Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2019

 

LE RELIGIONI

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO: LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marco Polo e il califfo.

L’Umanesimo esportato a Est e Dracula al servizio del Papa Pio II contro l’islam.

La Verità sulla Sacra Sindone.

Il futuro è nelle religioni?

Ricetta e precetto. Religione, cultura e tavola.

La Madonna interconfessionale.

Oriana Fallaci: “Sono nata in un paesaggio di chiese, Cristi, Madonne”.  

Si commissariano i miracoli.

Senza Identità. La Guerra dei Trent'anni sul velo islamico. Ma l'Europa è ancora cristiana? Non per molto.

Il cristianesimo rischia di sparire.

Chiese sfregiate e profanate.

Chiese chiuse in attesa di miracolo.

Le chiese vittime di vandali e incuria.

Notre Dame de Paris. Il falò di una cultura: è l'11 settembre dell'Europa cristiana.

Le chiavi del Vaticano.

Quando è Pasqua...

L’Islam ed il Mondo.

Quella Guerra tra Mussulmani.

Arabia Saudita, caccia all’islam moderato.

Malesia, tolleranza zero contro i predicatori islamici radicali.

Il figlio del «Leone del Panshir» torna a casa per sfidare i talebani.

La Cina non dà tregua all’islam: così controlla gli uiguri.

Così la Russia di Putin combatte il terrorismo islamico.

Gandhi: il «traditore» degli indù.

Il Nobel per pace San Suu Kyi e l’Islam in Birmania.

Said Mechaquat, Brenton Tarrant e gli altri. Gli omicidi senza colore.

Ma l’Isis non era stato sconfitto?

Anti-islamista: Ecco il coraggio della paura.

La Mattanza silenziosa dei cristiani.

Fabrizio Quattrocchi ucciso dai jihadisti e ammazzato due volte da Pd e Anpi.

Terrorismo Islamico. I media? Dalla parte dei carnefici.

Terrorismo Islamico. La sinistra? Dalla parte dei carnefici.

Terrorismo Islamico. Il Papa? Dalla parte dei carnefici.

L’enclave dell’islam radicale nel cuore del Messico. 

In Germania porte aperte al jihadismo.

Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi.

Il Vaticano e la Diplomazia.

Il Papa e l’invasione dei migranti.

"Sbarchi? Un nuovo schiavismo". Quelle voci in dissenso nella Chiesa del Cardinale Robert Sarah. 

Gli Ordini in difesa del Papato.

Il Papa Comunista.

«L’Archivio vaticano non è più segreto: ecco perché».

Il Vaticano ed il copyright.

Il Vaticano ed i Bilanci.

Il Vaticano e la Finanza.

Il Vaticano ed i poveri.

Il Papa Regnante, il Papa Emerito e la pedofilia.

Il Vaticano e gli scandali.

La messa in italiano.

Pio XII ed il nazi-fascismo.

Il Vaticano e l’Islam.

L’Italia e la nascita di Israele.

Gli ebrei, la Shoah e la Verità di Stato.

L’Italia ed il Vaticano.

Cara Chiesa, quanto ci costi!

L’Italia e l’Islam.

Quelli che non vogliono la Croce ed i Presepi.

L’Islam e l’Italia.

L’Islam ed il carcere.

La Sinistra e l’Islam.

«Musulmani schierati a sinistra? Un errore: sono identitari e sovranisti».

L’Ateismo arabo.

Liberté, egalité. E décolleté. Libera Tetta in libero Stato.

Il Vaticano e gli abusi sulle suore.

Il Femminismo in Vaticano.

I Gay ed il Vaticano.

I Gay e l’Islam.

Il Vaticano ed i sacerdoti “Padri”.

Le fidanzate dei Papi.

Preti sposati.

Le Dive di Dio.

“Churchbook”: quando la fede si fa social.

I Francescani.

Il Vaticano, i Gesuiti ed i complotti.

Il Vaticano e la Massoneria.

La Chiesa e la Santa Inquisizione.

La Chiesa ed i guru-santoni-guaritori-esorcisti.

L’Esoterismo.

I preti di (da) Strada.

Quanto guadagna un prete?

Ex preti ed ex suore: cosa fanno?

I no dei Testimoni di Geova.

Ecologia. Il climate-change tra religione e politica.

 

 

 

 

LE RELIGIONI

 

·        Marco Polo e il califfo.

Marco Polo, il califfo e il granello di fede che muove le montagne. A Mantova, ospite di Rinaldo dei Bonacolsi, il mercante narra del signore di Bagdad. Gianluca Barbera, Giovedì 30/05/2019, su Il Giornale. Su, parlateci del misterioso dono che tenevate in serbo per il khan, ripeté messer Butirone, curioso e grasso di risata, tutto scoppiettante di tosse. Non è ancora giunto il momento, feci quasi arrossendo, portate pazienza e sarete ricompensati.

E allora diteci del Gran Vecchio della Montagna. Esiste sul serio? È vero che l'avete conosciuto?

Pochi minuti e il gioviale Butirone entrava in confidenze con chiunque. Ero arrivato a Mantova due giorni prima, accolto con ogni riguardo dal duca Rinaldo, detto il Passerino, al quale era stato predetto che di lì a qualche anno sarebbe stato trucidato da Luigi Gonzaga e sistemato a cavalcioni di un ippopotamo in una sala del palazzo dopo esser stato gloriosamente mummificato. Sistemato in una delle stanze più gelose del palazzo Bonacolsi, ai piani alti, affacciata su un giardino pensile di rara meraviglia, mi sentivo di nuovo alla corte del Gran Khan. E a cena, dopo un soave spettacolo di danzatrici turcomanne fatte venire appositamente insieme a tante altre ricercatezze, tutti vollero che iniziassi a raccontare. Ero lì per quello. Non mi feci pregare. Madonna Alisa, sposa del Passerino, mi guardava con certi occhi grandi e lucenti che pareva volesse mangiarmi. I suoi tre figli, Giovannino, Francesco e Berardo, erano così attenti che si sarebbero detti sotto un incantesimo. Ma tutti i commensali, ed erano numerosi, non si sarebbero persi una parola, neanche in cambio di denaro sonante.

Ma certo, risposi tutto serio dopo aver ripulito il mio prezioso piatto (sono sempre andato matto per l'arrosto di fagiano e la galantina di pernici). E sono stato lì lì per lasciarci la pelle. Ma prima sono successe altre cose degne di nota. Mio padre e mio zio mi avevano raggiunto due settimane dopo, come devo avervi detto, nei pressi di Tauris, città di grandi mercati e di giardini fioriti, posta in una piana tra alte catene montuose coperte di neve. L'abitato aveva rigore geometrico, strade diritte, vicoli su cui si aprivano botteghe nelle quali si vendeva seta, cotone, sandalo, taffetà, perle, profumi. Ci trattenemmo alcuni giorni per commerciare. E poi insieme proseguimmo verso sud, attraverso il reame di Mosul, nelle cui montagne, tra inesauribili giacimenti di diamanti e serpenti velenosi, vivevano - e vivono ancora - cristiani di fede nestoriana. Soggiornammo dieci giorni in quella grande e nobile città per concludere un commercio in preziosi e drappi di seta. Poi ci rimettemmo in viaggio, diretti verso Bagdad, la città del califfo di tutti i musulmani, così come il Papa di Roma è il signore di tutti i cristiani. Passammo per Yezd, dove cacciai la selvaggina con la balestra e catturammo qualche asino selvatico. Dormivamo all'aperto, accanto al fuoco. La carovana procedeva lenta. Ed ecco finalmente Bagdad, solare, attraversata dal grande fiume Tigri, che si può navigare fino al mare d'India. Vi si mercanteggiavano oro e pietre preziose in quantità, e vi si producevano, e vi si producono ancora, meravigliosi drappi di seta istoriati con figure fantastiche di animali. Con nostra grande sorpresa, una volta preso alloggio all'albergo degli italiani, ci fu subito comunicato che tutti i cristiani residenti o anche solo di passaggio dovevano presentarsi la mattina seguente al palazzo del califfo, che si diceva avesse in odio la gente cristiana. Disobbedire non era possibile. Passammo la notte in ambasce. Quando venne l'ora, dopo averci radunati nella grande sala delle udienze, dal suo trono il califfo ci disse: «Ho letto nel vostro Vangelo che per un cristiano basta possedere un solo granello di fede per smuovere le montagne. È così?».

Nessuno rispose. Allora egli mostrò una copia del Vangelo e indicò col dito dove si diceva proprio questo. «Così è scritto qui. Avreste il coraggio di sconfessare il vostro Dio?».

Tra la folla si fece avanti un domenicano che, inginocchiatosi ai piedi del califfo a mani giunte, confermò che quello che si diceva nel Vangelo era vero, ma solo a patto che se ne comprendesse il vero significato.

«Ah, i soliti sofismi» sbottò il califfo. «Dunque, è vero o non è vero quello che si dice nel vostro libro sacro?».

«È vero, mio signore» rispose il monaco con un filo di voce.

«Bene. Allora dimostratemelo. Ci sarà tra voi qualcuno la cui fede supera per dimensioni un misero granello di senape... Tu, per esempio» disse indicando me.

Mi sentii gelare di paura. «Vieni avanti, ragazzo, non mordo».

Dopo aver scambiato un'occhiata con mio padre obbedii. «Più vicino» fece lui. «Ti voglio vedere bene. I miei occhi non sono più quelli di un tempo».

Avanzai ancora di qualche passo. «Sei molto giovane. Come ti chiami?». «Marco Polo» risposi.

·        L’Umanesimo esportato a Est e Dracula al servizio del Papa Pio II contro l’islam.

L’Umanesimo esportato a Est e Dracula al servizio del Papa Pio II contro l’islam. Matteo Strukul, Giovedì 27/06/2019, su Il Giornale. Pensare di spendere l’espressione «Rinascimento Dark», con riferimento alle terre d’Ungheria, Valacchia e Transilvania, potrebbe avere il sapore dell’azzardo. Se non altro per quella che è la prima parte della definizione. Senza tenere inutili lezioni, osserveremo che sono però almeno due le direttrici che, in questo senso, uniscono l’Italia del Rinascimento con le terre dell’Est. Da una parte v’è il più che comprensibile valore militare dei guerrieri di quelle lande: János Hunyadi, ad esempio, il quale militò per almeno tre anni sotto le insegne del biscione al servizio del duca di Milano, Filippo Maria Visconti. In seguito egli fu voivoda di Transilvania e reggente del regno d’Ungheria. Lo stesso potrebbe dirsi, sempre sotto il profilo squisitamente militare ma a parti invertite, di Filippo degli Scolari - noto anche come Pippo Spano e che fu cavaliere dell’Ordine del Dragone, fondato da Sigismondo di Lussemburgo - che aveva origini palesemente fiorentine. Non a caso proprio a lui Andrea del Castagno dedicò un magnifico ritratto. A quella stessa societas draconistrarum, peraltro, appartenne anche, giusto per esser chiari, Vlad Dracul II, il padre di Vlad Tepes, l’Impalatore, l’uomo che originò in seguito il personaggio letterario di Dracula creato da Bram Stoker. Insomma sotto questo primo profilo, l’idea di un rinascimento dark, diffuso nei Paesi dell’Est è tutt’altro che peregrino giacché molte e ribadite sono le interazioni fra i due territori in esame. Ma se da un punto di vista militare gli scambi e le condivisioni possono essere molteplici, diverso potrebbe sembrarci, a tutta prima, il comune terreno del mecenatismo e dell’arte. Non fu così. Anzi, quanto detto per il profilo militare vale in egual misura per quel che concerne l’aspetto delle architetture e dell’amore per la cultura e la bellezza. In quest’ottica, ad esempio, ricorderemo che, nella seconda metà del Quattrocento, il re ungherese Mattia Corvino, figlio di János Hunyadi e allievo dell’umanista János Vitéz, finanziò i primi monumenti di matrice palesemente rinascimentale in Transilvania, è il caso della loggia della fortezza di Vajdahunyad e della tomba di suo padre. A questo devono aggiungersi gli interventi presso il palazzo principesco di Alba Iulia, caratterizzato da decorazioni chiaramente ispirate alle residenze patrizie veneziane di quel periodo: i soffitti dipinti e dorati, le pareti ricoperte di carte da parati venete e di quadri raffiguranti imperatori romani. Nomi come quel li del veronese Giacomo Resti, del mantovano Giovanni Landi e del veneziano Agostino Serena, lo dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio. Da ultimo v’è da considerare l’apporto del sapere, plasmato principalmente presso l’università di Padova, da parte di una nutrita schiera di nobili ungheresi e transilvani che nel centro veneto del Rinascimento - si pensi a figure come Donatello che qui realizzò l’altare ligneo del Santo e il monumento equestre al Gattamelata o alla pittura di Andrea Mantegna - furono studenti delle discipline più diverse. Anche qui qualche nome può certamente confermare questa nostra tesi: Iohannis Megirnig da Sibiu, laureato in medicina, Stephanus Ungarus di Transilvania e János Vitéz, dottori in diritto canonico, Paul Benkner di Brasov, magister artium. Insomma, sostenere l’esistenza di un rinascimento, intriso dei cupi colori delle lande dell’est è posizione non peregrina, anzi è del tutto evidente che per differenti ragioni il rapporto fra le due aree geografiche era oltremodo stretto, complice il ruolo della Serenissima Repubblica di Venezia quale possibile cerniera geografica. Non a caso molti degli esponenti italiani dei cavalieri dell’Ordine del Drago furono veronesi o padovani in quanto appartenenti alle famiglie degli Scaligeri o dei Carraresi. Tuttavia, il campione di questa versione meticcia del Rinascimento, l’uomo che per certi aspetti ne unì vizi e virtù, in maniera estrema, fu proprio Vlad III di Valacchia, detto Dracula. A questo proposito, a integrazione di quanto da tempo si è sostenuto, ossia che l’Impalatore fosse un principe sanguinario e crudele, intendiamo raccontare in queste pagine un volto meno conosciuto del voivoda: quello del principe guardiano, del difensore della propria terra e del proprio popolo e protettore ultimo del Cristianesimo. A fugare immediatamente qualsivoglia smentita, ricorderemo infatti che Vlad III di Valacchia fu l’unico principe cristiano, seppur ortodosso, a rispondere e aderire alla crociata indetta da papa Pio II, nato Enea Silvio Piccolomini, che chiedeva disperatamente di organizzare una difesa cristiana contro lo strapotere ottomano di Maometto II, il Conquistatore. Convocati infatti, con la bolla Vocavit nos del 1459, i principi cristiani d’Europa a Mantova, il pontefice dovette ben presto affrontare una drammatica serie di rifiuti da parte di Firenze, Venezia, Milano e poi dai regni di Francia, Inghilterra e Spagna. Perfino il re d’Ungheria tentennò, aspettando. Solo Dracula, dunque, ebbe il coraggio di affrontare un nemico che, nei numeri, gli era almeno venti volte superiore. E lo fece in piena solitudine. Certo, le ragioni dell’opposizione di Vlad a Maometto II erano di vario ordine: religioso, naturalmente, ma il voivoda intendeva anche fare di Valacchia e Transilvania un unico voivodato indipendente, in grado di autodeterminarsi, cancellando la propria sudditanza all’impero ottomano che prevedeva un tributo annuale di mille bambini e una tassa di diecimila ducati da pagare alla porta di Costantinopoli. Rimane il fatto che questo ruolo di ribelle da un lato e di guardiano della fede cristiana dall’altro, venne grandemente apprezzato dal pontefice, al punto che Pio II nei suoi Commentarii ebbe parole di paura e di apprezzamento insieme per Dracula. Egli lo definì, fra l’altro, «uomo di corporatura robusta e d’aspetto piacente che lo rende adatto al comando. A tal punto possono divergere l’aspetto fisico e quello morale dell’uomo!». Il pontefice aveva infatti visto nel 1463 un ritratto del voivoda inciso sulla copertina di un incunabolo viennese giunto fino a lui. Marin Mincu, autorevole accademico, docente di letteratura presso l’Università di Costanza, ha addirittura sostenuto che Vlad III Dracul avrebbe conosciuto Cosimo de’ Medici e Marsilio Ficino, intrattenendo con loro rapporti epistolari, nutriti dalla sua passione per il Codex Hermeticum e la Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto di cui proprio Ficino era il massimo esperto del tempo. Una tale sete di cultura, da parte del voivoda, viene confermata dagli storici e dai cronisti del tempo, così come la perfetta conoscenza parlata e scritta di sette lingue: il tedesco, l’ungherese, l’italiano, il latino, il greco, il turco e lo slavo. Ma vi è di più. Nel 1462, finalmente, il pontefice riuscì effettivamente a mettere insieme una somma ragguardevole che poi, nell’impossibilità di destinare direttamente a Vlad, fece pervenire a Mattia Corvino, re d’Ungheria, con preghiera di utilizzarla per finanziare le imprese del voivoda di Valacchia e Transilvania. Ma Corvino si guardò bene dal farlo, nonostante da oltre un anno Dracula avesse impetrato il suo aiuto, e anzi si limitò a incamerare la somma messa a disposizione dal papa, volta a finanziare la campagna di Vlad, tradendo poi quest’ultimo. Per questo, dunque, nella saga a fumetti che ho scritto per i disegni di Andrea Mutti, ho cercato di far emergere il personaggio storico in una prospettiva molto più europea e molto meno hollywoodiana. Certo, non abbiamo rinunciato alla spettacolarità. Andrea, in questo senso, ha adottato una tecnica efficacissima e magnifica, ad acquerello, ispirandosi al lavoro di un grande maestro come Ivo Milazzo, e lavorando magistralmente con gli inchiostri, arricchiti dai colori plumbei e lividi di Vladimir Popov. Lo studio delle architetture dei castelli, dei palazzi, delle case giunge da una formidabile ricerca di carattere storiografico e iconografico e dai miei molti viaggi in Transilvania. Rovesciando la prospettiva, l’intento è stato quello di far comprendere che Vlad fu per il suo popolo ciò che per i Cubani sarebbe stato qualche secolo dopo Che Guevara: un liberatore, un difensore, un condottiero pronto a tutto pur di battersi per la propria terra e, aggiungiamo, la religione cristiana. Un’icona, dunque. E anche un personaggio molto più complesso di come lo abbiamo sempre conosciuto nella semplice, seppur affascinante, versione di principe delle tenebre. Inferiore nei numeri e nelle forze, egli condusse una campagna di guerra senza quartiere contro Maometto II, arrivando a fare terra bruciata non appena il sultano invase la Valacchia, avvelenando i pozzi, bruciando i boschi, trasformando le pianure in deserti di cenere. Nel famigerato attacco notturno del 17 giugno 1462, magnificamente immortalato nella tela del pittore rumeno Theodor Aman, che porta il titolo de La battaglia con le torce, Vlad assaltò a sorpresa il campo ottomano, sterminando una parte importante delle forze del sultano, fallendo nell’obiettivo d’ucciderlo perché Maometto II aveva disseminato il campo di alcuni sontuosi padiglioni che confusero Vlad, celando agli occhi di quest’ultimo la sua tenda. Tuttavia, quando il mattino successivo il sultano mosse con il proprio esercito verso Targoviste, sede della reggia di Vlad, venne accolto lungo la via da una foresta di ventimila impalati. La vista di un simile scempio lasciò sconvolto e ammirato Maometto II, il quale giunse alla conclusione che un uomo disposto a fare per la propria terra ciò che aveva compiuto Vlad non si sarebbe mai arreso. Decise dunque di ripiegare verso Costantinopoli, lasciando il comando al fratello di Vlad, Radu il Bello, che nell’inverno di quell’anno sarebbe riuscito a prevalere momentaneamente contro Vlad solo grazie al tradimento dei Sassoni di Transilvania, dei Boiardi e del re ungherese Mattia Corvino, ben felice di aizzare i propri baroni contro quel principe guerriero, decisamente fuori controllo. Vlad si consegnò infine a Mattia e rimase prigioniero presso il castello di Buda, in Ungheria, per una dozzina d’anni. Nel 1475, sarebbe riuscito a tornare libero e a riconquistare per la terza volta la Valacchia e la Transilvania. Ma questa è davvero un’altra storia.

La Verità sulla Sacra Sindone.

Possibili tracce di monete di epoca bizantina rilevate sulla Sacra Sindone. Il risultato di una ricerca dell'università di Padova contraddice quelli dell'esame al carbonio 14. La Repubblica il 3 settembre 2019. Tracce di possibili monete bizantine sono state rilevate sulla Sindone. Il lavoro dei ricercatori dell'Università di Padova e statunitensi, pubblicato sul Journal of Cultural Heritage, e presentato alla Conferenza sulla Sindone in Canada, ipotizza la possibilità che, anche prima dell'anno 1000, varie monete auree bizantine col volto di Cristo siano state strofinate con la Sindone. L'ipotesi potrebbe essere quella di produrre reliquie per contatto. Lo studio di Giulio Fanti e Claudio Furlan ha individuato dell'Elettro, una rara e antica lega di oro e argento con tracce di rame. L'analisi è stata eseguita utilizzando un microscopio elettronico a scansione ambientale accoppiato ad uno spettroscopio operante in fluorescenza di raggi X. In parallelo è stata misurata la percentuale degli elementi contenuti nelle antiche monete auree bizantine coniate nell'XI e XII secolo. È stata trovata una piena corrispondenza nella composizione della lega fra micro-particelle sindoniche e monete bizantine, arrivando a ipotizzare una contaminazione da parte di queste ultime sul tessuto di lino. Secondo Fanti ciò contraddirebbe il risultato della radiodatazione al Carbonio-14, eseguita nel 1988, che ha datato la Sindone intorno al XIV secolo. È quindi l'ipotesi che i fedeli bizantini possano aver strofinato le loro monete auree, raffiguranti il volto di Cristo sulla Tela di lino, al fine di produrre reliquie per contatto di secondo grado ad uso di venerazione personale. La Sacra Sindone è un tessuto di lino lungo 4,4 metri e largo 1,1 metri contenente la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo morto in seguito ad una serie di torture culminate con la crocefissione. Risalgono al XIV secolo le prime notizie storicamente certe sulla Sindone oggi conservata nella cappella a lei dedicata nel Duomo di Torino, quando il cavaliere francese Geoffroy de Charny fa costruire una chiesa nella piccola città di Lirey - nei pressi di Troyes - per custodirvi la Sindone. Prima di allora le tracce sono più vaghe. Al V-VI secolo risalgono testi in cui si afferma che a Edessa (oggi Urfa, in Turchia) era conservato un ritratto di Gesù (indicato con la parola greca Mandylion) impresso su un telo. Nel X secolo il Mandylion viene trasferito a Costantinopoli, all'epoca capitale dell'Impero Bizantino. Con il sacco di Costantinopoli e il furto di innumerevoli oggetti preziosi, s'ipotizza che la Sindone fosse stata portata dai latini in Grecia, dove la famiglia Charny era presente. Nella prima metà del '400 Marguerite de Charny ritirò la Sindone dalla chiesa di Lirey. Nel 1453 avvenne il trasferimento della Sindone ai Savoia che rimarranno proprietari fino al 1983, quando passò per lascito testamentario alla Santa Sede.

·        Il futuro è nelle religioni?

Quando le religioni si sostituiscono alla politica. Nell’era delle grandi insicurezze globali, il pensiero laico e illuminista sembra non riuscire più a fornire una risposta alle coscienze. Luigi Vicinanza il 24 novembre 2019 su L'Espresso. Il grande disordine ci sovrasta e ci sgomenta. Penetra nelle nostre case attraverso il Web, le tv, i giornali. Alimenta un senso di insicurezza che si dipana lungo linee immaginarie da Nizza a Cleveland, da Istanbul a Tripoli, da Londra a Milano. È la globalizzazione della paura. L’instabilità come motore delle vicende umane. Il Grande Disordine è il titolo di copertina di questa settimana. Una bussola per provare ad orientarsi in un’estate, questa del 2016, segnata da una sequenza di avvenimenti internazionali impressionanti. Apparentemente sconnessi gli uni dagli altri; eppure destinati a tratteggiare la mappa del futuro prossimo. Le forze irrazionali della Storia, avrebbe detto Benedetto Croce, si stanno impadronendo del campo. E non c’è più una nazione guida, un blocco di Stati alleati in grado di costruire un nuovo ordine mondiale. Così come invece accadde dopo la Seconda guerra mondiale con la competizione Usa-Urss e il duraturo equilibrio del terrore, secondo la celebre definizione coniata negli anni della corsa agli armamenti nucleari. Siamo immersi nell’era dall’assenza. Mancano modelli di società in grado di supplire il crollo degli schemi novecenteschi. Il welfare occidentale “dalla culla alla tomba” e il comunismo sovietico affamatore ma con un tozzo di pane per tutti sono stati entrambi sostenuti per decenni, prima ancora che da teorie economiche, da un pensiero forte. Dall’una e dall’altra parte della cortina di ferro. Scrittori, filosofi, artisti, scienziati, registi, cantanti, giornalisti hanno dato corpo a una visione, individuale e collettiva al tempo stesso. Che facessero sognare l’ american way of life o che evocassero il sol dell’avvenire, gli intellettuali sono stati determinanti nel dare una coscienza di massa all’era industriale. Non sembra più così ora. L’ultimo quarto di secolo ha segnato il trionfo della globalizzazione dei mercati e della finanza internazionale, divinità inique di una società ingiusta. Poteri opachi e irresponsabili, molto più potenti dei governi nazionali, fuori da qualsiasi controllo che abbia una parvenza di democrazia. Totem intoccabili e vendicativi davanti ai quali si è prostrato il pensiero debole delle élite sia in Europa che in America. Ce ne siamo già occupati, sottolineando il paradosso delle nostre democrazie: stanno entrando una dopo l’altra in crisi attraverso l’esercizio più democratico che vi possa essere, il voto popolare. È già accaduto con il referendum britannico, può accadere negli Stati Uniti di Trump, è in incubazione nella Francia di Marine Le Pen. Altro che sistemi elettorali e riforme costituzionali, intorno a cui ci arrabattiamo noi italiani.

Siamo nel pieno di una crisi epocale. E paradossalmente, nello sbandamento provocato da tumultuosi cambiamenti, quali sono i campioni di un pensiero forte? Non prendetela come una bestemmia, ma le religioni monoteiste del Mediterraneo sono le forze capaci di mobilitare masse enormi di esclusi. Sia pure con obiettivi completamente diversi. C’è papa Francesco, con il suo cristianesimo pauperista ed egalitario, capace tuttavia di trattare da posizione di forza con Castro e Obama, con Erdogan e Putin sulle grandi questioni di geopolitica. Unico vero leader mondiale in grado di emozionare anche chi, al dono della fede, antepone l’esercizio del laico dubbio. C’è poi l’Islam dispotico ed espansionista, elemento identitario per popoli sparsi in almeno tre continenti, Africa, Asia, Europa. È lo spettro che agita le nostre coscienze occidentali, disabituate a confrontarsi con il timore e il tremore che il mistero della religiosità suscita nelle masse. Se l’orrore dell’autoproclamato Stato islamico è il frutto avvelenato di un dio senza pace né misericordia, l’islamismo - per quanto lo si possa definire moderato - assume i caratteri della reazione popolare contro le élite occidentalizzanti. Il moderno sultanato di Erdogan è il distillato di una società con radici profonde. Sovversivo e autoritario per volontà popolare. Né si può dimenticare Israele dove, pur nella laicità delle istituzioni statali, l’identità religiosa è questione consustanziale alla sua esistenza. Insomma, nel nostro smarrimento, le identità religiose ci costringono a ripensare la realtà. Non è un caso se proprio sulla Francia, culla della cultura illuminista e del pensiero libero, si accanisca l’odio del fanatismo islamico. Facciamo fatica a capire e dunque a reagire. Il sonno della ragione ancora una volta genera mostri.

Mariolina Iossa per il “Corriere della Sera” il 23 novembre 2019. Non ci si sposa più giovanissimi, si rinvia, si aspetta la conquista della stabilità economica ma poi, sempre più spesso dopo i 30 anni, arriva il giorno in cui si convola a nozze. Il fascino del matrimonio non perde vigore anche se ci si sposa più tardi. E sulla scia della tendenza inarrestabile da decenni a preferire il comune alla chiesa, il 2018 è stato l' anno dello storico «sorpasso»: i riti civili hanno superato quelli religiosi, sono stati il 50,1 per cento, pari a 92 mila 182 sul totale di 195 mila 778. I matrimoni aumentano, ci racconta l' Istat nel suo report su matrimoni e unioni civili, ma ci si sposa sempre più tardi: gli uomini arrivano al primo matrimonio con una età media di 33,7 anni (nel 2017 era 32,1), e le donne di 31,5 (ed era 29,4). Per l' Istat il motivo è l'«invecchiamento del Paese»: il numero di figli è drasticamente diminuito e in dieci anni la fascia della popolazione tra i 16 e i 34 anni è scesa di 12 milioni. Ci sono sempre meno giovani, quindi meno matrimoni e unioni civili tra giovani. Ma c' è anche l' aspetto economico che incide: la «prolungata permanenza dei giovani in famiglia» dovuta per buona parte al lavoro precario, ma anche a scelte di vita in netta controtendenza rispetto a 40 anni fa. Il 67,5% dei maschi (+1,3% rispetto a 10 anni fa) e il 56,4% (+3%) delle femmine tra i 18 e i 34 anni vive con i genitori. Molti giovani poi, decidono di convivere prima di convolare a nozze, e anche questo spiega il rinvio. Se i matrimoni sono aumentati nel 2018 (4.500 in più rispetto al 2017), crescono, e in misura maggiore, anche le libere unioni. Il trend decennale delle nozze infatti resta in discesa (nel 2008 furono 246 mila 613, nel 2018 sono state quasi 196 mila) mentre costante è la crescita delle convivenze, che sono più che quadruplicate dal 1998, passando in 20 anni da 329 mila a 1 milione e 368 mila. Aumentano anche i figli nati fuori dal matrimonio: nel 2017 furono uno su tre 3. Le unioni civili tra persone dello stesso sesso costituite nel corso del 2018 sono state 2 mila 808, con una prevalenza di uomini, 64,2% del totale. Il 37,2% nel Nord ovest e il 27,2% al Centro, ma è soprattutto nelle grandi città che si registrano queste unioni. A Roma e a Milano una su tre, rispettivamente 10,1 e 18,7 ogni centomila abitanti. A Napoli e a Palermo invece, il dato si attesta su una unione civile ogni 100 mila abitanti. I dati Istat rilevano dunque un' Italia spaccata a metà: al Sud ci si continua a sposare con rito religioso; è il Nord che alza la media dei matrimoni civili. Nelle regioni settentrionali le nozze con rito civile sono il 63,9% mentre nelle regioni meridionali, dove due coppie su tre preferiscono varcare la soglia della chiesa, sono meno della metà (30,4%). Vero è anche che il balzo dei matrimoni civili è in buona parte dovuto alle seconde nozze e alle successive, che sono aumentate in dieci anni dal 13,8% al 19,9%, e che il boom negli ultimissimi anni di secondi e terzi matrimoni è dovuto al divorzio breve (le seconde nozze e successive sono quasi sempre civili, 94,6%). Scelgono di sposarsi in comune anche la stragrande maggioranza delle coppie in cui almeno uno degli sposi è straniero (89,5%); nel Nord e nel Centro, dove la presenza degli stranieri è più radicata, parliamo di un matrimonio su quattro. Alla tradizione delle nozze in chiesa sono più legati i giovani, gli under 30, che scelgono il rito civile per il 24,8%, molti meno dei 35-40enni che per il 37,8% dicono «sì» all' ufficiale di stato civile.

Flavio Bini per repubblica.it il 20 novembre 2019. Nel 2018, per la prima volta nella storia, i matrimoni con rito civile hanno superato quelli con rito religioso e oggi rappresentano il 50,1% del totale delle unioni, a fronte del 49,5% dell'anno precedente. È quanto mettono in evidenza i dati aggiornati diffusi oggi dall'Istat. Il "sorpasso", emerge dai numeri, non è ancora scattato per quanto riguarda le prime nozze, dove l'altare batte ancora saldamente la cerimonia in Comune, ma si registra comunque se si guarda il totale delle persone che si sono unite in matrimonio lo scorso anno. Molto forte il divario territoriale: al Nord la quota di matrimoni con rito civile è del 63,9%, al Sud meno della metà (30,4%). La crescita del rito civile, rileva l'istituto di statistica, è trainata dall'aumento dei secondi matrimoni (erano il 13,8% del totale nel 2008, saliti al 19,9% nel 2018) e dalle unioni in cui almeno uno degli sposi è straniero, passate dal 15% del 2008 al 17,3% del 2018.

Primi sposi sempre più "vecchi". Guardando ai dati complessivi, in totale lo scorso anno stati celebrati in Italia 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto al 2017, ma in generale l'età delle prime nozze si sposa sempre più in là nel tempo. In media gli sposi hanno 33,7 anni e le spose 31,5. A incidere in maniera determinante è soprattuto il calo della natalità avviato registrato a partire dagli anni 70 e che a distanza di tempo ha portato a una progressiva riduzione dell'ampiezza della fascia di popolazione tra i 16 e i 34 anni. "Al 1° gennaio 2018 sono quasi 12 milioni, un milione e 200 mila in meno rispetto al 2008", ricora l'0istituto di statistica. "Questa contrazione ha contribuito alla diminuzione dei matrimoni dei giovani tra i 16 e 34 anni. Infatti, mentre nel 2018 l’incidenza delle prime nozze dei giovani è del 59,7% tra gli sposi e del 72,5% tra le spose, nel 2008 era di circa 10 punti percentuali in più".

Meno unioni civili, forti divari Nord-Sud. In calo invece rispetto al 2017 il dato sulle unioni civili. Nel 2018 si sono unite 2.808 coppie dello stesso sesso contro i 4376 dell'anno precedente. Netta la prevalenza di coppie di uomini (64,2%) e più marcata la concentrazione nel Nord-ovest (37,2%) a fronte di dati sensibilmente più bassi al Sud (8,6%) e nelle Isole (5,5%).

La Repubblica si batterà sempre in difesa della Scommessa cattolica? Tanti dubbi...Pubblicato martedì, 20 agosto 2019 da Corriere.it. La recensione di Ferruccio de Bortoli («Corriere» del 14 agosto scorso) del libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti La scommessa cattolica (il Mulino) sollecita alcune riflessioni.

1. La domanda vera non è tanto se la Chiesa cattolica abbia un futuro. Bisogna invece chiedersi se sia giusto rintracciare il senso del nostro vivere solo affidandoci al messaggio di una religione apparsa circa 2 mila anni fa. Ci siamo ristretti a scrutare un orizzonte limitato. Come se la storia dell’umanità fosse racchiusa nell’arco di appena un paio di millenni.

2. La nostra origine biologica non ci parla di esseri soprannaturali, non allude a una trascendenza. Non è certo la storia di Adamo ed Eva che, secondo William King, «altro non era che una burla e una ben congegnata turlupinatura». La nostra storia comincia circa 40 milioni di anni fa, quando compaiono i Primati, da cui si sviluppa poi il ramo umano. Tralasciando tutti i passaggi, arriviamo a noi, all’Homo sapiens, che comincia a calcare il suolo terrestre almeno 200 mila anni fa. 

3. Per secoli la Chiesa cattolica ha utilizzato le teorie di pensatori pagani per far credere che gli umani abbiano il privilegio di vivere su un pianeta creato apposta per loro. Un pianeta fermo al centro di uno spazio circoscritto. In realtà il nostro pianeta non è fermo e naviga in uno spazio praticamente infinito. La fisica dei cieli non è diversa dalla fisica della Terra e immaginare un aldilà paradisiaco nell’alto dei cieli non ha più senso. Vendere il Cielo è diventata un’operazione quasi disperata, la Chiesa può sopravvivere solo concentrandosi sulla vita terrena, hic et nunc, privilegiando forme di assistenza sociale.

4. Dal punto di vista mentale, siamo ancora connessi a schemi di pensiero antichi. Dobbiamo imparare a pensare la nostra esistenza in una realtà molto più vasta di tempo e spazio. Non possiamo prescindere dal fatto che la vita ribolliva in varie forme ben prima di noi e se 65 milioni di anni fa non si fossero estinti i dinosauri, forse la vita umana nemmeno sarebbe emersa.

5. Leggo che «la questione religiosa non è mai stata importante come in questo momento storico». In realtà nei secoli passati la questione religiosa aveva un’importanza ben maggiore di adesso. Condizionava la vita degli esseri umani e formava lo spirito dei popoli. Sorretti dall’indomita fede di camminare col Signore al fianco, i Puritani fondarono le colonie americane. Ma oggi la domanda da porsi è: quale religione? Il grande studioso Mircea Eliade diceva che in ogni epoca e in ogni angolo della Terra nel cuore degli esseri umani arde uno spirito religioso. Ma le religioni evolvono e muoiono. Toccherà anche al Cristianesimo.

6. Dice de Bortoli che l’uomo sembra voler bastare a sé stesso e che l’io si sostituisce a Dio. A me sembra il contrario. Un bel libro di Keith Hopkins, docente del King’s College, a Cambridge, è intitolato A world full of Gods. L’invenzione delle divinità segnala la disperazione del vivere e il terrore della morte. Per rendere i giorni sopportabili è un bel sollievo sognare una realtà ultraterrena. Ma il problema è che l’uomo fa le domande e l’uomo dà le risposte.

7. Moderni teologi scrivono libri usando antiche immagini rivestite con parole moderne. Sempre i soliti termini, sacro, anima, soprannaturale, di cui in realtà non saprebbero dare una spiegazione plausibile. Chiusi i libri, ripensi al contenuto e ti sembra un ben confezionato esercizio dialettico che non ti lascia assolutamente nulla. Già il filosofo Francis Bacon all’inizio del Seicento avvertiva che un certo linguaggio, un sapere verboso, crea mondi fittizi spacciandoli per autentici.

·        Ricetta e precetto. Religione, cultura e tavola.

GLI ESORCISTI DELLA PANZA. Caterina Maniaci per “Libero quotidiano” il 20 Agosto 2019. Vade retro, grasso. Nella battaglia contro i chili di troppo che avanzano inesorabilmente nessun colpo viene escluso. Neppure l' intervento divino, con tanto di diete ispirate direttamente da versetti biblici o dai sermoni dei padri della Chiesa, e persino da invocazioni contro le tentazioni maligne della gola. Ma non bisogna illudersi. Il demonio dell'obesità non si vince facilmente, la battaglia continua, a suon di dollari e di sermoni. Anche perché alla crociate contro il cibo abbondante, cristianamente parlando, si contrappongono i numerosi richiami alla convivialità, alla bellezza del mangiare insieme e ai doni della terra. Negli Usa, sempre all'avanguardia per quanto riguarda mode, tendenze e a volte sciocchezze madornali, la caccia alla linea perduta è spesso un'ossessione, che si traduce, fatalmente, in ottimi affari per nuovi guru. Com' è successo per Mary Ascension Saulnier, divenuta famosa per una tecnica talmente innovativa da attingere addirittura alla tradizione cristiana dell' esercito. Si rivolge infatti alle cellule adipose con una formula ad hoc per "convincerle" a mollare la presa su pance, glutei, cosce. Non tira in ballo il Maligno (fa troppo Medioevo) ma agisce sulle membrane cellulari, di cui si sono impossessate sostanziose energie negative trasformate in grasso. Per il modesto compenso di 230 dollari a seduta (tariffa base). Ci credono in molti, anche le vip che accorrono in massa, come Paris Hilton o Kate Hudson. La guru in questione non fa riferimento esplicito alla religione, nei suoi trattamenti, ma la guerra santa contro la ciccia affonda le radici negli anatemi lanciati dai profeti biblici e poi dai padri della Chiesa: uno fra tanti, quel San Girolamo campione dell' ascetismo e del digiuno.

PIATTI VUOTI. Ma ancora prima i filosofi greci si esprimono contro il peso fisico che inchioda alla terra lo spirito, come spiega Platone nel secondo libro della Repubblica. Mentre Seneca, quando i suoi contemporanei romani gozzovigliavano da mattina a sera, scriveva riflessioni sulla autentica dieta del saggio, basata essenzialmente sulla frugalità. Tornando in terra americana, bisogna ricordare che i primi fondamenti della dietologia moderna li hanno individuati uomini di chiesa. Il pastore presbiteriano Charles W.Shebb nel 1957 scrisse il bestseller Pray You Weight Away, "Prega per ridurre il peso", un programma dimagrante proveniente direttamente dalla Bibbia, avente come perno centrale l' equazione tra grasso e peccato. Da allora si sono moltiplicate le diete di ispirazione cristiana, che usano la preghiera come strumento di lotta contro le legioni del Male materializzate nel cibo delle tavole imbandite, poi trasformate in grasso grondante dai corpi di poveri peccatori. «Dovete imparare a respingere Satana in modo che il vostro corpo sia degno dello Spirito Santo», tuona George Malkmus, profeta della Hallelujah diet, la dieta dell'Alleluia. Si è creata una macchina che macina concetti scientifici mal divulgati, ciarlatanerie varie, principi salutisti, religione deragliata, che impasta tutto questo e sforna profitti, grandi interessi economici legati alla fortunata industria della magrezza. Che si regge proprio sul fatto che i risultati non siano mai radicali, mai definitivi. Che la battaglia sia continua, senza tregua. Del resto, il fronte della crociata al sovrappeso si basa su principi religiosi deragliati, come si accennava. La smodatezza nel mangiare e bere è sempre stata stigmatizzata da profeti, santi, teologi e da Gesù stesso. Perché segno di intemperanza, di egoismo, di scarso rispetto verso gli altri, verso se stessi e verso Dio. Ma Cristo sedeva volentieri a cena con i discepoli e gli amici, e proprio durante una cena, l'Ultima Cena, ha istituito l'Eucarestia, come gesto supremo di donazione di se stessi.

IL POVERELLO DI ASSISI. San Francesco d' Assisi, ovviamente contrario alla crapula e ascetico in ogni aspetto della vita, desiderava che a Natale, con i suoi frati, si mangiassero cibi "ricchi", che si preparassero per i poveri e gli abbandonati sostanziosi pasti e che anche per gli animali si provvedesse a sfamare con razioni doppie. La Regola di San Benedetto impone che i monaci alternino giorni di magro e di digiuno con pranzi e cene da gourmet in occasione delle varie festività e ricorrenze. E le ricette di conventi, monasteri e abbazie sono ricercatissime. Perché il cibo diventa misura dell' amore per la vita e si lega al sentimento di riconoscenza per i doni elargiti dall' Onnipotente, segno di fede e di carità.

LA DIETETICA ABBRACCIA L’ETICA.  Marino Niola per “la Repubblica” il 17 agosto 2019. Ci sono culture che a tavola hanno più totem che tabù e altre che hanno più tabù che totem. In entrambi i casi a fare la differenza è la religione. Perché prescrizioni e proibizioni, passioni e ossessioni, tradizioni e trasgressioni hanno quasi sempre un' origine sacra. Nel senso che le diverse confessioni usano il cibo come materia prima per costruire identità e comunità, per distinguere purità e impurità, per misurare appartenenza e indifferenza. Un millenario filo doppio lega cibo e devozione. Dietro ogni ricetta c' è un precetto, un obbligo o un divieto. Cosa mangiare, cosa non mangiare, quando, quanto, in quali giorni banchettare, in quali digiunare. Per noi cristiani, di fede o di cultura, è ormai difficile cogliere il nesso tra religione e alimentazione. Ma per gli ebrei e per i musulmani, il rispetto dei comandamenti è ancor oggi il vero termometro dell' osservanza. Basti pensare ai divieti che li caratterizzano.

Primo fra tutti quello di consumare carni al sangue, espressamente vietato dalla Torah e dalla Sharia. Al contrario, disco verde per gli animali che ruminano e al tempo stesso hanno l' unghia spartita. Capre, pecore e mucche. Ma niente coniglio, porco, cammello, lepre, cavallo e asino. Sì invece ai pesci, ma a condizione che abbiano pinne e squame. Quindi zero molluschi e crostacei. Altrettanto proibite sono le specie striscianti, come i serpenti, o zampettanti come lucertole, tartarughe e rane. Nel caso ebraico, questo vademecum gastronomico è sancito direttamente dalla legge mosaica, che nel Levitico, il terzo libro dell' Antico Testamento, distingue rigorosamente i cibi consentiti, kasher , da quelli proibiti, taref. Esattamente quel che fanno molte sure del Corano, soprattutto la quinta e la sesta, opponendo gli alimenti permessi, halal , a quelli vietati, haram . In questo senso il popolo di Israele e quello di Maometto hanno più tabù che totem.

Il cristianesimo, invece, a differenza delle altre due religioni del Libro, si caratterizza per uno scarsissimo numero di tabù. I seguaci del Messia sono assolutamente onnivori. E anche questo è scritto nei testi sacri. A cominciare dai Vangeli, dove non c' è praticamente traccia di interdizioni alimentari. Fino a San Paolo, il grande intellettuale della Chiesa, che nella Lettera ai Corinzi afferma che ogni animale o vegetale in vendita sui banchi del mercato può essere mangiato senza problemi, perché "del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene". Insomma, niente è cattivo e impuro in sé stesso. L'unico precetto cristiano è la temperanza, la modica quantità come antidoto all' egoismo bulimico. E adesso il detto paolino ritorna, in forma laica, nel mantra dietetico contemporaneo che prescrive di mangiare di tutto un po'. Con la differenza che noi non lo facciamo per timore del giudizio di Dio, ma per paura del verdetto inesorabile della bilancia. Il paradosso è che ora anche noi, figli della secolarizzazione, torniamo ad affidarci alla religione e a domandarle la salvezza, questa volta però del corpo e non più dell' anima.

Così si spiega il recente boom planetario del mangiare kasher, e in misura minore di quello halal, che conquistano anche i palati più laici. È una domanda in crescita esponenziale e trasversale, che ha poco a che fare con i sacri comandamenti, tranne quello della genuinità e della pulizia. Così anche chi non prega Javeh o Allah, abbraccia il nuovo credo nutrizionale che sta riempiendo i supermercati di tutto il mondo di alimenti a marchio religioso. Milioni di consumatori si convertono all' azzimo, al falafel, alla carne dissanguata e perfino al sale mosaico, cioè senza additivi. Secondo uno studio del Penn State University College, l' 80 per cento degli acquirenti di cibi ebraici non ha nulla a che fare con la Torah. A motivare la scelta, infatti, non è l'appartenenza confessionale, ma il rigore del controllo di rabbini e imam sulla preparazione e sulla confezione dei prodotti che rassicura i consumatori. Evidentemente l'autorità religiosa è considerata più credibile dell' authority alimentare. Chi mangia alla giudia, insomma lo fa per ragioni un po' etiche un po' dietetiche. Finendo per caricare la religione di Mosé di funzioni improprie, come quella di tracciare i nostri alimenti. Trasformando il capo spirituale in certificatore materiale. Risultato, un business colossale. Se alla fine degli anni Settanta i prodotti a marchio kasher erano 2.000, adesso sono almeno 150.000, in crescita costante. E visto l' appeal di questa denominazione d' origine consacrata, tutti i grandi marchi alimentari, italiani compresi, si mettono in fila per ottenere il sospirato bollino OU, concesso dalla Orthodox Union, la prima holding planetaria di certificazione ebraica. Nella sede centrale di Broadway opera un inflessibile pool rabbinico coadiuvato da un esercito di tecnologi alimentari, in uno scenario da film di Woody Allen. Morale della favola, siamo in pieno cortocircuito tra fiducia e fede, tra sicurezza e salvezza. Un mondo in preda a mille paure - pesticidi, sostanze cancerogene, Ogm, diossina, grassi idrogenati - non sapendo più a chi credere si raccomanda a Dio. Ecco perché il cibo diventa la nuova religione e la tavola l' altare laico dove si celebra il culto del corpo.

Gavage, ragazze costrette a ingrassare per piacere agli uomini. Alessandra Frega su it.insideover.com il 18 Agosto 2019. In Mauritania, uno Stato dell’Africa nord-occidentale, vige il rito del “gavage”, secondo cui le giovani ragazze, per potersi sposare, devono essere grasse fino a sfiorare l’obesità.

Ricchezza ed obesità. A partire dalla tenera età di sei anni, le bambine mauritane subiscono la crudele pratica del “gavage” e vengono costrette a mangiare enormi quantità di cibo al solo scopo di dover trovare marito. Più saranno grasse e più “appetibili” appariranno agli occhi dei ragazzi che incontreranno. Secondo la cultura mauritana, le donne in sovrappeso sono anche le più ricche. Le ragazze magre – ma anche quelle normopeso – vengono percepite, al contrario, come una vergogna dalla comunità che le ospita: povere, e magari maltrattate, all’interno di famiglie prive dei mezzi di sostentamento necessari per poterle crescere. Molte ragazze mauritane accettano spontaneamente di sottoporsi al rito del “gavage” per la buona riuscita di un matrimonio mangiando giorno e notte ininterrottamente per poter arrivare a pesare anche 100 in vista delle nozze. E se le più piccole rifiutano la pratica, esistono vere e proprie strutture dedicate: ostelli dove – sotto il controllo vigile delle anziane donne del villaggio che li gestiscono – le bambine vengono indotte (anche con la violenza) ad ingozzarsi di cibo e bevande ipercaloriche, con il benestare delle famiglie.

Effetti collaterali e morte precoce. Anche le smagliature vengono esibite sul corpo delle mauritane con grande orgoglio: sarà per via dei tanti benefici materiali e spirituali che se ne traggono, seppur a discapito del proprio benessere psico-fisico. E quando reperire grosse quantità di cibo in natura diventa un problema, soprattutto per le famiglie più povere dei centri rurali, si ricorre all’utilizzo di farmaci ed ormoni ad uso veterinario. Le ragazze, in casi estremi, scelgono deliberatamente di ingurgitare sciroppi in grado di stimolare l’appetito o medicine dopanti per animali (ben più nocivi di un’alimentazione naturale). Inevitabile il sopraggiungere di problematiche cardiovascolari, del diabete o di altre gravi disfunzioni renali che causano ictus ed infarti, provocando la morte prematura delle ragazze che ignorano i danni di uno stile di vita insano. E se anche una legge vieta da qualche anno in Mauritania la vendita di farmaci considerati nocivi per l’uomo, il business illecito del mercato nero è molto fiorente. Le ragazze – nel rispetto di un indottrinamento che ha inizio in età infantile – arrivano a pesare decine e decine di chili e per poterlo fare sono disposte a subire ogni genere di supplizio, cagionandosi una salute precaria.

“Il Corpo della Sposa”. “‘Verida, alzati e mangia!'”, inizia così Il Corpo della Sposa, il primo film di genere che affronta la pratica dell’ingrasso forzato delle future spose mauritane. La protagonista è una giovane attrice che ha subito all’età di 16 anni il rito del “gavage”). La storia si svolge sullo sfondo di una Mauritania ancora oggi paradossalmente incastrata tra tradizione e modernità. Verida è socievole, lavora in un salone di bellezza, ama divertirsi con le sue amiche e ricorre all’utilizzo dei social network come qualunque altra ragazza moderna. Fino a quando – un giorno – viene svegliata all’alba dalla madre che le comunica che si sposerà. Da quel momento, Verida avrà tempo tre mesi per poter ingrassare di venti chili e soddisfare i canoni estetici del futuro marito che la considera ancora troppo magra per l’ideale di bellezza tradizionale. Il film inizia con l’inquadratura di Verida che beve da una ciotola di latte, come a voler enfatizzare la drammaticità di un atto imposto, come quello del “gavage”. Gli unici momenti di spensieratezza sono quelli che ritraggono Verida insieme ad Amal (la sua migliore amica) oppure complice del romanticismo puro e genuino di Sidi (il ragazzo incaricato al rito della misurazione del peso). “Un tempo il ‘gavage’ era estremo, veniva compiuto nell’arco di una sola notte: molte donne morivano dopo la pratica del ‘leblouh'”. La tecnica è attualmente impiegata nei villaggi del deserto per anticipare il menarca di bambine e giovani ragazze. “In città vanno di moda i festini ‘wangala’: merende a base di cibo tra amiche”. Il film è un atto di denuncia contro rituali arcaici e criteri di bellezza ormai obsoleti. È un lungo viaggio interiore che ha inizio nel preciso momento in cui Verida si ribella all’educazione ricevuta.

·        La Madonna interconfessionale.

Roma, il Papa all’Immacolata, la tradizione iniziata da Giovanni XXIII nel 1958. Pubblicato domenica, 08 dicembre 2019 da Corriere.it. I fiori dei Vigili del fuoco, la fanfara della Polizia che esegue l’Ave Maria di Gounod in piazza Mignanelli per poi accompagnare la Messa delle 12 nella Chiesa degli artisti in piazza del Popolo, i 100 disabili dell’Unitalsi accompagnati da 15o volontari che deporranno ai piedi della colonna sormontata dalla statua della Vergine Maria, una corona di fiori che riproduce il logo dell’associazione cattolica. In attesa dell’arrivo di Papa Francesco, che come ogni anno, sarà in piazza alle 16 per un momento di preghiera con i fedeli. La festa dell’Immacolata è da sempre molto sentita a Roma. Altri omaggi floreali, come da tradizione, saranno portati da rappresentanze delle Acli di Roma, Cotral-Atac, Acea, Inps-Inpdap e i dipendenti di Roma Capitale. E ancora la presenza dei frati francescani della basilica dei Santi Apostoli che «con canti e momenti di preghiera – spiega il parroco frate Agnello Stoia – accolgono confraternite, gruppi di laici e parrocchie che portano il loro omaggio floreale alla Madonna. Con alcuni confratelli che offrono la “Medaglietta miracolosa” e ne spiegano la devozione e confessano i fedeli che lo chiedono, dalle 6,30 alle 20». Oltre ai frati della basilica in piazza ci saranno alcuni giovani chierici studenti del Seraphicum, il gruppo di evangelizzatori di strada della Sveglia francescana e alcuni laici della Milizia dell’Immacolata, l’associazione di fedeli fondata da san Massimiliano Kolbe. Insomma, una ricorrenza molto importante per i romani: ma come e quando è nata? Il dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato da Pio IX nel 1854 con la bolla «Ineffabilis Deus», sulla preservazione della Vergine dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Nella devozione cattolica l’Immacolata è collegata con le apparizioni di Lourdes del 1858, quando Maria apparve a Bernardette Soubirous presentandosi come «l’Immacolata Concezione». Tre anni dopo la proclamazione del dogma, l’8 dicembre del 1857, sotto papa Pio IX, fu inaugurato a Roma il monumento dell’Immacolata in piazza Mignanelli, adiacente a piazza di Spagna, tanto che molti le confondono. Il monumento, firmato dall’architetto Luigi Poletti (noto anche per la ricostruzione della basilica di San Paolo fuori le Mura dopo l’incendio del 1823) fu offerto a Roma dal re di Napoli Ferdinando II e realizzato da circa 220 vigili del fuoco, all’epoca pontifici: è composto da una colonna romana di marmo alta quasi 12 metri e ritrovata nel monastero di Santa Maria della Concezione nel Campo Marzio nel 1777, un basamento e 4 statue sempre di marmo che raffigurano David (opera di Adamo Tadolini), Isaia (di Salvatore Revelli), Ezechiele (di Carlo Chelli) e Mosè (di Ignazio Jacometti), mentre la statua della Madonna è opera di Giuseppe Obici. Il luogo non fu scelto a caso: si trova davanti al palazzo dell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, perché dalla Spagna erano venute moltissime richieste per la proclamazione del dogma. Papa Pio XII ogni 8 dicembre inviava dei fiori alla statua, ma fu il suo successore, papa Giovanni XXIII, che per la prima volta nel 1958 visitò il monumento e depose ai piedi della Vergine Maria un cesto di rose bianche, per poi recarsi alla basilica di Santa Maria Maggiore, che contiene l’icona mariana «Salus populi romani» molto venerata a Roma. La visita è poi diventata tradizione di tutti i Papi, con un momento di preghiera, quale espressione della devozione popolare, la presentazione dei fiori, la lettura di un brano della Sacra Scrittura e di uno della Dottrina della Chiesa, preghiere litaniche e alcuni canti mariani, tra cui il «Tota pulchra». Intanto all’Angelus in piazza San Pietro Francesco ha pregato per la pace in Ucraina orientale. «Domani si svolgerà a Parigi un incontro dei Presidenti di Ucraina, Russia e Francia e della Cancelliere Federale della Germania, noto come ”Formato Normandia”, per cercare soluzioni al doloroso conflitto in corso ormai da anni: accompagno l’incontro con una preghiera intensa e vi invito a fare altrettanto, affinché tale iniziativa di dialogo politico contribuisca a portare frutti di pace nella giustizia a quel territorio e alla sua popolazione». Prima aveva ricordato la beatificazione in Guatemala di Giacomo Miller, religioso dei Fratelli delle Scuole Cristiane, ucciso in odio alla fede nel 1982, nel contesto della guerra civile: « Il martirio di questo esemplare educatore di giovani, che ha pagato con la vita il suo servizio al popolo e alla Chiesa guatemalteca, rafforzi in quella cara Nazione percorsi di giustizia, di pace e di solidarietà». E ancora, l’elogio della discrezione delle opere di misericordia, sulle orme dell’«atteggiamento di consapevole umiltà della Madonna, che alla chiamata dell’Angelo si definisce Serva del Signore»: «Le opere di misericordia si fanno in silenzio, di nascosto. La disponibilità verso Dio si riscontra nella disponibilità a farsi carico dei bisogni del prossimo. Tutto questo senza clamori e ostentazioni, senza cercare posti d’onore, senza pubblicità, perché la carità e le opere di misericordia non hanno bisogno di essere esibite come un trofeo. Anche nelle nostre comunità, siamo chiamati a seguire l’esempio di Maria, praticando lo stile della discrezione e del nascondimento».

La Madonna siciliana di Tunisi non riesce a uscire dal sagrato. Pubblicato mercoledì, 14 agosto 2019 da Francesco Battistini su Corriere.it. Con tutto il rispetto, è una statua uguale a mille altre. Manco bellissima. È pure una copia: la chiamano ancora la Bedda Madri di Trapani e la Madonna originale, quella bella davvero, sta in Sicilia. A Tunisi però non hanno altra Vergine all’infuori di lei. I cristiani. Ma anche i musulmani. Gli ebrei. E gli arabi e gli africani tutti. E i discendenti dei trapanesi che qui migrarono un secolo e mezzo fa. E i figli dei francesi che qui rimasero dopo l’indipendenza. Una Madonna interconfessionale, interculturale, internazionale. Custodita da due secoli nella chiesa della Goulette, la Petite Sicile, il sobborgo a 10 chilometri dalla Medina dove nacque anche Claudia Cardinale: «Questa statua la prega chiunque — racconta una vecchia siciliana —. Quand’ero piccola, ricordo che ogni 15 agosto veniva una nostra vicina musulmana, ci dava un dinaro e ci chiedeva d’accendere una candela per suo fratello malato». Una volta era normale che a Ferragosto, per la messa dell’Assunta, la statua fosse agghindata di collane, coperta di baci e di fiori, illuminata di ceri, accompagnata dalle avemaria e dagli youyou festosi delle donne berbere, portata in processione giù giù al mare. Fu così fino al 1962. Fino a Bourghiba. Poi basta: con gli anni della laicizzazione, poi del regime di Ben Ali, infine della Primavera tunisina e della minaccia d’un certo Islam, per diktat e per prudenza la Madonna non è mai più uscita per le strade della Goulette. «Questo poteva essere l’anno buono per rifare la processione — dice l’arcivescovo di Tunisi, Ilario Antoniazzi —. Ma è appena morto il presidente Essebsi, non vogliamo si pensi che noi cristiani approfittiamo del vuoto di potere per affermare un nostro diritto. Sarebbe una provocazione. Ci limiteremo a portare la statua fuori dalla chiesa». Una processione di 5 metri. Dopo 57 anni. Blindatissima. «Motivi di sicurezza», spiegano le autorità. Come l’estate scorsa e quella del 2017, la Bedda Madri uscirà pochi minuti sul sagrato e a scortarla ci saranno anche i goulettois musulmani devoti alla Maryam del Corano. I più ansiosi di portarla in spalla: è stata la sindaca islamista di Tunisi a insistere con monsignor Antoniazzi, perché s’avesse il coraggio di rifare la processione solenne d’una volta. «Questa festa della Goulette dura dal 1915 ed è sopravvissuta a tutto — spiega Habib Kazdaghli, storico dell’università di Tunisi —. Islamici ed ebrei vi s’uniscono da sempre, perché è un segno d’unità. Oltre le fedi». La Tunisia è il Paese che ha dato più volontari all’Isis. E il partito islamico che sostiene il governo, Ennahda, pur professando moderazione, è affiliato ai Fratelli musulmani egiziani. In ogni caso, qui c’è una formale libertà di culto, i cattolici non hanno problemi nemmeno coi salafiti. Mai una chiesa profanata, mai una minaccia o una violenza. Le prove di dialogo non si limitano alla Goulette: nella sinagoga di Djerba, è usuale che i cattolici partecipino alla Pasqua ebraica e a Nabeul, per festeggiare l’Eid musulmano, si danno ai bambini i pupi di zucchero delle nostre feste dei morti. Eppure, eppure. «L’opinione diffusa — dice monsignor Antoniazzi — è che questo sia un Paese tollerante. In gran parte è vero. Però a livello religioso non è proprio così: ci ascoltano più che in passato, certo, ma la porta per noi non è affatto spalancata». Due anni fa, quando si decise la prima e timida uscita della Madonna della Goulette, l’arcivescovo tremava: «Avevo paura. Molti spingevano perché la processione si facesse per intero. Ma noi cristiani sappiamo quali sono i limiti che ci vengono dati. Meglio essere prudenti. Prima o poi ce la faremo. Perché questa statua è anche un simbolo: ha attraversato il Mediterraneo da Trapani a Tunisi, l’inverso del viaggio che oggi fanno i migranti sui barconi. È lei che protegge chi va per mare, chiunque sia». Allora l’anno prossimo bisognerebbe invitare un noto politico italiano, devoto alla Madonna, che s’occupa tanto dei barconi… «Vedremo chi sarà ancora al potere».

·        Oriana Fallaci: “Sono nata in un paesaggio di chiese, Cristi, Madonne”.  

Oriana Fallaci: “Sono nata in un paesaggio di chiese, Cristi, Madonne”.  Giornale Off 27/05/2019. L’ Italia, è un paese molto vecchio, ma io non la regalo a nessuno. La sua storia dura da almeno tremila anni. La sua identità culturale è quindi molto precisa e bando alle chiacchiere: non prescinde da una religione che si chiama religione cristiana e da una chiesa che si chiama Chiesa Cattolica. La gente come me ha un bel dire: io-con-la-chiesa-cattolica-non-c’entro. C’entro, ahimé c’entro. Che mi piaccia o no, c’entro. E come farei a non entrarci? Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica della campane. Le campane di Santa Maria del Fiore che all’epoca della Tenda la vociaccia sguaiata del muezzin soffocava. È in quella musica, in quel paesaggio, che sono cresciuta. È attraverso quella musica e quel paesaggio che ho imparato cos’è l’ architettura, cos’è la scultura, cos’è la pittura, cos’è l’ arte. È attraverso quella chiesa (poi rifiutata) che ho incominciato a chiedermi cos’è il Bene, cos’è il Male, e perdio… Ecco: vedi? Ho scritto un’ altra volta «perdio».

Con tutto il mio laicismo, tutto il mio ateismo, son così intrisa di cultura cattolica che essa fa addirittura parte del mio modo d’esprimermi. Oddio, mioddio, graziaddio, perdio, Gesù mio, Dio mio, Madonna mia, Cristo qui, Cristo là. Mi vengon così spontanee, queste parole, che non m’ accorgo nemmeno di pronunciarle o di scriverle. E vuoi che te la dica tutta? Sebbene al cattolicesimo non abbia mai perdonato le infamie che m’ ha imposto per secoli incominciando dall’Inquisizione che m’ ha pure bruciato la nonna, povera nonna, sebbene coi preti io non ci vada proprio d’ accordo e delle loro preghiere non sappia proprio che farne, la musica delle campane mi piace tanto. Mi accarezza il cuore. Mi piacciono pure quei Cristi e quelle Madonne e quei Santi dipinti o scolpiti. Infatti ho la mania delle icone. Mi piacciono pure i monasteri e i conventi. Mi danno un senso di pace, a volte invidio chi ci sta. E poi ammettiamolo: le nostre cattedrali son più belle delle moschee e delle sinagoghe. Si o no? Sono più belle anche delle chiese protestanti. Guarda, il cimitero della mia famiglia è un cimitero protestante. Accoglie i morti di tutte le religioni ma è protestante. E una mia bisnonna era valdese. Una mia prozia, evangelica.

La bisnonna valdese non l’ ho conosciuta. La prozia evangelica, invece, sì. Quand’ero bambina mi portava sempre alle funzioni della sua chiesa in via de’ Benci a Firenze, e… Dio, quanto m’ annoiavo! Mi sentivo talmente sola con quei fedeli che cantavano i salmi e basta, quel prete che non era un prete e leggeva la Bibbia e basta, quella chiesa che non mi sembrava una chiesa e che a parte un piccolo pulpito aveva un gran crocifisso e basta. Niente angeli, niente Madonne, niente incenso… Mi mancava perfino il puzzo dell’ incenso, e avrei voluto trovarmi nella vicina basilica di Santa Croce dove queste cose c’ erano. Le cose cui ero abituata. E aggiungo: nella mia casa di campagna, in Toscana, v’ è una minuscola cappella. Sta sempre chiusa. Dacché la mamma è morta non ci va nessuno. Però a volte ci vado, a spolverare, a controllare che i topi non ci abbiano fatto il nido, e nonostante la mia educazione laica mi ci trovo a mio agio. Nonostante il mio mangiapretismo, mi ci muovo con disinvoltura. E credo che la stragrande maggioranza degli italiani ti confesserebbe la medesima cosa. (A me la confessò Berlinguer). Santiddio! (Ci risiamo).

Sto dicendoti che noi italiani non siamo nelle condizioni degli americani: mosaico di gruppi etnici e religiosi, guazzabuglio di mille culture, nel medesimo tempo aperti ad ogni invasione e capaci di respingerla. Sto dicendoti che, proprio perché è definita da molti secoli e molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti che da noi non c’ è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’ Italia. E io l’Italia non gliela regalo. (Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, 2014, 161 pagine)

·        Si commissariano i miracoli.

Lourdes, il Papa commissaria i miracoli. Francesco invia un delegato anche in Francia: "Non prevalga l'aspetto finanziario". Fabio Marchese Ragona, Venerdì 07/06/2019, su Il Giornale. Dopo Medjugorje, Papa Francesco commissaria anche Lourdes e invia un suo delegato per curare l'aspetto pastorale del centro mariano francese, dove ogni anno milioni di pellegrini arrivano per pregare nella grotta dove nel 1858 la Madonna sarebbe apparsa alla contadina quattordicenne Bernadette Soubirous. Il Pontefice, come ha annunciato ieri a mezzogiorno da Lourdes monsignor Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione e delegato per i santuari, ha scelto come suo inviato monsignor Antoine Hérouard, vescovo ausiliare di Lille che, pur non lasciando la guida della propria diocesi, si occuperà anche del santuario dedicato alla Madonna. Dietro la scelta di Francesco, oltre alla necessità di restituire un aspetto più spirituale a quel luogo, c'è anche una motivazione legata alla gestione del santuario, considerata ormai troppo manageriale. Come spiega la Santa Sede, in un articolo pubblicato sul proprio portale web Vatican News, «Francesco vuole inviare un suo delegato perché si torni ad accentuare il primato spirituale nel luogo sacro senza cadere nella tentazione di sottolineare troppo l'aspetto gestionale e finanziario». In effetti, negli ultimi anni, la gestione del vescovo di Lourdes, Nicolas Jean René Brouvet, legato agli ambienti più tradizionalisti della Chiesa, aveva creato non pochi malumori anche nelle sacre stanze poiché orientata più a una visione imprenditoriale che pastorale. Non a caso il monsignore già nel 2016 aveva chiamato un manager per risanare i bilanci del santuario, scelta che pur avendo riportato i bilanci in positivo, aveva però tralasciato la cura dei pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo. Con la novità voluta da Francesco, adesso il santuario mariano sarà affidato totalmente al delegato papale Hérouard. «Lourdes è uno dei primi santuari al mondo», spiega uno stretto collaboratore del Papa a Il Giornale, «e dev'essere rilanciato in questa nuova fase di evangelizzazione perché era stato trasformato quasi in una SpA e questo non va affatto bene». Lo stesso Papa Francesco nella sua lettera affidata a monsignor Fisichella, che negli scorsi mesi aveva effettuato delle «visite» a Lourdes, afferma: «A seguito delle verifiche desidero comprendere quali ulteriori forme il santuario di Lourdes possa adottare, per divenire sempre di più un luogo di preghiera e di testimonianza cristiana corrispondente alle esigenze del Popolo di Dio» La scelta di Bergoglio su Lourdes richiama quanto già fatto a Medjugorje, dove Francesco ha inviato nel 2017 un suo delegato, monsignor Henryk Hoser, arcivescovo emerito di Varsavia-Praga, nominato visitatore speciale a tempo indeterminato e a disposizione della Santa Sede per la parrocchia della cittadina bosniaca. Anche in questo caso, Bergoglio era intervenuto in prima persona sottraendo la gestione del luogo di culto mariano alla diocesi d'appartenenza (in questo caso quella di Mostar), dove il vescovo Ratko Peric da anni conduce una battaglia contro i presunti veggenti, bollando come false le apparizioni da loro raccontate. E proprio qualche settimana fa, Francesco ha dato il via libera ai pellegrinaggi senza però esprimersi sulle presunte apparizioni che si verificherebbero dal 1981 e diventate oggetto di studio in Vaticano. Nel caso di Lourdes, a differenza di quanto deciso per Medjugorje, il mandato del delegato papale, monsignor Hérouard, sarà limitato nel tempo e principalmente dedicato alla cura spirituale dei pellegrini.

Bergoglio commissaria Lourdes: "Santuario gestito come azienda". Papa Francesco, per combattere l'aziendalismo diffuso, ha deciso d'inviare un delegato speciale nel santuario di Lourdes: curerà le anime, ma forse è stato scelto pure per bilanciare l'azione del vescovo tradizionalista. Giuseppe Aloisi, Giovedì 06/06/2019, su Il Giornale. Questa d'inviare delegati vaticani per la "cura delle anime" nei luoghi di pellegrinaggio sembra essere divenuta una prassi. Papa Francesco aveva già predisposto qualcosa di somigliante per Medjugorje, località attorno alla quale si misurano punti di vista distanti, ma sulla quale la Santa Sede non pare disposta a cedere poi molto: non c'è ancora un pronunciamento, che rimane eventuale, del pontefice argentino sull'ufficialità del culto e sull'autenticità delle apparizioni. Il Santo Padre, in una circostanza, ha pure parlato di "mancanza di discernimento". Lì, in Bosnia-Erzegovina, risiede da qualche tempo il vescovo Hoser, che è poi stato incaricato da Jorge Mario Bergoglio in maniera permanente. Se c'è stata una svolta rispetto a quel santuario, insomma, è stata parziale. A Lourdes, invece, opererà mons. Antoine Hérouard e anche in questo caso di tratta di una riforma limitata. Trattasi di una sorta di commissariamento. La "gestione aziendale" dello storico santuario non soddisfa le aspettative del pontefice, che rivendica per quei luoghi il primato della fede. Lourdes, quindi, non deve perdere di vista la sua missione, cedendo al materialismo commerciale. La notizia, come si può apprendere su La Stampa, è arrivata poco fa. C'è una differenza sostanziale: Lourdes, in maniera diversa da Medjugorje, occupa un posto preciso nella gerarchia dei luoghi sacri del cattolicesimo. Dunque la disposizione papale rischia di far discutere più del consueto. Vedremo se ci saranno reazioni di sorta da parte di chi non ama i cambiamenti. Per ora, stando sempre alla fonte citata, è possibile annoverare almeno due fattori che hanno suggerito all'ex arcivescovo di Buenos Aires di modificare, in parte, l'assetto dei consacrati.

Intanto gli attuali ecclesiastici deputati a prendersi cura dei fedeli avrebbero smarrito la retta via, derogando, come detto, all'aziendalismo. Il vescovo di Roma, nella missiva che ha inoltrato per comunicare la sua decisione, rimarca la volontà tesa a far sì che Lourdes torni a essere soprattutto un "luogo di preghiera". Poi c'è quell'aggettivo, "tradizionalista", che viene associato all'attuale vescovo incaricato, che può indicare o no l'esistenza di logiche ecclesiastiche sullo sfondo. Ma cambia poco: papa Francesco ha inviato un delegato tra i Pirenei. E questo prescinde da ogni dietrologia.

Lourdes, santuario sottratto al vescovo "troppo" cattolico. Nico Spuntoni 07-06-2019 su lanuovabq.it. Il vescovo ausiliare di Lille, Hérouard, nominato delegato pontificio a tempo determinato per la cura pastorale del santuario, è noto per le sue posizioni molto "liberal" in fatto di liturgia e dottrina, e recentemente è stato protagonista di interventi politici contro i populismi e contro Marine Le Pen. La comunicazione della Santa Sede accusa il vescovo Brouwet, che resta titolare della diocesi, di aver dato troppo spazio «all'aspetto gestionale e finanziario», ma egli, nominato giovane da Benedetto XVI, è conosciuto piuttosto per la sua ortodossia in fatto di dottrina morale e per lo spazio concesso a chi arriva a Lourdes celebrando nella forma straordinaria del rito romano. In oltre 150 anni, è la prima volta che la Santa Sede interviene su Lourdes. Lourdes come Medjugorje. Seguendo l'esempio della nomina di monsignor Hoser fatta un anno fa per la situazione della cittadina bosniaca, papa Francesco ha scelto di inviare un suo delegato per la cura pastorale dei pellegrini anche nel centro mariano francese. In quest'ultimo caso, però, a differenza del noto precedente, l'incarico non sarà a tempo indeterminato. La decisione del papa, in un articolo scritto su VaticanNews dal direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Andrea Tornielli, viene attribuita alla sua intenzione di "accentuare il primato spirituale rispetto alla tentazione di sottolineare troppo l’aspetto gestionale e finanziario". Come chiarito dal vaticanista veneto, il mandato del delegato sarà limitato soltanto al santuario, mentre la diocesi rimarrà sotto la guida di monsignor Nicolas Brouwet. Una precisazione sottolineata dallo stesso vescovo che, in una nota ufficiale, ha ricordato come questa nomina non cambierà nulla nella vita diocesana ed andrà a toccare solamente la vita del santuario. Per rafforzare ulteriormente questa distinzione, il presule ha anche fatto notare che "la cura pastorale dei santuari e la pastorale delle diocesi sono due cose diverse". Non c'è dubbio, però, che il santuario mariano rivesta un ruolo più che importante nella vita della diocesi di Tarbes, attirando nel centro sui Pirenei oltre un milione di pellegrini ogni anno. Fino ad oggi il vescovo ha ricoperto la funzione di responsabile spirituale, detenendo nelle sue mani, inoltre, il potere di nomina del rettore. Con la decisione presa da Francesco sarà, invece, il delegato “ad nutum Sanctae Sedis” ad assumere la cura pastorale dei pellegrini. Per l'incarico è stato designato monsignor Antoine Hérouard, attualmente vescovo ausiliare di Lille e presidente della Commissione affari sociali della Comece, la Commissione degli episcopati dell'Unione europea. La sua nomina appare indebolire non di poco, dunque, il peso del vescovo di Tarbes. Quello di Hérouard, inoltre, è un profilo non poco diverso da quello di Brouwet. Il neo-delegato, ex rettore del Pontificio seminario francese a Roma, si è distinto anche nel passato molto recente per un orientamento piuttosto "liberal": lo ha dimostrato con il suo attivismo prima e dopo le elezioni europee, partecipando ad incontri (in due occasioni con Enrico Letta e Francois Hollande) e rilasciando dichiarazioni in cui si metteva in primo piano il timore per la crescita dei populismi, si attribuiva la vittoria del partito di Marine Le Pen in Francia ad una visione distorta sull'immigrazione e si sottolineava il ruolo delle comunità religiose per sensibilizzare i cittadini sull'importanza dell'Unione Europea. In una recente intervista a "La Croix", monsignor Hérouard ha anche sostenuto che il dibattito sulle radici cristiane dell'Europa "non è più di attualità". Un profilo piuttosto distante da quello di monsignor Nicolas Brouwet, formatosi all'Istituto Giovanni Paolo II per il matrimonio e la famiglia e più attento a riaffermare l'insegnamento della dottrina morale cattolica nell'esercizio del suo ministero episcopale. Il vescovo di Tarbes e Lourdes, inoltre, nominato giovanissimo nel 2012 da Benedetto XVI, ha dimostrato in questi anni una sensibilità liturgica tradizionale e si è fatto apprezzare anche dai gruppi che curano la celebrazione della Santa Messa nella forma straordinaria del rito romano, accogliendo con benevolenza i loro pellegrinaggi presso il santuario di Lourdes. Monsignor Hérouard, invece, non ha problemi a mostrarsi in pubblico in giacca e cravatta e sembra prediligere la modernità nella scelta dei paramenti, caratteristiche notoriamente poco gradite ai gruppi d'impostazione liturgica più tradizionale. Il tempo dirà se il cambio di guardia nella guida pastorale dei pellegrini comporterà delle modifiche rispetto a quanto si è visto fino ad oggi. Intanto, dall'articolo di Tornielli a commento della nomina del nuovo delegato pontificio sembrerebbe emergere che all'origine della decisione ci sia l'eccessivo spazio attribuito all'"aspetto gestionale e finanziario" nella conduzione del santuario. Un rilievo che non trova riscontro nelle testimonianze di chi frequenta assiduamente Lourdes; c'è da ricordare invece che proprio la gestione di monsignor Brouwet è riuscita a raggiungere risultati importanti: infatti, dopo quasi un decennio di conti in rosso, il santuario ha chiuso il bilancio del 2018 addirittura con un surplus di 200 mila euro. Un risultato raggiunto grazie al piano di risanamento operato da Guillaume de Vulpian, l'ex dirigente della Renault chiamato a Lourdes dal Vescovo della diocesi quattro anni fa. Un'operazione, peraltro, portata a compimento soprattutto grazie alla riduzione e alla razionalizzazione delle spese e nonostante il calo del turismo in Francia a seguito degli attentati degli ultimi anni. La nomina del delegato da parte del papa rappresenta un precedente rilevanteanche sul piano storico: nel caso delle apparizioni, infatti, la loro veridicità proviene dal riconoscimento del vescovo della diocesi competente. È quanto avvenne anche nel caso di Lourdes con il decreto emanato il 18 gennaio 1862 dall'allora vescovo di Tarbes, monsignor Bertrand-Sévère Laurence. E su Lourdes in oltre 150 anni non c'è mai stato alcun intervento della Santa Sede, il che spiega anche il carattere di eccezionalità di questo intervento del papa che avoca a sé la gestione pastorale del luogo dell'apparizione, "sottraendolo" alla diocesi locale competente. Nico Spuntoni

La "cura" di Papa Francesco per i luoghi di Maria. Lourdes come Medjugorje, un inviato dal Pontefice. Papaboys.org 6 Giugno 2019. È monsignor Antoine Hérouard, vescovo ausiliare di Lille. L’annuncio è stato dato nel santuario francese dall’arcivescovo Rino Fisichella, Presidente del Pontificio consiglio per la Nuova Evangelizzazione. La decisione – scrive Andrea Tornielli su Vaticannews – è in linea con quella già presa nel 2017 per Medjugorje: Papa Francesco tiene in modo particolare alla cura dei pellegrini e desidera che i centri di devozione mariana diventino «sempre di più un luogo di preghiera e di testimonianza cristiana corrispondenti alle esigenze del popolo di Dio». Questo si legge nella lettera che il Pontefice ha inviato a monsignor Antoine Hérouard, vescovo ausiliare di Lille, comunicandogli la decisione di nominarlo delegato “ad nutum Sanctae Sedis” (cioè a disposizione della Santa Sede) per il santuario di Lourdes. La lettera papale è stata letta nel piccolo centro dei Pirenei, luogo di una delle apparizioni mariane più popolari della storia, di fronte ai cappellani e ai responsabili amministrativi del santuario. L’ha resa pubblica a mezzogiorno di giovedì 6 giugno l’arcivescovo Rino Fisichella, Presidente del Pontificio consiglio per la Nuova Evangelizzazione, il dicastero che da due anni ha ricevuto da Francesco l’incarico di valorizzare la pastorale dei santuari. Da quanto si apprende dalla lettera, lo stesso Fisichella ha svolto nei mesi scorsi una missione come “inviato speciale” presso il santuario che ogni anno vede arrivare milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. «A seguito delle verifiche» condotte da Fisichella, scrive il Papa, «desidero comprendere quali ulteriori forme il santuario di Lourdes possa adottare, oltre alle molteplici già esistenti, per divenire sempre di più un luogo di preghiera e di testimonianza cristiana corrispondente alle esigenze del Popolo di Dio». Il mandato del vescovo Hérouard, che non lascerà il suo incarico a Lille, sarà limitato al solo santuario, mentre la diocesi di Tarbes e Lourdes rimarrà affidata al vescovo Nicolas Jean René Brouwet. Da notare il fatto che la nomina del delegato non è a tempo indeterminato (come invece è stata quella di monsignor Hoser a Medjugorje) e ciò significa che, nelle intenzioni, non si tratta di un incarico permanente ma a tempo, finalizzato alla cura pastorale e spirituale dei pellegrini. Papa Francesco, che tiene molto a questa cura, desidera accentuare il primato spirituale rispetto alla tentazione di sottolineare troppo l’aspetto gestionale e finanziario, e vuole promuovere sempre di più la devozione popolare che è tradizionale nei santuari. Nell’esortazione apostolica “Evangelii gaudium” il Papa aveva scritto che «nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi». Francesco continuava citando il Documento di Aparecida, contenente le conclusioni della riunione dell’episcopato latinoamericano tenutasi del più importante santuario mariano del Brasile. E ricordava «le ricchezze che lo Spirito Santo dispiega nella pietà popolare con la sua iniziativa gratuita” affermando che “il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione. Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!».

