Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2020

 

I PARTITI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

I PARTITI

INDICE PRIMA PARTE

 

 

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Beppe Grillo: Il Dottor Elevato.

I Grillini e l’Islam.

I Ministri a 5 Stelle.

La disintegrazione stellare.

Gli ex M5S.

Casta a 5 Stelle.

Il Nepotismo – Favoritismo Stellare.

I Conflitti d’Interesse.

La candidatura a punti.

I Finanziamenti a 5 Stelle.

Il Grillismo.

Pensioni d’oro e vitalizi. Noi siamo Noi.

La coerenza dei Grillini.

L’Onestà dei Grillini.

La Rimborsopoli.

Cinquestellopoli.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Lega Razzista Antimeridionalista.

Il Bossismo.

Fu Lega Nord Padania.

Salvini è Fascista.

Salvini è Comunista.

I Salviniani.

I Comunisti contro il Comunista Salvini.

Processate Salvini!

Giù le mani dalla Polizia…

La Questione Morale.

L’Onestà dei leghisti: altro che Roma Ladrona.

Moscopoli.

I 49 milioni.

Dio, Patria, Famiglia Spa.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Antropologia Comunista.

I Comunisti e la Chiesa.

I Comunisti ed il Nazismo.

Comunismo: quando il falso diventa vero.

La caduta del Comunismo.

Socialismo e scissioni.

Vocazione: Scindersi…

Il Poverismo.

La bella vita dei comunisti.

La Lega Padana Comunista.

Il Pd giustizialista figlio della sua storia.

I Sinistri Fratturati.

La sinistra e gli ebrei.

La Sinistra e le Donne.

Ramelli, lo Squadrismo Rosso ed il negazionismo.

Rizzo. L’Ultimo Comunista.

Il Zingarettismo.

Il Renzismo Junior.

Il Renzismo Senior.

I Renziani.

I Comunisti contro il Comunista Renzi.

Il Calendismo.

Emanuele Macaluso.

Ritratto di Giorgio Gori.

La storia della morte di Che Guevara.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli amici Terroristi.

Il Delitto di Vittorio Bachelet.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il ’68 nasce nel 1960.

Il Fumetto sul ’68.

 

 

 

 

 

 

 

I PARTITI

 

PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Beppe Grillo: Il Dottor Elevato.

Giovanni Terzi per liberoquotidiano.it l'8 dicembre 2020. Una vita avventurosa, colma di eventi indimenticabili che spesso si sovrappongono alle pagine più importanti della storia del nostro paese. Lello Liguori è stato per quasi quarant' anni il gestore del Covo di Nord Est, di Santa Margherita nonché dello Studio 54 di Milano ed altre decine di locali sparsi in tutta la nostra penisola. Oggi ha ottantasei anni e, pur essendo sia fisicamente che intellettualmente lucidissimo, sta trascorrendo questo periodo in una RSA a Milano in attesa di essere operato agli occhi che non vedono più come una volta. Lello Liguori ebbe un ruolo anche nel cercare di risolvere il rapimento di Aldo Moro. Bettino Craxi, infatti, cercò, attraverso piste parallele, di ritrovare il politico italiano; una di queste venne affidata proprio a Lello Liguori che, nella deposizione avvenuta in commissione d'inchiesta 12 luglio 2017 presieduta dall'onorevole Fioroni, racconta due fatti inediti legate alle due "missioni" che gli erano state affidate. «In merito ai tentativi di liberare l'onorevole Moro, posso dire che anch' io vi presi parte» racconta Lello Liguori «il mio primo obiettivo era quello di cercare contatti presso il carcere di Cuneo con il bandito milanese Francis Turatello. Mi fu chiesto di recarmi presso il carcere di Cuneo e di prendere contatti con un maresciallo degli Agenti di custodia a nome Incandela. In questo modo avrei potuto parlare con Turatello per sollecitarlo a prendere tutte le iniziative possibili muovendo il suo ambiente, compreso quello della Magliana. Il mio contatto con Turatello poteva essere facilitato dal fatto che già lo avevo conosciuto nell'ambiente dei locali a Milano. Addirittura una notte avevo avuto una lite con lui fuori dal locale Ciao Ciao di via Merlo. Io non avevo avuto paura a scontrarmi fisicamente con lui e, benché avessi avuto la peggio, avevo mostrato di non avere paura e per questo Turatello mi aveva mostrato rispetto».

Ci fu poi una seconda missione?

«Dovevo incontrare Curcio e passare un po' per una persona di sinistra, anche perché mia figlia Monica frequentava il Leoncavallo».

Cosa successe?

«I contatti furono presi: Turatello lo rigirò alla banda della Magliana per avere notizie sul luogo di prigionia di Moro, mentre Curcio, fu molto più sulla difensiva e ricordo una frase sua un po' di scherno del tipo "tu vieni perché ti presenti come una persona di sinistra ma lo so che non sei dei nostri". Così finita questa missione riferii al mio amico Bettino Craxi».

Lello la sua vita è stata piena di amori e di incontri. Quante mogli ha avuto?

«Quattro mogli ed undici figli. Ho amato e sono stato molto amato».

Negli anni del Covo era insieme alla bellissima Giuni Marchesi...

«Giuni è stato un grande amore, da lei ho avuto Raffaella che adesso ha cinquant' anni e vive in una struttura in Svizzera perché è nata senza la capacità di muovere ne braccia ne gambe».

Cosa era successo?

«Eravamo con Giuni in un maneggio dove avevamo passato la giornata. All'imbrunire un cavallo scalciò verso la mia compagna e la bambina, ancora in grembo, si girò. Questo giramento provocò danni irrimediabili di tipo cerebrale a mia figlia. Quando nacque alla Mangiagalli a Milano aveva gli occhi chiusi. Per fortuna siamo riusciti a svegliarla ma nulla ci è stato permesso per evitare i danni permanenti».

Giuni è stata al suo fianco negli anni d'oro del Covo. Quali sono gli artisti che ricorda?

«Mina la ricordo perché non sapevamo più dove mettere le persone fu un successo incredibile».

Ma da lei venne anche Frank Sinatra, Iglesias finanche Beppe Grillo...

«Del comico genovese ora leader politico ricordo gli spettacoli in cui esigeva di essere pagato in nero».

Non fatturava?

«Grillo prendeva settanta milioni di lire, io ne versavo dieci al suo impresario con un assegno e altri sessanta a lui senza fattura. Sono in causa per quattro fatture emesse senza iva».

Come ha conosciuto Grillo?

«Aveva quattordici anni ed è sempre stato molto intraprendente. Voleva salire a tutti i costi sul palco del Covo è così fece più di venti spettacoli con me».

Ha ancora rapporti con lui?

«Non più. Chiusi ogni rapporto quando tanti anni fa si incontrò al Covo con Bettino Craxi. Fu così maleducato che il leader socialista se ne andò via. Poi mi ha sempre detto che mi avrebbe denunciato. So che c'è una denuncia e sono stato anche sentito dai Carabinieri in merito ai soldi in nero ma è la semplice e pura verità».

Perché è così arrabbiato con Grillo?

«Non mi piace la doppia morale. Adesso con il suo partito fa il moralista mentre prima si comportava in modo leggero come tanti altri».

Poi entrò in Rai...

«Lo portai io in una trasmissione insieme a Smaila e Iacchetti. Lui riuscì a farsi prendere...».

Altri artisti straordinari passarono dal Covo. Di Frank Sinatra cosa ricorda?

«Venne al Covo e fece costruire un gabbiotto in alto come camerino. Era in compagnia di Roger Moore e dormivano a Montecarlo. Fu una serata strepitosa vendetti i biglietti a cinquecento mila lire».

Quanta gente teneva il Covo?

«Intorno alle duemila persone ma devo ammettere che ci furono serate dove ne entravano quasi il doppio».

Un altro grande nome fu Julio Iglesias...

«Una persona meravigliosa. Il Covo era pieno di donne che lo adoravano. Mi chiese subito di vedere mia figlia Raffaella e si fece fotografare con lei».

C'è un ricordo triste?

«Il concerto di Whitney Huston. Una cantante meravigliosa ed una donna straordinariamente bella. L'andai a prendere a Reggio Emilia in albergo. La vidi in camera mentre si drogava davanti ai suoi manager. Così grande come artista ma così fragile come donna». Le parole di Lello Liguori raccontano una parte importante di quell'artista, Whitney Houston, che Oprah Winfrey aveva chiamato «The Voice». La stessa Huston in una intervista raccontò di se stessa «Nessuno mi fa fare qualcosa che non voglio fare. È una mia decisione. Quindi il mio più grande demone sono io. O sono il mio miglior amico o il mio peggior nemico».

Lello invece un ricordo divertente?

«Chat Baker venne a suonare da noi e si invaghì della moglie di un fotografo amico. Voleva a tutti i costi portarsela a letto; così, sapendo dove alloggiava, entrammo in camera sua assieme al marito fotografo e lo immortalammo nudo... Diciamo che lasciò perdere la sua eventuale conquista... o almeno così credo».

Lei che progetti ha per il suo futuro?

«Tornare a casa dalla mia fidanzata».

Chi è la sua fidanzata?

«Una bellissima donna brasiliana di quarantadue anni. A parte gli occhi che hanno cataratta e glaucoma, per il resto io sono in grande forma e dimostro trent' anni di meno».

Beppe Grillo voleva dimenticare i politici. Ma l'incontro con Casaleggio ha cambiato tutto. «Non voglio più nominarli nei miei spettacoli», disse il comico ai suoi autori negli anni Novanta. Perché voleva parlare di "noi", non di "loro". Ma l'incontro con Gianroberto ha cambiato tutto. Ecco le origini del Movimento raccontate da chi ha vissuto da vicino questa metamorfosi. Michele Serra su L'Espresso il 13 ottobre 2020. La progressiva rottura tra i vertici dei 5 stelle e l’erede Casaleggio procura grande sollievo in una parte consistente dell’opinione pubblica. La ragione è che quella rottura attenua, e forse estingue, una diffusa fobia, che è quella per il “partito digitale”, luogo trans-politico che nell’illusione di azzerare le distanze tra il cittadino e le decisioni azzera tutte le intermediazioni, tutti gli ammortizzatori, soprattutto tutte le competenze. Come ogni fobia, anche quella per il partito digitale si alimenta - in parte - di fantasmi. Non credo che Casaleggio padre avesse in mente il controllo delle Galassie tramite algoritmo, e neanche che la piattaforma Rousseau sia un direttorio in grado di pilotare la politica italiana bypassando Parlamento, partiti, opinione pubblica come se fossero detriti del passato, alberi morti che basta uno scossone a sradicare. Però è vero che, dei tanti materiali di cui è composta l’avventura grillesca, quello della presunzione digitale è, fin dagli inizi, il più anomalo, il più sospetto e, per molti, il più allarmante. Tutto il resto può piacere o non piacere, ma appartiene alla consolidata esperienza individuale e sociale che la parola “politica” contiene. Tutto ma proprio tutto: il linguaggio violento e sprezzante degli inizi, il moralismo sospettoso e punitivo, il neo-qualunquismo (destra e sinistra non esistono più), il ricambio generazionale traumatico, il populismo becero dei “vaffa”, la creazione di un bacino di contenimento degli umori e delle istanze (alcune delle quali buone e giuste, per esempio quelle ambientaliste) che non riuscivano più a trovare casa nei partiti, in specie nei partiti della sinistra. È un urto che si poteva reggere, un urto sostenibile, perché urtati e urtanti abitavano nello stesso mondo.

Beppe Grillo "espulso" da eBay: aveva messo in vendita una pietra anti-stupidità a mille euro. Redazione su Il Riformista il 28 Settembre 2020. Solitamente è il Movimento 5 Stelle ad essere ‘noto ‘per l’espulsione dei dissidenti interni, ora la stessa sorte tocca al suo fondatore Beppe Grillo. Il comico genovese è stato infatti “censurato” da eBay, la nota piattaforma di shopping online, per un annuncio di vendita fasullo. Grillo, registratosi col nickname “elevatobeppegrillo”, aveva messo in vendita sul sito una “pietra pomice per smerigliare il cervello dalla stupidità umana” al costo di mille euro. Una provocazione, una delle tante nella carriera del comico genovese, che qualcuno ha però segnalato ad eBay che senza pensarci due volte ha cancellato l’account di Grillo. “Gentile elevatobeppegrillo, dopo aver esaminato le attività correlate al tuo account abbiamo deciso di sospenderlo in quanto riteniamo che tali attività costituiscono un rischio per la community di eBay”, è il messaggio inviato a Grillo, che lo ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Le più disparate le reazioni al post di Grillo, tra chi si diverte per la situazione e chi invece ha criticato pesantemente la piattaforma di shopping online annunciando di non voler più comprare dal sito. Nella notte quindi Grillo è tornato all’attacco e sempre su Facebook ha pubblicato una foto di un "banchetto" improvvisato per la vendita della pietra pomice, definita ironicamente “introvabile su eBay”.

Il folle piano di Grillo: più tasse, meno Pil e reddito a chiunque. Il comico illustra ai senatori M5s la sua ricetta iperstatalista e assistenzialista. Pasquale Napolitano, Mercoledì 16/09/2020 su Il Giornale. Beppe Grillo prende a calci il Pd e rilancia il piano per la decrescita felice: reddito di cittadinanza per tutti, statalismo, Pil fermo e tasse per le imprese. In collegamento streaming con la sala Nassiriya di Palazzo Madama, dove sono riuniti, per un incontro sulle energie rinnovabili, i senatori grillini e il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, il garante dei Cinque stelle detta l'agenda al governo Conte. E prova a ricompattare il gruppo pentastellato, lacerato da guerre e veleni: «Voi siete i miei figli, vi amo da morire...». Grillo sogna una Repubblica fondata sull'assistenzialismo: «Lo Stato deve diventare una buona cosa non una cosa che prende per il c..o gli italiani come ha sempre fatto. E per fare questo non serve destra o sinistra ma ragionare su un reddito universale incondizionato che non sia un piatto di minestra, ti dò un reddito perché sei vivo, perché sei al mondo, è una grande battaglia. Istruzione e reddito possono portarci fuori dall'impasse di questi 30 anni». Il comico dà il benservito ai sindacati («i sindacati sono rimasti nel '900. Oggi avremmo bisogno di sindacati digitali che conservano e tutelano i dati degli italiani che vanno alle multinazionali americane, sono miliardi di euro») e liquida il Pd, «la sinistra ha poche idee, la destra non le ha, noi ne abbiamo qualcuna: mettiamo insieme le energie». È un vero e proprio manifesto politico che imbarazza gli alleati dem. Grillo illustra poi la sua ricetta per utilizzare i fondi in arrivo con il recovery fund: «Se con il Recovery fund la priorità è raddoppiare il Pil non abbiamo capito niente, io voglio uscire di casa e vedere più verde, non usare la macchina, sentire il rumore dell'acqua. In Paradiso non c'è niente, il Pil è zero, nell'Inferno il pil è a mille». Una minestra riscaldata. Parole dette e ridette. Il fondatore del Movimento cerca di riportare la sua creatura sulla strada originaria. Insiste sull'idea del ricorso alle energie rinnovabili: «L'energia da fossili deve costare molto, non poco, e tutte quelle tasse si possono redistribuire a sostegno delle rinnovabili». Ed evoca l'intervento dello Stato nelle aziende: «Se come Stato entro a finanziare l'attività di qualcuno ne deve conseguire che come Stato ti impongo di cambiare la tua visione, partendo dal piano industriale. Questo anche per le compagnie aeree ad esempio. Lo Stato deve entrare e dettare la linea guida». La sorpresa arriva con la benedizione del telelavoro: «Dovremo abituarci a una città con il Covid. Una città più flessibile, ma il Covid-19 ha dimostrato che il telelavoro funziona, è straordinario. Funziona e fa risparmiare energia, traffico». Grillo è pronto a sottoporre il piano per decrescita felice a Confindustria: «Bisogna parlare alla Confindustria e dire sediamoci a un tavolo, per spiegare che alcune cose rovinano l'ambiente». Poi annuncia una grande riforma: «Un grande cloud sui dati degli italiani e un server europeo. Siamo le più grandi intelligenze del mondo: questi succhiano i dati». Arrivando a ipotizzare l'inutilità delle democrazie: «È paradossale che funzionino più le dittature delle democrazie... Siamo bloccati su stronzate gigantesche» dice Grillo. Il comico si infila nello scontro interno al Movimento e prova a spezzare una lancia in favore di Davide Casaleggio, il cui ruolo viene messo in discussione dai parlamentari 5s: «Io sono fuori, forse stando dentro si perde un po' di libertà e si acquista in competenza, ma un punto di vista fuori ci vuole sempre. I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseau, è una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l'hanno fatta: Casaleggio padre e Casaleggio figlio». Grillo è tornato.

Da repubblica.it il 7 settembre 2020. "Stamani intorno alle 10 sulla spiaggia di Bibbona ho incontrato Beppe Grillo in uno stabilimento balneare. Ero nella zona per realizzare un servizio per Dritto e Rovescio trasmissione di Rete4 condotta da Paolo Del Debbio. Dopo essermi qualificato ho fatto alcune domande di politica al signor Grillo con il cellulare acceso. Grillo prima ha cercato di portarmi via il cellulare poi dopo avermi spruzzato addosso del liquido igienizzante mi ha spinto con forza facendomi cadere indietro da una scala che collega lo stabilimento alla spiaggia". Lo rende noto il giornalista televisivo Francesco Selvi, che poi si è fatto curare al pronto soccorso dell'ospedale e ha avuto "5 giorni di prognosi per un trauma distorsivo al ginocchio". Solidarietà nei fronti del giornalista è stata espressa dall'Associazione stampa toscana attraverso le parole di Sandro Bennucci: "Non è tollerabile che un personaggio impegnato in maniera diretta o indiretta in politica, quindi un uomo pubblico a tutti gli effetti, reagisca in maniera violenta davanti a un giornalista che sta solo esercitando la sua professione. Ast e Fnsi rivolgono anche un accorato appello alle istituzioni perché tutelino chi lavora nell'informazione, visto che sono costrette a registrare, per l'ennesima volta nel giro di pochi mesi, l'aggressione a un giornalista in Toscana".

Giornalista aggredito, ecco cosa ha scatenato la reazione di Grillo. Larno.ilgiornale.it l'8 settembre 2020. Ieri vi abbiamo parlato dell’aggressione che il giornalista Francesco Selvi, che collabora con il programma Mediaset “Dritto e Rovescio”, ha subito da Beppe Grillo. Il fondatore del Movimento 5 Stelle si trovava sulla spiaggia di Marina di Bibbona (Livorno), quando verso le dieci del mattino è stato avvicinato da Selvi, che voleva fargli alcune domande. Nient’altro che il suo lavoro. “Dopo essermi qualificato – racconta il giornalista – ho fatto alcune domande di politica al signor Grillo con il cellulare acceso. Grillo prima ha cercato di portarmi via il cellulare, poi dopo avermi spruzzato addosso del liquido igienizzante mi ha spinto con forza facendomi cadere indietro da una scala che collega lo stabilimento alla spiaggia”. Episodio grave, condannato pressoché da tutti, dal mondo politico a quello dell’informazione. Selvi è andato in ospedale, dove lo hanno fasciato (vedi foto) e dato uno prognosi di cinque giorni per un trauma distorsivo al ginocchio. Sicuramente poteva andargli peggio, ma non è questo ciò che conta. La cosa più grave, infatti, è che questa reazione violenta è scattata mentre il giornalista stava facendo il proprio lavoro, porgendo delle domande a un personaggio pubblico che, qualche anno fa, ha fondato un movimento politico che oggi governa il Paese. Viene da chiedersi cosa possa aver scatenato una simile violenza? Grillo forse era particolarmente nervoso? Può aiutarci conoscere cosa il giornalista abbia chiesto. Come racconta Selvi al Tirreno, gli stava facendo delle domande di politica. In particolare sulla tenuta del governo Conte dopo le elezioni e se Grillo abbia, o meno, l’intenzione di farsi il vaccino per il coronavirus (quando ci sarà). In più gli ha chiesto qualcosa sui “no mask“, le persone che, anche di recente, sono scese in piazza per contestare le limitazioni imposte dal governo per arginare il contagio da Covid-19. Forse è questa insistenza sul virus che ha scatenato la rabbia del comico genovese?

DAGONEWS il 16 agosto 2020. Marco Canestrari è stato per anni ''l'uomo che seguiva Beppe Grillo ovunque, dal colloquio con l’ambasciatore tedesco a quello con il presidente del Senato. Ho lavorato anni alla Casaleggio accanto a Gianroberto, ero il suo inviato agli incontri nazionali dei meet up, la cinghia di trasmissione tra loro, le cellule originarie del Movimento, e lui. Solo io e altre due persone sappiamo davvero cosa volessero Roberto e Beppe» (da un'intervista a ''la Stampa''). Lo chiamavano ''la mente grigia'' del Movimento, poi nel 2014 è stato malamente scaricato da Beppe Grillo e si è allontanato dai 5 Stelle, fino a scrivere due libri in cui racconta (insieme a Nicola Biondo) la grande truffa della creatura del comico e di Casaleggio. Oggi su Twitter ci va pesante, anzi pesantissimo, mettendo in mezzo temi che girano sottotraccia dall'estate scorsa, ovvero da quando Ciro Grillo, figlio di Beppe, è stato denunciato e indagato per violenza sessuale dopo una notte piena di alcol nella villa del comico a Cala di Volpe, in Sardegna. Pochi giorni dopo, Grillo deciderà di sostenere il governo Conte-bis, evitando di portare il paese a elezioni che sarebbero state probabilmente vinte dal centrodestra, e facendo entrare il Pd nell'esecutivo dalla porta dei giochi di palazzo. Da allora, il processo contro il figlio e gli amici langue nelle aule di tribunale, e il comico si è premurato di sostenere ogni passaggio dell'attuale coalizione, fino alla rinnegazione totale delle idee originali (no alleanze, limite di due mandati).

Ecco i tweet di Canestrari: ''Parliamoci chiaro: Beppe Grillo, con la vita già segnata per aver colposamente assassinato una famiglia di suoi amici, ha solo bisogno di protezione per il figlio accusato di stupro. Non dirà né farà mai più nulla che possa lontanamente infastidire qualcuno al potere. (Dev’essere molto bravo come papà, come usava dire lui di altri personaggi pubblici con problemi famigliari)''

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” l'8 settembre 2020. Il fatto avvenuto a Marina di Bibbona è grave e proietta un' altra ombra cupa sul Beppe Grillo di questa stagione, già assediato da tanti problemi di varia natura. Ieri mattina Francesco Selvi, inviato da Retequattro (la trasmissione di Paolo Del Debbio) a cercare di raccontare l' attuale fase politica del Movimento, ha raccontato di esser stato aggredito e spinto all' indietro dal cofondatore e leader del partito di maggioranza in parlamento, Beppe Grillo, grande sponsor del governo Conte tra M5S e Pd. Selvi è caduto sulle scale dello stabilimento che si trova accanto al "Delfino Blu", sulla spiaggia di Bibbona, e ha riportato una distorsione al ginocchio, come da referto medico. La dinamica della caduta avrebbe potuto avere conseguenze più gravi, visto che è stata all' indietro, di nuca e con il ginocchio girato. In parole povere: un giornalista che stava facendo il suo lavoro, delle semplici domande (che ci siamo fatti raccontare e adesso vi diremo, domande assolutamente legittime e persino tranquillissime, va detto), quando Grillo - oggi considerato ormai un padre nobile dai teorici Dem dell' alleanza M5S Pd - si è spazientito e ha reagito. Il comico-leader era da solo. Selvi anche, stava registrando con il suo telefono, prima che arrivassero i suoi colleghi della troupe, e ci sono due testimoni, dello stabilimento. «Era mattina, io ero a Marina di Bibbona per fare un' intervista a Grillo, stavo aspettando la troupe, l' ho visto al bar e mi sono avvicinato. Era da solo, l' ho visto uscire intorno alle 9,30 dal cancello di casa, l' ho raggiunto e mi sono presentato. Gli faccio una prima domanda sulla politica, lui prende il telefono e me lo butta via. Quindi si spenge la registrazione, io riparto, gli dico che non si può comportare così, riaccendo la registrazione, ma nel momento in cui riaccendo Grillo mi spruzza in faccia questo liquido per pulirsi le mani. E mi tira una spinta. Il problema è che questa spinta mi butta per degli scalini all' indietro, tre, quattro scalini. Per capirci, eravamo sopraelevati, su una specie di palafitta di legno, e il ginocchio a quel punto mi si gira. Potevo tirare una botta con la testa sul legno, per fortuna la testa cade sulla sabbia». Grillo non si è scusato, né preoccupato dell' accaduto: «Se ne' è andato, con il telefono in mano, chiamando qualcuno, forse della sicurezza della villa». Quali erano le domande che Selvi stava facendo? «Gli ho fatto una domanda su quanto possano influire i risultati delle regionali sul governo Conte. Poi chiedevo se Fratelli d' Italia può diventare un avversario dei 5 stelle, eventualmente superarli. Gli ho chiesto dei No mask, se avrebbe fatto il vaccino, visto il suo passato sui vaccini. Tutto qui». Non gli ha assolutamente chiesto della vicenda giudiziaria del figlio: «Volontariamente l' ho lasciata fuori, mi interessava solo la politica, non temi privati». Selvi non ha ancora deciso quale strada prenderà, se ci sarà una denuncia per lesioni: «Non so cosa farò adesso. Ora rimetto a posto il ginocchio. Ma è il gesto, che mi dispiace e fa riflettere. Oggi noi abbiamo un dovere professionale, e chi è dall' altra parte ha il dovere di non utilizzare atteggiamenti autoritari e violenti. Si può non rispondere, ma non scadere in atteggiamenti fisici». Ieri ci sono state le denunce dell' Ordine dei giornalisti e della Fnsi. La condanna indignata dell' episodio da parte della candidata leghista Ceccardi, e una nota del presidente della Toscana, il democratico Enrico Rossi. Silenzio imbarazzante del segretario del Pd.

Domenico Di Sanzo per ''Il Giornale'' il 9 settembre 2020. Grillo dovrebbe chiedere scusa. E questa volta glielo dice pure Gad Lerner, firma del giornale filo-grillino Il Fatto Quotidiano, ex colonna di Repubblica, per anni punto di riferimento giornalistico di quella sinistra che adesso è alleata con i Cinque Stelle, di certo non sospettabile di troppa simpatia per Rete 4 e Paolo Del Debbio, conduttore della trasmissione Dritto e Rovescio per cui lavora il malcapitato cronista mandato al pronto soccorso dall'Elevato. Gad twitta e centra il punto. «L'aggressione di Beppe Grillo al giornalista Francesco Selvi di Rete 4 conferma che dalla violenza verbale alla violenza fisica il passaggio è breve», scrive su Twitter il giornalista. Quindi smaschera l'ipocrisia del comico - politico, che quando la spara troppo grossa si rifugia sempre nella sua veste di saltimbanco. A metà tra il dileggio gratuito e lo sberleffo dell'attore da palcoscenico. Ma questa volta Grillo ha passato il segno. E Lerner gli ricorda che è il fondatore del partito attualmente più numeroso del Parlamento italiano: «Grillo è un uomo di potere. Se per una volta si mostrasse abbastanza umile da chiedere scusa senza fingere di fare lo spiritoso?», conclude il collaboratore del giornale di Marco Travaglio. Una pecora nera, Lerner, in un contesto in cui la maggior parte dei grandi quotidiani ha snobbato la notizia. Ma Gad ne sa qualcosa. Infatti anche lui, a giugno del 2014, è stato vittima della gogna dei grillini sul web. Con tanto di foto segnaletica con gli occhi sbarrati, era finito nella rubrica del Blog «il giornalista del giorno». Colpevole di aver scritto un articolo su Repubblica dove criticava la scelta del M5s di allearsi all'Europarlamento con gli euroscettici britannici guidati da Nigel Farage. Sommerso da insulti volgari e commenti antisemiti da parte dei fans del politico - comico. E però stavolta e diverso. Il giornalista televisivo Francesco Selvi è finito all'ospedale. Pubblica su Facebook la foto del ginocchio gonfio. E scrive: «Il mio mestiere è quello di fare domande. Sempre. E questo vale di più di un semplice ginocchio malandato». Eppure il dolore per la botta si fa sentire. Selvi non ha molta voglia di diventare «il giornalista del giorno», parafrasando la rubrica di Grillo, solo per essere stato spintonato dal fondatore del M5s. «Sono messo un po' male - dice al Giornale - grazie a voi per il titolo di oggi», continua riferendosi al risalto dato alla notizia dal nostro quotidiano. Ci tiene comunque a ringraziare per la solidarietà ricevuta da tanti amici e colleghi che l'hanno chiamato e gli hanno mandato messaggi. «Grazie di cuore», ripete. È la giornata del riposo dopo le ore al pronto soccorso. E anche Grillo preferisce rimanere in silenzio. L'ultimo segnale di vita del comico sui social è la condivisione di un articolo, pubblicato il giorno dell'aggressione sul suo Blog, dove si critica il ruolo dei giornalisti nel racconto della corsa al vaccino contro il Covid. L'autore del pezzo condiviso da Beppe, Andrea Zhok, parla di «deprimente livello propagandistico della quasi totalità dell'apparato mediatico» e di «un'informazione la cui tendenziosità si annusa a un miglio di distanza». Sui social, chi segue Grillo inevitabilmente commenta sullo spintone al giornalista collaboratore di Mediaset. C'è chi insulta, come da tradizione. Ma spunta qualcuno che prova ad accendere il cervello e sbeffeggia il comico. Come l'utente marco neri, che scrive: «Guarda che il M5s non è più quello di quando è nato, ora si è evoluto come dite voi, siete diventati come gli altri, e gli altri partiti non mi risulta picchino i giornalisti».

Alessandro Sallusti per ''il Giornale'' il 9 settembre 2020. L'altro giorno Beppe Grillo ha maltrattato, spintonato, minacciato e mandato al pronto soccorso un giornalista di Rete4 che, su suolo pubblico, aveva osato porgli alcune educate domande di attualità politica. Auguri al collega, vittima di un incidente sul lavoro evidentemente non riconosciuto dai protocolli degli addetti all' informazione e alla politica. La notizia, infatti, è stata riportata dai giornali con poche righe che mettevano addirittura in dubbio che il fatto fosse realmente successo. Questo accade per due motivi. Il primo: picchiare o insultare un giornalista che lavora non solo per Mediaset (presumendolo quindi non di sinistra, in base a uno schema peraltro errato nella sostanza e nei fatti) ma addirittura per Paolo Del Debbio non è reato. Il secondo è che picchiare o insultate un giornalista non è grave in assoluto e neppure in base alle parole usate o al referto medico, ma bensì all' identitá del picchiatore. Se l' insulto o lo spintone, faccio per dire, arrivasse da Trump o da Salvini ecco che scatta l' allarme democratico da titolone in prima pagina con commento sdegnato di Gad Lerner, Roberto Saviano, Marco Travaglio, monito del presidente della Repubblica e dibattiti in tv. Se il fetentone è invece il leader del partito che regge la maggioranza di sinistra, che regge un governo nato per impedire al centrodestra di vincere le elezioni, ecco che la cosa non ha alcun risalto, anzi deve essere rimossa il prima possibile per non disturbare il manovratore. Povera, e serva, la categoria dei giornalisti, e povero Grillo, un teppistello che una volta faceva ridere e oggi fa pena. La pena che si prova per gli ipocriti e gli arroganti. Per quanti giornalisti meni Grillo non è pericoloso, è solo un piccolo uomo che con la forza del ricatto gode di grandi protezioni. È possibile che a oltre un anno dai fatti, ancora la magistratura non abbia deciso se suo figlio ha violentato o no una giovane ragazza finita nel suo letto in una delle sue tante ville? Dove sono i giornalisti d' inchiesta, i commentatori giustizialisti e moralisti, i difensori dell' onore e della dignità delle donne? Per la presunta violenza del figlio di Grillo (mi auguro sia in grado di dimostrare la sua innocenza) non c' è fretta di giudizio, per la violenza di Grillo padre su un giornalista non c' è inchiesta giudiziaria (dove è l' obbligatorietà dell' azione penale per fatti noti?) né distanziamento politico. Dimenticavo: il ministro della giustizia si chiama Bonafede. Bona o Mala?

Luca Sablone per ilgiornale.it l'11 settembre 2020. Adesso spuntano le immagini che incastrano Beppe Grillo: nel corso della trasmissione Dritto e rovescio in onda su Rete 4, è stato trasmesso il video esclusivo relativo all'aggressione del fondatore del Movimento 5 Stelle ai danni di Francesco Selvi. Come si apprende dal filmato reso pubblico, il comico genovese non ha affatto gradito il tentativo di un'intervista: l'inviato si era tranquillamente avvicinato e presentato per chiedere un'opinione riguardo Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia. Una situazione apparentemente innocua agli occhi di tutti tranne che a quelli del garante del M5S il quale, probabilmente agitato e innervosito per il momentaccio dei grillini a livello nazionale e locale, ha tirato una "violenta spinta" facendo così cadere Selvi. La reazione di Paolo Del Debbio è stata furiosa: il conduttore ha definito Grillo un "poveraccio, ignorante, e corruttore di costumi", invitandolo a una sfida personale piuttosto che prendersela con il proprio inviato. Il giornalista, sottolineando che Jean-Jacques Rousseau elogiava il buon selvaggio, ha colto l'occasione per sferrare una serie di accuse pesantissime nei confronti di Grillo: "Sei stato un cattivo selvaggio. Sei un corruttore di costumi. Perché ce l'hai con i giornalisti? Fattela con me, a me non fai paura, sei un poveretto. È un problema di ignoranza tua. Poi so che sei particolarmente tirchio...". Pertanto ha esortato il comico a interrogarsi sulla gravità di quanto accaduto: "Mi fai un baffo, il problema è tutto tuo, della tua esistenza e della vita che fai. Quando vuoi attaccare qualcuno, se non c'hai sotto due cogli***, attacca quelli tipo me che sono più forti. Non mi fai nulla, sei veramente un poveraccio". Mediaset gli aveva imposto la regola del silenzio ed è per questo che Selvi si era limitato a postare una foto post pronto soccorso: "Tutto bene solo un ginocchio gonfio. Il mio mestiere è quello di fare domande. Sempre. E questo vale di più di un semplice ginocchio malandato. Grazie ai colleghi e agli amici, tanti e affettuosi". L'inviato ha successivamente aggiunto che il fondatore dei 5S gli ha spruzzato addosso del gel sanificante per poi tirargli una forte spinta: "Sono caduto sulla struttura alla base dei tre scalini di legno, proprio sopra la spiaggia". Le conseguenze sono state un trauma distorsivo al ginocchio e una prognosi di cinque giorni. Ma cosa ne penserà il Movimento 5 Stelle? Al momento dagli ambienti grillini filtra assoluto silenzio. Una situazione che fotografa perfettamente l'imbarazzo provato per l'episodio. Infatti, come riportato da Libero, un pentastellato in via privata si è lasciato andare a un amaro sfogo: "È una storia delicata questa. Un bel casino diciamo". Selvi, prima di approdare a Mediaset, è stato il responsabile della comunicazione del Ministero dello Sport, cioè il braccio destro del ministro renziano Luca Lotti nel governo Renzi. Infine Grillo, incalzato da un collega di Selvi, non ha voluto chiedere scusa.

"Grillo rimuova il rottame del suo Suv dalle montagne di Limone: è un pericolo". Pubblicato lunedì, 20 luglio 2020 da Carlotta Rocci su La Repubblica.it. Il sindaco della località turistica invita il comico ad accollarsi le spese 40 anni dopo l'incidente in cui si salvò lanciandosi fuori dalla Chevrolet. Sono quasi quarant'anni che quella vecchia Chevrolet è abbandonata tra le rocce a Limone Piemonte, al confine tra Italia e Francia. E' la macchina con cui Beppe Grillo, fondatore del Movimento 5 Stelle,  all'epoca comico di fama, ebbe un incidente nel quale morì una famiglia con un bambino di 9 anni.  Grillo venne condannato dal tribuanle di Cuneo per omicidio plurimo colposo. Oggi quel relitto, ridotto a un cumulo di lamiere e ruggine, è diventato una meta turistica ma, secondo il sindaco di Limone Piemonte, Massimo Riberi, è troppo pericolosa. "Quello non è un trofeo, sono morte alcune persone - dice -  eppure la gente si ferma e in quel punto della strada così stretto, c'è sempre il rischio che qualcuno possa farsi male". Quella macchina è infilata nelle montagne di Limone, dopo una scivolata di 150 metri, all'inizio della via del Sale, dal 7 dicembre 1981. Nell'incidente persero la vita Renzo Giberti, 45 anni, ex calciatore del Geoa, sua moglie Rossana Quartapelle, 33, e il figlio Francesco, di 9 anni. Erano in macchina con Grillo diretti a Baita 2000. La Chevrolet era scivolata sul ghiaccio. Grillo si era salvato lanciandosi fuori dall'abitacolo. Il comico venne assolto in primo grado dal tribunale di Cuneo e condannato in Appello nel 1985 a 14 mesi con la condizionale, condanna confermata in Cassazione tre anni dopo. "Voglio contattare Beppe Grillo per chiedergli di rimuovere quei rottami, credo che ormai sia anche suo interesse -  prosegue il primo cittadino - Dopo quarant'anni non c'è ragione perché quell'auto resti lì, quindi cerchiamo di trovare una soluzione per rimuoverla". Il sindaco  vuole che sia il comico genovese ad accollarsi i costi della rimozione, un'operazione per nulla semplice visto che le lamiere si sono incastrate nella roccia. "Andranno segate qui sul posto e poi trasportate sulla strada a pezzi -  dice ancora Riberi - Ora devo capire come muovermi, contatterò la segreteria di Grillo".

Beppe Grillo e l'incidente mortale in fuoristrada del 1981, il sindaco di Limone Piemonte: "Deve rimuovere il rottame". Libero Quotidiano il 20 luglio 2020. Un pugno allo stomaco per Beppe Grillo. Il sindaco di Limone Piemonte, Massimo Riberi, chiede al fondatore del Movimento 5 Stelle di rimuovere il rottame del fuoristrada Chevolet che Grillo guidava il 7 dicembre 1981. L'allora comico perse il controllo del mezzo e provocò la morte dei 3 passeggeri che erano a bordo, Renzo Gilberti di 45 anni, la moglie Rossana Quartapelle di 33 e il figlio di 9 anni. Un dramma che ha segnato la vita privata del guru, condannato in Appello e Cassazione a 14 mesi con sospensione condizionale. Da quel giorno, quel che resta della macchina (depredata dagli sciacalli in tempo record) è rimasto nella scarpata ed è finito al centro di un pellegrinaggio macabro: "Non è un trofeo da mostrare ai turisti - incalza il sindaco della località alpina in provincia di Cuneo -. Tanti continuano a fermarsi, per scattare fotografie come fosse un'attrazione. Invece bisogna avere rispetto delle persone che sono decedute in quella tragedia. Proverò a contattare Beppe Grillo, per collaborare insieme, trovare una soluzione condivisa e rimuovere definitivamente i resti del veicolo". "Niente di personale con Beppe Grillo - chiarisce Riberi -, capisco che sia difficile per lui ricordare, ma ritengo che vadano rimossi per sempre, mettendo la parola fine a quella terribile vicenda".

"Rimuovo io gratis la carcassa del Suv di Grillo dalle montagne di Limone". Pubblicato martedì, 21 luglio 2020 da Carlotta Rocc su La Repubblica.it. "Rimuovo io gratis la carcassa del Suv di Grillo dalle montagne di Limone". Un demolitore d'auto di Sanremo chiama il sindaco della località turistica. Si fa vivo anche il comico: pronto a pagare. La Chevrolet dell'incidente per cui Beppe Grillo venne condannato per omicidio plurimo colposo  sarà rimossa dal dirupo dove è finita quasi quarant'anni fa a Limone Piemonte. "Sarà rimossa la prossima settimana", spiega il sindaco di Limonte Massimo Riberi.  Ci penserà un'autodemolitore di Sanremo che è disposto a fare il lavoro gratuitamente. Ieri il sindaco ha ricevuto un messaggio da Beppe Grillo in persona. Il comico ha detto di non avere nulla in contrario alla rimozione di quelle  lamiere che lo hanno riportato a una pagina buia della sua storia quando, nell'incidente del 7 dicembre 1981, morirono il suo amico, ex calciatore del Genoa Renzo Giberti, 45 anni e la famiglia: la moglie Rossana Quartapelle, 33, e il figlio Francesco, di 9 anni. "Mi ha scritto un messaggio con il suo numero di telefono così l'ho richiamato. E' stato molto disponibile -  spiega il sindaco - E anzi era dispiaciuto di dover tornar su questa triste vicenda" Il comico e fondatore del Movimento 5 Stelle si è detto disponibile ad accollarsi i costi dell'opera di rimozione. Ma subito dopo è arrivata la proposta dell'autodemolitore ligure. "Mi ha chiamato anche lui ieri dicendo di volerlo fare perché quella era stata una vicenda triste dove erano morte delle persone e ha detto di essere contento se poteva in qualche modo contribuire a scrivere la parola fine a quella tragedia". La richiesta del sindaco di Limone era arrivata in questi giorni per il timore che quei rottami rimasti a circa 100 metri dalla via del Sale e diventati  una meta turistica per foto e selfie creassero un pericolo. "Nulla di persona con Grillo", aveva specificato subito Riberi che aveva cercato il comico tramite la sua segreteria. Il clamore della notizia sui giornali ha fatto più in fretta e Grillo si è fatto vivo. 

MATTEO BORGETTO per la Stampa il 20 luglio 2020.  «Fatelo pure togliere e se c'è da pagare qualcosa, nessun problema, ci penso io». La telefonata, il sindaco di Limone Massimo Riberi l'ha fatta ieri alle 18,30, dopo aver ricevuto un messaggio su Whatsapp: «Sono Beppe Grillo, questo è il mio numero». E ha subito contattato il comico, che cercava fin dal mattino, per spiegargli il caso sollevato ieri da La Stampa sulla necessità di rimuovere un vecchio telaio di ferro e ruggine abbandonato da quasi quarant' anni in una scarpata dell'Alta Via del Sale, sopra Limone. Quello che rimane della Chevrolet del famoso incidente avvenuto il 7 dicembre 1981, quando il futuro fondatore del Movimento 5 Stelle era conosciuto solo come comico e attore, e nel quale persero la vita tre persone. Il primo cittadino vuole cancellare quella triste pagina di storia e ha deciso di contattare Grillo. «Il rottame attira troppa gente in un punto dove è facile scivolare e farsi male - ha spiegato Riberi -, ma soprattutto, quello non è un trofeo da mostrare ai turisti. Bisogna avere rispetto per le povere persone coinvolte nella tragedia». Quel giorno Grillo era alla guida del suo nuovo fuoristrada, in compagnia di un gruppo di amici dei quali era ospite a Limone. Dopo pranzo, stavano facendo una gita verso "Baita 2000", lungo l'ex via militare in quota tra Italia e Francia, quando il Suv iniziò a scivolare all'indietro sulla sterrata ghiacciata, colpì la roccia Cabanaira sulla parte posteriore e precipitò in avanti. Grillo riuscì a salvarsi e uscire illeso, lanciandosi fuori un istante prima che la vettura finisse nel vuoto, ma a bordo rimasero intrappolati e morirono gli amici: l'ex calciatore del Genoa, Renzo Giberti, 45 anni, sua moglie Rossana Quartapelle, 33, e il figlio Francesco, un bambino di 9. Assistito dall'avvocato Gianni Vercellotti di Cuneo, Grillo fu assolto in primo grado, poi condannato per omicidio plurimo colposo, in Appello (1985) e Cassazione (1988), a 14 mesi con sospensione condizionale della pena. Quasi quattro decenni dopo, quella ferraglia era ancora lì, a ricordare l'accaduto. E non erano pochi i turisti, frequentatori dell'Alta Via del Sale, che si fermavano in quel punto per riprendere, con foto e video, il macabro reperto. Tutto sistemato ieri, con una telefonata. «Gli ho spiegato che voglio mettere per sempre la parola fine alla vicenda, riemersa in questi giorni - dice Riberi -. Lui è stato molto gentile, disponibile e comprensivo. Mi ha riferito che gli era dispiaciuto molto ricordare quel terribile episodio, avvenuto tanti anni fa, e mi ha subito invitato a procedere con la rimozione, garantendo che si accollerà le spese». Non sarà necessario. In mattinata, Riberi ha ricevuto un'altra telefonata, da parte di un autodemolitore di Sanremo, disposto a intervenire gratis per asportare le lamiere dal burrone e conferirle in discarica. «Lo faremo al più presto - conclude il sindaco -. Sono contento che Grillo abbia capito che non c'era nulla di personale. Spiace avergli riportato alla mente una tragedia che l'ha segnato profondamente. Tutto risolto per il meglio, e con buonsenso».

Matteo Borgetto per ''La Stampa'' il 7 agosto 2020. Non lo cita mai con nome e cognome. Per lei, Beppe Grillo è «l'uomo che guidava la macchina». Un fuoristrada Chevrolet precipitato nel primo tratto dell'Alta Via del Sale a Limone Piemonte, sulle Alpi Marittime del Cuneese, il 7 dicembre 1981, quando il futuro fondatore del Movimento 5 Stelle era conosciuto solo come comico e attore. Nell'incidente, Grillo riuscì a salvarsi lanciandosi nel vuoto, poco prima che l'auto si schiantasse tra le rocce. Morirono sul colpo tre suoi amici: l'ex calciatore del Genoa, Renzo Giberti, 45 anni, la moglie Rossana Quartapelle, 33, e il figlio Francesco, un bambino di nove. A distanza di 39 anni, ieri mattina, e per la prima volta, ha visitato il luogo della tragedia Cristina Giberti, figlia e sorella delle vittime. Ad accoglierla il sindaco, Massimo Riberi, che alcune settimane fa ha deciso di far rimuovere il relitto, sia per motivi di sicurezza (troppi frequentatori della strada si fermavano in quel punto pericoloso, per fotografie e video), ma soprattutto per una questione morale: «Quello non è un trofeo da mostrare ai turisti - così il primo cittadino - bisogna avere rispetto, e pena, per le persone coinvolte». Arrivata da Como con il marito, Cristina ha assistito, più volte in lacrime, alle operazioni di recupero e ha sistemato una targa accanto alla lapide che all'epoca, fu installata dai suoi familiari, sotto un grande sperone di roccia, vicino al burrone della caduta della Chevrolet. «Cari mamma, papà e Francesco - ha scritto -. Il destino vi ha portati via troppo presto. Qui, dove avete passato gli ultimi istanti della vostra vita, lascio un messaggio di amore eterno. Sarete sempre i miei angeli. Proteggeteci. Vi porterò sempre con me. La vostra Cristina». Quel giorno, quando aveva solo 7 anni, si fermò a casa di un'amichetta a Limone, mentre i genitori e il fratellino maggiore erano saliti a bordo della jeep di Grillo. «Il destino ha voluto così, altrimenti ora sarei laggiù con loro - ha detto la donna, accarezzando una parte della fiancata demolita -. Cerchi di creare uno scudo, dimenticare, non l'ho mai raccontato ai miei figli. Ma è una cosa che ti porti dentro il cuore tutta la vita». Vale anche per «l'uomo che guidava» e che «in tutti questi anni non si è mai fatto vivo. Non voglio dargli una colpa, anche se sicuramente avrà qualche colpa. Gli avrei solo parlato: è stato l'ultimo a vederli». Assolto in primo grado, Grillo fu poi condannato per omicidio plurimo colposo in Appello ('85) e Cassazione ('88), a 14 mesi con sospensione condizionale della pena. Quattro decenni dopo, quel cumulo di lamiere era ancora lì, a ricordare. Artigiani e carrozzieri di Robilante e Roccavione l'hanno recuperato in 5 ore con il verricello di un telescopio. Trasferito a valle, presto andrà in demolizione. Mille euro di spesa. Pagherà Beppe Grillo. «Lo ringrazio - ha concluso il sindaco Riberi -. Oggi abbiamo davvero messo la parola fine a una pagina drammatica della storia di Limone. E ci affidiamo al buon Dio per l'anima delle vittime».

Beppe Grillo, l'incidente in cui morirono tre persone: i segreti svelati di una tragedia. Filippo Facci su Libero Quotidiano ( e Dagospia)  il 22 luglio 2020. Fa abbastanza schifo che nel luglio 2020 si debba tornare su questa vecchia storia, a ciclica dimostrazione che per i personaggi famosi un diritto all'oblio non esiste. «L'immagine spaventosa di quel che è accaduto a Limone Piemonte non mi abbandonerà mai», disse Beppe Grillo nel 1984. E non sapeva che si sarebbe buttato in politica, coi giornalisti pronti a perseguitarlo proprio per quell'immagine. Parentesi personale: la prima volta che ne accennai sul Giornale fu nel luglio 2007, quando il comico non aveva ancora fondato un movimento politico; poi ci tornai sopra in settembre, e, nei dettagli, nell'aprile 2008, anche perché Grillo proponeva di cacciare i parlamentari condannati e quindi non avrebbe potuto candidarsi lui medesimo, perché, appunto, aveva avuto un incidente alla guida della sua Chevrolet ed era stato condannato per omicidio colposo, un triste episodio che Grillo avrà senz' altro patito e che a nostro dire non dovrebbe precludere nessun diritto civile: ma l'intransigenza era tutta sua, perché nell'elenco del parlamentari da cacciare, nel 2008, c'era gente condannata per reati anche più modesti di un omicidio colposo: resistenza a pubblico ufficiale, abuso d'ufficio, abuso edilizio, persino diffamazione a mezzo stampa.  Poi nel febbraio 2013 la storia tornò fuori (c'erano in ballo delle elezioni) perché 32 anni dopo il fatto, sulla rivista Vanity Fair comparve un'intervista alla bambina che ai tempi era rimasta orfana dei genitori morti nell'incidente; ora aveva 39 anni e sparlava di Grillo: da lasciare perplessi anche i più fieri oppositori dei Cinque Stelle. Lei, Cristina, l'orfana, disse alla rivista che «non cerco nulla, se non la verità»: anche se era stata sviscerata in tutti i modi. Disse «mi rifiuto di essere strumentalizzata dalla politica», ma sembrava lì apposta. Disse che voleva incontrare Grillo, anche a nome della sua famiglia morta. Disse «non amo parlare di me» e, mentre tornava sull'argomento, disse che non voleva tornare sull'argomento. Perché è così, la macchina non si ferma mai. Grillo è un personaggio pubblico e non ha diritto a «non restare indeterminatamente sposto ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione può arrecare». Dunque rieccoci, luglio 2020. L'altro giorno La Stampa ha raccontato che il sindaco di Limone Piemonte voleva contattare Grillo per via della necessità di rimuovere la carcassa della famosa Chevrolet Blazer abbandonata da quarant' anni nella scarpata dell'Alta Via del Sale. Un rottame che attira troppa gente in un punto pericoloso. Grillo ha già risposto, pare: «Fatelo pure togliere, e se c'è da pagare qualcosa, nessun problema, ci penso io». Il risultato è che Grillo ci pensa, e noi scriviamo: perché c'è lo spunto di cronaca, perché qualcuno magari non sa, non ricorda, è giovane, quindi dobbiamo compiere l'operazione un po' ipocrita di raccontare tutta la storia da capo, non omettendo dettagli di norma taciuti. Il 7 dicembre 1981 (e non 1980, come erroneamente scrisse il blog di Grillo) il comico allora 33enne era a Limone Piemonte ospite di amici, i Giberti. C'era il 45enne Renzo, vecchio sodale, ex calciatore del Genoa, sua moglie Rossana Guastapelle, 33enne, e i figli Francesco di 9 e Cristina di 7. Dopo pranzo decisero di andare a godersi qualche ora di sole a Col di Tenda, a quota duemila, dove c'era una baita (Baita 2000) raggiungibile da una strada stretta e non asfaltata. Col di Tenda era un'antica via romana, tra la Francia e la Costa ligure, che per secoli era stata attraversata da eserciti e mercanti: in pratica una sterrata militare che porta ad antiche fortificazioni belliche. L'idea fu di Grillo, e pazienza se la strada era rigorosamente chiusa al traffico perché pericolosa. La Range Rover di Giberti aveva problemi e non partiva. La Chevrolet di Grillo era nuova, ma quel viaggio fu comunque una follia: era una strada d'alta quota non asfaltata, e non per caso altri amici - e un'opportuna segnaletica - l'avevano vivamente sconsigliato. È tutto agli atti. Grillo pensava di potercela fare. A poche centinaia di metri dall'arrivo, il cane iniziò ad abbaiare, così Carlo e Monica scesero per fargli fare una passeggiata. Lo schianto è di poco dopo: la strada divenne un lastrone di ghiaccio e l'auto iniziò a scivolare all'indietro, urtò una grossa roccia, ruotò e precipitò nel burrone. Il comico si lanciò d'istinto fuori e si salvò. I Giberti e il figlio morirono. L'amico Mambretti si salverà dopo una lunga degenza. Sconvolto, Grillo si rifugiò nella casa di Savignone che divideva col fratello. Il processo di primo grado fu nel 1984. Emblematico l'interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei soldi - una cifra enorme, per l'epoca - furono pagati dall'assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» ha raccontato un collega genovese. Il Secolo XIX, quotidiano locale, s' infiammo con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell'avvocato difensore, ma l'entusiasmo fu di breve durata: l'accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato anche da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada in effetti era chiusa al traffico. La Corte d'Appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l'imputato, risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (...). L'esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l'imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l'imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi, decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione». Non andrà meglio in Cassazione, l'8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell'avvocato Alfredo Biondi, poi inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare; sua colpa, un reato fiscale depenalizzato e sostituito da un'ammenda. Ma per Alfredo Biondi, almeno, il diritto all'oblio esiste di sicuro: è morto 29 giorni fa.  

Mattia Feltri per “la Stampa” il 21 luglio 2020. Le migliori teste del ministero della Giustizia hanno accertato l'inefficacia dell'introduzione del reato di omicidio stradale. O meglio, è efficace perché i pirati stanno in galera di più, ma non lo è perché i casi di pirateria non calano. La riforma è del 2016, una di quelle marce trionfali dell'unanimità parlamentare (tranne sporadici dissensi) che trova una formidabile applicazione quando c'è da menare sui poveracci. Prima del 2016, a provocare morti al volante si rischiavano sino a dodici anni, poi diciotto. Ricordo i petti gonfi per la civiltà della norma (io vivrò in un altro mondo, ma continuo a non capire l'utilità del carcere agli automobilisti sconsiderati) e per le luminose prospettive della deterrenza, e sebbene esista una regola immutabile: aumentare le pene non ha mai diminuito i reati. E infatti in quattro anni non è cambiato nulla. Quindi? Facile. Sotto la cogitabonda direzione del ministro Bonafede, si è deciso che, se l'inasprimento delle pene non ha funzionato, bisognerà inasprirle un po' di più. Si arriverà a suggerire il taglio delle mani, ma intanto La Stampa ha pubblicato la notizia della carcassa dell'auto di Beppe Grillo abbandonata da quarant' anni in uno strapiombo, e nella quale morirono un amico dell'allora giovane comico con la moglie e il bimbo di nove anni. Grillo si era avventurato su un sentiero montano in cui c'era divieto di transito, e la grave imprudenza gli è costata un anno e quattro mesi, con la condizionale, secondo un codice non ancora barbarico. Mi dispiace quando per quella tragedia Grillo viene chiamato assassino, di certo piacerà a lui di non essere stato giudicato con la ferocia degli Onesti.  

Anche Beppe Grillo soffre la crisi, alzato il "prezzo" delle interviste: si parte da 10mila euro. Carmine Di Niro su Il Riformista il 17 Luglio 2020. Anche Beppe Grillo soffre la crisi. Il fondatore del Movimento 5 Stelle ha infatti rialzato il prezziario delle su interviste: il comico genovese già da tempo infatti per ogni intervento su giornali, tv e radio chiede denaro, cifre ritoccate dopo l’emergenza Covid. Nell’annunciarlo sul proprio sito ufficiale Grillo ricorre all’ironia e spiega che non apprezza “strani appostamenti ed inseguimenti spiacevoli”, per questo mette nero su bianco i prezzi per interviste e foto per l’anno in corso e per il 2021. Si parte dalle interviste scritte con domande via mail: qui si passa da 1000 a 2000 euro a domanda, con un minimo di 5. Per le interviste a giornali e riviste il garante del Movimento 5 Stelle il costo schizza da 1000 a 5000 euro, questa volta a minuto, per un minimo di otto. Infine le interviste televisive, in radio o per le web tv-radio: qui il listino passa dai 2000 ai 1000 euro, sempre per un minimo di 8 minuti. Il tutto, spiega la brochure, iva esclusa. Capitolo a parte quello dedicato alle foto del fondatore dei pentastellati. Anche qui il listino è molto chiaro: 10mila euro per un profilo viso, 15mila euro per l’interno. La foto frontale di Beppe arriva a costare 20mila euro, mentre una con “espressione” ne vale 30mila. Visti i tempi c’è anche la variante con mascherina, alla quale si applica un “grillobonus del 10% di sconto”.

Grillo hai ragione, non vi meritiamo. Marcello Veneziani, La Verità 18 luglio 2020. Caro Grillo, hai ragione a dire alla tua sindaca, Morticia Raggi, che i romani non se la meritano. È troppo per loro. Romani carogne tornate nelle fogne, anziché costringere le fogne, come è accaduto con la Raggi, ad andare da loro, topi inclusi. Hai tanta ragione a dirlo che estenderei la tua saggia osservazione all’Italia intera e al Movimento intero: è vero, noi italiani non ci meritiamo i grillini al potere. Non ci meritiamo Conte e non ci meritiamo Casalino, non ci meritiamo Di Maio e non ci meritiamo Crimi, non ci meritiamo Bonafede e non ci meritiamo Toninelli e lo sciame grillino nelle istituzioni. Ma soprattutto non ci meritiamo te, Beppe Grillo. Sei troppo per noi. Siamo – è vero – un popolo istrione, gigione, con tendenza alla buffoneria, ma un Guitto di mestiere alla guida occulta della Repubblica, come presidente-ombra o regista del potere, non ce lo meritavamo. Troppa grazia. È curioso che tu, proprio tu che sei stato così generosamente beneficiato, adotti ora l’argomento tipico di chi detesta i responsi elettorali: se un sindaco o un governante non funziona per una città o per un popolo, allora bisogna cambiare i cittadini o i popoli, non certo il sindaco o chi governa. Lo diceva Bertolt Brecht, lo pensi pure tu. E quando i grillini si scopriranno quarto partito italiano si trincereranno in questa posizione aristocratica da marchese del grillo: gli italiani non ci meritano. Si che non vi meritiamo, che abbiamo fatto così di male per meritarvi? Non bastava già meritarsi quella sottospecie di sinistra, quella specie di destra, quella sottospecie di progressisti, quella specie di moderati, abbiamo compiuto crimini così gravi da meritarci addirittura pure voi, i grillini? Avevamo già il dramma di una classe dirigente che rispecchiava il popolo italiano con tutti i suoi vizi e i suoi limiti; ora siamo riusciti ad avere una classe dirigente perfino peggiore della plebe nazionale, della media italiana, anche nell’istruzione media. A volte, quando vi vedo insieme nelle ricostruzioni dei media, ho l’impressione che siete un po’ come il remake nostrano degli Addams. Oltre Morticia Raggi, c’è lui, Gomez Addams, col fazzoletto nel taschino e il ciuffo vanesio. Alle sue spalle c’è l’inquietante maggiordomo, Lurch Casalino. C’è il piccolo degli Addams, Di Maio, c’è Ofelia Bonafede e Mercoledì Azzolina. Tu sei lo zio Drago, meglio noto come Zio Festen. E Casaleggio è Mano, la mano inquietante a cui non corrisponde un volto che muove la piattaforma Addams. Avete portato sicuramente un’altra aria nelle istituzioni, nella politica, nello stile, eravamo abituati a pessimi standard ma siete riusciti a stracciarli tutti, a fare peggio di tutti i peggiori predecessori, con un danno di sostanza e d’immagine che non ha precedenti. Dopo di voi al governo ci possono andare solo i Pokemon, una volta usciti dalla logica anche qui infima degli umani. Per tentare un’analisi culturale, ma senza discostarsi dal genere grottesco, si potrebbe dire che la vostra ideologia, la vostra fenomenologia, anzi il vostro fenotipo, si riassume in una figura: il Superometto di massa. Vi spiego i precedenti per capirci. Il Superuomo, come non sapete, fu il sogno di Friedrich Nietzsche; l’uomo superiore avrebbe dato senso della terra, dopo la morte di Dio e si sarebbe contrapposto all’ultimo uomo. Qualcuno legge il Superuomo come l’Oltreuomo e non come Superman: cioè un essere che sa andare oltre l’umano senza per questo essere malato di titanismo e avere poteri speciali. Il vostro avvento al potere segna invece il trionfo di una nuova specie transumana, l’ultimo uomo con pretese da superuomo, l’uomo della strada e dell’autostrada, il leone da tastiera, l’Ignorante Universale, l’Incapace per definizione, inesperto di tutto, che andando al potere, viene preso dal delirio d’onnipotenza. Siamo gente comune, come voi, ma al potere diventiamo speciali. Il superometto abolisce la povertà, bonifica lo Stato, punisce il Drago cattivo Benetton, guida governi che ci invidiano, ci copiano e ci elogiano in tutto il mondo – come indossiamo noi la pandemia non l’indossa nessuno – siamo i migliori del pianeta, cinesi e americani fanno a botte per fidanzarsi con noi (ecco la vera causa del loro conflitto). Ci sono narratori cinque stelle – c’è un fregno buffo che si chiama Perilli se non sbaglio, tanto per citare un campioncino tra tanti – che raccontano agli italiani i miracoli e le meraviglie dei grillini. Avete visto come abbiamo liquidato Benetton? Ammazza, che liquidazione… Insomma rappresentavano i laqualunque, ora sono i fenomeni. Come chiamare questa trasmutazione se non l’avvento del superometto di massa? Al superuomo di massa si dedicò Umberto Eco e sarebbe stato divertente vederlo ora alle prese con un governo grillosinistro e vedere come lo avrebbe giustificato per salvarci dall’Ur-Fascismo. Siamo a una beffa della storia, al superometto di massa, la cui ideologia online è il superomettismo. Prendete Di Maio che sembra uno di quegli ominarelli piovuti dal cielo come nei quadri di Magritte, gli manca solo la bombetta: lui è la rappresentazione plastica del superometto di massa. Ma meglio di lui è l’avvocaticchio che fa lo statista, il superometto perfetto che sentendosi super chiede poteri speciali. E l’avvento del superomo al potere e in tv, ora che la legge dichiarerà reato nominare invano gay e trans, non è la trans-azione che unisce i quaquaracquà della sinistra e i superometti grillini? Noi umani e romani avevamo solo i Cesari, i Papi, i santi e gli artisti, non ci meritiamo i superometti grillini e le superdonnette coi Raggi laser per distruggere Roma. MV, La Verità 18 luglio 2020

Il mistero Beppe Grillo: il distruttore diventato stabilizzatore del sistema. Susanna Turco il 10 luglio 2020 su L'Espresso. Il simbolo dell'era del V-day oggi è l'elemento chiave per la tenuta di governo, maggioranza e 5 Stelle. Mentre va avanti nel silenzio la delicata indagine giudiziaria che riguarda suo figlio. Inchiesta sul leader da cui dipende la politica italiana. Le vite nuove cominciano un giorno preciso: quando meno te l’aspetti. Quella di Beppe Grillo è iniziata nei giorni in cui compiva 71 anni, 12 mesi fa, occasione per la quale Luigi Di Maio vergò su Facebook gli auguri: «Ci saranno alti e bassi, ma se stiamo uniti nessuno ci fermerà». Profezia ben oltre le intenzioni, come spesso accade. È fine luglio, fatidica estate del 2019. Quella di uno dei più rocamboleschi ribaltoni dell’Italia repubblicana: con Matteo Salvini mandato improvvisamente a casa, e con il sorgere del governo giallorosa, M5S e Pd, al posto del governo gialloverde, con la Lega. È anche il suo di ribaltone: quello di Beppe Grillo, non ancora perfezionato ma in quel momento a una svolta, non la più spensierata. Dopo una vita passata sui palchi, dopo un decennio di Vaffa, il co-fondatore, l’Elevato dell’M5S, si trasforma in quello che sin lì non era mai stato: un pacificatore. Un creatore di nuovi governi, addirittura uno stabilizzatore del sistema. E come mai? Potenzialmente, a volerla guardare avanti, c’è chi sostiene che il suo prossimo sogno sia battezzare un nuovo contenitore di centro sinistra, dove sciogliere in qualche modo Pd e Cinque stelle. Magari partendo da laboratori come quello di Milano, dove i grillini sono sempre stati deboli e il buon rapporto con il sindaco Beppe Sala non è un segreto da un pezzo; ma, insieme, tenendo fermo - immobile - il quadro nazionale. Una staticità mai vista nel comico genovese, ma ormai indubbia. Tutti i suoi ultimi interventi sono nel segno del sopire, troncare: rinviare l’elezione del nuovo capo dei Cinque stelle, gli Stati generali, smorzare le alzate di testa. La linea resta una, persino monotona: avanti con Conte e avanti con il Pd. Non più i vaffanculo, gli occhi strabuzzati, le grida sputazzanti, i pernacchi, le invettive, gli insulti, gli arroccamenti. Ma neanche quel progressivo distacco dell’uomo «stanchino», che fa il «passo di lato», celebrato fino a pochissimi giorni prima del maturare della svolta, nel luglio 2019. Svolta politica: perché ha visto l’alleanza con il partito democratico, quelli chiamati per anni «pdioti» o «partito dei morti». Svolta personale: perché di quel passaggio, di quell’alleanza che ha portato al Conte bis proprio Grillo è stato protagonista. Un passaggio impresso nelle menti di chi si occupa della materia: «L’ultima volta che, in estate, Beppe Grillo ha detto la sua, ha cambiato la storia politica dell’Italia. Ha fatto andare di traverso il mojito a Salvini e ha battezzato il governo M5S-Pd», sintetizzava la Stampa pochi giorni fa. Ecco la svolta. Per raccontare il Grillo di oggi, bisogna riavvolgere il nastro e tornare al Grillo di ieri, quello di un anno fa. In un momento preciso. Quando l’uomo che soltanto il 24 luglio del 2019 gridava che il Movimento l’aveva «tradito», per via del voto sulla Tav, diventa l’uomo che quindici giorni dopo, il 10 agosto, apre all’alleanza con il Pd, e appena dopo Ferragosto convince tutti i big del partito a chiudere l’alleanza coi «pidioti». Spiegando che siamo in un «momento magico, strano, tragico». Tragico fino a che punto? Riavvolgiamo il nastro.

Tempio Pausania è una cittadina sarda di 14 mila abitanti nel cuore della Gallura, sotto al monte Limbara, un posto che si raggiunge accumulando curve e dove d’inverno nevica, del tutto trascurato dalle cronache mondane che da decenni si occupano soltanto di quel che avviene giù, sulla Costa Smeralda. La terra dell’Aga Khan, dei miliardari, dei calciatori, dei russi, dei ricchi, degli ex presidenti del consiglio. Eppure, tutto quello che accade giù, ai piedi di Tempio Pausania, per un verso o per l’altro finisce per passare quassù. Anime e corpi. Già dall’Ottocento sede vescovile. E sede del Tribunale, un cubo grigio lucido di fronte a campi di calcetto. Qua, stretto tra il granito e le vecchie carceri rotonde, modello Ventotene, c’è la Procura dove da un anno giace un delicatissimo procedimento che riguarda una studentessa milanese di 19 anni e quattro ragazzi della Genova bene che lei ha denunciato per stupro. Uno dei quattro è Ciro, figlio diciannovenne di Grillo, gli altri tre sono suoi amici: Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. I quattro, secondo la denuncia, avrebbero violentato la ragazza, mentre per la difesa si è trattato di rapporti consensuali, alla fine di una serata al Billionaire, nella casa di Grillo al Pevero, proprio sopra al Golf Club, un residence lussuosissimo fatto di villette curate fino alla claustrofobia, tra le rocce in granito della baia accanto a Porto Cervo.

L’intera delicatissima faccenda, il cui solo accenno farebbe aleggiare su tutti il fantasma del caso Montesi - che scosse la politica italiana nel lontano 1953 -, rimane completamente taciuta per l’intera estate. Risale al 16 luglio, viene stampata su un giornale proprio nel giorno del giuramento del nuovo governo, la sera del 5 settembre.

Ma, poiché la vita cambia le carte in tavola senza preavviso e senza rispetto per i confini, accade tuttavia che intrecci cronologicamente l’intero periodo della crisi politica, senza mai comparire. I fatti risalgono al 16 luglio, si diceva, la denuncia al 26: viene presentata a Milano, ai carabinieri del centro, dopo che la ragazza ha raccontato tutto ai genitori, entrambi manager, e anche previo consiglio di amici. Già a fine luglio il fascicolo viene trasferito a Tempio Pausania, per competenza, dove lo stesso procuratore capo, Gregorio Capasso, interrompe le ferie per affiancare la pm titolare, Laura Bassani. Tutto viene svolto molto rapidamente. Già dall’inizio dell’anno in Procura, dove Capasso ha trasferito le prassi già messe in piedi quando era procuratore a Latina, si applicano i protocolli del codice rosso, provvedimento che invece, approvato a fine luglio, entrerà in vigore solo il 9 agosto. Ma che in qualche modo qui si applica già. È dalla fine di luglio, dunque, che i magistrati avviano gli atti dell’inchiesta, a partire dall’identificazione degli indagati.

In quei giorni di fine luglio, Grillo è lontanissimo dal Movimento. Arrabbiato, furioso. Il 23 è arrivato da Giuseppe Conte il via libera alla Tav, sconfessione di anni di lotte: «Sono molto scontento», scrive il comico. A scorarlo c’è poi l’astrusa invenzione, lanciata da Luigi Di Maio, del «mandato Zero», alla quale reagisce in modo a dir poco caustico: con un tweet di parafrasi alla canzone di Julio Iglesias “Se mi lasci non vale” nella quale accusa il capo politico del Movimento né più né meno che di poltronismo («il mandato ora in corso è il primo di un lungo viaggio, di andarmene a casa non ho proprio il coraggio»). Il 29 luglio il Corriere della Sera, per dire dell’umore del comico, scrive che «per l’anno che verrà il fondatore del Movimento sta pensando a un ulteriore impegno, uno spettacolo da portare in scena nei prossimi mesi. Uno show pungente in cui prenderà di mira tutti, compresi i pentastellati». È il segno di un quasi strappo. Che poi però si ferma. Dieci giorni dopo, appena si apre la crisi di governo, Grillo torna sulla tolda di comando, come non ci era mai stato, negli ultimi tre anni almeno. E ci torna come un che non abbia mai pensato di andarsene - quando invece ci aveva pensato eccome. «Sopravviviamo», è la parola d’ordine del post del 10 agosto, con il quale dal suo blog Grillo anticipa la successiva mossa del cavallo, liberando i Cinque stelle dal dovere della coerenza di continuare a stare con Salvini. Tutto può cambiare, nella vita. «Il Movimento è biodegradabile, ma questo non significa che siamo dei kamikaze», «se dobbiamo fare dei cambiamenti facciamoli subito»: «Mi eleverò per salvare l’Italia dai barbari». I barbari sarebbero appunto il leader leghista, fino al giorno prima alleato di governo, adesso da buttare a mare. Per la sopravvivenza, appunto. Fare un governo, qualunque, «altro che elezioni». Il Secolo XIX lo celebra: «Solo Beppe Grillo poteva salvare il M5S da se stesso, da i suoi principi antichi o recentissimi, da una tattica fallimentare. Perché solo Grillo ha ancora il potere si plasmare la creatura cui ha dato vita». Già, la creatura. Le creature. Mentre sul piano privato la vita della sua famiglia è sconvolta dalla denuncia di Tempio Pausania, Grillo inaugura sul piano politico la strategia di accordo con il Pd. Sopravvivere. Restare. Anche a costo di allearsi con il «partito di Bibbiano». La linea di Grillo, condivisa da Davide Casaleggio, è faticosa da digerire per i big del Movimento. Certo non è entusiasta Alessandro Di Battista, che vorrebbe cercare altri interlocutori nella Lega, ma fatica anche Luigi Di Maio, dubbioso soprattutto rispetto a Renzi: «Beppe ma davvero vogliamo metterci nelle sue mani?», gli domanda più volte. Arriva persino la proposta, pericolosa, di Salvini: Palazzo Chigi a Di Maio, e scordiamoci il passato. A quel punto Grillo fa qualcosa che non faceva da tempo: un vertice nella sua villa Corallina, a Marina di Bibbona, tra la pineta e la spiaggia. Altro che preparare un nuovo spettacolo: imbullona un nuovo governo. Tutti attorno a un tavolo, soprattutto i più recalcitranti. «Qualsiasi cosa faremo, l’importante è restare uniti», torna a dire Di Maio alla fine di quell’incontro. È il 18 agosto, e quello è il segno della vittoria della linea di Grillo. L’uomo che due anni prima, nel settembre 2017 aveva detto: «Torno a fare il padre di famiglia e il pensionato». Padre sì, pensionato mai, ma adesso anche pacificatore: del «partito di Bibbona», come lo battezza Repubblica. Il 29 agosto 2019, dieci giorni dopo quel pranzo a base di pesce coi vertici dei cinque stelle in maglietta, a bussare alla stessa villa Corallina saranno le divise. I carabinieri: devono sequestrare il cellulare di Ciro Grillo - sul quale, come per quelli degli altri indagati, verrà disposta la perizia tecnica, alla ricerca di foto video e messaggi utili alle indagini. Il termine di deposito per quelle perizie, sempre a stare alla fredda cronologia, sarà poi prorogato fino al 27 gennaio, esattamente all’indomani del voto regionale in Calabria e in Emilia Romagna, quello che segna lo stop all’avanzata di Salvini.

A fine agosto 2019, invece, mentre i magistrati sequestrano e interrogano, Grillo è attivissimo nel puntellare i termini dell’accordo per il governo coi Cinque stelle. Mantiene contatti con Nicola Zingaretti e Dario Franceschini. Interviene ogni volta che si rischia uno strappo. Sorprendente, per l’apparente caos che l’ha sempre circondato. Il 23 agosto, giorno del primo faccia a faccia tra Di Maio e Zingaretti, interviene dal blog con un pesante endorsement: «Giuseppe Conte non si lancia in strambe affermazioni, mostra e dimostra un profondo senso di rispetto per le istituzioni, insieme ad una chiara pacatezza ricca di emozioni normali, senza disturbi della personalità», scrive. Parole che valgono più di una nomina: i dubbi, spazzati via. Tra il 26 e il 27 agosto, torna di nuovo a blindare l’accordo, mentre parte il toto-ministri. «Andate e sorridete» (col Pd e al Pd, sottointeso) intima, parlando in vivavoce attraverso il cellulare di Di Maio, nel corso di una riunione piena di dubbi nella sede romana della Casaleggio, di fronte a castel Sant’Angelo. L’ultimo decisivo stop alle ubbìe Di Maio, Grillo lo stabilizzatore lo dà a cavallo tra agosto e settembre, in un video dal titolo “Sono esausto” nel quale si rivolge direttamente alla base dei ragazzi del Pd, con un entusiasmo del tutto inedito: «È il vostro momento, abbiamo un’occasione unica», esclama. E se la prende con Di Maio («ci abbrutiamo, e le scalette, e il posto a chi lo do e i dieci punti e i venti punti, basta»!). Alla fine, in asse con Dario Franceschini, toglie di mezzo anche la questione dei vicepremier, in quei giorni annosissima: «Il ruolo politico lo svolgeranno i sottosegretari», decreta. A quel punto si arriva finalmente alla votazione sulla piattaforma Rousseau, per il sì all’allanza coi dem. Ormai è tutto compiuto. Il 5 settembre giura i governo Conte bis: cambia la maggioranza e cambiano tutti i ministri. A restare nello stesso ruolo sono soltanto il premier, puntellato a tutti i costi da Grillo, e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il 6 settembre, in prima pagina su La Stampa, proprio a destra della foto del giuramento al Quirinale, compare per la prima volta lo scoop, la notizia che il figlio di Grillo è indagato. Nella settimana successiva, escono in successione le notizie del sequestro dei cellulari, del sopralluogo nella villa di Grillo, e dell’audizione della moglie, Parvin Tadjk, madre di Ciro, che in ogni caso viene sentita come persona informata sui fatti, avendo trascorso la notte in una delle stanze della villa. Sentiti anche la domestica e alcuni vicini di casa, anche chi dormiva al piano superiore quella notte. Ma dopo quell’exploit di notizie, mentre il governo si avvia e i Cinque stelle compiono dieci anni, l’inchiesta tornerà nel silenzio quasi totale. Un accenno a gennaio, scaduti i termini per il deposito delle perizie sui cellulari, appena il giorno dopo le Regionali, si direbbe con un grande senso di cautela istituzionale. E un altro accenno, stavolta da parte dell’Unione sarda, ad aprile: «L’accusa di violenza sessuale di gruppo è ancora in piedi», si dice. Di certo l’archiviazione non è arrivata. Sembra che qualche ritardo sia dovuto a un tentativo di accordo tra le parti, lasciato cadere dalla difesa. E adesso, dopo lo stop da Covid-19 che ha bloccato tutti i tribunali, a Tempio Pausania non sembra che il fascicolo sia lasciato in un armadio: si stanno finendo di acquisire gli elementi e, trascorso un anno, si cominceranno a trarre le conclusioni. Anche se - dicono da più parti - prima della fine di settembre appare difficile si possano avere novità.

Intanto Grillo, forse galvanizzato dalle elezioni regionali di fine settembre, non sembra aver riperso il gusto alla politica. Sancito con Luigi Di Maio il rinvio dell’elezione del capo politico, a metà giugno ha stoppato Di Battista che invocava un congresso, trattandolo come uno che vive «nel giorno della marmotta». Mentre la realtà, sadicamente, si è incaricata ancora una volta di tirar fuori aspetti che sono l’esatto contrario della sua immagine politica, scanzonata e pauperista. Il Grillo miliardario, quello degli yacht, dei golf club le serate in Liguria e in Sardegna: come ha ricordato, sgradevolmente, l’arresto (ai domiciliari) di uno dei suoi grandi amici, Massimo Burzi, 65 anni, consulente del porto Carlo Riva di Rapallo, finito nella relativa inchiesta, compagno di avventure e di goliardie. Grillo, intanto, è ormai alieno da qualsiasi scossone che possa destabilizzare l’attuale stato di cose. Una delle battute che fa più spesso, ultimamente, riguarda sé: «E se il capo politico tornassi a farlo io?», provoca. Ma più che il capo, ruolo svolto per un mese negli ultimi tre anni, sembra intenzionato a mettere in piedi un’ennesima creatura, obiettivo per il quale deve però ricalibrare i suoi rapporti con Davide Casaleggio. Ecco il sogno, o almeno l’idea spuntata per la prima volta alla fine dell’estate scorsa, da stendere come un ideale filo rosso per i prossimi due anni almeno: non quella di portare il Movimento nell’orbita del centrosinistra, ma mischiare entrambi, per fare un aggregato politico dove possano, più che federarsi, in qualche modo sciogliersi Pd e Cinque stelle. In un nuovo centrosinistra. Per questo Grillo, dopo esserlo stato nel 2019, appare centrale nell’asse politico anche per il 2021-2022. Ha contatti con molti, dentro e attorno al Pd. Dal governatore emiliano Stefano Bonaccini, all’ex premier Enrico Letta che in ultimo ha invitato in una intervista a «non trattare i Cinque stelle solo come una costola della sinistra». Contatti persino con Massimo D’Alema, dicono alcuni. Di certo, come si diceva, con il sindaco Sala, non a caso un non-iscritto al Pd, in vista delle amministrative a Milano, nel 2021 - una città che il comico genovese trova paradossalmente più interessante, come laboratorio, di quanto non lo siano le pur grilline Torino e Roma, di Appendino e Raggi. Partite locali e partite nazionali. Anche se ci si slancia verso il 2022, l’anno fatidico del Quirinale, si ritrova lui, Grillo. L’uomo chiave per la nascita del Conte bis e per la sua permanenza oggi al potere, da stabilizzatore, è anche l’unico che possa garantire che ci sia una maggioranza Pd-M5S per eleggere il nuovo Capo dello Stato. Un padre nobile, un garante nei fatti, o all’apparenza. Cronaca permettendo.

Estratto dell’intervista di Andrea Scanzi per il “Fatto quotidiano” il 28 giugno 2020. […] Lei ha lavorato con il primo Beppe Grillo, lo ha fatto litigare coi socialdemocratici, forse le ha fatto credere di essere un messia con la sceneggiatura di Topo Galileo. Lo sente ancora? Ho visto poche persone cambiare come Beppe: era allegro, ottimista, credeva davvero di cambiare il Paese. Poi è stato tritato dalla macchina degli adulatori e da gente mediocre. Beppe pensava di essere meno intelligente di loro, invece era molto più saggio e disinteressato. Ora lo sento ancora, ma non parliamo di politica o ci sbraniamo. […]

DA CELENTANO A GRILLO, L'"IGNORANTISMO" È UNA FORMA DI CIVETTERIA. Estratto dell’articolo di Daniele Luttazzi per “il Fatto Quotidiano” (17 giugno 2020) (…) Prima promette di risolvere i problemi del Paese, poi fa pasticci con la sua ghenga raccogliticcia, poi dice che si fa da parte e invece no, e alla fine ti prende pure per il culo. Stava scherzando, fessi voi che gli avete dato retta. In campagna elettorale, Grillo rintuzzava l' accusa che i grillini fossero un branco di incompetenti usando il mantra di Trump "abbiamo visto cosa hanno combinato gli esperti". E nessun giornalista replicò che, se gli esperti non erano ancora riusciti a risolvere certi problemi complessi, figuriamoci cosa avrebbero combinato gli inesperti. Se un chirurgo non ce la fa, ci si deve affidare a un passante solo se è un chirurgo più bravo''.

Daniele Luttazzi per “il Fatto Quotidiano” (18 giugno 2020) -Estratto (…) Non sei molto credibile quando parli di democrazia, se hai creato un movimento senza democrazia interna, senza congressi e libere elezioni della classe dirigente; un movimento dove si fanno votare gli iscritti soltanto sugli argomenti che fanno comodo e con una piattaforma digitale misteriosa, gestita dal vertice. Né sei credibile se parli di crisi economica e di decrescita felice dalle tue ville o a bordo di uno yacht. Un plurimilionario che fa l'indignato, si presenta come salvatore della patria e si atteggia a spiritosone: è la trama del nostro sciagurato Groundhog day. (…) Nel frattempo, Di Maio e Dibba si ignorano come due etero che a tredici anni hanno avuto un'esperienza gay al campeggio.

Tommaso Labate per “il Corriere della Sera” il 17 giugno 2020. «Ti sei sempre definito un grillino, giusto? Ecco, sappi che io sosterrò Giuseppe Conte qualsiasi cosa faccia. Dillo in giro. Se qualcuno si mette in testa di tornare alle urne, il Movimento scompare». Telefonate in fotocopia, di quelle che non ammettono repliche, come quando non c'era bisogno di formule come «capo politico», «padre nobile» o «garante» per imporre la propria volontà; tanto il nome, beppegrillo.it , stava addirittura nel simbolo e quindi non c'erano margini per intavolare discussioni contro la volontà del capo. Allo stesso modo, qualche settimana fa, Beppe Grillo è uscito dalla tana ed è tornato a fare sentire la propria voce. Dall'altro capo del telefono, e in alcuni casi gli interlocutori non lo sentivano da mesi se non da anni, una serie di deputati e senatori pentastellati di ogni ordine e grado, più o meno visibili, più o meno importanti, più o meno di peso. Per Grillo uno vale uno. E ogni voto in Parlamento deve essere ricondotto nel pallottoliere dell'«elevato» (il copyright è suo) presidente del Consiglio «qualsiasi cosa faccia». Dove il «qualsiasi», è la lettura che hanno dato in tanti, comprende anche l'eventuale ricorso al Mes, su cui il co-fondatore del Movimento Cinque Stelle aveva già iniziato a dare segnali di apertura il 24 aprile scorso. Era la sera in cui l'Eurogruppo aveva cominciato a imboccare la strada del Recovery fund e la voce del comico si era fatta sentire con un tweet decisamente eurofilo: «Forse l'Europa comincia a diventare una comunità. Giuseppi" sta aprendo la strada a qualcosa di nuovo. Continuiamo così!». Per riscrivere la geopolitica interna al M5S bisogna ripartire da quei giorni. In piena fase 1, due personaggi chiave che non si erano mai incrociati, Grillo e Conte, iniziano a tessere la loro trama. Il secondo sa che il Mes, come la Tav, è un moloch che soltanto il primo può sconsacrare; il primo, come aveva fatto per la Tav, si allinea alle indicazioni di Palazzo Chigi e inizia a scavare la trincea. Potrebbe non essere necessario ma, di fronte a un voto in Parlamento, meglio tenersi pronti. L'assicurazione sulla vita della legislatura la siglano in due. Conte, che dice in pubblico e in privato che non prenderà la tessera del Movimento; e Grillo, che considera il simbolo e il nome della sua creatura orpelli ormai desueti e tranquillamente rinunciabili. Come rinunciabile, ed è la chiave su cui tutti i parlamentari al secondo mandato si sono trovati d'accordo, è anche la regola del doppio mandato. Il tandem ultra-governista ha l'appoggio di tutta la delegazione ministeriale di prima fascia, da Patuanelli a Spadafora, da Fraccaro e Bonafede; oltre al disco verde della vecchia guardia delle pasionarie della prima ora, da Paola Taverna a Roberta Lombardi, pronte a rientrare in gioco nel caso in cui alcuni ministeri (tra cui l'Istruzione) dovessero necessitare di un rimpasto. Anche Di Maio sottoscrive il patto, pur mantenendosi in una posizione che gli consente ancora di mediare con il correntone guidato ispirato da Davide Casaleggio e guidato virtualmente da Alessandro Di Battista, che ha il sostegno di Barbara Lezzi e degli eurodeputati anti-Mes Ignazio Corrao, Piernicola Pedicini e Rosa D'Amato. Grillo-Conte sostenuti da Di Maio da un lato; Casaleggio (che ieri ha lanciato Level Up , una specie di Rousseau 2.0) e di Battista dall'altro. Aperti a «qualsiasi cosa» pur di tenere in piedi il governo e l'alleanza col Pd i primi; contrari al Mes e alla prospettiva di un nuovo centrosinistra col Pd i secondi. Di fronte a loro, né un congresso né gli stati generali. Ma una guerra fredda destinata a scaldarsi se e quando i 37 miliardi per la sanità del meccanismo salva-Stati andranno all'ordine del giorno del Parlamento. E a diventare «guerra nucleare», se l'autunno non presenterà tensioni sociali, alla fine dell'anno. Quando, come spiegano da dentro il governo, «Conte e Grillo battezzeranno il cantiere comune col Pd trovando un accordo sul nome con cui sfidare il centrodestra nella partita simbolicamente più importante dell'anno prossimo: quella per il Comune di Roma». L'avviso di sfratto a Virginia Raggi è già partito.

S. Can. per “il Messaggero” il 17 giugno 2020. «Mettiamola così: io sono repubblicano e qui vedo molti che pensano solo a succedere al trono, quindi alla monarchia. Ecco perché mi tiro fuori». In un momento di pausa dai lavori della commissione Antimafia di cui è presidente, Nicola Morra, big del M5S, da sempre e per primo a favore di una gestione collegiale quando il regnante era Luigi Di Maio, alla sua maniera manda un messaggio chiaro alle ambizioni di Alessandro Di Battista. Di fatto, l'uscita dell'ex parlamentare, subito stoppato da Beppe Grillo con le maniere forti, ha ricompattato tutte le anime parlamentari e ministeriali. Nonostante le differenze evidenti. Ecco, allora, Emanuele Dessì, senatore romano molto legato a Paola Taverna: «Dibba? Vuole essere più grillino di Grillo. E come se uno del Pci si fosse sentito più comunista di Gramsci. Con la differenza che Beppe è vivo e lotta insieme a noi. Anzi, è tornato». In questa guerra di veti che tutto paralizza - a partire dal via libera alla ricandidatura di Virginia Raggi a Roma, passaggio da far votare su Rousseau - la vera sfida è sullo Statuto del Movimento. Tutti, eccetto Di Battista, sono per una gestione collegiale. Quindi - da Di Maio a Fico passando per Taverna e Patuanelli - è l'idea è quella di eliminare il ruolo del capo politico. Posizione che al momento è ricoperta da Vito Crimi, anch'egli favorevole alla svolta. Per arrivare a questo passaggio occorre lanciare su Rousseau il quesito e gli iscritti si dovrebbero esprimere a favore - o contro - la modifica statutaria. Taverna, in campo come dicono in molti per essere la portavoce di questo organismo collegiale, la vede così: «Il congresso? Parola che appartiene alla vecchia politica, chiamiamoli Stati Generali, ma prima vengono le idee e dopo le persone, bisogna interrogarsi sull'agenda politica, per i prossimi dieci anni, i nomi abbiamo tutti i tempi per farli». Anche qui c'è una stoccata a Di Battista. Anche se poi la vicepresidente del Senato gli tende la mano: «C'è bisogno di tutti, di Alessandro e di Grillo». L'idea di un direttorio, ultragovernativo, piace anche al ministro Vincenzo Spadafora: «Non credo che possa indebolire Palazzo Chigi». Il tema è la collocazione di Di Battista e della sua pattuglia di parlamentari, numeri non impressionanti al contrario però di una popolarità tra la base che anche gli avversari interni gli riconoscono. E qui prende piede l'ipotesi che per giocare d'anticipo l'ex parlamentare possa ricorrere alle regole dello Statuto. Ovvero: raccogliere le firme digitali del 10% degli iscritti a Rousseau (quindi circa 15mila persone) per pretendere che si arrivi subito all'elezione del nuovo capo politico, come è scritto nello Statuto. Per fare questa operazione servirebbe ovviamente il via libera di Davide Casaleggio, titolare della piattaforma e di sicuro in questa fase molto più in asse con Dibba che con il resto dei big pentastellati. «Davanti a una mossa del genere scateneremmo l'inferno», dice al Messaggero una fonte governativa del M5S. La carta degli iscritti è un consiglio (non richiesto) che arriva da Lorenzo Borrè, l'avvocato di tutti i grillini finiti in rotta di collisione con il Movimento. Contattato da questo giornale Borrè dice: «Parlo dal punto di vista accademico, diciamo. Figuriamoci se ho rapporti con Dibba». Gli «amici» dell'ex parlamentare insistono: «Vogliamo solo fare una battaglia trasparente e sui nostri valori, non ci interessano le poltrone». E' vero pure però che Dibba sarebbe tentato da un tour estivo - come quello che fece contro il referendum di Matteo Renzi nel 2016 - per tornare «tra la gente». Con la scusa ufficiale di parlare, questa volta di un altro referendum, quello previsto a settembre sul taglio dei parlamentari, storica battaglia grillina. Sullo sfondo, ma nemmeno troppo, c'è poi la posizione di Giuseppe Conte, costretto a surfare tra le acque agitate del Movimento. Il premier ha già detto di non essere interessato alla creazione di una lista né a scalare il Movimento. Uno scenario che Spadafora stronca con parole chiare: «Non vedo Conte come futuro leader e una sua lista sarebbe inopportuna». Sicché si ritorna così, come in un gioco dell'oca, alla casella iniziale. Ai sospetti e ai veleni del tutti contro tutti. In attesa che qualcuno faccia la prima mossa. O magari l'ultima. Anche se tutti vedono in Grillo l'unico faro per indicare la via a queste anime in guerra e soprattutto per mettere l'esecutivo al riparo da tensioni e possibili scissioni. Anche perché il senatore Gianluigi Paragone, espulso dal M5S ma molto amico di «Alessandro», ha già annunciato che vuole far nascere un nuovo partito: «Anti-europeo e anti- establishment».

DAGONEWS il 15 maggio 2020. A chi gli chiede del futuro del Movimento, e in particolare del suo futuro nel Movimento, Beppe Grillo invia una foto che lo ritrae mentre osserva i cantieri da perfetto ''umarell'' in pensione. L'immagine è stata pubblicata in formato francobollo in un trafiletto di ''Repubblica'', e a prima vista sembrerebbe che Grillo vada in giro (per Genova?) senza mascherina e senza rispettare le distanze dagli altri vecchietti come lui. Prima di gridare allo scandalo, basta ingrandire un po' e si scopre che la sagoma di Beppe è ''ritagliata'' e giustapposta su un altro scatto. Un fotomontaggio ironico che nasconde un messaggio triste, quella di un movimento senza padre, al massimo con un nonno che non sa come occupare il tempo ma sa che non intende occuparlo con la politica. Grillo in queste settimane è stato tentato di mollare tutto, di fare un gesto plateale di definitivo abbandono dei 5 Stelle, ormai in preda a governisti senza speranza, poltronari all'ultimo stadio, aggrappati alle cadreghe come certi balenotteri democristiani. La spartizione delle società controllate dal Tesoro, le guerre dentro la Rai, le nomine nelle task force, roba che il Grillo di un tempo avrebbe fulminato con quattro righe sul blog. Invece ha deciso di tacere, perché sa che un suo tardo vaffanculo avrebbe due esiti, entrambi negativi. Il primo: essere descritto come un milionario annoiato che dall'isolamento nelle sue ville si permette di mettere becco su una crisi piena di morti e crac economici. Il secondo: dare la stura ai ''Dibba boys'', quella frangia movimentista che non vede l'ora di scindere e prendersi il Movimento facendo leva sui princìpi traditi del grillismo. Così facendo franare il governo, costringendo Mattarella a indire elezioni, con una parte dei 5 Stelle guidata da Di Maio pronta a una nuova alleanza con Salvini. E il governo col Pd, fatto apposta per mandare a casa il Capitone, indovinate chi l'ha voluto? Esatto. Quindi l'Elevato si è cucito la boccuccia e si tiene sul gozzo la sua truppa di idealisti che in meno di una legislatura si sono trasformati in biechi poltronari.

Dal “Fatto quotidiano”l'11 febbraio 2020. Nel giorno in cui i Cinque Stelle si rivedono per fare il punto sulla Liguria, Beppe Grillo si lamenta della “democrazia in apnea” e invoca nuovi “strumenti per stare assieme”. È un post che trasuda stanchezza per la politica attuale, quello di Grillo sul proprio blog: “Quanto si può resistere in apnea? Esistono varie tecniche – scrive l’artista genovese – ma il risultato è sempre lo stesso: un normale organismo può rimanere senza ossigeno per non più di pochi minuti. Allora mi chiedo se la democrazia è in apnea, se siamo di fronte alla necessità di trovare nuovi strumenti, inventarci nuovi modi per capire come stare insieme”. È necessario, secondo Grillo, in una fase in cui “le democrazie rappresentative di tutto il mondo scricchiolano, sanno di antico”. E allora meglio tentare di cambiare, ricorrendo a metodi o esperimenti di democrazia diretta. E uno in particolare ha colpito il fondatore del Movimento: “C'è una iniziativa fantastica di cui vi voglio parlare, e si chiama G1000. Un gruppo di pensatori e di attori indipendenti ha chiamato all’adunata chiunque volesse partecipare a un reale tentativo di cambiamento del Belgio. Così a Bruxelles l’11 novembre 2011, mille cittadini scelti a caso hanno avuto l’opportunità di discutere, in tutta libertà, il futuro del Paese”.

Grillo, il re dei ratti e le nuove tecnologie. Ma la “democrazia casuale” non funziona. Pino Casamassima su Il Dubbio il 21 febbraio 2020. La rappresentanza parlamentare, con tutti I suoi difetti, è “la meno peggio delle possibili”, mentre l’idea della sovranità popolare è mitologia. Il re dei ratti. Così ha titolato Grillo nel suo Blog il suo ultimo intervento sulla democrazia e le sue forme rappresentative. «Il Re dei ratti – spiega – è un termine folkloristico per riferirsi a un insieme di roditori legati insieme dalla coda e ritrovati in questa posizione una volta deceduti o più raramente mentre ancora in vita. Questa è la politica oggi, questo è il risultato delle democrazie rappresentative». Si chiede quindi ( l’ex?) guru del M5S se non sia il caso di realizzare un esperimento per rinnovarla, questa democrazia. Nell’era digitale, con l’avvento potente e prepotente di tecnologie inedite, essa ha infatti bisogno di rigenerarsi coerentemente con società profondamente cambiate. «Le democrazie rappresentative di tutto il mondo – sostiene il comico genovese – scricchiolano, sanno di antico. Facendo un parallelismo con la tecnologia qualcosa non torna. Se guardiamo l’evoluzione delle tecnologie, vediamo qualcosa di diverso rispetto ai sistemi democratici. Dovunque c’è innovazione, ma non nelle democrazie». Riporta quindi un esperimento operato in Belgio col nome di G1000 l’ 11 novembre 2011, quando 1000 cittadini – selezionati a caso ma che rispecchiavano la composizione della società – s’erano riuniti per discutere del futuro del Paese sotto la guida di esperti nei vari settori, potendo esprimere in totale libertà il proprio pensiero, a prescindere dal livello d’istruzione e di competenza. Analizzate tutte le proposte messe sul tavolo, si era passati alle votazioni. Un esperimento che in realtà non genera nulla di mutuabile. E se a Grillo ha suggerito invece per il futuro l’estensione di quel modulo a livello elettorale, a me ha fatto venire in mente qualcosa del passato: esattamente, l’Eliea. ( Il più importante tribunale dell’antica Grecia). L’Eliea incarnava forse la più “democratica” delle “forme democratiche”: quella legata alla casualità. Ad essa – per sorteggio nel numero di 6000 ( che nel diritto pubblico ateniese rappresentava l’unanimità), vale a dire 600 per tribù con una retribuzione di 2 oboli al giorno – potevano accedere tutti i cittadini maschi superiori ai 30 anni e in possesso dei diritti civici: vale a dire, un corpo elettorale non superiore al 20%. Proporre – come fa Grillo – la “democrazia casuale” ha la sua innegabile fascinazione ( come dimostra l’entusiastica adesione di un quotidiano) pari però alla sua speculare impraticabilità. Le società attuali, caro Grillo, sono però organismi complessi, che nulla hanno a che fare con quella di Pericle, così come pretestuoso è stato il ricorso grillino alle sperimentazioni – spesso ardite per non dire altro – della Rivoluzione francese. A questo punto, è forse il caso di fermarsi con le famose bocce ferme, perché molto grande appare la confusione sotto il cielo della democrazia. In quella diretta ( di stampo ateniese), il ruolo del cittadino ( che poteva votare, sempre quel 20%) si riduceva a un semplice sì o no relativamente a proposte articolate presentate da gruppi politici ed economici. In quella rappresentativa ( di stampo occidentale), il rappresentante di un gruppo di cittadini esprime un parere coerente col gruppo che lo ha eletto. Possiamo immaginare come potrebbe mai esprimersi il corpo elettorale nel suo insieme se interpellato su temi quali bioetica, tassazione, scuola, giustizia, sanità, eccetera, che necessitano di una mediazione politica? Prendiamo la forma di democrazia diretta moderna più praticata: la referendaria. Essa è la più esposta sul piano dell’articolazione semplicistica col suo sì o no. In presenza di punti molto sensibili sotto il profilo emotivo ( ad esempio legati alla giustizia quale potrebbe essere la pena capitale) si rischierebbe una prevalenza del pathos sul logos perché condizionati dal livello alto o basso di omicidi in quel periodo. In finale di partita non resta che constatare che tertium non datur relativamente alla democrazia rappresentativa parlamentare: si può discutere sul numero dei parlamentari in coerenza col numero degli elettori, ma altre forme di democrazia nelle società 2.0 sono obiettivamente impraticabili. A fuorviare spesso il pensiero sulla declinazione della democrazia è la cosiddetta “sovranità popolare”. Che è un mito. La natura autentica dei sistemi democratici sta nel rapporto fra istituzioni e suffragio universale ( elezioni) coerentemente con una società in movimento. Quella della rappresentanza parlamentare è l’unica strada che ha finora garantito una democrazia larga: se non ha consentito – non poteva farlo né doveva farlo – il “potere al popolo”, ha permesso progressi ora dati per acquisiti, ma ottenuti proprio grazie a quella formula democratica. In buona sostanza, bisogna togliersi dalla testa la mitologica idea della sovranità popolare ( intesa come potere al popolo), e “rassegnarsi” alla constatazione che questa formula, quella della democrazia della rappresentanza parlamentare – con tutti i suoi difetti – è, per dirla con Churchill, la meno peggio delle possibili. Lasciando al suo tempo quella Greca spesso citata a sproposito, dalle grandi rivoluzioni d’Occidente quali l’inglese, la americana, la francese, il dibattito che ha spesso diviso i fronti pro e contro la democrazia rappresentativa non è mai scemato, percorrendo una strada sinusoidale che nel caso di Grillo& C. ha creduto di poter applicare la tecnica alla filosofia politica, con grande disappunto per la buonanima di Emanuele Severino, che fino all’ultimo istante della sua vita ha avvertito contro i pericoli della tecnica.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 3 marzo 2020. La prima volta che il nome “Gunter Pauli” si palesò dinanzi agli occhi del grande pubblico fu in un post scritto da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, postato sul blog di Grillo il 3 luglio 2005. Il titolo era emblematico delle idee di Pauli: “E merda fu…”. Il concetto di riciclaggio (la futura blue economy di Pauli) veniva spiegato così, con metafora alata, da Grillo: “Oggi l’impianto di riciclaggio è un orgoglio cittadino. L’escremento è un bottino. Siamo nella fase anale quando i bambini giocavano con la cacca traendone piacere”. Tutto ciò che è ripugnante, scriveva Grillo, diventa produttivo. Erano gli albori dell’esperimento dei 5 stelle, e Pauli veniva già evocato. Tra parentesi, Grillo teorizzava anche la produttività della disinformazione, senza che nessuno lì per lì ci facesse caso: “Oggi il riciclaggio si insinua in tutti gli ambiti della vita umana: nella conoscenza con la disinformazione, nella cultura con la nuova istruzione, nel corpo con la chirurgia estetica. Tutto ciò che è ripugnante si rende produttivo”. Un manifesto teorico che si concludeva con una citazione di Pauli: “L’imitazione della natura: lo scarto di una azienda è la materia prima di un’altra: consiglio il libro di Gunter Pauli”. Oggi che Gunter Pauli è diventato nientemeno che il primo “consigliere economico di Palazzo Chigi” del premier Giuseppe Conte, come recita pomposamente il suo titolo, conviene forse ricostruire chi è questo imprenditore belga che, nella foto qui in alto, vedete seduto a pranzo assieme a Grillo, al figlio di Casaleggio, Davide, a Luigi Di Maio e alla sua fidanzata. La foto è stata scattata in un sabato dello scorso ottobre, a Napoli, all’happening del M5S dove Pauli fu la guest star e l’ospite d’onore di Grillo e Casaleggio. Nessuno immaginava, allora, che potesse finire a palazzo Chigi. Ma in Italia tutto è possibile. Grillo, in un video travestito da Joker, disse: «Abbiamo mangiato a pranzo io, l’economista Gunter Pauli, Di Maio e Casaleggio. Ogni volta che parlava Gunter, traduceva in inglese Di Maio, allora può succedere qualsiasi cosa al mondo». Sembrava uno scherzo ma, se andrete in fondo a queste righe che seguono, capirete che è solo un’approssimazione per difetto di ciò che può accadere con questo trust di cervelli insediato nelle scelte economiche di palazzo Chigi. Grillo stava dicendo la verità.

