?

«Quel giorno, in via Deledda, non è morta solo Sarah Scazzi. La sua tragica scomparsa ha segnato in modo definitivo la perdita di ogni dignità della stampa italiana. La spettacolarizzazione del dolore ha toccato la sua vetta più alta, sdoganando la disumana crudeltà di taluni giornalisti e l’assoluto sadismo del pubblico. Siamo diventati tutti peggiori»

Sarah Scazzi e il buco nero della giustizia spettacolo. Simona Musco su Il Dubbio il 27 agosto 2020. Dieci anni dal delitto di Avetrana che tenne col fiato sospeso l’intero Paese. Avetrana è un fermo immagine, un posto dove tutto rimane sempre uguale. Un posto come un altro alla periferia delle periferie, fatto di campi cuciti insieme da strade che portano al mare, di cui nessuno, forse, conosceva il nome fino al 26 agosto di 10 anni fa, quando una ragazzina bionda di 15 anni, di nome Sarah Scazzi, scomparve per 42 giorni, per poi riapparire dal fondo di un pozzo senza vita, in diretta tv. Avetrana diventò un set cinematografico, esempio lampante di quel corto circuito ancora troppo spesso ignorato tra giustizia e spettacolo. Tant’è che 10 anni dopo è proprio la vittima di questa storia, Sarah, a rimanere sullo sfondo di una vicenda triste e ingarbugliata, che ha una sua verità processuale ma non una verità storica. La verità che viene fuori dai processi è che ad uccidere Sarah sono state Cosima Serrano e Sabrina Misseri, zia e cugina prediletta di Sarah. Lo avrebbero fatto nella loro casa, la stessa dove Sarah trovò l’affetto di cui sentiva disperato bisogno. E lo avrebbero fatto per la gelosia di Sabrina nei confronti della cuginetta, troppo vicina a quell’Ivano Russo per cui entrambe provavano qualcosa. Condannate all’ergastolo nonostante Michele Misseri, per tutti diventato “Zio Michele”, figura simbolo della vicenda ma anche della sua trasfigurazione in show da prima serata, continui a giurare di essere l’unico colpevole, dopo averlo affermato, negato e riaffermato, perché sopraffatto, confessò, dalla sua attrazione per quella ragazzina che stava diventando donna. Zio Michele, l’uomo col cappello da pescatore, imitato, trasformato in macchietta, fino a svuotare la tragedia di senso, invitato a parlare e raccontare sugli schermi e sui giornali di tutta Italia, con la semplicità ruvida di un uomo di campagna, un orrore tenuto nascosto sotto un sasso fino al giorno in cui indicò quel buco nero ai carabinieri. Il tutto mentre mamma Concetta, sua cognata e madre di Sarah, era appesa ai microfoni di “Chi l’ha visto?” a lanciare l’ennesimo appello per la figlia. Una figlia riconsegnata morta con la fredda lettura, in diretta, di un lancio d’agenzia, che annunciava il ritrovamento del suo corpo e la confessione dello zio. Le parole di Michele, per la giustizia italiana, non contano nulla. Troppe volte ha cambiato versione, troppe volte si è contraddetto e tutti, in paese, sanno che a comandare, a tirare le redini, a gestire i soldi e tutto ciò che c’era da gestire in casa era Cosima, la donna che incontrò a 23 anni e che gli cambiò la vita. Per i magistrati e i giudici, il remissivo Michele avrebbe solo provato maldestramente a coprire moglie e figlia, una «fredda pianificatrice» dicono i giudici di Cassazione, che come gli altri non hanno dubbi su chi abbia fatto cosa. E loro due, da 10 anni, si dicono innocenti e vittime di un tragico errore. Due donne inchiodate dalla testimonianza di un fioraio, Giovanni Buccolieri, che raccontò di averle viste inseguire Sarah in auto dopo una lite, afferrarla per i capelli e scaraventarla sul sedile, per riportarla in quella casa dove poi l’avrebbero uccisa con una cintura girata attorno al collo. Salvo poi affermare che si era trattato solo di un sogno. Ma le ritrattazioni, in questa storia, non valgono. E così Michele Misseri è stato condannato per soppressione di cadavere assieme al fratello, Carmine Misseri, e al nipote, Cosimo Cosma, morto di tumore due anni fa. Mentre Ivano Russo, l’oggetto del desiderio, il pomo della discordia alla base di un atroce delitto, che ancora oggi si chiede cosa c’entri, è stato condannato a cinque anni per aver depistato le indagini. Quasi tutti, ad Avetrana, hanno recitato un ruolo in questa tragedia. Tutti pronti a dire la loro versione dei fatti, a fare ipotesi, raccontare ricordi o anche sogni, concedendosi a microfoni e taccuini come in un reality show di dubbio gusto, inquinando il racconto con particolari a volte utili, a volte meno, talora anche dannosi. Ed è per questo che ad Avetrana, tra le campagne incrostate di polvere e i giorni tutti uguali, sono piombati due scrittori, Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, che mettendo mano a 20mila pagine di atti e parlando con i protagonisti hanno scritto “Sarah. La ragazza di Avetrana” ( Fandango). Un libro che scava in questa storia raccontandola in ogni sua sfaccettatura, esplorando l’abisso della giustizia che diventa spettacolo, del dubbio che rimane ragionevole, ma senza che ciò basti. Un libro che ora diventerà serie tv, quasi a conferma del tragico copione scritto apposta per questo angolo sperduto del Salento. Dalle pagine del libro Michele viene fuori come un uomo che porta con sé un’infanzia difficile, fatta di botte, abusi, povertà e analfabetismo. Cosima lo salva, è il motore della famiglia, ma è Valentina Misseri, la figlia maggiore, a mettere in guardia tutti: sembra uno sprovveduto, dice, ma è machiavellico. E lei è sicura: è stato papà, che ora tiene un altarino della 15enne nel garage dove è morta, ad uccidere Sarah. Quella ragazzina che da Avetrana sognava di scappare come tutti. Voleva essere amata, voleva amare. E Sabrina, che la chiamava “la principessa triste”, era la sua unica porta verso un mondo sì ristretto, qual è Avetrana, ma comunque più avventuroso del suo. Sarah usciva con lei, frequentava i suoi amici, era la mascotte di una comitiva fatta di giovani adulti. Tra di loro c’era anche Ivano, che tanto piaceva a Sabrina, ma piaceva anche a Sarah. E lui le dava affetto, quello che lei, incurante delle voci che corrono, si inseguono, marcano a fuoco, cercava ovunque. Concetta denunciò la scomparsa di Sarah alle quattro del pomeriggio del 26 agosto 2010. La ragazza doveva andare al mare con Sabrina e le sue amiche, ma in riva allo Ionio non arrivò mai. Le ricerche partirono subito, i diari di Sarah furono prelevati, tutti finirono sotto intercettazione. Sabrina faceva rumore, attirava i giornali, le tv, cercandola ovunque, in diretta e a riflettori spenti. Sarah diventò, all’improvviso, la figlia di tutti, l’amichetta di tutti, non più solo un nome su una lista di gente che è sparita dai radar. L’Italia intera conosceva il suo volto, il suo corpo esile, gli occhi sgranati di sua madre, ascoltando i fiumi di parole di Sabrina. Tutti avevano un avvistamento da riferire, un veggente da consultare, teorie da snocciolare. Le telecamere si avventarono su Avetrana, ogni angolo fu passato al setaccio e proiettato nelle case della gente. Sabrina veniva perseguitata dai giornalisti, ai quali si presentava spesso disordinata e vestita alla buona, impegnata com’era a cercare la cugina. E l’unica volta che osò truccarsi per apparire davanti alle telecamere venne coperta da insulti. Nessuna pausa al dolore può essere accettata in questo angolo del mondo che decide anche come sia giusto soffrire. Le indagini presero mille strade, fino a quando gli inquirenti non scoprirono che tra lei ed Ivano non c’era solo un’amicizia. C’era di più. E proprio il giorno prima della scomparsa, lei e Sarah litigarono per lui, per le attenzioni che il giovane riservava a quella ragazzina. Intanto Zio Michele rimaneva ai margini. E fu sentito solo 33 giorni dopo la scomparsa di Sarah, lasciando che fossero le donne di casa, intanto, a parlare. Ma da quel momento, dal primo faccia a faccia con le divise, cominciò a sentire il fiato degli investigatori sul collo. Il 29 settembre fu lui a “trovare”, in un terreno di famiglia, il cellulare di Sarah, poggiato su un cumulo di cenere. Michele lo consegnò ai carabinieri. Ma era lì solo da poco tempo: più volte lo aveva spostato, piazzandolo anche davanti alla caserma, senza però che venisse trovato. Gli inquirenti torchiarono l’uomo, che cominciò a contorcersi attorno alle sue stesse bugie. Per l’ora del delitto non aveva un alibi. E il 6 ottobre, incalzato dalle domande dei pm, confessò: il cadavere è «allu Mosca», dove è cresciuto. Gli era «salito un calore alla testa», disse, voleva violentarla ma lo fece solo dopo, violando il corpo della nipote già morta. Misseri condusse i carabinieri in contrada Mosca, vicino al ceppo utilizzato come punto di riferimento. Sarah riemerse finalmente dal pozzo. Michele si prese tutta la colpa, salvo, 11 giorni dopo, tirare in ballo la figlia e la sua gelosia. Sabrina fu arrestata, Cosima, poco dopo, pure. E a nulla valse il tentativo di Michele, durante il processo, di rimangiarsi tutto: nessuno gli credeva più. Nonostante continui a dire, ancora oggi, che la colpa è sua, solo sua. Com’è convinta anche la figlia Valentina, che ieri, in un’intervista al Fatto Quotidiano, lo ha ribadito. «Bella giustizia! Non solo per mia madre e Sabrina che sono innocenti, ma soprattutto per Sarah. Solo la gente è stata soddisfatta, ha avuto i suoi colpevoli», ha commentato. Michele potrebbe presto uscire dal carcere, visto che a settembre potrà chiedere misure alternative. E Valentina si mangia le mani, pensa alla madre e alla sorella, pensa che sarebbe potuto capitare anche a lei. «Ogni giorno penso a mia madre e mia sorella in carcere e alle loro giornate infinite. Con questa storia, oltre a essere stata spezzata una vita, sono state distrutte tante famiglie. Fu indagata mezza Avetrana, ma il solo colpevole è mio padre – dice -. La verità è che stavano antipatiche a tutti. A tutta Italia. L’opinione pubblica ha pesato sulla sentenza». Cosima e Sabrina oggi lavorano, cuciono mascherine in carcere. Della loro innocenza è convinto anche il loro avvocato, Franco Coppi. «Sabrina Misseri è l’angoscia della mia vita – ha raccontato al Foglio -. La notte mi capita ancora di pensare a questa sciagurata e a sua madre. Ho la certezza assoluta della loro innocenza, sarei pronto a giocarmi qualunque cosa. Le prove della sua innocenza e della colpevolezza del padre reo confesso erano talmente schiaccianti che non riesco a capacitarmi di questo fallimento, il ricorso per Cassazione mi ha procurato una delusione insanabile. Questa ragazza sta in carcere da dieci anni: per me è un tormento». Coppi ora spera nella Corte di Strasburgo – che ha giudicato il caso ammissibile – e in una revisione del processo. Il tutto mentre Avetrana rimane quel set che è diventato 10 anni fa. Con la terra sventrata quella notte luogo di pellegrinaggio e la casa dei Misseri monumento dell’orrore. Per calpestare le strade, respirare l’aria di quel luogo macchiato di sangue e godere, ancora una volta, dello spettacolo della morte.

Avetrana, sono passati 10 anni dall'omicidio di Sarah Scazzi: l’incubo nella casa degli orrori. La 15enne uccisa: anni di processi (anche mediatici), ribaltoni, verità. Vittorio Ricapito il 26 Agosto 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Avetrana - Dieci anni fa, nell’assolato primo pomeriggio del 26 agosto 2010, in una villetta di Avetrana veniva strangolata Sarah Scazzi, una studentessa di 15 anni. Per 42 giorni tutta Italia restò col fiato sospeso in attesa di conoscere il destino della ragazzina, scomparsa nel nulla. Gli appelli in tv della madre di Sarah, Concetta Serrano, si infransero in diretta tv, la sera del 6 ottobre. Michele Misseri, al termine di un interrogatorio durato circa nove ore, confessò l’omicidio della nipote e portò gli investigatori al pozzo di contrada Mosca, dove aveva gettato il cadavere. Concetta Serrano apprese del ritrovamento del corpo in diretta televisiva dalla trasmissione «Chi l’ha visto?». Per l’omicidio e il sequestro di persona, sono state condannate in via definitiva all’ergastolo la cugina Sabrina Misseri e la zia di Sarah, Cosima Serrano. Ad aprile 2013, la corte d’assise di Taranto (sentenza confermata in appello due anni dopo) ha condannato le due donne. Secondo i giudici Sabrina e Cosima il 26 agosto del 2010 inseguirono Sarah per strada, la riportarono in casa e la strangolarono al termine di un litigio. Motivo: un mix di gelosia e rancori. Lo zio Michele Misseri è stato condannato in via definitiva a 8 anni di reclusione per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove (a 4 anni e 11 mesi è stato condannato il fratello Carmine, accusato di averlo aiutato). La tesi confessoria di Misseri, più volte ribadita in svariate versioni e messa nero su bianco in alcuni memoriali, non è mai stata ritenuta dai credibile dai giudici in virtù delle diverse prove raccolte a fondamento della ricostruzione del delitto. Per i giudici, Misseri ha cercato di addossarsi ogni responsabilità nel tentativo di scagionare la figlia Sabrina. Michele Misseri è stato anche condannato a tre anni di reclusione per calunnia e diffamazione ai danni dell’avvocato Daniele Galoppa, suo primo difensore e della criminologa Roberta Bruzzone, consulente del legale. Secondo l’accusa, il contadino di Avetrana in aula e in tv accusò ingiustamente i due professionisti di avergli suggerito di incolpare la figlia Sabrina dell’omicidio della nipote Sarah Scazzi. Misseri. A processo è finito anche un fioraio di Avetrana, ritenuto dai giudici uno dei testimoni chiave del delitto. Giovanni Buccolieri raccontò ad alcune conoscenti di aver assistito all’insolita scena di Sarah Scazzi inseguita e caricata a bordo dell’auto di Cosima Serrano. Riferì tutto ai carabinieri ma il giorno dopo cambiò idea, ripresentandosi in caserma per precisare che si era trattato solo di un sogno. La sua ritrattazione gli è costata una condanna in primo e secondo grado a due anni e otto mesi. Al caso di Sarah Scazzi sono stati dedicati speciali tv, saggi, romanzi e ora anche un film per la tv di prossima uscita.

Sarah Scazzi, dieci anni fa la denuncia della sua scomparsa. La più intrigata, orrida e singolare vicenda di sangue che ha conquistato uno dei posti più alti nella scala degli orrori contemporanei. La Voce di Manduria mercoledì 26 agosto 2020. «Il giorno 26 agosto 2010, alle ore 17,20 in Avetrana, presso gli uffici della stazione Carabinieri … la signora Serrano Spagnolo Concetta denuncia quanto segue: “Verso le 14,30 odierne, mia figlia Scazzi Sarah è uscita di casa per recarsi presso l’abitazione di sua cugina Misseri Sabrina in via Deledda, 22, con cui si dovevano recare al mare. Tant’è che ha preso i suoi asciugamani e portandosi con sé uno zainetto colore nero è uscita da casa vestita con maglietta e pantaloncini colo rosa … Abbiamo sinora cercato invano ma senza avere sue notizie». E’ iniziata così, esattamente dieci anni fa come oggi, la turpe storia di Avetrana. La più intrigata, orrida e singolare vicenda di sangue che ha conquistato uno dei posti più alti nella scala degli orrori contemporanei. A recarsi in caserma quel pomeriggio, erano state le due sorelle, Concetta, mamma di Sarah e Cosima, mamma di Sabrina, entrambe interpreti principali del noir di Avetrana. Quel verbale di scomparsa resterà tale per 41 giorni. Sino al 6 ottobre successivo quando, con una drammatica confessione, lo zio della quindicenne, Michele Misseri, fa scoprire il corpo di Sarah in un pozzo in contrada Mosca dove lui stesso, il pomeriggio di quel 26 agosto, lo aveva gettato quando era ormai privo di vita. Ad ucciderla, diranno le tre sentenze che si sono succedute tutte con verdetto unanime, erano state la cugina Sabrina Misseri con la zia Cosima Serrano, figlia e moglie del contadino di Avetrana. Le due donne stanno scontando l’ergastolo rinchiuse nella stessa cella nel carcere di Taranto. Nella speranza che la Corte Europea per i diritti dell’uomo dica sì alla richiesta di riapertura del processo così come chiesto dai loro avvocati, Franco Coppi del foro di Roma e Nicola Marseglia del foro di Taranto. Lui è rinchiuso a Lecce con una condanna ad otto anni per soppressione di cadavere.

Dieci anni dopo, la morte di Sarah Scazzi è ancora una giungla in cui si perde ogni verità. Un libro analizza per la prima volta 20 mila pagine di documenti sul delitto di Avetrana. Rivelando un quadro complesso di omissioni, rancori, pressioni. E infinite zone d’ombra. Massimiliano Coccia il 25 agosto 2020 su L'Espresso. Fino a dieci anni fa ignoravamo dell’esistenza di Avetrana, un paese di seimila anime in Salento, ignoravamo l’esistenza di questo lembo di terra uguale a migliaia di altri paesi attraversati da strade statali, luoghi di noia, di terre lavorate fino allo stremo, di miseria e di dimenticanza. Lo abbiamo scoperto e non lo abbiamo più scordato, quel nome eufonico sa di un caso risolto contro troppe verità processuali strane da mandare giù. Avetrana, terra di campagna e di mare, fatta di emigranti di ritorno e di bar dello sport, dove il turismo del macabro rende cupo anche il sole d’agosto. «Vengono sempre a chiedere dove sta la casa dei Misseri e dove sta il pozzo dove buttarono la piccola Sarah e dove sta Michele. La gente ha brutte curiosità», mi dice una donna vicino l’edicola del paese. «Prima ad Avetrana non c’era niente ed era meglio, ora c’è questa storia infame, ma alla piccola Sarah, non ci pensa nessuno». Sarah Scazzi, la vittima troppo spesso dimenticata forse perché troppo ragazzina, troppo quindicenne, troppo innocente. Il marketing del circo mediatico giudiziario ha individuato Michele Misseri come figura di rappresentanza del caso, non solo perché fu il primo ad accusarsi dell’omicidio, ma perché la sua figura respingente, con un cappello da pescatore e il nomignolo famigliare di “Zio” lo hanno reso subito macchietta e caricatura, facendo dimenticare al grande pubblico che quell’uomo con le mani dinoccolate, la pelle ruvida e lo sguardo appuntito si è accusato di aver ucciso Sarah e di aver occultato il corpo della nipote perché ne provava attrazione, secondo la sua stessa ammissione. «Io sono forte, tutti mi sottovalutano», dice in un video realizzato da Nazareno Dinoi sul luogo dell’occultamento del cadavere due anni dopo l’omicidio. «Io sono forte», dice alzando le braccia per indicare il masso col quale coprì il cadavere esile di Sarah Scazzi dentro a un pozzo dove rimase per 42 giorni. Ma per la giustizia italiana le parole di Misseri sono carta straccia, sono state pronunciate per coprire le responsabilità di sua figlia, Sabrina Misseri e della moglie, Cosima Serrano, che sono state condannate in via definitiva per aver prima sequestrato Sarah Scazzi - secondo le sentenze, dopo essersi recata a casa dei Misseri, la 15enne sarebbe scappata e poi sarebbe stata «riacciuffata» dalle due donne in macchina - e poi l’avrebbero uccisa con una cintura, strangolandola. Testimone chiave di questa versione Giovanni Buccolieri, fioraio di Avetrana che avrebbe visto l’accaduto (ha cambiato più volte versione). A quel punto le due donne avrebbero «obbligato» Michele Misseri a occuparsi del cadavere. Da qui la condanna per soppressione di cadavere assieme al fratello, Carmine Misseri, e al nipote, Cosimo Cosma, che è morto di tumore dopo la condanna in primo grado. Movente di tutto: la gelosia per un ragazzo, Ivano Russo, condannato a cinque anni per aver depistato le indagini. Su di lui cade la colpa di essere l’oggetto della contesa tra le due cugine, di essere l’epicentro del pettegolezzo e dell’affronto. Una giungla di verità, di negazioni, di carte processuali, di sangue e fango, che a dieci anni di distanza prendono una vita diversa dentro un libro “Sarah. La ragazza di Avetrana” (Fandango) scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni. Mentre il sole ci stordisce nella piazza centrale di Avetrana, raccontano di quella che è diventata per loro una sorta di lucida ossessione: «Volevamo indagare un contesto sociale e culturale, quello della provincia meridionale, che ha portato a un atroce delitto maturato in ambito familiare. Ma volevamo anche comprendere le influenze del primo processo mediatico italiano sulle indagini, e analizzare i passaggi - dai primi atti fino alla sentenza - che hanno portato alla condanna all’ergastolo di Sabrina Misseri e Cosima Serrano, che ancora oggi continuano a dichiararsi innocenti. Ci interessava anche comprendere come Michele Misseri, che da sempre si presenta come l’unico colpevole, sia invece stato accusato e condannato solo per soppressione di cadavere e non per il reato di cui dice da anni di essersi macchiato. Misseri è tornato a ribadire la sua colpevolezza nella lettera che ci ha inviato e che abbiamo pubblicato in esclusiva nel libro». Un delitto in cui il cortocircuito tra media e aule di giustizia è stato evidente, sotto la scorza di una provincia che agisce sempre allo stesso modo, si tratti di mafia o di mura domestiche. Una realtà immobile: gli inverni duri da passare, il lavoro della terra, i bar con le carte e i video poker, le partite alle domenica, i giovani che se ne vanno, il sindaco, il farmacista, il comandante dei carabinieri, la festa del santo, il sesso come vergogna pubblica e privata e infine, con l’avvento dei social, le chiacchiere di commento su una foto, su un like. È dura essere vivi da queste parti, la desolazione della provincia che si è evoluta senza valori, ma con le solite reticenze, ha invaso lo spazio minimo di respiro. Respiro che su questo territorio manca, come raccontano gli autori indicandomi la via che conduce a casa Misseri: «Questo territorio è la parte più periferica del Salento e qua abbiamo incontrato tutti i protagonisti che ci è stato possibile, approfondito tutte le piste rimaste inascoltate e soprattutto studiato tutti i documenti, che superavano le 20 mila pagine. Abbiamo lavorato sempre senza alcun tipo di pregiudizio. Ci siamo resi conto però di incredibili domande rimaste senza risposta». A colpire Piccinni e Gazzanini è stato «il mix esplosivo che ha travolto Avetrana dieci anni fa, trasformandola da paese della periferia meridionale in cuore pulsante di uno show dell’orrore. Tra voci di paese e pressione mediatica, tutto ha influito sulle indagini. Tutto ha schiacciato, fino a farlo scomparire, il ricordo stesso di Sarah. Le persone coinvolte sono state invece tramutate in personaggi da incasellare in categorie precostituite. E spesso gli stessi protagonisti, pur di nascondere piccoli segreti, hanno alimentato una sequenza interminabile di bugie che poi si sono trasformate in una valanga capace di travolgerli, forse portando via per sempre con sé la verità». Queste terre sono fatte per scappare, per tornare a piccole dosi, per prendere poco a poco il veleno che viene dalla morte e dai fantasmi.Una certa cronaca giudiziaria ha costruito contrapposizioni tra le cugine, gelosie pregresse, giocando sul corpo delle donne di questa storia disonesta ovunque la si guardi. La condanna a morte di Sarah sarebbe stata anche la sua bellezza, la sua grazia e la capacità di far innamorare un uomo, s’è detto, semplificando e incasellando tutto nella vicenda orrendamente definita «passionale», e rimuovendo invece l’attrazione che Michele Misseri ha più volte dichiarato di aver provato verso Sarah. Non fa impressione se a dirlo è un fattore di campagna, un uomo della terra. Nel circo italiano altri prima di lui ci hanno abituato a quell’orrore di «cose fuori posto». Tutto orrendo a vederlo dieci anni dopo, un contesto interamente sottovalutato quello dei Misseri, seppellito dalle voci del paese. Valentina Misseri, sorella di Sabrina, nel libro di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanini dice: «Ero una ragazzina, mi ero sviluppata da poco, eravamo in Germania. Dovevo fare la doccia e mi spogliai davanti a mio padre, come avevo fatto migliaia di volte prima. Ricordo come mi studiò. Avvertii i suoi occhi sulla mia pelle e mi vergognai. C’era qualcosa di strano e di inquietante, in quello sguardo. Con una voce dura mi disse: “Non ti devi far più vedere così da me”. Quella fu l’ultima volta che accadde». Valentina, che dice di essersi salvata dal carcere perché quel giorno non era ad Avetrana, dopo anni rompe il silenzio riservato alla stampa e parla con L’Espresso, chiedendomi di fare attenzione alle sue parole, di averne anche cura perché in tutta questa storia loro sono stati lacerati dalla stampa, dalla morbosità: «In questi anni è stato detto di tutto e di più sulla mia famiglia. Se io quel giorno non fossi stata a Roma, ma a casa mia ad Avetrana, probabilmente anche io adesso sarei in carcere. La triste morte di mia cugina è stata strumentalizzata brutalmente: hanno solo pensato all’audience televisiva, a vendere copie di giornale e a cercare lo scoop. Abbiamo conosciuto la parte brutta dei mass media. È completamente mancato il rispetto, quasi noi non fossimo persone. Ci hanno offeso, ci hanno strumentalizzato, ci hanno tolto la dignità. Hanno detto di tutto, anche cose non vere, pur di avere il consenso dell’opinione pubblica», continua Valentina, che aveva fatto il suo verdetto molto prima dei giudici. «Ed è così che mia madre e mia sorella, innocenti come si professano da sempre, sono state condannate all’ergastolo. Abbiamo conosciuto giornalisti che erano dalla nostra parte fino a che li abbiamo fatti entrare in casa e raccontato loro i nostri più intimi segreti; ma appena abbiamo deciso di perseguire il silenzio, appena abbiamo scelto di non far entrare nessuno, sono diventati colpevolisti e ci hanno perfino confidato che non potevano parlare male del tribunale perché le informazioni arrivavano da lì». Ad un certo punto la sua voce si fa velata di rabbia: «Non sopporto che mio padre sia diventato Zio Michele: lui è Michele Misseri, non è lo zio di nessuno. Oggi, a distanza di dieci anni, io so solo che ho un padre colpevole pronto a uscire dal carcere, e mia madre e mia sorella che sono innocenti e moriranno dietro le sbarre se la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non si accorge di quello che è accaduto a Taranto». Un caso che ha scosso profondamente anche l’avvocato di Sabrina e Cosima Misseri, Franco Coppi: «Non so darmi pace - dice – di come queste due donne possano essere state valutate colpevoli dalla Cassazione che, precedentemente, aveva annullato i provvedimenti cautelari per mancanza di indizi di colpevolezza. È stato un processo mediatico: non ha tenuto conto della vita quotidiana di Sarah, dell’affetto per la cugina che ne era custode e amica. Faccio appello al fioraio di Avetrana, Giovanni Buccoleri, affinché riveda, come ha già in parte fatto, la sua testimonianza. Gli chiedo di uscire dal tunnel della paura, perché Sarah merita una giustizia piena e vera». Non solo lessico giuridico: per Coppi, decano dei penalisti italiani, c’è anche un elemento personale: «Vorrei, prima della mia dipartita, dimostrare l’innocenza di queste due donne. Per settimane non ho dormito dopo la loro condanna».La stessa angoscia che viene dopo aver lasciato il paese, la provincia crudele che parla e dimentica il volto di Sarah, che sarà per sempre la ragazza di Avetrana.

Sarah Scazzi, dieci anni dopo: "Un dolore che non passerà mai". Claudio, il fratello della ragazza uccisa il 26 agosto del 2010, vive e lavora nell’Alto Milanese: "Per me è impossibile dimenticare quel che le hanno fatto". Gabriele Moroni su Il Giorno. San Vittore Olona (Milano), 25 agosto 2010 - Sono trascorsi dieci anni, ma quello entrato nell’iconografia popolare come il “delitto di Avetrana” appartiene al novero delle vicende consegnate a una specie di dimensione atemporale. Dieci anni da quel 26 agosto 2010, ad Avetrana, piccolo centro del Salento, quando Sarah Scazzi, 15 anni, studentessa dell’istituto alberghiero, esce di casa, attesa per un pomeriggio al mare. Viene inghiottita nel mistero fino al ritrovamento del corpo, il 6 ottobre, in un pozzo per irrigare i campi. Claudio Scazzi è il fratello maggiore di Sarah. Ha 35 anni e da quindici vive a San Vittore Olona. Lavora come autista all’Amga di Legnano.

Claudio, come ha vissuto questi dieci anni?

"In maniera altalenante. I primi anni sono stati i più intensi e anche i più difficili. Poi sono andato avanti a fase alterne".

La Cassazione ha reso definitive le condanne: ergastolo alla cugina Sabrina Misseri e a sua madre Cosima Serrano, otto anni di reclusione allo zio Michele Misseri per soppressione di cadavere. Ritiene che sua sorella abbia avuto giustizia?

"Secondo me, sì. Nelle indagini è stato fatto tutto quello che era possibile fare, senza tralasciare nulla. Anzi, voglio ringraziare ancora una volta gli inquirenti. Questo posso dire: non è stato trascurato nulla. Ne sono convinto. Dalle evidenze processuali emerge la responsabilità delle persone condannate".

Cosa prova nei confronti di queste persone?

"Ovviamente non possono essere sentimenti positivi. Anche qui: sono passato attraverso fasi diverse, con sentimenti uguali secondo la fase che mi trovavo a vivere. È un misto di sentimenti, senza che nessuno sia predominante sugli altri. Va avanti così da dieci anni. È logico che in un arco di tempo tanto lungo non si provi sempre la stessa cosa".

E oggi?

"Oggi è il momento più triste: quello della ricorrenza. Il momento più triste, più delicato. Ogni anno è lo stesso, a mano a mano che ci si avvicina alla data".

Cos’ha ucciso Sarah? Gelosia? Invidia? Odio?

"Dalle indagini sono emerse varie situazioni. Una serie di problemi concatenati all’interno di quella casa, fra madre e figlia, fra Sabrina e Ivano (Ivano Russo, il ragazzo che secondo l’accusa avrebbe fatto ingelosire Sabrina Misseri, tanto da uccidere la cugina Sarah - ndr)".

C’è stata anche omertà?

"Non penso. La procura ha messo in campo tutti i possibili strumenti di indagine. Se c’era omertà, è stata subito smantellata. Sulle condanne per gli altri reati non voglio esprimere opinioni. È giusto aspettare i tre gradi di giudizio".

I ricordi legati a Sarah?

"Sono soprattutto quelli dell’estate, quando scendevo per la vacanze. Il sole, il mare, la serenità. Ero maggiore di lei di dieci anni. Non eravamo molto distanti. Capivo, la capivo, anche perché certe cose le avevo passate prima. Avevamo l’età giusta per comprenderci a vicenda. Il nostro era un rapporto molto bello. Capivo quello che lei mi diceva e anche quello che non mi diceva".

Grande confidenza?

"Sì, assolutamente. Si parlava della giornata in corso e della giornata di domani, delle uscite, delle vacanze. Mi fermavo venti, venticinque giorni e lei era molto contenta perché con la mia presenza era anche più libera, poteva uscire di più, fare quello che poteva fare una ragazzina di 15 anni".

Quando vi siete visti per l’ultima volta?

"Qualche giorno prima del 26 agosto. Abbiamo trascorso insieme la mattinata. Ci siamo salutati in casa con la promessa di telefonarci. Il giorno dopo avrei ripreso il lavoro. Sono uscito di casa verso l’una, l’una e mezza del pomeriggio. La mamma mi ha accompagnato alla stazione dei pullman".

Processo da rifare per zio Michele. Tarantobuonasera.it mercoledì 28 Ottobre 2020. Processo di appello da rifare per Michele Misseri accusato di diffamazione nei confronti di uno dei suoi ex avvocati, Daniele Galoppa e della criminologa Roberta Bruzzone. La Cassazione ha annullato con rinvio la condanna ad un anno e mezzo di reclusione che la Corte di appello di Taranto gli aveva inflitto un anno fa riformando la sentenza del Tribunale di Taranto che lo aveva condannato a tre anni anche per calunnia. La vicenda risale agli anni 2011- 2012. Durante il processo sull’omicidio di Sarah Scazzi e in alcune trasmissioni televisive, Misseri, nel tentativo di scagionare la figlia Sabrina (e quindi anche la moglie Cosima Serrano) ha accusato Galoppa e Bruzzone di avergli suggerito di coinvolgere la ragazza nella consumazione del delitto. Una ricostruzione accusatoria costatagli in primo grado la condanna a tre anni di reclusione. A novembre 2019 la Corte d’Appello di Taranto ha ridimensionato la gravità delle accuse condannandolo soltanto per diffamazione. I giudici hanno ritenuto infamanti le accuse nei confronti del legale e della criminologa ma non hanno ravvisato il dolo e le hanno ritenute diffamatorie, non calunniose. Inoltre, concordando con quanto emerso nei tre gradi del processo principale sul delitto di Avetrana, hanno ritenuto Misseri inaffidabile per le diverse versioni fornite agli inquirenti. La Sesta Sezione penale della Cassazione ha annullato la condanna di secondo grado disponendo il rinvio alla Corte d’appello e riservandosi il deposito delle motivazioni. Serviranno anche per comprendere perché è stato respinto, in quanto ritenuto inammissibile, il ricorso dei due professionisti costituitisi parte civile. Il difensore di Misseri, avvocato Ennio Blasi di Statte, dinanzi alla Suprema Corte, ha sostenuto l’illogicità delle motivazioni della condanna di secondo grado, ritenendo insussistenti le offese e chiedendo l’annullamento della sentenza. Il processo di secondo grado è dunque da rifare e si celebrerà davanti ad un collegio diverso, in Corte di appello a Lecce. Ma sul procedimento incombe la prescrizione: il 6 giugno prossimo. Michele Misseri, quindi, potrebbe evitare una seconda condanna, almeno per questa vicenda. Sulla sua testa pende, infatti, un’altra spada di Damocle. Una pena di quattro anni di reclusione, per calunnia e autocalunnia, rimediata in primo grado insieme a Ivano Russo (cinque anni) e ad altri protagonisti del caso di Avetrana imputati e condannati per falsa testimonianza a pene meno pesant (dai due tre anni). Il procedimento è approdato in appello. Misseri attende l’esito del giudizio nel carcere di Lecce dove è detenuto per soppressione del cadavere della nipote.

A 42 GIORNI DALLA SCOMPARSA DI SARAH SCAZZI, ROBERTA BRUZZONE DEFINÌ MICHELE MISSERI UN PEDOFILO ASSASSINO. Da Domenico Leccese su lecronachelucane.it il 6 novembre 2020. Pochi giorni fa, la Suprema Corte ha annullato con rinvio, la condanna ad un anno e mezzo di reclusione che la Corte di appello di Taranto aveva inflitto a Michele Misseri. Misseri era stato denunciato dal suo ex avvocato Daniele Galoppa e dalla sua ex consulente, la psicologa Roberta Bruzzone. Come tutti sapete, per l’omicidio di Sarah Scazzi, sua cugina Sabrina Misseri e sua zia Cosima Serrano stanno scontando l’ergastolo nel carcere di Taranto. A Michele Misseri la procura ha attribuito l’occultamento del cadavere. Ma veniamo alla dichiarazione rilasciata da Roberta Bruzzone a La7 nel 2010, 42 giorni dopo la scomparsa di Sarah Scazzi: “Questa tipologia di soggetti sono spinti esclusivamente dalla volontà di soddisfare i propri impulsi per cui tutto diventa secondario la vittima è semplicemente uno strumento attraverso cui soddisfare appunto la propria pulsione sessuale, quindi ragionano, pianificano, metto in conto la possibilità di liberarsi della vittima quando diventa scomoda quando diventa pericoloso per loro lasciarla in vita per evitare la cattura in questo caso penso ci siano tutti gli ingredienti per manifestare una piena e assoluta lucidità da parte di questo tipo di soggetti nel portare a termine la propria azione criminale. E in questo caso addirittura poi è intervenuta la volontà di depistare. Io in tutto ciò che ha fatto Misseri dai giorni in cui ha scoperto il cellulare e in tutte le dichiarazioni successive vedo una grande volontà, un grande tentativo di portare lontano da sé e probabilmente diciamo lontano dalla cerchia che lo riguardava i sospetti di questa vicenda. C’è da riflettere sul fatto che nessuno conoscesse le reali pulsioni che albergavano in questo tipo di soggetto. Ritengo improbabile quantomeno che nessuno sapesse che questo tipo di persona avesse questo tipo di interesse e non credo francamente che questa vicenda sia nata 42 giorni fa. Non penso che il 26 agosto sia stato l’unico momento in cui questa persona ha avuto un interesse sessuale per un minore. Parliamo di un pedolo assassino e questo tipo di soggetti difficilmente a quell’età ha il proprio ingresso nella vita criminale, per cui purtroppo c’è da indagare in maniera molto più allargata nella vita di quest’uomo e sono convinta che emergeranno elementi ancor più inquietanti. Io penso che sia assolutamente probabile che questa persona abbia commesso tutto da sola. Non ci vedo nulla di impossibile per una persona soltanto. Ha fatto quello che ha fatto, ha abusato del corpo di questa giovane, poi ha atteso un tempo secondo me ragionevole tanto per muoversi probabilmente magari con il favore della notte, e portare poi il corpo là dove è stato ritrovato, celato in maniera estremamente accurata e difficilmente ritrovabile se non su indicazione dell’assassino, come effettivamente è avvenuto. In questo caso l’ergastolo penso che sia impossibile non comminarlo, c’è piena consapevolezza, c’è lucidità, probabilmente sentiremo parlare, forse un tentativo di stabilire una sorta di seminfermità, ma in questo caso ripeto è assolutamente escludibile sulla base di ciò che è stato fatto da quest’uomo sia durante la fase omicidiaria, che poi durante la fase successiva nell’occultamento del cadavere e ahimè anche nella fase che ha riguardato come sembra anche la parte della violenza sessuale” In seguito, la psicologa Roberta Bruzzone ha dichiarato: “A mio avviso non esiste alcun dubbio, tantomeno ragionevole, sulla colpevolezza di Sabrina Misseri e Cosima Serrano in relazione al delitto di Sarah Scazzi. E ci sono a oggi, considerando  l’intera inchiesta, almeno una trentina di magistrati che l’hanno pensata esattamente come me, compresi i giudici della Corte di Cassazione che hanno confermato entrambe le condanne all’ergastolo nel febbraio del 2017. Non ci sarà mai modo di arrivare a una conclusione diversa e nulla e nessuno potrà modificare quanto è stato sancito dai tre gradi di giudizio. Lui non ha avuto alcun ruolo nel delitto ed è questa la principale ragione per cui Misseri non è mai riuscito a fornire una versione coerente di quanto accaduto durante l’omicidio. Lui non c’era e nessuno gli ha mai raccontato no in fondo com’è andata”

Zio Michele, l’uomo dei misteri di Avetrana. Maria Corbi il 25 agosto 2020 su La Stampa. Misseri è il personaggio chiave dei processi che hanno portato alla condanna all’ergastolo della figlia Sabrina e della moglie Cosima per l’omicidio della nipote Sarah. Tra confessioni, ritrattazioni, ambiguità. E dieci versioni diverse.

Meno di 10 giorni dopo la sua piena confessione Misseri il 15 ottobre inizia a inanellare una serie di altre versioni del delitto, coinvolgendo la figlia Sabrina a cui affibbia diversi ruoli, da semplice testimone fino ad autonoma e unica responsabile. Un continuo fiorire di nuove ricostruzioni che secondo il buon senso dovrebbe portare alla inaffidabilità totale del teste, non solo quando accusa se stesso. Anche perché è la giurisprudenza a dirci che la ritrattazione di una confessione deve essere una smentita non equivoca del fatto falso. E nelle dichiarazioni di Michele Misseri di non equivoco c’è veramente poco. La prima chiamata in correità della figlia, come dicevamo, è del 15 ottobre quando ribadisce di averla uccisa «perché le ho buttato le mani e io pure volevo buttare la mano e lei si è girata». Ma dopo un’interruzione dell’interrogatorio cambia versione: Sabrina sarebbe scesa in garage e notando il corpo esanime di Sarah gli avrebbe chiesto: «papà cosa hai fatto?». A questo punto le versioni del delitto sono già tre.

La data del 15 ottobre è fondamentale per il destino di Sabrina. Michele viene interrogato nel garage di casa sua, ossia il luogo del delitto, e vi arriva stordito dai medicinali che prende su indicazione del medico del carcere. La paura è che compia dei gesti contro se stesso. Quel giorno appare appannato, si tiene a fatica sulle gambe. Ripete la sua versione tra il trattore e il compressore dove si sarebbe accasciato il corpicino della nipote, come dirà lui stesso in una delle tappe della sua verità: «Sarah cadendo è andata a sbattere con la testa tra il manico e il serbatoio del compressore». Ma gli inquirenti lo esortano ancora a dire la verità: «Michè vedi che qui stanno male le cose», dice un carabiniere. Ma anche il suo avvocato, intervenuto d’ufficio la notte della confessione, insiste perché ritratti «perché qui le cose si mettono male». L’avvocato di Michele è un civilista, con esperienza di beghe condominiali, ma non ritiene di dover fare un passo indietro lasciando il posto a  un collega specializzato in penale. E quel 15 ottobre la sua posizione è chiara, al fianco degli inquirenti tanto che esortando Michele a «dire la verità» usa un «noi»: «pure la violenza sessuale ti dobbiamo contestare noi». Bizzarro detto da un legale di fiducia. Ma Michele rimane sulla sua posizione fino a che l’avvocato chiede un time out per poter interloquire con il suo cliente. Altro time out lo chiederà poco dopo il pm Biuccoliero, 35 minuti di interruzione dopo i quali tutto cambia. Anzi tutto è cambiato in quella parentesi incomprensibile tanto che Buccoliero invitandolo a parlare fa capire che in quel lasso di tempo si sono dette delle cose:

P.M. Buccoliero: Allora si riprende l’ascolto di Michele Misseri alle ore nove e trenta. Allora signor Misseri che cosa succede nel garage quando lei ha già ucciso Sarah e l’ha coperta con il cartone e arriva Sabrina come ha detto, che cosa accade?

«Come ha detto», sottolinea il pm. Quindi questa prima ritrattazione avviene nella parentesi non verbalizzata dove non sappiamo come si è svolta la conversazione.  Michele comunque risponde, riferendo la reazione di Sabrina: «Papà cosa hai fatto?». La risposta che dice di aver dato Michele è incredibile: «Niente». Comunque in questa versione Sabrina fugge in lacrime e va fuori ad attendere l’amica Mariangela con cui deve andare al mare. Proprio lei che ama quella cugina come una sorella, alla vista del suo cadavere invece di disperarsi, mantiene la calma, fredda come una serial killer. Possibile? Probabile? Un dramma costellato di punti interrogativi.

Gli inquirenti vogliono altro. Perché se, come continua a insistere MIsseri,il cellulare della povera Sarah ha squillato mentre lui la stava strozzando per una chiamata di Sabrina, non sarebbe possibile arrivare al passaggio successivo, ossia alla complicità di Sabrina nella fase omicidiaria. Quello squillo per inchiodare Sabrina deve arrivare quando la ragazzina è già morta. Ma Michele insiste: «E’ caduto in terra, ce lo aveva in mano lei». Nega quindi che quello squillo, come invece pensano gli inquirenti, possa essere un tentativo di costruirsi un alibi della figlia. Ma l’interrogatorio continua su questo punto perché per il pm «qui non riusciamo a conciliare le cose». Ossia non si riesce a conciliare la verità di MIsseri nel puzzle costruito dall’accusa. E il legale di Misseri rimane sullo sfondo.

Alle 10,02 il verbale viene sospeso di nuovo e si riapre in un altro scenario, sotto l’albero di fico dove Misseri ha detto di avere portato la nipote. Poi si sospende di nuovo e si riapre alle 14,30 nella caserma di Manduria. Il pm Buccoliero chiede a bruciapelo:«chi l’ha portata nel garage Michè». E a questo punto ecco entrare in scena Sabrina che avrebbe trascinato Sarah nel garage «per verificare il fatto che io gli avevo messo la mano».  E  il pm insiste: «ti ha detto dagli una lezione?». «Può darsi di si». «C’è tanta confusione».

Misseri è sfinito e stordito. Risponde esausto alle esortazioni degli inquirenti e anche del suo avvocato. Ma il pm lo porta anche su un'altra strada come se non fosse soddisfatto di quella versione: «Sabrina era arrabbiata pure per il fatto del fidanzato, no?». Ecco il movente che da sempre ossessiona la Procura. La gelosia di Sabrina per il rapporto che Sarah aveva con Ivano. Che definiscono «fidanzato», anche se nessuno dei due ha mai definito «fidanzamento» la loro relazione.

Michele, dicevamo, è sfinito e cambia ancora versione tornando a quella dove è l’unico responsabile e Sabrina una involontaria testimone. Una lunga giornata questo 15 ottobre. Alle 15 si sospende ancora la verbalizzazione e venti minuti dopo, su richiesta del difensore Galoppa, si riapre. E emerge un’altra versione dei fatti: Michele e Sabrina volevano solo avvertire Sarah in modo che non andasse a raccontare delle avances sessuali alla moglie Cosima e la sua morte è stato solo un incidente. Sarah sarebbe scivolata per scappare da zio e cugina.

Tante versioni affastellate e poco spontanee. Ma non importa. Alla fine di questo 15 ottobre di 10 anni fa le porte del carcere di Taranto si chiudono dietro a Sabrina. E ancora non si sono riaperte.Nel primo provvedimento cautelare, scattato quel giorno  a carico di Sabrina Misseri era stata configurata la seguente imputazione:

a) 605, c.p. per avere privato Sarah Scazzi della libertà personale, trascinandola con la forza all’interno della cantina-garage della sua abitazione e, poi, trattenendola ivi contro la sua volontà, cinturandola con le braccia, mentre il padre le cingeva una corda intorno al collo;

b) 110-575-576, co. 1, n. 1), c.p.: perché, in concorso con il padre Misseri Michele Antonio, al fine di assicurare allo stesso l’impunità del delitto di violenza sessuale da questi commesso ai danni di Scazzi Sarah, nonché per motivi abietti e futili, consistiti nell’evitare che l’episodio di violenza di cui innanzi pervenisse a conoscenza di terzi, cagionava la morte della cugina, atteso che, mentre compiva il sequestro sub a), il genitore, dopo aver messo a quest’ultima la corda intorno al collo, la stringeva sino a soffocarla.

A questo punto dell’omicidio abbiamo già  5 versioni:E’ stato Michele per un raptus sessuale;È stato Michele perché era nervoso che il trattore non partiva;E’ stato Michele e Sabrina scendendo in garage si è accorta del cadavere della cugina; E’ stato Michele su esortazione della figlia Sabrina che voleva dare una lezione alla cugina che minacciava di andare a raccontare delle molestie ricevute dallo zio;E’ stato un incidente conseguente a che padre e figlia volevano impartire a Sarah sempre per la questione delle molestie. Ma c’è da notare che in carcere Michele continua a raccontare a tutti la stessa versione, ossia quella che lo vede unico colpevole. Lo dice ai secondini, ai medici, al cappellano e anche al medico legale della procura, il dottor Strada a cui da anche un altro macabro dettaglio: la nipote mentre stava morendo si è fatta la pipì addosso. Ma nulla cambia nelle convinzioni degli inquirenti.

Il 22 ottobre la moglie Cosima e la figlia maggiore Valentina vanno a trovare Michele in carcere. Vorrebbero trovargli un altro avvocato, ma lui rifiuta perché «lo paga lo stato».  Lui racconta che «loro (gli inquirenti, ndr) mi hanno detto che sto coprendo Sabrina e Ivano».  «Che loro sono colpevoli e io innocente».
«E’ così?», chiede Valentina. Misseri: «Io ho detto non posso far pagare il carcere agli innocenti. Ho fatto io e devo pagare io». Il 5 novembre Michele Misseri viene interrogato di nuovo. E si spoglia dagli scomodi abiti non solo di colpevole ma anche di complice e addirittura di spettatore.  Siamo alla sesta versione: lui quel 26 agosto dormiva placidamente sulla sua sdraio ormai divenuta famosa in tutta Italia quando viene chiamato da Sabrina che lo invita a scendere in garage «perché è successa una cosa».  Lui vede il corpo della nipote e ascolta la spiegazione della figlia: «Stavamo giocando, è scivolata ed è caduta, Sarah».  A questo punto, come nella migliore abitudine di questa vicenda, l’interrogatorio viene interrotto. Sono le 16,10.  E’ presente anche una consulente della difesa, una criminologa habituè dei salotti tv. Entra in gioco anche l’arma del delitto, che secondo una prima perizia non sarebbe compatibile con la corda menzionata da Misseri, ma piuttosto con una cinta.  E, come dicevamo, dopo le solite irrituali interruzioni, Michele cede: la corda potrebbe essere una cinta. E si arriva al 19 novembre, giorno dell’incidente probatorio in cui i pm vogliono cristallizzare le accuse di Michele alla figlia, anticipando così una prova del dibattimento. E abbiamo la settima versione. quella della «disgrazia»: alle due di pomeriggio di una giornata afosa di agosto le due cugine sarebbero scese nel garage infuocato di casa Misseri per giocare (una di 22 anni e l’altra di 15 anni) al gioco del cavalluccio, dove a fare da «cavallo» sarebbe stata l’esile Sarah e da «cavaliere» la massiccia Sabrina. E la corda usata a mo’ di «redini» sarebbe l’involontaria arma de delitto. «Michele Misseri, quindi, propone la tesi di una disgrazia che porrebbe Sabrina al riparo della sanzione maggiore che invece meriterebbe se fosse realmente colpevole di un omicidio volontario», rileverà la difesa. Nei colloqui in carcere con sua figlia Valentina che gli chiede conto delle accuse fatte alla sorella lui si giustifica dicendo di essere stato indotto a «dire la falsa». «O ci dici così, la Sabrina tra poco esce, se non dici non esce». Valentina non ci vede dalla rabbia: «come cazzo esce se hai detto che ha ucciso?». «Chi è che ti ha detto queste cose?», insiste Valentina. E qui Misseri indica tre persone che si sono occupate del caso (e i cui nomi non faccio per rispetto delle garanzie che spettano a tutti noi), due delle quali lo denunceranno per calunnia. Michele Misseri sarebbe stato convinto del fatto che coinvolgendo Sabrina la sua famiglia avrebbe minimizzato il danno del suo errore. Lui sarebbe finito nel convento di Grottaglie e la figlia sarebbe uscita dopo poco, meno di due anni.Misseri comunque continua a dire di essere solo lui il colpevole con tutte le persone con cui parla a iniziare, come dicevamo dallo psichiatra del carcere. Appare un uomo manovrabile, che cambia le sue versioni a seconda delle pressioni che riceve, e anche il gip di Taranto deve ammettere che Misseri «è uno tra i peggiori chiamanti in correità che un giudice si augurerebbe di trovarsi di fronte». E così si arriva alla ritrattazione della ritrattazione, l’ottava versione; quando Michele inizia, inascoltato, a dire di «avere fatto la falsa», ossia di avere detto il falso sulla colpevolezza di Sabrina perché indotto da chi gli aveva assicurato che in questo modo sia lui che Sabrina in pochi anni avrebbero ripreso una vita normale. E’ un secondino del carcere di Taranto dove è recluso a spiegargli che le cose non stanno così e che le accusa fatte alla figlia, anche nella versione edulcorata dell’incidente probatorio, sono un punto di non ritorno. Allora Michele chiede di essere riascoltato dagli inquirenti, ma ottiene solo dei no. I magistrati si rifiutano di ascoltarlo. L'avvocato Franco CoppiIn tanti si sono chiesti come abbia fatto Sabrina Misseri a ottenere la miglior difesa possibile, niente meno che il professor Franco Coppi, difensore dei potenti, da Giulio Andreotti a Silvio Berlusconi.La verità è molto più semplice delle tante illazioni fatte e che qui vi risparmio.  Agli inizi di questa storia Sabrina era difesa da due avvocati di Taranto, marito e moglie, Vito Russo ed Emilia Velletri.  Poi, a inizio 2011, hanno dovuto rimettere il mandato perché indagati di falso lei e di favoreggiamento lui (Vito Russo avrebbe tentato di far dire ad Ivano che a essere infatuata di lui non era Sabrina ma l’amica Mariangela). Il padre della Velletri, un noto legale del foro pugliese, cassazionista come Coppi, preoccupato della piega che stava prendendo questa causa, si mise in contatto con il professor Coppi chiedendo di dare una mano per le istanze da presentare in Cassazione contro le ordinanze di custodia cautelare. Coppi si era incuriosito di questa vicenda di cui si parlava ormai in ogni luogo, sia nelle aule di Tribunale che nei salotti bene della città. Io stessa venivo «interrogata» regolarmente da amici, conoscenti e anche da estranei che mi vedevano nelle trasmissioni televisive dove andavo cercando inutilmente di tenere viva una cultura garantista rispetto a questa vicenda. Così, poco prima di Natale, ricevetti una telefonata del tutto inaspettata. Era un assistente del professor Coppi che mi chiedeva se potevo incontrarlo. «Si porti anche qualche materiale di Avetrana», mi dissero. E così andai a questa colazione dove mi chiese come mai in un coro colpevolista la mia voce suonasse invece di altro tono. Così, carte alla mano, gli dissi quello che non mi convinceva in questa inchiesta. Gli parlai dei personaggi, dl clima che si respirava ad Avetrana e del mio sconcerto per la reclusione preventiva di una ragazza che fino a quel momento non aveva mai fatto del male nemmeno a una mosca e su cui pendevano solo contraddittorie accuse del padre. Lasciai le carte che avevo e poco dopo seppi che il professor Coppi aveva preso la difesa di Sabrina. Quando gli chiesi il perché mi disse: «un avvocato ha il dovere di difendere la giustizia. E in questo caso credo proprio che ce ne sia bisogno. E poi dopo tanti casi di bancarotta sono felice di seguire una storia carica di umanità seppur dolorosa». Da quel momento il professor Coppi non ha mai abbandonato Sabrina, difendendola gratuitamente, una causa pro bono, con l’aiuto di un suo collega del foro di Taranto, uno dei più importanti penalisti pugliesi, Nicola Marseglia, ma anche dell’avvocato Roberto Borgogno, braccio destro del professore nello studio romano. Coppi dirà in diverse interviste che il pensiero di Sabrina dietro le spalle non gli da pace. La chiama affettuosamente «la sventurata» e da lei riceve regolarmente delle lettere con dei disegni colorati a pastello che di solito hanno per oggetto degli animali, cani e gatti, una passione comune. E quando lei si fa prendere dallo sconforto e rimane muta, senza la forza nemmeno di scrivere una lettera, lui la sprona e la rimprovera: devi combattere e continuare a scrivermi. «Io aspetto con ansia le tue lettere». Nel frattempo il professore ha iniziato il lungo iter del ricorso in Europa, che è stato ammesso e che dovrà essere discusso. Un disegno di Sabrina Misseri«Le cose sono andate così», ricorda Coppi. «Presto mi sono ritrovato solo a difendere Sabrina a seguito delle vicissitudini giudiziarie che hanno coinvolto diversi avvocati che si sono preoccupati di questo processo». «Non ho mai avuto dubbi sull’innocenza di Sabrina. Tutti i racconti di Sabrina sui suoi rapporti su Sarah hanno trovato riscontro, non mi ha mai detto una bugia. Basterebbe come prova della sua innocenza i fatti che seguono al ritrovamento del cellulare di Sarah.  E’ Sabrina che invece di farlo sparire come sarebbe stato suo interesse se fosse stata colpevole obbliga il padre a consegnarlo ai carabinieri. E commenta questo ritrovamento con il fratello di Sarah rappresentando la speranza che questo ritrovamento possa essere di aiuto nel ritrovamento di Sarah». Poi c’è la confessione di Misseri che l’accusa ha voluto sminuire perché ha cambiato versione molte volte. «Ma i cambiamenti di versioni di Michele sono tutti motivati. Una volta ha detto che gli era stato suggerito di comportarsi in un certo modo, un'altra volta ha spiegato che gli era stata fatta intravedere la possibilità di uscirne con pochi danni. Quindi non si possono liquidarle tutte e sue versioni dicendo “è inattendibile”. Tenendo conto che in dibattimento quando lo ho sottoposto a interrogatorio ho voluto usare l’espressione più brutale: è lei l’assassino>? E lui ha risposto sì».

Sabrina rimane in carcere nonostante anche la Cassazione sia stata chiara in occasione del primo ricorso contro il provvedimento di custodia cautelare, nell’affermare la debolezza dell’impianto accusatorio, annullando l’ordinanza addirittura per mancanza di indizi. Ma ogni volta che la Cassazione chiede al Tribunale di valutare di nuovo alla luce delle sue obiezioni la posizione di Sabrina quello che ottiene è solo un cambiamento delle carte in tavola, ossia un cambiamento dei capi di imputazione. Sabrina colpevole unica. Sabrina complice del padre. Sabrina complice della madre, come vedremo tra poco. Nel frattempo Michele Misseri visto che non viene ascoltato dagli inquirenti detta la sua ammissione - di avere «detto la falsa» su Sabrina – a lettere inviate alla figlia per «chiedere scusa». Lettere per cui la difesa ha chiesto di poter ascoltare Michele Misseri in carcere in modo che ripetesse anche davanti agli avvocati, nel quadro di una attività difensiva, di essere stato lui e solo lui il colpevole. Cosa che è avvenuta puntualmente nel carcere di Taranto con il primo incontro tra il professor Coppi e il contadino di Avetrana. Presente anche, irritualmente secondo Coppi, il procuratore capo di Taranto Sebastio e l’aggiunto Pietro Argentino E anche qui un’anomalia. Gli inquirenti si rifiutano di ascoltare Misseri ma pretendono di essere presenti quando parla con la difesa. «Non mi era mai capitato di svolgere indagini difensive alla presenza del pubblico ministero», dice Coppi. «Il contenuto di queste lettere corrisponde al tuo pensiero?», chiede Coppi. «Risponderò appena mi chiameranno i magistrati», dice Misseri che non verrà mai più ascoltato dai pm. Per ben due volte il gip dice no alla richiesta della difesa di un nuovo incidente probatorio vista l’evoluzione delle cose. E dice no anche a un confronto tra i protagonisti della storia, ossia Michele, Sabrina e Cosima, ormai anche lei nell’occhio dei magistrati. Ma c’è di più. Quando il nuovo legale di Misseri, il romano Francesco De Cristofaro , a marzo 2011, con una lettera fa sapere alla Procura che il suo assistito vuole parlare con loro per riferire «circostanze dallo stesso ritenute utili alle indagini», non solo ottiene un secco no ma viene lui stesso indagato per «infedele patrocinio». L’avvocatura insorge e le camere penali indicono uno sciopero, ma intanto De Cristofaro non può che rimettere il mandato. Misseri è di nuovo solo, in balia di se stesso e di avvocati attratti dal suo caso, ma soprattutto dalla ribalta mediatica.  Il 30 maggio, a sorpresa, verrà liberato. Ma ne parleremo tra poco.

Come ho accennato prima la sentenza della corte di Cassazione  sollecitata da un ricorso della difesa di Sabrina contro l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, il 18 maggio 2011, rimette tutto in gioco. Anzi avrebbe rimesso, visto che come vedremo verrà bellamente ignorata, con il solito modo: annullata un’ordinanza di custodia se ne fa un’altra. I supremi giudici fanno notare come la logica che guida l’accusa sia «tutta interna al racconto di MIsseri»,   non verificata fatti oggettivi. Ma anche che Misseri non può essere credibile solo quando accusa la figlia. E che il movente della gelosia non regge. Insomma non sussistono ne prove, ne indizi.  Le accuse a Sabrina non reggono, di fronte alle «prove», ossia alle ricostruzioni fatte in base agli orari dei messaggi e delle telefonate intercorsi tra Sabrina, la cugina e la amica Mariangela quel giorno in cui dovevano andare al mare. In base a quello scambio di messaggi o si ritiene Sabrina capace di inviare sms mentre sta uccidendo la cugina, a corpo ancora caldo, per costituirsi un alibi neanche fosse una navigata criminale, oppure si torna all’ipotesi di partenza: ad uccidere Sarah è stato Michele Misseri. Ipotesi a cui gli inquirenti non vogliono tornare anche se sanno che devono superare le obiezioni fatte dalla Cassazione. Una bocciatura della linea seguita fino a quel momento a cui la Procura risponde (il 26 maggio, solo 9 giorni dopo) con una nuova ordinanza di custodia cautelare per Sabrina, e un’ordinanza di custodia cautelare contro Cosima Serrano. Nessuna indicazione della Cassazione viene seguita. I principi garantisti che impongono controlli incrociati tra diversi gradi e magistrati riguardo a un’inchiesta in corso sembrano ignorati. E siamo alla versione numero 9 del delitto:Capo A) – 110 e 575., c.p.:  perché, in concorso fra loro, [Sabrina Misseri e Cosima Serrano] cagionavano la morte della minore SCAZZI Sarah, strangolandola a mezzo di una cintura; in Avetrana (TA), il 26 agosto 2010; Capo B) – 110 – 61, n. 2 – 411 c.p.: perché al fine di assicurarsi l’impunità di cui al capo che precede, in concorso fra loro e con MISSERI Michele Antonio, sopprimevano il cadavere di Sarah SCAZZI, ordinando e aiutando il predetto Misseri a trasferire, a mezzo della sua auto “SEAT Marbella”, fuori dalla propria abitazione il suddetto cadavere, per occultarlo in modo da non essere più ritrovato; in Avetrana (TA), il 26 agosto 2010”.

La posizione, di Cosima  scrive il gip è  «sempre in bilico tra concorso nel reato e favoreggiamento», «si è disvelata» quando è stato chiaro che il delitto è stato compiuto a casa. Cosima quindi poteva benissimo sentire quello che avveniva in casa e anche il citofono «sicuramente suonato da Sarah al suo arrivo». Un «sicuramente» che non è supportato da testimonianze ma solo dalla logica del gip. «Dunque nella migliore delle ipotesi per lei, Cosima Serrano», ... «non può non aver assistito, per lo meno, a un’ampia parte dell’azione omicidiaria protrattasi per vari minuti (che in quel contesto sono un’eternità) e, in una simile situazione, non ha fatto nulla per impedire che siffatta condotta giungesse a termine». Secondo il gip poi vi sarebbero «buone ragioni per sostenere che Cosima Serrano, in prima persona, non nutrisse sentimenti particolarmente benevoli verso la nipote Sarah». Il gip contesta sia a Sabrina che a Cosima il fatto che non abbiano saputo dire cosa abbiano fatto per quasi un’ora dalle 16,19 alle 17,15. In realtà le due donne hanno sempre detto di essere state in giro alla ricerca di Sarah.  Si conferma il movente (la gelosia per Ivano Russo) che sarebbe confermata da cinquemila messaggini. Anche se la gelosia, come ha ricordato la Cassazione, non è un movente e il movente in sé non può essere prova e neanche indizio. 

L’accusa è certa: Cosima era sul luogo de delitto, ossia in casa. Il gip lo evince da una perizia fatta dai Ros di Roma. Cosima alle 15,25 sarebbe scesa in garage, mentre lei ha sempre negato. Ed evince anche che Sarah era in casa Misseri perché il suo telefonino aggancia la cella che copre l’abitazione (diversa da quella del garage) alle 14,28, 14,23, 14,25, 14,28 e 13 secondi e 14 e 26 secondi. Prova del fatto, secondo il gip, che il delitto è stato consumato in casa da Sabrina. Ma il gip si dimentica di riportare che i Ros hanno spiegato chiaramente a pagina 3 della loro perizia che quella cella è compatibile «anche con il percorso compiuto dalla vittima tra la propria abitazione e quella Misseri, nonché con l’abitazione della stessa Scazzi Sarah».Insomma secondo i Ros è ampiamente possibile che in quei momenti Sarah stesse a casa o in marcia verso casa Misseri, ipotesi questa che smonta la colpevolezza di Sabrina che potrebbe essere inchiodata alla scena del crimine solo anticipando gli orari di uscita da casa e arrivo a casa Misseri di Sarah. Ancora una volta il giudice sceglie l’indizio più sfavorevole all’indagata e non quello favorevole alla sua difesa, come ha invece sollecitato a fare la Corte di Cassazione pochi giorni fa.

Cosima Serrano esce dalla sua casa di Avetrana il 21 ottobre 2010In carcere in questa storia finiscono anche il fratello di Michele, Carmine, e suo nipote Cosimino Cosma accusati di averlo aiutato a occultare nel pozzo il cadavere di Sarah. Accusa da cui i due contadini si sono sempre difesi: no abbiamo fatto nulla. Cosimino è morto «di colore» come dice chi lo conosce bene, per un tumore, prima della sentenza. definitva di Cassazione. Mentre Carmine ha avuto 4 anni e 11 mesi.  Da pochi mesi ha avuto il permesso di lavorare fuori dal carcere. Secondo gli inquirenti e i giudici, dunque,  quel maledetto pomeriggio si sarebbe non solo messa in scena una tragedia ma anche una commedia dell’assurdo dove in un ambiente di persone «normali» a seguito di un delitto, tutti in famiglia sono subito disponibile a collaborare per nascondere le tracce e farla franca. Come ha scritto nei motivi di appello Franco Coppi, non esiste logica nella tesi della colpevolezza di Cosima e Sabrina. Cinque persone vengono coinvolte in un delitto senza che nessuno abbia la minima esitazione? Dentro le due donne di casa Misseri, e fuori lui, il contadino di Avetrana, Michele, Misseri. Il mio giornale, «La Stampa» su cui sto scrivendo questa lunga cronaca, ha avuto lo scoop della prima intervista a Misseri uscito dal carcere. Una esclusiva nata «per caso», o «per tigna». In quei giorni si doveva discutere un’istanza di scarcerazione presentata dalla difesa per «zio Michele», come oramai lo andavano chiamando tutti affettuosamente. Perché questo era l’umore popolare indotto dalle tante trasmissioni televisive che guardano agli ascolti più che all’etica.  Il 30 maggio la mattina presto chiamai il professor Coppi e gli chiesi se secondo lui era plausibile una scarcerazione imminente. E lui mi disse «assolutamente no, non scenda ad Avetrana che si fa un viaggio inutile».  Lo stesso mi dissero dei colleghi del posto che avevano «sotto controllo» l’attività del Tribunale.  Ma io sentivo di dover scendere, anche per recuperare da casa Misseri i memoriali che Michele scriveva in carcere e che poi consegnava alla figlia Valentina. Così presi un aereo e con le stesse perplessità sulla necessità di farlo scese anche la mia collega Ilaria Cavo, di Mediaset. Mentre ero nella villetta di via Deledda insieme a Valentina Misseri che mi stava facendo visionare i memoriali, squillò il telefono. Era il carcere. La avvertiva che doveva quanto prima andare a recuperare suo padre, che era stato liberato. Quando Michele arrivò a casa io e Ilaria eravamo nel suo salotto, ad attenderlo. I carabinieri che lo accompagnavano si stupirono della nostra presenza, ma sapevano che non potevano buttarci fuori nonostante ci abbiano provato. Anche perché quella era casa di Michele Misseri che nel vederci ci aveva riconosciuto (per le tante volte che ci aveva visto in tv) ed era desideroso di poter dire finalmente la sua a qualcuno visto che i magistrati non volevano sentirlo. Così ci ha confessato di essere stato lui e solo lui il colpevole, non solo spiegandoci le diverse fasi omicidiarie (che corrispondevano alla sua prima confessione) ma anche mimandole. Prendendo il cavo dell’antenna della televisione e mostrando come barbaramente aveva girato la corda intorno al collo della nipote. Una scena che ha fatto molto discutere e per cui sia io sia la Cavo siamo state «accusate» di essere senza scrupoli, per avere permesso a Misseri questa sceneggiata. Ma ovviamente non sono d’accordo, visto che è dovere di un giornalista raccontare quello che vede, cercando di facilitare l’accertamento della verità in un caso in cui una vita era già stata sacrificata barbaramente, ma altre persone rischiavano la morte civile, o comunque una severa condanna, per un crimine che probabilmente non avevano commesso.

A «inchiodare» però Cosima e Sabrina, secondo i magistrati, sarebbe un «sogno». Ricordate Anna Pisanò di cui vi ho accennato nella precedente puntata? Potremmo definirla una persona molto curiosa, fan di Barbara D’Urso con cui scambiava le sue opinioni sul caso in tv, molto vicina anche alle forze dell’ordine, appassionata dei fatti. Del paese. Insomma il 5 aprile del 2011 Anna Pisanò si reca dai carabinieri per informazioni importanti. La figlia Vanessa Cerra,  gli ha raccontato che il fioraio, Giovanni Buccolieri, dove fa la commessa  avrebbe visto quel pomeriggio del 26 agosto 2010 Sarah correre in lacrime  inseguita da Cosima che poi, afferrandola per i capelli, le avrebbe intimato di salire in macchina dove ad attenderla c’era una persona non identificata ma dalla corporatura corpulenta  e i capelli legati che non si fa fatica a individuare in Sabrina.   Una circostanza che la Pisanò riferisce quasi 8 mesi dopo. Per spiegare questo enorme ritardo la super testimone inanella una serie di scuse banali, tra cui il fatto ce «il sognatore» era persona assai schiva che non voleva essere coinvolto in questa storia. Come se l’accertamento della verità fosse un optional. In ogni caso il fioraio, il 9 aprile,  viene chiamato in caserma qualche giorno più tardi insieme alla moglie Giuseppina Scredo che secondo la Pisanò sarebbe anche lei a conoscenza del racconto fatto dal marito. Come anche l’amico Michele Galasso a cui avrebbe detto, raccontando il fatto, «che non ero certo se si fosse trattato di un sogno o di un fatto reale».  Anche la moglie Giuseppina dice ai carabinieri che il marito raccontando l’episodio non era sicuro se so fosse trattato di un sogno o realtà.  E dice ce il marito quel giorno è uscito verso le 14. Mentre il fioraio aveva fissato le 13,20. Per fissare la ricostruzione l’11 aprile Buccolieri è chiamato ancora in caserma e conferma il racconto fatto precisando però «che si è trattato di un sogno», fatto oltre tutto dopo il ritrovamento del cadavere di Sarah.  E inizia il suo incubo. I magistrati lo indagano per false dichiarazioni. Come indagheranno, e poi rinvieranno per false dichiarazioni anche la moglie, l’amico Galasso, la suocera che nonostante nei giorni del delitto fosse a Parma si è permessa di dire di avere sempre saputo che quel racconto del genere fosse frutto di un sogno. L’ulteriore assurdità è che in questo modo, essendo imputato per un reato connesso all’omicidio di Sarah, Buccolieri si potrà rifiutare di deporre in aula durante il processo a Cosima e Sabrina. Nonostante la durissima sentenza si basi proprio, come si legge nelle motivazioni, sul «sogno» del fioraio.  Quindi vengono affibbiati due «fine pena mai» sulla base di un sogno senza che in aula sia mai apparso il sognatore. Un paradosso che mina in maniera profonda la giustizia, secondo la difesa, ma non solo. Mina sicuramente il sistema garantista e il principio che protegge ognuno di noi secondo cui le condanne devono andare «oltre ogni ragionevole dubbio». Ma non è la sola regola garantista sgretolata in questa inchiesta. Anche la regola del «dubbio pro reo», ossia il fatto che ogni indizio debba essere sempre letto a favore dell’indagato, è stata ignorata. Tutto in questo processo, dichiarazioni, orari, comportamenti, analisi, perizie, sono state lette in chiave colpevolista contro le imputate. Gli avvocati Franco De Iaco e Liiogi Rella, difensori di Cosima Serrano, inseriscono nel ricorso contro la custodia cautelare della loro assistita la trascrizione di una intercettazione in cui Buccolieri confida di avere subito «condizionamenti nell’esame testimoniale», quando la prima volta disse che quel ricordo era attinente a un fatto e non a un sogno. «. ..Mi hanno tartassato tanto per dire quello che loro volevano... praticamente mi hanno fatto raccontare il sogno come fosse realtà». Quel che si può facilmente supporre, al di la delle convinzioni della procura e delle dichiarazioni del fioraio è che questi in quei giorni in cui il caso di Avetrana monopolizzava l’attenzione dell’opinione pubblica, abbia in qualche modo voluto avere «una parte» da protagonista anche lui, tirando fuori la storia del sogno che magari non aveva nemmeno fatto. Un’altra ipotesi, certamente. Ma in questa folla di «possibilità», lo ripetiamo, si annida minaccioso «il dubbio» che quando ci sono due ergastoli di mezzo diventa una minaccia seria non solo alla libertà di due malcapitate ma anche di tutti noi. Il fioraio sognatore  comunque va a processo e viene condannato in primo grado a due anni per false dichiarazioni al pm. Pena e reato caduti da poco in prescrizione alla Cassazione. «Una storia incredibile», dice «La favola del sogno è servita a mantenere in carcere Sabrina visto che la Cassazione aveva di nuovo detto che l’impianto accusatorio era esile e a fare finire in cella Cosima». E proprio sul «sogno», che come abbiano detto rappresenta il cuore della sentenza di condanna Franco Cioppi e Nicola Marseglia hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Richiesta che è stata ammessa. Si attenda la fissazione della data dell’udienza. La sentenza di condanna a due ergastoli. Come dicevamo, si basa sulle dichiarazioni del fioraio mai ripetute in aula (anche qui va a farsi benedire il principio processuale secondo cui la prova si forma in aula). E anche la ricostruzione che viene fatta del delitto è «nuova». Siamo, dunque alla decima versione: le due cugine  mentre attendono l’amica Mariangela per andare al mare litigano in modo così violento che Sarah scappa via sconvolta. E a questo punto mamma Cosima invece di cercare di riportare pace tra figlia e nipote si sarebbe alzata dal letto per rincorrere con la macchina Sarah e darle una lezione.  Una ricostruzione che potrebbe strappare un sorriso se non fosse calata in una realtà così drammatica. Perché l’immagine di Cosima una signora appesantita dai chili e dalla vita intenta a inseguire e anche ad acciuffare Sarah, una ragazzina esile come una gazzella, in un rovente primo pomeriggio di agosto, è veramente difficile da credere. Ma giudici ci hanno creduto, nonostante sia una ricostruzione basata su un sogno, o comunque su un racconto non supportato da altre conferme testimoniali. Come si può dire che si sia andati oltre ogni ragionevole dubbio? Anche perché tutte le persone a cui il fioraio avrebbe confidato la scena di cui sarebbe stato testimone, ossia l’inseguimento, hanno sempre detto di avere sempre saputo che si trattava di un sogno. Ma secondo i giudici la loro testimonianza è falsa. Mentre l’unica attendibile sarebbe Anna Pisanò, sempre lei, che non avrebbe saputo del sogno direttamente dal fioraio, ma «de relato» dalla figlia che a sua volta lo aveva appreso dal fioraio. E tra le altre cose la figlia, ascoltata di nuovo dai magistrati, ha negato di avere riferito un fatto vero, confermando la storia del sogno.

Per altro, va ricordato che si arriva alla sentenza di condanna nonostante rispetto all’ordine di custodia cautelate emesso per Sabrina e Cosima la Corte di Cassazione, (al cui esame esso venne sottoposto attraverso il ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame che lo aveva confermato) sottolineasse ancora una volta l’inconsistenza del provvedimento cautelare proprio sul punto relativo alla sussistenza degli indizi di colpevolezza. Perché mentre la confessione di Michele Misseri era sostenuta da una pluralità di convergenti elementi obiettivi di riscontro (quali i dati ricavati dalle celle telefoniche, la conoscenza del luogo dove era stato nascosto il cadavere, il possesso del telefonino e di altri effetti personali della vittima, le tracce di unghiature rinvenute sulle sue braccia) chiaramente idonei, secondo criteri di  valutazione della prova comunemente e giornalmente adottati di fronte a qualsiasi Tribunale della Repubblica Italiana a condurre alla sua condanna per l’omicidio della minore Sarah Scazzi, l’ipotesi della responsabilità di Sabrina, ma anche di Cosima  trovava viceversa una radicale e insuperabile smentita in un alibi di ferro e in una pluralità di elementi favorevoli all’indagata. La corte di Cassazione inoltre nell’annullare l’ordinanza di custodia cautelare contro le due donne Misseri motiva in maniera netta, e ancora una volta bacchetta la Procura di Taranto. Prima di entrare nel merito della mancanza dei gravi indizi i giudici della Cassazione sottolineano con la penna rossa un errore grave avvertendo i pm che tenere in piedi due ordinanze di custodia cautelare (con due versioni alternative dell'esecuzione dello stesso delitto: prima Sabrina in concorso con il padre e poi con la madre) crea un problema di «tenuta logica», e contrasta con uno dei principi cardini del nostro ordinamento processuale. Quello che vieta - «ne bis in idem» - che ci siano due processi per lo stesso reato. «Si tratta di una regola - spiega la Cassazione - che permea l'intero ordinamento giuridico».Per la Cassazione comunque, e qui dovranno nuovamente far chiarezza i giudici di merito, gli indizi a carico di Cosima e Sabrina sono «insussistenti» per quanto riguarda l'accusa di omicidio e quella di sequestro di persona. Nel senso che, mentre è stato accuratamente ricostruito che cosa madre e figlia fecero nelle ore precedenti il delitto, manca invece «ogni riferimento a quanto accaduto tra le 14 e le 14,42 del 26 agosto, lasso di tempo fondamentale, perché in esso si colloca la consumazione dell'omicidio». Necessario, inoltre, anche stabilire dove è avvenuto: perchè - rileva la Cassazione accogliendo le obiezioni sollevate dalle difese - nelle diverse ordinanze emesse a carico di Sabrina, il soffocamento di Sarah avviene ora in casa Misseri, ora nel garage, ora nella macchina di Cosima. E per Cosima, inoltre, «l'asserito contributo all'uccisione della nipote non è stato in alcun modo specificato, con intuitive carenze motivazionali in ordine al tipo di apporto, materiale o morale, fornito, e alla eventuale astratta configurabilità, in alternativa, di forme di favoreggiamento». Esistono invece, secondo la suprema Corte, indizi che potrebbero far pensare a un coinvolgimento di Cosima e Sabrina nella fase dell’occultamento del cadavere. Ed è questo sospetto a tenerle ancora in carcere. Ma sullo sfondo rimane sempre la stessa domanda: chi  o cosa ha, o avrebbe,  portato  Misseri a  tutto questo?  A questa giostra di versioni, con accuse auto ed etero dirette? Torna quindi l’ipotesi di un uomo manovrabile, che cambia le sue versioni a seconda delle pressioni che riceve, teoria che non convince la Procura anche se il gip ha ammesso che Misseri «è uno tra i peggiori chiamanti in correità che un giudice si augurerebbe di trovarsi di fronte». La difesa di  Sabrina, d’altronde ha sempre insistito sulla non credibilità del teste e della sua facile suggestione.  Nei motivi di appello sostiene «che la “persuasione” e la “induzione” di Michele Misseri sono la conseguenza di interrogatori condotti sicuramente in buona fede, ma in modo tale da generare nell’esaminato la convinzione circa la opportunità di rappresentare i fatti in termini corrispondenti a quanto lo stesso Michele Misseri pensava essere l’orientamento dell’Ufficio del Pubblico Ministero, del suo difensore e del suo consulente tecnico e nella certezza che la nuova rappresentazione dei fatti, che configurava la morte di Sarah come l’effetto di un mero incidente, lo salvasse senza pregiudicare in misura particolarmente grave la figlia».
Intanto Michele Misseri, dal giorno della scarcerazione fino al nuovo arresto dopo la condanna definitiva in Cassazione a 8 anni per occultamento di cadavere, dalla sua casa di Avetrana ha continuato sempre a ripetere di essere lui l’unico colpevole. «Non potrò mai perdonarmi di avere distrutto la vita a due donne innocenti. Non le posso più chiamare moglie e figlia dopo quello che ho fatto loro. I giudici devono credermi».  E nella sua ultima lettera inviata a me continua ad accusarsi: «sempre come prima i pesi che ho dentro di me….tengo tre innocenti  in carcere…io sono l’unico colpevole».

Caso Sarah Scazzi: quando la vita, la giustizia e la morte diventano show. Silvia Stucchi su Il Sussidiario l'8.11.2020. “Sarah. La ragazza di Avetrana” di Piccinni e Gazzanni ricostruisce con precisione il caso Sarah Scazzi, entrando in un labirinto di cronaca nera. Fa una certa impressione leggere Sarah. La ragazza di Avetrana, di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020), non soltanto per il crimine, terribile, che tutti abbiamo imparato a conoscere dalle decine di ore di Tg, programmi di approfondimento, articoli di giornale; quello che colpisce il lettore è anche la ricostruzione dettagliata, con occhio antropologico, del tessuto sociale del paese: una comunità molto segnata dal fenomeno dell’emigrazione. Infatti, da queste pagine scopriamo una sorta di fil rouge nelle vite di Sarah Scazzi, della madre e di Sabrina Misseri, la cugina riconosciuta colpevole insieme alla madre Cosima Serrano, e ora in carcere. Sarah infatti ha vissuto lontana dal padre e dal fratello, emigrati al Nord per lavoro; ma anche sua madre Concetta è stata affidata da bambina ai parenti, e Sabrina pure ha passato un periodo della sua infanzia lontana dai genitori, emigrati in Germania per cercare di costruire un futuro migliore per la loro famiglia. L’altro elemento che colpisce, in questa ricostruzione accuratissima dei due autori, che già a quattro mani avevano firmato Nella setta (Fandango, 2018), è la mediaticità del caso, finito subito in prima pagina sui giornali, e oggetto di speciali e dirette, a partire da quel giorno di fine agosto 2010, quando nel primo pomeriggio Sarah, uscita per raggiungere la casa degli zii, distante poche centinaia di metri, per andare al mare con la cugina e un’amica, sparì nel nulla; e nessuno può dimenticare come il ritrovamento del cadavere venne comunicato alla famiglia stessa nel corso di una diretta televisiva: un momento emblematico della televisione italiana, che ricorderemo, nelle storie di questo mezzo di comunicazione, fra qualche anno, forse alla pari con il caso di Alfredino Rampi a Vermicino. La ricostruzione di Piccinni e Gazzanni, accuratissima, ci porta dentro il labirinto entro il quale gli inquirenti hanno cercato di districarsi, attraverso le varie versioni dei sospettati e dei testimoni; ma, soprattutto, ci dà il polso di tutto il corollario di processi originati dal “caso Scazzi”, esito di indagini satellite che hanno riguardato altri personaggi protagonisti della vicenda; protagonisti che da testimoni sono diventati indagati, imputati e, in qualche caso, anche condannati. Per l’omicidio, come è noto, sono state condannate in via definitiva Sabrina Misseri, la cugina di Sara, e sua madre, Cosima Serrano, zia della vittima: quest’ultima, per l’opinione pubblica, è da sempre stata associata alla figura della madre-padrona, della moglie capace di comandare marito e figli a bacchetta. Ma, probabilmente, nella memoria di tutti, il personaggio rimasto maggiormente rimasto impresso è Michele Misseri, lo zio di Sara, padre di Sabrina, che, dopo aver confessato il 6 ottobre 2010 il delitto, ha cambiato sei volte versione, arrivando a coinvolgere la figlia minore. Successivamente, ammise di avere coinvolto la ragazza perché mal consigliato, ma non fu più creduto; condannato per occultamento di cadavere, continua a professarsi colpevole dell’omicidio. Il processo a Cosima e Sabrina si è snodato per 52 udienze, svoltesi per quindici mesi, per un totale di 400 ore di dibattimento e 120 testimoni; quando, nell’agosto del 2016, il giudice relatore, Susanna De Felice, pubblicò le motivazioni della sentenza, ci si trovò davanti a 1.260 pagine, che si aggiungono alle 1.631 di primo grado per sostenere l’impalcatura delle condanne. A chiudere il cerchio del processo è poi la Corte di Cassazione, con la sentenza che conferma le condanne emessa il 21 febbraio 2017: a distanza di 2.371 giorni dalla morte della vittima, tutte le condanne vengono confermate, come confermate sono le ricostruzioni delle dinamiche dell’omicidio, i depistaggi, i ruoli dei personaggi chiamati in causa, le testimonianze. La Cassazione, nella condanna del 2017, sottolineò, fra le altre cose, la “fredda pianificazione d’una strategia finalizzata, attraverso comportamenti spregiudicati, obliqui e fuorvianti, al conseguimento dell’impunità”. La Cassazione ha ribadito anche, come già aveva affermato la Corte di Taranto, che ci si sarebbe trovati, da parte della giovane accusata, di fronte a una consapevole strategia di strumentalizzazione dei media, volta a deviare le investigazioni verso piste di indagine fasulle. Tre parole, in sostanza, chiudono per Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano un percorso tortuoso durato oltre cinque anni: fine pena mai. Almeno, fino ad ora. C’è da dire che difficilmente in Italia si arriva, sottolineano Piccinni e Gazzanni, a una tripla conforme: ovvero, in tutti e tre i gradi di giudizio, i magistrati chiamati a pronunciarsi sulla morte della giovanissima vittima pare non abbiano avuto dubbi nel riconoscere la colpevolezza delle imputate. A vagliare questa versione nel corso degli anni sono stati 21 magistrati: otto in primo grado, otto in Appello e cinque in Cassazione. Ventuno esperti del diritto che hanno esaminato e valutato il caso nelle sue diverse sfumature. Certo, oltre all’amarezza profonda per una vittima che oggi, a venticinque anni, sarebbe una giovane adulta, restano però anche l’amarezza e le perplessità per quello che è stato davvero il primo processo mediatico della storia italiana, una sorta, dicono gli autori, “di reality show ibrido fra il trash e la cronaca nera” in cui, ricordano Franco Coppi e Nicola Marseglia, “i mezzi di comunicazione si sono impadroniti della vicenda, e si sono scatenati senza alcun ritegno e senza alcuna preoccupazione di poter influire negativamente sull’accertamento della verità, procedendo ad autonome indagini, all’esame di coloro che sarebbero divenuti imputati fino a quando sono rimasti a piede libero, all’esame di testimoni, a sopralluoghi, a sondaggi di opinione, a dibattiti con la partecipazione di esperti, o sedicenti tali” (ibid.). Insomma, è come se accanto ai processi in tribunale se ne fosse svolto un altro, continuo e senza interruzione, sui giornali e i canali Tv: un’involuzione o un segno dei tempi ipermediatici in cui viviamo?