“BERGOGLIO È UN IPOCRITA. SA CHE MEDJUGORJE È UNA BUFALA MA NON LO DICE”.  Da “la Zanzara – Radio24” il 13 giugno 2019. “Il Papa è simpatico perché ateo. E’ proprio il primo Papa ateo che abbiamo. Però, da ateo, non impedisca ai cristiani di usare il crocifisso”. Lo dice Vittorio Sgarbi a La Zanzara su Radio 24. “Lui – dice ancora Sgarbi – è talmente ipocrita e anche lucido, da sapere che Medjugorje è una bufala. Come tutti noi. Però ha avuto paura di dirlo, perché è pieno di gente che crede a queste cose, gente che ci crede. Se dice che Medjugorje è una bufala, si inimica metà Chiesa. Sa che è una buffonata, anche perché non s’è mai visto che la Madonna non appare mai a Cacciari, Umberto Eco, a voi e invece appare solo a delle pastorelle ignoranti, le quali vedono la Madonna e poi comunicano che l’hanno vista. Questo è Medjugorje. E lui lo sa benissimo. Perché la Madonna non appare direttamente al Papa? La Madonna appare al Papa, e dice: Papa, sono qua. No, appare ad un pastorello bosniaco del buco del culo che sta lì davanti alla Madonna e vede la Madonna”. “Quando ero sindaco a Salemi – dice ancora - volevo inventare la Grotta del Porco, come una grotta in cui appare la Madonna. Prendiamo due ragazzi, gli facciamo dire che vedono la Madonna, però la Madonna non appare mai ai cardinali, ai preti, ai santi, al Papa, mai a te, mai a me, ma a della gente improbabile che sta lì. I pastorelli, oppure Brosio, c’è tanta gente da scegliere. Perché non appare a Fazio? No, appare a Brosio. Dai, su”. “Siccome il Papa è gentile - aggiunge - sa che se dice che non c’è Medjugorje, a Brosio viene l’infarto, e piuttosto che fargli venire l’infarto, tace. Ma sa perfettamente, lo dica il Papa, cosa pensa di Medjugorje. Sia sincero. Attacchi Salvini? Attacca anche Medjugorje. Abbi il coraggio, caro Papa. Abbi il coraggio di dire che cosa è. Lo sai perfettamente. Una buffonata? Dillo, dillo che è un’invenzione”.

Quelli che rosicano per il Papa su Medjugorje. Giovanni Drogo il 16 Maggio 2017 su nextquotidiano.it. Durante il viaggio di ritorno da Fatima Papa Francesco è tornato sulla questione delle apparizioni della Madonna a Medjugorje. Il Papa ha sostanzialmente bocciato (per la seconda volta) le apparizioni a comando e le visioni programmate dei veggenti del santuario bosniaco. A Medjugorje infatti la Madonna appare in giorni ed orari prestabiliti secondo la volontà dei veggenti. In un caso un veggente ha chiesto – e ottenuto – dalla madre di Gesù di non avere visioni durante un volo intercontinentale “per non spaventare i passeggeri”. Il Papa lo ha detto chiaramente: “le presunte apparizioni non hanno tanto valore”. Il Pontefice ha aggiunto una critica anche a chi pensa che la Madonna dica “venite che domani alla tale ora dirò un messaggio a un veggente”. Niente di nuovo per la verità perché è un pensiero che circa due anni fa il Papa aveva detto che Medjugorje non è una cosa seria. Papa Francesco ha detto che la Commissione dovrà effettuare ulteriori accertamenti sulle prime apparizioni. Questo vuol dire che al momento nemmeno le primissime apparizioni, quelle che risalgono al 1981 quando i veggenti erano ragazzi, sono ritenute certe e affidabili. Il Papa quindi sembra porsi sulla stessa linea del Vescovo di Mostar che due mesi fa aveva detto che la Madonna di Medjugorje è un imbroglio. Curiosamente invece per Paolo Brosio, giornalista da tempo incamminato sulla strada della redenzione, il Papa ha espresso “un giudizio positivo sulle prime apparizioni”. In realtà il Papa ha solo detto che bisogna indagare ancora ma solo su quelle. Per quelle degli ultimi 36 anni invece il giudizio del Papa è inappellabile. Ma anche in questo caso Brosio trova modo di salvare Medjugorje. Ospite a Mattino Cinque Brosio ha detto che il Papa “parla a titolo personale“. Un altro giornalista esperto di apparizioni mariane è Antonio Socci, uno che crede che la Chiesa stia nascondendo l’esistenza di un quarto segreto di Fatima. Su Libero di oggi Socci descrive le parole del Papa sulle apparizioni come un “bombardamento” su Medjugorje. Socci però è più lucido di Brosio e si accorge che il Pontefice sulle prime apparizioni non ha dato un giudizio positivo: “non ha detto che le prime apparizioni furono autentiche, ma che c’è materiale su cui investigare”. Ma quello che getta Socci nello sconforto più assoluto è il fatto che così facendo il Papa toglie ai fedeli apparizioni e miracoli ovvero ciò di cui hanno bisogno. Per Socci si tratta di un chiaro disegno delle gerarchie ecclesiastiche. Scrive Socci: “Bergoglio e l’establishment modernista oggi al potere in Vaticano disprezzano questa religiosità”. Secondo questa straordinaria lettura la denuncia di una truffa miliardaria diventa invece il modo per attaccare il cuore del cattolicesimo e della devozione popolare. Forse è proprio come scrive il pope/psicologo Alessandro Meluzzi: Papa Francesco è un antipapa e Benedetto XVI è prigioniero in Vaticano. Anche Adriano Celentano non ha resistito dal farci conoscere la sua opinione sull’uscita del Papa su Medjugorje. In un post sul suo blog il Molleggiato definisce quella di Bergoglio “una svista”. Il predicatore televisivo noto per avere sempre in tasca un’opinione su cose di cui non sa nulla ci spiega che il Papa ha commesso un piccolo errore nel dire che la Madonna non fa la postina o la telegrafista. E se invece fosse vero? Come io credo. Non pensa invece che (per chissà quali fini ora a noi sconosciuti) potrebbe essere una Sua Celestiale strategia l’aver scelto quei sei ragazzi e avere con loro degli incontri giornalieri e, di proposito, sempre alla stessa ora?… E se fosse questa la piccola “SVISTA” del Papa?… Sarebbe bellissimo se lei, anche di nascosto, incontrasse le veggenti. Forse a lei direbbero qualcosa di sorprendente che nessuno ancora sa… e che solo lei potrebbe spiegarci!!! Celentano sembra credere che in realtà sia proprio vero che la Madonna appare tutti i giorni alla stessa ora. Come si potrebbe dubitare della Madonna, se ha deciso di fare così ci sarà un motivo. Il punto è che il Papa non dubita della Madonna ma di quelle sei persone, che sono esseri umani come tutti noi. È innegabile che Medjugorje sia una meta di pellegrinaggi molto frequentata. Ci va pure il padre di Matteo Renzi. Ma questo è un altro discorso, perché il Papa non ha messo in dubbio la fede delle persone che si recano a Medjugorje ma ha detto che lui non crede che la Madonna si comporti così. Vale la pena di ricordare che i veggenti fanno alla Madonna ogni sorta di richieste e lei ubbidisce sempre. Non risulta invece che la Madonna abbia mai chiesto ai veggenti di donare le loro ricchezze ai poveri. Curioso no? Ma perché il Papa preferisce Fatima a Medjugorje? Qualcuno sembra aver scoperto il motivo: Fatima “ha più assonanza con l’Islam”. Forse che il Papa vuole aprire al mondo musulmano? A quanto pare c’è una divertente teoria secondo la quale c’è chi vorrebbe utilizzare i messaggi della Madonna di Medjugorje “in funzione anti-islamica” così come quelli della Madonna di Lourdes furono usati “contro i massoni” e quelli di Fatima “contro i comunisti”. Ma Bergoglio questo lo vuole evitare, per quello si è recato al Cairo per stringere un patto con i musulmani. Il mistero di Fatima continua, quello di Medjugorje probabilmente è agli sgoccioli.

Il Papa su Medjugorje: "Mancanza di discernimento". Papa Francesco, all'interno di un libro di un padre brasiliano, parla ancora di Medjugorje. Dio avrebbe concesso la "grazia" a quel luogo, ma mancherebbe qualcosa in termini di "discernimento". Il pontefice distingue pure tra "locuzioni" e "apparizioni". Sembrerebbe complicarsi la strada che porta al riconoscimento ufficiale. Giuseppe Aloisi, Domenica 21/10/2018, su Il Giornale. Le presunte apparizioni di Medjugorje non sono ancora state riconosciute in maniera ufficiale dalla Santa Sede. Non è affatto detto che lo saranno in futuro, ma un libro che sta per uscire in Brasile sembra destinato a chiarire quale sia il pensiero di Bergoglio su quanto accadrebbe, da quasi quarant'anni, nella località della Bosnia ed Erzegovina. Papa Francesco, a maggio scorso, ha reso permanente la presenza dell'arcivescovo Hoser. Quello che avrebbe parlato, nel corso di un'omelia pronunciata a Varsavia, dell'interesse delle mafie napoletane per le attività del santuario. Molti hanno interpretato questa mossa del pontefice come una possibile "svolta" in vista di una pronuncia sulla veridicità del culto. L'opera, che si intitola "E' mia madre", non è firmata da un uomo qualunque: a discutere con il papa delle apparizioni è stato, come si legge su Aleteia, padre Alexandre Awi Mello, che è un membro del dicastero per i laici, la famiglia e la vita. L'autore del libro opera quindi in Vaticano. Le parole del Santo Padre vanno analizzate alla luce di questa premessa: non sono dichiarazioni raccolte per caso. Il pontefice argentino, nel dialogo, svela di essersi opposto, quand'era arcivescovo di Buenos Aires, a un incontro tenutosi nella sua diocesi con uno dei veggenti: "L’ho fatto - si legge - perché uno dei veggenti avrebbe parlato e avrebbe spiegato un po’ tutto e alle quattro e mezza sarebbe apparsa la Madonna. Cioè lui aveva l’agenda della Madonna. Allora ho detto: no, non voglio qui questo tipo di cose. Ho detto di no, no in chiesa". In questi virgolettati sembrano riecheggiare le affermazioni del papa sulla "Madonna madre" e non "Madonna capo di un ufficio telegrafico", pronunciate sul volo di ritorno da un viaggio in Portogallo, nel 2017. Non è da oggi che l'ecclesiastico argentino sembra voler beneficiare del dubbio rispetto a tutto quello che viene raccontato su Medjugorje. Bergoglio, all'interno di un altro passaggio, ammette: "Bisogna distinguere, però, perché, nonostante questo, Dio fa miracoli a Medjugorje. In mezzo alle pazzie dell’uomo, Dio continua a fare miracoli. Forse ci sono fenomeni più personali. Mi arrivano delle lettere qui, ma si capisce che sono cose più che altro psicologiche. Bisogna distinguere bene le cose". Leggendo il libro di Mello è possibile comprendere a pieno quale siano le perplessità del pontefice: "Il discorso delle apparizioni (…) – sottolinea Bergoglio, tornando a parlare di Medjugorje – cerca di vederlo dal lato della locuzione interna. Allora, è ovvio che si va da un estremo all’altro. A volte quella locuzione si materializza quasi in una visione e, altre volte, può essere una semplice ispirazione". Dio avrebbe concesso a quel luogo la "grazia" della conversione, ma qualcuno mancherebbe in discernimento. Poi l'approfondimento del Santo Padre sul ruolo dei presunti veggenti: "Per esempio, quelle persone sentono che la Madonna dice loro qualcosa, nella preghiera avviene una locuzione e allora dicono: 'La Madonna mi ha detto questo…'. Certo - spiega - , lo esprimono in un modo che sembra che sia stata davvero un’apparizione. Ma da qui a dire che i veggenti siano protagonisti e organizzino apparizioni programmate... Questo è il peccato che può accompagnare una grande grazia". Dopo la pubblicazione di queste riflessioni, diviene sempre più improbabile immaginare che il papa proceda con l'identificare le cosiddette "apparizioni" con delle vere e proprie manifestazioni mariane.

Cosa succede a Medjugorje (Socci). Dall’introduzione del libro di Antonio Socci “Mistero Medjugorje”. Cosa sta accadendo a Medjugorje? E’ una misteriosa vicenda iniziata alle 17,45 di mercoledì 24 giugno 1981. Si crede di saperne quanto basta, ma non è così. La maggior parte ignora, per esempio, che oggi questa storia è tutt’altro che conclusa, anzi pare sia solo agli inizi perché promette sviluppi sconvolgenti proprio nei prossimi anni. Medjugorje (pronuncia: Megiugorie), paesino dell’Erzegovina sperduto e sconosciuto a tutti, è diventato uno dei luoghi più visitati della terra. Solo dal 1981 al 1990 venti milioni di persone sono andati là pellegrini, nonostante le difficoltà del viaggio, i problemi (a quel tempo) del regime e l’assenza di pellegrinaggi ufficiali. Vittorio Messori ha definito questo fenomeno come “il maggior movimento di masse cattoliche del postconcilio” (ma in realtà l’afflusso non si è limitato ai cattolici: è arrivata là gente di tutti i tipi). Addirittura il papa avrebbe detto a un vescovo: “Medjugorje è il centro spirituale del mondo”. Ma davvero una giovane donna bellissima, che afferma di essere la madre di Cristo, appare ogni giorno da 23 anni a sei ragazzi di questo villaggio? E cosa accade nel corso di queste apparizioni? Che si sa dei “dieci segreti” che sarebbero stati consegnati ai veggenti e che riguardano il destino del mondo nei prossimi anni? Si tratta di “segreti” analoghi a quelli di Fatima? I vescovi dell’Oceano indiano che il 24 novembre 1993 furono ricevuti dal Papa e s’intrattennero con lui a cena, riferirono in seguito che la conversazione finì a un certo momento su Medjugorje e il Santo Padre avrebbe detto: “Questi messaggi sono la chiave per comprendere ciò che avviene e ciò che avverrà nel mondo”. Secondo padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria e autore di molti importanti libri su Medjugorje, la gravità di ciò che si annuncia in quei segreti, insieme all’appello accorato alla conversione, è l’unica spiegazione possibile di un fatto così eccezionale come la permanenza quotidiana sulla terra della Madonna per più di 23 anni. Dunque da Medjugorje arriva qualcosa di enorme e di decisivo per il nostro futuro prossimo e remoto, oppure – come affermano alcuni – siamo di fronte al più grande imbroglio della storia cristiana? E’ possibile inventare e far crescere una truffa di tali dimensioni planetarie? Sono andato, con queste domande in testa, a vedere, a indagare, per capire. Innanzitutto ho tentato, per quanto possibile, di ricostruire i fatti degli inizi, giorno per giorno, secondo le testimonianze (ricchissime di particolari, essendo tutti i protagonisti viventi, ma molto spesso imprecise e contraddittorie nei dettagli temporali, come accade normalmente quando tanta gente si trova contemporaneamente al centro di eventi molteplici e travolgenti e poi riferisce ciò che ricorda). Ho provato a fare una ricostruzione come una normale inchiesta giornalistica, cioè dando credito ai testimoni. Poi ho proseguito chiedendomi se la storia è attendibile e i testimoni sono credibili, ovvero se ci sono indizi seri che accade loro davvero qualcosa di soprannaturale: il responso della scienza in proposito è impressionante. Infine mi sono domandato quale sia il senso di tutto, il disegno, la trama segreta. E soprattutto ho cercato di capire cosa potrà accadere di qui a poco: non a Medjugorje, ma al mondo, a tutti noi. Se veramente un pericolo mortale ci sovrasta. Naturalmente questo è solo un contributo imperfetto alla scoperta della verità. Non voglio convincere nessuno di nulla perché io stesso ho iniziato questo viaggio senza certezze precostituite, aperto a ciò che avrei trovato, qualunque verità fosse. Tantissime cose non hanno potuto trovar posto in questo libro. Ho tralasciato molti aspetti anche importanti per concentrarmi sull’essenziale. Ci sono cose che a me sono sembrate incomprensibili e controverse e aspetti sconcertanti (così come trovo egualmente sconcertanti alcuni dettagli delle apparizioni di Fatima o La Salette), ma mi interessava indagare soprattutto su una cosa: la Madonna è veramente apparsa e sta tuttora apparendo a Medjugorje? Ed eventualmente perché? Con quale missione? Cosa dobbiamo aspettarci e cosa dobbiamo fare? Ciò che ho scoperto ha sorpreso e impressionato me per primo: il mondo, tutta l’umanità, è in pericolo, un pericolo mai vissuto dal genere umano nella sua storia, un pericolo che neanche riusciamo a immaginare e che è imminente. Certo, si può non credere a questo prezioso avvertimento preventivo. Forse è perfino logico liquidare il tutto con un sorriso scettico. Ma se l’apparizione di Medjugorje e il suo accorato appello a mettersi in salvo sono autentici?(…) Dal Capitolo 17 (…) Ancora più clamoroso il caso di Diana Basile. Questa signora, nata nel 1940, sposata con figli, impiegata a Milano, nel 1972 si ammala di sclerosi multipla. Si tratta di una grave malattia del sistema nervoso centrale, con decorso cronico e progressivo. Per dodici anni la signora Basile va peggiorando sempre più: ricovero dopo ricovero e analisi dopo analisi. Quando, il 23 maggio del 1984 viene portata a Medjugorje, è pressoché impossibilitata a camminare e completamente cieca all’occhio destro con mille altre tremende complicanze. Quel giorno dev’essere aiutata da due persone perfino a salire le scale dell’altare della chiesa: si trova faticosamente nella stanzetta delle apparizioni. Ed ecco il suo racconto: “Mi butto così in ginocchio, vicino all’ingresso. Quando i ragazzi a loro volta si inginocchiano (l’istante dell’arrivo della Madonna, nda), io mi sento come folgorare, odo un gran rumore, poi più nulla… Solo una gioia indescrivibile. Ho rivisto allora come in un film alcuni episodi della mia vita che avevo completamente dimenticato. Alla fine dell’apparizione mi metto inspiegabilmente a camminare da sola, prima adagio e poi sempre più agevolmente, con sicurezza, diritta come tutti gli altri… gli altri, quelli che mi conoscevano, mi abbracciano piangendo. Più tardi, rientrata in albergo, constato di essere tornata perfettamente continente, con sparizione della dermatosi e di aver riottenuto la possibilità di vedere con l’occhio destro, che è ridiventato normale, dopo ben dieci anni!”. Il giorno dopo, la signora Diana, per ringraziamento, fa addirittura un pellegrinaggio, a piedi nudi, di dieci chilometri da Ljubuski, dove è il suo albergo a Medjugorje e poi è salita da sola sopra al Podbrdo sassoso e impervio. Un caso semplicemente strepitoso. Il professor Spaziante che alla vicenda della signora Basile ha dedicato lunghi studi, riassume il fatto: “Una malattia grave, seria, di lunga durata, resistente alle cure, che è scomparsa in un attimo. La guarigione della signora Basile Diana si presenta completa, perfetta, sia dal punto di vista organico e funzionale che dal punto di vista psichico e sociale”. Alcune centinaia di documenti medici, sul prima e sul dopo (con la testimonianza su ciò che è accaduto all’apparizione) sono stati depositati dalla signora agli Uffici parrocchiali di Medjugorje e alla diocesi di Mostar. Il medico – dopo aver studiato per anni su questi referti clinici – annota esterrefatto: “Per me resta un quesito: com’è possibile che fasci di fibre nervose che collegano miliardi di neuroni, da anni gravemente danneggiati per la sclerosi multipla possano riabilitarsi così repentinamente? E’ come se qualcuno avesse sparato con un mitra dentro un computer sofisticato, con milioni di valvole, e ne avesse danneggiato le fini connessioni irreparabilmente. E, d’un tratto, tutto di nuovo diventa perfettamente funzionante… Mi piace ricordare l’avvertimento di Alexis Carrel, un genio della medicina: "Cercate laggiù! A Lourdes succedono cose inverosimili…". Forse è lo stesso per Medjugorje”. Si possono avere mille teorie contro Medjugorje, contro le apparizioni e contro i miracoli, si può essere laicamente certissimi che tutto questo “non può” accadere nel modo più assoluto. Però è accaduto e accade e “contra factum non valet argomentum”. Almeno per noi “razionalisti”.

La demolizione di Medjugorje di Antonio Socci 14 maggio, 2017. La clamorosa demolizione di Medjugorje fatta da papa Bergoglio, sul volo di ritorno da Fatima, è arrivata con gli effetti di una “bomba”. Ma vediamo precisamente cos’ha detto perché già certi “pompieri” stanno cercando di minimizzare, sopire e troncare: sono quelli che finora hanno sostenuto che la “Madonna di Medjugorje” era entusiasta di Bergoglio e Bergoglio era entusiasta della “Madonna di Medjugorje”…. Dunque alla domanda sull’autenticità delle apparizioni nel villaggio bosniaco, Bergoglio ha risposto:

PRIMO. LA COMMISSIONE RUINI. “E’ stata fatta una commissione presieduta dal Cardinale Ruini…. Una commissione di bravi teologi, vescovi, cardinali. Il rapporto-Ruini è molto, molto buono… si devono distinguere tre cose. Sulle prime apparizioni, quando [i “veggenti”] erano ragazzi, il rapporto più o meno dice che si deve continuare a investigare”.

ATTENZIONE: QUI PAPA BERGOGLIO NON RIVELA CHE LA COMMISSIONE RUINI HA DATO PARERE FAVOREVOLE ALL’AUTENTICITA DELLE PRIME APPARIZIONI, MA CHE LA COMMISSIONE RITIENE CHE CI SIA MATERIA PER CONTINUARE A INVESTIGARE.

SECONDO: LE APPARIZIONI SUCCESSIVE E ODIERNE. “Circa le presunte apparizioni attuali, il rapporto ha i suoi dubbi. Io personalmente sono più ‘cattivo’: io preferisco la Madonna madre, nostra madre, e non la Madonna capo-ufficio telegrafico che tutti i giorni invia un messaggio a tale ora… questa non è la mamma di Gesù. E queste presunte apparizioni non hanno tanto valore. E questo lo dico come opinione personale. Ma chi pensa che la Madonna dica: ‘Venite che domani alla tale ora dirò un messaggio a quel veggente’; no”.

DUNQUE SULLE APPARIZIONI SUCCESSIVE E ODIERNE IL RAPPORTO RUINI E’ SCETTICO (A DIFFERENZA DELLE PRIME, NON C’E’ NEMMENO MATERIA PER INVESTIGARE). MA BERGOGLIO DICHIARA CHE LUI E’ ANCHE “PIU’ CATTIVO” E CHE – A SUO GIUDIZIO – “QUESTA NON E’ LA MAMMA DI GESU’ “.

TERZO: LUOGO DI CONVERSIONE. “Il nocciolo vero e proprio del rapporto-Ruini: il fatto spirituale, il fatto pastorale, gente che va lì e si converte, gente che incontra Dio, che cambia vita… Per questo non c’è una bacchetta magica, e questo fatto spirituale-pastorale non si può negare. Adesso, per vedere le cose con tutti questi dati, con le risposte che mi hanno inviato i teologi, si è nominato questo Vescovo – bravo, bravo perché ha esperienza – per vedere la parte pastorale come va. E alla fine, si dirà qualche parola”.

QUI IN SOSTANZA BERGOGLIO RICONOSCE CHE TANTI, ANDANDO A MEDJUGORJE, SI CONVERTONO, MA PUO’ ACCADERE DOVUNQUE, HA DETTO IN RIFERIMENTO A FATIMA. POI AGGIUNGE CHE OCCORRE ORGANIZZARE UNA PASTORALE ADEGUATA. SENZA TUTTO IL CONTESTO DELLE “APPARIZIONI” E DEI “MESSAGGI” CHE BERGOGLIO HA SPAZZATO VIA PRIMA, CON DUREZZA INUSITATA E PERFINO CON SARCASMO.

A questo punto faccio una breve considerazione: la stroncatura di Bergoglio è devastante. Quella della Commissione Ruini è parziale, ma, anche continuando a investigare e arrivando alla conclusione che le prime apparizioni furono autentiche, resterebbe il problema di sentir dire dalla Chiesa che dopo (da quando? Per quanti anni?) le apparizioni non sono state autentiche.

ADESSO, PER COME SI SONO MESSE LE COSE CON L’IRRITUALE E PESANTE (NELLE MODALITA’) PRONUNCIAMENTO AEREO DI BERGOGLIO, LA CHIESA DOVRA’ PRONUNCIARSI SULLE APPARIZIONI IN QUANTO TALI E NON POTRA’ ELUDERE IL PROBLEMA, FINGENDO CHE SI TRATTI SOLO DI ORGANIZZARE LA PASTORALE DELLA PARROCCHIA DI MEDJUGORJE. INOLTRE IERI E’ VENUTO AL PETTINE IL NODO BERGOGLIO/MEDJUGORJE.

Nei mesi scorsi più volte Bergoglio ha fatto battute sarcastiche sulla “Madonna postina”e sui suoi “presunti messaggi”. Ma certi medjugorjani fan di Bergoglio negavano rabbiosamente che si riferisse a Medjugorje: asserivano che egli aveva di mira altre “false apparizioni” e ovviamente attaccavano chi diceva il contrario (come il sottoscritto) perché sarebbe stato malevolo e in malafede. Oggi che Bergoglio stesso ha confermato che si riferiva proprio a Medjugorje si sentirà qualcuno di loro scusarsi e riconoscere di essersi sbagliato?

Infine un’altra osservazione. C’è un presunto “messaggio” (uno solo, per la verità), in cui uno dei presunti veggenti attribuisce alla Madonna parole di grande stima e favore per “il Santo Padre” (è dell’agosto 2014). Più d’uno ha sollevato grossi dubbi su questo messaggio (anche per i termini usati, che non risultano credibili), ma quei medjugorjani fan di Bergoglio, incuranti dei dubbi, hanno subito “cavalcato” tale messaggio usandolo come una clava morale da dare in testa a coloro che criticano il papa argentino: secondo loro quel “messaggio” sarebbe la prova che la Madonna è un’altissima ammiratrice dell’attuale vescovo di Roma. E quindi la Madonna avrebbe tappato duramente la bocca ai critici. Beh, adesso proprio il vescovo di Roma viene a dirci che lui non crede né a queste apparizioni né a questi messaggi, ironizzando sulla “Madonna postina”. Mi chiedo dunque come faranno costoro: se è Bergoglio stesso a dirci che non è vero che la Madonna si è espressa così su di lui, quei papolatri vorranno “disobbedire” a Bergoglio? Infine vorrei sapere cosa pensano i sei “veggenti” delle dichiarazioni di Bergoglio: che spiegazioni danno? Vorrei sentire soprattutto un paio di loro che, nei mesi scorsi, hanno duramente attaccato me (e altri) per aver espresso critiche su Bergoglio…Antonio Socci

·        Senza Identità. La Guerra dei Trent'anni sul velo islamico. Ma l'Europa è ancora cristiana? Non per molto.

La Guerra dei Trent'anni sul velo islamico. Lorenzo Formicola, Domenica 20/10/2019, su Il Giornale. Era l'autunno del 1989. E se a Berlino il Muro stava per cadere, nell'Europa tutta s'ergeva la potenza dell'islam sotto le spoglie del velo. Trent'anni fa, oggi, iniziava proprio «la querelle del velo». A Creil, lo stesso anno della fatwa contro i Versi satanici di Salman Rushdie, tre liceali si rifiutavano di togliere il velo in nome del rispetto per la loro religione, l'islam. E nel Paese della laicité iniziava, ufficialmente, l'eterno scontro con l'islam politico. Leila, Fatima e Samira vennero escluse dalle lezioni per l'ostentata pretesa di coprire il capo in nome di Allah. Una decisione, quella del preside del Gabriel-Havez, che fece davvero prestissimo, e contro ogni previsione, a finire al centro dei dibattiti: un pezzo di stoffa di cui davvero pochi avevano parlato fino a quel momento, inaugurava la rivoluzione islamica in Europa. Les tchadors de la discorde, fu il pezzo del 9 ottobre 1989 pubblicato su Le Figaro nel quale il corrispondente di allora aveva raccolto le esternazioni delle adolescenti nell'ufficio del preside: «Siamo pazze di Allah, non ci toglieremo mai il velo: lo terremo fino alla morte». Il preside del liceo di Creil, Ernest Chénière, giudicò quel gesto eversivo come un attentato contro il secolarismo, richiamò le ragazze, convocò il consiglio di amministrazione, scrisse una lettera per spiegare le sue ragioni. Il caso finisce sulla scrivania del ministro dell'Istruzione - che lascerà poi a presidi e professori la libertà di decidere come comportarsi: la Francia affronta il dibattito sociale più lungo della sua storia, sullo sfondo la scuola, gli attori sono delle adolescenti, la religione islamica fa da regista. Quel velo sarà il primo sasso lanciato nel mare dell'islamizzazione e i cerchi concentrici restano infiniti. A fine ottobre le studentesse torneranno in classe, ma senza velo. E viene anche chiesto loro di «interrompere ogni forma di proselitismo religioso nella scuola, di frenare il loro comportamento aggressivo specie contro gli studenti musulmani meno osservanti». Piccoli focolai s'accendono nel Paese. Da Creil fino a Marsiglia, passando per Avignone, dove, in protesta contro la sanzione a una ragazza islamica, otto studenti si presentano con il velo. L'opinione pubblica è squarciata, la classe politica tergiversa, non approfondisce, procrastina e annuncia quindi la futura codardia di fronte a quella che la storia rivelerà essere stato il primo vagito dell'offensiva islamista in Francia. Malek Boutih, allora vicepresidente di Sos Racisme, trova «scandaloso che si possa in nome della laicità intervenire nella vita privata del popolo, per maltrattare le convinzioni personali». Danielle Mitterrand, moglie del presidente della Repubblica, difende il rispetto delle tradizioni e chiede che le ragazze velate siano accettate a scuola. Nel novembre 1989, il più alto tribunale amministrativo afferma che fintanto che non costituisce «un atto di pressione, provocazione, proselitismo o propaganda», l'espressione di credenze religiose non può essere bandita a scuola. Nel 1994 arriva la cosiddetta «circolare di Bayrou». Nel 2004 viene approvato il disegno di legge di Chirac che proibisce i simboli religiosi evidenti nelle scuole, perché la diffusione del velo sembra non avere limiti. Nel 2010, il Parlamento approva la legge che vieta il velo integrale nei luoghi pubblici. Nel maggio 2019 un emendamento vieta i simboli religiosi alle mamme che accompagnano i loro figli in gita: niente crocifissi e niente hijab. Ma insorgono le comunità musulmane. Se in Italia, infatti - dove il crocifisso forse no, lo hijab forse sì - il secolarismo è una forma di cultura che al taglio delle proprie radici storiche fa corrispondere l'odio per la propria civiltà, la «laicità» alla francese implica invece la chiusura a ogni ruolo pubblico delle religioni. E quando Macron sentenzia contro «la radicalizzazione del secolarismo» lo fa in virtù di una strategia chiara: ostracizzare il secolarismo per ergerlo a nuovo avversario, in modo che l'islam politico non sia un problema, ma la resistenza a esso, sì. Perché il problema del velo islamico sta nel fatto che non esiste una solida giustificazione religiosa per il suo utilizzo. Non è un mero simbolo religioso. Il velo è il simbolo per eccellenza del sogno di rilanciare l'islam come alternativa globale, religiosa e politica. In area islamica la femminilità da sempre viene associata alla concupiscenza. Se sei donna, allora, il preteso peccato mortale nel mostrare per esempio i capelli e il collo (parti del corpo dalle quali l'uomo non riesce a non sentirsi adescato) rischia di diventare reato. Eppure lo hijab, storicamente, non ha mai rappresentato un dogma nella religione islamica o un simbolo religioso. Nel 2004, Khaled Fouad Allam sottolineava che il bisogno di ricamare sul velo una teoria del diritto non era proprio contemplato, nell'islam classico, dai giuristi. Lo hijab, infatti, compare solo nel XIV secolo. E non si trova alcun riscontro effettivo di questa parola nel Corano. Il giurista Ibn Taymiyya è il primo a utilizzarla. E lo fa prendendo spunto da una interpretazione del versetto 31 della sura 24 del Corano. Nell'estrapolare un'affermazione, dal contenuto generico, le attribuisce valore di norma. Dall'Afghanistan al Marocco, passando per Egitto, Iran, Turchia, Tunisia, Pakistan, Giordania c'è stato un tempo in cui - fino agli anni '80 - velarsi era considerato anormale. Poi la sharia, la legge di Maometto in vigore nel VII secolo, venne implementata in molti di questi Paesi sotto una spinta reislamizzante. Quel velo voleva creare un confine che separi. In Paesi a maggioranza non musulmana può trasmettere anche un messaggio politico di occupazione del territorio e delle anime. Trent'anni dopo i fatti di Creil, il velo è ancora al centro del dibattito. Per qualcuno è diventato sinonimo di libertà. Due anni fa l'Unesco collaborava alla realizzazione di un video (poi rimosso da YouTube): «Le donne turche indossano il velo» e una bionda con gli occhi azzurri, «Anche io! È bellissimo!». Poi lo slogan, «Godetevi la differenza, praticate la tolleranza».

Ma l'Europa è ancora cristiana? Non per molto. Alessandro Gnocchi, Domenica 20/10/2019, su Il Giornale. Nel dibattito sulle radici cristiane dell'Europa c'è una domanda che resta sempre in sospeso. La pone Olivier Roy come titolo del suo nuovo saggio edito da Feltrinelli: L'Europa è ancora cristiana? I numeri, abbondantemente citati dal sociologo francese, non lasciano spazio a troppi dubbi: no, l'Europa non è più cristiana. Il crollo dei praticanti è netto quasi dappertutto: presto il numero dei praticanti, nell'Europa occidentale, sarà inferiore al 10 per cento della popolazione. Il 73 per cento dei francesi tra i 25 e i 34 anni giudica la religione irrilevante per la propria vita. C'è ancora una discreta percentuale di cittadini che si dichiarano cristiani senza partecipare ai sacramenti, senza avere alcuna nozione e soprattutto senza credere. Il cristianesimo dunque è diventato un riferimento identitario e per nulla religioso. Al posto della fede, abbiamo la fiducia in un gruppo di valori che discendono (dovrebbero discendere) dal cristianesimo. Ma è davvero così o quei valori sono usciti dal perimetro culturale del cristianesimo? Roy ha pochi dubbi. La secolarizzazione dell'Europa procede in parallelo alla nascita dello Stato-nazione. Lo Stato prende il sopravvento sulla Chiesa, la separazione dei poteri diventa una regola, la religione è progressivamente confinata alla sfera privata. Gli anni Sessanta sono il punto di svolta che conduce alla scristianizzazione. Per due fatti: il Concilio Vaticano II, che va incontro alla secolarizzazione; il Sessantotto, che passa come un rullo compressore sui valori tradizionali e inaugura, forse senza volerlo, l'era dell'individualismo, della soddisfazione dei desideri, del relativismo incontrastato, della fine di ogni gerarchia (nella cultura, in famiglia e ovunque), del materialismo a tutto spiano. Tutta roba inconciliabile col Vangelo ma accettata, completamente o in parte, sia da molti credenti sia da chi sventola i rosari sotto il naso degli elettori. L'immigrazione di massa dai Paesi islamici è il secondo choc culturale. Arriva in Europa una religione con una visione totalmente diversa della vita pubblica, una religione che chiede di essere riconosciuta e ascoltata. Il terrorismo islamista complica la situazione. Si aprono problemi abissali. A esempio, come si può ribadire la centralità del cristianesimo dopo aver sposato il relativismo? Che ruolo devono assumere lo Stato e l'Unione europea: arbitri imparziali o tutori della cristianità? Domande alle quali per ora nessuno ha risposto in modo organico. Nello spazio lasciato libero dalla politica si inserisce la magistratura, a partire dalla questione del velo esplosa in Francia nel 1989. Chiuso il libro resta un brutto presagio: quanto sopravvivono le civiltà che hanno perso la dimensione religiosa, nel nostro caso il cristianesimo? Cediamo la parola ad Alexis de Tocqueville, uno che distingueva bene il potere temporale da quello spirituale: «La libertà vede nella religione la compagna delle sue lotte e dei suoi trionfi; la culla della sua infanzia, la fonte divina dei suoi diritti. Essa considera la religione come salvaguardia dei costumi; i costumi come la garanzia delle leggi e il pegno della sua durata» (La democrazia in America).

"Senza identità resta il vuoto". Lo studioso Wael Farouq: "I simboli religiosi non fanno mai male, tutto dipende dal loro uso". Luigi Mascheroni, Domenica 20/10/2019, su Il Giornale. Egiziano, musulmano, «milanese». Wael Farouq, docente di lingua e cultura araba all'Università cattolica di Milano, ha insegnato anche all'Università americana del Cairo e a New York e da anni studia i rapporti tra mondo arabo e la società occidentale.

Trent'anni fa in Francia scoppia la «querelle del velo», che porta al divieto di indossare il chador in classe. Da allora la proibizione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici si scontra col diritto di manifestare liberamente la propria religione. Qual è la situazione, oggi?

«Che di fatto in Francia, come in Italia, si può portare il velo negli spazi pubblici. Certo, dipende dagli istituti: è a discrezione del preside. Tuttavia non è questo il punto. Il fatto è che noi sbagliamo quando opponiamo le leggi e le norme alla volontà di manifestare liberamente la propria religione».

Perché è un atteggiamento perdente?

«In Francia il secolarismo, ma anche il laicismo, può essere fondamentalista, per un malinteso senso di giustizia sociale volto a creare uno spazio pubblico aperto a tutti che finisce con l'eliminare qualsiasi segno religioso. Il risultato è uno spazio vuoto, senza alcuna identità. Per potere accogliere tutti gli elementi della società - cristiani, ebrei, musulmani, buddisti - sono costretto ad azzerare qualsiasi differenza, e mi resta uno spazio pubblico morto, bianco, nullo».

Paradossalmente, i conflitti continuano comunque a manifestarsi.

«Certo, e non solo per i musulmani. In Francia alcuni miei colleghi ebrei mi dicono che quando sono invitati a una cena, per non dovere mangiare il maiale preferiscono dire che sono vegetariani, piuttosto che dichiarare la propria appartenenza religiosa. Ecco: togliendo tutto, abbiamo creato il vuoto».

Mi piace la metafora dello spazio «vuoto». Che orrore.

«È questo il problema: il vero spazio pubblico è tale se tutti partecipano a quello spazio; ma uno spazio che elimina le identità di tutti, non appartiene più a nessuno: lo attraversiamo come fantasmi, non come persone».

Soluzioni?

«Se un ragazzo cristiano va in aula con la croce al collo non ferisce nessuno, tanto meno i musulmani. Questi sono simboli religiosi che testimoniano un bene, qualcosa di bello. Il male non è il simbolo religioso, ma il modo in cui è utilizzato».

Quando viene utilizzato male?

«Quando diventa una minaccia o un pericolo. In tutti gli altri casi no. Gli esempi li trovi nei tribunali. Ecco un caso esemplare: in Canada un ragazzo sikh, di origini indiane, pretende di entrare a scuola con il proprio pugnale sacro, perché per lui è un obbligo religioso. Un caso del genere ovviamente è inaccettabile, perché è pericoloso portare in aula un'arma. Ma il ragazzo rivendica il diritto a esibire il suo simbolo religioso. E come hanno reagito le istituzioni? Non scatenando guerre, ma ragionando. Alla fine hanno permesso al ragazzo di portare con sé il pugnale, ma cucito dentro gli abiti, rendendolo inutilizzabile».

Un ottimo compromesso.

«No. Non è affatto un compromesso. È una soluzione. Una soluzione che taglia via il lato cattivo del problema, mantenendo quello buono. Se hanno trovato una soluzione per il pugnale, che è più pericoloso del velo, significa che basta riflettere e agire per il bene comune».

Perché per il velo e il crocifisso questa cosa non succede?

«Perché vengono strumentalizzati ideologicamente e politicamente da entrambe le parti. Di per sé velo e croce - per i fedeli, le persone semplici - sono solo la testimonianza di una cosa bella. Invce gli integralisti delle due parti ne fanno le bandiere di una guerra di civiltà. I Fratelli musulmani utilizzano il velo non come segno di umiltà ma come simbolo di conquista della società occidentale, mentre i cattolici integralisti utilizzano la croce non come segno del sacrificio ma come difesa dell'identità europea. Poi ci sono i fondamentalisti laici che combattono entrambi i simboli come una provocazione. Davvero il velo o la croce possono essere una minaccia per qualcuno?».

Da alcuni però il velo è considerato un strumento di oppressione.

«Bisogna distinguere. Quando, a partire dall'800, il mondo musulmano s'incontra con l'occidente, è come se si dividesse. Una parte, grazie a questo contatto, si risveglia dal mondo medievale in cui viveva e segue la via occidentale allo sviluppo: e per questo islam, il velo è un segno religioso. L'altra parte invece non accetta la modernità occidentale e vuole tornare indietro all'epoca di Maometto, perché ha paura di perdere la propria identità: e in questo islam il velo, come obbligo, può essere visto come strumento di oppressione».

Opinionisti della più bella sinistra laica sostengono che una conduttrice di Tg con una croce al collo sulla tv di Stato è offensiva.

«Che follia totale! Del resto la sinistra italiana è quella che strumentalizza i migranti, facendo dei porti e delle frontiere aperte il campo di battaglia della propria personale lotta ideologica contro la società capitalistica... Non le interessa nulla di quei poveretti. Le interessa sbandierarli come vittime dell'Occidente ricco e egoista. Basta pensare al paradosso della lotta della sinistra al crocifisso. Lo combatte per difendere i migranti musulmani, i quali però provengono da Paesi, come l'Egitto, in cui la croce o la Madonna sono oggetti di rispetto. La stragrande maggioranza dei migranti dall'Africa non vede nel crocifisso un problema».

A che punto è oggi in Europa il processo di integrazione tra musulmani e occidentali?

«Tempo fa ho pubblicato i risultati di un lungo studio che analizza le domande dei musulmani ai loro imam: un punto di vista molto utile per capire i loro desideri, le preoccupazioni, i veri problemi. La risposta? I musulmani che vivono in Europa sono in cerca di un'armonia con la società occidentale, e vogliono essere accettati».

Mi sembra un po' retorico... Fare convivere due tradizioni così diverse è difficilissimo.

«Esatto: due tradizioni, sì. Due persone, no. Se pretendiamo di integrare due tradizioni, cioè qualcosa di astratto, è davvero impossibile. Ma fare incontrare due individui con stili di vita e credenze diverse si può. Ecco il grande problema dell'Inghilterra o della Francia: pretendono di integrare i simboli, non le persone. E falliscono. Perché i simboli non possono integrarsi, mentre le persone sì. Ridurre tutto a una forma astratta è un errore. Bisogna affrontare i problemi concreti».

E quali sono?

«Non certo la costruzione o l'abbattimento delle moschee: ai musulmani italiani probabilmente piacerebbe, sì, una bella moschea a Milano. Ma non è la loro priorità. Nella vita quotidiana loro pensano semmai al lavoro, a come integrarsi con la società. Pensiamo al burkini: leggendo i giornali sembra che sia il problema principale delle donne musulmane in Italia. Ci rendiamo conto che le musulmane che possono permettersi una vacanza al mare arrivano sono l'1%? Ancora una volta stiamo parlando di un simbolo. Ancora una volta strumentalizzato».

·        Il cristianesimo rischia di sparire.

DIFENDETE I MISSIONARI. DAI VESCOVI! Filippo Di Giacomo per ''il Venerdì - la Repubblica'' il 21 ottobre 2019. In Italia vengono pubblicate 42 testate missionarie, riunite in una federazione, la Fesmi, che le rappresenta e cerca di tutelarle. Da quali nemici? Anzitutto dalla Conferenza Episcopale Italiana e da quella «vaticanistica ancillare» (definizione del compianto, indimenticabile, Giancarlo Zizola) che obbedisce al diktat di qualche monsignorucolo stazionante nei palazzi, dichiarato “comunicatore” per decreto vescovile. Essi vedono il mondo missionario italiano popolato da estremisti ed eversivi, quindi preferiscono attingere al blablabla curiale e non a sguardi “di prima mano” sugli esteri e sulle frontiere dell’intricato mondo dei diritti umani, del dialogo tra fedi e culture, dei giochi di potere a danno dei Paesi in via di sviluppo. Tutto ciò, ancora una volta, si è dimostrato palese con l’assenza dei direttori delle principali riviste missionarie dal flusso (scarso) di notizie relative a questo “mese missionario straordinario”. L’unico è stato papa Francesco che il 30 settembre, ricevendo una delegazione di istituti di fondazione italiana, ha ricordato: «Anche la Chiesa Italiana ha bisogno di voi, della vostra testimonianza, del vostro entusiasmo e del vostro coraggio nel percorrere strade nuove per annunciare il Vangelo». Con un sistema mediatico che investe 120 milioni l’anno per uno share vicino allo zero, la Cei non sente l’impulso di sostenere i media missionari che, nell’insieme, raggiungono una “massa critica” di centinaia di migliaia di lettori. In maggioranza persone di buon livello culturale, legate ad ambienti ecclesiali o laici comunque sensibili ed attive nel campo della solidarietà e nei movimenti d’opinione, a favore della pace e della giustizia. Tutte considerate insignificanti da una Cei che non riesce a mettersi in uscita neppure da uno dei suoi tanti pregiudizi.

Trump nel mirino: troppi aiuti ai cristiani dell’Iraq. Fulvio Scaglione su it.insideover.com il 16 Novembre 2019. La campagna elettorale permanente che accompagna la presidenza di Donald Trump, e l’opposizione che le sue politiche incontrano da parte del cosiddetto “deep State”, rischiano di riversarsi anche sui cristiani dell’Iraq, che certo non hanno bisogno di ulteriori disgrazie. Alcuni importanti media americani, infatti, hanno raccolto e rilanciato una polemica nata all’interno di Usaid, l’agenzia del governo americano per l’aiuto alla cooperazione e allo sviluppo. Le critiche sono rivolte in particolare contro il vicepresidente Mike Pence che, dicono le solite fonti anonime riprese da Wall Street Journal, ProPublica e Buzz Feed, avrebbe forzato l’Agenzia a indirizzare interventi e finanziamenti verso le organizzazioni cristiane irachene. E sotto accusa è in qualche modo finito anche monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil (il centro del Kurdistan iracheno dove dal 2014 si sono raccolti centinaia di migliaia di profughi cristiani fuggiti davanti all’Isis) ed esponente di spicco della Chiesa caldea cattolica. Monsignor Warda era stato ricevuto a Washington dal vicepresidente Pence alla fine del 2017 e nel 2018 aveva avuto un incontro con lo stesso Trump alla Casa Bianca. Nel biennio 2015-2016 Usaid, ovvero il Governo americano, ha investito in assistenza agli iracheni 267 milioni di dollari, sia con interventi diretti sia con il finanziamento di interventi gestiti dalle Nazioni Unite. Il cambio di rotta, secondo l’accusa, sarebbe cominciato nel 2017, dopo l’insediamento di Trump. L’aiuto americano all’Iraq, veicolato attraverso Usaid sulla spinta della Casa Bianca, tra 2017 e 2018 è arrivato a 1,5 miliardi di dollari, dei quali 375 milioni indirizzati nello specifico “alle minoranze etniche e religiose perseguitate”, cioè soprattutto a cristiani e yazidi. Questo sarebbe contrario allo statuto di Usaid (dove è scritto che gli aiuti “devono essere liberi da qualunque proposito di interferenza politica e anche dall’apparenza di un’interferenza, e devono essere assegnati sulla base esclusiva del merito e non della particolare affiliazione religiosa dell’organizzazione beneficata”) e persino alle norme costituzionali, che vietano al Governo di privilegiare questa o quella confessione religiosa. Tutto, poi, viene riportato alla campagna per le presidenziali e alla necessità che Donald Trump ha di tranquillizzare e soddisfare l’elettorato cristiano che tanta parte ha avuto nella sua vittoria del 2016. I giornali che lo attaccano ricordano, a questo proposito, anche la recente concessione a Paula White, consigliera spirituale di Trump e nota telepredicatrice evangelista della Florida, di un incarico alla Casa Bianca. Può darsi che tutto questo sia vero. Anzi, è probabile che lo sia. Il problema, però, è un altro. Se il tema è “aiutare l’Iraq”, hanno ragione Pence e Trump, non i puristi di Usaid o dei giornali. E questo per una lunga serie di ragioni. Intanto, i cristiani sono la parte di popolazione irachena che ha più sofferto dopo l’invasione anglo-americana del 2003 e dopo l’avvento dell’Isis nel 2014. Sono ormai ridotti ai minimi termini (erano più di un milione e mezzo prima del 2003, sono intorno ai 250 mila oggi) e ancora poche settimane fa Louis Raphael I Sako, patriarca della Chiesa caldea cattolica oltre che membro del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, ha lamentato “il continuo calo del numero dei cristiani che vivono in Iraq”. E questo è successo perché i cristiani, oltre agli yazidi, sono l’unica minoranza irachena indifesa e disarmata. Gli sciiti controllano il Governo centrale, i sunniti sono comunque assistiti dalle petromonarchie del Golfo persico. Un piccolo privilegio orientato ai cristiani (ripetiamolo, 375 milioni su un miliardo e mezzo di dollari in due anni) non può essere letto come un insulto alla Costituzione americana e nemmeno, come sostengono le fonti anonime interne a Usaid, come un potenziale incitamento alle rivalità settarie. Al contrario. La pretesa di suddividere gli aiuti solo in base ai numeri e alle percentuali della popolazione, è assurda e non tiene in alcun conto la realtà sul terreno. In tutti i Paesi mediorientali, e nell’Iraq della triangolazione sciiti-curdi-sunniti in particolare modo, il ruolo delle minoranze è fondamentale a prescindere dai numeri. La loro presenza è l’unica e fragilissima garanzia che la regione non diventi un unico grande confronto-scontro tra musulmani sunniti e musulmani sciiti o un unico grande calderone di scontri a base tecnico-religiosa. Al limite, quindi, bisognerebbe privilegiarle, non trattarle come un elemento secondario del quadro.

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della sera” il 25 ottobre 2019. Parte la base musicale. È Destiny' s Child - Survivor di Beyoncé. Una giovane afroamericana afferra il microfono. Tira fuori una gran voce: «I' m a survivor, I' m gonna make it...» si toglie il soprabito di pelliccia sintetica, lo scaglia in terra. L' audience risponde con un' ovazione. Ballano tutti e accompagnano in coro: «I will survive, keep on surviving». Grace Cathedral, pieno centro di San Francisco, non lontano dal Financial District. Fino a non molto tempo fa era frequentata da poche decine di fedeli. Ora, invece, anche mille persone si mettono in fila per stiparsi tra i banchi della chiesa. Pregano, cantano, riflettono e si divertono molto. La «Messa di Beyoncé» è cominciata qui, in una delle città più brillanti e contraddittorie degli Stati Uniti: record di startup tecnologiche, ma anche senzatetto ovunque. L' idea è di Yolanda Norton, predicatrice e teologa. Studiosa della Bibbia ebraica, iscritta al Bey Hive , il club dei fan della trentottenne pop star texana Beyoncé Giselle Knowles-Carter. Per il mondo, Beyoncé. Norton, 37 anni, insegna al Black Church Studies e all' Union Theological Seminar di San Francisco. Ha iniziato nelle sue lezioni a mescolare Antico Testamento e moderna realtà sociale, con un obiettivo chiaro, come racconta nel video pubblicato sul sito Beyoncemass.com e come ha ripetuto nei giorni scorsi al New York Times : «La nostra celebrazione si rivolge in particolare alle ragazze nere. Vogliamo ricordare loro che fanno parte di ciò che Dio aveva in mente durante la Creazione. Noi portiamo le storie quotidiane e la realtà delle giovani afroamericane al centro dell' arte liturgica; valorizziamo queste realtà in un mondo che spesso le respinge, che continua a rendere loro la vita difficile». Le prime funzioni risalgono all' aprile del 2018. Ma è una formula da esportazione. In questi giorni è arrivata a New York. Mercoledì 23 ottobre nella Presbyterian Church of Brooklyn e ieri sera nella St. James Presbyterian ad Harlem. Il pubblico, in realtà, è composito. Le immagini riprese nella Grace Cathedral mostrano tanti giovani e anche diverse pantere grigie. In fondo Beyoncé potrebbe essere considerata l' ultimo stadio di un'evoluzione che intreccia black music e religione. Lo spiega sempre al New York Times Kelly Brown Douglas, preside dell' Union Theological Seminar: «Gli artisti hanno avuto un ruolo centrale nella lotta per la libertà degli afroamericani, da Nina Simone a Harry Belafonte». Il messaggio di Beyoncé fa parte di questa tradizione. I versi di Destiny' s Child richiamano la condizione di «una sopravvissuta» che «troverà il modo per continuare a sopravvivere». Brown Douglas offre un altro esempio: «In Freedom Beyoncé invita a essere liberi, a cercare la propria libertà, a essere se stessi. Nei suoi video non compare solo un tipo di corpo femminile; ma più possibilità di essere donna e di essere nera. Non c' è vergogna per il proprio fisico; non c' è "colorismo"». Andiamo in pace, dunque, e che anche Beyoncé sia con noi.

Se questa è una Chiesa. Le mille difficoltà della Chiesa (sempre più vuota) e le polemiche sulle decisioni di Papa Francesco. Maurizio Belpietro il 21 ottobre 2019. «La messa è sospesa, andate in pace». Nessuno dei parroci che negli ultimi anni sono stati costretti a pronunciare questa frase lo ha fatto a cuor leggero. Eppure anche nel Veneto, là dove più forti sono il culto della fede e le tradizioni cattoliche, ci sono preti che hanno dovuto rassegnarsi all’evidenza, sbarrando il portone della chiesa e affiggendo un cartello con sopra il numero di telefono. Se qualche fedele vuole ascoltare la santa messa, chiami il seguente cellulare ha scritto don Mario Sgorlon, prete di Sant’Erasmo a Venezia. E un altro, don Alfredo Lavis, è perfino arrivato a proporsi per funzioni a domicilio, pronto a recitare il Padre nostro e distribuire il corpo di Cristo a casa dei fedeli disposti ad aprire la propria casa per la funzione. Tutto ciò si accompagna alla chiusura di seminari, all’abbandono di conventi, alla cessione di chiese ad altre comunità religiose, come nel caso della vendita di quella dell’ospedale di Bergamo a un’associazione islamica. Tuttavia, di fronte a un fenomeno che pare epocale e che dovrebbe spingere a una seria riflessione sullo stato della Chiesa (secondo l’Istat a non frequentare mai un luogo di culto è il 21 per cento degli italiani: era il 17 pochi anni fa e solo il 29 per cento varca il sagrato almeno una volta alla settimana), Papa Francesco non pare preoccuparsi. «La Chiesa deve adattarsi ai tempi» ha detto qualche tempo fa, aggiungendo che non sono compiti suoi la tutela e la conservazione dei beni culturali. Un po’ come dire che siamo ai saldi di fine cristianità e dunque, se una chiesa non serve più, la si abbandona o se ne cambia la destinazione d’uso, trasformandola in un cinema, e un convento in un residence, e i seminari in hotel, magari a cinque stelle. «Molte chiese fino a pochi anni fa erano necessarie» ha commentato il vicario di Cristo «ora non lo sono più per mancanza di fedeli e clero». Un fenomeno ineluttabile, pare di capire. Di fronte a tutto ciò, alla crisi delle vocazioni e a sante messe celebrate in un deserto di fedeli, Papa Bergoglio però tiene a battesimo un sinodo per discutere dei problemi dell’Amazzonia. Centinaia di vescovi, di preti e di suore, riuniti per parlare di come difendere il pianeta. Un dibattito non molto diverso da quello che, su sollecitazione di Greta Thunberg, la ragazzina che ha attraversato l’oceano a bordo di una barca a vela condotta dal principino della nobile casata che amministra Montecarlo, si è tenuto all’Onu. Non contento, il Santo Padre si è concesso l’ennesima conversazione con Eugenio Scalfari, un direttore che dopo aver discusso per anni con banchieri e comunisti, si è convertito negli ultimi anni (ne ha 93) alla discussione teologica. Al fondatore di Repubblica, che lo ha riportato in prima pagina sul giornale, il Papa avrebbe confessato che Gesù era un semplice uomo, non Dio incarnato. Un inciso all’interno di un editoriale, che ha indotto il Vaticano a smentire la frase fra virgolette ma senza troppa convinzione. Un inciso, che per quanto non pronunciato al balcone di piazza San Pietro, ma davanti al caminetto con il celebre giornalista, cambia le prospettive su cui si fonda la cristianità. Gesù non era Dio fatto uomo, ma un uomo. Così, mentre le chiese sono abbandonate, le vocazioni svaniscono, i fedeli anche, scompare pure la certezza più grande. E alcuni episodi evangelici, nella prospettiva che Bergoglio ha raccontato a Scalfari, diventano «la prova provata che Gesù di Nazareth, una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio». Per questo forse il Papa preferisce un sinodo che parli di ambiente e di mutazioni climatiche, trasformando l’adunata di alti prelati in una specie di congresso di Greenpeace? È forse per tale motivo che Francesco, invece di scandagliare le ragioni della fede alla ricerca di un sentimento religioso che nella società moderna si va perdendo, preferisce parlare di migranti fino a disporre che un barcone si faccia monumento della cristianità? Le domande sullo sviluppo di questo Papato sono molte e riguardano il senso e il futuro della Chiesa nei prossimi anni. Che cosa sarà l’evangelizzazione dopo che il Santo padre ha sgridato una suora per aver convertito due ragazzi di un’altra religione? In che cosa si trasformeranno i missionari sparsi nel mondo? In ecologisti che invece di proclamare il regno di Dio propugneranno un regno senza plastica? Fra tanta incertezza e tanti dubbi, una cosa appare certa, ed è che la stagione di Papa Francesco segnerà profondamente la Chiesa cattolica e dalle scelte fatte molto difficilmente si potrà tornare indietro. Come racconta Alessandro Rico, Bergoglio ha nominato più cardinali dei suoi predecessori, con il risultato che un conclave oggi sarebbe a maggioranza bergogliana. Tra i nuovi porporati voluti da Francesco c’è chi ha nel proprio stemma cardinalizio un barcone, chi si dichiara favorevole alla comunità Lgbt, chi riattacca la luce agli abusivi e chi legittima la figura e l’azione di Luca Casarini, il capo dei no global, leader degli antagonisti che nel 2001 si scontravano con la polizia. Quella che avanza, mentre il cattolicesimo arretra, è un’altra Chiesa. Una Chiesa in cammino. Peccato che non si capisca in quale direzione.

Lo schiaffo del Papa: «Attenti ai nuovi nazionalismi che generano odio». Il pontefice loda l’amore per la patria ma avverte: «non diventi esclusione che alza muri alimentando razzismo o antisemitismo». Giacomo Losi il 3 Maggio 2019 su Il Dubbio.  «La Chiesa guarda con preoccupazione alle nuove forme di nazionalismo conflittuale». Forse è un caso, ma di certo è una strana coincidenza che papa Francesco abbia scelto il giorno dell’incontro tra Orban e Salvini – i due campioni del sovranismo europeo – per lanciare il suo allarme contro le “deviazioni” dell’amor patrio.

Nel corso del suo discorso alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Bergoglio ha infatti spiegato che «la Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli». Ma poi ha specificato che «nello stesso tempo, la Chiesa ha ammonito le persone, i popoli e i governi riguardo alle deviazioni di questo attaccamento quando verte in esclusione e odio altrui, quando diventa nazionalismo conflittuale che alza muri, anzi addirittura razzismo o antisemitismo.

La Chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune». «Così – ammonisce Bergoglio – si rischia di compromettere forme già consolidate di cooperazione internazionale, si insidiano gli scopi delle Organizzazioni internazionali come spazio di dialogo e di incontro per tutti i Paesi su un piano di reciproco rispetto, e si ostacola il conseguimento degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile approvati all’unanimità dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015».

E ancora: «Le istanze multilaterali sono state create nella speranza di poter sostituire la logica della vendetta, del dominio, della sopraffazione e del conflitto con quella del dialogo, della mediazione, del compromesso, della concordia e della consapevolezza di appartenere alla stessa umanità nella casa comune».

Vescovi tedeschi: "Il cristianesimo rischia di sparire dalla Germania". Secondo i vertici cattolici e protestanti tedeschi, la graduale scomparsa del cristianesimo in Germania procederà di pari passo con un aumento costante della presenza islamica nel Paese. Gerry Freda, Venerdì 03/05/2019, su Il Giornale. Le autorità cattoliche e luterane della Germania hanno di recente lanciato l’allarme circa la graduale “scomparsa del cristianesimo” nel Paese teutonico. I vertici delle due confessioni hanno infatti denunciato la costante diminuzione dei cittadini tedeschi che si dichiarano fedeli in Cristo, certificata da un recente dossier sugli effetti della secolarizzazione e dei flussi migratori sulle storiche comunità religiose nazionali. Nel rapporto in questione, curato dalla Conferenza episcopale di Berlino in collaborazione con la Chiesa evangelica di Germania e con ricercatori dell’università di Friburgo in Brisgovia, si evidenzia la “profonda irreligiosità” della società tedesca contemporanea, incline ormai a considerare i valori spirituali “poco importanti” per la vita di tutti i giorni. Sempre più cittadini teutonici, inoltre, considererebbero il cristianesimo come un sistema di principi “adatto esclusivamente alla Germania e all’Europa del passato” piuttosto che al contesto globale attuale. Il crescente distacco dei Tedeschi dal retaggio culturale cristiano farà sì, in base alle previsioni contenute nel documento, che nel 2050 cattolici e protestanti costituiranno una “minoranza” nel Paese del papa emerito Ratzinger. Nella Germania del futuro, infatti, i fedeli passeranno dagli attuali 45 milioni di individui a “meno di 20 milioni”, decretando in questo modo la definitiva trasformazione della nazione teutonica in una realtà “scristianizzata”. Nel Paese “post-cristiano” del 2050, inoltre, il vuoto lasciato da cattolici e protestanti verrà colmato dagli adepti di un’altra religione abramitica: l’islam. In tale anno, sempre in base al rapporto curato da vescovi e pastori, i fedeli musulmani stanziati in Germania eguaglieranno la somma di cattolici e protestanti, passando dagli attuali 4,7 milioni a quasi 20 milioni. Tale incremento della presenza musulmana nella nazione teutonica viene attribuito dal documento, oltre al crescente “disinteresse” dei nativi per la loro identità cristiana, principalmente all’“alto tasso di natalità” riscontrabile nelle comunità di immigrati africani e mediorientali. I dati sul progressivo abbandono della fede cristiana da parte delle nuove generazioni di tedeschi hanno subito indignato la formazione politica nazionalista AfD. Gli esponenti del partito sovranista hanno infatti reagito ai moniti contro la scristianizzazione della Germania contenuti nel dossier accusando i governi del passato e quello attuale, capeggiato da Angela Merkel, di non avere salvaguardato con forza l’identità nazionale tedesca e di avere incoraggiato la “perdita di valori” all’interno della società. I partiti tradizionali, Cdu e Spd, sono stati poi biasimati dai deputati di AfD per avere “alzato bandiera bianca” davanti all’aggressiva penetrazione dell’islam nel Paese.

La lettera-appello che accusa il Papa di "eresia". Scritta in diverse lingue, è stata pubblicata sui siti web che fanno riferimento al mondo dei cattolici tradizionalisti. Paolo Rodari il 2 maggio 2019 su La Repubblica. Una lettera-appello firmata da alcuni docenti universitari, teologi e uomini di Chiesa accusa esplicitamente Papa Francesco di “eresia”. Scritta in diverse lingue, è pubblicata sui siti web che fanno riferimento al mondo dei cattolici tradizionalisti, quegli stessi siti che lo scorso agosto pubblicarono la richiesta di dimissioni al Papa messa nero su bianco dall’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò. “Prendiamo questa iniziativa come ultima risorsa per contrastare i danni causati ormai da diversi anni dalle parole e dalle azioni di Papa Francesco che hanno generato una delle peggiori crisi nella storia della Chiesa cattolica” scrivono i firmatari, paventando, senza citarlo esplicitamente, la possibilità di uno scisma. Alla lettera, tra le cui firme per il momento mancano uomini di peso, è associata anche una raccolta di firme su change.org: “Accusiamo Papa Francesco di aver dimostrato pubblicamente e pertinacemente, con le sue parole e con le sue azioni, di credere nelle seguenti proposizioni, contrarie a verità divinamente rivelate”. Da qui inizia un elenco di punti della dottrina che, secondo gli autori della lettera, sarebbero stati messi in discussione dal Pontefice. Le accuse tornano ancora sulle vicende della pedofilia, su una presunta reticenza del Pontefice in merito, e più in generale si accusano personalità vicine a Francesco di aver agito contro la morale. Si fanno i nomi, in parte già elencanti da Viganò, del cardinale Oscar Rodrigez Maradiaga, del cardinale Blase Cupich, del cardinale Godfried Danneels, del cardinal Donald Wuerl, dei vescovo Gustavo Zanchetta e Juan Barros. Si parla anche direttamente del sostegno del Papa ad Emma Bonino. Inoltre, vengono citati anche numerosi passi del testo papale “Amoris Laetitia” ritenuti contrari alla fede, uno schema per la verità già espresso dai cardinali Raymond Burke, Carlo Caffarra, Walter Brandmüller e Joachim Meisner i quali, a seguito sempre della pubblicazione di “Amoris laetitia”, pubblicarono i cosiddetti “dubia”, un documento nel quale chiedevano al Papa dei chiarimenti in materia dottrinale della Chiesa, contestando in particolare i punti del testo relativi alla riammissione o meno dei divorziati in comunione con la Chiesa cattolica. Francesco non ha mai risposto a queste critiche, ritenendo la strada del silenzio la risposta più opportuna. Nel 2018, nel dialogo con i gesuiti in Cile, si era limitato ad accennare a coloro che gli resistono proponendosi come depositari della vera dottrina: “Non li leggo”, aveva detto. E ancora: “Quando in queste persone, per quel che dicono o scrivono, non trovo bontà spirituale, io semplicemente prego per loro. Provo dispiacere, ma non mi soffermo su questo sentimento per igiene mentale”. In Vaticano c’è consapevolezza che alcune di queste critiche sono pilotate dal mondo conservatore statunitense che vede in Francesco un ostacolo alle proprie politiche sociali ed economiche. Le aperture del Papa sui migranti ed anche le parole spese sui temi ambientali contro le lobby del petrolio infastidiscono.

·        Chiese sfregiate e profanate.

Marzabotto, "l'iftar" di fine Ramadan sul sagrato della chiesa. La comunità islamica di Marzabotto, con il sostegno dell'Arcidiocesi di Bologna, ha concluso il Ramadan di fronte alla parrocchia. Marianna Di Piazza e Fabio Franchini, Domenica 02/06/2019, su Il Giornale. Alla fine la comunità musulmana di Marzabotto ha festeggiato la fine del Ramadan sul sagrato della Chiesa del paese. Nonostante le tante polemiche sull'opportunità di celebrare la conclusione del mese sacro della religione islamica all'ombra del crocifisso. Ma facciamo un passo indietro. Nei giorni scorsi avevamo scritto del caso che ha coinvolto il piccolo comune dell'Appenino tosco-emiliano, in provincia di Bologna. Qui è successo che l'associazione culturale musulmana e la comunità araba, con l'autorizzazione del sindaco (che ha concesso l'occupazione di suolo pubblico) e la benedizione del vescovo di Bologna, hanno organizzato nella piazza Martiri delle Fosse Ardeatine, antistante la Chiesa di San Giuseppe e San Carlo, l'iftar di fine Ramadan (il pasto serale che interrompe il digiuno), invitando tutta la cittadinanza. Ed è scoppiata la polemica, non per l'evento in sé – che è un esempio di integrazione –, ma per la scelta della location, che fa pensare un po' a una provocazione, a una sorta sfida. C'è chi, infatti, si chiede: perché gli anni scorsi l'iftar si è festeggiato nel parco Bottonelli e quest'anno si fa sul sagrato? Perché il parco è occupato dal Festival del turismo responsabile. Va bene, e allora perché proprio sul sagrato e non in un'altra fetta di paese? La domanda è lecita e a farsela è stato anche don Gianluca Busi, parroco di Marzabotto, che proprio onde evitare controversie, aveva suggerito di portare il tutto nello spiazzo di fronte al municipio. In questo modo, i dissidi si sarebbero ridotti al lumicino e nessun cattolico e anche nessun musulmano avrebbero avuto da ridire e da risentirsi. Comunque, il volantino che pubblicizza la festa recita "Appuntamento sabato 1 giugno, ore 20". E noi, allora, dopo averne scritto, ci siamo andati di persona per capire meglio come sono (andate) le cose. E appena arrivati in piazza, mentre fervevano i preparativi – con le tavolate e le sedie in fase di sistemazione – abbiamo visto due persone discutere pacatamente. Andiamo verso di loro, li lasciamo finire e poi li avviciniamo. Uno è Morris Battistini, capogruppo del centrodestra in consiglio comunale, l'altro è Mustapha Benkouhail, presidente dell'associazione islamica locale.

"Chiunque ha il diritto di manifestare il proprio culto, ma questa, fin da subito, ci è sembrata una provocazione bella e buona. In tutti questi anni la comunità islamica ha festeggiato la conclusione del Ramadan lontana dai simboli cristiani, quest'anno, invece, hanno scelto di farlo davanti alla casa di Dio…", ci racconta Battistini. Mentre Benkouhail precisa: "Non lo abbiamo fatto per sfida, non è e non sarà mai nostra intenzione. Lo abbiamo fatto semplicemente in spirito di amicizia e fratellanza ed è stata decisa questa piazza perché il parco del paese era già occupato da un'altra manifestazione". Camminando un po' per le vie scambiamo qualche parola sulla questione con i passanti: non tutti si dicono d'accordo con l'iftar sul sagrato, ma chi è contrario preferisce non sbottonarsi, perché l'argomento è scomodo e perché "sai, è un paesino…". Qualcun altro, poi, precisa: "All'inizio, non essendo stati informati bene sulla cosa, siamo rimasti un po' così…poi ci hanno spiegato bene il tutto e banchetteremo insieme". "L'arroganza con cui certe persone e la comunità musulmana pensa di poter agire sul nostro territorio è palese", protesta ancora Battistini, che se la prende anche con l'arcivescovo Matteo Maria Zuppi: "Non ci stupisce che sia solidale a questo tipo di manifestazioni, ma siamo stupiti dalle dinamiche del tutto: don Gianluca, infatti, non ne sapeva nulla, perché nessuno di dovere gli ha comunicato per tempo la cosa; ci siamo ritrovati per le mani la locandina e siamo cascati dal pero. Insomma, nessuno ha agito con la parrocchia per creare, da subito, unione, in questa festa di fine Ramadan". Di opposto avviso Valentina Cuppi, neo sindaco di Marzabotto eletto con il 71% dei voti per una lista civica di centrosinistra: "È una bellissima iniziativa e lo si vede dalla piazza, che è piena della nostra gente, indipendentemente dalla religione, dalla cultura e dalla provenienza: questo è l'emblema di come siamo qui a Marzabotto. E la scelta di celebrare l'iftar proprio qui, nella piazza della Chiesa, centro della nostra cittadina, è un valore aggiunto. È un bellissimo messaggio con il quale vogliamo dire di aprirsi, incontrarsi e parlarsi, per rompere i muri". Al primo cittadino, infine, fa eco Omar Amchiaa, membro della comunità musulmana: "Non è un dispetto, perché Marzabotto, da sempre, è paese di integrazione e di dialogo interreligioso: vogliamo che i diversi credi comunichino, in modo da creare una società pacifica, che si ami l'uno con l'altro, al di là delle religioni, perché non c’è alcuna differenza tra un cristiano, un musulmano o un ebreo. E il fatto che partecipino il parroco e altre personalità cristiane cattoliche locali è per noi motivo di orgoglio, così come il pieno sostegno del vescovo, che ha benedetto questo evento. Non capisco perché qualcuno strumentalizza tutto questo per fomentare l'odio e per guadagnare qualche voto…".

Trieste, sfregio durante la messa: "Che parte di Cristo è?" All'interno della chiesa dedicata a San Giovanni Decollato un uomo al momento della Comunione Eucaristica ha inscenato un surreale dialogo. Scrive Matteo Orlando, Giovedì 25/04/2019 su Il Giornale. A Trieste un’incredibile profanazione eucaristica è stata immortalata da un video e, adesso, è scattata la denuncia ai Carabinieri a carico dell’autore. L’episodio è accaduto nel giorno di Pasqua ma ne è stata data notizia solo oggi sul quotidiano locale triestino Il Piccolo. All'interno della chiesa dedicata a San Giovanni Decollato di Trieste, sita in piazzale Gioberti, 5, che si trova nella zona suburbana di Guardiella, una chiesa che era stata consacrata, nel lontano 27 giugno 1858, dall’allora vescovo Bartolomeo Legat, durante la Santa Messa Pasquale delle ore 11 si è messo in fila un uomo che, arrivato davanti al sacerdote, ha inscenato un surreale dialogo. Come si sente dal video nei 35 secondi pubblicati, al sacerdote che ripete la tradizionale formula "Il corpo di Cristo" prima di distribuire sulla mano il Santissimo Corpo del Signore, l’uomo ha risposto: "Grazie a te", aggiungendo provocatoriamente: "E che parte è questa del corpo?". Alla risposta seccata e in dialetto del sacerdote: "Magna", l’uomo ha replicato in dialetto: "Magno quando che voglio mi. Magno, magno, sta bono". Poi l’uomo si è allontanato dal sacerdote e, invece di consumare le sacre specie immediatamente, come è previsto dalle norme della Chiesa, si è incamminato lungo la Chiesa tenendo in mano la particola consacrata e ripetendo due volte, inquadrando probabilmente con uno smartphone l’Ostia Consacrata, "questo è il corpo di Cristo?" e aggiungendo irrispettosamente "ma dai dai questo qua è […omissis] mamma mia, bon bon". Quindi l’affermazione blasfema: "Ma come puoi fare di una patatina il Corpo di Cristo?. Ma andemo avanti…". Poi nel video scatta il bip della censura. A quanto pare, il clero parrocchiale (formato dal Parroco, il canonico Fabio Ritossa, dai vicari parrocchiali, i sacerdoti Milan Nemac, Devid Giovannini, Tomaž Kunaver, e dal diacono permanente Paolo Longo), ha deciso di denunciare l’uomo ai Carabinieri di Trieste. Il quotidiano Il Piccolo non riferisce il nome dell’uomo che ha preso in mano l'ostia consacrata ed ha imprecato contro la stessa e la religione cattolica, sotto gli sguardi allibiti di decine di fedeli che hanno assistito alla scena. È stato evidenziato, invece, che l'uomo "è stato bloccato da un parrocchiano che gli ha intimato di consumare la particola prima di uscire dalla chiesa". Incredibilmente sulla pagina Facebook del quotidiano triestino diversi commentatori hanno apprezzato il gesto blasfemo. Sono stati numerosi, invece, coloro (anche non cattolici) che hanno espresso disgusto per l'azione compiuta. Sentita da Il Giornale, la consacrata Agnieszka Rzemieniec, del Comitato internazionale "Uniti con Gesù Eucaristia per le mani Santissime di Maria", ha commentato l’episodio spiegando che "la pratica della Comunione distribuita sulla mano favorisce questo tipo di abusi e di profanazioni". Per tale motivo il comitato, anche attraverso una petizione on line, "ha chiesto e continuerà a chiedere a chi ne ha l’autorità, il Pontefice, di permettere la ricezione della Santa Comunione Eucaristica sulla lingua ed in ginocchio", su degli appositi inginocchiatoi da installare nelle varie chiese. "Il popolo cattolico dovrebbe ricevere la Santissima Eucaristia in questo modo perché è il più consono ad esprimere la massima devozione nel ricevere il Corpo di Cristo. Il Cardinal Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha già espresso il suo favore ad acconsentire a questa richiesta. Manca solo il via libera di Papa Francesco", ha spiegato la donna a Il Giornale. La Rzemieniec ha ricordato che, "come insegnava san Tommaso d’Aquino, Gesù è realmente presente tanto nell’intero quanto nel minimo frammento del pane consacrato. Un esperimento condotto negli Stati Uniti, ha dimostrato che, ponendo la comunione in mano, diversi frammenti, difficilmente scorgibili ad occhio nudo, rimangono prima impressi nella palma della mano, quindi cascano a terra. Inoltre, accanto al rischio di profanazione continua, si presenta anche il problema delle messe nere e dei circoli satanisti che, quasi meravigliati di questa consuetudine, possono più facilmente prelevare l’ostia e condurla via".