Cina e teorie bizzarre. Pauli è davvero – Casaleggio e Grillo a parte – un personaggio incredibile. A Napoli, alla kermesse grillina, dopo aver spiegato varie sue teorie su navi alimentate con yo-yo, galline allevate con scarti di maiali, carta fatta con ceneri riciclate del marmo e microplastiche, spiegò, elogiando come modello il governo della Cina: “Io scrivo anche fiabe per bambini. In Cina, tutti i bambini cinesi leggono le mie fiabe grazie al governo. 735mila scuole. E la chiave è che è il governo a mettere tutti questi libri a disposizione dei bambini. I bambini non imparano come la mela cade dall’albero, ma come la mela è andata sull’albero. Contro la legge di gravità. Vorrei che l’Italia fosse il primo paese europeo a occuparsi così dell’educazione ambientale dei bambini”. E a parte il disagio di vedere additata a modello la Cina – amatissima da Grillo e Casaleggio ma non esattamente un modello di democrazia – Pauli si dimostrò allora capace di stupire con teorie le più sbalorditive possibili, di cui qui possiamo tentare solo un sommario elenco, per dare un’idea di chi è stato piazzato a fianco di Giuseppe Conte, e dargli idee sull’economia.

Dal caffè che coltiva i funghi ai condizionatori da abolire. Questo imprenditore il cui bel volto è una via di mezzo tra il mascellone Ridge Forrester di Beautiful e l’ex calciatore Aldo Serena, ne ha pensate così tante che farne un catalogo sarebbe arduo, e necessariamente incompleto. Sul caffè che concima i funghi: «Per esempio beviamo un caffè espresso, dopo si ha un residuo da utilizzare per la coltivazione dei funghi e il cui residuo è a sua volta un ottimo mangime per polli che deporranno le uova. Così anziché un solo flusso di cassa se ne hanno quattro. E così la realizzazione degli oggetti è meno costosa». Sull’idea che, visto che la carta costa troppo, si può produrre carta di pietra: “L’industria della carta ha annunciato di voler ridurre il proprio impatto ambientale. Recentemente, a tal proposito, abbiamo sostenuto l’opzione di produrre carta di pietra, che viene realizzata sfruttando i residui minerari e che non consuma acqua né cellulosa ed è riciclabile all’infinito, senza bisogno di procedimenti di rimozione dell’inchiostro”. Sulla Natura che va ricondotta al suo “percorso evolutivo”: “Noi non vogliamo fermarci alla riduzione degli sprechi o alla protezione delle specie a rischio. Abbiamo bisogno di eliminare del tutto il concetto di “rifiuto” e generare più di ciò che abbiamo in partenza. Dobbiamo riportare la Natura sul suo percorso evolutivo”. “Negli ecosistemi – ci illumina il nuovo consigliere economico di Conte - un albero non è solo un albero, ma è un sistema che fornisce servizi, ai funghi, ai batteri e ai lombrichi. Con un approccio eco sistemico si possano avere benefici multipli anche in economia”. Prendete i condizionatori (già famosi perché, secondo la grillina Lezzi, avevano fatto aumentare il Pil nei mesi del grande caldo). Secondo Pauli, potrebbero essere aboliti usando sistemi di raffreddamento naturali: “C’ è un’ampia storia di edifici naturalmente ventilati in tutto il mondo, come l’ospedale costruito a Las Gaviotas in Colombia o il magazzino Shosoin presso il Tempio Todaiji di Nara, Giappone, entrambi forniscono comfort in un clima molto caldo e umido. La natura ha architettato stratagemmi pazzeschi per fare quello che noi facciamo con grande dispendio di risorse. Basterebbe poco e tutto potrebbe cambiare”. Lo scienziato svedese Nyquist e il suo team “hanno aggiunto l’interazione tra bianco e nero al design esterno, imitando i cambiamenti di oscurità e luce del manto della zebra. Un’ altra semplice applicazione delle leggi della fisica, dove l’aria calda è più sottile e si alza, mentre l’aria fredda è più densa e si deposita sul fondo”. Come mai nessuno ci aveva ancora pensato?

Basta petrolchimico, riusiamo le erbacce. “In Italia - ci ha informato Pauli in questi anni, prima che ce lo trovassimo a Palazzo Chigi – già si registra la più grande e impressionante applicazione della blue economy. Su 188 progetti implementati in tutto il mondo, circa 20 sono in Europa, e la vera star è a Porto Torres! La squadra di Novamont sta mettendo a punto gli ultimi ritocchi per la conversione di un vecchio impianto petrolchimico di ENI non più operante in una bioraffineria che utilizza il cardo come materia prima. Immaginate: una bioraffineria competitiva che utilizza piante perenni considerate erbacce!”. O ancora. “Vecchi edifici e laboratori di Montedison nei laboratori di ricerca e piccole unità di produzione di bioplastiche. Una volta che questa struttura sarà aperta molti occhi si apriranno e ci si renderà conto che il futuro dell’Europa risiede nella re-industrializzazione dell’economia e nel collegamento della produttività della terra con i prodotti e i servizi di qualità. Abbiamo bisogno semplicemente di utilizzare quello che resta del flusso produttivo (le erbacce) e il capitale di investimento (come i vecchi impianti petrolchimici che non sono più competitivi e inquinano l’ambiente)”.

Anti globalizzazione. Pauli avrebbe fatto felici i no global, forse: “Per la transizione dal sistema economico attuale a quello futuro, che non sarà soggetto alla globalizzazione, al prezzo più basso e alla distruzione ambientale e sociale, noi dobbiamo immaginare un sistema alternativo. In periferia che è ai margini dobbiamo agire subito. Si tratta di zone dove sia l'economia, sia la politica tradizionali non hanno grandi interessi e dove possiamo occuparci della transizione, senza aspettare e senza chiedere permessi a nessuno». Ecco perché lui e Grillo suggeriscono ai giovani, sul blog di Grillo, di trasferirsi alle Canarie. Perché? “A El Hierro una delle isole Canarie grazie alla ridefinizione di una risorsa naturale come l'allevamento delle capre, effettuata con la riapertura del macello locale e la realizzazione di prodotti di maggiore valore, fatti anche con banane e ananas biologici prodotti e venduti in loco, gli allevatori fatturano 2.65 euro per litro, dieci volte il sussidio dell'Unione Europea. Il risultato è che molti giovani spagnoli si stanno trasferendo a El Hierro visto che bastano 50 capre che producono due litri di latte al giorno per fatturare 100mila euro l'anno. Il foraggio è gratuito, le capre limitano la diffusione degli infestanti e il costo della vita è più basso, ma non bisogna superare il numero dei 50 capi perché è se le capre in gregge sono troppe la produzione cala. Ciò dimostra che per generare più valore dobbiamo cambiare modello di business”.

Modello Benin. È di Pauli l’idea M5S di una ecotassa a partire dalle utilitarie a benzina, per raggiungere nel tempo emissioni di CO2 pari a zero. E’ di Pauli, non di Grillo, la teoria che idee decisive possano venire dal Benin, uno dei paesi più poveri al mondo, ma ricco di esperimenti, secondo questo simpatico belga: come quello di Padre Godfrey Nzamujo che fondò nel 1986 il Centro Songhia a Porto Novo, la capitale del Benin. “Padre Nzamujo – scriveva Pauli sul blog di Grillo - ha trasformato questa sfida [degli scarti e dei rifiuti] in un’ opportunità, creando un “fly hotel” dove tutte le frattaglie sono accuratamente distribuite su centinaia di piccoli contenitori quadrati aperti con reti che bloccano gli uccelli. Le mosche depongono uova e producono fino a una tonnellata di vermi ogni settimana. I vermi, ricchi di proteine, vengono raccolti e serviti come mangime per pesci e quaglie. Il processo genera proteine a basso costo e concentra tutte le mosche in un’ unica area, eliminando al tempo stesso un grosso fastidio per l’ azienda agricola”. Se funziona, si sarà detto, diventiamo tutti ricchi.

Ritratto di Beppe Grillo: comico che non c’è più, politico che non c’è mai stato. Paolo Guzzanti de Il Riformista 2 Febbraio 2020. In genere quando si fa il ritratto di un grande o anche di un ingombrante personaggio, si usa la ricetta agrodolce: ha fatto questo, questo e questo di bello. peccato che abbia avuto anche questo, questo e quest’altro difetto. Un’arguzia al cerchio e una alla botte. Così facendo si rischia il vizio ambientale dell’ipocrisia. Forse a Beppe Grillo stesso, parlandone da vivo, non piacerebbe. Perché, di certo, il comico è morto. Da molto. E il capo politico che era – un po’ Bertoldo e un po’ Fra’ Dolcino – è andato a fuoco lento insieme a tutta la biblioteca delle sue ardenti sciocchezze, alcune geniali, altre sciocche-sciocchezze, utili per la ribalta, pessime per questo inimitabile Paese che è il nostro. Ha preteso e recitato troppe parti in commedia: ha voluto essere la bocca della verità e un Lenin che non trova la porta del palazzo d’Inverno, il profetico rivelatore e l’organizzatore rivoluzionario saltando dal palcoscenico al carro del vincitore, senza neanche consultare su Google le condizioni del tempo storico. E adesso, con Luigi di Maio che lo batte in illusionismo con il numero della cravatta scomparsa, guardatelo: è finito fuori strada come finirono fuori strada per sua colpa coloro che morirono nell’incidente di cui porta la colpa penale che gli preclude i pubblici uffici e il diritto di rappresentanza. Il fatto che sia sparito può, potrebbe, essere un improvviso segnale di saggezza. O almeno, di prudenza. Persino, hai visto mai, di pudore. Ma non è una prova di coraggio. Grillo non ci mette mai la faccia, né il barbone o il naso da muppet. Ferocissimo con i perdenti, applica a se stesso la terapia dell’indulgenza. Una Spa di autoindulgenza. Dove prima ardeva il suo inferno dove lui se fosse stato foco e se fosse stato acqua, e persino morte… ma invece era Grillo Giuseppe e adesso tende a mimetizzarsi col paesaggio, che è sempre un a trovata ecosostenibile. Sarà nella casona al mare? Sarà col figlio che gli ha dato tante preoccupazioni? Risponderà al telefono criptato? Indovinala grillo. Per rispetto del lettore, devo confessare un pregiudizio che è un mio limite: da comico, non mi ha mai fatto veramente ridere. Da politico, ha fatto paura a molte persone sane di mente. La sua trovata-pretesa di aver arrestato appena in tempo una sanguinosa rivoluzione che avrebbe portato a un bagno di sangue ma che grazie al suo dirottamento si è trasformato in allegro hotel a cinque stelle movimento, è la dichiarazione di un codardo: in Italia non scoppia mai alcuna rivoluzione, mica siamo la Francia da Robespierre ai gilet jaunes. Al massimo, abbiamo avuto dei tristi brigatisti che sparavano alla nuca degli innocenti e poi chiedevano aiuto psicologico. Ma Grillo è stato amato dalle sue parti ed ha fatto ridere milioni di persone più intelligenti di me e dunque è colpa mia se non l’ho mai trovato irresistibile, azzardato, futurista, satanico, ma piuttosto un ragioniere diplomato che ha visto la vita da una bottega certamente pregiata, ma pur sempre bottega. La sua complicata macchina di scena è consistita in una costruzione alternata di banalità e verità curiose, poche genialità improvvise e poi tonnellate di plastica, una aritmetica planetaria da “Lo sapevate che?” alla capacità mimica di trasmettere stupore per la modernità che non capisce, ma che gli piacerebbe capire. Prova ansia e trasmette ansia, convinto di aver rivelato al mondo ciò che il mondo e l’umanità contengono. Così è nato il pollaio dei social, dei fan, dei like, della valutazione on line, dell’affratellamento con la piattaforma degli imprenditori che hanno costruito – loro sì – una start up che somiglia al Paese dei Balocchi in cui Pinocchio e Lucignolo vengono deportati dall’omino di burro per diventare somari e pelle per tamburo. Quando già aveva fatto il disastro e messo in ginocchio un Paese dalle caviglie di fango e la testa di legno, venne a Roma al Brancaccio per un ultimo spettacolone pieno di finta sincerità. Voleva incarnare il disarmato, il disincantato, il “davvero io ho fatto tutto questo e non me ne sono nemmeno accorto?”. I fedeli paganti battevano le manine, felici. Fece finta di prendere per il culo il pubblico chiedendo: ci avete preso sul serio? noi scherzavamo… Era una bugia di scena, naturalmente, ma conteneva una realistica confessione come capita a chi sviluppa un ego prostatico da Barone di Münchhausen e vuole spiegare l’ingombro che occupa. Ma dietro tutte le facezie abbiamo visto – intravisto – un uomo crudele, un individuo che adora insultare i cronisti, umiliare chi gli sta intorno, essere insomma veramente cattivo. È a nostro parere un tipo di cattiveria molto popolare in Italia perché ha radici cattoliche e comunarde: l’idea della “decrescita felice” non è soltanto una grandissima stronzata, ma un furto con scasso dell’altrui ingenuità. Ha cercato di incarnare il razionalizzatore che, seguendo un vago principio modernista, prometteva una posizione non ideologica, ma in realtà sempre ideologica ma anche auto-contraddittoria, con risultato differenza di potenziale zero, troppo fracasso per nulla. Ma si è preso, gli va riconosciuto, delle enormi soddisfazioni. Ha condotto una vita da predicatore e da dominatore e anche nel momento del tracollo ha sempre trovato una sala trucco dove andare a rifugiarsi. Sono finiti (chissà perché) i tempi in cui decine di sventurati giornalisti venivano comandati dalle loro testate di stazionare nel freddo e nel caldo e nella sabbia davanti alla sua casa per vederlo uscire e porgere implorando i microfoni e sentirsi trattati come pezzi di merda. Creò l’ideologia dell’antigiornalismo: non parlate ai giornalisti. Guai a chi va in televisione. Guai a chi parla, pensa, discute. Il movimento è come Scientology, ha le sue regole, sue di Grillo e di quelli della piattaforma in disparte. In suo nome è stato creato il terrorismo parlamentare: siete dei beneficati, non sarete mai più rieletti, dovete mollare quel che guadagnate. Ha cercato di sottoporre la natura umana a una prova da stress che si è conclusa in uno spettacolo ridicolo e, quello sì, risibile, se ci fosse da ridere. Certo, la legislatura va avanti e finché la barca va, la capra campa. Ma il comico non c’è più. E il politico non c’è mai stato. La sua visionarietà è scomparsa persino in teatro. Manca soltanto una mesta fanfara felliniana che giri intorno alla sua casa marina suonando le note più clownesche di Nino Rota, dei pagliacci che piangono e della donna cannone con le caviglie gonfie.

Giacomo Amadori per “la Verità” il 10 febbraio 2020. A Genova da tempo girano fole sulle piscine della villa di Beppe Grillo. Il fondatore del Movimento 5 stelle per molti anni ne ha avuta una coperta in quella che era denunciata come area svago, con annessa palestra. L' ampio locale si trova sotto il prato del giardino, e a fianco della piscina esterna. Un tempo quei locali sono stati un rifugio bellico. Il vecchio proprietario aveva chiesto il condono nel 1986: era stato autorizzato il 7 luglio 1989, ovvero cinque mesi dopo la data d' acquisto della villa da parte della famiglia Grillo. Insomma, come nei film di James Bond, il garante dei 5 stelle aveva una piscina sotterranea dove un tempo c' era un bunker. In quell' area benessere, tappezzata esternamente di pannelli fotovoltaici, la moglie di Grillo, Parvin Tadjik, organizzava sedute di acquagym per le amiche. La piscina era di circa 40 metri quadrati (13 per 3), e intorno, racconta chi c' è stato, ci sarebbero state anche due saune. Ma poi i figli di Beppe sono cresciuti e hanno iniziato a cercare maggiore privacy. E così la piscina interna è stata coperta da un parquet e la zona è diventata il loft di Ciro Grillo, il piccolo della famiglia, attualmente accusato con tre amici dello stupro di una ragazza italo finlandese (l' inchiesta è in corso presso la Procura di Tempio Pausania, in Sardegna). Ma dentro alla villa si trovano altre due piscine: la prima è collegata all'ex area svago. Ufficialmente è una vasca idrica destinata all' approvvigionamento dell' acqua per i terreni. In realtà è stata trasformata in piscina, con tanto di tipico rivestimento azzurro, come è evidente sul profilo Facebook di Ciro Grillo e nelle foto satellitari rintracciabili su Internet. Nel parco di casa si trova un' ulteriore ampia vasca, di forma circolare e di dimensioni pressoché analoghe a quelle della piscina, per i pesci. La villa dei Grillo si trova sull' esclusiva collina di Sant' Ilario, la Beverly Hills dei genovesi. Una dimora sontuosa di 22,5 vani di proprietà della società semplice Bellavista (inattiva) di cui Grillo è socio con la consorte. Il comico nei documenti visionati dalla Verità si definisce proprietario o comproprietario dell' abitazione. Secondo la giornalista d' inchiesta e geometra Claudia Bortolotti, che si occupa di pratiche urbanistiche e catastali da un quarto di secolo, nel buen retiro qualcosa non quadra: «Sono venuta a conoscenza della situazione di quella dimora perché al quotidiano online Oggi notizie, che dirigo, sono arrivati documenti che comprovano l'effettiva irregolarità di opere urbanistiche, edilizie e catastali nella villa e nelle pertinenze ad essa collegate». Nei mesi scorsi la giornalista ha condiviso le carte con la redazione delle Iene, che da tempo hanno avviato un'approfondita inchiesta. A giudizio della Bortolotti le piscine di casa Grillo non sarebbero state correttamente denunciate all' Agenzia delle entrate ufficio territorio (l' ex catasto) e sarebbero state citate «come mera rappresentazione grafica e senza l' esatta destinazione d' uso a piscina» negli elaborati consegnati al catasto molti anni dopo la loro realizzazione. Non è finita: «Dalle carte pervenute in redazione rilevo che il parco è rimasto iscritto al catasto terreni nonostante sia una pertinenza a tutti gli effetti di altissimo pregio e in uso esclusivo, priva di eventuali servitù che potrebbero svilirne il valore economico. Grazie a ciò i proprietari potrebbero avere Tasi e Isi ridotte rispetto al reale valore dell' immobile e, in caso di vendita o donazione, l'imposta di registro applicabile sarebbe del 2 per cento, anziché del 9. In sostanza la dimora del fondatore dei 5 stelle avrebbe un' imposizione fiscale pari a quella della casa di un operaio». L' inesatta destinazione d' uso delle pertinenze pare aver comportato un' errata attribuzione di categoria catastale, tanto che la casa risulta essere un villino (categoria A7) e non una villa (categoria A8). Con le agevolazioni del caso. «Tale classificazione non corrisponde alle caratteristiche che l' immobile ha acquisito in forza delle molteplici ristrutturazioni che non solo lo hanno valorizzato, ma anche ampliato rispetto allo stato originale», insiste la Bortolotti. Un collega esperto di estimi catastali, Massimo D' Andrea, conferma: «Viste le caratteristiche dell' immobile e cioè la presenza di ascensore, piscina coperta e scoperta, parco, materiali di pregio, terrazzi più grandi di 65 metri quadri e una superficie utile complessiva superiore ai 160 metri, per effetto del decreto ministeriale 1.072 del 1969, quella casa andrebbe classificata come abitazione di lusso». Un' ultima curiosità. Uno dei progettisti coinvolti nelle numerose ristrutturazioni della villa è l' architetto torinese Alberto Sasso, ex candidato alla Camera con i 5 stelle e attuale presidente dell' ente Eur di Roma in quota Virginia Raggi. Sasso nel 2016 ha presentato una comunicazione inizio lavori al Comune di Genova per una manutenzione straordinaria del piano interrato, in cui non sarebbe stata dichiarata la destinazione d' uso a piscina, ma unicamente comunicata la copertura con un pavimento di tek. Nel 2019 Sasso è stato iscritto sul registro degli indagati con l' accusa di turbativa d' asta a causa di una consulenza da circa 50.000 euro ricevuta da alcuni comuni montani del Piemonte per preparare un dossier per la candidatura ai giochi invernali del 2026. «Se a occuparsene è Alberto possiamo stare tranquilli, perché se mai faremo un dossier sarà rispettoso dei nostri criteri», aveva detto Grillo, riferendosi al professionista.

Giacomo Amadori per “la Verità” il 24 gennaio 2020. A fine dicembre i giornali avevano raccontato che tra Beppe Grillo e Davide Casaleggio, il presidente dell' associazione Rousseau, i rapporti erano decisamente peggiorati. A far precipitare la situazione sarebbe stata la decisione presa dall' associazione di non coprire più i costi delle cause a carico di Grillo. Anche perché nel 2018 la voce «spese legali» pesava per 300.000 euro, il 16,6 per cento delle uscite, seconda solo al costo del personale (20,8 per cento). Nelle vacanze natalizie il comico genovese deve aver riflettuto molto su come evitare il crac finanziario, tanto che nei giorni scorsi avrebbe telefonato personalmente ai legali del Pd per provare a chiudere una controversia milionaria che coinvolge il suo vecchio blog e lo contrappone al partito guidato da Nicola Zingaretti. Il tempo stringe: la prossima udienza presso il tribunale civile di Roma è prevista per il 4 febbraio e il calendario prevede interrogatorio giurato dell'«elevato». Prima di tentare l' accordo in extremis con l' ex odiato nemico, oggi fedele alleato, Grillo ha accompagnato alla porta l' ex capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, notoriamente poco entusiasta per l' alleanza con il partito guidato da Nicola Zingaretti. È un caso? Chissà. Certamente il fondatore del Movimento a ottobre aveva dichiarato: «Con il Pd c' è sintonia perfetta». Probabilmente il suo pensiero era rivolto anche alle cause che pendevano sulla sua testa e all' udienza istruttoria del 4 febbraio, dove Grillo è chiamato a rispondere di un post pubblicato nel 2016 sul suo blog. Nell' atto di citazione i dem chiedevano al settantunenne guru pentastellato 1 milione di euro di risarcimento per diffamazione. Un vero colpo basso per chi, come il parsimonioso Grillo, è stato privato della copertura legale da parte del Movimento. Ma a quanto risulta alla Verità, la «sintonia perfetta» potrebbe portare a una soddisfacente transazione. Nelle scorse ore ci risulta che i difensori di Grillo abbiano contattato il senatore Luigi Zanda (che, da buon avvocato, segue passo passo la delicata causa) per trovare un accordo. Chi ha parlato con il tesoriere pd riferisce di trattative in via di definizione. Anche perché il post incriminato prendeva di mira, come vedremo, Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, oggi fuoriusciti dal Pd. Ma se l' intesa non verrà formalizzata entro il 4 febbraio, si renderà necessario un rinvio e le parti avrebbero individuato come prossima data d' udienza il 15 dicembre 2020. La lunga posticipazione sarebbe giustificata dal fatto che i legali starebbero lavorando, a quanto ci riferiscono fonti ben informate, a una composizione globale di tutte le controversie in corso tra i due schieramenti, una specie di condono tombale. Insomma non solo Grillo non dovrà aprire il portafogli, ma Pd e 5 stelle proveranno a chiudere tutte le cause avviate in questi anni, comprese quelle nate intorno al caso Bibbiano. Un mega accordo che includerà numerosi procedimenti e necessiterà di tempi lunghi per limare i dettagli. Una pax che consoliderebbe l' alleanza giallorossa, rendendo più profondo il solco con la linea che fu di Di Maio e di Casaleggio junior. L' avvocato Massimo Zaccheo, uno dei legali del Pd, non si sbilancia: «Mediazioni in corso? Le ignoro del tutto. Ho contezza di un' udienza fissata il 4 febbraio. Non posso escludere che ci siano rinvii, soprattutto se le notifiche a comparire non fossero state inviate nei termini». La lista dei testimoni che dovrebbero (o forse avrebbero dovuto) raccontare al giudice il funzionamento del blog e il ruolo di Grillo nella gestione dello stesso è lunga: gli avvocati del Pd erano pronti a convocare in tribunale, tra gli altri, Casaleggio junior, Di Maio e Alessandro Di Battista. Ma forse ora gli esami salteranno, così come l' interrogatorio del convenuto Grillo. Va ricordato che a casa del comico si vivono ore d' ansia anche per un altro procedimento, quello in cui è indagato Ciro Grillo, l' ultimogenito del garante dei 5 stelle e della seconda moglie, l' iraniana Parvin Tadjik. Il diciannovenne e tre suoi coetanei sono accusati di violenza di gruppo nei confronti di una studentessa italo-norvegese. Lo stupro si sarebbe consumato nell' appartamento dei Grillo in Costa Smeralda, nel luglio scorso. La notizia dell' inchiesta uscì sui giornali il giorno successivo alla formazione del nuovo governo 5 stelle-Pd e alla conferma al ministero della Giustizia di Alfonso Bonafede, esponente grillino. Il procuratore di Tempio Pausania Gregorio Capasso fu attento a non influenzare l' agenda politica dando pubblicità alle attività d' indagine. Anche perché tra fine agosto e inizio settembre Grillo era molto attivo sui media nel sostenere la nascita del nuovo governo in tempi rapidi, proprio nelle ore in cui i carabinieri bussavano a casa sua per sequestrare al figlio il cellulare. Al momento il procedimento è in una fase di stallo, in attesa del deposito della consulenza tecnica sugli apparati elettronici degli indagati. Il procuratore ha concesso la seconda proroga, il cui termine ultimo e inderogabile è fissato per il prossimo 27 gennaio. Anche la scelta di questa data potrebbe essere stata dettata dalla già citata sensibilità istituzionale degli inquirenti: si discuterà dei contenuti dei telefonini, certamente poco commendevoli, dopo le decisive elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria. Ma torniamo alla causa civile. Lo scontro inizia nel marzo 2016, quando Matteo Renzi è premier e segretario del Pd. Il casus belli sono le dimissioni dell' allora ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Sul blog di Grillo compare un post intitolato «Matteo Renzi e Maria Elena Boschi a casa». L' attacco non è firmato, ma ha un contenuto abrasivo. Subito dopo la pubblicazione il Pd decide di presentare un atto di citazione per diffamazione nei confronti di Grillo, supposto dominus del sito e dei profili Twitter e Facebook collegati. Quasi contemporaneamente Davide Casaleggio annuncia che la comunicazione dei 5 stelle verrà veicolata non più dal blog Beppegrillo.it, ma dal Blog delle stelle. Un anno dopo, nella primavera del 2017, i legali del comico, nella loro memoria difensiva, sostengono che il loro cliente «non è responsabile, quindi non è autore, né gestore, né moderatore, né direttore né titolare del dominio, del blog, né degli account Twitter, né dei tweet e Facebook, non ha alcun potere di direzione e controllo sul blog, né sugli account Twitter e su ciò che viene postato». Adesso Grillo offre il calumet della pace ai suoi vecchi nemici del Pd. Agli altri, anche interni al Movimento, penserà dopo.

Alberto Pinna per il “Corriere della Sera” il 28 Gennaio 2020. Ci vorrà ancora del tempo per chiarire se c' è stata o no violenza di gruppo nella «notte brava» (16 luglio scorso) in Costa Smeralda: il figlio di Beppe Grillo, Ciro, e tre amici, tutti fra i 19 e i 20 anni, di Genova sostengono che la studentessa/modella, loro coetanea, era consenziente. Lei, milanese di madre del Nord Europa, invece ha affermato: mi hanno fatto bere e hanno abusato a turno di me. La verità sta nei 7 smartphone dei giovani, vittima e presunti stupratori, sequestrati dopo che i carabinieri di Milano hanno raccolto la denuncia della studentessa. La Procura della Repubblica di Tempio a settembre aveva ordinato una perizia, ieri scadevano i termini, ma non si sa se il tecnico (fonico e informatico) abbia depositato, se si riservi di farlo fra qualche giorno o se abbia chiesto un'ulteriore proroga, motivata dall'abbondanza e dalla complessità del materiale repertato, di cui fanno parte anche un video «girato» da uno degli amici (Vittorio Lauria, Francesco Corsiglia e Edoardo Capitta) di Ciro Grillo e alcuni sms scambiati con la ragazza nei giorni successivi alla «notte brava». I quattro ragazzi avevano conosciuto la studentessa e una sua amica al Billionaire, poi a notte inoltrata si erano trasferiti a casa di Grillo al Piccolo Pevero, due appartamenti contigui; una delle ragazze, ubriaca, si era profondamente addormentata. L'altra, stordita dall' alcool, ha raccontato di essere stata violentata in una doccia, quindi scaraventata su un letto, infine il mattino successivo accompagnata a un taxi. Finita la vacanza e ritornata a Milano, 10 giorni dopo la violenza, ha raccontato tutto ai genitori ed è andata dai carabinieri. La Procura della Repubblica nei mesi scorsi ha sentito i vicini di casa e la moglie di Beppe Grillo, che stava nell' appartamento attiguo. Parvin Tadijk non avrebbe fornito elementi decisivi: «Dormivo e non ho sentito nulla».

Giacomo Amadori per “la Verità” il 27 giugno 2020. Il procedimento contro Ciro Grillo e tre suoi amici, accusati di violenza sessuale da una ragazza italonorvegese, procede a rilento, anche a causa del Covid-19. A fine agosto, mentre nasceva il nuovo governo, a Grillo junior e ai suoi compagni vennero sequestrati i cellulari. A gennaio il procuratore di Tempio Pausania, Gregorio Capasso, ha ricevuto dal suo consulente la relazione sulle chat e i video contenuti nei telefonini dei ragazzi. Una perizia di cui non è trapelata nemmeno una parola. Ma se Capasso, esponente della corrente moderata di Magistratura indipendente, è stato straordinario nel blindare il procedimento e i contenuti degli smartphone, di cui dopo quasi un anno si sa poco o nulla, il procuratore sardo deve oggi fare i conti con il grande risalto mediatico che sta avendo un altro processo, quello di Luca Palamara, ex potentissimo consigliere del Csm. Infatti nelle carte del procedimento perugino spunta la chat che ha condiviso con Palamara. Il primo messaggio tra i due risale al 31 ottobre 2017, quando Capasso è pm a Latina e l' interlocutore è membro del parlamentino dei giudici. Il procuratore sardo, juventino sfegatato, dà inizio a un insistente «corteggiamento» per convincere il romanista Palamara ad andare a Torino con lui ad assistere alla sfida tra bianconeri e giallorossi del 23 dicembre 2017. Capasso la prima volta scrive dopo una vittoria della squadra capitolina contro il Chelsea: «Caro Luca, stasera, da buon italiano, ho fatto un gran tifo per una bellissima Roma. Chissà magari riuscirò a trascinarti nel mio stadio per vedere assieme "la partita"...». Palamara risponde: «Verrò sempre con grande piacere e ti aspetto presto». Inizia il pressing di Capasso: «Allora mi attivo... partita e cena al ristorante dello Stadium. Tribuna Cento dove saremo ospitati. E vinca il migliore, Var permettendo. Un saluto affettuoso». La Tribuna Cento è il top: ha i posti più centrali e vicini al campo e, come si legge sul sito della Juve, «oltre ad una posizione privilegiata su poltrone di altissimo comfort» mette «a disposizione servizi di catering di altissimo livello in un ristorante esclusivo». Questi posti valgono circa 350 euro l' uno e vengono acquistati dalle aziende che li mettono a disposizione di clienti e personalità. Il 5 novembre Capasso ricorda a Palamara la sua preziosa offerta: «Il 23 dicembre ho due inviti per una grande partita in primissima fila preceduta da un eccellente pranzo al ristorante dello Stadium. Poco prima di Natale [] Ps se vuoi, ma dubito, ho anche due inviti per la fila posizionata proprio dietro la panchina della squadra locale». Praticamente un bagarino. Il tutto in tripudio di emoticon. Palamara: «Grazie. Mi organizzo e ti faccio sapere». Il 6 dicembre il procuratore sardo ripropone la mercanzia: «Caro Luca se sei pronto il 23 ci attende una grande partita. E in una posizione adeguata. Previa cena al ristorante interno». Palamara cincischia: «Grazie Gregorio un abbraccio e ci sentiamo inizio prossima settimana». Arriva l' antivigilia di Natale e Capasso è un tifoso solo: «Caro Luca sto andando a Torino...Attendevo con piacere un tuo cenno, ma mi rendo conto che il 23 dicembre non è agevole spostarsi e soprattutto lasciare a casa moglie e magari figli. Speriamo di organizzarci per una prossima, importante occasione». Il 31 gennaio Palamara gli scrive: «Contento?». Capasso: «Certo che sì Luca. Grazie per il sostegno. Quando vuoi ci vediamo. Per qualunque cosa, partite comprese». Di che cosa parla Palamara? Quel giorno non ci sono state partite, ma il riferimento potrebbe essere alla notizia che compare pochi giorni dopo su un giornale locale: il Tar del Lazio ha annullato il provvedimento relativo alla nomina di procuratore aggiunto di Latina di Carlo Lasperanza, accogliendo il ricorso presentato proprio da Capasso, che aveva partecipato al concorso. Successivamente i due commentano le partite della Roma e la cavalcata Champions dei giallorossi. Il 24 aprile, invece, affrontano per la prima volta il tema delle nomine: «Se riusciamo giovedì plenum!!!» fa sapere Palamara, con riferimento all' incarico da procuratore a Tempio Pausania del collega. «Magari. Ma è stata finalmente approvata in commissione?», replica Capasso. Palamara: «Sì, caro. Proprio ora». Capasso: «Grazie Luca. Non dico altro». Palamara lo solletica: «Questa estate giro in barca». Capasso: «Ovvio. E calcetto...». Palamara il 9 maggio dà la conferma all' amico: «Plenum!!!». Capasso: «Grazie caro Luca ce l' abbiamo fatta. Io spero di festeggiare pure stasera (è prevista Juventus-Milan di Coppa Italia, ndr)». In estate i due si scambiano una serie di messaggi per organizzare una cena in Sardegna. Si ritrovano il 22 agosto e verso le 10 di sera. Palamara gira a Capasso il numero di cellulare del capo di gabinetto del ministro Alfonso Bonafede, Fulvio Baldi, di cui probabilmente hanno parlato tra una portata e l' altra. Il 23 Capasso commenta: «Bella serata caro Luca e piacere di essere stati assieme. Se vuoi andare al Lamante dell' Oasi di Sabaudia fammi sapere». Lamante è il beach club dell' elegante hotel Oasi di Kufra, in provincia di Latina, dove evidentemente Capasso ha i giusti agganci. Il 6 settembre il neoprocuratore si rifà vivo: «Avrei bisogno di una cortesia, se puoi. Domattina dovrei essere a Roma ed avrei urgente bisogno di parlare con la Fabbrini (Barbara, capo dipartimento dell' organizzazione giudiziaria al ministero della Giustizia, ndr) che non conosco personalmente. Se tu la conosci e puoi in qualche modo mettermi in contatto con lei ti sarei grato. [] Se ritieni che sia meglio potrei anche chiamare Baldi ma dovresti comunque anticiparglielo tu». Verso sera Palamara risponde: «Grande Gregorio ti aspetta domani alle 11.15». Capasso: «Grazie caro. Vado e poi ti chiamo per vederci [] riservatamente che se mi beccano». Il 13 settembre Capasso informa Palamara di essere rimasto con un solo sostituto procuratore in organico e di essersi rivolto alle commissioni del Csm competenti: «Vedi un attimo che si può fare» è il suo invito. A fine settembre Palamara sbarca in Sardegna. Il programma prevede giro alla Tavolara, arrampicata e cena con esponenti delle forze dell' ordine. Tra ottobre e novembre i due provano a organizzare un nuovo incontro conviviale sull' isola con Cosimo Ferri, parlamentare renziano ed ex capo della corrente di Mi. L' occasione per la «grande cena», in cui festeggiare l' ammissione di Capasso a un «corso riservato ai dirigenti degli uffici giudiziari» si presenta il 23 novembre. Da quel momento, a giudicare dalla chat, i rapporti si raffreddano e nel 2019 Capasso e Palamara si scambiano un solo messaggio, a tema calcistico.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 15 gennaio 2020. Alla fine, come nei processi per stupro degli anni '60, finirà che a doversi discolpare sarà la vittima. C' è una ragazza che dice di essere stata violentata: ma il rischio è che ora sia lei a dover spiegare perché ha accettato un invito, o perché non ha rifiutato un ultimo bicchiere. E persino perché, qualche giorno dopo i fatti, abbia postato su un social network una immagine in cui appare sorridente. Non è una indagine qualunque, quella dove la presunta vittima rischia di essere torchiata come una indagata. Perché tra i quattro maschi che il 26 luglio, in una caserma milanese dei carabinieri, la ragazza ha deciso di denunciare per violenza carnale c'è un figlio eccellente: Ciro Grillo, figlio di Beppe. E proprio nella villa in Costa Smeralda del fondatore del M5s era avvenuta, dieci giorni prima, la festa finita in sesso: sesso forzato, secondo la ragazza, con Grillo junior e i quattro amici che si danno il turno sopra di lei, rintronata dall'alcol e incapace di difendersi. Ma a quasi sei mesi dalla denuncia, la verità giudiziaria sembra ancora lontana. La Procura di Tempio Pausania, competente per territorio, ha prima promesso «indagini rapide», poi una ulteriore «accelerata». Eppure di una conclusione delle indagini non si parla nemmeno. Ultimo atto istruttorio di cui si sia avuta notizia, l'interrogatorio di Parvin Tadjk, moglie di Beppe Grillo e madre di Ciro, che quella notte era in una dépendance della villa: il 22 ottobre, convocata dal procuratore Gregorio Capasso, la Tadjk pare abbia detto di non essersi accorta di nulla. Ma della lentezza delle indagini la Procura non ha molta colpa. Se tutto procede molto a rilento è perché sotto accusa non ci sono dei peruviani ubriachi ma quattro rampolli della Genova bene, in grado di esercitare pienamente i loro diritti alla difesa. Ciro Grillo e i suoi amici hanno ad assisterli uno staff agguerrito di legali. E hanno un loro supertecnico informatico, il genovese Mattia Epifani, pronto a scendere in campo in uno dei terreni che potrebbero risultare decisivi per l'inchiesta, ovvero l'analisi degli smartphone e dei profili social dei protagonisti. Non solo dei quattro indagati, ma anche della diciannovenne milanese che li ha denunciati. I ragazzi hanno consegnato spontaneamente telefoni e password, ma ora il problema è risalire ai contenuti cancellati. Per questo l' 11 settembre la Procura ha nominato un suo consulente, che ha aperto le memorie alla presenza del perito della difesa, che ha potuto estrarre copia ufficiale dei contenuti. La relazione del consulente dei pm ha impiegato parecchio più del previsto, e fino a ieri Natale non risultava ancora depositata. Ma l'ostacolo principale è quello che rischia di aprirsi subito dopo, quando i contenuti andranno analizzati uno per uno. Se questo dovesse avvenire alla presenza e in contraddittorio con il consulente della difesa l'analisi potrebbe impiegare mesi e mesi. In teoria, avendo a disposizione la copia del materiale, Epifani potrebbe lavorare autonomamente. Ma gli avvocati sembrano (legittimamente) intenzionati a chiedere la sua presenza. Rapporto consensuale o stupro, questo è il nodo da sciogliere. Gli inquirenti hanno già in mano un video girato durante la festa: evidentemente non risolutivo, tanto che vittima e accusati, attraverso i rispettivi legali, ne danno letture opposte. Così nei messaggi e nei post si cerca di ricostruire i rapporti tra i ragazzi genovesi e la milanese prima e soprattutto dopo la notte a villa Grillo. E le difese sarebbero orientate a rinfacciare un selfie in cui, qualche giorno dopo il 16 luglio, la ragazza appare sorridente in compagnia dei genitori. Basterà questo a provare che ha mentito?

Luca Fazzo per “il Giornale” il 21 novembre 2020. Doppio trattamento soft, paragonato agli altri casi di stupro: nessuna richiesta di arresti e indagine durata quasi un anno e mezzo. Ma, alla fine, per Ciro Grillo e i suoi compagni di baldorie in Costa Smeralda arriva la resa dei conti: la Procura di Tempio Pausania ha deciso di chiedere il rinvio a giudizio per violenza carnale di gruppo del figlio dell' ex comico, fondatore del Movimento 5 Stelle, e degli altri tre «bravi ragazzi» che, in una notte di metà luglio del 2019, fecero quel che volevano, a turno, uno dopo l' altro, con una ragazza capitata tra le loro grinfie. L' avviso di fine indagini è stato recapitato nei giorni scorsi, a breve arriverà la richiesta di rinvio a giudizio. Come nei cliché più consunti, i quattro giovani, spalleggiati dai loro avvocati, hanno cercato per tutti questi mesi di rimpallare la colpa sulla vittima, «era lei che ci stava». Consensuale, hanno detto, il primo rapporto con uno del quartetto; e consensuali anche quelli successivi, con il resto del gruppo. Per sostenere questa tesi hanno chiesto e ottenuto che la Procura sequestrasse e analizzasse non solo i loro smartphone ma anche quelli della ragazza, per dimostrare la sua disponibilità sia prima che dopo la notte trascorsa nella villa di Beppe Grillo, dove si sarebbe consumata la violenza di gruppo. Tentativo vano, alla fine. Gli inquirenti si sono convinti che la versione dei «rapporti consenzienti» su cui si erano arroccati gli indagati non trovi nessun appiglio nel materiale esaminato. Fu uno stupro, punto e basta. D' altronde sul profilo social di Ciro Grillo, prima che venisse oscurato, i cronisti del Messaggero scovarono messaggi eloquenti: «Ti stupro, bella bambina, attenta». Il 16 luglio l'aggancio avviene al Billionaire, il locale di Flavio Briatore a Porto Cervo, dove Grillo junior passa la serata con gli amici e dove incontra la ragazza, già conoscente di uno del gruppo. È lì con una amica ed entrambe accettano di proseguire la notte nella grande villa che l'ex comico possiede poco distante. Si beve, tanto. E nel racconto della ragazza quel che accade dopo non è molto dissimile dalle brutalità messe a verbale recentemente dalla vittima di un altro vip, l' imprenditore milanese Alberto Genovese. Rintronata dall' alcol, incapace di reagire, la ragazza viene passata da uno all' altro dei giovani, mentre qualcuno si occupa di filmare tutto con il telefonino. «Non ho sentito niente», dichiarò in ottobre Pavin Tadik, moglie di Grillo, anche lei presente il 16 luglio nella villa di famiglia. La ragazza tornò a Milano e, come spesso accade, impiegò alcuni giorni a trovare la forza di presentare denuncia alla stazione Duomo dei carabinieri. Dopo i primi accertamenti, il fascicolo venne trasmesso per competenza alla Procura di Tempio Pausania, che ora tira le fila decidendo di portare i quattro sul banco degli imputati. Resta il tema dei tempi lunghi dell' indagine, che già a gennaio aveva spinto il Giornale a denunciare «Quell' inchiesta lumaca sulle accuse di stupro al rampollo di Grillo». Non è chiarissimo come sia stato possibile che per interrogare l'unica possibile testimone, la moglie di Beppe Grillo, anche lei presente nella villa quella notte, siano passati quasi due mesi dopo la presentazione della denuncia; e non è chiaro neanche perché l' analisi dei tabulati e delle memorie dei telefoni abbia impiegato quasi un anno. Nel frattempo la ragazza, una studentessa milanese di origine svedese, ha scelto di essere difesa da Giulia Bongiorno, la senatrice leghista che della difesa delle vittime di stupro ha fatto una sua battaglia.

Giacomo Amadori Fabio Amendolara per “la Verità” il 22 novembre 2020. Con il deposito degli atti del processo di Tempio Pausania contro Ciro Grillo e tre suoi amici (Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria) il clima politico rischia di surriscaldarsi. Sino al nostro scoop di ieri nessuno (o quasi nessuno) in Parlamento sapeva che cosa contenesse davvero il fascicolo giudiziario per violenza sessuale di gruppo aggravata dall' uso di sostanze alcoliche, un processo che sembrava avanzare a tempo di lumaca verso un binario morto. Tanto che molti, nel governo giallorosso, stavano tirando un sospiro di sollievo. Ma adesso è arrivata la bomba. Nell' avviso di chiusura delle indagini viene ricostruita la terribile notte di S. J. e R. M., le due amiche finite nelle grinfie del branco dopo una serata ad alto tasso alcolico. Ma, anche se non si parla di video, si fa riferimento a una compromettentissima foto che ha come protagonista proprio Ciro: «In particolare Grillo, alla presenza di Capitta che scattava fotografie per immortalarlo e di Lauria, appoggiava i propri genitali sul capo di R. M., la quale, in stato di incoscienza perché addormentata, era costretta a subire tale atto sessuale» hanno scritto il procuratore Gregorio Capasso e la pm Laura Bassani. Uno scatto che è stato depositato e che è adesso nella disponibilità delle parti. Ma quell'immagine brutale del maschio dominante che estrae lo scettro della sua virilità e lo poggia come atto di sottomissione sulla testa di una giovane svenuta sarà difficile da far digerire a un elettorato fortemente legalitario. Ma soprattutto il padre di tanto virgulto come affronterà il procedimento giudiziario? Attaccherà i pm come un Renzi qualsiasi? Scaricherà il figlio? Lo difenderà a dispetto di tutto, anche di fronte a quella foto ipermaschilista di un giovanotto già capace di scrivere su Internet «ti stupro bella bambina»? Certo la vicenda nei prossimi mesi non potrà non influire sugli equilibri dei 5 stelle, già lacerati dai conflitti interni. Quel che è certo è che il processo sardo è una mina su cui stanno danzando in molti, a partire dai magistrati (basti ricordare che il Guardasigilli Alfonso Bonafede è un fedelissimo di Grillo) che in tutta questa storia stanno evitando ogni esposizione mediatica o diffusione di atti giudiziari, cosa rarissima in casi come questo. Nei mesi scorsi avevamo sottolineato la lentezza delle indagini e c'era chi parlava di archiviazione annunciata. Il tempo medio trascorso tra l'iscrizione nel registro delle notizie di reato e il rinvio a giudizio o l'archiviazione è stato stimato, dalla Direzione generale di statistica del ministero della Giustizia, in 216 giorni per il delitto di atti persecutori e in quasi 400 per quelli di violenza sessuale e maltrattamenti. In questo caso le indagini sono state chiuse 493 giorni dopo il fatto, ma per l'eventuale rinvio a giudizio si potrebbe arrivare ben oltre i 600, cioè un terzo in più della media. Qualcuno potrebbe obiettare che in mezzo c'è stato il lockdown. Tempi a parte, sarà difficile per gli indagati mettere tutto a tacere o comprare il silenzio delle famiglie delle vittime. Infatti i giovanotti avrebbero abusato di ragazze con alle spalle famiglie dai moltissimi mezzi. Il padre di S. J. gestisce un fondo, la madre è una manager, il babbo di R. M. è un importante banchiere che ha ricoperto incarichi apicali anche in istituti americani e svizzeri. I papà sono due finanzieri di livello internazionale (le figlie sono nate a Bruxelles e a Londra) e le loro ragazze si sono conosciute in uno dei più esclusivi licei di Milano. Entrambe le famiglie hanno scelto il massimo riserbo, che non va scambiato per arrendevolezza. Anzi. I genitori di S. J., quando hanno visto che il procedimento andava a rilento, hanno ingaggiato l'avvocato Giulia Bongiorno, uno dei legali più quotati d'Italia. Un messaggio chiaro ai magistrati, ma anche alla famiglia Grillo. A ingaggiare la Bongiorno è stato T. J., norvegese di origine e milanese di adozione. L'uomo, dai toni pacatissimi, è però molto deciso. «Tutte le altre istituzioni sono state più che veloci, più che competenti, più che lodevoli e dal nostro punto di vista i tempi si sono allungati nel processo, e si può dire che è sempre così in Italia e in alcuni altri Paesi. Uno può archiviare questa sensazione di lentezza nella scatola c e dire che il sistema è lento in ogni processo [] il sistema è quello che è, dobbiamo essere fiduciosi che produca quello che deve produrre e alla fine porti a una giustizia imparziale rispetto a tutto. La sola influenza che abbiamo noi è di scegliere una persona che può ben rappresentare nostra figlia []Noi ovviamente speriamo che nel nostro caso si vada a processo e che tutto proceda secondo giustizia». Gli abbiamo ricordato che in Italia c'è una legge, il cosiddetto codice rosso che dovrebbe accelerare, questo tipo di procedimenti: «Un anno fa, mi ricordo bene, la notizia aveva creato un po' di speranza per un processo veloce». Una scorciatoia che non sembra aver funzionato in questo caso. Quando qualche settimana fa avevamo chiesto a T. J. se non ci fossero prove evidenti di costrizioni nei confronti della sua ragazza aveva sorriso amaro: «Penso che non dovrei commentare il caso perché è il patto con il nostro avvocato. Ho parlato già troppo, vero?». Gli riferimmo che ci sembrava stano che un cittadino italiano medio, nei suoi panni, si sarebbe lamentato della giustizia italiana e del peso politico della controparte. Risposta: «Io sono sicuramente uguale, ma ho tanto rispetto di quelli che abbiamo incontrato e che hanno mostrato grande impegno, aiutandoci in ogni fase, dal pronto soccorso ai carabinieri». Si capisce che non si fida sino in fondo del nostro sistema giudiziario e ricorda che nella finanza non amano firmare contratti soggetti alla giurisdizione dei tribunali italiani. Ma alla fine il suo unico pensiero è per sua figlia: «Io sono il padre che deve stare vicino alla figlia e basta [] purtroppo una ferita fisica, un virus può passare, ma i danni che fanno le persone, questi trasgressori, non vanno via facilmente». Così T.J.. E l' altro papà, P.M., il banchiere? E ancora più defilato. A quanto ci risulta non avrebbe preso un avvocato, né al momento sarebbe intenzionato a costituirsi parte civile nonostante gli sia stato recapitato l'avviso di chiusura indagini in cui la figlia è stata considerata vittima di abusi. Grillo, che in questo periodo non si mostra molto in giro, non ha smesso di essere attivo sui social anche quando, forse, aveva già ricevuto l'avviso di chiusura delle indagini, firmato il 6 novembre dai pm. L'Elevato potrebbe aver ricevuto la notifica già quel giorno. Il 9 su Facebook ha pubblicato un post su come il codice postale plasmi profondamente il destino di chi vive nelle grandi città. E nei giorni a seguire ha parlato di digitale e di riserve indiane. Il 15 ha postato una frase di Italo Calvino: «Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall' alto, non avere macigni sul cuore». E passando per vari commenti ecologisti, è arrivato a ieri discettando di riconversione dei «sistemi produttivi nazionali verso la neutralità climatica». Come se nulla fosse accaduto.

Pietro Senaldi per “Libero quotidiano” il 22 novembre 2020. La vendetta è un piatto che si consuma freddo. Basta avere pazienza e l' occasione si presenta quasi inevitabilmente, dietro uno dei tanti tornanti della vita. Da che Salvini ha piantato in asso M5S, non è passato giorno senza che i grillini attingessero al loro ricco serbatoio di contumelie e aggressività repressa per insultare la Lega, diventata - anzi, tornata a essere - nella narrazione dei cinquestelle, «neofascissta», «pericolosa», «inaffidabile», «antitaliana». La notizia è che a tappare la bocca a Beppe Grillo sarà con ogni probabilità Giulia Bongiorno, l' avvocato che Salvini ha candidato al Senato e che il leader leghista si è scelto per difenderlo dall' accusa di essere un sequestratore seriale nei processi che ha in giro per la Sicilia da che si è opposto da ministro agli sbarchi dei clandestini dalle navi delle organizzazioni umanitarie. La celebre penalista, paladina delle donne abusate, a sostegno delle quali nel 2007 ha creato con Michelle Hunziker la fondazione Doppia Difesa, ha infatti assunto la tutela di una delle due ragazze che, con le loro denunce, hanno portato alla sbarra Ciro Grillo, il figlio del comico intristito, accusato di stupro in complicità con tre suoi compagni di merende. La vicenda è nota. Quando svacanzava un paio d' estati fa nei possedimenti paterni in Costa Smeralda, il grillino di nome e di sangue ha agganciato due ragazze al Billionaire di Briatore e le ha portate in villa. Ne sarebbe seguita una notte di alcol e abusi, mentre nell' appartamento a fianco, mamma Parvin, moglie del fondatore di M5S, dormiva senza accorgersi di nulla. La denuncia giace in tribunale da un anno e mezzo. I maligni sostenevano che la lunghezza delle indagini non fosse dovuta ai tempi biblici della giustizia. Si insinuava che l' inchiesta staganasse dolosamente, una spada di Damocle in grado di condizionare il comico e indurlo a sostenere il rapporto incestuoso di governo tra M5S e Pd, che guarda caso data poco dopo il fattaccio denunciato, il quale coincide perfettamente con la svolta europeista di M5S, momento fondamentale della rottura del governo gialloverde. Fatto sta che la manfrina ha inquietato i genitori di una delle due ragazze, i quali hanno pensato di cambiare avvocato e far rappresentare la figlia dalla Bongiorno. Quando si dice «basta il nome», l' indagine ha avuto un' immediata accelerazione e sembrerebbe che il rinvio a giudizio di baby Grillo e amici sia imminente, con tanto di immagini tratte dai telefonini dei ragazzi che ne documenterebbero le gesta erotiche e poco cavalleresche. La dovuta premessa è che nessuno è colpevole fino al terzo grado di giudizio e che ci auguriamo che Ciro figlio di papà sia vittima di una di quelle campagne di fango e screditamento personale di cui i cinquestelle sono maestri, benché ci sembri improbabile che l' avvocato Bongiorno si imbarchi in una causa temeraria, per di più gravata di inevitabili ricaschi e polemiche politiche. Detto questo, è evidente che l' apertura del processo rischia di segnare la fine della parabola del fondatore di M5S, e forse dello stesso Movimento. Con il padre condannato per triplice omicidio (colposo), tra cui quello di un bambino di nove anni, e il figlio alla sbarra con accuse non troppo diverse da quelle per le quali a Milano è in carcere il milionario fondatore di Facile.it, Alberto Genovese, la famiglia Grillo rischia di avere una fedina penale tra le meno edificanti del Paese. A quel punto stonerebbero non poco le battute e le intemerate del comico guru contro politici e cittadini o le accusa Forza Italia di essere «letame», a Salvini di essere «razzista, ladro e puzzone», a Renzi di essere «ebetino, ballista, schifoso e pauroso come una scrofa», ai dem di essere «morti che non hanno mai lavorato». Se le colpe dei figli non devono ricadere sui padri, non possono evitare però di danneggiarne l' immagine pubblica, specie se il genitore si atteggia a e moralizzatore. Non c' è da illudersi che la vicenda, qualunque piega giudiziaria dovesse prendere, abbia ripercussioni sul governo. Conte ed M5S sono impermeabili a tutto. Non si sono fatti scomporre dalla sottovalutazione della seconda ondata di Covid, dai posti mancanti in rianimazione, dai banchi a rotelle, dall'Europa che non ci dà i soldi che ci avevano promesso per mesi, dal fallimento dell' app Immuni, dagli immigrati che oggi muoiono in mare e ai tempi di Salvini no, dalla Cina che ci accusa di aver messo in giro noi il virus, dal processo al suocero di Conte per non aver pagato le tasse, dalla Libia che ci rapisce i pescatori in mare, dalla ludopatia del fidanzato del portavoce di Palazzo Chigi che si giocava il sussidio in borsa, dal reddito di cittadinanza a mafiosi e ricchi risparmiatori e da molto altro. Come si può pensare che un' eventuale accusa di stupro al figlio del fondatore di M5S imbarazzi il Guardasigilli Bonafede o sposti di un centimetro gli equilibri del potere? Servirebbero un po' di autocritica e dignità, merce rara al mercato della politica.

Estratto dell’articolo di Paolo G. Brera per “la Repubblica” il 24 novembre 2020. Sono pesanti come macigni le prove raccolte dal procuratore di Tempio Pausania e dalla sua pm contro Ciro Grillo e i suoi tre amici: la tesi difensiva continua al momento a essere il sesso consenziente, ma dalle memorie dei telefonini sequestrati ai quattro giovani e depositate agli atti dai magistrati emergono particolari agghiaccianti, e un quadro d'insieme sempre più rivoltante. Non ci sono solo le parole della ragazza italo-norvegese che ha detto e ribadito di essere stata violentata da tutti e quattro i giovani, ma anche un' immagine eloquente che ritrae proprio il padrone di casa, Ciro Grillo, mentre oltraggia la sua amica profondamente addormentata dopo essersi ubriacata. […] […] È evidente che la procura non condivide neanche una sillaba della tesi secondo cui la notte folle in Costa Smeralda sarebbe stata una notte di sesso volontario […] Secondo i magistrati inquirenti, il 17 luglio 2019 in uno dei villini affacciati su buca 9 del Pevero Golf, entrambi di proprietà del fondatore del M5S, «mediante violenza, costringevano e comunque inducevano la ragazza, abusando delle sue condizioni di inferiorità fisica e psichica dovuta all' assunzione di alcol, a subire e compiere atti di natura sessuale». È un'aggravante, sul piano processuale. Tutto sarebbe cominciato con un tentativo da parte di Francesco Corsiglia di completare la serata […] con un assalto sessuale a una delle due ragazze, convinta a seguirlo in camera con la scusa di prendere le coperte. L'assalto fallisce, ma lui la bracca in un'altra stanza senza porte dove la violenta mentre gli amici «entravano e uscivano ridendo tra loro e ostruendole il passaggio quando, divincolatasi, la ragazza tentava di allontanarsi». Per lei, l'incubo non era affatto finito lì: a mattina fatta gli altri tre ragazzi «la forzavano a bere vodka, afferrandola per i capelli la costringevano e comunque la inducevano a compiere e subire ripetuti atti sessuali con ciascuno di loro». E non contenti, non ancora soddisfatti, se la sono presa anche con l'amica, precipitata in un sonno conciliato dall' alcol […]

"FU VIOLENZA DI GRUPPO" IL FIGLIO DI BEPPE GRILLO VERSO IL RINVIO A GIUDIZIO. Estratto di Paolo G. Brera per “la Repubblica” il 20 novembre 2020. […] per la procura di Tempio Pausania non fu affatto «sesso consenziente », come sostengono da più di un anno il figlio di Beppe Grillo e i suoi tre amici. Per quella notte sciagurata in Costa Smeralda, tra vodka e glamour al Billionaire e il letto del suo villino al Pevero, il procuratore Gregorio Capasso ha chiuso le indagini e chiederà il rinvio a giudizio. Sedici mesi di indagini non gli hanno fatto cambiare idea: resta intatta l'accusa di «violenza sessuale di gruppo» per Ciro Grillo, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria, i quattro rampolli in vacanza della Genova bene accusati di avere stuprato una studentessa 19enne dandosi il turno per tutta notte. […] Adesso il dado è tratto: dopo un'inchiesta lunghissima che aveva fatto arricciare il naso ai giornali vicini al centrodestra che presagivano l'insabbiamento e l'archiviazione ( "Quell'inchiesta lumaca sulle accuse di stupro al rampollo di Grillo", titolava il Giornale a gennaio), la procura ha inviato la notifica alle difese mettendo a disposizione il materiale agli atti. È il frutto di un complesso lavoro tecnologico sulle memorie dei telefonini di vittima e indagati - tra immagini e audio, messaggi e tabulati - ma anche su acquisizioni tradizionali con diverse testimonianze. […] Tra un paio di settimane spetterà al gup decidere se rinviare a giudizio, come vuole la procura, o archiviare come sperano le difese. […]

Alessandro Fulloni e Alberto Pinna per il “Corriere della Sera” il 20 novembre 2020. La procura di Tempio Pausania ha chiuso le indagini sulla presunta violenza sessuale che lo scorso 16 luglio vide vittima una studentessa diciannovenne di Milano. Quattro gli accusati e per loro il reato contestato è la violenza sessuale in concorso. Si tratta di un gruppo di amici ventenni, tutti di Genova, tra cui Ciro Grillo, figlio di Beppe, il comico fondatore del Movimento 5 Stelle. Gli altri sono Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. Il 16 luglio, dopo una serata al Billionaire di Porto Cervo, il quartetto di giovani invitò la studentessa e una sua amica in uno dei due appartamenti che la famiglia Grillo possiede al Piccolo Pevero. «Mi hanno fatto bere per abusare di me... Mi ha violentato uno, poi a turno gli altri tre» raccontò la ragazza ai genitori - assistititi poi dall'avvocato Giulia Bongiorno, ex ministra della Pa nel governo Conte I - dopo essere rientrata dalla vacanza. Dopo la denuncia ai carabinieri di Milano, il 26 luglio, l'indagine è scattata con il sequestro dei cellulari e l'esame delle chat e del video con cui uno dei giovani filmò ciò che accadde all'alba del 16 luglio. L'universitaria «era consenziente» è stata da subito la difesa di Grillo (assistito da Enrico Grillo, nipote di Beppe), Corsiglia (difeso da Romano Raimondo e Gennaro Velle), Lauria (Paolo Costa) e Capitta (Ernesto Monteverde). Dagli avvocati della difesa non filtra nulla, salvo la difficoltà, dovuta all'emergenza Covid, di raccogliere tutti gli atti istruttori. Perciò è stato chiesto un differimento del deposito fissato a 20 giorni. Terminato l'esame dei cellulari da parte dei periti - una per la Procura, uno per i difensori e uno per la parte lesa - il procuratore di Tempio Pausania Gregorio Capasso è tornato a sentire l'universitaria che ha confermato il racconto già dato ai carabinieri: lei disse no alla richiesta di un rapporto da parte di un primo ragazzo e venne stuprata. Dopo, gli altri fecero lo stesso. A ottobre venne interrogata anche Parvin Tadjik, la moglie di Beppe Grillo, che la notte del 16 luglio dormiva nell'appartamento accanto a quello in cui si trovavano i quattro ragazzi con le due amiche. Ma la compagna del comico non avrebbe udito nulla.

Il figlio di Beppe Grillo verso il rinvio a giudizio per violenza di gruppo. La procura di Tempio Pausania ha chiuso le indagini. Si va verso il rinvio a giudizio per la vicenda che ha coinvolto, tra gli altri, il figlio di Beppe Grillo. Federico Giuliani Venerdì 20/11/2020 su Il Giornale. Spetterà al Gup, tra un paio di settimane, decidere se rinviare a giudizio Ciro Grillo, figlio di Beppe Grillo, ex comico e fondatore del Movimento 5 Stelle, e i suoi tre amici, tutti accusati di presunta violenza sessuale di gruppo nei confronti di una studentessa 19enne, come vuole la procura, oppure archiviare il caso, come sperano invece le difese dei ragazzi. Certo è che la procura di Tempio Pausania ha chiuso le indagini sulla vicenda risalente all'estate del 2019, una presunta violenza sessuale ai danni di una ragazza di Milano per la quale sono accusati quattro giovani con il reato contestato di violenza sessuale in concorso. Tra questi, spicca il nome del figlio di Grillo.

Verso il rinvio a giudizio. La 19enne sostiene di essere stata abusata e violentata, a turno, dai ragazzi. Che dal canto loro parlano di "sesso consenziente". Secondo quanto riportato da Repubblica, il procuratore Gregorio Capasso ha terminato le indagini e chiederà il rinvio a giudizio. L'analisi del caso è durata 16 mesi, i quali non sono bastati a togliere dal tavolo l'accusa di violenza sessuale di gruppo per Grillo e i suoi tre amici. Nelle ultime settimane, ha sottolineato ancora il quotidiano, la ragazza è stata nuovamente ascoltata dagli inquirenti. In quelle occasioni avrebbe fornito gli ultimi tasselli necessari a ricomporre un puzzle delicatissimo, sia per la natura del reato che per le possibili implicazioni politiche. La procura ha inviato la notifica alle difese e messo a disposizione il materiale agli atti. Materiale formato da trascrizioni, documenti e immagini, frutto di un complicato lavoro tecnologico sulle memorie dei telefoni di vittima e indagati, oltre a varie altre testimonianze. Una volta esaminati i cellulari, il procuratore Capasso ha nuovamente sentito l'universitaria, la quale ha confermato il racconto fornito ai carabinieri. Avrebbe rifiutato di avere un rapporto con un primo ragazzo e sarebbe stata stuprata; in seguito anche gli altri giovani avrebbero abusato di lei.

Un mosaico complesso. La vicenda, come detto, è tanto complessa quanto delicata. Nella notte del 16 luglio 2019 quattro giovani, tra cui Ciro Grillo, stavano passando una serata al Billionaire, in Sardegna. Sarebbero quindi usciti dal locale assieme a due studentesse che avevano accettato di terminare la serata nella villa di Grillo. Che cosa è successo a quel punto? Le versioni discordano. Una delle amiche si addormenta. La ragazza rimasta sveglia sostiene di essere stata costretta ad avere un rapporto con uno dei giovani – con il quale si era appartata - e di essere stata violentata, fino al mattino, dagli altri tre. Dal canto loro i ragazzi ammettono il sesso gruppo ma sostengono che la 19enne fosse consenziente e consapevole. Tanto è vero – aggiungono – che dopo il primo rapporto i due giovani sarebbero andati, insieme, ad acquistare le sigarette, e che al ritorno lei avrebbe avuto rapporti consenzienti con gli altri due. Spetterà alla giustizia fare chiarezza sull'intera vicenda.

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “la Verità” il 24 novembre 2020. (…)  Ciro Grillo, il figlio ventenne del fondatore dei Movimento 5 stelle Beppe (…) rischia, insieme con tre suoi coetanei, un processo per violenza sessuale di gruppo e per questo aggravata. Sono infatti terminate le investigazioni del procuratore di Tempio Pausania Gregorio Capasso e della pm Laura Bassani per il presunto stupro e altri abusi perpetrati da Grillo junior, Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria ai danni di due coetanee, S. J. e R. M.. L'avviso di chiusura delle indagini inviato lo scorso 6 novembre ai quattro e ai loro avvocati contiene una grande sorpresa. La vittima dei giovani non è stata considerata solo S. J., ventenne italo-norvegese, ma anche l' amica R. M.. L' inchiesta ha clamorosamente smentito la linea difensiva dei legali che vorrebbero far passare l' idea di due ragazze disponibili, alla fine di una serata di bisboccia, a concedersi una gang bang. Ma forse queste due giovani, studiose e cresciute in solidi contesti famigliari, non sono inquadrabili in facili stereotipi estivi. (…) Leggendo le due paginette con le contestazioni appare abbastanza evidente che gli inquirenti nei cellulari dei quattro ragazzi genovesi abbiano trovato le prove di una nottata di inaudita brutalità. Adesso uno dei quattro eredi del comico genovese e i suoi amici sono accusati di violenza sessuale aggravata dall' essere di gruppo. Nel primo capo d'imputazione sono tutti accusati perché in concorso tra loro, la notte del 17 luglio 2019, «riuniti presso l' abitazione a loro in uso, sita in Cala di Volpe di Arzachena, partecipavano ad atti di violenza sessuale in danno di S. J.». L' appartamento citato è di proprietà della famiglia Grillo e si trova in un esclusivo golf club. La notte dello stupro sotto quel tetto dormiva anche la mamma di Ciro, Parvin Tadjik. La quale non avrebbe sentito nulla. Ma continuiamo a leggere: «Mediante violenza, costringevano e comunque inducevano S. J., abusando delle sue condizioni di inferiorità fisica e psichica dovuta all' assunzione di alcol, a subire e compiere atti di natura sessuale». A questo punto inizia la descrizione dettagliata dell' orrore. Corsiglia, dopo aver chiesto alla studentessa milanese di accompagnarlo in una stanza da letto per prendere delle coperte «la afferrava per le braccia, la scaraventava sul letto e la baciava in bocca». Era solo l' inizio: «Continuava poi la condotta violenta nel tentativo d avere un rapporto sessuale, mettendosi nuovamente sopra di lei e allargandole le gambe, ma S. J. riusciva a divincolarsi e a uscire dalla stanza». L'incubo, però, era destinato a continuare. «Corsiglia si infilava nel letto di un' altra stanza priva di porta, in cui la J. si era coricata, la afferrava per i capelli spingendola sotto la coperta e tirandola su di sé, la costringeva a subire un rapporto orale; poi la girava mettendola in posizione supina e sdraiata, e, dopo averle abbassato anche l' intimo, la costringeva a un rapporto vaginale». E nel frattempo, secondo gli inquirenti, che cosa stavano facendo gli altri indagati? «Entravano e uscivano dalla stanza ridendo tra loro e ostruendo il passaggio alla J., quando, divincolatasi, la ragazza tentava di allontanarsi, consentendo in tal modo a Corsiglia di raggiungerla nuovamente, di afferrarla e spingerla nel box doccia del bagno, dove la costringeva a subire un ulteriore rapporto vaginale» mentre i compagni di scorribanda, rimasti fuori, «commentavano tra loro». Successivamente, quando oramai si era fatto giorno ed erano circa le 9 del mattino, Grillo, Capitta e Lauria sarebbero andati a caccia della loro parte, probabilmente ispirati dai video dei siti pornografici della categoria «rough sex», il sesso violento. In questo caso per nulla consensuale: «La forzavano a bere della vodka, afferrandola per i capelli e tirandole indietro la testa» e «la costringevano e comunque la inducevano a compiere e subire ripetuti atti sessuali e segnatamente la masturbazione dei propri organi digitali e ripetuti rapporti orali e vaginali, contestualmente e con ciascuno di loro». Anche in questo caso gli indagati avrebbero approfittato «delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della J., la quale era reduce da un' intera notte insonne trascorsa in discoteca, dalle violenze sopra descritte ed aveva comunque ingerito una consistente quantità di vodka». Per questo gli inquirenti contestano l' aggravante dell' utilizzo di sostanze alcoliche. Ma la notte brava di Grillo, Capitta e Lauria non è finita qui. Infatti i tre «partecipavano anche ad atti di violenza perpetrati in danno dell' amica di J., R. M.». E in questo frangente il figlio del comico genovese si sarebbe distinto: «In particolare Grillo, alla presenza di Capitta che scattava fotografie per immortalarlo e di Lauria, appoggiava i propri genitali sul capo di R. M., la quale, in stato di incoscienza perché addormentata, era costretta a subire tale atto sessuale». Per poter muovere questa accusa i magistrati avranno trovato sui cellulari l' immagine di Ciro che troneggia sulla preda umiliata, come il cacciatore che si fa immortalare con il piede sulla selvaggina priva di sensi. Adesso i difensori, tra cui Enrico Grillo, nipote di Beppe, avranno una ventina di giorni di tempo per depositare memorie e per far ascoltare i loro assistiti. Il passo successivo, salvo clamorosi colpi di scena, sarà la richiesta di rinvio a giudizio per i quattro indagati da parte della Procura.

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 25 novembre 2020. Quella sciagurata notte, a Porto Cervo, fu senza freni. C' era chi beveva senza limite, chi abusava, chi fotografava gli abusi e chi li filmava, per poi scambiarsi i ruoli. E c' erano loro, le due ragazze, studentesse figlie dell' alta borghesia milanese, rimorchiate al Billionaire dai quattro amici e finite a casa di uno di loro, Ciro, il figlio ventenne di Beppe Grillo. Quattro ragazzi, molta vodka e un party da chiudere con un chiaro obiettivo: sesso. Nessuno nega che il finale sia stato quello ma il punto è un altro: le ragazze erano consenzienti, come sostengono i quattro amici, o c' è stata violenza, come ha denunciato una delle due? La Procura di Tempio Pausania, che ha chiuso le indagini su questa delicata vicenda che risale al 17 luglio dello scorso anno, giudica credibile la ragazza e dunque considera le studentesse vittime di violenza sessuale. E carica l'accusa con due aggravanti: quella di averla commessa con l'uso di «sostanze alcoliche» e in gruppo. Cioè, gli inquirenti ritengono che i ragazzi abbiano prima ubriacato le studentesse e poi approfittato dello stato di torpore e semincoscienza in cui erano piombate. I quattro «costringevano e comunque inducevano S., abusando delle sue condizioni di inferiorità fisica e psichica dovuta all' alcol, a subire e compiere atti sessuali», scrive il pm Laura Bassani nel documento di chiusura delle indagini. Insomma, S. non era più in sé e loro l'avrebbero stuprata. Conclusione alla quale gli inquirenti sono giunti dopo aver analizzato i telefonini dei quattro giovani, tutti ventenni genovesi di buona famiglia, nei quali sono stati trovati video e foto che confermerebbero la versione data dalla ragazza: «Ero completamente ubriaca, hanno continuato a farmi bere anche dopo l' uscita dalla discoteca». Dopo aver esaminato le immagini i magistrati hanno così stabilito che Ciro e i suoi amici l' hanno obbligata «a bere della vodka tenendola per i capelli e costringendola ad avere rapporti sessuali». C'è un video di quella notte considerato più significativo degli altri perché riprenderebbe la violenza di gruppo. È stato girato dagli stessi ragazzi mentre si alternavano con S. Per la Procura è un forte indizio. Per la difesa, il contrario, si tratterebbe della dimostrazione che il quartetto non aveva nulla da nascondere, essendo la ragazza consenziente. La Procura ha ricostruito la sequenza dei fatti: uno degli amici di Grillo, Francesco Corsiglia, getta sul letto S., la bacia, cerca un rapporto, lei si libera ed esce dalla stanza. Il giovane la insegue, la blocca e la costringe a un primo rapporto. Mentre gli altri ridono, lui la insegue, la raggiunge e la spinge nel box doccia, «dove la costringe a un altro rapporto»". Dal documento dell' accusa emerge una notte da incubo. L'amica, dopo la sbornia, era invece caduta in un sonno profondo. E qui spunta Ciro che viene immortalato da uno scatto osceno con la ragazza. Gli inquirenti considerano la foto una prova importante dell' abuso e lo sarebbe più dei video perché l' immagine si presta a poche interpretazioni. Come si difendono i ragazzi? «Rapporti consenzienti», hanno ripetuto in questi mesi. «Nessun commento», è oggi il refrain dei loro legali. Temono la strumentalizzazione politica della vicenda, che potrebbe ripercuotersi su Beppe Grillo e sul Movimento Cinque Stelle. Defilata è rimasta anche l' avvocata della ragazza, Giulia Bongiorno: «Non parlo». È uno dei rari casi giudiziari italiani di silenzio assoluto delle parti in causa.

Niccolò Zancan per “la Stampa” il 25 novembre 2020. Il padre sta su balcone, all' ora del tramonto, a guardare il mare: «Non parlo, grazie, andate a fare domande a quello che abita qui a fianco». Il figlio va a correre ogni giorno lungo la strada panoramica, che da Sant' Ilario scende a Nervi. Ha compiuto vent' anni. Si è iscritto a Giurisprudenza, come il fratello maggiore. E tutti insieme adesso a casa Grillo, dietro questa cancellata con la targa in ottone con sopra scritto «Ambasciata italiana Liberland», aspettano in silenzio gli sviluppi di un' inchiesta che fa paura. La procura di Tempio Pausania ha chiuso le indagini per la presunta violenza sessuale avvenuta la notte del 17 luglio 2019 in un' altra casa del fondatore del Movimento 5 Stelle. È la proprietà composta da due appartamenti contigui - 80 metri quadrati l' uno - in un golf club di Cala di Volpe, in Costa Smeralda, Sardegna. Quella notte, in uno degli appartamenti c' erano quattro amici di Genova e due ragazze. C' erano Ciro Grillo, figlio minore di Beppe Grillo, con Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria. Durante una serata a base di vodka alla discoteca Billionaire, avevano conosciuto due ragazze di Milano e le avevano invitate per una spaghettata proprio a casa di Ciro Grillo. La ricostruzione di quella notte, fatta dall' accusa, adesso è agli atti. «I quattro costringevano e comunque inducevano X, abusando delle sue condizioni di inferiorità fisica e psichica dovuta all' alcol, a subire e compiere atti sessuali». «Entravano e uscivano dalla stanza ridendo tra loro e ostruendo il passaggio a Y, quando, divincolatasi, la ragazza tentava di allontanarsi, consentendo in tal modo a Corsiglia di raggiungerla nuovamente, di afferrarla e spingerla nel box doccia del bagno, dove la costringeva a subire un ulteriore rapporto». «La forzavano a bere della vodka, afferrandola per i capelli e tirandole indietro la testa e la costringevano e comunque la inducevano a compiere e subire ripetuti atti sessuali». La procura ha sequestrato alcuni video nei telefoni dei quattro amici. In uno di questi, Ciro Grillo compie un atto sessuale su una ragazza sfinita dall' alcol, inerte, addormentata. Non è stata una notte di sesso consenziente, come subito aveva cercato di sostenere la difesa, appena la notizia della denuncia era diventata pubblica. Le immagini sequestrate nei telefoni dei quattro amici, secondo la procura, dimostrerebbero il contrario: è stata una notte da incubo. La moglie di Beppe Grillo, Parvin Tadjk, madre di Ciro Grillo, era stata sentita come testimone. Perché la notte del 17 luglio 2019 dormiva nell' appartamento a fianco. Gli investigatori hanno fatto delle perizie acustiche per stabilire se fosse possibile sentire qualcosa di quanto stava accadendo. Ma l' ipotesi di reato adesso è violenza di gruppo aggravata dall' uso di sostanze alcoliche. L' alcol, cioè, sarebbe stato usato per stordire le vittime. L' avvocato incaricato della famiglia Grillo si chiama Enrico Grillo: è lo zio del ragazzo. Non risponde ai giornalisti e non ha mai rilasciato dichiarazioni su questo caso. Degli altri legali che seguono la difesa, accetta di scambiare qualche parola solo l' avvocato Gennaro Vella: «Non possiamo fare un processo di questo tipo sulla stampa. Non diciamo alcunché, se non che contestiamo ogni addebito. Ci difenderemo nelle sedi opportune». Anche l' avvocatessa Giulia Bongiorno, che assiste una delle due vittime, non rilascia dichiarazioni: «Mi hanno cercato in tanti. Anche direttori di giornali. Ma credo che questo sia un processo in una fase troppo precoce. Può darsi che verranno tempi diversi, ma per ora manteniamo un impegno di riservatezza». I quattro ragazzi accusati di stupro si sono cancellati da Instagram: non restano immagini di quell' estate in Sardegna. Ma alcune frasi pubblicate precedentemente sui social da Ciro Grillo circolano ancora nel web e sono, anch' esse, agli atti dell' inchiesta. «La tua bitch mi chiama». «Ti stupro bella bambina attenta». Qui sulla collina di San' Ilario lo vedono passare quasi ogni giorno. «Corre, fa esercizi, tiene molto alla forma fisica. È un ragazzo schivo, non si ferma a parlare». Poche inchieste giudiziarie sono state accompagnate da un silenzio così ostinato e condiviso dalle parti. Nulla a che vedere, per esempio, con il caso di stupro a «Terrazza Sentimento» nel centro di Milano. Chi conosce Beppe Grillo lo descrive molto provato e triste. La procura è convinta di poter dimostrare la violenza. La difesa ha ancora dieci giorni di tempo per produrre le sue contro deduzioni. Poi un giudice deciderà se archiviare il caso o rinviare a giudizio i quattro amici di Genova. «Non vi dovete stupire della riservatezza che circonda questa vicenda», dice ancora l' avvocatessa Giulia Bongiorno «Il mio primo obiettivo è tutelare la vittima. La vittima non va mai messa in un tritacarne mediatico. Deve poter denunciare sentendosi al sicuro, protetta, aspettando il corso della giustizia con fiducia. La maggior parte dei casi di violenza sessuale, per fortuna, vengono trattati lontano dai riflettori. Così dovrebbe essere sempre».

Carmelo Caruso per “il Giornale” l'8 gennaio 2020. Non bastava aver salutato Alessandro Di Battista all' aeroporto. Da ieri, vuole conversare solo con poeti e letterati, e dunque ci lascia anche Beppe Grillo, ultimo riferimento degli incompetenti, patrono degli squinternati, il solo capace di portare all' attenzione dei media il dramma dei terrapiattisti, quegli uomini e quelle donne che non credono nella sfericità della terra: «Cervelli che non scappano davanti a nulla, che non hanno pregiudizi perché nessuna legge della fisica è definitiva». Avevamo infatti segnalato che c' era qualcosa di profondo e nuovo nella commozione di Grillo («Con un velo di commozione ho ieri ricevuto»), da pochi giorni insignito dalla World Umanistic University di Quito (Ecuador) di una laurea in Antropologia, di un dottorato di ricerca in Scienze umane, titoli patacca che hanno fatto sorridere tutti, ma che sul serio hanno cambiato l' uomo che con il vaffa si è preso l' Italia. Non abbiamo potuto che sgranare gli occhi quando sul suo Blog, ormai diventato scientifico e rigoroso più della rivista Science, è apparso il post «L' analfabeta politico», la più formidabile abiura mai apparsa da Galileo in avanti, la più spietata invettiva mai rivolta al M5s. In un sonetto preso da Bertolt Brecht, Grillo si è dunque scagliato contro il peggiore degli individui che a suo parere è l' analfabeta politico che «non sente, non parla né s' interessa degli avvenimenti politici». Fin qui, anche gli specialisti della sua lingua immaginifica e sconclusionata, hanno subito pensato che si trattasse dell' ennesima presa in giro, uno sberleffo che demolisce l' analfabeta, ma in realtà per lodarlo. E invece, Grillo ha continuato nel suo sfogo (allora non era più uno scherzo) e ha in pratica smascherato e demolito il suo elettore, quello che in questi anni ha educato all' antipolitica, ma che, ieri, è stato denunciato al tribunale dei competenti (formato dagli elevati Giuseppe Conte e dal neoministro dell' Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi). Ed è incredibile leggere, sul suo blog, questi passaggi degni di Vilfredo Pareto o presi dall' opera di Max Weber, La Politica come professione: «L' analfabeta politico è così somaro/ che si vanta e si gonfia il petto/ dicendo che odia la politica/ Non sa l' imbecille che/ dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta/ il bambino abbandonato, l' assaltante/ e il peggiore di tutti i banditi». Ha trascritto proprio questo e anche se era impossibile vederlo era possibile tuttavia immaginarlo nella sua villa seduto a fissare la laurea sul muro, la lapide di quanto di eccezionale e catastrofico è riuscito a creare con quel movimento e che adesso ripudia, proprio come le teorie antivacciniste, la piattaforma Rousseau, tutte le diavolerie tecnologiche che oggi, come i vecchi.

Grillo riceve la laurea honoris causa e scherza: «Sono il Dottor Elevato». Pubblicato sabato, 04 gennaio 2020 da Corriere.it. «Dottor Elevato», si definisce Beppe Grillo pubblicando su Facebook una sua foto con la corona d'alloro in testa e comunicando «con un velo di commozione» la notizia di aver ricevuto la laurea honoris causa in Antropologia. «La "World Humanistic University" con sede a Miami e a Quito in Ecuador — scrive il fondatore e garante del Movimento 5 Stelle — mi ha conferito la laurea e un dottorato di ricerca in "Human Sciences". Ringrazio il Rettore dell'Università, la Prof.ssa Carmina De La Torre e il Presidente dell'Università, il Prof. Henry Soria, nonché l'ex Console Generale dell'Ecuador in Italia, la Prof.ssa Narcisa Soria e il Prof. Stefano Rimoli, presenti alla cerimonia di consegna». Negli attestati postati da Grillo si legge che ha meritato i due titoli di studio per «il notevole servizio reso all'umanità incentrato sull'aiutare il prossimo con un grande senso di fratellanza, giustizia, equità e umanità» e «in virtù del suo impegno in sostegno dell'educazione e per la leadership esercitata nell'ambito dei servizi sociali e dello sviluppo sostenibile».

Da iltempo.it  il 4 gennaio 2020. Udite udite: Beppe Grillo è diventato Dottore elevato. Già, perché il comico genovese e fondatore del Movimento 5 Stelle ha ricevuto la Laurea Honoris Causa in Antropologia della "World Humanistic University" con sede a Miami e a Quito, capitale dell'Ecuador. Grillo ha annunciato il riconoscimento con un post su Facebook con il quale ha mostrato il meritato "pezzo di carta". "Con un velo di commozione ieri ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Antropologia. La ’World Humanistic University’ con sede a Miami e a Quito in Ecuador, mi ha conferito la laurea e un dottorato di ricerca in ’Human Sciences’. Ringrazio il Rettore dell’Università, la professoressa Carmina De La Torre e il Presidente dell’Università, il Professor Henry Soria, nonché l’ex console generale dell’Ecuador in Italia, la professoressa Narcisa Soria e il professor Stefano Rimoli, presenti alla cerimonia di consegna", ha scritto su Facebook il nostro. Divisi gli utenti dei social tra chi si congratula per il titolo e chi ci scherza su azzardando paragoni con la laurea albanese del Trota Renzo Bossi o giocando con il titolo stesso: "Dottore elevato? Adesso e...levati". Si tratta però di un riconoscimento internazionale ma dal prestigio abbastanza relativo. La "World Humanistic University" è un istituto che promuove "lo sviluppo umano nella sua integrità per incoraggiare la il rafforzamento della conoscenza come bagaglio tangibile e intangibile dell'umanità", si legge sul sito dell'istituto, redatto in inglese è pieno di strafalcioni. Per citarne un paio, nella Boar of gobernance (è scritta così, invece di board of governance) è sbagliato anche il nome del presidente, che qui compare come Henrry Soria. Una università di nicchia: su Facebook ha 391 mi piace.

Francesco Bonazzi per “la Verità”  il 5 gennaio 2020. L' incontenibile attrazione dei grillini per l' aggiunta di un tocco trash in ogni curriculum ieri ha colpito ai massimi livelli. Beppe Grillo, l' Uno che vale più di uno, si è raccattato con gran gioia una laurea honoris causa in Antropologia e un dottorato di ricerca in Human sciences dalla World humanistic university, che vanta sedi a Miami e a Quito, in Ecuador, oltre a una pagina Facebook con ben 399 follower. E dopo questa trovata pubblicitaria, l' università registrata in Florida prevede di aprire i battenti entro il 2020 anche in Angola e a Milano. Perché davvero non dobbiamo farci mancare nulla in quest' Italia pentastellata, dove il geometra insegna all' architetto. E questa World humanistic university ha tutti i numeri per prendere il posto della Link University nel cuore del Movimento 5 stelle come fucina della loro prossima classe dirigente. Ieri Grillo si è definito «Dottor Elevato», mentre pubblicava la foto con la corona d' alloro e ammetteva «un velo di commozione». Il suo ascensore sociale, dunque, passa per questa immaginifica istituzione educativa, come ha raccontato egli stesso: «La World humanistic university con sede a Miami e a Quito mi ha conferito la laurea e il dottorato di ricerca in Human sciences». «Ringrazio il rettore dell' università», ha aggiunto il garante di M5s, «la professoressa Carmina De La Torre e il presidente dell' Università, il prof. Henry Soria, nonché l' ex console generale dell' Ecuador in Italia, la prof.ssa Narcisa Soria e il prof. Stefano Rimoli», presenti alla cerimonia di consegna». Il diluvio fantozziano di titoli lo abbiamo lasciato intatto perché chiaramente fa parte della cifra culturale del jet set accademico mondiale nel quale il comico genovese è entrato ieri. Dal regolamento dell' università, apprendiamo che è un' organizzazione senza scopo di lucro, «riconosciuta dallo Stato della Florida e dal dipartimento di Stato», guidata dalla «Society of humanistic sobraph», una società umanitaria di diritto brasiliano con sede operativa in Ecuador. L' oggetto sociale parla di «offerta di dottorati e corsi post-dottorato nell' area specifica delle discipline umanistiche» e di «corsi gratuiti». Quanto ai principi che ispirano la nuova università di Grillo, sono decisamente elevati: «la formazione umana, ancorata ai principi etici e umanitari, per aiutare la società a praticare la giustizia, la solidarietà, il progresso tecnologico e la ricerca [] e collaborando alla riduzione delle questioni sanitarie in tutto il mondo». Ok, dev' essere brava gente. La Milano con il cuore in mano aspetta anche loro. Ma è sui profili personali dei suoi membri, che la World Humanistic dà il meglio di sé, facendo sembrare quelli che insegnano alla Link University di Vincenzo Scotti la Normale di Pisa in trasferta a Roma Ovest. Il presidente, Henry Soria (sul sito «Henrry») vanta quattro lauree in pedagogia e medicine varie ed è consulente dei ministri dello Sport e della Giustizia dell' Ecuador. Il rettore si chiama Carmina De La Torre e nel board d' onore e tra i responsabili dei vari corsi dell' università svetta l' italiano Gianni Rolando, «Principe di San Bernardino, Duca di Piedimonte, Conte di Derthona, Sovrano Gran Maestro dell' Ordine dinastico di San Bernardino e di San Marziano, Magnifico Rettore dell' Accademia dei Nobili Sensi». Sostanzialmente, un ex pilota tortonese di motociclette che si è comprato un' isoletta nell' Oceano. E che nel cv pubblicato dal sito dell' Università vanta anche «una partecipazione al Cantagiro». Tra gli italiani compare anche Giuliano Camera, perito commerciale, dipendente della Regione Lazio, esperto di promozione sportiva e laureato honoris causa dalla stessa World humanistic, come molti altri docenti della stessa. Poi ecco un avvocato milanese, Giancarlo Cipolla, e un odontoiatra romano, Alessandro Mandraffino. Tra gli «eventi» organizzati nel 2019 spiccano il «primo congresso di medicina ancestrale e non convenzionale» e «il primo congresso di sicurezza cittadina e intelligenza emotiva». Sì, per Grillo era troppo perfino l' ex ministro Lorenzo Fioramonti, quello con cattedra a Pretoria.

Grillo e gli altri politici con lauree honoris causa. Il primato di Prodi. Pubblicato domenica, 05 gennaio 2020 su Corriere.it  da Franco Stefanoni. A ministri, leader di partito e di governo le università italiane e straniere consegnano riconoscimenti accademici. Ingegneria, Scienze politiche, Giurisprudenza, Relazioni internazionali.

Laurea in Antropologia a Beppe Grillo, conferita il 4 gennaio 2020 dalla World humanistic university con sedi a Miami negli Stati Uniti e a Quito in Ecuador. Si tratta di un istituto che promuove «lo sviluppo umano nella sua integrità per incoraggiare la il rafforzamento della conoscenza come bagaglio tangibile e intangibile dell’umanità».

Marco Minniti. Marco Minniti, Pd, ex ministro dell’Interno, ha ricevuto nel settembre 2017 una laurea honoris causa in Relazioni internazionali da parte dell’Università di Perugia.

Michele Emiliano. Il 2 maggio 2016 l’ateneo svizzero Lu. de S., con sedi a Lugano, Malta e Dubai, ha assegnato una laurea honoris causa a Michele Emiliano, Pd, presidente della Regione Puglia.

Marco Pannella. L’Università di Teramo nel febbraio 2015 conferisce una laurea honoris causa in Scienze della comunicazione a Marco Pannella (1930-2016), storico leader dei radicali.

Giorgio Napolitano. Dieci le lauree honoris causa consegnate a Giorgio Napolitano, ex presidente della Repubblica, tra cui quelle delle Università di Bari (2004) in Scienze politiche, di Napoli (2009) in Politiche e istituzioni in Europa, Bologna (2012) in Relazioni internazionali) e Pavia (2015) in Economia, politica e istituzioni internazionali.

Silvio Berlusconi. Silvio Berlusconi nel novembre 1991 ha ricevuto una laurea honoris causa in Ingegneria gestionale dall’Università della Calabria.

Francesco Cossiga. Francesco Cossiga (1928-2010), ex Dc, ex presidente della Repubblica, ha ricevuto quattro lauree honoris causa: nel 1988 dall’Università di Bologna in Giurisprudenza, nel 1994 dall’Università di Navarra (Pamplona) in Giurisprudenza, nel 2004 dall’Università di Sophia in Diritto internazionale e nel 2005 dall’Università di Sassari in Scienze della comunicazione.

Giulio Andreotti. Le università che hanno rilasciato lauree honoris causa a Giulio Andreotti (1919-2013), Dc, più volte ministro e presidente del Consiglio, sono: La Sorbona di Parigi, Loyola di Chicago, Notre Dame di South Bend (Indiana, Usa), Torun (Polonia), di La Plata, di Salamanca, St John di New York, del ministero degli Esteri della Russia, quella Lateranense.

Luigi Berlinguer. A Luigi Berlinguer, Pci e Ulivo, ex ministro dell’Istruzione e dell’università, sono state consegnate lauree honoris causa dalle università di Toronto, La Plaza, Paris V Descartes, di Buenos Aires e Università di Roma Tre. A queste si aggiungono il diploma (laurea) Maestro honoris causa conferito dall’Istituto superiore di studi musicali Gaetano Donizetti di Bergamo e laurea honoris causa conferita dal Conservatorio Santa Cecilia di Roma.

Romano Prodi. Addirittura 39 le lauree honoris causa ottenute da Romano Prodi, ex Dc e Pd, ex ministro, presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea. Tra quelle in università italiane: Modena e Reggio Emilia (2000), Pisa (2001), Pavia (2002), della Calabria (2003), Torino (2004), Cattolica di Milano (2007).

·        I Grillini e l’Islam.

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 4 gennaio 2020. Se c' è una cosa che unisce i grillini è l'Iran. Ieri, per dire, Di Battista ha subito definito il raid americano «vigliacco», «pericoloso» e «stupido». E non rinuncerà al suo annunciato soggiorno iraniano. Il fatto è che anche la Farnesina ha atteso le 13 per emettere una nota anodina, «nuovi focolai di tensione non sono nell' interesse di nessuno». A novembre, alla Camera, Di Maio spiegò la linea: «L' Italia vuole mantenere il dialogo con l' Iran». Al margine dei Med dialogues gli iraniani annunciavano felici che l' incontro tra Di Maio e il suo omologo iraniano Zarif era vicino, e con la Farnesina c' erano stati vari passi preparatori. La stampa iraniana aveva riportato con toni gongolanti la concordia tra il sottosegretario italiano agli esteri Manlio Di Stefano e l' ambasciatore iraniano a Roma, Hamid Bayat, dopo l' incontro a metà novembre. Ma un po' tutta la storia grillina è un lungo, irriflesso flirt geopolitico con Teheran, con sprezzo del pericolo, e del ridicolo. Vi sono stai episodi grotteschi. Per esempio quando il sottosegretario Angelo Tofalo finì ascoltato a Napoli, non indagato, in un' indagine contro una coppia accusata di traffico d' armi tra Iran e Libia, con cui era entrato in contatto. O quando i 5S Vito Petrocelli e Marta Grande organizzarono un evento alla Camera invitando due esperti iraniani di un think tank famigerato per aver organizzato conferenze nagazioniste dell'Olocausto a Teheran. Forse, qualche riga la merita anche Grillo. Mai tenero, diciamo così, su Israele. Empatico, invece, con l'Iran. Il comico è sposato con un' iraniana, Parvin Tadjik. «Un giorno - disse Grillo in un' infausta intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronot - «ho visto impiccare una persona a Isfahan. Ero lì. Mi son chiesto: cos' è questa barbarie? Ma poi ho pensato agli Usa. Anche loro hanno la pena di morte: hanno messo uno a dieta, prima d' ucciderlo, perché la testa non si staccasse. E allora: cos' è più barbaro?». E i diritti delle donne? «Mia moglie è iraniana. Ho scoperto che la donna, in Iran, è al centro della famiglia. Le nostre paure nascono da cose che non conosciamo». Ma le violenze, il regime, il terrorismo? «Mio suocero iraniano m' ha spiegato che le traduzioni non erano esatte». Grillo lo rivelò come una delle sue eminenti fonti geopolitiche.

Carmelo Caruso per “il Giornale” il 4 gennaio 2020. È un regime per il resto del mondo, ma per il M5s è il migliore dei mondi possibili. Se le passate dichiarazioni sono ancora valide - e al momento lo sono ancora - rischiamo di finire alleati dell' Iran con Beppe Grillo al posto del maresciallo Badoglio. In Sudamerica hanno spedito una delegazione per celebrare Hugo Chávez, in Cina, Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, si sente più a casa di Pomigliano D' Arco, mentre a Teheran, a curare i rapporti diplomatici, è stato distaccato il suocero di Grillo, uno che già nel 2012 aveva impaurito il giornale israeliano Yediot Aharonot: «Se un giorno Grillo farà parte del governo, il suocero avrà un ruolo fondamentale nelle politiche estere». Grazie al corso intensivo del padre della moglie, Parvin Tadjk, il fondatore del M5s era giunto a conclusioni decisive destinate a rovesciare i lavori di giornalisti e storici: «Ho scoperto che la donna in Iran è al centro della famiglia, le nostre paure nascono da cose che non conosciamo». Infatti conosciamo il numero delle donne lapidate in Iran fino ad agosto di quest' anno: 94. Attenzione, non era quella di Grillo un' informazione parziale, ma un' adesione convinta. Nella stessa intervista Grillo commentava pure l' economia iraniana, a suo giudizio, un po' simile a quella dell' Italia meridionale. Siamo in area: il problema dell' Iran è che non possiede il reddito di cittadinanza. A sentire Grillo, «l' economia in Iran va bene. Quelli che scappano, sono oppositori. Chi è rimasto non ha le stesse preoccupazioni che abbiamo noi all' estero. Lì le persone lavorano». Ma da quali fonti attingeva i suoi dati? «Ho un cugino che costruisce autostrade in Iran. E mi dice che non sono per nulla preoccupati». Spettatore lui medesimo di un' impiccagione in piazza, la liquidò così: «Mi son chiesto: cos' è questa barbarie? Ma poi ho pensato agli Usa. Anche loro hanno la pena di morte». A farlo parteggiare per l' Iran fu la sensibilità che i militari utilizzarono prima di tirare il cappio al condannato: «Prima di ucciderlo lo hanno messo a dieta perché la testa non si staccasse». E non erano altro che cattive traduzioni, a suo parere, le minacce pronunciate da Osama Bin Laden, terrorista senza dubbio più spietato di quel Qassem Soulimani ucciso ieri dagli Usa, perché «quando uscivano i discorsi di Bin Laden, mio suocero, iraniano, mi ha spiegato che le traduzioni non erano esatte». Se quelle di Grillo rimangono (pesantissime) opinioni, ben più discutibili, e oggetto di indagine da parte della Dda di Napoli, furono gli incontri fra Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa, e una coppia di coniugi arrestata con l' accusa di aver trafficato armi con Libia e Iran. Nel 2017, il deputato del M5s preferì presentarsi in procura per provare a spiegare i sui rapporti. Perfino un moderato come il senatore del Pd, Nicola Latorre disse: «Le ammissioni di Tofalo sono gravi, si dimetta». Per difendersi, Tofalo querelò Matteo Renzi che in tv lo accusò platealmente: «L' esperto di sicurezza del M5s è andato in Libia a trattare dalla parte sbagliata». E impossibile sarebbe contare tutte le note di solidarietà rilasciate, in questi anni, a favore dell' Iran inserito in passato da George Bush nell' asse del Male, «clamoroso errore» per i 5s. E però, occorre riconoscere a Manlio Di Stefano il primato, la visione estera a cinque stelle e dunque anche gli abbagli presi. Come ha scritto pochi mesi fa il sito Formiche, nella veste di sottosegretario agli Esteri, Di Stefano ha manifestato apprezzamento verso l' Iran per la sua cooperazione con lo Yemen tralasciando la complicità, deplorata dall' Onu, con il gruppo Houthi, sciiti yemeniti accusati di crimini di guerra. Altri due protagonisti 5s, Marta Grande e Vito Petrocelli, hanno invece interloquito con un think thank iraniano che ancora oggi nega l' Olocausto. Di Alessandro Di Battista, in viaggio in Iran, è nota la volontà di «trattare con i terroristi». Ieri ha aggiunto che «quello in Iran è stato un raid vigliacco». Manca solo che proclamino l' Iran come loro governatorato...

·        I Ministri a 5 Stelle.

