Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2020

I PARTITI

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

 

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Beppe Grillo: Il Dottor Elevato.

I Grillini e l’Islam.

I Ministri a 5 Stelle.

La disintegrazione stellare.

Gli ex M5S.

Casta a 5 Stelle.

Il Nepotismo – Favoritismo Stellare.

I Conflitti d’Interesse.

La candidatura a punti.

I Finanziamenti a 5 Stelle.

Il Grillismo.

Pensioni d’oro e vitalizi. Noi siamo Noi.

La coerenza dei Grillini.

L’Onestà dei Grillini.

La Rimborsopoli.

Cinquestellopoli.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Lega Razzista Antimeridionalista.

Il Bossismo.

Fu Lega Nord Padania.

Salvini è Fascista.

Salvini è Comunista.

I Salviniani.

I Comunisti contro il Comunista Salvini.

Processate Salvini!

Giù le mani dalla Polizia…

La Questione Morale.

L’Onestà dei leghisti: altro che Roma Ladrona.

Moscopoli.

I 49 milioni.

Dio, Patria, Famiglia Spa.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Antropologia Comunista.

I Comunisti e la Chiesa.

I Comunisti ed il Nazismo.

Comunismo: quando il falso diventa vero.

La caduta del Comunismo.

Socialismo e scissioni.

Vocazione: Scindersi…

Il Poverismo.

La bella vita dei comunisti.

La Lega Padana Comunista.

Il Pd giustizialista figlio della sua storia.

I Sinistri Fratturati.

La sinistra e gli ebrei.

La Sinistra e le Donne.

Ramelli, lo Squadrismo Rosso ed il negazionismo.

Rizzo. L’Ultimo Comunista.

Il Zingarettismo.

Il Renzismo Junior.

Il Renzismo Senior.

I Renziani.

I Comunisti contro il Comunista Renzi.

Il Calendismo.

Emanuele Macaluso.

Ritratto di Giorgio Gori.

La storia della morte di Che Guevara.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici Terroristi.

Il Delitto di Vittorio Bachelet.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il ’68 nasce nel 1960.

Il Fumetto sul ’68.

 

 

I PARTITI

SECONDA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Lega Razzista Antimeridionalista.

Cesare Zapperi per il “Corriere della Sera” il 24 giugno 2020. «Non esiste che al mio fianco ci siano persone che non credono nell'autonomia o che abbiano anche solo il minimo dubbio». Luca Zaia declina così l'aut aut che Matteo Salvini ha intimato agli alleati di centrodestra per concedere il via libera ai candidati nelle Regionali di settembre.

Come farà ad esserne sicuro, presidente?

«Chiederò un impegno pubblico scritto - spiega il governatore leghista -. Candidarsi in Veneto significa impegnarsi per l'autonomia senza se e senza ma».

Gli alleati di Fratelli d'Italia, il partito di Meloni, non sembrano d'accordo.

«In Veneto hanno già votato per l'autonomia. In generale, direi che c'è chi arriva prima e chi arriva dopo, ma non capire che questo processo è irreversibile significa essere fuori dalla storia».

Addirittura...

«Volere bene al Paese non significa solo cantare bene l'Inno di Mameli e sventolare il Tricolore».

L'autonomia sarà inserita nel vostro programma?

«Non ce n'è quasi bisogno visto che è già scritta nella Costituzione. Si tratta solo di realizzarla».

Ne è sicuro?

«Luigi Einaudi nel 1948 sosteneva che bisogna dare a ciascuno la sua autonomia. E anche Luigi Sturzo si definiva unitario per federalista impenitente. Se lo dicevano loro che sono stati tra i padri della Patria, non vedo cos' altro dobbiamo aspettare».

Se ne parla da decenni, ma il tema non pare ancora largamente condiviso.

«Il problema è che a Roma, ma non solo, si continua a vedere l'autonomia come una sottrazione di potere. E invece è tutt' altro: un'assunzione di responsabilità».

C'è chi teme la moltiplicazione dei centri decisionali.

«Allora mettiamola così: l'autonomia è centripeta, unisce il Paese; il centralismo è centrifugo, spinge alla divisione perché ciascuno cerca la propria libertà».

Ma lei crede davvero che il traguardo sia vicino?

«Anche il Muro di Berlino sembrava inscalfibile. Eppure, il 9 novembre del 1989 un gruppo di ragazzi vi salì sopra e diede il via all'abbattimento. Ecco, il centralismo è il nostro Muro di Berlino, una gabbia che non ha più ragione di esistere e che non può più essere tollerata. Non lo dice Zaia, lo dice la storia».

Le resistenze ci sono, inutile nasconderselo.

«Sono di due tipi. Da un lato, c'è chi teme la sottrazione di potere. Sono i più beceri, i più dannosi. Dall'altro, chi vede nel federalismo un modo per mettere in discussione l'unità d'Italia. Ecco, inviterei questi ad aprire gli occhi e a non ragionare per pregiudizi».

Tipo quelli, che anche voi avete alimentato, del Nord che vuole staccarsi dal Sud?

«Le rispondo così: la Lega ha avuto il grande merito storico di porre il tema del federalismo. Il limite è stato consentire che se ne desse una lettura distorta».

Beh, certi slogan...

«Tutti siamo maturati, anche la Lega è cresciuta. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ogni partito ha avuto la sua evoluzione. Avete presente il passaggio da Pci a Pds a Ds a Pd?»

La Lega è diventata un partito nazionale. Adesso è più facile anche per voi parlare a tutto il Paese.

«Alimentare la divisione tra Nord e Sud non ha alcun senso. Anche il Meridione ha bisogno di affrancarsi dal centro. Se ci riesce aiuterà anche noi ad essere sempre più competitivi. Gli Stati che funzionano, guardatevi attorno, sono tutti federalisti».

Salvini ha perso smalto negli ultimi mesi. Non teme che questo possa avere ricadute nella battaglia per l'autonomia?

«Non penso proprio. La Lega non è in crisi, gli alti e bassi ci sono sempre stati. Noi abbiamo solo un modo di farci valere: rispondere con i fatti. Se Salvini ci aiuta a raggiungere l'autonomia si sarà guadagnato la nostra eterna riconoscenza».

Il ritratto del governatore. Chi è Luca Zaia, il Presidente leghista del Veneto che ha messo nell’ombra Matteo Salvini. Roberta Caiano su Il Riformista il 21 Settembre 2020. Solo pochi giorni fa il quotidiano francese Le Monde ha incoronato il governatore del Veneto Luca Zaia come ‘campione della Lega’, battendo di fatto il capo del partito Matteo Salvini. Un’intera pagina dedicata al ritratto del Presidente sembra aver trovato conferma nei risultati delle elezioni regionali, che hanno visto Zaia, 52 anni, rieletto per la terza volta alla guida della regione con una percentuale del 74,50 %. Il Doge, infatti, è al governo ininterrottamente dal 2010. Leghista della prima ora e anima della Liga Veneta, Zaia è il protagonista per eccellenza della battaglia per l’Autonomia e la sua gestione della pandemia da coronavirus in Veneto ha contribuito in maniera determinante al risultato finale.

CHI E’ – Originario di Bibano di Godega di Sant’Urbano, Luca Zaia proviene da una famiglia venetissima. Dal 1998 all’aprile 2005 è stato presidente della provincia di Treviso, nonché vicepresidente della giunta regionale del Veneto tra il 2005 e il 2008, con deleghe al turismo, all’agricoltura, allo sviluppo montano e all’identità veneta. Tra l’8 maggio 2008 e il 16 aprile 2010 ha ricoperto l’incarico di ministro delle politiche agricole alimentari e forestali nel governo Berlusconi. In questi due anni, Zaia ha documentato la sua attività con alcuni volumi tecnici editi dal Ministero. Sposato dal 1999 con Raffaella Monti, non è mai stato iscritto a nessun partito fino a quando non ha conosciuto la Lega di Umberto Bossi, il cui colpo di fulmine lo ha spinto ad aderire in età giovanissima. Nel 1998, con una campagna elettorale in cui la Lega Nord/Liga Veneta si presenta da sola, viene eletto Presidente della Provincia di Treviso diventando il governatore più giovane d’Italia per ben sette anni. Ma il tetto massimo della popolarità e dei consensi lo raggiunge nel 2010, quando viene eletto Presidente della Regione Veneto con il suo primo mandato, per poi essere riconfermato nel 2015. Le elezioni del 2020, però, sono la prova decisiva nella sua incisività di leader regionale con una vittoria schiacciante per il terzo mandato consecutivo.

ELEZIONI 2020 – La Lega, dunque, rimane un caposaldo in una regione come quella veneta, dove l’avversario del centrosinistra Arturo Lorenzoni ha ottenuto poco meno del 17 %. Ma questa volta Zaia si è presentato alle elezioni in una lista differente da quella del Capitano. La Lega, infatti, nel raggruppamento di centrodestra con Forza Italia e Fratelli d’Italia, ha presentato tre liste: Lega Salvini che fa riferimento a Matteo Salvini, Zaia Presidente è quella personale del candidato, mentre Lista Autonomia Veneta raccoglie una serie di amministratori locali. Come i risultati hanno dimostrato, la lista del governatore ha ampiamente stracciato anche quella della Lega Salvini con oltre 25 punti di scarto. Le voci che vedevano i due leghisti ai ferri corti sembrerebbero trovare riscontro nel ritratto che il quotidiano francese ha dedicato a Luca Zaia: “Forte di una eccellente gestione della crisi sanitaria mette nell’ombra il capo del suo partito, Matteo Salvini, di cui non condivide la linea estremista e antieuropea”, si legge nella descrizione del governatore. Infatti, soprattutto nella gestione della pandemia da coronavirus, dove il Veneto era in testa per numero di contagiati, il Doge ha guadagnato la fiducia dei suoi concittadini portando avanti i valori e gli ideali che hanno sempre contraddistinto il partito leghista, fino alla terza vittoria consecutiva. A smentire però la maretta tra Salvini e Zaia ci ha pensato il vicesegretario della Lega Lorenzo Fontana, il quale nel corso di una diretta durante le proiezioni delle elezioni ha affermato che “non ci sono problemi sotto questo punto di vista”. Anche se solo pochi giorni prima delle elezioni fu proprio Matteo Salvini ad incaricare Fontana di spedire una lettera agli oltre 400 segretari di sezione per raccomandare loro di far appoggiare la lista Lega Salvini e non quella di Zaia. “Nessuna scalata al partito, Salvini stia tranquillo”, aveva dichiarato dal canto suo Luca Zaia ai microfoni de la Stampa qualche mese fa. Eppure il timore che il successo crescente di  Zaia potrebbe non relegarsi ai soli confini del Veneto ma estendersi fino alla poltrone di segretario nazionale del partito, potrebbe così aver spinto la stessa Lega a dividersi e a confutare “l’avversario”. L’Autonomia, principio cardine della filosofia leghista, potrebbe infatti essere uno dei motivi dell’ascesa di Zaia creando così all’interno del partito un secondo polo, una Lega non solo sovranista che guarda a tutta l’Italia, ma radicata nei territori del Nord. Ma ora che Luca Zaia ha stravinto, cosa accadrà nella Lega? Probabilmente nulla nell’immediato, vista la capacità di entrambi i leader di mantenere una certa stabilità all’interno del partito. Ma forse, queste regionali, potrebbero portare a qualche riflessione in più a lungo termine.

Carlo Pavan, leghista a difesa dei benestanti: “Tutti pensano ai poveri, ma ai ricchi chi ci pensa?”. Redazione de il Riformista il 5 Giugno 2020. “Tutti pensano ai poveri, ma ai ricchi chi ci pensa?”. È una parte dell’intervento, diventato virale, del consigliere leghista di Udine Carlo Pavan. Il discorso, tenuto nell’aula consiliare della città friuliana lo scorso 18 maggio, è emerso sui social soltanto in queste ore, scatenando reazioni di ilarità. Pavan interviene e si lamenta della distribuzione dei fondi per l’emergenza: “Quando si parla di supporto non c’è equità sociale e ve lo dimostro. Parlano tutti di dare fondi ai poveri e ai ricchi che pagano l’Imu chi ci pensa? Ci sono anche i ricchi a Udine, non soltanto i poveri. È chiaro che sono classi da tutelare di più, quelle povere però la disparità di trattamento i democratici non la citano”. Il consigliere della Lega fa quindi un esempio: “L’altro giorno mi hanno detto che da Mediaworld c’erano 200 persone in fila per l’iPhone nuovo a 600 euro. Mi chiedo: ma questi sono davvero poveri o finti poveri?”. Il metodo per stabilirlo, secondo Pavan, è molto semplice: “Erano tutti con la tuta. Io non ho niente contro quelli che stanno in tuta, ma non erano certo in giacca e cravatta”. Al termine dell’intervento quindi l’esponente leghista si lascia andare anche ad una previsione: “Il 2020 è un anno bisestile. C’è stata l’acqua alta a Venezia, doveva arrivare il meteorite e poi c’è stato il coronavirus. Se dovesse arrivare qualche altra catastrofe e finiamo tutti i soldi, poi dove li prendiamo?”. L’intervento ha attirato diverse critiche. Enrico Bertossi, capogruppo di PrimaUdine. scrive sui social:”Al di là di ogni polemica politica credo in tanti anni di non aver mai sentito un intervento più vergognoso in consiglio comunale. Al netto delle corna e della pagliacciata dei guanti di colore diverso…. Vorrei capire perché il presidente non è intervenuto”. Critiche anche dal capogruppo del Partito Democratico in consiglio comunale, Alessandro Venanzi: “Ne ho visti di consigli in 12 anni, ma non si è mai toccato un livello così basso come in questa consiliatura”.

Lega, gli orfani padani infelici e confusi del nuovo corso. Pino Casamassima il 14 gennaio 2020 su Il Dubbio. Il sogno di separare il nord «con un bel muro all’altezza di Bologna» s’è tramutato nell’incubo di «prima gli italiani». Liliana Segre non parteciperà al convegno sulle nuove forme dell’antisemitismo organizzato dalla Lega per il 16 gennaio. «Ritengo – ha spiegato – che non si debba mai disgiungere la lotta all’antisemitismo dalla più generale ripulsa del razzismo e del pregiudizio che cataloga le persone in base alle origini, alle caratteristiche fisiche, sessuali, culturali o religiose». Della serie “a buon intenditor…”. In realtà, il “buon intenditor” Salvini ha indetto quel convegno più pro Israele che contro l’antisemitismo. «Lanceremo una grande campagna in difesa di Israele, perché i suoi nemici sono miei nemici» ipse dixit. Che l’antisemitismo non si coniughi d’emblée con Israele e la sua politica tout court, è un fatto, ma qui interessa un altro fatto: la scomparsa della Lega. E i conseguenti orfani. Sì, perché la Lega Nord è morta. Ora c’è la Lega di Salvini. Non una evoluzione della prima: proprio un’altra cosa, come ha sobriamente sottolineato col dito medio Bossi nel congresso che ha sancito il trapasso della sua creatura. La sua, quella di Bossi, era infatti la Lega che dava addosso a «Roma ladrona» e ai meridionali. Era il tempo in cui, guarito dalla giovanile infatuazione per il comunismo – rigorosamente padano, come il parmigiano – Salvini aveva scoperto la vocazione per il canto. Nel segno del comando bossiano, si esibiva sui minimalisti palcoscenici delle feste leghiste cantando «Senti… senti… senti che puzza… senti… senti… senti… arrivano i napoletani» come testimoniano un video e una condanna spuntata dalle carte del processo di Torino che lo vede imputato per vilipendio della magistratura. Sulle elezioni del 26 gennaio in Emilia Romagna, Salvini punta ( e rischia) parecchio relativamente al corso delle nuova Lega. Un corso che non vede l’assalto a quella che è storicamente percepita come la zecca rossa più che la zona rossa d’Italia da parte di un Carroccio che – dopo aver ampiamente sfondato sulla direttrice della autostrada A4 facendo leva su «Le ragioni del Nord» – tenta ora di intercettare un elettorato tradizionalmente di sinistra ( come quello di Sesto San Giovanni, ormai ex Stalingrado d’Italia). È una Lega diversa quella che vede lo scarrocciato partito di Salvini andare lancia in resta contro il bolscevico Stefano Bonaccini per sostituirlo con la pulzella di Bologna: quella Lucia Borgonzoni che – scarsa in geografia – compensa con una solida preparazione politica, come dimostrano le due leggi da lei avanzate sulle rievocazioni storiche e sui disabili. «Ma ci sono già quelle leggi» ha vociato qualche paesano. Vero, ma lei – come la ha insegnato la Bestia di Salvini – ripete le cose che «così diventano vere». A tentare l’intentabile, cioè la conquista della terra del liscio e dei tortellini, non è dunque la Lega “per l’indipendenza della Padania”, ma un altro partito che di uguale ha solo la dicitura Lega. Prova ne sia che pure la Borgonzoni ripete nei comizi «Prima gli italiani», slogan primario di questo nuovo partito. ( Ed è il meglio che le viene, quando è ammessa ai presidi del capo). Quello slogan è stato uno dei mantra dell’ultima adunata nel pratone di Pontida: quella che ha ufficialmente salutato la nascita di un partito – nazionale – di estrema destra. Il movimento – regionalistico di Bossi e Maroni non esiste più. Quello sosteneva pure una sorta di antifascismo militante. «Andremo a prendere fascisti uno per uno» tuonava il Bossi nei comizi in cui prendeva le distanze dagli italiani. «C’è forse qualche italiano qui in mezzo?» chiese con voce e modo rauco in un comizio a Maderno, sul Garda. Trovandomi lì per dovere di cronaca, stavo per alzare incautamente la mano quando mia moglie mi salvò dall’insano gesto. Nell’ultima edizione del festival di Pontida, i leghisti della prima ora hanno dovuto ingoiare nuove – irritanti – parole d’ordine: quelle poi risuonate nel recente congresso. All’ombra di Alberto da Giussano, sono cadute di nascosto le lacrime dei tanti orfani leghisti ustionati di illusioni. Il sogno di separare il Nord «con un bel muro all’altezza di Bologna» s’è tramutato nell’incubo di «Prima gli italiani». E il professor Gianfranco Miglio ( buonanima) è tornato quel Carneade che era prima d’incontrare Bossi. «Sono andato a Pontida anche quest’anno – dice un leghista della prima ora che incontro in Valsabbia, terra da numeri bulgari per la Lega di Bossi – ma non mi è piaciuto quello che ho sentito». Diciamola tutta: Salvini è un traditore che manco Iago. «Prima gli italiani? E tutti questi anni abbiamo scherzato, allora?». Poi c’è l’antifascismo, nel senso che non ce n’è più traccia, anzi… «Non è un mio problema. Non mi interessa niente di fascisti o comunisti – spiega l’ex dreamer della “padania libera” –. A me interessa che i miei soldi restino qui». L’orfano padano si sente insomma tradito da chi ha ucciso l’antico sogno di separare i destini della padania dal resto di un paese – tuttora – percepito come «terrone» da Bologna in giù. Il glorioso «non si affitta ai meridionali» degli anni 60 riapparso recentemente in più città del Nord lascia qualche speranza a chi si sente di dover praticare una sorta di resistenza attiva sul fronte della Lega «per la liberazione della padania». Cartelli che certificano una resistenza. La persistenza della filosofia leghista della prima ora. E chissà che un giorno – magari con il terapeutico aiuto del serensissimo Luca Zaia – Matteo Salvini possa rinsavire e tornare ai bei canti di un tempo contro i napoletani.

Bossi ricorda a Salvini cos’è la Lega: “Aiutiamo il Sud a casa loro, sennò straripa come l’Africa”. Redazione de Il Riformista il 21 Dicembre 2019. “Mi sembra giusto aiutare il Sud, mi sembra giusto, sennò se non li aiutiamo ‘a casa loro’ straripano e vengono qui. È un po’ come l’Africa”. Queste le parole di Umberto Bossi durante il suo intervento al congresso federale della Lega a Milano.

“L’Africa non è stata aiutata e – ha proseguito l’ex leader leghista – ci arrivano tutti addosso”. Dichiarazioni che hanno scatenato le risate dei presenti e il silenzio di Matteo Salvini. Il capo politico del Carroccio era seduto vicino a Bossi ma non è intervenuto né si è dissociato da quanto ascoltato. Le parole dell’ex Sanatur hanno scatenato l’indignazione degli abitanti del Sud Italia dove la Lega negli ultimi mesi è in forte ascesa. Un incidente diplomatico che non passerà inosservato.

Polemiche per la frase di Bossi sul Sud: “Straripano come l’Africa”. Laura Pellegrini il 22/12/2019 su Notizie.it. Infiammano le polemiche per la frase di Bossi sul Sud Italia pronunciata al Congresso della Lega: Matteo Salvini non è intervenuto in alcun modo. Umberto Bossi ha partecipato al Congresso della Lega insieme a Matteo Salvini nel quale è stato lanciato il nuovo Statuto che rinnova il partito. Tuttavia, l’ex leader del Carroccio è andato incontro a una serie di polemiche per una frase pronunciata contro il meridione della nostra penisola. Bossi, infatti, avrebbe detto: “Mi sembra giusto aiutare il Sud altrimenti straripano come l’Africa”. Salvini, invece, ha spiegato la questione con altri termini: “La nostra gente del Nord deve vivere tranquillamente e pagare meno residuo fiscale di 100 miliardi di euro”. La Lega ha cambiato il suo Statuto durante il Congresso tenuto a Milano sabato 21 dicembre. Matteo Salvini, insieme a Umberto Bossi e i suoi sostenitori hanno partecipato alla festa. Uno degli obbiettivi del partito è quello di rinnovare l’Italia e rappresentare tutti i cittadini. Anche per questo motivo, infatti, la denominazione è passata da “Lega Nord” a “Lega”, nonostante nella sede ufficiale appaia ancora la vecchia denominazione. Umberto Bossi, a tale proposito, ha suscitato grandi polemiche per una frase pronunciata contro il Sud Italia. L’ex leader del Carroccio, testualmente ha detto: al Sud “straripano e vengono qui. È un po’ come l’Africa”. Nel suo discorso avrebbe aggiunto anche: “Mi sembra giusto aiutare il Sud, mi sembra giusto, sennò se non li aiutiamo ‘a casa loro’ straripano e vengono qui”. “L’Africa non è stata aiutata e – ha aggiunto ancora l’ex leader leghista – ci arrivano tutti addosso”.

La mancata replica di Salvini. A molte persone, infine, non è sceso nemmeno il mancato feedback del leader leghista Matteo Salvini sulle parole del collega Bossi. Ma non si esclude un successivo commento magari sui social.

Salvini e i Terroni. Come la mettiamo con le parole di Bossi? Michel Dessi il 23 dicembre 2019 su Il Giornale. È il 23 dicembre, la vigilia della vigilia di Natale. Al suono della sveglia delle 07.00 ho aperto gli occhi e ho pensato: “è un giorno come gli altri. Si torna a casa e sarà il solito Natale.” Ipocrita. Come la gente che finge di volerti bene e ti saluta con grande affetto augurandoti “buone feste a te e famiglia”. Invece no. Non è un giorno come gli altri. È un bel giorno. L’unica Frecciargento Roma – Reggio Calabria arriva al binario 7. La banchina è affollata più del solito. Mamme, bambini, mariti. Passeggini e bagagli. Tanti bagagli. E giochi. Molti. Stranamente la Freccia 8345 parte puntuale. Alle 08.58. La chiamano freccia solo perché salta qualche stazione e tira dritto verso la Calabria. Risparmiando così un po’ di tempo. In realtà è un comune treno. Come quelli che ci sono al Sud. No, non è comodo come le freccerosse. Niente alta velocità. Si sa, il Paese è diviso in due. Spezzato da vecchi retaggi culturali e mala politica. Neanche i 5 stelle sono riusciti a cambiare le cose. E non ci riusciranno. Si illude chi pensa il contrario. “Prima la TAV!” Dicono. Perché regalare l’alta velocità  agli ‘ndranghetisti? Per farli arrivare prima a Roma o a Milano? Meglio evitare. Come se la ‘ndrangheta non fosse infiltrata bene in quei territori. È arrivata perfino in Valle D’Aosta. Come nel resto d’Italia. Il treno dei Terroni è pieno. I vagoni diventano casa, anche se per poco. Precisamente quattro ore e mezza. Il tempo di raggiungere la Nostra Terra. Il Meridione. I bambini sono felici. E la loro felicità è contagiosa. Si stupiscono per qualsiasi cosa. Loro non si lamentano. Sono tutti felici di tornare a casa, nella propria Terra. La Terra di Calabria. Bella e dannata. Maledetta dalla classe dirigente. Così la chiamano. A casa li aspettano le nonne, felici per l’arrivo dei nipotini che non vedono da tanto tempo. Il sugo sarà già sul fuco. Le polpette in forno. C’è un bambino accanto a me, avrà due anni, con due grandi occhi ghiaccio. È in braccio alla sua mamma. Elenca balbettando il nome dei nonni e degli zii. È felice. Felice di rivederli. Felice di viaggiare. Guarda fuori dal finestrino e indica il cielo. “Aturro”, dice. Gioca. Spensierato.  C’è chi legge e chi, assorto, guarda fuori dal finestrino. Il tempo scorre, come i pensieri. C’è chi ascolta musica e chi socializza. Chi si preoccupa per il proprio cagnolino e chi studia. Sono i migranti. Siamo i migranti. Li osservo e non posso che pensare ad Umberto Bossi, e alle sue ultime parole pronunciate al congresso federale della Lega. “Mi sembra giusto aiutare il Sud, mi sembra giusto, sennò se non li aiutiamo ‘a casa loro’ straripano e vengono qui. È un po’ come l’Africa”. Penso. E mi trattengo dallo scrivere. Poi mi ricordo del suo grande sogno “la Padania libera ed indipendente”. Per fortuna è infranto. Sono contento che Salvini abbia cambiato pelle alla Lega. Che abbia cancellato Bossi e i suoi compagni. Che abbia archiviato il rito dell’ampolla. Del partito fondato nel 1989 da Bossi resta solo il ricordo. Brutto. L’acqua del Po è evaporata e la boccetta di Bossi è stata riposta da Matteo Salvini per fare spazio al Presepe. Il verde lega si è sbiadito e il blu è dominante. Il simbolo cambia e il partito si evolve. Un partito che esiste in funzione del “capitano”. E, speriamo, negli interessi degli italiani. Anche dei Meridionali. Dei terroni.

Bufera su Umberto Bossi: “Aiutare il Sud a casa loro, altrimenti vengono qui come l’Africa”.  Redazione Bufale il 21 Dicembre 2019. Stanno facendo discutere molto le dichiarazioni di Umberto Bossi in occasione del congresso della Lega che si è tenuto oggi 21 dicembre, considerando la presa di posizione dell’ex leader del Carroccio su un tema delicato come quello del Sud. Da anni, infatti, Salvini sta provando a segnare un cambio di rotta del partito, al punto da cambiarne anche la denominazione. Si è passati da Lega Nord a Lega, nonostante le polemiche dei mesi scorsi sulla scritta presente all’ingresso della sede principale, ancora focalizzata sulla vecchia denominazione.

Cosa ha detto Umberto Bossi sul Sud davanti a Salvini. In particolare, oggi si torna a parlare di Umberto Bossi dopo alcune “imprese” di suoi figlio dei mesi scorsi, come avrete notato attraverso alcuni nostri approfondimenti. In particolare, l’ex trascinatore della Lega ha affermato che gli sembra giusto aiutare il Sud, altrimenti se non dovessero essere aiutati “a casa loro” ci sarebbe un rischio concreto. Citando testualmente quanto dichiarato dal diretto interessato, infatti, i meridionali “straripano e vengono qui. È un po’ come l’Africa“. Questo in sintesi quanto affermato Umberto Bossi nel suo intervento in occasione del tanto atteso congresso federale della Lega Nord a Milano. Rafforzando quanto affermato in precedenza, come ricorda Repubblica, “l’Africa non è stata aiutata e ci arrivano tutti addosso“. Un raffronto, quello di Bossi, che non è stato apprezzato né dai denigratori della Lega sui social, né da parte dei suoi sostenitori. Soprattutto considerando la recente crescita del Carroccio nel Mezzogiorno. Ad alcuni, non è piaciuta nemmeno la mancata replica di Salvini alle parole di Umberto Bossi, ma qui si entra in un campo che a noi non compete. Alla luce delle richieste che ci sono pervenute, possiamo solo far presente che le parole dell’ex leader della Lega siano a tutti gli effetti autentiche. Questo il video che sta circolando nelle ultime ore.

Bossi sproloquia e dalla Lega sghignazzi e silenzi. Pubblicato: 22 Dicembre 2019 da Paolo Di Marco su dedalomultimedia.it. Umberto Bossi sproloquia “giusto aiutare il sud ma a casa loro sennò straripano qui come gli africani” e tutti a ridere e a sghignazzare. Il senatur non stava bevendo un buon bicchiere di rosso in una bella e confortevole taverna padana accanto verdi amiconi di merende infarcite di lauree albanesi o fondi, per così dire, impropri. Stava tenendo il suo bel discorso al congresso federale della Lega Nord a Milano. Ed era proprio a fianco di Matteo Salvini preoccupato quest'ultimo solo di tasteriate l'ennesimo post senza alzare gli occhi dal video. Non è uno stupido ed ha capito immediatamente che il suo caro amicone padano gli stava propinando una bella insalata. Non si è unito ai sghignazzi, e questo gli fa onore al cospetto di tanti maleducati, ma non ha neppure risposto per le rime come avrebbe dovuto fare un vero leader nazionale. E questo per chi sta al sud e ancora di più per i leghisti meridionali dovrebbe essere una sorta di peccato mortale. Invece niente, nessuno si è sentito offeso, tutti hanno calato la testa supinamente. Ho cercato disperatamente una reazione leghista targata Sicilia o Enna; ho trovato solo una serie di firme su un documento #processatecitutti. Per il fango in faccia del “Senatur” nulla. Che schifo. Che schifo. Che schifo. Lo ripeto e lo scrivo tre volte ma non basterebbero mille volte. Non punto il dito aprioristicamente contro chi ha fatto una scelta leghista, la democrazia è bella per questo è varia e c'è posto per tutti. Punto il dito contro chi la propria identità di siciliano e di meridionale la ha svenduta e messa sotto il culo solo per poter cavalcare l'onda lunga che oggi Salvini può offrire. Un seggio in parlamento, in un consiglio regionale o in un consiglio comunale lavano ogni affronto. Che schifo. Che schifo. Che schifo. La storia anche recente racconta che il grande male della politica nostrana è stata la genuflessione ai diktat romani. Chi vuole cambiare tutto oggi ha solo spostato indirizzo prima Roma, adesso Milano con l'aggravante dell'insulto. Ripeto non demonizzo i leghisti meridionali, alcuni sono pure cari amici. Ma non posso stimare chi non ha amore per la propria terra. E l'amore esige prima di tutto rispetto. Al senatur consiglierei di andare a guardare dei video, non a leggere libri capisco che è stancante ed è uno sport da lui poco apprezzato. Mi riferisco ai numerosi servizi dello scrittore-giornalista Pino Aprile sul furto continuo che dal 1861 ad oggi le regioni del nord, con il consenso di Roma-ladrona, perpetrano ai danni delle comunità del Sud. Se ha argomenti, cioè documenti, fatti seri e non insulti, risponda.

Crippa (Lega Salvini): "Bossi sbaglia, insultare il meridione non fa il bene del partito". Il Corriere del Giorno il 22 Dicembre 2019. “Ho incontrato tante persone per bene al Sud. Dobbiamo valorizzare le diversità, non solo le identità” perché “la nuova Lega si giocherà una partita importante al sud”. “Bossi ha sbagliato, insultare i meridionali non fa il bene della Lega”. Intervistato dall’AdnKronos, il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, ha così replicato alle parole del vecchio leader, intervenuto ieri al Congresso straordinario che ha mandato in soffitta la Lega Nord, lasciando il passo alla Lega di Salvini. “Ho incontrato tante persone per bene al Sud – sottolinea l’ex leader dei giovani padani, voluto da Salvini al suo fianco come vice – . Dobbiamo valorizzare le diversità, non solo le identità” perché “la nuova Lega si giocherà una partita importante al sud“. Per Crippa quindi “certe dichiarazioni sul sud sono state offensive, hanno offeso tante persone che stanno contribuendo al progetto della Lega, che sono in campo per dare finalmente risposte diversa alle persone del meridione“. “La Lega – aggiunge il vice di Salvini – ha in mente un progetto nazionale, dove sono inclusi tutti gli uomini e le donne che hanno voglia di ridare una speranza di un futuro migliore anche ai giovani del sud che in questo momento stanno andando all’estero a fare quei lavori che gli stessi europei non vogliono più fare“. “Io non rinnego nulla del passato – assicura Crippa – ma certe dichiarazioni di esponenti della Lega, dove si insultano persone del meridione non fanno il bene né della Lega, né di quelle persone che vedono in noi la speranza di cambiamento, per il rinnovamento di una politica ancorata a temi vecchi, che vuole salvaguardare solo scranni e stipendi“.

·        Il Bossismo.

Pasteggia a champagne  con un’amica e non paga  il conto al ristorante:  Riccardo Bossi denunciato. Pubblicato venerdì, 07 febbraio 2020 su Corriere.it da Giuseppe Guastella. Non erano stati proprio spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè, come cantava il compianto Fred Buongusto. In compagnia di un’avvenente signora mora, seduto a un tavolo dell’Antica Osteria Cavallini di via Mauro Macchi, Riccardo Bossi aveva trascorso la vigilia di Natale consumando un pasto a base di pesce innaffiandolo con una bottiglia di vino da 40 euro e da una di champagne da 90. «Non ho il portafoglio, pagherò con un bonifico», ha detto al momento di saldare il conto da 240 euro facendo notare il suo cognome famoso. Il ristoratore, egiziano di origine, ha denunciato di non aver avuto un euro e l’ha querelato per truffa. Il ristoratore gli aveva anche scontato 40 euro. D’altronde Riccardo Bossi era un cliente abituale, anche se sempre come ospite di qualcuno, e proprio per questo gli sono state date le coordinate bancarie del conto corrente del ristorante sicuri che avrebbe pagato. Come si spiega nella querela depositata in Procura a Milano, il 27 dicembre Bossi ha inviato puntualmente per mail la ricevuta di un bonifico da 230 euro. Solo che controllando nei giorni successivi il ristoratore si è accorto che di quel bonifico sul conto non c’era traccia. Quando lo ha chiamato per avvertirlo, Bossi ha insistito sulla «bontà del pagamento» finché ha promesso che sarebbe tornato per pagare di persona. Nessuno lo ha più visto. Non è la prima volta che Riccardo Bossi viene denunciato per conti non pagati. A settembre 2019 a Firenze per i 66 euro spesi in un ristorante dal quale era andato via dicendo che non aveva soldi e che andava a prelevare al bancomat.

·        Fu Lega Nord Padania.

Matteo Salvini contro Giulio Gallera, il derby tra i politici lombardi che si odiano da 15 anni.  Gianfranco Turano su L'Espresso il 16 novembre 2020Mentre il morbo infuria, i due ex enfant prodige della politica milanese continuano a scontrarsi. Ora è il leader leghista che chiede la testa del forzista. Ma i rapporti tra i due sono tesi da molto prima che spuntasse il Covid-19. Ce la farà anche stavolta Giulio Gallera, assessore regionale forzista al Welfare della Lombardia a salvare la poltrona? Sembra di sì. Il suo soccorritore, il presidente leghista e avvocato varesino Attilio Fontana, ha affrontato l'ira del suo leader di partito Matteo Salvini pur di conservare al suo posto il collega del foro di Milano ma non è chiaro per quanto ancora ci riuscirà.È un derby milanese, anzi milanista, quello che oppone Salvini a Gallera. È un derby con radici antiche, quando due erano consiglieri per il Comune di Milano e già non si sopportavano, pur appartenendo come oggi allo stesso schieramento politico. Eppure, a parte i rossoneri e il centrodestra, i due hanno in comune anche l'amore precocissimo per la politica. Se ci fosse qualcosa da festeggiare con 19 mila morti di Covid-19 in regione più altri ventimila morti sospette conteggiate dall'Istat, quest'anno Gallera potrebbe celebrare i 32 anni di carriera politica ufficiale, senza contare l'impegno da liceale nelle file dei Giovani Liberali. Salvini ha solo, si fa per dire, 27 anni di anzianità. Debutta a vent'anni nella consiliatura di palazzo Marino del 1993 con il primo e per ora ultimo sindaco leghista di Milano, Marco Formentini, che prende il posto di un commissario prefettizio nominato per il caos di Tangentopoli, partita proprio dal milanese Pio Albergo Trivulzio nel 1992. Pur essendo di quattro anni maggiore, Gallera conquista palazzo Marino quattro anni dopo, nel 1997, quando la città passa dalla Lega a Forza Italia con Gabriele Albertini. A differenza del collega leghista, che veste maglioni orrendi verde Po, Gallera esibisce giacca, cravatta e orologio di marca, da studente universitario di buona famiglia. Anche Salvini è universitario e di buona famiglia, figlio di un dirigente di azienda. Ma negli anni giovanili ama frequentare il centro sociale Leoncavallo, oltre che concorrere a quindici anni al quiz “Doppio slalom” su Canale 5. Il futuro segretario vede nella Lega di Umberto Bossi un movimento popolare, antiborghese e piuttosto di sinistra. Le liti iniziano sul finire della seconda giunta Albertini. A marzo 2004, sul dossier della nuova privatizzazione della municipalità dell'energia Aem, il leghista tenta di rimettere in discussione l'accordo con Gallera che ribatte «l'accordo della Casa delle libertà non si modifica in nessun modo». Un mese dopo, a proposito delle zone, Salvini attacca l'assessore al decentramento Gallera che «ha sbagliato sia nel metodo, pessimo, sia nel merito, scarso». A giugno la destra perde le provinciali di Milano contro Luigi Penati e Gallera commenta: «Matteo Salvini non ha imparato nulla dalle elezioni provinciali perse soprattutto a causa della litigiosità all'interno della Casa delle Libertà. L'eccessiva ricerca di visibilità individuale, o di un solo partito, rischia di portare tutti alla sconfitta. Mi auguro che il periodo di vacanza possa servire al consigliere Salvini per meditare su questo aspetto e trovare un nuovo e personale equilibrio». Ad agosto Gallera e i forzisti chiedono le dimissioni del capogruppo e coordinatore provinciale leghista. Nel luglio 2006 i due si scontrano sulla tassa dell'inquinamento e a dicembre dello stesso anno di nuovo sul progetto di intitolare una strada di Milano al leader del Psi Bettino Craxi, morto sei anni prima. Giulio Gallera : «Siamo a favore: un grande statista, un uomo politico milanese di grande prestigio internazionale, la cui vicenda giudiziaria non può offuscare quello che ha fatto». Salvini ribatte: «Noi siamo assolutamente contrari. Non c'è accanimento da parte nostra ma per Milano i fattori negativi superano quelli positivi. Non lo vedo come personaggio tale per cui mio nipote un giorno potrà passeggiare orgogliosamente per via Craxi». Un altro tema delicato è quello della sicurezza (aprile 2007). Salvini: «Faremo, nelle modalità che abbiamo indicato, una ronda a settimana, cominciando da mercoledì prossimo. La prima passeggiata volontaria la faremo probabilmente in un campo della zona sud della città, area dove i cittadini protestano ogni giorno di più». Gallera boccia l'iniziativa. Sul taglio delle auto blu (dicembre 2007), Forza Italia taccia di demagogia l'emendamento presentato da Matteo Salvini. «Il comune di Milano è un comune virtuoso», secondo il capogruppo azzurro, «e in questi due anni ha fatto una grande razionalizzazione della macchina comunale recuperando numerose risorse per abbassare le tasse e fornire più servizi ai cittadini. L'emendamento di Salvini dà invece un'immagine negativa della nostra amministrazione che non rende merito all' attività finora compiuta». Quando il sindaco Letizia Moratti nomina assessore Massimiliano Finazzer Flory (dicembre 2008) al posto di Vittorio Sgarbi, Salvini non la prende bene. «Il metodo della nomina ci lascia perplessi», commenta, «francamente ci aspettavamo qualcosa di più di uno che organizzava i salotti all'Ottagono. Speriamo di essere smentiti». Uno degli scontri più epici è quello sulla proposta salviniana di riservare vagoni della metro ai passeggeri extracomunitari in puro stile apartheid (giugno 2009). Giulio Gallera definisce la proposta «razzista, non merita commento». I due litiganti continuano a punzecchiarsi per tutto il 2010 sul condono per le multe dell'Ecopass (Gallera favorevole, Salvini contrario), sullo scandalo delle molestie sessuale dell'ex assessore all'ambiente forzista Paolo Massari a una diplomatica norvegese. Salvini dichiara: «Bene ha fatto il sindaco a chiedere le dimissioni di Massari visto che il suo non è un caso politico, ma un caso di squallore personale. Ci auguriamo che sia l'ultima performance che una parte della maggioranza regala a Milano». Gallera invece fa il garantista verso il collega di partito e l'accusa finisce in nulla. Massari sarà arrestato per stupro dieci anni dopo, a giugno del 2020. Sempre nel 2010, a settembre, i due litiganti tornano a scontrarsi. «Il ministro Maroni ha salvato l'amministrazione comunale da una figuraccia», dichiara Salvini. «A differenza del Pdl, la Lega sui rom ha una idea sola». Che non è molto diversa da quella di FI ma quando non c'è simpatia ogni occasione è buona. «Se un funzionario pubblico come il Prefetto non segue le indicazioni ricevute dal ministro dell'Interno allora si deve dimettere», attacca Gallera, «oppure il ministro Maroni ha detto pubblicamente cose differenti rispetto alle indicazioni date al Prefetto e allora significa che la Lega vuole che ai rom siano assegnate le case popolari». Poi i due prendono strade diverse. Salvini fa carriera nel partito a livello nazionale. Gallera va in Regione, dove proprio Roberto Maroni lo nominerà assessore alla sanità il 28 giugno 2016 al termine di un braccio di ferro durato mesi dopo l'arresto del precedente assessore, il forzista Mario Mantovani. Gallera, primo degli eletti nelle elezioni del marzo 2018 con 11722 voti e nuovamente assessore al Welfare, gestisce un potere enorme derivante da un budget annuale di 19 miliardi di euro, pari a quattro quinti dell'intero bilancio regionale. Tutto questo, nonostante il declino di Berlusconi e di Forza Italia. Ma la lite continua. Un lancio Ansa del marzo 2019 riporta questa dichiarazione di Gallera: «Un decreto legge specifico per mantenere nelle scuole dell'infanzia i bambini non vaccinati sarebbe un autogol preoccupante in tema di immunità e di educazione alla prevenzione ed un passo indietro per la salute dei nostri figli. Non servono proposte di legge di retroguardia». L'assessore al Welfare della Regione Lombardia commenta così la proposta del vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini in tema di obblighi vaccinali. Nessuno dei due lo poteva sapere ma era l'inizio di una nuova guerra.

Repubblica.it il 12 settembre 2020. "No", quello di Giorgetti sul referendum non è uno strappo. È il commento di Matteo Salvini da Matera, durante un comizio a sostegno del candidato sindaco di centrodestra, Rocco Luigi Sassone, dove anche qui è stato accolto tra fischi e contestazioni come ieri nella tappa di Torre del Greco. "Se qualcuno - ha aggiunto Salvini - la pensa in maniera diversa, sicuramente non mi arrabbio e non mi offendo. Il referendum è il trionfo della democrazia, la Lega non è una caserma a differenza di altri movimenti siamo uomini e donne liberi. Noi abbiamo votato 'sì' perché il Parlamento può lavorare efficacemente anche con meno parlamentari". Quel "qualcuno" a cui fa riferimento Salvini è appunto Giancarlo Giorgetti, il numero due del Carroccio che ieri ha precisato: "Al referendum voterò No. E lo farò convintamente" sfidando così Salvini che invece ha scelto il Sì. "La posizione sul referendum" della Lega e di Matteo Salvini è dunque per il "sì, per coerenza. Ho votato quattro volte 'sì' e voterò per la quinta volta 'si'. Non voglio fare - ha aggiunto - come un Renzi qualunque che prima vota 'no' e poi per salvare la poltrona vota "sì"". 

Salvini sul Wall Street Journal. Tra i vari impegni della campagna elettorale, Matteo Salvini ha rilasciato un'intervista al Wall Street Journal dove affronta temi di politica internazionale come le elezioni americane e tematiche ma anche questioni legate alla politica italiana. Su Donald Trump ha detto: "Ero uno dei pochi politici italiani che credeva nella sua vittoria e che ha fatto il tifo per lui quattro anni fa. E continuo a credere che sia stato un buon presidente e spero che venga rieletto". Su alcune questioni internazionali, ha proseguito l'ex ministro dell'Interno "come le relazioni con la Cina, con l'Iran e la stretta relazione con Israele - abbiamo la stessa identica opinione. Se io fossi primo ministro, Gerusalemme sarebbe riconosciuta come capitale di Israele dal mio governo e le relazioni con Cina e Iran sarebbero sospese". Il leader della  Lega affronta anche il tema europeo: "Il nemico del sogno europeo è la burocrazia di Bruxelles. Non è Salvini. Questa burocrazia europea ha tradito il sogno europeo. Il trattato fondante della Ue aveva stabilito la piena occupazione come sua priorità. Quindi il lavoro - che è teoricamente materia della sinistra, ma di cui i socialisti si sono dimenticati - la piena occupazione e, aggiungerei io, anche famiglia e immigrazione". Non mancano i passaggi sul processo di Catania che - ricorda il WSJ - potrebbe costargli fino a 15 anni: "Penso che il processo finirà in niente. Durante il mio mandato come ministro, abbiamo dimezzato il numero di morti e dispersi in mare". Salvini scommette sul voto prima del 2023: "Più che i politici, sarà la società a far saltare questo governo".

Marco Conti per ''Il Messaggero'' il 12 settembre 2020. «Conosco due delle tre persone (arrestate ndr), sono persone oneste, corrette e quindi dubito che abbiano chiesto o fatto qualcosa di sbagliato». La difesa di Matteo Salvini arriva di prima mattina parlando a Radio anch' io e copre almeno due dei tre commercialisti finiti ai domiciliari nell'inchiesta milanese sul caso Lombardia Film Commission. Intervento dovuto, seppur bilanciato da una ribadita «piena fiducia nella magistratura», perchè l'inchiesta rischia di mettere in crisi i meccanismi di selezione dei collaboratori che dovrebbero sostenere l'azione politica del Capitano. Ed è qui che la Lega per Salvini premier mostra ancora una volta - dopo il caso Gianluca Savoini - i suoi limiti rispetto alla Lega Nord della stagione d'oro di Umberto Bossi quando in Parlamento, o a far da consulenti, ci si arrivava con tutt' altri meccanismi. Chiusa con la performance delle scope la stagione del Senatur, arrivato prima Roberto Maroni e poi Matteo Salvini alla guida del partito, sono cominciati i dolori con le responsabilità per quei 49 milioni di rimborsi elettorali spariti che i tre segretari si sono rimbalzati a suon di bilanci e che sono ancora al centro di un'inchiesta della magistratura milanese. I due commercialisti sui quali Salvini prova a mettere la mano sul fuoco sono i due consulenti dei gruppi parlamentari che frequentano Montecitorio e Palazzo Madama ormai da anni. Tanto potenti che alla Camera Andrea Manzoni - formalmente revisore contabile della Lega - ha il privilegio di occupare la stanza che per anni fu di Umberto Bossi, cedutagli senza batter ciglio dal capogruppo Riccardo Molinari. Nel centrodestra cresce l'attesa per il risultato delle regionali del 21 settembre anche per regolare qualche conto interno che non può non toccare soprattutto Salvini in quanto leader di una coalizione che, malgrado tutto, continua a presentarsi unita ad ogni appuntamento elettorale. Se il 21 settembre finirà con un pareggio o dovessero farcela solo i candidati di FdI nelle Marche e in Puglia con la Toscana ancora al Pd, chi ha iniziato ad interrogarsi sul venire meno del tocco magico del «Capitano» avrebbe argomenti ancor più solidi per rilanciare un dibattito iniziato giusto un anno fa quando Salvini, nel giro di una settimana, perse la poltrona di ministro dell'Interno e il governo. Anche se le stagioni sono diverse, impressiona l'uso che la Lega di Bossi fece del suo consenso nei governi Berlusconi del 2001 e 2008. La Lega di Salvini lo ha raddoppiato, decuplicato rispetto alla segreteria di Maroni, in Italia e anche in Europa, ma politicamente non si avverte mentre l'annuncio di imminenti elezioni anticipate - che Salvini ripete da più di un anno - si è ormai sgonfiato e in arrivo ci sono gli oltre duecento miliardi del Recovery fund. Ed è qui, nell'intreccio tre le inchieste della procura milanese, i risultati delle elezioni regionali e l'avvio a Catania del processo per la nave Gregoretti, che rispunta Giancarlo Giorgetti. L'ex sottosegretario, numero due del Carroccio, mente raffinata che ha attraversato tutte le stagioni della Lega, l'altra sera si è schierato per il No al referendum. Lo ha fatto durante un'iniziativa nel milanese con il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana, il governatore che dall'emergenza Covid è uscito con più ammaccature. Giorgetti spiega il suo No con l'intenzione di non voler fare «un favore ad un governo in difficoltà, incapace di gestire il contraccolpo economico al sistema Italia di questi mesi e in evidente imbarazzo in vista dei prossimi mesi, che saranno durissimi. Il governo Conte - conclude - è inadeguato. Ed è anche per questo che voterò No». Giorgetti - molto più di Salvini - si fa così portavoce del malessere del Nord e spinge sull'unica leva che ha a disposizione per far cadere il governo alla vigilia del varo del Recovery fund. Un mega-piano di spesa dove il Carroccio - ancor più forse di FdI e sicuramente di FI - non toccherà palla anche per la difficoltà della Lega nazionale di Salvini ad interloquire con quei mondi produttivi della Lombardia e del Nordest che per anni hanno fatto le fortune della Lega. Ed è vero che in democrazia i voti si contano e non si pesano, ma le elezioni sono lontane e i 209 miliardi molto più vicini. Giorgetti ha ancora una volta fiutato l'aria. A dispetto del suo carattere, si è esposto sul referendum nel tentativo di saldare l'unica competizione elettorale in grado di creare problemi alla maggioranza, con le preoccupazioni post-Covid di imprese e famiglie.

Repubblica.it il 13 settembre 2020. "No", quello di Giorgetti sul referendum non è uno strappo. È il commento di Matteo Salvini da Matera, durante un comizio a sostegno del candidato sindaco di centrodestra, Rocco Luigi Sassone, dove anche qui è stato accolto tra fischi e contestazioni come ieri nella tappa di Torre del Greco. "Se qualcuno - ha aggiunto Salvini - la pensa in maniera diversa, sicuramente non mi arrabbio e non mi offendo. Il referendum è il trionfo della democrazia, la Lega non è una caserma a differenza di altri movimenti siamo uomini e donne liberi. Noi abbiamo votato 'sì' perché il Parlamento può lavorare efficacemente anche con meno parlamentari". Quel "qualcuno" a cui fa riferimento Salvini è appunto Giancarlo Giorgetti, il numero due del Carroccio che ieri ha precisato: "Al referendum voterò No. E lo farò convintamente" sfidando così Salvini che invece ha scelto il Sì. "La posizione sul referendum" della Lega e di Matteo Salvini è dunque per il "sì, per coerenza. Ho votato quattro volte 'sì' e voterò per la quinta volta "sì". Non voglio fare - ha aggiunto - come un Renzi qualunque che prima vota "no" e poi per salvare la poltrona vota "sì"".

Bossi torna a ruggire contro Salvini: Settentrione barattato con i voti del Sud. Il Senatùr: "Senza Veneto e Lombardia, l'Italia non ha peso". Pasquale Napolitano, Martedì 11/08/2020 su Il Giornale. La fronda del nord rialza la testa nella Lega e mette nel mirino la «svolta nazionale» di Matteo Salvini. Scende in campo, dopo un lungo silenzio, al fianco dei frondisti, Umberto Bossi. Il fondatore della Lega Nord affida alla Nuova Padania, organo ufficiale del Carroccio e punto di riferimento della platea leghista al Nord, l'attacco contro la linea politica dell'ex ministro dell'Interno: «Oggi (il riferimento è alla svolta salviniana) il Nord viene barattato per i voti al Sud. La questione settentrionale, di nuovo al centro del dibattito leghista, con i venti frondisti che si levano da Lombardia e Veneto, resta il faro». «Io dico spiega il Senatur nell'intervista alla Nuova Padania, che Adnkronos anticipa nei passaggi salienti - che occorreva non avere paura di continuare a tenere alta la bandiera della questione settentrionale, anche se poi ti attaccano». Da Gemonio il vecchio leader ribadisce la sua posizione, già espressa all'ultimo congresso della Lega nord, lo scorso dicembre, contraria alla svolta nazionalista di Salvini: «È il Nord che deve muoversi», scandisce: «Perché tutto è rimasto come un tempo. Neutralizzata anche la spinta federalista, la nostra devolution, oggi il Nord è al centro di uno scambio». «Il Palazzo non ti dà niente, l'autonomia non te la vogliono dare, e si vede. Ma non è motivo per interrompere la battaglia - spiega ancora il Senatur -. Le ragioni del Nord sono vive e non sono cambiate. Il Nord fa ancora paura a Roma, senza la Lombardia e il Veneto l'Italia non è ricevuta da nessuno, non pesa economicamente, politicamente, commercialmente. Dove ci sono Lombardia e Veneto invece si vince». Il messaggio è ancora una volta contro Salvini per il fallimento della trattativa sull'autonomia. Poi Bossi ricorda i valori (che oggi sembrano traditi) su cui è nata la battaglia del Carroccio: «La Lega è nata perché c'erano due Italie con esigenze diverse, velocità diverse, una politica marcatamente assistenziale che non dava frutti. Il Nord era già in Europa, ma Roma guardava a Sud. Come oggi.... Volevamo dissequestrare le nostre regioni che stavano per finire nelle mani della mafia, della camorra, della 'ndrangheta. Il Nord doveva reagire, e cacciare via i corpi estranei della criminalità organizzata, dovevamo creare gli anticorpi e l'anticorpo era la Lega, nemico delle mafie». L'intervento di Bossi, che incassa subito l'apprezzamento di Gianni Favia, sfidante di Salvini al congresso del 2017, piomba nel bel mezzo della tempesta, scatenata in casa leghista dalla campagna di tesseramento per la «Lega per Salvini Premier» che manda in pensione la vecchia Lega Nord. Una mossa che fa soffiare in casa leghista venti di scissione e soprattutto malumori sulla leadership dell'ex ministro dell'Interno.

Estratto dell'articolo di Carmelo Lopapa per “la Repubblica” il 10 agosto 2020. (…) Ma come racconta uno degli uomini più vicini a Matteo Salvini, "questa era l'ultima delle cose che doveva capitarci, in un momento già complicato". Tre onorevoli "furbetti" (su cinque) richiedenti sussidio all'Istituto di previdenza appartengono alla loro scuderia. (…) Il segretario non trattiene la rabbia, scopre che i "sospettati" sono in gran parte suoi parlamentari negli stessi minuti in cui il sito di Repubblica ne dà notizia. Addio: primo giorno di vacanze in Toscana (dopo il comizio mattutino con tanto di contestazione a Viareggio) mandato per aria. "Sono incazzato e deluso, anche se la responsabilità è dei singoli e non può essere attribuita alla Lega", è sbottato coi suoi al telefono, con epiteti vari affibbiati ai tre. E se la misura immaginata su due piedi non è l'espulsione ma la sospensione è perché prima, spiegano i suoi, "vogliamo sapere cosa obiettano questi tre". Con la speranza vaga che siano stati i loro commercialisti e non i diretti interessati a presentare istanza. Un deputato forse mantovano, un meridionale e una donna, sono i tre identikit rimasti però privi di riscontri fino a tardi. Quel che è deflagrata subito, a dispetto della Bestia salviniana, è la reazione sulle sue pagine Facebook e Instagram: commenti sarcastici se non insulti. "Chiunque siano, immediata sospensione", twitta Salvini nel tardo pomeriggio. Una rapida ritirata rispetto a quanto aveva dichiarato con sdegno solo tre ore prima, dando la misura di quanto non potesse immaginare fossero suoi uomini: "Che un parlamentare chieda i 600 euro destinati alle partite Iva in difficoltà è una vergogna. Che un decreto del governo lo permetta è una vergogna. Che l'Inps (che non ha ancora pagato la cassa integrazione a migliaia di lavoratori) abbia dato quei soldi è una vergogna. In qualunque Paese al mondo, tutti costoro si dimetterebbero". Svelata l'appartenenza dei "furbetti", però, l'ex ministro non invoca più dimissioni ma la "immediata sospensione". Troppo tardi. Sulla sua pagina Facebook, proprio in coda a questo post, i commenti già non si contano. "Che tre dei cinque deputati siano leghisti è la schifosa normalità", gli replica @zucchinadimare, oppure "strano, nessun tuo post a riguardo", gli scrive D.B allegando la notizia che impazza sui siti. "Ha saputo dei parlamentari che hano preso il bonus e sono stati scoperti dall'Inps?", infierisce G.L. (…)

Estratto dell’articolo di Carmelo Lopapa per “la Repubblica” il 9 agosto 2020. Soddisfatti o rimborsati. La Lega Nord, col suo carico da 49 milioni di debiti verso lo Stato, sta restituendo in questi giorni i 50 euro che gli iscritti (nostalgici e non) hanno pagato da dicembre ad oggi per rinnovare la tessera al vecchio partito. […] L' anomalia viene svelata dalla denuncia mossa in questi giorni da Fava e Pini. Il sospetto da loro avanzato è che con l' escamotage delle tessere gratis si stia costruendo una maggioranza di tesserati salviniani "teste di legno" che al prossimo congresso della Lega Nord ricambierà il favore regalando simbolo e logo al nuovo soggetto politico nazionale. I "nordisti", al contrario, pretendono di poterlo mantenere in vita per correre alle amministrative. […]«Il rimborso è davvero strano per un partito che sarebbe debitore di 49 milioni e i cui iscritti avrebbero anche il diritto di devolvere i 50 euro a titolo di donazione», ragiona Pini. […]

Alessandro Sallusti e la verità che nessuno osa dire: "Salvini l'utile idiota di Conte e di Di Maio". Libero Quotidiano il 09 agosto 2020. Il governo Pd e M5s è nato dopo lo strappo di Matteo Salvini che ha voluto concludere l'esperienza gialloverde in anticipo. E se molti addossano al leghista la colpa di aver peggiorato la situazione, non è della stessa idea Alessandro Sallusti. Il direttore del Giornale, nel suo editoriale, prende le difese dell'allora ministro dell'Interno: "Per un attimo il leader della Lega pensò di poter svoltare, andando a votare forte del trenta e passa per cento che i sondaggi gli accreditavano. Ma l'attimo durò per l'appunto un attimo, fu da subito chiaro anche a lui che nessuno, ma proprio nessuno, aveva intenzione di consegnargli le chiavi del Paese mettendo fine anticipatamente alla legislatura". Infatti, nonostante la crisi di Ferragosto, gli italiani non andarono a votare. Anzi, si ritrovarono con un governo di incapaci che vanno avanti a suon di "salvo-intese". "I più, anche nel suo mondo - prosegue Sallusti - ritengono che fu un clamoroso sbaglio, figlio di inesperienza, di un eccesso di esuberanza e di sicurezza e, perché no, di arroganza. Ma i più dimenticano che la Lega non aveva i numeri parlamentari, né gli appoggi internazionali, per provare a incidere davvero sull'azione di governo". Per il direttore il leader della Lega non avrebbe potuto chiedere, né tantomeno ottenere qualcosa: "Salvini insomma, di lì a poco sarebbe diventato l'utile idiota di Conte e di Di Maio, che avrebbero comunque addebitato a lui l'inevitabile paralisi del governo e del Paese".

La Lega è solo Nord, il flop di Salvini e delle sue passeggiate al Sud. Gianluca Passarelli su Il Riformista il 9 Agosto 2020. Per capire cosa rimanga della Lega nord dopo il Consiglio Europeo che ha allocato 750 miliardi per il Recovery fund attribuendone 209 all’Italia bisogna partire da lontano, e non da Bruxelles. La Lega presenta il suo gioco, lo schema seguito per anni, sin dagli albori. Gli zoologi sanno che molti animali pur facendo percorsi lunghi, ed esplorando il terreno circostante, inevitabilmente, tornano alla propria tana. Sempre. Da cui non vogliono, non possono e non sanno allontanarsi. Questa dinamica è esattamente quanto successo alla Lega (Nord) e al suo capo, il senatore Matteo Salvini. Una volta liberatosi del fardello ideologico del partito fondato e guidato dal leader carismatico Umberto Bossi, Salvini ha pensato di potere condurre verso nuove lande la Lega e i suoi seguaci. Il tentativo audace di espandersi si è però schiantato contro la realtà fattuale, ché per costruire un partito nazionale non bastano escursioni culinarie o comizi in riva al mare. Certo, per diversi disattenti osservatori, e politici pragmatici dai palati poco fini, è apparso a un certo punto che fossimo di fronte alla Lega nazionale. Taluni con sprezzo del pericolo e dell’onta arrivarono a definire la Lega Nord quale novella Democrazia Cristiana, ossia il fu partito complesso, complicato, articolato, contraddittorio, controverso, ma che ha contribuito fortemente al consolidamento democratico del Paese. Il contrario della Lega, partito di estrema destra, xenofobo e basato sulla difesa di un solo territorio, il Nord, e di una sola categoria, gli imprenditori. Da quel territorio la Lega non è mai uscita, ha fatto delle escursioni, delle esplorazioni, dei tentativi, ma è sempre tornata alla tana. Salvini ha provato a stabilire delle casematte, degli avamposti in territori ostili, e cavalcando spregiudicatamente il razzismo contro i neri, gli immigrati, e ogni diverso, ha tentato di scatenare una guerra sociale aizzando gli animi del popolo minuto per celare l’assenza di proposte politiche valide per superare le diseguaglianze. La parabola discendente della Lega e del sen. Matteo Salvini è altresì evidente considerando le vicende politiche dell’ultimo anno trascorso. L’ebbrezza del 34% raccolto alle elezioni europee del 2019 ha indotto il capo della Lega Nord ad immaginare una possibile scalata al Governo, senza aver fatto i conti con la sua superficiale conoscenza delle dinamiche parlamentari e appena sufficiente di quelle di potere. Il territorio era per lui e i suoi peones culturalmente nuovo, estraneo, sebbene la Lega lo abbia frequentato per trent’anni e avendo governato per 10 degli ultimi 25 anni. Salvini non ha solcato i Palazzi ministeriali e ha snobbato quelli parlamentari non perché vagabondo o cialtrone, come pure comodo dire per il Partito democratico, per disinteresse o mancanza di rispetto, ma semplicemente perché quei luoghi sono altro rispetto a quanto a lui consono. Non avendo competenze specialistiche, ed essendo un politico generalista, era ovviamente meglio attrezzato per le riunioni con i propri elettori e soprattutto militanti, i quali per definizione, in qualsiasi partito non esigono prove empiriche rispetto alle proposizioni presentate. Inoltre, nel caso della Lega, la forte personalizzazione ha censurato qualsiasi discussione e definitivamente azzoppato un partito che negli anni aveva coinvolto in discussioni migliaia di persone su temi controversi, ma rilevanti (dal federalismo al ruolo dello Stato e al mercato). Che il disagio per i luoghi “nuovi” fosse persino una afflizione fisica era evidente in Salvini, che però ha accettato, sempre a favore di telecamera e senza contraddittorio, di recarsi nel tanto disprezzato Sud, di dialogare con i lavoratori statali da sempre scherniti dalla Lega, e finanche di indossare giacca/cravatta e occhiali dozzinali su consiglio di spin di provincia. Era come mettere la pelle di un orso sopra un cavallo. Nessuna novità, dunque, sotto il sole pallido di Bruxelles. Salvini sta giocando la sua legittima partita, e davvero non si capisce perché dovrebbe cambiare. La Lega è stata storicamente ostile all’Unione europea, tranne per una breve fase prima dell’Euro in cui cianciava di Europa delle regioni. Ma soprattutto la Lega è anti/italiana. E su questo punto Giorgia Meloni ha infatti abbandonato l’amico e competitore perché non riconoscere l’interesse nazionale sarebbe stato troppo per Fratelli d’Italia. Il Recovery fund è una policy importante, presenta vantaggi e qualche rischio calcolato, ma è nel complesso un’ottima notizia per il Paese. Per Salvini, come egli stesso ha recitato, la scelta del Consiglio europeo rappresenta una sciagura, proprio perché indebolisce il suo afflato, o meglio la sua presa nazionalista. In realtà, la saggia decisione dei leader europei, lo renderà ancora più aggressivo sul piano politico nei prossimi mesi, ma sarà inevitabilmente risucchiato nella spirale del nazionalismo territoriale, del Nord prima, del territorio produttivo che soffre per mano della strega cattiva prusso/francese. È inesorabile, Salvini non ha mai lasciato il Papeete, non può farlo, perché è la sua cifra, l’ambiente in cui nuota meglio. Fosse stato alla negoziazione sarebbe stato in grave imbarazzo non avendo i talenti per condurre una negoziazione che richiede savoir faire, conoscenza delle lingue, proposte, visione, competenze tecniche e abilità negoziali, reputazione e credibilità. Il resto è folklore, gioco delle parti, come le comparsate del leader nazionalista Geert Wilders, il cui atteggiamento però rappresenta un vero pericolo che mette a repentaglio la tenuta del tessuto sociale, culturale e politico dell’Unione Europea. Infine, va ricordata la recente rappresaglia di Salvini nei confronti della sinistra partendo da temi di destra. Dall’immigrazione, alla solidarietà, al lavoro, la Lega sta tentando di mettere in difficoltà i progressisti italiani giocando la carta del tradimento dei valori. In questa chiave va letta la provocazione su Enrico Berlinguer. Senza scomodare le persistenti suggestioni circa la Lega come partito portatore di istanze progressiste, la mossa di Salvini è un agguato valoriale al mondo di sinistra. Ma la vera partita è tra internazionalismo e sovranismo, sebbene qualche allocco pensi che la Lega lavori per i derelitti. Può darsi che finalmente il Pd capisca che con la Lega non c’è proprio nulla da dialogare sui fondamentali, e che pertanto dovrebbero essere lontani. Sulla questione settentrionale, ad esempio, farebbero bene anche ad essere più cauti alcuni dirigenti democratici. Il Sud non è la zavorra del Paese, che si salva solo unito. Per cui, meglio tornare a miti consigli sull’autonomia differenziata, sul Nord sofferente e il Sud inguaribile cialtrone. A meno che una parte del PD non consideri in cuor suo la Lega un modello da imitare, in qualche misura. Ma ricordino che la Lega non si è mai allontanata dalla tana, ha fatto solo una lunga passeggiata, ma tornerà, presto o tardi, guidata da Salvini o altri, nel quadrilatero tra Lodi, Treviso, Varese e Cuneo. È legge di natura.

Povera Lega Nord, Salvini ha buttato nel Po il sogno di Bossi. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 4 Agosto 2020. Non è un cambio di simboli, ma di identità. Lo spadone, il Carroccio, Pontida, la coppa di acqua del Po, la scimmiottatura di Asterix, più Obelix (l’amico gigantesco del gallo che mangia granita di cinghiale), le bardature con lenzuola verdi, Roma Ladrona. Tutta quella roba lì era un grande armamentario scenografico che voleva dire: secessione, via il Nord dal Sud, via gli italiani che producono da quelli che li derubano, andiamo piuttosto con i tedeschi, con le minoranze etniche delle montagne, e vai con la polenta e i knoedoli, tutti sulla ferrata e poi a ‘mbriagarsi di sgnappa e di vin, un po’ brilli, priapici (il “ce-l-ho-lunghismo”). Quel residuo di «Ma mi, ma mi» di Strehler col commissario di polizia meridionale che se la fa coi nazi «el me diséva sto brut terùn: si tu parlasse io firmo ccà, il tuo condono, la libertà». E la vergine Pivetti? Che l’era devota alla madonna e costituiva l’ala mariana ma con lo spadùn per signorine, tutta un’altra musica anche in torpedone, a cantare i nostri canti, ad amare le nostre montagne, a far le fabbriche nella nostra pianura e le partite Iva dei nostri tempi, e le congiure separatiste fora da quei terùn di merda che màgneno sempre i maccaroni co le polpette, e non è che siamo razzisti anzi mio nonno era di Catanzaro e la mamma di Canicattì eppure siamo tutti belli nordici. E poi Miglio. Ve lo ricordate il filosofo della Lega? Che signùr! Sciur! Che bella testa, che finezza, che arguzia, che dibattiti in tivvì anche col Massimo Cacciari che era contro ma era anche a favore e capiva e spiegava e se le davano che era un gran piacere. Quella Lega. Cazzo, compagni. Eddài, mica vuoi mettere co’ ‘sta roba del Salvini che l’è tutta piena di romànni co’ la pastasciutta in bocca e la salvietta al collo, ma anche ‘sti napoli del sud. Quello passato, sì, era un mondo. L’Umberto era un mondo. Lo vidi in Senato il giorno prima del coccolone in jeans e grinta e brindammo. Il giorno dopo, la botta. Mesi di coma. L’Umberto ce la fa, l’Umberto non ce la fa. E il Maroni? Era al sax. Molti di loro erano passati dai comunisti, l’Umberto aveva cominciato a studiare medicina. Poi aveva mollato tutto. Era rimasta quella voglia di Resistenza in montagna, di brigate Garibaldi e faceva quei comizioni antifascisti che se li sarebbe voluti mangiare vivi, ‘a te ricord? Oggi, ‘sto Salvini qui butta tutto in mare, tutto in vacca e fa la Lega di se stesso, nazionalista sovranista e via il Carroccio, e vaffanculo Alberto da Giussano, e vaffanculo Pontida, ma che belìn è? Che minchia ci rappresenta? Ma è Lega, questa? L’Umberto era un rivoluzionario da carbonari. Roba da cantina. Si cantava Ivan Della Mea, si cantava anche Brassens milanesizzato da Nanni Svampa, ci si inciuccava nelle cave, si amoreggiava anche al Carcano in pè, contr’al mur perché non avevi neanche la Seicento. Era un’Italia milanese di sinistra notturna da Navigli che quand’ ‘riva el cald e riesco no a dormir e vado in giro a vedere chi passa e chi attacca i manifesti al muro. Era un altro Nord, antigaribaldino, antitaliano, allocato su una isola utopica inesistente – la Padania – e avevano dato un’anima a un popolo unito soltanto nell’odiare Roma Ladrona, che poi era sempre la loro stessa Roma perché in fondo se l’erano venuta a prendere a cannonate proprio lor, quel Venti settembre del 1870. Comunque: negazionisti sull’Italia, mito celtico, razzisti a parole, sbruffoni e intelligenti, romantici e popolani, ma. L’Umberto era un figo (con la “g” mentre i romani dicono fico) terrificante, tutte le lo volevano fare, ai congressi vende le mutandine da «noi le nostre donne ce le scopiamo non vogliamo la fecondazione artificiale». Urla delle leghiste. Ma te l’immagini se l’Umberto avesse detto che apriva la Lega-Puglia? Gli avrebbero sparato. O Lega-Tor Bellamonaca? Ma siete scemi? Il Matteo ha capovolto tutto: partito nazionalista standard, buono sia per Orban che per Oberdan, tanto nell’autunno della storia tutti i gatti sono bigi e le mucche volanti, anche. Non stiano a guardare al capello. Tutti in culo alla Merkel e a Macron, morte all’Europa, morte all’Euro, Viva Borghi e viva Bagnai, hasta la victoria, forse. Nazionalismo misura extra-large, si porta sempre e gli puoi far fare un giro in lavatrice, programma multietnico. Italians first? Sai che trovata. Fòra l’africani. Però intanto il Balotelli che parla bresciano te lo tieni e fai finta di essere daltonico. La Lega perde la ragion d’essere, la veste, il contenuto, lo charme, il colore, le armi, il sex appeal. I fascisti – bella faccia di bronzo però ci credevano – cantavano faccetta nera sarai romana e per bandiera tu c’avrai quella italiana. Faccetta nera, italiana? Ma figurati. E adesso che succede? Succede che la Lega dell’Umberto, che veleggiava su un sogno pazzesco e mai avvenuto, ha perso la vela e il veto ed è diventata un monumento funebre che si regge su una sloganistica d’accatto: prima noi e poi loro, dovemo magnà mejo noi de li servaggi, ma signora mia non ha sentito che questi non si lavano mai. Ma perché fanno tanti figli se poi non hanno di che dargli da mangiare e ce lo vogliono rubare a noi? Col Matteo non si vola alto. Programmi, non pare. Federalismo? E ched’è, è robba che se magna? E poi, come dice l’Umberto che tutto vede e poco commenta: la Giorgia, nel senso della Meloni, s’è sganciata dal nazionalismo puro e si sta facendo rifare i panni da lady Thatcher, sia pure de noantri. Nelle mani di Crosetto, veleggia e risale. Ma Matteo, buttato il Carroccio nel santo Po, rischia di seguirlo sui fondali col cappio al collo.

Marco Cremonesi per il ''Corriere della Sera'' il 4 agosto 2020. «Il governo? Durerà fino a quando coloro che vogliono fare i presidenti della Repubblica non decideranno di liquidarlo». Maria Latella intervista Giancarlo Giorgetti alla festa della Lega romagnola, a Cervia. Il numero 2 del partito lo dice chiaro, le possibilità di un governissimo stanno a zero: «Io sono stato il propugnatore della possibilità che tutte le forze responsabili si mettessero al servizio del bene comune». Sennonché, «questa responsabilità è stata snobbata e il governo si sente forte anche dei poteri internazionali». Ma quando «tra qualche mese gli italiani subiranno i danni di questo atteggiamento, che cosa dovremo dire? Che qualcuno non ha saputo cogliere il momento storico». L'ex sottosegretario parla anche di legge elettorale: «Quello che va evitato è il ritorno a un proporzionale puro in cui partiti malconci fanno nascere e morire i governi nel Palazzo. Questo Paese ha bisogno di qualcuno non dico con i pieni poteri anche se quando lo dice Salvini è un dramma è quando lo fa Conte tutto va bene». Sui sondaggi in calo della Lega, è ottimista: «I sondaggi saranno le Regionali. Se vinciamo noi, il governo ne dovrà prendere atto». Il vicesegretario leghista, alla fine, a Cervia è intervenuto. Sia pure in video collegamento. Nessun caso Giorgetti, a sentire i leghisti: «Rappresentava la Lega a una cerimonia importante come l'inaugurazione del ponte San Giorgio». Certo, la sintonia non è quella dei tempi migliori, i malumori non sono scomparsi. Però è vero che Giorgetti è stato lo stratega per la Lega delle due ultime partite politiche significative, quella per arrivare al rinvio della legge elettorale e, nelle ultime ore, quella sulle preferenze di genere. Insomma, sarebbe falso che il vice di Salvini si sia messo da solo in stand by. È lui stesso a tratteggiare il suo carattere: «C'è chi è centravanti e chi gioca in porta, io fin da bambino mi sono messo in porta». Solo in un caso, ha detto, lascerebbe la Lega: «Se Salvini rinunciasse alla ragione per cui sono entrato, il principio di autodeterminazione dei popoli. Ma Salvini non rinuncia». È vero però che la scarsa propensione di Salvini alla trattativa politica a tutto campo per superare l'impasse politica non è stata condivisa da Giorgetti. Ma, sorpresa: i più salviniani tra i salviniani sono convinti che la colpa vera sia di Giorgia Meloni. Proprio mentre la leader di FdI prometteva che lei e Salvini andranno «al governo insieme per dare all'Italia un governo forte e coeso», un alto dirigente leghista sbuffava: «È lei che con i suoi no impedisce qualsiasi apertura politica, incluso il governo Draghi di cui parlava Giorgetti». Però, giusto ieri Salvini ha ammesso la possibilità di una trattativa persino con i 5 Stelle per l'elezione del capo dello Stato: «Se ci sono nomi di garanzia, sì». Di nomi, Salvini non ne fa. Ma resta sicuro sulla sua leadership nel partito: «Quella la decidono gli elettori il giorno del voto e la Lega è ampiamente il primo partito». In Liguria, però, a mettersi sulla strada di un buon risultato è la defezione di una figura come quella di Giacomo Chiappori. Leghista dal 1989, uomo simbolo della Lega ligure, ha rotto con il partito e si candiderà a governatore con Grande Liguria.

Estratto dell’articolo di Carmelo Lopapa e Claudio Tito per “la Repubblica” il 4 agosto 2020. (…) La parola "scissione", allora, per la prima volta scuote anche il Carroccio. Certo, in questo caso contano molto i rapporti personali tra i dirigenti: quelli che si sentono ancora legati al Senatur e quelli della generazione sovranista. E poi ci sono le divisioni regionali. La diffidenza è una caratteristica storica dei leghisti. Veneti e Lombardi sono da sempre avversari interni. (…) Il presidente della Regione Veneto nelle ultime settimane ha fatto testare in alcuni sondaggi il potenziale di una sua eventuale lista personale, la Lista Zaia. Risultato: nella sua regione conquisterebbe quasi il 40 per cento. E la Lega scenderebbe al 10. Una prospettiva che fa letteralmente impazzire l'ex ministro dell'Interno. Sarebbe uno smacco e una sfida. Non è un caso, infatti, che Salvini tenga gli occhi costantemente puntati su quella componente del partito. C'è un episodio, abbastanza recente, che fa capire quanto sia denso il sospetto. Toni Da Re è un eurodeputato del Carroccio, eletto nel 2019. Ma soprattutto è l'ex segretario della Lega in Veneto. Un fedelissimo di Zaia. Appena approdato a Strasburgo è stato rimosso. Al suo posto Salvini ha mandato l'ex ministro Lorenzo Fontana, tra l'altro uno dei testimoni viventi dei legami del Carroccio a trazione salviniana con la destra radicale, nella fattispecie con "Fiamma Futura". Il tutto è stato motivato con una norma statutaria che prevede l'incompatibilità tra parlamentare e segretario regionale. Peccato che quella disposizione è disattesa ovunque. Tranne, appunto, che in Veneto. La Lega, insomma, è una comunità in cui si litiga e non poco. Magari non lo si da a vedere, ma il fuoco dello scontro è sempre acceso. (…)

CHE ARIA TIRA NELLA LEGA? DAGONOTA l'11 giugno 2020. La leadership di Salvini nella Lega è ancora forte ma i mugugni degli scontenti aumentano. Soprattutto da parte di quel mondo vetero-leghista - fabbrichetta, partita Iva e territorio - che non ha mai digerito la trasformazione della Lega in un partito nazionale. E che vede nella guerra all’Unione europea, all’euro e a Bruxelles più danni che vantaggi. Le elezioni regionali sono uno spartiacque per gli equilibri interni. La vittoria di Zaia in Veneto e una sconfitta di Salvini per interposta persona in Toscana, con Susanna Ceccardi, renderebbe più forte la posizione di chi chiede collegialità nelle decisioni, svolta europeista e meno cazzeggio. Nel Carroccio, intanto, è già partito lo scaricabarile per il caso Lombardia. A Salvini viene rimproverato di aver teleguidato Attilio Fontana, attraverso l’ex compagna, l’avvocatessa Giulia Martinelli, capo della segreteria del governatore. Al Pirellone la resa dei conti sul “chi ha sbagliato più forte” potrebbe ritorcersi contro l’assessore Giulio Gallera, che è di Forza Italia e dunque più sacrificabile.

E.P. per “il Messaggero” l'11 giugno 2020. «A settembre arriverà l'onda del disagio sociale e la cavalcheremo. Il governo andrà in difficoltà. Io non ho fretta». Nella Lega in molti lo chiamano Matteo il temporeggiatore. Del resto lo stesso Salvini taglia corto: «Possono essere quattro mesi o due anni, ma ci stiamo preparando per tornare al governo». Il realismo di Giorgetti, nel suo colloquio di ieri con il Messaggero sull'impossibilità di andare alle elezioni in questo momento non scalfisce le convinzioni del Capitano. E i suoi fedelissimi invitano chi si agita all'opposizione a mantenere la calma. «E' l'architetto. Sta preparando il disegno, bisogna avere fiducia», spiega un big' della Lega. Nessuno, in realtà, ha intenzione di contrastarne la leadership ma in tanti che lo affiancano da anni nelle sue battaglie lo invitano a cambiare registro. «Matteo non può fare tutto da solo, non può reggere spiega uno dei dirigenti di primo piano tutto sulle sue spalle. La politica da campagna elettorale va bene per i sondaggi ma ora è arrivato il momento di organizzare la Lega come forza di governo». E allora l'appello rivolto nelle segrete stanze di partito è per una Lega meno leninista e più europeista. E che il Capitano faccia non solo il segretario della Lega ma anche il leader di una coalizione che vuole condurlo a palazzo Chigi. La comunicazione non c'entra «ma ci vorrebbe una vera segretaria politica, dovrebbe permettere che nella Lega ci siano anime diverse, non parliamo di correnti. Del resto c'è già una destra rappresentata da Zaia, la sinistra rappresentata da altri», dice la stessa fonte. Un partito più aperto, quindi. Anche sul modo di interfacciarsi con Bruxelles. La linea di Giorgetti sulla necessità di discutere di tutto, anche del Mes, di fornire garanzie a Berlino e Parigi sulla possibilità che «Conte non è l'unica alternativa che ha l'Italia» è sempre più condivisa nel partito di via Bellerio. La tesi della possibilità di un dialogo con il Pd in chiave interna, invece, è minoritaria. «La maggioranza sta facendo tutto da sola. E per noi è una fortuna», dice l'ex viceministro Garavaglia, «significa che toccheranno a loro anche i forconi». «A marzo Salvini ha aperto alla possibilità di un piano B' ma ha rischiato di rimanere con il cerino in mano. Difficile che faccia un'altra apertura», sostiene l'ex ministro Fontana, «Giorgetti parla di un esecutivo della Divina provvidenza? Qui ci vorrebbe l'esorcista ma in Europa è giusto sedersi al tavolo». «Noi gli fa eco il leghista Rixi non siamo contrari ad un confronto su un'ipotesi di governo istituzionale ma come si fa a fare una torta con il sale? Questo Parlamento non è in grado di dialogare. Basterebbe la nascita di un nutrito gruppo di moderati grillini ma al momento nessuno vuole staccare la spina». «E poi continua - adesso ci sono le Regionali, non si possono mandare messaggi di altro genere». Il ragionamento è sempre lo stesso: per un esecutivo di unità nazionale occorrerebbe che nessuno dei leader del centrodestra si sfilasse. E allora la spinta dei leghisti al proprio Capitano è quella di cominciare a giocare un'altra partita. Ovvero costruire sul serio la piattaforma di un centrodestra unito perché questo il refrain' «qui tutti vanno in ordine sparso». E' vero che non ci sono le urne all'orizzonte «tuttavia osserva un altro big' del Carroccio serve una linea univoca, magari anche un unico fronte. Per esempio che pensiamo di fare sulla legge elettorale visto che i rosso-gialli accelereranno sul proporzionale? E con la Merkel?». L'avversione per Conte e i grillini è ormai cronica ma le strade che vengono suggerite a Salvini sono in sostanza due: la prima porta al dialogo con il Pd, la seconda a stringere un patto di ferro con Meloni e Berlusconi. «Basta guerra dei selfie con Fdi e non dimentichiamo mai che il Cavaliere ha la potenza dei mezzi di informazione. Costruiamo un'alleanza di ferro», il consiglio che da settimane i dialoganti della Lega danno al proprio leader. «Senza ovviamente svantaggiare una forza che ha un consenso enorme e il favore delle piazze», la premessa. Di fatto la paura dei lumbard è l'isolamento. Da qui la richiesta a Matteo il temporeggiatore a parlare perché parli con la Ue e con «quei pezzi dello Stato» che remerebbero contro il premier.

Luca Bottura per “la Repubblica” il 29 maggio 2020. La presunzione della gauche più o meno caviar: se un leghista si esprime in italiano corrente, senza al contempo emettere sforzi di petto, partono i fuochi d' artificio. Accadde al Caporale quando rivelò che in gioventù, per rimorchiare al Leoncavallo, faceva il comunista. È successo a Bobo Maroni, il moderato che addentava le caviglie ai poliziotti ma prima (avveduto) si era fatto ritrarre su una panca mentre leggeva l' Unità . Sta capitando al presidente del Veneto, Luca Zaia. Che ieri, intervistato dal Giornale dei Giusti, ha pronunciato la frase: "Salvini stia sereno". Dunque a breve dovrebbe sedersi prima in via Bellerio e poi a Palazzo Chigi. Nella sua carriera esistono due picchi rilevanti. Il primo è l' assunzione di un autista, così evita di farsi fotografare in autostrada ai 200 all' ora e dare la colpa ai limiti troppo cogenti. Il secondo è l' ingaggio del virologo Crisanti, il quale gli ha evitato di schiantarsi col Covid. Rispetto a Fontana, ne convengo, Eisenhower. Ma a buriana appena passata già Zaia staziona in tv e intima al suo salvatore di non andare in tv a fargli ombra. Uno senza il quale sarebbe ricordato come il tizio che accusava i cinesi di mangiare topi vivi. Insomma: per la "ola", almeno, aspetterei.

Gad Lerner per “il Venerdì - la Repubblica” il 29 maggio 2020. Ammetto di nutrire un sentimento di (perversa?) simpatia nei confronti del deputato leghista bergamasco Daniele Belotti, recordman italiano di preferenze, 105 mila alle elezioni del 2018, buona parte delle quali raccolte nella martoriata Val Seriana. Sì, proprio lui, quello che il 14 maggio scorso alla Camera reagì alle critiche espresse al sistema sanitario lombardo dall' onorevole messinese Giovanni Currò (M5S) divaricando platealmente il pollice e l' indice di ambo le mani nell' inequivocabile gesto di minaccia: «Ti faccio un c così». Trattasi di una promessa che il Belotti, nei suoi 52 anni di vita, deve aver reiterato centinaia di volte sugli spalti della curva Nord dell' Atalanta, cui è ininterrottamente abbonato da quando di anni ne aveva solo sette. Ol belòt è ormai il leader riconosciuto di quei focosi ultras nerazzurri, non proprio degli agnellini. La mazzata del Covid si è abbattuta su di loro proprio quando la squadra rivelazione delle ultime stagioni del calcio italiano si era affacciata sul palcoscenico europeo. Bisogna riconoscere che hanno reagito distinguendosi in encomiabili opere di volontariato, al fianco degli alpini e dell' associazionismo cattolico. Chiedere a Belotti se si sente prima dirigente politico o capo ultras sarebbe insensato: lui è figlio di salumieri con bottega in piazza Pontida. Un nome, un programma: per anni è stato lui lo speaker dei raduni leghisti sul "sacro" pratone, prima che gli subentrasse il fedelissimo di Salvini, Alessandro Morelli. Ma in compenso Belotti, dopo aver fatto il segretario del Carroccio a Bergamo e l' assessore regionale, ha svolto incarichi di commissario politico nelle nuove diramazioni leghiste di Lazio e Toscana, prima di diventare nientemeno che capogruppo alla Commissione Cultura di Montecitorio. Del resto, non è forse autore di ben tre libri? Tutti dedicati, ça va sans dire, all' epopea della Dea Atalanta. La prima volta che mi sono imbattuto in questa figura di capopopolo, è stato allorquando l' antropologa francese Lynda Dematteo -impegnata in una ricerca sul campo sul leghismo bergamasco- entrò senza bussare nel suo ufficio di segretario politico e lo sorprese appoggiato al davanzale che leccava il gelato sparso sulla spalla di una nota militante. Per nulla turbato, Belotti le sorrise e la invitò a prenderne il posto. Diciamo che il femminismo non è il suo forte. Da lui ho anche ricevuto l' invito a un dibattito sull' immigrazione alla Berghem fest di Alzano Lombardo, cui purtroppo altri impegni mi impedirono di partecipare. Se mi richiama, e mi promette di non farmi un c… così, ci vado. Nell' attesa che diventi ministro della Cultura.

La ruspa di Salvini si è rotta, spariti ladri e migranti. Fulvio Abbate su Il Riformista il 6 Maggio 2020. Era Salvini. Chi ne amava lo straordinario «animale politico» (cit.) deve sentirsi molto risentito, o magari soltanto notevolmente deluso. I titolari, anzi, gli affittuari dei residence populisti contavano molto sul talento ritenuto lungamente indubitabile di Matteo Salvini, lo consideravano tra i migliori concessionari naturali, autodidatta capace però di svelarsi campione, la fascia di “Capitano” al braccio per conclamate capacità, un centravanti superdotato, uomo del consenso. Pensavano addirittura che potesse raggiungere le vette del collega Orban già al governo, molto più della stentata, sebbene vittoriosa alle urne, Marine Le Pen. Nel nostro caso, da un chiringuito di Milano Marittima magari anche di Gioiosa Marea e Ionica. Erano assolutamente convinti che il prescelto, Salvini, avesse talento perfino magistrale da ricostruttore, pensa! Pensavano: ha rilevato un partito boccheggiante, la Lega Nord, che si caratterizza per la sua cifra localistica, da sabba nibelungico-brianzolo, facendone un progetto concreto del consenso globale, pure quelli cui un tempo lui orinava in testa, i “colerosi” meridionali, lo applaudono, un Maradona della politica, tutti a implorargli selfie, cose che accadevano una volta soprattutto ai divi Mediaset. Gli argomenti? Semplicissimi, gli bastava ampliare l’eco degli umori profondi, duodenali della piazza, della “gente”, del “popolo”, non quello blandito dai “comunisti con il Rolex”, no, quello vero, gagliardo, ruspante, il forcone pronto nello stanzino degli attrezzi accanto al Folletto. Incolpare i migranti d’ogni responsabilità, indicarli come i ladri del futuro dei residenti storici, “prima gli italiani” era scritto sul suo cappellino tattico, poi le tasse, troppe, troppe… Si era inventato addirittura un sentire cattolico devozionale e miracolistico personale, un sanfedismo in polo e bermuda, una sempre sua personale, ideale Collina delle Croci, anzi, dei rosari, raccolti uno per volta – «… un rosario un voto, un rosario un voto…» – simile a quella visitata dal papa polacco in Lituania, ma anche, volendo, La collina dei ciliegi, almeno quando il karaoke di Radio Rock gli metteva il microfono davanti e lui, simpatico, si buttava sulla base a cantare come fosse al Villaggio Tamurè: «E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante cancella col coraggio quella supplica dagli occhi… Planando sopra boschi di braccia tese». Queste ultime, volendo, anche protese nel saluto che sappiamo. Lui al centro, tra medagliette votive ed ellepì di Lucio Battisti, un portento. Perfino i dettagli sembravano perfetti nella percezione del suo popolo, nel senso che il “radical chic”, lo stronzone supponente, alle spalle, sugli scaffali della propria libreria bianca di designer durante il collegamento con un talk, mostra i dorsi dei libri Einaudi e Adelphi e magari anche un vaso di Ettore Sottsass, a queste finezze Salvini contrappone il pelouche da bancarella che dice “Abbracciami!”, lo stesso che, volendo, si applica con le ventose sul lunotto dell’auto, versione seriale di ciò che un tempo era il cane che dondolava la testa, o perfino la replica del barattolo di Merda d’artista di Piero Manzoni, sicuramente un regalo- «… Vedi, Matteo, e questa sarebbe arte? Mah!» – così tutti lì a diventare semiologi, a imbastire considerazioni del tipo: le mensole Ikea di Zingaretti sono vuote, le mensole Ikea di Salvini sono piene di significanti. Di oggetti decisamente forti alla vista, gli oggetti «dell’Italia che sul serio esiste, maggioritaria!». Tutto perfetto, anche i numeri gli davano ragione. Con molti a pensare implicitamente: irrilevante, se ci sia o ci faccia, certo è che colpisce il bersaglio, va a punteggio, come nel gioco delle bocce si avvicina sempre al pallino, e gli altri invece a corrergli dietro. Anche la Meloni che, inizialmente, sembrava arrancare, impossibilitata a fare altrettanto bene come l’alleato nell’opposizione, perché se lui dice «ruspa», tu, cercando di non apparire troppo fascista, cosa puoi dire di più? Salvo poi riprendersi, sia pure dopo una cosmesi moderata rispetto al clerico-postfascismo. Tutti a dire certo che a suo modo è davvero bravo, bravo anche quando va in giro con la maglia del leggendario Puskás, storica stella della Nazionale magiara di calcio, per non dire dei giubbini da piantone di questura. Tutti a un certo punto a pensare di imparare da lui, da Matteo che tacita ogni possibile dissenso accentrando su di sé l’intera propaganda della Lega risorta dall’ictus di Bossi, davanti all’uomo di mondo Giorgetti, lì accanto a pensare un «mah, vediamo dove vuole arrivare!», come la barzelletta di Totò con Pasquale, almeno a giudicare dalle rilevazioni di gradimento.  Poi, si sa come vanno le cose, arriva un’epidemia globale, e proprio Matteo diventa Pasquale: arrivano i primi schiaffi. Inutile adesso dire che la politica è più complessa dell’accusare le Ong, dare della “zecca” a una ragazza con i dread. Resta il fatto che improvvisamente gli sono venuti meno degli spauracchi perfetti: i migranti, i “professoroni”, i “radical chic”. Dove è finita “La Bestia” dei social del suo attendente mediatico Luca Morisi, quello che gli aveva anche messo in mano, come a una convention di collezionisti di militaria, il fucile Carcano? Mancava soltanto il selfie con il panzerfaust perché facesse la parte inversa dell’Allende sovranista assediato nel palazzo dell’Europa ladrona. Irrilevante ormai perfino la sua risposta a chi gli domanda se mai ha pippato coca, con lui che giustamente garantisce non aver mai toccato sostanze. Non c’è bisogno di essere politologi per intuire il declino di Salvini che riuscì a essere uno nessuno e centomila, con sottofondo di Mille giorni di te e di me di Claudio Baglioni; improvvisamente, la pallina della roulette si ferma e, pensa, va a finire sulla casella del Nessuno. Certo, si potrà anche risollevare, potrà anche trovare nuovi temi, “… fateci uscire, non possono tenerci prigionieri!” in questo costretto a contendere la fine del lockdown a Matteo Renzi, messo bene anche quest’altro, carotando nel profondo l’orrore subculturale di tutti noi, attuali proscritti d’Italia, anzi, “sudditi”; ci sarà mai vera sostanza per costruire il villino del sovranismo che vorrebbe innalzare? Solo un intellettuale di destra dall’abito cardato, sovente ospite dei talk, persiste nell’affermare che la solo destra sognata dalla sinistra non vorrebbe Salvini, perché Matteo è pop, un po’ come Mussolini, cioè «a misura d’uomo, più umano, più vero», come il Pippero di Elio e le Storie Tese, sincero. Magari la politica è un po’ più complessa, e chissà quanto sarebbe riuscito a reggere se, sulla fiducia, gli avessimo dato, chiavi in mano, come un’auto vinta alla lotteria, i “pieni poteri”. Quasi quasi, qualcuno così pensa, ma sì, diamoglieli, magari assistiamo al suo precipizio finale. Prima dell’euro stesso.