Gli avamposti della cristianità alla mercé di vandali e ubriachi. A Cesena l'ultimo caso: una cappella distrutta dopo una rissa. La lezione (dimenticata) della Francia. Francesco Giubilei, Lunedì 29/04/2019, su Il Giornale. Il pavimento ricoperto di sangue nella navata della chiesa, le panche spezzate in due e rovesciate, l'altare profanato con vasi, fiori e candelabri gettati a terra, le immagini del video che in tarda mattinata è iniziato a circolare sui social network dei cittadini di Cesena, in un primo momento sembrava essere una delle tante fake news che circolano in rete. La brutalità con cui è stata vandalizzata la chiesa difficilmente si concilia con la tranquilla vita di provincia della città romagnola, ad accrescere i dubbi i simboli sacri ortodossi della chiesa e una bandiera rumena che campeggia sopra il portone di ingresso. Invece è tutto vero: domenica, dopo i festeggiamenti della pasqua ortodossa, c'è stata una colluttazione tra due rumeni ubriachi che hanno devastato la chiesa dell'Istituto Lugaresi data in usufrutto alla comunità romena ortodossa. Anche se dovrebbero essere escluse matrici di carattere religioso e lo stesso direttore dell'Istituto Marco Censi afferma che «gli estremisti islamici non c'entrano nulla», come sottolinea Marco Casali, capogruppo dell'opposizione in comune, la «chiesa è ridotta in condizioni che colpiscono». L'episodio avviene pochi giorni dopo l'accoltellamento alla stazione Termini di Roma di un clochard da parte di un marocchino perché colpevole di indossare un crocifisso al collo, un fatto derubricato a una discussione tra senza tetto che nasconde in realtà un malessere sempre più diffuso nei confronti del cristianesimo. Se nel caso di Cesena non è la religione cristiana in quanto tale ad essere presa di mira, si tratta invece dell'ennesimo campanello di allarme per la deriva relativista della nostra epoca in cui non si rispettano nemmeno più le chiese e gli edifici di culto. Una deriva che, se da un lato è figlia di una visione materialista che dimentica il rispetto per la religione e la spiritualità, dall'altro lato si inserisce nel processo di secolarizzazione della società che porta a diminuire il valore dei simboli religiosi e la gravità dei sempre più frequenti episodi di devastazione delle chiese. D'altro canto basterebbe osservare quanto avviene in Francia, a pochi chilometri dal confine italiano, dove è in atto una vera e propria emergenza e solo nel 2017 sono avvenuti 878 atti vandalici contro le chiese. Le distruzioni di statue e crocifissi, uniti alla ostie profanate e agli incendi di origine dolosa, hanno determinato una vera e propria emergenza al punto che la Conferenza Episcopale francese si è in più occasioni definita preoccupata per l'escalation di violenza contro le chiese. Per fortuna in Italia non si è ancora giunti a questa situazione, ma gli episodi sempre più frequenti anche nel nostro paese non devono essere sottovalutati, immagini come quelle della chiesa ortodossa di Cesena non si erano mai viste da queste parti.

Francia, chiese profanate: statue distrutte e croci disegnate con gli escrementi. Scrive Leone Grotti il 12 febbraio 2019 su Tempi. Almeno quattro chiese sono state profanate in una settimana: ostie consacrate gettate a terra, crocifissi e statue della madonna distrutte e incendiate. «Violenza preoccupante, il trend è in aumento». Dijon, Houilles, Lavaur, Nîmes: in una sola settimana almeno quattro chiese sono state profanate in Francia. Il trend è in aumento, tanto che domenica padre Grosjean, sacerdote molto seguito nel paese, ha denunciato pubblicamente l’ondata di attacchi: «Questa violenza è grave e prende di mira i luoghi di culto, oasi di pace per tutti, ferendo i cristiani nella loro fede», ha dichiarato come riportato dal Figaro. Ieri la chiesa della parrocchia di Notre Dame, a Dijon, è stata profanata da ignoti, che hanno aperto il tabernacolo e sparpagliato le ostie consacrate per terra. I fedeli hanno visto per primi la profanazione, entrando in chiesa per la messa delle 8 del mattino. «È con molta tristezza che sacerdoti e fedeli hanno scoperto quanto avvenuto stamattina», ha dichiarato ieri in un comunicato la diocesi di Dijon, annunciando una messa di riparazione. Non è un caso isolato. La chiesa di San Nicola, a Houilles, ha subito tre atti di vandalismo in soli dieci giorni: mercoledì 6 febbraio una statua della Madonna con bambino del XIX secolo è stata «distrutta in mille pezzi, polverizzata», ha riportato il Parisien. Nei giorni precedenti, invece, per due volte ignoti hanno gettato la croce per terra. Il parroco ha fatto un esposto alla polizia. Il 5 febbraio, anche la cattedrale di Lavaur è stata profanata, secondo LaDepeche. Il crocifisso che orna l’abside è stato danneggiato – un braccio della statua di Gesù piegato – mentre una cappellina è stata incendiata. Il 6 febbraio, invece, il tabernacolo della chiesa Notre Dame des enfants a Nîmes è stato forzato e le ostie sparse per terra. I vandali hanno usato degli escrementi per disegnare sulle pareti della chiesa una croce. Anche in questo caso un’inchiesta è in corso ma il fenomeno, che si diffonde a macchia d’olio in tutta la Francia, è preoccupante. Nel 2017 si sono verificati 878 atti anticristiani in Francia, secondo il ministero dell’Interno, in lieve diminuzione rispetto ai 949 del 2016. Nel 2018 si è registrato invece un aumento del 13 per cento rispetto al 2017.

Francia. Le chiese profanate, una piaga sempre più aperta. Scrive Daniele Zappalà giovedì 21 febbraio 2019 su Avvenire. In un anno in Francia oltre mille atti anticristiani tra furti di ostie e assalti ai cimiteri. Dietro le violenze raid di matrice jihadista ma anche sfide tra giovani e satanismo. Il vortice d’odio che rode il cuore della Francia, appena denunciato con forza dalla classe politica transalpina a proposito dei recenti blitz antisemiti, non risparmia di certo la Chiesa, come evidenziano i tristi dati appena pubblicati dallo stesso Ministero dell’Interno. L’ultimo picco di profanazioni anticristiane risale ai giorni scorsi, con 5 edifici di preghiera violati in diverse regioni. Nel tardo pomeriggio del 31 gennaio, nella cittadina di Vendôme, non lontano da Orléans, è stato trafugato il tabernacolo nella Chiesa della Maddalena. Il 3 febbraio, sono stati invece violati i tabernacoli nelle chiese di due borghi di provincia: Lusignan, nella periferia di Poitiers, e Talmont-Saint-Hilaire, sul litorale atlantico della Vandea. Il 5, nel capoluogo meridionale di Nîmes, i fedeli entrati nella piccola chiesa di Notre-Dame-des-Enfants hanno scoperto con orrore le devastazioni sacrileghe perpetrate nell’edificio: tabernacolo scardinato, ostie consacrate frantumate e disseminate dappertutto, statue e mura cosparse di escrementi. Il 9, un gioiello dell’architettura sacra gotica, Notre-Dame di Digione, ha subìto un attacco analogo, con le ostie rovesciate a terra. Un blitz scattato all’alba, fra l’apertura della chiesa e l’arrivo dei fedeli per la prima messa. Negli stessi giorni, altri 5 luoghi di culto sono stati saccheggiati in tutto il Paese, in modo anche grave sul piano materiale, ma senza violazione del tabernacolo. Monsignor Olivier Ribadeau Dumas, portavoce della Conferenza episcopale, ha espresso indignazione su Twitter: «Chiese incendiate, saccheggiate, profanate. Non potremo mai abituarci a questi luoghi di pace in preda a violenze, al corpo di Cristo calpestato, proprio ciò che abbiamo di più bello e prezioso». Delle inchieste giudiziarie cercheranno di far luce su moventi ed autori. Ma in ogni caso, i fedeli sanno bene di dover fronteggiare una piaga ormai radicata nel Paese. In media, l’anno scorso, circa 3 casi al giorno, come ha confermato il Ministero dell’Interno, recensendo 1.063 'fatti anticristiani', di cui il 98% contro beni materiali: chiese vandalizzate, cimiteri profanati, danni a croci ed edicole votive all’aperto. Nel 2017, il bilancio era già stato a quattro cifre, con 1.038 casi. In modo indipendente, l’incessante sequenza è monitorata pure dagli autori di un blog creato ad hoc su Internet: “Osservatorio della cristianofobia”. Il 26 luglio 2016, anche il martirio in Normandia di padre Jacques Hamel, assassinato nella Chiesa Saint-Etienne, a Saint-Etienne-du-Rouvray, nel quadro di un assalto di stampo jihadista, era stato seguito da una profanazione del luogo di culto. Per i fedeli transalpini, il ricordo di quella sequenza tragica si è scolpito dunque pure come il simbolo delle chiese francesi nel mirino. In proposito, continua a interrogare le coscienze di tanti pure il fatto che il dramma sia giunto in una chiesa intitolata al primo martire della cristianità. Il morbo sembra essersi propagato negli interstizi più variegati del Paese profondo, facendo affiorare anche il rischio di una lenta assuefazione generale. Del resto, nelle ultime ore, il ritardo con cui le autorità centrali hanno condannato gli ultimi misfatti ha alimentato pure una polemica politica. «La profanazione di queste chiese è inammissibile; disonorevole il silenzio del governo. Gli autori di questi fatti anticristiani devono essere sanzionati con la più grande severità», aveva twittato, lunedì 11, il capo dell’opposizione neogollista, Laurent Wauquiez, che presiede pure la seconda regione più popolata di Francia, l’Alvernia-Rodano-Alpi. La reazione del premier Edouard Philippe è giunta due giorni dopo, sullo stesso social: «Nella nostra Repubblica laica, si deve rispetto ai luoghi di culto. Lo dirò ai vescovi di Francia in occasione della riunione dell’istanza di dialogo con la Chiesa cattolica». Proprio uno degli appuntamenti di concertazione che negli ultimi anni ha regolarmente affrontato il nodo delle profanazioni. Molti ricordano ancora lo sfogo d’esasperazione del 2010 di monsignor Michel Dubost, all’epoca vescovo di Evry-Corbeil- Essonnes, nella banlieue Sud di Parigi: «Questa volta, occorre smetterla». Ma da allora, un inquietante effetto d’emulazione sembra essersi ancor più propagato nel Paese. In certe contrade meridionali, come quelle in cui aleggia la fosca 'mitologia' di antiche offensive anticlericali, vengono regolarmente individuati gruppi di giovani sospettati di degradazioni più o meno gravi. L’ultimo caso del genere riguarda Lavaur, cittadina occitana non lontana da Tolosa, dove due liceali diciassettenni, descritti da fonti locali come 'di buona famiglia', ma 'sfaccendati', hanno appena confessato le loro responsabilità dirette negli atti di vandalismo all’interno della locale Cattedrale Saint-Alain, risalenti al 5 febbraio. Uno di loro ha ammesso di aver rubato un Cristo e di averlo gettato nel fiume Agout, con la complicità di una combriccola di coetanei dello stesso liceo, che dista solo 300 metri dalla cattedrale. In questo caso, è interessante notare il forte ruolo di sensibilizzazione presso la popolazione e il mondo politico da parte del sindaco, Bernard Carayon, parso decisivo nel rompere la catena d’omertà. Il gruppo è stato smascherato dopo la confessione di uno degli autori, giunto in commissariato scortato dai genitori, tre giorni dopo i fatti. L'ipotesi d’introdurre telecamere di videosorveglianza, spesso osteggiata in passato, torna al centro del dibattito. Padre Emmanuel Pic, il parroco a Digione responsabile della splendida chiesa gotica duecentesca appena profanata e già oltraggiata in passato, si è pubblicamente dichiarato possibilista, nelle ultime ore: «Ero contro, ma ormai mi chiedo se non sia una buona soluzione. I fatti di sabato si sono svolti in meno di venti minuti, con una reale volontà di nuocere. Non possiamo essere sempre presenti sul posto». In modo analogo a quanto è avvenuto a Nîmes, monsignor Roland Minnerath, vescovo di Digione, ha già celebrato una liturgia speciale di riparazione «per chiedere perdono» delle offese recate al cuore sacro dell’edificio. Il pastore ha anche incontrato Laurent Nunez, l’ex capo dei servizi segreti da poco divenuto segretario di Stato presso il Ministero dell’Interno, il quale, dopo il faccia a faccia, ha assicurato che lo Stato non intende gettare la spugna: «Siamo presenti per la protezione di tutti i culti». Nel caso dei cimiteri, la frequenza con cui i fatti si ripetono all’interno di certi perimetri funerari fa pensare a una sorta di macabra sfida lanciata alle autorità da parte di autori ricorrenti. A Saleilles, nella Catalogna francese, tre sepolture, fra cui quella di un neonato, subiscono da anni degradazioni regolari. Furti di preziosi oggetti sacri, sfide fra minorenni con connotazioni anticlericali o di altra natura, raid d’individui influenzati dall’ideologia jihadista o caduti nell’orbita del satanismo, uso delle ostie per 'riti magici': sono tanti i potenziali moventi evocati regolarmente nelle indagini per elucidare ogni singolo caso. Ma gli esperti non azzardano interpretazioni generali, tanto il male pare diffuso e al contempo radicato nel percorso individuale di ogni singolo profanatore.

Quando le chiese profanate non fanno notizia. Scrive Ermes Dovico il 22-02-2019 su La Nuova Bussola Quotidiana. Dall’inizio di febbraio a oggi si contano attacchi profanatori ad almeno sei chiese francesi, dal sud al nord del Paese, con statue di Gesù e Maria fatte a pezzi, croci disegnate con escrementi, tabernacoli violati e Ostie consacrate sparse per terra, a conferma che si è voluto colpire il cuore della fede cattolica. Il tutto avviene nella quasi totale indifferenza di media e istituzioni, sia Oltralpe che da noi. L’Europa si va scristianizzando senza che molti se ne curino, anzi, e altrettanta indifferenza si constata riguardo alla crescita degli atti anticristiani, a partire da quella che era una volta la cattolicissima Francia. Dal sud al nord del Paese transalpino, solo dall’inizio di febbraio a oggi si contano almeno una decina di attacchi profanatori, avvenuti per la gran parte all’interno di chiese, alcune delle quali oggetto di più sacrilegi in pochi giorni. Episodi documentati da quotidiani locali e raccolti sul sito dell’Observatory on intolerance and discrimination against christians in Europe (Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa). Tra le chiese più colpite c’è quella di San Nicola, a Houilles (nell’Île-de-France, la regione settentrionale che comprende Parigi) profanata tre volte nel giro di una settimana, cioè il 29 gennaio, l’1 e il 4 febbraio. Qui i vandali si sono scatenati prima su una statuetta di Cristo che porta la croce - oggetto di due attacchi consecutivi - poi hanno ridotto in frantumi una statua della Beata Vergine con Gesù Bambino. Il 10 febbraio in un’altra chiesa dedicata a San Nicola, stavolta a Maisons-Laffitte (sempre nell’Île-de-France), il tabernacolo è stato gettato a terra; la polizia ha tratto in arresto un uomo di 35 anni, che ha ammesso il sacrilegio compiuto. Il 3 febbraio le Ostie consacrate erano intanto state sparse sul pavimento della bella chiesa di Notre-Dame a Lusignano, nella Francia centrale, e il 5 febbraio era stato vandalizzato un crocifisso di legno posto sul ciglio di una strada nel comune di Labastide, nella fascia pirenaica dell’Occitania. Lo stesso giorno, ancora in Occitania, altre due chiese hanno subito atti gravemente offensivi verso Dio. Un incendio è stato appiccato nell’antica cattedrale di Lavaur (XIII secolo) dedicata a sant’Alano, bruciando la tovaglia dell’altare e il presepe prima che il fumo allertasse il segretario parrocchiale, con il successivo intervento dei pompieri: nello stesso luogo una croce è stata trovata sul suolo e un’altra con il braccio di Gesù rovinato. «Dio perdonerà, io no», ha detto nell’occasione il sindaco di Lavaur, Bernard Carayon, come riferito dal quotidiano La Croix. Sempre il 5 febbraio, su un muro della chiesa di Notre-Dame des Enfants, a Nîmes, è stata tracciata con degli escrementi una croce, appiccicandovi dei pezzi di Ostie consacrate. Il tabernacolo è stato inoltre danneggiato e altre Ostie distrutte. Tre giorni più tardi il vescovo di Nîmes, Robert Wattebled, ha diffuso un comunicato per annunciare un rito penitenziale prima della ripresa delle celebrazioni e chiedere a tutti i cattolici di associarsi nella preghiera di riparazione. Il 9 febbraio è stato dissacrato il tabernacolo della chiesa di Notre-Dame di Digione, in Borgogna: anche qui le sacre Particole sono state disseminate sul suolo, macchiando la tovaglia dell’altare e strappando il Messale. Come ha spiegato al giornale Le Bien Public un sacerdote della parrocchia, padre Emmanuel Pic, chi ha profanato la chiesa di Notre-Dame ha voluto colpire «il cuore della fede cattolica». Infatti, ha aggiunto padre Emmanuel, «non è stato rotto nulla di valore, ma è l’intento a essere molto scioccante. Questo è ciò che caratterizza la profanazione». I vandali, volendoli chiamare riduttivamente così, hanno cioè deciso di attaccare la santa Eucaristia perché sanno che essa è «un simbolo molto forte (per i parrocchiani), in quanto le Ostie consacrate durante la Messa non sono più un semplice pezzo di pane» ma si sono convertite interamente nel Corpo di Cristo. Dopo il sacrilegio di Digione, l’arcivescovo ha presieduto personalmente una Messa di riparazione. Almeno sei chiese, dunque, profanate nel giro di pochissimi giorni da una parte all’altra della Francia: difficile dire se tutti i sacrilegi siano collegati tra di loro, ma certo non si tratta di casi isolati né di un’ondata temporanea. Per stare ai dati diffusi dal ministero dell’Interno francese, nel 2018 si sono registrati 1.063 fatti anticristiani, in aumento rispetto ai 1.038 dell’anno precedente. Nel 2016, secondo il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, gli attacchi a siti cristiani in territorio transalpino erano stati 949, tra cui ricordiamo il caso più eclatante: l’uccisione, avvenuta il 26 luglio, di padre Jacques Hamel, oggi Servo di Dio (e di cui la Chiesa potrebbe presto riconoscere il martirio), assalito e sgozzato da due islamisti mentre celebrava Messa a Saint-Étienne-du-Rouvray (in Normandia), in una chiesa dedicata al protomartire santo Stefano. Come ha raccontato alla Nuova BQ una madre italiana di nome Barbara, che spesso si trova ad andare in Francia, il clima anticristiano è ben percepito Oltralpe malgrado se ne parli poco: «In ben tre occasioni ho trovato la polizia e l’esercito a proteggere le chiese. L’ho notato perché erano gli orari delle Messe. L’ultimo episodio risale a un anno fa, ad Aix-en-Provence. Quando sono passata davanti a una chiesa, durante la Messa vespertina del sabato, ho trovato uomini dell’esercito. Mi sono fermata a chiedere perché fossero lì, chiedendo se ci fosse qualche personalità in visita. Mi hanno risposto che erano lì “a protezione, per la tranquillità dei fedeli”». Barbara aggiunge che già in precedenza «a proteggere le chiese negli orari della Messa, avevo trovato la Gendarmerie, una prima volta a Marsiglia e una seconda a Nizza. Era una presenza molto forte, notevole: più auto disposte in modo da fare da scudo, attorno alla chiesa. Controllavano i passanti. Spesso si soffermavano a controllare quelli che, all’apparenza, erano arabi». Tre città diverse, dunque, e «ad Aix-en-Provence non c’è neppure una grande comunità musulmana. Sia nel 2017 che nel 2018 ho notato questa presenza armata lontano da date di attentati terroristici, non in coincidenza con allerte particolari, dunque. Nulla di cui abbiano parlato i media». Davanti a numeri e fatti come questi sarebbe il minimo denunciare pubblicamente la situazione di odio al cristianesimo che si va radicando in Francia e nel resto d’Europa - andando a sommarsi ai contesti più gravi di persecuzioni, tra l’Africa e l’Asia - ma le istituzioni rimangono in prevalenza silenti e lo stesso fa la gran parte del circo mediatico, tanto pronto a montare su altre campagne spesso ideologiche. Finora, rispetto a questi ultimi atti sacrileghi, la “voce” - tardiva - del governo si è fatta sentire con un messaggio via Twitter del primo ministro Edouard Philippe, scritto il 13 febbraio prima di un incontro programmato con i vescovi: «In una settimana, in Francia, 5 chiese degradate [6, ndr]. Nella nostra Repubblica laica, i luoghi di culto sono rispettati. Tali atti mi scioccano e devono essere condannati all’unanimità». Cinguettio a parte, pressoché il nulla da chi ha il potere. E pressoché il nulla anche dai media di casa nostra, fatta eccezione per qualche testata di area cattolica. La situazione della “laica” Francia, stretta tra multiculturalismo e secolarizzazione galoppante, è che la dimenticanza di Cristo si accompagna alla perdita di amore (quello vero, che arriva fino alla Croce) e ragione, finendo per lasciare spazio ai loro opposti. Che poi hanno una chiara matrice diabolica, sia che si tratti di satanisti sia che si tratti di fondamentalisti islamici, e non è un caso che coloro che in questi giorni hanno profanato le chiese abbiano voluto dissacrare i tabernacoli e quindi, come già osservava padre Emmanuel, il cuore della nostra fede: la Presenza reale di Nostro Signore nel Santissimo Sacramento. I nemici di Dio ne sono consapevoli. Per porre rimedio a tanto male serve che ce ne ricordiamo anche noi, riscoprendo il tesoro di grazie che Gesù ci ha lasciato con l’Eucaristia. Ermes Dovico

·        Chiese chiuse in attesa di miracolo.

Chiese chiuse in attesa di miracolo. In Italia sono sempre più le parrocchie in cerca di preti, ma le vocazioni sono in calo, scrive Fabio Amendolara il 24 aprile 2019 su Panorama. «Chiuso in attesa di miracolo», era la frase impressa su un cartello di protesta attaccato al portone sbarrato di una delle chiese di Bagni di Lucca, 6 mila anime in Val di Lima, nel cuore della Toscana. Un tempo, sparse per le 25 frazioni, alcune delle quali oggi sono quasi disabitate, c’erano 20 parrocchie. I fedeli un anno fa invocarono un miracolo che non è arrivato. E i portoni sono rimasti chiusi o vengono aperti solo per i funerali e per qualche matrimonio. «È la crisi delle vocazioni», spiegarono dall’arcidiocesi. Un’emergenza che non risparmia alcuna delle aree interne del Paese e non solo. Ne sanno qualcosa in Basilicata, regione che detiene il record negativo per presenza di sacerdoti: il dato medio è di meno di uno ogni mille abitanti, contro gli oltre due preti del Molise e i due e mezzo della Calabria (il dato cambia totalmente in alcune regioni e sfiora i 15 sacerdoti ogni mille abitanti in Veneto, i 14 in Lombardia e gli oltre 13 nel Lazio). Ma tra i piccoli paesi che tentano di vivere nonostante la difficile orografia della Lucania, l’accorpamento delle parrocchie è una pratica messa in campo da tempo. E alcune tonache si fanno in quattro pur di far funzionare le chiese loro assegnate. A Pignola, comune alle porte di Potenza, il parroco dell’importante santuario della Madonna del Pantano fa anche il viceparroco nella chiesa madre e tiene aperte due chiesette di campagna. Ben quattro incarichi, che significano messe, funerali, confessioni, catechismo e celebrazioni varie. E il problema, campanile dopo campanile, è comune. «Anche qui, purtroppo, la carenza di vocazioni fa sentire il suo peso», spiega Giovanni Rosa dell’ufficio comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Potenza e Muro Lucano. Uno dei due seminari del capoluogo lucano è stato recentemente chiuso e il secondo, nell’ultimo anno, ha prodotto soltanto due ordinazioni. Le oltre 26 mila parrocchie in Italia, dato un tempo sbandierato in ogni annuario vaticano, sono scese a 25.605 e il numero è in continuo calo. Nel 2018 le soppressioni degli enti ecclesiastici monitorate dalla Direzione centrale degli affari dei culti del ministero dell’Interno (incaricato di concedere loro personalità giuridica) sono state ben 66, contro le 29 del 2017 e le 53 del 2016. Nell’ultimo anno, insomma, si sono persi oltre cinque campanili ogni mese, a causa dell’esercito di tonache sempre più ristretto. I sacerdoti secolari, ossia quelli che non rispondono ad alcuna regola religiosa, sono ormai 28.160, quelli regolari sono 13.207 e i diaconi ammontano a 4.563 in tutto lo Stivale. E quindi, da Aosta alla punta della Sicilia, il problema è lo stesso. Giorno dopo giorno è sempre più difficile tenere le chiese aperte. Anche in città. A Bolzano, per esempio, rischia la chiusura la chiesa dell’ex ospedale militare di viale Druso, che fino a qualche anno fa faceva il pienone con oltre 120 fedeli, poi passati a una cinquantina e ora ridotti ad appena 40. Perché anche nel ramo militare i cappellani scarseggiano. E allora: dal mese di novembre del 2018, niente messe infrasettimanali, niente battesimi, zero matrimoni e zero funerali. Insomma, solo poche cerimonie militari e in orari d’ufficio. La versione dell’Ordinariato militare? «Spiace, manca personale, il cappellano fa quel che può ma deve dividersi fra qui e Vipiteno». A Rovigo, il vescovo Pierantonio Pavanello aveva in mente di accorpare sei comuni a Civitanova Polesine: Villanova del Ghebbo, Costa di Rovigo, Villamarzana, Pincara, Frassinelle e Arquà Polesine, ma il progetto è stato bocciato dai cittadini. E alla fine si è visto costretto ad avviare un innovativo percorso dal basso con i laici e i parrocchiani, per disegnare il futuro delle comunità cattoliche del Polesine. A Ravenna è rimasta chiusa per mesi la Basilica di San Giovanni Evangelista. I parrocchiani lo scorso dicembre si sono trovati un cartello davanti al cancello che li avvisava della sospensione di ogni attività a causa dei problemi di salute del parroco anziano. I fedeli sono allora migrati nella vicina Santa Maria in Porto. E lo stesso hanno dovuto fare i fedeli che frequentavano la chiesa di San Giovanni Battista, sempre a Ravenna, chiusa temporaneamente per il trasferimento del sacerdote. Anche qui le tonache vengono mosse dai vescovi sullo scacchiere del territorio: e c’è chi copre Marina di Ravenna e Punta Marina, chi Santo Stefano, Campiano e San Pietro in Campiano. Stessa sorte per Madonna dell’Albero, San Bartolo e Gambellara. A Lido Adriano il parroco ha superato gli 80 anni e si teme per il futuro. E anche in Campania, dove la media di sacerdoti ogni mille abitanti è abbastanza alta, totalizzando un bel 6,8, la situazione in alcune aree non è delle migliori. A Cervinara di Avellino, il vescovo, monsignor Felice Accrocca, ne ha riunite tre in un colpo solo, affidandole al povero don Pietro Florio che, però, è anche il rettore del seminario. Un dato che fa comunque ridacchiare i preti di Sinalunga, in provincia di Siena, dove le difficoltà sono maggiori: solo tre parrocchie su sette possono contare su sacerdoti effettivi e il territorio è anche diviso tra due Diocesi. Don Osman Cruz, da poco parroco della frazione di Bettolle, è anche amministratore apostolico a Guazzino e Scrofiano. Le altre due frazioni, Farnetella e Rigomagno, entrambe senza parroco, non rientrano nella competenza territoriale della Diocesi di Montepulciano, Chiusi e Pienza, ma appartengono a quella di Arezzo, Cortona e Sansepolcro. Ed è da lì che l’arcivescovo Riccardo Fontana manda il prete di Serre di Rapolano, «alternando di domenica in domenica », raccontano su Centritalianews, «anche gli orari delle messe nelle rispettive chiese». E, addirittura, a Rigomagno è costretto ad arrivare il sacerdote di Marciano della Chiana, che deve conciliare la sua attività anche con la chiesa di Badicorte, distante una ventina di chilometri. Un delirio. E a tappare i buchi vengono chiamati i sacerdoti stranieri. Le ultime statistiche sono del 2016: dei 1.690 (provenienti soprattutto dall’Africa), sono circa mille quelli chiamati a svolgere servizi pastorali, mentre 645 sono ancora nei seminari. Il numero di seminaristi, d’altra parte, è cresciuto solo in Africa. I dati globali sono in crescita: i ragazzi che scelgono il seminario sono passati da 27.483 a 28.528 unità, +3,8 per cento. I seminaristi maggiori, quelli cioè che sono nell’ultima fase degli studi e possono essere indicati come il potenziale di sostituibilità generazionale nell’esercizio pastorale, poi, confermano il primato africano, con ben 66  candidati ogni cento a fronte dei dieci ogni cento provenienti dall’Europa, dove si registra la stagnazione delle vocazioni. E dove una trasformazione e una sostituzione da un continente all’altro di sacerdoti è già in corso. 

·        Le chiese vittime di vandali e incuria.

Le chiese vittime di vandali e incuria. Nel 2018 1.063 segnalazioni. Quest'anno in una settimana 5 attacchi, scrive Fausto Biloslavo, Mercoledì 17/04/2019, su Il Giornale. Le chiese francesi sono sotto tiro e stanno cadendo a pezzi. Lo scorso anno sono stati registrati 1.063 atti vandalici, furti o incendi nei luoghi di culto cristiani. Una media di oltre due chiese sotto attacco al giorno. E guai a parlare di migranti o islamici, anche se gli assalitori delle chiese francesi sono di tutti i generi compresi gli adoratori di Satana. Lo stato francese è responsabile dell'incuria e dell'abbandono dei luoghi di culto d'oltralpe dopo averli in gran parte nazionalizzati nel 1905. Nella notte del rogo di Notre Dame i siti jihadisti di mezzo mondo hanno esultato per il colpo ai «cuori dei leader crociati». Gli orfani dello Stato islamico si sono scambiati immagini del drammatico incendio esprimendo giubilo per il simbolo della cristianità che stava andando in fumo. Il sito specializzato americano Site, che monitorizza i canali jihadisti in rete, parla chiaramente di «baldoria» degli estremisti islamici sui social. Non è un caso l'aumento di atti vandalici, furti e incendi nei confronti delle chiese in Francia, lo scorso anno aumentati del 17% rispetto al 2017. E dall'inizio dell'anno, in una sola settimana, ben cinque chiese sono finite sotto tiro. Il 6 febbraio la chiesa di Notre-Dame dei bambini a Nimes è stata pesantemente vandalizzata. Il tabernacolo con le ostie fatto a pezzi e gli ornamenti dell'altare buttati per aria. I vandali hanno anche disegnato una croce su una parete con degli escrementi. La chiesa di San Nicola di Houilles è finita per tre volte sotto il tiro dei vandali solo in febbraio. Una statua della Vergine Maria è stata letteralmente polverizzata. Pure la cattedrale di Saint Alain a Lavaur è finita nel mirino. Padre Emmanuel Pic ha spiegato che «niente di valore è stato portato via». I profanatori volevano dimostrare la loro rabbia nei confronti «del cuore della fede cattolica» secondo il religioso. Il 17 marzo è stato appiccato un incendio alla chiesa di Saint Sulpice, la seconda più grande di Parigi, dove sono state girate diverse scene del film Codice da Vinci. Fin da febbraio il primo ministro Edouard Phillipe aveva lanciato l'allarme su «cinque chiese dissacrate in una settimana». Purtroppo lo stato francese ha una buona dose di responsabilità per l'incuria, la scarsa attenzione e sensibilità nei confronti delle chiese. La legge di confisca dei beni ecclesiastici del 1905 ha prodotto effetti collaterali che riguardano direttamente il rogo di Notre Dame. Il gioiello gotico non appartiene al Vaticano, ma allo stato che non ha mai curato in maniera adeguata questo patrimonio dell'umanità. Dei 150 milioni di euro necessari per il restauro e messa in sicurezza della cattedrale il governo ne ha sborsati appena due per la guglia andata in fumo. Da tempo cadevano pezzi di pinnacoli e balconate, ma lo Stato pensava solo ad incassare i quattro milioni all'anno dei biglietti dei turisti che visitano le torri. Il governo aveva addirittura proposto la beffa di una lotteria di beneficenza per salvare le chiese di Francia. I luoghi di culto dispersi sul territorio sono spesso in mano ai comuni di sinistra che non hanno voglia di sostenere i costi di manutenzione. E fanno di tutto per demolirli trasformandoli in parcheggi o per cambiare la destinazione d'uso in sale polifunzionali, discoteche e in alcuni casi moschee. La Francia mette in vendita o abbandona circa venti chiese all'anno.

·        Notre Dame de Paris. Il falò di una cultura: è l'11 settembre dell'Europa cristiana.

Incendio devasta Notre Dame. Le fiamme sono il tramonto forse definitivo dell'emblema di una città e una nazione, scrive Stenio Solinas, Martedì 16/04/2019, su Il Giornale.  Sei anni fa lo scrittore non conformista Dominique Venner scelse Notre-Dame per uccidersi con un colpo di pistola. Era il suo modo di dire addio a una «certa idea» della Francia e dell'Europa, una nazione e un continente di cui si ostinavano a rimanere in piedi i monumenti, ma si era nei secoli disseccata la linfa; una protesta e, insieme, una rivendicazione perché le ragioni per vivere e le ragioni per morire sono spesso le stesse e quando le parole sembrano risultare impotenti, è necessario un atto per esprimere ciò che si prova. Al simbolismo di quel gesto, ieri, come per un paradossale gioco di specchi, le immagini di quella cattedrale che si accartoccia sotto il fuoco restituiscono un significato esemplare: raccontano cioè il tramonto forse definitivo di ciò che a lungo fu un susseguirsi di splendide aurore, l'auto-dissolversi in un fuoco che nulla ha di purificatore, ma tutto dell'imperizia, della malagrazia, della trasformazione di un luogo di culto e di arte, in un divertimentificio di massa, gadget, business, dell'emblema stesso di una città, di una nazione. Sempre simbolicamente, raccontano la distanza siderale che separa la politica contemporanea, quella francese, ma in fondo quella di tutto il Vecchio continente, da ciò che nella storia l'ha preceduta, i cortei di regni e di religioni, i capolavori della pittura e dell'ingegno, la voglia di lanciare un'idea di civiltà che oltrepassasse il tempo dell'agire umano per dilatarsi nell'eternità. Infine, e ancora simbolicamente, quelle guglie che scompaiono rimandano sì alla memoria le immagini dell'11 settembre, le Twin Towers attraversate da un proiettile di fuoco, solo che qui c'è l'aggravante, come dire, dell'incuria umana rispetto al nichilismo distruttore e omicida. Nessuno ha voluto colpire Notre-Dame, non c'è alcun nemico contro cui combattere e contro il quale dichiararsi uniti. Una parte ideale dell'Europa brucia come in una sorte di falò rituale, per stanchezza, per eccesso di sicurezza, per aver perso il proprio centro. Ideale, sacrale. Ambiziosa per dimensioni, edificata, a partire dal 1160, sul luogo dove sorgeva la merovingia Saint-Etienne, Notre-Dame subì le sue devastazioni peggiori al tempo della Rivoluzione francese, quando la furia iconoclasta del razionalismo giacobino ne deturpò la facciata e trasformò il suo interno in un deposito. Pochi anni dopo, però, Napoleone la scelse per la cerimonia con cui, incoronando se stesso imperatore, riconciliava la Chiesa e la nazione, il passato al presente. Da allora, la cattedrale è entrata nell'immaginario non solo francese, finendo per incarnarsi con una grandeur che sempre più trovava la sua ragion d'essere aggrappandosi a ciò che era stata, la mediocrità dei tempi e degli uomini impedendole di ripetersi. Chi ricordi il rogo veneziano della Fenice, non può ora che augurarsi che anche nel caso di Notre-Dame si proceda con un «com'era, dov'era», l'unico modo per premiare la storia e la memoria e non correre dietro alle bizzarrie architettoniche spacciate per moderni «omaggi». Quel fuoco ci ricorda, comunque, che nella storia europea nulla è dato per scontato, che più ci si ostina a considerare ciò che si è stati come un mero reperto archeologico, più esso si vendica infliggendoci le ferite più profonde. Quelle che non si cicatrizzano.

“C’ERA UNA GRANDE FIAMMA TRA I CAMPANILI”, LA TERRIBILE PROFEZIA DI VICTOR HUGO. Da Il Messaggero il 16 aprile 2019. Una descrizione sorprendente dell'incendio della cattedrale di Parigi quello immaginato dallo scrittore francese Victor Hugo nel suo romanzo «Notre Dame de Paris» (1831), descritto con l'incipit: «Il clamore era straziante». «Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c'era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo». Hugo descrisse l'incendio che devastò la cattedrale ancora in questi termini: «Sotto quella fiamma, sotto la cupola balaustrata in tagliata a trifogli di brace, due grondaie fatti a fauci di mostri vomitavano senza posa quella pioggia ardente il cui argenteo scroscio risaltava nell'ombra della facciata inferiore». Lo scrittore francese Victor Hugo criticava aspramente lo stato di degrado della cattedrale di Parigi nel romanzo che gli avrebbe dato il successo eterno, con l'obiettivo di riuscire a far partire i necessari restauri per fermarne la rovina. «Il tempo è cieco e l'uomo è stolto», scrisse. E come monito aggiunse: «Se avessimo il piacere di esaminare una ad una le diverse tracce di distruzione impresse sull'antica chiesa, quelle dovute al tempo sarebbero la minima parte, le peggiori sarebbero dovute agli uomini».

Notre-Dame, il rogo e quella inquietante fotografia: tutto già scritto? Oltre il presagio, scrive il 17 Aprile 2019 Libero Quotidiano. C'è chi ha creduto di ravvisare una misteriosa predizione dell' incendio di Notre-Dame in un passo del romanzo di Victor Hugo, "Notre Dame de Paris" (1831), dove si parla di «una grande fiamma che montava tra i due campanili», ma in realtà quello era un "trucco" pensato da Quasimodo, non un incendio della cattedrale. Ben più sorprendente è questa immagine sacra di fine Ottocento finalizzata alla devozione al Sacro Cuore di Gesù: il voto della Francia al Sacro Cuore è del 1873 ed è legato a una profezia seicentesca della Rivoluzione del 1789 fatta a Santa Margherita Maria Alacoque. In questa immagine ottocentesca, dunque, si rappresenta un incendio di Notre-Dame esattamente come è accaduto lunedì scorso. Sulla destra un analogo incendio è rappresentato alla base della cupola di San Pietro, a Roma. Al centro c'è la figura di Gesù e sotto questa preghiera: «O Cuore di Gesù, non guardate i nostri peccati, ma il sangue dei martiri che grida misericordia!». C'erano state le profanazioni di Notre Dame (nella Rivoluzione del 1789) e poi le violenze della Comune di Parigi (1871), quando fu fucilato l'arcivescovo mons. Darboy, ma non si ricordano, fino a lunedì scorso, incendi della cattedrale di Parigi.

Roghi, guerre e bufale Le profezie (apocrife) del mago Nostradamus. Notre-Dame, populisti al potere in Europa, Italia invasa dai migranti. Tutto previsto? No, però..., scrive Alessandro Gnocchi, Mercoledì 17/04/2019, su Il Giornale. Nostradamus ha previsto tutto. Anzi, nulla. Anzi, qualcosa. Sul web gira questa quartina del mago rinascimentale: «La grande guerra inizierà in Francia e poi tutta l'Europa sarà colpita, lunga e terribile essa sarà per tutti poi finalmente verrà la pace ma in pochi ne potranno godere».

Suggestivo. In Francia brucia uno dei simboli della religione cristiana. Dai fondamentalisti islamici, la catastrofe è interpretata come una punizione di Allah che colpisce i miscredenti. L'Europa sarà colpita e forse affondata dalle ormai prossime elezioni in cui rischiano di vincere proprio le forze populiste. Potrebbe essere un bene, l'Unione per ora non entusiasma i cittadini. Oppure potrebbe innescare una retromarcia continentale, da molti temuta, sul tema dell'unità. Resisteranno le istituzioni di Bruxelles o saranno abbattute come la cattedrale di Parigi? Nel frattempo al di là del Mediterraneo, come nel libro (quello sì profetico) Il campo dei santi di Jean Raspail, ci sarebbero ottocentomila profughi pronti a partire, destinazione Italia. Si profila una catastrofe umanitaria dovuta alla pessima gestione della crisi libica, innescata dal tentativo francese di includere il Paese nella propria sfera d'influenza africana. Suggestivo, si diceva. Ma falso. Infatti la quartina che spopola su internet è una patacca. Basta una rapida verifica sul testo delle Profezie di Nostradamus per togliersi ogni dubbio. Una burla molto efficace visto che rimbalza su internet dopo ogni attacco alla Francia, in particolare dalla strage del Bataclan (13 novembre 2015) in poi. Evidentemente tanto successo non è casuale. Molti cittadini pensano che tutto sommato lo scenario di una guerra o guerriglia (civile? Religiosa? Entrambe le cose?) che spacchi l'Europa non è così peregrina.

Le Profezie di Nostradamus sono così vaghe da permettere di vedervi ciò che si vuole: la rivoluzione francese, l'avvento di Adolf Hitler, la bomba atomica, il crollo del Muro di Berlino, l'11 settembre. Chi cerca, trova. Ecco una quartina vera, la numero 51 delle Profezie: «Capo d'Ariete, Giove e Saturno, / Dio eterno quali sconvolgimenti! / Poi per lungo secolo il suo maligno tempo ritorna, / Francia e Italia quali sommosse». Secondo gli astrologi, la prima riga indica una congiuntura astrale che riconduce a una data precisa, il 15 aprile 2019. La seconda riga allude al rogo di Notre-Dame, che sarebbe lo sconvolgimento del «Dio eterno». La terza e quarta riga prevedono un lungo secolo di guerra, con Francia e Italia epicentri della devastazione.

Tutto ridicolo? Mica tanto. Lasciamo da parte Nostradamus. Di recente una legione di scrittori, non solo romanzieri, si sono misurati proprio con questi temi. Sottomissione di Michel Houellebecq, Aprile di Jérémie Lefebvre, Il suicidio francese di Éric Zemmour, La Guerre civile qui vient di Ivan Rioufol, Les Cloches sonneront-elles encore demain? di Philippe De Villiers, Guerriglia. Il giorno in cui tutto si incendiò di Laurent Obertone. Dai libri citati in questo elenco molto parziale, escono proprio le paure di cui abbiamo parlato: fallimento della globalizzazione che conduce all'islamizzazione dell'Europa e alla riduzione in povertà della classe media. Concentrazione delle ricchezze in poche mani. Abbandono delle periferie e della provincia profonda. Nostradamus c'entra niente ma quella chiesa che brucia, scelta dallo storico Dominique Venner per suicidarsi come protesta contro l'Europa senza radici, è un presagio dei peggiori.

"I portali furono costruiti da Biscornet con l'aiuto determinante del diavolo". La studiosa e scrittrice Barbara Frale: "I sotterranei sono ancora tutti da scoprire", scrive Matteo Sacchi, Mercoledì 17/04/2019, su Il Giornale. Barbara Frale è una storica medievista nota per i suoi studi sui templari e la Sindone. Ha scritto anche romanzi di cui uno intitolato I sotterranei di Notre-Dame (Newton Compton). Le abbiamo chiesto di raccontarci la storia della Cattedrale e i suoi misteri.

Cos'è per i francesi Notre-Dame?

«La chiesa concentra tutta la storia della Francia, ha un valore simbolico altissimo. È dedicata a Maria che da sempre era considerata la protettrice dei re di Francia».

Un simbolo pieno di altri simboli, alcuni anche esoterici...

«È difficile trovare qualcosa che dentro Notre-Dame non sia un simbolo. A partire dalle reliquie, la più importante è la spina della corona di spine di Gesù portata in Francia da Luigi IX detto il santo. Poi nell'architettura stessa a partire dal Rosone, che richiama continuamente i numeri magici 3 e 12, ci sono infiniti messaggi nascosti. Questo è normale per una costruzione gotica. Nel gotico ci sono sempre più livelli di narrazione. Uno comprensibile a tutti un altro più esoterico. Una cattedrale gotica va letta come si leggerebbe la Divina Commedia».

E i gargoyle e le chimere?

«Sono tra le statue più conosciute della cattedrale ma sono un'aggiunta ottocentesca. Quando l'architetto Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc fu incaricato del restauro ne ha aggiunti in gran numero ma sono una sua reintrepretazione del gotico. Le cattedrali gotiche non sono oggetti statici, morti, crescono nel tempo».

Anche la guglia crollata era ottocentesca?

«Sì Notre-Dame ha subito danni gravissimi durante la rivoluzione francese, molto più gravi di quelli che ha subito nell'incendio di lunedì. Fu spogliata, gli arredi sacri in oro furono fusi e la guglia demolita. La Flèche (la guglia Ndr) è stata ricostruita nell'ottocento. Per rendere l'idea Napoleone fece ricoprire le pareti della Cattedrale con le bandiere nemiche prese ad Austerlitz anche per coprire i danni che la deturpavano».

E la leggenda delle porte?

«Quella è davvero molto gotica. Racconta che per costruire le parti metalliche dei portali originali il fabbro Biscornet, temendo di non riuscire nell'opera, si rivolse al diavolo. Il risultato fu un'opera meravigliosa e l'artigiano alla fine riuscì pure a salvare la sua anima dal maligno... Leggende così sono tipiche delle cattedrali e rimandano alla leggenda sulla creazione magica del tempio di Salomone. Nella cultura gotica magia non è per forza qualcosa di sbagliato o contrario alla religione».

E i sotterranei di cui parla nel suo libro?

«Quelli sono ancora da indagare. Già Victor Hugo che li aveva attraversati diceva di avervi visto delle strane scritte in greco. C'è la parola Ananké, necessità, chissà chi l'ha scolpita e perché...».

Notre-Dame, il bruttissimo dubbio su Papa Francesco: mentre la chiesa bruciava..., scrive il 17 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Mentre la cattedrale di Notre Dame crollava travolta dalle fiamme, dal Vaticano Papa Francesco ha taciuto a lungo, tutta la sera, fino alla notte, parlando per la prima volta solo al mattino seguente. Fuori dalla chiesa, simbolo della cristianità, una folla spontanea si era raccolta per pregare, davanti a quel rogo che sembrava impossibile da domare. E invece dal Papa neanche una parola. I primi a parlare sono stati i vescovi francesi, riporta Il Giornale, come il nuovo presidente Eric de Moulins-Beaufort, che ha ricordato come "niente su questa terra è fatto per durare per sempre". Lo hanno seguito i vescovi italiani, che hanno inviato "un abbraccio fraterno" all'arcivescovo di Parigi, come hanno fatto pure quelli di Vienna e Londra. Hanno parlato praticamente tutti, ma Papa Francesco no, nonostante stesse bruciando la seconda chiesa più visitata dopo San Pietro, nonostante lui fosse spesso solerte a lanciare moniti a favore, per esempio, dei migranti. Solo nella tarda serata di lunedì dal Vaticano è arrivato un messaggio striminzito in cui si annuncia che "la Santa Sede ha accolto con choc e tristezza la notizia del terribile incendio", che ha devastato un "simbolo della cristianità". Il giorno dopo arriva un tweet del portavoce ad interim, Alessandro Gisotti, che informa come "il Papa è vicino alla Francia, prega per i cattolici francesi e per il popolo di Parigi" e "assicura la sua preghiera a tutti coloro che si stanno impegnando per far fronte a questa drammatica situazione". Bisognerà aspettare le 12.40 del martedì perché le agenzie scrivano di un telegramma inviato dal Papa a monsignor Michel Aupetit, arcivescovo di Parigi. A 18 ore dall'incendio, che evidentemente interessa meno la Santa Sede di altri temi.

“QUI STA SUCCEDENDO QUALCOSA D’ALTRO…”.  Roberta Scorranese per il “Corriere della Sera” il 17 aprile 2019. Sono bastate poche parole - e peraltro vaghe - come «Qui sta succedendo qualcosa d' altro» per innescare il complottismo nella vicenda del rogo di Notre-Dame. Però queste parole vengono da uno che il monumento di Parigi lo conosce bene: Ken Follett, l' autore dei I pilastri della terra , sterminata trilogia sulla costruzione di una cattedrale gotica nell' Inghilterra medioevale. Ospite della popolare trasmissione «Good Morning Britain», lo scrittore ha osservato che le fiamme si sono propagate ad una velocità insolita e che «forse le travi in legno sono state inghiottite dal fuoco prima che il tetto crollasse». Follett ha parlato osservando le immagini che mano a mano arrivavano da Parigi, dove l' inferno che per ore è rimbalzato sulle televisioni di mezzo mondo assomigliava più ad un film tratto dai suoi romanzi che ad un video di cronaca. E forse un' altra sua dichiarazione ci aiuta a capire la sfumatura complottista: «Sono inorridito - ha detto -. È come se qualcuno fosse morto». È questo il punto: a tutti quel rogo è parso simile a una pira che stava bruciando una persona viva , una persona cara, piena di simboli, ricordi, echi musicali e memorie infantili. «Non è possibile», è stato uno dei commenti più ricorrenti sui social network. Appunto: quel «non è possibile» ha confuso la realtà e il romanzo, la visione apocalittica del Medioevo che la cattedrale ha improvvisamente sprigionato dalle fiamme e i numeri della tragedia. Che Follett abbia parlato da scrittore?

L'HANNO BRUCIATA I SOVRANISTI. ANZI NO, I MUSULMANI. Selvaggia Lucarelli per “il Fatto quotidiano” il 17 aprile 2019. Ieri ho scoperto di essere una brutta persona. Ho sfogliato i giornali, letto i siti, guardato i talk show, e nulla: quando ormai era l' imbrunire, a me quello di Notre-Dame continuava a sembrare solo un doloroso incidente. Un lutto. Un grosso dispiacere, per carità. Ma non riuscivo a scorgervi metafore, predizioni, simbologie. Niente di niente. Mi sentivo strana, diversa, esclusa dall' abbagliante visione di un segnale di imminente sciagura o di profezia, come quando tutti vedono Gesù o un elefante in una nuvola, te lo indicano col dito dicendo "Lì, lì!" e tu vedi solo un cumulonembo grigiastro. Ieri è andata un po' così. Ognuno nell' incendio della cattedrale ha visto quello che voleva. Partiamo dal catastrofismo. Repubblica ha titolato a tutta prima pagina: "Notre-Dame non c' è più. Rogo distrugge la chiesa più visitata del pianeta". A parte il far credere che Notre-Dame sia stata polverizzata, si è proprio utilizzata la parola "pianeta" per avvicinare ancora di più il concetto a una catastrofe spaziale tipo un meteorite che l' ha centrata in pieno. Tra l' altro, Notre-Dame non è affatto la chiesa più visitata del pianeta e nemmeno d' Europa, visto che la superano San Pietro, la basilica di Guadalupe e altre sudamericane. Il peccato diventa però veniale se si passa all' editoriale online di Francesco Merlo, "La Waterloo dell' idea di nazione". "Il fuoco è cieco, è vero, ma nell' Europa che diventa sovranista con Notre-Dame sta bruciando l' idea di nazione. Quel tetto in fiamme è infatti il tetto che ci copriva tutti, non una rovina che va in rovina come Palmira o i Buddha dell' Afghanistan. () Alla fine, forse c' è un mistero che dà senso al fuoco cieco che forse è un avvertimento () forse queste fiamme illuminano l' epoca come una piccola Waterloo". Quindi Palmira e i Buddha erano rovine che andavano in rovina, non patrimoni storici e culturali fatti saltare dall' Isis e dai talebani col tritolo. Ma soprattutto con Notre-Dame non sono bruciati un tetto e una guglia, ma l' idea di nazione. "Con lei si sgretola anche una parte della nostra identità di Europei. () Come un' aritmia del cuore che non si può controllare. Come un riflesso condizionato dell' anima", aggiunge in un altro sobrio editoriale Marino Niola. "Il Giornale" di Sallusti si spinge oltre, definendo l' incendio "L' 11 settembre dell' Europa cristiana" (mancano solo 3 mila morti e due guerre). Ora, capisco che l' evento offra spunti meravigliosi per suggerire l' avanzata in Europa dei turchi a cavallo, ma un po' di lucidità non guasterebbe. Il ministro Salvini, in compenso, ci fa sapere con una foto su Instagram che lui non guardava gli speciali su Notre-Dame perché seguiva in tv Il Grande Fratello. Naturalmente era un messaggio subliminale di antipatia per la Francia, ma la notizia confortante è che non lo vedremo mai con una divisa da pompiere francese. Claudio Borghi si concentra sui nemici islamici e con l' ausilio del traduttore automatico di Twitter ci spiega quattro commenti in lingua araba su France 24 che parrebbero fare ironia sull' incendio, a dimostrarci che la Francia ha le serpi in seno. Del resto 4 commentatori sui 6 milioni di musulmani residenti in Francia rappresentano un campione statistico preoccupante. Per Borghi è pronta la Legion d' onore. Nel frattempo su Huffington Post appare un articolo del quale mi limiterò a riportare un unico passaggio: "Pensieri irrefrenabili che affollano la mente di fronte a una tragedia del genere. Forse il fantasma di Quasimodo il Gobbo ha detto basta. Chissà. Era un rom come Esmeralda lui la salvò dalle grinfie di Frollo, nascondendola a Notre-Dame dove avrebbe avuto diritto d' asilo". Nazionalismo vs Europeismo in salsa Hugo/Disney. Paola Ferrari twitta "Vera follia posizionare le impalcature infiammabili" e nel mezzo di una rissa virtuale, nell' ordine, le fanno notare che: a) le impalcature sono in acciaio; b) le uniche impalcature infiammabili sono le sue. Su Instagram va forte la foto della gita in V liceo davanti alla cattedrale e frasi addolorate perché JesuisNotreDame. Poi esce la vignetta di Charlie Hebdo e subito su vari siti di informazione: "Charlie Hebdo non si smentisce!". E non si vede perché Charlie, mentre brucia Notre-Dame, dovrebbe passare dal black humour alle barzellette sui carabinieri. C' è poi il filone mistico : girano le foto dell' interno della chiesa pressoché intatto con una croce sulla sfondo che diventa il simbolo del Cristianesimo che resiste all' Islam, dell' Occidente che non soccombe allo scintoismo, della supremazia del panino al prosciutto sulle spalmabili, del futuro che si arrende all' ineluttabile affidabilità del carretto trainato dal mulo tisico. Tutto brucia, tranne le metafore. Su Rete4, infine, va in onda il vero scontro tra civiltà: Vittorio Sgarbi vs Alessandro Meluzzi, ospiti di Nicola Porro. Sgarbi spiega che non è accaduto nulla di irreparabile e non è bruciata alcuna opera di valore. Meluzzi lo contesta: "Questa è una catastrofe per la Cristianità!". Sgarbi lo manda aulicamente a cagare vincendo la palma del personaggio più sobrio e lucido della giornata. E questo sì che è un segnale inquietante per l' Occidente.

Gigio Rancilio per “Avvenire” il 17 aprile 2019.  Ormai succede ogni volta. E segue uno schema preciso. Appena il mondo si trova ad affrontare una tragedia, nei social spuntano speculatori e untori. I primi puntano ad avere «clic» sui loro siti, così da fare soldi con la pubblicità; i secondi vogliono seminare odio. Appena le televisioni del mondo, lunedì sera, hanno incominciato a trasmettere le immagini di Notre-Dame in fiamme su Twitter sono spuntati profili falsi sia di canali televisivi come Fox News sia della cattedrale di Notre-Dame. Prima che Twitter li bloccasse sono riusciti a raccogliere migliaia di follower e a diffondere disinformazione. Su Facebook nel frattempo il solito perfido G.M.S. (non indichiamo per intero le sue generalità per non fargli la pubblicità che cerca) ha creato un video finto dove impersona un operaio italiano che ammette di avere appiccato l' incendio per sbaglio e chiede scusa alla Francia e all' Italia. In poche ore è stato visto quasi 260mila volte e condiviso 1.242 volte, soprattutto da persone che l' hanno creduto vero. Come segnala Bufale.Net, su Twitter è stato creato anche un finto profilo della Cnn, la più importante rete all news americana, per lanciare tweet simili: « CNNpuò confermare che l' incendio di Notre-Dame è stato causato da un attacco terroristico ». Ancor più grave è ciò che è accaduto alla diretta Facebook del quotidiano francese Le Figaroe ai post sull' incendio pub- blicati sulla pagina social dall' emittente araba al-Jaazera. In entrambi i casi, accanto a numerosi messaggi di cordoglio dal mondo arabo, ci sono state anche molte persone che hanno commentato le immagini con l' emoticon della faccina che ride, così da sottolineare la felicità per quanto accaduto. Una minoranza, visto che il triplo degli arabi che hanno commentato su al-Jazeera ha espresso dolore. Questi ultimi però, per Damien Rieu, il politico francese che odia i migranti, non esistono. Così ha subito dato fuoco alle polveri sui social e sui giornali amici attaccando tutti gli islamici. Seguito a ruota in Italia dai soliti siti di propaganda antiimmigrati. Quando accadono queste tragedie misuriamo ogni volta quanto sia fragile il sistema nel quale siamo immersi e quanto sia ormai facile diffondere odio e disinformazione nel mondo digitale. Persino alcune persone al di sopra di ogni sospetto, finiscono a volte per diventare (ignari) complici di queste operazioni. Lunedì sera persino un politico americano democratico, che scrive anche per riviste importanti, è caduto nel tranello. Ha infatti twittato: «Un amico gesuita che lavora a Notre-Dame mi ha detto che per loro l' incendio è doloso». Con tutta probabilità l' amico si era sfogato. Aveva riportato una «sensazione ». Ma la voglia di spiegare e di raccontare subito ha travolto il giornalista-politico che ha lanciato una notizia non verificata, alimentando la tesi di chi puntava già (senza prove) il dito contro i terroristi islamici. Quando si è accorto della gravità del suo tweet, l' ha cancellato. Ma il messaggio ha continuato a girare sui social in forma di immagine. Perché, come ha evidenziato uno studio recente su Twitter, «le fake news si propagano sui social cinque volte più velocemente della verità».

Da “la Verità” il 17 aprile 2019. Lunedì sera il pubblico di Otto e mezzo ha vissuto una singolare esperienza di straniamento. Tutti i telegiornali avevano trasmesso le immagini delle fiamme su Notre Dame. La guglia trasformata in torcia, i parigini sgomenti in preghiera, un colpo al cuore della nostra civiltà. Prontamente, la Rai sovranista ha stravolto il palinsesto, cancellato Il commissario Montalbano e lasciato in onda Francesco Giorgino per l' edizione straordinaria del Tg1. Rete 4 ha soppresso Stasera Italia e anticipato di un' ora Quarta Repubblica di Nicola Porro. Solo nell' europeista La7 il tg ha passato la linea al talk show registrato di Lilli Gruber dove si parlava di crisi libica e delle ondate migratorie che fanno litigare i due vicepresidenti del Consiglio, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Ma La7 non era un canale all news, la nostra Cnn, la rete che fa vero servizio pubblico?

DEFICIENZA ARTIFICIALE. Francesca Pierantozzi per “il Messaggero” il 18 aprile 2019. Cercano un cerino in mezzo ai resti di una cattedrale, un mozzicone di sigaretta, la cannella di una fiamma ossidrica, o magari le tracce chimiche di un combustile, White Spirit, benzina: i tecnici del laboratorio centrale della prefettura di Parigi stanno cominciando a lavorare tra le macerie di Notre Dame , anche se non possono ancora avanzare fino al cuore della cattedrale. «Per fortuna non ci sono vittime, questo significa che possiamo concentrarci subito sulle cause dell'incidente» ha detto ieri una fonte vicina all'inchiesta. La pista dell' incidente resta sempre quella privilegiata, ma ripetono tutti - «nessuna ipotesi è scartata». La prima cosa da trovare è dove tutto è cominciato. «Difficile, difficilissimo, ma non impossibile» ha commentato ieri all'agenzia Reuter Benjamin Gayrard, segretario generale della polizia scientifica. Tutto converge verso un punto nascosto alla base della guglia ormai carbonizzata, al lato sud, verso la Senna. In mezzo ai ponteggi del cantiere di restauro cominciato nel luglio scorso. Si pensa che lì sotto sia partita la scintilla del disastro, più in basso delle capriate di quercia. Quanto tempo il fuoco ha covato prima di attaccare il legno della struttura? La domanda ne porta con sé un' altra. Perché un segnalatore di fumo ha fatto scattare un allarme informatico alle 18 e 20 di lunedì? Un agente della sicurezza si è recato sul posto in cui avrebbe dovuto esserci un problema e non ha trovato nulla di sospetto. Nulla, né fiamme, né fumo, né odore di bruciato. 23 minuti dopo, è scattato un secondo allarme, questa volta in un punto diverso, un po' più lontano, a livello delle capriate di legno, e questa volta l' agente si trova davanti a fiamme già alte. È ormai troppo tardi. Un bug informatico potrebbe aver segnalato il primo fuoco in un punto sbagliato della cattedrale? O, ancora più inquietante, potrebbero esserci stati diversi focolai, riaprendo in questo caso l' ipotesi della pista criminale? Gli inquirenti continuano a ritenere più probabile un incidente, una fatalità o un errore umano, un cortocircuito (ben due ascensori erano stati installati sui ponteggi che avviluppavano la guglia), una sigaretta spenta male, un punto caldo provocato magari da una saldatura. La ditta responsabile dei ponteggi, Le Bras Frères, un'azienda familiare specializzata nel restauro di monumenti storici, esclude qualsiasi responsabilità. «Lunedì, l'ultimo dei dodici operai al lavoro sulla cattedrale, ha lasciato il cantiere alle 17 e 50 ha spiegato ieri un portavoce dell'azienda Tutto è stato fatto nel rispetto delle procedure e regolarmente annotato nei quaderni dei lavori: togliere l'elettricità, spegnere gli interruttori, chiudere la porta a chiave e consegnare le chiavi in sacrestia. E inoltre, lunedì, non era stato compiuto nessun lavoro di saldatura». In attesa di poter lavorare tra i resti delle capriate e della guglia che si trovano nella parte ancora non in sicurezza della cattedrale, gli inquirenti hanno cominciato a interrogare tutte le persone presenti dentro la cattedrale lunedì pomeriggio. L'obiettivo è «analizzare tutti i movimenti e se possibile anche tutti i gesti di chi era lì». Nonostante la distruzione della scena del delitto la procura di Parigi assicura che «si arriverà alla verità». «Anche quando avremo trovato il punto esatto in cui l' incendio è cominciato, analizzeremo come si è propagato. Non ci accontenteremo di una spiegazione basata su idee preconcette». Ovvero: fino all' ultimo l'ipotesi criminale non sarà scartata. Stabilire responsabilità servirà comunque a poco dal punto di vista dei risarcimenti assicurativi. Ieri una fonte del governo ha confermato al Parisien che «Notre Dame non è assicurata». Lo Stato proprietario della cattedrale - non è infatti tenuto ad assicurare tutti i suoi beni e potrebbe al massimo rivalersi sulle società che stavano lavorando ai restauri. Ma anche il massimo degni indennizzi (in questi casi qualche milione di euro) sarebbe comunque irrisorio rispetto ai costi della ricostruzione.

Notre-Dame, dopo le prime fiamme trenta minuti di errori. Ecco cos’è successo. Pubblicato giovedì, 18 luglio 2019 da Stefano Montefiori, corrispondente a Parigi su Corriere.it. Tre mesi dopo l’incendio che ha fatto crollare la guglia di Notre-Dame, la cattedrale più celebre al mondo resta al centro delle attenzioni di politici, cittadini, media, esperti d’arte. Martedì il Parlamento ha adottato in via definitiva il progetto di legge che dovrebbe consentire di raggiungere il traguardo: riapertura entro 5 anni. Una nuova ricostruzione del New York Times indica una serie di errori che la sera del 15 aprile hanno permesso alle fiamme di guadagnare terreno per 30 cruciali minuti. E mentre il rischio di un crollo totale non può essere scartato, una denuncia ha obbligato ieri il municipio di Parigi ad annunciare una «pulizia approfondita» delle scuole per fine luglio: asili nido, materne ed elementari della zona presentano tassi di piombo dieci volte superiori alla soglia consentita. La magistratura vuole appurare cosa abbia scatenato il rogo, la pista dolosa è scartata e si pensa a una sigaretta spenta male o a un corto circuito. Ma dopo le prime fiamme, c’è stato spazio per 30 minuti di errori. Il sistema anti-incendio è stato messo a punto in 6 anni da decine di esperti, ma quando alle 18 e 18 si è messo in funzione, l’agente della sicurezza davanti al monitor nel presbiterio non ha letto «fuoco» ma l’indicazione della sacrestia, il codice ZDA-110-3-15-1 (associato a uno dei 160 rilevatori di fumo) e infine il segnale che era scattato il meccanismo di aspirazione. L’agente era neo-assunto, al lavoro da soli tre giorni. Quattro minuti dopo il messaggio di allarme, ha telefonato a un’altra guardia di stanza nella chiesa chiedendogli di andare a controllare nella sagrestia, adiacente all’edificio principale. A 10 minuti dall’allerta, invece di avvertire i pompieri ha chiamato il capo, senza trovarlo. Venticinque minuti dopo, il capo ha richiamato e ha capito che l’incendio non era nella sagrestia, e ha detto alla guardia di tornare sotto la volta principale. Dopo aver salito 300 gradini l’uomo ha finalmente visto le fiamme nella «foresta», la struttura di legno di quercia che sostiene il tetto, e sono stati chiamati i pompieri. L’incendio stava bruciando le travi da ormai mezzora, e questo ha posto i vigili del fuoco in una posizione di svantaggio quasi impossibile da recuperare. Nel corso della serata i responsabili della sicurezza e le autorità hanno più volte detto di non essere certi di salvare la cattedrale, e qualche giorno dopo il presidente Macron ha detto in privato che a un certo punto si erano quasi rassegnati. È stato tentato il tutto per tutto, l’invio di pompieri nel cuore delle fiamme, con il rischio che non tornassero. Se la torre Nord fosse crollata, come pareva imminente, ciò avrebbe comportato la caduta delle campane e probabilmente la fine di tutta la cattedrale. Quando Macron ha convocato i vigili del fuoco per ringraziarli, non è stato un gesto formale. Quella squadra ha salvato Notre-Dame, e lo ha fatto rischiando di essere inghiottita dalle fiamme. Adesso i parigini e i turisti si sono quasi abituati alla nuova situazione: la guglia di Notre-Dame non c’è più ma la struttura portante sembra avere resistito, l’ingresso è vietato e lo sarà per anni ma il panorama dell’Île de la Cité non è snaturato. Eppure l’emergenza, in modo subdolo, continua. Secondo Antoine-Marie Préaut, conservatore dei monumenti dell’Île-de-France, «il rischio di crollo esiste ancora, perché non siamo ancora in grado di giudicare lo stato delle volte». La guglia è crollata ma l’impalcatura che la circondava per il restauro è sempre lì e nei prossimi cinque o sei mesi andrà tolta, con gravi pericoli per la stabilità della cattedrale. Poi c’è la questione salute: 400 tonnellate di piombo sono cadute nella zona sotto forma di polveri, e il sagrato è ancora vietato all’accesso. Livelli anormali di piombo sono stati trovati sui pavimenti di classi, mense e cortili delle scuole vicine. Aurélien Rousseau (Agenzia regionale della Sanità), ieri ha convocato una conferenza stampa per dire che «tutti i dati raccolti mostrano che la salute della popolazione è stata preservata». Un’inchiesta di Mediapart indica il contrario, e nel dubbio il municipio di Parigi ha avviato un’operazione di pulizia per approfittare delle vacanze, e garantire ai bambini di rientrare a settembre in locali non pericolosi.

Incendio Notre Dame: le ultime news e le cause. Domate le fiamme. Distrutto il tetto, una guglia ma la struttura è salva. L'incendio partito da un'impalcatura. Polemiche per i soccorsi, scrive Giovanni Capuano il 16 aprile 2019 su Panorama. Uno spaventoso incendio ha devastato la Cattedrale di Notre Dame nel centro di Parigi causando il crollo della guglia e del tetto e danni spaventosi, difficili da immaginare. Il rogo si è sviluppato in pochi minuti intorno alle 18,50. Inutile ogni tentativo di intervento da parte di centinaia di vigili del fuoco parigini e dell'esercito che ha isolato la zona. La Cattedrale era soggetta da poco tempo da interventi di restauro. L'incendio si sarebbe sviluppato sull'impalcatura allestita intorno alla parte centrale di Notre Dame per consentire i lavori. Per il momento il fuoco ha risparmiato la facciata nota in tutto il mondo. Non esistono evidenze che possa essersi trattato di un attentato o di un atto deliberato. Un'inchiesta per danneggiamento colposo è stata aperta dal Ministero della Giustizia. Le fiamme sono state domate alle 2.30 della notte. La struttura è salva. Poco prima della mezzanotte ha parlato il Presidente francese, Macron: "Ringrazio i pompieri che da ore stanno lottando per spegnere le fiamme. L'incendio è stato arginato; le prossime ore saranno cruciali ma la struttura dovrebbe resistere. Stasera vorrei dire che i nostri pensieri sono a tutti i cattolici di Francia e del mondo. Vorrei esprimere un pensiero per i parigini perché Notre Dame è la loro cattedrale ed immagino che per ciascun cittadino ogni fiamma apparsa sul tetto sia stata una grossa emozione. E' la nostra storia, la nostra letteratura, l'epicentro della nostra cultura, il punto da cui partono tutte le distanze delle strade che partono da Parigi, una cosa che è di tutti i francesi. E' la nostra storia ed ora brucia. Dobbiamo avere speranza ed orgoglio: i pompieri che hanno salvato quello che resta. Noi salveremo questa cattedrale ed il progetto per ricostruirla comincerà domani, lanceremo un appello ai più grandi talenti del paese e verranno qui per dare il loro contributo. Noi ricostruiremo Notre Dame perchè è quello che i francesi ci chiedono".

Incendio Notre Dame: la cronaca. L'incendio è stato segnalato ai Vigili del Fuoco di Parigi intorno alle 18,50. Inizialmente si è trattato di un filo di fumo bianco dal tetto che rapidamente si è trasformato nel rogo che in meno di un'ora ha causato il collasso del tetto e della guglia centrale, una delle immagini iconiche della capitale francese. Le fiamme si sono sviluppate - secondo la prima ricostruzione dei fatti - sulle impalcature che erano state momentaneamente montate per i lavori di restauro che dovevano interessare per i prossimi anni la Cattedrale. La zona intorno a Notre Dame è stata rapidamente evacuata e messa in sicurezza. L'incendio è stato seguito in diretta da centinaia di passanti e turisti che hanno dato l'allarme e poi hanno assistito attoniti alla devastazione di Notre Dame. In un primo momento è stata risparmiata la facciata anteriore con le due torri e i pompieri hanno lottato a lungo per preservarla. Intorno alle ore 20,30 un portavoce della Diocesi di Parigi ha annunciato all'Associated Press che le fiamme si sono trasferite all'interno della Cattedrale: "Sta bruciando tutto. Non resterà nulla". Il fuoco sta distruggendo la struttura in legno del XIII secolo. La Procura di Parigi ha annunciato l'immediata apertura di un'indagine sulle cause del rogo. Non risultano vittime o feriti. Intorno alle 22 le fiamme hanno colpito anche una delle due torri della facciata mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della struttura e obbligando i soccorritori a una corsa contro il tempo per cercare di fermare il rogo. Alle 22,20 il capo dei vigili del fuoco di Parigi annuncia che l'ora successiva sarà fondamentale per evitare il crollo della Cattedrale. Intanto i vigili del fuoco provano a mettere in salvo le opere d'arte più importanti. Un vigile del fuoco sia rimasto gravemente ferito nel tentativo di lottare contro le fiamme.

Incendio Notre Dame: le cause. Sarà l'inchiesta a fare luce su come sia stato possibile che un monumento del valore della Cattedrale di Notre Dame possa aver preso fuoco in maniera così distruttiva in pieno giorno. La prima ricostruzione è che le fiamme si siano sviluppate dall'impalcatura sul tetto, "potenzialmente" legato ai lavori di restauro che erano iniziati da qualche giorno. Le fiamme hanno distrutto il tetto che era ancora quello terminato nel 1326 alla fine della costruzione iniziata nel 1163. Il restauro aveva previsto la rimozione di 16 sculture di rame raffiguranti Gesù, i 12 apostoli e i simboli degli evangelisti che, dunque, si sono salvati dal rogo così come molti degli arredi sacri che erano, a quanto si apprende, conservati nelle sacrestie che non sono state colpite dall'incendio.

Incendio Notre Dame: le reazioni. L'immagine della Cattedrale in fiamme ha suscitano profondo sgomento in tutto il mondo occupando nell'arco di pochi minuti le prime pagine di tutti i siti internazionali. Il presidente francese Emmanuel Macron, che aveva in programma un discorso alla nazione, ha sospeso ogni attività per recarsi sul posto: "Come tutti i nostri compatrioti sono triste stasera di vedere una parte di noi andare in fiamme". Dagli Stati Uniti è intervenuto con un tweet Donald Trump: "E' terribile guardare l'incendio di Notre Dame. Forse aerei cisterna potrebbero essere usati per spegnere le fiamme. Bisogna agire velocemente!". Parole che hanno obbligato la Protezione Civile francese a prendere posizione spiegando che "rilasciare acqua da un aereo su questo tipo di edificio potrebbe causare il crollo dell'intera struttura". Migliaia di cittadini di Parigi si sono radunati lungo le sponde della Senna, fin dove è stato possibile avvicinarsi, per pregare e cantare assistendo al lavoro incessante dei Vigili del Fuoco. Una notte angosciosa, trascorsa dai parigini intorno al loro simbolo. Sul web all'interno di siti legati all'Isis e all'estremismo islamico sono comparsi commenti di gioia per quanto accaduto.

"Gli operai erano già usciti tutti". Cosa ha causato l'incendio a Notre-Dame. L'ipotesi degli inquirenti: incendio accidentale partito dal cantiere sul tetto della cattedrale. Ma gli operai erano già tutti usciti. Ecco quali sono le cause, scrive Sergio Rame, Martedì 16/04/2019, su Il Giornale. Sono state scattate le prime fotografie dall'interno della cattedrale di Notre-Dame. E documentano che la Croce e l'Altare centrale si sono miracolosamente salvati alle fiamme dell'incendio di ieri sera. Le immagini acquistano un significato particolare per i fedeli cattolici che, all'inizio della Settimana Santa, hanno rilanciato gli scatti accompagnandoli al motto dei certosini "Stat Crux dum volvitur orbis" ("La Croce resta salda mentre tutto cambia"). Ora che le fiamme sono state domate, è il momento di andare a fondo nelle indagini per capire cosa abbia scatenato quell'inferno di fiamme. Ieri sera la magistratura parigina ha aperto un'indagine per "disastro colposo causato da incendio". Gli inquirenti hanno, infatti, escluso il movente criminale, l'atto vandalico o peggio ancora quello terroristico. La pista, che stanno seguendo in queste ore, è quella dell'incendio accidentale. Le fiamme potrebbero essere divampate tra quelle impalcature che circondavano il tetto di Notre-Dame. Nella notte i magistrati dell'ufficio della procura di Parigi hanno già sentito gli operai che lavoravano all'appalto del progetto di ristrutturazione. Le indagini sono state affidate alla Direzione regionale della polizia giudiziaria e si preannunciano lunghe e delicate. Ci vorrà, infatti, parecchio tempo per riuscire a chiarire le circostanze di come sia scoppiato l'incendio. Secondo i primi elementi dell'indagine, è proprio nel tetto di Notre-Dame de Paris che l'incendio sarebbe iniziato, poco prima delle sette di ieri sera (guarda il video). "L'ipotesi di un incendio accidentale partito dal cantiere sul tetto della cattedrale - ha confermato una fonte all'agenzia Agi - attira l'attenzione degli inquirenti allo stato delle indagini". I punti interrogativi sono molteplici. Il tetto è un punto molto difficile da raggiungere: è completamente circondato da impalcature e si trova nel cuore di un vasto progetto di ristrutturazione avviato nell'estate dell'anno scorso. Le fiamme hanno divorato proprio questa parte della cattedrale e non sarà facile trovare prove materiali per cercare di spiegare l'origine del rogo. "Al momento dello scoppio delle fiamme - ha assicurato il portavoce del monumento - tutti gli operai avevano lasciato il sito". Ai lavori, però, partecipano almeno una decina di aziende che operano sotto la responsabilità della sovrintendenza architettonica dei monumenti storici e dello Stato che è anche il proprietario della cattedrale. "Gli addetti - fanno sapere gli inquirenti - saranno tutti interrogati a lungo per cercare di capire se un errore umano possa essere all'origine della tragedia".

Francesco Giambertone per il “Corriere della Sera” il 16 aprile 2019. Se lo chiede l' uomo della strada che vede in tv le immagini del disastro nel cuore di Parigi, se lo chiede anche l' inquilino della Casa Bianca, a migliaia di chilometri da lì, e nonostante il ruolo non resiste alla tentazione di improvvisarsi pompiere su Twitter: perché - scrive Trump - non usano degli aerei per spegnere il fuoco? Il suggerimento rimbalza fino in Francia e solleva già polemiche, che la Protezione civile francese deve domare come se le fiamme, quelle vere, non bastassero: i Canadair, spiegano, «rischierebbero di distruggere tutto» con una bomba d' acqua troppo potente per una cattedrale con novecento anni di Storia. È l' unica certezza, per ora, in un turbine di domande che da oggi - finito il calcolo dei danni - vorticheranno sulla Francia: perché non si è riusciti a spegnere prima l' incendio? I parigini e le centinaia di turisti hanno assistito per troppi minuti allo spettacolo del fuoco che devastava il tetto della cattedrale, abbatteva la guglia, faceva collassare la copertura. Non si sa cos' abbia fatto scoppiare il fuoco, probabilmente un incidente: sarà la procura di Parigi a chiarire le responsabilità. E a stabilire se c' entri qualcosa quel cantiere così unico, piazzato intorno alla guglia a 92 metri da terra, un' altezza proibitiva per un intervento tempestivo ed efficace: «Siamo bravi quando possiamo entrare nell' edificio e lavorare dall' interno - racconta un ex funzionario della Protezione civile italiana, Piero Moscardini - ma in una situazione del genere non potevano fare più di così. I pompieri sparavano acqua con lo snorkel, un cannone: al tetto quasi non ci arrivavano». Alla Parigi ancora in lacrime qualcuno dovrà spiegare se esisteva o meno un adeguato piano anti-incendio, per uno dei monumenti più importanti e fragili d' Europa, già bersaglio delle mire dei terroristi. Dovrà chiarire se in quel cantiere sono state seguite tutte le norme di sicurezza e sulla prevenzione, se ci fosse o meno un addetto a controllare che la ditta utilizzasse i materiali giusti, e se i fondi stanziati fossero sufficienti. Risposte che spetteranno, inevitabilmente, anche alla politica. Mentre Macron, a tarda sera, può solo complimentarsi coi cinquecento pompieri applauditi dalla folla: «Coraggio leonino, grande professionalità e tenacia: grazie». Sui siti francesi c' è spazio anche per il tweet della belga Opaline Meunier, consigliera comunale, che scatena la rabbia bipartisan: «Sono mattoni. Si ricostruiranno. Non ci sono feriti. Ci sono così tanti altri drammi per cui mi piacerebbe vedere qualcuno piangere». Lo cancellerà, comunque troppo tardi.