IN CHE MANI SIAMO. Da liberoquotidiano.it il 4 agosto 2020. Una tremenda esplosione ha spazzato via la zona portuale di Beirut, capitale del Libano. Il bilancio provvisorio parla di almeno 78 morti e di oltre 4.000 feriti, ma questi numeri sono tristemente destinati ad aumentare nelle prossime ore: cumuli di macerie sono sparsi per centinaia di metri nella zona dell’esplosione, si teme la catastrofe. L’Italia ha subito mostrato solidarietà nei confronti di Beirut, anche se non è mancato un errore accidentale quanto piuttosto clamoroso: a commetterlo è stato il grillino Manlio Di Stefano, che ha mandato “con tutto il cuore” un abbraccio ai “nostri amici libici”. Il tweet è stato cancellato subito e sostituito con la versione corretta, ma la gaffe è comunque finita tra le grinfie dei social: “C’è poco da scherzare con queste cose, ho sbagliato a scrivere, i morti invece restano. Mi spiace davvero per quanto accaduto, che tragedia immane”. Certo è che un errore del genere non ce lo si aspetta da un sottosegretario agli Affari esteri, tra l’altro con la delega sull’Asia. “Lo abbiamo già detto e lo ripeto anche io - ha poi dichiarato il grillino, mettendo una pezza al suo scivolone - l’Italia c’è ed è pronta a dare tutto l’aiuto possibile. Coraggio”. Anche il premier Giuseppe Conte ha commentato le tragiche notizie che arrivano da Beirut: “Le terribili immagini che arrivano dal Libano descrivono solo in parte il dolore che sta vivendo il popolo libanese. L’Italia farà tutto quel che le è possibile per sostenerlo. Con la Farnesina e il ministero della Difesa stiamo monitorando la situazione dei nostri connazionali”.

Da iltempo.it il 5 agosto 2020. Errare è umano, perseverare è grillino. Anche la senatrice 5stelle Elisa Pirro scivola su Beirut e prende libanesi per libici. La senatrice piemontese, capogruppo in Commissione Igiene e sanità, ha fatto questa notte una gaffe "gemella" di quella di Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri. Mancano quattro minuti a mezzanotte quando le Pirro twitta: "Le immagini dell’esplosione avvenuta a #Beirut sono sconvolgenti. Esprimo la mia vicinanza al popolo libico e cordoglio per le innumerevoli vittime". Come accaduto a Di Stefano, gli utenti la sbertucciano pesantemente e dopo due minuti la senatrice grillina cancella tutto e riposta la frase corretta. La figuraccia però sopravvive negli screenshot degli utenti più smagati che volevano fermare il momento. Non capita spesso, infatti, a due politici dello stesso schieramento di toppare così clamorosamente la medesima nozione di base. Su Twittter c'è chi scherza: "Forse avevano la stessa maestra...".

Da Pinochet in Venezuela agli “amici libici” di Beirut: tutte le gaffe dei 5 Stelle sulla politica estera. Roberta Caiano su Il Riformista il 5 Agosto 2020. Tutto si può dire tranne che il Movimento 5 stelle sia immune alle gaffe, soprattutto in ambito geografico. L’ultima risale a ieri sera, quando due esplosioni violentissime nel porto di Beirut, capitale del Libano, hanno devastato la città. Morte e terrore hanno martoriato il Paese con un bilancio ancora provvisorio di almeno 100 vittime, centinaia di dispersi e oltre 4.000 feriti. Numeri impressionanti, tant’è che la politica italiana non ha mancato di far sentire la propria solidarietà al Libano e al suo popolo. Tra i commenti dei vari esponenti del Governo, accanto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è spiccato il tweet del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano che sul suo account social ha scritto:  “Con tutto il cuore mando un abbraccio ai nostri amici libici”. Peccato che il tragico evento sia accaduto in Libano e non in Libia. Di Stefano però non ha per niente gradito questo polverone e ha affidato a Facebook una lunga replica: “Wow, pare che oggi io sia popolare”, iniziando ad elencare i risultati del suo operato come sottosegretario agli Esteri. “Tutte queste attenzioni mi si rivolgono perché per stanchezza, e quindi distrazione, ho scritto ‘libici’ invece di ‘libanesi’ in un tweet di sostegno dopo l’esplosione di ieri, da me stesso cancellato pochi istanti dopo, corretto e ripubblicato. Credetemi, io sono felice che qualcuno goda a sentirsi migliore di me, se posso evitargli lo psicologo con così poco è un bene”. A fargli compagnia con un messaggio contenente lo stesso errore ci ha pensato la collega e senatrice grillina Elisa Pirro, la quale su Twitter ha scritto: “Le immagini dell’esplosione avvenuta a Beirut sono sconvolgenti. Esprimo la mia vicinanza al popolo libico e cordoglio per le vittime”. I social, però, non hanno la memoria corta. Oltre a scatenare una vagonata di ironia, gli utenti hanno ricordato le numerose gaffe commesse anche dai loro compagni di partito in questi anni di timone al governo. Tra questi troviamo in cima alla lista il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio, ex capo dei cinque stelle, che a quanto ad orientamento geografico è apparso un po’ confuso in varie occasioni. Basti ricordare la sua dichiarazione riguardo agli attacchi subiti sull’operato politico del partito, “ci criticano perché stiamo facendo bene, specialmente in Puglia, basti vedere la rinascita di Matera” o quando un anno fa ha scambiato il segretario di stato degli Stati Uniti Mike Pompeo con il ministro del commercio Wilbur Ross. Ma facciamo un passo indietro, quando non aveva ancora rivestito l’incarico di ministro degli Esteri. A novembre 2018 Di Maio si trovava in Cina, a Shanghai, in occasione dell’International Import Expo, in veste di ministro dello Sviluppo economico. Nel prendere la parola, ha commesso una gaffe non facilmente dimenticabile visto che riguardava il nome del presidente cinese, uno degli uomini più potenti del mondo: “Ho ascoltato con molta attenzione il discorso del presidente Ping”, storpiando in maniera evidente il nome di Xi Jinping. L’anno precedente, nel 2017, si è reso protagonista di una nuova gaffe in diretta televisiva. Fresco di visita istituzionale negli USA, Di Maio dichiarò che “noi non siamo una forza isolazionista. Siamo un Paese alleato degli Stati Uniti, ma interlocutore dell’Occidente con tanti Paesi del Mediterraneo come la Russia“, che ovviamente non ha sbocchi sul mar Mediterraneo. Andando ancora più a ritroso nel tempo, a settembre del 2016 quando Di Maio era vice presidente della Camera, commette un altro errore. In un post su Facebook attaccò il premier di allora, Matteo Renzi, paragonandolo ad Augusto Pinochet. Peccato che, nella prima versione del post, il ministro ha collocato il regime del generale in Venezuela anziché in Cile incoronandola come la regina delle gaffe. Un altro esponente del Movimento 5 stelle, l’ex ministro ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli, è entrato di fatto nella classifica dei politici grillini che ha commesso una clamorosa gaffe. Toninelli stava parlando con i giornalisti dopo aver incontrato a Genova Violeta Bulc, la commissaria europea per i Trasporti, e dichiarò che durante l’incontro aveva parlato anche del tunnel del Brennero: “Sapete quante delle merci italiane, quanti degli imprenditori italiani utilizzano con il trasporto principalmente ancora su gomma il tunnel del Brennero, e oggi dobbiamo purtroppo subire limitazioni settoriali da parte delle autorità del Tirolo che danneggiano fortemente l’economia italiana”. Nella spiegazione, però, Toninelli ha ignorato che il tunnel del Brennero, che collegherà l’Italia con l’Austria, non esiste ancora.

(LaPresse il 7 agosto 2020) - "La riconferma a presidente della Commissione per le Politiche dell'Ue alla Camera è per me un grande onore e vorrei ringraziare tutte le forze di maggioranza e opposizione per la fiducia e la stima riposta nei miei confronti. È grazie a loro se, in questi primi due anni, abbiamo compiuto un lavoro davvero straordinario culminato, peraltro, con un'attività conoscitiva senza precedenti che la nostra Commissione ha fortemente voluto intraprendere all'indomani della crisi generata dal Covid-19. Abbiamo così dato spazio e rilievo a esperti chiamati a dare risposta e valutazioni su tutti gli strumenti che il nostro Paese deve mettere in campo per superare questa difficile fase e affrontare le sfide del futuro in concomitanza con il più ampio piano europeo legato al Recovery Fund". Lo scrive, in una nota, il deputato M5S Sergio Battelli, riconfermato alla guida della XIV Commissione di Montecitorio. "Proseguiremo con forza, determinazione e rinnovato impegno il lavoro svolto fin qui. L'Europa e gli Stati membri hanno davanti a loro una sfida epocale: dalle decisioni prese nei prossimi giorni e mesi dipenderà il futuro delle generazioni a venire e dell'Unione stessa che dovrà ripensarsi completamente elaborando strategie di lungo periodo in grado di assicurare solidità, forza e competitività al progetto europeo nel segno di una rinnovata solidarietà e vera unione. Sono certo, allora che la nostra Commissione, sarà in grado di fornire il suo contributo prezioso supportando il Parlamento nella definizione delle priorità programmatiche dell'azione italiana a livello europeo" conclude Battelli.

Chi è il 5S con la terza media che "gestirà" il Recovery Fund. Sergio Battelli, deputato del Movimento cinque stelle, è stato riconfermato alla presidenza della Commissione per le Politiche dell'Ue: "Abbiamo svolto un lavoro straordinario". Roberto Vivaldelli, Sabato 08/08/2020 su Il Giornale. Livello d’istruzione? Terza media. Esperienze lavorative? Dieci anni da commesso in un negozio di animali. Dopotutto, uno vale uno, e chi se ne importa se c'è da gestire una partita delicatissima come quella del Recovery Fund. Come riportato da Dagospia, Sergio Battelli, deputato del Movimento cinque stelle, con buona pace della meritrocrazia, è stato riconfermato alla presidenza della Commissione per le Politiche dell'Ue: una carica importantissima in questa fase storica, nuovamente affidata all'esponente dei cinque stelle. "La riconferma a presidente della Commissione per le Politiche dell'Ue alla Camera è per me un grande onore e vorrei ringraziare tutte le forze di maggioranza e opposizione per la fiducia e la stima riposta nei miei confronti" spiega il deputato grillino. È grazie a loro se, prosegue Sergio Battelli, in questi primi due anni, "abbiamo compiuto un lavoro davvero straordinario culminato, peraltro, con un'attività conoscitiva senza precedenti che la nostra Commissione ha fortemente voluto intraprendere all'indomani della crisi generata dal Covid-19". Abbiamo così dato spazio e rilievo, sottolinea Battelli, "a esperti chiamati a dare risposta e valutazioni su tutti gli strumenti che il nostro Paese deve mettere in campo per superare questa difficile fase e affrontare le sfide del futuro in concomitanza con il più ampio piano europeo legato al Recovery Fund". Spulciando il suo curriculum, Dagospia ha ricordato che il deputato grillino "ha la terza media" e come esperienze professionali vanta "10 anni da commesso in un negozio di animali e chitarrista di una band rock ligure". Battelli, già tesoriere del Movimento cinque stelle e fedelissimo del Ministro degli esteri Luigi Di Maio, deve le sue candidature ai voti ottenuti nel corso delle primare oline del Movimento del 2013 (appena 90 voti) e del 2018 (363 voti). Nel marzo 2018, quando era emersa per la prima volta la notizia della sua esperienza scolastica, il deputato pentastellato si era giustificato spiegando che il suo era un caso di malasanità e che aveva iniziato a lavorare e suonare durante le superiori per problemi vari: "In terza superiore Itis mi ammalo, per un gravissimo caso di malasanità, rimango appeso nella mia malattia per un anno intero, solo dopo mille mila giri tra ospedali, cure e dottori finalmente un bravissimo pneumologo di Genova trova il mio problema. Quella mattina pioveva, ero con mia madre in un piccolo ambulatorio di Villa Scassi mentre mi dicevano, a neanche 17 anni, che avevo un tumore ai polmoni in una posizione "strana" da operare subito, non me lo dimenticherò mai. Passano ancora un paio di mesi e finalmente vengo operato a Padova, nel frattempo avevo perso quasi due anni della mia vita per risolvere il mio problema" aveva spiegato su Facebook. Nessuno mette in dubbio la sua storia, per carità: ma forse, per una carica così strategica e rilevante, soprattutto in questa fase, non era meglio pensare a qualcun altro?

Claudio Bozza per corriere.it il 30 marzo 2018. Livello d’istruzione? Terza media. Esperienze professionali? Dieci anni da commesso in un negozio di animali. Esperienze politiche? Deputato uscente e rieletto, dopo aver incassato rispettivamente 90 e 363 voti alle parlamentarie, le primarie online del M5s che hanno decretato i nomi dei candidati alle elezioni del 2013 e del 2018. È il curriculum vitae di Sergio Battelli, 36 anni, che da oggi gestirà oltre 13 milioni di euro di fondi pubblici a disposizione ogni anno del gruppo pentastellato alla Camera (il Pd nella scorsa legislatura poteva contare su oltre 14 milioni). Sono circa 60 mila euro l’anno per sostenere l’attività politica (convegni, consulenze e comunicazione) di ogni deputato, che moltiplicati per i 222 eletti a Montecitorio e moltiplicati per i 5 potenziali anni di legislatura fa arrivare il «tesoretto» a oltre 66 milioni. Una cifra monstre, che dovrà essere appunto gestita da Battelli, nominato tesoriere del gruppo M5S alla Camera dalla capogruppo Giulia Grillo, previa indicazione di Luigi Di Maio, di cui lo stesso Battelli è classificato come «fedelissimo». E con il capo politico del Movimento, Battelli ha in comune anche la parabola del nemo propheta in patria, visto che entrambi non furono eletti nei Consigli comunali dei rispettivi paesi di residenza: Pomigliano d’Arco e Varazze, salvo poi essere proiettati ai vertici della politica nazionale.

«Un gruppo di funzionari mi aiuterà». Nel cursus honorum del deputato-rocker ligure va poi aggiunto anche l’impegno come chitarrista dei Red Lips. È proprio grazie alla sua esperienza da musicista, che Battelli, anche a sostegno della battaglia lanciata dal rapper Fedez, ha presentato una proposta di legge contro «il monopolio della Siae» che «deve essere abolito». Onorevole, visto il suo curriculum si sente all’altezza di questo ruolo, specie dopo il «caso scontrini»? «Innanzitutto è doveroso precisare che la questione rimborsi è del tutto slegata dalle mie nuove responsabilità: sono due ambiti diversi e saranno sottoposti a controlli molto rigidi da due strutture diverse», risponde Battelli. E riguardo al curriculum (terza media), se si chiede al neo tesoriere M5S di Montecitorio se si senta all’altezza del compito, lui risponde così: «C’è un gruppo di funzionari che mi aiuterà a garantire la massima trasparenza e in più sto assumendo nello staff amministrativo una persona molto qualificata». Per il resto, dopo il trionfo alle urne, dal profilo sulla piattaforma Rousseau, Battelli suona la carica così: «Che piaccia o non piaccia abbiamo fatto la storia, tutti noi, anche tu che stai leggendo queste parole, dobbiamo esserne tutti fieri e orgogliosi, noi non ci spaventiamo, non c’è più nulla che ci può spaventare dopo essere stati 5 anni dentro quella vasca di squali».

Sergio Battelli su Facebook 31 marzo 2018. Vi voglio raccontare una breve storia. In terza superiore ITIS mi ammalo, per un gravissimo caso di malasanità, rimango appeso nella mia malattia per un anno intero, solo dopo mille mila giri tra ospedali, cure e dottori finalmente un bravissimo pneumologo di Genova trova il mio problema. Quella mattina pioveva, ero con mia madre in un piccolo ambulatorio di Villa Scassi mentre mi dicevano, a neanche 17 anni, che avevo un tumore ai polmoni in una posizione "strana" da operare subito, non me lo dimenticherò mai. Passano ancora un paio di mesi e finalmente vengo operato a Padova, nel frattempo avevo "perso" quasi due anni della mia vita per risolvere il mio problema. Ho iniziato a lavorare per altri problemi, ho iniziato a suonare, ho vissuto la vita e fin da prima che il Movimento nascesse eravamo già a parlare di acqua pubblica, trasporti, innovazione, web, futuro, anche grazie alla passione per la tecnologia che mi ha trasmesso mio padre. Il Movimento l'ho visto nascere grazie a moltissime persone che ci hanno aiutato, mi hanno aiutato e hanno aiutato i cittadini, persone che molte volte non sono mai passare agli onori della cronaca ma che negli anni hanno dato e speso tutto, penso ai miei amici del Gruppo di Varazze e Savona. Oggi le chiacchiere stanno a zero, io non mi fermo, guarderete i fatti, e vedrete come un gruppo di giovani "folli" sta cambiando e cambierà il paese finalmente nella direzione giusta. Stay foolish, stay hungry. Ai posteri l'ardua sentenza.

Dal profilo Instagram di Sergio Battelli il 30 gennaio 2019. Ed eccolo qui, dopo un paio d'anni di lavoro è un finalmente uscito FALL IN LOVE. Un disco senza troppe pretese, senza troppi filtri, senza troppa perfezione, con qualche stonatura di troppo, con qualche effetto a sbagliato. Non amo il disco tecnicamente perfetto amo il mix perfetto di emozioni e influenze musicali che invece ci sono, compresa una canzone per la mia #Genova. Non è un disco punk, non è un disco rock, non è un disco rap, non è un disco pop, è il semplicemente il mio disco, scritto registrato e suonato nelle notti insonni tra commissioni, aula e campagne elettorali. Mi fate sapere che ne pensate? Lo trovate su tutti gli store e tutte le piattaforme digitali del mondo! 

Da genova24.it il 30 gennaio 2019. Dai banchi delle aule parlamentari e delle commissioni ai tasti e alle corde di una chitarra elettrica. E’ la “metamorfosi” di Sergio Battelli, parlamentare del MoVimento 5 Stelle che oggi ha annunciato pubblicamente l’uscita del suo disco, “Fall in Love”. Per realizzarlo, racconta, ci sono voluti due anni di lavoro: “Un disco senza troppe pretese, senza troppi filtri, senza troppa perfezione – lo descrive – con qualche stonatura di troppo, con qualche effetto sbagliato. Non amo il disco tecnicamente perfetto, amo il mix perfetto di emozioni e influenze musicali che invece ci sono, compresa una canzone per la mia Genova. Non è un disco punk, non è un disco rock, non è un disco rap, non è un disco pop, è il semplicemente il mio disco”. Dieci canzoni, nove in inglese e una sola in italiano, la numero 8 della playlist, dedicata appunto alla città di Genova. Un vero e proprio “canto d’amore” per la città in cui è nato: “Genova è in noi che stiamo qui – recita uno stralcio del testo – tu ci perdi nei tuoi vicoli / Genova tu sei la sola che sa rubarmi il cuore / Genova per noi che stiamo qui / nel silenzio dei tuoi vicoli / Genova tu sei la sola che mi riscalda il cuore“. Una passione, quella per la musica, che in realtà non rappresenta una novità per l’attuale Presidente della 14ª Commissione Affari Europei della Camera: già nel suo curriculum reso pubblico in campagna elettorale, infatti, campeggiava la sua militanza nella rock band Red Lips. Un riferimento che, insieme al suo curriculum scolastico (ha “solo” la terza media) e lavorativo (prima di andare in Parlamento era commesso in un negozio di animali), non aveva mancato di suscitare anche qualche ironia quando era stato nominato tesoriere del MoVimento: ad “irriderlo” erano stati alcuni giornali e personaggi noti, tra cui Vittorio Sgarbi. Ma le battaglie politiche e le frecciate, evidentemente, non hanno potuto nulla contro una passione più grande: “Ho scritto, registrato e suonato i brani a casa dopo le notti insonni tra Commissioni, Aula e campagne elettorali” spiega Battelli. Il suo album da oggi è disponibile su tutti gli store e le piattaforme digitali del mondo. I brani si possono ascoltare anche su Spotify cliccando qui.

Domenico Di Sanzo per "Il Giornale" il 10 agosto 2020. Subito dopo la sua riconferma a capo della commissione Politiche europee di Montecitorio si è riaccesa la polemica sul curriculum e il titolo di studio. Ma per il deputato grillino Sergio Battelli non è una novità. Infatti era stato già bersaglio di ironie l'anno scorso, alla prima elezione come presidente di commissione, a inizio legislatura con la nomina a tesoriere del gruppo del M5s alla Camera e nel 2013, appena approdato in Parlamento. La miccia sono i soldi del Recovery Fund, e il ruolo che dovrà avere la commissione parlamentare guidata da Battelli nella delicata partita dell'utilizzo dei fondi europei. Ed ecco che in rete il cv diventa subito virale. Perché il parlamentare ligure, originario di Varazze, non ha mai preso il diploma. La sua unica esperienza di lavoro è stata quella di commesso in un negozio di animali per dieci anni. Online fioccano gli articoli e i post sul «grillino con la terza media che gestirà i soldi del Recovery Fund». Si sprecano gli sfottò. Da «non sono molti quelli che possono dire di aver passato 10 anni a pulire gabbiette di criceti» a «non ho più parole, ma sospiri e un lacrima che scende all'inumazione della defunta Italia». C'è chi considera «un'oscenità che incarichi di enorme responsabilità siano nelle mani di semi analfabeti». E Battelli risponde, con un lungo post pubblicato sui suoi social network. Parla di «articolacci, post social e commenti pieni di insulti che stanno circolando in queste ore e che mi riguardano». Poi ridimensiona il suo ruolo nella gestione dei denari dell'Europa: «Dire che è tutto nelle mie mani mi lusinga ma è un'enorme fake news, non è ovviamente il presidente di una singola commissione parlamentare a occuparsi del Recovery Fund ma governo e Parlamento». Quindi ripercorre brevemente la sua storia: «Non ho mai nascosto di non aver terminato la scuola superiore (mi sono fermato al quarto anno) per un grave problema di salute». In passato era stato lo stesso Battelli a spiegare di aver perso quasi due anni a causa della sua malattia, un tumore ai polmoni diagnosticato e operato solo dopo «mille mila giri tra ospedali, cure e dottori». Per quanto riguarda l'abbandono della scuola dice: «Sicuramente è stato un errore, ma chi mi conosce bene sa che ho sempre continuato a studiare e a lavorare onestamente». Considerato da sempre vicino all'ex capo politico Luigi Di Maio, negli ultimi mesi si è avvicinato al premier Giuseppe Conte. È stato uno dei pochi parlamentari pentastellati ad aver espresso una posizione possibilista sull'utilizzo del Mes, facendo discutere i suoi colleghi all'interno del gruppo. È nota la sua passione per la musica. Ha suonato per anni nella rock band ligure Red Lips e l'anno scorso ha realizzato un disco, intitolato «Fall in Love». Otto canzoni in inglese e due in italiano, di cui una dedicata alla città di Genova, disponibili anche sulla piattaforma musicale Spotify. Alla Camera se lo ricordano ancora con la giacca nera slim fit e la t-shirt gialla fosforescente con tanto di smile con cui si era presentato all'elegante mensa di Montecitorio in un lunedì di giugno del 2019. «È giusto iniziare al meglio con uno smile», aveva scherzato Battelli in quell'occasione. E allora meglio riderci su.

Da liberoquotidiano.it il 27 maggio 2020. E chi l'avrebbe mai detto che Luigi Di Maio da piccolo sognava di fare altro. Il titolare della Farnesina, in vena di confessioni, ha raccontato a Maurizio Costanzo che il suo "idolo era Michael Schumacher. Ho sempre avuto una grande passione per i motori sono sempre stato appassionato di motorsport e non al calcio. Tifo Napoli, ma da piccolo invece che il calciatore volevo fare il pilota". Il ministro degli Esteri, durante L'intervista si è lasciato andare tornando al passato: "Non ho mai fumato uno spinello - assicura - e solo una volta in vita mia una sigaretta. Non sono mai stato affascinato dal fumo". Ma Di Maio viene ricordato per un altro mestiere: il bibitaro. Pura e semplice fake news l'ha definita il diretto interessato: "Non ho mai venduto le bibite al San Paolo. La foto che gira sul web è una fake news", sebbene lavorassi allo stadio ma "in giacca e cravatta" perché "accoglievo i vip in tribuna autorità". Sarà.

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 14 dicembre 2020. «Vicepremier. E questo cosa significa? Quando ti trovi qui, finalmente qui, sei solo all' inizio o sei già all' inizio di una fine?» La storia parte dal Salone delle Feste di Palazzo del Quirinale, il primo giugno del 2018. Il ragazzo di Pomigliano d' Arco diventa ministro. Lavoro, Sviluppo Economico e la vicepresidenza del Consiglio. Il premier è un oscuro giurista che lui stesso aveva scelto pochi mesi prima come titolare del dicastero della Pubblica Amministrazione nel dream team di un ipotetico monocolore grillino. Dall' altro lato c' è Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell' Interno del primo governo della Terza Repubblica. Chi l' avrebbe mai detto? Proprio lui, il leghista cresciuto a pane e politica, portabandiera della via italiana al sovranismo. «Leader per caso - i segreti, le donne, la vita smeralda le poltrone per gli amici: ritratto inedito di Luigi Di Maio», il libro in uscita oggi per l' editore Controcorrente (160 pp., 15 euro) firmato dal cronista del Giornale Pasquale Napolitano, comincia da quello che per chiunque sarebbe un punto di arrivo. Bis ministro e numero due dell' esecutivo. A 32 anni. Ah, e a 27 anni vicepresidente della Camera, il più giovane della storia della Repubblica Italiana. Un cursus honorum da record. Ma Di Maio non ha nessuna intenzione di fermarsi. E come dargli torto? Tanto che a luglio 2020, rivela Napolitano, ha avuto persino la tentazione di mettersi in proprio, costituendo un gruppo parlamentare «moderato». Stufo di un M5s schiacciato sulle posizioni del centrosinistra e della nuova centralità del suo padre politico Beppe Grillo, politicamente innamorato dell' anonimo avvocato di origini foggiane, quel Giuseppe Conte che poteva fare al massimo il ministro della Pa. E allora ecco gli incontri bilaterali con Mario Draghi e Gianni Letta. Anche qui, chi l' avrebbe mai detto? Due nomi che, al solo evocarli, il grillino delle origini sarebbe trasalito. Poi non se ne fa niente, eppure il ragazzo di Pomigliano si mette in testa di riprendersi il Movimento sotto le mentite spoglie di «un organo collegiale». E, a quanto pare, leggendo le cronache di queste settimane, Di Maio ci sta riuscendo. Nel libro, che è un ritratto scorretto, ma anche un «romanzo di formazione» fatto di circostanze reali, le vicende dell' ascesa politica si intrecciano con la realizzazione personale. Quell' ascensore sociale che è partito e non sembra volersi arrestare senza prima essere arrivato in cima al Palazzo. Quindi spuntano i paparazzi, le foto rubate e quelle patinate, le fidanzate. Dall' ex «coach tv» del gruppo parlamentare Silvia Virgulti a Giovanna Melodia, consigliera comunale grillina di Alcamo, provincia di Trapani, fino all' attuale compagna Virginia Saba, giornalista televisiva e collaboratrice parlamentare della deputata pentastellata Emanuela Corda. Poi l' appartamento con vista sul Colosseo, le nomine per gli amici di Pomigliano, le vacanze a Capri. Ad agosto 2018, racconta Napolitano, Di Maio arriva nell' isola a bordo dell' Aurelia, «un bel 15 metri a vela, cinque cabine, tre bagni» al costo di circa «seimila euro per il noleggio di una settimana, spese escluse». Un bel salto per i francescani pauperisti del Movimento. Nel soggiorno caprese Di Maio è accompagnato da alcuni amici parlamentari, tra cui il deputato Marco Rizzone. Che sale ai disonori delle cronache esattamente due anni dopo, ad agosto 2020. Rizzone infatti è tra i «furbetti» che hanno intascato il bonus di 600 euro previsto dal governo a sostegno dei lavoratori autonomi durante l' emergenza Coronavirus. Con lui il M5s non ha pietà, nonostante non ci fosse nulla di illegale nella richiesta. A settembre viene espulso dal Movimento senza troppi complimenti. La storia del «Leader per caso» di Pomigliano prosegue toccando vari temi: i rapporti con la Cina, le mascherine «pagate a peso d' oro» e le inchieste che travolgono la famiglia Di Maio nel 2018, tra problemi con il fisco e fabbricati abusivi. Ma l'ascesa del leader grillino è tutt'altro che finita.

Di Maio fa il "vanitoso". Si prende un fotografo ​a 35mila euro l'anno. Si chiama Roberto Dia il fotografo personale del ministro degli Esteri: il 34enne collabora da tempo con il Movimento Cinque Stelle ed insieme a lui anche il fratello Giuseppe, consulente di Casalino al costo di 40mila euro. Federico Garau, Mercoledì 12/08/2020 su Il Giornale. È recentemente finito all'interno di un'autentica bufera l'ex capo grillino dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, massacrato sulla propria pagina social per aver postato un selfie che lo ritrae senza mascherina e senza alcun rispetto per il distanziamento insieme ad un gruppo di amici, fra cui Andrea Scanzi. Il popolo del web non ha affatto gradito questo mancato rispetto delle regole da parte del rappresentante di un governo sempre pronto a redarguire i cittadini che non si attengono alle norme anti-contagio.

Di Maio si scatta il selfie. ​Ma per lui finisce male. Restando sull'argomento foto, oggi si apprende che il ministro degli Esteri pare proprio tenere molto agli scatti. Di Maio ha infatti un fotografo ufficiale, fatto di per sé già curioso, dato che la Farnesina ha una partneship con l'agenzia Ansa, la quale mette occasionalmente a disposizione i suoi professionisti. Per il ministro grillino, tuttavia, si è reso necessario "assumere un fotografo professionale che desse disponibilità completa in occasione degli eventi istituzionali", spiega a "Panorama" lo staff di Di Maio. Da qui la collaborazione con Roberto Dia, ora fotografo ufficiale dell'ex capo politico del M5S. Originario di Alcamo (Trapani), Dia si ritiene un"wedding storytelling", come rifescire "La Verità". Molto attivo su Instagram, il fotografo si occupa prevalentemente di matrimoni. Dal 4 maggio, tuttavia, ha avviato una collaborazione part-time col ministero degli Esteri, diventando il "ritrattista" ufficiale di Di Maio. Il suo compenso si aggira intorno ai 35mila euro lordi l'anno. Stando a quanto riportato da "La Verità", Dia non è un volto del tutto nuovo nell'ambiente dei Cinque Stelle. Nel 2016, infatti, si occupò della campagna elettore di Domenico Surdi, eletto poi sindaco di Alcamo col M5S. In seguito, quando nacque il governo gialloverde, fu sempre Roberto Dia ad immortalare con alcuni scatti i neo-ministri grillini Toninelli, Bonisoli, Grillo, Fraccaro e Costa. Quindi, la collaborazione come fotografo ufficiale di Di Maio, per il quale si occupa di "elaborazione digitale delle immagini e web designing". Ma non è finita qui. A quanto pare, infatti, anche il fratello maggiore di Roberto, vale a dire Giuseppe Dia, ha contatti col mondo della politica. Quest'ultimo, infatti, ricopre il ruolo di consulente per l'ufficio stampa del premier e per Rocco Casalino, portavoce di Conte. Una collaborazione da 40mila euro. La "Dia Communication", presieduta da Giuseppe Dia, ha lavorato molto per il governo, come scoperto da "La Verità". L'azienda si è occupata della campagna di sensibilizzazione e prevenzione contro il Covid-19 e, se si torna indietro nel tempo, anche della realizzazione del logo "For Lybia to Lybia", in occasione dell'incontro (2018) del presidente Conte con Khalifa Haftar e Fayez al-Sarraj. La collaborazione fra i fratelli Dia ed il Movimento, dunque, va avanti da tempo, fra kermesse grilline ed eventi istituzionali.

Scorte ai politici, quando Di Battista le criticava perché “stanno sui coglioni agli italiani”. Redazione su Il Riformista il 27 Maggio 2020. Come cambiano le cose in soli due anni. Era il luglio 2018 quando Alessandro Di Battista, l’ex deputato del Movimento 5 Stelle e attualmente leader del fronte più movimentista dei pentastellati, su Facebook lanciava le sue accuse contro le “scorte pazze”, una “vergogna tutta italiana” che l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini veniva invitato a risolvere. Parole che cozzano con quelle delle ultime 24 ore pronunciate da autorevoli esponenti del Movimento e dal capo politico reggente Vito Crimi, che si sono immolati in difesa dei pentastellati Pierpaolo Sileri e Lucia Azzolina, rispettivamente viceministro della Salute e ministro dell’Istruzione, entrambi finiti sotto scorta per minacce. La decisione delle Prefetture di sottoporre a sorveglianza i due politici del Movimento 5 Stelle, oltre al governatore leghista della Lombardia Attilio Fontana, deriva ovviamente dalla necessità di tenere alta l’attenzione in un momento di grande tensione sociale, esattamente come accadeva due anni nei casi denunciati da "Dibba". Ma cosa diceva nel 2018 l’ex deputato grillino? Su Facebook Di Battista definiva le scorte “pazze una vergogna tutta italiana. Non si tratta solo di sprechi, si tratta di privilegi e di forze dell’ordine sottratte al loro compito: quello di difendere i cittadini, non i’“potenti’”. Di Battista poi se la prendeva con i giornalisti, o meglio con una parte della categoria: “Magistrati e giornalisti minacciati ne hanno tutto il diritto. Tra l’altro ci sono giornalisti di frontiera, sconosciuti, che rischiano la vita davvero. Ma vogliamo parlare dei direttori di La Repubblica, La Stampa, Libero o Il Giornale? E poi Bruno Vespa? Ma stiamo scherzando? Con quel che guadagnano se la pagassero da soli la scorta”. Quindi l’attacco ai politici sotto scorta: “La Boschi sotto scorta? Gasparri? Capisco che scrivere quelle scemenze su twitter l’abbia reso antipatico ma uno come lui merita al massimo un vaffanculo per strada, nulla di pericoloso insomma. E poi “ciaone” Carbone sotto scorta? Io mica lo sapevo. Fatemi capire vengono scortati perchè stanno sui coglioni agli italiani? E poi ad un magistrato come Ingroia viene tolta? Siamo seri, Ingroia può stare simpatico o meno (per me la sua entrata in politica è stato un grandissimo errore e lo sa bene anche lui) ma ha indagato, avendo ragione tra l’altro, sulla trattativa Stato-Mafia, trattativa reale, vera, accaduta. Avrò fatto centinaia di comizi facendo spesso una battuta sulla scorta della Boschi (“non serve a difendere lei dai cittadini ma noi da lei”) ma adesso basta. Gli oltre 2000 agenti impegnati in questa roba hanno il diritto di fare il loro lavoro. Non sono entrati in Polizia per scortare i responsabili del declino dell’Italia. Salvini ha il dovere di intervenire immediatamente”. La battaglia di Dibba era fortemente sostenuta anche dall’universo grillino, tra base e parlamentari. Gli stessi che ora, giustamente, sono insorti a difesa dei colleghi minacciati e per questo legittimamente sottoposti a protezione. Classe impiegatizia specie pubblica che è lo zoccolo duro della conservazione, ma deve capire che ora il gettito fiscale delle partite IVA si esaurisce e non ci sono più i soldi per pagare gli stipendi né le pensioni o la cassa integrazione.  Classe impiegatizia che deve cessare di pensare di potersi salvare essa sola e di osteggiare il cambiamento, e deve invece subito iniziare anch’essa la lotta per l’abolizione del signoraggio, perché non c’è altro modo per ripartire". E sulle banche: "Le banche non faranno nessuno dei prestiti garantiti dal governo. Preferiscono ovviamente i prestiti ordinari con ordinarie garanzie e tassi fino al 14% a quelli a tassi calmierati e con la garanzia di un governo che non è in grado di garantire niente. Conte e Gualtieri stanno facendo di tutto per scaricare la crisi sui cittadini salvaguardando le banche."

Pierangelo Maurizio per “la Verità” il 22 ottobre 2020. «La ministra Azzolina si deve dimettere. Punto». Massimo Arcangeli, filologo e docente all' università di Cagliari, lo dice e lo ripete. È stato il presidente della sottocommissione 30ma-Sardegna per il concorso a dirigente scolastico. La quale ha promosso all' orale con una striminzita sufficienza (75/100, voto minimo 70) Lucia Azzolina, allora membro della commissione istruzione della Camera, diventata subito dopo sottosegretario e poi ministro da gennaio scorso. Ad aumentare polemiche e accuse è il fatto che il «suo» ministero, nonostante le sentenze del Tar che lo obbliga a depositare gli atti, non deposita prove, verbali di commissione e gli altri documenti. Proviamo a fare chiarezza.

Prof, cominciamo dall' inizio. È vero che in Sardegna la prova scritta fu spostata per maltempo dal 18 ottobre 2018, quando si è svolta sul resto del territorio nazionale, al 13 dicembre?

«Sì. Fu una decisione del Comune. Chi era stato assegnato alla commissione Sardegna ha avuto la possibilità di effettuare la prova posticipata».

Il 17 ottobre 2018, il giorno prima dello scritto, sul sito del ministero fu pubblicata la griglia dei criteri per le prove con allegati gli «incipit» da cui desumere gli argomenti dei cinque quesiti. È vero che la stessa griglia è stata mantenuta per la prova in Sardegna, quindi i candidati hanno avuto 57 giorni di vantaggio rispetto agli altri?

«Sì. È evidente che chi ha sostenuto la prova posticipata ha avuto qualche vantaggio».

Un sostanzioso vantaggio

«Ma certo, certo».

Secondo alcuni ricorsi la modifica dell'elenco degli ammessi all'orale, a prove già avviate, avrebbe cambiato l' assegnazione alle commissioni esaminatrici per molti candidati, tra cui la Azzolina che avrebbe dovuto essere giudicata in Veneto e non in Sardegna.

«Mmmh».

In particolare secondo il consulente di alcuni ricorrenti l' introduzione di cinque aspiranti presidi il 20 e 24 maggio 2019, dimenticati «per errore», mentre non avrebbe avuto impatto sui primi 780 nomi avrebbe mutato l' assegnazione alle commissioni per i candidati fino al numero 3.800.

«Questa storia dell' inserimento dei cinque nomi in effetti mi sembra strana, va verificata».

Come si legge da più parti, Lucia Azzolina ha sostenuto anche lo scritto (voto 80,5) oltre che l' orale a Cagliari?

«Io le posso dire che ha sostenuto l' orale a Cagliari. Gli scritti noi li abbiamo corretti sulla base di codici come tutte le commissioni. Abbiamo conosciuto i candidati solo all' orale quando a un codice è stato abbinato un volto. Io non so dirle se abbiamo corretto il suo scritto».

Se Lucia Azzolina e altri fossero stati giudicati per le due prove dalla stessa commissione sarebbe un' anomalia?

«Assolutamente no. Può essere un caso. Non trovo anomalo che una candidata esaminata per lo scritto sia poi esaminata anche per l' orale dalla stessa commissione. La questione è un' altra. La ministra si deve dimettere. Punto. Vede, fino a quando non vengono pubblicati tutti i compiti, non possiamo che ipotizzare».

In un ricorso si sostiene che la sua commissione sia stata la seconda con il più alto numero di promossi allo scritto, dopo il Molise: 60%.

«Non è vero. Sono numeri sballati. Siamo stati tra i più severi: 20,33% di promossi allo scritto e 63,92% all' orale».

Lei ha assistito all' orale della Azzolina e sulla base della sua performance si è convinto che non può fare il ministro dell' Istruzione.

«Ho voluto chiarire una cosa. Nella mia esperienza - ho presieduto e fatto parte di tante commissioni - forse non ho mai incontrato candidati tanto impreparati, ho registrato strafalcioni linguistici e lacune insostenibili per chi vuole fare il dirigente scolastico».

Esempio?

«Una candidata, non la Azzolina, non capiva che cosa le venisse chiesto. Alla fine ci siamo resi conto che non aveva la più pallida idea di cosa fosse una radice quadrata. Ha dichiarato di non aver mai visto quel simbolo».

Non male per un' aspirante preside. La Azzolina?

«Ha preso insufficiente in inglese, 5 (ndr, su 12) e zero in informatica».

L' inglese maccheronico non è indice di ministro incapace altrimenti...

«Ha preso zero in informatica. Al quesito composto da più domande non ha risposto male, non ha proprio risposto. Ma conosceva le norme e l' orale è andato, informatica e inglese avevano un peso relativo nel giudizio».

Devono essere rese pubbliche le prove del concorso a dirigente scolastico?

«Ma certo. Io sono solidale con i ricorrenti. Devono essere rese pubbliche tutte le prove, a maggior ragione quelle del ministro. Come ha fatto il ministero della Giustizia per il concorso a magistrato - anche quello sub judice - che ha ritenuto di ostendere le prove. L' ostinazione e l' arroganza del ministero e della ministra all' Istruzione, malgrado le sentenze del Tar, di non consentire ai candidati e a tutti di verificare gli esiti del concorso credo siano una cosa non da Terzo ma da Quinto mondo».

La ministra potrebbe dare l' esempio pubblicando le sue prove, mettendo a tacere accuse magari, in questo momento difficile, anche interessate.

«La ministra è la negazione dell' evidenza in ogni sua azione».

In che senso?

«Come sa ho denunciato il plagio, e sto approfondendo altri aspetti. Ho contato almeno 42 passi copiati nelle sue tesi di primo e secondo livello e di abilitazione all' insegnamento per il sostegno. Non ha mai risposto se non negando l' evidenza. Stiamo parlando di una costante azione di negazione dell' evidenza, di mancata trasparenza. Lo ripeto senza problemi».

Ha già detto che secondo lei deve dimettersi: non le chiedo perché.

«Deve dimettersi o almeno dare ora garanzia di quella trasparenza che non ha mai garantito da quando si è insediata».

Come per gli altri articoli sul concorso a dirigente scolastico, la replica alla ministra Lucia Azzolina.

Gustavo Bialetti per “la Verità” il 21 novembre 2020. Siccome viviamo da qualche tempo nella dittatura del politicamente corretto, e ogni parola va pesata e smussata, si deve essere profondamente grati a quelli che fanno tutto da soli. Ed è quello che ha combinato il ministro dell' Istruzione (a distanza) Lucia Azzolina, che parlando en amitié con Francesco Merlo sul Venerdì di Repubblica, forse in quanto entrambi siculi, ha raccontato la sua vita, ma anche che a scuola la chiamavano «Cazzolina» e che oggi si mette quei rossetti rosso fuoco perché «mi prendono in giro per le labbra». Ora, è davvero misterioso il motivo per il quale una donna che comunque ha preso due lauree, già oggetto di meme a valanga e di imitazioni di Maurizio Crozza, oltre che di accostamenti (esagerati) alla compianta Moana Pozzi, della quale sarebbe la versione bruna, debba raccontare che al liceo la chiamavano «Cazzolina» e che le sue labbra carnose attirano complimenti audaci. Probabilmente questo finto autobodyshaming fa parte di una nuova strategia acchiappavoti, per evitare di essere consegnata alla storia solo come il ministro dei banchi a rotelle. E comunque, nonostante faccia di tutto per passare per timida, sembra anche un po' civettuola. In ogni caso, va detto che nella lunga conversazione con il Merlo, la Cazzolina (adesso si può dire) racconta della sua infanzia «senza libri a casa» e dice una cosa da libro Cuore, che riportiamo con assoluto rispetto: «La scuola divenne il nascondiglio del mio disagio». Ok, ma oggi perché il nascondiglio del suo disagio è un ministero della Repubblica? E dobbiamo anche istituire la figura del «ministro di sostegno»?

Spunta pure un audio sul concorso di Azzolina "Segnali contro i ricorsi". In attesa della decisione del Consiglio di Stato diventa virale, tra i partecipanti al concorso, un audio che "tranquillizza" circa l'esito della sentenza. Emanuela Carucci, Sabato 24/10/2020 su Il Giornale. Ci sono ancora molte ombre sul concorso per dirigenti scolastici indetto il 23 novembre 2017 e su cui stanno indagando ben sei procure della Repubblica. Tra i concorrenti anche l'attuale ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, risultata idonea quando era già deputata e membro della VII Commissione cultura, ricerca ed istruzione della Camera. Ma la notizia non è tanto questa, fin qui nulla di irregolare: l'allora deputato poteva partecipare al concorso come qualsiasi docente di ruolo. Ma sul concorso sono state riscontrate diverse irregolarità dopo i ricorsi di molti altri partecipanti risultati non idonei. Dopo alcune indagini e la richiesta di accesso agli atti, il Tar del Lazio, in una sentenza, ha annullato la prova scritta. La decisione dei giudici, però, è stata momentaneamente sospesa in quanto il Miur (il ministero dell'istruzione) si è appellato al Consiglio di Stato. Ora spetta a quest'organo l'ultima decisione. Si potrebbe confermare la sentenza del tribunale amministrativo della Regione Lazio (e quindi il concorso sarebbe da rifare) oppure il Consiglio di Stato potrebbe annullare la sentenza del Tar e, quindi, i vincitori del concorso vedrebbero il loro posto da dirigenti scolastici salvo. Proprio pochi giorni fa (il 15 ottobre scorso) si è tenuta l'udienza del Consiglio di Stato (era prevista per il 12 marzo scorso, poi rimandata a causa del Covid-19) e ora si è in attesa della sentenza del massimo organo giuridico. C'è, però, un audio, pubblicato sul gruppo pubblico di Telegram "dirigenti scuola - futuri DS" il 18 ottobre scorso, che farebbe intendere già l'orientamento dei giudici sulla sentenza del Tar e rassicura i vincitori del concorso: "potete star tranquilli". Il gruppo su Telegram è stato, probabilmente, creato per dare tutte le informazioni in merito agli esiti del concorso. Non si conosce l'identità del mittente dell'audio che, nel frattempo, è diventato virale. Come detto, la voce farebbe intendere che il concorso non verrà annullato. L'audio in questione è stato inviato in un gruppo pubblico e se da un lato ha "tranquillizzato" i vincitori del concorso, dall'altro ha deluso i candidati ricorrenti. La voce dell'audio parla di "sentori" che farebbero intendere la decisione del Consiglio di Stato probabilmente diversa dalla sentenza del Tar. Ascoltando l'uomo si intende che ha probabilmente parlato con il "capo dipartimento, (con) l'avvocato che segue il ricorso da parte dell'avvocatura" e non con "l'ultimo arrivato". Stando alle sue parole, questi avrebbe avuto "segnali di fumo" in merito alla decisione dei giudici. "Si è mosso l'ira di Dio perché ora un ulteriore concorso creerebbe ulteriori problemi" ha dichiarato l'uomo di cui non conosciamo l'identità. "I segnali sono 'positivi', ma teneteli per voi" continua l'uomo probabilmente ignaro del fatto che il gruppo sia pubblico e che chiunque può ascoltare la sua voce. Lo stesso, infine, tranquillizza i vincitori del concorso, attualmente dirigenti scolastici, perchè anche "al Ministero (dell'Istruzione, ndr) stanno tranquilli".

L'esposto. L'audio, come detto, è stato ascoltato anche da alcuni partecipanti al concorso che hanno fatto ricorso. Una di loro è Claudia (utilizziamo un nome di fantasia per tutelare la docente) che ha presentato un esposto alla procura di Bari. Nell'atto si legge che l'utente del gruppo che ha mandato l'audio si riferisce "in maniera evidente alla decisione del Consiglio di Stato attualmente in riserva". "Chi ha mandato l'audio fa intendere che si saprebbe già il risultato della sentenza" dice a ilGiornale.it Claudia. "Noi temiamo che queste voci siano fondate e ci siamo stancati di subire" ha concluso, amareggiata, la concorrente non vincitrice.

L'onorevole Rossano Sasso. A seguire la vicenda anche l'onorevole della Lega Rossano Sasso. "Spero che la magistratura chieda alla voce dell'audio chi è l'avvocato a cui fa riferimento o chi è il capo di dipartimento che gli ha mandato segnali di fumo e per quale motivo al ministero stanno tranquilli" dichiara al telefono a ilGiornale.it il parlamentare pugliese. " Queste dichiarazioni creano molte ombre su indebite pressioni di esterni. Io ho massima fiducia nella magistratura, ma spero venga fatta chiarezza su questo concorso e se il Consiglio di Stato dovesse confermare quanto deciso dal Tar il ministro Azzolina si troverà in una plateale situazione di conflitto di interessi e dovrà scegliere se fare il ministro o fare il dirigente scolastico".

Insulti sessisti e minacce per il concorso, sotto scorta anche il ministro Azzolina. Redazione su Il Riformista il 27 Maggio 2020. Dopo il viceministro Sileri e il governatore della Lombardia Fontana, anche il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina finisce sotto scorta. La titolare del Miur, come riferito all’AdnKronos dalla senatrice del Movimento 5 Stelle Bianca Laura Granato, “oltre ad insulti sessisti ha subito delle minacce per il concorso. Da ieri è stata messa sotto scorta come il sottosegretario Sileri. Hanno tentato di hackerarle il profilo Facebook e il conto corrente”. La ministra è scortata da due uomini della Guardia di Finanza già da 3 giorni. Nei confronti della ministra è arrivata la solidarietà del capo politico del Movimento 5 Stelle Vito Crimi: “Sulla scuola si è venuto a creare un clima intollerabile, che poteva e doveva essere evitato. Al ministro Azzolina proprio in questi giorni è stato deciso di assegnare la scorta e a lei va tutta la solidarietà e vicinanza mia e del Movimento 5 Stelle”, scrive su Facebook il reggente pentastellato. “Agli attacchi e provocazioni strumentali nei suoi confronti, recentemente si sono aggiunti inaccettabili insulti sessisti e minacce, anche da parte di presunti insegnanti. Lucia Azzolina è un ministro competente e coraggioso, andiamo avanti insieme a testa alta nel percorso di cambiamento e di sostegno alla scuola italiana”, conclude Crimi. In una nota dei membri 5 Stelle in commissione Istruzione al Senato si denuncia il “clima intollerabile e davvero gravissimo. Dopo i ripetuti attacchi che certa politica ha in maniera pretestuosa riservato a Lucia Azzolina, alcuni facinorosi di sono spinti a insultare la ministra, con offese sessiste e messaggi di odio davvero sconcertanti. Ma come sempre odio chiama odio, e si è giunti addirittura alle vere e proprie minacce, tanto che è stato deciso di assegnarle la scorta. Tutto questo è inaccettabile. A Lucia Azzolina va la nostra piena e incondizionata solidarietà”.

Il viceministro Sileri sotto scorta, minacce sulla destinazione dei fondi per l’emergenza Covid. Redazione su Il Riformista il 26 Maggio 2020. Il viceministro della Saluta Pierpaolo Sileri è da alcuni giorni sotto scorta, accompagnato da un agente della pubblica sicurezza, a seguito di alcune minacce ricevute. A quanto si apprende infatti il viceministro grillino, professore associato presso Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e vice di Roberto Speranza, avrebbe subito pressioni per tentativi di corruzione e minacce in relazione alla sua attività politica e in particolare alla destinazione dei fondi pubblici per l’emergenza coronavirus. A Sileri è arrivata la solidarietà del ministro degli Esteri Luigi Di Maio: “Massima vicinanza al vice ministro Pierpaolo Sileri per le minacce ricevute. Pierpaolo oltre a essere un grande professionista è anche una persona corretta, genuina, con la schiena dritta. Avanti così, siamo tutti con te, hai il nostro sostegno. Non ci facciamo intimidire da nessuno”, ha scritto su Twitter l’ex capo politico dei 5 Stelle. Un messaggio dai toni simili è arrivato anche dal presidente della Commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra: “Pierpaolo Sileri è stato oggetto di minacce per cui è da qualche giorno sotto tutela. Fare il proprio dovere spesso significa esporsi a rischi di ritorsione. Ma Sileri è uno che difficilmente si intimorisce”.

Cinque stelle in trincea. Luigi Di Maio, quattro mesi alla Farnesina di un ministro impensabile. Assenze, parmigiano, gaffes. Finora aveva lasciato comandare i tecnici, adesso gli tocca la rincorsa mediatico-diplomatica e il duello con Conte. Ecco il vestito nuovo di Giggino il mediatore. Susanna Turco il 15 gennaio 2020 su L'Espresso. Un tempo la Farnesina era una dimora per leader, fidati vice, personaggi chiave. Un luogo adatto a un Aldo Moro, a un Giulio Andreotti. È andata così, grosso modo, fino a Massimo D’Alema, che usò il prestigioso incarico per (continuare a) fare politica. Da lì, il crollo: salvo eccezioni, è diventata più spesso una poltrona per quelle che Giampaolo Pansa avrebbe definito «pompose nullità». Attendenti di campo, parvenue, genti sensibili ad argomenti tipo «giri il mondo», «conosci i Grandi della Terra». Insomma, ci eravamo allenati. Ma non è bastato. Nonostante il transitare di personaggi come Angelino Alfano (col suo ventoso inglese fatto di «uaind», come ebbe a dire durante un vertice europeo) o Franco Frattini (già maestro di sci alpino, ormai insegna alla Link University e si atteggia a consigliori), nulla ha potuto fermare il senso di vertigine, di nodo allo stomaco, di mandibola cascante, allorché nel precipitare degli scenari mondiali ci si è resi conto - come tanti piccoli Edipi e Giocaste, con il senso dell’irrimediabile da tragedia greca - che nella fretta del Conte bis, sotto l’urgenza del dopo di me il diluvio, nel tira e molla delle caselle di fine estate, amoreggiando con la «discontinuità» e con il trasformismo si era finito per generare - peraltro di risulta - un fin lì impensabile ministro degli Esteri. Luigi Di Maio. Il trentatreenne capo dei Cinque stelle, immortale autore di neologismi come «Mister Ping» (alias il presidente cinese Xi Jinping) e «Mister Ross» (alias il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, poi ci si chiede perché non telefoni), già responsabile di una posizione sul Venezuela di Maduro per lo meno ambigua e della più grave crisi diplomatica con la Francia dal secondo dopoguerra a oggi, proprio nelle stesse ore, si slanciava intanto alla rincorsa affannosa a tentare di colmare l’inconsistenza italiana, il senso di fallimento e la fosforescente marginalità sul fronte internazionale (un micidiale filotto dal Medio Oriente all’Africa del Nord: Iran, Iraq, Libia e ritorno), con post su Facebook alle due di notte, divisive prese di posizione tipo «l’Europa lavori in modo più coeso» o «serve subito un cessate il fuoco», e sguardi pensosi sulla contemporaneità come quello che abbracciando Libia e Iran diceva: «Il faro che ci guida è sempre solo un’unica, semplice verità: la guerra genera altra guerra, la violenza chiama altra violenza, la morte altra morte». Anche Di Maio, del resto, genera altro Di Maio. Cambia giusto il vestito. I risultati si vedono. Pur eccellendo come un camaleonte nella capacità di cambiare forma a seconda del ruolo su cui si posa, infatti, l’ex ministro del Lavoro e del Mise (non ha saputo chiudere un tavolo, per tacere dell’Ilva), pur provando in ogni modo a vestire i panni del ministro degli Esteri resta infatti il ragazzo che faceva lo steward allo Stadio San Paolo. Zero esperienza internazionale. Zero formazione accademica. Zero inglese - o comunque molto poco, nonostante le lezioni di Silvia Virgulti. E bisogna immaginarselo, quando ad esempio a novembre il giovane Di Maio ha incontrato il russo Sergej Lavrov, uno che fra le altre cose fa il ministro degli Esteri di Putin da oltre tre lustri. Come raccontano con un sibilo i corridoi della Farnesina, Di Maio, quel giorno, dopo essere stato (come al solito) pressoché silente per quasi tutto l’incontro, pescando mentalmente tra i foglietti preparati dai diplomatici decise di affrontare la questione dei dazi sul parmigiano reggiano: e chiedere al suo omologo di intervenire per togliere le sanzioni. L’ex viceministro di Eltsin, che verosimilmente più dei latticini aveva in mente l’Ucraina o la Libia , sibilò una cosa del tipo: di questo parli pure con il capo dipartimento dell’Agricoltura. La schicchera che avrebbe asfaltato un Moavero Milanesi o un Giulio Terzi di Sant’Agata ha finito, a sprezzo del ridicolo, per essere esibita da Di Maio alla stregua di un successo diplomatico, ha sottolineato la Stampa. E invece dice, da sola, tutta la capacità di gittata del ministro di Pomigliano d’Arco, e l’intera considerazione che è capace di conquistarsi. E del resto, per condurre i micidiali bilaterali, gli speed date della diplomazia, ci vuole finissima arte politica. Non post sul blog. Non dagli alla kasta. Non la piattaforma Rousseau. Tocca sbattere il naso contro la realtà: in quei posti dove la retorica finto-giovanilista di Giggino non l’applaude nessuno. E questo, in fondo, Di Maio lo sa. Tanto è vero che lui il ministro degli Esteri non voleva farlo (voleva essere premier, vicepremier, o magari ministro del Sud, ricordano le sciagurate cronache di quei giorni). Tanto è vero che la sua principale qualità - raccontano dalla Farnesina, quando sono in buona - sta appunto in questo: aver capito quali vasti territori non possa nemmeno lambire. E, di conseguenza, non azzardarcisi nemmeno: lasciar fare, piuttosto. Preferibilmente non esserci. Stare altrove. Fino al necessario presenzialismo di questi giorni, in effetti, il dato che saltava più all’occhio era l’assenza di Di Maio: dai vertici mondiali, all’inizio, dalla Farnesina anche dopo. «L’hanno scalzato», il lamento di chi ancora ci crede. «Non lo vediamo mai», invece, il sospiro dei diplomatici. Un po’ come, nel governo precedente, ha fatto Matteo Salvini, che al Viminale non ci stava mai. Con, però, una differenza fondamentale: mentre gli Affari interni nelle loro funzioni essenziali vanno avanti anche senza ministro, alla Farnesina la rete degli ambasciatori ha bisogno di una relazione continua con il ministro, che è chiamato a decidere, dare la linea politica, presidiare i dossier. Senza si finisce presto fuori dai giochi, e il vuoto diplomatico viene riempito da altri Paesi, come è accaduto per la Libia. Non che sia tutta colpa di Di Maio, perché alla fine la politica la fa il presidente del Consiglio: e il premier è rimasto lo stesso, dallo scorso governo. Dettaglio che bisogna ricordare, tutte le volte che si addossa a Salvini la colpa di qualcosa. È il leader leghista ad aver gestito il dossier libico? Chi glielo ha permesso? Del resto, anche Giuseppe Conte, bisogna comprenderlo: pur avendo un curriculum più adatto ad affrontare le sottigliezze della diplomazia, è partito anche lui da zero, a digiuno di politica. Da avvocato, il meglio che sa esprimere è la mediazione del galleggiamento: tra Pd e M5S, tra il prima e il poi, tra Haftar e Serraj - come ha provato a rifare l’altro giorno, a Roma. E, come Di Maio, annaspa anche lui in prese di posizioni talmente generiche da arrossire, potendo. Ma intanto chi amministra i dossier? La risposta è abbastanza paradossale, visto e considerato che i Cinque stelle volevano abbattere il sistema. Mentre Di Maio ha raddoppiato il suo staff comunicazione raggiungendo la quota monstre di 710 mila euro l’anno per gli stipendi , a governare sono infatti i tecnici, i burocrati, il sistema insomma. Alla Farnesina, è ascesa l’influenza di Elisabetta Belloni, segretaria generale dal 2016, già capa di gabinetto di Paolo Gentiloni alla Farnesina, e di fatto reggente già dai tempi del preparato ma invisibile Enzo Moavero Milanesi; l’altra guardia pretoriana di Di Maio è Ettore Sequi, nominato in settembre capo di gabinetto, su suggerimento pare proprio di Belloni, non appena gli era scaduto l’incarico di ambasciatore a Pechino, al quale l’aveva promosso sempre Gentiloni, e dal quale aveva guidato, nei due viaggi in Cina, l’allora vicepremier e titolare del Mise. A Palazzo Chigi, consigliere diplomatico di Conte è Pietro Benassi, che Gentiloni da ministro degli Esteri aveva fatto salire assegnandolo ad una delle cinque sedi più importanti, quella di Berlino, e che già dal 2018, epoca del governo gialloverde, aveva portato il neopremier ad accreditarsi per le ambasciate europee (tassello fondamentale per la credibilità sulla quale il ri-premier ha poi fatto leva); mentre l’altro del quale Conte si fida, a Palazzo Chigi, è l’ammiraglio Carlo Massagli, nominato consigliere militare per la prima volta durante l’ultimo governo a guida Pd. Perché è chiaro che, su questi dossier, persino un Rocco Casalino, o financo un Augusto Rubei, braccio destro di Di Maio, possono spingersi fino a un certo punto. La Farnesina, in particolare, è posto che fa da sé: un fedelissimo dimaiano come l’ex ambasciatore del Qatar Pasquale Salzano, nativo di Pomigliano d’Arco, è arrivato alla fine subito prima di Natale, via Cdp e presidenza di Simest, nel quadro dello svuotamento delle competenze del Mise. La gabbia diplomatica insomma è ben presidiata, e pare decisamente improbabile che, nonostante tutto, Di Maio si possa mettere a proclamare dal balcone la fine di qualsiasi ostilità bellica, come fece a suo tempo con la «povertà». Se non altro, perché qualche diplomatico gli farebbe lo sgambetto prima, impedendogli di affacciarsi. Ma che poi alla fine ne salti fuori qualcosa di sensato, neanche questo appare tanto possibile.

Alessandro Da Rold per laverita.info il 7 ottobre 2020. Il ministro per le politiche giovanili e lo sport ha un ruolo sempre più centrale nel governo di Giuseppe Conte. Anche  grazie a un'occupazione del potere  che ha portato avanti  da vero democristiano negli ultimi  mesi di governo. Ha ingrandito la struttura centrale e ha piazzato i suoi uomini  in posizioni strategiche, senza  contare le consulenze. Criticato dal mondo  del calcio,  spesso  vacillante nel suo incarico di ministro per le politiche giovanili e lo Sport  durante l'emergenza sanitaria, Vincenzo Spadafora resta uno dei politici  più importanti nel governo di Giuseppe Conte. Prima  e durante la ripresa  del campionato di calcio  in tanti avevano chiesto  la sua testa, ma il presidente del Consiglio non lo ha mai messo  in discussione. Tanto  che il nome  di Spadafora non è mai stato nemmeno considerato in un possibile rimpasto della maggioranza. E' inamovibile, apprezzato da Conte, dai 5 Stelle  e dal Partito  democratico. Del resto il politico campano di 46 anni è cresciuto alla scuola  della democrazia cristiana, prima con Clemente Mastella e poi con Alfonso Pecoraro Scanio, conosce le istituzioni - grazie  agli anni insieme all'ex numero uno dei lavori  pubblici Angelo Balducci - e soprattutto come mantenere il potere.  Basta  guardare le riforme fatte nell'ultimo anno al dicastero di largo Chigi,  in particolare quelle  relative al dipartimento dello sport che in pochi  mesi ha visto crescere il proprio personale da 15 unità a 71. Secondo le stime  si tratta  di una spesa  pari 1 milione e mezzo  di euro. Non solo. Pochi  mesi fa, a giugno, sono stati selezionati 25 consulenti "esperti" del fondo  Sport  e Periferie che Spadafora ha assegnato a Studiare Sviluppo, la società  del Mef che aveva già accompagnato il ministro nella sua avventura da sottosegretario: 25 profili  con stipendi variabili tra 30, 50 e 70 mila euro, di cui curiosamente più del 10% per la comunicazione. Tutt'ora se si va sul sito del bando  compare un'errata corrige  (...). Il fondo  periferie è cambiato in «fondo unico  a sostegno del potenziamento del movimento sportivo italiano». Del resto esiste  un'unità già operativa di questo  tipo presso  Sport  e Salute  e un accordo identico con Invitalia di Domenico Arcuri. In pratica  in un anno Spadafora si è rinforzato con 96 persone, un record  in tempi  di emergenza sanitaria e economica. Il motivo, accentrare sempre di più sul ministero il proprio potere  sullo sport italiano. Ma nessuno si lamenta, figuriamoci tra i grillini  che hanno  fatto per anni una battaglia contro  i presunti poltronifici della Prima  repubblica. Il ministro è grande amico  di Luigi  Di Maio e vanta  ottimi  rapporti anche  con il dem Dario Franceschini. A questi  incarichi vanno  aggiunte altre consulenze, tra cui 35.000  euro a Andrea Fiorillo il 21 luglio,  per assistenza nella gestione del management. Poi ce n'è un'altra per Ernesto Caggiano del 17 luglio,  10.000  euro per perfezionamento di aspetti giuridici. Quindi  a Celestino Bottoni altri 15.000  per consulenza fiscale.  A Anna Teressa Borrelli vengono dati 15.000  euro per una consulenza sulle politiche giovanili. A Valerio Toniolo, già presidente della fondazione Milano  Cortina 2016 e commissario per i mondiali di sci 2021,  vanno  anche  35.000  euro per consulenze nella gestione di risorse  artistiche e culturali. E poi ancora  Claudio Rosi, Gianluca Del Giudice, Simone Agostini Santucci, Federico Maria  De Luca e Manuela Svampa. Spadafora sa come far girare  le poltrone. Non appena arrivato a Palazzo Chigi nel 2018,  all'epoca solo sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega  allo sport, sollevò  dall'incarico il Direttore dell'Agenzia Nazionale dei Giovani Giacomo D'Arrigo, sostituendolo con Domenico De Maio,  avvocato di origine  campane, che aveva  prima  lavorato con lui all'Unicef, coordinandone nel 2011 il movimento dei giovani volontari, e poi lavorato nel suo staff a Palazzo Chigi. Allo stesso  modo,  poco prima  che cadesse il governo Conte  I, Spadafora aveva  sostituito Luigi  Manconi all'Unar (l'Ufficio antidiscriminazioni), con Triantafillos Loukarelis, anche  lui proveniente dal suo staff e con cui aveva  lavorato assieme sia all'Unicef che all'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. Quando cadde  il primo  governo Conte  Spadafora riuscì  grazie  ai buoni  uffici di Di Maio e alla sponda  di Franceschini, a prendere l'ascensore sociale  e diventare ministro. Tenne  per sé la delega  alle politiche giovanili, e il relativo portafoglio aggiunse quello  dello Sport,  ricevendo il testimone da Giancarlo Giorgetti, che aveva  partorito una riforma attesa  da anni. Dopo i primi  passi all'insegna di un'apparente umiltà  – le cronache narrano di un Ministro che ostentava in ogni occasione pubblica, come fosse un merito, di "non sapere  di Sport"  – Spadafora ritornò  poi subito  alla sue abitudini. Dopo pochi  mesi dal suo insediamento ha costretto alle dimissioni Rocco  Sabelli, il manager nominato da Giorgetti al vertice  di Sport  e Salute,  la società  cassaforte dello sport italiano. Le dimissioni di Sabelli arrivarono dopo il pressing a tutto campo  che Spadafora attuò per condizionarne le scelte  e sottrargli l'autonomia che lo stesso  Sabelli aveva posto  come conditio sine qua non per accettare l'incarico di amministratore delegato della Società. Le dimissioni non passano tuttavia inosservate, almeno negli ambienti economici e finanziari, perché  il manager di Agnone noto per la sua durezza lascia  agli atti, e alle agenzie, una dichiarazione al vetriolo facendo intendere che le dimissioni nascono da una sintonia con l'attuale ministro Spadafora «mai nata e, credo, difficilmente possibile in futuro  per evidenti e sperimentate diversità di cultura, linguaggio e metodi», cui fa eco qualche giorno  dopo il richiamo alla «politica pasticciona». Qualche mese dopo Sabelli viene sostituito da Vito Cozzoli, avvocato nonché ex capo di gabinetto di Di Maio.  Nel frattempo, Spadafora ha messo  nel mirino  anche Andrea Abodi, Presidente dell'Istituto di Credito Sportivo che aveva  assicurato la stabilità finanziaria e l'autonomia della banca,  prorogando il mandato di 6 mesi del direttore generale, Paolo  D'Alessio. Spadafora ha provato a defenestrare Abodi, che tuttavia al contrario di Sabelli  lo ha respinto con perdite  grazie  all'aiuto del Pd di Luca Lotti,  che lo aveva  nominato, e dell'interesse del Ministero dell'Economia e delle Finanze, preoccupato per la tenuta  della banca  pubblica. Ma Spadafora non demorde e la partita  è ancora  aperta. Non finisce  qui, perché  Spadafora, come anticipato su Panorama.it del 14 agosto,  ha poi varato  una riforma in cui si moltiplicano i centri  di poteri  e si moltiplicano le nomine da fare: nuovi  dirigenti al Coni (in sostituzione di quelli  che rimarranno a Sport e Salute), nuovi  dirigenti a Sport  e Salute  (per rimpiazzare quelli  che sceglierà Malagò), nuovi  dirigenti al dipartimento per lo Sport,  dove non è ancora  finito il tentativo di far diventare dirigente generale di primo  livello  lo stesso  capo di gabinetto del Ministero, Giovanni Panebianco.

La ministra Azzolina querela Salvini: “Più volte ha fatto post sessisti”. Notizie.it l'11/10/2020. La ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina ha sporto querela contro il leader della Lega Matteo Salvini per aver pubblicato post sessisti su internet. Intervenendo durante la trasmissione radiofonica di Selvaggia Lucarelli “Le Mattine di Radio Capital”, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha annunciato di aver sporto querela nei confronti di Matteo Salvini a seguito dei numerosi post sessisti pubblicati dal leader della Lega sui suoi profili social. La ministra ha inoltre parlato dell’odio online emerso contro la sua persona da quando è diventata ministra e in particolare da quando quello della scuola è diventato uno dei principali temi dell’emergenza coronavirus. Nel corso della trasmissione, la ministra Azzolina ha dichiarato: “Ho sporto querela nei confronti di Matteo Salvini mesi fa, perché ha fatto più post sessisti e tante volte questi sono stati rilanciati dalle donne, mi ha fatto molto male. Gli esponenti politici  sono quelli che devono dare l’esempio fuori. Io una volta da parlamentare difesi una collega di Forza Italia insultata sui social. Il colore politico non conta”. “Da quando sono diventata ministro l’odio social si è acuito molto. Un po’ tutti i giornali si sono divertiti in questi anni con me“, ha in seguito aggiunto la ministra dell’Istruzione, precisando come non essendo mai stata prima d’ora così esposta mediaticamente n un ruolo pubblico non si era mai resa conto della violenza dei commenti sul web: “Da persona che viene dalla scuola, non ero abituata a tutto ciò, a tutte queste volgarità, la prima volta mi è venuto da vomitare, poi ho interiorizzato e ora prova solo pena per queste persone”.

La replica di Salvini. Non si è fatta attendere la replica del segretario leghista, che su social ha scritto: “L’incapace Azzolina mi ha querelato? Mi viene da ridere! Assumi professori e bidelli, riporta a scuola i bimbi disabili con i loro insegnanti di sostegno, compra i banchi promessi (senza rotelle!) e sistema aule, mense e palestre, ti pagano per questo”.

Azzolina, chi è davvero il ministro che ha in mano la nostra scuola. L’illeggibilità della firma depone per la presenza di sensi d’inferiorità vissuti nel passato e non ancora del tutto risolti. Evi Crotti, Domenica 20/09/2020 su Il Giornale. La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina sembra avere un asso nella manica, che peraltro usa con maestria: l’immagine di sé, alla quale tiene molto e che pertanto cura con particolare interesse. Persona loquace, fino a rischiare punte di logorrea, sembra avere “poche idee, ma confuse” che compensa con la convinzione di possedere una competenza adeguata, per cui finisce per sfoderare saccenti consigli (vedi lettere oscure e illeggibili, e triplice sprofondamento verso il basso delle lettere). Ciò sta a indicare un forte attaccamento al tangibile, per il quale investe molte delle proprie energie. L’illeggibilità della firma depone per la presenza di sensi d’inferiorità vissuti nel passato e non ancora del tutto risolti, per cui rischia di recuperare la propria autostima attraverso la ricerca di conferme da parte degli altri. Se però non dovesse riuscire a trovare appoggi e ad organizzare il proprio pensiero con consequenzialità, rischierebbe di perdere quella apparente sicurezza (leggi sicumera) costruita con tanta fatica, restando priva di credibilità. Infatti, se contrastata o toccata nell’orgoglio, potrebbe manifestare suscettibilità e reagire in modo del tutto imprevedibile, persino con scatti di nervosismo. Affettivamente parlando, sembra di poter cogliere una personalità che tende a sublimare le pulsioni affettive attraverso un costante e deciso impegno nel mondo del lavoro, in particolare in quello pedagogico infantile. Ciò la porta a sacrificare il mondo degli affetti e parte della femminilità in favore di una crescita sociale fatta di compensazioni e di ambizioni fino all’arrivismo. Il tutto però è caratterizzato da un’ansia di tipo anticipatorio (vedi lettere stiracchiate e oscure) che la porta a vivere tutto con tensione e senza una precisa consequenzialità tra pensiero e azione. 

Mattia Feltri per “la Stampa” il 7 ottobre 2020. A proposito, Lucia Azzolina non s' è ancora dimessa? Non ha ancora risposto del disastro, del cataclisma, della bancarotta? Ora, io non ho nemmeno troppo da lamentarmi: mio figlio alle medie è spossato poiché deve tenere la mascherina per l'intera durata delle lezioni, e mia figlia - quinto ginnasio - è distrutta poiché è ancora senza banco, e non sa dove appoggiarsi a riposare le stanche membra, ma mi sembrano disagi tollerabili. Non devo però farmi fuorviare da queste piccole, parziali informazioni. La politica italiana ha un'opinione più complessa del lavoro del ministero dell'Istruzione in vista del nuovo anno scolastico, appena cominciato, e le cui molteplici sfaccettature hanno impegnato un ricco vocabolario: Azzolina non sa gestire neppure un asilo, Azzolina è una sciagura, Azzolina è contro il diritto alla salute, Azzolina è incapace, Azzolina è un fantasma, con Azzolina c'è il caos, Azzolina è una persona con problemi, Azzolina è indegna, Azzolina manda i nostri figli allo zoo, Azzolina è tragica, Azzolina è il peggior ministro della storia, Azzolina piagnucola, Azzolina non capisce una mazza e questa è solo una frettolosa antologia. La mia critica preferita è Azzolina vale zero. La trovo la più attinente. Infatti sono usciti i dati sui contagi dopo due settimane di lezione. Studenti contagiati, quasi mille e cinquecento, cioè lo 0,02. Insegnanti contagiati, meno di trecentocinquanta, lo 0,04. Personale contagiato, poco più di cento, lo 0,05. Ecco, Azzolina non vale zero, vale zero virgola zero. Riconoscerle che ha fatto un buon lavoro sarebbe da gentiluomini, se ce ne fossero.

Maurizio Tortorella per “la Verità” il 7 ottobre 2020. In quale Paese al mondo può accadere che sia indetto un concorso di Stato per coprire alcune migliaia di posti da dirigente scolastico, ma che sullo svolgimento dei test vengano denunciate anomalie così gravi da spingere sei diverse Procure ad aprire un'inchiesta, e irregolarità tali da indurre i Tribunali amministrativi ad annullare la selezione? In quale Paese può accadere che, malgrado tutto questo, per oltre un anno non accada assolutamente nulla? In quale Paese può accadere poi che a quel concorso partecipi un deputato della Repubblica, e che sulla sua prova d'esame vengano lanciati gravi dubbi da uno dei commissari che l'hanno valutata? In quale Paese quel deputato-candidato preside, poi divenuto ministro dell'Istruzione, potrebbe opporsi in un'aula di giustizia alla legittima richiesta di pubblicazione di tutti gli atti d'esame, per di più schierando il ministero al suo fianco? Se la vostra risposta ai quattro quesiti è stata «l'Italia», complimenti: avete passato l'esame. Anche Lucia Azzolina ha sicuramente superato il suo, il 19 giugno 2019. Docente precaria in Liguria, entrata in ruolo a Biella, quel giorno Azzolina, che allo scritto dell'ottobre 2018 era passata per il rotto della cuffia (73 contro un punteggio minimo di 71,7), ha superato l'orale ed è divenuta preside: da oltre un anno era stata eletta deputato del Movimento 5 stelle ed era entrata in commissione Cultura, un'istituzione che di concorsi scolastici si occupa per statuto, per poi essere nominata sottosegretario all'Istruzione. Sulla bontà della sua prova, poi, era emerso uno scandaletto. Verso la fine dello scorso dicembre il critico e linguista Massimo Arcangeli, che era stato tra i suoi esaminatori, aveva rivelato che la performance della deputata grillina non era stata proprio eccelsa: «Mi chiedo» aveva raccontato Arcangeli, «come si possa pensare di affidare la guida della Pubblica istruzione a chi, in quell'orale, non ha risposto a nessuna delle domande d'informatica al punto da meritarsi uno zero». Anche la prova d'inglese non era andata bene, solo 5 su 12. Ma quelle legittime domande erano state presto silenziate, ed erano anche servite a poco: due settimane dopo, il 10 gennaio 2020, Azzolina era stata nominata al dicastero dell'Istruzione, come Arcangeli aveva previsto e temuto. Ed era stata confermata anche tra i 2.900 vincitori del concorso. Il problema è che nel frattempo molti aspiranti presidi «bocciati», riuniti in un comitato dal programmatico nome «Trasparenza è partecipazione», hanno deciso di dare battaglia legale. Poco prima che Azzolina s' insediasse al ministero, attorno al Natale 2019, il comitato è riuscito a ottenere dal suo predecessore Lorenzo Fioramonti 430 elaborati d'esame su circa 9.000: tutti anonimi, ovviamente, ma con la valutazione delle sotto-commissioni. «L'analisi di quei documenti è stata illuminante», dice Giancarlo Pellegrino, esponente del comitato. La lista delle anomalie è lunga ed è finita in un dossier creato dal comitato con l'aiuto di tecnici ed esperti. Secondo «Trasparenza è partecipazione», i rigidi criteri di valutazione delle prove, prestabiliti da una commissione plenaria, sarebbero stati disattesi da alcune delle 38 sotto-commissioni d'esame, che avrebbero dato punteggi irregolari, con frazioni di voto diverse da quelle indicate. «In certi casi le incongruenze sono ancora più gravi» aggiunge Pellegrino «perché vengono valutate positivamente risposte mai date, o incomplete. Una domanda del test scritto, per esempio, prevedeva 5 punti nel caso in cui il candidato avesse citato correttamente le norme di riferimento: in alcuni elaborati la risposta non c'è, ma quei punti vengono assegnati ugualmente». Almeno tre commissari d'esame avrebbero poi agito in palese conflitto d'interessi, violando il regolamento del concorso che il ministero nel 2017 aveva emanato per decreto: prima dell'esame, infatti, avevano svolto attività di formazione dei candidati, e c'era il rischio di favoritismi. Gravi falle, del resto, avrebbe mostrato anche il «codice sorgente» del sistema informatico, utilizzato per garantire l'anonimato della prova scritta. L'attivismo del comitato, tra denunce e ricorsi, ha avuto effetto. Una prima segnalazione alla Procura di Roma ha fatto aprire un'inchiesta nella Capitale e altri cinque procedimenti penali a Bologna, Napoli, Ravenna, Catania e Santa Maria Capua Vetere. I fascicoli all'inizio erano contro ignoti, ma a Panorama risulta che gli inquirenti abbiano da poco iscritto alcuni nomi nel registro degli indagati. È andato ancora più in là il Tribunale amministrativo del Lazio, che con tre sentenze pronunciate fra il luglio 2019 e il giugno 2020 ha confermato alcune delle lamentele del comitato e ha annullato il concorso. Il Tar ha ordinato anche la piena pubblicità degli elaborati e dei risultati dello scrutinio, e il libero accesso al «codice sorgente». A quel punto, però, tutto s' è arenato. A causa dell'opposizione del ministero dell'Istruzione, che chiedeva di non turbare l'attività didattica, nell'ottobre 2019 il Consiglio di Stato ha sospeso le decisioni del Tar del Lazio e rinviato a un'udienza che si terrà il prossimo 26 ottobre. Ma in vista di quell'appuntamento cruciale il ministero, attraverso l'Avvocatura dello Stato, ha nuovamente chiesto al massimo organo della giustizia amministrativa di negare ogni pubblicità agli atti. Il paradosso è doppio, perché a «firmare» il nuovo ricorso è la stessa Azzolina, che non solo è parte in causa, visto che ha vinto il contestatissimo concorso, ma in quanto rappresentante del Movimento 5 stelle dovrebbe essere il primo alfiere della trasparenza. La motivazione per il nuovo no all'accesso agli atti? Il grande carico di lavoro per il ministero, impegnato nel difficile avvio di un anno scolastico che peraltro ha già causato non poche grane e problemi d'immagine alla stessa numero uno dell'Istruzione. Oltre al fatto che il «codice sorgente», se pubblicato, non potrebbe più essere utilizzato. Si legge anche che i dirigenti scolastici vincitori rischierebbero «l'estromissione o la discriminazione (), o altri svantaggi personali e/o sociali»: potrebbero «essere esposti a minacce, intimidazioni, ritorsioni...». In attesa della decisione del Consiglio di Stato, il 25 settembre l'ex ministro Fioramonti si è dissociato con forza dal suo successore e compagno di Movimento: «Ho sempre creduto necessario rendere i concorsi il più possibile trasparenti» ha dichiarato «perché ne va della credibilità dello Stato. Trovo pertanto inaccettabile che dopo la mia uscita dal ministero la richiesta di accesso agli atti, che io avevo concesso, sia stata respinta ancora una volta».

La memoria corta di Azzolina: quando sabotava coi sindacati. Prima di fare politica era attivista dell'Anief e contestava il governo sui precari. Poi il voltafaccia. Massimo Arcangeli, Sabato 22/08/2020 su Il Giornale. Monta inarrestabile la protesta contro una ministra dell'Istruzione tanto arrogante quanto incompetente, indifendibile dall'inizio del mandato e rivelatasi inadeguata oltre ogni immaginazione. L'ultima è l'attacco scomposto e irresponsabile, che ha indignato perfino l'alleato democratico, portato ai sindacati, e ai presunti sabotatori al loro interno, nell'intervista di ieri a Repubblica: remerebbero, secondo la Azzolina, contro la riapertura settembrina delle scuole. A parlare è peraltro un'ex sindacalista, un tempo paladina dei precari. L'11 luglio 2018 Azzolina, in una riunione congiunta delle settime Commissioni di Camera e Senato, in risposta a un'audizione del ministro dell'Istruzione di allora (Marco Bussetti), dichiarava in aula: «Abbiamo tante di quelle emergenze: abbiamo docenti da stabilizzare, abbiamo vincitori, idonei di concorso, Gae storici, diplomati magistrali, docenti della scuola secondaria di primo e di secondo grado». Due mesi dopo, in un video postato su YouTube (20 settembre 2018), la scena si ripete: l'onorevole, partita lancia in resta contro la Buona Scuola, difende a spada tratta la stabilizzazione dei precari della scuola, per dare una «prospettiva ai lavoratori che per tre anni hanno profuso il loro impegno all'interno delle scuole italiane. Non accadrà più. D'ora in poi il nostro impegno andrà nella direzione di rendere il contratto a tempo indeterminato la regola, non l'eccezione». Ora, da quando è ministra, Azzolina quei precari li disprezza. Maestra nell'arte dello scaricabarile, la ministra è sbocciata sindacalmente nell'Associazione Nazionale Insegnanti e Formatori (Anief), una onlus fondata nel 2003 a Palermo (per tutelare, in particolare, proprio i precari scolastici), e lì si è data parecchio da fare, militando prima in Piemonte e poi in Lombardia. Il 10 novembre 2009 Marcello Pacifico, il presidente nazionale dell'associazione (tuttora in carica), in un'intervista a un quotidiano on line (ilsussidiario.net) aveva annunciato trionfale l'esito positivo del ricorso fatto al Tar dal suo sindacato, contro il decreto Gelmini, in difesa di più di 8.000 precari (degli oltre 20.000 ricorrenti totali). Cinque anni dopo Lucia Azzolina compare come relatrice sulla locandina di un seminario di studi Anief (La legislazione scolastica, Chieri, I.C. Chieri I, 14 novembre 2014) organizzato all'interno di un corso diretto dallo stesso Pacifico (La buona scuola. Facciamo crescere il Paese). Il suo nome riaffiora poco più di un anno dopo, quando è relatrice di un altro seminario Anief in tema di riforma scolastica: La «Buona Scuola» e le nuove norme sulla mobilità tra organico dell'autonomia e ambiti territoriali (Milano, I.C. R. Pezzani, 16 febbraio 2016). Nel 2107 Azzolina torna a insegnare, lasciando il sindacato fondato da Pacifico. Avrebbe poi detto: «Per un po' ho lavorato all'Anief, esperienza che mi ha fatto capire, purtroppo, come funziona il sindacato»: tpi.it, 28 dicembre 2019). Dopo l'elezione a ministra l'Anief di Novara-Biella-Vercelli ha diramato un comunicato (31 dicembre 2019), firmato dal presidente locale, Giuseppe Faraci, di congratulazioni all'ex affiliata. Nel comunicato si diceva «oramai scaduto il tempo perché possano trovare soluzione definitiva le annose questioni legate al mondo del precariato come ad esempio la stabilizzazione dei precari . Non sono più tollerabili atteggiamenti discriminatori, docenti di ruolo e docenti a tempo determinato hanno stessi doveri e non possono non avere stessi diritti . Tutte queste ed anche altre rivendicazioni, negli anni scorsi, le abbiamo urlate insieme al neo ministro Azzolina e noi ne siamo fieri!» Dimettetela.

Pietro Senaldi per “Libero quotidiano” il 5 maggio 2020. Sotto il rossetto, senza il quale nessuno l' ha mai vista, niente. Lucia Azzolina è la dimostrazione che la politica grillina dell' uno vale uno è una solenne cavolata che produce solo danni. Il mondo della scuola godeva già di pessima salute prima del suo arrivo al ministero dell' Istruzione. Uno studio Ocse del 2019 ha rilevato che i liceali di oggi hanno conoscenze matematiche e linguistiche inferiori a quelle dei loro fratelli maggiori e che, di fatto, un adolescente su quattro non è in grado di leggere e far di conto a livelli accettabili. In viale Trastevere avremmo avuto bisogno di Pico della Mirandola a gestire la baracca, invece è arrivata questa ministra della D-Istruzione che, avendo due lauree, nel gregge grillino viene trattata come se fosse la reincarnazione di Francesco De Sanctis o di Giovanni Gentile. Invece è la prova del degrado assoluto nel quale è precipitata la nostra università. Se essa funzionasse infatti, non avrebbe mai consentito alla signora di cingersi per due volta la testa con la corona d' alloro, in Filosofia e Giurisprudenza. Questa donna riesce nell' impresa di fare rimpiangere perfino Fioramonti, il rodomontesco ministro grillino che l' ha preceduta. Il quale era un improponibile, ma almeno aveva tre idee, per quanto sbagliate. Azzolina al contrario brilla nell' arte di non sapere che pesci pigliare. Però la sua insipienza, al posto di renderla umile, le porta spavalderia e aggressività. Ha due commissioni di esperti. Una è per la riapertura ma, visto la stadio dei lavori in corso ancora a zero, probabilmente è in sciopero. L' altra è per la chiusura e, stando ai risultati della didattica a distanza, sarebbe auspicabile che si mettesse in sciopero. Emula di Conte, unico in Italia a difenderla, ma per mere ragioni di bottega, la ministra si è votata alla religione degli esperti e dei virologi e segue come una talebana i loro consigli senza mediazioni con il mondo della scuola. Tant' è che è riuscita a scontentare i sindacati pur promettendo 25mila assunzioni entro l' inizio del prossimo anno scolastico. La signora infatti progetta un' infornata di precari alla faccia dei concorsi. Il fatto che Azzolina comandi la Pubblica Istruzione è uno spot straordinario per quella privata. Per tutta la durata del suo dicastero - che è breve, visto che dura da meno di quattro mesi, ma sembra già troppo lungo - nessuno ha sentito la signora parlare di didattica, programmi, organizzazione. È arrivata ai primi di gennaio, contestualmente al Covid-19, e si è subito dimostrata una disgrazia nella disgrazia. Per studenti e professori infatti, la sciagura peggiore non è stata l' epidemia, ma il fatto che essa abbia ampliato i poteri e il ruolo di Azzolina. Perché una cosa è chiara a tutti: finché c' è lei, la scuola italiana non ripartirà; e forse, proprio perché c' è lei, sarebbe anche il minore dei mali. Basta pensare alle sue stralunate idee su come finire l' anno sui banchi e iniziare il prossimo. A questo proposito però Donna Lucia ha dimostrato di avere una qualità. Quando apre bocca, mette d' accordo tutti. Le sue parole fanno cattiva scuola. Sindacati, studenti, professori, renziani e salviniani, non c' è chi non sogna di cacciarla. Mancano ancora quattro mesi all' inizio del prossimo anno scolastico, e già nel fine settimana Azzolina ha annunciato la resa: bisogna andare in classe un giorno sì e uno no, con la stessa frequenza con cui lei accende il cervello. Infatti dodici dopo, a neuroni attivi, la ministra si è rimangiata tutto, salvo ricascare nel grottesco annunciando lezioni nei parchi. Emula di Conte anche nel metodo: non sa che fare, spara la prima cosa che le suggeriscono i suoi esperti e vede l' effetto che fa. Se la maggioranza la manda al diavolo, torna indietro. Un po' come gli studenti quando non sanno la lezione e sparano a caso la prima risposta che gli pare non sbagliatissima. Il fatto che il Pd la tolleri ancora al suo posto è la prova di come il fu glorioso partito della sinistra italiana si sia ridotto a scendiletto di Conte. I dem si erano, e ci avevano, illusi che avrebbero governato i grillini un po' come fece Salvini nel precedente governo; invece ne sono gli utili idioti. Deceduti per Covid-19, gli zingarettiani pare che abbiano rifiutato le profferte di Renzi di ribaltare il premier per mettere uno di loro al suo posto. Poco male, Orlando e compagni al posto di Giuseppe non farebbero di meglio. Però potrebbero mettere dietro la lavagna Azzolina, o almeno costringerla a scrivere mille volte con il rossetto «io non farò fallire la scuola italiana».

Roberto Bordi per il Giornale il 29 dicembre 2019. Soluzione salomonica per il Ministero dell'Istruzione, rimasto senza guida dopo le dimissioni rassegnate il giorno di Natale dal grillino Lorenzo Fioramonti. Durante la conferenza stampa di fine anno a Palazzo Madama, il premier Giuseppe Conte ha spiegato: "Ho pensato di nominare la sottosegretaria Lucia Azzolina ministra della Scuola e Gaetano Manfredi, presidente della Crui, ministro dell'Università e della Ricerca. Affiancherò il neo ministro per una ricognizione di un mese in cui sentiremo tutti gli stakholders", aggiungendo che "nel 2020 introdurremo l'Agenzia nazionale della ricerca che possa fungere da coordinamento ai vari livelli". Si chiude così, con l'annuncio di una doppia nomina (e di un doppio stipendio), il dibattito sul successore di Fioramonti. Subito il favorito era il presidente della commissione bicamerale Antimafia, Nicola Morra, scavalcato in extremis da Lucia Azzolina e Gaetano Manfredi. Nomi sgraditi a una parte della maggioranza. Compresi alcuni deputati del M5s che, ha scritto Il Messaggero, hanno criticato la scelta "politicamente inopportuna" di Azzolina "di partecipare, da deputato membro della commissione Istruzione, al concorso" da preside. Concorso in cui l'attuale sottosegretario è risultata idonea, malgrado l'esistenza di un palese conflitto d'interessi che ha spinto l'allora collega di Azzolina, Gelsomina Vono (ora passata a Italia Viva), a presentare un ricorso.

La scarsa preparazione di Azzolina. Nessun problema, invece, per Azzolina, che a chi le chiedeva conto della vicenda aveva detto di stare studiando per il concorso dal 2017. Niente di male, dunque. Almeno per lei, che risulta iscritta in graduatoria in attesa di reclutamento. Nel frattempo continua a lavorare al Miur. Finora con la carica di sottosegretario, a breve come ministro della Scuola. Chi lo ha fatto fino a Natale, Lorenzo Fioramonti, si è fatto conoscere per alcune proposte quantomeno discutibili come la sugar tax. Per non parlare dello scandalo degli insulti social ad alcuni esponenti del centrodestra, che gli erano quasi costati la poltrona. Ma Fioramonti, che secondo qualcuno potrebbe uscire dai 5s per formare un gruppo autonomo alla Camera, almeno era preparato. Eccome se lo era. Professore di economia politica all'Università di Pretoria, in Sudafrica, parla alla perfezione quattro lingue. Mentre Azzolina mastica a malapena l'inglese. Per non parlare della sua (im)preparazione informatica.

"Azzolina si è strameritata uno zero in informatica". A dirlo, in una lettera pubblicata sabato su Repubblica, è Massimo Arcangeli, presidente della Commissione per l’accesso al ruolo di dirigente scolastico che ha giudicato l’attuale sottosegretaria. "Non ci siamo prodotti né in genuflessioni né in accanimenti, e alla fine Lucia Azzolina, malgrado io stesso le abbia fatto una domanda sull’interculturalismo caduta nel vuoto, se l’è cavata: almeno la normativa – dirò del resto più avanti – la conosceva", ha spiegato Arcangeli, che ha voluto rispondere al dubbio (insinuato dalla possibile erede di Fioramonti) "che una combriccola di giudici prevenuti poteva avercela con lei". In effetti, nonostante l'idoneità ottenuta, la prova orale di Azzolina al concorso da preside non era andata poi così bene. Lo svela lo stesso Arcangeli. "Non ha risposto a nessuna delle domande d’informatica, al punto da strameritarsi uno zero (il massimo era 6). Ho un nitido ricordo di quella prova - racconta ancora Arcangeli - come pure di quella volta ad accertare la conoscenza della lingua inglese. Il voto ottenuto dalla candidata Azzolina fu allora il più basso fra quelli maturati dal quintetto della mattinata: 5 su 12".

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 3 febbraio 2020. «Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi una parola che, scusate se sono poche, ma settecentomila lire punto e virgola noi ci fanno specie che questanno c' è stato una grande moria delle vacche, come voi ben sapete! Punto! Due punti! Ma sì, fai vedere che abbondiamo. Abbondandis in abbondandum». Siamo d' accordo, stiamo parlando di un modello inarrivabile, ossia la lettera scritta da Totò e Peppino. Ma c' è chi gli ci si avvicina molto, una signorina di nome Lucia Azzolina, membro dei 5 Stelle, che di mestiere fa il ministro dell' Istruzione. Sì, è la stessa che ha copiato ampi passaggi della sua tesi di abilitazione all' insegnamento, nonché alcuni brani delle sue due tesi di laurea. Tuttavia, leggendo come scrive quando non copia, non sai se sia peggio il plagio o lo scempio; cioè, se sia più riprovevole riprendere scritti altrui senza citarli o viceversa usare farina del proprio sacco, abbondando in orrori grammaticali, mostruosità sintattiche, apostrofi, accenti e virgole distribuiti ad capocchiam e parole fuori luogo o senza senso. Grazie al lavoro di ricerca del linguista Massimo Arcangeli, che aveva già scoperchiato l' affaire-copiatura del ministro, siamo entrati in possesso della documentazione con tutti gli strafalcioni presenti nelle due tesi della Azzolina, allora studentessa all' Università di Catania: quella per la laurea di primo livello in Filosofia dal titolo Rousseau politico: dai due Discorsi al Contratto sociale dell' anno 2003-04, e quella per la laurea magistrale in Storia della filosofia del 2007-08 intitolata Rousseau e Voltaire: il terremoto di Lisbona. C' è materiale a sufficienza per comporre un Ipse dixit con tutte le sue perle più preziose, che funga da manuale per gli studenti, fornendo loro un modello di come non scrivere in italiano.

«LA SVIRGOLATA». La prassi più ricorrente del ministro, allora studentessa, si potrebbe definire "la svirgolata", ossia l' utilizzo sballato delle virgole, messe in luoghi impropri, spesso sparse a pioggia, forse in nome del motto di Totò «fai vedere che abbondiamo».

Ecco alcuni esempi che testimoniano la sua abitudine di far seguire «che», «ma» ed espressioni come «se pertanto» direttamente da una virgola: «È importante ricordare che, gli uomini selvaggi di cui parla Rousseau, non sono quelli che gli europei trovarono in America», «Se pertanto, aveva queste garanzie non necessitava dell' aiuto di nessuno», «Ma, le speranze di Voltaire verranno decisamente smentite». Si badi bene, non si tratta di refusi perché sono errori sistematici che si ripresentano puntualmente. Un' altra pratica frequente nella scrittura di Azzolina è la mancata concordanza di persona tra sostantivo e verbo: se il primo è singolare, il secondo, chissà perché, diventa plurale. Date un' occhiata qui: «La violenza delle sue opinioni religiose e politiche preoccuparono sempre più i suoi protettori ed amici», «Lo scambio di opinioni tra Rousseau e Voltaire rappresentano l' esempio», «La saggezza delle leggi e dell' autrice della legge sono rilevabili dalla permanenza delle leggi». Regola imprescindibile suggerita dal Nuovo Dizionario Aggiornato Azzolina è anche lo scrivere il «sì» avverbio e il «dà» verbo senza accento. Vedere per credere: «Vivere in tal modo, cioè con continue paure, non da neanche la possibilità di sviluppare seriamente un lavoro», «Egli grida il nome di Dio per far si che la scossa sia più forte». Viceversa, espressioni come «qual è» e «qual era» vogliono tassativamente l' apostrofo: «Di conseguenza qual' è la motivazione per la quale gli uomini si associano?», si chiede l' allora laureanda. E ancora: «Da egocentrico qual'era, Rousseau pensava che». Azzolina, un apostrofo rosa tra le parole «qual'è». Sempre nella logica di abbondare, l' attuale ministro, da studentessa, metteva sempre un «ne» di troppo: «Il progetto roussoiano doveva essere quello di scrivere () un' opera, della quale il Manoscritto di Ginevra ne costituiva solo un capitolo»; o «Bisognava ricostruire la storia dell' uomo per capirne i suoi cambiamenti». La parte più divertente riguarda le parole inventate di sana pianta, neologismi azzoliniani quali «sottoforma» e «riassuntato», o espressioni dall' effetto comico come «Aveva perso gli amici, pensava che fra questi si ardisse una congiura contro di lui». Ma dove forse la Azzolina dà il meglio di sé è nell' uso dei modi verbali, in cui affiora la malattia comune a molti suoi colleghi di partito, la "congiuntivite". In alcuni casi il congiuntivo scompare a favore dell' indicativo: «Voltaire riteneva che Rousseau non seppe sfruttare il talento del suo intelletto» (con tanti saluti a «sapesse»); in altri, a vantaggio del condizionale: «Rousseau sostenne che certe morti premature potessero essere benefiche laddove avrebbero colpito senza che gli uomini se ne fossero accorti». Altrettanto agghiacciante è il ricorso a verbi intransitivi, quali «esulare», che nell' italiano creativo di Azzolina diventano miracolosamente transitivi: «L' uomo si arroga il diritto di conoscere una delle risposte che esulano di molto le sue limitate capacità». Due chicche ulteriori rendono bene l' idea della padronanza lessicale e sintattica della titolare dell' Istruzione. La prima fa riferimento «ad una sovrappopolazione che manca di risorse per nutrirsi»; la seconda è una summa dell' orrore: «Rousseau difende una morte naturale e repentina dovuta ad una natura buona che in questo modo preserva l' uomo da inopportune sofferenze e, accusa di mali più crudeli gli uomini che, nel momento in cui, si approfittano del più debole compiono orrori infinitamente peggiori rispetto a quelli di cui la natura verrebbe accusata da Voltaire». Viene voglia di gridare basta.

TESTI IMBARAZZANTI. Infatti la finiamo qui, non prima però di aver sentito il parere del prof. Arcangeli. «Sono testi imbarazzanti», ci dice. «Raramente mi capita di vedere fenomeni a questi livelli nelle tesi dei miei studenti. Quello che mi ha sconcertato di più è l' uso terrificante dei segni di interpunzione, privi di qualsiasi ratio alla base. Certo, in questo caso bisogna anche considerare le responsabilità dei prof che, almeno per la magistrale, avrebbero dovuto controllare i testi e invece, con leggerezza, hanno consentito ad Azzolina di laurearsi con lavori scritti in quel modo». Ma il discorso si potrebbe estendere anche ad altri ex ministri dell' Istruzione, si pensi solo agli svarioni di Valeria Fedeli. «Ricorrendo a una boutade», continua Arcangeli, «lancerei l' idea di sottoporre i candidati alla poltrona di quel ministero a un test preventivo di lingua italiana. Personalmente però trovo ancora più grave che la Azzolina abbia ripreso interi passaggi della sua tesi di abilitazione all' insegnamento da testi specialistici senza citarli in bibliografia. Mi chiedo: se dovesse parlare agli studenti di una scuola superiore, con che faccia potrebbe spiegare loro come attingere correttamente alle fonti?». Nondimeno l' altro giorno il ministro ha detto fieramente di sé: «Nella mia vita ho sempre studiato e ha funzionato bene». A leggere le sue tesi, non si direbbe. Che, ne pensasse, di questo, Lucia, Azzolina?

Chi è Lucia Azzolina. 37 anni, Lucia Azzolina è stata eletta per la prima volta in Parlamento nel 2018. Originaria di Florinda (Siracusa) ma trapiantata in Piemonte, si è laureata in filosofia all'Università di Catania (triennale e specialistica). Dopo avere frequentato la Scuola di specializzazione all'insegnamento secondario (SSIS), per l’abilitazione all'insegnamento della storia e della filosofia, ha iniziato a insegnare nei licei di La Spezia e Sarzana. Quindi si è iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pavia, dove si è laureata nel 2013, continuando a insegnare nelle scuole superiori. Attiva per molti anni nel sindacato Anief, è tornata a insegnare nel 2017. Un anno dopo si è candidata alle Politiche nelle fila del Movimento 5 Stelle, risultando eletta nel listino proporzionale. Nel 2019 è stata nominata sottosegretario all'Istruzione del Conte II, fino alla promozione a ministro della Scuola appena annunciata da Conte.