IL CASO SCAZZI -“Mio padre uscirà, bella giustizia. Solo lui può aver ucciso Sarah”. Mariateresa Totaro su Il Fatto Quotidiano il 25 Agosto 2020. Il 26 agosto 2010, nel profondo Sud Italia, veniva uccisa una ragazza di soli 15 anni. Il suo corpo verrà fatto ritrovare dopo 42 giorni dallo zio, Michele Misseri. Per il delitto di Avetrana (Taranto) finiranno in carcere, oltre allo “zio Michele”, condannato a otto anni per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove, anche sua moglie Cosima e sua figlia Sabrina, condannate all’ergastolo per concorso in omicidio volontario aggravato dalla premeditazione. E anche Carmine Misseri, fratello di Michele, condannato per concorso in occultamento di cadavere. Il caso Scazzi, con rivelazioni e documenti inediti, è adesso al centro del libro Sarah (Fandango Libri) scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, i cui diritti sono stati acquisiti da Groenlandia di Matteo Rovere, che è già al lavoro per una serie televisiva e un doc. Oggi l’intera famiglia è dietro le sbarre, a eccezione di Valentina, sorella di Sabrina, che quel giorno era a Roma, dove vive da tempo, e che oggi rievoca quel giorno.

Sono passati 10 anni da quell’estate infernale, cosa ricorda di quel 26 agosto?

«Se quel giorno in casa ci fossi stata anche io, sarei finita sicuramente in carcere. Anche se non avessi fatto nulla. Quel giorno lo ricordo bene, stavo aspettando la solita chiamata di mia madre, che però non arrivò. Così le mandai un messaggio e poco dopo mi telefonò dicendomi che era successa una cosa brutta. Non si trovava più Sarah. Ebbi subito la sensazione che fosse successo qualcosa di grave, un rapimento».

Come sta oggi?

«Tutto sommato bene, ma è dura. Ogni giorno penso a mia madre e mia sorella in carcere e alle loro giornate infinite. Con questa storia, oltre a essere stata spezzata una vita, sono state distrutte tante famiglie. Fu indagata mezza Avetrana, ma il solo colpevole è mio padre».

È convinta dell’innocenza di Cosima e Sabrina?

«Assolutamente sì. Anche rileggendo le carte processuali davvero non si riesce a capire come mia madre e mia sorella possano essere coinvolte nell’omicidio di Sarah. La verità è che stavano antipatiche a tutti».

A tutti chi?

«A tutta Italia. L’opinione pubblica ha pesato sulla sentenza. Hanno detto che Sabrina era brutta, cattiva e invidiosa. Ma non è così. Mia sorella è una bella ragazza, era anche molto corteggiata e mia madre era una grande lavoratrice».

Oggi come stanno sua madre e sua sorella?

«I primi anni nel carcere di Taranto sono stati i più duri. Oggi lavorano, cuciono mascherine e stanno meglio».

Le sente?

«Sì, quattro volte a settimana tra chiamate e video chiamate».

E suo padre?

«Sento anche lui. Non l’ho perdonato, ma non l’ho neppure abbandonato. Una famiglia è una famiglia nella buona e nella cattiva sorte».

Suo padre presto potrebbe uscire dal carcere, perché a settembre saranno maturi i tempi per fare richiesta di pene alternative. Cosa ne pensa?

«Eh… bella giustizia! Non solo per mia madre e Sabrina che sono innocenti, ma soprattutto per Sarah. Solo la gente è stata soddisfatta, ha avuto i suoi colpevoli».

Nel libro Sarah – La ragazza di Avetrana racconta di un particolare episodio inedito legato a suo padre…

«Ero una ragazzina e dovevo fare la doccia. Mi spogliai davanti a lui, ma non avevo nemmeno dieci anni. Una cosa normalissima. Ricordo come mi guardò e mi disse: "Non ti devi far più vedere così da me". A ripensarci, mi ha fatto riflettere».

È successo altre volte?

«Mai. È stato un padre perfetto con noi, certo con i suoi difetti, ma non ci ha mai maltrattate. Mia madre, invece, ha sofferto molto per lui».

Perché?

«Per le sue bugie e i suoi comportamenti violenti. Una volta le diede uno scappellotto, lei cadde e svenne. Lui non le ha mai chiesto scusa e quella non è stata l’unica volta».

E con Sarah, quel pomeriggio, cosa è accaduto secondo lei?

«Dai verbali ho letto una dichiarazione di mio padre che dice: ‘Non l’avevo mai vista con i pantaloncini così corti e il seno le stava sbocciando’. Una cosa che uno zio non dovrebbe neanche pensare di sua nipote. Credo che quel pomeriggio Sarah fosse scesa in garage per non suonare, perché sapeva che mamma a quell’ora dormiva, e che lui ci abbia provato. Lei lo ha respinto con un calcio e papà non ci ha visto più e l’ha uccisa».

Sempre nel libro di Piccinni e Gazzanni viene riportata una sua lettera a zia Concetta…

«Spero che la legga. Purtroppo con zia non ci siamo più viste né sentite, ma vorrei tanto che andasse a trovare mia madre e mia zia in carcere e che ascoltasse la loro versione. Capirebbe che non c’entrano nulla e che noi abbiamo sempre voluto bene a Sarah».

Ad Avetrana ci torna mai?

«Sì, per qualche settimana ogni anno, ma non esco mai. Se lo faccio è solo per fare delle commissioni e comunque non vado mai in giro da sola perché una volta sono stata anche minacciata».

E al cimitero ci è mai andata?

«No, mai. Non ci riesco».

Dopo 10 anni cosa le resta?

«Rabbia e delusione, ma anche speranza. Spero che vengano fuori nuovi elementi, che qualcuno che non ha parlato, parli. Per il resto ho rinunciato ad avere figli e vado avanti, sorrido ma non sono più quella di prima».

Perché questa scelta così forte?

«Perché se dovessi avere un figlio avrei paura, una volta grande, di quello che la gente potrebbe raccontargli. O che qualche esaltato possa fargli del male per vendicarsi».

E a Sarah ci pensa?

«Ogni giorno della mia vita. Guardo la sua foto e le do il buongiorno. Prima dicevo Dio aiutami, ora dico Sarah aiutami. Perché lei l’ho vista davvero e perduta davvero, Dio non l’ho mai visto».

L'omicidio di Sarah Scazzi diventa serie tv. L'autrice Flavia Piccini: "Una tragedia che ci obbliga a riflettere". Pubblicato martedì, 11 agosto 2020 da Gilda Camero su La Repubblica.it. La scrittrice pugliese con Carmine Gazzanni e autrice del libro Sarah La ragazza di Avetrana da cui sarà tratta la serie tv: "Una storia nera che sa anche di farsa. Proviamo a ridare voce a quella ragazzina". Il 26 agosto del 2010 Sarah Scazzi, quindicenne di Avetrana, esce di casa e scompare. Il suo corpo verrà ritrovato grazie alle indicazioni dello zio Michele Misseri, quarantadue giorni dopo, in un pozzo. La sua storia drammatica, che scosse profondamente l'Italia nell'estate di dieci anni fa, diventerà una serie televisiva diretta dal regista bitontino Pippo Mezzapesa e un documentario (firma la regia Christian Letruria) scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, autori del libro Sarah La ragazza di Avetrana, pubblicato due settimane fa da Fandango libri e già in ristampa, che rivela grazie a documenti inediti e nuove testimonianze come il caso potrebbe non essere chiuso. A produrli sarà Matteo Rovere che ne ha acquistato i diritti. 

Piccinni la storia di Sarah trova ora un'altra forma per raccontarsi. Che effetto le fa?  

"Siamo carichi di senso di responsabilità e di dovere. Abbiamo l'occasione di raccontare in modo profondo e lontano dalle strumentalizzazioni mediatiche uno dei casi di cronaca che ha rivelato l'animo nero del Mezzogiorno. La tragica morte di Sarah ci obbliga moralmente a riflettere su molte cose a partire dall'etica del mondo della comunicazione. Questa triste storia ha elementi di farsa e di commedia, su tutto si distende però la tragedia. Siamo orgogliosi che la regia sia stata affidata a un grande regista, Pippo Mezzapesa, che ha la capacità di raccontare sempre con delicatezza e lucidità il nostro tempo, e riesce a indagare l'animo umano in modo profondo e originale. La storia di Sarah ha toccato intimamente tutti gli italiani ed è ancora oggi molto presente nell'immaginario collettivo, come dimostrano le reazioni che hanno accompagnato l'annuncio della serie. Siamo convinti che abbia rappresentato un punto di non ritorno rispetto alla contaminazione tra cronaca nera e comunicazione. Tutti ricordiamo l'annuncio alla madre di Sarah, Concetta Serrano, in diretta televisiva della morte della figlia".

Quanto ha contato, a suo parere, il peso mediatico che il caso ha avuto? 

"Moltissimo. La scomparsa di Sarah Scazzi ha trasformato in modo unico e irripetibile Avetrana, e tutte le persone che dal tragico caso sono state toccate. Purtroppo la continua tendenza alla semplificazione ha operato sotto gli occhi del telespettatore una trasformazione di persone qualsiasi in personaggi, se non in macchiette. Ad Avetrana ognuno è stato chiamato a ricoprire un ruolo. Perfino lo spettatore che da casa, comodamente seduto sul divano, assisteva al dipanarsi di un fattaccio che per molti era divenuto un appuntamento quotidiano come una soap opera. Per cercare l'umanità seppellita dietro la pellicola con Carmine abbiamo deciso di andare a fondo". 

Dalla ricostruzione fatta del caso qual è l'immagine di Sarah che viene fuori?

"Sarah è stata raccontata in maniera stereotipata, in due modi completamente diversi, come una ragazzina che dimostrava più anni o, al contrario, come una bambina, una giovane più piccola della sua reale età. Sarah, come tutti noi, era uno, nessuno, centomila. Era una figlia ribelle, una ragazzina con tanti sogni. Come tutti noi, aveva soprattutto mille sfaccettature nel suo modo di essere. Averle sottolineate o, quantomeno, averci provato, credo sia stato il modo migliore per provare a ridarle voce e restituirle qualcosa. Sarah era una persona, non un personaggio. Oggi avrebbe compiuto 25 anni. Purtroppo è rimasta intrappolata in eterno nell'estate dei suoi quindici anni".  

Per realizzare il libro avete condotto un lavoro molto accurato, dalla lettura delle carte processuali all'ascolto di persone vicine alle famiglie. E, secondo la vostra analisi, ci sono ancora troppi buchi neri. Quali?  

"Nei quasi due anni di lavoro che hanno accompagnato la scrittura di Sarah abbiamo letto oltre ventimila pagine, parlato con decine di persone, consumandoci gli occhi sulle cronache dell'epoca. Analizzando i documenti, e senza mai dimenticare le tre sentenze di condanna, sono molti i dubbi che hanno accompagnato il nostro impegno. I repentini cambi di versione di Michele Misseri, le celle telefoniche, la testimonianza del fioraio sono solo alcuni degli elementi che analizziamo con grande attenzione. Proprio quest'ultima testimonianza si è rivelata fondamentale nell'intero processo ed è su questa che si fonda il ricorso presentato dai difensori di Cosima Serrano e Sabrina Misseri, condannate all'ergastolo, alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Recentemente il ricorso è stato dichiarato ammissibile, adesso la questione è passata a Strasburgo che dovrà dare delle risposte e dissipare i tanti, troppi dubbi che punteggiano il caso". 

Carmine Misseri lascia il carcere. Semilibertà, per lavorare in una cava a Manduria. La Voce di Manduria sabato 29 febbraio 2020. Dopo tre anni di reclusione con l’accusa di aver occultato il cadavere di Sarah Scazzi in concorso con il fratello Michele, il manduriano Carmine Misseri lascerà il carcere per lavorare in una cava qui a Manduria. Il 63enne che è difeso dall’avvocato Lorenzo Bullo, tornerà in cella solo per dormire. Già beneficiario di due permessi brevi, il contadino di Manduria durante la detenzione ha mostrato una esemplare condotta in carcere dove ha conseguito la licenza elementare e dove frequenta il corso per la terza media. Nel penitenziario di Lecce conduce dei lavori ed ha avuto buoni rapporti con tutti ottenendo per questo un encomio dalla direzione carceraria. Inoltre ha già scontato più delle metà della pena dovendo lasciare definitivamente il carcere nell’estate del prossimo anno. Nonostante tutto questo, il Tribunale di sorveglianza di Lecce che ha emesso l’ordinanza, non ha accolto la richiesta della difesa che puntava sull’affidamento in prova ai servizi sociali o ai domiciliari, possibilità accordata anche dalla procura generale. Per i giudici di sorveglianza, invece, Misseri non è meritevole di tali benefici per il grave rato commesso e soprattutto perché non emergerebbe da parte sua alcun atto di «revisione critica». Il sessantatreenne, infatti, continua ad escludere di avere colpe attribuendo ogni responsabilità al fratello Michele non solo per il fatto commesso, ma anche per averlo coinvolto senza alcun motivo. Parzialmente soddisfatto il suo difensore. L’avvocato Bullo ha già annunciato un ricorso per Cassazione contro l’ordinanza del tribunale di Lecce. Il penalista si appellerà al principio, già sancito dalla Corte suprema, secondo cui «per la concessione di una misura alternativa alla detenzione non è necessaria la confessione, avendo il condannato il diritto di non ammettere le proprie responsabilità». Misseri, insiste il suo avvocato, «ha sempre dimostrato rammarico e sofferenza per la sorte della piccola Sarah Scazzi che neppure conosceva e inoltre prova profondo risentimento nei confronti del fratello e non riesce a comprendere la ragione per la quale lo ha coinvolto in questa vicenda». Contemporaneamente alla preparazione del ricorso in Cassazione, l’avvocato Bullo presenterà istanza per consentire al suo assistito il pernottamento nel carcere di Taranto e non in quello di Lecce dove è rinchiuso. Questo gli eviterà anche di incontrare suo fratello Michele che nello stesso penitenziario sta scontando la pena ad otto anni per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove (il furto del telefonino di Sarah).

Caso Scazzi: 11 condanne per false dichiarazioni agli inquirenti: 4 anni a Michele Misseri, 5 anni a Ivano Russo. Il Corriere del Giorno il 21 Gennaio 2020. 4 anni di reclusione sono stati inflitti dalla dottoressa Loredana Galasso giudice monocratico del Tribunale di Taranto allo zio di Sarah Michele Misseri, già condannato nel processo “madre” in via definitiva a 8 anni di carcere per soppressione di cadavere, il quale rispondeva di autocalunnia essendosi autoaccusato dell’omicidio di Sarah Scazzi. La dottoressa Loredana Galasso giudice monocratico del Tribunale di Taranto  ha emesso una sentenza di condanna di primo grado nei confronti di 11 imputati nel processo bis per i depistaggi sull’inchiesta per l’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto del 2010. Un delitto questo per il quale stanno scontando l’ergastolo Cosima Serrano e Sabrina Misseri, rispettivamente la  zia e la cugina di Sarah Scazzi,   oltre alla condanna ad  1 anno e mezzo subita due mesi fa per aver diffamato il suo ex avvocato Daniele Galoppa e la nota criminologa Roberta Bruzzone. Accolte pressochè integralmente le richieste di condanne della pubblica accusa, rappresentata dal pm Mariano Buccoliero della Procura di Taranto, che aveva richiesto 12 condanne. Assolta soltanto  Antonietta Genovino l’ex fidanzata di Claudio Russo. 4 anni di reclusione sono stati inflitti allo zio di Sarah Michele Misseri, già condannato nel processo “madre” in via definitiva a 8 anni di carcere per soppressione di cadavere, il quale rispondeva di autocalunnia essendosi autoaccusato dell’omicidio di Sarah Scazzi. E’ questa la terza condanna per  Michele Misseri presente in aula al momento della lettura della sentenza, dopo quella definitiva della Corte di Cassazione a 8 anni , per l’accusa di aver gettato in fondo a un pozzo di contrada Mosca il corpo senza vita della nipotina. Ivano Russo il giovane di Avetrana che sarebbe stato conteso da Sarah Scazzi e sua cugina Sabrina Misseri (condannata con sentenza passata in giudicato all’ergastolo per l’omicidio con sua madre Cosima Serrano) , è stato condannato a 5 anni di reclusione, accusato di aver reso false dichiarazioni al Pubblico Ministero e per falsa testimonianza alla Corte d’Assise. Queste le altre condanne emesse dal giudice Galasso : 3 anni e 6 mesi di reclusione comminati a Dora Serrano che rispondeva del reato di calunnia nei confronti dei Carabinieri in quanto, secondo l’accusa, si sarebbe inventata le molestie subite da Michele Misseri quando era minorenne,  la stessa pena per  Giuseppe Serrano per calunnia contro i Carabinieri,  e nei confronti dei fratelli di Concetta e Cosima (rispettivamente la madre e la  zia di Sarah Scazzi);  3 anni e 2 mesi invece per Giuseppe Augusto Olivieri; 3 anni di reclusione per falsa testimonianza ad Alessio Pisello  amico di Ivano e Sabrina , Anna Scredo la cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, l’ autore del “sogno” sul sequestro di Sarah,  Maurizio Misseri   nipote di Michele Misseri e per sua madre Anna Lucia Pichierri, e per Elena Baldari ;   2 anni e mezzo a Claudio Russo, fratello di Ivano Russo.

“Scazzi bis”, le motivazioni della sentenza. Annalisa Latartara su tarantobuonasera.it il 5 settembre 2020. La sentenza di primo grado del processo “Scazzi bis” censura pesantemente la condotta degli imputati condannati per falsa testimonianza, calunnia e autocalunnia. Dai protagonisti principali del caso di Avetrana, Ivano Russo e Michele Misseri ai familiari di entrambi, a figure marginali il giudice monocratico del Tribunale di Taranto Loredana Galasso non concede alcuna attenuante agli un­dici condannati, accusandoli senza mezzi termini di aver tenuto un atteggiamento omertoso nel tentativo di depistare le indagini: “Non si può non tenere conto di questa triste e grave vicenda – si legge a pagina 130 – nel considerare la con­dotta degli imputati che in maniera sfrontata e senza ritegno alcuno, quasi fossero d’accordo fra di loro, hanno mentito spudoratamente prima dinanzi agli inquirenti, complicando e allungando le indagini, e poi dinanzi alla Corte d’Assise, preoccupandosi da una parte di aiutare i colpevoli ad uscire indenni dal processo e dall’altra parte, in maniera ancora più incredibile e dunque più riprovevole, per non essere coinvolti nella vicenda o meglio per non essere disturbati e/o infastiditi dalle dinamiche processuali. Tipico atteggiamento omertoso”. In 132 pagine il giudice spiega le motivazioni alla base delle con­danne inflitte il 21 gennaio scorso a Ivano Russo (5 anni), a Michele Misseri (4 anni), ai cognati Giuseppe Serrano, Salvatore Serrano (3 anni e mezzo) e Anna Lucia Pichierri (moglie di Carmine), al nipote Maurizio Misseri (3 anni), alla mamma di Ivano, Elena Balda­ri (3 anni) al fratello Claudio Russo (2 anni e mezzo), all’amico Carlo Alessio Pisello, al commerciante di Avetrana Giuseppe Olivieri (3 anni e 2 mesi), alla cognata del fioraio famoso per il “sogno”, Anna Scre­do (3 anni). Quest’ultimo e i fratelli Serrano sono stati condannati an­che a risarcire i danni a un cara­biniere impegnato nelle indagini che si è costituito parte civile. Le censure più pesanti del giudice ri­guardano il comportamento tenuto da Ivano Russo sia durante le inda­gini sia durante il dibattimento. Da testimone a imputato, il ragazzo conteso da Sarah e Sabrina è tor­nato, suo malgrado, protagonista della vicenda giudiziaria. Quasi la metà delle pagine delle motiva­zioni sono incentrate sulle dichia­razioni rese da Ivano nelle diverse fasi del procedimento, costellate di bugie secondo la ricostruzione del pm Mariano Buccoliero accolta in toto dalla sentenza. Anche per il giudice Galasso Ivano è “colpevole ogni ragionevole dubbio” perché “mentiva spudora­tamente” su diversi aspetti e circostanze, dal rapporto con Sabri­na, all’interesse di Sarah nei suoi confronti, ai dissapori fra le due cugine, ai litigi avvenuti, alla rico­struzione dei suoi spostamenti il 26 agosto 2010, giorno dell’omicidio di Sarah. Dichiarazioni ritenute non veri­tiere, reticenze, contraddizioni in dibattimento e nei verbali di sommarie informazioni, ma anche, nel processo bis, la deposizione della sua ex fidanzata Virginia Coppola, “teste fondamentale dell’accusa”, come la definisce lo stesso giudi­ce Galasso, sono gli elementi che hanno portato alla condanna più pesante nei confronti di Ivano. Il giovane, anche negli anni scorsi, in qualità di testimone, ha sempre avuto addosso la spada di Damocle dei sospetti degli inquirenti, di colui che sapeva più di quello che aveva raccontato. Il primo grado di giu­dizio ha presentato un conto molto salato a lui ma anche a tutti coloro che, secondo l’accusa, avrebbero raccontato bugie e nascosto fatti dei quali erano a conoscenza. Fra questi è compreso Michele Misseri anche se rispondeva di autocalun­nia. Considerando la conclusione del processo madre, con l’ergastolo per Sabrina e Cosima ritenute re­sponsabili di sequestro di persona e omicidio, difficilmente il processo “Scazzi bis” avrebbe potuto avere un verdetto diverso per lui che si è autoaccusato dell’assassinio della nipote nel tentativo di scagionare figlia e moglie. Per il giudice Galasso la sentenza della Corte d’Assise, diventata defi­nitiva il 21 febbraio 2017, “costitu­isce la prova inattaccabile” poiché, come spiega nelle motivazioni, ha sancito la colpevolezza di Michele solo per il reato di soppressione di cadavere e anche la non attendi­bilità delle sue dichiarazioni. Nel processo sull’omicidio della nipo­te, Michele dava prova “di essere una persona tutt’altro che credibile: forniva diverse versioni, tutte a loro modo fantasiose”. Fra le varie ver­sioni fornite e le successive ritratta­zioni, il giudice ricorda la prima in cui sosteneva di aver ucciso Sarah perché nervoso in quanto non par­tiva il trattore. In questi giorni i difensori di Michele Misseri, gli avvocati Ennio Blasi di Statte e Luca La Tanza e degli altri imputati condannati im­pugneranno il verdetto di primo grado e depositeranno i ricorsi in Corte d’appello. La vicenda giudiziaria dovrebbe considerarsi conclusa per Antonietta Genovino, amica di Claudio Russo, assolta poiché, si legge sempre nelle motivazioni, il verbale della sua audizione come persona informata sui fatti non è stato pro­dotto durante il processo. E’ stata l’unica assoluzione decretata dal giudice.

Sarah Scazzi, 11 condanne per aver mentito agli investigatori: 4 anni a Michele Misseri, 5 anni a Ivano Russo. La decisione del tribunale di Taranto nel processo bis sui depistaggi nell'inchiesta per l'omicidio della 15enne di Avetrana, uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto 2010. La Repubblica il 21 gennaio 2020. Il giudice monocratico del Tribunale di Taranto Loredana Galasso ha condannato 11 imputati nel processo bis per depistaggi legato all'inchiesta sull'omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto del 2010. Sono stati inflitti 4 anni di reclusione a Michele Misseri (lo zio di Sarah, condannato nel processo principale in via definitiva a 8 anni di carcere per soppressione di cadavere) che rispondeva di autocalunnia perché si autoaccusò dell'omicidio di Sarah. La pena più alta - 5 anni di reclusione - è stata comminata, per le ipotesi di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d'Assise, a Ivano Russo, il giovane di Avetrana che sarebbe stato conteso da Sabrina Misseri (condannata con sentenza passata in giudicato all'ergastolo per l'omicidio con sua madre Cosima Serrano) e la cugina Sarah. Queste le altre condanne: tre anni e sei mesi di reclusione a Dora Serrano (rispondeva di calunnia contro i carabinieri in quanto, secondo l'accusa, si sarebbe inventata le molestie subite da Michele Misseri quando era minorenne) e Giuseppe Serrano (anche calunnia contro i carabinieri), fratelli di Concetta e Cosima (mamma e zia di Sarah); tre anni di reclusione per falsa testimonianza ad Alessio Pisello (amico di Ivano e Sabrina), Anna Scredo (cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, autore del 'sogno' sul sequestro di Sarah) Maurizio Misseri (un nipote di Michele) e sua madre Anna Lucia Pichierri; tre anni e due mesi invece per Giuseppe Augusto Olivieri; 3 anni a Elena Baldari e 2 anni e mezzo a Claudio Russo, la mamma e il fratello di Ivano Russo. Assolta, invece, l'ex fidanzata di Russo, Antonietta Genovino.

Depistaggi e bugie, 4 anni a zio Michele e 5 a Ivano. Concluso il processo sui silenzi e le falsità sull'uccisione nel 2010 della giovane Sarah Scazzi. Il Giornale il 22/01/2020. Un intreccio di bugie, calunnie, accuse lanciate e poi ritirate. A quasi dieci anni di distanza dal delitto della giovanissima Sarah Scazzi arriva un lungo elenco di condanne per tutti coloro che tentarono di confondere le acque durante le indagini. Il giudice monocratico del Tribunale di Taranto, Loredana Galasso, ha finalmente chiuso il processo-bis sui falsi testimoni dell'omicidio della studentessa 15enne, strangolata ad Avetrana il 26 agosto del 2010. Su 12 imputati sono arrivate 11 condanne. Accolte quindi in gran parte le richieste della pubblica accusa, rappresentata dal pm Mariano Buccoliero. Per l'assassinio erano già state condannate all'ergastolo in via definitiva Cosima Serrano e Sabrina Misseri, rispettivamente zia e cugina di Sarah. Le pene più alte sono andate a Ivano Russo e Michele Misseri, condannati rispettivamente a 5 e 4 anni di reclusione. Ivano Russo ritenuto «il pomo della discordia» nella contesa tra Sabrina Misseri e Sarah Scazzi, avrebbe mentito sugli avvenimenti del giorno del delitto, il 26 agosto 2010. Accuse sostenute tra l'altro dalla sua ex fidanzata, Antonietta Genovino unica assolta, che aveva negato che Ivano fosse a casa nelle ore durante le quali Sarah fu uccisa. Per i giudici, la morte di Sarah Scazzi sarebbe da ricondurre proprio alla rivalità che intercorreva tra la 15enne e la cugina attorno alla figura di Ivano. A quel tempo infatti le due cugine frequentavano la stessa comitiva in cui vi era anche il ragazzo. Più lievi le pene per tutti gli altri imputati ovvero la madre di Ivano, Elena Baldari, il fratello Claudio e un amico di famiglia, Alessio Pisello. Condannati anche Dora Serrano, sorella di Cosima (ma anche di Concetta, la madre di Sarah), il fratello Giuseppe Serrano, Maurizio Misseri, nipote di Michele, Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri, Anna Scredo, la cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, e Giuseppe Augusto Olivieri. Tutti accusati di falsa testimonianza perché avevano sostenuto che Ivano il giorno dell'omicidio era rimasto a casa tutto il giorno. Nel processo principale era stato invece prosciolto dall'accusa di omicidio Michele Misseri, marito e padre delle due condannate. L'uomo si era autoaccusato ma gli inquirenti non avevano mai creduto alla sua versione ritenendolo responsabile solo dell'occultamento del corpo di Sarah, fatto sparire nel pozzo di un fondo agricolo di Avetrana. L'uomo è stato condannato a 8 anni.

Caso Scazzi, 11 condanne per le bugie al processo: 5 anni a Ivano Russo, 4 anni a Michele Misseri. La Gazzetta del Mezzogiorno il 21 Gennaio 2020. Bugie, false testimonianze, autocalunnie: il giudice monocratico del Tribunale di Taranto Loredana Galasso ha messo la parola fine al processo-bis sui falsi testimoni dell’omicidio di Sarah Scazzi, la studentessa 15enne strangolata ad Avetrana il 26 agosto del 2010 condannando 11 dei 12 imputati e assolvendo una sola persona. Accolto quasi integralmente la richiesta della pubblica accusa, rappresentata dal pm Mariano Buccoliero che aveva chiesto 12 condanne. Le pene più alte sono andate a Mariano Russo e Michele Misseri, condannati rispettivamente a 5 e 4 anni di reclusione. Ivano Russo, l’amico conteso intorno al quale sarebbe nata una rivalità tra Sarah e sua cugina Sabrina (rivalità ritenuta uno dei moventi più forti alla base del delitto) è stato condannato per false informazioni al pubblico ministero e falsa testimonianza davanti alla Corte d’assise. Secondo il pm, in aula fu reticente, mentì per coprire Sabrina, cercando di sminuire l’intreccio di rapporti sentimentali e sessuali con l’estetista, la gelosia ossessiva della ragazza nei suoi confronti, il crescente interesse sentimentale della cuginetta Sarah e infine i contrasti fra le due cugine per il comune interesse sentimentale. Per Michele Misseri - presente al momento della sentenza in aula - si tratta della terza condanna, dopo quella definitiva a 8 anni per aver gettato in fondo a un pozzo di contrada Mosca il corpo senza vita della nipotina (delitto per quale stanno scontando l'ergastolo Cosima Serrano e Sabrina Misseri, zia e cugina di Sarah) e dopo quella a un anno e mezzo inflittagli due mesi fa per aver diffamato il suo ex avvocato Daniele Galoppa e la criminologa Roberta Bruzzone. I 4 anni di oggi riguardano l'accusa di autocalunnia per essersi incolpato ingiustamente dell’omicidio nel tentativo di scagionare moglie e figlia. La sua versione, tuttavia, non è mai stata creduta dai magistrati. Tre anni di reclusione per Alessio Pisello, uno degli amici di comitiva di Sarah e Sabrina, accusato di falsa testimonianza, per la mamma di Ivano, Elena Baldari (il pm aveva chiesto due anni e quattro mesi), 2 anni e 6 mesi per il il fratello Claudio Russo. Assolta l’ex fidanzata Antonietta Genovino. Tutti erano accusati di aver mentito sostenendo che il 26 agosto 2010, giorno dell’omicidio, Ivano era rimasto a casa, a letto per tutto il pomeriggio. Menzogne e calunnie, per l’accusa, sono anche quelle di Dora Serrano, sorella di Concetta (mamma di Sarah) e Cosima, che per dipingere il cognato Michele come un mostro, in aula ha raccontato di aver subìto un tentativo di molestia sessuale dal contadino. Per lei e per Giuseppe Serrano, in tribunale ha inflitto una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Tre anni di reclusione per falsa testimonianza, a Maurizio Misseri (nipote di Michele), Anna Lucia Pichierri (moglie di Carmine Misseri), Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri (l’uomo che avrebbe assistito al sequestro di Sarah da parte di Cosima e Sabrina, poi derubricato in aula a un semplice sogno), 3 anni e 2 mesi per Giuseppe Augusto Olivieri.

SARAH SCAZZI.  Il fratello: “Ivano? Non penso ci stesse provando. Michele Misseri…” Dario D'Angelo. Pubblicazione: 25.01.2020 su Il Sussiadiario. Claudio, fratello di Saraha Scazzi, intervistato a Quarto Grado ha parlato delle condanne per depistaggio a Michele Misseri e Ivano Russo. Michele Misseri e Ivano Russo tra i condannati in primo grado nel processo bis per depistaggi ad Avetrana, il caso di cronaca nera che sconvolse l’Italia culminato con la morte di Sarah Scazzi, uccisa il 26 agosto del 2010 dalla cugina Sabrina Misseri e della zia Cosima Serrano. Per parlare delle ultime notizie sul caso è intervenuto nello studio di Quarto Grado, su Rete 4, Claudio Scazzi, fratello di Sarah. Interpellato da Gianluigi Nuzzi su come avesse trovato lo zio Michele, cambiato nell’aspetto (senza baffi e invecchiato) e forse anche nel proprio intimo, Claudio ha detto: “Lo trovo sicuramente provato, è noto che il carcere è difficile, è un’esperienza forte. Non conosco nessuno che dopo il carcere è stato meglio. Queste sono le prime immagini che vedo di Michele: sicuramente la sua adesso è un’immagine di sofferenza”. Claudio Scazzi ha parlato anche di Ivano, condannato a 5 anni e definito da Nuzzi come il “vero custode del segreto di Avetrana”: “Io penso che all’inizio questa vicenda sia stata sottovalutata. Io stesso quando sono stato chiamato in caserma a Legnano: mi sono state fatte delle domande, in quel momento hai anche paura di tirare in ballo delle persone, perché magari hai solo dell’impressioni. Se Ivano ha detto tutto? Sicuramente sì, ma evidentemente gli inquirenti quando ti facevano delle domande sapevano già la risposta.”. Ad Avetrana in ogni caso manca ancora il movente dell’omicidio, ma Cosima andrà a parlare oppure no? Secondo Claudio: “Ora non penso abbia intenzione. Chissà, in futuro, un ravvedimento…”. Il fratello di Sarah ha commentato anche le parole di Michele Misseri, che ha detto di pregare per Sarah: “Se mi dà fastidio? La religione è libera…Io ho provato a mettermi nei loro panni e non penso sia affatto facile convivere con questo peso”. Claudio Scazzi ha poi aggiunto: “Io stavo a Milano e vedevo mia sorella una volta all’anno, avevamo 10 anni di differenza, io mi informavo telefonicamente. Non penso che Ivano ci stesse provando. Io l’ho conosciuto quell’anno lì, prima non sapevo chi fosse. Da fratello maggiore mi sono interessato di chi frequentasse”.

Sabrina Misseri pazza di gelosia per il “Dio Ivano”: le chat piccanti alla base del movente del delitto di Sarah Scazzi. Michela Becciu il 25 Gennaio 2020 su Urban Post. Sarah Scazzi processo bis: si è concluso con un undici condanne e una sola assoluzione il primo grado, che ha visto tra i principali imputati Ivano Russo – condannato a 5 anni di reclusione per false informazioni al pm e falsa testimonianza – e Michele Misseri, al quale sono stati comminati 4 anni per autocalunnia. Quarto Grado nella puntata di venerdì 24 gennaio è tornato sul caso, approfondendo la figura di Russo, il cuoco rubacuori di Avetrana conteso tra le cugine Sabrina Misseri e la piccola Sarah Scazzi. Sarah uccisa per gelosia, secondo quanto dicono tre sentenze, dalla cugina che lei considerava una vera e propria sorella. Il tribunale di Taranto nell’ambito del processo bis ha dunque accolto e confermato il capo d’accusa formulato dalla Procura: non è vero che Russo dormiva nei minuti in cui Sarah veniva uccisa. Ivano, movente involontario del delitto, che da mesi si lasciava corteggiare da Sabrina, perdutamente attratta da lui, e con la quale scambiava messaggi piccanti ad alto contenuto erotico, davanti al pm e come teste al processo ha sempre detto di avere dormito in casa – mentendo sapendo di farlo, secondo i giudici – nella fascia oraria in cui la piccola Sarah veniva uccisa dalla cugina e dalla zia. Non sentì le numerose telefonate che dalle 14:30 gli venivano fatte nei momenti concitati successivi alla sparizione della 15enne, quando tutti la davano per dispersa, perché il suo cellulare era rimasto appoggiato al cruscotto dell’auto. Questa la sua versione dei fatti. I giudici però non hanno mai creduto al suo racconto, giudicato lacunoso, né tanto meno al fatto che Russo si fosse svegliato tra le 16:30 e le 17:00. A corroborare i sospetti dei giudici le dichiarazioni spontanee rese ai carabinieri, nel gennaio 2014 (quattro anni dopo l’omicidio Scazzi), dalla ex compagna di Ivano, Virgina Coppola, nonché madre di suo figlio, che riferì di aver saputo dall’allora fidanzata del fratello di Ivano che nel pomeriggio del delitto lui non dormiva, ma che addirittura prima delle 14 uscì di casa per comprare le cartine per le sigarette, per poi rientrare, palesemente agitato, alle 14:15. Virginia, venuta a conoscenza di ciò, all’epoca chiese spiegazioni al compagno il quale in preda all’ira le rispose: “Quelle due stavano litigando”. Perché il giovane non lo riferì agli inquirenti quando fu sentito a sommarie informazioni? Ivano sa dunque di più di quanto riferito a processo? Per i giudici del primo grado evidentemente sì. Russo è il custode del segreto di Avetrana che ad oggi ancora non si conosce? Ricordiamo infatti che il movente del delitto è stato sempre ipotizzato ma non provato con elementi inconfutabili. Secondo la ricostruzione processuale, Sabrina andò su tutte le furie e perse il controllo perché la cuginetta Sarah aveva reso di dominio pubblico in paese una sua confidenza, ovvero che in un momento di intimità Ivano la rifiutò. A ciò si aggiunga la forte gelosia nutrita dalla Misseri nei confronti della giovane Sarah, la cui bellezza stava appena sbocciando, oggetto di attenzioni ed effusioni da parte di Ivano, di cui entrambe erano invaghite. Russo ha sempre bollato come “false” e non casualmente tardive le accuse da parte della ex. Ivano è vittima di una maldicenza o davvero qualcosa andrebbe riscritto su quel drammatico pomeriggio estivo di dieci anni fa? Sarà il processo d’Appello a fare – si spera – maggiore chiarezza al riguardo.

La fidanzata di Russo: «Ivano mi ha detto tutto: gli credo». Tonio Tondo su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Gennaio 2012. Di lei aveva parlato anche Dagospia, il sito del gossip nazionale. «Ivano Russo, uno dei principali testimoni del caso Sarah Scazzi si è innamorato... ». E «lei», Virginia Coppola, la fidanzata che da quel momento non ha mai mollato il giovane ventisettenne del quale Sabrina si era innamorata, per tutta la giornata ha coccolato Ivano, con sms e con le telefonate: «Non ti preoccupare, stai sereno, io sto qui con te». Virginia, assicuratrice e catechista, qualche anno più di Ivano, ha pregato anche Angela Cimino, chiusa nella stanza dei testimoni, di sostenere il suo fidanzato: Angela, per favore, fortifica Ivano, digli che deve stare tranquillo. Doveva essere la giornata del confronto ravvicinato tra Sabrina e Ivano. La difesa della cugina di Sarah era stata abile nel convincere la Corte a consentire a lei e alla madre Cosima di poter uscire dalla gabbia e stare vicino agli avvocati, a ridosso dei testimoni. Tutto era stato preparato perché Sabrina potesse guardare negli occhi Ivano: forse per sfidarlo, oppure per scongiurarlo con lo sguardo. Invece, alle 17.20 la sorpresa: il presidente della Corte, Cesarina Trunfio, dopo aver consultato procura e difesa, ha deciso il rinvio. Per Ivano tutto è slittato al 31 gennaio. Sabrina ha potuto lanciargli solo uno sguardo fugace, mentre il giovane, entrato nell’aula e vicino alla gabbia, ascoltava le parole della Trunfio. Virginia conosce un po’ tutte le persone che si sono occupate della morte di Sarah, dagli avvocati ai giornalisti. E sa destreggiarsi bene tra di loro. Dalla mattina è seduta tra il pubblico insieme alla sorella Antonella. «Da quando stiamo insieme Ivano non ha mai più rilasciato interviste» dice sicura. Nel circo dei media il giovane, che secondo la procura è stato al centro di un conflitto di passioni tra Sabrina e Sarah, tanto da essere considerato la causa scatenante di una rabbia omicida, ci era finito in pieno. Lei, Virginia, è apparsa nel momento cruciale. «Io ho provato subito un sentimento profondo - rivela -, ma prima di decidere di stare con lui, l’ho messo sotto: gli ho chiesto tutto, di Sabrina, di Sarah, gli ho chiesto di essere sincero e la verità anche sui piccoli dettagli». Ivano ha rischiato grosso. Si era sparsa la voce di un suo possibile arresto, di risposte contraddittorie alle domande degli inquirenti, di lacune irrisolte. Poi pian piano ha acquistato credibilità. «Tradito», «deluso», «preso in giro» da Sabrina, erano le frasi ricorrenti sulla sua bocca. «Io Sarah l’ho cercata dal primo giorno - sottolinea Virginia -; insieme ai volontari ho setacciato la campagna, sono andata anche in contrada Mosca, ho visto il casolare, l’albero di fico, ma il pozzo non l’ho visto, era difficile scovarlo. Per Sarah abbiamo pianto e piangiamo ancora adesso, per questo a Ivano ho detto: tu devi dirmi tutto quello che sai, per me la legge viene prima di tutto». Virginia è un tipo che sa affrontare gli ostacoli. Si dice che sia lei a dettare la linea. E la linea è: «Dalla parte di Sarah», se è stata Sabrina a ucciderla, è bene che resti in carcere e che paghi, senza sconti. La vive come una sorta di missione, un impegno che si sente di dover portare avanti, fino in fondo; e se la sorte ha voluto che Ivano si rifugiasse tra le sue braccia, un motivo ci deve pur essere. Stefania De Luca, prima, e Angela Cimino poi, hanno aperto la danza dei testimoni. Virginia le ha seguite parola per parola, senza perdersi neanche un passaggio. Stefania ha raccontato nuovamente la tristezza di Sarah al pub la sera del 25 agosto 2010, la reazione di Sabrina dopo un litigio con Ivano («E’ finita, è finita, non ci stiamo più parlando... »). E poi i colloqui con la stessa Sabrina, ora evasivi ora misteriosi. Soprattutto, quando le testimonianze mettono a fuoco i rapporti tra Sabrina e Ivano, tra Ivano e le altre amiche, inclusa la stessa Angela, Virginia si fa più attenta, cerca di percepire fatti nuovi, piccoli elementi in grado di gettare nuova luce sulla catena dei fatti. Amori che muoiono, amori che nascono, innamoramenti veri o fasulli, parole che sembrano aprire storie di sesso e che si stemperano nel pudore: è u n’altra storia rispetto al processo, in disparte rispetto ai richiami del giudizio, ma inevitabile e rivelatrice per inquadrare i personaggi che affollano l’aula.

Avetrana bis, tutte le bugie del "dio Ivano" sull’omicidio di Sarah Scazzi. Ivano Russo ha mentito ai pm e depistato le indagini per l’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne con cui aveva ingaggiato un tenero scambio di sms. Secondo la sentenza del processo bis per il delitto di Avetrana, il ‘dio Ivano’ come lo chiamava Sabrina Misseri, avrebbe visto Sabrina e Cosima litigare circa 30 minuti prima del delitto. Ivano, forse è stato l’ultima persona a vedere in vita Sarah prima che fosse assassinata. Angela Marino su Fan page il 27 gennaio 2020. Ivano Russo ha mentito ai giudici per dieci anni sul suo vero ruolo nel delitto di Avetrana. Ivano, secondo la sentenza che lo ha condannato a cinque anni di carcere per falsa testimonianza e depistaggio, avrebbe incontrato Sabrina Misseri e la cugina, Sarah Scazzi, 20 -30 minuti prima del delitto. È la verità che emerge dal secondo troncone del processo di Avetrana, ovvero il ‘processo ai silenzi' come lo ha chiamato la Procura. Quelli di Ivano, ma anche quelli della madre del cuoco e di suo fratello che si sono resi complici, entrambi, sempre secondo la sentenza, della falsa ricostruzione fornita dal Russo ai pm, su quanto accadde quel 26 agosto 2010, quando la quindicenne con cui aveva ingaggiato un tenero scambio di sms, veniva strozzata con una corda dalla zia e dalla cugina, la sua seconda famiglia, nella villetta di via Deledda.

Quel pettegolezzo di paese: Sabrina rifiutata da Ivano. Il "dio Ivano" infatti, come lo chiamava l'innamoratissima Sabrina, quel giorno sarebbe uscito intorno alle 13 e 50 per andare a comprare le cartine per le sigarette e sarebbe rientrato alle 14 e 15, turbato, dopo aver incontrato le due ragazze che discutevano. Litigavano per lui, o meglio per quel pettegolezzo messo in giro da Sarah sul suo conto, quello secondo il quale Ivano avrebbe rifiutato Sabrina dopo che lei si era già spogliata per consumare un rapporto sessuale, quello che aveva esposto Sabrina al pubblico ludibrio del paese. Ivano, sempre secondo la ricostruzione del ‘processo ai silenzi', avrebbe taciuto di aver visto le due ragazze e avrebbe anche volutamente scelto di non rispondere alle chiamate al cellulare quello stesso pomeriggio, quando la scomparsa della ragazzina fece il giro delle case e dei telefoni del paese.

Le menzogne dette da Ivano Russo per dieci anni. "Ero a casa a dormire", "non ho sentito il telefono", "quel giorno non ho visto Sarah" disse Ivano Russo agli inquirenti dieci anni fa, prima che le condanne cristallizzassero quanto accaduto quel giorno. Poi nel 2014, dalle confidenze dell'ex di Ivano alla ex cognata, allora fidanzata del fratello di Ivano, è nato il nuovo filone di indagine. A ‘inchiodare' l'ex cuoco di Avetrana, nel nuovo processo è stata la testimonianza di Virginia Coppola, ex e madre di suo figlio. "Questa persona è stata diversi anni al mio fianco – ha detto Ivano della supertestimone – poteva farlo prima perché l'ha fatto nel momento in cui ci sono state delle denunce riguardo a nostro figlio? Qualcuno avrebbe dovuto drizzare le antenne sulla tempistica e dire: c'è qualcosa che non va". Per Ivano Russo, il "dio Ivano" come soleva chiamarlo l'amica Sabrina Misseri, la testimonianza che lo ha incastrato facendolo condannare a cinque anni di carcere, sarebbe solo la vendetta di un'ex. Coppola, invece, è stata ritenuta credibile così come l'allora compagna del fratello di Ivano, finita anche lei sotto accusa e poi assolta. A mentire in questa tremenda storia sono stati gli uomini, dunque, Ivano Russo e Michele Misseri, che con il secondo troncone processuale si è visto comminare una seconda condanna oltre a quella per occultamento di cadavere (otto anni). Colui che per la parte civile è stato solo il ‘becchino' di Sarah, il macabro autista del suo ultimo viaggio dalla casa di via Deledda al pozzo nero dove poi è stato ritrovato il cadavere. Misseri, lo zio, ha mentito, continua a mentire nelle ormai numerose lettere che scrive ai giornali per ribadire l'ennesima una volta che le sue donne, Cosima Serrano (detta Mimina) e la figlia, Sabrina, sono innocenti. Lettere che non fanno neanche più notizia.

Ivano, zio Michele e gli altri: tutti i bugiardi di Avetrana. Misseri, che si trova in carcere dal 2017, quando la prima condanna è diventata definitiva, ha voluto essere presente alla lettura del dispositivo per il processo bis, uscendo per la prima dalle mura del penitenziario di Taranto. Completamente calvo, appesantito, con il bavero della giacca alzato sul collo si è presentato in aula per la prima volta dopo tre anni.  Si è alzato in piedi alla lettura della sentenza mentre Ivano, invece, ha preferito attendere il verdetto a casa, dove è stato avvertito della condanna da una giornalista di “Quarto Grado”. Insieme a loro altre dieci persone sono state condannate per aver mentito e taciuto sui fatti. Dieci abitanti di quello sparuto paesino in provincia di Taranto, seimila anime appena (compreso il fioraio che disse di aver ‘sognato' di aver visto Sabrina e Sarah litigare), hanno sviato le indagini sulla morte di una ragazzina di quindici anni, alzando la nebbia nella quale si sono fatti strada negli ultimi sei anni giudici e avvocati.

Michele Misseri scrive dal carcere: “L’unico colpevole sono io”. Giovanna Tedde il 23 gennaio 2020 su thesocialpost.it. A margine della condanna a 4 anni di carcere nel processo bis sui depistaggi nel caso Sarah Scazzi (che si somma a quella a 8 anni in via definitiva per occultamento del cadavere della 15enne), Michele Misseri torna ad autoaccusarsi del delitto con una lettera indirizzata a Barbara d’Urso. Lo zio della vittima, ritenuto responsabile del reato di autocalunnia nel procedimento-satellite appena concluso (in cui sono state condannate altre 10 persone, tra cui Ivano Russo), continua ad attribuirsi l’esecuzione materiale dell’omicidio. All’ergastolo, condannate in via definitiva, la moglie Cosima Serrano e la figlia, Sabrina Misseri. Fresco di una nuova condanna, dopo quella definitiva a 8 anni per occultamento di cadavere, Michele Misseri torna a parlare dal carcere, ancora una volta per autoaccusarsi dell’omicidio della nipote 15enne, Sarah Scazzi, il cui corpo fu fatto ritrovare dallo stesso nell’agosto 2010. Una lettera, indirizzata a Barbara d’Urso, per ribadire quanto lo ha condotto alla sentenza con cui il Tribunale di Taranto, nella giornata del 21 gennaio scorso, gli ha inflitto una pena di 4 anni di reclusione per autocalunnia: “Sono io il colpevole“. “Penso sempre alla mia famiglia, non ho mai smesso di scrivere a Sabrina e Cosima, ma non ho mai ricevuto risposta“, ha sottolineato il detenuto – attualmente recluso a Lecce – per poi aggiungere che “loro mi vogliono punire perché sono in carcere da innocenti“. Secondo zio Michele, i 3 gradi di giudizio conclusi con l’ergastolo a carico di moglie e figlia sarebbero un clamoroso errore giudiziario: “Nessuno mi vuole credere. Loro (Cosima Serrano e Sabrina Misseri, ndr) sono innocenti.

L’unico vero colpevole sono io“. Michele Misseri sostiene di star bene e di aver concluso un anno di scuola in costanza di detenzione, ma nella sua testa albergherebbe il chiodo fisso di aver mandato dietro le sbarre, a suo dire, due persone estranee al delitto. “Ho strangolato io la bambina“, aveva detto dopo un tira e molla di versioni contrastanti che ne hanno minato la credibilità. Parole schiacciate dall’esito giudiziario che ha consegnato i nomi delle due donne di casa Misseri alla cornice di responsabili del delitto di Avetrana.

Burattini e Burattinai: condannati zio Michele ed Ivano Russo. Anna Vagli su lagazzettadilucca.it giovedì, 23 gennaio 2020. Venghino signori venghino! Sono tornati al centro della scena gli uomini di Avetrana. Il primo, zio Michele, che di professione fa lo zio, è stato condannato per autocalunnia a 4 anni di reclusione. Eh già, lo zio nazionale continua a scontare le bugie raccontate nel processo per la morte della nipote Sarah Scazzi. Preso di mira anche dall’opinione pubblica, per tutelare le donne di casa, si era addossato la colpa della morte della nipote azionando un vero e proprio circolo di confessioni e ritrattazioni che gli hanno fatto incassare la terza condanna. Un uomo dei campi Michele, abituato a dormire su una sdraio per non scomodare le matrone di casa, Cosima e Sabrina. Quelle stesse donne che per salvare la loro posizione lo hanno esposto alla gogna mediatica dimostrando all’Italia intera come lui, in quella casa, era considerato niente di più che l’ultima ruota del trattore. Zio Michele continua a non trovare pace nemmeno dopo la condanna per autocalunnia intervenuta e continua a proclamarsi l’unico vero colpevole della morte di Sarah Scazzi. E lo fa accollandosi tutte le responsabilità anche sfruttando la scia mediatica. Difatti, è notizia di ieri, come lo zio di Avetrana abbia scritto una lettera a Barbara D’urso, nella quale descrive tutto il proprio struggimento non soltanto perché moglie e figlia non vogliono più saperne di lui ma anche perché le due donne starebbero scontando una pena che non dovrebbero scontare. Insomma lo zio dei mis(t)eri non riesce a trovare pace neppure dopo aver incalzato la terza condanna nel processo bis per la morte della nipote Sarah. Michele Misseri non è però il solo ad essere nuovamente al centro della scena processuale e mediatica. Già, qualche giorno fa insieme a lui è stato giudicato colpevole anche Ivano Russo per false dichiarazioni al Pm. Ivano, il bello di Avetrana, colui che aveva fatto perdere la testa a tutte le donne di Paese. Il Russo, considerato nel primo troncone processuale l’ago della bilancia dell’intera vicenda, teneva sotto scacco Sabrina Misseri. L’aveva soggiogata al punto di farsi inviare niente meno che 4500 messaggi al giorno. Insomma, la cozza Sabrina (come lei stessa si definiva) le aveva tentate proprio tutte per cercare di meritarsi un briciolo di attenzione dal “Dio Ivano”, come era solita chiamarlo lei. La condanna inflitta al Russo nel processo bis è pesante: 5 anni per aver mentito agli inquirenti circa gli eventi occorsi il giorno in cui la quindicenne scomparve. Ivano, dicono i giudici, ha mentito per coprire la pseudo-relazione che lo legava a Sabrina. Secondo i primi giudici, infatti, la furia omicida di quest’ultima era stata scaturita dai racconti di Sarah circa la loro ultima “notte interrotta”. Sarah aveva infatti esposto la cugina al pettegolezzo di borgata raccontando, in giro, di come – proprio qualche sera prima dell’omicidio – Ivano avesse respinto Sabrina, nonostante questa si fosse già spogliata per consumare un rapporto sessuale. Insomma, le dicerie paesane unitamente all’umiliazione dell’ennesimo rifiuto da parte del Russo, avevano amplificato l’invidia che Sabrina nutriva nei confronti di Sarah. Quell’invidia che poi l’ha determinata nel senso di ucciderla. Il processo bis si è concluso con un totale di undici condanne. Verrebbe da dire che quasi tutto il Paese è chiamato a scontare la morte di Sarah. Graziosa, leggiadra e magra al punto di diventare un’ossessione per la cugina Sabrina.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Bossetti è innocente?

Anticipazione stampa da OGGI il 16 dicembre 2020. «Abbiamo promosso un’azione penale, inoltrata alla Procura generale di Brescia, nei confronti del Tribunale di Bergamo, per denunciare una ipotesi di reato di una gravità inaudita. Abbiamo scoperto che dopo aver sequestrato il Dna, l’hanno lasciato deteriorare. È il reperto più importante per il quale da anni chiediamo una superperizia». Così i difensori di Massimo Bossetti al settimanale OGGI. Nell’articolo pubblicato nell’edizione in edicola da domani. Si parla di 54 campioni di Dna di Ignoto 1 contenuti in altrettante provette a lungo custodite nei congelatori del San Raffaele di Milano. «Un anno fa questo materiale era stato consegnato dall’Istituto San Raffaele al Tribunale debitamente congelato mentre oggi, per mancanza di frigoriferi, viene conservato a temperatura ambiente», precisa l’avvocato Claudio Salvagni.

Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera” il 26 novembre 2020. Yara è il film più atteso. Prodotto da Pietro Valsecchi, si vedrà su Netflix. Il regista è Marco Tullio Giordana, che ne parla per la prima volta.

Il film è la ricostruzione dell' omicidio?

«Più che la ricostruzione, è l' indagine che ha portato a trovare prima il profilo genetico dell' assassino, chiamato Ignoto 1, e poi l' inchiesta a tappeto con l' individuazione di Massimo Bossetti».

Una procedura scientifica irripetibile...

«Irripetibile anche per i costi, ma giustificata dall' interesse dell' opinione pubblica, interesse che fu cavalcato politicamente. Quando non si sapeva chi fosse si scatenò la caccia allo straniero».

Lei cosa doveva evitare?

«Il voyeurismo, implicito nei casi giudiziari, e il sensazionalismo per appagare questa specie di rito».

Che approccio ha avuto?

«Incontro i protagonisti della vicenda senza dover cambiare marciapiede per la vergogna. Io racconto quello che è agli atti, ho letto tutte le carte, non giudico».

I familiari di Yara...

«Non li ho visti, non voglio star lì a rievocare un dolore e una sofferenza che non finiscono mai. È la ricostruzione di un edificio tale e quale, è un falso fedele. I genitori di Yara sono Sandra Toffolatti e Mario Pirrello. Alessio Boni e Thomas Trabacchi sono un colonnello e un maresciallo dei carabinieri di finzione che riassumono tanti ruoli».

Perché è un caso unico?

«Trovarla tre mesi dopo fece toccare con mano l'orrore del delitto. Era agonizzante, morì di freddo. Una ragazza che esce dal centro sportivo, a 700 metri da casa, fa pensare che i figli non puoi proteggerli, sono così a rischio in un brevissimo lasso di tempo».

Come ha protetto Chiara Bono, che la impersona?

«Mi sono preoccupato che non fosse scossa, sono ruoli che spaventano. Ha talento, solarità, innocenza, voglia di vivere... Sono le caratteristiche che aveva Yara».

La Pm Letizia Ruggeri?

«Di Isabella Ragonese apprezzo che coraggiosamente non abbia voluto fare la simpatica. Un personaggio contropelo, all'inizio sola contro tutti. Fa di testa sua, brusca, impaziente, va in giro in moto, si allena alla boxe. All'epoca sua figlia aveva 8 anni, era più piccola di Yara. Il film è l'ossessione del pm che vuole acciuffare il colpevole».

E Bossetti, l'«orco»?

«L'orco è irrappresentabile come tale, a meno di non volerne fare una favola. Siccome solo Dio sa cos' è successo veramente, ho chiesto all' attore, Roberto Zibetti, ambiguità».

Avete girato nei luoghi reali della vicenda?

«Non era possibile quando si è aperto il set si minacciava il ritorno della pandemia. Abbiamo girato a Sud di Roma, Fiano Romano e Monterotondo, dove tra l'altro abbiamo ritrovato un' architettura simile a quella della Bergamasca».

I crimini possono raccontare un paese, seguono l'evoluzione di una società?

«Non ci ho mai pensato, ma d'istinto credo di sì. Oggi siamo ai delitti contro la proprietà morale, penso ai femminicidi, parola che non mi piace. Nel caso di Yara, l'unica spiegazione della ferocia è il mancato possesso. Non ci fu violenza. È un delitto di rabbia, per questo fu abbandonata in un campo, senza nemmeno dare il colpo di grazia».

Anticipazione stampa di OGGI il 30 settembre 2020. «Presto cambierò cognome, dopo quello che è successo è straziante portarlo, un macigno», annuncia Laura Bossetti, la sorella gemella di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, in un’intervista da domani in edicola sul settimanale OGGI, che giovedì verrà anche trasmessa su Telelombardia nella trasmissione «Iceberg». E racconta che da tre anni non vede più il fratello, che le nega il permesso di fargli visita in carcere: «Gli ho chiesto scusa per aver detto in passato che papà e mamma sono morti di dispiacere per il dolore di avere un figlio in carcere. Ho sbagliato, comunque è la verità», spiega Laura Bossetti. «Ora Massimo ha sua moglie Marita e sta bene così. Io gli auguro tutto il bene possibile. È stata una tragedia e solo chi è dentro sa cosa si prova e cosa si passa. Ho raggiunto la mia tranquillità ed è per questo che ho deciso di lasciarmi il passato alle spalle e cambiare cognome».

Il delitto Gambirasio. Caso Yara, la sorella di Massimo Bossetti cambia cognome dopo la gogna mediatica: “Vita impossibile”. Redazione su Il Riformista il 13 Ottobre 2020. La gogna pubblica e l’esposizione mediatica alla fine l’hanno spinta a cambiare cognome. È la decisione clamorosa presa da Laura Letizia Bossetti, sorella gemella di quel Massimo Bossetti condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio il 26 novembre del 2010. La pratica è stata istruita dall’avvocato Benedetto Maria Bonomo e dovrà essere presentata in prefettura, come precisa il Corriere della Sera. “Questa scelta non va assolutamente letta come convinzione che il fratello Massimo sia colpevole per i fatti che gli sono stati contestati — commenta l’avvocato —. Su questo punto Laura Letizia Bossetti e tutti i suoi familiari mantengono il parere che hanno sempre avuto ed espresso pubblicamente: non ritengono possibile che Massimo Bossetti abbia fatto ciò di cui è stato accusato”. Una scelta quindi no per ‘scaricare’ il fratello, ma che dipende “in via esclusiva dalla situazione mediatica, che rende davvero difficile la vita della mia assistita. In molte situazioni, anche solo per il cognome, si viene identificati ed etichettati in un certo modo, e ci si ritrova costretti a rispondere a molte domande, con stress ulteriore rispetto alla vicenda processuale”. Laura Letizia ha sempre difeso il fratello Massimo dopo l’arresto avvenuto nel giugno 2014, anche con molteplici interviste in tv e sulla carta stampata, in quello che rapidamente è diventato un processo mediatico.

Anticipazione stampa da “OGGI” il 14 ottobre 2020. In una lettera a Marco Oliva, conduttore della trasmissione Iceberg di Telelombardia, che OGGI rende nota nel numero in edicola domani, Massimo Bossetti replica alla sorella Laura, che vuole cambiare cognome perché le pesa «come un macigno». È stato «un gesto pianificato e violento che merita indifferenza, in questo modo si è esclusa dalla famiglia Bossetti», scrive il muratore di Mapello condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, di cui continua a professarsi innocente. «Non credo», prosegue Bossetti, «di dover sperperare ai quattro venti come quella persona è abituata (a diffondere, ndr) le cose private e familiari solo per mettere in risalto la propria visibilità e notorietà. Quella persona ha preferito voler soffocare l’affetto, sostituendo il proprio cognome, cosa che non condivido affatto, per niente… Avendo lei stessa affermato più volte di volermi bene e di credere nell’assoluta mia innocenza, a maggior ragione, avrebbe dovuto ancor più lottare con le unghie a denti stretti e a spada tratta, con tutta la forza necessaria, tenendo ancor più alto e vivo il proprio cognome che tanto ci accomuna». E conclude con un appello: «Aiutatemi aiutatemi aiutatemi, sono disperato. Toglietemi di dosso sta cazzo di devastante etichetta o dentro di me non troverò la pace. Per favore statemi tutti vicini e aiutatemi seriamente a far sì che la disperazione non prenda il sopravvento».

Gianluigi Nuzzi per “la Stampa” il 2 agosto 2020. Il predatore prende ciò che desidera. Non è un uomo dal volto inquietante, occhi neri pesti di odio, arcigna fronte smisurata, come quegli assassini de "Atlante Criminale" di Cesare Lombroso. E' incensurato, iride azzurra incastonata in una pelle dai pigmenti chiarissimi sempre ultra abbronzata, un muratore bergamasco che lavora sodo. E' soprannominato "il favola", per la marea di balle che rifila a chiunque, con il cinismo di attribuirsi persino un tumore al cervello inesistente pur di saltare il lavoro, ma questo si scoprirà solo dopo, quando tutto è già finito. Il predatore il 26 novembre 2010 lascia Yara Gambirasio - 13 anni, studentessa della 3C dalle Orsoline, una passione per Laura Pausini, cuore rossonero, ambizioni da ginnasta -, nel campo incolto di Chignolo d' Isola, alle porte di Bergamo. Non è riuscito a lasciarla in vita, né a farla salvare ma nemmeno a ucciderla, nessun fendente risulterà mortale. Mai si saprà se ha abusato di lei, prima di voltarle le spalle, abbandonandola all' agonia tra lesioni e una crescente ipotermia. Dopo l' omicidio, ha parcheggiato il furgone Daily Iveco dell' imboscata sotto casa, è rientrato felpato nella tana, senza ricordare perché era rincasato più tardi del solito. «Ti amo Marita, ti amo», dice guardando la moglie che gli ha messo al mondo tre cuccioli per trovarsi ora devastata a ogni risveglio, schiacciata dall' impresentabile nome e cognome del marito: Massimo Bossetti, il predatore di Yara. Il predatore prende ciò che vede. E Yara gli passava davanti per strada nell' ingenua acerbità di un' adolescenza come tante, quando andava da sola dal dentista per l' apparecchio, a due isolati da "Oltre Oceano", il negozio di lampade abbronzanti a Brembate, frequentato ogni settimana dal suo imminente aguzzino. Per questo, dopo le manette, Bossetti ha negato goffamente la debolezza dell' abbronzatura agli inquirenti. In quell' incrocio di marciapiedi dev' esserci stato uno sguardo di troppo. Già, perché il predatore millanta a se stesso, si convince di essere desiderato ancor più di quanto si piaccia, deforma ogni interazione con l' altro. I due devono aver anche dialogo quando ha fatto salire Yara sul furgone in piena sera, mica Bossetti l' ha portata nella prima strada buia, facendo valere subito la sua predominanza fisica. Per lunghissimi minuti e chilometri e chilometri i due sono stati insieme. Lui al volante, lei a fianco. E parlavano, chissà di cosa. Non sappiamo com' era Yara, come si era sviluppata. Per noi tutti era e resterà sempre una bambina, aveva solo 13 anni, ancora doveva schiudersi al mondo. Anche se nessuna foto mostrata in tv era recente. Non sappiamo quanto si fosse sviluppata e questo sarebbe un elemento fastidioso, urticante certo ma importante per attribuire un movente a questo omicidio senza tormentarsi su quei dettagli bislacchi come il reggiseno trovato interamente slacciato, spostato verso l' alto, non tagliato. Una scena che farebbe immaginare delle avance sessuali respinte come movente di questo omicidio. Il predatore per anni contava di farla franca. Non temeva l' inchiesta. Nemmeno quando venne ritrovato il corpo, o meglio quello che ne rimaneva il 26 febbraio del 2011 con le sterpaglie afferrate nella mano destra trovata chiusa a pugno, che davano la misura della sofferenza patita. Sugli slip era stato individuato una traccia di dna da attribuire a un "Ignoto 1", da identificare. E così erano state censite migliaia e migliaia di persone. Una mappatura genetica di un pezzo d' Italia grazie a un brandello di verità afferrato quasi per caso, che porterà dritto al binario genetico dei parenti del predatore. Ma lui era convinto nella sua sicumera, mai sarebbero arrivati a lui. Non c' era alcun collegamento con quella ragazzina. Nessun contatto, nessuna telefonata, nessun conoscente comune, niente di niente. Del resto, il mondo di Yara era ancora disabitato: dieci persone in rubrica, nemmeno era iscritta ai social, una normalità svuotata in poche ore senza indizi dagli inquirenti. Invece la mappatura ha portato alle manette lì in cantiere sul ponteggio, a quasi quattro anni dalla notte assassina. Il predatore è stato braccato con la parola ergastolo ripetuta in ogni grado di giudizio fino alla Cassazione, il 18 ottobre 2018. Per santificare il decimo anniversario della scomparsa, il predatore sogna di porgere in memoria di Yara un macabro dono: l' annuncio della revisione del processo per ribaltare la condanna definitiva all' ergastolo e brindare alla riconquistata innocenza. Per centrare l' obiettivo il pool di difensori è raddoppiato e al lavoro dall' autunno scorso. A quelli tradizionali si è aggiunto un team selezionato da Marita, una compagnia di giro formata addirittura da 11 esperti. Spicca Carlo Infanti, professione regista. Hanno preso un indumento con tracce di dna (saliva, sangue e sperma), lasciandolo in un campo simile a quello dove è stata trovata Yara per capire se le tracce possano rimanervi per tre mesi senza degradarsi. Il risultato non è stato diffuso ufficialmente, ma sembra che il dna sia sparito. «Non significa niente - replicano dal tribunale - ogni caso fa storia a se». Alla trasmissione Quartogrado Marita aveva anche scritto di voler far analizzare cellulare, sim e computer dissequestrati al marito, così come il furgone, per delle comparazioni con quello che passava e ripassava in via Caduti dell' aviazione, fuori dalla palestra dove si allenava la giovane proprio il giorno della scomparsa. Tutto con eco mediatico, come quando il 6 novembre scorso il pacco dei reperti informatici venne consegnato non in gran segreto in un super laboratorio per chissà quali nuovi analisi, ma alla sede di Telelombardia con abile scoop di Marco Oliva. Gli avvocati storici di Bossetti puntano invece ai 98 reperti custoditi al primo piano del tribunale di Bergamo, quelli che comprendono i vestiti di Yara (pantaloni, scarpe da ginnastica, slip, reggiseno, felpa di colore nero), provette contenenti 54 campioni di dna ritrovati sugli slip e i leggins della ragazzina, fino alle fibre rinvenute sugli indumenti di Yara compatibili con quelle del tessuto dei sedili del furgone. Per la difesa, bisogna rianalizzarli per spiegare alcune presunte anomalie del processo a partire dalla famosa prova regina, il dna dell' assassino isolato sugli slip di Yara che avrebbe la componente nucleare di Bossetti ma non quella mitocondriale. In inverno su questi reperti si consuma una battaglia con il pubblico ministero Letizia Ruggeri, da una parte, Bossetti e i suoi avvocati dall' altra e in mezzo il presidente della corte d' Assiste Giovanni Petillo. Che alla fine confisca tutto e vieta anche una sommaria visione ai difensori dell' assassino. Così come il tribunale e la corte d' Assise, che bocciano altre istanze fino a qualche giorno fa, e con gli avvocati che dopo l' ennesima bocciatura decidono di fare ricorso in cassazione, di denunciare il Ris di Parma per "rifiuto di atti d' ufficio" e chiedere al guardasigilli Alfonso Bonafede l' intervento degli ispettori ministeriali. A dir loro, all' appello mancano 9.488 profili genetici analizzati: proprio qui ci sarebbe la chiave d' accesso alla revisione. Comparando i 9mila dna potrebbero dimostrare che Ignoto 1 non è Bossetti. Ora la Cassazione darà la risposta e da questa si capirà se il decimo anniversario della scomparsa sarà ricordato per la riapertura del processo o se il predatore all' ergastolo potrà cacciare solo se stesso.

Anticipazione stampa da OGGI il 15 luglio 2020. Il settimanale OGGI, in edicola da domani, annuncia le nuove mosse della difesa di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per la morte di Yara Gambirasio: un ricorso in Cassazione, una denuncia penale per «rifiuto di atti d’ufficio» nei confronti del Ris di Parma e un’istanza al ministro di Grazia e Giustizia, Alfonso Bonafede, perché disponga una ispezione nel tribunale di Bergamo. Il ricorso in Cassazione è per sbloccare il provvedimento con il quale il giudice dell’esecuzione, Giovanni Petillo, il 15 gennaio scorso ha messo sotto confisca i reperti dell’inchiesta sull’omicidio di Yara. La denuncia del Ris di Parma e del suo comandante, il colonnello Giampietro Lago è perché, malgrado l’autorizzazione firmata a fine novembre 2019 dal giudice Petillo, hanno «rifiutato, confermando peraltro l’atteggiamento ostile serbato durante l’intero procedimento/processo, il rilascio di quanto richiesto ed autorizzato dall’Autorità giudiziaria».

«Chi ha paura di riaprire il caso Bossetti?» I legali chiedono le analisi sui reperti: “Qualcuno sa di aver sbagliato e non vuole ammettere l’errore”. Valentina Stella su Il Dubbio il 13 giugno 2020. Perché non si concede alla difesa di Massimo Bossetti la possibilità di effettuare per la prima volta le analisi sui reperti? L’uomo è stato condannato all’ergastolo in via definitiva per la morte di Yara Gambirasio. Ma la legge consente di rivedere i provvedimenti, anche se irrevocabili, in presenza di nuove evidenze. Bossetti dal carcere di Bollate continua a professarsi innocente. E a sostenerlo ci sono i suoi difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini che non smettono di criticare lo svolgimento del processo, caratterizzato da una formazione della prova al di fuori di ogni contraddittorio, in violazione dell’articolo 111 Cost. e di tutte le norme processuali ad esso ispirate: «Durante tutti i processi – ci dice Salvagni – non abbiamo mai neppure potuto vedere questi reperti, il nostro è stato un forzato atto di fede verso il lavoro degli inquirenti. Non è accettabile che la difesa non veda e non analizzi quella che viene dichiarata essere per tutti la prova regina. Si tratta a nostro parere di una violazione del diritto di difesa». E Camporini aggiunge: «I genetisti che abbiamo consultato ci hanno detto che a dieci anni dagli eventi le tecniche di analisi si sono evolute e noi crediamo che analizzando oggi quei reperti potremmo avere quelle risposte alle numerose anomalie accertate che le stesse sentenze hanno ammesso di non essere riuscite a dare, si pensi ad esempio al dato escludente del dna mitocondriale». In vista di una possibile revisione del processo, i due legali il 26 novembre 2019 hanno presentato una istanza alla Corte di Assise di Bergamo per avere accesso ai reperti. Riportiamo una cronologia dei fatti alquanto strana ed ondivaga. Il 27 novembre il giudice ha accolto la richiesta con un provvedimento sintetico, prosegue Salvagni: «” Visto, si autorizza tutto”; nessuno impugna e la decisione si stabilizza. Il 2 dicembre il presidente della Corte indirizza all’Ufficio Corpi di Reato un provvedimento in cui dichiara che l’autorizzazione concessa deve riferirsi alla ricognizione dei reperti, ossia alla mera osservazione». Il 9 dicembre i due legali avanzano un’altra istanza in cui chiedono in che modalità sarà concesso loro di effettuare l’osservazione dei reperti. Il 15 gennaio 2020 la Corte, a seguito di una richiesta del Pm, con cui chiedeva che fine faranno quei reperti, dispone la confisca degli stessi e la loro conservazione. Gli avvocati a quel punto hanno accesso all’elenco delle prove e, come precisa Camporini, «rispetto a quanto riportato nelle sentenze, che avevano negato ogni ulteriore accertamento per l’esaurimento del materiale probatorio, sono invece comparsi 54 campioni di Dna; inoltre mancano molti reperti presenti invece negli atti processuali, come ad esempio i guanti di Yara trovati nella tasca del giubbino sui quali erano state rinvenute tracce genetiche non appartenenti a Massimo Bossetti, i margini ungueali della vittima, sim, batteria, chiavi, portachiavi, lettore mp3, braccialetto, mancano moltissimi campioni relativi ai prelievi durante l’autopsia, molti campioni di formazioni pilifere, etc.». Inoltre, aggiunge Camporini, zabbiamo chiesto al Ris e alla Polizia Scientifica di fornirci le caratterizzazioni genetiche effettuate e il cd con le foto scattate ai reperti e, nonostante il giudice abbia concesso l’autorizzazione senza condizioni, loro si sono rifiutati. Perché, come in corso di processo, questo ostinato ostruzionismo di fronte a un possibile confronto in contraddittorio? Ci hanno accusato di essere diffidenti e sospettosi, ma ogni giorno le perplessità aumentano». Dopo il 15 gennaio i legali presentano altre due istanze, non avendo ricevuta alcuna risposta a quella del 9 dicembre, e incredibilmente la stessa Corte, che a fine novembre li aveva autorizzati, il 26 maggio fa un altro provvedimento in cui dichiara inammissibile la loro richiesta. «Abbiamo presentato ricorso in Cassazione» ci dice Salvagni perché «si tratta di una pervicace negazione dei diritti di Massimo Bossetti. Due anni fa parlai proprio da queste pagine di errore giudiziario ma oggi credo che qualcuno sa di aver sbagliato e non vuole ammettere l’errore. Se venisse fuori che lo Stato italiano ha tenuto per oltre 6 anni un innocente in carcere a partire da un dato scientifico sbagliato, sarebbe una vergogna a livello mondiale».

Caso Yara, Massimo Bossetti e le mail con Giovanni Terzi: "Pronto a morire per dimostrare la mia innocenza". Giovanni Terzi su Libero Quotidiano l'8 giugno 2020. In questo periodo di quarantena ho scambiato mail e lettere con Massimo Bossetti, colui che secondo la legge e per ben tre gradi di giudizio, si è macchiato del terribile omicidio della povera Yara Gambirasio il 26 novembre del 2010. Avrei voluto che questa intervista, fatta attraverso uno scambio epistolare, rimanesse nell'alveo di un patrimonio mio di conoscenza personale, ma alla luce dei nuovi accadimenti processuali non posso più permettermi di tenerla riservata. Chi mi segue sa che ho sempre nutrito grandi perplessità sulla colpevolezza di Bossetti. Oggi non voglio soffermarmi su questo ma su un semplice principio giuridico che prevede all'imputato di poter esaminare e verificare le prove che l'accusa ha trovato contro di lui. Un principio giuridico sacrosanto che potrebbe riguardare ognuno di noi nel caso andassimo sotto processo e l'accusa non ci permettesse di verificare le prove trovate contro di noi. Un principio talmente semplice che sembra pleonastico doverlo spiegare. In questo caso si tratta della prova regina del Dna che a novembre del 2019 la Procura di Bergamo aveva consentito di replicare e che, improvvisamente, a maggio del 2020 ha negato. Tre sono state le conversazioni epistolari con Bossetti. Una datata il 25 marzo, una il 2 aprile ed una il 5 giugno. Le prime due erano speranzose di poter dimostrare che il Dna trovato sul corpo della piccola Yara non era il suo; nella terza c'è lo sgomento per, ancora una volta, la negazione di questa opportunità.

I FAMILIARI. «Bisogna trovare a tutti i costi la forza nel resistere e cercare di preservare quella poca dignità che ancora mi è rimasta e non mi è stata rubata». Perché resiste Signor Bossetti? A questa domanda il muratore di Mapello risponde scrivendo «fondamentalmente per i miei cari familiari che non hanno mai smesso di credere in me, per tutte le persone che mi stanno accanto e che mi vogliono bene e soprattutto perché dimostrare la mia innocenza è diventata fonte della mia ragione di vita». Ma Massimo Giuseppe Bossetti aggiunge un'altra frase: «Una persona innocente deve essere disposta a tutto, anche a morire, se dovrà essere necessario farlo... signor Terzi, che voglia crederci o no, la mia colpa è quella di essere innocente e il vero problema è di essere un cittadino assalito da un terribile errore giudiziario». Bossetti continua scrivendo, il 25 marzo, che «è molto difficile poter ammettere la realtà dei fatti con una semplice e banalissima ripetizione di un dato non graniticamente accertato al 100%. Signor Terzi, mi permetto di fare un paio di domande: secondo lei è questa la Giustizia Italiana che ogni cittadino italiano vorrebbe nell'essere sempre e più protetto e tutelato? È questa la Giustizia che calpesta ogni diritto di difesa offrendo benefici soltanto se mi dichiaravo colpevole? Come si può accettare ogni forma di benefici non avendo commesso il fatto? Quando riuscirete a rispondermi a queste domande capirete quanto di disumano ho subito e continuo purtroppo a dover subire». Alla lettera di Massimo Bossetti ho risposto con una mail dove facevo altre domande riferite al momento storico che stava vivendo, l'isolamento nelle carceri a causa del Covid. Una domanda era sull'ultimo libro che aveva letto. «Il segreto della libertà e del successo di Napoleon Hill. Questo libro è carico di suggestioni e può dare una mano per uscire dalla inerzia e dalla negatività per poter intraprendere la via di un futuro più roseo, migliore e molto più gratificante».

L'INTERVISTA. Il libro scritto nel 1938 da Napoleon Hill è pensato come un'intervista tra lo stesso Hill ed il diavolo che viene chiamato Sua Maestà, quest' opera mostra come superare gli ostacoli che si incontrano nella propria vita e suggerisce come raggiungere gli obiettivi che ci si prefigge. Bossetti mi scrive: «In realtà a parte la cultura, in questo momento, mi piacerebbe poter scrivere una mail al mondo. Perché proprio al mondo mi chiederà lei dottor Terzi? Per chiedere che ci fosse meno cattiveria e meno disumanità nel genere umano e avere più comprensione e più cuore per le ingiustizie che ci vengono inflitte senza concentrarsi sul perché tutto questo debba avvenire». Come si sente in questo momento? «Signor Terzi sono avvolto all'inferno; sono disperato perché mi manca tutto l'amore di chi fuori mi vuole bene e mi chiedo quando smetterò di soffrire così tanto e soprattutto quando riuscirò di smettere di vedere trasparire dagli occhi dei miei figli tanta ingiusta sofferenza. Sono certo che riuscirò a dimostrare la mia più totale estraneità, ma non so quando». Il 5 giugno mi arriva un'altra mail da parte di Massimo Bossetti. È di qualche giorno prima la notizia in cui la Corte d'Assise di Bergamo aveva risposto negativamente alla revisione da parte della difesa del Dna dopo che la stessa Corte a Novembre aveva acconsentito. «...nessuno può capire davvero quanto sia dura sia fisicamente che psicologicamente. Ogni ora è un giorno ed ogni giorno è una settimana e la sofferenza si abbatte giorno e notte nello status di detenuto, aggravato ancor di più da una accusa infamante quale l'omicidio di una povera bambina».  

LO SFOGO. «Speravo che andando avanti le cose prendessero una giusta via avendo la Corte di Bergamo ufficialmente autorizzato i miei legali a visionare i reperti. Invece a sette mesi di distanza quella via che sembrava spianata è diventata faticosa e piena di ostacoli ... Una persona normale dovrebbe chiedersi come mai non viene autorizzata la ripetizione da parte della difesa dei reperti da me implorata da sei anni. Non so più a chi ed in che modo io mi debba rivolgere per essere ascoltato e capito... Anche se un magistrato mi avrà tolto la libertà di movimento, comunque sia, non potrà mai togliermi la libertà che sta nelle mie ragioni e convinzioni nell'essere innocente. Forse verrò abbandonato da tutti ma non da Dio, con Lui troverò sempre le forze nel lottare giorno dopo giorno a questo crudele massacro giudiziario fino al mio ultimo battito respiro di vita». Così si conclude lo scambio epistolare tra Massimo Bossetti e me. Una domanda, a questo punto, appare evidente: perché non dare la possibilità alla difesa (peraltro già accordata) di analizzare i reperti per il DNA visto che è stata acclarata la loro esistenza?

Anticipazione da “Oggi” il 29 gennaio 2020. Il settimanale OGGI, in edicola da domani, pubblica in esclusiva il documento in quattro pagine firmate dal presidente della Corte d’Assise Giovanni Petillo che riporta l’elenco di 98 reperti dell’inchiesta sull’omicidio di Yara confiscati perché non vengano distrutti, né restituiti (ai familiari della vittima e di Bossetti). Viene ufficializzato che ci sono, ancora utilizzabili, ben 54 campioni di Dna di Ignoto 1 in provetta. Una novità importante che smentisce clamorosamente quanto scritto nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Brescia: «Quello che è certo, in ogni caso, è che non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni».

Anticipazione da “Oggi” il 29 gennaio 2020. Claudio Salvagni, uno difensori di Bossetti, rivela a OGGI le possibili conseguenze dell’atto che conferma l’esistenza di materiale genetico di Ignoto 1, su cui è possibile effettuare raffronti: «Se il Dna c’era ancora ed era a disposizione in notevole quantità, come è possibile che il presidente della Corte d’Assise di Brescia, Enrico Fischetti, abbia scritto nella sentenza d’Appello il 17 luglio 2017 che “il materiale genetico è esaurito”? Quali verifiche erano state fatte?». E prosegue: «Anche la Corte di Cassazione ha fatto sue le conclusioni dei giudici di Brescia definendo “ininfluente” la possibilità che il Dna esistesse ancora. Oggi il presidente Petillo ha emesso un decreto e ci ha consegnato un documento che, da solo, è sufficiente per chiedere la revisione del processo. Dimostra infatti che in una sentenza passata in giudicato la Suprema Corte ha scritto il contrario della verità». Conclude il legale: «Voglio credere che i reperti siano conservati in modo adeguato perché sono certo che Ignoto 1 non sia Bossetti e che la nuova perizia dirà un’altra verità. Ma se confermasse che gli inquirenti non hanno sbagliato almeno Bossetti sconterà l’ergastolo dopo aver avuto un giusto processo e la possibilità di difendersi».