L'incoerenza del Capitano. Salvini e il 2 giugno, quando per il leader leghista non c’era “un cazzo da festeggiare”. Redazione su Il Riformista il 2 Giugno 2020. Oggi si professa patriota e difensore degli italiani, ma Matteo Salvini ha un passato che non può essere dimenticato. Il leader della Lega, sceso in piazza oggi a Roma assieme al centrodestra per la manifestazione “L’Italia non si arrende” in occasione del 2 giugno, soltanto pochi anni fa dimostra opinioni ben diverse. Ieri, per esempio, l’ex ministro dell’Interno aveva detto: “Grazie al presidente Mattarella: non solo ha scelto di essere a Codogno per la Festa della Repubblica, ma col suo appello alle Istituzioni che devono essere all’altezza del dolore degli italiani ricorda a tutti che le vittime e la sofferenza non possono essere la scusa per miseri attacchi politici. Un messaggio quanto mai opportuno, dopo che abbiamo letto addirittura di ‘dossier’ per colpire la Lombardia e i suoi morti”. Eppure nel 2013, in occasione del 2 giugno, festa della Repubblica, Salvini rimarcava in un tweet come non ci fosse “un cazzo da festeggiare”. Non pochi utenti sono tornati a commentare quel messaggio ricordando il cambiamento nella linea politica del Capitano, passato dai toni di scherno nei confronti del 2 giugno a difensore della patria e degli italiani.

Da deejay.it il 2 giugno 2020. Negli anni ’80 l’attuale presidente della regione Veneto Luca Zaia aveva 18 anni, e si pagava gli studi facendo il PR per le discoteche. Negli ultimi giorni è circolata sul web una foto che lo ritrae giovanissimo vicino ad Albertino, il quale ha pensato quindi di telefonargli nella puntata di sabato 30 maggio del Deejay Time. “Era un grande momento per Radio DEEJAY, tu eri una star, ricordo i ragazzini in coda per un tuo autografo”, gli racconta Zaia. “Io organizzavo le feste e mi pagavo gli studi facendo il PR: Albertino era la nostra special guest”. Nella chiacchierata il governatore del Veneto ragiona con Alba sul bagaglio di esperienze che gli ha lasciato questo lavoro, e su come gli sia poi tornato utile nella carriera politica: “Mi davano del discotecaro: ma è un autogol. Non c’è da vergognarsi, ma da esserne orgogliosi. La discoteca è una scuola di vita”. Infine, si sbilancia sulla riapertura in Veneto di Club e discoteche (“Spero di riaprire per il 15 giugno”) e sceglie una canzone di quell’epoca da passare come disco.

Tra le due Leghe la lombarda primeggiava, ma adesso i più potenti sono i veneti di Zaia. Roberto Vicaretti il 19 aprile 2020 su Il Dubbio. Nell’era pre- Covid 19 il quadro politico era chiaro. C’era un governo con una base parlamentare numericamente buona, un amalgama politico non realizzato e, forse, non realizzabile e con un consenso tra i cittadini, sondaggi alla mano, non proprio entusiasmante. E c’era un’opposizione forte nel Paese, reduce da una lunga sequenza di successi elettorali a livello regionale e territoriale, con un leader riconosciuto come Matteo Salvini. Ma il passaggio di Covid- 19 nel nostro Paese non ci lascerà in eredità lo stesso mondo politico dell’epoca precedente e il segretario della Lega dovrebbe prepararsi alla nuova fase senza dare nulla per scontato. Alcune novità dipenderanno inevitabilmente dalle dinamiche internazionali, ma molto sarà legato anche a come partiti e leader si stanno muovendo in questi mesi. Fa certamente bene Salvini a marcare a uomo il premier Conte e le forze di governo, ma una parte importante delle sue attenzioni l’ex ministro dell’Interno dovrebbe dedicarle a quanto accade in casa sua. È da lì che possono venire le insidie maggiori e il pericolo ha il volto dei due governatori simbolo del centrodestra: Attilio Fontana e Luca Zaia. Per ragioni di storia e di cronaca. Lombardia e Veneto sono la culla del leghismo e, con buona pace del progetto nazionale e sovranista, il Carroccio dovrà sempre fare i conti con le proprie origini. Ma Lombardia e Veneto sono anche due delle zone d’Italia più colpite dall’epidemia e, al tempo stesso, rappresentano due diversi modelli di risposta all’emergenza. Reazioni che hanno prodotto risultati opposti e oggi Luca Zaia può immaginare la fase 2 del suo Veneto senza suscitare preoccupazione e una buona dose di paura nel resto d’Italia, mentre la Lombardia di Attilio Fontana non può fare lo stesso. C’entra, ovviamente, la diversa dimensione dell’epidemia. Ma non solo. Semplificando al massimo: nella tragedia Covid- 19 quella del Veneto – al netto del clamoroso scivolone sui cinesi che mangiano topi – è la storia di una risposta di successo, quella della Lombardia di una lunga sequenza di errori e passi falsi. E la difesa accorata e appassionata che Salvini fa della sua Regione può diventare un clamoroso autogol anche perché dietro le mosse recenti del governatore Fontana si intravedono bene la spinta e il suggerimento politico del segretario della Lega. Spinte e suggerimenti che, al contrario, non superano il confine veneto dove Luca Zaia applica il suo “prima i Veneti” anche rispetto alle esigenze politiche dell’ex ministro dell’Interno. Salvini rischia così di pagare il disastro lombardo, senza incassare il risultato del lavoro veneto. E di ritrovarsi un contendente interno per la leadership del centrodestra. L’apprezzamento di Silvio Berlusconi per Zaia è noto e, soprattutto, il governatore ha le physique du rôle per attirare anche quel mondo moderato ancora restio a cedere alle sirene del salvinismo. Nella storia politica e nel lavoro amministrativo di Zaia si è, infatti, sedimentato, accanto al leghismo autonomista delle origini, anche buona parte della tradizione politico- culturale del Veneto bianco e democristiano, decisamente lontano dal populismo sovranista di Salvini. Il semisilenzio di Zaia sul Mes, cavallo di battaglia della Lega in Parlamento, malcela anche una lettura europea diversa tra il segretario e il governatore, attento agli umori del tessuto imprenditoriale veneto che, per usare un eufemismo, non vedrebbe bene un’ipotesi di Italexit. Non sono passate inosservate le parole che il segretario ha usato per rispondere a una domanda sulla suggestione del presidente veneto a Palazzo Chigi: “È uno dei migliori che abbiamo nella Lega. È una risorsa in futuro, per tutto il Paese”. Un elogio condito, però, di tanti paletti con quella parola – “risorsa” – che non è mai viatico di buone soluzioni nella politica italiana recente. Rischia così di tornare alla luce, seppur in uno scenario completamente diverso, uno dei tornanti tipici della storica della Lega: il conflitto tra veneti e lombardi. In principio fu Umberto Bossi e la sua Lega Lombarda contro la Liga Veneta; un duello politico durissimo che consegnò la guida del mondo federalista al Senatur. Un confronto che, sottotraccia, è andato avanti negli anni con una costante: il predominio del fronte lombardo. L’ultimo veneto a provarci, Flavio Tosi, si è ritrovato fuori dal movimento. I meccanismi e la storia del partito dicono che Salvini non ha nulla da temere, ma, per la prima volta nella storia del Carroccio, la sfida non è per la guida della Lega. Il traguardo è più ambizioso e nella strada per Palazzo Chigi bisogna saper costruire alleanze, curare relazioni trasversali e mostrare una buona dose di realismo politico. Sono queste caratteristiche a fare di Luca Zaia il primo sfidante del suo segretario federale.

Maurizio Belpietro per ''La Verità'' il 27 aprile 2020. Pare che qualcuno sogni di spaccare la Lega. Per dare vita a un governissimo, con dentro tutti, dal Pd ai 5 stelle, da Italia viva e Leu a parte di Forza Italia, in alcuni ambienti vicini alla maggioranza sarebbero al lavoro per dividere il partito di Salvini. Approfittando di un presunto momento di debolezza dell' ex ministro dell' Interno, le sirene governative vorrebbero ammaliare l' ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo governo Conte, ossia Giancarlo Giorgetti, senza tralasciare però Luca Zaia, che da governatore del Veneto è un altro dei pezzi da novanta dell' ex Carroccio. Non si sa se l' operazione di cui da giorni si mormora e che qualche quotidiano ha anche accreditato alla fine abbia fondamento, se davvero ci sia terreno fertile per una rivolta dei colonnelli leghisti. Spesso la fantasia dei cronisti gioca brutti scherzi, e dunque è possibile che qualcuno abbia ingigantito i malumori. Tuttavia, anche a voler prendere per buono il presunto ammutinamento nei confronti del Capitano leghista, vorrei ricordare ciò che è accaduto nel partito fondato da Umberto Bossi negli ultimi 25 anni. Già, perché le ribellioni al leader, ma soprattutto il tentativo di dividere il movimento per riuscire a tirarne un pezzo da una parte, non sono cose nuove per l' ex Carroccio. È vero che con gli anni molte cose sono cambiate, ma sino dalla sua fondazione la Lega è sempre stato un partito leninista, con il culto del capo, e chiunque vi si sia opposto diciamo che non è finito benissimo. Ho la fortuna di aver seguito il Senatur e le sue truppe sin dall' inizio o quasi, e dunque ho potuto osservare di persona molti degli scontri interni. Ricordo per esempio quello che vide contrapposti Bossi e Franco Castellazzi, un politico pavese che nei primi anni della storia leghista era di fatto il numero due del partito, nonché presidente della Lega lombarda. Nel 1991, fra il Senatur e il vice sorsero alcuni contrasti dovuti ai rapporti con il Psi e la Dc e in quattro e quattr' otto Castellazzi, che all' epoca era consigliere regionale lombardo, fu fatto fuori e sostituito ai vertici della Lega da Francesco Speroni. Contro l' ex numero due si scagliarono in tanti, Gianfranco Miglio compreso, e nonostante in seguito l' ex presidente abbia provato a ritornare nella mischia con una lista autonomista padana, fondando anche un movimento che si presentò alle elezioni provinciali, in poco tempo sparì dalla scena. Non meglio andò a Luigi Negri, un leghista di Codogno che, ai tempi del ribaltone orchestrato da Bossi contro Silvio Berlusconi, capitanò una pattuglia di lealisti nei confronti della Casa delle libertà. Nonostante l' appoggio garantito dal Cavaliere, la scissione finì malamente e tutti i rivoltosi sparirono in fretta dal Parlamento, rassegnandosi alle retrovie e in qualche caso al ritiro dalla vita politica. Qualcuno forse obbietterà che sono storie di un quarto di secolo fa, quando il partito era modellato su Umberto Bossi e non c' era spazio per nessun altro. Vero. Tuttavia, anche in tempi recenti ci fu chi pensò di sbarrare il passo a Salvini. Il Capitano aveva appena preso tra le mani una Lega ridotta al lumicino dopo gli scandali del Trota Renzo Bossi e di Francesco Belsito. Maroni aveva provato a risollevarne le sorti, ma il partito sembrava destinato a un lento tramonto e per questo l' ex ministro del Lavoro e dell' Interno scelse di concentrarsi sulla Lombardia. Flavio Tosi, sindaco di Verona e per qualche anno segretario della Lega Veneta, dopo due tornate provò a cercare una ribalta nazionale, candidandosi alla guida della Regione contro Zaia, ma fu sconfitto. Uscito dalla Lega, prima appoggiò il referendum di Matteo Renzi, poi fondò insieme con Enrico Zanetti e altri «Noi con l' Italia», ma alle politiche del 2018 non riuscì neppure a essere eletto nel Veneto. Sì, la storia della Lega è costellata di scissioni, anzi di tentativi di scissione, ma tutti sono finiti come ho raccontato. Ora c' è qualcun altro che prova a spaccare il partito? Prego, si accomodi: restiamo in attesa di seguire gli sviluppi del nuovo ammutinamento.

Addio Lega nord: Salvini chiude con il passato e lancia nuova sfida. Il Consiglio federale ha dato il via libera all'unanimità" al commissariamento degli organi della Lega nord. Commissario federale è il deputato Igor Iezzi. Gabriele Laganà, Venerdì 31/01/2020, su Il Giornale. Un evento storico per la politica italiana. Da oggi, infatti, la Lega nord, il partito nato nel 1991 dalla federazione di diversi movimenti autonomisti regionali, sostanzialmente non esiste più. Matteo Salvini ha, infatti, avviato il processo di rifondazione della ''Lega Salvini premier'', movimento nazionale creato due anni fa e che sta conquistando sempre più consenso tra gli italiani. Il Consiglio federale del vecchio Carroccio, tenutosi nella sede di via Bellerio con la pesante assenza del fondatore Umberto Bossi, ha dato il via libera "all'unanimità" al commissariamento degli organi del movimento nordista. Commissario federale è stato nominato il deputato milanese Igor Iezzi, ex giornalista della Padania e tra i più cari amici di Salvini. La Lega nord, di cui Bossi rimane presidente a vita, non chiuderà ufficialmente anche perché titolare del debito con lo Stato per la condanna sui rimborsi irregolari tra il 2008 e il 2010 ma, in pratica, resterà una scatola vuota. Una sorta di simbolo a testimonianza di un percorso politico lungo e talvolta difficile ma che ha lasciato profondi segni nella politica italiana. Salvini, segretario federale della Lega Nord dal dicembre 2013, ha parallelamente dato il via a un processo di riorganizzazione della formazione che porta il suo nome al fianco della dicitura "premier". Un modo, questo, per sottolineare la ferrea volontà di tornare al governo dopo. Per fare ciò, l’ex ministro dell’Interno ha sviluppato un piano ben preciso: allargamento del partito, presenza sul territorio, attenzione agli elettori che si riconoscono in altri schieramenti politici e, ovviamente, il prosieguo delle battaglie portate avanti fino ad ora. Il nuovo soggetto politico, che a breve sarà strutturato in dipartimenti tematici, entro dieci giorni avvierà un percorso di congressi locali, provinciali e regionali, lungo almeno un anno e che culminerà nel congresso nazionale. La guida del dipartimento Esteri sarò assegnata a Giancarlo Giorgetti. Una scelta, questa ben precisa e che risponde a due esigenze. Innanzitutto si vuole evidenziare come il partito sia compatto, senza distinguo di sorta. Poi, con Giorgetti, Salvini punta ad un nuovo corso in Europa, magari cercando con il passare del tempo di allontanarsi dalle posizioni sovraniste e populiste che hanno carrate rizzato la Lega nord fino ad ora. Un passo forse necessario per farsi accettare da Bruxelles . Una mossa azzardata che però potrebbe allontanare militanti ed elettori più euroscettici. Nel corso del consiglio federale, il segretario leghista ha parlato del recente voto in Emilia-Romagna e in Calabria, soffermandosi soprattutto sul dato deludente registrato dal partito nelle grandi città della "roccaforta rossa".

Lega: nata a Milano "Lega lombarda Salvini premier". (AGI il 10 febbraio 2020.) - E' nata, stamane a Milano, la Lega lombarda Salvini premier. L'associazione, articolazione regionale della formazione cui fa riferimento Matteo Salvini, è stata fondata, davanti ad un notaio, dai seguenti "soci fondatori": i deputati Paolo Grimoldi, Daniele Belotti, e Fabrizio Cecchetti, i senatori Gianmarco Centinaio e Stefano Borghesi, e il governatore lombardo Attilio Fontana. Nell'articolazione del partito di via Bellerio, la Lega lombarda Salvini premier prenderà de facto il posto della vecchia Lega lombarda, fondata da Umberto BOSSI nell'aprile del 1984, costola dal quale il senatur, nel febbraio del 1991, costituì la Lega Nord, come confederazione delle varie formazioni autonomiste del Nord allora esistenti. "Questo nuovo movimento, analogamente alla Lega Salvini premier, proseguirà le battaglie che da anni portiamo avanti per i cittadini lombardi, per il territorio lombardo e per il suo sistema economico e produttivo. Le nostre stelle polari saranno Matteo Salvini, l'autonomia e sempre prima gli italiani", spiega Grimoldi.

Fuoco amico su Salvini, Bossi lo attacca: “Sbaglia, il nazionalismo fa perdere la Lega”. Redazione de Il Riformista il 3 Febbraio 2020. Fuoco amico su Matteo Salvini. Il segretario della Lega è stato duramente preso di mira dallo storico leader del Carroccio Umberto Bossi, quando il partito aveva ancora il ‘Nord’ nel nome. Un intervento a gamba tesa a pochi giorni dalla decisione di Salvini di rifondare la “Lega Salvini premier” e di commissariare invece gli organi della Lega Nord, di cui Bossi rimane presidente a vita. L’atto di accusa di Bossi arriva dalle pagine di Repubblica, in una intervista concessa dalla sua abitazione di Gemonio, a Varese, a Gad Lerner. Lo storico leader della Lega Nord ha più volte ribadito la sua posizione contraria alla svolta nazionalista di Salvini: “Altro che prima gli italiani, per quello basta e avanza la destra nazionalista. Ora spero sia chiaro: se trasferisci la Lega al Sud, poi diventa più difficile chiedere il voto alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia”, rivela Bossi. “La gente si chiede: la Lega fa ancora gli interessi del Nord, sì o no? Basta fare due conti. Più della metà degli elettori italiani vive sopra il Po. Se perdiamo questi, è finita. La priorità è batterci per l’autonomia, e per raggiungerla l’esperienza insegna che serve mantenere anche buoni rapporti con la sinistra, più sensibile della destra a questo tema”, apre quindi il "Senatur". Bossi, che non era presente alla riunione durante cui è stato deciso il commissariamento, nell’intervista ha detto di conoscere il nuovo commissario Igor Iezzi solo di vista («È un ragazzo, questo il suo limite») e ha spiegato di aver aderito al gruppo “Lega per Salvini premier” in Senato “per forza di cose”, “ma una tessera nazionalista mica fa per me”. 

Bossi: ''Salvini sta sbagliando, il nazionalismo è un danno per la Lega''. Il leader della Lega nord Umberto Bossi, intervistato da Repubblica, critica la svolta di Salvini e rilancia sulla questione settentrionale. Gabriele Laganà, Lunedì 03/02/2020 su Il Giornale. La svolta nazionalista impressa alla Lega nord, oggi Lega Salvini premier, non piace a Umberto Bossi, il fondatore del partito nato nel 1991 dalla federazione di diversi movimenti autonomisti regionali. E il Senatur fa poco o nulla per nascondere il suo malcontento e le sue preoccupazioni. In un colloquio con Gad Lerner pubblicato su Repubblica, Bossi ha ammesso di essere tormentato per il futuro della Lega, nata con un’anima lombarda e poi padana e non sovranista e populista. I timori sono aumentati dopo che lo scorso venerdì al vertice del partito al posto di un segretario è stato nominato un commissario, il giovane deputato Igor Iezzi, ex giornalista della Padania e tra i più cari amici di Salvini. Il Senatur si augura che questo non significhi che la Lega ''non deve fare più niente. Capisco che il commissario serva a dare garanzie ai magistrati, questa Lega Nord non può sparire del tutto perché deve pagare i soldi''. Bossi, però, non si arrende e si mostra più combattivo che mai tanto da rilanciare la questione settentrionale affermando afferma in modo perentorio che “il problema dell'autonomia del Nord resta più aperto che mai, non sa in quanti mi vengono a trovare dal Veneto e dalla Lombardia, e io cerco di convincerli a restare nella Lega perché è qui che dobbiamo dare battaglia. Non penso affatto che sia finita". Il fondatore della Lega, applaudito nell’ultimo congresso federale, ha ammesso che se anche il nuovo statuto consente la doppia iscrizione non prenderà la tessera della ''Lega per Salvini premier''perché una ''nazionalista mica fa per me. Ci sono tanti militanti che non approverebbero. Molti sono già andati via, attirati dal movimento Grande Nord di Roberto Bernardelli. Sbagliano prospettiva. Soffrono perché la Lega ha tolto la parola al Nord. Ma non è finito il mondo. Un recupero è possibile". Imbeccato da Lerner, Bossi si è detto sorpreso dai risultati, da lui giudicati non positivi, della Lega alle Regionali del 26 gennaio. Per il Senatur, la svolta nazionalista che doveva servire a sfondare al Sud non è stata un successo. Anzi Bossi rincara la dose arrivando a fare i complimenti a Stefano Bonaccini, vincitore della tornata elettorale nel feudo rosso dell’Emilia-Romagna, giudicato bravo ''ad agganciarsi per tempo al treno di Lombardia e Veneto, con il progetto del regionalismo differenziato''. È questo il punto su cui insiste Bossi. La Lega nazionalista ha commesso l’errore di concedere alla sinistra ''uno spazio che doveva essere il suo''. ''Come non capire che il popolo emiliano- ha aggiunto il Senatur- vuole raggiungere il traguardo dell'autonomia, sul modello di Zaia e Fontana. Era la prima cosa da offrirgli. Altro che prima gli italiani, per quello basta e avanza la destra nazionalista''. Secondo Bossi, se ''trasferisci la Lega al Sud, poi diventa più difficile chiedere il voto alla Lombardia, al Veneto e all'Emilia” perché “la gente si chiede: la Lega fa ancora gli interessi del Nord, sì o no? Basta fare due conti. Più della metà degli elettori italiani vive sopra il Po. Se perdiamo questi, è finita''. Lo sfondamento nel Mezzogiorno per il Senatur non avverrà mai perché “nell'Italia meridionale l'elettorato si divide per clientele, come facciamo a credere che la Lega nazionalista diventi primo partito del Sud? E' stato un errore provarci. Le ultime elezioni ci dicono che la strategia di andare al Sud è entrata in crisi. Torniamo indietro fin che siamo in tempo. Sono convinto che l'autonomia è una meta che raggiungeremo, per questo tengo duro". L’obiettivo è quello di tutelare il nord. E per ottenere l’autonomia, Bossi consiglia di mantenere anche buoni rapporti con la sinistra in quanto “più sensibile della destra a questo tema". Ciò non significa, però, cambiare alleati. Il fondatore della Lega nord critica poi la mossa di Matteo Salvini di allearsi in Europa con partiti di estrema destra o populisti ed euroscettici come il Front National di Marine Le Pen, il tedescco Alternative fur Deutschland o il sovranista ungherese Orbàn."Cercava una legittimazione internazionale. Quel genere di alleanze ti può aiutare momentaneamente a prendere qualche voto in più, ma poi nessuno li vuole, non sono spendibili per conquistare dei risultati. Gli alleati ti devono servire per governare, se scegli l'estrema destra dopo è difficile trovare qualcuno che fa gli accordi con te”. Bossi confida che a parte i suoi fedelissimi leghisti della prima ora, Bossi non ha molti rapporti con lo stato maggiore del nuovo corso. L’unico con cui parla è Giancarlo Giorgetti che spesso gli fa visita.''Ma il suo ruolo ora è di indirizzare Salvini. Poi, si sa, ci sono altri che attaccano il carro dove ordina il padrone''. Il Senatur, quasi in uno scatto di nostalgia, nel corso dell’intervista parla anche di uno dei protagonisti della Prima Repubblica: Bettino Craxi. Bossi ricorda che con il leader socialista non ha mai avuto un ero contatto personale anche perché Craxi''mi mandava i suoi emissari in regione Lombardia'' per chiedere voti in Parlamento a Roma in cambio del federalismo. Ma il Senatur, seppur tentato, non ha mai ceduto: ''Era una scorciatoia con la trappola in fondo''. A chiudere intervista ci pensa la moglie Manuela che ci tiene ad aggiungere un ricordo della sua vita privata che le sta a cuore:"Conosce la storia di mio nonno paterno, Calogero Marrone, venuto su da Favara in Sicilia per dirigere l'anagrafe di Varese sotto il fascismo? Scoprirono che falsificava i documenti per aiutare a fuggire gli ebrei e gli antifascisti perseguitati. Per questo lo deportarono nel lager di Dachau dove trovò la morte nel 1945. Ora lo Yad Vashem di Gerusalemme lo ha insignito del titolo di Giusto fra le Nazioni".

Vittorio Feltri contro Umberto Bossi: "Dovrebbe stare zitto, Matteo Salvini è più bravo di lui". Libero Quotidiano il 4 Febbraio 2020. Un nuovo scontro tra Umberto Bossi e Matteo Salvini, con il primo che ha attaccato il secondo in un'intervista a Repubblica, criticando la svolta nazionalista impressa alla Lega. Da par suo l'ex ministro dell'Interno ha replicato al Senatùr affermando che i soli padri nobili della Lega sono gli elettori. Ennesimo scontro, la frattura tra i due è sempre più profonda. E cosa ne pensa, Vittorio Feltri? Il direttore di Libero ha detto la sua in un'intervista al Tg4, dove non ha lasciato spazio ad alcuna ambiguità: "A me sembra una sciocchezza quella di Bossi, che mi è simpatico e ha fondato un partito che poi si è sviluppato. Ma non scordiamo che non ha mai superato il 7-8% dei consensi, mentre Salvini ha ottenuto alle ultime elezioni il 40% e di norma è sul 30 per cento - rimarca il direttore -. Questo significa che Salvini è più bravo di Bossi, al quale converrebbe stare zitto. A Salvini conviene andare avanti per la sua strada, su cui è arrivato ad ora molto lontano: ha portato la Lega ad essere il primo partito italiano. Non si può dare del fesso a chi ha portato Salvini a quei livelli", conclude Vittorio Feltri.

Giancarlo Giorgetti, il retroscena dalla cena. Brambilla a Tagadà: "Cosa pensa di Salvini, Bossi e citofoni". Libero Quotidiano il 7 Febbraio 2020. Gli sfoghi privati di Giancarlo Giorgetti, spiattellati in tv da Gianluca Brambilla. L'imprenditore milanese ha incontrato con una delegazione di colleghi del Nord il numero due della Lega e si è parlato di tutto, da tasse e fisco a politica pura. "Giorgetti - ha spiegato Brambilla in collegamento con Tiziana Panella a Tagadà, su La7 - mi ha detto che i citofoni non lo entusiasmano (il riferimento è alla mossa elettorale di Matteo Salvini al Pilastro di Bologna, con la citofonata alla casa di un 17enne tunisino accusato da una vicina di essere uno spacciatore, ndr), ma che con quelli del Movimento 5 Stelle non era possibile andare avanti al governo". Giorgetti e Salvini d'accordo sulla rottura, dunque, ma in velato disaccordo sulla linea politica tenuta in tempo di elezioni. E che l'aria nella lega sia frizzante lo ha testimoniato anche la molto chiacchierata intervista di Umberto Bossi a Gad Lerner su Repubblica, in cui il Senatùr contestava al suo erede la scelta di abbandonare il Nord per creare una "Lega nazionale" destinata, a suo dire, al fallimento. I rapporti tra Bossi e Salvini non sono, come evidente, idilliaci e questa scudisciata non ha aiutato a riavvicinarli. "Giorgetti - ha rivelato sempre Brambilla - vorrebbe che Salvini andasse a trovare Bossi". Difficile, per il momento. All'incontro con gli imprenditori, però, si è parlato anche di politiche fiscali. "Noi ci vogliamo intestare la battaglia che è stata eliminata di fatto la flat tax per le partite Iva e questa è una porcheria. Molti hanno aperto la partita Iva nella speranza di fare altro che 100mila euro. Abbiamo ucciso il bambino nella culla".

Roberto Maroni, bomba prima del congresso: "Questa Lega di Salvini un partita leninista". Scissione del Nord? Libero Quotidiano il 21 Dicembre 2019. Al Congresso leghista che si terrà questa mattina, sabato 21 dicembre, tutto è possibile. Parola di Roberto Maroni. "Se Matteo Salvini non ascolterà il Nord, il partito diventerà leninista". Dunque, per l'ex segretario della Lega "nascerà qualcosa di nuovo". La Lega però, per Maroni, rimarrà sempre la Lega, "vengono mantenuti i padri fondatori, ci sono riconoscimenti persino per il sottoscritto e per Bossi. Sarà un passo verso l'evoluzione - spiega in un'intervista alla Stampa -, sarà un soggetto politico diverso ma con le radici nel passato. Salvini poteva anche fare una scelta diversa, con un congresso che metteva in liquidazione il partito. Invece così non è. Almeno salvo sorprese". Una fra tutte? Che il Nord tanto centrale nel partito fondato da Umberto Bossi venga messo all'angolo. "In quel caso - prosegue - potrebbe anche nascere qualche cosa di diverso, che torni a rappresentare le istanze dei ceti produttivi del nord". Insomma, un partito leninista "in grado di tenere dentro tutto" alla Dc-maniera, "con diverse anime". 

Gad Lerner, la stretta di mano a Umberto Bossi e il commento: "Perché mi sono commosso". Libero Quotidiano il 21 Dicembre 2019. A Milano, al congresso della nuova Lega targata Matteo Salvini, c'era anche Gad Lerner, che copriva l'evento per Repubblica. E quando Umberto Bossi ha lasciato l'hotel dove si è tenuta la kermesse ha salutato Lerner, tra i due una calorosa stretta di mano. Dunque, la firma di Repubblica, sul sito del quotidiano ha scritto un breve e sentito articolo dedicato al Senatùr: "Trent’anni dopo… e va bene, stringersi la mano e poi darsi perfino una carezza col vecchio Umberto Bossi stamattina, a quello che sarà probabilmente l’ultimo congresso della Lega Nord, con lui che ne esce esausto ma fiero, ha fatto venire gli occhi lucidi a entrambi", ha premesso. Dunque la prima stoccata a Salvini: "Lui non avrebbe mai concepito un partito che si chiamasse Lega per Bossi premier". Lerner poi ricorda come la loro "relazione professionale" è stata "talora aspra, visto il personaggio, ma sempre nel segno del rispetto, che fossimo a Pontida o in piazza San Marco a Venezia. E quando da un leghista mi arrivava un insulto di troppo, l’Umberto telefonava subito per dire che era un pirla", ricorda Lerner. Infine sottolinea: "Vederlo così fragile, applaudito per poi dimenticarselo, eppure tenace nelle sue idee che non condivido, mi ha provocato un moto di tenerezza". Lerner conclude: "Si può (si poteva?) essere avversari, andare perfino allo scontro duro in tv, e poi darsi il cinque, con il vecchio senatùr".

Tosi sintetizza: "La Lega è morta, c'è il partito del Capitano". Bossi, il sud e l’Africa, Salvini corre ai ripari: “Sui meridionali abbiamo idee diverse”. Redazione Il Riformista il 23 Dicembre 2019. Umberto Bossi conferma e rilancia. Dopo le parole pronunciate durante il congresso della Lega sabato scorso a Milano, il fondatore del Carroccio ribadisce il proprio pensiero sul Sud Italia. Raggiunto dall’AdnKronos, l’ex Senatur spiega il suo ragionamento che l’ha portato a pronunciare la frase “mi sembra giusto aiutare il Sud, mi sembra giusto, sennò se non li aiutiamo ‘a casa loro’ straripano e vengono qui. È un po’ come l’Africa”. “Creare lavoro ed occupazione al Sud” così da renderlo “una terra che non obblighi le persone ad una migrazione lavorativa deleteria per le stesse regioni, creando poi difficoltà per le regioni del nord che devono già risolvere il problema della disoccupazione presente”. “La mia dichiarazione al congresso è stata molto chiara – ribadisce il Senatur – . Ho detto che ‘certo bisogna aiutare anche il Sud, questo mi sembra giusto che se non li aiuti a casa loro, poi straripa e vengono qui (al Nord). E’ un po’ come l’Africa che non è stata aiutata e ci arriva tutta addosso, quindi prevedere con scelte giuste e sagge che vadano meglio a noi e a loro”. Dire che è quanto succede con l’Africa, significa dire che anche lì “la forte ondata migratoria è dovuta al fatto che non si è investito nei loro paesi”. E quindi, aggiunge all’Adnkronos il fondatore della Lega “le politiche d’investimento devono essere fatte nella terra d’origine per consentire uno sviluppo economico che non porti ad una migrazione lavorativa impossibile da sostenere, visto la situazione attuale lavorativa del paese Italia”. Parole dalle quali si dissocia il segretario della Lega Matteo Salvini: “Bossi? Io gli porto eterna riconoscenza perché lui ci ha svegliati. Se poi lui ritiene che la Lega debba occuparsi solo di un pezzo di Paese, beh, questa non è la mia idea”. In una intervista a “La Verità”, l’ex ministro dell’Interno assicura che con il vecchio capo non è però rottura: Al Congresso “lui c’era. E si è espresso a favore. Il nuovo statuto è stato approvato all’unanimità. E a me va bene così”. Una sintesi dell’evoluzione della Lega la offre Flavio Tosi: “Quando sei leghista per 25 anni come me ci rimani per sempre, anche se Salvini mi ha buttato fuori -ha affermato Tosi-. E’ la Lega che purtroppo come partito è morto. Le battaglie per le quali io e quasi tutti i leghisti di quell’epoca entrammo in Lega sono state cancellate. Vengono utilizzate come slogan al nord, ma a livello nazionale il federalismo è un tema che è stato cancellato. Basti guardare che prima eravamo pro-Catalogna e pro-Scozia, adesso Salvini è pro-Johnson e della Catalogna non parla più. In Lega Bossi mi chiamava l’italiano in modo dispregiativo perché non sono mai stato secessionista, io sono federalista, sono rimasto ai temi del federalismo e dell’autonomia”. Flavio Tosi è intervenuto così ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. “Bossi dopo la malattia del 2004 non è più Bossi. Vorrebbe avere lo spirito e la verve di prima, ma mi ha fatto un po’ tenerezza vederlo parlare al congresso, perché Salvini fa e disfa come vuole, ormai la Lega è diventato il partito di Salvini, i consensi sono legati a Salvini”, conclude Tosi.

«Non più solo Nord». Salvini lanciala Lega nazionale per alzata di mano. Pubblicato sabato, 21 dicembre 2019 su Corriere.it da Marco Cremonesi. Le critiche del leader del Carroccio agli assenti «pigri». Calderoli (Lega): «Resta anche il vecchio partito». Il nuovo partito nasce con una «scarica di mazzate». Quelle di Matteo Salvini che inizia il suo intervento al congresso della Lega Nord picchiando giù duro su (tutti) i leghisti: «Personalismi, approssimazione, litigi, pigrizia... Noi siamo qua perché gli italiani contano su di noi e non abbiamo il diritto di essere pigri». I suoi minimizzano, parlano di «tecnica motivazionale» non rivolta contro nessuno in particolare. Però, dice Salvini, «se i parlamentari hanno ritenuto di fare qualcosa di diverso piuttosto che venire al congresso, allora non hanno capito niente». In effetti, la platea che cambia la storia della Lega non è debordante: il presidente Giancarlo Giorgetti aprendo il congresso dichiara 126 presenti (su circa 500 aventi diritto). Non ci sono gli esponenti dell’opposizione interna e gli esponenti della Lega salviniana, nei posti a loro riservati in fondo alla sala, non aumentano di molto il numero. Ma il regolamento non prevede soglie legali e la rivoluzione si compie per unanime alzata di mano registrata dal notaio: ora potrà formalmente partire la costruzione del nuovo partito salviniano. Ma il congresso è per Salvini anche l’occasione di un ritocco d’immagine. Giuliano Ferrara lo chiama «il Truce»? E lui parla dell’«Italia del sì che guarda avanti e sorride, il battesimo di un movimento che non vuole più occuparsi di una parte del paese ma abbracciarlo tutto». Anche il tam tam sull’Emilia-Romagna come Regione «rossa» da espugnare, si risolve in un rovesciamento di prospettiva: il capo leghista convoca il suo partito per il 18 gennaio a Maranello, la città della Ferrari «dove c’è il rosso italiano che piace nel mondo. E io propongo a tutti di venire vestiti di rosso». Infine, corregge l’impostazione dei leghisti che non amano papa Francesco: «C’è chi cerca di metterlo in politica, ma lui quando parla di immigrazione usa soprattutto due termini: “limiti” e “prudenza”». C’è ancora lo spazio per elogiare i governatori Zaia e Fontana per aver portato le Olimpiadi in Italia, scordandosi di Giorgetti. Poi, però, i toni fiammeggianti ritornano quando Salvini parla della possibilità di essere processato per i fatti della Gregoretti: «Se c’è qualcuno che invade il campo altrui, non è la politica. E se qualcuno pensa di impaurirmi con la minaccia del carcere sbaglia. Come dice Trump, questi giudici non attaccano me, ma il popolo». La voce si alza: «Anzi, propongo al congresso di autodenunciarci in massa». In qualche modo, Salvini ricorda il Berlusconi che incitava i «missionari della libertà». Anche per lui «il confronto è tra libertà e dittatura», ma i nemici per Salvini non sono soltanto i comunisti: «Il punto non è vincere le elezioni. C’è una battaglia globale di cui o siamo coscienti o perdiamo. Qualcuno non ha capito che siamo l’ultima ancora di salvezza per il popolo cristiano occidentale». Non per nulla Salvini era entrato nella sala del congresso con un grosso presepe, prima di tuonare contro i parroci che «offrono la parrocchia per il Ramadan. Non fanno qualcosa contro la religione, fanno anche qualcosa di criminogeno». L’ultima delle cannonate è per Beppe Grillo: «Quando entra ed esce dall’ambasciata cinese, va a trovare una dittatura. Parlano di democrazia e Rousseau e poi baciano la pantofola a una dittatura».

Bossi al congresso della Lega: “Se Salvini vuole il simbolo raccolga firme”. Antonella Ferrari il 21/12/2019 su Notizie.it.  Umberto Bossi ha raggiunto il congresso straordinario della Lega a Milano ed è stato accolto da un fragoroso applauso da parte dei delegati: “Oggi non si chiude nessuna Lega – ha detto -. Siamo noi che concediamo. Salvini non ci può imporre un caz.. e lo diciamo con franchezza, le cose imposte non funzionano“. Era stata incerta fino all’ultimo la presenza al congresso, quello che sancisce di fatto la fine del partito da lui fondato per lasciare spazio alla nuova Lega Salvini Premier. Umberto Bossi, seduto sulla sua sedia a rotelle a causa dei problemi di salute, è arrivato all’hotel Leonardo da Vinci di Milano per presenziare al congresso che sancirà il nuovo statuto della Lega. “Oggi un funerale? Col caz.., oggi è il funerale degli altri: la Lega è un partito nazionale dei popoli del Nord e questo ormai tutti l’hanno capito” ha detto mostrando il dito medio. “Non ci sono litigi per fortuna, sarebbe solo un modo per dare soddisfazione agli altri” ha poi detto a pochi passi da Salvini.

“L’autonomia? Una battaglia da proseguire”. “Sull’autonomia non siamo riusciti a ottenere niente, ma è una battaglia che la Lega deve mantenere – ha detto poi Bossi prima di commentare l’operato di Matteo Salvini – È uno di quelli che vuole combattere ancora. La battaglia della Lega sarà sempre cambiare le cose, il centralismo, fare in modo che il Paese diventi davvero democratico. Il fatto che adesso vogliano condannare Salvini vuol dire che qualcosa lo abbiamo fatto bene, non ho mai visto un segretario della Lega che sia stato tranquillo“.

Bossi sulle sardine. “Non bisogna sottovalutare le sardine – ha detto Bossi arrivando al congresso -, sono un’operazione intelligente. Rappresentano la spunta sociale contro il Palazzo. All’inizio lo abbiamo fatto anche noi della Lega. Le sardine non diventeranno un partito, il partito c’è e si chiama Pd“.

 (AGI il 21 dicembre 2019.) - Umberto Bossi rispolvera il dito medio nel corso del suo intervento al congresso federale della Lega Nord. "I giornalisti fuori mi hanno chiesto se oggi si celebra il funerale della Lega. Col cazzo io rispondo, Oggi non si celebra nessun funerale", ha affermato il senatur.

Da ilmessaggero.it il 21 dicembre 2019. Matteo Salvini apre a Milano il congresso federale della Lega, che servirà a cambiare lo statuto per creare un partito nazionale. Ma «oggi non è il funerale della Lega. Non c'è nessun funerale alle porte», precisa Umberto Bossi, giunto in carrozzina e accolto da una standing ovation. I delegati al congresso della Lega hanno approvato per alzata di mano il nuovo statuto del partito. «Oggi è l'inizio di un bellissimo percorso, è il battesimo di un movimento che ha l'ambizione di rilanciare l'Italia nel mondo», ha detto il leader della Lega Matteo Salvini, arrivando con un presepe in mano donato, ha detto, da artigiani campani. «Sono contento di dirvi che oggi non si chiude nessuna Lega, questo congresso nella sostanza dà la possibilità di avere il doppio tesseramento, sarà possibile essere iscritti alla Lega e alla Lega per Salvini», spiega invece Umberto Bossi. E «Se Salvini vuole avere la possibilità di avere il simbolo della Lega nel partito chre sta facendo, deve raccogliere le firme». Intanto Salvini torna a parlare del caso Gregoretti. «Non penso che questi giudici attacchino me, attaccano un popolo. Non c'è in ballo la mia libertà personale, è un attacco alla sovranità nazionale, alla sovranità popolare, al diritto alla sicurezza, al diritto alla difesa dei confini. Sono tranquillissimo, anzi - ha concluso Salvini - se dovessi andare in tribunale, ci andrei a testa alta: penso, però, che dovrebbero prenotare un tribunale grande grande, perchè ci sarà tanta gente insieme a me». La nuova Lega «è già nei fatti» ma «il dna rimane», ha detto Giorgetti. «Oggi ci saranno delle modifiche statuarie di adeguamento della forma giuridica della Lega rispetto alle sfide del nuovo millennio. Il mondo intorno è cambiato, l'idea di fondo dell'autonomia rimane ma deve essere declinata in modo diverso in un mondo sempre più globalizzato» ha detto Giorgetti. «Salvini - ha aggiunto - è stato molto bravo a interpretare il nuovo mondo e a cambiare il modo di comunicare, che oggi è importantissimo in politica. Questa è una fase nuova ma nella Lega l'evoluzione c'è sempre stata se si guarda alla sua storia. Siamo l'unico partito che fa i congressi, non accettiamo lezioni di democrazia da nessuno».

Paolo Colonnello per “la Stampa” il 21 dicembre 2019. L' ex segretario della Lega Roberto Maroni si dichiara un «inguaribile ottimista» per il congresso del Carroccio che andrà in scena questa mattina a Milano, ma avverte: «Se il Nord non verrà più ascoltato potrebbe nascere qualcosa di diverso».

Oggi sarà il congresso che archivierà la Lega come l' abbiamo conosciuta?

«No, non sarà così. Ho visto le modifiche statutarie: la Lega rimane Lega, vengono mantenuti i padri fondatori, ci sono riconoscimenti persino per il sottoscritto e per Bossi»

Quindi niente funerale?

«Ma no, sarà un passo verso l' evoluzione, sarà un soggetto politico diverso ma con le radici nel passato. Salvini poteva anche fare una scelta diversa, con un congresso che metteva in liquidazione il partito. Invece così non è. Almeno salvo sorprese".

Tipo?

«Sono convinto che anche dopo questo congresso, il nord rimarrà centrale, e così l' autonomia. E se così non sarà, be', allora potrebbe anche nascere qualche cosa di diverso, che torni a rappresentare le istanze dei ceti produttivi del nord".

Un invito a Salvini a non deragliare?

«Salvini non ha bisogno di alcun invito. Sta cercando di portare la Lega fuori dai suoi confini tradizionali. Ma il nuovo partito sarà comunque federale e manterrà le sue identità territoriali".

Umberto Bossi si è lamentato di essere stato messo ai margini. Perché?

«Guardi, nel nuovo statuto Bossi sarà confermato presidente a vita, salvo rinunce. La guida di Salvini ha impresso una velocità al partito che ha reso faticoso per tanti e non solo per Bossi rimanere al passo. E' naturale che Bossi si senta un po' emarginato ma è la naturale evoluzione della vita. Umberto è molto amato. Anzi, consiglio a Salvini di fargli un elogio molto forte: se lui ora è segretario è perché c' è stato Bossi, se al sud possono votare la nuova Lega è perché c' è stato Bossi».

Se il partito oggi è più a destra però non è per colpa di Bossi.

«L' aspirazione della Lega è diventare un partito egemone, che detti la linea al Paese. E' chiaro che la Lega di Salvini ha dovuto occupare spazi che però non sono solo di destra, perché un partito oltre il 30 per cento è molto di più».

Un partito leninista?

«Per me che vengo da lì, è un complimento».

 Non si direbbe un partito di sinistra.

«Ma no, si tratta di fare un partito molto bene organizzato che tenga dentro tutto.

La Dc aveva diverse anime, per dire, e non è mai stato un problema» Ma per ottenere l' egemonia ci vuole una base culturale, ideale. Quale sarebbe quella della Lega?

«Non so se con la politica social, queste cose valgano ancora. Secondo me non ha più senso parlare di influenza culturale. Bisogna fare i conti con la realtà e avere consensi in mille modi diversi».

Quindi l' obiettivo alla fine è il potere per il potere?

«In effetti su questi temi c' è quasi il vuoto. Non c' è più strategia, c' è solo tattica. L' orizzonte dei partiti ormai è solo il 26 gennaio, la data delle elezioni in Emilia».

Le Sardine vi stanno incalzando e hanno sostituito la piazza di Salvini...

«Il potere viene e va. Le Sardine sono una novità e possono influenzare gli eventi di gennaio. In Emilia c' è un 47 per cento di indecisi e le Sardine parlano a loro e certamente sono ostili al candidato di centro destra. Potrebbero fare la differenza. Come diceva Mao: grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente. Ci sarà da divertirsi».

Mario Ajello per “il Messaggero” il 21 dicembre 2019. Ancora compaiono, a Milano e soprattutto sui ponti stradali e sui muri nelle contrade di provincia lumbard, le scritte contro «Roma Ladrona» e inneggianti alla «Lega per l'indipendenza della Padania». Anche a ridosso della sede del Carroccio in via Bellerio c'è una scritta così. Chissà se verranno cancellate anche queste, ora che la Lega Nord non ci sarà più - se non come una bad company da lasciare impelagata nella storiaccia dei 49 milioni di rimborsi elettorali spariti - per effetto del congresso-lampo oggi a Milano. In cui Salvini chiude il partito di Bossi e lancia la Lega per Salvini Premier. Il tutto in poche ore, senza interventi se non quelli del leader, senza rimpianti, senza nostalgia, senza la presenza di Bossi anche perché non sta bene, senza attardarsi in grandi ragionamenti o in discussioni di linea politica, senza maggioranza e minoranza perché sono tutti d'accordo (compreso Maroni) con Matteo e senza eleggere nuovi organigrammi o cose così. Un congresso no-congresso, insomma. E il solo Fava, che sfidò Salvini per la segreteria e ne uscì rottamato, non parteciperà alla festa perché «è un vero e proprio funerale, anche se mascherato». Un brivido potrà venire però stamane dalla Sardine milanesi. Hanno deciso di fare un flash mob a poche centinaia di metri dall'Hotel da Vinci, sede delle assise, e potrebbero venire a contatto con i leghisti. Intanto annuncia Salvini: «Alberto da Giussano ce lo teniamo stretto nei nostri cuori, attaccato al bavero della giacca e nelle nostre bandiere. Il guerriero resta con noi». Il simbolo infatti non si cambia. Anzi, potrà essere dato in francising a liste associate alla Lega nazionale che è già nata e ben operante e ora viene ufficialmente codificata. Si tratta solo di una modifica allo statuto (quella per passare dal vecchio Carroccio al nuovo) che però, pur se si tenta di minimizzare la svolta storica, rappresenta un superamento delle radici. Via tutta l'epopea nordista incarnata nel partito di Bossi, fondato il 12 aprile '84 dall'Umberto giovane in cerca d'autore (lo trovò nel politologo secessionista Miglio e nel mito di Alberto da Giussano), insieme alla moglie Manuela (maestra elementare e terrona) e a 4 amici, un odontotecnico, un rappresentante di commercio, un commerciante, un architetto. Tra i quali Giuseppe Leoni, poi primo deputato lumbard e ora arrabbiatissimo con Salvini che chiude quella storia nel congresso lampo di stamane. Partito molto personalizzato (parla solo Salvini oggi). Niente più Bossi, ma resterà presidente onorario a vita della bad company. E restano figure storiche come Francesco Speroni. A sua volta convertito al pragmatismo: «L'idea di fondare un nuovo partito non è nostra. Ma del procuratore di Genova, Francesco Cozzi, che ha detto che se nasce un nuovo partito non sarà possibile sequestrare i beni di un partito che non è la Lega Nord, che è stata condannata a risarcire i 49 milioni». La novità è che il segretario non sarà più in carica per tre anni ma per 5. Non ci sarà più una segreteria politica federale, così tutto è più veloce e più personalizzato. E compare, nel nuovo articolo 15 dello statuto, un particolare essenziale: il segretario non avrà più alcune funzioni tra cui quella di «riscuotere i finanziamenti pubblici e i rimborsi elettorali per la Lega Nord». Liberare Salvini da questa mega-rogna, ecco. Ma sarebbe riduttivi limitare tutto a una questione di soldi, anche se il tema è preminente. L'altro aspetto è che nasce la Lega per Salvini Premier (Lsp) per sfondare anche al Sud (ma lì il Carroccio una classe dirigente decente ancora non ce l'ha) e per puntare (nonostante ciò strida con l'apertura al Mezzogiorno) sull'autonomismo come succedaneo, non meno rischioso, dell'antico secessionismo.

·        Salvini è Fascista.

Matteo Salvini, Renato Farina: "Ha soffiato Berlinguer alla sinistra ma tranquilli, non è comunista". Renato Farina su Libero Quotidiano il 10 luglio 2020.  Ci fu un libro di Anonimo, in realtà Gianfranco Piazzesi, intitolato «Berlinguer e il Professore», anni 70. Oggi siamo a «Berlinguer e il Capitano», alias Matteo Salvini, il quale ha osato parlare bene del cugino comunista di Cossiga, addirittura proclamando la Lega come erede dei «valori di una certa sinistra, quella di Berlinguer, degli operai e degli insegnanti, quella degli artigiani e del lavoro». Pertanto ritiene «un bel segnale» il trasferimento degli uffici romani del Carroccio in via delle Botteghe Oscure, giusto davanti al palazzo che fu sede dello stato maggiore del Pci, indi «abbandonato dal Partito democratico» (Salvini, ieri, all'Aria che tira, La7). Orrore, scandalo. Non della destra, come ci si aspetterebbe, e come saremmo tentati di fare noi stessi che stimiamo Stalin solo perché ha ammazzato più comunisti di tutti (Montanelli dixit), bensì della sinistra. Non l'avesse mai fatto. A Salvini sono saltati in testa, con convulsioni da tarantolati, sia i capi azzimati sia la teppa dei compagni: tutti a reclamare il possesso esclusivo delle reliquie berlingueriane. I morti e le loro opere non appartengono più alla propria parte, grande o piccola che sia, ma versano il loro lascito all'umanità. È capitato a Gesù Cristo di essere qualificato come primo comunista, primo liberale, primo ribelle eccetera, lo citano volentieri gli atei, e neanche il Papa si lamenta; non si vede perché Berlinguer non possa dare consigli postumo alla Lega. Un po' di senso dell'ironia non guasterebbe.

Sacrilegio - Niente da fare. Paragonarsi a Berlinguer, è stato considerato sacrilegio. Manca solo che denuncino Salvini per vilipendio di cadavere, art. 410 codice penale. La salma, imbalsamata e interpretata dagli assai inferiori successori e seguaci, deve restare intoccabile nel sarcofago vigilato dalle guardie rosse di vergogna. Avrebbero preferito di gran lunga, invece dei complimenti, un Alberto da Giussano pronto a sputare su quella memoria. E che, visto che avrà l'ufficio soprastante a quello del glorioso compagno avesse rivendicato, in caso di necessità, la soddisfazione di orinare col pensiero sulla storica scrivania del successore di Togliatti. Allora sì, sarebbe stato perfetto, identico al nemico con gli occhi da Hannibal e la lingua da trivio che quelli di sinistra amano raffigurare. Volgare e scemo. Invece Salvini ha detto qualcosa di vero e intelligente a proposito di operai e artigiani (insegnanti non credo). I numeri, che sono gli unici valori a pesare in democrazia, dicono che i metalmeccanici di Berlinguer sono saltati sul Carroccio. Quello di Alberto da Giussano è ormai il partito maggioritario dei lavoratori di officine e fabbriche grandi e piccole, al punto che hanno dichiarato di votare Lega molti tesserati della Cgil. Berlinguer, con la sua eleganza e sobrietà, piaceva moltissimo agli operai e ai borghesi. Non hanno mai capito che cosa fosse «eurocomunismo», ma agli operai bastava la seconda parte della parola e ai borghesi la prima parte, per applaudire uno che era così fine, e conquistava al partito anche gli aristocratici perché come il segretario del Pci beveva il tè in vestaglia non c'era nessuno, secondo la criticatissima e perfetta vignetta di Forattini. Non era dileggio, spiegava con una iperbole l'unicità del fenomeno: di un Partito comunista che continuava a incassare l'oro di Mosca, succhiato agli zero dei Gulag, ed era al 35 per cento dei consensi.

La lezione - Un tocco magico che ha tanto da insegnare. Salvini non è uno sprovveduto, e ha capito che se vuole essere il capo di un partito maggioritario deve includere piuttosto che escludere, non limitare il proprio perimetro in un unico ambito sociale e culturale. Questa capacità di rapporto con la gente comune, la disponibilità a raggiungere il popolo ovunque, fino a crepare in un comizio, come davvero accadde a Berlinguer (Padova, 7 giugno 1984) resta un esempio da cui un leader ha da attingere. Lo stimato de cuius preferiva il tè al mojito? Non ci si fossilizza su un aperitivo... I gerarchi e gerarchetti del Partito democratico non riescono a capacitarsi tuttora dell'accaduto. Per costoro il cambio di colore delle masse popolari dal rosso al verde, e comunque al centrodestra, resta un furto di vernice. Il vento del cambiamento d'epoca non lo percepiscono. Per questo stanno attaccati con un feticismo superstizioso ai sepolcri, convinti di assorbire il carisma magico della sacra salma. Ma in politica il carisma e la capacità di comunicazione funzionano se sono radicate negli interessi profondi di coloro cui chiedi il consenso. Se la sinistra dimentica i protagonisti del lavoro inseguendo la retorica degli ultimi, anche una seconda venuta di Berlinguer, portato in braccio non più da Benigni ma da Fiorello e Crozza, sarebbe l'apparizione di un fantasma.

Valhalla rosso - Il fatto è che la sinistra italiana non sa reggere con dignità i momenti in cui la storia ti taglia le gambe, e non sopporta l'invasione simbolica di Salvini, per questo getta anatema. Il successore di Bossi deve aver toccato per caso o per malizia la pietra del meccanismo che ha fatto scattare il Codice Rosso. È penetrato nei confini mentali del loro Valhalla segreto, dove passeggiano Marx, Lenin e Berlinguer, i venerati archetipi della loro religione mai perduta, anche se ufficialmente rinnegata almeno nei più: Botteghe Oscure = Berlinguer = Comunismo. Pronti al ridicolo di rinfacciare alla Lega 49 milioni che sta peraltro restituendo allo Stato, quando Berlinguer, Togliatti, Cossutta, Napolitano non hanno restituito un rublo ai milioni di prigionieri innocenti che con il loro lavoro forzato hanno finanziato e lucidato gli ottoni e i mobili di Botteghe molto Oscure.

Dall’aratro alla ruspa il paragone (per gioco) tra Mussolini e Salvini. Pubblicato mercoledì, 26 febbraio 2020 su Corriere.it da Aldo Cazzullo. Paragonare il Duce al Capitano è «come confrontare Rita Hayworth ed Elettra Lamborghini». Parte da questa premessa Pietrangelo Buttafuoco, per il volume che PaperFirst, la casa editrice del Fatto quotidiano, sta per mandare in libreria. Una premessa necessaria per capire che si tratta di un divertissement intellettuale: per apprezzarlo bisogna leggerlo senza le lenti dell’ideologia. L’autore parte dallo storico pamphlet di Ezra Pound, Jefferson e/o Mussolini, in cui il poeta dei Cantos accostava il presidente americano al dittatore italiano, e ne aggiorna il titolo, che diventa Salvini e/o Mussolini. Ne nasce un dizionario, dalla A di America — Salvini viene buggerato dall’infido Trump che gli preferisce «Giuseppi» Conte, Mussolini dopo un feeling iniziale paga l’alleanza con Hitler fino al disastro militare — alla Z di Zorro, eroe favorito di entrambi. Comincia così il gioco delle analogie e delleLa copertina differenze, delle vite parallele, di «Ieri» e «Oggi». Entrambi hanno un grande vecchio che incombe e di cui non riescono a liberarsi: «Il re di Salvini è Berlusconi; il Berlusconi di Mussolini è Vittorio Emanuele III». L’opposizione la faceva Benedetto Croce e ora la fa Fabio Fazio. «Mussolini ebbe come agiografa Margherita Sarfatti, Salvini ha Annalisa Chirico». La nemica ieri era Violet Gibson, che spara al Duce ferendolo al naso, oggi è Carola Rackete (ma c’è anche chef Rubio, «ostile al punto di essere diventato un termine di paragone. Alex Zanotelli, un religioso, missionario comboniano, lancia un terribile anatema contro Salvini — «va processato per la sua disumanità» — e il leader della Lega così replica: «Ma Chef Rubio s’è travestito da prete?»). Salvini ha Bibbiano, Mussolini lo scandalo di Gino Girolimoni (cui vengono attribuiti ingiustamente crimini sui bambini). L’ispiratore dichiarato e rinnegato di Salvini è Umberto Bossi (ma la Lega Nord non ha mai rinunciato all’indipendenza della Padania, a differenza del movimento parallelo Lega per Salvini Premier), quello di Mussolini è Jan Hus, eretico bruciato vivo cui dedicò un libro prima della svolta clericale. Salvini ha Ruini, Mussolini il Papa in persona che lo definisce «l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare». Salvini litiga con la grande eccentrica Asia Argento ma poi scatta con lei un selfie sorridente; Mussolini si lega ma poi litiga con Leda Rafanelli Polli, «sacerdotessa di Zoroastro ma anche musulmana di derivazione sufi». Uno salutava romanamente, l’altro vibra schioccanti baci ai rosari. Mussolini aveva Mino Maccari e Leo Longanesi, «i due nani di Strapaese» come li definiva lo spilungone Curzio Malaparte, che li descriveva mentre «passeggiano nervosamente sotto il letto tutta la notte»; Salvini deve accontentarsi di Luca Morisi, poiché «l’algoritmo traccia il solco ma è la Bestia che lo difende. A chi Tik Tok? A lui». E ancora: il simbolo della lista dei Comunisti padani, guidati da Matteo quando portava l’orecchino e frequentava il Leonka, era Che Guevara; il giovane Benito aveva al fianco Bombacci, che diventerà comunista per poi morire al suo fianco. Uno aveva la camicia nera, l’altro la felpa. Uno Leni Riefensthal, la regista di Olympia premiata con la Coppa Mussolini al Festival del cinema di Venezia, l’altro Maria Giovanna Maglie. Uno era messo in ombra da Balbo, l’altro dalla Meloni. Uno tuonava contro Cagoia, simbolo di viltà mutuato dal dannunzianesimo, l’altro contro il detestato Conte. Ieri le colonie marine, oggi il Papeete. Ieri la trebbiatrice della battaglia del grano, oggi la ruspa della battaglia contro i rom. Ieri Costanzo Ciano, oggi Denis Verdini. A volte le due strade si incrociano: come quando Salvini cita Mussolini — «noi tireremo diritto», «molti nemici molto onore», «chi si ferma è perduto» —, o meglio crede di citarlo: la seconda frase è del condottiero tedesco von Frundsberg, la terza di Dante. A patto di non alzare troppo il sopracciglio e di non prenderlo troppo sul serio, Buttafuoco si conferma insomma il vero narratore (come si sarebbe detto ieri, mentre oggi si preferisce storyteller) della politica italiana.

Maria Giovanna Maglie per Dagospia il 27 febbraio 2020. La principessa Mirta e l'amatissima Edda, il tormentone Facebook e il cinegiornale, la felpa e la camicia nera, il mojiito e il Sangue Morlacco, il Papeete e le colonie marine, la ruspa e la trebbiatrice, Che Guevara e Bombacci. E' un gioco talmente innocente e raffinato, ma racconta anche così bene la gran mole di sciocchezze che circondano il racconto dell'Uomo Forte e dei suoi poteri, soprattutto nell'Italia della Resistenza perenne e dell'antifascismo sempre a bandierina dritta, che il nuovo libro di Pietrangelo Buttafuoco il co-protagonista se lo e' messo sulla scrivania, e lo ha lasciato immortalare, subito beccato da Dagospia. Salvini, insomma, manda a dire che non intende offendersi del possibile paragone con il Duce, lui che da qualche intollerante di ritorno è definito il Truce, senza rispetto e senza discernimento, utilizzando canoni novecenteschi frusti pur di non guardare con occhio asciutto, e analizzare il suo straordinario successo popolare. Ecco, a tutti quelli che "non gli siamo contro per quello che fa ma gli siamo contro per quello che è", il libro di Buttafuoco darà molto fastidio perché e' con loro che ce l'ha. Salvini quel libro se l'e' messo sul tavolo anche perché difficile sarebbe offendersi visto che l'altro Lui è per Pietrangelo il Caro Amore, e nell'Olimpo suo sta molto più in alto di chiunque oggi in circolazione sulla terra. E visto che il Truce di oggi a Pietrangelo fa certo una grande simpatia umana e politica, ma nella sua categoria ideale e' saldamente e giudiziosamente collocato a destra, nel popolo, e invece l'originale è carne viva della sinistra, socialista, rivoluzionario, sempre distante, amato rabbiosamente da coloro che lo odiano. Nella ricerca di argomenti per rispondere alla dilagante e urticante polemica del giornalone unico su Salvini fascista, anzi sul fascioleghismo di Salvini, che' questa è la versione più recente a ritmo di coronavirus, Buttafuoco si imbatte in Ezra Pound, altro suo mito, in quel delizioso pamphlet dal titolo Jefferson e/o Mussolini, il presidente degli Stati Uniti e il duce della rivoluzione fascista,' l'idea statale', e gli piace il pretesto degli accostamenti tra ieri e oggi. Solo che lo fa per segnare le differenze, non le somiglianze, e qui in molti rimarranno delusi.. Parte così un catalogo, se preferite un dizionario, dalla a di America alla z di Zorro, di confronti impossibili tra ieri ed oggi, che sono a volte generosi, a volte divertenti, qualche volta tremendi. Potrà mai Silvio Berlusconi essere per Salvini quel che fu Vittorio Emanuele III per Mussolini, un Vecchio del quale non riescono a liberarsi? Quanto si è divertito Buttafuoco a paragonare nientemeno che l'opposizione di Benedetto Croce a quella di Fabio Fazio, o a mettere assieme Violet Gibson, che al Duce provò a sparare, con la Carola Rackete che sperona la barca della Guardia di Finanza? Alcuni confronti sono studiati con precisione pittorica, vedi quel Leo Longanesi affiancato a Luca Morisi, comunicatore in capo dello straordinario messaggio social di Salvini, la Bestia. Altri li racconta con emozione, come nel paragone tra il socialismo tricolore e Bettino Craxi, laddove uno sdogana il clima di guerra civile politica permanente dell'Italia del dopoguerra, e la forzatura dell'Arco costituzionale, l'altro intende chiudere definitivamente la ferita dell'esilio di Hammamet. Bettino Craxi e il suo destino affiorano qua e là con impianto dolente nel libro, a torto o a ragione per Buttafuoco è quello lo statista più simile al suo amato Benito, comune una sorte a testa in giù. Ci sono delle forzature dichiarate ma divertite. L’ispiratore rinnegato di Salvini è Umberto Bossi, quello di Mussolini è Jan Hus, eretico bruciato vivo, amato prima della svolta. Giorgia Meloni incomberebbe minacciosa su Salvini come Italo Balbo su Mussolini. Mussolini e/o Salvini si può anche decidere di leggerlo in modo comodo, e magari così piacerà di più ai lettori della casa editrice de Il Fatto, che pure meritoriamente pubblicano un irregolare come Buttafuoco. Ma quello che Buttafuoco pensa e intende non è fatto per piacere ai militanti del ' tutti contro Salvini", ai soci di quella elite che per celebrare l'esorcismo anti salviniano sono stati pronti ad allearsi col Movimento 5 Stelle, "rendendolo presentabile al cospetto del potere costituito". Della solidità precaria e traballante del sistema, Buttafuoco pensa che siano solo "un rigo nella pagina della storia", e di Beppe Grillo" all'ombra del quale tutti adesso stanno perché ha guadagnato i gradi della rispettabilità consegnandosi al sistema, scrive che e' ora destinato all'irrilevanza, quando ieri aveva costretto la politica a "trovarsi una maniera più italiana." Lo stile del Palazzo, quello stare indietro almeno trent' anni rispetto alla sensibilità del proprio tempo, ecco, quel rischio mortale per Pietrangelo Buttafuoco, che è un uomo libero e complicato, Matteo Salvini l'ha evitato, ha fatto lo scavalco, si è preso il suo like, ed è un like gigantesco. Se vi pare poco…

Ps Tra quadretti di oggi ci sono anche io nel libro, nientemeno che affiancata a Leni Riefensthal, la sfavillante regista tedesca di Olympia, premiata con la Coppa Mussolini al Festival del cinema di Venezia nel 1938. Qualcuno ha già provato a dirmi che dovrei offendermi o perlomeno fingere. Figuriamoci. La Riefensthal è morta a 101 anni, l'anno prima ha girato il suo ultimo documentario. Lo prendo anche come uno straordinario augurio. Non so e non credo che il trionfo della volontà sovranista sia tutto mio, caro Pietrangelo, ma so che la mia volontà non l'hanno fiaccata i o le Ciccio Formaggio del mondo.

Dagospia il 3 marzo 2020. Da Circo Massimo - Radio Capital. Salvini è il nuovo Mussolini? Alla domanda Pietrangelo Buttafuoco, nel suo libro "Salvini e/o Mussolini" (edito da Paper First), risponde convintamente di no. E a Circo Massimo, su Radio Capital, spiega alcune differenze: "Partiamo dall'immigrazione. Se da un lato la strategia politica di Salvini è stata quella di denunciare l'immigrazione come fenomeno di meticciato, dall'altro lato chi conosce la storia sa che Mussolini istruisce una stagione politica che Salvini condannerebbe senza tregua, a cominciare da Faccetta nera, l'inno del meticciato. A parte questo", continua, "si sovrappongono anche i piani, perché chi vuole male a Salvini dice che è come Mussolini, ma chi vuole bene a Salvini si sforza di immaginarlo come Mussolini. Questo è l'inghippo mentale italiano assoluto. E questo deriva dal fatto che non solo non abbiamo memoria, ma non siamo in grado neppure di fare la storia, e di mettere a confronto i due personaggi: uno è l'apoteosi della destra, l'altro inequivocabilmente appartiene all'album della storia del socialismo. Tant'è vero", ricorda Buttafuoco, "che si chiama Benito, e il padre lo chiamò così in omaggio a Benito Juarez, una sorta di Garibaldi riuscito delle Americhe". "Dobbiamo copiare quello che ha fatto l'altra grande nazione d'Europa che ha vissuto l'altra grande stagione del totalitarismo, e mi riferisco alla Russia", dice l'autore, "Qualche giorno fa Putin ha chiaramente detto che non possiamo immaginare un punto bianco e un punto rosso della nostra storia, che contiene entrambi. Non c'è dubbio che il fascismo, nella forma di prassi di Benito Mussolini, fu il volano della modernizzazione in Italia: era un paese rurale che per la prima volta incontrava degli eventi di mobilitazione delle masse, inaudito per l'epoca, a cominciare che le donne uscivano di casa. Diede all'Italia un volto nuovo, a cominciare dall'urbanistica e dal fatto che le teste più fresche, più giovani, venivano costrette ad affrontare la realtà. È un fatto che ci fu una mobilitazione in termini di scienza, di tecnologia". Questo, secondo Buttafuoco, porta a un paradosso: "Il fascismo non fu fascista, non lo possiamo giudicare con il metro di oggi, e neanche interpretarlo con le lenti di oggi. Noi, a differenza dei russi che pure hanno vissuto una stagione di totalitarismo con 100 milioni di morti, non abbiamo mai avuto la serenità di considerare la storia nel suo percorso, quindi siamo destinati a gettare una parte di noi stessi per l'incapacità di saperla affrontare. Quindi tutte le forme, anche rinnovate, di fanatismo sono sbagliate perché impediscono di attraversare la storia con la consapevolezza di portartela dietro. Se ci pensiamo", conclude Buttafuoco, "l'Italia ha paura, nella parata del 2 giugno, a portarsi dietro la bandiera con lo stemma sabaudo. Questo è ridicolo. Come pensare che a Mosca, nella parata della vittoria, non portino con sé la bandiera con la falce e martello così come portano con sé quella zarista". 

Aldo Di Lello per secoloditalia.it il 2 marzo 2020. Salvini e/o Mussolini di Pietrangelo Buttafuoco (PaperFIRST by Il Fatto Quotidiano, euro 12.00) è un libro di rara perfidia. Nel senso che le 155 pagine che lo compongono sono all’insegna di un’intelligenza giocosa e crudele. La somma di intelligenza e crudeltà dà come risultato, per l’appunto, la perfidia. Che tanto più risulta perfida quanto più la si esprime giocando. La perfidia di Buttafuoco colpisce innanzi tutto gli «antifascisti in assenza di fascismo». Quelli dai riflessi pavloviani in eccitazione perenne e dalla salivazione abbondante. Diventata sovrabbondante dopo le europee dello scorso anno, quando Salvini fece strike nell’urna. E dopo, soprattutto, il mojito che è andato di traverso a Matteo nella fatale estate del Papeete. Fatto che propiziò la nascita del Giuseppi Due. Dispiace , sia detto per inciso, che a paragonare improvvidamente il Capitano al Duce sia stato, tra gli altri, in un recupero di furbizia “democratica”, il compianto Giampaolo Pansa. Il cui ultimo libro , uscito pochi mesi prima di morire, reca in copertina la foto di un Salvini insignito del titolo di “dittatore”. Un antifascista che arrivò a scrivere libri che smossero il cuore di tanti neofascisti, diventati improvvisamente smemorati (ben prima di Pansa ci fu Pisanò), è cosa che rimanda ai vari misteri buffi della coscienza italiana.

Ridendo dei travasi di bile antifascisti. Buttafuoco parte dalla premessa che c’è sempre un «capo dei puzzoni» contro cui gli odiatori “democratici” dirigono i loro travasi di bile. Negli ultimi trenta-quarant’anni c’è stato innanzi tutto Bettino Craxi. Poi c’è stato Silvio Berlusconi. Ora c’è Salvini. Con la precisazione che Buttafuoco non considera il Cavaliere un precursore del Capitano. Quanto piuttosto un suo ingombrante garante. Come fu, a suo tempo, il Re nei confronti del Duce. «Il Berlusconi di Mussolini è Vittorio Emanuele III». Speriamo solo che non finisca oggi come finì il 26 luglio del 1943. Al dunque Pietrangelo disattiva gli odiatori di professione e per vocazione ridicolizzandoli nel gioco del confronto tra passato e presente. Tra un passato pesante, tragico e mitico. E un presente leggero, farsesco e iperbolico. Fa il contrario, Buttafuoco, di quello che ha fatto l’esimio professore Emilio Gentile con il libro Chi è fascista (Laterza). Volume uscito lo scorso anno per contrastare la furoreggiante renaissance antifascista opposta all’onda montante del sovranismo. Una renaissance che ha partorito, tra le altre disonestà, la riproposta editoriale dello stolido e tossico libello di Umberto Eco Il fascismo eterno. Un distillato d’odio che permette all’ideologo- semiologo di favorire, ancorché post-mortem , l’abnorme secrezione di saliva antifascista. «Il fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti» e il «nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme». E tanto basta. Tanto basta a ricordare ai sovranisti che l’apparato politico- mediatico antifascista continua a odiarli ferocemente anche quando, amabilmente, li blandisce.

La “ruspa”, la “trebbiatrice” e altro ancora. Buttafuoco, dicevo, fa il contrario dell’illustre allievo di De Felice. Perché, a differenza dell’autorevole professore , non prende sul serio i neo-anti-fascisti. E non pretende quindi di confutare le loro tesi dimostrando, ex cathedra, che non esiste «alcuna analogia e somiglianza» tra il sovranismo di oggi e il fascismo di ieri. No, Buttafuoco fa l’unica cosa sensata contro gli antifascisti in servizio permanente effettivo: li prende perfidamente in giro. E lo fa raccogliendo, in ordine alfabetico, settanta medaglioni con la faccia di oggi e con il rovescio di ieri (o viceversa). Settanta flash moltiplicati per due, che fanno centoquaranta, su momenti, personaggi, parole chiave del presente che rimandano a momenti, personaggi, parole chiave del passato. E che creano una leggera ebbrezza o, se preferite, un gustoso cortocircuito. Come, quando, ad esempio, Buttafuoco mette a confronto le “macchine” sovraniste e quelle fasciste. Vale a dire la salviniana “ruspa” di oggi con la mussoliniana “trebbiatrice”di ieri. L’una «tormentone della campagna elettorale» del 2018. L’altra che riconduce alla Battaglia del grano del 1925, quando «Benito Mussolini si mette alla testa dei contadini e avanza, assiso sulla trebbiatrice, tra le spighe». Oppure come quando, parlando di xenofobia e razzismo, l’autore stabilisce la differenza tra la «zingaraccia», che minaccia di morte Salvini e alla quale il Capitano risponde «con un tiè!», e la Faccetta Nera, Bella Abissina della campagna d’Etiopia. «Il fascismo in cerca di un posto al sole non dice “negro”, tantomeno “negra” e lo ius soli lo canta con la poesia romanesca di Renato Micheli, su musica composta da Renato Ruccione, cantata da Carlo Buti». Che ne sa un povero cineasta in cerca di benemerenze politically correct come Checco Zalone, il quale, con il noioso film Tolo Tolo, è «inciampato, povero lui, nel benignismo»? «A discapito dell’originalità, il comico d’Italia, fabbrica una sceneggiatura tutta contro Salvini». E nel confronto tra ieri e oggi è coinvolto anche l’onesto sociologo Luca Ricolfi, che «rinuncia ai privilegi del suo status – essere un rappresentante dell’establishment» per annunciare ai suoi pari, accademici con la puzza sotto il naso e intellettuali snob, che la «Lega e il suo leader non sono il male assoluto ma semplicemente un’altra idea di politica rispetto Alla Sinistra». Il paragone è nientemeno che con Winston Churchill, il quale, nel 1927, durante un visita a Palazzo Venezia, «rinuncia ai pregiudizi propri del suo mondo e resta per oltre un’ora a colloquio –per sottolineare interesse- con l’uomo considerato dalle cancellerie borghesi nel mondo come un pericolo per lo status quo liberale». E Churchill dirà: «Il genio romano è impersonato da Mussolini». È impossibile, in questa sede, dare conto completo dei settanta medaglioni di Buttafuoco. Basterà solo dire che tutti questi confronti tra passato e presente sono un po’ come le ciliegie. Una volta che se n’è assaggiata una, non ci si ferma più e si svuota il piatto (o il libro, che dir si voglia) in men che non si dica.

Niente sconti al Capitano. Naturalmente, la perfidia di Buttafuoco si rivolge anche a Salvini e ai salviniani più ardenti. Nel senso che tra Il Duce e il Capitano non c’è proprio confronto che tenga. Non foss’altro perché il presente è sempre e comunque perdente rispetto al passato. Ma c’è anche il fatto che l’autore non fa comunque sconti a Salvini. Se, da un lato, gli riconosce la capacità di piacere «alla gente che non piace a nessuno» cioè la «gran folla del codice a barre», la capacità, insomma, di essere «l’italiano degli arcitaliani», dall’altro non si fa scrupolo di contestargli le «stupidaggini» che gli scappano di bocca in materia geopolitica e il fatto che «non scava in profondità i problemi complessi». In sostanza, il Capitano è imbattibile nel suo essere «figlio del suo tempo» e quindi nella sua capacità di attrarre consensi e voti. Ma, se vuole realmente entrare nella storia d’Italia, deve dimostrare anche la capacità di compierla, una rivoluzione, o almeno di provarci con una certa serietà. Deve essere ben consapevole che gli annunci di rivoluzioni immaginarie producono, alla fine, solo frustrazione. E che tanto più altisonante è l’annuncio, quanto più devastante è la frustrazione in assenza di apprezzabili realizzazioni. Su questo punto Buttafuoco sospende il giudizio. Senza pregiudizi. Se il Capitano sarà all’altezza, lo scopriremo vivendo. Nel frattempo l’autore così annota: «Dal liceo Manzoni–ottima scuola- sbuca Salvini chiamato alla prova, se mai riuscirà a cavarsela ora che in tante procure della Repubblica stanno fabbricando il sacco per rinchiuderlo e finirla lì». Come hanno fatto, le procure, con Craxi e come hanno tentato di fare con Berlusconi. Ma potrebbero non essere i magistrati l’ostacolo più impervio per Salvini. Né tantomeno potrebbero essere damerini invecchiati come Zingaretti o Giuseppi. L’ostacolo serio potrebbe invece venirgli da chi sta crescendo nell’orto del centrodestra : Giorgia Meloni.  Buttafuoco vi accenna due volte. Quando ricorda che il già citato Ricolfi «ha un debole» per la leader di FdI: «Ritiene sia il problema di Salvini. Ben più impegnativo di quanto possa esserlo il Pd». E quando, nel gioco dei confronti tra passato e presente, sottolinea che, se oggi la Meloni «mette in ombra» il Capitano, ieri era Italo Balbo a mettere in ombra il Duce. E, si parva licet, è legittimo pensare che potrebbe finire diversamente da come finì all’epoca. Non foss’altro perché il “ricevente ombra” di oggi non dispone di una Quarta Sponda dove spedire la “dante ombra”, come accadde più di 80 anni fa ai danni del “dante ombra” Pizzo di Ferro. Alla fine, vale la pena osservare che gli odiatori antifascisti non fanno altro che giocare con la chincaglieria rimasta in vendita nel mercatino dei cimeli del Novecento. Come tutti. Il problema è che non vogliono ammetterlo. E pretendono di parlare seriamente. Perché al dunque, nell’Italia delle passioni viscerali e travolgenti, la politica si riduce all’antropologia. C’è il tipo manierato e ipocrita. E il tipo sanguigno e verace. E scusate se è poco. Con buona pace dei dotti politologi. La perfidia di Buttafuoco ci invita a riflettere, anche e soprattutto, su questo.

Salvini non è Mussolini ma è arcitaliano come lui. Pietrangelo Buttafuoco avvicinando i due leader ne coglie tutte le distanze ma anche sottili affinità. Marco Gervasoni, venerdì 06/03/2020 su Il Giornale. Ebbene sì, Salvini è un nuovo Mussolini. Il lettore non si spaventi. Non siamo impazziti e diventati sinitrorsi, seguaci della risibile teoria di Umberto Eco del fascismo eterno. Non crediamo cioè che Salvini sia una reincarnazione del Duce. Ma pensiamo che si possano e si debbano accostare le due figure, completamente diverse tra loro, proprie di due epoche lontanissime l'una dall'altra.

Anzi, qualcuno ci ha già preceduto, e benissimo: Pietrangelo Buttafuoco con un volume originale anche nella costruzione, oltre che nella idea (Salvini e/o Mussolini, PaperFirst, 12 euro) la quale, per essere sviluppata, richiedeva per forza un non storico, visto che gli storici (chi scrive appartiene alla categoria) non sono molto dediti alla fantasia e alla creatività, sono molto filologici e troppo ... storicisti. Invece Buttafuoco è soprattutto un romanziere e un notevole prosatore (ai tempi in cui la prosa italiana si è impoverita e rinsecchita) tanto che questo libro andrebbe valutato prima di tutto come opera letteraria e di stile. È infatti lo stile della scrittura a rendere persuasivi o comunque possibili accostamenti che a prima vista potrebbero apparire bizzarri. Originale, dicevamo, è infatti il libro nella montatura. Una sorta di dizionario dell'immaginario di questi anni con situazioni, eventi, persone in misura più o meno diretta legati a Salvini: si va da «Bacioni» a «Citofono», da «Papetee» a «Socialismo tricolore», da Asia Argento a Maria Giovanna Maglie. Ma, e qui sta l'originalità, Buttafuoco ne cerca gli antecedenti nel Ventennio, attraverso un procedimento analogico in cui la similitudine è spesso colta attraverso i piccoli particolari. A volte poi l'analogia non esiste proprio, anzi c'è un divario totale tra ciò che Salvini pensa e quello che credeva Mussolini, si veda ad esempio la voce «Islam». Ma nella maggior parte dei casi invece prevale una certa consonanza tra i contesti mussoliniani degli anni Venti e Trenta e i nostri, si pensi all'esposizione del corpo in spiaggia o all'abbigliamento: certo Mussolini non indossava le felpe ma il suo vestire era per l'epoca assai informale e sportivo. E qui veniamo all'affermazione con cui abbiamo aperto il pezzo. Analogia c'è tra Mussolini e Salvini perché entrambi hanno intercettato l'immaginario profondo degli italiani, ne sono diventati parte, ne popolavano e ne popolano ancora spesso i sogni. Mussolini e Salvini hanno insomma capito l'anima italiana, assieme ad altre figure che qui, in una sorta di caleidoscopio del Novecento nazionale, non solo politico, emergono, come Craxi e Berlusconi. L'anima italiana: un termine molto in voga tra i bastian contrari fiorentini dell'età giolittiana, i Prezzolini i Soffici e soprattutto i Papini, che Buttafuoco, in un certo senso ultimo erede di quella tradizione, definisce giustamente gli haters del loro tempi. La sinistra disprezza l'anima italiana, noi invece (e certo anche Buttafuoco) l'amiamo anche quando magari ci irrita, ma è parte del nostro noi, cosicché alla fine sono mussoliniani e salviniani, senza saperlo, persino coloro che erano antifascisti ieri (e i più onesti furono in grado di riconoscerlo) e tra quelli che oggi sono contro il Capitano. Cosi come adorava l'anima italiana, pur detestandola, il grande Gadda, con il suo odio/amore per il Duce (Eros e Priapo è talmente un inno all'odio per il Duce da rovesciarsi nel suo opposto) Un Gadda che stilisticamente pervade tutto il libro ma che è visibile soprattutto nell'ultima parte, un breve saggio intitolato Da Rita Hayworth a Elettra Lamborghini, ovvero il Salvini prima di Salvini, in cui emerge la chiave della interpretazione: Salvini, come a suo tempo Mussolini, è «l'Italiano degli arcitaliani». E viene in mente il discorso che Mussolini tenne di fronte ai probiviri del Psi che lo espulsero il 24 novembre 1914: «voi credete di perdermi, ma io vi dico che vi illudete. Voi oggi mi odiate perché mi amate ancora». E chi ama Mussolini e Salvini più degli antifascisti di oggi, che ne sono ossessionati?

·        Salvini è Comunista.

SALVINI VUOLE TRASFORMARE LA LEGA NEL PCI. Marco Cremonesi per il “Corriere della Sera” il 25 settembre 2020. L'ira fredda di Raffaele Fitto. E i governatori nella stanza dei bottoni della Lega. A 72 ore dalla chiusura delle urne, l'ex candidato governatore della Puglia rompe il silenzio con un post indirizzato a Matteo Salvini: «Da tre giorni in ogni dichiarazione parli di me! Mi verrebbe da dire meglio mai che tardi». Il leader leghista, infatti, non ha fatto mistero di considerare il candidato di Fratelli d'Italia non adatto alla sfida con Emiliano. E così, di fronte «all'ingiusto fuoco di fila di dichiarazioni da parte tua e dei tuoi», l'interessato si chiede come sarebbe finita se «rispetto a un anno fa la Lega, in Puglia, non avesse perso 16 punti percentuali: il doppio di quelli che sarebbero stati sufficienti per vincere! Tutti gli altri partiti della coalizione, invece, hanno tenuto molto bene o sono cresciuti». L'ex candidato e a suo tempo già governatore prosegue implacabile con il suo «come sarebbe finita»: se Salvini «avesse citato» Fitto «almeno una volta in tutta la campagna elettorale». Con un riferimento anche alla Toscana: «Dove si sono scelti candidati da te definiti freschi e proiettati nel futuro, non mi pare sia andata meglio». Interviene anche Mariastella Gelmini, la capogruppo azzurra alla Camera. Per dire che «non è utile in questa fase una polemica con gli alleati: Forza Italia è diversa da Lega e Fratelli d'Italia e deve marciare per la sua strada, ma non credo si prendano i voti attaccando gli alleati». Della difesa s' incarica Edoardo Rixi, salviniano influente: «Il tema su Fitto è che noi abbiamo fatto il possibile e abbiamo lasciato agli alleati i candidati migliori: Puglia e Marche erano vincibili e abbiamo messo i nostri candidati nelle regioni più complicate». Insomma: «Salvini ha la capacità di fare il leader perché è generoso e si intesta le battaglie più difficili». Intanto, si è aperto il «cantiere» Lega. Alla riunione dei segretari regionali di mercoledì scorso, convocata per un'analisi del voto alle regionali, Salvini ha annunciato l'intenzione di procedere con una riorganizzazione del partito che qualcuno chiama «modello Pci». I dossier sui diversi temi saranno istruiti da una serie di dipartimenti, ma al classico Consiglio federale si aggiungerà, sempre «modello Pci», una segreteria politica. L'idea, spiega un salviniano di assoluta ortodossia, è quella di «togliere ogni alibi» a coloro che negli ultimi tempi - e soprattutto dopo la delusione delle Regionali - hanno cominciato a lamentarsi dello scarso coinvolgimento del partito nelle decisioni del leader. E così, nella segreteria ci saranno i vice di Salvini (Giorgetti, Fontana, Crippa), i capigruppo alla Camera (Molinari), Senato (Romeo), al Parlamento europeo (Campomenosi). Ma la novità più rilevante è l'ingresso nella stanza dei bottoni di alcuni governatori: Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana. Ma la griglia non è definitiva.

Estratto dell'articolo di Anna Maria Greco per “il Giornale” il 25 settembre 2020. «Amareggiato per le critiche? Macché. Mi prendo una piccola soddisfazione: ho avuto 16mila voti più della somma delle liste di centrodestra. Lo dicono i dati».

Stefano Caldoro lascia il posto di governatore della Campania a Vincenzo De Luca, ma vuole uscirne con dignità. Per Salvini in Campania e in Puglia l'offerta non è stata all'altezza e per questo la coalizione ha perso, con lei e con Fitto. La sua risposta?

«Con una battuta, se io non ho scaldato i cuori, gli altri li hanno gelati. Perché il mio partito, Forza Italia, più la Lega, Fdi, Udc e altre liste connesse arrivano a 450.856 e io, con il voto disgiunto, da solo ne ho avuti 464.921, numeri ufficiali».

Rimane la schiacciante vittoria di De Luca e il suo 18%, da ex governatore.

«E questo si spiega con la dote Covid: oltre il 50% degli elettori ha deciso comunque di confermare il presidente uscente. È un fenomeno ampio, che ha riguardato tutti i presidenti che hanno gestito l'emergenza e ha portato una valanga di consensi personali, cifre pazzesche: Zaia al 57%, De Luca al 44, Toti al 30, Emiliano al 20, il più basso. Noi avversari giocavamo in metà campo, in un bacino ristretto».

Vuol dire che ha vinto la paura, più che il candidato?

«Ho fatto 20mila chilometri in campagna elettorale e tanti per strada mi dicevano: Non si doveva votare, non si cambia comandante quando guida la nave in tempesta'. Di destra o sinistra, ammiratori o critici verso De Luca, ripetevano tutti la stessa storia. (...)

Che dice delle critiche di Mara Carfagna, che si è sentita «epurata» dalla campagna elettorale e accusa dirigenti locali e nazionali di averla ridotta a resa dei conti interna?

«Non mi risulta che non sia stata invitate alle manifestazioni e non è vero che Fi in Campania sia divisa. Lei è una dirigente nazionale ma anche regionale, come vice segretaria vicaria della Campania non è che qualcuno dovesse invitarla. Ho avuto giudizi duri da lei e la mia risposta sono i miei voti. Comunque, tutto questo è irrilevante ai fini elettorali e non mi piacciono le polemiche. Per noi e per il centrodestra è il momento dell'unità».

Eppure il veleno scorre, Salvini dice che per le comunali 2021 vuole candidati imprenditori e in Fi si alzano voci critiche verso il vertice.

«Non contesto l'ipotesi di candidati civici, bisogna vedere se possono vincere. Con il vento in poppa è facile fare battaglie, ma ci vuole coraggio per affrontare la tempesta e io l'ho avuto. Ha pesato anche la mancata presenza del presidente Berlusconi, per forza maggiore. Ora è giusta l'autocritica e l'analisi, per migliorare, però nel centrodestra e in Fi dividersi sarebbe un errore. Gli elettori non capirebbero».

Dagospia il 24 luglio 2020. LA SOLITUDINE DI MATTEO di GIOVANNI ROBERTINI. Che relazione c’è tra la scomparsa del sorriso di una ragazza e l’ascesa al potere di un politico? Una storia d’amore quasi vera e la risposta a questa domanda. Matteo, detto Teo, ha più di quarant’anni quando si trasferisce nel monolocale all’ombra di un banano nella Milano dei boschi verticali. Fa il consulente per una casa discografica, cercando di portare al successo giovani trapper. In giornate solitarie perse tra sigarette, poke e ansiolitici, comincia a sviluppare una delirante ossessione per il politico suo omonimo, onnipresente nei programmi televisivi. Quel Matteo gli fa tornare in mente Tilla, l’ex compagna da cui si e appena separato dopo anni di convivenza. Teo e Tilla si conoscono dai tempi del liceo, lo stesso liceo frequentato dal politico ora in campagna elettorale permanente. I destini dei tre ragazzi si incrociano fin dagli anni Novanta, quando il risentimento di Matteo per essere rifiutato dalle liceali radical chic come Tilla accende la sua passione politica, per attraversare una lunga estate tra una Milano di teste rasate e tatuaggi e i puntuti scogli dei creativi di Ginostra, fino al deserto della Libia dove Tilla si trova oggi per una missione umanitaria. In una bizzarra teoria del complotto, che trasforma il romanticismo in resistenza politica, Teo cercherà di ritrovare il sorriso che ha perso e il suo nuovo posto nel mondo, che sia un monolocale di design o uno scoglio in mezzo al mare.