Massimo Arcangeli, Linguista e critico letterario, per “la Repubblica” il 12 gennaio 2020. Se ci si collega a Internet, e si digitano su Google le opportune parole chiave, spuntano i titoli di tre tesi, fra lauree e specializzazioni, firmate da Lucia Azzolina. Uno dei tre documenti, intitolato Un caso di ritardo mentale lieve associato a disturbi depressivi , è la tesi conseguita dalla neoministra all' Università di Pisa nel 2009 (così sul frontespizio; nel 2010 secondo il curriculum ufficiale), presso la Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario della Toscana, e di complessive 41 pagine (relatore: Gianluca D' Arcangelo). Ora, confrontando diversi passi dell' estratto del lavoro disponibile online, corrispondente alle prime tre pagine, con i rispettivi originali, si scopre che più o meno la metà di quel che c'è scritto in quell' estratto è il risultato di un plagio. E la ministra dell' Istruzione non solo non virgoletta quel che non è farina del suo sacco, e già il fatto sarebbe di per sé molto grave, ma nei luoghi corrispondenti ai passi interessati, per giunta, non cita nessuna delle fonti cui ha attinto a man bassa. Direttamente o, forse, indirettamente (dal momento che nessuno dei testi menzionati qui di seguito compare nella bibliografia finale della tesi). Il primo brano, filtrato da qualche fonte intermedia facilmente reperibile in rete (come la risposta di uno psicoterapeuta a una lettrice del Messaggero Veneto del 4 aprile 2005), riprende praticamente alla lettera un passaggio della voce "ritardo mentale" contenuta nel Dizionario di psicologia di Umberto Galimberti, la cui prima edizione è del 1992 (Torino, Utet; nella seconda, uscita per Utet Libreria nel 2006, furono ampliate tre voci e ne furono aggiunte altrettante). Il secondo brano riproduce, con minime variazioni, un passaggio della voce "ritardo mentale" curata da Luigi Ravizza, Gabriele Masi, Mara Marcheschi e Pietro Pfanner per un monumentale Trattato italiano di psichiatria in tre volumi, un progetto editoriale coordinato da Paolo Pancheri e Giovanni B. Cassano (coadiuvati da altri sette psichiatri). Dell' opera, pubblicata nel 1992 (Milano, Masson) e realizzata con il contributo di ben 175 diversi studiosi, uscì nel 1999 una seconda edizione (Milano-Parigi-Barcellona, Masson) curata dallo stesso gruppo di psichiatri tranne uno (Antonio D' Errico, morto nel 1995). Il terzo brano, a parte un paio di virgole, ricalca esattamente un altro passaggio della voce "ritardo mentale" del Dizionario psicologico di Galimberti, mentre per il quarto c' è l' imbarazzo della scelta. Agli addetti ai lavori il passo è talmente familiare (è stato ripetutamente ripreso da libri e articoli successivi alla prima fonte di attestazione) che riesce difficile spiegarsi come non se ne sia accorto già allora il relatore della tesi discussa da Lucia Azzolina. Anche qui la fonte di riferimento, la traduzione italiana (Milano, Masson, 1983) di un noto manuale dell' American Psychiatric Association più volte ristampata o riedita (seconda e terza edizione, pubblicate entrambe ancora da Masson: 1988 e 1995), è saccheggiata senza essere nemmeno menzionata; si tratta del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali curato, per il versante italiano, da Vittorino Andreoli, Giovanni B. Cassano e Romolo Rossi. Anche del quinto brano, e mi pare ci si possa fermare qui, è ben riconoscibile la fonte omessa dall' onorevole Azzolina: un volume collettivo uscito nel 2008 (Clemente Lanzetti, Linda Lombi e Michele Marzulli, a cura di, Metodi qualitativi e quantitativi per la ricerca sociale in sanità , Milano, FrancoAngeli). Il plagio della ministra rischia ora di creare un serio imbarazzo ai Cinque Stelle. Quando, tre anni fa, emerse una vicenda simile che coinvolse l' allora ministra della Pubblica amministrazione Marianna Madia, le polemiche furono molto violente, soprattutto sul fronte grillino, e Danilo Toninelli arrivò a chiederne le dimissioni. Come reagiranno i responsabili di un partito che è stato per anni il portabandiera della trasparenza, del merito e della legalità? Avranno un guizzo, un sussulto, un soprassalto oppure preferiranno lasciar correre?

Le tesi copiate di Azzolina e Madia: plagi a confronto, ecco i veri numeri. Sono 1.542 le parole rubate dalla neoministra nell'elaborato finale per l'abilitazione professionale: il 17,8%, una percentuale superiore rispetto a quella delle parole saccheggiate dalla ex ministra della Pubblica amministrazione (14,2%). Massimo Arcangeli su La Repubblica il 18 gennaio 2020. Sarebbero circa 300, secondo i calcoli di chi si è servito di due software antiplagio, le parole che l’onorevole Lucia Azzolina avrebbe fatto illegittimamente sue nell’elaborato di 41 pagine (Un caso mentale lieve associato a disturbi depressivi) prodotto per la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario della Toscana (SSIS), frequentata a Pisa fra il 2008 e il 2009. In realtà sono molte di più. Ben 1.542. Le parole saccheggiate da Marianna Madia quando fu contestato anche a lei il fatto che avesse più volte attinto alle sue fonti, nella tesi di dottorato discussa a Lucca nel 2008 (Essays on the E?ects of Flexibility on Labour Market Outcome), senza averle debitamente citate, restituirono nel marzo del 2017 un ammontare di circa 4.000 esemplari. Poiché il testo del lavoro della neoministra Azzolina si compone di 8.648 parole, che salgono a 28.083 in quello dell’allora ministra Madia (non si è tenuto conto, nel duplice conteggio, del titolo, dell’indice e, per la tesi della seconda, di ammennicoli vari), il confronto è presto fatto: Madia ha copiato indebitamente in una percentuale del 14,242%, Azzolina in una percentuale del 17,831%. La neoministra pentastellata avrebbe dunque copiato addirittura di più. Come farà l’onorevole Azzolina, se qualcuno un giorno dovesse chiederglielo, a spiegare dalla sua posizione, agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, che non si deve copiare, che la selezione delle fonti dev’essere rigorosa, che bisogna sempre virgolettare i brani altrui? A non tener conto del fatto che anche l’italiano, nel lavoro di cui parliamo, quando è farina del sacco dell’onorevole, è a tal punto sciatto da risultare imbarazzante: “Si è, iniziato a lavorare e si continua a lavorare per riportare l’alunna ad una condizione psicologica di partenza che renda nuovamente possibile la sua partecipazione" (p. 17); “Quando immagino M. come adulta, mi pongo delle domande, la prima fra tutte che tipo di lavoro potrebbe fare?” (p. 33); “So che questo cammino possa essere vissuto dalla ragazza come una corsa ad ostacoli, ma sono certa che M. ce la possa fare se correttamente stimolata” (p. 36); “Ho conosciuto situazioni che prima non avrei mai immaginato. Non tanto la situazione di M., che tra le disabilità, è forse una delle migliori che ci si possa augurare, ma ho visto altri ragazzi con disabilità più gravi che realmente mi hanno fatta sentire molto fortunata” (p. 37); "A volte i colleghi delle discipline curricolari non sanno neanche quale sia la funzione del collega di sostegno, non comprendono che il docente di sostegno è docente sulla classe, e non possono permettersi di 'cacciare' l’insegnante più l’alunno dalla classe, perché giudicati fastidiosi” (p. 38). La neoministra, d’altronde, prometteva bene già ai tempi dell’università. Ecco un paio di stralci ricavati dalla sua tesi di primo livello (Rousseau politico: dai due Discorsi al Contratto sociale, a. a. 2003-2004), consultabile per intero come la relazione finale SSIS, in entrambi i casi a pagamento, sul sito tesionline.it: “Dopo che lo stato di natura non esiste più o forse non è mai esistito, Rousseau non si perde in nostalgie nel tentativo di ricostruire un passato per proporlo come presente, anzi quel passato è utile solo per costruire un nuovo presente, una nuova società” (p. 147); “Questi sono i motivi, per i quali, l’uomo deve benedire l’attimo che lo ha trasformato da animale selvaggio qual’era nello stato di natura, in uomo intelligente” (p. 149). Infine la ciliegina sulla torta, un brano tratto dalla laurea specialistica (Rousseau e Voltaire: il terremoto di Lisbona, a. a. 2007-2008) di Azzolina, anch’essa leggibile a pagamento sul sito indicato: “Inoltre, non solo gli uomini sono sottoposti alle sofferenze, alle quali, la natura li espone, ma sono fonte per la maggior parte dei loro stessi mali. Sono loro che si fanno la guerra, non certo la natura li costringe a lottare e a morire nei campi di battaglia. Anche se la natura avesse avuto un ordinamento differente e non avrebbe arrecato alcun tipo di dispiacere o di difficoltà agli uomini, loro comunque non sarebbero stati capaci di essere felici proprio a causa del loro carattere infelice” (p. 227).

Massimo Arcangeli per “il Giornale” il 23 gennaio 2020. Un giorno, navigando in rete, sono incappato in tre elaborati di Lucia Azzolina pubblicati su tesionline.it, due tesi di laurea e una tesi prodotta per la Scuola di specializzazione per l' insegnamento secondario della Toscana (Ssis), frequentata dalla neoministra a Pisa fra il 2008 e il 2009. Mi sono subito reso conto, a una rapida lettura delle tre pagine introduttive del lavoro (disponibili gratuitamente), che qualcosa non quadrava. Un brano, ben noto agli addetti ai lavori, non era correttamente citato (niente virgolette, nessun rinvio in nota) e non era neanche elencato nella bibliografia finale. Ho così esaminato con cura quelle tre pagine, finendo per scoprire che la metà all' incirca di quel che vedevo scritto non era farina del sacco di Lucia Azzolina. Ne è scaturito il mio primo articolo per Repubblica, cui va tutto il merito di aver reso il caso di dominio pubblico e di averne accompagnato i successivi sviluppi (a quel primo pezzo ne sono seguiti infatti altri due, per il sito del giornale, nei quali ho potuto dar conto dei risultati dell' analisi condotta sull' intero testo).

Le parole rubate. Sono ben 1.542 le parole finora accertate che Lucia Azzolina ha fatto illegittimamente sue in quell' elaborato (Un caso mentale lieve associato a disturbi depressivi). Il lavoro, di 41 pagine, si compone di 8.648 parole (la neoministra ha dunque scopiazzato in una percentuale del 17,831%) e tutti i passi contenenti quelle «rubate» dall' onorevole non sono stati riportati fra virgolette e non sono accompagnati da note di rinvio alle fonti, del tutto assenti nella bibliografia finale (qualche sigla sparsa qua e là non fa testo). Stiamo parlando di 32 brani copiati di sana pianta da lavori altrui, ed è inutile provare a sostenere che si tratterebbe di definizioni circolanti nel settore, al punto da poter essere di uso comune.

Azzolina vs Madia. Il Decreto Ministeriale del 26 maggio 1998 («Criteri generali per la disciplina da parte delle università degli ordinamenti dei Corsi di laurea in scienze della formazione primaria e delle Scuole di specializzazione all' insegnamento») recitava all' art. 2, comma 8: «L' esame per il conseguimento del diploma di laurea o di specializzazione comprende la discussione di una relazione scritta relativa ad attività svolte nel tirocinio e nel laboratorio. Della relativa commissione esaminatrice fanno parte sia docenti universitari sia insegnanti delle istituzioni scolastiche interessate che abbiano collaborato alle attività del corso di laurea o della scuola» (il decreto specificava anche che i regolamenti didattici dei singoli atenei potevano «disporre che la relazione di cui al comma 8» potesse essere «integrata da uno specifico lavoro di tesi»). Il lavoro che ha consentito alla neoministra Azzolina di abilitarsi è dunque un documento ufficiale, indispensabile per il conseguimento del titolo. Sul frontespizio c' è scritto «Tesi» ed è riportato anche il nome dello psichiatra (Gianluca D' Arcangelo) che ha seguito l' onorevole prima della discussione collegiale finale. Si tratta perciò di una tesi a tutti gli effetti. A confermarmelo è stato Stefano Malvagia, al tempo il funzionario coordinatore, con un contratto a tempo determinato (ora indeterminato), della segreteria della Ssis Toscana, fra le eccellenze del settore. La Ssis Toscana, con sede operativa a Pisa, agiva secondo quanto previsto dall' art. 2, comma 6.e del Decreto Ministeriale del 26 maggio 1998. «Si richiedeva la stesura di un lavoro che integrasse la sezione laboratoriale o di tirocinio», mi ha riferito telefonicamente il funzionario, «con un' introduzione teorica». Sull' argomento, definendolo una semplice relazione di tirocinio, Lucia Azzolina ha dunque mentito. Negli anni, ha anche aggiunto Stefano Malvagia, «quando ci è riuscito di farlo con gli strumenti di cui disponevamo, abbiamo respinto diversi studenti proprio per i plagi riscontrati, anche arrivando a negare l' abilitazione, e in qualche occasione abbiamo perfino registrato (per la sede di Firenze) casi di passaggi di intere tesi da abilitati nei cicli precedenti ad abilitandi nel ciclo in svolgimento».

Gli altri brani copiati. Devo a un post su Faceboook di Lorenzo Galliani se sono riuscito a scoprire, in aggiunta a quello da lui segnalato, altri luoghi significativi nei quali la neoministra ha riprodotto brani altrui senza indicare le fonti (dirette o indirette) dei suoi prelievi, anche in questo caso assenti nelle rispettive bibliografie. Galliani, nel suo post, ha riconosciuto in un intervento pubblicato sul blog di un professore di Gorizia, Antonio Vecchia (morto nel maggio del 2016), la fonte di un passo della tesi magistrale discussa dalla neoministra nell' anno 2007-2008 all' Università di Catania (il titolo: Rousseau e Voltaire: il terremoto di Lisbona). Gran parte del pezzo uscito su quel blog, aggiornato l' ultima volta il 12 ottobre 2003 era già presente in un articolo in rivista del 2006 (Walter Joffrain, Quando la terra trema, «KOS», giugno 2006). Al luogo scovato da Lorenzo ne ho aggiunti altri otto, cinque dei quali individuati nella laurea di primo livello dell' on. Azzolina, Rousseau politico: dai due Discorsi al Contratto sociale (anno accademico 2003-2004), discussa sempre all' Università di Catania. Ce ne sarebbe anche un decimo, segnalato da un articolo del Fatto Quotidiano del 21 gennaio scorso (questa la fonte, stavolta citata in bibliografia: Roberto Gatti, L' enigma del male. Un' interpretazione di Rousseau, Roma, Studium, 1996), ma non ho potuto controllare. Tutte le fonti, forse a eccezione di una (online e non datata, e per la quale ho chiesto agli interessati ma sono in attesa di una risposta), sono anteriori alle due tesi redatte dall' onorevole Azzolina. La relazione presentata per la Ssis e le due tesi catanesi si possono peraltro acquistare sul sito tesionline.it per 30,50 euro. L' autrice incassa per ogni copia venduta, a partire dalla seconda, 12,25 euro lordi. Sono consapevole delle conseguenze che questo mio ulteriore pezzo sulla vicenda che vede coinvolta la ministra Azzolina potrebbe avere per me, per la mia figura, per la mia vita privata e professionale. Mando però ogni giorno a memoria la parola coraggio, e se il coraggio non lo facciamo uscire quando conta, in un' ottica di servizio pubblico e di ricerca della verità, allora tutto diventa inutile. Diviene privo di senso battersi per un' idea o un ideale, quando davvero serve, se non ci si sacrifica, se non si pospongono le pur legittime esigenze, opportunità o aspirazioni personali ai superiori interessi collettivi.

Azzolini e la tesi copiata: la doppia morale di chi chiede dimissioni solo ai ministri «degli altri». Pubblicato lunedì, 13 gennaio 2020 su Corriere.it da Tommaso Labate. Immemori, Renzi e altri, della lezione di Pietro Nenni, che a fare a gara a fare i puri trovi sempre uno più puro di te che ti epura. «C’è una cosa che mi sembra molto ingiusta: la doppia morale», scrive nella sua newsletter Matteo Renzi prendendo di petto l’accusa, rivolta alla neo ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, di aver copiato da testi specialistici ampi stralci della sua tesina finale della Scuola di specializzazione, quella che consente l’insegnamento alle scuole secondarie. Il fendente è rivolto al M5S, reo di aver chiesto le dimissioni di Marianna Madia, quando l’allora ministra del Pd era stata accusata di un peccato analogo, ma silente oggi, quando a essere intaccata è la reputazione della ministra propria.

I Cinquestelle e l’attacco alla Madia. In fondo non sono passati neanche tre anni da quando, era il marzo del 2017, i Cinquestelle schierarono i loro massimi calibri nell’attacco alla Madia, messa sotto accusa per una tesina di dottorato sospettata di plagio ma assolta dalla commissione giudicante di chi quel dottorato gliel’aveva assegnato, e cioè l’Imt di Lucca. Danilo Toninelli, ignaro del fatto che un anno dopo sarebbe stato ministro di un governo non propriamente amico della Germania, s’era abbandonato a un tweet fortemente tedescofilo: «Dei tedeschi ammiro la serietà istituzionale. Un ministro si è dimesso per una tesi copiata. Se non chiarisce, Madia dovrebbe fare lo stesso».

Il virus della doppia morale infetta a tutte le latitudini. Effetti collaterali del virus della doppia morale, antico forse quanto il mondo, che spesso infetta la politica a tutte le latitudini. Renzi, in fondo, è lo stesso Renzi che — all’epoca in cui a Palazzo Chigi c’era Enrico Letta — spingeva sull’acceleratore delle dimissioni di ministri altrui come un pilota alla guida di un bolide lanciato su un rettilineo senza fine. Josefa Idem accusata di non aver pagato l’Imu di una palestra camuffata per abitazione? Annamaria Cancellieri sospettata di aver favorito gli arresti domiciliari di Giulia Ligresti? E via con le richieste, più o meno esplicite, di dimissioni. Come capitò con Nunzia De Girolamo, coinvolta in una storia di corruzione all’Asl di Benevento, che tentava di resistere in sella al ministero dell’Agricoltura. «Almeno la Idem si è dimessa…», scandì Renzi. Fuori un’altra.

Indagato Pizzarotti? Cartellino rosso. La Raggi? Si cambia il regolamento. De Girolamo, qualche anno dopo, si sarebbe vendicata chiedendo a gran voce le dimissioni di Luca Lotti, indagato per la vicenda Consip, dal ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Renzi. Un Renzi, in quel caso, silente, ovviamente. Perché le regole della casa del grand hotel «Doppia morale» dicono essenzialmente l’esatto contrario dell’antico detto «fai del bene e scordatene». Lo sanno benissimo anche all’interno del Movimento Cinquestelle, che ha annacquato fino a farlo scomparire del tutto il loro vecchio primo comandamento, quello che impediva la prosecuzione della carriera politica a tutti coloro che si trovavano indagati a vario titolo. Indagato Pizzarotti? Cartellino rosso. Indagata la Raggi? Si cambia il regolamento. Un caso, due morali, insomma. Certo, poi i nodi vengono al pettine. Luigi Di Maio, nel febbraio del 2016, colse al balzo la palla di un’indagine per abuso d’ufficio a carico di Angelino Alfano. «Le nostre forze dell’ordine non possono avere il loro massimo vertice indagato. Si dimetta in cinque minuti». Tre anni dopo, con Matteo Salvini alle prese con lo spinoso caso della Diciotti, il M5S l’avrebbe salvato dal processo. Immemori, come Renzi e tanti altri, della vecchia lezione di Pietro Nenni, che a fare a gara a fare i puri trovi sempre uno più puro di te che ti epura. O di quanto detto, persino più autorevolmente del vecchio leader socialista, che mai fare ad altri ciò che non vuoi venga fatto a te.

Renzi spara contro i grillini: "Doppiopesisti sulla Azzolina". Il leader Iv apre una nuova crepa nel governo sulla tesi copiata dal ministro: «Ora tacciono, ma con la Madia...». Pasquale Napolitano, Martedì 14/01/2020, su Il Giornale. Chi di tesi (copiata) ferisce, di tesi (copiata) perisce. Matteo Renzi si vendica (degli attacchi grillini contro l'ex ministro del suo governo Marianna Madia per la tesi copiata) contro il M5S sul caso del ministro della Scuola Lucia Azzolina: la titolare della Pubblica istruzione è accusata di aver riportato senza citare le fonti alcuni virgolettati nella relazione finale della scuola di specializzazione.

L'ex premier affonda il colpo: «Solita doppia morale dei Cinque stelle». Ma Renzi dimentica un punto fondamentale: lui non è il leader di un partito che sta all'opposizione ma guida una forza politica (Italia Viva) che sostiene il governo di cui fa parte anche il ministro Azzolina. E dunque, l'attacco, durissimo, del senatore di Scandicci provoca l'ennesimo scossone nella maggioranza giallorossa. Scosse che ormai sono all'ordine del giorno per governo Conte bis. La sete di vendetta è più forte della tenuta dell'esecutivo. Il leader di Italia Viva non trattiene la voglia di colpire gli alleati grillini su un tema caro: l'onestà. E dalla consueta e-news di inizio settimana infila il coltello nella piaga: «Il ministro della scuola, Lucia Azzolina, è stato accusato di plagio per aver citato senza virgolette alcuni testi nel suo lavoro finale alle Scuole di Specializzazione. Non so se questa accusa sia vera o falsa. E aggiungo che mi interessa molto di più capire che idee abbia il Paese sul futuro della scuola, non sul passato del ministro. C'è una cosa però che mi sembra molto ingiusta: la doppia morale». Renzi si toglie il sassolino dalla scarpa anche contro il quotidiano diretto da Marco Travaglio, che cavalcò il caso Madia: «Molti deputati grillini e il quotidiano Il Fatto Quotidiano attaccarono pesantemente infatti Marianna Madia per una presunta accusa di plagio che una commissione ufficiale chiamata a verificare escluse ufficialmente. Per molto meno, insomma, alla Madia fu fatto un processo sui social, sui media, nei talk show. Oggi di Lucia Azzolina i grillini e il Fatto Quotidiano non parlano. Zitti, silenzio, imbarazzo. E nessuno che nei talk o nei commenti sottolinei come sia vergognoso questo atteggiamento». È uno sfogo liberatorio che arriva fino a tirare in ballo le vecchie ruggini su Banca Etruria: «Niente di sorprendente, sia chiaro: si chiama doppia morale. L'abbiamo già vista sulle banche, sui processi, sui finanziamenti al Blog di Beppe Grillo. Ipocrisia, allo stato puro: tutti lo sanno, nessuno ha il coraggio di ammetterlo. E il fatto di essere ormai abituato all'ipocrisia senza fine di questa doppia morale non mi impedisce di mandare un grande abbraccio a Marianna per ciò che ha dovuto sopportare. Siamo in partiti diversi, lo so, ma il rispetto della verità è più importante dell'appartenenza politica». I Cinque stelle incassano il colpo. La Lega cavalca la polemica e chiede al ministro di riferire in Aula. Mentre dal Pd arriva una timida difesa di Azzolina: «Il mio consiglio al ministro è di chiarire, di andare fino in fondo e dire come stanno le cose: è la cosa migliore da fare», dice l'ex ministro dell'Istruzione ed esponente Pd Valeria Fedeli, ospite della trasmissione di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora, e già finita a sua volta nel tritacarne politico-mediatico per i suoi titoli di studio. La Azzolina si dovrebbe dimettere? «Conterà, come sempre, il modo in cui lei farà il ministro» ribatte la Fedeli. Niente passo indietro. Ma l'affondo renziano fa salire la tensione nella maggioranza giallorossa.

Azzolina, il Ministro dell'Istruzione "copiona". L'accusa: metà della sua tesi per l'abilitazione all'insegnamento è frutto del lavoro di altri. Bell'esempio per gli studenti. Maurizio Belpietro il 13 gennaio 2020 su Panorama. Con un presidente del Consiglio che ammette di aver «infiocchettato» il curriculum pur di accreditare una solida esperienza nelle migliori università estere, c'è da stupirsi se il ministro dell'Istruzione ha copiato qualche brano della sua tesi? Forse no, ma certo genera un po' di sconcerto scoprire che Lucia Azzolina, neo responsabile della scuola al posto di Lorenzo Fioramonti, ha preso da alcuni manuali quasi la metà di ciò che ha presentato come farina del suo sacco, riproducendo alla lettera e senza citazione, testi di altri pur di ottenere l'abilitazione a insegnare alle scuole medie superiori. A scoprire il plagio è stato Massimo Arcangeli, linguista e critico letterario oltre che docente presso l'università di Cagliari, che su  Repubblica  ha segnalato i brani copiati dal neo ministro. Laureata in filosofia e giurisprudenza, la Azzolina ha frequentato la scuola di specializzazione all'insegnamento secondario ed è proprio in quei testi che  Arcanceli è andato a pescare, scovando interi passaggi che non sono di pugno della professoressa scelta dal Movimento 5 stelle per guidare il ministero dell'Istruzione. Il primo brano, che è facilmente reperibile in Rete in quanto pubblicato da uno psicoterapeuta in risposta a una lettrice del Messaggero Veneto, pare riprendere pari pari un passaggio del Dizionario di psicologia di Umberto Galimberti, alla voce «ritardo mentale». Il volume è del 1992, pubblicato dalla Utet di Torino, ma è stato aggiornato nel 2006. Ma oltre alla scopiazzatura del libro di Galimberti ce ne sarebbe una seconda. Questa volta si tratterebbe di un brano, sempre sul ritardo mentale, preso dal Trattato italiano di psicologia, opera curata da Luigi Ragusa, Gabriele Masi, Mara Marcheschi, Pietro Pfanner con la collaborazione di  Paolo Pancheri e Giovanni B. Cassano più altri psichiatri. Insomma, un libro monumentale, anch'esso edito quasi 30 anni fa. Nonostante il testo fosse a firma di illustri studiosi, la Azzolina si sarebbe guardata bene dal citarli, attingendo a piene mani al loro lavoro. 

Azzolina e la tesi copiata Salvini attacca, la ministra replica: sciocchezze. Pubblicato domenica, 12 gennaio 2020 da Corriere.it. «Non fatevi prendere in giro: non é né una tesi di laurea, né un plagio, né nulla. Ho sentito tantissime sciocchezze in queste ore». Così la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, parlando ai giornalisti a Cravocia. Riferendosi alle critiche dal Carroccio, Azzolina dice: «Non mi stupisce che Salvini non sappia distinguere una tesi di laurea da una relazione di fine tirocinio Ssis (Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario ndr). Non ha mai studiato in vita sua, sarebbe strano se le distinguesse». «L’unica cosa che mi dispiace è dovere parlare qui da Auschwitz - ha aggiunto Azzolina, a margine della sua visita -. D’altra parte l’anno scorso il ministro Bussetti non si era presentato, e a maggior ragione era importante che fossi qui oggi». La ministra è stata accusata in un articolo della Repubblica di aver copiato parti della sua tesi per la laurea di specializzazione conseguita nel 2009 all’università di Pisa. Dalla Lega si è alzato un coro unanime per chiederne le dimissioni. La diretta interessata, ad Auschwitz per accompagnare gli studenti durante il Viaggio della Memoria, in un primo momento ha evitato di replicare, mentre Matteo Salvini l’ha accusata di non aver «diritto di dare (e fare) lezioni». «Fare peggio del ministro Fioramonti sembrava impossibile. E invece Azzolina ci stupisce: si vergogni e vada a casa», ha tuonato il leader del Carroccio. Tutto è nato dall’articolo in cui si sostiene che Azzolina abbia attinto informazioni per la sua tesi da numerosi manuali, senza citarli, neanche nella bibliografia. Nelle pagine del quotidiano si dà conto di almeno quattro estratti, paragonandoli con gli originali e sottolineandone la coincidenza. La tesi contestata, 41 pagine intitolate «Un caso di ritardo lieve associato a disturbi depressivi», è stata realizzata in conclusione degli studi presso la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario della Toscana. L’alzata di scudi contro il neoministro parte dal senatore leghista, Alberto Bagnai. «Ora facciamo come la Germania, dove Guttenberg, nel 2011, si dimise - scrive su Twitter -. Avete vilipeso il vostro Paese dipingendolo come un focolaio di corruzione? Ora seguite i vostri modelli». A fargli eco è la deputata, sempre della Lega, Giorgia Latini, vicepresidente della Commissione Cultura alla Camera. «Chiederemo al ministro Azzolina di venire subito in Aula a riferire e di rassegnare immediate dimissioni, come già in passato hanno fatto i suoi omologhi in altri Paesi - evidenzia -, perché gli italiani e il mondo della scuola meritano rispetto e verità». Il caso Azzolina richiama alla mente quello di Marianna Madia. Nel 2017, quando era ministro per la Pubblica Amministrazione, fu accusata di aver copiato la tesi di dottorato. Per questo l’allora deputato M5s Danilo Toninelli ne chiese le dimissioni. Successivamente una commissione di saggi, incaricata dalla scuola IMT Alti Studi di Lucca, verificò e valido’ il grado di originalità della tesi chiudendo definitivamente il caso.

 Tesi copiata, la ministra dell’Istruzione Azzolina: “Salvini non ha mai studiato”. Redazione de Il Riformista il 12 Gennaio 2020. Polemiche sulla neo ministra della Scuola Lucia Azzolina, nominata insieme a Gaetano Manfredi (ministro dell’Università e della Ricerca) per sostituire il dimissionario Lorenzo Fioramonti. Azzolina, secondo quanto riportato da Repubblica, avrebbe copiato buona parte della sua tesi al termine della Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario della Toscana, presentata all’università di Pisa dieci anni fa. Nelle 41 pagine dal titolo “Un caso di ritardo mentale lieve associato a disturbi depressivi”, la ministra del Movimento 5 Stelle avrebbe plagiato parte del testo, proveniente da altre fonti, senza aggiungere alcuna citazione nella bibliografia finale. Circostanza che spiazza ulteriormente i Cinque Stelle che in passato invocarono le dimissione dell’allora ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia per un episodio analogo. Ad incalzare il partito grillino sono gli ex alleati: “Fare peggio del ministro Fioramonti sembrava impossibile. E invece Azzolina ci stupisce: non solo si schiera contro i precari ma ora scopriamo che copia pure le tesi di laurea. Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa” così il segretario della Lega Matteo Salvini.

LA REPLICA – “Non fatevi prendere in giro: non é né una tesi di laurea, né un plagio, né nulla. Ho sentito tantissime sciocchezze in queste ore”. Così la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, parlando ai giornalisti a Cravocia. Riferendosi alle critiche dal Carroccio, Azzolina dice: “Non mi stupisce che Salvini non sappia distinguere una tesi di laurea da una relazione di fine tirocinio Ssis (Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario ndr). Non ha mai studiato in vita sua, sarebbe strano se le distinguesse”. “L’unica cosa che mi dispiace è dovere parlare qui da Auschwitz – ha aggiunto Azzolina, a margine della sua visita -. D’altra parte l’anno scorso il ministro Bussetti non si era presentato, e a maggior ragione era importante che fossi qui oggi”.

LEGHISTI SENZA FRENI – Incalza anche il senatore leghista Alberto Bagnai, professore associato di politica economica all’Università Gabriele d’Annunzio in Abruzzo: “Appena hanno capito che si chiamava Azzolina e non Azzolini è uscito fuori questo! Ora facciamo come la Germania, dove Guttenberg, nel 2011, si dimise. Avete vilipeso il vostro Paese dipingendolo come un focolaio di corruzione? Ora seguite i vostri modelli”. “In altri Paesi come Ungheria e Germania, gli omologhi di Lucia Azzolina, inciampati in identiche situazioni, non ci hanno pensato due volte e si sono dimessi. Ci aspettiamo lo stesso dalla Azzolina, per salvare almeno la faccia, se non il curriculum”. Lo afferma il deputato della Lega Rossano Sasso, componente della commissione Cultura della Camera. “Che la nomina del ministro Azzolina si sarebbe rivelata un disastro per la scuola italiana – prosegue – lo avevamo immaginato, ma il presunto plagio della tesi di specializzazione – dice sempre il parlamentare – aggiunge anche il dolo per aver mentito attribuendosi studi non propri. Un fatto gravissimo, che, se confermato, oltre a gettare lunghe ombre sulla competenza della ministra 5 Stelle, pesa sulla credibilità e l’affidabilità di un rappresentante di questo governo. Fatto ancora più disdicevole, se si pensa che la Azzolina con il decreto scuola ha tagliato fuori dal percorso abilitante decine di migliaia di precari di terza fascia, giustificandosi con fantomatici criteri di trasparenza e di merito, proprio lei che adesso su trasparenza e merito è chiamata a fare chiarezza”.

"Vergogna", "Non hai studiato". Ed è "rissa" Azzolina-Salvini. Il caso della tesi "copiata" dal ministro Azzolina scatena la bufera. La Lega: "Deve dimettersi". E la grillina adesso passa agli insulti. Angelo Scarano, Domenica 12/01/2020, su Il Giornale. Scontro acceso tra Matteo Salvini e il ministro della Scuola, Azzolina. La pentastellata infatti avrebbe "copiato", come riporta Repubblica, la sua tesi di laurea.

La Lega all'attacco: "Deve andare a casa". Una vera e propria grana per il neo-ministro che rischia di travolge l'intero Movimento Cinque Stelle alle prese con un periodo di scontri e di faide interne. Ma di fatto il caso-tesi è destinato a far discutere parecchio nei prossimi giorni. La Lega è andata immediatamente all'attacco del ministro Azzolina chidendone le dimissioni immediate. A rincarare la dose è stato proprio il leader del Carroccio, Matteo Salvini: "Fare peggio del ministro Fioramonti sembrava impossibile. E invece Azzolina ci stupisce: non solo si schiera contro i precari ma ora scopriamo che copia pure le tesi di laurea. Un ministro così non ha diritto di dare (e fare) lezioni. Roba da matti. Si vergogni e vada a casa". Parole molto dure che hanno aperto un vero e proprio braccio di ferro tra la stessa Azzolina e la Lega. Il ministro della Scuola ha cercato di difendersi negando di aver copiato la tesi di laurea: "Non fatevi prendere in giro: non è nè una tesi di laurea nè un plagio nè null’altro. Ho sentito tantissime sciocchezze in queste ore. D’altra parte non mi stupisce mica che Salvini non sappia distinguere tra una tesi di laurea e una tesi di fine relazione di tirocinio SSIS (Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario, ndr)". Poi però i toni si sono alazati e la stessa Azzolina ha aggiustato la mira per "sparare" proprio su Salvini. Infatti la grillina ha replicato con parole dure davanti alla richiesta di dimissioni arrivata da via Bellerio. E così ha attaccato l'ex titolare del Viminale: "Non ha mai studiato in vita sua - ha aggiunto Azzolina - e sarebbe strano se le distinguesse. L’unica cosa che mi dispiace è doverne parlare qui", in occasione del Viaggio della Memoria a Cracovia e Auschwitz. "D’altra parte - ha concluso Azzolina - l’anno scorso il ministro leghista Bussetti non si è presentato e a maggior ragione era importante che io fossi qui oggi". Insomma tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega adesso è "guerra" aperta. Il tutto a pochi giorni dal voto per le Regionali in Emilia Romagna e Calabria che potrebbe rappresentare il capolinea dell'esperienza giallorossa al governo. Di certo la Azzolina dovrà chiarire meglio la sua posizione davanti alle accuse di plagio. Di certo il suo debutto da ministro della Scuola è già da dimenticare...

La coerenza del M5S sul ministro (Manfredi) indagato. Il neo titolare del dicastero dell'Università è indagato ma per i grillini nessun problema. Peccato che quando gli indagati erano della Lega chiedevano dimissioni immediate. Maurizio Belpietro il 30 dicembre 2019 su Panorama. Premessa: per noi chiunque è da considerare innocente fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna. Ribadiamo: per noi. Ma per gran parte della classe politica una persona è da ritenere innocente fino a che non sia stata raggiunta da un avviso di garanzia, soprattutto se l'«avvisato» sta sulla sponda opposta, ossia non è del tuo partito, ma di quello avversario. Dunque, nel recente passato abbiamo assistito alle dimissioni «spintanee» di Amando Siri, sottosegretario leghista ai lavori pubblici messo sotto indagine dalla Procura di Roma per i contatti con un tizio a sua volta indagato per i rapporti con un altro signore accusato di rapporti con un boss mafioso. Non meglio è andata a Edoardo Rixi, viceministro nello stesso dicastero di Siri e come lui colpito dalla maledizione dell'indagato: il 30 maggio di quest'anno è stato costretto alle dimissioni a causa di una condanna in primo grado. Fosse stato per Matteo Salvini, probabilmente sia Siri che Rixi sarebbero rimasti al loro posto, in attesa di una sentenza definitiva, ma ai tempi del governo gialloblù valeva la morale a 5 stelle, che prevedeva appunto le dimissioni al primo tintinnio di manette. Essendo i due vice entrati nel mirino della magistratura, secondo i grillini era meglio che si facessero da parte. Si può discutere ovviamente su questo principio e ritenerlo una precauzione in quanto un politico deve essere al di sopra di ogni sospetto, oppure una resa di fronte alla magistratura inquirente, che non emette sentenze, ma fa indagini, e dunque nell'equilibrio dei processi è da considerarsi una parte e non la verità assoluta. Sta di fatto che il Movimento 5 stelle, per non sbagliare, ha sempre preteso che i suoi uomini fossero immacolati come gigli, in modo da potersi differenziare dagli altri. Posizione come dicevamo opinabile, tuttavia da rispettare. E poi però, mentre i duri e puri a 5 stelle si fanno vanto della coerenza sulla fedina penale pulita, ecco arrivare il Conte bis e soprattutto le dimissioni improvvise di Lorenzo Fioramonti. Il ministro sudafricano probabilmente ha preso cappello per i tagli dei fondi per l'istruzione, sta di fatto che dopo aver visto che cosa contiene la manovra si è dimesso, peraltro polemizzando con gli stessi vertici del Movimento. Fin qui si può dire che sono cose che capitano in qualsiasi maggioranza, perché ovunque c'è un ministro che si secca e toglie il disturbo per qualche motivo. Il problema però non è Lorenzo Fioramonti che se ne va, ma Gaetano Manfredi che arriva.

Chi è Gaetano Manfredi, ministro dell’Università e Ricerca del governo Conte bis. Lorenzo Sangermano il 28/12/2019 su Notizie.it. Nella conferenza stampa di fine anno, il 28 dicembre Conte ha annunciato la nomina di Gaetano Manfredi come nuovo ministro dell’Istruzione con delega a università e ricerca. Chi è Gaetano Manfredi?

A breve 56enne, Gaetano Manfredi è al secondo mandato come presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane. In gioventù frequentò il liceo classico, per poi iscriversi alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Napoli Federico II. In seguito alla laurea conseguita con 110 e lode, ottenne il ruolo di dottore di ricerca in ingegneria delle strutture e una borsa di studio post-dottorato nel 1994. Dal 1995 al 1998 svolse l’attività di ricercatore in tecnica delle costruzioni, divenendo poi professore associato per i due anni successivi. Nel 2000 ottiene il riconoscimento di professore ordinario proprio all’Università di Napoli Federico II, del quale ora è rettore. Il suo mandato è in quasi al termine, scadendo il 31 ottobre 2020. Dopo la nomina, Gaetano Manfredi ha dichiarato: “Se mettiamo al centro la qualità delle persone non possiamo sbagliare. E’ la strada che intendo percorrere: su questo a volte mi si considera un po’ rigido, ma è un tema su cui non faccio negoziati”. Ritrovatosi in una situazione alquanto particolare ha confessato che “in condizioni sicuramente complicate cercherò di fare il massimo per il nostro sistema”. All’interno delle proposte pone al centro l’università come fattori di sviluppo e di ricerca. Inoltre in essi vede un forte valore unificante. Infatti la sua ambizione è che “i giovani abbiano le stesse opportunità in qualunque parte d’Italia”. Già finito sotto i riflettori della politica nel 2016 e fratello di un parlamentare Pd, al tempo negò una sua possibile carriera politica, dichiarando: “Io quando sono a Roma sono attento a non essere romano. Lì il rischio, il mio timore, è essere inglobato in una Roma politica e autoreferenziale. Noi abbiamo bisogno d’altro, di antidoti alla sete di potere“.

Gaetano Manfredi, il ministro imputato per materiali usati nel post-sisma in Abruzzo. È stato accusato di falso nelle vesti di collaudatore del progetto Case, ma Conte gli regala la poltrona del Ministero dell'Università. Luca Sablone, Domenica 29/12/2019, su Il Giornale. C'era una volta il Movimento 5 Stelle, una compagine politica fortemente contraria alla nomina di indagati e assolutamente favorevole alla meritrocrazia, tanto da proporne un Ministero che sarebbe stato guidato da Giuseppe Conte. Quello stesso Conte che ieri ha ufficialmente assegnato a Gaetano Manfredi la poltrona del Ministero dell'Università e della ricerca. Una scelta che ha scatenato diverse polemiche, sia per la moltiplicazione degli incarichi al posto di Lorenzo Fioramonti sia per la nomina di una persona imputata. Come riportato dalla testata online Il Capoluogo, il presidente del Crui è tra gli imputati - con l'accusa di falso - nella veste di collaudatore relativamente all'inchiesta della Procura de L'Aquila sul progetto Case e Map. I fatti risalgono al 2014 e fanno riferimento al crollo dei balconi di quella che doveva essere la nuova città post sisma. Il reato tuttavia sia avvia verso la prescrizione. Dopo l'ultimo rinvio, l'udienza preliminare è stata aggiornata al prossimo febbraio. Le persone coinvolte nel procedimento sono 29. Tra queste anche 6 funzionari comunali per omesso controllo nella manutenzione: si tratta di Mario Corridore, Mario Di Gregorio, Vittorio Fabrizi, Enrica De Paulis, Carlo Cafaggi, Marco Balassone. Francesco Tuccillo, Carlo Mastrolilli De Angelis, Davide Dragone, Wolk Chitis, Carmine Guarino (direttore cantieri) sono invece accusati di truffa. A Mauro Dolce, responsabile unico del procedimento, e Gian Michele Calvi, progettista e direttore dei lavori, sono invece contestati i reati di frode nelle pubbliche forniture (avrebbero realizzato i balconi con legno di scarsa qualità).

L'Università e il fratello. A occuparsi del rettore dell'università Federico II di Napoli era stato anche Panorama. E proprio su un'inchiesta antimafia della Procura partenopea sul prestigioso ateneo erano giunti dubbi sul notevole accumulo di incarichi dei docenti, ribattezzata la "cupola dei prof". Secondo l'accusa sarebbero state nomine ottenute anche con l'aiuto del clan dei Casalesi. E la risposta di Manfredi sulle responsabilità di vigilanza è stata: "Ogni anno alla Federico II effettuiamo controlli su un campione sorteggiato di docenti e verifichiamo la conformità alla legge delle attività esercitate". Aveva voluto però aggiungere che lui autorizzava "solo dal punto di vista amministrativo" e dunque non aveva alcun "potere discrezionale. Le procedure passano direttamente dagli uffici del personale".

È noto al mondo accademico anche perché è stato uno dei principali sostenitori dell'allargamento della Scuola Normale di Pisa al Sud, con l'ingresso per 3 anni nell'università Federico II di Napoli su alcune discipline. Come riporta l'edizione odierna de La Verità, il progetto prevedeva lezioni di astrochimica, blue economy e gestione dei beni culturali 2.0 a Napoli. L'amministrazione di centrodestra di Pisa, temendo una dispersione di risorse della prestigiosa scuola, lo bloccò. Ma fino a poche ore fa la sfera politica conosceva maggiormente Massimiliano Manfredi, suo fratello eletto nel 2013 alla Camera dei Deputati con il Partito democratico. Il Pd regionale per Gaetano aveva addirittura immaginato la carica di governatore della Campania, in ottica della successione a Vincenzo De Luca.

Ministro dell'Università e ricerca scientifica. Gaetano Manfredi è indagato, prima grana sul nuovo ministro. Franco Bechis su Il Tempo il 28 dicembre 2019. Sul neo ministro della Università Gaetano Manfredi pende una accusa di falso come collaudatore delle case che Silvio Berlusconi fece costruire a L'Aquila. Dopo il rovinoso crollo di un balcone la procura de L'Aquila guidata all'epoca da Fausto Cardella mise sotto inchiesta nel 2015 37 persone, fra cui proprio il futuro ministro che aveva fatto da ingegnere collaudatore la perizia sui materiali delle case scrivendo una relazione ritenuta falsa dagli inquirenti. Il processo però non è mai stato istruito per una serie incredibile di contrattempi: intervento della procura di Piacenza, rinvio in Cassazione, trasferimento definitivo a L'Aquila, giudice che si è a lungo ammalato, udienze continuamente saltate, errori di notifica, con il risultato che gli imputati sono rimasti in 29- Manfredi compreso- e l'udienza preliminare per stabilire l'eventuale rinvio a giudizio è stata fissata per il prossimo 5 febbraio 2020. E' praticamente scontato che con una udienza preliminare fissata a sei anni dall'inizio dell'inchiesta sui cosiddetti "balconi marci" del Progetto C.a.s.e. de L'Aquila sia destinato per tutti i reati- e certamente per quello di falso contestato al futuro ministro- al colpo di spugna della prescrizione. Anche la nuova legge  di Alfonso Bonafede che entrerà in vigore dal primo gennaio cancellando la prescrizione, non potrà intervenire sui procedimenti già avviati per il principio del favor rei. Certo che proprio un ministro di Giuseppe Conte possa salvarsi con la prescrizione sarebbe grottesco, dopo avere varato quella legge. A meno che Manfredi stesso non faccia più o meno spontaneamente il gesto di rinunciarvi, tanto più che vecchi ritagli di stampa sono iniziati a circolare vorticosamente dal pomeriggio della nomina nelle chat dei militanti e dei portavoce del M5s, che pare gradiscano assai poco l'imbarazzante situazione...

Da liberoquotidiano.it il 29 dicembre 2019. Indagato e salvato dalla prescrizione. Ma per Gaetano Manfredi, neo-ministro dell'Istruzione accusato di falso nell'inchiesta dei balconi marci a L'Aquila (prima udienza preliminare fissata solo nel febbraio 2020, a 6 anni dall'inizio delle indagini) il problema politico e di opportunità resta, eccome.  Paolo Becchi, che per primo su Twitter ha fatto notare il "dettaglio" nel silenzio sospetto dei parlamentari della maggioranza (cosa ne pensano, ad esempio, i manettari del M5s?) e dei maggiori organi di informazione, oggi ha due domandine da porre al Rettore della Federico II, nonché Presidente della CRUI. "È vero che prima della prescrizione il Rettore ha nominato come Revisore dei Conti il Procuratore della Corte dei Conti dell'Aquila?". E ancora: "È vero che il Rettore è stato denunciato da un collega della stessa Università per abuso di potere ed omissione di atti d'ufficio e che la magistratura ha archiviato la denuncia scrivendo che non sarebbe stato opportuno (!) sentire come testimoni professori citati come testi?".

Da liberoquotidiano.it il 29 dicembre 2019. Doppia poltrona, una fregatura per il Movimento 5 Stelle. I retroscena sulla nomina di Lucia Azzolina all'Istruzione e Gaetano Manfredi all'Università e Ricerca, infatti, svela il malumore dei grillini per la decisione del premier Giuseppe Conte. Sabato sera, a qualche ora dalla conferenza stampa d'annuncio a Palazzo Chigi, dal Movimento filtra un virgolettato: "Abbiamo perso la maggioranza in Consiglio dei ministri". La grillina Azzolina infatti sostituisce numericamente il collega (quasi ex) di partito Lorenzo Fioramonti, ma è il tecnico Manfredi (rettore dell'Università Federico II di Napoli e fratello di un ex deputato del Pd) a spostare gli equilibri: oggi, infatti, si contano 11 ministri per il centrosinistra (contando i dem e i renziani di Italia Viva) e solo 10 per il Movimento 5 Stelle, che pure è il primo partito in Parlamento ed è vitale, dunque, per la sopravvivenza della maggioranza giallorossa e di questo fragilissimo governo. Resta da capire se le conseguenze dello spacchettamento deciso dai Conte siano state sottovalutate (politicamente, fatto sconcertante) o se sia invece un disegno preciso del premier, un segnale mandato a Luigi Di Maio che nelle ultime settimane ha lanciato contro Palazzo Chigi messaggi sempre più ostili. 

Da liberoquotidiano.it il 29 dicembre 2019. "Io indagato? Un atto formale". Gaetano Manfredi, neo-ministro dell'Università e Ricerca designato sabato mattina dal premier Giuseppe Conte, è subito un caso spinoso per il governo e per i manettari del M5s. Il rettore dell'Università Federico II di Napoli si difende con un'intervista al Corriere della Sera, ma Franco Bechis sul Tempo.it ricostruisce nel dettaglio il caso sollevato poche ore prima da Paolo Becchi su Twitter. Su Manfredi "pende una accusa di falso come collaudatore delle case che Silvio Berlusconi fece costruire a L'Aquila", inchiesta passata alla storia come quella sui "balconi marci" della ricostruzione post-terremoto. Il neo-ministro "aveva fatto da ingegnere collaudatore la perizia sui materiali delle case scrivendo una relazione ritenuta falsa dagli inquirenti". Tra contrattempi ed errori tecnici vari, però, il processo non è mai stato istruito e dunque per i 29 imputati rimasti (Manfredi compreso) alla luce della data prevista per la prima udienza preliminare (5 febbraio 2020) è praticamente certa la prescrizione. Altra beffa per gli intransigenti grillini che hanno dovuto ingoiare un ministro indagato e pure prescritto, alla faccia del "fine processo mai" sognato dal suo nuovo collega alla Giustizia Alfonso Bonafede.

Barbara Lezzi e M5s, la ricetta per salvare Taranto: dopo l'Ilva, cozze e alpinismo. Lorenzo Mottola su Libero Quotidiano il 14 Novembre 2019. Morire per smettere di inquinare. In pratica, è questa la vera proposta per Taranto del M5S. Al Movimento ora toccherà iniziare a fare i conti con le conseguenze dalle scelte fatte sull' Ilva. Mittal ha ufficializzato l' addio e Giuseppe Conte non ha idea di come svegliarsi dall' incubo: più di 10.000 persone a casa in una città di 200.000 anime dove la disoccupazione è già ben oltre il 40%. Un terremoto, tanto che il premier si è messo a lanciare appelli ai suoi per dare suggerimenti (definiti "pensierini") che possano aiutarlo a superare la crisi. Purtroppo, però, i grillini in questi anni hanno già detto la loro su cosa fare dopo la morte dell' acciaieria. E si tratta di materiale preoccupante: una lunga serie di progetti deliranti, tra parchi a tema, centri di alpinismo, allevamenti di cozze, misteriosi eco-lavori e assunzioni di massa di operai da parte dello Stato.

TUTTI A CASA. Come noto, la grande protagonista della campagna anti-Ilva dei Cinquestelle è sempre stata Barbara Lezzi, capofila della squadretta di parlamentari che rifiuta di reintrodurre lo scudo penale necessario per poter gestire l' industria senza finire automaticamente in galera. In assenza di quelle tutele legali, è impossibile evitare la chiusura. Il problema, però, è che la politica pugliese vuole proprio questo: prima di diventare ministro per il Sud, aveva più volte sostenuto la necessità di eliminare quello che ha definito uno «stabilimento che dà solo morte» e una «fonte inquinante che deve essere fermata». Meglio mandare tutti a casa. E poi? Turismo e cozze. Allevamenti di mitili per reimpiegare gli operai. In un' intervista di giugno a RadioUno aveva ben illustrato il suo pensiero: «Stiamo facendo degli investimenti in una città che, con il siderurgico, era stata votata al sacrificio per il Pil nazionale. È giusto che Taranto vi contribuisca, ma può farlo anche con altri investimenti che guardino al futuro. È una bella città di mare di cui si parla solo per l' ex-Ilva, ma ha, per esempio, una lunga tradizione nell' attività di mitilicoltura, che non può essere dimenticata». Un' ideona successivamente rilanciata anche dal sottosegretario grillino. Mario Turco. Siamo alla frutta (di mare). Con la Lezzi si muoveva a braccetto anche Luigi Di Maio, che in un video di qualche annetto fa (2015) sosteneva che ci fosse un modo semplice per evitare il disastro, ovvero far assumere dallo Stato tutti i licenziati: «Prendiamo i lavoratori, facciamogli bonificare quell' area, formiamoli per eco-lavori» e successivamente puntiamo su «turismo e agroalimentare». Certo, chi non vorrebbe andare in vacanza sui terreni dell' ex acciaieria o comprare una bella burrata prodotta dove prima sorgeva un altoforno? Ci sarebbe poi un piccolo problema di costi. Dove prendere i soldi per questa titanica opera di bonifica e per l' assunzione di 10.000 persone? Mistero. Così come resta fantascientifica l' idea di risolvere tutto con degli "eco-lavori".

IL FONDATORE. Il Movimento, tuttavia, crede molto nel potere dei sogni, come insegna Beppe Grillo. Il comico l' anno scorso sosteneva che ci fossero 2,2 miliardi di euro di fondi Ue da investire. Il tutto per realizzare un «piano di riconversione che punta su ricerca, innovazione, energie rinnovabili, turismo sostenibile e archeologia industriale» (Ricetta descritta dai redattori del Blog delle Stelle, testo sacro dei Cinquestelle, già nel 2016). L'idea era quella di seguire l' esempio tedesco: «Potremmo fare come hanno fatto nel bacino della Ruhr» diceva Grillo «dove non hanno demolito, hanno bonificato, hanno messo delle luci, hanno fatto un parco archeologico di industria del paleolitico lasciando le torri per fare centri di alpinismo, i gasometri per centri sub più grossi d' Europa, sono state aperte un sacco di attività dentro e gli stessi minatori che lavoravano lì oggi sono guide turistiche, fanno un milione di visitatori l' anno e hanno dato posto a 10mila persone». Nella Ruhr ci sono voluti decenni per raggiungere quegli obiettivi, ovviamente con ben altri budget. E comunque lungo la strada molti posti di lavoro sono svaniti. Per non parlare del riferimento alle torri da alpinismo in Puglia. Peraltro, già all' epoca Grillo citava il reddito di cittadinanza come rimedio. Come dire: creeremo disoccupati, ma daremo loro qualcosa per non morire di fame. C' è poi un' ultima curiosa proposta che vale la pena di citare. Sempre il Blog delle Stelle riguardo a Taranto annunciava di voler «scommettere sull' economia circolare potenziando la filiera dei rifiuti». Un piano un po' vago. Chissà se oggi, dopo aver visto le prodezze della Raggi, i grillini avrebbero ancora il coraggio di parlare del pattume come risorsa semplice da utilizzare. Lorenzo Mottola

Il "teorema delle cozze" della senatrice grillina Barbara Lezzi. Il Corriere del Giorno il 12 Novembre 2019. Da vicepresidente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama, la Lezzi ha pubblicato tempo fa un video su Facebook in cui spiegava che “il Pil nel secondo trimestre 2017 è aumentato perché ha fatto molto caldo ed in tanti sono corsi ad accendere i condizionatori”. Cosa aspettarsi da chi ha solo un diploma di perito industriale, e per vent’anni ha fatto l’ impiegata in un’azienda di forniture per orologi di Lecce? Nella sua carriera politica le sconfitte Lezzi le ha collezionate soprattutto nella sua terra natìa, la Puglia, dove alle ultime elezioni ha vinto nel suo collegio promettendo lo stop all’odiato gasdotto della Tap, strombazzato dai megafoni della campagna elettorale Movimento Cinque Stelle, che secondo Alessandro Di Battista poteva essere bloccato in 15 giorni, ed invece è in corso . La firma della Lezzi, con tanto di documento d’identità, risulta in un documento in cui si chiede la cancellazione del Trans Adriatic. Un impegno che aveva portato la candidata salentina ad accumulare nel suo collegio un bottino di 107mila preferenze alle ultime politiche del 2018. Proprio lo scorso luglio, nel corso delle sue ospitate tv, la ministra “trombata” da Di Maio, continuava a mostrarsi preoccupata per la posidonia presente nelle acque di approdo del gasdotto e si era spesa fino a dichiarare su La7: “Io adesso voglio sfidare chiunque a stendere un asciugamano sopra un gasdotto”. Imprecisioni a parte, tre mesi dopo la stessa Lezzi dichiarò: “Abbiamo le mani legate”. E a legarle le mani, si è giustificata subito la ministra, sarebbe stata la Lega, che invece voleva l’opera. Il gasdotto è andato avanti, contro il suo volere. Nel 2013 quando venne eletta per la prima volta al Senato, si mise in aspettativa e vola a Roma, finendo poco dopo sui giornali per aver assunto come assistente parlamentare la figlia del suo compagno. Nel 2016 diventa mamma del piccolo Cristiano Attila. E, da vicepresidente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama, pubblica poi un video su Facebook in cui spiega che “il Pil nel secondo trimestre 2017 è aumentato perché ha fatto molto caldo ed in tanti sono corsi ad accendere i condizionatori“…. Non contenta, successivamente la Lezzi sostenne in tv che per ridurre il numero dei parlamentari non ci sarebbe stato bisogno di una riforma, ma bensì di un semplice decreto da preparare in un paio di settimane…. Classe 1972, di Lequile (Lecce), la Lezzi non è nuova alle gaffe televisive. Un diploma di perito industriale, impiegata per vent’anni in un’azienda di forniture per orologi di Lecce, nel suo curriculum denso di papere e imprecisioni ne ha accumulato più di una. Barbara Lezzi, oggi è il simbolo “grillino” della vicenda-Ilva (quale prima firmataria dell’emendamento al decreto imprese che il 22 ottobre scorso ha eliminato l’immunità per i gestori dell’acciaieria), e giorno dopo giorno, dichiarazione dopo dichiarazione, la chiusura dell’ILVA sembra essere la sua “partita della vita”. La senatrice Barbara Lezzi, già famosa per le sue fantasiose teorie macroeconomiche (sul Pil e condizionatori), a proposito dell’ ILVA, tempo fa disse: “Taranto è una città meravigliosa che non deve vivere necessariamente di siderurgia, può rilanciare la produzione di mitili”. Ma per sua sfortuna, sui social network qualcuno, dopo aver consultato i dati dell’ ISPRA e dell’ Europarlamento, le ha fatto le “pulci” e questo è il risultato:

L’ ILVA nel 2018 ha fatturato 2.2 miliardi di euro;

In Puglia si producono annualmente 10.137 tonnellate di cozze nere (più o meno il consumo personale… di Michele Emiliano durante un mandato !);

I molluschi nero-arancio hanno un prezzo medio alla produzione di 1,33 euro per kg e un prezzo medio di vendita di 3,19 eu/kg generando quindi un valore aggiunto, more or less, di 1,86 eu/kg.

Per compensare il mancato fatturato dell’ ILVA, la città di Taranto dovrebbe produrre 689.655,152 Tonnellate di cozze, cioè 11 volte la produzione totale italiana e circa 2 volte e mezza la produzione totale dei Paesi UE. In poche parole secondo i teoremi della perita aziendale leccese, incredibilmente arrivata a fare (per fortuna per poco tempo) la ministra della repubblica, bisognerebbe convertire a mitilicoltura l’intero mar Ionio, l’intero mar Adriatico ed una consistente porzione del canale di Sicilia. Chiaramente i pesci muti! “Ce ne rendiamo conto – ha scritto su Twitter l’editorialista di Libero, Paolo Becchi – che oltre 10.000 posti di lavoro andranno persi al Sud perché la senatrice Lezzi, per vendicarsi della sua esclusione dal Governo Conte 2, ha guidato la protesta dei senatori pentastellati contro lo scudo penale?“. Ed anche l’ex ministro dello Sviluppo Carlo Calenda che seguì in prima persona il dossier della cessione di Ilva ad Arcelor Mittal rincara la dose: “La fabbrica più importante d’Europa – accusa l’ex Pd in studio a L’aria che tira su La7 – salta per le ambizioni politiche della Lezzi che vuole diventare governatrice della Puglia“. Noi ci chiediamo: si può mandare in Parlamento una persona del genere ? Si possono affidare all’incompetenza di questa perita, le sorti dell’intera produttività jonico-tarantina, e dell’ 1,4 del PIL italiano ?

Barbara Lezzi, Pietro Senaldi: la grillina che odia il Nord, come vuole fargliela pagare. Libero Quotidiano il 2 Dicembre 2019. Da ministra del «far nulla» a ex ministra «non ci sto», ecco la travolgente carriera della grillina Barbara Lezzi, specialista nel porre ostacoli. Pugliese, i cinquestelle, che nella Regione hanno preso nel 2018 una messe di voti, l' avevano piazzata al dicastero per il Sud, più che per le sue capacità, per premiarla del fatto di aver travolto D' Alema nel collegio di Nardò, a tutt' oggi unica impresa nel curriculum della signora. Barbara ha avuto un modo curioso di interpretare la sua missione. Il Mezzogiorno affonda nell' immobilismo ma, anziché darsi da fare per vivacizzarlo e attrarre investimenti, la grillina ha pensato che la salvezza del Sud passasse per la deindustrializzazione di quel poco che è rimasto e, soprattutto, per la demonizzazione del Nord. Così ha trascurato la sua terra dedicandosi alla guerra al Settentrione. Più che un guerriero meridionale, la Lezzi è un' erinni anti-nordista. Nel governo gialloverde è stata la nemica numero uno delle istanze autonomiste di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. La sua opera è stata così impalpabile, perdente e ricca di gaffe da risultare una specie di Toninelli in gonnella, con in peggio il fatto che se almeno il ministro delle Infrastrutture aveva un buon carattere, così che attaccarlo era un po' come sparare sulla Croce Rossa, la ex titolare del dicastero del Sud è invece di un' antipatia e di un' aggressività rare. La differenza si è vista quando, con il cambio di governo, Di Maio ha dovuto sacrificarli, con la Grillo e la Trenta, per manifesta incompetenza. Il Toninelli ha abbozzato e si è rifugiato in uno sdegnato silenzio. La Lezzi ha cominciato a rompere le scatole non solo ai leghisti ma anche ai grillini, rei di lesa maestà. Tanto da far saltare la mosca al naso perfino a Travaglio, il giornalista più pentastellato della Repubblica, il quale non ha esitato a definirla «ministra ottusangola».

OBIETTIVO SABOTAGGIO. Anche ieri la signora ha voluto rompere le uova nel paniere ai suoi colleghi e alleati. «Fermerò l' autonomia», ha minacciato dopo il primo via libera alla legge da parte del suo conterraneo, il ministro piddino Boccia, non certo un ultras delle Curve Nord. Intendiamoci, non che l' autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sia vicina e neppure che si sappia come sarà; semplicemente, il governo ha dato un primo via libera alla legge quadro per le Regioni, senza peraltro vincere le perplessità dei governatori Fontana e Zaia, che attendono di vedere quale sarà il contenuto reale della normativa. Questo però è bastato perché l' amazzone pugliese insorgesse dichiarando che «non c' è nessuna ragione per un' accelerazione» e giurando di «riuscire a fermare questo delirio». Visto gli esiti delle battaglie intraprese dalla ex ministra, per gli autonomisti potrebbe essere anche una buona notizia. La Lezzi era infatti in prima linea contro il Tap. Sosteneva che avrebbe danneggiato le spiagge perché sarebbe stato impossibile per i bagnanti «stendere i loro asciugamani sul gasdotto»; il che è sicuro, dato che esso passa a dieci metri di profondità sotto il mare. Altra memorabile lotta, purtroppo questa vicina al successo, è quella per la chiusura dell' Ilva. Malgrado poi lo abbia smentito, Barbarella ha dichiarato che avrebbe visto bene un allevamento di cozze tarantine al posto dell' acciaieria. Sul fronte ArcelorMittal, la grillina dà il meglio di sé. Ha avuto un ruolo di primissimo piano, tanto per intendersi, nel levare lo scudo penale alla multinazionale indiana, dandole la giustificazione per minacciare di alzare le tende e spuntare condizioni ottimali per restare. A scapito dei posti di lavoro degli operai tarantini e dell' aria che respirano le loro famiglie.

RE MIDA AL CONTRARIO. Insomma, la signora ha il tocco inverso rispetto a re Mida, è capace di trasformare l' oro in letame. Senza più poltrona ministeriale, ormai è una scheggia impazzita. Forte di una lunga esperienza nel rappresentare la parte più becera e demagogica dell' elettorato grillino, imperversa quotidianamente nelle cronache parlamentari con dichiarazioni mirate a mettere in difficoltà chi l' ha sostituita al governo e chi dal governo l' ha cacciata, in particolare il capo di M5S, Di Maio. In queste ore in cui l' esecutivo giallorosso traballa, Barbara è una delle poche a mettere d' accordo tutti: grillini e piddini, nordisti e sudisti, leghisti e sardine la giudicano indistintamente un cocktail mortale tra incompetenza e livore. Non si sa se parla più perché non capisce o perché rosica. La salvezza è che ormai conta perfino meno di quel che vale. Pietro Senaldi

Barbara Lezzi, il suo unico merito è aver umiliato Massimo D'Alema. Ma ha ucciso il Sud. Alessandro Giuli su Libero Quotidiano l'11 Novembre 2019. Fra i malanni del Sud c' è l' assurdità tutta italiana di un ministero per il Sud. Basta guardare ai danni politici, materiali e biologici che negli anni si sono cumulati sul Mezzogiorno d' Italia, per capire che la scelta di un dicastero dedicato è una boiata pazzesca. Se non ci credete, figuratevi l' immagine di Barbara Lezzi: l'erinni salentina del governo gialloverde aveva battagliato per la chiusura dell' Ilva e mietuto voti nel suo collegio pugliese promettendo l' altolà al gasdotto transadriatico («Voglio sfidare chiunque a stendere un asciugamano sopra un gasdotto», aveva azzardato incurante del fatto che il gasdotto era progettato a 10 metri di profondità). Risultato: la Tap si farà ma l'Ilva rischia davvero di saltare in aria per via del noto emendamento della Lezzi con il quale il nuovo governo giallorosso ha tolto lo scudo penale per Arcelor-Mittal. Comunque vada a finire la vicenda, resterà a futura memoria il sentore della vendetta perseguita dalla Lezzi, sia pure sotto il legittimo ombrello emotivo della difesa dall'inquinamento ambientale, per la mancata riconferma nel suo ministero. Sarebbe interessante un parere di Beppe Grillo al riguardo, lui che della Lezzi è considerato quasi un padre e che dell' Ilva voleva fare un parco turistico, ma oggi è strenuamente impegnato nella difesa dell' innaturale connubio tra il Movimento Cinque stelle e l' ex nemico Pidiota E intanto Barbara avanza a testa alta in Senato, forte delle debolezze altrui, incapace di perdonare chi l'ha scaricata dopo aver condonato le incertezze che hanno punteggiato una carriera così fulminea nella sua biodegradabilità. La si ricorda con indulgenza quando vestì i panni improvvisati della sociologa (lei è perita aziendale) concentrata nel giustificare una lontana impennata del Pil (era il 2007) «perché ha fatto molto caldo e in tanti sono corsi ad accendere i condizionatori»; e la si perdonò nella sua qualità di costituzionalista, allorché si disse certa che per ridurre il numero dei parlamentari bastasse un decreto legge da approvare in quindici giorni, altro che riforma della Carta Resta il mistero su cosa abbia potuto fare per le istanze del Meridione l' agrodolce e spensierata ministra ottusangola (copyright feroce di Marco Travaglio) che voleva informare i cittadini «a 370 gradi» e che adesso, giunta al secondo mandato (in teoria l' ultimo, ma chissà), incrudelisce sugli ex sodali grillini e recrimina sul miraggio di un Parlamento da aprire «come una scatoletta di tonno»; un sogno remoto in omaggio al quale, nell' ormai lontano 2013, si era presentata in Senato munita appunto di apriscatole.

IL SUCCESSORE. Che dire, ora, del suo successore Giuseppe Provenzano da San Cataldo-Caltanissetta? Competente senza dubbio, in quanto vicedirettore dello Svimez e membro del Comitato di redazione della Rivista economica del Mezzogiorno, Provenzano non viene dal nulla e ha lavorato nella Giunta siciliana di Rosario Crocetta (assessorato all' Economia). Adesso si ritrova precipitato in tivù a difendere un bidone vuoto di senso ma ricco di pretese. Il ragazzo (è nato nel 1982) s' impegna e alterna sonore banalità propagandistiche - «Questo governo non è contro il Nord ma amico del Sud perché così è amico di tutta l' Italia» - a più realistiche ammissioni: «Non basta essere meridionali per essere anche meridionalisti, anzi la storia ci ricorda che spesso sono stati proprio i meridionali i principali nemici del Mezzogiorno». Perché il punto è esattamente questo: fatta eccezione per il predecessore della Lezzi, il professore di economia politica e maestro di buone relazioni Claudio De Vincenti, già titolare della Coesione territoriale e del Mezzogiorno in quota Partito democratico nel governo Gentiloni, chiunque abbia occupato il posto che fu della Lezzi ha issato l' ideale stendardo del Masaniello infelice o è svaporato nel dimenticatoio. Il Sud, come il Nord e come il Centro d' Italia, avrebbe bisogno di libertà e autodisciplina, di esami di maturità e calci nel sedere; invece aspetta quattrini e continua a rimanere vittima di un malinteso senso di solidarietà statalista che sconfina nella rivendicazione borbonica o nel piagnisteo furbetto. Una patologia che nasce, paradosso nel paradosso, con l' epica liberale berlusconiana, quando Gianfranco Miccichè associò le deleghe sudiste al suo ministero dello Sviluppo nel 2005, seguìto cinque anni dopo da Raffaele Fitto. Ma la Coesione territoriale ha offerto al cono di luce mediatico pure altri incomprensibili fenotipi che con l' unità o la disunità d' Italia sembravano non avere nulla a che vedere. Vedi l'indipendente torinese Fabrizio Barca, in realtà sinistrissimo uomo d' élite, ministro tecnico nel governo Monti di cui gli annali menzionano l' oscuro periodare con cespugliose citazioni brandite in modo più o meno disinvolto, tipo quella sul «catobleba» (un leggendario quadrupede esotico) attinta da Plinio il Vecchio e usata per simboleggiare il difficile rapporto tra cittadini e amministrazione pubblica. E a proposito di esseri leggendari, chi serba memoria di Carlo Trigilia da Siracusa? Risposta esatta: nessuno. Eppure egli risulta essere fra i massimi esperti viventi dei guai clientelari che affliggono il Mezzogiorno, una reincarnazione del Gramsci che si accigliava di fronte alle congenite insufficienze delle «pagliette meridionali» o del Vincenzo Cuoco che biasimava il fallimento dell' esportazione della democrazia a Napoli nel 1799. Ebbene, il buon Trigilia volava alto e anche lui ha vanamente posseduto le deleghe alla Coesione territoriale (governo Letta, 2013), ovvero il travestimento burocratico per occuparsi del Sud Italia senza portafoglio ma con l' obbligo morale di denunciarne l' eterno sottosviluppo.

MEDAGLIE AL DISVALORE. E qui ritorniamo a Barbara Lezzi, il cui merito principale consiste forse nell' aver umiliato Massimo D' Alema nel suo collegio di Nardò alle consultazioni nazionali del 2018 (107mila preferenze contro 500). Oggi, piantata a mezza via tra Caparezza e Alessandro Di Battista, la sua figura viene bersagliata da ogni lato con accuse pesantissime: Carlo Calenda dice che «l' investimento più rilevante degli ultimi 40 anni nel Mezzogiorno salta per le ambizioni politiche di Barbara Lezzi»; Luigi Di Maio confida di non riuscire più a controllarla dacchè lei ha deciso d' intestarsi la dissidenza disorganizzata all' interno del Movimento Cinque stelle. Ma sono soltanto le ultime medaglie al disvalore appuntate sul petto di un equivoco chiamato ministero per il Sud, impalpabile omaggio alla terra del rimorso prigioniera dei suoi perenni tumulti feudali. Alessandro Giuli

Luca Telese per “la Verità” il 12 novembre 2019.

Voterà lo scudo?

(Sospiro). «No, mai: non voterò nessuno scudo e le spiego perché». Barbara Lezzi, ex ministro del Sud. Firmataria dell' emendamento dello scandalo, inseguita da tutti, oggetto di mille strali. Parla poco, pochissimo. Ma stavolta non si sottrae a nessuna domanda. E spiega la sua verità.

Senatrice Lezzi, tutto il mondo la cerca, e lei dove è finita?

(Ride) «Sono qui, non mi sono mai mossa, mi trova in Parlamento dove lavoro tutti i giorni».

Lei è la firmataria dell' ormai celebre scudo di immunità penale su Ilva...

«Scriva che ne sono orgogliosa».

...che ha fatto scappare gli indiani.

«Eh no! Io non ho fatto scappare nessuno».

Sallusti dice che lei è una segretaria che fa danni.

«Ho lavorato 21 anni in azienda e ne sono anche orgogliosa. Comunque Mittal non se ne può andare».

Questo lo decide lei?

«Lo decide un giudice. Ma Mittal è tenuta a operare da un contratto stipulato con lo Stato italiano».

Vuole negare che quel contratto prevedesse lo scudo?

«Questa è la prima fake news. Il contratto non contiene nessuno scudo».

D'accordo, ma la garanzia è riconosciuta nel piano ambientale che è parte del contratto.

«Non accetti questa semplificazione».

Ma è una norma riconosciuta nell'articolo 27.5.

«Faccia molta attenzione alle parole: in questo equivoco è il cuore della controversia con Mittal».

La garanzia è prevista da quell'articolo, dunque il suo emendamento l'ha cancellata.

«No. Non c'è nessuna immunità riconosciuta: l' articolo 27.5 del contratto prevede il diritto di recesso di Mittal se una nuova norma "rendesse impossibile portare avanti il piano ambientale"».

E non è così?

«Assolutamente no! Non c'è nessuna norma che renda impossibile questo lavoro. Lo scudo lo avevano i commissari del governo: fu introdotto dal decreto Renzi del 2015.

Nell'aprile del 2019, quando questa norma è stata abrogata, nessuno l' ha più chiesta».

Perché i commissari sono tranquilli?

«Perché a loro non serve nessuna immunità speciale».

E perché?

«Perché esiste l'articolo 51 del codice di procedura penale, che tutela chiunque stia ottemperando a un obbligo che derivi da una autorità o da una norma giuridica».

E secondo lei è questa la fattispecie?

«Secondo la legge italiana! La stessa con cui lavorano tutti gli imprenditori italiani I manager di Mittal, come quelli di prima, sono già non punibili. Come gli attuali commissari, perché stanno ottemperando agli obblighi del decreto».

E tutti i dubbi?

«Propaganda e balle».

Ma allora perché Mittal se ne vuole andare?

«Io sospetto che, dal momento in cui non hanno rispettato il piano industriale e occupazionale, ogni pretesto fosse buono».

Ma lei non gliene ha regalato uno?

«Uno vale l' altro. Il vero tema è una perdita economica che impedisce a Mittal di portare avanti il piano ambientale».

Lei non pensa che vadano aiutati? Hanno pagato parte della copertura dei parchi.

«Pagano un affitto irrisorio per la quota di mercato di Ilva. Penso sia giusto che paghino poco, ma questo era previsto proprio perché sostenevano il piano».

Quindi lei riconosce le perdite di Ilva?

«Certo. Già 800 milioni: a fine anno sfioreranno il miliardo di perdite. Ma il tema è che il piano industriale non tiene».

È contenta di questo?

«Per nulla. Registro che lo avevano detto gli altri commissari di governo nel 2017».

E perché non teneva?

«Credo che Mittal si stata costretta ad aumentare la quota di produzione perché altrimenti non copriva i costi».

L' obiettivo occupazionale fissato da Di Maio era troppo alto?

«Non gli sembrava tale quando mostravano molto interesse alla quota di mercato ex Ilva...».

Le ho chiesto di Di Maio.

«E le rispondo: stanno disattendendo anche quello di Calenda!».

Perché?

«Purtroppo è il loro modus operandi».

Attenta alle querele.

«E perché? Hanno abbandonato altri Paesi europei, ad esempio il Belgio. E in Africa? Loro fanno così. È la loro policy».

Perché?

«Si sta ripetendo una storia: la questione della domanda e dell' offerta devono essere previsti nel flusso del mercato».

Nel piano?

«Certo. Se avessero voluto affrontare il problema bastava chiedere un incontro al governo».

E invece?

«Hanno presentato la richiesta di rescissione in tribunale. Vogliono andare via».

Argomentazione di Calenda: il piano salta perché Di Maio vuole 1.000 assunti in più.

«Ridicola. Hanno messo subito 1.300 e rotte persone in cassa integrazione un anno fa. Adesso ne chiedono 5000!».

Erano ricattati da Di Maio?

«Allora anche da Calenda: hanno accettato quella condizione e la stanno violando, suvvia!».

Cosa?

«Perché una multinazionale subirebbe una richiesta che considerava assurda? Avevano preso quell'impegno. Lo stanno violando. Ma volevano la fabbrica».

Mittal scrive che la magistratura minaccia l' altoforno.

«Eh no! Non sono chiacchiere campate per aria. È morto un operaio di 35 anni lasciando due bambini piccoli. È assurdo pretendere che la magistratura non metta bocca».

C'è una scadenza a dicembre?

«Il giudice riceverà il 13 novembre l'analisi di rischio. Se ci fossero delle prescrizioni, Ilva dovrà spiegare come ottemperarle entro il 13 dicembre».

In che tempi?

«Si stabiliranno con i tecnici le prescrizioni. Entro il 13 dicembre vanno decisi gli interventi, non devono essere realizzati. È una bella differenza».

Saranno richieste realizzabili?

«La domanda è: se dovesse accadere un altro incidente sul lavoro chi ne dovrebbe rispondere?».

Loro dicono: non possono rispondere per le mancanze del passato.

«Infatti si parla di futuro. Nessuno può essere punito per qualcosa che non ha fatto».

Però vanno sanati ritardi trentennali.

«Quando hanno preso in affitto gli stabilimenti, il ragazzo era già morto. Quindi loro sapevano che bisognava intervenire. Andassero a portare l'analisi di rischio e vedessero cosa dice la Procura».

I magistrati vogliono chiudere Ilva?

«No, no, no, no!».

Dicono che lei sia referente del partito dei magistrati. È vero questo?

«Sono matti. Per me i magistrati sono una categoria come l' altra. Non fanno altro che rispettare la legge e tutelare il diritto alla salute».

Nicola Porro ricorda che non c'è stata ancora una sentenza sui Riva.

«Ci sono stati 12 decreti salva-Ilva che lo hanno impedito!».

Il decreto Renzi diceva: la facoltà d'uso deve essere salvaguardata.

«Non è giusto».

Però si sarebbe fermato il forno.

«Chi vale di più: la produzione o la vita? Perché si chiede giustizia per tutti i colpevoli tranne che per quelli di Ilva?».

Perché si è trovato un compromesso difficile tra lavoro e salute.

«La Corte costituzionale bocciò quel decreto».

Lei vuole chiudere l' Ilva e fare una parco? Sia sincera.

«Il parco esiste in Germania, un esempio virtuoso. Ma non è una via percorribile per il Paese».

Lei è tra coloro che vuole coltivare a Taranto le cozze?

«Non al posto della fabbrica. Né io né il sottosegretario Mario Turco abbiamo mai parlato di miticultura».

Ha presentato quella mozione contro lo scudo per fare le scarpe a Conte?

«Macché. Io le ho viste le teste rasate dei bambini malati di chemio. Il bottone verde dello scudo non lo premerò mai».

Nemmeno se glielo chiede Conte?

«Mai. E fra l' altro non lo chiede. Né a me né agli altri».

Vuole candidarsi alla presidenza della Puglia?

«Io non mi devo candidare da nessuna parte. Chi dice questa cosa non ha argomenti».

Voleva che vincesse l'altra cordata?

«Io non avevo tanta fiducia in Mittal. Gli altri avevano una mission più chiara sulla decarbonizzazione».

La sua non sarà una vendetta per l'esclusione del governo?

«Ma basta. Lo ha votato tutto il gruppo parlamentare: siamo 106! Ma figurarsi! Che vendetta potrei covare? Ero ministro e mi sono messa contro il Consiglio dei ministri e ho rifiutato di votare la norma. Era come se mi fossi dimessa».

Sarà contenta se Ilva chiude.

«Sono contenta se parliamo dei diritti dei tarantini. Pensi a tutti quelli che dicono "Taranto fa Pil", ma non parlano mai dei suoi malati oncologici».

E non voterebbe lo scudo nemmeno se lo chiedesse Di Maio?

«Io non lo voto. Arcelor non ha bisogno dello scudo. Se ci vogliamo tenere Mittal dobbiamo guardare il suo piano industriale».

Tifa per la nazionalizzazione?

«No. Se si affida la salute di un intero territorio a un imprenditore privato dandogli l'immunità si muove un passo non da Paese civile. Voglio che lo Stato intervenga se non si garantiscono le tutele ambientali».

Se Mittal va via si ferma tutto.

«Assolutamente no. Subentra l'amministrazione straordinaria. I nostri commissari sono persone assolutamente competenti e in grado di proseguire l'attività. Fino a due anni fa era così».

Barbara Lezzi spernacchiata pure da Aldo Grasso: "Cozze amare. Sai cosa farai dopo la chiusura dell'Ilva?". Libero Quotidiano il 17 Novembre 2019. "Cozze amare". Barbara Lezzi finisce di nuovo nel mirino di Aldo Grasso, che nella sua rubrica domenicale Padiglione Italia sul Corriere della Sera non può fare a meno di sottolinearne le figure barbine. La sua frase sulla "coltivazione delle cozze" come exit strategy per superare la possibile chiusura dell'Ilva di Taranto, ma pure di Novi Ligure e Genova, ha fatto il giro del Paese facendo sghignazzare molti economisti. Allora Grasso si prende la briga di ricordarle un paio di dati: "Se ArcelorMittel chiude lo stabilimento, più di 10.000 persone resteranno a casa in una città di 200.000 anime dove la disoccupazione è già ben oltre il 40%". È triste dirlo, conclude Grasso, ma "il rischio è che ci saranno più disoccupati che cozze". E a quel punto la senatrice M5s, fiera paladina della decrescita felice, "sulle rovine dell'Ilva erigerà felice un monumento al mitile ignoto".

Aldo Grasso per il “Corriere della sera” il 17 novembre 2019. Cozze amare. Barbara Lezzi è cliente abituale di questa barberia. Ci siamo occupati di lei quando attribuì l'aumento del Pil al consumo energetico dei condizionatori in un'estate particolarmente calda. Poi, da chief economist del M5S, quando voleva rimettere in carreggiata la sua Puglia chiudendo centrali a carbone dell'Enel per affidarsi alle rinnovabili e altre amenità del genere. Adesso la senatrice grillina è intervenuta per sciogliere la spinosa questione dell' ex Ilva. «Per risolvere la situazione - ha spiegato la Lezzi in un video pubblicato dal canale YouTube del Movimento - ci sono tantissime strade da percorrere» per rimediare alla chiusura degli stabilimenti di Taranto, Novi Ligure e Genova. Una su tutte, la mitilicoltura. Vale a dire la coltivazione di cozze. Se ArcelorMittel chiude lo stabilimento, più di 10.000 persone resteranno a casa in una città di 200.000 anime dove la disoccupazione è già ben oltre il 40%. Nessuna paura. Già quest' estate, la Lezzi aveva spiegato che «Taranto è una bella città di mare di cui si parla solo per l' ex-Ilva, ma ha, per esempio, una lunga tradizione nell' attività di mitilicoltura, che non può essere dimenticata». È triste dirlo, ma il rischio è che ci saranno più disoccupati che cozze. A quel punto, la Lezzi, sulle rovine dell' Ilva erigerà felice un monumento al mitile ignoto.

Vittorio Feltri contro Barbara Lezzi: "Cozze al posto dell'acciaio? Ho dubbi sul suo equilibrio psichico". Libero Quotidiano il 18 Novembre 2019. Ieri Aldo Grasso sul Corriere della Sera, in prima pagina, ha preso per i fondelli Barbara Lezzi, del Movimento 5 Stelle, già ministro per il Sud distintosi per la propria nullità, perché in un momento di torpore mentale ha dichiarato che se per caso l'Ilva dovesse chiudere, poco male: Taranto avrebbe la possibilità di rifarsi promuovendo la coltura dei mitili, cioè dei molluschi. Una proposta del genere è talmente ridicola da suscitare stupore e anche indignazione. Sostituire la produzione dell' acciaio con quella delle cozze è una ipotesi così cretina che meriterebbe un pernacchio. Ma noi ce ne asteniamo poiché non siamo ostili pregiudizialmente ai politici e alle politiche del Meridione, quand'anche da certe bocche escano bischerate sesquipedali. Ci limitiamo pertanto a dire a madame Lezzi che le conviene stare zitta allo scopo di proteggere la propria dignità. La signora in un recente passato aveva affermato che il Pil delle terre sotto Roma sarebbe accresciuto durante l'estate grazie al maggiorato consumo di energia elettrica dovuto all'iper funzionamento dei condizionatori. Una boiata tale pronunciata da una ministra, per quanto grillina, meriterebbe la radiazione dalle istituzioni di chi ne è autore. Eppure siamo stati costretti a ingoiarla senza eccedere in insulti. Ma l'idea di rimpiazzare il ferro con le cozze è surreale e fa nascere un sospetto sull'equilibrio psichico di Barbara Lezzi, la quale non si è chiesta neppure con quanti molluschi sarebbe economicamente equiparabile il fatturato dell' acciaio. Benché sia opportuno ricordare che la impepata di cozze piaccia molto agli italiani, tant'è che sono riusciti a digerire per oltre un anno la responsabile del dicastero dedicato al Mezzogiorno, che con le cozze forse ha delle affinità. Vittorio Feltri

La Trenta non molla la casa dello scandalo e fa la vittima: "Ingiusta gogna mediatica". L'ex ministro sta ancora nell'appartamento dove abitava quando era al governo. Lodovica Bulian, Lunedì 06/01/2020, su Il Giornale. «Ma è mai possibile che l'ex ministro Trenta, esponente grillina, stia ancora nella casa di proprietà dello Stato a cui non ha più diritto? Ho presentato tre interrogazioni su questa vicenda - tuona il senatore azzurro Maurizio Gasparri - Ho ottenuto una risposta su tre. Voglio andare fino in fondo sulle onorificenze elargite dalla Trenta, in taluni casi, a detta di molti, senza fondamento. Ma voglio capire, il ministro della Difesa e tutte le Forze Armate non riescono a mandare via questa abusiva da quella casa?». A un mese e mezzo dallo scandalo che ha travolto l'ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta per l'alloggio di servizio nel quartiere San Giovanni a Roma, in cui si era trasferita col marito dopo il giuramento, le polemiche continuano. La ministra infatti, secondo quanto riportato dalla Verità, continua ad alloggiare nella stessa abitazione nonostante abbia annunciato più volte di volerla lasciare. Dopo la fine del Conte I e l'addio della Trenta al ministero, l'alloggio era stato subito riassegnato a suo marito, che ne aveva fatto richiesta in quanto maggiore dell'Esercito. L'ex ministra ha anche un'altra casa a Roma, ma aveva spiegato di aver chiesto l'appartamento nel cuore della Capitale «perché più vicino alla sede lavorativa, nonché per opportune esigenze di sicurezza e riservatezza». Il canone mensile pagato per l'affitto dell'immobile è di 141,76 euro. In tutto 314,95 euro includendo anche la rata per l'uso dei mobili e dell'arredamento. Già prima di Natale, la ministra si era giustificata spiegando che era stata presentata «istanza formale di rinuncia. Mio marito, che è titolare dell'alloggio e che ne ha il diritto, fa un passo indietro per tutelare me e la mia serenità, perché sono stata oggetto di una ingiusta gogna mediatica. Sono state fatte tante, tante elucubrazioni, troppe, e quindi io risponderò con una conferenza stampa in cui chiamerò tutti, nel momento in cui anche la Difesa avrà espresso il suo parere, perché ci sono delle interrogazioni, c'è una risoluzione, se ne parlerà alla Camera dei Deputati, quindi credo che sia giusto fare così». Trenta anche alla Verità, che le ha chiesto conto della sua attuale presenza nell'alloggio, ha risposto rimandando allo stesso appuntamento mediatico: «Non rispondo ai giornalisti prima della conferenza stampa». Sulla vicenda la Procura militare di Roma ha aperto un fascicolo senza indagati né ipotesi di reato, ma verifiche sono state estese su tutti i militari per accertare che nessuno rimanga negli appartamenti della Difesa senza avere i requisiti.

Fabio Amendolara e Giuseppe China per “la Verità” il 5 gennaio 2020. Il cronista preme il campanello, convinto di non ottenere nessuna risposta, e, invece, dopo pochi secondi la porta si apre e compare quello che immaginiamo essere un fantasma: il maggiore Claudio Passarelli, noto alle cronache come il consorte dell' ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Alla vista di un viso sconosciuto l' ufficiale si inalbera: «Lei come è entrato? Questa è una caserma militare». Ecco a voi il cinepanettone delle feste: Natale (Capodanno e, pure, Epifania) a casa Trenta. Infatti, nonostante i ripetuti annunci, l' ex ministro non ha ancora lasciato lo spazioso appartamento di via Amba Aradam a Roma. A novembre il Corriere della Sera aveva scoperto che l' alloggio di servizio che aveva occupato da ministro era stato assegnato a suo marito militare, un piccolo escamotage per tenersi una bella casa (con un canone simbolico di 141 euro al mese) e non tornare nel modesto trilocale di via Montecuccoli, in cui la coppia risiedeva prima del salto di qualità. «Da ministro», spiegò la Trenta sui social, «ho chiesto l' alloggio di servizio perché più vicino alla sede lavorativa, nonché per opportune esigenze di sicurezza e riservatezza». Poi, con Il Messaggero, aggiunse: «Lì c' erano problemi di controllo e di sicurezza, in quella zona si spaccia droga e la strada non ha vie d' uscita». E al Corriere, invece, spiegò: «La casa grande mi serve, ho una vita di relazioni, non posso andarmene». Nonostante queste dichiarazioni, il 19 novembre, infine, la Trenta si arrese: «Mio marito, pur essendo tutto regolare e sentendosi in imbarazzo, per salvaguardare la famiglia, ha presentato istanza di rinuncia per l' alloggio». Quindi aggiunse: «Lasceremo l' appartamento nel tempo che ci sarà dato per fare un trasloco e mettere a posto la mia vita da un' altra parte». Un mese e mezzo dopo quel tempo non è ancora trascorso, anche se la signora aveva detto che il termine ultimo per la sua uscita scadeva esattamente un mese fa: «Quando ho lasciato l' incarico, avrei avuto, secondo regolamento, tre mesi di tempo per poter lasciare l' appartamento; termine ancora non scaduto (scadenza tre mesi dal giuramento del nuovo governo, vale a dire 5 dicembre 2019, ndr)». Parole sue, affidate alla pagina Facebook ufficiale. Il 5 gennaio alla vigilia della Befana, la nostra risiede ancora nei paraggi di piazza San Giovanni. La proroga è stata possibile grazie alla staffetta con il marito. Stando a quanto avrebbe ricostruito il ministero, il 5 settembre la Trenta decade. Lo stesso giorno, però, il marito assume l' incarico di aiutante di campo del segretario generale della Difesa. Sempre il 5 settembre, la Trenta riceve «apposito avviso di rilascio dell' appartamento»: termine ultimo inizio dicembre. Il 18 settembre Passarelli presenta la domanda per lo stesso alloggio in cui da qualche mese vive con la moglie, canone 141,76 euro oltre al prezzo per l' uso dei mobili (173,19 euro). Il 2 ottobre Passarelli ottiene l' appartamento. La normativa prevede che questi immobili «non possano essere concessi a personale che sia proprietario di un' abitazione idonea, disponibile e abitabile nella circoscrizione dove presta servizio, fatta eccezione per i titolari di incarichi compresi nella prima fascia». E l'aiutante di campo del segretario generale è in prima fascia, quindi non è un problema se, insieme con la moglie, possiede un trilocale al Pigneto. Il 23 ottobre l' atto di concessione dell'alloggio viene ultimato: anche se il maggiore dichiara di possedere la casa romana e un' altra a Campobasso, non ci sono motivi ostativi. Come, d' altra parte, sbandiera la Trenta ormai da un mese. Ieri abbiamo provato a insistere con la ex ministra per ottenere delle spiegazioni. E la professoressa si è limitata a scriverci: «Grazie del vostro interesse, ma non rispondo a giornalisti prima della conferenza stampa». Un appuntamento annunciato da circa un mese, ma ad oggi mai organizzato. «Non ho ancora fissato la data, aspettavo la fine delle festività». Quindi ci ha inviato «l' unico articolo, dopo tanto clamore basato sul nulla, che ha ripreso la risposta a un' interrogazione del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini». Una replica in cui il politico le conferma «stima e apprezzamento». Con noi l'ex ministro soggiunge: «Magari vi interessa sapere la verità» e accompagna la battuta con uno smiley e un augurio di buon anno nuovo. Quindi la Trenta non risponde più ad altre domande, lasciando suonare a vuoto il cellulare per il resto del pomeriggio. Una mossa per creare attesa su questa fantomatica conferenza stampa che, sembra, sarà incentrata sul suo siluramento a facilitatore del Movimento 5 stelle per l' area Sicurezza e difesa, una bocciatura che avrebbe appreso direttamente dal Blog delle Stelle. Sgarbo di cui si è subito lagnata: «Incredibilmente non è stata fornita alcuna spiegazione, e questo episodio conferma le perplessità su alcuni processi decisionali dei vertici del Movimento». Le ragioni sono rimaste ignote. E quello che la donna aveva ribattezzato come il Team del futuro è rimasto un progetto non realizzato, nonostante una presentazione in pompa magna nella Sala stampa della Camera dei deputati. E da allora la Trenta ripete «di essere vittima di una trama agita (sic, ndr) da alcuni poteri forti». Ma quali? Forse ce lo rivelerà nella conferenza stampa più attesa del 2020. Intanto i due coniugi continuano a vivere nell' appartamento che tanto clamore ha suscitato. E, visto che non ci sono stati sfratti, né, pare, violazione di leggi, potenzialmente potrebbero rimanervi ancora a lungo, nonostante l' annuncio della disdetta. Ma come si sa in politica c' è anche la questione dell' opportunità, uno dei cavalli di battaglia dei 5 stelle. Il motivo per cui forse la Trenta, tradendo un certo imbarazzo, preferisce non rispondere alle nostre domande. 

Elisabetta Trenta trasloca: addio all'appartamento di Stato. L'ex ministro della Difesa ha lasciato l'alloggio al centro delle polemiche degli ultimi mesi. Lei e il marito tornano nella casa di proprietà al Pigneto. Francesca Bernasconi, Mercoledì 08/01/2020, su Il Giornale. Elisabetta Trenta sta traslocando. Dopo mesi di polemiche intorno all'alloggio assegnato al marito dell'ex ministro della Difesa, per la coppia è arrivato il momento di impacchettare tutto e lasciare l'appartamento in centro a Roma. Il caso era scoppiato lo scorso novembre, quando un'inchiesta del Corriere della Sera aveva svelato che la Trenta viveva ancora nello stesso appartamento, che le era stato assegnato in qualità di ministro. Il suo ruolo, però, era decaduto a settembre, con la fine dell'esecutivo Conte I. L'ex ministro aveva spiegato di continuare a vivere lì perchè la casa era stata riassegnata al marito, il maggiore dell'Esercito italiano Claudio Passarelli. Ma la difesa della Trenta, che dichiarava legittima la sua permanenza in quell'alloggio, non era servita a far calare le polemiche e così la coppia aveva annunciato la rinuncia alla casa in centro. Ma, nei giorni scorsi, la Verità aveva svelato che il maggiore e la moglie continuavano ad alloggiare nella casa assegnata loro dallo Stato e la notizia aveva sollevato diverse critiche. Lo stesso giorno, Elisabetta Trenta aveva annunciato sui social il trascolo imminente: "Vi scrivo per comunicare che il 9 Gennaio ci sarà il tanto discusso trasloco dal famoso 'Appartamento di Stato'", aveva scritto in un post su Facebook. Ma le operazioni, secondo quanto riporta la Verità, sarebbero avvenute già ieri mattina, intorno alle 10.00, quando un camion della ditta One e qualche operaio si sarebbero presentati fuori dall'alloggio della coppia. "Come avevo promesso il trasloco è già in corso...", specifica l'ex ministro della Difesa, precisando che "a Natale è festa per tutti, anche per i traslocatori". Il ritardo, quindi, sarebbe da attribuire alle feste natalizie, che hanno causato una proroga nel trasporto. E, secondo la Verità, dalla One fanno sapere: "Noi siamo arrivati lì oggi, perché ci è stato detto di arrivare lì oggi", cioè il 7 gennaio del 2020. La coppia ha lasciato l'alloggio in centro, per tornare nella casa che possiedono al Prenestino. Le operazioni sono stare abbastanza veloci, dato che nei giorni precedenti erano già stati portati via gli oggetti personali. Per il momento, la coppia tornerà nell'appartamento in via Montecuccoli, dove viveva prima che Elisabetta Trenta diventasse ministro e si spostasse a vivere nella casa finita al centro delle polemiche.

Val.Err. per “il Messaggero” l'11 gennaio 2020. Nessun reato militare nell'assegnazione della casa dell' ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta. Lo ha deciso, dopo gli accertamenti, il procuratore militare Antonio Sabino, che a novembre aveva aperto un fascicolo per verificare eventuali irregolarità. L' appartamento, a due passi dalla Basilica di San Giovanni, era stato assegnato alla Trenta durante il suo incarico ed era passato al marito, Claudio Passarelli, promosso maggiore dell' Esercito quando il primo governo Conte era caduto. La Trenta, dopo pesantissime polemiche, ha lasciato la casa lo scorso 9 gennaio. Lo stesso ministero aveva ricostruito i passaggi, formalmente corretti: il 5 settembre 2018, la Trenta decade e lo stesso giorno, il marito assume l' incarico di aiutante di campo del segretario generale della Difesa. Sempre il 5 settembre, l' ex ministra viene invitata a lasciare la casa entro il 3 dicembre. Il 18 settembre invece Passarelli presenta la domanda per l' alloggio, è residente nella casa precedentemente assegnata alla moglie: canone 141,76 euro oltre al prezzo per l' uso dei mobili (173,19 euro). E il 2 ottobre Passarelli lo ottiene. La normativa prevede che ai militari non possano essere concessi se siano proprietari di un alloggio nella circoscrizione in cui prestano servizio, «fatta eccezione per i titolari di incarichi compresi nella prima fascia». Come quello ricoperto da Passarelli dal 5 settembre.