Francesco Giambertone per il “Corriere della Sera” il 16 aprile 2019. Sull' incendio divampato a Notre Dame non potevano intervenire i Canadair, gli aerei utilizzati spesso per spegnere i roghi nei boschi, al contrario di quanto suggerito su Twitter da Donald Trump. «Ognuno di quei velivoli - spiega al Corriere Piero Moscardini, ex funzionario della Protezione Civile - ha un carico di 5 mila litri d' acqua, e avrebbe dovuto lanciare da un' altezza di almeno 800 metri. Non si può sganciare una bomba simile su un edificio: avrebbe distrutto anche quel poco che forse si è salvato». Inoltre, con una tale colonna di fumo non ci sarebbe stata la visibilità necessaria a uno sgancio preciso, e si sarebbero messe in pericolo le vite di chi si trovava intorno all' edificio. Nemmeno gli elicotteri, che aiutarono a domare il fuoco che devastò La Fenice di Venezia nel 1996, avrebbero potuto fare nulla: «Era del tutto impossibile operare dall' alto». Il motivo principale per cui l' incendio è divampato così velocemente è l' enorme quantità di legno del XIII secolo presente nella struttura della cattedrale, in particolare nel telaio di sostegno della copertura del tetto: il punto che ha preso fuoco più in fretta ed è collassato sulla navata della chiesa. «Si tratta di legno vecchio, secco, è bruciato tutto violentemente», racconta Piero Moscardini, ex funzionario della Protezione Civile. «In uno scenario del genere basta veramente una scintilla». Anche il portavoce di Notre-Dame, Andre Finot, ha dovuto ammettere che «della struttura in legno non rimarrà nulla». L' incendio si è sviluppato intorno alle impalcature montate per i lavori di restauro: strutture composte per la maggior parte in metallo, ma non è escluso che anche lì vi fossero delle travi in legno - quelle su cui avrebbero potuto passare gli operai - e che potrebbero aver contribuito ad alimentare le fiamme. L' inchiesta della procura chiarirà anche questo. È possibile che il cantiere di ristrutturazione della guglia gotica - crollata per l' incendio - abbia avuto un ruolo. Secondo le prime indicazioni dei pompieri (ancora da confermare) il fuoco sarebbe partito proprio da un' impalcatura, in un orario in cui però il cantiere - posizionato a circa 90 metri da terra - non era in funzione. I lavori sono gestiti dalla società Socra, della regione del Périgord, attiva anche a livello internazionale. La ristrutturazione, iniziata mesi fa, si era resa necessaria per far fronte ai danni sempre più gravi portati dall' acqua e dall' inquinamento a una struttura vecchia di 856 anni a cui il restauro del 1844, con l' utilizzo di pietre di bassa qualità e di cemento, non aveva portato grandi benefici. Con i nuovi lavori si sarebbe dovuto sostituire il piombo del tetto e restaurare le grandi statue di rame collocate da 150 anni a un' altezza di 120 metri. E proprio l' altezza a cui è divampato il fuoco ha reso una situazione critica quasi impossibile da gestire per i pompieri.

CATTEDRALE IN FUMO. Da La Stampa il 21 aprile 2019. La società responsabile delle impalcature montate attorno alla guglia di Notre Dame ha ammesso che alcuni suoi operai hanno ignorato il divieto di fumare nel cantiere. Ad ammetterlo è stato un portavoce della ditta a cui erano stati affidati i lavori di ristrutturazione della cattedrale parigina, che si è detto «rammaricato» del divieto eluso. Ha escluso però che sia stato quella negligenza la causa del rogo che ha semidistrutto la chiesa simbolo della città. La reazione dell’azienda arriva dopo che un articolo del Canard Enchainé ha rivelato che gli inquirenti hanno trovato sette mozziconi di sigaretta nel cantiere. «In effetti, ci sono alcuni colleghi che, di tanto in tanto, hanno aggirato il divieto di fumare sul sito e ce ne dispiace», ha detto Marc Eskenazi, portavoce della Le Bras Fre’res. Gli operai hanno «ammesso con la polizia che effettivamente hanno fumato». Tuttavia, secondo il portavoce «è fuori questione» che proprio un mozzicone abbia dato origine all’incendio. Il portavoce dice di comprendere gli operai che hanno acceso la sigaretta a 9 metri di altezza (a tanto arrivava la guglia di i Eugène Viollet-le-Duc) o poco meno: era «un po’ difficile scendere dall’impalcatura, ci sarebbe voluto troppo tempo», ha detto.

NOTRE DAME SI POTEVA SALVARE: PERCHE’ E’ STATO IGNORATO IL PRIMO ALLARME? Francesca Pierantozzi per il Messaggero il 17 aprile 2019. «Non lo so, non lo so, non so come sia potuto succedere», Julien Le Bras quasi piange al telefono con il cronista dell' Est Républicain. Anche due anni fa riusciva a stento a trattenere le lacrime, quando, pieno di gioia, aveva annunciato a tutti che era stato lui, e la sua società familiare, Le Bras Frères, ad ottenere l' appalto per costruire i ponteggi del restauro della guglia di Notre Dame. Ieri lui e i suoi dodici operai che da luglio lavoravano sui tetti della cattedrale, sono stati tra i primi ad essere ascoltati dai cinquanta inquirenti al lavoro per stabilire come Notre Dame possa essere stata inghiottita dalle fiamme. «Non c' era nessun operaio» quando il filo di fumo ha cominciato ad alzarsi accanto alla guglia, ha detto e ripetuto Le Bras. «Abbiamo rispettato tutti i dispositivi e le procedure di sicurezza», ha continuato a ripetere: «Noi vogliamo più di tutti che sia fatta luce sulle cause di quanto accaduto». D' altra parte i Le Bras sono una media azienda (200 operai nel piccolo comune di Jarny, nella Meurthe et Moselle) ma conoscono il loro lavoro: li chiamano i restauratori di cattedrali. Sono intervenuti a Reims, Strasburgo, Amiens. Anche al Pantheon di Parigi. Cosa è andato storto a Notre Dame? Perché il procuratore di Parigi Rémy Heiz sembra già quasi sicuro: è stato un incidente ed è cominciato al livello del cantiere di restauro. Dove si lavorava ancora soltanto all' allestimento dei ponteggi. In tutto, cinque imprese stavano intervenendo nel progetto di restauro.

IL RITARDO. Il fuoco potrebbe aver covato tra le querce delle capriate trecentesche a lungo prima di esplodere con una ferocia distruttiva. «Anche per ore», dice una fonte vicina all' inchiesta. Questo potrebbe significare che un sistema di allarme più efficace, più sensibile, avrebbe potuto prevenire la tragedia. Un primo allarme è scattato alle 18,20. Quando è partito il fischio dell' allerta antincendio, i turisti hanno cominciato ad essere evacuati ma i pompieri subito arrivati sul posto non hanno trovato niente. Un sacerdote stava celebrando una messa in una cappella laterale: ha continuato. Poi il secondo allarme, alle 18,43: questa volta le fiamme già si vedevano sopra il tetto, gli ultimi fedeli sono stati fatti uscire di corsa, e sono cominciate le disperate operazioni di soccorso. «Niente può farci pensare che si sia trattato di un atto volontario», ha detto ieri Heiz.

LA SALDATURA. L' ipotesi che circola di più, ma non confermata da nessuno, parla di un problema nato al livello della saldatura di un ponteggio (metallico) ad una trave di legno.

Da verificare anche lo stato degli ascensori: ne erano stati allestiti ben due per consentire agli operai di arrivare fino ai 97 metri della guglia. Ieri gli agenti della Brigata criminale hanno interrogato anche tutto il personale della sicurezza. Trenta i testimoni ascoltati, ha precisato la procura. «L' obiettivo è capire cosa sia accaduto e stabilire eventuali responsabilità o mancamenti» ha detto al sito 20Minutes una fonte vicino all' inchiesta, secondo la quale «i lavori d' indagine saranno lunghi e molto complessi». Al lavoro c' è già la squadra speciale dei pompieri che si dedica alla «ricerca delle cause». I tecnici del laboratorio centrale della prefettura hanno già effettuato i primi prelievi per determinare l' origine delle fiamme. A causa della pericolosità della struttura (in alcuni punti anche le volte sono state danneggiate) gli inquirenti hanno previsto di utilizzare dei droni. Già cominciata anche l' analisi delle immagini di diverse telecamere di videosorveglianza, tutte quelle esterne ed anche alcune ancora funzionanti poste all' interno della cattedrale.

Notre-Dame, Paolo Vannucchi: il professore italiano che sapeva tutto (in anticipo) sul rogo, il dossier-shock, scrive il 17 Aprile 2019 Libero Quotidiano. C'è un italiano che aveva previsto la disgrazia di Notre-Dame, in modo sostanzialmente perfetto. Si tratta di Paolo Vannucci, professore di meccanica delle strutture all'Università di Versailles, lucchese, in Francia dal 1995. E al Corriere della Sera spiega come sapesse che il disastro poteva accadere, proprio nel modo in cui poi si è verificato: "Appena ho visto le fiamme ho pensato: ora cade tutto", premette. Ma la notizia sta nel report con cui comunicò per tempo alle autorità transalpine quali rischi si correvano: "Non hanno mai risposto", aggiunge con rammarico. Dopo gli attentati in Francia, a fine 2015, il Centro nazionale di ricerca scientifica di Parigi lanciò un appello per progetti di carattere scientifico a tema-terrorismo: "Così metto su un'equipe e lavoriamo a uno studio, di cui ero responsabile, sulla sicurezza della cattedrale", sottolinea Vannucchi. E le scoperte della sua squadra erano inequivocabili: "Notre-Dame a forte rischio incendio", convinzioni maturate dopo un sopralluogo avvenuto nel 2016. "Ci rendiamo conto immediatamente che c'è un pericolo enorme, palese: le capriate di legno del tredicesimo secolo sono difficili da raggiungere da eventuali soccorsi. In più - prosegue -, tutto quel legno è sormontato da un tetto di piombo di 210 tonnellate che in caso di incendio, pensiamo subito, si sarebbe fuso rapidamente impedendo lo spegnimento sia dall'interno che dall'esterno. Una volta partito non si poteva fermare". Tre anni dopo è accaduto ciò che Vannucchi aveva previsto: per filo e per segno.

Incendio Notre-Dame, quali sono le cause? Dai sistemi anti-incendio al cantiere, ecco cosa non ha funzionato. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Francesco Giambertone su Corriere.it. Martedì mattina i vigili del fuoco francesi hanno annunciato che l’incendio di Notre-Dame è stato completamente spento, dopo una serata e un’intera notte al lavoro. Mentre è partita la gara di solidarietà, spinta dalle donazioni dei miliardari francesi Pinault e Arnault, molto rimane da capire sui fatti di Parigi. La causa dell’incendio non è ancora nota. La procura indaga per «disastro colposo», esclude la pista dell’attentato e del dolo («Non c’è nulla che porti nella direzione di un gesto volontario», ha detto il procuratore, Rémy Heitz), e secondo una fonte di polizia citata da Le Parisien gli investigatori lavorano all’ipotesi di una fiamma provocata da un lavoro di saldatura sul telaio di legno del tetto della cattedrale. Già dalla notte tra lunedì e martedì la procura ha iniziato ad ascoltare le persone impiegate nei lavori: «C’erano cinque imprese nel cantiere. Vogliamo iniziare a sentire le prime quindici persone, quindici operi, che sarebbero stati ieri al lavoro», ha detto Heitz, che ha anche spiegato che ieri gli allarmi sarebbero scattati due volte: «La prima alle 18:20, ma dopo un’ispezione non era stato trovato fuoco. La seconda alle 18:43, e il fuoco a quel punto c’era».

Il peggio — la distruzione totale di Notre-Dame inghiottita dal fuoco — sembra scongiurato, ma martedì mattina alle 8 sono cominciate le valutazioni dei tecnici per capire se la struttura della cattedrale sia stata indebolita al punto da non essere più sicura e da rischiare cedimenti. Se quasi tutte le opere più importanti sono state messe in salvo, non è ancora chiaro lo stato dei rosoni e delle vetrate policrome vecchie di secoli. Sono crollate alcune sezioni della volta, fra cui quella del transetto, ma l’interno della chiesa è ancora complessivamente integro. Bisognerà accertare se le alte temperature abbiano compromesso la tenuta della pietra e del marmo, che, secondo gli esperti, tende a calcificarsi e a sbriciolarsi. Oltre 400 pompieri, con 18 cannoni ad acqua, hanno combattuto le fiamme sul tetto di Notre-Dame tra mille difficoltà. La conformazione del telaio del tetto, interamente di legno di quercia, ha facilitato il propagarsi del fuoco. Agire dall’interno era impossibile: colava piombo fuso dalla guglia, cadevano travi di legno, i cannoni non sarebbero potuti entrare dalle porte. Ma anche da fuori si poteva fare poco: il tetto della cattedrale è alto 45 metri, la guglia arriva fino a 92, mentre i bracci mobili dei camion dei pompieri, ha spiegato il generale Gilles Glin, ex capo di brigata a Parigi tra il 2011 e il 2014, arrivano «al massimo a 30 metri. Questa problematica rende l’intervento complicato nonostante il getto dell’acqua abbia una portata importante». Contrariamente ai pompieri americani, i francesi — come gli italiani — prediligono combattere il fuoco dall’interno degli edifici. Una tattica, ha spiegato l’esperto Serge Delhaye citato da Le Parisien, «più pericolosa per gli umani ma più efficace». Solo quando però la struttura non sembra a rischio di crolli: «Nessun generale manderà degli uomini a rischiare la vita per salvare un tetto di legno, nemmeno quello di Notre-Dame. Il nostro mestiere è salvare vite, e lì non ce n’era in gioco».

No. Tutti gli esperti (consultati dal Corriere e da altre testate internazionali) e persino la Protezione Civile francese hanno spiegato che un lancio di 5/6 mila litri d’acqua su un edificio di quasi novecento anni, in una zona urbana, avrebbe causato danni peggiori del fuoco, rischiando di abbattere quel che rimaneva di Notre-Dame e di ferire le persone impegnate nei soccorsi. Anche l’ipotesi degli elicotteri, rilanciata da alcuni, non era percorribile: la colonna di fumo non avrebbe reso possibile uno sgancio sicuro, e la portata dei «secchi» forse non sarebbe stata sufficiente a spegnere un incendio che si propagava tanto velocemente. Notre-Dame ha ovviamente degli allarmi anti-incendio, che hanno funzionato. «Li abbiamo sentiti verso le 18.30», ha confermato il portavoce della cattedrale, André Finot. Mancano invece dei sistemi automatici di spegnimento del fuoco, come quelli presenti negli alberghi, per intenderci. Pare sia complicato dotare edifici così vecchi di apparecchiature simili, per motivi architettonici: questi sistemi paradossalmente sarebbero molto rischiosi. «Non sono infallibili, si innescano molto velocemente — ha spiegato l’ex capo dei pompieri parigini — e rischiano di distruggere opere inestimabili. Fanno correre rischi e in un contesto simile causano più danni che altro».

Da anni la cattedrale di Notre-Dame, rovinata dalla pioggia e dall’inquinamento, aveva bisogno di un pesante intervento di manutenzione. Per lungo tempo la fondazione «Friends of Notre-Dame» si è battuta perché il governo francese finanziasse un grande restauro, di cui aveva parlato anche il Time nel 2017, citando una funzionaria del governo secondo la quale «Notre-Dame è un monumento come tanti, non cadrà». Lo scorso inverno il presidente della fondazione Michel Picaud aveva viaggiato negli Stati Uniti con l’obiettivo di raccogliere «20 milioni di euro dai mecenati americani, affinché il governo francese sblocchi altri 40 milioni per le parti da restaurare urgentemente nei prossimi 10 anni». A quel tempo aveva messo insieme le donazioni di 500 americani e 400 francesi. In totale, il grande programma di restauro doveva durare diversi decenni e arrivare a costare, per l’intera cattedrale, 150 milioni di euro. I cantieri della prima parte del progetto — sulla guglia e il tetto — erano partiti la scorsa estate, per un valore intorno ai 6 milioni. Da ieri, il tema della scarsa cura della cattedrale da parte del governo è tornato in parte d’attualità, ma anche qui le responsabilità saranno da accertare. 

Impossibile dirlo ora. Quel che pare sicuro è che l’indagine durerà molto e ci vorrà del tempo per avere nuove risposte: siccome gran parte del tetto è bruciato, proprio lì dove è scaturito l’incendio, non sarà semplice trovare elementi di prova su cosa abbia fatto partire la scintilla. Anche per la ricostruzione promessa da Macron ci vorranno decenni. Ma i francesi sembrano aver già deciso: rivogliono Notre-Dame lì dov’è stata per 850 anni.

Notre-Dame, raccolto un miliardo. Coro di critiche ai mecenati. Pubblicato sabato, 20 aprile 2019 dai Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi su Corriere.it. Bernard Arnault, patron di LVMH (il più importante gruppo del lusso al mondo) e uomo più ricco di Francia non se ne fa una ragione. «Trovo costernante che in Francia ci si faccia criticare anche quando si fa un’azione nell’interesse generale. In molti altri Paesi avremmo più che altro ricevuto complimenti», ha detto davanti agli azionisti. Qualche anno fa Pascal Bruckner scrisse un interessante libro intitolato «La saggezza del denaro» che denunciava appunto il rapporto difficile, nevrotico, dei francesi con la ricchezza. La Francia è un Paese cattolico dove i cittadini desiderano il denaro ma a differenza di quel che accade nel mondo anglosassone e in particolare negli Stati Uniti lo disprezzano, specialmente se appartiene agli altri. Per questo, e forse anche per la sensazione di assistere a una gara tra miliardari, da alcuni giorni gli ingenti finanziamenti per la ricostruzione di Notre-Dame sono subissati di critiche e la novità delle manifestazioni dei gilet gialli di ieri, 23° sabato di protesta, sono stati gli slogan e gli striscioni di insulti contro «il business travestito da carità». La notte stessa dell’incendio, pochi minuti dopo che il presidente Macron ha annunciato ai francesi la salvezza e la prossima ricostruzione di Notre-Dame, il primo riflesso è stato di François Pinault, a capo del gruppo Kering e storico rivale di Arnault, che ha stanziano subito 100 milioni di euro. La mattina dopo Arnault ha risposto con 200 milioni di euro, poi i Bettencourt-Meyers (L’Oréal) hanno aggiunto altri 200 milioni, la multinazionale Total altri 100, la famiglia di costruttori Bouygues e Marc Ladreit de la Charrière altri 10 milioni ciascuno fino ad arrivare a quasi un miliardo, ovvero più o meno la cifra che per adesso viene stimata necessaria per riparare la cattedrale ferita. Manon Aubry capolista della «France Insoumise» (il partito di Mélenchon) ha parlato di «un’operazione di marketing sulle spalle dei francesi» evocando poi ingenti sgravi fiscali. Arnault e gli altri hanno precisato che i finanziamenti non saranno defiscalizzati, ma l’odio verso i ricchi ieri pomeriggio ha comunque dilagato nei cortei.

Sorrisi e applausi ai pompieri. Il blitz sotto le navate E poi l’ordine: salvate le torri! Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Marco Imarisio, inviato a Parigi, su Corriere.it. «Meno male che non c’era gas». I tre pompieri hanno capelli e occhi da ragazzi. Parlano tra loro nel mezzo di Place de la République, libera uscita per pranzo. «Non avrei mai pensato in vita mia di fare un intervento per salvare un palazzo, insomma, la cattedrale» dice quello che sembra il più giovane. «L’ho trovato strano, ma comunque è andata bene». Nell’incendio di Notre Dame ognuno ci ha visto quel che voleva, dalla profezia sulla fine dell’Europa al segno della debolezza degli Stati sovrani. Per loro si trattava di un problema da risolvere, neppure dei peggiori. «Peccato per il crollo, ma tanto poi la sistemeranno. A gennaio comunque è stato peggio» aggiunge uno mentre si accende una sigaretta, e subito gli altri due annuiscono convinti. Sono frammenti di conversazione orecchiati, anzi rubati, a un gruppo di «soldati del fuoco» con la tuta arancione stretta alla vita. L’inquadramento militare li obbliga a una consegna del silenzio ancora più stretta di quella imposta ai colleghi italiani. Intorno a loro è tutto un «merci» dei passanti, anche dei venditori di palloncini che affollano la piazza. Una scolaresca accenna un applauso e il maestro che accompagna i bambini li invita a battere le mani ancora più forte. «Viva les sapeurs-pompiers, et bravo a tous». Lo scorso 9 gennaio è esploso un palazzo vicino all’Opera, nel IX arrondissement. Quattro morti, due pompieri. Se n’è parlato anche da noi, perché tra i feriti gravi c’era una ragazza italiana, Angela Grignano. Le vittime in divisa venivano dalla caserma alla quale sono diretti i tre ragazzi, rue du Château d’Eau, appena dietro la piazza, una delle più grandi di Parigi, famosa anche perché all’interno venne girato gran parte del primo film di Fantômas. Davanti all’ingresso c’è una scritta sull’asfalto, un «grazie» scritto a vernice nera, consumato dal passaggio delle auto. Non c’entra nulla con Notre-Dame, è un omaggio alla memoria di Simon e Nathan», i loro due compagni scomparsi. 

L’unica unità di misura è la vita umana. «Quando ci hanno chiamato per l’incendio, i superiori ci hanno detto chiaramente che nella cattedrale non c’era nessuno. Quindi eravamo tranquilli». L’assenza di retorica spiega forse la popolarità dei vigili del fuoco, a qualunque latitudine. Ma non restituisce la difficoltà dell’impresa. L’unica persona autorizzata a raccontarla è il colonnello Gabriel Plus, portavoce dei pompieri di Francia. Quando appare sulla spianata davanti a Notre-Dame, uno sciame di telecamere e giornalisti lo circonda al punto che i gendarmi devono fare da transenne umane per evitare che venga travolto. Poco prima, erano passati quasi inosservati Alain Juppé, ex grande speranza della destra gollista, un paio di ministri. 

All’inizio c’erano solo dubbi. «Che cosa troveremo lassù? E se va male quale via d’uscita possiamo trovare?». La prima ora è stata la peggiore. «Abbiamo deciso in corso d’opera. Il vento giocava contro di noi, soffiava forte e in cima alla cattedrale creava dei mulinelli, la cosa peggiore. I nostri quattro comandanti si sono dovuti dare una priorità, il salvataggio dei due campanili. Anche perché temevamo che potessero crollare». Con un lungo giro di parole, anche il colonnello Plus arriva al punto. C’era da fare una scelta. Le coperture e la guglia erano condannate fin da subito, e tutti lo sapevano. «Si trattava di preservare dei beni, di salvaguardare le strutture che potevano ancora resistere. Abbiamo schierato tutti i nostri mezzi per proteggere i campanili, mentre due squadre di pompieri entravano dall’ingresso principale nella cattedrale per svuotarla il più possibile».  Quando la guglia ha dato segni di collasso, gli uomini dentro la cattedrale sono stati fatti uscire di corsa. Sono stati sostituiti da Colossus, un robot a quattro ruote e quattro getti d’acqua gelata che servivano a raffreddare la temperatura interna. Mancavano quaranta minuti al crollo. «Da quel momento abbiamo concentrato ancora di più i nostri sforzi sullo spegnimento del fuoco dall’esterno. La caduta ci ha permesso di intensificare il lavoro sulle torri, perché non avevamo più il timore del fuoco che poteva colpire i nostri uomini dall’alto». La scelta di lasciare al suo destino la guglia costruita nel 1860 dal celebre architetto Viollet-le-Duc non è stata davvero tale, perché in realtà non c’era alternativa. I bracci meccanici per lo spegnimento degli incendi in forze ai pompieri di Parigi raggiungono i 30 metri di altezza. Alla base, la guglia ne misurava 40, per raggiungere in cima quota 96 metri. Per un’ora buona, dalle 19 alle 20, l’acqua non è mai arrivata a lambire le sue fiamme. Sono stati fatti mobilitati due mezzi con «leve» lunghe 46 metri da Versailles e Magnaville, ma era l’ora di punta e intorno a Notre Dame il traffico era impazzito. Quando sono arrivati, era troppo tardi. Nessuno saprà mai se il loro utilizzo avrebbe potuto salvare la vetta della cattedrale. Ai tre ragazzi della caserma di du Château d’Eau importa poco di polemiche future. A una signora che li ferma per ringraziarli, chiedono se ha da accendere. «Ci creda, è stata una cosa importante, ma abbiamo fatto solo il nostro dovere. Non eravamo neanche in straordinario». Imparare, dai pompieri francesi. Come da quelli italiani.

Incendio a Notre Dame, l’inferno di fuoco non è ancora spento. I 77 minuti che hanno inghiottito la storia. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 dal corrispondente da Parigi, Francesco Giambertone de il Corriere.it. PARIGI — Alle 19 e 51 — appena 61 minuti dopo il primo allarme — il momento senza ritorno: la guglia che dal Trecento si inerpicava a 93 metri di altezza si spezza, incandescente dopo oltre ora di fuoco. Crolla. I parigini e i tanti turisti che hanno assistito fino a quel punto in silenzio si lasciano sfuggire un «oh» di incredulità e dolore. È il segno che il dramma sta succedendo davvero, un lamento che esprime dispiacere infinito e quel senso di impotenza che ha fatto pensare a tutti «ma perché non arrivano gli elicotteri? Dove sono i Canadair? Che fanno i pompieri?», quando ancora si sperava che l’incendio potesse essere circoscritto. Cinquecento vigili del fuoco hanno poi combattuto per tutta la notte per salvare Notre Dame (le fiamme, all’alba, sono «sotto controllo, ma non ancora del tutto domate», secondo il viceministro dell’Interno) ma alle 19 e 51 il mondo intero comprende che sta accadendo l’irreparabile. La cattedrale dei re, della Rivoluzione che ne fece per qualche anno il tempio della Ragione, di Napoleone che si mise da solo in testa la corona di imperatore e di Victor Hugo che ne fissò il mito popolare poi ripreso da Disney, Nostra Signora di Parigi e di tutti gli europei, cattolici e non, rischia di scomparire. «Non siamo certi di potere salvare la cattedrale», ammette il viceministro degli Interni Laurent Nuñez, che poco prima ha accompagnato la sindaca Anne Hidalgo e il presidente Emmanuel Macron davanti alla chiesa in fiamme. Il fuoco devasta tre quarti di Notre Dame, poco dopo la guglia — alle 20:07 — è crollato il tetto in legno risalente al tredicesimo secolo, «la foresta» la chiamavano, costruita con le querce tagliate da un bosco di 24 ettari. In 850 anni di esistenza Notre Dame non era mai stata colpita da un incendio; quello che è cominciato intorno alle 18 e 50, in soli 77 minuti, quasi non le lascia scampo. «La prossima ora sarà decisiva», dice uno dei pompieri, a lungo si teme che le fiamme finiranno per divorare tutto. Uno dei vigili del fuoco rimane gravemente ferito, è l’unica vittima di una tragedia che ha colpito l’anima del mondo ma non i corpi. Poco prima della mezzanotte finalmente arriva l’esito della battaglia: «Il fuoco è diminuito di intensità — dice Nuñez —. Possiamo pensare che la struttura di Notre Dame sia salva, in particolare la torre Nord», quella che a un certo punto sembrava sul punto seguire lo stesso destino della guglia. La cattedrale è devastata, ci vorranno decenni per ricostruirla, ma non è vinta. Come dice il motto di Parigi: «Fluctuat nec mergitur, è sbattuta dalle onde ma non affonda». «È terribile», dice la sindaca Hidalgo, in un’altra delle notti di angoscia che accompagnano Parigi dal novembre 2015 degli attentati. Stavolta il terrorismo islamico è escluso, la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta per «distruzione involontaria» e ci vorrà tempo per conoscere nel dettaglio la dinamica del disastro, ma secondo i vigili del fuoco le fiamme si sono sprigionate dalla colossale impalcatura costruita tra luglio e novembre dello scorso anno. Colpa di un incidente, sembrerebbe, capitato proprio nel cantiere che aveva il compito di mettere in sicurezza Notre Dame, salvarla dal peso dei secoli passati e trasmetterla alle generazioni future. Per condurre i dieci anni di lavori previsti è stata edificata una struttura fatta di migliaia di tubi di acciaio e pesante 500 tonnellate, alta 100 metri, che doveva servire a restaurare per prima cosa la guglia. Per fortuna giovedì scorso le statue dei dodici apostoli e dei quattro evangelisti poste intorno alla guglia erano state deposte grazie a una gru e inviate à Marsac-sur-l’Isle per essere restaurate. Il rettore della cattedrale Patrick Chauvet assicura che anche il tesoro all’interno della chiesa è salvo, in particolare la corona di spine, secondo i credenti quella posta dai soldati romani sul capo di Gesù per oltraggiarlo poco prima della crocifissione. Il mondo intero segue il dramma di Parigi, i leader europei da Giuseppe Conte a Angela Merkel, fino al presidente americano Donald Trump che su Twitter ha il guizzo di suggerire «fate presto». Le fiamme di Notre Dame divampano sugli schermi di tutto il Pianeta pochi minuti prima di un intervento molto atteso del presidente francese Emmanuel Macron, che avrebbe dovuto rivolgersi alla Nazione e annunciare nuovi provvedimenti dopo il «grande dibattito nazionale». Discorso all’Eliseo annullato, Macron va davanti a Notre Dame per dire ai francesi: «È la nostra storia, la nostra letteratura. Questa cattedrale noi la ricostruiremo, tutti insieme. Da domani sarà lanciata una grande sottoscrizione nazionale». L’emozione unisce il mondo, con le inevitabili eccezioni. C’è l’esultanza online di molti jihadisti che si rallegrano per la distruzione di un simbolo della cristianità e dell’Occidente, la soddisfazione di qualche integralista musulmano francese che considera il fuoco a Notre Dame come la risposta di Allah al tweet blasfemo scritto da un ragazzino due giorni prima sulla Mecca, e non mancano alcuni sedicenti patrioti italiani che gioiscono per la disgrazia capitata a Macron. Idiozie a parte, Notre-Dame ferita è un momento di emozione collettiva che per alcuni cattolici francesi assume le dimensioni di un segno epocale, un messaggio. E a proposito di ricostruzione ecco — come sempre nei momenti cruciali — Michel Houellebecq, co-autore con Geoffroy Lejeune di un dialogo apparso appena qualche ora prima sulla rivista americana «First Things», che si conclude così: «La restaurazione del cattolicesimo nel suo antico splendore può riparare la nostra civiltà danneggiata? Siamo d’accordo, è quasi evidente: la risposta è sì».

Ma Notre Dame non può morire. Pubblicato lunedì, 15 aprile 2019 da Aldo Cazzullo e Marco Imarisio su Corriere.it. Quelli che ardono in tv e sugli smartphone sono legni e metalli; non è Notre Dame. Possono crollare pietre che saranno ricostruite; non può morire un simbolo, una fede, una nazione. Quando un popolo non sa più chi è, quando un Paese non conosce più la propria missione nella storia, quando una nazione antica, forse vecchia, dubita del proprio ruolo nel mondo, anche una tragedia può servire a scuoterla. Quando Victor Hugo scrisse «Notre-Dame de Paris», la Cattedrale non era forse ridotta molto meglio di come la lasceranno le fiamme divampate ieri tra le lacrime dei fedeli e lo sgomento dei turisti. I rivoluzionari l’avevano devastata e vagheggiavano di farne il tempio della Dea Ragione, o una cava di pietra. Le statue della facciata erano state abbattute, perché agli occhi dei giacobini non raffiguravano i re di Giudea ma i monarchi dell’Antico Regime. A ricostruire Notre Dame, prima ancora dell’architetto neogotico Viollet-le-Duc, fu un romanzo. Hugo non era animato da spirito religioso. Era un romantico che aveva intuito una cosa sfuggita nell’impeto rivoluzionario: Notre Dame era la Francia. Un popolo è il proprio passato; quindi la cattedrale dedicata alla Madonna rappresentava l’identità nazionale meglio ancora di Giovanna d’Arco o della Gioconda, già allora esposta al Louvre. Così lo scrittore inventò un amore impossibile tra un gobbo e una zingara, le due creature più disprezzate, che all’ombra delle guglie trovavano riparo dalla crudeltà del potere. Il successo fu immenso. Da lì nacque l’idea di salvare la cattedrale. L’incendio di ieri segna il culmine di una crisi dell’identità francese. Il rogo è scoppiato a causa dell’incuria, e al di là dell’abnegazione dei pompieri i soccorsi sono apparsi fin da subito inadeguati. Pure Macron è stato colto di sorpresa: stava preparando un intervento politico in televisione, ha capito che non poteva parlare d’altro, ma ha tardato a precipitarsi sul posto; dove del resto la sua presenza sarebbe stata letta come una conferma di impotenza, con quei getti d’acqua che parevano fontanelle rispetto alla grandezza della tragedia, mentre il tetto cedeva, la guglia – neogotica, non originale – si spezzava, il cuore stesso di Parigi tremava. Eppure il rogo è per la Francia anche la chance di ritrovare una coesione messa a dura prova dalla crisi economica, dalle incertezze del presidente, da un’opposizione sterile e a volte violenta. Da decenni il Paese che ha contribuito a dare al mondo i diritti dell’uomo e all’Europa il sogno della democrazia vive un grand malaise, un malessere che non può essere spiegato soltanto con il calo del potere d’acquisto e la distruzione del lavoro. La Francia dubita di se stessa. Una nazione che aveva un impero e si era assegnata un compito sente ormai di non contare molto più di nulla. L’incendio che ha devastato Notre Dame può essere il colpo di grazia; ma può essere anche il segno di una possibile rinascita. Il dolore ma anche l’orgoglio visto nella notte per le strade della capitale lo testimonia. Di sicuro, in passato i francesi avevano ben chiaro che Notre Dame non era soltanto una chiesa. Caterina de’ Medici vi celebrò il matrimonio che fece di lei la regina di Francia. Gli ugonotti vi cercarono scampo dal massacro della notte di San Bartolomeo. Il Re Sole vi accumulò tutte le bandiere strappate ai nemici dalle sue armate, e venne soprannominato «il tappezziere di Notre Dame». Napoleone pretese di essere incoronato qui dal Papa, in uno scenario di cartapesta per nascondere le distruzioni rivoluzionarie, ma la corona se la mise in testa da sé, mentre David schizzava disegni per la sua tela. Con Viollet-le-Duc il romanticismo si impossessò dell’architettura gotica, e vennero scolpite le gargouilles poi animate dal film della Disney e riviste nel musical. Quando venne l’ora di liberare Parigi dai nazisti, De Gaulle ordinò al generale Leclerc di arrivare il prima possibile a Notre Dame, sul sagrato da cui partono idealmente tutte le strade di Francia: l’avanguardia era la nona compagnia della seconda divisione, composta soprattutto da repubblicani spagnoli, tra cui molti mangiapreti, che avevano ribattezzato i loro blindati Guernica e Guadalajara, ma rimasero comunque colpiti dall’arditezza delle architetture, delle volte, dei contrafforti. Qui Chirac volle celebrare il funerale di Stato del suo predecessore Mitterrand, senza la bara però: mentre le due famiglie del presidente — quella ufficiale e quella clandestina — si riunivano in un cimitero di campagna, i potenti della Terra celebrarono l’alleanza tra trono e altare, con il cardinale Lustiger, ebreo convertito dal cattolicesimo, un po’ imbarazzato. Con Sarkozy, Hollande, Macron la sacralità della presidenza si è molto perduta. Il re è nudo, e anche la Cattedrale è indifesa. Stanotte i francesi piangono Notre Dame. Però la ricostruiranno. Servirà un altro grande architetto. Serviranno muratori pazienti, venuti da diversi Paesi del mondo. Serviranno le donazioni e le preghiere dei fedeli. Ma Notre Dame è un monumento alla fede e alla speranza. Possono bruciare le cose dell’uomo; ma quello che ci portiamo dentro è immune al fuoco come la salamandra, simbolo di Francesco I, non a caso il re che nella disgrazia commento: «Tutto è perduto, fuorché l’onore».

Il miliardario Francois-Henri Pinault dona 100 milioni  per ricostruire la cattedrale. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Corriere.it. «La ricostruiremo» ha annunciato il presidente francese Emmanuel Macron. E mentre ancora bruciaNotre Dame, in Francia è già scattata la corsa alla raccolta fondi per ricostruire il simbolo di Parigi.Il miliardario Francois-Henri Pinault, presidente e amministratore delegato di Kering, gruppo che possiede marchi di lusso tra cui Gucci, Pomellato, Saint Laurent, e presidente di Groupe Artémis nonché marito dal 2009 dell’attrice Salma Hayek, ha annunciato che donerà oltre 100 milioni di euro per la ricostruzione della cattedrale simbolo di Parigi. «Mio padre ed io - ha fatto sapere in un comunicato ufficiale, ripreso dai media francesi - abbiamo deciso di donare 100 milioni di euro per contribuire agli sforzi necessari per la completa ricostruzione di Notre Dame» si legge. «È la nostra storia, la ricostruiremo» aveva detto il presidente francese Macron annunciando lunedì che da oggi sarebbe partita una grande sottoscrizione proprio per raccogliere fondi. La regione dell’Ile-de-France sbloccherà invece 10 milioni di euro per i primi interventi di ricostruzione: ad annunciarlo la presidente della regione Valérie Pécresse.

Notre-Dame, da Arnault a Pinault è gara di solidarietà: dai gruppi del lusso 300 milioni per i restauri. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Il Sole 24 ORE. A poche ore dallo spegnimento dell’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre-Dame a Parigi, i due più grandi gruppi del lusso francesi, Lvmh e Kering, hanno annunciato di voler stanziare 300 milioni di euro per il restauro del monumento. Lvmh, con la famiglia Arnault che lo controlla, hanno annunciato una “donazione” di 200 milioni di euro al fondo dedicato alla ricostruzione della cattedrale: «La famiglia Arnault e il gruppo Lvmh vorrebbero mostrare la loro solidarietà in questo momento di tragedia nazionale e si associano alla ricostruzione di questa straordinaria cattedrale, che è un simbolo della Francia, del suo patrimonio e della sua unità» si legge in una nota. L’impegno di Arnault (Lvmh ha chiuso il 2018 con ricavi per oltre 46 miliardi di euro, in aumento del 10% rispetto all’anno precedente) segue una donazione simile da 100 milioni di euro per Notre Dame annunciata ancor prima dalla famiglia di François-Henri Pinault, al vertice di Kering, il secondo guppo del lusso francese (13,66 miliardi di fatturato, +26,3% sul 2017), attraverso la società di investimento della famiglia Pinault, Artemis: «Questa tragedia colpisce tutti i francesi e di gran lunga al di là di coloro che sono legati da valori spirituali. Di fronte a una simile tragedia, tutti vogliono far rivivere al più presto questo gioiello del nostro patrimonio», ha spiegato il presidente della holding di famiglia.

Incendio della cattedrale di Notre Dame, la Waterloo dell'idea di nazione. Mai era andata a fuoco una chiesa così centrale, così nazionale e così internazionale, così unica e così copiata nel mondo, scrive Francesco Merlo il 16 aprile 2019 su La Repubblica. Il fuoco è cieco, è vero, ma nell’Europa che diventa sovranista con Notre Dame sta bruciando l’idea di nazione. Quel tetto in fiamme è infatti il tetto che ci copriva tutti, non una rovina che va in rovina come Palmira o i Budda dell’Afghanistan e neppure come la Fenice, che fu incendiata da due elettricisti criminali ma era solo un teatro, sia pure prezioso. Mai era andata a fuoco una chiesa così centrale come Notre Dame, così nazionale e così internazionale, così unica e cosi copiata nel mondo, più francese dello Champagne e più mondiale dello Champagne, la Chiesa che ci fa sognare tutti perché c’è imprigionato dentro un gobbo innamorato che ogni giorno suona le campane per la nostra Esmeralda. Davvero Notre Dame è la Francia grande e compatta, che accoglie e al tempo stesso mette soggezione, più identitaria della spiritosa Tour Eiffel e del Museo del Louvre, con un larga navata che è capitale come Parigi visto che tutte le altre navate, piccole e concentriche, esistono solo per farle corona. Ci sono Notre Dame in Germania, in Inghilterra, in Italia, nel Nord Europa e persino in America perché è il monumento, il santuario, la matrice della civiltà europea, la Chiesa dei re cattolici che unificarono la terra dei franchi e fondarono appunto la prima nazione. Ed è più forte della Marsigliese perché è sopravvissuta alle ingiurie della rivoluzione che furono meno devastanti del fuoco di oggi. Notre-Dame è infatti una delle pochissime chiese cattoliche che non fu ”grattata” dai giacobini, i quali si limitarono a sfogare la loro furia nella distruzione delle statue sante. E Napoleone vi si fece incoronare. Alla fine, forse c’è un mistero che dà senso al fuoco cieco che forse è un avvertimento lanciato nel luogo antico che più segna il nostro tempo. Forse queste fiamme, che nessuno ha appiccato, illuminano l’epoca come una piccola Waterloo.

Con la guglia di Notre Dame si sgretola una parte della nostra identità di Europei, scrive Marino Niola il 15 aprile 2019 su La Repubblica. Non è solo la guglia di Notre Dame a crollare sotto le fiamme. Con lei si sgretola anche una parte della nostra identità di Europei che di quella cattedrale gloriosa abbiamo fatto uno dei simboli della nostra civiltà. Di quel patrimonio comune di valori, di sentimenti, di emozioni che si agita dentro di noi nei momenti più drammatici. Come un’aritmia del cuore che non si può controllare Come un riflesso condizionato dell’anima. Credenti e non credenti, euroscettici ed europeisti, qualunque siano la nostra nazionalità e parte politica, quella chiesa che brucia mette tutti d’accordo. Si spiega anche così la solidarietà che  è divampata con lo stesso impeto delle fiamme da ogni parte del mondo. E ha incendiato i social. Particolarmente toccante è la testimonianza del teatro La Fenice di Venezia, due volte distrutta dalle fiamme e due volte risorta, che ha twittato “Noi siamo stati devastati dal fuoco e ogni volta siamo rinati. Accadrà anche a voi, non abbiate paura, amici!”. In realtà con i suoi otto secoli di vita, diceva il grande storico transalpino Jules Michelet,  Notre Dame è essa stessa un libro di storia. Lì i parigini hanno vegliato il re Luigi il Santo. Lì Filippo il Bello nel 1302 inaugurò i primi Stati Generali del regno di Francia, lì Enrico IV ha sposato Margerita di Valois nel 1572.  Ed è sempre sotto quelle volte maestose che Papa Pio VII ha incoronato Napoleone I imperatore di Francia nel 1804. E sotto quelle vertiginose ogive gotiche che un oceano di popolo in lacrime ha cantato il Te Deum alla fine della prima e della Seconda guerra mondiale. Tutti eventi che hanno costruito l’Europa di ora. Se la storia a volta può dividere, i monumenti invece uniscono, perché sono storia stratificata, decantata, filtrata, accumulata e trasformata in simbolo che appartiene a tutti. In memoria che ci parla di un passato ormai pacificato. Non a caso nell’Ottocento a guidare la ricostruzione della Cattedrale devastata dalle furia della Rivoluzione, fu Victor Hugo che infiammò gli animi con il suo romanzo Notre Dame de Paris e promosse una petizione popolare perché quel luogo sacro alla patria tornasse al suo splendore. E non solo la storia dei grandi eventi è passata davanti a quella cattedrale imponente, con quella sagoma familiare che alterna la calma olimpica dei santi che svettano sulla facciata al ghigno demoniaco delle chimere che guardano la strada di sottecchi. Perché da più di un secolo su quel sagrato si è fatta la storia di noi tutti. Turisti, fidanzati, devoti, patrioti, amanti del bello, tutti ci siamo raccontati, fotografati o selfeggiati, o anche solo immaginati davanti a quella facciata per monumentalizzare un po’ anche la nostra vita. Per farla entrare nella memoria maestosa e romantica della douce France.

Otto e Mezzo, il rogo di Notre-Dame e la sparata di Corrado Augias: delirio europeista, dove si spinge, scrive il 17 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Le immagini delle fiamme che hanno devastato la cattedrale di Notre-Dame a Parigi ha scatenato i commenti più fantasiosi degli intellettuali italiani di sinistra a caccia di simboli europeisti da agitare come bandierine. In prima fila si è subito piazzato il giornalista Corrado Augias, che a Otto a mezzo da Lilli Gruber su La7 non ha perso l'occasione per piazzare le reazioni alla drammatica scena di Parigi sotto l'etichetta che più gli piace. Augias dice di aver ricevuto diverse lettere addolorate per la sua rubrica su Repubblica: "Quando succede una catastrofe come quella si risveglia un sentimento latente: e cioè che siamo figli tutti, in questo continente, di una cultura che ci accomuna, come quella del cristianesimo. Il rogo della cattedrale di Notre Dame ha messo insieme tutte queste cose". Un barlume di buonsenso arriva almeno sul futuro: "Nulla è scomparso per sempre, la cattedrale sarà rifatta, pioveranno fiumi di denaro e questo è un sintomo buono e sarà rifatta, come è stata rifatta tante volte nella sua storia secolare".

Notre-Dame, le fiamme che hanno bruciato la storia sacra e pagana. La memoria in fiamme: da Giulio Cesare a Carlo Magno, ai rivoluzionari, dal cardinal Richelieu, fino a Napoleone. Victor Hugo ne chiese la restaurazione dopo che la cattedrale era stata depredata e mutilata durante la rivoluzione, scrive Gennaro Malgieri il 17 Aprile 2019 su Il Dubbio. Parigi non è più la stessa e mai più tornerà ad essere quella che è stata per noi che l’abbiamo conosciuta ed amata. Le mancherà il cuore sistemato al centro dell’Ile de la Cité, nel mezzo della Senna grigia dentro la quale i desideri e le malinconie e i sogni nascono e muoiono un’infinità di volte ogni giorno affacciandoci dagli alti parapetti. A pochi metri dalle acque torbide del fiume nelle quali si sono consumate nei secoli nefandezze pubbliche e orrende miserie private, le fiamme di Notre- Dame hanno bruciato non soltanto un imponente edificio simbolo di una storia antica e dell’identità di un popolo, ma un sentimento collettivo che si riassumeva nell’infinita bellezza sprigionante da pietre, legni, opere d’arte e soprattutto dall’aura di sacro che ha sempre avvolto chiunque ha varcato la soglia della grande cattedrale. Quelle fiamme che attoniti abbiamo guardato sugli schermi televisivi, non finiranno mai di bruciare, neppure quando sarà ricostruito ciò che è andato irrimediabilmente perduto. E bruceranno i ricordi e le memorie e le preghiere e gli incanti di tutti coloro che hanno avuto la fortuna, almeno una volta nella vita, di solcare la navata centrale, di soffermarsi nelle cappelle laterali della cattedrale, di ammirare la sontuosa maestà dell’architettura gotica e di estasiarsi davanti alle grandi vetrate che nel 1540 illuminarono la mente e l’anima di Torquato Tasso uscito dal tempio come trasformato. Tuttavia i simboli unificanti non muoiono nelle coscienze dei popoli, di tutti i popoli a prescindere dalle latitudini, quando si ha la consapevolezza che quanto è stato distrutto rappresenta una parte del patrimonio della sola razza universale, quella umana. E quel luogo, la Notre- Dame delle nostre piccole o grandi estasi, delle emozioni che in chiunque ha suscitato, vivrà non soltanto per francesi, ma nell’anima di tutti coloro che ad essa hanno guardato nei modi e con gli intendimenti più vari soggiogati dalla sua bellezza e dalla esemplificazione di una maestosa orazione in pietra e legno e piombo: i materiali dei quali lo spirito di serve per esaltare il richiamo dell’Inconoscibile. Lo sfregio che il Destino ha voluto si compisse dopo mille anni dalla sua edificazione resterà come monito della caducità di tutto ciò che umano e a maggior gloria di ciò che sopravvive, sia pure impalpabilmente, nella dimensione dell’eternità. Notre- Dame esprimeva ed esprime, con quel che resta di essa, questa specifica funzione, al di là di ciò che è andato perduto per sempre e che sarà vivificato comunque dalla nostalgia, sentimento del ritorno più che del distacco.

Un luogo dello spirito. Sacro per chi crede, esempio di bellezza purissima per chi non ha il dono della fede, ma sa riconoscere i segni dell’immanenza in un’opera d’arte che è anche – soprattutto, direi – un’opera religiosa, disegnata e realizzata da mani umili non congiunte in preghiera, ma nella realizzazione anch’essa metafisica, potremmo dire con Charles Péguy, del compimento di un rito lungo secoli, il tempo della costruzione del tempio cristiano sulle rovine di un antico tempio pagano. Anche per questo Notre- Dame, ha costituito un riferimento universale nel corso della sua lunga e travagliata storia. Nell’area che venne scelta per costruire la cattedrale, sorgeva un tempio pagano dedicato a Giove per rendergli grazie dopo la vittoria di Cesare su Vercingetorige nel 52 a. C.: fu una specie di riconsacrazione di Lutezia, sottratta ai barbari nemici di Roma. E quando l’antica capitale gallica venne cristianizzata si pensò che la continuità sacrale imponeva che il nuovo luogo di culto si dovesse erigere sulle rovine del vecchio, come è stato in tante terre del mondo antico quando si riconosceva, a prescindere, dalle credenze, l’unità trascendentale delle religioni, come avrebbe definito quella nobile attitudine Fritijof Schuon. E Notre- Dame, anche per questo, venne riconosciuta, ben più delle altre chiese che la precedettero quali luoghi del cristianesimo primitivo, come lo “spazio” nel quale il legame tra la persona e Dio si concretizzava in un rapporto intenso ed esclusivo, al di là delle corruzioni del potere e delle ambizioni di chi utilizzava la religione come strumento di dominio. Notre- Dame, non meno della splendida cattedrale di Strasburgo e di quella di Reims, ha forse espresso al meglio la visione medievale, inveratasi fin nel cuore della modernità, dell’elevazione, al punto che un laico tutt’altro che credente come Victor Hugo nel 1831 le dedicò uno dei suoi libri migliori, ricco di suggestioni, affascinante e seducente perfino il lettore più ostile a comprendere il sentimento di pietà suscitato dalla devastazione di un edificio consacrato: Notre- Dame de Paris, venne scritto come atto di riparazione e di sensibilizzazione affinché si procedesse alla restaurazione della cattedrale, sottraendola all’incuria, dopo le devastazioni che su di essa si esercitarono durante la Rivoluzione francese. Hugo scriveva: "Senza dubbio è ancora oggi un maestoso e sublime edificio… così bello che è stato preservato con il passare degli anni, difficile non sospirare, non essere indignato per degradazioni, mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno simultaneamente fatto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlo Magno che aveva posato la prima pietra e per Filippo Augusto che aveva posato l’ultima". Lo scrittore eccedeva nel romanzare la storia della cattedrale. In realtà la prima pietra venne posta e benedetta da Papa Alessandro III nel 1163, regnante Luigi VII il Giovane e la costruzione, in una prima fase durò poco meno di cento anni, fino al 1250 quando venne completato l’edificio vero e proprio, mentre in un secondo tempo, molto indefinito, vennero aggiunti gli abbellimenti e furono operati interventi strutturali sia per rafforzarne le mura che per alloggiarvi cappelle e monumenti come quello del re Luigi XIII. Tuttavia l’intervento di Hugo, suscitò un interesse che se non si era spento nei parigini, certo si era affievolito, dopo la profanazione avvenuta nel decennio più feroce del terrore giacobino, dal 1789 al 1799. La cattedrale venne devastata; gli oggetti preziosi vennero per fusi, ma qualcuno si appropriò di tanti al- tri; le statue della facciata, sia quelle della galleria dei Re, sia quelle dei portali, vennero distrutte e così anche la flèche, la “freccia” per i francesi, vale a dire la guglia che abbiamo visto cadere tra le fiamme, venne parzialmente abbattuta. Il 10 novembre 1793 – una data che i francesi non avrebbero mai dovuto dimenticare – nel corso di una celebrazione blasfema in adorazione della libertà, la cattedrale di Notre- Dame venne “consacrata” dai rivoluzionari, capeggiati da Pierre- Gaspard Chaumette, Tempio della Dea Ragione. Una blasfemia che nel corso del tempo non è mai stata abbastanza condannata. Ed i francesi ne furono vittime inconsapevoli quando non impotenti; i francesi delle regioni profonde, delle campagne che davanti soldati al regno, preti alla chiesa…

Immaginiamo i bivacchi giacobini, le orge parolaie dei seguaci di Danton, Marat e Robespierre, le tricoteuses ridanciane disfare manufatti benedetti intorno ai quali si erano raccolti per secoli popolani ed aristocratici per impetrare la benedizione divina prima di guerre sanguinose o dopo tragedie personali. Una storia crudele che nella vicina chiesa, adiacente al piccolo museo Cluny, di fronte alla Sorbona, dove sorgevano le antiche terme “romane”, ebbe l’esito più efferato di crudeltà esercitata sui morti: la profanazione della tomba del cardinale Richelieu e la dispersione delle sue ossa. La Grande Rivoluzione aveva avuto ragione del nemico della Ragione. Notre- Dame, ancor prima che Hugo lanciasse il suo allarme, condiviso da buona parte dell’intellettualità parigina, venne riconosciuta per quella che era. Dopo il Concordato tra lo Stato francese e la Chiesa, firmato il 15 luglio 1801 da Napoleone Bonaparte e da Pio VII la cattedrale riprese la sua funzione e dopo un restauro piuttosto abborracciato e frettoloso, vi venne celebrata la prima messa dopo circa quindici a anni, il 18 aprile 1802 alla presenza di Napoleone e del legato pontificio Giovanbattista Caprara di Montecuccoli. Fu il preludio della fastosa incoronazione dell’imperatore avvenuta il 2 dicembre 1804 al termine di una messa votiva dedicata alla Vergine Maria, Notre- Dame appunto, celebrata da Pio VII. L’imperatore dei francesi, con le spalle al Pontefice, prima pose sul suo capo la corona e poi fece lo stesso ponendola sul capo dell’imperatrice Giuseppina. Sotto le volte della cattedrale si levavano possenti e mistiche, secondo le descrizioni dell’evento, le note del Te Deum di Giovanni Paisiello, il grande compositore napoletano. La scena solenne venne raffigurata da Jacques Louis- David in due dipinti meravigliosi, oggi uno al Louvre e l’altro a Versailles, che rappresentano meglio di qualsivoglia trattato politico il rapporto complesso tra potere spirituale e quello temporale. E dove se non a Notre- Dame, poteva essere celebrata la riconciliazione e la separazione al tempo stesso che avrebbe sancito l’ingresso della storia europea nella modernità? I rifacimenti post- rivoluzionari avevano salvato quasi tutta la struttura della cattedrale, molti manufatti trovarono ricetto nel citato museo Cluny dove – sia detto per inciso – pochi sanno che vi campeggia l’unica statua esistente dell’Imperatore Giuliano, impropriamente detto “l’apostata”, curiosamente affiancato dai simboli cristiani, lui che regnò solo diciotto mesi e venne elevato alla carica imperiale sugli scudi dalle legioni di Lutezia che comandava.

Il tetto della cattedrale, fino all’altra sera, era ancora quello originale, che sostituì la copertura provvisoria con l’installazione delle tegole di piombo per un peso totale di 210.000 chilogrammi, mentre il telaio di sostegno della copertura era in quercia. Tutto in fumo. Come la flèche di Eugène Viollet- le- Duc che non rivedremo mai più. E ci mancherà cercandola con gli occhi certamente smarriti venendo dalla rive droite, dal Marais, da rue de Rivoli, come il segno della prima tappa del nostro itinerario quotidiano, da flaneur alla ricerca di un orientamento che finisce quasi sempre lì, a Notre- Dame, prima di inoltrarci nel Quartiere Latino. Quella guglia ci mancherà. E mancherà ai parigini che dal 1860 hanno preso ad amarla come una presenza imprescindibile del loro paesaggio domestico, come le statue che la circondavano. Quarantacinque metri di assenza che non si staglieranno più nel cielo di Parigi e tra il Pantheon ed il Pére Lachaise perfino i grandi morti di Francia abbiamo l’impressione che si siano destati dal loro sonno nel momento in cui la flèche si è inabissata tra le fiamme, cadendo su stessa, diventando cenere. La storia è una sequenza incessante di edificazioni e di distruzioni. Ma vi sono catastrofi spirituali che sopravanzano quelle materiali e quando queste si uniscono alle altre non vi sono parole per descrivere il vuoto che si avverte. L’anima europea è rimasta scossa nella serata di lunedì 15 aprile. E’ come se si fosse aperto un baratro nella nostra identità e noi fossimo atterriti davanti al naufragio di fiamme davanti al quale la statua illesa di Carlo Magno sulla piazza antistante la cattedrale ci è parsa quasi come un aspetto di uno spettacolo di grandezza crudele: il primo imperatore difronte al prodotto più maturo e solenne e fastoso elevato a Dio dai suoi successori caduto nel tempo in cui le credenze si sono affievolite ed incoronazioni e funerali non se ne celebrano più da quelle parti. Ci intriga l’idea che perfino dalle parti di Achen una tomba si sia scossa… Certamente la catastrofe ha scosso il mondo. Per il semplice fatto che i simboli non possono o non dovrebbero morire e la Bellezza non dovrebbe conoscere affronti. Già, la Bellezza. Un pensiero a Feodor Dostoevskij. Il Destino uccide la bellezza che dovrebbe salvare il mondo, illudendoci insieme con il grande scrittore. Ma la bellezza è fragile, per definizione. E al destino non possiamo che opporre la nostra debolezza, ma anche la memoria che niente e nessuno ci può sottrarre: è la sola forza che ci rimane. Cammineremo ancora intorno a Notre- Dame e sfioreremo le sue mura e accarezzeremo ciò che resta della sua storia un po’ anche nostra. E l’ameremo più di quanto l’abbiamo amata inoltrandoci nel suo vivo medio evo che ci racconta di un’Europa eterna fatta di santi e di peccatori sfilati sotto le volte a crociera di un tempio cristiano.

Incendio Notre Dame: simbolo del cattolicesimo in cui Napoleone si fece incoronare imperatore. La prima pietra fu posta nel 1163 e in quasi 900 anni di storia solo durante la Rivoluzione l'abbazia subì una devastazione simile a quella odierna. Ogni anno oltre 13 milioni di turisti vengono a fotografarla da tutto il mondo, rendendola il monumento storico più visitato d'Europa, scrive La Repubblica il 15 aprile 2019. Patrimonio dell'umanità, simbolo del cattolicesimo e della storia di Francia che sorge sull'isola della Citè, nel cuore di Parigi, il monumento storico più visitato d'Europa. Questa è Notre Dame de Paris, la cattedrale devastata oggi da un improvviso incendio scoppiato sul tetto, in una zona dove pare fossero in corso interventi di ristrutturazione. Realizzata nello stile architettonico del primo periodo gotico, è una delle più antiche cattedrali europee e detiene un record di visite da circa 13,6 milioni di turisti e pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, patrimonio dell'umanità dell'Unesco dal 1991. La prima pietra venne posta nel 1163, sul sito in cui sorgeva il tempio sacro dedicato a Santo Stefano, e l'idea dei progettisti era quella di creare un edificio in stile gotico unitario e monumentale. Le dimensioni superarono di gran lunga quelle delle chiese dell'epoca e per diversi motivi stilistici ed architettonici è diventata una costruzione d'eccezione, un unicum nella storia delle cattedrali gotiche. Ad esempio è l'unico edificio antico gotico ad avere archi rampanti al suo interno, inseriti successivamente per mantenere muri ritenuti troppo sottili quindi instabili. Il suo interno è strutturato in cinque navate, con doppie navate laterali, che rappresentavano sicuramente un'eccezione per quei tempi. Sotto la balaustra della facciata vi sono le 28 Statue della Galleria dei Re, distrutte durante la Rivoluzione in quanto considerate simboli del dispotismo reale, ma poi ripristinate nel XIX secolo. Al centro della facciata occidentale c'è il celebre rosone con la Madonna che tiene in braccio Gesù tra due angeli. La sua imponenza cambiò profondamente il volto del quartiere in cui è stata realizzata, a pochi passi dal Palazzo Reale. Del resto venne edificata grazie all'intervento finanziario della Corona e della chiesa francese. Nel corso dei secoli è stata oggetto di diversi interventi di restauro, a partire dal Rinascimento, con l'inserimento al suo interno di decorazioni barocche, di monumenti funebri e altari laterali, tipici di quell'epoca. Uno degli interventi più significativi è stato quello operato nel '600 per volontà di Luigi XVI e nel 1756 intervenne un altro ritocco a vetrate e pareti. In quanto simbolo del cattolicesimo francese, fu devastata durante la Rivoluzione, tra il 1789 e il 1799. Tornò ad essere di proprietà della Chiesa solo nel 1801, in seguito al Concordato stipulato tra Papa Pio VII e Napoleone Bonaparte, ma era necessario un ampio restauro per riparare la devastazione subita e riportare la cattedrale in linea con l'originario stile medievale. Il suo decadimento era così avanzato che si pensò seriamente di abbatterla. Fu anche grazie al romanzo "Notre Dame de Paris" di Victor Hugo, grande estimatore della cattedrale, che l'attenzione per il venerando edificio tornò a destarsi. Il programma di restauro fu avviato nel 1845 sotto la direzione di Viollet-le-Duc, che realizzò anche i famosi gargoyles, scatenando la sua fantasia. Al termine dei lavori, il 31 maggio 1864, Notre Dame venne consacrata ufficialmente. Nei due secoli scorsi ci furono altri interventi strutturali di rilievo, sia all'interno che all'esterno. Nell'850esimo anniversario della fondazione, Notre Dame ha subito ulteriori migliorie, con l'introduzione di un nuovo e moderno sistema di illuminazione interna a Led. L'importanza di un edificio come Notre Dame per i parigini - e non solo per loro - si spiega con il fatto che qui si sono svolte in passato importanti riti civili, maestose ricorrenze religiose, cerimonie commemorative di personaggi illustri e funerali di Stato così come eventi politici di un certo spessore, a cominciare dalla prima Convocazione degli Stati Generali, nel 1302. Ma soprattutto l'incoronazione, celebrata il 2 dicembre 1804, di Napoleone a Imperatore dei francesi, con una sfarzosa cerimonia raffigurata nella famosa tela di Jacques-Louis David, conservata al Louvre. All'interno di Notre Dame ci sono stati anche due suicidi: quello di un giovane intellettuale in esilio a Parigi nel 1931 e dello scrittore Dominique Venner nel 2013. Dal romanzo di Hugo hanno ha poi tratto ispirazione il film Disney del 1996 "Il gobbo di Notre Dame" e lo spettacolo teatrale del 1998 musicato da Riccardo Cocciante.

Da Victor Hugo al général De Gaulle, la culla di fede dove si è fatta la storia. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Alberto Mattioli su La Stampa. Notre-Dame è, o forse con dolore si deve dire era, uno di quei monumenti così celebri che ognuno di noi, anche chi non c’è mai entrato, ne ha un’immagine, un ricordo, magari soltanto un flash. Per chi ha memoria storica, c’è solo l’imbarazzo della scelta. In pochi posti del mondo, in effetti, di storia se n’è fatta tanta: visite papali e incitamenti alla crociata, guerre e rivoluzioni, l’incoronazione a re di Francia di quello d’Inghilterra Enrico VI nel momento peggiore della guerra dei cent’anni (i re di Francia, quelli veri, si facevano consacrare a Reims) e il processo di riabilitazione di Giovanna d’Arco, il matrimonio di Maria Stuarda e la Dea Ragione, una ballerina, portata in trionfo sull’ex altar maggiore durante la Rivoluzione. E poi: l’autoincoronazione di Napoleone e il «Te Deum» celebrato dopo la Liberazione davanti al général De Gaulle, che aveva risalito a piedi gli Champs-Élysées, incurante che qualche cecchino tedesco sparasse ancora, mentre suonavano le campane mute dal 1940. Per i turisti, per chiunque sia stato uno di quei 13 milioni di visitatori che ci entrano ogni anno dopo code e controlli, Notre-Dame è un’icona di Parigi, un profilo familiare che poi, visto dal vivo, risulta quasi deludente (in effetti, è come il Duomo di Milano o le stoffe inglesi: meglio da dietro); per chi a Parigi cerca ancora il romanticismo, una massa grigia che incombe su una Senna in bianco e nero, come in una foto di Doisneau, o che sorge dalla Senna mentre fai il giro in battello. Per i fedeli, è la madre delle chiese di Parigi, il prodotto di nove secoli di cattolicesimo iniziati nel lontanissimo 1163, la fede fatta pietra della «figlia prediletta della Chiesa», quella Francia oggi maggioritariamente atea, o agnostica, ma le cui radici sono lì, e capace sempre di ravvivare una religiosità stanca con figure eccezionali, come l’ex «proprietario» di Notre-Dame, il cardinale Lustiger arcivescovo di Parigi, ebreo convertito, accademico di Francia, capace di dialogare anche con i laici. Che infatti affollavano le sue omelie. Per gli appassionati delle arti, è lo scenario di Notre-Dame de Paris di Victor Hugo, la cui pubblicazione, nel 1831, fu decisiva per «lanciare» i grandi restauri ottocenteschi e appassionare la pubblica opinione al gotico, già considerato «barbaro». Infatti sotto Napoleone I la chiesa era così malridotta che per nasconderlo si appesero alle pareti le bandiere prese al nemico ad Austerlitz. E ancora: quelle navate, coperte da una folla di dignitari, marescialli, falsi principi e veri cardinali, sono lo sfondo del Sacre di David, o l’eco della voce di Edit Piaf che canta, appunto, Notre-Dame de Paris. E pazienza se l’edificio attuale è un pasticcio, un finto gotico o meglio l’idea che del gotico avevano i romantici in generale e in particolare Viollet-le-Duc, il grande restauratore (o ricostruttore). È passato tanto tempo che quel finto gotico è diventato vero. Come sarà vera la nuova Notre-Dame, quella che nascerà dai restauri dopo questa tragedia. Sarà un’altra cosa, ma sarà ancora e sempre Notre-Dame. Questo è il destino delle icone: parlare a tutti, e a ognuno dire qualcosa di diverso. «Come tutti i nostri compatrioti, stasera sono triste di veder bruciare questa parte di noi», twitta Emmanuel Macron. Però, come diceva Thomas Jefferson, ambasciatore americano a Parigi in epoche più propizie alla grandeur, «ogni uomo ha due patrie, la sua e la Francia». I francesi si possono anche detestare, ma non si può negare che questo sia vero. Parigi resta una delle poche città «globali». Non è più, e da tempo, una delle capitali politiche del mondo. Ma resta una capitale della bellezza, della cultura, del sogno. Per questo veder bruciare Notre-Dame è un incubo per tutti, non solo per i francesi. Al solito, la catastrofe si consuma in diretta tivù, mentre le fiamme si alzano sempre di più nel cielo che si scurisce. È un’angoscia vedere il tetto che crolla, la flèche, la guglia di legno alta 45 metri e pesante 750 tonnellate (un altro vero falso della cattedrale, peraltro: risale al 1860) non svettare più sui tetti di Parigi. Ricostruiranno, restaureranno. Perché nonostante queste fiamme, ne siamo sicuri, Notre-Dame non era, è. Parigi, cantava Maurice Chevalier, sarà sempre Parigi: e Parigi, e la Francia, e l’Europa, e quello che siamo, senza Notre-Dame non è nemmeno immaginabile.

A Notre Dame il dolore del mondo libero. Sperando che non si tratti di terrore, scrive martedì 16 aprile Francesco Storace su Il Secolo d'Italia. Non ci sono vittime, ma pare l’11 settembre. Quelle fiamme da Notre Dame atterriscono il mondo, trasmettono inquietudine, seminano dolore ovunque. Perché con il fuoco va in pezzi una parte di Europa, quella delle cattedrali che uniscono gli Urali a Lisbona. È la Cristianita’ che viene ferita al cuore. Nelle prossime ore se ne capirà qualcosa, che cosa può essere successo, e voglia Iddio che non ci sia stato lo zampino di qualche delinquente.

La devastazione globale. Ma con la Cattedrale di Parigi brucia la speranza di vedere rimanere illesi i monumenti e i luoghi della preghiera dalla devastazione globale. Che ormai colpisce tutto. Se fossimo stati presenti lì ieri e non nei giorni del turismo, anche noi avremmo versato lacrime amare, perché questo tempo crudele ci espone a tragedie che nessuno potrebbe mai aspettarsi. Avremmo incoraggiato quei pompieri che restano la grande risorsa nei momenti dei disastri che colpiscono i nostri cuori. Ma non basta, perché impietrisce una frase del procuratore di Parigi. “Nessuna ipotesi può essere esclusa”. Anche quella che non vorremmo possibile. E se fosse terrorismo? “E’ troppo presto per ipotizzare cause”.

Nella settimana Santa…“Muore una parte di noi”, dice il presidente Macron ed è assolutamente vero. Perché siamo tutti atterriti dall’accaduto. Ed è per questo che il dubbio è atroce. Quell’opera ha resistito secoli, a guerre, ma crolla nella settimana di Pasqua. Nostro Signore, aiutaci a sperare che non siano stati i maledetti uomini del terrore. Nella nostra mente il rifiuto di credere alla profezia di Nostradamus; o almeno vogliamo scacciarne il pensiero, collegato al terzo conflitto mondiale. Ma quelle immagini sembrano impossibili da ricondurre alla fatalità, all’errore. Si piange per un monumento che crolla e pare incredibile. Non c’è lutto, ma è tragedia comunque, anche perché si teme il sangue di domani. Vorremmo essere certi che nessuno abbia ordito la distruzione della Cattedrale di Notre Dame. Non è genericamente una Chiesa che ha preso fuoco, ma tra le fiamme è l’umanità intera a perdere un pezzo  di storia e cultura.

Mille anni distrutti in pochi minuti. Sono mille anni distrutti in pochi minuti, ecco che cosa è successo a Parigi. In questi momenti cessa doverosamente ogni polemica con una Francia che a volte e sempre più spesso troviamo arcigna e malevola nei nostri confronti, perché è la storia a riportarci al dovere della solidarietà. Non è “roba francese”, ma qualcosa di tutti noi, in qualunque parte del mondo, che arde in quel maledetto fuoco che ci ha assalito così, in maniera davvero imprevedibile, se non dalla profezia di Nostradamus…Guardiamo convulsamente le agenzie che sfornano reazioni da tutti gli angoli dell’Occidente e anche oltre. E stiamo sempre con la preoccupazione che qualcuno si permetta di rivendicare quella distruzione. E apprendiamo che gruppi jihadisti esultano per il rogo. Vogliamo sperare che si sia trattato di una tragedia dovuta ad errori umani, qualcosa che non ha funzionato, anche se è terribile dover pensare persino all’incuria. Osiamo pensare al peggio. Sì, saremo strani e malfidati, ma il tarlo di un’azione sabotatrice non ci lascia la testa. Preghiamo Dio che non sia accaduto persino questo: sarebbe l’ennesimo insopportabile oltraggio.

FRANCIA, TRA SACRO E PROFANATO. Andrea Morigi per “Libero quotidiano” il 16 aprile 2019. Partita come «figlia primogenita della Chiesa», finisce patria del laicismo. La Francia ha seguito, a modo suo, l' invito di san Remigio al re Clodoveo che stava ricevendo il Santo Battesimo nella cattedrale di Reims: «Piega il capo, fiero Sicambro: adora ciò che hai bruciato e brucia ciò che hai adorato». Era la notte di Natale del 496 e allora si appiccava il fuoco agli idoli pagani. Oggi s' incendiano le chiese. Nella parrocchia di San Nicola a Maison-Lafitte, a nord di Parigi, il tabernacolo della chiesa è stato strappato del muro e distrutto per terra. Il gesto di violenza, l' ennesimo in poche settimane, ha sconvolto la popolazione del luogo. Il 5 febbraio la chiesa di Saint Alain a Lavaur, vicino a Tolosa, è stata data alle fiamme: distrutto il tabernacolo. La stessa chiesa ha subito una profanazione del crocifisso: un 17enne è stato fermato e ha ammesso le sue responsabilità. Il 6 febbraio a Nimes una chiesa è stata vandalizzata e le ostie consacrate sono state disperse. I vandali hanno anche disegnato croci con feci umane e animali sulle mura. A Digione, la settimana precedente, una chiesa è stata vandalizzata e le ostie sono state gettate per terra. Nella capitale, il portone della chiesa di Saint-Sulpice è stato incendiato il 17 marzo 2019 e si sospetta il rogo doloso: al momento dell' incendio c' erano persone nella chiesa. L' Osservatorio sulla Cristianofobia, ormai da anni, elenca uno per uno tutti gli episodi di profanazione dei luoghi di culto cattolici, un fenomeno che Oltralpe ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti. Nel 2017, su 978 atti vandalici, 878 sono stati commessi ai danni di chiese. Nei primi tre mesi del 2019 gli atti vandalici contro il patrimonio culturale cristiano hanno registrato una crescita di oltre il 53% rispetto allo stesso periodo dell' anno precedente. Dietro le aride statistiche, ci sono decine di cimiteri e tombe distrutti, furti di arredi sacri, tabernacoli scassinati per sottrarne l' Eucaristia. Gli attacchi non risparmiano nemmeno le persone consacrate: preti e suore vengono insultati per le strade, accusati di essere pedofili o puttane. Accade a Marsiglia, come riferiva Le Figaro del 5 aprile scorso. Si cancellano così anche le ultime vestigia di una civiltà. Il Medioevo è l' obiettivo di un odio che ha radici nella rivoluzione protestante, ma prosegue nelle nostre scuole e nelle università.

Sono i secoli bui. Un bel rogo quindi contribuirà ad accendere la luce della modernità. Lo dicevano anche i nazionalsocialisti quando bruciavano i libri: ciò che è sano risorge da solo. Ma per far risorgere opere come la cattedrale parigina di Notre-Dame, monumento gotico dedicato alla Madre di Dio e che ha più di 800 anni, occorre ritornare alla fede di quei tempi, quando artigiani e semplici cittadini collaborano a un' opera. Nel 1163, il vescovo della capitale Maurice de Sully e re Luigi VII, suo compagno di classe, avevano dato avvio al progetto, che sarà portato a termine nel 1272, dopo più di un secolo. Prima ancora di essere ultimato, il tempio ospiterà le spoglie di san Luigi IX, il re morto a Tunisi durante le Crociate. E perfino Napoleone aveva deciso di farvisi incoronare Imperatore nel 1804, peraltro da Papa Pio VII, che in seguito avrebbe rapito e tenuto prigioniero per quasi cinque anni. Attualmente appena il 4% dei battezzati partecipa alla messa domenicale: la fede cattolica dei francesi si è spenta. Il rogo di Notre-Dame suona come un monito soprannaturale per riaccenderla.

Folle tenta di dar fuoco a cattedrale di New York: voleva un'altra Notre-Dame? Un uomo di 37 anni è stato fermato dalla sicurezza mentre stava entrando nella Cattedrale di Saint Patrick a New York con due taniche di benzina. La polizia non ha ancora stabilito il movente del gesto, scrive Gabriele Laganà Giovedì 18/04/2019, su Il Giornale. Gesto di follia o attacco sventato ad un luogo sacro di New York? È ancora presto per avere certezze. L’unica cosa sicura è che quanto stava per compiere un uomo di 37 anni, forse affetto da problemi psichici, ha fatto immediatamente scattare l’allarme sicurezza nella Grande Mela. Il soggetto, identificato come Marc Lamparello, avrebbe tentato di dare fuoco alla Cattedrale di Saint Patrick. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, l’uomo si stava dirigendo verso la navata centrale con due taniche di benzina. Fortunatamente, però, è stato notato dagli addetti alla sicurezza e fermato prima che potesse mettere in atto il suo piano. La polizia, al momento, non ha ancora stabilito con certezza il movente e nemmeno ha voluto esprimersi sulla possibile disabilità mentale della persona arrestata. Le forze dell’ordine di New York hanno, però, confermato che Lamparello, quando è stato fermato dal personale di sicurezza, stava trasportando due taniche da 5 litri di benzina, un sacchetto con dentro altri due flaconi di liquido infiammabile e due accendini da cucina. Il 37enne si è giustificato con i poliziotti intervenuti sul posto dichiarando che stava "tagliando" all'interno della cattedrale per uscire verso Madison Avenue. L'uomo, poi, ha affermato di avere il serbatoio dell’auto senza carburante. Ma questa versione è stata smentita dalle indagini svolte sul posto. Gli agenti, infatti, hanno controllato la sua macchina e scoperto che non era affatto in riserva. Tutte le piste sono aperte. Non si può neanche escludere che il fermato, suggestionato da quanto accaduto a Notre-Dame, volesse appiccare un incendio alla Cattedrale di Saint Patrick. "Difficile capire quali fossero le sue reali intenzioni, ma uno che va in giro con taniche di benzina e accendini dà sicuramente grande preoccupazione" ha detto John Miller, vice commissario dell'area anti terrorismo della polizia di New York.

Da Il Fatto Quotidiano il 19 aprile 2019. Aveva acquistato un biglietto di sola andata per Roma Marc Lamparello, il 37enne arrestato due giorni fa all’ingresso della chiesa di Saint Patrick, la cattedrale di New York, con due taniche di benzina e degli accendini. Secondo la polizia, l’uomo, un insegnante di filosofia, avrebbe dovuto imbarcarsi giovedì pomeriggio dall’aeroporto di Newark, nel New Jersey, diretto in Italia. È tra l’altro emerso che Lamparello, fermato mercoledì sera intorno alle 20 all’ingresso di Saint Patrick due giorni dopo il terribile incendio che ha devastato Notre Dame, era già stato arrestato due giorni prima nella cattedrale di Newark, la Basilica del Sacro cuore, per aver rifiutato di lasciare la chiesa all’orario di chiusura. Lamparello, che era già noto alla polizia, è stato incriminato con l’accusa di tentato incendio doloso, messa in pericolo della vita altrui ed effrazione. Mentre si indaga per capire quali fossero le reali intenzioni del gesto dell’uomo – alle autorità ha raccontato che la sua auto era rimasta senza benzina e che per questo aveva con sé le due taniche, circostanza smentita dai controlli effettuati dopo il fermo – il vice commissario del dipartimento di polizia di New York John Miller ha detto che “non sembra ci sia alcuna connessione con gruppi terroristici o che avesse motivazioni terroristiche”. Il 37enne, che secondo il New York Times sarebbe stato sottoposto ad una perizia psichiatrica, vive in casa con i genitori, definiti molto religiosi, ad Hasbrouck Heights, in New Jersey. Nel corso degli anni ha insegnato in numerosi college ed università, tra cui il Brooklyn College, la Seton Hall University, ed il Lehman College.