Estratto da ''La solitudine di Matteo'' di Giovanni Robertini (Baldini e Castoldi): Non bevo da parecchio tempo. Le sere senza l’alcol sono una sala d’aspetto per le emozioni dove il mio turno sembra non arrivare mai. Un gelato dal freezer, sigarette, televisione. Ho resistito solo due giorni senza nella casa nuova, poi ne ho comprata una a buon prezzo e una poltrona nera abbastanza comoda da permettermi di guardarla fino a saziarmi. I talk show durano più di tre ore, e sono di antipatica compagnia, quindi particolarmente adatti. In due settimane di discussioni su tasse, deficit, immigrazione e di briciole di sushi accumulate sulla finta pelle lucida dove mi siedo, ho sviluppato un’ossessione per un politico. L’ho osservato ammiccare, rimproverare, scansare attacchi, fingere e dire la verità. Ricordo i suoi cambi d’abito, da programma a programma, camicia bianca o ancora più sportivo, mai distinto, neanche con la giacca. L’ho inseguito col telecomando, di canale in canale, solo perchè mi faceva pensare a Tilla, a quando c’eravamo conosciuti la prima volta. Matteo, il politico che occupava le serate della casa, aveva fatto il nostro liceo, un anno e una classe più avanti, stessa sezione, la D. Il caso di condividere lo stesso nome, anche se mi hanno tutti sempre chiamato solo Teo, cominciava ad apparire in tutta la sua allucinata forza, tanto da svegliarmi quando il primo telegiornale del mattino lo pronunciava, rimbombando tra le mura della solitudine come il richiamo di un muezzin dal minareto della moschea. E solo una coincidenza che il sorriso di Tilla sia mancato poco più di un anno fa, quando Matteo dopo le elezioni e diventato uno degli uomini più importanti e discussi d’Italia? Tanto il sorriso di Tilla sembrava promessa di felicita, quanto quello di Matteo assomiglia al rancore di un ghigno. Le sue labbra nei pixel della televisione si mostrano insicure, nonostante siano protette dalla peluria della barba, come se fossero mozzicate da parole prepotenti che cercano di uscire anche quando e il turno di tacere, stando al regolamento dei talk show. Il gioco dei confronti tra il volto di fronte a me e quello della mia ex compagna che offusca tutto, sovrapponendosi al reale, esplode in uno spettacolo notturno di elettricità neurale. Sistemi complessi di ricordi si sfasciano e si ricompongono nel caos del caso. Tilla e Matteo sono vite dello stesso pianeta? Quel pianeta esiste ancora o e stato disintegrato? Trovo in rete una foto di Matteo ai tempi del liceo. Faceva già politica, lo si capisce dalla cravatta verde con lo stemma del partito. Ha una pettinatura più antica dell’epoca che lo contiene e, sopra la camicia abbottonata fino alla cima del collo, ha un maglione con la cerniera lampo di un azzurro tragico, sicuramente un regalo di famiglia, nessuno dei suoi coetanei avrebbe affidato la propria giovinezza a un colore cosi sfigato. Eppure gli occhi sparati contro l’obiettivo del fotografo hanno la certezza della vittoria, non sono ancora campioni, ma si sentono forti abbastanza da poterlo diventare. Perchè un campione in potenza indossa la divisa dello sconfitto? Mi vengono in mente quei cowboy che nei film rubano il cinturone e il gilet di pelle al nemico che hanno appena ammazzato. Chi avrà ucciso quel Matteo cosi giovane? Sono tentato di chiamare Tilla, di chiederle cosa si ricorda di Matteo quando andavamo a scuola. Desisto presto dall’idea, non vorrei che lo considerasse un pretesto per parlare di noi, avrebbe anche ragione, almeno in parte. Telefono a Lorenzo, un mio ex compagno di classe che scendeva sempre dal tram insieme a lui. Il nostro liceo aveva una sorta di chiamata a spicchio, in quella grossa arancia caduta a terra che era la citta all’inizio degli anni Novanta. Dal centro si aprivano due linee divergenti che arrivavano a includere non solo la periferia sud-ovest ma anche alcuni comuni dell’hinterland, cosi che il figlio del giornalaio potesse sedere allo stesso banco del figlio dell’imprenditore. Lorenzo era figlio di un sindacalista della Cgil e abitava al Giambellino, storico quartiere operaio e di occupazioni. L’ultima volta che l’avevo visto, tre anni fa in fila a un concerto dei Massive Attack, mi aveva detto di fare il grafico in un’agenzia di pubblicità. E stupito di sentirmi, balzo i convenevoli e gli chiedo subito di Matteo. Lo apostrofa in malo modo, livore e insulti, quasi si sentisse tradito più dalla persona che dal politico. Gli augura ogni male, e invoca resistenza. Vorrei dirgli che resistere non serve a niente, non lo faccio. Devo ricomporre il caos e la sua resistenza mi può essere utile ad accelerare il movimento. Scopro che Matteo abitava in zona Inganni, non un quartiere signorile ma dignitoso. Lorenzo e stato contaminato da quella pioggia ideologica radioattiva a bassa intensità che era la sezione di partito che frequentava suo padre portandoselo dietro la domenica quando giocava a carte con gli amici. Quindi diluisco le sue affermazioni nell’azzurro attempato del maglione di Matteo, ripenso ai cowboy e cosa facevano alle loro prede. Chissà se il padre sindacalista del mio ex compagno aveva nell’armadio un indumento di un colore simile. Secondo Lorenzo, Matteo era uno della piccola media borghesia, ne ricco ne povero, nato in una famiglia che galleggiava decorosamente nell’oceano dei salariati, navigando tra supermarket, villeggiature estive, università e promesse di riscatto. Parliamo a lungo, e quell’odio che mi arriva dall’altra parte del telefono per il razzista, populista, fascista Matteo m’infastidisce e distrae. Devo attraversare il tunnel del mistero, ricordarmi il sorriso di Tilla, guardare il politico famoso alla televisione, perdermi nel mio dolore di solitudine per trovare quello che cerco. Lo saluto senza sapere cosa faccia oggi che ci sono un sacco di grafici pubblicitari a spasso, disoccupati.

Fabio Martini per “la Stampa” il 10 luglio 2020. Sembrava una piccola storia, un capriccio del caso: la Lega che va ad abitare a cinquanta metri dal Bottegone, per 45 anni la "casa" del Pci. La notizia - spuntata sui siti - sembrava finita lì. E invece Matteo Salvini - dopo averci pensato due giorni - ha rilanciato con una provocazione delle sue e nel giro di qualche ora è riuscito ad accendere una fiammeggiante polemica, alimentata soprattutto dagli eredi della sinistra comunista. Tutto è iniziato tre giorni fa, allo spuntare della notizia: la Lega ha preso in affitto un appartamento in via delle Botteghe Oscure, proprio davanti alla vecchia sede del Pci, qualcosa in più di un palazzo: il simbolo di una storia. Peraltro dismessa dagli eredi almeno 20 anni fa. Ma col passare delle ore quella notizia è diventata "pruriginosa", ha acceso polemiche online e Salvini ha pensato che valesse la pena rilanciarla: «I valori di una certa sinistra che fu quella di Berlinguer, i valori del lavoro, degli operai, degli insegnanti, degli artigiani, sono stati raccolti dalla Lega. Se il Pd chiude Botteghe oscure e la Lega riapre, sono contento: è un bel segnale». In pochi minuti dardi indignati hanno raggiunto il capo della Lega. Dal Pd sono stati espressi «orrore e pietà» (Emanuele Fiano), «come parlare di Cristo e Barabba (Achille Occhetto). Lapidario Nicola Zingaretti: «Chiamate il 118». In realtà nella sua breve comunicazione Salvini si è espresso in modo ambivalente, proprio per provocare un incidente: ha parlato dell'eredità di Berlinguer, ma facendo riferimento ad operai e artigiani, ai valori che sarebbero stati, a suo avviso, «raccolti dalla Lega». Un messaggio studiato con i guru della "Bestia" e mirato ai tanti elettori popolari, una volta di sinistra e che da anni, pur votando o simpatizzando per la Lega, restano affezionati ai leader carismatici della sinistra. E infatti, al netto dell'impossibilità di assimilare i valori di Salvini a quelli di Berlinguer, è vero che risultati elettorali e ricerche sul voto delle diverse classi sociali danno in larga parte ragione alla provocazione del capo della Lega. Nelle ultime elezioni il Carroccio ha fatto il pieno in molti quartieri popolari di quelle che per mezzo secolo sono state inossidabili zone "rosse". Arrivando a conquistare innumerevoli roccaforti un tempo inespugnabili: a partire dalla operaia Sesto San Giovanni, la Stalingrado d'Italia, dove governa un sindaco leghista. La ricerca Itanes che dopo ogni elezione produce la più precisa radiografia sulle motivazioni degli elettori (undicimila persone, interpellate prima e dopo le elezioni) ha dimostrato che il Pd - erede sia pur non esclusivo del Pci - ha mantenuto un primato nella "generazione 1968 " ed rimasto il partito dei "garantiti". Ma abbandonato dagli operai "comuni" e anche da quelli "qualificati ": appena il 12,6% di loro ha appoggiato il partito democratico. E la classe sociale per la quale la moderna sinistra è nata, gli operai, nel 2018 ha appoggiato massicciamente i due partiti populisti, 5 Stelle e Lega, ai quali erano andati oltre il 65% dei voti di quella fascia sociale. Ma non basta. Interessante un'altra ricerca, stavolta curata dalla Ipsos, concentrata sulla Cgil, da oltre un secolo il sindacato della sinistra. In questo caso la ricerca si è concentrata sulle Europee 2019: nel segreto dell'urna il 18,5% degli iscritti ha votato per la Lega, con un gradimento per Matteo Salvini che ha toccato il 44%. Con un travaso dai grillini alla Lega rispetto alle ultime politiche. La provocazione di Salvini, più o meno riuscita, era indirizzata a loro.

Federico Capurso per “la Stampa” il 10 luglio 2020. «È vergognoso che Matteo Salvini tenti in questo modo di appropriarsi della storia del Pci». La voce di Emanuele Macaluso si fa d'un tratto limpida, rocciosa, quasi volesse sospendere il tempo e le 96 primavere alle spalle, pur di difendere l'eredità del Partito comunista di cui è stato a lungo dirigente, da parlamentare e da direttore dell'Unità. Ora che di fronte alla storica sede del Pci in via delle Botteghe oscure, a Roma, aprirà una sua sede la Lega, Macaluso parla di «imbroglio, nient' altro».

Macaluso, dov' è l'imbroglio?

«La Lega non ha nulla a che fare, nemmeno lontanamente, con la storia di via delle Botteghe oscure. Salvini crede di potersi appropriare di un pezzo della tradizione politica italiana prendendo in affitto un palazzo in quella strada, ma per me sarà solo un bottegaio che ha comprato un negozio con la sua vetrina, come tanti altri ce ne sono in quella via».

Salvini sostiene invece che i valori del partito di Enrico Berlinguer siano stati raccolti dalla sua Lega. Una provocazione?

«Più che altro, è la dimostrazione che è un imbroglione. Berlinguer è stato un uomo della sinistra vera e profonda, che ha avuto un ruolo nella storia di questo paese. Lui con la sinistra non c'entra nulla. Si professa sovranista, mentre noi eravamo internazionalisti».

Eppure la Lega ha grande consenso nel mondo operaio, sostengono i leghisti, proprio come il Pci. E da anni si trovano a vincere spesso le elezioni nelle vecchie Stalingrado d'Italia.

«Non c'entra nulla il popolo di riferimento con i valori di un partito. La Lega, poi, ha sempre avuto una fascia di consenso tra gli operai, ma ce l'aveva da avversaria del Pci. Ci siamo combattuti a lungo. Ha poca memoria Salvini».

Anche Massimo D'Alema provò a portare la Lega a sinistra.

«E infatti, guardi un po' come si concluse quell'esperimento. C'è stato un momento in cui Bossi cercava di differenziarsi e di avere qualche spunto di sinistra, ma lui, Salvini, ha fatto della Lega una forza di estrema destra».

Passa mai davanti alla vecchia sede del partito?

«Quando sono a Roma, spesso mi capita di passarci davanti. Alla nostalgia ci si abitua con gli anni, ma quel che provo vedendo quella porta chiusa è un sentimento diverso: è nostalgia politica. Perché mi ritrovo a pensare a cosa ha significato, quel palazzo, non solo per la sinistra e il Pci, ma per l'intero Paese. E so quale ruolo il Pci sia riuscito a costruire per l'Italia, in certe fasi della sua storia, anche nei rapporti internazionali».

Quella tradizione, oggi, non la rivede in nessun partito?

«A questo punto, credo sia qualcosa di irripetibile».

Ci sarebbe il Pd.

«Che però ha dentro ex cattolici, ex centristi, ex comunisti. E gli manca ancora qualcosa».

Cosa?

«Per diventare un partito come lo era il Pci, dovrebbe prima sciogliere alcuni nodi, primo tra i quali decidere se è una vera forza democratica di sinistra o meno. I giochini visti negli ultimi anni non possono più andar bene».

Il tentativo di portare il Movimento nel campo progressista può funzionare?

«Il Movimento 5 stelle è un guazzabuglio di persone di destra, come Luigi Di Maio, e persone di sinistra, come Roberto Fico. Questo infantilismo e il voler essere amorfi è anche il motivo della loro crisi di consenso, ora che sono al governo. Fino a quando non risolveranno le loro contraddizioni, anche attraverso una scissione, non potranno esprimere una politica unitaria apprezzata da altri partiti, di sinistra o di destra che siano».

L'EVOLUZIONE DEI SALVINIANI. 1995, quando la Lega in Puglia correva con il centrosinistra. Michele De Feudis il 16 Giugno 2020 su La Gazzetta del Mezzogiorno. “Niente è come sembra” canta Franco Battiato. Per le elezioni di settembre il governatore Michele Emiliano chiama a raccolta i pugliesi democratici contro Salvini e la Lega, ma c’è stata una stagione nella quale la spada di Alberto di Giussano era piantata come una bandierina proprio nel centrosinistra. Basta girare all’indietro le lancette e tornare al 23 aprile 1995. Alle regionali pugliesi si confrontano il Polo della Libertà - Fi, An, Ccd e Ambiente club - con candidato il professor Ninì Distaso (poi vittorioso) e il Polo progressista con due partiti con la falce e martello nel simbolo (Pds e Rifondazione comunista), i Popolari, i Verdi, i laici di centro e proprio la Lega Italia federale di Umberto Bossi, schierata al fianco dello studioso Luigi Ferrara Mirenzi. Nel 1995 il Carroccio era reduce dalle manovre con le quali aveva staccato la spina al primo governo Berlusconi e pensava a una evoluzione nazionale in nome del federalismo macroregionale teorizzato dall’ideologo schimittiano Gianfranco Miglio. Massimo D’Alema, leader del Pds ha recentemente ricordato quegli eventi: «Nel 1994 dissi al Manifesto che la Lega era una costola del movimento operaio. Lo affermai perché gli operai votavano Lega». E così in Puglia l’alleanza fu naturale. I risultati modesti: i leghisti raccolsero solo 6841 voti e lo 0,35% (adesso sono la prima forza del centrodestra). L’intuizione di D’Alema conserva una sua attualità: la Lega - che ha combattuto la Legge Fornero e fatto approvare «quota 100» - è il partito più votato nelle fabbriche e nelle periferie, mentre i dem spopolano nei quartieri borghesi. E la sfida tra elettorati metropolitani e blocchi sociali delle periferie e delle campagne sarà una chiave per interpretare la prossima contesa regionale di settembre… [michele de feudis]

Nel lessico salviniano la forma è sostanza: se parli come mangi il pensiero conta meno. Pino Casamassima su Il Dubbio il 29 gennaio 2020. Il leader che si fa popolo ma non spiega le scelte politiche vive di adesioni acritiche: «non lo so ma mi fido del mio capitano». E’possibile che a Matteo Salvini risulti difficile confrontarsi su più argomenti. Ne deriva che ha bisogno di concentrare la sua azione solo su un punto per volta. Per meglio dire, un nemico per volta: da attaccare con una forma coincidente con la sostanza. Prima i meridionali, poi i migranti, poi gli spacciatori ( con le due ultime categorie intercambiabili, mentre la prima è stata graziata da quando serve come «voto utile» ). Di questo format, il Capitano leghista ha fatto un must che finirà col diventare oggetto di studio a Scienze politiche, e che – dopo le elezioni in Emilia Romagna e Calabria – sarà replicato nelle prossime in Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia, oltre che in un migliaio di comuni, fra cui tre capoluoghi di regione ( Aosta, Trento, Venezia), e 14 di provincia ( Enna, Agrigento, Reggio Calabria, Crotone, Nuoro, Matera, Trani, Andria, Chieti, Fermo, Macerata, Arezzo, Mantova, Lecco). La coincidenza fra forma e sostanza nel concetto della politica di stampo salviniano è ben riconoscibile nell’episodio del citofono, laddove il leader leghista ha messo in atto una rappresentazione peggiore di quella del Papeete, perché se un ex ministro nonché aspirante premier agisce così, i suoi elettori potrebbero sentirsi autorizzati ad avere poche o scarse verso gli avversari di turno. Se su quella spiaggia, da vice premier e ministro dell’Interno, si esibiva a torso nudo chiedendo inquietanti “pieni poteri”, davanti a quel portone, e con un abbigliamento da grande magazzino ma da aspirante premier ( perché «io sono come voi» ), reclamava in buona sostanza un voto su di sé. Trasformando le elezioni regionali emiliane e calabresi in un test nazionale, chiedeva un plebiscito ( in terra rossa) che gli consentisse poi di «suonare al citofono di Giuseppi Conti», dimentico probabilmente che in Italia i referendum ad personam finiscono male. In entrambi gli episodi, il linguaggio è stato lo stesso, cioè di basso livello. Sorprendentemente qualcuno ha detto che Salvini «è un grande comunicatore». L’aggettivo «grande» riconduce sempre non soltanto a un ordine di dimensione geometrica, ma pure di qualità: in questo caso, una autentica blasfemia. Il linguaggio di Salvini è volutamente “rozzo” come quello delle piazze che lo osannano, com’è successo a Bibbiano, dove la Lega ha chiuso la campagna elettorale in Emilia. I selfie quotidiani postati sui social con tanto di tagliatelle, salamine, oltre all’immancabile Nutella dopo lo scivolone che aveva innervosito Ferrero ( e i suoi lavoratori), sono la rappresentazione estetica dell’etica salviniana: quella che necessita di un lessico che unisca eletto ed elettore con un progressivo processo di identificazione. Salvini utilizza un linguaggio del corpo e della parola che vuole essere identico a quello dei suoi fan, e la sua «grande» novità politica si riduce a questo: cioè, nella forma che diventa sostanza. Ma un uso tanto disinvolto quanto utilitaristico della comunicazione politica rischia di generare ( se non l’ha già fatto, visto il lessico da trivio sdoganato anni fa dai «vaffa» di Grillo) una deriva che cancellerà ogni differenza – etica ed estetica – fra elettori ed eletti. Quella differenza che segna( va) i diversi livelli di preparazione degli elettori e degli «eletti». Che tali dovrebbero essere: eletti. Cioè, migliori, non specchio dei loro elettori, ché altrimenti s’azzera il senso stesso della democrazia rappresentativa. Il rappresentante deve essere insomma il meglio di quanto possa esprimere un determinato numero di rappresentati. Col suo linguaggio, con la sua fisicità, Salvini ha mescolato il tutto. E per riuscire nella sua «rivoluzione» ha dovuto precipitare il «popolo» nella condizione di «plebe» : quella massa che in un servizio giornalistico, a domande precise sui decreti Salvini sulla sicurezza, non è stata in grado di rispondere. La risposta che più delle altre ha fotografato quella condizione è al contempo la meno balbettante, seppur coerente nella sua autocertificazione d’ignoranza: «Non lo so, ma io mi fido del capitano». Siamo alla democrazia rappresentata «a prescindere». Quella risposta indica la rottura del rapporto fra elettore ed eletto: non c’è più bisogno delle elezioni, perché la fiducia in un Capitano, un duce, un re è totale, a prescindere da quel che dice e fa. Una fiducia che trova costante conferma nei gesti e nel linguaggio del nostro condottiero, che è «come me, perché parla e mangia come me». Questa coincidenza è la fine della politica per come la politica è andata delineandosi dai primi, timidi e incerti passi ( non per tutti) al tempo di Pericle. In politica, infatti, la forma deve veicolare una sostanza di modelli che orientano le diverse pulsioni presenti in una società. Prima della deriva e del crollo dei costumi politici a livello fisico e lessicale, un ministro, in spiaggia, ci andava in giacca e cravatta: perché quello che passeggiava con le sue figlie sulla battigia non era il signor Aldo Moro, ma un ministro della Repubblica, cioè una figura istituzionale.

Nicola Pinna per la Stampa il 13 gennaio 2020. Lui festeggia spargendo cuoricini e in poche ore raccoglie l' applauso di 25 mila persone, un' ovazione che nel linguaggio dei social si misura a colpi di "mi piace". È la solita standing ovation, la dose quotidiana di supporto digitale che Matteo Salvini ottiene per ogni post pubblicato sulla sua iperdinamica pagina Facebook. Una sterminata valanga di consensi che ha fatto del leader della Lega il più seguito tra i politici europei nell' oceano dei social. L' unico che lo batte, e pure di gran lunga, è Donald Trump, che però gioca la sua partita in un altro girone. Nel vecchio continente il più forte è lui, l' ex ministro dell' interno, allenato da un team di specialisti della comunicazione digitale che sceglie ogni giorno i temi su cui scatenare il pubblico che si gode via smartphone la baruffa politica. Il segreto del successo Migranti a casa, sovranismo a quintali e pacchia finita: temi ricorrenti fino all' ossessione, che ancora catturano (senza segni di defezione) le attenzioni di chi alimenta il baratto dei "mi piace" e di chi condivide post, slogan e fotografie. Tutto moltiplicato per tre, anzi per quattro, visto che il leader leghista ha fatto da poco il suo debutto anche su Tik-tok, il social dei balletti preferito dagli adolescenti. E se qui c' è spazio solo per i video, su Twitter e Instagram il vangelo leghista si declina in mille modi: slogan, foto e condivisioni a ritmo continuo. La contesa sui like Il confronto tra Salvini e gli altri esponenti politici italiani sembra una partita tra squadre che scendono in campo con un numero diverso di giocatori. La differenza è tutta nella potenza della "bestia", la macchina della propaganda salviniana dotata di armi di distruzione di massa pronte per essere scagliate sui digital-rivali. Pure i 5 Stelle, nati e cresciuti tra web e social, stentano a rincorrere. Luigi Di Maio, capo politico del Movimento, riesce a mettere in cassaforte giusto la metà del bottino salviniano e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si ferma ancora più indietro: 1 milione di seguaci su Facebook, meno di 500 mila su Twitter e Instagram. In Europa il più forte è il presidente francese Emmanuel Macron, che vince su Twitter con 4,4 milioni di follower, a cui si aggiungono i 2,5 milioni di Facebook e un altro milione e mezzo di Instagram. L' uomo che in qualche modo assomiglia di più a Salvini per linguaggio e carattere è il primo ministro britannico, Boris Johnson, al quale l' impegno sulla propaganda virtuale sembra portare meno consensi. Chi ha deciso di non presentarsi nello regno di chi strilla è la cancelliera tedesca Angela Merkel: giunta quasi a fine carriera ha chiuso il profilo Facebook e quello Twitter. Su Instagram c' è, ma con l' insegna ufficiale della Cancelleria: discorsi e niente propaganda. Politica che oggi sembra di un' altra epoca.

Il Viminale non paga più la "Bestia" di Matteo Salvini. E risparmia mezzo milione di euro. La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese si libera dello staff scelto dal leghista suo predecessore e opta per una squadra molto più ridotta. Che costa un quinto. Mauro Munafò il 10 gennaio 2020 su L'espresso. Mezzo milione di euro l'anno. Anzi, anche di più: 560mila euro per essere precisi. È questo quanto si risparmia grazie alle scelte della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese rispetto a quanto Matteo Salvini spendeva per i suoi fedelissimi. Il leader della Lega aveva portato con sé al Viminale, negli uffici di diretta collaborazione del ministro, quattordici persone tra segreteria politica e ufficio stampa e comunicazione. Uno squadrone che alle casse statali costava 718mila euro l'anno e che comprendeva, tra i suoi elementi, alcuni degli uomini della cosiddetta “bestia” , il team dedicato alla comunicazione attraverso i diversi canali sui social network di Salvini. La nuova ministra Luciana Lamorgese, che non ha neanche una pagina Facebook, ha preferito invece un approccio radicalmente differente come si può vedere anche dal numero di persone che ha assunto nel suo staff. Al momento risultano infatti solo due i professionisti incaricati direttamente da Lamorgese, per un costo complessivo di 152mila euro l'anno. Grazie al doppio incarico di ministro dell'Interno e di vicepremier del primo governo Conte, Matteo Salvini ha potuto assumere con il budget dell'esecutivo quattordici persone al Viminale per un costo complessivo di 718mila euro, a cui si devono aggiungere altre sette persone presso gli uffici della Presidenza del Consiglio per un importo di 538mila euro l'anno. In totale fanno oltre 1,2 milioni di euro l'anno per la sua squadra. Agli uffici della vicepresidenza del Consiglio Salvini aveva portato Susanna Ceccardi come consigliere per i programma di governo: 65mila euro l'anno che Ceccardi ha lasciato una volta eletta all'Europarlamento. Gli altri staffisti erano: Alessandro Amadori, consigliere per l'analisi politica e sociale (65mila euro), Lorenzo Bernasconi, segretario particolare (100mila euro) Claudio D'Amico, consigliere per le attività strategiche internazionali (65mila euro), Iva Garibaldi, storica responsabile stampa del leghista (120mila euro), Massimo Villa, consigliere per l'esame delle questioni attinenti alle funzioni esercitate dal Vicepresidente (65 mila euro) e il capo di gabinetto Paolo Visca (35mila euro oltre al compenso come consigliere parlamentare). Al ministero dell'Interno Matteo Salvini ha costruito una squadra ancora più corposa: Stefano Beltrame, consigliere diplomatico (95mila euro), Gianandrea Gaiani consigliere per le politiche sulla sicurezza (65mila euro) e i collaboratori Giuseppe Benevento, Luigi Peruzzotti e Andrea Pasini (41mila euro ciascuno). A questi si aggiungono Gennaro Terraciano che ha svolto l'incarico a titolo gratuito e Cristina Pascale, collaboratrice di lungo corso del ministero dell'interno, retribuita 30mila euro. Un discorso a parte lo merita la già citata “Bestia”, in parte gestita da professionisti retribuiti con i fondi ministeriali (altri sono invece a libro paga dei gruppi parlamentari della Lega). Durante la sua permanenza al Viminale, Salvini ha assunto il suo responsabile dei social network Luca Morisi come “consigliere strategico per la comunicazione” per 65mila euro l'anno, a cui si aggiungono gli 85mila euro annui per Andrea Paganella, capo della segreteria di Salvini e socio di Morisi nella società di comunicazione Sistema Intranet Srl, al lavoro dal 2014 per Salvini. Nell'ufficio stampa del ministero dell'Interno sono stati assunti come collaboratori Leonardo Foa (figlio del presidente della Rai Marcello ), Daniele Bertana, Fabio Visconti e Andrea Zanelli, ognuno con un contratto da 41mila euro l'anno. Tutti i contratti citati, trattandosi di uffici di diretta collaborazione con personale scelto a chiamata dal ministro, sono ovviamente decaduti con la fine del mandato governativo di Salvini.

Il mini staff di Lamorgese. Rispetto ai numeri di Matteo Salvini, la ministra Lamorgese ha optato per una squadra assai ridotta. A cinque mesi dal suo insediamento, la titolare del Viminale ha nominato solo il giornalista del Corriere della Sera Dino Martirano come suo portavoce e capo ufficio stampa (120mila euro annui), e ha riconfermato la collaboratrice e già citata Cristina Pascale (con un lieve aumento di stipendio a 32mila euro l'anno).

Ilaria Del Prete per Leggo.it l'1 gennaio 2020. Matteo Salvini senza limiti. Il segretario della Lega ha pubblicato sui suoi social, da Twitter a Facebook passando per Instagram, un video su Facebook in cui interpreta una sorta di scenetta per riproddure la celebre clip ormai virale in cui Papa Bergoglio, strattonato da una fan insistente, schiaffeggia la sua mano. Salvini non si ferma neanche davanti al Pontefice, e cavalca l'onda dell'ironia come se il Santo Padre fosse un avversario politico qualunque. Salvini si trova in montagna, su una pista da sci, in compagnia della fidanzata Francesca Verdini. Anche lei si presta alla parodia di Papa Francesco interpretando la ormai famosa fedele "molesta". Nei panni di Bergoglio c'è lo stesso Salvini, che viene preso per mano dalla finta fan. Quindi simula rabbia, fa il gesto di reagire con uno schiaffo. Ma poi cambia idea e alla fine, invece di allontanarsi bruscamente come ha fatto il Papa, rivolge una carezza alla finta sostenitrice, per poi allontanarsi divertito. Il post è titolato: «Strattonato da fan agitata», accompagnato da un cuoricino.

Amedeo La Mattina per “la Stampa” il 2 gennaio 2020. «Ora tutti mi criticano perché ho giocato con Francesca dicendo che non rispetto il Papa. Ma fatevi una risata, cominciamo il 2020 con una carezza e in allegria, non con il musone. Questi della sinistra sono dei parrucconi». Matteo Salvini in montagna con la figlia e la fidanzata sdrammatizza il post che sta facendo discutere e che è diventato un caso politico.

Forse il suo è un modo per sottolineare la distanza da Papa Francesco su tante questioni, a cominciare da quella dell' accoglienza dei migranti?

«Ma figuriamoci, io ho rispetto per il Papa che ha sempre parlato di accoglienza con limiti e prudenza. Sottoscrivo. Poi il pontefice si rivolge al mondo, io agli italiani. Io critico i benpensanti della sinistra e le femministe che non difendono le donne dalla subcultura islamica».

Ecco, Francesco dice che bisogna ripartire dal rispetto della donna.

«Perfetto, giustissimo, ma voglio ricordare che il rispetto della donna è incompatibile con un certo tipo di Islam: non si possono spalancare le porte agli immigrati di religione islamica e poi parlare di rispetto della donna. Il Cardinale Biffi sosteneva l' immigrazione dai Paesi più vicini e non islamici perché sono più compatibili dal punto di vista culturale e hanno una diversa considerazione delle donne».

Nella Lega però le donne non hanno ruoli apicali.

«In Umbria abbiamo vinto con Donatella contro Giovanni, in Emilia vinceremo con Lucia contro Stefano, in Calabria con Jole contro Pippo. Le abbiamo candidate non perché donne ma perché brave. Giulia Bongiorno nel mio governo ideale sarebbe ministro della Giustizia domani mattina. Erika Stefani da ministro ha fatto una grande lavoro: se i Cinque stelle non le avessero messo i bastoni tra le ruote oggi avremmo l' autonomia che faremo quando saremo al governo».

A proposito di tutela dell' ambiente, nel discorso di fine anno il presidente Mattarella si è soffermato sulla green economy, dicendo che si tratta anche di una prospettiva economica e di nuova occupazione. La Lega è interessata a questa prospettiva verde o anche lei non crede nel Pianeta ci sia un'emergenza ambientale?

«Io credo alla green economy, all' emergenza ambientale. Penso che il futuro dell'economia vada da quella parte e che in quella direzione si crei sviluppo economico. Ma bisogna essere concreti e non avere idee integraliste, ideologiche o, peggio ancora, ipocrite. La sinistra si riempie la bocca di slogan ma poi le Regioni Lazio e Campania non hanno un piano rifiuti. In Emilia-Romagna viene impedito il taglio degli alberi nei greti dei fiumi e la ripulitura dei torrenti: questo non è green ma idiozia. Per non parlare della plastic tax, voluta dal governo e solo rinviata, che penalizza le aziende italiane che sono già le più verdi».

Lei ha detto che a capodanno si fanno i discorsi più melliflui, più incolori, più insapori, mentre le sue sono parole scomode. Allora il presidente Mattarella è mellifluo?

«Non parlavo di Mattarella ma del governo che è quanto di più incolore e insapore ci sia. Un governo senza anima. Uno dei peggiori del dopoguerra: quello di Monti addirittura era migliore. L'ho combattuto, ma almeno aveva un'idea, un progetto. Prima c' erano Craxi, Spadolini, lontani da me, ma oggi abbiamo Zingaretti, Conte, Di Maio. Berlinguer era sei spanne sopra Zingaretti. Anche la Cgil di Lama era un altro pianeta. Il Pci era una sinistra con dei valori mentre oggi il Pd è il peggio del peggio, la peggiore eredità che Berlinguer e Lama potessero augurarsi».

Conte però nei sondaggi batte Salvini. Alle prossime elezioni politiche vedremo il premier, sostenuto dal Pd, contro di lei?

«Se pensano che Conte possa essere il loro candidato allora sono proprio alla canna del gas. Conte non ha un voto, non esiste: ha scoperto il gusto della poltrone e ci vuole rimanere. È passato da "viva la flat tax" ad "abbasso la flat tax", dal no all' autorizzazione a procedere contro di me al sì. Conte è irrilevante: si goda il potere finché può. Per i sondaggi anche Monti e Gentiloni erano in vetta ma poi si è visto che non avevano il voto del popolo».

Lei non ha i voti per evitare l' autorizzazione a procedere sulla vicenda Gregoretti. Accetterà il processo e lo trasformerà in un argomento da campagna elettorale?

«Voglio vedere i 5 Stelle al Senato votare l' opposto di quello che hanno votato pochi mesi fa per difendermi. Voglio vedere i senatori votare contro l' interesse nazionale e sostenere che quello che io ho fatto, con il consenso di tutto il governo di allora, era per mio interesse personale. Dopodiché sono pronto a farmi processare e rischiare 18 anni di carcere».

I sondaggi dicono che in Emilia-Romagna Borgonzoni è dietro Bonaccini di 3-4 punti. Come pensa di recuperare? E cosa risponde a chi dice che Borgonzoni più che una candidata sembra una sua ventriloqua?

«Intanto fare queste affermazioni su Lucia dimostra che i veri maschilisti stanno a sinistra. E poi i sondaggi Swg che ho io dicono che il centrodestra è avanti di 2 punti e che la Lega è al 33%. E che Borgonzoni è al 47% contro il 45 % di Bonaccini».

La Libia è una polveriera, c' è un concreto rischio di infiltrazioni terroristiche. Come si sta muovendo il ministro degli Esteri Di Maio?

«È inesistente. Noi in Libia siamo fuori da tutti i giochi, abbiamo perso la faccia e la credibilità. Eravamo i numeri uno e ci siamo fatti fregare pure dai turchi. In politica estera riparare agli errori è la cosa più difficile. Con l' amministrazione americana stiamo facendo la figura dei cioccolatai, Grillo e Di Maio sembrano quelli che fanno le pubbliche relazioni per Pechino. Siamo arrivati a votare all' Onu contro Israele. Io mi vergogno da italiano di essere rappresentato da questi signori».

Salvini è come Sordi, più bravo di Bossi ma un po’ stalinista. Paolo Guzzanti il 20 Dicembre 2019 su Il Riformista. Matteo Salvini è una macchina politica modernissima perché capace di autocorreggersi, imparare e riprogrammarsi. Ha fatto l’analisi grammaticale dei gravi errori di comunicazione durante la crisi estiva e si presenta sempre con un linguaggio riadattato. Non so se disponga di una squadra di spin doctor, ma certamente ha intorno a sé una squadra di gente che se ne intende: al comizio di San Giovanni il palco era un’astronave di tecnologia, postazioni di computer dietro le quinte, specialisti del suono, delle luci, nulla lasciato al caso. Silvio Berlusconi era eccitato e sbalordito: il vecchio modernista sentiva che una nuova era spaziale aveva preso il posto di quella in cui lui aveva mandando le Panda su e giù per le montagne a portare con la cassetta del secondo tempo dei film alle sue televisioni per dare l’impressione di una rete nazionale che era proibita. Un altro mondo. E, politicamente, Berlusconi aveva fatto quella operazione spregiudicatissima di mettere insieme i leghisti di Umberto Bossi con i fascisti di Gianfranco Fini, ma senza maritarli in chiesa, creando maggioranze impensabili per stoppare la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. Oggi Salvini è un apprendista stregone punto cinque, punto sei, chissà. Fa storcere il naso ai veterani bossiani come Giuseppe Leoni, primo deputato storico della Lega, che rimpiange l’anima federalista e rifiuta quella fascista. Ma è un apprendista per ora vittorioso perché il suo progetto assurdo, l’ha portato a dama mettendo insieme terroni e padani. La Lega Nord di Bossi era nata per la secessione federalista dal Regno delle Due Sicilia e dello Stato della Chiesa. Salvini ha avuto l’intuizione di un partito nazionale che occupasse con linguaggio faticosamente ai liniti dell’arco costituzionale (ricordate l’arco costituzionale? Tutti dentro, salvo i fascisti) lo spazio del nazionalismo. Sono gli italiani dei nazionalisti? Sì, ma non come patrioti inglesi. Piuttosto come tifosi di una squadra di calcio con i cartelli lerci arrotolati sotto la giacca. È allo stadio che gli italiani si formano nella loro Accademia di West Point, la loro Sorbone e Trinity College. Quando un giornalista americano chiese a Mussolini chi gliel’avesse fatto fare a inventare il partito fascista, l’ex duce prossimo a piazzale Loreto rispose sfacciatamente: “Io ho fornito soltanto riti e costumi, ma il fascismo se lo sono inventato gli italiani”. Mussolini barava, ma non era stupido. Come mai, d’altra parte, la regione più nera e stra-fascista d’Italia, diventò poi la più rossa, a stessa Emilia-Romagna che a gennaio si teme, che possa votare Salvini? La valvola di sicurezza degli italiani è il trasformismo. Non parlo dei cosiddetti voltagabbana politici che agiscono nel mandato costituzionale “senza vincolo di mandato”, ma proprio degli italiani. Gli ebrei italiani, ad esempio, salvo Carlo Levi pittore, erano tutti più o meno fascisti, come è stato ampiamente riconosciuto nel dibattito che accompagnò la presentazione del libro “Gli ebrei romani dopo le leggi razziali”. Gli italiani ebrei avevano partecipato eroicamente e anche con larghi contributi al Risorgimento ed avevano combattuto tutte le guerre per la loro patria ed erano stati anche nei governi Mussolini, prima che spaventati, si sentirono indignati e traditi dal capo fascista. Il quale aveva una fidanzata ebrea Margherita Sarfatti ed era pazzo di Sigmund Freud (detestato da Benedetto Croce oltre che da Hitler), il quale si rivolgeva a lui chiamandolo “protettore della civiltà”. Mussolini si vendette i compatrioti ebrei non perché fosse antisemita, ma per pura viltà e opportunismo, non avendo i mezzi per combattere una guerra e piatire la mancia tedesca gettando sul tavolo delle trattative una carrettata di morti e di esclusi. Molto italiano. Questo è il genere di vergogna che portiamo addosso. Anche Salvini è molto italiano. Ha capito di aver rotto le palle con i suoi santini e madonne e bacetti a Gesù bambino come gli avevano consigliato le beghine di paese e ha capito che per fare cassa doveva fare una sola cosa: mettersi all’uscita del cinema Italia e ritirare il consenso degli italiani furiosi per l’immigrazione assenza controllo, e terrorizzata. Fino all’arrivo di Marco Minniti al Viminale, il Pd si era venduto il Paese facendo arrivare i disgraziati africani – peraltro i più ricchi in grado di pagare circa milleseicento euro di biglietto su gommone – e gettarli in pasto alla mafia, alla ‘Ndrangheta e a tutti i piccoli affaristi che potevano stiparli in qualsiasi stalla, scantinato, albergo demolito, nutrendoli – inchiesta del procuratore Gratteri in Calabria – di mangime per maiali arricchito con polivitaminici e assegnando loro cessi in cartongesso che crollavano al quinto sciacquone. Migliaia di italiani si sono fatti la Ferrari e la Lamborghini incassando i sussidi per mettere in recinto gli africani e spacciandosi per buoni, creature angeliche, col sorriso di papa Francisco de las Andes. Gli italiani che si son o visti arrivare in paese migliaia di disperati e incazzati, affamati e pronti a tutto, comunque percepiti come aggressivi, pericolosi e sconosciuti, hanno reagito come reagiscono tutte le macchine umane. Io ricordo che quando andavo a partecipare ai dibattiti televisivi con esponenti del PD, dopo la trasmissione ricevevo da loro le confidenze della disperazione perché sentivano che l’elettorato comunista o di sinistra li stava mollando: “Alle riunioni non dicevamo più con Bersani che c’è una vacca nel corridoio, ma che c’è un Africano”. Il Pdi sotto i governi Renzi e Gentiloni, con la breve parentesi di Minniti che è stato prontamente segato dalla corsa alla segreteria, ha fatto tutto da sé per ingordigia di buonismo peloso e da pronto incasso, mandando in bestia i suoi elettori, guarda i rossi umbri che in casa hanno solo libri Feltrinelli. Son o loro che hanno creato le condizioni perché qualsiasi politico con i piedi per terra e la testa sulle spalle si organizzasse per vendemmiare quel ben di Dio. Così è nato Salvini. Gli sbarchi erano già ridotti dell’ottanta per cento grazie a Minniti (e Macron fece una scenata memorabile in proposito) e Salvini ha potuto soltanto interpretare il ruolo di capitano, più precisamente Capitàn Fracassa. Fermava le navi Ong e si trovava di fronte tutta la sinistra che interpretava il ruolo di “noi siamo i buoni e voi siete i cattivi” e lui, Salvini a perso la battaglia della Diciotti i cui occupanti furono presi in carco dalla Chiesa e subito dispersi nei boschi dei Castelli romani, ha litigato con la capitana tedesca che aveva dalla sua parte tutto il mondo Greta, una potenza mondiale micidiale. Mettendosi all’incasso della reazione di spavento, indignazione e rifiuto istintivo della retorica pro-immigrazione senza controlli e regole, senza garantire un tetto ai nuovi venuti, la sicurezza, la salute, l’istruzione, Salvini ha fatto il pieno. Non un pieno facile, perché ha dovuto capovolgere il nordismo trasformandolo in sovranismo nord-sud-est-ovest-ista, cosa resa sempre più semplice dalla festosa attitudine degli italiani di saltare sul carro del vincitore e soccorrerlo se non ne ha bisogno. Salvini non è fascista, a mio parere, anche perché nessuno oggi potrebbe essere fascista. Ci sono i neofascisti che quando li vai a misurare alle elezioni scopri che valgono lo zero virgola zero, neanche le tracce di albumina. Perché non esistono, grazie a dio. Non esistono come politica, come minaccia, e sono in piedi soltanto perché l’antifascismo è stato proclamato religione anziché storia e dunque ha bisogno che ci siano dei fascisti altrimenti manca di punto di applicazione. I neofascisti sono un eritema perenne in tutte le democrazie e dopo la caduta del comunismo sovietico la sorpresa di noi occidentali fu che, scoperchiato l’impero del male (copyright Ronald Reagan) sotto quel coperchio era tutto un pullulare di nazisti, naziskin, razzisti, antisemiti, gente tatuata con tutta l’attrezzeria runica, tutta schifezza che tra l’altro non ha niente a che fare neanche col fascismo italiano, andatevi almeno a leggere la storia. Salvini è in realtà Alberto Sordi. Quei personaggi di Sordi in cui incarnava l’opportunista strutturale: “Come dici, piccola? Sei una negretta venuta dall’Africa nera? A negrè, io te rispetto. ‘A vòi ‘na banana? E pìjete na banana”. Ve ne accorgete meglio quando Salvini usa loffiamente il termine “bimbi” al posto di bambini perché fa più sciroppo. E in genere quando parla e ricostruisce continuamente e con grandissima diligenza (è un enorme merito) la lingua popolare degli italiani della grande provincia unica, modulandosi e riadattandosi come un mutante sbarcato su un pianeta ostile in Terronia, partecipa in diretta alle intemerate contro di lui, ascolta, immagazzina, rielabora, impara e risponde sempre meglio. Poiché la sinistra è di sua natura, ormai e purtroppo, cerebrolesa e inscatolata sottolio, detta sinistra non ha neuroni sufficienti per capire che dare del fascista a Salvini è proprio come spararsi sui coglioni nella famosa barzelletta. Ma attenzione: Salvini è vulnerabile altrove. È filo-putiniano. Di ferro. Lasciamo perdere la faccenda dell’hotel Metropol e dei suoi microfoni nascosti (per forza: è l’albergo in cui si riuniscono gli uomini dell’intelligence). Lasciamo perdere i rubli, dollari, euro, fiorini e denaro di Monopoli. Il punto è: Salvini, come la LePen, è abbracciato con Putin e deve accollarsi il putinismo come religione. Ora Putin – proprio in queste settimane – sta riabilitando Stalin per motivi identitari spiegati in Italia dal suo ideologo viaggiante Dughin. Provate a chiedere a Salvini che ne pensa di Stalin e del comunismo sovietico. Vedrete come svicolerà parlando d’altro. Lo stesso la Meloni, che a sua difesa può ben dire di non conoscere la storia e spesso neanche la geografia. Ma chiedete dei giudizi netti, precisi, univoci, e avrete risposte contorte e molto benaltrismo: ben altri sono i problemi, ben altri i temi… Salvini è ormai un esperto navigatore e gli opinionisti e i giornalisti televisivi sanno che se vogliono fa carriera e tenere a contratto la cadrega devono praticare un sovranismo preventivo, magari un po’ problematico – il dubbio del resto è stato elevato a virtù civile anziché dichiarato piaga nazionale – e riavrete la stessa Italia che descriveva Manzoni nel discorso sul carattere degli italiani, Manzoni nel romanzo e nella colonna infame e Collodi con Pinocchio vittima del gatto e della volpe. Dna, tutto scritto. Salvini legge quel Dna come un cieco legge il Braille. E in questo, per ora, nessuno lo batte e, dunque, aspettatevelo pure dietro l’angolo, perché dietro l’angolo ce l’avete messo voi, un voi ecumenico.

·        I Salviniani.

Lega, Salvini crea la segreteria "allargata" per restare solo al comando. Carmelo Lopapa su La Repubblica il 26 ottobre 2020. Doveva essere un organismo snello e operativo quello pensato per affiancare il leader nelle scelte più delicate. Ma di fatto è un comitato ampio, composto da ben 33 dirigenti che rappresentano tutta la nomenclatura leghista, governatori compresi. All'insegna del "tutti dentro, nessuno conta" al di fuori del capo. Sembrava avesse imparato la lezione, Matteo Salvini. "Più delego e più sono contento", aveva detto dopo la sconfitta in Toscana e il calo dei consensi delle regionali rispetto alle Europee, dopo il tonfo delle amministrative. Non si era spinto fino all'autocritica, dote che non gli appartiene. Ma aveva annunciato ai suoi e a tutti una svolta: la nascita di una segreteria politica snella e operativa dalla quale farsi affiancare per le scelte più delicate. Sembrava l'avvento della primavera "araba" in Lega, uno squarcio di democrazia interna in un partito che - dai tempi di Umberto Bossi, va detto - ha conosciuto solo la legge del capo. E invece, a un mese di distanza, quando il segretario ha finalmente svelato la composizione della squadra, si scopre che non è poi così snella come tutti si aspettavano. I 33 dirigenti che la compongono rappresentano di fatto tutta la nomenclatura della Lega, una falange. Talmente allargata e diluita, commenta chi pensava di rientrarvi ma insieme a pochi altri, che l'effetto sarà quello del "tutti dentro, nessuno conta". La conseguenza, piuttosto chiara nel partito, è che continuerà a comandare sempre e soltanto il capo. Dentro ci sono i tre vicesegretari Giorgetti, Fontana e Crippa, non più alcuni governatori come pensato all'inizio, bensì tutti: Attilio Fontana, Zaia, Fedriga e Tesei. Con loro Fugatti, a capo della provincia di Trento. E poi il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, i capigruppo di Camera, Senato e Eurogruppo (Molinari, Romeo e Campomenosi). Ma tra i tanti altri - da Giulia Bongiorno a Lucia Borgonzoni a Claudio Durigono - sono comparsi anche Andrea Paganella, capo della segreteria di Salvini e coordinatore degli staff, uomo ombra del leader e "gestore" unico dell'agenda e dei contatti, e un personaggio chiave del "salvinismo", quel Luca Morisi che ha inventato di fatto la comunicazione social. Insomma, l'ideatore della "Bestia" leghista che ha mietuto in questi anni contatti e consensi. Tanto basta per comprendere come la squadra sia stata creata dall'allenatore a propria immagine e somiglianza. Il segretario federale ha spiegato in queste ore che il suo partito non è "di plastica, come il M5S". Sostiene che per una forza politica vera serve un organismo di vertice articolato e composito. Nello stile del tanto vituperato Pd. Sarà pure così. Ma è difficile fin d'ora immaginare - fatta eccezione per l'unico vero alter ego ai vertici del partito, Giancarlo Giorgetti - che nelle prossime riunioni della segreteria qualcuno alzerà il dito per criticare la linea ondivaga di Salvini sulla strategia anti Covid o la convivenza con l'estrema destra in Europa. Come restare contenti senza delegare.

I fondi per i disabili finiti sui conti dell’ex deputato leghista Toni Rizzotto. Pubblicato mercoledì, 05 febbraio 2020 su Corriere.it da Salvo Toscano. La Guardia di Finanza sequestra 500.000 euro al politico e a un suo collaboratore. Erano stati erogati dalla Regione per un istituto di formazione e assistenza. I finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo hanno sequestrato complessivamente 500 mila euro a Toni Rizzotto di 67 anni, ex deputato regionale all’Assemblea regionale siciliana che faceva parte del gruppo della Lega, e Alessandro Giammona, di 45 anni, accusati di peculato per aver sottratto somme di denaro dalle casse dell’Istituto formativo per disabili e disadattati sociali (Isfordd), ente destinatario di fondi pubblici erogati della Regione Sicilia. Il provvedimento è del gip del tribunale di Palermo. Le indagini, coordinate dalla procura, scaturiscono da denunce del 2017 da diversi ex dipendenti dell’ente di formazione, nelle quali venivano segnalate irregolarità nella gestione delle somme che dovevano essere impiegate per le finalità istituzionali per l’organizzazione di corsi di formazione a favore di categorie tutelate per l’inserimento nel mondo del lavoro. Secondo quanto accertato dai finanzieri Rizzotto, nella sua qualità di presidente dell’ente, avrebbe ricevuto tra il dicembre 2012 e l’agosto 2016, senza averne titolo, la somma di 32.520 euro tramite bonifici bancari e assegni tratti sui conti correnti dell’Isfordd, mentre Giammona, responsabile esterno operazioni, potendo utilizzare le credenziali di accesso ai conti correnti dell’Istituto di formazione fornitegli dal presidente, si sarebbe autoliquidato somme per un totale di 456.993 euro negli anni 2013-2017, finalizzate a compensare le prestazioni, pur in assenza di qualunque rapporto lavorativo formalizzato con l’ente che dal 2012 al 2015 ha ricevuto finanziamenti pubblici per 1.500.000 euro.

Da corrieredellacalabria.it il 18 gennaio 2020. Una trovata “geniale” per ogni campagna elettorale. Prima o poi qualche spin doctor di quelli che mutano il corso delle carriere politiche se ne accorgerà e verrà a tributare i giusti onori a Leo Battaglia da Castrovillari, eterno candidato di Calabria. Siamo seri (il giusto): la prima trovata non fu proprio geniale. Se ne vedono ancora i segni sui muretti di quasi tutte le statali della Provincia di Cosenza. I “Leo Battaglia alla Regione” sono ancora lì: l’allora candidato a Palazzo Campanella fallì l’aggancio al sogno della politica che conta; promise di cancellarli ma niente. Mettiamola così: sapeva già che ci avrebbe riprovato cinque anni dopo, passando da Fratelli d’Italia alla Lega, si è portato avanti con il lavoro. La seconda trovata spetta al fratello gemello, Francesco. Che in un appello per le Comunali di Castrovillari se ne uscì con una sorta di “votatemi, tanto non vi vede nessuno”. Una nuova declinazione (vincente, è stato eletto in consiglio comunale, e senza imbrattature) del celeberrimo “nell’urna Dio ti vede, Stalin no” con il quale la Dc vinse le drammatiche Politiche del 1948. Per le Regionali del 2020, però, Leo Battaglia si è superato. Avendo a disposizione un doppio “naturale” – il suo gemello, appunto – ha deciso di sfruttare la posizione di vantaggio rispetto agli altri candidati. Così, all’evento di Crotone nel quale Matteo Salvini ha presentato i candidati alle Regionali del Carroccio, ha mandato suo fratello (cerchiato in verde nella foto sopra). Sul palco, accanto al leader della Lega che arringava la folla, c’era il gemello Francesco. A cena, di nuovo Francesco a stringere mani e parlare di politica. E Leo? Beh, lui continuava la campagna elettorale sul territorio per rastrellare consensi e, magari, superare quota 2.271, che nella scorsa tornata regionale non fu sufficiente ad assicurargli un posto al caldo dell’Astronave della politica calabrese. Sono i vantaggi di avere un doppelganger in casa, un gemello buono, pronto a prendere il tuo posto. E realizzare, senza alcuno sforzo, il sogno di ogni politico nel corso della campagna elettorale: possedere il dono dell’ubiquità. Altro che scritte che imbrattano i muri, qui si tratta di raddoppiare sforzi, appuntamenti elettorali e (magari) consensi. Certo, c’è il rischio di far arrabbiare i vertici calabresi della Lega e il Capitano in persona, che potrebbe non gradire la presenza di un sosia sul palco al posto del candidato originale. Chissà se oggi, nel suo secondo tour elettorale calabrese, Salvini incontrerà Battaglia. Ma soprattutto, quale dei due? Quello originale o il gemello consigliere comunale? Mistero fitto. Di quelli che neppure l’ex ministro dell’Interno potrà risolvere con certezza assoluta. 

·        I Comunisti contro il Comunista Salvini.

Matteo Salvini moderato è un'illusione. La sua destra sarà sempre illiberale. L’identificazione totale tra leader e partito obbliga alla propaganda permanente. Per questo immaginare una svolta del leader della Lega è come credere all'Isola che non c'è. Sofia Ventura il 2 gennaio 2020 su L'Espresso. Che animale è la Lega per Salvini Premier? Spesso quando si discute di politica, quando ci si interroga su ciò che accade e cosa invece potrebbe altrimenti accadere, si compie l’errore di prescindere dalla natura dei protagonisti. Si proiettano i propri desideri sul tale leader o il tale partito e si ragiona su ciò che dovrebbero fare, come se chiunque e qualunque organizzazione potessero intraprendere qualunque via, senza limiti. E invece i limiti ci sono, eccome, e hanno a che fare con ciò che un leader o un partito “sono”. La Lega, dopo il congresso straordinario dei giorni precedenti le festività natalizie, ha fornito un riconoscimento formale all’ulteriore processo di personalizzazione, rispetto alla Lega Nord di Bossi, impresso dalla segreteria di Matteo Salvini. La vecchia Lega assume sempre di più la forma della bad company e apre definitivamente la strada alla nuova Lega. La quale possiede nientemeno che il nome del suo leader. Ciò che Berlusconi aveva fatto per le campagne elettorali, designare la lista con il proprio nome, Salvini replica per la propria “campagna permanente”. In ogni momento il partito è un partito per “Salvini Premier”, quella è la “mission” dell’organizzazione. Si potrebbe quasi ipotizzare che la strada intrapresa abbia prodotto il passaggio da un partito personalizzato a un partito (quasi) personale. Il quasi sta a ricordare che nel trasloco dall’una all’altra Lega si muoveranno pezzi della Lega territoriale. Ma che forza potranno avere nella Lega nazionalizzata e personale il cui traino è l’artefice e (per ora) garante della forza elettorale? La nuova Lega non ha altro volto che quello di Salvini. Il volto mediatizzato, spettacolarizzato, ubiquo - dai social alle piazze - di Salvini. E si esprime attraverso la parola di Salvini, orgogliosamente populista, unica interprete della volontà popolare. La cifra della Lega per Salvini Premier non può dunque essere altro che la cifra dello stesso Salvini, che a sua volta fonda la propria forza sulla mobilitazione continua, il surriscaldamento costante del dibattito pubblico, la perenne divisione del mondo in forze del bene e forze del male, la periodica evocazione di complotti ai danni del popolo, vessato da malvagie élite al soldo di poteri più o meno oscuri. Tout se tient : estrema personalizzazione, nazionalizzazione, messaggio manicheo e surriscaldato, consenso nell’opinione pubblica. Salvini, la Lega per Salvini Premier, i fan scatenati sul web, le piazze plaudenti e le signore commosse costituiscono una sorta di corpo unico. Questa è la “natura” della Lega per Salvini Premier, del salvinismo. Un tale “animale” non potrà che comportarsi secondo certi schemi. Non potrà rinunciare al suo messaggio radicale e populista, né tantomeno allo stato di eccitazione permanente. Pena la perdita del consenso, obiettivo supremo e pressoché esclusivo. Al tempo stesso non potrà che assumere posizioni mutevoli, anche con modalità improvvise, e incoerenti, poiché la linea è sempre in capo al leader e ai suoi umori, detentore del bene supremo: la capacità di attirare sostegno e voti. Il leader, anche se non prevediamo nel breve periodo, potrebbe perdere forza e popolarità. Ma a questo punto della storia trascinerebbe probabilmente con sé la propria creatura. Altri potrebbero prenderne le redini, forse. Altri più moderati e equilibrati. Ma con il consenso decimato. Il salvinismo, ripetiamo, è dunque questo corpo complesso dove ogni pezzo partecipa del tutto e consente il successo presso l’opinione pubblica. Il salvinismo non può che essere così. Pensarlo più moderato, capace di abbandonare l’attitudine anti-sistema, la propaganda urlata e politicamente scorretta e di adottare linee coerenti, costanti e ragionevoli, significa pensare l’isola che non c’è. La destra italiana con Salvini non potrà che essere una destra illiberale e di mobilitazione permanente. Lungi dall’essere ”problem solver” (risolutrice di problemi) non potrà che essere creatrice e sfruttatrice di problemi. Perché questa è la sua natura. Il resto sono pii desideri.

Federico Giuliani per ilgiornale.it il 27 dicembre 2019. Una squadra di calcio femminile di Ancona iscritta agli elenchi ufficiali della Figc ha deciso di chiudere l'anno sportivo disputando una partitella in famiglia. Fin qui non ci sarebbe niente di male, se non che, prima del fischio d'inizio, i protagonisti della festa si sono schierati a centrocampo esponendo un cartello che ha preso di mira niente meno che Matteo Salvini. “Diamo un calcio a Salvini”, recitava il messaggio veicolato dall'Ancona Respect. Lo slogan è stato esposto per protestare contro la “presenza tossica” del leader leghista in quel di Ancona. Anche se è difficile trovare una spiegazione logica all'esposizione di un cartellone del genere in una giornata spensierata e distante dal mondo politico, il team biancorosso ha così giustificato la sua decisione: “Attraverso lo sport ogni giorno contestiamo e ci opponiamo al clima di odio e razzismo propagandato da leghisti e fascistoidi di turno. Ogni giorno dimostriamo a tutte e tutti che nuovi modi di vivere il calcio e la città sono possibili. Non permettiamo che si speculi sulla nostra città o che si sparga odio per raccogliere qualche voto”. Il comunicato dell'Ancona Respect si è concluso tirando in ballo fascismo e razzismo, rigorosamente connessi a Salvini: “Ancona è la nostra città e sappiamo riconoscere benissimo da soli quali sono i suoi nemici. Fuori fascisti e razzisti da Ancona, qua gli unici stranieri siete voi”. Al di là dell'infelice e censurabile cartellone, il fatto che la squadra abbia coinvolto in un'iniziativa del genere anche la formazione under 12 lascia alquanto perplessi.

La risposta della Lega. Non a caso il deputato della Lega, Paolo Grimoldi, si è soffermato proprio su questo particolare per denunciare l'accaduto: “Purtroppo stiamo entrando in un altro ventennio, quello dei fascisti Rossi, o arancioni, o arcobaleno, quelli che hanno individuato un nemico in chi non la pensa come loro e pur di eliminarlo, anche fisicamente, usa ogni metodo, anche l’indottrinamento dei bambini. Succede già in molte scuole, purtroppo, succede su un campo da calcio, ad Ancona, dove bimbi di 11 anni vengono manipolati e subiscono il lavaggio del cervello con la scusa di una partita di pallone, intitolata diamo un calcio a Salvini. Ci rendiamo conto della gravità di episodi come questi? Se inculchi l’odio verso un nemico ad un bimbo di 11 anni cosa speri di ottenere? Di farne un militante? Un estremista? Stiamo tornando al ventennio, mala tempora currunt”.

Diritti negati, revisionismo e discriminazioni: così la destra di Salvini governa sul territorio. Viaggio nei comuni e nelle regioni amministrate dai sovranisti, impegnate in una guerra senza quartiere ai simboli "avversari". E dove governatori, sindaci e consiglieri comunali fanno a gara nel riabilitare il fascismo, togliere gli striscioni per Regeni, negare sale a chi la pensa in maniera diversa. Federico Marconi e Mauro Munafò il 7 gennaio 2020 su L'Espresso. Quando un esercito conquista la roccaforte del nemico, per prima cosa toglie la bandiera degli sconfitti per issare la sua. È il gesto simbolico per eccellenza: mette la parola fine a ogni contesa, chiarisce subito e in maniera inequivocabile chi comanda. È quello che hanno fatto nell’ultimo anno e mezzo gli amministratori locali della Lega di Matteo Salvini e di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Governatori, sindaci, consiglieri regionali e comunali: i politici più legati ai territori, quelli che ne tastano il polso, più vicini agli umori degli elettori. Non si sono accontentati dei risultati elettorali, ma hanno dato il via a una guerra diffusa contro i simboli e le bandiere degli avversari, dei “nemici” politici. Sale del comune negate a libri o a dibattiti “scomodi”, patrocini tolti agli eventi del mondo Lgbt+, striscioni di campagne di sensibilizzazione strappati via, rimozione e alterazione progressiva della memoria della resistenza antifascista, cittadinanze negate ai reduci dei campi di concentramento e confermate a Mussolini, luoghi della cultura vietati ad artisti non allineati alle idee dei nuovi potenti, limiti burocratici alla libertà di culto. Sono solo alcune delle bandiere rimosse dopo l’insediamento degli amministratori sovranisti. Tra il 2018 e il 2019, anno appena concluso, L’Espresso ha contato circa ottanta episodi di questo genere in tutta Italia, da Nord a Sud, isole comprese. Divieti e boicottaggi che spesso rimangono confinati negli articoli delle cronache locali senza suscitare forti reazioni. Ma che quando arrivano sotto i riflettori della ribalta nazionale, sono quasi sempre derubricati in fretta come gaffe, giustificati con cavilli tecnici dei regolamenti comunali o identificati come folklore di qualche politico di provincia in cerca di visibilità. Non sono episodi di poco conto, nonostante patrocini, striscioni, cittadinanze onorarie non abbiano nessun costo per le tasche dei cittadini. Il valore è simbolico. Proprio per questo, mettendo insieme i vari gesti, viene alla luce una strategia più ampia: non vale più la regola secondo cui passate le elezioni chi amministra è “il sindaco di tutti”, anche di chi non lo ha votato. Non c’è una semplice alternanza al potere, come in ogni democrazia sana, ma un cambio di paradigma e di valori di riferimento che deve essere evidente ai cittadini. E che, gli piaccia o meno, devono accettare.

NON C’È POSTO PER REGENI. La prima bandiera che gli amministratori sovranisti non possono sopportare nei loro territori è in realtà uno striscione giallo. Quello con su scritto “Verità per Giulio Regeni” ed esposto a partire dal 2016 sulle facciate di oltre 250 comuni d’Italia. La campagna di Amnesty Italia per chiedere giustizia e tenere i riflettori accesi sul caso del ricercatore italiano brutalmente torturato e ucciso in Egitto da uomini legati al regime di Al-Sisi è una vera ossessione per la Lega. Non a caso, appena eletti a Ferrara, i leghisti hanno pensato bene di farsi fotografare trionfanti con il logo di Alberto da Giussano a coprire il telo giallo fuori dal palazzo del Comune. Telo giallo che ad ottobre è stato poi bruciato da ignoti. A giugno è stata la regione Friuli Venezia Giulia, governata dal 2018 dal leghista Massimiliano Fedriga, a decidere che la sede di Trieste, città in cui è nato Regeni, non doveva più esporre il vessillo di Amnesty. «È l’ennesima pretestuosa provocazione», ha risposto Fedriga al coro di critiche, con tanto di contrattacco. «Malgrado non condivida la politica degli striscioni e dei braccialetti, non ho fatto rimuovere lo striscione per più di un anno per non portare nell’agone politico la morte di un ragazzo». Bontà sua. D’altra parte era stato lo stesso Matteo Salvini, nella sua prima uscita da ministro dell’Interno sul tema, a dichiarare al Corriere della Sera: «Per noi, l’Italia, è più importante avere buone relazioni con un Paese come l’Egitto». Così l’elenco di comuni de-regenizzati dal centrodestra si è allungato: Treviso, Pisa, Mogliano, Montichiari, Alba, San Daniele del Friuli, Cassina de Pecchi. Fino ai casi da guinness dei primati per velocità: a Sassuolo, nel modenese, lo striscione è stato rimosso tre settimane dopo la vittoria alle urne del Carroccio. A Cagliari invece ci hanno messo un po’ di più, cinque settimane. Nella sede della Regione Piemonte di Torino lo striscione ereditato dall’amministrazione di centrosinistra lo hanno tenuto, ma lo hanno affiancato a quello che chiede “Verità su Bibbiano”. Anche dove la Lega è in minoranza poi non sta con le mani in mano, come dimostra la mozione al consiglio comunale di Fidenza per far togliere il simbolo per Giulio. Le motivazioni ufficiali di queste rimozioni variano dal comico al surreale. «È una vicenda non più di attualità», «in centro storico stava male», «il municipio non è lo stadio». C’è persino chi si giustifica dicendo che la scritta era rovinata o impolverata e per questo andava eliminata. «Nella destra italiana manca una cultura dei diritti e così ogni campagna che ne parla viene percepita come qualcosa di estraneo, degli altri» commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ong promotrice dell’iniziativa su Regeni. «Questo attacco alla campagna per la verità su Giulio non è solo triste, ma è qualcosa di pericoloso e da condannare per due ragioni. Per prima cosa in questo modo si ingabbia una battaglia che dovrebbe essere di tutti dentro una sola parte politica. E, seconda cosa, rinforza l’idea sbagliata che queste iniziative debbano durare solo un tempo stabilito invece di andare avanti fino a quando non viene raggiunto il risultato».

LA MEMORIA DI PARTE. Non è solo la richiesta di verità per Giulio Regeni a essere considerata di parte. Anche quando si parla di Shoah, di resistenza, e di iniziative per tramandarne la memoria, c’è un’espressione usata da molti sindaci di Lega e Fratelli d’Italia: «È divisivo». Un ritornello che ormai torna sempre più spesso. Come per il viaggio per Auschwitz che Deina, associazione che realizza “percorsi educativi rivolti a giovani partecipanti”, voleva organizzare. E per cui ha chiesto un contributo, 370 euro, per pagare le spese di uno studente residente nel comune al sindaco di Predappio, città dove è nato e sepolto Benito Mussolini. Roberto Canali, primo cittadino di centrodestra eletto in quella che è stata per anni una storica roccaforte della sinistra, a quell iniziativa ha detto no. «Abbiamo preferito non collaborare con chi organizza questi viaggi, perché questi treni vanno solo da una parte. Quando i “treni della memoria” andranno in tutte le direzioni e si fermeranno anche presso altri luoghi di oppressione del Novecento, come per esempio il Muro di Berlino o le Foibe, allora la nostra amministrazione contribuirà all’iniziativa». A chi gli ha fatto notare che l’associazione organizza viaggi anche in altri luoghi simbolo della violenza del Novecento, ha risposto: «A noi hanno chiesto soldi solo per Auschwitz». Se per il sindaco di Predappio un viaggio della memoria è di parte, per quello di Schio, comune nel vicentino, le pietre d’inciampo in ricordo delle vittime delle deportazioni nazifasciste «portano odio e divisioni». Ha risposto così la maggioranza dei consiglieri comunali, eletti con la Lega e Fratelli d’Italia, alla mozione del centrosinistra per ricordare le 14 vittime che vivevano nella cittadina. «Iniziative del genere rischiano di portare di nuovo odio e divisioni. Come possiamo pensare di ricordare solamente qualcuno a discapito di altri?», ha affermato un consigliere eletto nella lista a sostegno del sindaco. Che a sua volta ha tuonato: «Non accettiamo strumentalizzazioni». Il primo cittadino di Schio non è l’unico che si è dovuto difendere da “strumentalizzazioni”. È la stessa espressione che hanno utilizzato decine di amministratori di centrodestra che hanno bocciato mozioni per dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. La senatrice a vita, sopravvissuta alla deportazione nel lager di Auschwitz, è costretta a vivere sotto scorta per le minacce ricevute dopo l’istituzione della Commissione parlamentare contro l’odio, da lei proposta. Uno degli ultimi episodi è quello di Cigliano, in provincia di Vercelli: il 29 dicembre il sindaco ha definito “strumentale” la richiesta di un consigliere comunale - di Fratelli d’Italia - di concedere la cittadinanza alla senatrice: «Una proposta senza senso, io mi asterrò dal voto». Un altro caso tra tanti, sempre in Piemonte, è quello di Biella: il sindaco, il leghista Claudio Corradino, ha prima negato l’onorificenza a Segre per poi proporla al conduttore di Striscia la notizia Ezio Greggio - che ha rifiutato «per rispetto alla senatrice». Il primo cittadino, dopo le polemiche, ha fatto marcia indietro, scusandosi: «Sono stato un cretino».

QUANDO IL VALORE È “DIVISIVO”. «Ci sono però tantissimi sindaci che non sono così: come i seicento che hanno partecipato alla manifestazione organizzata da Beppe Sala a Milano in sostegno di Liliana Segre». Non vede tutto nero Carla Nespolo, presidente dell’Anpi. Anche l’associazione che riunisce i partigiani negli ultimi mesi ha subito le ostilità delle amministrazioni di centrodestra. Come a Trieste, il 25 aprile, quando il sindaco leghista Roberto Dipiazza non ha voluto i partigiani sul palco delle celebrazioni della Liberazione: «Così la festa non è divisiva». O a Lentate sul Seveso, in Brianza, dove la sindaca di Forza Italia ha “abolito” per un anno le celebrazioni: «Nel 2020 avremo una festa apartitica e apolitica». Non solo il 25 aprile, ma anche tante altre iniziative, come le pastasciutte antifasciste in memoria dei sette fratelli Cervi uccisi dai fascisti il 28 dicembre 1943. Tra chi ha negato il patrocinio, ci sono i sindaci della Lega di Sassuolo e Mirandola, comuni nel modenese: «No alla pastasciutta antifascista perché “anti” è divisivo», hanno motivato la loro decisione. «Purtroppo c’è ancora chi non sa che se non ci fosse stata la Resistenza e i partigiani, non ci sarebbe stata la Repubblica. È difficile da dire 75 anni dopo. E dà più fastidio vedere che molti sono amministratori locali, quelli più vicini ai cittadini», afferma all’Espresso Carla Nespolo. «Come si fa a dire che l’antifascismo “è divisivo”? Ci sono stati antifascisti di ogni colore e cultura politica. Non è un valore di una parte, è il valore fondativo della nostra Costituzione. La stessa su cui giurano quando vengono eletti». Un giuramento che non sembra preoccupare i tanti sindaci che ammiccano ancora al fascismo. Come quello di Terralba, in provincia di Oristano, che nonostante una raccolta di firme per togliere la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, gliel’ha confermata. O quello di Anzio, sul litorale laziale, che oltre a confermare l’onorificenza al dittatore, l’ha negata a una vittima locale delle persecuzioni razziali. O il sindaco di Gorizia, che lo scorso gennaio ha ricevuto in comune una delegazione della X Mas, reduci dei battaglioni del principe nero Junio Valerio Borghese. E quello di Finale Emilia, che sul palco del 25 aprile elogia pubblicamente un gerarca fascista. Iniziative, queste, evidentemente non “divisive”.

NON SI MARCIA PER I DIRITTI. Dal nero all’arcobaleno. «Utero in affitto, sdoganamento della pedofilia, poliamore sono gli obiettivi che vogliono raggiungere». Con queste parole, a metà dicembre, una consigliera comunale di Rieti ha espresso la sua «più ferma opposizione» alla candidatura della città come sede del Lazio Pride 2020. «Voleva difendere la famiglia tradizionale», ha cercato di sedare le polemiche il primo cittadino del comune laziale, un ex missino ora in Fratelli d’Italia. «Io però non darò l’autorizzazione». È solo l’ultimo caso di amministratori di centrodestra che si oppongono alle manifestazioni per i diritti Lgbt+. Sono decine in tutta la penisola: Novara, Pisa, Monza, Frosinone, Piombino, Genova, le province di Varese e Trento, la Regione Lombardia. Spesso giocano sui pregiudizi, con affermazioni ai limiti della diffamazione. Altre volte avanzano motivazioni ideologiche. Come la giunta regionale lombarda, che ha negato ogni tipo di sostegno al prossimo Milano Pride: una mozione chiedeva di illuminare il Pirellone con i colori della bandiera arcobaleno, «come è stato fatto nel 2019 per il Family Day». Proposta bocciata dalla maggioranza: «È una baracconata che non rappresenta nemmeno tutti gli omosessuali», la risposta seccata di un consigliere leghista. «Il clima politico degli ultimi mesi ha sdoganato un atteggiamento ancora più ostile da parte di alcuni amministratori, che si sentono autorizzati ad avere atteggiamenti che un tempo non si sarebbero nemmeno sognati», evidenzia Gabriele Piazzoni, segretario nazionale Arcigay. «Non solo per quanto riguarda i patrocini per i Pride, ma anche per l’abbandono della Rete Ready da parte di alcuni sindaci della Lega». La Rete Ready è un sistema nazionale che mette in relazione le amministrazioni contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Un progetto che non pesa sulle casse locali, ma che - come L’Espresso ha raccontato lo scorso ottobre - sta venendo “smantellato” da molti comuni di centrodestra: Siena, Pistoia, Sesto San Giovanni, Trieste, Piacenza, Udine e la Regione Friuli Venezia Giulia hanno tutti abbandonato l’iniziativa che, grazie a dei finanziamenti, avvia corsi di aggiornamento, formazione e sensibilizzazione. A Genova invece, il sindaco Marco Bucci ha aderito all’accordo dei comuni liguri in difesa della “famiglia tradizionale” proposto dal Forum Ligure delle Famiglie. Una delle tante iniziative che hanno fatto della Liguria la regione con il più alto tasso di “clericalismo istituzionale” del 2019, secondo il report annuale dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. Uno dei fattori che ha inciso su questo primato è stata l’approvazione, a gennaio, di una proposta per garantire agevolazioni e benefici nella fruizione dei servizi pubblici solo alle famiglie iscritte in un registro comunale che comprende solo coppie sposate con figli ed esclude tutte le altre. «Arcigay e le altre associazioni hanno sempre più ostacoli. Poi però ci sono un comune, una provincia, una regione, perfino ministri del governo che hanno dato il loro appoggio al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona del 2019», continua Piazzoni. «Una riunione di reazionari, ultraconservatori e sovranisti vari che per la prima volta si è potuto tenere in un paese occidentale con il placet delle istituzioni. Anche in questo caso rappresentavano tutti?».

LE MANI SULLA CULTURA. A Verona il centrodestra è andato anche oltre. La giunta ha approvato a maggio l’acquisto di uno stock di fumetti su Sergio Ramelli, il ragazzo neofascista ucciso nel 1975, realizzato dalla casa editrice Ferrogallico, vicina a Forza Nuova, con l’intento di regalarlo alle scuole. «Sergio Ramelli non viene ricordato quale vittima della violenza politica di quegli anni, bensì - non casualmente attraverso una graphic novel - per inoculare il virus della bontà di quelle idee totalitarie e sanguinarie che il fascismo portava con sé», ha protestato in un’interrogazione parlamentare il Pd. Il caso dimostra quanto anche la cultura, con i libri e con gli spazi per gli eventi, sia un elemento chiave di questa guerra di simboli e valori. Sempre in Veneto l’attore comico Natalino Balasso è stato escluso dal cartellone del teatro Stabile, diretto dall’ex portavoce del governatore leghista Luca Zaia. «Questi della Lega si sono impossessati dello stabile del Veneto e hanno fatto un editto per non farmi lavorare nelle strutture pubbliche», ha denunciato Balasso su Facebook. Il suo non è un episodio isolato. Come aveva raccontato L’Espresso alcuni mesi fa , le amministrazioni sovraniste hanno subito voluto dire la loro sui festival e sugli eventi del territorio, punendo quelli non graditi. All’Aquila, il sindaco di Fratelli d’Italia ha fatto saltare il festival degli incontri voluto dal ministero della Cultura per il decennale del terremoto e ha pubblicamente affermato che non avrebbe permesso gli interventi di Roberto Saviano e di Zerocalcare. La rassegna Vicino/Lontano di Udine invece, rea di organizzare il troppo internazionalista premio Terzani, si è vista ridurre a un terzo il contributo della Regione diventata “verde”. D’altra parte nel pantheon dei riferimenti leghisti, a Terzani si è sempre preferita Oriana Fallaci. O, in tempi recenti, il filosofo sovranista Diego Fusaro, ospite d’onore con le sue letture musicate “Bibbiano, il gender è già fra Noi” del teatro comunale di Senago in provincia di Milano. Fortemente voluto dalla sindaca leghista. A novembre a Genova invece, in occasione del Festival dell’Eccellenza Femminile, Il regista Gabriele Paupini è dovuto entrare in scena per denunciare agli spettatori di essere vittima di una censura: «Dobbiamo censurare una scena di nudo presente nello spettacolo per pressioni politiche, la Lega non apprezza il nudo maschile, non si vogliono vedere piselli nell’aula magna dell’università di Genova», ha spiegato Paupini. Lo stesso partito che si vantava di “avercelo duro” si è riscoperto pudico. Decidere chi può parlare e chi no è quanto successo anche a Pompiano, nel bresciano. Qui l’amministrazione a maggioranza Lega e Fratelli d’Italia ha negato allo scrittore Federico Gervasoni la biblioteca del comune per presentare il suo libro sul neofascismo locale . «È meglio lasciare fuori la politica dalla biblioteca, è un luogo di cultura». E la cultura, come si è appena visto, è una loro esclusiva.

ANTIMAFIA FUORI DAL COMUNE. Una sala, in questo caso il teatro comunale, è stata invece negata a Libera e a Don Luigi Ciotti. Il prete antimafia doveva parlare in un’iniziativa a Oderzo, vicino Treviso. Ma la sindaca leghista non ha concesso né patrocinio né spazi pubblici: «È fuori discussione la statura morale di Don Ciotti, ma sono altrettanto note alcune sue precise prese di posizione politiche», si è giustificata. «Se fossi riuscita a parlargli molto probabilmente non ci sarebbe stato alcun problema. Gli avrei chiesto di evitare di dare giudizi morali sulla scelta di Salvini di chiudere i porti». Se a Oderzo può parlare di lotta alla mafia solo chi è d’accordo con la linea politica del Carroccio, a Udine non si può discutere di fine vita. «Non posso permettere che spazi comunali ospitino eventi di propaganda di cose illegali», ha motivato così il sindaco leghista la mancata concessione di una sala comunale a Beppino Englaro e alla sua associazione “Per Eluana”. Era il 7 dicembre, due mesi dopo la sentenza della Consulta che ha stabilito che aiutare a morire non è sempre un reato. Un tema spinoso, su cui dovrebbe intervenire il Parlamento. Ma per il sindaco è meglio che non se ne parli.

Il bollettino parrocchiale choc: Salvini paragonato a Mussolini. L'accostamento sarebbe apparso in un testo della chiesa di Santa Maria Maddalena. Parte del documento è stata riportata sulla pagina Facebook del sindaco di Borgosesia. Andrea Pegoraro, Martedì 24/12/2019, su Il Giornale. Matteo Salvini paragonato a Benito Mussolini, anche se indirettamente. È scoppiata la polemica a Vercelli per quanto sarebbe apparso nell’ultimo bollettino parrocchiale della chiesa di Santa Maria Maddalena. Parte del documento è stata riportata sulla pagina Facebook del sindaco di Borgosesia, il deputato Paolo Tiramani. Il testo è stato postato nella tarda serata di ieri. Come riporta anche vercellinotizie.it, il bollettino sarebbe stato scritto da don Massimo Bracchi, il quale narra lo scenario politico italiano nell’ultimo anno. Il sacerdote sottolinea che “Salvini ha tentato il colpo sfiduciando il premier Conte e rompendo l’alleanza con Di Maio e i cinquestelle. E così si è dato la zappa sui piedi”. Secondo il prete, infatti, il capo della Lega credeva di andare al voto per guadagnare ancora più consensi e invece poi è nato un nuovo esecutivo, il Conte bis, formato da Partito democratico e grillini. Poi arrivano le frasi incriminate: “Aveva detto “datemi pieni poteri” - si legge nel bollettino - ricordandoci un’altra figura del nostro passato italiano che i pieni poteri se li era presi con gli stessi atteggiamenti populistici e di salvatore della patria. Ma quanti lutti, quanta sofferenza e quanta vergogna l’Italia avrebbe dovuto vivere…” Il sacerdote prosegue nel suo ragionamento e dice che Salvini confida di rifarsi nelle prossime elezioni, “che dovrebbero essere un plebiscito alla sua opposizione, mentre io mi auguro si possa contare sull'intelligenza e il buon senso degli italiani”. Il sindaco di Borgosesia, Paolo Tiramani, ha quindi postato sulla sua pagina Facebook il testo del bollettino e ha evidenziato che “da uomo cattolico nutro molta Fede e molto rispetto. Tuttavia non capisco alcuni preti che utilizzano ogni mezzo per fare dell’assurda politica”. In passato il leader della Lega è stato più volte preso di mira da alcuni sacerdoti. Basti pensare a padre Alex Zanotelli, che l'aveva definito "un genio melefico" riguardo alla scelta di chiudere i porti alla nave della ong Sea Watch. Il missionario aveva ricordato che per la Bibbia il più grande peccato è la non accoglienza e che è ancora più grave non accogliere i poveri. Ben più gravi erano state le affermazioni di padre Bartolomeo Sorge. La scorsa estate il teologo gesuita aveva sottolineato che "la mafia e Salvini comandano entrambi con la paura e l’odio, fingendosi religiosi. Si vincono, resistendo alla paura, all’odio e svelandone la falsa pietà".

"Vergogna, vattene via!". Salvini insultato alla festa della Befana. Il leader della Lega, arrivato alla festa organizzata dal Sindacato autonomo di polizia, è stato insultato da una coppia di bolognesi, che lo ha accusato di strumentalizzare i bambini: "Questa non è la festa di un politico". Lavinia Greci, Lunedì 06/01/2020 su Il Giornale. "L'Antoniano è un posto di inclusione. Ma cosa viene a fare qua? Ma va là...", "Vattene via", "Vergognati, vai a casa tua". E ancora: "Questa è la festa dei bambini. Lui è un politico, non è un bambino. Cialtrone". Lo scenario è quello di una festa come le altre, organizzata durante le vacanze di Natale, in occasione dell'Epifania, al Teatro Antoniano di Bologna. Ma fuori dal celebre auditorium, si è consumata un'altra contestazione contro il leader della Lega, Matteo Salvini, arrivato nel capoluogo emiliano in occasione della "Befana del Poliziotto".

La contestazione. Secondo quanto riportato da Repubblica, infatti, l'ex ministro dell'Interno, impegnato in un tour elettorale in tutte l'Emilia-Romagna, dove si voterà il prossimo 26 gennaio, in queste ore, sarebbe stato fischiato e insultato da alcuni passanti proprio al suo arrivo all'ingresso dell'Antoniano, che ospita in questa giornata la festa organizzata dal sindacato auotonomo di polizia Sap. Accusato di appropriarsi di un'occasione di festa per i più piccoli, a prendere le difese del leader leghista sono stati altri cittadini, che hanno risposto alle contestazioni: "La vergogna siete voi", "Stai zitto, idiota.Vai a casa di Prodi a chiedere i soldi".

Le critiche a Salvini. In particolare, i due contestatori, avrebbero insistito a prendersela con il leader leghista sottolineando il fatto che quello era un momento di festa tutto dedicato ai bambini: "È la festa della Befana per i più piccoli, non di un politico". E poi: "I bambini all'Antoniano, adesso, si strumentalizzano...Ma va là". La discussione è proseguita in strada tra chi non voleva Salvini e i suoi sostenitori. Già nella giornata di ieri, sui muri del teatro emiliano, erano comparse delle scritte contro l'organizzazione sindacale che, però, oggi erano già state cancellate.

"Non vedo l'ora di farmi processare". Intanto, il leader della Lega, rispondendo ai giornalisti in riferimento caso della nave Gregoretti, ha dichiarato: "Non vedo l'ora di farmi processare, con me processano gli italiani. Andranno contro la storia, vorrei guardare negli occhi i giudici mentre mi dicono che merito 15 anni di carcere". All'interno del teatro Antoniano, Salvini ha preso posto in prima fila e ha distribuito ai più piccoli le caramelle cadute dal sacco della Befana, scattando con i bambini anche diverse foto.

Le aggressioni. Intanto, nei giorni scorsi, durante le festività natalizie, si sarebbero registrate alcune aggressioni ai danni di gazebo della Lega a Ferrara. In base a quanto ricostruito, un gruppo di attivisti avrebbe minacciato al grido di "razzisti di m...." alcuni militanti, cittadini e volontari che firmavano le proprie candidature. E poi, sempre in questi giorni a Bologna, sarebbe comparsa la scritta "Salvini boia".

Minacce di morte choc a Salvini: "Pronta per te una pistola, coglione". Nuove minacce contro Matteo Salvini. Su Twitter, un hater si augura che un terrorista lo faccia fuori, quindi le parole choc: "Ti aspetto a Cesena, è pronta per te una pistola". Il leghista: "Non so se mi faccia più schifo o pena". Gianni Carotenuto, Lunedì 06/01/2020, su Il Giornale. Non bastano le scritte sui muri e le contestazioni di piazza. Ora ogni strumento è lecito per combattere Matteo Salvini e la Lega. Anche le minacce di morte. Il capo del Carroccio è stato nuovamente vittima dell'odio social. Non i soliti insulti, a cui l'ex ministro dell'Interno è ormai abituato, ma qualcosa di più. Che lo ha spinto a denunciare l'hater con un post pubblicato su Facebook. "Non so se questo signore mi fa più schifo o pena", il commento di Salvini al delirante - e pericoloso - messaggio di un utente che si augurava: "Spero che il primo vero terrorista ti faccia fuori", prima di aggiungere: "Ti aspetto a Cesena, ho pronta una pistola". A 20 giorni dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, che il centrodestra confida di strappare al centrosinistra, ogni strumento è lecito per conquistare qualche voto. Tra Pd e Leu da una parte, Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia dall'altra, si profila un testa a testa. I sondaggi non rassicurano il governatore dem uscente Stefano Bonaccini, tallonato dalla leghista Lucia Borgonzoni. Cresce la paura della sinistra emiliano-romagnola di dover cedere la guida della Regione agli odiati "fascisti". Dunque non sorprende più di tanto l'escalation di minacce contro Salvini e il centrodestra. Prima, a Ferrara, l'attacco "rosso" a un gazebo leghista. Poi le scritte "Salvini boia" e "Acab" comparse su un muro di Bologna. E proprio nella città delle due torri, a novembre, i centri sociali avevano organizzato un corteo di protesta contro il Carroccio. Che si era addirittura "permesso" di tenere un evento politico al Paladozza alla presenza di Salvini e Borgonzoni.

Minacce di morte "sgrammaticate" a Salvini. Altro che democrazia. Come testimonia l'ultima aggressione social al leader leghista. Su Twitter, in risposta a un post di Salvini, è comparso il messaggio di un utente dove si legge letteralmente: "Spero che il primo vero terrorista ti faccia fuori, così impari a dare aria hai denti, comunque ti aspetto a Cesena ce pronto un 7,57 magnum, fidati che farà centro...... coglione, pensaci bene noi non ti vogliamo in casa nostra......". Parole deliranti a cui il segretario del Carroccio ha risposto con il sorriso: "Non so se questo “signore” mi fa più schifo o più pena. Sicuramente non mi fa paura. P.s. Invece di sparare minacce e comprare fucili, acquista un vocabolario della Lingua Italiana!". In effetti, tra errori di grammatica e sintassi, l'hater di Salvini non ne ha azzeccata una. Dimostrando anche poca conoscenza delle armi, visto che la pistola "7,57 magnum" non esiste. Probabilmente questo "signore" sa sparare solo insulti. Per fortuna.

Jasmine Cristallo contro Matteo Salvini: “Abominevole”. Antonella Ferrari il 23/12/2019 su Notizie.it. La coordinatrice delle sardine calabresi, Jasmine Cristallo, è stata ospite della puntata di Otto e Mezzo con Lilli Gruber e non ha perso occasione di attaccare l’ex ministro Matteo Salvini proprio per il suo operato al Viminale: “Abominevole” lo ha definito riferendosi alla vicenda della nave Gregoretti. Il leader del Carroccio, però, non ha perso tempo e ha ripostato il video dell’intervento televisivo: “Le sardine escono allo scoperto“. Gli utenti social si sono quindi nettamente divisi tra chi prende le difese della Cristallo e chi invece sta dalla parte di Salvini. Il video ripostato da Matteo Salvini è stato sì una risposta all’attacco subito ma anche l’occasione per riaccendere la polemica. La provocazione è stata infatti colta dalla Cristallo che è subito tornata all’attacco: “Da oggi ho una ragione in più per non arretrare di un passo – ha scritto la sardina – e difendere il mio diritto al dissenso, a battermi per un mondo civile in cui le donne non vengano brutalizzate. Lo devo alle donne, a mia figlia e anche alla sua” ha detto facendo riferimento a Matteo Salvini. “Racconterà a sua figlia che espone foto di donne solo per farle dileggiare e violentemente aggredire con frasi e aggettivi raccapriccianti?“.

Il riferimento alla figlia di Salvini. L’attacco di Jasmine Cristallo è quindi proseguito con riferimento espliciti al ruolo di padre del leader leghista: “Pensa a come si sentirebbe se fosse sua figlia ad essere vittima di quella stessa violenza che infligge ad altre donne? Posso per ora raccontarle come ha reagito la mia di figlia, che ha 19 anni e ha commesso la sciocchezza di leggere i commenti a me destinati dai suoi campioni di civiltà: tremava“. “Non mi aspetto delle risposte – ha concluso rivolgendosi direttamente a Salvini -, ma sappia che da oggi ho una ragione in più per non arretrare di un passo“.

La "sardina" Jasmine Cristallo scrive a Salvini: "Mi batto anche per sua figlia". Jasmine Cristallo durante la trasmissione di Lilli Gruber Otto e mezzo. La coordinatrice del movimento calabrese, già vittima di pesanti attacchi sui social, si rivolge al leader della Lega, che ieri sulla sua pagina Facebook ha postato un intervento dell'attivista in tv a cui sono seguiti una lunga serie di commenti. La Repubblica il 22 dicembre 2019. "Da oggi ho una ragione in più per non arretrare di un passo e difendere il mio diritto al dissenso, a battermi per un mondo civile, in cui le donne non vengano brutalizzate. Lo devo alle donne, a mia figlia ed anche alla sua". Jasmine Cristallo, coordinatrice di '6000 Sardine' in Calabria e attivista del movimento, militante della sinistra ma senza una tessera di partito, promotrice della 'rivolta dei balconi' di Catanzaro e da sempre impegnata nel volontariato, lo ha scritto in un messaggio in cui si rivolge al leader leghista Matteo Salvini, che ieri sulla sua pagina Facebook ha postato un link all'intervento della leader delle Sardine calabresi a Otto e mezzo. Un post a cui sono seguiti una lunga serie di commenti. "Racconterà a sua figlia - ha chiesto Jasmine - che espone foto di donne solo per farle dileggiare e violentemente aggredire con frasi e aggettivi raccapriccianti?". "Quando teneramente le mette lo smalto o assiste alle recite natalizie, ci pensa - ha aggiunto - a come si sentirebbe se fosse sua figlia vittima di quella stessa violenza che infligge ad altre donne?  Posso per ora raccontarle come ha reagito la mia di figlia, che ha 19 anni ed ha commesso la sciocchezza di leggere i commenti a me destinati dai suoi campioni di civiltà: tremava". "Le ho spiegato che certe battaglie passano anche attraverso queste prove certamente non gratificanti, ma - ha sottolineato -che meritano, comunque, di essere condotte con tenacia e convinzione". "Quanto a lei, Salvini - è la conclusione -, non mi aspetto delle risposte ma sappia che da oggi ho una ragione in più per non arretrare di un passo e difendere il mio diritto al dissenso, a battermi per un mondo civile, in cui le donne non vengano brutalizzate. Lo devo alle donne, a mia figlia ed anche alla sua". Cristallo è stata vittima di pesanti attacchi sui social anche dopo la sua partecipazione, alcuni giorni fa, alla trasmissione tv Stasera Italia su Rete 4. Tra i post anche uno dai toni minacciosi contro il quale l'attivista calabrese ha annunciato di voler sporgere denuncia. "Jasmine- recitava il messaggio minatorio - con tutto il rispetto, attenzione di non pestare troppo la coda del cane che dorme, perché quando si sveglia è pericoloso. Tu hai un figlia, non vorrei che passi una storia come quella di Bibbiano visto che sostenete la sinistra".

Umberto Bossi fa il dito medio? E Repubblica si scatena: "Oscena minaccia da scimpanzè". Libero Quotidiano il 22 Dicembre 2019. Repubblica come al solito predica bene e razzola male. Invece di prendersela con la ragazzina che ha fatto il dito medio nella foto in cui immortala Matteo Salvini mentre dorme, critica Umberto Bossi. "La grande regressione della politica fa sì che per interpretare certe scenette congressuali se ne cerchi l'origine negli studi su gorilla, oranghi e scimpanzè - è questo l'incipit dell'articolo del quotidiano di Verdelli - da cui sembra che si mostrino l'un l'altro il dito medio come oscena minaccia per affermare il loro potere - non possedendo i primati il dono della parola". Un riferimento esplicito al "gestaccio" - così l'hanno definito - che il fondatore della Lega, ospite d'onore al Congresso, ha fatto "di fronte a una platea "che ha applaudito come estremo e triste omaggio a un celodurismo tanto malandato quanto indomito". Poi non poteva mancare il riferimento a Salvini, d'altronde è il loro più acerrimo nemico: "Lui è un habitué del dito medio, il che lo rende prestigioso bersaglio, vedi il recentissimo selfie della ragazzetta in aereo. Insomma: chi la fa, l'aspetti. Ma la catena della muta e abituale scimmioneria oltrepassa ormai i proverbi". 

Dito medio categoria dello spirito. Augusto Bassi il 21 dicembre 2019 su Il Giornale. La sardina Jasmine Cristallo ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Lilli Gruber che per lei dirsi di sinistra significa “un’istanza dell’essere, una categoria dello spirito”. Lo comprendiamo. Nel vedere come agisce questo banco di pesci – che vive e nuota insieme per ragioni sociali, muovendosi in maniera coordinata – ascoltandone le valutazioni che hanno definito la condotta di Salvini “abominevole”, lo comprendiamo. E troviamo nel gestaccio vigliacco riservato da tale Erika all’ex ministro mentre riposava in aereo, lo sviluppo naturale di questa spiritualità. Nelle parole della Cristallo c’è infatti la pietra filosofale della sinistra: cretinismo ontologico. La razza ha lasciato lo spazio all’anima. Dirsi di sinistra significa rivendicarsi ontologicamente superiori. Manifestando viva istanza contro gli spiriti inferiori, abominevoli. E noi comprendiamo. La sinistra è una categoria dello spirito: come un dito medio fatto di nascosto.