Elisabetta Trenta, se questo è un Ministro. Oltre alla vicenda della casa la cosa peggiore del suo mandato è stata la gestione inadeguata e ideologica della Difesa. Fausto Biloslavo il 3 dicembre 2019 su Panorama. La casa con l’affitto irrisorio a Roma e il «dog sitting» con l’auto blu al suo cagnolino sono solo aspetti emblematici di chi parla bene e razzola male. Elisabetta Trenta, stella grillina in declino, i veri danni li ha compiuti alla guida della Difesa a Palazzo Baracchini, dal giugno 2018 a settembre di quest’anno. L’ex ministro voleva trasformare le Forze armate in una specie di Protezione civile rafforzata a tal punto che ha dato l’ordine ai caccia bombardieri - costo: 13 mila euro ogni ora di volo - di fotografare dal cielo le Terre dei fuochi. E non ha mandato avanti contratti cruciali di approvvigionamenti e mezzi fondamentali per la sicurezza dei nostri militari come i «blindo» Centauro 2 e il veicolo da trasporto truppe Freccia. Per non parlare della benedizione ai sindacati delle stellette, prima che la delicata materia fosse regolata dal Parlamento, della rivolta dei generali in congedo, che hanno disertato la parata del 2 giugno per protesta e della comunicazione della Difesa tornata all’età della pietra. Si preferiva accendere i riflettori su trenini e balletti del ministro a Lourdes, ma sulle missioni più ostiche all’estero è stata fatta calare una cappa di silenzio. Fino a metà novembre, Trenta utilizzava ancora la «macchina blu», un’Alfa 159. Un suo diritto per sei mesi come ex ministro, ma che cozza con la propaganda grillina contro i privilegi. L’errore iniziale dell’avventura governativa del capitano della riserva selezionata è stato circondarsi di collaboratori non all’altezza scelti per la supposta fedeltà al Movimento cinque stelle. Nell’ambiente della Difesa lo chiamavano «il cerchio magico». Un ufficiale di grado superiore spiega a Panorama «che erano tutti arrivati con chiamata diretta del ministro, ma invece che andare a pescare fra i primi della classe si è circondata di gente inadatta». Nel cerchio magico c’erano persone frustrate, che avevano pure il dente avvelenato con le gerarchie militari pensando di essere state ingiustamente danneggiate nella carriera. E volevano fare la rivoluzione. I fedelissimi che hanno fatto parte del gabinetto del ministro, oggi quasi tutti trasferiti, sono soprattutto il colonnello Antonello Arabia, capo della segreteria, il tenente colonnello Toni Caporella, consigliere, il colonnello Massimo Ciampi, trait d’union con i nascenti sindacati militari. E il colonnello Francesco Greco, responsabile dell’ufficio pubblica informazione ancora al suo posto. I fedelissimi dell’ex ministro abitano tutti nel cosiddetto «condominio Trenta», un comprensorio della Difesa in area Flaminia, una delle zone migliori di Roma. Tra le iniziative più criticate del ministro Trenta nell’ambiente militare è il pallino per il «duplice uso sistemico» delle Forze armate secondo un fantomatico progetto Ianus, che non si trova da nessuna parte nei dettagli. I militari sono sempre stati impiegati, fin dall’unità d’Italia, in modalità dual us per calamità naturali o compiti di vigilanza, come accade da anni con la missione Strade sicure, la più numerosa con oltre 7 mila uomini. L’obiettivo recondito della gestione grillina della Difesa, però, era trasformare le Forze armate in una specie di Protezione civile rafforzata con scarso impiego all’estero. «La boiata peggiore è stata l’esercitazione a Pratica di Mare sul duplice uso sistemico, costata non poco» sottolinea una fonte di Panorama nel mondo militare. Il 7 maggio la Difesa riunisce il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro per i Beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli, il capo del dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli e il capo di Stato maggiore, generale Enzo Vecciarelli per un mega show all’aeroporto militare di Pratica di Mare vicino a Roma. La simulazione prevede uno tsunami che colpisce il litorale romano e provoca un terremoto. Un elicottero trasporta i vip sul comando in mare a bordo di nave Etna, che per muoversi costa 53 mila euro. Addirittura sfrecciano due caccia (almeno 20 mila euro per ora di volo in coppia), che certo non dovevano sganciare le bombe per fermare l’ondata. Conte è entusiasta e annuncia: «Questo evento dimostra le mirabili capacità organizzative e di coordinamento delle nostre Forze armate negli interventi a supporto delle attività della Protezione civile». L’operazione, mai scritta, di «disarmo prevede anche una smilitarizzazione semantica. I sistemi d’arma passano in secondo piano, la parola “combat” è un tabù e il soldato diventa più simile a un poliziotto in nome del politicamente corretto» osserva una fonte all’interno della Difesa. Manifesti e «simpatici video» sui social, avallati dal ministro anche per il 4 novembre, giorno delle Forze armate e della vittoria nella Prima guerra mondiale, rispecchiano la folle idea di soldati disarmati più simili a crocerossine che a militari addestrati a combattere. Il 23 giugno la Fao (l’organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura) che ha il quartiere generale a Roma, aveva chiesto un intervento di «jammer», di disturbo delle frequenze dei telefonini, per mantenere la segretezza dell’elezione del nuovo segretario cinese. Il ministro della Difesa ha detto no per i timori della reazione delle forze di polizia, considerandola un’azione troppo aggressiva. Ma l’aspetto più estremo del «duplice uso sistemico» delle Forze armate è l’utilizzo di caccia bombardieri Amx, Tornado ed Eurofighter «per monitoraggio ambientale condotto grazie ai sensori» speciali dei velivoli «nell’ambito del piano di azione di contrasto dei roghi dei rifiuti nella Terra dei fuochi» si legge sul sito della Difesa. Un’ora di volo di un Eurofighter, costruito per sganciare bombe, costa 13 mila euro. Un lavoro di ricognizione simile veniva già fatto sul terreno dai soldati di Strade sicure, che usano il mini drone Raven, lanciato a mano, infinitamente più economico. «Trenta ha provocato gravi danni come cercare di ridurre le Forze armate a una specie di protezione civile rafforzata» conferma il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica. «Si può archiviare questa bizzarra concezione, ma i ritardi sui nuovi sistemi d’arma e approvvigionamenti sono un danno elevato. Nel caso degli F 35, per esempio, i tira e molla hanno minato la credibilità del Paese». Il leghista Roberto Paolo Ferrari, membro della Commissione Difesa alla Camera, accusa l’ex ministro Trenta «di avere tenuto bloccati per un anno e mezzo programmi che avevano già la copertura finanziaria come i blindo Centauro 2 e il Freccia». Nel primo caso, i vecchi esemplari non possono venire inviati all’estero a causa dello «scafo» non protetto dalle trappole esplosive. L’ingiustificato ritardo ha provocato crisi e cassa integrazione alla Iveco defence. In pratica, i nuovi sistemi d’arma sono rimasti bloccati al ministero dello Sviluppo economico, che era guidato dal leader grillino Luigi Di Maio. E Trenta non si è strappata i capelli per risolvere la situazione. Ferrari punta il dito anche sull’abortito drone ad alta quota e lungo raggio che doveva essere prodotto da Piaggio Aero. «Un investimento da 700 milioni già finanziato, ma bloccato dalla componente grillina» sostiene il parlamentare della Lega. E pure sull’approvvigionamento di munizioni si è registrato una contrazione. «Non solo sui grossi calibri, ma anche per le armi individuali con relativa riduzione delle capacità addestrative» denuncia ancora Ferrari. Michele Nones dell’Istituto affari internazionali evidenziava fin da aprile in un dettagliato studio che «la gestione governativa delle spese per la Difesa sembra essere ormai precipitata in uno stato confusionale». In zona Cesarini il ministro Trenta ha autorizzato l’adesione al programma Camm-Er di rinnovo del nostro sistema di difesa contraerea, che dal prossimo anno diventerà inutilizzabile. Però è stato stanziato appena un milione di euro, che non basterà neppure a sviluppare il progetto. L’aspetto più grave è il disinteresse per le nostre aziende. «Totale desolazione nel supporto all’industria italiana della Difesa» spiega a Panorama chi lavora nel settore. «Ogni volta che le era chiesto di appoggiare o intervenire a livello internazionale la signora non ha mai fatto nulla. Era assolutamente inadeguata al ruolo». Nella Repubblica ceca una nostra azienda stava facendo un’offerta importante. Il ministro della Difesa locale aveva invitato Trenta a Praga, ma lei non ha neppure risposto. Il generale Tricarico sottolinea che «fra i danni irreversibili, ha innescato e prodotto aspettative eccessive per i sindacati dei militari riconoscendoli prima di una legge del Parlamento». L’alto ufficiale in congedo fa parte di una schiera di generali che il 2 giugno si sono rifiutati, in segno di protesta, di presentarsi alla parata militare a Roma per la Festa della Repubblica. E tanti altri hanno preso carta e penna attaccando l’esponente grillina. Una «rivolta» dei generali mai vista prima e condita dai balletti a Lourdes del ministro, dal gesto simbolico Peace & love in Parlamento e dalle entusiastiche congratulazioni alla coppia gay della Marina. La disastrosa gestione della comunicazione della Difesa nel periodo Trenta ha registrato anche il curioso caso del portavoce Augusto Rubei, che aveva praticamente commissariato il ministro per conto dei grillini. Ex collaboratore di varie testate, da Repubblica a Lettera 43, da marzo si era dedicato alla campagna elettorale delle Europee. E il 23 luglio è passato ufficialmente nello staff Di Maio. Fino ad allora riceveva 90 mila euro dalla Difesa, ma voleva di più con un doppio incarico che la Corte dei conti ha stoppato con due pagine di «osservazioni dell’ufficio di controllo» in possesso di Panorama. Adesso che è consigliere del capo grillino alla Farnesina «per gli aspetti legati alla comunicazione» incassa 140 mila euro. Il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, ha scritto in un editoriale l’epitaffio più chiaro sulla gestione Trenta durata 14 mesi: «Una visione assai limitata del comparto Difesa, pacifista da oratorio e Casa del popolo, ma oggi quanto meno inadeguata anche solo a comprendere le sfide attuali».

Volo di Stato da 10mila euro, per portare Bonafede a Roma. Lo scorso 27 febbraio il ministro della Giustizia è volato a Roma per la conversione in legge del dl intercettazioni. Per percorrere 200 chilometri ha usato l'aereo di Stato. Francesca Bernasconi, Lunedì 25/05/2020 su Il Giornale. Migliaia di euro per percorrere 200 chilometri. A bordo dell'aereo di Stato, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, è volato da Napoli a Roma, lo scorso 27 febbraio. Il ministro avrebbe potuto percorrere in un paio d'ore di macchina la distanza tra le due città, ma avrebbe preferito l'aereo. "È stato necessario ricorrerci perché era in corso alla Camera la votazione finale della conversione in legge del decreto sulle intercettazioni promosso proprio dal ministro", ha spiegato l'ufficio stampa del ministro al Tempo, che ha dato la notizia. Quel giorno, Bonafede stava partecipando al vertice Italia-Francia a Napoli. Ma, prima dello scambio dei documenti per l'illustrazione dell'intesa (poi spiegata in una conferenza stampa congiunta da Conte e Macron), il ministro della Giustizia italiano era volato a Roma, lasciando il vertice in anticipo, alle 18.30 così da poter "essere presente in aula prima del definitivo voto finale sul suo provvedimento previsto da programma dei lavori parlamentari per le 20". Nonostante il tentativo di partecipare ai due incontri, però, Bonafede era riuscito a fallire in entrambi i casi. Infatti, oltre a non portare a termine il vertice italo-francese, era arrivato troppo tardi all Camera, quando erano già state effettuate tutte le votazioni e il giudizio del governo: al ministro non era stata data la parola sul dl intercettazioni. Così, in due mesi, gli italiani avrebbero pagato 10mila euro, per un nulla di fatto. Nessun commento da parte dei grillini, che in passato si erano scagliati duramente contro i leader accusati di aver usato voli di Stato costosi per gli spostamenti. Nel maggio dello scorso anno, l'allora vicepremier Luigi Di Maio aveva criticato la vicenda scoppiata sui presunti voli usati da Matteo Salvini per iniziative elettorali: "Io non ne ho mai preso nessuno- aveva commentato il capo dei 5 Stelle- una volta ho preso un aereo della protezione civile per andare su un luogo colpito dal terremoto, per tutto il resto mi muovo sempre con voli di linea e con Alitalia". Al tempo, lo stesso Bonafede aveva parlato di "stile del Movimento 5 Stelle", facendo intendere il suo distacco dal leader leghista. Ancora prima, i pentastellati avevano puntato il dito contro gli sprechi dell'Air Force Renzi, l'aereo dell'ex presidente del Consiglio, accusandolo anche di aver usato l'aereo di Stato per raggiungere Courmayeur per le vacanze di Natale. Ma ora, secondo quanto riporta il Tempo, sarebbe stato proprio il grillino Bonafede ad aver preferito l'aereo di Stato all'automobile, facendo spendere 10mila euro agli italiani. 

Bonafede, l'ex deejay che ha mandato in tilt la Giustizia. Tutte le tappe della carriera politica di Alfonso Bonafede. Gaffes ed errori di un ministro dall'animo giustizialista, inviso ai renziani, e che, ora, rischia di perdere la poltrona. Francesco Curridori, Mercoledì 20/05/2020 su Il Giornale. “Mister Wolf” rischia di perdere la poltrona. Il voto di sfiducia nei confronti del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, potrebbe mettere in crisi la maggioranza.

Chi è il ministro Alfonso Bonafede. L’avvocato civilista, originario di Mazara del Vallo, che a 19 anni interrompe la carriera da vocalist nelle discoteche siciliane per andare a studiare Giurisprudenza a Firenze, è l’anello di congiunzione che tiene saldo il Conte-bis. È capodelegazione del M5S nel governo da quando, nel gennaio 2020, Luigi Di Maio ha lasciato la guida del Movimento, ma è soprattutto l’uomo che ha portato Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. "L’avvocato del popolo", infatti, è l’ex docente di diritto privato di Bonafede all’Università di Firenze. Ed è proprio nel capoluogo toscano che il giovane avvocato civilista, sposato sin dall’inizio degli anni 2000 con una dei soci del suo studio, Valeria Pegazzano Ferrando, muove i suoi primi passi in politica come militante dei meet-up fiorentini. Nel 2009, l’anno della vittoria di Matteo Renzi, anche il 36enne Bonafede corre per la carica di primo cittadino di Firenze, ottenendo appena l’1,8% dei voti. Un bottino assai misero per l’ex "Deejay Foffo" che non si perde d’animo e, in vista delle Politiche 2013, partecipa alle "parlamentarie" grilline risultando, con 227 voti su 1.300, il più votato della Toscana. Una volta eletto alla Camera, diventa vicepresidente della commissione Giustizia ed è promotore di una legge sulla class action nonché primo firmatario di una proposta di legge sul "divorzio breve" che confluirà nella norma approvata nel 2015. In poco tempo scala le vette del M5S entrando dapprima a far parte del gruppo di coordinamento dei comuni amministrati dai pentastellati e, poi, formando insieme a Riccardo Fraccaro il duo che avrebbe dovuto supportare il sindaco di Roma, Virginia Raggi, dopo la fallimentare esperienza del "mini-direttorio".

Le gaffes di Bonafede. Alle politiche del 2018 viene candidato alla Camera nel collegio uninominale Toscana 01 dove, con il 19% si posiziona terzo, ma viene "ripescato" nel collegio plurinominale Toscana 03. Lega ed M5S, dopo mesi di trattative, raggiungono un accordo sul nome di Conte il quale ricambia Bonafede nominandolo Guardasigilli. Da quel momento in poi ha inizio una serie interminabile di gaffes. Nel gennaio 2019 Bonafede gira e diffonde sui social un video sull’arresto di Cesare Battisti e viene subissato da critiche in quanto, con tale iniziative il ministro contravverrebbe all’articolo 114 del codice di procedura che vieta la "pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica". Bonafede, insieme all’allora Ministro dell'Interno Matteo Salvini, viene indagato per abuso d'ufficio, ma poi la procura di Roma archivia il caso. Sempre nello stesso mese, parlando dall’Aula di Montecitorio nel corso della presentazione della relazione annuale al parlamento sull'amministrazione della giustizia, Bonafede con piglio deciso dichiara:“Non c’è bisogno di raccontare la corruzione; la corruzione si vede a occhio nudo, si respira nell’aria; quando cade un ponte, una casa, c’è sempre dietro una storia di mazzette e di risparmio sui materiali’’. E ancora: “Ogni volta che un giovane è costretto a scappare dal nostro Paese è perché lo considera un Paese corrotto’’. D’altronde cosa ci poteva aspettare dall’autore della legge Spazzacorrotti? Una norma, che come disse Raffaele Cantone, è “scritta così male che rischia di alimentare la corruzione” tanto che la Consulta l’ha dichiarata parzialmente incostituzionale. Nel dicembre 2019 prima, ospite della trasmissione Porta a Porta, Bonafede dichiara candidamente: “I reati dolosi non sempre sono facilmente dimostrabili e quindi diventano colposi, con una conseguente riduzione dei tempi della prescrizione”. Un errore imperdonabile per un ministro della Giustizia che, accortosi dell’errore, si precipita a pubblicare un chiarimento su Facebook: “Sebbene i temi della giustizia siano tantissimi e tutti concentrati in queste settimane – scrive in un post -, alcuni addetti ai lavori preferiscono dedicarsi al taglio di 10 secondi di un'intervista serratissima durata 1 ora e 10 minuti per sottolineare l'oggettiva scorrettezza giuridica di una mia frase”. E ancora: “L'obiettivo era evidentemente quello di spiegare in maniera semplice ai cittadini le conseguenze (sulla prescrizione) della configurazione di una condotta in termini colposi o dolosi. D'altronde – prosegue il ministro -, ci sono da sempre interi processi che viaggiano sul confine tra dolo eventuale e colpa cosciente”. Ed è proprio la prescrizione il tema di scontro che, prima dell’emergenza coronavirus, infiammava la maggioranza con i renziani che erano pronti a far cadere il governo su questo tema. Una riforma che, come ha scritto Salvatore Merlo sul Foglio, è stata definita “mostruosa” da Carlo Nordio, “uno strabismo legislativo” da Gherardo Colombo e che è stata tacciata di “populismo penale” dal presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza. La riforma, così com’è stata concepita da Bonafede, impone il blocco della prescrizione in caso di condanna in primo grado, ma il ministro trascura il fatto che, come ha evidenziato il forzista Enrico Costa, molti processi vanno in prescrizione già nella fase delle indagini preliminari. È il gennaio 2020 quando il ministro Bonafede ad Otto e mezzo afferma che “gli innocenti non finiscono in carcere", generando l’immediata smentita degli altri ospiti che gli ricordano che dal 1992 al 2018 27 mila detenuti sono stati risarciti per essere stati ingiustamente carcerati. Davanti alle critiche pervenute anche dalla giornalista de La7 Gaia Tortora, figlia del conduttore Enzo che venne incarcerato per un errore giudiziario, Bonafede si è difeso: “Ho specificato che gli ‘innocenti non vanno in carcere’ riferendomi evidentemente e ovviamente, in quel contesto, a coloro che vengono assolti (la cui innocenza è, per l’appunto, ‘confermata’ dallo Stato)”.

Gli errori del ministro Bonafede. Ma il ministro negli ultimi tempi è finito nell’occhio del ciclone per aver commesso una serie imperdonabile di errori. Il primo è quello di aver sconfessato se stesso, inserendo nel decreto “Cura Italia” una sorta di 'svuotacarceri' in quanto ha dato la possibilità ai detenuti che avessero ancora 18 mesi di carcere di scontare la propria pena con i domiciliari. Uno ‘svuotacarceri’ che, come ha confermato il ministro, ha riguardato circa 6mila persone eppure, fino a quel momento, si era sempre detto contrario a questa “comoda scorciatoia”. Decisamente poca cosa rispetto a quanto rivelato dal pm Nino Di Matteo nel corso di una puntata di Non è l’arena in cui si parlava delle dimissioni di Francesco Basentini, il capo del Dap ritenuto responsabile di non aver impedito che venissero concessi i domiciliari ad alcuni boss come Franco Bonura e Pasquale Zagaria. Di Matteo sostiene che Bonafede, nel 2018, dopo avergli promesso la direzione del Dap, aveva improvvisamente cambiato idea, probabilmente per paura della reazione di alcuni boss mafiosi che si trovavano in carcere. Bonafede nega questa versione dei fatti, ma non si spiega perché, dopo le dimissioni di Basentini (inserito dopo pochi giorni come esperto in una delle task force del governo) non abbia chiamato proprio Di Matteo a svolgere questo delicato ruolo. Il ministro ha soltanto preparato un decreto che obbliga i magistrati di sorveglianza di rivalutare periodicamente la situazione degli scarcerati. “Nessuno può pensare di approfittare dell'emergenza sanitaria determinata dal Coronavirus per uscire dal carcere”, dichiara Bonafede che avrebbe forse potuto uscire da una situazione così delicata nominando finalmente Di Matteo a capo del Dap. Come successore di Basentini, invece, il Guardiasigilli nomina Bernardo Petralia che, ora, rischia di dover lasciare il suo incarico a causa di alcune conversazioni compromettenti avute con il magistrato Riccardo Palamara. Ma quelle di Basentini non sono le uniche dimissioni illustri. Pochi giorni fa, anche il capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Fulvio Baldi ha lasciato il suo incarico, ufficialmente per motivi personali, ma, in realtà, anche in questo caso hanno pesato alcune conversazioni con Palamara intercettate dalla Guardia di Finanza e pubblicate dal Fatto quotidiano. A dicembre, infine, si era dimesso il capo degli ispettori del ministero, Andrea Nocera, finito sotto indagine per corruzione.

Dall'anticasta alla "casta" sfrenata: l'evoluzione del ministro Bonafede. Giuseppe De Lorenzo il 7 Febbraio 2020 su Il Giornale. Non tutti i ministri della Giustizia hanno goduto di questo privilegio (Orlando, per dire, è rimasto nella dimora privata) e Mastella rinunciò pure al costoso progetto per la tutela personale. E poi, non doveva essere la gente la scorta dei pentastellati? Palazzina di S. Paolo alla Regola, a due passi dal Ministero di Giustizia. Si trova qui “l’ alloggio riservato” ad Alfonso Bonafede, Guardasigilli e capo delegazione di quel Movimento che aveva fatto della lotta alla casta il proprio grido di battaglia. Un locale in pieno centro a Roma, in una bella struttura storica e arredato appositamente per il ministro grillino. La sistemazione emerge da sei atti firmati dal capo di Gabinetto Fulvio Baldi. A giugno 2018, il capo della Segreteria di Bonafede invia una richiesta per “l’ allestimento dell’ alloggio riservato al ministro con arredi idonei a consentire il pernottamento e l’ utilizzo nell’ arco completo della giornata”. L’ importo per il solo mobilio è di 4.390,40 euro più iva per un letto matrimoniale, un comò, un paio di comodini, due lampade, un divano e un tavolo con quattro sedie. Poco tempo dopo la “cameretta” ministeriale viene completata con l’ aggiunta di piccoli elettrodomestici: un fornello a induzione (85 euro), un forno a microonde (120 euro) e un bollitore (78,50 euro). Diverso, invece, il discorso per 4 televisori: il costo complessivo a bilancio risulta di 2.315 euro oltre iva, ma comprende anche due apparecchi per le segreterie dei sottosegretari. Storia simile per due frigobar da ufficio, pagati 923,29 euro ed assegnati uno al capo dell’ Ufficio legislativo e l’ altro all’ alloggio del ministro. A completare l’ arredamento, infine, le tende oscuranti da 2.370 euro e la biancheria da bagno, da letto e da tavola per 811,40 euro. Totale degli acquisti: 11.093,59 euro. Più iva. Dopo il “caso Trenta” e le ristrutturazioni di Conte a Palazzo Chigi, un nuovo appartamento rischia così di creare imbarazzo al M5S proprio nel bel mezzo dello scontro sulla prescrizione. Se l’ abitazione di servizio non è di per sé uno scandalo, resta da capire se sia in linea con l’ ideale pauperista del Movimento. Lo staff di Bonafede fa sapere che il locale di circa 40 mq era stato ristrutturato in passato e già “destinato a uso foresteria esclusivo del ministro“. Lui ha solo aggiunto alcuni arredi per utilizzarlo come “punto di appoggio” a Roma, visto che normalmente fa il pendolare da Firenze. Una decisione che sarebbe dettata da motivi di “maggior sicurezza” ma anche di “economicità” perché il soggiorno in albergo, causa l’ impiego di 15 agenti, comportava “grandi spese per la garanzia della sicurezza”. Bene. Eppure va detto che non tutti i ministri della Giustizia hanno goduto di questo privilegio (Orlando, per dire, è rimasto nella dimora privata) e Mastella rinunciò pure al costoso progetto per la tutela personale. E poi, non doveva essere la gente la scorta dei pentastellati ? Ma non è solo questo il punto. Ogni mese, infatti, dei rimborsi che gli spettano da parlamentare, Bonafede trattiene 3mila euro forfettari che, regolamento M5S alla mano, servono per “le spese generali e di diaria“ incluse quelle di soggiorno, vitto, trasporti e telefoniche. Chi abita a Roma e provincia, però, dovrebbe conservarne solo 2mila. Fa così, per esempio, Paola Taverna che abita nella Capitale. La domanda è: una volta ottenuto l’ alloggio di servizio, il Guardasigilli non avrebbe forse dovuto rinunciare ad altri mille euro al mese? “Lui risiede a Firenze e ha restituito 309.591,62 euro“, taglia corto lo staff. Bonafede, a quanto pare, è convinto di poter dormire sonni tranquilli. Magari tra i due comodi guanciali dell’ alloggio riservato. (Ha collaborato Elena Barlozzari)

Vincenzo Esposito per il “Corriere del Mezzogiorno - Corriere della Sera” il 16 dicembre 2019. Il Consiglio dell' Ordine degli avvocati di Napoli chiede la presentazione di una mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, da parte dei togati parlamentari e, ovviamente le dimissioni immediate del guardasigilli. La presa di posizione arriva dopo le dichiarazioni rese da Bonafede durante la trasmissione Porta a Porta . Il ministro aveva sottolineato che «quando del reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo, i termini di prescrizione sono molto più bassi». Per gli avvocati una «bestemmia» giuridica, un' affermazione fuori luogo che «denota la scarsa preparazione del ministro». Il Consiglio forense di Napoli è il secondo in Italia a chiedere le dimissioni di Bonafede, giovedì la stessa richiesta era arrivata dai togati di Palermo. Secondo gli avvocati le affermazioni fatte dal guardasigilli «sono del tutto errate dal punto di vista giuridico, e sono state poste a sostegno dell' opportunità della sciagurata riforma della prescrizione, considerato che ingenerano pericolosa confusione nell' opinione pubblica e che l' avvocatura nutre il fondato timore che le riforme delle regole processuali e sostanziali in discussione siano basate sulla errata percezione e conoscenza degli istituti giuridici». Il presidente dell' Ordine di Napoli, Antonio Tafuri non va per il sottile: «La delicatezza del tema - insiste - richiede alta competenza e sensibilità giuridica e non il ricorso ad argomentazioni metagiuridiche». Per questa ragione si chiede «la proposizione di mozione di sfiducia nei confronti del ministro della giustizia Alfonso Bonafede». A dare man forte ai togati l' Organismo congressuale forense che ha scritto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «Quella del ministro è stata una frase incredibile - spiega Giovanni Malinconico, coordinatore dell' Ocf - che suscita moltissime perplessità e sulla quale si potrebbe soprassedere, se in gioco non ci fossero i diritti fondamentali dei cittadini e secoli di civiltà giuridica». Il primo a rispondere alla «mozione» degli avvocati napoletani è stato Edmondo Cirielli, parlamentare campano, avvocato e questore della Camera. «Bonafede si dimetta- ha detto - non è adeguato a fare il ministro. Per il parlamentare di FdI quelle del ministro sono «parole sconcertanti e frasi sconclusionate che dimostrano la sua totale ignoranza giuridica e inadeguatezza nel delicatissimo ruolo ministeriale». Poi ha concluso: «Appoggio pienamente la posizione assunta dall' Organismo Congressuale Forense, che ha chiesto un intervento ad horas del premier Conte, e sostengo convintamente le richieste di dimissioni giunte dai Consigli degli Ordini degli avvocati di Napoli e Palermo». La difesa del ministro è arrivata attraverso il suo profilo Facebook. «Sebbene i temi della giustizia siano tantissimi e tutti concentrati in queste settimane, alcuni addetti ai lavori preferiscono dedicarsi al taglio di 10 secondi di un' intervista serratissima durata 1 ora e 10 minuti per sottolineare l' oggettiva scorrettezza giuridica di una mia frase. L' obiettivo era evidentemente quello di spiegare in maniera semplice ai cittadini le conseguenze (sulla prescrizione) della configurazione di una condotta in termini colposi o dolosi. D' altronde, ci sono da sempre interi processi che viaggiano sul confine tra dolo eventuale e colpa cosciente». Ma per il presidente Tafuri la giustificazione è peggiore del danno fatto perché «reitera argomentazioni infondate e giuridicamente scorrette».

L' Ordine degli avvocati di Palermo chiede dimissioni del ministro Bonafede. Il Corriere del Giorno il 13 Dicembre 2019. Il ministro della giustizia ieri sera a “Prima Porta” è incappato in una grave gaffe sulla differenza tra reato doloso e colposo: oggi il consiglio dell’ordine degli avvocati di Palermo, uno dei più numerosi in termini di iscritti ed importanti a livello nazionale, ha chiesto ufficialmente le sue dimissioni. Non si placano le polemiche sul ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, dopo la gaffe di ieri durante la puntata di “Porta a Porta” condotta da Bruno Vespa: a chiederle nelle ultime ore non sono stati soltanto gli avversari politici del guardasigilli. La richiesta in tal senso è stata avanzata dall’ Ordine degli Avvocati di Palermo, uno dei più numerosi in termini di iscritti ed importanti a livello nazionale. Come riporta Adnkronos, in una nota, gli avvocati del capoluogo siciliano hanno chiesto un passo indietro “immediato” da parte di Alfonso Bonafede dopo le sue dichiarazioni di ieri sera nella popolare trasmissione . Il riferimento, in particolare, è alla frase rilasciata dal ministro secondo cui “quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo e quindi diventa un reato colposo ha termini di prescrizione molto più bassi”. Una affermazione “del tutto errata dal punto di vista tecnico-giuridico” che ha fatto letteralmente infuriare gli avvocati italiani. Secondo l’Ordine degli Avvocati di Palermo la “gaffe” del Ministro è molto grave in quanto le dichiarazioni rilasciate dal ministro “sono del tutto errate dal punto di vista tecnico-giuridico”. Ma gli avvocati palermitani, nel chiedere le dimissioni di Bonafede, non hanno messo in risalto soltanto il problema relativo all’opportunità di un guardasigilli capace di scivolare in elementi basilari della conoscenza del diritto. L’Ordine degli Avvocati di Palermo piuttosto ha puntato il dito sul fatto che la frase incriminata è stata pronunciata nel tentativo, da parte del guardasigilli, di spiegare il senso politico e tecnico dell’annunciata riforma sulla prescrizione: “Dichiarazioni del genere – si legge nella nota – ingenerano pericolosa confusione nell’opinione pubblica e l’avvocatura nutre il fondato timore che le riforme delle regole processuali e sostanziali, in ambito civile e penale, attualmente in discussione, siano basate sulla errata percezione e conoscenza degli istituti giuridici”. La richiesta di dimissioni è stata inviata anche al Consiglio Nazionale Forense, nonché al Presidente del Consiglio dei Ministri, spiegando le ragioni sopra espresse. Nella giornata odierna, la gaffe di Bonafede ha avuto risvolti politici non indifferenti, con buona parte delle opposizioni che hanno puntato il dito sullo “scivolone” tecnico del ministro: “Un pessimo esempio per tanti giovani studenti che proprio oggi stanno sostenendo la terza prova dell’esame di avvocato – ha chiosato il senatore Alessandro Gallone di Forza Italia  – Se qualcuno di questi ragazzi scrivesse una simile stupidaggine verrebbe giustamente bocciato. Mentre Bonafede è addirittura ministro, rappresentante di una realtà triste, inefficace, dannosa che noi auspichiamo termini quanto prima”. Sul caso è stato registrato anche l’intervento ironico di Vittorio Sgarbi, deputato e critico d’arte: “Il ministro della Giustizia “Malafede” ci ricorda ogni volta che parla – ha scritto Sgarbi – il suo passato nelle balere di Mazara del Vallo con il nome d’arte di “Alfonsino Dj”.

Riforma giustizia, la beata ignoranza di Bonafede che la vuole demolire. Iuri Maria Prado il 14 Dicembre 2019 su Il Riformista. È quel che si dice un salto di qualità. Perché il ministro Bonafede (ministro, santo cielo…) si era bensì esibito in prove plurime di sconsolante inadeguatezza, per esempio sciogliendo le briglie al suo italiano accidentato e mandandolo a far danno su qualsiasi argomento, in coppia sfondona con l’altra vergogna nazionale, l’avvocato del popolo che non c’è verso di tirargli fuori una frase libera da qualche insulto alla decenza grammaticale; o quando si metteva a far gara di travestimento con il ministro dei pieni poteri contro le zingaracce, e vestito da secondino filmava e metteva in musica l’arrivo del condannato da far marcire in galera. Ma questa volta è peggio. Disinibito non più solo nel quotidiano esercizio di esemplare macellazione della nostra lingua, o nel mettersi le penne oscene di quello che fa la ruota davanti alla turba forcaiola e compiaciuto si offre di appagarne la pretesa di sangue, questa volta il signor ministro della Giustizia si è lasciato andare a considerazioni – per dirla con l’Ordine degli avvocati di Palermo, che giustamente gli ha fatto le pulci – «del tutto errate dal punto di vista tecnico-giuridico». È una definizione soffice, e comprensibilmente protocollare, per quanto anteposta a una inflessibile richiesta di dimissioni: perché il ministro Bonafede, che sta apparecchiando una riforma gravemente rivolta a frantumare il poco residuo di civiltà giuridica di questo paese, ha dato prova in questa occasione (l’altra sera, da Bruno Vespa) di non conoscere nemmeno la differenza tra dolo e colpa. Un’ignoranza inescusabile già se a dimostrarla è una matricola un po’ zuccona, ma che rappresenta un’onta insopportabile per l’avvocatura, per la Nazione, per le istituzioni della Repubblica se si celebra nelle dichiarazioni di un parlamentare col potere di governo in materia di giustizia. Non si dice che un ministro debba per forza essere persona di illustre dottrina, ma qui si discute della riprova ennesima di una inettitudine sfrenata, e che pretende di mettere sigilli su cosine da nulla come i diritti delle persone, la libertà degli individui. Roba che dovrebbe aver speranza di non essere amministrata da chi, letteralmente, non sa nemmeno di che cosa parla. Né si può dire che la beata ignoranza di cui fa mostra il ministro Bonafede determini qualche sua incapacità, che cioè quel suo non saper nulla neppure dei principi elementari delle cose sottoposte al suo governo si ponga a ritenzione della sua disinvoltura riformatrice: anzi, quell’assenza di cognizione gli spiana davanti un deserto su cui posare i binari di una giustizia ferrata, coi procuratori della Repubblica officiati a capitreno. E non si sa se tutto questo faccia con dolo o con colpa: ma lo fa, e tanto basta ad alimentare un diritto di denuncia che vorremmo – questo sì – senza prescrizione.

M5s, l'ex ministro Fioramonti lascia il Movimento: "Troppi attacchi dai Cinque stelle, delusione è un sentimento diffuso". La decisione di approdare al gruppo misto dopo le dimissioni. Annalisa Cuzzocrea il 30 dicembre 2019 su La Repubblica. Lorenzo Fioramonti lascia il Movimento. L'ex ministro dell’Istruzione, che alla vigilia di Natale ha abbandonato il suo incarico per non aver ottenuto i 3 miliardi di investimenti richiesti su scuola e università, ha deciso di abbandonare il percorso intrapreso con i 5 stelle. Su Facebook ha pubblicato le sue motivazioni: sopra a tutte, la delusione provata davanti al trattamento ricevuto dai suoi stessi colleghi per aver mantenuto la promesso che aveva fatto - in un'intervista a Repubblica - proprio nel suo primo giorno da ministro: investimenti sul futuro, sui giovani, sulla formazione, sulla sicurezza, o lascio. Quei soldi in manovra non sono arrivati, Fioramonti si è dimesso, e la reazione del Movimento 5 stelle è stata una serie di accuse, a partire da quella di non aver restituito la parte dello stipendio che i parlamentari M5S si sono impegnati a versare in un fondo da indirizzare volta per volta a vari scopi. "Il trattamento peggiore - dice il deputato - l'ho ricevuto dal Movimento 5 stelle, che non ha solo criticato le mie scelte, ha colpito la mia persona". Dice di aver incontrato molte persone con cui intende portare avanti battaglie cruciali, come quelle sull'ambiente, ma non conferma l'idea di un nuovo gruppo in Parlamento: "Parole al vento per riempire i giornali". Approda al misto, "a titolo puramente individuale". "Il Movimento 5 stelle - spiega ancora Fioramonti - mi ha deluso molto. E' come se quei valori di trasparenza, democrazia interna e vocazione ambientalista che ne hanno animato la nascita si fossero persi nella pura amministrazione, sempre più verticistica, dello status quo". 

 (LaPresse il 27 dicembre 2019.) - "Non possono mancare le solite polemiche sui rimborsi. In tanti, nel Movimento, abbiamo contestato un sistema farraginoso e poco trasparente di rendicontazione". Così Lorenzo Fioramonti, ministro dimissionario dell'Istruzione. "Dopo aver restituito puntualmente per un anno, come altri colleghi, ho continuato a versare nel conto del Bilancio dello Stato e le mie ultime restituzioni saranno donate sul conto del Tecnopolo Mediterraneo per lo Sviluppo Sostenibile, un centro di ricerca pubblico che - da Viceministro prima e da Ministro poi - ho promosso a Taranto, una città deturpata da un modello di sviluppo sbagliato. Ed invito anche altri parlamentari 5 Stelle a fare lo stesso, non appena il conto sarà attivo", spiega Fioramonti. "Credo che sia la prima volta nella storia del nostro Paese che un Ministro della Repubblica venga criticato perché ha fatto ciò che aveva annunciato". Così Lorenzo Fioramonti, ministro dimissionario dell'Istruzione. "Io sono così: se una cosa la dico, poi la faccio. Per questo ho lottato senza sosta, anche da Ministro, per porre la questione nel Governo anche con riferimento alla scuola - spiega Fioramonti - Forse non dovrebbe neanche stupire che mi giungano critiche da partiti i cui leader avevano promesso di abbandonare la politica in caso di sconfitta elettorale, ma sono ancora saldamente al loro posto". "Quello che mi stupisce, però, è che tante voci della leadership del M5S mi stiano attaccando in questo momento. E per che cosa? Per aver fatto solo ciò che ho sempre detto. Mi sarei in realtà aspettato il contrario: sarebbero dovuti essere loro a chiedermi di onorare la parola data favorendo le dimissioni, invece di chiedermi di fare quello che i politici italiani hanno sempre fatto: finta di niente", aggiunge Fioramonti.

Governo, il ministro Fioramonti si dimette con una lettera al premer: pochi fondi per l'istruzione. Il Corriere del Giorno il 26 Dicembre 2019. Le dimissioni sono state confermate in tarda serata da Palazzo Chigi. L’esponente del Movimento5Stelle, secondo alcune indiscrezioni, vorrebbe costituire un gruppo autonomo alla Camera a sostegno del premier Conte. Al suo posto si parla del “grillino” Nicola Morra. ROMA – Le fibrillazioni nel governo non si placano neanche nel giorno di Natale . Sono arrivate come anticipate le dimissioni irrevocabili del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, vociferate per tutta la sera del 25 e confermate da Palazzo Chigi poco dopo le 23. Fioramonti ha consegnato la sua lettera di dimissioni al premier Conte.  Una decisione quella presa del responsabile dell’Istruzione che circolava da giorni ed era legata all’approvazione della manovra, a seguito del mancato stanziamento dei fondi attesi per l’Istruzione. Secondo le indiscrezioni nella sua lettera Fioramonti avrebbe spiegato che secondo lui bisognava rivedere l’IVA, anche lasciando l’aumento, per incassare i 2-3 miliardi che chiedeva per il suo ministero e che di fronte al blocco dell’aumento ha capito che non c’era volontà di fare maggiore gettito e dunque non ci sono più le condizioni per andare avanti. Lo stesso Fioramonti era stato esplicito sulla propria volontà di un passo indietro in caso di fondi insufficienti per scuola, università e ricerca. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, intervistato dal quotidiano La Repubblica, aveva ammesso: “Abbiamo inserito circa due miliardi aggiuntivi per scuola, università e ricerca. Avrei voluto destinare ancora più risorse a questi settori fondamentali. L’impegno è per la prossima manovra“. Fioramonti andrebbe a costituire un gruppo alla Camera a sostegno del premier come embrione di un nuovo soggetto politico. Nei giorni scorsi sono circolati i nomi di altri deputati che potrebbero seguirlo, tra cui Nunzio Angiola e Gianluca Rospi, ma anche l’ex M5s Andrea Cecconi. In poche parole, di fatto, si moltiplicano le voci su possibili gruppi “contiani” nei due rami del Parlamento. Per la successione al ministero dell’Istruzione il nome in pole position è quello di Nicola Morra, attuale presidente della Commissione parlamentare antimafia.

Luca Telese per “la Verità” il 27 dicembre 2019. La lettera di addio, per via di un accordo con il premier, doveva rimanere riservata fino a dopo le feste. E così, nello staff del ministro si sono convinti che la fuga di notizie sia stata alimentata da fonti del M5s per bruciare i ponti dietro le spalle. Ma perché Lorenzo Fioramonti se n' è andato? La scena era così chiara che adesso, intorno alle dimissioni del ministro, hanno preso ad impazzare i retroscena più ardui. Tutti si chiedono quale sia il vero motivo del grande rifiuto, se Fioramonti stia seguendo un piano, e se sì, quale. Nel M5s molti dopo le dimissioni lo vedono come un potenziale anti Di Maio, il Corriere della Sera lo immagina già come «capogruppo di una pattuglia di fuoriusciti che fondano un nuovo partito», nel governo c' è chi crede che l' addio sia solo un modo per rilanciare la propria carriera fuori dalla politica. Secondo Dagospia, il professore di economia è l' apripista di un nuovo partito legato a Giuseppe Conte (che avrebbe come regista Goffredo Bettini). Voci lo proiettano come leader di un partito ambientalista. La verità è che nessuno sa ancora nulla e che l' ex ministro in questi giorni si è ritirato in campagna con la famiglia annunciando che non farà interviste (cosa che invece di diminuire i sospetti lì alimenta: cosa nasconde questo silenzio?). L' unica cosa indubitabile è che Fioramonti fino ad ora ha fatto esattamente quello che fino a ieri aveva detto e che, sempre fino a ieri, aveva creduto indispensabile. Solo il successo raccolto sui social dopo le dimissioni ha alimentato i retroscenismi più esasperati. Questo non significa che in ognuna delle ipotesi che abbiamo ricordato non ci siano - come vedremo - degli elementi di verosimiglianza. E che allora, anche per poter capire gli scenari che si possono aprire, occorre ricostruire gli elementi certi. Poco più di un anno fa in una intervista alla Verità, e a chi scrive (lui era ancora viceministro alla Pubblica istruzione) Fioramonti illustrò per la prima volta il suo piano: «Lei sta parlando con un viceministro condizionato»: aveva esordito così quando ci avevo parlato la prima volta, nella sua stanza del ministero a viale Trastevere. Il futuro ministro, era già esasperato per i mancati finanziamenti sulla materia di sua competenza (l' Università) e aveva posto questo aut aut: «Ho preso una decisione: resterò al governo solo se nella prossima manovra ci sarà 1 miliardo in più per l' università e la ricerca». Diventato ministro, invece di recedere, alzò ulteriormente l' asticella: «Ne servono altri 2 per la scuola». Durante una seconda intervista gli avevo chiesto se fosse serio. E lui mi aveva risposto: «Più che serio. Sono fermamente determinato. Vedrà». Fioramonti - off the record - spiegava questo proposito con la propria storia professionale: un concorso negato in Italia («Con il suo curriculum se si presentasse metterebbe in difficoltà chi aspira a quel posto», gli aveva detto il suo professore), e poi una fortuna accademica guadagnata in giro per il mondo dopo aver lavorato e insegnato economia in Germania, in Venezuela, in Inghilterra in Francia e - soprattutto - in Sudafrica. Era stata proprio l' università di Pretoria la sua fortuna, il luogo dove a soli 35 anni gli erano stati affidati 50 milioni di dollari per realizzare un nuovo campus da zero (e ci rideva su: «Io, ex dottorando precario in Italia, ho selezionato e assunto 37 persone in un paese straniero»). Padre medico di Pronto soccorso, madre insegnante, nato e cresciuto nel quartiere ultraperiferico di Tor Bella Monaca («Ogni giorno andando a scuola attraversavo prato di siringhe lasciati dai tossici») il futuro ministro era diventato un caso dopo aver pubblicato Gross domestic problem, un libro di successo sui malfunzionamenti del Pil (testo in lingua originale inglese). Precettato da Di Maio dopo una presentazione del libro, trasformato nel dominus del governo ombra (ha reclutato lui Pasquale Tridico, oggi all' Inps), Fioramonti non ha mai nascosto la sua indipendenza, diventando il primo dirigente di primo piano a toccare il tema tabù della Casaleggio e associati. Lo aveva fatto in una clamorosa intervista a Sette che ha segnato la sua successiva rottura (non resa pubblica) con Luigi Di Maio: «Mi chiedo: che relazione c' è tra noi e un' azienda privata che non si capisce a quale titolo gestisce parte delle nostre risorse e che si inserisce nell' agenda politica?». Chiedeva l' intervistatore, Vittorio Zincone: «Si riferisce alla Casaleggio associati?». E lui: «Va benissimo un server provider che ci fa il sito web, ma questa situazione dimostra che il problema più che la leadership, è l' organizzazione del Movimento». Nel M5s era come bestemmiare in chiesa. In parallelo, però, il ministro continuava la sua battaglia sui fondi per l' istruzione: «I soldi stanziati nelle ultime due manovre non bastano. Negli ultimi vent' anni, chi ci ha preceduto ha tagliato in ogni forma e ogni modo. Solo la Grecia ha fatto peggio. C'è bisogno di un intervento choc per recuperare il terreno perso». Ed ecco perché alcuni retroscena di queste ore sembrano privi di fondamento: 1) Fioramonti non conosce Bettini (presunto stratega del suo nuovo partito); 2) non vorrebbe uscire dal M5s (ma si è messo contro la Casaleggio); 3) non ha strutture sui territori per un nuovo partito. Se venisse cacciato, tuttavia, non abbandonerebbe la politica. Anche per questo, fino a ieri, il suo dissenso veniva ridotto ad una alzata di spalle: la logica di autoconservazione della politica portava al mantenimento del laticlavio ministeriale. Ma ha un carattere duro, una formazione anglosassone, nessuna inclinazione alla trattativa politica. I suoi detrattori dicono che non è andato mai a battere cassa al Mef, facendo zero lavoro di corridoio e molte offensive mediatiche. Tuttavia - con uno sforzo creativo - Fioramonti avrebbe potuto far valere 1,5 miliardi del nuovo contratto (già deciso con il precedente governo) sommarli ai 100 milioni per il sostegno e i soldi per l' Agenzia spaziale e farli valere come un raggiungimento del suo obiettivo. Non ha voluto farlo, e ieri è stato sommerso da una enorme ondata di simpatia social. Un ritorno insperato per la sua mossa del cavallo. Ma, soprattutto, un segnale di allarme per la popolarità del governo.

Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano il 27 dicembre 2019. Immagino che Lorenzo Fioramonti si sentirà molto fico, dopo aver rassegnato le dimissioni da ministro minacciate prim' ancora di giurare da ministro. Vuoi mettere un politico italiano che dice "me ne vado" e poi se ne va per davvero: roba mai vista, da Guinness dei primati. Che fegato, che attributi, che coerenza. Chapeau, applausi, standing ovation. Se poi uscirà pure dai 5Stelle per fare un suo partitino, o un suo gruppettino, e dare un tetto e un pasto caldo agli ultimi Solgenitsin pentastellati, gli faranno la ola in tutte le vie e le piazze d' Italia. Lui sì che voleva salvare la scuola, l'università e la ricerca: infatti chiedeva 3 miliardi subito, prendere o lasciare, e quei bifolchi di Conte e degli altri ministri, in tre mesi, ne hanno trovati solo 2 (più i fondi del decreto Scuola per 50 mila nuovi assunti e altri stanziamenti), promettendo il resto e forse anche di più nel 2020, quando i risparmi da spread e gli extragettiti fiscali da manette agli evasori consentiranno una legge di Bilancio meno tirata di questa. Ma lui niente, non s' è fatto incantare, eh no. Riconosce che "possiamo essere fieri di aver raggiunto risultati importanti: stop ai tagli, rivalutazione degli stipendi degli insegnanti (insufficiente ma importante), copertura delle borse di studio per tutti gli idonei, approccio efficiente e partecipato per l' edilizia scolastica, sostegno ad alcuni enti di ricerca che rischiavano di chiudere e, infine, introduzione dell' educazione allo sviluppo sostenibile in tutte le scuole (la prima nazione al mondo a farlo)", ergo "il governo può fare ancora molto e bene per il Paese se riuscirà a trovare il coraggio di cui abbiamo bisogno". Ma, anziché coltivare le sue buone ragioni e mettere la sua competenza e il suo curriculum (che sono ottimi) al servizio del governo, lavorare in squadra per trovare nuove risorse, fidarsi del premier che gliele ha promesse, insomma fare politica per il bene della cultura e non della sua immagine, scende qui. Aveva detto 3 miliardi non trattabili e subito, ergo prende cappello e se ne va. Che pezzo d' uomo. Ora promette che "il mio impegno per la scuola e per le giovani generazioni non si ferma qui, ma continuerà - ancora più forte - come parlamentare": sarà difficile, visto il suo tasso di assenteismo da record mondiale (presente all' 1,37 delle votazioni, assente o in missione nel 98,63). Medita un gruppo parlamentare di "contiani" all' insaputa di Conte e dopo aver mollato il governo Conte. Critica giustamente il ruolo della Casaleggio Associati e della piattaforma Rousseau, ma non spiega perché li scopra solo ora, e non quando fu candidato nel 2018 col seggio assicurato. Diamo una notizia a Lorenzo nel paese delle meraviglie: la Casaleggio e Rousseau c' erano e contavano anche prima che arrivasse lui. E gliene diamo pure un' altra: anche lui, due anni fa, firmò l' impegno a devolvere parte dello stipendio a Rousseau e, in caso di uscita dal M5S , a dimettersi da parlamentare e a pagare una multa di 100 mila euro. Invece risulta avere 70 mila euro di versamenti arretrati e non pare affatto intenzionato a lasciare il seggio e a pagare la multa. Il che indebolisce un tantino la sua sbandierata coerenza. E pure le sue meritorie critiche alla linea Di Maio e all' alleanza con Salvini che ha "snaturato" il M5S . Anche perché - terza notizia - nel governo M5S-Lega il viceministro dell' Istruzione, Università e Ricerca era un certo Lorenzo Fioramonti. Che si guardò bene dal dimettersi, anche se l'anno scorso per il suo settore i 3 miliardi non c' erano, e neppure i 2 di quest' anno. Già: l' acerrimo nemico del governo gialloverde s'è dimesso dal governo giallorosa. Forse non ha capito la differenza fra coerenza e ottusità. Un ministro coerente non è quello che lancia ultimatum agli altri fra un viaggio aereo e l' altro, poi atterra a Roma, va al ministero e sbatte la porta: è quello che indica i propri obiettivi e poi fa gioco di squadra per ottenerli, con la necessaria gradualità e gli inevitabili compromessi. A chiedere 3 miliardi sull' unghia per far bella figura son buoni tutti: poi però bisogna spiegare come reperirli e costruire su quel metodo il consenso nella maggioranza. Non potendo stampare moneta nottetempo, come La banda degli onesti di Totò e Peppino, le risorse si trovano tagliando le spese inutili o aumentando le imposte. La spending review era impossibile, per un governo nato a settembre che doveva presentare il bilancio a novembre, salvo ricorrere ai tagli lineari in ogni ministero, che di solito segano le spese utili (per incidere sugli sprechi occorrono anni). Infatti Fioramonti chiedeva le giuste tasse di scopo, Sugar Tax e Plastic Tax, che ha contribuito a sputtanare con le gaffe sulle merendine: purtroppo non c' erano i voti per approvarle tutte e subito, anche per via delle proteste dei produttori emiliano-romagnoli, che non si è voluto regalare a Salvini alla vigilia delle Regionali. Un ministro serio e responsabile oltreché competente (e Fioramonti purtroppo s' è rivelato solo la terza cosa, non la prima e la seconda) avrebbe atteso qualche altro mese, per mettere alla prova Conte che non fa che elogiare, dandogli il tempo di mantenere (o tradire) le promesse sui nuovi fondi. E solo dopo avrebbe deciso se restare o no. Quattro mesi sono pochi per giudicare un governo: quattro mesi comunque tutt' altro che sprecati, vista la legge di Bilancio che non accresce le imposte, anzi scongiura l' aumento Iva, taglia le tasse ai lavoratori, avvia la lotta all' evasione, trova le prime risorse importanti per la scuola e inizia a prosciugare lo stagno della propaganda salvinista. Purtroppo Lorenzo il Munifico ha confuso il coraggio con la vanità. E ha preferito passare dalla ragione al torto per tutelare se stesso. Ma era lì per salvare l' istruzione, non la faccia.

Fioramonti lascia il Ministero ma raddoppia. Il titolare del dicastero dell'Istruzione, noto per le sue gaffes, si dimette ma è pronto a fondare il gruppo dei "Contiani" in Parlamento. Panorama il 26 dicembre 2019. Dopo averle minacciate più volte, la prima addirittura senza aver nemmeno giurato davanti al Presidente della Repubblica, Mattarella, alla fine le dimissioni del Ministro dell'Istruzione, Lorenzo Fioramonti, sono arrivate mentre eravamo alle prese con il pranzo di Natale. Dimissioni in protesta verso il Governo colpevole di non aver destinato i 3 miliardi richiesti per scuola ed università. Guai però a pensare che con questo gesto Fioramonti voglia lasciare la politica o addirittura fare opposizione all'esecutivo di cui faceva parte e che sta perdendo acqua da tutte le parti. Sarà infatti l'esatto contrario. L'ex assistente parlamentare del partito di Di Pietro e nuovo principe della gaffes del Governo Conte bis è pronto a formare un nuovo gruppo parlamentare (ne sentivamo la mancanza) dei nuovi "pretoriani" di Giuseppi, l'avanguardia del partito del Professore di Diritto, oggi Presidente del Consiglio. E anche di questo ne sentivamo la mancanza...La maggioranza quindi si fraziona ancora di più e diventa così sempre più debole. Certo è che se Fioramonti rappresenta l'uomo forte del nuovo partito del premier c'è da stare sereni, di sicuro da ridere. Le gaffes e le uscite imbarazzanti infatti sono state quasi all'ordine del giorno. Eccone alcune:

- Il Pil per Fioramonti è «una lavatrice statistica»dietro il quale ci sono i poteri forti. Al suo posto propone il più rassicurante «indice del benessere».

- «Il boicottaggio a Israele? È l’unica chiave per aiutare la causa di una pace equa e sostenibile in Medio Oriente».

- «Daniela Santanché, straripa di chirurgia plastica ed è un personaggio disgustoso e raccapricciante».

- «Una bella Italia sarebbe un Brunetta preso a manganellate dai carabinieri».

Ma non solo. Perchè Fioramonti è colui che ha lanciato l'idea della tassa sulle merendine per finanziare la scuola pubblica ed anche il Ministro dell'Istruzione che ha inventato la "giustificazione ministeriale" per tutti gli studenti che avrebbero saltato le lezioni per partecipare alle manifestazioni in favore dell'ambiente, il "Fridays for Future" di Greta Thumberg.  Ecco. Questo sarebbe l'uomo forte del nuovo partito di Giuseppe Conte, il primo Presidente del Consiglio della storia capace di governare con quelli della destra e poi con quelli della sinistra. L'importante è governare...

Lorenzo Fioramonti, il Natale e tre mesi vissuti iperattivamente. Tasse sulle merendine, no al crocifisso, sì al mappamondo e a Vandana Shiva. Tutti gli exploit del ministro dell'Istruzione che ha annunciato il 25 dicembre le dimissioni che non si poteva più rimangiare. Susanna Turco il 26 dicembre 2019 su L'Espresso. A diventare il nuovo Toninelli non ci è (ancora) riuscito, ma la probabilità che Lorenzo Fioramonti sia comunque l'unico ministro del grigio Conte 2 a lasciare una qualche traccia di sé nel povero firmamento della cronaca politica ha avuto, nelle ultime ore, una impennata pari solo alla curva glicemica di tutti noi. Nella notte di Natale, infatti, il ministro dell'Istruzione – unico nella storia d'Italia – ha provato a risvegliare il Paese dal semicoma zuccherino facendo filtrare, e poi confermando, la notizia di aver presentato già da un paio di giorni al premier Conte la lettera in cui lasciava la guida del dicastero. Le dimissioni più annunciate di sempre: Fioramonti le aveva giurate già prima di giurare nelle mani del presidente della Repubblica. «Ci vogliono investimenti subito: 2 miliardi per la scuola e uno almeno per l'università. Lo dico da ora: se non ci saranno mi dimetto», aveva detto al Corriere della Sera, il 5 settembre. E a Repubblica: «Se entro Natale non c'è un miliardo per l'università sono pronto a dimettermi». Detto, fatto: i soldi nella legge di bilancio sono pochi, appena due miliardi, scatta la lettera a Conte. Con il mondo della scuola che, dagli studenti ai presidi, si mette giustamente in scia per dire come «le dimissioni siano la dimostrazione della gravità della situazione». Con le opposizioni che, cogliendo al balzo la palla, si affrettano a sottolineare come il gesto sia la dimostrazione che «il governo è nel caos». Con i maligni che subito sostengono come Fioramonti si stia in realtà muovendo in previsione della nascita del gruppo dei “Contiani” in Parlamento: nulla di nobile sarebbe nel suo gesto, solo un classico riposizionamento per il futuro. Se fosse vero, egli si ritroverebbe in effetti da ex ministro a sostenere, con un gruppo autonomo di ex grillini responsabili, il governo dal quale si è dimesso; un arzigogolo tutto sommato coerente, visto che sempre Fioramonti, nelle vesti di ministro, si è già trovato a criticare gli atti «del governo precedente» e quindi il se stesso di prima, essendo stato viceministro nel Conte1. Estrema freddezza nei suoi confronti arriva non a caso dai Cinque stelle che subito hanno invitato il premier a «guardare avanti, per individuare un nuovo ministro: la scuola non può aspettare». Eppure erano stati proprio loro, il partito di Di Maio, a tirare in politica quello che, prima del colpo di cabaret, era un professore di Economia politica nell'università di Pretoria (Sudafrica) e che dopo, soprattutto da ministro, è diventato una cornucopia di colori. «La sparata fluisce in lui come un dono», ha osservato il Foglio. Ottima sintesi, per rendere il senso di quattro mesi da ministro vissuti iperattivamente, e che hanno in qualche modo provato a bilanciare la generalizzata piattezza mediatica del Conte 2. All'inizio, per dire, furono le popolari proposte di tassare merendine e bibite gassate, poi la precisazione che il ministro auspicava fossero «assenti giustificati» gli studenti che scioperavano per il clima, poi l'idea di una «ora di ecologia obbligatoria», il no al crocifisso e il sì al mappamondo, l'apertura allo ius culturae (per la gioia di Di Maio), il singolare auspicio che l'Eni abbandonasse il petrolio e diventasse green (omaggio alle «nuove frontiere verso la decarbonizzazione»), l'annuncio di voler arruolare la guru indiana Vandana Shiva nel Consiglio scientifico per lo sviluppo sostenibile creato al ministero (il mondo scientifico in orrificato furore), la fanfara social per il Mini miur (asilo nido del ministero), le targhe dorate a ricordare personaggi illustri del passato, il taglio dei nastri, la definizione della polizia com «corpo di guardia del potere» e, infine, le assenze, come quella agli auguri di fine anno al Quirinale. Pare infatti che da ultimo, senza riuscirci, un cogitabondo Fioramonti abbia tentato la settimana scorsa di promuovere presso i grillini una specie di ola di solidarietà e invito a ritirare le dimissioni. Vero o no, la ola comunque non c'è stata. Del resto, da deputato, il ministro dimissionario non ha restituito nemmeno un euro e, all'incirca, deve alla Rousseau di Casaleggio 24 mila euro. Motivo in più, a questo punto.

Le dimissioni di Fioramonti tra disamoramento e veleni. Giuseppe Alberto Falci su huffingtonpost.it il 26/12/2019. La dissonanza col Movimento parte da lontano. Il sospetto sui rendiconti non versati. Prossimo passo è un gruppo pro-Conte alla Camera. Il disamoramento di Lorenzo Fioramonti parte da lontano. Forse prima ancora della sua nomina a ministro dell’Istruzione. E culmina oggi con una lettera ai suoi fan su facebook nella quale assicura che continuerà a battagliare sulle tematiche delle scuola anche da deputato semplice della Repubblica. In sostanza, anche senza la casacca del Movimento che gli ha consentito di farsi eleggere e di varcare l’ingresso di Montecitorio. A tutti infatti era apparso quanto meno fuori luogo comunicare prima ancora di giurare da titolare del dicastero di viale Trastevere, con una serie di interviste ai principali quotidiani, che si sarebbe dimesso nel caso non avesse ottenuto tre miliardi di fondi per la scuola. “Ma come ha potuto fare, in quel contesto, con un governo appena nato?”, si domandano oggi con insistenza i suoi detrattori dentro a un gruppo parlamentare, quello dei cinquestelle, le cui chat ribollono. Ecco, Fioramonti, romano, classe ’77, una laurea in filosofia con tanto di dottorato, una cattedra in economia politica all’Università di Pretoria in Sud Africa, ha sempre tenuto un atteggiamento all’interno del Movimento da battitore libero, con posizioni dissonanti dal mainstream di Di Maio e company, al punto che qualcuno lo aveva ipotizzato leader alternativo al capopolitico dei cinquestelle. Già, i cinquestelle. Nella war room dei grillini se l’aspettavano che sarebbe finita così. “Era un’operazione studiata a tavolino, mirata a crearsi un personaggio”, è l’accusa che gli rivolgono gli ex compagni nel giorno di Santa Stefano. Pian piano, dichiarazione dopo dichiarazione, Fioramonti si è sempre più allontanato dalle istanze pentastellate. Con alcune uscite che hanno fatto traballare l’esecutivo, leggi alla voce sugar tax. Oppure sottolineando con forza gli errori sul caso Diciotti, sulla legittima difesa, sui famosi decreti sicurezza Salvini. Soltanto venti giorni fa, nel bel mezzo della bufera sulla manovra di bilancio, in un’intervista a Vittorio Zincone sul settimanale “Sette” del Corriere della Sera, Fioramonti aveva attaccato nientepopodimeno che Casaleggio e la società: “Mi chiedo – dice - che relazione c’è tra noi e un’azienda privata che non si capisce a quale titolo gestisce parte delle nostre risorse e che si inserisce nell’agenda politica?”. E ancora: “Va benissimo un server provider che ci fa il sito web, ma questa situazione dimostra che il problema più che la leadership, è l’organizzazione del Movimento”. Tutti erano rimasti basiti, ma tutti non avevano proferito verbo. Perché l’esecutivo stava attraversando una fase non facile ed era preferibile non alimentare polemiche. Ora, dopo aver fatto il viceministro dell’esecutivo gialloverde e il ministro del governo giallorosso, Fioramonti si prepara ad uscire dal Movimento. D’altro canto, basta leggere il suo post su Facebook e accorgersi che il percorso politico dell’ex ministro dell’Istruzione non si fermerà oggi. Lui infatti la mette così: “Il mio impegno per la scuola e per le giovani generazioni non si ferma qui, ma continuerà - ancora più forte - come parlamentare della Repubblica Italiana”. Fonti qualificate raccontano che starebbe lavorando a un partito ecologista italiano. Sul modello dei verdi di Germania che veleggiano in doppia cifra. Non a caso prima di strappare ripeteva ad amici e fedelissimi: “Fino all’ultimo cercherò di portare avanti i contenuti del Movimento, che nacque progressista e ambientalista”. Il primo passo sarà quasi certamente un gruppo parlamentare a Montecitorio, che voterà a favore del governo, e che vedrà al suo interno altri cinquestelle. Fra gli altri, dieci in totale, Rachele Silvestri, Andrea Vallascas, Massimiliano De Toma. Quest’ultimo viene considerato l’amico di Fioramonti. “Quando Lorenzo si presenta a Montecitorio parla solo con De Toma”, confessa un deputato. E poi ancora potrebbero cedere alle sirene di Fioramonti  Mara Lapia, Paolo Giuliodori, Felice Mariani, Roberto Rossini, Paolo Lattanzio, Nadia Aprile e Roberto Cataldi. Tutti indiziati speciali anche se ancora non si ha la certezza. E se su queste potenziali uscite la cabina di regia di Di Maio e company minimizza, “non ci sono prime linee”, allo stesso tempo c’è chi prova a gettare veleno. Il sospetto è che dietro a questa fuga in avanti di questo professore che si vanta di possedere una casa tutta ecosostenibile si nasconda la questione rendicontazione. L’accusa suona più o meno così: “Fioramonti lascia il ministero e il gruppo perché i suoi rimborsi sono fermi al 2018, Restituisca prima i 70 mila euro e ne parliamo”. In effetti, spulciando nel sito tirendiconto.it, ci si accorge che  Fioramonti non versa i rimborsi dal dicembre dello scorso anno. Assieme a lui anche diversi fra gli indiziati del nuovo gruppo ecologista non avrebbero versato le quote dovute nel 2019.  Non è dato sapere se sarà un caso. Certo è che si tratta di un’altra scossa che investe il M5S.

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 9 gennaio 2020. Un «autocrate». Che da direttore del GovInn - il centro di ricerca in scienze politiche dell' Università di Pretoria in partnership con l' istituto francese di agronomia Cirad - ha fatto terra bruciata con i direttori degli altri dipartimenti, creato un clima teso con gli altri ricercatori, lasciando in sostanza «un disastro» da ricostruire. Un professore criticato per le manovre «opportunistiche di partito». E tra i suoi ex (e futuri?) colleghi c' è anche chi solleva «accuse molto gravi contro l' ex direttore»: «improprietà nella gestione dei fondi» e «allocazione errata di fondi (per uso personale)». Le dure critiche contro il professor Lorenzo Fioramonti, ex ministro del governo Conte2, sono contenuta in un audit terzo fatto realizzare da Cirad su come è stato gestito GovInn in questi anni. L' audit è arrivato a diverse persone, al management dell' Università sudafricana e di Cirad. La Stampa ne è venuta in possesso. Si tratta di un documento di notevole interesse pubblico, frutto di un' inchiesta interna con interviste a tutto il personale di GovInn. Le conclusioni sono tremende, anche per le aspirazioni di Fioramonti come futuro leader di un partito filo-Conte. «Sebbene sia considerato un "leader visionario" - il report parte dandogli questo riconoscimento - con reti profonde con finanziatori europei, in particolare con la Commissione europea, le impressioni su di lui che abbiamo ottenuto da diversi ex e attuali membri del personale GovInn sono quelle di un "autocrate ispirato". L' attuale leadership di GovInn ci ha riferito di aver dovuto ricostruire le relazioni in tutta l' Università, in particolare con i capi di dipartimento e altri dirigenti di alto livello. Il "leader visionario" ha difetti, che hanno avuto conseguenze negative per la reputazione del Centro GovInn all' interno dell' Università di Pretoria». Un capitolo spinosissimo è il suo possible ritorno: la leadership dell' Università «sembra vacillare sul fatto che il prof Fioramonti ritorni o meno alla sua posizione - poiché non si è dimesso formalmente». Fioramonti ha comunicato di lasciare il governo il 26 dicembre perché nella legge finanziaria non erano stati inseriti almeno due miliardi per scuola e università. La Stampa è però in possesso di una mail del 2 ottobre in cui Maxi Schoeman, rappresentante del Decano dell' Università, annuncia a tredici colleghi docenti e ricercatori che Fioramonti tornerà entro il 1 maggio 2020, e il professor Duncan stava negoziando con lui già da ottobre: tre mesi prima delle dimissioni di Fioramonti dall' esecutivo Conte.  Intanto larga parte dello staff del suo centro avvisa: se torna lui ce ne andiamo noi: «Almeno quattro membri dello staff intervistati hanno indicato che se dovesse tornare Fioramonti, lascerebbero GovInn». L' ex ministro viene dipinto in maniera un po' diversa dagli articoli agiografici, non proprio con i tratti del leader inclusivo e di sinistra. Per i francesi di Cirad sembra assai difficile continuare una partnership con un istituto diretto da un uomo che ha mescolato accademia e carriera politica: «Il gruppo di esperti è rimasto sbalordito dal fatto che l' Università di Pretoria non si sia inequivocabilmente dissociata dal prof Fioramonti come membro del precedente governo italiano che ha commesso apertamente violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Recentemente, nel giugno 2019, l' UNHCR ha lanciato un appello speciale al governo italiano ricordando che "il salvataggio in mare è un imperativo umanitario di vecchia data e un obbligo ai sensi del diritto internazionale" () Il decreto in questione è stato approvato con il sostegno del M5S, di cui Fioramonti è membro (si è appena dimesso, ndr.). Cirad chiede dunque all' Università «di prendere una posizione chiara riguardo a tali manovre politiche opportunistiche di partito che equivalgono a sacrificare la vita umana sull' altare della convenienza». L' ultimo passaggio, che potrebbe preludere ad altri sviluppi, è sull' uso dei fondi. Scrive il report: tra gli intervistati c' è chi «ha sollevato accuse molto gravi contro l' ex direttore, prof Fioramonti: improprietà nella gestione dei fondi di GovInn. E allocazione errata di fondi (per uso personale)». Fioramonti ha usato rimborsi universitari o fondi del Centro in eventi o viaggi esteri collegati alla sua attività politica e non accademica? Abbiamo chiesto a Fioramonti, attraverso la sua segretaria e il suo portavoce, di rispondere e commentare. Non abbiamo ricevuto risposta.

Da Israele alle merendine, 4 mesi da ministro  di Fioramonti tra gaffe e scelte discusse. Pubblicato giovedì, 26 dicembre 2019 su Corriere.it da Alessandro Trocino. Non un gaffeur involontario, anche se molti lo hanno paragonato a Danilo Toninelli, ma sicuramente un ministro scomodo, sempre meno amato da Luigi Di Maio e sempre pronto a rilanciare idee e proposte poco ortodosse e poco concordate. Del resto, appena arrivato in Parlamento, Lorenzo Fioramonti sbuffava: «Qui non si fa nulla, mi annoio». Facile per un iperattivo cresciuto a Tor Bella Monaca, con laurea a Tor Vergata, passione giovanile per Di Pietro, master a Siena, dottorato a Fiesole, servizio civile in Belgio, moglie tedesca e cattedra universitaria in Sudafrica. L’ex professore di Economia politica di Pretoria è fatto così, non è uomo dalle idee moderate e accomodanti. Quando, il primo marzo del 2018, Fioramonti viene presentato all’Eur da Luigi Di Maio come potenziale «ministro dello Sviluppo economico», molti si stupiscono per la scelta di un cervello in fuga dalle idee decisamente a sinistra. A notarlo era stato Giorgio Sorial, ex deputato M5S, che apprezza il suo libro «Presi per il Pil» e lo presenta a corte. Il Pil per Fioramonti è «una lavatrice statistica» dietro il quale ci sono i poteri forti. Al suo posto propone il più rassicurante «indice del benessere», in linea con il flirt per la «decrescita felice». Apprezzano molto il greco Gianis Varoufakis e Vandana Shiva, la contestata ambientalista indiana diventata poi consulente al Miur, nella disapprovazione della comunità scientifica. Lo stesso giorno del lancio all’Eur, Fioramonti viene accusato di aver sostenuto nel 2016, da docente all’Università di Pretoria, il boicottaggio di Israele, disertando un summit sull’acqua. Lui smentisce, ma sull’implacabile web rispunta un’intervista a The Daily Vox, nella quale definisce il boicottaggio «la chiave per una pace equa e sostenibile in Medio Oriente». Il percorso di Fioramonti viene puntellato di polemiche di ogni tipo. All’inizio dell’avventura nel governo recluta l’ex Iena Dino Giarrusso come cacciatore di «concorsi truccati». Seguono polemiche e ravvedimento, non proprio operoso: Giarrusso cerca gloria altrove e Fioramonti abbozza. Qualcuno riesuma antichi post del 2009 e del 2013, nei quali il docente, poco professorale, se la prende con Berlusconi, definito «imperatore della sfiga»; con Daniela Santanché, «che straripa di chirurgia plastica» ed è «un personaggio disgustoso e raccapricciante». E con Renato Brunetta: «Una bella Italia sarebbe un Brunetta preso a manganellate dai carabinieri». Seguono mezze scuse a posteriori («sono cose scritte anni fa privatamente, di cui non vado fiero»). I «Fridays for Future» lo vedono protagonista. Autorizza i ragazzi a disertare la scuola con la giustificazione di «sciopero per il clima». Il suo entusiasmo filo ambientalista ottiene un tweet di plauso da Greta Thunberg, di cui va fiero. Del resto a Pretoria il ministro aveva una casa nella quale riciclava l’acqua piovana, usandola per irrigare l’orto. E la moglie Janine è un’attivista plastic free e vegana. A un certo punto, inciampa nell’accusa (piuttosto pretestuosa) di antinazionalismo per avere scelto per il figlio la scuola inglese. Ma eccoci al peana per lo Ius Culturae e all’anatema per il crocefisso, che Fioramonti vorrebbe staccare dalle aule: «Vorrei una scuola laica. Meglio una bella cartina del mondo». Parole che gelano Di Maio. Che dalle temperature polari del fastidio passa a quelle infuocate della rabbia quando legge dell’idea di Fioramonti di tassare le merendine. «Ma come, sto comunicando che abbassiamo le tasse e lui annuncia che le alziamo?». La recente intervista a 7è un preannuncio dell’addio. Non tanto al ministero, quanto al Movimento, che si è «snaturato». E giù randellate (a posteriori) su vitalizi, taglio dei parlamentari, alleanza con la Lega, decreti sicurezza, legittima difesa. E su Casaleggio: «Non si capisce a che titolo si inserisce nell’agenda politica del Movimento». Scissione? «Provo a far ragionare il Movimento». Tentativo fallito, a quanto pare.

L'ira del M5s su Fioramonti: "Ci restituisca i 70mila che ci deve". Dura reazione dei 5 Stelle nei confronti del ministro dimissionario Lorenzo Fioramonti. Lui accusa il governo di avere ignorato le sue richieste per la scuola, mentre i grillini gli chiedono di "restituire i 70mila euro" di mancati rimborsi. Gianni Carotenuto, Giovedì 26/12/2019, su Il Giornale. Per Lorenzo Fioramonti, le sue dimissioni da ministro dell'Istruzione sono soltanto una questione di coerenza. Dietro, però, c'è dell'altro. Lo dimostra la durissima reazione del Movimento 5 Stelle, che non ha apprezzato - eufemismo - il post pubblicato su Facebook da Fioramonti per spiegare il suo passo indietro. Come scrive il Corriere della Sera, il M5s avrebbe chiesto all'ex professore di economia politica all'Università di Pretoria di "restituire i 70mila euro che ci deve", somma che corrisponde ai mancati rimborsi di Fioramonti al partito e all'associazione Rousseau. Versamenti a cui sono vincolati tutti i parlamentari grillini. Di sicuro è una questione di soldi. Da mesi Fioramonti minacciava la sua uscita dal governo se la manovra non avesse stanziato almeno 3 miliardi di euro per la scuola e l'Università. La prima volta era successo il 5 settembre, giorno dell'insediamento del nuovo governo. "Non c'è tempo da perdere: per cambiare servono fondi. Siamo uno dei Paesi europei che spende di meno per la scuola. Non possiamo continuare ad avere ricercatori precari di 45 anni, o professori non di ruolo che cambiano ogni due mesi. Ci vuole prospettiva e continuità", aveva dichiarato l'ormai ex ministro del Miur in un'intervista al Corriere, chiedendo 3 miliardi per la scuola. Denaro che il governo, con la "manovra delle tasse" approvata prima di Natale, non ha voluto o non è riuscito a trovare. "Sarebbe servito più coraggio da parte del Governo", ha scritto sui social Fioramonti, rivendicando il suo "impegno per rimettere l’istruzione - fondamentale per la sopravvivenza e per il futuro di ogni società - al centro del dibattito pubblico", per poi assicurare il "mio impegno per la scuola e per le giovani generazioni non si ferma qui, ma continuerà - ancora più forte - come parlamentare della Repubblica Italiana". Nessuna critica rivolta al Movimento 5 Stelle, con cui Fioramonti è stato eletto in Parlamento, ma la semplice constatazione della mancanza, da parte dell'esecutivo, del "coraggio" che sarebbe servito. Tuttavia, i pentastellati hanno inteso le parole di Fioramonti come un attacco personale. Al punto da rinfacciare all'ex ministro di non avere ancora onorato i propri debiti con il Movimento e l'Associazione Rousseau. "Tre miliardi? Cominciasse lui a restituire i 70mila euro che ci deve", la frase che filtra dai vertici del Movimento, protagonisti in queste settimane di una lotta senza quartiere contro quei parlamentari indietro con i versamenti. Fioramonti è tra i pochi a non avere ancora versato un euro di quanto dovuto. Facendo insospettire i grillini che dietro alla sua mossa non ci siano tanto ragioni di coerenza, quanto l'intenzione di lasciare il Movimento per formare un gruppo autonomo alla Camera, a cui potrebbero aderire i deputati Angiola, Aprile, Cataldi, Toma, Rossini e Rachele Silvestri. E, pare, un nuovo partito. Fedele al premier Conte, ma alternativo ai 5 Stelle. Abbandonandoli al loro destino, Fioramonti non solo potrebbe far valere il suo peso nei processi decisionali. Ma non dovrebbe più versare i 70mila euro. Gli stessi che il Movimento gli chiede di pagare entro il 31 dicembre. In caso contrario, la palla passerebbe ai probiviri. Che dovrebbero decidere se e come sanzionare l'ex ministro. A cui però conviene subito andarsene. E non solo per motivi politici.

Fioramonti, la Meloni attacca: «Pochi soldi alla scuola, ma ha regalato un milione all’ideologia gender». Ezio Miles, giovedì 26 dicembre 2019 su Il Secolo d'Italia. “Pochi soldi per scuola e università, ma prima di annunciare le dimissioni, il ministro Fioramonti stanzia un milione per promuovere l’ideologia gender. Il grillismo è una miscela di ipocrisia e incompetenza, speriamo il 2020 porti agli italiani un governo degno di rappresentarli!”. Lo scrive su Twitter Giorgia Meloni in un duro commento alle dimissioni del ministro dell’istruzione. “Non sentiremo la mancanza del ministro Fioramonti”, dice ancora Meloni. “Avrebbe dovuto rassegnare le sue dimissioni già da tempo per i suoi post ignobili e deliranti contro le Forze dell’Ordine e le donne. Lo ha fatto solo dopo l’approvazione della manovra. Ammettendo il fallimento .  La sua eredità è un pessimo decreto scuola. E la sciagurata invenzione di sugar e plastic tax, due folli tasse che mettono a rischio migliaia di posti di lavoro in Italia. Senza contare la sua proposta di aumentare l’Iva, come ci riportano alcune indiscrezioni di stampa di queste ore. Se ne va uno dei peggiori ministri che l’Italia repubblicana abbia avuto. E ora questo Governo faccia un altro bel regalo agli italiani: vada a casa”. La trovata di Fioramonti sul gender è stata denunciata da Libero. «Nel maxiemendamento alla manovra presentato dal governo è previsto al comma 385 che il “fondo per il finanziamento ordinario delle università” venga “incrementato di 1 milione di euro annui a decorrere dall’ anno 2020”. E ciò  per “promuovere l’ educazione alle differenze di genere quale metodo privilegiato per la realizzazione dei principi di uguaglianza”. E per “inserire nella propria offerta formativa corsi di studi di genere o potenziare i corsi di studi di genere già esistenti”. Ecco il colpo di coda del dimissionario (forse) Fioramonti: non essendo riuscito a tassare le merendine, a togliere crocifissi, a rendere permanenti gli scioperi gretini, si accontenta di appuntarsi la coccarda arcobaleno. Non avendo lasciato tracce nell’ Università, prova a essere ricordato come il paladino della Diversità». Il caso Fioram0nti continua a tiene banco stamane nei commenti politici. ”Le dimissioni del ministro dell’Istruzione Fioramonti dimostrano come il governo sia nel caos più assoluto. Quello che più ci preoccupa però è che il nostro sistema  educativo  resta ora completamente senza una guida e senza direttive”. Lo affermano Paola Frassinetti e Ella Bucalo, di  FdI. “Alla preoccupante carenza di risorse si aggiungerà la  mancanza di qualsiasi progetto per il futuro. Che sarebbe stato  necessario per impedire la continua fuga dei nostri studenti migliori  all’estero oltre al recupero della carenza di preparazione dei nostri studenti come dimostrato dalle recenti indagini Ocse Pisa”. FI chiede invece a  Conte di riferire sulla scuola.

Concita De Gregorio per “la Repubblica” il 7 gennaio 2020. Intervista all' ex ministro che ha lasciato il governo e il Movimento di Concita De Gregorio Lorenzo Fioramonti - 42 anni, laureato in filosofia, storico dell' economia, teorico dell' economia del benessere (wellbeing economy), ex ministro dell' Istruzione per il Movimento Cinque Stelle, che ha da pochi giorni abbandonato - risponde al telefono dalla Germania, il paese di sua moglie, dove ha trascorso le vacanze dai suoceri.

«Sono entrambi ammalati di Alzheimer. Quando suono il piano li sento che si chiedono a vicenda: chi è l' uomo che sta suonando? È un grandissimo tema, questo della qualità della vita nell' età ultima. Meriterebbe una riflessione collettiva, politica. Sono stati - questi, per noi - giorni belli e difficili».

Professor Fioramonti, lei è stato al governo fino a pochi giorni fa. La stupisce che l' Italia fosse all' oscuro dell' attacco in cui è stato ucciso il generale Suleimani?

«Di Trump non mi stupisce nulla. Mi stupisce la subalternità dei nostri governi alle sue politiche».

Che conseguenze teme?

«Scatenare un conflitto in una parte del mondo così delicata, che ha così tanto sofferto, è irresponsabile. Conosco bene l' Iran. Ho lavorato a lungo a un progetto di ricerca con l' università di Teheran. È un Paese colto, sofisticato, con livelli di istruzione fra i più alti del mondo e grandi possibilità di emancipazione. Le forze progressiste e quelle conservatrici si fronteggiano. I miei colleghi, lì, lamentano la miopia dell' Occidente: gli attacchi rafforzano il conservatorismo e l' estremismo».

Crede che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, abbia la capacità di gestire una crisi così complessa?

«Bisogna dargli tempo. Servono controllo e coraggio. La politica estera non è una dependance dell' economia. A volte i neofiti non hanno coraggio per paura di ciò che non conoscono. Non mi riferisco solo al problema linguistico. Di Maio ha intuito. Speriamo».

Da quanto non vi sentite?

«Da qualche settimana. Avremmo dovuto vederci domani ma non accadrà: sono uscito dal Movimento».

Con amarezza?

«Diciamo che il mio gruppo mi ha attaccato come se fossi un nemico».

Ha sentito Grillo?

«No».

Casaleggio?

«Assolutamente no. L'ho incontrato fugacemente un paio di volte in vita mia. Del resto credo che sappia cosa penso della piattaforma Rousseau: inadeguata, inutilmente costosa (un milione e mezzo l' anno, a prezzi di mercato ne costerebbe 30 mila), farraginosa. È sbagliato persino il modo in cui vengono poste le domande, declinate in modo da assecondare e incoraggiare risposte prevedibili».

Cosa rimprovera al Movimento?

«L' impossibilità di un confronto critico. Non è ammesso il dissenso, non c' è ascolto. I panni sporchi in famiglia. Per il resto: si tace o si esce».

Se ne è reso conto nelle ultime settimane? Mai negli anni da sottosegretario e da ministro?

«Sono sempre stato critico in modo esplicito. A volte ci si dimentica cosa sono le cinque stelle. Acqua pubblica, mobilità sostenibile, ambiente. L' economia del benessere è ciò a cui ho dedicato tutta la mia vita di studi. Serve un' alleanza di governi che puntino al benessere sociale e ambientale, non alla crescita del Pil. Ci sono quattro governi che hanno preso a modello i miei lavori accademici, le mie proposte: Scozia, Finlandia, Nuova Zelanda, Islanda. Quattro giovani donne coraggiose. Volevo provare a farlo anche in Italia».

Voleva o vuole?

«Voglio. Ma non potevo più fare la figurina da esibire».

In che senso figurina?

«Se mi chiami per le mie competenze non puoi non tenerle in nessun conto. Sa quante volte mi sono trovato in imbarazzo?»

Cominci dalla prima.

«È successo dopo pochi mesi. Avevo conosciuto di Maio alla presentazione di un mio libro, "Presi per il Pil". Mi avevano invitato per mail, non avevo nessuna relazione personale. Qualche tempo dopo Di Maio mi chiese se volevo aiutarlo a individuare una possibile squadra di governo. Era Natale del 2017. Gli presentai Pasquale Tridico, l' attuale presidente Inps, Andrea Roventini del Sant' Anna di Pisa, altri. Lo accompagnai in un paio di missioni estere ad accreditarsi con banchieri, investitori stranieri. Alla Borsa di Londra. Ci sentivamo quasi quotidianamente. Fino a maggio 2018. Il 9 mi trovavo a Firenze per la Festa dell' Unione europea con Tridico, Roventini e economisti di tutta Europa. Apprendemmo che si era redatto un contratto di governo con la Lega. Nessuno di noi ne sapeva niente. I colleghi stranieri ci chiedevano: perché siete qui e non a quel tavolo? Poi uscì quella foto, del contratto: c' erano un giornalista, un esperto di comunicazione».

Lei era contrario all' alleanza con la Lega. Come mai è entrato in quel governo da sottosegretario?

«Mi proposero di fare il ministro delle Infrastrutture e risposi di no. Poi tornarono alla carica, avevano bisogno di una persona competente all' Istruzione. Me lo chiesero come un favore, si era a poche ore dalla presentazione della squadra».

Glielo chiese Conte?

«No, la segreteria di Di Maio».

La segreteria?

«Sì, lo staff. Chiamò Alessio Festa. Disse che li avrei messi in grande difficoltà rifiutando. Chiesi la massima autonomia e me la garantirono».

Sempre Festa, gliela garantì?

«In quell' occasione parlai con lui».

Anche per l' incarico da ministro l' ha chiamata lo staff?

«No, in questo caso Di Maio. Avevamo avuto molte polemiche, anche aspre. Non me l' aspettavo affatto. Ero in Germania, Di Maio mi chiamò a poche ore dal giuramento. Sorpreso, ne discussi in famiglia. Mia moglie, che è economista, sostiene che bisogna sempre fare politica coraggiosamente quando ne sia data possibilità. Parlammo fino a tardi, presi l' ultimo volo Easy Jet. A Conte dissi subito che se per la scuola non avessi avuto almeno un miliardo in più mi sarei dimesso.

Nel primo colloquio. Uno e sei erano già impegnati per il rinnovo del contratto dei docenti. Ne servivano almeno altrettanti: fui chiarissimo».

E invece niente soldi, molte polemiche. Prima sul crocifisso in classe.

«Ho detto che nella mia scuola ideale non dovrebbero esserci simboli religiosi. L' ho detto da persona che pratica da anni il dialogo interreligioso, che ha incontrato papa Francesco, che è stato in Israele più volte, che studia ebraico antico e che è un patito di don Milani. Non dovrebbero esserci».

Poi sulle sue proposte di microtasse per finanziare la scuola. Le merendine, le bibite gassate, i viaggi aerei.

«All' inizio avevo proposto di rimodellare l' Iva, aumentarla sui consumi dannosi. Avremmo avuto 5 miliardi da reinvestire».

Le hanno risposto che tassare le bibite gassate e le merendine è cosa da Stato etico. Il primo a criticarla fu Di Maio.

«Indice di un' ignoranza profonda. Il sistema fiscale è sempre un sistema di indirizzo, se no tutto sarebbe tassato allo stesso modo. Il fisco tiene in considerazione i bisogni, le priorità. La salute, naturalmente. In Austria un governo di centrodestra ha aumentato le imposte sui voli aerei. Da noi è arrivato il no dal ministero: avremmo danneggiato Alitalia, hanno detto. D' altra parte la politica in questo governo non si fa in consiglio dei ministri ma nelle riunioni di maggioranza. Non sai mai chi decide. Io mi sono trovato a leggere sui giornali che l' Agenzia nazionale della Ricerca era in programma per il 2020».

Non sapeva chi avesse deciso?

«Credo che facesse piacere a Conte, ma non so».

Rocco Casalino, il portavoce, non la avvisava?

«Quello della comunicazione è un gruppo chiuso. Decidono chi deve parlare, quando, di che cosa. Hanno un filtro di "controllo qualità" che agli esordi del Movimento, viste le inesperienze, poteva avere un senso ma oggi è soffocante. Una camicia di forza».

È vero che sta preparando il partito di Conte?

«Sarei in contatto con Conte, in questo caso».

Invece?

«Ci ho parlato per avvisarlo delle mie dimissioni, prima di Natale. Ho chiamato il presidente Mattarella e lui. Siamo rimasti che ci saremmo aggiornati, non l' ho più sentito. Gli ho mandato un whatsapp e non ha risposto».

E Mattarella? L' ha sentito di nuovo?

«No. Ho molto rispetto, direi deferenza. Aspetto l' occasione per dirgli quanto abbia apprezzato il suo discorso di fine anno, specie la parte sui giovani. È emozionante che i ragazzi manifestino con chiarezza le loro idee. Anche i miei figli lo fanno».

Quanti anni hanno i suoi figli?

«Nove e cinque».

Manifestano?

«Sì, sono andati con la mamma in piazza, coi loro cartelli sul clima. La scuola in Germania fa un' educazione capillare allo sviluppo sostenibile. E adesso, ne sono orgoglioso, anche noi. La crisi climatica è materia obbligatoria: siamo i primi al mondo».

Che cosa sarà Eco, la forza che sta preparando: un gruppo parlamentare?

«In principio doveva essere un' associazione culturale per promuovere l' ecologia dell' economia. L' ecologia, che significa studio della casa, è alla radice dell' economia, le regole della casa. Non c' è una forza dentro il Parlamento che rappresenti i valori ambientali ecologisti moderni. Avevamo pensato a un intergruppo, ma non potevo farlo da ministro. Ora arrivano moltissime sollecitazioni da parlamentari del Pd, di Leu, del misto e del Movimento. Vedremo. La formazione di un gruppo parlamentare dipenderà da quanti saremo, alla fine».

Il debutto sarà a fine gennaio?

«Forse primi di febbraio. A Roma, in Parlamento. Un incontro pubblico con amministratori, presidenti di Regione, parlamentari».

Ci sarà anche il sindaco di Parma, Pizzarotti?

«Credo che ci siano contatti, sì».

Conta di restare in politica a fine legislatura?

«Qualche giorno fa le avrei detto: torno a insegnare. Ma se attorno a Eco si creeranno le condizioni per tirare fuori l' Italia dalle sabbie mobili della politica credo che sia un dovere restare».

Anche se si creerà una lista: altrimenti dove si candida?

«Non ci ho mai pensato».

Sua moglie insiste nell' incoraggiarla?

«Con un po' più di prudenza. Il livello di violenza verbale della politica lascia sgomenti. Ma queste sono le battaglie che abbiamo fatto insieme da quando ci conosciamo. Parliamo spesso delle donne che stanno cambiando il mondo, alla guida dei governi di cui le dicevo. Sono loro i veri leader. Non certo Trump o Putin. In Italia, ci diciamo spesso, mancano donne alla guida dei processi politici».

Anche nel caso di Eco. O ci saranno donne alla guida?

«Ci saranno. Speriamo anche alla guida del Paese. Creare le condizioni perché le donne governino è ecologia dell' economia».

Alessandro Trocino per "corriere.it" il 4 luglio 2020. Le prime avvisaglie ci sono state diversi anni fa, quando la senatrice Paola Taverna andò a Tor Sapienza e per difendersi dalle accuse disse: «Aò, io non so’ politica». Il «popolo» replicò: «Ah no? E il movimento 5 Stelle che è, la Caritas?». Ora tocca a Danilo Toninelli, protagonista di un furioso alterco al bar con un pezzo di popolo che gli chiedeva conto dell’alleanza con il Pd. Il senatore, per nulla disponibile a farsi mettere sotto dalle accuse, replica a male parole e si allontana, protetto dalla Digos. Non prima di sentirsi rinfacciare, più o meno letteralmente, quella frase scagliata per mesi contro gli allora «pidioti»: «E allora Bibbiano?».

La seconda vita dell’ex ministro. La seconda vita di Toninelli, dopo un periodo di gaffe e di oblio, lo ha visto di recente riemergere con posizioni vicine a quelle di Di Battista: «Non vedo l’ora che Ale torni». Il Mes? «Una porcheria». Il vecchio sodale Salvini, suo collega a Palazzo Chigi, ora è diventato «il bomber delle fake news». Toninelli partecipa in questi giorni a «Riparte l’Italia». Ma è un tour virtuale, in streaming. Il rapporto con il territorio, non solo a causa del Covid, non è più quello di una volta. E l’episodio che lo vede protagonista e vittima è la nemesi del populismo da bar, di anni e anni di retorica antipolitica e di accuse indiscriminate. I «portavoce» del Movimento hanno provato a mimetizzarsi, a fondersi spiritualmente in quel magma indistinto, incandescente e sfuggente che è il popolo, ma il risultato è che ora quell’entità gli si rivolta contro. Inutile fingersi morti, bere un Campari, replicare a muso duro. Il popolo si indigna. Ha creduto alla demonizzazione della Casta e ora non vuole smettere. Un po’ come è successo al Guardasigilli Alfonso Bonafede, colpito dal boomerang del giustizialismo.

L’episodio. Martedì una decina di giovani, animosi e alla fine aggressivi, incrociano Toninelli al bar e gli chiedono conto dell’alleanza con il Pd. Un ragazzo attacca:«Ricordo Di Battista con un cartonato del Pd piovra. Dicevate che sono il nuovo oscurantismo». Toninelli replica: «Io ti dico: guarda ai fatti e non guardare alle alleanze». Il giovane potrebbe replicare rievocando il polveroso slogan: «Non facciamo alleanze con nessuno». Ma l’ex ministro prosegue, per nulla conciliante: «Prima facevano un sacco di porcate, oggi non fanno un c. di porcata. Perché ci siamo noi». Si accavallano le voci. Ed eccoci a Bibbiano. Il pensiero va al famoso video di Luigi Di Maio del 18 luglio del 2019: «Noi con il partito di Bibbiano non vogliamo avere nulla a che fare». L’inchiesta ha sfiorato un sindaco del Pd, che però non pare avere nulla a che fare. Ma tanto è bastato alla Lega per far partire una campagna durissima della Lega, alla quale si accodò il M5S.

«Da 7 anni mi dimezzo lo stipendio». A distanza di tempo, a governo in corso con il Pd, la replica di Toninelli è: «Ma non c’entriamo un c. con Bibbiano». Dunque, il Pd c’entra? Nessuna marcia indietro? Uno potrebbe chiedersi legittimamente che ci fanno Toninelli e Di Maio a cena con presunti «sottrattori» di bambini, visto che non si è cambiata opinione. La piccola folla semplifica così: «State insieme a degli assassini». Toninelli va fuori tema: «Se uno pensa che siamo come gli altri avete sbagliato tutto». L’ex ministro si agita: «Pensatela come c. volete voi». Poi aggiunge: «Siete qui per aggredirmi in dieci. Io sono sette anni che mi dimezzo lo stipendio. Sto difendendo i vostri interessi e non mi vieni a rompere i c.». Il finale è convulso. Toninelli si alza. La piccola folla si fa aggressiva: «Oh bello, noi veniamo dalle borgate». Toninelli: «Anche io». Finisce a insulti.

La solidarietà della Taverna. La «non politica» Paola Taverna è solidale. Mauro Coltorti parla di «accerchiamento squadrista». Il popolo - che si invoca per avere i voti e di cui si chiedono le dimissioni quando delude (vedi Brecht) - è diventato squadrista. Talvolta lo è davvero, basti ricordare gli sputi in faccia a Marco Pannella. Toninelli si difende e sparge qualche lacrima di coccodrillo in un video di commento, nel quale spiega: «Mi hanno accerchiato». E si dispiace: «Così ingeneriamo odio. E’ un effetto drammatico sulla democrazia».

Quanto ci manca Danilo Toninelli. L'ex ministro dei trasporti è insostituibile. E rappresentava un'epoca. Trovare il suo successore è impossibile. Altro che Fioramonti. Ogni settimana sull'Espresso un termine commentato da una grande firma. E per una volta la parola è un cognome. Susanna Turco il 10 ottobre 2019 su L'Espresso. È facile essere Toninelli: difficile è rimpiazzarlo. Si grida al miracolo per il cinquestelle Lorenzo Fioramonti. Promosso dopo 14 mesi da vice di Bussetti, il ministro dell’Istruzione si è in effetti imposto all’attenzione: già al giuramento prometteva di tassare le merendine e dimettersi entro Natale; poi ha dichiarato giustificata l’assenza degli studenti in corteo per i Fridays for future; si è preso come collaboratrice Vandana Shiva, (da viceministro aveva come assistente Dino Giarrusso); quindi ha allegramente invitato a sostituire i crocifissi nelle classi con cartine e mappamondi, così festeggiando il traguardo del primo mese alla guida del ministero. Eppure a questo ritmo volenteroso non corrisponde quella pasta, quel livello, quell’impermeabilità al ridicolo. Insomma, tra lui e un nuovo Toninelli c’è un abisso – lo ha notato pure un maestro del genere come Paolo Mieli. Risalta, piuttosto, nella forsennata ricerca del successore, un languore, un rimpianto, un horror vacui che è negli occhi di chi guarda, più di quanto non sia nella realtà. Come faremo senza Toninelli?, si è domandata mezza Italia (e l’intero sistema mediatico) alla caduta del governo giallo-verde. Ecco: una risposta ancora non c’è. Perché Toninelli era ormai da un pezzo trasfigurato: non persona, ma Spirito del tempo. Uno attraverso il quale parlava, a vanvera, lo Zeitgeist. Attraverso l’inesistente «tunnel del Brennero», i porti asseritamente aperti, le declamate «valutazioni costi-benefici», gli auto-inciampi nelle proprie tesi fino al lamento supremo di aver subito pressioni addirittura antecedenti alla propria nomina. Che capolavori, che nostalgia per quella cipria che permetteva di distinguere - in maniera certa ed esilarante - il noi dal loro, il di qua dal di là, l’adesso dal prima e dal poi. Con Fioramonti si resta invece a terra, nell’immanenza, nella polemica del giorno: merendine, sterilizzazioni, cunei, briciole. L’ex ministro dei Trasporti viene evocato da tutti (Salvini, Di Battista, gente comune), ma invano: manca lo Spirito del tempo e chi lo incarni. Un nuovo essere mitologico - mezzo uomo e mezzo Toninelli - non è ancora emerso. E chissà che l’errore non stia nel cercarlo di nuovo tra i Cinque stelle. Anche a sinistra c’è materiale, a occhio.

Danilo Toninelli, un ministro contro tutti (e soprattutto contro se stesso). Annunci, retromarce, gaffe, vice dimessi per guai giudiziari e infrastrutture ko. Da quando è nel governo, il "ministro dell'entusiasmo" non ne ha azzeccata una. E per questo quando si parla di rimpasti, il su nome è sempre il primo della lista. Gianfrancesco Turano l'11 giugno 2019 su L'Espresso. Il telavevodettismo è una patologia del narcisismo giornalistico. Ma quando ci vuole, ci vuole. Il governo giallo-verde era ancora in gestazione che l’Espresso aveva individuato nelle infrastrutture il punto di rottura delle relazioni fra grillini “no tutto” e leghisti “sì alla qualsiasi”. Quello che nemmeno l’Espresso poteva prevedere era Danilo Toninelli. Entrato in extremis nella lista dei ministri al posto del geologo Mauro Coltorti, l’ex ufficiale dei carabinieri di leva ed ex perito assicurativo non si era mai occupato di infrastrutture prima e forse vorrebbe non essersene mai occupato. Un anno dopo l’insediamento nella fossa dei serpenti di Porta Pia, il “ministro dell’entusiasmo” nella satira di Maurizio Crozza ha perso per strada un viceministro, il leghista genovese Edoardo Rixi condannato in primo grado a tre anni e cinque mesi, un sottosegretario, l’altro leghista genovese Armando Siri, indagato per corruzione e con un precedente per bancarotta fraudolenta. Restando a Genova, il 14 agosto 2018 è crollato il ponte Morandi (43 morti) e anche l’estate del 2019 non si annuncia sotto buoni auspici, con la collisione nel canale della Giudecca a Venezia fra un battello e una grande nave da crociera, il giorno della festa della Repubblica. Fra una disgrazia e l’altra c’è stato tempo per una serie di trovate che vanno dal filmato del Tg2 a favore dell’energia pulita girato sul Suv diesel alla novità dei seggiolini per neonati con il sensore anti-abbandono degna della rubrica di Cuore “Mai più senza”. La sfiga ci vede benissimo, disse Roberto “Freak” Antoni degli Skiantos, ma il filo nero di Danilo è andato oltre gli incidenti e le gaffe che, per definizione, possono capitare. Il problema di Toninelli è stato fare il ministro contro se stesso, contro le sue convinzioni e contro qualunque cosa desiderasse fare. Si è opposto al Tav Torino-Lione e il premier Giuseppe Conte ha detto che «la strada è segnata». Era contro le grandi navi a spasso in laguna di fronte al campanile di San Marco e, dopo il botto del 2 giugno, ha dichiarato che «dopo anni di stasi siamo prossimi a una soluzione capace di tenere assieme tutti gli interessi in campo». È sempre stato contro le pedemontane in Lombardia e Veneto e i governatori leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia gli hanno riso in faccia senza aspettare che lo facesse il vicepremier verde Matteo Salvini. Più di tutto era contro la fusione Anas-Fs firmata dal predecessore Graziano Delrio. Aveva promesso di revocarla e invece ha soltanto cacciato il presidente Gianni Armani e provocato l’esodo dei suoi manager: 6 milioni di euro in buonuscite nei primi cinque mesi del 2019 elargiti ai dirigenti della vecchia gestione e processo della Corte dei conti in arrivo. Ancora: aveva promesso tremenda vendetta contro Autostrade per il ponte Morandi e ha solo bloccato gli investimenti della società dei Benetton (uscite) senza potere ridurre i pedaggi (entrate). Un altro concessionario autostradale, Carlo Toto, ha minacciato di chiudere il tunnel dell’Autostrada dei parchi che passa sotto il Gran Sasso perché non intende partecipare alla messa in sicurezza del sistema idrico. L’emendamento dello Sblocca cantieri che facilita la revoca delle concessioni, fortemente voluto dal ministro, si scontra con la necessità di trovare un socio privato che partecipi all’ennesimo salvataggio dell’Alitalia. Si tratta dello stesso Toto, ex proprietario di AirOne, accollata alla compagnia di bandiera in articulo mortis undici anni fa, degli stessi Benetton colpiti dalla fatwa del 14 agosto 2018 e di quella stessa Anas-Fs che bisognava a tutti i costi smontare come esempio perverso della politica economica renzista perché le strade sono un mestiere, le ferrovie un altro, come ragionava con buon senso Toninelli. Oggi il governo si trova a pochi passi dal decretare la nascita di un mostro senza precedenti nel mondo conosciuto: la megaconglomerata strade-ferrovie-aerei. Mancano bici e monopattini e il comparto è al completo. Un altro fiore all’occhiello del Mit gestito dai grillini è o, per meglio dire, era la commissione di esperti coordinata da Marco Ponti e incaricata di valutare il rapporto costi-benefici delle grandi opere. L’ultima volta se ne è parlato a febbraio, quando la Torino-Lione è stata bocciata perché le spese superano i vantaggi per 7-8 miliardi di euro. Da lì in avanti si segnala soltanto la polemica pubblica di Ponti che ha sfidato il Mit a pubblicare l’analisi sull’alta velocità Brescia-Padova e sul Terzo valico Milano-Genova. Questo accadeva a pochi giorni dalle Europee, quando l’invito di Ponti non poteva essere accolto per ragioni di opportunità elettorale. Toninelli era impegnato a diffondere gli ottimi risultati del ministero in varie sedi. Per esempio, il 6 maggio è andato al convegno dell’Ance, l’associazione dei piccoli costruttori, a magnificare 2 miliardi di euro di investimenti su «un patrimonio di pregio assoluto della nostra bella Penisola, un patrimonio fortemente legato ai nostri territori, che li difende e li valorizza, contribuendo a creare ecosistemi di pregio». Parlava delle dighe. E mentre il suo vice Rixi, non ancora condannato per le spese pazze della Regione Liguria, gestiva la partita strategica della Via della Seta e dei porti con gli emissari del governo cinese, Toninelli visitava il suo collegio elettorale nella Bassa Padana tra Cremona e Parma per annunciare la riapertura del ponte sul Po tra Casalmaggiore e Colorno, chiuso da due anni e finanziato con 5 milioni di euro dal Mit. È lo stesso ponte che durante la campagna elettorale del 4 marzo 2018 Toninelli, allora parlamentare dell’opposizione, visitava in barchetta al grido di «Delrio, dove cazzo è?». Hanno detto che lo avrebbero cacciato da quando è arrivato a Porta Pia. Toninelli ha fatto come quegli allenatori abituati alla panchina traballante, che resistono perché è dura trovare un sostituto. E se Luigi Di Maio, dopo il disastro delle Europee, si è lamentato di essere l’unico del Movimento che sta lì a prendere gli schiaffi, per il Mit ci vuole uno con i calli sulla faccia. Sarà difficile trovarne meglio di Danilo, che si è allenato per un anno.