Delitto Yara, dai verbali secretati di Bossetti nuovi possibili scenari. Libero Quotidiano il 09 marzo 2020. Difficile non pensare che oggi Yara Gambirasio sarebbe una splendida giovane ragazza di ventitré anni se, quella maledetta sera del 26 novembre del 2010, non avesse incontrato la furia omicida di una persona. Per la legge italiana, con una sentenza passata in giudicato, quella persona che spezzò le ali della speranza di Yara Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di Mapello, che dal 16 giugno 2014 è rinchiuso in carcere; prima in attesa di giudizio, poi dal 13 ottobre del 2018 in via definitiva. Tutto parrebbe davvero concluso se, ad alcuni dubbi mai fugati non si aggiungessero i verbali degli interrogatori durante il processo di primo grado che sono stati resi pubblici solo dopo la sentenza della Cassazione in quanto prima erano stati segretari. Lo scrive Giovanni Terzi sul Tempo in edicola martedì 9 marzo. Il tema è quello relativo al Dna, riferibile ad Ignoto 1 e trovato sul corpo della povera Yara. In questi mesi la corte d'assise d'Appello di Bergamo ha consentito alla difesa di visionare per la prima volta i reperti Questo fatto è importante, direi decisivo, per Bossetti e la sua difesa che da sempre hanno ipotizzato un errore nell'attribuire a Bossetti il Dna di Ignoto 1. Stupore nel vedere la traccia di Dna evidenziata dai Ris (Carabinieri ) di così ottima qualità al contrario di quelle trovate in giro per il corpo di Yara. La qualità è talmente ottima da farlo sembrare un tampone salivare. Inoltre è ottima la qualità del DNA di ignoto 1 considerando quanti gelate e disgelate c'erano state in 3 mesi in cui il corpo di Yara era stato lasciato nel campo di Chignolo d'isola. Qualche domanda queste dichiarazioni le pongono. Innanzitutto perché secretarle? Inoltre se per quantità e qualità il Dna di Ignoto 1 era eccellente perché non consentire da subito una controperizia da parte dei suoi difensori? Per concludere chiedendo il perché proprio quel reperto di Dna era perfetto mentre gli altri (più di 100) no? A tutto questo si aggiungono altre criticità mai spiegate. In primo luogo il movente. Ad oggi, anche in sentenza, si parla di un movente di natura sessuale seppur nessun segno di violenza sessuale sia stata trovata sul corpo di Yara. Bossetti stato arrestato quattro anni dopo l'omicidio e si è riscontrato che mai aveva messo in atto alcun tipo di violenza nella sua vita, tanto meno sessuale. Bossetti non conosceva Yara, né i parenti di Yara, mai l'aveva contattata sui social e mai era entrato in contattato con qualcuno di riferibile a Yara. Quindi si accusa di un movente sessuale chi, a parte aver guardato qualche film hard e non di carattere pedo pornografico, non ha mai dimostrato di avere avuto, in più di 40 anni di vita, alcun atteggiamento censurabile.  Altro elemento importante è la dinamica. Partiamo dall'assunto che Yara era una brava ragazzina, timida e riservata che giocava ancora con «Hello Kitty» e che mai si sarebbe avvicinata ad uno sconosciuto e men che meno sarebbe salita su una macchina o furgone che sia. Ecco quindi che Ignoto 1 dovrebbe averla rapita con violenza e trascinata via, ma anche qui due dubbi: il primo come mai la Procura non parla mai di «sequestro di persona» e la seconda è mai possibile che un uomo scenda dal furgone alle 18,30 di sera davanti a molte persone (118.000 utenze diverse sono state intercettate tra le 18 e le 20 in quella zona) senza che qualcuno notasse quanto meno una stranezza? Infine quel Dna di Ignoto 1 non risulta essere completo in quanto contiene solo una parte, quella nucleare e non quella mitocondriale e da qui la domanda se, la comunità scientifica, ritenga possibile che l'identificazione di una persona possa avvenire attraverso il Dna nucleare pur in presenza di una ingiustificata assenza del corrispondente mitocondriale? In sintesi esiste solo la traccia di Dna nucleare, per l'accusa riconducibile a Bossetti, ma quella mitocondriale no o, quantomeno se c'è questa è riconducibile ad altri soggetti diversi dal muratore bergamasco. Considerate poi che il famoso furgone bianco in sentenza si dice che è «compatibile» ma non «uguale» a quello di Bossetti. Prendete poi le celle telefoniche dove dalle 17,45 del giorno del rapimento di Yara ll cellulare di Bossetti risulta essere spento e a casa sua.  Anche Roberto Saviano pochi mesi or sono aveva dichiarato: "Il padre di Yara ha lavorato per la Lop av, un'azienda di proprietà dei figli di Pasquale Locatelli, super boss del narcotraffico, che aveva anche un appalto nel cantiere di Mapello". "Inoltre, alla festa della Lopav parteciparono tre magistrati della procura di Bergamo" - contesta ancora Roberto Saviano - Mi sembra inquietante che non si sia indagato in quella direzione". 

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Una Famiglia Sfortunata.

"Guede non può aver agito da solo": tutti i dubbi sul delitto Kercher. A 13 anni dall'omicidio di Meredith Kercher restano ancora molte incertezze. "Guede non fatto tutto da solo", spiega a Il Giornale.it la criminologa Roberta Bruzzone. "Dubbi sulla sua colpevolezza", dice il criminologo Claudio Mariani. Rosa Scognamiglio, Lunedì 02/11/2020 su Il Giornale. Nella notte tra l'1 e il 2 novembre del 2007, nella villetta di via della Pergola 7, a Perugia, viene ritrovato il corpo martoriato e senza vita di una giovane studentessa inglese. Si tratta di Meredith Kercher, 21 anni, originaria di Southwark nel Regno Unito, partecipante al progetto Erasmus nell'Università per Stranieri del capoluogo umbro. Il cadavere evidenzia al corpo ferite tali da far desumere, senza alcuna ombra di dubbio, che si sia consumato un omicidio efferato. Nel mirino degli investigatori finiscono la coinquilina statunitense Amanda Marie Knox, di Seattle, e il fidanzato Raffaele Sollecito, nato e cresciuto a Giovinazzo (Bari), laureando in ingegneria informatica. A pochi giorni dall'apertura del caso in tribunale e successivamente all'arresto dei due fidanzati, viene chiamato in causa anche Rudy Hermann Guede, al quale si contesta, in aggiunta, il reato di violenza sessuale. I tre vengono accusati di concorso in omicidio e condannati, in primo grado, rispettivamente a 26, 25 e 30 anni di detenzione. Ma mentre per la Knox e Sollecito, al termine del processo bis, giungerà l'assoluzione definitiva della Corte Suprema di Cassazione in esplicazione del principio dell'oltre il ragionevole dubbio, Guede resterà in carcere con pena ridotta a 16 anni per concorso in omicidio con ignoti. Sebbene l'ingarbugliatissimo iter giudiziario della vicenda sia definitivamente concluso, resta ancora un ampio margine di interpretazione dei fatti. Oggi come allora il dilemma resta sempre lo stesso: Rudy Guede ha agito da solo? "Ho sempre ritenuto altamente probabile, compatibilmente con le modalità dell'omicidio, che sulla scena del crimine ci fosse almeno un altro soggetto - spiega a IlGiornale.it la criminologa forense Roberta Bruzzone - Ma probabilmente non sapremo mai di chi si tratta". È tendenzialmente innocentista il criminologo Claudio Mariani, direttore del dipartimento di Criminologia e Sociologia delle devianze del Centro Studi Criminologici di Viterbo, che segue il percorso di reinserimento sociale dell'ivoriano, a oggi recluso nella Casa Circondariale Mammagialla. "Io non ho alcuna certezza circa l'innocenza di Rudy ma troppi, troppi, troppi dubbi sulla sua colpevolezza", dice alla nostra redazione.

La sera dell'omicidio. L'omicidio si consuma nella notte tra il 1 e il 2 novembre 2007 in una villetta di via della Pergola 7 a Perugia. L'appartamento è in condivisione tra 4 studentesse universitarie: le italiane Filomena Romanelli e Laura Mezzetti, coinquiline di vecchia data; poi ci sono Amanda Knox, 20enne originaria di Seattle e la 21enne di Southwark Meredith Kercher, entrambe approdate nel capoluogo umbro a seguito dell'adesione al progetto Erasmus indetto dall'Università per Stranieri di Perugia. La sera in cui Meredith viene uccisa, sia Romanelli che Mezzetti sono assenti dall'abitazione. Quanto ad Amanda Knox, riferirà, successivamente al tragico accaduto, di aver trascorso la notte a casa del fidanzato Raffaele Sollecito, con il quale ha consumato la cena e guardato un film al computer (Il favoloso mondo di Amelie). La giovane studentessa inglese, invece, risulta abbia cenato attorno alle ore 18 del pomeriggio con alcune connazionali salvo poi far rientro per la notte al civico 7 di via della Pergola. Nelle ore successive diventerà la vittima di uno dei più intricati e ingarbugliati crimini della cronaca nera italiana.

La simulazione del furto in appartamento: un tentativo di depistaggio? Il rinvenimento del corpo senza vita di Meredith, assassinata con indiscussa efferatezza, avviene nella tarda mattina del 2 novembre, pressapoco all'ora di pranzo. A lanciare l'allarme è Amanda, rientrata a casa verso le ore 10 dopo aver trascorso la notte con il fidanzato. La coppia ha in programma una gita a Gubbio quella giornata, dunque la 20enne avrebbe fatto rientro in via della Pergola per fare una doccia e cambiarsi d'abito prima di mettersi in viaggio. Ma, in uscita dal bagno, la Knox nota qualcosa di strano. La stanza della coinquilina Romanelli è stata messa a soqquadro con i cocci al pavimento della finestra, rotta a seguito di un presunto tentativo di effrazione. La porta della stanza di Meredith, invece, è chiusa e Amanda suppone stia ancora dormendo. Allarmata dalla circostanza, si dirige nell'appartamento di Sollecito al quale racconta quanto ha visto. Il ragazzo le suggerisce di avvertire la Romanelli salvo poi decidere, d'accordo con la giovane, di telefonare ai carabinieri per una segnalazione. Più tardi, la verità processuale, accerterà che il furto altro non è che una simulazione. "Questo aspetto della vicenda è molto interessante - spiega la dottoressa Bruzzone - Un presunto ladro, assai goffo, prima ha messo a soqquadro tutta la stanza, in maniera anche grossolana, di una delle coinquiline di Meredith e Amanda. Poi si sarebbe in qualche modo preoccupato di trovare un possibile punto di accesso dell'aggressore nell'appartamento di via della Pergola. Ma i cocci di vetro della finestra rotta erano sopra gli oggetti e non sotto come avremmo dovuto trovarli. Si tratta di una messa in scena avvenuta dopo la morte di Meredith per far credere che lei fosse stata aggredita da un soggetto estraneo. E quando c'è uno staging, ovvero una messa in scena di questo tipo, vuol dire che c'è un rapporto di conoscenza tra l'autore e la vittima. Si cerca di depistare le indagini fornendo un alibi, in questo caso un furto sfociato in omicidio. Ma chiaramente è un'invenzione che non sta in piedi".

Il ritrovamento del cadavere. Sul luogo del delitto, prima ancora che si accerti la presenza del cadavere, oltre alla Knox e Sollecito, ci sono anche gli agenti della polizia. Quella mattina, i poliziotti si sono diretti in via della Pergola per riconsegnare due cellulari ritrovati nel giardino di una abitazione di via Sperandio alla legittima proprietaria, Meredith Kercher. Al loro arrivo, trovano Amanda e Raffaele in attesa dei carabinieri, seduti sulla staccionata circondante la casa. La coppia invita gli agenti ad entrare nell'appartamento per un sopralluogo motivando le ragioni del sospetto furto. Nel frattempo, sopraggiungono anche la Romanelli e la Mezzetti con i rispettivi fidanzati. Entrato in casa, il gruppo si dirige verso la stanza di Meredith, l'unica che manca all'appello tra le studentesse. La porta della stanza è chiusa a chiave e, dopo aver provato invano a bussare per farsi aprire, decidono di sfondarla a spallate. Al di là della soglia giace il corpo senza vita della 21enne inglese, sgozzata con un coltello. Tutt'attorno al cadavere è una pozzanghera di sangue e orrore.

Quelle strane lesioni sul corpo della vittima e il piumone. Meredith è riversa in un lago purpureo all'interno della propria camera da letto. Al collo presenta due profonde ferite (in realtà 3, si apprende dalla ricostruzione ultima della Cassazione nel processo bis) con arma da punta e taglio, di cui una è incava al punto da averle reciso l'osso ioide. Dunque, si desumerà poi dagli esami autoptici, la giovane studentessa inglese è morta per asfissia a seguito di una vasta emorragia. Ma oltre ai due tagli evidenti ci sono numerose altre lesioni sospette sul corpo. "Sul corpo di Meredith ci sono lesioni di un soggetto che è impossibilitato a difendersi - spiega la dottoressa Bruzzone - Attenzione, non sono lesioni da difesa ma da minaccia, in particolare intorno all'area genitale. E quelle mi fanno pensare che lei fosse in una condizione di minorata difesa, ovvero, che qualcuno la trattenesse mentre un altro la pungolava con l'arma da punta e taglio. Per questo non credo che l'aggressione sia stata commessa da un solo soggetto. Però si tratta di una valutazione sulla base di ipotesi". Ma non è tutto. Il cadavere di Meredith è stato coperto da un piumone. Perché? "Questo è un altro comportamento che noi profiler consideriamo altamente significativo perché riguarda l'atto di un soggetto che ha un rapporto di conoscenza con la vittima - chiarisce la criminologa forense - Quindi il fatto di coprire il corpo, dopo uno scempio del genere, non indica la volontà di occultarlo, altrimenti sarebbe stato spostato altrove. Ma è un comportamento che serve agli aggressori per abbassare l'impatto psicologico della gravità di ciò che hanno fatto perché il frutto della loro condotta criminale li disturba. E quindi si procede a coprire quello che è avvenuto. Anche questo dettaglio, nell'ambito dell'analisi psicologica sulla scena del crimine, è un indicatore di un rapporto di conoscenza tra l'autore del delitto e la sua vittima. Non c'è una motivazione logica ma psicologica".

Amanda Knox e Raffaele Sollecito agli arresti poi l'accusa di concorso in omicidio. Subito dopo l'accertamento della circostanza omicidiaria, nel mirino degli inquirenti finiscono la statunitense Amanda Knox e il fidanzato Raffaele Sollecito. I due sono tacciati di presunta coautoralità nel delitto già a pochi giorni dalla macabra scoperta, allorquando saranno ascoltati in qualità di persone informate dei fatti. A destare perplessità è il comportamento, apparentemente disinteressato alla vicenda, della coppia. Le smorfie di Amanda al fidanzato e le tenerezze scambiate in pubblico gettano ombre sulla giovane coppia catturando l'interesse dei media di tutto il mondo. Il 6 novembre del 2007 vengono entrambi arrestati con l'ipotesi di omicidio senza però, come dimostrerà il complesso e articolato iter processuale, che sia raccolto un compendio probatorio a loro carico tale da dimostrare la loro partecipazione al delitto al di là di ogni ragionevole dubbio. "Certo un illustrato clamore mediatico della vicenda, dovuto non solo alle drammatiche modalità della morte di una 22enne, tanto assurda ed incomprensibile nella sua genesi, ma anche nella nazionalità delle persone coinvolte, e dunque dei riflessi internazionali della stessa vicenda - scriverà nelle motivazioni della sentenza di assoluzione definitiva per i due imputati la Corte Suprema di Cassazione nel processo bis – ha fatto sì che le indagini subissero un'improvvisa accelerazione che, nella spasmodica ricerca di uno più colpevoli da consegnare all'opinione pubblica internazionale, non ha certamente aiutato nella ricerca di una verità sostanziale, che, in problematiche fattispecie omicidiare, come quella in esame, ha come ineluttabile postulato non solo la tempistica, ma anche la compiutezza dell'attività investigativa". Fatto sta che il 5 dicembre del 2009 la Corte d'Assise di Perugia, escludendo le aggravanti, condanna Amanda a 26 anni di carcere e Raffaele a 25 con l'accusa di concorso in omicidio.

Quel coltello "incriminato" non è l'arma del delitto. È uno dei "reperti-chiave" dell'intera vicenda giudiziaria. A pochi giorni dal misfatto viene rinvenuto un coltello da cucina a casa di Raffaele Sollecito, compatibile, secondo i periti arruolati nella prima tranche processuale, con il taglio fatale inferto al collo della vittima. Le prime risultanze sembrerebbero evidenziare sull'impugnatura dell'utensile tracce genetiche di Amanda Knox mentre sulla lama sarebbero presenti quelle del sangue di Meredith Kercher. Successivamente all'ipotetica azione omicidiaria, il coltellaccio sarebbe stato poi lavato con cura e riportato a casa di Sollecito per non destare sospetti. In buona sostanza, per gli inquirenti quella potrebbe essere l'arma del delitto. Ma le perizie effettuate nel processo bis, dimostreranno che si è trattato di un "travisamento" conseguente a un'erronea lettura dell'esito relativo alla prova genetica e che sull'utensile non è mai stato riscontrato dna misto Kercher-Knox. Inoltre, lo stesso non sarebbe stato sottoposto ad accurata pulitura in quanto sullo stesso erano rilevabili tracce di amido vegetale, "che è notoriamente dotato di capacità assorbenti" spiegano gli ermellini nella sentenza di assoluzione del 2015. Dunque, non è quella l'arma del delitto. Arma che non sarà mai ritrovata.

Il gancetto del reggiseno di Meredith. C'è un altro reperto fondamentale attorno a cui orbita il lungo e arzigogolato percorso giudiziario: il gancetto del reggiseno di Meredith. I periti riscontrano sull'oggetto in esame dna di Raffaele Sollecito, evidenza che, a dir loro, comproverebbe la presenza del giovane sulla scena del crimine. Ma, come dimostreranno perizie successive, il gancio è stato esposto a contaminazione dal momento che è stato repertato oltre 40 giorni dopo il primo sopralluogo della polizia scientifica nella villetta di via della Pergola e in posizione diversa (lo attesta anche il materiale fotografico raccolto sulla scena del crimine) rispetto alla sera del delitto. Pertanto, se per le Corti della prima istanza processuale si tratta di un elemento probante la colpevolezza di Sollecito per i giudici della II Cassazione non è che l'ennesimo errore dell'ingarbugliata attività investigativa e tecnica.

Amanda accusa Patrick Lumumba. A pochi giorni dall'apertura delle indagini, Amanda Knox chiama in causa Patrick Lumumba, titolare del bar Le Chic dove la giovane lavora nelle ore serali. Secondo le dichiarazioni di quest'ultima, trascritte in un memoriale, Lumumba avrebbe consumato un rapporto sessuale con Meredith salvo poi ucciderla. "Patrick e Meredith si sono appartati nella camera di Meredith - scrive la Knox trattenuta in questura - mentre io mi pare che sono rimasta nella cucina. Non riesco a ricordare quanto tempo siano rimasti insieme nella camera ma posso solo dire che a un certo punto ho sentito delle grida di Meredith e io, spaventata, mi sono tappata le orecchie (...) Non sono sicura se fosse presente anche Raffaele ma ricordo bene di essermi svegliata a casa del mio ragazzo, nel suo letto, e che sono tornata al mattino nella mia abitazione dove ho trovato la porta dell'appartamento aperta". Le accuse sono considerate prive di fondatezza e dopo 14 giorni di detenzione, il congolese viene rimesso in libertà. A scagionarlo dalle pesanti accuse è la testimonianza di un professore universitario che la sera del 1 novembre ha trascorso lungo tempo nel suo locale. Inoltre, nell'appartamento di via della Pergola non vi è traccia alcuna del suo passaggio. Per i giudici, Amanda ha mentito e per questo sarà condannata a 3 anni di detenzione per il reato di calunnia.

Rudy Hermann Guede. Il giorno in cui Lumumba viene liberato, il 20 novembre 2007, entra in scena un nuovo protagonista. Si tratta di Rudy Guede, 21enne di origini ivoriane residente a Perugia dall'età di 5 anni, che viene arrestato dalla polizia a Magonza, in Germania, dopo che gli investigatori hanno individuato l’impronta di una sua mano insanguinata su un cuscino accanto al cadavere di Meredith e diverse tracce di Dna nella casa, oltre ai residui fecali nel bagno accanto alla stanza di Meredith. Su Guede, in fuga fuori dai confini dell'Italia, grava l'ipotesi di uno stupro dal momento che i tamponi vaginali sulla vittima hanno evidenziato segni di "strofinamento" riconducibili a un rapporto non consensuale. Il 28 ottobre del 2009 Guede viene condannato a trent'anni di reclusione per i reati di violenza sessuale e concorso in omicidio con la Knox e Sollecito. Il 22 dicembre del 2009 la Corte d'Assise d'Appello riduce da 30 a 16 anni la pena inflitta in concessione delle attenuanti generiche. "Il compendio probatorio a carico di Guede non lascia alcun margine di dubbio. Lui c'era quando Meredith è stata uccisa ed è entrato in contatto con la vittima sia prima che dopo, e dunque verosimilmente anche durante, il delitto. Da questo punto di vista, la vicenda giudiziaria è chiarissima - spiega la dottoressa Buzzone - Ora, data per certa la presenza di Guede, la questione aperta è un'altra. Francamente faccio fatica a pensare che abbia fatto tutto da solo. Ho sempre ritenuto possibile, compatibilmente con le lesioni da minaccia sul corpo della vittima, che fosse partecipe dell'azione omicidiaria almeno un'altra persona. E continuo a essere di questo avviso. Chi sia questo secondo soggetto probabilmente non lo sapremo mai".

Il memoriale di Amanda: invenzione o confessione? Mentre è trattenuta in questura, tra il 5 e il 6 novembre, Amanda scrive un memoriale in cui prova a ricostruire la dinamica di quella drammatica notte. Si tratta di uno scritto lungo circa 3 pagine e mezza, redatto in lingua inglese, in cui racconta cosa è accaduto nella villetta di via della Pergola 7 la sera in cui Meredith è stata uccisa. Sebbene il contenuto del testo non sia da ritenersi di natura confessoria, la giovane si colloca sulla scena del crimine pur ribadendo, a più riprese, di non aver partecipato al delitto."Non l'ho uccisa io", assicura. Poi, però, aggiunge:"Sono molto confusa". In quel memoriale è la stessa Amanda che si colloca all'interno della casa - spiega la criminologa forense - Lei è da sola in carcere, senza pressioni, e scrive di essere in quella casa quando viene uccisa Meredith. Io ritengo che i giudici abbiano ragione e che la signora Knox non ci abbia raccontato la storia così come si è svolta tant'è che poi lei è stata condannata per calunnia nei confronti di Lumbumba. Per carità, gli indagati e gli imputati hanno facoltà di mentire ma c'è un limite, quello di non tirare in mezzo degli innocenti. E la Knox quel limite lo ha superato".

Il movente del delitto. In prima istanza, il movente del delitto viene individuato in vecchie ruggini tra la Knox e la Kercher. Ma si tratta di un assunto molto labile dal momento che non vi sono prove attestanti la veridicità. Anzi, testimonianze a vario titolo smentiscono questa circostanza sostenendo vi fossero stati solo alcuni blandi screzi tra le due per la pulizia del bagno. Successivamente, si riconduce l'origine del crimine a un "gioco erotico" a cui avrebbero partecipato Guede, Knox e Sollecito. La verità processuale, stabilita nel processo bis, confermerà il movente di natura sessuale. "Una violenza sessuale senza alcuna ombra di dubbio che davanti alla prospettiva degli aggressori di essere riconosciuti e denunciati dalla vittima ha portato alla scelta di uccidere Meredith - chiarisce la Bruzzone - Su questo non ci piove".

"Processo da rifare", poi l'assoluzione definitiva per Knox e Sollecito. Il 24 novembre del 2010 si apre il processo d'appello per Amanda e Raffaele mentre diventa definitiva la condanna a 16 anni per Rudy Guede (la riduzione della pena da 30 a 16 era stata già decretata il 22 dicembre del 2009 mediante la formula del rito abbreviato). La Corte d'assise d'Appello di Perugia accoglie la richiesta delle difese per una nuova perizia del Dna presente sul coltello incriminato e sul gancetto del reggiseno di Meredith. Gli accertamenti tecnici, diranno sei mesi dopo i consulenti della corte, "non sono attendibili". Il 4 ottobre del 2011 la Corte d'assise d'appello assolve gli imputati Knox e Sollecito dall'omicidio e ne dispone la scarcerazione. Il 25 marzo del 2013 il processo ad Amanda e Raffaele approda in Cassazione. Il pg chiede l'annullamento della sentenza di assoluzione, definita un "raro concentrato di violazioni di legge e di illogicità". Il 25 marzo la Suprema Corte annulla la sentenza di secondo grado e rinvia alla Corte d'appello di Firenze per un nuovo processo. Il 30 gennaio 2014 la Corte d'Assise d'Appello di Firenze rovescia il precedente giudizio di secondo grado, affermando la colpevolezza degli imputati. Dunque, condanna Amanda Knox a 28 anni e 6 mesi di reclusione e Raffaele Sollecito a 25 anni, accogliendo le richieste del pm Alessandro Crini. Il 16 giugno dello stesso anno, i pool difensivi chiedono l'annullamento della sentenza senza rinvio, che equivale all'assoluzione per i loro clienti e al ripristino della verità emersa nel primo processo d'appello, o perlomeno un terzo appello. Il 27 marzo del 2015, dopo dieci ore di camera di consiglio, il giudice della Suprema Corte Gennaro Marasca assolve in via definitiva Amanda Knox e Raffaele Sollecito "per non aver commesso il fatto". Di fatto, non ci sono elementi comprovanti la presenza dei due imputati sulla scena del crimine o della partecipazione allo stesso. "Tutte le tracce rinvenute nella stanza di Meredith, ovvero, orme e impronte insanguinate e il Dna nella vagina della vittima, sono di Guede - spiega la dottoressa Bruzzone - Poi c'erano 2 reperti importanti che hanno perso rilevanza e sono: il gancetto del reggiseno di Meredith su cui si credeva ci fosse il Dna di Sollecito e il famoso coltello trovato a casa dello stesso con il Dna di Amanda sul manico e quello della vittima sulla punta della lama. Ma entrambi i reperti sono crollati a seguito delle rilevanze riscontrate da periti del processo di appello. Dunque, le uniche tracce ritenute affidabili sono riconducibili a Rudy Guede". Diversa, invece, la posizione del criminologo Mariani: "Io non ho alcuna certezza circa l'innocenza di Rudy - afferma - ma ho troppi, troppi, troppi dubbi sulla sua colpevolezza. I dubbi sono quelli che mi ossessionano da anni e mi fanno in qualche misura soffrire perché penso che questo ragazzo stia pagando troppo rispetto a tutta questa vicenda. Per il resto, io certezze non ne posso avere".

Guede condannato per concorso in omicidio "con ignoti": con chi ha agito? Alla fine di un lungo e controverso iter processuale, viziato da numerose incongruenze ed errori, resta solo la condanna definitiva a 16 anni per Rudi Guede: "Concorso in omicidio con ignoti", ribadiscono gli ermellini del processo bis. Ma con chi ha agito l'ivoriano? "Secondo l'ultima sentenza dei giudici di Cassazione, oltre a Meredith, in casa avrebbero dovuto esserci almeno altre 3 persone: uno è Guede l'altra è la Knox e poi ci sarebbe stato un altro soggetto che deve aver agito in concorso con l'ivoriano e che, secondo i giudici, non può essere Sollecito - spiega la criminologa - Parlo di persone presenti nell'abitazione, ovviamente. Sulla scena del crimine, invece, c'era Guede. Ma dal mio punto di vista c'era almeno un'altra persona visto il tipo di omicidio che è stato commesso. Chi sia questo soggetto resterà un enigma dal momento che Knox e Sollecito sono fuori dai giochi e le indagini sono chiuse. È un'azione complessa, secondo i giudici Guede non ha agito da solo, secondo altri non ha agito con Knox e Sollecito. E allora bisognerebbe vedere con chi agito e astrattamente ci dovrebbe essere una indagine in corso ma non mi risulta che ci sia". Di tutt'altro, avviso, invece, è il criminologo Mariani: "I dubbi sulla vicenda sono tantissimi. Basta rileggere gli atti processuali per capire che ci sono delle circostanze poco definite, elementi piuttosto curiosi".

C'è un'altra verità? Se ci sia o meno un'altra verità che sottende il delitto di Perugia non è dato sapere. "Il vero punto debole di questa vicenda è il fallimento dell'attività di sopralluogo tecnico e gestione dei reperti - conclude la Bruzzone - Le cose non sono andate come dovevano. Come si suol dire: "Quando l'albero è avvelenato anche tutti i suoi frutti lo sono". Non si può arrivare a una sentenza di condanna senza un compendio probatorio solido che vada al di là di ogni ragionevole dubbio, soprattutto in circostanze così gravi. È altamente probabile che vi sia un'altra verità. Forse, se la fase di indagini fosse stata gestita in maniera diversa, oggi la vicenda avrebbe un finale diverso". Fatto sta che l'unico dato certo e incontrovertibile resta quello relativo all'assassinio di una giovane donna desiderosa di esplorare il mondo. "Oggi la natura della situazione non può essere cambiata. Esiste un giudicato, le procedure di revisione non sono state accettate e i due coimputati sono stati assolti. Quindi la storia è finita e finisce qui - dice - C'è solo da sperare che tutti i protagonisti di questa storia riescano a trovare un minimo di serenità. E quando dico questo parlo soprattutto nei riguardi della famiglia Kercher. Per quanto riguarda Rudy, mi interessa il suo percorso, mi interessa che si sia laureato e che sia diventato una risorsa per la comunità dal momento che fa il volontario presso la Caritas. Il resto, mi viene da dire, è storia. Una triste storia".

Raffaele Sollecito ancora nei guai: “In carcere da innocente, adesso sono sul lastrico”. Marco Preve su La Repubblica il 10 ottobre 2020. Assolto per l’omicidio di Meredith Kercher ha chiesto i danni allo Stato, ma ha perso. Deve ancora 660 mila euro ai difensori Bongiorno e Maori. Dopo 4 anni di carcere, una serie infinita di processi e trasmissioni tv, Raffaele Sollecito venne assolto definitivamente dalla Cassazione nel 2015 per l'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, sgozzata a Perugia il primo novembre 2007. Ma l'innocenza non cura la depressione, non cancella dalla mente delle persone il pregiudizio e soprattutto non si trasforma in un bancomat quando devi ancora pagare - oltre ai 400 mila già anticipati da tuo padre - 300 m...

Da "corriere.it" il 15 ottobre 2020. Raffaele Sollecito, imputato e poi assolto nel processo di Perugia per il delitto di Meredith Kercher, è stato intervistato dalla trasmissione di Tv8 Ogni Mattina. «Sono sul lastrico…1,2 milioni di debito, ho passato quattro anni in carcere di cui sei mesi in isolamento e per me è assurdo sentirmi rispondere dai giudici Italiani che oltretutto c’ è un meccanismo piuttosto singolare, in Italia, dove quando devi chiedere un risarcimento ti rimandano alla corte che ti aveva condannato quindi è abbastanza complicato che abbiano un’idea diversa rispetto a quella che avevano… mi sono sentito un mostro. Hanno completamente distrutto la mia immagine, e anche quella della mia famiglia, sono stati anni tragici».

Raffaele Sollecito: "Fui trattato come un mostro, ma sono vittima di ingiustizia". Raffaele Sollecito, condannato e poi assolto per l'omicidio di Meredith Kercher, si racconta a Il Giornale.it: "Pago gli errori della magistratura per un reato che non ho commesso". Rosa Scognamiglio, Martedì 20/10/2020 su Il Giornale. Da sospetto assassino di Meredith Kercher a vittima della giustizia. Non c'è pace per Raffaele Sollecito da quando i riflettori della cronaca nera si sono accessi nella villetta di via della Pergola, a Perugia, quel tragico giovedì 1° novembre del 2007. Dapprima una condanna a 25 anni di reclusione per concorso in omicidio con Amanda Knox, poi 4 anni di detenzione e, infine, l'assoluzione "per non aver commesso il fatto". Tredici lunghi anni di calvario, né un giorno in più né uno in meno. Perché nonostante la sentenza definitiva della Cassazione nel 2015 attesti la sua totale estraneità al delitto, riconoscendo invece la presenza di numerosi errori nelle indagini, Sollecito porta addosso ancora le scorie di un complesso e articolato iter giudiziario. Scorie che si traducono in debiti da 1 milione e 200mila euro per un reato che - lo dicono i giudici - non ha commesso e per un processo che lo ha coinvolto a 23 anni. Nel 2017, la Corte d'Appello di Firenze gli ha negato il risarcimento per ingiusta detenzione che avevano richiesto i suoi difensori, gli avvocati Giulia Bongiorno e Luca Maori. "Sussiste una ingiusta detenzione stante la sopraggiunta assoluzione dell’istante - avevano spiegato i giudici della terza sezione penale - Ma proprio lui ha concorso a causarla con la propria condotta dolosa o gravemente colposa". Una condotta, scrivevano i magistrati, “consistita nel rendere alla polizia giudiziaria, agli inquirenti, e ai giudici, in particolare nelle fasi iniziali delle indagini, dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere, risultate tali anche alla luce delle valutazioni contenute nella sentenza definitiva di Cassazione".

Lo Stato avrebbe dovuto risarcirla di 3 milioni e 600mila euro. E invece cosa è successo, si è ribaltata la situazione?

"È una situazione assurda Sono io a dover pagare per un reato che non ho commesso, per un processo che non ho causato. Dopo tutte le difficoltà che ho avuto, le discriminazioni e i pregiudizi che ho dovuto subire, dopo quello che abbiamo passato io e la mia famiglia, mi aspettavo che lo Stato mi aiutasse a riprendere in mano la mia vita. Invece, sono stato trattato da reietto, un emarginato sociale. Come se l'assoluzione avesse dovuto bastarmi e io non abbia diritto a chiedere di più. Così, come se fosse stato un gioco quello che ho vissuto ma non lo è stato".

Come commenta le motivazioni della sentenza della Corte d'Appello di Firenze riguardo alla vicenda?

"È paradossale, fuori dal mondo. Come se fossero colpa mia tutti gli errori processuali. Io avevo 23 anni al tempo, stavo per laurearmi in ingegneria informatica e non avevo mai messo piede in una questura. Cosa ne potevo sapere di quali fossero i meccanismi che avrebbero portato ben 40 inquirenti, con una esperienza consolidata alle spalle, a una deviazione delle indagini? Se lo avessi saputo, quando sono andato a rendere dichiarazioni spontanee come persona informata dei fatti, mi sarei tutelato con un avvocato. Invece, non l'ho fatto proprio perché non avevo nulla da nascondere, neanche un callo. Sono stato ingenuo. E ora mi ritrovo a dover pagare una cifra allucinante".

Un milione e 200mila euro di cui 636.212,23 agli avvocati che l'hanno assistita. Giusto?

"Sì. In parte, 400mila euro sono stati già saldati. Ma abbiamo dovuto ipotecare i beni immobiliari appartenuti a mia madre che è morta. È stato atroce privarsi di qualcosa che per me e la mia famiglia aveva un inestimabile valore affettivo. Senza contare che anche mio padre, nonostante sia un medico, ha dovuto indebitarsi perché i soldi non erano mai abbastanza. Ci sono state spese importanti che abbiamo dovuto sostenere, 15 consulenti da pagare e tante altre cose. Ed è assurdo che abbia dovuto farlo in nome di uno Stato che non mi ha mai tutelato".

In che direzione si sta muovendo adesso con i suoi legali?

"Ci siamo rivolti alla Corte Europea e siamo in attesa di risposta. Siamo in causa contro lo Stato per responsabilità civile dei magistrati. Inoltre, abbiamo intentato un processo di merito contro i magistrati che mi hanno accusato perché in tutti quegli anni, mi riferisco a quelli del processo, non hanno minimamente tenuto conto di quelli che erano i fatti. Si sono chiusi in una idea di colpevolezza nei miei confronti che era più per partito preso che fattuale. Hanno seguitato per la loro strada e, talvolta, lo hanno fatto anche con dolo".

Oltre all'ingente esborso economico, quale eredità emotiva si porta dietro?

"Sono stati anni tragici per me e la mia famiglia. Dopo la scarcerazione sono finito in depressione. È difficile ritornare alla normalità dopo che sei stato per anni in un ambiente ostile, totalmente estraneo a quella che era stata la mia vita prima del processo. Sapevo che non sarebbe stato facile ma non mi aspettavo tutto questo. Mia sorella ha perso il lavoro, mio padre ha avuto problemi con i suoi colleghi e io stesso ho dovuto combattere contro i pregiudizi delle persone, soprattutto al lavoro. Sostenevo colloqui di lavoro con multinazionali, mi pagavano la trasferta e tutto quanto ma poi, quando scoprivano che avevo un profilo mediatico complesso mi rispedivano indietro nel giro di un paio di giorni. Non è basta una assoluzione per cancellare l'idea che le persone si sono fatte di me".

Perché, che idea crede si siano fatte le persone di lei?

"Di un “mostro”, un freddo calcolatore. Ma io non do la colpa alla gente che neanche sapeva chi fossi o cosa facessi nella mia vita. Purtroppo, anche in questo caso, non sono stato supportato da chi avrebbe dovuto farlo. Quando sono cominciati a emergere gli errori nelle indagini, negli Stati Uniti, il Paese di Amanda, hanno iniziato ad alzare la voce, a reclamare giustizia e verità. Dopo l'assoluzione, Amanda è stata accolta - giustamente - come una vittima. È stata supportata e aiutata a rifarsi una vita. Una scelta che io appoggio totalmente dal momento che lei, come me, è stata una vittima ingiusta. Invece, per me così non è stato. Non c'è stato nessuno che abbia quantomeno insinuato il dubbio sulla mia innocenza. In Italia, lo Stato se ne è lavato le mani. Come a dire "ti ho assolto ma adesso sono cavoli tuoi". E non è così che dovrebbe funzionare".

Nei giorni successivi al delitto, i telegiornali riproponevano spesso le immagini di lei e Amanda fuori dalla villetta di via della Pergola. Quanto pensa possa aver inciso l'atteggiamento che aveva in quel momento sui risvolti successivi della vicenda?

"Io ero sotto choc, in uno stato di confusione. Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in una situazione del genere. Il fatto che non mi disperassi o versassi un mare di lacrime non vuol dire che la tragedia mi era indifferente. Anzi, ero molto dispiaciuto e mi sentivo smarrito. Eppure, l'impianto accusatorio si basò sostanzialmente su quei comportamenti che avevamo io e Amanda nelle ore e nei giorni dopo. Non c'erano evidenze fattuali che comprovassero un mio coinvolgimento nella vicenda. Si può condannare all'ergastolo una persona sulla base di un sensazionalismo inconsistente o sulla base di ricostruzioni mediatiche? Io non credo sia corretto. Eppure, con me i giudici hanno fatto questo: si sono chiusi nelle loro ipotesi di colpevolezza e hanno continuato per quella strada. E neanche di fronte a errori evidenti sono tornati sui loro passi o si sono posti il dubbio sul corretto svolgimento delle indagini. Ma sia io che Amanda siamo state solo due vittime".

È stato per 6 mesi in isolamento. Cosa vuol dire essere reclusi tra quattro mura senza vedere né poter parlare con qualcuno?

"È una esperienza fortissima e drammatica, non ci sono altre parole per descriverla. Ti mettono a marcire in un cella dicendoti che da quel momento la tua vita non avrà più un senso, che trascorrerai il resto dei tuoi giorni in uno stanzino. In un attimo, vengono cancellati sogni, ambizioni e aspettative. Per loro tu sei colpevole, hai tolto il futuro ad una persona e quindi non meriti di averne uno".

Quando ha capito che questo tragico capitolo della sua vita si stava concludendo?

"Ci sono stati vari momenti in cui abbiamo fatto un passo avanti. Penso a quando è stata letta la perizia dei giudici di appello in cui era descritto tutto quello che era stato fatto in termini di analisi dei reperti dimostrando la mia estraneità alla vicenda, lì ho provato un grande sollievo. Un altro momento importante è stata la scarcerazione e poi, ovviamente, l'assoluzione definitiva. Ma la parola "fine", in realtà, non c'è mai stata per tutto quello che è accaduto dopo".

Poi le cose sono cambiate? È riuscito a rifarsi una vita?

"Sì, ma ho dovuto farlo da solo, con le mie uniche forze. Certo, non mi aspettavo che poi sarebbe stato tutto gioioso e bello ma neanche che avrei dovuto riabilitarmi. Lo Stato è stato totalmente assente. Nessuno mi ha dato una sola chance nonostante io non avessi fatto nulla per meritare tutto quel dolore. Mi fa ancora male parlare di questa storia, tutte le volte è una tortura. Ma mi costringo a farlo perché ci sono tante persone che come me hanno subito un'ingiustizia. E magari posso essere uno sprone per qualcuno che non ha la forza di reagire".

Chi è oggi Raffaele Sollecito e cosa farà domani?

"Intanto, ho scritto due libri, uno pubblicato in Italia e uno negli Stati Uniti. Ho vari progetti in cantiere legati al settore in cui sono competente, ovvero, la tecnologia informatica. E poi un sogno che, se avessi avuto la possibilità economica, avrei già realizzato. Mi piacerebbe creare un'associazione per aiutare i detenuti a un percorso di riabilitazione sociale. Non si possono condannare le persone due volte. Tutti meritano una seconda chance".

Il duro j'accuse. Raffaele Sollecito: “La mia vita distrutta dai pregiudizi, assolto ma umiliato dallo Stato”. Angela Stella su Il Riformista il 13 Ottobre 2020. Raffaele Sollecito aveva 23 anni quando per lui si sono aperte le porte del carcere: era il 6 novembre 2007 e vi è rimasto fino al 3 ottobre 2011. Mancava una settimana alla laurea e invece la sua vita fu stravolta in un attimo: sbattuto in prima pagina insieme alla sua fidanzatina dell’epoca, Amanda Knox, venne dipinto come il mostro che aveva sgozzato la studentessa inglese Meredith Kercher per un gioco erotico finito male. Sei mesi di isolamento, quattro anni di carcere, cinque gradi di giudizio per determinare la sua completa estraneità ai fatti. Il 27 marzo 2015 la Corte di Cassazione lo assolve definitivamente «per non aver commesso il fatto». Nonostante questo molti lo credono ancora colpevole e su di lui si è posato uno stigma sociale che fa fatica a scomparire. Persino tra noi giornalisti l’assoluzione non è bastata a riabilitare Raffaele: basti leggere l’articolo di Marco Travaglio, pubblicato il 29 marzo 2015, che continuava a sostenere che la «verità sostanziale» non è quella «processuale». Nel 2017, incredibilmente, a Sollecito è stato negato il risarcimento per ingiusta detenzione perché secondo i giudici sarebbe stato lui ad indurre in errore gli investigatori; successivamente ha deciso di fare causa ad alcuni magistrati che lo hanno accusato e condannato chiedendo oltre tre milioni di euro in virtù della legge sulla responsabilità civile dei togati che prevede cause «per dolo o colpa grave». Anche questa richiesta è stata respinta qualche settimana fa dal Tribunale di Genova.

Raffaele ancora una volta lo Stato le ha voltato le spalle.

«Gli avvocati che mi seguono in questo procedimento, Antonio e Valerio Ciccariello, faranno appello contro questa decisione del Tribunale di Genova. Lo Stato sta semplicemente seguendo la scia della credenza popolare: nella nostra cultura c’è purtroppo sempre l’idea che se vieni accusato qualcosa sicuramente hai fatto, anche se poi vieni assolto. Se non trovano le prove è solo perché sei stato bravo a nasconderle. Questo pregiudizio è alimentato sicuramente dai media che pubblicizzano le prove dell’accusa in maniera tendenziosa a favore di chi sta conducendo le indagini. Però spero che alla fine vengano fuori le responsabilità di chi si è macchiato di gravissime colpe come quella di aver distrutto per sempre la mia vita. Io non cerco vendetta, vorrei soltanto che le persone che hanno sbagliato si assumano le proprie responsabilità pubblicamente per onore della verità».

Vuole condividere con noi qualche punto che avete evidenziato nella vostra richiesta?

«Ce ne sono tantissimi, ma faccio qualche esempio in riferimento alla fase preliminare: dal momento in cui entrai in Questura mi fu impedito, da persona indagata del reato, di usare il cellulare per chiamare mio padre o un avvocato. Vi fu una errata interpretazione dei miei tabulati telefonici, così come dell’impronta della mia scarpa Nike che una errata perizia aveva dichiarato compatibile con una impronta trovata sulla scena del delitto; uno dei due computer che mi furono sequestrati e che avrebbe consentito una puntuale verifica del mio alibi fu, come dice la Cassazione, «incredibilmente bruciato da improvvide manovre degli inquirenti che ne causarono shock elettrico». Inoltre la mia difesa non ebbe a disposizione, al momento della conclusione delle indagini preliminari, tutti gli atti investigativi come previsto dalla legge, e ciò si protrasse almeno per tutta la fase dell’udienza preliminare; le modalità con cui furono analizzati il gancetto del reggiseno e il coltello da cucina, come anche sul punto stigmatizzato dalla Corte di Cassazione, rappresentarono totale e palese «violazione delle regole consacrate dai protocolli internazionali». E questo sarebbe un modo serio di condurre una indagine?»

Negli ultimi giorni alcuni giornali, a partire da “Repubblica”, hanno sollevato la polemica relativa alle esose parcelle degli avvocati, Bongiorno e Maori, che la hanno assistito nei processi precedenti.

«La parcella era chiara, gli avvocati mi hanno seguito per moltissimi anni e si sono spesi molto per me. Il problema non è il quantum della parcella, ma semmai il fatto che io non mi sono andato a cercare tutto il danno che ho subito. In questo lo Stato è stato totalmente assente».

La Cassazione quando vi ha assolti ha scritto che ci si è trovati davanti ad «un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o “amnesie” investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». Nonostante questo il vostro grande accusatore Giuliano Mignini, in un documentario Netflix, ha detto che «se Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono colpevoli e la giustizia terrena non li ha raggiunti» riconoscano «le proprie colpe perché da credente so che la vita finisce in un processo senza appelli, ricorsi per Cassazione né revisioni». Come risponde?

«La giustizia divina farà il suo corso anche per lui. È lui quello convinto di essere al di sopra degli esseri umani e che crede di giudicare persone senza conoscerle. Si fa in questo caso portavoce del padre eterno e ciò lo trovo esagerato se non ridicolo. Ricordo che il Csm lo sanzionò con la censura per come mi aveva negato di parlare con il mio avvocato, oralmente e non per iscritto come previsto dalla norma».

Lo Stato le ha anche negato il risarcimento per ingiusta detenzione perché in fondo è anche un po’ colpa sua se è finito in carcere, poteva difendersi meglio e non tentennare durante i primi interrogatori.

«Si tratta di un altro paradosso assurdo delle nostre leggi. Addirittura sul risarcimento per ingiusta detenzione viene chiamata a decidere la stessa Corte di Appello, anche se una sezione diversa, che mi aveva precedentemente condannato. Quei giudici tra le righe arrivano a dire che io non sarei dovuto essere assolto. Tutto questo non ha senso. Non è possibile che in questo Paese non importi a nessuno se alcuni giudici sbagliano e ti rovinano l’esistenza sbattendoti in carcere per quattro lunghi anni da innocente».

Raffaele, come è trascorsa la sua vita dopo la sentenza della Cassazione?

«Oggi (ieri, ndr) parlando con dei miei amici dicevo proprio questo: in Italia si discriminano gli immigrati, gli omosessuali, quelli dell’Europa dell’Est senza alcuna giustificazione, ma a causa del pregiudizio e delle generalizzazioni. Nella loro sfortuna queste persone possono però aggregarsi e combattere l’ingiustizia che stanno subendo. Io invece sono stato discriminato in perfetta solitudine e in silenzio. Due aziende mi hanno fatto firmare un contratto di assunzione salvo poi mandarmi via dicendomi di non poter gestire l’esposizione mediatica e di non poter associare il nome della società alla mia persona. Io non mi sono abbattuto e alla fine una azienda milanese che si occupa di welfare mi ha assunto. Ma la discriminazione è anche a livello sociale: sa quante persone alzano un muro verso di me per diffidenza o per non avere problemi collaterali a causa della mia vicinanza? E sa perché tutto questo?»

Mi dica.

«Perché lo Stato italiano prima mi ha assolto ma poi ha detto “alla fine te la sei andata un po’ a cercare” e ha lasciato dei dubbi sulla mia persona che poi, amplificati dai media, hanno fatto presa nell’opinione pubblica. Io questo non lo posso accettare perché io non mi sono andato a cercare proprio nulla: è una scusa che trovano per continuare ad umiliarmi come hanno fatto in questi anni, quasi una rivalsa, una ultima parola sulla mia vita. Forse sono antipatico a qualcuno o mi ritengono un personaggio scomodo».

Qualcuno ancora pensa che sull’assoluzione ha pesato la pressione degli Stati Uniti.

«Ricordiamoci che dopo l’assoluzione di secondo grado Amanda è tornata negli Usa: quindi quale pressione avrebbero dovuto fare sulla Cassazione visto che la loro concittadina ormai era su suolo americano? E poi queste pressioni sono provate da qualcuno? Il fatto è che gli Usa hanno difeso Amanda perché avevano capito che non c’erano prove contro di lei, al contrario lo Stato italiano continua a punirmi».

Anche la vita dei suoi familiari è stata profondamente stravolta da questa vicenda.

«Purtroppo è così. Mia sorella Vanessa, quando fui arrestato, era un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri e stava aspettando il passaggio automatico al servizio permanente. Dopo il mio arresto, intorno a lei si creò un clima strano, fu stigmatizzata e alla fine congedata. Dopo tanti anni ancora non riesce a trovare un lavoro. Spero che qualcuno possa darle una possibilità, così come è stata data a me».

Condannata l’ex capo della squadra Omicidi di Perugia a 3 anni e 3 mesi per accesso abusivo a sistema informatico e danneggiamento. Il Fatto Quotidiano il 17/9/2020. La poliziotta ricopriva quel ruolo, ha fatto notare Raffaele Sollecito, anche durante le indagini per l'omicidio di Meredith Kercher. La sua reazione: "E poi in aula dicevano che erano persone oneste ed encomiabili". Un esercizio del proprio potere per accertamenti arbitrari su una psicologa nominata dal tribunale in una controversia con il coniuge. Per questo l’ex capo della Squadra Omicidi della questura di Perugia, Monica Napoleoni, è stata condannata a 3 anni e 3 mesi di reclusione. La poliziotta ricopriva quel ruolo anche durante le indagini per l’omicidio di Meredith Kercher. Motivo che ha spinto Raffaele Sollecito, a lungo imputato e poi assolto dalle accuse insieme ad Amanda Knox, a commentare: “Capo della squadra omicidi quando indagarono nel caso Kercher… poi in tribunale per anni mi sono sentito dire che sono persone oneste ed encomiabili”. Napoleoni, come riporta Il Corriere dell’Umbria, era finita a processo con la collega Stefania Zugarini, ritenuta colpevole e condannata a 3 anni e 2 mesi. Secondo l’accusa, l’ex capo della Omicidi avrebbe esercitato il proprio potere per scopi personali: nello specifico, avrebbe effettuato due accessi abusivi al sistema informatico e sarebbe stata la mandante, insieme a Zugarini, di alcune scritte offensive davanti alle case della psicologa e del marito. Una contestazione, quest’ultima, dalla quale sono state assolte. Mentre il giudice ha sposato l’impianto accusatorio per quanto riguarda l’accesso abusivo. La sola Napoleoni è inoltre stata ritenuta colpevole del danneggiamento dell’auto della psicologa. Sollecito e Knox, che si sono sempre dichiarati innocenti, furono assolti dopo una lunga serie di processi che durò 7 anni, quasi quattro dei quali trascorsi in carcere. Arrestati il 6 novembre 2007 vennero entrambi condannati in primo grado. Il 4 ottobre del 2011 la sentenza di primo grado venne ribaltata dai giudici di appello di Perugia che li assolse. Aprendo dopo poco meno di quattro anni le porte del carcere ai due giovani. Knox era quindi tornata il giorno dopo negli Usa con la sua famiglia. L’assoluzione di Perugia venne però annullata dalla Cassazione per questioni procedurali. Il nuovo processo di secondo grado, a Firenze, terminò con una condanna di Knox e Sollecito. Ma il 27 marzo 2015 la Cassazione mise definitivamente fine al procedimento assolvendo i due “per non avere commesso il fatto”.

Egle Priolo per il Messaggero il 18 settembre 2020. Evidentemente aspettavano questo momento da anni. Da quando, nel 2013, la super poliziotta che li aveva arrestati nel 2007 era stata indagata per il complotto ordito contro una psicologa nominata dal tribunale dei minori nell'ambito di una controversia con il suo ex marito. E ora che Monica Napoleoni, ex capo della squadra Omicidi della questura di Perugia, per quella vicenda è stata condannata a 3 anni e 3 mesi, Raffaele Sollecito e Amanda Knox, condannati tre volte e poi assolti in via definitiva per l'omicidio di Meredith Kercher, si sono presi la loro rivincita via social. Alla notizia della condanna del sostituto commissario, Sollecito ha affidato a Facebook di prima mattina la sua rivalsa. «Capo della squadra omicidi quando indagarono nel caso Kercher ha scritto ieri -... poi in tribunale per anni mi sono sentito dire che sono persone oneste ed encomiabili». Un post che ha ottenuto oltre un centinaio di like e una decina di condivisioni, ma che ha fatto rumore soprattutto a Perugia, dove la storia della morte di Meredith è ancora una ferita aperta. Una storia vissuta in maniera quasi viscerale, con la fine della vicenda giudiziaria che non è mai stata del tutto digerita in città. Come Amanda non ha ancora digerito quell'arresto, arrivato cinque giorni dopo la morte della sua coinquilina, trovata accoltellata nella casa che le due giovani dividevano in via della Pergola. Chiamata in questura come persona informata sui fatti, fu arrestata insieme a Sollecito qualche ora dopo. «Nel suo libro ha twittato ieri in inglese la Knox pensando a quella notte - Raffaele ha descritto le minacce e gli abusi che subimmo da Monica Napoleoni. Ora lei e altre due poliziotte sono state condannate per simili abusi di potere in un altro caso». Più la chiusura in italiano: «Ve l'abbiamo detto». Amanda e Raffaele hanno sempre contestato le modalità di quell'arresto, parlando di minacce e «scappellotti in testa», della difficoltà di difendersi, soprattutto per la giovane americana che non capiva bene l'italiano. Accuse così pesanti, che venne indagata per calunnia e poi assolta. E chiaramente aspettava solo un ribaltamento della situazione per rinfocolare la sua rabbia. Anche se la recente condanna alla Napoleoni (e a due colleghe poliziotte, più alcuni carabinieri), poco ha a che fare con un'inchiesta per omicidio. Secondo la procura di Perugia, l'ex numero uno della Omicidi avrebbe danneggiato l'auto della psicologa e avrebbe fatto svolgere accertamenti arbitrari tramite il sistema informativo interforze per conoscere dati come indirizzo e targa della macchina della professionista. Accuse per cui si è sempre dichiarata innocente ma per cui è stata condannata in primo grado dal tribunale di Perugia, mentre è stata assolta per le scritte offensive che la psicologa aveva trovato sull'auto della figlia e vicino al suo ufficio. Una vicenda esplosa a febbraio 2013, quando Napoleoni venne indagata, ironia della sorte giusto pochi giorni prima che la Corte di cassazione riaprisse il processo Kercher, annullando l'assoluzione in appello dei due ex fidanzati. Che chissà cosa diranno se il secondo grado dovesse assolverla.

Iv. Por. per umbria24.it il 7 febbraio 2020. John Kercher, il padre di Meredith, è morto in ospedale tre settimane dopo un episodio misterioso su cui sta indagando la polizia inglese. Tre settimane fa era stato trovato vicino all’ingresso della sua casa, a Croydon, con molte ferite tra cui un braccio e una gamba rotta. Aveva 77 anni. A dare la notizia The Sun con cui l’uomo aveva a lungo collaborato come giornalista.

Morte inspiegabile. Un vicino di casa spiega che quel giorno c’era la nebbia, John era in un negozio dall’altra parte della strada. A un tratto la gente è uscita dal negozio e lui era a terra e non si ricordava niente. La polizia parla di «morte inspiegabile». Il sergente Steve Andrews della polizia di Londra dice: «Nonostante diverse investigazioni fatte, sentiti diversi testimoni, esaminati filmati di telecamere, non siamo stati ancora in grado di capire come si sia ferito. teniamo aperte tutte le ipotesi, compresa quella che sia stato coinvolto in un incidente. Chiunque abbia visto o sappia qualcosa ci contatti». Una delle spiegazioni è che potrebbe essere stato investito da un’auto poi fuggita.

Nuovo dramma. Un nuovo episodio tragico, dunque per la famiglia tristemente famosa per l’uccisione della figlia Meredith, a Perugia, il 1 novembre 2007, ancora senza colpevoli, eccezion fatta per Rudy Guede, che sta finendo di scontare il carcere dopo la condanna per concorso in omicidio. John era separato già allora dalla moglie Arline, con cui oltre a Meredith, ha altri due figli, Lyle e Stephanie. Tutti sono stati molte volte a Perugia per seguire le fasi delle indagini e il processo. Sempre ha colpito la compostezza e la dignità con cui hanno affrontato un dramma enorme. «Lo abbiamo amato tantissimo e ci mancherà moltissimo», afferma la famiglia in una nota sulla morte di John. 

Meredith Kercher, è morto il papà: trovato per strada con ferite multiple. Pubblicato venerdì, 07 febbraio 2020 su Corriere.it da Luigi Ippolito. Si è spento in ospedale il padre della studentessa britannica uccisa a Perugia nel 2007 (per l’omicidio assolti Amanda Knox e Raffaele Sollecito). Forse ucciso da un automobilista poi fuggito. Morto in circostanze «inspiegate»: il padre di Meredith Kercher, la studentessa britannica la cui uccisione nel 2007 a Perugia portò a processo Amanda Knox e Raffaele Sollecito, è rimasto a sua volta ucciso senza che la polizia riesca a trovare una spiegazione. John Kercher, che aveva 77 anni, è stato trovato tre settimane fa riverso sul marciapiedi, poco distante da casa sua a Croydon, con ferite multiple: aveva una gamba e un braccio spezzati ma non ricordava nulla di cosa gli fosse successo. Portato in ospedale, è morto sabato scorso. Un vicino ha raccontato ai giornali inglesi: «È una cosa triste, era tanto un brav’uomo. Nessuno sa cosa sia veramente successo. Stava nel negozio di fronte, ne è uscito, e all’improvviso era per terra sul marciapiede con la gente attorno». «Nonostante le indagini che abbiamo condotto finora - ha comunicato la polizia - incluse le testimonianze e l’esame delle telecamere a circuito chiuso , non siamo stati in grado di stabilire come si sia procurato quelle ferite. Manteniamo aperte tutte le ipotesi». Una possibilità, tuttavia, è che Kercher sia stato investito da un’auto che è poi fuggita via. La sua figlia più giovane, Meredith, venne uccisa a 21 anni nel 2007 a Perugia,dove si trovava per un periodo di studio. In primo grado vennero condannati l’americana Amanda Knox e il suo fidanzato Raffaele Sollecito, entrambi poi assolti in appello. Il caso ebbe un’eco enorme non solo in Italia ma anche in Gran Bretagna e in America, facendo di Amanda una celebrità.

Morto il padre di Meredith Kercher, la studentessa uccisa a Perugia. L'uomo, 77 anni, era rimasto vittima di uno scippo ed era stato trascinato per terra riportando diversi traumi. Enrico Franceschini il 07 febbraio 2020 su La Repubblica. Il destino continua ad accanirsi contro la famiglia di Meredith Kercher, la studentessa inglese assassinata a Perugia nel 2007 in un delitto rimasto parzialmente irrisolto. Suo padre, John Kercher, 77 anni, è morto dopo un incidente dalle circostanze ancora misteriose avvenuto a pochi passi da casa, a Croydon, un sobborgo a Sud di Londra. L'uomo è stato ritrovato a terra, con multiple fratture al corpo e alla testa: ricoverato in ospedale, è deceduto dopo alcuni giorni. Il fatto risale a tre settimane fa, ma i familiari ne hanno dato notizia soltanto ora. La polizia ha aperto un'inchiesta trattando l'episodio come una "morte sospetta", di cui i responsabili restano al momento ignoti. Un'ipotesi circolata da Scotland Yard è che Kercher senior sia rimasto vittima di uno scippo: sarebbe stato spinto violentemente a terra durante una colluttazione. Un'altra è che sia stato investito da un'auto che ha sbandato, lo ha colpito e poi si è allontanata senza prestare soccorso, forse perché il conducente era ubriaco. In entrambi i casi si configura come minimo il reato di omicidio involontario o a scopo di furto: per questo le forze dell'ordine chiedono a chiunque si trovasse nelle vicinanze e ha visto qualcosa di farsi avanti e testimoniare. Come che sia, un nuovo giallo turba una famiglia già gravemente colpita dall'assassinio di Meredith. Il "delitto di Perugia", come è stato a lungo chiamato, ha avuto una spiegazione soltanto parziale dopo l'assoluzione in appello dei due principali imputati, l'italiano Raffaele Sollecito e l'americana Amanda Knox, amici e co-inquilini della 21enne Meredith, giudicati colpevoli in prima istanza e quindi assolti in terzo grado al termine di un controverso iter giudiziario. Solo colpevole, ancora in carcere seppure con misure di semi-libertà, è Rudy Guede, condannato a 16 anni per concorso in omicidio, sebbene i suoi complici non siano stati identificati. Chissà se il mistero sulla morte di suo padre troverà una soluzione più chiara.

Morto il papà di Meredith Kercher: trovato per strada ferito. Morto il papà della studentessa uccisa a Perugia nel 2007. Tre settimane fa era stato trovato per strada con ferite multiple. La polizia: "Morte inspiegata". Francesca Bernasconi, Venerdì 07/02/2020, su Il Giornale. È morto in circostante "inspiegate" il padre di Meredith Kercher, la studentessa britannica che venne uccisa a Perugia nel 2007. L'uomo era stato soccorso tre settimane fa, poco distante dalla sua casa, con ferite multiple, e lo scorso sabato è deceduto in ospedale.

Le indagini. Tre settimane fa, John Kercher, 77 anni, era stato trovato riverso su un marciapide di Croydon, a sud di Londra, con ferite multiple, oltre a un braccio e a una gamba rotti. L'uomo, che non ricordava cosa potesse essergli successo, era stato portato in ospedale, ma lo scorso sabato è morto. Un vicino di casa ha raccontato al Sun che quel giorno, John Kercher "stava nel negozio di fronte, ne è uscito, e all’improvviso era per terra sul marciapiede con la gente attorno". Il vicino descrive il papà di Meredith come "un brav’uomo" e sostiene: "Nessuno sa cosa sia veramente successo". Anche la polizia, infatti, non è riuscita a dare una spiegazione alla morte del 77enne: "Nonostante le indagini che abbiamo condotto finora - hanno comunicato le forze dell'ordine - incluse le testimonianze e l’esame delle telecamere a circuito chiuso, non siamo stati in grado di stabilire come si sia procurato quelle ferite. Manteniamo aperte tutte le ipotesi". Una delle piste è che John Kercher sia stato investito da un'automobile, poi fuggita.

Il delitto di Meredith. La figlia più giovane di Jhon, Meredith Kercher, venne assassinata all'età di 21 anni, il primo novembre del 2007, mentre si trovava a Perugia, per un periodo di studio. Per il delitto erano stati arrestati e condannati la sua coinquilina Amanda Knox e il fidanzato Raffaele Sollecito. Entrambi, però, erano stati assolti in Cassazione nel 2015. L'unico condannato per la morte di Meredith è, ad oggi, Rudy Guede, che sta finendo di scontare i 16 anni di carcere per concorso in omicidio a cui era stato condannato in appello.

·         Solita Amanda.

Il tweet choc di Amanda Knox: "Gli Usa? Mai peggio dell'Italia". Amanda Knox punta il dito contro l'Italia: "Qualunque cosa accadrà, sempre meglio dei miei quattro anni passati in Italia". E su Twitter scoppia la polemica. Rosa Scognamiglio, Mercoledì 04/11/2020 su Il Giornale. "Qualunque cosa accada, i prossimi quattro anni non saranno mai peggio dei quattro anni di studio che ho fatto in Italia, giusto?". È il contenuto choc del tweet battuto da Amanda Knox, nota alle cronache per l'omicidio di Meredith Kercher, che non si è lasciata sfuggire la ghiottissima occasione dell'Election Day negli Usa per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. La sortita della 33enne di Seattle, ex coimputata nel delitto di Perugia (nel 2015 è stata assolta in via definitiva dall'accusa di concorso in omicidio con Rudy Guede e Raffaele Sollecito per "non aver commesso il fatto") è apparsa decisamente fuori luogo. Lo ha notato persino il popolo di Twitter che non ha mancato di replicare al cinguettio dell'americana tra il serio e il faceto. Sotto al post della Knox, infatti, è caduta imminente una pioggia di commenti impietosi."Sei ubriaca?", ha domandato un follower; "Vedo che hai del tempo da ammazzare..." retwitta un altro con tono sarcastico. "Non sono sicuro che i nostri cittadini neri sarebbero d'accordo", è la sentenza severa dell'ennesimo internauta. Lo sfottò (o presunto tale) non ha incontrato il favore del pubblico tanto da ingenerare una polemica senza precedenti. "Sinceramente ho bellissimo ricordo dei mesi trascorsi a Perugia'' scrive un ragazzo."Scommetto che cancellerà il tweet prima di domani", garantisce una giovane follower. Poi, il commento che sigla definitivamente la bagarre:"Certo, la persecuzione di massa di neri, musulmani, latinos e LGBTQ impallidisce rispetto alle tribolazioni di una sola donna bianca...". Non è certo la prima volta che la Knox punta il dito contro l'Italia. In una intervista del 2017 al giornale Rolling Stone, l'americana aveva detto a proposito del Belpaese: "La Corte europea per i diritti umani ha accolto il ricorso. Ma sono ancora in attesa di conoscere il verdetto. Ho denunciato, in particolare, il fatto di avermi negato il diritto di avere un avvocato, di avermi colpita durante gli interrogatori e per il fatto che tutto ciò che è accaduto si ripercuote sulla mia intera vita. Spero che il Tribunale lo capisca. Non c'è alcuna garanzia che l'Italia riconosca che quello che ha fatto è sbagliato, ma almeno sarei felice se venisse stabilito che ciò che è accaduto in quella stanza non era legale. Mi interrogarono per oltre 53 ore in cinque giorni. Il risultato fu che l'interrogatorio finì nel modo sbagliato che tutti abbiamo visto. Non mi lasciavano uscire senza che affermassi qualcosa che includesse il nome di qualcuno. Questa cosa insana di estorcere false confessioni è molto comune. Non c'è alcun bisogno di colpire le persone o di molestarle verbalmente e psicologicamente. C'è un motivo se tutto ciò è definito illegale. Ero una ragazza di 20 anni senza precedenti con la giustizia e con un livello di italiano pari a quello di un bambino di 10 anni".

Amanda Knox attacca la giustizia italiana e Trump. Torna a parlare la ragazza a lungo tempo sospettata di essere l'assassina di Meredith Kercher. E attacca la giustizia italiana e Trump. Andrea Riva, Domenica 13/08/2017 su Il Giornale. Torna a parlare Amanda Knox, la ragazza statunitense che nel 2015 è stata scagionata per l'omicidio di Meredith Kercher. In un'intervista a Rolling Stone, la Knox è tornata a parlare del processo che l'ha coinvolta, puntando il dito contro il nostro Paese: "La Corte europea per i diritti umani ha accolto il ricorso. Ma sono ancora in attesa di conoscere il verdetto. Ho denunciato, in particolare, il fatto di avermi negato il diritto di avere un avvocato, di avermi colpita durante gli interrogatori e per il fatto che tutto ciò che è accaduto si ripercuote sulla mia intera vita. Spero che il Tribunale lo capisca. Non c'è alcuna garanzia che l'Italia riconosca che quello che ha fatto è sbagliato, ma almeno sarei felice se venisse stabilito che ciò che è accaduto in quella stanza non era legale. Mi interrogarono per oltre 53 ore in cinque giorni. Il risultato fu che l'interrogatorio finì nel modo sbagliato che tutti abbiamo visto. Non mi lasciavano uscire senza che affermassi qualcosa che includesse il nome di qualcuno. Questa cosa insana di estorcere false confessioni è molto comune. Non c'è alcun bisogno di colpire le persone o di molestarle verbalmente e psicologicamente. C'è un motivo se tutto ciò è definito illegale. Ero una ragazza di 20 anni senza precedenti con la giustizia e con un livello di italiano pari a quello di un bambino di 10 anni". Ma la Knox ha parole molto dure anche nei confronti del presidente americano Donald Trump: "Lo ringrazio per avermi aiutata, ma il modo in cui il gesto è stato interpretato nei tribunali italiani avrebbe potuto danneggiarmi moltissimo. Non è sembrata una difesa ma una sorta di bullismo, di arroganza da parte degli americani nei confronti degli italiani. Come se gli americani si sentissero in diritto di dire agli italiani cosa fare. Avrei preferito che Trump avesse agito con maggiore prudenza. Sono molto preoccupata per il suo governo. Credo che il cambiamento climatico sia un problema mondiale e che non stiamo offrendo un buon servizio chiamandoci fuori dalla partita dell'energia pulita, che rappresenta il futuro. E' sconcertante sapere che siamo tornati all'era del carbone. Senza parlare dei passi indietro che stiamo facendo sulla discriminazione".

Amanda Knox posta un selfie con la tuta usata in carcere a Perugia. Pubblicato martedì, 21 gennaio 2020 su Corriere.it. Amanda Knox, 32 anni, mostra su Instagram in un selfie allo specchio gli abiti che ha indossato quando stava in carcere a Perugia. L’ex studentessa, presa dai preparativi per il matrimonio in programma il 28 febbraio, pubblica l’immagine dalla stanza hobby nella casa di Seattle e a corredo dello scatto scrive: «Mancano 40 giorni dalle nozze e rimangono 267 cose da fare. Mi sono chiusa nella sala hobby e indosso la mia vecchia “divisa da prigione”. Letteralmente la stessa maglia e gli stessi pantaloni indossati nella Casa Circondariale Capanne, Perugia». Il look, ovviamente non è una vera divisa da prigione, come la chiama lei, ma è l’abbigliamento che ha portato in cella. E ad alcuni il post è apparso provocatorio, più che altro per il braccio alzato con il pugno, simbolo di forza, di chi riesce in un proposito. Della serie: ce l’ho fatta. La ragazza, accusata dell’omicidio di Meredith Kercher avvenuto a Perugia nel 2007, ha passato 4 anni in carcere ed è stata prosciolta definitivamente dalle accuse. Ora, si sta preparando per andare all'altare.

A un mese dalle nozze, la 32enne di Seattle posta sul suo profilo social un look da detenuta: quello della sua vecchia uniforme della prigione di Capanne a Perugia. La Repubblica il 21 gennaio 2020. Berretto, pantaloni della tuta grigi, un maglione blu a fantasia e un sorriso provocatorio. "Rimangono 40 giorni al matrimonio e 267 cose da fare dal mio elenco. Mi sono chiusa nello studio e ho indossato la mia vecchia divisa da prigione. Letteralmente la stessa felpa e pantaloni della tuta con cui vivevo nel carcere Capanne e Perugia". Il post è di Amanda Knox, la 32enne di Seattle, assolta in via definitiva nel 2014 per l'omicidio di Meredith Kercher dopo aver trascorso 4 anni in carcere a Perugia. Tanti i commenti aI selfie. I più frequenti suomnano tipo: "Ne hai fatta di strada da allora. Stai molto meglio. Anche il sorriso". Era il primo novembre 2007 quando la studentessa inglese di 22 anni, Meredith Kercher, fu trovata con la gola tagliata, nella casa che divideva con Amanda in via della Pergola, a Perugia. Knox e l’allora fidanzato Raffaele Sollecito furono arrestati e condannati ma successivamente assolti con sentenza definitiva. Il solo accusato dell’omicidio in concorso con ignoti, fu Rudy Guede, condannato a 16 anni e ora in semilibertà. Knox si sposerà con lo scrittore Cristopher Robinson, con cui posa quasi ogni giorno su Instagram, dopo avere annunciato il suo fidanzamento nel novembre 2018 condividendo un video della sua proposta. Lei e Robinson hanno avviato una raccolta fondi quest'estate per pagare il matrimonio, che sarà a tema fantascienza. Da quando è tornata a casa, ha scritto un libro di memorie e partecipato a un documentario sul suo caso in onda su Netflix.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Tso: Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Da liberoquotidiano.it il 17 agosto 2020. Vittorio Feltri "celebra" a suo modo la legge 180 del 1978, l'epocale riforma ideata dallo psichiatra Franco Basaglia che portò alla progressiva chiusura dei manicomi. Una rivoluzione copernicana che da un lato ha dato dignità ai malati, non più considerati dei reietti dalla società, dall'altro riformando la struttura ospedaliera ha creato ricadute spesso problematiche per le famiglie degli stessi malati, che spesso si sono dovute sobbarcare l'onere di provvedere alla salute dei loro cari per colmare il vuoto lasciato dallo Stato. Tra il serio e il faceto, il direttore di Libero la butta in politica: "Lo psichiatra Basaglia - scrive Feltri su Twitter - chiuse i manicomi e si dimenticò di curare i matti, i quali ora si rifugiano nei partiti politici". A giudicare dalle tarantelle di questi anni, come dargli torto.

Libro del giorno: Basaglia, la psichiatria gentile. Ansa il 28/8/2020. MARIO COLUCCI e PIERANGELO DI VITTORIO, "FRANCO BASAGLIA" (ab Alphabeta; 333 pag; 16 euro). Durante la guerra una bomba era caduta sul manicomio di Ancona e la maggior parte dei malati era fuggita, ma nessuno ebbe il tempo di capire dove fossero i matti. Soltanto finito il conflitto qualcuno cominciò a chiedersi dove erano finiti. Molti non furono trovati ma alcuni lavoravano vicino al manicomio, come qualsiasi altra persona. L'episodio - semplice, elegante e folgorante - fu raccontato nel 1979 da Franco Basaglia a Rio de Janeiro nell'ambito di un ciclo di conferenze e sintetizza l'ipotesi che un'altra psichiatria era possibile. Lui il suo obiettivo principale - chiudere i manicomi - lo aveva già raggiunto l'anno prima, nel 1978, con la promulgazione della nota Legge 180, lasciando il mondo a bocca aperta. L'esperienza dello psichiatra veneziano, la sponda politica trovata a Trieste nell'amministrazione provinciale di Zanetti, il suo calibro di intellettuale e i rapporti internazionali che aveva intessuto sono il tema di "Franco Basaglia", la prima biografia sullo studioso che lo psichiatra Mario Colucci e il filosofo Pierangelo Di Vittorio, che a Trieste da decenni, stimolati da un giovane psicanalista di nome Massimo Recalcati e sotto la supervisione della moglie di Basaglia, Franca Ongaro, pubblicarono nel 2001. Quest'anno, in occasione dei 40 anni della scomparsa di Basaglia, la ab Alphabeta Verlag la riedita aggiornata nel corpus di note e arricchita di quanto sull' argomento è stato pubblicato negli ultimi venti anni e di una introduzione dello psichiatra teorico Eugenio Borgna, oggi novantenne. Quel Basaglia nell'arco di pochi anni - praticamente cacciato da Padova e operando tra Gorizia, Parma e Trieste - stimolato dalla fenomenologia di Minkowski, e dal confronto con Sartre, Foucault (Storia della follia), Goffman (Asylums), Fanon, aveva bruciato le tappe e superato perfino il collega inglese, Maxwell Jones, che, insistendo sulla possibilità di un trattamento diverso odei malati di mente che non contenzione, privazioni, isolamento, sembrava all'avanguardia. In Inghilterra come in Francia in quegli anni si stava trasformando il rapporto tra medico e paziente. Una antica tradizione: nel 1839 per la prima volta John Connolly aveva aperto le porte dell'ospedale psichiatrico ed eliminato i mezzi di contenzione fisica. Tracce episodiche di comprensione del fenomeno. E' così che oggi, come indica proprio Borgna, "la psichiatria che è possibile fare in Italia è la migliore delle psichiatrie possibili: è l'eredità che ci ha lasciato Basaglia". Questa ha fatto da traino a tutta la psichiatria, dandole connotati di "gentilezza e umanità". Lo psichiatra veneziano si impadronì dell'intuizione fenomenologica di Husserl della epoché, sospensione del giudizio, per trascurare la diagnosi e concentrarsi sull'uomo malato di mente prima che sul paziente. "La posizione di Basaglia è 'intenibile', non intendeva riformare ma distruggere i manicomi e aprire i servizi", racconta oggi Colucci. "Un medico con un paziente esercita un potere, questo spesso si dimentica con la scusa terapeutica, bisogna invece entrare in relazione, ma è più faticoso che non usare farmaci e coercizione. Oggi i giovani non hanno pazienza e non hanno nemmeno tempo. C'è la medicalizzazione della società, della psichiatria, non si capisce che il tema non è limitato alla scienza", indica. Ma come si trasmette l'eredità di Basaglia senza renderla monumento? "Va contaminata con altre discipline. Chi arriva qui oggi a Trieste nemmeno sa cosa sia accaduto qua. Quando, arrivati a Trieste, proponevamo seminari su Basaglia c'era sorpresa e interesse, parlavamo di Basaglia come un autore, sembrava una cosa sacrilega". (ANSA).

Antonio Stella per il Corriere della Sera" il 17 agosto 2020. Che cos' è rimasto, del «Dottore dei matti»? Sono passati quarant' anni dal calvario dell'agosto 1980 in cui Franco Basaglia si spense fiato dopo fiato, incurabile, nella sua casa nel sestiere di San Marco il giorno 29. «Tantissimi lo hanno letto, tanti lo hanno conosciuto, tanti lo hanno amato e tanti lo hanno anche odiato, perché in maniera semplice, bonaria, ironica questo veneziano aveva ribaltato un mondo», scrisse «Lotta Continua». Ribaltato come? Nel modo giusto o sbagliato? Polemiche roventi. Nel mondo intero. Per decenni. Con diffusi rimpianti per come era «prima». Uno solo, però, può essere il punto di partenza per cercare di capire: che cos' erano i manicomi. «Colà stavansi rinchiusi, ed indistintamente ammucchiati, i maniaci i dementi i furiosi i melanconici. Alcuni di loro sopra poca paglia e sudicia distesi, i più sulla nuda terra. Molti eran del tutto ignudi, varj coperti di cenci, altri in ischifosi stracci avvolti; e tutti a modo di bestie catenati, e di fastidiosi insetti ricolmi, e fame, e sete, e freddo, e caldo, e scherni, e strazj, e battiture pativano», scriveva nel 1824 (come ricorderà Leonardo Sciascia sul «Corriere») l'illuminato palermitano Pietro Pisani. Solo residui medievali? No. Un secolo e mezzo dopo, nel 1971, il verbale dell'ispezione della Commissione d'inchiesta al Santa Maria della Pietà di Roma spiega: «Ci sono bambini legati con i piedi ai termosifoni o ai tubi dell'acqua, scalzi, seminudi, sdraiati per terra come bestioline incapaci di difendersi, sporchi di feci, dovunque un lezzo insopportabile». «Non esistevano limiti d'età per il ricovero in manicomio: era sufficiente un certificato medico in cui si dichiarava che il bambino era pericoloso per sé o per gli altri», si legge nel web-doc Matti per sempre di Maria Gabriella Lanza e Daniela Sala. «Dal 1913 al 1974 nel manicomio di Roma sono stati internati 293 bambini con meno di 4 anni e 2.468 minori tra i 5 e i 14 anni. In tutto 2.761 piccoli». Tre lustri ancora e il «Corriere» pubblica un reportage di Felice Cavallaro sull'Ospedale psichiatrico di Reggio Calabria: «Dormono con la schiena che sfiora il pavimento. Sprofondano giù perché le reti sono bucate al centro, corrose dalla pipì che con gli anni ha sciolto la maglia metallica. I materassi sono ormai sfoglie di gommapiuma sudicia. Di lenzuola nemmeno a parlarne. Puzzano anche le coperte. Tutto emana il fetore della morte in queste camerate dove quattrocento persone aspettano la fine come fossero animali». È il 1987. La chiusura di quei gironi d'inferno è già stata decisa, sulla carta, da una decina di anni. Eppure troppe infamie, insopportabilmente troppe, sono rimaste come prima. Nel plumbeo mutismo sociale denunciato quasi un secolo prima da Anton Cechov ne L'uva spina : «Evidentemente l'uomo felice si sente bene solo perché i disgraziati portano il loro fardello in silenzio, e senza questo silenzio la felicità sarebbe impossibile. È un'ipnosi generale». Occhio non vede, cuore non duole, scandalo non urla. È questo silenzio assordante a venire fracassato da Franco Basaglia. Nato a Venezia nel 1924, laureato nel 1949, specializzato in malattie mentali nel '52, l'anno dopo sposa Franca Ongaro, che gli darà due figli e sarà la compagna di mille battaglie. Frustrato dall'accademia («Direi che tutto l'apprendimento reale avviene fuori dall'università. (...). Io sono entrato nell'università tre volte e per tre volte sono stato cacciato», racconterà in una delle Conferenze brasiliane ), si immerge nel primo manicomio a Gorizia nel 1962: «C'erano cinquecento internati, ma nessuna persona». Ovunque «vi era un odore simbolico di merda». Uno spazio nero dal quale trasse l'«intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l'istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese». Guerra totale: «L'università, da quando io mi sono laureato, ha protetto in maniera reazionaria e fascista gli ospedali psichiatrici. Non si è mai levata una voce, se non nei congressi, a dire che bisogna cambiare questa legge, ma nessun professore universitario si è sporcato una mano all'interno dei manicomi. Il professore universitario ha sempre avuto le mani pulite, amministrando l'insegnamento davanti ai letti d'ospedale, dicendo: questo è schizofrenico, questo è maniaco, questo è isterico». Era insopportabile, agli occhi di chi veniva ferito da quei giudizi. Ribelle. Martellante. Cocciuto. Eppure, lavorando ventre a terra a Gorizia, Colorno, Trieste e Roma, scrivendo uno dopo l'altro, da solo o con Franca, libri ovunque amatissimi o contestatissimi, tenendo conferenze da Berlino a São Paulo, sfondando in tv con una celebre intervista di Sergio Zavoli («Le interessa più il malato o la malattia?», «Decisamente il malato»), riuscì in pochi anni febbrili a mettere in crisi l'idea del manicomio in mezzo mondo e a spingere il Parlamento italiano a cancellare le norme stravecchie del 1903 e votare il 13 maggio 1978 (cinque giorni dopo l'uccisione di Aldo Moro...) la «sua» legge 180. Stesa materialmente dallo psichiatra e deputato democristiano, Bruno Orsini, e incardinata sulla chiusura (progressiva) dei manicomi e la cura dei pazienti non più «detenuti» in realtà il più possibile piccole e aperte. Il tutto nel nome di un'idea: «Io non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia». Un'utopia. Generosa ma irrealizzabile, quindi pericolosa, saltarono su gli avversari. Su tutti lo psichiatra e scrittore Mario Tobino: «Giunge voce, si viene a sapere che diversi malati, dimessi dai manicomi, spinti fuori nel mondo, nella società, per guarire, come proclamano i novatori, per inserirsi sono già in galera, in prigione, arrestati per atti che hanno commesso. Nessuno più li proteggeva, li consigliava, gli impediva. Nessuno li manteneva con amorevolezza e fermezza, li conduceva per mano lungo la loro possibile strada. Ed ora precipitano, si apre per loro il manicomio criminale. La follia non c'è, non esiste, deriva dalla società. Evviva!». E il dubbio su quella legge inquietò via via perfino molti che l'avevano definita «sacrosanta». Come il deputato e poeta comunista Antonello Trombadori. Che in una sofferta intervista a Giampiero Mughini raccontò la sua tragedia personale: «Non sono in grado di soccorrere la persona che più amo al mondo». La figlia disabile: «La 180 prevede due soluzioni per chi soffre di mente: o il nulla o il manicomio criminale, riservato a quelli che ammazzano». Era disperato, Trombadori. E furente coi «fanatici khomeinisti» che secondo lui difendevano l'«intangibilità» della legge: «Io dubito che Franco Basaglia, se fosse ancora vivo, approverebbe il loro operato. Forse direbbe, come già aveva fatto Marx, " Je ne suis pas basaglien "». Questo è il nodo. Nel momento chiave in cui la riforma avrebbe dovuto esser messa in pratica, il «Dottore dei matti» (titolo della biografia di Oreste Pivetta), non c'era più. Cosa avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto? «Certo non avrebbe accettato che quella svolta fosse tradita», mastica amaro Peppe Dell'Acqua, discepolo e amico: «Lui aveva fatto proposte precise, suggerito soluzioni, indicato percorsi pratici. La stessa chiusura dei manicomi non fu affatto immediata. Di rinvio in rinvio arrivò vent' anni dopo. C'era tutto il tempo per fare le cose per bene. E qua e là sono state anche fatte. Ma dov' era lo Stato? Dov' erano le Regioni? Dov' erano le aziende sanitarie?» La risposta è nel dossier della Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale del 2010. Spiegava il presidente, Ignazio Marino: «Se chi è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario è lì per essere curato, abbiamo trovato un fallimento totale. In media possiamo calcolare che ciascun paziente abbia contatti con uno psichiatra per meno di un'ora al mese...». Dalla svolta erano già passati trent' anni.