Notre-Dame e l’islam. Parigi e la Francia devono scuotersi perché il futuro apre alla versione dello storico Dominique Venner e della russa Elena Tchoudinova. Intanto salve molte opere d’arte, scrive il 16 aprile 2019  Carlo Franza su Il Giornale. Ieri sera, 15 aprile 2019,  guardavamo  come increduli alla Cattedrale di Notre-Dame in fiamme. Ho pregato anch’io come quei francesi genuflessi a cantare l’Ave Maria. Sono convinto oggi che un miracolo c’è stato nell’aver visto in salvo l’altare centrale e la Croce dell’abside nella Cattedrale. Ciò avviene nella Settimana Santa  che è la settimana della Passione di Cristo. E come Cristo è risorto, risorgerà anche Notre-Dame a Parigi. Cattedrale che è seconda in Europa alla Basilica di San Pietro.  I danni sono stati immensi: due terzi del tetto sono stati distrutti e la guglia centrale è completamente crollata, ma la struttura portante di Notre-Dame è salva,  lo ha assicurato  il capo dei vigili del fuoco di Parigi, il comandante Jean-Claude Gallet. “Possiamo ritenere che la struttura principale di Notre-Dame è salva e preservata nella sua globalità”, ha dichiarato, tranquillizzando il mondo intero che temeva per la salvezza della cattedrale, simbolo di Parigi, devastata per ore da un colossale incendio. E ancora: “ I pompieri sono stati in grado di arginare il rogo nel versante nord, adesso possiamo dire che i due campanili sono stati salvati e stiamo raffreddando la struttura facendo molta attenzione all’interno”. Nulla da  fare per la guglia alta 93 metri che è crollata su se stessa; era stata eretta sui quattro pilastri del transetto.   Notre-Dame è uno dei simboli della capitale francese e il monumento storico più visitato d’Europa con un numero di turisti che oscilla tra i 13 e i 14 milioni ogni anno.  L’incendio  era iniziato ieri lunedì intorno alle 18.50, nel primo giorno delle celebrazioni della Settimana santa che porta a Pasqua. La chiesa era chiusa a quell’ora e nessuno si trovava all’interno. Le opere d’arte più preziose, radunate in emergenza nella notte nel vicino Hotel de Ville, il municipio di Parigi: dipinti, candelabri, inginocchiatoi, reliquie.  Questa mattina  alcune di queste hanno già preso la via del museo del Louvre, dove verranno restaurate.Altre – come i grandi dipinti danneggiati più dal fumo che dalle fiamme – seguiranno venerdì, ha annunciato il ministro della Cultura, Franck Riester. Tra le opere evacuate, infatti, ci sono i ‘grandi Mays’, gli ultimi tredici di 76 dipinti monumentali esposti nelle cappelle della navata, offerti ogni primo maggio tra il 1630 e il 1707 dalla corporazione degli orafi. In salvo anche la Corona di spine che, secondo la tradizione, Cristo portò sulla testa lungo la salita al Calvario, la reliquia religiosa più importante di Notre Dame. Salvati anche un chiodo della croce e la tunica di San Luigi. Sembrava invece andato perduto  per sempre il gallo di bronzo che sormontava la guglia a 90 metri dal suolo, ma l’opera di Violet-le-Duc è stata ritrovata tra le macerie della cattedrale da un esperto e consegnata ai pompieri. Non è ancora chiaro se la scultura contenga ancora il frammento della Corona di spine e le reliquie di Sainte-Geneviève e Saint-Denis che custodiva al suo interno. Scampata alle fiamme anche la campana più grande, 13 tonnellate, risalente a oltre 300 anni fa e ospitata nella torre sud, che risuonava durante le feste cattoliche o grandi eventi come la morte o l’elezione di un Papa. Al sicuro, anche se per puro caso, anche 16 statue rimosse dal tetto 4 giorni prima dell’incendio per essere restaurate a Périguex, in Dordogna. Resta invece l’incertezza sulla sorte dei tre organi: il più grande, cominciato nel XV secolo e terminato nel XVIII, con cinque tastiere e 8000 canne, “potrebbe aver sofferto ma non in modo catastrofico”, spiega il restauratore Bertrand Cattiaux a Le Monde, incaricato della manutenzione del prezioso strumento, danneggiato più “dall’acqua dei pompieri che dal fuoco”. Si ignorano al momento anche le condizioni delle numerose vetrate, tra cui quelle dei tre celebri rosoni del XIII secolo, alti fino a 13 metri, che raffigurano la Vergine, il Bambino Gesù e il Cristo: il piombo che lega insieme i vetri potrebbe essersi fuso. Così come è ancora incerto il destino degli stalli lignei del coro, mentre l’altare principale, istallato nel 1856, sembra essere rimasto intatto, anche se non sono ancora note le condizioni della sovrastante Pietà dello scultore Nicolas Coustou, commissionata da Luigi XIV e realizzata tra il 1712 e il 1728. Riprendo  le parole illuminanti e quanto ha scritto nel suo blog il vaticanista Aldo Maria  Valli: “ Notre-Dame brucia e vengono in mente certe statistiche. Come quelle sul deserto vocazionale francese,  con cinquantotto diocesi su novantotto che nell’ultimo anno non hanno avuto nemmeno un’ordinazione sacerdotale (e Parigi in costante calo rispetto agli anni precedenti). O come quelle sulla media dei cattolici che vanno regolarmente a Messa, crollata al quattro per cento. O come quella sul numero dei battesimi, crollati in modo così impressionante che, secondo alcune proiezioni, nel 2048 a Parigi ci sarà l’ultimo battesimo, mentre l’ultimo matrimonio cattolico sarà nel 2031 e nel 2044 non ci sarà più nemmeno un sacerdote nato in Francia. Notre-Dame brucia e vengono in mente certe definizioni. Come quella di un recente studio che parla di cattolicesimo francese “in fase terminale” dato che ormai il paese è quasi completamente post-cristiano, con molti edifici di culto chiusi, venduti o addirittura demoliti. Notre-Dame brucia e viene alla mente quanto ha detto tempo fa il cardinale Sarah, quando ha messo in relazione il crollo del cattolicesimo in Francia con il declino dell’Occidente, un  “Occidente che non sa più chi è, perché non sa e non vuole sapere chi lo ha formato e costituito”. Una sorta di suicidio che apre la strada ai nuovi barbari.

"UN COLPO AL CUORE DEI CROCIATI", L'ISIS CELEBRA L'INCENDIO CHE HA DEVASTATO LA CATTEDRALE DI NOTRE DAME DI PARIGI COME "UNA BUFALA E UNA PUNIZIONE".  Da Interris.it il 16 aprile 2019. Stavolta non c'è la rivendicazione. Non è stato il terrorismo internazionale a colpire Notre Dame de Paris, uno dei cuori pulsanti del cristianesimo europeo. Ma basta la tragica fatalità del rogo che divora il tetto della cattedrale sino a farlo collassare; è sufficiente vedere la guglia principale, con la croce in cima, ripiegarsi su se stessa e venire giù per far urlare di giubilo quella parte di mondo che, se non appartiene direttamente alla jihad, quanto meno la fiancheggia. Esultanza online Così, mentre la comunità internazionale, sgomenta, assiste impotente al crollo di un simbolo, sul web fioccano tweet e post di esultanza di utenti legati alla realtà dell'islamismo radicale. Manca la rivendicazione, appunto. Quella che c'era stata dopo Charlie Hebdo, il Bataclan, l'aeroporto Zaventem di Bruxelles, Manchester, Londra, Barcellona, Berlino e così via; ma i toni non cambiano. A rivelarlo Site, portale che segue da sempre le vicende del terrorismo di matrice islamica. "I jihadisti - si legge - si sono rallegrati per il fuoco che ha inghiottito la cattedrale di Notre Dame a Parigi, in Francia, condividendo le foto dei media con le fiamme e il fumo, e postando commenti che esprimevano la loro gioia". E ancora "gruppi affiliati all'Isis salutano l'incendio di Notre Dame". Complottismo Dall'altra parte della barricata, in una guerra che per larghi tratti si combatte sui social network a colpi di ideologia, non mancano utenti che non credono alla storia dell'incidente, puntando il dito contro l'Islam in modo indiscriminato. Così i commenti si trasformano in teorie più o meno complottistiche che mettono in guardia dalle politiche di accoglienza. Proprio mentre in Libia (solo per citare l'ultimo teatro bellico) si continua a sparare, lasciando immaginare una ripartenza dei flussi migratori verso l'Europa. Lo scontro di civiltà è già qui...

Notre-Dame, islamici radicali in festa: "La vendetta di Allah". L'agghiacciante coincidenza della kamikaze. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Libero Quotidiano. "La vendetta di Allah contro i razzisti colonialisti". La follia dell'Islam radicale non si ferma nemmeno di fronte a una tragedia simbolica, storica e culturale come il rogo che ha bruciato la cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Come spiega Fausto Biloslavo sul Giornale, Damien Reu ha dato la caccia alle reazioni più agghiaccianti trovate in rete a proposito del rogo, veri e propri inni all'odio. "Allah è grande", scrivono molti come corredo alle foto dell'edificio in fiamme. "Sul profilo Fb di Al-Jazeera Channel sono in molti ad esultare. Ovviamente tutti i nomi sono musulmani, anche se il disastro di Parigi sembra non essere stato un atto terroristico". Leggi anche: "Quando è scoppiato l'incendio...". Notre-Dame, un agghiacciante sospetto Tra l'altro "non è escluso, come è capitato in passato, che i resti dello Stato islamico rivendichi l'incendio pur non avendo alcuna responsabilità". C'è poi un'agghiacciante coincidenza: "Proprio ieri è stata condannata ad 8 anni di carcere Ines Madani, giovane aspirante kamikaze francese". Aveva cercato di dare fuoco a un'auto piena di bombole di gas nei pressi di Notre-Dame, per distruggerla.

Notre-Dame, "disastro colposo" e sciagura di Stato: le drammatiche colpe della Francia, scrive il 16 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Di Notre-Dame è salva la struttura muraria, insieme a un terzo del tetto. Il resto, guglia compresa, è bruciato, perduto per sempre. L'incendio devastante scoppiato intorno alle 18 di lunedì e durato fino a notte fonda ha sconvolto Parigi, la Francia e il mondo. La cattedrale gotica simbolo del Cristianesimo e monumento storico più visitato d'Europa, di fatto, non c'è più e ora si apre la caccia ai colpevoli. La Procura parigina ha aperto un'inchiesta per disastro colposo. Dito puntato sui lavori di restauro alla guglia, con la sostituzione di 16 storiche statue dell'800 trasportate nel Sud del Paese e miracolosamente preservate dalla distruzione. Ma proprio il cantiere della ristrutturazione potrebbe aver dato il via al rogo. Una scintilla, a cantiere fermo, e tutte le strutture in legno sono state ridotte in cenere. Sotto esame, però, c'è anche la macchina dei soccorsi. Non tanto l'eroismo dei 500 pompieri intervenuti "di persona", perché il ricorso ai Canadair dall'alto sarebbe stato ancor più devastante per il fragile edificio, ma il piano stesso di pronto intervento che è risultato clamorosamente carente. "In un cantiere di questo tipo - spiega al Messaggero l'ingegnere Guido Parisi, direttore centrale emergenza dei nostri Vigili del fuoco - un sistema anti-incendio normalmente è previsto. I mezzi dei colleghi francesi erano ovviamente più bassi rispetto al punto in cui è partito il fuoco. E teniamo conto di un altro dato: siamo in una zona centrale vicino alla Senna, è anche improbo muoversi con mezzi pesanti". A rendere più vorace il fuoco potrebbero essere state "le guaine di protezione del cantiere" e "la copertura di legno contribuisce ad alimentare il fuoco. Per questo i colleghi francesi hanno scelto di difendere la facciata, di limitare i danni". Ma la vera domanda è perché, vista l'impossibilità di intervenire massicciamente con i camion e per via aerea, a Parigi non era stato predisposto in forma stabile un presidio di uomini pronti a intervenire in caso di emergenza? 

La cattedrale di Notre-Dame non è assicurata. Spese a carico dello Stato. Pubblicato mercoledì, 17 aprile 2019 da La Stampa. La cattedrale di Notre-Dame non era assicurata: lo rivelano i media francesi, spiegando che lo Stato è assicuratore di se stesso per gli edifici religiosi di cui è proprietario, come la cattedrale. Gran parte dei costi per il restauro della chiesa incendiata lunedì, quindi, saranno a carico delle casse pubbliche. «Lo Stato farà quello che serve», ha detto il ministro della Cultura, Franck Riester. Verranno in suo aiuto le sottoscrizioni della colletta privata, che ieri ha toccato 700 milioni di euro e dovrebbe superare oggi il miliardo. Papa Francesco, durante l’Udienza generale, salutando i fedeli di lingua francese, si è detto addolorato per quanto accaduto e invitato a far sì che la «ricostruzione sia opera corale» e ha espresso «gratitudine di tutta la Chiesa a quanti si sono prodigati per salvarla».

Notre-Dame. Vittorio Sgarbi spiazza tutti: "La verità sul rogo, su cosa si deve indagare". Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Libero Quotidiano. Fatalismo e speranza. Vittorio Sgarbi è "colpito" ma non sotto choc per l'incendio che ha devastato la cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Perché in fondo, spiega il critico d'arte al Quotidiano nazionale, "anche gli incendi fanno parte della storia dell'arte" e in ogni caso, a differenza dell'11 settembre a cui è stato paragonato per forza evocativa, questo evento "si riduce a un incidente di cantiere senza altre implicazioni". Insomma, assicura Sgarbi, "la risposta sta nel rogo. E la scintilla nelle impalcature dei restauri che hanno issato il fuoco. La procura di Parigi non dovrà faticare molto a mettere in fila gli eventi". Leggi anche: Disastro colposo e sciagura di Stato. Le colpe dietro il rogo di Notre-Dame Oltre tutto, non siamo di fronte a una perdita artistica irreparabile: "Opere come Notre Dame sono il frutto di secoli di lavoro. Hanno alle spalle un'esistenza plurisecolare di modifiche, abbellimenti, restauri. Se guardiamo alle fiamme di queste ore con il metro della storia, capiamo che nulla è definitivamente perduto. Facciata e perimetro sono salvi. Andranno ricostruite la crociera e le guglie. Paradossalmente a crollare è stata una delle parti più recenti, frutto di un restauro di metà Ottocento". Sgarbi vede positivo: "Io dico che in una decina d'anni tutto sarà a posto. Tra dieci anni Notre-Dame sarà più bella di prima".

Da Il Messaggero il 16 aprile 2019. La tragedia di Notre-Dame ha un valore simbolico ma nulla di più. Almeno secondo Vittorio Sgarbi, storico e critico d'arte intervenuto a "Quarta Repubblica": «L'intervento dei pompieri è stati efficace. La guglia che è caduta è un'architettura del 1870. La tragedia è morale, sì, ma tutto è riparabile. Il crollo della cattedrale di Noto è stato più grave, in 10 anni l'abbiamo recuperata. Inoltre non ci sono morti, non c'è terrorismo. Questo pianto generale è inutile, è una tragedia legata a un simbolo perfettamente recuperabile. Non possiamo credere di non poter ricostruire qualcosa che è stato fatto nel 1800». Vittorio Sgarbi, guardando le immagini dell'incendio di Notre-Dame, commenta così: «Dobbiamo essere attenti la prossima volta che si fa un restauro a mettere le impalcature in sicurezza. Le fiamme sono divampate per un corto circuito nella struttura montata per il restauro». A chi gli fa notare il valore simbolico dell'evento, Sgarbi ribadisce: «All'interno non ci sono opere antiche, ci sono i muri e alcuni affreschi del secondo 800. Non è come una chiesa italiana che ha un palinsesto secolare. L'arredo è di strutture neogotiche, tipo E.T., cose scenografiche nessun capolavoro. Ma cosa abbiamo perso di Notre-Dame? Ditemi un nome, ditemi un monumento, una statua, una scultura. La corona di Cristo? E' una reliquia finta. La parte importante è nelle due torri, restate intatte». Lo storico conclude con un invito: «Basta retorica, bisogna distinguere tra le opere d'arte e le cartoline».

J’ACCUSE DI PHILIPPE DAVERIO. Pierluigi Panza per il “Corriere della Sera” il 16 aprile 2019. Risparmiata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, ma saccheggiata dai rivoluzionari francesi che ne asportarono gli oggetti preziosi e fusero i metalli, Notre Dame è un simbolo dell' Europa: vi si sono celebrati matrimoni che hanno unito Paesi ed è uno dei monumenti più visitati dai turisti.

Una sciagura europea?

«Notre Dame è la Francia, più che l'Europa - risponde il critico d'arte alsaziano Philippe Daverio -. Notre Dame e la Tour Eiffel sono la Francia. La cattedrale ha un altissimo valore simbolico e la ferita è un duro colpo per l' autostima francese. Non riuscire a proteggere i propri monumenti fa sorgere una valanga di pensieri nefasti per la nostra consistenza di cittadini».

Notre Dame è patrimonio Unesco dal 1991: ha un significato più simbolico e politico che artistico?

«Sì, anche se ha un grande significato per l' arte gotica, che fu lo strumento estetico di propaganda introdotto da Filippo il Bello. Tuttavia la grande cattedrale gotica fu Saint-Denis. Il patriarcato francese era a Sens fino a Richelieu. Notre Dame diventa protagonista con la costruzione del castello sull' Ile de la Cité, come si vede nel Libro d' ore del Duca di Berry».

Molta parte della costruzione del XII secolo era già stata devastata durante la Rivoluzione.

«Le statue della facciata furono distrutte, sia quelle della galleria dei Re sia quelle dei portali e anche la flèche ».

Poi arrivò Victor Hugo, che riuscì a costruire intorno ad essa il mito della Francia...

«Hugo creò il mito con la rivoluzione letteraria del febbraio 1830 quando avvenne lo scontro tra generazioni, quando Hugo e Gautier incominciarono a prendere in giro i vecchi. Fu una battaglia teatrale, volarono i cavoli e intervenne la polizia. Fu il tempo dell' Hernani, manifesto dell' identità romantica. E con il Romanticismo si andò a riscoprire il passato».

E così si restaurò la Notre Dame degli architetti Jean de Chelles e Pierre de Montereau che divenne un' invenzione ottocentesca del restauratore Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc...

«Dopo la salita al potere di Luigi Filippo d' Orleans nasce l' idea di Patrimonio francese. È da allora che, sotto la guida di Prosper Mérimée, si vuol dare un volto alla Francia. Si chiama Viollet-le-Duc, che faceva parte della Commissione per la salvaguardia delle opere d' arte e aveva rifatto il castello di Carcassonne, e gli si affida l' incarico di intervenire su Notre Dame per ripensare, anzi dare un volto alla Francia. La Francia prerivoluzionaria è divisa, anche linguisticamente; la si plasma rifacendo i monumenti antichi. Si pensa di chiudere la ferita rivoluzionaria ricostruendo Notre Dame».

Una ricostruzione come quella di Viollet-le-Duc oggi sarebbe anacronistica.

«Allora si stava inventando l' identità della nazione e questa ricostruzione innescò l' ammodernamento fino ai tracciamenti del barone Georges Eugène Haussmann, ovvero i boulevard».

Questa storia ci fa sentire meno dolorosa la ferita per la perdita?

«No, questa è una riflessione da storici dell' arte! La gente è convinta che Notre Dame sia del Duecento, più vecchia della scoperta dell' America. Questo fa capire quanto il simbolo valga più dell' autenticità. La flèche è il simbolo anche se è più giovane della guglia maggiore del Duomo di Milano finita nel 1769».

Cosa si perde dell' originale?

«La grande testimonianza antica erano le vetrate e la struttura del colonnato interno. Con la monarchia del XIII secolo, che parte con Filippo Augusto, nel giro di 25 anni bruciano tutte le chiese romaniche e vengono ricostruite in gotico, come Amiens e Chartres. Come una ragnatela nasce il gotico, il nuovo potere della monarchia».

Ci sono stati errori o responsabilità nella custodia?

«Con tutti i soldi che hanno in Francia potevano mettere una struttura a sprinkler , cioé spruzzatori automatici a pioggia o materiale ignifugante. Non è vero che non si poteva proteggere: 400 estintori automatici avrebbero bloccato l' incendio. La nostra irresponsabilità è quando non pensiamo di fare dei piani di sostegno e prevenzione. Bisogna ragionare, perché l' Europa è un enorme serbatoio di patrimonio storico, dovremmo tutelare di più i Beni. In Italia si è vissuto un dramma simile con il Teatro La Fenice di Venezia e con il Petruzzelli di Bari. Prima non si pensa che possa succedere qualcosa anche a noi».

Ricostruirebbe in stile?

«In genere il restauro in stile non è la strada giusta. Se entri alla Fenice ti accorgi che non è vera. Ma di fronte alle grandi catastrofi bisogna avere il coraggio di negare la catastrofe e rifare uguale a prima. Non è sempre necessario tenere la testimonianza. Si può rifarla uguale con adeguamenti tecnologici. Farei come abbiamo fatto ad Assisi per anastilosi, se possibile. C' è una documentazione infinita di questa cattedrale».

Per lei personalmente che ferita è?

«Ho abitato con mia sorella per anni nella strada accanto e ho battezzata lì mia nipote Valerie nel coro ascoltando l'organo. Provo una grande pena. Credo che uno che abita a Berlino provi meno effetto. Si andava al concerto d' organo alle cinque del pomeriggio, era un rito parigino. Andavi lì e sentivi dentro Quasimodo, il gobbo di Notre Dame, mitologia romantica: non era vero, ma andava nel vero, la sentivi così».

POTEVA MANCARE LA VIGNETTA DI “CHARLIE HEBDO” SULL’INCENDIO DI NOTRE DAME? Da AdnKronos il 16 aprile 2019. "Je commence par la charpente", "inizio dall'ossatura". Il giorno dopo l'incendio che ha devastato la cattedrale di Notre-Dame, il settimanale satirico Charlie Hebdo ironizza sul disastro dedicando la copertina al presidente francese Emmanuel Macron. La vignetta, su fondo rosso e firmata Riss, ritrae il capo dello Stato francese con le due torri in fumo al posto dei capelli e un sorriso sinistro stampato sul volto. "Je commence par la charpente", dice Macron nel disegno, ossia dalla struttura in legno della cattedrale distrutta dalle fiamme. Un riferimento diretto anche alla questione delle riforme. Ieri, a causa del gravissimo incendio, Macron ha rinviato il discorso in tv durante il quale avrebbe dovuto illustrare misure e provvedimenti dopo il 'grande dibattito' che ha animato la Francia a seguito delle proteste inscenate dai gilet gialli. Il settimanale satirico ha deciso, in via eccezionale, considerato l'accaduto, di anticipare la pubblicazione del suo numero questa settimana e sarà disponibile in una cinquantina di edicole già oggi a Parigi.

Da Il Messaggero il 16 aprile 2019. «Un pensiero a Notre Dame che brucia e un ricordo di questa... ma noi siamo diversi!», scrive Sergio Pirozzi su facebook, postando una foto della Cattedrale di Parigi in fiamme e, subito sotto, le due vignette di Charlie Hebdo pubblicate nei giorni dopo il sisma di Amatrice e che tante polemiche sollevarono in Italia. Un parallelismo, quello proposto dall'ex sindaco della città terremotata, oggi consigliere del Lazio (dopo aver corso per la carica di governatore), che tuttavia fa storcere il naso a molti sul social. Tra i tanti che mettono "like" e si dichiarano d'accordo con Pirozzi, infatti, ce ne sono altrettanti che lo criticano per il fatto di parlare delle vignette di Charlie Hebdo come se esprimessero il sentire di tutti i francesi e non fossero, al contrario, opera di un ristretto gruppo di giornalisti. Ancor più, dell'intervento dell'ex sindaco di Amatrice, viene attaccato il tono polemico in un momento di sofferenza per la Francia e qualcuno sottolinea come si tratti di un atteggiamento poco sensibile così come lo furono le vignette del giornale satirico. Charlie Hebdo ha pubblicato una vignetta anche sul disastro di Notre-Dame. Il disegno, su fondo rosso e firmata Riss, ritrae il capo dello Stato francese con le due torri in fumo al posto dei capelli e un sorriso sinistro stampato sul volto. «Je commence par la charpente», dice Macron nel disegno, ossia dalla struttura in legno della cattedrale distrutta dalle fiamme. Un riferimento diretto anche alla questione delle riforme. Ieri, a causa del gravissimo incendio, Macron ha rinviato il discorso in tv durante il quale avrebbe dovuto illustrare misure e provvedimenti dopo il 'grande dibattito' che ha animato la Francia a seguito delle proteste inscenate dai gilet gialli. 

MA ESATTAMENTE COM'È FATTO QUESTO "POPOLO DEL WEB"? Nicolò Zuliani per Termometro politico il 16 aprile 2019. L'incendio di Notre Dame è stato un disastro che ha colpito pressoché tutto il mondo. Milioni di persone hanno twittato le loro emozioni, subito riprese dalla stampa secondo il protocollo "il web". Nessuno sa davvero chi sia o dove abiti il web, ma torna utile quando si tratta di promulgare la narrazione "che tempi, signora, che tempi". Consiste nello scandagliare i fondali dei social network, pescare i commenti più idioti, farneticanti o estremisti, cucirli insieme e servire a tavola un ritratto desolante della popolazione mondiale, nascondendosi dietro l'autorevolissima parola "il web dice".

È una manovra diffusa quanto infame. Tutti abbiamo visto e sentito interviste - o letto blog fatti apposta - che raccolgono opinioni di deficienti, di solito intitolate "il peggio di". Ecco allora che Notre dame per il popolo è un attentato terroristico, una metafora dell'occidente, bruciamo tt le kiese, oscure profezie, i francesi se l'ammeritano perkè Ciarli Ebdo, haha guardate Trump vuole mandare i canadair di Di Mai00000!1!!!!!!11 e altre vette di umorismo da terza elementare. Quando leggiamo questi abissi di mestizia ci sentiamo molto intelligenti e vogliamo farlo sapere a tutti, così ci affrettiamo a cliccare e condividere, indignati e orgogliosi: Queste sono le conseguenze dí BerluscSALVEENEE, bisogna ripartire dalla scuola, ci vuole più Europa.

Dolcezza ed empatia rovinano gli editoriali indignati. Dopo che "il web" ha espresso la solita opinione cucita ad hoc, i VIP del giornalismo accorrono a strapparsi i capelli tuonando corsivi indignati. Che schifo, che mondo, che orrore, laggente è diventata razzista, sessista, omofoba, xenofoba e via col solito carrozzone. Peccato che "il web" sia una costruzione narrativa faziosa, parziale e ignobile costruita per fomentare altro odio, al solo scopo di aumentare le interazioni social. L'incendio di Notre Dame ha commosso e unito come raramente s'è visto. Governanti da tutto il mondo, supportati da milioni di persone indipendentemente dal colore politico, si sono stretti attorno alla Dama di Parigi. Persino i gilet gialli si sono fermati; è stato uno spettacolo di umanità e speranza enorme.

La scelta migliore. La terza legge di Newton funziona nel mondo fisico e in quello sociale: a ogni azione corrisponde una reazione uguale o contraria. Possiamo scegliere di diventare scimmie che si tirano la merda addosso, in modo che altre scimmie facciano lo stesso in un crescendo di livore, aggressività e infantilismo che di solito termina con dazi, incidenti diplomatici e guerre fredde-quasi-nucleari. Oppure possiamo scegliere di vedere il lato bello, raro e prezioso dell'incendio a Notre Dame. Il tweet del Teatro della Fenice. Uomini e donne di tutte le età in ginocchio che guardano una cattedrale del 1260 bruciare e cantano "Je vous salue Marie" senza cellulare in mano non stanno "cercando di spegnere l'incendio con le preghiere". Stanno facendosi coraggio l'un l'altro, pur non conoscendosi. Dipende come la si vede, ma anche come la si vuole raccontare.  Come Jep Gambardella, scegliere la grande bellezza invece dei selfie della cinquantenne sgallettata.

Greta agli europarlamentari:  «La cattedrale sarà rifatta,  anche la nostra casa crolla». Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Corriere.it. «Il mondo ha assistito con orrore e enorme dolore all’incendio di Notre Dame ma questa sarà ricostruita. Spero che le nostre fondamenta siano ancora più solide ma temo non lo siano». Lo ha detto l’attivista per il clima Greta Thunberg rivolgendosi agli eurodeputati al Parlamento Ue. «La nostra casa sta crollando e il tempo stringe — ha aggiunto — e niente sta succedendo. Bisogna pensare come se dovessimo costruire una cattedrale, vi prego di non fallire». «Mi chiamo Greta Thunberg e voglio che voi siate presi dal panico e agiste come se la vostra casa fosse in preda alle fiamme», ha detto in apertura di discorso la giovane attivista, ribadendo un concetto già espresso in altri interventi pubblici. «La nostra civiltà è così fragile, è come un castello che affonda nella sabbia. La facciata è splendida ma le radici non sono solide», ha proseguito sottolineando che «verso il 2030 avremo fatto scattare una reazione a catena che probabilmente porterà alla fine della nostra civiltà come la conosciamo adesso, se non ci saranno cambiamenti senza precedenti in tutta la nostra società, tra cui una riduzione nelle emissioni di CO2 pari almeno al 50%». Queste, «sono proiezioni sostenute da prove scientifiche», ha detto ancora con la voce emozionata davanti a una sala gremita, per poi commuoversi mentre parlava della deforestazione, della desertificazione, dei danni agli Oceani.

Franco Grilli per Il Giornale. Di fronte alle fiamme che distruggono Notre Dame, Roberto Saviano torna a parlare di migranti. Mentre il mondo piange per la Cattedrale distrutta e la comunità internazionale si mobilita per ricostruire uno dei simboli della cristianità europea, l'autore di Gomorra dà una sua lettura della vicenda. E dice che "no", l'Europa non "è in fiamme". Ma "piuttosto" crede che "l'Europa sia annegata nel Mediterraneo insieme alle centinaia di migliaia di migranti che in questi decenni sono morti senza che nemmeno ci sia giunta notizia della loro fine". Saviano ha affidato a Facebook la sua riflessione. "Osservare il dolore dell’Europa e del mondo intero per le fiamme di Notre Dame ha dato conforto per la tragedia - dice lo scrittore - Il dolore per l’incendio ha fatto sentire appartenenza alla storia europea, ma con Notre Dame a bruciare non è stata l'Europa. L’Europa è in fiamme? No. Credo piuttosto che l'Europa sia annegata nel Mediterraneo insieme alle centinaia di migliaia di migranti che in questi decenni sono morti senza che nemmeno ci sia giunta notizia della loro fine". Secondo l'autore di Gomorra "l’Europa è terra di Diritto, la sua cattedrale più imponente e più preziosa è il Diritto e si sta inabissando da molto tempo". Quindi il problema non sembra essere tanto se Notre Dame viene abbattuta dal fuoco. "Gli 800mila esseri umani imprigionati e resi schiavi in Libia, e ora in grave, gravissimo pericolo più che nei mesi scorsi - asserisce - sono il fallimento di un'idea e di un progetto, quello europeo, che va nella stessa disumana direzione di chi dice di volerla abbattere perché debole nel trattare la questione migranti". Insomma, l'Ue non sta bruciando con Notre Dame ma sta "affondando". E, scrive Saviano, "mentre ci affanniamo a sperare che una cattedrale venga ricostruita, ignoriamo le centinaia di migliaia di vite che in questo momento, anche per causa nostra, stanno vivendo l'inferno. Ha ragione Michela Murgia: il colpo al cuore dell'Europa lo stiamo guardando dal lato sbagliato". Non sono pochi i commenti negativi in calce al suo post. "Non ce la fai - dice Cristiano - Ma lascia stare i migranti. Riesci a infilare i migranti morti in mare dappertutto". E ancora: "Dire che il tuo post è inopportuno è un eufemismo - attacca Valerio - Qui si sta paragonando la storia della cultura europea a ciò che avviene nel mediterraneo a causa delle politiche sbagliate e deleterie dei singoli stati. Notre Dame fa parte della storia, della civiltà, del genio, dell' identità di noi europei, non è minimamente paragonabile con ciò che avviene nel Mediterraneo". E qualcuno gli fa notare che avrebbe potuto dire "una parolina sui musulmani che esultavano" all'incendio della Cattedrale.

Siamo uomini e cattedrali. Pubblicato mercoledì, 17 aprile 2019 da Massimo Gramellini  su Corriere.it. Roberto Saviano e Michela Murgia rimproverano all’Europa di piangere a dirotto per Notre-Dame e non per i migranti morti in mare. Anche a Greta Thunberg, la giovane ambientalista, girano vorticosamente le trecce al pensiero che una chiesa in fiamme ci sconvolga più di un pianeta in fiamme. Quando ti batti per una causa giusta, tendi comprensibilmente ad anteporla a qualsiasi altra. Ma per criticare chi si mostra insensibile al destino degli esseri umani è improprio prendersela con chi si mostra sensibile a quello dei monumenti. I ragazzi che da tutta Europa accorsero nella Firenze alluvionata del secolo scorso per mettere in salvo i papiri delle biblioteche non erano meno meritevoli di coloro che si battevano contro le guerre: talvolta erano gli stessi. Non esiste opera più nobile che sottrarre un uomo alla morte, ma le opere d’arte sono ciò che rende l’uomo immortale. Il loro valore simbolico trascende le polemiche, le fazioni e i ragionamenti mondani per parlare direttamente ai cuori. Il Rinascimento fu un’epoca di intrighi e massacri che mise l’uomo al centro, spesso per accopparlo. Eppure noi posteri lo ricordiamo tanto per l’efferatezza dei suoi crimini, quanto, se non di più, per la meraviglia delle sue opere. E comunque non è mai giusto stilare classifiche: chi sa piangere per un monumento sa piangere anche per un uomo.

Un'opera d'arte vale più della vita umana? Istintivamente salveremo una persona piuttosto che un quadro, la gli uomini passano mentre i capolavori restano, scrive  Marcello Veneziani il 19 aprile 2019 su Panorama. A dieci anni dal sisma, L’Aquila è «una scatola vuota», la gente è in salvo, ma l’anima della città, con le sue opere d’arte e i suoi luoghi decisivi, è migrata in un imprecisato altrove. Ben oltre L’Aquila risale un quesito decisivo e generale: ma le opere d’arte valgono più delle persone viventi, la salvaguardia della bellezza viene prima o dopo la salvaguardia delle vite umane? È una domanda che non abbiamo il coraggio di fare. Dopo un terremoto si deve decidere se dare priorità al restauro di una chiesa o di una torre crollate o alle case e ai luoghi di lavoro della gente. Sullo sfondo è l’alternativa tra Bellezza e Salute, tra Arte e Bisogno. Oppure quando vediamo una chiesa senza sacerdoti né fedeli e sorge la tentazione, espressa da Papa Bergoglio, di utilizzarla a scopo sociale e umanitario anziché salvaguardarne il valore artistico-religioso. È un’alternativa dolorosa, tra bisogno e bellezza. Fa il paio con l’aut aut tra salute e lavoro, come accadde a Taranto con l’Ilva, se salvare prima l’ambiente e la salute o l’industria e l’occupazione. Un’altra dolorosa alternativa irrisolta. Da tempo in Occidente prevale il primato assoluto dei diritti umani: l’unico assoluto è la vita umana, il resto è relativo. Non decreteremo mai la morte di un uomo per salvare un monumento o un capolavoro. Siamo umani troppo umani per poterci permettere queste lussuose crudeltà e questo pensare in grande, preferiamo le rovine ai cadaveri. Ma dal punto di vista sovrumano, «là dove tutto è ordine e bellezza», gli uomini passano e invece le opere d’arte, che condensano lo spirito umano, restano. Non lo dico immaginando un Dio dandy, un Dio esteta che sta tra Nietzsche e Wagner, Baudelaire e Oscar Wilde; lo dico nel nome superiore della verità e della bellezza, considerando il capolavoro come vertice e sintesi dell’umanità. Ammetto: non darei mai l’opera di Leopardi in cambio della sua salute e della sua felicità; non baratterei mai il suo canto A Silvia con il coronamento della sua storia d’amore con la medesima. Preferisco la sua infelicità, la sua cagionevole salute, la sua solitudine, che furono così feconde di opere mirabili. Non è cinismo, ma primato della vita spirituale sulla vita biologica, ovvero della vita grande sulla vita piccola. Capovolgo un famoso adagio: «primum philosophari, deinde vivere». Nella romanità il «monumentum aere perennius» valeva più della trascurabile esistenza di un uomo. Se l’esempio pagano è remoto, seguiamo l’esempio cristiano. Nonostante il richiamo alla pietas e al valore inestimabile della vita umana professato dal cristianesimo, quante volte fu preferita la grandezza di una cattedrale, la magnificenza di una statua o di un affresco al soccorso ai poveri e ai bisognosi? Anche la chiesa tra gloria e welfare spesso ha ceduto alla prima; e comunque le opere di misericordia, tra ospedali, ospizi, scuole, assistenza, si sono perlomeno alternate alle opere innalzate alla gloria di Dio, dei Cieli e dei Santi. La bellezza è un’esigenza naturale e soprannaturale e non può essere posposta alla carità e all’amore per le creature. Se così non fosse oggi venderemmo i nostri capolavori per sanare il Debito pubblico. Meglio un asino vivo che un artista morto... Succede quando si vive solo per l’oggi. La magnificenza non può essere subordinata all’utilità sociale. Non si può ridurre il patrimonio religioso di bellezza ad asilo permanente dei senzatetto o ricovero per gli immigrati. La bellezza non va sacrificata alle esigenze pubbliche contingenti. Si può cercare un punto d’equilibrio ma il «bene» soggettivo non può venir prima di un bene assoluto, com’è l’opera d’arte. Certo, la bellezza non può essere sequestrata dalla vita, isolata dalla realtà, salvata dagli stessi uomini ma va vissuta, respirata, toccata. È assurda l’idolatria della conservazione, la tendenza a musealizzare, a fare dei musei i cimiteri della bellezza, nel timore che le opere d’arte siano deturpate. La bellezza va esposta, con i rischi che comporta, va vissuta a cielo aperto, come fu del resto concepita. Vanno liberate le opere d’arte dalle prigioni museali, come si fa coi nani da giardino. Anni fa proposi vanamente a Reggio Calabria di portare all’aperto, sul mare, i Bronzi di Riace e farli diventare simbolo dell’Italia e della Magna Grecia - come la Sirenetta di Copenaghen o la Statua della libertà di New York - anziché tenerli sequestrati per anni negli scantinati del museo. Che riacquistino vita nel contatto col mondo, che diventino simboli viventi e non culture morte, sepolte negli obitori dell’arte. Ma la tutela prevalse sulla bellezza, si rinuncia a un simbolo potente per non correre rischi sulla manutenzione. L’uomo vale per l’impronta che lascia. Certo, ogni vita umana va salvata e tutelata, ma la vita vale per la traccia che lascia, per ciò che ha edificato, per quel che proietta nel mondo. Ha ragione Ray Bradbury: «Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore... un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani... o un giardino piantato col nostro sudore. Qualcosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là». L’opera trascende l’uomo ma l’uomo s’incarna nell’opera. In quelle opere è condensata la vita di chi la ritrasse, di chi fu ritratto, di chi poi l’ammirò. L’anima singola e comunitaria si raccoglie in un’opera d’arte, frutto d’ingegno e lavoro. Onore all’opera, nonostante il nomignolo burocratico di Bene culturale. Gli uomini passano, la bellezza resta. Gli italiani passano, l’Italia resta.

Greta, Saviano e i narcisi di Notre Dame. Pubblicato mercoledì, 17 aprile 2019 da Pietro De Leo su Il Tempo. Ma quale simbolo della cristianità, della tensione verso l’Alto e atto di fede che attraversa i secoli, anzi i millenni. Eccoli lì, i teorici del benaltrismo, quelli che di fronte all’immagine della Cattedrale di Notre Dame in fiamme, della “fleche” che crolla mangiata dal fuoco assassino, pensano che, comunque, siccome non è venuto giù tutto, i problemi gravi sono altri. Tanto la Cattedrale si ricostruisce, l’ha detto pure Macron. Brucia un pezzo d’anima dell’Occidente ed è una questioni di viti e bulloni, legno, progettisti e istruzioni per il montaggio, come fosse un mobiletto dell’Ikea. Sono quelli lì, la compagnia di giro per la quale, se l’Occidente ha una colpa non è certo perché lascia andare i suoi scrigni della memoria, ma perché se ne strugge abbastanza se ciò avviene. Perché i drammi veri sono...

 Notre-Dame, l’incendio dei luoghi comuni: e se fosse successo in Italia? Pubblicato mercoledì, 17 aprile 2019 da Il Sole 24 ORE. Non ci fraintendete. Qui nessuno mette in discussione l’importanza di Notre-Dame per Parigi, la storia di Francia, d’Europa, del mondo, l’opera d’arte immensa, la fonte d’ispirazione di eccelsi artisti e il pezzo d’immaginario collettivo che abbiamo rischiato di perdere la sera del 15 aprile. Qui il tema non è il disastro di Île de la Cité, ma come è stato percepito dall’opinione pubblica e raccontato dai media: una tragedia, qualcosa di paragonabile all’11 settembre o all’alluvione di Firenze. Eppure è stato qualcosa di molto diverso, di più vicino all’incendio della Fenice di Venezia o al crollo della Schola Armatorum a Pompei.

Realtà sacrificata alla narrazione. Qui i terroristi non c’entrano, né l’odio verso la cultura occidentale, il simbolo dell’Europa prima e dell’europeismo di conseguenza. Non è stata neanche una catastrofe naturale, qualcosa di imponderabile un minuto prima che accadesse e implacabile un minuto dopo. Non c’entra insomma la retorica del 90% delle argomentazioni che abbiamo sentito e letto a caldo, dopo l’incendio. Qualcuno ha detto che «brucia l’anima dell’Europa, non solo quella cristiana», qualche altro ha scritto del «tesoro perduto», qualche altro ancora che «Notre-Dame non c’è più», sacrificando all’enfasi della narrazione la realtà dei fatti. Perché Notre-Dame a guardar bene c’è ancora, per quanto un po’ malconcia. E, sempre a ben guardare, non è la prima volta che le capita, in 837anni di storia.

Il buonsenso del «rinnegato» Depardieu. Chi ha raccontato e, ancora di più, commentato il rogo ha spesso e volentieri sbagliato categorie: lasciate perdere tragedia e catastrofe. L’ultima parola la avranno le indagini in corso per disastro colposo, ma sembra sempre più evidente che abbiamo a che fare con l’imperizia, forse un errore umano, «mi è subito tornato in mente il rogo del Teatro la Fenice di Venezia. Era il 1996, oggi siamo nel 2019. È pazzesco che si possano ripetere episodi terrificanti di questo genere», ha detto l’attore Gérard Depardieu, francese «rinnegato» per motivi fiscali, tra i pochissimi a centrare senza retorica il cuore del discorso, con una lucidità che è al di sopra delle parti. Qui a quanto pare c’entrano la concentrazione di polveri e l’assenza di un sistema antiincendio automatico, come due anni fa denunciava lo studio di Paolo Vannucci, docente di meccanica all’Università di Versailles. Un italiano, ma pensa te.

Una faciloneria italiana, troppo italiana. Quella che ha probabilmente scatenato l’incendio di Notre-Dame è stata una faciloneria italiana, troppo italiana. La provocazione è d’obbligo: come avrebbe reagito il mondo se un disastro simile fosse accaduto da noi, alla Galleria degli Uffizi o, ancora, al Pantheon di Roma, non a caso inserito da Vannucci nella lista degli edifici storici con problemi analoghi a quelli della cattedrale di Notre-Dame? Non è difficile immaginarselo, dopo tutto si tratta di un film che abbiamo già visto. Quando andò in fumo la Fenice citata da Depardieu e tutte le volte che c’è stato un crollo a Pompei: altro che Parigi vittima di perdita incommensurabile, collette internazionali da 700 milioni e parigini in lacrime sul Lungosenna. 

«Les italiens» e altri luoghi comuni. Sarebbero subito partiti processi sommari che neanche nella fase del terrore: chi aveva il compito di controllare e non lo ha fatto? Se non si è restaurato, perché non si è restaurato? Se si è restaurato, perché si è restaurato male? E soprattutto, siccome siamo al di qua delle Alpi: chi ha rubato? Nella stagione dei crolli a Pompei, l’Unesco minacciò di cancellare l’area archeologica vesuviana dalla lista dei Beni patrimonio dell’umanità.

Qualcuno arrivò persino a ipotizzare una manina misteriosa. che tirava giù i muri e avvertiva la stampa per chissà quali secondi fini. Chi vuoi che faccia lo stesso stavolta? Non ce la prendiamo troppo: da eredi morali di Jessica Rabbit, noi italiani non siamo cattivi, ci disegnano così. Incatenati ai luoghi comuni delle t-shirt da esportazione col volto sacro di don Vito Corleone, per l’opinione pubblica globale siamo Les italiens. Proprio come ci etichettano da sempre i cugini d’Oltralpe.

L’eterna condanna del non prendersi troppo sul serio. Comunque la vogliate mettere, dalla triste vicenda e soprattutto dalla rappresentazione mediatica che ne è seguita si trae un doppio insegnamento, piuttosto elementare. Uno: i beni artistici sono vulnerabili per definizione e di premure da adottare per conservarli non ce ne sono mai abbastanza. In Italia come in Francia o a qualsiasi altra latitudine. Due: i francesi, secondo il grande Jean Cocteau, sono degli italiani di cattivo umore. Gli italiani, all’opposto, sono dei francesi di buon umore. Morale della favola: a differenza loro, nessuno ci prende troppo sul serio. E a ben guardare neanche noi lo facciamo.

“I FRANCESI SONO PIÙ PIRLA DI NOI”. Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 17 aprile 2019. È noto. Noi italiani eccelliamo nell' arte dell' autodenigrazione. Ogni volta che accade un incidente, una sciagura naturale, un disastro qualsiasi ci abbandoniamo alle critiche verso le autorità. D' altra parte siamo noi ad aver inventato lo slogan più diffuso: piove governo ladro, che sintetizza il pensiero corrente, il più comune e sentito. I cittadini del Nord ce l' hanno a morte con la gente del Sud che ricambia il sentimento. Gli operai sono in eterna polemica con gli imprenditori. I quali dipingono i loro dipendenti come sanguisughe. Gli interisti odiano i milanisti e viceversa. Esistono ancora numerosi personaggi che detestano i fascisti benché morti e sepolti, mentre i sopravvissuti, quelli di CasaPound, quando si va a elezioni raccolgono consensi intorno allo zerovirgola. Gli esempi sarebbero infiniti, ma ci fermiamo qui per non annoiare i lettori. Comunque è un fatto che ci diamo l'un l' altro dei farabutti, degli evasori fiscali, dei corrotti e perfino degli stupratori, degli assassini per quanto le statistiche dimostrino che il popolo che si riconosce sotto il tricolore sia tra i più miti non solo d'Europa: già, siamo i migliori del mondo, però non lo sappiamo o fingiamo di non saperlo. Lunedì Notre Dame è stata distrutta dalle fiamme a Parigi, non a Reggio Calabria, e così abbiamo scoperto, senza ammetterlo, che i francesi sono più pirla di noi. Pensate, disponevano di un monumento medievale meraviglioso, un mito, e allorché ha preso fuoco nessuno se n' è accorto in tempo ed è finito in cenere. Gli allarmi tecnologici non c' erano e se c' erano dormivano, non funzionavano, i pompieri sono arrivati sul posto del rogo dopo mezz' ora, non c' è stata anima in grado di limitare i danni. Fosse successo a Milano o a Roma i politici si prenderebbero a pugni rimbalzandosi le responsabilità. I giornali gronderebbero indignazione, accuserebbero Salvini e Di Maio, la protezione civile e le forze dell' ordine. Immaginate le risse nei talk show, le interrogazioni parlamentari, le frecciate al Papa e a Mattarella, tutti complici della distruzione della storica cattedrale. I cugini d'Oltralpe non mi pare si diano martellate sui testicoli; danno la colpa al caso, alla sfiga, senza massacrare Macron che pure qualche calcio nei glutei lo meriterebbe. Il problema è che i transalpini nonostante i gilet gialli e le puttanate del loro governo hanno un minimo di dignità che li preserva dal ridicolo. Almeno in questo, e soltanto in questo, converrebbe imitarli. Se brucia una chiesa, dove pochi ormai mettono piede perché la massa è miscredente, pazienza, se ne farà un' altra e buona notte al secchio.

·        Le chiavi del Vaticano.

L’uomo che custodisce le 2797 chiavi dei Musei Vaticani. Pubblicato venerdì, 17 maggio 2019 da Paolo Conti su Corriere.it. Ore 4.45 del mattino. Di tutte le mattine. Comincia il lavoro del Clavigero Vaticano, Gianni Crea, uno dei custodi (in tutto undici) autorizzati a usare le 2.797 chiavi che aprono e chiudono i tesori pontifici, ovvero i Musei Vaticani, ben undici diverse collezioni esposte al pubblico oltre le Mura Leonine, nello Stato della Città del Vaticano. Il rito, semplice e insieme spettacolare, è sempre lo stesso: il Clavigero entra, raggiunge l’atrio dei Quattro Cancelli e lì comincia a scegliere le chiavi, suddivise in diversi mazzi, per riaprire tutte le porte ai quasi 6.500.000 visitatori che ogni anno ammirano la Cappella Sistina, le Stanze e la Loggia di Raffaello, i marmi romani, il Museo Gregoriano Egizio e quello Etrusco, la Galleria degli Arazzi, la Galleria dei Candelabri, la Galleria delle Carte Geografiche, l’Appartamento Borgia e l’Appartamento di San Pio V, e si potrebbe continuare a lungo. Crea usa la torcia perché fuori Roma è immersa ancora nella notte: afferra le chiavi, apre, accende le luci e ogni volta di fronte a lui riappare un patrimonio culturale che, da secoli, affascina turisti e studiosi, ragazzi delle scuole e anziani, visitatori coltissimi o digiuni di storia dell’arte. Ma i Musei Vaticani, oggi diretti da Barbara Jatta, riescono a parlare a tutti perché il linguaggio della bellezza qui è privo di mediazioni, colpisce il cuore e la mente, nessuno si sente escluso, è il miracolo laico della grande arte. Racconta Crea: «Venticinque anni fa il mio parroco mi disse che in Vaticano cercavano un custode ausiliario per la basilica di San Pietro. Cominciai così. Adesso da ventuno anni lavoro nei Musei Vaticani». Albeggia e la torcia di Crea illumina lentamente gli ambienti. Per esempio, ed è solo uno possibile, la Galleria delle Carte Geografiche, voluta da Gregorio XIII tra il 1581 e il 1583 per avere una puntuale rappresentazione di tutta l’Italia. A distanza di secoli si ritrovano paesaggi perduti, piccoli centri scomparsi, le città com’erano alla fine del ‘500 con una precisione da artisti e, insieme, da cartografi. Eccoci al bunker. Spiega Crea: «Esiste una sola copia della chiave della Cappella Sistina. È antica, ogni sera viene inserita in una busta, sigillata dalla Direzione, infine chiusa in cassaforte. E ogni mattina il forziere viene riaperto». Il rito della torcia, nel buio della Cappella Sistina, fa letteralmente tremare le gambe: trovarsi lì, da soli, davanti al Giudizio Universale e sotto la Creazione, prima al buio, poi con un piccolo lume tascabile e infine assistere alla riaccensione dell’impianto a Led è un’esperienza da ricordare per la vita. Non c’è luogo al mondo così ricco di arte, di genialità, di gusto, di fede: ci si abitua? «No, è sempre un’emozione unica sia per me che per i miei colleghi poter aprire la Cappella Sistina a tutti i visitatori che vengono da ogni parte del mondo. È un bene che non ha eguali...». Ecco il Laocoonte: ritrovato nel gennaio del 1506 in una vigna sul Colle Oppio non lontano da san Giovanni, studiato subito da Michelangelo e Giuliano da Sangallo, venne esposto in Vaticano al popolo romano per volere di papa Giulio II. Così nascono i Musei Vaticani, più di mezzo millennio fa. La luce illumina Roma, è primo mattino, entrano i turisti, ora l’incanto dei Vaticani è a loro disposizione. Le chiavi tornano nei cassetti, il Clavigero le sistema in ordine. Con amore. E si vede.

·        Quando è Pasqua...

Come calcolare quando sarà Pasqua. Come si fa a calcolare quando cade il giorno Pasqua? Basta sapere quando ci sarà la prima luna piena dopo l'equinozio di primavera, scrive Elisa Sartarelli, Giovedì 11/04/2019, su Il Giornale. Alta, media o bassa la Pasqua cristiana cattolica è sempre "ballerina". Non cade mai in un giorno preciso come il Natale, anche se è sempre di domenica. L’unica certezza è che la Pasqua si festeggia tra il 22 marzo e il 25 aprile. Quest’anno si avrà una Pasqua “alta” il 21 aprile. A seconda della data in cui cade, infatti, la Pasqua viene detta “bassa”, “media” o “alta”. È “bassa” dal 22 marzo al 2 aprile, "media" dal 3 al 13 aprile e "alta" dal 14 al 25 aprile. Per sapere quando cade la Pasqua bisogna fare un conteggio preciso. Il giorno della Risurrezione di Gesù Cristo si celebra nella domenica che segue la prima luna piena di primavera. Seguendo questo principio, partendo dall’equinozio di primavera, si deve tenere conto del primo giorno di luna piena e la Pasqua cadrà la domenica successiva a quel giorno. Come riporta Focus, quest’anno l’equinozio di primavera è avvenuto mercoledì 20 marzo e giovedì 21 marzo la luna era piena. E dunque, seguendo questo calcolo, i cattolici avrebbero dovuto celebrare la Pasqua lo scorso 24 marzo. Perché questo non è avvenuto? Il sospetto potrebbe essere che qualcuno abbia sbagliato i calcoli ma non è così. Secondo il calendario astronomico, infatti, l’equinozio di primavera può verificarsi il 19, 20 o 21 marzo. Ma per semplificare le cose, la Chiesa considera l’equinozio sempre il 21 marzo. Dunque il conteggio è partito dal 21 marzo, non dal 20, e si è considerato il successivo plenilunio, quello del 19 aprile.

La rappresentazione del sacro: un antico dilemma per la tv. Pubblicato martedì, 23 aprile 2019 da Corriere.it. Durante la festività pasquale è consuetudine mandare in onda film di argomento cristologico: «La tunica» (Tv2000), «Risorto»(Rai1), «Paolo, apostolo di Cristo» (Sky Cinema), ecc. È possibile conciliare il sacro con il linguaggio del cinema o della tv che è espressione tipica del profano, della volontà di potenza del visibile? Il problema si è posto più volte nella storia del cinema e, più in generale, nella storia della rappresentazione: rende più giustizia alla sacralità del tema un film come «La tunica», a soggetto sacro, o un qualunque film di Robert Bresson, a soggetto laico? La disputa è antica. Il teologo Romano Guardini (1885-1968), molto amato da Joseph Ratzinger, era contrario alla rappresentazione di Cristo nel cinema: la sua personalità attinge al mistero che il cinema è in grado di riprodurre «solo con trucchi, è simulazione di un falso mistero». Questa posizione — hanno osservato altri teologi — non tiene però conto di un dato fondante dell’immagine: il suo potenziale simbolico, che è rinvio ad altro, suggestione del mistero. Il film non può e non deve dimostrare o «rappresentare» la divinità di Cristo; piuttosto è dalla rappresentazione dell’umanità di Gesù che sgorgano tratti evocativi del mistero. La Bibbia non è un libro edificante, è una testimonianza di rivelazione, è una memoria attestatrice che si complica quando entra in circolo nel contesto mediatico. Nel momento in cui i suoi racconti vanno in scena diventano un oggetto di contesa e di desiderio, cioè immaginazione. È curioso notare come il termine «sacro» , risalendo alla sua origine etimologica, significhi separazione e indica che «è sacro ciò da cui si deve stare lontani». Il termine televisione invece indica avvicinamento, prossimità, guardare da lontano. Forse, anche per i media, vale l’osservazione di Elias Canetti: «Anche se tu non la leggi, tu sei nella Bibbia».

PASQUA ON LINE. Marino Niola per la Repubblica il 21 aprile 2019. I riti vanno in Rete e la Passione diventa virale. Nell' era di Internet le processioni della Settimana Santa vengono seguite da milioni di internauti che da ogni parte del mondo assistono in tempo reale a quello spettacolo del sacro che trasforma piazze e borghi d' Italia in teatri di strada per anime sensibili. I rituali pasquali più celebri e scenografici sono diventati negli ultimi anni dei veri e propri "monumenti" immateriali, in cui cultura di massa e cultura popolare, antiche liturgie e nuove tradizioni hanno intrecciato i propri segni. In Italia sono più di tremila le rappresentazioni popolari della Via Crucis. Dagli Incappucciati di Sorrento che sfilano come ombre nella notte profumata della Costiera, allo scoppio del carro di Firenze che incendia il duomo più bello del mondo come una santabarbara. Dai Perdoni di Taranto, con i penitenti scalzi che avanzano dondolandosi nel labirinto della città vecchia, ai Pasquali di Bormio, in Valtellina, dove le portantine allegoriche a sfondo religioso vengono portare a spalla fino al centro del paese. Dai Misteri di Procida, che fanno calare sull' isola un velo di luttuosa solennità, alla Corsa della Resurrezione di Tarquinia, dove la statua di Gesù viene fatta correre per le vie della città. Dal drammatico Iscravamentu (Deposizione) di Alghero, con la statua snodabile del Redentore che il Venerdì Santo viene staccato dalla croce e portato in processione dalle Confrarías, le confraternite di incappucciati venute da tutta la Sardegna e anche dalla Catalogna. Fino al Vasa vasa di Modica - che ha ispirato il soprannome dell' ex presidente della Regione siciliana Totò Cuffaro - dove la domenica di Pasqua la statua della Madonna incontra quella del Figlio risorto per la tradizionale vasata, il bacio di giubilo che trasforma il rito in festa. Sono migliaia i siti, ma soprattutto le pagine su social network come Facebook e Instagram, nonché le piattaforme di video sharing come Vimeo, impegnati in questi giorni nella diffusione urbi et orbi delle nostre ritualità religiose tradizionali. Con l' effetto di dilatare lo spazio festivo trasformandolo in spazio immateriale. In un nuovo luogo di condivisione, in grado di mettere insieme attori e spettatori della cerimonia, dando vita così a forme inedite di comunità. In questo senso la straordinaria capacità di connessione della rete consente di allargare i confini materiali del Paese anche a chi ne è lontano, come nel caso degli emigrati e di ricostruire delle collettività virtuali. Non a caso molti comuni, come Caltanissetta, Canosa di Puglia, Mantova e tanti altri, ricorrono alla diretta streaming per documentare l' evento e trasformare il locale in glocale. La comunità materiale in community virtuale. Il face to face paesano in face to facebook planetario. Così il richiamo dei rituali della Settimana Santa, che a uno sguardo superficiale potrebbe apparire un arcaismo destinato ad essere rottamato dalla secolarizzazione imperante, trova nuove ragioni di popolarità. Forse è proprio la società della connessione permanente, sempre all' inseguimento affannoso dell' attimo fuggente, a produrre una domanda di raccoglimento, di pace interiore, di tempi lunghi, come quelli del rito, del sacro, del legame comunitario. Una tregua con noi stessi e con gli altri. Il fatto è che il nostro quotidiano è sempre più convulso, superficiale, fatto di relazioni occasionali. Un' esistenza all' insegna del last minute, una rincorsa continua che ci lascia giusto il tempo per guardarci allo specchio, ma ci sottrae quello per guardare dentro di noi. Ebbene, in un contesto del genere, il rito valorizza le ragioni dell' essere rispetto a quelle dell' avere. Dà forma a quella domanda di profondità che resta per lo più inevasa in fondo al nostro cuore. Ci fa sentire protagonisti di un tempo diverso da quello quotidiano, finalmente scandito da relazioni più vere. Realizzando così il significato più antico della parola religione che, sin dalla sua etimologia, ha a che fare con l' essere insieme, con la solidarietà, lo scambio, la comunione, il legame. È questa insomma la ragione del fascino della Settimana Santa reale e virtuale. È come se il passo lento e severo dei riti della Passione ci mostrasse la possibilità di un cambio di velocità, che rigenera la parte più profonda di noi. Lo spirito del tempo festivo ci fa essere ciò che non siamo tutti gli altri giorni. E in questo senso ci fa vivere un' autentica esperienza di resurrezione. Anche con l' aiuto di Internet. Che lascia intravvedere la possibilità di un' ecumene digitale.

PASQUA DI SANGUE. Da Tgcom 24 il 19 aprile 2019. Si crocifiggono e auto-flagellano per celebrare la Pasqua. Succede nelle Filippine dove i fedeli celebrano il Venerdì Santo simulando la morte di Cristo. Nel Paese asiatico, i cattolici rappresentano circa l'80% della popolazione. Un'eredità dei 300 anni del dominio coloniale spagnolo. La pratica estrema viene accompagnata da una processione per le strade delle città. La celebrazione prevede che i fedeli si infliggano delle vere e proprie penitenze corporali. 

LA PSICHEDELICA “PASQUA” DEI SEGUACI DEL VOODOO.  DAGONEWS il 19 aprile 2019. Sacrifici, danze in trance, bagni in piscine sacre. Gli haitiani, seguaci della religione voodoo, hanno celebrato una delle loro feste sacre in corrispondenza del giorno di Pasqua. In centinaia si sono riuniti per la cerimonia religiosa annuale a Souvenance, un sobborgo di Gonaives, a nord di Port-au-Prince, dopo aver fatto il pellegrinaggio annuale al loro tempio santo, Souvenance Mystique, dove esprimono la loro devozione agli spiriti, prendendo parte a numerosi rituali. Ogni anno i credenti si vestono di bianco, sacrificano animali, fanno il bagno in una piscina sacra e danzano in trance mentre celebrano uno dei giorni sacri del calendario Voodoo. Il voodoo fu portato ad Haiti dagli schiavi dell'Africa occidentale, ma non divenne immediatamente una religione riconosciuta dal paese dei Caraibi fino agli anni '60. Molti rituali voodoo e celebrazioni sante coincidono con gli eventi della fede cristiana cattolica in quanto quest'ultima era la religione degli schiavisti haitiani francesi: per ingannarli, gli schiavi, ai quali era proibito esercitare la loro fede voodoo, decisero di far coincidere le loro festività con quelle dei cattolici, in modo da celare il loro vero credo.

I meravigliosi riti religiosi della Semana Santa di Siviglia, scrive il 22 aprile 2019 Roberto Pellegrino su Il Giornale. La Settimana Santa di Siviglia, in Andalusia il profondo Meridione iberico,  rappresenta una parte importane, leggendaria, affascinante e misteriosa dei rituali religiosi della Pasqua cristiano-cattolica. I riti e le processioni della Semana Santa de Sevilla,dovrebbero essere registrati come Patrimonio dell’Umanità per la sua bellezza e peculiarità, e rappresentano le ritualità religiosi cristiano-cattoliche pasquali più famose e importanti in tutto il mondo con milioni di turisti che le hanno viste nel corso degli anni. Le cerimonie con le processioni prendono il via il giorno della Domenica delle Palme e termina con la Pasqua: in questa settimana ci sono sessanta Hermandades – le processioni delle antiche confraternite od organizzazioni risalenti al Medioevo, nate come supporto alla sicurezza contro i briganti  e diventate leghe d’amicizie tra i vari paesini spagnoli attorno a Sevilla, poi inglobati dalla città e diventati suoi quartieri – portano in processioni immagini relative alla Passione di Cristo.  Nel 2011 la città di Siviglia con varie centinaia di migliaia di turisti accorsi non hanno visto la celebre Madrugá, la veglia della notte  tra il Giovedì e il Venerdì Santo. In questa notte santa ci sono le processioni più variopinte e amate dai sivigliani e dagli spagnoli. Otto anni fa il maltempo ha impedito questi riti, interrompendo quasi ottant’anni di storia, nel 1933 infatti era stata la situazione politica prossima alla Guerra Civile a sospendere tutte le festività. Già nel nel 1919 e nel 1932 durante la Seconda Repubblica Spagnola,  in una fase di aspri confronti sociali e politici, si verificano alcune interruzioni, in particolare nel 1932 quando solo la “Confraternita di Nostra Signora della Stella” (Hermandad de Nuestra Señora de Estrella) sfilò solitaria in contrasto con l’accordo del “Consiglio Direttivo Generale delle Fratellanze e Confraternite” (Consejo General de Hermandades y Cofradías de Sevilla). L’incidente più grave fu compiuto da un militante anarchico che sparò vari colpi di pistola al passaggio della Vergine. Per comprendere tutte le ritualità di questo eventi importantissimo che diventa un vero business con note e case in affitto introvabili già da marzo, ci sono alcuni termini da spiegare. I pasos, in italiano vare sono gli elementi peculiari delle processioni, costituiti da statue o gruppi di immagini che raffigurano la Passione. Così chiamati perché trasportati al lento incedere dei passi dei portatori posti all’interno della struttura. Comunemente le corporazioni trasportano un primo simulacro raffigurante il Cristo, che può essere un “Nazareno”, generalmente un “Gesù con la Croce“” o un “Gesù crocifisso” o un “mistero” che rappresenta un episodio della Passione di Cristo, e un secondo simulacro della Madonna Addolorata  con baldacchino. Raramente la Vergine è accompagnata da un’altra figura, come l’immagine della Vergine della Hermandad de la Amargura accompagnata da San Giovanni Evangelista. Alcune fratellanze partecipano con tre ordini o sezioni di simulacri, altre con la sola Santa Marta o il Sudario. La misura corrente della vara varia tra i 2,20 e 2,40 metri di larghezza e i 3,50 – 5,5 metri di lunghezza. Il “paso” è strutturalmente costituito da una barella  ricoperta da balze di velluto. Sulla barella con cavalletti è costruito un piedistallo in legno massiccio, recante un basso vano chiamato catino scolpito in stile barocco, raramente alcuni in stile gotico, rinascimentale o romantico. Il catino ospita gli addobbi floreali, l’illuminazione costituita da lampadari o fiaccole o lanterne, al centro, fra scene coreografiche, sono poste le immagini sacre. Su una mensola anteriore è posizionato il caller ovvero uno strumento chiamante a forma di martello dotato di battente in metallo con il quale si effettua la “chiamata” dei portatori. È spesso decorato con motivi religiosi legati alla confraternita. Tutti i pasos delle Madonne Addolorate nelle varie accezioni presentano monumentali baldacchini. La struttura ricopre l’intero impianto ed è sostenuta generalmente da dodici aste ripartite su ciascun fianco. Le esili colonnine sono riccamente ricoperte in lamina d’argento sbalzata, esse sostengono la copertura costituita da drappi e cortine in tessuto, spesso abbinati al manto della Vergine. Panneggi decorati con preziosi ricami, trafori, passamanerie, nappe, pendagli, motivi trapunti, arabeschi e trame realizzati in materiali preziosi che includono figure di santi, corone, stemmi o emblemi di confraternite. In origine il percorso ufficiale delle processioni fino alla Cattedrale di Siviglia prevedeva solo l’itinerario dei luoghi di culto del rione d’appartenenza. Dal 1604 le regole dispongono la sosta di penitenza presso la cattedrale, salvo quelle del quartiere Triana ubicato oltre il corso del fiume Guadalquivir. Nel 1830 anche le fratellanze del rione Triana affrontarono l’attraversamento del ponte di barche inserendo la Cattedrale nel proprio circuito cittadino. Si chiama “Percorso Ufficiale” Recorrido y Carrera Oficial l’itinerario comune che seguono tutte le organizzazioni (nel loro percorso verso la cattedrale. È stabilito ufficialmente dal “Consiglio delle Confraternite di Siviglia”, prevede l’attraversamento della Puerta de San Miguel, “Plaza de la Campana”, prosegue lungo la principale strada commerciale denominata Sierpes, Plaza de San Francisco, Avendia de la Costitución, include la sosta alla cattedrale e il transito per la Plaza Virgen de los Reyes, la piazza della Madonna e dei re Magi. L’ordine di transito per il percorso ufficiale è regolato dall’anzianità delle confraternite, criterio invertito durante le processioni mattutine. Spesso motivi organizzativi, l’entrata in vigore dell’ora solare impongono la modifica dell’ordine delle sfilate.

Viaggio nei santuari della «Santa Muerte» in Messico, il culto millenario che attira fedeli e narcotrafficanti. Pubblicato lunedì, 22 aprile 2019 da Corriere.it. Santa Muerte non esclude nessuno, non è severa, non giudica. Ecco perché riesce a fare proseliti in Messico, ma anche in molte regioni degli Stati Uniti a ridosso del confine. Per questo, spiegano gli esperti, il «culto» dalle origini antiche ha successo, attira masse di fedeli. Tra questi tranquilli cittadini, ma anche criminali che l’hanno trasformata nella loro protettrice in un paese che solo nel 2018 ha visto oltre 31 mila omicidi. La «santa» è arrivata nel nuovo mondo da quello vecchio, l’avrebbero portata i missionari spagnoli ai tempi della grande conquista, «offrendola» alle popolazioni locali che in epoca pre-colombiana credevano in una divinità simile, Mictecacihuatl. Sparita poi per un periodo lunghissimo, la statuina con il teschio è riapparsa in modo significativo negli anni ‘90-2000. Così sono nati piccoli santuari, alcuni clandestini, altri sotto gli occhi di tutti, come a Tepito, area di Città del Messico. Andrew Chesnut, autore di un libro sul tema, ha affermato che i seguaci potrebbero essere quasi dieci milioni. Numeri importanti. E, naturalmente, c’è chi ha pensato bene di realizzare oggetti, magliette e quadretti ispirati dalla «falciatrice». Nel video si vedono donne, uomini e ragazzi avvicinarsi al «santuario» con i loro gadget. Pregano, recitano il rosario, restano in raccoglimento, invocano, protezione, appoggio, denaro, amore. La «Bambina bianca» – altro soprannome dedicato alla Morte – ha fatto presa negli ambienti dei delle gang, tra piccoli e grandi padrini. Forse il suo grande ritorno – aggiungono i ricercatori - sarebbe coinciso con il crescere dei cartelli. Nei covi sono stati ritrovati dei piccoli altari, a volte «in concorrenza» con un altro idolo dei banditi, Jesus Malverde. Nel 2017, nella prigione di Acapulco, è esplosa una rivolta sanguinosa, 28 prigionieri hanno perso la vita. Due le versioni. La prima è che la strage è stata determinata da una faida, la seconda – ancora più cruda – è che c’entri la «Santa Muerte», con le vittime offerte in un sacrificio umano di massa. Una doppia verità di un fatto drammatico, una costante per quanto avviene nel paese sconvolto dalla violenza. In agosto l’Fbi ha neutralizzato un banda di trafficanti a Albuquerque, New Mexico: oltre ad un grande arsenale sono state trovate due statuine della «Santa».

·        L’Islam ed il Mondo.

Jihadisti, censura e islamismo: Erdogan non può darci lezioni. Un report pubblicato da un think-tank turco legato agli islamisti dell'Akp accusa le destre europee di islamofobia, ma intanto la Turchia è tra i Paesi peggiori al mondo per quanto riguarda i diritti umani. Giovanni Giacalone, Giovedì 07/11/2019 su Il Giornale. La Turchia accusa ilGiornale di islamofobia. Un think-tank turco legato al partito islamista Akp e a Recep Tayyip Erdogan ha pubblicato un report di 848 pagine dal titolo European Islamophobia 2018, un titolone col quale vengono introdotti una serie di resoconti, Paese per Paese, sul presunto dilagare dell’islamofobia in Europa. Piccolo particolare, il report è stato finanziato con fondi dell’Ue quindi, in poche parole, con i nostri soldi. Lo si legge a chiare lettere nella seconda pagina introduttiva: “Questa pubblicazione è stata prodotta con il supporto finanziario dell’Unione europea…”. Un’Unione europea ben attenta a prendere preventivamente le distanze dal contenuto del report: "…Il contenuto è prettamente sotto la responsabilità dei rispettivi autori dei report nazionali and non riflettono necessariamente la visione dell’Unione Europea e del Ministero degli Affari Esteri dell’Ue". Una pubblicazione non molto sofisticata, dai contenuti quanto meno discutibili. Con una parvenza di formalismo accademico che già all’indice in terza pagina decade nell’attivismo politico con un “Ucraina e Crimea occupata”. Quando poi ci si addentra nei contenuti appare evidente, al di là dell’ovvia e sistematica retorica anti-destre, come il termine “islamofobia” diventi un gran calderone che mescola concetti ben distinti come “Islam” e “islamismo” e persino il fenomeno migratorio, tutto in chiave anti-sovranista ovviamente. La parte italiana, curata da Alfredo Alietti e Dario Padovan, esordisce così: "Il clima xenofobo e anti-Islam alimentato dai tradizionali attori politici della destra, Lega Nord e Fratelli d’Italia, dei movimenti di estrema destra (Casa Pound a Forza Nuova) e dai settori più conservatori dei mass-media, come ad esempio Il Giornale, ha avuto effetti molto negativi a livello sociale legittimando comportamenti di stampo razzista. Si sono accresciuti sia al Nord che al Sud gli attacchi fisici e verbali nei confronti dei migranti, richiedenti asilo, rifugiati e cittadini musulmani fino ad arrivare ad eventi drammatici quali il ferimento di sei migranti nigeriani a Macerata il 3 febbraio e l’omicidio di un venditore ambulante senegalese a Firenze, Idy Diene di 54 anni, il 5 marzo”. Insomma, secondo quanto decifrabile nel paragrafo sopra citato, vi sarebbe un collegamento tra “clima xenofobo e anti-Islam” alimentato (secondo gli autori) da vari attori tra cui ilGiornale e una serie di atti violenti nei confronti di immigrati e musulmani. Purtroppo non risulta chiaro in base a quali parametri oggettivi si sia giunti a tale affermazione. Alietti e Padovan si spingono poi oltre, indicando addirittura un incremento degli atti di violenza, ma anche qui non si capisce in base a quali indicatori si possa giungere a una conclusione del genere. Del resto sono loro stessi a pagina 4 ad affermare che in Italia non esistono dati ufficiali provenienti da istituzioni o pubblici uffici e dunque le informazioni devono essere reperite da Ong o “movimenti anti-fascisti” come “Cronache di ordinario razzismo”. Insomma, non i migliori presupposti per una ricerca scientifica con tanto di finanziamento dell’UE. Vi sarebbe molto altro da aggiungere sul contenuto della ricerca, ma l’aspetto ancor più assurdo è che il think-tank che ha prodotto la ricerca, il Seta, noto anche come Foundation for Political, Economic and Social Research, nonostante la sua pretesa di essere “super-partes”, è stato più volte indicato come think-tank del partito islamista turco AKP e di Erdogan.

La Turchia farebbe bene a tacere. A questo punto verrebbe da chiedersi per quale motivo l’Ue avrebbe deciso di finanziare una ricerca sull’”islamofobia in Europa” curata da un think-tank legato a Erdogan, ma soprattutto non si può proprio fare a meno di sottolineare come la Turchia di Erdogan non abbia proprio niente da insegnare, né all’Italia e né a nessun altro paese occidentale. Narrare dettagliatamente tutti gli episodi di intolleranza e violenza che hanno coinvolto la Turchia a guida Akp richiederebbe un’opera apposita, ma vale la pena ricordarne alcuni, a partire dalla persecuzione di quei giornalisti che hanno osato criticare l’esecutivo e il presidente, come Can Dundar, ex direttore del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, arrestato nel 2015 insieme al collega Erdem Gül con l’accusa di spionaggio e divulgazione di segreti di Stato. La colpa, aver scoperto un carico di armi inviato dai servizi turchi ai jihadisti in Siria. Il 6 maggio 2016 Dundar sfuggiva a un tentativo di omicidio proprio di fronte al Tribunale di Istanbul e vive oggi in esilio all’estero. Dundar non esitò a definire la Turchia “la più grande prigione per giornalisti al mondo”. Del resto i dati del Committee to Protect Journalists per quanto riguarda la Turchia sono più che eloquenti e consultabili qui. Lo scorso maggio la European Federation of Journalists aveva scritto una lettera a Erdogan per chiedere giustizia in seguito alle aggressioni subite da Yavuz Selim Demirag e Idris Ozyol. Sei degli aggressori venivano fermati e rilasciati dopo poco. Ci sono poi i numerosi arresti, le aggressioni e le intimidazioni nei confronti di quei giornalisti che si sono occupati di documentare l’invasione turca in territorio siriano del mese scorso. Una Turchia che se da un lato affermava di voler combattere l’Isis, dall’altra riforniva i jihadisti anti-Assad e li curava nei propri ospedali, in territorio turco. Che dire poi delle agghiaccianti scene provenienti dall’interno di una moschea turca in Austria, scene nelle quali si vedono minorenni vestiti da militari che si improvvisano martiri con delle bandiere turche e che marciano per la sala di preghiera con modalità che ricordano certe parate dittatoriali di stampo mediorientale che mai si vorrebbero vedere in Europa. Nel “luogo di culto” vi era inoltre la presenza di ragazzine minorenni vestite di bianco, anche loro in modalità martiri. Del resto era stato proprio Erdogan tre mesi prima a glorificare il martirio dei minorenni, dicendo a una bambina di soli sei anni in lacrime che “se fosse diventata una martire l’avrebbero avvolta in una bandiera turca, Allah volendo”. In seguito alle scene, documentate dal sito “Clarion Project”, il governo austriaco aveva comunicato la chiusura di sette moschee gestite dalla turca ATIB. Ovviamente la Turchia aveva immediatamente accusato l’Austria di “razzismo” tramite il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin: "Questo è il frutto dell'ondata anti-islamica, razzista, discriminatoria e populista nel Paese". Una retorica guarda caso del tutto simile a quella presente nelle 848 pagine di report sull’Islamofobia in Europa. Una cosa è certa, la Turchia farebbe bene a pensare ai problemi di casa propria prima di avventurarsi in discutibilissime “ricerche” mentre l’Unione Europea farebbe bene ad esaminare attentamente i propri interlocutori prima di elargire fondi.

Meno religiosi  e più anti-Usa:  il mondo islamico in un sondaggio. Pubblicato lunedì, 24 giugno 2019 da Corriere.it. Più secolarizzati di cinque anni fa, anti-Trump, filo-Erdogan; con meno fiducia nei movimenti islamisti come Hamas, Hezbollah e i Fratelli Musulmani; poco inclini a trovare accettabile una donna presidente, e desiderosi di lasciare il loro Paese, sì, ma non solo verso l’Europa. Comprensivi, infine — la pensa così il 60% degli intervistati nella maggioranza dei Paesi coinvolti — verso l’odio per gli Stati Uniti, come conseguenza logica della loro politica estera. È il ritratto dei 300 milioni di abitanti di undici Paesi musulmani più i territori palestinesi, interpellati dall’istituto Arab Barometer, un osservatorio con sede a Princeton, per conto di Bbc e con la collaborazione di dodici enti pubblici di ricerca. I Paesi sono: Algeria, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Marocco, Sudan, Tunisia, Yemen. La quinta edizione della ricerca, che viene pubblicata a intervalli non regolari di alcuni anni sin dal 2006, dà conto di importanti cambiamenti nella mentalità e nel costume.

I cristiani di Axum non vogliono le moschee: “Meglio morire”. Daniele Dell'Orco il 26 giugno 2019 su it.insideover.com. Non è passato molto tempo da quando, per raggiungere Axum, si doveva percorrere una (e ovviamente unica) impervia strada non asfaltata che partiva sia da Adua che da Gondar. E pure allora era comunque una fortuna, visto che durante i più duri anni di guerra civile la città era rimasta del tutto isolata dal resto dell’Etiopia. Tanto bella quanto inaccessibile, Axum è famosa in tutto il mondo per il suo immenso patrimonio architettonico, che va dalle testimonianze archeologiche di epoche molto antiche, alle centinaia di stele risalenti a vari periodi tra il III e il IX sec. d.C, a siti archeologici di importanza planetaria come la reggia della regina di Saba. La sua storia, intrecciata a quella del re Salomone, è alla base del culto che rende Axum una città sacra per i cristiani. Sia il Talmud ebraico, sia la Bibbia, sia Corano, e finanche il Kebra Nagast, il libro fondamentale per la storia dell’impero degli altopiani, raccontano della sua visita a Gerusalemme avvenuta tra il 1000 ed il 950 a.C., quando volle andare ad incontrare personalmente il re d’Israele per sottoporgli alcuni enigmi che le avrebbero dimostrato le capacità tanto decantate del sovrano. Fatalmente, finì con innamorarsene. Dall’unione tra Saba e re Salomone nacque Menelik, il cui nome significa “figlio dell’uomo saggio”. Secondo una delle ricostruzioni storiche, a lui, una volta divenuto adulto, venne affidata l’Arca dell’Alleanza, che conterrebbe le tavole con i dieci comandamenti tramandati a Mosè da Dio, e si dice sia tuttora sotto la vigile guardia dei monaci cristiani ortodossi della città. Di uno dei monaci, per l’esattezza. Nella chiesa di Nostra Signora Maria di Sion (meta di pellegrinaggi da tutto il mondo), infatti, possono accedere solo loro, e solo uno tra loro è il guardiano dell’Arca che viene descritta come una cassa in legno d’acacia rivestita d’oro, con due statue di cherubini poste sul coperchio da cui scaturivano aloni di luce e lampi divini che colpivano chiunque vi si avvicinasse. Il guardiano viene nominato di volta in volta dal suo predecessore, e non può mai allontanarsi dall’Arca nel rispetto dei detti biblici del Kohanim. Che si sia credenti o meno, tutto questo contribuisce a rendere Axum uno dei luoghi più sacri del Cristianesimo. Per questo la richiesta avanzata da alcuni gruppi di musulmani, che si stanno radunando sotto la bandiera Justice for Aksum Muslims per chiedere il diritto di costruire una moschea in città, ha scatenato la reazione rabbiosadei chierici cristiani. Uno di loro, Godefa Merha Merha, ha definito Axum “la nostra Mecca”, asserendo che così come le chiese sono vietate nel luogo più sacro dell’Islam, le moschee non potrebbero mai esistere nella città-monastero del Tigrè. “Se qualcuno dovesse venire a costruire una moschea, moriremo. Non è mai stato permesso, e noi non permetteremo che accada nella nostra epoca”, ha aggiunto. Uno scontro religioso per certi versi paradossale, visto che fu proprio un imperatore etiope, il cristiano Ashama ibn Abjar, ad offrire riparo agli islamici in fuga dalle persecuzioni per mano dei governanti della Mecca, allora non musulmani, che vennero inviati in Etiopia da Maometto in persona. Oggi, i musulmani costituiscono circa il 10% della popolazione di Axum (73mila abitanti, di cui l’85% sono cristiani ortodossi e il restante 5% appartiene ad altre confessioni cristiane), e molti di loro pregano in 13 moschee temporanee organizzate in abitazioni private (o prese in affitto dai proprietari, anche cristiani), altri invece, non avendo la possibilità di farlo, pregano per strada, all’aperto. Il culto islamico, in definitiva, non è vietato, ma le difficoltà pratiche e logistiche stanno creando tensioni tra le due comunità. I cristiani ortodossi, per dirne un’altra, sostengono che solo gli inni e le benedizioni cristiane dovrebbero essere ascoltati all’interno della città per preservarne la santità, e per questo non si mostrano granché tolleranti di fronte ai richiami dei muezzin. Le comunità locali sperano che possa essere il primo ministro Abiy Ahmed, di padre musulmano e madre è cristiana, a risolvere in un modo o nell’altro la contesa. Da parte loro però, i musulmani sembrano determinati a portare avanti in proprio la loro battaglia. Anzi, si sono riuniti in un organismo particolare, il Consiglio regionale dei musulmani, che si sta organizzando per discutere direttamente con i cristiani nel tentativo di convincerli a permettere l’apertura di una moschea ad Axum. In nome di una coesistenza civile e pacifica che forse potrebbero provare a spiegare anche a milioni di propri fratelli sparsi in giro per il mondo.