·         La disintegrazione stellare.

Pasquale Napolitano per “il Giornale” il 16 dicembre 2020. Davide Casaleggio convoca il contro evento degli Stati generali del M5s. È scontro a tutto a campo tra il figlio del fondatore del Movimento e i nuovi vertici grillini. Ormai convivono due partiti: da un lato l' associazione Rousseau, guidata da Casaleggio jr, Alessandro Di Battista e la fronda di dissidenti, dall' altro il M5s «istituzionale», controllato da Vito Crimi, Luigi di Maio e Paola Taverna. Camminano di pari passo e molte volte si incrociano (scontrano). Come nel prossimo fine settimana. Casaleggio e la sua squadra di fedelissimi, da Enrica Sabatini a Max Bugani, organizzano a Roma «gli Stati generali ombra». Il titolo dell' iniziativa sarà «La base incontra Rousseau». Uno slogan che vuole rimarcare il ritorno alle origini (la distanza dall' attuale linea del Movimento), alla base, al ruolo della militanza. È una dichiarazione di guerra, stavolta anche pubblica, contro il gruppo dei governisti guidato dalla coppia Taverna-Di Maio. Tra i promotori dell' evento di Rousseau spicca il nome di Francesca De Vito, consigliere regionale del M5s nel Lazio con una parentela pesante: il fratello, Marcello De Vito, ex presidente del Consiglio comunale di Roma, fu arrestato nell' ambito dell' inchiesta sulla costruzione del nuovo stadio di Roma. Ma alla contro-manifestazione parteciperanno anche Davide Casaleggio ed Enrica Sabatini. Non ci sarà il Dibba. Mentre è atteso un intervento di Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia. Completa l' elenco degli ospiti Luca Di Giuseppe, facilitatore alle relazioni esterne della Campania. Sarà una due giorni di incontri e dibattiti. Per progettare il Movimento del futuro. È la prima tappa di un tour che si svolgerà in tutte le regioni italiane. Nello stesso week-end si riunisce il Movimento ufficiale, convocato da quel pezzo di Cinquestelle che occupa le poltrone nei ministeri. Un tempo, come un anno fa all' evento Italia 5stelle che si tenne a Napoli, Di Maio e Casaleggio infiammavano gli attivisti dallo stesso palco. Oggi sono distinti e lontani. Anche se Casaleggio jr fa sapere di essere pronto a parlare agli Stati generali del Movimento. Sabato 19 e domenica 20 dicembre saranno due giornate interamente dedicate all' agenda politica. «Abbiamo davanti un' opportunità grandiosa - spiega il reggente Vito Crimi -: costruire il futuro dell' Italia e vincere la sfida più importante, quella della sostenibilità. Oggi dobbiamo adottare un nuovo modello di sviluppo, improntato al risparmio e all' efficienza energetica, alla salvaguardia dell' ambiente, ad una società inclusiva che non lasci nessuno indietro. E in questa sfida vogliamo contribuire con tutto lo spirito propositivo, le idee e la passione civile che da sempre animano il Movimento 5 stelle». Ormai i grillini sono a un bivio: Casaleggio punta alla scissione o alla nascita di una corrente interna al Movimento. Il contro-evento del prossimo fine settimana è un' ulteriore conferma. È il passo avanti. Una sfida da combattere al fianco dell' ex deputato Di Battista che sta organizzando la squadra: in Puglia c' è Antonella Laricchia. E la fronda è in pressing su due esponenti dell' esecutivo: Alessio Villarosa, sottosegretario all' Economia, e Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa. Entrambi hanno un rapporto consolidato con Dibba e Casaleggio. E alla fine potrebbero mollare il gruppo storico e passare con i dissidenti. Soprattutto all' indomani della scelta dei componenti dell' organo collegiale che sostituirà al vertice del Movimento la figura del capo politico. La resa dei conti è vicina.

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 16 dicembre 2020. Continua la burla. E succede che il finto attivista si becca più del doppio delle preferenze del capo politico. Paradossi di Rousseau, potere dei parlamentari del M5s stufi di Davide Casaleggio. Stavolta la trovata dei grillini ansiosi di liberarsi del guru è originale, tocca ammetterlo. Prende le mosse dallo scherzo messo in piedi dal programma televisivo di La7 Propaganda Live, che dalle europarlamentarie dell' anno scorso ha «infiltrato» un suo collaboratore nella piattaforma della democrazia diretta. L' intruso è Riccardo Palone, 29enne che, attraverso la trasmissione condotta da Diego Bianchi, sta promuovendo la sua personale campagna goliardica per ottenere tanti più «mi fido» possibili da parte degli iscritti al M5s. Una lotteria inventata da Casaleggio, dove ogni attivista può assegnare il suo attestato di fiducia a qualsiasi altro utente di Rousseau. Meccanismo già definito da molti parlamentari alla stregua di un «Grande fratello». Ed ecco la vendetta per ridicolizzare il giochino: votare e far votare per il carneade Palone. «Io sono andato subito a dargli il mio mi fido, è un modo per smascherare il metodo di Casaleggio», dice un deputato che sta partecipando al curioso sabotaggio. Stando ai numeri di Rousseau, la ripicca parlamentare sta dando i suoi frutti. Queste le cifre dei «mi fido» che Il Giornale ha potuto apprendere lunedì pomeriggio. Alessandro Di Battista nettamente in testa con 821 like, l' ex capo politico Luigi Di Maio a 434, superato dal senatore Nicola Morra con 486. Dibba sembra inarrivabile, dunque. Ma la sorpresa è Palone. Con 302 «mi fido» è a un' incollatura dal gestore della piattaforma Casaleggio (310) e doppia ampiamente il capo politico reggente Vito Crimi, che risultava fermo a 143. Un piccolo ma significativo smacco provocatorio, proprio nei giorni in cui infuria di nuovo la polemica di gran parte di deputati e senatori contro il figlio del cofondatore del M5s. Il casus belli è l' evento virtuale organizzato dal guru, dal titolo «La Base incontra Rousseau». Un dibattito finalizzato a «progettare insieme agli attivisti le sedi digitali tematiche territoriali», ma soprattutto previsto nelle giornate del 19 e 20 dicembre, in concomitanza con gli Stati generali tematici del Movimento. La sovrapposizione di date che ha fatto parlare i governisti di «partito nel partito» e di vero e proprio «incontro di corrente». Il boicottaggio di Rousseau con il voto all' attivista finto, ma regolarmente iscritto alla piattaforma, è solo l' ultima puntata di una interminabile altalena fatta di dispetti, polemiche e battibecchi tra Casaleggio e la maggioranza del gruppo parlamentare. Tra i grillini che hanno assegnato il «mi fido» al collaboratore di Zoro ci sono tanti eletti in Parlamento. E alcuni nomi noti: il viceministro Giancarlo Cancelleri e la sorella deputata Azzurra, l' ex capogruppo alla Camera Francesco D' Uva, il presidente della commissione Politiche Ue a Montecitorio Sergio Battelli.

Da repubblica.it il 6 novembre 2020. Cambia il regolamento dei deputati grillini. E spariscono pezzi importanti del passato 5S, come i Blog delle Stelle e la piattaforma Rousseau. Il gruppo del Movimento alla Camera ha approvato oggi con maggioranza qualificata il nuovo statuto. Le norme (divise in 23 articoli) che regoleranno l'attività futura dei deputati pentastellati a Montecitorio sono state varete con 154 voti favorevoli, 16 contrari, 4 schede bianche e due nulle. Tra le principali novità che i parlamentari hanno voluto introdurre c'è la possibilità di individuare  con maggiore 'liberta'' i canali di comunicazione del Movimento su cui veicolare le informazione. In sostanza, si conclude la diatriba con Davide Casaleggio, da cui i pentastellati sembrano essere sempre più intenzionati a staccarsi. Se infatti prima il sito dell'associazione e il Blog delle Stelle fossero gli unici ed esclusivi canali di  comunicazione dei 5S, ora gli strumenti ufficiali dei grillini potranno essere anche "i canali del Movimento 5 Stelle e altri che riterrà di adottare" a maggioranza assoluta. Nonostante abbia suscitato molte polemiche e mal di pancia all'interno del gruppo dei 5S alla Camera, il nuovo statuto è stato approvato anche con la norma che prevede che le indicazioni degli iscritti ora non saranno più vincolanti per l'attività dei deputati pentastellati. Piuttosto, ora si stabilisce che degli orientamenti e  espresse dagli iscritti il deputato "tiene conto". Infine, le assemblee del Movimento d'ora in poi dovranno essere convocate almeno due giorni di preavviso, ma si possono tenere anche "con modalità esclusivamente telematiche". E se prima si stabiliva che le votazioni avvenissero sempre a scrutinio palese, salvo che il presidente dell'assemblea disponesse diversamente, ora la decisione dei deputati grillini è che il voto segreto avvenga sempre quanto ci si deve esprimere "una valutazione sulla persona o su fatti personali". Il vento di cambiamento e trasformazione non risparmia altri ambiti all'interno del Movimento. Il Comitato iniziative 5 Stelle è stato liquidato. Creato a a Napoli per l'organizzazione, la promozione, il coordinamento e la gestione di Italia 5 Stelle del 2019,aveva chiuso con un avanzo di gestione di circa 130.000 euro, e ora avrà un nuovo compito. Il comitato dovrà infatti occuparsi delle successive edizioni di Italia 5 Stelle e più in generale dei vari eventi del Movimento 5 Stelle e del nascente Team del Futuro. Una riconversione che sa di svolta, anche perchè era formato da esponenti grillini molti vicini a Casaleggio: Pietro Dettori (presidente), Stefano Torre (tesoriere) e Enrica Sabatini (consigliere). Il comitato viene liquidato con patrimonio residuo di circa 190mila. Di questi, 140mila saranno usati per gli stati generali del Movimento, mentre gli altri verranno destinati ad altre attività e iniziative dei 5S.

Lombardi: "Per gli stati generali spese rendicontate". La cifra trasferita dal Comitato Iniziative 5 Stelle per l'organizzazione degli stati generali dei pentastellati "servirù a coprire le spese che stiamo sostenendo. Il rendiconto dell'iniziativa, come sempre, sarà pubblicato in piena trasparenza", spiega Roberta Lombardi, incaricata dal capo politico reggente Vito Crimi di organizzare la manifestazione. "Le eccedenze - prosegue  - saranno destinate a comitati o associazioni aventi lo scopo di promuovere sul territorio l'attività del Movimento". In relazione a quanto pubblicato sui media italiani in data odierna, Raffaele Mincione sottolinea che il Gestore del Fondo Athena ha sempre, in assoluta trasparenza e buona fede, reso noto di aver corrisposto una commissione di presentazione (“introducer fee”) ad una società che aveva messo in contatto il Gestore stesso e il Credit Suisse in relazione alla operazione avente ad oggetto l’acquisto di 60 Sloane Avenue. La medesima notizia è riportata infatti, con ulteriori dettagli, sull’articolo a firma di Emiliano Fittipaldi pubblicato su L’Espresso in data 17.10.2019 e ripresa da altri media dell’epoca.

Mattia Feltri per “la Stampa” il 5 novembre 2020. Non vanno molto bene le cose fra i cinque stelle europei. Dei quattordici parlamentari eletti a Bruxelles, quattro non sono affatto contenti della politica agricola del Movimento. Ignoravo che il Movimento avesse una politica agricola, ma è un problema mio. Comunque, per essere schematici, c' è una politica agricola ufficiale e una politica agricola di minoranza. I quattro sostenitori della politica agricola di minoranza non capiscono perché gli otto assunti per tenere la comunicazione comunichino soltanto la politica agricola ufficiale e non comunichino mai l' altra politica agricola, quella di minoranza (sono cose che succedono quando si confonde la linea con la Verità, per cui diventa complicato comunicare due Verità divergenti). Così i quattro di minoranza, seppure senza comunicazione, sono riusciti a comunicare che non pagheranno più lo stipendio agli otto della comunicazione. E gli altri dieci europarlamentari? Bè, non hanno abbastanza denaro per stipendiare una comunicazione di otto dipendenti. Dunque ne licenziano due? Tre? Macché! Uno vale uno! Li licenziano tutti e otto. Ieri hanno ricevuto il preavviso: fra due mesi resteranno senza lavoro e senza pagnotta. Più avanti, si vedrà. Se non fosse che i cinque stelle in Italia si battono come leoni per il blocco dei licenziamenti (altrui), per la tutela dei più sfortunati col reddito di cittadinanza e in definitiva per la sconfitta della povertà, peraltro già annunciata, ecco, non fosse per questo, che quattordici parlamentari litighino, e dunque caccino otto dipendenti, lo si direbbe il più raffinato dei menefreghismi di casta.

Ripartiamo da loro. L’antipolitica perde colpi, uno su tre ha detto "Vaffa" a quelli del "Vaffa". Paolo Guzzanti su Il Riformista il 7 Ottobre 2020. I giorni passano, il virus fa il suo losco mestiere e il governo assume stancamente poteri più illiberali, decidendo anche quali notizie possono o non possono essere date alla stampa. Così, l’amarezza irata in cui ci troviamo offusca la memoria e non pensiamo più al fatto che è nato dal referendum un partito che alla sua prima uscita prende il 30 per cento. Il trenta per cento di coloro che sono andati appositamente a votare per dire No, un no che non ha rappresentanza nel Parlamento che è pari a un terzo degli elettori. Il trenta per cento. Un botto. E quali conseguenze? Il guaglione prodigio Luigi Di Maio è salito in feluca sulle terrazze della Farnesina gridando che lui aveva vinto col settanta per cento. Certo, che ha vinto: sono trent’anni che annunciano di voler trattare il Parlamento come il Reichstag bruciato dai nazisti, ma con un sapore di tonno. Il loro programma è amputare una Camera, liquidare i rappresentanti, umiliare le pensioni dei vecchi che hanno servito la democrazia e che stanno morendo in miseria. Abbiamo perso la memoria perché è stato un lungo cancro che ha devastato la nostra già fragile democrazia. Ma sono decenni che questa gente circonda il Parlamento con i girotondi, minaccia l’assedio dei forconi in competizione con Mussolini che voleva fare dell’aula sorda e grigia il bivacco per i suoi manipoli. E adesso il fatto nuovo: il trenta per cento degli italiani decide di uscire di casa per andare a votare no al partito del vaffanculismo e a tutti gli opportunisti legati ai loro strapuntini. Peccato che Berlusconi non abbia colto il momento di capeggiare quel no, in quanto leader liberale, preferendo non dispiacere a Salvini e Meloni. Forza Italia si sta riducendo a un partitino privo di copyright, il punto è che il trenta per cento degli elettori dice No a tutti i partiti rappresentati in Parlamento e li manda a quel paese. Peccato, perché Berlusconi e Renzi, rendendosi conto di quel che accadeva, hanno concesso la libertà di coscienza, facendo capire che si doveva votare no, ma facendo finta di non esserne certi. Che peccato, perché quel trenta per cento certifica l’esistenza in vita di un’Italia che non si lascia intortare dai telegiornali in cui Giuseppe Conte appare sempre e comunque anche durante le previsioni del tempo per non dire assolutamente nulla, ma un nulla talmente assoluto da non meritare neppure una parodia televisiva. Però la permanenza sullo schermo ha un effetto elettrodomestico sull’elettroencefalogramma piatto di un popolo spaventato e assuefatto alla infima qualità della politica espressa dal governo e dai suoi componenti. Circolano sui social delle antologie di quello che hanno detto Zingaretti e Di Maio, due a caso, l’uno dell’altro nei mesi scorsi. E ridendo e scherzando pochi ricordano che la democrazia dovrebbe, per quanto creativa e originale, rispondere ad alcuni criteri fondamentali. Primo: il governo dovrebbe somigliare al voto espresso dagli elettori. Questo principio elementare è stato archiviato e sostituito da un altro che si enuncia così: scopo della democrazia è non far vincere l’avversario. Infatti, è stato mentalmente archiviato il fatto che questo Parlamento, senza fare una piega e neanche un plissé, ha sfornato due opposte maggioranze e altrettanti opposti governi, il primo di destra e il secondo di sinistra, sotto la guida dello stesso sconosciuto che un giorno l’amico di un altro amico ha portato al Quirinale e lo ha presentato a Mattarella che aveva – lo ricordiamo bene – gli occhi fuori dalle orbite. Avete notizia di un evento sia pur vagamente simile nella storia di tutte le democrazie del mondo? Quello che è accaduto – e ancora sta accadendo con il processo a Salvini che si sta celebrando a Catania l’abbiamo appena visto. Questo giornale è un diario aggiornato e storico dell’uso politico del processo per fare politica sottraendola al Parlamento, operazione che purtroppo è quasi perfettamente riuscita. Quasi, perché il giorno del referendum, il trenta per cento di coloro che sono andati a votare, hanno scritto No sulla scheda. Ci sono andati malgrado il Covid e malgrado la pioggia o quel che era. È stata una delle più straordinarie imprese democratiche del vero popolo, dai tempi del voto sulla Scala mobile ai tempi di Craxi quando gli elettori dissero di no alla demagogia, peraltro costosissima dei sindacati. È cresciuta una generazione da quando tutto è cominciato, con l’operazione Clean Hands, in italiano “Mani pulite” (di cui io stesso sono stato un cronista entusiasta) che non provò nulla e che si concluse con la messa a morte della prima Repubblica che doveva essere sostituita con un colpo di mano da una nuova classe dirigente già pronta in panchina. Gli italiani – noi italiani – si sono bevuti tutto: le monetine a Craxi, la trattativa Stato mafia, le persecuzioni individuali, il sadismo e la retorica del buonismo al livello più infimo. Nella mia lunga vita di cronista mi è capitato anche di inventare alcune espressioni diventate di uso corrente fra cui il “benaltrismo”. Benaltrismo vuol dire che quando metti il dito nell’occhio del problema, i responsabili saltano su gridando che “ben altri” sono i problemi di cui dovremmo occuparci. Tutta la politica degli ultimi anni è stato un benaltrismo continuo che ha portato alla morte della dignità del Parlamento: in inglese si dice “Charachter assassination”, l’uccisione della personalità. La politica politicante, quella che Nenni tornato dalla Francia chiamava “la politique d’abord” è stata sputtanata, il principio primo e sacro del primato e della sacralità dell’individuo singolo, è stata uccisa dai cingoli dei loro carri armati e – come ha già notato Sansonetti su questo giornale – è rimasta attiva nel Paese una corrente stalinista. In queste settimane sto ricostruendo con ordine ed evidenza il grande porcaio che fu consumato nel biennio in cui Hitler e Stalin iniziarono la Seconda guerra mondiale insieme e dalla stessa parte, fino al momento in cui il primo pugnalò alla schiena il secondo che rimase paralizzato dallo stupore. Quel che successe in quei due anni – e che è pubblico e pubblicato, basta cercarlo – è stato graziosamente velato: mentre i nazisti marciavano sotto l’arco di Trionfo a Parigi fra due ali di folla piangente, i comunisti francesi, seguendo le direttive ed essendo per questo stati messi al bando dalla loro patria, scrivevano sui muri: «Benvenuti, camerati tedeschi che siete venuti a spazzare via insieme al proletariato di tutto il mondo le forze imperialiste e borghesi..». Ovviamente molti staranno già dicendo: e adesso tutto questo che c’entra? C’entra, perché da allora è stato necessario scavare montagne di vergogna e di bugie per fabbricare delle false versioni della storia, dei delitti, delle vicende della mafia e della politica, del terrorismo interno ed esterno. I segnali autonomi e veramente democratici che vengono dai cittadini che non si sono lasciati accecare sono rari e importanti ed è questo il motivo per cui mi sono deciso a scrivere queste righe assolutamente banali, soltanto per ricordarci di ricordare. Abbiamo vinto, questo deve essere ricordato con chiarezza. È stata soltanto la prima vittoria, ma gigantesca perché quei voti sono reali, di vere persone, donne e uomini e quei voti sono noi, e da lì si ricomincia.

Dopo il referendum. Grillo rivela il suo sogno: abolire il Parlamento e far usare a tutti Rousseau. Redazione su Il Riformista il 24 Settembre 2020. Beppe Grillo ne ha combinata un’altra. 24 ore dopo la conclusione del referendum vinto dai 5 Stelle (che ha sancito il taglio del numero dei parlamentari) ha candidamente dichiarato che la tesi sostenuta da tutti i sostenitori del No era giusta, e che la campagna dei 5 Stelle e di Travaglio era ipocrita. E cioè che è vero che il taglio dei parlamentari è solo il primo passo per abolire il Parlamento. Grillo sostiene che la piattaforma Rousseau del suo amico Davide Casaleggio funziona molto meglio delle antiche assemblee di Montecitorio e palazzo Madama (e di tutti i decrepiti Parlamenti dei paesi democratici dell’Occidente), e che può diventare lo strumento principe della democrazia diretta. Queste dichiarazioni, il capo dei 5 Stelle le ha rilasciate durante un dibattito solennissimo, organizzato dal Presidente del Parlamento europeo David Sassoli. Grillo dice che invece di affidarsi alla democrazia rappresentativa – alla quale lui non crede – è molto meglio svolgere un referendum alla settimana sulla piattaforma Rousseau, che ha dimostrato di funzionare benissimo durante le varie votazioni che si sono svolte nel Movimento 5 Stelle. Alle quali hanno partecipato, spesso, oltre 40mila persone e cioè appena un po’ meno dello 0,1 per cento degli elettori italiani.

Simone Canettieri per “il Foglio” il 3 ottobre 2020. Adesso il Pd è la "morte nera" perché ormai questa alleanza di governo con i dem "fa male" al M5s. Alessandro Di Battista ormai ha preso questa china e picchia come un fabbro, si sa. Ma c'è stato un momento preciso, un anno e un mese fa, in cui brigò, e non poco, per entrare nel nuovo governo, proprio con Nicola Zingaretti e Matteo Renzi. I primi segnali li diede pubblicamente il 15 agosto quando, vista rottura della Lega, dichiarò che il M5s avrebbe dovuto cercare "altri interlocutori più seri e preparati del ministro del Tradimento". C'è poi un particolare che torna in mente a tanti big grillini in queste ore. Primo settembre 2019, riunione segreta a casa di Pietro Dettori con pizza, sushi e vista su Castel Sant' Angelo. Tutti i capi a conclave per decidere la squadra di governo. E Dibba, appunto, che si mette "a disposizione" per ricoprire il ministero degli Affari europei ("sono la mia specialità), ma anche dello Sport ("è la mia passione"). Una mossa ben vista da tutta la compagnia pentastellata, Luigi Di Maio compreso. Ma che poi si arenò contro i veti di Renzi: allora entra anche la Boschi. Alla fine saltò tutto. Niente ministero, nemmeno senza portafoglio, per Dibba. Che poi ripartirà per un altro viaggio, salvo tornare con il dente avvelenato al grido "basta con il Pd".

Marco Travaglio per “il Fatto Quotidiano” il 4 ottobre 2020. - ESTRATTO. Giuro che mi sto leggendo, per dovere professionale, tutte le cronache, le interviste, i retroscena, i sussurri e le grida che precedono i fatidici stati generali 5Stelle (e me la pagheranno). Ma confesso di continuare a non capire perché mai dovrebbero scindersi. Nella gara a chi spara l' immagine più autoflagellatoria - siamo come l' Udc; anzi, come l' Udeur; mannò, come la Costa Concordia; altro che scatoletta, noi siamo il tonno - manca qualcuno che trovi quello giusto: una via di mezzo tra Fantozzi e Tafazzi. Mi spiego: i 5Stelle, stando alle cronache, erano morti ancor prima di nascere.……………..Di Battista dice che se passa l' alleanza organica col Pd, lui prende e se ne va (dove?). Ma il Pd non è più quello che prendeva ordini da Re Giorgio o dal Giglio Magico, governava con Monti, B., Alfano e Verdini, copiava le ricette di Confindustria e delle banche d' affari, tentava di scassare un terzo della Costituzione e affogava negli scandali. Che vuol fare Di Battista: continuare a fare il Tafazzi, segnalando giustamente gli errori ma tacendo i successi del M5S e contribuendo alla narrazione autoflagellatoria che piace tanto ai giornaloni per non contaminare le sue idee? O vuole riprendersi il posto che gli compete nel nuovo vertice collegiale per far contare le sue idee?

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” il 4 ottobre 2020. L'unico che non sorrideva era Beppe Grillo. Ma solo perché la foto lo riprendeva di spalle mentre abbracciava un Luigi Di Maio in estasi. Accanto a loro, a osservare la scena, entrambi a braccia conserte e con espressioni compiaciute, c' erano Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio. Lo scatto era stato fatto nell' ingresso della casa del futuro ministro del Lavoro e poi degli Esteri, come aveva comunicato ai media Rocco Casalino, non ancora convertito sulla via di Volturara Appula. Era la mattina del 5 marzo 2018, su Roma cadeva acqua a catinelle. Il Movimento 5 Stelle aveva appena preso il 33 per cento alle elezioni politiche. Quando finisce un'epoca, la ricerca delle immagini che più l'hanno rappresentata diventa quasi un riflesso condizionato. In questo caso ne segna anche l' inizio della fine. Perché proprio nel giorno dell' apoteosi per un risultato che oggi appare sempre più incredibile, l' asse sul quale si era retto M5S dopo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio cominciò a mostrare una crepa. Durante quell' incontro, Davide gelò ogni entusiasmo chiedendo che M5S restasse all' opposizione. Non siamo pronti per andare al governo, era e rimane la sua intima convinzione. Raccontano che Beppe Grillo replicò d' istinto con un «Eh ma belìn, come facciamo?», che a pensarci bene delineava già la linea di una frattura insanabile. Adesso siamo alle rese dei conti annunciate e telegrafate urbi et orbi. Questa era la settimana che Casaleggio figlio-Di Battista aprivano le ostilità, lo sapevano tutti. Non era neppure possibile tergiversare oltre. Il figlio del cofondatore non è mai stato così ai margini della galassia creata da suo padre. È anche un fatto di indole, non si governa solo con l' imposizione di una eredità o di un lascito morale, che in politica sono sempre beni con data di scadenza, come gli yogurt. Davide non ha mai sviluppato un pensiero politico, e dice male le cose che pensa, perché parlare non è mai stato il suo forte, e qui buon sangue non mente. Quando Gianroberto, già provato dalla malattia, lo portava per presentarlo nei salotti della finanza milanese, Casaleggio junior sedeva sempre nel posto più lontano dagli interlocutori. Nonostante gli inviti paterni, si esprimeva a monosillabi, prigioniero di una timidezza che lo rende simpatico e di una diffidenza verso il prossimo che invece avrebbe dovuto rivelare molto del futuro prossimo. Ma a rendere il nome Casaleggio una zavorra è stato proprio lo sgretolamento dell' asse con Di Maio. Non si governa Roma stando a Milano, con il telefono che ormai tace da mesi. L' asse Luigi-Davide nacque nell' autunno del 2014, quando Grillo litigò per l' ultima volta con Gianroberto. E da subito apparve fondato su una reciproca incomprensione di fondo. Per il figlio era l' unico modo per portare avanti l' idea del padre. Per il delfino e futuro segretario politico di M5S era il modo più veloce per scalare M5S. C' era anche il beneplacito di Grillo, che non vedeva l' ora di sfilarsi di dosso oneri di beghe interne, tensioni, e cause legali. Da quel momento, Di Maio cominciò a frequentare quasi ogni settimana Milano, chiedendo massimo riserbo agli interlocutori che incontrava in via Morrone, sede della Casaleggio&Associati. Quelle visite venivano fatte di nascosto dal resto del Direttorio, organo fasullo di governo plurale al quale sembra M5S possa ritornare, cambiandone solo il nome. Non c' è mai stata chiarezza, in questa alleanza. E non c' è mai stato chiarimento in corso d' opera, solo reciproca sopportazione. Ognuno con le proprie idee, opposte le une alle altre. E così lo scontro finale non può che essere cruento. L' attacco ormai costante alla piattaforma Rousseau e all'obolo che i parlamentari devono versarvi non sancisce solo l' abbandono del sogno paterno di una nuova politica dettata dall'intelligenza collettiva, e per una volta lasciamo perdere ormai scontate valutazioni sulla manovrabilità di quest' ultima, ma certifica anche la debolezza del giovane Casaleggio, che era ormai obbligato ad agire, pressato com' è anche da problemi ben più terreni. Senza quel denaro proveniente da Roma come entrata principale se non unica, l' azienda del padre, che spende un milione di euro all' anno per il personale e ha decine di cause legali in corso, rischia infatti di chiudere. E qui si entra in zona Sansone con i filistei. Davide manda avanti Di Battista e intanto aspetta. Perché sa bene che la prova di forza definitiva non saranno le scadenze elettorali con relative sconfitte da gestire, ormai ce n' è una collezione, ma la questione del terzo mandato. Se dovesse prevalere l'asse Casaleggio-Di Battista, che di mandati ne ha fatto uno solo, al contrario di tutti i suoi ormai ex amici, sarebbe la fine dell' attuale ceto dirigente di M5S. «Voi avete avuto la vostra chance, ora dovete lasciare la torcia ad altri». Non è un caso che in questi giorni Di Maio predichi di scelte delle candidature e delle gerarchie interne fatte da per ora fantomatiche segreterie regionali di M5S, attribuendo al movimento una fisicità e un valore al legame con il territorio tali che sembra di sentir parlare un funzionario del vecchio Pci emiliano. In questo bel clima da Game of thrones senza draghi che da anni si respira all' interno M5S, i ricatti sono sempre incrociati. Su Davide pende la spada di Damocle della chiusura del rubinetto romano, ma Di Maio è alle prese con una contabilità che gli toglie il sonno e può fargli perdere del tutto la faccia agli occhi dei militanti pentastellati. Se da Milano dovessero premere il pulsante della guerra atomica, e fintanto che esiste Rousseau la valigetta rossa ce l' hanno ancora, bastano 15-20 senatori che si sfilano. Il governo sarà per forza obbligato a cercare i presunti fuoriusciti berlusconiani. Quelli che Di Maio ha sempre schifato in ossequio alla pancia del movimento, al punto da sottrarsi a suo tempo all' incontro con Silvio Berlusconi che poteva farlo assurgere alla presidenza del Consiglio. Questione di vita o di morte, per tutti e due. La posta in gioco è così alta che potrebbero anche continuare a odiarsi raccontando in primo luogo a sé stessi che siamo una grande famiglia, siamo diversi dagli altri, facciamo un' altra bella foto e va tutto bene, almeno finché va.

I grillini tradiscono Casaleggio: il documento finale degli Stati generali lo prepara un'altra società. Lorenzo D'Albergo su La Repubblica il 25 ottobre 2020. Si chiama Avventura Urbana  e dovrà seguire e sintetizzare i lavori in corso in un testo da cui il Movimento vuole ripartire. La società, venticinque anni di esperienza con grandi società, dovrà fare i conti con la litigiosità dei Movimento e  le stravaganti proposte che vengono avanzate. Viene meno l'esclusiva della Casaleggio Associati sul Movimento 5 Stelle. Cade perché i pentastellati, che prima bisticciano e poi si affrettano ogni giorno a dire che "non ci sarà scissione", per uscire indenni dagli Stati generali hanno deciso di affidarsi a una società con un expertise in risoluzione dei conflitti pubblici. La scelta è caduta su Avventura Urbana, azienda torinese a cui i grillini hanno affidato la missione di seguire i lavori degli eletti e degli attivisti per poi sintetizzare ore e ore di videoconferenza in un documento conclusivo. L'atto da cui dovrebbe ripartire il M5S. Un compito improbo. Perché il tasso di litigiosità tra i grillini, in particolar modo tra quelli che taglierebbero volentieri ogni rapporto con Davide Casaleggio, è ormai altissimo. Perché bisogna seguire le idee - spesso confliggenti, tante volte bizzarre - che spunteranno nel corso delle riunioni online fissate da qui all'appuntamento finale dell'adunata, che cadrà metà novembre. Perché vanno messe d'accordo 8.000 teste, incluse le due dell'ex capo politico, Luigi Di Maio, e  di Alessandro Di Battista: uno vuole parlare con il Pd per arrivare alle Comunali del 2021 con quanti più candidati condivisi, l'altro è allergico a qualsiasi tipo di alleanza. A tentare l'impresa saranno Iolanda Romana e il suo staff. Professionisti esterni che, come dicono i 5S, "non sono state scelte di certo secondo criteri d'appartenenza". Il curriculum della fondatrice pare confermare il giudizio dei pentastellati. A nominarla commissaria della Tav Terzo Valico, la tratta ad alta velocità tra Genova e Novi Ligure, era stato l'ex ministro piddino dei Trasporti, Graziano Delrio. Poi è arrivata l'avventura con Airbnb, a caccia di esperti in grado di gestire le controversie con lo Stato del colosso degli affitti brevi. Infine i 5S con un accordo di cui ora la presidente di Avventura Urbana, contattata al telefono, ora "preferisce non parlare". Nessun dettaglio. Se se ne chiede qualcuno in più agli organizzatori degli Stati generali del Movimento, la risposta è da trincea: "Ci stiamo allontanando dalla Casaleggio Associati? Non è vero, nessuna fuga. Avventura Urbana ci aiuterà a tirare fuori il documento finale. Stavolta facciamo sul serio". Proprio come gli attivisti, che sabato mattina, nella prima giornata di meeting 2.0, hanno tirato fuori uno straordinario mix di proposte. Un miscuglio di riforme che investono tanto la gestione del debito pubblico che la necessità di tassare i tamponi femminili, troppo inquinanti. Che accostano la riforma della pubblica istruzione al bisogno di sterilizzare i cinghiali urbani per evitare nuovi abbattimenti. Insomma, la sintesi non si preannuncia facile. La società post-Casaleggio dovrà mettere a frutto  tutti i 25 anni di esperienza che sponsorizza sul web. Un quarto di secolo passato a collaborare con la Città Metropolitana di Torino (prima dell'avvento dei 5S) e Lavazza, con Anas e Fiera di Milano, con Invitalia e Costa Crociere. Ora sotto con i mal di pancia a 5 Stelle.

"Vi spiego come ha incartato il partito". “Casaleggio ritiene i 5 Stelle sua proprietà, così ricatta Grillo”, il retroscena di Marco Canestrari. Angela Nocioni Il Riformista l'8 Ottobre 2020. Hanno poco da minacciare la scissione i parlamentari Cinque stelle assurti, senza gloria, al ruolo di ribelli. Che gli calza larghissimo. Non ci si scinde da una società privata della quale si è impiegati precari. Al limite ci si licenzia. «Davide Casaleggio è un noleggiatore di seggi, un broker di posti in Parlamento. I deputati e senatori M5S fanno finta di non saperlo». Così Marco Canestrari, ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio e conoscitore del reale funzionamento della piattaforma Rousseau attraverso la quale Casaleggio tiene appesi per le orecchie i grillini, liquida la questione della fattibilità di una scissione del partito, che è proprietà assoluta della società privata ricevuta in dono da Davide, erede unico, alla morte del padre. Talmente padrone del partito è Davide e talmente temporanei dipendenti suoi sono tutti i senatori e deputati M5S, che i parlamentari grillini nemmeno sembrano aver letto lo statuto con cui l’erede della Casaleggio associati li ha incartati. O, se l’hanno letto, non hanno capito cosa c’è scritto. Ricorda Canestrari: «Casaleggio e i suoi pochi collaboratori stretti sono gli unici a poter gestire gli iscritti, le campagne elettorali e persino gli atti burocratici necessari alla presentazione delle liste. Lo statuto del Movimento Cinque stelle assegna in maniera esclusiva e incontestabile alla piattaforma Rousseau il compito di gestire amministrativamente e finanziariamente il partito. Tanto che il bilancio del partito non esiste. Tutti i soldi, ma proprio tutti tutti, li gestisce Rousseau, cioè Casaleggio».  Uno statuto si può cambiare, certo, non sono le Tavole della Legge. Ma Davide Casaleggio si premurò, quando lo fece firmare a Di Maio nel 2017, di prevedere una procedura farraginosa e assai complessa per eventuali future modifiche. Anche se i ribelli ci si mettessero a lavorare di fino e riuscissero a ottenere l’ok per cambiare mezza parola, alla fine qualsiasi modifica dovrebbe essere passata al vaglio del voto degli iscritti. Come? Sulla piattaforma Rousseau. «Qualsiasi modifica deve passare da uno strumento proprietà di Casaleggio e solo da lui controllabile», ricorda Canestrari. Quindi cosa vuoi scindere? La stessa cosa vale per il Blog delle Stelle. Casaleggio ha pubblicato giorni fa uno schiaffo ai vertici del partito sul blog, canale ufficiale del sedicente movimento. Il povero Vito Crimi, in teoria il capo politico, ha dovuto utilizzare Facebook per provare a puntualizzare che Casaleggio l’ha fatto attraverso un post «il quale rappresenta una sua iniziativa, personale e arbitraria» e per tentar di dire «il fatto che il blog sia gestito dall’associazione Rousseau non autorizza il suo presidente a utilizzarla per veicolare messaggi personali». Perché il blog non è roba sua. Smentendosi così da solo. Il blog di cui Crimi rivendica l’uso ufficiale al partito non è del partito, ma dell’associazione Rousseau di cui Davide è presidente irremovibile per statuto. Solo lui per diritto ereditario può aver diritto al controllo dei dati. «L’unica cosa che non è per proprietà privata in mano a Casaleggio è il marchio – ricorda Canestrari – che è di Grillo, il quale lo concesse in uso all’associazione il cui statuto però mette Rousseau a gestire tutto». «Ma Casaleggio si compra Grillo – dice Canestrari («lui è sempre in vendita. Lo scriva proprio così testuale: è sempre in vendita») perché è Rousseau che gli dà copertura legale, cioè gli paga le cause. Si tratta di tanti soldi che Grillo non ha alcuna intenzione di mettere di tasca sua». Eppure se i Cinque stelle non possono nemmeno respirare senza chiedere il permesso a Casaleggio che infatti può brandire la minaccia di trascinarli in tribunale, anche lui dipende da loro. Come starebbe in piedi la sua società se non arrivassero i 300 euro al mese che ciascun parlamentare è tenuto a versare e che molti hanno smesso di dargli da tempo perché, dicono loro, considerano quell’obolo una tassa illegittima pretesa da un caporale? «Non è proprio così», dice Canestrari. «È vero che dagli iscritti al partito avrà preso in tutto mezzo milione di euro e che i parlamentari gli garantiscono invece un milione di entrate annue. Ma è vero anche che a Casaleggio basta reggere due anni. Con i soldi che gli passano i parlamentari silenti, che sono tanti, regge tranquillamente. La struttura della sua società è leggera. Ce la fa a pagare tutti. Finita la legislatura i parlamentari ribelli se ne devono andare a casa perché se c’è una cosa alla quale Casaleggio non derogherà mai è il limite dei due mandati. A quel punto sarà il momento della lunga fila di iscritti che non vedono l’ora arrivi il loro turno per candidarsi. Tra parlamentari e consiglieri regionali delle nuove infornate, anche se saranno numericamente di meno, sai quanti soldi incasserà Casaleggio… Può pensare serenamente a fare con Di Battista un M5S di opposizione, se vuole. La differenza fondamentale – per Casaleggio è la vera carta vincente – è che i suoi nemici devono per forza pensare ai prossimi due anni. Poi scadono. Lui ai prossimi dieci».

Emilio Pucci per “il Messaggero” il 9 ottobre 2020. «Siamo stanchi di essere dei bancomat umani, degli schiavi. Neanche Gomorra gestisce così i nostri fondi. Vogliamo sapere dove vanno a finire i soldi». Il nodo Casaleggio è stato congelato dai vertici fino agli Stati generali ma i parlamentari non ci stanno. Chiedono chiarezza. E non accettano neanche eventuali minacce di scissioni da parte del figlio di Gianroberto, in realtà smentite dall'associazione Rousseau. Ma ora spunta un documento che circola nelle chat di deputati e senatori e che riaccende la miccia. Si tratta di un verbale di assemblea del Comitato Italia a 5 stelle 2019. Più precisamente di una modifica dello statuto finora non era nota - effettuata il 21 gennaio a Roma, negli uffici del Vicario alle ore 13, alla presenza del notaio Amato. I componenti del Comitato nato l'anno scorso per gestire la festa M5s sono i vertici dell'associazione Rousseau (non c'è Davide però), con lo scopo si legge nel primo atto costitutivo - di curare attivamente l'organizzazione, la promozione, il coordinamento, la gestione delle manifestazioni Italia a 5 stelle, nonché ogni altra attività di utilità sociale anche a sostegno di eventi terzi, ponendo in essere ogni possibile iniziativa utilizzando i fondi all'uopo raccolti. Solo che nessuno all'interno del Movimento sapeva che quel comitato si è trasformato in Comitato iniziative 5 stelle e che si è allungato la vita sino al 31 dicembre 2022 mentre avrebbe dovuto chiudere - da statuto iniziale il 31 dicembre del 2020. Fu chiuso, invece, il Comitato sulle Europee con i fondi che sono serviti a finanziare le Regionali. «E' la prova sottolinea un deputato che non c'è alcuna trasparenza». La spiegazione che viene fornita è che la decisione è stata motivata per assemblare ogni manifestazione, per supportare i facilitatori del futuro che il giorno dopo la riunione dal notaio, il 22 gennaio, vennero presentati alla stampa da Di Maio in un evento durante il quale l'attuale ministro degli Esteri fece un passo indietro da capo politico. Crimi questa la tesi era a conoscenza delle modifiche dello statuto. E la protesta tra i parlamentari monta. I pentastellati versano per le iniziative sui territori 1000 euro al mese e all'anno ne devono dare altri 3000 per Italia 5 stelle. La festa M5s quest' anno non si è tenuta e non si terrà neanche il prossimo anno. Tra le lamentele di big e peones il fatto che in questo comitato che gestisce le risorse non ci sia alcun esponente politico. E sotto traccia si ricorda il trasferimento del fondo cassa (circa 120mila euro) dal Comitato eventi nazionali, che organizzò la festa di Italia 5 Stelle a Rimini nel 2017, all'Associazione Rousseau, con tanto di causa portata avanti da Lorenzo Borrè, avvocato degli espulsi grillini. Solo che questa volta a minacciare di andare alle carte bollate sono proprio quelli del Movimento. «E' un episodio vergognoso. Chi ha autorizzato e con quale lettera scritta a costituire e a lasciare in vita questa struttura? E con quali fini? Perché agiscono a nome dei Cinque stelle?», si chiede un deputato. «E' un abuso, in quei giorni non c'era neanche un capo politico. E' un illecito, uno scandalo. Devono tirare fuori un documento scritto e firmato», si sfoga un senatore. Ecco, in questo clima si cerca di costruire il percorso degli Stati generali del 7 e 8 novembre. Saranno trecento i delegati che arriveranno a Roma, in rappresentanza dei territori. Verranno fuori tre documenti tematici: uno sui valori, un altro sul programma e l'ultimo sulla organizzazione. Varrà il voto finale degli iscritti. La direzione resta quella dell'organismo collegiale guidato da un primus inter pares ma non si esclude che il portavoce del direttorio possa essere un outsider. Sullo sfondo resta l'incognita Di Battista che ha fatto sapere di non voler accettare di far parte del nuovo board ma di non volere neanche la scissione.  

Casaleggio: «Se M5S diventa partito non darò più il mio supporto». Cesare Zapperi per corriere.it il 4 ottobre 2020. «Se il M5S diventata un partito non garantiamo il supporto di Rousseau». Davide Casaleggio sul Blog delle Stelle rompe il silenzio, in mezzo a tante polemiche e proprio nel giorno dell’undicesimo compleanno, con un post titolato «Noi siamo Movimento. «Ora è arrivato il momento di prendere posizione». Segue una sorta di altolà al termine di una lunga ricostruzione di cosa è stato il M5S, partendo dal ricordo del padre Gianroberto. «Il MoVimento 5 stelle è nato proprio con alcune promesse agli iscritti e agli elettori che io non ho dimenticato e non posso sconfessare. La prima di queste è che non saremmo mai diventati partito, non solo come struttura, ma soprattutto come mentalità. Molti confondono la parola partito con una struttura organizzativa, ma in realtá è un’impostazione di potere».

«Un modello alternativo». «"portavoce sono i dipendenti dei cittadini" ripeteva e riteneva che l’antidoto alla debolezza umana di fronte al fascino del potere, dei soldi e della visibilità sarebbe stato quello di mantenere ben saldi i pilastri decisionali in un metodo di partecipazione orizzontale, digitale, distribuito e soprattutto libero da condizionamenti esterni», scrive Casaleggio. «Un modello alternativo e innovativo rispetto a quello novecentesco delle gerarchie di partito. Questa era la sua missione. Questa era ed è la nostra missione. Con questo modello negli anni abbiamo dimostrato di poter fare quello che nessuno riteneva possibile: un movimento di persone libere, capaci di portare le proprie battaglie al Governo e realizzarle con metodi unici e diversi da tutti. Come abbiamo fatto per alcune battaglie importanti nate da una marcia ad Assisi o da una protesta in piazza con il V-day sfociate poi in disegni di legge come il reddito di cittadinanza o lo spazzacorrotti scritti dai nostri portavoce e attuati dai nostri ministri», prosegue il post.

«Noi siamo Movimento». Casaleggio ricorda la differenza tra le caratteristiche del Movimento e i partiti tradizionali. Il nostro modello è evoluto e sicuramente deve evolvere ancora. Bisogna guardare avanti e non indietro. Non guardare indietro significa non avere nostalgia di come eravamo nel 2009, ma neanche guardare al 1950. II partitismo è il rifugio di chi ha paura di perdere i privilegi che ha accumulato, ma solo chi è disposto a perdere tutto quello che ha, può ottenere tutto quello che vuole. Il partitismo è qualcosa che entra piano piano e poi rimane indelebile nel ricordo di ciò che non ha funzionato. Ma il partitismo è soprattutto incompatibile con l’idea di movimento, di unicità e di partecipazione che è racchiuso in quel simbolo disegnato sulla scrivania di mio padre. Un simbolo basato su valori, idee e battaglie ben precisi, su principi chiari di partecipazione e soprattutto legato a un’esperienza bellissima di 11 anni di un movimento che ha cambiato la storia dell’Italia combattendo proprio contro l’idea di partito, di casta e di accentramento delle decisioni nelle mani di pochi privilegiati chiusi in qualche stanza».

«Se M5S diventa partito non garantiamo supporto». Quindi, l’annuncio sul futuro. «Garantiremo le attività che verranno richieste dal Capo Politico del MoVimento 5 Stelle, così come abbiamo sempre fatto con serietà e lealtà, per la realizzazione del percorso che il MoVimento riterrà di voler fare, ma qualora, per qualche motivo, si avviasse la trasformazione in un partito, il nostro supporto non potrà più essere garantito, dal momento che non sarebbe più necessario poiché verrebbero meno tutti i principi, i valori e i pilastri sui quali si basa l’identità di un MoVimento di cittadini liberi e il suo cuore pulsante di partecipazione che noi dobbiamo proteggere. Per 15 anni ho prestato la mia attivitá gratuitamente per un’idea di partecipazione collettiva da parte dei cittadini alla vita del proprio Paese. Lo hanno fatto anche migliaia di attivisti che continuano a regalare il loro tempo alla comunità. Quando mi è stata offerta la guida di un ministero, ho rifiutato pensando che il ruolo di supporto del movimento fosse piú importante. Ho sempre rispettato i ruoli anche quando non ero d’accordo con le scelte prese. Ho dovuto sopportare insinuazioni, attacchi e calunnie nei miei confronti e nei confronti di mio padre anche da persone che grazie al nostro lavoro ricoprono oggi posizioni importanti. Il mio silenzio negli anni è stato un atto di profondo rispetto nei confronti di chi ha creduto nel nostro sogno, così come oggi ritengo sia doveroso parlare per onestà intellettuale».

Il futuro del M5S. La conclusione lascia aperta una piccola porta per il futuro. «Qualunque cosa ci riserverà il futuro, questa idea di movimento proseguirà e si espanderà in ogni caso nei mille rivoli della comunità e Rousseau continuerà ad essere accanto a questa idea. In questi giorni difficili abbiamo ricevuto migliaia di email e messaggi dalle tantissime persone che vogliono aiutare il MoVimento e Rousseau. Per questo abbiamo deciso di coinvolgere tutti i cittadini che vogliono aiutarci a mantenere in vita questo progetto, a migliorarlo sempre e che abbiano idee su come creare quegli spazi di confronto che oggi mancano. Saranno gli “ambasciatori della partecipazione” diffusi in tutta Italia. Nei prossimi giorni daremo i dettagli. La nostra identità, il metodo unico e gli strumenti che abbiamo costruito sono la ricchezza più grande che possediamo e dobbiamo condividere la nostra esperienza per far germogliare l’idea della partecipazione civica attiva e digitale in tutto il mondo».

Dagospia il 4 ottobre 2020. Dalla pagina Facebook del Movimento 5 Stelle. Il Blog delle Stelle è il canale ufficiale del Movimento 5 stelle e Davide Casaleggio non ricopre alcuna carica nel Movimento 5 Stelle. Il post pubblicato in data odierna sul Blog delle Stelle a firma Davide Casaleggio rappresenta una sua iniziativa, personale e arbitraria, diffusa attraverso uno strumento di comunicazione ufficiale del Movimento 5 Stelle. Il fatto che il Blog delle Stelle sia gestito dall'associazione Rousseau non autorizza il suo presidente a utilizzarla per veicolare suoi messaggi personali non condivisi con gli organi del Movimento 5 Stelle. Il Movimento 5 Stelle siamo noi, tutti, non è appannaggio di qualcuno in particolare.

Ilario Lombardo per “la Stampa” il 6 ottobre 2020. «Li porto tutti in tribunale». Davide Casaleggio ha pronunciato più volte nelle ultime settimane queste parole. E non lo ha fatto solo lui. Anche Enrica Sabatini, suo braccio destro e numero due dell' Associazione Rousseau, l' ha comunicato a uno dei pochi parlamentari che mantengono un contatto diretto con il figlio del fondatore, ormai in guerra aperta con gli eletti del M5S. Casaleggio jr sarebbe intenzionato ad arrivare fino in tribunale se la lite con deputati e senatori non dovesse risolversi con un compromesso. In ballo ci sono i finanziamenti - a partire dai 300 euro che i parlamentari sono tenuti a versare a Rousseau, l' associazione che gestisce la piattaforma - ma c' è soprattutto l' uso del simbolo, del Blog delle Stelle, e più profondamente il senso ultimo del Movimento. L'ultimo scontro è sul Blog delle Stelle: di chi è, cosa rappresenta, chi può scriverci sopra. Più volte i parlamentari hanno accusato Casaleggio di farne un uso privato. Come, a loro avviso, ha fatto domenica, lanciando il suo j'accuse contro la voglia di diventare partito dei grillini. All'imprenditore ha risposto il comitato di garanzia, dove siede il reggente Vito Crimi, con un comunicato in cui di fatto si dava a Casaleggio dell'abusivo, per la strumentalizzazione arbitraria del sito vetrina del M5S. Il comunicato è stato pubblicato sulla pagina Facebook del M5S, non sul blog, dove l' indomani - ieri - il presidente di Rousseau è tornato a farsi sentire: «Si precisa che il Blog delle Stelle (come riporta anche la privacy policy del Blog) è il blog ufficiale sia del M5S che dell' Associazione Rousseau. Davide Casaleggio, in quanto presidente dell'Associazione Rousseau, è pienamente titolato a pubblicare i suoi articoli sul Blog». Siamo a un passo dalle comunicazioni tra avvocati. E Casaleggio è pronto ad arrivare davanti a un giudice per far rispettare questa clausola come anche il contratto che impone agli eletti 300 euro di contributo. È un divorzio che logora ogni residua speranza di risollevare un Movimento a pezzi. Persino Nicola Morra, seppur critico con la gestione privatistica di Rousseau, è arrivato a sostenere la tesi di Casaleggio, dichiarando di essere pronto ad andarsene se il M5S dovesse trasformarsi in un partito tradizionale. Ieri ci ha provato Luigi Di Maio a sollevare gli umori festeggiando le vittorie in un pugno di comuni, tra i quali la sua Pomigliano, dove è in corso di sperimentazione l'alleanza con il Pd. Per il ministro, fino a metà agosto contrario alle intese con i dem, è la prova che è la strada da seguire. Ma soprattutto è un (piccolo) successo che può sventolare contro Alessandro Di Battista e Casaleggio jr. Sul presidente di Rousseau Di Maio è prudente, è il primo a temere le cause, perché conosce il complicato marchingegno alla base dello statuto fondativo dell' Associazione M5S, dove lui e Davide risultano soci fondatori. Uno statuto che consegna nelle mani di Casaleggio un potere enorme. È il motivo per cui i deputati stanno studiando un modo per riscriverlo. Alcuni di loro sono tornati a farsi sentire con Grillo. Gli hanno chiesto di riappropriarsi del simbolo che il comico ha lasciato in comodato d' uso a Casaleggio Jr. Così, sostengono, si potrebbe ripartire daccapo, con nuove regole e una piattaforma open source studiata da hacker ed esperti informatici, che verrebbe gestita dagli organi interni al M5S. Resta però un punto interrogativo: cosa farà Grillo.

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri e Luciano Capone per “il Foglio” il 6 ottobre 2020. (…) Questa rivendicazione i vertici del M5s l’hanno scritta solo su Facebook, cosa che dimostra ipso facto chi abbia il controllo del  sito. La verità è che il blog è di  Casaleggio: l’Associazione Rousseau – di cui Davide è capo assoluto e perpetuo per diritto ereditario – è  proprietaria del dominio ilblogdellestelle.it e  titolare del trattamento dei dati. Ma oltre alla comunicazione sull’ house organ, anche l’agibilità politica  è completamente compromessa senza Casaleggio. (…) (…) Il M5s non è autonomo neppure dal punto di vista finanziario: il suo bilancio  non esiste, è una lunga colonna di zeri. La cassa è in mano a Casaleggio che, sempre attraverso l’Associazione Rousseau, gestisce  1,4 milioni di euro di donazioni e contributi, tra cui i famosi 300 euro che gli eletti  sono obbligati a versare da regolamento (art. 6). Il partito non ha neppure il controllo del simbolo. Il logo è infatti di proprietà dell’Associazione M5s di Genova (cioè quella di Beppe Grillo, fondata nel 2012) che lo ha concesso  in uso all’Associazione M5s del 2017 (quella ora guidata  provvisoriamente da Crimi). (...)

Francesco Malfetano e Emilio Pucci per “Il Messaggero” il 6 ottobre 2020. Dati, elenchi, iscritti, donazioni e attività. In un solo concetto: big data. È questo il vero tesoro digitale dell' Associazione Rousseau di Davide Casaleggio che ora il Movimento 5 Stelle rischia di perdere. Anni di informazioni sulla democrazia diretta che, con un' esclusione dell' erede di Gianroberto, di colpo non sarebbero più a disposizione dei pentastellati. Che fine faranno i nomi degli iscritti? Chi potrà accedere ai loro indirizzi e ai documenti di riconoscimento? E quelli degli eletti? Quale entità sarà in grado di determinarne le possibilità di spesa attraverso le donazioni effettuate fino ad oggi? Chi sarà in grado di conoscere le preferenze di voto espresse negli scorsi anni? Non è dato saperlo. Così come non è dato sapere quanto questi siano davvero importanti per mandare avanti il Movimento. Oggi quindi il rischio è che Casaleggio jr, come se si trattasse di una partita di calcio improvvisata per strada, prenda il pallone e se ne torni a casa. Un rientro mesto però perché lo costringerebbe a rinunciare non solo agli 1.4 milioni di euro di donazioni alla piattaforma quanto all' influenza di cui gode come eminenza grigia del partito. Motivazioni tutt' altro che banali che, secondo alcuni dei deputati cinquestelle, finiranno con il portare ad un' intesa utile a tutti, anche se solo transitoria. All' interno dello statuto di costituzione del M5s (quello del 2017 che vede Luigi Di Maio e proprio Casaleggio come co-fondatori), Rousseau viene indicato come un servizio permanente, senza scadenze. Riuscire ad imporre una data di riferimento, assumendo l' Associazione con un contratto a tempo determinato, potrebbe far andare il gruppo agli Stati Generali con uno spirito diverso. Intanto ieri a rialzare almeno in parte i toni ci ha pensato Beppe Grillo. Mentre l' ala governista festeggia per il modello Pomigliano', con la vittoria di 5 comuni su 6 dove M5s è andato al ballottaggio, l' ex comico ai fedelissimi fa trapelare la sua rabbia: «Liti da asilo infantile» tuona. E la furia che colpisce un po' tutti, anche chi, come il capo politico Vito Crimi, domenica ha sbarrato la strada a Casaleggio, contestandone la possibilità di poter scrivere sul Blog delle stelle. «Dovrebbe esserci riconoscenza nella vita», la sua idea che rimanda all' opera meritoria di Gianroberto.Ma le sue riflessioni, recapitate ai senatori e ai deputati che lo hanno chiamato, coinvolgono anche il presidente dell' associazione Rousseau e gli attacchi di Di Battista sul M5s paragonato all' Udeur. «Picconare dall'esterno come un Salvini qualsiasi è puro autolesionismo», lo sfogo. La convinzione è che «indietro non si torna» e che quell' affondo sulla necessità che il Movimento torni alle origini «non ha senso», perché la strada è già tracciata. E - questo il parere di Beppe - deve avere come unica direttrice la stabilità del governo e le esigenze dei cittadini. Proprio per questo Grillo non chiude la porta alla possibilità del terzo mandato «se - ha spiegato nei giorni scorsi ai suoi interlocutori - servirà a garantire il percorso intrapreso». Ma l' ipotesi di lasciare alla prossima segreteria (collegiale) l' eventualità di deroghe è tutta da tradurre in realtà. In ogni caso fonti informate spiegano che il fondatore M5s sta ragionando con Casaleggio su una soluzione. L' exit strategy ancora non c' è ma il nuovo direttorio - questa la spinta dell' ala governista - dovrebbe avere accesso ai database degli iscritti, alle chiavi della piattaforma per ricondurla di fatto dentro il Movimento. «Siamo ad un punto di non ritorno», spiega un big M5s, «o si risolve o si va a carte bollate, una separazione consensuale non è possibile». La spinta dei parlamentari però va in un' altra direzione: «Basta, interrompiamo i rapporti con Davide», il refrain nelle chat.

Dagospia Da affaritaliani.it il 6 ottobre 2020. Ormai è guerra aperta. Il M5s non ne fa più segreto, è spaccato in diverse fazioni e nessuno decide su cosa sia giusto fare, quali mosse adottare, in un vero e proprio vuoto di potere. Con il reggente Vito Crimi, ormai di fatto sfiduciato. Il nemico numero uno, però, è Davide Casaleggio, il patron della piattaforma Rousseau. "Li porto tutti in tribunale", è la frase che il figlio del fondatore del Movimento Gianroberto continua a ripetere ai suoi più stretti collaboratori. Casaleggio jr - si legge sulla Stampa - sarebbe intenzionato ad arrivare fino in tribunale se la lite con deputati e senatori non dovesse risolversi con un compromesso. In ballo ci sono i finanziamenti - a partire dai 300 euro che i parlamentari sono tenuti a versare a Rousseau, l’associazione che gestisce la piattaforma - ma c’è soprattutto l’uso del simbolo, del Blog delle Stelle, e più profondamente il senso ultimo del Movimento. L’ultimo scontro è sul Blog delle Stelle: di chi è, cosa rappresenta, chi può scriverci sopra. Più volte i parlamentari hanno accusato Casaleggio di farne un uso privato. Come, a loro avviso, ha fatto domenica, lanciando il suo j’accuse contro la voglia di diventare partito dei grillini. Siamo a un passo dalle comunicazioni tra avvocati. E Casaleggio è pronto ad arrivare davanti a un giudice per far rispettare questa clausola come anche il contratto che impone agli eletti 300 euro di contributo. È un divorzio che logora ogni residua speranza di risollevare un Movimento a pezzi. Deputati e senatori ribattono: "Vogliamo i nomi dei 170 mila iscritti alla piattaforma Rousseau".

Annalisa Cuzzocrea per “la Repubblica” il 6 ottobre 2020. La prossima mossa sarà una lettera con cui i garanti del Movimento chiederanno a Davide Casaleggio di consegnare loro la lista degli iscritti. Se non vorrà farlo, cercheranno di imporglielo per via giudiziaria. Perché quei 170mila nomi, quegli username e quelle password che hanno il diritto di scegliere quale strada devono prendere i 5 stelle, come hanno fatto - solo l'ultima volta - nel voto di Ferragosto che ha sdoganato le alleanze sul territorio, non possono essere esclusivo appannaggio di colui che ormai i dirigenti grillini considerano un mero "fornitore di servizi". Così, la guerra civile che infuria non sembra destinata a placarsi in alcun modo. C'è solo una persona che potrebbe intervenire con qualche speranza di essere ascoltata. O che almeno potrebbe provarci. Ma Beppe Grillo, il garante, colui che per statuto ha l'ultima parola su tutto, rimane silente. In attesa che quel che deve avvenga come per inerzia: che sia un accordo o una scissione, ipotesi che - visti gli ultimi colpi delle fazioni in lotta - sembra ormai la più probabile. «Ho questa bellissima qualità, di non dover dire sempre per forza la mia», scrive il fondatore del Movimento a Repubblica. È quel che ha ripetuto a tutti coloro che lo hanno cercato: «Tenetemi fuori». Ma non è, a detta di molti parlamentari, quello di cui il M5S ha bisogno in questo momento. In cui la fragile guida di Vito Crimi si ritrova schiacciata tra le fazioni in lotta. Senza che ormai nessuno tenti neanche più di nascondere le sue intenzioni. Davide Casaleggio ieri ha ricordato, con una nota, che il blog delle Stelle «è il blog ufficiale sia del Movimento 5 stelle che dell'Associazione Rousseau». È scritto nella privacy policy del sito, una clausola che nessuno - tra i dirigenti del Movimento - era mai andato a guardare. E che smentisce così il durissimo comunicato del comitato di garanzia del giorno prima, quello in cui si intimava al figlio del cofondatore di non usare per i suoi scopi l'organo ufficiale dei 5 stelle (il manager aveva appena pubblicato un post in cui, di fatto, accusava i leader grillini di carrierismo e minacciava di tagliare ogni tipo di servizio informatico nel caso l'avvento di una struttura trasformi il M5S in un partito). È uno scontro che fino a pochi mesi fa nessuno, neanche ai vertici, avrebbe mai immaginato. Ma è la conseguenza diretta di un'architettura costruita in modo contorto proprio perché l'intenzione di Casaleggio junior è sempre stata quella di tenere avvinta a sé la creatura nata dalla mente di suo padre. Così, pare quasi che il manager chieda a Di Maio «Che fai, mi cacci?», come un novello Gianfranco Fini. E invece di cedere, rilancia, dicendo attraverso i suoi alleati (Di Battista, Bugani, Corrao) che se scissione sarà, gli scissionisti saranno i parlamentari e i ministri M5S, rei di aver scoperto la politica e tradito i principi originari una volta arrivati al governo. Ma i tempi sono cambiati e il dramma, invece di consumarsi in diretta tv, va in scena sul sito che le due fazioni si contendono. Quel blog delle Stelle il cui nome è nel simbolo che lo stesso Casaleggio - insieme a Di Maio - ha depositato per permettere ai 5 stelle di correre alle ultime politiche. Così, la diatriba legale - se si finirà in tribunale - potrebbe riguardare anche il simbolo. E potrebbe non avere esiti così scontati. Dopo l'ultima lite, scoppiata proprio sul voto d'agosto sulle alleanze, che Casaleggio non voleva e di cui avrebbe cambiato il quesito per tentare di condizionarne l'esito, il manager è arrivato a Roma - ai primi di settembre - con la proposta di un contratto da fornitore esterno. Solo che in quel contratto scriveva che l'ultima parola sui contenuti dei quesiti, sui post, perfino sui loro autori, doveva averla lui. E in più chiedeva come pagamento 1 milione e 200 mila euro all'anno. Fissi, anche se dopo le fuoriuscite gli eletti del Movimento sono diminuiti. Crimi non ha firmato. «È irricevibile», ha detto il reggente. Da allora, la lite non si è più fermata. Tanto da far dire a tutte le prime linee grilline, praticamente senza esclusioni: «Se ne andasse, si portasse via il blog, che lo seguano Di Battista e compagnia, staremo meglio senza». Sono convinti che i parlamentari, anche quelli al primo giro che non hanno nessuna voglia di vedere i leader attuali blindati dalla possibilità di un terzo mandato, alla fine resteranno. Magari per evitare che il governo cada. E che tutto finisca prima del previsto, anche per loro.

Estratto dell’articolo di Sebastiano Messina per “la Repubblica” il 5 ottobre 2020. Il divorzio che appare ormai inevitabile obbligherà tutti a rivelare chi è padrone di cosa. Di chi è il Blog delle Stelle? Chi è il vero padrone del simbolo? E soprattutto: a chi appartengono, legalmente, le chiavi dei dati raccolti in questi undici anni, compresi i nomi, i telefoni, gli indirizzi email, i curriculum pubblici e i dossier riservati degli iscritti? Non sarà un bello spettacolo, per un movimento nato nel nome della trasparenza ma passato dallo streaming alle riunioni blindate. Eppure, prima o poi doveva succedere. E oggi, come ha scritto Casaleggio jr, «il momento è arrivato».

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 5 ottobre 2020. L' epilogo. Lo scontro che va in scena in queste ore ai vertici del Movimento ha radici lontane: risale alla batosta delle Europee, quando Davide Casaleggio chiede a Luigi Di Maio un passo indietro. E la miccia si è accesa questa estate, quando Di Maio tenta un blitz sul terzo mandato per gli eletti e Casaleggio replica con la votazione di ferragosto, che nei fatti ritarda il terzo mandato ma crea allo stesso tempo una deroga per i sindaci. Nodi, cavilli, equilibri incerti su cui un M5S in crisi non riesce più a reggersi. E il confronto ora è esploso. Negli stessi minuti in cui il comitato di garanzia - vicino all' ex capo politico - attacca Casaleggio, Di Maio scrive sui social: «Rimaniamo uniti e guardiamo avanti». Prima ancora Roberto Fico commenta: «Il Movimento non potrà essere più quello delle origini, ma da quelle radici deve comunque trovare nutrimento». Parole che mirano più che al compromesso con il presidente di Rousseau al perseguimento di una linea. Ma ormai la frattura sembra difficile da comporre. C' è chi spera ancora in una mediazione come Nicola Morra («Confrontiamoci») o Stefano Buffagni («Serve unità, serve lavare i panni sporchi in casa»). C' è chi come l' ex ideologo Paolo Becchi auspica un rinnovamento come ha fatto la Lega. Ma immaginare il futuro del M5S ora è arduo. Le truppe ormai si stanno schierando. I governisti accusano: «Con questo post Casaleggio ha mostrato che lui si considera il padrone del Movimento». Alessandro Di Battista invece lo appoggia: «Sottoscrivo ogni sua parola - dice al Corriere -. Sono legatissimo a Davide proprio perché Davide custodisce il progetto di Gianroberto». Il nodo ora è capire la strategia dello scontro e il peso delle truppe. Già, perché basterebbe l' uscita dal gruppo parlamentare di 15-20 senatori per far vacillare pesantemente l' esecutivo al Senato e rendere molto più debole la posizione dei governisti pentastellati. Ma non c' è solo il livello parlamentare ad animare il duello. Ci si attende una guerra totale, uno scontro senza esclusione di colpi. O forse, per paradosso, a colpi di regole. I rischi che si arrivi in tribunale per i due simboli che fanno capo al Movimento sono reali, così come sono ingarbugliati i diritti che possono vantare entrambe le parti. Ma prima delle cause c' è il rischio di un terremoto tra i vertici, quegli stessi vertici che hanno attaccato Casaleggio. Lo scontro è ormai «istituzionale». Ecco allora che non è escluso che si prendano di mira le personalità che rivestono un doppio incarico nel M5S (uno dei nodi politici contro cui il Movimento ha lottato), sollevando dubbi sulla imparzialità delle loro scelte. Un colpo al cuore che metterebbe a rischio anche il ruolo di reggente di Vito Crimi e di fatto potrebbe aprire scenari inimmaginabili, con una leadership vacante. Già, perché due membri (uno è appunto Crimi, l' altro è Giancarlo Cancelleri) su tre del comitato di garanzia che ha attaccato Casaleggio sono anche esponenti di governo, così come la probivira Fabiana Dadone è ministra. Esiste un precedente a cui appellarsi: le dimissioni di Riccardo Fraccaro nel 2019 dal collegio dei probiviri. Con lui lasciò anche Nunzia Catalfo e Di Maio commentò: «Erano entrambi impegnati uno con il ruolo di ministro e l' altra con quello di presidente della Commissione Lavoro». Parole che ora potrebbero essere un boomerang per i governisti.

Vito Crimi, il "gerarca minore" ridotto a vigile urbano. In questa involuzione c'è forse la vera fine del Movimento. Tra l’assemblea che delibera ma non decide, il «comitato-ponte», il «gruppo di supporto»,  i «facilitatori». E una generale tendenza Udeur che a parole si vorrebbe tenere lontana. Susanna Tamaro su L'Espresso il 13 ottobre 2020. Quando alla fine arriva, la noia è qualcosa che spunta anzitutto nei dettagli, e poi tracima coprendo tutto il resto di grigio. Grigio Viminale: quello che vela lo sguardo di Vito Crimi. Perché se uno studia da gerarca minore e si ritrova a fare il vigile urbano del Movimento Cinque stelle, allora qualcosa davvero è andato storto, forse per sempre. Così quando l’altro giorno parlando degli appena fissati Stati generali di novembre, Crimi ha sospirato a proposito dello streaming che sì, «bisognerà riscoprire anche questo strumento», tutto all’improvviso è stato chiaro, conchiuso in quel soffio, in quello sbuffo d’aria, in quella specie di fumetto che gli si è aperto davanti agli occhi. La noia. I diciassette anni dal primo meet up di Brescia, di cui fu fondatore; gli undici anni del Movimento Cinque stelle, battezzati il 4 ottobre 2009 da Grillo e Casaleggio padre, devastati il 4 ottobre 2020 dal post di Casaleggio figlio e relativa replica dei Garanti, di cui fa parte; le vittorie prima, le sconfitte poi, le ormai tante poltrone occupate, lontanissimi i 381 voti ottenuti nelle parlamentarie; ma soprattutto nel loro insieme i sette anni e mezzo nei quali, a partire dal marzo 2013, Vito Crimi si è trovato a gestire, invariabilmente, tutte le cose meno scintillanti del Movimento.

Mario Ajello per “il Messaggero” il 5 ottobre 2020. «Se ne va ma dove se ne va? Ah, ah ah....». I 5 stelle fanno i gradassi di fronte alla minaccia di scissione di Casaleggio junior: «Se vuole, se ne vada». E lui, Davide, nella data esatta in cui 11 anni fa M5S nacque, il giorno di San Francesco, bolla tutti come traditori della memoria di Gianroberto che tanto però non c' è più. E allora vada pure Davide, fin dall' inizio più sopportato che amato dai grillini, è la reazione di questi ultimi ormai non più movimentisti ma partitisti tendenza vetero. Tanto, come dice Roberto Fico, «il movimento non potrà più essere quello delle origini». Ma può somigliare all' Udeur - in questo il Dibba ha ragione - ovvero governo, poltrone, patto di sangue pur di restare in sella con il Pd e con Conte con cui si possono garantire stabilità e stipendi da onorevoli. Ma se Casaleggio junior va via davvero? Forse è anche meglio per gli stellati, perché di fatto Davide è già fuori e ognuno risparmia 300 euro al mese per far funzionare, si fa per dire, quella specie di rottame di Rousseau. Ma Davide - con la sponda del Dibba che ha rilanciato il suo post e che cerca di aizzare i 220 parlamentari su 310 al primo mandato contro i Di Maio, i Fico e via dicendo che ne hanno già collezionati due e a regole vigenti non potrebbero ricandidarsi - è perentorio: «Se ci si trasforma in un partito, il nostro supporto non potrà più essere garantito, dal momento che non sarebbe più necessario poiché verrebbero meno tutti i principi, i valori e i pilastri sui quali si basa l' identità di un MoVimento di cittadini liberi e il suo cuore pulsante di partecipazione che noi dobbiamo proteggere». Che sberla. «Ma ci fa il solletico», assicurano dalle parti di Di Maio. Casaleggio sul blog delle Stelle - «Ma quello strumento è nostro e non suo, se n' è appropriato arbitrariamente», dice il comitato di garanzia M5S composto dalla Lombardi, da Crimi e da Giancarlo Cancelleri alter ego di Di Maio - ricorda di aver svolto gratuitamente il suo incarico a sostegno del Movimento, e «ho anche rifiutato un ministero», e «ho sempre rispettato i ruoli e le decisioni pure quando non ero d' accordo», e «ho sopportato insinuazioni, attacchi e calunnie nei miei confronti e nei confronti di mio padre», e adesso però «è il momento di prendere posizione» nella battaglia interna al Movimento 5 stelle, che vede tra i bersagli anche la piattaforma Rousseau. Voi volete fare l' Udeur e io non ci sto: è il grido di Davide. Nella speranza, vaga, che il Dibba abbia ancora un seguito nel movimento. L' arma che ha nelle mani Casaleggio, che sente tradita la memoria combat del padre, è quella di proporre su Rousseau che si voti per il capo politico M5S: e se il popolo stellato (ma esiste ancora?) dovesse scegliere Dibba qualche problema per Di Maio e compagnia ci sarebbe. Ma difficilmente questo potrà accadere perché il Subcomandante Ale ormai lo hanno sgamato tutti all' interno dei 5 stelle: più che un potenziale leader è un influencer che non saprà mai dare battaglia. Il problema è questo: a chi andrà il simbolo M5S se Casaleggio fa la scissione? Dalle parti di Di Maio fanno spallucce: e chi se ne importa, il simbolo lo cambiamo! Anche perché non è più un logo vincente, anzi. E comunque il proprietario del simbolo è Grillo che lo ha dato in gestione a Casaleggio e a Di Maio. Si finirà in tribunale e Beppe sarà dalla parte di Di Maio, cioè del neo-partitismo della realpolitik un po' interessata a mantenere in Parlamento e nell' emolumento un esercito di sbandati e un po' interessata a garantire che il governo Conte duri, insieme all' alleanza con i dem con cui restare a galla spartendosi il potere. Casaleggio dice appunto che i 5 stelle sono in pratica dei poltronisti. Lo fa citando il genitore. «Gianroberto conosceva profondamente l' animo umano e non gli sfuggiva la possibilità che qualcuno, una volta eletto nelle istituzioni, avrebbe potuto provare, perseguendo il proprio interesse carrieristico, ad annullare il ruolo degli iscritti e il concetto stesso di portavoce». Ecco, lui vorrebbe il Dibba come portavoce nuovo e gli altri non ci pensano proprio: si farà un direttorio - ma gli Stati Generali sempre evocati non si sa quando si faranno - dove comanderà un' altra volta Di Maio con Grillo benedicente. L' anti-politica che insomma si fa vetero politica e verrebbe da dire: evviva! Uno come Giorgio Trizzino, mattarellista, dimaiano, filo-Pd, s' incarica di stroncare Casaleggio junior: «Davide ignora le nuove sfide e le diverse responsabilità che ormai incombono sul Movimento». Si chiude il sipario su Casaleggio, sia figlio sia padre. Sperando che il proporzionale dia almeno il 10 per cento a un movimento che aveva oltre il 30 e si tiri a campare.

Mattia Feltri per “la Stampa” il 3 ottobre 2020. Come sarebbe andata a finire, avrei dovuto capirlo molti anni fa, quando Beppe Grillo non aveva ancora fondato il Movimento ma già progettava di salvare il mondo, e gli telefonai per un'intervista in cui mi spiegasse come l'avrebbe salvato; e lui, che svernava a Malindi, sobbalzò al pensiero della bolletta: «Belìn, quanto mi fai spendere?». Poi decise di salvarlo con la piattaforma Rousseau (mi piacerebbe da pazzi vedere il filosofo che prova a farsi pagare i diritti), cioè il sito dove si sarebbe compiuta la rivoluzione della democrazia diretta: una testa, un click, un voto. Ve lo ricordate il sollucchero di Grillo e grillini? La meraviglia! Lo strumento straordinario! Il viaggio nel futuro! La sovranità popolare! Siete vecchi, siete morti! Ma, soprattutto, era gratis. O giù di lì. Nel nostro caso, trecento euro al mese a parlamentare, una mancetta visti i gloriosi stipendi di onorevoli e senatori. Ma d'un tratto si scopre che la democrazia costa, pure se è diretta, e persino più di una telefonata Roma-Malindi. E da entusiasti pionieri del nuovo ordine, sprezzanti dei pirateschi meccanismi dell'Ancien Régime, i nostri si sono trasformati in una fucina di dubbi: non si capisce bene, un po' opaco, ma chi ci guadagna, e insomma hanno smesso di pagare. Così ieri Davide Casaleggio, padrone e gestore di Rousseau, ha sospeso buona parte dei servizi: addio orizzonti di liberazione mondiale e algoritmica. Come sarebbe andata a finire, avrei dovuto capirlo prima ancora, quando Beppe Grillo faceva solo il comico e la disse impeccabile: «Nessun artista dovrebbe prostituirsi, se non per denaro».

 (ANSA il 2 ottobre 2020) - "Con enorme dispiacere siamo costretti a comunicare che, alla luce dell'attuale situazione economico-finanziaria aggiornata a seguito dell'ultima tranche di versamenti in scadenza nella giornata del 30 settembre, siamo costretti a procedere alla sospensione di alcuni servizi e all'annullamento di attività e/o iniziative programmate per il trimestre ottobre - dicembre 2020." Lo comunica l'Associazione Rousseau sul blog delle Stelle. "In assenza delle entrate previste non risultano ovviamente più sostenibili le spese necessarie per supportare specifici servizi che devono essere quindi ridotti, sospesi o slittati nel tempo", spiega Rousseau.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 2 ottobre 2020. «Gentili deputati e senatori del Movimento cinque stelle, vi scriviamo per sottoporvi il lancio del progetto OpenRousseau.org. Si tratta della realizzazione di Rousseau basata su software libero e open source per la piena sovranità digitale dei suoi partecipanti. Come ben sapete, la piattaforma Rousseu è un’applicazione proprietaria che gira sui server dell’Associazione Rousseau: il codice sorgente non si può leggere, i sistemi che conservano tutti i dati non garantiscono l’integrità e la trasparenza delle operazioni. OpenRousseau nasce per ribaltare tutto questo». (...) «Siamo un gruppo di hackers, avvocati e attivisti con ampia esperienza nella partecipazione politica, prima con liquid feedback usata dal partito pirata, poi con DECIDIM e ora con Open Rousseau». La mail, arrivata ieri sera nelle caselle di posta dei parlamentari del Movimento cinque stelle, è spiazzante e sorprendente, e La Stampa è in grado di riprodurla. E’ firmata da un collettivo di hacker e esperti di diritti umani e cybersecurity, hacker molto conosciuti in Italia e nella comunità informatica, guidati da Denis Roio (aka Jaromil), che per l’occasione dopo vent’anni rientra in Italia. Si tratta di un gruppo di persone (la comunità è su decidiamo.it) sganciate dalla politica e dalle imprese, che offrono gratuitamente quella che chiamano «una evoluzione di Rousseau» a tutti i parlamentari M5S. In sostanza, sostengono di avere già in mano lo strumento che consentirebbe di sostituire la piattaforma di Davide Casaleggio ma – a differenza di quello – uno strumento open source, non proprietario, aperto ai contributo dal basso di tutti. La cosa è assai interessante sia dal punto di vista tecnologico, sia da quello politico, perché si innesta nelle tensioni di una parte del gruppo parlamentare, guidata dai cosiddetti “contiani”, che vorrebbe sganciare Casaleggio dal Movimento. Per quanto riguarda la tecnologia, Fabio Pietrosanti spiega così le specifiche tecniche di OpenRousseau: «Esiste una piattaforma, DECIDIM, che è stata già usata a Barcellona e altri paesi europei. Il Comune di Milano la sperimenterà l’anno prossimo. E’ una equivalenza funzionale dell’applicativo di Rousseau. Rousseau ha ora iniziato a sviluppare “mobile Rousseau”, in modo open source. Lo fa con Emanuele Mazzilli, il loro cto che è a San Francisco (nda: Mazzilli è transitato direttamente da Facebook a lavorare per l’Associazione di Casaleggio. La cosa sollevò un caso perché secondo i critici sottolineava le reti relazionali che hanno aiutato i 5S anche nella gestione del framework di Facebook). La nostra idea è assemblare i due pezzi, il pezzo libero che Rousseau sta sviluppando per la propria applicazione mobile open source, utilizzando il backend, cioè la componente software libera DECIDIM. Mettendo insieme queste due cose, abbiamo creato un’alternativa funzionale alla piattaforma Rousseau di Casaleggio». A quel punto l’Associazione M5S potrebbe prendere l’esperienza Rousseau, ma averla come software libero e trasparente, su propri server, garantendo la sovranità digitale dei dati, che è ciò con cui Casaleggio esercita il suo potere sull’Associazione M5S. La cosa, ovviamente, sta già facendo sobbalzare il mondo grillino. Perché alcuni ne sono entusiasti, e stanno già contattando gli autori della proposta. Altri (l’Associazione Rousseau di Casaleggio) sono furiosi. Giorgio Trizzino, medico siciliano e deputato M5S, che Il Foglio definì «il grillino più vicino a Mattarellla», ha immediatamente commentato: «E’ la dimostrazione di quanto già sapevamo e cioè che la piattaforma Rousseau è una tecnologia riproducibile, migliorabile ma soprattutto che può essere utilizzata gratuitamente. L'intuizione che ebbe Casaleggio – sostiene Trizzino – di mettere al servizio dei cittadini un meccanismo tecnologico che li potesse collegare direttamente al cuore delle istituzioni ha funzionato fino a quando non si è trasformato esso stesso in strumento di coercizione, controllo e ricatto». Parole pesanti, che il deputato motiva così: «Ripeto ancora che se Casaleggio vuole davvero continuare l'opera meritoria di suo padre, faccia in modo di aiutare il Movimento a liberarsi da un vincolo così gravoso favorendo la transizione verso una forma un po' meno liquida ma di sicuro più democratica». Tuttavia pare chiaro fin dalle prime battute di questa vicenda che non è questa l’intenzione di Davide. Il quale ha affidato la risposta a una nota molto piccata dell’Associazione Rousseau, che lui presiede: «Un non meglio definito gruppo di esperti informatici è intenzionato a rilasciare in data 2 Ottobre un software open source denominato "Open Rousseau" che punterebbe a sostituire l'attuale piattaforma Rousseau». L’Associazione Rousseau sostiene che «Decidim non può sostituire Rousseau. La piattaforma Rousseau è stata sviluppata tenendo in considerazione le specifiche esigenze del M5S, arrivando a contare ben 22 funzionalità e servizi costruiti sulla base delle caratteristiche del M5S e necessari al mantenimento e allo sviluppo dell'infrastruttura tecnologica e sociale del Movimento 5 Stelle che conta oltre 170 mila iscritti e migliaia di eletti a diversi livelli istituzionali». E attacca, in maniera particolarmente sgradevole, Jaromil, accusandolo di essersi iscritto al gruppo "Rousseau Open Engineering", che sta sviluppando la app mobile di Rousseau: ma è proprio quello che una call libera e open source dovrebbe fare. Invece, per Casaleggio e la sua associazione, la pratica sembrerebbe andar bene solo se gli sviluppatori sono persone amiche. Come che sia, l’iniziativa andrà avanti. Nelle chat M5S qualcuno sta già affacciando il tema. Chi vuole svincolarsi da Casaleggio, su soldi e potere, nella battaglia politica grillina, ha un argomento assai pratico in più.

«Io, grillino ribelle dico: a furia di zittire il dissenso si rischia di sparire». Rocco Vazzana su Il Dubbio il 25 Settembre 2020. Andrea Colletti è uno degli otto parlamentari pentastellati finiti nel mirino dei probiviri del partito per “eresia”. La loro colpa? Aver votato No al referendum e averlo pure dichiarato pubblicamente. «I gruppi e le associazioni col tempo maturano, spero che accada anche al mio partito». Andrea Colletti è uno degli otto parlamentari pentastellati finiti nel mirino dei probiviri del partito per “eresia”. La loro colpa? Aver votato No al referendum e averlo pure dichiarato pubblicamente. «Ma non voglio parlare del mio caso», specifica subito al telefono Colletti, mentre cerca un posto in autobus, «il nostro regolamento me lo impedisce».

Parliamo in astratto allora. Sarebbe normale espellere chie esprime posizioni non allineate?

«Se dovessero prendere provvedimenti contro ogni persona che la pensa in maniera diversa rimarrebbero in due o tre a decidere e un gruppo di pecore a seguire. Il M5S si ridurrebbe a un numero di persone sempre più piccolo, destinato a diventare sempre più piccolo anche nella società».

Eppure il M5S ha sempre agito così…

«Capisco l’istinto di silenziare chi la pensa diversamente da te, è una reazione umana, ma i gruppi e le associazioni evolvono e maturano col tempo. Vediamo cosa succederà».

Lei parla di reazione umana, ma non funziona così in tutti i partiti. Cosa dovrebbe fare Zingaretti, espellere Orfini e Cuperlo per aver sposato la causa del No?

«Capisco il paragone, ma io non mi riferivo ai partiti, mi riferivo a un istinto umano e sociale».

In caso di espulsione farà ricorso?

«Non penso che si arrivi a questo. In ogni caso, da avvocato, utilizzerei tutte le procedure di garanzia qualora ritenessi ingiusto un provvedimento».

Si sente deluso?

«Da moltissimo tempo, non da ora, almeno da quando è iniziata questa legislatura, perché non riusciamo più a portare avanti i nostri tempi ed è difficile operare in Parlamento».

Cosa significherebbe per lei essere mandato via dal Movimento?

«Io ci sono dentro da prima che si chiamasse Movimento 5 Stelle, il problema non è mio. So di essere dalla parte del giusto e difendo le mie battaglie».

Cosa ne pensa dell’affermazione del Sì?

«Me l’aspettavo. Anzi, credevo che ci sarebbe stata un’affermazione ancora più ampia perché la domanda rivolta ai cittadini era molto semplice e semplicistica. Avevamo contro tutti i partiti».

Una volta ottenuto il taglio dei parlamentari è come se il Movimento faticasse a trovare obiettivi da perseguire per il futuro. È così?

«Mi sembra assurdo pensare che col taglio dei parlamentari il Movimento abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi. Dobbiamo ottenere ancora molte cose che abbiamo promesso e non abbiamo fatto e altre che non abbiamo promesso ma servono. Bisogna avere un’idea di società, però, per proiettarsi nel futuro. E in giro ne vedo poche di idee, anche negli altri partiti».

E nel futuro il Movimento deve posizionarsi stabilmente nel campo progressista?

«Non siamo mai stati un gruppo reazionario, quindi direi che potrebbe essere la strada giusta, a patto che non vengano meno le dovute differenze rispetto ai partiti tradizionali. La maggior parte delle nostre idee potrebbero obiettivamente far parte di quel campo, bisogna capire se anche il Pd, che attualmente occupa quello spazio, sarà in grado di dimostrarsi progressista.

A cosa porterà lo scontro Di Maio- Di Battista?

«Lo scontro tra persone o tra correnti non mi ha mai appassionato, preferisco parlare di idee e di ideali».

Quindi non la preoccupa un’eventuale scissione?

«In un partito in regressione numerica si rischia di scindere l’atomo più che altro».

Paolo Mieli benedice l’asse Pd-M5S, da Berlinguer a Crimi il passo è breve…Iuri Maria Prado su Il Riformista il 25 Agosto 2020. Se il primo quotidiano d’Italia, a firma di uno dei più influenti commentatori di questi decenni, cita con serietà la “piattaforma Rousseau” e “l’alleanza strutturale tra Pd e M5s” che essa ha “ratificato”, significa che a risentire del degrado in atto non è solo la decenza istituzionale e repubblicana, ma lo stesso tenore civile e democratico del Paese. Va da sé che l’editoriale di Paolo Mieli, pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, e da cui è tratto quel serio riferimento all’aggeggio truffaldino gestito dagli schedatori della Casaleggio & Associati, sarà da oggi e nei prossimi giorni la gemma prominente sul fusto ormai provetto del dibattitone in argomento di nuovo compromesso storico. Il fatto che non ci siano Moro e Zaccagnini da una parte, ma Giggino e Vito Crimi, né Berlinguer e Chiaromonte dall’altra, ma – con tutto il rispetto – Nicola Zingaretti e compagnia, rappresenta un dettaglio che non impensierisce lo storico commentatore ed ex direttore del Corriere. E si potrà dire che uno mette in pentola quel che trova in dispensa, e se c’è poca roba, e neanche ottima, ci si accontenta. Ma è proprio così? A noi, che siamo dei poveretti senza dottrina, pare che non sia così. Perché c’è un altro punto di vista che, per quanto bifolco, mira a qualche questioncella non proprio trascurabile nello scenario in cui dovrebbe compiersi “l’alleanza strutturale” di cui serissimamente si discute presso i circoli dell’informazione che conta. E si tratta di questo: che il Movimento 5 Stelle non rappresenta un vago complesso populista da istruire nel canone democratico, ma una originaria e ben formulata cultura di stampo neofascista, con non irrilevanti fregi di tipo neonazista che non dovrebbero essere giudicati con noncuranza giusto perché agghindano solo sporadicamente la prosa di quei pericolosi analfabeti. Non ostanti i leggiadri svolazzi di Giuliano Ferrara, che si diverte a spiegare agli imbecilli (tutti tranne lui e i suoi boys), che i 5 Stelle sono cambiati, è piuttosto vero che sono loro ad aver cambiato il Paese, o almeno ad averne contaminato il residuo decoro nel trionfo di una pratica illiberale che ha seminato violenza antidemocratica e arretratezza in ogni campo: in quello dell’economia governata dalla nazionalizzazione, dal sussidio e dal calmiere; in quello della giustizia uniformata alla direttiva della reazione giudiziaria; in quello dell’azione istituzionale ispirata alla derelizione del potere rappresentativo, con l’avvocato del popolo officiato a concedersi in visita a capriccio; infine, nel campo dei rapporti tra Stato e cittadino, minuzie piccoloborghesi perché se tre mesi di coprifuoco sospendono le libertà costituzionali tu vedi di infilarti mascherina e guanti “e non rompere i coglioni” (sempre Il Foglio). Che questo andazzo fosse e continui a essere inevitabile è proprio tutto da dimostrare. Perché qui – e torniamo al Corriere, che ammaestra il Pd alle regole del buon compromesso con gli statisti di Beppe Grillo – qui non siamo nemmeno al realismo che suggerisce di tener buona quella banda di scappati di casa preparando le condizioni della loro emarginazione: qui siamo a un’evoluzione diabolica di quel realismo, che non soprassiede a un disastro momentaneo ma ne architetta uno durevole e ne consacra la dignità. Auguroni.

Niccolò Carratelli per “la Stampa” il 26 luglio 2020. Più che Olimpiadi, Giochi senza frontiere. È vero che era un sabato di fine luglio e che in campo non c'erano i campioni - Di Maio e Di Battista interverranno oggi - ma il pubblico della prima giornata è stato davvero scarso. Poco più di 2mila persone collegate tra la mattina e il pomeriggio, per seguire i dibattiti programmati nel Villaggio virtuale di Rousseau. Una media di 30-40 spettatori per le diverse dirette su YouTube, ma alcuni "spazi" hanno faticato a superare i 20 contatti. Anche dove c'erano nomi di peso, come le ministre Azzolina e Catalfo o il capo politico Crimi, non è andata molto meglio. Tanto da dover aspettare imbarazzati domande che non arrivavano. E dire che le "Olimpiadi delle idee" dovevano servire a ricucire i rapporti sfilacciati con la base del Movimento. Molti attivisti, a quanto pare, hanno preferito fare altro. C'era una volta la democrazia diretta. -  

Giulio Gambino per tpi.it il 27 luglio 2020. Come anche Davide Casaleggio, intervistato da noi di TPI la scorsa settimana e le cui parole hanno fatto discutere aprendo un dibattito sui diversi fronti che dividono i 5s, anche l’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti è preoccupato. Perché? “Sono un progressista ed ecologista convinto, e questa maggioranza è la migliore possibile visti i numeri parlamentari, ma sono deluso dal governo. Difficile essere coerenti con se stessi e al contempo essere soddisfatti di questa maggioranza”, ci spiega. Fioramonti, professore e oggi deputato, si dimise da ministro a dicembre 2019 in protesta con il governo che non gli diede ascolto quando lui chiedeva quei famosi 3 miliardi di euro per la scuola. Ha le idee molto chiare sul dibattito che si è creato intorno alla ministra che ha preso il suo posto, Lucia Azzolina. Picchia duro sul modo di comunicare di questo governo e spiega la sua idea per un movimento ecologista e progressista le cui fondamenta sono già state gettate e intorno al quale si muovono diversi deputati e senatori. Ha appena scritto un libro: “Un’economia per stare bene – Dalla pandemia del coronavirus alla salute delle persone e dell’ambiente” (Chiarelettere). “Oggi sono un deputato, appartengo al gruppo misto, ma tanti partiti mi hanno chiesto di entrare a far parte dei loro schieramenti politici”.

Chi?

“Dagli ex Dc, alla sinistra ed alcuni esponenti di centrodestra, passando anche per alcuni pezzi del Pd”.

E alla fine?

“Non m’interessa. Sono interessato a vedere se si può creare un sinergia che porti a un movimento progressista ed ecologista, ma non sono Calenda o Renzi, non credo in chi fa un movimento da solo”.

Mi faccia capire meglio.

“Sto dialogando con pezzi di società per punti molto concreti: il mondo così va alla deriva, il genere umano rischia di estinguersi ed il Paese di collassare sotto disastri ecologici e sociali. E noi siamo lì a fare i distinguo, quando invece dovremmo fare gioco di squadra tra persone che la pensano al 99% allo stesso modo. Mi interessa il progetto, la condivisione di un percorso, non la rielezione. Non ho alcun problema a tornarmene al mio lavoro, in Germania, dalla mia famiglia”.

Quanto guadagnava prima?

“Prima di diventare deputato guadagnavo, spannometricamente, 2 milioni di rand in Sudafrica, pari a circa 130mila euro, ma lì la vita costa un quarto di quello che costa in Italia, quindi come se ne guadagnassi 400mila”.

E oggi?

“Quello che guadagna qualsiasi deputato. Complessivamente 12mila euro al mese, poi toglici 3mila per collaboratori e le spese di gestione dell’ufficio, quindi siamo sugli 8-9mila euro al mese netti. Un lauto compenso, ovviamente, ma non difforme da quanto guadagnavo prima”.

Torniamo al suo movimento, chi ci starebbe in questo suo gruppo?

“Noi abbiamo iniziato…”.

Aspetti, noi chi?

“Ho lanciato una rete, nemmeno un movimento si può chiamare, ma appunto solo una rete: un dialogo che coinvolge tanti parlamentari ed esponenti della società. La settimana scorsa abbiamo fatto un dibattito online con tante persone, da parlamentari di LEU come De Petris, Fratoianni, Palazzotto, Laforgia fino ad ex M5s come Fattori, Nugnes e Pizzarotti), fino ad esponenti PD come Smeriglio e Majorino. Molte persone”.

Nemmeno uno dell’opposizione?

“No, no. Il nostro è un fronte progressista. Alcuni leghisti mi vogliono bene, ma non sono politicamente affine a quel mondo lì. E non voglio neanche. Guardo a un ambito che va dal centro moderato fino alla sinistra radicale”.

Poi?

“Ho ottimi rapporti con amministratori come Elly Schlein, De Magistris, Sala, Emiliano”.

Qual è il nome del movimento?

“Non è un movimento ma una rete di persone, il nome dell’evento, che si è svolto venerdì e che è stato trasmesso in streaming su Radio Radicale, il Manifesto e sulla Rivista Left, è "Insieme per il futuro". A settembre faremo un’altra conferenza simile in cui lanceremo 10 proposte su come gestire il Recovery Plan”.

Per fare la conta dei voti in Parlamento?

“Bè, chi parteciperà alla nostra conferenza sul Recovery spero si impegni a fare il cane da guardia in Parlamento per far sì che le proposte vengano prese sul serio dal Governo”.

Di quanti parlamentari parliamo?

“Almeno una ventina hanno partecipato ai lavori della rete. Tra questi ci sono otto senatori, numeri decisivi”.

Senta, ma questo governo dura?

“Penso di sì, ma se dura potrebbe non essere per merito suo”.

Oggi serve un rimpasto?

“Sì. Un nuovo approccio”.

Chi va cambiato?

“Non lo so, non mi faccia fare i soliti nomi, penso che serva un segnale di inversione”.

Oggi serve un Conte 3, quindi, mi faccia capire?

“Sì, ma non con un nuovo Conte”.

Serve un nuovo premier, cioè?

“Serve un governo con un respiro nuovo, va bene anche lo stesso Conte come premier, ma che cambi passo. Deve dare una visione. Deve essere un programmatore, non solo un annunciatore. Oppure, l’alternativa è un governo diverso con nuovo premier, ma la vedo dura”.

Cioè cosa deve fare Conte per cambiar passo?

“Ponga condizioni: se non si va avanti così dica "Io me ne torno a casa e ve la vedete da soli"…”.

Cioè come fece lei, Fioramonti …

“Sì, magari a lui gli va bene…”.

Perché?

“Perché nel mio caso fu proprio lui a non prendere una decisione. Non fu in grado di gestire quel percorso. Il premier è scappato senza confronto o altro, per mesi”.

Ma alla fine a questo governo finora che voto dà?

“L’emergenza è stata gestita bene tutto sommato, con alcuni errori come l’incoerenza sulle mascherine o le mancate zone rosse…”.

Alt, ovvero? Andavano fatte secondo lei?

“Per me la salute delle persone e dell’ambiente vengono sempre prima. Le zone rosse vanno fatte se ci dicono che vanno fatte. Punto”.

Dicevamo, sul giudizio del governo…

“Sì, questo governo – per stile – va molto a tentoni, una gestione politica un po’ improvvisata. Fa gli stati generali ma è una passerella, non tira fuori uno straccio di programma. C’è la task force di Colao e poi non ne esce nulla. A me spaventa un governo che con 209 miliardi di euro a disposizione non sa che fare. Pensa più alla forma che alla sostanza, troppo peso alla comunicazione. Serve invece una visione e tanta capacità di programmazione. Non solo a 3 mesi, ma a 30 anni”.

Come mai è così severo?

“Sono stato due anni al governo e c’è stata sempre molta improvvisazione. Poca strutturazione. Non c’è una visione complessiva”.

A proposito, ma Casalino come lo giudica?

“È il grande ideatore di questo sistema. Ha sempre detto: non conta quello che fai, conta quello che dici. Mi diceva: ‘Lorenzo, i giornalisti hanno 48 ore di memoria, dopodiché gli devi dare altro da dire’. È per questo che si fanno gli stati generali e poi task force come quella che ha prodotto il piano Colao… Casalino ha capito bene come funziona in Italia. Il giornalismo investigativo è molto limitato, spesso è online, e i giornali devono fare anche gossip politico, dove lui sguazza. Lui è bravissimo su questo. Ma l’Italia non la migliori così”.

Nel parlare così, in modo diretto e dirompente, fuori dal coro, outcast puro, mi ricorda Calenda. Lei si sente un po’ un Calenda grillino?