"Tutto chiede salvezza" nel reparto psichiatrico. Mencarelli racconta una settimana di TSO e dona una profonda riflessione su vita e fede. Alessandro Gnocchi, sabato 29/02/2020 su Il Giornale. La vita è un oggetto contundente. Per tutti ma per qualcuno di più. Daniele, il ventenne protagonista di Tutto chiede salvezza (Mondadori) di Daniele Mencarelli, finisce in Trattamento sanitario obbligatorio per un tentato suicidio finito in uno scoppio d'ira incontenibile. Siamo dunque nel reparto psichiatrico di un piccolo ospedale di provincia, dove la lingua ufficiale è il romanesco. Per i corridoi si aggirano malati più o meno gravi, per una settimana almeno costretti a condividere uno spazio piccolo, sei letti per ogni stanza, in contatto continuo con la propria malattia, nella testa, ma anche in contatto continuo con la malattia altrui. Una porta chiusa a chiave consente incontri limitati con amici e parenti, ma non è solo la chiave a chiudere dentro i pazienti, sono anche l'imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa. Daniele ha un'arma segreta, la poesia, che coltiva in silenzio, lontano da occhi indiscreti, anche se finirà col leggerla ai suoi nuovi, occasionali amici, un pubblico più ricettivo di quello deputato a giudicare i versi per motivi professionali. Non bisogna dimenticare gli infermieri e i medici, anche loro sono chiusi dentro alle vite dei malati, convivono con il dolore e devono proteggersi, può essere un apparente cinismo, un disinteresse simulato o reale. C'è Mario, il maestro, che ha cercato di uccidere moglie e figlia, incomprensibile, proprio lui, un concentrato di umanità e saggezza, innamorato dell'uccellino nel nido appena fuori dalla finestra. C'è Gianluca, un travestito che passa dall'entusiasmo alla disperazione, basta la parola giusta o quella sbagliata. C'è Giorgio, un omone che rivive ogni giorno la morte della madre, e l'impossibilità di darle un ultimo saluto. Grande, buono eppure preda di raptus violenti. Poi ci sono quelli che rifiutano completamente il mondo, quelli rinchiusi tre volte: dentro il reparto, dentro la stanza e dentro se stessi. Uno parla solo con la Madonnina, l'altro fissa un punto indefinito del muro, tutto il giorno, tutti i giorni. Daniele è bipolare. Un disturbo grave, amplificato dal consumo di droghe. Il bipolare è bianco o nero. Quando uno è bianco pensa solo alla bellezza, alla felicità, al piacere. Quando uno è nero pensa solo alla morte. Ogni bipolare ha la certezza che sarà inghiottito dal nero. Per questo farebbe di tutto per restare bianco. Lo sforzo per rimanere in vetta è troppo stressante. Alla fine, il bipolare si butta nell'abisso o fa in modo che le circostanze lo spingano nel vuoto. Ma Daniele è davvero così malato o vive con pericolosa intensità sentimenti che proviamo tutti? La sua malattia si cura solo con i farmaci, è solo una questione di recettori della serotonina, come se l'uomo fosse una macchina con ingranaggi di carne, ne ripari uno e stop, il dolore finisce? Il problema di Daniele è lasciarsi ferire troppo dalla realtà, dalla sua illogicità, imprevedibilità, tragicità. Daniele vorrebbe chiedere salvezza per tutti: salvezza dalla morte, dal dolore, dall'infelicità, dalle delusioni. Una terapia, forse, può cancellare questo modo di vedere le cose. Ma la vera pazzia non sarà proibirsi di cedere almeno un po', almeno qualche volta? Non è questo che fa di noi uomini e non robot funzionali alle richieste della società: produrre, consumare, crepare? C'è tanta religiosità in questo libro, a partire dal titolo e dal ricorrere della parola chiave, salvezza. A volte, un reparto psichiatrico può essere la salvezza, non solo per le cure ricevute. Si crea una forte solidarietà tra i pazienti, perfino con quelli che non conosci o non puoi conoscere perché sono catatonici. Perché? La risposta è il grande insegnamento di questo libro prezioso. A un certo punto, ogni discorso viene meno. È il momento in cui ci si presenta disarmati di fronte alla vita. Questa ammissione di impotenza, che è anche richiesta di aiuto, è una prima forma di preghiera, ed ecco i matti che, davanti alla tragedia, Mario che cade dalla finestra, si trovano in ginocchio, a invocare l'aiuto di un Dio nel quale neppure credono. C'è una frase, molto vera, di uno psichiatra: «Dio è un po' come un alfabeto, qualcuno te lo deve insegnare». Sì, la fede può arrivare improvvisa come l'amore, è un colpo di fulmine. Ma poi bisogna imparare a coltivarla, non si crede mai una volta per tutte, quando diciamo credo intendiamo mi sforzo ogni giorno di credere. Restano i dubbi, le contraddizioni: perché è un dono, la vita, a schiacciarci il muso a terra? Tutto chiede salvezza non è la storia di una conversione, nessuno diventa credente, ma è pervaso dalla più alta forma di fede.

Daniele Mencarelli, nato a Roma nel 1974, noto soprattutto come poeta, con questo romanzo, il secondo dopo La casa degli sguardi (Mondadori) non ha paura di cedere ai sentimenti ma non al sentimentalismo e si afferma come uno degli scrittori da leggere in questo inizio secolo.

Massimo Sanvito per “Libero quotidiano” il 20 gennaio 2020. C' è il ragazzo schizofrenico che urla frasi sconnesse in preda alle allucinazioni. Si sveglia tutto il condominio per il gran baccano, ma i suoi genitori - che ne hanno passate di cotte e di crude - sanno come muoversi rapidamente in queste circostanze. Chiamano lo psichiatra che da anni segue il figlio e aspettano che il sindaco emani l' ordinanza di trattamento sanitario obbligatorio (Tso). C' è anche il tossicodipendente con problemi psichici che esce di testa perché in crisi d' astinenza. Cerca la droga in ogni cassetto, sbraita, delira. Rischia di diventare violento con chiunque gli capiti a tiro e l' unica soluzione diventa il ricovero coatto. Poi c' è anche la ragazzina che convive da tempo con gravi disturbi dell' umore e decide di farla finita. Minaccia il suicidio, non vuole parlare con nessuno e si rifiuta pure di bere e mangiare. Viene caricata sull' ambulanza e portata in ospedale: la famiglia, nonostante la situazione complicata, può tirare un sospiro di sollievo. I "matti da legare", in Italia, diminuiscono anno dopo anno, ma restano comunque tanti. Stando ai dati del ministero della Salute, nel 2017 (ultimo dato disponibile) sono state 8.476 le persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio. In cima al podio delle regioni col più alto numero di ricoveri c' è la Sicilia (1.264), seguita dalla Lombardia (1.011) e dall' Emilia-Romagna (950). A parte le province autonome di Trento e Bolzano e le regioni più piccole, Liguria e Toscana sono quelle che fanno registrare meno casi: rispettivamente 226 e 230. Certo, nel 2010 i ricoveri furono 10.812 e il calo è evidente. Ma ciò non significa che le patologie mentali siano destinate a scomparire, semplicemente col passare degli anni i territori riescono a prevenire le situazioni più urgenti e soprattutto si tende a ricorrere sempre meno al Tso. Ovviamente questo è positivo perché significa che i pazienti psichiatrici sono più seguiti e quindi meno soggetti a complicazioni. Ma non sempre è così. «La tendenza a ricorrere sempre meno ai trattamenti può anche presentare degli svantaggi. Spesso si rischia di non intervenire in casi gravi che in seguito, dopo 10/15 giorni, presentano dei peggioramenti. I recenti tragici episodi hanno spinto gli psichiatri a essere più attenti, mentre in passato si applicava il Tso più facilmente perché era visto come una sorta di garanzia per il paziente», spiega Enrico Zalanda, presidente della Società Italiana di Psichiatria e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Asl Torino 3.

Ma come funziona il trattamento sanitario obbligatorio? La legge del '78 prevede innanzitutto che ci sia una condizione patologica grave che richieda un intervento urgente e che questo venga rifiutato dal paziente. E se non ci sono altre possibilità terapeutiche, allora si ricorre al ricovero coatto in ospedale contro la sua volontà. Sono necessarie due certificazioni mediche, la prima di un dottore qualsiasi e la seconda di convalida generalmente di uno psichiatra dell' Asl. Poi tocca al sindaco firmare l' ordinanza per il via libera al trattamento sanitario. I "matti" vengono quindi portati nei reparti di psichiatria e lì ci rimangono - senza poter uscire - per sette giorni, a meno che sia necessario prolungare il Tso con un nuovo provvedimento del primo cittadino o che il paziente vada dimesso in anticipo. «Principalmente si tratta di persone di sesso maschile, dal punto di vista psicopatologico facilmente maniacali, con scompensi psicotici e che associano sostanze stupefacenti ai problemi psichici. In ospedale si procede con la diagnosi e parte la terapia. Se il paziente è agitato viene sedato e in casi estremi è necessario anche l'intervento dell' anestesista per la somministrazione dei farmaci. Una volta che torna in grado di relazionarsi con gli altri, si parla, ci si confronta e si comincia a capire il perché dell' intervento», spiega ancora il professor Zalanda. Nel corso degli anni non sono mancati episodi tragici e controversi. I rischi, inutile negarlo, esistono. Soprattutto quando si deve ricorrere alla forza per caricare in ambulanza persone in condizioni di salute non ottimali che non ne vogliono minimamente sapere di farsi curare. Spesso intervengono le forze dell' ordine e può capitare che qualcosa che vada storto, anche se - è bene sottolinearlo - si tratta della stragrande minoranza dei casi. Nel maggio del 2018, tre agenti della Polizia Municipale di Torino e uno psichiatra sono stati condannati a un anno e otto mesi di carcere per la morte di Andrea Soldi in seguito a un trattamento sanitario obbligatorio. Fu stretto al petto e ammanettato su una barella a pancia in giù nonostante fosse sovrappeso e non riuscisse a respirare bene. All' ospedale Sant' Arsenio di Polla (Salerno), invece, si trattò unicamente di malpratice medica: troppi i neurolettici somministrati a Massimiliano Scalzone che morì dopo dodici giorni di ricovero.

Sedato e legato: un Paese civile permette tutto questo? Le Iene News il 25 maggio 2020. Il 2 maggio un ragazzo di 33 anni, di nome Dario, subisce un Tso in mezzo alla strada. “Sono chiuso nelle mani e nelle braccia, non mi posso muovere. La situazione è indescrivibile”. Nina Palmieri ci racconta la sua storia: il servizio martedì a Le Iene, dalle 21.10 su Italia1. “Sono chiuso nelle mani e nelle braccia, non mi posso muovere. La situazione è indescrivibile”. Questa è la voce di un ragazzo di 33 anni, rinchiuso in un reparto psichiatrico e privato della propria libertà. Dopo giorni di reclusione e silenzio sta sentendo per la prima volta il fratello al telefono: è pesantemente sedato, al punto che le sue parole sono difficili da decifrare. “Tutto il tempo mio figlio diceva: mamma, mi straziava il cuore a sentirlo e non poterlo né vedere né aiutare”, dice la madre a Nina Palmieri. Dario Musso è finito nel reparto psichiatrico il 2 maggio, ed è stato  legato per 5 giorni dopo aver subìto un Tso sotto gli occhi di tutto il paese in mezzo alla strada. Quello che è successo è degno di un paese civile? Non perdetevi il servizio di Nina Palmieri, martedì dalle 21.10 su Italia1.

 Codacons chiede T.S.O. per chi rifiuta di sottoporsi a tampone. Fonte: Soveratoweb.com 5 maggio 2020. I primi arrivi in Calabria registrano incredibili rifiuti da parte di chi rientra a sottoporsi al tampone. Ha dell’ incredibile il rifiuto che oggi alcuni passeggeri in arrivo alla stazione di Lamezia Terme, avrebbero opposto alla richiesta di essere sottoposti al test che, ricordiamo, è gratuito ed è rapidissimo. Il Codacons chiede che intervengano i Sindaci, costringendo i passeggeri attraverso il ricorso ad un TSO – sostiene Francesco Di Lieto. Com’ è noto, per Trattamento Sanitario Obbligatorio si intendono una serie di interventi sanitari che possono essere adottati, in caso di motivata necessità ed urgenza, e qualora sussista il rifiuto da parte del soggetto che deve ricevere assistenza. Il TSO è disposto, appunto, con provvedimento del Sindaco, quale massima autorità sanitaria del Comune di residenza o del Comune dove la persona si trova temporaneamente. In un periodo in cui si chiedono sacrifici a tutti, comportamenti sprezzanti come quelli verificatisi oggi sono da condannare nella maniera più netta, perché in gioco c’ è la salute di tutti. L’ appello – conclude la nota del Codacons – è rivolto principalmente ai Sindaci di Lamezia Terme, Paola e Reggio Calabria affinché mettano una pezza ad una chiusura dei confini utile solo per le telecamere.

Non vuole fare il tampone, il sindaco firma un tso. Sarà fatto stamani ad un aretino che stava male ma ieri si era rifiutato di sottoporsi all'accertamento. La Nazione 16 marzo 2020 - Stamani gli verrà effettuato il tampone per verificare la sua positività al corna virus o meno. Gli verrà fatto con la sua collazìborazione o in maniera coercitiva. Si tratta di un aretino che aveva rifiutato appunto ieri di fare il tampone per il Coronavirus e il sindaco così è stato costretto ad emettere un'ordinanza di Tso per sottoporlo all'accertamento. "Stava male infatti l'aretino ma ha lo stesso detto di no al tampone, per questo ho emesso un'ordinanza per eseguire un trattamento sanitario obbligatorio", a raccontare l'episodio avvenuto proprio ieri in città lo stesso sindaco Alessandro Ghinelli nel corso ieri della sua conferenza stampa per fare il punto sull'epidemia di Coronavirus. Una conferenza stampa che ormai è diventata un appuntamento fisso e quotidiano non soltanto con i media ma anche con tutti i cittadini che possono seguirla in diretta sul canale facebook del comune di Arezzo. Il primo cittadino ha spiegato che ieri l'uomo si è rifiutato, di fronte ai sanitari di sottoporsi all'accertamento. "Non si gioca con la salute e quest'uomo con il suo comportamento ha rischiato di mettere a repentaglio la salute di tante persone. Quindi domani mattina (oggi ndr) la polizia municipale, insieme ai sanitari, si recheranno a casa dell'uomo ed eseguiranno il tampone. Fortunatamente durante questa lunga giornata, l'uomo è stato convinto a comportarsi responsabilmente e ci ha informati che domattina si sottoporrà al test senza problemi". 

 “La pandemia non esiste”: la strana storia del Tso a Dario Musso. Le Iene News il 26 maggio 2020. Il 2 maggio Dario Musso subisce un Tso dopo esser andato in giro in auto gridando con un megafono che non esiste nessuna pandemia. Le immagini del momento in cui viene fermato hanno fatto il giro dell’Italia: la nostra Nina Palmieri è andata a parlare con lui per capire cosa è successo davvero. “Sono chiuso nelle mani e nelle braccia. Non mi posso muovere, la situazione è indescrivibile”. Queste sono le parole di un ragazzo di 33 anni, Dario Musso, rinchiuso in un reparto di psichiatria dopo aver subito un Trattamento sanitario obbligatorio il 2 maggio. Le immagini di quel Tso sono diventate virali in rete e le potete rivedere nel servizio qui sopra. Di quella storia si è discusso molto nei giorni seguenti e in tanti guardando quelle immagini si sono chiesti: è davvero necessario fare un Tso in quel modo? La dignità di Dario è stata rispettata? “I Tso sono delle ratio estreme”, ci spiega lo psichiatra Piero Cipriano. “Da riservare a pochissime persone che stanno in condizioni davvero singolari. Il povero Dario subisce una cattura, una caccia all’uomo: atterrato con la faccia sull’asfalto. Una spettacolarizzazione indecente”. Per capire di più la nostra Nina Palmieri è andata a Ravanusa (Agrigento) a parlare proprio con Dario pochi giorni dopo aver subìto il Tso. “Sono un brutto anatroccolo, non voluto”, ci dice. Lui è un ragazzo particolare e controverso, così come alcuni dei video quantomeno discutibili che pubblica in Rete e che potete vedere qui sopra. Il 2 maggio la mamma di Dario è a casa quando le squilla il telefono: “Era la dottoressa di famiglia, mi ha detto che le avevano telefonato i carabinieri e il sindaco per mio figlio”. A quel punto lei dà al medico il numero di Dario. Però, quando la dottoressa lo chiama, sembra si sia qualificata come ‘la dottoressa di Canicattì dei servizi sociali’. “Mi ha detto: mi raccomando Dario, ci hanno contattato i carabinieri, la devi smettere di andare in giro dicendo che non c’è nessuna pandemia. Se non la smetti e non ti curi dobbiamo prendere precauzioni’”, racconta proprio Dario. Lui però si accorge che al telefono c’è la sua dottoressa di famiglia. Dario esce di casa arrabbiato e con un megafono, girando per le strade di Ravanusa dicendo che non c’è nessuna pandemia. A Nina Palmieri dice che era consapevole di poter essere denunciato per reati comuni. Nel frattempo però parte la richiesta di Tso. “La mia dottoressa non mi aveva visitato”, racconta. E se fosse vero, sarebbe strano perché prima di un Trattamento sanitario obbligatorio sarebbe opportuno aver almeno prima incontrato la persona in questione. “Non si può risolvere con una proposta telefonica, proponendo cure, e, se il soggetto rifiuta quel no, diventa l’innesco del Tso”, ci dice il dottor Cipriano. Quella mattina comunque Dario viene fermato dalle forze dell’ordine e subisce il Trattamento sanitario obbligatorio. Il Tso, per essere lecito, deve essere convalidato da un secondo medico dopo la proposta del primo. Dario nega che ci sia stata una visita, ma a sentire il vigile “la dottoressa c’ha parlato con lui all’interno della macchina”, chiedendogli di uscire dal mezzo. È una prassi normale convalidare un Tso dopo aver parlato con qualcuno attraverso il finestrino di una macchina? “No, è come il parlare attraverso il telefono”, ci spiega Cipriano. La diagnosi, formulata dalla due dottoresse, è “scompenso psichico con agitazione psico motoria”. “Una non diagnosi di una vaghezza straordinaria”, dice Cipriano. Ma come si è arrivati a questa diagnosi, se il primo medico si è limitato a una telefonata e il secondo forse gli ha parlato attraverso il vetro di una macchina? “Il Tso era programmato dalla mattina”, dice uno dei vigili. “Il ragazzo purtroppo non è stato sedato in quel momento perché stava protestando… per i giorni prima, con i video che ha fatto. Quello del cacciavite…”. Se fosse vero, possibile che la diagnosi sia stata basata sui video postati sui social? “Non puoi tu, solo sulla base di questi, decidere che lui ha un disturbo psichico, non basta”, ci dice Cipriano. Per capire se la diagnosi sia davvero stata basata su quei video, Nina Palmieri ha cercato le due dottoresse in questione che però non hanno voluto commentare. Avremmo voluto parlarne anche con il sindaco, che è colui che emette l’ordinanza per il Tso. Il sindaco però non ci ha risposto al telefono. Tornando a Dario, dopo aver subito il Tso viene portato in ospedale. Viene ricoverato in psichiatria e i suoi familiari nel frattempo raccontano che “non sapevamo cosa era successo”, ci dice il fratello. “Lo abbiamo saputo da Facebook”, aggiunge la madre. I genitori così vanno in ospedale, ma “non me lo facevano vedere né sentire”, ci dice. Al terzo giorno di ricovero anche il fratello va al nosocomio, ma una dottoressa gli dice che a causa del coronavirus le visite sono sospese. Il fratello prova allora a contattarlo telefonicamente, ma come potete sentire dalle telefonate nel servizio sembra che non sia possibile parlargli. Dario dice di essere rimasto legato al letto per cinque giorni. La madre racconta di essere tornata in ospedale ma questa volta riesce ad avvicinarsi al reparto: “C’era una finestra, sentivo lui che diceva mamma, mi straziava il cuore non poterlo né vedere né aiutare”. Dopo quattro giorni di ricovero, finalmente riescono a parlare con Dario. Dopo sette giorni, esce dall’ospedale nelle condizioni che potete vedere nel servizio: “I miei scopi nella vita sono stati annullati in un attimo”. Intanto, sono partite delle indagini che speriamo facciano presto luce su quanto realmente accaduto. Anche la famiglia si è mossa con una denuncia per “sequestro di persona e anche tortura”, ci dice il fratello.

T.S.O. storie di ordinari abusi durante l’emergenza sanitaria. Luca Cellini su pressenza.com. il 17.05.2020. Alcuni giorni fa c’è stato un inquietante caso di Trattamento Sanitario Obbligatorio a cui è stato sottoposto un 33enne, Dario Musso abitante a Ravanusa, in Sicilia, provincia di Agrigento. Dario il 2 di maggio scorso semplicemente con un megafono parlava ai suoi concittadini invitandoli ad uscire di casa, a tornare alla vita normale, a ribellarsi agli abusi.  Per questo è stato avvicinato e poi fermato da una volante dei carabinieri che sono intervenuti in modo spropositato dal momento stesso in cui il ragazzo non dava segni di alterazione né aveva opposto resistenza, al contrario appariva tranquillo e collaborativo. In un breve video caricato su Youtube si vede dapprima il ragazzo fermo su di un’automobile parlare al megafono invitando le persone a “svegliarsi” a uscire a ribellarsi, a non sottostare più alle restrizioni imposte con la quarantena, poi in un momento successivo con una ripresa dall’alto si vede il ragazzo in piedi fuori della macchina ragionare tranquillo essere avvicinato da due carabinieri e tre sanitari. Nel proseguo del video si vedono i carabinieri portargli le mani dietro la schiena e poi gettarlo malamente a terra, dopodiché i sanitari iniettargli qualcosa con una siringa, presumibilmente un sedativo. Un intervento scomposto, inutile e violento, compiuto sul ragazzo senza nessun reale motivo che lo potesse giustificare. Il ragazzo viene poi portato presso l’ospedale Barone Lombardo di Canicattì, legato ad un letto, viene ripetutamente sedato, imbottito di psicofarmaci, un catetere gli viene inserito a forza per le funzioni fisiologiche, il ragazzo rimane in queste condizioni senza possibilità alcuna di parlare per diversi giorni con la sua famiglia. Il fratello di Dario, l’avvocato Massimiliano Musso, tenta inutilmente più e più volte di comunicare con il fratello, chiede di poterlo visitare, o quantomeno di poterci almeno parlare. I tentativi vanno avanti per quattro giorni dal momento del ricovero coatto, i responsabili del reparto ospedaliero negano ripetutamente ogni possibilità di contatto con il fratello ricoverato in modo forzoso. L’avv. Musso ha registrato tutte le conversazioni avute dal 2 maggio in poi con gli operatori sanitari. Ogni volta che il fratello e anche legale dell’uomo ricoverato prova a chiamare gli viene ripetuta sempre la medesima risposta: “Suo fratello sta dormendo.” L’avvocato non demorde e al terzo giorno contatta i carabinieri di Canicattì sollecitando un loro intervento, i carabinieri si dicono impossibilitati a poter mandar un volante e suggeriscono a Massimiliano Musso di contattare il commissariato di polizia locale. Massimiliano Musso non si perde d’animo nemmeno stavolta e contatta subito il commissariato che tenta di rimpallare il problema ai carabinieri, in quanto loro competenza per essere stati i primi a intervenire. Alla fine sotto insistenza e pressione del legale, la polizia di Stato chiama l’ospedale e parla finalmente con la dottoressa, che però riferisce ancora una volta la medesima cosa: “Dario Musso dorme, al momento non può rispondere”. L’avvocato Musso il giorno stesso provvede allora a sporgere denuncia di reato per la violazione dell’art. 328 del codice penale, che riguarda il rifiuto d’atti d’ufficio.  Musso non si arrende e richiama ancora l’ospedale anticipando la denuncia formale. “Suo fratello è contenuto. E’ meglio che dorme.” Rispondono questa volta i sanitari della struttura sanitaria. Siamo giunti al termine del terzo giorno di ricovero coatto, tre giorni senza che la famiglia abbia avuto la possibilità di comunicare con il proprio familiare. L’oggetto della denuncia oltre che per l’impossibilità di poter parlare con il fratello è l’omissione da parte dei sanitari che hanno provveduto il Trattamento Sanitario Obbligatorio al ragazzo, a comunicare il tipo di medicinali e il trattamento a cui Dario in quei giorni veniva sottoposto. Ogni comunicazione con il fratello viene negata anche il giorno successivo. E’ solo alla fine del 4° giorno che l’avvocato Musso riesce a parlare col fratello per telefono grazie all’intervento di un operatore sanitario presente quel giorno in reparto. Massimiliano può sentire finalmente la voce di Dario che in quel momento risulta essere completamente stordito, presumibilmente sotto effetto dei sedativi che per  tutti e quattro i giorni del ricovero gli sono stati somministrati. Dario però riesce a dire: “Sono chiuso nelle mani e nelle braccia.” Dario finalmente viene dimesso, ma sarebbe più opportuno dire rilasciato dal ricovero coatto, il giorno 9 maggio, dopo una settimana esatta di T.S.O. La famiglia di Dario per tramite il fratello legale, ha già provveduto a presentare ricorso contro il provvedimento firmato dal Sindaco della cittadina, ricorso che verrà discusso in tribunale il prossimo 4 giugno. L’avvocato Massimiliano Musso in seguito a questa inquietante vicenda ha rilasciato una breve intervista a TeleTime, raccontando come si sta muovendo, il suo obbiettivo e la questione che gli sta principalmente a cuore è che ciò che è accaduto al fratello non debba e non possa più ripetersi con nessuno, specie in virtù del fatto che non tutti hanno la fortuna di poter avere un fratello avvocato che li tuteli da un simile episodio: “L’unica cosa che può risarcire completamente questa questione è che non avvenga mai più nei confronti di nessuno. – Racconta l’avvocato Massimiliano Musso nell’intervista in merito a quanto accaduto al fratello Dario – Perché poi risarcimenti personali lasciano il tempo che trovano. Qui la vera giustizia sarà compiuta nel momento in cui non accada mai più:

1) Che un medico senza visitare il paziente firmi una proposta di trattamento sanitario obbligatorio.

2) Che un secondo medico dell’ASL firmi un documento senza mai avere visitato il paziente che convalida la prima richiesta del primo medico.

3) Che un Sindaco disponga una immotivata ordinanza con cui dispone il Trattamento Sanitario Obbligatorio, il luogo di degenza, con il ricovero nell’ospedale psichiatrico senza prima avere parlato direttamente con la persona. Un Sindaco dovrebbe avere la dignità di essere presente sul luogo per valutare concretamente e vedere con i propri occhi, apprezzare dal punto di vista della sua responsabilità di primo cittadino di una comunità in che condizioni si trovi quella persona a cui stanno negando la libertà, e costringendo la somministrazione di farmaci che non sono certo l’aspirina.

4) Che non succeda mai più che un giudice tutelare convalidi una ordinanza di T.S.O. senza nemmeno aver letto le carte, con una superficialità che ha portato ad un atto abnorme, che è già oggetto d’inchiesta sul tavolo del ministro della Giustizia per le opportune ispezioni ministeriali sul Tribunale di Agrigento, dove andranno a verificare tutti i T.S.O. degli ultimi anni e in che forma sono stati convalidati.

Se questo è successo a mio fratello Dario, – prosegue Musso – che ha le spalle coperte attraverso il sottoscritto, attraverso mio padre, che è un ex maresciallo dei carabinieri, attraverso la mia famiglia, una famiglia umile, ma di persone assolutamente stimate sul territorio, per questo penso se ciò è accaduto nei confronti di mio fratello Dario che comunque non è stato abbandonato, io mi chiedo che cosa possa succedere agli ultimi della società, o comunque alle persone che non sono in grado di difendersi con la tenacia che abbiamo messo in campo noi.“ Conclude l’avvocato Musso. La vicenda oltre che un chiaro abuso è sicuramente allarmante. Testimonia una pericolosa deriva fatta di abusi di potere che ultimamente si sono verificati varie volte in Italia con la scusante dell’applicazione delle misure relative alla quarantena per via dell’emergenza sanitaria. Misure che troppo spesso sono state applicate eccedendo, uscendo notevolmente da quanto disposto dalle leggi stesse, applicando provvedimenti che operano sulla limitazione delle libertà delle persone in modo eccessivo, spesso spropositato, e in modo abnorme oltre il necessario e nel non rispetto delle leggi a tutela delle libertà civili e personali della popolazione in generale. Siamo difronte a una deriva molto temibile oltre che ambigua, composta da una serie di forzature e abusi sdoganati con la giustificazione dell’emergenza sanitaria. Non si può usare la presunta tutela della salute pubblica come fosse un piede di porco per divellere le libertà civili. Usare a pretesto l’emergenza sanitaria, per colpire e abusare chi dissenta e tenti di esercitare i propri diritti costituzionalmente stabiliti, come quello di parola e di opinione. Diritti che devono essere invece garantiti, sia dallo Stato, così come da tutte le sue figure istituzionali. Non è certo garanzia di rispetto dei diritti costituzionali la minaccia di essere rinchiusi in un ospedale psichiatrico quando si eserciti il proprio diritto di esprimere la propria opinione, così come in fondo stava facendo Dario Musso. E risultano anche gravi precedenti quei casi in cui una persona, qualora contravvenendo a una qualche disposizione sanitaria, vengano poi attuate nei suoi confronti misure abnormi e totalmente spropositate rispetto all’entità stessa della contravvenzione. Fino anche ad arrivare a prefigurarsi uno scenario preoccupante, dove chiunque si rifiuti di seguire questa specie di nuovo “regime sanitario” possa fare la fine di Dario Musso: sedato in strada come fosse il più pericoloso fra i criminali, trasportato all’ospedale, sottoposto a ricovero coatto, legato imbottito di medicinali e obbligato a trattamento sanitario del tutto immotivato e non giustificato, negando sia a lui che alla sua famiglia i più minimi diritti fondamentali. Di fronte a quel che è successo a Dario non c’è emergenza sanitaria che tenga che possa anche lontanamente giustificare quanto avvenuto. D’altronde preoccupa vedere che non siamo difronte a un avvenimento isolato, bensì sono stati numerosi i casi di risposta eccessiva e spropositata, gli abusi veri e propri commessi sulle persone e sulla popolazione in questo periodo di emergenza. Per comprendere meglio la questione bisogna dire che con l’uso del regime di T.S.O. i diritti del paziente e delle persone ad esso sottoposte, si riducono drasticamente, tanto da rendere il ricovero niente di diverso dalla reclusione carceraria. Oltre a ciò la sottrazione della libertà e il massiccio bombardamento psicofarmacologico riducono le capacità di difesa dell’individuo creando una situazione di vero e proprio rischio: ogni reazione della persona può essere interpretata dagli psichiatri come sintomo di malattia o incapacità di rendersi conto del proprio stato di salute, condizioni queste che possono giustificare il T.S.O., oltre un incremento delle terapie farmacologiche e non. Esistono però dei modi per difendersi dai ricoveri coatti e dalle morse strette della psichiatria quando diventino violenza e abuso, specie quando questi TSO vengano operati con dei vizi, sia di contenuto che di forma. La Legge di Riforma sanitaria del 1978 stabilisce chiaramente le modalità di esecuzione di un trattamento coatto: qualora uno qualunque dei passaggi necessari alla sua effettuazione non venisse rispettato (come avviene nella maggior parte dei casi) è possibile parlare di vero e proprio abuso, o addirittura di reato, e dunque procedere legalmente affinché il provvedimento venga revocato. Il trattamento sanitario obbligatorio ha durata di 7 giorni, e per essere disposto necessita di una serie di passaggi stabiliti per legge. Esso deve essere disposto dal sindaco del Comune di residenza su proposta di un medico e convalidato da uno psichiatra operante nella struttura pubblica. Dopo aver firmato la richiesta di T.S.O. il sindaco deve inviare il provvedimento e le certificazioni mediche al Giudice Tutelare operante sul territorio, entro 48 ore; il giudice, che ha un compito di vigilanza sul trattamento può, o meno, convalidare il provvedimento. Lo stesso procedimento deve essere seguito nel caso in cui il T.S.O. venga rinnovato. Il T.S.O. può essere quindi eseguito solo ed esclusivamente se sussistono queste tre condizioni :

1. L’individuo presenta chiare alterazioni psichiche tali da necessitare interventi terapeutici urgenti;

2. L’individuo rifiuta le terapie psichiatriche;

3. L’individuo non può essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero.

Tutte condizioni queste che non sussistevano minimamente nel caso di Dario Musso. Di fatto un Trattamento Sanitario Obbligatorio non deve essere concesso e deve essere immediatamente revocato se manca anche una sola delle 3 condizioni sopra che lo giustifichino.

Così come un T.S.O. è illegale e immediatamente impugnabile per vizi di forma:

Innanzitutto di fronte alla presentazione di un provvedimento di T.S.O. abbiamo diritto a chiedere copia della notifica del Sindaco relativa al provvedimento stesso.

In mancanza o in attesa di tale notifica, che deve pervenire entro 48 ore, nessuno può obbligarci a ricoverarci o a seguire terapie, a meno che non abbiamo violato norme penali o che lo psichiatra abbia invocato lo stato di necessità regolato dall’articolo 54 del Codice Penale.

La definizione dello lo stato di necessità è comunque estremamente generica, cosa questa che lascia molta libertà all’arbitrio dello psichiatra di turno nel definire se il nostro comportamento sia lesivo o meno.

I poteri dello psichiatra sono enormi se si pensa inoltre che la lesività del nostro comportamento non dipende da diagnosi cliniche o da norme legali, quanto più da giudizi e/o pregiudizi sociali e culturali.

Dopo che il provvedimento ci è stato notificato i diritti del paziente in regime di T.S.O. si riducono notevolmente.

Potrebbe mancare a questo punto la notifica da parte del Giudice Tutelare che deve pervenire entro le 48 ore successive alla richiesta del Sindaco.

Se la convalida del giudice non avviene entro questo lasso di tempo il provvedimento decade. Ciò significa che abbiamo tutto il diritto, ai sensi di legge, di lasciare la struttura ospedaliera in cui ci avevano rinchiuso.

Moltissimi i casi in cui è accaduto che i medici che firmano il provvedimento non abbiano mai né visto né visitato il paziente.

Il ricovero risulta illegale e dunque il T.S.O. è invalidato. In questi casi, inoltre, i medici possono essere denunciati per falso in atto pubblico.

Il T.S.O. decade anche qualora o i medici o il Sindaco o il Giudice Tutelare, nei loro documenti abbiano omesso di specificare le motivazioni che hanno reso necessario il ricorso al ricovero coatto.

Spesso, inoltre nelle certificazioni ci si dimentica di specificare che sussistono le 3 condizioni descritte sopra che rendono possibile il T.S.O.

Cliccando qui è possibile trovare ulteriori informazioni a tutela dei propri diritti in caso di abuso o danno da T.S.O. e una lista di associazioni, comitati e collettivi che si occupano di dare sostegno e assistenza in materia di tutela dei diritti dei pazienti e/o degli abusi da psichiatria. Detto ciò gli abusi sono innumerevoli e purtroppo anche dove siano presenti innumerevoli irregolarità, il “dissequestro” da un ospedale psichiatrico non risulta mai essere né semplice né immediato. Impedire che si faccia uso e abuso di T.S.O. con le modalità subite da Dario Musso, magari giustificate in modo immotivato come si è ben potuto vedere per via dell’emergenza sanitaria, è la battaglia che ha iniziato a condurre il fratello di Dario, l’avvocato Massimiliano Musso. Un battaglia che risulta essere molto importante per tutti, specie se si guarda l’allarmante dato pervenuto sul numero di T.S.O. in netto aumento, in specie dopo l’attuazione delle disposizioni legate all’emergenza sanitaria. In Italia la Conferenza Nazionale Salute Mentale ha lanciato un appello a Governo e Regioni, sostenendo che ‘la tutela della salute mentale deve diventare uno degli obiettivi cruciali della strategia più generale per contrastare i danni dell’epidemia covid-19”. E cosa fanno dunque gli psichiatri e le autorità per “contrastare i danni indiretti dell’epidemia covid-19” ? Beh, fanno quello che gli riesce meglio e più facile: aumentano i T.S.O. Come dire: “se vi sentite a disagio per il dover stare reclusi in casa, oppure perché avete perso il posto di lavoro, o anche se avete da dissentire qualcosa come faceva Dario Musso, non preoccupatevi; ci siamo noi. Vi preleviamo da casa oppure in strada e vi rinchiudiamo con la forza in un reparto di psichiatria.” Beh grazie per l’aiuto, ma ne facciamo volentieri a meno. Per questo motivo sono molto importanti le battaglie come quella condotta dal fratello di Dario, perché casi come quello occorso a Dario non possano ripetersi e diventare storie di ordinario abuso compiuto sulle persone in nome dell’emergenza sanitaria.

Giornalisti zitti sull'uomo di Ravanusa arrestato e sedato per un'opinione. E’ successo in provincia di Agrigento, nel silenzio generale. A essere colpito dopo la task-force “Minculpop” di Martella è anche il giornalismo indipendente. Rec News compreso. Secondo le Nazioni Unite oggi si festeggia la Giornata della Libertà di Stampa. In Italia, Patria di un dibattito sulla presunta epidemia che si è rivelato inquinato e viziato dagli stessi inesatti dati istituzionali, sappiamo che siamo lontani da questo principio. Oggi più di allora, perché ormai il problema della libertà di esprimersi non è solo dei giornalisti e perché ormai sono tutte le libertà a mancare. Con la scusa del virus.

Ieri in provincia di Agrigento, in Sicilia, un uomo ha preso un megafono e dalla sua auto, senza creare occlusione al traco che ormai non c’è, si è messo a dire che “il virus non esiste”. Queste parole, ormai, dopo i bollettini dell’ISS, le parole di esperti come Tarro che ora si vorrebbe demolire, i falsi positivi, le mire di Bill Gates, le possibilità oerte dalla trasfusione di plasma gratuita e la presenza di cure sistematicamente ignorate, hanno un peso. Ma in Italia anziché discuterne, degli agenti arrestano un uomo che dovrebbe essere protetto dall’Articolo 21 della Costituzione, e lo sedano. Gli praticano un TSO, un trattamento sanitario forzato, tenendolo fermo assieme a personale medico. In rete circola già la voce che fosse “squilibrato”. Valutate da soli (video in basso) se, in realtà, non fosse solo più sveglio della media e – dunque – pericoloso.

Che ne ha fatto quell’uomo? Che ne fanno gli anziani della Sardegna allontanati dalle loro case per la “presunzione” che fossero contagiati, come si domanda in questi giorni il giornalista Cesare Sacchetti? Che ne hanno fatto – ci hanno chiesto – i bambini che a Milano e a Torino sono stati tolti a genitori “contagiati” settimane fa e non sono più tornati? Sindaco Sala, sindaco Appendino, i cittadini – che dovrebbero denunciare alla stampa indipendente (perché con quella commerciale è inutile) e alle Procure, aspettano risposte immediate. Dove sono i servizi indignati dei tg, dei programmi e dei quotidiani di regime che pure hanno schiere di corrispondenti? Perché nessuno ha parlato di quel povero uomo in Sicilia e di questi bambini?

Che cos’è il cittadino per le Forze dell’Ordine che eseguono ordini in maniera supina anche quando sono ingiusti e vanno contro quello che hanno imparato nel corso di una lunga e faticosa carriera? Che cos’è il giornalista che davvero può dirsi tale per la Polizia e per la Polizia Postale? Non una sentinella che vigila sul malaffare politico, da qualunque parte esso provenga, ma un nemico da combattere e a cui causare problemi, da vessare attraverso prassi inconsuete per impedirgli di lavorare. Da perseguitare, stalkerare, tempestandolo di domande che avrebbero facile risposta consultando le FAQ o il footer, dove sono ben esposte le informazioni di servizio. Che ruolo hanno quei pm politicizzati che scrivono sui giornali della concorrenza e lasciano dormire denunce presentate da anni, solo perché non sono gradite ai loro vicini?

Sta accadendo anche a Rec News per i suoi numerosi articoli scomodi: non saremo così stupidi da non tutelarci. Le pressioni – da qualunque parte provengano – come sempre non ci faranno abbassare la testa. Non ci impediranno di pubblicare il frutto delle nostre indagini giornalistiche, per quanto scomode. Se il sito, un giorno, dovesse essere sottoposto alla censura della task-force da Minculpop di Andrea Martella ne apriremo altri dieci uguali. Troveremo sempre nuovi modi per comunicare con la gente, perché questa è la nostra missione, fosse anche tornando al volantinaggio come ai tempi dell’Università. Buona giornata della “Libertà di stampa” a tutti.

Chi è il sindaco “sceriffo” di Ravanusa che ha autorizzato il “TSO da opinione”. Recnews.it il 03/05/2020. Si chiama Carmelo D’Angelo, e a febbraio di quest’anno è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. Fa parte della lista civica “Andiamo avanti”. Chi ha autorizzato il trattamento sanitario sul 40enne di Ravanusa (Agrigento) che sul web sta provocando tanto sdegno, nel silenzio colpevole di Tg, programmi di approfondimento, e quotidiani? Ovviamente, il sindaco, che è Carmelo D’Angelo. In carica a partire dal 2013 dopo una parentesi di consigliere provinciale, fa parte della lista civica “Andiamo avanti”. E’ considerato vicino al deputato Vincenzo Fontana, che dal 2015 al 2017 è stato componente della Commissione Servizi Sociali e Sanitari. Ma questo non è bastato a redarguire il “figlioccio politico” sui comportamenti da tenere nei riguardi di un cittadino che esprime in maniera legittima la propria opinione.  A febbraio del 2020 D’Angelo viene rinviato a giudizio con l’accusa di abuso di ufficio. L’udienza avrebbe dovuto tenersi il 25 marzo, ma così non è stato “causa coronavirus”. La vicenda processuale è nata dopo la denuncia di un avvocato che ha lamentato il divieto, da parte del sindaco, di autorizzare l’uso degli spazi di una biblioteca per il cantante Povia. Gli spazi sarebbero invece stati destinati all’attuale leader di Italia Viva Matteo Renzi. Ancora in carica, ad aprile D’Angelo ha tutto il tempo di mettere mano all’ordinanza “Antiscampagnate” per il periodo pasquale. Uomo di destra, sembra comunque in perfetta sintonia – oltre che con i renziani – con i divieti imposti dal premier Conte. Ma la “Antiscampagnate” impallidisce di fronte a quanto accaduto nella giornata di ieri (stando alla data del video, in alto), quando il 40enne è stato fermato mentre si trovava nel suo veicolo. Stava parlando in maniera pacifica con un megafono del “coronavirus”. L’uomo è stato fatto scendere dal veicolo – non è chiaro con quali modalità – e dopo con la forza è stato immobilizzato e steso a terra da quattro carabinieri, mentre due uomini (forse agenti in borghese) erano intorno. Un totale di sei contro uno. A quel punto, gli è stato somministrato un TSO sedativo da un infermiere o medico, alla presenza di altri due sanitari in camice. Erano presenti anche testimoni. Molte delle persone sono identificabili (in basso). Sul web già circola la voce che si trattasse di uno “squilibrato”. Nel video che precede l’arresto, tuttavia, l’uomo parla in maniera rilassata, affermando di essere perseguitato per le sue opinioni. Il malcapitato, non armato e senza neppure urlare, non ha fatto alcuna resistenza. E, ora, non si sa dove sia.

Ravanusa, dal giornale “anti” Falcone e Borsellino arriva la cronaca postuma delle gesta del sindaco. Rec News 05/05/2020.

Dopo i nostri articoli sul caso Ravanusa sul “TSO da opinione” e sul sindaco responsabile del provvedimento, c’è chi si è svegliato. Non per dire che episodi del genere non devono più accadere, ma per dare ragione ai nuovi metodi.

Dopo i nostri due articoli sul caso Ravanusa (uno sull’uomo sottoposto a TSO per aver espresso un’opinione e uno sul sindaco responsabile del provvedimento) sono comparsi due articoli. Uno sostiene che da parte dei carabinieri non ci sia stato alcun abuso e che anzi le misure fossero più che legittime, ma la trattazione manifesta già due limiti: il primo riguarda i motivi del provvedimento. Ettore Lembo scrive che “la persona sottoposta all’intervento risulterebbe non nuova a certe particolari iniziative”. Ma questo basta, domandiamo, a giustificare un trattamento sanitario forzato? E perché, se l’uomo in questione era davvero pericoloso, si trovava in strada alla guida della sua auto, in pieno giorno?

Alcune vicende di Dario Giuseppe Musso – questo il nome dell’uomo che ha subìto il TSO – risultano travagliate? E’ possibile, fatto sta che il suo arresto politico (perché trattamento sanitario forzato o no di questo si tratta) avviene a inizio maggio di quest’anno per un motivo specifico riconducibile al gesto di prendere un megafono e dire che “non c’è nessun virus“. Che è, per inciso, il senso di quanto hanno ammesso fior fior di esperti, nel momento in cui hanno parlato di allarmismo ingiustificato e di terrorismo psicologico e mediatico. E qui subentra il secondo punto debole della trattazione de La notizia.

Il sito afferma che l’episodio del megafono fosse “marginale”, e che il vero motivo fosse riconducibile al presunto gesto di aver tentato di dare fuoco alla carta di identità. Ma allora perché il TSO non era avvenuto prima, sempre che un accendino in mano basti a motivarlo? Perché Musso, se ritenuto pericoloso, quel giorno se ne andava in giro con la sua auto? Ma non è nulla in confronto al metodo di “verifica” che il firmatario dell’articolo propone: “Un paio di telefonate a amici e conoscenti”, scrive Lembo, sarebbero bastati a non fornire una “errata informazione” che “potrebbe sottoporre ad una distorta luce persone e organismi istituzionali”. Messo in buon conto che il dovere del giornalista dovrebbe essere proprio quello di richiamare all’ordine i politici quando sbagliano, a chi domanda, Lembo, per ristabilire ordine e verità? Proprio a quegli “organismi istituzionali”, cioè al sindaco D’Angelo, che si preoccupa per giunta di ringraziare (!) e ai carabinieri.

E qui giungiamo al secondo sito, che agisce in maniera ancora più singolare e, giorni dopo l’accaduto, se ne esce col postumo Ravanusa, offende i carabinieri per strada: il sindaco dispone il Tso. E’ un articolo di cronaca di quelli “a freddo”, da sfornare con giorni e giorni di ritardo, quando arresto e TSO sono lontani ma gli articoli di chi si permette di parlarne sono vicini. A confezionarlo è Il giornale di Sicilia, la cui versione cartacea passerà alla storia per aver pubblicato lettere contro i magistrati Falcone e Borsellino. Musso, a detta di Paolo Picone che firma l’articolo “se ne andava in giro ad insultare i carabinieri – non è chiaro in che modo e utilizzando quali parole, sempre ammesso che questo possa giustificare un TSO – e a invitare la gente a uscire di casa”.

Eccoci al punto. Non si può disturbare la narrativa di Giuseppi, che è la narrativa degli estimatori dei vaccini, che è la narrativa di chi ha interesse a chiuderci in casa per cambiare la nostra vita perché “niente sarà più come prima”. Non si può dire che è una recita, un esperimento sociale, sennò ti arrestano e ti addormentano. E poi chissà dove ti portano. Dov’è Dario Musso? Visto che legge assieme ai suoi amici giornalisti, caro sindaco D’Angelo, vorremmo saperlo. Perché vogliamo spiegare ai nostri lettori cosa rischiano a essere amministrati da sindaci troppo zelanti che forse a volte dimenticano la loro missione: fare l’interesse del cittadino. Vorremmo sapere dove Musso è stato, quanto è stato trattenuto e dove e per quanto tempo, e – soprattutto – perché. Perché non abbiamo letto di mandati di cattura e perché dire che “il coronavirus non esiste” non è un reato, né un motivo in grado di giustificare la presenza di una decina tra Vigili Urbani, carabinieri e personale sanitario che giocano a tutti contro uno.

Musso è uno squilibrato, un soggetto pericoloso? Abbiamo ascoltato le sue parole prima del TSO e siamo convinti del contrario. Che, cioè, sia solo più sveglio della media, e più coraggioso. Pensiamo che abbia toccato un nervo scoperto, e che per questo sia stato punito. Se è pazzo, lo sono anche tutti quelli che si sono accorti che è tutta una farsa, una commedia a cielo aperto. Per noi di sicuro c’è questo: che dovendo scegliere tra la follia e la supina sudditanza, opteremo sempre per la prima.

Per strada col megafono: “Non c'è la pandemia”. Gli fanno un Tso, il sindaco: “Segni pregressi di instabilità”. Le Iene News il  9 maggio 2020. Un uomo di circa 30 anni è stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio in provincia di Agrigento. È andato in giro in macchina dicendo al megafono che “non c’è nessuna pandemia” e invitando i cittadini a togliersi le mascherine. Per il suo avvocato non si registravano ragioni per il Tso, per il sindaco invece c’erano “segnali pregressi di instabilità mentale”. “Lo hanno sedato perché esponeva le sue ragioni in modo pacifico”. Siete in tanti ad averci segnalato quanto accaduto in provincia di Agrigento: il 2 maggio un uomo intorno ai 30 anni è stato sottoposto a Tso dopo esser andato in giro in macchina gridando al megafono che “non c’è pandemia, levatevi le mascherine e andate a Roma”. Nei video che sono diventati virali online si vedono alcuni momenti dell’uomo che incita la popolazione a non rispettare le norme di contenimento del coronavirus, come potete vedere qui sopra. E si vedono inoltre i momenti in cui viene sottoposto al Trattamento sanitario obbligatorio che viene disposto dal sindaco su richiesta delle autorità sanitarie. Nei momenti del fermo, una persona con il camice bianco sembrerebbe praticargli una iniezione. L’avvocato dell’uomo, intervistato da vari media tra cui Radio radicale, ha detto che “è stato disposto un Tso per iniziativa diretta di un sindaco per una manifestazione non autorizzata condotta con un megafono per le strade del paese”. Secondo il legale si tratterebbe di “un'aberrazione giuridica che non resterà priva di seguito. Non sussistevano i requisiti di legge per il Tso e gli atti già acquisiti difettano di motivazione". La famiglia ha anche fatto sapere di aver avviato le pratiche per la revoca del Trattamento sanitario obbligatorio. Il legale ha anche lamentato difficoltà nel mettersi in contatto con l’uomo dopo il Tso. Sono in tanti sui social media a sostenere che l’uomo sia stato fermato per zittirlo mentre esprimeva le sue opinioni. La versione delle autorità, però, è molto diversa: il sindaco della città - cioè la persona che ha disposto il Tso - ha detto al Giornale di Sicilia che “a malincuore ho dovuto disporre il trattamento per i segnali pregressi di instabilità mentale che l'uomo aveva manifestato. In precedenti occasioni, infatti, si era reso protagonista di azioni che hanno messo in allarme la comunità e si era scagliato contro un carabiniere che lo aveva fermato in un posto di controllo e lui aveva bruciato la carta di identità". Una situazione, quindi, che si sarebbe protratta nel tempo e avrebbe richiesto l’intervento delle autorità sanitarie. Almeno questa è la versione del sindaco, che come vi abbiamo detto è contestata dall’avvocato della famiglia.

I retroscena del TSO a Dario Musso l’attivista sedato a Ravanusa. Redazione .casertakeste.it l'11 maggio 2020. Ravanusa – Sono due i documenti che svelano importanti retroscena sul ricovero di Dario Musso, il 33enne di Ravanusa sottoposto a TSO lo scorso 2 maggio dopo aver preso un megafono per gridare che “non c’è nessuna pandemia”. Il primo è la “proposta” di trattamento obbligatorio redatta da due dottoresse, il secondo, l’ordinanza del sindaco Carmelo D’Angelo. Entrambi sono stati diffusi ed esaminati dall’avvocato Francesco Catania. Diversi gli aspetti che saltano all’occhio, soprattutto se raffrontati al video realizzato da una testimone oculare. Anzitutto, nella proposta di TSO si legge che il ragazzo sarebbe stato in preda a “scompenso psichico con agitazione psicomotoria”. Per dirla in altri termini: alterazioni mentali e convulsioni. Il video, però, lo mostra piuttosto tranquillo mentre si lascia sopraffare dalle Forze dell’Ordine, quasi affidandovisi. Il perché lo ha spiegato nel corso di una video-intervista il fratello Lillo Massimiliano: “Pensava – ha detto – che sarebbe stato solo arrestato”. I medici sottoscrivono dunque un documento che parla di “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici”, e affermano di aver “accertato che il paziente rifiuta gli urgenti interventi terapeutici richiesti dal caso”. Ma quali interventi Musso avrebbe rifiutato, sempre che la somministrazione di un TSO fosse attinente? “Le misure sanitarie extraospedaliere adottate – recita inoltre il pre-stampato su cui si sofferma anche l’avvocato Catania – non risultano attualmente idonee”. Altro segno burocratico, quest’ultimo, di quell’invito a ricevere assistenza che Musso avrebbe dovuto avere prima di subire un trattamento coatto. Invito che, a giudicare dal video, non è mai stato fatto. Dunque le due dottoresse propongono un trattamento ospedaliero presso il Servizio psichiatrico dell’Ospedale di Canicattì che nei fatti, stando a quanto riferito ancora dal fratello e legale, si traduce in una degenza caratterizzata da arti superiori e inferiori legati, catetere, feci rilasciate sul posto, flebo e cibo somministrato da personale infermieristico. Dario meritava tutto questo per il solo fatto di aver preso il megafono o per aver reagito – una settimana prima – a un controllo manifestando tutto il suo dissenso per il sistema di restrizioni in atto? Secondo il sindaco Carmelo D’Angelo, sì. E’ lui a firmare l’ordinanza in cui viene recepita la proposta della dottoressa Maria Grazia Migliore, e a sottoscrivere tutto quanto “rilevato” dal personale medico. Con un’apparente scappatoia: “Chiunque – si legge nel provvedimento – può rivolgere al sindaco richiesta di revoca o di modifica del presente provvedimento”. Una sorta di scaricabarile che, tuttavia, visti i tempi stringenti imposti non avrebbe comunque permesso ai familiari o a chiunque altro di opporsi. Secondo D’Angelo sussistevano, infatti, “evidenti ragioni di celerità di esecuzione del provvedimento”, tali da impedire, perfino, l’accesso agli atti, e tali da “non dover procedere alla comunicazione di avvio del procedimento”.

TSO Ravanusa, “Aberrazione giuridica”. Il caso approda in Parlamento. Rec News 06/05/2020. Secondo il legale del ragazzo si sarebbe configurata la violazione della Costituzione e della legge che regola le prestazioni sanitarie. Secondo il legale del ragazzo si sarebbe configurata la violazione della Costituzione e della legge che regola le prestazioni sanitarie. A Ravanusa i coinvolti a vario titolo (sindaco compreso) nell’episodio di Dario Musso – il giovane sottoposto a trattamento sanitario forzato – hanno commesso una “Aberrazione giuridica”, tanto che il caso – si apprende – approderà in Parlamento tramite interrogazione. In particolare, si sarebbe configurata la violazione degli articoli 21 (libertà di espressione con ogni mezzo di diffusione) e 32 e della Legge 833/1978. A sostenerlo è il legale giovane in un articolo de La notizia.

“Non c’erano i requisiti di legge per il TSO”. L’avvocato sostiene infatti che non ci fossero “i requisiti di legge per il TSO” , e che gli atti acquisiti difettassero “di motivazione”. La normativa vigente, infatti, dispone che prima di procedere a un trattamento forzato che di sicuro lascia conseguenze del soggetto che lo riceve, debbano giungere due certificazioni scritte da parte di due diversi medici all’ufficio del sindaco, e che – aspetto non di poco conto – il soggetto debba essere invitato a ricevere cure. I tempi sono dunque piuttosto lunghi, di sicuro giorni, e stimabili a seconda della gravità del comportamento del soggetto. Ma a Ravanusa, per ammissione dello stesso sindaco, tutto è successo da un momento all’altro.

Il caso del “picchiatore seriale dell’Arcella”. Musso era pericoloso? Nel 2014 in provincia di Padova ci fu il caso del “Picchiatore dell’Arcella”. La vicenda è documentata dal mattino di Padova. Si tratta dell’allora 33enne Mohajer Kourosh, iraniano colpevole di ben sette aggressioni siche “feroci”, stando al termine utilizzato dalla testata. Mohajer senza dubbio è uno di quei mirabili esempi di integrazione: sua l’aggressione a una coppia di anziani, suoi i pugni contro un sessantenne e le minacce a un altro anziano “con un calcinaccio”. Conducibile a lui anche l’aggressione di tre agenti di polizia che tentavano di fermarlo. Caro sindaco, valuti lei se il picchiatore di anziani debba ricevere il Tso. Cordialità.

Eppure per lui il sostituto procuratore Sergio Dini scriveva: “Quanto sopra anche la signoria vostra valuti, nell’ambito delle competenze e delle attribuzioni che le sono proprie, l’opportunità di procedere a Tso nei confronti del predetto. Cordialità”. Come andò a finire? Che più di un mese dopo “Mohajer è stato rintracciato e intrattenuto dagli uomini della polizia municipale negli uffici del commissariato di via Pietro Liberi. L’uomo (…) è stato trasportato in ambulanza al Pronto soccorso dopo una prima valutazione del medico del 118 accorso sul posto su richiesta della polizia municipale”.

Per gli aggressori ultimatum e inviti scritti. Per chi esprime la propria opinione, internamento coatto. “Come sempre avviene in casi del genere – si legge ancora – la valutazione su un eventuale trattamento sanitario obbligatorio, sarà condotta dallo psichiatra di turno che, sentito un secondo collega come prescritto dalla legge, redigerà l’apposito verbale ed eventualmente la sottoporrà al sindaco per la firma. Tale evenienza non è accaduta in nessuno dei tre fermi di polizia operati da polizia e carabinieri (…) Sabato, come risulta da documentazione depositata presso l’azienda ospedaliera, lo psichiatra di turno non ha ritenuto necessario avviare la procedura del Tso”.

A Ravanusa c’erano davvero condizioni tali di “squilibrio” da legittimare l’operato del sindaco e degli altri?

Questo il caso di un picchiatore seriale abituato ad aggredire gli anziani a pugni in faccia, per cui l’autorità preposta “non ha ritenuto necessario avviare la procedura del Tso”. A Ravanusa lo “squilibrio” manifestato era maggiore di questo? Sarà chi di competenza a stabilirlo, tanto più che la famiglia del giovane – fa sapere l’avvocato – ha denunciato l’accaduto. Che, si legge, approderà anche nei Palazzi istituzionali tramite un’interrogazione parlamentare.

·         Il Cerchio Magico degli Amministratori giudiziari. La Bibbiano degli anziani.

Lettera di Davide Parenti, Autore de «Le Iene», pubblicata dal “Corriere della Sera” il 15 dicembre 2020. Il 27 ottobre il professore Carlo Gilardi un uomo di 90 anni colto, mite - molto ricco - e nel pieno delle facoltà mentali è stato prelevato dalla sua casa di Airuno, portato nel reparto psichiatrico di un ospedale e poi in un ospizio: contro la sua volontà. Da quel momento, di lui si sono perse le tracce. Nessuno sapeva dove fosse, neanche il suo avvocato e i familiari, e nessuno a oggi ha potuto incontrarlo e fargli visita. Elena Barra, l'amministratrice di sostegno che ne ha disposto il ricovero, ha sempre detto che Carlo l'ha seguita volontariamente e che quel 27 ottobre la presenza dell'ambulanza e dei carabinieri era stata richiesta al solo fine di «garantire la sua incolumità». Sappiamo invece che Barra aveva in mano un ordine del giudice con tanto di autorizzazione all'uso della Forza pubblica per effettuare a Carlo un Accertamento sanitario obbligatorio. Sappiamo per certo che Carlo non voleva andare in Rsa: da un registrazione di quel giorno lo si sente, disperato, gridare a ripetizione la propria volontà «io voglio la mia libertà che mi avete sottratto»; da testimoni interni all'Rsa sappiamo che, appena ricoverato, per protesta ha iniziato uno sciopero della fame. La direzione dell'Rsa, insieme all'amministratrice Barra, ha mentito sulla durata del ricovero, sostenendo che sarebbe stato temporaneo, mentre da subito si prevedeva un ricovero a fine vita; tanto che la cartella clinica di Carlo viene modificata per ben due volte nell'arco di 40 giorni: da «Tso in Spdc deciso da amministratrice» a «ricovero sociale breve in Spdc», fino a «ricovero in Spdc» al fine di agevolare l'esecuzione di screening per Sars-CoV-2». L'amministratrice Barra sostiene di aver attuato queste misure per proteggere Carlo da persone che volevano approfittare dei suoi soldi e della sua generosità. Da anni Carlo è un vero e proprio benefattore della comunità: ha reso disponibili le sue case a chi non poteva pagarsi un affitto, ha donato beni immobili, ha regalato al Comune un parcheggio e un parco per i bambini. Tutto questo fino a tre anni fa, perché da quando è sotto amministrazione, Carlo non ha più accesso ai suoi soldi e ancora di più, non può nemmeno fare un semplice estratto conto per verificarne i movimenti. Per questa ragione, a settembre, ha denunciato la sua precedente amministratrice, l'avvocata Adriana Lanfranconi, perché a suo dire avrebbe fatto un bonifico di 40 mila euro a una persona a lui sconosciuta. Il fascicolo della situazione patrimoniale di Carlo è a oggi ancora tenuto segreto. Nonostante le innumerevoli richieste, né il suo avvocato né l'avvocato dei familiari hanno potuto accedervi. Siamo riusciti a entrare in possesso di una parte della documentazione e quello che emerge sono grandi movimentazioni di denaro negli ultimi tre anni, e una serie di bonifici per acquisti di beni che non sono in possesso né in uso di Carlo e di cui lui non conosce nemmeno l'esistenza, compresa una bici elettrica da 1.290 euro che sta usando l'avvocata Adriana Lanfranconi. In diverse e recenti lettere, Carlo denunciava il timore che qualcuno lo volesse chiudere in un ospizio per gestire liberamente i suoi soldi e manifestava anche la volontà di rendere pubblico il suo caso chiedendo aiuto alla stampa. A luglio, proprio per questi timori, si era sottoposto spontaneamente a una perizia psichiatrica che ne aveva certificato l'integrità mentale e psichica. Carlo è isolato da 50 giorni, strappato ai suoi animali, alla vita francescana che ha sempre condotto e alle persone che gli vogliono bene. Nemmeno a un interdetto o a un carcerato è vietato incontrare i familiari e il proprio avvocato. Dopo i nostri servizi ci sono state diverse interrogazioni parlamentari ma nulla si muove. L'avvocato di Carlo, Silvia Agazzi, ha chiesto la revoca dell'amministratore e l'avvocato dei familiari, Mattia Alfano, ha fatto un esposto con tre ipotesi di reato: abuso d'ufficio, peculato, sequestro di persona. Al di là degli accertamenti giudiziari, quello che ci muove e ci preoccupa è la situazione in cui si trova Carlo, un uomo gentile che sta soffrendo a causa della propria generosità. È triste pensare che nel nostro Paese sia possibile interdire una persona solo perché decide liberamente di condividere la propria ricchezza con i vicini di casa, i compaesani, altri esseri umani meno fortunati. Vorremmo che chi è in potere di farlo cambiasse il finale di questa storia. Per Carlo, e per tutti noi

Carlo Gilardi, il suo caso sul Corriere della sera: "1.290 euro per la bici dell'ex amministratrice". Le Iene News il 15 dicembre 2020. Davide Parenti, fondatore de Le Iene, firma un articolo per il Corriere della sera in cui spiega la vicenda di Carlo Gilardi, il novantenne facoltoso e generoso rinchiuso in una Rsa contro la sua volontà. Il caso di Carlo Gilardi è finito oggi sul Corriere della sera. È la prima volta che un quotidiano nazionale si occupa del novantenne di Airuno, in provincia di Lecco, che è stato rinchiuso in un ospizio contro la sua volontà. Stasera Nina Palmieri ci racconterà gli sviluppi della vicenda, con novità legate proprio alla gestione del patrimonio dell'anziano facoltoso e altrettanto generoso (qui sopra potete vedere l'ultimo servizio su questa vicenda andato in onda). Come ha spiegato Davide Parenti, il fondatore de Le Iene, sulle pagine del quotidiano di via Solferino, del momento in cui Carlo è stato prelevato da casa sua "sappiamo che Elena Barra, l'amministratrice di sostegno, aveva in mano un ordine del giudice con tanto di autorizzazione all'uso della forza pubblica per effettuargli un accertamento sanitario obbligatorio. Sappiamo per certo che Carlo non voleva andare in Rsa: da una registrazione di quel giorno lo si sente, disperato, gridare a ripetizione la propria volontà: 'Io voglio la mia libertà che mi avete sottratto'; da testimoni interni all'Rsa sappiamo che, appena ricoverato, per protesta ha iniziato uno sciopero della fame".  Anche la direzione dell'Rsa è chiamata in causa nella vicenda perché, spiega Parenti, "insieme all'amministratrice Barra, ha mentito sulla durata del ricovero, sostenendo che sarebbe stato temporaneo, mentre da subito si prevedeva un ricovero a fine vita; tanto che la cartella clinica di Carlo viene modificata per ben due volte nell'arco di 40 giorni: da "Tso in Spdc deciso da amministratrice" a "ricovero sociale breve in Spdc", fino a "ricovero in Spdc" al fine di agevolare l'esecuzione di screening per Sars-CoV-2". E stasera a Le Iene, nel nuovo servizio di Nina Palmieri, vi racconteremo delle novità legate alla gestione del patrimonio di Gilardi. Sul Corriere, infatti, Parenti spiega che "il fascicolo della situazione patrimoniale di Carlo è a oggi ancora tenuto segreto. Nonostante le innumerevoli richieste, né il suo avvocato né l'avvocato dei familiari hanno potuto accedervi. Siamo riusciti a entrare in possesso di una parte della documentazione e quello che emerge sono grandi movimentazioni di denaro negli ultimi tre anni, e una serie di bonifici per acquisti di beni che non sono in possesso né in uso di Carlo e di cui lui non conosce nemmeno l'esistenza, compresa una bici elettrica da 1.290 euro che sta usando la sua precedente amministratrice di sostegno, l'avvocata Adriana Lanfranconi. In diverse e recenti lettere Carlo denunciava il timore che qualcuno lo volesse chiudere in un ospizio per gestire liberamente i suoi soldi e manifestava anche la volontà di rendere pubblico il suo caso chiedendo aiuto alla stampa. A luglio, proprio per questi timori, si era sottoposto spontaneamente a una perizia psichiatrica che ne aveva certificato l'integrità mentale e psichica". Un centinaio di cittadini ha manifestato sabato scorso fuori dalla Rsa dove si trova rinchiuso Carlo. Siamo in tanti, infatti, ad aver a cuore le sue sorti. "Al di là degli accertamenti giudiziari", spiega ancora Parenti sul Corriere, "quello che ci muove e ci preoccupa è la situazione in cui si trova Carlo, un uomo gentile che sta soffrendo a causa della propria generosità. È triste pensare che nel nostro Paese sia possibile interdire una persona solo perché decide liberamente di condividere la propria ricchezza con i vicini di casa, i compaesani, altri esseri umani meno fortunati. Vorremmo che chi è in potere di farlo cambiasse il finale di questa storia. Per Carlo, e per tutti noi". 

Carlo Gilardi, 90 anni, è stato prelevato dalla sua casa di Airuno, portato in un reparto psichiatrico ospedaliero e poi in un ospizio. Presentato esposto con tre ipotesi di reato: abuso d’ufficio, peculato e sequestro di persona. Davide Parenti su il Corriere della Sera il 15/12/2020. Il 27 ottobre il professore Carlo Gilardi, un uomo di 90 anni colto, mite — molto ricco — e nel pieno delle facoltà mentali è stato prelevato dalla sua casa di Airuno, portato nel reparto psichiatrico di un ospedale e poi in un ospizio: contro la sua volontà. Da quel momento, di lui si sono perse le tracce. Nessuno sapeva dove fosse, neanche il suo avvocato e i familiari, e nessuno a oggi ha potuto incontrarlo e fargli visita.

Il ricovero «coatto». Elena Barra, l’amministratrice di sostegno che ne ha disposto il ricovero, ha sempre detto che Carlo l’ha seguita volontariamente e che quel 27 ottobre la presenza dell’ambulanza e dei carabinieri era stata richiesta al solo fine di «garantire la sua incolumità». Sappiamo invece che Barra aveva in mano un ordine del giudice con tanto di autorizzazione all’uso della Forza pubblica per effettuare a Carlo un Accertamento sanitario obbligatorio.

Lo sciopero della fame. Sappiamo per certo che Carlo non voleva andare in Rsa: da un registrazione di quel giorno lo si sente, disperato, gridare a ripetizione la propria volontà «io voglio la mia libertà che mi avete sottratto»; da testimoni interni all’Rsa sappiamo che, appena ricoverato, per protesta ha iniziato uno sciopero della fame. La direzione dell’Rsa, insieme all’amministratrice Barra, ha mentito sulla durata del ricovero, sostenendo che sarebbe stato temporaneo, mentre da subito si prevedeva un ricovero a fine vita; tanto che la cartella clinica di Carlo viene modificata per ben due volte nell’arco di 40 giorni: da «Tso in Spdc deciso da amministratrice» a «ricovero sociale breve in Spdc», fino a «ricovero in Spdc» al fine di agevolare l’esecuzione di screening per Sars-CoV-2».

L’amministratrice di sostegno. L’amministratrice Barra sostiene di aver attuato queste misure per proteggere Carlo da persone che volevano approfittare dei suoi soldi e della sua generosità. Da anni Carlo è un vero e proprio benefattore della comunità: ha reso disponibili le sue case a chi non poteva pagarsi un affitto, ha donato beni immobili, ha regalato al Comune un parcheggio e un parco per i bambini. Tutto questo fino a tre anni fa, perché da quando è sotto amministrazione, Carlo non ha più accesso ai suoi soldi e ancora di più, non può nemmeno fare un semplice estratto conto per verificarne i movimenti.

La denuncia. Per questa ragione, a settembre, ha denunciato la sua precedente amministratrice, l’avvocata Adriana Lanfranconi, perché a suo dire avrebbe fatto un bonifico di 40 mila euro a una persona a lui sconosciuta. Il fascicolo della situazione patrimoniale di Carlo è a oggi ancora tenuto segreto. Nonostante le innumerevoli richieste, né il suo avvocato né l’avvocato dei familiari hanno potuto accedervi. Siamo riusciti a entrare in possesso di una parte della documentazione e quello che emerge sono grandi movimentazioni di denaro negli ultimi tre anni, e una serie di bonifici per acquisti di beni che non sono in possesso né in uso di Carlo e di cui lui non conosce nemmeno l’esistenza, compresa una bici elettrica da 1.290 euro che sta usando l’avvocata Adriana Lanfranconi.

Isolato da 50 giorni. In diverse e recenti lettere, Carlo denunciava il timore che qualcuno lo volesse chiudere in un ospizio per gestire liberamente i suoi soldi e manifestava anche la volontà di rendere pubblico il suo caso chiedendo aiuto alla stampa. A luglio, proprio per questi timori, si era sottoposto spontaneamente a una perizia psichiatrica che ne aveva certificato l’integrità mentale e psichica. Carlo è isolato da 50 giorni, strappato ai suoi animali, alla vita francescana che ha sempre condotto e alle persone che gli vogliono bene. Nemmeno a un interdetto o a un carcerato è vietato incontrare i familiari e il proprio avvocato. Dopo i nostri servizi ci sono state diverse interrogazioni parlamentari ma nulla si muove. L’avvocato di Carlo, Silvia Agazzi, ha chiesto la revoca dell’amministratore e l’avvocato dei familiari, Mattia Alfano, ha fatto un esposto con tre ipotesi di reato: abuso d’ufficio, peculato, sequestro di persona.

L’interdizione di un uomo generoso. Al di là degli accertamenti giudiziari, quello che ci muove e ci preoccupa è la situazione in cui si trova Carlo, un uomo gentile che sta soffrendo a causa della propria generosità. È triste pensare che nel nostro Paese sia possibile interdire una persona solo perché decide liberamente di condividere la propria ricchezza con i vicini di casa, i compaesani, altri esseri umani meno fortunati. Vorremmo che chi è in potere di farlo cambiasse il finale di questa storia. Per Carlo, e per tutti noi.

Interessi economici dietro la vicenda di Carlo Gilardi? Le Iene News il 15 dicembre 2020. Nina Palmieri ci racconta che risulterebbero numerosi movimenti di denaro dal conto di Carlo Gilardi a favore, tra l’altro, di alcuni professionisti del lecchese. Come nel caso di un geometra, che siamo andati a trovare. Con Nina Palmieri torniamo a parlare di Carlo Gilardi, il benefattore di 90 anni del lecchese che da 50 giorni è ricoverato in una Rsa contro la sua volontà. La Iena lo fa attraverso documenti, di cui ci parla il legale dei cugini di Carlo Gilardi avvocato Mattia Alfano e che potrebbero iniziare a far luce sugli interessi economici legati al patrimonio dell’uomo, una vicenda forse in qualche modo connessa a tutta questa assurda situazione. Intanto, se da una parte l’amministratore di sostegno e il  tribunale parlano di una necessaria tutela di Carlo nei confronti di persone che si stavano approfittando di lui e del suo denaro e che oggi sono rinviate a giudizio per circonvenzione di incapace, dall’altra, come vi abbiamo fatto sentire nei precedenti servizi, c’è la versione dello stesso Carlo, che aveva scritto in una delle sue tante lettere: “Le persone di legge vogliono rinchiudermi in un ospizio per mettermi a tacere…” e che aveva messo nero su bianco nella sua denuncia di settembre questa accusa: “Ritengo che da tempo stiano cercando di farmi dichiarare incapace di intendere e volere al solo fine di poter gestire liberamente i miei soldi e le mie libertà”. Andiamo a parlare con un geometra, destinatario di alcuni di quei bonifici partiti dal conto di Carlo Gilardi. In un video Carlo dimostrava di avercela proprio con quel geometra e, a provare a spiegare forse il motivo di quel rancore, ci sarebbero alcune parole dette all’uomo dalla sua ex amministratrice, la signora Lanfranconi: “C’è stato qualcuno che ha ritenuto che lei dovesse andare in una casa di riposo…c’è gente che la vorrebbe chiusa in un ricovero”. Aveva aggiunto poi proprio il nome di quel professionista. Ma perché quest’uomo dovrebbe voler rinchiudere Carlo in un ospizio? Che interesse potrebbe trarne? L’uomo, raggiunto con la telecamera nascosta, racconta: “Sono stato un riferimento per Carlo fino a un anno e mezzo, due anni fa, dopodiché Carlo… poverino… ha questa malattia, questa disfunzione… e quindi tutti quelli che lo mettevano in guardia non sono più suoi amici”. Con disfunzione forse intende l’innata generosità di Carlo, che lo porta a voler vivere nella povertà, regalando a persone secondo lui meritevoli di aiuto i suoi soldi. “Ci sono perizie che dicono che sta benissimo… l’unica cosa che non capisce è che lo stanno tutti menando per il naso! La sorella ha provato a dirgli: "Carlo tu vuoi fare San Francesco e andare in giro a piedi nudi, io non mi oppongo"... Ogni tanto gli si concedeva, il giudice ha autorizzato alcune donazioni”. Poi prosegue: “Le volte che gli abbiamo detto: Carlo nessuno ti vieta di regalare tutto… ma non regalarle a questi qui! C’era un tipo particolarmente insistente, questo è un locale, non un negro o un marocchino, questa persona si è fatta prestare una barca di soldi, poi faceva finta di restituirli… una presa in giro totale. Si parla che è scappato dal patrimonio di Carlo un milione di euro eh... Lui poverino era davvero maltrattato da questa gente che gli girava attorno… per arricchirsi loro!” Il professionista ci parla anche del provvedimento con il quale Carlo Gilardi è stato portato via da casa. “Eh secondo me sì… io penso che sia l’unica cosa giusta che si poteva fare, che io raccomandavo sempre…”. Anche se poi ci tiene a specificare una cosa. “È la mia opinione da profano, io sono solo geometra, non ho informazioni mediche o di quel tipo…”. Ma alla fine dice: “Però conosco vita, morte e miracoli, per me era molto meglio che venisse ricoverato”. E lo conoscerebbe talmente bene che si lascia scappare un dettaglio davvero importante: “Io sapevo prima che venisse pubblicato il nome del luogo…”, cioè il nome dell’Rsa dove è stato portato Carlo. “A me avevano ordinato di non menzionare dove è ricoverato”. Un testimone ci racconta che questo geometra sarebbe tra i destinatari del testamento della signora Sandra, la sorella di Carlo Gilardi, ultranovantenne e anche lei senza figli né eredi, che nel 2017 ha chiesto per Carlo l’amministrazione di sostegno perché sembra temesse che, a forza di regalarli in giro, il fratello finisse tutti i soldi. “È uno storico amico di famiglia… amico, consigliere, consulente economico… non saprei come definirlo. Comunque è una delle persone in assoluto più vicine alla sorella di Carlo. La signora Sandra era sempre con questo geometra. La portava a pranzo e lei gli chiedeva conferma per ogni operazione finanziaria”. Per l’avvocato Alfano, legale dei cugini di Carlo Gilardi, “c’erano tante persone che gravitavano attorno a Carlo, che si sono approfittate della sua prodigalità”. E poi prosegue: “Abbiamo avuto accesso anche agli estratti conto bancari di Carlo in cui emergono una serie di riscontri quanto meno singolari e tutta una serie di bonifici che vengono fatti a professionisti della zona a vario titolo e che mi immagino siano stati autorizzati dal giudice tutelare”. Tra questi un acquisto molto particolare, come un bonifico di 3 anni fa, poco dopo l’inizio dell’amministrazione di sostegno, per comprare una bici elettrica da oltre 1.200 euro. “Una bicicletta elettrica che mi immagino difficilmente Carlo possa aver utilizzato”, spiega l’avvocato Alfano. Un bonifico intestato all’avvocato Adriana Lanfranconi quando in realtà, a fine 2017, l’amministratrice di Carlo non era lei ma una sua collega di studio. Siamo andati proprio nel negozio dove è stato acquistato il modello femminile di bici elettrica indicata nel bonifico, fingendoci interessati al modello preso dalla Lanfranconi e i negozianti si ricordano benissimo di lei. E ricordano anche con precisione la bici che ha comprato da loro… “Lei non l’aveva con i freni a disco, aveva i v brake..”. L’avvocato Alfano intanto fa sapere che è stata depositata una denuncia per peculato, abuso d’ufficio e sequestro di persona”. Una buona notizia in tutta questa vicenda c’è: l’avvocato Agazzi che da questa estate cerca di diventare il legale di Carlo, ha finalmente avuto la nomina. Ma c’è un ma…Spiega l’avvocato: “È stato aperto un subprocedimento che non ci consente di avere accesso al fascicolo completo dell’amministrazione di Carlo e quindi vedere e capire cosa è successo in questi 3 anni e come si è arrivati a questo punto”. Il legale spiega di avere chiesto “la revoca o la sostituzione dell’amministratore di sostegno”, cioè dell’avvocato Elena Barra, ritenendo che “non abbia rispettato le volontà di Carlo Gilardi”. E per questo ci sarà un’udienza il 22 dicembre…“Abbiamo chiesto di poter far visita a Carlo”, spiega a Nina Palmieri l’avvocato Agazzi, “di poterlo vedere, anche perché non abbiamo più notizie, non l’abbiamo più visto né sentito dal 27 di ottobre”. Ma intanto, a una settimana dall’udienza, l’avvocato di Carlo non ha avuto ancora il permesso di incontrarlo. “Più di 10 giorni fa abbiamo mandato una pec all’amministratore di sostegno, a oggi non abbiamo avuto risposta. A questo punto abbiamo depositato la stessa istanza al giudice tutelare, noi abbiamo necessità di poter vedere Carlo, di parlare con lui, dirgli che ci sarà un’udienza il 22 e anche di rincuorarlo del fatto che stiamo lavorando per farlo uscire il prima possibile”.

Carlo Gilardi, perché La Provincia di Lecco si preoccupa di un corteo anziché di un anziano in difficoltà? Le iene News il 12 dicembre 2020. Secondo il quotidiano di Lecco ora il problema sarebbe un corteo anziché le condizioni di Carlo Gilardi, un anziano rinchiuso in una rsa contro la sua volontà. Oggi alle 15 un gruppo di cittadini preoccupati per Carlo Gilardi, 90 anni e da 44 giorni rinchiuso nella rsa di Airuno, nel lecchese, ha deciso d’incontrarsi lì davanti per un corteo per chiedere che possa tornare a casa sua. Le Iene non c’entrano nulla con la manifestazione, e non ne hanno neppure parlato nei servizi di Nina Palmieri (qui sopra potete vedere l'ultimo andato in onda martedì scorso), eppure c’è chi vuol far credere il contrario. Come Corrado Valsecchi, ex candidato sindaco, e Gaia Bolognini, rispettivamente capogruppo e portavoce di Appello per Lecco. Il quotidiano La Provincia di Lecco ha dato loro voce spiegando la contrarietà alla manifestazione: “La priorità è la tutela della salute del professore e non certo dare altro materiale giornalistico alle Iene”. Perché La Provincia di Lecco si preoccupa di un corteo di cittadini che chiedono che Carlo Gilardi possa tornare a casa sua, anziché denunciare il fatto stesso? Per La Provincia di Lecco è normale che un anziano sia prelevato dalla propria abitazione e rinchiuso in una rsa contro la sua volontà?

Carlo in Rsa, il sindaco scrive a Mattarella: non per farlo uscire, ma per fermare i suoi hater. Le iene News il 9 dicembre 2020. Il sindaco di Airuno, il paese di Carlo Gilardi, scrive al Presidente della Repubblica per chiedere di “rasserenare gli animi”, “desideriamo che si lasci lavorare serenamente l’amministrazione”. Ma non era proprio lui che aveva proposto un secchio di acqua fredda “contro gli sciacalli e gli scocciatori come Le Iene”? Intanto Carlo Gilardi resta ricoverato in una Rsa. Lancia un appello al presidente della Repubblica il sindaco di Airuno Alessandro Milani: non però per far uscire dalla Rsa, dopo 40 giorni di ricovero, Carlo Gilardi (guardate qui sopra l’ultimo servizio di Nina Palmieri) ma per chiedere al capo dello Stato Sergio Mattarella di “rasserenare gli animi”. “Desideriamo che si lasci lavorare serenamente l’amministrazione con i suoi uffici – scrive il primo cittadino del comune del lecchese - in un momento storico complesso come quello che le nostre comunità cittadine del territorio stanno vivendo tuttora, a causa della pandemia Covid-19 ancora in corso”. L’appello del sindaco Milani sembra proprio un riferimento all’eco provocata dalla vicenda di Carlo Gilardi, il 90enne benefattore del paese lecchese, Airuno, che da 40 giorni è stato portato in Rsa forse contro la sua volontà. Solo qualche giorno fa lo stesso sindaco, “assediato” sui suoi profili social da quanti si erano indignati per la vicenda di Carlo, aveva postato questa frase: “L’unico rimedio contro gli sciacalli e gli scocciatori come Le Iene è un secchio di acqua fredda”. Noi con Nina Palmieri il sindaco lo avevamo incontrato e nonostante Carlo avesse donato gran parte del suo patrimonio al comune di Airuno, il primo cittadino ci aveva risposto che “non gradiva essere contattato per questa vicenda perché il Comune non c’entrava”. Milani ha poi lanciato anche un secondo appello rivolto al sindaco di Bari Antonio Decaro, presidente nazionale dell’Anci, chiedendo di intervenire nella vicenda di Carlo Gilardi per “riportare ad un giusto clima di armonia il confronto di idee”. Nel corso dell’ultimo servizio Nina Palmieri ci ha raccontato cosa è successo davvero il giorno in cui l’anziano benefattore è stato portato via dalla sua casa e ha provato a risolvere la questione delle sue abitazioni che, stando a quanto sostiene l’amministratrice di sostegno avvocato Barra, sarebbe uno degli ostacoli alla sua uscita dalla Rsa. Intanto Carlo Gilardi, che qualche giorno fa ha compiuto 90 anni proprio in quella sua stanza della Rsa, non è ancora tornato a casa.