Nicola Porro sulla ragazza del dito medio a Salvini: "Ipocrisia della sinistra, a chi volete dar lezioni?" Libero Quotidiano il 21 Dicembre 2019. Ha fatto discutere la foto postata su Instagram della ragazza che ha mostrato il dito medio ritraendosi in aereo al fianco di un Matteo Salvini addormentato, che la 19enne si era trovata al fianco per caso. Ha fatto discutere soprattutto perché il leader della Lega ha rilanciato sui suoi social la fotografia, su quegli stessi social dove lei stessa la aveva postata. Lei può, lui no. È scattato il consueto linciaggio, con accuse che piovevano da più parti: "È stata esposta alla gogna", il ritornello ricorrente. Ma c'era anche chi, come una professoressa intervenuta a Tagadà su La7, affermava che la colpa di quel dito medio a Salvini fosse di Salvini, poiché primo responsabile del presunto "clima d'odio" che respireremmo al giorno d'oggi. Una serie di discrete fesserie contro le quali si scaglia, tra gli altri, Nicola Porro. Lo fa rilanciando sul suo sito personale un articolo di Dino Cofrancesco. E Porro punta il dito contro "l'ipocrisia dei benpensanti che vorrebbero darci lezioni di vita". Il giornalista, retorico, s'interroga: "Cosa vuoi che sia fare il gesto del dito medio... se di mezzo c'è Salvini".

Le disavventure social di un ex ministro, finto bello addormentato. La foto della sardina è inquietante per quel che rivela ovvero che siamo purtroppo diventati, almeno per un’ampia parte del Paese, una società incivile. Dino Cofrancesco il 21 Dicembre 2019 su Il Dubbio. «Al fine de le sue parole il ladro/ le mani alzò con amendue le fiche/ gridando: ’Togli, Dio, ch’a te le squadro’!». Sono versi del XXV Canto dell’Inferno di Dante e chi inveisce contro il Creatore è Vanni Fucci da Pistoia, detto “Bestia”. Il gesto osceno e l’epiteto infamante ricordano – è proprio il caso di dire citando Virgilio, si parva licet componere magnis (se è lecito paragonare le cosepiccole alle grandi) – un’altra bestia nostrana, Matteo Salvini, che per sfida girava con una maglietta«Meglio Bestia che Renzi» e chiamò “bestia”la potente macchina social messa al suo servizio nel 2014 da Luca Morisi. Certo Salvini non è Vanni Fucci: si sarà pure reso colpevole di crimini contro l’umanità, con gli episodi delle navi Diciotti e Gregoretti, ma non ha nulla a che vedere con la professione di Arsenio Lupin e del suo avo pistoiese, immortalato da Dante.D’altronde anche il gesto osceno è diverso. “Far le fiche” (chiudere a pugno la mano, inserendo il pollice tra indice e medio, a rappresentare l’organo sessuale femminile posseduto dal pene, il pollice appunto) è diverso dall’innalzamento del dito medio , segno del pene in erezione, che compare nel selfie che la signorina E.L., seduta in aereo vicino a Salvini, ha scattato, approfittando della pennichella del Capitano. Tutto sommato, ci troviamo dinanzi a un passo avanti compiuto dalla civiltà delle buone maniere. Il gesto del dito medio, in fondo, è più stilizzato rispetto all’altro, privilegiato non solo da Dante ma anche da Rabelais e da altri, ed è anche meno volgare del gesto dell’ombrello che, per essere effettuato, richiede due mani, dovendo l’una toccare il centro del braccio dell’altra (lo ricordiamo tutti nella scena de I vitelloni in cui l’Albertone nazionale lo faceva ai lavoratori passando con la macchina davanti a un cantiere stradale). E tuttavia il selfie della sardina (?) resta un episodio che non va drammatizzato – «una stupidata un po’ vigliacca» l’ha definita Francesco M. Del Vigo sul Giornale – ma che è inquietante per quel che rivela ovvero che siamo purtroppo diventati, almeno per un’ampia parte del Paese, una società incivile. Salvini, come bello addormentato, già altre volte è stato al centro di selfie molto discussi. Involontariamente certo, come capita al compagno di merenda che, nella foto della scampagnata, viene ritratto con le corna che, senza che lui se ne accorgesse, gli ha fatto il vicino. E’ capitato un anno fa, quando l’ex fidanzata Elisa Isoardi, ha voluto immortalare l’after sex con l’allora vice-ministro con una foto su Instagram, forse pensando al celebre quadro di Sandro Botticelli (National Gallery di Londra) in cui si vede Venere che accenna un sorriso mentre Marte «dorme sfinito dalle fatiche dell’amore e lascia che le sue armi diventino giocattoli» per i piccoli satiri. Ovviamente il selfie della Isoardi è molto meno estetico del quadro e, rispetto a quello di E.L, è “tutta pubblicità” per il leader del Carroccio, in anni segnati dalle (stupide) vanterie erotiche del Cavaliere. Va riconosciuto, però, che è non meno lesivo di quel sacrosanto diritto alla privacy che con tanta insistenza politici e giornalisti rivendicano quando si tratta delle loro persone. Sennonché questo ordinario episodio di maleducazione ha avuto un risvolto grottesco, che oggi non poteva mancare. La vicina di Salvini non si è limitata a far vedere la sua bravata ad amici e parenti stretti ma l’ha postata, come detto, sul suo profilo Instagram. A questo punto la senatrice del Carroccio, Roberta Ferrero, l’ha ripresa su Twitter, senza pixelare il volto della giovane , sicché non sono mancati gli insulti dei fan di Salvini, che hanno indotto la giovane a disattivare il proprio profilo. Apriti cielo! Giuditta Pini, deputata del Pd ha scritto su Twitter: «Se sei una donna e contesti Matteo Salvini, lui ti esporrà a ogni genere d’insulti. Non ti insulterà lui, lo farà fare da altri. La vergogna non è in chi contesta, la vergogna è in chi usa il suo ruolo per avallare la violenza. Non lasciamo sole queste donne». Insomma se si dileggia Salvini e lui si difende la vittima diventa l’offensore. Siamo il Paese in cui il principio liberale e occidentale della distinzione dei ruoli e del rispetto che si deve ad ogni persona, per dirla alla napoletana. «non ha mai praticato». Tanti anni fa, Giorgio Almirante, al ritorno da un comizio, fece sosta nell’autogrill di Cantagallo e i dipendenti appena lo videro si rifiutarono di servirlo ed entrarono in sciopero. Un episodio di cui vergognarsi davvero. Cui seguì, per dovere di cronaca, la reazione di Ordine Nuovo, in nome della giustizia-fai-da-te, altro esecrabile “costume di casa”. C’è poco da fare, gli abiti totalitari della mente e del cuore sono il virus che fascismo e comunismo ci hanno trasmesso e che non riusciamo a debellare. La Pini, laureata in Mediazione linguistica e culturale, potrebbe forse rileggersi qualche classico del pensiero liberale e democratico d’area euro-atlantica. Constaterebbe che il dissenso politico non autorizza l’insulto e l’irrisione.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 20 dicembre 2019. Oggi ci occupiamo di ragazze che si fotografano mentre fanno il dito medio verso Matteo Salvini, in aereo, ossia un esempio di come la tecnologia oggigiorno permetta di far circolare notizie importanti ovunque e in poco tempo. Riassunto delle puntate precedenti. Una 19enne carina e con un brutto maglione, mercoledì, prende un aereo e si accorge che a fianco c' è Salvini addormentato, dopodiché scatta un selfie con il dito medio e lo pubblica su Instagram, un social network dove le immagini hanno giustappunto soppiantato le parole; la pagina della ragazzina permette di apprendere dei dettagli fondamentali, tipo che le piacciono la pasta alla carbonara, i gatti e i cibi grassi. Lo scatto è costellato da cuoricini - il giornalismo è amore per i dettagli - e scatena centinaia di commenti e condivisioni. Poi Salvini si sveglia, scende dall' aereo, apprende della dedica e decide di riprendere l' immagine replicandola su un altro social, scrivendoci: «Che bello viaggiare in compagnia di personcine educate! E poi magari vanno in piazza per combattere odio, violenza e maleducazione». Allora che cosa succede? Non perdetevi la puntata successiva. Seconda puntata. Succede che tanti dei tantissimi seguaci di Salvini sul social network («follower») scrivono al profilo social della ragazza e la prendono anche a male parole, tanto che lei decide di disattivare il profilo. Prima di ripartire da Roma, Salvini posta un secondo tweet seduto in aereo e scrive «Spero di avere una vicina di volo educata». Pubblicità. Altra puntata, titolo: s' incazzano tutti con Salvini. Questo perché - in ordine sparso - ha fatto scattare «il meccanismo di gogna mediatica» contro la ragazza, aiutato dal suo leggendario «team di comunicazione» come altre volte; inoltre non ha pixelato (offuscato) il volto della ragazza, che non è una minorenne in questo modo diventa riconoscibile dalla decine, centinaia, migliaia di persone che volessero ucciderla; altre conseguenze indirette sono, intanto, che sono nati una serie di profili fake della ragazza (cioè falsi) che usano sue immagini personali e inventano frasi che probabilmente lei non ha detto. È finito - domanda - il riassunto delle puntate precedenti? Risposta: boh, non sappiamo, la completezza dell' informazione potrebbe risentirne (sono pericoli per la democrazia) ma procediamo con lo scritto di ieri della ragazza: «Visto che Salvini mi ha bloccata sulla sua pagina ufficiale, non mi rimane altro che scrivere come stanno le cose». E qui l' Italia si è fermata. «Sorpresona, non sono una sardina» ha scritto prima di ringraziare Salvini «per aver esposto il mio nome ovunque, facendo sì che mi arrivassero insulti pesanti, minacce di morte, intimidazioni varie e materiale pornografico». Il materiale pornografico è l' unica cosa a cui crediamo ciecamente. Poi ha raccontato che la foto era stata condivisa con amici «per evidenziare l' incredibile coincidenza di prendere un volo low-cost e ritrovarsi seduti insieme a Salvini».E il dito medio, anche detto vaffanculo? Quello «era rivolto alle persone a cui ho inviato la foto privatamente e nulla aveva a che vedere con Salvini (il quale è circondato anche da cuoricini vari)... Non sono di sinistra e non sono di destra. Di politica mi importa ancora poco... Non mi aspettavo un' esposizione mediatica di questa portata e non sono minimamente interessata a diventare famosa per qualcosa che ho fatto con tutt' altre intenzioni... Il cyberbullismo esiste e io ne sono stata vittima». Dopodiché ci siamo rotti, e saltiamo subito alle conclusioni. Nostre.

1) Clamorose eccezioni a parte, grazie a internet, le notizie non esistono più: esiste del materiale generico e non verificato (chissà se la ragazza pensa quello che ha scritto, chissà se l' ha scritto lei, chissà se esiste o è un ologramma, chissà se è un pezzetto di formaggio; la tecnologia ha solo moltiplicato i dubbi e creato materiale dal quale possiamo trarre opinioni a nostra misura e sempre condivise da un sacco di gente;

2) La notizia può essere, perciò, che lei è una maleducata, che Salvini è uno che mette alla gogna la gente, che lei ha maglioni che fanno schifo, che lei ha maglioni bellissimi, che Salvini vola in low cost perché è uno di noi, che Salvini vola in low cost perché è uno straccione (e cosa crede di dimostrare) oppure che Salvini non ha trovato altri voli, che lei odia Salvini, che lei ama Salvini, che Salvini soffre di narcolessia, che è solo una campagna per far pubblicità alla pasta alla carbonara, che Salvini ci perderà voti, che Salvini ci guadagnerà voti, che si avvicina l' ora della nostra morte - allegria - e che una parte del tempo residuo lo stiamo occupando così.

Noi giornalisti siamo complici: di questo e di altro. Se avete letto sin qui, lo siete anche voi. Ma non perdetevi la prossima puntata. Pubblicità.

·        Processate Salvini!

La ministra Azzolina querela Salvini: “Più volte ha fatto post sessisti”. Notizie.it l'11/10/2020. La ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina ha sporto querela contro il leader della Lega Matteo Salvini per aver pubblicato post sessisti su internet. Intervenendo durante la trasmissione radiofonica di Selvaggia Lucarelli “Le Mattine di Radio Capital”, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha annunciato di aver sporto querela nei confronti di Matteo Salvini a seguito dei numerosi post sessisti pubblicati dal leader della Lega sui suoi profili social. La ministra ha inoltre parlato dell’odio online emerso contro la sua persona da quando è diventata ministra e in particolare da quando quello della scuola è diventato uno dei principali temi dell’emergenza coronavirus. Nel corso della trasmissione, la ministra Azzolina ha dichiarato: “Ho sporto querela nei confronti di Matteo Salvini mesi fa, perché ha fatto più post sessisti e tante volte questi sono stati rilanciati dalle donne, mi ha fatto molto male. Gli esponenti politici  sono quelli che devono dare l’esempio fuori. Io una volta da parlamentare difesi una collega di Forza Italia insultata sui social. Il colore politico non conta”. “Da quando sono diventata ministro l’odio social si è acuito molto. Un po’ tutti i giornali si sono divertiti in questi anni con me“, ha in seguito aggiunto la ministra dell’Istruzione, precisando come non essendo mai stata prima d’ora così esposta mediaticamente n un ruolo pubblico non si era mai resa conto della violenza dei commenti sul web: “Da persona che viene dalla scuola, non ero abituata a tutto ciò, a tutte queste volgarità, la prima volta mi è venuto da vomitare, poi ho interiorizzato e ora prova solo pena per queste persone”.

La replica di Salvini. Non si è fatta attendere la replica del segretario leghista, che su social ha scritto: “L’incapace Azzolina mi ha querelato? Mi viene da ridere! Assumi professori e bidelli, riporta a scuola i bimbi disabili con i loro insegnanti di sostegno, compra i banchi promessi (senza rotelle!) e sistema aule, mense e palestre, ti pagano per questo”.

I tagli alle "t" nella grafia che svelano chi è Salvini. Salvini marca in modo deciso le "m" e le "t" che rivelano la sua personalità attraverso la grafia: chi è davvero il leader della Lega. Evi Crotti, Domenica 12/01/2020, su Il Giornale. Un biglietto dimenticato da Salvini in un comizio svela i piani per la campagna elettorale regionale in Emilia-Romagna. Pur tenendo conto che gli appunti possono peccare per poca chiarezza dovuta alla premura, non perdono però l’aspetto grafico fondamentale, ossia la struttura e della fisionomia delle lettere. Come esempio valga la lettera “m” che può essere ad arco, a festone o stiracchiata come nel caso degli appunti di Salvini a indicare una natura dinamica e impaziente, soprattutto quando un’idea gli si affaccia alla porta della mente. Lo scritto in questione mette in evidenza una struttura temperamentale tra il sanguigno e il melanconico (secondo la teoria di Ippocrate) il che significa che egli non si sofferma su tematiche personali, ma è portato a vivere dinamicamente nella società creando rapporti umani e spostandosi di continuo, affascinato dalla novità. Il carattere indaffarato e iperattivo lo porta ad essere sempre sulla cresta dell’onda. Sensuale, caloroso e fondamentalmente ottimista, ha bisogno di mettersi in mostra per essere il personaggio del momento, consapevole di poter dare molto e di essere d’aiuto al prossimo. Infatti, la sua aggressività, di tipo verbale e operativo, è indicata dai tagli delle “t” posti all’apice superiore delle aste, dalla scorrevolezza del gesto grafico e da una buona occupazione dello spazio, nonostante il fatto che si tratta di semplici appunti. Matteo Salvini, che si voglia o no, appartiene alla categoria degli aggressivi e quindi degli uomini produttivi, almeno secondo Erich Fromm. Così si spiegano certe espressioni esagerate e frutto di emotività, ma mai di malevolenza o violenza. I suoi modi possono apparire provocatori, ma sono animati da una fede politica incrollabile, per cui è difficile che egli provi sentimenti di “vendetta basati sull’invidia”. Certo la dinamicità, la sicurezza e la combattività restano elementi fondamentali per portare a termine la sua missione.

Impariamo da Trump, per battere Salvini servono idee migliori delle sue non i Pm. Piero Sansonetti de Il Riformista il 7 Febbraio 2020. Donald Trump se l’è cavata bene. La storia dell’impeachment non l’ha danneggiato per niente. Fu così, più di 20 anni fa, anche con Clinton. Lo misero in croce per una storia di sesso, lui fu assolto e poi vinse le elezioni di mezzo termine del 1998.  Va bene così. Anche in America, con una certa frequenza, vince la tentazione di affidare alla magistratura, o comunque alla giustizia, le sorti della battaglia politica. Così ha fatto Nancy Pelosi, convinta magari non di cacciare Trump dalla Casa Bianca, ma comunque di assestargli un colpo micidiale che lo avrebbe reso zoppo in campagna elettorale. È andato tutto al contrario: ora sono i democratici ad entrare zoppi in campagna elettorale. E possono sperare solo di essere salvati da Bloomberg, un altro miliardario, forse più miliardario di Trump. Quanto sono lontani i tempi di Bill Clinton, ragazzetto povero dell’Arkansas! Ora sarebbe bello se i politici italiani dessero un occhio all’America e imparassero qualcosa da questa vicenda. La tentazione di tagliare le gambe a Salvini usando la magistratura e le sue folli idee sul sequestro di persona, lo capisco, è forte. Ma magari ora è più chiaro a tutti quanto sia un’idea fessa. Come l’idea bislacca della Nancy Pelosi. Non si batte Salvini a mezzo Pm. Per batterlo bisogna avere qualche idea migliore delle sue. E francamente non è molto difficile. In Emilia, per esempio, tal Bonaccini ha dimostrato di averle. E poi bisogna convincersi che se dai una mano alla magistratura, e le dice “pensaci tu”, lei si prende tutto il braccio e ti sottomette. Oggi ti demolisce Salvini, domani demolisce te, dopodomani la democrazia. Un po’ di coraggio, amici parlamentari di sinistra. Liberatevi del giogo a Cinque stelle. Dite chiaro: Giudici, sciò. Salvini è un reazionario xenofobo ma non per questo va messo in prigione.

Marco Antonellis per Dagospia il 9 febbraio 2020. Il Caso Gregoretti come l'impeachment per Donald Trump? In entrambi i casi, per Matteo Salvini, c'è di mezzo "una sinistra che cerca di vincere con mezzi legali ciò che non può vincere con mezzi democratici". Almeno stando a quanto dichiarato al New York Times in vista di quello che sarà con tutta probabilità il "processo dell'anno" se mercoledì prossimo il Senato darà il definitivo via libera dopo quello della Giunta. Si comincerà alle 9,30 proprio con l'esame del parere della Giunta per le immunità che con la bocciatura della relazione Gasparri ha dato luce verde al processo per l'ex ministro dell'Interno. Le sorprese però potrebbero venire dopo, in occasione del voto in Senato. Perché diversamente da quanto annunciato finora i leghisti potrebbero cambiare idea e non votare più a favore dell'autorizzazione a procedere nei confronti del loro Capitano. Insomma, una vera e propria retromarcia con l'escamotage della "libertà di coscienza" oppure uscendo dall'aula al momento del voto. Da Via Bellerio spiegano che "se in Senato votassimo a favore del processo si verrebbe a creare un pericoloso precedente che potrebbe incidere sul successivo procedimento giudiziario perché assomiglierebbe troppo ad un'ammissione di colpevolezza" e poi ora "non siamo più in campagna elettorale come il mese scorso". Insomma, non servirebbe a niente continuare a fare i duri e puri. Meglio prepararsi al piano B.

Il New York Times intervista Salvini e lo definisce “esperto di vittimismo politico”. Redazione de Il Riformista il 9 Febbraio 2020. Matteo Salvini per il New York times sarebbe un “esperto di vittimismo politico”. Il prestigioso quotidiano statunitense ha intervistato il leader della Lega, in merito al caso Gregoretti. Nell’articolo intitolato “Perché a Matteo Salvini non importa essere indagato” Salvini viene paragonato a Silvio Berlusconi, che “ha trascorso decenni a dipingere i pubblici ministeri italiani come opposizione comunista del Paese, con grande fortuna politica”. Due campioni di vittimismo che sanno come usare le accuse a loro favore. L’articolo è firmato dal giornalista Jason Horowitz ha fatto un’attenta analisi della situazione politica italiana con un focus sull’immigrazione, sottolineando come per Salvini finire sotto processo potrebbe rivelarsi un vantaggio dal punto di vista politico. “Salvini ha sostituito Berlusconi come leader de facto della destra italiana, sebbene si sia seduto in disparte da quando il suo governo di coalizione è caduto l’estate scorsa”, scrive il New York Times. Nell’intervista, peraltro, Salvini preferisce paragonarsi al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, recentemente uscito indenne dal procedimento di impeachment. “La sinistra prova a vincere usando mezzi giudiziari visto che non può vincere attraverso mezzi democratici: ma contro Trump tutto finirà in un nulla di fatto, contro di me lo stesso”, dice nell’intervista Salvini. Sul caso Gregoretti afferma che, se la richiesta di autorizzazione a procedere contro di lui passerà l’esame del Senato, “metteranno sotto processo l’intero popolo italiano – continuando – Ogni mese c’è una indagine a mio carico sul tema dei migranti”.

Massimo Malpica per “il Giornale” il 20 febbraio 2020. Che l' elemento sia acqua o aria, per Matteo Salvini se declinato in salsa giudiziaria diventa fuoco. Dopo l' autorizzazione a procedere per il caso della nave Gregoretti, ora sono gli aerei a trasformarsi in materia scottante e a causare nuovi grattacapi al leader leghista. Finito nel mirino per 35 voli di Stato compiuti quando era ministro dell' Interno, tra l' estate del 2018 e l' agosto dello scorso anno. A occuparsi della questione, infatti, è il tribunale dei ministri di Roma, il cui collegio è presieduto da Maurizio Silvestri, che ha ricevuto le carte dalla Corte dei conti per il tramite della procura di Roma a dicembre scorso, procura che dopo aver ricevuto il fascicolo ha provveduto a indagare Salvini per abuso d' ufficio. Solo un atto dovuto, almeno fino a quando il collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Roma non avrà accertato o escluso - le eventuali responsabilità dell' ex titolare del Viminale. La novità, come ha scritto il Fatto Quotidiano, è che il presidente Silvestri (del collegio fanno parte anche Marcella Trovato e Chiara Gallo) ha scritto già da un mese abbondante - ai piani alti di Vigili del fuoco e Polizia chiedendo lumi sull' utilizzo dei loro velivoli per ospitare a bordo l' ex ministro e componenti del suo staff. Il sospetto, che motiva l' ipotesi di reato, è che Salvini abbia approfittato dei passaggi aerei per affiancare ai suoi impegni istituzionali comizi, eventi politici e attività squisitamente da leader leghista, non da ministro dell' Interno. Dei 35 decolli sotto la lente d' ingrandimento del tribunale dei ministri della Capitale, ventuno sono voli sul Piaggio P180, un bimotore turboelica nove posti (venti Salvini li ha fatti con un velivolo della polizia, uno con il P180 dei Vigili del fuoco) e 14 quelli effettuati a bordo di elicotteri della Polizia. A ricostruire i voli di Stato salviniani e a sovrapporli agli impegni non istituzionali del leader del Carroccio in giro per l' Italia era stata Repubblica, ipotizzando che a margine di tagli del nastro in caserme o di trasferte per presenziare a conferenze stampa, Salvini abbia di fatto approfittato dei passaggi aerei per partecipare a comizi o per apparire in tv dalla D' Urso. L' ex titolare del Viminale ha sempre detto che tutti quei voli «erano per motivi di Stato, da ministro dell' Interno, per inaugurare caserme», aggiungendo polemicamente di non aver «mai fatto voli di Stato per andare in vacanza, quello lo fanno altri». E in un certo senso, la Corte dei conti gli aveva dato ragione, escludendo qualsiasi danno erariale, pur ritenendo illegittimo l' uso dei voli di Stato, riservati a meno di espressa autorizzazione solo al capo dello Stato, ai presidenti delle due camere, al premier e al presidente della Consulta. Per la magistratura contabile, però, quei voli sul piccolo Piaggio executive anche se «illegittimi» - erano comunque costati meno dei corrispondenti voli di linea. Dunque la palla è passata alla procura e poi al Tribunale dei ministri. Su Facebook, Salvini sembra aspettarsi il peggio. «Pare stia arrivando un altro processo per abuso d' ufficio scrive il leader leghista - ormai faccio collezione come le figurine Panini. Io non ho paura perché male non fare paura non avere, confido nel giudizio della magistratura che è al 90% sana». Ma il caso potrebbe finire in archivio più che a processo, sia per il precedente della Corte dei conti sia perché dal Dipartimento di Pubblica sicurezza ritengono che quei voli siano tutti decollati secondo le regole. E inoltre il collegio del tribunale dei ministri di Roma, a novembre scorso, ha già chiuso una precedente grana di Salvini, archiviando l' indagine che lo vedeva indagato per abuso d' ufficio e rifiuto di atti d' ufficio per la vicenda della nave Alan Kurdi.

Sansonetti: "Salvini? A processo ci vadano i pm". Raimo: "Ha già perso con la sua retorica fascista". Sabato si terrà l'udienza preliminare del processo a Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona per il caso riguardante la nave Gregoretti. Ecco l'opinione dello scrittore Christian Raimo e del giornalista Piero Sansonetti. Francesco Curridori e Domenico Ferrara, Giovedì 01/10/2020 su Il Giornale. Sabato si terrà l'udienza preliminare del processo a Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona per il caso riguardante la nave Gregoretti che nel luglio 2019 era stata bloccata per vari giorni dalla Guardia Costiera per ordine del leader della Lega che, all'epoca, era vicepremier e ministro degli Interni del governo gialloverde. L'Italia, come sempre, si divide tra giustizialisti e garantisti e così ilGiornale.it ha deciso di raccogliere l'opinione dello scrittore Christian Raimo e del giornalista Piero Sansonetti su questo tema.

Matteo Salvini va condannato? E, se sì, perché?

Raimo: “Per me la questione non è giuridicamente interessante. Ma trovo risibile la difesa di Salvini della difesa del territorio italiano perché le persone che arrivano su dei gommoni e rischiano la vita in mare non ci vogliono fare una guerra. Hanno semplicemente desiderio di una vita migliore”.

Sansonetti: “Salvini non va condannato perché non ha commesso il reato per il quale è accusato e non andava neanche mandato a processo perché è un ministro che ha fatto delle scelte che io ritengo sciaguratissime. Ma tra un reato e una scelta sciaguratissima c’è una certa differenza. Non andava mandato a processo. La magistratura ha voluto fare un atto di forza, dimostrare che è molto più potente del Parlamento che si è inginocchiato ossequiosamente come spesso fa”.

Se Salvini è un sequestratore, perché il premier Conte e gli altri ministri non lo hanno bloccato quando erano al governo insieme?

Raimo: “Anche questa è una questione posta male. Ridurre a questa la difesa da parte di Salvini sembra quelle giustificazioni che davamo ai nostri genitori da bambini: ma l'ha fatto anche lui!”.

Sansonetti: “La domanda contiene già la risposta. È evidente che è così. O Salvini è un sequestratore (e, secondo me non lo è), allora, in questo caso, lo sono tutti i rappresentanti del governo oppure i rappresentanti del governo non dovevano votare la sua messa in stato d’accusa. E aggiungo: se la magistratura sapeva che era in corso un sequestro di persona doveva mandare i Nocs a liberare i sequestrati. Se non l’ha fatto, la magistratura, ossia tutti i magistrati competenti sono corresponsabili del sequestro di persona e vanno processati. Hanno il dovere di interrompere un reato in corso”.

Durante il governo gialloverde, a luglio 2019, la nave Gregoretti è rimasta bloccata in mare per 7 giorni. Un anno dopo, con i giallorossi al potere, è stata la Ocean Viking ad aspettare per ben dieci giorni prima di poter far sbarcare i migranti. Perché, allora, Salvini va a processo e la Lamorgese no?

Raimo: “Anche questa è una questione posta male. Benissimo se Salvini o chi per lui vuole difendersi in questo modo chieda l'incriminazione di Lamorgese”.

Sansonetti: “Sono contento che Lamorgese non vada a processo e che nessuno lo abbia richiesto. Sia chiaro, io penso che i naufraghi si debbano far sbarcare e che il senso di umanità debba essere superiore alla politica e alla propaganda. Purtroppo il comportamento di Salvini è un po’ più urlato di quello degli altri, ma è identico ai vari Di Maio, Lamorgese, Minniti. Anzi, Minniti era pure più cattivo perché se la magistratura vuole intervenire sugli accordi dell’Italia con i torturatori libici non so che reati riesce a tirar fuori…”.

Nel caso Gregoretti (come per la Diciotti) la Procura di Catania aveva chiesto l'archiviazione per Salvini, ma il tribunale dei ministri ha comunque deciso di portarlo a processo. Palamara diceva: "Salvini ha ragione, ma dobbiamo attaccarlo". Non è che dietro si nasconde il desiderio di eliminare per via giudiziaria il leader del centrodestra Salvini così come è avvenuto con Berlusconi?

Raimo: “Salvini ha perso politicamente nell'estate 2019. Ha perso perché la sua strategia feroce sull'immigrazione ha incontrato una opposizione non dai partiti ma da piccole resistenze democratiche. Carola Rackete ha vinto da un punto di vista politico e simbolico. Una donna intelligente e coerente che cerca chiaramente di salvare delle persone, un politico che se ne frega. Quello è stato il punto di svolta che ha incrinato la sua narrazione, non il suicidio del Papeete”.

Sansonetti: “Non credo ai complotti, ma al fatto che i magistrati abbiano un potere mostruoso e sproporzionato in uno Stato di diritto e che, oltretutto, si rincorrono nella gara al più forcaiolo. Non basta che un procuratore dica: ‘qui non c’è nulla’ perché comunque arriva un tribunale dei ministri che respinge la richiesta di richiesta del procuratore e voglio che l’imputato sia processato ugualmente. Molto spesso mi si dice: ‘Ma come? L’hanno esaminato in nove magistrati. Perché hai ancora dubbi?’. Semplice, perché quei nove sono una garanzia per l’accusa e non per l’imputato. Di quei nove almeno uno sarà forcaiolo? Basta uno che ti perseguita, gli altri otto, che magari sono persone normali, non contano nulla. È il caso di Cosentino che "vanta" nove anni di persecuzioni, tre anni di prigione e 520 citazioni come mafioso da parte del Fatto Quotidiano e come lui ce ne sono tanti altri di innocenti. Salvini è solo il caso più eclatante. Credo che esista un meccanismo che consenta a un numero limitato di persone non particolarmente preparati, i magistrati d’assalto che possono disporre delle nostre vite come vogliono. Possono annientarci come i bounty-killer nel Far-West, ma almeno cercavano i criminali. Loro cercano chiunque …”

A tal proposito, la leadership di Salvini si è incrinata oppure no?

Raimo: “La sua narrazione è incrinata certo perché non ha saputo rinnovarsi di fronte a una realtà che mutava. Nel marzo 2019 ci sono 5 manifestazioni politiche portano in piazza una nuova generazione al di là dei partiti: 2 marzo People, 8 marzo sciopero femminista, 15 marzo sciopero globale per il clima, 23 marzo ambientalismo contro le grandi opere, 29 marzo contro ddl e convegno sulle famiglie. Con questa generazione politica Salvini non ha carisma. La risposta di Simone di Torre Maura, 15 anni, non tanto "Non me sta bene che no", ma "È che è colpa dei rom?" alla retorica salviniana o fascistoide sulla criminalizzazione dei migranti, degli stranieri, e sul tentativo di dividere poveri italiani e poveri stranieri, è perfetta”.

Sansonetti: “Sì, si è incrinata e non solo per i casi giudiziari. Salvini ha fatto degli errori molto gravi, come spesso fanno i leader politici che guadagnano troppi consensi in un tempo troppo breve. In politica non è prevedibile che un partito, in sei mesi, vada dal 12-13% al 35%. È difficilissimo gestirlo e Salvini non ci è riuscito. Il caso giudiziario gli ha portato solo popolarità perché l’opinione pubblica se deve esprimere un giudizio si esprime a favore di Salvini, diversamente da come farei io".

Matteo Salvini, Repubblica: dopo Gregoretti, presto indagato anche per Open Arms. Un nuovo capo d'accusa. Libero Quotidiano il 25 settembre 2020. Nuova indagine contro Matteo Salvini sugli immigrati. Repubblica sgancia la bomba: "L'ex ministro dell'Interno, già imputato per sequestro di persona aggravato a Catania, nel giro di qualche giorno lo sarà ufficialmente anche a Palermo". Un accerchiamento giudiziario che riporta l'Italia ai tempi di Silvio Berlusconi premier. "Al palazzo di giustizia - scrive il quotidiano diretto da Maurizio Molinari -, sono arrivate dal Senato le carte che contengono l'ultima autorizzazione a procedere votata il 31 luglio, per i 107 migranti rimasti ostaggio sette giorni sulla Open Arms, nell'agosto 2019, al largo di Lampedusa". A Catania l'udienza per la Gregoretti è fissata il 3 ottobre, poi verrà appunto il turno di Palermo, ancora in attesa della fissazione di un'udienza preliminare.

Oltre al sequestro di persona, è stata formulata contro l'ex capo del Viminale anche  l'accusa di rifiuto di atti d'ufficio "per aver omesso, senza giustificato motivo - è scritto nell'atto d'accusa - di esitare positivamente le richieste"  di un porto sicuro, il 14, il 15, il 16 agosto 2019, "provocando consapevolmente l'illegittima privazione della libertà dei migranti, costringendoli a rimanere a bordo dalla notte fra il 14 e il 15 fino al 18, quanto ai minori, e per tutti gli altri sino al 20". Era il caso della famosa ispezione del pm di Agrigento Luigi Patronaggio a bordo della nave, nei giorni in cui il governo Conte 1 e la maggioranza gialloverde si stavano sfaldando. 

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per “la Repubblica” il 25 settembre 2020. L'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini è già imputato per sequestro di persona aggravato a Catania, nel giro di qualche giorno lo sarà ufficialmente anche a Palermo. Al palazzo di giustizia, sono arrivate dal Senato le carte che contengono l'ultima autorizzazione a procedere votata il 31 luglio, per i 107 migranti rimasti ostaggio sette giorni sulla "Open Arms", nell'agosto 2019, al largo di Lampedusa. I faldoni sono stati consegnati al tribunale dei ministri, che li ha girati alla procura diretta da Francesco Lo Voi, ora i pubblici ministeri si apprestano a chiedere la fissazione di un'udienza preliminare per l'imputato Salvini. Proprio come è accaduto a Catania, dove l'udienza inizierà il 3 ottobre. Lì, "parte offesa" sono i 134 bloccati sulla motonave della Guardia Costiera Gregoretti per cinque giorni, nel luglio dell'anno scorso. […]

Salvini: «Vogliono processarmi di nuovo, stavolta per la Open arms». Errico Novi su Il Dubbio l'1 Febbraio 2020. Come ormai da tradizione, è il leader della Lega a dare notizia di una richiesta di autorizzazione a procedere avanzata nei suoi confronti dai pm: si tratta del Tribunale dei ministri di Palermo, che lo accusa di sequestro di persona e abuso d’ufficio per il caso della nave spagnola aperto a Ferragosto. Matteo Salvini, tra le altre cose, capovolge tutti gli schemi del processo mediatico. Se di solito sono gli avvisi di garanzia a informare l’opinione pubblica degli accertamenti in corso su un indagato (nella maggior parte dei casi  all’oscuro a sua volta della sgradevole circostanza), con il leader della Lega non c’è da fare alcuna fatica: è lui a sbandierare i siluri che gli arrivano dalle Procure. Oggi lo fa per l’ennesima volta: «Mi è arrivata un’altra richiesta di processo perché ad agosto ho bloccato lo sbarco di clandestini dalla nave di una Ong spagnola: ormai», proclama Salvini, «le provano tutte per fermare me e impaurire voi: vi prometto che non mollo e non mollerò, mai!», è la promessa finale. Si tratta del caso Open arms. Ed è il Tribunale dei ministri di Palermo a chiedere al Senato l’autorizzazione a procedere per l’ex ministro dell’Interno. Le accuse: sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio in concorso. Reati che secondo i pm palermitani sarebbero stati commessi dal 14 al 20 agosto 2019 «per la conseguente privazione della libertà personale di numerosi migranti». Il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, a novembre aveva condiviso le ipotesi di reato con le quali il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio gli aveva inviato il fascicolo sul caso Open arms. Adesso il Tribunale dei ministri ha accolto la richiesta delle due Procure siciliane. Secondo le tre giudici, il decreto sicurezza non può essere applicato a navi che soccorrono persone in difficoltà perché «il soccorso in mare è obbligatorio». Salvini era stato indagato ad Agrigento per aver impedito ad agosto lo sbarco, e trattenuto a bordo della nave spagnola Open arms, 164 migranti soccorsi in zona Sar libica. La vicenda fu sbloccata dal sequestro dell’imbarcazione disposto, per motivi di emergenza sanitaria, dal procuratore di Agrigento Patronaggio. Lo stesso magistrato ad agosto aprì una indagine a carico di ignoti per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio. Poi gli atti furono trasmessi a Palermo e da qui al Tribunale dei ministri.

Salvini: «Mi vogliono processare anche per Open Arms, non mollerò mai». Pubblicato sabato, 01 febbraio 2020 su Corriere.it da Claudio Del Frate. I migranti sbarcarono solo grazie a un blitz del pm di Agrigento dopo 19 giorni di permanenza in mare. «Mi è arrivata un’altra richiesta di processo perché ad agosto ho bloccato lo sbarco di clandestini dalla nave di una Ong spagnola. Ormai le provano tutte per fermare me e impaurire voi: vi prometto che non mollo e non mollerò, mai». Lo ha dichiarato il leader della Lega Matteo Salvini. A novembre, l’ex ministro dell’Interno era stato iscritto nel registro degli indagati per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio. I fatti risalgono allo scorso agosto, quando 164 migranti rimasero per 19 giorni per 19 giorni a bordo della Open Arms davanti alle coste di Lampedusa. Il caso riguarda la Open Arms, la nave della ong spagnola cui Salvini, da ministro dell’Interno, aveva vietato l’ingresso nel «mare territoriale nazionale». L’organizzione non governativa aveva presentato ricorso e il Tar del Lazio aveva deciso di sospendere il divieto. A novembre, la procura di Palermo aveva trasmesso al Tribunale dei Ministri il fascicolo a carico dell’ex ministro per la mancata concessione del POS (porto di sbarco sicuro) alla nave. Secondo il procuratore Francesco Lo Voi, Salvini, con quella decisione, aveva causato la «conseguente privazione della libertà personale in pregiudizio di numerosi migranti giunti nelle acque di Lampedusa». La vicenda della Open Arms fu una delle più lunghe e tormentate tra quelle che caratterizzarono il rapporto tra Salvini e le Ong. L’imbarcazione, che aveva raccolto 161 naufraghi, rimase in mare in attesa di un porto di sbarco ben 19 giorni tra il primo e il 20 agosto del 2019, proprio nei giorni in cui si consumava la crisi di governo. Sia l’Italia che Malta negavano il porto di approdo finché la nave si avvicinò a Lampedusa, entrando nelle acque territoriali italiane. A quel punto, per far sbarcare i profughi fu necessario un «blitz» a bordo del pm di Agrigento Luigi Patronaggio (lo stesso che ora chiede di processare Salvini) con due medici che constatarono la insostenibile situazione sanitaria. A quel punto sequestrò la nave, determinando di fatto la necessità di far scendere a terra i migranti. Subito dopo Patronaggio annunciò di voler indagare se c’erano state omissioni da parte di «pubblici ufficiali» (senza specificare quali) nel negare lo sbarco ai naufraghi. Per l’ex ministro dell’interno si tratta della terza richiesta di processo .Il Senato ha già negato l’autorizzazione a procedere per il caso della nave «Diciotti» mentre il 12 febbraio prossimo arriverà a Palazzo Madama la richiesta di via libera per quello della nave «Gregoretti». I giudici, che hanno già inviato al Senato la richiesta di processo per la Open Arms contestano al leader leghista l’omissione di soccorso; il tribunale ha sostanzialmente accolto le indicazioni dei pm palermitani e riafferma l’obbligo di prestare soccorso in mare. I giudici definiscono non politico ma «amministrativo» l’atto di vietare l’approdo ai migranti deciso da Salvini.

Diodato Pirone per “il Messaggero”  il 2 febbraio 2020. Mancano una decina di giorni al voto dell' Aula del Senato sul processo a Matteo Salvini per il caso Gregoretti ma al leader della Lega è arrivata una nuova richiesta di autorizzazione a procedere per il blocco di una nave di immigrati. La vicenda è quella della Open Arms, dell' agosto scorso. È stato lo stesso leader della Lega a darne notizia attaccando le procure: «Ormai le provano tutte per fermare me e impaurire voi: vi prometto che non mollo e non mollerò, mai» perché «sono tutti processi politici che non mi spaventano». Il tribunale dei ministri di Palermo gli contesta il sequestro di persona. Secondo i giudici, non solo c' è l' obbligo di prestare soccorso ma, per vietare lo sbarco, mancavano i presupposti previsti dal decreto sicurezza bis firmato proprio dall' ex ministro degli Interni. Non c' era cioè motivo di ritenere che l' approdo potesse rappresentare un pericolo per la sicurezza. Come in una storia circolare, la Open Arms anche in queste ore ha tenuto sul filo le autorità. La nave della ong, con a bordo 363 migranti salvati nei giorni scorsi in cinque operazioni davanti alla Libia, ha lanciato appelli all' Italia e a Malta affinché indicassero un porto sicuro. «Anche quello è un sequestro? - ha chiesto Salvini in una diretta Facebook - Io sono un criminale, ma se lo fanno Conte o Lamorgese cos' è, un atto di interesse nazionale?». La soluzione è arrivata in serata, con l' autorizzazione del Viminale per lo sbarco a Pozzallo, dopo che la Commissione Europea aveva ricevuto la richiesta di coordinare la ripartizione dei migranti e si era messa in contatto con vari Stati. Sul fenomeno migratorio, ha spiegato il premier Giuseppe Conte parlando della visione del governo, «soluzioni nazionali, o nazionalistiche, non hanno chance di successo. Senza entrare nel caso Salvini. La migrazione richiede invece un approccio multi-livello europeo e internazionale fondato sui principi di solidarietà e di responsabilità condivisa». È la terza volta che i senatori sono chiamati a decidere se dare il via libera a un processo a Salvini. La prima risale al marzo 2019, quando il leader della Lega era ancora ministro degli Interni nel governo gialloverde. In quell' occasione, il Senato negò l' autorizzazione a procedere per la vicenda Diciotti, rimasta per cinque giorni nel porto di Catania con a bordo 177 persone, nell' agosto 2018. La seconda, una decina di giorni fa. Cambiata la maggioranza è cambiato anche l' esito in giunta per l' autorizzazione a procedere, che ha votato per il processo, decidendo sul «caso Gregoretti»: 135 immigrati che, nel luglio 2019, non vennero fatti sbarcare dalla nave militare che li aveva soccorsi al largo di Lampedusa. Su questa vicenda, il 12 febbraio ci sarà l' ultimo passaggio parlamentare: spetterà all' Aula del Senato esprimersi. «Io chiederò di andare a processo», ha ribadito Salvini.

Gregoretti, per Salvini il pm potrebbe chiedere l’assoluzione. Pubblicato mercoledì, 12 febbraio 2020 su Corriere.it da Giovanni Bianconi. I paradossi del caso Gregoretti non si sono esauriti al Senato — dov’è andato in scena il balletto dei rinvii, dei voti a favore di chi era contrario e infine del non voto leghista —, ma sono destinati a proseguire nel palazzo di giustizia di Catania. È lì che adesso torneranno gli atti del procedimento, e la Procura (dopo un nuovo rimbalzo di carte con il Tribunale dei ministri) dovrà chiedere la fissazione di un’udienza preliminare. Ma a chi? Di nuovo al collegio che ha già chiesto e ora anche ottenuto di processare Matteo Salvini, oppure a un ordinario giudice dell’udienza preliminare (gup) da individuare tra i sedici in servizio alle falde del l’Etna? Una sentenza della Corte costituzionale del 2002 sembra aver chiarito che si debba andare davanti al gup, quando stabilì che l’iter processuale a carico del ministro debba proseguire «secondo le forme ordinarie, vale a dire per impulso del pubblico ministero e davanti agli ordinari organi giudicanti competenti». Ma proprio nell’ufficio dei pm guidati dal procuratore Carmelo Zuccaro ci si sta interrogando in queste ore se quella pronuncia (che fu «interpretativa di rigetto» di un’eccezione di incostituzionalità, non di accoglimento) sia vincolante o meno. La legge costituzionale del 1989 sui reati ministeriali dispone infatti che dopo l’autorizzazione il fascicolo venga restituito al tribunale dei ministri «perché continui il procedimento secondo le norme vigenti». Come se il soggetto chiamato a continuare fosse lo stesso tribunale e non un altro giudice. Ma un po’ perché la Consulta ha già detto la sua, e un po’ perché il tribunale dei ministri ha svolto fin qui le funzioni di inquirente, sarebbe strano che ora dovesse anche vestire i panni del giudicante chiamato a decidere sul rinvio a giudizio di Salvini. È dunque presumibile che la Procura uscirà da questa complessa questione tecnico-giuridica chiedendo a un gup la fissazione dell’udienza preliminare. E qui si assisterà a un’altra stranezza di questa vicenda. Solitamente, anche nei casi di «imputazione coatta» imposta da un gip al quale il pm aveva chiesto l’archiviziazione di un caso, la Procura formula l’accusa e conclude chiedendo al gup il rinvio a giudizio. Stavolta di scontato c’è solo la prima parte, e cioè la richiesta di fissazione dell’udienza preliminare con il capo d’imputazione contro l’ex ministro dell’Interno: sequestro di persona aggravato di 131 migranti commesso a Catania e Augusta, tra il 27 e il 31 agosto 2019. Un atto dovuto. Il resto è incerto, perché già all’esito dell’indagine svolta dal Tribunale dei ministri, gli stessi pubblici ministeri (il procuratore Zuccaro e il sostituto Andrea Bonomo, che in questo caso ha sottoscritto gli atti) avevano sostenuto il contrario: per loro non ci fu alcun sequestro. Il fatto non costituisce reato, scrissero nella richiesta di archiviazione, perché lasciare i migranti a bordo per tre giorni (al quarto fu decisa l’autorizzazione allo sbarco, sebbene formalizzata solo l’indomani), assistiti per ogni necessità, al fine di stabilire dove dovessero essere collocati una volta scesi dalla nave, non è un periodo di privazione della libertà «apprezzabile» per essere considerato un sequestro. I pm potrebbero insistere su questa posizione e proporre il proscioglimento dell’imputato Salvini, oppure il rinvio a giudizio se dovessero mutare orientamento al termine dell’udienza preliminare. Nella quale l’ex ministro potrà chiedere di essere interrogato, il suo avvocato presentare nuovi atti e sollecitare nuovi accertamenti. Poi la Procura formulerà le proprie conclusioni (lì si vedrà se cambierà idea oppure no), quindi il giudice deciderà: processo o archiviazione.

Dagospia il 13 febbraio 2020. Da “Radio Cusano Campus”. Antonio Di Pietro è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Sul caso Gregoretti. “Dobbiamo partire da un presupposto tecnico: tenere bloccate delle persone sul suolo italiano è un atto di prepotenza che si chiama sequestro di persona. Stabilito questo la legge dice: se tu che sei al governo lo fai per difendere i confini e l’indipendenza dello Stato, anche se questo è reato tu non sei perseguibile. Questo è il tema. Stabilito che nel caso di specie, la nave militare era italiana e non una nave da guerra straniera, stabilito che sopra alla nave non c’erano kamikaze ma dei poveracci che morivano di fame, a me disturba il comportamento pilatesco di chi adesso vuole scaricare solo su Salvini una responsabilità politica che è anche di altri membri del governo. Il pubblico ufficiale ha l’obbligo di impedire il reato, il presidente del Consiglio e gli altri ministri dovevano impedirlo. Se Salvini va a processo per stabilire se è reato o no, perché non ci vanno pure gli altri ministri? Oggi fanno finta di dire che Salvini ha fatto tutto da solo, ma quella politica scellerata che è abuso delle proprie funzioni è una responsabilità costituzionale che riguarda tutti i componenti del governo. Se Salvini deve essere giudicato penalmente, devono essere chiamati in corresponsabilità tutti gli altri. Se un carabiniere vede uno che sta rubando non è che dice: no, non intervengo perché sono fuori servizio. Il silenzio di Conte e degli altri ministri mi ricorda Ponzio Pilato, si sono girati dall’altra parte e hanno fatto finta di niente. Personalmente ritengo che il blocco della nave Gregoretti sia stato un abuso, detto questo, hanno fatto una scelta politica così come con la Diciotti. O questo abuso ha soltanto una valenza politica, allora votate e assumetevi la responsabilità davanti al popolo, oppure non potete fare due pesi e due misure altrimenti trasformate Salvini in una vittima. Io fossi stato al governo o all’opposizione avrei votato per lasciare giudicare ai magistrati”. Sulla prescrizione. “Mettendo da parte la reciproca antipatia personale con Renzi, non si può dire sempre che Renzi sbaglia ogni volta che parla. A mio avviso, quando c’è un rinvio a giudizio io cittadino voglio sapere se ho a che fare con una persona innocente o colpevole. Il problema di fondo è che oggi non lo vengo a sapere perché non si sa quando comincia e quando finisce il processo. Volete che ci sia la prescrizione? Bene, però stabilite che il termine iniziale della prescrizione cominci da quando il reato viene scoperto non da quando viene commesso. La maggior parte dei reati vengono scoperti anche anni dopo. Persone come Andreotti e Berlusconi hanno beneficiato la prescrizione per reati che sono stati scoperti molti anni dopo rispetto a quando sono stati commessi”. 

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 13 febbraio 2020. Era scontato che Matteo Salvini fosse mandato a processo. La maggioranza frigge dalla voglia di farlo fuori in qualsiasi maniera, lo si evince dal suo comportamento. E adesso attende con ansia che l'ex ministro dell' Interno venga stroncato per via giudiziaria. Non ha capito che affidandosi alla magistratura per distruggere un avversario potente e ineguagliabile rischia di consegnarsi ad essa mani e piedi. Ne è in parte già schiava e d'ora in poi lo sarà del tutto. Si è predicato anni che è necessario confermare il primato della politica sulla giustizia, eppure lorsignori, pur di eliminare il Capitano, si sono rimangiati il postulato come fosse una patatina fritta. E non se ne vergognano, al contrario trepidano in attesa della conclusione del processo, sperando che finisca male, anzi malissimo, per l' imputato. Siamo di fronte a un Parlamento sgangherato e incapace di gestire la cosa pubblica. Basti pensare che la legge cosiddetta spazzacorrotti, applicata retroattivamente per incarcerare ingiustamente Roberto Formigoni (5 mesi di reclusione gratis) è stata giudicata dalla Corte costituzionale inammissibile. Vuol dire che il promotore della medesima Bonafede ha agito da dilettante del diritto. Insomma la nostra impressione è che il potere dominante tenda a usare i codici e le toghe quali strumenti di lotta partitica. Il che è una sorta di abusivismo deleterio che avvelena vita pubblica e privata. Salvini si è difeso inutilmente con argomenti di buon senso tuttavia ciò non è stato sufficiente a influenzare le testoline dei suoi accaniti nemici, i quali hanno insistito masturbando ragionamenti privi di fondamento. Il problema nasce da motivi squallidi e sporchi, far secco un uomo che li sovrasta ed è capace di sintonizzarsi col popolo, popolo che preferisce Salvini ad altri politicanti incollati alla poltrona. 

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 13 febbraio 2020. Salvini sarà processato per sequestro di persona. La decisione era talmente scontata che ieri abbiamo praticamente annunciato l' autorizzazione a procedere contro l' ex ministro dell' Interno come se fosse cosa fatta. Non perché in redazione fossimo dotati di una palla di vetro atta a prevedere il futuro, ma semplicemente perché sarebbe bastato fare i conti per avere la certezza che il capo della Lega non sarebbe riuscito a sfuggire al plotone d' esecuzione che era stato allestito dalla maggioranza giallorossa. I 5 stelle, il Pd, Italia viva e Leu non vedono l' ora di levarsi dai piedi un rompiscatole all' opposizione e dunque gettarlo tra le braccia dei giudici è sembrata la soluzione più rapida per sbarazzarsi di un concorrente. D' ora in poi, invece di girare l' Italia per fare campagna elettorale, Salvini dovrà recarsi in tribunale a difendersi dalle accuse. Giulia Bongiorno, che l' ex ministro si è scelto come avvocato difensore, ha provato in ogni modo a convincere i senatori, ma la sua arringa è stata fatica sprecata, in quanto tutto era già deciso. Sventolare i fogli con le dichiarazioni del presidente del Consiglio sull' obbligo di riassegnare i profughi ad altri Paesi prima di farli sbarcare o la trascrizione dell' intervista tv al ministro della Giustizia sulla condivisione delle decisioni a proposito della Gregoretti, non ha indotto la maggioranza a un rimorso di coscienza. Salvini va processato punto e basta, perché così la prossima volta che dovrà parlare di immigrazione starà bene attento alla spada di Damocle che pende sul suo capo e che rischia di tagliargli la testa con una condanna a 15 anni. Fin qui, dicevamo, la «condanna» parlamentare nei confronti di uno dei leader dell' opposizione e del capo di quello che al momento risulta essere il primo partito d' Italia. Salvini, come egli stesso ha spiegato, non ha rubato e non si è messo in tasca un euro di tangenti. Semplicemente ha deciso di mettere in pratica ciò che aveva promesso agli italiani durante le elezioni e per cui aveva preso i voti. Sulla Gregoretti, e sulle altre navi fermate, la sua è stata una scelta politica coerente con il programma annunciato agli italiani. Ma a quanto pare, prendere decisioni politiche, popolari o impopolari, è roba da codice penale. Dunque ci permettiamo di segnalare alla magistratura una serie di altri governanti che si sono resi responsabili di reati «politici». Cominciamo da lontano, ripescando il nome di Massimo D' Alema il quale, nonostante la Costituzione ripudi la guerra, nel marzo del 1999 da presidente del Consiglio fece alzare in volo i tornado italiani mandandoli a bombardare Belgrado e, per di più, senza passare dal Parlamento. Segue Giuliano Amato, altro premier, che il 10 luglio del 1992, nonostante la solita Costituzione tuteli la proprietà privata e pure il risparmio, si rese responsabile di un furto con destrezza sui conti correnti degli italiani, prelevando nella notte il 6 per mille a ricchi e poveri. Non si può tralasciare Romano Prodi, il cui governo, nel 1997, per fermare gli sbarchi di immigrati albanesi, mandò le navi della Marina militare italiana. Una di queste, mentre tentava di eseguire le disposizioni ricevute, si scontrò con la Kater i Rades, una bagnarola partita dal porto di Durazzo con a bordo 120 persone che cercavano di sfuggire all' anarchia e alla povertà in cui era sprofondato il Paese. Nell' incidente l' imbarcazione colò a picco e 83 persone perirono. Il naufragio non può che avere come responsabile politico l' allora presidente del Consiglio il quale, peraltro, spiegò le misure di pattugliamento delle coste con la seguente dichiarazione: «La sorveglianza dell' immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire». Di che lo vogliamo accusare? Di strage? L' elenco può continuare con i protagonisti dei nostri giorni. Roberto Speranza, che unico tra i ministri europei ha bloccato i voli da e per la Cina, rischia la richiesta di autorizzazione a procedere per interruzione di pubblico servizio e, per la quarantena disposta agli italiani di ritorno da Wuhan, anche il sequestro di persona. Luigi Di Maio, come responsabile della Farnesina, invece potrebbe finire sul banco degli imputati con l' accusa di abbandono di minore, per aver lasciato a Pechino il diciassettenne con la febbre. Non la può scampare neppure Luciana Lamorgese, che ha tenuto al largo per un bel po' di giorni due navi delle Ong in attesa che si votasse prima in Umbria e poi in Emilia Romagna: per lei il sequestro di persona potrebbe essere aggravato dai futili motivi. E che dire di Mario Monti, che s' inchinò alla Merkel e alla Ue invece che al popolo italiano che, da Costituzione, è il vero sovrano dell' Italia? Per lui una bella accusa per alto tradimento calzerebbe a pennello. Sì, processiamo i politici per ciò che hanno fatto. Ma tutti però, non solo quelli che fanno comodo alla maggioranza che sta al governo. Perché chi ha governato negli ultimi 30 anni una qualche responsabilità politica per come siamo messi ce l' ha di certo. 

Da “la Repubblica” il 13 febbraio 2020. Succedono cose mai successe. Per esempio, che in Senato il capo della Lega e dell'opposizione attacchi questo giornale senza citarlo, lo sbeffeggi parlandone come di un ex importante quotidiano, si spinga a dire che se altri organi di informazione avessero fatto preoccupare sua figlia per un titolo come quello di Repubblica ("Cancellare Salvini", intervista a Delrio sui decreti sicurezza da lui imposti) sarebbero intervenuti i Caschi blu dell'Onu a portare via quel direttore e quei giornalisti. Per adesso sono arrivate soltanto minacce di morte e intimidazioni, ma diamo tempo al tempo. Non annoieremo i nostri lettori rispiegando per l'ennesima volta il senso di quel "cancellare", che soltanto un politico spregiudicato come appunto Salvini poteva trasformare in un attacco alla sua persona. Né torneremo su bassezze dolorose come quelle di chi ha voluto paragonare la nostra prima pagina del 15 gennaio alla campagna che portò all'uccisione del commissario Calabresi. Aspettando che i Caschi blu o altre forze di ripristino della democrazia arrivino finalmente nella sede di Repubblica a fare giustizia, e a rimuovere i cattivi, rassicuriamo il senatore Salvini che finché questo non accadrà continueremo a fare il nostro lavoro, contro qualsiasi forma di disinformazione e di propaganda, mestieri nei quali l'ex ministro dell'Interno si conferma importante maestro. Salvini ricade nel vizio di attaccare Repubblica, arrivando ad auspicare la rimozione del direttore Verdelli e di tutti i giornalisti. Vorremmo ricordare all'ex ministro - che ha definito la nostra testata "un ex importante quotidiano" senza avere neppure il coraggio di nominarla - che di ex al momento c'è solo lui: uscito dal Viminale dopo l'inquietante richiesta di "pieni poteri". E che le minacce alla stampa, tipiche dei regimi illiberali, non ci fanno paura: Repubblica è e resterà presidio fondamentale di libertà e democrazia.

Francesco Merlo per “la Repubblica” il 13 febbraio 2020. Con una sceneggiata da terrone padano e "sequestrando" persino i propri figli - anche loro! - «per la Patria» e «la mia Italia», Matteo Salvini ha cercato ieri di trasformare la sconfitta in vittoria. Con il «processatemi» e il «voterò contro me stesso disobbedendo ai miei avvocati» si è fatto cavia, vittima ed eroe della giustizia politica: «Oggi tocca a me ma domani, quando toccherà a voi di sinistra, vi difenderò io». E ha così riunito la destra come mai, dopo Berlusconi, era accaduto. Da Santanché sino a Bernini, da Gasparri sino a Malan e sino a Casini, che è la quota di centrodestra dentro la sinistra, è stata per tutti la giornata delle mozioni, delle arringhe e degli incantamenti, mentre nella tribunetta degli ospiti del Senato c' era pure la deputata Giorgia Meloni, venuta ad amarlo e a detestarlo come sempre accade ai "numeri due" per scelta e per destino. E però, prima che da ex ministro sequestratore della nave Gregoretti, Salvini andrebbe processato come padre e non perché ha per i figli una dedizione speciale - chi in Italia non ce l' ha? - ma perché invece di custodirli tra i segreti del cuore li ha consegnati alla peggiore demagogia, alla rissa d' aula, li ha appunto "sequestrati" come aveva fatto con la nave Gregoretti, e ha poggiato la propria "innocenza" sulle loro giovani vite. Ha cominciato con la citazione a raffica dei messaggi che gli mandano, «forza papà», e con l' afflizione, evocata almeno tre volte, di questi suoi eroici bimbi ogni volta che papà viene raccontato sui giornali «come un criminale cattivo». E mai c' era stato un attacco a un giornale così frontale come quello che Salvini ha sferrato a Repubblica , ai suoi giornalisti, al suo direttore e sempre in nome di sua figlia che si sarebbe spaventata per il titolo Cancellare Salvini: «Ma papà, perché ti vogliono cancellare?». E il vittimismo è diventato qui barocco e minaccioso come vuole la nuova sottocultura della destra, da Trump a Orbán. Nell' ansia però di farsi scudo della figlia che ha solo 7 anni, Salvini ha recitato male. Non è infatti verosimile che una bimba così piccina ragioni con la testa dei Sallusti e degli altri giornalisti salvinisti che hanno spacciato un titolo sui decreti, appunto da cancellare, per una minaccia fisica. Cancellare i decreti sull' immigrazione è un lavoro che si fa con la gomma in consiglio dei ministri o in parlamento. Solo Salvini ha la ruspa in testa. Solo lui può vedere nel verbo cancellare una soluzione finale. Ecco, modificando la macchina del fango in macchina del piagnisteo, il falso autentico del titolo deformato è diventato uno slogan, un virus della propaganda, la parola d' ordine che Salvini ripete da un mese. In Emilia, durante la campagna elettorale, ha persino saccheggiato le edicole per esibire nei comizi il titolo-killer. Purtroppo non c' è solo da ridere. Sporcare e aggredire i partiti nemici è una sgrammaticatura che sta ancora dentro il grande gioco della politica, un eccesso di demagogia che la dialettica democratica può ancora tollerare. Ma Salvini ha l' ambizione di mettere i piedi in redazione, che è una vecchia pulsione illiberale. Tanto più oggi che, come i lettori sanno, Repubblica è sotto attacco ed Eugenio Scalfari e Carlo Verdelli ricevono ogni tipo di intimidazione. Un uomo di Stato, un leader, se ne sarebbe ricordato. Salvini, nella confusione dei suoi insulti, ha invece rivendicato di essere un giornalista. Ma evidentemente ha battuto anche questo nella polvere, insieme all' amore più prezioso, quello per i figli ai quali racconta se stesso - lo ha detto ieri in Senato - come il papà che ha salvato migliaia di vite umane, «almeno tredicimila nel Mediterraneo», il papà che ha guidato la ruspa per abbattere la villa dei Casamonica, che «infatti minacciano me e non voi chiacchieroni dell' antimafia puah», «voi che al primo pericolo mafioso ve la date a gambe». La novità retorica della ruspa antimafia, la nuova filosofia dell' ex ministro che, avendo indossato la felpa della polizia, ora in Senato si permette di dare lezioni a Pietro Grasso non era stata prevista neppure da Sciascia, fermo con il suo don Mariano Arena agli uomini, ai mezzi uomini, agli ominicchi, ai piglianculo e ai quaquaraquà. Salvini vi aggiunge i pataccari Instagram, «una foto e hai sgominato un clan», una roba spudorata che umilia vittime ed eroi, ed è lunare rispetto all' iconografia tradizionale, quella selvaggia dalla lupara alle stragi, quella degli omicidi dei magistrati e dei giornalisti. E di nuovo capisco la tentazione di riderne, ma c' è una morale andata a male nella rivendicazione del kitsch antimafia, nell' immagine dell' ex ministro sturmtruppen , del miles (vana)gloriosus con l' emoticon - ricordate? - del muscolo gonfio: «Capitano, salva l' Italia e ruspali tutti». Con ruspa e dinamite in Italia sono state abbattute le Vele a Scampia, Punta Perotti a Bari, le baracche a Bologna e Catania..., ma Salvini adesso racconta quella ruspa che lanciò contro gli immigrati, i disperati, i poveracci, i naufraghi e i nomadi come l' arma del nuovo prefetto di ferro. E meno male che ce lo ricordiamo bene: godeva che nei Casamonica ci fosse un' origine Rom e fece della demolizione un' eroica pagliacciata esibendo lo stesso cattivo gusto della villa demolita. La sua ruspa brillava di felicità come il gabinetto d' oro e mosaico dei Casamonica. E comincia così a prendere senso l' inaudito di quel «vi chiedo rispetto non per me, ma per mio figlio» con lo spettacolo inedito dell' applauso a un giovanissimo, innocente e sconosciuto, sulle cui spalle il padre si getta come una croce. Eccoli dunque tutti in piedi, tutti i leghisti e l' intero centrodestra a spellarsi le mani per il figlio di papà Matteo, nella nuova guerra sacra contro «la via giudiziaria» alla politica. E si sono infatti risvegliati gli avvocaticchi, i vecchi retori «contro la giustizia feroce e iniqua che vuole processare la politica». È tornato il vecchio sapore degli Schifani e dei La Russa: «La sinistra italiana ha esportato in America l' idea di battere per via giudiziaria il nemico politico che non riesce a battere per via elettorale». Ho chiuso gli occhi e li ho rivisti tutti, i Cirami e i Cirielli sino alla faccia primigenia, quella di Previti. Per esempio, tanto per citarne uno, ieri Luigi Vitali, uno sconosciuto avvocato di Forza Italia, voleva proprio mangiarseli tutti i giudici italiani, gridava e gli tremavano gli occhiali sul naso «contro l' infondatezza della notizia del reato». Torna dunque l' avvocato parlamentare come simbolo irrisolto di un' epoca. Ed è un' impalpabile estenuazione, un appiccicoso essudato questa presunta riscossa del potere politico contro quello giudiziario che fa di Salvini il nuovo padrone del centrodestra. Per esempio Francesco Zaffini (Fratelli d' Italia) ieri voleva metterci «non solo le mani, ma anche i piedi». E Lucio Malan: « Sapete qual è la riforma che vogliono fare? Chi sale al governo manda in galera quelli che hanno governato prima». Ma è con l' avvocato Bongiorno che la gag è diventata irresistibile: «Ti disobbedisco, Giulia» le ha detto Salvini annunziando che avrebbe votato per farsi processare mentre lei gli consigliava «non farlo, testone». Per lei dire no alla richiesta del processo avrebbe «onorato il Senato». E ancora: «Noi oggi siamo giudici e non Azzeccagarbugli». Anche se l' idea, applauditissima, che la nave Gregoretti non sia stata «sequestrata» ma solo «rallentata» sembra uno degli impedimenti dirimenti dell' avvocato manzoniano. Il comico "rallentamento" della Bongiorno prende infatti posto tra i cavilli con cui Azzeccagarbugli imbrogliava Renzo. " Error , conditio , votum , cognatio ". La vedremo, avvocato difensore con una dedizione speciale per il suo leader, al processo che il Senato ha votato ieri sera: «Sì, è vero, ero stata io a convincerlo a non rinunciare all' immunità per il caso Diciotti» aveva detto. Nel caso Gregoretti non l' ha convinto ma è solo un trucco da fiera quest' uscita di sicurezza della disobbedienza all' avvocato. Gli italiani sanno che Salvini non aveva comunque i numeri per evitare il processo. Ha finto di mostrare il petto solo per unire il centrodestra e diventare il nuovo eroe dei malandrini d' Italia, il Dreyfus da balera padana. 

Luca Fazzo per “il Giornale” il 13 febbraio 2020. E adesso c' è solo da fare il processo: il primo processo a un politico che il suo (presunto) reato non lo ha fatto di nascosto ma l' ha promesso, annunciato, esibito e rivendicato. Questa mattina la presidenza del Senato trasmetterà alla Procura della Repubblica di Catania il provvedimento con cui ieri sera l' aula di Palazzo Madama ha concesso l' autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, ex ministro dell' Interno, chiesta dalla stessa Procura lo scorso 16 dicembre per il reato di sequestro di persona aggravato. È uno snodo cruciale della vicenda giudiziaria, l' atto formale che nel giro di pochi giorni trasformerà Salvini da indagato a imputato e lo avvierà verso il processo. La macchina, insomma, è partita. Cosa accadrà adesso, in concreto, è presto detto. Il provvedimento approderà sul tavolo del procuratore della Repubblica, Carmelo Zuccaro: è il magistrato che in settembre aveva chiesto di prosciogliere Salvini «per infondatezza della notizia di reato», ma che era andato a sbattere contro il diniego del Tribunale dei ministri del capoluogo etneo. Di fatto, Zuccaro ha chiesto al Senato di poter processare Salvini per una accusa in cui neanche lui crede. Ma è la legge che lo ha costretto a farlo. E la stessa legge lo obbliga ora a chiedere il rinvio a giudizio per il leader leghista. Zuccaro dovrebbe firmare il provvedimento nel giro di qualche giorno. A quel punto tutto torna sul tavolo del tribunale dei Ministri catanese: e anche lì i giudici hanno già fatto sapere apertamente come la pensano, ovvero che Salvini è responsabile di avere sequestrato illegalmente per quattro giorni i 131 migranti a bordo della Gregoretti, e di averlo fatto «non per motivi di ordine pubblico ma per volontà meramente politica». Quindi la richiesta di rinvio a giudizio che la Procura si prepara (suo malgrado) ad avanzare verrà sicuramente accolta, e in tempi abbastanza brevi. Data ipotizzabile di inizio del processo: la prossima primavera. A quel punto, però, tutto cambia. Da una situazione in cui i diversi uffici giudiziari hanno già avuto modo di dire chiaramente come la pensano, il caso Salvini approderà davanti ad altri magistrati, davanti a una sezione del tribunale ordinario di Catania che di questa storia non si è mai occupata. È lì che si giocherà la sorte dell' imputato Salvini: e non sarà un processo breve. Il fascicolo d' inchiesta è corposo: dentro ci sono le prime indagini compiute dalla Procura di Siracusa, gli sviluppi eseguiti da quella di Catania dove l' inchiesta approdò per competenza, e soprattutto i risultati della vasta attività di indagine compiuta direttamente dal Tribunale dei ministri. Decine di testimonianze, migliaia di documenti. E tra i testimoni in aula, due si annunciano cruciali: uno è il presidente del consiglio Giuseppe Conte, che secondo Salvini era pienamente coinvolto nelle decisioni. L' altro è il prefetto Matteo Piantedosi, che interrogato dai giudici catanesi in ottobre disse testualmente: «Non credo che l' unica autorità competente ad autorizzare lo sbarco sia il ministero dell' Interno», e per questo è stato accusato di mentire. Tornerà a dire le stesse cose?

Michela Allegri per “il Messaggero” il 15 febbraio 2020. Il primo atto formale che avvicinerà Matteo Salvini all'aula di udienza sarà la trasmissione del fascicolo dell'autorizzazione a procedere al Tribunale dei ministri di Catania da parte del Senato. Ma non è detto che la permanenza del leader della Lega sul banco degli imputati sia lunga: l'orientamento della procura etnea sembra essere quello di chiedere il suo proscioglimento, ribadendo quanto sostenuto nella richiesta di archiviazione per il caso Gregoretti, non recepita dal Tribunale dei ministri. Adesso il procuratore Carmelo Zuccaro  dovrà necessariamente formulare una richiesta di rinvio a giudizio. Ma si tratta di un atto dovuto, specifica la Procura, visto che la decisione del Tribunale dei ministri funziona come un'imputazione coatta e i pm non hanno la possibilità di avanzare richiesta di archiviazione. Hanno però la facoltà di chiedere il proscioglimento davanti al gup, in sede di udienza preliminare. E, appunto, sembra proprio questo l'orientamento della procura di Catania. Nei prossimi giorni verrà esaminata la memoria depositata dall'ex ministro dell'Interno e la stessa cosa varrà per gli atti che verranno depositati in udienza dalle parti civili eventualmente costituite. Ma in assenza di nuovo materiale investigativo e di nuove prove, i magistrati della procura etnea difficilmente cambieranno opinione. A decidere, comunque, sarà il giudice, che potrà optare per il proscioglimento, sposando la tesi della Procura, o per il rinvio a giudizio, seguendo invece l'orientamento del Tribunale dei ministri. Intanto il presidente dell'ufficio del gip, Nunzio Sarpietro, dovrà scegliere se affidare il fascicolo a un collega oppure procedere personalmente.

L'ACCUSA. Salvini è accusato di sequestro di persona aggravato, per il ritardo nello sbarco di 131 migranti che in luglio erano a bordo della nave Gregoretti. Un sequestro che, secondo il procuratore Zuccaro, non ci sarebbe stato. Era scritto nella richiesta con cui il magistrato chiedeva di archiviare il caso: «Non sussistano i presupposti del delitto di sequestro persona, né di nessun altro delitto, e ciò anche a prescindere dalle valutazioni in ordine sia alla riconducibilità o meno della condotta del Ministro alla categoria degli atti politici, o di alta amministrazione, sia alla sindacabilità giurisdizionale degli atti politici o di alta amministrazione». Per il procuratore, infatti, l'avere prolungato per circa tre giorni la permanenza a bordo della nave Gregoretti dei migranti salvati in mare da unità militari italiane - garantendo comunque loro assistenza medica, viveri e beni di prima necessità, e consentendo l'immediato sbarco di coloro che presentavano seri problemi di salute e dei minorenni -, e ferma restando l'intenzione ministeriale di assegnare il Pos in tempi brevi, consentendo lo sbarco e il trasferimento in hotspot per la fase di identificazione, «non costituisce una illegittima privazione della libertà personale». Un'impostazione che non sembra essersi modificata dopo la decisione del Tribunale dei ministri.

LE TAPPE. In aula si procederà come per un normale procedimento penale. In sede di udienza davanti al gup, la Procura e la difesa potranno chiedere nuova attività istruttoria, oppure depositare atti, documenti e memorie. I 131 migranti, compresi i legali rappresentanti di minorenni, associazioni o enti pubblici, potranno invece chiedere di costituirsi parte civile. Dopo le richieste della procura e le discussioni degli avvocati, il gup stabilirà se prosciogliere Salvini o andare a processo. Una decisione che dovrebbe arrivare dopo l'estate. In caso di rinvio a giudizio, il dibattimento si terrebbe davanti a una sezione del Tribunale penale di Catania, con rito ordinario. Intanto, però, la Giunta per le autorizzazioni a procedere si prepara a un altro duro scontro sul leader della Lega: il 27 febbraio dovrà pronunciarsi sull'autorizzazione a procedere chiesta dal Tribunale dei ministri di Palermo sul caso Open Arms, la nave di una ong spagnola che nell'agosto 2019 soccorse oltre 160 persone in tre diversi interventi nel Mediterraneo e che rimase in mare in attesa di un porto di sbarco per 19 giorni.

Open Arms, i pm: «Il no di Salvini allo sbarco fu un vero e proprio reato, non un atto politico». ASimona Musco il 4 Febbraio 2020 su Il Dubbio. L’accusa dei magistrati di Palermo contro l’ex ministro dell’Interno: fu sequestro di persona. Il no allo sbarco imposto alla Open Arms dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini non fu un atto politico, ma «un vero e proprio reato ministeriale». Sono queste le conclusioni del Tribunale dei ministri di Palermo, che hanno inviato alla giunta per le autorizzazioni del Senato 114 pagine, con le quali argomentano le ragioni alla base della richiesta  di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, accusato di plurimo sequestro di persona. Un reato, si legge nelle carte dei magistrati di Palermo, aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale con abuso dei poteri inerenti le sue funzioni ed anche in danno di minori. L’episodio riguarda il rifiuto di ingresso in acque territoriali imposto ai 107 migranti giunti in prossimità di Lampedusa a bordo della ong “Open Arms”, nella notte tra il 14 e il 15 agosto scorso, violando convenzioni internazionali e norme interne in materia di soccorso in mare e di tutela dei diritti umani. In particolari, Salvini avrebbe violato, tra le altre, la convenzione di Amburgo sulla ricerca ed il soccorso in mare, la convenzione Unclos e la Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo e abusando dei propri poteri ometteva, «senza giustificato motivo, di esitare positivamente le richieste di Pos inoltrate al suo ufficio il 14, 15 e 16 agosto, provocando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale dei predetti migranti, costringendoli a rimanere a bordo della nave per un tempo giuridicamente apprezzabile, precisamente dalla notte tra il 14 ed il 15 agosto sino al 18 agosto 2019, quanto ai soggetti minorenni e per tutti gli altri sino al 20 agosto 2019, data in cui, per effetto dell’intervenuto sequestro preventivo della nave, disposto dalla procura della Repubblica di Agrigento, venivano evacuate tutte le persone a bordo». Secondo i pm, la mancata indicazione del Pos rappresenterebbe «una determinazione volontaria e pienamente consapevole del ministro», che pur essendo tenuto per legge ad indicare alla nave un porto sicuro, si è rifiutato, «senza che sia neppure ipotizzabile una sua riconducibilità a negligenza o disattenzione». Tale gesto rappresenterebbe, dunque, «una volontaria ed intenzionale riaffermazione della linea già delineata dal ministro dell’Interno, a fronte dell’ingresso di migranti nelle acque territoriali italiane a bordo di natanti di organizzazioni non governative». Salvini sarebbe stato dunque pienamente consapevole di come il proprio rifiuto di concedere alla Open Arms un Pos sulle coste italiane «incidesse, comprimendoli, sugli interessi e i diritti fondamentali delle persone soccorse». Ciò anche alla luce della consapevolezza, accertata dagli atti prodotti dallo stesso ministero, che «all’origine della intera vicenda vi fossero episodi di soccorso in mare di persone in situazione di difficoltà, tanto che lo stesso decreto interministeriale del primo agosto 2019 assume tale dato di fatto tra le sue premesse, affermando che si era avuto un soccorso di natante “in distress”». Inoltre, la presenza a bordo di minori, di soggetti che intendevano avanzare richiesta di asilo e, più in generale, il progressivo peggioramento delle condizioni psicofisiche delle persone trasportate «erano circostanze puntualmente portate, in tempo reale, a conoscenza del ministro». Nessuno spazio, dunque, «per ipotizzare una carenza di volontarietà della condotta»: le normativa in materia era, infatti, «indiscutibilmente nota» al ministro dell’Interno che, però, ha «esplicitamente inteso considerarla in posizione secondaria rispetto alla potestà di operare un controllo delle frontiere effettivo, utilizzando tale forzatura per indurre le autorità dell’Unione europea a cooperare più efficacemente alla redistribuzione dei migranti in tutti i Paesi dell’Unione». Leggi, afferma l’atto del tribunale dei ministri, che non potevano «essere disattesi o violati in funzione del perseguimento della spiegata linea di indirizzo politico».

La corrispondenza con Conte. Dagli atti emerge anche la fitta corrispondenza tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Salvini tra il 14 e il 17 agosto 2019, mentre la nave aspettava l’assegnazione di un porto di sbarco. Il 15 agosto, il ministro Salvini sottoscriveva una nota di risposta ad una nota del giorno precedente a firma del premier Conte, con cui lo si era invitato «ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull’imbarcazione». Salvini replicava però che i minori erano da ritenere soggetti alla giurisdizione dello Stato di bandiera anche con riferimento alla tutela dei loro diritti umani, aggiungendo, inoltre, Che, inoltre, non vi erano evidenze per escludere che gli stessi viaggiassero accompagnati da adulti che ne avevano la responsabilità, comunque ricadente sul comandante della nave. Il 16 agosto, Conte replicava ribadendo con forza la necessità di autorizzare lo sbarco dei minori a bordo, anche alla luce della presenza della nave al limite delle acque territoriali (in effetti vi aveva già fatto ingresso) e potendo, dunque, configurare l’eventuale rifiuto un’ipotesi di illegittimo respingimento – si legge – aggiungeva di aver già ricevuto conferma dalla Commissione europea della disponibilità di una pluralità di Stati a condividere gli oneri dell’ospitalità dei migranti della Open Arms. Invito al quale Salvini aveva replicato il 17 agosto, «assicurando che, nonostante non condividesse la lettura della normativa proposta dal Presidente Conte, suo malgrado avrebbe dato disposizioni tali da non frapporre ostacoli allo sbarco dei “presunti” minori a bordo della Open Arms, provvedimento che definiva, comunque, come di “esclusiva determinazione” del Presidente del Consiglio», si legge nella richiesta. A seguito di un’ispezione, i migranti a bordo vennero trovati in una «situazione di grande disagio, fisico e psichico, di profonda prostrazione psicologica e di altissima tensione emozionale che avrebbe potuto provocare reazioni difficilmente controllabili, delle quali, peraltro, i diversi tentativi di raggiungere a nuoto l’isola costituivano solo un preludio».

Fiorenza Sarzanini per corriere.it il 17 febbraio 2020. «La Open Arms doveva andare in Spagna o a Malta, ma il comandante della nave ha deliberatamente rifiutato il Pos (place of safety, il «porto sicuro») indicato successivamente da Madrid, perdendo tempo prezioso al solo scopo di far sbarcare gli immigrati in Sicilia come già aveva fatto nel marzo 2018 ricavandone un processo per violenza privata e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina»: così l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini si difende nella memoria depositata presso la Giunta per le immunità che deve decidere a proposito del caso Open Arms, la nave mercantile battente bandiera spagnola e affittata dalla ong Pro-Activa Open Arms che ad agosto arrivò in Italia e rimase in attesa dell’autorizzazione ad entrare in porto. Secondo Salvini «i primi Paesi contattati e informati da Open Arms dopo le operazioni di salvataggio erano stati la Spagna (Paese di bandiera della nave) e Malta (zona più vicina al punto dei salvataggi). L’Italia non aveva alcuna competenza e alcun obbligo con riferimento a tutti i salvataggi effettuati dalla nave spagnola Open Arms in quanto avvenuti del tutto al di fuori di aree di sua pertinenza». Per dimostrarlo Salvini elenca «la corrispondenza La Valletta e Madrid nei primi giorni dell’agosto 2019 a proposito del Pos nella quale c’è un reciproco palleggio di responsabilità ma non viene mai citata Roma». Secondo l’ex titolare del Viminale «è sicuramente lo Stato di bandiera della nave che ha provveduto al salvataggio che deve indicare il Pos nei casi di operazioni effettuate in autonomia da navi ong». Open Arms ha chiesto il Pos all’Italia la sera del 2 agosto ma, secondo Salvini, «non può ricadere sullo Stato italiano l’onere di una risposta di competenza di altri Stati. Open Arms poteva dirigersi verso altri Paesi che avevano l’obbligo di accoglierla». Secondo i giudici - che hanno accolto le motivazioni della procura di Palermo - anche la decisione del Tar che aveva annullato il decreto firmato da ministero dell’Interno, Difesa e Infrastrutture per impedire alla Open Arms ingresso, sosta e transito e nulla ha pesato sulla scelta di inviare le carte in Parlamento, ma per Salvini «non si può confondere l’ingresso in acque territoriali, a fini di sicurezza e navigazione e di assistenza alle persone bisognevoli, con il diritto allo sbarco e all’attracco». Salvini afferma che «l’imbarcazione era omologata per sole 19 persone. Il comandante, dopo il primo salvataggio effettuato in zona sar libica il primo agosto con 55 persone portate a bordo, ne ha prese altre 69 il 2 agosto: doveva immediatamente dirigersi verso Spagna, Malta o Tunisia. Invece ha deliberatamente scelto l’Italia quale luogo di attracco e sbarco». E scrive «il comandante ha rifiutato il Pos concesso dalla Spagna il 18 agosto e addirittura rifiutato l’assistenza offerta dalla Capitaneria di Porto italiana che si era detta disponibile ad accompagnare la nave verso la Spagna, prendendo a bordo alcuni immigrati. In più, la stessa Spagna aveva inviato verso Lampedusa l’unità Audaz per dare assistenza alla Open Arms (18 agosto). È quindi paradossale affermare che, per il solo fatto di essere entrata in acque italiane senza aver ottenuto il Pos, possa configurarsi il reato di sequestro di persona».

Ecco il piano delle toghe per sferrare l'attacco a Salvini. In un documento di 110 pagine i giudici del tribunale dei ministri di Palermo hanno motivato la loro richiesta di aprire un procedimento giudiziario contro l'ex ministro Matteo Salvini sul caso Open Arms. La giunta per le immunità del Senato si esprimerà il prossimo 27 febbraio. Mauro Indelicato, Martedì 04/02/2020, su Il Giornale. Non solo la condotta, ma anche il ruolo di primo piano assunto nella decisione di imporre lo stop all’ingresso della nave: sono questi i due elementi maggiormente valutati dal tribunale dei ministri nei confronti di Matteo Salvini sul caso Open Arms. Nella giornata di sabato, come si ricorderà, proprio il tribunale dei ministri di Palermo ha richiesto un nuovo procedimento nei confronti del segretario della Lega. I giudici vorrebbero avere il quadro chiaro della situazione su quanto accaduto nelle giornate intercorse tra il 14 ed il 20 agosto scorso. In quella settimana, la nave dell’Ong spagnola Open Arms è rimasta a largo di Lampedusa per via del divieto di ingresso ordinato da Salvini, in quel momento ministro dell’interno. Una situazione quella la cui svolta è arrivata per l’appunto il 20 agosto, quando il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio è salito a bordo della nave per verificare quanto stava accadendo. Il magistrato ha ritenuto la situazione talmente grave da ordinare il sequestro della Open Arms, il suo ingresso a Lampedusa e lo sbarco dei migranti. Successivamente, la procura della città siciliana ha avviato un’inchiesta prima contro ignoti e poi contro Matteo Salvini. Le accuse sono quelle di sequestro di persona ed omissione di atti d’ufficio. A novembre il procedimento è passato da Agrigento a Palermo: essendo, all’epoca dei fatti contestati, ancora ministro in carica, Salvini deve essere giudicato dal tribunale dei ministri insediato nel capoluogo siciliano. E così, il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dopo aver esaminato le carte, ha sposato la linea del collega di Agrigento passando a sua volta il fascicolo al tribunale dei ministri. Dopo la richiesta del procedimento contro Salvini, nelle scorse ore sono uscite le motivazioni che hanno spinto il tribunale a far proseguire l’iter giudiziario nei confronti del leader della Lega. Sotto esame, in primo luogo, la condotta di Salvini: “Sul caso Open Arms – si legge in uno stralcio della richiesta emanata dai tre giudici che compongono il tribunale dei ministri di Palermo – il senatore Salvini ha violato le convenzioni internazionali”. Andando poi a leggere più nel dettaglio, si evince come a pesare sul giudizio del tribunale sia la situazione a bordo della Open Arms riscontrata dal procuratore Patronaggio: “Il grado di esasperazione in cui versavano i migranti, già stremati dalle durissime prove fisiche e psichiche subite prima del soccorso operato dalla Open Arms e angosciati dal terrore di venire respinti e riportati in Libia – si legge nelle carte rese note dall’AdnKronos – rende intuitivo come non tanto il prolungamento anche di un solo giorno di navigazione (con il conseguente protrarsi della situazione di grave disagio nella quale pure tali migranti avevano sino a quel momento viaggiato), quanto il fatto stesso di allontanarsi dalle coste italiane, ormai tanto vicine da poter essere raggiunte a nuoto, si sarebbe rivelato del tutto insostenibile ed incomprensibile”. Dunque, secondo i giudici, in quel contesto Salvini non avrebbe potuto vietare l’accesso della nave dell’Ong spagnola. Nel documento, i giudici hanno fatto riferimento anche al resoconto redatto dalla psicologa salita a bordo della Open Arms assieme a Patronaggio in quel 20 agosto. “Matteo Salvini e Matteo Piantedosi, capo di gabinetto del Viminale, nel non concedere un porto sicuro alla nave Open Arms nell'agosto 2019 avrebbero violato le convenzioni internazionali – si legge poi nel documento del tribunale – La condotta omissiva ascritta agli indagati, consistita nella mancata indicazione di un Pos alla motonave Open Arms, è illegittima per la violazione delle convenzioni internazionali e dei principi che regolano il soccorso in mare, e, più in generale, la tutela della vita umana, universalmente riconosciuti come ius cogens”. Fin qui dunque la parte che riguarda la condotta di Salvini giudicata contraria alle norme da parte dei giudici palermitani. C’è poi, come detto ad inizio articolo, un’altra parte che invece pone l’ex ministro sotto la lente di ingrandimento delle indagini per via del suo ruolo politico. In particolare, secondo il tribunale dei ministri non c’è alcun dubbio sul fatto che l’iniziativa volta a negare l’accesso alla Open Arms sia unicamente da attribuire a Salvini e non all’interno governo Conte I. “Va anzitutto evidenziato l'indiscutibile ruolo di primo piano svolto e, per certi versi, rivendicato dal Ministro Salvini – si legge tra le 110 pagine del documento – Sin da quando, apprendendo dell'intervento di soccorso posto in essere in zona Sar libica dalla Open Arms, coerentemente con la politica inaugurata all'inizio del 2019, adottava nei confronti di Open Arms, d'intesa con i Ministri della Difesa e delle Infrastrutture e dei Trasporti, il decreto interdittivo dell'ingresso o del transito in acque territoriali italiane, qualificando l'evento come episodio di immigrazione clandestina, a dispetto del riferimento alla situazione di distress del natante su cui i soggetti recuperati stavano viaggiando”. Ma non solo: secondo i giudici lo stesso presidente del consiglio Giuseppe Conte non sarebbe stato d’accordo con la decisione presa da Salvini. Le prove portate avanti dal tribunale in tal senso, sarebbero contenute in uno scambio di lettere tra il premier e l’allora ministro: “Il 15 agosto il ministro Salvini – si legge tra le carte della richiesta – sottoscriveva una nota di risposta ad una precedente missiva del 14.8.2019 del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, con cui lo si era invitato ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull'imbarcazione. Con tale nota respingeva ogni responsabilità al riguardo, evidenziando che i minori a bordo della nave spagnola dovevano ritenersi soggetti alla giurisdizione dello Stato di bandiera anche con riferimento alla tutela dei loro diritti umani. Che, inoltre, non vi erano evidenze per escludere che gli stessi viaggiassero accompagnati da adulti che ne avevano la responsabilità, comunque ricadente sul comandante della nave e che, infine, aveva già dato mandato all'Avvocatura Generale dello Stato per impugnare il decreto di sospensiva del Presidente del Tar del Lazio, che di fatto aveva rimosso ogni ostacolo all'ingresso della nave in acque territoriali”. “Il 16 agosto – scrivono ancora i giudici – il Presidente del Consiglio dei Ministri rispondeva alla citata missiva del ministro Salvini, ribadendo con forza la necessità di autorizzare lo sbarco immediato dei minori presenti a bordo della Open Arms, anche alla luce della presenza della nave al limite delle acque territoriali (in effetti vi aveva già fatto ingresso) e potendo, dunque, configurare l'eventuale rifiuto un'ipotesi di illegittimo respingimento. Conte aggiungeva di aver già ricevuto conferma dalla Commissione europea della disponibilità di una pluralità di Stati a condividere gli oneri dell'ospitalità dei migranti della Open Arms, indipendentemente dalla loro età”. Infine, secondo il tribunale dei ministri di Palermo la responsabilità di Salvini lo si evince anche dalla richiesta, effettuata dalla Capitaneria di porto, di far sbarcare i migranti a Lampedusa. (Clicca qiui e leggi il documento integrale). La richiesta a procedere contro Salvini da parte del tribunale dei ministri di Palermo, sarà votata il prossimo 27 febbraio in sede di Giunta per le immunità del Senato. Lo si è appreso nelle scorse ore ed a comunicarlo ufficialmente è stata la presidenza della Giunta. Il voto è stato fissato per le ore 16:00, i componenti saranno dunque tenuti ad esprimersi sull'eventuale via libera del procedimento sulla base del documento di 110 pagine inviate da Palermo. Il 12 febbraio invece, l'aula del Senato si esprimerà su un'altra richiesta nei confronti di Salvini, la quale riguarda il caso Gregoretti.

Open Arms, Matteo Salvini nei guai peggio della Gregoretti? Le note pronte a mettergli i bastoni tra le ruote. Libero Quotidiano il 5 Febbraio 2020. Matteo Salvini torna nel mirino della magistratura. Questa volta è il tribunale dei ministri di Palermo a chiedere l'autorizzazione al Senato affinché si proceda contro il leader della Lega per il caso Open Arms. Una questione analoga alla Gregoretti, ma che - secondo il Corriere della Sera - potrebbe essere più spinosa. Il motivo? A differenza della Guardia Costiera a cui Salvini aveva negato lo sbarco di comune accordo con Giuseppe Conte, qui, sul caso Open Arms, spuntano due note. In entrambe il premier aveva sollecitato l'ex ministro dell'Interno a far sbarcare i minori a bordo della nave. Ragione, questa, che spinge il tribunale a credere che la decisione fu "presa in totale autonomia". E che il suo "non fu un atto politico" ma "un'attività amministrativa" svolta "nell'esercizio delle funzioni". L'imbarcazione della Ong rimase bloccata per 19 giorni con 164 stranieri, ma le violazioni contenute nel capo di imputazione riguardano soltanto quello che accade a partire dalla decisione del Tar che aveva ritenuto illegittimi gli atti di Salvini. Il Corriere infatti riporta la relazione nella quale viene specificato che "il 15 agosto il ministro Salvini sottoscriveva una nota di risposta ad una precedente missiva del 14 agosto del presidente Conte, con cui lo si era invitato ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull'imbarcazione". Urgenza alla quale il premier bis faceva riferimento anche nella seconda lettera senza successo. Solo il Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio ha sbloccato la situazione obbligando il Viminale a far scendere i migranti. 