Se la minaccia nucleare arriva da India e Pakistan. Gli attentati e le rappresaglie hanno trasformato il Kashmir nel posto più pericoloso del pianeta. Gian Micalessin, Venerdì 10/05/2019, su Il Giornale. Chi temeva le atomiche del dittatore nordcoreano Kim Jong-un si ricreda. Il vero epicentro di un possibile inverno nucleare è il confine tra India e Pakistan. I due paesi, dotati di centinaia di testate nucleari (140/150 il Pakistan e qualche decina in meno l'India), sono in guerra da settant'anni e affrontano ricorrentemente il rischio di un escalation fuori controllo. Tutto risale all'agosto 1947 quando gli inglesi abbandonano la colonia indiana lasciando che indù e musulmani pakistani si contendano, a colpi di massacri, il controllo dei territori. La provincia del Kashmir, a maggioranza musulmana, ma governata da un maraja indù, resta così con Nuova Delhi. Da quel momento non c'è più pace. Per il Kashmir India e Pakistan combattono, nel 1949 e nel 1965, due sanguinosi conflitti. Nel 1999 arrivano a un passo dallo scontro nucleare. Oggi la questione non cambia. Per l'India il Kashmir è parte integrante dei propri territori. Per Islamabad solo un referendum fra gli abitanti a maggioranza musulmana può deciderne il destino. L'ultimo brivido arriva lo scorso febbraio quando un kamikaze islamista del Jaish-e-Mohammed (Jem - Esercito di Maometto) fa strage di poliziotti indiani nel Kashmir. Per tutta risposta il premier nazionalista Narendra Modi, impegnato in una difficile campagna elettorale, ordina la prima rappresaglia aerea sui territori pakistani dalla guerra del 1971. Il raid su una presunta base del Jaish-e-Mohammed e le contrapposte rappresaglie aeree si concludono con l'abbattimento di due jet indiani e la cattura di un pilota. A quel punto solo il gesto distensivo del premier pachistano Imran Khan che libera l'aviatore mette fine al brivido. Ma la spada di Damocle di un escalation fuori controllo permane. Una nuova vittoria dell'ultranazionalista Modi alle elezioni che si concluderanno il 23 maggio potrebbe innescare la modifica della dottrina nucleare indiana. Fin qui l'India si è impegnata a usare l'arma atomica solo come rappresaglia in caso di attacco nucleare nemico. Ma dal 2014 il partito di Modi promette di «studiare nel dettaglio la dottrina nucleare indiana, rivederla e ammodernarla per adattarla al momento attuale». Una nuova vittoria di Modi potrebbe spingere l'India ad avviarne la pericolosa modifica. La crisi dello scorso febbraio ha evidenziato anche l'assenza di una grande potenza in grado di far dialogare i due nemici. In passato questo ruolo era sempre stato svolto dagli Stati Uniti. Il sostanziale disinteresse dell'amministrazione Trump per la regione contribuisce a lasciar spazio agli esponenti più estremisti dei servizi segreti (Isi) e dell'esercito pakistano. Gruppi come il Jaish-e-Mohammed continuano così a godere dell'appoggio degli apparati di Islamabad decisi ad armarli e finanziarli per tener viva la fiamma dell'indipendentismo del Kashmir. La Cina, alleata di Islamabad, protagonista nel 1962 di una breve guerra con l'India e dotata di un sistema missilistico DF 25 che gli consente di tenere sotto tiro tutto il territorio indiano, rappresenta un altro fattore destabilizzante. A tutto ciò s'aggiunge il rischio del possibile passaggio di una testata nucleare nelle mani di una formazione terrorista. Un rischio aggravato dalla dispersione delle testate nucleari pakistane in vari arsenali molti dei quali considerati non sicuri. Arsenali che hanno già subito, in passato, gli attacchi del terrorismo islamista. Nel novembre 2007 un attentatore suicida si fece saltare su un bus che trasportava i dipendenti della base aerea di Sargodha conosciuta come un sito nucleare. Un mese dopo un nuovo attacco colpisce un altro sito strategico come la base aerea di Kamra. Nell'agosto 2008 un attentatore suicida si fa esplodere, invece, nei pressi di quello che è considerato il principale arsenale nucleare pakistano nella regione di Wah. E nel 2011 un gruppo di militanti occupa per 15 ore un'importante base navale vicino a Karachi, distruggendo tre aerei da sorveglianza P-3C Orion e uccidendo dieci militari. Un altro grosso rischio deriva dalle possibili connivenze con i terroristi di qualcuno dei 9mila fra funzionari, tecnici e scienziati pakistani coinvolti nella fabbricazione e nel mantenimento degli ordigni atomici. Nell'agosto 2001, mentre erano in preparazione gli attentati dell'11 settembre, Sultan Bashiruddin Mahmood e Chaudiri Abdul Majeed, due scienziati nucleari pakistani già coinvolti nel sostegno ai talebani, incontrarono in Afghanistan il capo di Al Qaida Osama Bin Laden offrendogli la loro collaborazione. La dimostrazione più evidente delle pericolose connivenze tra terroristi e servizi di sicurezza è arrivata, del resto, con la scoperta dell'ultimo rifugio di Osama Bin Laden nel cuore della cittadella militare di Abbottabad a meno di quattro chilometri dalla più prestigiosa accademia del paese. Fino a oggi, insomma, è andata sempre bene, ma le incontrollabili incognite legate all'inaffidabilità di India e Pakistan unite alla presenza di gruppi terroristici intimamente legati agli apparati statali rischia veramente di trasformare il sub-continente indiano nello scenario di un olocausto nucleare. Sotto gli occhi distratti e indifferenti del resto del mondo.

Lo spettro di una guerra nucleare nella crisi tra India e Pakistan. Paolo Mauri su it.insideover.com l'8 agosto 2019. Con l’abrogazione dell’articolo 370 della Costituzione ed in particolare del 35a, che garantivano l’autonomia della regione del Jammu e Kashmir, Nuova Delhi ha di fatto annesso il territorio conteso col Pakistan nell’unione indiana. La regione del Kashmir, ai margini della catena himalayana, è divisa tra Cina, India e Pakistan sin dal 1947: con la definizione della LoC (Line of Control), la linea di demarcazione militare stabilita dopo l’ultimo grande conflitto che ha opposto Islamabad a Nuova Delhi nel 1971, le regioni del Jammu, Ladakh e la Valle del Kashmir sono rimaste sotto amministrazione indiana col nome di Jammu e Kashmir, mentre quelle di Azad Kashmir e di Gilgit Baltistan sono controllate dal Pakistan; la Cina, che rivendica solo le porzioni di Kashmir che attualmente amministra, controlla invece l’Aksai Chin e il Trans-Karakoram. Questa suddivisione, però, non è mai stata del tutto accettata dalle parti in causa, soprattutto dall’India e dal Pakistan che rivendicano rispettivamente il totale controllo di quella macro regione conosciuta col generico nome di Kashmir. Tuttavia lo status quo post conflitto del 1971 è rimasto invariato: se escludiamo i diversi scontri a fuoco, anche di grossa entità come quello del 1999 o il recente del febbraio scorso, avvenuti al confine tra i due Stati ed i tentativi di entrambe le parti di oltrepassare la LoC creando strade e avamposti, quella linea di demarcazione militare provvisoria è sempre stata mantenuta – e difesa – da entrambe le parti.

Perché l’India ha deciso di abolire l’autonomia del Jammu e Kashmir?

Abbiamo già avuto modo di dire che la mossa di Nuova Delhi non è stata affatto improvvisa: nei piani del presidente Modi la regione del Jammu e Kashmir doveva essere formalmente annessa all’India già lo scorso febbraio. Il governo indiano aveva già deciso per l’abolizione degli articoli 370 e 35a e l’avrebbe annunciato, per fini elettorali, subito prima delle elezioni del Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento dell’India. Fattori esterni però, hanno spostato l’annuncio del provvedimento: dapprima l’attentato da parte di un terrorista suicida legato al gruppo Jaish-e-Mohammed che il 15 febbraio ha ucciso 40 agenti della Crpf, la polizia militare indiana, a Pulwama, nel Kashmir e successivamente l’attacco aereo indiano, hanno suggerito a Nuova Delhi di posticipare di mesi (tre o quattro secondo una fonte del governo) per evitare di esacerbare ulteriormente la tensione col Pakistan. Da febbraio ad oggi l’India ha cercato di preparare il terreno, con visite di personaggi di spicco del Governo nella regione, ma una variabile inaspettata ha fatto precipitare la situazione. Lo scorso 22 luglio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incontrato il premier pakistano Imran Khan, e durante i colloqui il numero uno della Casa Bianca ha affermato che l’India sarebbe stata intenzionata ad una mediazione americana nella questione del Kashmir. Immediatamente è arrivata la secca smentita di Nuova Delhi che ha fatto sapere di non avere nessuna intenzione di affrontare la diatriba per la regione se non sul piano esclusivamente bilaterale. Questo mossa di Washington si inquadra nel tentativo di riportare il Pakistan nell’orbita statunitense dopo anni in cui tra le due nazioni era calato un gelo diplomatico che ha permesso ad un terzo e scomodo attore, la Cina, di inserirsi e conquistare posizioni diplomatiche importanti in quel di Islamabad. Gli Stati Uniti hanno infatti bisogno del sostegno pakistano nella trattativa con i Talebani in Afghanistan. L’India, nonostante sia sempre stata storicamente più legata a Mosca, per contrastare l’espansionismo della Cina ha riallacciato i rapporti con gli Stati Uniti, ma il recente tentativo di ingerenza della Casa Bianca nella querelle col Pakistan è stato immediatamente troncato proprio grazie alla revoca dell’autonomia del Jammu e Kashmir e alla sua annessione all’unione indiana.

Una mossa destabilizzante. Il quadro però, si fa alquanto fosco. Il premier pakistano Khan corre seriamente il rischio di essere messo all’angolo dai militari se non reagirà in modo forte e determinato alla mossa indiana, che viene vista come una violazione del cessate il fuoco del 1971 e soprattutto un tentativo di “indianizzare” la regione: l’abrogazione dell’articolo 35a, infatti, permetterà che i territori del Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana, possano venire acquisiti da stranieri, quindi possibilmente colonizzati dagli indiani. Si potrebbe perfino arrivare ad un colpo di Stato e alla sostituzione di Khan con qualche generale che, probabilmente, non esiterebbe ad usare la forza per ristabilire l’autonomia della regione controllata dall’India. Una possibilità che però resta, al momento, remota proprio per il bisogno di Washington di un mediatore come Imran Khan nella trattativa coi Talebani, ma pur sempre uno scenario da non sottovalutare. Se davvero si giungesse ad un coup militare e ad un attacco a quello che ora è diventato ufficialmente territorio indiano, si alzerebbe lo spettro di un possibile conflitto atomico qualora ci si trovasse davanti ad uno squilibrio delle forze convenzionali in campo. Per capire perché un’ipotesi simile, se pur poco probabile, vada comunque annoverata come possibile, occorre guardare alle caratteristiche degli arsenali atomici di India e Pakistan e soprattutto alla loro dottrina di impiego.

Un fragile equilibrio del terrore. Partiamo da una premessa: India e Pakistan differiscono di molto nell’organizzazione e nella dotazione delle proprie Forze Armate ed in caso di una guerra convenzionale – come quella del 1971 – la schiacciante superiorità dei mezzi dell’India, numericamente e qualitativamente superiori, permetterebbe a Nuova Delhi di avere ragione di Islamabad nel giro di poche settimane, se non di giorni. È proprio per questo che il Pakistan ha intrapreso la via dell’atomo. L’India, dal canto suo, per contrastare la sempre maggiore influenza cinese in tutto il continente asiatico e nell’Oceano Indiano, ha promosso e ottenuto un efficace strumento di deterrenza nucleare che si basa principalmente su missili balistici a raggio medio e intermedio e su Slbm lanciati da sottomarini nucleari. Di rimando il Pakistan, soprattutto a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, ha sviluppato la propria “triade” atomica che ora può rivaleggiare con quella indiana. Si stima che l’India sia in possesso di un numero di testate nucleari compreso tra le 130 e 140, mentre il Pakistan dovrebbe contarne tra le 110 e le 130. Entrambi i Paesi, come già accennato, dispongono di diversi sistemi in grado di utilizzare armamento atomico: missili a raggio medio e intermedio, missili balistici lanciabili da sottomarini e missili da crociera.

Quello che risulta più interessante, però, ai fini della nostra analisi, è capire la dottrina di impiego degli arsenali atomici. India e Pakistan differiscono notevolmente, stante lo sbilanciamento nel rapporto di forze, nella dottrina di impiego. L’India non prevede di usare il proprio arsenale per un first strike nucleare adeguandosi al concetto della “deterrenza minima credibile” ritenuto sufficiente per scongiurare un primo attacco atomico avversario: sostanzialmente Nuova Delhi non impiegherebbe il suo armamento atomico se non in risposta ad un primo utilizzo da parte di un avversario. Questa filosofia deriva direttamente sia dalla considerazione che l’arsenale indiano nasce per fungere da deterrente rispetto a quello cinese, sia dal fatto che le Forze Armate indiane sono numericamente consistenti e qualitativamente avanzate rispetto a quelle pakistane. Il Pakistan, di contro, non prevede questo tipo particolare di dottrina. Anzi, proprio in quanto si tratta di un arsenale nato e rivolto a scongiurare la minaccia di una sconfitta in una guerra con l’India, Islamabad si riserva il diritto di utilizzare le armi atomiche, soprattutto quelle a basso potenziale, contro le soverchianti forze avversarie, memore dell’esito della guerra del 1971. Si capisce bene, quindi, la pericolosità intrinseca della dottrina del Pakistan, che impiegando l’arsenale atomico a livello tattico, magari proprio grazie alla possibilità data ai comandanti sul campo di ordinare un primo attacco contro le teste di ponte indiane, scatenerebbe la risposta atomica indiana in un’escalation difficilmente frenabile: il passaggio da uno scambio nucleare sul campo di battaglia a uno indirizzato verso le basi, gli impianti industriali e quindi le città, è molto breve. Esiste poi, anche qualora non vengano usati i missili nucleari, un altro pericolo, se vogliamo più subdolo. Il proliferare di missili a medio e corto raggio dual use – atomico e convenzionale – pone, chi sta subendo l’attacco, davanti ad un dilemma di non facile soluzione: stante l’impossibilità di sapere se un missile in arrivo monti una testata nucleare o convenzionale, come reagire? Si capiscono bene i rischi derivanti da una risposta convenzionale ad un attacco atomico, o quelli di una risposta atomica ad un attacco convenzionale. Un dilemma di non facile soluzione, un dilemma che potrebbe avere conseguenza catastrofiche.

Daghestan 1999-2019: vent’anni di resistenza al jihadismo. Giovanni Giacalone su it.insideover.com l'8 agosto 2019. Il 7 agosto 2019 ricorre il ventesimo anniversario dello scoppio della guerra in Daghestan nell’estate del 1999; un conflitto breve ma intenso nel quale i cittadini daghestani scesero in prima linea contro l’invasione dei jihadisti della “Brigata Islamica Internazionale” provenienti dalla vicina Cecenia. L’intento era chiaro, aggredire il Daghestan, repubblica multi-etnica e multi-religiosa nonchè la più grande del Caucaso settentrionale, per destabilizzare tutta l’area in nome di quel progetto islamista che prevedeva l’insediamento di un Emirato di stampo wahhabita. I jihadisti sapevano bene che finchè il Daghestan restava in condizioni di stabilità il loro progetto non avrebbe potuto essere realizzato e potevano contare sul sostegno di alcuni attori mediorientali, legati all’islamismo radicale, che avevano tutto l’interesse ad infiltrare il Caucaso settentrionale e a rimpiazzare l’Islam autoctono di stampo sufi, con l’ideologia ikhwanita e wahhabita. L’offensiva islamista in Caucaso settentrionale implicava inoltre una destabilizzazione dei territori meridionali della Federazione Russa, aspetto che non dispiaceva affatto a quelle potenze occidentali che avevano tutto l’interesse a indebolire ulteriormente Mosca dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La risposta del popolo daghestano colse però tutti di sorpresa e il suo ruolo, soprattutto inizialmente, nell’opporsi all’invasione jihadista, risultò essenziale per la conseguente sconfitta dell’internazionale islamista, grazie anche al successivo intervento dell’esercito russo. Come recentemente affermato dal presidente russo Vladimir Putin: “Se i terroristi fossero riusciti a portare a termine i loro progetti in Daghestan, sarebbe stato un grosso problema per il Caucaso del nord e per la Russia tutta. Sono molto riconoscente al Daghestan e ai daghestani per quanto fatto allora e per quanto continuano a fare oggi”.

Lo scoppio del conflitto e la resistenza daghestana. Le avvisaglie di un possible allargamento del conflitto dalla Cecenia (dove era già in corso dal 1996) al Daghestan erano già evidenti nell’aprile del 1999, quando Bagauddin Magomedov, “emiro” della “Jamaat islamica del Daghestan” invocava dal territorio ceceno, dove si era rifugiato due anni prima, il jihad per liberare il Daghestan e tutto il Caucaso dalla presenza russa. Il 4 agosto successivo, tre giorni prima dell’invasione, alcuni uomini del Ministero degli Interni russo rimanevano uccisi in un’imboscata messa in atto da alcuni uomini di Magomedov a ridosso del confine tra Cecenia e Daghestan. Il 7 agosto la “Brigata Islamica Internazionale”, composta da circa 2mila jihadisti ceceni, arabi, nordafricani, turchi (molti dei quali veterani di Bosnia e Afghanistan) e comandata dal saudita Ibn al- Khattab e dal separatista ceceno Shamil Basayev, si mobilitava varcando il confine e occupando i distretti di Tsumadi e Botlikh; altre formazioni islamiste raggiungevano poi le zone di Novolaksk e Buynaksk. Il 10 agosto Basayev annunciava la nascita dello “Stato Islamico del Daghestan” e chiamava la popolazione alla rivolta contro i “miscredenti” che governavano Makhachkala e contro gli “occupanti russi”. Le aspettative di Basayev e Ibn al-Khattab erano però destinate a non realizzarsi e anzi, non solo la popolazione non li accolse come liberatori, ma si schierò contro, organizzando milizie spontanee contro quegli invasori che venivano visti come forestieri ed estremisti portatori di un Islam che nulla aveva a che spartire con quello autoctono.

A Buynaksk ad esempio poche centinaia di residenti male armati ma ben organizzati e con ottima conoscenza del territorio riuscivano a respingere gli attacchi dei jihadisti, mentre a Tsumadin, nella parte meridionale del Daghestan, un gruppo formato da agenti di polizia, militari e miliziani riuscivano a difendere il centro rurale di Agvali, di particolare importanza strategica.

L’intervento militare russo e la Seconda Guerra cecena. La sorprendente resistenza delle milizie daghestane dava a Mosca il tempo necessario per organizzare un massiccio intervento militare, guidato dal colonnello Viktor Kazantsev, che iniziava con un pesante bombardamento messo in atto dall’aviazione e dall’artiglieria con l’obiettivo di colpire le formazioni jihadiste e rendere impraticabili le vie di rifornimento. In una successiva fase, mentre le divisioni meccanizzate russe e truppe Omon daghestane prendevano il controllo del territorio e delle vie di transito, piccole unità leggere composte da Spetsnaz e paracadutisti (Vdv) venivano inviate sulle montagne per compiere operazioni di contro-terrorismo ai danni dei jihadisti. Il 23 agosto i jihadisti si ritiravano dalla zona di Bothlik mentre l’aviazione russa bombardava le zone di Serzhen-Yurt, Benoy, Kenkhie, Vedensko Ushelie. Il 29 agosto veniva lanciata una serie di operazioni di terra nella zona di Kadar, in particolare nei villaggi di Karamakhi, Kada e Chabanmakhi, con l’utilizzo di truppe del Ministero degli Interni (Mvd). Nella notte tra il 4 e il 5 settembre i jihadisti mettevano in atto una nuova offensiva nel distretto di Novolak, arrivando a pochi chilometri dalla città di Khasavyurt prima di venire colpiti dai bombardamenti russi. Il 13 settembre 1999 gli ultimi jihadisti della “Brigata Internazionale” venivano respinti e fuggivano in territorio ceceno mentre l’allora primo ministro Vladimir Putin annunciava un blocco su tutto il perimetro del confine ceceno per evitare sconfinamenti di terroristi. Nel contempo però l’aviazione russa aveva già iniziato una serie di bombardamenti contro i jihadisti in territorio ceceno colpendo i distretti di Vedeno, Nozhai-Yurt e Gudermes, ma anche la periferia di Grozny. Tra il 4 e il 16 settembre però una serie di attentati perpetrati contro alcuni complessi residenziali abitati da civili e militari della Guardia di Confine a Mosca, Volgodonsk e nella città daghestana di Buynaksk causavano la morte di più di 300 persone. L’attentato veniva a attribuito ai jihadisti facenti base in Cecenia; tra i nomi indicati dalla Commissione d’inchiesta figuravano Achemez Gochiyayev, Ibn al-Khattab e Muhammad bin Said al-Buainain “Abu Omar” (questi ultimi due entrambi uccisi durante il Secondo conflitto ceceno). Sia Ibn Khattab che Basayev negarono ogni responsabilità, ma di fatto gli attentati di settembre furono per il Cremlino la goccia che fece traboccare il vaso e il 1° di ottobre del 1999 le truppe russe varcavano il confine dando il via alla Seconda Guerra di Cecenia. Nel 2003 la Corte Suprema russa metteva inoltre al bando l’organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani, accusata di aver fornito sostegno ai jihadisti di Ibn al-Khattab, attivi in Cecenia.

Il Daghestan oggi. Il breve conflitto daghestano, oltre all’eroica resistenza della popolazione scesa in trincea con quanto a disposizione per respingere i meglio armati jihadisti, ha dimostrato che l’ideologia dell’odio non avrebbe fatto breccia nella Repubblica e che la popolazione era pronta a salvaguardare la propria identità contro attori esterni. Negli anni a seguire il Daghestan veniva sistematicamente preso di mira da un islamismo radicale di stampo wahhabita che si infiltrava e faceva breccia tra i giovani disagiati, spesso legati a bande criminali dando vita a un fenomeno tipicamente locale che vedeva il convergere di banditismo e jihadismo. Numerosi giovani daghestani cadevano vittime della propaganda jihadista e si univano a bande che si nascondevano nelle foreste e tra le montagne per poi sferrare attacchi in zone abitate contro civili, forze di sicurezza ed esponenti dell’Islam autoctono di stampo sufi. I fautori della propaganda wahhabita cercavano simpatizzanti in varie moschee radicali e se agli inizi degli anni 2000 il piano dava alcuni frutti, le autorità russe e daghestane riuscivano progressivamente a porre sotto controllo i luoghi di culto facendo tra l’altro chiudere quelle ong e associazioni caritatevoli sospettate di legami con l’islamismo radicale. Nel contempo le autorità di Makhachkala implementavano una serie di iniziative per presentare ai giovani il pericolo recato dai propagandisti di odio mentre gli esponenti della comunità islamica locale illustravano loro la corretta interpretazione della religione, ben lontana dalla visione oltranzista e intollerante divulgata da estremisti e jihadisti. L’Islam daghestano è da secoli tradizionalmente legato al Sufismo, con presenza di diverse confraternite tra cui la Naqshbandiyya, la Qadiriyya e la Shazaliyya; un Sufismo violentemente osteggiato dagli estremisti in tutto il mondo islamico, dal Nord Africa al Pakistan. Non a caso il 28 agosto 2012 un’attentatrice suicida (successivamente identificata come Amina Kurbanova) si intrufolava nell’abitazione di Shaykh Afandi al-Chirkawi, leader sufi molto amato e venerato in Daghestan, particolarmente attivo nel dialogo interreligioso, e si faceva esplodere, uccidendolo sul colpo. Shaykh Afandi era una figura scomoda per chi voleva imporre un’unica visione dogmatica, estrema e settaria che mal si coniuga in un contesto come quello daghestano. Colpire il leader sufi significava colpire l’Islam autoctono, il dialogo e le istituzioni. L’omicidio di Shaykh Afandi non faceva però altro che generare orrore e ulteriore rigetto della popolazione nei confronti dell’estremismo di stampo wahhabita. Negli anni successivi al 2012 una campagna terroristica sistematicamente perpetrata contro obiettivi civili, ma in particolare contro le forze di sicurezza, portava il Daghestan al centro di un violento scontro con i jihadisti. Una strategia tipica delle “bande” jihadiste era quella delle imboscate nei confronti di pattuglie della polizia e membri delle forze di sicurezza. La controffensiva coordinata da Mosca e Makhachkala dava però i suoi frutti e in pochi anni il jihadismo daghestano veniva pesantemente ridimensionato, al punto che secondo statistiche ufficiali per l’anno 2018 veniva registrato un calo dell’11% delle vittime del conflitto armato rispetto all’anno precedente. Dal gennaio al dicembre veniva segnalato un solo attentato, 27 jihadisti uccisi, 3 appartenenti alle forze di sicurezza e 5 civili. Il numero di attacchi risultava inoltre in decremento del 29% rispetto al 2017.  Per quanto riguarda il 2019, da inizio anno sono stati registrati 4 decessi, tutti di jihadisti e tre feriti di cui due appartenenti alle forze di sicurezza e un civile. Cifre notevoli per una Repubblica che fino a pochi anni fa registrava dati ben più allarmanti. Un segnale chiaro, le misure preventive contro il fenomeno della radicalizzazione e la strategia di contro-terrorismo messe in atto da Mosca e Makhachkala hanno dato e continuano a dare i loro frutti e il radicalismo di stampo islamista in Daghestan non fa breccia.

Iran, 40 anni fa la nascita della Repubblica Islamica. Cosa è cambiato da allora. Dall'assalto all'ambasciata Usa a Teheran ad oggi la storia di un paese e dei suoi rapporti con Usa e con il resto del mondo.Ruhollah Mosavi Khomeini (24 settembre 1902- 3 giugno 1989) è stata la guida della rivoluzione che ha instaurato il regime degli ayatollah. E'stato lui a indicare nel Grande Satana, negli Usa, uno dei principali nemici dell'Iran. La crisi degli ostaggi dell'ambasciata americana a Teheran è stato solo il primo atto di un conflitto strisciante durato per 35 anni. Ora, Iran e Stati Uniti si trovano dalla stessa parte della barricata in Iraq, dove insieme combattono contro il nemico comune: l'Isis. Stefano Graziosi il 4 novembre 2019 su Panorama. Sono passati quarant’anni. Era il 4 novembre del 1979, quando alcune centinaia di studenti iraniani assaltarono l’ambasciata statunitense a Teheran, prendendo in ostaggio cinquantadue diplomatici e funzionari americani. Erano i mesi concitati della rivoluzione khomeinista, che aveva preso avvio all’inizio di quello stesso anno, costringendo lo Scià, Reza Pahlavi, alla fuga. La crisi degli ostaggi rappresentò un’autentica doccia gelata per la Casa Bianca, all’epoca guidata da Jimmy Carter. L’allora presidente americano si era infatti convinto che, dato il suo anticomunismo, l’ayatollah Khomeini potesse essere pronto ad una convergenza con il fronte statunitense. Una speranza che l’assalto all’ambasciata mandò in frantumi, determinando un’umiliazione fortissima per lo stesso Carter: un’umiliazione che gli si rivelò fatale alle presidenziali del 1980, in cui venne sconfitto dal repubblicano, Ronald Reagan. Più in generale, la perdita dell’Iran, rappresentò un duro colpo geopolitico per Washington, la cui politica mediorientale – nel corso degli anni di Nixon – si era principalmente appoggiata su Riad e Teheran. Quarant’anni dopo, nel corso di una commemorazione pubblica, alcuni manifestanti iraniani si sono riuniti davanti all’ex ambasciata statunitense (trasformata oggi in parte in un museo), gridando “abbasso gli Stati Uniti” e “abbasso Israele”. Nelle stesse ore, la Repubblica Islamica ha reso note nuove violazioni dell’accordo sul nucleare, siglato nel 2015 ai tempi di Barack Obama. “Nel corso degli ultimi sessanta giorni di ultimatum ai partner Ue” dell'accordo sul nucleare, “l'Iran ha aumentato di circa dieci volte, portandola a cinquemila grammi, la sua produzione quotidiana di uranio”, ha dichiarato Ali Akbar Salehi, capo dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica. La tempistica di quest’annuncio non è ovviamente stata casuale e rappresenta un nuovo guanto di sfida nei confronti di quegli Stati Uniti che, pochi giorni prima dell’assalto all’ambasciata, lo stesso Khomeini aveva notoriamente definito “il grande Satana”. Che ci fosse una situazione tesa, non è del resto un mistero, visto che – negli ultimi giorni – era intervenuto duramente anche l’ayatollah Ali Khamenei. “È sbagliato pensare che avere un dialogo con gli Usa possa eliminare i problemi del Paese”, gli Stati Uniti “da anni insistono per avere negoziati, ma l'Iran li respinge: ciò significa che nel mondo c'è un governo che non si piega alla dittatura americana”, ha affermato di recente la guida suprema dell’Iran. Queste turbolenze costituiscono un problema non di poco conto per la Casa Bianca. La strategia che infatti Donald Trump sta cercando di portare avanti con Teheran risulta piuttosto articolata. Se nel 2018 aveva infatti deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare, l’attuale presidente americano ha sinora cercato di evitare un intervento bellico diretto degli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica. Trump ha sempre reso noto di voler attuare la linea della “massima pressione” economica e militare su Teheran, evitando tuttavia di restare coinvolto in una nuova “guerra senza fine” nello scacchiere mediorientale. Proprio questa strategia ha determinato i principali attriti tra Trump e il suo ormai ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, che – non a caso – è stato silurato lo scorso settembre. In questo contesto, è chiaro che i toni duri e le violazioni nucleari da parte di Teheran indeboliscano in questo momento la posizione del presidente americano, favorendo – di contro – la forza politica dei falchi di Washington, che non disdegnano affatto l’opzione militare. Quell’opzione militare che – ribatte Trump – risulterebbe elettoralmente impopolare, obbligando nuovamente gli Stati Uniti a pesanti oneri economici e umani. In tutto questo, non bisogna poi dimenticare che, a febbraio, si terranno le elezioni parlamentari in Iran: un fattore che potrebbe essere alla base dei nuovi scossoni in seno alle relazioni tra Washington e Teheran. La Repubblica Islamica, dal canto suo, si trova oggi in una situazione ambivalente. Se dal punto di vista economico le sanzioni statunitensi esercitano un peso non indifferente, sul piano geopolitico Teheran vanta alcuni interessanti risultati. Il rafforzamento che la Russia sta infatti conseguendo sul fronte mediorientale ha favorito l’Iran, che di Mosca risulta notoriamente uno dei principali alleati nell’area. Sotto questo aspetto, Teheran ha quindi indirettamente beneficiato del parziale disimpegno statunitense da territori come la Siria. Tutto questo, sebbene qualche elemento problematico non manchi. La strategia diplomatica che Vladimir Putin sta infatti cercando di portare avanti in Medio Oriente implica un delicatissimo equilibrismo tra fazioni e Stati contrapposti. Un equilibrismo che coinvolge anche un acerrimo nemico dell’Iran, come l’Arabia Saudita. Inoltre, le dure proteste antigovernative che si stanno verificando in Libano e Iraq rappresentano, in buona sostanza, un cruccio per le alte sfere di Teheran. Le dimissioni a fine ottobre del premier libanese, Saad Hariri, non sono state ben accolte dalla filoiraniana Hezbollah che governava in coalizione con lui. Ma non è tutto. Sembrerebbe infatti che, lo scorso 30 ottobre, il generale iraniano Qassem Soleimani, capo della Forza Qods dei Guardiani della rivoluzione islamica, si sia recato a Baghdad per chiedere alle milizie dell’Unità della mobilitazione popolare di spalleggiare il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, nel corso delle proteste volte ad ottenere le sue dimissioni. Del resto, non bisogna dimenticare che l’Iraq sia diventato un terreno di scontro indiretto tra Iran e Arabia Saudita: due potenze, che si stanno contendendo da tempo l’influenza economica e geopolitica su questo territorio. Baghdad, dal canto suo, ha cercato – soprattutto nel corso dell’ultimo anno – di oscillare costantemente tra i due rivali. La Repubblica Islamica guarda d’altronde a queste proteste con particolare ostilità e preoccupazione per due motivi. In primo luogo, perché – come accennato – rischiano di creare una crepa nel suo sistema di influenze regionali. In secondo luogo, i vertici iraniani temono che disordini simili possano prima o poi scoppiare anche dentro i propri confini, secondo dinamiche già conosciute con l’Onda Verde del 2009.

Iran quarant’anni dopo, la Rivoluzione tradita. Febbraio 1979, il popolo rovescia la monarchia dello Scià e inizia la Repubblica islamica. Un potere che ancora oggi sopravvive a se stesso e ai cambiamenti della modernità, scrive Lanfranco Caminiti il 31 gennaio 2019 su Il Dubbio. «L’islam – che non è semplicemente religione, ma modo di vita, appartenenza a una storia e a una civiltà – rischia di costituire una gigantesca polveriera, formata da centinaia di milioni di uomini. Da ieri ogni Stato musulmano può essere rivoluzionato dall’interno, cominciando dalle sue tradizioni secolari». È il 26 febbraio 1979 e Michel Foucault, il filosofo francese, manda il suo ultimo reportage dall’Iran – sono nove gli articoli che avrà inviato, per il Corriere della Sera ele Nouvel Observateur, dal settembre dell’anno prima, quando sono iniziate le rivolte contro lo scià Reza Pahlavi, il re dei re. E più che un reportage, questa sembra una terribile profezia. Dell’Iran Foucault non si occuperà più, ma gli verrà rimproverato a lungo questo suo “appassionamento”, questo “orientalismo”, questo suo non rendersi conto, almeno apparentemente, che dietro quella sollevazione popolare andava tessendosi la tela di un potere religioso teocratico, dai connotati medievali. Eppure, in un articolo per Le Monde del maggio 1979 (Inutile de se soulever? “Insorgere è inutile?”) scriveva: «Non vi è nulla di vergognoso nel cambiare opinione: ma non c’è nessuna ragione di dire che si cambia quando oggi si è contro le mani tagliate, dopo essere stati, ieri, contro le torture della Savak… Le sollevazioni appartengono alla storia. Ma, in qualche modo, le sfuggono. Il movimento per cui un uomo solo, un gruppo, una minoranza o un popolo intero dice: “Non ubbidisco più” e, di fronte a un potere che giudica ingiusto rischia la sua vita – questo movimento mi sembra irriducibile… Enigma della sollevazione. Per chi cercava in Iran, non le “ragioni profonde” del movimento, ma il modo in cui questo era vissuto, per chi tentava di comprendere che cosa passasse nella testa di quegli uomini e di quelle donne quando rischiavano la loro vita, un elemento era sorprendente. Essi inscrivevano la loro fame, le loro umiliazioni, il loro odio nei confronti del regime e la loro volontà di ribaltarlo ai confini del cielo e della terra, in una storia sognata che era sia religiosa sia politica. Si scontravano con i Pahlavi, in una partita in cui ognuno giocava con la vita e la morte, ma anche con sacrifici e promesse millenari. Cosicché, in realtà, le celebri manifestazioni che hanno avuto una parte tanto importante, potevano contemporaneamente rispondere alla minaccia dell’esercito (fino a paralizzarlo, seguire il ritmo delle cerimonie religiose e, infine, rimandare a una drammaturgia senza tempo, in cui il potere è sempre maledetto… La spiritualità a cui si riferiscono coloro che stavano per morire non è paragonabile al governo cruento di un clero integralista. I religiosi iraniani vogliono legalizzare il loro regime attraverso i significati della sollevazione. Squalificando la sollevazione perché oggi c’è un governo di mullahs, ci comportiamo come loro. In entrambi i casi si ha “paura”. Paura di quello che è appena successo l’anno scorso in Iran e di cui il mondo non aveva dato esempi da molto tempo». Era stato questo perciò lo “scandalo” della rivoluzione iraniana per Foucault, che a migliaia fossero stati pronti a immolarsi, a affrontare a mani nude l’esercito più potente del Medioriente, in nome non d’un ayatollah, d’un profeta, d’una religione, ma di una “spiritualità politica”, quella spiritualità politica che s’era irrimediabilmente perduta in occidente. A settembre di quell’anno, anche Oriana Fallaci andò in Iran e a Qom, la città santa dove viveva Khomeyni, intervistò l’ayatollah, il Capo Supremo. Nel 1973 la Fallaci aveva intervistato lo Scià e gli aveva chiesto conto dei suoi misfatti, tanto che quello le chiese se per caso non fosse sulla lista nera. Durante la Rivoluzione quell’intervista era diventata un libretto clandestino da agitare come un manifesto, e per questo Khomeyni ora la riceveva: «Mi esaminano: eppure il mio abbigliamento è in regola: più che a un essere umano assomiglio a un fagotto. Sui pantaloni neri e la camicetta nera indosso un mantello nero, il collo e i capelli sono ben nascosti da un foulard nero annodato al mento, e sopra tutto questo ho il chador. Nero, s’intende». Ne venne fuori, per il Corriere della Sera, un reportage durissimo: «Il suo ritratto è ovunque, come una volta il ritratto dello Scià. Ti insegue nelle strade, nei negozi, negli alberghi, negli uffici, nei cortei, alla televisione, al bazaar: da qualsiasi parte tu cerchi riparo non sfuggi all’incubo di quel volto severo ed iroso, quei terribili occhi che vegliano ghiacci sull’osservanza di leggi copiate o ispirate da un libro di millequattrocento anni fa… Alle undici di sera la città tace, deserta, e non rimane aperto neanche un caffè; ballare è proibito, visto che per ballare bisogna più o meno abbracciarsi. È proibito anche nuotare, visto che per nuotare bisogna più o meno spogliarsi… Le libertà sessuali, inutile dirlo, sono crimini da punire col plotone di esecuzione: non passa giorno senza che la stampa dia la notizia di qualche adultera fucilata… Si fucilano anche gli omosessuali, le prostitute, i lenoni… Il suo nome è sulla bocca di tutti, ossessivamente, sia che venga pronunciato con amore sia che venga sibilato con odio… Eppure è troppo presto per dire che si tratta di una rivoluzione fallita, esplosa per sostituire un despota con un altro despota. Ed è addirittura azzardato concludere che non si tratta di una rivoluzione bensì di una involuzione, quindi tante creature son crepate per nulla, al tempo dello Scià era meglio. I grandi capovolgimenti conducono sempre ad eccessi, estremismi fanatici, interregni caotici: la Francia non ci dette forse il Terrore? E una rivoluzione è avvenuta: religiosa, non libertaria. Per questo non la riconosciamo, e ce ne inorridiamo. Per questo ne siamo delusi. Bisogna tentar di capire. Bisogna ascoltare chi risponde con le lacrime in gola che sì, al tempo dello Scià si poteva bere il vino e la birra e la vodka e lo whisky, però si torturavano gli arrestati con sevizie da Medioevo; si poteva ballare e nuotare in costume da bagno e lavarsi i capelli dal parrucchiere, però dagli elicotteri si gettavano i prigionieri politici nel lago Salato; non si fucilavano gli omosessuali, le prostitute, le adultere, però si massacrava la gente nelle piazze e si viveva solo per vendere il petrolio agli europei. Soprattutto bisogna prestare orecchio a chi ci ricorda che esistono realtà diverse dalle nostre, e vie diverse dalle nostre per correggere quelle realtà…». L’intervista finì con un mezzo incidente. La Fallaci farà le sue scomode domande, parlerà di fascismo, dispotismo e dittatura e il Capo Supremo risponderà sempre, senza mai guardarla negli occhi, che tiene abbassati a fissarsi le dita, finché gli osserverà che non si può nuotare con il chador e Khomeyni le dirà: «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non la riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene». E allora, racconterà, «indignata, getterò via il chador e aprirò il mantello e sposterò il foulard chiedendogli se una donna che ha sempre vissuto senza quei cenci da medioevo gli sembra una vecchiaccia poco perbene. E lui mi avvolgerà in un lungo sguardo indagatore da cui mi sentirò spogliata». L’intervista, e l’incidente, accrescerà il prestigio internazionale della Fallaci, ma siamo certo ancora lontani dagli ultimi suoi testi, dopo l’11 settembre, sempre per il Corriere, che verranno poi raccolti ne La rabbia e l’orgoglio, anche se forse proprio in quei giorni se ne possono ritrovare le radici. Nel presentare il suo ultimo libro, La Rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq, Antonello Sacchetti dice: «Khomeyni aveva bene in mente il suo programma rivoluzionario visto che aveva definito il “Governo islamico” in un libro scritto, anni prima. Erano gli altri rivoluzionari ad avere le idee confuse. Khomeyni, con grande scaltrezza, si guardò bene dal dichiarare, apertamente, quali fossero i suoi reali obiettivi, quale fosse l’idea di Stato che aveva in mente. Quindi si può parlare di successo per Khomeyni, perché alla fine è prevalsa la sua fazione, e si è realizzato il suo disegno politico. Per lui la Repubblica islamica rappresentava un progetto, invece per una parte dei suoi alleati, la repubblica islamica era, soltanto, uno slogan indefinito dai contenuti incerti. Khomeyni vince perché riesce a intercettare l’unica volontà comune di tutti i rivoluzionari, cioè cacciare lo scià. In questo è il più intransigente, il più netto di tutti. Se all’inizio del 1978 si parla di riforme della Costituzione, e poi di una eventuale abdicazione di Mohammad Reza Pahlavi, è solo dall’estate in poi che si parla di cacciare lo scià, e poi – in un secondo momento – di istituire una “Repubblica islamica”. Il repubblicanesimo in Iran non aveva una storia, una tradizione. È un concetto che la rivoluzione ingloba e promuove in tempi rapidissimi. L’islamizzazione della neonata repubblica avverrà molto velocemente, proprio perché il progetto di Khomeyni era strutturato e, perfettamente, in linea con la cultura tradizionale del Paese…». E a proposito della lunga e sanguinosissima guerra Iran- Iraq l’ultima guerra convenzionale del XX secolo, l’ultima, cioè, a essere combattuta dagli eserciti di due Stati nazionali l’un contro l’altro armati, Sacchetti dice: «Senza la rivoluzione non ci sarebbe stata la guerra, perché Saddam Hussein non avrebbe mai attaccato l’Iran monarchico, e perché, senza la guerra, la rivoluzione avrebbe avuto, probabilmente, un corso diverso. Così come le rivoluzioni francese e russa, anche quella iraniana, una volta aggredita, si ricompatta. È una storia drammatica, terribile ma, assolutamente imprescindibile, per capire la rivoluzione oltre che la storia attuale dell’Iran. La guerra è il mito fondante della rivoluzione: i murales delle città iraniane omaggiano, quasi sempre, i martiri della guerra non quelli della rivolta contro lo scià». Dal 1941 al 1979 a governare l’Iran era stato lo scià Reza Pahlevi, che aveva ereditato la carica dal padre, Reza I, costretto ad abdicare nel 1941 durante la Seconda Guerra Mondiale da inglesi e russi, per il timore che allineasse il suo paese, ricco di petrolio, alla Germania nazista. Alla fine della guerra il Regno Unito, che era stato la potenza dominante in Medioriente fino a quel momento, decise di disimpegnarsi. Gli Stati Uniti avevano bisogno di un alleato in quell’area strategica e scelsero l’Iran dello scià. L’alleanza con gli Stati Uniti divenne fondamentale nel 1953, quando lo scià riprese il controllo del paese con un colpo di stato contro il nazionalista Mohammed Mossadegh, che, due giorni dopo essere diventato primo ministro nel 1951, aveva nazionalizzato la Anglo- Iranian Oil Company, la prima volta che una grande compagnia petrolifera veniva sfidata apertamente da un paese produttore di petrolio. Il Regno Unito ruppe le relazioni diplomatiche con l’Iran, e nel 1953, con l’insediamento di Eisenhower alla Casa Bianca, anche gli Stati Uniti decisero di agire. Nel febbraio 1953, americani e inglesi approfittarono della confusione in cui versava il paese per una serie di manifestazioni indette dal Tudeh ( il partito comunista iraniano), mentre lo scià abbandonava il paese, e il generale Zahedi ( appoggiato dagli stranieri) obbligava alla resa Mossadegh. Lo scià tornò nel suo regno. L’Iran si affermava come stato produttore ed esportatore di petrolio: con i soldi guadagnati dalla vendita del greggio si compravano sempre più armi, principalmente dagli Stati Uniti, trasformando l’esercito iraniano nel più forte di tutto il Medioriente. Quello era l’Iran che garbava agli americani. Dal 1963 al 1979 lo scià promosse la “rivoluzione bianca”, un programma di modernizzazione, appoggiato dagli americani, presto accusato di essere una “occidentalizzazione” di facciata, soprattutto dai religiosi. I sontuosi festeggiamenti per i 2500 anni della monarchia persiana nel 1971 erano costati alle casse dello Stato 250 milioni di dollari. Al crescente malcontento della popolazione, le cui condizioni di povertà si erano aggravate negli ultimi anni, il sovrano decise di rispondere con la forza. Negli anni Settanta la polizia segreta (Savak) compì arresti in massa, migliaia di cittadini vennero torturati e molti, a migliaia, vennero uccisi. Nel 1975 lo scià dichiarò illegali tutti i partiti politici, dissolvendo di fatto ogni forma di opposizione legale e favorendo la nascita di movimenti clandestini di resistenza. Tra le voci del clero che più si alzarono contro lo scià ci fu quella di Khomeyni – esiliato prima in Iraq a Najaf e poi a Parigi. Da Parigi, le sue infuocate invettive, diffuse in Iran con le audiocassette, divennero la scintilla che incendiava la prateria. Fu proprio una serie di attacchi da parte di giornali di regime contro Khomeyni che innescarono le prime manifestazioni. Il primo febbraio 1979, accolto da circa tre milioni di persone, quando lo scià se n’era già andato dal paese – morirà poco dopo al Cairo, per una grave malattia – Khomeyni rientrava in patria.

Dice Sacchetti: «Per quanto riguarda il futuro politico del Paese, mi viene soltanto da raccomandare grande prudenza nelle previsioni. La Repubblica islamica ha dimostrato in questi quarant’anni una resilienza, assolutamente, imprevedibile. La stessa è stata data per spacciata tante volte, invece, questo sistema ha superato molti ostacoli ed è sopravvissuto a un passaggio epocale come la fine della Guerra Fredda che, direttamente o indirettamente, ha ridisegnato la mappa del Medio Oriente».

Maria Giovanna Maglie per Dagospia il 21 Febbraio 2019. Avrebbe potuto ispirarsi al tweet, in lingua farsi, di Donald Trump: Quarant’anni di corruzione, 40 anni di repressione, 40 anni di terrore: il regime iraniano ha prodotto soltanto 40 anni di fallimenti. Invece dalla Germania con amore alla Repubblica Islamica d’Iran. Sono state congratulazioni vivissime. Magari gliel'ha mandato anche l'Italia un telegramma di congratulazioni, anche se spero di no. Però non è la stessa cosa, non è la stessa cosa se la Repubblica Federale di Germania si congratula con un governo che ha nei suoi principi fondanti la distruzione di Israele, lo Stato nato dopo, e a parziale risarcimento, dello sterminio degli Ebrei. Ci sarebbero poi altre cosette come l'attuale situazione di scontro con gli Stati Uniti d'America, che hanno stracciato l'accordo firmato nel 2015 da Barack Obama senza il dovuto passaggio per l'approvazione del Congresso, sostenendo che l'Iran non ha mai smesso di produrre materiale nucleare, Stati Uniti che oggi minacciano di ritorsioni le nazioni europee che decidono di continuare a commerciare liberamente con l'Iran. Se Nazioni appartenenti all'Unione Europea, segnatamente la Germania, non solo cercano con il concorso attivo del commissario Federica Mogherini di aggirare la richiesta americana, ma in più arrivano anche le congratulazioni in forma di telegramma ufficiale per il quarantesimo dei mullah, il casino diplomatico si complica. La Bild scrive che il presidente Frank Walter-Steinmeier ha inviato in un telegramma inviato a nome dei cittadini tedeschi le congratulazioni sue e dei suoi compatrioti da Berlino In occasione della festa nazionale. Al primo sorgere di una polemica che si annuncia sanguinosa, nazionale e internazionale, il presidente ha fatto sapere che si tratta di una pratica comune, niente di più, insomma che così fan tutti con tutti. Non è d'accordo Rabbi Abraham Cooper, a capo del Simon Wiesenthal Cente che non solo condanna le congratulazioni inviate al regime più pericoloso del mondo, ma ricorda che sono degli integralisti, impiccano gli omosessuali, minacciano il genocidio di Israele dove vive la più grande comunità di ebrei del mondo. Cooper si domanda infine provocatoriamente quando arriverà dal presidente tedesco una condanna ferma della negazione dell'Olocausto da parte del regime iraniano. La Bild è d'accordo “Esecuzioni di massa e torture, brutale persecuzione delle donne, delle minoranze   e dell'opposizione, Imposizione di uno Stato del terrore islamico che minaccia di annichilire Israele, che opprime il Medio Oriente con le sue milizie, e che nega l'Olocausto. Tutto ciò è cominciato 40 anni fa, l’11 febbraio del 1979, giorno della rivoluzione islamica, quando I mullah hanno preso con la forza il potere a Teheran”. Che in soldoni vuol dire molto chiaramente “che: c’ avrai da congratularti”?  Ve lo dico io chi è Steinmeier, perché niente avviene per caso. È quello che da ministro degli Esteri permise all'allora vice ministro iraniano degli Esteri, il potentissimo Muhammad Javad Ardashir Larijani, nel 2008, di invocare la distruzione di Israele e negare l'olocausto in Germania durante un ricevimento organizzato proprio dal ministro degli Esteri tedesco. a Berlino, a poca distanza dal museo dell'Olocausto. E’ lo stesso che di recente ha detto al presidente iraniano Hassan Rouhani che “la Germania sta facendo tutto ciò che è in suo potere per garantire il mantenimento e il potenziamento continuo dell'accordo nucleare con l'Iran”. Ora nel telegramma il presidente tedesco loda le relazioni bilaterali e promette di mantenere intensamente il dialogo. Perché “solo insieme è possibile superare le crisi e i conflitti”. Dice giustamente l'autore dell'articolo di Bild: “Come mai non c'è neanche una parola di critica sugli attacchi e le stragi di Teheran in Europa, o sui miliardi di finanziamenti a gruppi terroristici come Hamas e Hezbollah? “Steinmeier fa parte del partito socialdemocratico tedesco. Evidentemente deve ritenere una prova di sense of humour aver scritto nel telegramma che il regime va incoraggiato ad ascoltare anche le voci critiche del Paese. Lo vada a dire alle migliaia di detenuti politici torturati nelle prigioni.

Paolo Mastrolilli per “la Stampa” il 6 Ottobre 2019. «Il governo italiano dovrebbe smettere di finanziare indirettamente la campagna di terrore interno e globale del regime di Teheran, e pensare invece al futuro». Questo invito viene da Reza Pahlavi, principe ereditario dell' Iran. Il figlio dell' ultimo Scià vive negli Stati Uniti dall' epoca della rivoluzione, e ha accettato di parlare con La Stampa del difficile momento attraversato dal suo Paese e delle prospettive future.

Quali sono i suoi valori?

«Per quarant' anni sono stato chiaro sulle mie convinzioni, i miei valori, e la mia visione per il futuro dell' Iran. È centrata sul mio credo nell' eguaglianza di tutte le persone. Uomini, donne, giovani, vecchi, religiosi, atei, noi siamo tutti cittadini. Tutti abbiamo diritti fondamentali, che non possono essere violati. Da ciò deriva la mia fede nella democrazia e in un governo secolare nel mio Paese, dove tutti i cittadini abbiano voce nella creazione del nostro futuro».

Come pensa di realizzare questa visione?

«Il futuro dell' Iran sarà basato su libertà, sicurezza e dignità umana. Nell' Iran libero ogni cittadino avrà un ruolo per la costruzione della democrazia dal primo giorno. Noi, insieme, sceglieremo un sistema di governo con un referendum popolare. Eleggeremo i rappresentati di un' assemblea costituente e del parlamento. Anche la sicurezza è cruciale. Garantiremo la sicurezza dalla violenza arbitraria dello Stato, dall' indigenza, dalle interferenze straniere e dal terrorismo. Infine, la dignità umana. Ogni iraniano sarà trattato con la dignità che merita come cittadino ed essere umano, senza considerare la razza, la fede o lo status sociale».

Come giudica l' accordo nucleare Jcpoa?

«Era viziato per natura perché ignorava una componente cruciale, cioè il popolo iraniano. Le potenze occidentali in America ed Europa hanno erroneamente creduto di poter cambiare il comportamento del regime. Non possono. Questo regime è irriformabile. È avvelenato nella sua essenza. L' unica via per mettere fine al comportamento brutale del regime è sostenere il popolo nei suoi sforzi per stabilire una democrazia secolare. Negoziare con il regime è futile ed è un affronto al popolo iraniano».

La strategia americana della "massima pressione" funziona, o vorrebbe un ruolo più attivo per cambiare il regime?

«Le misure mirate contro il regime sono necessarie, dovrebbero continuare ed essere rafforzate. L' Occidente dovrebbe sanzionare in maniera uniforme le braccia del terrore del regime, che uccide i miei compatrioti a casa e diffonde il caos all' estero. Per quanto riguarda il cambio di regime, dovrebbe essere guidato dal popolo con una campagna massiccia di disobbedienza civile. Le sanzioni possono indebolire la capacità del governo di rispondere a un simile movimento popolare, ma la gente deve svolgere il ruolo di protagonista».

L' Iran è stato accusato del recente attacco in Arabia Saudita. Pensa che gli Usa dovrebbero considerare una risposta militare?

«Ciò che l' Arabia Saudita e i suoi alleati sceglieranno di fare è una loro prerogativa. La mia opinione è che con la guerra perdono tutti. Mi sono rivolto di recente ai miei compatrioti per dire loro che in nessuna circostanza dovrebbero consentire al regime di credere che potrebbe contare sul loro supporto, se cercasse di imporre una guerra. Qualunque altra cosa incoraggerebbe il regime ad inasprire il confronto, che avrebbe conseguenze disastrose».

Il presidente Trump dovrebbe incontrare o parlare con Rohani?

«Negoziare con questo regime è da ingenui. Il presidente Trump e tutti i leader occidentali dovrebbero invece impegnarsi con l' opposizione iraniana e appoggiare il popolo».

I Paesi europei stanno cercando di salvare l' accordo nucleare: quale messaggio vuole mandare loro?

«La leadership europea dovrebbe sapere che questo regime alla fine andrà via. Quando ciò avverrà, e avremo stabilito una vera democrazia rappresentativa, non ci dimenticheremo di chi ha aiutato il regime ed è rimasto in silenzio davanti alla nostra battaglia per la libertà. Gli europei dovrebbero relazionarsi con il popolo dell' Iran e smettere di coccolare il regime. Collaborando finanziariamente con la Repubblica islamica sostieni indirettamente l' omicidio del mio popolo e il terrorismo globale».

L' Italia ha un' antica relazione bilaterale con l' Iran. Ad esempio, ancora consente alla linea aerea Mahan Air di volare a Roma e Milano. Quale appello vuole mandare al nuovo governo italiano?

«Prima che l' Italia iniziasse a coccolare il regime, avevamo buone relazioni. Rapporti estesi e proficui e impegni tanto economici quanto culturali. Purtroppo il governo italiano, come tanti altri Paesi europei, ha cullato questo regime economicamente e in varie maniere. Il nuovo esecutivo dovrebbe smettere di finanziare indirettamente la campagna di terrore interno e globale del regime iraniano, e pensare invece al futuro».

In un recente messaggio inviato al popolo iraniano, lei ha detto che «la disobbedienza civile è il primo passo verso la ricostruzione» del Paese. Sta incoraggiando le proteste?

«Sì. L' unica via per transitare pacificamente verso la democrazia è l' impegno del popolo nella disobbedienza civile ampia e unita. Una componente di questa campagna è la protesta, altre sono gli scioperi dei lavoratori e i movimenti studenteschi, fra le varie cose possibili».

Qual è l' umore del popolo iraniano, per quanto lei possa comprenderlo a distanza? È vero che le nuove proteste non sono più finalizzate ad ottenere una voce nella gestione dello Stato, ma a cambiare il regime?

«Il popolo iraniano vuole rovesciare questo regime. Per quarant' anni hanno sofferto, ogni giorno, per l' oppressione, la corruzione e la mancanza di dignità. Ne hanno avuto abbastanza».

Lei ha detto in varie occasioni di esse pronto a servire il suo Paese. In quale forma vedrebbe questo suo impegno per il futuro dell' Iran?

«Io servirò il mio Paese in qualunque modo potrò farlo. Al momento, ciò significa unire l' opposizione ed esprimere i desideri dei miei compatrioti all' estero. Il mio unico obiettivo è liberare l' Iran».

·        Quella Guerra tra Mussulmani.

Così Erdogan indottrina i giovani. Futura D'Aprile su it.insideover.com il 21 ottobre 2019. “Negli ultimi venti-trent’anni in Turchia c’è stato un cambiamento significativo e sotterraneo all’interno della società, ma noi curdi ce ne siamo accorti solo di recente. Grazie al controllo sull’istruzione sono riusciti a dar forma a una nuova generazione di giovani indottrinati ed è anche per questo il potere di Erdogan è così forte”. A spiegare l’impatto che l’istruzione ha sulla formazione delle persone in Turchia e i suoi effetti a livello politico è Erol, giovane curdo del centro Ararat di Roma, che ha vissuto sulla sua pelle la discriminazione che attraversa il sistema scolastico e diretta verso particolari settori della popolazione. Primi tra tutti i curdi.

L’islamizzazione. “Il vero cambiamento nell’istruzione si è avuto a partire dal 2002, da quando cioè Recep Tayyip Erdogan e la destra hanno preso il potere ed emanato delle leggi con l’intento di islamizzare l’insegnamento nelle scuole sulla scia di quanto stava già facendo da anni Fethullah Gülen“. Fino a poco prima del fallito golpe del 2016 i rapporti tra il predicatore e l’attuale presidente della Turchia erano molto stretti, ma con il tempo si sono deteriorati fino a trasformarsi in una lotta aperta e in una campagna punitiva del capo di Stato turco contro il suo ex maestro. “Con Erdogan al governo, il potere di Gülen è aumentato sempre di più e il numero delle scuole sotto il suo controllo ha continuato a crescere: dopo il 2002 potevi contare almeno tre/quattro istituti scolastici privati finanziati dalla sua associazione in ogni città della Turchia e altri sono stati aperti anche fuori dal Paese”. Centrale in queste scuole era l’insegnamento dell’islam, ma non solo. “I seguaci di Gülen andavano dalle famiglie più povere che vivevano nel Kurdistan per convincerle ad affidare loro i propri figli, promettendo che avrebbero dato loro un’istruzione e anche un lavoro una volta terminati gli studi. I gulenisti mantenevano fede alla parola data, ma il loro obiettivo era indottrinare i curdi, considerati generalmente dei comunisti e quindi degli atei”. Gülen e il suo movimento non sono gli unici a fare dell’islam uno dei pilastri dell’istruzione. “A partire dal 2002”, prima volta in cui l’attuale presidente vincesse le elezioni, “il programma delle scuole pubbliche viene modificato e diventa obbligatorio seguire dei corsi sull’islam”. Si tratta di riforme che hanno un’importante valenza politica e che non tarderanno a mostrare il loro impatto sulla società . “Sono riusciti a dar vita a una nuova generazione di giovani che si rivedono nei valori religiosi e che sono stati debitamente inseriti in posizioni di potere in Turchia. Lo stesso Erdogan quindi non ha esitato a usare l’istruzione per i suoi scopi, sostituendo i valori del kemalismo con quelli dell’islam”.

La vita dei curdi nelle scuole turche. Erol sospira quando gli chiedo di raccontarmi la sua vita da studente in una Turchia in cui affermare di essere curdo vuole dire essere emarginato. “Quando ero alle elementari, ogni giorno prima di iniziare le lezioni ci facevano cantare una canzone che faceva più o meno così: ‘Io sono turco, questa è la mia bandiera…sono pronto a dare la mia vita per la Turchia’. È stata prassi obbligatoria fino al 2015, poi la legge è cambiata”. Tutte le mattine, per anni, Erol e altri come lui sono stati costretti a negare la propria identità e le proprie origini, segno di un indottrinamento che ha inizio fin dalla tenera età. “Quando noi curdi iniziano ad andare a scuola non conosciamo il turco, lo impariamo dietro i banchi e i maestri con noi sono sempre molto severi, ricorrono spesso alle punizioni corporali”. Ma a dover rinnegare se stessi non sono solo gli studenti.

Gli stessi insegnanti che venivano dal Kurdistan dovevano nascondere le loro origini se volevano lavorare. I problemi per Erol sono iniziati durante gli anni del liceo. “C’era una professoressa di estrema destra che è riuscita a farmi espellere accusandomi di essere pericoloso, ma la verità è che non accettava il fatto che continuassi a dire di essere curdo e non turco: è per questo che sono stato espulso”. Costretto a lasciare la scuola, Erol ha trascorso due mesi a casa. “Poi un giorno un mio parente mi ha detto che se volevo riprendere a studiare dovevo andare con lui a Batman (nel Kurdistan turco, ndr) e vivere nel campus della scuola a cui mi avrebbe iscritto. Ho accettato, ma solo dopo ho capito che si trattava di un istituto finanziato da Gülen. Ho resistito pochi mesi. In queste scuole gli studenti non hanno alcun tipo di libertà, sono costretti a osservare delle regole molto rigide. Per farti un esempio, ogni giorno alle 18 dovevamo ascoltare un discorso di Gülen e piangere”. Piangere? Erol ride alla vista della mia faccia stupita. “Sì, e se non lo facevi il maestro ti rimprovera e ti manda a bagnarti gli occhi”. La vita giornaliera all’interno di questi campus seguiva ritmi ben precisi. “Ci svegliavamo alle cinque per pregare, alle sei facevamo colazione, dalle 7 alle 15 avevamo lezione con una sola pausa nel mezzo, poi dalle 16 alle 17 eravamo liberi, ma alle 18 dovevamo seguire l’ennesimo incontro sull’islam. Ogni tanto ci facevano vedere dei film, anche quelli americani, ma ogni volta che veniva inquadrata una donna mandavano avanti il video. Non avevamo alcuna libertà, era un indottrinamento continuo. Dopo due mesi grazie all’aiuto di una persona mi sono iscritto a un altro liceo, ma ho continuato a vivere nel campus per capire cosa succedeva e passare informazioni. Poi però hanno scoperto che ero vicino a Hdp (partito filo-curdo, ndr) e mi hanno cacciato”. “I seguaci di Gülen sono dei fanatici”, ci tiene a specificare Erol. “Non sono più in grado di pensare con la propria testa e molti di loro dopo il 2016 sono diventati sostenitori di Erdogan”.

L’università. “Terminato il liceo ho passato l’esame per l’Università al quarto tentativo e mi sono iscritto alla facoltà di economia, ma dopo sei mesi sono stato cacciato per motivi politici”. Sorridendo, Erol mi racconta la sua storia e i problemi avuti all’Università. “Quando sei uno studente fuori sede e non hai molti soldi puoi ottenere un posto nello studentato gestito dallo Stato, ma per averlo devi prima superare un colloquio durante il quale alcuni professori ti fanno delle domande sull’islam. Io era preparato, sono riuscito ad avere un alloggio, ma dopo pochi giorni ho dovuto lasciarlo e ho iniziato ad aiutare anche altri a cercare un’altra sistemazione”. La motivazione, ancora una volta, è politica. “Anche in questi studentati”, spiega Erol, “si cercava di cambiare il modo di pensare dei ragazzi secondo un’ottica nazionalista e islamica, soprattutto nel caso dei curdi. Eravamo obbligati a partecipare alle manifestazioni della destra o legate all’islam, ma io mi sono rifiutato, ho lasciato lo studentato e ho creato un gruppo a cui hanno aderito anche i compagni comunisti e socialisti. All’inizio eravamo setto-otto, ma quando siamo cresciuti ci hanno fatto chiudere e io sono stato cacciato dall’università”.

Terminata la sua storia, c’è un punto che Erol vuole chiarire: Il problema non è l’islam in generale, ma il modo in cui veniva insegnato nelle scuole private di Gülen prima e in quelle pubbliche a seguito delle riforme volute da Erdogan poi...

La svolta del 2016. Nel 2016 si arriva al fallito golpe contro il Governo turco. Erdogan punta il dito contro Gülen e i suoi seguaci e per tutta risposta incarcera o licenzia tutti coloro che ritiene siano vicini al suo ex maestro. “La situazione in Turchia è cambiata dopo che i rapporti tra Erdogan e Gülen si sono rovinati. Quest’ultimo non ha accettato il fatto che il suo pupillo fosse diventato più potente di lui, per cui ha cercato di scavalcarlo, scatenando così una vera e propria guerra intestina”. Uno dei punti di maggior attrito tra i due è stata proprio la questione curda. Come ci spiega Erol, “Erdogan voleva arrivare a un accordo di pace, per questo molti di noi all’inizio hanno votato per lui, ma Gülen era assolutamente contrario”. Il predicatore “ha fatto di tutto per ostacolare le trattative, arrivando anche a usare i giudici a lui fedeli per attaccare i Municipi curdi. Quando Erdogan ha capito di aver perso il controllo su Gülen e i suoi seguaci ha fatto chiudere le scuole e le organizzazioni legate al suo ex maestro”. Il vuoto lasciato da Gülen è stato riempito dall’attuale presidente turco, che ha inserito in posti chiave persone a lui vicine e portato avanti un’importante riforma del sistema scolastico, riuscendo così a incidere sulla formazione dei giovani sul modello delle scuole di Gülen. In questo modo il presidente turco è riuscito a far crescere il suo potere, inculcando nei ragazzi sentimenti nazionalisti “e mettendoli contro tutte le minoranze presenti in Turchia, in primis contro i curdi. Se chiedi a qualcuno cosa pensa di noi ti risponderà che siamo dei terroristi, ma non sarà in grado di spiegarti perché. Gli è stato insegnato così e tanto basta”.

Quella guerra in seno all’islam che sta uccidendo anche noi. Paolo Mauri il 12 novembre 2017 su it.insideover.com. “Allah akbar”. Dio è grande. Due parole che nel mondo occidentale si sono legate a stragi, bombe, decapitazioni e a tutto il campionario di barbarie a cui ci ha abituati il terrorismo di stampo islamico nelle ultime due decadi. Abbiamo sentito gridare “Allah akbar” a Grozny, la capitale della Cecenia martirizzata da due guerre, ed in Bosnia, prima ancora lo abbiamo sentito in Afghanistan quando i “talebani” – che allora non si chiamavano così – combattevano i sovietici, poi in occasione dell’11 settembre, a Beslan, in Iraq, Siria e Libia in bocca prima ai miliziani di al-Qaeda e poi dell’Isis. “Allah akbar”. Due parole che sono diventate sinonimo di terrore e che nell’immaginario collettivo dell’uomo occidentale evocano immagini sanguinose e generano un sentimento di “rabbia e orgoglio”. “Allah akbar” però sono parole di pace e felicità. “Dio è grande” viene usato dai musulmani non solo durante la preghiera ma anche per esprimere la propria gioia, ma una gioia che non deriva dall’uccisione di un essere umano come siamo abituati a vedere nei filmati dell’Isis o in quelli di al-Qaeda. Per gli stessi musulmani l’utilizzo di queste parole in quelle occasioni è considerato aberrante: si sentono defraudati e offesi da una minoranza che uccide in nome della loro religione. “Allah è pace”, questo pensano i musulmani, ed uccidere nel suo nome è sbagliato. Allora cosa sta succedendo nell’Islam? Perché, come si è soliti dire, non tutti i musulmani sono terroristi ma tutti (o quasi) i terroristi oggi sono musulmani? Per capirlo occorre uscire da facili schemi e pensare che l’Islam non è un blocco monolitico ed unitario e che al suo interno esistono diverse confessioni anche oltre la divisione tra sciiti e sunniti che, nella storia, ha causato più morti che in tutti gli attentati in occidente. Occorre uscire dal meccanismo mentale della “reductio ad unum” e pensare che siamo davanti – ed in mezzo – ad una guerra di religione tra una parte del mondo musulmano ed il resto dell’Islam. Perché all’interno dell’Islam, così come esistono divisioni all’interno del mondo cristiano, ci sono diverse dottrine (e correnti): salafismo, hanbalismo, wahabismo, sufismo, alawismo, ismailismo sono solo alcuni dei nomi più noti. Quando si parla di Islam, quindi, è necessario specificare di quale dottrina si stia parlando, se sciismo o sunnismo, e a sua volta di quale corrente.

Cosa sta succedendo quindi nel mondo musulmano?

Stiamo vivendo una nuova era del (quasi) eterno conflitto tra sciiti e sunniti con degli Stati nazionali che sovvenzionano questa o quella corrente. Secondo chi scrive il problema nasce dal desiderio di espansione del wahabismo e del salafismo di origine saudita che è matrice ideologica di al-Qaeda e dell’Isis nonché del terrorismo ceceno e balcanico. Ormai è assodato che questi gruppi terroristici siano stati sovvenzionati tramite denaro privato raccolto attraverso le “decime” della religione islamica ed incanalato nelle tasche dei miliziani attraverso finte organizzazioni caritatevoli e per mezzo di banche islamiche, tutte organizzazioni che hanno la propria sede logistica in Arabia Saudita ma non solo. Oltre a Riad, che si calcola abbia stanziato sino ad oggi 100 miliardi di euro per diffondere il wahabismo nel mondo, anche altre petromonarchie del Golfo sono sede di flussi di denaro che finiscono nelle casse dei terroristi. La destabilizzazione della Siria, ad esempio, è partita da agitatori che avevano sede nel “pacifico” Kuwait, col quale moltissimi Paesi occidentali fanno affari anche di tipo militare; anche l’Italia, ad esempio, ha recentemente ricevuto una commessa per la vendita di 28 caccia Typhoon al piccolo emirato del Golfo. Non solo. Anche all’interno del mondo sunnita esistono profonde fratture che portano ad attentati e a veri e propri scontri diplomatici tra le cancellerie del Medio Oriente: esiste una divisione netta, infatti, tra i Fratelli Musulmani, quelli che hanno fomentato le rivolte il nord Africa tra Egitto e Tunisia, ed il wahabismo integralista che, come abbiamo visto, è matrice ideologica (e finanziaria) di Isis e al-Qaeda. Pertanto le stesse petromonarchie del Golfo si sono trovate divise nel supporto al terrorismo, con l’Arabia Saudita a sostenere l’Isis e le sue diramazioni ed il Qatar, ad esempio, a sostenere i Fratelli Musulmani. Doha infatti, durante le Primavere Arabe, ha sostenuto la Fratellanza in Egitto con circa 400 milioni di dollari e ne ha promessi 10 miliardi una volta che la situazione si fosse normalizzata, ma sappiamo tutti com’è andata a finire: al-Sisi, laico, è al potere e per tutta risposta Il Cairo ha immediatamente condannato Doha per il suo supporto al terrorismo fiancheggiando, altra strana alleanza, Riad e Abu Dhabi. Meno strano è vedere l’Egitto insieme agli Emirati Arabi Uniti, in considerazione del fatto che le due nazioni stanno aiutando il generale Haftar in Libia ad avere ragione delle milizie islamiche (e di quelle del Governo di Unità Nazionale). Questa è anche la chiave di lettura per la condanna del Qatar quale “stato terrorista” da parte di Riad in occasione della visita del Presidente Trump e dell’inaugurazione del Global Center for Combating Extremist Ideology. In quel particolare frangente la Casa Bianca aveva espressamente indicato –  per la prima volta – quali fossero le nazioni finanziatrici del terrorismo internazionale (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Oman, Bahrein, EAU) ed immediatamente Riad, di comune accordo col Kuwait, si è affrettata ad indicare nel Qatar l’agnello sacrificale, con poco successo peraltro, visto l’ingresso a piè pari dell’Iran e della Turchia a sostegno di Doha. Quello che stiamo vivendo in occidente è solo il riflesso, peraltro pallido se paragonato al numero di morti causati dal terrorismo negli stessi Paesi islamici, di un conflitto interno all’Islam che sta coinvolgendo non solo gli adepti delle diverse confessioni ma anche gli stessi Governi che sono attori di primo piano in questa contesa. Pertanto ridurre e trattare la questione del terrorismo islamico come se fosse un unico problema legato all’Islam in sé risulta fuorviante e non risolverà mai il problema: per sconfiggere il terrorismo l’unica mossa vincente è quella di slegarsi dalle petromonarchie del Golfo e costringerle così, con l’isolamento, a far cessare quell’enorme flusso di denaro che finisce nelle casse dei salafiti e wahabiti che combattono nelle fila dell’Isis o di al-Qaeda, ma finché non ci sarà un progetto unitario e organico che vada in questo senso in Europa e nel mondo, coinvolgendo quindi la Russia, gli Usa e la Cina che fanno affari (anche lauti) con questi Paesi, il problema rimbalzerà come una palla impazzita da un Paese del Medio Oriente ad un altro, da una regione dell’Africa ad un’altra.

Quella Guerra tra Mussulmani.

Sciiti e sunniti: chi sono? Giovanna Pavesi su it.insideover.com. il 5 agosto 2019. Sono sempre stati in lotta e da secoli il loro conflitto influenza anche le politiche dei Paesi che ne sono coinvolti. Perché le due denominazioni dell’islam, sciita e sunnita, non interessano soltanto l’aspetto spirituale, confessionale o religioso della vita dei fedeli, ma riguardano soprattutto le loro identità. Li divide tutto, tranne i cinque pilastri dell’islam, il Corano e il credo che vede in Allah l’unico Dio e Maometto il suo profeta. Per la maggior parte dei musulmani, la religione è un aspetto che abbraccia la gran parte della vita personale. Storicamente, a causa dello scontro tra le due correnti, si sono generate guerre, che hanno, a loro volta, influenzato gli assetti geopolitici dei diversi sistemi di potere. Con circa 1,8 miliardi di fedeli, ovvero il 23% della popolazione mondiale, l’islam rappresenta la seconda religione del mondo per consistenza numerica, dopo il cristianesimo, con un importante tasso di crescita. Esistono due Paesi di riferimento per i due gruppi religiosi: l’Arabia Saudita per il blocco sunnita (dove gli sciiti sono il 15%) e l’Iran per i musulmani sciiti (dove si ritiene che vi risiedano dal 4 all’8% dei sunniti).

Le origini della scissione. L’anno della genesi del conflitto è il 632 d.C., data della morte del profeta Maometto. Alla scomparsa del fondatore della religione islamica, le tribù arabe che avevano iniziato a seguirlo scelsero di dividersi sulla questione di chi avrebbe dovuto mantenere e, di fatto, ereditare sia il potere religioso sia quello temporale. La maggioranza dei suoi seguaci decise di appoggiare Abu Bakr, amico del profeta e padre della moglie, Aisha. La minoranza, invece, pensò che il legittimo successore dovesse essere individuato tra i suoi consanguinei, sostenendo che il profeta avesse designato a succedergli Ali, cugino e genero. I primi presero il nome di sunniti (che oggi costituiscono l’80% dei fedeli nel mondo musulmano), gli altri divennero noti come sciiti, forma contratta dell’espressione “Shia Ali”, che in italiano significa “il partito di Ali”.

Chi è Ali (per gli sciiti). Ali riuscì a governare per un breve periodo come quarto califfo, titolo conferito ai successori di Maometto. Quando nel 656 d.C. si insediò, l’islam ebbe un’espansione importante, dall’Egitto alla Persia. Secondo i fedeli sciiti, Ali condusse una vita dedita alla preghiera e all’austerità, diventando così sia un’importante guida spirituale, sia oggetto di forte dissenso, che portò alla guerra civile, la “fitna“. Nel 661 Ali cercò di trovare un compromesso pacifico a questa ostilità, ma alcuni dei più radicali dei suoi seguaci Khargiti si sentirono traditi e lo assassinarono. Nello stesso momento, Muawiya, il capo dei suoi oppositori, prese il potere con il titolo di primo califfo omayyade. Morì poco dopo, lasciando il potere al figlio Yazid (lo stesso che fece assassinare il figlio di Ali, Hosein). Nel tempo, i seguaci di Abu Bakr, in maggioranza, riuscirono a imporsi. E fu da quel momento che gli sciiti si percepirono come minoranza.

La versione sciita. In base ad alcune versioni fornite dagli alidi (un altro nome con cui si identifica la minoranza musulmana sciita), la divisione tra i due gruppi si concretizzò prima di questi conflitti, quando ancora Maometto era in vita. Per gli sciiti, infatti, i primi musulmani erano già entrati in conflitto con l’autorità temporale e sia Maometto sia Ali (il cugino) furono costretti a fuggire dalla Mecca per raggiungere Medina, dove i loro rapporti con il governo meccano si deteriorarono, fino ad arrivare a una vera e propria ostilità. Per il credo sciita, Maometto avrebbe contestato il modo di vivere e i costumi della città araba, esortando a una condotta più morale e rigorosa. Ma le autorità meccane si sarebbero scagliate contro le accuse del profeta e lo avrebbero perseguitato.

Il massacro di Karbala. Ma la vera rottura si concretizzò quando Hosein, figlio di Ali, venne ucciso nel cosiddetto massacro di Karbala (luogo che oggi si trova in Iraq) nel 680, dalle truppe di Yazid, il califfo sunnita al potere. Quell’evento, per i fedeli alidi, ha costituito il fatto centrale e decisivo che ha posto in Hosein la figura più importante. Il suo santuario nella città irachena è uno dei principali luoghi sacri dello sciismo. Gli alidi credono che a nominare Ali suo successore diretto sia stato proprio Maometto. Fin dal massacro di Hosein, quindi, gli sciiti hanno riflettuto sul significato della sua morte e del suo martirio, attribuendogli un forte valore simbolico. Tra le conseguenze di quell’episodio, un forte senso di risentimento e di frustrazione nei confronti dei sunniti. Per spiegare questo sentimento di rabbia e di umiliazione, l’esperto britannico Michel Axworthy aveva utilizzato questo esempio: era come se alla morte di Gesù, capo della cristianità fosse diventato Giuda Iscariota o chi lo aveva crocifisso. Gli alidi hanno sempre ritenuto la ribellione di Hosein (che aveva sfidato l’autorità di Yazid) un tentativo di purificazione dell’islam, per riportarlo all’onore delle origini.