“Con Calenda c’è un buon rapporto, ci sentiamo al telefono, siamo cani sciolti entrambi, abbiamo idee molto diverse, come ad esempio su Ilva, e su altre cose ancora come Eni, contro cui io mi scontrai, ma sicuramente nello stile potremmo avere qualcosa in comune”.

Dieci anni dopo, dei 5s cosa rimane?

“Io ci ho creduto, ma devono ritrovare una bussola. Dovevano essere una cintura di trasmissione tra cittadinanza e politica, ma si sono piegati alle poltrone, più ossessionati dalle nomine nei CdA che dalla trasformazione del Paese. I 5s oggi si stanno comportando molto più come politici di lungo corso anziché come voce di cittadinanza”.

Qualche nome di ministro da cambiare me lo deve fare però…

“Mmm …meglio di no, veramente le dico, altrimenti esce fuori il titolo che Fioramonti attacca il ministro X, e si perde tutto il resto del mio discorso“.

Andiamo avanti: Governissimo sì o no?

“Bah, le ripeto: non sono contrario a un governo di più ampio respiro”.

Definisca “di più ampio respiro”.

“Se un Conte 3 con guida diversa ha bisogno anche di voti moderati, mica dico di no”.

Sì ma Berlusconi?

“Eviterei anche per una questione di carattere simbolico-narrativa. È il simbolo di un Italia alla deriva culturale e sociale”.

Mes sì o no?

“I soldi vanno presi, ma attenzione: se non lo facciamo insieme ad altri Paesi europei, come Spagna, Portogallo e magari Francia, rischiamo l’effetto stigma. Sembrerebbe cioè un segno di debolezza per l’Italia se va da sola, farebbe alzare i tassi d’interesse sui mercati”.

Lo stato emergenza va prorogato sì o no?

“No. Perché rischiamo di fare più il male che il bene dell’Italia. Rischia di soffocarci. Se si vuole, tanto, decreti e leggi si fanno in 3 giorni, non servono DPCM”.

Azzolina: qual è il suo giudizio del nostro ministro dell’Istruzione?

“Lucia Azzolina ha sbagliato l’impostazione perché è arrivata al ministero pensando di sapere tutto. Da sottosegretaria all’Istruzione, quando io ero ministro, già si era messa di traverso su molte cose, creando gravi problemi con i sindacati, generando tensioni nella scuola. Un’arroganza che l’ha portata a intraprendere scelte non condivise. Dice di aver trovato tutti questi soldi ma non è così, sono sempre stati lì”.

In che senso, scusi? Non è vero che ha messo 6 miliardi sulla scuola?

“Assolutamente no. Voi giornalisti non lo sapete, ma nel mondo della scuola tutti lo sanno: non sono mai mancati i finanziamenti in conto capitale (finanziamenti europei, prestiti europei, finanziamenti strutturali), ciò che manca da sempre è la spesa corrente. C’è una enorme differenza. La ministra lo sa ma fa una comunicazione tendenziosa, rivendendosi fondi in conto capitale già presenti come se fossero risorse fresche in spesa corrente. Allo stato attuale questo governo ha messo 1,4 miliardi sulla scuola in spesa corrente tramite il Decreto Rilancio. Punto. Questi sono soldi veri. Nient’altro”.

Quindi, quando dice che ha messo 6 miliardi, come fa a dirlo?

“Fa un misto fritto: 1,4 miliardi in spesa corrente e poi il resto lo attinge da fondi europei – che già c’erano – e che dice che spenderà. Prende soldi che già c’erano. Fa finta che li ha trovati lei”.

Quanti ne sarebbero serviti in spesa corrente invece?

“Almeno 3 miliardi”.

Cioè gli stessi che chiedeva lei quando si dimise…

“Quando chiedevo 3 miliardi, non chiedevo quei soldi in conto capitale ma in spesa corrente. Se io avessi fatto quello oggi sta dicendo la Azzolina sarei stato preso in giro. Ma tutti lo sanno nel mondo della scuola e della amministrazione, e anche lei non sta facendo una bella figura, a settembre la verità verrà fuori. Azzolina conosce molto bene la scuola. Avrebbe potuto coinvolgere la comunità scolastica nelle sue decisioni e la pandemia le avrebbe dato l’autorità morale per essere amata da tutti”.

Si è pentito di essersi dimesso?

“Mah guardi, no, non mi sono pentito… Se non mi fossi dimesso sarei stato connivente, ho seguito una linea di coerenza. E sarei rimasto nella memoria degli studenti come un altro politicante chiacchierone. Invece ancora oggi molti riconoscono la coerenza e la serietà del mio gesto, ma certo mi rimpiangono a viale Trastevere”.

E sui banchi?

“Sono un effetto di quello che le ho detto: la ministra deve far vedere che ha speso i soldi. E siccome non ha risorse sufficienti in spesa corrente per gli organici, si riduce a comprare banchi e tablet”.

Ma arriveranno per tempo questi banchi sì o no?

“Non faccio il falegname di lavoro ma penso sia impossibile. Nemmeno a livello europeo. Forse in Cina potrebbero produrne così tanti e così velocemente, ma dubito avranno capacità di farlo, e non so se valga la pena darli ai cinesi quei soldi”.

Cosa ne pensa di questa idea delle 10 milioni di mascherine al giorno per alunni e prof? Alla fine dell’anno produrremo 2 miliardi di mascherine. E come le smaltiamo?

“Una follia. Classi più piccole e distanziamento. Questo serve. Che per inciso ci aiuta a costruire una scuola migliore, a prescindere dal Covid. Pensare di tenere i bambini con le mascherine è folle. Dobbiamo cogliere questa opportunità per ritrovarci una scuola migliore in futuro. Ed è fondamentale investire su studenti e insegnanti. Sulle persone che fanno la scuola”.

Insegnanti, ne sono stati chiesti 80mila…

“Tutti gli anni intorno a luglio il ministro dell’Istruzione chiede al MEF circa 50mila cattedre, a prescindere dalla pandemia. La Azzolina ne ha chiesti 30mila in più. Ancora pochi a fronte dei pensionamenti e delle esigenze della pandemia. Vedremo se glieli daranno”.

Azzolina è stata troppo dura con i sindacati?

“Non sono amante del mondo dei sindacati a prescindere, ma sono indispensabili. Da ministro ti siedi e ci parli”.

Se il grillismo finisce a congresso. Carlo Fusi Il Dubbio il 15 giugno 2020. Fummo facili profeti, alcuni mesi fa, a dire che si era aperto al centro dello scenario politico una voragine: la crisi dei Cinquestelle, terremotando qualsiasi equilibrio possibile. Lo scontro tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista non è che il portato di quella crisi. Ci sono due considerazioni possibili. La prima concerne l’M5S. Il richiamo di Di Battista ad un congresso suonerebbe giustificato ma diventa paradossale per un MoVimento che ha fondato la sua identità sul rifiuto della forma partito che, al contrario, la celebrazione di un congresso sancirebbe. E poi: chi sceglierebbe i delegati? Con quale criterio? Con quali poteri? Altro che ritorno alle origini. In qualunque forma si dovesse svolgere, quel congresso sancirebbe la definitiva trasformazione dei Cinquestelle in quello che mai avrebbero voluto essere. Meno paradossale ma più contundente risulta la risposta di Grillo. Che squaderna una concezione pseudo- proprietaria del MoVimento. Le marmotte sono roditori. Vanno in letargo ma quando si svegliano fermarle è complicato. C’è chi si è spinto a parlare di scissione: forse esagera. Però il fatto che finalmente i Cinquestelle discutano chi sono e chi devono essere, con quali alleati e con quali prospettive, è un bene. La seconda considerazione concerne il presidente del Consiglio. Ci sono evoluzioni che anche il più abile degli equilibristi non può permettersi. Giuseppe Conte doveva essere “l’esecutore” dell’accordo di governo gialloverde, indossando ( e vantandosene) una robusta casacca populista. Poi è diventato il primus inter pares di quell’esecutivo con due vice politicamente più pesanti di lui. Poi l’uomo dell’anatema contro Salvini. Poi il tecnico che salda il passaggio dal gialloverde al giallorosso. Poi «un fortissimo punto di riferimento di tutte le forze progressiste», Zingaretti dixit. Poi il capo di un partito personale ( mai fondato e smentito) capace di sfondare il muro del 15 per cento. Per ultimo (?) il nuovo leader dei Pentastellati che con lui rinverdirebbero i fasti del 2018: a patto, ricorda Di Battista, che almeno si iscriva al partito- non partito. Ce n’è da far girare la testa al più acrobatico dei funamboli. Vero è che parecchie di quelle etichette Conte non le ha scelte: gli vengono appiccicate addosso. Tuttavia il punto politico non muta. Poiché l’inquilino di palazzo Chigi è considerato nella fase attuale l’unico interprete possibile dell’equilibrio di governo, ricade sulle sue spalle l’onere di sedare i sommovimenti che minacciano di sfarinare la maggioranza.

Federico Ferraù per ilsussidiario.net il 17 giugno 2020. Grillo pensava di rimettere le cose a posto, ma si è sbagliato. In più la svolta filo-Conte potrebbe avere conseguenze indesiderate per l’Elevato. “L’effetto paradossale è stato quello di riallineare tutti quelli che non vogliono morire contiani, a cominciare da Casaleggio, Di Maio e Di Battista”, dice Jacopo Iacoboni, giornalista politico de La Stampa, gli ultimi due libri-inchieste dedicati a M5s. Se i tre trovano un’intesa, possono infischiarsene di Grillo. Ma non ci sono solo le divisioni interne. Che ci sia stato o no il finanziamento del Venezuela, Iacoboni fa notare che “tutti i peggiori regimi sono stati loro amici”. E poi il nodo del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), sul quale oggi la Bonino (+Europa) presenterà un testo che impegna il governo ad attivarlo subito. I grillini sul Mes sono spaccati e la maggioranza potrebbe dividersi.

Il giallo sui soldi venezuelani lo consideri archiviato?

«Archiviato no. Diciamo che non lo considero dimostrato: sarà molto difficile, se ci sono, trovare quei soldi. Intanto dobbiamo registrare le smentite, dal regime di Maduro a Casaleggio e ai 5 Stelle».

Non è tutto, immagino.

«No. La storia è controversa, ma non ho neanche apprezzato quelli che in Italia si sono affrettati a dare per buone le veline del regime di Maduro, o a screditare Abc. La prima cosa che ho fatto io è stata chiedere, a colleghi spagnoli di cui mi fido, peraltro colleghi liberal, non conservatori, che tipo di giornale fosse Abc».

E cosa ti hanno detto?

«La risposta è stata questa: Abc è il più antico giornale di Spagna. È un giornale di destra, molto anti-Maduro ma non certo un sito cospirazionista. Appartiene al novero delle fonti tradizionali spagnole. Marcos Garcia Rey, l’autore dell’inchiesta, ha lavorato con consorzi investigativi riconosciuti a livello internazionale. Dobbiamo occuparcene».

Insomma meglio essere prudenti e aspettare.

«Direi di sì. C’è chi insiste nel negare l’autenticità del documento che attesterebbe il passaggio di denaro, mentre Abc dice che è autentico. Dunque per ora ciò che scrive dobbiamo prenderlo sul serio. Anche se restando neutrali».

C’è poi la questione delle simpatie esplicite di M5s per il chavismo.

«I legami geopolitici tra M5s e il Venezuela sono evidenti da tempo. Il governo Conte1 è stato l’unico in Europa ad avere assunto una posizione pro Maduro nel gennaio 2019, all’epoca della rivolta di Guaidó, posizione poi lievemente corretta in una specie di neutralismo».

Nel 2018 Manlio Di Stefano ha presentato una risoluzione M5s alla Camera di condanna delle ingerenze estere in Venezuela. I parlamentari M5s sono stati spesso ricevuti in pompa magna a Caracas.

«Nel 2015 hanno organizzato un convegno alla Camera,  intitolato “L’alba di una nuova Europa” – “Alba” sta per “Alleanza bolivariana per le Americhe”, l’organizzazione fondata nel 2004 da Hugo Chávez e Fidel Castro – con presente tutta l’enclave chavista e filorussa grillina, e molto del chavismo internazionale».

Quali considerazioni ti suggerisce tutto questo?

«Direi che la realtà di questa storia, a prescindere dalla questione eventuale finanziamento sì–finanziamento no, sta nel fatto che M5s, storicamente, si è sempre avvicinato a tutti i regimi autoritari. Li ha annusati tutti, ci ha flirtato, da Putin alla Cina passando per il Venezuela e l’Iran. Tutti i peggiori regimi sono stati loro amici, politicamente».

Oggi quando si dice Putin si pensa alla Lega.

«Ma figurarsi, anche il M5s ha guardato a Putin. Ha trattato con il suo emissario in Europa, Sergej Zeleznyak, lo stesso che incontrava Salvini. Giuseppe Conte, premier espresso dai 5 Stelle, vanta un rapporto personale con il presidente russo e lo ha difeso durante la vicenda degli aiuti russi in Italia».

Conte è l’unico premier del G7 che disse sì alla proposta di Trump di far rientrare Putin nel G7. Direi proprio che la questione interessante è il flirt con i regimi autoritari. E non riguarda affatto solo Di Maio con la Cina, o Di Battista: riguarda Grillo, riguarda Conte.

«Escluderesti mani estere in questa storia, un intervento per indebolire un governo troppo sbilanciato verso Pechino?

Mah, non credo ai complottismi. Mi pare che, al massimo, ci sia una guerra tra Maduro e la sua opposizione interna, che ha mille motivi per opporsi a un regime corrotto e oppressivo».

Di certo sono autoritari anche i modi di Grillo.

«Con quel tweet contro Di Battista ha fatto un intervento ingeneroso e cattivo, da padre-padrone che divora i suoi figli, li considera roba sua, da poterne disporre a piacimento. Possiamo dire tante cose su Di Battista o Di Maio, io sinceramente ho scritto critiche severe, e articoli che non gli devono essere piaciuti…»

Però?

«Però in questo frangente stanno più o meno continuando a fare alcune delle battaglie del M5s, la critica all’Europa, per esempio, o l’idea dell’Italia nazionalista. È assai più imbarazzante, eticamente, la svolta filo-Conte e filo-Pd di Grillo, diventato una sorta di bodyguard del contismo e dello status quo».

Come la spieghi?

«È molto meglio stare protetti all’ombra del governo che con le spalle scoperte all’opposizione. Sappiamo che ha travagliate vicende familiari».

Perché si è mosso proprio adesso? Ha visto il M5s indebolirsi troppo?

«Grillo viene continuamente sollecitato, spesso chiamato per telefono, da quella parte di pretoriani filo-Pd, come Taverna e Fico, che pensano di dirimere le questioni interne con la sua autorità. Ora terrei d’occhio i possibili effetti del suo intervento».

Che cosa intendi?

«Di fronte a questo asse letteralmente incredibile tra Grillo e Conte, l’effetto paradossale è stato quello di riallineare tutti quelli che non vogliono morire contiani. A cominciare da Casaleggio, Di Maio e Di Battista, che erano tre entità abbastanza separate, o comunque disallineate. Ma probabilmente tutti e tre stanno pensando: perché dobbiamo regalare il nostro Movimento a Conte e a Grillo che lo mette al servizio del Pd?»

Oggi, a Palazzo Madama, +Europa potrebbe presentare una mozione per accedere subito al Mes. M5s si spaccherà?

«Non escludo niente. Io continuo a pensare che Conte la faccia troppo facile pensando che arriverà il sì al Mes di M5s. Non faccio previsioni, che non mi piacciono, ma non la vedo facile. All’interno dei 5 Stelle la situazione è agitata».

Di Battista può riuscire a fa cambiare direzione ai 5 Stelle o a prendersi una parte di Movimento?

«Non credo da solo. Di Battista e Di Maio possono cambiare la situazione soltanto se sono uniti e se trovano un’intesa con Davide Casaleggio. Se si allineano queste tre figure, Grillo con i suoi comportamenti da padre padrone può avere la peggio, perché la sua presa sul Movimento è ormai nulla, al di là di queste uscite periodiche. Invece Casaleggio, Di Maio e Di Battista in un modo o nell’altro sono lì che faticano quotidianamente sul Movimento. Bene o male che sia».

Il dossier Venezuela e le divisioni interne possono indebolire ulteriormente il governo in questa fase?

«Il governo è già debolissimo e inconcludente, e tirerà i mesi estivi sperando nella distrazione degli italiani in attesa di settembre. Non vedo un buon autunno, per la crisi economica che arriverà e la dubbia capacità di Conte di gestirla».

L’arma di Conte?

«Conte ha dalla sua la volontà di quieta non muovere del Colle. Ma credo che non sia una protezione a vita».

La crisi si aggraverà, e Conte, pare, punta al Quirinale. Non farebbe comodo a Mattarella dare il governo a un piddino come Franceschini?

«Non  voglio fare speculazioni. Il Pd ha tanti nomi, da Sassoli a Guerini e Franceschini, che, comunque la si pensi, hanno esperienza politica e capacità, e sarebbero certamente una garanzia migliore rispetto a un poco noto avvocato con doti politiche trasversali».

Terremoto nel Movimento 5 Stelle: dopo lo scontro Dibba-Grillo e i soldi in nero, scissione all’orizzonte. Claudia Fusani su Il Riformista il 16 Giugno 2020. Se fosse una serie tv, saremmo alla spettacolare contromossa orchestrata da barbe finte per contenere e respingere il competitor interno in lotta per la leadership del movimento. Poiché siamo nella realtà della politica italiana, possiamo dire che “il caso”, con un tempismo straordinario, rimette le cose a posto. Nel senso che strozza in culla il tentativo di un quasi putsch interno in casa 5 Stelle. Rinvia una scissione che resta però nei fatti. Toglie il megafono alla chiamata alle armi di Alessandro Di Battista per «un movimento che torni alle sue origini e al rispetto delle regole» a cominciare dalla nomina di un nuovo capo politico in grado di ridare anima e sostanza alle stelle del Movimento. Infine, rimette al centro della partita, con palla al piede, Giuseppe Conte, Beppe Grillo e l’ala governista del Movimento. Succede tutto in 24 ore. Che conviene provare a raccontare dalla fine. Ieri mattina il quotidiano spagnolo ABC pubblica in prima pagina con tanto di prova fotografica una notizia che è una vera bomba: nel 2010 il regime venezuelano di Ugo Chavez avrebbe finanziato il Movimento 5 Stelle con la bellezza di 3 milioni e mezzo di euro. Seguono dettagli della “notizia”. L’attuale presidente del Venezuela e all’epoca ministro degli Esteri Maduro avrebbe spedito una valigetta al consolato venezuelano a Milano dove poi sarebbe stata consegnata a Gianroberto Casaleggio promotore, secondo l’informativa, «di un movimento rivoluzionario e anticapitalista di sinistra nella Repubblica italiana». ABC cita documenti classificati top secret dall’intelligence militare venezuelana. In quelle carte si spiega che il console venezuelano a Milano, Gian Carlo di Martino sarebbe stato l’intermediario della valigetta consegnata a Casaleggio. I soldi sono stati inviati «in modo sicuro attraverso un bagaglio diplomatico» e provenivano dai fondi riservati amministrati dall’allora ministro dell’Interno Tareck el Aissami, un fedelissimo di Muduro. Il dossier dell’intelligence porta la firma di Hugo Carvajal, generale latitante dal 2019, ricercato dagli Usa che Maduro ha espulso e proclamato traditore per il suo sostegno a Juan Guaido. Nel 2010, la valigetta creò anche un problema interno alla diplomazia venezuelana perché era stata trovata dall’addetto militare che ne aveva informato Carvajal. Questi lo avrebbe tranquillizzato con un dispaccio in cui affermava: «Sono state impartite istruzioni verbali al nostro funzionario in Italia per non continuare a riferire sulla questione, che potrebbe diventare un problema diplomatico» tra Italia e Venezuela. Questi i punti essenziali della ricostruzione del giornale spagnolo sparata ieri mattina per colazione nell’edizione on line. Al netto delle querele per diffamazione che sono state promesse dai vertici del Movimento e dal console venezuelano a Milano, anche il più inesperto di spy story capisce che in un mondo di ombre e sospetti e scarsa democrazia quale è il Venezuela, si tratta di una notizia “perfetta”: non è verificabile alla fonte, cioè con l’intelligence; i contanti non lasciano traccia; sono morti il datore e il destinatario dei soldi, Chavez e Gianroberto Casaleggio. L’unica cosa vera, sono le simpatie rivendicate spesso dai vertici del Movimento, a cominciare da Di Battista per finire con l’attuale sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, nei confronti di Chavez prima e Maduro poi. Indimenticabili alcuni passaggi della storia recente, dal convegno organizzato alla Camera nel 2015 in cui un relatore plaudì “al governo Maduro” alla delegazione M5s che nel 2017 volò a Caracas per commemorare Chavez. Il contesto, nel cucinare falsi dossier, sappiamo essere prezioso come l’aria. Se qualcosa è possibile, in un attimo diventa probabile. Comunque, tra secche smentite del console del Venezuela, di Casaleggio jr, di Crimi, Bonafede e di tutto il vertice pentastellato e altrettanto secche conferme della direzione del giornale spagnolo, il risultato è che l’ultimatum consegnato domenica da Di Battista a Conte si è dissolto ieri in giornata come neve al sole. Ed ecco che il tempismo nella propalazione del dossier venezuelano diventa quasi la vera notizia. Da giorni Di Battista e Casaleggio jr mandano segnali all’ala governativa del Movimento. E a Giuseppe Conte. «Se vuole essere leader del Movimento e come tale governare da premier deve iscriversi al Movimento, sottoporsi al consenso tramite la votazione sulla piattaforma Rousseau e poi partecipare ai nostri Stati generali che devono essere convocati il prima possibile» è la sintesi del ragionamento di Di Battista. Il quale si è a sua volta candidato alla guida del Movimento «troppo ingessato e freddo rispetto alle battaglie fondative che nel 2018 lo hanno fatto votare dal 33 per cento degli italiani». Casaleggio jr, custode delle regole del Movimento e della piattaforma Rousseau, in questa fase, appoggia Di Battista quando ripete, lo fa da giorni, che non si può derogare alla regola del “secondo mandato”, il che metterebbe fuori gioco alle prossime elezioni tutto lo stato maggiore del Movimento in Parlamento dal 2013. Non a caso le truppe parlamentari sopportano sempre meno la presenza della Casaleggio e associati e soprattutto l’obbligo di dover versare ogni mese 300 euro. Prima ancora dell’inchiesta di Abc, lo stop a Dibba era arrivato da Beppe Grillo, il garante del Movimento, che già domenica, poche ore dopo la sua intervista lo aveva paragonato ai “terrapiattisti” e ai “gilet arancioni di Pappalardo” e a “chi vive nel passato come nel film Il giorno della marmotta”. L’inchiesta di ieri mattina ha fatto il resto. Troppo presto per dire se alla fine di queste 24 ore Giuseppe Conte e il progetto politico di cui è il referente, senza la legittimazione di Rousseau né degli Stati generali, escono più o meno saldi. I sondaggi che danno il partito di Giuseppi e il Movimento volare intorno al 30%, lo ringalluzziscono e non poco. Il ventilatore messo in azione ha però colpito il Movimento che resta a rischio scissione. Il Pd osserva preoccupato e nervoso, da azionista di maggioranza rischia di trovarsi a fare da spalla. Le opposizioni chiedono commissioni d’inchiesta e informative in Parlamento. Precarietà e incertezza destinate a pesare sulla legislatura.

 Da repubblica.it il 21 giugno 2020. Dopo le polemiche degli esponenti grillini e la denuncia alla procura di Milano del fondatore di Rosseau, Davide Casaleggio, sul presunto scandalo dei fondi venezuelani ai 5Stelle interviene il garante del Movimento, Beppe Grillo. "Lo scoop del quotidiano spangolo? Ci vedo l'ombra del grande fratello sullo scoop spagnolo. Quale è lo scopo di far uscire una notizia falsa, appositamente costruita, mentre il governo italiano è impegnato in una difficile fase di uscita da una crisi spaventosa?", domanda sul suo blog Grillo. Il commento, anzi, l'accusa, si riferisce a quanto riportato nei giorni scorsi dal giornale Abc, che ha pubblicato un documento (falso secondo i grillini) con cui i servizi segreti di Caracas hanno dato informazione di un presunto stanziamento di 3,5 milioni di euro al Movimento, fatto che risalirebbe al 2010. Dopo giorni di polemiche, ora Grillo punta il dito contro l'intelligence e lo fa tramite le parole dell'ambasciatore Torquato Cardilli, che in un articolo pubblicato sul blog del fondatore 5Stelle scrive: La storia ci ha insegnato che spesso i servizi segreti hanno fabbricato documenti e prove false per ingannare amici e nemici, facendoli apparire come veri. Allora  - prosegue l'articolo di Cardilli - bisogna cercare di capire quale sia stato lo scopo di far uscire questa notizia falsa, appositamente costruita, mentre il Governo italiano è impegnato in una difficile fase di uscita da una crisi spaventosa, sul piano economico e sociale, causata dal coronavirus".

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 16 giugno 2020.

Barbara Lezzi, esiste la possibilità di una scissione del M5S?

«La scissione non è stata mai oggetto di discussione né per me né per colleghi e attivisti con cui mi confronto».

Sì aspettava le parole di Grillo su Di Battista?

«No. Spero non sia mal consigliato. Posso solo dire che, per me, insieme a lui che è il garante, il M5S è fatto di tutti coloro che hanno dato e continuano a dare tanto a questo progetto».

C'è chi teme per la tenuta del governo...

«Da parte dei 5 Stelle non c'è questa intenzione».

Grillo ha parlato di acqua, Di Battista di ambiente: è un ritorno alle origini?

«Siamo sempre convinti che il referendum sull'acqua debba essere rispettato e che l'ambiente sia elemento essenziale di benessere. Entrambi prevedono investimenti pubblici, quindi lavoro per le imprese».

Di Battista ha proposto il servizio ambientale.

«Si tratta di una buona idea per dare lavoro ai giovani e avere cura del territorio in cambio. Io invece vorrei puntare sul conflitto di interessi e ho intenzione di presentare un disegno di legge che ponga un tetto di due mandati a per i dirigenti di aziende partecipate».

Ma il tema chiave dei prossimi mesi rischia di essere l'economia.

«Deve essere l'economia il tema chiave. Servono ammortizzatori sociali più robusti per gli autonomi anzitutto. E poi, come dicevo, puntare sugli investimenti pubblici che stimolano i privati e creano lavoro. Se si interverrà sulle manutenzioni ordinarie delle infrastrutture e realizzazione di quelle carenti in una cospicua parte del territorio, sulla scuola, la ricerca, la cura del territorio, saranno soldi pubblici spesi per il bene di tutti».

Ha difeso Casaleggio sul caso Venezuela.

«Senza alcuna esitazione e lo farò ogni volta che ce ne sarà bisogno. Gianroberto avrà per sempre tutta la mia riconoscenza e il mio rispetto».

Da liberoquotidiano.it il 16 giugno 2020. Qui crolla il M5s. Non solo la bomba del caso-Venezuela, in attesa che si faccia chiarezza. Come è noto ci si è messo anche Alessandro Di Battista, il grillino urlatore che di fatto tenta la spallata a Giuseppe Conte e la scalata al partito. E così, nel momento del caos, ecco che scende in campo Marco Travaglio, il direttore grillino, colui che detta la linea al partito con le Stellette. Nel suo fondo sul Fatto Quotidiano di oggi, martedì 16 giugno, premette: "Capire che succede e succederà nei 5Stelle è più difficile che capire cosa vuole il Pd e a cosa serve Salvini. Perché il M5s non è più un movimento e non è ancora un partito", ripete il solito ritornello. Dunque, il direttore, assolve - e te pareva - Di Battista, spiegando che non si sta muovendo per le poltrone, ma per le sue idee e per la sua idea di M5s. Ma non è questo il punto. Il punto è che Travaglio, come detto, detta la linea. Spiega che a far infuriare Beppe Grillo è stata la frase "si vota e vediamo chi vince" pronunciata da Dibba in relazione a Giuseppe Conte, invitato a iscriversi per poi, eventualmente, scalare il M5s. Travaglio spiega che secondo Grillo "la fase del capo politico con pieni poteri è superata, dunque niente conta all'O.k. Corral che destabilizzerebbe il governo e dilanierebbe i 5Stelle; molto meglio una segreteria allargata a tutte le anime, come il direttorio che l'estate scorsa decise con lui la svolta giallorossa". Dunque, Travaglio aggiunge che "Grillo ha ragione da vendere col sostegno a Conte e l'allergia al capo politico unico". E tanto basta: scommettiamo che, dopo queste parole di Travaglio, nel M5s andrà esattamente così?

Ilario Lombardo per “la Stampa” il 16 giugno 2020. Non c’è solo Alessandro Di Battista nell’orizzonte delle ostilità di Beppe Grillo. Da settimane, nel retrobottega del Movimento, si sta consumando un duello tra il comico genovese e Davide Casaleggio. Uno scontro dal quale dipende anche il destino di Giuseppe Conte. Nelle puntate precedenti dell’epopea grillina è stato raccontato su questo giornale quanto ormai sia diffusa l’animosità nei confronti del figlio di Gianroberto, sempre più detestato dai parlamentari, isolato da chi lo incensava, ai margini delle decisioni del governo. Deputati e senatori, sotto la regia dei ministri 5 Stelle, vogliono strappargli dalle mani il controllo della piattaforma Rousseau e Giuseppe Conte ha chiesto esplicitamente di tenerlo lontano dalle nomine delle partecipate che ci state nei mesi scorsi. Il premier non si fida, considera incestuoso il rapporto con la Casaleggio Associati che fa affari privati, intessendo rapporti con le aziende. Il pressing, andato a vuoto, di Davide su alcune autority e alcuni Cda, è stato il momento che ha segnato la frattura con il governo. Il coronavirus ha fatto il resto: ha depotenziato e spento Rousseau, e rinviato a data da destinarsi il congresso che avrebbe dovuto nominare il futuro capo politico del M5S. Indebolito su tutti i fronti, Casaleggio jr ha pensato di sfruttare il ritorno in scena di Di Battista. L’asse con lui è stata la classica convergenza di interessi e di delusioni. Entrambi, per motivi differenti, chiedevano un voto immediato sul capo politico. Ed è stato Grillo a fermarli quando ha deciso, forte del ruolo di garante del M5S, di allungare il mandato pro-tempore di Vito Crimi. Prima di farlo si è confrontato e scontrato con Casaleggio minacciando addirittura di tornare a guidare di persona il Movimento. Ancora: Casaleggio voleva votare in piena emergenza sanitaria, e voleva mettere in votazione persino le nomine. Anche qui: Grillo, spronato da Conte e da Crimi, ha bloccato tutto. In un certo senso, il comico vuole conservare lo status quo e mantenere intatto il ruolo del premier. E per questo è andato su tutte le furie quando Di Battista ha detto in tv che se Conte ambisce alla guida del M5S dovrà candidarsi come tutti. In un progetto alternativo al populismo di destra, dove il M5S è solidamente parte organica del centrosinistra, Conte, agli occhi del fondatore, ne è la guida naturale. Il premier, da parte sua, dice che una volta finita l’esperienza a Palazzo Chigi tornerà «a fare l’avvocato». Deve dirlo anche per raffreddare il clamore del dibattito nato attorno al suo futuro. Nei suoi piani, al momento, non c’è alcun partito. Vogliono ritagliargli un ruolo nel M5S, «un po’ alla Prodi un po’ alla Berlusconi» dicono. Da federatore, con un occhio sempre anche al Quirinale. Sente che il Pd ne teme l’ascesa, se questo vorrà dire pescare nell’elettorato dem. Detto questo, comunque al premier non ha fatto piacere sentirsi dire da Di Battista e da Di Maio che deve iscriversi al più presto nel M5S. «È tutto troppo prematuro – confessa in queste ore ai collaboratori - Se sarà, sarà nel 2022». Prima delle prossime elezioni. Ecco perché anche Grillo, incenerendo Di Battista, ha parlato di tempismo sbagliato. E pensare che esattamente un anno fa, il comico genovese arrivò a proporre a Casaleggio di mettersi alla testa dei grillini. La figuraccia europea e la snervante competizione quotidiana con Matteo Salvini aveva ridotto ai minimi la fiducia in Di Maio. I rapporti del comico con Conte si sono intensificati dopo che ad agosto, in piena crisi politica, piombò con un comunicato per silenziare Di Maio e per spingere il M5S all’alleanza con il Pd. Da allora la tesi di Grillo si è rinforzata ogni giorno di più e nei momenti più difficili, ogni volta che le insidie partivano dall’interno del Movimento, il garante si è trasformato nel bodyguard del premier. In questi ultimi due mesi ha passato molto tempo al telefono. Ha sentito varie volte Roberto Fico e Crimi. Si è fatto raccontare cosa stava succedendo anche da altri esponenti di primo piano. E si è convinto che le mosse di Di Battista fossero finalizzate alla destabilizzazione del governo con la complicità di Casaleggio. Davide vuole subito un capo politico, Grillo ha fatto sapere di essere contrario e di preferire un organo collegiale (da chiamare direttorio, segreteria, ufficio politico, politburo, si vedrà). Davide non vuole derogare alla regola che vieta il terzo mandato, Grillo invece non è così sfavorevole all’ipotesi di superarla. Anche di Di Maio il comico si fida poco. Crede che pure il ministro degli Esteri stia in qualche modo insidiando Conte. E attende le sue mosse. Ieri, nel pieno della bufera, l’ex capo politico ha trovato riparo negli equilibrismi de mediatore. Ha fatto appello all’unità ma ha già detto ad alcuni dei suoi fedelissimi di tenersi pronti.

"Vive nel giorno della marmotta": Grillo affossa Di Battista. Nel corso di "Mezz'ora in più" su Rai Tre Di Battista ha chiesto di convocare un'assemblea del M5s "per costruire un'agenda politica". Dura replica di Grillo. Gabriele Laganà, Domenica 14/06/2020 su Il Giornale. Tempi difficili in casa 5s. Come se non bastassero le tensioni interne per la linea politica da seguire, oggi il Movimento è scosso da uno scontro verbale tra Alessandro Di Battista e Beppe Grillo. A dare fuoco alle polveri è stata la richiesta di un indire una assemblea da parte dell’ex deputato. "Se il Presidente del Consiglio Conte volesse diventare capo politico del M5S dovrebbe iscriversi. Chiedo un'assemblea in cui tutti le persone del M5S, da iscritti ad attivisti, dicano la loro per costruire un'agenda politica”, ha dichiarato Di Battista nel corso del programma "Mezz'ora in più" in onda su Rai Tre. L’ex parlamentare ha spiegato che la sua visione "è quella legata al rafforzamento dello stato e alla lotta alle politiche globaliste. Vedremo chi vincerà". Queste parole, però, non sono piaciute a Beppe Grillo. Il padre nobile del M5s su Twitter ha pesantemente criticato la proposta di Di Battista: "Dopo i terrapiattisti e i gilet arancioni di Pappalardo, pensavo di aver visto tutto... ma ecco l'assemblea costituente delle anime del Movimento. Ci sono persone che hanno il senso del tempo come nel film 'Il giorno della marmotta'". La dura replica del comico genovese in merito all'assemblea costituente delle anime del Movimento pare non sia stata gradita dall’ex deputato. Quest’ultimo, infatti, a LaPresse si lascia andare ad un commento piuttosto freddo: "Il tweet di Beppe Grillo? Letto. Evidentemente siamo in dissenso". Poco dopo, però, Di Battista è ritornato sulla polemica e con un post su Instagram ha attaccato, pur non citandolo, Grillo: "Oggi pomeriggio sono tornato in Tv. Ho fatto proposte e preso posizioni chiare. Si può legittimamente non essere d'accordo. Lo si dica chiaramente spiegando il perché". Sulla richiesta di Di Battista di convocare il congresso M5s è intervenuta anche la senatrice pentastellata Barbara Lezzi che su Facebook ha sottolineato che "ci sono molte decisioni da assumere nei prossimi mesi. Ci saranno molti soldi da spendere e ci sarà anche la possibilità di dare una nuova direzione al nostro Paese". "Sono queste- ha aggiunto- le ragioni che devono motivare il M5S a diventare più forte, più determinato. Assemblea costituente, Congresso, Stati Generali come si vuole chiamare non ha importanza per me, quello che conta è che ci sia uno spazio in cui gli iscritti al M5S (eletti e non) diano una guida autorevole e condivisa. Esistiamo da dieci anni, abbiamo fatto due governi con forze opposte e non ci siamo ancora data questa coraggiosa occasione di confronto ormai inevitabile".

Dagospia il 16 giugno 2020. "Ho detto che serve uno spazio di confronto, chiamatelo come volete. Beppe mi ha mandato a quel paese su questa idea. Non so perché ha risposto così. È una proposta in cui credo, e dato che sono una persona riconoscente, anche se manda a quel paese una mia proposta se ho avuto l'opportunità di farla è merito suo e di Gianroberto Casaleggio". Alessandro Di Battista, intervistato a Quarta Repubblica, interviene sulle parole di Beppe Grillo alla sua richiesta di un congresso del Movimento 5 Stelle. "È solo la proposta di uno spazio politico che chiedono tutti gli iscritti in cui costruire il Movimento 5 Stelle dei prossimi dieci anni", ripete l'ex deputato 5 stelle.

Tgcom24.mediaset.it il 16 giugno 2020. "Ho parlato di congresso e delle mie idee, e Beppe Grillo mi ha mandato a quel paese. Se non siamo d'accordo, francamente, amen!". Lo ha detto Alessandro Di Battista in un'intervista a "Quarta Repubblica", riferendosi al no del fondatore del Movimento 5 stelle a un'assemblea costituente, proposta dall'ex parlamentare grillino. Riguardo a una ipotetica candidatura a capo politico, Di Battista ha precisato: “Prima vengono congresso, Stati Generali e assemblea. C’è un momento in cui tutte le anime del movimento fanno delle proposte perché c’è da contrastare il marciume come abbiamo fatto bene in questi anni, con dei normalissimi limiti. Io quindi quello che farò, quando ci sarà questo spazio, è presentare una proposta politica. A seconda di come andranno questi Stati Generali - questo congresso - farò la mia valutazione, perché per me prima viene il cosa e poi il chi”. E su Conte, che potrebbe essere il futuro capo politico del Movimento, ha anche specificato: “Qualora volesse fare il capo, si dovrebbe iscrivere al M5S”. Così, alla provocazione incalzante, "sembra che Lei stia dicendo a Conte di stare sereno", Di Battista ha risposto: “Mi date troppa importanza. Le imprese stanno male, l’ambiente è un dramma, io non parlo più di questa roba qui. Ho detto e ribadisco ciò che penso: sono le mie idee e adesso mi dedico ad altro. Sto facendo proposte per contrastare la disoccupazione, per contrastare il dissesto idrogeologico, l’acqua pubblica e per creare delle imprese con programmi di Stato a sostegno dei giovani disoccupati. Io mi sto dedicando a presentare delle proposte al M5s e al Paese. Questo è quanto”. Infine, in merito alla questione del vincolo del doppio mandato, Di Battista ha spiegato: “Credo in quella regola e se qualcuno vuole modificarla può proporlo in questo spazio politico (al congresso, ndr). Io però non penso che la politica sia una professione. Non campo di politica. La politica la adoro ma si può fare anche senza stare nei palazzi”. Su Facebook, poi, Di Battista aveva ribadito: "Dalla Annunziata sono riuscito a toccare molti punti e a prendere diverse posizioni (chiaramente cose che ribadisco, ribadirò e per le quali lotterò). Non sono riuscito invece a toccare la questione 'acqua pubblica'. Beppe ha pubblicato questo intervento sul tema. Lo condivido in pieno. La ripubblicizzazione dell'acqua (far tornare pubblica la gestione dell'acqua e della rete idrica) è una di quelle azioni 'anti-liberiste' necessarie per proteggere i cittadini".

Alessandro Di Battista, Sartre e l’ideologia del fascismo. Alberto Veronesi, Direttore d'orchestra, su Il Riformista il 21 Giugno 2020. Mi è capitato di vedere il rappresentante del Movimento Cinque stelle Alessandro Di Battista parlare in televisione intervistato da Scanzi. Stupiscono in questo politico le certezze apodittiche in suo possesso. Nella modernità, inaugurata nel ‘700 da David Hume, per il quale nulla è certo nel mondo, nemmeno la stessa esistenza dell’Io, se c’è un dato acquisito, è la considerazione che la conoscenza non è mai infallibile ma solo, nella ipotesi migliore, probabile. L’America, del concetto di impossibilità di pervenire a una verità incontrovertibile, ne ha fatto uno strumento di conquista del sapere: Charles Sanders Peirce, il fondatore del Pragmatismo, affermava che la conoscenza non è che uno strumento d’azione sulla realtà e la verità di una teoria coincide semplicemente con il suo successo pratico. Ma appena l’ipotesi di lavoro si dimostra senza successo è necessario cambiare immediatamente ipotesi. Karl Popper affermava che, poiché la scientificità di una teoria è basata sulla sua falsificabilità, lo scienziato, dovrebbe cimentarsi con forza nel cercare di provare non la veridicità di una teoria, ma la sua non veridicità, la sua falsità. Cioè lo scienziato dovrebbe essere il più grande critico di se stesso, e, in questa prospettiva, suggeriva cautela ai politici, di andare avanti per piccoli passi, per piccole misure che potessero essere corrette, e non per massimi sistemi. Fa piacere invece incontrare un pensatore quale Alessandro Di Battista in possesso di certezze assolute e incontrovertibili, ignaro di quanto andava dicendo nel dopoguerra la grande filosofa ebrea Hanna Arendt nel bellissimo “le origini del totalitarismo”(1951): che la dignità umana dopo il terrore dei campi di sterminio, dopo Auschwitz,  “ha bisogno di una nuova garanzia, un nuovo principio politico” e che questo principio consiste nello “scardinamento” dell’ideologia, perché l’ideologia è un “potenziale costante pericolo”. Affermare ideologie incontrovertibili, equivale, per Hanna Arendt, a seguire il modello  di Hitler e Stalin, che hanno passato la vita a “eliminare la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano” e a trasformare l’uomo in un oggetto, in altre parole a “rendere superflui gli uomini”. Le caratteristiche dei regimi totalitari sono per la Arendt: “la punizione senza reato”, “lo sfruttamento senza profitto”, “il lavoro senza prodotto”. Di Battista afferma: “vanno vietate per legge le consulenze e le conferenze dei politici, in particolare di chi è stato ex Presidente del Consiglio e svolge ancora attività politica”. Mi viene in mente, oltre alla “punizione senza reato” della Arendt, Michel Onfray e la sua “teoria della Dittatura”, secondo la quale la prima misura per un aspirante dittatore  è  distruggere la lingua, e quindi la basilare libertà di opinione e di parola, che si svolge attraverso pubbliche conferenze e dibattiti. Continua Di Battista “Il più grande risultato dei cinque stelle è il Reddito di Cittadinanza perché è una conquista sociale e io sono per il rafforzamento dello Stato”, qui oltre a riaffermare l’idea del “lavoro senza prodotto” della Arendt di cui abbiamo già detto, si fa riferimento anche all’idea dello Stato centralizzato e burocratico gia criticato da Max Horkheimer e da Theodor W. Adorno, l’uomo, per il grande capitalismo dello Stato, burocratico, viene ridotto  solo ad “oggetto amministrato”. Altra cosa è affermare che una misura è temporanea e serve al riequilibrio e all’ eguaglianza in un’ottica di acquisizione di una prospettiva lavorativa, ma qui si parla di Reddito di Cittadinanza come definitiva conquista sociale, che è cosa diversa. Sullo “io sono per il rafforzamento dello Stato”: oggi, dopo la tragedia del Covid e la conseguente crisi,  per forza di cose lo Stato sarà più determinante, ma una cosa è dire che lo Stato deve intervenire, a malincuore, indebitandosi, altra cosa è teorizzare il primato dello Stato e il suo intervento. Qui torniamo all’idealismo di Fichte e di Hegel, allo Stato come soggettività universale che incarna l’identità di un popolo. Qui torniamo a Giovanni Gentile, il teorico del fascismo. Torniamo allo Stato Etico, allo Stato quale incarnazione della realizzazione dei fini dello Spirito nella dialettica della storia. “Non crederò nell’Europa se non quando metterà  definitivamente nel dimenticatoio il Patto di Stabilità”, in altre parole, gli Stati nazionali europei debbono poter fare leva su un indebitamento teoricamente tendente all’infinito. Il problema è qui della sostenibilità; come dice il grande teorico della sostenibilità Krishna Rao “è insostenibile un sistema che possegga caratteristiche che non possono essere mantenute in vita per sempre”, aggiungiamo noi che non è nemmeno auspicabile che si possa spendere all’infinito soldi dei nostri figli attraverso l’indebitamento perpetuo. E stupisce poi che un politico che parla di suo figlio ogni tre minuti, non pensi anche al benessere  delle generazioni future. “La famiglia Elkann non dovrebbe possedere così tanti mezzi di informazione”: anche qui l’idea del controllo dell’informazione, che non si capisce entro che limiti andrebbe attuato, riporta ai principi della democrazia di Larry Diamond, il grande sociologo americano, che, nel suo “the spirit of democracy”, pone al primo posto per una democrazia “the substantial individual freedom of belief, opinion, discussion, speech, publication, broadcast, assembly, demonstration, petition and internet”. “L’obbiettivo dei Movimento era far fuori la casta, e ci siamo riusciti”,  benissimo, “il cittadino, con il Movimento, si è fatto istituzione”. Bene. Non può sfuggire che in questa affermazione serpeggi l’idea di impersonare lo Spirito della Storia attraverso la negazione tipica del Materialismo Dialettico. Io rappresento una classe sociale che si impossessa dello Stato attraverso una rivoluzione, che è il motore della Storia, questo è il Materialismo Dialettico di Marx. Già per Jean Paul Sartre, il grande filosofo francese, il materialismo dialettico, cioè la applicazione della dialettica hegeliana al materialismo storico, era il principio che preludeva al totalitarismo staliniano. Se io pongo nella attuazione del processo storico una sorta di provvidenza laica dello Spirito, e mi sento, attraverso questa Provvidenza, un apostolo detentore della verità dello stesso Spirito, è inevitabile che quando vado al potere crei i Gulag, i Lager, i campi di rieducazione. David Hume diceva che, nel naufragio delle certezze, la vita etica, e quindi politica, dovesse essere improntata al principio della Simpatia, cioè la naturale empatia e solidarietà tra uomini. Molti dei rappresentanti dei Cinque Stelle sono sicuramente “simpatici”, a partire da Grillo. Raccomando a Di Battista di studiare un po’ meno Gentile e un po’ più Hume. Proprio con Sartre voglio concludere questo intervento: “Tutte le attività umane sono equivalenti. È la stessa cosa, in fondo, ubriacarsi in solitudine o condurre i popoli. Se una di queste attività è superiore all’altra, non è a causa del suo scopo reale, ma a causa della coscienza che possiede del suo scopo ideale; e in questo caso il quietismo dell’ubriaco solitario è superiore alla vana agitazione del conduttore di popoli”. Come dice Sartre, meglio ubriacarsi in solitudine.

DAGONEWSil 17 giugno 2020. Da dove nasce l'insofferenza di Alessandro Di Battista? Per quanto Beppe Grillo possa ''massacrarlo dall'interno'' (parole del suo adorato Max Bugani, mica nostre), il povero Dibba ha tutte le ragioni per scalpitare. Dovete sapere che alla vigilia del voto politico, nel 2018, il ''Che Guevara di Roma Nord'' e Luigi Di Maio strinsero un patto di ferro. Giggino disse: inutile avere due galli nel pollaio, in questa tornata sarò io il capo e il volto del Movimento. Tu stai fermo un giro, e alla prossima legislatura, in virtù del vincolo dei due mandati, l'attuale classe dirigente dovrà tornare a casa, e avrai campo libero per prendere il controllo e fare le liste come pare a te. Dibba era reduce da tour in scooter dalle Alpi alla Sicilia, campagne incessanti, decine di apparizioni tv. La sua popolarità tra gli elettori grillini era alle stelle, ma sapeva che una diarchia (per di più con le ingombranti presenze di Grillo e Casaleggio jr) non avrebbe funzionato. Aveva da poco avuto il suo primo figlio, non senza turbolenze sentimentali con la fidanzata, e la prospettiva di altri ''Grand Tour'' sponsorizzati dal ''Fatto Quotidiano'' lo convinse a passare la mano. Passano due anni, il Guatemala e l'Iran, il libro di memorie  e l'occasionale apparizione tv per ricordare che lui c'è ancora. Arriva la pandemia, gli Stati Generali del Movimento  (quelli che dovevano decidere il nuovo leader) vengono rinviati, e si inizia a parlare di ''deroga'' alla sacra regola dei due mandati. Prima per la Raggi, per l'Appendino, poi dai sindaci si passa ai parlamentari, c'è chi propone la figura del ''consulente politico'' per salvare la cadrega ai big del partito. Alcuni dei parlamentari più vicini a Dibba, come Paragone in Senato e Corrao a Strasburgo, vengono espulsi o sospesi. Il pasionario di Vigna Clara capisce che gli stanno scippando quello che gli spetta, ed ecco che con Casaleggio jr, che in teoria rappresenta l'eredità morale del Movimento delle origini, inizia a dare interviste, fare post, criticare apertamente le scelte dei suoi ex compagni. Ovviamente a Casaleggio jr. non gliene frega niente dei sogni distopici del padre, lui deve tenere in piedi la srl e le sue consulenze, odiatissime dai 5 Stelle. E a Dibba serve quello che lui custodisce, l'infausto Rousseau, che tra le sue regole permette, raccogliendo almeno il 10% degli iscritti, di mettere a votazione una risoluzione che vincoli il movimento. Vi ricordate? Quella simpatica favola della democrazia diretta. Ne rimane qualche vestigia nello statuto dell'Associazione, che ormai serve solo a ciucciare 300 euro al mese da ognuno dei 300 parlamentari a 5 Stelle. Dunque dopo il voto sul Mes in Parlamento, che dovrà passare per forza, pena la sopravvivenza del governo (c'è il soccorso di Forza Italia pronto a prendere il posto dei grillini riottoso), Dibba richiamerà in servizio la dimenticata ''base''. E Grillo è già pronto a spegnere l'ennesimo incendio, dicendo chiaramente agli attivisti che il Paese è in emergenza e non si può permettere di far saltare le trattative europee. A quel punto ci sarà la scissione oppure no? Tutto dipende proprio dall'impegno del Fondatore. Grillo è tentato dal tornare in campo, diciamo al 70%. Ma ha un 30% di resistenza, legata anche alla sua voglia (zero) di sbattersi di nuovo in giro per il paese, di dover rispondere ogni giorno a una nuova polemica politica, di mettere pace nelle baruffe dei suoi ''portavoce''. Al momento preferisce fare una telefonata di qua e una di là per tenere unito il Movimento e cercare una maggioranza che metta insieme le fazioni di Fico e Di Maio, in chiave di ''resistenza'' alle cannonate di Di Battista. A proposito di telefonate: Beppe non ha affatto gradito l'ultima mossa di Conte, cioè il rinvio a settembre del piano che dovrebbe ''salvare'' l'Italia dal baratro. Ma con il premier i contatti ultimamente si sono diradati. Una chiamata di cortesia ogni tanto, poca strategia (Casalino non vuole farsi dettare la linea, solo lui può). Il Fondatore non ha una grande opinione del premier, ed è sempre più deluso dal suo continuo rimandare. Ma pure lui si rende conto che un'alternativa non c'è, e che se vuole tenere in piedi il movimento da lui creato, non può che sostenerlo. Fino alla nascita del governo giallo-verde, sperava di aver in tasca una piccola rosa di potenziali leader, tra cui il suo affezionato Fico, ma anche Patuanelli, e ovviamente Di Battista. Invece uno a uno si sono dimostrati non in grado di gestire allo stesso tempo il loro ruolo (istituzionale e non) e quello di capo-partito. E così resta solo il giovane vecchio Di Maio, ormai rassegnato e allineato al messaggio di Beppone: aggrappiamoci a Conte e che Dio ce la mandi buona. Tanto che Giggino, così avverso agli Stati Generali da essersi fatto il proprio summit alla Farnesina, ormai grida ''Viva gli Stati Generali''. E la poltrona regge un altro po'…

Simone Canettieri per “il Messaggero” il 15 giugno 2020. A chi domenica, dopo il tweet che ha incenerito Alessandro Di Battista, gli ha mandato messaggi ed emoticon con mille cuoricini Beppe Grillo ha risposto così: «Presto starò a Roma, voglio starvi vicino». E se nel 2017, con l'elezione a capo politico di Luigi Di Maio il fondatore annunciò un «passo di lato», adesso è pronto a farne un altro, ma «in avanti». Di fatto, registra chi parla spesso con lui in queste ore convulse, «Beppe è tornato». La linea del Garante, confessata agli amici con una battuta delle sue, è questa: «Sono pronto a ritornare e a indicare la via!». Ergo: un accordo organico nell'alveo del centrosinistra con la destra sovranista. Grillo, a 71 anni, sa che non potrà essere presente su tutti i temi come prima. Ma allo stesso tempo è consapevole che «se non scende adesso in campo, il governo potrebbe cadere nel caos, in una fase storica in cui gli italiani chiedono altro». Ecco perché la prima preoccupazione dell'«Elevato», intenzionato a calarsi per un po' tra i comuni mortali, è la tenuta dell'esecutivo Conte. E la consapevolezza che altrimenti il caos sarebbe più di uno scenario giornalistica. Dalla scissione parlamentare di chi sostiene Di Battista su una linea identitaria, ai giochi di Palazzo di qualche enfant prodige. E proprio Luigi Di Maio, abile a fiutare l'aria che tira, a cercare in queste ore una posizione mediana che tenga dentro tutti: da Dibba a Beppe. «Io ci sarò», dice infatti il ministro degli Esteri. Pronto subito ad allinearsi con il Garante e contro Dibba sul congresso del Movimento: «Non è una priorità per l'Italia». Intanto nelle segrete stanze del Movimento, tra gli uffici notarili di Milano e Roma, il grosso dei ragionamenti gira sullo Statuto. Che al momento prevede un capo politico (Vito Crimi), ma che in futuro dovrebbe essere cambiato - previa voto sulla rete, cioè su Rousseau - per arrivare alla famosa «gestione collegiale». «Un direttorio 2.0», lo chiama Roberta Lombardi, volto storico dei pentastellati e membro del comitato di garanzia. In questo scenario Grillo potrebbe fare due cose: candidarsi pro-tempore «ma per plebiscito sapendo che nessuno lo sfiderebbe», raccontano i suoi amici; oppure accompagnare, ma questa volta in prima fila, tutte le anime tumultuose che, in maniera diversa, si riconoscono in questo esecutivo. Da Di Maio a Fico, passando appunto per Paola Taverna e Stefano Patuanelli. Il problema in questa fase rimane proprio Di Battista, una mina vagante. Che sembra comunque intenzionato ad andare avanti, a cercare la guida del Movimento soprattutto in ottica futura. Quando cioè ci saranno le elezioni e solo lui, tra i big, potrà correre senza andare in deroga alla regola del secondo mandato. Un pallino in questo momento di Davide Casaleggio, «sempre di più sotto attacco». Tanto che quando ieri mattina alle 7, prima che la notizia arrivasse sui rulli delle agenzie di stampa italiane, è stato avvisato dello scoop del quotidano Abc, ha messo in fila gli ultimi fatti: le inchieste tv su Rousseau, la rivolta dei parlamentari, spalleggiati dai big, contro l'obolo mensile di 300 euro da donare alla piattaforma, la tentazione di estrometterlo dalla gestione del Movimento relegandolo a puro «service esterno». Una serie di fatti in vorticosa sequenza - per ultima, appunto, c'è la vicenda dei presunti fondi dati dal regime venezuelano al padre Gianroberto nel 2010 - che fa pensare ai suoi collaboratori a «un dossieraggio interno». «Anche perché si tratta di una vicenda già uscita», ammettono fonti governative del Movimento ostili a Davide, ma comunque oggettive. In questa fase l'attuale capo politico Vito Crimi è comunque in stand by. Non prende decisioni sugli Stati Generali (se ne riparla in autunno) né sui dossier più caldi. A partire dalle ricandidature di Virginia Raggi a Roma e di Chiara Appendino a Torino. La sindaca della Capitale, volto forte e popolare del Movimento ma fuori dai giochi di potere, aspetta che la sua situazione si sblocchi (Appendino non sembra intenzionata a ripresentarsi). Ma che sa che in questa situazione tutto diventa complicato perché è in corso una guerra di veti. L'ennesimo capitolo del Todo Modo grillino, per gli amanti del genere. E chi potrebbe sbloccare l'impasse se non Grillo? D'altronde è tornato, anche se chissà per quanto.

Da corriere.it il 15 giugno 2020. «Ieri ho parlato di congresso e delle mie idee e Beppe (Grillo ndr) mi ha mandato a quel paese. Io ho delle idee e, se non siamo d’accordo, francamente, amen!». Lo ha affermato Alessandro di Di Battista in un passaggio dell’intervista rilasciata a «Quarta Repubblica» in onda integralmente questa sera. Ieri, alla sua prima uscita pubblica dopo un lungo silenzio, aveva dichiarato: «Chiedo il prima possibile un congresso. Usiamo anche questa vecchia parola, o assemblea costituente o Stati generali del Movimento 5 Stelle per costruire un’agenda politica e vedremo chi vincerà...». Grillo aveva risposto: «Dopo i terrapiattisti e i gilet arancioni di Pappalardo, pensavo di aver visto tutto... ma ecco l’assemblea costituente delle anime del Movimento. Ci sono persone che hanno il senso del tempo come nel film Il giorno della marmotta». La necessità di una nuova leadership del M5S si intreccia con il ruolo del premier, anche perché secondo un sondaggio del Corriere Conte porterebbe i 5 Stelle al 30%. Di Battista non ha chiuso la porta ma ha indicato una condizione: se il premier vuole fare il leader del M5S «si deve iscrivere e candidarsi al congresso». E aggiunge, velenoso: «Dicono che con lui arriveremo al 30%? Vorrei ricordare i sondaggi che facevano su Monti. Siamo diventando una sondaggiocrazia».

Marco Antonellis per affariitaliani.it il 15 giugno 2020. Il fattore "C" salverà Guseppe Conte? Tra i vertici pentastellati, ancora scossi dall'improvviso scatenarsi della guerra tra Alessandro Di Battista e Beppe Grillo ("Beppe ormai parla solo con Di Maio e Fico, Dibba deve farsene una ragione") e dai soliti sondaggi domenicali (non manca chi reputa esagerati i risultati usciti negli ultimi giorni, giudicati fin troppo teneri con "Giuseppi" e "strumentalizzati per tirare la volata a uno che nel paese reale otterrebbe al massimo il 2%") è giunta notizia di come Palazzo Chigi vorrebbe salvare "capra e cavoli" e quindi, il governo ora che si sta arrivando al "redde rationem" con l'Europa e c'è la necessità di far digerire il "Mes" ai grillini. L'ipotesi che sta prendo piede in queste ore approfittando della vicinanza temporale dei due dossier è quella di uno "scambio" con la questione legata alla concessione Autostrade: dare spazio ai duri e puri su Aspi in cambio della luce verde sul Mes. Restano comunque molte incognite sul "si" dell'Italia al Meccanismo di stabilità: "Se lo facessimo solo noi insieme a Spagna e Portogallo avremmo certificato il fallimento di tutta la nostra azione di governo" spiegano fonti diplomatiche. Insomma, sarebbe la certificazione che l'Italia in Europa vuole giocare in serie B e si rischierebbero anche pesanti conseguenze sui conti pubblici come l'aumento della spesa per gli interessi. Di giorni per decidere ne restano pochi: ci sarà un prossimo Consiglio europeo il 19 giugno mentre quello decisivo dovrebbe essere il 9 luglio. In quel caso l'Italia spera di poter vedere almeno una bozza ufficiosa sui numeri del Recovery Fund. Perchè subito dopo andrà presa una decisione definitiva sul Mes. E il fattore "C" (lo scambio con il dossier Autostrade) potrebbe non bastare più.

PS, non dite a Dibba che nei giorni scorsi Grillo era stato quasi sul punto di scrivere un post per caldeggiare l'alleanza con il Pd in Liguria....

Federico Capurso per ''la Stampa'' il 15 giugno 2020. Il mondo grillino assiste sgomento allo scontro feroce che esplode tra Alessandro Di Battista e Beppe Grillo. Pomo della discordia è Giuseppe Conte e con lui, il suo futuro politico, dentro o fuori il Movimento. In altre parole, sull' identità futura che il partito pentastellato si vorrà dare, se verso l' Europa e il centrosinistra con Conte, o lontano dal campo progressista, pronto a bussare di nuovo alla porta della Lega con Di Battista e Luigi Di Maio. «Tutto questo accelera per forza di cose l' organizzazione degli stati generali», spiegano dai vertici M5S. E l' obiettivo è uno solo, ormai: «Evitare, con un miracolo, la scissione». Si pensa di allestire l' appuntamento già a settembre, se l' andamento dell' epidemia lo consentirà. Di certo, però, non se lo immaginava così, Di Battista, il suo ritorno in televisione dopo mesi passati all' ombra del Movimento, tra reportage, cene con gli attivisti e punzecchiature al governo via social. Voleva tornare al centro, per dire a Conte che gli è «leale», ma ancor di più per metterlo in guardia: «Se il premier vuole diventare il capo politico M5S, si deve iscrivere e presentarsi al prossimo congresso». Insomma, se vuole la leadership, deve batterlo. Perché quel posto lo vuole lui, come confermano con una certa insofferenza nel partito. Ma Beppe Grillo, che da mesi cerca di preparare il terreno al premier e a un' alleanza strutturale con il centrosinistra, trasecola. Era atteso a Roma questa settimana, e a questo punto forse rimanderà, ma comunque non può aspettare oltre per intervenire. Mentre Di Battista è ancora in tv, lo tartassano di telefonate e messaggi: «Beppe, devi dire qualcosa. Arginalo, o il governo rischia di non reggere». Il tweet che arriva da Genova, dopo pochi minuti, è un colpo frastornante, come mai Grillo ne aveva inferti a un big del suo partito. Sono sufficienti i paragoni iniziali: «Dopo i terrapiattisti e i gilet arancioni di Pappalardo». A loro, segue Di Battista. L' ex deputato romano è frastornato: «Non capisco cosa ho detto di sbagliato», riferisce nelle prime telefonate con chi lo ha sentito. Chiede spiegazioni sui social, ma il dubbio atroce - al di là dell' atteggiamento naiv - è che la sua corsa alla leadership possa essere ostacolata dal padre fondatore e che la sua presenza sia ormai indigesta a tutti, fuorché a una esigua truppa, tra i quali le ex ministre Barbara Lezzi e Giulia Grillo, e l' europarlamentare Ignazio Corrao. Proprio Lezzi, infatti, parlando con La Stampa critica il fondatore: «Mi sembra incomprensibile la posizione di Grillo. Non avrebbe dovuto attaccare chi ha fatto tanto per portare il Movimento al governo e adesso fa solo delle proposte per farci pesare di più». Una scissione, a questo punto, è più vicina. Da una parte i "puristi", nostalgici del Movimento di un tempo, barricadero e con il Pd sempre nel mirino; dall' altra i "contiani", che invece spingono per avvicinarsi al Pd e all' Europa. D' altronde, Conte è sempre stata l'opzione più ovvia per ricoprire il ruolo di futuro capo politico del Movimento. Allo stesso tempo, la più complicata. Capace di rubare consensi ai grillini fino a ridurli a percentuali di poco superiori alla doppia cifra, se si presentasse con un suo partito alle prossime elezioni, ma anche di farli balzare al 30 per cento, se invece si mettesse alla loro guida. Qualunque strada il premier decidesse di imboccare, però, assicura un ministro di peso del Movimento, «ci spaccherebbe in due». Conte potrebbe fare affidamento su un nutrito gruppo di ministri - Riccardo Fraccaro, Stefano Patuanelli, Federico D' Incà, Lucia Azzolina, Vincenzo Spadafora - oltre a Grillo, al presidente della Camera, Roberto Fico, e a Paola Taverna, che però vorrebbe anche lei la leadership. La maggioranza dei parlamentari, poi, è con lui, seppur nelle ultime settimane i rapporti si siano raffreddati.  «Conte deve dare una mano al Movimento. Deve starci più affianco», sostiene infatti un membro del governo, che rilancia l' idea di un politburo che affianchi il capo politico e ne indirizzi le decisioni. Un modo come un altro per gettare acqua sul fuoco. Dall' altra parte, invece, si schiererebbero Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, sempre meno affiatati, ma con l' obiettivo comune di non far brillare ancora a lungo la stella di Conte. Ma il dubbio vero, semmai, è se Conte abbia davvero intenzione di prendere in mano un partito che assomiglia sempre più ad una bomba a orologeria.

Mario Ajello per “il Messaggero” il 15 giugno 2020. E' cominciata nei 5 stelle, prima ancora della scissione, prevista per luglio, la gara a chi scarica prima Giuseppe Conte. Lo farà più velocemente Di Maio in tandem con Franceschini o il Dibba riapparso più guerrigliero che mai e che vede il premier traditore in piena sbornia monarchica e sudditanza al Pd e vuole farlo fuori il più presto possibile agli Stati Generali? E' questione di tempo, appunto. E la sortita del Dibba in tivvù versione Conte (quello di Dumas) di Montecristo che torna spietatamente per fare vendetta anti-Giuseppi riapre i giochi e prepara la grande mattanza dentro il movimento e tra il movimento e il capo del governo che piaceva tanto (ma mai troppo) e ora non piace più. Perché a Di Maio come a Dibba, divisi in tutto ma non su questo, gli Stati Generali sono apparsi la sua estrema prova di forza che non può permettersi. Lo spargimento di sangue avrà la prima tappa nel voto in Parlamento sul Mes il mese prossimo e la seconda in ottobre agli Stati Generali (o congresso o assemblea costituente) del movimento. Sempre rinviati con ogni scusa per non arrivare impreparati alla resa dei conti ma adesso diventati l'arma di battaglia da usare subito da parte dell'ala Dibba, il quale insieme a Casaleggio userà quell'appuntamento «urgente» per togliere di mezzo Di Maio e tutto il gruppo dirigente alal Crimi e compagnia, al grido: nessuna revoca del divieto al secondo mandato parlamentare. Che loro vorrebbero far saltare per tenersi il proprio ruolo e il proprio comando. Non è ancora deciso se a sfidare Dibba sarà proprio Di Maio (probabilmente no, ma resta lui il padrone del movimento) ma quel che è certo è che Ale e Casaleggio vogliono fare terra pulita e sostituirsi ai manovratori. Un intreccio di guerre insomma. Un tutti contro tutti. Con Conte stritolato tra il Dibba alla riscossa e gli attuali vertici del movimento che non ne possono più di lui, temono la nascita del suo partito (addirittura quotato al 15 per cento in certe stime) ma soprattutto non sopportano la manovra in corso targata Grillo-Pd: farne il capo di M5S ed eternare così lo schema rossogiallo. «Fa ridere ma fa anche rabbia - dicono ai piani alti M5S - leggere sui giornali il sondaggio che dice che Conte alla guida del movimento ci riporterebbe al 30 per cento. Sono dati pilotati». E il pilota, assicurano i pentastellati, sarebbe lo stesso premier ormai diventato ai loro occhi un furbastro che vuole prendersi tutto il piatto. Gli Stati Generali voluti da Conte per l'apoteosi di Conte hanno così rimesso in moto la guerra interna. Se però torna in campo Beppe Grillo, non solo via tweet ma riprendendosi materialmente il movimento e l'opzione è assolutamente possibile, non ce ne sarà per nessuno. E Conte risulterà blindato, anche da chi pur osteggiando il Dibba osteggia pure il premier. Che guazzabuglio! Il voto in Parlamento sul Mes, a cui Dibba dice no e che Conte e Di Maio hanno di fatto sbloccato con un sì anche se il premier non lo dice, potrà diventare il detonatore della scissione dei descamiciados del subcomandante Ale. Che può contare su svariate truppe fuori dalle Camere, in tutto quel modo social, internettista, un po' terrapiattista e un po' terzomondista, ribellista, identitario, tutto acqua pubblica (e infatti per contrastare l'esercito dibattistiano Grillo ha rilanciato sui questo tema, cercando di toglierlo agli avversari) e fedeltà alle origini del movimento racchiuse in quei meet up ormai in sonno o disgregati che si vorrebbe resuscitare contro il quartier generale dei Di Maio, dei Crimi e dell'ala ministeriale. Quando si voterà per il Mes, potrebbe staccarsi quella parte combat e ancora anti-europeista che in Parlamento, mentre Ale sta fuori e dirige, si riconosce nelle due ex ministre pasdaran, la Grillo e la Lezzi, la deputata Dalila Nesci che guida la corrente Parole Guerriere e via così. Pochi, e timorosi che la caduta eventuale del governo li rimandi a casa (lo stesso Dibba giura di non voler far dimissionare l'ex avvocato del popolo), eppur ci sono i potenziali scissionisti. A quel punto, se lo strappo ci sarà, un nuovo gruppo parlamentare si formerà a cui si aggiungeranno alcuni ex M5S ora parcheggiati al Gruppo Misto e la navigazione di Conte - ora ti do la fiducia, ora invece no, e se la vuoi vieni a trattare con noi - si farà ancora più complicata e acrobatica di quanto non lo sia adesso. Intanto le chat del movimento pullulano di messaggi contro Dibba e l'intervento di Grillo incassa l'apprezzamento pubblico di deputati come Maria Pallini, Niccolò Invidia, Guia Termini (tace Fico ma è il più filo-Pd di tutti), mentre Sergio Battelli, presidente della Commissione Politiche Ue della Camera, twitta soddisfatto: «Beppe is back». Con il subcomandante Ale però c'è Casaleggio, irritatissimo per la rivolta di quasi tutti i parlamentari che non vogliono più pagare l'obolo alla Casaleggio Associati per Rousseau. Chi vincerà questa guerra? Di sicuro chi ha più da perdere è Conte. Nonostante il sostegno di Grillo. Perché se deve guardarsi dai descamiciados deve anche guardarsi da tutti quelli che non gli vogliono far mettere piede al comando di M5S. E sono quelli che tra i due avvocati - l'altro è Dario Franceschini - potrebbero optare per quest'ultimo. Continuando a sorridere e ad abbracciarsi con Grillo, ma facendo di fatto un altro gioco rispetto all'Elevato.

Carlo Bertini per “la Stampa” il 15 giugno 2020. «Alessandro è l'anima buona di un Movimento malato di poltronismo, diventato una sorta di fake news». E se Gianluigi Paragone, ex centravanti di punta dei Cinque stelle uscito in polemica dal Movimento, esordisce così, si capisce con chi stia nella guerra tra bande deflagrata ieri. Una guerra che «Di Battista certo potrebbe vincere se al congresso si votasse sulla piattaforma Rousseau, altrimenti, se la gestione finisse in mano ai gruppi parlamentari, sarebbe molto difficile per lui farcela».

Certo, stanno venendo al pettine i nodi dei cinque stelle. Perché a Grillo non sta bene un congresso?

«Perché ormai ha già apparecchiato il percorso del Movimento in un'orbita di centrosinistra. E vede in Conte l'uomo che può condurre in porto questa metamorfosi finale, senza che nessuno gli dica che prima il movimento predicava altro».

Insomma nessuno può recriminargli qualcosa sul passato, giusto?

«Beh, se fai consumare al Movimento l'ultimo strappo definitivo e lo metti nel cielo riformista, hai bisogno di qualcuno che non sia bersaglio della grammatica precedente. Chi ha predicato una politica anti-sistema può essere bersagliato: se Di Maio parla di Europa, gli puoi tirare fuori un suo video anti Ue. Lui, come la Taverna ed altri, hanno un passato ingombrante. Conte no, perché non c'era prima e quindi può condurre il Movimento nella galassia riformista senza che nessuno possa recriminargli nulla».

Non è che Grillo ha paura che vinca il congresso Di Battista?

«Grillo lo ha stoppato con un atteggiamento padronale. Siccome il percorso lo ha già in testa lui, si deve fare come dice lui».

Di Battista ha promesso a Conte di non ordire trappole, poi però ha suonato la campana a morte al suo governo lodando quanto fatto con il governo precedente. Una minaccia, non crede?

«No, Alessandro credo che abbia una sola parola e se lo dice sa di dire una cosa politicamente impegnativa per lui. Un modo per dimostrare maturità politica. Comunque ha ragione, perché quel governo aveva ancora la punteggiatura del Movimento: non appiattito sull'Europa. E poi ha fatto i decreti sicurezza, reddito di cittadinanza e decreto dignità, ha impostato il lavoro di Bonafede con la legge spazzacorrotti. Nella tabella di marcia di quel governo, i Cinque stelle furono caratterizzanti. Oggi è difficile trovare loro tracce nell'azione di questo esecutivo».

E quindi sono irrecuperabili?

«Beh oggi M5S è una fake politica. Basta prendere il programma elettorale con cui vinsero».

A proposito, che faranno a luglio sul Mes? Come ne usciranno?

«Alla fine un gruppo residuale vicino a Di Battista magari non voterà il Mes, qualcuno si rimangerà l'impegno: ma Conte sa che è in stato avanzato il colloquio con Forza Italia e i centristi. Siamo nella logica del pallottoliere di Palazzo».

Lei non crede che con Conte leader, i Cinque stelle si riprenderebbero?

«Sono sondaggi che valgono per oggi, a settembre saranno diversi. Abbiamo un problema pratico. Al di là dei decreti annunciati, il loro atterraggio è troppo lungo. I soldi li devi dare ora e oggi non ci sono. Questo è un paese ferito che tentava di sollevarsi da una crisi precedente, se la ferita la tieni aperta hai un grosso problema».

Ma la spinta iniziale del Movimento si è incagliata sulla sfida del governo?

«Le sfide si possono anche giocare, qui il M5S si è incagliato sul poltronismo. Su Europa, Benetton, e nomine varie come la conferma di De Scalzi all'Eni, il Movimento è irriconoscibile. E il Mes sarà l'ultimo capitolo delle turbolenze interne».

Lannutti e i 5S, gente che non ha molta familiarità con la democrazia e lo Stato di diritto. Redazione su Il Riformista il 13 Giugno 2020. Chissà, magari il senatore cinquestellato Lannutti all’improvviso è diventato garantista. E si è convinto che la magistratura la deve smettere di volere sottomettere la politica. Oppure, più semplicemente, il senatore a cinque stelle Lannutti, pensa che la magistratura debba eseguire gli ordini dei 5 Stelle, e dunque perseguire i nemici dei 5 Stelle e non gli amici. E così ha dichiarato che in un paese normale la Pm che ieri ha interrogato Conte sarebbe già sotto indagine. Non si sa se Lannutti vorrebbe anche l’arresto della magistrata. Voi dite: vabbé, ma quello è Lannutti. Non crediamo sia la risposta giusta. Probabilmente i 5 Stelle la pensano come lui. Non è gente molto familiare con la democrazia e lo Stato di diritto.

Giorgia Baroncini per "ilgiornale.it" il 23 giugno 2020. Il Movimento 5 Stelle (M5S) continua a perdere pezzi. Dopo i numerosi addii degli ultimi mesi, altre due parlamentari hanno deciso di abbandonare il gruppo. A lasciare i pentastellati, come riporta l'Adnkronos, sono la deputata pugliese Alessandra Ermellino, componente della Commissione Difesa di Montecitorio, e la senatrice Alessandra Riccardi. Il Movimento continua così ad assottigliarsi, creando sempre più problemi sia alla maggioranza che alla tenuta dei grillini stessi. Negli ultimi mesi i malumori tra i pentastellati sono infatti cresciuti. "Non vado via dal M5S ma dalle persone che si sono impossessate di un progetto tradendo le speranze di 11 milioni di cittadini", ha dichiarato Alessandra Ermellino comunicando il suo allontanamento dal gruppo. "Ho consegnato la lettera di dimissioni dal M5S senza lasciarmi alle spalle alcun rimpianto, ormai da tempo la mia voglia di lavorare e rispondere alle sollecitazioni provenienti dal territorio - con l'unico scopo di tutelare il bene pubblico - confliggevano con il percorso e le scelte fatte dal MoVimento. A partire dal gruppo della commissione Difesa che, nel corso di questi 26 mesi, ha osteggiato il mio lavoro", ha spiegato la deputata. Ad aprile, in piena emergenza coronavirus, era scoppiata una bufera nel Movimento per un'interrogazione parlamentare dalla deputata pugliese. La pentastellata aveva chiesto informazioni sui ritardi dei servizi segreti nel comunicare l'arrivo del coronavirus in Italia. E così erano nate le proteste da parte dei colleghi. Il capogruppo M5S in commissione Difesa, Giovanni Russo, e tutti i deputati pentastellati avevano preso le distanze "in maniera decisa dall'interrogazione depositata alla Camera dalla deputata Alessandra Ermellino che ha sollevato dubbi assolutamente illegittimi sull'operato del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza in relazione all'emergenza coronavirus". Pochi giorni fa, Alessandra Ermellino aveva "espresso voto contrario al parere dato in commissione Difesa sulle parti di nostra competenza contenute nel dl Rilancio". "L'articolo 211 potrebbe comportare a mio avviso alcune ricadute discutibili in termini di sicurezza nazionale", ha affermato spiegando di aver "chiesto nelle passate settimane cosa i miei colleghi 5 Stelle pensassero nel merito degli articoli in cui leggevo quantomeno delle problematicità. La risposta è stata vaga". E ora Ermellino lascia il Movimento per passare al gruppo Misto. "Il M5S è diventato uno spazio privo di confronto e competenza, dove il rispetto delle regole e dei valori, che ci avevano illusi che un cambiamento fosse finalmente possibile, sono stati calpestati dalle aspirazioni personali - ha spiegato -. Viviamo tuttora in un sistema politico marcio che necessita di grande coraggio e capacità per essere risanato, tuttavia ho la netta sensazione che il M5S non abbia la forza o la volontà di perseguire realmente questo cambiamento. Dal gruppo Misto continuerò con caparbietà a tenere fede agli impegni presi con i cittadini". Per quanto riguarda invece la senatrice Alessandra Riccardi, già da tempo si rincorrevano le indiscrezioni su un possibile passaggio alla Lega. Le voci si erano rafforzate soprattutto dopo il suo voto in dissenso dal M5S sul caso Salvini-Open Arms nella Giunta per le immunità di Palazzo Madama. "Il mio disagio in particolare è cresciuto negli ultimi mesi ed è legato al fatto che non si sia realizzato, neppure in minima parte, quel confronto parlamentare anche con l'opposizione per riforme importanti e ancora più necessarie in un periodo difficile come questo", ha spiegato la senatrice che siederà tra i banchi della Lega. Prima di lei, hanno lasciato i 5S per Salvini i senatori Stefano Lucidi, Ugo Grassi e Francesco Urraro. Nelle prossime ore, alla Lega arriveranno anche diversi amministratori locali nel Centrosud. "Porte aperte a donne e uomini perbene e capaci. Sono felice e orgoglioso che bussino alla Lega da tutti gli schieramenti politici, da Nord a Sud, confermando la nostra crescita: siamo seri, credibili e pronti per vincere le prossime elezioni. A livello locale e nazionale", ha commentato Matteo Salvini. Ora, l'addio della senatrice Riccardi fa tremare il governo: la maggioranza in Senato, che conta su pochi voti di vantaggio sulle opposizioni, è sempre più instabile.

La senatrice Riccardi, da candidata sindaca M5S alla Lega. La senatrice Alessandra Riccardi, eletta nel 2018 col M5S, è passata ufficialmente con la Lega. Aveva iniziato la carriera politica come candidata sindaco dei grillini al comune di Cinisello Balsamo. Francesco Curridori, Martedì 23/06/2020 su Il Giornale. “Sono arrivata a questa scelta dopo averci riflettuto a lungo, non è stato semplice ma era diventato impossibile portare avanti idee e progetti per i quali avevo deciso di far parte del Movimento 5 Stelle”. Così la senatrice Alessandra Riccardi ha motivato la sua adesione al gruppo della Lega. Riccardi, avvocato milanese, classe 1974, raggiunge nel Carroccio gli ex pentastellati Stefano Lucidi, Ugo Grassi e Francesco Urraro che avevano già fatto la sua stessa scelta negli scorsi mesi. Come ha ricordato lei stessa nel post in cui ha annunciato il suo passaggio alla Lega, era entrata in contrasto col M5S in occasione del voto sull'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Open Arms lo scorso 26 maggio. “Anche qui a mio avviso sussisteva, come nel caso della Diciotti, l'azione di governo nel perseguimento della politica dei flussi migratori. E anche sul caso Gregoretti ero uscita dall'aula, non condividendo la posizione del mio gruppo a favore del processo”, ha ricordato l’ormai la senatrice che vanta una lunga militanza dentro il M5S. Nel 2013 Riccardi si candida a sindaco di Cinisello Balsamo, all’epoca ancora una delle poche roccaforti della sinistra lombarda, ottenendo il 13,5% dei consensi. Nel 2018, invece, viene eletta in Senato nella circoscrizione Lombardia 05 con il listino proporzionale del M5S ed entra a far parte non solo della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ma anche della Commissione parlamentare di inchiesta sui fatti accaduti presso la comunità "Il Forteto". Solo pochi giorni fa aveva espresso la sua soddisfazione per l’arresto per corruzione dell’ex sindaca Pd Siria Trezzi, ora delegata alla mobilità in Città Metropolitana. “Durante il mandato da consigliera comunale a Cinisello Balsamo, avevo già, insieme al gruppo consiliare del Movimento 5 stelle Cinisello Balsamo, espresso forte preoccupazione rispetto ad alcune parti del Piano di governo del #territorio”, aveva ricordato la senatrice che concludeva così il suo post: “Attenderemo che la magistratura termini il suo lavoro, consapevoli comunque della forte attenzione che la #politica deve prestare nella definizione del Pgt”. Agli inizi del mese di maggio, invece, aveva espresso sui social la sua vicinanza all’attuale sindaco di Cinisello Balsamo, il leghista Giacomo Ghilardi, per essere stata “vittima di insulti e #minacce sui social a seguito dell’ultima operazione di lotta allo spaccio in città”. Oggi Matteo Salvini e Massimiliano Romeo, capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama, si sono detti “molto contenti di accoglierla a casa nostra”. “Siamo certi che faremo un percorso insieme per dare soluzioni e risposte agli italiani in questo momento particolarmente faticoso", hanno concluso Salvini e Romeo.

Chi è Alessandra Ermellino, la grillina passata al Misto. "Non vado via dal M5s ma dalle persone che si sono impossessate di un progetto tradendo le speranze di 11 milioni di cittadini", ha spiegato la deputata Alessandra Ermellino che oggi ha lasciato il Movimento dopo anni di militanza. Francesco Curridori, Martedì 23/06/2020 su Il Giornale. "Non vado via dal M5s ma dalle persone che si sono impossessate di un progetto tradendo le speranze di 11 milioni di cittadini". Così la deputata Alessandra Ermellino ha spiegato il suo passaggio al gruppo misto. "Ho consegnato la lettera di dimissioni dal M5S senza lasciarmi alle spalle alcun rimpianto, ormai da tempo la mia voglia di lavorare e rispondere alle sollecitazioni provenienti dal territorio - con l’unico scopo di tutelare il bene pubblico - confliggevano con il percorso e le scelte fatte dal MoVimento", ha detto la deputata tarantina eletta in Parlamento per la prima volta nel maggio 2018 e membro della commissione Difesa della Camera. "Sono alla mia prima esperienza istituzionale di tipo politico, ma alle spalle ho tanti di anni di attivismo prima nel meetup Crispiano 5 Stelle e poi in Amici di Beppe Grillo Taranto", scrive nel suo sito ufficiale la Ermellino che, prima di vincere le 'Parlamentarie' e candidarsi alle Politiche, nel 2013 si è presentata come aspirante consigliera comunale a Crispiano, suo paese natale, tra le fila della lista che sosteneva l'allora candidato Sindaco, Umberto Marchetti. Nel 2017 si candida a Taranto nella lista pentastellata guidata da Francesco Nevoli, poi eletto consigliere comunale nel capoluogo pugliese. Nata nel 1978, diventa una grafica pubblicitaria ed editoriale, specializzata nel settore del racing dopo aver conseguito una laurea triennale in Lettere e Culture del Territorio e, in seguito, la magistrale in Filologia Moderna. "Per me è importante specificare il mestiere che ho praticato a tempo pieno fino a poco tempo fa, perché proprio grazie a questa professione ho imparato a lavorare in team, quindi a confrontarmi e a collaborare con i colleghi per raggiungere tutti gli obiettivi prefissati", scrive nel suo sito. "Gli anni dell’adolescenza sono stati decisivi per comprendere quale formazione politica avrei avuto: appartengo infatti alla generazione che ha vissuto la fine della Prima Repubblica con il travolgimento dell’inchiesta Mani Pulite, l’ascesa di Silvio Berlusconi e quindi l’allontanamento progressivo dei cittadini da una politica sempre più distante dai bisogni degli italiani", osserva la Ermellino che racconta l'ingresso nel M5S "come svegliarsi da un lungo sonno e accorgersi che qualcuno parlava la mia stessa lingua". E ancora: "Subito ho pensato: forse un cambiamento è davvero possibile!". Parole ben diverse da quelle usate oggi.

M5s sospende gli europarlamentari Corrao, D’Amato e Pedicini. Il Corriere del Giorno il 5 Giugno 2020. Fonti del Movimento dicono che i vertici spingevano per l’espulsione. La D’ Amato continua a pubblicare come portavoce M5S come se nulla fosse, nel tentativo di non fare propagare la notizia della sua sospensione. Gli europarlamentari Ignazio Corrao, Rosa D’Amato e Piernicola Pedicini, sono stati sospesi dal Movimento 5 Stelle per un mese. La decisione dei probiviri, resa nota dallo stesso Pedicini su Facebook, è conseguente al voto contrario espresso dai tre esponenti pentastellati a Strasburgo sul pacchetto di aiuti Ue nell’emergenza coronavirus. Corrao e la D’Amato sono stati sospesi anche dal ruolo di “facilitatori”. Fonti del Movimento dicono che i vertici spingevano per l’espulsione. E proprio ieri sera è filtrata la notizia che Corrao, vicino ad Alessandro Di Battista, sarebbe stato anche rimosso dalla carica di facilitatore degli enti locali come conseguenza del provvedimento. Con grandi polemiche sulle chat interne. Corrao è da 19 ore in silenzio su Facebook , mentre Rosa D’Amato, passata agli onori…della cronaca per le sue battaglie sulla xylella condotte inventando di sana pianta delle dichiarazioni di professori, invece continua a pubblicare come portavoce M5S come se nulla fosse, nel tentativo di non fare propagare la notizia della sua sospensione. “La mia, la nostra, contrarietà non era ad un pacchetto per la ripresa economica in Unione Europea, era una contrarietà ad una risoluzione politica che all’interno conteneva la polpetta avvelenata del MES” commenta Pedicini “La nostra posizione riguardava una battaglia per noi identitaria e nella quale abbiamo creduto fin dall’inizio, battaglia per la quale oggi più che mai bisognava tenere la schiena dritta! In tutto questo c’era la consapevolezza che così facendo avremmo trasgredito una regola accettata all’atto della candidatura, quella di adeguarsi alla decisione di maggioranza espressa in delegazione. Tuttavia c’era anche la certezza che facendo diversamente avremmo trasgredito una regola molto più importante, perché traduzione di un patto siglato con i cittadini, quella della fedeltà al programma elettorale. E i nostri programmi elettorali hanno sempre previsto la contrarietà al MES”. “Naturalmente rispetterò il verdetto dei probiviri che ringrazio per aver tenuto conto del contenuto riportato nella memoria difensiva e non farò nessun reclamo” conclude Pedicini.

Vergogna grillina, transfughi formano gruppo del partito di Angelino Alfano (senza eletti) e accedono a finanziamenti e contributi: Fico tace. Salvatore Curreri su Il Riformista il 6 Giugno 2020. E due! Dopo la dannunziana Sogno Italia – 10 Volte meglio!, nel gruppo misto della Camera dei deputati si è costituita un’altra componente politica formata anche in questo caso da tre deputati eletti per il M5s: Popolo Protagonista – Alternativa Popolare. L’ennesimo segnale dello smottamento del gruppo pentastellato alla Camera (da inizio legislatura 19 deputati in meno; 24 includendo i 5 eletti che non vi si sono iscritti)? Certo. Espressione della libertà di mandato del parlamentare che non è obbligato a far parte del gruppo parlamentare del partito per cui è stato eletto? Anche. Ma stavolta forse c’è qualcosa in più. Innanzitutto, è bene precisare che solo il presidente della Camera può autorizzare la costituzione di una componente politica nel gruppo misto formata da meno di dieci deputati, purché in almeno tre «rappresentino un partito o movimento politico, la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali» (art. 14.5 reg. Camera). La disposizione, dunque, sembrerebbe chiara: i deputati che non hanno i numeri per formare un gruppo parlamentare (20) o una componente politica del misto (10) possono comunque costituirne una se, in almeno tre, rappresentano una forza politica presentatasi alle ultime elezioni politiche. Com’è possibile allora che deputati eletti nel M5s possano costituire una componente politica che porta la denominazione di un altro partito? È possibile perché i deputati transfughi “sfruttano” la denominazione di un partito presentatosi alle elezioni (previo consenso del suo titolare), come per l’appunto accaduto nel caso di 10 Volte Meglio o Alternativa popolare; queste, a loro volta, pur non avendo ottenuto eletti, in tal modo riescono ad avere rappresentanza parlamentare. Così una disposizione nata per dare espressione parlamentare a forze politiche che comunque avevano ottenuto eletti viene utilizzata da chi non ne ha ottenuti per essere presente alla Camera. È uno stratagemma win-win perché, grazie a tali club parlamentari, privi di consacrazione politico-elettorale, i deputati, anziché isolati nel gruppo misto, riescono ad acquisire visibilità politica e rilievo parlamentare (grazie ai tempi di discussione loro riservati). Lo stesso si può dire per la forza politica rimasta fuori dalla Camera, però con un’aggiunta, di natura finanziaria. Ciascuna componente, infatti, è destinataria pro quota delle dotazioni e dei contributi assegnati ogni anno dalla Camera al gruppo misto (art. 15.3 R.C.). Inoltre le forze politiche che fanno riferimento a una componente politica possono subito accedere al finanziamento privato fiscalmente agevolato e alla ripartizione annuale delle risorse derivanti dalla destinazione volontaria del 2 per mille dell’Irpef. Non pare casuale, in tal senso, che la componente politica Dieci Volte Meglio si è costituita il 18 aprile 2019 ed è stata dichiarata cessata il 18 dicembre 2019, cioè esattamente 20 giorni dopo aver ottenuto (il 27 novembre) quell’iscrizione nel Registro dei partiti politici che gli consente di accedere di per sé, e quindi anche se non costituita in componente politica, al suddetto finanziamento indiretto. Insomma: la costituzione di una componente politica permette subito di accedere a tale finanziamento nelle more della registrazione del partito. Peraltro, il caso di 10 Volte Meglio assume profili inquietanti perché il suo Presidente e legale rappresentante che ha revocato il consenso a essere rappresentato dalla corrispondente componente politica sembra (aspettiamo da 4 mesi conferma dalla Presidenza della Camera) non essere uno dei tre deputati ex grillini (Benedetti, Caiata e Vitiello) che ne facevano parte. Se così fosse, saremmo di fronte al primo caso in cui un organo parlamentare nasce e muore per decisione di un soggetto non parlamentare. Per evitare una volta e per tutte simili sotterfugi, ai più ignoti ma che, francamente, non sembra facciano onore alla Camera dei deputati, basterebbe interpretare il citato art. 14.5 R.C. nel suo senso originario e pregnante, di modo che, per costituire una componente politica in seno al gruppo misto della Camera, gli almeno tre deputati richiesti debbano essere stati eletti nelle liste o nei collegi uninominali di un partito o movimento politico presentatosi alle elezioni politiche per la Camera. Perché in democrazia – e come dal 2017 sancito nel regolamento del Senato – i gruppi politici parlamentari devono corrispondere ai partiti che hanno ottenuto seggi e non a partiti (personali) nati per iniziativa di deputati, che non si sono mai presentati dinanzi agli elettori o che, quando l’hanno fatto, non hanno ottenuto nemmeno un eletto. Presidente Fico, a lei decidere.

Ilario Lombardo per “la Stampa” il 6 maggio 2020. Luigi Di Maio sa che per riprendersi il M5S deve riconquistare la fiducia dei gruppi parlamentari. E per riconquistare la fiducia dei gruppi deve tagliare fuori Davide Casaleggio. Innanzitutto, dallo statuto fondativo dell'associazione che due anni fa aveva preso il posto della vecchia creatura di Beppe Grillo sommersa di cause giudiziarie. Non è semplice ma Di Maio è consapevole che non ci sarebbe migliore momento di questo per resettare il Movimento, liberandolo dalla sudditanza tecnologica e statutaria dell' Associazione Rousseau presieduta da Casaleggio: dire che il figlio del fondatore sia poco amato sarebbe ammorbidire il reale stato delle cose. Deputati e senatori sono inferociti e persino l' intervista di Davide all' economista James Galbraith pubblicata dieci giorni fa sul Blog delle Stelle ha scatenato la furia nelle chat, per l' uso considerato «padronale» di una piattaforma che è finanziata con parte dello stipendio dei parlamentari. In realtà il malessere che cova nel M5S nei confronti di Casaleggio ha dietro qualcosa di più che l' ormai nota questione dei contributi. Il premier Giuseppe Conte ha chiesto ai 5 Stelle di «tenerlo lontano dal governo», soprattutto «sulle nomine», in particolare quelle più recenti, nelle grandi società controllate. C' è un forte imbarazzo per l' attivismo dell' imprenditore, soprattutto mentre si parla di app, tracciamento digitale, smart working, al punto che i ministri grillini dopo il consiglio di Conte hanno effettivamente marcato una maggiore distanza. Il motivo di tanta preoccupazione del premier è da ricercarsi in due notizie raccontate alla Stampa. La prima riguarda appunto le nomine e proverebbe come l' interlocuzione avvenuta con Claudio Descalzi per la riconferma all' Eni, non sia l' unica mossa fatta da Casaleggio in quella partita, e tenendo all' oscuro i grillini, costretti ora a «vigilare» che non arrivino finanziamenti dal colosso energetico. Racconta un fonte di governo come Davide, durante il primo round sulle Agenzie Fiscali, abbia spinto per Domenico Giani al Demanio. Giani è l' ex capo della gendarmeria vaticana, uomo che ha vissuto per anni dentro i segreti d' Oltretevere, improvvisamente licenziato da papa Francesco a metà ottobre. È Conte, attentissimo alle relazioni con il Vaticano, a incenerire la proposta e a ribadire ai 5 Stelle un concetto che ci è stato sintetizzato così: «Che facciamo, ci mettiamo pure contro il Papa promuovendo l' uomo che ha cacciato?» A gennaio, quando si discute di queste nomine, sono giorni decisivi per il M5S. Di Maio lascerà la leadership, dopo aver fatto trapelare la frustrazione di essere ingabbiato nelle procedure di Rousseau. Poche settimane prima, a fine dicembre, i 5 Stelle vengono investiti da un' altra rivelazione che li imbarazza. L' Uif, l' Ufficio antiriciclaggio di Bankitalia, segnala come «operazioni sospette» due versamenti di denaro arrivati al blog di Beppe Grillo (120 mila euro di pubblicità) e alla Casaleggio Associati (600 mila euro) da parte di Vincenzo Onorato, presidente della Moby. Gli uffici dell' armatore erano già stati perquisiti in merito all' inchiesta sui contributi alla fondazione Open di Matteo Renzi. La semplice associazione a questa indagine terrorizza i ministri 5 Stelle e Conte. E non basta che la famiglia Onorato dica di apprezzare il lavoro di Casaleggio sul web da tempo. Gli interessi in ballo nel governo esistono, come dimostra il caso di Tirrenia, stessa società del gruppo, in amministrazione controllata e al centro di accesi confronti proprio tra M5S e proprietà. Per capire quanto Casaleggio sia caduto in disgrazia bisogna tornare a Di Maio. Per essere uno che ha negato persino la notizia che dava per certo il suo addio da capo politico, è sembrato strano a tanti che non smentisse le indiscrezioni virgolettate contro Casaleggio e contro l'utilità di Rousseau. Dieci giorni fa c' è stata una lite tra Davide e lo Stato maggiore del M5S, compreso il capo politico reggente Vito Crimi. L' imprenditore aveva chiesto di rivitalizzare la piattaforma, e così il proprio ruolo, facendo votare il nuovo leader in piena crisi Covid. «Una follia» a detta dei presenti che avrebbe tra l' altro avvantaggiato Alessandro Di Battista, unico candidato naturale e unica alternativa a se stesso che Di Maio considera vincente. Un particolare conforta l' ex leader e lo ha confessato a tanti suoi fidati: «Dibba» non solo terremoterebbe il governo ma è anche detestato dai gruppi parlamentari. Proprio come Casaleggio.

Giovanna Vitale per “la Repubblica” il 7 maggio 2020. Il primo amore non si scorda mai. E lui, Vito Crimi, il reggente per caso del Movimento Cinquestelle, non riesce proprio a smettere di ricordarlo: alla truppa che ormai procede in ordine sparso, ma soprattutto agli alleati perduti. Quei leghisti con cui mai avrebbe rotto, fosse stato per lui e per Luigi Di Maio, l' ex capo politico di cui fa le veci, conservandone parole d' ordine e tendenza a destra. Sempre ribadite, come un riflesso condizionato, specie sui temi più identitari e controversi: Europa e diritti. In nome della continuità con il governo precedente, che non si può certo dimenticare né rinnegare. E pazienza se dicendo no a tutto - dal Mes alla regolarizzazione dei migranti - il rapporto col Pd rischia la crisi: per l' ala dei "pragmatici" quelle d' agosto furono nozze obbligate, non li avesse costretti Grillo sarebbero tornati con Salvini, che dopo la sbornia del Papeete s' era pure pentito. Perciò, la linea non cambia. Lo conferma pure la Rete, che Crimi ha preso a compulsare ossessivamente quasi più di Di Maio. E la Rete spinge la barra a destra. Senza esitazioni. Dunque «continueremo a fare tutto quello che serve per far emergere il lavoro nero, che siano italiani o stranieri. Ma se c' è una sanatoria modello Maroni, Bossi, Fini e altri, noi non ci stiamo », scolpisce il reggente al mattino, aprendo una frattura nel governo sulla proposta della ministra Bellanova. E poco importa se nei 5S non tutti sono d' accordo: la strada è tracciata. Ha deciso Crimi. O meglio, "il ventriloquo": l' ultimo nomignolo affibbiatogli dai colleghi per via di quella certa propensione non esprimere pensieri propri, prendendo in prestito quelli del suo dante causa e predecessore alla guida de Movimento. Senza consultare il quale, si narra, non muove foglia. Si parli di migranti. Oppure di Mes. Che «non è senza condizioni, non è lo strumento adatto», ha ripetuto ieri, mandando a memoria la lezioncina che il ministro degli Esteri impartisce da giorni. Idem sulla collocazione internazionale dell' Italia: «Noi stiamo nella Nato e non ci sono dubbi, ma dobbiamo riconoscere il ruolo fondamentale della Cina nell' economia mondiale». Copia conforme all' originale. Come il cardinal Viglietti di Paolo Sorrentino, il goffo eletto Papa proprio perché inadatto, Crimi doveva durare per mezz' ora. Giusto il tempo di traghettare il Movimento in mani sicure dopo le traumatiche dimissioni di Di Maio: piazzato a gennaio sulla tolda di comando in quanto componente anziano del collegio di garanzia, non certo per le sue spiccate qualità di leadership. Sempre premiato per la fedeltà alla causa. E pure dotato di una buona dose di fortuna. La sesta stella che lo assiste fin dagli albori. Dacché, nel 2013, entrò per la prima volta in Senato grazie a 381 preferenze prese alle parlamentarie, dopo il flop clamoroso di tre anni prima: candidato governatore in Lombardia non riuscì a superare il 3 per cento dei voti. Ma Crimi non si è mai perso d' animo. Faccia di bronzo e aria svagata, l' uomo qualunque di successo incarna alla perfezione "l' uno vale uno" del Movimento: se ce l' ha fatta questo ex cancelliere siciliano - genitori impiegati alla Upim, cresciuto nei boy scout, una laurea mancata in matematica - ce la possono fare tutti. Persino diventare sottosegretario all' Editoria. Ruolo che Crimi ha sfruttato per condurre una violentissima campagna contro Radio Radicale, Invicandone la chiusura. «Gerarca minore» lo appellò per questi Massimo Bordin. Lui sapeva di cosa parlava.

M5s, nuovo addio alla Camera: Rosalba De Giorgi lascia i grillini e passa al Misto. Libero Quotidiano il Altro addio alla Camera per il Movimento 5 Stelle. A passare al gruppo Misto - secondo quanto riportato dall'Adnkronos - è Rosalba De Giorgi. La parlamentare pugliese, giornalista, era stata eletta nel collegio uninominale di Taranto. Una dura batosta per i grillini in Puglia che avevano visto l'addio dal Movimento anch del candidato sindaco al Comune di Taranto, Francesco Nevoli. La deputata grillina era finita nel mirino della polemica poco tempo fa quando pubblicò il videoappello “Restiamo a casa” dall’abitacolo della sua auto. Un dettaglio che non era passato inosservato ai cittadini. "Se avessi saputo di essere fraintesa, sarei stata più attenta - aveva detto -. In ogni caso non capisco tutta questa attenzione: vorrei essere giudicata per il mio lavoro in Parlamento, non per queste sciocchezze". 