Facciamo qualcosa subito per Carlo Gilardi? Le iene News l'8 dicembre 2020. Torniamo a parlarvi di Carlo Gilardi, il 90enne ricco benefattore ricoverato da 40 giorni contro la sua volontà. Nina Palmieri ci racconta cosa è successo davvero il giorno in cui l’uomo è stato portato via dalla sua casa e prova a risolvere la questione delle sue abitazioni che, stando a quanto sostiene l’amministratrice di sostegno avvocato Barra, sarebbe uno degli ostacoli alla sua uscita dalla rsa. Nina Palmieri torna a parlarci di Carlo Gilardi, il benefattore del lecchese che da 40 giorni è chiuso in una rsa contro la sua volontà, prelevato da casa per volere di un giudice. Una rsa in cui l’uomo ha passato in solitudine anche il giorno del suo 90esimo compleanno, mentre fuori in tantissimo, attraverso i nostri social e non sono, gli facevano gli auguri e speravano in una sua pronto ritorno a casa, compresi Andrea Bocelli e Vittorio Sgarbi. Anche noi de Le Iene lo abbiamo festeggiato portandogli in rsa un pacchetto che ci auguriamo gli sia stato recapitato, contenente dei semplici biscotti e dei bloc notes, magari da riempire con le sue amate poesie. Anche Andrea Bocelli, uno dei suoi cantanti preferiti, ha voluto festeggiarlo nel video che abbiamo pubblicato su Iene.it e che potete rivedere qui. Non sappiamo se Carlo abbia potuto percepire tutto questo affetto, perché come ci è stato raccontato, “anche il giorno del suo compleanno è rimasto tutto il giorno chiuso nella sua stanza, movimenti non ce ne sono stati”. “È sempre da solo lì, so che non esce dalla stanza neanche per mangiare… Io ho sempre più paura che smetta di lottare, che perda lucidità… ha pur sempre 90 anni e lì non ha nessuno stimolo per tenere accesa la testa… so per certo che ancora ora chiede di andare a casa, ma se continuano a non dargli retta come finirà quest’uomo?”. A quanto sostengono persone bene informate all’interno della struttura, la dirigenza dell’rsa starebbe innalzando un muro sempre più alto intorno a lui: “Stanno partendo i provvedimenti, vogliono intimorirci per non farci più parlare con voi.. hanno mandato una lettera in cui dicono che stiamo facendo un reato grave di violazione della privacy. Vogliono capire chi è stato a parlarvi dei cambi in cartella (clinica, ndr)”. Un clima che parrebbe confermato da quanto ci dice una nostra fonte interna: “C’è tensione in istituto. I dirigenti sono sempre nel reparto di Carlo, come volessero fare le vedette. Il direttore stesso ha pure fatto una denuncia contro ignoti… dicono che arriverà la procura a fare delle indagini. Ma ben venga e le facessero bene! Cosi magari Carlo se ne torna a casa sua…”. E aggiunge: “Hanno pure bloccato la cartella clinica! Ora non possiamo più accedere tutti, solo quelli che lavorano nel suo reparto. Hanno blindato tutto, c’è pure il coprifuoco tipo, nessuno può andare nel suo reparto se non è di turno”. A oggi né i suoi amici, né i suoi familiari, né il suo avvocato sono ancora riusciti a incontrarlo. A vietarlo, con un curioso rimpallo di responsabilità, è il direttore dell’rsa e, soprattutto, la sua amministratrice di sostegno, l’avvocato Elena Barra. La legge dice che l’amministratore di sostegno è una figura, spesso un familiare o una persona di fiducia, che, su incarico di un giudice, si occupa appunto di “amministrare” alcuni aspetti della vita quotidiana di una persona, aspetti di cui per qualche motivo non riesce più ad occuparsi da solo. Nel caso in cui non ci siano parenti prossimi entro il quarto grado, il giudice può nominare un amministratore che in questo caso è l’avvocato Barra.  La situazione di Carlo, che come vi abbiamo raccontato ha un grandissimo patrimonio però è anomala sotto diversi punti di vista. Lo provano anche le carte di cui siamo entrati in possesso e di cui vi parleremo in modo più approfondito nei prossimi servizi. Nina Palmieri fa il punto anche sulla questione del trattamento sanitario obbligatorio a cui, come ci era stato raccontato, sarebbe stato sottoposto l’anziano dopo essere andato via da casa. Ora sappiamo come dovrebbero essere andate davvero le cose, grazie ad alcune carte di cui siamo entrati in possesso: ai carabinieri intervenuti quel 27 ottobre è stato mostrato dall’avvocato Barra un provvedimento del tribunale, dove si autorizzava l’intervento della Forza Pubblica e nel quale si richiedeva per Carlo anche il cosiddetto “accertamento sanitario obbligatorio” (Aso). Su questo particolare quindi la dottoressa Barra diceva la verità. Ma anche su questo accertamento, le domande non mancano, perché si tratta di un provvedimento che è lo step prima dell’ultima ratio, cioè il tso. Un accertamento fatto su richiesta di un medico, verso una persona per la quale si abbia il fondato sospetto di alterazioni psichiche tale da rendere urgente un intervento terapeutico. Un accertamento che, come il tso, deve essere convalidato dal sindaco e indicare anche il luogo, solitamente un centro di salute mentale, in cui deve essere effettuato. Quel giorno dunque la Barra sarebbe stata pronta a  sottoporre Carlo ad un aso, ma l’uomo ha provato in ogni modo a ribellarsi e a gridare la sua volontà, come vi avevamo fatto sentire: “Se volete mi portate anche in galera, non mi interessa! Reati contro la legge italiana non credo di averne commessi”. Alla fine poi Carlo si è rassegnato ed ha accettato di seguirli e infatti i carabinieri segnalano che non è stato necessario l’accertamento sanitario obbligatorio. Chi ha deciso di ricoverarlo nella rsa spiega che l’uomo si troverebbe lì, “in attesa di liberare le sue case”. Eh sì perché Carlo Gilardi di case ne ha diverse ma secondo il tribunale nessuna andava bene per lui. Ibrahim è il suo badante e insieme ad altre 7 persone è stato rinviato a giudizio per circonvenzione di incapace. Questo a seguito di una denuncia di due anni fa della vecchia amministratrice di Carlo, la dottoressa Lanfranconi, che però a febbraio di quest’anno l’ha assunto con regolare contratto da badante. L’uomo ci racconta: “Carlo fino a questa estate abitava in questa casa”. Una grande casa di campagna, dove amava occuparsi dell’agricoltura e dei suoi animali, ma che secondo il tribunale era troppo sporca e fatiscente. Ma se il problema è davvero questo, ci chiediamo, perché si sta facendo passare del tempo senza provvedervi? Ma questa non è la sua unica sua casa, perché Carlo ne ha una seconda proprio al centro del paese, davanti al municipio, che potrebbe essere sistemata con poco. Una casa che una ditta di ristrutturazioni potrebbe rimettere a nuovo in due settimane. Una casa che a quanto pare è occupata abusivamente da una persona, ma anche su questo fronte sembra che tutto taccia. Carlo intanto resta chiuso da 40 giorni, contro la sua volontà, nella sua stanzetta della rsa che gli costa una retta di circa 3.000 euro al mese. Abbiamo contattato alcune agenzie immobiliari della zona e di case belle e che farebbero proprio per l’uomo ce ne sono eccome. “Ne avremo in zona Airuno e dintorni una decina in pronta consegna. Nell’arco di 2, 3, 4 giorni, il tempo di preparare un contratto. Da 550 euro a un massimo di mille”, ci spiega un’agenzia. “Abbiamo due possibilità”, aggiunge una seconda. Cosa aspettiamo ancora? Vi lasciamo con le parole che Carlo scriveva e affiggeva sulla porta di casa poco prima di essere rinchiuso: “Le persone di legge vogliono rinchiudermi in un ospizio per mettermi a tacere... Fino ad oggi non sono ancora deficiente ma capace di intendere e volere… hanno nelle loro mani tutte le malizie della legge ma non è lecito imprigionare un individuo. Grazie per la lettura, Carlo Gilardi (di anni 90 ma ancora capace di vivere fuori)”.

Carlo Gilardi compie 90 anni, il nostro appello a Mattarella: regaliamogli la libertà. Le iene News il 3 dicembre 2020. La cartella clinica di Carlo Gilardi sarebbe stata modificata una seconda volta. Lo sostiene la fonte interna alla rsa in cui da 25 giorni si trova l’anziano benefattore di Lecco. Siamo tornati a parlare con la sua amministratrice di sostegno. In queste ore Carlo compie 90 anni, Nina Palmieri si appella nuovamente al presidente della Repubblica per regalargli la libertà che sembra richiedere. “Hanno cambiato un’altra volta la cartella clinica”. A sostenerlo è una nostra fonte interna alla rsa, dove da 35 giorni si trova Carlo Gilardi. Il 4 dicembre è il suo compleanno, ma i suoi 90 anni non li festeggia nel suo paese e nella sua casa, ma in quella che lui forse vive come una prigione da 3mila euro al mese. “È sparita la parola tso, ora c’è scritto solo ricovero sociale breve in reparto psichiatrico. Ora vogliono far passare che sono andati a prenderlo con carabinieri e ambulanza e l’hanno messo nel reparto di psichiatria dell’ospedale per motivi sociali, ma non prendiamoci in giro!”, sosteneva la nostra fonte nel quarto servizio di Nina Palmieri (qui il video). Assicurava di avere anche le prove di quello che diceva con le fotografie dei documenti nella prima e nella seconda versione. Tutto questo sarebbe avvenuto contrariamente a quello che ci ha sempre detto la sua amministratrice di sostegno. “Confermo che stiamo lavorando per farlo tornare velocemente a casa”, sostiene infatti l’avvocato Elena Barra. Ora quella cartella clinica sarebbe stata cambiata nuovamente secondo quanto sostiene la stessa fonte. “È successo martedì pomeriggio, oggi dice ‘ricovero in rsa deciso da amministratore per sua tutela al fine di agevolare l’esecuzione di screening per Sars-Cov2. L’amministratore ha optato per breve ricovero a carattere sociale in spdc’”. Proprio di questa cartella clinica abbiamo parlato con l’avvocato Barra che abbiamo incontrato nel suo studio. “Non ci sono aggiornamenti e non ho accesso ai documenti della rsa che è un atto interno, quindi non sono al corrente di questa cosa. Confermo che non è stato fatto un tso”, ha detto Barra che è l’amministratrice di sostegno di Carlo. Ma proprio il direttore sanitario della rsa, Andrea Millul, ci aveva detto che “la cartella non è un atto pubblico, solo poche persone hanno accesso: ossia chi ci lavora, il signor Gilardi, l’amministratrice di sostegno e il giudice”. L’avvocato Barra ribadisce anche che è sempre stato un ricovero temporaneo, ma le nostre fonti invece sostengono altro: “Ricovero definitivo e paziente contrario, pure questo è nero su bianco”. A questo punto l’avvocato precisa che “forse è stato indicato ricovero definitivo perché non c’era la data di uscita dalla struttura. Non c’è una data di dimissione che dipende da una serie di circostanze che non sono nella mia disponibilità. All’ingresso era stato concordato con il signor Carlo che era una situazione temporanea in attesa di liberare le sue case”. Ma allora lo ripetiamo: perché gli è vietato qualsiasi contatto con il mondo esterno a parte qualche eccezione? Perché vietare alla famiglia di Carlo di accedere al fascicolo? Rinnoviamo il nostro appello al presidente della Repubblica: in queste ore Carlo compie 90 anni, gli regali la libertà. 

Da "huffingtonpost.it" il 6 novembre 2020. Anziani nudi lasciati per terra insieme ai loro escrementi, incastrati tra le sbarre di protezione del letto, con vistose ferite e una piaga da decubito in una paziente non adeguatamente curata e conseguentemente peggiorata nel tempo. Sono le foto, sequestrate dai carabinieri, scattate da una dipendente di un casa di riposo che hanno fatto scattare l’inchiesta della Procura di Catania. A conclusione delle indagini, eseguite tra marzo e giugno 2019, il Gip, accogliendo la richiesta dei Pm, ha disposto il divieto di esercitare l’attività imprenditoriale per 12 mesi per Giovanni Pietro Marchese, 60 anni, amministratore unico della casa di riposo San Camillo di Aci Sant’Antonio, e di esercitare la professione per nove mesi a tre dipendenti della struttura: Giovanna Giuseppina Coco, di 37 anni, e per le 41enni Rosaria Marianna Vasta e Alessandra Di Mauro. Le immagini al centro dell’inchiesta sono state estrapolate dal cellulare della Coco, dopo che era stato sequestrato assieme ad altri apparati dai carabinieri nel luglio del 2019. Controlli eseguiti anche da militari dell’Arma hanno permesso di accertare diverse gravi irregolarità e loro colleghi del Nil hanno trovato anche undici lavoratori utilizzati ‘in nero’, comprese due indagate, la Di Mauro e la Vasta, e alcune di queste deferite in stato di libertà per aver percepito illecitamente il reddito di cittadinanza. Secondo l’accusa il personale avrebbe “maltrattato gli anziani degenti della struttura”, “creato un clima abituale di vessazioni, umiliazioni e mortificazioni”, “disinteressandosi della cura, anche medica, e dell’assistenza degli anziani e delle precarie condizioni igienico-sanitarie della casa di riposo, dove sono stati avvistati dei topi e gli anziani hanno contratto la scabbia, così aggravando lo stato di sofferenza fisica e psichica degli ospitati”. “Maltrattamenti con condotte reiterate ed abituali”. E’ l’accusa mossa dalla Procura di Catania ai tre dipendenti della Casa di riposo. Anche nei confronti di un centenario costretto a mettersi a letto da solo, mortificato così: “Che schifo di persona, che schifo, educazione zero, ora la lascio sulla sedia tutto sporco di pipì, come i porci”. Secondo l’accusa non soltanto “non prestavano assistenza agli ospiti, anche a fronte delle loro ripetute richieste d’aiuto”, ma “in diverse occasioni li legavano ai tavoli o ai letti per non farli muovere”, “li lavavano con l’acqua fredda o, per punizione, non li cambiavano a seguito dell’espletamento dei loro bisogni fisiologici o li lasciavano nel letto con le lenzuola sporche”. Inoltre, contesta loro la Procura dopo le indagini dei carabinieri della stazione di Aci Sant’Antonio, “li lavavano con il sapone della lavatrice, deridendoli poi per il loro profumo di “aloe vera”, cercavano di curare la scabbia, come da precise indicazioni del titolare, con semplici impacchi di olio di oliva in luogo della corretta terapia farmacologica” e “somministravano agli ospiti farmaci scaduti”. Avrebbero anche minacciato urlando a un’anziana di ” legarla, lasciarla piena di feci e di non lavarla”, causando il pianto della donna. Inoltre, accusa la Procura di Catania, erano soliti “denigrare, mortificare e insultare abitualmente” gli anziani ospiti dicendo loro: “Schifoso, sporco, più schifo di te non ce n’è” o ”è un ignorante, maleducato, facchino ed uno schifo di persona”.

Estratto dell’articolo di Renato Farina per “Libero quotidiano” l'11 gennaio 2020. A Palermo è stato scoperto il solito lager per anziani. In una struttura chiamata "Anni Azzurri", un signore di 84 anni, invalido, è stato sottoposto per chissà quanto tempo a ogni tipo di umiliazione, trattato come se fosse uno straccio sudicio di escrementi, e schifato con lo stesso disgusto, ostinatamente, ossessivamente, fino all' intervento della polizia. Questo ospizio dell' orrore è stato chiuso, gli anziani restituiti alle famiglie, i presunti colpevoli sono stati semplicemente denunciati, con l' obbligo di residenza nel loro Comune. Non avevano requisiti professionali, una badante era pagata in nero ed è inquisita perché riscuoteva il reddito di cittadinanza. Forse rischia di più per quello che per quel che i video documentano quanto a infamia. […] Il titolare della struttura era affiancato da padre, madre e fratello nella gestione quotidiana dell' attività. Specie di notte si aggiungeva la citata badante, in nero, a cui hanno sequestrato la tessera del reddito di cittadinanza. Il filmato spaventa. Quell' uomo capisce tutto, ma non può muoversi. A 84anni, mendica di essere portato in bagno. Invece no. Gliela fanno fare dentro. Dopo di che parte l' umiliazione che tocca agli incontinenti, trattati come immondizia. La badante è spiccia, la parlata chiara e netta. Gli dice: «Puzzi di merda, maiale che sei, maledetto vecchio, testa di minchia, vatti ad ammazzare». Cento giorni di vessazioni registrate dalle telecamere nascoste. Imbavagliato, percosso, dice l' ordinanza del giudice. Ci domandiamo, ma forse non abbiamo capito bene: cento giorni? Ma come si fa a lasciar continuare la tortura? La flagranza doveva scattare al primo istante. Si voleva vedere in quanti si accanissero? Un signore anziano non può essere considerato una cavia umana per catturare tutta la banda. O forse sono ingenuo e ignoro la necessità burocratica che i carabinieri primi passino le carte ai pm e poi questi attendano che il gip legga e poi scriva le sue pagine esecutive? Attenzione. Uno dice: Palermo, struttura sociale degradata. Non è così. Andando a ritroso si trovano casi recentissimi a Udine, a Rovigo, nel Bolognese, a Siracusa, a Besana Brianza, a Rimini. Quest' ultimo episodio dimostra che non necessariamente le strutture sono fatiscenti e lerce. Nella città romagnola si vede una anziana che con voce tremante cerca di dire qualcosa e viene zittita con un cucchiaio di legno martellatogli sulla canizie, si sente il toc toc sul cranio, e la carnefice intima: «Non ti muovere altrimenti prendiamo la mazza». E la vecchina che cinguetta, povero usignolo dall' ala spezzata: «Non sculacciarmi più». E quella: «Ti spezzo le gambe». Ma poi le immagini mostrano l' ingresso. Spalliere di fiori, luminosità, sembra una casa adatta per la regina madre. E invece... C' è qualcosa di più profondo del disagio sociale a determinare questo stato di cose. È cambiato l' universo mentale, che si somma all' originaria cattiveria della stirpe umana. Ribaltando il lascito della civiltà biblica (onora il padre e la madre), il dizionario dei luoghi comuni contemporanei recita: «I vecchi sono cattivi». E così circolano dicerie a confermare questo dogma post-cristiano. Negli uffici postali, passano davanti alle code imprecando. Hanno il potere e non lo cedono, se non crepando, ma chi li ammazza quelli lì? I vecchi sono avari, non mollano la grana. Soprattutto i vecchi sono tanti, e tendono ad ammalarsi senza morire, riempiendoci di spese croniche e scatarranti. Bisognerebbe rilanciare, come basamento di una cultura alternativa a quella disumana che si è affermata, due pensieri che sono dinamite per aprire radure nella giungla. Benedetto XVI, 12 novembre 2012: «La sapienza di vita di cui siamo portatori (noi vecchi) è una grande ricchezza. La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita!». Wolfgang Goethe: «Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo per possederlo».

Il Cerchio Magico degli Amministratori giudiziari. La Bibbiano degli anziani. Patrizia Floder Reitter il 30 dicembre 2019 su La Verità. Dovrebbero essere coloro che tutelano invalidi, non autosufficienti e disabili da squali affamati dei loro beni. Invece gli Amministratori di Sostegno spesso si rivelano figure che tradiscono la fiducia loro accordata: circuiscono le persone che dovrebbero assistere e ne approfittano per impadrionirsi di ingenti quantità di denaro.

Uso ed abuso del potere di nomina degli amministratori da parte dei magistrati.

L’ex-magistrato Saguto alla sbarra: «Ecco chi sono i colleghi che mi chiesero favori». Paolo Lami mercoledì 20 febbraio 2019 su Il Secolo d'Italia. Una deposizione fiume, tirando in ballo decine di altri colleghi magistrati, per ribadire con forza che lei, Silvana Saguto, ex-presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, ora a processo a Caltanissetta con l’accusa di associazione a delinquere, corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, induzione a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, non c’entra nulla con quelle accuse che le sono piovute addosso da più parti, soprattutto da chi la conosceva molto bene, come il suo caposcorta per 15 anni. L’esordio della Saguto alla sbarra, davanti ai pm Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti che l’accusano di aver guidato una sorta di “cerchio magico” per l’amministrazione dei beni giudiziari, è un capolavoro mediatico: «La mia carriera in magistratura – lascia cadere la magistrata considerata una specie di zarina dei beni sequestrati – nasce nel 1981 e ho avuto tra i miei maestri magistrati come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici. In quegli anni eravamo in piena guerra di mafia». Guidata dalle domande del suo avvocato Ninni Reina, lei, che certo non ha bisogno di suggeritori per muoversi agevolmente in un’aula di un Tribunale, sia pure, stavolta, dalla parte dell’imputato, ripercorre la sua lunga carriera giudiziaria finita improvvisamente contro un muro quando quelle voci che circolavano da tempo nei Tribunali si sono fatte via via più insistenti e consistenti diventando un’accusa processuale. «Come prima funzione sono andata a Trapani – ricorda la Saguto rispondendo alle domande del suo difensore – Per una sorta di destino, ho fatto misure di prevenzione dal primo minuto in cui sono entrata in magistratura. Si capì subito che il modo di attaccare la mafia era quello di attaccare i patrimoni. Non vorrei per nulla sminuire la lotta alla mafia, ma posso dire, in base alla mia esperienza, che i mafiosi odiano perdere i loro patrimoni». La Saguto si ritiene una specie di Nobel dell’amministrazione dei beni giudiziari, una donna nata per fare proprio questo lavoro e farlo al meglio e cita, ad esempio e a sostegno della sua tesi, le molte volte che la ex-presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi ha elogiato il suo lavoro. Ma all’epoca molte cose dovevano ancora venire fuori. Per non dire del cortocircuito che, a un certo punto, si è creato nel circo Barnum dell’Antimafia da salotto. Non si può dire che la Saguto non si sia preparata a fondo, in maniera pignola e quasi maniacale, per replicare alle accuse dei pm che la stanno processando. Snocciola cifre e dati – «da quando sono tornata alla Sezione Misure di prevenzione al Tribunale di Palermo c’è stato un aumento del 400 per cento delle misure. Non lo dico io, ma è un dato del Ministero che ci ha chiesto il valore dei beni sequestrati e confiscati che amministravamo. Noi amministravamo il 45 per cento delle misure di prevenzione di tutta Italia» – e ricorda alla Corte come Cosa Nostra avesse progettato di ucciderla: «Ricordo che una volta fui raggiunta a Piano Battaglia, dove ero in vacanza con la mia famiglia, e portata via perché c’era una intercettazione di un latitante che diceva che dovevo saltare in aria». Ma i suoi ex-colleghi magistrati che ora la stanno processando a Caltanissetta non le imputano né di aver lavorato poco né di aver aiutato la mafia quanto, piuttosto, di aver agevolato un gruppo di persone, fra cui il marito, a un certo punto divenuto collaboratore dell’avvocato Seminara, per gestire, con guadagni stratosferici il business delle misure di prevenzione con incarichi che andavano, guarda caso, sempre agli stessi soggetti. In piazza sono così finiti gli stipendi dei due coniugi – lei 5.500 euro al mese come magistrato, 1.500 ero lui come insegnante al Cnos – ma, soprattutto, le esosissime parcelle che la corte di incaricati, scelti dalla Saguto, staccava. Ed è finita la vita da nababbi che la famiglia della Saguto, figli compresi, faceva, secondo quanto ha raccontato il suo ex-caposcorta ai magistrati. Ha buon gioco, ora, al processo, Silvana Saguto a squadernare, con uno studiato Coup de théâtre, sul tavolo della Corte di Caltanissetta, la sua vecchia agendina con i nomi di quelli che hanno fatto pressioni su di lei per ottenere incarichi nella gestione delle misure di prevenzione: «L’altra sera ho ritrovato per caso l’agenda in cui mettevo i biglietti che ricevevo ogni giorno – rivela accendendo l’attenzione della Corte – Mi venivano segnalati gli amministratori giudiziari da nominare. Anche da parte di colleghi magistrati. La consegnerò al Tribunale questa agenda». E inizia a fare un elenco di persone: «Intanto, le segnalazioni arrivavano dai miei colleghi: La Cascia, Guarnotta, D’Agati, Tona. Ma c’erano anche avvocati che mi facevano segnalazioni. Persone di fiducia. Con i beni sequestrati lavoravano anche i figli di miei colleghi, ad esempio dei giudici Ingargiola e Puglisi. Ma non solo. Il fratello di Vittorio Teresi lavorava con l’amministratore giudiziario Collovà. Ma non è un pregiudizio, accadeva così», cerca di sostenere l’ex-presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. E, a rincarare la dose: «In questa agenda ci sono tutti. Tutti mi facevamo segnalazioni. Io chiedevo solo che fossero persone qualificate, soprattutto persone che provenivano dal Dems, il corso voluto dai professori universitari Fiandaca e Visconti – dice elencando i nomi – Marco Nicola Luca, Stefano Mandalà, non so chi siano, provenivano dal Dems». Un siluro che avrà, di certo, conseguenze processuali.

Nonna Maria, i suoi parenti “carcerieri” vanno a processo. Le Iene il 21 novembre 2019. Nina Palmieri ci aveva raccontato la storia di una 94enne che sarebbe stata segregata in casa da una figlia e dal nipote per incassare polizza vita e pensione. Le altre due figlie, che non l’avevano potuta incontrare per quattro anni, li hanno denunciati per sequestro di persona. Ora il gip li ha rinviati a processo. Rinvio a giudizio per sequestro di persona per i presunti “carcerieri” di Nonna Maria. Ve ne abbiamo parlato in più servizi di Nina Palmieri (l’ultimo lo potete rivedere qui sopra). Nonna Maria, 94 anni, per quattro lunghissimi anni era stata segregata in una casa dalla figlia e dal nipote, che non le consentivano di uscire e di avere contatti con il resto della sua famiglia. Tutto inizia nel 2015, quando il nipote Davide e la figlia Franca prelevano Maria da una clinica dove stava facendo riabilitazione, dopo la rottura del femore. Da quel giorno le altre due figlie, Santa e Teresa, non l’hanno più rivista. Hanno provato più volte a citofonare, raccontano le due donne a Nina Palmieri, ma nessuno ha mai aperto. E così si sono ritrovate a denunciare la sorella e il nipote per sequestro di persona. Ora per i due imputati è arrivato il rinvio a giudizio: il dibattimento, nel quale sia le due figlie che l’amministrazione di sostegno di nonna Maria si sono costituite parte civile, dovrebbe iniziare nel luglio prossimo. Nonna Maria non sarebbe solo stata privata della libertà: la donna infatti si sarebbe vista sottrarre anche una polizza vita del valore di 160mila euro, girata al nipote e la pensione mensile e altre entrate, per un ammontare di circa 2.000 euro al mese. Nel dicembre scorso eravamo riusciti a incontrarla, in quella casa, per pochi minuti. Ma il 12 marzo di quest’anno, finalmente, un giudice onorario ha autorizzato l’amministratore di sostegno di nonna Maria a collocarla in una struttura idonea, consentendo così la sua “liberazione”. Le sue prima parole, prima di scoppiare in un pianto dirotto, erano state queste: “Voglio vedere i miei nipoti Daniele e Mimmo”.

Un figlio è obbligato a prendersi cura di un genitore? Laleggepertutti.it il 30 Dicembre 2019. Mantenimento e alimenti dei figli nei confronti del padre e della madre quando la pensione è assente o insufficiente: quali doveri incombono sulla prole verso i genitori anziani? Hai un genitore, con cui non vai molto d’accordo, che vive di una semplice pensione. La sua vita è sregolata: sperpera la pensione nel gioco, nelle scommesse ed in altre spese futili. Spesso, non arriva a fine mese, così viene a piangere da te affinché gli presti dei soldi. Sostiene che è tuo obbligo di figlio prenderti cura di lui e non lasciarlo nell’indigenza. In verità, se lui gestisse in modo oculato le sue – seppur ridotte – risorse economiche, potrebbe ben vivere in modo autonomo e indipendente. Ti chiedi allora se, al di là degli obblighi morali, un figlio è obbligato a prendersi cura di un genitore. Esiste un dovere giuridico per il figlio di mantenere il padre e/o la madre? E se i figli sono più di uno, come viene ripartito tra loro questo onere: in pari misura o secondo le rispettive possibilità? Ecco alcuni chiarimenti pratici sul punto che potrai trovare d’aiuto per districarti da questa delicata situazione.

Esiste un dovere dei figli di mantenere i genitori? Se da un lato esiste il dovere dei genitori di mantenere i figli fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica (provvedendo così ai loro bisogni anche qualora decidano di andare a vivere da soli), non esiste un generale dovere a carico dei figli di mantenere il padre e la madre quando questi non hanno risorse economiche sufficienti. Salvo due eccezioni di cui a breve parleremo, i figli non devono prendersi cura dei genitori che sono in pensione e che, con l’assegno erogato dall’Inps, non sono in grado di condurre un tenore di vita dignitoso. Ciò vale a maggior ragione se la pensione è di per sé sufficiente alla sopravvivenza ma non viene spesa con oculatezza come nel caso, ad esempio, del padre che spende tutti i soldi in gratta e vinci o scommesse o che regala il denaro a terzi. Tutt’al più, qualora vi sia una situazione di obiettiva incapacità a gestire il patrimonio si potrà valutare la nomina di un amministratore di sostegno che possa guidare l’anziano nella gestione dei propri risparmi, ma anche questo adempimento non costituisce un obbligo per i figli, ma solo uno strumento per tutelare i beni familiari.  Se tutto ciò ha senso da un punto di vista economico lo ha, ancor di più, da un punto di vista affettivo. Almeno dinanzi alla legge, nessun figlio ha il dovere di prestare amore ai genitori, di telefonare loro o fargli gli auguri in occasione delle feste, di andarli a trovare e onorarli come la morale comune richiede. Un genitore che si sente abbandonato dal figlio non potrà mai fargli causa.

Quando i figli devono mantenere i genitori. Incidentalmente, nel paragrafo precedente, abbiamo fatto riferimento a due eccezioni che implicherebbero, invece, un impegno economico per i figli nei confronti dei genitori. La prima si riferisce all’obbligo degli alimenti; la seconda scatta, invece, quando c’è una situazione di affidamento, come nel caso del figlio convivente. Vediamo cosa dice a riguardo la legge.

Il dovere di versare gli alimenti ai genitori da parte dei figli. In casi eccezionali, i figli possono essere tenuti a versare, nei confronti dei propri genitori, i cosiddetti alimenti. Si tratta di un concetto completamente diverso da quello del mantenimento. Innanzitutto, sotto un aspetto quantitativo, gli alimenti sono una misura economica notevolmente inferiore: servono solo a garantire lo stretto necessario per vivere (vitto e alloggio). Inoltre, scattano solo quando il soggetto debole si trova in una situazione di oggettiva e completa incapacità di procurarsi il proprio sostentamento (si pensi a un genitore disabile al 100% che non può procurarsi il denaro per mangiare). Si tratta di un’ipotesi “limite” – quasi scolastica – visto che, il più delle volte, nei confronti dei soggetti indigenti ci sono sempre forme di sostegno sociale previste dalla Pubblica Amministrazione e dallo Stato. In tal caso, l’obbligo degli alimenti grava su tutti i figli, ma non in pari misura bensì in proporzione alle rispettive capacità economiche. Così il figlio più benestante dovrà versare di più rispetto agli altri fratelli.

L’abbandono di incapace. Altra situazione in cui scatta l’obbligo di prendersi cura dei genitori è quando questi sono soggetti alla custodia dei figli, come nel caso del figlio convivente o del tutore. Se, ad esempio, quest’ultimo dovesse lasciare il genitore per molto tempo solo a casa, in completa incapacità di provvedere a se stesso, esponendolo a un serio rischio per la sua sopravvivenza, ne risponderebbe penalmente per il reato di abbandono di persone incapaci.

La vendita della nuda proprietà. Un’ultima ipotesi in cui scatta l’obbligo di mantenere il genitore è quando questi cede al figlio la proprietà di un immobile (o anche solo la nuda proprietà con riserva di usufrutto), in cambio di un vitalizio: il figlio si impegna cioè a prendersi cura del genitore finché questi vive. Leggi Casa dietro vitalizio. Si tratta di un vero e proprio contratto dove, in caso di inadempimento da parte del beneficiario, gli eredi del cedente possono chiedere la revoca del trasferimento del bene. 

Chi è e cosa fa l’amministratore di sostegno: compiti, durata dell’incarico e come fare richiesta. Isabella Policarpio il 7 Ottobre 2019 su money.it. L’amministratore di sostegno assiste persone con problemi fisici o psichici nel compimento di atti di ordinaria e straordinaria amministrazione. Vediamo chi è come farne richiesta al giudice. Chi è cosa fa l’amministratore di sostegno è stabilito dalla legge 6 del 2004, con la quale questa figura è stata introdotta. L’amministratore si occupa dell’assistenza, della rappresentanza e del supporto di persone che, a causa di problemi fisici o psichici, non sono in grado di provvedere autonomamente agli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione. Si pensi agli anziani, ai tossicodipendenti o agli invalidi che, seppur mantenendo una certa capacità intellettiva non sono completamente autosufficienti, e quindi non possono pagare le bollette o gestire delle compravendite in autonomia. Lo scopo dell’amministratore di sostegno, quindi, è di garantire la protezione giuridica al soggetto in difficoltà, ma senza limitare in maniera eccessiva la sua capacità di agire. Di seguito faremo chiarezza sui poteri attribuiti, chi può essere nominato amministratore di sostegno, eventuali costi e come fare il ricorso al giudice tutelare.

Amministratore di sostegno: chi può richiederlo? Coloro che sono affetti da infermità o menomazione fisica o psichica, anche parziale, possono beneficiare dell’assistenza di un amministratore di sostegno. Precisamente questa figura è prevista per: anziani; disabili; alcolisti, tossicodipendenti; carcerati; malati terminali; ciechi.

Quanto costa l’amministratore di sostegno? Per legge l’amministratore di sostegno non ha diritto ad alcun compenso, si tratta infatti di una curatela a titolo gratuito. Tuttavia in alcuni casi il giudice può stabilire che gli venga corrisposta un’equa indennità, soprattutto quando la persona che amministra dispone di un grande patrimonio. L’equo indennizzo non deve essere considerato una retribuzione ma piuttosto un rimborso spese, e viene stabilito dal giudice con apposita istanza, tenendo in considerazione le condizioni economiche di amministratore e beneficiario e la qualità del servizio effettuato. Per maggiori informazioni sull’equo indennizzo dell’amministratore e il rimborso spese si consiglia la guida dedicata su chi paga l’amministratore di sostegno.

Chi può essere nominato amministratore di sostegno. La persona che rivestirà l’incarico di amministratore di sostegno è scelta dal giudice e nella maggior parte dei casi la scelta cade sulla persona indicata dallo stesso beneficiario. Infatti, ove sia possibile, è sempre preferibile nominare una persona che abbia uno stretto legale o un rapporto di fiducia con la persona da amministrare. per questo nell’atto di nomina il giudice deve preferire: il coniuge; padre o madre; figlio; fratello o sorella; parente entro il 4 quarto grado. Se nessuno dei predetti soggetti risulta idoneo, il giudice potrà nominare un soggetto estraneo al beneficiario scelto tra quelli presenti in un apposito elenco di professionisti e non depositato presso l’ufficio del Giudice tutelare. generalmente questi soggetti sono avvocati, notai, psicologi ed educatori.

Come presentare ricorso per l’amministratore di sostegno. Per ottenere l’amministratore di sostegno occorre presentare ricorso al giudice tutelare del luogo in cui si ha la dimora abituale. Il ricorso può essere proposto direttamente dall’interessato oppure da: coniuge o dalla persona stabilmente convivente; parenti entro il quarto grado; affini entro il secondo grado; tutore o curatore; pubblico ministero. Per presentare la domanda al giudice non è richiesta l’assistenza tecnica dell’avvocato a titolo obbligatorio, anche se è sempre consigliata in quanto l’atto di ricorso deve contenere dettagliatamente le capacità residue del beneficiario e le sue esigenze. Entro 60 giorni dalla data di presentazione del ricorso il Giudice nomina, con decreto motivato immediatamente esecutivo, un amministratore di sostegno che può essere sia la persona prescelta nel ricorso, sia persona diversa. L’importante è che, come stabilito dall’articolo 408 del Codice Civile, “la scelta dell’amministratore di sostegno avvenga con esclusivo riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario”. Nel compiere la scelta, il giudice prende in considerazione esclusivamente la cura e l’interesse del beneficiario; per questa ragione in genere l’amministratore di sostegno viene individuato tra i parenti più prossimi o il coniuge. Sono esclusi dalla nomina, invece, tutti gli operatori dei servizi pubblici o privati che hanno in cura o in carico il soggetto beneficiario. Il decreto di accoglimento o rigetto del ricorso deve riportare la durata dell’incarico, gli atti per i quali l’amministratore si dovrà sostituire o affiancare la persona assistita, la durata dell’incarico e ogni dovrà rendere conto al giudice del suo operato.

Abbiamo visto che per il ricorso avverso la nomina dell’amministratore bisogna presentare domanda al giudice tutelare del luogo di residenza del beneficiario. Vediamo quali sono i documenti che occorrono per fare ricorso:

Atto di nascita del beneficiario

Certificato di residenza del beneficiario

Certificato di residenza dei ricorrenti

Codice Fiscale del beneficiario e dei ricorrenti

Documentazione medica comprovante la condizione di salute del beneficiario

Documento di identità dei ricorrenti.

Quanto dura l’incarico dell’amministratore? L’incarico dell’amministratore di sostegno può essere a tempo determinato o indeterminato, in base alle esigenze personali. Quando è a tempo determinato si potrà sempre fare una proroga prima della scadenza del termine. La durata dell’amministratore di sostegno è disciplinata dall’articolo 413 del Codice civile. Qui si prevede che la cessazione o la sostituzione dell’incarico possono essere chiesti quando:

il beneficiario, il Pubblico Ministero, o lo stesso A.d.s. ritengono che ne sono venuti meno i presupposti;

l’amministratore di sostegno non ha realizzato la piena tutela del beneficiario, come invece avrebbe dovuto.

Dopo la richiesta, spetta al giudice valutare se ci sono i presupposti per cessare l’incarico o sostituire l’amministratore tramite decreto motivato.

Cosa fa l’amministratore di sostegno: poteri e doveri. I poteri e i doveri dell’amministratore di sostegno sono tassativamente previsti dagli articoli 409 e 410 del Codice civile. Nel primo si prevede che: “Il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno. Il beneficiario dell’amministrazione di sostegno può in ogni caso compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana.”

In altre parole, l’amministratore può compiere solo quegli atti riservati dal Giudice Tutelare alla propria competenza esclusiva o parziale. Al beneficiario, invece, spetta la piena titolarità nel compiere gli atti necessari al soddisfacimento delle esigenze della vita quotidiana.

In sintesi, l’amministratore deve svolgere l’incarico:

tenendo conto dei bisogni del beneficiario;

informando tempestivamente il giudice in caso di dissenso;

informare il beneficiario di tutti gli atti portati al termine;

svolgere l’incarico per 10 anni, a meno che l’amministratore non sia il coniuge (o il convivente) un ascendente o un discendente.

Per quanto riguarda i poteri invece, questi sono divisi in due grandi categorie:

atti di ordinaria amministrazione, come l’acquisto di beni mobili e lo svolgimento di faccende quotidiane. In questi casi non occorre l’autorizzazione del giudice tutelare;

atti di straordinaria amministrazione, ad esempio la compravendita di un immobile o di beni molto costosi; per questi è necessario chiedere l’autorizzazione del giudice.

Caso particolare è il matrimonio. Anche se verrebbe da pensare che si tratta di un atto che necessita dell’autorizzazione, la Corte di Cassazione con la sentenza n°11536 di giovedì 11 maggio 2017 ha stabilito che il beneficiario è libero di convolare a nozze anche senza il consenso dell’amministratore di sostegno o del giudice.

Un aiuto alle persone fragili: chi è e quanto costa l’amministratore di sostegno. Dagli anziani ai ludopatici, dai disabili ai malati, l’amministrazione di sostegno è uno strumento a disposizione di chi non riesce a badare ai propri interessi ma non è in condizioni così gravi da essere interdetto o inabilitato. Selene Pascasi il 19 dicembre 2019 su ilsole24ore.com. L’amministrazione di sostegno è una misura di protezione a tutela di chi, per infermità o menomazione fisica o psichica non riesca, anche solo temporaneamente, a badare ai propri interessi e abbia bisogno di essere affiancato, appunto, da un amministratore di sostegno. La figura è prevista dall’articolo 404 del Codice civile e ha il compito di aiutare il beneficiario a compiere varie operazioni interferendo il meno possibile con le sue scelte. Del resto, è un sistema pensato per i soggetti fragili e non per gli incapaci di intendere e volere, per i quali è necessario nominare un tutore.

I presupposti della nomina. Perché sia nominato un amministratore di sostegno occorrono due requisiti:

1) l’infermità o la menomazione fisica o psichica, anche passeggere;

2) e la mancanza di residue capacità legate all’esperienza maturata con lo studio o con il lavoro che possano consentire alla persona di cavarsela da sé.

Ad esempio, sarà opportuno sostenere chi sperperi soldi dissennatamente, il ludopatico, il malato oncologico o comatoso non interdetto, chi soffra di problemi motori anche transitori, il bipolare raggirabile nei periodi di scompenso, il detenuto, l’alcol o il tossico dipendente, l’affetto da Alzheimer o da un’altra forma di demenza. Ma l’amministratore di sostegno è utile anche per limitare la capacità di donare o di predisporre testamento dei soggetti manipolabili.

Chi può fare la richiesta. Possono chiedere il sostegno, con ricorso al giudice tutelare della città dove vive, lo stesso beneficiario (anche se minore, interdetto o inabilitato), il coniuge o il convivente, i parenti entro il quarto grado, gli affini entro il secondo grado, il tutore, il curatore, il pubblico ministero, i responsabili dei servizi sanitari e sociali che si occupano di lui. È ammessa che l’iniziativa d’ufficio da parte del giudice.

La procedura. La misura, nonostante sia tesa ad aiutare il beneficiario senza privarlo della libertà d’agire, inevitabilmente la comprime. Serve, quindi, un procedimento accurato che ne accerti l’effettiva esigenza. L’iter si avvia con ricorso – non necessariamente predisposto da un avvocato – che indichi i dati delle parti e i motivi della richiesta. L’atto, poi, deve essere notificato all’interessato e a tutti i soggetti ammessi a prendere l’iniziativa. Entro 60 giorni, il giudice, prese le dovute informazioni, può bocciare la domanda o accoglierla e nominare un amministratore con decreto motivato. Nel decreto, però, deve indicare la durata e l’oggetto dell’incarico, gli atti che l’amministratore di sostegno può compiere in nome e per conto del beneficiario, quelli che il beneficiario non può compiere da solo e il tetto delle spese sostenibili. Nella procedura interviene il Pm. L’incarico sarà revocato quando vengono accertate violazioni da parte dell’amministratore, per sopraggiunta incompatibilità, per il venir meno dei motivi alla base della nomina (si pensi a chi, superate le difficoltà, possa di nuovo curare le sue faccende) o per l’aggravarsi delle condizioni del beneficiario, tanto da rendere necessarie l’interdizione o l’inabilitazione.

A chi va l’incarico. In alcuni casi sono i familiari a mettersi a disposizione per aiutare il parente in difficoltà nel gestire i propri affari, senza entrare in conflitto con lui. Nelle altre ipotesi, occorre individuare una persona che possa essere nominata amministratore di sostegno. Per scegliere l’amministratore di sostegno bisogna tenere conto degli interessi del beneficiario che, redigendo un atto pubblico o una scrittura privata autenticata quando è ancora in condizioni di farlo, può indicare un nome per future evenienze. Non può, però, essere designato un operatore dei servizi che si stiano già occupando della situazione.

Il compenso. L’incarico, dice l’articolo 379 del Codice civile, è gratuito ma il giudice – per entità del patrimonio o particolari difficoltà di gestione – può riconoscere all’amministratore di sostegno nominato un indennizzo calcolato in base alle mansioni svolte o autorizzarlo a collaborare con persone stipendiate. Gli spetta, comunque, un rimborso spese. Se, invece, l’amministratore di sostegno è un legale, la sua si ritiene attività professionale di natura remunerativa tassabile. L’indennità e i costi sono a carico del beneficiario (a meno che non sia indigente e la spesa sia coperta dallo Stato) o dei suoi eredi, che potranno evitare l’esborso rinunciando all’eredità o accettandola con beneficio d’inventario.

Poteri e doveri. Il raggio d’azione dell’amministratore di sostegno varia con il decreto di nomina perché il giudice, in base alle caratteristiche del caso, deve specificare - appunto nel decreto - per quali atti il beneficiario, che mantiene la capacità di agire e di compiere le operazioni quotidiane, si deve avvalere dell’aiuto dell’amministratore e per quali deve invece lasciargli la rappresentanza esclusiva. Tuttavia, l’incaricato deve muoversi tenendo conto delle esigenze e delle aspirazioni del beneficiario e informarlo tempestivamente dei suoi passi per confrontarsi con lui e sollecitare l’intervento del giudice in caso di divergenze. Discorso a parte per le scelte sulla salute del beneficiario. Dato che si tratta di diritti personalissimi, l’amministratore di sostegno non può, senza l’ok del giudice, rifiutare i trattamenti necessari a evitare il decesso della persona assistita ma può essere autorizzato a opporsi a interventi rinviabili senza rischi o prestare il consenso al ricovero o all’inserimento in una residenza sanitaria assistenziale.

Sull’equa indennità dell’amministratore di sostegno. Davide Pizzi, Assistente Sociale dell’Ordine Regionale della Puglia. L’articolo pubblicato su Scambi di Prospettive. Si ribadisce frequentemente durante i corsi di formazione che l’amministrazione di sostegno non è né una professione, né un lavoro, né un business. La legge 6/2004 che istituisce l’istituto, non accenna in nessun modo, ovvero, non menziona, l’esistenza di una forma di compenso/retribuzione, per chi svolge il compito di amministratore. Il comma 1 dell’art. 411 cod. civ., dove trova applicazione l’amministrazione di sostegno, e l’art. 379 cod. civ. che prevede la disciplina in materia di tutela, stabiliscono che l’ufficio tutelare è gratuito. L’amministratore di sostegno presta quindi la sua opera gratuitamente? È possibile ottenere un riconoscimento in termini economici per tutta l’attività svolta a favore dell’amministrato?

L’equa indennità. Il primo comma all’articolo 379 del codice civile che si riferisce alla tutela, è esteso anche all’amministrazione di sostegno. L’amministratore di sostegno perciò, può avvalersi della possibilità di chiedere al giudice tutelare l’equa indennità. Per ottenere il provvedimento che liquida l’indennità è necessario depositare in cancelleria del tribunale un’istanza.

A chi spetta pagare l’equa indennità? “Il giudice tutelare tuttavia, considerando l’entità del patrimonio e le difficoltà dell’amministrazione, può assegnare al tutore un’equa indennità”. Così recita il comma 1° dell’articolo 379 c.c., e gli elementi da prendere in considerazione sono due: l’entità del patrimonio; le difficoltà dell’amministrazione. Per il calcolo dell’entità del patrimonio, si deve intendere non soltanto il patrimonio dell’amministrato, ma anche una quota da stabilire e da addebitare ai parenti civilmente obbligati.

Alcuni siti web di studi legali propongono facsimili di istanze, che suggeriscono le seguenti formule: l’Ill.mo Giudice Tutelare, Voglia liquidare in favore dell’A.d.S. per l’attività svolta, la somma di € (di cui € tot. per spese sostenute, ed € tot. come equa indennità per l’impegno profuso ed il tempo dedicato all’ufficio), o altro maggiore o minore importo ritenuto di giustizia, da porre a carico del. Sig. e/o della sua famiglia. Nell’equa indennità sono quindi richiesti tutti i rimborsi delle spese sostenute dall’amministratore di sostegno, quali: lettere, raccomandate, fax, telefonate, spese per spostamenti, marche da bollo, ecc. Ma anche un vero e proprio compenso, quale riconoscimento dell’impegno e del tempo profuso, stabilito in proporzione al patrimonio dell’amministrato, e che può essere posto a carico dei parenti civilmente obbligati!

Il caso del sig. Francesco. Portatore di handicap in condizione di gravità, ai sensi dell’art. 3 comma 3 della legge 104/92, dispone come unica fonte di sostentamento: la pensione di invalidità civile e l’indennità di accompagnamento. I genitori anziani, dopo avergli offerto assistenza continuativa per oltre trent’anni, non potendo più badare a lui, e preoccupati del suo futuro quando loro non ci saranno più, hanno deciso di inserirlo in una struttura protetta. Essi hanno presentato istanza al Tribunale, e hanno ottenuto la nomina di un amministratore di sostegno. Il giudice tutelare, avendo riscontrato l’assenza di parenti entro il quarto grado nella rete familiare che si facesse carico dell’amministrazione, ne ha nominato uno d’ufficio: un avvocato.

 L’iniqua indennità pagata dal sig. Francesco. Al termine del primo anno di amministrazione, il sig. Francesco ha pagato € 3000,00 al proprio amministratore, pari a € 250,00 mensili. Il compito dell’amministratore di fatto, consisteva ogni mese nel pagare la retta di € 750,00 alla RSSA, e di depositare € 50,00 per le spese personali del suo amministrato. Il sig. Francesco come unica entrata ha la pensione d’invalidità civile, più l’indennità di accompagnamento, il cui totale ammonta a € 800,00 circa, e possedeva un libretto di risparmio con circa € 15.000,00. I genitori inoltre, pagano tutte le altre spese extra: farmaci, vestiario, ecc. Bastano pochi conti per capire che, se il Giudice tutelare continuasse ad assegnare ogni anno lo stesso importo per l’equa indennità, il sig. Francesco nel giro di cinque anni non avrà neanche più un centesimo sul libretto di risparmio!

 …considerando l’entità del patrimonio e le difficoltà dell’amministrazione. In base a quale criterio il Giudice tutelare ha stabilito un’equa indennità pari a circa 1/5 delle sostanze del sig. Francesco? Se si prende in considerazione il criterio precedentemente espresso nel punto A, si capisce presto che il patrimonio è basso, e che i risparmi serviranno per sostenere le spese future, per esempio protesi dentarie ecc. Se si prende in considerazione poi, il criterio B, quali difficoltà può avere un amministratore il cui compito è pressoché quello di effettuare il facile pagamento mensile della retta?

Il nuovo ricorso dei genitori. Dopo poco meno di due anni di amministrazione, il sig. Francesco ha sul libretto di risparmio €4500,00 in meno. A quel punto suo padre ha deciso chiedere al giudice di subentrare al posto dell’amministratore, almeno fino a quando le sue forze lo accompagneranno, nonostante la sua età non più giovane, e nonostante in un primo momento aveva preferito una persona scelta dal tribunale, per garantire a suo figlio un amministratore che svolgesse il compito per un periodo di tempo più lungo rispetto al suo. Mi riferisce durante un colloquio: “non avevo scelta, se continuava ad andare avanti così, mi figlio sarebbe restato senza un centesimo in tasca. Non capisco come il Giudice tutelare possa autorizzare indennità così alte. Ho scoperto che nella richiesta d’indennità, l’amministratore di sostegno aveva dichiarato la mia possibilità di sostenere economicamente mio figlio con € 250,00 mensili, cosa che io avevo si affermato, e che di fatto stavo facendo tramite l’acquisto dei farmaci e tante altre cose necessarie”.

Conclusione. Questa esperienza, verosimilmente non un caso isolato in Italia, deve servire a suscitare una seria riflessione a distanza di dieci anni dell’istituzione dell’amministrazione di sostegno, per puntellare qua e la alcune cose che sarebbero da migliorare. Essa dimostra che basterebbe avere almeno quattro persone come il sig. Francesco da amministrare, per percepire circa € 1000,00 al mese, e senza tassazione alcuna, poiché trattasi di una indennità. Nei casi poi, di persone più facoltose, l’indennità potrebbe raggiungere quote anche più consistenti! L’equa indennità, così diffusa e assegnata con tanta facilità, rende di fatto l’amministrazione di sostegno una professione, e anche ben retribuita, nelle mani di persone, quasi sempre avvocati. Quest’ultimi, se non adeguatamente formati, a un compito così delicato, che richiede un significativo coinvolgimento empatico, rischiano di essere carenti di sensibilità, conoscenze, strumenti e saperi, di cui invece dispongono gli operatori che esercitano ogni giorno la professione sociale.

Qual è la differenza tra amministratore di sostegno e tutore nel 2019? Da Avvocatoflash.it. Nella giurisprudenza, vige la distinzione tra amministratore di sostegno e tutore. Il primo è nominato quando un soggetto abbia un grado di infermità o impossibilità e il suo compito è di adeguarsi alle esigenze del soggetto assistito. Il secondo invece, è protettore delle persone incapaci, quali i minori e gli interdetti per legge.

1. Amministratore di sostegno. L'amministratore di sostegno è una figura con compiti di assistenza, sostenimento e rappresentanza di chi è impossibilitato a provvedere ai normali adempimenti quotidiani, in maniera totale o parziale. Tale soggetto è stato introdotto nell'ordinamento dalla Legge n. 6 del 2004. Gli atti che l'amministratore di sostegno può compiere in nome e per conto del beneficiario, si distinguono in atti di ordinaria amministrazione (previa autorizzazione del giudice tutelare) e atti di straordinaria amministrazione (in questo caso l'autorizzazione proverrà da decreto). Tutti gli atti che non ricadono nella competenza dell'amministratore di sostegno (ovvero quelli necessari per il soddisfacimento delle esigenze quotidiane) rimangono in capo al soggetto beneficiario.

L'amministratore, periodicamente, dovrà presentare al giudice tutelare una relazione sull'attività svolta, le condizioni in cui versa il beneficiario e il conto economico della gestione.

2. I doveri dell’Amministratore di sostegno. L'articolo 410 del Codice Civile, statuisce che l'amministratore di sostegno ha l'obbligo di tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario e di informarlo in maniera tempestiva. Si assiste, dunque, ad una sorta di collaborazione tra amministratore di sostegno e beneficiario; collaborazione assente nel caso di interdizione, dove l'interdetto è semplicemente sostituito dal tutore. La Corte di Cassazione, in due importanti sentenze (sent. n. 9628/2009 e sent. n. 22332/2011), ha stabilito che ”la scelta dell’amministrazione di sostegno non deve essere semplicemente basata sul grado d’infermità o d’impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto, ma piuttosto sulla maggiore capacità di tale strumento di adeguarsi alle sue esigenze, in relazione alla sua flessibilità ed alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa”. Da ciò discende che si ricorrerà alla figura dell'amministratore di sostegno quando risulti necessaria “un'attività di tutela minima, in relazione, tra le altre cose, alla scarsa consistenza del patrimonio del soggetto debole, alla semplicità delle operazioni da svolgere, e all'attitudine del beneficiario a non porre in discussione i risultati dell'attività svolta nel suo interesse”.

3. Il tutore. Distinta dalla figura dell'amministratore di sostegno è quella del tutore. L'istituto della tutela serve per proteggere le persone incapaci di provvedere autonomamente ai propri interessi, ovvero i minori e gli interdetti. In questa seconda categoria, possono rientrare il maggiorenne e il minorenne emancipato, che si trovino in condizione di infermità mentale tale da renderli incapaci di provvedere ai propri interessi. Il tutore è nominato dal giudice tutelare, solitamente nella cerchia familiare dell'interdetto. Oltre al tutore, il giudice può nominare un protutore nei casi di conflitto di interessi dell'interdetto con il tutore.

Fonti normative. Art. 410 C.C. Corte di Cassazione, sent. n. 9628/2009 e senti. n. 22332/2011. Legge n. 6/2004

Qual è il ruolo del giudice tutelare? Chi sono gli interdetti? Quando si ricorre all'amministratore di sostegno e quando al tutore? Esponici il tuo caso. AvvocatoFlash ti metterà in contatto con i migliori avvocati online. Tre di loro ti invieranno un preventivo gratuitamente e sarai tu a scegliere a chi affidare il tuo caso.

Amministratore di sostegno: la guida completa. La procedura di nomina, le modalità di scelta, le competenze, gli obblighi ed il compenso. Paola Loddo. Pubblicato il 24/10/2019 su Altalex. L’amministratore di sostegno è una figura istituita per tutelare quelle persone che, a causa di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, si trovano nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi.

1. L’amministrazione di sostegno: la legge di riferimento. La misura di protezione dell’amministrazione di sostegno è stata introdotta nel nostro ordinamento dalla legge 9 gennaio 2004, n. 6, che ha attuato una vera e propria rivoluzione giuridica e culturale nella tutela delle persone fragili, affiancando ai più rigidi istituti tradizionali (interdizione e inabilitazione) un nuovo strumento, più flessibile e quindi maggiormente adattabile alla specificità delle singole situazioni. L’art. 1 prevede, infatti, che “la presente legge ha la finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente”. L’amministrazione di sostegno si pone, così, come uno strumento modulabile, in grado di fornire ai soggetti deboli un supporto (declinato in termini di rappresentanza o di assistenza), che miri a sostenere la capacità residua del soggetto, valorizzando la centralità della persona e il principio di autodeterminazione. La disciplina normativa del nuovo istituto è contenuta negli articoli 404 e ss. del codice civile.

2. A chi spetta la tutela? Ai sensi dell’art. 404 c.c., la misura di protezione dell’amministrazione di sostegno può essere disposta nei confronti della persona “che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi”. La norma individua, dunque, due requisiti, uno di tipo soggettivo (la menomazione fisica o psichica), l’altro di tipo oggettivo (l’impossibilità di provvedere ai propri interessi), che devono coesistere ed essere legati da un rapporto di causalità. I sostenitori di un’interpretazione estensiva della misura di protezione, richiamandosi al sopracitato art. 1 della legge n. 6/2004, ritengono inoltre che essa vada applicata, anche al di là della sussistenza di una specifica infermità o patologia, in tutti i casi in cui il soggetto sia privo di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana. In concreto, la misura è stata disposta in favore di un’ampia categoria di beneficiari, tra i quali, a titolo esemplificativo e non esaustivo:

persone affette da infermità mentali e menomazioni psichiche: patologie psichiatriche, ritardo mentale, sindrome di down, autismo, malattia di Alzheimer, demenze, abuso di sostanze stupefacenti e alcoldipendenza; ma, anche, prodigalità, shopping compulsivo, ludopatia (talvolta anche in assenza di una specifica patologia (Cass. Civ., 07/03/2018, n. 5492).

persone affetta da infermità fisiche: ictus, malattie degenerative o in fase terminale, handicap fisici e motori, condizioni di coma e stato vegetativo, patologie tumorali.

Resta complesso il tema della demarcazione tra l’ambito di applicazione dell’amministrazione di sostegno e dell’interdizione: in linea generale, si può affermare che, pur con alcune differenze su base geografica, l’istituto interdittivo trova sempre minore spazio in favore della nuova misura.

3. Chi può avviare la procedura? Ai sensi degli artt. 406 e 417 c.c., la legittimazione attiva alla proposizione del ricorso spetta ai seguenti soggetti: Pubblico Ministero; beneficiario della misura (anche se minore, interdetto o inabilitato); coniuge; persona stabilmente convivente; parenti entro il quarto grado; affini entro il secondo grado; tutore dell’interdetto; curatore dell’inabilitato; unito civilmente in favore del proprio compagno. Inoltre, ai sensi dell’art. 406 comma 3° c.c., sono destinatari di un vero e proprio obbligo giuridico “i responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e assistenza della persona, ove a conoscenza di fatti tali da rendere opportuna l’apertura del procedimento di amministrazione di sostegno”. Essi dovranno proporre il ricorso ex art. 407 c.c. al Giudice Tutelare, o, in alternativa, dovranno fornire notizia delle circostanze a loro note al Pubblico Ministero tramite apposita segnalazione. In questo secondo caso, sarà poi la Procura della Repubblica a valutare l’eventuale proposizione del ricorso. Nel procedimento, non è necessaria la difesa tecnica. Pertanto, il ricorso potrà essere presentato direttamente dal ricorrente, senza il ministero di un difensore (si veda, però, Cass. Civ., 29/11/2006, n. 25366).

4. Come viene nominato l'amministratore di sostegno? Il ricorso per la predisposizione della misura. Ai sensi degli artt. 404 e 407 c.c., il procedimento per la nomina dell’amministratore di sostegno si propone con ricorso da depositarsi presso il Tribunale (ufficio del Giudice Tutelare) del luogo di residenza o domicilio del potenziale destinatario della misura.

Il ricorso deve contenere:

l’indicazione del Giudice Tutelare territorialmente competente;

le generalità del ricorrente e del beneficiario;

l’indicazione della residenza, del domicilio e della dimora abituale del beneficiario;

il nominativo e il domicilio dei congiunti e dei conviventi, come individuati nell’art. 407 c.c.;

le ragioni per cui si chiede la nomina dell’amministratore di sostegno, con specificazione degli atti di natura personale o patrimoniale che debbano essere compiuti con urgenza. E’ inoltre utile, benché non necessario, fornire una descrizione delle condizioni di vita della persona ed effettuare una prima ricognizione della situazione reddituale e patrimoniale della stessa, onde delineare fin da subito il progetto di sostegno che dovrà essere poi messo a punto dal Giudice Tutelare. Se non sussistono particolari ragioni di urgenza, il Giudice Tutelare, letto il ricorso, fissa con decreto la data di udienza per l’audizione del beneficiario e per la convocazione del ricorrente e degli altri soggetti (congiunti, conviventi, ecc.) indicati nell’art. 406 c.c. Il ricorso e il decreto devono essere notificati, a cura del ricorrente, al beneficiario; entrambi gli atti devono essere comunicati agli altri soggetti indicati nel ricorso. La fase istruttoria può esaurirsi con l’audizione del beneficiario, del ricorrente e dei congiunti (se presenti) e con la sola acquisizione della documentazione allegata al ricorso; tuttavia, il Giudice Tutelare, in virtù degli ampi poteri istruttori che gli sono riconosciuti dall’art. 407 c.c., può disporre, anche d’ufficio, ogni ulteriore accertamento, anche disponendo apposita consulenza tecnica in ordine alla capacità e autonomia del beneficiario. Il Giudice Tutelare provvede, quindi, con decreto motivato e immediatamente esecutivo. Ai sensi dell’art. 405 c.c., qualora, invece, sussistano particolari ragioni d’urgenza, il Giudice Tutelare, subito dopo il deposito del ricorso, potrà adottare, anche d’ufficio, inaudita altera parte, i provvedimenti necessari per la cura della persona e per la conservazione e l’amministrazione del patrimonio, a tal fine anche nominando un amministratore di sostegno provvisorio. In tale eventualità, l’udienza per l’audizione del beneficiario verrà fissata in seguito e, espletato ogni opportuno approfondimento istruttorio, la misura di protezione potrà essere confermata o revocata con decreto definitivo.

5. L’amministratore di sostegno: scelta e sostituzione. La scelta dell’amministratore di sostegno viene effettuata dal Giudice Tutelare “con esclusivo riguardo alla cura e agli interessi della persona beneficiaria”. L’art. 408 c.c. individua un ordine preferenziale a cui il Giudice Tutelare dovrà attenersi in tale valutazione:

in primo luogo, deve essere valorizzata l’eventuale designazione dell’amministratore di sostegno già effettuata dal beneficiario, in previsione della propria futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata; parimenti, dovrà tenersi conto dell’eventuale preferenza manifestata dal beneficiario nel corso del procedimento, sempre che egli conservi adeguata capacità di discernimento;

in mancanza di designazione o in presenza di gravi motivi (quando, ad esempio, il soggetto designato non è idoneo allo svolgimento dell’incarico), il Giudice Tutelare, con decreto motivato, potrà nominare un amministratore di sostegno diverso; nell’effettuare tale scelta, il Giudice Tutelare dovrà preferire, se possibile, uno dei seguenti soggetti:

il coniuge che non sia separato legalmente;

la persona stabilmente convivente;

il padre, la madre, il figlio, il fratello o la sorella;

il parente entro il quarto grado;

il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata;

inoltre, in caso di opportunità, o – se sussista la designazione da parte del beneficiario – in presenza di gravi motivi, il Giudice Tutelare potrà nominare un soggetto terzo di propria fiducia. A tal fine, egli potrà attingere, ad esempio, ad appositi elenchi istituiti presso i singoli Uffici giudiziari che contengono i nominativi di professionisti in materie giuridiche ed economiche disponibili allo svolgimento dell’incarico. Ai sensi dell’art. 413 c.c., laddove ne ricorrano i presupposti, il Giudice Tutelare, su istanza motivata del beneficiario, del Pubblico Ministero, dell’amministratore di sostegno o di uno dei soggetti di cui all’art. 406 c.c., potrà disporre la sostituzione dell’amministratore. La norma non indica dei presupposti specifici per la sostituzione dell’amministratore, con la conseguenza che la valutazione è lasciata alla discrezionalità del Giudice: in concreto, la sostituzione potrà avvenire, anche al di fuori di un intento sanzionatorio, in caso di persistente dissenso con il beneficiario, in caso di decorso del termine decennale previsto dall’art. 410 ultimo comma c.c. o nell’ipotesi di trasferimento dell’amministratore di sostegno in luogo lontano dalla residenza abituale del beneficiario.

6. L'amministratore di sostegno: compiti e poteri. L’art. 505 comma 5° c.c. dispone che il decreto di nomina dell'amministratore di sostegno deve contenere l'indicazione:

“1) delle generalità della persona beneficiaria e dell'amministratore di sostegno;

2) della durata dell'incarico, che può essere anche a tempo indeterminato;

3) dell'oggetto dell'incarico e degli atti che l'amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario;

4) degli atti che il beneficiario può compiere solo con l'assistenza dell'amministratore di sostegno;

5) dei limiti, anche periodici, delle spese che l'amministratore di sostegno può sostenere con utilizzo delle somme di cui il beneficiario ha o può avere la disponibilità;

6) della periodicità con cui l'amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l'attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario.

L’oggetto dell’incarico, determinato nel decreto di nomina, individua i compiti dell’amministratore di sostegno.

Essi potranno riguardare i due seguenti ambiti (alternativamente o congiuntamente):

la cura della persona, intesa sia come cura della salute (eventuali scelte sanitarie, rapporti con il personale medico, espressione del consenso informato, ecc.), sia come gestione degli aspetti relazionali e sociali (scelta del luogo dove vivere, avvio di un percorso di psicoterapia o sostegno nella ricerca di un’occupazione lavorativa, ecc.);

la cura del patrimonio, riferita alla gestione reddituale e patrimoniale del beneficiario (amministrazione di beni mobili – stipendi, pensioni, portafoglio titoli, ecc. – o di beni immobili), volta alla conservazione delle risorse finanziarie dello stesso e al soddisfacimento delle necessità ordinarie e straordinarie del medesimo.

Sotto il profilo dei poteri dell’amministratore, egli, in relazione alle condizioni di salute e all’autonomia residua del beneficiario, potrà essere investito dal Giudice Tutelare di un ruolo di rappresentanza esclusiva (sostituendosi integralmente al soggetto) o di mera assistenza (affiancandosi al soggetto nell’assunzione delle decisioni).

7. L’amministratore di sostegno: il compenso. La materia è disciplinata dall’art. 379 c.c., dettata in materia di tutela, ma applicabile in virtù del richiamo contenuto nell’art. 411 comma 1° c.c. anche all’amministrazione di sostegno. La norma afferma la tendenziale gratuità dell’incarico, disponendo tuttavia che il Giudice Tutelare, considerando l’entità del patrimonio del beneficiario e la difficoltà dell’amministrazione, possa liquidare in favore dell’amministratore un’equa indennità. Contestualmente al deposito del rendiconto annuale, l’amministratore di sostegno potrà formulare istanza al Giudice Tutelare per richiedere il riconoscimento di tale indennità. Peraltro, non esistono criteri univoci per la determinazione della stessa, che è riservata unicamente alla discrezionalità del Giudice Tutelare. Il decreto che liquidità l’indennità può essere oggetto di impugnazione davanti al Tribunale in composizione collegiale, laddove appaia palesemente esorbitante o sproporzionato in relazione ai parametri indicati dall’art. 379 c.c.

Amministratore di sostegno: dalla domanda alla nomina. Da asst-pg23.it. Affinché sia nominato un Amministratore di Sostegno per una persona in condizioni di bisogno (chiamato anche beneficiario) è necessario presentare al Giudice Tutelare una specifica domanda (detta tecnicamente ricorso). Il ricorso può essere presentato dal beneficiario stesso, dal coniuge (non legalmente separato), dalla persona stabilmente convivente oppure dai parenti entro il IV e gli affini entro il II, dal tutore o il curatore (per coloro che già godono di una delle altre due misure di protezione), il Pubblico Ministero, i responsabili dei Servizi Sanitari e Sociali che hanno in cura la persona interessata. Non è necessario il ricorso ad un avvocato per la predisposizione del ricorso.

Il ricorso. Elenco dei documenti necessari:

certificato integrale (o estratto) dell’atto di nascita del beneficiario (la mancanza di tale certificato è causa di sospensione della procedura)

certificato di residenza e di stato di famiglia del beneficiario

relazione clinica sullo stato di salute del beneficiario redatto in data recente riportante anamnesi, diagnosi e capacità residue del paziente (la relazione clinica andrebbe compilata sulla base del format e redatta da specialista di struttura sanitaria pubblica o accreditata; nel caso sia redatta dal medico di base la firma deve essere accompagnata dal codice regionale mediante il timbro o l’indicazione del codice stesso)

certificato che attesti l’eventuale intrasportabilità del beneficiario

eventuale relazione sociale che inquadri il contesto di vita del beneficiario

documentazione relativa alla situazione patrimoniale del beneficiario (stipendi percepiti per attività lavorativa, pensioni di anzianità o vecchiaia, pensioni di invalidità, pensioni di reversibilità, assegni di accompagnamento, rendite provenienti da affitti, investimenti, conti correnti, titoli, immobili, ecc.). Può bastare, se disponibile, un estratto conto bancario dove sono evidenti gli accrediti per la pensione, in alternativa il prospetto annuo che l’Inps invia fotocopia carta identità del beneficiario, del ricorrente e dell’eventuale amministratore di sostegno

elenco nomi e indirizzi dei parenti dei beneficiario fino al IV grado (maggiorenni): genitori, fratelli, figli, coniuge e nipoti

stato di famiglia storico (dal momento del matrimonio se coniugato o dalla nascita se nubile o celibe). 

Compilazione del ricorso. Per la compilazione del ricorso non è richiesto l’utilizzo di un modulo specifico, in quanto la forma è libera. I modelli, presenti sul nostro sito e su quello del Tribunale, hanno funzione indicativa e possono essere d’aiuto per la presentazione del ricorso. E’ sempre utile modellare il ricorso rispetto alle esigenze del possibile beneficiario, soprattutto per i poteri da attribuire al futuro Amministratore di sostegno. Nel caso si sia già nelle condizioni di dover chiedere autorizzazioni per atti di straordinaria amministrazione si consiglia di farlo già nel ricorso (ad es. le accettazioni di eredità, documentando e motivando la richiesta) così da accelerare il provvedimento.

Marche da bollo. La marca da bollo richiesta è di € 27,00; è opportuno produrre sin da subito anche un’ulteriore marca da € 11,63 (da allegare al ricorso) per il successivo ritiro del Decreto di fissazione dell’udienza. 

Presentazione. La presentazione del ricorso, unitamente alla nota accompagnatoria, va fatta direttamente dal ricorrente; è ammessa, in via eccezionale, la delega a terzi mentre non è ammessa la spedizione postale, eccezion fatta nel caso in cui il ricorso sia proposto direttamente dal servizio sociale, sanitario o sociosanitario che ha in cura il beneficiario.

La cancelleria alla quale presentare il ricorso è quella della Volontaria Giurisdizione (Tribunale). La Cancelleria, al momento della presentazione, rilascia all’interessato il numero con la quale viene registrato, che diventa il riferimento preferenziale dell’intera procedura. Se si desidera una copia del ricorso come ricevuta, va portata in Cancelleria una ulteriore marca da € 3.84. Sulla nota accompagnatoria, se disponibile, va indicato un indirizzo mail. Una volta presentato il ricorso presso la Cancelleria del Tribunale di competenza (la competenza è riferita al Comune di residenza o di domicilio del beneficiario) si deve attendere il decreto di fissazione dell’udienza presso il Giudice Tutelare (o presso il domicilio del beneficiario se questi non e' trasportabile come eventualmente evidenziato nella relazione clinica), che normalmente viene emesso all’incirca un mese e mezzo prima della data dell’udienza. Il decreto di fissazione riporta la data dell'udienza e alcuni elementi che è importante verificare, come eventuali richieste di integrazione di documenti che, se non si producono, portano alla sospensione della procedura.

Fissazione dell'udienza e ritiro decreto fissazione udienza. Per il ritiro del decreto di fissazione dell’udienza, la Cancelleria avvisa il ricorrente prioritariamente via e-mail, posta e telefono. Attenzione: l’indirizzo mail della Cancelleria della Volontaria Giurisdizione non può essere utilizzato né per la presentazione di ricorsi, né per presentazione istanze, né tanto meno per informazioni generali oppure riguardanti lo stato della procedura. Nel caso, già in questa fase, fosse necessario presentare una copia autenticata del decreto di fissazione dell'udienza (ad esempio per le banche) serve una marca da bollo di € 11,63.

Comunicazione. Il ricorrente ha l’obbligo di comunicare il decreto di fissazione dell’udienza, unitamente al ricorso presentato, al possibile beneficiario e a tutte le persone indicate dal giudice tutelare che lo stesso ritiene utile convocare (queste sono indicate nel decreto), comprovando l’avvenuta comunicazione mediante ricevuta di raccomandata postale (non sono ammesse altre modalità) in sede di udienza. E' importante che le persone convocate si presentino all’udienza; se per qualsiasi motivo (ad esempio problemi di salute, età avanzata o impedimenti di altro tipo) le stesse non sono in grado di presentarsi, possono far pervenire al Tribunale una dichiarazione sottoscritta (con allegata copia del documento d'identità) con il loro parere in ordine alla nomina o meno dell'Amministratore di Sostegno. E' opportuno, quindi, che il ricorrente preavvisi i familiari interessati della possibilità di essere convocati dal Giudice Tutelare già in fase di predisposizione del ricorso; ciò, ovviamente, nei limiti del possibile e tenuto conto delle relazioni familiari. Comunque sia il ricorrente ha assolto il proprio dovere con l'invio della convocazione (del ricorso presentato) ai convocati e l’esibizione delle ricevute postali.

La nomina e l'udienza. Il Giudice Tutelare sente obbligatoriamente il beneficiario, il ricorrente e – se presenti – tutte le persone convocate; Il beneficiario è convocato presso il Tribunale salvo che ci sia la condizione di intrasportabilità.

Decreto. Il fascicolo, prima dell'emanazione del decreto, viene inviato al pubblico ministero per il previsto parere.

Giuramento. L'amministratore di sostegno designato viene convocato per il giuramento; il decreto e il verbale di giuramento possono essere ritirati dopo almeno 3 giorni dal giuramento, consegnando contestualmente una marca da bollo di € 11,63. Nel caso sia necessario ritirare il tutto prima dei 3 giorni la marca da bollo è di € 34,89 (diritti d'urgenza). Se dovete darne copia a terzi (principalmente banche e/o uffici postali) è consigliabile non consegnare la copia autenticata rilasciata dalla Cancelleria ma, esibendo la stessa, lasciarne una copia non autenticata. La richiesta di copie autenticate alla Cancelleria è infatti onerosa poiché necessita di marca da bollo. Il decreto di apertura e di chiusura dell'Istituto sono comunicati all'ufficiale dello stato civile, direttamente a cura del Tribunale, per le annotazioni in margine all'atto di nascita del beneficiario.

Il dopo: le relazioni. Entro il termine fissato dal Giudice Tutelare, l'Amministratore di Sostegno ha l'obbligo di produrre la relazione iniziale, con la quale viene effettuata una ricognizione dell'intera situazione patrimoniale del beneficiario; successivamente, nei termini stabiliti dal Giudice Tutelare, deve essere prodotto anche il rendiconto periodico.

Istanze di autorizzazione a compiere atti di straordinaria amministrazione. Nel provvedimento, generalmente, è contenuta l'autorizzazione a compiere esclusivamente atti di ordinaria amministrazione, mentre per gli atti di straordinaria amministrazione è necessaria specifica autorizzazione rilasciata su specifica istanza. Anche queste istanze devono essere depositate direttamente presso la cancelleria (le istanze non sono da presentare in marca da bollo). Per l'istanza di autorizzazione all'alienazione di beni immobili (case, terreni, ecc.) è necessario produrre anche una perizia estimativa asseverata recente e marca da bollo da € 27 (la perizia indica il valore di vendita).

La mia esperienza come Amministratore di Sostegno. Nicola Lorenzi, Avvocato in Milano. L’articolo pubblicato su Scambi di Prospettive. Da giovane avvocato e da interessato alla materia della tutela della persona da tempo nutrivo l’ambizione di “testare sul campo” le conoscenze sull’Amministrazione di Sostegno acquisite sui libri e durante un corso di formazione. All’inizio dell’estate del 2015 venivo a conoscenza del fatto che un amico di famiglia, ormai anziano, stava vivendo con estrema apprensione la diagnosi fatta al proprio fratello, di poco più giovane, relativa al morbo di Alzheimer. Questa persona, ormai da mesi, stava subendo una rilevante contrazione delle capacità mnemoniche e appariva sempre più spesso in stato di confusione, ed era patologicamente prodigo, elargendo denaro a più persone in assenza di ragioni e giustificazioni, il tutto senza che il fratello in salute fosse in grado di porvi alcun rimedio e avesse la forza, anche fisica e psichica, di proteggerlo, soffrendo quindi a sua volta. Coinvolto professionalmente nella questione, decidevo di aiutare i due fratelli e, infine, mi rendevo disponibile a ricoprire personalmente il delicato ruolo di Amministratore di Sostegno in favore della persona malata, certo che potesse essere un’occasione di crescita non solo professionale ma anche umana e pur con i dubbi legati all’inevitabile intromissione nella vita di altre persone che ne sarebbe derivata in ragione dell’assenza di legami familiari tra noi. Svolta la famiglia la procedura dinnanzi al Giudice Tutelare del tribunale di Milano e ricevuto il sottoscritto l’incarico formale, aveva così inizio sul campo la mia esperienza di Amministratore di Sostegno (in sigla anche A.d.S.), che mi ha definitivamente dimostrato come tra il dire e il fare, tra le nozioni scolastiche e le applicazioni pratiche, ci sia di mezzo … la vita vera, con tutte le complicazioni burocratiche, le difficoltà legate alla malattia e alla cura della persona, alla gestione delle più disparate problematiche che di volta in volta si presentano, il tutto reso ancora più complesso dalla necessità di interfacciarsi costantemente con un Giudice che, se per me è soggetto ben noto per la professione che svolgo, a un cittadino comune trasmette spesso un senso di preoccupazione e timore.

Ho quindi imparato o comunque visto sul campo quali siano le reali ed effettive difficoltà con cui ogni giorno i familiari, già provati dal dispiacere e dalle preoccupazioni, devono scontrarsi e cercare di superare per il bene del proprio congiunto malato e per effettivamente poter gestire i problemi con cui il ruolo di A.d.S. fa inevitabilmente entrare in contatto. A titolo esemplificativo (e a prescindere dalle specifiche complicazioni di ogni situazione, magari legate all’ammontare del patrimonio o alla specifica patologia del beneficiario), ho conosciuto le difficoltà nel convincere le banche a concedere l’utilizzo dell’home banking per procedere con i pagamenti e il controllo delle spese (nonostante i decreti di nomina, ormai sistematicamente, ordinino agli Istituti di credito di dotare gli A.d.S. di detti strumenti, così da evitare di doversi recare di persona in una filiale per ogni necessità). Ho conosciuto sul campo le complicazioni burocratiche dell’iter per richiedere e ottenere l’indennità di accompagnamento, gli ausili per l’incontinenza, nonché, più in generale, la difficoltà nel consegnare al giusto Ufficio del giusto Ente la documentazione a riprova del proprio ruolo, indispensabile per la corretta identificazione dell’A.d.S. come soggetto legittimato a svolgere determinati adempimenti; oppure, la difficoltà anche solo di comprendere il significato (ancor prima delle problematiche relative alla sua compilazione e, soprattutto, trasmissione) del Modello ICRIC. Ho, altresì, conosciuto le difficoltà nel reperire un fidato collaboratore familiare, rendendomi conto di come alcune parole risultino prive di significato per coloro i quali le abbiano solo udite e non approfondite: dietro a un “badante” c’è un essere umano, con i propri problemi e con le proprie difficoltà (spesso anche comunicative), al quale però si pretenderebbe di affidare compiti di assistenza di persone con patologie gravi e complesse che richiederebbero conoscenze psicologiche e mediche, stupendosi poi che detto compito non venga svolto al meglio. Ho quindi avuto, una volta di più, dimostrazione dell’importanza di conoscere direttamente la persona a cui chiedi di lavorare, di approfondire con lei le problematiche che deve affrontare nella quotidianità e di trovare di volta in volta una soluzione, così da verificare che il soggetto a cui viene chiesto di vivere in simbiosi con il malato, sia effettivamente in grado di svolgere il suo delicato compito e di sopportarne anche psicologicamente i risvolti. Ho quindi visto sul campo l’ingente lavoro a cui la Sezione Tutele del Tribunale di Milano è costantemente chiamata e che compie quotidianamente al meglio possibile, seppur certamente in carenza di organico e priva di giuste risorse pubbliche, sia dal punto di vista della Cancelleria sia dal punto di vista del Giudice Tutelare. Ho sperimentato le lunghe code che i cittadini devono fare per poter depositare istanze, documenti, rendiconti e per ritirare i relativi provvedimenti. Ho soprattutto compreso la decisiva importanza di potersi interfacciare con un Giudice Tutelare capace e attento alle effettive necessità rappresentate nelle istanze depositate, apprezzando i risultati ottenuti grazie a questa sinergia tra i vari ruoli. Da ultimo, ma certamente non per ultimo, ho conosciuto da vicino la malattia e le conseguenze che questa comporta sulla persona. Ho vissuto da vicino i cambiamenti che una malattia come l’Alzheimer provoca in un lasso di tempo brevissimo, così da costringere il malato in uno stato di assoluta alienazione, incapace di gestirsi nei più elementari bisogni e così da farlo assomigliare sempre più, purtroppo negativamente, a un infante con necessità di controllo e gestione costanti. Solo in questo modo ho potuto comprendere il dramma che un familiare è costretto a vivere quotidianamente, chiamato non solo a dover gestire il proprio malato, ma altresì a sostituirsi a quest’ultimo nella gestione di tutto quanto lo stesso non è più in grado di fare, che, però, non per questo, scompare. Più banalmente ho compreso le gravose problematiche che le famiglie sono chiamate a sopportare, spesso in assenza di aiuti esterni, per cercare di “sopravvivere” nonostante la malattia. Ora che la persona che assistevo non c’è più, oltre al ricordo della stessa, mi resta tutto quanto di positivo un’esperienza come quella raccontata può lasciare a livello di arricchimento e approfondimento non solo professionale e, soprattutto, la consapevolezza che molte famiglie – prive di nozioni giuridiche e ancor prima inesperte e comunque non pronte alle formalità – hanno certamente necessità di supporto per lo svolgimento del loro incarico. Un supporto che un’associazione come quella che ho incontrato nel mio cammino, l’Associazione InCERCHIO per le persone fragili, offre con grande competenza e passione, motivo per cui ho deciso di unirmi a loro per mettere a disposizione di familiari e beneficiari il mio contributo e le mie competenze. Il tutto nella convinzione – espressa al termine di questa narrazione ma che è in realtà il motivo alla base del mio impegno – che l’introduzione dell’istituto dell’Amministrazione di Sostegno sia stata una delle più riuscite iniziative legislative del nostro Paese e che pertanto è dovere anche dei professionisti impegnarsi affinché l’Amministratore di Sostegno assuma sempre più un ruolo fondamentale per la cura e l’assistenza delle persone non più capaci, essendo l’unico strumento effettivamente in grado di dare le migliori risposte alle varie effettive esigenze del singolo beneficiario e con la corretta determinazione dei confini dei poteri da concedere all’A.d.S. di volta in volta nel caso specifico.

L'amministratore di sostegno raccolta di casi e controversie. Da Leale De Feroci. Che cos’è l’amministrazione di sostegno. L’amministrazione di sostegno è un istituto giuridico recente, creato per assistere persone che hanno blande difficoltà psicologiche o fisiche ad amministrare i propri beni, evitando loro le gravi limitazioni della libertà di agire che sono proprie dell’interdizione e dell’inabilitazione. L’incarico di amministratore di sostegno dovrebbe essere gratuito, ed il Tribunale dovrebbe affidarlo di preferenza a famigliari o conviventi e controllarne adeguatamente gli atti e le contabilità. Ma in concreto buona parte dei Tribunali italiani non ha personale sufficiente a garantire controlli efficaci, sottopone le persone ad amministratore di sostegno su richiesta di terzi senza adeguate controperizie difensive, conferisce gli incarichi ad avvocati, praticanti o commercialisti autorizzandoli a prelevare compensi dalle risorse degli amministrati, e spesso assegna loro poteri analoghi a quelli del tutore dell’interdetto.

Gli abusi, le coperture e la politica. Il sostegno viene così trasformato arbitrariamente in un’interdizione impropria con garanzie di gestione e controllo minori. E questo favorisce abusi di vario genere sulla vita, il denaro e gli immobili degli amministrati, molti dei quali si trovano così non sostenuti, ma espropriati della disponibilità del proprio denaro, dei propri immobili e persino della posta. Ed accade pure che se si oppongono finiscano all’ospizio con vendita della casa, mentre le proteste di loro famigliari vengano zittite sottoponendo anche loro ad amministrazione di sostegno analoga. Questo ciclo perverso si perpetua in proporzione alle condizioni ambientali di omertà e copertura che trova sia nei tribunali e nelle altre istituzioni che sui media; è stato inoltre favorito da tentativi impropri di sovrapporre al problema oggettivo uno scontro politico tra destra colpevolista e sinistra assolutoria.

Il caso Trieste e le indagini giudiziarie. La legge sulle amministrazioni di sostegno è nata a Trieste negli ambienti della celebre psichiatria aperta di Franco Basaglia, ma proprio qui è stata paradossalmente applicata anche senza necessità, in eccesso numerico, alimentando avvocati e commercialisti, con maggiore arbitrio repressivo delle libertà fondamentali degli assistiti, e queste anomalìe vengono tuttora coperte sia dal Tribunale che dai politici e dal quotidiano monopolista locale Il Piccolo (gruppo Espresso). Il tutto è ora sotto indagini giudiziarie della Procura esterna competente per legge, avviate su esposti-denuncia di alcune vittime e su una querela che la giudice più coinvolta nei fatti ha sporto contro Paolo G. Parovel per le notizie, le analisi ed i commenti che ne ha pubblicati. Trieste diventa perciò un caso-pilota anche per il contrasto agli abusi nelle amministrazioni di sostegno in tutt’Italia.  La denuncia, che non ha precedenti ed espone il problema in 20 cartelle d’analisi giuridica e riferimenti fattuali, segnala una concentrazione che definisce “abnorme” di questi abusi a Trieste su sottrazioni giudiziarie di bambini alle famiglie e nelle “amministrazioni di sostegno” di adulti in difficoltà. ambedue categorie di soggetti deboli. In Italia gli affidi e le amministrazioni di sostegno vengono decisi dal Giudice Tutelare per semplice decreto su istruttoria discrezionale senza difesa processuale degli interessati e delle famiglie, ed una gran parte delle “amministrazioni di sostegno” viene affidata non all’attività gratuita di famigliari, ma ad avvocati e privando la persona del diritto di amministrare i propri beni, di decidere le proprie cure e di ricevere la corrispondenza. Si tratta perciò di violazioni dei diritti fondamentali e costituzionali della persona e della famiglia, con provvedimenti in buona parte ingiustificati che causano sofferenze gravi sino al suicidio e vanno ad alimentare due “mercati“ anomali: uno degli elevati costi di ricovero pagati dai Comuni per ogni bambino, e l’altro di operazioni sui patrimoni mobiliari ed immobiliari degli amministrati. I due “mercati anomali”, che ammontano a centinaia di milioni di euro, sono perciò coperti dal silenzio interessato di influenti categorie coinvolte, e Trieste avrebbe da sola il 40 % del totale nazionale degli affidi di minori al circuito delle “case-famiglia” (dati ISTAT), più 4000 “amministrazioni di sostegno” affidate per oltre metà ad avvocati. Il Movimento Trieste Libera ha inviato la propria denuncia anche alle autorità europee e internazionali rilevando che le leggi italiane non possono avere applicazione diretta a Trieste, perché secondo gli strumenti internazionali specifici (Trattato di Pace di Parigi del 1947 e Memorandum d’intesa di Londra del 1954) la città-porto franco adriatica si trova ancora sotto amministrazione fiduciaria del Governo italiano e non dello Stato italiano. Sullo status internazionale di Trieste è in atto un vivace dibattito politico e storico-giuridico. Fonte: giuliocomuzzi.it.   