Che cos’è l’ashura (per gli sciiti). L’ashura (in arabo عاشوراء) è per i fedeli sciiti l’anniversario che ricorda la morte di Hosein: ciò che contraddistingue questa ricorrenza religiosa, almeno per gli sciiti, è il clima di lutto tra i fedeli, evocato con vere e proprie manifestazioni di massa. Chiaramente questa festività non ha lo stesso significato per i fedeli sunniti. Nel mondo scitta ha, infatti, carattere marcatamente doloroso, mentre altrove assume aspetti meno severi (in Nord Africa, per esempio, è festeggiato con altri riti). Molti, invece, vedono nell’ashura la continuazione di antiche feste pre-islamiche (come quelle di inizio anno).

Dopo la morte di Hosein. Dopo il massacro di Karbala, la dinastia omayyade continuò la sua reggenza e si espanse in nuovi territori. Tra i valori costitutivi della corrente sciita, molta dell’attenzione è rivolta agli oppressi e la tendenza a considerare la povertà e l’umiltà dei valori morali. I primi seguaci dello sciismo consideravano illegittimo il potere dei califfi omayyadi, percepiti come violenti usurpatori del potere. La speranza, per molti degli alidi, per secoli è stata quella di rovesciare l’equilibrio omayyade per riportare al potere i discendenti del profeta.

La figura dell’imam per sciiti e sunniti. Secondo gli sciiti, i discendenti diretti di Ali e di Hosein erano gli imam. Mentre per i sunniti quella figura corrisponde soltanto a chi guida la preghiera, per gli alidi l’imam è il leader spirituale che esercita una funzione di guida politica e religiosa all’interno della comunità. Per loro rappresenta il delegato del profeta nella realtà, sia sotto il profilo temporale sia sotto quello religioso. La sua investitura proviene da dio, attraverso la mediazione del Profeta o dell’imam che lo ha preceduto e ricevendo la sua vocazione dall’alto, questa figura lega due mondi: quello visibile e quello invisibile (gli sciiti, infatti, credono nella walaya, l’autorità che deriva dall’intimità con Dio, che è prerogativa di Ali).

L’imam occulto e le persecuzioni. Nonostante la scissione, nei primi secoli lo scambio di idee e spiritualità diverse era libero e ampiamente tollerato. Ma gli alidi, da sempre, si sono considerati una minoranza perseguitata all’interno dei territori governati dai sunniti. Il sesto imam sciita, Jafar as-Sadiq, ideò una strategia controversa per sfuggire alle persecuzioni: la dottrina della taqiyeh permise, infatti, ai fedeli alidi di ripudiare il proprio credo ogni volta lo ritenessero necessario per la loro salvezza. Alla sua morte si verificò un altro scisma, ma questa volta tutto interno alla minoranza sciita. La corrente si divise in molte sette, ognuna delle quali dava un’interpretazione teologica diversa. Alla fine, i fedeli decisero di dare una sola spiegazione al vuoto di potere, pensando all’imam occulto. L’undicesimo imam aveva avuto un erede effettivo, ma era stato nascosto per evitare il massacro e per sfuggire alle persecuzioni. Questo dodicesimo capo (detentore della spiritualità sulla Terra) è teofania dell’imam celeste, ha quindi la funzione di far comprendere lo spirito della rivelazione, il segreto dell’origine, di ciò che è disceso, rendendolo comprensibile alla comunità di fedeli. Questo aggiunge alla corrente sciita un elemento messianico e millenarista, unito a un principio di instabilità e di dubbio, che contraddistingue la corrente. L’imam nascosto e coloro che aspettano il suo ritorno sono denominati “sciiti duodecimani“. Sono la maggior comunità alide e costituiscono il 90-95% dei fedeli in Iran.

L'organizzazione amministrativa sciita. Lo sciismo (in particolare in Iran) ha al suo interno una vera e propria gerarchia amministrativa: composta da un ceto di amministratori e “specialisti” della spiritualità, l’organico della religione si rende disponibile come “mediatore” tra l’islam e i credenti. Per rendere accessibile la teologia imamita, gli alidi offrono un’interpretazione dei testi sacri alle fasce più umili della società. Il livello più basso della gerarchia è occupato di mullah, seguito dagli hijjatolleslam, che sono autorizzati a interpretare la legge islamica e hanno un ruolo determinante nella scelta dei teologi di massimo livello, gli ayatollah (che, letteralmente, significa “segni miracolosi di dio”). Al vertice, la gerarchia è orizzontale: nessuno degli ayatollah è superiore all’altro (se non per scienza teologica). Ogni credente ha il diritto e la libertà di scegliere quale tra gli ayatollah sia una “guida da seguire” (marja e-tadqlid). Negli anni Sessanta del XX secolo, in Iran, questa gerarchia venne messa in discussione dal più celebre degli ayatollah, Ruhollah Khomeini, e dal sociologo filosofo Ali Shariati (tra gli ideatori della rivoluzione islamica del 1979).

Le accuse dei sunniti. Rispetto alla comunità alide, quella sunnita basa gran parte della propria pratica religiosa sugli atti del profeta e sui suoi insegnamenti (chiamati “sunna“, da cui deriva il nome). Ciò che li differenzia dagli sciiti è anche il fatto che la minoranza incarna proprio negli ayatollah un riflesso di dio sulla Terra. Questo avrebbe indotto, nel tempo, i sunniti ad accusarli di eresia. Gli sciiti, invece,  vorrebbero addebitare alla maggioranza l’avvio di sette estremiste come i puritani wahabiti, corrente ultraortodossa dell’islam (che trova la sua massima espressione nelle scelte politiche di Riad).

La linea religiosa (e politica) che separa i musulmani. Ciò che divide i fedeli musulmani, soprattutto in Medio Oriente, sono elementi che hanno tratti più politici che spirituali. Ma la distinzione e i contrasti tre le due correnti non riflette, necessariamente, i confini nazionali. Per esempio, la Siria, dal 2011 al centro di una violentissima guerra civile, è un Paese dove il 71% della popolazione è sunnita. Il governo della famiglia Assad, però, è sciita (ed è sostenuto dall’Iran, a differenza dei ribelli che sono affiancati e foraggiati dai sauditi). La famiglia Assad, la cui “dinastia” si è consolidata a Damasco negli anni, appartiene al ramo sciita degli alauiti che, insieme ai drusi, rappresentano il 16% della minoranza dello stato. In Libano, Teheran sostiene, come è noto, Hezbollah, ma i Saud sono molto vicini alla famiglia Hariri, uno tra i più potenti clan sunniti del mondo arabo. Nello Yemen, anch’esso vittima di uno dei più feroci conflitti interni (e non solo) degli ultimi anni, la religione più praticata è l’islam sunnita, con un 65% di fedeli, mentre la minoranza corrisponde a un 35% (tra questi la maggioranza fa parte della corrente sciita zaydita, di cui fanno parte i ribelli Houthi). L’Iraq si divide da tempo tra un 60% di popolazione sciita e un 15-20% sunnita. Tra i curdi, che costituiscono circa il 20% degli abitanti, la maggioranza è sunnita. La “mezzaluna sciita”, che dall’Iran passa per la Siria e finisce in Libano, nel tempo era ammirata da molti esponenti sunniti. Ma la guerra civile e i cambiamenti statali nella regione hanno provocato una frattura che sembra espandersi tra i governi sciiti e gli stati sunniti del Golfo Persico, come Arabia Saudita e Qatar. Oggi il 13% dei musulmani risiede in Indonesia, che è anche il paese islamico più popolato, il 25% nell’Asia meridionale, il 20% nel Vicino Oriente, in Maghreb e in Medio Oriente e il 15% nell’Africa sub-sahariana. La corrente dominante, quella dei sunniti, si espande molto più velocemente di quella sciita, arrivando persino nelle aree più lontane dell’Asia.

·        Arabia Saudita, caccia all’islam moderato.

Arabia Saudita, caccia all’islam moderato. Fulvio Scaglione il 4 luglio 2019 su it.insideover.com. Nel giugno del 2017, il giovanissimo Mohammed bin Salman (oggi 34 anni) ha ottenuto la nomina a principe ereditario dell’Arabia Saudita ed è diventato… tutto. L’erede al trono, certo. Ma anche il ministro della Difesa (il più giovane al mondo), il presidente del Consiglio per gli affari economici, il capo della corte, il vice-custode delle sacre moschee di Mecca e Medina. L’Arabia Saudita la governa lui, anzi la domina. E il re Salman si accontenta di invecchiare in disparte, felice forse di essere ancora vivo. Da quel giugno, un’oliatissima macchina di propaganda ha cominciato a diffondere l’immagine di un principe riformatore, teso a modernizzare il regno e ad allentare l’intreccio soffocante tra il potere assolutistico dei Saud e il radicalismo religioso dell’islam wahabita. In Rete si trovano moltissimi esempi di questi spottoni pubblicitari, con il giornalista compiacente che scodella la palla perché il principe possa andare in goal e ribadire che “l’Arabia Saudita tornerà com’era prima del 1979 (anno della rivoluzione khomeinista in Iran, nda), cioè aperta al mondo e a tutte le religioni”. Davvero? Lasciamo stare le decine di condanne a morte, la guerra nello Yemen, i finanziamenti generosi al terrorismo islamista di matrice sunnita in tutto il mondo, il sequestro arbitrario dei beni delle famiglie in odore di dissenso e altri piccoli particolari. Davvero Mohammed bin Salman in questi due anni ha lavorato per un’Arabia Saudita più tollerante e moderna dal punto di vista religioso? Cominciamo allora dal Consiglio dei Religiosi, l’organismo composto da 21 clerici di alto livello, scelti personalmente dal Re e stipendiati dallo Stato, che ha il compito di consigliare la Casa Reale sulle questioni religiose e di emettere editti e fatwa. I membri del Consiglio sono tutti noti per la loro tendenza a dir poco conservatrice. Alcuni, poi, sono degli estremisti dichiarati. Saleh al-Fawzan, uno dei consiglieri più ascoltati dal principe, ha dichiarato più volte che gli sciiti non sono musulmani ma miscredenti. E Saleh al-Lohaidan sostiene la seguente teoria: i responsabili dei media che trasmettono contenuti non allineati ai precetti religiosi dovrebbero essere condannati a morte come apostati. Guarda caso, Lohaidan ha firmato diverse fatwa per “scomunicare” coloro che criticano i loro governanti, atteggiamento che, secondo il suo pensiero, giustificherebbe un’eventuale ritorsione violenta dei governanti stessi. In linea perfetta, peraltro, con le teorie di Abdulaziz al-Sheikh, gran muftì dell’Arabia Saudita, che con fatwa ed editti sostiene dal 2016 una sola idea: per un fedele musulmano è un dovere religioso “amare il proprio re, difenderlo e non insultarlo”. Nessuno di questi “estremisti”, ovviamente, è mai stato sfiorato dal presunto riformismo di Mohammed bin-Salman. Che invece non ha perso tempo con i riformisti veri. Già nel settembre del 2015, poco tempo dopo la nomina a principe ereditario, fece arrestare dozzine di clerici moderati, tra i quali Salman-al Awda e Awad al-Qarni, loro sì campioni di un atteggiamento religioso più tollerante. In quei giorni finirono in cella anche molti scrittori, attivisti e giornalisti riformisti. In quella tornata, val la pena di ricordarlo, il giornalista Jamal Kashoggi fu cacciato da Al-Hayat, il giornale per cui lavorava come editorialista. Proprio lo stesso Kashoggi che il 2 ottobre del 2018 è stato rapito, ucciso e fatto a pezzi dagli sgherri di Mohammed bin Salman nelle cantine del consolato saudita di Istanbul. In questi quattro anni circa 5 mila clerici sauditi sono stati arrestati oppure convocati dalla polizia e costretti a firmare un patto di fedeltà al regime. Chi non l’ha fatto è finito nei guai. Abdullah Almalki, uno specialista di studi coranici, ha dichiarato che il bene del popolo deve precedere i desideri del sovrano. E’ finito agli arresti nel settembre 2017 e poi spedito davanti a una delle corti segrete che processano, in assenza totale di testimoni e avvocati, i detenuti considerati più pericolosi. Salman Alodah, un giornalista assai noto (il suo account Twitter ha 13 milioni di follower) per le sue posizioni contro il jihad, per la parità di diritti delle donne e per il rispetto delle minoranze religiose, ha subito lo stesso destino di Almalki e rischia la pena di morte. La realtà del regno saudita e del principe che lo domina è questa. Il resto è, appunto, propaganda.

·        Malesia, tolleranza zero contro i predicatori islamici radicali.

Malesia, tolleranza zero contro i predicatori islamici radicali. Contro l’offensiva del governo di Kuala Lumpur ai danni degli imam radicali si sono subito schierati i vertici islamici della Malesia. Gerry Freda, Lunedì 19/08/2019 su Il Giornale. Il governo della Malesia ha annunciato la linea dura contro i predicatori islamici intenti a “propagandare l’odio”. Le autorità di Kuala Lumpur hanno infatti deciso di reagire ai discorsi infuocati pronunciati più o meno quotidianamente da imam radicali attivi nel Paese, abitato da circa 32 milioni di persone di cui il 60% è aderente al credo maomettano. In base a quanto disposto dal primo ministro Mahathir Mohamad e dal ministro dell’Interno Muhyiddin Yassin, i rappresentanti religiosi responsabili di “mettere a repentaglio la pace sociale” verranno “immediatamente espulsi” dal territorio nazionale. A detta dei media locali, il primo predicatore musulmano colpito dalla tolleranza zero dell’esecutivo è Zakir Naik, emigrato dall’India in Malesia nel 2016 e da allora impegnato a tuonare contro le minoranze etnico-religiose dello Stato del sudest asiatico. In particolare, costui si era scagliato più volte contro la comunità cristiana bollandola come “ostile alla convivenza con la maggioranza islamica malese”, nonché contro gli immigrati provenienti proprio dalla sua nazione di origine e dalla Cina. Questi ultimi erano stati da lui ripetutamente definiti “parassiti da cacciare”. Secondo la stampa di Kuala Lumpur, Naik, contro cui sono stati avviati finora ben 115 procedimenti penali per istigazione all’odio, sarebbe già stato arrestato e, in base alla nuova politica del rigore varata dal premier Mahathir Mohamad, condannato appunto a lasciare coattivamente la Malesia. Il ministro Yassin, commentando ai microfoni delle emittenti locali il “curriculum criminale” del predicatore indiano, ha precisato che vi sarà presto un’“imponente retata” contro i promotori di violenze, finalizzata a liberare lo Stato da leader religiosi “pericolosi per l’ordine pubblico”. Contro la nuova linea governativa si sono subito schierati i vertici maomettani nazionali, che hanno accusato le istituzioni di “calpestare la libertà di culto e di manifestazione del pensiero”. Ad esempio, Abdul Hadi Awang, presidente del Malaysian Islamic Party (PAS), ha difeso con forza l’operato di Naik, indicando quest’ultimo come un “vero protettore della fede” e biasimando l’esecutivo per celare, dietro le esigenze di salvaguardia della pace sociale, l’intenzione di “liberarsi di personalità scomode e impegnate a denunciare i mali dell’immigrazione e del multiculturalismo”. Soddisfazione per la linea dura di Kuala Lumpur ai danni degli imam radicali è stata al contrario esternata dall’attivista per i diritti umani Syahredzan Johan, che ha commentato con queste parole la svolta del premier Mahathir Mohamad contro i predicatori di odio: “Da oggi in poi, chiunque, appellandosi a un falso concetto di libertà di opinione, promuova violenze e discriminazioni verso le minoranze verrà cacciato all’istante dal Paese. Finalmente il nostro governo ha smesso di tollerare l’attività criminale di Naik e di tutti gli altri imam che inneggiano alla pulizia etnica in Malaysia”.

·        Il figlio del «Leone del Panshir» torna a casa per sfidare i talebani.

Il figlio del «Leone del Panshir» torna a casa per sfidare i talebani. Pubblicato sabato, 17 agosto 2019 da Corriere.it. Dalla valle del Panshir, il vecchio Amir scrive via email l’entusiasmo per il ritorno del «predestinato». «Assomiglia al padre in modo impressionante. Anche per la voce. Solo che è giovane e pronto a difenderci dai talebani. Finalmente. Finalmente abbiamo una speranza». La «speranza», il «predestinato» è Ahmad Massud, 30 anni, unico erede maschio del Leone del Panshir, il guerrigliero afghano capace di resistere sia ai sovietici sia ai talebani. Il giovane Massud si chiama come il padre, tranne per quel Shah tra il nome e il cognome che significa capo, re, scià, tutti titoli che il figlio deve conquistare sul campo. Rientrato in Afghanistan dopo 17 anni ha detto «se mio padre fosse vivo, i talebani saprebbero di dover venire qui con le mani in alto» in segno di resa. Una sfida dal momento che i talebani stanno davvero per tornare, ma con il placet di Washington che cerca una via d’uscita dalla più lunga guerra della sua storia. A Donald Trump sembra bastare l’assicurazione degli «studenti del Corano» a non ospitare gruppi terroristici che minaccino gli Usa. Tutto il resto, è affare interno all’Afghanistan, tanto che il governo di Kabul è escluso dai negoziati. La segretezza delle trattative scatena le fantasie più spaventose. Chi ha combattuto contro i talebani, chi ha appoggiato il governo filo-americano, ora teme la vendetta degli integralisti. E proprio per loro, per chi ha più paura del ritorno dei talebani, è arrivato il giovane Massud. Il giorno del funerale di suo padre, sulla «collina dei martiri», dietro Jegdalak, nel cuore della vallata del Panshir, ventimila mujaheddin piangevano la scomparsa del «Che Guevara islamico». Era stato eliminato con un attentato suicida da Al Qaeda, proprio alla vigilia dell’attacco alle Torri Gemelle del 2001, perché era l’unico afghano capace di unificare il Paese. Quel giorno, proprio dietro la bara c’era Ahmad Massud, 11 anni. Prima che il feretro venisse adagiato dentro un tank sovietico e così sepolto, il piccolo descrisse il suo destino: «La sua morte non è la fine della lotta per un Afghanistan indipendente. Io non riposerò, ma lavorerò per realizzare il suo sogno». Mesi dopo in un’intervista al Corriere, il bambino rifletteva da adulto: «Sono cresciuto in un campo profughi in Iran, ho vissuto sulle montagne afghane assieme a mio padre, ma ora devo prepararmi, devo studiare, capire, essere all’altezza del futuro». Ascoltava con orgoglio un macigno d’uomo pronto a morire per proteggere col bimbo il mito del padre. L’orfano è cresciuto, il futuro è arrivato. Secondo The Times che gli ha parlato nei giorni scorsi, si è addestrato a Sandhurst, l’accademia militare britannica, si è laureato in studi dei Conflitti armati al King’s College di Londra e poi ha preso un master in Relazioni internazionali al City College. Da due anni passa più tempo in Panshir che a Londra e, da quando le trattative tra americani e talebani si sono fatte concrete, ha capito cosa fare «da grande»: ricostruire l’alleanza di suo padre per resistere agli «studenti del Corano». In luglio ha fondato il «Sentiero di Ahmad Shah Massud», un movimento che non parteciperà alle elezioni presidenziali di settembre, ma che rischia di essere più importante di quelle. Nel primo mese il nuovo Massud ha battuto i villaggi di casa, senza mai uscire dalla sua valle. Ha organizzato comizi e incontrato anziani. Stretto mani e alleanze con chi a suo padre deve tutto. Da qualche giorno è sceso in pianura, tra i vigneti di Shamali. Nei prossimi mesi apparirà nelle terre dei vecchi alleati di suo padre, anche loro, ormai, pronti a lasciare il comando ai figli. Per molti questo giovane addestrato alla guerra è il sintomo della rinascita della logica delle milizie, della divisione etnica, dei «war lord», i signori della guerra. Potrebbero aver ragione, ma senza protezione americana e con un governo corrotto e inefficiente, l’Afghanistan non avrebbe alternative.

·        La Cina non dà tregua all’islam: così controlla gli uiguri.

Xinjiang, la guerra della Cina al Movimento islamico del Turkistan orientale. Un documentario fa luce sulla sfida cinese al terrorismo islamico. Nello Xinjiang Pechino sta combattendo una guerra silenziosa contro l’East Turkistan Islamic Movement (Etim). Cinitalia, Martedì 10/12/2019, su Il Giornale. Lo Xinjiang è minacciato dalla strategia separatista del Movimento islamico del Turkistan orientale (Etim). Considerata un'organizzazione terroristica dalle Nazioni Unite, l'Etim - che vanta pure profondi legami con gli altri gruppi terroristici internazionali - nel corso degli anni ha causato innumerevoli attentati nella regione più occidentale della Cina con l’obiettivo di separarla dal resto del Paese. A fare luce su questo aspetto, totalmente ignorato dall’opinione pubblica occidentale, ci sta pensando l’emittente televisiva Cgtn, che ha mandato in onda un nuovo documentario di denuncia sul terrorismo a Urumqi e dintorni. Si intitola "The Black Hand" ed è utilissimo per approfondire una questione trattata con fin troppa superficialità dai media mainstream.

Che cos’è il Movimento islamico del Turkistan. Il Movimento islamico del Turkistan orientale ha cercato più volte di destabilizzare l’armonia sociale dello Xinjiang reclutando innumerevoli persone tra la minoranza etnica turcofona e musulmana degli uiguri. Le idee diffuse da questi terroristi abbracciano la stessa ideologia radicale ed estrema che continua tutt’ora a generare il caos in molti Stati del mondo. È per questo motivo, dunque, che il governo cinese è stato costretto ad attuare una serie di misure di emergenza per controllare capillarmente un territorio situato in una zona altamente sensibile. I terroristi dell’Etim, infatti, non solo rappresentano una minaccia per gli uiguri, ma anche per la Cina intera, che ha messo al vertice della propria agenda politica la sicurezza e la stabilità del Paese. Il documentario offre una prospettiva inedita che consente al pubblico di analizzare quanto sta accadendo nello Xinjiang seguendo una prospettiva diversa dal solito. Il Dragone è stato attaccato a più riprese per aver limitato la libertà degli uiguri e violato i loro diritti, eppure nessuno di quelli che hanno puntato il dito contro Pechino ha mai provato a scavare in profondità, cercando di capire quanto sia reale, pericolosa e concreta la minaccia del Movimento islamico del Turkistan.

Una seria minaccia. L’Etim non è attiva in Cina ma, grazie a un complesso reticolato che unisce i suoi membri ad alcuni cittadini uiguri reclutati dallo stesso gruppo terroristico, riesce ad agire indisturbata in tutto lo Xinjiang. Come spiega una fonte di polizia “l’Etim è un’organizzazione terroristica che ha radici al di fuori del nostro Paese ma dall’esterno riesce comunque a dare ordini su come colpire la Cina”. Pechino è presto venuta a conoscenza dei trucchi del Movimento islamico del Turkistan orientale, ha preso le adeguate contromosse e ha imparato a fare i conti con nuove forme di terrorismo, come la pianificazione delle azioni terroristiche online. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, è stato chiarissimo nell’esplicare la situazione: “Lo diciamo ormai da molto tempo. Le forze dell’Etim sono una seria minaccia per la sicurezza della Cina e siamo disposti a lavorare con la comunità internazionale per annientare i separatisti dell’Etim che le forze terroristiche”. In fin dei conti il messaggio lanciato dalla Cina all’Occidente è chiaro: abbiamo un problema comune, cioè il terrorismo. Aiutiamoci a vicenda per vincere questa importante sfida.

Ozil difende la popolazione uigura, la Cina cancella dalla tv Arsenal-Manchester City. La tv di Stato ha deciso di non trasmettere più il big-match dopo le frasi del tedesco contro la persecuzione nei confronti della popolazione uigura. La Federcalcio del Paese asiatico sottolinea: "Un'opinione inadeguata e oltraggiosa, delusi dal giocatore". La Repubblica il 15 dicembre 2019. Il tweet di Mesut Ozil sta creando un caso diplomatico in Cina. Il centrocampista tedesco si è espresso contro la persecuzione della Cina nei confronti della popolazione uigura (a minoranza islamica) nella regione nord-occidentale dello Xinjiang e ha criticato la comunità musulmana che ha sempre taciuto sull'argomento. "In Cina il Corano viene bruciato, le moschee sono state chiuse, le scuole teologiche islamiche, le madrase sono state bandite, gli studiosi religiosi sono stati uccisi uno per uno. Nonostante tutto, i musulmani stanno zitti", aveva scritto il centrocampista dell'Arsenal. Un'opinione non gradita in Cina, tanto che la tv di Stato Cctv ha annunciato che non trasmetterà la partita Arsenal-Manchester City in programma oggi. L'Arsenal si era subito dissociato dal proprio giocatore sottolineando sul proprio account ufficiale che "si trattava esclusivamente di un'opinione personale di Ozil. Come squadra di calcio, l'Arsenal aderisce sempre al principio di non essere coinvolto in politica". Una frase che non è bastata a evitare la decisione della Cctv di prendere le distanze dall'Arsenal.

La federcalcio cinese: "Frasi inadeguate, delusi da Ozil". Il tweet del giocatore aveva ricevuto risposte inviperite. C'è chi ha mostrato una maglia da calcio di Ozil strappata accanto a un paio di forbici e altri che hanno chiesto che venga espulso dal club. La Federcalcio cinese si è detta "oltraggiata e delusa" dalle osservazioni di Ozil, descrivendole "inadeguate". "I commenti di Ozil sono indubbiamente dannosi per i fan cinesi che lo seguono da vicino, e allo stesso tempo feriscono anche i sentimenti dei cinesi. Questo è qualcosa che non possiamo accettare", ha detto un dirigente della federazione. Le Nazioni Unite e i gruppi per i diritti umani stimano che tra 1 milione e 2 milioni di persone, per lo più etnici musulmani uiguri, siano stati arrestati in condizioni difficili nello Xinjiang come parte di quella che Pechino chiama una campagna anti-terrorismo. La Cina ha ripetutamente negato qualsiasi maltrattamento agli uiguri.

Da Corriere.it l'8 ottobre 2019. Gira da tempo nel mare magnum del web. Il video mostra uomini in fila, in divisa da carcerati, mentre scendono da un treno con una benda sugli occhi e le mani legate dietro la schiena. Altri sono in attesa, seduti con le gambe incrociate su quella che sembra la banchina di una stazione. Accanto a loro decine di uomini con le divise delle forze speciali della polizia cinese. A un certo punto, i carcerati si alzano e con calma, scortati dagli agenti, si dirigono verso degli autobus in attesa. Dalle scritte sulle loro giacche si capisce che si trovano nella regione di Kashgar, nell’estremo Ovest dello Xinjiang, a sua volta la provincia più occidentale della Repubblica popolare cinese, dove è maggioranza l’etnia islamica degli uiguri. Secondo la Cnn, che l’ha trasmesso, il video risale a una settimana fa ed è stato girato da un drone. L’emittente All News americana non ha potuto verificarne l’autencitià, le autorità di Pechino si sono limitate a rispondere che «reprimere i crimini secondo la legge è una pratica comune a tutti i Paesi» e che «la repressione dei crimini nello Xinjiang non è mai stata collegata a etnie o religioni». E ancora: «Il trasporto di detenuti da parte delle autorità giudiziarie - infine - rientra tra le normali attività giudiziarie». I prigionieri in Cina vengono regolarmente trasportati con gli occhi bendati. Non è chiaro se gli uomini siano detenuti per reati o per altri motivi. L’account YouTube che ha caricato il video lo ha descritto come una dimostrazione della «repressione a lungo termine dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte del governo cinese nella regione autonoma uigura dello Xinjiang». Un funzionario dell’intelligence occidentale ha detto alla Cnn di ritenere autentico il video. «La Cina deve essere chiamata a rispondere di questo comportamento», ha detto il funzionario, con cui «sembra tentare di spazzare via l’intera identità uigura».

Quella caccia della Cina agli uiguri in Turchia con il supporto di Ankara. Federico Giuliani su it.insideover.com il 28 Agosto 2019. In Turchia vivono decine di migliaia di uiguri fuggiti dallo Xinjiang. In questa regione cinese autonoma, la più occidentale e più estesa della Cina, ci sono circa 22 milioni di persone, il 46% dei quali di etnia uigura, cioè una minoranza etnica musulmana riconosciuta da Pechino. Il governo cinese ha sempre cercato di cinizzare gli uiguri, imponendo loro costumi e usanze locali e, al tempo stesso, limitando le pratiche legate alla religione musulmana. Negli anni scorsi Pechino ha inasprito il controllo sulla regione a causa della piaga del terrorismo islamico, e adesso, grazie alle nuove tecnologie, tra cui telecamere a riconoscimento facciale e applicazioni in grado di schedare ogni singolo cittadino, la morsa delle autorità centrali è diventata più asfissiante. Alcune inchieste hanno svelato addirittura l’esistenza di veri e propri campi di prigionia in cui è ammassato almeno un milione di uiguri; la Cina nega tutto e parla di semplici scuole di riabilitazione. In ogni caso, qualunque sia la verità, molti uiguri hanno deciso di fuggire da un ambiente diventato ormai troppo ostile.

Ankara cambia idea. Quando decidono di lasciare lo Xinjiang, gli uiguri cercano per lo più rifugio nei paesi islamici. C’è chi è fuggito in Egitto e chi in Afghanistan ma c’è anche chi ha cercato riparo negli “stan”, ovvero Tajikistan, Kirghizistan e Kazakistan. Ma il flusso più grande è quello che finisce in Turchia, dove l’affinità culturale degli uiguri con la popolazione locale è rafforzata dall’origine turcofona della minoranza cinese. Secondo alcuni dati sarebbero circa 35000 gli uiguri che vivono all’interno del territorio turco, per loro un porto sicuro fin dai primi anni ’60. La Turchia, tra l’altro, è l’unico paese musulmano che nei mesi scorsi ha espresso preoccupazione per la situazione nello Xinjiang. Ma la situazione adesso sembra essersi capovolta, visto che il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, ha cambiato completamente idea sull’argomento, arrivando ad affermare – sostengono i media cinesi – che “l’esistenza degli uiguri in Cina è felice”. La dichiarazione è stata confutata dallo staff presidenziale, ma quel che è certo è che Ankara ha stretto nuovi accordi con Pechino: culturali, commerciali ma anche in materia di sicurezza. Il tema principale è la lotta al terrorismo islamico e molti uiguri, per la Cina, sono pericolosi terroristi.

Le pressioni di Pechino. Proprio come in Egitto, anche in Turchia la Cina ha iniziato la sua caccia agli uiguri fuggiti dallo Xinjiang. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il rischio che Ankara decida di accontentare Pechino stanando gli uiguri presenti nel proprio territorio in nome dei prossimi accordi commerciali con il Dragone, diventa più grande ogni giorno che passa. Ci sono già stati diversi casi in cui le autorità turche hanno arrestato diversi uiguri, infilandoli in centri di detenzione prima di rispedirli in Cina. “Gli uiguri che vivono in Turchia – ha detto Seyit Tymturk, a capo di un gruppo a sostegno dei diritti della minoranza etnica cinese – sono sul filo di un rasoio. Sappiamo che la Cina sta pressando il governo turco”.

Uiguri rispediti in Cina. Uno dei motivi che può spiegare il voltafaccia della Turchia in merito alla questione uigura è il prestito milionario fatto recapitare dalla Cina ad Ankara: 3,6 miliardi di dollari provenienti da una banca statale cinese. Ai quali si aggiunge un altro miliardo di dollari trasferiti dalla Banca Centrale cinese per aumentare le riserve valutarie della Turchia. In ogni caso, gli attivisti hanno lanciato l’allarme: centinaia di uiguri sarebbero tenuti prigionieri in centri di detenzione turchi, mentre altri 40 avrebbero perso la loro residenza. Il ministro degli Interni turco, Suleyman Soylu, sostiene che la Turchia non stia mandando alcun uiguro in Cina, anche se i fatti dimostrerebbero altro. Alcune testimonianze confermerebbero infatti la consegna di uiguri a funzionari cinesi. Le regole internazionali proibiscono ai governi di inviare le persone in paesi in cui rischiano di essere perseguitate.

Xinjiang, le Nazioni Unite contro la Cina. Pechino risponde: “Non interferite”. Federico Giuliani il 14 luglio 2019 su it.insideover.com. Una lettera firmata da 22 Paesi e indirizzata alle Nazioni Unite per condannare le politiche repressive utilizzate dalla Cina nella regione autonoma dello Xinjiang. Il messaggio è stato recapitato al presidente del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Coly Seck, e all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet. Gli ambasciatori firmatari hanno puntato il dito contro i metodi adottati da Pechino per controllare gli uiguri, la minoranza etnica turcofona e musulmana che abita l’estremo occidente cinese. A preoccupare la comunità internazionale ci sono pratiche come la detenzione su larga scala, la sorveglianza massiccia e le tante restrizioni cui devono sottostare gli abitanti della regione.

La risposta di Pechino: “Basta diffamare la Cina”. La risposta della Cina non si è certo fatta attendere. Pechino, stanco del giudizio dell’Occidente, non ha esitato a controbattere: “La lettera ignora i fatti. Ha diffamato la Cina con accuse ingiustificate sulla tutela dei diritti umani palesemente politicizzati e interferito gravemente negli affari interno del Paese”. Il messaggio del governo, veicolato dal portavoce del ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang, è durissimo e suona come l’ennesimo avvertimento alle potenze straniere di non intromettersi nella politica interna della Cina. Geng ha invitato i firmatari della lettera ad abbandonare i pregiudizi, rispettare la Carta delle Nazioni Unite e non usare il tema dello Xinjiang per interessi personali. “Il governo e il popolo cinese – ha aggiunto il portavoce – hanno l’ultima parola sulle questioni inerenti allo Xinjiang e non possono né devono essere ostacolati da nessun attore esterno”.

La comunità internazionale e i diritti umani. Per dimostrare che il contenuto della lettera è una falsità, la Cina ha invitato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, diplomatici, media e studiosi vari a visitare lo Xinjiang per confrontare le loro accuse con la presunta realtà dei fatti. I Paesi che hanno firmato la missiva hanno invitato il governo cinese a rispettare i diritti umani, la libertà religiosa e gli obblighi internazionali; cosa che Pechino non starebbe facendo a giudicare dal milione di uiguri detenuti in appositi centri di detenzione nello Xinjiang. La Cina ha sempre ribadito come le strutture tirate in ballo non siano campi di prigionia bensì centri di formazione professionale adibiti al recupero di persone entrate in contatto con il virus dell’estremismo islamico. Dopo due rivolte degli uiguri contro il potere centrale, nel 2009 e nel 2014, il Dragone ha scelto di usare il pugno duro per spegnere un pericoloso focolaio che avrebbe potuto estendersi in tutta la Nazione: da allora, in quest’area turbolenta, non si sono più registrati scontri.

Xinjiang sotto controllo. Tuttavia il prezzo da pagare, per gli abitanti, è stato altissimo. Molti musulmani devono sottostare a limitazioni pesanti e accettare un controllo ossessivo da parte delle autorità, che adottano i classici metodi tradizionali, come le perquisizioni, affiancati dalle più moderne tecnologie. È così che le telecamere dotate di riconoscimento facciale e particolari applicazioni in forza alla polizia consentono a Pechino di monitorare ogni passo, ogni acquisto, ogni intenzione di ciascun cittadino dello Xinjiang. Nelle ultime settimane due ulteriori notizie hanno spinto la comunità internazionale a intervenire con la lettera sopra citata. In particolare ci riferiamo alla scelta della Cina di separare i bambini dalle famiglie per contenere il rischio che i piccoli possano crescere a contatto con valori collegabili all’estremismo islamico, e al collocamento degli stessi in appositi campi di rieducazione.

L’assenza di Italia e Stati Uniti. Tornando alla lettera, tra i 22 Paesi firmatari troviamo, per l’Asia, Giappone, Canada, Australia; per l’Europa, Regno Unito, Svizzera, Francia, Germania. Mancano sia l’Italia che gli Stati Uniti: né Roma né Washington hanno deciso di sollevare il problema della violazione dei diritti umani nello Xinjiang alla Cina. Scelta geopolitica? Probabile, considerando che gli americani stanno cercando di raggiungere la pax commerciale con Pechino, mentre l’Italia ha da pochi mesi firmato un memorandum d’intesa per prender parte alla Nuova Via della Seta voluta da Xi Jinping.

Gli uiguri nei campi di detenzione. La «rieducazione» dei musulmani. Pubblicato giovedì, 01 agosto 2019 da Paolo Salom, inviato a Urumqi e Kashgar, su Corriere.it. Xinjiang, l’ultima frontiera. Conosciuta un tempo come Turkestan Orientale, la provincia cinese si estende nell’estremo Ovest del Paese, fino a lambire l’Asia Centrale, punto di incontro (e scontro) per millenni di popolazioni dalle origini più diverse: nomadi e stanziali, islamiche e buddiste, cristiane e animiste. Grande tre volte e mezzo l’Italia, il Xinjiang negli ultimi anni è stato il centro di disordini e sanguinosi attentati anti cinesi che hanno provocato la dura reazione del governo centrale. Secondo rapporti stilati da organizzazioni internazionali, tra le quali Human Rights in China, da un milione a un milione e mezzo di uiguri — l’etnia turcofona di fede musulmana che costituisce la maggioranza nella provincia — sarebbero finiti senza processo in centri di rieducazione per sottoporsi a un «lavaggio del cervello» con lo scopo di estirparne tutte le «idee estremiste e le pulsioni separatiste», incompatibili con la convivenza in una realtà come quella della Repubblica Popolare. Pechino, oggetto di una lettera di condanna da parte di 22 Paesi (tra i quali l’Italia ma assenti gli Usa) per queste detenzioni extragiudiziali, ha risposto negando decisamente l’esistenza di «campi di concentramento» nella regione e confermando soltanto la presenza di «istituti educativi e vocazionali» dove alcune migliaia di musulmani dai 20 ai 40 anni, uomini e donne, accedono «su base volontaria». «Ma se questo fosse vero — ci dice da New York Sharon Hom, direttore esecutivo di Human Rights in China — perché nessuno può lasciare di sua iniziativa questi campi? Perché i parenti non hanno la possibilità di vedere i loro cari?». Il Corriere è stato invitato a partecipare a una rara visita ad alcuni di questi centri per la rieducazione degli uiguri, insieme con i giornalisti di altri 24 Paesi, compresi rappresentanti del mondo islamico e della Turchia, forse la nazione più sensibile alla sorte di questi suoi lontani «parenti». Naturalmente, nessuno si aspettava di entrare in un luogo chiuso da filo spinato e protetto da torrette di guardia e agenti armati, così come denunciato soprattutto in Occidente: «In quelle zone — ci dice ancora senza mezzi termini Sharon Hom — è in atto un genocidio culturale». Tuttavia, l’opportunità di superare una barriera di diffidenza e paura, l’occasione di osservare in prima persona una realtà tanto complessa ha consigliato di accettare l’offerta, così come prima di noi aveva deciso di fare la Bbc. Il programma, intenso, ha avuto inizio con una mostra, cruda e senza filtri, sulle azioni terroristiche di estremisti islamici, a Urumqi, il capoluogo dello Xinjiang, come in altre città cinesi: Pechino compresa. Quindi tappa all’Istituto islamico che prepara i futuri imam «di Stato», diretto con voce profonda e piglio militaresco dallo Sheik Abdu Rakef, capace di interagire in arabo fluente con i reporter arrivati dall’Arabia Saudita e dall’Egitto, o in cinese con gli accompagnatori della variegata compagine mediatica. «Il governo della Repubblica Popolare ha sempre dato grande attenzione allo sviluppo della religione islamica», assicura lo sheik (titolo conseguito all’Università di Al Azhar, al Cairo) davanti a una classe vicina al diploma che porterà i nuovi leader religiosi nelle tante moschee della provincia. «Basta che fede e politica restino separati». Più esplicita la signora Tian Wen, segretaria locale del Pcc: «Ci accusano di aver costruito campi di concentramento. Ma la verità è un’altra: noi cerchiamo di trasformare il loro desiderio di morte in desidero di vita». È davvero così? Secondo il ricercatore tedesco Adrian Zenz, unico occidentale ad aver consultato documenti ufficiali del governo cinese, questi centri «sono luoghi di internamento coercitivo», non certo «scuole vocazionali». Nel «Centro di educazione professionale» (Jiaopei zhongxin) della Contea di Shule, a pochi chilometri da Kashgar, antico snodo carovaniero dell’estremo Ovest cinese, sono ospitati circa mille «studenti», insieme a venti cuochi adibiti alla loro mensa e otto guardiani (disarmati) che si danno il cambio alla porta carraia. I giornalisti stranieri, osservati con malcelata curiosità dai ragazzi che affollano le aule, sono accolti dal direttore Mehmet Ali, 45 anni, anche lui uiguro: «Questa scuola — dice senza enfasi — è stata fondata nel 2018. Vedrete voi stessi: chi studia qui ha l’opportunità di migliorare la propria capacità di comunicare con il resto del Paese, imparando il mandarino, un mestiere e leggi e costituzione della nostra Patria». L’accento sul rispetto di leggi e costituzione della Cina è costante. In verità, appare chiaro che l’aspetto che si vuole chiarire e sul quale si basa la metodologia di insegnamento (ripetizione in coro dei precetti guidati dal docente di turno) — una costante nelle scuole dell’Impero — è che non si può infrangere la «pax sinica», per nessun motivo. All’interno del mondo che si riconosce in oltre tremila anni di storia e cultura, si dà per scontato il ruolo guida degli Han (l’etnia cinese propriamente detta) che al momento opera attraverso il Partito comunista ma che in altre ere guidava l’immenso crogiolo di civiltà per mezzo della figura confuciana del funzionario-letterato: in una parola, il Mandarino. E i racconti dei giovani che accettano di «confessare» i loro «crimini» davanti ai giornalisti stranieri (nessuno scommette sulla spontaneità delle loro parole) interpretano fino in fondo la necessità di «riconoscimento attraverso l’autocritica» dell’autorità nazionale: «Ero uno sciocco, mi sono fatto conquistare da un’ideologia violenta», dice Aizaiti Ali, 25 anni. «Ho imparato su Internet come fare una bomba», recita Kuer Banjiang, 23 anni. C’è anche una ragazza, Kurban Gul, 22 anni: «Ho diffuso video jihadisti. Ho creduto alla propaganda che mi insegnava a odiare i cinesi perché pagani».

Più tardi, il Corriere si è trovato, da solo, in una camerata, linda e ordinata, dove uno «studente» si rilassava prima della mensa suonando la chitarra: nei suoi occhi non c’era tristezza, ma una serena rassegnazione e la consapevolezza di non avere altra strada davanti a sé. «Negli ultimi trenta mesi — afferma con prudenza la signora Tian Wen — non ci sono stati attentati: vuol dire che i nostri sistemi sono efficaci». Ai reporter resta il ricordo di una visita a vere scuole, istituti professionali che potrebbero appartenere ai normali circuiti educativi. Ma anche la consapevolezza di non poter raccontare ciò che non si è potuto vedere.

Bambini rieducati e separati da genitori: così la Cina inasprisce la lotta all’islamismo. Federico Giuliani su it.insideover.com l'8 luglio 2019. Dieci anni fa lo Xinjiang fu teatro di una di una delle rivolte più violente mai verificatesi in Cina, una vera e propria sommossa popolare che provocò numeri da guerra civile: 197 morti, quasi 2.000 feriti, veicoli ed edifici distrutti. Il peggio arrivò però nei giorni successivi, quando Pechino scelse di usare il pugno duro per risolvere una volta per tutte il nodo degli uiguri, la minoranza etnica cinese turcofona e musulmana che abita la provincia più occidentale della Repubblica Popolare. Il governo centrale ordinò all’esercito di rastrellare Urumqi, la capitale della regione autonoma dello Xinjiang, per arrestare gli elementi sospettati di essersi ribellati e quelli accusati di estremismo islamico. Da allora la Cina ha incrementato a dismisura il controllo di questa zona caldissima, che secondo le autorità sarebbe la tana di pericolosi terroristi islamici.

La storia dei “bambini quasi orfani”. Numerose testimonianze hanno sottolineato come nel far questo la Cina abbia ripetutamente – in alcuni casi anche volutamente – violato i diritti degli uiguri. Dopo i campi di rieducazione dove sarebbero stipati milioni di cittadini, varie leggi restrittive, telecamere e nuove tecnologie a riconoscimento facciale per monitorare gli spostamenti di ogni singolo individuo, arrivano altri particolari su come Pechino starebbe conducendo la sua guerra contro la minaccia del terrorismo islamico. Secondo quanto riportato dalla Bbc le autorità starebbero allontanando migliaia di bambini uiguri dalle rispettive famiglie per educarli alla cultura cinese. Mentre i genitori, accusati di terrorismo e separatismo, sono relegati in appositi campi di rieducazione (per alcuni vere e proprie prigioni a cielo aperto), i figli finirebbero nelle mani dello Stato, pronto ad accoglierli in particolari convitti. Qui, i piccoli uiguri, assicurano le autorità, riceverebbero assistenza a tempo pieno fin dalla più tenera età e verrebbero tenuti lontani dal rischio di finire contaminati dalla piaga islamica.

Un genocidio culturale? I “convitti della pace” assomiglierebbero più a carceri che non a semplici scuole; alte mura di cinta circonderebbero gli edifici mentre sofisticati sistemi di sorveglianza eviterebbero intrusioni dall’esterno ma soprattutto fughe dall’interno. Alcuni documenti riservati, poi pubblicati dalla stampa internazionale, dimostrerebbero come il governo cinese abbia diramato le direttive su come gestire il fenomeno dei cosiddetti “bambini quasi orfani”; quasi, perché in realtà i loro genitori sono vivi ma relegati all’interno di campi di rieducazione. Di fronte a queste accuse la Cina non si scompone e afferma che certe misure sono necessarie per garantire il mantenimento della pace e della stabilità sociale. Alcuni esperti, come l’accademico tedesco Adrian Zenz, parlano invece di un genocidio culturale mirato per sradicare la minoranza musulmana presente nello Xinjiang.

Affari e stabilità. Sul tema dei bambini, un funzionario del Dipartimento di Propaganza dello Xinjiang ha negato quanto riportato dai media internazionali: “Il governo non si prende cura dei bambini. Inoltre se un’intera famiglia è stata avviata alla formazione professionale, ebbene vuol dire che quella famiglia aveva un grave problema”. E per formazione professionale si intende un intenso lavaggio del cervello per estirpare dai cittadini più radicali ogni traccia di cultura islamica. Le autorità sono inflessibili e i cittadini rischiano la prigione anche per azioni come la preghiera, la lettura del Corano o contatti con l’estero. In passato alcuni gruppi dello Xinjinag erano effettivamente entrati in contatto con organizzazioni terroristiche internazionali, e per questo motivo Pechino ha subito scelto di adottare una linea durissima. A maggior ragione considerando che quest’area è fondamentale per la Nuova Via della Seta voluta da Xi Jinping; il progetto infrastrutturale del Dragone passa da Urumqi e dintorni e nessuno deve permettersi di minare la stabilità dell’area.

La Cina non dà tregua all’islam: così controlla gli uiguri. Scrive il 23 aprile 2019 Davide Bartoccini su Gli Occhi dell a Guerra. La Cina sta impiegando l’intelligenza artificiale con fini da grande fratello orwelliano. Non è un mistero infatti che Pechino stia sfruttando da annile tecnologie più sofisticate per monitorare dissidenti e altre entità nella popolazione che la sua discrezione possano minare la sicurezza interna. L’obiettivo è quello di poter tracciare e reprimere, all’occorrenza, il dissenso o eventuali azione sovversive; ma nel mirino delle telecamere di questo grande fratello però sta finendo soprattutto una minoranza etnica, quella degli Uiguri. Secondo quanto riportato dal New York Times, l’intelligenza artificiale (A.i) dell’enorme apparato di controllo cinese starebbe impiegando un sofisticato software di riconoscimento facciale che ha già scannerizzato mezzo milione di persone nell’ultimo mese, solo per controllare la minoranza musulmana degli uiguri. Già sottoposti ad una silenziosa quanto pesante repressione che avrebbe portato all’internamento in campi di prigionia e rieducazione e all’emigrazione di altrettante lungo i confini occidentali. Questa sviluppo dell’A.i. per il riconoscimento facciale settato su base etnico-razziale ha sollevato pensati accuse che si rifanno alla violazione dei diritti umani nei confronti di questa minoranza e che proiettano il rischio di una proliferazione di azioni antidemocratiche nel futuro. Questa nuova tecnologia prodotta da un nucleo di startup cinesi attive nell’ambito del machine learning, sfrutterebbe le immagini raccolte dalla rete di telecamere di sorveglianza che coprono l’intero territorio cinese per riconoscere e monitorare gli spostamenti di quegli individui che secondo la loro fisionomia possono essere identificati come appartenenti alla minoranza degli Uiguri, una popolazione di undici milioni di persone residente nella regione occidentale dello Xinjiang. L’impiego dell’intelligenza artificiale in questa chiave rischia non solo di aumentare il tiro di una dura repressione sulla quale non si può fare completa luce, ma anche quello di rendere la Cina pioniera in un nuovo tipo di controllo antidemocratico delle vita delle persone. Il riconoscimento sulla base dei tratti somatici, connesso con il potenzialmente rischio di quello che è stato definito “razzismo automatizzato“, fa apparire i precedenti sistemi di sorveglianza della popolazione di un regime – si pensi alle note intercettazioni ambientali della Stasi nella Drr – degli apparati dilettanti, e rispolvera il futuro distopico immaginato dallo scrittore George Orwell nel romanzo 1984. Il significato dell’espressione privacy invece, un’utopia. È noto che in Cina le autorità già impiegano un sistema di tracciamento del Dna  che nello Xinjiang ha l’obiettivo di monitorare l’aumento della minoranza degli Uiguri. Questo nuovo sistema non farebbe altro che ampliare le capacità di controllare ogni tipo di spostamento di soggetti ritenuti pericolosi solo in base alla loro discendenza “etnica”. Il sistema di controllo è stato elaborato fornendo ad un software miglia di fotografie di uomini, donne e bambini, di questa minoranza, che denota particolari tratti somatici – simili a quelli popolazioni centro-asiatiche e nettamente differenti dalla aggiorna Han – per permettere al sistema di poterli individuare con maggiore facilita, affinando la ricerca automatica dell’intelligenza artificiale e permettendola di concentrarsi sulla minoranza musulmana. Tale controllo è in particolare destinato a monitorare gli spostamenti ritenuti sospetti nei ricchi centri orientali di Hangzhou e Wenzhou e nella regione costiera del Fujian. Le fonti del New York Times citano almeno 5 individui che sono a conoscenza di questa discutibile condotta adottata da Pechino, che sembra non avere alcuna remora nell’accostare l’odierno partito comunista cui è a capo il segretario Xi Jinping a quello controllato dal misterioso Grande Fratello. Almeno per quanto riguarda la minoranza degli uiguri.

·        Così la Russia di Putin combatte il terrorismo islamico.

Così la Russia di Putin combatte il terrorismo islamico. Giovanni Giacalone il 18 maggio 2019 su it.insideover.com. Nella mattinata di giovedì a Mosca agenti del Fsb hanno arrestato il 26enne Georgy Guev, originario dell’Ossezia settentrionale, con l’accusa di aver inviato all’Isis denaro per il valore di 50 milioni di rubli (circa 700mila euro). Durante le perquisizioni nella sua abitazione sono stati rinvenuti diversi telefoni cellulari, numerose carte di credito, tablet, pc e chiavette che sono ora al vaglio degli inquirenti. Il giorno precedente, a Stavropol, le forze di sicurezza avevano arrestato un soggetto legato all’Isis e sospettato di preparare attentati nella zona mentre il 4 marzo erano le autorità daghestane a prelevare all’aeroporto di Makhachkala il 30enne Biysoltan Djamalov, individuato in Turchia, arrestato e rimpatriato. Il soggetto in questione era nella lista nera delle autorità russe in quanto membro dell’Isis e foreign fighter in Siria dal settembre 2016 al gennaio 2019, come da egli stesso confessato durante l’interrogatorio. Assieme a Djamalov è stata arrestata e rimpatriata anche una donna che era assieme a lui, accusata di aver raccolto e trasferito fondi per un valore di 300mila rubli ai jihadisti in Siria. Venivano inoltre scoperti due nascondigli con all’interno arsenali presso il villaggio ceceno di in Stalskoe (distretto di Kizilyurt) e in una zona boscosa a Urus-Martan, Cecenia.

Una panoramica sul jihad in Russia da inizio anno. Nei mesi di marzo e aprile sono stati segnalati almeno 13 arresti messi in atto in territorio russo (Caucaso settentrionale escluso) a Stavropol, Primorsky e Mosca mentre altri 4 venivano eliminati in scontri a fuoco a Balki e Tjumen. Per quanto riguarda il Caucaso settentrionale, venivano segnalate diverse operazioni anti-terrorismo che hanno portato ad arresti ed eliminazioni di jihadisti tra cui quella di Sahib Abakarov, classe 1996, ucciso a febbraio in un villaggio nella zona di Derbent dopo uno scontro a fuoco. Il jihadista, legato all’Isis, stava preparando un attentato assieme alla propria cellula e all’interno del suo nascondiglio è stato rinvenuto un giubbotto esplosivo, armi, munizioni e materiale per la fabbricazione di ordigni esplosivi. Il 15 marzo invece due individui di 41 e 29 anni venivano arrestati in Daghestan con l’accusa di aver trasferito 10 milioni di rubli all’Isis via internet, episodio simile a quello di qualche giorno fa a Mosca che ha coinvolto Guev. Vale inoltre la pena ricordare l’attentato del 12 gennaio in Inguscezia che ha preso di mira il direttore del “Center for Combating Extremism”, Ibragim Eldjarkiev, rimasto fortunatamente illeso dopo che alcuni jihadisti hanno aperto il fuoco contro la sua auto. Ad aprile invece in Kabardino-Balkaria le forze di sicurezza hanno arrestato un soggetto legato all’Isis con decennale militanza nel jihadismo kabardino nonché membro della banda “Baksan”.

La Cecenia. Per quanto riguarda la Cecenia, vanno segnalati una serie di attentati messi in atto dai jihadisti wahabiti, il primo avvenuto a gennaio a Sunzha, quando un individuo armato poi identificato come Mansour Beltoev, apriva il fuoco e feriva due uomini della Guardia Nazionale per poi fuggire nel bosco. Beltoev, che risultava già nella black list federale, veniva individuato ed abbattuto qualche ora dopo dall’unità “Terek”. L’attacco veniva menzionato sulla rivista dell’Isis “al-Naba” con tanto di foto dell’attentatore. Il 23 aprile tra Grozny e la capitale daghestana di Makhachkala veniva invece portata a termine un’operazione anti-terrorismo con l’arresto di cinque terroristi dell’Isis. La cellula stava pianificando attentati contro le forze di sicurezza a Grozny e nella città daghestana di Kaspiysk. A metà maggio veniva poi sgominata un’altra cellula jihadista capeggiata dal 21enne Ismail Magomadov, alla quale veniva attribuito l’attacco dello scorso 22 aprile contro alcuni agenti a Urus-Martan. Nel frattempo da Washington viene reso noto che il ministero del Tesoro ha imposto sanzioni economiche nei confronti dell’unità cecena di risposta immediata anti-terrorismo “Terek” e il suo comandante, Abuzayed Vismuradov, oltre ad altri quattro cittadini russi, con l’accusa di tortura e violazione dei diritti umani, in particolare in relazione ai casi Magnitsky e Nemtsov. Il provvedimento, meglio noto come “Sergei Magnitsky Rule of Law Accountability Act”, veniva attuato dal Congresso e firmato dall’ex presidente Obama nel dicembre del 2012. Una decisione che ha destato perplessità in Russia, considerato che l’unità “Terek” è una delle unità speciali che si occupa del contrasto al terrorismo e all’estremismo di matrice ikhwanita e wahhabita in Cecenia.

L’attuale situazione e una previsione a breve termine. Sono diversi gli aspetti che emergono in questi primi mesi del 2019 per quanto riguarda l’attività jihadista in Russia e Caucaso settentrionale. Innanzitutto è bene evidenziare come alcune delle operazioni anti-terrorismo volte a sgominare cellule jihadiste si siano verificate in zone relativamente remote come Tjumen, città di circa 720mila abitanti della Siberia occidentale non lontana dal confine kazako e a Primorsky, nell’estremo oriente russo, cellule rispettivamente legate a Isis e Jamat al-Tawhid waal Jihad. Ciò potrebbe indicare che le cellule jihadiste stanno cercando di individuare zone plausibilmente meno controllate dalle forze di sicurezza rispetto alle aree metropolitane della Russia occidentale e nel Caucaso, in modo da poter portare a termine attacchi. Un piano che, almeno fin’ora, non è ha però dato alcun esito. In secondo luogo va tenuto conto degli arresti fatti nei confronti di finanziatori dell’Isis, a Mosca e Makhachkala, per un valore di almeno 60 milioni di rubli (840mila euro circa). Nel caso dell’arresto di giovedì scorso a Mosca, Guev era in possesso di una notevole quantità di carte con le quali avrebbe operato transazioni a favore dei jihadisti; il materiale rinvenuto nella sua abitazione lascia pensare a una rete finanziaria ben più ampia.

Per quanto riguarda il Caucaso settentrionale, risulta evidente il tracollo jihadista dell’emirato del Caucaso e di quanto rimane dell’Isis. Il “Califfato” fa fatica a far breccia in Cecenia, Daghestan e le repubbliche limitrofe e ciò è dovuto a diversi fattori: in primis le unità jihadiste confluite in Siria sono state decimate dall’intervento militare congiunto russo e siriano. Come evidenziato dall’analista Mikhail Roschin, i sopravvissuti al jihad riscontrano enormi difficoltà a rientrare nelle zone d’origine in quanto le forze di sicurezza controllano minuziosamente i confini; non resta loro dunque altro che cercare di reclutare membri delle bande jihadiste locali tramite canali “virtuali”, chiaramente sotto controllo. Il punto è che queste bande (così denominate in quanto formate spesso da banditi che hanno abbracciato per convenienza la causa jihadista, mentre altri sono “residuati” dell’ex Emirato del Caucaso) sono frammentate, destrutturate, prive di una struttura che le collega tra loro e senza una catena di comando. In aggiunta sono tutte ben note ai servizi di sicurezza russi che, come dimostrano i fatti, non riscontrano particolari difficoltà ad individuarle e neutralizzarle. Va inoltre evidenziato come una delle prevalenti modalità operative di queste bande, che predilige gli attacchi a sorpresa contro agenti delle forze di sicurezza, negli ultimi mesi ha quasi sempre portato all’uccisione degli stessi terroristi, mentre negli anni precedenti il numero di vittime tra gli agenti era ben più elevato. Risulta poi particolarmente efficace il progetto di prevenzione alla radicalizzazione messo in atto dalle istituzioni federali assieme alle comunità islamiche ufficiali che puntano a mostrare ai giovani musulmani la corretta e moderata visione religiosa, basata anche su peculiarità legate all’islam autoctono, con notevole influenza sufi, che nulla ha a che spartire con il wahabismo e l’islam dei Fratelli Musulmani, ideologie importate dall’estero con obiettivi politici.

Da Mosca resta comunque alta la guardia in quanto l’Isis, dopo aver perso il territorio in Siria, cercherà in tutti i modi di colpire in territorio russo; del resto è stata proprio la campagna militare di Mosca a dare i colpi definitivi al Califfato. In aggiunta in territorio federale restano attivi gruppi come Jamat al-Tawhid waal Jihad, Hizb ut-Tahrir e al-Qaeda. Bisogna inoltre tener presente che oltre al rientro di potenziali jihadisti del Caucaso c’è anche tutta la componente legata ai foreign fighters provenienti dalle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e non a caso tra gli arrestati dei primi mesi del 2019 erano presenti diversi soggetti originari di quelle zone.

·        Gandhi: il «traditore» degli indù.

L’India non concede la cittadinanza ai migranti musulmani. Andrea Massardo su it.insideover.com l'11 dicembre 2019. Un disegno di legge proposto dal ministro dell’Interno indiano, Amit Shah, vorrebbe concedere la cittadinanza indiana a tutti gli immigrati arrivati prima del 2015 da Bangladesh, Pakistan ed Afghanistan sottoponendola ad una condizione: che non siano di fede musulmana. Come mai però in India, Stato che da sempre ha combattuto le ostilità tra le varie religioni all’interno del Paese, si è deciso di proporre una legge di questa portata, considerando anche la delicata situazione della provincia settentrionale del Kashmir? Secondo quanto dichiarato dai portavoce del governo, la scelta sarebbe stata indirizzata con lo scopo di garantire le minoranze dei Paesi vicini, le quali negli ultimi anni hanno visto una ingente riduzione dei propri diritti. Tuttavia, il disegno di legge ha creato un discreto malcontento tra la minoranza musulmana presente in India, con centinaia di manifestanti che si sono riversati in diverse piazze dell’India in segno di protesta. I numeri più importanti si sono registrati nella città di Ahmedabad.

Rischio tensioni con la minoranza musulmana. La scelta del governo è avvenuta in un periodo particolarmente delicato, con la provincia del Kashmir, confinante con il vicino Pakistan, in cui sono in atto disordini civili a seguito della revoca degli statuti speciali di cui godeva la regione. La folta minoranza musulmana potrebbe intendere la mossa del governo come ostile ai fedeli della propria religione, aggravando una situazione già al momento travagliata. Non bisogna sottovalutare infatti come la maggior parte degli immigrati in India si sia stanziata nelle regioni di confine, proprio dove la presenza musulmana è ai livelli più alti del Paese. Sicuramente una situazione non facile da gestire, considerando le possibili tensioni non solo con la popolazione locale, ma anche con coloro che non si sono visti concedere la cittadinanza indiana e rischiano di conseguenza un respingimento. Proprio questo punto sarà quello sul quale il primo ministro indiano Narendra Modi dovrà concentrarsi per evitare dei seri peggioramenti.

Una protesta trasversale. La popolazione musulmana dell’India non è la sola ad essersi opposta fermamente al disegno di legge. Richieste di ritiro del disegno di legge sono partite anche dagli ambienti accademici, con un documento che porta la firma di oltre mille tra studiosi e scienziati di tutte le confessioni. Nonostante il governo sia sicuro del buon fine della proposta di legge, le libere organizzazioni dei cittadini sono convinte di poter fermare la proposta di legge per non provocare l’aumento degli odi razziali nella regione. Nella regione dell’Assam, le proteste hanno portato al blocco dei mezzi pubblici e delle strutture statali per quasi tutta la giornata di lunedì, creando disagi alla popolazione. Chiaro segno di sfida al governo di Modi, annunciano il rischio di un conflitto ideologico che terrà banco nei prossimi mesi dal Paese. Forse distoglierà l’attenzione mondiale dalla difficile condizione ambientale dell’India, ma rischierà di diventare un gioco pericoloso per il Paese, nelle mani di un primo ministro spesso criticato per essere troppo poco incline al dialogo con le minoranze.

India, proteste contro legge sulla cittadinanza voluta dal premier Modi: 6 morti in scontri di piazza. Incidenti tra polizia e studenti nei campus. Epicentro a Guwahati nello Stato di Assam. Il provvedimento facilita la concessione della nazionalità indiana a un gran numero di immigrati provenienti da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, ma esclude i musulmani ed è contestata anche da chi teme "un'invasione". La Repubblica il 16 dicembre 2019. Scontri in India contro la nuova legge sulla cittadinanza voluta dal premier, Narendra Modi, ritenuta discriminatoria nei confronti dei musulmani. Il bilancio dei cinque giorni di protesta è di sei morti e un centinaio di feriti. I fatti più gravi sono avvenuti nello Stato di Assam, nel Nord-Est dell'India, ma le proteste domenica si sono diffuse in diversi campus del Paese e nella capitale Delhi autobus e automobili sono stati dati alle fiamme.

La nuova legge sulla cittadinanza indiana. La nuova legge sulla cittadinanza agevolerebbe l'ottenimento della nazionalità indiana a un gran numero di immigrati provenienti dal vicino Bangladesh, dal Pakistan e dall'Afghanistan, purché non musulmani, riguardando dunque le comunità hindu, sikh, jainiste, cristiane, buddhiste e parsi. Il provvedimento rappresenta una rottura fondamentale con il principio di laicità dello Stato indiano, sancito dalla Costituzione. Mentre il premier Modi ha salutato la legge come "un giorno storico per l'India e per i valori di solidarietà e fratellanza della nostra nazione", le opposizioni e alcune organizzazioni a difesa dei diritti umani stimano che il provvedimento rientri nel programma nazionalista di Modi che mira, sostengono, a marginalizzare i 200 milioni di indiani musulmani. Derek O'Brien, deputato dell'opposizione, ha indicato la legge come "un'inquietante analogia" con le leggi naziste varate negli anni Trenta contro gli ebrei in Germania. Il governo nazionalista indù del Partito del Popolo Indiano sostiene che la legge ha l'obiettivo di accogliere tutti coloro che sono fuggiti dalle persecuzioni religiose. Approfondisce la Bbc che la legge ha causato proteste su più fronti: mentre alcuni affermano che il provvedimento è anti-musulmano, altri, soprattutto nelle regioni di confine, temono "un'invasione" fatta di migrazioni su vasta scala.

La protesta dei campus. Scontri sono avvenuti nell'università della capitale Jamia Millia Islamia, dove manifestanti e polizia si sono affrontarti all'interno e all'esterno dell'ateneo, tra i più prestigiosi del Paese. Gli agenti delle forze dell'ordine hanno sparato gas lacrimogeni e respinto la folla a colpi di bastonate, mentre i manifestanti sono accusati di aver bruciato quattro autobus e due veicoli della polizia. Secondo la stampa indiana, un centinaio di studenti e una decina di agenti sono rimasti feriti. E circa 50 persone sono già state rilasciate dopo aver trascorso la notte in cella, ha dichiarato la polizia locale. 

Gli scontri nel nord-est. Resta alta la tensione nella città più grande dello Stato di Assam, Guwahati, epicentro delle proteste, dove nel fine settimana si sono tenute grandi manifestazioni che hanno causato almeno sei vittime. Quattro sono morte in ospedale dopo essere state raggiunte da proiettili esplosi dalla polizia. Un'altra persona è morta nel negozio in cui dormiva, che è stato incendiato. E la sesta vittima è stata picchiata a morte durante una manifestazione. Nello Stato di Bengala occidentale dopo l'incendio di alcuni treni da parte dei manifestanti, la circolazione ferroviaria è rimasta paralizzata. Il ministro dell'Interno indiano, Amit Shah, ha lanciato ieri un appello alla calma, affermando che le culture locali degli Stati del nordest non sono minacciate: "La cultura, la lingua, l'identità sociale e i diritti politici dei nostri fratelli e sorelle del nordest resteranno", ha affermato Shah durante un raduno nello Stato di Jharkhand, secondo la tv News18. In alcune zone del nord-est internet è stato bloccato ed è stato imposto un coprifuoco nel tentativo di arginare le proteste. Dopo la sua rielezione lo scorso maggio, forte della maggioranza dei seggi alla Camera bassa, Modi sta attuando la sua dottrina ideologica in base alla quale l'India appartiene agli induisti. Primo capitolo di questo suo disegno di affermazione della supremazia etnica induista è stato la revoca, lo scorso 5 agosto, dello statuto speciale del Kashmir, regione a maggioranza musulmana che godeva di grande autonomia dall'indipendenza dell'India nel 1947.

India, rubata urna contenente le ceneri di Gandhi. A trafugare l’urna cineraria di Gandhi sarebbero stati, a detta dei politici locali, dei seguaci del nazionalista indù che uccise il Mahatma. Gerry Freda, Venerdì 04/10/2019, su Il Giornale. L’India, al termine delle celebrazioni per i 150 anni dalla nascita di Gandhi, è stata scossa dalla notizia del furto delle ceneri del Mahatma. Nella notte di questo 2 ottobre, trascorso con tante celebrazioni nel Paese in ricordo del promotore della non-violenza, un’urna contenente gran parte dei resti mortali di quest’ultimo è stata appunto, riporta il sito web di informazione locale The Wire, trafugata dall’edificio governativo che la ospitava. Le ceneri, per la precisione, sono state portate via dal Bapu Bhawan Memorial, complesso monumentale sito nello Stato del Madhya Pradesh. Oltre al furto dell’urna, i profanatori del luogo della memoria hanno anche commesso un ulteriore atto sacrilego, danneggiando un poster di Gandhi che campeggiava sempre all’interno del mausoleo. Tale immagine è stata appunto sfigurata e ricoperta di scarabocchi fatti con vernice nera, ossia, spiega sempre il sito web, con delle scritte in sanscrito che bollano l’artefice dell’India indipendente come “antipatriottico”. Il custode del memoriale ha quindi esternato, ai cronisti di The Wire, il proprio profondo turbamento per la scomparsa delle ceneri del Mahatma: “Ho aperto presto al pubblico il Bapu Bhawan Memorial la mattina del 2 ottobre, l’anniversario della nascita di Gandhi. Quando sono tornato lì, intorno alle 23:00, ho visto che dentro non c’era più l’urna con le sue spoglie mortali e che il suo poster era stato vandalizzato. Tutto ciò è vergognoso”. La polizia locale ha subito aperto un fascicolo contro ignoti per “attentato all’integrità nazionale e alla pace sociale”, mentre una ferma condanna del gesto sacrilego è stata pronunciata dal mondo politico dell’Unione. Alcuni esponenti dei principali partiti hanno azzardato ipotesi sull’identità dei profanatori del mausoleo del padre della non-violenza. Ad esempio, secondo Gurmeet Singh, esponente del Partito del Congresso, formazione di sinistra, i responsabili del trafugamento dell’urna sarebbero dei seguaci di Nathuram Godse, il nazionalista indù che assassinò Gandhi nel 1948.

Rubate le ceneri di Gandhi, un «traditore» per gli estremisti. Pubblicato giovedì, 03 ottobre 2019 su Corriere.it da Alessandra Muglia. Trafugate da ignoti nel giorno in cui si celebravano i 150 anni dalla nascita. Si guarda con sospetto a gruppi di fanatici indù. Nel giorno in cui l’India celebrava i 150 anni dalla nascita del Mahatma Gandhi, le sue ceneri sono state trafugate. Proprio mentre il premier di Delhi Narendra Modi con un editoriale sul New York Timessi ergeva in Occidente a portabandiera dell’eredità del leader della non violenza, «in casa» un suo memoriale veniva profanato, con la scritta traditore della patria, a infangare la gigantografia del padre della nazione ucciso nel 1948 da un fanatico indù. Da quel Nathuram Godse a cui — nella stessa ricorrenza, martedì — hanno plaudito in massa su Twitter, al punto che l’hashtag «Godse amar rahe», lunga vita a Godse, è svettato tra i più condivisi della giornata. Il padre dell’India moderna, per quanto induista devoto, oggi come ieri, è inviso agli ultranazionalisti indù per la sua «indulgenza» verso i musulmani e la sua visione di un Paese non diviso su linee religiose. Una visione opposta a quella dell’«hindutva», l’induismo politico perseguito da gruppi radicali come le Rss, la stessa organizzazione paramilitare estremista a cui apparteneva Modi in gioventù e oggi tra i sostenitori del suo partito, il Bjp. Estremisti che premono per realizzare l’hindustan, uno stato indù: tra le loro richieste, la revoca dell’autonomia alla regione del Kashmir, messa in atto in modo brutale lo scorso agosto. I ladri delle ceneri di Gandhi nel mausoleo di Bapu Bhawan, stato indiano di Madhya Pradesh, non sono stati identificati. Ma si guarda con sospetto a questi gruppi di fanatici indù. Le ricerche sono partite dopo la denuncia di un leader locale del partito del Congresso, all’opposizione e ormai ridotto ai minimi termini. Proprio in Madhya Pradesh qualche anno fa il capo della comunicazione del Bjp aveva attaccato l’ereditàdi Gandhi definendolo «il padre del Pakistan non certo dell’India». A consolazione degli estimatori del Mahatma, il fatto che le sue ceneri si trovino anche in altri memoriali indiani: dopo la sua morte furono divise e trasportate in diversi posti, contravvenendo — vista la sua fama — alla tradizione induista che le vuole gettate in acqua.

India, trafugate le ceneri di Gandhi e vandalizzato memoriale. I ladri sono entrati in azione nel giorno del 150esimo anniversario della nascita del Mahatma. Raimondo Bultrini il 03 ottobre 2019 su La Repubblica. Due giorni fa l’India intera, compresa l’ala ultrareligiosa del governo che non era proprio sua “amica”, celebrava i 150 anni dalla nascita della Grande Anima, il Mahatma Gandhi. Ma mentre il primo ministro Narendra Modi si prostrava davanti alla sua statua nel cuore di Delhi e in molte città si tenevano cortei, riti religiosi o seminari storici, nel Madhya Pradesh ignoti profanatori entravano in uno dei tanti “Bapu Bhawan” (Gandhi era chiamato padre) o luoghi di culto in suo nome. Dopo aver scritto “traditore” sulla foto, hanno rubato parte delle venerate ceneri raccolte in una piccola urna. Erano solo una piccola quota delle spoglie distribuite in giro per il Continente dai familiari dopo quel tragico 30 gennaio 1948, quando un militante fanatico della destra hindu gli sparò a bruciapelo perché aveva – usarono le stesse parole - “tradito” Bharat, lo spirito dell’antica India vedica concedendo potere e pari dignità a genti di casta bassa e musulmani. Alla sua morte parte delle ceneri vennero lanciate alle congiunzioni dei “tre mari” del sud e dei tre fiumi sacri del nord. Altre sono state deposte in almeno 12 urne, una delle quali a Laxman Bagh dov’è avvenuto il sacrilego furto che ha molti risvolti politici delicati in questa fase di dominio degli ex nemici di Gandhi trasformati apparentemente in estimatori, con il governo religioso che usa il pugno duro nel Kashmir contro l’idea stessa di non violenza del Mahatma. Nei decenni passati e fino al 2 ottobre scorso c’erano già stati parecchi episodi di vandalismo contro alcune delle sue innumerevoli statue attaccate dai nazionalisti hindu, ma anche dai “dalit” che non si riconoscevano nella sua politica “pietista” verso le caste più basse (li chiamava “figli di Dio”) ancora oggi socialmente schiacciate dal sistema di privilegi vedico. Ma non si era mai verificato un gesto dissacratorio di questa portata, per di più in uno dei “Bhawan” più vecchi, costruito nel ’48 subito dopo la morte dell’indiano più famoso del mondo, fatto cremare da figli e nipoti contro la volontà dell’ex vicerè inglese Lord Mountbatten che voleva imbalsamarlo. La mattina della speciale ricorrenza, Ram Krishn Sharma, funzionario del Congresso nazionale di cui Gandhi fu guida spirituale e politica, si era recato con altri membri del partito a rendere omaggio alle reliquie, salvo scoprire che l’urna era sparita, le foto rovesciate e sopra al suo poster qualcuno aveva scritto con vernice scura: "Rashtra drohi" (traducibile letteralmente come "anti-patriottico"). Immediatamente informata, la polizia ha avviato un’indagine che finora non ha dato risultati, anche se tutti sospettano gli ambienti estremisti ultrareligiosi vicini alla RSS, la ramificatissima organizzazione di difesa dell’induismo dalle cui fila uscì Nathuram Godse, l’assassino del Mahatma. Inevitabile il collegamento agli ultimi giorni delle roventi polemiche su quella che il Congresso ha definito “appropriazione indebita” del culto di Gandhi da parte del partito di maggioranza Bjp, nato a sua volta da una costola della RSS. Proprio tra le file del Bjp è stata eletta a pieni voti in Parlamento la “santona” Pragya Singh Thakur, accusata di una strage di musulmani e celebre per aver definito in campagna elettorale “un vero patriota” l'uomo che uccise la Grande Anima.

·        Il Nobel per pace San Suu Kyi e l’Islam in Birmania.

Genocidio Rohingya, la Nobel per pace San Suu Kyi: “Nessun massacro”. Le Iene l'11 dicembre 2019. Gaston Zama nel suo reportage ci ha raccontato il massacro della minoranza musulmana della Birmania attraverso le terribili testimonianze dei sopravvissuti. Ora il premio Nobel Aung San Suu Kyi, al tribunale dell’Aja, nega che si sia trattato di genocidio. La Corte penale internazionale dell'Aja la accusa di "genocidio" contro la minoranza musulmana dei Rohingya ma Aung San Suu Kyi si difende. “È profondamente sbagliato e controproducente parlare di genocidio contro in Rohingya in Birmania". San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, rimanda al mittente le gravissime accuse per il massacro avvenuto tra il 2016 e il 2017 in Birmania, di cui vi abbiamo parlato nel reportage di Gaston Zama, che potete rivedere qui sopra. Ad accusare apertamente di genocidio la donna, che ha scontato 15 anni di carcere per colpa della giunta militare che ora difende, è lo stato africano del Gambia, a maggioranza musulmana, che sostiene che la Birmania avrebbe violato la Convenzione sul genocidio, approvata nel 1948. Stando alle prove raccolte dall’Onu, oltre 10mila Rohingya sarebbero stati massacrati e 700mila sarebbero stati costretti a fuggire nel vicino Bangladesh. Con il reportage di Gaston Zama vi abbiamo raccontato il massacro dei Rohingya, attraverso le voci di alcuni sopravvissuti.  

“Ci stavano bruciando le case e siamo scappati qui”, racconta nel servizio di Gaston Zama un bambino costretto a vivere nel campo profughi. “Sparavano, bruciavano tutto e ci picchiavano”, dice un altro. Li abbiamo incontrati facendoci accompagnare da Suor Cristina, vincitrice dell’edizione del 2014 del talent show tv The Voice of Italy, per “riparare” al fatto che Papa Francesco non aveva nominato i Rohingya durante la sua visita in Myanmar. Con lei abbiamo raccolto le testimonianze di chi è fuggito da un genocidio sistematico.  

San Suu Kyi, dal Nobel per la pace all’accusa di genocidio. Valerio Sofia l'11 Dicembre 2019 su Il Dubbio. La leader birmana San Suu Kyi alla sbarra del tribunale dell’Aja. La corte internazionale sostiene che non ha fatto nulla per impedire la pulizia etnica dei Rohingya, la minoranza musulmana del suo paese. Dal Premio Nobel per la Pace alle aule del Tribunale Penale Internazionale per fronteggiare accuse di genocidio proprio nella Giornata Mondiale per la tutela dei diritti umani. È paradossale e complicata al parabola della leader birmana Aung San Suu Kyi, che peraltro è chiamata a difendere davanti al mondo i suoi vecchi persecutori. Tutto nasce dalla questione dei Rohingya, la popolazione islamica di una provincia del Myanmar che i birmani non considerano cittadini ma immigrati bengalesi illegali, e contro cui negli anni passati si è scatenata un’operazione che ha portato alla fuga di molti profughi verso il Bangladesh. Aung San Suu Kyi ha vinto il premio Nobel per la Pace nel 1991, è stata però tenuta per 15 anni agli arresti in patria dove si è sempre opposta pacificamente alla giunta militare che governava con pugno di ferro il Paese, è riuscita a dare vita a un movimento democratico non violento che alla fine ha portato i generali a farsi parzialmente da parte e a indire elezioni che il partito di San Suu Kyi ha vinto. Con dei vincoli imposti dai militari, tra cui il fatto che formalmente la Nobel non può assumere direttamente le cariche di Governo. Per questo dal 2015 ella è stata nominata Consigliere di Stato, un ruolo che però grazie alla sua autorità la colloca ai vertici del Paese. Ma in un gioco di difficili equilibri. L’ombra della giunta militare infatti incombe sempre sul Paese e sul governo, ed è esplicita la minaccia che possa riprendere le redini del Paese se qualcosa non va come desidera. E questo è stato forse il caso dell’operazione contro i Rohingya: l’esercito nel 2017 e 2018 secondo le accuse ha compiuto una campagna di persecuzione con bombardamenti, incendio di villaggi, esecuzioni sommarie, stupri sistematici. Secondo il governo si è trattato di reazione ad attività insurrezionali e terroristiche. Per gli osservatori sul campo dell’Onu un’epurazione etnica che ha messo in fuga almeno 700 mila civili. La Commissione Onu per i diritti umani ha definito la persecuzione dei Rohingya in Myanmar «un libro di testo di pulizia etnica, un tentativo di genocidio». In tutto ciò Aung San Suu Kiy si è distinta per non aver preso posizione a difesa dei Rohingya, nonostante le numerose sollecitazioni internazionali. Un po’ probabilmente per non indispettire i generali, un po’ perché il suo popolo in fondo condivide molti pregiudizi: per la maggioranza buddista del Myanmar i Rohingya sono «musulmani bengalesi» da cacciare. All’udienza presso il Tribunale dell’Aja San Suu Kyi è presente come testimone, e come madre nobile del suo Paese proverà a difenderlo dopo che è stato citato in giudizio dal Gambia, a nome dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. All’udienza il procuratore generale Abubacarr Marie Tambadou ha accusato: ‘ Un altro genocidio si sta svolgendo proprio davanti ai nostri occhi eppure non facciamo nulla per fermarlo”. La linea di difesa della leader birmana è sempre la stessa: «quello dei profughi del Rakhine è solo uno dei molti problemi e bisogna indagare». Lei interverrà oggi, e domani si dovrebbe concludere la fase del procedimento in cui si decide se aprire o meno un vero processo per genocidio.