M5S. Continua l’epurazione a Taranto: lascia Rosalba De Giorgi. L’europarlamentare Rosa D’ Amato invece a rischio espulsione!. Il Corriere del Giorno il 6 Maggio 2020. La parlamentare pugliese, giornalista, era stata eletta nel collegio uninominale di Taranto. L’eurodeputata del M5S Rosa D’Amato nel frattempo è finita sotto la lente dell’organo disciplinare e rischia l’espulsione. La deputata M5S Rosalba De Giorgi lascia il gruppo M5S e passa al Gruppo Misto. La parlamentare pugliese, giornalista, era stata eletta nel collegio uninominale di Taranto. L’eurodeputata del M5S Rosa D’Amato nel frattempo è finita sotto la lente dell’organo disciplinare del Movimento 5 Stelle. Il motivo della lettera ricevuta è il voto contrario sulla risoluzione riguardante i provvedimenti da intraprendere a livello europeo per il contrasto alle conseguenze economiche del coronavirus. La parlamentare al suo mandato europeo a Bruxelles avrebbe già inviato le sue controdeduzioni, per spiegare i motivi che l’ha spinta a votare per due separati dal gruppo pentastellato. La D’Amato aveva preso le distanze dalla posizione del gruppo M5S, astenendosi e quindi facendo mancare il voto all’elezione di Ursula von der Leyen,. Fonti interne al M5S bend informate, non escludono la più  dura delle sanzioni: l’espulsione dal M5S. Il cartellino rosso per gli europarlamentari, in realtà, fino ad ora veniva pressoché escluso. Era considerato molto più probabile un richiamo formale o al massimo la sospensione. Ma i tempi sono cambiati. Una vera e propria rivoluzione, dopo la precedente uscita dal M5S anche del candidato sindaco al Comune di Taranto, avv. Francesco Nevoli, eletto in consiglio comunale insieme al consigliere comunale Massimo Battista, operaio IVA in cassa integrazione, il quale ha abbandonato anch’egli la “truppa” grillina tarantina

Enrico Tata per fanpage.it il 22 aprile 2020. Il consigliere regionale del Lazio Davide Barillari è stato espulso dal Movimento 5 Stelle. Contrario a ogni dialogo con il Partito democratico, si era opposto da mesi alle aperture della capogruppo Roberta Lombardi, ma è stata l'ultima provocazione a sancire l'espulsione immediata da parte del collegio dei probi viri. In piena emergenza coronavirus Barillari ha pubblicato un sito di informazione sanitaria con un indirizzo molto simile a quello ufficiale della sanità laziale. Una mossa che non è piaciuta né al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, né ai suoi colleghi del movimento.

Barillari: "Io colpevole di non essermi venduto al Partito democratico". "Sono stato cacciato dopo 10 anni di vero attivismo dal basso, colpevole di essere rimasto coerente, di non essermi mai venduto al Pd come hanno fatto tanti altri", si è sfogato il diretto interessato sui social. E ancora: "Sono stato cacciato dal M5S dopo 10 anni di vero attivismo dal basso, oggi sono dichiarato "colpevole" di essere rimasto coerente ai valori e alle promesse fatte ai cittadini, "colpevole" di non essermi mai venduto al Partito Democratico come hanno fatto tanti altri. Ora, dai banchi del gruppo misto, continuerò con ancora più forza a combattere a fianco dei cittadini, nelle battaglie che i miei colleghi non hanno più il coraggio di fare". Su Facebook ha pubblicato un lungo documento che definisce non "una memoria difensiva", ma "un pubblico atto di accusa contro il tradimento dei valori fondativi del MoVimento 5 Stelle da parte dei suoi stessi vertici".

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 21 febbraio 2020. Hanno perso anche la voglia di tentare la fortuna. Di cercare di afferrare per i capelli l' occasione della vita prendendo il biglietto della lotteria di Rousseau. La prima spia della perdita di appeal del M5s sono le pochissime candidature arrivate per le prossime regionali in Campania, Liguria, Toscana, Veneto, Marche e Puglia. Gli attivisti hanno scelto ieri i componenti delle liste per le sei regioni al voto il 31 maggio. Ma la paura dei vertici è che siano finiti i tempi della ressa virtuale per accaparrarsi un posto nelle liste pentastellate. Schema che potrebbe ripetersi presto a livello nazionale. Attualmente i numeri sarebbero radicalmente diversi rispetto ai 10mila candidati alle parlamentarie dell' anno scorso. Con un Movimento che adesso è molto lontano dall' exploit delle politiche del 2018 (32%) e secondo gli ultimi sondaggi arranca tra il 13 e il 15%. A pesare sulla desertificazione della piattaforma in vista delle regionali ci sono gli ultimi risultati del 26 gennaio scorso. In Emilia Romagna la lista dei Cinque Stelle ha conquistato il 4,7% dei voti, eleggendo due consiglieri. In Calabria la percentuale è stata del 6,3 e non è arrivato in consiglio regionale nemmeno un candidato. Se i consensi sono questi, non conviene neppure provarci. E ieri è partita dalla Campania una grave denuncia sulla piattaforma Rousseau. Un attivista campano ha riferito all' Adnkronos: «Il M5s mi ha chiesto di inviare un documento a scelta tra bollette, tasse pagate e assicurazione sulla vita per verificare l' autenticità del mio profilo su Rousseau». Il militante Vincenzo Sglavo ha aggiunto: «Tutto questo è assurdo». Nella mail postata sui social da Sglavo lo Staff del M5s gli chiede di inviare un documento a scelta tra una bolletta con l' indirizzo visibile, una ricevuta delle tasse comunali pagate o un documento su un' eventuale assicurazione sulla vita. Al rifiuto di presentare le carte, il M5s ha vietato all' attivista la partecipazione al voto di ieri. La deputata campana Marianna Iorio ha ammesso che l' indirizzo email è «effettivamente collegato al M5s». Mentre l' Associazione Rousseau si è giustificata: «Può sembrare una procedura invasiva ma in realtà è importante per tutelare sia l' iscritto che tutta la comunità». Stranezze di Rousseau a parte, nelle sei regioni in questione i candidati sono pochissimi. Partecipazione all' osso in Liguria, dove imperversano ancora le liti per la collocazione del M5s. In Campania sono in corso le trattative per far convergere il Pd sul nome del ministro dell' Ambiente Sergio Costa. Ma anche qui i numeri sono impietosi. Solo 58 pretendenti in provincia di Napoli, e colpiscono i 7 partecipanti a Benevento. Tra le prossime che voteranno, il Veneto è forse la regione dove il M5s è più in difficoltà. Solo 54 candidati totali e la non ricandidatura dell' attuale capogruppo in consiglio Jacopo Berti. Berti, entrato nel collegio dei probiviri, potrebbe volare presto a Roma per un incarico nazionale. E infuriano le polemiche di alcuni esclusi eccellenti. Tra questi in Puglia c' è il consigliere regionale uscente Mario Conca, difeso su Facebook dall' eurodeputato Piernicola Pedicini e in Campania il consigliere comunale di Giugliano, provincia di Napoli, Nicola Palma. I parlamentari già declinano a livello nazionale il calo delle candidature. Un eletto vicino a Fico dice: «La ragione dei pochi candidati è da ricercare nella nostra mancanza di chiarezza sulle alleanze». Un deputato campano taglia corto: «Forse molti hanno imparato a misurarsi la palla!»

Francesco Bonazzi per “la Verità” il 29 gennaio 2020. Una che guarda a sinistra, una che guarda a destra, e in mezzo un grande centro a vocazione maggioritaria. Le tre correnti del M5s sembrano la Dc, senza tangenti e senza le simpatie di Cosa nostra, ma anche senza statisti e programmi ambiziosi. Dopo l' ennesima scoppola alle regionali, il Movimento capace di prendere il 32% alle ultime politiche sta implodendo e chissà se arriverà almeno in doppia cifra alle prossime elezioni. Le correnti interne a lungo negate e quasi criminalizzate, ieri sono state ammesse da Max Bugani, capo dello staff di Virginia Raggi, ex socio della piattaforma Rousseau ed ex uomo forte di M5s in Emilia Romagna. Per Bugani, i colleghi sono sempre più divisi tra autonomisti duri e puri, orfani dell' accordo con Matteo Salvini e deputati speranzosi di unirsi sempre più strettamente con il Pd e con Leu. Per capire la portata di una simile ammissione (che ci fossero le correnti si era capito al momento della formazione del Conte bis) basta riportare le secche parole di un post comparso sulla pagina Facebook del Movimento il 30 giugno 2019, quando l' ala sinistra dei Roberto Fico e degli Alessandro Di Battista era già insofferente per il patto con la Lega, accusata di «spolpare» l' alleato, anche per l' evidente divario di carisma e di ritmo tra Salvini e Di Maio, entrambi vicepremier. «Nel Movimento c' è una sola corrente: quella dei cittadini!», esordiva il proclama social, «Correnti interne o spartizioni di poltrone nel Movimento? No grazie, non siamo il Pd. Continuiamo a leggere di fantasiose ricostruzioni sul fatto che qualcuno stia proponendo posti per cercare una pace interna: è pura mitologia. Se qualcuno non fa altro che chiedere poltrone viene allontanato». Bugani, che finora ha dimostrato che le poltrone le lascia, non le colleziona, ieri ha dunque fatto giustizia della propaganda di questo recente passato. Intervistato da un giornale «cugino» come il Fatto Quotidiano, ha spiegato con estrema naturalezza che il Movimento è spaccato in tre correnti: «C' e chi soffre la distanza da Salvini, chi vorrebbe fare un terzo polo autonomo e chi vuole andare a sinistra». E per spiegare in modo plastico quanta confusione regni sotto quel che resta del cielo grillino, il braccio destro del sindaco di Roma ha anche ammesso che una strada precisa ancora non c' è: «Nell' ultimo anno e mezzo non si e voluta guardare in faccia la realtà. Ognuno voleva un M5s fatto a sua immagine e somiglianza. Oggi il M5s non sa più dove andare». E Bugani ha anche ammesso che tutte e tre le strade sono legittime, perché «nessuno ha mai chiesto agli attivisti dei 5 stelle quale dovesse essere la rotta». L' occasione giusta dovrebbero essere gli stati generali del 13-15 marzo, una specie di congresso pentastellato, ma il problema è in che atmosfera e in che stato d' animo ci si arriverà. Luigi Di Maio, al di là della piccola astuzia di abbandonare il ruolo di capo politico di M5s prima del tracollo di domenica (ma va detto che era contrario a correre tanto in Calabria quanto in Emilia Romagna), ha lasciato momentaneamente il campo perché stremato fisicamente. Ma non è escluso che si ripresenti, da solo o con Stefano Patuanelli, come leader ancora una volta del corpaccione indipendentista del Movimento, e a patto di ottenere un piccolo passo indietro della Casaleggio&Associati dalla gestione delle cose anche più minute del Movimento, come le candidature e la rendicontazione finanziaria dei deputati. Ma alla fine è anche possibile che sia il solo Patuanelli a raccogliere la croce da «Giggino 'a marachella», come lo chiamano gli amici campani. Carlo Sibilia, voce sempre critica, invece chiede che ci sia un comitato di reggenti, perché la situazione è troppo delicata e un leader solo rischierebbe di perdersi per strada due correnti su tre. Limare le unghie a Davide Casaleggio è nei fatti anche il progetto della sinistra interna, rappresentata da Fico, presidente della Camera, dal «solito» Di Battista, da Nicola Morra, presidente dell' Antimafia, dal ministro Federico D' Incà e molti altri a Montecitorio. Formalmente, e per evitare strappi e accuse di mancanza di gratitudine, si tratta di mettere mano alla statuto del Movimento riportando dentro il partito alcune funzioni. Poi, certo, c' è anche il contenuto politico: ai grillini di sinistra proprio non vanno giù la politica dell' immigrazione della Lega, qualche strizzata d' occhio a Casa Pound e dintorni e le uscite anti euro. Sul fronte destro del partito, invece, bastano due temi a scaldare gli animi contro l' abbraccio mortale del Pd: i rapporti troppo stretti con le banche e la timidezza nei confronti della famiglia Benetton e delle concessioni autostradali che l' ex ministro Danilo Toninelli e Di Maio stesso volevano spezzare con una revoca totale. Gianluigi Paragone ha annunciato che non farà causa contro l' espulsione perché il partito ha già deciso di andare «di là» e ha aggiunto: «Siccome quella causa rischio di vincerla, cosa faccio? Rientro in una casa che è senza identità?». Certo, aiuterebbe il confronto se almeno si conoscessero le regole che governeranno gli stati generali, come osservano sotto garanzia di anonimato un paio di senatori vicinissimi a Beppe Grillo. E intanto, il comico genovese è costretto ad annullare le prossime due date (Palermo 28 febbraio e Catania il giorno dopo) del suo tour Terrapiattista. Lo ha annunciato via Facebook, spiegando che non riesce «a lavorare e riposare correttamente per colpa di apnee notturne». Lui almeno ce le ha solo di notte.

Caos nei 5 Stelle, segnalato ai probiviri il presidente della Commissione antimafia: “Morra deve essere cacciato”. Redazione de Il Riformista il 29 Gennaio 2020. Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia e senatore del Movimento 5 Stelle, è stato segnalato dagli attivisti dei Meet-Up calabresi del Movimento su Rousseau e al Collegio dei Probiviri. Il motivo? Morra, eletto in Calabria e residente a Cosenza, aveva rivelato in una intervista al Corriere della Sera di non aver votato per il candidato grillino Francesco Aiello. Nei giorni precedenti al voto Morra si era espresso chiaramente contro la candidatura di Aiello per la parentela del professore di Economia all’Università della Calabria con il boss della ‘ndrangheta Luigi Aiello, ucciso in provincia di Catanzaro il 21 dicembre 2014 nell’ambito di una faida tra due cosche mafiose. “Gli avversari esterni ti rafforzano, quelli interni ti distruggono – scrivono in una nota gli attivisti dei 5 Stelle – Dai primi ti puoi difendere, dagli altri no. In un articolo di oggi il senatore Nicola Morra, eletto con i voti del Movimento 5 Stelle, ha reso noto di non aver votato il M5S alle elezioni regionali calabresi, rendendo chiaro come il deludente risultato sia stato a tutti gli effetti ostacolato più da detrattori interni che esterni al movimento. D’altronde Morra aveva già violato i primi 5 punti del comma d) dell’articolo 3 dello statuto dell’associazione Movimento 5 Stelle pregiudicando la campagna elettorale, alla quale non ha partecipato. Morra, con le sue dichiarazioni che hanno trovato ampio risalto sulla stampa in ordine alla lista del M5S in Calabria, ha violato i seguenti punti: attenersi alle disposizioni dello Statuto; rispettare le decisioni assunte dagli organi del MoVimento 5 Stelle; astenersi da comportamenti che possano pregiudicare l’immagine o l’azione politica del MoVimento 5 Stelle; attenersi a criteri di lealtà e correttezza nei confronti degli altri iscritti; concorrere attivamente all’azione politica del MoVimento 5 Stelle, avuto riguardo alla propria situazione personale ed alle proprie capacità. Il senatore Morra non è stato corretto nei confronti degli altri iscritti, in particolar modo verso quelli che hanno espresso la loro candidatura e verso tutti gli attivisti che, senza riserve mentali, si sono spesi in ogni modo per una reale prospettiva di cambiamento rifugiando dall’autoreferenzialità. Le dichiarazioni di Morra sono sembrate andare verso un vero e proprio boicottaggio e il forte sospetto è che abbia tenuto questa condotta per mera politica interna a discapito dell’interesse dei cittadini calabresi. Non ha, inoltre, minimamente rispettato il volere degli iscritti che, con il 70,6% dei voti sulla piattaforma Rousseau nella votazione del 21 novembre 2019, hanno scelto di presentare le liste in Calabria e che in una successiva votazione dell’11 dicembre 2019 hanno votato per confermare Francesco Aiello come candidato presidente di regione per il M5S”. Dagli attivisti nella nota arriva una presa di posizione durissima: “Per noi tutto ciò è inaccettabile. Chi è contro il movimento, chi in queste elezioni è stato un avversario politico, vada fuori dal Movimento. Chi ha passato le proprie giornate a denigrare la lista del M5S e a screditare in chat e su Facebook l’operato delle centinaia di attivisti che hanno messo impegno e passione per la campagna elettorale deve abbandonare il movimento o essere allontanato dallo stesso. All’interno del movimento nazionale o regionale non può trovare spazio chi non vuole che il movimento occupi quegli spazi lasciati liberi dalle operazioni antimafia e dai dinosauri della politica locale. Il MoVimento 5 Stelle è una comunità di cittadini che si sono dati delle regole che rispettano e che fanno rispettare. Da iscritti, quindi, segnaleremo il senatore Morra su Rousseau, al Collegio dei Probiviri per le opportune verifiche sulla sua condotta così nociva per il MoVimento 5 Stelle”.

Elezioni regionali, tracollo Cinque stelle: dalla culla alla tomba.  In Emilia Romagna il Movimento va peggio persino di dieci anni fa: 5 per cento secondo le proiezioni, alle origini nel 2010 conquistò il 7 per cento. A lumicino pure in Calabria. I 309 parlamentari M5S, da ora, sono tecnicamente dei morti viventi. Da domani tutto balla. Anche le caselle del governo? Susanna Turco il 27 gennaio 2020 su La Repubblica. Il tracollo è verticale, spaventoso. Si può dirlo anche senza attendere il commento di Vito Crimi, da tre giorni reggente in luogo del dimissionario Luigi Di Maio e della sua cravatta. I numeri allontanano ancora la fotografia del voto delle politiche 2018, che immortalava una situazione completamente diversa da quella di oggi. A nulla può valere che l'ulteriore calo fosse prevedibile e ampiamente previsto. In Emilia Romagna, secondo le proiezioni, i Cinque stelle conquistano il 5 per cento: il candidato governatore Simone Benini agguanta a mala pena il 4 per cento, ed ha il coraggio di dirsi soddisfatto («volevamo esserci e ci siamo», proclama). In realtà sono percentuali mai viste dal M5S in Regione, «culla e tomba» dei Cinque stelle. Record negativi che non furono toccati nemmeno nel movimento delle origini: dieci anni fa, 2010, sempre alle regionali il Movimento guidato da Beppe Grillo prese il 7 per cento – come ricorda l'oggi ex Giovanni Favia, che condusse l'impresa. Per non parlare dell'ultimo biennio: il 27,5 per cento il 4 marzo 2018, già sceso al 12 per cento alle europee del 2019. «I numeri sono impietosi, li condannano all'irrilevanza», commenta Silvio Berlusconi, peraltro dall'alto del 2,5 per cento raccolto nella regione più rossa d'Italia. In effetti, nella corsa a perdifiato verso il nulla, il partito del dimissionario Luigi di Maio va più forte persino del partito azzurro del Cavaliere - che pure è in disfacimento da tempo (si salva solo in Calabria, grazie alla candidata unitaria del centrodestra Jole Santelli). Ancora più drammatico il crollo in Calabria: il 6,3 per cento ottenuto dai Cinque stelle secondo le prime proiezioni è sorprendente, a paragone del 26,7 per cento conquistato soltanto un anno fa. Per non parlare del fantasmagorico 43,4 per cento delle politiche 2018. È rimasto un voto su otto, di quelli di allora. E meno male che il reddito di cittadinanza doveva essere la chiave di volta per conservare i consensi raccolti al Sud. Da domani, è il minimo, si moltiplicheranno i mal di pancia degli ondivaghi trecento parlamentari dei Cinque stelle (210 deputati e e 99 senatori). Eletti che non hanno allo stato praticamente alcuna probabilità di tornare in Aula, tecnicamente dei morti viventi nel Palazzo, forse pronti a tutto pur di sopravvivere. Da domani – se non il governo stesso, così tanto cambiato nei pesi interni in soli quattro mesi – sono destinati ad essere presi d'assalto i punti più molli della maggioranza giallo-rossa. A partire dalla legge elettorale proporzionale e dalla mediazione sulla nuova prescrizione. Un riequilibrio pro-Pd sarebbe da immaginarsi, anche dal punto di vista della composizione dell'esecutivo: il guardasigilli Bonafede, l'unico che (insieme con Conte) ricopre il medesimo incarico che aveva nel precedente governo, riuscirà ad esempio a restare al suo posto? E il premier stesso, non ha nulla da temere? A rigor di logica, visto il crollo di quello che era il primo partito della maggioranza, un terremoto dovrebbe essere alle porte. Eppure non sono pochi quelli che invitano a non sottovalutare la scarsità di mezzi, e ampiezza di manovra, di questo consesso umano. Insomma, in questo caos, anche trovare qualcuno in grado di mettere in piedi una strategia non sarà facile.

Annalisa Cuzzocrea per “la Repubblica” il 27 gennaio 2020. «Il Movimento è nato in Emilia-Romagna nel 2007 e qui riceve oggi un colpo mortale». Federico Pizzarotti c' era: al primo V-Day a Bologna nel 2007, nelle piazze per le regionali del 2010, fino alla sua vittoria del 2012 a Parma, primo sindaco M5S in un comune medio-grande.

Un suo storico oppositore come Max Bugani, da poco uscito in polemica dall' associazione Rousseau, aveva previsto una disfatta. Per la prima volta d' accordo?

«Chi vive qui questa cosa la sentiva. Il Movimento ha fatto fatica a trovare i candidati, ha fatto una campagna elettorale inesistente, soprattutto non aveva più niente da dire. Nessun tema da portare avanti, nessuno slogan da proporre».

Perché secondo lei?

«Come facevano? Sono stati al governo con tutto e il contrario di tutto. Senza combinare niente».

Qualcosa l' hanno fatta. Il reddito di cittadinanza, ad esempio, e nonostante questo i voti non fanno che diminuire.

«Ah ma certo, di cose discutibili ne hanno fatte. Il reddito di cittadinanza non è servito a far aumentare i posti di lavoro, come avevano promesso. Vede, aver annunciato di aver abolito la povertà dimostra come non abbiano il senso della misura e il senso delle istituzioni».

Questo risultato è quindi lo specchio di una crisi nazionale?

«I parlamentari non hanno nessuna intenzione di andare a casa. Cercheranno in ogni modo di restare attaccati a questo governo e intanto elaborare una strategia di sopravvivenza, Perché se andassero al voto politico adesso, scomparirebbero».

Eppure si sono appena dati quella struttura che lei invocava prima di essere allontanato.

«Dicevo cose realistiche e venivo trattato come un ribelle. Hanno fatto tutto fuori tempo massimo e nel modo più sbagliato. Con "facilitatori" calati dall' alto, senza alcun riconoscimento sul territorio. Si può dire che in pochissimo tempo il Movimento ha fatto tutti gli errori che hanno fatto i partiti in 40 anni».

Non è troppo severo?

«Nominano gli amici, ripescano quelli che non sono stati eletti, candidano fidanzate. Se sei quello che ha sempre detto "non lo farò mai", non puoi permettertelo».

Non pensa che gli Stati generali di marzo, di fatto il primo congresso, possano segnare una ripartenza?

«Dovrebbero essere capaci di mettere in piedi processi democratici, ma non lo sono. In più, i militanti che erano in buona fede sono già andati via. Sono rimasti solo i fan dei fan».

Ha nostalgia di com' era il M5S del 2010?

«C'erano una carica e un entusiasmo magnifici, ma non è che non ci fossero già le beghe. Volevamo votare il candidato per le nostre prime regionali, era tutto pronto ed era chiaro che sarebbe stato Giovanni Favia, ma il giorno prima arrivò un post del blog che lo impose dall' alto. Le brutte abitudine ci sono sempre state». 

Alessandro Trocino per il Corriere della Sera il 26 gennaio 2020. L'anno era cominciato con un urlo liberatorio, ambiguo come si conviene a ogni comico (molto meno a un politico): «Basta avere paura, sarà un anno meraviglioso!». Ottimismo paradossale sparato mentre, badile alla mano, Beppe Grillo ricordava i cambiamenti climatici e (si) scavava una fossa sulla spiaggia o, interpretazione alternativa, allestiva una trincea. L' anno poi è cominciato non benissimo, con i 5 Stelle in difficoltà e Luigi Di Maio dimissionario. E rischia di continuare ancora peggio: oggi si vedrà il livello del fossato raggiunto dai 5 Stelle in Emilia-Romagna e in Calabria, mentre Grillo annuncia la cancellazione del suo show Terrapiattista. La motivazione addotta, in un post su Facebook, è medica: «Devo purtroppo comunicarvi che sono costretto ad annullare le date del mio prossimo tour Terrapiattista , in partenza a febbraio, per un problema di apnee notturne che negli ultimi tempi non mi sta permettendo di riposare e lavorare correttamente. A breve mi dovrà sottoporre a un intervento chirurgico e, tra degenza e convalescenza, non sarò in condizione di portare il mio spettacolo in giro per l' Italia. Avremo modo di recuperare il tour in futuro». Neanche una battuta, un doppio senso, un calembour. Solo un mesto, «L'elevato», a firmare il tutto. Dentro il Movimento più di uno sospetta che la ritirata sia strategica. Il tour doveva partire il 13 febbraio a Forlì e finire il 15 maggio a Chiasso. «Un piccolo intervento fa saltare quattro mesi di tour? Non è che non vuole metterci la faccia?». In effetti, problemi di salute a parte, le presenze pubbliche di Grillo sono sempre più centellinate. Ha aspettato due giorni per commentare l' addio di Di Maio. Lo ha fatto con un messaggio nel quale non sprizzava empatia e affetto. È noto come sia scontento della guida impressa dal leader politico, ma che sappia anche che di alternative valide ce ne siano ben poche. È come se Grillo si sia lasciato trascinare nel vortice del dubbio, proprio quello che invitava a coltivare nel claim del nuovo spettacolo annullato. Spiegava: «La cultura, l' informazione, la scienza ci hanno tradito, come la politica. Tutto è scontato, prevedibile, e allo stesso tempo incerto. Solo attraverso il dubbio possiamo davvero essere liberi». Pratica sana e utile, coltivare il dubbio, ma poco adatta a chi ha il compito di governare l' Italia o, come nel suo caso, tira i fili della sua creatura, contribuendo alla creazione di una classe dirigente autonoma. Dal «vaffa» al dubbio la strada è lunga e così forse Grillo ha pensato di coltivarlo privatamente per un po'. Lasciando magari strada ad Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone che, come ha rivelato quest' ultimo, stanno studiando uno show a due.

Chris Bonface per Libero Quotidiano il 26 gennaio 2020. Ormai è diventata una moda gettare la spugna dalle parti del Movimento 5 stelle. Dopo le dimissioni clamorose da capo politico del movimento di Luigi di Maio a una manciata di giorni dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, a ritirarsi questa volta è addirittura Beppe Grillo, il fondatore del movimento. Non dalla guida dei grillini: quello l' ha già fatto da tempo, ritagliandosi il ruolo un po' etereo de "L' Elevato". Grillo si ritira sia pure momentaneamente anche dal mestiere che gli era restato: il comico. Ieri sulla sua pagina Facebook ha infatti annunciato l' annullamento delle prossime date del tour del suo spettacolo, "Terrapiattista". «Devo purtroppo comunicarvi», ha scritto ai fan, «che sono costretto ad annullare le date del mio prossimo tour "Terrapiattista", in partenza a febbraio, per un problema di apnee notturne che negli ultimi tempi non mi sta permettendo di riposare e lavorare correttamente. A breve mi dovrò sottoporre ad un intervento chirurgico e, fra degenza e convalescenza, non sarò in condizione di portare il mio spettacolo in giro per l' Italia. Avremo sicuramente modo di recuperare il tour in futuro». Certo i problemi di salute non si discutono (anche se le apnee notturne sono piuttosto diffuse), ma qualche sospetto sulla tempistica della decisione circola fra i più maliziosi. Anche perché il tour era stato annunciato non una vita fa, ma l' 8 di gennaio e come prima data prevista aveva l'appuntamento del 13 di febbraio al teatro Diego Fabbri di Forlì, proprio nel cuore di quell' Emilia-Romagna dove si voterà domani. Per questo la tempistica dell'uscita di scena è sembrata molto legata al terremoto che sta coinvolgendo in questi giorni il Movimento 5 stelle. Alla vigilia della apertura delle urne infatti la sola certezza che c' è senza bisogno di conoscere i sondaggi segreti, è quella del tracollo elettorale grillino. Non una novità, intendiamoci: in Emilia-Romagna il movimento era già precipitato dal 27,54% delle politiche del 4 marzo 2018 al 12,89% (meno della metà) raccolto alle europee del 26 maggio dello scorso anno. Il rischio che è ben presente nelle fila del movimento è quello di una ulteriore robusta discesa nei consensi, con lo spettro di dimezzare il risultato ottenuto alle regionali del 2014 (13,3%) che fu l' anno nero elettoralmente parlando della storia grillina. All' epoca Grillo si riempì di Maalox, oggi scompare dal pubblico scegliendo una operazione e una degenza che cascano proprio a fagiolo. Non a caso l' idea che accarezzata da Di Maio era stata quella di non presentare proprio il simbolo alle elezioni, cercando di evitare una sicura figuraccia in un momento particolarmente confuso di militanti e simpatizzanti. Ma quella ipotesi è stata messa in minoranza e stufo di mettere la faccia sui tonfi elettorali (uno dopo l' altro una volta andati al governo), Di Maio la faccia l' ha tirata via di scena in extremis. Certo sarà difficile ora buttare la responsabilità dell' eventuale insuccesso sulle spalle di Vito Crimi, reggente da pochi giorni. Ma il punchball a cui si era abituati all' interno del Movimento non c' è più e non c' è nemmeno lo spirito di Grillo messo a letto per l' occasione: è assai probabile che da lunedì in poi voleranno cazzotti un po' alla rinfusa nel movimento. L'Emilia-Romagna d'altra parte è stata un po' la prima vetrina di tutto ciò che erano nel bene e nel male i grillini. Lì (e in Piemonte) nel 2010 furono eletti i primi consiglieri regionali, lì sono nate le prime guerre intestine con botte da orbi ed espulsioni da partito comunista sovietico. Esemplare la rapidissima parabola negativa di Giovanni Favia, il cocco di Grillo precipitato nella polvere dopo pochi anni ed espulso dal movimento. Così come accaduto poco dopo a Federico Pizzarotti, primo sindaco grillino di rilievo nel 2012 a Parma e poi espulso con ignominia al primo avviso di garanzia. Quella terra è stata un po' il motore della crescita grillina di questi anni, e ora rischia di essere il simbolo di una decrescita per loro assai poco felice. Regionali a parte, resta il tema politico di un partito di maggioranza relativa in parlamento che ormai nel paese è una evidente minoranza, dietro di sicuro a Pd e Lega, ma con il rischio di essere sorpassato anche da Giorgia Meloni. I suoi leader non si capacitano delle ragioni di questa improvvisa crisi. Come raccontano al Tesoro in una riunione con i colleghi la M5S Laura Castelli ha allargato le braccia sospirando: «Se tu risolvi un loro problema gli italiani non ti sono affatto riconoscenti, perché pensano che tu hai fatto solo il tuo dovere minimo. Molto più redditizio elettoralmente soffiare sul fuoco dei problemi e lasciarli irrisolti». Certo l'esperienza di governo ha prosciugato lentamente il consenso elettorale grillino, poi bisogna capire se gli italiani hanno davvero avuto questa percezione di problemi risolti o se la loro opinione non sia quella diametralmente opposta. Con questa confusione in testa e senza una vera testa (nel senso di guida politica), il M5S è il vero rischio di tenuta del governo di Giuseppe Conte. Perché la divisione in capetti e i litigi fra fazioni possono fare saltare in aria tutto anche contro la convenienza dei singoli che sanno già come sia impossibile ai più sperare di tornare dopo nuove elezioni in Parlamento. Anche l' attuale assetto provvisorio -di un reggente nazionale come Vito Crimi e un capo delegazione al governo come probabilmente Stefano Patuanelli- rischia di accendere micce invece di spegnerne. Perché di fronte a non improbabili contrasti di maggioranza nessuno dei due sarebbe in grado di impegnare il resto del M5S su un possibile compromesso. Ad ogni sì che dicessero scoprirebbero che una buona parte delle truppe non verrebbe dietro. Potrebbero essere proprio loro la causa della caduta dell' esecutivo.

Di Maio, la strategia del passo indietro. Non farà più il tesoriere dei 5 Stelle. Pubblicato domenica, 19 gennaio 2020 su Corriere.it da Emanuele Buzzi. Il leader: «Il capo politico da solo non ce la fa». In Veneto e Liguria tensioni sull’alleanza con i dem. Il premier Conte non sarà agli Stati generali dei 5Stelle a marzo. Un «no» secco, perentorio, che indirettamente spalanca le porte a nuovi scenari. Luigi Di Maio impegnato nel suo ruolo da ministro degli Esteri, intento a ridisegnare il Movimento 5 Stelle in vista degli Stati generali (con voci sempre insistenti su un suo possibile «strategico» passo indietro in vista di una nuova «gestione collegiale») chiude la porta a uno dei ruoli chiave che finora ha occupato. Il leader dei Cinque Stelle non sarà più tesoriere del Movimento. Secondo l’articolo 12 dello statuto dell’associazione che regola la vita pentastellata «il tesoriere è il rappresentante legale del Movimento 5 Stelle in tutte le attività economico-finanziarie, ha la responsabilità della gestione amministrativa e della politica finanziaria del Movimento 5 Stelle e ne apre e gestisce i conti correnti bancari e postali». E soprattutto «è rieleggibile per non più di due mandati consecutivi». In teoria, quindi, Di Maio potrebbe mantenere la carica che ricopre dal 2017 e che scade a settembre di quest’anno. Ma non lo farà. «No», ribadisce chiaro a chi gli chiede se abbia intenzione di mantenere il ruolo, a dimostrazione che il leader sta studiando cambiamenti. Non a caso ieri in campagna elettorale in Calabria, Di Maio ha rilanciato gli Stati generali M5S di marzo e ha sottolineato che «il solo capo politico non ce la può fare» a guidare il Movimento e che la kermesse sarà il luogo «per mettere finalmente in piedi una nuova Carta dei valori e un’organizzazione più efficace». All’attesa manifestazione pentastellata non sarà presente il premier Giuseppe Conte, che negli ultimi mesi ha riscosso diversi apprezzamenti tra le fila dei Cinque Stelle. Una distanza che in ambienti governativi leggono come implicita. «Gli Stati generali non sono una festa come Italia 5 Stelle, ma un momento di riflessione interna a un partito», commentano fonti di Palazzo Chigi. Intanto si registra un incontro giovedì scorso — non confermato dall’entourage del presidente della Camera — tra Roberto Fico e lo stesso Di Maio. In attesa che si organizzino gli Stati generali il Movimento continua a vivere di fibrillazioni. Tra lunedì e martedì potrebbero arrivare le espulsioni. «Una decina», sostiene il capo politico. Ma, secondo fonti parlamentari, diversi deputati e senatori sui 35 raggiunti dalle lettere dei probiviri sarebbero corsi ai ripari nelle ultime ore cercando soluzioni «di clemenza». E il numero di «cacciati» potrebbe dunque calare. Domani su Rousseau si voteranno i facilitatori regionali, si sceglieranno i progetti a cui destinare i fondi delle restituzioni e, soprattutto, si decideranno i candidati governatori per le Regionali in Toscana, Puglia e Liguria. Proprio in Liguria ieri c’è stata un’assemblea molto combattuta. Come nelle Marche (dove Di Maio e Danilo Toninelli hanno imposto la corsa in solitaria), si discute della possibilità di allearsi con i dem e le civiche. Una situazione che rischia di diventare paradossale una volta scelto il nome del governatore. In Veneto, invece, il ministro Federico D’Incà ha lanciato la sua proposta all’assemblea: votare su Rousseau — dopo l’esito delle Regionali in Emilia-Romagna — se dar vita a un asse con Pd e liste civiche. I più sono orientati alla corsa in solitaria, ma il sasso gettato dal ministro ha scosso e diviso la platea. Tensioni oramai non più carsiche e che il Movimento, per continuare a esistere, dovrà affrontare.

Il passo indietro di Di Maio: «non più leader solo, un comitato alla guida del M5s». Ma il suo staff smentisce. Il Dubbio il 19 gennaio 2020. Il capo politico dei grillini starebbe lavorando alla nascita di un organo collegiale per suddividere le responsabilità e superare l’attuale crisi dei consensi. Luigi Di Maio non sarà più il leader solo del M5S: alla guida del partito ci sarà un “comitato”. A svelarlo è Repubblica, secondo cui il capo politico dei grillini starebbe lavorando alla nascita di un organo collegiale per suddividere le responsabilità e superare l’attuale crisi dei consensi, per un cambiamento che sia anche ritorno alle origini. Tra i cambiamenti, come riportato dal Corriere, potrebbe esserci quello di dismettere le vesti da tesoriere del Movimento, una carica che aveva assunto nel 2017 e in scadenza a settembre 2020. «Il tesoriere – si legge nello Statuto – è il rappresentante legale del Movimento 5 Stelle in tutte le attività economico-finanziarie, ha la responsabilità della gestione amministrativa e della politica finanziaria del Movimento 5 Stelle e ne apre e gestisce i conti correnti bancari e postali». Un ruolo che si può ricoprire per non più di due mandati consecutivi. Di Maio potrebbe, dunque, anche mantenere la carica, ma secondo il Corriere ha già deciso di non farlo. Dalla Calabria il capo politico grillino ha annunciato la necessità di cambiare volto al Movimento. L’occasione sarà fornita dai cosiddetti Stati generali, occasione per mettere in piedi una nuova carta dei valori e un’organizzazione più efficace. «Il solo capo politico non ce la può fare – ha sottolineato -. Ma ricordiamoci che il movimento è utile se aiuta quelli che stanno fuori non quelli che stanno dentro. A noi interessa far star bene il cittadini». Ma lo staff del ministro degli Esteri, in mattinata, smentisce: «smentiamo le varie ricostruzioni giornalistiche secondo cui il capo politico M5S Luigi Di Maio avrebbe intenzione di lasciare la carica di tesoriere – notizia del tutto illogica – o avviare nuove cose organizzative. Il capo politico ha sempre parlato di maggiore collegialità e, a tal proposito, il riferimento è alla nuova riorganizzazione già avviata con i nuovi facilitatori che servirà a dare nuova forma e forza al Movimento 5 Stelle, in vista degli Stati Generali di marzo. Troviamo altrettanto grave che in una giornata così delicata e complessa per l’Italia e per l’Ue, impegnate sul dossier libico in occasione della Conferenza di Berlino, i giornali colgano occasione per parlare del M5S riportando notizie infondate».

Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” il 20 gennaio 2020. Oggi è il giorno in cui si apriranno ufficialmente le danze per i nuovi equilibri nel Movimento. La scelta dei facilitatori regionali e dei candidati governatori per Liguria, Toscana e Puglia apre di fatto la stagione degli scontri in seno al Movimento tra l' ala di chi vorrebbe un disegno in seno all' area riformista e chi preferisce - come Luigi Di Maio - puntare sulla «terza via», ossia essere un soggetto alternativo a destra e sinistra, un ago della bilancia da cui gli altri partiti non potranno prescindere. Ma il Movimento che sarà è tutto in via di definizione. E non solo per i ruoli o la struttura. Con il capo politico pronto a fare un passo indietro da tesoriere e a lanciare una gestione collegiale. C'è chi tra i big vede negli Stati generali la possibilità di discutere di tutto, perfino di un totem come Beppe Grillo: «Dovremmo parlare della linea, del capo politico e del garante». Altre proposte stanno per essere messe in campo. Alessandro Di Battista - rispondendo ai commenti su Instagram a una foto che lo ritrae sulla metropolitana di Teheran - assicura: «Torno presto. Giuro». E aumentano le voci sul fatto che presenterà anche lui una proposta politica in vista della manifestazione di marzo. L'ex deputato nei giorni scorsi era intervenuto nel dibattito ricordando come lui abbia sempre mantenuto una sua indipendenza di pensiero criticando - a seconda delle motivazioni e del momento - gli alleati di governo: prima la Lega, poi il Pd. La strada, però, in vista degli Stati generali è ancora lunga. Specie a livello parlamentare. Tra martedì e mercoledì si dovrebbe abbattere la scure dei probiviri sui morosi della restituzione. Alla fine, sembra che nel Movimento abbia prevalso una linea simile a quella che venne adottata per l' ex capogruppo Riccardo Nuti. Le espulsioni dirette dovrebbero essere pochissime, ma una quindicina di parlamentari riceveranno invece una maxi-sospensione dal Movimento, misura che in passato è stata il viatico per il passaggio al gruppo misto. E i numeri al Senato per la maggioranza potrebbero diventare ancora più ballerini. Contestualmente i Cinque Stelle stanno studiando se far partire le cause per richiedere ai fuoriusciti la penale da centomila euro «prevista» per i cambi di casacca. Una mossa che potrebbe frenare - almeno al momento - altri addii. Nel Movimento, intanto, comincia a far discutere anche il nuovo criterio (opzionale) individuato dal comitato di garanzia per le restituzioni dei parlamentari. Gli eletti del Movimento potranno «donare» mensilmente una cifra forfettaria di tremila euro. Le indiscrezioni, però, hanno già creato un dibattito tra deputati e senatori, con i primi che evidenziano come gli inquilini di Palazzo Madama guadagnino più di loro e come quindi, in proporzione, non ci sia equità. Un dibattito tutto interno che rischia però di compromettere ulteriormente i già labili equilibri. «Ogni giorno ci troviamo davanti a una questione diversa: ormai volano gli stracci anche per cose irrisorie: come possiamo pensare di proseguire in questo modo per tre anni? », si domanda un pentastellato.

Ilario Lombardo per “la Stampa” il 22 gennaio 2020. E così dopo una settimana di surreali smentite di cui ancora non si è capito il senso, oggi Luigi Di Maio farà il suo clamoroso passo indietro da capo politico del M5S. Sempre che sarà tale fino in fondo. A soli cinque giorni dal voto che dall'Emilia Romagna potrebbe terremotare il governo e l'alleanza con il Pd. Ma è arduo comprenderlo perché la sua strategia in queste ore è sfumata, ingolfata di mezze verità, notizie veicolate per depistare e spostare l' attenzione. Unica informazione certificata dal suo staff è: «Domani (oggi, ndr) il ministro Di Maio farà un annuncio importante». E quale potrebbe essere se non questo, di cui si parla da oltre una settimana? Ma la domanda resta la stessa del primo giorno in cui si è cominciato a parlare del suo addio: cosa ha in mente Di Maio? Domanda che resta la più interessante perché lo interroga in quello che nell' intimo di un politico è il motore fondamentale: il potere, e l' ambizione di tenerselo stretto. E infatti nessuno tra i suoi fedelissimi osa smentire l' ipotesi che in realtà si tratta di un arrivederci e non di un addio. Un passo di lato controllato - a soli cinque giorni dal voto che dall' Emilia Romagna potrebbe scuotere il governo e l'alleanza con il Pd - per ritornare alla testa dei grillini dopo averli osservati massacrarsi senza più lui a fare da capro espiatorio. «Vediamo cosa saranno in grado di fare senza di me», è lo sfogo che gli hanno attribuito più volte i collaboratori. Di Maio tornerebbe a proporsi con una sua squadra, una segreteria chiamata in altro modo, e dentro la quale vuole in tutti i modi la presenza della sindaca di Torino Chiara Appendino. Un progetto complicato, perché la politica sa essere spietata con chi rinuncia allo scettro, anche se per poco. Questa nuova sfida però non si terrebbe agli Stati Generali di marzo che proprio Torino dovrebbe ospitare. Ma successivamente, quando matureranno meglio i tempi. Due mesi sono troppo pochi e suonerebbero come una farsa se si ricandidasse a capo politico dopo così poche settimane. Nel frattempo, come verrà annunciato oggi, la reggenza passerà a Vito Crimi, membro anziano del comitato di garanzia. Di Maio vorrebbe restare capo-delegazione, seguendo la formula del Pd che ha permesso al ministro Dario Franceschini senza cariche nel partito, di rappresentarlo al governo. Ma su questo, fanno sapere dall'area più filo-dem del M5S ci sarà battaglia, perché non è scontato che glielo lascino fare (ai gruppi parlamentari piace Stefano Patuanelli e in subordine Alfonso Bonafede). Crimi è stato allertato nella giornata di ieri mentre diversi membri M5S del governo, a partire da Stefano Buffagni, annullavano le loro ospitate televisive. Il viceministro all'Interno, uomo di fiducia di Davide Casaleggio, traghetterà i 5 Stelle fino al summit di marzo, poi si vedrà. Perché in quell'occasione si discuterà del destino del M5S in due aspetti: se finirà nell' area dei progressisti contro i sovranisti e se sarà plasmato attorno a una leadership più collegiale. Se così fosse lo spazio per Di Maio e la sua componente rischierebbe di ridursi.  Ma ormai è fatta. Sentiva di non avere più alternative, il giovane leader di Pomigliano che sta accompagnando questo tramonto del M5S. Il partito che perde pezzi, in uno stillicidio di uscite che danno forma alla scissione che per mesi si ostinava a negare. Gli ultimi due ieri: i deputati Michele Nitti e Nadia Aprile, che fanno salire a 14 gli ex 5 Stelle andati via o espulsi alla Camera, dove prende sempre più forma la suggestione di un gruppo dell'ex ministro Lorenzo Fioramonti. Ma a pesare su Di Maio è stato soprattutto lo sconforto di sapere che avrebbe dovuto lui, ancora una volta, giustificare, subire la batosta che il M5S si appresta a incassare domenica in Emilia Romagna e in Calabria. Sfilarsi dal processo pubblico, dunque, pur sapendo che non basta lasciare cinque giorni prima per evitare di essere additato comunque come il responsabile della sconfitta. Perché Di Maio continua a rappresentare l'ala di chi rifiuta l' alleanza con il Pd e sarebbe al leader che darebbero la colpa, ancor più nel caso in cui si realizzasse il disastroso scenario di una vittoria della Lega su Stefano Bonaccini. Ventisette mesi è durato il regno di Di Maio alla guida del M5S. Mesi in cui c'è stato un grande successo, alle elezioni nazionali del marzo 2018, e poi solo sconfitte. E ancora: i gruppi che lo contestano, i ministri che chiedono l'adesione all' area riformista, Beppe Grillo, con il quale la comunicazione si sarebbe interrotta, che ormai parla con il sindaco Beppe Sala e sogna un nuova casa a sinistra, Giuseppe Conte che vuole guidarla. Come poteva continuare così, Di Maio?

Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera”  il 22 gennaio 2020. Se non puoi deporre un leader, puoi proporne un affiancamento, nella forma di cordone sanitario. È quello che hanno fatto finora gli avversari di Luigi Di Maio. Immaginando che fosse inamovibile, hanno rilanciato formule ambigue e commissariali, come le ipotesi «direttorio», «leadership condivisa» e «guida collettiva». Le famose «coltellate», di cui ha parlato Di Maio, da parte degli «avvoltoi», come li ha definiti Stefano Buffagni. La mossa del capo politico, sempre che avvenga nelle prossime ore, potrebbe rimettere in gioco tutto. E interroga amici (pochi) e nemici (tanti), pronti a lanciarsi nella corsa per la nuova leadership. Gli Stati generali si dovrebbero tenere dal 13 al 15 marzo, ma più di qualcuno mette in dubbio che sarà proprio quella la sede dove si sceglierà il nuovo capo politico del Movimento. A interrogarsi sulle mosse del ministro degli Esteri sono in molti. C' è chi non crede che voglia davvero cedere il potere. E chi sospetta che stia cercando di organizzare una controffensiva, un ritorno in campo quando sarà passata la bufera: «È un giochetto, vuole tornare più avanti come salvatore della patria». C' è chi teme uno scarto più grave: che stia cioè creando le condizioni per accelerare una scissione, che comporterebbe la caduta del governo. Fantascienza, per ora, ma le manovre sono partite da tempo. Alessandro Di Battista è il suo fratello coltello. A giorni alterni i due si giurano amore eterno, per poi lanciarsi frecciate e accuse. L' ex deputato in queste settimane è teoricamente alleato di Di Maio, ma al momento opportuno potrebbe sganciarsi e procedere in autonomia, magari affiancandosi a Gianluigi Paragone, espulso di recente ma lesto nel rivendicare l' amicizia «con Ale» e progetti in comune. Il fronte più variegato, con i possibili leader alternativi, è quello a sinistra, che si è rafforzato grazie al governo «giallorosso». Naturalmente c' è Giuseppe Conte, premier che ha saputo acquistare autorevolezza e credibilità, pur non essendo organico del Movimento. Ma proprio questa sua posizione da esterno, oltre che il ruolo a Palazzo Chigi, rendono difficile una successione in questa direzione. Tra chi si è molto dato da fare in questi giorni c' è Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico, che è considerato uomo ponderato, serio e vicino al Pd. Difficile, però, che possa conciliare il Mise con il ruolo di capo politico. Nell' ombra ci sono due personaggi che hanno un grande peso nella storia del Movimento. Roberta Lombardi, movimentista della prima ora, che è stimata e ha concorso alla linea favorevole per la nascita del governo. E Max Bugani, che ha sbattuto la porta della segreteria di Di Maio e ora anche quella di Rousseau. L' attuale capo staff della sindaca Virginia Raggi si contrappone a Di Maio ed è stato uno dei più strenui difensori della linea di non presentarsi in Emilia-Romagna. Tra i più autorevoli senatori c' è Nicola Morra, che nelle scorse settimane si è dato molto da fare per ridiscutere dell' identità del Movimento, lanciando incontri periodici con i parlamentari. Del resto Morra, presidente dell' Antimafia, è stato forse il primo a parlare di «leadership collettiva», non per attaccare Di Maio ma per aiutare il Movimento. Sulla Calabria è stato durissimo contro il candidato ufficiale M5S. Difficile che scenda in campo il presidente della Camera Roberto Fico, frontman dei «progressisti». E anche Paola Taverna e la sindaca di Torino Chiara Appendino sono nomi poco spendibili per una leadership. Qualcuno scommette proprio su Vito Crimi. Da membro anziano, diventerebbe reggente. Ma una volta in sella, dicono, potrebbe aver voglia di rimanerci.

Federico Capurso e Ilario Lombardo per “la Stampa” il 23 gennaio 2020. Il regolamento prevede che il reggente avvii la scelta del successore entro trenta giorni dalle dimissioni del capo politico. Dunque, entro fine febbraio. È evidente, però, che si troverà il modo di fissare la data dell' elezione dopo gli Stati Generali, lasciando Vito Crimi al suo posto con una "deroga" da far approvare all' assemblea dei parlamentari nelle prossime settimane. Così ha deciso Luigi Di Maio, come svela lui stesso dicendo che nel grande summit che ci sarà a metà marzo si parlerà del «cosa», della nuova Carta dei valori del Movimento, di «progetti e temi». Subito dopo, aggiunge, «come già d'accordo con Vito, passeremo al chi». Uno sdoppiamento in due fasi che non avrebbe senso, se non per la chiara strategia di evitare di trasformare gli Stati Generali in un vero e proprio congresso, fatto di mozioni e volti sui quali far votare gli iscritti. Di Battista tace, distante. Ma quando al Tempio di Adriano si riaccendono le luci che illuminano gli occhi pieni di commozione, sono tanti, tutti forse, a pensare la stessa cosa: non è stato un discorso di addio, ma di arrivederci. «Non ci penso per nulla a mollare! Si chiude soltanto una fase e ci vediamo agli Stati generali, dove porterò delle idee. Ci sarò sui territori, ci sarò al lavoro per l' Italia, ci sarò per tutti coloro che avranno bisogno di sostegno. Ci sarò e non mollerò mai». Il discorso rivendica un passato, ma costruisce soprattutto una mappa per il futuro, con un programma, una linea politica più moderata, sulla quale edificare un ritorno. Lo sanno i semplici parlamentari, anche chi lo ha osteggiato, e lo sanno i ministri che lo hanno criticato quando si è fatto trascinare dalle sue passioni sovraniste. Ma lo sanno soprattutto i suoi collaboratori che hanno ben chiaro il suo disegno e non lo nascondono.

«Ora vediamo cosa sono in grado di fare senza di me». È la scommessa dei pop corn: aspettare, far emergere le lacerazioni del Movimento e la sua ingovernabilità, dimostrare che un' alternativa non c' è e, a quel punto, forse già dopo le Regionali di maggio, tornare. Come, però? Nessuno nel partito, dai vertici fino all' ultimo dei peones, vuole un nuovo capo politico. Da quello che filtra, il progetto condiviso da più parti sarebbe quello di estendere a un organo collegiale la leadership del M5S. Di Maio vorrebbe farlo coinvolgendo prima di tutto Chiara Appendino, la prima cittadina di Torino. C' è stato un passaggio, nel discorso, indicativo delle sue intenzioni. Quando ha parlato dei sindaci del M5S sul fronte quotidiano dell'amministrazione. È a lei che pensava, a lei si è sempre sentito affine per i modi, il pragmatismo, quella moderazione istituzionale dalla quale lui, però, qualche volta ha sbandato. Eppure, quella che si apre di fronte a Di Maio è una terra inesplorata. Il Movimento 5 stelle è sempre stato una monarchia, dove le decisioni venivano prese da Gianroberto Casaleggio prima, Beppe Grillo poi, fino alla sua elezione a capo politico senza sfidanti, due anni e quattro mesi fa. Oggi, per la prima volta, il partito può essere scalato. E questo Di Maio lo sa. Un assaggio di quel che potrebbero essere gli Stati generali lo ha già avuto nelle ultime settimane. Le truppe parlamentari che vogliono ribaltare gli organigrammi del potere sono uscite allo scoperto, pronte a contarsi e ad ostacolare il tentativo di un suo ritorno. Insomma, stanno nascendo le correnti, come in ogni buon partito. C' è chi lo dice chiaramente, come il deputato Giorgio Trizzino («le correnti non sono un veleno. Possono essere una risorsa») e chi, come i dissidenti del Senato capeggiati da Emanuele Dessì, lo dice tra le righe: «Non vogliamo creare una corrente per avere potere». Potere forse no, ma raccogliere firme, pesare, rivoluzionare il partito, quello sì. I malpancisti di Camera e Senato non preoccupano però Di Maio. Chi mette davvero in pericolo la realizzazione del suo progetto sono i big che remano in una direzione opposta alla sua. Come i "governisti" capeggiati dal ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, sempre più idolo dei parlamentari, che spinge per entrare stabilmente nel campo del centrosinistra. Sulla stessa linea ci sono anche le truppe di Roberta Lombardi, quelle di Paola Taverna e degli ortodossi di Roberto Fico. Tutti con sfumature diverse, però, e che pesano, perché su quelle si alimenterà la corsa alle poltrone in palio nel futuro organo collegiale.

Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 23 gennaio 2020. Alla fine prova a smorzare i toni: «Ho riportato i risultati». Come se quell'elenco di consiglieri pubblicato sul proprio profilo Fb a poche ore dal voto di martedì in aula Giulio Cesare, sulle due mozioni di Fratelli d'Italia e Pd che si sono portate dietro il placet di diversi consiglieri grillini contro la discarica di Monte Carnevale, fosse un modo per cristallizzare la situazione. È invece la bomba è esplosa. Il post del marito della sindaca Raggi, Andrea Severini, ha fatto rigurgitare via social tutti i dissapori interni alla maggioranza cinquestelle in Campidoglio (e non solo). Consiglieri comunali, municipali e regionali se ne sono dette di tutti i colori. Il presidente della Commissione Bilancio, Marco Terranova, che ribadiva come «Non si vota contro una decisione presa dalla Sindaca» è pronto a chiedere «le dimissioni» dei componenti della commissione Ambiente (presidente e vice compresi) che in questi mesi di discussione «non hanno partecipato agli incontri». Ma la numero due di quella commissione, Simona Ficcardi, non ci sta: «Questo commento è proprio scorretto. Sei testimone di tutte le mie richieste di condivisione delle scelte sulla gestione dei rifiuti». Sarebbe potuta finire qui ma il marito della Raggi scrive rivolgendosi alla Ficcardi: «Dovresti non commentare anche tu, fidati». Finita? Macché. «Io sono sempre stata coerente tuona ancora la Ficcardi tu non conosci i trattamenti che ci vengono riservati dietro le quinte, sei troppo di parte». E tra le critiche che piovono da attivisti e non, lo scontro si fa ancora più acceso quando a salire sul ring sono Severini in persona e Marco Cacciatore, consigliere M5S e presidente della commissione Rifiuti alla Pisana che tira giù i suoi di nomi: «Violazione del programma che parlava di tutela di Malagrotta; violazione dei principi democratici del M5S.

Ecco i nomi: Virginia Raggi, Giuliano Pacetti, Pietro Calabrese, Roberto Di Palma. Qui come in alcuni casi del nazionale si è rovinato il MoVimento. Vergogna!». Severini tace? No. «Ma che problema hai? Io no ti ho mai nominato. Manco ti conosco». L'unico che prova a gettare acqua sul fuoco senza entrare nello scontro social è il capogruppo M5S in Comune Giuliano Pacetti che si tiene alla larga da Facebook ma spiega: «Il tema dei rifiuti è sensibile, il gruppo ha accumulato stress, ma già oggi (ieri ndr) noto che i toni si sono abbassati». Reggerà?

 Dal “Corriere della Sera” il 23 gennaio 2020. Di Maio ha concluso il suo discorso togliendosi la cravatta. «Gianroberto Casaleggio - ha spiegato - in tutti gli anni in cui l'ho conosciuto mi ha fatto un solo regalo: un libro che si intitolava L'elogio della cravatta di Mariarosa Schiaffino. Era stato colpito dal fatto che la indossassi sempre, ogni volta che andavo da lui. E mi propose di approfondire il significato del tipo di nodo, perché anche il nodo per lui e per quel libro era comunicazione. Tutto per Gianroberto poteva essere un modo per arrivare alla gente. La cravatta per me ha sempre rappresentato un modo per onorare la serietà delle istituzioni e il contegno che deve avere un uomo dello Stato. Oggi simbolicamente la tolgo qui davanti a tutti voi».

Luigi Di Maio, dimissioni e sfogo coi fedelissimi: "Non ne potevo più", l'imbarazzo con Vladimir Putin. Libero Quotidiano il 24 Gennaio 2020. Luigi Di Maio si è sfogato con i suoi fedelissimi subito dopo aver dato le dimissioni da capo politico del Movimento 5 stelle: "Non ne potevo più", racconta secondo quanto riporta Augusto Minzolini nel suo retroscena su Il Giornale, "l'altro giorno mentre ero con Vladimir Putin avevo il telefonino che continuava a suonare perché il senatore Emanuele Dessì, il dissidente ma non troppo, voleva leggermi il suo comunicato, critico ma non troppo". Ma ora che ha dato l'addio pensa al suo futuro, in primis a rimanere al governo: "Io resto a fare il ministro degli Esteri. A 34 anni posso farmi delle relazioni a livello internazionale che potrebbero tornare utili a me e al movimento". Per Gigino, sottolinea Minzolini, la legislatura vale più di tutto, più della leadership, insomma, vale "la poltrona". Infine, lo sfogo di Di Maio riguarda Alessandro Di Battista: "Se io fossi stato al sui posto e lui avesse ricoperto il mio ruolo, non avrei fatto quello che lui ha fatto a me. Io ho deciso questo passo prima di Natale...". A non andare giù a Di Maio è stato il rifiuto di Dibba di diventare ministro dell'Istruzione dopo che Lorenzo Fioramonti aveva mollato. 

Pasquale Napolitano per il Giornale il 24 gennaio 2020. La testa di Luigi Di Maio è il prezzo pagato per chiudere la guerra dei gruppi parlamentari contro Davide Casaleggio. Uno scambio tra le due anime del Movimento per siglare la tregua: Di Maio molla la guida del Movimento, Casaleggio jr blinda l'associazione Rousseau, il vero cuore del potere economico e politico grillino. È lo scenario in cui sarebbe maturato il passo indietro dell'ex capo politico dei Cinque stelle. C'è una data da segnare in rosso: il 9 gennaio 2020. Per la prima volta, un gruppo di senatori (Primo Di Nicola, Emanuele Dessì, Mattia Crucioli) mette nero su bianco il malcontento nei confronti dell'associazione Rousseau. È la miccia che fa esplodere la bomba. Si moltiplicano interviste e dichiarazioni contro Casaleggio jr. Il documento dei senatori contesta non solo la guida politica del Movimento ma la gestione (secondo i senatori poco trasparente) di fondi (300 euro versati all'associazione), restituzione degli stipendi, candidature e linea politica. In quel momento sarebbe partita la trattativa. Di Maio o Casaleggio? Uno dei due deve passare la mano. Molla il ministro degli Esteri. Casaleggio è salvo. E con lui tesoretto e struttura di comando. C'è da scommettere che ora in avanti, il sistema Rousseau non sarà più sotto il fuoco dei dissidenti. Cosa chiedono gli anti-Casaleggio?

Il primo capo d'accusa è l'obbligo per i parlamentari di versare un contributo mensile di 300 euro nelle casse dell'associazione presieduta dal figlio del fondatore del Movimento. Facendo un veloce calcolo: ogni mese entrano 67.800 euro. Che equivalgono a 813.600 euro l'anno e, nel caso in cui la legislatura duri cinque anni, a poco più di quattro milioni di euro. Obbligo assunto nel momento dell'accettazione della candidatura da parte dei futuri onorevoli. Soldi che servono per finanziare le piattaforme tecnologiche (controllate da Casaleggio) che supportano l'attività dei gruppi e dei singoli parlamentari. Ma nessuno ha il potere di verificare come vengano spesi i soldi. E dunque, nelle settimane scorse è stata avanzata la richiesta di sospendere il versamento dei 300 euro. Un colpo durissimo per le casse dell'associazione Rousseau.

Secondo capo d'accusa: le eccedenze delle restituzioni. I soldi (un minino di 2mila euro), che mensilmente i parlamentari grillini versano sul conto privato intestato a Di Maio, Patuanelli e D'Uva, finiscono, se non spesi, sui conti di Rousseau. Su questo passaggio c'è un'apertura da parte dei vertici grillini: la proposta è di bloccare il versamento delle eccedenze a Casaleggio.

Terzo capo d'accusa: il potere politico di Casaleggio. Candidature, alleanze, organizzazione (e finanziamento) degli eventi, costruzione dei quesiti e scelta del capo: tutte le decisioni vengono filtrate dalla piattaforma gestita da Rousseau. Il vero punto oscuro: nessuno sa chi siano realmente gli attivisti che votano. E dunque nasce un sospetto: Casaleggio è in grado di condizionare le consultazioni?

Insomma, quando la guerra interna al Movimento ha investito il sistema Casaleggio, la poltrona di Di Maio ha iniziato a ballare davvero. Dopo tentennamenti, veleni e schizzi di fango, il ministro degli Esteri è uscito di scena. La cravatta dell'ex leader è finita nella teca dei ricordi del M5s, negli uffici di Montecitorio. Casaleggio ha tirato un sospiro di sollievo. E c'è stato chi fino alla fine ha tentato di convincere Di Maio a non mollare: i fedelissimi (Fraccaro, Castelli, Di Stefano) la notte prima delle dimissioni spingono per un'altra soluzione: «Lascia la Farnesina ma resta capo politico». Ma sarebbe stato troppo pericoloso per Casaleggio. Intanto ieri è ufficialmente iniziata l'era Crimi: il reggente ha incontrato i capigruppo di Camera e Senato. Nelle prossime ore sarà annunciato il nuovo capo delegazione dei Cinque stelle nel governo. Mentre martedì è fissata la prima riunione congiunta dei gruppi parlamentari.

Di Maio lascia, Travaglio nuovo capo politico del M5S. Piero Sansonetti il 23 Gennaio 2020 su Il Riformista. Chi è ora il capo del Movimento 5 Stelle, dopo l’addio- spontaneo o forzato – di Di Maio? La risposta è semplice: Marco Travaglio. Forse non è una novità assoluta: Travaglio da tempo tiene strette le redini del Movimento. Da quando Beppe Grillo ha mollato, al vertice della piramide c’è lui. Nessuno dei dirigenti che ricoprono i vari incarichi nel partito o nel governo ha il carisma, né l’esperienza, né le capacità politiche per guidare un partito. Non le ha neanche Alessandro Di Battista, che forse è il meno fragile e il più intelligente dei leaderini Cinque stelle, ma è ancora in formazione. Travaglio è maturo, è autorevole, è preparato, e soprattutto ha in mente un’idea molto precisa di cosa debba essere questo movimento e di come debba agire. Travaglio concepisce la lotta politica come una battaglia mortale tra liberali e “eticisti”. E lui, che pure si presenta ogni tanto come erede di Indro Montanelli, liberale, sicuramente, non è. Ha in mente un progetto “eticista”, che non coincide neppure con l’idea originaria di Beppe Grillo. Era un po’ anarchico Grillo – e ancora lo è – e aveva immaginato che il suo movimento servisse a scassare le strutture del potere. Grillo sicuramente è un giustizialista, ma il giustizialismo non è il nocciolo duro del suo pensiero e del suo progetto: è uno strumento per radere al suolo il vecchio potere e il vecchio establishment. È un passaggio necessario nella lotta alle élite e quindi nella costruzione di una nuova elite. A Travaglio tutto ciò interessa pochissimo. È molto probabile che in un Paese che finisse nelle mani di Travaglio Beppe Grillo, insieme a molto di noi, sarebbe collocato in prigione. Per Travaglio – al contrario esatto di Grillo – il potere è fondamentale ma è uno strumento per affermare il giustizialismo. È il giustizialismo, lo Stato Etico, il comando autoritario sui comportamenti, i costumi, i riti della società, è questo il paradiso al quale aspira Travaglio. Una società controllata perfettamente dallo Stato, guidata da idee reazionarie e da strutture sociali autoritarie e totalizzanti. Negli ultimi mesi Travaglio ha assunto un ruolo sempre più importante nella guida del Movimento. Tanto che, alla fine, è stato proprio lui a dare il benservito a Di Maio (lo ha fatto un paio di settimane fa con un titolo perentorio del Fatto Quotidiano). Tuttavia fin qui non è riuscito ad assumere il controllo politico dei 5 Stelle. Ora, probabilmente, tolto di mezzo il giovane Di Maio, può finalmente mettere mano al suo progetto. A questo punto cosa sarà dei 5 Stelle? E cosa sarà del governo? E quale sarà la futura collocazione del Movimento, e la sua consistenza? Il punto essenziale è il Pd. Travaglio punta a fagocitarlo, a trasformarlo in un partito satellite dei 5 Stelle. In parte fin qui gli è riuscito. Il Pd ha ceduto ai 5 Stelle quasi su tutto. Lo ha fatto, per ora, in nome della governabilità. Può spingersi oltre e accettare il diktat di Travaglio? Forse no. P.S. Ieri Travaglio, nell’editoriale pubblicato sul Fatto, è tornato a polemizzare con noi del Riformista. Ha messo in campo tutte le sue battute geniali e spiritosissime: invece di Riformista lui scrive Riformatorio, quando cita l’editore del nostro giornale lo chiama l’Imputato Romeo (proprio lui che è un aspirante prescritto deluso…) e altre trovate, come vedete bene, sofisticatissime. Ricorda un po’ Buster Keaton. Ragione della polemica? Difendere il suo vignettista Natangelo che aveva pubblicato sulla home page del Fatto una vignetta nella quale raffigurava Craxi costretto a stare per l’eternità con la faccia nella merda e una carota nel sedere. E che poi aveva risposto a un nostro corsivo con un’altra vignetta nella quale raffigurava anche me con la faccia nella merda e una carota nel sedere. A Travaglio queste vignette sono piaciute, lui dice che sono un modo libero e colto per esprimere una critica al craxismo e al garantismo del nostro giornale. E se il Pd cederà, Travaglio prenderà in mano l’Italia insieme al Pd? Sì, è possibile. Valutate voi a che punto siamo della notte.

Di Maio dimesso, Vito Crimi è il nuovo reggente del Movimento 5 Stelle. Pubblicato mercoledì, 22 gennaio 2020 su Corriere.it da Alessandro Trocino. È uno degli esponenti più longevi del Movimento, passato dal meet up Beppe Grillo di Brescia nel 2007 al ruolo di senatore, sottosegretario nel Conte II e ora possibile reggente del Movimento 5 Stelle. Mentre Luigi Di Maio si accinge a formalizzare le sue dimissioni , molti gli pronosticano un avvenire da capo vero. Quel che è certo è che Vito Crimi ha fatto molto discutere in questi anni, con scelte discutibili, come l’accanimento contro i finanziamenti a Radio Radicale, ma anche con una tenacia che ne hanno fatto uno degli uomini meno mediatici ma più attivi del Movimento. Bresciano ma cresciuto in parrocchia al Brancaccio di Palermo, boy scout con una passione per Ken Follett, laurea mancata in matematica e lavoro come impiegato, assistente giudiziario alla Corte di Appello di Brescia. Queste le sue credenziali quando nel 2013 diventa senatore. E proprio il 27 marzo del 2013 diventa protagonista, insieme a Roberta Lombardi, di uno degli episodi più clamorosi del recente passato: le trattative in diretta streaming che umiliarono i tentativi di dialogo della delegazione del Pd guidata da Pier Luigi Bersani. Crimi lascia la moglie per fidanzarsi con la deputata M5S Paola Carinelli. Per lei dimagrisce, si fa crescere la barba, mette le lenti. A un Giorno da Pecora, pericoloso ed esilarante confessionale radiofonico nei quale i politici dicono quello che non dovrebbero, Crimi confessa di aver votato nel tempo Rifondazione, Alleanza Nazionale, Verdi e Ulivo (ma mai Pd). Come a dire che sull’identità politica ha sempre avuto le idee un po’ confuse, oppure aveva già interiorizzato il futuro dinamismo dei 5 Stelle, pronti a passare da Matteo Salvini a Nicola Zingaretti. Nello stesso programma, la Lombardi lo chiama ripetutamente, in segno d’affetto, “Vito orsacchiotto Crimi”. La delega all’Editoria gli porta qualche guaio, soprattutto sulla questione di Radio Radicale, contro la quale si accanisce, non seguito fino in fondo dal resto dei 5 Stelle. La battaglia gli vale un memorabile epiteto del compianto Massimo Bordin: “Gerarca minore”. Ora si appresta a diventare un capo vero, sia pure pro tempore. Del resto è stato uno scout e, come si sa, scout si rimane per sempre. Non è un caso che tra le sue frasi preferite ci sia il motto di Lord Baden Powell “estote parati”. E lui, a questo punto, pare decisamente pronto.

Jacopo Iacoboni per “la Stampa”  il 23 gennaio 2020. Sarebbe sbagliatissimo - benché la tentazione sia forte - farsi ingannare dalla faccia da pacioccone e raccontare Vito Crimi, nuovo reggente grillino, solo attraverso alcune ridicole prodezze, tipo quando si fece beccare a ronfare sui banchi del Senato o sul Frecciarossa, o quando postò su Facebook una foto di un bambino coi piedini sporchi di polvere nel bresciano, il figlio di un suo amico, ipotizzando un misterioso deterioramento della qualità dell' aria bresciana: passò alla storia come il complotto dei piedini. Tuttavia Crimi non è Toninelli. E bisogna semmai capire come mai, in molti momenti importanti della storia grillina, ce lo troviamo sempre davanti, ufficiale in qualunque stagione, paffuto ma a volte feroce, forse sovranista nel sovranismo, forse filopiddino nell'epoca del Conte2. «Gerarca minore», lo definì Massimo Bordin. Non fu mai chiaro se metteva l'accento sull' aggettivo comico o l'inquietante sostantivo. Crimi guidava l'attacco a Radio radicale, Bordin è morto, e non si può più andare alla fonte. Impiegato del tribunale di Brescia - nel curriculum ci informa che si occupò anche di «organizzazione delle operazioni di trasloco degli uffici giudiziari» - Crimi godeva fondamentalmente della fiducia di Gianroberto Casaleggio, sebbene in posizione totalmente remota e subordinata rispetto a quell' autorità. Gianrobertò gli fece fare il primo capogruppo parlamentare del M5S nel 2013. I maligni dicono perché non aveva altri. Ma Crimi è uomo di straordinaria mimesi. Come sapete, toccò a lui andare a maltrattare in streaming il povero Bersani, «veramente non ce la sentiamo di poterci fidare di voi del Pd, siamo in una fase in cui vogliamo le prove». Lo fece con meno livore di Roberta Lombardi, il che bastò ai media a far di lui "il moderato". Totale cliché e abbaglio, come si capirà anni dopo, quando Crimi fu il più crudele combattente nella battaglia grillina contro Radio radicale, e in generale contro i fondi all' editoria. Del resto aveva già detto: «I giornalisti e le tv li rifiuto perché mi stanno veramente sul cazzo». Ecco. Oggi Crimi, che diceva a Bersani non mi fido del Pd, traghetta la fase in cui si tenta di fare del M5S una costola del Pd (o viceversa). Ma il punto non è la contraddizione, fosse solo quello: è che a Crimi, chissà come, vengono affidate da sempre cose delicate, nel M5S. Perché? È lui, quando si deve eleggere il presidente della repubblica, nell' aprile 2013, che - nel giorno in cui Prodi viene proposto dal Pd a Grillo (e Grillo lo stoppa brutalmente, prima di un comizio in Friuli) - va a casa di Stefano Rodotà a dirgli «resti in campo, professore». Risultato: non si elesse né Rodotà né Prodi. La sera della rielezione di Napolitano, quando Grillo annunciò (e stava per metterla in pratica) la «marcia su Roma», Crimi era nella stanza in cui Nicola Biondo telefonò a Grillo convincendolo a non venire, cosa che avrebbe configurato uno sconsiderato assedio della folla al Palazzo. «Se le cose vanno male, qui ci arrestano a tutti», disse Crimi a Biondo, poco dopo aver smesso di imprecare in siciliano. E fu sempre Crimi nel 2014, quando si fecero le prima trattative M5S-Pd per l' elezione del membro laico del Csm, a entrare in campo. Tutto il M5S (e Casaleggio) avevano già un nome, Nicola Colaianni. Crimi mediò politicamente, in mezzo a Pd e togati, e spuntò il nome di Alessio Zaccaria (peraltro di lì a poco "ripudiato" dal M5S). È come se, tra Pd e una parte della magistratura, in qualche modo si fossero sempre fidati dell' ex impiegato di tribunale. Pacioccone mica tanto, insomma. Che sa dire cose di imbarazzante virulenza verbale. Di Berlusconi, scrisse: «Vista l'età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali, e l' ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con "Non mollare" non è che intende "Non rilasciare peti e controlla l'incontinenza"?». Di Napolitano, che solo Grillo era stato «capace di tenerlo sveglio». Dell'osceno video sessista sulla Boldrini («cosa fareste con lei in auto?»), apparso sul blog di Grillo quando il comico non era ancora assurto a padre nobile del nuovo centrosinistra Pd-M5S di Conte e Zingaretti, Crimi scrisse: «Video ironico, satirico, senza alcuna volgarità ma simpatico anche». Ecco, è quello il genere di simpatia del Crimi addormentato.

Alessandro Trocino per il “Corriere della Sera”  il 23 gennaio 2020. Da ieri è il nuovo capo politico del Movimento, ufficialmente «reggente», ma in realtà con un potere decisivo nel traghettare la nuova struttura verso gli Stati generali del 13 maggio. Vito Crimi è uno degli esponenti più longevi del Movimento, passato dal meet-up Beppe Grillo di Brescia nel 2007 al ruolo di senatore, sottosegretario nel Conte 2. Molti da lungo tempo gli pronosticano un avvenire da capo vero. Quel che è certo è che Vito Crimi ha fatto molto parlare di sé in questi anni, con scelte discutibili, come l' accanimento contro i finanziamenti a Radio Radicale, ma anche con una tenacia che ne hanno fatto uno degli uomini meno mediatici ma più attivi del Movimento. Bresciano ma cresciuto in parrocchia al Brancaccio di Palermo, boy scout con una passione per Ken Follett e per i fumetti, laurea mancata in matematica e lavoro come assistente giudiziario alla Corte di Appello di Brescia. Queste le sue credenziali quando nel 2013 diventa senatore. E proprio il 27 marzo del 2013 diventa protagonista, insieme a Roberta Lombardi, di uno degli episodi più clamorosi del recente passato: le trattative in diretta streaming che umiliarono i tentativi di dialogo della delegazione dem guidata da Pier Luigi Bersani. Crimi lascia la moglie per fidanzarsi con la deputata M5S Paola Carinelli. Per lei dimagrisce, si fa crescere la barba, mette le lenti. A Un giorno da pecora , pericoloso ed esilarante confessionale radiofonico nei quale i politici dicono quello che non dovrebbero, Crimi confessa di aver votato nel tempo Rifondazione, Alleanza Nazionale, Verdi e Ulivo (ma mai Partito democratico). Una certa fluidità nell' identità politica o forse semplicemente i prodromi di quello che sarebbe stato il futuro dinamismo dei 5 Stelle, pronti a passare dalla Lega di Matteo Salvini al Pd di Nicola Zingaretti. Nello stesso programma, Roberta Lombardi lo chiama ripetutamente, in segno d' affetto, «Vito orsacchiotto Crimi». La delega all'Editoria gli porta qualche guaio, soprattutto sulla questione di Radio Radicale, contro la quale si accanisce, non seguito fino in fondo dal resto dei 5 Stelle. La battaglia gli vale un memorabile epiteto del compianto Massimo Bordin: «Gerarca minore». Ora si appresta a diventare un capo vero, sia pure pro tempore. Del resto è stato uno scout e, come si sa, scout si rimane per sempre. Non è un caso che tra le sue frasi preferite di sempre ci sia il motto di Lord Baden Powell «estote parati». E lui pare decisamente pronto. C' è chi dice che stia studiando da capo politico da tempo, tanto da mettersi nella sua segreteria due ex parlamentari, come Bruno Marton ed Enrico Cappelletti. È la sua grande occasione e Crimi è pronto a coglierla. Perché, come dice lui stesso, «fuori è il nulla».

Simone Canettieri per “il Messaggero” il 24 gennaio 2020. Certe responsabilità pesano, dunque si tiene leggero. Solo un secondo al ristorante del Senato, fresco di restyling, ma praticamente deserto. Un peccato visto il bendidio (si va dal misto spigola-salmone agli hamburger, poi c'è sempre la griglia per un filetto espresso). Pranzo veloce: 18 minuti. Cronometrati. Una telefonata ricevuta, sotto lo sguardo dello staff (affamato). I pochissimi presenti lo salutano con curiosa riverenza. D'altronde il viceministro dell'Interno - e senatore - Vito Crimi è il nuovo reggente del M5S. Ha uno sguardo sornione. Sembra pacioso, ma sono apparenze. Bisogna parlarci una decina di minuti - prima fuori dal ristorante, poi in ascensore fino al Salone Garibaldi, fissando il panorama fuori da una finestra, premurandoci infine di accompagnarlo in ufficio - per capire un po' il tipo. E che aria tira. E tirerà tra i grillini. Piccolo aneddoto: il suo appartamento dietro la Camera durante la crisi estiva diventò - insieme alla casa di Pietro Dettori - il quartier generale del Movimento. Appena finiva un bilaterale con il Pd, gli allora capigruppo Stefano Patuanelli e Ciccio D'Uva andavano a casa sua per fare il punto. E subito si aggiungevano tutti gli altri big.

Crimi, allora complimenti!

«Più che altro mi servirà un in bocca al lupo bello grande».

Beh, in effetti nessuno vorrebbe stare al suo posto: dopo l'addio di Di Maio, con le regionali alle porte, le tensioni nel governo, i dossier delicati. Lo ammetta: le tremano i polsi?

«Ma noooo. Allora se devo dirla tutta sono sereno: sa in questi anni quante ne ho viste?».

E superate?

«Sì. Insomma, porterò avanti il mio ruolo con giudizio. E so reggere lo stress».

Oggi (ieri-ndr) riunirà i ministri del M5S per poggiare la spada sulle spalle del nuovo capodelegazione a Palazzo Chigi?

«Non ho riunioni in programma con i ministri, con alcuni di loro ci siamo sentiti. Ma tra poco, dopo pranzo, vedrò i facilitatori, il team del futuro».

Ma non è che farà il passacarte del Movimento in attesa di questi famosi stati generali? Insomma, sarà un burocrate?

«Nessun passacarte, ora il capo (del M5S-ndr) sono io».

Ma i problemi non mancano. Grillo continua a stare zitto, un po' spiazzato dal tempismo della mossa di Di Maio.

«Grillo è sereno, l'ho sentito anche oggi. E con Beppe parlo io: è tranquillissimo, fidatevi».

Ma queste sono frasi di circostanza: non si capisce il Movimento che fine farà e chi lo guiderà in futuro. E poi mai con il Pd o sempre ormai con il Pd?

«Calmi, andremo avanti. Certo ci sarà una fase nuova che sarà discussa da tutti nelle sedi opportune».

Ma lei perché appare così antipatico? In fin dei conti non lo è. C'è di peggio.

«Ma siete voi giornalisti che mi prendete sempre di mira da anni. Soprattutto all'inizio. Una pressione incredibile».

Non per difendere la categoria, ma è lei che ha detto che i giornalisti «le stanno sulle scatole» (l'espressione fu molto più colorita). È ancora così? Da reggente o capo del Movimento ora dovrà comunicare.

«Vuole sapere come andò quella storia?».

Certo.

«Allora era notte, ero stanco morto, appena uscito da una lunga riunione, snervante. Passeggiavo per il centro storico di Roma».

Continui continui.

«Niente, incontrai due ragazzi universitari che iniziarono a farmi delle domande sui giornalisti. Non mi accorsi che mi stessero registrando. E così mi sfogai. Poi mi sono scusato. Però lo ripeto: ero stanco. E sotto pressione».

Ma lei è stato anche sottosegretario all'Editoria nel Conte 1 con posizioni molto dure (il compianto direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, lo soprannominò «gerarca minore» ndr).

«Ma io i giornalisti non li odio. Sono stato preso di mira, da sempre».

Mitica la foto del suo pisolino sugli scranni del Senato.

«Ricordo, ci fu quella foto, certo. Ma non solo quella. Il Movimento, soprattutto all'inizio, fu preso molto di mira».

Oggi come si è svegliato?

«Con altri attacchi. Ma come si fa a scrivere che io ho lasciato mia moglie per mettermi con una deputata che nel frattempo mi sono fatto crescere la barba e che sono dimagrito. Ma come si fanno a scrivere queste cose?».

Che poi forse non è così tanto dimagrito.

Ride: «Appunto».

Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” il 24 gennaio 2020.

Vito Crimi, la carezza di Di Maio è un passaggio di consegne da capo politico a reggente, o da leader a leader con pieni poteri?

«La carezza di Luigi è innanzitutto il gesto autentico di un amico e compagno di tante battaglie. Quanto alla leadership non ci poniamo il problema dei tempi o dei poteri, ma di guidare il M5S nella riorganizzazione. In ogni caso, da capo politico ho tutti i poteri previsti dallo statuto».

Stato d' animo?

«È una sfida, sento una grossa responsabilità. Ho avuto tantissimi attestati di stima, attivisti e colleghi si sentono rassicurati. Mi dicono che sono la persona giusta per condurre il Movimento in questo momento di crescita, alla luce della mia lunga esperienza. Ma non farò nessuno strappo, lavorerò in continuità con il percorso che Luigi ha avviato e che io devo portare avanti alla luce delle criticità rilevate».

Eravate al 32%, ora i consensi sono dimezzati.

«È più importante il consenso a tutti i costi o far bene per il Paese? Noi non abbiamo aiutato i potenti, ma i poveri. Una categoria che non influenza le masse».

Non teme l' estinzione del Movimento? E la scissione?

«La che?».

Il «suo» M5S sarà di piazza o di governo? Con la Ue o no? Porti aperti o chiusi?

«Mai stati contro l' Europa, ma va rifondata. Con il nuovo governo stiamo contribuendo a migliorarla, tanto che la redistribuzione dei migranti è passata da 11 persone al mese a 98. Questi sono i risultati di una gestione integrata del fenomeno, le chiacchiere le lasciamo ad altri. Non è sui porti che bisogna ragionare, ma sulle partenze».

Con lei alla guida, il rapporto con il premier Conte sarà meno conflittuale? E sarà lei il capo delegazione?

«Mai stato conflittuale, ma sempre di leale confronto e collaborazione. E così continuerà ad essere. L' elenco dei risultati che abbiamo portato a casa e che Luigi ha ricordato è sbalorditivo. Altro che conflittualità, è produttività. Io sul governo non ho il minimo dubbio e lavorerò in continuità, a partire da Autostrade».

Se Salvini vince le Regionali il governo va a casa?

«Il governo ha un cronoprogramma da definire e attuare, al di là delle tornate elettorali. Dobbiamo abbassare le tasse, come già abbiamo iniziato a fare per 16 milioni di italiani con il taglio del cuneo fiscale, obiettivo che dobbiamo perseguire grazie alla riforma dell' Irpef. Abbiamo obiettivi molto ambiziosi, su quelli vogliamo essere giudicati al termine del mandato».

Di Maio può tornare capo politico, magari in tandem con Appendino o affiancato da un direttorio?

«Abbiamo avviato un percorso ambizioso, iniziato con il coinvolgimento di centinaia di facilitatori. Ogni scelta sarà condivisa e partecipata da tutti gli iscritti. Il Movimento è collegiale per definizione. Farò il massimo affinché questi valori possano esprimersi sempre di più, è solo uniti che riusciremo a realizzare il nostro programma».

Chi vedrebbe come capo politico dopo gli Stati generali? Fico, Patuanelli, Di Battista, Taverna, o Crimi?

«Avrà più chance questo Paese quando smetteremo di parlare di nomi per concentrarci sui contenuti. Proprio quello che intendo fare».

Si sente più vicino a Grillo o a Casaleggio?

«Sono due figure essenziali, senza le quali oggi non saremmo dove siamo. Sono vicino al progetto che hanno creato, a cui ho dato tutto me stesso fin dalle sue origini».

Teme pugnalate e fuoco amico ? E chi sono i traditori, Paragone e Fioramonti?

«Sono fiero di essere a capo di un Movimento che rispetta le sue regole senza guardare in faccia nessuno. Chi non rispetta i patti non mi fa paura, mi fa pena».

Di Battista è inseguito dai sospetti. Sarà leale con lei?

«Alessandro è come un fratello. Non mi pongo alcun dubbio sulla sua lealtà, prima che a me al Movimento».

Ci saranno novità sulle restituzioni per fermare la fuga di parlamentari?

«Ai parlamentari offrirò coinvolgimento e partecipazione, ma chiederò rispetto reciproco e unità. Il taglio degli stipendi e la loro restituzione, per una politica più sobria e vicina ai cittadini, è da sempre una nostra battaglia. Modificheremo le procedure, ma il principio non cambia».

Lei umiliò Bersani in streaming. Ci si vede in quella «alleanza politica strutturale» con il centrosinistra a cui lavora Conte?

«All' epoca di Bersani facemmo l' unica cosa possibile in quel contesto. Non vorrei sentir parlare di alleanze strutturali, ma di progetti e idee per il bene dei cittadini».

Tornerebbe al governo con Salvini?

«No, per carità. Ha dimostrato di essere inaffidabile e codardo».

Farà pace con la stampa dopo la durezza su Radio Radicale e fondi all' editoria?

«Su Radio Radicale rifarei tutto, per rispetto delle regole. Non devo fare pace, perché non ho dichiarato guerra a nessuno. C' era solo la volontà di portare equità in un settore strategico».

Roberta Lombardi la definì «orsacchiotto» e Massimo Bordin «gerarca minore». Chi è Vito Crimi?

«Vito Crimi è quell' attivista che dal 2005 si è battuto per il taglio dei privilegi, l' acqua pubblica e per mille altre battaglie. Un cittadino che combatte per un Paese più trasparente e senza disuguaglianze. E che da viceministro dell' Interno ha dimostrato di lavorare con serietà».

Vito Crimi, una carriera nel M5s basata sulla fedeltà: conta zero, finge di fare il capo. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 28 Gennaio 2020. Quando Mussolini nominò capo del Partito fascista Achille Starace, i camerati di lungo corso espressero le loro riserve: «O Duce, ma perché hai nominato Starace? È un cretino». «Sì, è un cretino ma è fedele», rispose lui. Ora, Grillo non è il Duce. E Vito Crimi, appena nominato Capo politico dei 5 Stelle dopo la dipartita di Di Maio e già invocante dalle colonne del Corriere della sera i "pieni poteri" con scatto impensabile per un "orsacchiottone" -copyright Roberta Lombardi- della sua mole, be' magari non sarà un cretino. Ma come mediocre è invincibile. E proprio sulla mediocrità, come sull' arte dell' abbozzare e sulla propensione ad adattarsi silente, dalle retrovie, al Palazzo fino a far parte delle mura stesse, Crimi ha pazientemente costruito la propria carriera. Una carriera non malaccio, bisogna riconoscerlo. Specie per un 47enne palermitano del Brancaccio con due mogli (la prima mollata per una compagna di partito) e due figli; e la pelata lucida e lo sguardo triste d' aspirante testa d' uovo inchiodato ad un lavoro modesto di cancelliere alla Corte d' Appello di Brescia e col rimpianto di non aver mai raggiunto la laurea in matematica. Però, come in un romanzo di Victor Hugo, ecco arrivare il lampo della Divina Provvidenza: nel 2013 Vito passa per caso -come tutti i candidati- dalla parte del Movimento 5 Stelle e viene risucchiato dal tornado, finendo in Parlamento. Due volte.

CONTRO I GIORNALISTI. La prima volta ve lo ricordate perché, nella mitica scena dello streaming in cui ci si divertiva a prendere a sberle Bersani, Crimi era quello cicciotto dal lessico incerto, seduto alla sinistra di Roberta Lombardi. La seconda volta che si sentì parlare di Vito fu quando, già sottosegretario a Palazzo Chigi con delega all' editoria, venne intercettato al telefono sulla considerazione che aveva dei giornalisti: «Sono un branco di deficienti e puttane che non vogliono lavorare, io li odio». E infatti Crimi fece il diavolo a quattro per tagliare i fondi alle testate, specie a quella Radio Radicale (il cui direttore, il compianto Massimo Bordin, lo riteneva «un gerarca minore») che si salvò in extremis dalla furia del novello Robespierre. Poi lo si ricorda per gesti atletici minori: un sonnellino tra gli scranni del Senato; l' aggressione verbale nel mezzo delle elezioni del 2014 («Ladroni leghisti!») ad un passante che aveva la sfiga d'indossare una camicia verde; l' affermazione «il M5S non è mai stato contro l' Europa» quando fu proprio lui, nel 2015, a consegnare al Senato 200mila firme per organizzare un referendum per l' uscita dall' euro. Cose così. Che l' hanno reso, per il periodo breve ma intenso di capogruppo al Senato, oggetto della satira tv del Glob di Enrico Bertolino in Rai: lì Crimi era una specie di Pulcinella dalle mani sudate che veniva preso a scudisciate dalla Lombardi versione fetish. Di sé, in curriculum, Crimi scrive: «Nessuna pendenza giudiziaria, nessuna condanna, nessun procedimento né penale né civile mai avviato nei miei confronti. Nessuna esperienza politica né alcuna carica pubblica. Nel 2010 candidato alla Presidenza della Regione Lombardia per il MoVimento 5 Stelle». La qual cosa potrebbe apparire di rara ingenuità, ma è la modalità di Crimi per confermare l' ottimo rapporto che da anni coltiva con la magistratura.

ALL'OMBRA. Poi basta. Pochissime apparizioni pubbliche, nessuna polemica interna o esterna, nonostante non ami né Conte né Zingaretti, abbastanza ricambiato. Bisogna riconoscere che, conscio dei propri limiti da mediocre di talento, Crimi non ha mai cercato i riflettori ed è tornato sempre a fortificarsi all' ombra del Capo. Chiunque fosse il capo. Più che il Kissinger di Di Maio, Crimi è lo Sbardella di Grillo: personalità rarefatta, fedeltà cieca, pronta e assoluta, efficienza indiscutibile. Per dire: dei dieci fondatori del Movimento in Lombardia Vito è l' unico rimasto in sella, gli altri sono scappati o espulsi. Ed è per tutto questo che l' ex assistente di tribunale a 1500 euro al mese oggi si ritrova a fare il Capo. Anzi, il "Reggente", che è diverso. Ad esser pignoli, oggi, il viceministro dell' Interno a cui la ministra Lamorgese non s' è mai sognata d' assegnare nemmeno la delega per fare il caffè (e ci sarà un motivo) confonde il ruolo di "reggente" -cioè di membro anziano del comitato di garanzia che dovrebbe entro 30 giorni indire nuove votazioni sulla piattaforma Rousseau- con quello di piccolo monarca. Che, in effetti, si attagliava perfettamente a Di Maio. Ma questi sono dettagli. Il quadro d' insieme è che Crimi, in queste ore, è entrato subito nella parte. Ha messo il faccione ferocemente pacioso nel comizio di chiusura dei Cinque Stelle a Cesena, insieme al candidato più sfortunato della storia pentastellata, Simone Benini. Ha pompato la faccenda del cuneo fiscale. E ha minimizzato sul M5S frammentato dalla diaspora e dai casini interni sostenendo, a fiero petto, che «il Movimento sta crescendo, sta riorganizzando se stesso, questo conta, non importa chi ci sarà dopo». Naturalmente "dopo" conta di esserci ancora lui; è una vita che ci lavora. Un particolare che dovrebbe far riflettere è che Crimi -come Renzi- è uno scout; e, fedele al motto scoutistico dell' estote parati, è sempre pronto. A cosa di preciso ancora non si capisce bene. Ma non sia mai, un' altra botta di culo...Francesco Specchia

Vito Crimi, Alessandro Giuli: rappresenta l'elettore medio del M5s e seppellirà il Movimento. Alessandro Giuli su Libero Quotidiano il 24 Gennaio 2020. Vito Crimi è un gregario naturale nato per fare di conto e poco più. E di questi tempi il Movimento Cinque stelle ha un disperato bisogno di uno come lui, che sia per una reggenza da capoclasse o per traghettare a miglior vita - modello Caronte - quel che rimane della banda grillina dopo l' addio di Luigi Di Maio alla leadership politica per via delle batoste elettorali passate e presenti e future. Perché in Crimi il grigiore da matematico mancato si combina perfettamente con la divisa moralista dell' avanzo di sagrestia che ha fatto il capo scout. Tutto in lui evoca il tipo umano che a scuola faceva la spia alla maestra, divideva a metà la lavagna facendo l' inventario dei buoni e dei cattivi, comminava pene da inginocchiatoio fra i corridoi dell' oratorio e via così. Lo guardi in faccia, serioso barbuto e stempiato com' è, e te lo immagini subito con i pantaloncini corti e le scarpe correttive anche quando indossa la grisaglia da parlamentare (è entrato in Senato nel 2013 dopo un vano tentativo di scalare la regione Lombardia, tre anni prima, con 144.585 voti). Ciò detto, con quel poco di ragionevolezza pentastellata già impegnata sui fronti caldi governativi nelle persone di Vincenzo Spadafora, Stefano Buffagni e Stefano Patuanelli, il meglio in circolazione nelle stanze sbertucciate del grillismo al tramonto è proprio lui: Crimi Vito da Palermo, già assistente giudiziario alla Corte d' Appello di Brescia, il quale peraltro da settembre scorso fa il viceministro dell' Interno anche se nessuno se n' è ancora accorto.

IMPERMEABILE. In realtà lui s' era fatto notare nel precedente governo nazionalpopulista di Giuseppe Conte, quando insieme con la Lega voleva salvare la Patria dallo strapotere delle burocrazie europee e dai loro terminali italiani annidati nel Pd, ovvero il «partito di Bibbiano». Ligio al mandato ricevuto da Beppe Grillo e Davide Casaleggio, allora Crimi faceva il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con deleghe alle aree sismiche italiane e all' editoria (e qui spesso le due cose coincidono). Da quest' ultima prestigiosa postazione ingaggiò un furibondo scontro per limitare l' appannaggio pubblico di Radio radicale. Ne nacque una tempesta mediatica e il compianto Massimo Bordin ritagliò intorno a Crimi la tranciante definizione di «gerarca minore». Ma lui, impermeabile a ogni bastonatura circense e alla maldicenza dei salotti perbene o di quelli in odore di clandestinità, andò avanti finché possibile (poco) salvo poi scomparire dai radar dell' editoria dopo il ribaltone estivo di Palazzo. Insomma, sotto la crosta inespressiva della sua finta bonomia (la rocciosa sua collega Roberta Lombardi lo chiama «Vito orsacchiotto Crimi»), non gli fa certo difetto il realismo. Per altri, meno generosi di noi, si tratta invece di un cronico stato confusionale che nel tempo l' ha portato a votare, per sua stessa ammissione, da Rifondazione Comunista ad Alleanza Nazionale passando per Italia dei Valori, Verdi e Ulivo: «Ho votato molto per le persone, votavo per le persone che ritenevo valide e che mi convincevano. Prima si poteva fare questo esercizio delle preferenze». E che cos' è, questa, se non la traiettoria standard dell' uomo comune o dell' elettore medio pentastellato?

CARONTE. Ecco dunque una buona ragione per la quale il profilo di Crimi corrisponde all' identikit ideale del fedele Caronte che intruppa gli effettivi di un Movimento oltretombale e fa lo spartitraffico tra il Tartaro e i Campi Elisi. L' obolo lo paga Di Maio, che ha perso il controllo dei gruppi parlamentari e la benevolenza di Grillo ma non è comunque disposto a farsi da parte come un principino senza corona con la sindrome del Conte di Montecristo da Pomigliano. Perfino per Crimi le insidie non mancheranno: con Alessandro Di Battista destinato a rientrare dal viaggio in Iran carico a pallettoni; con i ministeriali sopra citati in crescita ponderale; con la necessità di mettere su entro marzo un progetto di Stati generali grillini che non appaia come un lascito testamentario. Ma attenzione: in quest' ottica Crimi potrebbe rivelarsi la persona giusta al posto giusto. La sua aura di quietismo timido e puritano lo tiene distante dai proclami ingenui ai quali è stata impiccata la leadership dimaiana, del genere abolizione della povertà e altre roboanti amenità, per capirci. In un mare politico solcato da uragani, affidarsi al contabile Crimi significa irrobustire le retrovie, salvare e consolidare il salvabile, dare un segnale di lasca discontinuità senza dotarsi d' una tattica precisa e perciò senza ipotecare la prossima strategia.Dopodiché, fatte le debite proporzioni, il caso di Nicola Zingaretti nel Pd dovrebbe fungere da lezione: era l' usato sicuro al quale consegnare un partito allo sfascio, si è rivelato un tenace tessitore di potere perfino suo malgrado e adesso assicura che non mollerà la poltrona di segretario nemmeno se la destra gli sfilerà l' Emilia-Romagna (presto verificheremo). In mancanza di meglio, il meno peggio ha sempre un futuro davanti. Alessandro Giuli

M5s, Di Maio si è dimesso da capo politico: «Ecco perché lascio». Pubblicato mercoledì, 22 gennaio 2020 su Corriere.it Alessando Sala. «Oggi si chiude un’era. Sono cambiati i punti cardinali della politica, ma noi non vogliamo essere il nuovo nord o il nuovo est. Noi vogliamo essere la bussola». Lo ha detto Luigi Di Maio, parlando a margine della presentazione del «Team del futuro», la nuova organizzazione basata sui facilitatori regionali che il M5S si è data per affrontare la nuova fase di vita del Movimento. Di Maio ha ricordato i primi dieci anni di vita di quella che definisce una «forza visionaria unica al mondo». Ha enfatizzato i risultati ottenuti, le «leggi che hanno cambiato in meglio la vita degli italiani». E ha promesso: «Anche se il Paese è cambiato, ed è cambiato anche grazie a noi, continueremo ad essere l’incubo di analisti finanziari e politici. E lo saremo ancora, non è finita qui». «Sappiamo bene che il Movimento è nato per scardinare il potere costituito — ha detto ricordando le battaglie appoggiate, come No Tav, no Tap, vitalizi e le concessioni autostradali —. Stando al governo abbiamo scoperto quanto sia difficile. Abbiamo resistito, con fatica, per essere dalla parte degli italiani e non dei privilegi». Ha poi riconosciuto che alcuni obiettivi non sono stati raggiunti, per mancanza di condizioni o di vincoli creati da altri in passato. «Tutto si può fare se programmato con realismo, ma non certo in pochi mesi. Ecco perché il Movimento 5 Stelle non può essere giudicato per 20 mesi al governo. Dobbiamo pretendere di essere giudicati almeno alla fine dei 5 anni della legislatura, perché serve tempo per rimettere in ordine i disordini creati da chi c’era prima. Ecco perché il governo deve andare avanti». «Preferisco passare per ingenuo piuttosto che da imbroglione —ha poi sottolineato ricordando il «tradimento» dell’alleato leghista, pur senza citarlo —. Ho sempre agito nell'interesse degli italiani. Noi ci siamo fidati sempre del popolo. Se il Movimento non credesse più nel prossimo non avrebbe più ragione di esistere. Io mi fido di te dovremmo dircelo più spesso, dovrebbe essere scritto ovunque». «Abbiamo approvato 40 leggi in 20 mesi realizzando parte del programma — ha ricordato elencando i provvedimenti simbolo approvati con due diversi governi —. Ci eravamo illusi che questo portasse più voti . Credo che l’insieme di queste leggi e di quelle da approvare creeranno una nuova comunità». «Farci apparire divisi, pasticcioni e autoreferenziali — ha aggiunto — è stato il miglior modo per attaccarci anche perché diversamente da altri non avrebbero mai potuto farci apparire mafiosi, disonesti e ladri». E dopo avere ricordato tra gli altri il provvedimento sul reddito e sulle pensioni di cittadinanza e sul decreto Diginità, ha messo l’accento sulla legge per l'abolizione della prescrizione, oggetto di acceso dibattito nella maggiora