SE QUESTO E' UN AVVOCATO. NOMINATO AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO SVUOTA I CONTI DELLE PERSONE DEBOLI A LEI AFFIDATE. Rimini, avvocatessa ruba 200 mila euro a un senza tetto per comprarsi un Suv. Se un furto è sempre odioso a Rimini ce n'è stato uno insopportabile. Avrebbe dovuto prendersi cura delle finanze dei suoi assistiti, come amministratore di sostegno nominata dal Tribunale per la tutela delle fasce più deboli, e invece ne ha svuotato i conti correnti. Vittima di Lidia Gabellini, 38 anni avvocato del Foro di Rimini e arrestata questa mattina dai carabinieri per peculato, anche il clochard sopravvissuto nel 2008 all'incursione di un gruppo di teppisti che gli diedero fuoco mentre dormiva su panchina. Pure il risarcimento danni che il senzatetto aveva avuto all'epoca del processo, circa 190 mila euro, è finito nelle tasche dell'avvocatessa che da questa mattina si trova nel carcere femminile di Forlì. È questo l'epilogo di una indagine lampo della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri di Rimini, coordinati dal sostituto procuratore Davide Ercolani, nell'inchiesta denominata in maniera evocativa, «Vampiro». Secondo gli inquirenti, l'avvocato Gabellini dal 2010 fino all'ottobre 2013, mese in cui il Tribunale le ha revocato il mandato di amministratore di sostegno, ha prosciugato i conti correnti dei suoi assistiti. In particolare, nell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Sonia Pasini, si contestano due condotte: una relativa alla gestione dei beni di un 22enne di Perticara, invalido al 100 per 100 dopo un incidente domestico, e quello del clochard già miracolosamente scampato alla morte nel 2008. Secondo le accuse il denaro è stato utilizzato dall'avvocato per l'acquisto di autovetture e altri beni di consumo. Questa mattina nel corso della perquisizione dell'appartamento della professionista, di ottima posizione sociale, sposata con un medico anestesista e madre di una bimba piccola, i carabinieri hanno trovato le tracce della falsificazione dei rendiconto bancari che l'avvocato mostrava ai suoi assistiti per non destare sospetti. Rendiconto alterati con del semplice bianchetto di cui gli originali sono stati sequestrati per gli atti della Procura. Gli inquirenti hanno anche provveduto al sequestro per equivalente della somma di 205 mila euro (quella che si presume sia stata provento del reato), metà della casa di famiglia, una Volkswagen Touareg, una Smart e alcuni conti correnti. L'indagine della Procura partì quando il padre del giovane invalido si accorse che sul conto corrente del figlio c'erano delle anomalie. Il ragazzo, invalido per un caduta dal tetto di casa, aveva ricevuto un indennizzo di 30mila euro e percepiva ogni mese una pensione da 680 euro. Sul conto però, dopo le incursioni dell'amministratore di sostegno, dopo 22 mesi c'erano solo pochi spiccioli. Quando l'avvocato si è vista smascherare, e intuendo di essere indagata dopo essere stata revocata dal tribunale, ha continuato ad avere rapporti con i suoi assistiti tentando in alcuni casi anche di convincerli di cambiare residenza per sviare i sospetti. All'avvocato arrestato il Tribunale aveva affidato 6 casi di persone sotto tutela. Ora la magistratura vaglierà le ulteriori 4 posizioni ancora non oggetto d'indagine. Lidia Gabellini è difesa dall'avvocato Alessandro Petrillo. Fonte:  ultimocamerlengo.blogspot.it.

“MIO PADRE HA SUBITO DELLE INGIUSTIZIE, COME BENEFICIARIO DI ADS”. Alcuni si riconosceranno in questa storia e potrebbero avere delle reazioni nei miei confronti, ma io non ho paura, ho solo voglia di giustizia. Mi chiamo E, vivo a V. M. e ho 28 anni. Da qualche giorno sono amministratrice di sostegno di mio padre. I miei genitori si sono separati che ero bambina e oggi sono divorziati. Per me è venuto molto presto il momento in cui ho dovuto abbandonare il ruolo di figlia per prendermi cura di mio padre, lo faccio con convinzione, con amore, ma ho dovuto lottare, e lo sto ancora facendo, contro un muro di gomma fatto di ingiustizie e lungaggini burocratiche e giudiziarie. I fatti in breve:

Cinque anni fa moriva mio nonno, mio padre allora era seguito dai servizi psichiatrici per una grave depressione, avevo 23 anni e non sentendomi preparata a gestire le beghe legali con i familiari di mio padre, mi sono affidata alla giustizia acconsentendo che mio padre avesse come amministratore di sostegno una avvocatessa che avrebbe dovuto occuparsi (così recita il decreto di nomina del giudice tutelare) solo ed esclusivamente della divisione patrimoniale. E qui è cominciato per me e mio padre un vero e proprio incubo. La causa legale per la divisione dell’eredità si è conclusa nel novembre del 2011 e mio padre è così venuto in possesso di una casa e alcune biolche di terra. La amministratrice nominata sin dal 2008 ha cominciato a gestire il conto corrente di mio padre, fuori da ogni mandato del giudice, e fargli mancare persino il necessario per mangiare o per andare a curarsi i denti per esempio. Nonostante le mie lettere raccomandate all’amministratrice, nonostante le segnalazioni ai servizi sociali, a mio padre veniva persino negato di avere l’estratto conto del proprio conto corrente. Una vita ai limiti della sopravvivenza. E le risparmio le umiliazioni che questa donna mi ha fatto subire. Mi sono allora iscritta a un corso per amministratori di sostegno, durante il corso ponevo ai docenti tante domande e ho cominciato a raccontare i soprusi che stavamo subendo e che finalmente capivo di subire, insieme a mio padre. Ho fatto richiesta per diventare io l’amministratore di sostegno di mio padre e finalmente ci sono riuscita. A quel punto forte della consapevolezza delle leggi ho raccolto tutta la documentazione necessaria. Durante il corso mi hanno spiegato che per agire sul conto corrente di una persona, bisogna avere un mandato specifico di un giudice, che tale mandato va consegnato alla banca. Nella banca di cui mio padre era correntista non risultava essere nessun mandato del giudice in tal senso (e questo lo sapevo benissimo: uno perché l’incarico come amministratrice della avvocatessa non prevedeva questa specie di atti e due per il comportamento molto evasivo della funzionaria di banca). Ho raccolto tutte le prove di quanto ho appena denunciato. A novembre del 2012 ho presentato alla procura di Mantova un dettagliato esposto contenente tutte le prove di quelli che a me sono apparsi come soprusi e illeciti, perché un giudice si pronunciasse. Ho presentato un esposto convinta di avere giustizia e non c’è nessuna affermazione contenuta in questa lettera che non io possa provare. Purtroppo ad oggi non ho nessuna notizia dei provvedimenti presi per sanare questa ingiustizia. Io e mio padre ce la stiamo facendo a venirne fuori, ma penso a tutte quelle persone fragili magari senza familiari, e ce ne sono tante mi creda, facili prede, a cui viene di punto in bianco tolto persino il diritto di desiderare, perché durante il corso ho conosciuto storie molto simili alla mia in cui la stessa avvocatessa si era comportata nella stessa modalità anche nel mio stesso paese e, a quanto mi risulta, continua ad agire. EB. Fonte: personaedanno.it.

Lo ritengo un "Abuso di potere". Sono il figlio di una persona invalida al cento per cento non autonoma, da anni dietro alle esigenze di mia madre, con il contratto di affitto cointestato. Da anni a causa di difficoltà economiche la nostra famiglia è seguita dalla assistente sociale che inizialmente, diversi anni fa, ci è stata di aiuto dal momento che mentre lavoravo venivano gli operatori accompagnando mia madre a fare le spese e lavandola, fino al momento in cui questi servizi sono arrivati sempre più a peggiorare. Col tempo mi sono sposato con una ragazza con due figli, creandomi una famiglia e mia moglie mi aiutava ad occupandosi di gran parte lei delle faccende in casa con mia madre e dopo insistenze varie della assistente sociale abbiamo inserito mia madre in un centro diurno, lei inizialmente non voleva perché preferiva stare in casa dove secondo lei avrebbe avuto le sue libertà ma a causa di forza maggiore accettò. Le persone anziane spesso parlano male dei propri famigliari e mia madre è gelosa della nuora e dei suoi figli e quando andava al centro si lamentava con i degenti e con mia zia creando pettegolezzi in cui secondo lei noi famigliari avremmo speso i suoi soldi e, tengo a fare presente che era lei a gestire interamente i suoi soldi e quando doveva fare qualche spesa veniva accompagnata e decideva lei cosa comprare. E, come il risultato di queste sue chiacchiere che arrivarono all’orecchio della assistente sociale già turbata dal fatto che mia madre non pagava la retta del centro perché si era vista costretta ad andarci e non trovava giusto il fatto che dovesse anche pagare che, senza nemmeno interpellare i famigliari mise in atto tutte le procedure di avvio per un amministratore di sostegno. Un bel giorno tutti noi famigliari stretti e zia compresa veniamo convocati davanti al giudice tutelare per la nomina di un amministratore di sostegno, io sinceramente parlando avrei dovuto in quell’occasione accettare l’ incarico ma, conoscendo le reazioni di mia madre che non voleva farsi gestire i soldi da nessuno ho preferito che ad occuparsi dell’ ingrato compito fosse mia zia ignaro del fatto di quanto sarebbe successo dopo. Cominciò allora un periodo in cui la zia che avrebbe che avrebbe dovuto occuparsi solo di tenere un amministrazione dei soldi di mia madre gestendo una misera pensione di mille euro, aveva invece in mano le redini per decidere l’ intera vita di mia madre e della nostra e naturalmente era affiancata dalla assistente sociale artefice di tutto e, assomigliava il tutto come un abuso di ufficio legalizzato. Come se non bastasse i rapporti con mia zia non erano dei migliori determinato dal fatto che in passato lei e mia madre si erano denunciate penalmente ed erano naturalmente rimasti dei rancori. Per farla breve, in famiglia lavoriamo io e mia moglie la quale deve anche assistere mia madre in tutto e per tutto dal momento che mia madre non è assolutamente in grado di fare niente da sola e la pensione di mia madre viene spesa come ritiene sia giusto l’ assistente sociale la quale manda degli operatori in casa che non le fanno niente, una spesa completamente inutile dal momento che a tutte le esigenze di mia madre ci deve pensare la famiglia. Non solo abbiamo avuto dei problemi di morosità con l’ affitto e con relativa ingiunzione di sfratto e a gennaio ci siamo concordati per un piano di rientro rateizzato pagando una somma stabilita insieme all’ amministratore di sostegno che avremmo dovuto pagare sia io che mia madre in quanto cointestatari dell’appartamento in questione, a Maggio mia zia ha lasciato l’ incarico per motivi di salute e mia madre ed è rimasta senza riscuotere la pensione fino alla fine di Luglio nel frattempo non avendo i soldi per riuscire a tamponare l’affitto ed in più anche la rateizzazione abbiamo saltato delle rate e ci è stato detto che ad Ottobre avremo un'altra ingiunzione di sfratto esecutivo se non arriviamo ad un accordo versando altri soldi che non abbiamo. In casa non abbiamo la lavatrice perché tutte le tubature sia della cucina che della doccia sono intasate e dobbiamo anche andare a lavare i piatti in bagno siamo in questa situazione da quando siamo entrati nel appartamento i lavori spetterebbero al proprietario il quale fino che non avremo pagato gli arretrati non farà mai nessun lavoro. Ci mancava solo l’ operatore mandato dalla assistente sociale che ci addita contro dicendoci che mia madre ha un solo asciugamano e con l’ intenzione di comandare in casa mia anche… F.L. Fonte: Leale De Feroci.

Al di là della volontà delle famiglie degli assistiti da ADS. Psichiatria: amministratore di sostegno o emarginatore dei familiari? Due casi di nostra conoscenza pongono dubbi sulla corretta applicazione della legge che istituisce l'amministratore di sostegno una «figura istituita per quelle persone che, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, si trovano nell’ impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi».  «L'amministratore di sostegno è una figura istituita per quelle persone che, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, si trovano nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi». Inizia così, sul sito internet del Ministero della Giustizia, la scheda informativa relativa a questo istituto, così come previsto dalla legge 6 del 2004 che lo ha profondamente riformato. Anziani e disabili, ma anche alcolisti, tossicodipendenti, detenuti e malati terminali possono chiedere mediante ricorso – anche se minori, interdetti o inabilitati – che «il giudice tutelare nomini una persona che abbia cura della loro persona e del loro patrimonio». Ma tale richiesta – che non necessita dell’assistenza di un avvocato – può anche essere presentata dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dai parenti entro il quarto grado (relativo a cugini, pronipoti e prozii), dagli affini entro il secondo grado (suoceri, generi e nuore, cognati), dal tutore o curatore e dal pubblico ministero. Tuttavia la scheda precisa anche che «i responsabili dei servizi sanitari e sociali direttamente impegnati nella cura e assistenza della persona, se sono a conoscenza di fatti tali da rendere opportuna l’apertura del procedimento di amministrazione di sostegno, sono tenuti a proporre al giudice tutelare il ricorso o a fornirne comunque notizia al pubblico ministero». Ed è proprio quest’ultima possibilità che ha consentito il verificarsi di un paio di casi di cui siamo venuti a conoscenza, entrambi relativi a pazienti psichiatrici fiorentini e caratterizzati dalla nomina di un amministratore di sostegno al di là della volontà delle loro famiglie, nonostante che queste avessero sempre avuto a cuore la salute ed il bene dei loro congiunti. In sostanza, dietro la richiesta di servizi psichiatrici e assistenti sociali che avevano in carico i suddetti pazienti, il giudice tutelare avrebbe operato in entrambi i casi una scelta che sembrerebbe andar contro quanto prevede la legge stessa, laddove indica di preferire come amministratore di sostegno, nell’ordine, il coniuge che non sia separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre o la madre, il figlio, il fratello o la sorella, il parente entro il quarto grado, il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata. C’è però un «se possibile» che di fatto lascia una discrezionalità forse troppo ampia, che alla fine, probabilmente anche per un certo scarico di responsabilità, si indirizza fatalmente verso la ratifica del quadro fornito dai professionisti interessati rispetto a quello presentato dai familiari. La delicatezza della questione non è di poco conto soprattutto se si tiene conto del fatto che il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno deve contenere tutta una serie di indicazioni decisamente «sensibili», quali la durata dell’incarico, che può essere anche a tempo indeterminato, il suo oggetto, gli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario e, viceversa, quelli che quest’ultimo può compiere solo con l’assistenza del primo, la periodicità con cui l’amministratore deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario e infine, quel che più conta, i limiti, anche periodici, delle spese che l’amministratore di sostegno può sostenere con utilizzo delle somme di cui il beneficiario ha o può avere la disponibilità. In entrambi i casi di nostra conoscenza, non a caso, tale disponibilità economica era presente. Sebbene la legge preveda espressamente che gli operatori dei servizi pubblici o privati che hanno in cura o in carico il beneficiario non possono ricoprire le funzioni di amministratore di sostegno, si crea però di fatto un meccanismo in cui i familiari interessati vengono emarginati e privati anche della possibilità di una cogestione del patrimonio comune, casa compresa. È quanto successo, in uno dei due casi, alla sorella del beneficiario, amareggiata e sconcertata per essere stata esclusa insieme a tutta la famiglia dalla possibilità di affiancare il fratello nel percorso di cura. E pur non intendendo affatto mettere in dubbio la buona fede del giudice tutelare e degli operatori in questione, non possono non emergere dubbi sulla gestione della vicenda, nata in seguito alla morte del padre dei due fratelli, che ha portato anche a richiedere, pochi mesi dopo la presa in carico, una visita per l’incremento dal 75 al 100% dell’invalidità del soggetto assistito, con possibile perdita dell’idoneità al lavoro in cui, pur con tutti i suoi limiti, era impegnato. Fattore scatenante dell’altro caso è stato invece un contenzioso tra i tre fratelli del disabile e la struttura psichiatrica di riferimento in merito alle nuove modalità di assistenza loro prospettate (che di fatto si configuravano come un forte allentamento, se non addirittura una rinuncia, della presa in carico). In casi come quelli citati (ma sembra che ce ne siano anche altri, secondo quanto ci riferisce il Coordinamento toscano delle associazioni per la salute mentale, che intende approfondire il tema), il circolo che si crea tra servizi psichiatrici, assistenti sociali, giudice tutelare e amministratore di sostegno chiude di fatto fuori la famiglia del disabile anche quando in quest’ultima è chiaramente presente un rapporto affettivo senza secondi fini nei confronti del proprio congiunto. Problemi di rapporto dei familiari con i servizi o eventuali giudizi di inadeguatezza dei rapporti interfamiliari non sono certo sufficienti a giustificare una simile emarginazione, anche per le ripercussioni negative che questa potrebbe avere sugli stessi disabili che almeno a parole si vorrebbero invece tutelare. Tenendo anche conto del fatto che, secondo quanto previsto dalla legge, la scelta dell’amministratore di sostegno deve avvenire »con esclusivo riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario». Fonte: Leale De Feroci.

Decisioni prese dal giudice tutelare. Salve a tutti, sono vittima di abusi sia da parte di un amministratrice di sostegno che del giudice tutelare e mi chiedevo se tutto questo ? davvero lecito oppure no. Vi espongo brevemente i fatti. Mia madre soffre di demenza senile su base variabile, e per lei ? stata nominata a dicembre scorso un'amministratrice di sostegno, senza n? il consenso, n? la consapevolezza della beneficiaria, che a tutt'oggi ? ignara del fatto che il suo patrimonio e i suoi conti sono amministrati da una persona di cui, tra l'altro, lei, in vita sua , non si ? mai fidata. A settembre scorso (quindi prima che l'amministratrice venisse investita dell'incarico) mia madre, senza il mio consenso e senza nemmeno sentire il mio parere, in qualità di figlia, è stata ricoverata dall'attuale amministratrice di sostegno con l'inganno presso una struttura sanitaria, facendole credere che si trattasse di ricovero temporaneo a causa di un suo male. A tutt'oggi mia madre, ignara del fatto che trattasi di ricovero permanente e progetta in continuazione "le cose che fare" quando finalmente la dimetteranno. Intanto le è stata tolta ogni libertà e privata dei suoi soldi. Io, sola contro tutti gli altri fratelli, mi sento con le mani legate, e non posso dirle niente. Da aprile ho iniziato a portar fuori mia madre almeno per pranzo (dopo mesi di segregazione), ma ho incontrato subito l'ostilità da parte dell'amministratrice. Per metterla a tacere, ho chiesto al giudice tutelare di poter avere un permesso suo scritto che mi autorizzasse a portare a pranzo fuori mia madre dalla struttura sanitaria almeno qualche domenica. Il giudice tutelare, nonostante il decreto da lui stesso emanato menzionasse solo compiti di natura economica (pagare spese, ritirare pensione e cose varie) e sanitaria (informarsi del suo stato di salute e preoccuparsi qualora abbia bisogno di ulteriori cure), in seguito all'istanza da me presentata ha invitato l'amministratrice a prendere posizione circa l'opportunità? o meno che mia madre potesse frequentare la mia abitazione. Forte di questo fatto, l'amministratrice oggi mi ha proibito di poter portar via mia madre fuori per pranzo (l'amministratrice non ? altro che una nuora), nonostante mia madre lo desiderasse. Tutto questo senza alcuna motivazione, semplicemente per pura ripicca nei miei confronti. La struttura sanitaria ovviamente ha obbedito ai suoi ordini. Il mese scorso, io, viste le prime opposizioni, ho presentato una comparsa di costituzione in cui esponevo tutti i fatti (ricovero non autorizzato, non consapevolezza dei fatti da parte della beneficiaria e opposizione dell'amministratrice al fatto che la beneficiaria frequenti la figlia), chiedendo, tra l'altro, con un'istanza al giudice tutelare di poter essere informata sui fatti di mia madre, dal momento che stanno avvenendo cose, tra cui denunce di badanti e sparizione di soldi dai C/C di mia madre, di cui, tutto il paese informato, tranne me che sono la figlia. Il giudice ha rigettato l'istanza, motivandola col fatto che ormai per lui il procedimento risulta chiuso nel momento in cui ha emesso il decreto di amministrazione di sostegno e che avevo tempo solo 10 giorni per potermi muovere. In sostanza, ho agito troppo tardi. Ma io mi chiedo: dal momento che trattasi semplicemente di amministrazione di sostegno e non c'è alcuna interdizione nè tutela legale per mia madre, è lecito che un amministratore di sostegno vieti alla sua beneficiaria di poter frequentare una figlia, opponendosi al volere della beneficiaria stessa? E' altresì? lecito che un giudice tutelare avvalli un tale comportamento (ripeto: senza alcuna motivazione) facendomi tra l'altro redarre una domandina per un permesso di cui pensavo non aver bisogno? Possibile che il giudice tutelare abbia i poteri di un Dio supremo e decida lui cosa va fatto e cosa no a prescindere dalle motivazioni e a prescindere dal fatto che sia contro quando la legge afferma sull'amministrazione di sostegno? Io attualmente mi trovo con le mani legate su tutti i fronti. HANNO PROIBITO A MADRE E FIGLIA DI POTERSI FREQUENTARE SENZA ALCUN MOTIVO, semplicemente perchè? all'amministratore "va così?".  Mi sento vittima di una grave ingiustizia. Fonte: Leale De Feroci.

In 700 "amministrano" anziani. Sono quasi 700 a Trieste gli amministratori di sostegno in carica e il loro numero sta crescendo a grande velocità. Ugo Salvini 28 giugno 2009 su La Repubblica.

LA FIGURA. Al centro di quello che a pieno titolo può essere definito un nuovo fenomeno sociale, l'amministratore di sostegno è una figura recente dell'ordinamento giuridico italiano, essendo stata istituita con la legge del 9 gennaio 2004, n. 6, entrata in vigore il successivo 20 marzo e che prevede, accanto all'interdizione e all'inabilitazione, come forma morbida di assistenza e aiuto alle persone in difficoltà.

LE FINALITÀ. La legge ha la «finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire – si legge nell'articolo 1 - le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell'espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente». La nomina dell'amministratore di sostegno è fatta dal Giudice tutelare competente per territorio e molto spesso riguarda un familiare stretto della persona bisognosa di aiuto.

COSA SERVE. Le problematiche che si possono affrontare con l'istituto dell'amministrazione di sostegno sono molteplici: si va dalla più semplice gestione della pensione per il pagamento di affitti, rette e bollette, a quelle più complesse di patrimoni e rapporti bancari o di immobili ed eredità.

IL BOOM. A Trieste, città di anziani per definizione, il ricorso a questa soluzione, che è la più leggera delle tre previste dall'ordinamento, poichè inabilitazione e soprattutto interdizione sono molto più limitative, è letteralmente esplosa. Nel 2004, primo anno di applicazione, furono nominati 5 amministratori di sostegno, nel 2005 49, nel 2006 125, nel 2007 190, lo scorso anno sono stati 281.

LE RICHIESTE. Un trend in continuo aumento, come spiega il giudice tutelare Gloria Carlesso, che si occupa della gran parte delle istanze di questa natura: «Nei primi due mesi di quest'anno – dice – siamo già a quota 36 e il trend è in netto aumento». Utile anche confrontare le domande presentate: nel 2004 furono 28, nel 2005 152, nel 2006 224, nel 2007 273, nel 2008 361, quest'anno finora sono state un'ottantina.

I PROVVEDIMENTI. I dati evidenziano, nell'ambito di una chiara crescita del ricorso all'istituto, un avvicinamento fra il numero delle richieste e quello dei provvedimenti di nomina emessi: segnale di una conoscenza sempre più approfondita da parte della popolazione dell'esistenza di questa possibilità non invasiva di aiuto alle persone anziane o afflitte da problemi di memoria. «Vorremmo però – sottolinea la Carlesso – che questo istituto fosse noto veramente a tutti, perché la sua utilità è notevole».

LA NOMINA. I dati parlano chiaro: in città sono circa 25mila le persone in condizione di parziale disabilità, di impossibilità a muoversi e di provvedere a se stesse. Probabilmente molti di questi casi potrebbero essere risolti con il ricorso all'amministratore di sostegno.

LA PROCEDURA. Ma l'istituto è riconosciuto solo in determinate condizioni. «La nomina – precisa il giudice tutelare Carlesso – deve essere effettuata quando serve, dopo un'attenta analisi della situazione e uno o più colloqui con le parti interessate. Il mio lavoro prevede sì l'applicazione delle regole, ma sono decisive le visite alle persone al loro domicilio, spesso nelle case di riposo, e l'uso di una buona dose di psicologia».

L'IMPEGNO. Anziani che scelgono l'amministratore di sostegno soprattutto nella gestione della pensione, in modo da pagare le rette, oppure le bollette, fino a situazioni finanziarie più complicate. «Su questo fronte – conclude la Carlesso – dovrebbe esserci anche un maggiore impegno delle pubbliche istituzioni e delle strutture sanitarie". Ugo Salvini 28 giugno 2009 su La Repubblica.

l DOSSIER - abusi nelle amministrazioni di sostegno: due anni di indagini, i silenzi scandalosi, le domande Il 18 e 19 aprile a Trieste una manifestazione ed un primo convegno nazionale.  DOSSIER SPECIALE. La Voce di Trieste, pag. 7, 16 aprile 2013. L’investigazione giornalistica è molto più difficile e rischiosa di quella giudiziaria e d’intelligence: non hai i loro mezzi materiali e giuridici, né le spalle coperte dallo Stato, ed i risultati non vengono verificati né consolidati in processi e sentenze. Ma sei egualmente responsabile verso la collettività ed i singoli, e se sbagli paghi di persona. Il vantaggio è invece di poter essere liberi ed indipendenti, anche se questo si associa ad una maggiore necessità di equilibrio nella valutazione dei fatti e degli indizi. Soprattutto quando ti trovi ad indagare su ipotesi che sembrano incredibili. Nel maggio 2010, quando incominciai a dirigere un primo periodico triestino d’inchiesta, “il Tuono”, non avevo motivi per ritenere che qualcosa non funzionasse nel celebrato laboratorio triestino della riforma psichiatrica d’origine basagliana che con la legge 180 del 1978 aveva finalmente abbattuto le mura dei manicomi, sperimentando modelli di assistenza esterna studiati ed accreditati in mezzo mondo, e dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli altri media non segnalavano infatti nulla di anomalo, presentando anzi quell’ambiente come una sorta di comunità laica e progressista di santi e redenti fondata su certezze terapeutiche, profonda umanità, ottimi risultati e disinteresse venale assoluto. Un paradiso in terra, che come tale faceva passare le poche proteste per assurde, patologiche e strumentalizzate da una destra illiberale nefanda. Non avevo nemmeno motivi per dubitare che la collaborazione fra quella psichiatria esemplare e gli ambienti giudiziario e forense fossero meno che ineccepibili. Anche nelle nuove e celebrate amministrazioni di sostegno, che dovevano risparmiare alle persone in difficoltà limitate i rigori umilianti dell’interdizione e dell’inabilitazione, fornendo una tutela blanda, consensuale ed affidata ai famigliari. Poi sono incominciate ad arrivare le lettere che l’altra stampa, semplicemente, censurava da anni. E denunciavano abusi gravissimi nelle amministrazioni di sostegno, a danno di persone con qualche risorsa in denaro e beni immobili. Affermavano infatti che con arbitrio sistematico crescente alcuni operatori psichiatrici, sociali e giudiziari stessero imponendo loro, senza difesa legale né contraddittorio, l’amministrazione di alcuni giovani avvocati, praticanti o commercialisti, dotandoli di poteri sproporzionati e propri dell’interdizione, ed escludendone i famigliari. La persona finiva così espropriata dei diritti fondamentali di amministrare i propri beni, decidere le proprie cure e ricevere la corrispondenza, che il giudice delegava per decreto unilaterale a quei giovani estranei. Autorizzandoli a prelevare compensi ed effettuare spese dal patrimonio della persona amministrata, venderne gli immobili e la stessa casa d’abitazione, imporle cure e ricovero. Ed a negarle la possibilità di pagare un legale di fiducia per difendersi da tutto questo. Il quadro indiziario era dunque di predazione giudiziaria dei diritti umani e di sostanziale riduzione in schiavitù, con erosione dei beni della persona e della famiglia a beneficio di terzi, entro una trappola psichiatrico-giudiziaria cui era difficilissimo sfuggire. Al punto che anche le proteste di parenti venivano paralizzate sottoponendoli allo stesso genere di interdizione impropria. Ed a Trieste i decreti d’amministrazione di sostegno, corretta od arbitraria che fosse, risultavano anche in aumento esponenziale sorprendente e senza paragoni altrove: già oltre i 1500, in un Tribunale che era ed è inoltre privo degli organici necessari per controllare efficacemente anche questa nuova massa abnorme di gestioni finanziario-sanitarie coattive e delicatissime. Se le cose stavano così, si stava dunque sviluppando impunemente a Trieste, e sotto gli occhi di tutti, un meccanismo senza precedenti d’abuso attivo e passivo di strumenti giuridici e di posizioni di potere pubblico su soggetti deboli, col silenzio od avallo praticamente totale delle altre istituzioni, dei politici e degli altri media, e su un obiettivo o bacino d’utenza locale di addirittura 25.000 persone, per lo più anziane: si veda l’articolo del quotidiano monopolista locale “Il Piccolo” riprodotto qui sotto. E questo con origine e supporto paradossali nell’ambiente della riforma psichiatrica libertaria triestina, che in 35 anni di beatificazioni è divenuta una sorta di repubblica autonoma, sottratta a qualsiasi intervento critico e superprotetta dalla sinistra per motivi ideologici ed elettorali. Favorendone così anche la trasformazione in terreno di sviluppo avanzato ed indisturbato della peggiore degenerazione antilibertaria di una corrente fortissima della psichiatria moderna. È la corrente che dopo la giusta liberazione e restituzione alla società dei malati veri o presunti si ritiene libera essa di invadere la società psichiatrizzandola. Col fondare su una nuova classificazione totalitaria, ideologica prima che scientifica, di cosa sia comportamento normale o meno, un proprio diritto ad imporlo alle persone sin dentro le loro case e famiglie. Per mezzo di nuovi strumenti giuridici che condizionino di fatto l’intervento del giudice ordinario (come tale imperito della materia) ad un parere peritale psichiatrico unilaterale e senza contraddittorio. Cosa cui le imperfezioni della legge italiana sulle amministrazioni di sostegno si presta perfettamente. Anche se qui a Trieste sembrava incredibile accadesse. Ma la sofferenza delle persone in difficoltà che ci scrivevano era così evidentemente reale che siamo andati a verificare doverosamente situazioni e prove. Riscontrandole fondate, e perciò pubblicando ormai da due anni lettere, documenti, articoli di analisi giuridica e di denuncia etica, contribuendo ad indagini giudiziarie da fuori Trieste, ed esponendoci così anche a tutte le conseguenze. Mentre le istituzioni, i politici ed il resto della stampa hanno continuato a coprire egualmente, ed a questo punto sempre più scandalosamente, l’intero problema. Il risultato è il dossier che pubblichiamo qui completo, come contributo al Primo convegno nazionale sui NUOVI ABUSI IN PSICHIATRIA - l’invasione della vita privata, che si terrà a Trieste questo venerdì 19 aprile (15.30-19.30, via don Sturzo 4, sala Oratorio Madonna del Mare - Piazzale Rosmini) aperto al pubblico. Ed alla manifestazione di giovedì 18 aprile mattina, dalle 9.30 davanti al Tribunale, per il caso della bambina scandalosamente sottratta in fasce ai genitori, trattato qui nel dossier. Rimangono però delle domande fondamentali sull’aspetto profondo, psicanalitico prima che psichiatrico, dell’intero problema: quali possono essere l’etica, e la visione anche inconscia del mondo, dei diritti e della dignità della persona, e quale la coerenza logica (a prescindere dalla connessioni personali) di coloro che dietro a tante belle parole hanno dato origine, compimento e copertura o giustificazione a questo genere di abusi? Ve ne proponiamo qui, alla luce del dossier, una sintesi significativa perché proposta in replica alle critiche dall’avvocato e docente di diritto civile Paolo Cendon, il padre ed ideologo celebrato della legge sull’amministrazione di sostegno. Della quale egli legittima sorprendentemente l’applicazione interdittiva dichiarando che la giudice protagonista Gloria Carlesso è tra i suoi “più fidi seguaci nel lottare per l’abrogazione dell’interdizione, che della schiavitù è il simbolo peggiore”. E riassumendone così i criteri “Chi sta male non sopporta talvolta che ci si occupi di lui e fa di tutto per screditare gli operatori - il drogato non vuole smettere, l’alcolista vuole bere e basta, il dipendente dal gioco idem, il vecchietto vuol sposare la giovane badante, il fanatico religioso vuol regalare tutti i suoi soldi alla chiesa, il giovane e ricco scemo al guru di turno, i genitori possessivi e fuori di testa vogliono che non ci si occupi del loro figlio oppresso e sfruttato, i parenti sono spesso il male puro, gli avvoltoi e i malintenzionati sono dappertutto, magari mascherati da ipocriti, o semplicemente più pazzi e svitati del loro assistito casalingo -- e potrei continuare a lungo.” Sembrano considerazioni di buon senso comune, ma non lo sono più nel momento in cui si pretende di farne criterio per arrogarsi il diritto di giudicare, espropriare e sopprimere per legge quelle che sono, nel bene e nel male, libertà fondamentali di scelta della persona, e sostituirvi l’imposizione di una normalità di Stato. Si veda il caso noto del giovane commerciante toscano che, in conflitto con la famiglia, ha donato tutti i suoi beni alla chiesa ed ai bisognosi per ritirarsi a meditare in povertà e privazioni estreme nei boschi, quasi morendone di polmonite, con una schiera di ‘fanatici religiosi’ come lui, inclusa una minorenne. Con la legge ed i criteri di Cendon e ‘seguaci’ sono tutti da interdire e psichiatrizzare a vita sotto amministrazione di sostegno. Anche se erano Francesco e Chiara d’Assisi, tra i più grandi mistici dell’umanità, ed i compagni che con essi hanno dato vita a due dei più straordinari ordini monastici della storia. E se, come le loro, vanno difese dai cattivi maestri le libertà materiali, spirituali ed affettive ogni altro essere umano. Paolo G. Parovel

(Il Tuono n. 9 del 26.6.10, p. 6) Tutele, tutori e corresponsabili sotto indagine giudiziaria. Stiamo svolgendo un’inchiesta giornalistica anche sul pesante problema delle interdizioni ed inabilitazioni a Trieste, con i relativi meccanismi di tutela, curatela ed amministrazione di sostegno. Si tratta infatti di verificare il trattamento di persone tra le più deboli. I primi risultati, tutti su basi documentali ci dicono che vi sono situazioni normali, ma anche numerose altre che non sembrano affatto tali. E che alcune di queste sono già oggetto di indagini da parte delle sedi giudiziarie che hanno competenza a verificare comportamenti di organi del Tribunale di Trieste. Si tratta di casi la cui tipologia coincide esattamente con quanto segnalato dalla lettera, che perciò appare veritiera e pubblichiamo doverosamente di seguito, omettendo gli elementi identificativi delle persone coinvolte, che rimangono coperti dal nostro segreto professionale. La gravità dei fatti esposti non richiede commento, e giriamo immediatamente noi stessi la lettera alla predetta sede d’indagine, precisando qui che siamo assolutamente determinati a fare tutto il nostro dovere di giornalisti per dare all’opinione pubblica chiarezza e piena informazione sul problema. Riteniamo che lo stesso Tribunale di Trieste debba comunque attivarsi con pari immediatezza e col massimo rigore per impedire, avendone i poteri, che queste situazioni proseguano o si ripetano. Invitiamo inoltre i responsabili a non sottovalutare la vigilanza stampa su questi casi.

Colpevoli di essere anziani (1.a lettera pubblicata). Scrivo questa lettera per aiutare oltre alla mia famiglia altre persone che potrebbero avere gli stessi problemi per la sola colpa di essere anziani a Trieste città notoriamente con una percentuale alta di persone vecchie. Sono una donna di oltre settant’anni anni sposata con un uomo di quasi ottanta. La primavera passata una giudice del tribunale di Trieste ha deciso che il nostro tenore di vita non era conforme a ciò che secondo lei avrebbe dovuto essere e ci hanno affidato ad un “amministratore di sostegno”. A settembre una persona praticante avvocato si è presentata a casa nostra con grandi promesse e sorrisi (purtroppo di circostanza) e ci ha fatto capire subito che gli ultimi anni della nostra vita sarebbero stati un paradiso. Purtroppo già dai giorni seguenti la musica è iniziata a cambiare, e ciò che si prospettava per noi un bel sogno è diventato un atroce incubo: la nostra posta in entrata è stata bloccata e deviata allo studio del nostro tutore che decide se e quando consegnarcela, le nostre pensioni di circa 2.500 euro totali sono state bloccate e ridotte a scaglioni fino a raggiungere gli attuali 600 euro mensili da dividere in due persone, che sono ben sotto il tenore di povertà, mentre con il resto sono state fatte delle spese nella maggior parte superflue o esagerate. La sua opera distruttrice è continuata andando ad intaccare inoltre i beni di famiglia costruiti con anni di sacrifici miei, di mio marito, dei miei genitori e dei nostri figli, che avrebbero dovuto restare alla nostra famiglia per garantire un eventuale “paracadute” per il futuro in casi di straordinaria necessità; nonostante che, secondo la legge, l’amministratore di sostegno avrebbe dovuto amministrarli con l’oculatezza di un padre di famiglia ed eventualmente decidere assieme e a noi beneficiari, in base alle nostre esigenze, se e come utilizzare il denaro ed i cespiti. A marzo, è stato venduto contro la nostra volontà un appartamento sito a Lignano City (nel centro di Sabbiadoro) al costo di un box auto all’aperto, nonostante non ci fosse urgente bisogno di liquidità nel libretto gestito dal nostro tutore. Sono passati ormai più di sei mesi, la situazione non è migliorata, anzi, siamo soli, infelici, con il frigorifero e la dispensa sempre più vuoti mentre vediamo i nostri beni e risparmi velocemente diminuire. In realtà all’inizio mio marito ha lasciato fare a quella persona, prima ammaliato dalle sue promesse e poi perché diceva che se stavamo buoni non ci avrebbe più fatto così tanto male, e senza motivo, visto che abbiamo lavorato tutta la vita e non abbiamo fatto alcun reato tale da giustificare un trattamento simile. Tengo a precisare che mio marito, pur se affetto da una malattia che provoca piccoli movimenti incontrollati del corpo, è perfettamente capace di pensare e fare ragionamenti di base, logici e tali da non giustificare la necessità di una persona che decida per lui. Da un po’ di tempo lui si è rivolto ad un legale per tentare di difendersi, mentre io ho provato a chiamare più volte i carabinieri che, purtroppo, non hanno potuto aiutarmi poiché io dovrei andare in una loro stazione, ma ho forti difficoltà di movimento per motivi di salute. Però vorrei lanciare un appello ai lettori del giornale se qualcuno può consigliare a me cosa fare a come comportarsi per difendersi (potete scrivere alla mail ippocampo@tiscali.it di mio figlio). Ringrazio anticipatamente chi vorrà o potrà aiutarci a tornare a vivere in pace gli ultimi anni della nostra vita, e la redazione per l’accoglienza che sicuramente darà al mio problema, e mi auguro che non capiti più a nessun’altra persona anziana di ritrovarsi nella loro situazione. (lettera firmata)

- Gentile signora, abbiamo attivato immediatamente quanto detto sopra in premessa, ed invitiamo i tutti lettori sia a sostenervi, sia a segnalarci ogni altro caso analogo.

(Il Tuono n. 10 – 3.7.2010, prima pagina e p. 6) PRIVATE DELLE LIBERTÀ CIVILI ED ECONOMICHE ANCHE PERSONE NON INCAPACI. Amministratori di sostegno: denunciati abusi. Presentate denunce a carico di responsabili istituzionali ed amministratori. Sul numero recedente del giornale abbiamo pubblicato a pag. 6, con premessa e richieste d’intervento adeguate, una lettera firmata drammatica su quello che sembra essere un caso di abuso locale gravissimo e non isolato dell’istituto giuridico dell’amministratore di sostegno. Poiché non vi è stata ancora risposta istituzionale (come per le speculazioni illecite del sindaco Dipiazza denunciate documentatamente sullo stesso numero) insistiamo nella nostra doverosa azione informativa e di denuncia, rinforzandone per chiarezza le premesse ad evitare ogni possibile equivoco su materia così delicata. Personalmente, ma anche da giornalista investigativo con trent’anni d’esperienza ed ora da direttore responsabile di questo giornale (come già di una combattiva emittente radiofonica controcorrente), ho sempre ritenuto che la sanità e la giustizia, come tutte le altre necessità fondamentali delle persone e della società, debbano essere praticate e valutate anzitutto sulla loro dimensione umana concreta, e non ridotte a battaglie politiche e di interessi nello stile del tifo calcistico. Così ho sempre apprezzato il fatto che la riforma psichiatrica riferita a Basaglia abbia liberato da trattamenti e contenzioni ingiusti, violenti e disumani tutte le persone con problemi psichici - nella vita reale, mano sulla coscienza: chi non ne ha? - che possono e devono essere e rimanere inserite al meglio in ogni società che si pretenda civile. Com’era anche ab immemorabili nella tradizione premoderna. Mi ha però sempre scandalizzato la penuria dei mezzi e controlli pubblici per garantire ai sofferenti ed alle loro famiglie le assistenze ed i sostegni di cui hanno non solo bisogno, ma necessità assoluta, perché la giusta liberazione non si converta in nuove forme di schiavitù all’esterno delle vecchie strutture ed in nuove violenze, disgrazie e rovine, estese inoltre ai famigliari. Il tutto sull’osservazione sia di recuperi straordinari, sia di spaventose cadute. Che in ambedue i casi proprio la scarsità di mezzi e controlli condiziona anzitutto alle capacità ed alla dedizione del personale di assistenza medica, infermieristica e sociale, in molti casi brillante ed anche eroico, ma in altri insufficiente, o peggio. Rimanendo inoltre drammatico il problema altrettanto concreto dei pazienti psichiatrici che le conoscenze mediche attuali o lesioni definitive non consentono obiettivamente di recuperare e reinserire, ed il cui rilascio irresponsabile ha causato tragedie evitabili. Per questi motivi ho anche sempre trovato osceno che si sovrappongano a questi delicatissimi problemi umani i fanatismi politici ottusi di un’asserita destra che giunge a voler negare e sopprimere la riforma liberatoria, e di un’asserita sinistra che giunge invece a negare l’esistenza della malattia psichiatrica al di fuori dei disadattamenti e dalle repressioni sociali. E non ho mai capito perché ci si dovrebbe schierare, in questo come in altri casi, per l’una o l’altra di due sciocchezze opposte, evidenti e clamorose.

Quanto al problema connesso delle tutele e curatele delle persone psicologicamente deboli per condizioni morbose od età minorile, si tratta di cosa altrettanto straordinariamente delicata, perché consiste nel privare giuridicamente la persona, in via temporanea o permanente, di diritti civili fondamentali che vengono delegati ad un terzo, famigliare o meno. Ed una situazione di questo genere, se arbitraria od abusata, si trasforma facilmente in forme criminose di riduzione in schiavitù e di appropriazione indebita di beni degli assistiti, che qui sono in aumento continuo, in particolare sugli anziani. Me ne sono quindi interessato da anni (come ricorderà anche il Presidente del Tribunale, Arrigo De Pauli) sia in relazione a casi concreti di abuso da parte di qualche tutore, sia al fatto che il Tribunale di Trieste non aveva e non ha notoriamente da molti anni (direi dopo la scomparsa del giudice Rosario) personale e mezzi sufficienti per gestire debitamente questo settore. Cioè per garantirne una gestione adeguata nelle valutazioni, ed adempimenti critici indispensabili come la revisione autonoma dei casi ed il controllo dell’operato dei tutori, delle loro contabilità e delle loro operazioni immobiliari, aste incluse (così come sono insufficienti i controlli sulle gestioni degli anziani e dei loro testamenti nelle case di riposo). Con conseguenze ovvie, e tanto più critiche quanto più aumentano drammaticamente in città i problemi sanitari degli anziani, quelli di disadattamento dei giovani, le crisi del lavoro e quelle delle famiglie. Perciò ho sempre concordato anche con amici psichiatri e magistrati nel ritenere positiva l’istituzione dell’amministratore di sostegno per sostituire ed attenuare il peso del tutore o curatore, ripristinando la dignità umana degli assistiti ed in concordia con le loro famiglie. Formando e selezionando inoltre una categoria specializzata di giudici e di persone adeguate a svolgere correttamente la nuova funzione di sostegno, il tutto finalmente anche con adeguati controlli. Non ho dubbi che ciò accada per una quantità di casi, e sono anche tra i difensori convinti della dignità della magistratura. Ma stanno purtroppo emergendo anche casi diversi, a delineare quantomeno un gruppo di situazioni allarmanti, degradanti ed illecite. Come abbiamo infatti accennato qui sul numero precedente del giornale, i casi documentati e già segnalati alla magistratura penale risultano essere più di uno. Seguono inoltre tutti un identico schema nel quale muta l’identità delle vittime, ma i responsabili istituzionali denunciati sono gli stessi. Questo schema sinora documentato nelle denunce è molto semplice: persone che dalle loro condizioni obiettive e da accertamenti psichiatrici indipendenti risultano perfettamente capaci di amministrarsi sono state invece dichiarate incapaci con perizia psichiatrica istituzionale e sottoposti costrittivamente da una giudice ad un amministratore di sostegno. Scelto tra giovani avvocati o praticanti, o comunque tra estranei, invece che tra i famigliari, e senza il consenso o contro la volontà di questi. La persona così ridotta ad amministrazione forzata risulta inoltre sottoposta ad un regime di espropriazione dei diritti civili sostanzialmente analogo alla vecchia tutela. Per cui non può più disporre dei suoi beni e nemmeno della corrispondenza, né denunciare l’amministratore, è ridotta a vivere con circa 300 euro al mese, non viene informata della gestione finanziaria dell’amministratore, nemmeno per le compravendite di immobili, e non può comunque opporvisi. Tutti i casi sinora denunciati riguardano persone proprietarie di immobili e depositi bancari, ed in qualche caso si tratta di soggetti che avevano protestato perché assistevano un famigliare in condizioni di incapacità effettiva ma la giudice ne aveva nominato amministratore di sostegno un estraneo. Ripetendo poi l’operazione su chi protestava. Dagli atti risultano anche tentativi istituzionali di delegittimare coloro che denunciavano queste situazioni, come fossero degli squilibrati o per loro vere o presunte opinioni politiche di destra o religiose. Ed a questo punto occorre anche capire chi controlla, e come, le contabilità degli amministratori di sostegno. Preciso che le nostre informazioni e fonti documentali, che includono anche relazioni di Polizia Giudiziaria, sono tutte di fonte ed uso perfettamente legittimi. I fatti risultano inoltre confermati da un provvedimento con cui la stessa giudice tutelare ha dovuto liberare dopo tre anni dall’amministratore di sostegno un combattivo anziano imprenditore. Che vi era stato sottoposto, con i suoi beni rilevanti, dopo avere protestato perché avevano affidato ad estranei l’amministrazione di famigliari stretti che assisteva invece da sempre lui, a sua cura e spese. E ce l’ha fatta solo perché si è rivolto ad un legale di fuori Trieste, che ha agito con decisione mettendo alle strette amministratore di sostegno e giudice, e costringendoli a liberarlo. Con un atto rivelatore, poiché consiste nella dichiarazione che in realtà l’anziano era sempre stato capace di amministrarsi da sé, redatta dall’amministratore perciò inutile (che chiede egualmente 600 euro per il disturbo) e controfirmata dalla giudice tutelare responsabile del tutto, ora rimossa perché promossa alla corte d’appello penale. Ma, scusate il mio dubbio di cittadino e giornalista, non vi sono ipotesi di rilevanza penale da verificare anche in un fatto simile? E proprio sulla base di questo documento di liberazione doverosa, che costituisce anche prova di come i firmatari abbiano privato indebitamente per tre anni una persona dei suoi diritti civili sulla base di una perizia medica rivelatasi perciò infedele, ed omettendo di chiedere od attuare spontaneamente la revoca del provvedimento appena si sono accorti (quantomeno l’amministratore di sostegno) che la persona era capace. E lo scrivo personalmente e pubblicamente qui non ad offesa, ma proprio per il rispetto e la tutela dovuti alle istituzioni giudiziarie e psichiatriche, oltre che ai cittadini. Rinnoviamo quindi la richiesta di provvedimenti di giustizia immediati ed efficaci, e vi sottoponiamo queste nuove lettere di testimonianza riservandoci di pubblicare, se necessario e previe autorizzazioni, le inchieste giornalistiche dettagliate e documentate sui casi principali. Chi ha altre informazioni è pregato di scrivercele o farcele avere in redazione, anche se riguardassero persone ormai decedute. Paolo G. Parovel

Overdose di ipocrisia? (2.a lettera pubblicata) La collaudata macchina della propaganda in azione a Trieste. Gli ingranaggi arrugginiti del sistema psichiatrico cigolano da tempo, sono sempre gli stessi fin dai leggendari tempi delle dimissioni forzate dei pazienti. Ma la retorica, la mimica, gli slogan sono professionali, sembra di essere in uno di quei caffè-ritrovo di Liegi o di Parigi frequentati da vecchi attori di teatro in pensione che si divertono esibendosi fra di loro con pezzi di repertorio recitati per decenni. L’overdose di ipocrisia si somministra quindi, come sempre, in famiglia; ma lo scopo è raggiunto perché il vero lavoro lo fanno i media, a cominciare dall’intrepido quotidiano unico di Trieste, più i vari siti e forum che divulgano le veline logore della “capitale mondiale della psichiatria”, e i giornali e la televisione appiattiti da decenni sui dogmi politici prevalenti in materia. Così ogni rimpatriata di questi loro consumati ex profeti, che avvenga a Trieste o altrove, diventa comunque un evento. Un convegno di 3 giorni nel 2007 li ha visti impegnati in un vero e proprio “Concilio” a Serra d’Aiello: molti illustri personaggi della psichiatria, della politica, dei sindacati, perfino un giudice della corte costituzionale. Il Giovanni XXIII di Serra d’Aiello era una struttura di eccellenza, frequentata dai maggiori luminari, che ovviamente non hanno notato niente di strano. Scene di questi giorni anche dal forum di Trieste, con le apparizioni degli storici personaggi che non hanno bisogno di presentazione. Infatti sono sempre gli stessi da almeno quarant’anni. Tra gli altri interventi, Giovanna Del Giudice sviluppa un tema impegnativo: “Conoscenze e strategie per rendere spendibile il diritto riconosciuto”. I diritti dei malati vengono ancora calpestati “altrove”, com’è noto. Luigi Balzano condivide il tema col suo apporto di conoscenza delle fonti giuridiche. Parecchi interventi dal pubblico, anche se le facce non sono nuove. E quali sono stati gli argomenti discussi? Soprattutto gli abusi che si compiono, naturalmente altrove. Insistente il tema della contenzione, con la citazione di casi gravissimi fra cui il povero Mastrogiovanni, filmato nel lettino dov’è rimasto legato fino alla morte. Episodi commentati con commossa compassione, esprimendo tutto lo sdegno per queste pratiche abominevoli. Tant’è vero che dopo hanno relazionato su “Le buone pratiche”. L’alto livello scientifico del forum viene confermato poi dal contributo di due personaggi che molto si sono occupati di me. Utenti (o ex utenti) dei servizi di salute mentale, due anni fa si sono accaniti contro di me su youtube, su Aipsimed, sul Mondo di Holden e altri ambienti mediatici con una ferocia che io non ho mai trovato da nessuna parte in tutta la vita, pubblicando addirittura informazioni che, per quanto malignamente deformate, contenevano dati riservati che erano a conoscenza professionale solo di uno psichiatra a me noto. Uno dei due personaggi già fra i convenuti a Serra D’Aiello, ed il contributo dell’altro è stato letto da Fabrizio Gifuni, interprete cinematografico di Basaglia. Ho voluto tratteggiare qualche scena del forum per ritornare su un punto che ripetutamente è emerso diventandone un tema centrale: la contenzione. Io ho imparato che ci sono vari tipi di contenzione che possono venire inflitti: 1) la vittima viene legata con cinghie di cuoio o con altri mezzi a un letto; 2) la vittima viene schiantata con dosi massicce di psicofarmaci (camicia di forza chimica); 3) la vittima viene sequestrata a forza e internata in luoghi dai quali non può allontanarsi; 4) la vittima viene privata dei tutti i suoi diritti sottoponendola ad amministratore di sostegno; 5) la vittima viene sequestrata dalla forza pubblica e fatta scomparire per sempre; 6) la vittima viene denunciata alla forza pubblica e sequestrata per destinazione ignota. E questi vari tipi di contenzione li ho “scoperti” da quando ho a che fare con la psichiatria pubblica, asseritamente basagliana, di Trieste, per quanto segue, punto per punto:

1) Mio figlio Giulio ricoverato perché colpito da psicosi, ha avuto così il suo primo contatto con la psichiatria di stato: senza alcun motivo è stato vigliaccamente assalito e pestato da due operatori, evidentemente pratici di queste cose, siringato e ridotto all’incoscienza, legato ai due polsi a un letto e trattenuto così costretto per quasi una settimana, come il povero Mastrogiovanni. Il primo giorno hanno spiegato a me e a mia moglie: “Non possiamo chiudere le porte”. Al secondo giorno abbiamo chiesto se avevano riparato le serrature. Ci hanno spiegato meglio: “Abbiamo ordine di non chiudere le porte”. E’ un protocollo “basagliano” che serve a far godere agli utenti la libertà terapeutica. Credo si tratti dei diritti di cui parlava Giovanna Del Giudice.

2) Un anno dopo. Giulio aveva accettato alcuni giorni di ricovero per controllo. Entrato in forma fisica smagliante, dopo mezz’ora era ridotto a uno straccio, non stava in piedi, si soffocava anche a bere un po’ d’acqua. Così fino al terzo giorno. Stroncato dai sedativi all’Spdc di Trieste per ordine dei due psichiatri di servizio. I protocolli “basagliani” vietano di chiudere le porte, mi è stato spiegato un’altra volta dal personale. Voci che si raccolgono parlano anche di vittime, specialmente giovani, decedute per collasso. [precisazione della Voce di Trieste, aprile 2013: Giulio Comuzzi, 24 anni, pianista, è morto a seguito di questi trattamenti senza che ne siano ancora stati adeguatamente perseguiti o condannati i responsabili].

3) Sequestri delle persone decisi da psichiatri e condotti da loro stessi con l’aiuto degli operatori, ottenendo l’appoggio di polizia, vigili urbani, carabinieri. La destinazione di solito è un centro di salute mentale, ma può essere anche una “residenza privata”, gestita da terzi, in cui nessuno può entrare né vedere i reclusi. Come ha provato di persona anche la giornalista Cristiana Lodi a Trieste: la ragazza che cercava di incontrare era reclusa da 22 mesi. Un amico anziano, qui a Trieste, è stato sequestrato con l’aiuto dei carabinieri e internato in un Csm fuori città. Trattenuto per quaranta giorni, obbligato ad assumere psicofarmaci, è stato liberato praticamente in fin di vita. Prima di entrare era un uomo vigoroso. Perseguitato da alcuni anni, si difendeva anche con perizie psichiatriche; il direttore della Clinica psichiatrica, prof De Vanna, gli aveva rilasciato due perizie, in tempi diversi, nelle quali ne dichiarava l’integrità mentale, e una l’aveva indirizzata allo stesso psichiatra di quel Csm. Non è servito, a Trieste non è sufficiente. Così lo hanno trasformato in un “utente”.

4) L’amministrazione di sostegno a Trieste è praticata su larga scala. La giudice tutelare Carlesso in un intervista pubblicata sul Piccolo l’anno scorso valutava addirittura in 25.000 le persone da sottoporre ad amministratori di sostegno (a.d.s). Procedeva infatti al ritmo di parecchie decine di persone al mese. Trieste ha 200.000 abitanti.

L’anziano di cui al punto precedente, malgrado le perizie citate, era stato sottoposto ad amministratore di sostegno entro rapporti collaudati fra uno psichiatra del Csm Domio e la giudice tutelare stessa. Che è stata sostituita solo da poco. Cosa comporta subire l’Ads? Doveva essere una forma di tutela più blanda ed umana dell’interdizione. Invece qui alla persona colpita viene tolto il diritto di usare i propri soldi, pensioni, depositi bancari, beni immobili. Non può più fare transazioni di alcun genere. L’Ads decide una quota mensile di cui l’amministrato può disporre per sopravvivere, in genere sui 300 euro. Gli viene intercettata la corrispondenza. Di solito viene privato anche della facoltà di decidere in materia di salute. Una donna di nostra conoscenza si è trovata con un giovane avvocato, che non l’aveva mai vista nemmeno in fotografia, a decidere per lei in materia di salute; lo aveva deciso la giudice tutelare escludendo anche la madre, che non aveva nemmeno avvisato. Eppure la giurisprudenza prevede il consenso dei famigliari. Un’altra signora così “amministrata” voleva denunciare gravi abusi ai suoi danni ai carabinieri, ma questi le hanno detto che non poteva fare le denunce lei, avendo l’Ads Come se fosse interdetta. Questa signora, costretta a vivere con pochi euro pur avendo un deposito in banca, deve ricorrere alla Caritas per fame, e all’aiuto di qualche persona pietosa. La sua contenzione consiste nel rimanere bloccata in casa per mancanza di mezzi, perché le hanno tolto l diritto di disporne liberamente. Ha rinunciato per dignità persino a un ricovero ospedaliero non potendo comprarsi almeno una vestaglia e un minimo da toilette. Era abituata a frequentare il teatro, ma non può permettersi più niente. I numerosi casi documentati che conosciamo, alcuni già segnalati alla magistratura penale competente, si devono a segnalazioni di alcuni particolari psichiatri a quella giudice tutelare. E tutto questo giova all’equilibrio psichico delle persone? O può anche ridurle in condizioni che giustifichino a posteriori una decisione di interdirle assunta quando invece non ve ne erano i presupposti? 5) Sequestro e occultamento della vittima. Il caso di una bambina strappata alla mamma quando aveva otto mesi. L’hanno condannata ad un ergastolo. Sono passati quattro anni. I genitori seviziati con i quiz degli psicologi, avvocati, udienze in tribunale. All’origine di questa spaventosa tragedia ci sono un’assistente familiare e uno psichiatra di quel Csm, il quale non ha mai fatto una diagnosi. Margherita Hack ha fatto un appello in video, presente sul sito Aipsimed (associazione italiana psichiatri): http:// www. aipsimed.org/articolo/appello-di-margherita- hack-bimba-tolta-ai-genitori. [Precisazione della Voce di Trieste, aprile 2013: dopo altri due anni anni la bambina non è stata ancora restituita ai genitori, nonostante lei stessa mostri gravi e provate sofferenze psicofisiche dall’esserne privata, e benché ne sia stata revocata l’adottabilità; la sottrazione configura a carico di tutti i corresponsabili istituzionali anche ipotesi penali evidenti, e di straordinaria gravità, che ogni ritardo aggrava ulteriormente.] 6) La vittima viene denunciata alla polizia, sequestrata e avviata a destinazione ignota. É il caso di Riccardo. Due psichiatri di quello stesso Csm non solo insistevano verbalmente per questo con i genitori di Riccardo, ma l’hanno perfino scritto sulla sua “cartella clinica”, almeno tre volte: denunciarlo alla polizia, così sarà finita una volta per sempre. E spiegavano che così l’avrebbero portato via. Nei fatti così è stato. Riccardo non tornerà mai più. Le raccomandazioni degli psichiatri si possono vedere in un video pubblicato dalla famiglia: [Precisazione della Voce di Trieste, aprile 2013: per l’uccisione di Riccardo Rasman in un intervento di polizia sono stati condannati tre agenti: in tutto quattro vite e quattro loro famiglie rovinate] Io mi assumo la totale responsabilità di quanto scrivo e pubblico, anche qui. Non credete che si debbano svolgere indagini e accertamenti molto seri e approfonditi sulle realtà di questi casi umani concreti e terribili di persone sofferenti, invece che fare ideologia pro o contro le affermazioni di principio? Sono questi i modi e le garanzie, ripeto: concreti, con cui alcuni amministrano qui la psichiatria e la giustizia dietro le celebrazioni ufficiali di Basaglia e dell’amministrazione di sostegno? Mario Comuzzi

Amministratore di sostegno solidale (3.a lettera pubblicata) In qualità di amministratore di sostegno, desidero esprimere tutta la mia solidarietà alla famiglia che si è trovata nella pesante situazione narrata nella lettera pubblicata sul numero 9 di questo settimanale. Evidentemente certo noto malcostume ha cambiato nome, ma non la sostanza (e parlo per esperienza diretta e personale). Ciò mette in cattiva luce non solo un istituto qual è l’amministrazione di sostegno che meriterebbe di certo miglior sorte, il cui scopo è quello di assicurare ai cittadini in difficoltà il massimo della protezione possibile, senza giungere a quella sorta di “inumazione di persona viva” propria dell’interdizione, ma pure i tanti “colleghi” che svolgono questa attività con umanità, senza pensare di ottenere profitto alcuno. Senza contare che vanifica gli sforzi degli ideatori di questa leggere tra i quali il prof. Cendon dalla stesura alla sua divulgazione. Credo che un primo e importante passo lo avete già fatto, rivolgendovi a questo settimanale grazie al quale sono certo troverete tanti amici. Marco Marcon

Volontario dalla Toscana (4.a lettera pubblicata) Egregio direttore, sono un cittadino toscano della provincia di Lucca impegnato in volontariato sanitario e nel sociale. Nel giro di un anno sono stato due volte a Trieste per i miei interessi, aggiornandovi per circa un mese in tutto. Sono a conoscenza da uno studio accurato sul sito Internet del Tribunale di Trieste e da incontro personale e brevi corrispondenze con Magistrati locali e cittadini: a) che la pratica dell’amministrazione di sostegno figura studiata dalla seconda metà degli anni ’80 dal Prof. Paolo Cendon (insegnante in Trieste) nei soli primi sei mesi del 2009 faceva risultare 219 richieste - una media di 36-37 richieste pervenute al Tribunale al mese -, mentre ne Il Piccolo del 28 giugno 2009 la Giudice tutelare dott.ssa Gloria Carlesso riferiva di un’ottantina di richieste pervenute sino ad allora per il 2009; b) che l’art. 406 comma 3 del Codice Civile attuale responsabilizza della segnalazione per avvio di pratica a sedi giurisdizionali i responsabili di servizi sanitari e sociali (con passaggio diretto senza alcuna nota sul sentire parenti o altre autorità civili come nel Trattamento sanitario obbligatorio abbiamo ad es. il sindaco); c) che nel marzo 2008 la Giudice tutelare rilasciava intervista presente in Internet in cui si citano altre persone che possono segnalare una persona per essere amministrata al Pubblico Ministero (conoscenti, vicini, funzionari di banca) ; d) il sovraccarico di amministrazioni di sostegno e la pratica più concreta creano degli abusi impensabili da parte di magistrati civili e amministratori stessi (cumulo di amministrati sotto un solo amministratore, impossibilitò a tenere contatti con il proprio amministrato in modo tale da non rendersi conto quando costui può versare in condizioni finanziare o di salute da richiedere una presenza più tempestiva, forme di falso ideologico, violazione di domicilio, protrarsi di rinvii e altri atti che rendono la vita dell’interessato presa in una sorta di ”persecuzione giurisdizionale” , e altri fatti deleteri. Il dramma pare che sia anche una sorta di paura inferta a chi si permette di parlare, ed è dal mese di marzo all’attenzione di sedi dell’Esecutivo una vera e propria ipotesi eversiva di poteri pubblici a danno di cittadini meno garantiti. Questo da mesi, anni, mette in condizioni cittadini, professionisti e/o lo stesso giornalismo di temere querele o azioni di ”criminalità ” (per quanto ciò possa sembrare paradossale). Resto a Sua disposizione per qualsiasi precisazione. Mirko Gabriele Salotti Volontario salute mentale CESVOT (centro servizi volontariato toscano) Iscritto all’Albo nazionale dei soccorritore del 118 Membro associazione “ Voceallavittima! “ onlus- Roma

Associazioni dal Lazio (5.a lettera pubblicata) Egregio direttore, le comunico di essere segretario della Fisam (Unione Nazionale di Associazioni per la Salute Mentale) e presidente di altra associazione, ragion per cui sono a conoscenza di fatti di cui l’associazione si è occupata, ma anche di accadimenti riguardanti più direttamente la mia persona. I casi in riferimento si sviluppano nella Regione Lazio. Io non avrei difficoltà a mettere a sua disposizione quanto di significativo ed emblematico mi sta accadendo, sentito ovviamente il parere del legale. Per dare seguito a quanto detto, avrei bisogno di sentirla, per comprendere a pieno i suoi intendimenti e per un necessario confronto. Ringraziandola per tutto quanto sta facendo emergere, resto a disposizione e la saluto cordialmente. Augusto Pilato

Operatrice da Viareggio (6.a lettera pubblicata) Come membro dell’associazione “progetto RISM” (Responsabilità Interventi Salute Mentale) scrivo a conoscenza del vostro servizio “Tutele, tutori e corresponsabili sotto indagine giudiziaria”. Solidarizzo con il vostro coraggio anche a nome di miei amici e colleghi. Purtroppo vi diranno che l’amministrazione di sostegno è nata per non dichiarare più le persone inabili o interdette, e Trieste è la capitale mondiale dei diritti civili contro ogni pregiudizio, oltreché la capitale mondiale della salute mentale. In realtà l’amministrazione di sostegno se non chiama più inabili o interdette le persone e le “libera” da tutori e curatori, le lega ben più strettamente al mal-vivere di giovani avvocati o praticanti che invadono la loro esistenza sia sul piano finanziario che sul piano di un sano vivere civile - provocando stalking, incurie e furti a tutta una serie di persone condannate per mesi o anni ad un regime di silenzio dei non garantiti -. Per cui auguro che possiate superare gli inganni della concessione di falsi diritti con questa figura di amministratori di sostegno. Patrizia Lorenzetti operatrice socio-sanitaria Viareggio

- Come si può già constatare da questi interventi che provengono da altre regioni, il problema aperto a Trieste ha anche, purtroppo, riscontri nazionali, evidentemente connessi al problema fondamentale dei controlli sulla gestione di questo istituto giuridico: quis custodiet custodes?

(Il Tuono n. 11 – 10.7.2010, prima pagina e p. 2) UNA MINACCIA CONCRETA PER TUTTE LE PERSONE IN DIFFICOLTÀ CHE HANNO BENI. Quali abusi consente la legge sugli amministratori di sostegno Abbiamo aperto una questione anche nazionale, tanto grave quanto nascosta. Con le nostre notizie in prima pagina del numero precedente sulle denunce di abusi dell’istituto giuridico dell’amministratore di sostegno abbiamo aperto un caso anche nazionale, tanto grave quanto nascosto. Riceviamo anche richieste di spiegare esattamente, ma in termini semplici, come e perché la legge consente degli abusi, e quali. Provvediamo subito, dato che c’è appena stato anche un convegno pubblico celebrativo con relatore principale la dott. Gloria Carlesso, ex giudice tutelare responsabile di non pochi dei provvedimenti oggetto di critica, proteste e denunce da Trieste. Interdizione ed inabilitazione Sino all’introduzione dell’amministratore di sostegno con legge n. 6 del 2004, gli istituti giuridici a protezione permanente o temporanea dei soggetti variamente incapaci di provvedere a se stessi erano soltanto quelli obbligatori dell’interdizione e dell’inabilitazione. L’interdizione, applicata nei casi più gravi, priva la persona della capacità giuridica di agire, delegandola interamente, salvo eccezioni infrequenti, al tutore. L’inabilitazione si applica invece nei casi meno gravi, assegnando alla persona un curatore in funzione di assistente cui vengono delegate alcune categorie di atti particolarmente impegnativi, mentre l’inabilitato conserva la capacità di compiere gli altri e di stare personalmente in giudizio con l’assistenza del curatore. In ambedue i casi si tratta della privazione giudiziaria di diritti civili fondamentali, che se ingiustificata comporta perciò reati di riduzione in schiavitù. La legge stabilisce comunque espressamente obblighi di revisione, inventario dei beni e rendiconto. Nonostante i quali vi è una vasta casistica di possibili abusi, specie quando e dove i tribunali non hanno personale sufficiente od adeguato a svolgere i ruoli di controllo. L’amministrazione di sostegno L’amministrazione di sostegno (Ads) è invece un istituto alternativo nuovo, pensato appunto come sostegno e non sostituzione della persona, per gestirne le incapacità lievi con uno strumento facoltativo più flessibile e meno invasivo delle libertà e della dignità, proteggendo appunto la persona prima che i suoi interessi patrimoniali. Ma proprio per questo il relativo meccanismo di legge ha dei buchi incredibili, che lo pongono in contrasto sia con principi fondamentali che con norme specifiche dell’ordinamento, e lasciano spazio ad abusi incontrollati. Nell’Ads infatti i compiti di assistenza e rappresentanza non sono adeguatamente definiti, ed i criteri per l’individuazione dei soggetti che vi vanno sottoposti coincidono in parte con quelli per l’interdizione. E questo consente al giudice di applicare l’Ads anche in forme altrettanto restrittive della libertà quanto l’interdizione. Ne mancano invece le garanzie di gestione finanziaria, poiché l’Ads non ha obbligo di inventario, ed il suo dovere di relazione periodica al giudice riguarda genericamente l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario, mentre per le contabilità annuali rimane, come per le interdizioni, il problema del controllo impossibile da parte di Tribunali sotto organico. Inoltre il consenso e dell’amministrato agli atti dell’amministratore di sostegno è previsto ma non risulta garantito da formalità adeguate, ed in caso di dissenso il giudice tutelare può decidere lui, come per ogni altra cosa relativa all’amministrato, insindacabilmente, senza controlli collegiali e senza nemmeno avvertire l’interessato né chiedergli un parere (a lesione radicale inammissibile della dignità e libertà della persona, del diritto alla difesa e di quello alla proprietà). Ed il tutto, oltre ad assumere particolare delicatezza per le gestioni di conti e depositi bancari e di immobili (compravendite, permute, locazioni, ipoteche, divisioni, ecc.) assorbe comunque quantità anche notevoli di denaro dell’amministrato in spese, parcelle e quant’altro. Rischi ed abusi I rischi sono gravi quanto evidenti, e coincidono esattamente con i contenuti delle denunce documentate che abbiamo potuto sinora esaminare: soggetti benestanti non incapaci risultano forzosamente sottoposti, anche con approcci ingannevoli e l’ausilio di terzi, ad Ads in persona di avvocati o praticanti, invece che di famigliari disponibili o addirittura richiedenti (come previsto dalla legge), e con restrizioni dei diritti analoghe a quelle dell’interdetto; gestioni arbitrarie incontrollate di spese e conti bancari da parte dell’Ads; operazioni immobiliari a svantaggio dell’assistito e profitto di terzi. In sostanza, il meccanismo dell’Ads si presta ad essere abusato per sottrarre ad una persona anche capace la sua libertà e la disponibilità dei suoi soldi ed immobili, che vengono affidati a terzi prima sconosciuti che ne possono anche disporre senza i controlli necessari e doverosi. Mentre l’assegnazione crescente di Ads può anche dar luogo nei Tribunali e fuori a reti trasversali di clientela, solidarietà e complicità pericolose e mal decifrabili. Sul tutto stiamo ricevendo nuove informazioni e testimonianze, anche da diverse regioni. Quanto al fatto che gli altri media tacciano su un problema locale e nazionale di questo genere, non merita nemmeno commento. P.G.P.

(Il Tuono n. 12 del 17.7.10, p. 6) Caso Amministrazioni di sostegno. Pubblichiamo due delle numerose lettere che ci stanno arrivando da varie parti d’Italia sul problema di abusi nel campo delle amministrazioni di sostegno, in particolare con riferimento a Trieste, di cui ci siamo occupati in dettaglio nei numeri precedenti. La prima lettera non ha bisogno di commento. Ne ringraziamo il mittente.

Psicologo clinico da Arezzo (7.a lettera pubblicata) Egregio direttore, ho acquisito i recenti molteplici articoli sulle criticità giuridiche e sanitarie in Trieste. Nella seconda metà dell’ottobre 2009 io stesso come cittadino messo a conoscenza dei fatti intervenivo con esternazioni presso il Tribunale civile di Trieste per una vicenda che concerneva pure la grottesca imposizione di una amministrazione di sostegno. Non mi fu data risposta se non quando inviavo ex novo la mia missiva il 17 febbraio u.s., inviandola anche a sedi dell’Amministrazione della Regione Friuli Venezia Giulia. La risposta dell’autorevole Giudice, di cui eviterei fare il nominativo ma che troverà facilmente negli allegati che alla Sua sede unicamente vorrei sottoporre a convalidare quanto affermo, mi pervenne dunque il 18 febbraio u.s. corretta e gentile; ma mi provocò considerazioni a quel Giudice in data 18 marzo u.s. quali: - non riesco a concepire tanti accertamenti medici, verbalizzazioni, imposizioni di limitazioni civili protrarsi per anni e tuttora in corso per (omissis) maggiorenni di buona cultura che ad un certo punto possano materialmente non gradire tanta invadenza nella loro famiglia quali persone non pericolose socialmente, non conosciute per atti di automutilazione, non soggette ad interdizione, non ritenute di pubblico scandalo (come dicevasi a suo tempo); - la giurisdizione in Trieste non ha la percezione, sotto un aspetto materiale, di mancare di ascolto dei cittadini e di mostrare un certo accanimento giudiziario? - dichiaro senza indugi che esiste una Costituzione materiale che impedisce in Italia atti formalmente regolari ed efficaci ma volti a distruggere e rendere schiavi cittadini tra i più semplici. Non mi pervenne altra risposta! Col senno di poi osservo che le missive si sono estese per cinque mesi unicamente per ribadire due posizioni diverse in dialogo, senza velleità di un più genuino ascolto e di cambiamento: e la vicenda così lasciata in essere al 18 marzo u.s. prosegue tuttora! Ringrazio per l’opera di svelamento del Suo periodico. Dr. Gianfranco Borgonuovo

Psicologo clinico a riposo, Arezzo L’AsSostegno smentisce, noi replichiamo (8.a lettera pubblicata) A nome dell’associazione “AsSostegno” – sorta recentemente a Trieste, per impulso di Paolo Cendon, con l’apporto di vari operatori, avvocati, commercialisti, familiari, volontari, allo scopo di migliorare la conoscenza e l’applicazione in città della nobilissima legge 6/2004 - mi corre l’obbligo di far rilevare, in relazione ai materiali apparsi di recente sul vostro giornale, alcune imprecisioni che essi contengono, sotto il profilo sostanziale e processuale. In particolare: - non è esatto che istituire l’AdS significa “privare giuridicamente, in via temporanea o permanente, la persona dei diritti civili fondamentali”: la verità è che spesso il Giudice Tutelare non toglie al beneficiario proprio nulla, semplicemente gli affianca un fiduciario, che compirà certe operazioni in luogo dell’interessato, il quale potrebbe pensarci ancora lui se vuole e se può (art. 409 c.c.), posto che la sua sovranità, nella maggioranza dei casi, non viene toccata; - non esiste nessun automatismo fra incapacità (parola comunque fuori luogo qui) e protezione giuridica: anche un disabile fisico, pur lucidissimo, può trovarsi in difficoltà nella gestione della propria quotidianità e abbisognare di qualcuno che faccia le cose al suo posto (art. 404 c.c.); - non è affatto strano che un provvedimento istitutivo di AdS venga ad essere successivamente modificato, e al limite revocato dal Giudice Tutelare; anzi dovrà essere così tutte le volte che vengano meno, e talvolta succede, le ragioni che avevano reso opportuna l’apertura del procedimento (art. 413 c.c.); - il beneficiario, anche con qualche ombra, conserva tendenzialmente le redini in materia sanitaria; nessun altro può decidere al suo posto: soluzioni diverse, non da escludersi quando ineluttabili per la vita o la salute della persona, postulano comunque la costante ricerca del consenso di quest’ultima (dialogo, scambio, ascolto, rassicurazioni, empatia); il consenso in materia sanitaria da parte dell’amministratore di sostegno interviene di regola quando è impossibile per il paziente prestarlo personalmente proprio a causa dell’infermità che lo affligge (si pensi alle persone in coma o affette da infermità che impediscano di percepire validamente un’ informazione sanitaria); - non è vero che nell’AdS “i compiti di assistenza e rappresentanza non sono adeguatamente definiti” perché con il decreto di nomina il giudice tutelare indica analiticamente l’oggetto dell’incarico e gli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario (art 405 c.4 n. 3 e 4 c.c.) e questo affinché ogni beneficiario abbia una protezione adeguata solo a lui, come “un vestito” che si confeziona su misura; - quando vengono previste limitazioni all’esercizio di determinate facoltà (es fare testamento, vendere la casa, operare sul proprio conto corrente, ecc) è perché la persona soffre di una infermità che potrebbe farla agire in danno di se stessa o esporla, per la sua fragilità, a essere manipolata da altri; - l’esperienza avverte che un soggetto al quale viene per il suo stesso bene (un tossico, un alcolista, un prodigo, etc.) diminuito l’ “argent de poche” quotidiano è, di solito seppur non sempre, tutt’altro che contento: ma accontentarlo non significherebbe abbandonarlo? E dinanzi al novantacinquenne ansioso di regalare “case e alberghi” alla radiosa badante di diciannove anni che dice di amarlo perdutamente, come dovrà reagire il Giudice Tutelare? - succede che i familiari protestino quando il Giudice Tutelare sceglie l’amministratore fuori dalla cerchia domestica; non si può dubitare però che ciò avvenga quando il GT, o gli amici, o i Servizi, o l’amministrato stesso si accorgono che quei familiari facevano/farebbero, in realtà, il contrario della felicità per il congiunto (art. 408 c.c.); - non è vero che “mancano le garanzie di gestione finanziaria”: l’amministratore sostegno – sia esso un avvocato o un familiare - deve riferire e riferisce periodicamente (ogni tre mesi, ogni sei, ogni anno a seconda dei casi) al Giudice Tutelare dell’attività svolta e delle condizioni di vita personale e sociale del beneficiario (art. 405, n. 6 cc), ha un limite di spesa e opera sotto la stretta vigilanza del Giudice Tutelare, i cui decreti vengono controllati dal Pubblico Ministero; - non è dunque vero che il Giudice Tutelare decide senza controlli e senza sentire l’interessato: l’audizione del beneficiario è, infatti, una fase del procedimento essenziale per conoscere la persona, dove e come e con chi vive, i suoi bisogni ed aspirazioni, i suoi problemi e le sue esigenze di assistenza, di sostegno di protezione (art. 407 c.c); - in caso di dissenso con l’Amministratore di sostegno viene sempre sentito il beneficiario, seppure il Giudice Tutelare non sempre possa “accontentarlo” poiché il beneficiario proprio a causa della sua infermità, non sempre è in grado di comprendere quale sia il suo vero interesse: dinanzi a chi, affetto da dipendenza dal gioco, si spende appena riscossi tutta la pensione o lo stipendio al casinò e non ha poi più uno spicciolo per mangiare, pagare l’affitto, le bollette, mantenere la propria famiglia, che si indebita a catena con le finanziarie, che si riduce a perdere tutti i propri risparmi, come dovrà reagire il Giudice Tutelare? Lasciandolo fare? - non è vero che “il meccanismo dell’AdS si presta a essere abusato per sottrarre a una persona i suoi beni”: esso, al contrario, costituisce uno strumento di protezione flessibile che consente di rispettare (assai di più che nell’interdizione e inabilitazione) la persona, ponendola al centro dell’attenzione del Giudice Tutelare, dell’Amministratore di sostegno, di operatori sociali e sanitari che lavorano tutti dentro una comune rete di solidarietà e di servizio. Beninteso non si esclude, con ciò, che errori possano commettersi a Trieste come nel resto d’Italia; occorre però inserire gli errori, ove vi siano, in una indagine attenta, leale e completa di tutti e tanti casi che, a Trieste (circa 1700) come nel resto d’Italia, hanno apportato efficace sostegno e protezione e qualità di vita, a tante persone e ai loro famigliari. Il grande vantaggio dell’AdS poi è, che si tratta di un istituto trasparente, democratico, una casa di vetro, dove le cose si sanno fino in fondo (almeno nella cerchia degli interessati), dove la porta del Giudice Tutelare è sempre aperta e dove tutti possono protestare, segnalare, impugnare, quando ritengono che si stiano calpestando gli interessi dell’assistito (solo in questo caso però!), a cominciare dal beneficiario stesso: presso il Giudice Tutelare, presso il Pubblico Ministero, presso la Corte d’Appello, magari con una lettera al giornale. Dipingere l’amministrazione di sostegno come se fosse una sorta di trappola per gli anziani, in cui giovani avvocati perseguitano le persone o le privano dei propri beni e dove si scatenano gli abusi di giudici tutelari (nessuno dei quali, è doveroso precisarlo, è stato “rimosso” dalle proprie funzioni e la dott. Carlesso – che ha lavorato con autentica dedizione in questo settore - si è trasferita su sua richiesta alla Corte di Appello in una ordinaria progressione di carriera), è voler offuscare la efficacia di uno strumento, quale è l’amministrazione di sostegno, che costituisce una vera e propria risorsa per tanti anziani e disabili della nostra città e che un giornale, di larga diffusione come il vostro aspira a essere, ci auspichiamo vorrà concorrere a promuovere Il Presidente dell’associazione AsSostegno Dott Giuseppe Garano

- Risponde il direttore. Ringrazio il cortese Dott. Garano per queste puntualizzazioni, che non interpretano tuttavia esattamente quanto ho scritto. Non ho dubbi che quanto lui afferma possa valere per i casi, spero di maggioranza, in cui la legge e lo spirito originario dell’istituto dell’amministrazione di sostegno siano applicati correttamente. Ma purtroppo gli abusi ci sono, perfettamente documentati in denunce circostanziate alle autorità giudiziarie, credibili e convergenti, in particolare riguardo a Trieste e dalla gestione della giudice tutelare da poco promossa ad altro incarico. Fermo restando questo, ci si può dunque augurare che chi le è succeduto faccia esercizio della più rigorosa prudenza sinché le cose non siano adeguatamente chiarite.

(Il Tuono n. 13 del 24.7.10, p. 2 e 7) Amministrazioni di sostegno: un’Associazione per il controllo Continuiamo a ricevere, da Trieste ed altrove, nuove segnalazioni di abusi dell’istituto delle amministrazioni di sostegno, qui nella gestione giudiziaria precedente l’attuale. Il problema è ormai noto: la legge e le risorse delle strutture delegate ad attuarla non bastano purtroppo a consentire, in concreto, controlli adeguati sull’applicazione corretta delle norme, né sull’operato effettivo degli amministratori, e questo pone provatamente a grave rischio i diritti civili, le condizioni di vita ed i beni degli amministrati e delle loro famiglie. In concomitanza con la nostra campagna stampa di chiarimento è sorta inoltre a Trieste un’associazione, la AsSostegno, che risulta includere anche alcuni dei corresponsabili di questa penosa situazione e sembra volerla invece negare o minimizzare (si veda il nostro numero 12, pag. 6 e qui a pag. 7). Per contribuire invece a risolverla sta ora sorgendo tra le persone e famiglie colpite dal problema e chi vuole aiutarle una nuova associazione privata, locale e nazionale, che ha lo scopo di organizzare per intanto da parte della società civile le necessarie funzioni di controllo sull’applicazione e gestione delle amministrazioni di sostegno, ma anche delle tutele e delle curatele. Ve ne terremo al corrente.