Fiorenza Sarzanini per il ''Corriere della Sera'' il 5 febbraio 2020. Ci sono volute due note del premier Giuseppe Conte per convincere l' allora ministro dell' Interno Matteo Salvini a far sbarcare i minori dalla nave Open Arms. Una è stata inviata lo scorso 15 agosto, l' altra il giorno successivo e soltanto il 18 agosto è arrivato il via libera. La prova, secondo il tribunale dei ministri di Palermo, che la scelta del titolare del Viminale fu «presa in totale autonomia». E che il suo «non fu un atto politico» ma «un' attività amministrativa» svolta «nell' esercizio delle funzioni». La relazione trasmessa alla giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato elenca le accuse relative alla gestione della vicenda e contesta a Salvini di aver «trattenuto a bordo per sei giorni 107 persone». In realtà la nave della Ong rimase bloccata per 19 giorni e inizialmente erano imbarcati 164 stranieri, ma le violazioni contenute nel capo di imputazione riguardano soltanto quello che accade a partire dalla decisione del Tar che aveva ritenuto illegittimi gli atti di Salvini. E dunque Salvini è indagato per «sequestro di persona aggravato dal fatto che la condotta è stata commessa da parte di pubblico ufficiale con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni». La Giunta si riunirà il 27 febbraio per votare l' eventuale sì alla concessione dell' autorizzazione a procedere, mentre l' aula si pronuncerà il 12 febbraio sul caso della nave Gregoretti per cui è stato il tribunale dei ministri di Catania a sollecitare la richiesta per arrivare al processo. Il leader leghista rilancia sostenendo che per la Gregoretti chiederà di essere processato e su Open Arms dichiara: «Articolo 52 della Costituzione. La difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino. Chi lo spiega a quel giudice?». In realtà sono proprio i giudici a sottolineare come «non risultano utilmente invocabile generiche e non comprovate ragioni di tutela della sicurezza pubblica: nonostante gli accessi a bordo di autorità italiane, infatti, nessuna di esse ha mai evidenziato alcun indizio di peculiari e concrete condizioni oggettive (come, ad esempio, la presenza di esplosivi o armi a spiccata potenzialità offensiva) o soggettive di pericolo conseguente allo sbarco sul territorio italiano delle persone a bordo; pericolo, che, come confermato dal prefetto Garroni e dal questore di Agrigento Iraci, nel caso di specie si è poi rivelato, nei fatti, del tutto insussistente». E per questo gli contestano di aver «agito in autonomia» in particolare «sin da quando, apprendendo dell' intervento di soccorso posto in essere in zona Sar libica dalla Open Arms, coerentemente con la politica inaugurata all' inizio del 2019, adottava nei confronti di Open Arms, d' intesa con i Ministri della Difesa e delle Infrastrutture e dei Trasporti, il decreto interdittivo dell' ingresso o del transito in acque territoriali italiane, qualificando l' evento come episodio di immigrazione clandestina, a dispetto del riferimento alla situazione di stress del natante su cui i soggetti recuperati stavano viaggiando». E per questo chiedono che sia archiviata la posizione del capo di gabinetto Matteo Piantedosi, che era stato indagato per gli stessi reati. Nella relazione viene specificato che «il 15 agosto il ministro Salvini sottoscriveva una nota di risposta ad una precedente missiva del 14 agosto del presidente Giuseppe Conte, con cui lo si era invitato "ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti sull' imbarcazione" e con tale nota respingeva ogni responsabilità al riguardo, evidenziando che i minori a bordo della nave spagnola dovevano ritenersi soggetti alla giurisdizione dello Stato di bandiera anche con riferimento alla tutela dei loro diritti umani». Il giorno dopo Conte ha risposto a Salvini «ribadendo con forza la necessità di autorizzare lo sbarco immediato dei minori presenti a bordo della Open Arms». Poi lo ha invitato «ad attivare le procedure, già attuate in altri casi consimili, finalizzate a rendere operativa la redistribuzione». E così ha cercato di far sbarcare tutti i migranti. Tentativi inutili tanto che, viene ricordato, alla fine è stato è stato il Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio a sbloccare la situazione sequestrando la nave e obbligando il Viminale a far scendere i migranti a terra.

Gregoretti, Nicola Molteni contro Luciana Lamorgese: "A bordo tre migranti a rischio per la sicurezza". Libero Quotidiano il 6 Febbraio 2020. Tutti sanno che Matteo Salvini rischia il processo per aver rifiutato di far sbarcare i migranti a bordo della nave Gregoretti, ma nessuno sa che all'interno - secondo il governo tedesco - c'erano tre immigrati "ad alto rischio per la sicurezza nazionale". C'erano, appunto, perché secondo Nicola Molteni i clandestini hanno già fatto perdere le proprie tracce. Il deputato leghista ha infatti presentato un'interrogazione al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese dopo che, alcuni articoli di giornali e servizi tv, hanno confermato la notizia. Si tratta, nello specifico, di due senegalesi e un sudanese. Uno di questi è stato anche monitorato dai servizi italiani, perché poco prima di Natale aveva cercato di entrare clandestinamente in Svizzera: respinto, si era poi spostato tra Torino, Milano e Como. "Le ultime tracce - spiega Molteni - rivelerebbero la presenza di questo soggetto nel Nord Italia mentre degli altri due, l'altro senegalese e il sudanese, non si hanno notizie da mesi". Per il leghista è urgente sapere come sono state organizzate le ricerche dei tre soggetti. "A Como il senegalese sarebbe stato arrestato per furto, processato per direttissima ma rimesso subito in libertà: pretendiamo che il governo ci spieghi. Non possiamo sottovalutare la sicurezza dei cittadini. Peraltro, non è un problema di sicurezza solo per l'Italia ma per tutta Europa", chiosa nella speranza che il governo giallo-rosso sia trasparente.

Gregoretti, Salvini cambia strategia: in Senato niente ok al processo. Pubblicato sabato, 08 febbraio 2020 su Corriere.it da Cesare Zapperi. L’ex ministro dell’Interno prepara la difesa per il voto di mercoledì in Aula, dove i suoi potrebbero astenersi o uscire. Mercoledì l’Aula del Senato voterà sulla richiesta di mandare a processo Matteo Salvini per il caso Gregoretti. Ma a differenza di quanto avvenne in commissione il 20 gennaio scorso, stavolta la Lega potrebbe non esprimersi a favore. Una scelta non determinante ai fini della decisione perché la maggioranza (M5S-Pd-Iv-Leu), che pure allora non partecipò allo scrutinio, ha i numeri più che sufficienti per mandare alla sbarra l’ex ministro dell’Interno. Ma tra i consiglieri più vicini a Salvini c’è chi consiglia di muoversi con cautela. Si osserva, infatti, che un via libera al processo anche da parte del partito dell’accusato potrebbe costituire una implicita ammissione di colpa in sede giudiziaria. Ecco perché si sta valutando come muoversi esattamente in Aula e le opzioni a questo punto sono due: o astenersi oppure abbandonare l’emiciclo e non partecipare al voto. Tattica parlamentare a parte, Salvini continua a sostenere di essere più che pronto a sottoporsi al giudizio. Lo ha detto anche nel colloquio con l’inviato del New York Times: «Non ho nulla da temere». E a riprova fa filtrare attraverso i suoi canali i capisaldi della sua linea difensiva. Il punto di partenza è racchiuso in una affermazione: «La Gregoretti ha salvato gli immigrati col parere favorevole di Salvini, intervenendo in acque maltesi. È quindi inverosimile immaginare che un ministro voglia salvare delle persone per poi sequestrarle». Cioè, il ministro non può essere stato così machiavellico da correre in soccorso di chi rischiava la vita per poi prenderlo in ostaggio a fini politici. Il Tribunale dei ministri di Catania, invece, ritiene che i comportamenti tenuti dall’allora responsabile del Viminale in quei giorni abbiano integrato l’ipotesi di reato di sequestro di persona. Ma anche su questo, i legali di Salvini ribattono: «Non si trattava di sequestro: le persone a bordo erano al sicuro e protette. La discesa a terra era rallentata semplicemente dalle trattative per la redistribuzione e per la doverosa verifica delle persone a bordo: è evidente l’interesse nazionale — viene ancora spiegato nel documento in fase di elaborazione —. Va segnalato che il governo tedesco ha poi fatto sapere che tre persone a bordo della Gregoretti erano soggetti in grado di mettere a rischio la sicurezza nazionale». I leghisti insistono poi sulla tesi che tutto il governo era consapevole di quanto avvenendo sulla Gregoretti e che quindi, non avendo nessuno manifestato in modo netto la propria contrarietà, tutti fossero d’accordo con la linea del ministro dell’Interno. «In ballo c’era la difesa dei confini, quindi un interesse pubblico» che l’esecutivo doveva tutelare.

Bongiorno: «Salvini  non spinga per il sì al processo sulla Gregoretti». Pubblicato domenica, 09 febbraio 2020 su Corriere.it da Marco Cremonesi. La senatrice leghista e avvocato consiglia il leader: «Non sarà breve e l’esito sarebbe incerto». «Io spero davvero che Matteo Salvini decida di non avallare la linea dell’autorizzazione a procedere nei suoi confronti». Giulia Bongiorno, a due giorni dal voto in Senato sul processo all’ex ministro dell’Interno per i fatti della nave Gregoretti, dà voce al sentimento che nella Lega è diffuso: «È sbagliato che da molti anni a questa parte la politica abbia rinunciato a molte delle sue funzioni».

Perché avrebbe rinunciato?

«È evidente che il Parlamento abbia abdicato al potere di legiferare in alcune materie sensibili e che per una sorta di pudore abbia rinunciato a tutelare la sua indipendenza. Basta guardare ai molti via libera alle autorizzazioni degli ultimi anni, che nasce anche dal timore dei parlamentari di essere considerati dei privilegiati. I poteri dello Stato devono essere separati e indipendenti, ma se uno dei poteri viene meno, il vuoto è riempito dal potere giudiziario che è proprio quello che invece dovrebbe controbilanciare».

Nel caso specifico cosa accade?

«Il cortocircuito istituzionale fa sì che il ministro dell’Interno non possa esercitare uno dei suoi compiti principali, la difesa dei confini nazionali».

In parecchi, in questi giorni, la mettono giù piatta: Salvini scappa dal processo.

«Tutti non fanno che chiedere se salveremo o non salveremo Salvini. Non è questo il punto. Il Senato deve verificare se ha agito nell’interesse pubblico. E quel che vale oggi per Salvini tutelerà in futuro chi svolge questa funzione».

Non è normale che un ministro possa essere processato se la magistratura ritiene che abbia commesso reati?

«Non ha commesso alcun reato: rallentare lo sbarco in attesa della redistribuzione dei migranti non è sequestro di persona. Ma la legge prevede che il Senato sia giudice su un tema cruciale. E cioé, se il ministro abbia agito nell’interesse pubblico. E il Senato su questo aspetto fondamentale è l’unico giudice altrimenti da domani sarà la magistratura a stabilire se un atto politico è di interesse pubblico».

Salvini ha chiesto alla giunta delle Immunità di votare a favore del processo. Dovrebbe dire ai senatori di comportarsi in modo opposto?

«Io ribadirò a Salvini che deve essere orgoglioso di quello che ha fatto e capisco che lui voglia dimostrare che non scappa dal processo. Ma deve tutelare il dovere del ministro di difendere i confini. La strada giusta non è rinunciare alla valutazione sull’interesse pubblico: compete solo al Senato».

Salvini rischia comunque il processo. La preoccupa?

«Io parlo di principi costituzionali e non di tifoserie. E posso assicurarle che il mio timore non è l’esito del processo ma i tempi. L’idea che un uomo possa rimanere per anni e anni a processo non dovrebbe piacere a nessuno. E questo certamente lo farò presente a Matteo Salvini. Lui pensa di andare in aula e dimostrare davanti a tutti in tempi brevi che ha ragione. Però, questo rischia di non succedere. I tempi potrebbero essere lunghissimi e c’è il problema di restare bloccati per anni, ostaggi del processo».

C’è anche chi sostiene che, al contrario, ci potrebbe essere l’interesse che il processo venga definito quanto prima in modo da far scattare per Salvini l’incandidabilità prevista dalla legge Severino.

«Resto convinta dell’insussistenza del sequestro di persona. Non significa che si tratterà di un processo che si risolverà in breve né è possibile prevederne l’esito. Il mio maestro, il professor Coppi, mi ha insegnato che la legge è uguale per tutti, ma i giudici no».

Gregoretti, Matteo Salvini smentisce il dietrofront: "Sarò in aula, non vedo l'ora di farmi processare". Libero Quotidiano il 10 Febbraio 2020. Matteo Salvini ha cambiato idea sul voler andare a processo per il caso Gregoretti? A giudicare dalle sue ultime dichiarazioni, sembrerebbe proprio di no. A due giorni dalla discussione in Senato sull'autorizzazione a procedere, il leader leghista conferma che "sarò in aula e non vedo l'ora di essere processato perché ritengo di aver fatto il mio dovere per difendere i confini dell'Italia. E se per qualcuno è un crimine, allora chiariamo la vicenda una volta per tutte". Salvini non sembra quindi voler accogliere il suggerimento di Giulia Bongiorno che, dalle pagine del Corriere della Sera, lo aveva invitato a "non avallare la linea dell'autorizzazione a procedere nei suoi confronti". Inoltre il leader leghista esprimendosi in questi termini smentisce l'indiscrezione di Repubblica, secondo cui i rappresentanti del Carroccio mercoledì 12 febbraio sarebbero pronti a lasciare l'aula per non votare a favore del processo. 

Gregoretti, la Bongiorno avvisa Salvini: “Ricordati che la legge è uguale per tutti, ma i giudici no…”. Il consiglio dell’avvocato ed ex ministro sulla decisione del leader leghista di farsi processare. Il Dubbio l'11 febbraio 2020. «Io spero davvero che Matteo Salvini decida di non avallare la linea dell’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per il processo sulla Gregoretti». L’appello, l’ennesimo, arriva dall’avvocato e senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, in un’intervista al Corriere della Sera. Giulia Bongiorno resta convinta «dell’insussistenza» del reato di sequestro di persona compiuto da Salvini anche se, relativamente al giudizio, ritiene che «non significa che si tratterà di un processo che si risolverà in breve nè è possibile prevederne l’esito».

E a tale proposito, l’avvocato Bongiorno ricorda quanto diceva il suo maestro, il professor Coppi, il quale le ha insegnato che «la legge è uguale per tutti, ma i giudici no». Secondo Bongiorno, «è sbagliato che da molti anni a questa parte la politica abbia rinunciato a molte delle sue funzioni» tra le quali c’è «il potere di legiferare in alcune materie sensibili e che per una sorta di pudore abbia rinunciato a tutelare la sua indipendenza», ciò che portato al «cortocircuito istituzionale» che «fa sì che il ministro dell’Interno non possa esercitare uno dei suoi compiti principali, la difesa dei confini nazionali». Poi l’avvocato-senatore chiosa: «Tutti non fanno che chiedere se salveremo o non salveremo Salvini. Non è questo il punto. Il Senato deve verificare se ha agito nell’interesse pubblico. E quel che vale oggi per Salvini tutelerà in futuro chi svolge questa funzione».

E sulla "Mare Jonio" ora rischia l'accusa la Finanza. Le Fiamme gialle sequestrarono la nave nel 2019. Ma non avevano l'autorità di intimare l'alt. Mauro Indelicato, Giovedì 30/01/2020 su Il Giornale. Definirlo paradosso è forse troppo poco e non rende del tutto l'idea del «ribaltone» a cui si potrebbe assistere nei prossimi giorni presso il tribunale di Agrigento: dopo la richiesta di archiviazione per Luca Casarini e il comandante Pietro Marrone, le indagini potrebbero mettere sotto inchiesta i finanzieri che hanno sequestrato una nave Ong lo scorso anno: la Mare Jonio. La vicenda è nata nel marzo del 2019, quando l'imbarcazione dell'Ong Mediterranea Saving Humans si è affacciata a largo di Lampedusa con 49 migranti a bordo. Al timone c'era il capitano Pietro Marrone, capo missione invece era Luca Casarini. Dopo essere arrivata in prossimità delle acque italiane, dal Viminale è stato imposto alla nave il divieto di ingresso a Lampedusa: a volere questa posizione è stato soprattutto l'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini. Nonostante l'alt intimato dalla Guardia di Finanza, la Mare Jonio si è spinta in acque italiane e, in quel momento, è entrata in scena la procura di Agrigento. Sequestrata l'imbarcazione, dagli uffici del tribunale siciliano è partita l'inchiesta nei confronti di Casarini e Marrone. Per i magistrati agrigentini è stato il «battesimo di fuoco»: dopo il caso Mare Jonio, in estate la procura si imbatterà nelle vicende Sea Watch e Open Arms. Sarà proprio la procura guidata da Luigi Patronaggio ad affrontare, tra gli altri, il caso relativo a Carola Rackete, la capitana della Sea Watch 3 che a Lampedusa ha forzato il blocco, arrivando a speronare una motovedetta della Finanza. Una vicenda, questa, finita con la scarcerazione della capitana tedesca, decisa a luglio dal Gip Alessandra Vella e confermata dalla Cassazione. Per quanto riguarda il caso Mare Jonio, invece, nella giornata di martedì è arrivata la richiesta di archiviazione dei pm per Luca Casarini e Pietro Marrone. A distanza di dieci mesi dal via alle indagini, i magistrati hanno ritenuto non meritevoli di giudizio i due indagati per i reati loro contestati: favoreggiamento dell'immigrazione e mancato rispetto di un ordine di una nave militare. Ma la vicenda non dovrebbe finire qui: così come anticipato da Il Fatto Quotidiano, la procura di Agrigento potrebbe indagare sulle Fiamme Gialle. Si potrebbe cioè ribaltare il quadro: i finanzieri dalla cui azione è partita l'indagine rischierebbero di diventare indagati. Questo perché, secondo i magistrati, non c'erano motivazioni per intimare l'alt alla Mare Jonio. Sotto la lente di ingrandimento, in particolare, sono finite alcune intercettazioni in cui i militari avrebbero avvisato la nave Ong del divieto di ingresso sulla base di un ordine dell'autorità giudiziaria. Tuttavia tale ordine non è mai stato emanato, né l'autorità giudiziaria ha il potere di farlo. Da qui la possibilità di ravvisare un reato nel comportamento dei finanzieri. Un ribaltamento della scena che desterebbe, se confermato, non poco clamore.

Salvini, su sbarco 400 migranti a Taranto: "denuncio Conte e Lamorgese". Il Corriere del Giorno il 28 Gennaio 2020. “Ci troveremo in tribunale con il signor Conte e la signora Lamorgese. Così vediamo se la legge è uguale per tutti e il criminale è solo Salvini. Fatemi capire: se lo sbarco lo blocca Salvini, sono un criminale, se lo sbarco lo bloccano loro, fanno il loro lavoro…” ha proseguito l’ex-ministro dell’ Interno. Il governo giallorosso ha riaperto i porti ai migranti. E lo ha fatto guarda caso un minuto dopo il voto in Emilia Romagna e Calabria. Una conferma evidente con i porti spalancati alle ong a poche ore dalla tornata elettorale per le Regionali, c’era un certo timore di perdere consensi. A urne chiuse e con la vittoria del centrosinistra in Emilia Romagna, il Governo Conte a composizione “giallorossi” è stato aperto alla Ocean Viking il porto di Taranto  dove sbarcheranno più di 400 migranti. E non finisce qui: infatti altri 200 migranti sarebbero già pronti per uno sbarco nei nostri porti dopo il pressing delle Ong sull’esecutivo. In una diretta Facebook il leader della Lega Matteo Salvini ha annunciato una denuncio per “sequestro di persona” nei confronti del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del ministro dell’Interno Lamorgese (nessuno dei due è deputato e quindi privi di immunità parlamentare). “A Taranto sbarcheranno 400 migranti a bordo di una nave delle Ong. Con i problemi di lavoro, inquinamento, agricoltura, l’unico modo che ha questo governo per ricordare la Puglia è far sbarcare migliaia di migranti. E ci hanno messo 4 giorni per concedere un porto sicuro, e allora denuncio per sequestro di persona il presidente del Consiglio Conte e il ministro dell’Interno Lamorgese. E’ sequestro di persona solo quando sono coinvolto io? “. ha detto il leader della Lega. “Ci troveremo in tribunale con il signor Conte e la signora Lamorgese. Così vediamo se la legge è uguale per tutti e il criminale è solo Salvini. Fatemi capire: se lo sbarco lo blocca Salvini, sono un criminale, se lo sbarco lo bloccano loro, fanno il loro lavoro…” ha proseguito l’ex-ministro dell’ Interno che rincara la dose: “Se sono criminale io, lo sono anche loro, se ho fatto il mio dovere io, lo hanno fatto anche loro. Con una piccola differenza  che gli sbarchi sono quintuplicati“.  ha osservato ancora Salvini. che ha annunciato la sua presenza a Taranto il prossimo 19 febbraio. Dall’ inizio anno sono stati 1.300 gli sbarchi .  Il Viminale ha comunicato che sono quasi 1.300 i migranti sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno. Fino a martedì mattina erano infatti arrivate 870 persone ma a queste vanno aggiunte le 407 a bordo della Ocean Viking, la nave di “Sos Mediterranee” e “Medici senza frontiere” in rotta verso Taranto dopo aver avuto l’autorizzazione allo sbarco. Nello stesso periodo dell’anno scorso erano state 155 le persone arrivate in Italia. Dai dati del ministero dell’Interno emerge inoltre che proviene dall’Algeria il maggior numero di coloro che sono arrivati nel nostro paese, 249 persone. Ci sono poi gli ivoriani (126 persone) e i bengalesi (91). I minori non accompagnati sbarcati sono 114, ma il dato e’ aggiornato al 27 gennaio.

Tutti i guai del Capitano dalla Calabria all'Emilia-Romagna. Da domani Salvini dovrà fare i conti con le fratture all'interno del partito oltre che con le grane giudiziarie, che coinvolgono la nuova Lega: l'inchiesta per riciclaggio dei 49 milioni, quelle sul finanziamento illecito e per finire l'indagine della procura di Milano sul Russiagate leghista. Giovanni Tizian il 27 gennaio 2020 su La Repubblica. Una giornata particolare per la Lega quella del 26 gennaio 2020. Nel pomeriggio elettorale di domenica, la portavoce di Matteo Salvini, Iva Garibaldi, ha pubblicato una foto su Facebook: abbracciata alla candidata presidente Lucia Borgonzoni, caricava i suoi con il motto di Mussolini dell'entrata in guerra, «Vincere e vinceremo», senza riflettere sul fatto che il giorno dopo si sarebbe celebrata la giornata della memoria per ricordare le vittime della Shoa. La carica con lo slogan del Ventennio, però, non ha funzionato. L'Emilia ha risposto. E non si Lega. La Calabria neppure, nonostante abbia vinto il centrodestra, dove peraltro il risultato era scontato. Lo era non tanto per meriti del leader leghista, piuttosto perché è dal 1995 che ogni cinque anni si alternano governi di colore diverso: una legislatura al centrodestra e una al centrosinistra. Il partito di Salvini, quindi, non può esultare come avrebbe voluto. Il dato politico, dunque, è doloroso per il Capitano: la Lega non conquista la roccaforte del Pd e il risultato elettorale calabrese non incorona Matteo Salvini leader della destra italiana. Una sconfitta pesante per il capo leghista, che sognava l'Emilia e la Calabria sovraniste e si è ritrovato schiacciato dalla sua stessa e stanca retorica. La Lega ha fallito l'operazione lungo la via Emilia. Qui gli elettori hanno bocciato Lucia Borgonzoni, oscurata dal leader leghista durante i comizi e nei giri di piazza. Del resto Borgonzoni non ha mai amministrato neppure un condominio e per gli emiliani chiamati a votare alle amministrative l'inesperienza ha un peso. Seminare il panico su Bibbiano, poi, non ha sortito alcun effetto. La conferma ufficiale sta nei voti ottenuti dal Pd nel paese ostaggio della propaganda nazionalista. La narrazione oscura sui bambini strappati alle famiglie è stata respinta al mittente. È sufficiente farsi un giro per i paesi e le città della regione per comprendere quanto gli emiliani siano consapevoli dell'efficienza dei loro servizi sociali e delle politiche per le famiglie. Insomma, raccontare agli emiliani che Bibbiano incarna un sistema diffuso, una voragine che risucchia minorenni e li lascia orfani di mamme e papà, non solo non ha funzionato ma rasenta la fantascienza. Resta, certo, la strumentalizzazione di questi mesi, questa sì sulla pelle dei bambini compiuta dalla Lega. L'ex ministro, in questo, è stato maestro di spregiudicatezza: il 23 gennaio sul palco di Bibbiano, in una piazza semivuota, ha invitato a parlare quattro genitori(solo una madre di Bibbiano) che hanno raccontato le loro storie di allontanamento forzato dai loro figli. Nella piazza del paese conquistata dalla Lega si faceva fatica a trovare un bibbianese. Un segnale di quanto sarebbe accaduto nelle urne. Tanto che il leader leghista, nella prima conferenza stampa dopo gli exit poll, nel lungo elenco di luoghi in cui è stato in campagna elettorale non cita Bibbiano. Salvini sull'Emilia ha scommesso un pezzo della sua leadership. Ha polarizzato eccessivamente, come l'altro Matteo, Renzi, all'epoca del referendum costituzionale. Si è giocato tutte le carte possibili: dalla sofferenza delle famiglie, appunto, all'abito da sceriffo urbano alla ricerca di spacciatori nei quartieri popolari. Senza successo. E questo avrà conseguenze all'interno della Lega. Perché tra i militanti c'è ancora chi non ha digerito il nazionalismo. C'è chi attende la prima difficolta del segretario per provare a riportare il partito alla sua natura originaria: il partito del Nord. Da domani Salvini, ormai ridimensionato, dovrà fare i conti anche con queste fratture. Oltreché con le grane giudiziarie che coinvolgono la nuova Lega per Salvini premier: l'inchiesta per riciclaggio dei 49 milioni, quelle sul finanziamento illecito e per finire l'indagine della procura di Milano sul Russiagate leghista. Fratture interne alla Lega finora sopite dal successo di Matteo Salvini alle elezioni europee, un trionfo possibile soprattuto per il consenso raccolto al Sud. Come in Calabria, per esempio. Consenso che però alle elezioni regionali è calato molto. Ben lontano dall'oltre 22 per cento di maggio scorso, Salvini ha dovuto fare i conti con una classe dirigente per nulla nuova. E a poco è servito il tour del Capitano fin dentro la procura di Catanzaro per mostrarsi vicino al procuratore antimafia Nicola Gratteri, con foto annessa dell'ultimo libro scritto dal magistrato. Il problema della Lega calabrese sono i riciclati di altri partiti, in primis. Ma anche rappresentanti sul territorio con parentele ingombranti: dal deputato leghista con il suocero in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso al consigliere comunale consuocero del boss del paese. In questa opacità è corso ai ripari dopo aver incassato ottimi risultati alle politiche del 2018 e alle europee del 2019. Ha nominato un commissario padano: Cristian Invernizzi, che ha dovuto però dirigere un'orchestra di rappresentanti molto ambiziosi. Tuttavia la Lega calabrese proverà in tutti i modi a contare con gli assessori e con un forte vicepresidente, che farà da spalla alla governatrice Jole Santelli. Strategie politiche per contare anche senza i voti necessari per farlo. Salvini, insomma, da domani sarà un Capitano dimezzato.

Tutte le tappe che separano Salvini dalle “sue prigioni”. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 22 gennaio 2020. Nave Gregoretti, dal voto in Aula alle aule dei tribunali. E’ ancora molto lunga ed impervia la strada che dovrà, eventualmente, condurre Matteo Salvini alla sbarra. Il voto di lunedì nella Giunta per le autorizzazioni del Senato ha rappresentato infatti solo l’inizio di un percorso il cui esisto è quanto mai incerto. E questo nonostante il leader della Lega si sia già dichiarato pronto ad affrontare il carcere e la scrittura, come Silvio Pellico, delle “Mie prigioni”. La legge prevede che il pm entro 15 giorni, accertata la natura “ministeriale” del reato, trasmetta “omessa ogni indagine” gli atti al Tribunale dei ministri competente. Sarà questo organo inquirente composto da tre giudici eletti a sorte nel locale distretto di Corte d’Appello, a svolgere le indagini preliminari. In pratica con le funzioni del giudice istruttore nel vecchio codice di procedura penale. Sul divieto di sbarco dalla nave Gregoretti deciso da Salvini, il pm aveva chiesto l’archiviazione. Il collegio istruttorio, invece, era stato di diverso avviso è aveva richiesto l’autorizzazione a procedere, trasmettendo quindi gli atti alla Camera di appartenenza dell’ex ministro dell’Interno. Superato il primo scoglio del voto della Commissione, la parola finale spetterà all’Aula. Se anche Palazzo Madama dovesse dare il via libera il fascicolo tornerà allora in Sicilia. Secondo i magistrati del tribunale di ministri che hanno ipotizzato il reato di sequestro di persona a carico di Salvini, “le scelte politiche o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco dei migranti in un luogo sicuro”. Secondo il tribunale, “le persone soccorse ben potevano essere tempestivamente sbarcate e avviate all’hotspot di prima accoglienza per l’attività di identificazione, salvo poi essere smistate negli hotspot di destinazione secondo gli accordi raggiunti a livello europeo”. Queste le condotte incriminate che, una volta appunto tornato a Catania il fascicolo, dovranno essere alla base delle future attività istruttorie del pubblico ministero e degli “ordinari organi giudicanti competenti”, essendo vietata la costituzione di tribunali speciali. La Procura di Catania, pertanto, potrà riproporrà il capo d’imputazione formulato contro Salvini dal Tribunale dei ministri per sottoporlo al giudice dell’udienza preliminare, che dovrà decidere sul rinvio a giudizio. La Procura catanese s’era già pronunciata per l’archiviazione del caso «Gregoretti» ritenendo – a differenza della “Diciotti” – che non esistevano gli estremi del sequestro di persona; insussistenza del reato sotto il profilo oggettivo, oltre che soggettivo. Che farà davanti al gup? E che cosa deciderà il gup, rinvio a giudizio o proscioglimento? Le possibilità sono quelle previste per le udienze preliminari. Nessuna differenza. In caso di rinvio a giudizio, per Salvini si aprirebbe poi la possibilità di accedere al rito abbreviato, in caso non volesse essere processato con il rito ordinario. Tutto ciò solo per il primo grado. Poi l’appello e la Cassazione.

Se a Salvini non basta un avvocato, ne vuole mille. Giulia Merlo su Il Dubbio il 21 gennaio 2020. Il leader del Carroccio ha annunciato che aprirà un indirizzo mail per i legali che vogliono consigliargli una linea difensiva per il processo sul caso Gregoretti. Galvanizzato dalla piazza di San Giovanni in Persiceto, ebbro degli applausi mentre proclamava che si sarebbe fatto processare per il caso Gregoretti ma che sarebbe servito un tribunale abbastanza grande da ospitare «la maggioranza degli italiani», Matteo Salvini ha fatto un altro proclama. Ad essere tanti, infatti, non saranno solo gli italiani, ma anche i suoi avvocati: «Mi difenderanno cinquecento o mille avvocati che si metteranno a disposizione», ha tuonato il leader del Carroccio, annunciando che sarà aperto «un indirizzo email per tutti gli avvocati italiani che vorranno partecipare alla difesa». Per rimanere nel faceto, vien da chiedersi come abbia reagito il suo difensore di fiducia, Giulia Bongiorno, a vedersi affiancare tal schiera di colleghi. Anzi forse proprio lei potrebbe finire messa all’angolo in quanto consigliera della strategia difensiva appena gettata alle ortiche: lei (ben conscia che il processo penale è una cosa seria come lo sono gli anni di pena) che era stata pragmatica ispiratrice del prudente passo indietro dal processo per il caso Diciotti. Con buona pace del valore del mandato difensivo (e dell’equo compenso per la prestazione professionale), agli avvocati italiani viene chiesto di “imbucare” la loro proposta difensiva: le iscrizioni al talent legale sono aperte, sotto a chi tocca.

La sinistra scafista vuole processare Salvini ma si vergogna di farlo prima del voto di domenica. Francesco Storace martedì 21 gennaio 2020 su Il Secolo d'Italia. Gli scafisti sono loro, vogliono processare Salvini e nascondono la mano perché domenica si vota. Questa sinistra è davvero uno strano animale senza cervello. Non hanno – i compagni terrorizzati dalle regionali di domenica prossima in Emilia Romagna e in Calabria – il coraggio delle loro azioni. La diserzione nella giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato dal voto su Salvini la dice lunga sulla loro viltà. Quei banchi vuoti, immortalati in fotografia dalla senatrice Fiammetta Modena, sono eloquenti. Se si volesse scherzare ma non troppo si dovrebbe dire che hanno talmente paura di votare che rinunciano pure loro a farlo. Magari pensano di essere da esempio per il popolo a cui negano la democrazia. Ma con il loro atteggiamento hanno sancito a chiare lettere che governare diventa reato e dei più gravi: sequestro di persona!. Pazzi, ecco che cosa sono. Il Pd e la sua maggioranza – grillini inclusi e incredibilmente – vuole Salvini a processo per il caso Gregoretti, ma facendolo di nascosto, vergognandosene, disertando la seduta della giunta presieduta da Gasparri. Con la coda da pusillanime di Luigi Di Maio: “Lui – pontifica Giggino – decise di bloccare da solo la nave Gregoretti, come ministro dell’Interno. Lo poteva fare per legge, ma adesso non ci venga a dire "difendetemi, dite che lo sapevate anche voi”. E se “lo poteva fare per legge” perché lo volete processare? In realtà, costoro non si rendono conto del caos che provocheranno. E del precedente che si crea. E’ l’azione di governo che diventa materia di processo, qualunque magistrato deciderà che cosa perseguire. Quel che più meraviglia è il Pd di Zingaretti, che – quando non tocca a loro – resta manettaro, sia pure con la marea di inquisiti che hanno tra le loro fila. Faccia tosta incredibile, si danno alla macchia, non si assumono responsabilità. Però una domandina semplice semplice bisognerebbe pure fargliela. Ma se l’ex ministro dell’interno è così pericoloso da meritare processo e magari galera, non era un motivo in più per votare subito?

Sono pagliacci ma ai giudici non potranno mentire…Si offenderanno se li definiamo pagliacci? Prima chiedono di arrestare un esponente dell’opposizione di quel livello, poi fanno la melina per non esporsi al contraccolpo elettorale. Con un paradosso. Per regolamento, quando in commissione si forma una maggioranza contraria al documento proposto, è tra i parlamentari che lo hanno rigettato che si sceglie il relatore per l’Aula. Quindi, sarà un esponente del partito di Salvini a chiedere a Palazzo Madama di processare Salvini. Se il Pd cercava il discredito delle istituzioni è riuscito a farlo con la consueta abilità. A febbraio non ci saranno elezioni di mezzo e lo stesso centrosinistra avrà meno scrupoli a mostrare il pollice verso. Poi, è immaginabile che cosa potrà succedere in tribunale. Altro che un giorno in pretura, il processo andrà in onda in mondovisione. Una marea di gente prenderà d’assedio il palazzo di “giustizia” e c’è da giurare che nella lista testimoni del leader della Lega figureranno Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Danilo Toninelli. E magari anche Alfonso Bonafede, guardasigilli. E al giudice non potranno mentire come sono abituati a fare…

«Nessuna emergenza di ordine pubblico» Ecco le carte dei giudici su Matteo Salvini. Pubblicato martedì, 21 gennaio 2020 su Corriere.it da Claudio Del Frate. Nessun «preminente interesse pubblico» e nessun pericolo nemmeno per l’ordine pubblico: i migranti della nave «Gregoretti» venivano trattenuti in mare mentre altri che arrivavano alla spicciolata sbarcavano tranquillamente. Sono questi alcuni dei passaggi contenuti nell’atto di citazione contro Matteo Salvini che il tribunale dei ministri di Catania ha inviato al Senato. E’ esattamente su quelle carte che l’aula di Palazzo Madama dovrà decidere entro la fine di febbraio se mandare a processo o no l’ex ministro dell’interno. Il giudizio, va ricordato, non dovrà prendere in eme la legittimità delle politiche adottate allora dal Viminale ma la sua compatibilità con le norme internazionali e italiane. Ecco comunque i punti saliente del fascicolo che i giudici hanno trasmesso al Senato. Primo quesito: il governo era stato ufficialmente informato della decisione di vietare lo sbarco a una nave militare italiana. La risposta dei giudici di Catania e negativa, sulla scorta di una nota trasmessa loro dalla presidenza del consiglio dei ministri che così recita: «La questione relativa alla vicenda della nave “Gregoretti” non figura all’ordine del giorno (dell’unica riunione del consiglio dei ministri tenutasi il 31 luglio, ndr) e non è stata oggetto di trattazione nell’ambito delle “varie ed eventuali”». Secondo interrogativo: ci sono differenze con il caso della nave «Diciotti», per il quale il Senato negò il processo a Salvini? Il tribunale dei ministri di Catania ne rilevano almeno una, non trascurabile: «La nave della guardia costiera “Diciotti”...è appositamente attrezzata per specifiche operazioni di soccorso in mare. La Gregoretti è invece destinata all’attività di vigilanza pesca e non è attrezzata per operazioni di questo tipo». Con conseguenze immediate per la vita a bordo: «I migranti sono ospitati sul ponte di coperta esposti agli agenti atmosferici (temperatura di 35 gradi). A questo si aggiunga che la ridotta composizione dell’equipaggio, solo 30 uomini, non consente la corretta gestione di un elevato numero di persone». Trattenute a bordo della «Gregoretti» c’erano 131 persone con numerosi casi di scabbia e tubercolosi. Salvini basò il suo divieto di sbarco solo sul cosiddetto «decreto sicurezza», ma la relazione approdata in Senato traccia un quadro normativo più complesso. «L’obbligo di salvare vite in mare costituisce un preciso dovere degli Stati - scrivono i magistrati - e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione. Le convenzioni a cui l’Italia ha aderito costituiscono un limite alla potestà legislativa dello Stato e in base agli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione non possono essere oggetto di deroga». A questo proposito vengono citati la Convenzione Unclos del 1974 e quella di Amburgo del 1979 che impongono i salvataggi in mare dei naufraghi e il loro immediato trasferimento in un luogo sicuro. In un passaggio della relazione viene poi ricordato quale sarà l’oggetto su cui i senatori dovranno esprimersi: «La Camera di appartenenza del ministro inquisito ha il compito di accertare la ricorrenza o meno degli estremi per concedere l’autorizzazione a procedere» che viene negata «quando l’assemblea reputi che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un interesse pubblico». In altre parole: che tipo di pericolo rilevante rappresentavano i migranti portati a bordo della «Gregoretti»? Matteo Salvini è accusato di sequestro di persona che per i giudici si sostanzia in un atto specifico: «ponendo arbitrariamente il proprio veto (da parte del ministro, ndr) all’indicazione di un “place of safety” al competente dipartimento per le libertà civili e per l’immigrazione...determinando la forzosa permanete dei migranti a bordo dell’unità navale Gregoretti con conseguente illegittima privazione della loro libertà personale». «Le condizioni precarie a bordo - nota ancora la relazione - erano assolutamente note al ministro, costantemente informato dalla catena di comando». Il tribunale di Catania rileva poi un altro elemento: non c’era ragione per non far sbarcare i migranti: «L’assenza di reali motivazioni che...potesse giustificare il veto posto dal Ministro...manifesta il carattere illegittimo della conseguente condizione di coercizione a bordo patita dai migranti». E ancora: «La circostanza che le persone a bordo della Gregoretti fossero non solo naufraghi ma al contempo migranti non giustificava alcuna differenziazione di trattamento nella procedura di sbarco». Salvini ha sempre rivendicato il no allo sbarco con motivazioni politiche: doveva convincere gli altri Stati europei ad accogliere i migranti, elemento che lo «solleverebbe» dal commettere reati. Questione cruciale perché si interroga sull’esistenza di un interesse superiore. Risposta dei giudici: «Va osservato come lo sbarco dei 131 cittadini stranieri non regolari non potesse costituire un problema di ordine pubblico per diverse ragioni: in concomitanza con il caso Gregoretti si era assistito ad altri numerosi sbarchi...nessuno dei soggetti ascoltati dalla procura di Catania e Siracusa ha riferito di informazioni sulla possibile presenza tra i soggetti soccorsi di persone pericolose per la sicurezza nazionale». Dunque «le decisione del ministro è stata adottata per la mera volontà politica di affrontare la gestione dei flussi invocando la ripartizione dei migranti a livello europeo». Conclusione: «non è ravvisabile alcuna scriminante politica, la decisione del ministro ha costituito una esplicita violazione delle convenzioni internazionali» e sulla distribuzione dei migranti non esistevano «obblighi vigenti in capo ad altri Stati». 

Antonio Massari per “il Fatto quotidiano” il 21 gennaio 2020. Sedici agosto 2018: il Diciotti, pattugliatore della Guardia Costiera, dopo aver soccorso 177 naufraghi, resta in mare fino al giorno 25, quando ottiene finalmente l' autorizzazione a sbarcare. Il Viminale attende cinque giorni per rilasciare il Place of safety, il cosiddetto Pos, e l'accusa di sequestro di persona, rivolta a Matteo Salvini, all' epoca ministro dell' Interno, riguarda proprio quei 5 giorni. 25 luglio 2019: la Gregoretti della Guardia Costiera ospita 135 naufraghi. Resta in mare fino al 31 luglio. Il Viminale attende tre giorni prima di rilasciare il Pos e l' accusa di sequestro di persona, rivolta ancora una volta a Salvini, anche in questo caso riguarda i tre giorni in questione. In entrambi i casi le stesse accuse. In entrambi i casi, il sequestro di persona, si realizza con il ritardo del Viminale nell' indicare il luogo in cui sbarcare. In entrambi i casi, infine, il ritardo viene collegato al raggiungimento di un accordo, in ambito europeo, per la redistribuzione dei naufraghi. Eppure le due vicende non risultano identiche. Vediamo perché. Differente, innanzitutto, è il contesto politico e anche il suo sviluppo. Quando il caso Diciotti approda in Parlamento la Lega è al governo con il M5S . Sia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sia il suo vice Luigi Di Maio, sia l' ex ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, scrivono alla Giunta per le autorizzazioni e chiariscono d'aver condiviso la scelta del Viminale di lasciare sulla nave i naufraghi in attesa di un accordo con gli altri paesi Ue. Il processo sfuma. Quando arrivano le accuse per il caso Gregoretti la Lega è all' opposizione. E Di Maio precisa: "Il caso Diciotti fu un atto di governo, l' Ue non rispondeva, servì ad avere una reazione. Quello della Gregoretti fu un atto di propaganda, il meccanismo di redistribuzione era già rodato". Intervistato da Peter Gomez nel Tg Sono le Venti, in onda sul canale Nove, ieri Conte ha dichiarato che il segretario della Lega "aveva fatto appena approvare il decreto Sicurezza bis che rafforzava le sue competenze". "Salvini - spiega Conte - ha rivendicato pubblicamente come una sua competenza specifica il se e quando far sbarcare le persone a bordo della Gregoretti. Circa il mio ruolo sull' indirizzo generale, io ci sono, anche per la circostanza specifica di un mio coinvolgimento riguardo alla redistribuzione dei migranti in Europa". Non è una sfumatura. Nella sua memoria difensiva, Salvini allega una serie di email intercorse tra lo staff del Viminale e quello di altri dicasteri, nei giorni del caso Gregoretti, che riguardano proprio le trattative con l' Ue per la redistribuzione dei naufraghi. Documenti che dimostrano la condivisione del governo nella strategia diplomatica. Non provano alcuna manifesta corresponsabilità nel tenere i naufraghi in mare per i tre giorni contestati. La vicenda - ha gia sostenuto Palazzo Chigi - non fu trattata in Consiglio dei ministri. Dalle cronache dell' epoca, comunque, non risultano espliciti inviti rivolti da Conte a Salvini affinché autorizzasse lo sbarco. Di Maio polemizzò sul trattamento riservato ai nostri militari: "L' Italia non può sopportare nuovi arrivi di migranti, noi abbiamo dato come Paese e quei migranti devono andare in Europa, però non si trattino i nostri militari su quella nave come dei pirati". Ed ecco invece la dichiarazione di Toninelli quando la Gregoretti ormeggia al porto di Augusta, il 28 luglio, due giorni prima dello sbarco, quindi nel pieno del sequestro di persona contestato a Salvini: "Ha ormeggiato stanotte al porto di Augusta, come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda, perché la questione migratoria riguarda tutto il Continente". Più polemico Di Maio. Più accondiscendente Toninelli. Argomenti utili per un'analisi politica, ma non penale, poiché la responsabilità penale è personale e l'autorizzazione spettava al Viminale. Non a loro. Differente è anche "l'origine" del fatto storico, sebbene Diciotti e Gregoretti intervengano entrambe in acque maltesi. Solo nel primo caso, però, si assiste a un braccio di ferro su chi deve coordinare il soccorso. Nel secondo, secondo i giudici, il Viminale aveva ancor più chiaramente "l'obbligo di concludere la procedura" e aver omesso di indicare un porto sicuro "dietro precise direttive del ministro degli Interni" ha "determinato una situazione di costrizione a bordo". E anche a bordo la situazione è differente. Il "Diciotti" - si legge negli atti - è "un natante scelto e attrezzato per operazioni di soccorso in mare". La Gregoretti è "destinata all' attività di vigilanza pesca e non è attrezzata per questo tipo di eventi". E così i 131 naufraghi, dal 27 al 31 luglio, restano sul ponte di coperta con temperature che toccano i 35 gradi. Casi di scabbia accertati: 20. Per 131 persone, un solo bagno a disposizione. I minori sbarcano prima, sì, ma per disposizione della Procura minorile.

Caso Gregoretti, perché è diverso da quello Diciotti. A Salvini contestato il sequestro di persona per il blocco delle due navi, ma il quadro normativo è diverso. Nella vicenda giudiziaria hanno un peso le differenze tecniche delle due imbarcazioni e i tempi rispetto all'entrata in vigore del decreto sicurezza-bis. Alessandra Ziniti su La Repubblica il 21 gennaio 2020. Il caso Gregoretti e il caso Diciotti, per il quale a Salvini è stato contestato l’identico reato di sequestro di persona, sono uguali? No. Nella richiesta di autorizzazione a procedere inviata al Senato sono i giudici del tribunale dei ministri di Catania (gli stessi che si occuparono della Diciotti) a precisare le differenze. Il quadro normativo in cui il comportamento contestato a Salvini fa riferimento è lo stesso in entrambi i casi ? No. Quando la Gregoretti ha preso a bordo i migranti era appena entrato in vigore il decreto sicurezza-bis che esclude espressamente che il divieto di ingresso in acque italiane e di sbarco possa essere applicato a navi militari italiane che, in quanto tali, non possono essere considerate un pericolo per la sicurezza nazionale. Le differenze tecniche delle due navi hanno un peso nella vicenda giudiziaria? Sì, i giudici sottolineano come mentre la Diciotti è «un natante appositamente attrezzato per operazioni di soccorso in mare», la Gregoretti è «destinata all’attività di vigilanza da pesca» e «la sua inadeguatezza ad ospitare un così elevato numero di migranti e le precarie condizioni di salute di alcuni sono state tempestivamente segnalate al Viminale». Che aveva l’obbligo di farli sbarcare subito. Sia per la Diciotti sia per la Gregoretti toccava all’Italia concedere il porto sicuro visto che i soccorsi sono avvenuti nella Sar maltese? I giudici rispondono nella richiesta di autorizzazione a procedere sottolineando la differenza. Nel caso della Diciotti ci fu una controversia tra Italia e Malta mentre nel caso della Gregoretti «è assolutamente pacifico che il coordinamento e la responsabilità primaria dell’intera operazione, seppure avviata in acque Sar maltesi, siano stati assunti dallo Stato italiano su esplicita richiesta di quello maltese». L’iter giudiziario delle due vicende è stato identico? La Procura di Catania ha sempre chiesto l’archiviazione di Matteo Salvini indagato per sequestro di persona e in entrambi i casi il tribunale dei ministri (nella stessa composizione) ha invece chiesto l’autorizzazione a procedere. Per la Diciotti la giunta del Senato, con 16 voti favorevoli e 6 contrari, l’ha negata. Per la Gregoretti invece in giunta (con i voti della Lega) è prevalso (da regolamento) il sì al processo con un pareggio (5 a 5) e con l’astensione della maggioranza.

Gregoretti, le grottesche giravolte di Matteo Salvini (e non solo) spiegate una per una. Domande e risposte per dipanare una vicenda in cui ogni partito ha pensato solo al consenso. E l'ex ministro ha finto di rinunciare ai suoi privilegi perché sa di non rischiare dal punto di vista giudiziario, ma di poter far bingo da quello politico. Alessandro Gilioli il 21 gennaio 2020 su L'espresso. Domande e risposte per dipanare il surreale caso Salvini-Gregoretti: una cosa che nemmeno Pirandello e Buñuel insieme sarebbero riusciti a scrivere con una sceneggiatura così.

Che cosa è successo ieri al Senato? Il presidente della Giunta per le immunità, Maurizio Gasparri (Forza Italia) ha proposto di «deliberare il diniego dell'autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Matteo Salvini», accusato dal Tribunale dei ministri di Catania di sequestro di persona in relazione al divieto di attracco imposto alla nave militare italiana “Gregoretti” con 116 migranti a bordo, nel luglio scorso. Hanno votato a favore della proposta Gasparri i senatori di Forza Italia e di Fratelli d'Italia. Hanno votato contro (cioè per concedere l'autorizzazione a procedere) i cinque leghisti, su indicazione dello stesso Salvini. Risultato: 5 a 5, perché gli altri 13 senatori della giunta (Pd, M5S, Leu, Svp, Misto) non si sono presentati. Con il pareggio, per regolamento la proposta del Presidente della Giunta viene bocciata, quindi c'è stata la prima autorizzazione a procedere. Fra un mese si andrà al passaggio successivo, cioè si voterà sulla stessa in Aula, con tutti i senatori. Al contrario del voto della giunta, quello dell'Aula sarà decisivo per mandare o no Salvini a processo davanti al Tribunale dei ministri di Catania.

Ma perché la Lega ha votato per far processare Salvini? Perché mancano cinque giorni alle elezioni in Emilia Romagna - quelle che Salvini definisce “un referendum” tra lui e il Pd, e per le quali lo stesso capo leghista sta battendo da oltre un mese palmo a palmo il territorio. Salvini è convinto che se vincesse lì cadrebbero sia Zingaretti sia Di Maio, insomma tutto il governo. La diffusione dei sondaggi è vietata in questi giorni, ma si dice che la partita sia aperta e quindi Salvini pensa di sfruttare elettoralmente questa «persecuzione giudiziaria» per spostare l'ago della bilancia a suo favore (ieri si è perfino paragonato a Silvio Pellico). Quando ci fu il caso della nave “Diciotti”, invece, Salvini si avvalse del voto dei suoi (insieme a quelli di tutto il centrodestra e del M5S, allora alleato di governo) e ottenne l'immunità. Era il 19 febbraio 2019 e allora finì 16 a 6; votarono per togliergli l'immunità solo Pd, Pietro Grasso (Leu) e Gregorio De Falco, da poco uscito dal M5S.

Quindi il M5s ha cambiato idea, in un anno? «Ovviamente loro dicono di no, cioè sostengono che il caso della nave “Diciotti” sarebbe diverso da quello della nave “Gregoretti”, e che nel primo la decisione di non far sbarcare i migranti per giorni fosse condivisa da tutto il governo mentre nel secondo Salvini avrebbe fatto da solo, senza coordinarsi con il premier Conte e con l'altro vicepremier Di Maio. Una tesi abbastanza debole, perché tutta Italia sapeva che cosa stava facendo Salvini e all'epoca non ci furono opposizioni al suo comportamento né da parte di Conte né da parte del M5S. Curioso è tra l'altro che allora il grillino Mario Giarrusso nel difendere Salvini in giunta arrivò a schernire quelli del Pd con il gesto delle manette, come a dire che loro erano manettari. Ieri invece Giarrusso è uscito dall'aula proprio insieme a quelli del Pd e di Leu.

Ma è “l'unico cambiamento di idea” in questa vicenda? No. Nel caso della nave “Diciotti”, Salvini era partito dicendo di volersi fare processare, poi invece si è avvalso dell'immunità. Questa volta è avvenuto il contrario esatto: all'inizio chiedeva lo scudo del Senato, poi con un colpo di mano mediatico improvviso ha chiesto l'autorizzazione a procedere per se stesso, invitando il tribunale di Catania a «trovare un'aula molto grande» perché con lui «verrebbe processato il 90 per cento degli italiani che vogliono i porti chiusi».

E il Pd si è contraddetto anche lui? Tecnicamente sì, perché un anno fa ha votato per l'autorizzazione a procedere, questa volta si è defilato non presentandosi al voto. Anche se era allora ed è anche adesso favorevole a far processare Salvini.

Perché allora ieri non si è presentato? Perché se avesse votato sì all'autorizzazione a procedere, avrebbe prestato il fianco alla strategia “vittimista” di Salvini; se avesse votato no, avrebbe clamorosamente salvato Salvini, quindi si sarebbe coperto di grottesco di fronte ai suoi elettori, insomma era impensabile. Sicché, per uscirne, quelli del Pd e di Leu non si sono presentati, insieme a quelli del M5S.

Qualcuno che si è comportato in modo coerente in questa vicenda c'è? Beh, tecnicamente sì: Forza Italia e Fratelli d'Italia in entrambi i casi sono stati contrari all'autorizzazione a procedere. Anche se può apparire surreale che Fi e Fdi per proteggere Salvini ieri abbiano votato in modo opposto a quello che chiedeva Salvini stesso. Ma qui entra in gioco la concorrenza interna al centrodestra: né Berlusconi né Meloni (specie quest'ultima, in grande crescita) vogliono stare al gioco della mitizzazione-vittimizzazione di Salvini.

In sostanza, ogni partito ha votato solo pensando al consenso elettorale? Esatto. L'intera gestione politica della richiesta di autorizzazione a procedere, da parte di tutti i partiti, ha ignorato gli atti dei giudici, i contenuti giudiziari: è stato trasversalmente e unanimemente un puro calcolo di vantaggio o di minor danno in termini di consenso elettorale.

Salvini rischia veramente il carcere? Ma no. Lo spiega bene oggi Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera. Se anche l'Aula del Senato lo mandasse a processo, inizierebbe una corsa a ostacoli intricatissima e tra l'altro sarebbe la procura ordinaria di Catania a dover riproporre il capo di imputazione formulato dal Tribunale dei ministri: peccato che la procura di Catania si sia già pronunciata sul caso della nave “Gregoretti” dicendo che non sussistono gli estremi del sequestro di persona. Insomma in termini giudiziari Salvini rischia pochissimo. Al contrario, se non gli avessero dato lo scudo dell'immunità al tempo della nave “Diciotti” avrebbe rischiato di più, perché su quel caso la procura di Catania disse invece che gli estremi del sequestro di persona c'erano. Questo potrebbe spiegare anche perché nella vicenda “Diciotti” Salvini si è avvalso dell'immunità e questa volta invece vuole farsi processare. A parte il fatto, come si diceva, che questa volta il caso scoppia a ridosso delle elezioni emiliane su cui Salvini conta moltissimo per far cadere il governo.

E intanto, che cosa è stato dei migranti sbarcati dalla nave “Gregoretti”? Nessuno è rimasto in Italia: tutti ricollocati, in gran parte in Germania. Il che (almeno ex post) rende un po' eccentrica la tesi di Salvini secondo la quale lui chiudeva i porti «per difendere i nostri confini». Tra l'altro, da quando Salvini non è più ministro dell'Interno, i ricollocamenti degli immigrati dall'Italia ad altri Paesi Ue sono quintuplicati. Quando era al Viminale, Salvini saltò sei vertici dei ministri dell’Interno europei su sette in tema di gestione dei flussi migratori. Da europarlamentare, non ha mai presentato alle 22 riunioni per riformare il trattato di Dublino, come gli ha ricordato giusto ieri vis-à-vis Elly Schlein, senza ottenere alcuna risposta. Oltre due minuti di video per testimoniare le risposte mancate di Matteo Salvini sulle assenze dei ministri leghisti alle 22 riunioni europee sul negoziato di Dublino. A porre la domanda è Elly Schlein, l'ex europarlamentare di Possibile ora candidata alle elezioni di domenica prossima nella lista Emilia-Romagna Coraggiosa in appoggio a Stefano Bonaccini. Il video è stato pubblicato sulla pagina Facebook di Schlein: "Finalmente, dopo due anni che faccio la stessa domanda a Salvini e alla Lega senza avere risposta, ieri sera l’ho incrociato a San Giovanni in Persiceto e gliel’ho fatta in faccia. Perché a Bruxelles non siete mai venuti a nessuna delle 22 riunioni di negoziato sulla riforma migratoria più importante per l’Italia? Giudicate voi la risposta" scrive lei. Lui la chiama "amica mia" e poi dopo l'attesa non risponde e scappa.

Quel morbo dell’opportunismo che tiene in vita i decreti Salvini. L'alleanza tra Pd e 5 Stelle doveva, tra le altre cose, portare alla cancellazione delle leggi sull'immigrazione volute dal leghista. Ma i dem hanno deciso che se ne parlerà solo dopo le regionali. Ignazio Marino il 21 gennaio 2020 su L'Espresso. Fare ciò che è giusto, non ciò che conviene. Può sembrare un’affermazione scontata, almeno dal punto di vista etico. E certamente è sempre stato un principio di riferimento nella mia vita da chirurgo. Ma nei pochi anni in cui mi sono dedicato alla politica attiva mi sono immediatamente scontrato con un principio assai diverso: la strada da seguire è quella che conviene al partito, o a se stessi. Ricordo il momento in cui me ne resi conto per la prima volta. Avevo appena depositato al Senato una proposta di legge sul testamento biologico e volevo discuterne con i senatori della maggioranza di centro-sinistra. Una senatrice del Pd, guardandomi dritto negli occhi, affermò che era inutile incontrarsi perché la decisione era “politica”. Tradotto: la legge non si votava. Compresi in quel momento, con sgomento, la differenza tra una decisione presa sul merito e una presa sull’opportunità politica. Passo dopo passo capii quanto l’affermazione di quella senatrice era la regola nella vita dei palazzi. E da sindaco di Roma mi capitò di condividere con un altro sindaco un momento di commiserazione reciproca. Il mio interlocutore durante una riunione mi disse: «Ignazio, devo abbellire il lungomare e sostituire la pavimentazione. Ho chiesto di selezionare materiali diversi sia di natura che di colore e la mia maggioranza mi ha fermato perché la decisione, mi hanno detto, è politica. Ma se io devo scegliere tra pietra, calcestruzzo o altro sulla base di criteri funzionali ed estetici, perché devo convocare una riunione di maggioranza?». Il perché è chiaro. La politica non è interessata all’eleganza o alla solidità della pavimentazione ma a chi verranno assegnati i lavori. Questi pensieri mi sono tornati in mente in questi giorni. Ho già scritto su queste pagine quanto io ritenga innaturale e sbagliato presentarsi alle elezioni indicando i propri valori, affermando che mai esisterà, ad esempio, un’alleanza con il M5S e poi percorrere la strada opposta, pur invocando scenari devastanti come il pericolo di un ritorno del fascismo in Italia. Quindi, ci è stato spiegato lo scorso agosto, l’alleanza si giustifica per il bene del Paese, e non per mantenere le poltrone in Parlamento. E, infatti, promisero solennemente che nella prima settimana la “santa alleanza” contro il fascismo avrebbe abolito gli odiosi decreti votati dalla Lega e dal Movimento Cinque Stelle che prevedono multe fino a un milione di euro per le navi che soccorrono migranti in mare evitando che affoghino e consentono l’arresto del comandante che porti in acque territoriali quelle vite salvate. Di settimane però ne sono trascorse venti, e in questi giorni il Pd ha deciso che non se ne parla proprio di abolire adesso quei decreti, ci sono le elezioni in Emilia-Romagna quindi è meglio aspettare. Conosco l’Emilia e moltissimi elettori sono giustamente e orgogliosamente legati ai valori della Resistenza e dell’antifascismo. Siete davvero convinti, signori del Pd, che con la vostra decisione di convenienza politica decideranno di sostenervi?

Giudici contro giudici, va a picco il mito dell’infallibilità. Massimo Brandimarte, già presidente del tribunale di sorveglianza di Taranto, il 21 gennaio 2020 su Il Dubbio. Sul caso Gregoretti, alcuni soloni proclamano: «Se sei innocente, fatti processare e ti assolveranno!» ma è questo il punto: se sei innocente, perché mai devono processarti? Sul caso della nave Gregoretti è netta la divisione tra giustizialisti e garantisti. Non tanto per libero convincimento, quanto per partito preso: il proprio. La prima cosa da evidenziare è che anche i magistrati possono sbagliare. Infatti il magistrato che non sbaglia mai è, per convenzione, solo l’ultimo a decidere. Si innesta su questo sfondo la vicenda della Gregoretti, la nave cui fu impedito per alcuni giorni di attraccare nei porti italiani dall’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Non è stata la procura della Repubblica ad agire contro il ministro. Anzi, questa ne richiese l’archiviazione. E’ stato, invece, il Tribunale dei ministri di Catania a negarla e ad avanzare richiesta di autorizzazione a procedere. La chiamano fisiologica dialettica- processuale tra magistrati. Che potrebbe durare all’infinito. Peccato che sulla graticola, frattanto, ci sia un terzo. Sarà per questo che monta la rabbia dell’avvocatura contro l’abolizione della prescrizione? Alcuni soloni proclamano: «Se sei innocente, fatti processare ed i giudici ti assolveranno!». Ma, se sei innocente, perché ti devono processare? L’avere prolungato per circa tre giorni la permanenza a bordo della nave Gregoretti dei migranti, garantendo comunque loro assistenza medica, viveri e beni di prima necessità e consentendo l’immediato sbarco di coloro che presentavano seri problemi di salute e dei minorenni non costituisce una illegittima «privazione» della libertà personale punibile ai sensi dell’art. 605 c. p. Lo afferma il procuratore della Repubblica dell’indagine. Domanda: poteva un ministro assumere decisioni in materia, senza un viatico del governo, preventivo o successivo, esplicito o implicito? Gli atti ufficiali di un ministro non possono non trovare paternità nella politica generale del governo, che, per Costituzione, è sotto la direzione del Presidente del Consiglio dei ministri. Se così non fosse, delle due l’una: o il ministro verrebbe “dimissionato” o cadrebbe il governo. Nello specifico, il titolare del dicastero dell’Interno si sarebbe uniformato alla posizione già assunta per il caso Diciotti. Se l’ordine impartito fosse stato non solo illegittimo, ma avesse comportato anche la commissione di un reato, i destinatari avrebbero avuto il dovere di non eseguirlo, in base all’art. 51 del Codice Penale, pena il loro coinvolgimento nel reato. Stesso discorso varrebbe per i subalterni militari, in quanto né l’art. 1349 del Codice dell’ordinamento militare né l’art. 729 del Regolamento militare ( d. p. r. n. 90/ 2010) consentono l’esecuzione di un ordine illegittimo, idoneo ad integrare un reato. Dunque, una ipotetica imputazione penale non potrebbe sorvolare sulla posizione di uno svariato numero di altre figure, a titolo di ipotetico concorso nel fatto, sia in linea orizzontale che verticale, dalle sfere politiche e civili a quelle militari, a meno che non si voglia codificare un aberrante principio di responsabilità penale ad personam, oggettiva, esclusiva ed assorbente. Per l’autorizzazione a procedere, occorre valutare se il ministro agì oppure no nell’interesse pubblico. La legge non lo dice espressamente, ma è implicito che si debba dapprima verificare che ricorrano i presupposti minimi di ragionevolezza dell’accusa. Infatti, se la contestazione apparisse sfacciatamente acrobatica, se non abnorme, quale interesse pubblico ci sarebbe da vagliare? Come, ad esempio, nel caso, in cui si accusasse un ministro di aver rubato le strenne a Babbo Natale! Assurdo, ma è per rendere l’idea. Un diniego all’attracco può davvero equivalere ad un sequestro di persona oppure si tratta di un’interpretazione ardita? Codice alla mano, commette sequestro di persona chi priva qualcuno della libertà personale, quella fisica, cioè di muoversi liberamente nello spazio. Rifiutarsi di dare ospitalità è per caso la stessa cosa che legare l’ospite ad un tavolo? Si ricorderà che la permanenza a bordo degli immigrati sulla nave Gregoretti della Guardia Costiera italiana dipese, innanzitutto, dal rifiuto allo sbarco precedentemente opposto altrove, in modo esplicito o implicito, e dalla necessità di attendere l’autorizzazione allo sbarco promessa, ma non mantenuta, da altri governi, generosamente messisi in fila, salvo poi ritirarsi. Tutto questo in attesa che l’UE, nella fittissima rete di relazioni diplomatiche intrecciate, prendesse una risoluzione collegiale ed impegnativa. Poiché le presunte persone offese sarebbero gli immigrati a bordo, bisognerebbe sapere da ciascuno di loro cosa volesse fare concretamente e non presuntivamente. Se la nave avesse raggiunto un qualunque altro porto estero, l’attracco sarebbe potuto avvenire, anche senza autorizzazione? L’equipaggio lamentò mai problemi personali legati alla permanenza a bordo? Senza risposte certe a queste domande non si va da nessuna parte. Non sono ammesse imputazioni penali all’ingrosso e per presunzione. Bisogna anche ricordare che all’epoca era già in vigore il cosiddetto decreto sicurezza bis ( decreto legge 14 giugno 2019, n. 53), finalizzato a contrastare l’immigrazione clandestina e che all’art. 1 attribuisce al ministro dell’Interno il potere di vietare sosta, transito ed accesso di navi non militari nei porti italiani, per ragioni di ordine e di sicurezza pubblici. Al dunque il problema della necessità o meno della collegialità governativa nemmeno si poneva, poiché il ministro disponeva degli strumenti normativi per decidere ed agire da solo. Quelli che il governo gli aveva concesso. E se così decideva, chiunque esso fosse stato, non si può dire che non si muovesse in una cornice di formale legittimità, reale o putativa che fosse. Il particolare che la Gregoretti fosse nave militare della guardia Costiera diventa, nel contesto generale, questione di lana caprina, visto che trasportava immigrati costituenti oggetto del decreto sicurezza bis. La palla è ora nelle mani della politica, nelle sedi istituzionali proprie. L’importante è che si decida in autonomia, secondo scienza e coscienza e, soprattutto, con il coraggio delle proprie idee e senza ipocrisia.

"Sinistra e giudici divorziano dal buon senso". Stefano Zurlo, Martedì 21/01/2020, su Il Giornale.  È il congedo dal buonsenso. Luca Ricolfi, sociologo e autore di saggi acutissimi, da Il sacco del Nord a La società signorile di massa, ascolta le ultime, acrobatiche evoluzioni del caso Gregoretti e allarga le braccia: «Temo che a sinistra, e io vengo dalla sinistra, questo congedo sia definitivo».

Professore, cominciamo dal reato.

«Ma in questo caso il reato c'è o no?. Ci sono casi in cui il reato dipende dal giudice che prende in mano il fascicolo. La procura aveva chiesto l'archiviazione, il Tribunale dei ministri vuole processare Salvini. Quindi se anche fra i giudici c'è un margine così grande di interpretazione si capisce che la questione è politica. Non è, non dovrebbe essere penale. Ma c'è di più».

Che cosa?

«Qui c'è un divorzio dal buonsenso. Anzi no, dal senso comune che è più basico, il buonsenso richiede un minimo di saggezza. Qui stiamo parlando della modulazione dei tempi di un'operazione di sbarco dei migranti. Dov'è il crimine?».

I diritti non devono essere rispettati?

«È evidente che è tutto sproporzionato, eccessivo, senza senso. È lampante, almeno ragionando con i criteri dell'opinione pubblica, che siamo dentro la sfera di competenza della politica. Ma se proprio si voleva dare un senso a tutta questa vicenda, allora si doveva mettere sotto inchiesta tutto il governo».

Non lo si è fatto ed è iniziato un altro balletto nei Palazzi della politica.

«Siamo sempre al divorzio dal senso comune. Mi dispiace che la sinistra abbia scelto una linea giustizialista. C'è stato un periodo in cui qualcosa era cambiato e l'avevo sottolineato scrivendo una nuova prefazione per il mio saggio Perché siamo antipatici? Quando Veltroni prese in mano il Pd nel 2007 si manifestò una nuova sensibilità: Berlusconi non era più il nemico ma l'avversario».

Un passo in avanti?

«Si, ma poi, dopo la stagione renziana, il miglioramento, chiamiamolo cosi, è svanito. Ripeto, parlo senza disporre di particolari competenze giuridiche, ma quello che so è sufficiente per capire».

La sinistra ha scelto di non andare in giunta al momento del voto. Errore?

«Errore nell'errore. Perché se decidi di seguire una linea giustizialista poi devi seguirla fino in fondo. Non puoi fermarti davanti al calendario e alle convenienze elettorali».

Ma ai piani alti del Pd dicono che non volevano assecondare il vittimismo salviniano.

«Se hai preso una posizione, la dovresti tenere. In questo modo si dà a Salvini un assist formidabile».

A proposito, Salvini ha chiesto di essere processato. Ha fatto bene?

«No, secondo me il suo è un vittimismo artificioso». Anche lui ha forzato i toni. Ha esagerato».

I Cinque stelle?

«Qui c'è un problema ulteriore».

Il caso Diciotti?

«Certo, non si capisce perché si siano schierati con Salvini quando erano insieme a Palazzo Chigi e contro Salvini ora che è passato all'opposizione».

I due casi sarebbero diversi.

«Non mi sembra e la differenza non può farla questo o quel cavillo. In questa vicenda le manipolazioni da una parte e dall'altra non si contano più. È davvero una storia imbarazzante».

Non salva nessuno?

«No, salvo la Meloni e Forza Italia. Hanno tenuto una posizione più chiara e meno strumentale dall'inizio alla fine. Troppa ideologia fa male e allontana la gente dall'establishment».

Messinscene e recite a soggetto, così l’Aula è diventata un teatro. Paolo Delgado il 21 gennaio 2020 su Il Dubbio. Tutto, dalla costituzione alla giustizia, è stato piegato a gioco tattico nel quale i contenuti e la sostanza non contano più niente. La maggioranza non partecipa alla riunione della Giunta per le autorizzazioni del Senato, con all’odg il voto sulla richiesta di procedere contro l’ex ministro Salvini. La spiegazione del gesto illustrata dai quattro capigruppo di maggioranza è altisonante, tinta di indignazione etica. Volano addirittura le parole ‘ convocazione illegittima’, pronunciate dal capogruppo del Pd Marcucci. Essendo la stessa presidente del Senato Casellati oggetto della pesante accusa, l’addebito è davvero estremo. «Non si possono piegare le istituzioni a uso strumentale», tuonano i rappresentanti della maggioranza. E non basta. I senatori della Giunta, aggiungono i quattro capigruppo, non hanno potuto farsi un’idea precisa del caso perché il presidente della medesima Giunta Gasparri, anche lui nel mirino con la Casellati, ha rifiutato l’approfondimento di indagine chiesto dai gruppi di maggioranza. Messe così le cose sembra di trovarsi in una situazione se non proprio da golpe certo grave, marcata da profonda scorrettezza tesa a incidere su una decisione così importante. Invece è teatro, sceneggiata, recita a soggetto, con l’esortazione di sovraccaricare i toni, di rendere la pièce drammatica. In ballo, per la maggioranza, non c’è la sacralità delle istituzioni come non c’è la necessità di approfondire una vicenda sulla quale la decisione, finale e irrevocabile, di votare a favore dell’autorizzazione è già stata presa. C’è solo il calcolo elettoralistico in base al quale votare l’autorizzazione in Giunta prima delle elezioni di domenica sarebbe controproducente, forse esiziale. I toni alti mascherano ragionamenti che dire terra terra è molto poco. La Lega non è migliore dei rivali. Salvini sa che ormai il processo è inevitabile. Il voto dell’aula, probabilmente il 17 febbraio, è già scritto e non ci saranno sorprese. Quindi vuole almeno portare a casa il facile strumento di propaganda elettorale. Mira a dipingersi come martire prima e non dopo il 26 gennaio. Quindi propone di votare in giunta contro la sua stessa memoria difensiva, quindi a favore dell’autorizzazione. Non ha niente da perdere e tutto da guadagnare. Quindi anche lui ci va giù di brutta con la retorica: «Per rimanere libero sono pronto ad andare in prigione. Se devo andare in galera lo faccio a testa alta». Nel complesso è difficile ricordare un punto più basso raggiunto dal Parlamento: forse solo il voto della vergogna su Ruby "nipote di Mubarak". La faccenda in sé, infatti, sarebbe più che rilevante, dal momento che non capita tutti i giorni e neppure tutti i decenni che un ministro rischi la galera non per qualche malversazione ma per gesti compiuti ‘ nell’esercizio delle proprie funzioni’. Un passo del genere avrebbe richiesto, da una parte e dall’altra, massima serietà, persino punte di austerità. Anche elettori mediamente informati si sono ritrovati invece in un labirinto fatto di duelli in punta regolamento, tatticismi, mosse e mossette più furbe che astute poco consone alla solennità dell’evento e, al contrario, tali da ridurlo a una grottesca pochade. Il caso della nave Gregoretti si rivela già ora una chiave che rivela in pieno la realtà della situazione complessiva. Tutto, dalla Costituzione alla giustizia, è stato piegato a gioco tattico nel quale i contenuti e la sostanza non contano più niente e la pura delle elezioni politiche da un lato, il tentativo di arrivare a quelle stesse elezioni il prima possibile dall’altro, fanno premio su tutto. Ma la recita allestita sia dalla maggioranza che dall’opposizione intorno a questa vicenda, che ha raggiunto ieri vertici inauditi, dice qualcosa di più sul rapporto tra politica e Paese. La propaganda è sempre stata una componente essenziale della politica. Mai prima d’ora però aveva raggiunto un simile livello di primazia da un lato e di autonomia dall’altro. E’ ormai una propaganda totalmente slegata anche dall’ultimo lembo di realtà e che tuttavia determina e riordina ogni scelta politica. Un simile impero della propaganda si basa per necessità sull’assunto che gli elettori non possano capire, non siano in grado di capire. Che favole come quelle che hanno raccontato ieri tutti siano prese per buone da elettorato pronto a digerire tutto. Forse la chiave della crisi italiana andrebbe ricercata prima di tutto proprio in questa convinzione, condivisa da tutte le forze politiche, che il popolo che dovrebbero rappresentare sia composto da allocchi.

Gregoretti, ecco i veri motivi: perché Salvini si farà processare. Il leader leghista ha in mano le carte che inchiodano Conte. Ma non solo. Così può inguaiare tutto il Movimento 5 Stelle. Angelo Federici, Lunedì 20/01/2020, su Il Giornale.  Per Repubblica, che riporta le opinioni e i (tanti) crucci degli uomini del Partito democratico che hanno deciso di disertare il voto in giunta, dietro la scelta di Matteo Salvini di farsi processare ci sarebbe solamente un mero calcolo politico. In pratica, questa è la visione dei dem, il leader leghista vorrebbe farsi mettere in croce per passare all'incasso, con una mossa spregiudicata, alle prossime elezioni in Emilia Romagna e Calabria. Un genio del male, insomma, disposto a finire in cella (almeno sulla carta) per un pugno di voti in più. Ma è davvero così? Andiamo con ordine e ripercorriamo il caso Gregoretti. Il caso Gregoretti scoppia nel luglio del 2019, quando una nave della Guardia costiera, la Gregoretti appunto, carica a bordo una cinquantina di migranti che, in seguito a un terribile naufragio, erano stati fatti salire sull'Accursio Giarratano. Quel giorno, i corpi dispersi in mare sono almeno cento, mentre gli altri, i pochi fortunati, vengono soccorsi dalle imbarcazioni italiane e maltesi. La Gregoretti fa dunque rotta verso Lampedusa, dove fa sbarcare sei migranti che hanno bisogno di assistenza medica e poi si rimette in viaggio verso le coste italiane. Come riporta La Stampa, però, durante il viaggio la Gregoretti deve "soccorrere un altro gruppo di 91 migranti che era stato segnalato da pescatori tunisini". A bordo dell'imbarcazione ci sono ora 131 migranti. Tutto sembra far pensare che la nave attraccherà in un porto italiano, ma Salvini la blocca. Chiede l'intervento dell'Europa che, come al solito, preferisce chiudere gli occhi di fronte a ciò che sta accadendo nel Mediterraneo: "Non darò nessun permesso allo sbarco finché dall'Europa non arriverà l'impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave. Vediamo se alle parole seguiranno dei fatti. Io non mollo". La Gregoretti attracca infine al porto di Augusta il 26 luglio e la Capitaneria fa sapere che i migranti "a bordo sono assistiti dall'equipaggio e dal team medico in attesa, come confermato dal ministero dell'Interno, delle determinazioni politiche e del riscontro positivo dell'Unione Europea sulla ricollocazione dei naufraghi soccorsi". Nel frattempo, anche l'allora ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, fa la voce grossa con la Ue: "La Gregoretti ha ormeggiato stanotte al porto di Augusta, come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda, perché la questione migratoria riguarda tutto il Continente". Il governo, allora gialloverde, sembra compatto: stop alle partenze dei migranti e ripartizione delle quote tra tutti i Paesi dell'Ue. Segue una serie infinita di polemiche sul comportamento del ministro dell'Interno e del governo, ma alla fine i migranti vengono fatti sbarcare. Ora facciamo un salto in avanti e arriviamo al 18 dicembre del 2019 quando - ospite di Fuori dal Coro, il programma di Rete 4 condotto da Mario Giordano - Salvini annuncia: "A firma del presidente del tribunale dei ministri Nicola La Mantia, iscritto a Magistratura democratica, viene trasmesso al presidente del Senato che Salvini sarebbe colpevole di reato di sequestro di persona aggravato abusando dei suoi poteri. Rischio fino a 15 anni di carcere. Ritengo che sia una vergogna che un ministro venga processato per aver fatto l'interesse del suo Paese". E poi: "Vorrei sapere quanto costerà alla collettività questo processo". E questo nonostante la procura di Catania avesse chiesto l'archiviazione. Arriviamo così a oggi e al voto della giunta. Perché Salvini ha deciso di farsi processare? Come scritto su IlGiornale, c'è un motivo fondamentale dietro la decisione di Salvini di farsi processare: il leader della Lega, infatti, avrebbe in mano le carte che dimostrerebbero che l'affaire Gregoretti non riguarderebbe solamente lui, ma tutto il governo. Ogni decisione presa in quei tragici giorni di luglio sarebbe stata infatti condivisa da tutto il governo: "Per risolvere la vicenda Gregoretti ci furono numerose interlocuzioni tra Viminale, presidenza del Consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari" e "il via libera allo sbarco fu annunciato dal ministro dell'Interno, appena conclusi gli accordi per la redistribuzione degli immigrati in una struttura dei vescovi italiani e in cinque Paesi europei". Opinione confermata, seppur indirettamente, dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, il 30 luglio del 2019, afferma a In Onda su La7: "La posizione del governo è sempre la stessa: vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevamo scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l'Europa". Lo stesso Bonafede aggiunge poi: "Ringrazio il presidente Conte che continua a porre la questione nelle cancellerie d'Europa". Ma non solo. Salvini ha deciso di seguire una linea intransigente perché non vuole sconfessare la linea leghista, che poi è stata quella di tutto il governo gialloverde, sull'immigrazione. E questo anche perché, numeri alla mano, rappresenta uno dei successi di quell'esecutivo. Gli sbarchi (e pure i morti in mare) sono diminuiti e l'Europa ha cominciato a comprendere che la questione immigrazione deve essere affrontata da tutti i Paese membri. Ma questo molti sembrano dimenticarlo. Soprattuto all'interno del Movimento 5 Stelle.

Gregoretti, Salvini: «Chiederò ai leghisti di votare sì al processo».  E su Israele: «Quando io premier Gerusalemme capitale di Israele». Pubblicato domenica, 19 gennaio 2020 su Corriere.it da Valentina Santarpia. Tira ancora una volta l'asso dalla manica, Matteo Salvini: «Domani chiederò ai parlamentari della Lega di votare sì per farmi processare», dice in un comizio a Cattolica in vista delle regionali in Emilia Romagna, dimostrando di essere deciso a giocarsi il tutto per tutto pur di apparire senza macchie ai suoi elettori. Il leader della Lega sta aspettando che il Parlamento si pronunci per la vicenda Gregoretti, la nave che l'allora ministro dell'Interno aveva bloccato per tre giorni con a bordo 131 migranti al largo delle coste italiane. E per questo che si spinge ancora oltre: «Ci ho ragionato ieri e stanotte e sono arrivato a una decisione, che ormai è diventata una barzelletta che va avanti da anni, e ho deciso che chiederò a chi deve votare, quindi anche ai senatori della Lega, di farmi un favore. Votate per mandarmi a processo e la chiariamo una volta per tutte. Portemi in Tribunale e sarà un processo contro il popolo italiano, e ci portino tutti in Tribunale. Così la decidiamo una volta per tutte se difendere i confini dell'Italia, la sicurezza e l'onore dell'Italia è un crimine oppure se è un dovere di un buon ministro», ha detto Salvini. «Non ho più voglia di perdere tempo o far perdere tempo agli italiani, nei tribunali ci sono delinquenti veri da processare mi mandino a processo, trovino un tribunale abbastanza grande perché penso che milioni di italiani vorranno farmi compagnia». La Giunta per le immunità del Senato voterà lunedì 20 sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, accusato dalla procura di Agrigento di sequestro di persona per aver impedito, per tre giorni, quando era ministro dell’Interno, lo sbarco di 131 migranti tratti in salvo dalla nave della Marina Militare Gregoretti. La decisione, dopo giorni di polemiche politiche, è stata presa venerdì dalla Giunta del regolamento con il voto favorevole (e decisivo) della presidente del Senato Elisabetta Casellati. La maggioranza M5S-Pd avrebbe invece voluto rinviare il voto a dopo le elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna per evitare che Salvini giocasse la carta del vittimismo in campagna elettorale. Il leader della Lega ha sempre sostenuto di aver agito in sintonia col governo, rispettando il contratto di governo gialloverde. Se diventerà premier, Matteo Salvini riconoscerà Gerusalemme capitale di Israele, ha intanto ribadito il segretario della Lega in un'intervista oggi al giornale `Israel Ha-Yom´ nella quale ha chiesto che la Ue «vieti» il Bds, il movimento di boicottaggio di Israele. Pochi giorni dopo il convegno al Senato sull'antisemitismo, Salvini ha ribadito al giornale - considerato vicino al premier Benyamin Netanyahu - che la Lega «non ha legami con organizzazioni politiche», come Casa Pound, Forza Nuova e Fiamma definite dal giornale «antisemite».

Da corriere.it il 17 gennaio 2020. La Giunta per le immunità del Senato voterà il 20 gennaio l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini sul caso Gregoretti. L’ha deciso la Giunta per il regolamento, approvando l’ordine del giorno del centrodestra per un verdetto il 20, nonostante scadano oggi i giorni perentori. Determinante il voto della presidente del Senato Elisabetta Casellati, che si è espressa a favore. Nella Giunta, reintegrata di due senatori di maggioranza, le due parti sono 6 a 6, esclusa la presidente. «Alla fine ha gettato la maschera: ha votato insieme alla destra per convocare una Giunta illegale, contro il regolamento e contro il buon senso. È un fatto molto grave. Da oggi non è più considerabile una carica imparziale dello Stato, ma donna di parte», attacca il capogruppo dem, Andrea Marcucci. Casellati, aggiunge la senatrice del M5s Alessandra Maiorino, «con il suo voto con le opposizioni smette di essere arbitro e indossa la maglia di una delle squadre in campo». Da parte sua, Casellati ha chiarito di essersi espressa «solo ed esclusivamente per contemperare diverse previsioni del regolamento altrimenti confliggenti tra loro (artt. 29 e 135 bis)», al fine di «garantire la mera funzionalità degli organi del Senato», si legge in una nota di Palazzo Madama. «Io avrei fatto lo stesso e avrei votato», ha detto Renato Schifani (FI), ex presidente del Senato.

«A testa alta». «Andrò in quel tribunale a testa alta, sicuro di rappresentare la maggioranza del popolo italiano», aveva detto in mattinata, in diretta su Telelombardia, il leader della Lega Matteo Salvini, parlando del voto sull’autorizzazione a procedere. «Sulla maggioranza Pd-5Stelle-Renzi-Conte non potrà scappare dal giudizio degli italiani, a partire da calabresi ed emiliano-romagnoli», ha aggiunto Erika Stefani, senatrice della Lega e membro della giunta per le autorizzazioni del Senato.

Determinante la data. La questione dell’imputazione per Salvini nasconde un importante nodo politico: votare il 20 gennaio, lunedì, a 5 giorni dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna (domenica 26 gennaio, ndr) che la Lega ha investito di senso nazionale, spingerebbe Salvini a usarla come arma di propaganda. Si fa spazio, quindi, l’ipotesi che i gruppi favorevoli al processo (centrosinistra e Movimento 5 Stelle) possano disertare la Giunta delle immunità il 20 gennaio, visto che in Aula l’esito potrebbe essere ribaltato dalla maggioranza che sostiene il governo. Marcucci non conferma: «Non lo so, ne ragioneremo. Di sicuro la Giunta si riunisce in modo illegittimo».

Le reazione di Meloni (FdI) e Perilli (M5S). Ma le reazioni politiche a quanto successo in Senato sono tante. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, è dura: «Il tentativo di rinvio del voto sull’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Salvini era una vergogna degna di una maggioranza vigliacca che sa che la maggior parte degli italiani è d’accordo con le politiche che Salvini aveva fatto al tempo». Sul fronte opposto, non è meno polemico il capogruppo del M5S Gianluca Perilli: «Evidentemente c’è l’interesse di contraddire la linearità e la coerenza dei nostri comportamenti: noi invece stiamo affermando quello che abbiamo sempre affermato nelle sedi opportune. Questo suscita più di un sospetto». «La presidente Casellati ha votato con la destra convocando la Giunta sulla Gregoretti per il 20 gennaio. Un fatto gravissimo che mina la terzietà della seconda carica dello Stato. Noi di Italia Viva non ci stiamo», ha scritto su Twitter il presidente dei senatori Iv, Davide Faraone.

Nave Gregoretti, processo a Salvini con il sì leghista (ma la partita è ancora lunga). Quei doppi giochi pensando alle urne. Pubblicato lunedì, 20 gennaio 2020 su Corriere.it da Giovanni Bianconi, Marco Cremonesi, inviato a San Giovanni in Persiceto. Ammesso e non concesso che tutto vada come improvvisamente lui ha deciso che debba andare (almeno a parole), prima di poter scrivere Le mie prigioni sul caso «Gregoretti» Matteo Salvini dovrà aspettare ancora un po’. Perché l’auspicata autorizzazione a procedere concessa dal Senato non varrebbe un arresto né una condanna, così come il voto in Giunta di ieri sera. Dopo il clamoroso e per certi versi grottesco capovolgimento di fronti dovuto alla scelta aventiniana della maggioranza di ritirarsi al momento del voto, per protestare non tanto contro la propaganda dell’ex ministro ma contro le asserite «forzature» dei presidenti del Senato e della Giunta, si apre la partita dell’Aula. Che dovrà riunirsi e deliberare entro il 17 febbraio. A prescindere dalle strumentalizzazioni del procedimento giudiziario avviato, e dalla zoppicante coerenza con ciò che è stato detto fin qui sul presunto sequestro di 131 migranti trattenuti cinque giorni a bordo della nave militare Gregoretti (e di quel che gli stessi partiti fecero un anno fa, nel caso analogo della Diciotti), il Senato dovrebbe dibattere e decidere sul merito della richiesta avanzata dal tribunale dei ministri di Catania. Che per legge non può occuparsi di «stupratori, spacciatori e mafiosi», come reclama Salvini nei suoi comizi, ma è chiamato a verificare, appunto, ipotetici reati ministeriali. La questione non riguarda le scelte politiche dell’ex titolare del Viminale, bensì la loro compatibilità con il diritto e le norme, nonché un potenziale «interesse pubblico preminente» che possa prevalere sul reato contestato. Tutto qui. Secondo i tre giudici siciliani che compongono il collegio, infatti, «le scelte politiche o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco dei migranti in un luogo sicuro». Quanto alla «difesa dei confini» invocata dal leader leghista per negare ai profughi il permesso di sbarco, i giudici hanno ritenuto che «la linea politica promossa dal ministro dell’Interno non fosse, in concreto, incompatibile con il rispetto delle Convenzioni internazionali vigenti». Secondo il tribunale, «le persone soccorse ben potevano essere tempestivamente sbarcate e avviate all’hotspot di prima accoglienza per l’attività di identificazione, salvo poi essere smistate negli hotspot di destinazione secondo gli accordi raggiunti a livello europeo». Argomenti rimasti finora pressoché assenti dalla discussione pubblica, tutta avvitata intorno a qualche slogan e frase a effetto. Ma qualora il fascicolo dovesse ripartire da palazzo Madama per Catania con l’autorizzazione a procedere, si aprirebbe un altro match, stavolta solo giudiziario, anch’esso dall’esito tutt’altro che scontato. L’iter prevede la restituzione degli atti al tribunale dei ministri «perché continui il procedimento secondo le norme vigenti», che come ha chiarito una sentenza della Corte costituzionale nel 2002 significa tornare davanti «al pubblico ministero e agli ordinari organi giudicanti competenti». La Procura di Catania dovrebbe quindi riproporre il capo d’imputazione formulato contro Salvini dal tribunale dei ministri e sottoporlo al giudice dell’udienza preliminare, che dovrà decidere sul rinvio a giudizio. Con una particolarità, che diventerebbe l’ennesimo paradosso di questa storia: la Procura etnea s’era già pronunciata per l’archviazione del caso «Gregoretti» ritenendo (a differenza che nel caso «Diciotti») che non esistano gli estremi del sequestro di persona; insussistenza del reato sotto il profilo oggettivo, oltre che soggettivo. Che farà davanti al gup? E che cosa deciderà il gup, rinvio a giudizio o proscioglimento? Prima del processo e dell’eventuale condanna (in tre gradi di giudizio, come sempre), l’accusa a Salvini dovrà superare questo ostacolo, nella corsa ancora molto lunga verso Le mie prigioni. 

ELISA CALESSI per Libero Quotidiano il 21 gennaio 2020. Matteo Salvini deve andare a processo per sequestro di persona. E a chiederlo è stata la Lega, su indicazione dello stesso leader leghista, votando, nella giunta per le immunità del Senato, contro la relazione di Maurizio Gasparri, di Forza Italia, il quale chiedeva, invece, di non celebrare il procedimento. La decisione ultima sarà presa in Aula. Ma l' esito, a questo punto, è scontato, visto che Salvini ha chiarito che la Lega in Aula voterà allo stesso modo. «Sì, sono testone. Sono curioso, faccio di testa mia e non ascolto i legali» che hanno sconsigliato il processo, ha detto. «Sono stufo di passare le mie giornate rispondendo su processi e cavilli. Se mi condannano mi condannano, se mi assolvono mi assolvono. Partita chiusa!». Il tutto si consuma in assenza, paradossale ma vero, della maggioranza, ossia la parte politica che più di tutti vuole il processo, ma che, ieri, ha disertato la riunione per protesta. Cosa succederà adesso? Entro i prossimi trenta giorni l'Aula potrebbe riunirsi ed esaminare la questione. Anche se, sempre secondo il regolamento di Palazzo Madama, l' assemblea potrebbe prendere semplicemente atto delle decisioni della Giunta e non arrivare a un voto. A meno che 20 senatori presentino una mozione di segno opposto, che a quel punto dovrebbe essere votata. Un rompicapo a conclusione di una sequela di fatti paradossali, ma perfettamente coerenti con i tatticismi di queste settimane, esasperati dall' attesa che si è creata intorno al D Day del 26 gennaio, quando si voterà in Emilia Romagna. Salvini, da Comacchio, ennesima tappa del tour emiliano, prima che la giunta si riunisse, aveva dato una indicazione netta: «Vogliono mandarmi a processo, ma senza dire come, quando e perché. Siccome mia nonna mi ha insegnato che se uno non ha fatto del male non deve avere paura, io ci voglio andare anche domattina a processo. Per andare a testa alta a ribadire che in Italia si arriva se si ha il permesso di arrivare, se si è persone perbene». E poi: «Vado in tribunale a nome del popolo italiano. Se mi arrestano, devono trovare un carcere bello grande per tenerci dentro tutti. Voglio andare in quel tribunale a rappresentare milioni di italiani che vogliono vivere tranquilli a casa loro». Aveva citato Giovannino Guareschi: «Diceva che ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare dalla prigione. Siamo pronti, sono pronto». E poi, ironico, Silvio Pellico: «Scriverò "Le mie prigioni" come Silvio Pellico, faccio un nuovo format televisivo». La prima svolta della giornata comincia nel pomeriggio, con una nota comune della maggioranza. «Non ci presenteremo in giunta in quanto la convocazione di oggi è frutto di gravi forzature sia del presidente Gasparri che della presidente Casellati. Non ci presenteremo anche perché non sono state accolte le richieste di approfondimenti istruttori avanzate in giunta. Siamo contrari all' utilizzo strumentale che il centrodestra sta cercando di fare delle istituzioni». In realtà, la ragione è un'altra: non vogliono che il caso Gregoretti, la nave della marina militare che aveva recuperato in mare 131 migranti e che l' ex ministro Salvini ha lasciato al largo per alcuni giorni in attesa si chiarisse il collocamento delle persone, sia usato, dalla Lega, come un' arma a suo favore in una sfida elettorale difficile come quella emiliana. E così tutti i dieci componenti della maggioranza (Pd, Iv, Leu, Gruppo Misto) non si presentano. Presenti solo le opposizioni, in tutto 10 senatori (5 della Lega, quattro di Forza Italia e uno di Fratelli d' Italia). Nonostante le assenze, la riunione comincia perché il numero legale, otto, è garantito. La seduta si conclude con un "no" alla relazione di Gasparri e, quindi, il via libera al processo nei confronti dell' ex ministro Salvini. I cinque leghisti, come annunciato dal leader del Carroccio, votano a favore. Contrari solo i 4 senatori di Fi e Alberto Balboni di FdI. Un pareggio, ma secondo il regolamento in casi come questo prevale il no. Durissimo il Pd: «Salvini e la Casellati», ha commentato Andrea Marcucci, capo dei senatori del Pd, «hanno ottenuto il loro piccolo risultato. Il prezzo pagato è quello di scassare le istituzioni e di dividere nuovamente il centrodestra. Il Pd e la maggioranza parlamentare invece sono uniti nel difendere prima di ogni cosa la dignità del Parlamento, che è più importante dei problemi giudiziari di Salvini». E sulla stessa linea è il M5S: «Quelli che dovevano essere arbitri imparziali, in particolare il presidente della giunta Gasparri, si sono trasformati in giocatori di una sola squadra, quella del centrodestra», ha detto Elvira Evangelista. «Salvini», ha commentato Luigi Di Maio da Bruxelles, dimostra di essere «passato dal sovranismo al vittimismo».

Salvini: negli atti del processo di Torino spunta la condanna per razzismo. Per i cori antinapoletani alla festa di Pontida del 2009. La Repubblica l'11 gennaio 2020. C'è una condanna per razzismo nel passato di Matteo Salvini. Il segretario federale della Lega, ed ex ministro dell'Interno, è stato destinatario di un decreto penale, quando cioè il giudice stabilisce su richiesta del pm una pena pecuniaria senza passare per il processo, per avere violato la cosiddetta legge Mancino, quella che punisce chi compie azioni discriminatorie, per alcuni cori contro i napoletani. Il decreto - come anticipato dal quotidiano Cronaca Qui e confermato in ambienti giudiziari - è contenuto negli atti del processo in cui, a Torino, il leader del Carroccio è a processo per vilipendio dell'ordine giudiziario. I fatti risalgono a una festa di Pontida del 2009, quando Salvini era capogruppo al Comune di Milano dell'allora Lega Nord e deputato da poco eletto al Parlamento europeo. Il coro anti-napoletani, ripreso da un cellulare, era finito online, ma non si era avuta notizia del decreto penale di condanna. "Se ci sono napoletani che si sono sentiti offesi, mi scuso - aveva dichiarato all'epoca Salvini - ma credo che un politico debba essere valutato per quello che fa, non per quello che dice un sabato sera tra amici quando si parla di calcio". 

Andrea Giambartolomei per ilfattoquotidiano.it l'11 gennaio 2020. “Matteo Salvini ha una condanna per razzismo: una pena di 5.700 euro per quel coro contro i napoletani intonato alla Festa della Lega Nord a Pontida nel 2009“. L’attuale segretario della Lega ed ex ministro dell’Interno, era stato colpito dal provvedimento per aver violato la legge Mancino, quella che punisce chi compie azioni discriminatorie. Di questa sentenza, però, non era mai emersa prima la notizia: è arrivata per mezzo di un decreto penale di condanna, quando su richiesta di un pm il giudice stabilisce una pena pecuniaria senza passare per un processo. Ne dà conto oggi Cronaca Qui, quotidiano di Torino, che ha scoperto questa notizia tra gli atti del processo contro Salvini per vilipendio alla magistratura, in corso nel capoluogo piemontese: “Salvini condannato per razzismo”, titola il giornale.

Quando Matteo Salvini cantava: “Napoli merda, Napoli colera…” I fatti risalgono al giugno 2009. La sera del 13 Salvini – all’epoca capogruppo della Lega Nord al Comune di Milano e deputato da poco eletto al Parlamento europeo – si trova a Pontida (Bergamo) alla Festa del Carroccio e, bevendo una birra in compagnia dei “Giovani padani”, lancia il coro discriminatorio: “Senti che puzza/scappano anche i cani: sono arrivati i napoletani. Sono colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati”. Qualcuno riprende la scena e il video finisce online il 7 luglio. Salvini si scusa, ma soltanto parzialmente: “Se ci sono napoletani che si sono sentiti offesi – dichiara quel giorno a Radio24 – porgo le mie più sincere e sentite scuse, ma ritengo che un politico vada valutato per quello che fa, non quello che dice un sabato sera tra amici quando si parla di calcio”. Poi si dimette dalla carica di deputato solo per una “singolare coincidenza”, come afferma lui, perché in quel giorno scadeva il termine per optare tra il seggio a Montecitorio e quello a Bruxelles, due ruoli incompatibili. Nel frattempo però, questo il fatto fino ad oggi sconosciuto e rivelato dal quotidiano torinese, due cittadini napoletani sporgono una querela finita alla procura di Bergamo, che iscrive Salvini nel registro degli indagati per diffamazione e violazione della legge Mancino, che punisce “chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. L’accusa, ritenendo che l’indagato potesse subire soltanto una pena pecuniaria, chiede e ottiene dal giudice l’emissione del decreto penale di condanna finito adesso agli atti del processo torinese. Nel 2018 la Lega – per voce dell’allora ministro della Famiglia Lorenzo Fontana – propone proprio di abolire la legge Mancino e ottiene il sostegno di Salvini, ministro dell’Interno: “Già in passato la Lega aveva proposto di abolire la legge Mancino. Sono d’accordo con la proposta di Fontana: alle idee contrappongono altre idee, non le manette”. A mettersi di traverso è il Movimento 5 stelle, allora alleato di governo. L’abrogazione quindi non va in porto, ma viene modificata una condizione: il codice di autoregolamentazione delle candidature, adottato nel 2014 e rivisto dalla maggioranza gialloverde nella primavera 2019, non considera più come “impresentabili” i candidati condannati per la violazione della legge Mancino.

L’affondo di Salvini: «Vogliono eliminarmi per via giudiziaria». Pubblicato martedì, 07 gennaio 2020 su Corriere.it da Marco Cremonesi. «Il 27 gennaio io sarò qui a festeggiare con voi. In cambio, a febbraio voi sarete in tribunale con me». L’ombra del processo possibile per i fatti della nave Gregoretti accompagna Matteo Salvini in tutte le tappe della sua maratona elettorale in Emilia-Romagna. E così, l’assai probabile via libera del Parlamento al procedimento nei suoi confronti chiesto da Tribunale dei ministri si prepara a diventare la nuova sfida politico-mediatica del leader leghista. Lui qualche volta ci scherza sopra, eppure è serio mentre percorre il corso Alberto Pio di Carpi: «La sinistra siccome non riesce a battermi politicamente, vuole eliminarmi per via giudiziaria». Sembra di aver schiacciato il tasto rewind e di sentir parlare Silvio Berlusconi, a scommettere che si rivedranno le scene di diversi anni fa, con i militanti che manifestano di fronte ai palazzi di giustizia, si rischia poco. Carpi galleggia nella nebbia, la sua magnifica piazza è vicina ma quasi non si vede mentre Salvini si ferma in ogni singolo negozio del corso. Qualche sera fa un gruppo di balordi ha preso d’assalto quattro negozi, ed è un problema. L’altro è che una decina degli esercizi commerciali del bel viale hanno chiuso o stanno per chiudere. «Perché non c’è un governo. Ma vi rendete conto? Hanno fermato tutto. Hanno spostato di venti giorni la riunione di maggioranza perché hanno paura di perdere. E così, nulla più si muove». La vittoria possibile in Emilia-Romagna, secondo Salvini, non potrà che avere ripercussioni serie sul governo: «Ma lo sapete che qui i 5 Stelle prenderanno il 5%? Ma di che cosa stiamo parlando? Possono andare avanti all’infinito con il 5%?». Quel che preoccupa Salvini è la politica estera: «C’è la guerra in Iran, c’è la crisi in Libia, qui davanti a casa. Io ho dei contatti riservati con fonti libiche, le ho coltivate per un anno da ministro. E dopo averle sentite, sono molto preoccupato…». Resta il fatto che il leader leghista ancora non se la prende troppo con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Sarebbe come sparare sulla Croce rossa. Lì il problema è Conte. Ve lo ricordate? “Ci penso io…” diceva. Aveva organizzato la conferenza di Palermo, un fallimento, e nemmeno ci ha invitati. Ci penso io, dice…». Poi, dopo aver comprato uno stock di mutande con gli elefantini, si infiamma: «Questo è un paese di matti. Il paese è fermo, ci sono serissime preoccupazioni per il futuro e si parla di Rula a Sanremo… Viva Rula!». Va detto che lui stesso non si sottrae. Perché il tormentone del giorno, dopo le rabbiose reazioni sui social contro la partecipazione a Sanremo della «sovranista» Rita Pavone, diventa «Il ballo del mattone» con cui Salvini chiude il comizio modenese. Appena disturbato dal «Bella Ciao» che suona da una finestra poco distante, adorna di striscione con sardine. E intanto, la campagna elettorale sta per affollarsi. Mercoledì sarà a Ferrara Giorgia Meloni, che tornerà il 17 e il 18 e anche nell’ultima settimana prima del voto. Mentre almeno tre appuntamenti sono quelli nell’agenda di Silvio Berlusconi, in arrivo sabato. Ma ancora nulla è dato sapere di un eventuale evento comune dei tre leader, che probabilmente si limiterà a una conferenza stampa. In arrivo anche i governatori Luca Zaia e Massimiliano Fedriga.

Caso Salvini, c’era una volta Aldo Moro e diceva "no" ai processi politici. Piero Sansonetti l'8 Gennaio 2020 su Il Riformista. Il discorso del quale pubblichiamo un molto succinto estratto fu pronunciato da Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, il 9 marzo del 1977. Esattamente un anno e una settimana prima del suo tragico rapimento e del processo che subì da parte delle Brigate Rosse e che si concluse con la sua condanna a morte e con l’esecuzione. Questo discorso di Moro è un monumento allo Stato di diritto e alla difesa dell’autonomia della politica e della dignità della politica. Oggi nella giunta per le autorizzazioni del Senato inizia la discussione sulla possibilità di mandare a processo l’ex ministro Salvini. Se non ci saranno ripensamenti da parte di qualche partito, o di un gruppetto di senatori, Salvini andrà a processo, come, nel 1977 – nonostante la strenua difesa di Moro – toccò al democristiano Luigi Gui, padre della riforma della scuola, e al socialdemocratico Mario Tanassi. C’è una qualche affinità tra questo processo e quello? No, nel merito. Le affinità stanno nella scelta dei partiti di votare secondo schieramento e non secondo diritto o secondo coscienza. Molti brani di questo discorso di Moro sono validi ancora oggi e possono tranquillamente essere usati nella discussione su Salvini. Soprattutto il rifiuto del fare coincidere scelta politica e reato e l’ammonimento sulla paralisi della politica. Chissà se qualcuno vorrà ascoltare Moro. Probabilmente no. Moro non c’è più nel Parlamento italiano: non c’è più, non c’è più, non c’è più. So con certezza, e sento acutamente, che siamo chiamati a mettere, ovvero a non mettere, in stato di accusa dei cittadini, siano o non siano essi ministri; a queste persone la condizione di accusati – se a tanto si deve arrivare – deriverà dalla nostra decisione, mentre per altri nelle medesime circostanze scaturisce da un atto della magistratura. Questa è la nostra responsabilità, disporre cioè, sia pure in modo non definitivo, della sorte di uomini, dell’onorabilità e della libertà delle persone, come accade appunto ai giudici il cui penetrante potere viene dalla legge appunto temperato e circondato di cautele. Alto e difficile compito è dunque il nostro, specie in presenza della diffidenza, del malcontento, dell'ostilità che, bisogna riconoscerlo, predominano oggi nell’opinione pubblica. Dinanzi ad un potere come questo, avendo nelle nostre mani il destino di altri uomini, anche la più piccola disattenzione sarebbe inconcepibile ed inammissibile. L’affidarsi a frammentarie notizie della lunga vicenda; il pensare che tutto sia stato già udito e compreso; immaginarci in una sorta di situazione obbligata, in una posizione di partito, in una ragione di disciplina; l’essere in una esigente corrente di opinione: tutto questo è in contraddizione, tutto questo è incompatibile con la funzione del giudicare. Abbiamo dinanzi degli uomini e dobbiamo saper valutare con lo stesso scrupolo, con lo stesso distacco, con lo stesso rigore, i quali caratterizzano l’esercizio della giurisdizione. Perché anche noi, pur con tutti i nostri dibattiti politici, siamo oggi, se non nella forma, nella sostanza, dei giudici. Lo siamo noi, come lo sono i nostri egregi colleghi dell’Inquirente. Un aspetto del giudicare, infatti, nella naturale dialettica delle posizioni, è l’accusare, il porre un carico di responsabilità, certo, sul piano strettamente giuridico, ipotetico; ma sul piano umano, già attuale, sopportato, pesante. Questo è un momento, ed un momento essenziale, del processo […] Non basta dire, per avere la coscienza a posto: noi abbiamo un limite, noi siamo dei politici, e la cosa più appropriata e garantita che noi possiamo fare è di lasciare libero corso alla giustizia, è fare in modo che un giudice, finalmente un vero giudice, possa emettere il suo verdetto. No, siamo in ballo anche noi; c’è un dovere di informarsi, di sapere, di decidere in prima persona. […] È quindi comprensibile che, come noi non possiamo rinunciare a compiere ora, in piena autonomia, con grande serietà il nostro dovere, neppure gli interessati possono, per superare un ostacolo politico, per approdare alla oggettività della giurisdizione, confessarsi degni di accusa e chiedere il rinvio al giudizio della Corte costituzionale. Se essi facessero così, se rinunciassero al dibattito, alla contestazione, alla dialettica di questa fase del processo, non soltanto compirebbero un lungo passo verso la condanna, ma verrebbero essi proprio a disconoscere la funzione illuminante e responsabile della pronuncia del Parlamento e ci esonererebbero indebitamente dalle nostre precise responsabilità. Dobbiamo dunque giudicare, formulare quel primo giudizio che si esprime in un atto di accusa, nel profilare, almeno come possibile o probabile, una responsabilità penale. La gravità di questo atto esige una adeguata motivazione. […] Se dobbiamo cogliere l’opinione pubblica, valutarne gli stimoli ed accentuare la nostra capacità critica, non dobbiamo, però, seguirla passivamente, ammiccare a lei, rinunziando alla nostra funzione di orientamento e di guida. Fare giustizia sommaria, condannare solo perché lo si desidera, offrire vittime sacrificali, ebbene, questo non sarebbe un atto di giustizia, ma pura soddisfazione di una esigenza politica. L’obbedire alla opportunità, benché la politica sia, in un certo senso, il regno dell’opportunità, non paga; colpire delle persone, senza che siano date rigorosamente le condizioni che ne giustificano e richiedono la condanna, è un atto di debolezza ed una violazione dei principi. Ed i principi sono, nel nostro ordinamento repubblicano, il rispetto della persona e la libertà, se la legge non lo impone, dall’accusa e dalla pena. Ciò vale sia se si tratti di ministri, sia se si tratti di semplici cittadini. Sono parimenti inammissibili una condizione di privilegio ed una condizione di pregiudizio, indistintamente, per tutti. Trasformare in reati atti di ufficio, finché non ne sia obiettivamente dimostrato il collegamento con un fenomeno di corruzione, è una violazione dei diritti dell’uomo ed una distorsione dell’efficace svolgimento dei compiti amministrativi, altrimenti esposti ad essere sempre paralizzati. […] Questo è un processo fondato sui sospetti e sui pregiudizi. Sono in gioco la libertà e, soprattutto, l’onore delle persone; e questo è un tema al quale il Parlamento è sempre stato estremamente sensibile. Perché mai dovrebbe dimenticare, oggi, questa alta ispirazione che gli fa onore? Perché dovrebbe cedere alla passionalità ed a non motivati orientamenti dell’opinione pubblica? […]. Naturalmente, ho sensibilità politica quanto basti per comprendere quanto sia difficile, per taluni di noi, imboccare questa strada. So che occorre molto coraggio e la capacità di affrontare una certa misura di impopolarità. […] C’è il rischio obiettivo di un’inammissibile politicizzazione e quello, altrettanto grave, che il nostro comportamento sia considerato inficiato da ragioni di parte, in una qualsiasi direzione. […] Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. […] A chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come sì è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero. […] E, come frutto del nostro, come si dice, regime, c’è la più alta e la più ampia esperienza di libertà che l’Italia abbia mai vissuto nella sua storia, una esperienza di libertà capace di comprendere e valorizzare, sempre che non si ricorra alla violenza, qualsiasi fermento critico, qualsiasi vitale ragione di contestazione. Non si dica che queste cose ci sono state strappate. Noi le abbiamo rese, con una nostra decisione, possibili ed in certo senso garantite. […] Noi non ci faremo processare. Se avete un minimo di saggezza, della quale, talvolta, si sarebbe indotti a dubitare, vi diciamo fermamente di non sottovalutare la grande forza dell’opinione pubblica.

Consegnare Salvini ai Pm è il suicidio della politica. Piero Sansonetti su Il Riformista il 4 Gennaio 2020. Matteo Salvini ha presentato una memoria difensiva al Senato per chiedere che non sia concessa l’autorizzazione alla magistratura per processarlo. Speriamo gli diano retta. In questa memoria si sostengono tre cose. La prima è che l’arrivo dei migranti e dei naufraghi costituisce un pericolo per la sicurezza nazionale. E per dimostrarlo si citano ponderose relazioni degli esperti del ministero che sostengono questa tesi. La seconda è che durante la crisi della Gregoretti tutto il governo era sulla linea del blocco allo sbarco, in modo compatto, e in particolare lo erano il presidente del Consiglio e il vicepresidente del Consiglio e il ministro degli Esteri e quello della Giustizia. E per dimostrarlo si esibiscono sette mail di palazzo Chigi e della Farnesina. La terza è che la linea politica che ha ispirato il blocco era scritta a chiare lettere nel programma di governo – il cosiddetto contratto – firmato dalla Lega e dai 5 Stelle. Tutto ciò cosa vuol dire? Semplicemente – dice Salvini – che le sue decisioni erano ispirate da scelte politiche condivise dalla maggioranza del Parlamento e che avevano lo scopo di difendere un interesse nazionale. Se il Parlamento dovesse accettare questa idea, dovrebbe, a norma di legge, negare ai giudici l’autorizzazione a processare Salvini per il reato, gravissimo, di sequestro di persona, che potrebbe costare fino a 15 anni di carcere e cioè potrebbe mettere fuorigioco il più prestigioso leader politico della destra italiana (o forse europea) e il personaggio politico più popolare nel Paese. Una bomba atomica. Sono giuste le tre osservazioni presentate da Salvini al Senato? Francamente considero inconsistente e propagandistica la prima osservazione, se presa a sé. Che quei 131 poveretti che stavano a bordo della Gregoretti fossero degli invasori e costituissero un pericolo per la nostra sicurezza, francamente è una tesi poco, molto poco credibile. Ma non mi pare che il Senato sia chiamato a decidere fino a che punto una posizione politica è davvero buona politica e da che momento in poi diventa invece pura propaganda. Né immagino che sia una valutazione che spetta alla magistratura. La differenza tra propaganda e “politica seria” può essere valutata dagli elettori, o dagli opinionisti, o da chiunque voglia, ma questa valutazione può tradursi in giudizi, invettive, articoli di giornale o voti alle urne: non in sentenze. La cosa diventa ancora più evidente sulla base della seconda e della terza osservazione di Salvini. Che, a differenza della prima, sono tutte e due assolutamente incontestabili. Il governo era compatto sulla linea del respingimento, e del resto quella linea era stata solennemente assunta come linea del governo al momento della stesura del programma e oltretutto continuamente ribadita dai due partiti della maggioranza, in modo univoco (chi non ricorda le polemiche di Di Maio e dei suoi giornali contro i taxi del mare e contro le Ong che effettuano opera di soccorso?) La dimostrazione – che a me pare inoppugnabile – della partecipazione del presidente del Consiglio e del vicepresidente del Consiglio e del governo, e della maggioranza parlamentare dell’epoca (5 Stelle più Lega) alle decisioni di Salvini è molto importante per due ragioni. Innanzitutto perché se la scelta era una scelta collettiva e di governo è fuori discussione il fatto che non fosse una scelta personale di Salvini per difendere qualche suo interesse ma fosse invece una chiarissima e convinta (e insindacabile dalla magistratura) scelta politica. E poi perché la maggioranza parlamentare che approvò quella scelta (e che aveva ribadito il suo giudizio in occasione della crisi della nave Diciotti, crisi identica a quella della Gregoretti per la quale il Parlamento non concesse l’autorizzazione a procedere contro lo stesso Salvini) è evidentemente responsabile come Salvini, e dunque non si riesce a spiegare come mai, oggi, proprio una parte di quella maggioranza (i 5 Stelle) sembra orientata a votare contro Salvini e quindi contro se stessa. Sarebbe una specie di confessione: Tutti noi siamo stati complici di un sequestro di persona. A quel punto non sarebbero tutti processabili, senatori e deputati di maggioranza, circa 500? (Almeno per concorso esterno…) Come se ne esce? In nessun modo, perché il 20 gennaio in Senato non si discuterà se la magistratura ha il diritto o no di processare le scelte politiche dei ministri e del Parlamento, si discuterà di quanti sono, in commissione, i senatori filo-Salvini e quanti sono gli anti-Salvini. Ecco: questo è un obbrobrio. Mettersi sotto i piedi il diritto, la separazione dei poteri, l’autonomia della politica, non certo per difendere gli immigrati ma solo per cambiare i rapporti di forza fra i partiti e i gruppi politici, è segno di grande irresponsabilità, E imporrà un prezzo molto alto alla politica, se nessuno avrà il coraggio di rompere i fronti. È chiaro che consegnare Salvini ai giudici è suicidio democratico. Recentemente Matteo Renzi ha citato un grandioso discorso di Aldo Moro pronunciato alla Camera nel marzo del 1977. In quel discorso Moro, che era un democristiano, ma anche uno statista e un giurista, difese con tutte le sue forze l’autonomia della politica e il diritto. Fu sconfitto. Vinsero i giacobini. Il ministro Gui e il ministro Taviani furono mandati a processo. Bisogna ripetere quella pagina oscura della politica italiana? E Matteo Renzi, che ha avuto il merito ricordarla ai giovani senatori di oggi – molti dei quali, forse, purtroppo, non conoscono Moro – voterà anche lui per consegnare Salvini ai magistrati? Ieri abbiamo pubblicato su questo giornale una dichiarazione molto bella di Yael Dayan, figlia del mitico generale israeliano Moshe, il trionfatore della guerra dei sei giorni. Ha detto: «Ho combattuto Benjamin Netanyahu tutta la vita. Però non voglio che sia processato, voglio sconfiggerlo nella battaglia politica». Avremmo bisogno, qui da noi, di tante, tante Yael Dayan. Ma non si trovano.

Tutti i guai di Matteo Salvini nell'anno che verrà. Resiste nei sondaggi. Ma si indebolisce sugli altri fronti. L’opposizione, la fronda interna, le inchieste sui lati oscuri del finanziamento al partito. Ecco come sarà il 2020 dello zar Matteo. Giovanni Tizian il 30 dicembre 2019 su L'Espresso. "Dasvidania” Lega Nord. Così ha stabilito lo Zar Matteo Salvini, eletto dai sondaggi di fine 2019 capo del primo partito italiano. L’anno del Capitano. Forte sul crinale dei consensi, ma fragile su quello giudiziario. Disarmato di fronte alle inchieste delle procure che hanno acceso i riflettori sul lato oscuro del partito: i 49 milioni, i finanziamenti, la trattativa con gli uomini di Putin , l’accusa di sequestro di persona per il blocco della nave Gregoretti. Salvini chiude il 2019 vulnerabile come non lo è mai stato. E si autoproclama leader maximo della sua Lega, scrivendo la parola fine sull’era di mezzo delle due Leghe, una indipendentista l’altra nazionalista. Lega Nord, appunto, e Lega per Salvini premier. Per due anni, infatti, Matteo Salvini è stato un segretario abusivo, contemporaneamente capo del vecchio e del nuovo partito. Non poteva esserlo, secondo lo statuto del Carroccio. Flavio Tosi pagò con l’espulsione l’aver fondato un suo movimento mentre era dirigente leghista. Matteo Salvini ha fatto finta di niente, fino al congresso del 21 dicembre scorso, che oltre a registrare il decesso della Lega Nord ha approvato il nuovo statuto blindato dai fedelissimi di Matteo. Nuovo statuto che concede la possibilità di appartenere sia alla Lega Nord che alla Lega per Salvini premier. Una moratoria anche per il capo, che ha finalmente celebrato la nascita del partito personale, scevro dall’opposizione interna, marginalizzata a partire dal 2013, da quando cioè è diventato segretario del partito fondato da Umberto Bossi nel 1989. La Lega Nord per l’indipendenza della Padania continua a esistere soltanto sulla carta. È il partito che deve restituire i 49 milioni di euro. La “bad company” che ha ottenuto dal tribunale di Genova la rateizzazione per i prossimi 70 anni. Poi c’è la “good company”, la Lega per Salvini premier. Qui confluiscono i contributi del 2 per mille e le donazioni degli imprenditori vicini al sovranismo. “Lega per Salvini premier” è un marchio registrato nel 2017. Un brevetto politico nato prima sui social che nelle piazze del Paese. Domiciliato nello studio di un commercialista di Milano, e non nella storica via Bellerio, cassaforte ideologica del leghismo settentrionale, del “celodurismo”, del secessionismo. «Oggi non celebriamo alcun funerale al partito», si sono affrettati a dire i colonnelli della Lega durante il congresso di Milano del 21 dicembre. Umberto Bossi è salito sul palco, nonostante le precarie condizioni di salute. Tra un dito medio e un elogio nei confronti di Matteo, ha usato il bastone («Nessuno ci può imporre in che partito stare») e la carota, elogiando il segretario per il successo in termini di consenso. In realtà, lo sa bene il senatùr: il 21 dicembre è stata seppellita la Lega Nord per l’Indipendenza con la Padania, nella forma e nella sostanza. Sostituita dal partito sovranista di Matteo Salvini. Il partito del Capitano, folgorato dal nazionalismo, che per quanto provi a vendersi agli elettori come il nuovo, sa bene di essere figlio della prima Repubblica, cresciuto nella palestra del Carroccio di Bossi ai tempi in cui proprio il fondatore era alle prese con i primi guai giudiziari: all’epoca si trattava del finanziamento illecito di Enimont, 200 milioni di Lire, che ha portato alla condanna di Bossi e del tesoriere di allora, Alessandro Patelli. La pronuncia definitiva sui quei fatti è del 1998. L’anno successivo un giovane Matteo Salvini aizzava la folla contro Roma ladrona: «Vogliamo fornire al sindaco l’occasione per dimostrare concretamente la sua opposizione al centralismo romano e la sua volontà di difendere davvero, con i fatti, gli interessi e le aspirazioni dei milanesi: venga con noi, al fianco di 700 meneghini stanchi dello strapotere romano, a marciare contro Roma ladrona il 5 dicembre. È un invito ufficiale: gli riserviamo fin da ora un posto sul Nerone Express». La capitale d’Italia, madre di tutte le nefandezze. Salvini invocava Nerone, l’imperatore che distrusse Roma con il fuoco. Un mese prima da consigliere comunale si era rifiutato di stringere la mano a Carlo Azeglio Ciampi, in visita nel capoluogo lombardo ed eletto a maggio di quell’anno presidente della Repubblica italiana. Matteo aveva 26 anni, ed era già segretario del Carroccio di Milano. All’epoca patria e nazione non appartenevano al lessico dei militanti in camicia verde. Scorrendo il dizionario padano di quel tempo troviamo piuttosto “Prima la padania”, “Prima il Nord”, slogan che hanno segnato i raduni di piazza e nel pratone di Pontida, luogo sacro della Lega Nord indipendentista. Il partito delle ramazze e dei cappi mostrati in Parlamento contro i ladri di “tangentopoli”. Mani pulite è in realtà un periodo ambiguo per il Carroccio. Da un lato i parlamentari guidati da Umberto Bossi invocavano la forca per i corrotti, dall’altro hanno dovuto fare i conti con l’inchiesta sul loro fondatore, sul tesoriere di quegli anni e sui 200 milioni di lire incassati da Enimont. Vestire i panni del tesoriere della Lega ha i suoi rischi. Del tesoriere ai tempi di Tangentopoli abbiamo detto. Poi è toccato a Francesco Belsito: mr 49 milioni di euro, il custode dei conti del partito artefice della truffa sui rimborsi elettorali insieme a Bossi. Da questa vicenda ha origine il debito di quasi 50 milioni che il partito deve allo Stato. Chi è arrivato dopo Belsito ha dovuto fare i conti con quel passato, anche perché Matteo Salvini da segretario ha rinunciato a chiedere i danni al fondatore del Carroccio. Giulio Centemero doveva incarnare la trasparenza del dopo truffa. Compito arduo, alle prese con il maxi debito e con la necessità di spendere per mantenere una macchina della propaganda costosa. Doveva far dimenticare “Ciccio” Belsito. E invece lo troviamo indagato a Roma e Milano per finanziamento illecito al partito: denari ricevuti dal costruttore Luca Parnasi e da Esselunga tramite l’associazione Più Voci, fondata proprio da Centemero nel 2015. In tutto 290 mila euro, più del doppio del finanziamento illecito ricevuto dalla Lega di Bossi ai tempi di Tangentopoli. Corsi e ricorsi della storia, i guai del vecchio Carroccio e le grane della nuova Lega di Salvini. Rappresentati dai leader, di ieri e di oggi, sul palco del congresso del 21 dicembre. Ma qual è lo scopo politico del partito di Matteo Salvini? Roberto Maroni, segretario del Carroccio prima di Salvini, in un’intervista all’Espresso aveva spiegato che Matteo vuole fare della Lega il partito egemone della destra italiana . Per farlo ha dovuto celebrare il funerale del Carroccio fondato da Umberto Bossi. E benché i leghisti ripetano che «la Lega non muore mai», la verità è che Salvini ha cancellato il Carroccio dalla scena politica e si è fatto il partito personale. L’unica certezza è che Bossi non si tocca. Salvini l’ha dimostrato con i fatti: ha rinunciato a costituirsi parte civile nel processo contro il fondatore per la truffa dei 49 milioni; gli ha garantito un posto al Senato con la nuova Lega; gli ha concesso delle piccole quote nelle società di proprietà del partito. Un partito ormai colonizzato dai salviniani. Che sono ovunque, amministrano le immobiliari del Carroccio, hanno ottenuto nomine delle municipalizzate, gestiscono il potere sui territori che un tempo era saldamente in mano di bossiani e maroniani. Un potere fatto di architetture finanziarie oltreché politiche. Un esempio? La rete di associazioni usata per ottenere soldi dagli imprenditori. Una strategia per non far passare i soldi dai conti del partito sotto osservazione dei giudici che chiedevano la restituzione dei 49 milioni. Tra queste associazioni culturali, c’è la Più Voci. Svelata da questo giornale nell’aprile 2018 con i relativi finanziatori segreti, l’inchiesta giornalistica ha portato all’apertura di due fascicoli di indagine per finanziamento illecito ai partiti, uno a Roma e uno a Milano. Indagini chiuse e richieste di rinvio a giudizio pronte sul tavolo dei pm. A differenza del ’93, però, il leader è salvo. Rischia di pagare soltanto il tesoriere di sua fiducia. La questione giudiziaria più spinosa, però, è certamente l’inchiesta per riciclaggio in corso a Genova. I pm della procura ipotizzano che la Lega abbia riciclato parte dei famosi 49 milioni di euro della truffa sui rimborsi elettorali. Nell’ultimo anno e mezzo sono state fatte decine di perquisizioni, inquirenti e investigatori sono andati anche in Lussemburgo. Questa inchiesta preoccupa molto gli ambienti leghisti e non tanto per i collegamenti con il paradiso fiscale dell’Europa. Crea il panico soprattutto per il vorticoso giro di denaro che dal partito è finito a imprese fornitrici della nuova Lega di Matteo Salvini e in parte rientrato a società di esponenti leghisti. Insomma, il sospetto dei magistrati di Genova è che parte dei 49 milioni sia stata riciclata così. Non è l’unico fronte che insidia il 2020 di Matteo Salvini. La procura di Milano sta conducendo l’inchiesta sul Russiagate italiano, sulla trattativa, cioè, dell’hotel Metropol del 18 ottobre a Mosca per finanziare il partito tramite una maxi partita di carburante. Il negoziato con i russi vicini a Cremlino è stato condotto da Gianluca Savoini, il fedele consigliere per la Russia, di Matteo Salvini. Savoini dopo lo scoop de L’Espresso è finito sotto inchiesta per corruzione internazionale insieme all’avvocato Gianluca Meranda e a Francesco Vannucci, entrambi al tavolo del Metropol insieme all’uomo di Matteo. A incastrare Savoini l’audio dell’incontro, con i dettagli dell’affare. Il 18 ottobre Matteo Salvini non c’era al Metropol. Era a Mosca il giorno prima, il 17 ottobre. Quella sera dopo un convegno pubblico, ha incontrato in gran segreto un pezzo grosso del governo russo, il vicepremier Dymitri Kozak con delega agli affari energetici. Salvini sapeva dell’incontro del giorno successivo al Metropol? Questa è la domanda che da dieci mesi non trova risposta. Anche perché l’ex ministro Matteo Salvini ha preferito non riferire in al Parlamento su questa vicenda. Negando agli italiani una spiegazione di quello strano ottobre moscovita. Matteo Salvini è un leader forte tra le mura della nuova Lega, ma ha perso l’originaria brillantezza fuori dal palazzo. Da ministro bloccava le navi con i migranti in mezzo al Mediterraneo, e guadagnava consenso. Oggi da senatore rischia il processo per il sequestro dei migranti bloccati a bordo della nave militare Gregoretti, con i 5 Stelle sono pronti a condannarlo con il voto. I sondaggi sono ancora dalla sua parte, anche se lo danno in calo. Salvini è al di sopra del 17 per cento delle politiche del 4 marzo, certo lontano dal trionfo delle europee. Ha la sindrome dell’assedio, lo Zar Salvini. Sotto attacco della magistratura, della stampa, degli avversari. Il 2019 di Matteo Salvini sarà ricordato per le risposte non date, per le menzogne dette sui 49 milioni, sulla Russia, sui finanziamenti ottenuti dagli imprenditori. Piuttosto che dare spiegazioni ha preferito staccare la spina al governo Conte 1. Voleva i pieni poteri, per non dover dare conto a nessuno. Il piano è fallito. E ora non gli resta che paragonarsi a Donald Trump, vittima come lui, sostiene Salvini, delle inchieste dei pm e dell’opposizione. Il vittimismo sarà sufficiente a vincere la prossima sfida? Tenere assieme, cioè, un partito dove le fronde padane continuano a non vedere di buon occhio la svolta sovranista. Con l’arrivo dei parlamentare eletti al Sud. Quelli che un tempo anche il Capitano chiamava “terùn”. E con Bossi che dal palco del congresso ha ricordato ai presenti, parlamentari del Sud inclusi, che i «meridionali vanno aiutati a casa loro, sennò straripano e finisce come con l’Africa». Passato e presente, nel nome dei 49 milioni.

Jena per “la Stampa” il 21 dicembre 2019. Salvini, come Craxi e Berlusconi, andrebbe sconfitto con la politica e non con i processi. Ma noi di sinistra sappiamo accontentarci.

Estratto dell'articolo di Massimo Malpica per "il Giornale" il 21 dicembre 2019. «Al termine dei quattro giorni di presunto sequestro ottenemmo che cinque Paesi europei si suddividessero gli immigrati. Una cosa è certa: lo rifarei. E se gli italiani lo vorranno, lo rifarò. Sempre che non ci siano stranezze legate alla legge Severino». Più che i 15 anni di carcere che rischia per le accuse di abuso d' ufficio e sequestro di persona per il blocco della nave Gregoretti, nella sua intervista al Corriere in edicola ieri Matteo Salvini tradisce quello che è il suo vero timore, relativamente alla questione del voto della giunta per le autorizzazioni sulla richiesta arrivata dal tribunale dei ministri di Catania. E il timore, appunto, è rappresentato dalle possibili ricadute sul futuro politico del leader della Lega proprio rispetto alla legge Severino. (...) Che impone, appunto, la sospensione degli amministratori pubblici, se condannati anche se solo in primo grado, per un periodo «di almeno 18 mesi». (...) In che modo la questione riguarda il leader leghista? Per Salvini, una eventuale condanna in primo grado non vorrebbe dire essere incandidabile, ma prevederebbe la sospensione in caso di elezione. Ed ecco dunque che quel riferimento tra le righe dell' intervista al Corriere evidenzia il vero timore del numero uno della Lega. Che teme che la trappola si materializzi grazie al combinato disposto tra una condanna in primo grado e quanto previsto dalla legge Severino. Che lo priverebbe degli effetti di una vittoria, costringendolo a finire sospeso - una volta eletto - subito dopo la chiamata al voto. È questo l' effetto che il leader leghista teme di più nell' appuntamento del 20 gennaio, ed è per questo che il «tradimento» degli ex alleati - con l' annuncio del voto a favore dell' autorizzazione del M5s da parte di Di Maio - non soltanto lo indispettisce. Ma lo preoccupa.

Estratto dell'articolo di Carmelo Lopapa per “la Repubblica” il 21 dicembre 2019. «Non è che ci sia molto da girarci intorno. A questo punto o mi arrestano o vado avanti. Di certo, dalla mia parte ci sono milioni di italiani, ecco perché non ho paura». Che strana vigilia di congresso ha vissuto Matteo Salvini. La sensazione di poter riavere in pugno l' Italia da qui a qualche mese, stavolta coi "pieni poteri" di Palazzo Chigi, e la contemporanea, sgradevolissima sensazione che tutto potrebbe sfuggirgli via come sabbia tra le dita. Come ad agosto. Peggio che ad agosto: con un «trappolone politico giudiziario» - lo definiscono in via Bellerio - pianificato per farlo fuori dalla scena, per sempre. Non c' è solo il macigno del caso Gregoretti, con la richiesta di processo per sequestro di persona che Di Maio e Conte ora vogliono assecondare. Ci sono altri timori e altri rumori che rimbalzano dal Palazzo di Giustizia di Milano, voci di inchieste in dirittura d' arrivo col nuovo anno, epicentro il palazzo della Regione, capitolo sanità. Solo illazioni, per ora. Che hanno contribuito tuttavia ad avvelenare la vigilia del congresso lampo di questa mattina in un albergone della periferia milanese. Quello che deve sancire la "scissione" della Lega nazionale blu trumpiana di "Salvini premier" dalla bad company Lega Nord che dovrà sopravvivere per rimborsare i 49 milioni di euro sottratti allo Stato. Cinquecento delegati convocati sotto Natale per sancire con un' alzata di mano il cambio di nome e statuto che il capo ha già deciso (assente per protesta la minoranza che fa capo a Gianni Fava). Ci saranno invece le Sardine, autoconvocate per un flashmob antisovranista. Sarà la spina nel fianco perpetua, ormai, per l' aspirante premier. Il quale sembra avere altri pensieri, per ora. «A Milano c' è qualcuno che mi vuole arrestare - ha urlato dal palco, ieri ad Aosta, nuova frontiera elettorale - non per corruzione ma per sequestro di persona, perché ho bloccato lo sbarco di 140 persone. Ma quando ci sarà il processo sarà una festa della libertà», avverte. Perché immagina che tutto possa consumarsi a febbraio, col voto in aula per l' autorizzazione a procedere che arriverebbe dopo le elezioni in Emilia Romagna del 26 maggio e dopo che altri cinque o sei senatori grillini - queste le stime al pallottoliere leghista - completeranno l' esodo verso l' opposizione. Dopo cioè che la maggioranza Conte avrà perso altri decisivi tasselli. A Palazzo Madama è al cellulare del capogruppo leghista Massimiliano Romeo che, raccontano, stanno arrivando parecchie chiamate di colleghi senatori, ex alleati del M5S. Lui, com' è scontato, minimizza, smussa gli entusiasmi. «La campagna acquisti non è nel dna della Lega - è la sua premessa - Se poi c' è qualcuno che ha già lavorato con noi e che condivide il nostro progetto, siamo disponibili a ragionare, come avvenuto con i tre passati con noi. Resto convinto però che il governo Conte non cadrà per il passaggio di uno o più senatori, ma solo quando Renzi o Zingaretti decideranno che è giunta l' ora di staccare la spina». Il primo soprattutto, sognano i leghisti. E quei parlamentari di Italia Viva che non danno più per scontato, pe r esempio, il via libera in giunta e poi in aula al processo per Salvini. Gli avversari sono altri, in questo momento, non certo Renzi. «Conte e Di Maio mi fanno pena, sono loro che svendono la dignità per un processo a Salvini, cambieranno mestiere, chiederanno il reddito di cittadinanza», è l' avvertimento rabbioso del capo leghista. «Perché una cosa è certa, nel 2020 si voterà. Sarà l' anno della liberazione ». Nel frattempo, pianifica il Vietnam. Palazzo Chigi fa sapere che nel caso Gregoretti Salvini ha agito in piena autonomia? Fonti della Lega annunciano che il senatore «ha conservato copia delle interlocuzioni scritte avvenute, numerosi contatti anche tra ministero dell' Interno, Presidenza del Consiglio, ministero degli Esteri e organismi comunitari ». Documentazione che, viene precisato, «al momento non verrà diffusa ». Non ora, ma presto: i legali del segretario, con la supervisione di Giulia Bongiorno come avvenuto nel precedente caso, stanno valutando se allegare quelle "interlocuzioni" alla memoria difensiva che andrà depositata entro il 3 gennaio in giunta per le autorizzazioni del Senato, in vista del voto del 20. A febbraio la parola passerà all' aula, ma con la roulette del voto segreto. E soprattutto, è il sogno di Salvini, con uno scenario politico «completamente mutato».

Gregoretti, Antonio Di Pietro sta con Matteo Salvini: "Luigi Di Maio ipocrita, come poteva non sapere?" Libero Quotidiano il 20 Dicembre 2019. Antonio Di Pietro sta con Matteo Salvini. Sul caso Gregoretti l'ex pm - ospite a L'Aria Che Tira - parla di tecnicismi senza però "negare il reato" commesso dal leader leghista. "L'unico problema su cui dovranno pronunciarsi i pm è se il reato è perseguibile o meno". Per Di Pietro, infatti, l'ex ministro dell'Interno potrebbe aver negato lo sbarco dei migranti a bordo della motovedetta della Guardia Costiera "non per interesse personale", ma per "interesse del Paese". In quest'ultimo caso il reato potrebbe non essere perseguibile. Ma non è finita qui, l'ex magistrato se la prende con Luigi Di Maio: "Il reato è stato commesso quanto al governo c'erano loro, come possono non essersi accorti che Salvini negava uno sbarco? Per la nave Diciotti - un caso analogo - il capo politico, Danilo Toninelli e Giuseppe Conte avevano sostenuto il leghista. E perché per la Gregoretti no?". Insomma, in questo "Di Maio è un ipocrita". E venirsene fuori dopo tre mesi dal misfatto, in concomitanza con il crollo nei sondaggi, qualche dubbio lo fa venire. 

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 21 dicembre 2019. Il governo giallo-verde era uno. Ma oggi le voci sono due, quella gialla e quella verde. E sono due le verità contrapposte sul blocco della nave Gregoretti, impedita di sbarcare i 130 migranti che aveva a bordo. Fu una decisione presa in splendida solitudine, si fa per dire, dall' allora ministro dell' Interno? O invece fu decisione collegiale, come ribatte oggi Matteo Salvini, che ha tenuto a dire che lui ha conservato copia delle interlocuzioni scritte tra ministero dell' Interno, Presidenza del Consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari, e che l' ha già affidata ai suoi legali. Un rebus che prima o poi andrà sciolto. E che è anche un caso politico, dato che tutti i partiti si sono già schierati, salvo i renziani. Sono 3 in Giunta che potrebbero cambiare gli equilibri. E il capogruppo Davide Faraone tiene il punto: «Leggeremo le carte e decideremo, senza isterismi e senza sventolare cappi e manette». Il premier Giuseppe Conte ha parlato attraverso una nota del segretario generale di palazzo Chigi: il tema della nave Gregoretti - ha sostenuto - mai è stato discusso in consiglio dei ministri, né è stato all' ordine del giorno, neppure tra le varie ed eventuali. La verità, come tante volte accade in politica, forse è nel mezzo. Sarà sicuramente vero che tra ministri non se ne è parlato al consiglio. Ma se si torna a quei giorni di fine luglio, bisogna dire che non si parlavano proprio. I rapporti si erano logorati e mancava ormai pochissimo alla rottura completa. Erano giorni di liti a distanza sulla Tav, le Grandi Opere, il taglio alle tasse. Erano i giorni del Russiagate e del famoso Savoini. Il 24 luglio, Conte va al Senato a riferire sui fondi russi, lamenta che Salvini non gli ha nemmeno risposto alle mail; il leghista lo ricambia accusandolo di cercare voti per una maggioranza alternativa. Certo, il 26 luglio, con la nave Gregoretti in vista della costa italiana, fu Salvini a tuonare e forse a farsi male da solo nel dire: «Non darò nessun permesso allo sbarco finché dall' Europa non arriverà l' impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave. Io non mollo». Io, io, io. In quel momento gli faceva gioco il ruolo di super-Salvini. E gli altri tacevano. Ma non fu sicuro il solo Salvini a ordinare alla nave della Guardia costiera di attraccare nel porto militare di Augusta. E a riguardare quei giorni, non si può non notare che l' ex ministro Danilo Toninelli il 28 luglio disse che la nave approdava al molo militare «come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda». La Lega tira fuori anche un gustoso retroscena: il ministro Bonafede dichiarava il 30 luglio, nel corso della trasmissione «In Onda», che «c' è un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell' Interno e della Difesa». E concluse: «Ringrazio il presidente Conte che continua a porre la questione nelle cancellerie d' Europa». Salvini insomma dice che la decisione «fu condivisa». In effetti, quando il 31 luglio Salvini finalmente sbloccò la situazione, e concesse l' autorizzazione allo sbarco degli ultimi 116 disgraziati a bordo, fu perché arrivò la garanzia che sarebbero stati redistribuiti in alcuni Paesi europei. Garanzie che certo non erano passate per il Viminale. All'interno del governo, però, è verissimo che non si parlavano più perché la politica italiana era ipnotizzata da tutt' altro. Il 31 luglio, oltre lo sbarco, ci fu una memorabile lite sulla riforma della giustizia. Quel pomeriggio stesso, Salvini arrivava al Papeete di Milano Marittima e il figliolo veniva immortalato a bordo di una moto d' acqua della polizia. Il giorno dopo, 1 agosto, si sarebbe tenuta la famosa conferenza stampa sulla sabbia dello stabilimento e Salvini avrebbe tuonato: «Non sto al governo per fare le cose a metà». L' 8 agosto, il governo era morto e defunto. «Mi pare scontato che il governo fosse informato, è dimostrato dal fatto che tacque». Lapidaria, ma efficace Giorgia Meloni.

Caso Gregoretti, la difesa di Salvini: decisione presa col Governo: ecco le carte. Ecco le mail che provano come la decisione sia stata presa con tutto il Governo al contrario di quanto affermato dal premier Conte. Panorama il 4 gennaio 2020. Matteo Salvini ha presentato una memoria difensiva (leggi qui il documento) sul caso della nave pattugliatore della Guardia Costiera, Gregoretti, rimasta per giorni al largo delle coste italiane con i suoi 131 migranti; un caso per cui l'ex ministro dell'Interno rischia il processo su richiesta del Tribunale dei Ministri di Catania. Pagine in cui il leader della Lega spiega come la decisione di bloccare la nave fuori dai porti di Catania prima ed Augusta poi sia stata presa non su iniziativa unica ed indipendente del Viminale ma come decisione collegiale dell'interno Governo. L'esatto contrario di quanto va affermando da mesi Giuseppe Conte secondo il quale "non si è mai discusso del caso in Consiglio dei Ministri". Una memoria in cui viene fatto un meticoloso resoconto dell'accaduto, partendo dalla prima segnalazione di un peschereccio italiano, Accursio Giarratano, che alle 03.45 del 25 luglio 2019 individuava il gommone con a bordo i migranti partiti dalla Libia, che chiedevano aiuto. Da quel momento ora dopo ora, giorno dopo giorno, viene illustrato il susseguirsi di informazioni, comunicazioni tra i vari organi competenti, compresa anche gli altri ministri e la presidenza del Consiglio. Nelle osservazioni (a pagina 5) i legali di Salvini spiegano come: "Dalla semplice rassegna cronologica risulta evidente che, secondo una prassi consolidata, della vicenda si è occupato il Governo in modo collegiale, al fine di investire gli Stati membri della Ue della questione della distribuzione dei migranti salvati dalla nave Gregoretti... inoltre, sin dalla tarda mattina del 26 luglio la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha inoltrato formale richiesta di redistribuzione dei migranti...L'intervento collegiale del Governo risulta dalle interlocuzioni intervenute tra i diversi Ministeri competenti con cui venivano forniti aggiornamenti circa la disponibilità degli Stati membri alla distribuzione dei migranti dal Governo italiano..." Queste le carte. La palla ora passa alla Giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama che ne discuterà il 20 gennaio.

Caso Gregoretti, Bongiorno attacca Conte: “Ho le prove schiaccianti”. Laura Pellegrini il 30/12/2019 su Notizie.it. Giulia Bongiorno, l’ex ministro della Pubblica Amministrazione ha deciso di difendere Matteo Salvini sul caso Gregoretti e attacca il premier Conte. Infatti, secondo Bongiorno, “la decisione è stata presa nell’interesse pubblico ed era stata condivisa”. Inoltre, la ricostruzione del caso effettuata dal Presidente del Consiglio sarebbe del tutto “enfatizzata” e “irrilevante”. Con queste parole l’ex ministro attacca il premier rivelando anche di avere delle “prove schiaccianti”. Matteo Salvini è pronto ad andare in Tribunale per discutere sul caso Gregoretti, che lo vede accusato di sequestro di persona per “aver privato della libertà personale 131 immigrati a bordo della nave”. Giulia Bongiorno, però, sostiene l’ex ministro e attacca il premier Conte. “Non serve un atto formale in Consiglio dei ministri – ha detto la senatrice -, ciò che conta è la condivisone effettiva di quella scelta e la compartecipazione attiva per trovare una soluzione al problema della redistribuzione dei migranti”. Anche i leghisti sostengono con toni molto tranquilli che “la decisione è stata presa nell’interesse pubblico ed era stata condivisa”. A comprovare tali dichiarazioni vi sarebbero infatti alcuni “documenti che ricostruiscono quei giorni e le varie comunicazioni che intercorsero”. Sarebbero queste quindi le “prove schiaccianti” che Giulia Bongiorno ha detto di aver contro il premier Giuseppe Conte e che potrebbero inguaiarlo. “Ci troviamo di fronte a un caso gemello a quello della vicenda Diciotti. E Conte, da giurista, sa bene che in entrambi i casi si perseguiva l’interesse pubblico”. Infine, l’auspicio di Bongiorno è ad “un voto sulle carte, e non un voto da tifosi”.

Gregoretti, la Lega svela le carte su Conte: "Abbiamo la copia dei contatti". Il premier si chiama fuori: "Il caso Gregoretti mai trattato in Cdm". Ma Salvini ha in mano le carte che lo incastrano: Palazzo Chigi veniva informato di tutto. Andrea Indini, Venerdì 20/12/2019, su Il Giornale.  Sul tavolo del quartier generale della Lega ci sono le carte che inchiodano Giuseppe Conte. Nero su bianco ci sono tutti i contatti intercorsi tra il Viminale e Palazzo Chigi per decidere come redistribuire i 131 immigrati clandestini che si trovano a bordo della nave Gregoretti. Risalgono agli ultimi giorni di luglio. Il funzionario informa i colleghi di aver già incassato il via libera di un Paese del Nord Europa a prendersi una parte degli irregolari e di essere in attesa della disponibilità (già sondata) di altri Stati dell'Unione europea. Alla fine della mail si propone poi di risentirsi dopo il fine settimana per definire meglio l'accordo. Tutti questi passaggi, come molti altri che ora sono in possesso degli uomini di Matteo Salvini, rischiano di inchiodare definitivamente il presidente del Consiglio. Come già in precedenza, quando altri scandali lo hanno travolto, Conte prova a lavarsene le mani e a chiamarsi fuori dalla mischia. A questo giro, dopo l'ennesimo assalto giudiziario per "abuso d'ufficio", lo fa scaricando su Salvini qualsiasi responsabilità della scelta di bloccare la nave Gregoretti davanti al porto di Augusta. In una nota stringata, inviata al Tribunale dei ministri di Catania l'11 ottobre scorso dal segretario generale del governo giallorosso, Roberto Chieppa, Palazzo Chigi mette per iscritto che l'inchiesta sulla Gregoretti differisce da quella aperta su un'altra nave, la Diciotti, che nel 2018 era stata lasciata, dallo stesso Salvini, davanti al porto di Lampedusa per quasi una settimana. Per i giudici del tribunale dei ministri di Catania le due vicende sono pressoché sovrapponibili sia sul piano giuridico sia su quello giudiziario. Tanto che le accuse mosse contro l'ex ministro dell'Interno sono identiche. La reazione dei Cinque Stelle e di Palazzo Chigi è stata, invece, differerente. Mentre a inizio anno avevano votato contro l'autorizzazione a procedere, ora si preparano a dare il via libera al processo. Per Luigi Di Maio e per Conte nel bloccare i 131 immigrati, soccorsi al largo della Sicilia il 25 luglio scorso, Salvini ha agito "per un interesse personale" e non collegialmente come aveva invece fatto quando aveva affrontato il caso della Diciotti. A riprova del fatto Palazzo Chigi spiega che "non figura all'ordine del giorno e non è stata oggetto di trattazione nell'ambito delle questioni 'varie ed eventuali' nel Consiglio dei ministri" del 31 luglio "né in altri successivi". La versione del premier cozza, però, con quella di Salvini. "Ci sono i fatti, le carte, le mail che dimostrano che fu una decisione collegiale - spiega - i decreti sicurezza li abbiamo approvati insieme...". Quindi anche con Di Maio e Conte. "Se poi qualcuno per amor di poltrona cambia idea...", insiste l'ex capo del Viminale. Dal quartier generale del Carroccio fanno sapere che "per risolvere la vicenda Gregoretti ci furono numerose interlocuzioni tra Viminale, presidenza del Consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari" e "il via libera allo sbarco fu annunciato dal ministro dell'Interno, appena conclusi gli accordi per la redistribuzione degli immigrati in una struttura dei vescovi italiani e in cinque paesi europei". Il punto è che non si tratta solo di parole spese nei corridoi della politica. Dopo il colpo basso di Conte, gli uomini di Salvini hanno passato al setaccio i propri uffici e recuperato le mail che inchiodano Palazzo Chigi. Si tratta di numerosi contatti che dimostrano come sia Conte sia Di Maio siano sempre stati coinvolti nella gestione dell'emergenza. Non solo. In quei giorni di fine luglio era stata contattata anche la Cei per sondare la disponibilità ad accogliere un determinato numero di persone. Non a caso il 30 luglio, mentre la nave Gregoretti si trovava ancora davanti al porto di Augusta, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede faceva sapere ai microfoni di In Onda su La7 che era in corso "un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell'Interno e della Difesa". "La posizione del governo è sempre la stessa - puntualizzava, poi, il Guardasigilli grillino - vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevamo scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l'Europa". aggiungendo "ringrazio il presidente Conte che continua a porre la questione nelle cancellerie d'Europa". Al momento tutta la documentazione, che è stata conservata da Salvini e che ora è al vaglio dei legali del Carroccio, non verrà diffusa per evitare di alzare ulteriormente lo scontro. Tuttavia, l'avvertimento a Conte è stato lanciato. E, dal momento che non è la prima volta che il premier viene pubblicamente smentito, un'altra bugia potrebbe costargli davvero cara.

Processare Salvini? I dubbi di Italia Viva. I numeri adesso tornano in bilico. Pubblicato venerdì, 20 dicembre 2019 da Corriere.it. Concedere l’autorizzazione procedere per Matteo Salvini indagato per il caso Gregoretti? «Dal punto di vista umano e politico lo abbiamo già giudicato. Dal punto di vista giudiziario i nostri colleghi in giunta per le autorizzazioni leggeranno le carte e valuteranno nel merito cosa fare»: Davide Faraone, esponente di Italia Viva lancia il sasso nello stagno. Il suo partito tiene il giudizio in sospeso riguardo al processo contro l’ex ministro dell’interno e i numeri necessari per l’autorizzazione a procedere sono ora in bilico. Se infatti i renziani diranno no, Salvini potrebbe essere «graziato» dalla giunta per le autorizzazioni a procedere. «Non siamo giustizialisti e non siamo abituati ad utilizzare temi giudiziari per trarre benefici nella lotta politica» aggiunge Faraone . Linea ribadita anche dal deputato Marco Di Maio: leggere le carte e solo dopo decidere. La giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato dovrebbe votare sul caso della Gregoretti (nave della Marina italiana con 131 migranti a bordo alla quale, nel luglio scorso, fu impedito lo sbarco per cinque giorni) il 9 o 10 gennaio. I numeri, come detto, sono molto stretti. In teoria contro Salvini dovrebbero votare l’unica esponente del Pd (Anna Rossomando), 6 grillini, l’ex presidente del Senato Pietro Grasso e l’ex M5S Gregorio De Falco più i tre di Italia Viva. Totale 12 voti. Sul fronte opposto sono schierati Lega (5), Forza Italia (4), Fratelli d’Italia (1, il presidente della giunta Maurizio Gasparri) ai quali potrebbe aggiungersi l’esponente sudtirolese Durnwalder. E farebbero 11. A questo punto se i renziani dovessero farsi da parte, il verdetto verrebbe ribaltato e la giunta non potrebbe dare il via libera al processo contro Salvini. Quest’ultimo, intanto, ribadisce la sua linea di difesa: la decisione di bloccare la nave Gregoretti fu presa collegialmente dal governo, esattamente come era avvenuto nel caso della Diciotti (quando fu negata l’autorizzazione a procedere). «Il senatore Matteo Salvini ha conservato copia delle interlocuzioni scritte avvenute a proposito della Gregoretti - fanno sapere fonti della Lega -. Si tratta di numerosi contatti anche tra ministero dell’Interno, Presidenza del Consiglio, ministero degli Affari Esteri e organismi comunitari. Era stata contattata anche la Cei». Si tratta di una risposta a quanto affermato ieri da Palazzo Chigi secondo il quale l’argomento non fu discusso in consiglio dei ministri e nessuna decisione fu quindi condivisa.

Nave Gregoretti e il processo a Salvini Italia viva ha deciso: «Voteremo per il sì». Pubblicato sabato, 04 gennaio 2020 su Corriere.it da Franco Stefanoni. «Salvini nella sua memoria ci ha spiegato che il caso Gregoretti è identico a quello della Diciotti. Salvini certamente conosce le carte meglio di noi, e se lui dice che i casi sono identici, noi ci comporteremo in modo identico, votando come per la Diciotti a favore dell’autorizzazione al processo contro Salvini». Lo ha detto Ettore Rosato, coordinatore di Italia viva, rispondendo su come si comporterà il partito nel voto in Giunta per le immunità in Senato. Il voto in Giunta è previsto intorno al 20 gennaio. Giovedì 9 ci sarà una nuova seduta dell’organismo di palazzo Madama. La Giunta è chiamata ad esprimersi sulla richiesta del Tribunale dei ministri di Catania a procedere nei confronti di Matteo Salvini, accusato di «sequestro di persona aggravato dalla qualifica di pubblico ufficiale, dall’abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per avere commesso il fatto anche in danno di soggetti minori di età». L’episodio “incriminato” risale a luglio, poco prima che la Lega aprisse la crisi di governo: l’allora ministro dell’Interno non consentì lo sbarco a 131 migranti rimasti per giorni a bordo della nave militare. Ieri il leader leghista ha depositato la memoria difensiva in Giunta, sostenendo che la decisione di non far sbarcare i migranti è stata una scelta collegiale di tutto il governo e che il ruolo del premier Giuseppe Conte è stato rilevante. Insomma, esattamente - è la linea difensiva - come accadde per la vicenda della nave Diciotti, vicenda su cui il Senato si è espresso “salvando” dal processo Salvini. In quell’occasione i renziani (che erano ancora dentro il Pd, la scissione è successiva) votarono a favore dell’autorizzazione a procedere, ma il titolare del Viminale fu “salvato” dai voti contrari del Movimento 5 stelle, allora alleati di governo.

Appello a Renzi: è folle consegnare Salvini ai Pm. Piero Sansonetti il 20 Dicembre 2019 su Il Riformista. I Cinque Stelle hanno annunciato che voteranno per l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, accusato dal tribunale dei Ministri di Catania di essere un gangster, e di avere sequestrato 131 persone. Pochi mesi fa avevano votato contro (stesse accuse, stesse procure, stesso Salvini), perché Salvini allora era al governo con loro. Ok. Penso che Giulio Andreotti, se messo a confronto con Di Maio, appaia come un ingenuo idealista. Uomo disinteressato al potere e suggestionato solo dai propri valori. Anche Italia Viva, però, ha annunciato che voterà contro Salvini. Posizione più giustificata di quella dei 5 Stelle, perché Italia Viva votò contro Salvini anche la volta scorsa. Però non è che se uno una volta ha commesso un errore clamoroso deve per forza ripeterlo. La richiesta del tribunale dei Ministri di Catania di procedere contro Salvini per sequestro di persona, motivata dalla sua decisione di non far sbarcare per diversi giorni 131 profughi che erano a bordo della nave Gregoretti in un porto siciliano, è una richiesta assurda. Per tre motivi. Primo: la Procura di Siracusa ha chiesto l’archiviazione delle accuse, perché infondate. Dunque la decisione del tribunale dei Ministri, che ha respinto la richiesta della Procura, è una richiesta evidentemente politica. Si dice: perché Salvini non si fa processare come un cittadino comune? Nessun cittadino comune sarebbe sotto processo, nelle condizioni di Salvini, dopo la richiesta di archiviazione. Secondo motivo: il reato contestato a Salvini (sequestro di persona) è chiaramente sproporzionato e scelto per ragioni puramente spettacolari. Terzo motivo: la scelta del tribunale dei Ministri di Catania di trasformare in questione giuridica una questione squisitamente politica, come la scelta di fare sbarcare o no – e quando fare sbarcare, e a quali condizioni – un gruppo di naufraghi, è una evidentissima invasione di campo che umilia la politica. La magistratura dice: la politica deve sottomettersi alla magistratura e concederle il potere di indirizzo sui governi. Personalmente ritengo le scelte di Salvini sui naufraghi sciagurate. Ma sciagurate non vuol dire delittuose. Possibile che Italia Viva non colga il fatto che questo nuovo attacco giudiziario a un leader politico di primo piano è l’ultimo atto di una offensiva che punta a radere al suolo tutto il potere della politica e il funzionamento stesso dello Stato liberale? Possibile che non veda come la richiesta di condannare a 15 anni di prigione il capo dell’opposizione sia una richiesta di tipo totalitario e fascista? Possibile che non abbia capito il senso del discorso di Matteo Renzi al Senato? Possibile che non intuisca che se si lascia la porta aperta, e si permette alla sopraffazione giudiziaria di entrare nel Palazzo e abbattersi su Salvini, poi non si salverà nessuno? È una domanda che lasciamo lì. Rivolta essenzialmente a Renzi.

Di Maio affonda sulla Gregoretti. Il leader del Movimento 5 Stelle cambia idea: per la Diciotti un pensiero, per la Gregoretti l'opposto. Il tutto per far fuori un avversario politico. Maurizio Belpietro il 20 dicembre 2019 su Panorama. Ci mancava anche il Papa. Siccome sui migranti la confusione non era sufficiente, tra giravolte in Parlamento e iniziative giudiziarie fuori tempo massimo, il Pontefice ha pensato bene di aggiungere anche la sua voce. «Inutile chiudere i porti», ha detto accogliendo un gruppo di profughi in arrivo da Lesbo. Che le sue parole siano arrivate il giorno dopo la richiesta del Tribunale dei ministri di processare Matteo Salvini per aver bloccato una nave carica di extracomunitari (la Gregoretti) è naturalmente un dettaglio, anzi una fortuita coincidenza, ma diciamo che l'intervento sembra dare la benedizione al procedimento della magistratura, dettando la linea alla maggioranza di governo. La quale è curiosamente sostenuta da un partito che si chiama 5 stelle e che l'altroieri, tramite il suo capo politico, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è affrettato a far sapere che dirà sì alla richiesta del Tribunale, dunque consegnando l'ex alleato di governo Matteo Salvini ai giudici. Che lo stesso Di Maio pochi mesi fa avesse annunciato il No grillino per un'identica richiesta avanzata dalla magistratura è naturalmente, come per le parole del Papa, un dettaglio. Se uno sta al governo è naturale che vieti ai pm di perseguire un alleato che siede accanto a lui nel consiglio dei ministri. Se invece sta al governo con altri compagni di viaggio è pure naturale che autorizzi i pubblici ministeri a perseguire in sede penale l'ex alleato, che ora incidentalmente è il capo dell'opposizione oltre che il leader del partito italiano a cui è attribuito il maggior numero di consensi.

Di Maio, servo dell’incoerenza. Andrea Indini su Il Giornale il 19 dicembre 2019. “L’interesse pubblico prevalente non c’era, fu un’azione personale”. A parlare non sono i magistrati che vogliono incastrare Matteo Salvini con il caso della Gregoretti, la nave militare con 131 immigrati clandestini a bordo a cui il Viminale vietò lo sbarco per quattro giorni, ma il forcaiolo Luigi Di Maio che, in barba a quando aveva difeso l’ex alleato leghista dall’inchiesta (identica) sull’affaire Diciotti, ha fatto sapere che trascinerà i suoi uomini a votare “contro l’interesse pubblico prevalente” e a favore del processo. È l’ultima giravolta di un movimento che, da quando ha deciso di andare a braccetto con il Partito democratico, ha rispolverato il proprio livore manettaro. Una cattiva attitudine che, quando sedevano al governo col Carroccio, avevano fortunatamente abbandonato, ma che ora si trovano a impugnare nuovamente per rimanere attaccati alla poltrona. Il 20 gennaio, meno di una settimana prima del voto cruciale per l’Emilia Romagna e, in seconda battuta, per le sorti del governo giallorosso, l’Aula di Palazzo Madama sarà chiamata a esprimersi (ancora una volta) su Salvini. Il quesito è semplice: deve essere processato o no per aver vietato alla Gregoretti di far sbarcare 131 irregolari partiti dalle coste libiche. Il caso risale all’estate scorsa ed è la fotocopia di quando, l’anno prima, il ministro leghista aveva bloccato un’altra nave italiana, la Diciotti, lasciando 177 immigrati in mare per sei giorni. A inizio anno il Senato aveva negato l’autorizzazione a procedere, anche con i voti dei parlamentari grillini. Oggi, invece, Di Maio si frega le mani e si prepara a far votare a favore. Cosa è cambiato? “Il caso Diciotti fu un atto di governo perché l’Unione europea non rispondeva e servì ad avere una reazione, che poi arrivò”, ha spiegato ieri uscendo dagli studi di Porta a Porta. “Quello della Gregoretti, dopo un anno, fu invece un atto di propaganda, perché il meccanismo di redistribuzione era già rodato e i migranti venivano redistribuiti in altri Paesi europei – ha concluso – è questa la differenza enorme tra i due casi, la differenza enorme tra la realtà e la bugia”. La verità è un’altra. A gennaio, quando il Senato si era espresso sulla Diciotti, il Movimento 5 Stelle sedeva al governo con la Lega. Adesso è a tavola con un altro commensale: il Partito democratico. E, quindi, disco verde alle manette. Anche se, come fa notare Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera, “sul piano giuridico e giudiziario le due vicende sono quasi perfettamente sovrapponibili”. Non a caso a mordere le calcagna di Salvini sono gli stessi giudici del tribunale dei ministri di Catania (Nicola La Mantia, Paolo Corda e Sandra Levanti) che lo volevano inchiodare per la Diciotti e per un altro caso ancora, quello della nave Sea Watch. L’accusa è sempre la stessa: aver “bloccato la procedura di sbarco dei migranti”. Aver cioè difeso i confini del nostro Paese dall’ingresso di irregolari. Se per Di Maio, fino a qualche mese fa, la difesa dei confini era tollerata per tenersi stretta la sedia, per lo stesso motivo adesso non la tollera più e se ne va in tivù ad accusare l’ex alleato di non aver rispettato (inesistenti) accordi con Bruxelles che avrebbero provveduto all’immediata redistribuzione degli immigrati a bordo. Fantapolitica. Tanto che il deputato leghista Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno col ministro Salvini, non si fa troppi problemi a definirlo “un piccolo uomo”. E come dargli torno?

Di Maio ominicchio. Ora il leader del M5S accoltella Salvini. Aveva detto: processateci tutti. Alessandro Sallusti, Venerdì 20/12/2019, su Il Giornale. «Ci sono gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà» fa dire Leonardo Sciascia a uno dei protagonisti del suo celebre romanzo Il giorno della civetta. È una classificazione del genere umano che ha fatto storia e che ha ancora una sua attualità a sessanta anni da quando fu coniata. Al punto che può essere utile per chiedersi a quale categoria di uomini appartenga Luigi Di Maio, dopo che si è dichiarato favorevole a vendere ai magistrati il suo ex amico e collega di governo Matteo Salvini.

Breve riassunto. Nell'agosto del 2018, governo gialloverde appena insediato, Salvini blocca al largo della Sicilia la nave militare Diciotti, con il suo carico di immigrati raccolti in mare. Poco dopo i giudici chiedono di poter indagare il leader leghista per sequestro di persona ma Di Maio e Conte si ergono a scudi umani: «È stata una decisione politica di tutto il governo, consenso negato» Passa un anno, luglio 2019. Salvini rifà la stessa identica cosa con la nave Gregoretti e oggi la magistratura richiede al parlamento di processarlo. Non essendo più un suo alleato, Di Maio dà il via libera: «È un fatto grave, se ne assuma la responsabilità». Ora Salvini rischia grosso: fino a 15 anni di galera, la conseguente decadenza da senatore e la non agibilità politica. Ma oggi non è questo il problema. Il problema è come fa un ministro della Repubblica e leader di partito parlo di Di Maio - a considerare la stessa ipotesi di reato «inesistente» se commessa quando la persona in questione era alleato di governo e «grave» se l'accusato è nel frattempo diventato avversario politico. E qui entra in ballo la classificazione di Sciascia, perché non stiamo parlando di politica ma del valore di un uomo, della sua coerenza, dei suoi valori. E se uno non è uomo e neppure mezzo uomo, ma nell'ipotesi migliore un ominicchio, che usa le leggi in base alla convenienza personale, ominicchio lo sarà sempre e in qualsiasi campo pubblico e privato. A me non preoccupa che fine farà Matteo Salvini, mi inquieta che il Paese sia finito nelle mani di gente così e che gente così amministri la giustizia in combutta con magistrati compiacenti e riverenti. Politicamente, Di Maio, non l'ho mai capito, ma ci sta. Ma da oggi ha anche, per il poco che vale, il mio disprezzo umano e spero che Conte premier e quindi complice di Salvini all'epoca del caso Gregoretti non lo segua in questa schifosa operazione.

·        Giù le mani dalla Polizia…

Gabrielli shock contro Salvini: "Usa sfintere di un altro". Poi si scusa: "Amareggiato". Il capo della polizia ad un convegno polemizza con la Lega. "In un Paese normale ci avrebbero preso a calci nel sedere". Giuseppe De Lorenzo, Giovedì 27/02/2020 su Il Giornale. "A volte la mattina guardandomi allo specchio mi stupisco di come sia potuto arrivare a fare il Capo della polizia con la lingua che mi ritrovo". Chissà se nel pronunciare questa frase Franco Gabrielli si era reso conto di aver messo un piede oltre la sottile linea che divide il campo della politica da quello riservato ai servitori dello Stato. Perché non capita spesso di sentire il vertice degli agenti polemizzare con il leader di un partito di opposizione usando parole tipo "sfintere" o locuzioni proverbiali (ma poco educate) quali "Grazia, Graziella e…". L'Italia è un Paese strano. Ma questa è davvero una novità. Anche se lui stesso alla fine ammette di essere "amareggiato" per la "polemica strumentalmente creata" e si scusa "se tutto ciò può avere suscitato una comprensibile amarezza". Ma torniamo al 24 febbraio, quando Gabrielli è tra gli ospiti del IV seminario formativo per dirigenti sindacali organizzato dal Coisp. All'hotel Massimo D’Azeglio di Roma si parla dei valori delle divise, di integrità, impegno, responsabilità ed affidabilità. Durante il suo discorso, Gabrielli vira sulla spinosa questione della chiusura dei presidi della polizia stradale. Il tema è scottante e motivo di scontro politico. Oltre ai sindacati, anche Matteo Salvini ha più volte attaccato l'attuale governo per aver previsto la soppressione di una ventina di uffici della Polstrada tra cui il distaccamento di Casalecchio di Reno, entrato nella campagna elettorale in Emilia Romagna e diventato bandiera della battaglia leghista contro i sigilli. Del discorso del capo della polizia, IlGiornale.it è venuto in possesso (guarda qui) della parte in cui il prefetto non le manda a dire e critica apertamente la Lega. Gabrielli è convinto di aver visto "cose scandalose". Difende la riorganizzazione del dipartimento. Mostra i numeri di Casalecchio di Reno, dove i nove agenti impiegati nell'ultimo anno hanno realizzato appena 20 multe. E stronca la linea leghista che ne contesta la chiusura ("In un Paese normale ci avrebbero già preso a calci nel sedere"). Poi cita espressamente Salvini e l'ex sottosegretario Nicola Molteni, con reprimende frontali dai toni piuttosto coloriti. La Lega al governo non ha chiuso gli uffici? “Beh: grazie, Graziella e…”, dice Gabrielli lasciando in sospeso il famoso detto. E sulla richiesta di inviare più personale, aggiunge: "Ah si? Tua sorella. O tuo cugino". Non mancano lodi al ministro Lamorgese per aver concesso 1600 uomini in più, e parole di fuoco sulla soppressione delle specialità: "Lo avevo detto al ministro (...). Non puoi dire Le squadre nautiche non si toccano e poi non cambi la norma. Perché in quel momento ti comporti in un certo modo utilizzando lo sfintere di un altro". Non proprio toni istituzionali. Non è la prima volta che i due si scontrano. Nel 2016 Salvini chiese di "licenziare" l'allora prefetto della Capitale per alcune affermazioni sui "farmaci nordici" per Roma. Poi lo scontro si è ripetuto sulle magliette della polizia indossate dal leghista, sull'omicidio di Luca Sacchi e sul citofono al Pilastro. Stavolta però è diverso. Nel pomeriggio infatti Molteni si dice “stupito” e Salvini “rammaricato” per i toni “sgradevoli e ben poco istituzionali", anche se il leader si mostra pronto ad accettare le scuse per chiudere la polemica.

Il ragionamento che il Capo della polizia fa di fronte al sindacato è questo: alle promesse politiche devono sempre seguire le misure necessarie a mantenerle. Gabrielli parla addirittura di "truffa" dell'amministrazione sull'apertura - sollecitata dal governo gialloverde - di "nuovi uffici per 11.200 unità" mantenendo però "gli organici sempre immodificati". Una "truffa", dice il prefetto, che "non mi appartiene". Il riferimento sembra essere al piano approvato ad agosto 2019 dal duo Salvini-Molteni che prevedeva l'apertura di 50 presidi di polizia in 14 città metropolitane. In fondo è solo a loro due che può alludere quando critica la scelta di "istituire la questura di Monza e Brianza" per poi dire, come fatto dal Carroccio, che il vicino presidio della stradale di Seregno deve rimanere "in piedi". "Io appartengo alla scuola di chi pratica l'etica della responsabilità", dice Gabrielli. Bene. Secondo la regola di Max Weber, per "ogni azione" vanno poi considerate le sue "conseguenze". E alla fine è lo stesso Gabrielli a metter fine alla polemica: "Il clamore suscitato da frasi rubate in un contesto privato amareggiano per primo me perché mai ho voluto esprimere un giudizio sull’operato del senatore Salvini e dell’onorevole Molteni, che non mi compete, riconoscendo, al contrario, di avere avuto con loro una ottima collaborazione", dice, "Al pari del Senatore Salvini ritengo chiusa la polemica, strumentalmente creata, e mi scuso se tutto ciò può avere suscitato una comprensibile amarezza".

La precisazione del Coisp. In una lettera inviata al Giornale, il segretario del Coisp, Domenico Pianese, ha precisato: "Il video, non realizzato né diffuso dal sindacato di cui sono segretario generale, concerne le dichiarazioni del Capo della Polizia espresse nell'ambito del saluto formulato in occasione della inaugurazione della nuova sede del Coisp a Roma. Non si trattava di un convengo aperto al pubblico ma di una riunione ristretta in ambito esclusivamente sindacale. Il linguaggio informale - continua Pianese - connotato dalla cornice sindacale, ha toccato tematiche ripetutamente sollevate nelle ultime settimane concernenti la riorganizzazione dei presidi territoriali delle specialità della Polizia di Stato. In particolare, il Capo della Polizia, nel richiamare le ripetute critiche, da più parti, sollevate contro l'accorpamento di alcuni uffici sul territorio ha inteso rimarcare che tali dolorose iniziative sono da ricondursi al mancato aumento dell'organico, auspicato nel corso del precedente governo". E ancora: "Nel medesimo contesto il Capo della Polizia ha, inteso sottolineare ''l'ottimo rapporto instaurato con il Ministro Salvini e il sottosegretario Molteni''. Dunque, le frasi estrapolate dal contesto del discorso, durato oltre trenta minuti, ne stravolgono completamente il senso".

Franco Gabrielli, il video rubato: "Calci nel sedere". Durissimo con Salvini, poi le scuse e la rettifica. Libero Quotidiano il 27 Febbraio 2020. "A volte la mattina guardandomi allo specchio mi stupisco di come sia potuto arrivare a fare il Capo della polizia con la lingua che mi ritrovo". Il 24 febbraio l'attuale Capo della polizia Franco Gabrielli è stato tra gli ospiti del IV seminario formativo per dirigenti sindacali. Durante il suo discorso sulla questione della chiusura dei presidi della polizia stradale polemizza aspramente con Matteo Salvini e l'ex sottosegretario agli Interni, Nicola Molteni.

IlGiornale.it è venuto in possesso della parte in cui Gabrielli non le manda a dire e critica apertamente la Lega. Il prefetto stronca la linea leghista ("In un Paese normale ci avrebbero già preso a calci nel sedere"). Poi cita espressamente Salvini e l'ex sottosegretario Nicola Molteni, con reprimende frontali dai toni piuttosto coloriti. La Lega al governo non ha chiuso gli uffici? “Beh: grazie, Graziella e…”, dice lasciando in sospeso il famoso detto. E sulla richiesta di inviare più personale, aggiunge: "Ah si? Tua sorella. O tuo cugino". Non mancano lodi al ministro Lamorgese per aver concesso 1600 uomini in più. Pronta la replica di Nicola Molteni: "Sono stupito: dopo 14 mesi di lavoro al ministero non avremmo mai immaginato una polemica di questo tipo, per i contenuti e per le espressioni utilizzate. Siamo orgogliosi dei risultati ottenuti dalla Lega al governo, e in particolare del piano di assunzioni per migliaia di donne e uomini in divisa, con 3mila nuovi agenti entro aprile 2020 più altri 1.500 ingressi frutto di concorso”. Dunque, parlando delle soppressioni delle specialità, Gabrielli afferma: "Non puoi dire le squadre nautiche non si toccano e poi non cambi la norma. Perché in quel momento ti comporti in un certo modo utilizzando lo sfintere di un altro". Parole pesantissime.

Riceviamo e pubblichiamo la seguente precisazione del Coisp, sindacato di Polizia: Caro Direttore, mi consenta di fornirle alcune precisazione in ordine all’articolo redatto da Giuseppe De Lorenzo e pubblicato sul Suo giornale on line e relativo all’intervento del Capo della Polizia nel corso di un incontro con il Sindacato di Polizia COISP. Il video, non realizzato né diffuso dal Sindacato di cui sono Segretario Generale, concerne le dichiarazioni del Capo della Polizia espresse nell’ambito del saluto formulato in occasione della inaugurazione della nuova sede del COISP a Roma. Non si trattava di un convengo aperto al pubblico ma di una riunione ristretta in ambito esclusivamente sindacale. Il linguaggio informale, connotato dalla cornice sindacale, ha toccato tematiche ripetutamente sollevate nelle ultime settimane concernenti la riorganizzazione dei presidi territoriali delle specialità della Polizia di Stato. In particolare, il Capo della Polizia, nel richiamare le ripetute critiche, da più parti sollevate contro l’accorpamento di alcuni uffici sul territorio, ha inteso rimarcare che tali dolorose iniziative sono da ricondursi al mancato aumento dell’organico, auspicato nel corso del precedente governo. Nel medesimo contesto il Capo della Polizia ha inteso sottolineare “l’ottimo rapporto instaurato con il Ministro Salvini e il sottosegretario Molteni”. Dunque, le frasi estrapolate dal contesto del discorso, durato oltre trenta minuti, ne stravolgono completamente il senso.

Riceviamo e pubblichiamo la seguente precisazione del prefetto Franco Gabrielli. Il clamore suscitato da frasi rubate in un contesto privato così, come ha precisato il segretario generale del Coisp Domenico Pianese, amareggiano per primo me perché mai ho voluto esprimere un giudizio sull’operato del Senatore Salvini e dell’Onorevole Molteni, che non mi compete, riconoscendo, al contrario, di avere avuto con loro una ottima collaborazione. Al pari del Senatore Salvini ritengo chiusa la polemica, strumentalmente creata, e mi scuso se tutto ciò può avere suscitato una comprensibile amarezza.

Gabrielli, macché frasi rubate. ​Il video era pubblicato online. Bufera sul capo della polizia. Lui: "Frasi rubate". Ma era tutto su Facebook. La Lega attacca: "Il governo non dice nulla?" Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 28/02/2020 su Il Giornale. Fermi tutti, c'è bisogno di una precisazione. E senza fare troppi voli pindarici, lo diremo direttamente: il video in cui si vede Franco Gabrielli rivolgersi a Matteo Salvini con espressioni "colorite" non è stato "rubato", come si è cercato di far credere in queste ore. Non dal Giornale.it, ovviamente. Ma nemmeno da altri. Perché il filmato finito al centro della bufera che si è scatenata sul Capo della Polizia era stato pubblicato sui social network, per poi essere stranamente rimosso. Breve riassunto dello scoop del Giornale.it. Lo scorso 24 febbraio il prefetto va ad un seminario organizzato dal sindacato Coisp e viene invitato a parlare. Gabrielli tiene un discorso di "oltre trenta minuti" e a un certo punto tocca la spinosa questione della riorganizzazione dei presidi della Polizia di Stato. Il tema è scottante perché sia i sindacati che la Lega sono contrari al piano di chiusure disposte dal Viminale a guida Lamorgese. Il prefetto la pensa diversamente e non lo manda a dire. Afferma che "in un Paese normale ci avrebbero già preso a calci nel sedere". Parla della "truffa che l'amministrazione ha fatto, realizzando uffici nuovi per 11.200 unità mantenendo gli organici immodificati". Critica la decisione di "istituire la questura di Monza e Brianza" (inaugurata da Salvini) per poi contestare, come fa il Carroccio, la chiusura del vicino presidio di Seregno. E alla fine nomina espressamente l'ex ministro dell'Interno e l'onorevole Molteni, criticandone le scelte con toni piuttosto coloriti. La Lega non ha chiuso gli uffici di polizia? "Beh, grazie, Graziella...", dice Gabrielli. Che poi tra le altre cose aggiunge: "Avevo chiesto che per non tagliare uffici avremmo avuto bisogno di più uomini", perché i conti si fanno col personale a disposizione e non dicendo "ah, gli uffici non chiuderanno". E infine: "Non puoi dire Le squadre nautiche non si toccano e poi non cambi la norma. Perché in quel momento ti comporti in un certo modo utilizzando lo sfintere di un altro". Bene. Ieri sia Salvini che Molteni si sono detti "stupiti" dai "toni sgradevoli" usati da Gabrielli. Il capo della Polizia si è scusato, e sembrava che la polemica fosse finita lì. Ma non è così. Il prefetto infatti ha parlato di "frasi rubate in un contesto privato" e di "polemica strumentalmente creata". Il segretario generale del Coisp Domenico Pianese, invece, ha visto dichiarazioni "estrapolate dal contesto" che avrebbero "stravolto il senso" del discorso. In realtà, ilGiornale.it ha pubblicato il video integrale dell'intervento di Gabrielli, quindi bastava guardarselo tutto. E soprattutto il documento non è stato affatto "rubato". Certo, non si trattava di un convegno aperto al pubblico, ma il filmato è stato caricato sulla pagina Facebook del Coisp Roma. Così come un altro spezzone di video, con un'altra parte di intervento, si poteva trovare sui social del Coisp Molise. Entrambi i file ora non sono più reperibili. Ma c'erano. Una domanda sorge spontanea: ma è normale che il capo della polizia si rivolga in quel modo a un partito di opposizione, di fronte ad una platea, benché in un contesto "riservato"? Secondo il Carroccio, non proprio. E infatti stamattina è tornato alla carica, lamentando pure il "silenzio del governo" e del ministro Luciana Lamorgese. Per l'ex sottosegretario Stefano Candiani, il prefetto non stava parlando "nel salotto di casa", ma di fronte a sindacalisti e poliziotti. Dunque "sorprende" che "cerchi di giustificarsi distinguendo tra contesto pubblico e privato" come se "l'importante non fosse la lealtà e la correttezza verso l'istituzione, quanto invece fare buon viso di fronte e parlare male alle spalle". Un atteggiamento definito "né leale né decoroso". Per ora non sono arrivate richieste di dimissioni, ma il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, ha annunciato un'interrogazione parlamentare. "È sorprendente", dice, che Gabrielli "si lasci andare a commenti polemici e coloriti nei confronti del leader del primo partito italiano".

Gabrielli, è bufera sulle frasi shock. E ora il governo lo difende pure. Salvini all'attacco: "Agenti meritano guida adeguata". Pd e M5S si schierano con Gabrielli. Lamorgese: "Ha la mia fiducia". Giuseppe De Lorenzo, Martedì 03/03/2020 su Il Giornale. Uno dietro l'altro, Pd e M5S si schierano a difesa di Franco Gabrielli. Lo scoop del Giornale.it tiene ancora banco e divide la politica. Mentre il Coronavirus imperversa, e la maggioranza annaspa alla ricerca di risorse per l'economia nostrana, le forze politiche si spaccano sulle parole choc del capo della Polizia. Nessuna solidarietà al Carroccio, né reprimende al prefetto per aver usato espressioni "colorite" parlando di un partito di opposizione. Anzi: Pd e M5S esprimono "pieno sostegno" a Gabrielli e denunciano "l'attacco sguaiato" di Salvini. In una conferenza stampa alla Camera, il leader della Lega è tornato oggi sul discorso tenuto da Gabrielli lo scorso 24 febbraio durante un seminario del Coisp all'Hotel Massimo D'Azeglio di Roma. "Penso che il massimo dirigente della pubblica sicurezza in questo Paese, quando parla, dovrebbe parlare in maniera diversa, al di là delle persone, ma nel rispetto dei ruoli e della verità storica - ha detto Savini - Mi dispiace enormemente anche a nome dei 90mila poliziotti che meritano una guida adeguata". Se non si tratta di una richiesta di dimissioni, poco ci manca. E infatti immediata scatta levata di scudi della maggioranza in difesa di Gabrielli. Nicola Morra parla di attacchi "vergognosi e pericolosi" di Salvini, che così facendo "minaccia la sicurezza nazionale". Per Vito Crimi, invece, il leghista ha "oltrepassato il segno" creando "una grave polemica ad arte". Il capo politico grillino difende senza appelli Gabrielli, cui rinnova la fiducia "senza esitazione alcuna", derubricando a "qualche frase colorita usata in una discussione privata" le frasi choc pronunciate dal prefetto di fronte ad una platea di poliziotti e sindacalisti. Solidarietà al Capo della Polizia arriva anche dal Pd. Il responsabile alla Sicurezza, Carmelo Miceli, biasima gli "attacca sguaiati" del leader del Carroccio. Per Roberta Pinotti le parole di Salvini nei confronti di un "servitore dello Stato" sono "gravi". Ed Emanuele Fiano ribadisce la linea (errata) del "video rubato ad una riunione privata", nonostante ilGiornale.it abbia già precisato che il filmato in questione è stato pubblicato sui canali social del Coisp Roma. Sorprende, comunque, che dal parte del Partito Democratico non sia arrivato neppure un commento sull'opportunità che il Capo della Polizia, in un contesto privato o meno, si prenda la briga di sferzare apertamente un leader politico. Anzi: per Franco Mirabelli, vicepresidente dei senatori Pd, Salvini "non può delegittimare un servitore dello Stato solo perché lo critica". Domanda: e se fosse successo a partiti inversi? Da via Bellerio, intanto, trapela l'irritazione del Carroccio per un nuovo audio - pubblicato da La Verità - "con nuovi commenti" di Gabrielli che ricalcano "nei contenuti e nei toni quelli che l'ex prefetto di Roma aveva usato davanti al sindacato Coisp e riportati pochi giorni fa da il Giornale". Ma è soprattutto la difesa a spada tratta messa in campo da Pd e M5S a sorprendere: "L'Italia non è un Paese normale", dice Stefano Candiani. E mentre il capogruppo Massimiliano Romeo sferza gli aversari che "sono specializzati nel difendere l'indifendibile", molti nel Caccoccio si chiedono: "È normale l’atteggiamento del capo della Polizia?". Per il ministro dell'Interno forse sì. Infatti a chi le chiede un commento sulle frasi del prefetto contro Salvini, Luciana Lamorgese si limita a ribadire che "Gabrielli gode della mia piena fiducia e di quella dei suoi uomini". Senza però mai entrare nel merito dei vari "sfintere", "grazie, Graziella" e "calci nel sedere".

GIU’ LE MANI DALLA POLIZIA! (DIRE il 3 marzo 2020) - "Le parole di Gabrielli? Credo che il massimo dirigente di pubblica sicurezza debba parlare in modo diverso. Mi dispiace, a nome dei 90mila poliziotti, che meritano una guida adeguata". Così Matteo SALVINI in conferenza alla Camera .

(LaPresse il 3 marzo 2020) - "Non consentiamo a nessuno di mettere il cappello sulla Polizia di Stato. Le istanze dei poliziotti sono portate avanti dai sindacati maggiormente rappresentativi e non abbiamo bisogno di leader politici che si ergano a loro portavoce". Così Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia Coisp, commenta le dichiarazioni di Matteo Salvini sul capo della Polizia Franco Gabrielli. "La guida del Dipartimento della Pubblica Sicurezza non poteva essere affidata a un figura migliore del Prefetto Gabrielli: la storia personale e i risultati conseguiti nella lotta alle Brigate Rosse e a ogni altra forma eversiva e criminale parlano per lui e meritano rispetto. Non accettiamo lezioni da chi immagina la Polizia di Stato come un’enclave personale da agitare nel dibattito politico", conclude. 

(ANSA il 3 marzo 2020) - "Un leader politico che avesse il minimo senso dello Stato e dopo aver espletato le delicate funzioni di Ministro dell'Interno, non dovrebbe cercare di minare la legittimazione del Capo della Polizia perché questo modo di agire erode la credibilità delle istituzioni e del delicato sistema della sicurezza nazionale, specie dopo aver avuto al suo fianco il Prefetto Franco Gabrielli e usufruito della sua grande professionalità, serietà, competenza e senso delle istituzioni". Lo dice il segretario del Siap Giuseppe Tiani dopo le critiche di Matteo Salvini al capo della Polizia. "Il paese e una classe politica seria e affidabile dovrebbero ringraziare l'operato del Prefetto Gabrielli e dei suoi poliziotti che, tra l'altro non hanno delegato Salvini a rappresentarli - aggiunge Tiani - per avere in questi anni difficili senza risorse (a parte le chiacchiere) e in piena emergenza terrorismo di matrice fondamentalista, aver servito lo Stato con grande professionalità ed affidabilità". Gabrielli, conclude il Siap, "non può essere trascinato in polemiche politiche dal colorito linguaggio populistico che producono solo una deludente forma di 'nichilismo' della politica". "Non sta a Salvini decidere chi ci deve rappresentare. Anche quando non abbiamo condiviso alcune posizioni di Gabrielli abbiamo sempre riscontrato in lui un interlocutore leale con elevato senso istituzionale". Lo dice il segretario del Silp-Cgil Daniele Tissone dopo le critiche di Salvini al capo della Polizia sottolineando la "necessità di affrontare e risolvere i problemi dei poliziotti a partire dal rinnovo del contratto e l'incremento degli organici". Richieste "sacrosante e legittime che - aggiunge Tissone - il precedente ministro dell'interno Matteo Salvini non ha mai avuto l'onestà politica e intellettuale di affrontare e risolvere". "Un'operazione del tutto strumentale" quella fatta nei confronti di Franco Gabrielli con l'obiettivo di "rimuovere un Capo che, avendo brillantemente guidato la Polizia di Stato e il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, è oramai diventato una figura ingombrante". Lo sostiene, in una nota, Felice Romano, segretario generale del Siulp dicendosi convinto che l'ex Ministro dell'Interno Matteo Salvini "sia perfettamente estraneo a questa deprecabile manovra". "Sarebbe opportuno comprendere chi sia il corvo che - aggiunge - ha ispirato tale squallida operazione, i motivi reconditi che lo stanno ispirando considerato che sta dimostrando sicuramente di non aver nessun rispetto per le istituzioni, soprattutto in questo clima di emergenza da coronavirus e non solo. Minare la credibilità della Polizia di Stato, screditando il suo massimo rappresentante, è miope e irresponsabile, ecco perché rispediamo al mittente chi sta ordendo tale operazione.