Lettera aperta (9.a lettera pubblicata) Preg.ma Giudice Dott.ssa Gloria Carlesso, Preg.mo Professor Paolo Cendon, Preg.ma Dott. Alessandra Marin, tramite Internet mi è possibile leggere stampa locale ed il sito “persona e danno” curato dal Professore. Ho letto così della costituzione in maggio u.s. di AsSostegno e le motivazioni corredate di punti legislativi a difesa dell’istituto dell’Amministratore di sostegno (Ads). Dal 26 giugno “Il Tuono” settimanale di Trieste e dintorni ha curato vari commenti di civili impegnati anche in associazioni soprattutto sulla prassi dell’Ads. I commenti provengono anche da Lazio, Viareggio, Arezzo, e con il mio ancora dalla Toscana, provincia di Lucca. L’argomento del contendere, per quanto mi riguarda, è eminentemente materiale. A titolo di esempio: nel mio intervento citavo la responsabilizzazione dei servizi tramite l’art. 406 comma 3 del Codice Civile come appunto modificato dalla L.6/2004: non era una critica alla disposizione, ma un cenno di come si possa tramite quella by-passare amministrando, parenti, autorità civili, ed esperire vie d’urgenza. Le specificazioni appena dette nemmeno erano tutte presenti nel mio commento, ma il “caso Zafran” (citato come ho visto in convegni come necessità di “diritto alla cura”) rientrò proprio in questo sorpassamento totale dei consociati - da allora percepiti inesorabilmente come dannosi o inaffidabili -. I danni rimostrati altro non si giocano che su un piano strettamente sostanziale, e sulla percezione di famiglie che si sono sentite espropriate, maltrattate, violate... L’alternativa ad un abbandono lato sensu ( di un prodigo, di un tossicodipendente,...) non può mai essere la costruzione di un illecito grottesco da parte di un servizio di potere pubblico: citando il dottor Garano su “Il Tuono” del 17 u.s., che riferisce una fattispecie astratta di ultranovantenne invaghito di diciannovenne a cui voglia donare tutti i suoi patrimoni (infelice esempio, che associa perversione alla nostra gente anziana!), è certo preferibile per la sua vita che sussista abbandono piuttosto che – sempre sul lato eminentemente materiale – gli siano trattenute tutte le proprie sostanze e venga magari internato in uno dei tanti ricoveri per anziani (biasimati il 23 luglio 2009 anche dal Direttore emerito ASS Dr. Rotelli su Il Piccolo). Sarebbe invece auspicabile una condotta ragionevole di Ads “da manuale”. Sebbene io non sappia quanto l’invadenza del Pubblico nel privato, la Drittwirkung [efficacia orizzontale, ndr] come percepita a Trieste possa essere trasferita nel resto d’ Italia, ritengo comunque mettere Loro a conoscenza come primi firmatari di AsSostegno le linee dispositive in materia di Ads, alla cui redazione sto partecipando tuttora in Toscana. Per la Toscana si propone un’etica migliore dell’istituto dell’amministratore di sostegno iniziando con dei punti fermi e dei correttivi, quali ad esempio: a) assicurare che un amministratore non cumuli più di 10 amministrati (per ribadire l’importanza dell’ascolto e attenzioni concrete alle persone beneficiarie – stabilendo anche un tempo di ascolto determinato e settimanale in ipotesi 2 ore per ogni beneficiario, un’ora per l’interessato ed un’ora per i famigliari che desiderino parlare con l’AdS); b) assicurare che le persone interessate siano debitamente informate (tornare anche all’avviso su carta, e dove questo non sia possibile si procuri un “protocollo” di comunicazione che fornisca dovute garanzie agli interessati); c) assicurarsi che quando l’amministratore viene chiesto da persone non interessate direttamente o che si rivelino distanti ai bisogni dell’interessato, o siano amministrazioni pubbliche, si proceda a moduli cartacei specifici che verbalizzino presso il Giudice tutelare il rapporto con la persona interessata e con la famiglia; d) mai lasciar fuori gli interessati ed i cari che si prendono cura di loro, malgrado qualsiasi difficoltà di comunicazione; e) andare oltre la “visita” al luogo di dimora della persona che dev’essere amministrata ed alla pseudo-psicologia clinica, specie in salute mentale; f) il Giudice tutelare deve avere cognizione tecnica, o munirsi di una consulenza permanente, che precocemente connetta il farmaco al luogo (ad es. la clozapina non va sempre d’accordo con soluzioni domiciliari in cui si usa fumo o caffè che interagiscono con l’emivita dell’importante farmaco); g) in pratica l’amministratore non deve essere un ratificatore “alla buona” di scelte deleterie, ma una persona che opera con consapevolezza del valore e dei bisogni della persona che assiste. Invio un saluto cordiale, restando a Loro disposizione. Mirko Gabriele Salotti Volontario salute mentale CESVOT (centro servizi volontariato toscano) Iscritto all’Albo nazionale dei soccorritore del 118 Membro associazione “ Voceallavittima! “ onlus- Roma

Quale difesa? (10.a lettera pubblicata) In risposta alla lettera a firma Dott. Giuseppe Garano, pubblicata sul vostro settimanale in data 17/07/2010, il sottoscritto amministratore di sostegno indipendente, cioè non iscritto ad associazione alcuna, Marco Marcon, desidera anche alla luce della propria esperienza nel campo delle tutele sottolineare quanto segue: pur condividendo i meriti della legge sull’amministrazione di sostegno non posso non esprimere forti perplessità in merito all’operato dei giudici tutelari che si sono succeduti a Trieste da Camerlengo alla Carlesso. Sebbene essi fossero a conoscenza dei pesanti comportamenti dannosi di alcuni avvocati, si sono ben guardati dal sollevarli dalle rispettive nomine, nonostante segnalazioni ricevute. Ciò conferma quanto scritto dal Dott. Borgonuovo da Arezzo nella lettera pubblicata dal vostro settimanale lo stesso giorno. È altresì impensabile che tale comportamento non sia stato attuato in virtù di una adeguata copertura. Si era sperato che fosse il risultato di pressioni, ma tale speranza affievolisce sempre più. Così come è logico immaginare che gli avvocati abbiano goduto di una corsia preferenziale nella scelta del tutore prima e nell’amministrazione adesso, specie nei casi di conflitti famigliari generati dall’errata convinzione che il tutore o Ads una volta nominato diventi padrone di tutto (e mi chiedo se questa errata convinzione non venga artificialmente generata sì da giustificare la nomina di un avvocato). Ciò accade in genere proprio con la nomina di un legale, il quale dispone dei beni in custodia come crede senza interpellare i parenti ai quali è precluso il rendiconto (esperienza diretta – nemmeno al Pentagono c’è una tale segretezza) e che peraltro non sarà passato al microscopio a scansione come quello dell’Ads famigliare non avvocato. Non si capisce infatti come certi rendiconto “incredibili” presentati da avvocati siano stati approvati dal Giudice Tutelare senza batter ciglio. Se non erro, l’amministrazione così come la tutela è gratuita. Ma anche in questo caso l’avvocato riesce a farsi “pagare” per il suo disturbo per la tutela gravosa e complicata, mentre Ads o tutore non avvocato no. Ma la legge non è uguale per tutti? Nel caso che l’avvocato Ads, rubi, provi lei a denunciarlo in un tribunale dove vige l’immunità parlamentare retroattiva (Berlusconi se lo sogna) prima della nomina a parlamentare, o dove uno che grida in una manifestazione “Partigiano di m...” (vilipendio delle forze armate di liberazione) davanti alle forze dell’ordine non viene nemmeno fermato. Mi auguro che la sua associazione sia meritoria in questa fase della vita che solo chi ha provato indirettamente può realmente comprendere, e non sia un rapido sistema per individuare le potenziali vittime di vere e proprie spoliazioni legalizzate di beni e risparmi. Marco Marcon

- Grazie per la lettera su questi problemi. Conosciamo il caso specifico accennato, che è anche perfettamente documentato. [Nota della Voce di Trieste, aprile 2013: il riferimento alle immunità riguarda un’iniziativa abnorme del Tribunale di Trieste di riconoscere al leader estremista neofascista locale Roberto Menia l’immunità parlamentare per reati commessi tre anni prima di venire eletto deputato. L’iniziativa è stata respinta dal Parlamento come abnorme, con richiesta di indagini disciplinari nei confronti giudici che non ci risulta tuttavìa compiuta.]

(Il Tuono n. 14 del 31.7.10, pp. 6,7) Amministratori di sostegno insistono (11.a lettera pubblicata). Egregio Direttore, i nostri vecchi, nella semplicità della vita agreste, nutrivano l’anima con detti popolari. Uno di questi, fra i più veritieri ed apprezzati, recitava più o meno così: “se tuona prima di piovere, resta nel campo e non ti muovere!”. Dal che, abbiamo ben sopportato l’infruttuoso rumore delle precedenti edizioni dedicate all’opinionismo ferito dei pochi che lamentano l’applicazione dell’istituto dell’Amministrazione di Sostegno a Trieste. Tuttavia, dopo la sua ultima nota in calce alla lettera di AsSsostegno, non possiamo esimerci dal rilevare che il giornalismo investigativo postula l’analisi accurata e documentata dei fatti, e non prescinde dall’irrinunciabile dovere di ascoltare le varie parti coinvolte, sintetizzando il frutto di un contraddittorio. Perché dunque rinuncia ad informare i lettori del fatto che per nessuno dei casi da lei “denunciati” si è mai peritato di contattare amministratori di sostegno o giudici o avvocati coinvolti? La ricerca assoluta della Verità, che dovrebbe essere alla base di un giornalismo costruttivo (ma più in generale della nostra società), ci impone di raccontare anche la nostra esperienza di amministratori di sostegno che hanno vissuto (e sofferto) con i Giudici Tutelari i risvolti pratici di quella manciata di articoli del codice civile che rappresentano un’evoluzione civile per il nostro Paese. Se solo Lei sapesse quante volte abbiamo visto il Giudice Tutelare seduta al fianco dei senzatetto, oppure entrare nelle case facendosi letteralmente largo fra le immondizie, o carezzare il volto di coloro che non hanno più voce per gridare il silenzio cui sono costretti. Abbiamo visto la dott.ssa Carlesso abbracciare ed ascoltare per ore gli anziani,i soggetti deboli, i loro congiunti e tutti coloro che le hanno chiesto un aiuto, anche solo una parola, nell’esemplare espletamento della sua funzione di magistrato. Abbiamo visto la fila di persone nel Palazzo di Giustizia di Trieste davanti alla porta di un Giudice che ha sempre accolto tutti con umana comprensione, nessuno escluso. E non è stata certo l’unica, a Trieste, a dedicare sé stessa al fardello imposto ai magistrati con la legge n.6 del 2004. Noi amministratori di sostegno, nello svolgimento del nostro compito, doverosamente collaboriamo al fianco dei Giudici Tutelari che controllano scrupolosamente la nostra attività, supervisionando con imparzialità, e senso di giustizia, ogni atto da noi compiuto in favore dei nostri beneficiari. Quand’anche il filtro del primo magistrato non dovesse bastare, a garanzia vi è il controllo, altrettanto scrupoloso, del Pubblico Ministero. I Giudici Tutelari, che attualmente rivestono tale ruolo, hanno preso in carico con passione il lavoro iniziato dalla loro collega e si affiancano a chi già riveste questo incarico con dedizione da diversi anni. Non starebbe dunque a Lei redarguirli circa le loro funzioni, né tantomeno allarmare inutilmente l’opinione pubblica. Nei provvedimenti in cui si limita la capacità di agire del beneficiario, quest’ultimo viene invitato a rivolgersi ad un avvocato. Ci si dovrebbe dunque interrogare sul perché, in molti casi, l’attività di difesa culmina con l’adesione o la conferma del provvedimento adottato, se non esclusivamente per la fondatezza stessa dell’indagine che lo ha preceduto. Ricordiamo infatti che dei circa 1700 casi esaminati, solo sette sono stati sottoposti a reclamo alla Corte di Appello ed i decreti di nomina del Giudice Tutelare sono stati, sino ad ora, confermati. L’investigazione, anche dopo trent’anni d’esperienza, è bene che parta dal dubbio! Scriviamo poco, più per puntualizzare che per informare (non ci appare questo infatti il veicolo più adatto) e, come da Sua tradizione, Le lasciamo lo spazio per il suo commento e per un brillante titolo, affinché i lettori non possano formarsi un’opinione senza essere sapientemente accompagnati. Gli Amministratori di Sostegno: Avv. Lorella Marincich, Avv. Alessandra Marin, Avv. Antonella Mazzone, Dott.ssa Gabriella Magurano, Dott. ssa Silvia Panto, Dott.ssa Francesca Martucci, Dott. Matteo Morgia.

- Risponde il direttore. La cortese lettera del dott. Garano per AsSostegno, pubblicata a pagina 6 del nostro numero 12, voleva anch’essa smentire gli abusi concreti di cui abbiamo dato notizia, ma lo faceva richiamando ed interpretando ottimisticamente le norme di legge come se esse potessero impedire di per sé che se ne faccia abuso. Ed abbiamo già spiegato con pari cortesia perché no. Questa lettera di un gruppo di giovani avvocati e praticanti pretende invece di smentire gli abusi con una miscela di affermazioni apodittiche, immagini suggestive e persino offese delegittimanti: contesta infatti la nostra professionalità e funzione giornalistiche, dichiara di voler puntualizzare ma non informare ritenendo inadatto il giornale, e dunque i suoi lettori, accusandomi pure di condizionarne le opinioni con i miei commenti. Rispondo per prima cosa che le persone che ci leggono sono perfettamente capaci di formarsi opinioni proprie valutando criticamente i contenuti sia delle lettere che dei commenti del giornale. Quanto abbiamo scritto, e lorsignori ritengono di avere “ben sopportato”, non è affatto “infruttuoso rumore”, né frutto di quello che definiscono sprezzantemente un “opinionismo ferito dei pochi che lamentano l’applicazione dell’istituto dell’Amministrazione di Sostegno a Trieste”. Noi facciamo informazione doverosa sul fatto che vi siano gravi abusi, desunto dall’esame di più denunce, credibili perché documentate, coerenti, convergenti e presentate dagli interessati alle sedi giudiziarie extraterritoriali di pertinenza. Lorsignori non pretendano poi di insegnarci le regole del giornalismo investigativo, sostenendo pure che avrei dovuto dare giudizi su quelle denunce dopo averle discusse con gli amministratori di sostegno, giudici ed avvocati coinvolti: se lo avessi fatto avrei violato il segreto professionale sulle fonti, esponendole a ritorsioni, ed invaso competenze delle sedi giudiziarie inquirenti. Anche le lodi difensive che lorsignori fanno di sé e dell’ex giudice tutelare Gloria Carlesso sono fuori luogo, perché ci siamo limitati a precisare doverosamente, anche a tutela degli altri magistrati, che le denunce da noi esaminate riguardano tutte il periodo del suo mandato, ed abbiamo taciuto tutti i nomi delle persone denunciate. Non ho poi affatto “redarguito” (che in lingua italiana significa rimproverato) circa le loro funzioni i giudici tutelari attuali, dei quali ho piena stima. Ho soltanto espresso in forma di auspicio la certezza che essi sapranno affrontare simile situazione esercitando la più rigorosa prudenza. Alla quale non sembra invece ispirata questa lettera di maldestro negazionismo e confusione, da parti interessate, su un problema così drammaticamente palese. Perché consiste nel semplice fatto che, ferme restando le buone intenzioni e pratiche dei più, denunce attendibili provano che l’amministrazione di sostegno può dar luogo anche ad abusi gravi. Che devono essere perciò denunciati dalla società civile, puniti ed impediti dall’Autorità giudiziaria e prevenuti da nuove norme e strutture di controllo adeguate. E se qualcuno pensa di poterci intimidire, ha sbagliato indirizzo e persone.

(Il Tuono n. 15 del 4.9.10, p. 9) Dieci legali che si ritengono chiamati in causa (12.a lettera pubblicata). Scriviamo quali soggetti direttamente chiamati in causa dagli articoli pubblicati nella Vostra rivista dalla fine di giugno in poi atteso che l’intento da Voi dichiarato nel n. 9 ovvero quello “di fare tutto il dovere di giornalisti per dare chiarezza e piena informazione del problema all’opinione pubblica” è stato, volutamente o meno, disatteso ed all’opposto le allarmanti assimilazioni dell’istituto dell’Amministrazione di Sostegno a misura di contenzione piuttosto che di riduzione in schiavitù o ancora di strumento atto ad agevolare appropriazioni indebite dei patrimoni dei beneficiari altro non fanno che dare prospettive distorte, parziali e al limite dello scandalo in danno a quelle tante persone che in concreto si avvantaggiano del rapporto instaurato con l’Amministratore di Sostegno, sia esso avvocato o meno. Scriviamo perché è doveroso che l’opinione pubblica sappia che se il Giudice Tutelare ritiene di nominare un avvocato o un praticante avvocato al posto di un familiare quale A.d.S. o tutore o curatore è certamente perché nella cerchia dei famigliari non vi sono persone idonee (per le più svariate ragioni quali possono essere la lontananza, la conflittualità, l’indisponibilità) ad occuparsi degli interessi e dei bisogni del beneficiario, ovvero proprio in sostituzione di quei familiari che non sono stati in grado di adempiere all’ufficio da loro assunto. Rispetto agli articoli e lettere aperte sin oggi pubblicate, riteniamo quindi di dover precisare alcuni aspetti, che per comodità di lettura numeriamo, nel tentativo di riportare le informazioni nell’alveo della realtà. 1) L’infondata assimilazione dell’istituto dell’AdS ad una misura coercitiva e/o di contenzione (n. 10 del Tuono). L’istituto dell’AdS è misura giuridica di protezione di soggetti deboli. Il subdolo accostamento dell’Amministrazione di Sostegno ad una misura di contenzione ingenera un’idea del tutto distorta che danneggia prima di tutti i beneficiari stessi in quanto altera profondamente il rapporto fiduciario che, sebbene con possibile iniziale difficoltà, si instaura tra l’amministratore di sostegno ed il destinatario della misura. Non corrisponde al vero che l’istituto consiste nel privare giuridicamente la persona, in via temporanea e/o definitiva, dei diritti civili fondamentali. L’esatto opposto. L’istituto affianca al soggetto bisognoso, a seguito di un’istanza specifica e documentata, un amministratore di sostegno che lo aiuta a svolgere tutti gli atti della quotidianità che non è più in grado, per diverse ragioni (di malattia, età, competenza) di svolgere da solo: può trattarsi di stipulare un contratto con la banca piuttosto che inoltrare le istanze per percepire le pensioni di accompagnamento e/o altre (continua nella prossima indennità di cui il soggetto ha diritto, piuttosto ancora reperire, assumere e gestire una badante o collaboratrice domestica, ed ancora pagare le bollette, far intervenire un idraulico etc.. Sulla rivista è stata data ripetuta risonanza alla circostanza che l’amministratore di sostegno farebbe vivere in povertà il beneficiario erogandogli al posto della sua pensione indicata in migliaia di euro solo 300,00 o 600,00 € mensili: ma la redazione e la firma che ha avallato questa notizia si è sincerata di appurare che forse, spesso, i beneficiari anziani non hanno una pensione di migliaia di euro oppure quand’anche l’avesse che è l’amministratore di sostegno a pagare tutte le spese mensili perché il beneficiario invece di onorarle accumulava debiti magari senza rendersene conto? È stato scritto che il beneficiario non ha la possibilità di protestare e di far valere le proprie ragioni: ciò non corrisponde a verità. Proprio grazie a questo istituto il beneficiario può sempre proporre, personalmente o a mezzo di un proprio rappresentante (che può essere anche l’Amministratore di Sostegno ma anche un famigliare, un amico, un avvocato), istanza al Giudice Tutelare per revisionare e/o modificare il decreto iniziale o quelli che nel tempo si sono succeduti. È grave che una rivista che voglia chiamarsi tale avalli assimilazioni quali quelle su indicate. 2) La generalizzazione di casi limite. Ogni procedura ed ogni decreto di ammissione dell’amministrazione di sostegno ha una sua storia specifica alle spalle: ha una sua istruzione - non c’è nessun Giudice che si inventi di aprire una AdS senza aver prima analizzato la documentazione alla base della stessa, senza aver prima visitato e/o sentito il beneficiario e senza aver prima valutato nella cerchia dei famigliari le persone idonee a ricoprire questa funzione. Semmai ci fossero stati degli abusi, e lo si dubita fortemente al di là di quanto asseritamente documentato dalla rivista, sarà certamente compito della Magistratura accertarli e sanzionarli: siamo ancora in uno stato di diritto dove le regole, che ci sono e sono precise, vengono fatte rispettare da chi è deputato a farlo e nessuno, nemmeno sotto le mentite spoglie di un giornalismo investigativo e d’inchiesta, può arrogarsi il diritto di allarmare l’opinione pubblica generalizzando casi limite che non fanno certo parte della normalità. Rispetto agli eventuali casi di abusi che certamente la Magistratura accerterà ci sono centinaia di casi seguiti con scrupolo, diligenza ed umanità dagli operatori del diritto (avvocati o praticanti che siano) chiamati all’ufficio, i quali spesso - al di là di quello che si vuol far passare - riescono ad instaurare con i beneficiari, ma anche con i famigliari, rapporti di fiducia e collaborazione proprio perché la figura dell’AdS non va a sostituire gli affetti ma va ad contribuire a dare un sostegno, talvolta tecnico e che richiede competenze specifiche, che gli stessi beneficiari e famigliari piuttosto che gli operatori dei servizi non sono in grado di svolgere. 3) Ruolo svolto dai Giudici Tutelari, dagli Amministratori di Sostegno e dai Servizi Negli articoli che qui si commentano emerge senza mezzi termini un attacco diretto alla Magistratura che attende agli uffici della tutela/curatela/amministrazioni di sostegno da parte di soggetti evidentemente coinvolti in situazioni personali (o per propri infelici vissuti o per essere loro stessi AdS indipendenti …. non si sa poi da chi!) e che utilizzano, con il placet incontrollato della redazione di questa rivista, in modo strumentale i propri punti di vista. È bene che l’opinione pubblica sappia, al di là di quanto precedentemente pubblicato, che tutti i Magistrati che si sono sino ad ora occupati degli istituti in esame, ivi compresa la dott.ssa Carlesso, operano con il controllo del Pubblico Ministero ovvero collegialmente allorché si tratta di risolvere ed assumere decisioni in casi di particolare difficoltà e delicatezza. In ogni caso i Magistrati, piaccia o no a chi ha precedentemente trovato sfogo nella rivista, applicano le norme; e loro stessi sono soggetti alle stesse norme sicché ogni affermazione circa eventuali nomine preferenziali di avvocati e praticanti rispetto a terzi indipendenti piuttosto che di appropriazioni indebite appare giustificata solo dalla necessità di creare scandalo (forse per farsi leggere). Invece è doveroso ricordare, soprattutto in replica alle indegne accuse sottese negli articoli nei confronti della dott.ssa Carlesso, che i Magistrati triestini tutti, per il notevole numero di anziani della nostra città e per la stessa apertura all’altro, al diverso, al debole che il nostro tessuto cittadino ha sempre consentito, sono sempre stati pronti in prima linea unitamente ai diversi servizi coinvolti (Comune, Distretti sanitari, Centri di salute mentale etc.) a prevenire e a sventare gli abusi. Tanti di noi sono stati invero nominati proprio in sostituzione di AdS indipendenti ovvero di tutori famigliari poco attenti, e diversi sono i casi passati in Procura dagli stessi Magistrati tutelari!. Certamente, rispetto ai diversi Magistrati che si occupano degli istituti, la dott.ssa Carlesso ha aggiunto un quid pluris all’ufficio, informato sì al rispetto delle regole giuridiche ma confortato dalla sua calda e sincera umanità, tesa sempre ad ascoltare le diverse problematicità e a trovare la migliore soluzione possibile – mai avulsa dai pareri della rete attivata - per ogni caso. È È certo che a qualcuno spetta di decidere ed è altrettanto certo che a qualcun altro ciò può dar fastidio: nel nostro sistema giuridico la decisione spetta al Giudice Tutelare con la riserva sempre ammessa, perché fortunatamente il nostro è e rimane un sistema di diritto, di revisione in caso di errori e/o modifiche. 4) Sull’indennizzo e sulla gratuità dell’istituto. É stato correttamente scritto che l’adempimento dell’ufficio dell’amministrazione di sostegno è tendenzialmente gratuito così come lo è la tutela. Viene però lamentata la liquidazione esagerata di compensi agli avvocati e praticanti mentre agli amministratori di sostegno indipendenti o ai famigliari ciò non sarebbe consentito. Tale notizia è falsa perché gli indennizzi vengono certamente rifusi, se richiesti e giustificati, anche ai famigliari ed agli amministratori di sostegno indipendenti. Le richieste di indennizzo vengono analizzate dal Giudice Tutelare e autorizzate in base all’attività effettivamente eseguita, al valore del patrimonio gestito, all’apporto dato al beneficiario; non di rado il Giudice tutelare, che controlla analiticamente la relazione dell’amministratore di sostegno, decide di decurtare o aumentare le richieste di indennizzo; è certo che il G.T. non liquida e non autorizza richieste, magari di famigliari e/o A.d.S. indipendenti o no che siano, non confortate da idonea documentazione e non relazionate con il dovuto dettaglio. É altrettanto doveroso rendere edotta l’opinione pubblica che tanti avvocati e procuratori, che non si sottraggono agli uffici per i quali sono chiamati, lavorano e rendono la propria prestazione per tante pratiche gratuitamente se non anche spendendo di propri denari personali, in virtù della difficile situazione dei beneficiari. Ci è sembrato quindi doveroso scrivere queste poche righe, non per polemizzare oltre ma per puntualizzare il nostro ruolo constatata la diretta chiamata in causa degli amministratori di sostegno (avvocati e dottori in legge) in assenza di qualsivoglia contraddittorio ed accurata indagine sull’effettiva attività da noi svolta, sulla fondatezza delle notizie pubblicate dalla testata condite vieppiù da titoli d’effetto o con commenti di natura soggettiva che, visti i precedenti, probabilmente la redazione dispenserà anche in questa occasione, continuando così a disattendere quella garanzia dovuta ai lettori e alla pubblica opinione del dovere di corretta e piena informazione che il Giornalismo, ma solo quello con la “G” maiuscola, assicura. Alcuni amministratori di sostegno: Avv. Donatella Varglien Boico, Avv. Antonella Stella , Avv. Annalisa Fedele, Avv. Alessandra Marin, Avv. Alessia Morandini, Avv. Barbara Fontanot, Avv. Francesca Marchetti, Avv. Elena Bellodi, Dott. Alice Spaventi, Avv. Andrea Miozzo, Avv. Maria Rosaria Amari.

- Risponde il direttore. Consentitemi di osservare che questa lettera è ancora più arrogante ed offensiva di quella analoga già ricevuta e pubblicata sul nostro numero precedente. Non si vede anzitutto come e perché gli amministratori di sostegno (Ads) firmatari si ritengano chiamati in causa per il semplice fatto che abbiamo scritto di abusi documentati di tale istituto, spiegando anche di quale genere ma senza fare altro nome di riferimento che quello della giudice. Se hanno, come non dubitiamo, la coscienza a posto, non possono esserne coinvolti. La loro prima preoccupazione è affermare legittima la nomina di un avvocato o praticante quale Ads al posto dei famigliari. Mentre non abbiamo detto che non lo sia, ma che in alcuni casi documentati e già in indagine giudiziaria si presta ad abusi. Non neghiamo poi che l’istituto dell’Ads sia una misura di protezione di soggetti deboli: affermiamo soltanto che si presta appunto ad ovvi abusi. Non è vero che il soggetto assistito non venga privato di diritti, ma solo affiancato e sostenuto: dipende dai casi, ed alcuni sono di abuso. Il fatto che assistiti anche benestanti si possano trovare ridotti a vivere con importi mensili minimi è perfettamente documentato. La difficoltà di alcuni assistiti a reclamare e difendersi è determinata da situazioni in cui non possono ricevere personalmente neanche la posta. Non c’è dubbio che gli abusi siano casi limite, e noi non li abbiamo affatto generalizzati. E non li abbiamo nemmeno documentati direttamente, ma ci siamo riferiti alle documentazioni estremamente precise di procedimenti giudiziari già attivati. Gli Ads che si comportano bene non hanno comunque nulla da temerne, e noi non abbiamo allarmato l’opinione pubblica, ma solo segnalato doverosamente quegli abusi documentati, perché vi sia posta fine. Non abbiamo affatto attaccato, o mediato attacchi, alla magistratura tutoria in quanto tale, ma precisato doverosamente – proprio per tutelarla – che i casi anomali in indagine fanno riferimento ad un unico magistrato, e quale. I firmatari della lettera non possono inoltre non sapere che il controllo del Pubblico Ministero sulle attività tutorie è puramente teorico, e di fatto eccezionale, data la mole abnorme di altri procedimenti di cui i PM sono oberati, mentre la collegialità delle decisioni rimane discrezionale. Ed è vero che i magistrati applicano le norme, ma se fossero tutti e sempre perfetti ed infallibili non occorrerebbero tre gradi di giudizio. Nei nostri articoli non ci sono affatto “indegne accuse sottese” verso la dott. Carlesso, ma affermazioni e riferimenti necessari e doverosi per la chiarezza delle informazioni, che se errate possono essere confutate puntualmente, non con tirate retoriche ed offensive. Il fatto che la gratuità dell’incarico di Ads sia solo “tendenziale” consente l’erogazione dei compensi, ed il professionista esterno (avvocato, praticante) li riceve senza problemi, a differenza dal famigliare. Se qualcuno rinuncia, rimane suo merito. È sorprendente che infine i firmatari affermino di non voler polemizzare in una lettera iraconda che sopra e sotto quest’affermazione ci propina una serie di insulti ingiusti e sempre più pesanti, pretendendo pure di insegnarci la correttezza professionale. Vorremmo dunque capire perché.

(Il Tuono n. 17 del 18.9.10, p. 8) Amministrazioni di sostegno (13.a lettera pubblicata). Seguo con grande attenzione anche professionale la vostra campagna di denuncia su abusi nelle amministrazioni di sostegno, e ho contato i nomi dei giovani avvocati e praticanti che vi hanno scritto giurando che invece tutto va bene: sono 17, tra donne e uomini che dovrebbero rappresentare le speranze future della professione forense nella nostra – come scrive spesso un mio conoscente spiritoso – ridente necropoli sul mare. Visti gli argomenti e la logica sorprendenti di questi esordienti del diritto mi è venuto il dubbio che possano averli applicati, naturalmente in buona fede, anche alle gestioni dei loro amministrati, con risultati altrettanto sorprendenti. Poiché voi affermate di averne abbondanti e precise documentazioni su casi già in indagine, vorrei sapere se forse ho immaginato giusto. E per quali motivi, secondo voi, su quest’argomento il resto della stampa locale tace.

- Possiamo rispondere con qualche particolare, come dice lei, sorprendente di uno di quei casi documentati. La giudice tutelare nomina amministratore di sostegno di due anziani in difficoltà non uno dei due figli, ma un giovane praticante avvocato (categoria che di solito non guadagna ancora un soldo) assegnandogli per l’incarico un compenso annuo, a spese dei beneficiari, di ben 7.000 euro più rimborsi spese, IVA e cpa (mentre i figli lo avrebbero svolto gratis). In forza della nomina, l’amministratore di sostegno svolge un ruolo di tutore giudiziario, e dunque di pubblico ufficiale, con tutti gli obblighi (e se del caso le aggravanti) di legge che ciò comporta. Anche se, come sappiamo, tutti i suoi provvedimenti principali devono essere convalidati o quantomeno controllati dalla giudice stessa. Tra altre cose meritevoli di verifiche, quest’amministratore alle prime armi decide di vendere un appartamentino dei due assistiti, contro la loro espressa volontà, nel centro di una famosa località balneare. A prescindere dall’opportunità della vendita, per valutarne il prezzo dovrebbe, stante il suo ruolo e siccome non è roba sua, far almeno eseguire una perizia di stima garantita dal Tribunale ed adottare una formula di vendita che offra le garanzie minime dell’asta giudiziaria. Invece si rivolge fiduciosamente all’amministratore dello stesso condominio, che è anche agente immobiliare, fa un sopralluogo con lui ed un mediatore di altra agenzia locale, ne accetta la stima ad occhio, benché evidentemente bassa, perché confermata da altro immobiliarista suo conoscente, rilancia un prezzo un po’ più alto, ed incarica gli stessi due – che date le circostanze ricordano il gatto e la volpe classici – di cercare loro degli acquirenti e comunicargli le offerte. Col risultato che dopo un po’ gatto e volpe gli comunicano un’offerta pari alla loro stima, lui alza di un po’ per il costo della mediazione, e vende al prezzo così fiduciosamente stabilito, col consenso, pare, della giudice. Sembra quindi più che legittimo ritenere che almeno i casi così sorprendenti meritino verifiche istituzionali esterne ed accurate. Quanto al silenzio del resto della stampa, possiamo solo immaginare che le testate non indipendenti possano avere degli imbarazzi a metter sotto inchiesta giornalistica elementi dell’ambiente giudiziario e decine di giovani leve di quello forense, figli d’arte inclusi.

(Il Tuono n. 18 del 25.9.10, p. 4) Anche uno sfratto estorsivo (14.a lettera pubblicata) In relazione agli articoli sul giornale riguardanti gli Amministratori di Sostegno, anche io ho avuto modo di imbattermi in una di queste persone. Tra i vari problemi che ho come: poco lavoro, qualche debito che prima o poi dovrò sanare - il denaro è sempre poco soprattutto per un’addetta alle pulizie - un giorno mi viene recapitata una raccomandata dall’AdS della mia locatrice: “Le comunico, preliminariamente, di aver richiesto presso i locali Uffici dell’Agenzia delle Entrate copia del contratto di locazione indicato in oggetto (all.), da Lei sottoscritto nel mese di aprile 2003 ed attualmente rinnovato sino al 31 marzo 2011. A tal proposito, in nome e per conto della locatrice, Le comunico ad ogni effetto di legge la formale disdetta dal suddetto contratto che, alla prossima scadenza sopra specificata, dovrà intendersi non rinnovato automaticamente. A far data dal giorno 1 aprile 2011, pertanto, l’immobile in oggetto dovrà essere lasciato libero da persone e cose. Premesso un tanto, con la presente Le intimo formalmente, altresì, di voler provvedere con decorrenza immediata al pagamento dei canoni di locazione che, dalla data della mia nomina ad oggi, non risultano mai pervenuti a mie mani. Detto pagamento, infatti, come espressamente previsto dall’art. 5 del contratto, deve avvenire presso il domicilio del locatore che attualmente, in virtù del decreto di nomina di AdS, è presso lo scrivente.” In poche parole io dovrei ridare 4.800 euro, già pagati, perché questo signore è stato nominato AdS il 1° luglio 2009, nonché sgombrare da casa. La proprietaria dell’immobile non ha mai espresso un simile desiderio, tanto meno di farsi ripagare i canoni che io ho già versato, puntualmente, fino ad oggi. Detto questo, i figli di questa signora, che sono miei amici ormai da molti anni, hanno ricevuto anch’essi la convocazione da parte dell’AdS perché ne venisse assegnato uno anche a loro. Sia i genitori che i figli vivono in proprietà di famiglia, casualmente. Ora si cerca di capire cosa succederà e mi chiedo come sia possibile che una persona possa esercitare tanto potere sugli altri solo perché ha giurato la sua “formuletta” davanti al giudice tutelare? L’interdizione è una grave offesa alla persona e alla sua capacità di agire, pensare e lavorare, come in questo caso assurdo dove le persone sono completamente autosufficienti. E che dire di tutte le spese legali affrontate e da affrontare per salvare il salvabile? E chi non se lo può permettere, da chi verrà tutelato? (lettera firmata)

- Giuste domande. Conosciamo anche questo caso, che è documentato, e sul quale risultano già in corso indagini giudiziarie. Come su altri.

Altri casi da documentare (15.a lettera pubblicata). Il Tuono continua l’inchiesta sugli abusi dell’amministrazione di sostegno. è legittimo sperare che ne diventi un punto di riferimento nazionale perché a Basaglia City la cancrena ha allungato le radici in tutte le direzioni; e quell’infaticabile ex giudice tutelare di Trieste non teme paragoni nella produzione di amministrati. Possiamo documentare alcuni soprusi gravissimi: gli psichiatri di alcuni Csm hanno fatto imporre l’amministratore di sostegno a persone autosufficienti, sicuri dell’immediato provvedimento giudiziario, che veniva emesso anche senza che in Tribunale si fossero mai visti i “beneficiari” nemmeno in fotografia. Verrà il momento in cui renderò pubblici i casi più gravi. La legge è del 2004 e fino ad adesso il sistema funzionava a pieno ritmo praticamente all’oscuro di tutti. L’inchiesta del Tuono è iniziata il 26 giugno di quest’anno. E improvvisamente spunta un’associazione, AsSostegno. Guarda un po’! Che la coraggiosa campagna del settimanale abbia toccato i sentimenti di valorose persone che insorgono per le prepotenze inflitte a chi non può difendersi? Macché. Qui siamo a Trieste, non scherziamo. È sorta praticamente l’associazione degli amministratori, in sostanza avvocati che difendono o proteggono altri avvocati. La lobby difende se stessa, un po’ come alcuni psichiatri che celebrano se stessi da quarant’anni e ci autoproclamano capitale della psichiatria con l’appoggio incondizionato e acritico dell’establishment. Hanno fatto scuola. Una delle piccole oligarchie arroganti e incapaci che spingono Trieste alla deriva e al degrado, e reclamano senza vergogna diritti parassitari. Mario, papà di Giulio al quale queste cose sono costate la vita.

- Come detto sopra, le indagini istituzionali risultano già avviate.

(Il Tuono n. 19 del 2.10.10, p.5) Abusi drammatici (16.a lettera pubblicata) Egregio Direttore, molte persone sono grate a Il Tuono, per la possibilità di far sentire la propria voce a chi è perseguitato e ignorato da tutti i mezzi di informazione. Vivo per mia disgrazia a Trieste, dove senza aver commesso nessun reato mi vengono imposte condizioni di vita disumane. Le mie disgrazie sono cominciate per aver avuto bisogno del pronto soccorso a causa del fumo prodotto dalla combustione di materiale elettrico dovuto a un cortocircuito. Inspiegabilmente sono stata portata al reparto di diagnosi e cura, cioè psichiatria, con cui non avevo niente a che fare. Di lì a poche ore venne a prelevarmi una vettura del servizio sanitario; pensavo mi accompagnassero a casa, e invece mi portarono in un Centro di salute mentale. Volevo immediatamente andarmene ma venni trattenuta con la forza. Mi dicevano che dovevano trattenermi per alcuni giorni, mi sequestrarono il telefonino e i documenti. Intimai la restituzione del telefonino, intendevo chiamare aiuto, ma loro mi fecero un’iniezione di psicofarmaci attraverso i vestiti. Mi chiedevo terrorizzata in quali mani fossi caduta. Riuscii a scappare con l’aiuto di un conoscente. Lo psichiatra R., responsabile delle violenze, comunicò al tribunale di Trieste una richiesta per assegnarmi un amministratore di sostegno; le motivazioni erano assolutamente false. Una giudice emise il provvedimento senza darmi nessuna possibilità di oppormi. Da quel momento la mia condizione di vita è di riduzione in schiavitù. Non posso disporre dei miei soldi, gestiti da estranei. Una amministratrice di sostegno, (avv. G.), l’anno scorso ha prelevato dal mio conto un importo di 1.400 euro. L’attuale amministratrice di sostegno, (avv. F.) mi “concede” una quota settimanale dei miei soldi, e devo andare ogni settimana a prelevarli in banca malgrado le mie difficili condizioni di salute e di movimento. Adesso mi ha cambiato la banca: ha scelto una che è più comoda per lei. Per piccoli problemi devo andare nel suo studio dove spesso non si fa trovare e mi fa tornare più volte. Sono angherie, perché mi è molto difficile; non ho potuto curarmi per tempo con i miei soldi perché me li tengono bloccati. Con quella cifra non ce la faccio, sono costretta a mendicare qualche pasto alla Caritas e a un’altra fondazione. Il mio medico di base, dr C., è stato convocato in tribunale dallo psichiatra R. e dalla giudice. Gli hanno ordinato cosa può e cosa non deve prescrivere a me, sua assistita. Il dr C. è rimasto sconvolto; stenta a credere che tutto questo realmente avvenga a Trieste nell’anno 2010. Sono stata alla stazione dei Carabinieri per denunciare un episodio di violenza, prima che siano passati i 90 giorni, ma mi hanno detto che essendo “seguita” dal Centro di salute mentale non posso fare denunce. lo non sono una paziente degli psichiatri, non sono seguita da nessuno, questo marchio me l’hanno messo addosso loro e in nessun modo riesco a liberarmene. Perché a Trieste possono compiere impunemente queste prepotenze? Una donna mi telefona e mi dice che verrà da me per farmi compagnia, a pagamento: 15 euro all’ora. Sono saltata su: come si permette? Chi le ha dato il mio numero di telefono? E’ stato lo psichiatra R. So che ha rovinato l’esistenza di altri innocenti. Ho chiesto di parlare con un giudice. Ma pochi giorni fa un altro psichiatra, C., dello stesso Csm, ha voluto venire a trovarmi. Mi ha chiesto: “Quando ha l’appuntamento con il giudice D.?” Sbalordita gli ho chiesto: “Chi glielo ha detto?” E lui: “Non si preoccupi”: Ma io mi preoccupo eccome! Sono come un capo di bestiame marchiato: e alle mie spalle c’è gente che segnala i miei movimenti, le mie telefonate, anche se contatto un giudice? Non voglio descriverle nei dettagli le sofferenze e la disperazione per essere sottoposta a queste prepotenze. Sopravvivo anche grazie all’aiuto di alcuni generosi amici. Il suo giornale ha dato notizia di un signore che è riuscito a liberarsi dalla schiavitù dell’amministratore di sostegno dopo anni di sopraffazioni. Anch’io sono in possesso delle perizie di integrità mentale; voglio che mi sia tolto il marchio impostomi illegalmente e con la violenza da quegli psichiatri, e rientrare immediatamente in possesso dei miei diritti umani, civili e costituzionali. E dei miei soldi. Egregio Direttore, spero che essendo resi noti tanti abusi venga fatta un’inchiesta. E che qualche avvocato onesto si renda disponibile per avviare richieste di risarcimento. A.G. (lettera firmata)

- Grazie per la fiducia nel giornale e nei suoi lettori, anche istituzionali. Provvediamo subito ad aggiungere il suo caso agli altri documentati che sono già in denuncia ed in indagine da parte delle sedi competenti. Il quadro che ne emerge conferma purtroppo tutto quanto abbiamo scritto sinora e l’estrema gravità di una situazione delle amministrazioni di sostegno che non si comprende come possa essere degenerata sino a questo punto, sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno intervenisse.

(Il Tuono n. 20 del 9.10.10, p.5) Altri abusi in segnalazione (17.a lettera pubblicata) Ho avuto l’occasione, purtroppo, di conoscere altri casi che mi sembrano di abusi avvenuti qui a Trieste nelle amministrazioni di sostegno, ma anche in almeno un caso di tutele. Se desiderate posso mandarvi le informazioni che possiedo. Pare anche che alcuni dei giovani avvocati ai quali sono state affidate le amministrazioni di sostegno ne hanno cumulate addirittura decine a testa, in tribunale ho sentito dire addirittura una cinquantina, e se come nel caso che avete citato nell’ultimo o penultimo numero si prendono 7.000 euro annui per ciascuna diventa una rendita considerevole. (lettera firmata)

- Grazie, tutte le informazioni ci saranno senz’altro utili per il seguito nella nostra inchiesta, e potremo inoltrarle come le altre anche agli Organi inquirenti.

(Il Tuono n. 21 del 16.10.10, p. 6) Un anziano ingiustamente limitato e deriso (18.a lettera pubblicata). Si dice che ognuno ha ciò che si merita: a Udine hanno il Messaggero, a Pordenone addirittura il Gazzettino, Trieste non so che colpe abbia, ma si trova un quotidiano come “IL PICCOLO”. Grande spazio è stato dato dal quotidiano giuliano allo “scandalo” della sponsorizzazione della Barcolana tipicamente friulana (vergogna, hanno finanziato un evento triestino ... che i triestini NON finanziano), dimenticandosi di quella sponsorizzazione “giusta” fatta da Gas Natural che distruggerà il golfo con il rigassificatore. Punta di diamante del quotidiano locale è stato l’articolo che è stato pubblicato il 2 ottobre a pagina 16, dal titolo “Sciopero della fame contro la pensione contingentata”. Per come è stato affrontato il caso ho inviato subito una lettera di protesta alle segnalazioni, ovviamente non presa in considerazione. Perciò, visto che il vostro settimanale è più obiettivo e non fa facile clientelismo prendendo per default la posizione di chi può fare la voce più grossa, ho pensato fosse giusto girare anche a voi la mia lettera al Piccolo: «Un giornale che si definisce il giornale di Trieste, non può abbassarsi per comodità a prendere posizione a favore “dei forti” deridendo una delle tante vittime dell’assurda legge sugli A.d.S. solo perché non ha altro mezzo per far sentire il suo dolore che col digiuno. Si parte da considerazioni tipo “... ha perso una decina dei suoi abbondanti chili...”, dove viene deriso per la sua scelta che in base a una logica propria del giornalista è stata alla fin fine utile visto che era sovrappeso; si continua spiegando che l’uomo avrebbe speso quel denaro in donnine, cioccolata e casinò, omettendo volutamente che così, invece, buona parte di tale cifra servirà per pagare il suo aguzzino e sopratutto che il denaro che lui scialacquava (secondo il giornalista) o spendeva per rendere meno triste la sua vita seguendo i suoi desideri, è denaro che gli viene dato con una pensione frutto del suo lavoro; si finisce paragonando il poverino ad un matto di un film di Fellini, dimenticandosi che è una persona in carne ed ossa con i suoi disagi reali nettamente peggiorati dalla sentenza del tribunale di Trieste. Sono figlio di due persone che hanno avuto purtroppo lo stesso trattamento: senza che lo volessero si sono trovate da un giorno all’altro uccise giuridicamente da una giudice che ha imposto loro un padrone che può usarle e disporre dei loro beni come vuole. In poco tempo i loro risparmi messi via in una vita di lavoro sono stati bruciati mentre si è iniziato a svendere a prezzi ridicoli i loro cespiti e sono state fatte spese folli all’infuori di ogni logica di mercato (ad esempio per la pulizia della casa a circa 1000 euro al mese per due ore al giorno, per far fare la dichiarazione dei redditi è stato assunto un commercialista quando bastavano i sindacati, ...). Certo mi si dirà che è stato fatto per il loro bene e per dare loro una vita più dignitosa, ma mi si spieghi dove sta la dignità se dopo anni di lavoro, devono vivere in due con 600 euro chiedendo razioni di cibo alle parrocchie o aiuti a me perché non arrivano a fine mese, mentre il loro aguzzino dopo sei mesi si è già iniziato ad arricchire con i “premi” trattenuti dai loro risparmi con tanto di approvazione della giudice che gli ha dato la procura di amministrarli.» Do la mia massima solidarietà al pensionato vittima dell’articolo e sono pronto ad aiutare chiunque si trovi in quella situazione o rischi di finirci, visto la mia esperienza (imposta) dove io stesso ho dovuto affrontare un udienza per essere interdetto e dove per salvarmi ho dovuto spendere alcune migliaia di euro tra avvocato e perizie mediche. Franz Rizzi

- Condividiamo la solidarietà al pensionato e a tutte le vittime di queste distorsioni del sistema delle amministrazioni di sostegno e delle altre assistenze alle persone in difficoltà. Come vedete, la nostra battaglia in loro aiuto continua.

(Il Tuono, n. 25 del 13.11.2010, p. 3) UNA SENTENZA RECENTISSIMA A TUTELA DEI SOGGETTI PIÙ DEBOLI, SOPRATTUTTO ANZIANI Trattamento sanitario obbligatorio: il sindaco risponde civilmente e penalmente degli abusi Criteri che si estendono agli abusi nell’imposizione di amministratori di sostegno. Come i lettori dei nostri numeri precedenti già sanno, a Trieste si è verificata una serie rilevante di abusi dell’istituto giuridico dell’amministrazione di sostegno. Alcuni dei casi meglio documentati sono oggetto da tempo di denunce ed indagini giudiziarie, oltre che delle nostre indagini giornalistiche (mentre il resto della stampa locale li ha sinora coperti: ci asteniamo da commenti). Secondo legge l’amministrazione di sostegno dovrebbe sostituire, in forma blanda, amichevole e collaborativa l’interdizione e la curatela di persone che non siano in grado di provvedere alla cura di se stesse e dei propri beni. A Trieste invece vi risulta esser stato imprudentemente sottoposto un numero abnorme e crescente di persone, in particolare anziane ed anche autosufficienti, o loro parenti che protestavano, sottoponendole a regimi di privazione delle libertà morali e materiali duri quanto quelli dell’interdizione ma senza le sue garanzie di legge. Con affidamento degli incarichi per lo più a giovani avvocati o praticanti, e vendite a conduzioni discutibili o dannose di beni degli amministrati. Creando così una specie di industria anomala delle tutele in una città dove sono particolarmente elevati sia il numero degli anziani che vi sono esposti, sia quello dei giovani avvocati e praticanti senza lavoro. Sul che abbiamo già preannunciato una nostra inchiesta complessiva, dopo avere pubblicato denunce documentate di alcuni casi eclatanti. Considerando inoltre che per parte dei casi già in indagine l’imposizione dell’amministratore di sostegno risulta avvenuta partendo da un T.s.o., il Trattamento sanitario obbligatorio ordinato dal sindaco. Che cos’è il Trattamento sanitario obbligatorio L’ordinamento italiano (leggi 180/1978. 833/78 artt. 33-35) consente infatti che in casi di particolare urgenza e necessità, su ordine del sindaco dietro richiesta motivata di un medico, una persona ritenuta o dichiarata malata di mente possa venire con la forza pubblica prelevata, ricoverata per sette giorni prolungabili e sottoposta a dei trattamenti sanitari che essa rifiuta o sono altrimenti impossibili. Sono norme che hanno sostituito il vecchio ricovero coatto di difesa sociale (legge 36/1904), privilegiando invece formalmente la salute della persona debole. Ma nella pratica è cambiato ben poco, e gli abusi non sono difficili se il sindaco firma l’ordinanza di T.S.O. dando corso automatico alla richiesta medica, senza esercitare doverosamente tutti controlli sulla sussistenza effettiva delle condizioni di legge. Tanto più necessari per un atto che priva, anche temporaneamente, la persona di libertà fondamentali garantite dalla Costituzione. Quest’automaticità, che risulta purtroppo e pericolosamente prassi ordinaria quasi dappertutto, risulta qui documentata anche nei casi sopra detti. Come abbiamo già scritto mettendone in evidenza le responsabilità morali, civili e penali, senza che i sindaci ed il servizio sanitario pubblico della provincia di Trieste mostrassero di prenderne nota. Ma ora dovranno farlo, e subito. Una sentenza chiarificatrice recentissima È intervenuta infatti una sentenza chiarificatrice recentissima del Tribunale di Pordenone (n. 893/10, depositata il 21 ottobre) in una causa civile di risarcimento promossa da una danneggiata, ex infermiera, col patrocinio del capace e tenace avvocato pordenonese Gianni Massanzana. Che ha ottenuto la condanna del sindaco sospeso di Azzano Decimo, Enzo Bortolotto, e del Ministero della Salute a rifondere i danni – impregiudicate le conseguenze penali – per avere nel 2005 il sindaco emesso, e due psichiatri dell’Ospedale di Sacile richiesto, un’ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio senza che ve ne fossero i presupposti di legge. Massanzana aveva già ottenuto nel 2005 dallo stesso Tribunale l’annullamento tempestivo dell’ordinanza per difetto di motivazione, liberando così in soli 17 giorni la persona indebitamente trattenuta in ospedale con la forza. Su richiesta dei due psichiatri ed ordine del sindaco, era stata infatti prelevata da casa coi carabinieri e tradotta – di fatto reclusa – nel reparto psichiatrico dell’ospedale. Il tutto senza nemmeno visita medica ed in relazione ad una controversia coi vicini di casa (la vicenda è simile ad una triestina di cui abbiamo pubblicato recentemente la denuncia, e che è prossima in questi giorni a decisione liberatoria del Tribunale di Trieste). La sentenza di Pordenone chiarisce in particolare che “il provvedimento disponente il trattamento sanitario obbligatorio costituisce un provvedimento restrittivo della libertà personale e pertanto necessita di una puntuale motivazione”, per la quale non sono sufficienti il richiamo stereotipato alle norme di legge e la dichiarazione dell’esistenza di un disagio psichico senza fornire riferimenti precisi al caso concreto (da parte dei medici richiedenti: anamnesi ed esatta documentazione delle sintomatologìe, degli accertamenti sanitari specifici effettuati e dell’impossibilità di alternative). Il giudice sottolinea infatti che la legge vieta che il Trattamento sanitario obbligatorio venga disposto in presenza di tali carenze di motivazione, senza accertamenti medici nell’immediatezza della proposta, e che esso venga proposto e convalidato senza che la persona sia stata posta nelle condizioni di scegliere terapie alternative. E rileva che pertanto “il Sindaco, nell’emettere il provvedimento, è tenuto a verificare che dalla certificazione medica allegata risultino tutti i requisiti previsti dalla legge, nell’ambito dell’esercizio di un controllo non solo formale che si limita ad un mero richiamo delle attestazioni sanitarie” le quali altrimenti costituiscono mera motivazione apparente (come tale insufficiente, illegittima ed illecita). Quanto alla valutazione dei danni, vengono considerati “l’impatto del trattamento sofferto, come soggettivamente percepito, e il discredito che il T.s.o. socialmente provocò sulla sfera della dignità” della persona ingiustamente colpita, tenendo conto anche “della durata del trattamento sanitario obbligatorio, delle modalità della restrizione e degli altri effetti pregiudizievoli personali e familiari scaturiti dalla misura”. E si precisa che la lesione della sfera soggettiva consiste nella “privazione del diritto, costituzionalmente garantito, di scegliere o meno di sottoporsi ad un trattamento sanitario”. Il valore della sentenza Si tratta dunque di una pronuncia fondamentale per difendere una quantità di persone, soprattutto anziane, esposte in situazioni deboli ad analoghi, frequenti abusi del T.s.o. Ma anche per difenderle da imposizioni di amministratori di sostegno arbitrarie perché fondate su T.s.o immotivati, o su richieste mediche analogamente carenti. Dato che le Autorità giudiziarie competenti, quella tutelare ed il pubblico ministero, hanno anch’esse, per i medesimi motivi ed a maggior ragione, il dovere di verificarne non solo formalmente le motivazioni, sia in atti che con adeguati riscontri peritali ed in contraddittorio. Come invece al Tribunale Trieste risulta purtroppo non sempre accaduto, anche se abbiamo motivo di ritenere che da alcuni mesi si stia operando per ricondurre questa situazione incresciosa sui giusti binari. P.G.P

(Il Tuono n. 28 del 4.12.10, p. 7) L’amministratrice non mi ha ancora dato i soldi per le cure necessarie (19.a lettera pubblicata). In data 21 novembre sono stata presa da un malore e il giorno 23 portata all’ospedale di Cattinara dove mi sono stati diagnosticati: uno scompenso cardiaco, dolori addominali causati da cisti pancreatiche e tra l’altro un’iperglicemia dovuta a diabete. Ho rifiutato il ricovero, anche seguendo i consigli di alcuni medici, poiché desidero farmi curare presso la clinica privata Salus. Mi sono stati prescritti alcuni prelievi del sangue per il controllo frequente della glicemia e altri disturbi, ma la mia amministratrice di sostegno la dottoressa Barbara Fontanot non mi ha ancora dato i MIEI soldi spettanti per le cure prescritte. Chiedo ai lettori di questo giornale sempre pronto a dare voce ai bisognosi se i miei soldi sono stati immobilizzati per pagarmi le esequie quando le mie malattie degenereranno. Alba Giacomelli

L’amministratore scialacqua i nostri soldi e li lesina a noi (20.a lettera pubblicata). Mio marito ha assunto una ragazza universitaria che si era offerta come pulitrice a un prezzo molto minore di quelle della cooperativa scelta dal nostro amministratore di sostegno che, invece, ha deciso di sua volontà di licenziare la ragazza senza pagarle (con i nostri soldi che lui ha bloccato e amministra a suo piacere) il periodo che ha lavorato, costringendo mio marito a pagarla togliendo il dovuto dai 600 euro mensili in due che riceviamo da lui come disponibilità per le nostre spese e per il cibo rimanendo così con più o meno 400 euro per mangiare, pulizia e vestiti. Ora considerando che questo mese ha 30 giorni questo significherebbe che ognuno di noi due si dovrebbe pagare i due pasti giornalieri e le spese ordinarie con 6,60 euro al giorno circa, cosa quasi impossibile. Visto che prima dell’arrivo dell’amministratore di sostegno percepivamo circa 2.450 euro di pensione in due al mese, chiederei che almeno paghi lui con i nostri soldi la pulitrice senza costringerci a pagarla noi con i miseri 600 euro che ci vengono dati per vivere in due al mese. Gradirei che inoltre agisse tenendo conto delle nostre volontà e non di testa sua come se fosse diventato non l’amministratore ma il padrone di tutto. Anche se siamo una coppia di pensionati autosufficienti e abitiamo in un appartamento di circa 100 metri quadrati, ciononostante il nostro amministratore di sostegno ha deciso di aumentare le ore della pulizia giornaliera da due a sei (per sei giorni alla settimana), mettendoci in conto tale costo assurdo. Già dal terzo giorno ci siamo trovati davanti al problema di non aver più niente da far fare alla ragazza costretta a stare a casa nostra a bruciare il suo tempo sicuramente più prezioso altrove. Un altro problema è dato dalla presenza di un’estranea a casa nostra che non ci permette né di uscire né di riposare a nostro piacimento. Alle nostre lamentele l’amministratore è riuscito a risponderci solo dandoci un foglio con gli orari delle pulizie fino a tutto marzo. Il nostro reale fabbisogno è di due ore al giorno di pulizie più un’ora per eventualmente aiutarci a fare la spesa. Vorremmo sapere fino a quando continuerà questo assurdo sistema che porta il nostro amministratore a fare di noi ciò che vuole indipendentemente dalla nostra volontà e a disporre, scialacquando, dei nostri beni. Silvia Marasso Rizzi

- Queste sono soltanto due delle lettere che ci segnalano disfunzioni o abusi gravi e documentati nella gestione delle amministrazioni di sostegno a Trieste. Come già scritto, sono in corso indagini delle sedi giudiziarie competenti. Ed almeno questo dovrebbe consigliare i responsabili a comportamenti più consoni al mandato giudiziale che esercitano.

(Il Tuono n. 31 del 25.12.10, prima pagina e p. 4) TRIESTE: APPELLO-DENUNCIA DOCUMENTATO DELLA RETE PER LA LEGALITÀ Accertamenti sul sequestro istituzionale di una bambina Vicenda a assurda e straziante su cui è intervenuta anche Margherita Hack. Abbiamo ricevuto dalle organizzazioni firmatarie quest’appello-denuncia pubblico, che per i suoi contenuti pubblichiamo doverosamente integrale e con priorità assoluta, associandoci alla loro richiesta di indagini e provvedimenti immediati da parte di tutte le Autorità competenti. La scorsa settimana Il Tuono ha dedicato due pagine centrali ai minori: “L’Unicef a Trieste” e “ANFAA (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie) al servizio dei minori”. “In un riquadro compare anche un dato numerico: “Sono 2.000 i minori seguiti dai servizi sociali di Trieste”. Molti penseranno alla meritoria opera dei servizi sociali sul nostro territorio. Altri magari conoscono i dati Istat sull’argomento, e possono trovare poco lusinghiero sapere che a Trieste la percentuale del numero di minori affidati alle istituzioni è quasi pari a quello di tutta l’Italia: (246,5 su 263,6 ogni 100 mila abitanti). Altri ancora, infine, possono trovare preoccupante l’informazione conoscendo aspetti sconvolgenti di alcune sottrazioni di minori, bambini, ai genitori, e della sorte che può essere loro riservata. Riteniamo perciò doveroso denunciarne un caso limite, salvaguardando l’identità dei protagonisti con l’evitare qualsiasi dato che possa farli identificare dal pubblico, anche se sono ovviamente ben noti ai responsabili della vicenda. Dalla serenità all’orrore Una mamma ed un papà in attesa di una bambina decidono di preparare una casa che sia la più adatta per farla crescere sana e serena, vicino al mare, in zona tranquilla. Genitori ideali, ambiente ideale. Tanto affetto e tanta salute, la bambina nasce felicemente e cresce che è un incanto. Ma ad otto mesi, ancora in allattamento al seno, succede un’apocalisse: mamma e bambina con un pretesto vengono praticamente sequestrate. Da chi? Da uno psicologo coadiuvato dai vigili urbani. Il marito ignaro viene informato con una telefonata sul lavoro e si precipita dove trattengono la moglie e la figlia. Un ambiente che ospita madri in condizioni di disagio. A sera rimandano ambedue i genitori a casa, ma trattengono la bambina, chiudono le porte e nessuno risponde alle loro suppliche disperate. Ed inizia una tremenda via crucis. Dopo due giorni richiamano urgentemente la mamma perché la bambina, che si nutriva solo al seno, sta morendo di fame. Internano così la mamma e la bambina, portate via dalla loro bella casa, in uno di quei tuguri di cui le istituzioni dispongono. Il marito e sua madre cercano di alleviare le condizioni della mamma della bambina che deve allattare, ma non è nemmeno permesso consegnarle cibi e bevande. Intanto alla mamma i responsabili vogliono però imporre psicofarmaci, nonostante l’allattamento. Poco dopo viene interdetta e allontanata dalla figlia. Anche il papà perde la patria potestà. Perché? Vogliono obbligarlo a riconoscere che la moglie è gravemente malata, ma lui non vuole e non può farlo perché non è vero. Numerosi soci del nostro Comitato triestino per la legalità ed i diritti fondamentali, ed altre persone amiche, compresa Margherita Hack, sono a conoscenza delle successive vicende che hanno privato la bambina del bene supremo dei genitori, della famiglia e della casa in quest’età tenerissima. Non si sa invece quali e quante persone estranee si sono intanto avvicendate nella cura di questa bambina, in che modo e con quali conseguenze su di lei. È da tre anni che i genitori, costretti dapprima a brevi visite cosiddette protette alla figlia, in presenza di persone per lo più sconosciute in ambienti estranei alla famiglia, non possono vedere la loro piccola, che cresce senza di loro. Anche alla nonna è stato vietato di esercitare il naturale rapporto affettivo con la nipotina. Non risultano motivazioni valide. Ma nel leggere gli atti relativi del Tribunale di Trieste si ha l’impressione che ci sia soltanto un mostruoso equivoco kafkiano, e che non si tratti nemmeno delle persone che conosciamo. Chiunque conosce i genitori della bambina non può infatti riconoscerli nelle descrizioni fornite dai servizi sociali e riportate nei documenti del Tribunale. È insensato trovare in quella mamma e in quel papà carenze affettive, o addirittura difficoltà economiche. E chi li conosce non può credere a una qualsiasi forma di pericolosità conoscendone l’attitudine affettiva ed ai normali rapporti con le persone, l’intelligenza e il buon livello di cultura, la buona educazione, la gentilezza delle maniere. Non c’è inoltre negli atti alcuna documentazione medica tale che possa giustificare questi provvedimenti di natura eccezionale e di estrema gravità, soprattutto per le conseguenze già subite dalla bambina e tuttora in atto, ma anche da tutta la famiglia. Negli atti le descrizioni della supposta malattia della mamma della bambina non risultano supportate da niente, se non da chiacchiere di persone sprovvedute senza alcuna qualifica o da uno psicologo e da una assistente sociale, nessuno dei quali è abilitato a diagnosticare patologie, e nemmeno a svolgere attività mediche. Sembrano piuttosto maldicenze paesane espresse con parole assunte da letture mal digerite di vecchi testi di psicologia. Mentre, all’esatto contrario, la madre della bambina è stata riconosciuta mentalmente integra da un’importante specialista della nostra regione, che ha raccomandato l’immediato ricongiungimento della bambina alla mamma. Perché per quei nostri magistrati, a fronte dei suddetti pareri non specialistici tuttavìa accreditati, perizie specialistiche favorevoli sembrano non avere invece valore, o quantomeno non hanno avuto seguito adeguato e tempestivo? Solo uno psichiatra di un discusso Centro di salute mentale risulta avere avuto un ruolo decisivo nello screditare la mamma della bambina. Ma è entrato in scena solo una settimana dopo il sequestro, cioè a fatto compiuto. Gli è stato poi richiesto più volte di stendere una diagnosi, ma non l’ha mai fatta. Ed ha infine rifiutato ogni responsabilità dicendo alla mamma di rivolgersi ai Servizi sociali. Una spirale d’inferno. Cosa che la signora ha fatto. Ma l’assistente sociale la cui azione ha causato tutto ha risposto che le decisioni le prendono i magistrati. Ed i magistrati? Le hanno detto che loro si basano sulle relazioni dei servizi sociali. In una vera spirale assurda d’inferno, dunque, tanto più inammissibile sulla pelle di una bambina piccolissima e dei suoi genitori, cui viene così impedito di essere una famiglia sana e normale. Ed intanto sono passati quattro anni! Cosa è successo in quattro anni, mentre la bambina cresce privata forzosamente dei suoi genitori? Avvocati, psicologi, i quiz degli psicologi, udienze in tribunale. Finché, nel giugno 2009, la Cassazione annulla e fa rifare tutto: uno schiaffo clamoroso al Tribunale, come ci ha spiegato un insigne giurista. La bambina viene allora restituita subito alla mamma? No, riprende il girone infernale: gli psicologi, i quiz, gli avvocati, le udienze in tribunale. E per quale reato imputabile? Nessuno. Eppure dopo l’intervento della Cassazione i genitori sono stati convocati già quattro volte dal Tribunale, che è anche stracarico di lavoro, sicché ad ogni rimescolamento delle carte può passare un anno, nessuno sa più bene di cosa si tratta e, ancora peggio, nessuno sa più nemmeno dove si trova la bambina. Sembra non interessi davvero a nessuno: discutono sulle loro carte. Quei bravissimi genitori avevano preparato una casa fuori città, sul mare, per quella figlia desiderata ed amatissima. Finiranno col dover vendere la casa per pagare gli avvocati, e con l’ammalarsi e morire di dolore. Cosa hanno dunque che non va? Niente: non c’è nessuna diagnosi se non a loro favore, non c’è niente; ma avevano persino costretto la mamma a psicofarmaci, e volevano farglieli assumere anche in allattamento.

L’indifferenza dei corresponsabili. Un anno fa in un convegno pubblico sui diritti dei minori il presidente del Tribunale dei minori non ha permesso che si toccasse questo caso: “C’è un procedimento in corso”. Che vuol dire? Non si deve intervenire proprio quando un procedimento è in corso? O bisogna attendere inerti che si compiano errori giudiziari così nocivi e mostruosi? Occorrerebbe piuttosto spiegare a noi comuni mortali perché una bambina piccolissima, negli anni formativi più delicati e bisognosi di affetto, cure e sicurezze da parte dei genitori, può essere condannata ingiustamente all’ergastolo dell’esserne privata, sequestrandola e recludendola altrove in mano ad estranei, e perché dei genitori possono essere condannati ingiustamente al supplizio atroce della sottrazione della figlia così piccola, e nessuno dovrebbe dire una parola. Al convegno pubblico c’erano anche due persone “targate” Unicef, contattate sul posto, ma si sono allontanate senza mostrare alcun interesse. C’è un tutore regionale dei minori, che era anche presidente del consiglio regionale. Ma non risponde. Eppure anche lui partecipava agli eventi pubblici sui diritti dei minori. Mentre la sempre coraggiosa Margherita Hack, che conosce bene il papà della bambina ed i fatti, ha lanciato un appello in video che si trova su Youtube ed in Aipsimed. È già passato più di un anno, in cui le televisioni si sono contese la presenza di Margherita, ma non per questo caso. Lo strazio della piccola, le conseguenze psicologiche che ne può derivare nell’età formativa più delicata, e quello dei suoi genitori, pare continuino dunque a non interessare, incredibilmente, a nessuno, nemmeno a chi ha l’autorità ed il dovere di rimediare. Bambina e genitori vengono trattati, di fatto e da anni, come se fossero pratiche cartacee, cose inerti, peggio che animali. Eppure è una vicenda ormai nota, ed alcuni “addetti ai lavori” ne parlavano in giro già negli anni passati. Anche il celebre pediatra Andolina sa tutto da anni, ma sembra avere maggiore interesse, ovviamente lodevole, per i bambini e genitori di altri Paesi che per questi di casa nostra. Sanno tutto anche il Sindaco, massima autorità sanitaria del Comune della provincia di Trieste dove la vicenda si svolge, ed i consiglieri comunali. Ma cosa fanno per aiutare la bambina ed i genitori? E cosa fanno le autorità sanitarie regionali? E quelle di controllo e mediazione dello Stato, rappresentate dal Prefetto? Questa è una denuncia pubblica. Alcuni soci del nostro Comitato per la Legalità ed i Diritti Fondamentali si occupano invece da tempo del caso e ritengono, alla luce obiettiva dei fatti a loro conoscenza e dei documenti esaminati, che si tratti di una situazione scandalosa, delittuosa ed intollerabile dal punto di vista umano, ed inammissibile da quello medico e giudiziario. Chiedono perciò tramite questo giornale, con valore di pubblico esposto, l’intervento immediato di tutte le Autorità competenti ad accertare quanto più rapidamente, attraverso l’esame degli stessi atti giudiziari, la verità dei fatti qui segnalati. E chiedono ad esse di prendere doverosamente di conseguenza i necessari provvedimenti tempestivi, disponendo per prima cosa l’immediata riconsegna della bambina ai genitori. Proprio questi giorni tante famiglie amano allestire il presepe con la figura centrale del Bambino, frequentare le funzioni religiose del Natale, o comunque dedicarsi maggiormente agli affetti familiari ed a buoni pensieri ed azioni, mentre chi non ha la fortuna di poter vivere queste atmosfere e sentimenti ne sente più vivo il bisogno o la nostalgìa. Noi denunciamo quindi pubblicamente anche alla sensibilità di tutti loro questo caso straziante, invitando tutte le persone di cuore alla solidarietà con la bambina così ingiustamente sottratta ancora neonata alla famiglia, che presto farà cinque anni senza che le abbiano mai concesso di trascorrere un Natale con la mamma e il papà. E sta addirittura rischiando di esserne privata definitivamente nonostante tutti i loro sforzi e le loro sofferenze per riaverla con sé secondo amore, natura e giustizia. Rete per la Legalità e per i Diritti fondamentali: Comitato per la Legalità Trieste Extreme Democratic Appeal Greenaction Transnational DI.A.PSI.- Roma Associazione Mondiale Amici, Familiari e Malati Mentali (fondata a Rio de Janeiro) Associazione Nazionale Pensionati - sezione di Trieste

[Nota della Voce di Trieste: il successivo numero 32 del settimanale Il Tuono non potè uscire perché il 7 gennaio 2012 l’editore, Daniele Pertot, ne bloccò d’imperio la stampa e ne cessò le pubblicazioni come giornale d’inchiesta, espellendo direttore e redazione. I quali hanno perciò fondato autonomamente La Voce di Trieste come giornale d’inchiesta indipendente, prima soltanto in rete e poi anche come periodico quindicinale a stampa, dove hanno ripreso questa e le altre campagna d’informazione e denuncia.]

Voce n. 8, 22 giugno 2012, pp 1 e 3. Allarme anziani sulle amministrazioni di sostegno: indagini in corso Denunciati abusi e gravi sofferenze degli assistiti. L’anno scorso ha fatto scandalo anche a livello nazionale ed all’estero il caso dell’abbandono di alcuni cavalli da corsa nelle scuderie dell’ippodromo di Trieste in condizioni di degrado ed inedia tali che uno ne era morto. La proprietaria avrebbe smesso di pagarne il mantenimento all’addetto che avrebbe perciò cessato di prendersene cura, e nessuno di coloro che da mesi vedevano o sapevano è intervenuto tempestivamente. Sulla stampa era poi comparsa la notizia la Procura avrebbe iscritto proprietaria ed addetto nel registro degli indagati. Ed il caso si sarebbe chiuso lì, a livello di cronaca, se non avesse mostrato implicazioni diverse e ben più ampie. Domande senza risposta alla Procura Era pure, infatti, notizia pubblica che i beni della proprietaria, cavalli inclusi, erano affidati ad un amministratore. Che come tale ne disponeva lui, rispondendone civilmente e penalmente. E se non era nominato dalla proprietaria, ma imposto dal Tribunale come amministratore “di sostegno” aveva anche il ruolo e gli obblighi (in caso di reati le aggravanti) del pubblico ufficiale, ed il suo operato era assoggettato ai controlli di legge da parte degli stessi Tribunale e Procura, che vi hanno perciò delle corresponsabilità. Le domande d’interesse pubblico che ponemmo quindi doverosamente come giornalisti non furono sulla sorte ormai definita dei poveri cavalli, ma se l’amministratore in questione fosse ordinario o giudiziario, se la Procura abbia provveduto ad iscrivere tra gli indagati anche lui, ed in caso contrario perché no. Non avendo però accesso diretto agli atti relativi fummo costretti a rivolgerle alla Procura stessa, rimettendoci alle risposte che avrebbe ritenuto o meno di poter dare. Ma non ne arrivò mai nessuna. Chi era l’amministratore La legittimità delle nostre domande venne rafforzata dall’avvenuta pubblicazione del nome dell’amministratore, che risultò essere una commercialista e figura chiave notoria dell’organizzazione degli amministratori di sostegno a Trieste, e cofondatrice, nonché dirigente dell’apposita associazione “AsSostegno” assieme a Paolo Cendon, padre della legge specifica, alla giudice ‘specializzata’ Gloria Carlesso e ad altri dodici operatori del settore. E non si trattava di questione di poco conto, perché l’istituto dell’amministrazione di sostegno è nato proprio a Trieste, dove ne sono stati anche segnalati e denunciati abusi gravi proprio durante l’ora cessata gestione Carlesso. Sui quali sono in corso dal 2010 indagini di sedi giudiziarie esterne, e noi siamo stati sinora i soli ad avviare, col precedente settimanale a stampa, una delle nostre campagne d’inchiesta giornalistiche scomode, poi troncata improvvisamente dall’editore con la sospensione e l’azzeramento del giornale. Gli abusi nelle amministrazioni di sostegno Anche il caso paradossale dei cavalli poteva dunque inserirsi nello schema specifico già individuato su basi documentali attraverso le nostre tranches d’indagine precedenti. In sintesi, l’amministrazione di sostegno è nata per evitare la privazione radicale di diritti civili che si verifica nell’interdizione e nella curatela, assegnando invece alla persona in difficoltà non gravi un ‘consigliere’ che la assista nelle scelte amministrative. Ma per far funzionare correttamente e sotto controllo un istituto di tale delicatezza occorrerebbe dotarlo di una quantità di magistrati, funzionari ed amministratori con attitudini e formazione specialistica adeguate. Invece il tutto è stato scaricato, come al solito utopisticamente, su strutture giudiziarie sotto organico e già sovraccariche di lavoro, riducendo formazione e valutazione attitudinale a corsi palesemente insufficienti. E così, nel concreto, a Trieste oltre ad una proliferazione esorbitante di amministrazioni di sostegno risulta essersene innescata una serie particolare: decise su richiesta di operatori sanitari senza controperizia, sottoponendo gli amministrati a privazioni dei diritti civili simili a quelle dell’interdizione ma senza le sue garanzie di legge, ed affidandoli abitualmente ad un gruppo particolare di giovani praticanti, neoavvocati e commercialisti, pagati con compensi non irrilevanti prelevati dalle risorse economiche dei loro stessi assistiti. Ed appoggiati dal solito quotidiano locale Il Piccolo. Una sorta di piccola industria della tutela, in crescita rapida che secondo dichiarazioni entusiastiche dei promotori (la predetta giudice Carlesso) dovrebbe raggiungere addirittura i 25.000 amministrati solo a Trieste. Il 13% della popolazione dunque, e circa metà degli anziani. Per i quali l’allarme è perciò concreto e sempre più diffuso, portando in luce situazioni veramente abnormi. Nei casi d’abuso documentati e già denunciati che abbiamo esaminato risulta persino che proteste ed opposizioni di parenti siano state neutralizzate imponendo anche a loro un amministratore di sostegno (anche lo stesso), e che i periti indipendenti e persino l’amministratore e la giudice responsabili ne abbiano riconosciuta e dichiarata infine immotivata ab origine l’imposizione. Ne possiamo anche pubblicare i documenti qui a stampa ed in rete. E questo non accade a chi non possiede nulla, ma a persone che hanno qualche immobile o rendita anche modesta, e nel frattempo si sono trovate espropriate d’imperio e per anni del diritto di disporre dei propri denari, beni, e addirittura della corrispondenza, e ridotte a vivere con somme insufficienti anche per mangiare, mentre loro immobili venivano spesso venduti contro la loro volontà, a trattativa privata e prezzi discutibili, senza stima né asta giudiziali. Un incubo, insomma, ed una violenza concreta imposti sistematicamente soprattutto a persone anziane o comunque in difficoltà a difendersi, spesso terrorizzate dal potere dell’amministratore e dal timore del Tribunale. Ed è anche un pericolo che rimane incombente su moltissime altre come loro, se non si chiedono pubblicamente e con energìa agli organi giudiziari revisioni e correzioni di criteri concrete e tempestive. Delle quali non abbiamo purtroppo ancora notizia malgrado le nostre precedenti inchieste e denunce stampa dal giugno scorso. Stiamo perciò preparando la pubblicazione di un’inchiesta più completa e dettagliata. E non rimarremo più in attesa delle risposte istituzionali richieste. Paolo G. Parovel

Voce n. 9 – 14 luglio 2012, pp. 1 e 3. TROPPI TABÙ MEDICO-SOCIALI E GIURIDICI SUGLI ABUSI. Psichiatria giudiziaria, tutele e amministrazioni di sostegno Dove sta il nucleo del problema e come difendersi. Le drammatiche violazioni di diritti umani che, come abbiamo segnalato sullo scorso numero della Voce, vengono segnalate in buona parte d’Italia, ed in particolare a Trieste, nell’applicazione delle norme sull’amministrazione di sostegno non spuntano dal nulla. L’impianto giuridico imperfetto di questo strumento ed i suoi abusi sono infatti la conseguenza più recente di alcune distorsioni della gestione pubblica della sanità mentale vistose ma sottaciute, che stanno vanificando significati ed esiti della vantata riforma della psichiatria pubblica. Quella avviata negli dalla fine degli anni ‘70 a Gorizia e Trieste da Franco Basaglia e dal suo staff proprio in nome dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e recepita perciò a modello anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La riforma, concretata con la leggequadro n.180 del 1978, aveva imposto la chiusura dei manicomi, regolamentato il trattamento sanitario obbligatorio su ordinanza del sindaco con vaglio successivo del giudice tutelare, ed istituito i servizi di igiene mentale territoriali. Doveva garantire, in sostanza: il diritto ad assistenze e cure psichiatriche nel rispetto della personalità e della dignità umane; il diritto alla libertà delle persone prima rinchiuse senza motivi o necessità clinici in strutture psichiatriche di concezione carceraria; l’assistenza medica e sociale esterna del disagio psichico compatibile; l’intervento sulle cause sociali di disagio psichico. Ma non tutto funziona come dovrebbe, anche a fronte di successi indubitabili, e sui problemi più gravi si è instaurata purtroppo una sorta di tabù per cui non si dovrebbe scriverne né parlarne ufficialmente per non danneggiare la riforma stessa. A Trieste è accaduto di recente che ad un incontro pubblico sostanzialmente celebrativo un dissidente intervenuto nel dibattito con ottime ragioni, anche se con toni comprensibilmente accesi, è stato letteralmente e brutalmente zittito ed espulso. Sono dunque questi questi comportamenti censori repressivi a minacciare i significati positivi della riforma, accentuandone quelli negativi a spese delle non poche persone che ne sono vittime. Il tabù va quindi, terapeuticamente per tutti, spezzato. Senza estremismi, ma anche senza compromessi ruffiani. Teoria e pratica Il limite attuativo degli schemi astratti è sempre quello dei mezzi pratici, delle debolezze umane e delle cognizioni scientifiche, e sotto questo aspetto la psichiatria è per sua stessa natura la disciplina medica più empirica, disordinata, incerta e confusa. A fronte dei risultati positivi si producono perciò anche fallimenti e distorsioni. Come quando la denuncia della vecchia psichiatrizzazione ideologica del disagio sociale viene rovesciata ed estremizzata in negazione ideologica altrettanto assurda delle patologie cliniche, e nella loro conseguente non-cura. Sostituendo perciò sistematicamente l’abominevole contenzione fisica con la sedazione farmacologica (‘camicia di forza chimica’) e trascurando la necessaria psicoterapia personalizzata fatta di competenza, attenzione, empatia e parola. E rilasciando in queste condizioni anche di malati psichici gravi e realmente pericolosi a sé ed agli altri, con esiti non meno dolorosi e delittuosi di quelli della reclusione manicomiale. La fabbrica dei pazienti-clienti Le nuove strutture esterne della sanità mentale hanno finito inoltre per manifestare la tendenza ad arrogarsi il diritto di psichiatrizzare la società per intero condizionandovi, giudicando e controllando le scelte individuali e collettive di vita e di pensiero delle persone secondo un nuovo relativismo vincolato alla sperimentazione psichiatrica. E trattando come disagio mentale anche le difficoltà ed oscillazioni normali della vita psichica e spirituale quotidiana con le quali ognuno deve imparare a confrontarsi per trarne forza ed esperienza di vita. Il risultato é quello di deresponsabilizzare la persona agganciandola ad una dipendenza pseudo-psichiatrica istituzionalizzata e consolidata con l’assuefazione a sedativi, in un ciclo perverso dove la struttura si espande e giustifica nella società creandosi gli assistiti, assorbe denaro pubblico in proporzione ed utilizza quest’accumulo di potere economico ed elettorale per ottenere protezioni politiche, mediatiche, giudiziarie. E per costruire attraverso di esse un meccanismo sociale di repressione delle critiche. Autoalimentandosi, in sostanza, come una fabbrica di pazienti-clienti psichiatrici che così tradisce in concreto tutti gli ideali e le aspettative della riforma di cui continua ad ammantarsi. Ideologizzazioni dannose Nel concreto politico italiano è accaduto inoltre che l’ideologizzazione iniziale a sinistra della riforma psichiatrica, nei climi estremizzanti degli anni Sessanta e Settanta, le abbia scatenato contro le ostilità della destra. Generando a tutt’oggi diatribe irresponsabili fra una sinistra che santifica il sistema rifiutando di ammetterne i troppi difetti, ed una destra che lo demonizza rifiutando di ammetterne i molti successi. E praticando così ambedue uno sfruttamento politico rispettivamente dei voti dei beneficati e delle vittime, che al livello reale delle persone in difficoltà danneggia tutti senza risolvere nulla. Occorre quindi ritornare direttamente all’essenza del problema, che rimane quella fondamentale del rispetto dei diritti umani L’essenza del problema è il diritto di difesa Tutti sanno che nel caso di sospetta commissione di reati non è lecito ritenere colpevole la persona e punirla con limitazioni durevoli del diritto a disporre della propria vita e dei propri beni se e finché la colpevolezza non sia definitivamente provata attraverso equo giudizio. E che per essere equo il giudizio deve offrire anzitutto in ogni sua sede e grado piene garanzie di difesa e di terzietà dei giudici. Ad analoga e maggior ragione dunque in uno Stato di diritto non si deve poter decretare la privazione giudiziaria di quei diritti fondamentali per sospetta malattia mentale senza che ne siano accertate con garanzie di pari completezza e rigore la sussistenza effettiva e le necessità obiettive conseguenti. Sia nella prassi psichiatrica italiana pre-riforma che in quella riformata i provvedimenti restrittivi delle libertà personali potevano e possono venire invece assunti, anche all’insaputa dei destinatari, direttamente sulla base di attestazioni dello stato di malattia mentale fornite da operatori sanitari o sociali al giudice o sindaco tecnicamente imperiti. Che come tali si limitano a ratificarli in fiducia, e rimangono anche i destinatari e decisori di eventuali ricorsi o reclami contro i propri stessi provvedimenti. Mancano cioè le garanzie costituzionali primarie dell’equo giudizio: la nomina obbligatoria di un difensore di fiducia o d’ufficio e di consulenti tecnici di parte (ctp), il contraddittorio pubblico ed il ricorso a giudice terzo. Tutte le altre distorsioni possibili nei provvedimenti sono subordinate e conseguenti a questa clamorosa violazione dei diritti umani garantiti univocamente dall’ordinamento italiano, comunitario europeo ed internazionale. E perciò reclamabile a tutti questi livelli, trattandosi di diritti insopprimibili ed irrinunciabili, poiché non vi è altra garanzia concreta possibile della correttezza, competenza ed affidabilità dell’agire degli operatori sanitari, sociali e giudiziari coinvolti nella decisione. Che non possono certo essere presunte in materia di manipolazione della vita e dei beni di soggetti deboli. Tantopiù in presenza notoria di una casistica di abusi specifici e del quadro sopra delineato di devianze dell’assistenza psichiatrica. L’interdizione e l’inabilitazione, istituti classici sperimentati di tutela del soggetto totalmente o parzialmente incapace per infermità mentale di provvedere personalmente alle proprie necessità, offrono almeno migliori garanzie istruttorie e prevedono maggiori controlli anche sull’operato rispettivamente dei tutori e curatori nominati dall’autorità giudiziaria. La privazione o compressione illegittima del diritto di difesa si accentua invece praticamente fuori controllo nei provvedimenti legati alla riforma psichiatrica ed alle sue carenze. A cominciare dal Trattamento sanitario obbligatorio, Tso, previsto dalla legge 180/78, col quale il sindaco dispone su segnalazione il ricovero forzato di un soggetto (che viene così catturato, rinchiuso e sottoposto a sedazione ed altro anche contro la propria volontà). Anche se una provvida sentenza ottenuta nel 2010 dall’avvocato pordenonese Gianni Massanzana ha perciò stabilito che il sindaco non possa firmare l’ordinanza di ricovero sulla sola base della richiesta specialistica senza procedere ad una verifica tecnica autonoma della sua veridicità. Difetti evidenti della legge 6/2004 Non così ancora nell’amministrazione di sostegno, ideata ed introdotta dagli stessi ambienti della riforma psichiatrica nel codice civile con la legge n. 6/2004 presentandola come una forma di tutela giudiziaria più blanda, rispettosa ed elastica dell’interdizione e dell’inabilitazione. Che come tale potrebbe funzionare, ed in molti casi funziona, benissimo se la legge non contenesse delle trappole logico-giuridiche che consentono anche di utilizzarla brutalmente come strumento di interdizione impropria su qualsiasi soggetto debole ed in violazione radicale dei diritti di difesa e dell’equità del giudizio. La norma (art. 404 c.c.) estende infatti smisuratamente ed al di là dell’infermità mentale le categorie di persone sottoponibili al provvedimento, perché stabilisce che il giudice tutelare possa sottoporre ad Amministratore di sostegno, su richiesta o segnalazione, la persona afflitta da una “infermità o menomazione fisica o psichica” che la renda “anche” parzialmente e temporaneamente impossibile provvedere ai suoi interessi. Una formula che può dunque sembrare adeguata ed elegante, ma è invece così incautamente ed antigiurdicamente generica da poter coprire casi che vanno dall’estremo dell’infermità psichica con incapacità permanente totale (propria dell’interdizione) o parziale (propria dell’inabilitazione) sino al semplice stress, alla comune depressione od al banale impedimento fisico temporaneo per una qualsiasi malattia od esito d’incidente che impediscano di far la spesa e pagare le bollette. E non offre infatti la minima certezza giuridica sulla tipologia ed il grado dell’infermità e dell’incapacità necessarie e sufficienti a limitare le libertà della persona (perché di questo si tratta) sottoponendone la vita ed i beni ad un’amministrazione di sostegno. Che può diventare così una forma di limitazione o privazione dei diritti umani attivabile per legge, e su semplice segnalazione ritenuta credibile dal giudice fuori da rituale contraddittorio, a peso di qualsiasi persona che possieda beni mobili od immobili trovandosi in difficoltà reali o presunte, ed anche temporanee, ad amministrarli. La tipologia degli abusi Nel concreto, quello che sta perciò documentatamente accadendo a Trieste ed altrove in Italia in maniera episodica o sistematica è che: vengono sottoposte ad amministrazione di sostegno anche persone capaci di gestirsi; il provvedimento viene assunto contro la loro volontà o addirittura a loro insaputa su segnalazioni non adeguatamente verificate di alcuni operatori sociosanitari; il tribunale non affida il ruolo di amministratore di sostegno a parenti o persone amiche adatte e gratuitamente disponibili, ma ad avvocati, commercialisti od ai predetti operatori, ed anche con onorari a spese dell’amministrato; tali amministratori ricevono dal giudice poteri totalitari, analoghi a quelli dell’interdizione, che giungono a privare l’asserito “beneficiario” non solo dell’amministrazione dei suoi beni ma anche della gestione della propria salute e addirittura della corrispondenza.