Edoardo Izzo per La Stampa.it il 3 marzo 2020. Un nuovo audio incrina ancor di più il difficile rapporto tra il capo della Polizia, Franco Gabrielli, e il suo ex ministro, Matteo Salvini. «È facile usare lo sfintere degli altri», commenta Gabrielli in riferimento al piano per l'apertura di nuovi presidi di polizia voluto dall'allora ministro dell'Interno. Un pensiero, quello del capo della Polizia, - pubblicato su La Verità - che sarebbe stato registrato in un incontro a ottobre con le sigle sindacali. Pur senza mai citarlo, ma parlando di «un uomo politico potente», Gabrielli parla della «differenza tra ciò che si vuole e ciò che si può fare». Non è il primo audio di Gabrielli che fa discutere. Già precedentemente il capo della Polizia aveva criticato l'ex ministro e anche in quel caso la conversazione era finita sugli organi di stampa. A stretto giro è arrivato il commento del leader della Lega. «Lontano da ogni spirito polemico, mi sembra sia già il secondo. - ha detto Salvini nel corso di una conferenza stampa -. Penso che il massimo dirigente della pubblica sicurezza in questo Paese, quando parla, dovrebbe farlo in maniera diversa, al di là delle persone, ma nel rispetto dei ruoli e della verità storica». «Mi dispiace enormemente anche a nome dei 90mila poliziotti che meritano una guida adeguata», ha detto ancora Salvini riferendosi a Gabrielli. Subito dopo è arrivato l'intervento dell'attuale ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese: «Il capo della polizia Franco Gabrielli gode della mia piena fiducia e di quella dei suoi uomini. Il suo impegno e il suo lavoro mostrano la piena adeguatezza al ruolo ricoperto». «In un momento così delicato per l'Italia, gli attacchi di Salvini al capo della polizia, il prefetto Gabrielli, risultano vergognosi e pericolosi. Salvini non ha il senso dello Stato e delle Istituzioni». È il commento del presidente della commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra. Diversi i commenti anche da parte dei sindacati di polizia, a difesa del loro capo. «Non sta a Salvini decidere chi ci deve rappresentare», sottolinea Daniele Tissone, segretario del Silp Cgil, ricordando che «anche quando non abbiamo condiviso alcune posizioni di Gabrielli abbiamo sempre riscontrato in lui un interlocutore leale con elevato senso istituzionale». C'è delusione invece in casa Lega. «Siamo amareggiati, perché dopo 14 mesi di stretta collaborazione al governo non ci saremmo mai aspettati simili attacchi e simili volgarità. E ci stupisce la reazione della maggioranza che cerca di far passare Gabrielli per vittima. Pd e 5Stelle ribaltano la realtà», dice il senatore leghista, Gian Marco Centinaio.

·        La Questione Morale.

Da globalist.it il 14 agosto 2020. "A me interessano relativamente poco i 600 euro incassati da 4 furbetti. Mi interessano di più i 49 milioni di euro. Dove sono finiti? Salvini sa dirmelo? No perché, a volerla dire tutta, in quel gruzzolo ci sarebbero anche i miei, di soldi, quelli di un architetto che ha pagato le tasse per tutta la vita". A parlare, in un'intervista a Repubblica, è Giuseppe Leoni, storico membro della Lega della prima ora, quella bossiana, che va all'attacco di Matteo Salvini e della sua nuova Lega, senza quel Nord che per Leoni ne rappresentava l'identità e lo scopo: "Non c'entra nulla con le nostre tradizioni. Hanno cambiato  nome, hanno stravolto le cose. Qui a Varese, dove vivo, la tensione è molto alta. Più del 50 per cento dei tesserati ha  rinunciato a rinnovare l’iscrizione al partito di Salvini. Non sono interessati a quella roba lì. E vogliono adesso tornare a fare politica sotto i vecchi simboli. Non coi traditori". Traditori perché "hanno soffocato lo spirito autonomista che soffiava dentro la Lega Nord. Noi avevamo un progetto federalista. Matteo Salvini ha scambiato il concetto di  federalismo con quello di federale fascista. Penso che si accorgeranno presto dell’errore compiuto. Quel che mi spiace e mi stupisce è che non dicano nulla coloro che hanno portato avanti il progetto di Bossi e che ora sono vicini al leader, da Giorgetti a Calderoli".

Aldo Grasso per "corriere.it" il 14 agosto 2020. Il senatore della Lega Roberto Calderoli ha una strana teoria sulla doppia preferenza di genere e l’ha voluta spiegare nell’aula del Senato durante un dibattito sulle misure per attenuare lo squilibrio tra eletti maschi ed elette femmine. Ecco le sue parole: «La doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile perché normalmente il maschio è maggiormente infedele del sesso femminile… il maschio solitamente si accoppia con quattro cinque rappresentanti del gentil sesso, cosa che la donna solitamente non fa. Il risultato è che il maschio si porta il voto di quattro cinque signore, e le signore si ripartiscono e non vengono elette». Applausi dalla parte destra dell’emiciclo. Teoria sessista? Frase infelice? Porcellum bis? Analisi avventata, come quelle a cui il senatore ci aveva abituati in passato? Bisognerebbe chiederlo a sua moglie, l’europarlamentare leghista Gianna Gancia. Probabile che lo assolva perché, intanto, la bêtise è diventata condizione umana, benzina psichica. Alla stupidità abbiamo tutti sacrificato qualcosa di essenziale; chi più, chi meno. La stupidità infatti è connessa al mondo del pensiero ma lo è ancora di più a quello della comunicazione: se avessimo scarse possibilità di esprimerci resterebbe confinata al carattere di certe idee. Così, invece, ha moltiplicato le occasioni per realizzarsi.

Adalberto Signore per “il Giornale” il 14 agosto 2020. Dopo il Covid e la gestione del lockdown, ci si è messa pure la questione morale a rendere ancora più profondo il solco che separa Matteo Salvini e Luca Zaia. Una distanza politica ed umana tenuta sempre accuratamente sotto traccia, ma che, con il passare dei mesi, rischia di sfociare in conflitto aperto. Non oggi, certo. Perché, a 37 giorni esatti dalle elezioni regionali, non avrebbe alcun senso e non gioverebbe a nessuno. Ma, magari, in autunno, quando il Doge - così lo chiamano i suoi - succederà per la terza volta a se stesso alla guida del Veneto. A quel punto, chissà, pure uno niente affatto avvezzo alle polemiche pubbliche come Zaia potrebbe decidere di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Soprattutto dopo le tensioni degli ultimi giorni. Ma andiamo con ordine. Gli ultimi mesi, è cosa nota, sono stati difficili in Lega. Con un Salvini perennemente in ansia per il calo di consensi e la contemporanea avanzata su scala nazionale di Fratelli d'Italia. Un quadro nel quale lo strapotere del governatore del Veneto non ha fatto che aumentarne le preoccupazioni. Non tanto per i rumors che lo danno come possibile competitor interno del leader, quanto per il fatto che i due hanno profili completamente opposti. E un successo elettorale di Zaia non farebbe che confermare i dubbi che in molti iniziano ad avanzare sulle ultime mosse di Salvini. Con la gestione dell'emergenza Covid-19, infatti, il governatore del Veneto ha confermato il suo profilo istituzionale, molto pragmatico e quasi mai disposto alle polemiche spicce da talk show. Esattamente il contrario dell'approccio antisistema di Salvini. Di esempi ce ne sono in abbondanza, ma il più significativo è la querelle sull'uso delle mascherine. Mentre Zaia non l'ha mai messo in dubbio, l'ex ministro dell'Interno si è mosso in maniera ondivaga, presenziando alle riunioni dei cosiddetti «negazionisti» del Covid e teorizzando allegramente che la mascherina non aveva alcuna utilità (salvo poi, per fortuna, tornare sui suoi passi). Così, con il passare dei mesi, la distanza tra i due si è andata ampliando. Fino alle ultime settimane, quando Salvini ha imposto al governatore di candidare gli assessori uscenti nella lista della Lega e non in quella «Zaia presidente». Non un dettaglio, visto che l'obiettivo è quello di evitare che in Veneto la lista personale del governatore superi anche questa volta quella del Carroccio. Cinque anni fa andò esattamente così: 23% una e 17,8% l'altra. Un risultato che, dovesse ripetersi alle Regionali del 20 e 21 settembre, avrebbe un diverso valore politico. Non solo confermerebbe che in Veneto Zaia da solo vale più della Lega, ma, in qualche modo, certificherebbe che un pezzo fondamentale del Nord produttivo non ha gradito la svolta nazionale che Salvini ha voluto imporre al partito. Ecco perché, raccontano in Lega, l'ex ministro dell'Interno non si sarebbe strappato le vesti per il coinvolgimento dei tre consiglieri regionali veneti nella vicenda dei bonus da 600 euro riconosciuti alle partite Iva per fare fronte al Coronavirus. Un colpo all'immagine di Zaia, anche in considerazione del fatto che tra loro c'è il vicepresidente della giunta regionale, Gianluca Forcolin. Non è un caso che il governatore abbia alla fine deciso di farli dimettere, assicurando che non saranno ricandidati. Scelta su cui Salvini e Lorenzo Fontana, il suo luogotenente in Veneto, hanno molto insistito. E che potrebbe portarsi dietro strascichi imprevedibili. Non è un caso che, intervistato da Repubblica, Forcolin abbia buttato lì che mentre lui è stato fatto fuori, «il governatore della Lombardia è ancora al suo posto». Attilio Fontana, infatti, è stato sempre strenuamente difeso da Salvini, nonostante la vicenda piuttosto imbarazzante dei camici lombardi che coinvolge il cognato e il suo conto svizzero da oltre cinque milioni, scudato cinque anni fa da due trust aperti nel 2005 alle Bahamas. Insomma, dopo gli ormai celebri 49 milioni, la questione morale torna ad assediare la Lega di Salvini. Prima con i conti all'estero e ora con i bonus dell'Inps (coinvolti anche tre deputati e altri cinque consiglieri regionali in Emilia Romagna, Liguria, Lombardia e Piemonte). E con il rischio concreto che il tema possa diventare materia di scontro all'interno del Carroccio, soprattutto tra lombardi e veneti che - chiedere a Umberto Bossi per conferma - in Lega non sono mai andati davvero d'accordo.

Esclusivo: l'avvocato di Luca Zaia con 400 milioni a Malta. Le società estere di Massimo Malvestio, per anni legale del presidente veneto: una rete di fondi maltesi con clienti anonimi. Che investono in Italia. Nelle autostrade dei Benetton. Leggi anche La replica dell'avvocato. Paolo Biondani ed Andrea Tornago il 12 agosto 2020 su L'Espresso. In piena emergenza coronavirus, il 7 aprile scorso, dagli stabilimenti di Grafica Veneta, in provincia di Padova, parte un grosso carico di dispositivi di protezione, allora introvabili: mezzo milione di mascherine. Destinazione: Malta. Sono le famose mascherine che il governatore veneto Luca Zaia, nelle settimane più drammatiche dell’epidemia, ha chiesto all’imprenditore Fabio Franceschi, titolare dell’azienda che stampa in esclusiva, tra l’altro, milioni di copie di Harry Potter. Zaia le ha indossate per mesi, nelle conferenze stampa quotidiane, con tanto di logo della Regione. La sola differenza è che in quelle inviate a La Valletta, al posto del leone di San Marco, campeggia la bandiera maltese. Poco dopo, in Italia, le mascherine di Zaia vengono accantonate dai medici. Dopo varie critiche, culminate nel video diventato virale di un farmacista, l’amministrazione regionale riconosce che, come avvertiva lo stesso produttore, «non garantiscono la protezione degli utilizzatori, né il mancato contagio di altri». A Malta però, quando arriva il carico, le mascherine sono merce rara e nessuno si mette a sindacare quanto siano efficaci. «Un gesto di buona volontà», lo definiscono i giornali dell’isola, che elogiano il dono di un italiano al popolo maltese.

La base a Malta del legale di Luca Zaia nel palazzo del mandante dell'omicidio di Daphne. Lo storico avvocato del governatore veneto ha un impero finanziario nel paradiso fiscale. Con sede nel grattacielo di proprietà dell'accusato per l'autobomba che ha ucciso la giornalista Caruana Galizia. Paolo Biondani ed Andrea Tornago il 13 agosto 2020 su L'Espresso. L'avvocato di Zaia che diventa socio dei Benetton nel business delle autostrade. Attraverso un ricchissimo fondo di Malta. Che ha il quartier generale nel grattacielo-simbolo dell'impero economico del presunto mandante dell'omicidio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista assassinata con un'autobomba per le sue inchieste sulla corruzione nel paradiso fiscale europeo. L'Espresso, nel numero di sabato 15 agosto  pubblica un'inchiesta sulle società estere di un importante avvocato d'affari di Treviso, Massimo Malvestio, che è stato per anni il legale di fiducia e consigliere giuridico del governatore veneto Luca Zaia. Malvestio si è trasferito a Malta tra il 2013 e il 2014, creando una rete di fondi d'investimento e società finanziarie che gestiscono patrimoni privati per oltre 400 milioni di euro. Quando annunciò l'addio all'Italia, lo stesso governatore Zaia confermò così, in un'intervista al Mattino di Padova, il suo strettissimo rapporto con l'avvocato: «Continuerò a rompergli le scatole a Malta. Massimo Malvestio era e resterà il mio riferimento giuridico». I documenti esaminati dall'Espresso grazie al consorzio giornalistico Icij mostrano che le finanziarie maltesi di Malvestio, costituite a partire dal 2009, sono state utilizzate per acquisire consistenti partecipazioni in grande aziende italiane controllate da imprenditori del Nordest. Dal Veneto al Veneto, via Malta. Dopo una lunga e prestigiosa carriera nella regione tra politica, società pubbliche, banche e imprese private, l'avvocato fondatore dello studio BM&A di Treviso è diventato un grande sponsor di Malta, che ha difeso perfino all'indomani dell'omicidio-choc della giornalista Daphne Caruana Galizia. Intervistato dal Gazzettino di Venezia il 18 ottobre 2017, Malvestio si è lanciato in una difesa d'ufficio del paradiso fiscale: «Quale corruzione? Malta è un’isola felice. Qui si vive benissimo. Il delitto è maturato nell’ambito del traffico di droga e petrolio. Lo Stato non c’entra nulla». Le indagini, lunghe e sofferte, hanno invece confermato l'intreccio mortale tra politica, corruzione e affari sporchi. Dopo l'arresto dei tre presunti esecutori e di un intermediario, che ha confessato, l'inchiesta ha coinvolto uno degli uomini più ricchi di Malta, Yorgen Fenech, incriminato come mandante dell'omicidio. La giornalista uccisa era stata la prima a pubblicare notizie su un'anonima società offshore controllata da Fenech, chiamata Black 17, che ha versato tangenti su conti esteri di cui risultano beneficiari due ministri del governo maltese, che si sono dimessi per lo scandalo. I documenti maltesi ora mostrano che tutte le società finanziarie dell'avvocato Malvestio hanno la sede legale al quattordicesimo piano della Portomaso Business Tower: il grattacielo più alto dell'isola. Che appartiene proprio a Yorgen Fenech. Ed è l'emblema della potenza economica del suo gruppo Tumas, controllato da decenni dalla sua famiglia e intitolato al nome del nonno. Yorgen Fenech, che respinge ogni accusa, è stato arrestato il 20 novembre scorso mentre cercava di scappare da Malta con il suo yacht. Il pomeriggio precedente si era dimesso dalle cariche di vertice del gruppo, dove è stato sostituito dal fratello. Pochi giorni dopo è stato rilasciato su cauzione, tra le proteste dei familiari della giornalista assassinata e di tutta l'opposizione. Oggi anche l'avvocato Malvestio sembra deluso da Malta. E le carte confermano che ora progetta di trasferirsi con tutte le sue attività in un altro paradiso fiscale europeo: Montecarlo.

Malvestio, L’Espresso: 400 mln gestiti a Malta dal legale di Zaia da palazzo mandante omicidio Daphne. Replica querelante “affezionato” a Coviello come Zaia e Zonin. Giovanni Coviello il 14 Agosto 2020 su Vicenzapiu.com. Massimo Malvestio, lo storico avvocato del governatore veneto Luca Zaia, ha un impero finanziario nel paradiso fiscale con sede nel grattacielo di proprietà dell’accusato per l’autobomba che ha ucciso la giornalista Caruana Galizia. A rivelarlo è l’Espresso in edicola da sabato e già online che si occupa delle società estere dell’importante avvocato d’affari di Treviso, Massimo Malvestio, che è stato per anni il legale di fiducia e consigliere giuridico del governatore veneto Luca Zaia (criticato pochi mesi fa in consiglio regionale da Sergio Berlato proprio per i suoi legami con un avvocato particolarmente noto per essere… “malvestito“, ndr) e che, dopo aver lasciato l’attività forense, durante la quale ha anche rappresentato in cda di controllate e tutelato Veneto Banca e Vincenzo Consoli, salvo operare dei distinguo successivi alla sua “caduta” (leggi il nostro articolo per cui Malvestio ci ha querelato), ora fortemente ridimensionata, è diventato anche socio dei Benetton nel business delle autostrade attraverso un ricchissimo fondo di Malta. Tutte le società finanziarie dell’avvocato Malvestio, scrive sempre l’Espresso, hanno la sede legale al quattordicesimo piano della Portomaso Business Tower, il grattacielo-simbolo dell’impero economico di uno degli uomini più ricchi di Malta, Yorgen Fenech, presunto mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista assassinata con un’autobomba per le sue inchieste sulla corruzione nel paradiso fiscale europeo: Daphne era stata, tra l’altro, la prima a pubblicare notizie su un’anonima società offshore controllata da Fenech, chiamata Black 17, che ha versato tangenti su conti esteri di cui risultano beneficiari due ministri del governo maltese, che si sono dimessi per lo scandalo. Se Fenech, poi arrestato mentre provava a fuggire da Malta, respinge ogni addebito, oggi anche l’avvocato Malvestio sembra deluso da Malta: le carte confermano che ora progetta di trasferirsi con tutte le sue attività in un altro paradiso fiscale europeo: Montecarlo. Prima di pubblicare quanto anticipato da l’Espresso sull’inchiesta in edicola domani e, contestualmente, la replica dell’avvocato trevigiano-maltese non possiamo non rilevare, inter nos, tra noi e noi, come Malvestio, Luca Zaia per conto della regione e Gianni Zonin, un tris di Vip veneti con mille sfaccettature e con relazioni spesso incrociate fra di loro, siano accomunati anche da un altro dettaglio: tutti, alcuni in proprio più volte, altri anche con una devota “assessora”, sono tra i nostri querelanti più affezionati…Il direttore

Lo storico avvocato del governatore veneto ha un impero finanziario nel paradiso fiscale. Con sede nel grattacielo di proprietà dell’accusato per l’autobomba che ha ucciso la giornalista Caruana Galizia. Paolo Biondani ed Andrea Tornago il 13 agosto 2020 su L'Espresso. L’avvocato di Zaia che diventa socio dei Benetton nel business delle autostrade. Attraverso un ricchissimo fondo di Malta. Che ha il quartier generale nel grattacielo-simbolo dell’impero economico del presunto mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista assassinata con un’autobomba per le sue inchieste sulla corruzione nel paradiso fiscale europeo. L’Espresso, nel numero di sabato 15 agosto pubblica un’inchiesta sulle società estere di un importante avvocato d’affari di Treviso, Massimo Malvestio, che è stato per anni il legale di fiducia e consigliere giuridico del governatore veneto Luca Zaia. Malvestio si è trasferito a Malta tra il 2013 e il 2014, creando una rete di fondi d’investimento e società finanziarie che gestiscono patrimoni privati per oltre 400 milioni di euro. Quando annunciò l’addio all’Italia, lo stesso governatore Zaia confermò così, in un’intervista al Mattino di Padova, il suo strettissimo rapporto con l’avvocato: «Continuerò a rompergli le scatole a Malta. Massimo Malvestio era e resterà il mio riferimento giuridico». I documenti esaminati dall’Espresso grazie al consorzio giornalistico Icij mostrano che le finanziarie maltesi di Malvestio, costituite a partire dal 2009, sono state utilizzate per acquisire consistenti partecipazioni in grande aziende italiane controllate da imprenditori del Nordest. Dal Veneto al Veneto, via Malta. Dopo una lunga e prestigiosa carriera nella regione tra politica, società pubbliche, banche e imprese private, l’avvocato fondatore dello studio BM&A di Treviso è diventato un grande sponsor di Malta, che ha difeso perfino all’indomani dell’omicidio-choc della giornalista Daphne Caruana Galizia. Intervistato dal Gazzettino di Venezia il 18 ottobre 2017, Malvestio si è lanciato in una difesa d’ufficio del paradiso fiscale: «Quale corruzione? Malta è un’isola felice. Qui si vive benissimo. Il delitto è maturato nell’ambito del traffico di droga e petrolio. Lo Stato non c’entra nulla». Le indagini, lunghe e sofferte, hanno invece confermato l’intreccio mortale tra politica, corruzione e affari sporchi. Dopo l’arresto dei tre presunti esecutori e di un intermediario, che ha confessato, l’inchiesta ha coinvolto uno degli uomini più ricchi di Malta, Yorgen Fenech, incriminato come mandante dell’omicidio. La giornalista uccisa era stata la prima a pubblicare notizie su un’anonima società offshore controllata da Fenech, chiamata Black 17, che ha versato tangenti su conti esteri di cui risultano beneficiari due ministri del governo maltese, che si sono dimessi per lo scandalo. I documenti maltesi ora mostrano che tutte le società finanziarie dell’avvocato Malvestio hanno la sede legale al quattordicesimo piano della Portomaso Business Tower: il grattacielo più alto dell’isola. Che appartiene proprio a Yorgen Fenech. Ed è l’emblema della potenza economica del suo gruppo Tumas, controllato da decenni dalla sua famiglia e intitolato al nome del nonno. Yorgen Fenech, che respinge ogni accusa, è stato arrestato il 20 novembre scorso mentre cercava di scappare da Malta con il suo yacht. Il pomeriggio precedente si era dimesso dalle cariche di vertice del gruppo, dove è stato sostituito dal fratello. Pochi giorni dopo è stato rilasciato su cauzione, tra le proteste dei familiari della giornalista assassinata e di tutta l’opposizione. Oggi anche l’avvocato Malvestio sembra deluso da Malta. E le carte confermano che ora progetta di trasferirsi con tutte le sue attività in un altro paradiso fiscale europeo: Montecarlo.

La replica dell’avvocato Malvestio: "Mai gestito soldi di politici". L’avvocato Malvestio: Non ho mai gestito soldi di politici. Egregio Direttore, leggo oggi un articolo firmato dal mio compagno di corso all’università di Padova, dottor Paolo Biondani e dal dottor Andrea Tornago che invece non conosco. Premetto che prima di scrivere l’articolo ne’ il dottor Biondani  ne’ il dottor Tornago hanno ritenuto di farmi una telefonata o di contattarmi in un qualsiasi altro modo. Si sarebbero evitati questi errori che seguono e che sono tutti documentabili con atti pubblici.

– I nomi dei miei clienti non “ li conosce solo lui”: i nomi dei miei clienti li conoscono tutti quelli che quelli che per legge li devono conoscere e tra questi non vi sono il dottor Biondani e il dottor Tornago: si sappia invece che tra i miei clienti – neanche per il più infimo importo – non vi e’ una sola Persona Politicamente Esposta ( come la definisce la normativa) non una e neppure vi e’ mai stata e tutti hanno acquisto i miei fondi sol to attraverso bonifico di una banca di una giurisdizione del tutto trasparente. La Pubblicità dei miei fondi e dei sottoscrittori e’ la stessa di qualsiasi altro fondo della stessa categoria autorizzato nella UE.

– I dati sulle mie società maltesi sono pubblici: sono pubblicati nel Register of companies of Malta e nel sito della Malta Financial Services Authority.

– I signori Tom Anastasi Pace e Anthony Camilleri non sono affatto due “ fiduciari” sono due ex alti dirigenti della più grande banca maltese i quali lavorano per me da poco dopo essere andati in pensione.

– Non ho società’ alle Bahamas ne’ a Hong Kong ne’ le ho mai avute ne’ di nome Occasio ne’ con qualsiasi altro nome. Tanto lavoro su Occasio avrebbe dovuto invece consentire di comprendere che Occasio faun’ unica cosa: possiede il 14mo piano della torre di Portomaso dove sono i miei uffici che quindi sono miei fin dal 2013 quando li ho acquistati da QD HOTEL PROPERTY AND INVESTIMENT LTD già Qatari Diar Malta  atto del 31 ottobre 2013 notaio Margaret Haywood ins 18658/13) Il mio ufficio quindi é mio e non di proprietà “dell’accusato per la autobomba che ha ucciso Daphne ..”. Nel complesso di Portomaso ci sono credo oltre cinquecento proprietari e che sono nella mia stessa condizione.

– Ineffabile è poi il passaggio: “Finora però si ignorava che un avvocato di Treviso così vicino a Zaia avesse creato un impero finanziario di queste dimensioni”. Quindi non leggete neanche i giornali del vostro gruppo? Sono stato intervistato decine di volte dai vostri giornali e decine di volte citato e sempre si e’ detto della mia società maltese Praude se non altro perché nel 2017 abbiamo vinto il premio Reuter Lipper  come migliori gestori europei di fondi small cap (Mattino di Padova 3 novembre 2019 per dirne una).

– Se poi leggeste anche il Gazzettino ( 15.2.2020 edizione nazionale) – sempre preciso e documentato – avreste visto che non sono più socio dello studio BM&A fin dal primo gennaio 2014 e quindi nel sito dello Studio BM&A non mi “presento come socio fondatore” perché di quello studio non faccio più parte da oltre sei anni e se solo aveste guardato bene il sito lo avreste capito da soli. Quindi dei 645 Mila euro che dite lo studio avere ricevuto dalla Regione io non ho avuto un euro e visto che ci siamo: in tutti gli anni in cui Zaia e’ stato Governatore ho avuto un solo incarico legale cui ho rinunciato!  In quello studio ho solo il recapito obbligatorio per legge quale avvocato stabilito a Malta.

– A proposito di siti, leggere bene: non sono presidente di Praude ma del comitato investimenti di Praude.

– Scrivete che sono “ il consulente di fiducia di Roberto Meneguzzo” giusto per dire  subito che il dottor Meneguzzo ha patteggiato due anni e mezzo per corruzione “ e negli stessi mesi Malvestio sposta tutto a Malta” infatti “ L’ amore per Malta sembra scoccare all’ improvviso”. Il collegamento tra l’ arresto del dottor Meneguzzo e mio improvviso amore per Malta mi sfugge. Io a Malta le mie società le ho fondate nel 2009! Quanto al dottor Meneguzzo – uno dei maggiori finanzieri italiani che si rivolge a decine di avvocati –  vorrei vedere una solo mia fattura per attività di consulenza fatta al dottor Meneguzzo o una sua società, una! In vero sono stato sindaco di Palladio ma su indicazione dei soci di minoranza e neanche del dottor Meneguzzo di cui non sono proprio mai stato “ consulente di fiducia”.

– Quanto al fatto che “ continuo da mesi ad inondare la rete  di elogi a Zaia”: dove siano questi elogi non lo so: un’ intervista a Vvox a inizio anno dove dico che voterò Zaia perché il giornalista me lo chiede, un tweet della stessa intervista per elogiare i lavoratori della sanità del Veneto e non per elogiare Zaia e poi un solo retweet di un’ intervista che parla dei risultati raggiunti nel Veneto sul Covid anche con le mascherine di cui subito parleremo;

– Veniamo alle mascherine: a Malta le hanno usate quando non ne trovavano, a Malta ci sono stati pochissimi morti e potrei dire che sono contento così. “A Malta nessuno si mette a sindacare se sono efficaci” si legge nel vostro articolo, per dire che ho regalato 500.000 patacche buone a niente. Un’ altra cosa falsa. Prima di comprare le maschere ho chiesto al governo se sarebbero servite e il governo maltese – diversamente da quel scrivete -ha verificato ed  il Central Procurement and Supply Unit del Health Department del Ministero della Salute le ha ritenute adeguate all’ uso in “selected areas” e conformi ai certificati  che le accompagnavano.

– Stupendo anche l’accostamento tra la residenza del Governatore Zaia e la sede della Plavisgas, una società che io controllo. Scrivere che la sede della società e’allo stesso indirizzo dove hanno sede tutte le altre società dell’ amministratore unico (uno dei maggiori imprenditori veneti e socio di Plavisgas) no? Spiegazione troppo semplice?

– Infine si cita tra virgolette una mia dichiarazione al Gazzettino:  “Quale corruzione? Malta e’ un isola felice. Qui si vive benissimo. Il delitto é maturato nell’ambito del traffico di droga e petrolio. Lo stato non c’entra nulla”. In realtà quel che si e’ virgolettato era il riassunto non esattamente preciso giacché la specifica parte dell’ intervista e’ questa: Che idea si è fatto dell’omicidio Caruana? «Non ho un’idea definitiva, ovviamente, ma per le modalità con cui si è consumato questo efferato delitto, la pista più plausibile porta a pensare che la giornalista si fosse messa in rotta con i trafficanti di droga e petrolio. Probabilmente le sue indagini sono andate a toccare questo tipo di traffici ed interessi». Su Daphne:” La scomparsa di Daphne Caruana Galiza è un colpo molto duro alla democrazia. La sua era una voce di libertà autorevole.”  Certo poi ho difeso Malta ed il popolo maltese: ho dieci dipendenti maltesi, persone ottime che non possono essere infangate per la condotta di criminali. Avv. Massimo Malvestio

·        L’Onestà dei leghisti: altro che Roma Ladrona.

Lega, il potere di Fontana e quelle carriere decise ai tavolini di un bar di Varese. La Repubblica il 20/10/2020. Un sistema di relazioni e affari nato nel cuore del leghismo, la città di Varese, e cresciuto fino a conquistare il governo della regione più ricca d'Italia. Di quel potere, Attilio Fontana è oggi il volto e la rappresentazione, e ieri sera la puntata di Report su Rai 3 ne ha raccontato la trama. Intessuta di conflitti di interessi, regie occulte dietro le nomine, carriere decise non nei luoghi istituzionali della politica ma ai tavolini di un bar.  

Caianiello decide, Fontana nomina. Sono quelli dell'Haus Garden Cafè, un pub di Gallarate diventato nel tempo l'ufficio di Nino Caianiello e il centro della politica del centrodestra in Lombardia. Caianiello, detto il "mullah", il "ras delle nomine", ma anche "mister dieci per cento" per la "decima" che pretendeva dai politici che piazzava nelle amministrazioni locali e nelle municipalizzate, viene arrestato per corruzione il 7 maggio 2019 nell'inchiesta "Mensa dei poveri". Report lo ha intervistato sui suoi rapporti con Attilio Fontana e sulla genesi di alcune nomine nella giunta che oggi governa la Lombardia. Sollecitato dal giornalista Giorgio Mottola, Caianiello definisce Fontana un "front office", un politico che mette la faccia su decisioni di altri. "Hai visto che i tuoi.. i tuoi consigli li hi seguiti quasi tutti.." dice Fontana a Caianiello, intercettato, dopo aver definito la lista dei suoi assessori. "Non te ne pentirai vedrai, non te ne pentirai.." risponde Ninuzzo, come lo chiamava il governatore. "Non è male, non è male la giunta secondo me" dice ancora Fontana. "Assolutamente.. no.. no è messa bene..", asseconda Caianiello che - nonostante una precedente condanna per concussione nel 2016 - per vent'anni è rimasto il padrone del centrodestra in Lombardia. "Io ho vissuto più la gestione politica del partito - spiega Caianiello a Report -. Mentre Attilio era la persona da proporre. Non è lui il gestore della questione politica, se vogliamo dirla così". Il "mullah" spiega come sono nate le nomine di due tra gli assessori più influenti in Regione, Raffaele Cattaneo (all'Ambiente) e Giulio Gallera (alla Sanità), confermando quanto emerso dalle intercettazioni di "Mensa dei poveri". "Attilio disse: "vedi che ho seguito il tuo consiglio, Raffaele entra in giunta con l'incarico all'ambiente"". E su Gallera: "Sapevo che c'era questa legittima aspettativa da parte di Gallera. Io dico: per me Gallera va bene". "Risponde un po' agli ordini Fontana?" chiede Mottola. "Non ordini, agli accordi". "Attilio Fontana è un po' un front office?". "E' un front office".  

Il sindaco Fontana e il terreno della figlia. Lo scandalo dei camici in piena pandemia, con l'affare da 250mila euro affidato alla società della moglie e del cognato Andrea Dini, è ancora lontano. Report racconta come molti anni prima la giunta comunale di Varese, guidata da Attilio Fontana, abbia modificato la destinazione d'uso - da area a verde a edificabile - di un terreno di 4000 metri quadrati ereditato nel 2012 dalla figlia del sindaco, Maria Cristina Fontana. La trasmissione riporta la testimonianza di un ex dirigente del comune di Varese e del consigliere comunale del Pd Andrea Civati. "All'epoca il terreno era iscritto al catasto come area esclusivamente verde - dice il funzionario -. Ma poi la giunta Fontana ha modificato il piano regolatore del Comune e i 4000 metri della figlia sono diventati edificabili". "Dai verbali del consiglio comunale - aggiunge Civati - non risulta una dichiarazione sul conflitto d'interessi del sindaco Fontana".   

Le consulenze dagli ospedali della Regione. Molti anni dopo, l'avvocato Maria Cristina Fontana risulta beneficiaria di alcuni incarichi legali dalle azienda sanitarie lombarde, i cui vertici sono stati nominati dalla Regione Lombardia e in alcuni casi sono di esplicita fede leghista. Tre incarichi nel 2017 arrivano dall'Azienda sanitaria Nord Milano, che comprende gli ospedali di Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni, cinque arrivano nel 2018 e altri tre nel 2019, mentre un'altra consulenza arriva dall'ospedale Sacco di Milano. Per i contratti del 2019, l'azienda ospedaliera introduce una voce sui conflitti d'interessi. Ma in relazione all'avvocato Fontana non ne vengono indicati. E poi nell'aprile 2020, in piena pandemia, l'Asst Nord Milano aggiorna l'elenco degli avvocati abilitati a fare consulenze legali. Tra i professionisti c'è sempre Maria Chiara Fontana.

Il maneggio abusivo alla moglie di Giorgetti. Un'altra storia, tutta varesina e tutta leghista, riguarda la moglie di Giancarlo Giorgetti e un maneggio all'interno dell'ippodromo della città. A parlare è sempre un ex dirigente del comune di Varese. "In questo ippodromo c'era effettivamente un maneggio abusivo - dice il funzionario -. Vado a verificare, è gestito da due sorelle. La sorella maggiore scopro essere la moglie del senatore Giorgetti". Si tratta di Laura Ferrari, che nel 2008 ha patteggiato una condanna per truffa. Appassionata di equitazione, riceve mezzo milione di euro da Regione Lombardia per organizzare corsi di addestramento a istruttori ippici per disabili. Ma i corsi non sono mai stati fatti. A difendere la moglie di Giorgetti, l'avvocato Attilio Fontana. Durante la sua giunta, nel 2014, le sorelle Ferrari ottengono dalla società che gestisce l'ippodromo la gestione del centro della pista con il loro maneggio. Il contratto è un comodato d'uso gratuito: la moglie e la cognata di Giorgetti non pagano nulla. Poi nel 2018 cambia l'amministrazione e al maneggio arrivano i vigili. Chiedono le autorizzazioni comunali, ma i documenti non si trovano. "Quell'attività non era autorizzata - ha ricostruito  Civati - ed è stata elevata una sanzione". Per quattro anni, moglie e cognata di Giorgetti utilizzano lo spazio all'interno dell'ippodromo di Varese, trasferiscono le loro stalle private, organizzano corsi di equitazione, vengono sponsorizzate dal Comune. Ma grazie al contratto di comodato d'uso, non pagano un euro.  

Daniele Capezzone per “la Verità” il 19 ottobre 2020. Attilio Fontana, il presidente leghista della Regione Lombardia, è di nuovo in trincea. Per un verso, per la nuova ondata Covid; per altro verso, per gli attacchi mediatici che lo mettono nel mirino con accuse sempre più gravi e - parrebbe - fantasiose, addirittura con evocazioni di influenze dalla 'ndrangheta. Ma è la recrudescenza del coronavirus a preoccuparlo: «Avevo iniziato a girare la Lombardia per presentare il nostro piano di rilancio, e avevo trovato ovunque, anche nelle categorie più colpite dalle difficoltà economiche, una gran voglia di reagire e di ripartire, di rimettersi in gioco. La cosa mi entusiasmava, avevo il morale a mille. E invece è arrivata questa seconda botta, un' accelerazione fortissima in appena due o tre giorni». Il governatore lombardo, a partire da qui, ha accettato una conversazione a tutto campo con La Verità.

Allora presidente, davvero si sarebbe fatto condizionare nientemeno che dalla 'ndrangheta per le sue scelte in materia di sanità? Stasera una trasmissione Rai lancerà questa accusa, secondo le indiscrezioni già circolate nei giorni scorsi...

«Queste sono illazioni vergognose fatte per suggestioni incomprensibili ed inaccettabili. Mi riservo comunque di agire sia in sede penale che in sede civile».

Ma, a maggior ragione se fossimo alla rimasticatura di materiale giudiziario già esaminato e da cui non è venuto fuori nulla su di lei, secondo lei come nascono accuse mediatiche di questa pesantezza nei suoi confronti dalla trasmissione Report? Siamo a una campagna con un livello di gravità con pochi precedenti...

«Ah non so, forse perché hanno già cavalcato il cosiddetto caso dei camici. Per citare Stalin, pensano di affondare il coltello nel ventre. Ma non trovano un ventre molle, trovano l' acciaio».

E allora parliamo dei camici. Ci aiuti a fare chiarezza. Alla fine l' azienda di suo cognato ha fatto una donazione alla Regione, i lombardi non hanno pagato un euro, e lei aveva dato disponibilità a mettere dei soldi di tasca sua. La cosa può piacere o no, ma è materia penale?

«Mio cognato aveva fatto altre donazioni in quel periodo. Quando ho capito che la fornitura era onerosa, gli ho chiesto di rinunciare al pagamento per evitare polemiche e ho cercato di corrispondergli il 50 per cento del mancato incasso. Il prezzo era il più basso fra quelli in quel momento pagati. Mio cognato ha accettato e quindi la Regione non ha pagato nulla. Ed è proprio lui che ad oggi ci ha rimesso».

Proseguiamo con le accuse. Da ultimo, sono state evocate consulenze per sua figlia. Di che si tratta?

«Di questo non parlo: parla mia figlia, che ha già inviato delle risposte che per ora la trasmissione non ha preso in considerazione... Aveva degli incarichi assolutamente trasparenti da un' assicurazione che poi era anche un' assicurazione di un' Asst».

Possibile che per colpire lei e la Lega si tenti una specie di assalto alla Lombardia?

«Lei capisce che l' operazione prevede due obiettivi appetitosi: provare a mettere nel mirino la Lega e tentare di prendere la Lombardia. Anche perché con il voto democratico in Lombardia non riescono a vincere, e allora tentano altre strade».

Al di là delle cose giudiziarie, lei vede un accanimento particolare verso la sua regione? Lo dico in modo ancora più esplicito: quando a marzo e ad aprile la prima regione italiana era in difficoltà, ha percepito qualche compiacimento di troppo da parte di alcuni a Roma e non solo? Lo dico in termini calcistici: se il più forte giocatore della squadra sta male, gli altri compagni dovrebbero preoccuparsi, non le pare?

«Non è che si sia solo percepito. Alcuni, giornalisti e politici, lo hanno proprio esplicitato, pronunciando parole pesanti».

Senta, hanno crocifisso lei e Bertolaso per l' ospedale in Fiera. Dicevano che non serviva più, che era una cattedrale nel deserto. Qualcuno l' ha chiamata per scusarsi e dire che avevano torto?

«Assolutamente no, non mi ha chiamato nessuno. Né per scusarsi per avermi dato del razzista quando chiedevo semplicemente di sottoporre a controlli chiunque fosse di ritorno dalla Cina. Né per avermi attaccato in modo assurdo perché in un video indossai una mascherina. Né per la storia dell' ospedale in Fiera. Devo anche dirle che se alcuni chiamassero, li riterrei in malafede, dopo tutto quello che hanno detto. La cosa più giusta l' ha detta uno dei finanziatori privati che hanno reso possibile quella realizzazione: siamo orgogliosi di aver preparato un' opera che speriamo non debba essere utilizzata per un' emergenza».

Quanti cittadini non lombardi vengono ogni anno a curarsi in Lombardia per motivi ordinari, Covid a parte?

«Prima del Covid erano 165-170.000».

Lei è pronto, se altre regioni saranno nei guai a causa del coronavirus, a ospitare i loro pazienti?

«Sì, se ce ne sarà bisogno e se saremo in condizione di farlo, cioè se non saremo a nostra volta sotto pressione».

Nel weekend il commissario Domenico Arcuri e il ministro Francesco Boccia hanno attaccato le regioni, sostenendo che molti ritardi siano colpa dei governatori. Scaricabarile o c' è del vero?

«Peggio che scaricabarile. Noi abbiamo sempre fornito in tempo i nostri dati. Sento anche che ci viene rimproverato di avere respiratori inutilizzati. Noi non ne abbiamo nessuno inutilizzato, tranne venti, ma solo perché non hanno la certificazione. Li teniamo da parte e li utilizzeremo solo se ci sarà un' urgenza drammatica».

Perché il governo ha atteso ottobre per far partire il nuovo bando sulle terapie intensive?

«Non lo so proprio. Bisognerebbe chiederlo a loro».

Vi hanno dato risorse in più per il trasporto pubblico locale?

«La risposta è semplice: no».

Su questo piano, come ve la caverete per potenziare il numero dei mezzi in circolazione?

«Noi stiamo cercando comunque di dare una risposta.

Però voglio dire, anche a difesa dei sindaci, che se hai una metro, non è possibile aumentare le corse oltre una certa misura. E quanto agli accordi con i bus privati, servono risorse per farli. Non solo il governo non ha dato soldi in più, ma a livello locale ci si ritrova con soldi in meno dalla bigliettazione per evidenti ragioni».

Non le pare che il governo, da maggio a oggi, abbia perso tempo? Anziché colpevolizzare i ragazzi o le famiglie che si sono fatte tra luglio e agosto una settimana di vacanza, non potevano pensare a tutte queste cose? Che hanno fatto questa estate, oltre che predicare? Dicevano che poteva arrivare una seconda ondata, ma non hanno fatto nulla per prepararsi, mi pare.

(Sorride). «Se mi chiede che hanno fatto, le dico: non lo so Non mi faccia dire altro, non voglio alcun tipo di polemica. Ho promesso di essere collaborativo».

Come siete messi con i vaccini influenzali?

«Mi permetta di fare chiarezza, perché ho letto tante polemiche urlate, insensate e strumentali. Come Regione, abbiamo acquistato 2.9 milioni di dosi, di cui solo 100.000 sub iudice, perché attendono la certificazione Aifa. Sono numeri più che doppi rispetto all' anno scorso: anche in considerazione del fatto che quest' anno molte più persone vogliono vaccinarsi. Segnalo che altre regioni confinanti, dall' Emilia Romagna al Veneto, hanno acquistato percentualmente gli stessi numeri».

Ci spiega la ratio delle restrizioni che scatteranno in Lombardia? Non teme di avere esagerato?

«Guardi che, con l' accelerazione e la crescita esponenziale dei casi che c' è stata negli ultimi giorni, semmai ho dovuto fare una mediazione rispetto alle richieste ancora più dure che venivano dal Comitato tecnico scientifico».

Non teme il colpo di grazia a bar, ristoranti e commercio? Chi li risarcisce questi imprenditori? Anche prima delle ultime misure nazionali, Confcommercio già stimava in tutta Italia un rischio di chiusura di 270-000 esercizi da qui a fine anno, un' ecatombe. Darete battaglia su questo punto rispetto al governo?

«Noi come Regione, in ogni occasione, ad ogni Dpcm governativo, presentando le nostre richieste o le nostre subordinate, abbiamo sempre chiesto un ristoro economico per le imprese dei settori oggetto delle misure restrittive. Ma vedo che non c' è stata risposta adeguata. Per questo continueremo a chiederlo in ogni occasione».

Consulenze negli ospedali della Regione alla figlia di Fontana, un altro conflitto di interessi per il governatore. Sono tre incarichi di consulenza per attività giudiziaria, ottenuti tra il 2018 e il 2019 presso le asst di Milano. Maria Cristina Fontana le ha avute da quando è subentrata al posto del padre nello studio legale di famiglia, a Varese. Sandro De Riccardis e Luca De Vito su su La Repubblica il 15 ottobre 2020. Una serie di consulenze legali incassate dalla figlia di Attilio Fontana dalle aziende sanitarie della Lombardia, i cui vertici sono stati nominati proprio dalla giunta regionale guidata dal governatore lombardo. Un nuovo conflitto di interessi per Fontana, dopo il caso della fornitura di camici da parte del cognato Andrea Dini (Fontana è indagato per frode in pubbliche forniture), e la nomina dell'ex socio di studio Luca Marsico nel Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici del Pirellone, che era costata al governatore un'indagine per abuso d'ufficio, poi archiviata. A imbarazzare ora il numero uno della Regione Lombardia sono tre incarichi assegnati a Maria Cristina Fontana, primogenita del governatore, subentrata al posto del padre alla guida dello studio legale di famiglia, uno dei più noti a Varese. La prima consulenza è stata assegnata con la delibera numero 526 del 6 settembre 2018 dall'Azienda socio sanitaria Nord Milano per un importo di 6.383,65 euro. Un secondo incarico parte il 20 settembre dello stesso anno: una consulenza di cui non si conosce il costo perché la spesa è coperta dall'assicurazione dell'ente sanitario. Una terza consulenza viene assegnata con una delibera del 31 gennaio 2019 dall'ospedale Sacco: 5.836,48 euro per occuparsi della "costituzione nel giudizio promosso davanti al tribunale di Milano" per la difesa dell'ente in una causa di lavoro. Ma c'è di più. Il rapporto con l'Azienda socio sanitaria Nord Milano diventa ancora più stretto, anche per il 2020, visto che il 29 aprile la stessa Asst, guidata dal direttore generale Elisabetta Fabbrini, delibera l'elenco dei professionisti legali cui affidarsi. Anche qui Maria Cristina Fontana risulta presente in due elenchi, quello degli avvocati da chiamare in caso di "medical malpractice" (ovvero casi di negligenze mediche) e quello dei legali esperti in "diritto fallimentare e procedure concorsuali". A rendere più delicata la faccenda, il fatto che le nomine dei dirigenti della sanità sono fatte proprio dalla giunta regionale: nel caso del Sacco Alessandro Visconti, nominato al vertice dell'azienda ospedaliera in quota Lega, mentre Fabbrini alla guida della Asst nord è stata nominata in quota Forza Italia. "Non si tratta di consulenze, ma di incarichi in procedimenti giudiziari - ha detto all'Ansa Maria Cristina Fontana - Inoltre, dal 2015 (in epoca ben antecedente all'elezione di mio padre) sono fiduciaria di una compagnia di assicurazione privata che fra i suoi assicurati ha anche Asst Nord Milano. Nell'ambito del rapporto lavorativo con la compagnia assicurativa, ho svolto degli incarichi di difesa della Asst a spese della stessa compagnia". Il nome di Visconti compare negli atti dell'inchiesta "Mensa dei poveri" sugli appalti pilotati nella sanità lombarda dal "burattinaio" delle nomine di Forza Italia Nino Caianiello. Ne parla proprio Attilio Fontana nel suo esame, da testimone, di fronte ai magistrati. I pm chiedono se la nomina di Alessandro Visconti alla guida del Sacco-Fatebenefratelli sia in quota Lega. "All'inizio del mio mandato - risponde Fontana - l'unico criterio seguito per la nomina dei dg delle Ats e delle Asst è stato esclusivamente quello delle professionalità e non di appartenenza politica", per il dottor Visconti, "non escludo che sia un simpatizzante della Lega". Ma qualche anno prima, dopo le nomine del 2014, è stato proprio Visconti ad ammettere la sua militanza leghista. " "Dal 1995 dono alla Lega il mio tempo, il mio impegno e in certi casi dei contributi in denaro: per tredici anni sono stato assessore a Sumirago, ho passato le domeniche nei gazebo, alle feste della Lega ho aiutato in cucina. Ho sempre sostenuto che i partiti più che sui soldi pubblici debbano contare sui finanziamenti della gente".  

Mogli, camici e cavalli dei paesi tuoi. Report Rai PUNTATA DEL 19/10/2020 Giorgio Mottola, collaborazione di Norma Ferrara, Federico Marconi, Giovanni De Faveri. Dietro allo scandalo dei camici del cognato di Fontana Report ha scoperto un sistema di potere che da anni avvolgerebbe la Regione Lombardia: appalti truccati, nomine pilotate e infiltrazione della ‘ndrangheta. Con interviste e documenti esclusivi l’inchiesta fa luce su nuovi e inediti conflitti di interesse del governatore Fontana. Viene ricostruita inoltre la presunta rete di corruzione messa in piedi tra Varese e Milano da una delle eminenze grigie più potenti della Lombardia: un politico di altissimo profilo, detto il Mullah, legato a Marcello Dell’Utri e consigliere di Attilio Fontana nella formazione della giunta regionale. In questo scenario la ‘ndrangheta avrebbe trovato terreno fertile. Deciderebbe giunte comunali, nomina sindaci e non sente più alcun bisogno di nascondersi.

MOGLI, CAMICI E CAVALLI DEI PAESI TUOI di Giorgio Mottola collaborazione Giovanni De Faveri - Norma Ferrara – Federico Marconi Immagini di Alfredo Farina – Davide Fonda – Andrea Lilli – Fabio Martinelli Montaggio e Grafica Giorgio Vallati.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Intorno a questo grano si sta consumando un’insensata guerra, che rischia di comprometterne il recupero, ed è un peccato, perché è un grano tutto italiano e ha anche delle proprietà benefiche. Questo è quello che emergerebbe da uno studio che vi mostreremo in via del tutto esclusiva questa sera. Però, dopo esser tornati sui nostri passi. Nell’aprile scorso, in piena emergenza virus, Report ha scoperto che la Regione Lombardia aveva affidato senza gara, attraverso una procedura negoziata, una fornitura di camici, 75 mila, del valore di mezzo milione di euro alla Dama, una società che faceva riferimento alla moglie del governatore Fontana e a suo cognato. Incalzato dalle domande del nostro Giorgio Mottola, Dini aveva risposto “È avvenuto tutto a mia insaputa. Appena ne sono venuto a conoscenza, ho trasformato quel contratto in donazione”. Stessa versione del governatore Fontana. Insomma, a sua insaputa da governatore e anche da marito. Tuttavia, i magistrati, invece, sospettano che quel contratto di fornitura si è trasformato in donazione solo dopo che Report aveva cominciato a fare domande in Regione. Per questo ha indagato il governatore Fontana, per frode nella pubblica fornitura, perché non ha informato chi di dovere del conflitto di interessi. Indagato anche il suo manager, Filippo Bongiovanni, che è il direttore della stazione appaltante, Area. Perché è indagato? Per turbata libera scelta del contraente, perché ha assegnato la fornitura pur sapendo del conflitto di interessi. È indagato anche il cognato, Dini, per frode nell'adempimento della pubblica fornitura, perché, rispetto a quanto stabilito dal contratto mancano all’appello oltre 25 mila camici. In un sms, poi, anche la moglie di Fontana scrive al fratello e dice: cerca di recuperare più camici possibili. A svelare il velo dell’ipocrisia è stato chi beneficenza la fa sul serio: Emanuela Crivellaro. È la presidente di un’associazione, una Onlus che assiste bambini malati. Lei si presenta nell’ufficio di Dini proprio mentre sta chiudendo il contratto con la Regione. E gli dice: “Mi presti un po’ di camici? Mi dai un po' di camici, me li regali, che li distribuisco negli ospedali che hanno bisogno?”. Cosa ha risposto Dini? Lo sentiremo dalla sua voce, quella che è diventata la super testimone della procura di Milano ha deciso di raccontarci la sua storia dopo che il governatore Fontana ha cercato di chiarire la sua posizione in un infuocato consiglio regionale di mezza estate. Il nostro Giorgio Mottola.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA CONSIGLIO REGIONALE DEL 27/07/2020 A seguito di una inchiesta di “Report” annunciata con toni scandalistici si è molto parlato della vicenda fornitura camici, divulgata dalla più faziosa informazione con il refrain ripetuto all’inverosimile: “Dama l’azienda del cognato del presidente cui partecipa al 10 per cento sua moglie Roberta”.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Quest’estate Attilio Fontana era stato chiamato a dar conto della fornitura di camici da mezzo milione di euro assegnata al cognato ma il governatore piuttosto che dare chiarimenti ha preferito attaccare duramente “Report”. E molti punti della vicenda sono quindi rimasti oscuri.

ANDREA DINI – AMMINISTRATORE DELEGATO DAMA SPA No, guardi, no no è una donazione, ci sono tutti i documenti.

GIORGIO MOTTOLA Però mi scusi, in realtà, leggendo le carte, sembra in realtà una… Non è una donazione. È un appalto, in realtà. Cioè, lei ha venduto dei camici.

ANDREA DINI – AMMINISTRATORE DELEGATO DAMA SPA Effettivamente, i miei quando io non ero in azienda durante il Covid, chi se n’è occupato ha male interpretato la cosa, ma poi dopo io sono tornato, me ne sono accorto e ho immediatamente rettificato tutto perché avevo detto ai miei che doveva essere una donazione.

GIORGIO MOTTOLA L’hanno fatto a sua insaputa, insomma…

ANDREA DINI – AMMINISTRATORE DELEGATO DAMA SPA Sì. Appena l’ho saputo ho detto no, no, in Lombardia assolutamente.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Anche Attilio Fontana con un post assicura che fin dall’inizio si trattava di una donazione. Ma a smentire la loro versione c’è un importante testimone. Mentre stava chiudendo l’affare con la Regione il cognato del governatore incontra Emanuela Crivellaro, presidente della fondazione benefica “Il Ponte del Sorriso” in quei giorni era alla ricerca di mascherine e camici da donare agli ospedali lombardi e per questo si era rivolta anche ad Andrea Dini.

EMANUELA CRIVELLARO – PRESIDENTE FONDAZIONE ONLUS “Il PONTE DEL SORRISO” Me ne ha dati 300 e mi ha detto poi vedrò di dartene altri. Poi non ne sono arrivati più neanche uno. Io più volte l’ho sollecitato e lui mi ha risposto non posso perché sono sotto contratto con la Regione. Cioè, contratto esclusivo. Ho detto: guarda che anche l’ospedale è disposto a comprarli ma, non… lui ha detto che non poteva venderceli perché aveva un contratto con la Regione. Quindi…

GIORGIO MOTTOLA E qui siamo a metà aprile.

EMANUELA CRIVELLARO – PRESIDENTE FONDAZIONE ONLUS “Il PONTE DEL SORRISO” E qui siamo… no. Al 10 aprile.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dunque contratto e non donazione. Ma come faceva Andrea Dini a sapere che avrebbe avuto un contratto con la Regione già il 10 aprile? L’esito della procedura negoziata è stato reso noto infatti solo sei giorni dopo, il 16 aprile. Come faceva a saperlo? Alla Crivellaro Andrea Dini racconta di avere un gancio diretto in Regione Lombardia.

EMANUELA CRIVELLARO – PRESIDENTE FONDAZIONE ONLUS “Il PONTE DEL SORRISO” E lui mi ha detto che era in trattativa con la Regione. E io gli ho detto: ah, sì tra l’altro so che è Cattaneo… insomma, o ce lo siamo detti a vicenda, a me pare di averlo tirato fuori io: è Cattaneo? E lui mi ha risposto sì, è proprio il mio riferimento.

GIORGIO MOTTOLA In Regione?

EMANUELA CRIVELLARO – PRESIDENTE FONDAZIONE ONLUS “Il PONTE DEL SORRISO” In Regione, è proprio il mio riferimento in Regione.

GIORGIO MOTTOLA Cattaneo, l’assessore?

EMANUELA CRIVELLARO – PRESIDENTE FONDAZIONE ONLUS “Il PONTE DEL SORRISO” L’assessore Cattaneo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Raffaele Cattaneo è uno degli uomini più fedeli del presidente della Lombardia. Esponente di Comunione e liberazione, a sorpresa due anni fa è stato nominato da Fontana assessore all’Ambiente sebbene alle regionali non avesse ottenuto preferenze sufficienti a farsi eleggere consigliere.

GIORGIO MOTTOLA Come mai lei ha fatto da intermediario tra il cognato di Fontana e la Regione Lombardia?

RAFFAELE CATTANEO – ASSESSORE AMBIENTE REGIONE LOMBARDIA Ma perché io sono stato incaricato di far fronte all’emergenza di dispositivi di protezione individuali, quindi mascherine, camici.

GIORGIO MOTTOLA Lei sapeva che Dini fosse il cognato di Fontana?

RAFFAELE CATTANEO – ASSESSORE AMBIENTE REGIONE LOMBARDIA Sapevo che Dini fosse il cognato di Fontana, sì. Non lo conoscevo, non lo conosco di persona, lo conoscevo di fama.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Quindi l’assessore Cattaneo era a conoscenza del conflitto, ma non lo denuncia.

GIORGIO MOTTOLA Bastava segnalare che fosse il cognato del presidente Fontana.

RAFFAELE CATTANEO – ASSESSORE AMBIENTE REGIONE LOMBARDIA Sì, certo. Certo.

GIORGIO MOTTOLA Questa segnalazione non è mai stata fatta.

RAFFAELE CATTANEO – ASSESSORE AMBIENTE REGIONE LOMBARDIA Ma non è vero, non è vero. Cosa dove essere fatto. Quale, insomma, quale…

GIORGIO MOTTOLA Ci sono delle leggi sui conflitti di interessi.

RAFFAELE CATTANEO – ASSESSORE AMBIENTE REGIONE LOMBARDIA Sì appunto, ma questi…

GIORGIO MOTTOLA Cioè la società non è solo del cognato, ma anche della moglie di Fontana.

RAFFAELE CATTANEO – ASSESSORE AMBIENTE REGIONE LOMBARDIA Però vede, in una istituzione, come lei ben sa ci sono responsabilità diverse. La mia responsabilità è stata quella di coordinare una task force che si occupava di garantire la disponibilità di Dpi (Dispositivi di protezione individuale ndr).

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma come ha fatto Dini a entrare in contatto con un assessore della Giunta regionale? La risposta l’hanno trovata gli investigatori nel suo telefono. Esattamente tre settimane prima della procedura negoziata, il 27 marzo Roberta Dini, moglie di Attilio Fontana, e proprietaria del 10 percento di Dama spa, scrive al fratello: “Prova a chiamare assessore Cattaneo di Varese. Sembra siano molto interessati ai camici. Questo mi dice assessore al bilancio Caparini”, che sarebbe Davide Caparini, assessore al Bilancio nella giunta regionale presieduta da Fontana. Poi Roberta Dini aggiunge: “Ho avvisato la moglie di Cattaneo, che conosco un po’, vuol dare una mano”. Di tutto questo Attilio Fontana assicura di non averne saputo nulla, almeno fino a una certa data.

ATTILIO FONTANA - PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA CONSIGLIO REGIONALE DEL 27/07/2020 Dei rapporti negoziali Aria-Dama nulla ho saputo fino al 12 maggio scorso, data in cui mi si riferiva che era stata concordata una rilevante fornitura di camici a titolo oneroso.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il 12 maggio è la data cruciale di tutta la vicenda. Il giorno prima, l’11 maggio, dalla redazione di Report abbiamo mandato alla segreteria di Fontana questa richiesta di intervista con alcune domande che facevano genericamente riferimento al ruolo dei privati nell’emergenza sanitaria. Secondo quanto ritengono i pm, sarebbe questa nostra mail a far scattare il campanello d’allarme nell’ufficio del presidente Fontana, che ordina al cognato di restituire i soldi e trasformare la commessa in una donazione.

ATTILIO FONTANA - PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA CONSIGLIO REGIONALE DEL 27/07/2020 Ma poiché il male, così come il bene è negli occhi di chi guarda, ho chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento per evitare polemiche e strumentalizzazioni.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dunque, a differenza di quello che Fontana e il cognato ci hanno raccontato all’inizio, l’idea della donazione è venuta solo in un secondo momento. E tra l’altro, l’idea non sembra entusiasmare troppo né Dini, né la moglie di Fontana. Scrive, infatti, Roberta Dini al fratello: “Attilio ora a Milano. Ti devi imporre. Lunedì si recupera tutto quello che si può”. E suggerisce di farsi restituire una parte dei camici già donati: “Stamattina consegnati 6mila camici. Almeno quelli possono essere resi”. Ed è forse per questa ragione che Attilio Fontana prova a rimborsare di tasca sua il cognato con un bonifico da 250 mila euro.

ATTILIO FONTANA Si è trattata di una decisione spontanea e volontaria, e dovuta al rammarico nel constatare che il mio legame di affinità aveva solo arrecato svantaggio a un’azienda legata alla mia famiglia. E così quel gesto è diventato sospetto, se non addirittura losco.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO A sospettare in realtà sarebbe stata la sua stessa banca, che ha bloccato il bonifico da 250 mila euro segnalandolo come operazione sospetta. Quei soldi infatti vengono da un conto svizzero di Fontana che porta direttamente nei Caraibi, alle Bahamas, dove la famiglia del presidente ha avuto per anni un trust anonimo da 5 milioni di euro, la Montmellon Valley.

GIORGIO MOTTOLA Ma chi c’è dietro Montmellon Valley?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO IN RICICLAGGIO Uno studio di avvocati di Panama che si chiama “Morgan y Morgan”, antagonista di Mossak Fonseca, famoso per i Panama Papers, che operano proprio per creare, gestire strutture offshore. Quindi strutture che garantiscono gli anonimati bancari e societari dentro i quali ci sono un sacco di soldi.

GIORGIO MOTTOLA E che tipo di reputazione ha “Morgan y Morgan”?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO IN RICICLAGGIO È come Mossak Fonseca, che reputazione devono avere? Cioè gestore di strutture offshore che servono per riciclare. Insomma, questo è.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Attilio Fontana, che aveva una delega per gestire il trust, sostiene che i 5 milioni di euro fossero i risparmi della madre dentista e del padre dipendente della mutua. La società anonima alle Bahamas viene chiusa dopo la morte della signora Fontana nel 2015.

GIORGIO MOTTOLA Dopo il 2015 Fontana chiude il trust alle Bahamas.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO IN RICICLAGGIO Proprio nel 2015 entra in vigore in Italia la normativa per la cosiddetta voluntary disclosure che consentiva a chi occultava denaro all’estero di poterlo regolarizzare pagando, come sempre succede, imposte pari a due cocomeri e un peperone. Era l’ultima spiaggia. Perché poi entravano in vigore delle normative penali che rendevano impossibile detenere denaro proveniente da delitto anche in Svizzera.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Come mai tutte queste bugie? Che cosa nasconde questa vicenda?

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Guardi quello che nasconde lo nascondete voi nella vostra testa.

GIORGIO MOTTOLA Però lei nascondeva anche dei soldi all’estero in paradisi fiscali, presidente.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Io nascondevo?! Stia attento a quello che dice, stia molto attento. Io ho dichiarato. Io ho dichiarato, quindi lei deve stare attento a quello che dice perché io per questa cosa io la querelerò.

GIORGIO MOTTOLA Però come mai?

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA No, non c’è come mai. Non c’è nessun come mai.

GIORGIO MOTTOLA No, però le chiedo. No, perché lei ha anche mentito sui conti offshore, eh Presidente.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Ma che offshore. Lei dovrebbe conoscere meglio...

GIORGIO MOTTOLA Però lei che le conosce bene, ce lo spieghi meglio lei.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA No no. Ve lo spiegherà il magistrato. Ci vediamo… Ci vediamo…

GIORGIO MOTTOLA Anche sui conti offshore ha detto delle bugie, perché ha detto che non erano movimentati, ha detto che non c’erano state movimentazioni, invece nel 2005.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Lei non conosce niente e continua parlare.

GIORGIO MOTTOLA E ci aiuti a capire, come ha fatto sua madre e suo padre, un dentista e un dipendente della mutua…

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Quando la società alle Bahamas viene chiusa, i cinque milioni di euro finiscono, almeno in parte, su un conto svizzero dell’Ubs. Il conto è di proprietà di Fontana ma intestato all’ “Unione Fiduciaria”. È da qui che sarebbe dovuto partire il bonifico da 250mila euro per il cognato.

GIORGIO MOTTOLA Presidente non voglio assalirla, voglio soltanto chiederle…

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA No, lei mi sta assalendo. E quindi, eh…

GIORGIO MOTTOLA Non voglio assalirla, voglio soltanto chiederle come mai ha fatto partire questo bonifico da 250mila euro da un conto schermato in Svizzera. Risponda solo a questa domanda. Cioè perché ha provato a partire i soldi da un conto schermato per suo cognato, perché non lo ha fatto partire da un conto italiano?

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Perché non ne avevo 250 mila sul conto italiano.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il gruzzoletto l’ha tenuto in Svizzera, cinque milioni di euro che emergono solo nel 2015, quando Fontana decide di aderire alla Voluntary Disclosure. Dice: “Sono i risparmi di una vita dei miei genitori”. Madre dentista, padre dipendente della mutua. Però, insomma, noi di Report abbiamo avuto modo di leggere la relazione che ha accompagnato la sua adesione alla Voluntary Disclosure. Intanto emerge che lui autodenuncia il fatto di non aver denunciato alcuni dei suoi investimenti, dal 2009 al 2013, sui conti all’estero, e poi sono stati sanati - come ha detto il nostro Gian Gaetano Bellavia - con un cocomero e due peperoni, se uno li confronta con i cinque milioni di euro. Ma lo spirito della Voluntary Disclosure era anche quello di far emergere le attività con cui erano stati accumulati i capitali occultati all’estero. Nella relazione che ha potuto leggere Report, nella casella che riguarda la relazione di accompagnamento di adesione alla Voluntary fatta dal governatore Fontana, quella casella è vuota. Non si sa, almeno se è l’unico modello, perché non sappiamo se quello è l’unico modello, se qualcuno dell’Agenzia delle Entrate nel tempo abbia poi chiesto al governatore: da dove vengono, da quali attività provengono quei soldi? È una domanda che è rimasta senza risposta, per quello che ci riguarda. Mentre invece è chiaro che il governatore Fontana proviene da Varese. Da Varese proviene anche il suo predecessore, Roberto Maroni. E anche Bossi, e anche i dirigenti più importanti della Lega. Perché Varese è la roccaforte del potere leghista. Un potere che intimorisce al punto che, se un funzionario pubblico vuole denunciare un semplice conflitto di interessi, è costretto a farlo con la faccia mascherata. Andando a ritroso, alle origini di quel potere, si scopre che il conflitto di interesse non è tanto inteso come la violazione di una norma, ma una predisposizione dell’animo umano.

EX DIRIGENTE - COMUNE DI VARESE Ho notato in alcune circostanze un uso improprio dei beni della collettività, dei soldi pubblici e dell’incarico pubblico.

GIORGIO MOTTOLA Quali sono le vicende che lei ha riscontrato?

EX DIRIGENTE - COMUNE DI VARESE Noi abbiamo verificato l’esistenza di un cambio di destinazione d’uso per un terreno di famiglia, se non ricordo male intestato alla figlia, che poi è diventato qualche mese prima, terreno edificabile.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed ecco il terreno dei Fontana: 4000 metri quadrati in una delle zone più pregiate di Varese. La figlia del governatore, Maria Cristina Fontana, lo ha ereditato nel 2012 insieme alla villa di famiglia da 15 vani immersa nel verde. All’epoca il terreno era iscritto al catasto come area esclusivamente verde. Ma poi la giunta Fontana ha modificato il piano regolatore del Comune e i 4000 metri della figlia sono diventati edificabili.

GIORGIO MOTTOLA All’epoca Attilio Fontana ha dichiarato che aveva un conflitto di interessi su quei terreni?

ANDREA CIVATI - CONSIGLIERE COMUNALE VARESE – PD Dai verbali del consiglio comunale non risulta una dichiarazione in questo senso del sindaco Fontana.

GIORGIO MOTTOLA Quindi, in consiglio comunale nessuno sapeva che quello fosse il terreno della figlia?

ANDREA CIVATI - CONSIGLIERE COMUNALE VARESE – PD No, no, nessuno.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Grazie al cambio di destinazione d’uso il valore del terreno si modifica di quasi dieci volte. E dai documenti che abbiamo ritrovato, il giorno in cui il consiglio comunale approva le modifiche al piano regolatore, Attilio Fontana risulta presente e partecipa al voto senza segnalare il suo conflitto d’interesse. Il copione si ripete identico anche quando un consigliere di minoranza presenta un emendamento per bloccare i permessi a costruire sul terreno della figlia.

GIORGIO MOTTOLA Lei presenta quell’emendamento per bloccare il cambio di destinazione d’uso?

ANDREA CIVATI - CONSIGLIERE COMUNALE VARESE – PD Esattamente.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E Fontana non dichiara il suo conflitto di interesse neppure quando con il suo voto contribuisce a bocciare l’emendamento della minoranza ad hoc sul terreno. L’area della figlia diventa ufficialmente edificabile.

GIORGIO MOTTOLA E lei questo lo ha segnalato?

EX DIRIGENTE COMUNE DI VARESE Questa come tante altre cose sono state segnalate in Procura, in due esposti. Uno a Varese, e l’altro a Milano.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO A distanza di anni, la Procura di Varese ha aperto un’indagine a carico di Attilio Fontana per abuso di ufficio. Ma le accuse sono state subito archiviate, come annuncia lo stesso Fontana con una conferenza stampa.

ATTILIO FONTANA – Da TGR55 - intervista di Matteo Inzaghi del 10/10/2017 Sono molto contento anche perché l’unica cosa che ho avuto sempre come riferimento è stata la legalità e il rispetto delle norme. Sono perfettamente cosciente di chi sia l’autore della lettera anonima e lui sa che io lo so.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Intanto Maria Cristina Fontana ha iniziato a seguire le orme paterne. Avvocato in carriera, ha ereditato le quote dello studio legale del padre e iniziato ad assumere incarichi legali anche per la Regione Lombardia. In particolare, per l’Azienda sanitaria Nord Milano, che comprende gli ospedali di Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo.

GIORGIO MOTTOLA Queste sue consulenze si intensificano proprio nel momento in cui suo padre diventa presidente della Regione Lombardia dal 2018.

MARIA CRISTINA FONTANA – AVVOCATO Questa è un’affermazione molto grave e molto falsa, per cui se la ripete assumerà le responsabilità.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma i documenti che abbiamo trovato sembrano smentirla. Per conto dell’Azienda sanitaria Nord Milano, Maria Cristina Fontana svolge tre incarichi nel 2017 e poi a partire dal settembre 2018, vale a dire poco dopo la nomina del padre, ne fa cinque. E altri tre nel 2019, a cui va aggiunto un altro incarico legale da 5800 euro all’ospedale Sacco. GIORGIO MOTTOLA Guardi noi abbiamo controllato e si intensificano dal 2018.

MARIA CRISTINA FONTANA – AVVOCATO Questo non è assolutamente vero. Comunque lei non si deve permettere di telefonare così, anche perché sto lavorando.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nei documenti inediti del 2019, le tabelle dell’Asst Nord Milano aggiungono una voce sui conflitti di interesse dei consulenti legali. E in corrispondenza del nome di Maria Cristina Fontana, viene specificato che non c’è nessun conflitto di interesse da segnalare. Nell’aprile 2020, invece, in piena emergenza Covid, la dirigenza dell’ospedale trova il tempo di riunirsi ed estendere l’elenco degli avvocati abilitati a fare consulenze legali per l’Asst Nord Milano. Il provvedimento riguarda anche Maria Cristina Fontana, che grazie a quella deliberazione, sembra allargare il campo di azione in cui può effettuare incarichi legali. A firmare il documento sono massimi dirigenti dell’Asst Nord Milano, nominati dalla giunta Fontana appena un anno prima.

GIORGIO MOTTOLA Ma come mai proprio nel pieno dell’emergenza Covid le è stato ampliato l’ambito in cui può fare consulenze per L’Asst Nord Milano.

MARIA CRISTINA FONTANA – AVVOCATO Senta, lei non ha nessuna autorità, quindi non le devo nessuna spiegazione. Cortesemente se mi lascia lavorare. Ripeto cosa che magari lei non sa cosa voglia dire.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma a Varese, durante l’amministrazione Fontana, c’è un’altra “questione di famiglia”. Stavolta però riguarda i familiari di un altro altissimo dirigente nazionale della Lega. Un conflitto di interessi pubblico e sotto gli occhi di tutti, di cui però finora nessuno ha mai parlato. È andato avanti per quattro anni e ha avuto come teatro l’ippodromo comunale di Varese.

EX DIRIGENTE – COMUNE VARESE In questo ippodromo c’era effettivamente un maneggio abusivo. Questo maneggio, cosa strana, vado a verificare, è gestito da due sorelle. La sorella maggiore scopro essere la moglie del senatore Giorgetti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La moglie di Giorgetti si chiama Laura Ferrari e insieme alla sorella si occupa da anni di equitazione. Passione che già qualche anno le fu fatale. Laura Ferrari nel 2008 ha infatti patteggiato una condanna per truffa: aveva ricevuto mezzo milione di euro dalla Regione Lombardia per organizzare corsi di addestramento a istruttori ippici per disabili. I soldi sono arrivati, ma i corsi non sono mai stati fatti. L’avvocato scelto all’epoca dalla moglie di Giorgetti fu il principe del foro di Varese, Attilio Fontana. E proprio durante l’amministrazione Fontana, Laura Ferrari e sua sorella ottengono dalla società privata che ha in concessione l’ippodromo comunale di occupare il centro della pista con il loro maneggio.

DA L’OPINIONE EQUESTRE DEL 10/12/2014 PRESENTATRICE Partiamo da Laura, e così, raccontaci un po’ che cosa accade, che cosa succede all’interno del vostro centro ippico.

LAURA FERRARI Allora la nostra è una scuola di equitazione e quindi è rivolta principalmente a bambini e abbiamo anche adulti.

GIORGIO MOTTOLA Con la loro associazione “Pony Club Le Bettole” impiantano nell’ippodromo box per i cavalli, un tendone per svolgere le attività anche d’inverno e organizzano corsi a pagamento, sponsorizzati dentro le scuole con brochure ufficiali del Comune di Varese.

DA L’OPINIONE EQUESTRE DEL 10/12/2014 LAURA FERRARI Questo ci consente di avere anche una buona pubblicità in tutto il comune di Varese, diciamo che è un bacino abbastanza, grande, importante.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Tuttavia, dai documenti ufficiali che abbiamo ritrovato non siamo riusciti a comprendere quanto la moglie di Giorgetti pagasse di affitto. Per usare l’ippodromo come stalla per i loro cavalli e per i corsi di equitazione a pagamento. GIORGIO MOTTOLA La moglie di Giorgetti per quell’ippodromo quanto pagava d’affitto?

ANDREA CIVATI – CONSIGLIERE COMUNALE VARESE - PD Noi non lo sappiamo perché l’amministrazione comunale semplicemente dà in concessione a una società la gestione di tutto l’ippodromo, che è appunto il concessionario, che poi gestisce le sue attività, i suoi ricavi autonomamente.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Abbiamo chiesto alla società concessionaria dell’ippodromo e ci ha spiegato che il rapporto con l’associazione “Pony Club le Bettole” era regolato da un contratto di comodato d’uso gratuito. Vale a dire che la moglie e la cognata di Giorgetti, per tutti gli anni in cui hanno occupato l’ippodromo, non hanno pagato nemmeno un euro. Le attività della loro associazione vanno avanti fino al 2018. Solo due anni fa, quando l’amministrazione non è più in mano alla Lega, scatta un controllo dei vigili. Chiedono alla cognata di Giorgetti di presentare la Scia, vale a dire le autorizzazioni comunali per il maneggio, ma la presidente dell’associazione risponde di non essere in grado di esibirla.

GIORGIO MOTTOLA Quell’attività di maneggio dell’associazione della moglie di Giorgetti era abusiva?

ANDREA CIVATI – CONSIGLIERE COMUNALE VARESE - PD Secondo la ricostruzione dell’amministrazione, quell’attività non era autorizzata, e per questo è stata elevata una sanzione.

GIORGIO MOTTOLA Pronto Laura Ferrari?

LAURA FERRARI – PONY CLUB LE BETTOLE Si?

GIORGIO MOTTOLA Salve, sono Giorgio Mottola, sono un giornalista di Report, Rai3.

LAURA FERRARI - PONY CLUB LE BETTOLE No, adesso io non posso parlare grazie.

GIORGIO MOTTOLA Volevo farle qualche domanda sulla sua associazione.

LAURA FERRARI - PONY CLUB LE BETTOLE Grazie. Non posso, non posso, salve. Salve, salve.

GIORGIO MOTTOLA Perché c’è arrivata notizia che occupaste abusivamente l’ippodromo di Varese. Pronto?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La moglie e la cognata di Giorgetti hanno presentato un ricorso contro la sanzione inflitta dal Comune. E ora la questione pende davanti al giudice di Pace. Ma che qualcosa non andasse forse non era un segreto di Stato.

EX DIRIGENTE - COMUNE DI VARESE Tutti sapevano, nessuno ha fatto nulla, compreso il comandante dei vigili, compreso il prefetto, compreso il Comune.

GIORGIO MOTTOLA Come fa a sapere che gli altri erano al corrente?

EX DIRIGENTE - COMUNE DI VARESE Perché ho parlato con il prefetto, dottor Zanzi, lo stesso Prefetto su diversi argomenti ma anche su questo, mi ha detto che era già a conoscenza. Io ho detto testuali parole al prefetto: “dottor Zanzi, secondo lei cosa avremmo dovuto fare, cosa avrei dovuto fare, girare la faccia dall’altra parte”?

GIORGIO MOTTOLA Salve senatore sono Giorgio Mottola di Report Rai3.

GIANCARLO GIORGETTI – VICE SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Però i giornalisti li facciamo tutti dopo.

GIORGIO MOTTOLA Però vorremmo farle soltanto una domanda perché ci risulta che sua moglie e sua cognata abbiano occupato abusivamente l’ippodromo di Varese per diversi anni mentre Fontana era sindaco.

GIANCARLO GIORGETTI – VICE SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Ma figurati, dai su.

GIORGIO MOTTOLA C’è stata anche una denuncia in procura, una denuncia in prefettura. E alla persona che la ha denunciato questa cosa è stato risposto che tutti sapevano tutto.

VOCE ALTRO SOGGETTO Andiamo di là un attimo a parlare?

GIANCARLO GIORGETTI – VICE SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Ma che… è tutto regolare…

GIORGIO MOTTOLA Eh no, sembra abusivo…Non mi spinga però!

GIANCARLO GIORGETTI – VICE SEGRETARIO FEDERALE DELLA LEGA Ma perché la devi chiedere a me questa roba qua?

GIORGIO MOTTOLA Perché si tratta di sua moglie e sua… Che sta facendo? Con la pancia?

SICUREZZA? Mi sta spingendo!

GIORGIO MOTTOLA È lei che mi sta spingendo con la pancia. Facciamo pancia contro pancia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Pancia contro pancia. Per fortuna che il nostro Giorgio è attrezzato. Però è stato bravo a ricostruire la mappa di un potere che si muove a proprio agio nell’ambito del conflitto d’interessi. A partire da quel voto che, in consiglio comunale, ha cambiato la destinazione di alcuni terreni e che hanno di fatto moltiplicato il valore dei beni immobiliari delle proprietà di famiglia. Su quei fatti sono stati presentati due esposti. Uno presso il tribunale di Varese che si è concluso con una archiviazione. Abbiamo letto, noi di Report, le motivazioni ed emerge un particolare singolare: i magistrati hanno preso in considerazione il primo voto, quello che era sulla modifica dell’intero piano regolatore della città e hanno chiesto l’archiviazione perché “Il consiglio comunale” compreso Fontana “si è espresso cumulativamente”. Mentre le indagini, però, in maniera singolare, non hanno preso in considerazione il secondo voto, quello che riguarda un emendamento specifico, presentato dal consigliere di opposizione Civati, che avrebbe di fatto bloccato i permessi a costruire sui terreni della figlia. Lì Fontana ha partecipato al voto nei duplici panni di padre e sindaco della città e ha contribuito a bocciare l’emendamento. Questo, non si sa perché, non è stato preso in considerazione. Non sappiamo neanche che fine poi abbia fatto l’altro esposto, quello presentato presso la procura di Milano. Mentre, invece, sull’ipotetico conflitto di interessi che riguarda i rapporti dell’avvocato figlia del governatore con l’Azienda Sanitaria Milano Nord, ci scrive, ci fa sapere che i suoi sono stati “incarichi a spese della compagnia assicuratrice della quale è fiduciaria dal 2015”. Scrive anche che le sue aree di competenza “non sono aumentate ma sono state” – in qualche modo – “rimodulate”. Però né lei né i responsabili dell’azienda sanitaria milanese hanno detto nulla su un ipotetico, possibile conflitto di interessi che riguarda la parentela fra lei e il governatore, cioè con colui che di fatto nomina i dirigenti che le affidano gli incarichi. Per quello che riguarda, invece, l’altro conflitto scoperto da Report, quello di casa Giorgetti, che cosa è successo? È successo che nel 2014 moglie e cognata di Giorgetti, con una associazione, si infilano nell’ippodromo comunale di Varese. Gli spalanca le porte un privato, sostanzialmente. Loro lì che cosa fanno? Infilano le loro stalle private, fanno dei corsi di equitazione, a pagamento, che vengono anche sponsorizzati da brochure del Comune. Tutto questo possono farlo senza pagare un euro, questo perché il concessionario privato ha firmato con loro un contratto di comodato gratuito. Tutto regolare. Fino a quando, dopo un po’ di anni, cambiata la giunta, il colore della giunta, arriva un’ispezione dei vigili. E secondo i vigili c’è un’irregolarità. Quel maneggio non aveva l’autorizzazione per svolgere le attività. L’associazione che fa riferimento alla moglie di Giorgetti ci scrive “Noi però siamo una Onlus, non abbiamo bisogno di autorizzazioni”. Vedremo. Vorrei vedere se al suo posto ci fosse stata un’altra associazione, di un’altra signora, se avrebbe potuto godere di 4 anni dell’ippodromo gratuitamente. Pare che fosse il segreto di Pulcinella, come ha detto il funzionario pubblico che ha denunciato tutto questo. Però il prefetto Zanzi che, tirato in ballo lui stesso, ha detto: no, a me nessuno ha mai detto niente. Comunque si ha la percezione che probabilmente la rete avrebbe continuato a coprire se fosse rimasto lo stesso colore politico. Come anche nel caso, per esempio, della moglie di Fontana, che non ha avuto bisogno di chi parlare direttamente con il marito per la fornitura dei camici, lo ha fatto con la moglie dell’assessore Cattaneo. Chi è che ha scelto l’assessore Cattaneo? E Gallera, per esempio, che è assessore della Sanità in un momento così delicato, chi l’ha scelto? Chi vota pensa che chi viene eletto vada in assemblea a rappresentarlo. In realtà è più facile che sia il terminale di una ragnatela. Chi è il consigliere occulto di Fontana? L’uomo che tesse la ragnatela? Lo vedremo. È uno che… “Non si muove foglia senza che Nino non voglia”.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Del sistema di potere che governa la Regione Lombardia riusciamo a vedere solo la facciata esterna. Ma nel chiuso delle stanze e nella quiete delle telefonate riservate si affollano figure oscure e consiglieri occulti in grado di condizionare alcune delle scelte più importanti di Attilio Fontana. Ricostruzione intercettazione

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Presidente, volevo farti gli auguri di buona Pasqua.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Auguri anche a te caro Ninuzzo, tutto bene?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ninuzzo, come lo chiama Fontana, è Nino Caianiello, per quasi vent’anni capo occulto di Forza Italia a Varese ed eminenza grigia del centrodestra Lombardo. Sebbene non ricopra alcun incarico ufficiale è stato per anni molto vicino all’attuale governatore.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Ho avuto tante occasioni di incontrare, di lavorare e di confrontarmi con Nino che anche nei momenti di difficoltà Nino ha saputo sempre trovare una soluzione ed è sempre stato assolutamente coerente con quello che ha detto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il nome di Nino Caianiello ai più non dice nulla. Ma per vent’anni è stato uno degli uomini più potenti della Lombardia. Molto legato a Marcello Dell’Utri, non c’è nomina o incarico pubblico tra la Provincia di Varese e la Regione che non sia stato discusso prima con lui. Per la sua fama di tagliatore di teste si è conquistato il soprannome di Mullah.

ANTONIO RAZZI IN VIDEO Caro Clerici, vedi che sono con Nino e ti do un bel consiglio da amico, fatti li cazzi tuoi.

NINO CAIANIELLO Hai capito o no?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nino Caianiello è circonfuso da una misteriosa aura di potere. Nel 2016 ha subito una condanna definitiva per concussione e da allora è scomparso dai radar. Assente nelle foto ufficiali della politica, ha continuato tuttavia a partecipare a tutti i tavoli che contano compreso quello per la composizione della giunta nel 2018. Sulla scelta degli assessori regionali, Caianiello sembra aver avuto una grossa voce in capitolo. Ricostruzione Intercettazione

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Hai visto che i tuoi… i tuoi consigli li ho seguiti quasi tutti, nel senso che….

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Non te ne… non te ne pentirai vedrai, non te ne pentirai.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Non è male, non è male la giunta secondo me.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Assolutamente… no… no è messa bene.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E per capire quali siano stati i consigli dati a Fontana, siamo andati a chiederlo direttamente al Mullah.

GIORGIO MOTTOLA Pronto salve Nino Caianiello?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Sì.

GIORGIO MOTTOLA Io volevo fare una chiacchierata con lei.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Eccomi qua. Ultimo piano.

GIORGIO MOTTOLA Ok, d’accordo, grazie.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per la prima volta, dopo il suo arresto, Nino Caianiello accetta di parlare davanti a una telecamera.

GIORGIO MOTTOLA Leggendo le telefonate fra lei e Fontana, sembra che il presidente sia lei, che i ruoli siano in qualche modo invertiti.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Per motivi diversi, perché io ho vissuto più la gestione politica del partito. Mentre invece Attilio era la persona da proporre. Non è lui il gestore della questione politica, se vogliamo dirla così.

GIORGIO MOTTOLA Risponde un po’ agli ordini, Fontana?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Ma non ordini, agli accordi.

GIORGIO MOTTOLA Attilio Fontana è un po’ un front office?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA È un front office.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E dalle telefonate sembra che i consigli di Caianiello a Fontana abbiano riguardato in particolare la nomina ad assessore di Raffaele Cattaneo, l’assessore chiave per far ottenere il contratto dei camici alla ditta del cognato e della moglie. Ma soprattutto Caianiello sembra ispirare la nomina di Giulio Gallera, a cui il presidente Fontana darà il delicato assessorato alla sanità.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Attilio disse vedi che ho seguito il tuo consiglio, Raffaele entra in giunta con l’incarico all’ambiente.

GIORGIO MOTTOLA Lei con Fontana parla anche di Gallera.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Sì, parlo di Gallera perché sapevo che c’era questa legittima aspettativa da parte di Gallera.

GIORGIO MOTTOLA Quindi lei dà in qualche modo lei dà il suo benestare.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Io dico per me Gallera va bene.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Quella tra Fontana e Caianiello non era soltanto un rapporto tra alleati di coalizione. Quando il futuro governatore nel 2018 deve mettere in piedi per le regionali la sua lista personale è al Mullah che si rivolge.

GIORGIO MOTTOLA Lei è stato uno degli organizzatori della lista civica di Fontana?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Io diedi una mano.

GIORGIO MOTTOLA Lei era un po’ il deus ex macchina di questa…

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Io fui coinvolto da Matteo Bianchi e gli diedi una mano. Tant’è che alcune persone…

GIORGIO MOTTOLA Matteo Bianchi è il segretario provinciale della Lega.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Segretario provinciale della Lega. Gli demmo una mano nell’organizzare la lista.

GIORGIO MOTTOLA La lista. La lista per il presidente.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA La lista per trovare i candidati. La lista del presidente Fontana.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Se da una parte dispensava consigli a Fontana su nomine e incarichi, dall’altra Caianiello tesseva anche un’altra ragnatela occulta di potere in cui finivano mazzette e corruzione. La sua tela avviluppava molti comuni della provincia di Varese e avvolgeva persino il cuore della regione Lombardia. La procura di Milano ha individuato il Mullah come il regista della nuova Tangentopoli lombarda.

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO LONATE POZZOLO Non si muove foglia che Nino non voglia o che Nino non sappia.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E nella sua ragnatela c’era anche l’ex sindaco e dirigente di Forza Italia, Danilo Rivolta, per anni uno degli uomini più fedeli di Nino Caianiello. Trascorreva le giornate con il Mullah nel suo quartier generale, l’Hausgarden. Un bar di Gallarate, ribattezzato l’ambulatorio per la fila di gente che ogni giorno si formava nel locale per parlare, omaggiare e chiedere favori a Nino Caianiello.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Da me arrivava di tutto lì. Io ho ricevuto dal Pd alla Lega a… c’è stato di tutto e di più lì quindi. Poliziotti, carabinieri, guardia di finanza. Io ho ricevuto di tutto.

GIORGIO MOTTOLA Poliziotti, finanzieri veniva a chiederle favori?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA E mica li chiedevo io a loro.

GIORGIO MOTTOLA Chi veniva all’ambulatorio?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Ah veniva di tutto. Io ho visto passare di tutto, guardi, dall’operaio al dirigente sanitario.

GIORGIO MOTTOLA Per chiedere che cosa?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Le più svariate cose. Chi un posto di lavoro, chi una sistemazione, chi la sorella, chi un posto in giunta, chi un appalto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO All’ambulatorio, per favorire un appalto, piazzare un incarico o sollecitare una variante urbanistica, Caianiello intascava anche le mazzette. Intercettazione ambientale Manca solo il,uno , mille e son quelli del... dell’ultimo giro… m’ha combinato un casino quel deficiente.

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO L’ho sempre saputo io. Sempre.

GIORGIO MOTTOLA Tutti pagavano la mazzetta.

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO La decima. Le percentuali non le conoscevo. Però io politicamente lo ammiravo.

GIORGIO MOTTOLA Lei lo ammirava nonostante sapeva che prendesse le mazzette?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Si, perché, comunque aveva messo in piedi un sistema, gliel’ho detto, che funzionava. Non era tanto legittimo però diciamo che l’hanno lasciato andare avanti per tanti anni questo sistema.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Le cifre delle cosiddette tangenti che si sono sentite e viste nel ‘92… oggi queste cose non esistono.

GIORGIO MOTTOLA Sono cifre molto più basse.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Ma non esiste assolutamente. Gli stessi professionisti fanno fatica. A…

GIORGIO MOTTOLA A sborsare.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA A tirare fuori i soldi e tutto il resto. E tanti, per esempio, si giustificavano a fronte dì dicendo, noi non riusciamo a muoverci in un modo o nell’altro.

GIORGIO MOTTOLA E quindi davano di meno rispetto a quello pattuito.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Uno diceva noi il sette percento non riusciamo a darlo, diamo il quattro percento, dicevamo vabbè fai se tu dici che è cosi è così.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Caianiello ammette di aver preso mazzette, tuttavia li chiama contributi e giura che servivano solo a finanziare la macchina del partito e le campagne elettorali.

GIORGIO MOTTOLA Lei li chiama contributi, i magistrati le hanno chiamate tangenti.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA È per quello che sono le tangenti io pagherò nelle sedi opportune. Per fare una manifestazione politica devi pagare la sala, devi fare i manifesti, devi pagare il microfono, se prendi i fiori perché arriva Maria Stella Gelmini anziché un deputato per fare un omaggio, queste cose costano. GIORGIO MOTTOLA Si però lì il giro dei soldi sembrava molto più ampio rispetto alla sala, i fiori……

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA No!

GIORGIO MOTTOLA …non era soltanto per le spese minime.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Noi abbiamo fatto le campagne elettorali e le campagne elettorali sono costate. E la campagna elettorale era per il partito e per il candidato.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Tanto il candidato lo decide lui. E gli sarà anche riconoscente. Perché Nino Caianiello, che per la prima volta ha svelato il suo ruolo di consigliere occulto nella formazione della giunta Fontana, rappresenta la cruna di quell’ago del potere dove devi passare, devi infilarti se vuoi candidarti o semplicemente se vuoi un favore. Davanti al bar dove lui accoglieva la gente, si formavano lunghe file, per questo si chiamava, veniva definito “l’ambulatorio”, anche perché Caianiello si prendeva cura di tutti quelli che bussavano alla sua porta, a partire dagli uomini delle forze dell’ordine, lo abbiamo sentito, anche a chi voleva candidarsi. E anche Fontana gli ha chiesto consigli. Non solo ha piazzato l’assessore Cattaneo e l’assessore Gallera, ma ha seguito quasi tutti i consigli nella formazione della giunta. È per questo che Caianiello si sente autorizzato a dire: guardate che Fontana è un semplice gestore della politica, non la fa lui. La politica si fa altrove da quel palazzo di vetro che è la Regione. Che di trasparente ha ben poco, ormai, se è vero che Caianiello, come dice la magistratura, è il regista della nuova tangentopoli lombarda. Lui si lamenta un po’ perché le percentuali sono passate dal 7 al 4 per cento, tempi magri anche per chi riceve le mazzette. Ma lui le chiama “contributi alla politica”. Sembra di ascoltare un vecchio refrain. Ma si può definire politica, questa, quando c’è chi paga per ottenere in cambio un favore che quasi mai coincide con l’interesse pubblico? È l’erosione lenta della legalità, e di questo passo poi è scontato che alla porta di Caianiello possa arrivare a bussare anche il diavolo senza aver bisogno di mascherarsi.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha fatto un patto con il diavolo a Lonate?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Diciamo di sì.

GIORGIO MOTTOLA Per farsi eleggere sindaco di Lonate ha accettato un accordo con la ‘ndrangheta.