Voce n. 11 – 8 settembre 2012, pp 1 e 2. Abusi nelle amministrazioni di sostegno: illegittime decine o centinaia di nomine. Per violazione del diritto di difesa ed eccesso di poteri. La Voce di Trieste continua l’inchiesta sugli eccessi ed abusi – coperti sinora da silenzi pubblici abnormi – nell’imposizione e conduzione del recente istituto giuridico dell’amministrazione di sostegno. Che è stata introdotta nell’ordinamento italiano con legge n. 6/2004 per tutelare in forma meno rigida dell’interdizione e dell’inabilitazione, cioè «con la minore limitazione possibile della capacità di agire» e «mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente» le persone che si trovino fisicamente o psicologicamente «prive del tutto o parte di autonomia nell’espletamento della vita quotidiana» ed assegnandone l’incarico di preferenza, salvo casi eccezionali, a famigliari, parenti o persone comunque gradite all’interessato. La forma attuale dell’amministrazione di sostegno è stata concepita a Trieste negli ambienti della riforma psichiatrica, ad opera principalmente del docente di diritto privato Paolo Cendon, e qui ha tuttora il suo terreno di collaudo giudiziario nazionale intensivo, con proliferazione straordinaria di casi, ad opera notoria in particolare della dott. Gloria Carlesso anche nella funzione operativa iniziale di giudice tutelare, ora affidata a più magistrati. Ma a Trieste si riscontra anche particolare disattenzione giudiziaria ed ambientale sia alle carenze normative ed alle segnalazioni di abusi su cui sono intervenute invece altre sedi giudiziarie italiane, sia ai principi di diritto garantisti stabiliti dalle conseguenti pronunce dalla Corte Costituzionale e dalla Suprema Corte di Cassazione. Che confermano, dal 2005 ad oggi, la nullità originaria assoluta dei decreti di nomina con cui il giudice tutelare abbia conferito all’amministratore di sostegno poteri che incidono su diritti e libertà inviolabili della persona senza garantirle la difesa ed il contraddittorio nel giudizio, nonché per violazione di legge quando tali poteri risultino eccessivi identificandosi con quelli propri dell’interdizione e dell’inabilitazione. Queste due caratteristiche corrispondono agli abusi primari segnalati, cioè quelli nell’assegnazione e nomina dell’amministratore di sostegno da parte del giudice tutelare. Dai quali discendono poi gli abusi secondari che possano venire commessi dall’amministratore di sostegno nell’esercizio di poteri eccessivi ed indebitamente conferitigli. Gli abusi primari e secondari dei quali abbiamo avuto ad oggi segnalazione documentata da Trieste ed altre località italiane colpiscono soggetti deboli in prevalenza anziani, ma anche di media età o giovani, uomini e donne, che siano titolari di redditi, risparmi e beni mobili ed immobili da amministrare, ed anche se risultino capaci di provvedervi autonomamente. Gli abusi primari Nelle forme d’abuso primario tipiche sinora riscontrate, l’assegnazione dell’amministrazione di sostegno risulta originata da richieste di operatori psichiatrici o sociali che drammatizzano la situazione del soggetto e ne screditano gli eventuali famigliari o fiduciari. Il giudice tutelare accoglie queste relazioni come veritiere senza controperizia, non riconosce alla persona il diritto alla difesa tecnica in contraddittorio tramite un avvocato e periti di parte, e le impone senza o contro sua espressa volontà, o a sua insaputa, un amministratore di sostegno estraneo. Scegliendolo tra giovani praticanti, avvocati o commercialisti che hanno seguito un breve corso apposito, palesemente inadeguato a formare i requisiti umani, professionali e di esperienza per così delicato incarico, ed a differenza a differenza dai famigliari o fiduciari dell’amministrato avranno diritto a compensi professionali a carico delle sue risorse. Ed il giudice assegna loro poteri che incidono sulle libertà fondamentali della persona (di amministrarsi, ricevere la corrispondenza, decidere sulle cure mediche), sino a coincidere con quelli previsti per l’interdizione o l’inabilitazione. Che invece competono al Tribunale collegiale d’iniziativa del Pubblico Ministero, e con garanzia di difesa in contraddittorio. L’amministrazione di sostegno risulta così trasformata arbitrariamente interdizione od inabilitazione impropria e sottratta alle garanzie difensive. E senza contestazione efficace del Pubblico Ministero, che ha l’obbligo di intervenire anche nella nomina dell’amministratore di sostegno e proporre reclamo quando il decreto del giudice tutelare risulti contrario alla legge. Gli abusi secondari Queste forme di abuso primario della legge e di diritti fondamentali della persona aprono a loro volta la possibilità di abusi secondari, dolosi o colposi, da parte dello sconosciuto amministratore di sostegno che il soggetto debole si vede imposto dal giudice con poteri abnormi, che annullano la sua capacità materiale e morale di disporre dei propri beni e della propria vita. Gli abusi secondari tipici sinora osservati consistono anzitutto in peggioramenti drastici della vita della persona che si trova privata della sua autonomia, sottratta al soccorso di famigliari ed amici e sottoposta ad un estraneo, che spesso accumula amministrati anche a decine e tende ad eludere o forzare le loro necessità morali, sanitarie ed economiche. Mentre le risorse finanziarie della persona amministrata vengono erose dai prelievi di compensi per l’amministratore e soggetti scelti da lui (badanti, medici, periti, artigiani, agenti immobiliari, ecc.) per fornire assistenze, servizi ed interventi anche non necessari. Ne consegue la vendita a trattativa privata della casa d’abitazione e di altri eventuali beni immobili, con ricovero dell’amministrato in ospizi o strutture sanitarie che ne ricavano ingenti contribuzioni assistenziali pubbliche e private. E sono a volte le stesse che hanno promosso l’amministrazione di sostegno. Il giudice tutelare ha il potere e l’obbligo di impedire gli abusi verificando le relazioni periodiche degli amministratori, inclusi rendiconti, stime di beni, modalità di vendita e relazioni di operatori sanitari, psichiatrici o sociali. Ma nel concreto non ne ha il tempo né i mezzi, e finisce per autorizzare o lasciar compiere anche operazioni quantomeno discutibili. Il terzo livello Vi è infine un terzo livello di abusi, che associa operatori sanitari e sociali proponenti, giudice tutelare ed amministratori "professionali". Quando le proteste di famigliari che si oppongono agli abusi su un amministrato vengono paralizzate sottoponendo anche loro ad amministratore di sostegno con la medesima procedura restrittiva. Esattamente come in noti regimi totalitari. Sul numero 10 della Voce abbiamo pubblicato anche i documenti di prova principali di un caso che integra tutti e tre i livelli di abuso ed appartiene alla gestione tutelare Carlesso. Complicità ambientali In sostanza, uno strumento giuridico di assistenza moderata a soggetti deboli viene invece utilizzato coercitivamente in violazione dei loro diritti fondamentali, di libertà, proprietà e difesa. A lucro di terzi e con le necessarie complicità ambientali attive e passive. A Trieste, nonostante proteste e denunce, queste prassi intollerabili appaiono ancora ufficialmente ignorate, e di fatto coperte, a tutti i livelli pubblici tenuti ad intervenire: istituzioni, partiti, sindacati e stampa ‘di sistema’, Presidenza del Tribunale e Procura della Repubblica. Mentre sta indagando in merito la competente Procura esterna e la questione è sottoposta al Ministero della Giustizia. Le difese dirimenti immediate Rimane intanto il problema di difesa sul campo dei soggetti abusati o minacciati, cui può giovare la sintesi di una disamina, che ci è stata cortesemente fornita, della giurisprudenza di Corte Costituzionale e di Cassazione sui casi di nomine viziate di nullità, che è dirimente a prescindere dalla prova di abusi secondari dell’amministratore. Già nel 2004, appena entrate in vigore le norme specifiche, il Giudice Tutelare presso la sezione di Chioggia del Tribunale di Venezia ne aveva sollevate due questioni di illegittimità costituzionale rilevando che esse «non indicano chiari i criteri selettivi per distinguere l’amministrazione di sostegno dai preesistenti istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione, lasciando di fatto all’arbitrio del giudice la scelta dello strumento di tutela da applicare al caso concreto, così violando gli art. 2, 3 e 4 della Costituzione, che garantiscono la sfera di libertà ed autodeterminazione dei singoli, e gli watt. 41, 1° comma e 42 della Costituzione, che garantiscono il pieno dispiegarsi della personalità del disabile nei rapporti economici e nei traffici giudici». e che inoltre « non prevedono strumenti di composizione delle divergenze eventualmente insorte tra il giudice tutelare (cui sono attribuiti i provvedimenti in tema di amministrazione di sostegno) e il Tribunale collegiale (cui sono attribuiti quelli in tema di interdizione ed inabilitazione), così violando gli art. 41, 1° comma, 42 e 101, 2° comma, della Costituzione». I limiti giuridici La Corte ha rigettato con set. n. 440/2005 i rilievi di anticostituzionalità fornendo però interpretazione della legge su ambedue i punti. Sul problema dei limiti giuridici conferma infatti che «l’ambito di operatività dell’amministrazione di sostegno non può coincidere con quelli dell’interdizione o dell’inabilitazione», mentre il giudice tutelare deve scegliere tra questi differenti istituti a tutela della persona quello che «limiti nella minore misura possibile la sua capacità» e far rientrare l’amministrazione di sostegno in un ambito di poteri che sia «puntualmente correlato alle caratteristiche del caso concreto». Rimanendo i poteri tipici delle «misure ben più invasive dell’interdizione e dell’inabilitazione» riservati, con esse, ai casi dove quelli più blandi dell’amministrazione di sostegno non garantiscano tutele sufficienti alla gravità del caso. Il giudice tutelare non può dunque far coincidere integralmente i poteri dell’amministratore di sostegno con quelli del tutore o del curatore, che come tali possono venire assegnati soltanto dal Tribunale con gli istituti e le procedure dell’interdizione e dell’inabilitazione. Quanto alla composizione di divergenze tra giudice tutelare e Tribunale, la Corte Costituzionale ha affermato che i provvedimenti di ambedue gli organi sono impugnabili dinanzi alla Corte d’Appello, rispettivamente con reclamo e avverso il decreto del giudice tutelare e con appello avverso la sentenza del Tribunale. La sentenza sottolinea inoltre i ruoli di vigilanza e coordinamento del Pubblico Ministero. I limiti giuridici dell’amministrazione di sostegno così fissati dalla Corte Costituzionale sono stati ribaditi da numerose ed inequivoche pronunce della Corte Suprema di Cassazione (sentenze nn. 13584/2006, 25366/2006, 9628/2009, 17471/2009, 4866/2010, 22332/2011, ed altre), stabilendo sin dalla prima il principio di diritto che: «l’amministrazione di sostegno […] ha la finalità di offrire a chi si trovi nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quale la interdizione e la inabilitazione, non soppressi ma solo modificati. [...]». Il provvedimento di nomina dell’amministratore di sostegno che gli attribuisce poteri esorbitanti tale funzione giuridica risulta dunque emesso in patente e contraddittoria violazione di legge. E lo stesso Tribunale di Trieste risultava avere recepito quest’orientamento sin dal 2005 (28.10), affermando che la persona soggetta ad amministrazione di sostegno «conserva la pienezza della capacità di agire anche rispetto al pacchetto gestionale attribuito all’amministratore». Il diritto alla difesa violato Sempre nel 2005 il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Venezia è ricorso in Cassazione per violazione dell’obbligo giuridico di assistenza legale, contro un provvedimento del giudice tutelare che aveva nominato un amministratore di sostegno senza garantire all’interessato un difensore ed eventuali periti di parte. Con sentenza n. 25366/2006 la Cassazione, riaffermando i principi delle sentenze qui sopra richiamate, ha precisato che l’amministrazione di sostegno copre un arco di ipotesi di incapacità che va dalle minime alle maggiori, le quali possono perciò anche richiedere “determinati effetti, limitazioni o decadenze, previste da disposizioni di legge per l’interdetto o l’inabilitato [...]”, ma che queste possono coprire soltanto singole attività specifiche, e non una condizione di incapacità generale dell’amministrato, la quale comporta invece l’interdizione o l’inabilitazione. Ed ha contemporaneamente stabilito che quando il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno vada comunque ad incidere su diritti fondamentali dell’uomo, il giudice tutelare non può procedere senza invitare il destinatario a nominarsi un difensore. Il principio di diritto così affermato dalla Corte è nuovamente chiarissimo: «il procedimento per la nomina dell’amministratore di sostegno, il quale si distingue, per natura, struttura e funzione, dalle procedure di interdizione e inabilitazione, non richiede il ministero del difensore nelle ipotesi, da ritenere corrispondenti al modello legale tipico, in cui l’emanando provvedimento debba limitarsi ad individuare specificamente i singoli atti, o categoria di atti, in relazione ai quali si chiede l’intervento dell’amministratore; necessitando, per contro, difesa tecnica ogni qual volta il decreto che il giudice ritenga di emettere, sia o non corrispondente alle richieste dell’interessato, incida sui diritti fondamentali della persona, attraverso la previsione di effetti, limitazioni e decadenze, analoghi a quelli previsti da disposizioni di legge per l’interdetto o l’inabilitato, per ciò stesso incontrando il limite del rispetto dei principi costituzionali in materia di diritto di difesa e del contraddittorio.» In pratica: se i poteri dell’amministrazione di sostegno si limitano a quelli di una blanda assistenza ordinaria non occorrerebbe garantire all’assistito la difesa legale, che diventa invece obbligatoria se intaccano la sua capacità giuridica di agire, configurandosi altrimenti violazione di diritti umani fondamentali garantiti dall’ordinamento, e dunque nullità originaria ed assoluta dell’atto. Che come tale può essere fatta valere in ogni momento e sede, incluse quelle comunitarie ed internazionali: si vedano anche i principi corrispondenti introdotti nell’ordinamento dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, firmata a New York il 13.12.2006 e ratificata dall’Italia con L. n. 18/2009. Conclusioni Questo significa che decine, se non centinaia o più, di decreti di nomina di amministratori di sostegno, a Trieste ed altrove, risultano giuridicamente nulli, e con essi i poteri e gli atti conseguenti degli amministratori. L’interrogativo è a questo punto se l’Autorità giudiziaria, ed a quali livelli, intende provvedere d’ufficio ad interrompere ed annullare le procedure di nomina illegittime liberandone gli amministrati, o se occorreranno valanghe di ricorsi individuali dei danneggiati, o class actions. Attendiamo dunque le risposte, a cominciare da quelle del Tribunale e della Procura di Trieste. E nel frattempo proseguiremo con la pubblicazione delle nostre analisi e prove. [P.G.P.]

Voce n. 15 – 10.11.2012, p. 1. Scandalo Amministrazioni di sostegno a Trieste: siamo alla predazione giudiziaria dei diritti umani. Lo scandalo montante di alcune prassi illegittime nelle amministrazioni di sostegno a Trieste sta raggiungendo, nell’incredibile silenzio generale rotto soltanto dalla Voce, il parossismo: ora risulta che le amministrazioni decretate a Trieste sono tante che il Giudice Tutelare responsabile autorizza persino la custodia dei fascicoli d’ufficio presso lo studio degli stessi legali nominati Amministratori di sostegno (Ads). Simile prassi, pur non configurando probabilmente in sé un reato, oltre ad essere al limite della legalità giustifica sospetti d’incredibile leggerezza sia nelle assegnazioni che nella gestione delle amministrazioni di sostegno. Leggerezza che ha come risultato l’appalto di tutta la gestione della procedura della amministrazione di sostegno a soggetti privati, singoli e come sistema: gli avvocati che fanno gli amministratori di sostegno, i medici e le cooperative di assistenza, nei cui comportamenti le inchieste della Voce hanno evidenziato non pochi abusi gravissimi. Il ruolo del Giudice rimane così solamente quello di firmare i provvedimenti a lui richiesti agli AdS i quali, molto spesso, secondo prassi avvocatile frequente predispongono essi il provvedimento al posto del Giudice, chiedendogli appunto solo di firmarlo. Giudice che secondo prassi invalsa a Trieste ha nominato l’AdS senza riconoscere all’assistito i diritti fondamentali di difesa garantiti dall’ordinamento, ed assegnando al professionista poteri analoghi a quelli dell’interdizione: sui beni, sulla scelta di cure, sulla corrispondenza e su ogni atto giuridico rilevante. Ed allora siamo al cospetto di una procedura che vìola radicalmente il principio del contraddittorio e del diritto alla difesa, risolvendosi in una vera e propria predazione giudiziaria di diritti umani fondamentali. Facciamo un esempio: se la persona amministrata ha il legittimo sospetto che nella gestione del suo patrimonio o della sua persona l’AdS commetta qualche irregolarità, dovrebbe andare presso lo studio dell’AdS, quindi in condizioni di soggezione ambientale, a chiedergli di consultare il fascicolo d’ufficio e la possibilità di estrarne copie; oppure dovrebbe andare alla cancelleria del Tribunale ed attendere l’autorizzazione dell’AdS, per poi tornare presso il suo studio e lì fare le copie, ed attendere che l’AdS vada in cancelleria e se le faccia timbrare con il timbro di conformità... insomma, i tempi sarebbero tali per cui chiunque potrebbe nascondere facilmente le prove di qualche irregolarità, oppure indurre l’amministrato a desistere. Per difendersi dagli abusi sospettati l’amministrato dovrebbe poi formulare un’istanza al Giudice, il quale però non ha il fascicolo custodito nella sua disponibilità e si limiterebbe (nella migliore delle ipotesi) a chiedere conto della denuncia all’amministratore di sostegno sospettato, il quale parlerebbe col giudice in assenza dell’amministrato. Che inoltre sarebbe privo di un proprio avvocato difensore, perché se volesse nominarlo dovrebbe farne prima richiesta all’AdS contro cui lo vuole assumere, e potrebbe pagarlo solamente previo consenso dell’AdS medesimo. Ed è esattamente grazie a questa trappola giudiziaria perfetta che nelle amministrazioni di sostegno a Trieste si è potuta anche consolidare una una consociazione di fatto di operatori sociosanitari, giovani avvocati e praticanti, e qualche commercialista, che chiedono ed ottengono arbitrariamente senza contraddittorio da magistrati assegnati alla funzione di Giudice tutelare decine di amministrazioni di sostegno con poteri equivalenti all’interdizione. Che esercitano senza alcun controllo reale del Giudice o del Tribunale, disponendo in toto della vita e dei beni delle persone, per lo più anziane, così arbitrariamente predate dei diritti civili fondamentali costringendole in condizioni da riduzione in schiavitù inaudite nella civiltà del diritto. E ciononostante con l’omertà di tutti coloro che avrebbero il dovere giuridico e/o etico di impedirlo. La Voce sta perciò valutando con legali di fiducia azioni di denuncia e di difesa delle persone e della legalità ancora più energiche delle precedenti. Ed intende proporre quest’ennesimo ‘caso Trieste’ anche alla Corte di Giustizia Europea per l’apertura di un procedimento specifico d’infrazione contro l’Italia qualora il Ministro della Giustizia non assumesse provvedimenti efficaci e tempestivi per porre fine a questo scandalo di soprusi sotto forma giudiziaria ai danni di soggetti tra i più deboli. Paolo G. Parovel

Voce n. 16 – 7 dicembre 2012. pp. 1 e 2. Scontro con la Presidenza del Tribunale sugli abusi nelle Amministrazioni di sostegno. A seguito delle nostre inchieste e denunce su abusi documentati nelle amministrazioni di sostegno (Ads) il facente funzioni di Presidente del Tribunale di Trieste, dott. Raffaele Morvay, mi ha inviato una lettera di smentita inattesa e pesantemente conflittuale, chiedendomene la pubblicazione. Alla quale come direttore responsabile provvedo volentieri, ma esercitando il diritto di replica per quanto la lettera contiene od implica di offensivo per il giornale e nei miei confronti. Con l’osservazione preliminare che una cosa simile non è mai accaduta nella storia di questa città, e questo vorrà ben dire qualcosa. Rispondo dunque in prima persona alla domanda del Presidente vicario su “di cosa sta parlando il giornalista Paolo G. Parovel? ” quando scrive che le carenze normative e gli abusi, colposi o dolosi, nell’imposizione e gestione delle amministrazioni di sostegno a soggetti deboli stanno determinando a Trieste situazioni di “predazione giudiziaria dei diritti umani ” e “condizioni di riduzione in schiavitù inaudite nella civiltà del diritto”, ed alle altre gravi accuse professionali e personali che egli ha almeno, rispetto ad altri, l’apprezzabile franchezza di muovermi ufficialmente per iscritto. E che possono in effetti apparire credibili persino in Tribunale a chi non abbia approfondito la vicenda. Essendo ovvio che chiunque compia, consapevolmente o meno, abusi non di per sé palesi di un istituto giuridico o di funzioni giudiziarie e forensi in questa od altra materia, non va certo a raccontarlo o renderlo evidente alla Presidenza del Tribunale, né a colleghi estranei ai fatti. Perché è la copertura degli abusi che consente di compierli, perpetuarli ed estenderli coinvolgendo in corresponsabilità attive e passive un numero di persone sempre maggiore, sino a farsi “sistema”. Cioè rete di interessi anomali che crescendo acquista forza, credibilità ed impunità nel tessuto istituzionale, sociale e mediatico rendendo sempre più difficile e rischiosa l’azione di chi osi indagare e denunciare la verità. Il dott. Morvay sa inoltre bene, come altri, che io ho avuto sempre il massimo rispetto della Magistratura italiana e delle straordinarie difficoltà ambientali e materiali in cui essa si trova ad operare. Ma che proprio per questo, oltre a prenderne le difese da accuse infondate, ne ho anche sempre denunciato i casi documentati di effettivo errore e degrado. Esattamente come raccomanda non da oggi la stessa Associazione Nazionale Magistrati, anche con manifesti affissi nei Tribunali. E se egli mi avesse perciò convocato formalmente prima di accusarmi pubblicamente del contrario avrebbe potuto esaminare tutti gli elementi di prova da me anche e sempre offerti. In sostanza la lettera del Presidente vicario, che potete leggere qui di seguito, si limita ad affermare od implicare, in ovvia buona fede anche se con rilevanti incongruenze, che nelle ormai 1500 amministrazioni di sostegno sinora decretate intensivamente dal Tribunale di Trieste non vi sia nessuno degli abusi da me denunciati, che tutti i decisori e conduttori delle procedure siano dunque infallibili ed irreprensibili, e che il Tribunale stesso possa garantirlo con un controllo adeguato di tutte le pratiche. Mentre continua a non esservi nessuna iniziativa pubblicistica o giudiziaria del Tribunale o della Procura di Trieste, né di magistrati o di altri soggetti coinvolti, che affronti l’analisi concreta dei casi e dei fatti giuridici documentati e di rilevante interesse pubblico che come giornalista investigativo continuo a denunciare pur clamorosamente da oltre due anni, su questa ed altra precedente testata, mettendone tutte le prove a disposizione della Magistratura perché intervenga doverosamente. Questa è anche la prima volta che la Presidenza del Tribunale invece mi contesta, e per iscritto anche se in forma apodittica, con accuse che ritengo ingiuste oltre che eccessive, ma per l’autorevolezza istituzionale della fonte potrebbero convincere facilmente gli ignari. Preciso dunque come prima cose che le nostre inchieste e denunce non si riferiscono, come la lettera potrebbe far supporre, alla totalità delle amministrazioni di sostegno in quanto tali, ma ad un numero rilevante, ed in particolare a Trieste, di casi di abuso resi possibili da carenze legislative, applicazioni discutibili delle norme, attività ed interessi di terzi, nonché di assenza od inefficacia di controlli e correzioni da parte di quanti vi sono tenuti. E poiché da essi non ho sinora avuta udienza, ma solo diffamazioni e persino ritorsioni personali, invito gli Organi giudiziari competenti territoriali, quelli esterni ex art. 11 c.p.p., il Ministero della Giustizia ed il Parlamento ad aprire infine un’inchiesta seria sui fatti sinora e qui stesso denunciati. Oppure nei miei confronti, se riterranno davvero di poter sostenere che non si tratti di indagini giornalistiche legittime e doverose, ma addirittura di scritti “scandalistici, calunniosi od errati” e di “un cumulo di menzogne e disinformazioni“ del genere “che solo un giornalismo deteriore può inventare e pubblicare”. Mentre ad una lettura più attenta questa stessa lettera accusatoria mostra di confermarle in misura significativa, attraverso una serie di travisamenti, illogicità e contraddizioni invero sorprendenti. Travisamenti, illogicità e contraddizioni È infatti travisamento significativo ed illogico delle norme l’affermazione si possa ritenere una persona incapace di decidere di sé per difficoltà fisiche, invece che psichiche. Mentre è contraddittorio dichiarare regolari le procedure di Ads ammettendo contemporaneamente che esse in molti casi privano l’amministrato, in tutto o in parte della gestione dei suoi beni, cioè in condizioni proprie non dell’Ads ma dei due diversi istituti giuridici della tutela e della curatela. Come è illogico sostenere che per sottrarre i beni della persona a rapacità di parenti od altri se ne debba affidare l’amministrazione a giovani professionisti estranei, che come tali e quali principianti nelle rispettive professioni non offrono affatto maggiori garanzie di sensibilità, capacità, disinteresse ed esperienza. Illogico e contraddittorio è inoltre sostenere l’evidente improbabilità statistica che su 1500 amministrazioni non si verifichi alcuna irregolarità. E che ciò sia garantito da controlli dei giudici tutelari e degli uffici, ammettendo nella stessa lettera che i primi sono oberati anche da funzioni giudiziarie diverse, e che la Cancelleria è letteralmente sepolta dall’eccesso di fascicoli. Risulta perciò anche complessivamente contraddittorio che la Presidenza del Tribunale possa dichiarare che non sia vero quanto denunciamo noi, se e finché il Tribunale non ha affatto la possibilità concreta di esercitare i controlli necessari per affermarlo. E nemmeno ci chiede di vedere le nostre prove. Travisa inoltre la realtà dei fatti qualificare quei professionisti soltanto come dei "competenti e valorosi volontari dell’Associazione amministratori di sostegno. Perché il volontariato è attività gratuita e del tutto differente, mentre costoro vengono autorizzati dai giudici tutelari ad utilizzare le risorse degli amministrati anche a beneficio proprio, prelevandone indennità considerevoli, nonché di fornitori di beni ed servizi di propria scelta. Dai casi di sospetto o constatato abuso dei quali possediamo le documentazioni queste indennità risultano oscillare a Trieste fra i 5.000 ed i 10.000 euro l’anno. E siccome la gran parte di questi giovani professionisti ha ormai accumulato decine di amministrati, da ogni decina potrebbe ricavare un reddito annuo dai 50.000 ai 100.000 euro. Senza nemmeno più necessità di far carriera nella sovraffollata professione ordinaria d’avvocato o commercialista. Ma questi denari creano pure problemi di possibile, scandalosa ed annosa evasione fiscale sotto copertura giudiziaria. Sono stati infatti ed in parte vengono ancora liquidati dai Giudici Tutelari come compensi non imponibili ed esenti da IVA, e spesso non sono stati nemmeno fatturati. Mentre l’Agenzia delle Entrate li ha ritenuti con pronunciamento di quest’anno 2012 redditi professionali imponibili a tutti gli effetti. Un giro di beni, compensi ed affari milionario Ed è in particolare Trieste - culla vantata di ideazione e sperimentazione nazionale dell’amministrazione di sostegno ad opera principale notoria del docente veneziano di diritto privato Paolo Cendon e della giudice Gloria Carlesso, attorno ai quali si è raccolta tutto un corteggio di giovani professionisti aspiranti e beneficati - che l’amministrazione di sostegno è stata estremizzata e professionalizzata a livelli industriali. Trasformando così questi compensi e disponibilità di beni altrui in un giro di lavoro ed d’affari anomalo da centinaia di milioni di euro, che ingigantisce qui anche il problema di possibile evasione fiscale. Ed è un vero miracolo di ‘trasparenza’ che nessuno nelle istituzioni di competenza operativa od investigativa sembri vedere questo giro di soldi e beni od accorgersene. Perché qui i conti sono presto fatti, a differenza dal resto d’Italia dove non c’è una così straordinaria concentrazione professionistica di pseudo-volontariato. Che secondo dati recenti pubblicati dai suoi stessi apologeti amministrerebbe a Trieste con qualche decina di giovani professionisti ormai Ads-dipendenti, nel bene e nel male, circa il 65% dei casi, cioè attorno alle 800 persone. Per un ammontare quindi, se è così, di compensi valutabile attorno ai 4 milioni di euro, con gestione di un patrimonio ipotizzabile sul migliaio di unità immobiliari (dunque attorno ai 100 milioni di euro di valore complessivo), più beni mobili in proporzione, oltre ad introiti da pensioni od altre rendite degli amministrati stimabile da un minimo 800.000 euro (mille in media a persona) ad un milione di euro o più. Ed oltre ai redditi diretti ed indiretti (da contributi assistenziali pubblici) che ne ricavano badanti, cooperative, medici, artigiani, periti, ed altri fornitori di beni e di servizi che ogni ‘giovane professionista volontario’ sceglie a proprio arbitrio, sempre a spese degli amministrati e per cifre complessive altrettanto ingenti. Ad occhio, il giro complessivo che appare così curiosamente invisibile a tutti fuorché a noi (ricordando la favoletta del re nudo) può dunque valere almeno 200 milioni di euro. In una città di soli 200mila abitanti, ed alla faccia del volontariato vero che altri fanno anche in questo settore. Il cardine giuridico degli abusi La smentita inattesa del Presidente vicario non tocca inoltre cardine giuridico abnorme degli abusi da noi denunciati. E cioè il fatto che il Tribunale di Trieste assegni sistematicamente amministrazioni di sostegno a quei professionisti con poteri abnormi, poiché incidono su diritti umani fondamentali e sono invece propri dell’interdizione (amministrazione dei beni, scelta delle cure, ricevimento della corrispondenza) e senza garantire alla persona la difesa tecnica in contraddittorio benché confermata obbligatoria, in questi casi, da giurisprudenza univoca di Corte Costituzionale e Cassazione. Per essere ancora più chiari: nel caso tipo degli abusi riscontrati una persona, sia anziana o giovane, in modeste difficoltà viene privata per decreto del Tribunale dei suoi beni e dei diritti fondamentali con uno strumento giuridico improprio, su perizia tecnica unilaterale che il giudice avalla senza contraddittorio negando all’interessato la difesa di un avvocato e di periti di parte; la perizia proviene da un numero ristretto di tecnici dell’assistenza psichiatrica e sociale, e punta all’esclusione dei parenti ed alla nomina di uno dei professionisti ‘volontari’ di uno stesso gruppo; la disponibilità dei beni mobili ed immobili dell’amministrato viene così sottratta a lui, alla famiglia ed agli eredi e va ad alimentare il giro di compensi ai predetti ed ai fornitori di beni e servizi che ruota loro attorno, e gli immobili finiscono venduti quanto prima a trattativa privata ed a condizioni e prezzi spesso discutibili. Mentre l’interessato, definito ipocritamente “beneficiario” anche per questo genere abnorme di Ads, finisce ridotto concretamente ad una larva civile senza più dignità e diritti di cittadino, a vegetare tra i centri di assistenza del medesimo ambiente che la controlla, per lo più sedata con psicofarmaci, od a tentare gesti estremi. Ed è anche accaduto che figli o genitori che protestavano troppo siano stati neutralizzati dal “sistema” sottoponendoli al medesimo genere di Ads. Il tutto, come ci conferma la stessa lettera ed opinione del Presidente Vicario, per decreto del Tribunale e fuori da qualsiasi sua possibilità realistica di controllo efficace. Le coperture interne ed esterne Questo “sistema”, che non si identifica con le amministrazioni di sostegno in toto ma vi è incistato come un bubbone con solide metastasi, risulta protetto e prospera sotto tre generi principali di copertura che si intrecciano nel tessuto sociale ed istituzionale triestino. Il primo è il già detto coinvolgimento attivo e passivo del maggior numero di persone possibile nel “sistema”; il secondo è l’offrire e fornire voti a chi lo appoggia, ed il terzo è il mimetizzarsi negli ambienti della psichiatria libertaria d’origine basagliana, della quale è invece una degenerazione concettuale e la negazione ed inversione pratica. È così che questo “sistema” finisce bovinamente ed opportunisticamente protetto anche dalla politica. In particolare, purtroppo, dalla sinistra che da quell’ambiente attinge una quantità di voti e legittimazioni in regime di quasi monopolio. E sembra perciò disposta anche a fingere di non vedere violazioni tanto perfide e gravi dei diritti umani e della legalità, rendendosene quindi complice di fatto. Perché, altrimenti, non accetta nemmeno di discuterne sulla base dei documenti? Lo chiediamo qui ai Cosolini, Dell’Acqua, Rotelli, Dolcher e quant’altri, sia fuori che dentro l’ambiente giudiziario, sanitario e dell’assistenza sociale. E così, se qualcuno pensava che una lettera aggressiva della Presidenza del Tribunale potesse far smettere me e la Voce di scrivere verità scomode, ora è servito. Il direttore responsabile della Voce di Trieste (Paolo G. Parovel)

Il Tuono 13 novembre 2010. Una sentenza recentissima fa chiarezza a tutela dei soggetti più deboli, soprattutto anziani. Trattamento sanitario obbligatorio: il sindaco risponde civilmente e penalmente degli abusi I criteri della decisione si estendono agli abusi nell’imposizione di amministratori di sostegno Come i lettori dei nostri numeri precedenti già sanno, a Trieste si è verificata una serie rilevante di abusi dell’istituto giuridico dell’amministrazione di sostegno. Alcuni dei casi meglio documentati sono oggetto da tempo di denunce ed indagini giudiziarie, oltre che delle nostre indagini giornalistiche (mentre il resto della stampa locale li ha sinora coperti: ci asteniamo da commenti). Secondo legge l’amministrazione di sostegno dovrebbe sostituire, in forma blanda, amichevole e collaborativa l’interdizione e la curatela di persone che non siano in grado di provvedere alla cura di sè stesse e dei propri beni. A Trieste invece vi risulta esser stato imprudentemente sottoposto un numero abnorme e crescente di persone, in particolare anziane, anche autosufficienti, o loro parenti che protestavano, sottoponendole a regimi di privazione delle libertà morali e materiali duri quanto quelli dell’interdizione ma senza le sue garanzie di legge, con affidamento degli incarichi per lo più a giovani avvocati o praticanti, e vendite o conduzioni discutibili o dannose di beni degli amministrati. Creando così una specie di industria anomala delle tutele in una città dove sono particolarmente elevati sia il numero degli anziani che vi sono esposti, sia quello dei giovani avvocati e praticanti senza lavoro. Sul che abbiamo già preannunciato una nostra inchiesta complessiva, dopo avere pubblicato denunce documentate di alcuni casi eclatanti. Considerando inoltre che per parte dei casi già in indagine l’imposizione dell’amministratore di sostegno risulta avvenuta partendo da un T.s.o., il Trattamento sanitario obbligatorio ordinato dal sindaco. Che cos’è il trattamento sanitario obbligatorio L’ordinamento italiano (leggi 180/1978. 833/78 artt. 33-35) consente infatti che in casi di particolare urgenza e necessità, su ordine del sindaco dietro richiesta motivata di un medico, una persona ritenuta o dichiarata malata di mente possa venire con la forza pubblica prelevata, ricoverata per sette giorni prolungabili e sottoposta a dei trattamenti sanitari che essa rifiuta o sono altrimenti impossibili. Sono norme che hanno sostituito il vecchio ricovero coatto di difesa sociale (legge 36/1904), privilegiando invece formalmente la salute della persona debole. Ma nella pratica è cambiato ben poco, e gli abusi non sono difficili se il sindaco firma l’ordinanza di T.S.O. dando corso automatico alla richiesta medica, senza esercitare doverosamente tutti controlli sulla sussistenza effettiva delle condizioni di legge. Tanto più necessari per un atto che priva, anche temporaneamente, la persona di libertà fondamentali garantite dalla Costituzione. Quest’automaticità, che risulta purtroppo e pericolosamente prassi ordinaria quasi dappertutto, risulta qui documentata anche nei casi sopra detti. Come abbiamo già scritto mettendone in evidenza le responsabilità morali, civili e penali, senza che i sindaci ed il servizio sanitario pubblico della nostra provincia mostrassero di prenderne nota. Ma ora dovranno farlo, e subito. La sentenza chiarificatrice recentissima È intervenuta infatti una sentenza chiarificatrice recentissima del Tribunale di Pordenone (n. 893/10, depositata il 21 ottobre) in una causa civile di risarcimento promossa da una danneggiata, ex infermiera, col patrocinio del capace e tenace avvocato pordenonese Gianni Massanzana. Che ha ottenuto la condanna del sindaco sospeso di Azzano Decimo, Enzo Bortolotto, e del Ministero della Salute a rifondere i danni – impregiudicate le conseguenze penali – per avere nel 2005 il sindaco emesso, e due psichiatri dell’Ospedale di Sacile richiesto, un’ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio senza che ve ne fossero i presupposti di legge. Massanzana aveva già ottenuto nel 2005 dallo stesso Tribunale l’annullamento tempestivo dell’ordinanza per difetto di motivazione, liberando così in soli 17 giorni la persona indebitamente trattenuta in ospedale con la forza. Su richiesta dei due psichiatri ed ordine del sindaco, era stata infatti prelevata da casa coi carabinieri e tradotta – di fatto reclusa – nel reparto psichiatrico dell’ospedale. Il tutto senza nemmeno visita medica ed in relazione ad una controversia coi vicini di casa (la vicenda è simile ad una triestina di cui abbiamo pubblicato recentemente la denuncia, e che è prossima in questi giorni a decisione liberatoria del Tribunale di Trieste). La sentenza di Pordenone chiarisce in particolare che “il provvedimento disponente il trattamento sanitario obbligatorio costituisce un provvedimento restrittivo della libertà personale e pertanto necessita di una puntuale motivazione”, per la quale non sono sufficienti il richiamo stereotipato alle norme di legge e la dichiarazione dell’esistenza di un disagio psichico senza fornire riferimenti precisi al caso concreto (da parte dei medici richiedenti: anamnesi, esatta documentazione delle sintomatologìe, degli accertamenti sanitari specifici effettuati e dell’impossibilità di alternative). Il giudice sottolinea infatti che la legge vieta che il Trattamento sanitario obbligatorio venga disposto in presenza di tali carenze di motivazione, senza accertamenti medici nell’immediatezza della proposta, e che esso venga proposto e convalidato senza che la persona sia stata posta nelle condizioni di scegliere terapie alternative. E rileva che pertanto “il Sindaco, nell’emettere il provvedimento, è tenuto a verificare che dalla certificazione medica allegata risultino tutti i requisiti previsti dalla legge, nell’ambito dell’esercizio di un controllo non solo formale che si limita ad un mero richiamo delle attestazioni sanitarie” le quali altrimenti costituiscono mera motivazione apparente (come tale insufficiente, illegittima ed illecita). Quanto alla valutazione dei danni, vengono considerati “l’impatto del trattamento sofferto, come soggettivamente percepito, e il discredito che il T.s.o socialmente provocò sulla sfera della dignità” della persona ingiustamente colpita, tenendo conto anche “della durata del trattamento sanitario obbligatorio, delle modalità della restrizione e degli altri effetti pregiudizievoli personali e familiari scaturiti dalla misura”. E si precisa che la lesione della sfera soggettiva consiste nella “privazione del diritto, costituzionalmente garantito, di scegliere o meno di sottoporsi ad un trattamento sanitario”. Il valore della sentenza Si tratta dunque di una pronuncia fondamentale per difendere una quantità di persone, soprattutto anziane, esposte in situazioni deboli ad analoghi, frequenti abusi del T.s.o. Ma anche per difenderle da imposizioni di amministratori di sostegno arbitrarie perché fondate su T.s.o immotivati o su richieste mediche analogamente carenti. Dato che le Autorità giudiziarie competenti, quella tutelare ed il pubblico ministero, hanno anch’esse, per i medesimi motivi ed a maggior ragione, il dovere di verificarne non solo formalmente le motivazioni, sia in atti che con adeguati riscontri peritali ed in contraddittorio. Come invece al Tribunale Trieste risulta purtroppo non sempre accaduto, anche se abbiamo motivo di ritenere che da alcuni mesi si stia operando per ricondurre questa situazione incresciosa sui giusti binari. P.G.P.

(Un documento che il settimanale non ha fatto in tempo a pubblicare). Stimatissimo direttore, è necessario che il ministro della giustizia e il parlamento siano messi a conoscenza delle prepotenze che causano tante sofferenze a onesti cittadini, che vengono privati dei diritti umani e costituzionali. Ma a Trieste non è possibile rivolgersi a nessuno, vengono protetti i prepotenti, specialmente se occupano posti istituzionali o esercitano professioni importanti; non le persone per bene, specialmente se non sono importanti. Io, mia moglie e mia figlia siamo stati perseguitati per anni dagli psichiatri e operatori del centro di salute mentale di Barcola, dalla giudice tutelare Gloria Carlesso, dalle amministratrici di sostegno. Mia moglie era ammalata, ma non ha avuto l'assistenza sanitaria che ci si aspetta in un paese civile. Lo psichiatra Roberto Mezzina del csm di Barcola doveva fare un certificato per il riconoscimento di invalidità di mia moglie. In quell'occasione mi disse in tono minaccioso che avrebbe messo a posto anche me. Non avrei mai immaginato che avrei realmente subito gravi conseguenze. La giudice Carlesso "visto il ricorso presentato dal dottor Mezzina responsabile del csm Barcola-Aurisina per la nomina di una amministratore di sostegno" nominava l'avvocato Astrid Vida amministratore di sostegno di mia moglie con poteri esclusivi sul patrimonio e sulla cura della persona, escludendo me, mia figlia e tutti i familiari. Per escludermi aveva inventato una conflittualità con mia moglie che non era mai esistita, perchè ho sempre avuto tutte le premure per lei anche organizzando viaggi e vacanze per risollevarla nei periodi di depressione. Il nostro reddito ce lo permetteva. Io ho lavorato tutta la vita, ho fatto l'imprenditore anche all'estero e ho viaggiato in tutto il mondo. Ma quando le condizioni di mia moglie erano diventate più difficili e la giudice Carlesso mi relegava al ruolo di estraneo, io sono quello che si prendeva tutto il carico di accudire a una incontinente totale, a cambiarla e lavarla, a fare cinque o sei lavatrici al giorno, a stendere, asciugare e stirare, a tenere pulita la casa, a fare la spesa, cucinare, servire, sparecchiare e a risolvere tutte le cose necessarie per la gestione della famiglia, della casa, dell'orto, del giardino, degli animali domestici. Operatori del centro di salute mentale? Ho dovuto fare delle denunce per la sparizione di oggetti preziosi. Operatori domiciliari? Non facevano quello che l'amministratrice Astrid Vida affermava, come ho fatto mettere a verbale. Non si facevano vedere per mesi con la scusa che non aprivo: Altro che avrei aperto, se fossero venuti per fare qualcosa di utile. E quando sono venuti cosa hanno fatto? Devo riferire del caso di un'operatrice della cooperativa La Quercia, certa Andreina. Questa signora era così invadente che voleva comandare e criticava tutto quello che faceva mia figlia. Sanno che quando si è sottoposti ad amministratori di sostegno possono maltrattarci come vogliono. Un giorno ha detto a mia figlia: "Vedrai che ti chiamerà la giudice. E così è stato. Mia figlia è stata convocata in tribunale per un vero e proprio processo. C'era la Andreina, il capo della Quercia, la Astrid Vida. Mia figlia era nel terrore, perchè aveva già conosciuto la signora Carlesso. Come l'aveva conosciuta? Era venuta in casa, al pian terreno. Mi chiese l'estratto conto della mia banca e i dati della pensione. Poi uscì dal tinello, c'erano anche l'avv. Astrid Vida, l'avv. Chiara Valle, mia moglie con una sua amica, io, e mia figlia. La giudice, uscita dal tinello, sul corridoio alla sinistra vicino alla porta d'entrata si è messa a strattonare la porta perchè era chiusa. Io le dissi che l'altra porta più avanti era aperta e lei è messa a visitare tutte le stanze in pian terreno, poi è salita su per le scale al primo piano e ha voluto visitare tutte le stanze, gridando con arroganza di levare tutti i tappeti dai pavimenti. Ha voluto vedere la stanza di mia figlia, e ha deciso che era in disordine e si è messa a gridare sia a me che a mia figlia, offendendola. Poi e' andata di nuovo nel tinello lasciando mia figlia traumatizzata, gridando che sente puzza. Ma dove siamo? Come si permette quella signora giudice di invadere con simile prepotenza la nostra casa? E' evidente che è abituata a fare questo. Le persone normali non fanno questo in casa degli altri. Mia figlia ne ha risentito a lungo. Ecco che quando è dovuta andare in tribunale in mezzo a quelle persone ostili, io, suo padre, mi sono sentito in dovere di non lasciarla completamente sola. Ho chiamato al telefono la giudice che, quando mi ha riconosciuto, ha detto: "Ecco che spunta il diavolo con le corna" e ha messo giù il telefono. Ma è normale questo modo di comportarsi di una giudice? Nessun rispetto per le persone. Quando mi aveva convocato in tribunale, stanza 90, mi interrogava come se fossi un detenuto, e parlando con altre persone faceva sentire che diceva di me che vado a prostitute. E poi mi costrinse a firmare un documento che aveva scritto senza permettermi di leggerlo. Non esiste più la democrazia in Italia? Una volta in casa mia, nel giardino, ci imponeva nuove condizioni di vita. Per esempio non dovevo più comprare l'olio d'oliva che aveva visto in casa, ma quello di bassa qualità che aveva deciso lei! A quelle scene era presente il medico di famiglia, quello che abbiamo adesso, che cercò inutilmente di moderare l'atteggiamento intimidatorio della signora Carlesso. Questa invadente signora azzardò perfino a interrogarmi sulle mie abitudini sessuali, e mi chiese cosa facevo quando.... non mi sento di ripetere qui le sue esatte parole. Mia figlia mi confidò che aveva rivolto anche a lei simili domande, mortificandola e offendendola. Un giorno vado alla banca dove mi versavano la pensione per ritirare dei soldi. Ma il cassiere mi dice che non posso ritirare nemmeno un centesimo. Cos'era successo? La giudice Carlesso aveva affibbiato anche a me un amministratore di sostegno. E lo scoprii così, a fatto compiuto. La giudice aveva sequestrato oltre alla pensione anche i miei risparmi di circa 5.000 euro. Le aveva dato supporto lo psichiatra Mezzina, che in quel modo aveva eseguito l'oscura minaccia di tempo prima: "poi sistemerò anche lei". Da allora per avere una parte della mia pensione, meno della metà, devo andare a elemosinare dalla "mia amministratrice" avv. Chiara Valle. A suo tempo la psichiatra Santoro, sempre del csm di Barcola, aveva dato ordine al mio medico di famiglia, dottor Paoletti, di farmi una visita e di prescrivermi psicofarmaci. Quindi una psichiatra ordina al medico cosa deve fare ai suoi assistiti? Quando vidi che si trattava appunto di psicofarmaci li rifiutai. La Carlesso ha subito messo per iscritto che ho rifiutato gli psicofarmaci prescritti dal dottor Paoletti. Mi costrinsero a fare ben quattro visite psichiatriche a pagamento. Ma la Santoro è quella che a mia moglie faceva assumere 300 mg per tre volte al giorno di Seroquel, cioè 900 mg! Ricoverata in ospedale, a Cattinara, le ridussero a 100 mg al giorno, di mattina. E la Santoro non potè che adeguarsi. Cosa volevano fare di mia moglie? Hanno fatto che è deceduta per tutta una serie di sventure dovute a questa spietata persecuzione del sistema delle amministrazioni di sostegno. Mia moglie aveva scritto alla Carlesso una dichiarazione di piena fiducia in me, che avevo sempre gestito con oculatezza i beni di famiglia, e voleva che fosse revocata l'amministrazione di sostegno. Ma invece la imposero anche a me, delegittimandomi totalmente. Così quando aggravandosi mia moglie decideva di recarsi con frequenza alla chiesa, malgrado le sue condizioni di incontinenza e di instabilità, io non potevo oppormi, ridotto com'ero a un estraneo; mi avevano detto che sarebbe stato sequestro di persona. E a questo sono dovute le numerose cadute di mia moglie per la strada, con le varie contusioni alla testa, fra le quali due molto gravi alla nuca, che sono state decisive per il suo tracollo. Mi avevano impedito di agire nell'interesse della vita di mia moglie. Anche questo è un grave elemento di denuncia, condivisa da parte di mia figlia. Finalmente a fronte di una perizia psichiatrica che dimostra la mia integrità mentale, il mio avvocato ha ottenuto la revoca dell'amministratore di sostegno. Il documento di revoca è costituito da una breve dichiarazione della amministratrice, nel quale aderisce alla richiesta di revoca. Anche in queste poche righe non sono mancate le calunnie nei miei riguardi. In meno di due righe l'avvocato Chiara Valle dispone la stessa adesione anche per quanto riguarda e a nome del centro di salute mentale. La giudice tutelare se la sbriga con un timbro e una firma. Ma allora perchè sono stato perseguitato per anni? Dove sono finite le dichiarazioni calunniose della giudice tutelare, che si arrogava anche il ruolo di perito psichiatrico, che mi hanno imposto un regime di schiavitù? Se una persona innocente fa cinque anni di carcere duro per errore ha diritto a essere risarcita? P. G.

Trieste - Il Tuono 11 dicembre 2010. L’udienza di Alba A seguito della pubblicazione sul Tuono del mio esposto (firmato per esteso) sui gravi impedimenti a curarmi la salute che mi derivano dall’imposizione dell’amministrazione di sostegno, le persone che mi conoscono sono sbalordite di scoprire che io sia praticamente interdetta, priva dei fondamentali diritti dei cittadini. I più sorpresi sono i medici che mi conoscono. In realtà non solo mi viene impedito di acquistare, con i miei soldi, i medicinali di cui ho bisogno. Desidero che si sappia l’ultimo episodio, di questi giorni. Ero convocata dalla giudice Fanelli; è lei che ha deciso che io debba dipendere totalmente dalla avvocatessa Barbara Fontanot. Motivo della convocazione? Io voglio essere liberata dalle catene che mi impediscono di vivere una vita normale, e per questo sono ricorsa a dei professionisti per ottenere dei certificati legali che dichiarino la mia integrità mentale. Dispongo da molti mesi di perizie psicologiche e psichiatriche che testimoniano esattamente questo. I cittadini che non sono ancora incatenati (ma fino a quando? la giudice tutelare Carlesso annunciava 25.000 “beneficiari” a Trieste) non sanno quanto sia difficile ottenere queste perizie. Perchè, sono tutti matti? No, perchè dal momento in cui si viene messi al guinzaglio di un amministratore di sostegno viene vietato l’uso dei propri soldi. Questi amministratori nominati da un giudice, quasi tutti giovani avvocati o praticanti, non permettono che il “beneficiario” disponga dei soldi per visite mediche, medicinali (come ho esposto), figuriamoci per perizie psichiatriche e psicologiche, che ovviamente hanno lo scopo di revocarli. Ho consegnato le perizie al mio avvocato di fiducia, il quale le ha allegate alla richiesta di revoca dell’amministrazione di sostegno. Ebbene, con quale esito? Ho ottenuto la revoca? No, la mia amministratrice ha chiesto alla giudice di nominare un perito giudiziale, nel cosiddetto ruolo di CTU. Non gradisce le perizie che mi valutano assolutamente normale; ci tiene a continuare a farmi da angelo custode. La giudice l’accontenta. Mi fissano un’altra udienza, alla quale mi dicono che non occorre che io sia presente, e assegnano questo compito, cioè di decidere della mia vita, al dr. Capodieci del Centro di salute mentale della Maddalena. Arriviamo all’udienza, fissata alle ore 9. Ovviamente mi presento, perchè mai dovrebbero decidere della mia vita in mia assenza? All’ora stabilita la porta della giudice Fanelli è chiusa. La segretaria del mio avvocato mi dice che probabilmente dentro c’è il dr. Capodieci per il giuramento. Dopo lunga attesa suono; dentro non c’è nessuno. Verso le 9.30 fuori della porta si crea un piccolo affollamento. Alle 9.45 arriva la giudice, apre l’ufficio e si crea un andirivieni delle persone che erano in attesa. Lentamente, a spizzico, l’avvocatessa Fontanot, arrivata dopo la giudice (lei era informata?), mi spiega. Visto che ci sono anch’io! Ecco cosa decidono per me. Il dr Capodieci ha rifiutato l’incarico; mi dicono perchè già mi conosce. Cosa significa? Se già mi conosce, che è vero, perchè non testimonia che sono “normale”? Lui lo sa benissimo, mi aveva addirittura suggerito anche lui di chiedere la revoca. Forse veniva ingaggiato solo se dichiarava che sono matta? Hanno proposto l’incarico a un altro psichiatra, il dr Ottolenghi; il quale mi risulta aver lavorato per decenni alla clinica psichiatrica. Il dr Ottolenghi ha rifiutato. Allora l’avvocatessa Fontanot ha detto che ne dovranno trovare un altro. Sembra proprio che non voglia perdere la sua beneficiaria, che sono io. Troppo buona. Custodisce accuratamente i miei soldi in modo che io non possa scialacquarli in medicinali e beni di prima necessità. Pongo ora pubblicamente alcuni interrogativi ai quali persone più qualificate di me forse troveranno risposta. Perché la mia amministratrice deve impegnarsi a “trattenermi” in tutti i modi? Perché per la giudice Fanelli non hanno valore le perizie di due professionisti? Quando l’avvocatessa Fontanot troverà un perito che mi dichiarerà matta, avrà maggior valore delle perizie che ho consegnato alla giudice Fanelli? Perché il signor P. che ha ucciso il fratello a coltellate nel 2009 può andare libero e non sarà mai chiamato in tribunale, grazie alle perizie degli psichiatri Ottolenghi e Marsili, e io continuo a essere condannata senza aver mai compiuto alcun reato? Se anche fossi matta, ma so gestire le mie cose meglio di molti avvocati che fanno gli amministratori di sostegno, perché la giudice vuole farmi amministrare da un’estranea? Dal momento che a Trieste questi celebri psichiatri sono paladini della riforma Basaglia, perché lo psichiatra Riolo del csm della Maddalena ha fatto una segnalazione anni fa al tribunale per farmi togliere i diritti che Basaglia ha fatto restituire ai matti? E perché il suo collega Capodieci non ha voluto o potuto testimoniare quello che già sa, da anni? Perché si vuole impedire con ogni mezzo che una persona riacquisti i suoi diritti, e si rende così l’amministrazione di sostegno una condanna a vita? Perché infine non si sottopongono l’avvocatessa Fontanot e la giudice Fanelli ad accertamenti per l’ingiustificato accanimento che stanno dimostrando in questo modo nei miei riguardi? Alba Giacomelli * * * I meccanismi giudiziari possono essere macchinosi e complessi, ma la disattenzione alle necessità immediate di persone in difficoltà non è mai giustificabile, ed ancor meno quando le difficoltà sono imputabili anche a decisioni dell’autorità giudiziaria (pur di diverso giudice) che si sono dimostrate quantomeno discutibili e certamente non sufficientemente o male verificate nei presupposti. La riparazione degli errori è notoriamente efficace quanto più è rapida in proporzione allo stato di bisogno: bis dat qui cito dat.

Il Tuono 9 ottobre 2010. Amministratori di sostegno Trieste, 2 ottobre – Un pensionato fa lo sciopero della fame perché gli è stato assegnato un amministratore di sostegno che gestendogli i soldi gli impedisce di prendersi le poche soddisfazioni che possono ancora dargli quel po’ di felicità che è diritto di ognuno. Altra stampa ci ironizza sopra. Ma in realtà si tratta di un problema d’esercizio o violazione di diritti fondamentali, che riguarda un numero crescente di persone anziane. E la pretesa di metterle senza necessità assoluta sotto il controllo di terzi è un progetto sostanzialmente ideologico, sul quale stiamo acquisendo documenti chiarificatori indubitabili, che pubblicheremo quanto prima. Ho avuto l’occasione, purtroppo, di conoscere altri casi che mi sembrano di abusi avvenuti qui a Trieste nelle amministrazioni di sostegno, ma anche in almeno un caso di tutele. Se desiderate posso mandarvi le informazioni che possiedo. Pare anche che alcuni dei giovani avvocati ai quali sono state affidate le amministrazioni di sostegno ne ano cumulate addirittura decine a testa, in tribunale ho sentito dire addirittura una cinquantina, e se come nel caso che avete citato nell’ultimo o penultimo numero si prendono 7.000 euro annui per ciascuna diventa una rendita considerevole. (lettera firmata)

- Grazie, tutte le informazioni ci saranno senz’altro utili per il seguito nella nostra inchiesta, e potremmo inoltrarle come le altre anche agli Organi inquirenti.

Il Tuono - 11 settembre 2010 Amministratori di sostegno. Il sottoscritto A.d.S. Marco Marcon chiede scusa nel voler rubare nuovamente spazio prezioso a questa rubrica, ma vi si trova costretto a causa dell’ironia fuoriluogo degli avvocati autori della missiva pubblicata sul n. 5. Il sottoscritto si definisce “indipendente, in quanto non iscritto o collaborante con organizzazioni o enti sociali quali i patronati, sindacati, associazioni di consumatori; né tantomeno facente parte di studi legali. Invece di sbeffeggiare il sottoscritto, farebbero meglio a preoccuparsi, del crescente degrado della professione forense a Trieste. Nella quale non di rado la deontologia professionale lascia il posto ad una squallida ricerca di vantaggi personali anche ai danni dei propri clienti. È doveroso informare l’opinione pubblica (cosa che questa testata libera fa correttamente) che il giudice tutelare nomina guarda caso un avvocato o praticante tale in caso di conflitti tra parenti. Ma sulla nomina dell’avvocato e di un eventuale protutore ci sono in alcuni casi, parecchie anomalie. La nomina di un legale poi, porta alle volte ad una secretazione pressoché totale nei confronti dei parenti esclusi. Sul fatto che questo sia uno stato di diritto, forse è meglio sorvolare (vedi leggi ad personam). È ovvio che le leggi vengono fatte rispettare dalla magistratura e dalle forze dell’ordine e da altri pubblici ufficiali, ma non certo dagli avvocati, che rimangono soggetti privati. E se questo fosse uno stato di diritto, molti di più sarebbero già stati radiati dall’albo. Tengo inoltre a precisare che al sottoscritto, non interessa farsi leggere, ma segnalare un certo malcostume in questo settore, spiacente per voi ma regolarmente documentato. In merito poi all’affermazione che tutti i magistrati locali sono sempre stati pronti a sventare gli abusi, scusate ma per esperienza diretta sarebbe stato più opportuno a mio avviso usare il tlermine alcuni. Inoltre dallo scritto si evince che in sostanza secondo quegli avvocati, tutti gli A.d.S. non-avvocati sarebbero degli incapaci se non peggio, mentre loro sono tutti bravi e onesti. Un’immagine alquanto semplicistica che non fotografa di certo la realtà, fatta si di avvocati onesti, ma anche di avvocati disonesti, così come ci sono A.d.S. e tutori non avvocati onesti e altri che si approfittano della situazione e della mole di lavoro alla quale il tribunale è sottoposto con la mancanza di mezzi e personale. In merito agli indennizzi a favore di chi svolge questo compito la differenza sta nel fatto che se non sei avvocato forse otterrai il rimborso del trasporto pubblico perché lo fai per un parente o amico perché sei un pensionato, quindi hai tempo da perdere: vuoi mettere un avvocato, che “deve” sottrarre tempo alla sua attività. Infine sull’affermazione c che gli avvocati non si sottraggono agli uffici ai quali sono chiamati: forse perché sono praticanti, quindi non possono rifiutarsi, oppure scaricano il peso dell’amministrazione e/o tutela sui famigliari (ladri e incapaci),inviando la propria segretaria al disbrigo di questa o quella pratica burocratica per il beneficiario. E a questo punto mi chiedo chi è realmente tale, l’avvocato o il beneficiario stesso. Ovviamente il sottoscritto è sempre disponibile ad un libero scambio di opinioni sull’amministrazione di sostegno e tutela a Trieste anche in un’altra sede, ma dubito fortemente che lorsignori avranno il coraggio di accettare. Marco Marcon - Amministratore di Sostegno

- Ne dubitiamo anche noi.

Testo interrogazione a risposta scritta. Atto a cui si riferisce: C.4/08693 [Relazione fiduciaria tra beneficiario e amministratore di sostegno]. Atto Camera seduta mercoledì 22 settembre 2010. Seduta n. 372. Delia Murer. - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:

la legge n. 6 del 2004 norma la figura dell'amministratore di sostegno, fissando il diritto per una «persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi», di essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio;

la norma prevede che il beneficiario conservi la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l'assistenza necessaria dell'amministratore di sostegno e che questi nello svolgimento dei suoi compiti deve tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario;

la norma tutela il beneficiario prevedendo che gli atti compiuti dall'amministratore di sostegno in violazione di disposizioni di legge, od in eccesso rispetto all'oggetto dell'incarico o ai poteri conferitigli dal giudice, possono essere annullati;

risulta che molti Amministratori di sostegno lamentino enormi difficoltà burocratiche in ordine allo svolgimento del loro mandato, soprattutto nel rapporto con gli istituti di credito;

nello specifico molte banche, nell'aprire un conto corrente specifico per l'amministratore di sostegno di un soggetto beneficiario, rifiutano la concessione della carta bancomat, negano l'accesso al banking on line, e consentono prelievi solo direttamente allo sportello e previo sblocco del conto con una nota giustificativa scritta sull'uso del denaro;

tali procedure vengono giustificate con la necessità di una gestione rigorosa dei beni del beneficiario, onde evitare contestazioni dello stesso o dei suoi eredi, al fine, al tempo stesso, di proteggere il patrimonio da eventuali azioni di annullamento degli atti;

questa rigidità, di cui peraltro non si trova ragione nel dettato normativo che crea tutti i presupposti nella relazione di fiducia tra beneficiario e amministratore di sostegno, crea non pochi problema nella gestione quotidiana di una relazione che già presenta le sue ovvie criticità;

nello specifico, tali vincoli sembrano davvero eccessivi rispetto a relazioni beneficiario-amministratore di sostegno basate spesso su vincoli parentali e talvolta su assenza totale di patrimoni, laddove i movimenti economici sono relativi alla

sola fruizione di sussidi e indennità utilizzate esclusivamente per il benessere e il sostentamento del beneficiario -:

dal Ministro se sia a conoscenza dei casi di critica gestione delle procedure burocratiche tra gli amministratori di sostegno e gli istituti bancari e se non ritenga necessaria un'iniziativa normativa o esplicativa della corretta applicazione del dettato normativo della legge n. 6 del 2004, aprendo, almeno per le situazioni di grosso disagio economico e di assenza di grandi patrimoni, la possibilità di una gestione meno burocratica e più fluida della relazione fiduciaria tra beneficiario e amministratore di sostegno. (4-08693)

Quando il femminicidio inventa mostri....Di Riccardo Ghezzi, il 8 maggio 2014 su qelsi.it. Pubblicato da Giulio Celso a il il 8 maggio 2014 comeulisse.blogspot.com. In tempi di “femminicidio” è facile sbattere il mostro in prima pagina. Ancora prima di essere giudicato da un tribunale, Luigi Corrias fu definito dalla stampa come un ingegnere che “per anni ha fatto subire alla madre ogni tipo di angherie”. Un mostro che “le ha impedito pure di mangiare”, l’ha “schiavizzata” e addirittura le ha “fratturato una mandibola” durante una lite. Ma non era vero. In realtà avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio come non ci fossero prove delle accuse a carico dell’uomo, la cui vita e reputazione è stata rovinata. Luigi Corrias, difeso dall’avvocato Giuseppe Caccamo del Foro di Genova, ha patito un lungo periodo di detenzione nell’inferno del Carcere di Marassi finché il 20 gennaio 2014 il Tribunale di Genova, presieduto dal Dott. Marco Panicucci, ha assolto l’imputato perché “I fatti non sussistono”. In sintesi questi i fatti emersi dal processo. Luigi Corrias vive da sempre ed assiste la madre, malata di tumore, che rifiutava le terapie tra infinite difficoltà. La madre è una donna anziana che ha sempre trascurato gravemente la propria salute. Il male le fu scoperto dopo un drammatico ricovero per una pancreatite che rifiutava di curare e che la stava uccidendo. All’inizio l’unica cura prescrittale fu il biglietto da visita dell’associazione per le Cure Palliative Gigi Ghirotti, escludendo qualsiasi terapia pure prevista dai protocolli terapeutici. Luigi Corrias ha lottato per la salute di sua madre mettendo a punto, con il consulto di oncologi qualificatissimi, uno schema terapeutico efficace. Non solo, questa tragedia avveniva in quella che gli inquirenti hanno definito una famiglia “conflittuale”: congiunti che lo avevano ammonito, sostenendo che fosse il figlio responsabile e che non dovesse fare richiesta di cure strampalate. Consapevole di trattare una situazione esplosiva, Luigi Corrias ha intrapreso la sua lotta su due fronti: mettere a punto le cure più efficaci ed approdare ad un Giudice Tutelare che avrebbe dovuto affidare la madre ad una figura di tutore, in maniera tale che fosse garantita da buone leggi, protetta da se stessa e dai conflitti famigliari. L’udienza si concluse disastrosamente. Senza la tutela di un buon avvocato famigliarista, male assistiti dai servizi sociali, sono stati “lavati i panni sporchi in piazza”. Il Giudice Tutelare non ha saputo interpretare la situazione ed ha respinto l’istanza lasciando scoperta una situazione esplosiva. Pochi giorni dopo l’udienza, la mamma rifiutava la visita oncologica di controllo e per convincerla a farsi visitare è stato necessario chiedere l’intervento di sacerdoti, amici di famiglia, il medico.  I congiunti hanno poi praticamente sequestrato la madre, impedendo ogni contatto e portandola per ritorsione a denunciare Corrias. La denuncia è andata avanti ed il PM Walter Cotugno ha chiesto l’arresto circa un anno dopo. La madre era rimasta senza cure durante la permanenza dei parenti, il male era riesploso ed il Corrias si è dovuto raccomandare ai Carabinieri che lo arrestavano, affinché qualcuno la seguisse per la chemioterapia che doveva effettuare nei giorni successivi. Luigi Corrias è stato indagato, mentre si trovava nel Carcere di Marassi, dalla Dott.ssa Adriana Petri, il gip, la prima persona che cercando le ragioni della colpevolezza ha trovato le prove della sua innocenza. Gli indizi gravi che hanno giustificato l’arresto erano privi di qualsiasi fondamento: “Gli inquirenti non hanno letto le carte e hanno confuso il mio nome con quello di un parente, paziente psichiatrico pluripregiudicato, oltre ad aver dato retta alle calunniose dichiarazioni dei congiunti ed alle dichiarazioni incoerenti della mamma” sostiene Corrias. Nessuno durante le indagini si è mai neppure reso conto che è impossibile procurare lesioni ad una malata di cancro che viene sottoposta a continui esami medici senza lasciare tracce. Durante il processo l’anziana madre ha rilasciato numerose dichiarazioni contraddette dai fatti ed ha addirittura lamentato lesioni che la certificazioni mediche hanno dimostrato inesistenti. Una perizia ha certificato che Luigi Corrias è sano di mente, privo di significativi disturbi della personalità, capace di intendere e volere e quindi imputabile. Lo psichiatra che lo ha visitato, il dott. Gian Luigi Rocco, è il medesimo specialista che ha visitato Donato Bilancia, Stefano Diamante, Katerina Mathas. Dopo la scarcerazione, una istanza restrittiva impediva al Corrias di riavvicinarsi a casa e contattare la mamma. Una volta assolto, Luigi Corrias avrebbe finalmente potuto tornare a casa, riprendersi professionalmente e rivedere la madre. Ha trovato però la proverbiale porta di legno: da gennaio la madre è praticamente scomparsa e sono stati disdettati in pochissimi giorni affitto, utenze gas, luce ecc. Luigi Corrias vive dei risparmi di una vita fatti di lavori a tempo determinato. Non vi è lavoro a Genova ed addirittura i suoi computer, strumenti del suo lavoro con inestimabili ricordi che erano stati sequestrati, gli sono stati restituiti sfasciati. “Sto cercando disperatamente mia madre che è sempre più confusa e malata. Temo sempre possa succedere qualcosa a causa della malattia. L’angoscia che nel carcere diventa residenza, luogo che ti circonda e ti costringe sempre, adesso da libero ed assolto me la porto dentro continuamente. Passo dei momenti terribili. Vorrei che la gente sapesse cosa succede nell’Inferno di Marassi. Vorrei che i miei parenti lo ripetessero ora che sono il figlio responsabile” commenta oggi Corrias.

‎Facebook Luigi Corrias‎ a Trio Medusa il 10 dicembre 2014. Mi chiamo Luigi Corrias e sono stato arrestato due anni fa per violenza domestica ho patito un lungo periodo di detenzione nell’inferno del carcere di Marassi e lo scorso gennaio sono stato assolto, in primo grado, perché i fatti non sussistono. Tutto quello che racconto può essere assolutamente provato da fatti emersi durante un processo. Vivo da sempre con mia madre, oggi una anziana difficilissima malata di tumore che ha sempre trascurato gravemente la propria salute. Il male le fu scoperto dopo un drammatico ricovero per una pancreatite che rifiutava di curare e che la stava uccidendo. Ero, non fraintendetemi, quasi contento che si ricoverasse perché un medico mi aveva spiegato che viveva di rendita dopo questi ricoveri. Per spiegare quanto fosse difficile da trattare la mamma racconto un breve episodio: durante l’attesa degli esami per confermare l’esito del tumore la mamma, allo scopo di non farmi preoccupare, aveva firmato una nota che io non fossi informato delle sue condizioni di salute. La mamma diceva che venivo a trovarla e mezzogiorno e faceva caldo e se non venivo non sudavo e non mi sarei raffreddato…Nessuno, nonostante l’obbligo di informare il paziente delle sue reali condizioni di salute in maniera comprensibile, aveva spiegato alla mamma che cosa le stesse succedendo. La notizia della malattia le fu data dopo il rifiuto di sottoporsi alla prima flebo di chemioterapia. I medici esasperati l’aggredirono verbalmente e le dissero che se non si curava aveva sei mesi di vita. La mamma compresa alla fine la situazione e pianse per tutta la notte...All’inizio l’unica cura prescritta per il cancro fu il biglietto da visita dell’Associazione Gigi Ghirotti, escludendo qualsiasi cura pure prevista dai protocolli terapeutici. Alla richiesta di una visita con il primario mi fu risposto con cattiveria: “Che cosa vuoi che ti faccia il primario?” Per il tumori non esiste ancora una soluzione definitiva: il farmaco da banco...Esistono diverse terapie che possono diventare più o meno efficaci a seconda dell’intelligenza del medico che le applica. Considerata la complessità della situazione ho fatto visitare la mamma da diversi oncologi qualificatissimi che hanno messo a punto uno schema terapeutico efficace. Una via crucis che è ben nota a molte persone che vengono colpite da questa tragedia. La mamma rispose meravigliosamente alle cure. Auguro a tutti i malati ed ai loro parenti di avere una gioia del genere. La mamma come ho accennato è una anziana difficilissima rifiuta le terapie e sarebbe diventato una vera impresa solo sottoporla alle visite periodiche di controllo. Esami medici terribili, a volte falsi allarmi o false speranze, che alla fine diventano una sentenza di morte. Questa tragedia avveniva in quella che gli inquirenti hanno definito una famiglia “conflittuale”: contatto i miei parenti, alcuni veri pazzi criminali, per informarli della situazione e cercare un aiuto ed una pacificazione. Mi ammoniscono sostenendo che sono il figlio responsabile e che non dovevo andare a rompere le palle con le mie richieste di cure strampalate. Queste scenate venivano fatte anche in corsie d’ospedale dove la gente moriva o soffriva tremendamente. Per sfottermi mi viene ripetuto: “Che cosa vuoi che ti faccia il primario” e tante altre cattiverie o idiozie. Mi trovo incastrato tra mia madre, il cancro, l’infinita sofferenza per la malattia di mia madre e la sua possibile morte, i miei parenti e cerco una via d’uscita, un punto di equilibrio. La soluzione che trovo è mettere a punto le cure più efficaci ed approdare ad un Giudice Tutelare che avrebbe dovuto affidare mia madre ad una figura di tutore, in modo da renderla gestibile, garantita da buone leggi, protetta da sé stessa e dai conflitti famigliari. Ritengo che questa mia iniziativa sia la via da seguire, la soluzione, per tutte le persone coinvolte in queste tragedie. L’udienza con il Giudice si concluse disastrosamente. Senza la tutela di un buon avvocato, male assistito dai servizi sociali, commetto una serie di gravi errori e “lavo i panni sporchi in piazza”. Il Giudice Tutelare non ha saputo interpretare la situazione ed ha respinto l’istanza lasciando scoperta una situazione esplosiva. Ritengo che la principale responsabile della tragedia che sto vivendo sia appunto quel Giudice tutelare che non mi ha consentito di parlare, non ha letto le carte che presentavo e le ha addirittura inviate ad un Pubblico Ministero...Ritengo che il carattere di elevata pericolosità sociale che mi fu attribuito nel primo mandato di cattura sia senza dubbio da riferire a quel Giudice. Per questa vicenda sono stato sottoposto a diversi interrogatori, anche durissimi, in carcere e fuori, ho subito arresti ma nessuno mi ha trattato con la negligenza di quel Giudice tutelare! Ho paura ogni volta che penso che questa persona quotidianamente da udienza e tenta di risolvere tragedie analoghe alla mia. Tutti i problemi che denunciavo sono diventati capi di imputazione contro di me! Avevo presentato diversi fascicoli: in uno parlavo di un mio parente, un pazzo criminale. Gli inquirenti non hanno letto le carte e mi hanno confuso con lui affibbiandomi i suoi precedenti. Addirittura durante il processo un Pubblico Ministero continuava ad accusarmi agitando quelle carte con un nome diverso dal mio e chiedendo al Giudice di farmi tacere mentre io, costretto al banco degli imputati neppure fiatavo. Il Pubblico Ministero ha richiesto che questo parente, pazzo criminale, venisse a testimoniarmi contro mentre era detenuto per estorsione! Ancora un episodio: Dietro mio interessamento assisteva la mamma un tale che millantava di essere Assistente domiciliare del Comune di Genova. Questo tale faceva promesse a vanvera e creava scenate estremamente penose.

Ricordo ad esempio che mi urlava contro che era inutile che mi dessi tanto da fare tanto la mamma sapeva che doveva morire. Ho portato dal giudice il numero di cellulare dello psicologo che seguiva questo tale, lettere di personalità del sociale che mi dicevano che facevo bene a tutelare mia madre da quello che poteva essere un millantatore malato, lettere del Comune di Genova che confermavano che questo tale era uno sconosciuto. In carcere mi venne notificato che, tra i numerosi capi di imputazione, avevo anche allontanato questo sedicente “Assistente domiciliare” del Comune di Genova. Il Giudice Tutelare riuscì anche a scrivere: “In vista di eventuali peggioramenti della mamma..” come se il cancro fosse una malattia dell’infanzia e non dovesse mai più ripresentarsi…Riuscì a Dimenticare una neoplasia. Pochi giorni dopo l’udienza, la mamma fatalmente rifiutava la visita di controllo e per convincerla a farsi visitare è stato necessario chiedere l’intervento del sacerdote, amici di famiglia, ed il medico curante che, alla fine, ha risolto la situazione. È facile immaginare la mia esasperazione. C’è stata poi una lite ed i miei congiunti hanno praticamente sequestrato mia madre, impedendo ogni contatto e portandola per una pazzesca ritorsione a denunciarmi. Hanno portato una vecchia di 80 anni che rifiuta di curarsi il cancro in una caserma dei Carabinieri, a denunciarmi che lo sto rovinando la vita con le medicine! La denuncia è andata avanti ed un PM ha chiesto il mio arresto circa un anno dopo. hanno dato retta alle calunniose dichiarazioni dei congiunti che temevano eventuali azioni del Giudice Tutelare ed hanno dato retta alle dichiarazioni incoerenti della mamma anziana difficilissima che malediceva me ed i medici che l’hanno in cura. Per avere notizie della mamma in quell’occasione dovetti denunciare la scomparsa di persona. Mia madre rimase senza cure adeguate durante la permanenza dai parenti e, con buona pace del Giudice Tutelare, il male riesplose ed io mi sono dovuto raccomandare ai Carabinieri che mi arrestavano, affinché qualcuno la seguisse per la chemioterapia che doveva effettuare nei giorni successivi. Elenco brevemente molte prove della mia innocenza immediatamente a disposizione degli inquirenti che avrebbero potuto risparmiarmi l’arresto. Avevo inviato al Giudice tutelare un certificato medico che diceva che la mamma rifiutava le terapie ed aveva bisogno di sostegno psicologico per i conflitti tra i famigliari. Questo documento rimase ignorato. Durante le prime indagini nessuno tra le Forze dell’ordine si è mai neppure reso conto che è impossibile procurare lesioni ad una malata di cancro che viene sottoposta a continui esami medici senza lasciare tracce. Noto che il capitano della Stazione dei Carabinieri che ha proceduto al mio arresto mi confidò che suo padre era mancato di leucemia a 59 anni ma, procedendo con le indagini su indicazioni del PM, non gli è venuto in mente di richiedere la documentazione medica. Sarebbe stato sufficiente vedere i certificati medici ai medici per provare ancora una volta la mia innocenza. Mi hanno anche accusato di essere stato paziente per anni in un Centro di Salute Mentale. Ho dovuto provare che durante quel periodo ero un brillante studente universitario quindi non potevo essere in preda ad un grave esaurimento nervoso ed io ho poi scoperto in carcere che il Centro di Salute mentale indicato nel Mandato di cattura nemmeno esiste! Mi fu spiegato da una psicologa molto gentile invitandomi a considerare che la verità sarebbe emersa. Hanno interrogato una vicina di casa che io invitavo per tenere compagnia alla mamma ed a me e che veniva a fare le iniezioni. Ha detto che ero una persona molto gentile e premurosa e che sul corpo della mamma non vi erano tracce di alcuna lesione. Potrei continuare a lungo. Per queste ragioni ero un soggetto di elevata pericolosità sociale, un pericolo pubblico che meritava l’arresto! Mentre mi trovavo nel Carcere di Marassi il Giudice Istruttore, un inquisitore terribile è stata la prima persona che cercando fanaticamente le ragioni della colpevolezza ha trovato le prove della mia innocenza. Alla fine quando non sapeva nemmeno più di cosa accusarmi mi ha contestato che scaricavo film da internet! Per potere essere ascoltato, per ripetere ancora come stavano davvero le cose le cose ho dovuto essere indagato in carcere! I giornali cittadini mi danno spazio e scrivono cose assurde esaltando il mandato di cattura: “Ingegnere schiavizza la madre, gli rompe la mandibola” è così via. Per quanto mi riguarda ho assistito a come si svolgono i fatti, a come i fatti possono essere stravolti in tribunale ed ancora sui giornali. Il risultato di questo processo è l’inferno del carcere italiano. Vorrei potere raccontare che cosa succede nell’inferno di Marassi e che cosa soffrono i detenuti che spesso poi sono solo dei disgraziati o addirittura persone innocenti come il Dott. Antonio Vozza il mio compagno di cella. Accenno solo ad alcune cose che ho visto di persona: Lo Stato Italiano viola l’articolo 27 della sua Costituzione e quello che nel nostro tempo sono definiti “Diritti Umani”, il trattamento riservato alla popolazione detenuta spesso non ha nulla da invidiare a quello veniva riservato nei Lager nazisti, nei Gulag o nelle moderne carceri americane di alta sicurezza Abu Grahib e Guantanamo. Vittime non sono solo i detenuti, dei quali non importa a nessuno, ma anche gli agenti di Polizia Penitenziaria: Vi sono tra queste persone figure eccezionali, come l’ispettore del Sesto braccio del carcere di Marassi, criminali aguzzini che non hanno nulla da invidiare ai delinquenti che custodiscono e moltissime persone per bene che, costrette in quell’inferno, si suicidano. I caduti della Polizia Penitenziaria non sono gli agenti vittime dei detenuti ma gli agenti medesimi vittime del Sistema Penitenziario. Le cure mediche in carcere sono impartite in maniera assolutamente approssimativa, ritengo anzi che spaventare i detenuti con diagnosi approssimative faccia parte della pena. Personalmente mi fu riscontrato un difetto cardiaco congenito che una volta libero risulta inesistente. Un detenuto in preda ad ischemia non venne soccorso perché il medico immagina che fingesse per essere scarcerato. Vengono somministrati psicofarmaci per reggere l’incubo della prigionia senza alcun vero criterio medico. Il risultato è che i detenuti, solo per questo motivo, sono ridotti in condizioni disumane. Ho riflettuto che sarebbe sufficiente costringere i delinquenti ai moderni psicofarmaci piuttosto che alla detenzione per distruggerli e punirli a sufficienza. La medesima psicologa che con me era molto gentile, per verificare il ravvedimento del mio compagno di cella, il Dott. Antonio Vozza e concedergli il permesso di vedere la moglie lo prendeva a schiaffi spingendolo a confessare finalmente delitti che non aveva commesso. Lui la invitava a non bestemmiare e subiva l’aggressione con una dignità che probabilmente io non sarei stato capace di mantenere. Dopo un mese di detenzione sono passato ai domiciliari proprio nell’abitazione del parente pazzo criminale che mi ha ridotto alla fame e torturato. Ho perso un controllo dei Carabinieri e sono stato processato per direttissima venendo assolto perché i fatti non sussistono. Sono stato rinchiuso in una camera di sicurezza per circa una giornata. La camera di sicurezza è una delle numerose torture offerte nelle prigioni italiane: un luogo blindato, assolutamente spoglio e sempre illuminato reso ancora più alienante dal continuo e monotono ronzio dell’aria condizionata. Ho compreso perché la gente in un luogo di quel genere, spinta dalla solitudine inizia a parlare da sola o con gli insetti che immagina di trovare. I carabinieri che procedevano al mio fermo sono stati gentilissimi ed estremamente corretti ma uno di questi mentre mi veniva offerto l’unico pasto decente della mia detenzione mi diceva che dovevo mangiare tutto entro cinque secondi contandoli. Mancavano solo quattro giorni alla scadenza della mia carcerazione preventiva ma sono stato arrestato nuovamente! Un altro giudice per le indagini preliminari, mentre il titolare della mia inchiesta era in ferie, aveva preso in mano il mio fascicolo privo dell’assoluzione per l’evasione. Anche in questa occasione un giudice per le indagini preliminari non ha letto le carte. Il risultato di questa criminale negligenza sono gli arresti privi di ragione. I carabinieri che procedevano al mio arresto non hanno contattato il mio avvocato che era andato in ferie. Ho protestato la mia innocenza in macchina e sono stato minacciato che mi sarebbero state messe le manette anche ai piedi e questa volta le mani mi sarebbero state bloccate dietro. Ho preferito tacere. Giunti a Marassi i Carabinieri dando l’ennesima prova di correttezza si sono raccom