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO È vero. Si finisce in questa nuvola in cui si perdono un po’ le dimensioni. Ti sembra di salire in alto, in alto, in alto e si accettano certe cose.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel 2014 Danilo Rivolta è stato eletto sindaco di Lonate Pozzolo, comune di 11 mila abitanti che sorge a ridosso dell’aeroporto internazionale di Malpensa. Qui, nel cuore della provincia di Varese da tempo spadroneggia una delle locali di ‘ndrangheta più potenti e sanguinose di tutta la Lombardia. Negli ultimi 20 anni, gli abitanti di Lonate hanno assistito a incendi, esecuzioni per strada e cadaveri carbonizzati.

ALESSANDRA CERRETI - PUBBLICO MINISTERO DDA DI MILANO Non ho alcun timore a definirlo, una sorta di laboratorio, laboratorio di ‘ndrangheta al Nord.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO All’ombra dell’aeroporto di Malpensa la ‘ndrangheta fa affari d’oro con il business dei parcheggi e dell’edilizia. Non controlla solo politici, professionisti e imprenditori. Negli anni ha infiltrato il tessuto sociale.

ALESSANDRA CERRETI - PUBBLICO MINISTERO DDA DI MILANO Non mi è mai capitato, Presidente, e come è noto ho lavorato per anni in Calabria, che in un processo noi abbiamo avuto 17 testimoni, su 17 testimoni 12 sono falsi. Ecco neanche in Calabria succede questo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L ‘ndrangheta qui come nel resto della Lombardia, gestisce un consistente pacchetto di voti che a ogni elezione porta in dote al candidato che è più in grado di soddisfare le loro esigenze.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha incontrato esponenti di famiglie calabresi di Lonate per fare questo accordo? DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Prima viene un rappresentante della famiglia De Novara che chiede di potersi candidare. Io gli dissi Franco pensaci bene forse meglio magari mettere un rappresentante giovane, sai…

GIORGIO MOTTOLA Quindi lei sapeva che Franco De Novara fosse vicino agli ambienti della ‘ndrangheta insomma.

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Sì lo avevo letto. Concordammo poi alla fine di mettere la figlia Francesca in lista.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Franco De Novara, all’anagrafe Salvatore, è un imprenditore attivo nel settore del movimento terra e dell’edilizia. Risulta imparentato con i boss della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo. Alle elezioni la figlia Francesca è tra le più votate e grazie alle sue preferenze Rivolta riesce a vincere di misura.

GIORGIO MOTTOLA Per la sua elezione a sindaco i voti della ‘ndrangheta si rivelano alla fine decisivi. DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Si rivelano decisivi sì.

GIORGIO MOTTOLA E quando scopre di aver vinto grazie ai voti dei calabresi, che cosa pensa?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Cominciano i problemi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il suo primo atto da sindaco è la nomina ad assessore di Francesca De Novara, sposata con Cataldo Malena, braccio destro dell’allora capo della cosca di Lonate Pozzolo.

GIORGIO MOTTOLA Lei subisce pressioni mentre è sindaco dalle famiglie calabresi?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Ho avuto delle richieste strane. Loro chiedevano in un certo senso legittimamente per quello che avevano fatto però non potevo garantire spudoratamente così.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO A Lonate le famiglie originarie della Calabria occupano un intero quartiere con le loro villette. È qui che incontriamo Franco De Novara.

GIORGIO MOTTOLA Diciamo che il suo nome è un po’ chiacchierato.

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Il mio nome? A me non mi risulta.

GIORGIO MOTTOLA Nella vicenda anche del sindaco Danilo Rivolta. Mi ha detto insomma degli accordi che avete fatto nel 2014.

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Noi abbiamo fatto accordi?

GIORGIO MOTTOLA Eh. Lui dice che all’epoca faceste un accordo per portare i voti dei calabresi.

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Ma lascia stare…dai.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Accanto a De Novara, notiamo un volto che ci sembra subito familiare.

GIORGIO MOTTOLA Lei è Francesca, giusto?

FRANCESCA DE NOVARA – ASSESSORE COMUNE DI LONATE POZZOLO (2014- 2017) Io sono Francesca.

GIORGIO MOTTOLA Ah ecco, l’assessore.

FRANCESCA DE NOVARA – ASSESSORE COMUNE DI LONATE POZZOLO (2014- 2017) Eh…

GIORGIO MOTTOLA Lei si è candidata in lista? Francesca.

FRANCESCA DE NOVARA – ASSESSORE COMUNE DI LONATE POZZOLO (2014- 2017) Io mi sono candidata in lista perché Danilo Rivolta mi ha rotto i coglioni fino a casa per farmi candidare perché aveva bisogno delle quote rosa.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Dunque stando ai De Novara, si sarebbero ritrovati nella giunta comunale di Lonate Pozzolo non perché l’avrebbero chiesto ma perché pregati da Danilo Rivolta.

GIORGIO MOTTOLA Inizialmente era lei Franco che voleva candidarsi con lui?

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Io sono 40 anni che lavoro, io sono venuto in Lombardia con la valigia di cartone. Vedi come sono nero? Diglielo a Rivolta.

GIORGIO MOTTOLA Ma si parla anche di rapporti.

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Ma quali rapporti?

GIORGIO MOTTOLA Con le cosche della ‘ndrangheta qui a Lonate.

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Quali rapporti? Qua si lavora, qua sei vuoi mangiare, devi lavorare.

GIORGIO MOTTOLA Alfonso Murano era suo parente, no?

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Se c’era Alfonso Murano mo’ ti… ti picchiava.

GIORGIO MOTTOLA No, non mi dica così. Perché mi dovrebbe picchiare.

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Non dire ‘ste minchiate.

GIORGIO MOTTOLA Anche suo marito Francesca è in carcere per ndrangheta.

FRANCO DE NOVARA - IMPRENDITORE Ma dico io come cazzo ti permetti tu di andare in giro per le case a suonare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Alfonso Murano è lo zio di Francesca De Novara, ma particolare non trascurabile, era anche uno dei massimi capi della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo. Una sera di febbraio del 2006 è stato ucciso in un agguato. Sarebbe stato senz’altro orgoglioso di vedere otto anni dopo sua nipote Francesca occupare un posto in giunta nel comune che controllava. Ma nell’ascesa politica dei calabresi, avrebbe avuto un ruolo importante anche un altro politico sconosciuto ai più.

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Non li ho incontrati direttamente, è stato fatto il tramite.

GIORGIO MOTTOLA Chi è stato questo tramite?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Corrisponde al nome di Peppino Falvo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Peppino Falvo in Lombardia è conosciuto come il re dei Caf di Milano e provincia. È stato il coordinatore regionale dei Cristiano Popolari, il partito meteora fondato da Mario Baccini, ma nel momento del bisogno è corso in sostegno elettorale a tutto il centrodestra, da Forza Italia a più recentemente la Lega di Salvini.

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO DI LONATE POZZOLO Peppino se decideva di portare “X” persone a una manifestazione ci metteva il battito di una farfalla, ecco.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Le doti di Peppino nel riempire di sue claque le assemblee politiche sono di dominio pubblico. Il capolavoro lo compie nella prima convention dei Cristiano Popolari. Quando Falvo riempie la sala di gente che non aveva idea di dove si trovasse.

INTERVISTE DI MARCO BILLECI – 03/12/2012

UOMO M’hanno portato qua, non so cosa dobbiamo fare.

MARCO BILLECI Chi lo ha portato, scusi?

UOMO Siamo venuti con un pullman.

MARCO BILLECI Un pullman da dove?

UOMO Da Lonate Pozzolo.

MARCO BILLECI Perché ha deciso di essere qua oggi?

DONNA Non lo so.

MARCO BILLECI Come non lo sa, è arrivata in pullman?

DONNA Sì, in pullman.

MARCO BILLECI Da?

DONNA Da Lonate.

UOMO 2 Io sono un carissimo amico di Falvo.

MARCO BILLECI Chi è, scusi?

UOMO 2 Falvo.

MARCO BILLECI Eh, mi dica chi è Falvo.

UOMO 2 È un calabrese che, è un mio carissimo amico.

GIORGIO MOTTOLA Falvo era l’intermediario fra le famiglie calabresi, gli ambienti di ‘ndrangheta e la politica?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO LONATE POZZOLO Diciamo che era un collegamento, sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per questo ruolo opaco di cerniera tra politica e ‘ndrangheta, Peppino Falvo è finito sotto indagine a Milano. Incontriamo il re dei Caf proprio davanti a uno dei suoi sportelli.

GIORGIO MOTTOLA Lei sembra lì l’intermediario tra la politica e la ‘ndrangheta.

PEPPINO FALVO - IMPRENDITORE Assolutamente, lo decideranno i magistrati, tranquillo.

GIORGIO MOTTOLA Rivolta dice che nel 2014 lei si è presentato a casa sua con Franco De Novara.

PEPPINO FALVO - IMPRENDITORE Assolutamente no.

GIORGIO MOTTOLA Ha rapporti stretti con Franco De Novara.

PEPPINO FALVO - IMPRENDITORE Assolutamente no.

GIORGIO MOTTOLA Non può negare.

PEPPINO FALVO - IMPRENDITORE Ci sarà la magistratura, tranquillo, non ci sono problemi.

GIORGIO MOTTOLA Però lei nega di avere avuto anche rapporti con i De Novara?

PEPPINO FALVO - IMPRENDITORE No assolutamente, li conosco.

GIORGIO MOTTOLA E sa anche che Francesca era la nipote del boss che è stato ucciso?

PEPPINO FALVO - IMPRENDITORE No, questo non lo sapevo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Peppino Falvo nega tutto, ma l’accordo tra Rivolta e le famiglie calabresi sarebbe stato suggellato anche da un livello politico superiore: Nino Caianiello, l’uomo che non si muove foglia a Varese che lui non voglia.

GIORGIO MOTTOLA Nino Caianiello, cosa sapeva del suo accordo con la ‘ndrangheta?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO LONATE POZZOLO Ogni accordo lui lo avallava, ogni lista lui doveva controllarla. Ogni lista doveva convalidarla.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha mai incontrato i De Novara?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Sì, li ho incontrati nell’ufficio a Gallarate di Peppino Falvo.

GIORGIO MOTTOLA Falvo fece da intermediario fra lei e De Novara?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA E Falvo mi rappresentò la necessità di poter dare delle garanzie che a livello locale i rappresentanti di Forza Italia non riuscivano a dare ai De Novara sul fatto che non sarebbero stati trattati male ma che comunque c’era una continuità del rapporto con Rivolta. GIORGIO MOTTOLA Però lei, diciamo, immaginava che fossero vicini agli ambienti di ‘ndrangheta?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Che erano sul filo sì, questo sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Lonate non è solo un microcosmo. È lo specchio di quello che accade anche a Milano e nel resto della Lombardia. Quanto la presenza della ‘ndrangheta sia pervasiva lo spiega un boss di Lonate in un’intercettazione. Intercettazione

CATALDO CASOPPERO La ‘ndrnangheta, ogni paese c’è una ‘ndrangheta.

GIORGIO MOTTOLA Se si fa politica si può non avere rapporti con la ‘ndrangheta?

DANILO RIVOLTA – EX SINDACO LONATE POZZOLO Ritengo che siano pochi i comuni che non hanno questo tipo di influenza.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E così quando Danilo Rivolta viene arrestato ed è costretto a dimettersi, il copione rimane lo stesso. Alle ultime elezioni comunali di Lonate, nel 2019, la ‘ndrangheta si è limitata a cambiare cavallo, puntando su Enzo Misiano, il capo locale di Fratelli d’Italia che prova a minare il monopolio politico di Nino Caianiello. Intercettazione

ENZO MISIANO – EX SEGRETARIO FRATELLI D’ITALIA LONATE POZZOLOFERNO Cioè qualunque cosa fa, devo chiamare Caianiello. Ed io gli ho detto guarda chiama chi vuoi cioè non è un problema mio, non è il mio referente. Io non devo chiamare nessuno. Se tu devi chiamare Caianiello, chiama.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Fino al suo arresto Enzo Misiano è stato il referente locale di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Ma il suo primo lavoro era autista e tuttofare del boss della cosca Giuseppe Spagnolo. Alle comunali di Lonate del 2019, Enzo Misiano convoglia i voti della ‘ndrangheta sulla lista di Ausilia Angelino, candidata sindaco del centrodestra e della Lega.

GIORGIO MOTTOLA Da quello che risulta, la ‘ndrangheta ha sostenuto dei candidati nella sua lista?

AUSILIA ANGELINO – CANDIDATA SINDACO LONATE POZZOLO 2019 No, se ha sostenuto me io su queste cose qui assolutamente non condivido. Perché io non sapevo nulla e di conseguenza ognuno si prenda la responsabilità personale.

GIORGIO MOTTOLA Ma Enzo Misiano però lo conosceva?

AUSILIA ANGELINO – CANDIDATA SINDACO LONATE POZZOLO 2019 Enzo Misiano certo lo conoscevo, come lo conoscevano tutti.

GIORGIO MOTTOLA E lo frequentava quindi.

AUSILIA ANGELINO – CANDIDATA SINDACO LONATE POZZOLO 2019 Lavora in Comune. Lo conosce anche l’attuale sindaco.

GIORGIO MOTTOLA Prende le distanze da Enzo Misiano?

AUSILIA ANGELINO – CANDIDATA SINDACO LONATE POZZOLO 2019 Ma stiamo scherzando. Adesso che sono saltati fuori i fatti prendo le distanze non solo da Misiano, ma da tutti. Mi dispiace. Perché io non li conosco, nessuno.

GIORGIO MOTTOLA Forse doveva fare più attenzione nella composizione della lista, probabilmente, no?

AUSILIA ANGELINO – CANDIDATA SINDACO LONATE POZZOLO 2019 Innanzitutto, io su questo non desidero, glielo dico sinceramente, che venga messa in onda perché a me non interessa…

GIORGIO MOTTOLA Perché no? Lei era candidata sindaco mi scusi, non è che è un fatto privato è un fatto pubblico.

AUSILIA ANGELINO – CANDIDATA SINDACO LONATE POZZOLO 2019 No, perché lei sta… allora poi… basta…

GIORGIO MOTTOLA E’ normale che un politico incontri figure border line, vicine alla ‘ndrangheta?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Questa gente vota. Allora o stabiliamo che chi è in odore o è fra virgolette di…non votano e quindi non li contattiamo. Questi vanno, votano.

GIORGIO MOTTOLA Cioè lei dice votano, quindi anche se sono ‘ndranghetisti ma votano qualcuno deve andarli a prendere poi quei voti.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Sì, e come si fa? Si vince anche per un voto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E poco importa se quel voto rischia di essere puzzolente. Lo ammette candidamente Nino Caianiello. D’altra parte, se lo smentisse, sarebbe come sminuire un po’ quel ruolo di playmaker della politica del centro destra in Lombardia. Alla corte del consigliere occulto di Fontana si sono presentati il candidato sindaco, i familiari di ‘ndranghetisti, tutti a braccetto con il facilitatore, l’uomo, il re dei Caf in Lombardia, l’uomo che riusciva a riempire, in caso di necessità, le sale per un convegno politico e portare consenso: Peppino Falvo. Poi, poco importa se chi si trascinava dietro non sapesse neppure che cosa stesse facendo lì dentro. L’importante è intercettare il loro voto, meglio ancora, anzi, se è un voto inconsapevole. Nella distrazione si riesce meglio magari a far eleggere i familiari di ‘ndranghetisti o, addirittura, l’ex autista di un boss. E tutti benedetti dalla politica. La ‘ndrangheta è in tutte le città, l’abbiamo sentito da chi ci vive dentro. E si presenta anche senza più bisogno di mascherarsi, di travestirsi. Questo da una parte. Dall’altra, invece, abbiamo funzionari dello Stato che per denunciare un semplice conflitto di interessi sono costretti a farlo a volto coperto. C’è migliore rappresentazione del degrado della politica? Chissà come Franca Valeri avrebbe oggi descritto la sua Milano. 

Vassalli, valvassori e valvassini. Report Rai PUNTATA DEL 26/10/2020 di Giorgio Mottola Collaborazione di Norma Ferrara e Federico Marconi. Report torna a occuparsi della Lombardia, dove Tangentopoli sembra non essere mai finita. Per entrare nel giro che conta degli appalti pubblici, come confermano anche alcune inchieste giudiziarie, bisogna pagare: in esclusiva a Report imprenditori, politici e amministratori locali raccontano come la corruzione in Lombardia sia diffusa dai piccoli comuni fino agli scranni del consiglio regionale. Parlano di finanziamenti occulti alla politica, mazzette sugli incarichi pubblici, bandi sistematicamente truccati. Report svela il lato oscuro della politica lombarda, avvolta da una ragnatela di imprenditori spregiudicati legati alla 'ndrangheta, faccendieri che pilotano le nomine ed eminenze grigie che, dietro alla Lega, avrebbero fatto man bassa di incarichi e consulenze. Un malaffare che avrebbe condizionato le scelte sulla sanità e in particolare sui test sierologici nel pieno dell'emergenza Covid-19, causando ritardi e aumento dei contagi. 

“VASSALLI, VALVASSORI E VALVASSINI” Di Giorgio Mottola Collaborazione di Norma Ferrara- Federico Marconi Riprese di Alfredo Farina- Davide Fonda Immagini di Andrea Lilli- Fabio Martinelli Montaggio di Giorgio Vallati.

GIORGIO MOTTOLA Il partito che ha provato a boicottarla di più a ostacolare i test sierologici è stata la Lega?

RENATO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Sì, di fatto sì, da parte della Lega abbiamo proprio notato questo isolamento.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per fermare il sindaco di Robbio, il segretario della Lega Lombarda manda messaggi agli amministratori del suo partito. In questo, che siamo in grado di mostrarvi in esclusiva, scrive: “Ho parlato con Salvini: il primo che fa sponda con il miserabile di Robbio è fuori dal movimento”.

GIORGIO MOTTOLA Lei dice addirittura in questo messaggio che ha parlato con Salvini, quindi la questione era molto importante.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Guardi io Salvini lo sento tutti i giorni, francamente mi sta chiedendo una roba di marzo.

GIORGIO MOTTOLA Ma in Lombardia soltanto voi leghisti avete provato a ostacolare in modo così forte i test sierologici rapidi. Perché? Forse perché stavate difendendo Diasorin? Difendevate gli interessi di Diasorin?

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA No, allora, se dici una cosa così, io ti querelo. Ma querelo te, querelo te.

GIORGIO MOTTOLA Guardi che io le sto facendo una domanda. Con chi stava parlando?

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Informati, studia, perché non sai una beata minchia.

GIORGIO MOTTOLA Mi spieghi perché la Lega si è accanita così tanto sui test sierologici rapidi.

UOMO DELLA SICUREZZA C’è un evento, c’è un evento… GIORGIO MOTTOLA Mi spieghi solo questo. E’ un parlamentare, è un onorevole, e la vicenda… sono morte 35mila persone, anche perché non hanno potuto fare i tamponi. Perché soprattutto con voi della Lega, vi siete accaniti così tanto contro i test sierologici rapidi.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Anche qui formuli una domanda sbagliata. Non siamo noi della Lega, ma sono le linee guida del ministro Speranza.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma in realtà Emilia Romagna e Veneto nello stesso periodo avevano già iniziato i test sierologici. Grimoldi, invece, in un altro messaggio definisce Francese, che li stava facendo, “quella merda di Robbio”. E l’effetto degli interventi del deputato sembra farsi sentire subito: “mi taccio”, risponde infatti l’amministratore leghista, ma avverte: “occhio che prima o poi verrà fuori che ha ragione lui”. Quasi tutte le amministrazioni leghiste non proseguono con i test sierologici nei loro comuni e alla maggior parte dei lombardi non resta che aspettare Diasorin.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Lunedì abbiamo mandato in onda le dichiarazioni di Nino Caianiello, considerato il nuovo regista della nuova tangentopoli lombarda. Ecco. Lui ha ammesso ai microfoni del nostro Giorgio Mottola, di essere stato il consigliere occulto nella formazione della giunta regionale a guida Fontana. Lui che ha anche formato la lista civica che ha supportato il governatore. Ha ammesso di aver incassato tangenti e ha ammesso anche di aver ricevuto alla sua corte, familiari di ‘ndranghetisti che poi lo hanno anche supportato nel corso degli anni in varie elezioni perché la ‘ndrangheta ha detto candidamente “vota”. Ecco tutto questo ci ha sottoposto ad un tiro incrociato durante la settimana: il Governatore Fontana ci ha accusato, con i suoi assessori, ci hanno accusato di aver fatto una falsa rappresentazione dei fatti, una costruzione artefatta, un vile complotto. Insomma, ecco, secondo loro il problema alla fine siamo noi che quei fatti li abbiamo raccontati. Noi avevamo solo la presunzione di sollevare una questione morale che invece è rimasta in sottofondo come un fastidioso rumore. Ecco, per fortuna la procura di Milano la pensa diversamente: i magistrati Furno, Scudieri e Bonardi sono stati quelli che hanno scoperto questo sistema corruttivo nell’inchiesta “Mensa dei Poveri”. E poche ore fa la DDA ha inviato i suoi investigatori ad acquisire il materiale originale della nostra inchiesta. Questo perché le dichiarazioni di Nino Caianiello, sono l’istantanea, la fotografia della Tangentopoli 4.0, che supera quel sistema anche banale fatto di mazzette. È un sistema molto più sofisticato: è un sistema che prevede intanto la scelta del candidato, poi quello di affiancargli un professionista e tutto questo per formare un cerchio magico che è teso a drenare denaro pubblico e a esercitare un potere. Anche una gestione spregiudicata del potere che incide anche su quello che è un valore estremo: la salute. È una questione di vita e di morte. Ecco insomma, un sistema che ha reminiscenze feudali. Il nostro Giorgio Mottola

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Milano è stata l’epicentro dell’inchiesta giudiziaria più sconvolgente della storia recente: Tangentopoli. Ma più di un quarto di secolo dopo, in città e nel resto della Regione la corruzione sembra essersi soltanto evoluta.

GIORGIO MOTTOLA La sensazione è che Tangentopoli non sia mai finita.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Io dico che secondo me non finirà mai.

GIORGIO MOTTOLA Perché tangentopoli, secondo lei, non finirà mai?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Perché la politica ha un costo. Questo paese ha una serie di gangli che inevitabilmente anche attraverso la burocrazia la si alimenta. E poi il problema non è chi riceve in questo Paese, è chi propone.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Oggi per farsi strada negli appalti a Milano e in provincia bisogna pagare. Lo sa bene Daniele D’Alfonso, giovane imprenditore milanese che fa di tutto per entrare nel giro che conta.

DANIELE D’ALFONSO – INTERCETTAZIONE Faccio una figura della Madonna, c’ho mezza Forza Italia cazzo questa sera. Tutti quelli di Varese. I numeri uno di Forza Italia e di Varese sono lì. Faccio una figura, faccio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per D’Alfonso i politici del comune di Milano e della Regione Lombardia sono una vera e propria ossessione. Paga loro feste in discoteca, le vacanze, le campagne elettorali e, secondo la procura di Milano, paga anche un fiume di tangenti. Per questo qualche mese fa, D’Alfonso è stato arrestato, ma ai magistrati finora non ha mai confessato nulla.

GIORGIO MOTTOLA Perché cercavi così spasmodicamente rapporti con la politica?

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Beh, perché volevo lavorare sempre di più. Se vado da solo, ci sono dieci Daniele che fanno il lavoro…

GIORGIO MOTTOLA …che fanno la tua stessa cosa.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Certo.

GIORGIO MOTTOLA Non è pazzesco che si debbano usare i politici per fare questa roba?

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Se vuoi lavorare a Milano è così. Perché è pazzesco puoi anche stare in giro a cercare altri lavoretti, provare a tribolare.

GIORGIO MOTTOLA Però nel giro grande senza i politici non ci entri.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Certo, per i lavori un po’ grossi come quello che ho preso io. Io ho preso… Quando mi hanno arrestato avevo 18 milioni di lavori firmati tra privato e pubblico.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per entrare nel giro che conta Daniele D’Alfonso prova ad agganciarsi al treno di Nino Caianiello, assumendo, il suo pupillo: Pietro Tatarella, consigliere comunale di Forza Italia e astro nascente della corrente del Mullah.

PIETRO TATARELLA – EX CONSIGLIERE COMUNALE MILANO (CONSIGLIERE COMUNALE DI MILANO DAL 2011 AL 2019) Nino hai un grande pregio che è quello di saper sempre puntare sui giovani e anche andando controcorrente. Un difetto però ce l’hai: gli spaghetti come me li fai mangiare tu proprio, non si riescono a digerire. Stai senza pensieri. Ciao.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma evidentemente senza pensieri non sono stati a lungo visto che poi li hanno arrestati tutti. A partire dal consigliere Tatarella, a cui ogni mese D’Alfonso versa 5000 euro per procacciargli contatti e lavori.

GIORGIO MOTTOLA Gli hai dato veramente un botto di soldi a Tatarella…

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Mi ha presentato dei gruppi grossi!

GIORGIO MOTTOLA Ti ha presentato anche tanti politici.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Eh sì, certo, dieci anni siamo stati insieme.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed è così che D’Alfonso riesce a ottenere appalti anche con l’Amsa, l’azienda dei rifiuti del comune di Milano, per il quale la sua ditta si occupa di spazzamento neve e soprattutto smaltimento di rifiuti speciali.

GIORGIO MOTTOLA Sarebbe stato più complicato senza Tatarella entrare in quel giro.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Certo, è ovvio. Non sarei proprio entrato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma Daniele D’Alfonso non ha rapporti solo con la politica. La sua ditta ha legami molto stretti con alcune aziende della ‘ndrangheta lombarda. In particolare, con una società di movimento terra di Buccinasco che fa riferimento al capomafia Giosafatto Molluso. Per conto di Molluso e del figlio Giuseppe, D’Alfonso ha assunto ex appartenenti alle cosche e portato a termine lavori edili.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Siamo amici da una vita.

GIORGIO MOTTOLA Hai degli amici belli pericolosi, però.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE A me non hanno mai messo una mano addosso, te lo direi. Non mi hanno mai toccato.

GIORGIO MOTTOLA E dovevi lasciargli anche qualcosa?

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE No niente, no mai dato un euro, mai chiesto un euro.

GIORGIO MOTTOLA Però è pazzesco, gli ‘ndranghetisti non ti hanno mai chiesto soldi, i politici sì.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Certo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Pietro Tatarella non è l’unico ad aver ricevuto denaro da Daniele D’Alfonso. Soldi in nero sono arrivati anche al gruppo di Fratelli d’Italia in Regione Lombardia e a diversi consiglieri regionali di Forza Italia, molto vicini a Nino Caianiello.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Io ho conosciuto Daniele D’Alfonso tramite Pietro Tatarella.

GIORGIO MOTTOLA E voleva una mano?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA E voleva una mano. Sì. Perché lui per esempio a me chiese: dice io non riesco a lavorare in provincia di Varese. Perché voglio partecipare ai bandi ma non mi invitano.

GIORGIO MOTTOLA E venne a chiedere da lei la chiave d’ingresso.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Lo misi in contatto con un amministratore della società. E dissi: invitatelo, no?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma nonostante la cattiva reputazione, il portafoglio di D’Alfonso torna utile per le regionali del 2018. Caianiello mette infatti in contatto l’imprenditore milanese con alcuni dei suoi candidati.

GIORGIO MOTTOLA E D’Alfonso le espresse l’intenzione di finanziare la campagna elettorale di Forza Italia per le regionali?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Ma D’Alfonso si sapeva che dava una mano alla campagna elettorale. Lui stesso propose, dice, io poi ricambierò … per ricambiare devi dare solo i contributi quando ci sono le campagne elettorali.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Alle elezioni regionali del 2018 che decreteranno il successo di Fontana e del centrodestra, Daniele D’Alfonso si scatena. Sperando di essere entrato finalmente nel giro che conta inizia a sborsare in nero decine di migliaia di euro per la campagna elettorale.

GIORGIO MOTTOLA Il 2018 per te diventa una specie di pesca per trovare altri politici che possono darti una mano alle elezioni regionali.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Si, è così se vuoi lavorare. Cioè allora, cosa vuoi fare? Devi morire di fame o devi lavorare? Io ho 60 famiglie da mantenere, cosa faccio?

GIORGIO MOTTOLA Quindi per te le elezioni regionali sono un momento in cui puoi andare lì e trovare… DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE È 15 anni che li conosco, è quindici anni che ho rapporti privati…

GIORGIO MOTTOLA Che paghi qui, paghi là.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Che se io ho una campagna elettorale da dare una mano, devo dare una mano alla campagna elettorale.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Tra i candidati che D’Alfonso sostiene con più soldi in nero c’è Fabio Altitonante. Delfino di Caianiello, riesce a farsi eleggere consigliere regionale ed ottiene da Fontana la nomina a sottosegretario della giunta regionale con la pesantissima delega alla rigenerazione dell’area Expo.

GIORGIO MOTTOLA 20mila euro ad Altitonante sono… diciamo…

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Sono venuti dopo però…

GIORGIO MOTTOLA Però sono di riconoscimento per quello che aveva fatto prima.

DANIELE D’ALFONSO - IMPRENDITORE Sono questioni di rapporti. Che ti dico di no? Cioè è vero. Sarei un pazzo a dirti non è vero.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per i soldi presi da D’Alfonso, Fabio Altitonante è stato arrestato. Costretto a dimettersi da sottosegretario della giunta Fontana, ha conservato lo scranno nel consiglio regionale. Ma nonostante l’arresto e l’imminente processo quest’estate si è anche candidato sindaco in un piccolo comune abruzzese, Montorio al Vomano.

GIORGIO MOTTOLA Posso fare qualche domanda?

FABIO ALTITONANTE – CONSIGLIERE REGIONE LOMBARDIA Chi sei?

GIORGIO MOTTOLA Sono Giorgio Mottola di Report, Rai3.

FABIO ALTITONANTE – CONSIGLIERE REGIONE LOMBARDIA Ah.

GIORGIO MOTTOLA Volevo chiederle: lei si dimette da sottosegretario alla Regione Lombardia e si viene a candidare a sindaco qui, non le sembra un enorme controsenso?

FABIO ALTITONANTE – CONSIGLIERE REGIONE LOMBARDIA Mi hanno chiesto se con la mia esperienza potevo supportarli in questa rinascita del paese.

GIORGIO MOTTOLA È accusato di aver intascato 25 mila euro.

FABIO ALTITONANTE – CONSIGLIERE REGIONE LOMBARDIA No, io sono accusato di traffico di influenze.

GIORGIO MOTTOLA Perfetto, però sempre 25mila euro sono. Comunque.

FABIO ALTITONANTE – CONSIGLIERE REGIONE LOMBARDIA Traffico… no, però non sono mazzette, tutt’ora sono consigliere regionale della Lombardia. Ho appena votato un bilancio da 25 miliardi di euro in consiglio regionale.

GIORGIO MOTTOLA Come giustifica quei 25mila euro dati da D’Alfonso?

FABIO ALTITONANTE – CONSIGLIERE REGIONE LOMBARDIA Io non sono mai entrato nel merito. Io credo nella giustizia, ci sarà un processo e sono certo che ne uscirò pulito.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Glielo auguriamo perché sarebbe una bellissima notizia anche per tutti i cittadini lombardi. Altitonante però è stato arrestato, si è dimesso da sottosegretario della giunta, ha conservato però il suo posto da consigliere e anche lo stipendio. Nelle more del processo, ha ritenuto opportuno candidarsi a sindaco. Pare che in Abruzzo non possano fare a meno della sua esperienza. A questa altezza hanno fissato l’asticella dell’etica o se volete semplicemente quella dell’opportunità. Nella campagna elettorale dell’ex sottosegretario alla giunta ha contribuito, ha avuto un ruolo anche D’Alfonso con i suoi 25mila euro. Ecco lui ha pagato, D’Alfonso, gettoni - così chiama le mazzette come se i politici fossero dei jukebox – anche all’altro delfino Pietro Tatarella, l’altro delfino di Caianiello. Gli erano indigesti gli spaghetti che cucinava il suo mentore però digeriva meglio invece i cinque mila euro in nero che ogni mese gli dava D’Alfonso. Ma proprio grazie a questo rapporto che D’Alfonso aveva creato con Caianiello, che era riuscito a incamerare diciotto milioni di euro di lavori. Dentro ci era finito dentro anche un boss con la sua ditta. “Però” dice D’Alfonso “a me non hanno mai torto un capello né chiesto un euro a differenza dei politici”. Ma quello che abbiamo raccontato è ancora a un livello basico del sistema molto più sofisticato che aveva messo in piedi Caianiello, fatto da professionisti fedeli e anche riconoscenti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nei comuni e nelle società pubbliche della provincia di Varese e di mezza Lombardia ogni singolo incarico, ogni consulenza affidata a un avvocato, a un commercialista, a un ingegnere, a un tecnico o uno studio professionale doveva avere il benestare di Nino Caianiello.

GIORGIO MOTTOLA Tutte le nomine, tutti gli incarichi, tutte le consulenze date da enti pubblici sono oggetto di una spartizione…

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Beh, c’è un accordo politico… perché poi, chi li nomina?

GIORGIO MOTTOLA Tutti i bandi sono truccati, praticamente.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Ci sono degli amministratori che poi fanno delle scelte. Gli amministratori che fanno riferimento alla propria area politica, propongono i propri.

GIORGIO MOTTOLA Quindi vengono scelte persone di fiducia dei partiti.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Se io concordavo con i partiti “va bene, allora ognuno fornisce il proprio nome, c’è lo spazio per tutto il resto”, ognuno sapeva, per propria quota, che il mio candidato si chiamava Giovanni e gli altri proponevano Nicola e ognuno se ne faceva carico.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E in questo spoil system a cui avrebbero partecipato tutti partiti, quando il professionista riceveva l’incarico in quota Caianiello, gli toccava pagare anche una tassa occulta.

DANILO RIVOLTA - EX SINDACO LONATE POZZOLO (VA) Avevo degli amici professionisti che me l’avevano confessato loro che…

GIORGIO MOTTOLA Che pagavano la mazzetta.

DANILO RIVOLTA - EX SINDACO LONATE POZZOLO (VA) Che retrocedevano, sì. Ad esempio un professionista mi ha raccontato che veniva chiamato dal commercialista di turno che rappresentava la partecipata e diceva “guarda ti ho mandato in pagamento la fattura, sai cosa devi fare”. Lui capiva e andava, prelevava i contanti e portava dove doveva portare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel sistema Caianiello, chi veniva nominato da un’amministrazione pubblica era tenuto a retrocedere una percentuale sul compenso che riceveva per l’incarico. L’accordo veniva esplicitato al professionista immediatamente prima della nomina.

GIORGIO MOTTOLA Chi otteneva una nomina, un incarico, una consulenza in percentuale sul proprio compenso quanto doveva retrocedere?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Il professionista quando veniva nominato in un consiglio di amministrazione, in un ente pubblico e tutto il resto gli dicevamo “bene, quando farete il… prenderete ‘st’incarico, sapete che dovete versare, se potete, se potete, il 10 per cento”.

GIORGIO MOTTOLA Questa però, formalmente, Caianiello, si chiama mazzetta.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Mazzetta riconosciuta al sottoscritto, sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E se la mazzetta deriva dall’incarico dato a un professionista di fiducia per far lievitare i finanziamenti occulti basta moltiplicare gli incarichi, i lavori e le consulenze.

DANILO RIVOLTA - EX SINDACO LONATE POZZOLO (VA) Ma lui mi ha costretto a inventarmi dei lavori a Lonate per collocare professionisti per fare. Una roba. Ma guardi che a pensarci cose da pazzi. Cioè, uno non ci arriva mai. GIORGIO MOTTOLA Cioè si inventava l’incarico solo per dare i soldi a quel professionista.

DANILO RIVOLTA - EX SINDACO LONATE POZZOLO (VA) Sì.

GIORGIO MOTTOLA Perché poi il professionista doveva girare i soldi a Caianiello.

DANILO RIVOLTA - EX SINDACO LONATE POZZOLO (VA) Sì. GIORGIO MOTTOLA Ma quanto erano le percentuali?

DANILO RIVOLTA - EX SINDACO LONATE POZZOLO (VA) Il 5%… parliamo dal 5% al 10%, dipende.

GIORGIO MOTTOLA Dal 5% al 10%.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E a volte i contributi alle spese venivano consegnati cash direttamente a Caianiello, come hanno documentato le registrazioni degli investigatori.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Questa persona venne, mi portò il quid, che era intorno ai 500 euro, e tutto il resto, dicendo: questa è la decima per l’incarico e tutto il resto.

GIORGIO MOTTOLA Lei però se li è presi.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Io li presi e poi li ho riversati nelle spese della gestione corrente del partito.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma in provincia di Varese alla spartizione di nomine e appalti non partecipavano solo gli uomini e il partito di Nino Caianiello.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Ma questa è una cosa, mi permetto di dirle, che in modo diverso, o comunque magari anche uguale, lo fanno tutti i professionisti, non solo quelli che venivano, facevano riferimento all’area di Forza Italia. GIORGIO MOTTOLA Anche gli altri professionisti pagavano la decima agli altri partiti…

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Secondo me sì. Anche perché, come si fa a reggere un partito? Quando si faceva una nomina del collegio sindacale, i membri del collegio sindacale di solito erano tre: uno della Lega, uno di Forza Italia e uno del Pd. E questi professionisti solo a Forza Italia riconoscono queste cose?

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il comune di Gallarate è stata la roccaforte del sistema Caianiello. Qui il Mullah aveva uno dei suoi uomini di fiducia: il segretario di Forza Italia Alberto Bilardo. Arrestato per aver preso mazzette, ai magistrati ha raccontato un altro pezzo della storia: “nella Lega – ha spiegato durante un interrogatorio - non c’è una sola persona che prende soldi direttamente ma c’è una suddivisione degli incarichi, ad esempio, quando Mascetti prende un incarico poi fa lavorare altri professionisti”. Il riferimento è ad Andrea Mascetti, uno degli esponenti più misteriosi e più potenti della Lega in Lombardia.

GIORGIO MOTTOLA Ai magistrati ha detto che anche la Lega aveva un sistema simile a quello che avevate voi.

ALBERTO BILARDO – EX SEGRETARIO FORZA ITALIA GALLARATE (VA) Quello che c’è scritto e che ho detto io nelle carte è sicuramente vero. È a prova di smentita.

GIORGIO MOTTOLA Rispetto ad Andrea Mascetti, Mascetti si è accaparrato…

ALBERTO BILARDO – EX SEGRETARIO FORZA ITALIA GALLARATE (VA) È un serio e capace professionista.

GIORGIO MOTTOLA Assolutamente, che si è accaparrato tutti quanti gli incarichi della consulenza della provincia di Varese.

ALBERTO BILARDO – EX SEGRETARIO FORZA ITALIA GALLARATE (VA) Perché è di una preminenza assoluta. Assoluta. Perché è il riferimento sicuramente di tutta la provincia di Varese e anche oltre. Io capisco e mi piacerebbe tantissimo poterle raccontare qual è la mia opinione su queste cose… ma le racconterei anche qualcosa di più, ma non posso farlo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma qualcosa in più su Andrea Mascetti e su come funzionava il sistema di spartizione sul fronte Lega lo scopriamo grazie a un altro esponente del centrodestra di Gallarate, ex assessore all’Urbanistica in comune e compagna di Danilo Rivolta.

ORIETTA LICCATI – EX ASSESSORE URBANISTICA COMUNE DI GALLARATE (VA) La Lega dava solo incarichi a Mascetti.

DANILO RIVOLTA - EX SINDACO LONATE POZZOLO (VA) Studio Mascetti, attenzione!

ORIETTA LICCATI – EX ASSESSORE URBANISTICA COMUNE DI GALLARATE (VA) Studio Mascetti. Tutti, quindi praticamente Forza Italia li dava a loro e questo li dava a Mascetti. Per quanto riguarda l’A336 Ospedale Unico dove lì c’è un altro casino che verrà fuori, tutti gli incarichi sono stati dati a Mascetti per conto Lega. Poi lei dice, retrocede la Lega? Non lo so cosa fanno a casa loro, però sono stati imposti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Tra il 2016 e il 2019 nel solo comune di Gallarate Andrea Mascetti ha avuto incarichi per oltre 85mila euro. Ma la sua rete di consulenze sembra estendersi anche in molti altri comuni della provincia, come sa bene Nino Caianiello.

GIORGIO MOTTOLA Per conto della Lega in provincia di Varese chi si accaparrava la maggior parte degli incarichi?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA So dove vuole arrivare. Lo studio legale che veniva dato come riferimento leghista in provincia di Varese viene vagheggiato nello studio dell’avvocato Mascetti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La rete di consulenze dell’avvocato Mascetti che siamo riusciti a ricostruire comprende una decina di comuni nella sola provincia di Varese e altrettanti nel resto delle province lombarde. Andrea Mascetti è uno degli avvocati più rinomati di Varese, agli inizi della sua carriera ha collaborato con lo studio di Attilio Fontana e da allora non si sono più separati. Quando è stato eletto presidente della Lombardia, uno dei suoi primi atti è stato nominare Mascetti suo consulente per gli affari legali a 50.000 euro all’anno.

GIORGIO MOTTOLA Andrea Mascetti è un uomo di Attilio Fontana?

MONICA RIZZI – EX ASSESSORE REGIONE LOMBARDIA Io direi che Attilio Fontana è un uomo di Andrea Mascetti. Andrea Mascetti è sempre stato una potenza.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Monica Rizzi, ex assessore regionale in Lombardia, è una dirigente storica della Lega Nord. Vicinissima a Umberto Bossi, ha osservato da vicino l’ascesa politica di Andrea Mascetti, che in Lega entra negli anni ’90 ma non ricopre mai né incarichi pubblici né dentro al partito.

MONICA RIZZI – EX ASSESSORE REGIONE LOMBARDIA Lui non faceva parte del nazionale, non faceva parte del federale però si sapeva che esisteva, un po’ un’eminenza grigia che girava.

GIORGIO MOTTOLA Da dove deriva tutto questo potere di Mascetti?

MONICA RIZZI – EX ASSESSORE REGIONE LOMBARDIA Beh, lui ha questa associazione sua che ha indirizzato molto le politiche culturali, eccetera, all’interno della Lega.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’associazione di Andrea Mascetti si chiama Terra Insubre, un’associazione culturale che rivendica le origini celtiche della Lombardia, pubblica una rivista trimestrale e organizza convegni e iniziative in giro per la Lombardia, strizzando l’occhio al secessionismo della vecchia Lega.

ANDREA MASCETTI - AVVOCATO Abbiamo certamente raggiunto un obiettivo, quello di far conoscere l’Insubria a livello popolare. Prima era qualcosa di relegato agli studiosi di storia, alcuni ambienti accademici o economici. Oggi molte persone sono consapevoli di essere in qualche modo insubri.

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Io ho anche aderito a quella associazione.

GIORGIO MOTTOLA Lei ha aderito a Terra Insubre?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Io ero riuscito a diventar socio di Terra insubre.

GIORGIO MOTTOLA E un napoletano come lei che ci fa in un’associazione che si chiama Terra insubre?

NINO CAIANIELLO – EX DIRIGENTE FORZA ITALIA Lì in quella sede c’erano le opportunità per poter fare determinati incontri, lì incontravi gran parte del mondo leghista, ecco.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E quale fosse lo spirito di questi incontri ce lo racconta un leghista che è stato per 20 anni membro delegato all’assemblea di Terra insubre.

MEMBRO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Lui è stato bravo perché si è inventato questa associazione culturale e da lì ha creato un sistema che io l’ho definito una CL della Lega, una compagnia delle opere della Lega.

GIORGIO MOTTOLA Perché? MEMBRO DELEGATO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Prima ha cominciato a creare dei gruppi di professionisti e se li è fidelizzati.

GIORGIO MOTTOLA Terra insubre serve soprattutto a fare relazioni tra i professionisti?

MEMBRO DELEGATO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE È un centro di lobby

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E in questa presunta lobby sembra che ci fosse un grande interesse innanzitutto per il settore sanitario.

MEMBRO DELEGATO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Lui aveva creato un gruppo di sanità forte a Varese che contava un centinaio di medici e con questo è entrato negli ospedali.

GIORGIO MOTTOLA Mascetti è uno in grado di condizionare le nomine dei direttore sanitari?

MEMBRO DELEGATO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Si, si è stato sicuramente…

GIORGIO MOTTOLA E direttori generali nelle ASST?

MEMBRO DELEGATO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Sì, sì.

GIORGIO MOTTOLA Lui che cosa ottiene in cambio?

MEMBRO DELEGATO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Lui intanto prende le consulenze come avvocato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E di consulenze per gli ospedali lombardi Andrea Mascetti ne ha fatte diverse negli ultimi anni. Una da 47mila per l’azienda sanitaria di Melegnano. 36 mila per l’ospedale di Monza, 22 mila Bergamo Ovest, 10mila euro azienda sanitaria 7 Laghi, 23 mila Asl di Varese e altri 50 mila quella di Como. Ma per Andrea Mascetti e Terra Insubre non sono stati sempre tempi d’oro. All’epoca della Lega Nord di Umberto Bossi, l’associazione dell’avvocato varesotto era infatti finita nel libro nero.

MONICA RIZZI – EX ASSESSORE REGIONE LOMBARDIA I rapporti di Umberto Bossi con Terra Insubre erano pari a zero, proprio non se l’è mai filata per nulla. Ha effettivamente detto è un covo di fascisti.

GIORGIO MOTTOLA Bossi ha definito Terra Insubre un covo di fascisti?

MONICA RIZZI – EX ASSESSORE REGIONE LOMBARDIA Sì, un covo di fascisti.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Questa è una foto inedita di Andrea Mascetti da giovane. Con una mano regge il tricolore e con l’altra fa il saluto fascista. Il passato da estremista di destra dell’avvocato varesotto è condiviso da un altro illustre frequentatore di Terra Insubre.

MONICA RIZZI – EX ASSESSORE REGIONE LOMBARDIA E se poi pensiamo che un Savoini che aveva il duce in busto in ufficio in Lega viene da lì.

GIORGIO MOTTOLA Savoini viene da Terra Insubre?

MONICA RIZZI – EX ASSESSORE REGIONE LOMBARDIA Sì, era in Terra Insubre.

GIORGIO MOTTOLA Savoini e Mascetti hanno un rapporto molto stretto?

MEMBRO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Sì sì. Io Savoini devo averlo conosciuto le prime volte penso tramite Terra Insubre.

GIORGIO MOTTOLA Li vedevi insieme?

MEMBRO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Si, si. Anche per l’identità.

GIORGIO MOTTOLA Neofascista?

MEMBRO ASSEMBLEA TERRA INSUBRE Ahahah.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Savoini è l’ex portavoce di Matteo Salvini. Come vi avevamo mostrato l’anno scorso, aveva l’ufficio alla Padania tappezzato di simboli nazisti e foto di SS. Lo scorso anno, durante un incontro d’affari al Metropol di Mosca, Savoini avrebbe contrattato con alcuni emissari russi una compravendita di petrolio che doveva servire a far arrivare alla Lega di Salvini oltre 65 milioni di euro in nero. Nelle conversazioni registrate al Metropol di Mosca spunta anche il nome di Andrea Mascetti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Perché spunta il nome del super legale Andrea Mascetti? Il super legale della Lega? È il 18 ottobre del 2018. Mosca, all’hotel Metropol è in atto una trattativa per una partita di gasolio. Ecco. Secondo i magistrati della procura di Milano, che indagano per corruzione internazionale, quella trattativa avrebbe dovuto portare 65 milioni di dollari in nero nelle casse della Lega per finanziare la campagna elettorale delle europee. Noi lo diciamo chiaramente: quei soldi non sono mai stati trovati. Però a condurre quella trattativa c’è Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini. Dialoga con dei russi, in mezzo c’è anche un esponente di un partito politico fondato dall’ultranazionalista, il filosofo Dugin, vicino a Putin. E parlano di questa compravendita di petrolio che sarebbe dovuto avvenire anche attraverso dei mediatori. Ora. C’è un uomo affianco a Savoini che indica anche la banca idonea per fare questo tipo di operazione: Banca Intesa. Perché dice: noi abbiamo all’interno di quella banca uno che sedeva nel comitato direttivo. Si chiama Andrea Mascetti, con lui possiamo parlare. Ora, Andrea Mascetti, all’epoca Mascetti sedeva nel comitato direttivo di Banca Intesa e siede ancora oggi in quel comitato, è anche nel cda di Banca Svizzera, Banca Intesa Svizzera. Lui dice: quando ho letto queste dichiarazioni mi è venuto da sorridere perché insomma non mi aspettavo mi tirassero in ballo in una vicenda nella quale io non c’entro assolutamente nulla. Però con Savoini lui ha condiviso un percorso, ha condiviso delle ideologie, ha condiviso anche l’appartenenza a Terra Insubre. Terra Insubre è questa associazione culturale che secondo un ex membro avrebbe l’ambizione di essere un po’ la versione leghista di Comunione e Liberazione, di fare lobby. Che è molto attenta anche alla parte della sanità, agli affari della sanità e addirittura Mascetti, secondo lui, sarebbe in grado anche di influenzare le nomine per ricevere poi in cambio delle consulenze. Ora; noi lo premettiamo subito: Mascetti è un professionista di grande qualità però, insomma ha scalato posizioni importanti; è riuscito ad arrivare anche a capo di quella che è la fondazione più ricca e importante del paese. Ha fatto tutto da solo? Se vai in giro a fare già questa semplice domanda, trovi degli interlocutori terrorizzati.

EX PARLAMENTARE LEGA NORD Mascetti è sempre stato molto legato a Giorgetti.

GIORGIO MOTTOLA Fin dall’inizio.

EX PARLAMENTARE LEGA NORD Fin dall’inizio si, si. Cioè non è che abbia avuto un percorso diverso da quello di Giorgetti.

GIORGIO MOTTOLA Procedono insieme, insomma, il percorso. Più quota politica prende Giorgetti.

EX PARLAMENTARE LEGA NORD La risposta è la domanda che mi hai fatto all’inizio.

GIORGIO MOTTOLA Cioè che il suo potere dipende da Giorgetti.

EX PARLAMENTARE LEGA NORD Non è che viene dal cielo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il rapporto tra i due risale molto nel tempo. Nella foto di gruppo in cui Mascetti e altri camerati fanno il saluto romano, c’è anche Giancarlo Giorgetti, all’epoca militante del Movimento Sociale Italiano. Quando la Lega va al Governo con i 5 Stelle e Giorgetti diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio, non sembra essersi dimenticato dell’amico. Mascetti viene nominato consigliere di amministrazione di una delle più importanti aziende di Stato, l’Italgas.

GIORGIO MOTTOLA Io volevo farle un’altra domanda sui suoi rapporti con Andrea Mascetti.

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA È un mio amico, certo.

GIORGIO MOTTOLA Molto stretto però.

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA Certo.

GIORGIO MOTTOLA Andrea Mascetti in tutti i comuni, in tutte le partecipate lombarde ha incarichi. Come mai?

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA E perché lo vieni a chiedere a me?

GIORGIO MOTTOLA Forse perché anche l’incarico all’Italgas.

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA Ma figurati.

GIORGIO MOTTOLA É stato favorito da lei, no?

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA Ah, questo…

GIORGIO MOTTOLA Chiedo, chiedo…

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA Assolutamente falso.

GIORGIO MOTTOLA Lei non ha mai fatto il nome di Mascetti per incarichi pubblici?

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA Assolutamente falso.

GIORGIO MOTTOLA Però lei fa parte anche di Terra Insubre giusto?

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA È un’associazione e come tanti altri anche io certo.

EX PARLAMENTARE LEGA NORD Giorgetti è quello che ha gestito tutte le nomine quando c’era Bossi, tutte.

GIORGIO MOTTOLA Le nomine delle banche dice…

EX PARLAMENTARE LEGA NORD Delle banche… Era l’uomo dei soldi e delle nomine. Sempre Stato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E quando Bossi esce di scena e cade il veto su Terra Insubre, Mascetti ottiene la sua prima nomina cruciale nel settore bancario, entrando a far parte degli organi di indirizzo della Fondazione Cariplo: la più importante e ricca fondazione bancaria del paese, azionista di Banca Intesa.

GIORGIO MOTTOLA Che in Fondazione Cariplo… c’è una sua mano rispetto all’incarico che ha avuto Mascetti?

GIANCARLO GIORGETTI – VICESEGRETARIO FEDERALE LEGA Ma voi pensate, ma io… che cosa cazzo c’entro io con queste cosa qua. Che voi pensate che io faccio tutte queste cose? Adesso basta, grazie. Comunque chiedete a lui perché i suoi incarichi li prende lui, mica li prendo io.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO A Varese i membri della diramazione locale di Fondazione Cariplo vengono decisi formalmente dalla Provincia e nell’ultima tornata di nomine Andrea Mascetti era nella terna dei consiglieri indicati. Con chi ha trattato la sua riconferma?

NINO CAINIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Ci fu un incontro per fondazione Cariplo, la Lega chiese di poter ottenere i tre posti che la provincia avrebbe nominato in quota Lega. Dissi per me va bene. A condizione che in cambio prendo un assessore in più o un posto in consiglio di amministrazione in meno.

GIORGIO MOTTOLA Con chi fece questo incontro sulla Fondazione Cariplo?

NINO CAINIELLO – EX DIRIGENTE DI FORZA ITALIA Con Matteo Bianchi e con Mascetti. C’era forse anche Gambini.

ANDREA MASCETTI AVVOCATO Fondazione Cariplo da tantissimi anni interviene su molte aree di interesse che sono l’ecologia, la ricerca scientifica, l’assistenza sociale, i servizi sociali alla persona e la cultura. Quindi per noi intervenire sui territori è proprio una missione che è dentro di noi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La Fondazione Cariplo gestisce un budget di 250 milioni di euro all’anno che vengono distribuiti tra donazione e contributi a enti di ricerca, fondazioni benefiche e associazioni. Su una parte di questi soldi, Andrea Mascetti ha voce in capitolo, in quanto membro della Commissione Centrale di beneficienza di Cariplo. Quando abbiamo chiesto a un membro della commissione informazioni sulle attività di Mascetti in Fondazione, al solo sentirne il nome si è spaventata e ha preteso l’anonimato.

GIORGIO MOTTOLA Quando io le ho detto di Andrea Mascetti lei mi ha detto una cosa e mi ha fatto…

DIRIGENTE FONDAZIONE CARIPLO Che c’è da averne paura. Si.

GIORGIO MOTTOLA Di Andrea Mascetti?

DIRIGENTE FONDAZIONE CARIPLO Dei mondi con cui Andrea Mascetti credo sia in contatto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Da quando Mascetti è in Cariplo la Fondazione ha finanziato progetti alla associazione Terra Insubre per quasi 100mila euro. E altri soldi sono poi arrivati dalla diramazione locale di Cariplo a Varese, la Fondazione Comunitaria del Varesotto, in cui Mascetti è consigliere.

DIRIGENTE FONDAZIONE CARIPLO Fondazione Varesotto. Lì i conflitti di potere sono… tantissimi oltre anche a qualche problema di trasparenza negli investimenti fatti da quella fondazione.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Alcune delle iniziative finanziate dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto sono state proprio quelle di Terra Insubre: 5000 euro per un progetto sui celti in Lombardia, 6600 sull’alimentazione dei Celti, 1500 sempre sulla presenza dei celti nel varesotto, 6600 euro per un progetto sul dialetto lombardo e 11 mila per la festa di Terra Insubre. E dalla fondazione non sono mancati finanziamenti neanche alla Corte dei Brut, l’associazione dell’estremista di destra Rainaldo Graziani, alle cui iniziative partecipano Gianluca Savoini e il filosofo legato a Putin, Alexander Dugin.

DIRIGENTE FONDAZIONE CARIPLO È la logica classica della Lega. Su tutti i posti che si aprono noi dobbiamo esserci e portarli a casa. Poi dall’interno della Lega, si ridistribuiscono secondo equilibri… che è la logica feudale. Prima riconosco chi è il nemico e mi oppongo e porto a casa quello che posso. Poi del malloppo che ho portato a casa io che sono il vassallo distribuisco ai valvassori e ai valvassini.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Mascetti, con noi ha preferito non parlare. Però ci ha scritto. Nega ingerenze da parte dell’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti per quello che riguarda le sue nomine. Quella nella fondazione Cariplo – scrive - è stata decisa da 40 consiglieri. Banca Intesa invece l’ha indicato come consigliere indipendente per le sue indiscusse qualità professionali. Su quanto aveva invece affermato Caianiello, in merito alla spartizione delle nomine all’interno della Fondazione Varesotto, Mascetti ci ricorda che quei nomi sono, il suo nome è nella terna espressa dall’allora presidente della provincia di Varese in quota centro sinistra. Poi, in merito ai finanziamenti e alle donazioni alla sua associazione Terra Insubre, Cariplo ci scrive che non ci sono conflitti di interesse che riguardano Mascetti. Mascetti stesso ci ricorda: guardate io l’ho fondata quella associazione, ma oggi sono socio ordinario. Mentre in merito alla nomina nel cda di Italgas ci scrive che è arrivata su proposta di Assogestioni che rappresenta i fondi internazionali. Nega poi di aver avuto, Mascetti, ruoli per quello che riguarda le nomine di dirigenti negli istituti sanitari o negli istituti di altra natura. Ci scrive infine che a lui interessa fare cultura, non politica e che non ha da tempo alcun ruolo attivo nella Lega. Ora, noi, fino a prova contraria, gli crediamo. Tuttavia abbiamo ritrovato delle email all’interno del database del consorzio di giornalismo investigativo OCCRP, indirizzate al senatore Armando Siri, dalle quali si evincerebbe una realtà un po' diversa da come Mascetti ce l’ha raccontata: un ruolo nella Lega di Salvini nei mesi precedenti alle elezioni, Mascetti lo avrebbe avuto. Tra il 2017 e il 2018 è stato il supervisore del programma culturale della Lega; gli avrebbe anche dato una mano l’ex vice direttore del Foglio Alessandro Giuli, un nostro collega. Un programma culturale un po' esoterico, che avrebbe alla base, al centro la sacralità di un simbolo: il sole delle alpi. Poi il 29 settembre del 2017 Mascetti a Varese fa da link tra Salvini e un esponente di un movimento dell’estrema destra, Generazione Identitaria, che in Francia organizza anche campi paramilitari. Emerge anche che Mascetti invia degli spunti per la campagna elettorale provenienti da alcuni dirigenti della Fondazione Cariplo. E a chi li invia questi spunti? Li invia alla responsabile della segreteria del governatore Fontana, Giulia Martinelli, ex compagna di Matteo Salvini. Ora, al di là del ruolo che ha avuto Mascetti, insomma che cosa emerge da questa storia? Che la politica è un po’ come un magnete: pretende che tutto graviti intorno a lei. È un po’ la logica del vassallo, del valvassore e valvassino, insomma. E a questo principio non c’è deroga neppure quando in ballo c’è un valore alto come la salute pubblica.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel periodo più nero dell’emergenza Covid, quando le bare dei morti di Bergamo venivano portate via dai camion dell’esercito, in Regione Lombardia era quasi impossibile sottoporsi a un tampone. E così alcuni sindaci coraggiosi hanno deciso di fare da soli.

ROBERTO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Non venivano fatti i tamponi alle persone, la gente veniva lasciata in casa da sola, avevamo famiglie intere con sintomi, famiglie intere disperate perché si continuavano a contagiare l’uno con l’altro.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Roberto Francese è il sindaco di Robbio, cittadina immersa nelle risaie della provincia di Pavia. Lo scorso marzo il primo cittadino ha deciso di rimediare alla mancanza dei tamponi con una campagna di test sierologici aperta a tutta la popolazione.

GIORGIO MOTTOLA Alla fine quanti test è riuscito a fare qui a Robbio?

ROBERTO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Ma qui ne abbiam fatti, solo i cittadini di Robbio, 4500. Quindi praticamente a tutti.

GIORGIO MOTTOLA Al comune quanto è costato?

ROBERTO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Zero perché è partita una gara di solidarietà. Molti hanno pagato anche per chi non poteva.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E così se all’inizio i positivi erano solo 20, a Robbio grazie ai test sierologici ne vengono scoperti altri 400, senza pesare su ospedali e casse pubbliche.

GIORGIO MOTTOLA Per un’iniziativa di questo tipo avrà avuto il pieno plauso da parte della Regione?

ROBERTO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Eh, purtroppo la Regione ha mandato diverse pec e e-mail dove comunque ci diceva di non andare avanti perché non eravamo autorizzati.

GIORGIO MOTTOLA E per quale ragione?

ROBERTO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Ci hanno risposto che non si poteva prelevare il sangue.

GIORGIO MOTTOLA Cioè la regione Lombardia ha di fatto vietato, in quel periodo, i test sierologici sul territorio?

ROBERTO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Di fatto sì. Molti, come Cisliano, dalla sera alla mattina hanno dovuto dire a migliaia di persone di stare a casa loro perché, comunque, questi divieti erano perentori, tassativi e poco interpretabili.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Cisliano è uno dei comuni della provincia di Milano che ha seguito l’esempio di Robbio, organizzando in proprio, a costo zero per le casse del Municipio, una campagna di test sierologici di massa. Ma neanche qui l’iniziativa è stata presa bene dalla regione.

LUCA DURÈ – SINDACO CISLIANO (MI) Alla fine mi è arrivata una diffida. Quindi più chiaro di così non si poteva essere.

GIORGIO MOTTOLA Da chi?

LUCA DURÈ – SINDACO CISLIANO (MI) Da parte di Ats che ci ha bloccato per una serie di ragioni. Io li ho chiamati cavilli burocratici.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Al comune di Robbio è arrivata la stessa mail. Ve la mostriamo in esclusiva. Il direttore sanitario dell’Ats di Pavia definisce l’iniziativa inopportuna e quindi il sindaco è pregato di soprassedere agli accertamenti programmati. In un’altra mail, è ancora più esplicito e specifica che l’Ats di Pavia non dà l’autorizzazione alla ricerca di anticorpi antivirus avviata dal sindaco nel comune di Robbio.

RENATO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Noi abbiam detto guardate non spendendo un euro di soldi pubblici andiamo avanti comunque seguendo i protocolli sanitari nazionali. Se quelli regionali son diversi spiegateci il perché. Non ci han più risposto e noi siamo andati avanti fino alla fine.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO In diverse mail le aziende sanitarie lombarde spiegano che bisogna attendere i test ufficiali della regione. Vale a dire il test sierologico che il Policlinico San Matteo di Pavia stava mettendo a punto con Diasorin. La società italiana di biotecnologia che aveva da poco chiuso un contratto in esclusiva con la Lombardia. Ma quando i sindaci si muovono per fare i test ai propri cittadini, il test di Diasorin non era ancora pronto. E non lo sarebbe stato prima di un mese.

LUCA DURÈ – SINDACO CISLIANO (MI) Non si capiva perché bisognava aspettare la certificazione di un test di Diasorin quando c’erano già dei test certificati.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il 3 marzo, sei giorni prima che fosse ufficiale la scelta di Diasorin, il Policlinico San Matteo, riceve una mail da Technogenetics. Una società di biotecnologie che all’epoca aveva a disposizione test sierologici già certificati e già usati in Veneto e in Emilia Romagna. Vista l’emergenza Technogenetics li mette a disposizione del San Matteo.

GIORGIO MOTTOLA E che cosa le è stato risposto dal San Matteo?

SALVATORE CINCOTTI – CEO TECHNOGENETICS Nulla.

GIORGIO MOTTOLA Nulla?

SALVATORE CINCOTTI – CEO TECHNOGENETICS Nulla, neanche ricezione del messaggio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Sebbene i test di Technogenetics fossero già pronti a inizio marzo, la Regione Lombardia non li prende neanche in considerazione e, senza fare una gara d’appalto, acquista per 2 milioni di euro 500.000 test da Diasorin che però saranno disponibili solo a fine aprile. E visto che quei test si basavano su una tecnologia sviluppata inizialmente dal San Matteo, Diasorin lascia alla Regione royalties pari all’1 percento.

SALVATORE CINCOTTI – CEO TECHNOGENETICS Chi sta in questo settore sa benissimo che non si parla meno del 10 per cento in questi casi in termini di royalties; bastava fare una gara e a quel punto probabilmente il San Matteo avrebbe spuntato sicuramente delle condizioni migliori facendo l’interesse pubblico.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Mesi dopo la Procura di Pavia ha aperto un fascicolo sull’appalto a Diasorin. La Guardia di finanza a sorpresa si è presentata anche a casa di Andrea Gambini ex segretario della Lega a Varese, che però non risulta indagato, ma soprattutto direttore dell’Istituto Insubrico per la vita. I cui uffici sorgono in questo parco in provincia di Varese accanto a quelli di Diasorin. Diasorin infatti è uno dei più importanti clienti dell’ Istituto Insubrico per la vita. Negli ultimi tre anni ha versato nelle sue casse oltre 700mila euro e lo scorso anno, con un versamento da 1 milione 100 mila euro ha rappresentato da sola oltre il 90 per cento del fatturato di Servire srl, una partecipata dell’Istituto Insubrico, che conta solo 7 dipendenti ed è presieduta sempre da Andrea Gambini.

GIORGIO MOTTOLA Volevo farle qualche domanda rispetto all’attività dell’Istituto Insubrico e Servire S.R.L.?

ANDREA GAMBINI – DIR. GENERALE ISTITUTO INSUBRICO PER LA VITA Tutto pubblico.

GIORGIO MOTTOLA L’Istituto Insubrico ha avuto poi un ruolo rispetto a Diasorin?

ANDREA GAMBINI – DIR. GENERALE ISTITUTO INSUBRICO PER LA VITA Può vedere le fatture elettroniche tutte depositate all’agenzia delle entrate. Né l’Istituto Insubrico, né io, né niente abbiamo fatto niente di particolare, infatti non risulto indagato. Quindi, per me la cosa finisce qui. GIORGIO MOTTOLA Ha subito delle perquisizioni

ANDREA GAMBINI – DIR. GENERALE ISTITUTO INSUBRICO PER LA VITA Buona giornata.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Secondo la testimonianza di ex dirigenti apicali della Lega, l’ascesa politica e manageriale di Andrea Gambini sarebbe legata a doppio filo alla figura di Andrea Mascetti.

EX PARLAMENTARE LEGA NORD È quello che è stato in questi giorni perquisito per la storia della Diasorin, Andrea Gambini, per esempio.

GIORGIO MOTTOLA Anche Andrea Gambini è vicino a lui?

EX PARLAMENTARE LEGA NORD Eh, è stato lui a volerlo capogruppo e commissario della sezione di Varese della Lega. È stato lui a metterlo prima vicepresidente della lega e poi al Besta.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Fino a poco tempo fa, Andrea Mascetti, è stato vice presidente dell’Istituto Insubrico e con Andrea Gambini, oltre al passato in Cariplo, ha condiviso fino al 2017 le quote di una società che si occupa di genetica e ha sede in Svizzera, la Suisse Regenerative.. Ma due anni fa Gambini ha ricevuto dalla giunta Fontana un’altra nomina in campo scientifico: presidente dell’Istituto Besta, uno dei più importanti centri di ricerca neurologica d’Europa, per il quale abbiamo scoperto che Andrea Mascetti svolge consulenze legali. Quella di Andrea Gambini sembra davvero una fulgida carriera soprattutto se si considera che, leggendo il suo curriculum, il suo ultimo lavoro non assegnato dalla politica, è stato addetto alle vendite di questa farmacia a Tradate, in provincia di Varese.

GIORGIO MOTTOLA Solo una domanda.

ANDREA GAMBINI – DIR. GENERALE ISTITUTO INSUBRICO PER LA VITA Mi costringe a chiamare i carabinieri che è fuori da tre giorni.

GIORGIO MOTTOLA Si ma una sola domanda, come ha fatto da semplice farmacista a diventare dirigente di alcuni…

ANDREA GAMBINI – DIR. GENERALE ISTITUTO INSUBRICO PER LA VITA Non sono un semplice farmacista.

GIORGIO MOTTOLA Sì, lei ha lavorato in farmacia prima di diventare un dirigente del Besta.

ANDREA GAMBINI – DIR. GENERALE ISTITUTO INSUBRICO PER LA VITA Legga il curriculum. Non ho autorizzata l’intervista.

GIORGIO MOTTOLA Ma quali sono i suoi rapporti con Mascetti? È vero che Mascetti, aspetti!

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per l’inchiesta Diasorin, Alessandro Venturi, presidente del San Matteo indagato per l’appalto dei test, ha affidato la sua difesa legale a un avvocato dello studio Mascetti. Ma nella vicenda dei test è buona parte del mondo leghista lombardo che sembra aver giocato un ruolo. Quando i sindaci ribelli disobbediscono al divieto delle aziende sanitarie e proseguono lo screening, scendono in campo i pezzi da novanta.

RENATO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Addirittura due deputati della Lega in quei giorni anziché pensare a capire perché in Regione Lombardia non venivano fatti i test, la gente non veniva ricoverata, la gente veniva lasciata a casa a morire, si sono impegnati per fare diverse pagine di interpellanza parlamentare al ministro della Salute Speranza, dicendo che quello che veniva fatto nei comuni come Robbio e gli altri non era giusto e andava monitorato ed eventualmente fermato.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO L’interpellanza ha come primo firmatario Paolo Grimoldi, deputato e segretario della Lega Lombarda. Non si limita agli atti ufficiali in Parlamento. Ai sindaci leghisti arrivano infatti molte pressioni anche da altri dirigenti del partito.

GIORGIO MOTTOLA Il partito che ha provato a boicottarla di più a ostacolare i test sierologici è stata la Lega?

RENATO FRANCESE – SINDACO DI ROBBIO (PV) Sì, di fatto sì, da parte della Lega abbiamo proprio notato questo isolamento.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per fermare il sindaco di Robbio, il segretario della Lega Lombarda manda messaggi agli amministratori del suo partito. In questo, che siamo in grado di mostrarvi in esclusiva, scrive: “Ho parlato con Salvini: il primo che fa sponda con il miserabile di Robbio è fuori dal movimento”. PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Non mi ricordo perché mando tanti messaggi dopodiché il sindaco di Robbio, non mi pare che… Dov’è Robbio?

GIORGIO MOTTOLA Lei ci ha fatto un’interpellanza quindi la geografia almeno dovrebbe conoscerla.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Io firmo le interpellanze degli altri, dubito che io sia primo firmatario.

GIORGIO MOTTOLA Lei dice addirittura in questo messaggio.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Si.

GIORGIO MOTTOLA Che ha parlato con Salvini, quindi la questione era molto importante.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Guardi io Salvini lo sento tutti i giorni, francamente mi sta chiedendo una roba di marzo, ma...

GIORGIO MOTTOLA Ma in Lombardia soltanto voi leghisti avete provato a ostacolare in modo così forte i test sierologici rapidi. Perché? Forse perché stavate difendendo Diasorin? Difendevate gli interessi di Diasorin?

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA No, allora se dici una cosa così io ti querelo, ma querelo te.

GIORGIO MOTTOLA Io le sto facendo una domanda. Solo i consiglieri e i parlamentari della Lega si sono accaniti così tanto con i test sierologici rapidi.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Scusa non ti rispondo più perché sei un maleducato e continui a cambiare la formulazione della domanda perché ti ho già dimostrato che hai torto marcio.

GIORGIO MOTTOLA Lei non sta rispondendo per questo riformulo.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA No sei tu che non stai rispondendo. Mi hai chiesto del sindaco di Robbio della Lega, cioè mi hai anche detto una cosa sbagliata perché mi formuli le domande senza sapere l’a b c.

GIORGIO MOTTOLA Con chi stava parlando allora?

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Informati e studia perché non sai una beata minchia!

GIORGIO MOTTOLA Mi spieghi perché la Lega si è accanita così tanto sui test sierologici rapidi? Mi spieghi questo, mi spieghi solo questo.

VOCE DI UN UOMO DELLA SICUREZZA C’è un evento, c’è un evento scusa, c’è un evento

GIORGIO MOTTOLA No però! É un parlamentare, è un onorevole e la vicenda… Sono morte 35 mila persone anche perché non hanno potuto fare i tamponi. Perché, soprattutto voi della Lega, vi siete accaniti così tanto contro i test sierologici rapidi?

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Anche qua formuli una domanda sbagliata.

GIORGIO MOTTOLA E la riformuliamo.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Non siamo noi della Lega ma sono le linee guida del ministro Speranza.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma in realtà Emilia Romagna e Veneto nello stesso periodo avevano già iniziato i test sierologici. Grimoldi, invece, in un altro messaggio definisce Francese, che li stava facendo, “quella merda di Robbio”. E l’effetto degli interventi del deputato sembra farsi sentire subito: “mi taccio”, risponde infatti l’amministratore leghista, ma avverte: “occhio che prima o poi verrà fuori che ha ragione lui”. Quasi tutte le amministrazioni leghiste non proseguono con i test sierologici nei loro comuni e alla maggior parte dei lombardi non resta che aspettare Diasorin.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Va bene, mi dai il nome, tu hai il nome di questo?

GIORGIO MOTTOLA Giorgio Mottola, Report, Rai3.

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Perfetto perché tu ogni volta che associ me a Diasorin io ti querelo.

GIORGIO MOTTOLA Ma può chiedere scusa per il fatto che ha vietato…

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA No, tu chiedi scusa per le domande assolutamente infondate che fai.

GIORGIO MOTTOLA … per aver vietato, per aver ostacolato così tanto i test rapidi che potevano consentire di scoprire tanti positivi in quel momento?

VOCE DI UN UOMO DELLA SICUREZZA Dobbiamo iniziare l’evento

PAOLO GRIMOLDI – SEGRETARIO LEGA LOMBARDA Però scusa dobbiamo iniziare l’evento.

GIORGIO MOTTOLA Mi dica solo questo, chiede scusa o no? Ha sbagliato o no a ostacolare i test rapidi? Mi dica.

VOCE DI UN UOMO DELLA SICUREZZA Deve iniziare un evento per favore

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Non parlano. Viene da chiedersi perché il gotha della Lega chiede lo stop dei test sierologici agli amministratori della Lombardia, quelli del centro-destra. Ecco. Siamo in piena emergenza, a marzo. Non c’è la possibilità di fare i tamponi; alcuni sindaci prendono l’iniziativa, fanno i test sierologici alla popolazione. Quello di Robbio per esempio dopo alcuni giorni passa da 20 positivi a ben 400. Si scatena la reazione del segretario della Lega Nord in Lombardia, Paolo Grimoldi ecco manda, invia un sms minaccioso a tutti gli amministratori della Lega “ho parlato con Salvini” dice “se seguite l’esempio del sindaco di Robbio, siete fuori dal partito”. Un amministratore gli risponde, dice vabbè “non possiamo però fare la guerra ai sindaci che promuovono i test sierologici sul territorio, perché la gente e tutto il mondo della sanità chiede quei test”. Ma l’anomalia degli sms coinvolge anche il presidente del San Matteo di Pavia, Alessandro Venturi. È indagato anche lui in questa vicenda; si avvale per la tutela legale, dello studio Mascetti. Perché è colui che ha in qualche modo dialogato esclusivamente con Diasorin. Non ha neppure risposto al telefono al competitor Technogenetics. Nel pieno delle indagini, gli investigatori scoprono che il professor Venturi ha cancellato dal telefono tutte le sue chat su WhatsApp. Questo “con l’obiettivo” scrivono, “di celare informazioni estremamente rilevanti e compromettenti” per quello che riguarda lui, ma anche altri soggetti. Quali? Per questo, La Guardia di Finanza ha sequestrato i telefonini del governatore Attilio Fontana e anche quelli della responsabile della sua segreteria, Giulia Martinelli, ex compagna di Matteo Salvini. Adesso noi non sappiamo se riusciranno a recuperare quelle chat e cosa emergerà, se emergerà da quelle chat. Certo è che, se dovessero emergere delle responsabilità, degli interessi su questa vicenda, sarebbe veramente triste, triste, triste che l’avidità umana sovrasti un bene come quello della salute dei cittadini.

"Sesso in cambio di cocaina": i verbali delle orge a Bologna. Rabbia e sconcerto da parte della Lega: “Per Cavazza pena esemplare se colpevole”. Una minorenne abusata non sarebbe stata in grado di difendersi. Valentina Dardari, Mercoledì 02/09/2020 su Il Giornale. Sette le misure cautelari eseguite dai carabinieri della compagnia Bologna Centro nei confronti di altrettanti soggetti accusati a vario titolo di induzione alla prostituzione e reati in materia di stupefacenti. Nel mirino alcuni professionisti della Bologna bene che organizzavano o partecipavano a festini a base di cocaina e sesso con ragazze minorenni. Tra le persone coinvolte anche il 27enne agente immobiliare Luca Cavazza, candidato per la Lega con Lucia Borgonzoni alle ultime elezioni regionali. Per lui sono scattati i domiciliari.

La reazione della Lega. Alla notizia, il senatore leghista Andrea Ostellari, commissario del partito in Emilia, ha subito commentato: “Proviamo rabbia e sconcerto nel leggere dell'operazione del nucleo operativo dei carabinieri della compagnia Bologna Centro, che ha eseguito misure cautelari per induzione alla prostituzione e reati in materia di stupefacenti. Tra le vittime anche ragazzine minorenni. Apprendiamo che ai domiciliari ci sarebbe anche Luca Cavazza candidato alle scorse regionali: se colpevole, auspichiamo una pena esemplare". Dopo accurate verifiche, Ostellari ha affermato che Cavazza non risulta iscritto al partito. Domiciliari anche per Fabrizio Cresi. Per l'imprenditore Davide Bacci, proprietario della “Villa Inferno”, a Pianoro, comune in provincia di Bologna, dove si svolgeva la maggior parte dei festini, è scattata invece la custodia in carcere, sulla base dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminari Letizio Magliaro e delle richieste del pubblico ministero Stefano Dambruoso. Sarebbero soprattutto due le minorenni coinvolte negli incontri a base di sesso, soldi e droga.

Una minorenne abusata sotto l'effetto della droga. Tutto è partito dalla denuncia della madre della 17enne che per giorni non aveva visto rincasare la propria figlia. Sul cellulare della ragazza video e foto inequivocabili che la riprendevano in rapporti sessuali con uomini molto più vecchi di lei. Una delle ragazze avrebbe sostenuto, in sede di denuncia, di aver partecipato a uno dei festini sotto l’effetto della cocaina. Dopo aver assunto un grande quantitativo di droga, non più lucida, sarebbe stata coinvolta in atti sessuali. I presenti avrebbero approfittato di lei, che non era in grado in quel momento di opporre resistenza. Ai festini sembra girassero anche centinaia di euro. Alle ragazze, oltre alla cocaina, sembra venissero dati anche soldi per le loro prestazioni sessuali. A confermare quanto avvenuto anche l'altra 17enne, ex compagna di scuola della giovane e due donne, una delle quali prostituta, presenti alla festa. Come si legge nell'ordinanaza della procura di Bologna,"Cavazza, nell'accompagnarla presso la villa di Bacci e nell'introdurla alla festa aveva reso ben chiaro alla giovane che ci sarebbe stata una fattanza, vale a dire un consumo collettivo di cocaina procurata dal Bacci". La ragazza ha anche precisato che l'uomo l'aveva convinta a partecipare alla festa. Quando sono arrivati, sempre secondo quanto raccontato dalla ragazza, c'erano già altri giovani che stavano assumendo droga. "Lì ricordo di aver avuto un rapporto sessuale con lui che non sono riuscita a negare anche perché ero in casa sua dove avevo assunto gratuitamente parecchia coca", ha raccontato la minorenne. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la minore conobbe alcuni tra gli indagati frequentando proprio gli ambienti della tifoseria della Virtus Basket. Sono in corso ulteriori accertamenti sui telefoni e tablet sequestrati agli indagati per verificare la presenza di eventuali filmati e chiarire il possibile coinvolgimento di altre persone nella vicenda. Tre le misure cautelari più gravi, mentre a quattro persone è stata applicata la misura dell'obbligo di firma, tra queste anche un ingegnere. Secondo quanto emerso dalle indagini, la loro posizione sarebbe meno grave perché non coinvolti direttamente nell'organizzazione dei festini ma il loro ruolo sarebbe stato quello di semplici partecipanti. Gli indagati dalla procura sono in totale otto.

Il ruolo chiave del Cavazza. Uno degli otto indagati ha spiegato esattamente il ruolo chiave che aveva il Cavazza: "Cavazza aveva il compito, e lo svolgeva continuativamente, di individuare giovani donne da avviare alla prostituzione, ovvero da condurre nei luoghi ove tale attività di prostituzione si consumava, in cambio di cocaina. Tale attività veniva compiuta con modalità quasi professionali da parte del Cavazza, attesa anche la sua possibilità di continui contatti anche nell'ambiente sportivo dei tifosi della locale squadra di pallacanestro della Virtus Bologna dal medesimo frequentato, e la sua condizione di utilizzatore di sostanza stupefacente che evidentemente lo poneva nella continua necessità di reiterare le condotte". Anche il racconto della 17enne da cui è partita tutta l'indagine, non lascia spazio a dubbi. Con la sua testimonianza si è scoperchiato un mondo sotterraneo, fatto di droga e sesso. "Io chiaramente ero la più giovane del circuito stretto di Cavazza al Paladozza e lui, io ne ero consapevole, mi utilizzava per accedere a delle feste dove si sarebbe consumata coca, per assumerne lui gratuitamente e poi offrire me per attività sessuale di gruppo. Io accettavo perché volevo la coca". Uno scambio quindi, dove forse la minorenne ha voluto giocare una partita per lei troppo grande, nella quale avrebbe potuto solo perdere.

"Ero sotto l'effetto della coca e non capivo niente". Le ragazze venivano riprese e fotografate durante i festini. I video e le loro immagini finivano poi nelle mani dei partecipanti e di altri amici del giro. In una occasione la 17enne è stata registrata da Bacci mentre faceva sesso con 29enne. Il giorno seguente la ragazza aveva visto il video in questione e aveva deciso di rallentare i suoi rapporti con l'imprenditore. Come lei stessa ha spiegato: "Con Bacci ho preferito rallentare i miei rapporti anche perché sono venuta a conoscenza del fatto che aveva fatto circolare il video. Nessuna mi aveva costretto a farlo ma io ero sotto l'effetto della coca e non capivo niente". E poi il video non era finito solo tra le mani di chi quei festini li conosceva eccome. Circolava anche tra persone che non c'entravano nulla con quell'ambiente. "Questo video era giunto anche alla visione di un caro amico di famiglia proprietario peraltro dell'appartamento in cui vivo con mia madre. Fu proprio lui ad avvisarmi di fare attenzione perché c'era questo video che circolava" ha raccontato ancora la 17enne agli investigatori.

Monica Rubino per repubblica.it il 13 agosto 2020. Oltre ai tre deputati che hanno incassato il bonus Inps destinato alle partite Iva durante l'emergenza coronavirus - i due leghisti Dara e Murelli e un grillino il cui nome verrà rivelato domani - e gli altri due onorevoli di Iv e Lega a cui è stata rifiutata la domanda, ci sono anche circa 2mila amministratori locali che hanno chiesto e ottenuto il sussidio. La stragrande maggioranza sono sindaci e consiglieri comunali di piccoli comuni, sui quali non si può gettare addosso la croce perché la loro attività politica è quasi volontariato. Meno giustificabili, invece, sono i consiglieri regionali con le loro indennità mediamente sugli 8mila euro al mese, ma che possono superare anche i 12mila. Tra questi ultimi si nota una prevalenza della Lega e il leader Matteo Salvini conferma che non saranno ricandidati nelle regioni prossime alle elezioni. Dei dieci finora individuati, infatti, otto sono del Carroccio distribuiti in cinque Regioni. Uno è del Pd, l'altro di Forza Italia. I leghisti sono così ripartiti: tre in Veneto, due in Piemonte, uno in Emilia Romagna, uno in Liguria e uno in Lombardia. Quest'ultimo è Alex Galizzi, che ha ammesso di aver intascato l'aiuto anche se si è giustificato dicendo: "Non lo ricordavo". Il consigliere dem è piemontese, mentre quello forzista è friulano.

Gli otto della Lega. In Veneto ad aver preso il bonus sono Riccardo Barbisan, Alessandro Montagnoli e il vicepresidente della Regione Gianluca Forcolin. Tutti e tre fedelissimi del governatore Luca Zaia, in corsa per le regionali di settembre e lanciatissimo nei sondaggi. Salvini oggi ribadisce da Forte dei Marmi: "Abbiamo già deciso, Zaia l'ho sentito, non saranno ricandidati". E torna ad attaccare il presidente Inps Pasquale Tridico: "Non ha pagato Cig, cosa aspetta a dimettersi?". Ma il vice di Zaia Forcolin, intervistato oggi da Repubblica, si è difeso: "Io cacciato dalle liste e Fontana ancora al posto suo in Lombardia?". Tuttavia, dopo un colloquio con Zaia, tutti e tre alla fine hanno rinunciato alla candidatura, evitando la pubblica "decapitazione". In Piemonte i due consiglieri del Carroccio percettori del bonus sono Matteo Gagliasso, 27 anni compiuti da poche settimane, di Alba, e Claudio Leone 53 anni, di Rivarolo Canavese. Tutti e due sono stati eletti per la prima volta in Consiglio regionale un anno fa in coincidenza con la vittoria del centrodestra che ha portato al governo della Regione Alberto Cirio. Sia Leone sia Gagliasso sono entrambi detentori di partita Iva. Hanno già restituito gli importi all'Inps, ma la restituzione non li ha salvati dalla sospensione dal partito, decisa oggi. In Emilia Romagna il leghista sotto accusa è Stefano Bargi, 31enne di Sassuolo. Assieme ad altri due soci è proprietario di un locale a Maranello, il Beer Stop, ed è iscritto a un'associazione di categoria che ad aprile ha fatto la richiesta di bonus per tutti e tre. Il bonus gli è arrivato ad aprile e a maggio e ha investito quei soldi per riavviare il locale colpito dallo stop dovuto al lockdown. In mattinata Matteo Rancan, capogruppo leghista in Regione ha annunciato la sua "sospensione dal partito". In Liguria il consigliere regionale uscente Alessandro Puggioni, 51 anni di Rapallo, si è autodenunciato e ha deciso di autosospendersi dalla Lega, partito in cui milita dal 1995. Puggioni si  è "auto-sospeso" e ha annunciato di volere rinunciare alla candidatura alle regionali di settembre. In Lombardia, come accennato, Alex Galizzi, consigliere regionale della Val Brembana e titolare della Brembo informatica, ha ricevuto il bonus assieme a un socio. Ma nel difendersi critica la legge: "Me ne ero dimenticato. Bastava mettere un limite sul reddito dell'anno precedente e non ci sarebbero stati problemi".

Da “Avvenire” il 13 agosto 2020. Un piccolo imprenditore del tessile e una consulente di finanziamenti europei, entrambi con un reddito dichiarato oltre i 100mila euro. Ecco chi sono i due deputati leghisti col bonus: Andrea Dara, 41 anni di Mantova, ed Elena Murelli, 45 anni di Piacenza. Il loro nome circolava da giorni, senza che dagli interessati giungessero smentite o ammissioni. È una nota del capogruppo della Lega Riccardo Molinari, che ne comunica la sospensione, a dare la conferma: sì, sono Dara e Murelli due dei tre parlamentari (il terzo sarebbe un 5 stelle) che hanno chiesto e ottenuto il bonus da 600 euro riconosciuto dal governo alle partite Iva per far fronte all'emergenza Coronavirus. Andrea Dara, nato a Castel Goffredo in provincia di Mantova il 7 gennaio 1979, è un piccolo imprenditore nel settore tessile e abbigliamento. Eletto nella circoscrizione Lombardia 4 nelle file della Lega, nel 2019 ha dichiarato - come si legge nella dichiarazione consegnata alla Camera - redditi per 109.324 euro. È stato consigliere comunale a Castiglione delle Stiviere (dove possiede anche otto immobili, sempre secondo la sua dichiarazione dei redditi) dal 2007 al 2011, poi vicesindaco nel 2016 fino alla sua elezione alla Camera. Elena Murelli ha compiuto da poco 45 anni (è nata il 29 luglio 1975). Con una laurea in Economia e commercio e un master in gestione dell'economia di rete, alterna l'attività di consulente in finanziamenti europei a quella di docente a contratto all'Università Cattolica della sua città, Piacenza. Nella Lega dal 2001, politicamente si divide tra il Consiglio comunale di Podenzano, nella pianura piacentina, e lo scranno alla Camera (dal 2018). Lo scorso anno ha dichiarato un reddito totale di 106.309 euro, nel 2018 di circa 62mila. Tra i provvedimenti che ha proposto da prima firmataria spicca uno sulle modifiche alla struttura organizzativa di Inps e Inail e un altro per modificare il decreto del 2019 sull'esclusione dei condannati per gravi delitti dal beneficio del reddito di cittadinanza.

Estratto dall'articolo di Marco Cremonesi per il "Corriere della Sera" il 13 agosto 2020. Dara avrebbe spiegato al partito che la richiesta di bonus sarebbe stata fatta dalla madre, che con lui gestisce l’azienda di cui è titolare al 60%: “Comprendo la scelta del partito, mi assumo la responsabilità di quanto accaduto, anche se non sono stato direttamente io”. Insomma: “Non cerco giustificazioni”. Secondo quanto si racconta, la madre del deputato sarebbe distrutta dalla propria leggerezza: la richiesta di bonus, Dara l’avrebbe scoperta quando il partito, per invogliare i deputati all’autodenuncia, aveva consigliato di controllare semmai che la richiesta fosse stata presentata dai commercialisti.

Bonusopoli, a chiederlo molti leghisti: Dara si scusa “L’ha chiesto mamma”, sospeso con Murelli. Redazione su Il Riformista il 13 Agosto 2020. Il clima continua a essere teso sulla vicenda dei bonus da 600 euro chiesti dai politici. Il Garante della privacy ha aperto un’Istruttoria sull’Inps e domani Tridico sarà alla Camera per rivelare i nomi di chi ha chiesto e ottenuto il bonus. In realtà dei tre deputati incriminati manca solo un nome, quello del del grillino. Gli altri due sono i deputati leghisti  Elena Murelli e Andrea Dara che, come promesso da Salvini, sono stati sospesi dal partito.

ANDREA DORA – Andrea Dara ha provato a difendersi attribuendo la colpa alla mamma. Sarebbe stata lei a fare materialmente la richiesta di bonus a sua insaputa. Con lui infatti gestisce l’azienda di cui è titolare al 60%: “Comprendo la scelta del partito, mi assumo la responsabilità di quanto accaduto, anche se non sono stato direttamente io”. Insomma: “Non cerco giustificazioni”, ha detto al Corriere della Sera. Dara avrebbe scoperto di aver ottenuto il bonus solo quando il partito, per invogliare i deputati all’autodenuncia, aveva consigliato di controllare semmai che la richiesta fosse stata presentata dai commercialisti.

ELENA MURELLI – Anche Elena Murelli si è scusata con il partito. Ma la piazza non l’ha affatto perdonata: sui social gira un video di un suo intervento alla camera proprio sui bonus. “Abbiamo accettato l’elemosina dei 600 euro”, aveva detto in aula alla Camera lo scorso 23 luglio, in occasione della votazione sull’istituzione della giornata della memoria delle vittime del Covid. “Siccome stiamo uscendo da questa situazione di emergenza allora importate il Covid”, aveva anche detto nel corso del suo intervento in aula riferendosi all’arrivo di migranti sulle coste italiane.

I CONSIGLIERI – Poi ci sono i 2mila consiglieri che hanno chiesto il bonus e che uno alla volta si stanno dichiarando e annunciando la penitenza. Tra loro una vastissima parte è composta da persone che fanno politica quasi per volontariato, ricevendo poco più che un rimborso. Ma ci sono anche ad esempio i consiglieri regionali che possono arrivare anche a 12mila euro al mese di stipendio. Tra questi ci sarebbe una prevalenza di leghisti, come dichiarato da Repubblica. Dei nove finora individuati, infatti, sette sono della Lega distribuiti in quattro Regioni. Uno è del Pd e uno di Forza Italia. Matteo Salvini è stato chiaro: “Chiunque ha preso il bonus sia sospeso e in caso di elezioni imminenti non ricandidato”.

I LEGHISTI – I leghisti sono così ripartiti: tre in Veneto, due in Piemonte, uno in Emilia Romagna e uno in Liguria. Resta in dubbio il consigliere regionale lombardo della Val Brembana Alex Galizzi, che al Corriere di Bergamo dice di non ricordarsi né di aver chiesto il bonus né di averlo preso (mentre gli altri colleghi lombardi del Carroccio negano). In Veneto ad aver preso il bonus sono Riccardo Barbisan, Alessandro Montagnoli e il vicepresidente della Regione Gianluca Forcolin. Tutti e tre fedelissimi del governatore Luca Zaia, in corsa per le regionali di settembre e lanciatissimo nei sondaggi. Lorenzo Fontana, commissario della Lega in Veneto, ha confermato l’orientamento del partito, cioè di non mettere in lista chi ha chiesto il bonus. Forcolin, intervistato oggi da Repubblica, si difende: “Io cacciato dalle liste e Fontana ancora al posto suo in Lombardia?”.

Da corriere.it il 13 agosto 2020. Elena Murelli è una dei tre deputati ad aver richiesto e ottenuto proprio il bonus da 600 euro per le partite Iva e autonomi. Eletta alla Camera alle politiche del 2018, Elena Murelli, una dei due deputati (l’altro è Andrea Dara), della Lega sospesa dal partito per aver percepito il bonus Inps di 600 euro previsto per i titolari di partita Iva. Emiliana di Piacenza, 45 anni, aderisce al partito nel 2001. Sette anni più tardi viene eletta al consiglio comunale di Podenzano. Poco più di due anni fa l’ingresso a Montecitorio. Laureata in Economia e commercio, consegue un Master of management in the Network Economy, ed è - si legge sul suo profilo sul sito della Camera - consulente in finanziamenti Europei per la ricerca e l’innovazione. È componente della commissione Lavoro, che venerdì prossimo, a mezzogiorno, svolgerà l’audizione del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, proprio sulle modalità di richiesta e liquidazione del bonus in favore dei lavoratori autonomi, sulle categorie di destinatari di tale bonus nonché sulle relative attività di monitoraggio, vigilanza e controllo.