Alessandro Ursic per “la Stampa” l'11 dicembre 2019. Da simbolo della lotta per la democrazia e i diritti umani, a primo difensore di un esercito - lo stesso che l' ha tenuta prigioniera per 15 anni - accusato di genocidio contro una minoranza etnica. Alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja, ieri Aung San Suu Kyi è rimasta impassibile ascoltando gli orrendi crimini contro i musulmani Rohingya di cui la Birmania da lei guidata si è macchiata. Sebbene lei non sia formalmente imputata, l' immagine simbolo di quanto la reputazione della «Signora» sia cambiata gli occhi del resto del mondo è tutta qui. Con i fiori tra i capelli Avvolta in un tradizionale vestito birmano e con i capelli raccolti tenuti insieme con gli usuali fiori, Suu Kyi (74 anni) non ha proferito parola prima, durante o dopo l' udienza davanti ai 17 giudici della più alta corte dell' Onu, dove il caso è finito su iniziativa del Gambia con l' accusa che la Birmania ha violato la Convenzione sul genocidio. Abubacarr Tambadou, ministro della Giustizia del piccolo Paese africano a maggioranza musulmana, ha implorato il premio Nobel per la Pace a «fermare questi atti barbari che continuano a mettere sotto choc la nostra coscienza collettiva». Tambadou, un ex procuratore al tribunale per il genocidio in Ruanda, ha letto testimonianze dei sopravvissuti a crimini che comprendono «omicidi, torture e stupri di massa», oltre a «bambini bruciati vivi nelle loro case e in luoghi di culto». La risposta di Suu Kyi, che dal 2016 è la leader di fatto della Birmania nonché ministro degli Esteri, arriverà oggi. Dato l' intento dichiarato di «proteggere il nostro interesse nazionale», sarà probabilmente in linea con le sue dichiarazioni degli ultimi due anni: una difesa dei militari e della controffensiva scatenata nell' agosto 2017 contro «terroristi» Rohingya nel nord dello Stato Rakhine, ribadendo la sua legittimità. E ciò anche se tali operazioni hanno fatto fuggire in Bangladesh oltre 700mila uomini, donne, bambini e anziani, con immagini satellitari a dimostrare come interi villaggi Rohingya siano stati rasi al suolo, innumerevoli testimonianze di sopravvissuti ancora sotto choc nei pietosi campi profughi in Bangladesh, e persino un rapporto dell' Onu che parlava di genocidio. Il contrasto tra l' immagine di moderna santa di Suu Kyi e la sua freddezza nello sminuire tali orrori era evidente già durante quel massiccio esodo di Rohingya, solo cinque anni dopo altre violenze che avevano spedito in campi profughi 140mila persone. È vero che le operazioni militari del 2017 erano iniziate dopo attacchi contro le forze di sicurezza che avevano causato una dozzina di morti. Ma la sproporzione tra quei crimini e la terra bruciata dell' esercito era lampante. Gli ammiratori stranieri di Suu Kyi all' inizio preferivano credere che lei non avesse colpe: dopotutto, l' esercito è un potere a sé in Birmania, e «la Signora» era al governo da solo un anno. Ma poi la sua risolutezza nel negare il problema è continuata. E come i militari, lei stessa nega ai Rohingya persino il loro nome, considerandoli «bengalesi» clandestini senza diritto di cittadinanza. In patria Suu Kyi rimane popolarissima anche per la linea dura contro i Rohingya, disprezzati da una popolazione in maggioranza buddista terrorizzata dalla prospettiva della crescita demografica dei musulmani. Anche ieri, all'esterno della Corte c'era un gruppetto di sostenitori, mentre a Yangon migliaia di suoi fan sono scesi nelle strade per darle man forte a distanza. Con le elezioni previste il prossimo novembre, le possibilità che Suu Kyi - nota per la sua irremovibilità - ceda alle pressioni internazionali sono minime. La lotta di 56 Paesi Suu Kyi non finirà in carcere. Formalmente questo è un procedimento tra il Gambia - con l' appoggio di 56 Paesi musulmani - e la Birmania. Per la sentenza dei giudici dell' Aja ci vorranno anni, e in ogni caso la Corte non ha il potere di far rispettare eventuali pene, anche se un verdetto di colpevolezza potrebbe portare a sanzioni internazionali e a un enorme danno d' immagine per il Paese. Ma Suu Kyi, la sorridente icona che sfidò i torvi generali sordi di fronte ai desideri della sua gente, ora è l' immagine di un potere stanco che non riconosce i diritti più elementari di un altro popolo. Ed è una pena che «la Signora» si è auto-inflitta.

Dagospia l'11 dicembre 2019. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, ti scrivo per l’atto infamante che ha portato il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi al Tribunale Internazionale dell'Aia addirittura con l’accusa di genocidio. Sai che conosco piuttosto bene la questione dei rohingya, tant’è che il 12 marzo decidesti di pubblicare come articolo a parte una mia lettera. Molto ancora avrei potuto scrivere se solo avessi immaginato l’ampio spazio che mi avresti concesso. Una cosa è certa anche se non si può dire: i rohingya sono musulmani nomadi (schifati dagli stessi musulmani che ora li utilizzano strumentalmente), profondamente ignoranti che, in Birmania ma non solo, hanno commesso atti terroristici, stupri, furti e omicidi cruenti al fine d’imporre quell’orrore umanitario chiamato “shariah”. Qui vorrei sottolineare una cosa molto semplice: a trascinare la premier birmana davanti al suddetto tribunale è stata l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica per mezzo del Gambia. Ora mi chiedo, e chiedo ai tuoi lettori: come mai la Corte dell’Aia non si occupa del genocidio dei cristiani per mano dei musulmani in Nigeria? Come mai non si occupa della strage di manifestanti (oltre 1000) avvenuta pochi giorni fa in Iran? Come mai, sempre per l’Iran, non si occupa delle donne lapidate e delle spose bambine morte dopo la “prima notte” o durante il parto? Come mai non si occupa della questione femminile in Arabia Saudita, dove la frusta per la schiena e la spada per le capocce non sono mai a riposo? E sempre riguardo l’Arabia Saudita, come mai non si occupa del genocidio che sta compiendo in Yemen? Come mai dimentica Bashir, quel criminale di guerra che in Sudan sta compiendo una pulizia etnica di cristiani? Come mai non si occupa del massacro di oltre 50 migranti avvenuto circa 15 anni fa al confine col Senegal e perpetrato proprio dall’esercito del Gambia (che ora si scopre difensore dei diritti umani e dei migranti)? Come mai i musulmani sono sempre immuni da qualunque giudizio penale, storico e politico? Il motivo è semplice: perché secondo la Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, all’articolo 4 si può leggere: “Ogni individuo ha diritto di essere giudicato in conformità alla Legge islamica e che nessun'altra legge gli venga applicata...”. In sostanza, i musulmani possono denunciare chi gli pare al Tribunale dell’Aia ma si rifiutano di esserne giudicati. Infine, ma non per ultimo: il Tribunale dell’Aia andrebbe abolito per la sua lentezza e per la serie di puttanate, che loro chiamano sentenze, che ha prodotto negli ultimi 30 anni. [Il Gatto Giacomino]

·        Said Mechaquat, Brenton Tarrant e gli altri. Gli omicidi senza colore.

Marco Imarisio per il “Corriere della sera” l'11 ottobre 2019. La distanza tra la sinagoga dell'attentato e lo spirito del tempo si misura in sei parole. In una piccola frase, questa. «Forse ha sbagliato, ma lo capisco». A pronunciarla, prima di essere trascinato via dai suoi compagni, è un ragazzo che avrà al massimo quindici anni. Testa rasata, giubbotto attillato, come tutti gli altri. Sta entrando negli spogliatoi. Alle pareti della palestra è appesa la bandiera della Germania e in un corridoio c' è un altro stendardo con l' aquila imperiale. L' associazione di arti marziali è all' interno di un centro sportivo in fondo alla Lutherstrasse di Eisleben. Non gode di buona fama. La stampa locale l'ha spesso indicata come un ritrovo di simpatizzanti neonazisti. Un sito specializzato elenca le partecipazioni a manifestazioni xenofobe e le frasi pronunciate in quelle occasioni da istruttori e allievi. «Tutte fesserie, inventate da qualche paranoico di sinistra», taglia corto il più grande del gruppo, quello che dà istruzioni agli altri. La città che ha dato i natali a Lutero è l' ultima tappa del piccolo viaggio intorno a Stephan Balliet, il neonazista che voleva fare una strage impedita solo dalla sua impreparazione. Non c' è nulla che dimostri la sua frequentazione, ma la palestra di Combat&defense, disciplina pubblicizzata dai gestori con uno stemma che raffigura un teschio e pugnali incrociati, rappresenta un esempio di propaganda a cielo aperto, se non di reclutamento, a voler dare credito alle denunce dei siti antifascisti e alle impressioni da cronista, come se ne vedono tanti in queste campagne della Sassonia-Anhalt. La prima fermata è alla casa del padre, che intervistato dalla Bild ha messo un comodo sigillo sul figlio, definendolo un perdente, «uno che non aveva amici, ha sempre concluso poco ma dava agli altri la colpa dei suoi fallimenti». Aveva lasciato il corso di chimica all' università dopo solo sei mesi, anche a causa di un intervento chirurgico allo stomaco. Non lo vedeva da tempo, precisa, ma dice che «viveva online». Il papà del mancato stragista abita in una piccola casetta davanti al cimitero di Helbra, nelle abitazioni costruite per gli ex operai della Ddr che lavoravano nei cementifici sulla Parkstrasse. Le parole del genitore sembrano il fiocco sul pacchetto preconfezionato del lunatico, solitario e pure incapace. Peccato che poi il procuratore federale rovini questo quadro quasi rassicurante rivelando come Balliet avesse con sé quattro chili di esplosivo, e fosse pervaso «da una forma spaventosa di antisemitismo che lo aveva portato a pianificare un massacro con grande determinazione». Forse la verità su Stephan Balliet sta a metà strada, come spesso succede. La casa dove ha vissuto gli ultimi 14 anni con la madre, maestra di scuola elementare, si trova a Klostermannsfeld, un sobborgo di Benndorf, equidistante, una ventina di chilometri, da Helbra e da Halle. «Non è vero che non usciva mai», dice Sepp Zobel, che abita nell' appartamento accanto. «Aveva lavorato per qualche anno come tecnico tv», racconta. Faceva lavoretti, anche il baby sitter per le coppie del condominio. «Andava e veniva, frequentava gente della sua età». Siamo quasi al classico «salutava sempre», che questa volta però assume un significato di smentita al luogo comune dell' introverso malato di Internet. Tra queste modeste e dignitose palazzine a due piani, sovrastate dall' altra parte della strada da complessi di edilizia sovietica, Balliet non era certo un' ombra. Entrava e usciva da casa, si fermava a chiacchierare. «Sugli ebrei non ha mai detto nulla, anche perché è sempre un argomento tabù», racconta Franz Schade, impiegato di banca ad Halle, suo coetaneo. «Ma sugli stranieri era netto, e non nascondeva la sua esasperazione». Intanto, anche i ragazzi della palestra di Eisleben si stanno producendo in sottili distinzioni tra ebrei e immigrati. Il loro allenatore li ha riuniti in cerchio. Parlano dell' attentato di Halle. Ma non è possibile ascoltare, gli estranei non sono ammessi, e l' aria si è fatta pesante, meglio andare.

 “GLI EBREI SONO LA RADICE DI OGNI MALE”.  Marco Imarisio per corriere.it il 10 ottobre 2019. Alle 18 la Humboldtstrasse è riaperta al traffico ma in strada non c’è nessuno. Le uniche luci sono i lampeggianti della Polizia che circondano la sinagoga e duecento metri più in là, il ristorante kebab dove è stata uccisa un’altra persona. Sarebbe il centro della città più giovane della Sassonia-Anhal, e questa sarebbe la zona degli aperitivi, ma adesso è possibile sentire il rumore dei propri passi. Stephan Balliet ha ucciso, ma ha fallito. La sua intenzione dichiarata era quella di fare una strage. Non è che si sappia ancora molto di lui. Ha 27 anni, è nato e cresciuto in questa regione, pare frequentasse una palestra vicina ad ambienti della destra che più estrema non si può, è un neonazista dichiarato, convinto che gli ebrei siano la causa di tutti i mali. Aveva scelto il giorno giusto per ucciderne più che poteva, e un bersaglio decentrato per sperare di farcela. la comunità ebraica di Halle non è molto numerosa, al massimo 600 persone, molto più piccola di quelle delle vicine Dresda e Lipsia. La sua sinagoga, che quasi sembra schiacciata tra il lungo viale che le scorre davanti e dietro i palazzi multipiano che si affacciano sulla stazione, è accanto al cimitero. Sul portone chiaro si intravedono due grosse macchie nere. Gli agenti spiegano che sono le tracce lasciate dalle due granate lanciate dall’aspirante stragista. Poteva succedere ancora, forse ovunque. E lo sapevano tutti. Ma nessuno si stupisce del fatto che l’attacco più brutale degli ultimi anni sia avvenuto qui. Nei giorni scorsi, le autorità avevano avvisato le comunità ebraiche della regione, avvisandole del rischio di possibili attentati. Non era solo una semplice precauzione per l’imminente Yom Kippur, ma una conseguenza dell’aria che tira in questa terra, la Sassonia, che da sempre, fin dal giorno della riunificazione, rappresenta un problema irrisolto, come può esserlo una pentola in continua ebollizione con dentro razzismo, frustrazione, problemi identitari. Il «Wir schaffen das» il celebre «ce la facciamo» lanciato da Angela Merkel quando nel settembre del 2015 decise di aprire i confini ai profughi siriani, da queste parti non ha mai attecchito. Anzi, ha prodotto una reazione contraria senza uguali in Europa. L’insostenibile Est, così lo chiamano i sociologi tedeschi. Come se il fiume Elba fosse davvero uno spartiacque. Da una parte la «vecchia» Germania, dall’altra una mancata integrazione, che non si traduce solo in Ostalgie, il rimpianto per la vecchia Ddr, ma anche in una rabbia razzista e xenofoba. Tra il 1991 e il 2018 la Sassonia-Anhalt ha subito un crollo demografico del 20 per cento. «Una situazione demografica senza uguali in Europa», si legge in un rapporto del ministero dell’Economia. Se ne vanno tutti. E chi resta si incattivisce, soprattutto i giovani. Dal 2004 al 2014 questo è stato l’unico Land a portare in Parlamento esponenti dell’estrema destra, a votare formazioni neonaziste portandole fino al 4 per cento. Una tendenza che non sembra fermarsi. Nelle elezioni regionali del 2016 l’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) ha ottenuto il 24%. Dresda, distante 115 chilometri da Halle e dalla sua sinagoga, ospita la sede centrale di Pegida, il movimento di ispirazione nazista che si batte contro l’islamizzazione dell’Occidente. Il video di Balliet è firmato Anon, che significa futuro ed è l’acronimo di anonymous. Uno come tanti. Uno convinto che l’Olocausto non sia mai avvenuto, che il femminismo e l’immigrazione di massa stanno causando problemi al mondo, e che alla radice di questi problemi ci siano gli ebrei. Questo il senso del suo videomessaggio, registrato mentre guida e intanto prepara le armi, al ritmo di Mask off, un brano del rapper americano Future. Ha agito da solo, ma non è un cane sciolto, come non può esserlo un neonazista di Halle, una città dove due sabati al mese gli estremisti di destra mettono in scena cortei improvvisati, senza striscioni o cori, piccoli gruppi di un centinaio di persone che marciano sulla Humboldtstrasse, il viale della sinagoga, come una tacita minaccia, per ricordare agli ebrei la loro esistenza, per far sapere loro che qui non sono graditi. «Viviamo in un clima di intimidazione costante» racconta Aliza, una donna di mezza età che si trovava nella sinagoga al momento dell’attentato, e ha trascorso le ore seguenti preparando thè caldo ai poliziotti di guardia davanti all’ingresso. «Non è facile leggere ogni giorno sul giornale che sei un bersaglio, che c’è in giro qualche matto che vuole farti del male. Siamo tollerati, ma non siamo graditi, questo è chiaro. Non è facile essere ebrei in questa regione». La prova di quel che afferma, sostiene Aliza, è lei stessa. Racconta che dal 2010 al 2015 lavorava a mezza giornata come guida della sinagoga e del cimitero. Poi ha smesso. Non c’era più bisogno di lei. Non c’erano clienti. «Neanche prima, ad essere sincera». Attenti all’Est della Germania. Attenti a parlare di lupi solitari.

Leonardo Martinelli per “la Stampa”il 9 ottobre 2019. Una situazione tragica ma anche paradossale: Mickael Harpon, che ha ucciso giovedì scorso quattro agenti dell' intelligence della polizia di Parigi, era uno dei loro colleghi, tecnico informatico abilitato ai «segreti di Stato» (e che così poteva accedere a informazioni sensibili, anche sulle persone messe sotto controllo). Una delle sue mansioni principali era proprio la raccolta di dati sulla radicalizzazione islamica. Ma in una chiave Usb, trovata nei cassetti della sua scrivania, alla prefettura della capitale francese, aveva inserito video di propaganda di Daesch, comprese delle decapitazioni, e pure informazioni personali su decine di suoi colleghi. È riuscito a passarle a eventuali complici jihadisti? Ieri fonti vicino all' inchiesta ricordavano il caso dell' attentato di Magnanville. Nel giugno 2016 Larossi Abballa si presentò al domicilio privato di una coppia di poliziotti, massacrati davanti al loro figlioletto. Da allora non si è mai riusciti a capire come il terrorista si fosse procurato l' indirizzo. Harpon c' entra qualcosa? Intanto, ieri Emmanuel Macron, rendendo omaggio alle quattro vittime, ha lanciato un appello «alla nazione a mobilitarsi contro l' Idra islamista», un riferimento alla mitologia che probabilmente la maggioranza dei suoi connazionali non ha capito. Ha invocato anche «una nuova società della vigilanza, diversa dal sospetto che corrode e che invece è l' ascolto attento dell' altro, saper individuare alla scuola, a lavoro, nei luoghi di culto e vicino a casa le deviazioni, quei piccoli gesti che segnalano un allontanamento dalle leggi e dai valori della Repubblica». Visto quanto successo alla prefettura, comunque, la strada da percorrere è lunghissima. Harpon, originario della Martinica, si era convertito all' islam da una decina d' anni. E, qualche mese dopo gli attentati di Charlie Hebdo del gennaio 2015, aveva discusso animatamente con un collega, affermando che i terroristi «avevano fatto bene». L' episodio era stato segnalato a un superiore, ma senza alcun seguito. Già prima aveva iniziato a rifiutarsi di dare la mano alle colleghe. Nonostante questo, regolarmente gli era stata confermata l' abilitazione ai segreti di Stato, che teoricamente richiede di passare al setaccio la vita personale dell' agente. Ebbene, lui da alcuni mesi era in stretto contatto con un predicatore salafita, favorevole a un' interpretazione rigorista dell' islam. Harpon viveva a Gonesse, nella periferia di Parigi, in un complesso abitato quasi esclusivamente da poliziotti, che ormai da tempo lo vedevano recarsi in abiti tradizionali musulmani alla moschea di quella località, nel mirino delle autorità per la presenza di imam radicali. Fra l' altro, uno dei vicini, anche lui poliziotto, ha sentito Harpon gridare «Allah akbar» la sera prima dell' attentato. Tutti questi elementi non sono stati sufficienti a prevedere quello che sarebbe successo e a impedire la strage. Ieri, dinanzi a una commissione parlamentare, il ministro degli Interni Christophe Castaner ha ammesso che ci sono state «disfunzioni da parte dello Stato». Ma ha rifiutato di dimettersi.

Attentato alla prefettura: il flop dell’intelligence francese. Giovanni Giacalone su it.insideover.com il 9 ottobre 2019. L’attentato avvenuto presso la prefettura di Parigi lo scorso giovedì è un atto di terrorismo islamista a tutti gli effetti e l’autore, un convertito all’islam sordomuto originario della Martinica e identificato come Mickael Harpon, non era affatto un impiegato modello, come inizialmente dichiarato dal ministro dell’Interno francese, Cristopher Castaner, bensì un soggetto radicalizzato, con precedenti penali per violenza domestica che aveva anche esultato in seguito all’attentato a Charlie Hebdo del gennaio 2015. Non solo, ma non è neanche vero che si era convertito all’islam 18 mesi fa; Harpon aveva infatti abbracciato la fede islamica nel lontano 2008, ben prima di sposarsi con la moglie musulmana nel maggio 2014. Se dunque fino a qualche giorno fa non c’erano elementi sufficienti per poter fornire un quadro preciso sull’assalitore e sul movente, ora tutto inizia a prendere forma. Del resto era già stato detto che risultava prematuro andare oltre le ipotesi prima di aver indagato approfonditamente sul background di Harpon, sui contatti personali e sulle sue attività via web.

Le divergenze tra governo e inquirenti. Un primo elemento sospetto, forse il più evidente, è risultato da subito nella premeditazione dell’atto, con Harpon che si era preoccupato di procurarsi un coltello in ceramica, consapevole del fatto che armi bianche in acciaio sarebbero state individuate dal metal detector. Un dettaglio di non poco conto che è suonato da subito come campanello d’allarme. In seguito era intervenuto il ministro dell’Interno francese, come già precedentemente citato, a dichiarare che Harpon era un impiegato modello, osservazione che non coincideva però con quanto affermato da alcuni colleghi e dalla moglie dell’attentatore stesso, che avevano reso noto che Harpon non era affatto soddisfatto della propria posizione lavorativa, convinto di non riuscire ad avanzare di carriera a causa dei superiori che non ne riconoscevano il valore. Era inoltre emerso come l’attentatore non fosse preso molto sul serio a lavoro. Dettagli che mal si coniugano con il profilo di un “impiegato modello”. Per quanto riguarda la fede islamica abbracciata da Harpon, le informazioni inizialmente fornite sono risultate fuorvianti, visto che il soggetto in questione non si era convertito all’islam 18 mesi prima, bensì nel lontano 2008. Esclusa quindi l’ipotesi della conversione per venire incontro alla moglie musulmana, visto che i due si erano sposati nel 2014. Risulta dunque fondamentale comprendere tutto il percorso religioso di Harpon, dalla lontana fase iniziale pre-conversione fino ad oggi, incluse le attività su canali virtuali e social. Sono poi risultate inaccurate le testimonianze di alcuni conoscenti di Harpon che lo definivano come un islamico “moderato”, non estremo,  dal profilo psicologico fragile ma tendenzialmente tranquillo. Il procuratore nazionale anti-terrorismo, Jean-Franocis Ricard, ha infatti reso noto che sono stati rilevati contatti tra Harpon e diversi soggetti legati alla galassia islamista; Ricard ha inoltre aggiunto che l’attentatore “aveva aderito a una visione radicale dell’Islam” e che “non voleva più avere alcun contatto con le donne”. A ciò si aggiungono le dichiarazioni dei colleghi che lo avevano sentito esultare in seguito agli attentati di Charlie Hebdo. Un dettaglio interessante considerato che il suo imam di riferimento presso la moschea di Gonesse (banlieue dove viveva Harpon), personaggio quanto meno controverso di nome Hassan El Houari, durante un sermone ripreso in video aveva affermato, pur prendendo le distanze dal terrorismo: “Non sono Charlie e non sarò mai Charlie“. L’imam, intervistato ai microfoni di Bfmv, ha dichiarato di non vedere Harpon da tre o quattro mesi. Non è poi risultato veritiero neanche il fatto che Harpon avesse la fedina penale pulita, visto che nel 2009 era stato denunciato per violenza domestica. Emergono poi ulteriori dettagli sulla notte precedente all’attentato; dopo le grida “Allahu akbar” segnalate da un vicino di casa, sono emersi anche una trentina di messaggi scambiati tra Harpon e la moglie, tutti terminanti con “Allahu akbar” e “segui il nostro amato Profeta e medita sul Corano”. È ancora poco chiaro il ruolo avuto dalla moglie nella radicalizzazione del marito. Ha cercato di fare da argine? Oppure l’ha incoraggiata? Ora spetta agli inquirenti chiarire anche questo aspetto.

L’ennesimo flop dell’intelligence francese. Il caso Harpon è un flop senza precedenti per l’intelligence francese; il terrorista non svolgeva infatti un ruolo qualunque all’interno della prefettura, ma era inserito presso l’unità informatica del Drpp (la direzione d’intelligence della polizia) ed era dunque abilitato ad accedere a documenti e atti coperti dal segreto di Stato, avendo accesso anche a dati sugli islamisti sorvegliati. Insomma, era un perfetto infiltrato. È possibile che nonostante gli evidenti segnali, nessuno si fosse preoccupato di rimuovere Harpon dal ruolo estremamente sensibile che ricopriva? Possibile che ai vertici della polizia non fossero arrivate segnalazioni sull’esultanza di Harpon in seguito all’attentato a Charlie Hebdo? Vi sono poi tutti i contatti che Harpon avrebbe intrattenuto con elementi legati all’islamismo radicale, tra cui alcuni soggetti salafiti dediti alla dawa sui quali sono attualmente in corso delle verifiche. Del resto si è già discusso più volte dell’allarme legato all’infiltrazione di islamisti radicali all’interno delle forze dell’ordine francesi, al punto che lo scorso giugno i parlamentari Eric Diard ed Eric Poulliat, rispettivamente della destra gollista e del partito di Emmanuel Macron, avevano presentato un rapporto sull‘infiltrazione islamista nel settore pubblico transalpino, forze dell’ordine incluse. I due politici avevano inoltre organizzato una serie di audizioni a porte chiuse, a partire dal novembre 2018, con alti funzionari delle istituzioni come prefetti, dirigenti dell’intelligence, ufficiali di polizia e dell’esercito, con l’obiettivo di far presente la situazione. Gli islamisti radicali risultano infatti infiltrati in diversi settori tra cui l’azienda trasporti parigina Ratp, gli aeroporti, le scuole, le università ma anche in polizia, nell’esercito, tra i vigili del fuoco, negli uffici pubblici e all’interno dei sindacati. Inoltre, secondo un rapporto del DSPAP (Direzione sicurezza dell’agglomerato parigino) citato da Bfmtv, tra il 2012 e il 2015 sono stati 17 i casi di radicalizzazione nella polizia. Vale inoltre la pena ricordare che uno degli uomini della scorta di Laurent Sourisseau “Riss”, direttore di Charlie Hebdo, venne rimosso dall’incarico dopo un’indagine svolta dalla Direction genérale de la sécurité extérieure (Direzione generale della sicurezza esterna). Nella giornata di ieri lo stesso deputato Eric Diard ha affermato: “Abbiamo circa 150 mila poliziotti, e trenta sono suscettibili di essere radicalizzati e su 43mila agenti della prefettura, quindici sono sorvegliati per radicalizzazione”. Il timore è che i numeri siano però ben più elevati e sono in molti a chiedersi quanti siano i radicalizzati inseriti negli apparati di sicurezza francesi e sfuggiti ai controlli, proprio come il caso di Harpon. Nel complesso, la vicenda della prefettura parigina mette in evidenza una struttura colabrodo dell’intelligence francese, un sistema allo sbando infiltrato da “serpi in seno” pronte a colpire in qualsiasi momento.

"Stefano Leo? Un omicidio razzista. ​E la sinistra resta in silenzio..." Cirielli (FdI) chiede l'aggravante per discriminazione razziale. Poi punta il dito contro la sinistra: "Boldrini e Zingaretti in silenzio", scrive Angelo Scarano, Martedì 02/04/2019, su Il Giornale.  Il delitto di Stefano Leo è assurdo e agghiacciante allo stesso tempo. Un ragazzo che passeggia per le strade di Torino muore dopo essere stato sgozzato da un marocchino con cittadinanza italiana. Ma a rendere il tutto più doloroso, soprattutto per i familiari di Stefano, sono le parole con cui Said ha spiegato il suo gesto e la furia omicida: "Volevo uccidere un bianco, giovane e italiano. Avrebbe fatto scalpore. Ha comprato un coltello, poi è andato ai Murazzi del Po a Torino e ha osservato i passanti in attesa dell'uomo giusto". Il suo racconto poi si fa ancora più agghiacciante: "Mi bastava che fosse italiano, uno giovane, più o meno della mia età, che conoscono tutti quelli con cui va a scuola, si preoccupano tutti i genitori e così via. Non avrebbe fatto altrettanto scalpore. L’ho guardato ed ero sicuro che fosse italiano. Volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse che aveva, dei figli, toglierlo ai suoi amici e parenti". Insomma Said Mechaquat cercava un "italiano". Ha trovato Stefano che sorrideva e che per un assurdo motivo è finito sotto la furia omicida del marocchino. Proprio quella ricerca di "un uomo italiano" potrebbe far scattare l'aggravante di discriminazione razziale. A chiederlo Edmondo Cirielli, questore della Camera e parlamentare di Fratelli d'Italia: "L'assassino di Stefano Leo confessa che voleva uccidere “un italiano”. Ha agito, dunque, per finalità di discriminazione razziale. Mi sembra strano che la procura di Torino non abbia ancora contestato all'assassino l'aggravante". Poi l'esponente di Fratelli d'Italia punta il dito contro una parte di quella sinistra che ha preferito restare in silenzio davanti ad un ragazzo italiano trucidato con una coltellata alla gola: "Appare ancora più imbarazzante- prosegue Cirielli- davanti a un omicidio crudele, spinto dall'odio verso gli italiani, il silenzio dei paladini dell'integrazione, Nicola Zingaretti e Laura Boldrini. E soprattutto mi aspetterei parole forti anche da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per condannare questo omicidio razzista".

Giorgia Meloni sull'omicidio dei Murazzi: "Voleva uccidere un italiano. Ora i paladini dell'anti-razzismo...", scrive il 2 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Risolto l'omicidio dei Murazzi di Torino, dove è stato ucciso Stefano Leo. Risolto con la confessione di Said Machaouat, 27enne di origine marocchine, che ha rivelato di voler uccidere "un italiano felice", dunque "lo ho ammazzato a coltellate". Così ai poliziotti dopo essersi costituito. Una confessione rivoltante. Parole che indignano l'Italia e anche Giorgia Meloni, che si sofferma sul fatto che Machaouat abbia affermato chiaro e tondo di voler "uccidere un italiano". Scrive la leader di Fratelli d'Italia su Twitter: "Volevo ammazzare un italiano, ammette Said Mechaquat, assassino di #StefanoLeo. La Procura contesti a questo folle l’aggravante di #odiorazziale! I paladini della lotta al razzismo non hanno nulla da dire? O il #razzismo contro gli italiani nella loro visione non è contemplato?". Poco da aggiungere.

Torino, il killer maghrebino di Stefano e l'agghiacciante gesto al finestrino: sputa sul morto, scrive il 2 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Un pazzo o un terrorista, un cane sciolto anti-occidente? Il profilo dell'italo-marocchino Said Machaouat, il 28enne che ha ammazzato brutalmente il 34enne Stefano Leo ai Murazzi, a Torino, dopo averlo scelto per caso perché "italiano, giovane e felice" è decisamente complicato. Sicuramente si tratta di un giovane violento, disturbato. Prova ne è anche la agghiacciante reazione dopo l'arresto: davanti ai fotografi, mentre lo portano via in auto, Said incappucciato in un parka "saluta" tutti con un beffardo, vergognoso gesto delle corna con la mano destra, dietro il finestrino della vettura. La motivazione offerta agli inquirenti ha fatto "venire i brividi", parola di pm che lo ha interrogato, e lasciato nella più cupa disperazione il padre del povero Stefano: "Volevo una spiegazione, ma non questa - ha commentato distrutto -. Ora cosa dirò ai suoi fratelli?".

Said Machaouat, cosa non torna: "Ha ucciso Stefano perché italiano e felice? Mente, lo sgozzamento è un rito", scrive il 2 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Qualcosa non torna nel caso di Said Machaouat, il 28enne italo-marocchino che ha barbaramente ucciso con una coltellata alla gola Stefano Leo ai Murazzi, a Torino. Il magrebino ha confessato di averlo scelto dopo 20 minuti di "osservazione" tra i passanti, e di essersi deciso ad ammazzarlo perché voleva una vittima "italiana, felice e sorridente. Volevo togliergli tutto, a lui e ai suoi familiari. E lo volevo giovane perché avrebbe fatto più scalpore". Una motivazione sconvolgente, anche per il pm che ha voluto "far ripetere quelle parole due volte", e dietro cui si celerebbe un fortissimo disagio sociale, economico e psichico. "Non credo che sia la vera motivazione", è però la tesi della psicologa Vera Slepoj, intervistata dal Giornale: "Leggiamo che l'uomo è depresso, ma ogni manuale di psicologia insegna che il depresso solitamente si sente implodere in se stesso e in lui piuttosto, matura un sentimento di auto eliminazione. Qui qualcosa non torna. Vedo piuttosto un desiderio di stabilire un potere sugli altri. Prova è che il killer si sarebbe preparato all'evento. Ha comprato i coltelli, ha aspettato la sua preda. L'ha scelta con determinate caratteristiche". A disturbarlo non era tanto la felicità dell'italiano, spiega la Slepoj, quanto la sua normalità, "che lui voleva annientare". Per invidia, dunque: per "punire il mondo perché il mondo ha più di quello che ha lui, che lui non ha più. Di fondo c'è un fortissimo bisogno di protagonismo", patologico e ossessivo. "Ha voluto punire la società che non si accorge di lui e l'arma usata non è casuale. Lo sgozzamento è un rito, un sacrificio, una punizione in cui si ribadisce la sottomissione dell'altro che lui riteneva di dover punire. Ha visto la sua preda, lo ha aspettato e lo ha sacrificato, gli ha preso l'anima, non i soldi".

Omicidi senza colore. È tutta questione di… fragilità, scrive il 4 aprile 2019 Alessandro Bertirotti su Il Giornale. Premetto che non provo nessuna umana pietà nei confronti di Said Mechaout, l’uomo che il 23 febbraio scorso ha ucciso Stefano Leo. Tuttavia, non giudico; lascio che una giustizia superiore lo faccia. Se ne parlo è soltanto perché, da antropologo della mente, vorrei capire i meccanismi mentali che inducono un uomo a togliere la vita ad un altro uomo, specialmente quando, alla base del gesto omicida, v’è una motivazione etichettabile, a tutta prima, come “razziale”. La prima domanda che mi sono posto è se, effettivamente, la ragione di questo omicidio sia razziale. Un accenno di risposta si trova stabilendo un parallelismo tra la storia di Said Mechaout e quella di Luca Traini. Quest’ultimo è un giovane uomo di 28 anni di età, bianco, caucasico, di media scolarizzazione. Segni particolari: porta tatuato, sulla tempia destra, il simbolo di Terza posizione. Aderente a posizioni politiche proprie della destra radicale, tenta la strada dell’impegno politico con un risultato pari a zero. Questo giovane balza agli onori della cronaca per avere aperto il fuoco, in maniera randomizzata, su alcuni extracomunitari per vendicare Pamela Mastropietro, a sua volta barbaramente uccisa da un immigrato. A raid conclusosi, Luca Traini si consegna alle Forze dell’Ordine, non prima di essersi avvolto nel tricolore ed aver gridato, col saluto romano, “Viva l’Italia”, dinanzi al monumento ai Caduti di Macerata. Sin dal primo momento del suo arresto, Luca Traini ha affermato di avere agito per vendicare la giovanissima Pamela. In buona sostanza, un uomo bianco vendica la morte di una donna bianca, uccisa da un uomo di colore. Infatti, i reati contestatigli sono aggravati dai motivi di odio razziale. Il gesto è sembrato subito così folle, da far pensare che, al momento del gesto, Traini non fosse capace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica eseguita su di lui ha stabilito, al contrario, che il giovane era in grado di rappresentare a se stesso le proprie azioni, il loro valore, ed era anche in grado di autodeterminarsi al compimento degli atti criminosi posti in essere. Tuttavia, la perizia ha cura di precisare che, sebbene capace di intendere e di volere, Traini presenta dei “tratti disarmonici della personalità”. Ad un anno di distanza dai fatti di Macerata ci troviamo davanti a Said Mechaout. 27 anni compromessi da scelte (od occasioni, non sappiamo…) di vita fallimentari, e che lo conducono a trovare ricovero in un luogo per chi è senza tetto e senza un lavoro. Un giovane che, prima, pensa di uccidersi e poi matura rabbia e voglia di vendetta. Said acquista una confezione di coltelli a basso costo, sceglie quello più grande, va a sedersi su una panchina dei Murazzi sul Lungo Po Machiavelli, ed attende pazientemente. Attende che, dinanzi a lui, passi non una persona qualsiasi, ma una persona precisa. “Mi bastava che fosse italiano, uno giovane, più o meno della mia età. (…) L’ho guardato ed ero sicuro che fosse italiano”. Attendeva quello che noi italiani definiamo “un bravo ragazzo e di buona famiglia”, dall’aspetto sereno, all’apparenza privo di problemi, e portatore di quelle aspettative verso al vita che solo la giovane età può dispensare. Ad un certo punto, il bravo ragazzo si è materializzato davanti agli occhi di Said, che decide di ucciderlo con un fendente al collo perché muoia subito. Lo uccide così, esattamente come aveva programmato. Poi è tornato al dormitorio. Attende un mese prima di consegnarsi e, nell’atto di farlo, dice: “Volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le speranze e i progetti che aveva, toglierlo ai suoi amici e parenti” – e prosegue – “Madre natura stava cercando di farmi uccidere e allora ho pensato io di uccidere. Ho detto che potevo far pagare a Torino quello che è di Torino”.

Cos’hanno in comune Luca Traini e Said Mechaout?

Tre cose evidenti: la stessa età, l’odio razziale, la capacità di pianificare e portare a compimento un progetto criminoso. Un cosa è meno evidente però, il disagio psichico che, di per sé, non elimina né affievolisce la capacità di intendere e di volere, così come non giustifica né giuridicamente né eticamente i fatti da loro commessi. A dir la verità, neppure spiega la ragione dei loro crimini. Ma è, senz’altro e secondo la mia visione, un elemento fattuale che accende un enorme faro sulla natura delle nuove generazioni. 27-28 anni sono un’età in cui una persona sente di essere sul punto di considerare conclusa la propria giovinezza e di approssimarsi ad una nuova fase della vita, ovvero quella della vera costruzione del proprio mondo e dell’assunzione di responsabilità. Fino alla soglia dei trenta anni, viviamo le aspettative, sappiamo che siamo esseri in fieri, che gettano le basi per il futuro. Il nostro must (per dirla all’inglese e come i giovani amano…) è attuare le aspettative. Giunti a circa trenta anni, si apre il periodo del consolidamento di ciò che si è seminato dopo i 20. Le aspettative personali di base, quali la serenità di fondo ed il lavoro, devono essersi attuate od essere in procinto di attuarsi. È a questo punto della vita che si dà una cornice a se stessi, valutando i risultati ottenuti nell’età formativa. Il punto è che se i risultati ci sono e sono valutabili positivamente, il trentenne si incammina verso il processo di maturazione, con la concreta consapevolezza e speranza di lavorare su buone fondamenta per la costruzione del suo avvenire. Se i risultati non ci sono, oppure non sono suscettibili di considerazione positiva, il trentenne si avvia verso la maturità, con la percezione di un dolore interiore che, se non elaborato, non solo si evolve negativamente, ma si cronicizza verso forme di impotenza, rabbia, desiderio di vendetta. Verso la ricerca di una rivalsa contro la collettività, indistintamente considerata. Tutto ciò si trasforma in quel che, comunemente, definiamo “disagio psichico” e che, oggi, accomuna Luca e Said. L’impossibilità di vedere un futuro, ci fa odiare coloro che, apparentemente, sembrano avere prospettive di un futuro ottimo e certo, perché si ritiene che la differente nazionalità od il colore della pelle conferiscano loro posizioni economico-sociali di favore. Si badi bene: l’odio razziale nutrito da Luca Traini e da Said Mechaout è esattamente identico perché specularmente inverso. Un bianco odia i neri extracomunitari perché, secondo lui, in Italia l’immigrato nero è trattato in maniera migliore di un bianco italiano. Un nero di cittadinanza italiana, per adozione, odia i bianchi italiani perché, a suo modo di vedere, in Italia l’essere bianco consente quella felicità che il nero italiano non può nemmeno sognare. Ed allora, un compito si impone alla famiglia, come nucleo primordiale ed alla scuola come nucleo formativo secondario: insegnare che la felicità, se esistente, non deriva dall’appartenenza ad una specie, ma dalle scelte che il libero arbitrio ci fa compiere, nella valutazione delle occasioni che la vita stessa ci pone di fronte. Lo fa con tutti, anche se in misura, tempi e modi diversi. In tutte le geografie, più o meno ricche o povere. Certo, senza occhi e mente adeguata non ci si accorge di nessuna occasione. E l’attenzione alle occasioni, anche le minime, si impara, da ciò che ci insegnano in famiglia e da ciò che ascoltiamo a scuola da coloro che ci impartiscono gli elementi di qualsiasi disciplina. E una delle nozioni primarie che possiamo apprendere in famiglia e a scuola è la consapevolezza che possiamo sempre lavorare su noi stessi, per emanciparci quando il destino non ci ha fatto nascere dentro una Rolls Royce, e da madre coperta di diamanti ed ermellino.

Nuova Zelanda, Alessandra Moretti: "Strage figlia del razzismo. Noi politici non dobbiamo alimentare l'odio", scrive il 15 Marzo 2019 Libero Quotidiano. "La strage in Nuova Zelanda è figlia del razzismo". Alessandra Moretti, ospite di Serena Bortone ad Agorà, su Raitre, commenta l'attentato in due diverse moschee e avverte: "Noi politici abbiamo una responsabilità enorme e dobbiamo avere una grande attenzione. Se noi con il nostro linguaggio alimentiamo l'odio e la distinzione tra le razze", continua la piddina, siamo in qualche modo responsabili.  Ma il popolo social si scatena: "Quando le stragi le fanno loro non è razzismo?". E ancora: "Basta che vi aprite la bocca e gridate al razzismo per ogni cosa. Siete rivoltanti, buonisti con il cazzo degli altri e vi permettete anche di parlare sempre di Salvini, l'unico che vi ha buttato in faccia la realtà. Difendete l 'indifendibile".

Nuova Zelanda, sinistra scatenata contro il governo. Nicola Zingaretti: "Ecco dove ci portano odio e razzismo", scrive il 15 Marzo 2019 Libero Quotidiano. "Ci stringiamo alle famiglie delle vittime di Christchurch in Nuova Zelanda. Ecco dove l’odio e il razzismo rischiano di condurre l’umanità. Nella storia è già avvenuto, non ci arrenderemo mai alla violenza". Nicola Zingaretti, con un post su Twitter, commenta così la strage avvenuta in due moschee dove si contano oltre quaranta morti. Al neo segretario del Pd fa eco Alessandra Moretti che ad Agorà su Raitre attacca: "La strage in Nuova Zelanda è figlia del razzismo. Noi politici abbiamo una responsabilità enorme e dobbiamo avere una grande attenzione se noi con il nostro linguaggio alimentiamo l'odio e la distinzione tra le razze". Insomma, la sinistra come al solito strumentalizza questi attentati compiuti da persone totalmente squilibrate per attaccare le politiche del governo e del ministro Matteo Salvini in particolare sull'immigrazione. Confondendo il rispetto delle regole con il razzismo e l'istigazione all'odio.

Luca Traini: «Non ho nulla a che vedere con questa mattanza». Luca Traini, l’autore della sparatoria contro i migranti di Macerata, prende le distanze dalla strage di Christchurch, scrive Rocco Vazzana il 16 Marzo 2019 su Il Dubbio. «Condanno il gesto, è lontano da me, non mi appartiene e sono profondamente sconcertato di essere stato assunto a simbolo per una mattanza del genere, commessa da un pazzo». Luca Traini, non perde un istante per lavare la sua immagine dall’ennesima onta: essere fonte di ispirazione per gli attentatori neozelandesi che in poche ore hanno sterminato 49 persone in preghiera in due diverse moschee. Il nome di Traini, infatti, era inciso sui caricatori delle armi usate per la strage e citato nel manifesto pubblicato online da Brenton Tarrant, ventottenne australiano, mente e protagonista dell’operazione. «Un bianco ordinario», si è definito con semplicità disarmante l’esecutore della mattanza, creando un altro parallelismo con il “lupo” di Macerata, dalla cui storia è partito Ezio Mauro per scrivere L’uomo bianco, un libro inchiesta sull’Italia dell’indifferenza e dell’egoismo. Ma chi è Luca Traini, l’ispiratore di un bagno di sangue in Nuova Zelanda che nel febbraio dello scorso anno si mette a sparare a caso sui «negri» ( ferendo sei persone) per le vie di Macerata per “vendicare” il brutale omicidio della giovane Pamela Mastropietro? Oggi pentito del suo gesto, gli italiani lo conoscono per la prima volta il 3 febbraio del 2018 attraverso le immagini, diffuse quasi in diretta, della sua cattura. Prima di consegnarsi alle forze dell’ordine avvolto in un tricolore a mo’ di mantello, come uno sgangherato supereroe sguaiato che si accanisce sui passanti, Traini fa il saluto romano. Simbolo di Terza Posizione, il movimento neo fascista degli anni 70 e 80, sulla tempia, il pistolero di Macerata tenta di uccidere mosso da un patriottismo alla bar dello sport, quello secondo cui gli immigrati vengono in Italia solo per spacciare e alloggiare in alberghi lussuosi pagati dai contribuenti italiani. Luca Traini, che nel 2017 si candida con la Lega Nord al consiglio comunale di Corridonia, paese di 15mila abitanti nel maceratese, si sente in dovere di fare qualcosa. Sale a bordo della sua auto e apre il fuoco su qualsiasi passante nero. «Io volevo colpire chi spaccia, come quello che ha venduto la droga a Pamela. Non è colpa mia poi se a Macerata tutti gli spacciatori sono neri», dirà nel corso di uno dei primi interrogatori. Ma il tempo può cambiare anche gli animi più duri. E a un anno di distanza, Traini non si sente più vicino all’uomo che nel 2018 provò ad ammazzare gente a caso. «Dentro di me non c’è più odio, sono pentito e non da oggi», racconta il 3 febbraio del 2019 a Repubblica. Pentito e pronto a incontrare le sue vittime per chiedere scusa, per l’ex estremista di destra «la caccia è finita quel giorno. Già quando sono tornato a casa dopo la sparatoria, per cercare la bandiera tricolore, mi sono sentito svuotato, esaurito. Tutto si era compiuto. Ma se sei lupo, lo rimani per sempre», confida a Ezio Mauro che lo intervista. Perché Traini si percepiva semplicemente come un «vendicatore», mosso da «un’esplosione», dice. «Per me gli spacciatori avevano ucciso Pamela, e gli spacciatori erano loro, i negri. Li chiamavo così. Oggi li chiamo neri. Poi, in questi mesi passati in carcere, ho lentamente capito che gli spacciatori sono bianchi, neri, italiani e stranieri. La pelle non conta. Qui dentro si capiscono molte cose, guardando gli altri e parlando con loro», aggiunge, puntando il dito contro la cultura politica che lo ha nutrito. «Tutta la mia ideologia politica, Dio, patria, famiglia, onore, ha pesato in quel mix esplosivo. La tragedia di Pamela ha fatto da innesco. L’odio non nasce per caso, è frutto di tante cose, anche di politiche errate, a danno sia degli italiani che degli immigrati», è il “testamento” che Traini vorrebbe consegnare alle sue vittime. Per ora, però, l’unico testamento raccolto è quello di Brenton Tarrant, quasi coetaneo dell’ex candidato leghista, che ha inteso rendergli omaggio incidendo il suo nome su un’altra arma “vendicatrice” di bianchi. «L’accostamento tra la vicenda di Luca Traini e quello che sta accadendo in queste ore in Nuova Zelanda mi sembra fuori luogo, non vedo un nesso se non il riferimento a un’ideologia di destra», precisa Giancarlo Giulianelli, avvocato di Traini. Che dovrà ancora lavorare parecchio per liberare il suo assistito dall’inquietante marchio di un «bianco qualunque», ispiratore di nuove stragi. 

Il “profeta Breivik” e gli altri epigoni dell’odio razziale. Al principio fu Breivik poi vennero i seguaci. Breve storia di massacri: dal suprematista cristiano norvegese al canadese Alexandre Bissonnette, una lunga scia d’odio, scrive Paolo Delgado il 16 Marzo 2019 su Il Dubbio.  Brenton Tarrant, l’«ordinario uomo bianco» autore con tre complici della strage di Christchurch aveva postato la foto dei caricatori pronti alla mattanza con una sopra un serie di scritte. Quasi tutte sono richiami storici a battaglie del passato tra paesi cristiani e musulmani o impero ottomano. C’è un richiamo a Roterham, la cittadina inglese dove furono vittime di abusi 1400 bambini, tra il 1997 e il 2014, e buona parte dei colpevoli erano pachistani. Ma ci sono anche due ‘ omaggi’ precisi agli autori di precedenti crimini razzisti: uno è l’italiano Luca Traini, che il 3 febbraio 2018 a Macerata ferì sei immigrati ‘ per vendicare’ Pamela Mastropietro, morta in circostanze ancora non chiare ma il cui corpo era stato dissezionato da alcuni nigeriani, l’altro è il canadese Alexandre Bissonnette. Si tratta dello studente franco- canadese di 27 anni che, il 29 gennaio 2017, uccise sei persone e ne ferì altre 19 nella moschea di Quebec City. Bissonnette, condannato nel febbraio scorso all’ergastolo senza possibilità di condizionale per 40 anni, non spiegò il suo gesto. Era però un suprematista bianco, e i post che scriveva su Fb si dividevano tra l’odio per le donne e quello per i musulmani. Probabilmente Tarrant ha citato questi due casi perché si tratta di processi recenti che hanno riportato i colpevoli sui giornali e nei Tg ovunque. Ma avrebbe potuto spaziare molto di più. Le stragi razziste sono una costante degli ultimi anni e decenni, ovunque nel mondo. In Italia, come in realtà in parecchi Paesi d’Europa, episodi di razzismo e attacchi sono relativamente frequenti ma solo in un caso si era data un’azione efferata come quella di Traini. Il 13 dicembre 2011 Gianluca Casseri, vicino a Casa Pound, apre il fuoco in pieno giorno con una 357 Magnum su un gruppo di senegalesi fermi in pazza Dalmazia, a Firenze, uccidendone 2. Di lì il killer si sposta verso il mercato centrale, dove spara di nuovo ferendo gravemente un altro senegalese e più lievemente una quarta vittima. Poi, braccato dalla polizia, si uccide nel parcheggio del Mercato. Pochi mesi prima, il 22 luglio, c’era stata in Norvegia la strage più sanguinosa. Anche in quel caso il killer, Anders Behring Breivik, 32 anni, fece tutto da solo, ma con una cura meticolosa prolungatasi secondo lui per ben nove anni. Iniziò con un’autobomba fatta esplodere di fronte al palazzo del primo ministro Stoltenberg, laburista. Il leader si salvò: 8 passanti rimasero uccisi, 209 feriti. Di lì il killer si spostò sull’isola di Utoya, dove erano in campeggio di giovani laburisti. Su Internet si era procurato una divisa simile a quella della polizia: i responsabili del campeggio si insospettirono lo stesso e lui li freddò a colpi di pistola Glock. Poi passò al fucile e uccise 69 ragazzi tra i 12 e il 20 anni. Breivik era nemico giurato del multiculturalismo, del marxismo, dei musulmani, dei laburisti che riteneva responsabili dell’ ‘ invasione’. Si definiva «il salvatore del cristianesimo» e posta foto in abito da crociato. E’ stato condannato 24 anni, massima pena in Norvegia. In carcere ha rivisto le proprie idee aderendo senza mezze misure al nazismo. Breivik, come spesso capita in questi casi, diventò oggetto di emulazioni. Era lui l’idolo di Alì David Sonboly, tedesco di origine iraniano diciottenne che il 22 luglio 2016, quinto anniversario delle stragi di Oslo, uccise 9 persone e ne ferì 35 in un centro commerciale di Monaco. Sonboly non aveva collegamenti con l’estrema destra, però si considerava in quanto iraniano di origini, “ariano puro” ed era molto colpito dall’essere nato lo stesso giorno di Adolf Hitler. Breivik comunque non era il solo idolo di Sonboly. Nutriva immensa ammirazione anche per Dylan Roof, il redneck di 21 anni che l’anno prima, il 17 giugno a Charleston, aveva ucciso 9 persone, tutti neri, incluso il pasto- re Clementina Pinckney. Prima di sparare aveva spiegato: «Stuprate le nostre donne e state prendendo il sopravvento. Devo farlo». Inevitabilmente la furia omicida razzista colpisce anche gli ebrei. Il 27 ottobre 2017 a Pittsburgh Robert Powers, 46 anni, attualmente sotto processo, ha ucciso 11 persone in una sinagoga. Considerava gli ebrei «tutti figli di Satana» e riteneva che pertanto «dovessero morire tutti». Il grosso degli attentati antisemiti in realtà va inserito nel quadro dell’antisemitismo jihadista o anti- israeliano. Era un franco- algerino musulmano Mohammed Merah, 28 anni, l’autore della strage di Tolosa del 19 marzo 2012, quando quattro persone tra cui tre bambini furono uccisi di fronte a una scuola ebraica ed era un jihadista francese, Mehdi Nemmouche, allora ventinovenne, l’autore della strage al museo ebraico di Bruxelles del 24 maggio 2014, nella quale persero la vita quattro persone. Non è ancora guerra razziale, nonostante il molto sangue versato. Ma comincia ad andarci vicino.

L’odio al posto delle idee. Brenton Tarrant ha sparato guidato da un odio cieco, scrive Piero Sansonetti il 16 Marzo 2019 su Il Dubbio. Brenton Tarrant ha sparato, sparato, sparato: guidato da un odio cieco. Come negli anni passati è successo tante volte in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna. Qui in Europa era l’odio antioccidentale dei terroristi islamici. Lì in Nuova Zelanda è successo l’opposto. La strage è in nome di un dio bianco, cristiano, e in nome della nostra razza. E l’odio è contro gli islamici, ammazzati in un’ecatombe, come bestie. Razza, dio, nazione, sovranità: queste parole non sono idee, sono slogan sentiti dire, sono precipitati dell’odio che sostituisce il pensiero, la cultura, il sapere, i sentimenti. Brenton Tarrant ha ucciso travolto dalla propaganda e dall’ideologia. Così come avevano fatto i seguaci di Allah. Brenton ha ucciso nel nome di tanti suoi idoli, politici e religiosi, tra i quali anche due italiani. Un vecchio doge di Venezia, che si chiamava Venier e che guidò mezzo millennio fa la Lega Santa, contro gli Ottomani; e il giovane Luca Traini, il sovranista pentito, ex leghista, che qualche mese fa sparò all’impazzata, a Macerata, contro i “negri”, gli immigrati, anche lui con la mente travolta dalle campagne razziste miserabili, che qui da noi non sono più rarità. E’ inutile dire che non esistono politiche che possano fermare con certezza il terrorismo, bianco o arabo che sia, cristiano o musulmano. Occorre il lavoro degli 007, della polizia. Qui da noi, finora, si è lavorato bene. La sicurezza però non esiste mai. E certo non la si ottiene con campagne xenofobe, prendendosela con gli stranieri, solo perché i terroristi spesso sono stranieri. Esistono invece politiche che possono fermare la propaganda razzista dissennata. Dipende solo dalla volontà: dei giornalisti, dei politici soprattutto. Sono disposti a rinunciare a qualche voto e qualche copia di giornale venduta, in cambio di un po’ di civiltà? O pensano che il prezzo sia troppo alto, che conviene continuare a dire e scrivere sciocchezze? Sul numero di oggi del Dubbio Valter Vecellio racconta di Leonardo Sciascia, e di come proprio lui – uno dei maggiori scrittori europei del secondo novecento – spiegasse che l’impegno intellettuale costa, costa caro. Qualcuno è disposto a spendere due spiccioli? Mi tornano in mente alcuni titoli di giornale, qualche tempo fa, in occasione di alcune stragi compiute dai terroristi arabi. Dicevano più o meno così: “bastardi islamici”. Pensate se qualche giornale, restando in quell’ordine di idee, titolasse a tutta pagina, oggi: “bastardi cristiani”. Speculando sulle idee folli di Brenton Tarrant, sui suoi idoli, sui suoi miti. Il problema è che spulciando tra le righe dei manifesti ideologici di questo folle ragazzo australiano, si scopre che era finito vittima di quelle teorie del complotto giudaico- islamico- massonico che tende a sostituire la popolazione bianca e cristiana, in tutto il mondo, con una maggioranza araba e musulmana. Le avete mai sentite queste teorie bislacche? Penso di sì. Le avete sentite anche qui da noi, le avete lette sui giornali, scritte da editorialisti, e le avete ascoltate in Tv, spiegate da leader politici. Da noi sono solo teorie buffe, fragiline, che per fortuna non provocano eccessi di violenza. Tanto che lo stesso Luca Traini, che pure ne era rimasto vittima ed era stato spinto ad armarsi e a sparare, poi si è pentito molto profondamente e oggi maledice la sua idiozia. Ma questo non vuol dire che siano teorie innocue. Sono teorie sciaguratissime, perché mescolano fake news e ideologia, perché sostituiscono il pensiero e le idee, generano solo odio, odio, odio e impediscono la politica, il confronto, la lotta e il conflitto veri. Roma è lontanissima, per fortuna da Christchurch, però non bisogna sottovalutare il rischio del fondamentalismo. Il fondamentalismo è morte dell’intelletto e produce anche morte fisica. Disperazione, dolore. Vediamo se l’intellettualità italiana ha la forza per mettere da parte calcoli e narcisismo, e per schierarsi contro. Anche al costo di tirarsi addosso la rabbia di qualche politico. Se ha il coraggio di farlo, anche i politici dovranno seguire la strada della ragionevolezza e della civiltà. Cambieranno molte cose.

Da “la Zanzara - Radio 24” del 19 marzo 2019. “Quel Tarrant o come cavolo si chiama è qualcuno su cui mi auguro vengano fatte approfondite indagini, non indagini superficiali. Io voglio capire cosa c’è dietro questa Internazionale del Suprematismo Bianco, perché io credo che dietro tutto questo ci sia anche una volontà evidentemente di pilotare in una grande campagna elettorale planetaria per le elezioni europee. E so quello che dico. Per esempio la presenza del nome di Traini su quel mitragliatore lì è assolutamente ingiustificata. Chi ha scritto quelle cose è qualcuno molto ben informato e molto deciso a finalizzare le proprie azioni terroristiche, si chiama terrorismo proprio per questo, per indirizzare il branco di buoi”. Lo dice Alessandro Meluzzi a La Zanzara su Radio 24 parlando della strage in Nuova Zelanda e ipotizzando un complotto internazionale contro i sovranisti. “Quando io voglio portare una mandria di bisonti a svoltare a destra, sparo a sinistra – dice Meluzzi – e dietro questi suprematisti c’è un disegno, cioè portare all’esasperazione, sputtanare i sovranisti nel mondo, questo è assolutamente certo. Dalle stragi di Stato in Italia, da Piazza della Loggia fino ad arrivare ai tempi recenti, il terrorismo è servito ad orientare elettorati, movimenti politici. E siccome siamo entrati in una grande campagna per le europee, è evidente che cose come queste vanno lette”. “Dietro al grande terrorismo internazionale – aggiunge - ci sono grandi disegni. E fate attenzione al fatto che quel Tarrant non lo ammazzino subito, come ammazzarono Oswald dopo Kennedy. I terroristi vengono spesso sacrificati quando hanno svolto la loro funzione”. Chi sarebbe il burattinaio?: “Sicuramente qualcuno che ha bisogno in questo momento di riorientare tutto nella direzione di un globalismo implacabile, che non dev’essere fermato e rallentato da nulla. Questo è fuor di dubbio. Che il flusso migratorio dall’Africa ai paesi islamici debba ripartire verso l’Occidente, nulla lo può fermare, nulla lo può rallentare, nulla lo può arrestare. E quindi ogni cosa che volti in questa direzione è la benvenuta. E’ iniziata la grande campagna per le europee. Tra ambientalismo e terrorismo ne vedremo delle belle”. E ancora: “Siamo in presenza di un terrorista internazionale che fa questa operazione mettendosi una telecamera sul casco e filmando tutto in diretta come un vero tecnico del terrorismo”. Dice poi Meluzzi: “Ovviamente questa strage in Nuova Zelanda è una strage terribile, come lo sono tutte le stragi. Ma il problema delle migrazioni viene sicuramente affrontato in maniera diversa in Australia, dove non si entra. Per cui tutti i clandestini che arrivano, vengono fermati. E non stiamo parlando di un governo fascista. Ma è vero che più crescono i musulmani all’interno di un Paese più attentati ci sono ai musulmani o fatti dai musulmani. Aumenta il conflitto all’interno di una nazione”. “Sto dicendo – aggiunge - che il tasso di presenza di comunità islamiche in un paese aumenta la conflittualità”.

Non confondiamo i sovranisti con pazzi terroristi, scrive Nicola Porro il 19 marzo 2019. Continuiamo con la speciale zuppa di Porro straniera. Grazie ad un nostro amico analista che vuole mantenere l’anonimato, il commento degli articoli tratti dai giornali stranieri. Con un editoriale della direzione, il Financial Times del 15 marzo commenta la strage avvenuta in due moschee in Nuova Zelanda sostenendo che per troppo tempo si è accettato l’estendersi di una retorica civilmente inqualificabile da parte di nazionalisti radicalizzati diffusa grazie ai social media, a false notizie e manipolazioni, malamente motivata dall’attenzione al controterrorismo sviluppatosi per contrastare gli attentati e i fanatismi islamisti del dopo 2001. A cominciare da Donald Trump con la sua frase, dopo le manifestazioni di Charlotteville, secondo la quale anche tra i suprematisti bianchi si trovano persone perbene, proseguendo con Viktor Orbàn che teme il logoramento dell’identità cristiana dell’Europa, per finire a un senatore australiano preoccupato dall’espandersi dell’immigrazione musulmana, sarebbero tanti i politici, poi, secondo il Il Ft, che con toni esagerati in qualche modo hanno favorito la citata “retorica” terreno di coltura per tragici episodi come quello delle moschee di Christchurch. La tesi alla fine è che questa degenerazione sia stata possibile perché è stato dato un pulpito non solo nei “social” ma anche nei media e nella politica tradizionali a inaccettabili posizioni estremistiche. L’allarme del quotidiano della City per molti versi non è infondato: rivoli di razzismo sono avvertibili anche in un’Italia che nelle sue origini romane ha sempre favorito la mescolanza etnica assicurando pure quella bella pigmentazione scura di tanti connazionali (tra i quali chi scrive) che ben poco ha a che fare con il mito ariano coi suoi capelli biondi e occhi azzurri. Dai buu negli stadi agli insulti nelle strade per concittadini o immigrati dalla pelle scura, la naturale consapevolezza che ci ha accompagnati in questi decenni repubblicani che certe cose non si debbano neanche pensare figurarsi se si possano esprimere pubblicamente, si è rilassata. E certamente ciò è figlio anche di una crescita della volgarità nella discussione pubblica non solo sui social ma anche nel linguaggio politico più ufficiale. L’appello londinese alla massima vigilanza, dunque, nel contrastare l’espandersi di qualsiasi forma di odio razzista, in questo senso, deve essere condiviso e generare comportamenti conseguenti. Ciò sarà possibile anche, però, se i grandi media occidentali la smetteranno di strumentalizzare qualsiasi episodio per colpire non un razzismo che va stroncato in tutte le sue manifestazioni, ma qualsiasi pensiero che venga considerato non conformisticamente allineato a quello prevalente. È bene richiamare il presidente degli Stati Uniti a una compostezza di espressione che sia coerente con il suo incarico, ma sostenere che Trump sia razzista è un modo per fomentare l’odio non per contenerlo. Parlare di “un’internazionale suprematista” per l’esplodere di pur gravissimi episodi di delirio criminale razzista significa alimentare la follia dei delinquenti di cui si tratta non contenerla. Non è stato un suprematista bianco bensì un fedele musulmano come Abd al-Fattah al-Sisi, in un tempio della teologia maomettana come l’università di al Alzhar a dire che se l’Islam continuerà a considerare la terra della pace quella in cui domina e quella del conflitto quella dove non è decisivo, finirà per alimentare la convinzione che queste definizioni preparino lo scontro irrazionale tra un miliardo e mezzo di musulmani e il resto del mondo (tesi peraltro apertamente sostenuta, con qualche ragione religiosa a leggere il Corano, dalle parti di Teheran).

Riflettere, poi, sulla difesa dell’identità cristiana dell’Europa non è un invito al terrorismo razzista, più di quanto una rivendicazione sindacale sia un sostegno a passare alla lotta armata brigatista. Il conflitto tra culture diverse non può essere regolato dal conformismo cosmopolitico incapace di ragionare sulle radici della propria civiltà (l’unica, peraltro, che assieme ad alimentare razzismo, colonialismo, schiavismo ha avuto anche la forza, grazie al concetto stesso di libertà della “persona”, al contrario delle altre civilizzazioni del nostro ecumene, di porre le basi per contestare fino a quasi, nonostante tanti insuccessi anche attuali, sradicare razzismo, colonialismo e schiavismo). Come diceva Lindon B. Johnson – dileggiando Gerald R. Ford – un buon politico deve saper camminare e magari insieme masticare chewingum, così un buon giornalismo deve saper implacabilmente combattere ogni espressione di razzismo senza cedere però all’idiozia del politically correct.

Utrecht, ci hanno raccontato bugie, scrive Alessandro Gnocchi il 19 marzo 2019 su Nicola Porro. Subito dopo l’attentato a Utrecht da parte di un uomo di origini turche, i media si sono affrettati a riportare che l’assassino conosceva una delle vittime e che il movente era di natura passionale. Le indagini successive stanno dimostrando che non era vero: si tratterebbe (usiamo ancora il condizionale nonostante i pesanti indizi) di un attentato di matrice islamica, forse nato per reazione a quello “suprematista” in Nuova Zelanda. Il sospetto è che i mezzi d’informazione abbiano paura a raccontarci la verità…

Flaminia Bussotti per “il Messaggero” il 20 marzo 2019. Prende sempre più corpo la pista del terrorismo dietro l' attentato lunedì mattina in un tram a Utrecht, nel quale sono morte tre persone. L' autore, un turco di 37 anni, Gökmen Tanis era riuscito a darsi alla fuga in auto, ma è stato arrestato dalla polizia otto ore dopo la strage. Viene interrogato dal giudice ed è il principale indiziato. Anche se ieri le forze dell' ordine hanno arrestato altri due sospettati. Gli indizi di un movente terroristico si rafforzano, stando agli inquirenti. Inizialmente non veniva esclusa l' ipotesi di un regolamento di conti fra familiari, ma ora, secondo la polizia, le modalità dell' attacco e uno scritto rinvenuto nell' auto della fuga rimandano all' atto di terrorismo. Stando a una testimone citata dal giornale locale Algemeen Dagblad, il biglietto in lingua straniera trovato nella Clio rossa su cui la polizia ritiene che l' uomo si sia dato alla fuga dopo la sparatoria, conteneva la parola Allah in caratteri cubitali. Altri media riferiscono che nel biglietto l' autore ha scritto anche di «aver agito in nome di Allah» e salutato «i fratelli musulmani». La polizia ha arrestato altri due uomini, due fratelli di 23 e 27 anni, che non hanno legami di parentela con il sospetto. Tanis ha aperto il fuoco lunedì mattina in un tram contro i passeggeri, uccidendo una donna di 19 anni e due uomini di 28 e 49 anni. Le tre vittime sono originarie della provincia di Utrecht e non hanno «alcun collegamento» con l' imputato, stando a polizia e procura inquirente. In un primo momento, secondo quanto divulgato dai media turchi, si ipotizzava che la donna fosse una parente dell' attentatore, forse una cognata, e che avrebbe potuto trattarsi di una disputa familiare. Secondo testimoni, i due uomini potrebbero essere stati freddati perché erano accorsi ad aiutare la donna. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato di avere attivato i servizi segreti turchi per indagare sul caso. «Alcuni dicono che si tratta di una faccenda di famiglia, altri di un atto terroristico, i nostri servizi indagano», ha detto Erdogan citato dall' agenzia Anadolu. Secondo la polizia olandese, nell' auto di cui l' uomo si è servito per la fuga, oltre allo scritto è stata rinvenuta anche una pistola. Gli inquirenti hanno anche aggiornato il numero dei feriti: sette di cui tre in modo grave. Sia il principale sospetto che gli altri due uomini arrestati vengono interrogati. I giornali elencano anche la lunga lista di crimini sul conto di Gökmen Tanis: furto, rapina taccheggio e stupro. Era in procinto di essere processato proprio per uno stupro commesso a luglio 2017. Era in carcere da gennaio per avere più volte violato il regime di libertà vigilata cui era sottoposto ma l' 1 marzo era stato rimesso in libertà in attesa dell' inizio del processo. La donna vittima della violenza ha detto all' Algemeen Dagblad che l' uomo «più che un terrorista è un pazzo tossicodipendente, psicopatico». Secondo i vicini, era un «fallito con problemi di droga» e da dopo il divorzio dalla moglie due anni fa mostrava evidenti sbalzi di umore. Il leader del partito xenofobo e anti Islam Pvv, Geert Wilders, alla luce del rilascio del pregiudicato il primo marzo scorso, ha chiesto le dimissioni del ministro della giustizia, Ferd Grapperhaus. Da testimonianze varie e giornali risulta che il fratello di Gokmen Tanis è noto ai servizi di sicurezza olandesi per presunti legami con un gruppo radicale islamico turco. Sul luogo della sparatoria la gente si è raccolta deponendo fiori e partecipando al lutto. Il parlamento olandese ha osservato ieri un minuto di silenzio. «L' Olanda è stata colpita al cuore», la «nostra fiducia è stata scossa», ha detto il premier Mark Rutte, ma la gente è salita lo stesso sui tram martedì mattina ed è andata normalmente a lavorare: è la migliore risposta a questo crimine, mostra «che la nostra società è più forte dell' odio e della violenza». Il premier si è poi anche recato a deporre fiori sul luogo dell' attentato.

Terrorismo: gli attentati sventati (e non lo sappiamo). Dieci casi in Italia, poi altri in Russia, Francia, Olanda. L'antiterrorismo funziona. Ecco dove e come scrive Fausto Biloslavo il 29 marzo 2019 su Gli Occhi della Guerra. La segnalazione della Cia, che permette all’antiterrorismo russo di sventare un attacco suicida alla cattedrale di San Pietroburgo, in Russia. Le intercettazioni preventive che incastrano la cellula kosovara pronta a fare saltare in aria il Ponte di Rialto a Venezia. Le trappole esplosive per il Papa in visita nelle Filippine, le armi chimiche che potevano far strage in Germania e gli agenti infiltrati che salvano il premier inglese Theresa May e impediscono l’ultimo attacco di pochi mesi fa in Olanda. Le bombe non scoppiate in Occidente dalla proclamazione del Califfato nel 2014 a oggi sono centinaia e una decina in Italia secondo fonti qualificate. Il 6 marzo scorso il presidente Vladimir Putin ha rivelato che in Russia «il numero di atti terroristici prevenuti dalle forze di sicurezza resta elevato, circa 20 all’anno» dal 2016. Dalla nascita dello Stato islamico sono almeno 138 gli attentati sventati più importanti, soprattutto nei Paesi occidentali, compresi i 60 della Russia, ma il numero reale è ben più alto. Nella sola Gran Bretagna se ne contano 25 dal 2013 e, in Francia, 51 dalla strage del settimanale Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015. Il 27 settembre dello scorso anno gli olandesi arrestano ad Arnhem sei presunti terroristi dello Stato islamico, che vogliono scatenare un massacro con giubbotti esplosivi, fucili d’assalto e macchine piene di esplosivo. Il 10 gennaio scorso, all’inizio del processo, il pubblico ministero conferma che «gli imputati avevano salutato gli amici ed erano pronti a colpire provocando dozzine di vittime. L’Olanda è scampata a un grave attentato». Grazie a una «dritta» dell’Aivd, il servizio segreto militare, che ha segnalato alla polizia Hardi N., il capo della cellula. «Bombe che non sono scoppiate ne abbiamo “disinnescate” tante in Europa e anche in Italia» conferma Sabrina Magris esperta di antiterrorismo. «Altre situazioni sono state “percepite”, come si dice nel gergo dell’intelligence: si tratta di possibili attacchi evitati, che non sono stati resi pubblici». È il 30 marzo 2017: a Venezia finisce in manette una cellula di kosovari, che vuol fare saltare in aria il Ponte di Rialto. Arjan Babaj,  Fisnik Bekaj e Dake Haziraj vengono condannati a complessivi 13 anni di reclusione, in virtù del rito abbreviato. Il più giovane, minorenne, ottiene un ulteriore sconto di pena in Appello, con una riduzione a tre anni e quattro mesi. In pratica, tornerà in libertà fra non molto. «Le intercettazioni preventive sono un ottimo strumento per evitare che le bombe scoppino veramente» spiega nelle lezioni del master sul terrorismo confessionale all’Università di Bergamo, il colonnello dei carabinieri Paolo Storoni. «Ci permette di fermare l’aspirante terrorista prima che compia l’attentato». Proprio questo ufficiale dell’Arma ferma in tempo, nel marzo di due anni fa, Farooq Aftab, estremista islamico pachistano. «Facciamo qualche danno perché ammazzano i musulmani. Vai a fare saltare uno o due aerei. Vedi è facile colpire un aereo. C’è solo il filo (spinato, ndr)» diceva passando in macchina davanti all’aeroporto di Orio al Serio. Il pachistano Muhammad Waqas e il tunisino Lassaad Briki sono stati condannati a sei anni di carcere perché volevano colpire la base militare di Ghedi, in provincia di Brescia. E si sono fatti dei selfie di propaganda e minaccia davanti al Duomo di Milano e al Colosseo, a Roma. Al ritmo di 20 attacchi sventati all’anno la Russia è il Paese con maggior rischio attentati. Nel dicembre 2017 una cellula dello Stato islamico sta per sferrare un attacco suicida a San Pietroburgo, alla cattedrale ortodossa della Madonna di Kazan gremita di turisti. L’Fsb, i servizi russi, intervengono appena in tempo scoprendo il covo con i terroristi e l’esplosivo. Vladimir Putin ringrazia il presidente Donald Trump per le informazioni passate dalla Cia, che hanno permesso di sventare l’attentato. Solo nel nord del Caucaso sono stati evitati sei attacchi nel 2018 con una cinquantina di terroristi uccisi, afferma il direttore dell’Fsb Alexander Bortnikov. Alla vigilia del 9 maggio dello scorso anno, giorno della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, vengono arrestati a Mosca alcuni sospetti provenienti dalla Siberia e pronti a colpire durante la parata militare. Il complotto sarebbe stato scoperto grazie alle intercettazioni delle comunicazioni via Telegram dalla Siria. Dopo l’attacco del 22 marzo 2017 con il Suv ariete sul ponte di Westminster a Londra (bilancio: quattro civili e un agente uccisi oltre al terrorista), l’intelligence britannica rivela di avere sventato una media di un attacco al mese. «Di sicuro i falliti attentati sono molti di più di quelli annunciati, anche se i livelli di pianificazione e realizzazione hanno gradi diversi» dice Marco Lombardi, coordinatore di Itstime, progetto dell’Università Cattolica di Milano su sicurezza e terrorismo. Lo stesso premier britannico Theresa May finisce sotto tiro nel dicembre 2017. Il terrorista Naa’imur Rahman intende vendicarsi dell’uccisione in Siria di suo zio, volontario della guerra santa, prendendo d’assalto il numero 10 di Downing street, la residenza del premier. «Voglio uccidere Theresa May» dice l’aspirante kamikaze a un agente infiltrato dell’MI5, il servizio interno britannico, cercando un giubbotto esplosivo. Uno degli attacchi del terrore sventati più eclatanti e controversi riguarda la visita di Papa Francesco nelle Filippine, a gennaio 2015. Il Vaticano ha sempre smentito, ma l’antiterrorismo avrebbe sventato un attacco con trappole esplosive. Il percorso del convoglio viene effettivamente cambiato all’ultimo momento per motivi di sicurezza. L’ex capo della polizia filippina, Getulio Pascua Napenas, conferma il piano per assassinare il Pontefice ordito da Zulkifli bin Hir. Nome di battaglia Marwan era l’attentatore di Jemaah Islamiyah, la costola di Al Qaida nell’arcipelago. Quattro giorni dopo la visita del Papa, Marwan viene individuato grazie all’Fbi ed eliminato dai corpi speciali della polizia. L’antiterrorismo francese conferma che, dal massacro nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo del 2015 allo scorso anno, sono stati sventati 51 attentati. «Diversi attacchi in Europa non sono andati a segno grazie alla bravura di intelligence e antiterrorismo di penetrare nell’ambiente islamico» spiega Alessandro Camilli fondatore di Horizon intelligence a Bruxelles, che si occupa di analizzare la minaccia. I francesi hanno sventato complotti per mettere a ferro e fuoco Disneyland, alle porte di Parigi, e attacchi per replicare la strage del Bataclan, la sala da concerti con la mattanza che ha provocato una novantina di vittime. Nel giugno dello scorso anno viene scoperto il piano «di un radicalizzato convertito all’Islam» per compiere una strage in un club di scambisti nella capitale. L’Europa ha evitato pure attacchi devastanti con armi di distruzione di massa. Lo scorso giugno finisce in manette a Colonia un tunisino di 29 anni. Holger Munch, capo della polizia federale, ammette che «per la prima volta in Germania erano stati effettuati preparativi molto concreti per una bomba biologica». Dall’altra parte del mondo, in Australia, nel 2017 sventano un complotto per fare saltare in aria un aereo passeggeri in partenza da Sydney con dell’esplosivo nascosto in un tritacarne. L’allarme arriva dall’intelligence britannica. Ancora: il 4 maggio 2018 si evita una strage alla maratona di Berlino. Il capo della cellula è un sodale di Anis Amri, il terrorista del mercatino natalizio di Berlino poi ucciso alle porte di Milano. La rete del terrore, come si vede, resta fitta. 

·        Ma l’Isis non era stato sconfitto?

Fox News annuncia: «Ucciso il capo dell’Isis al Baghdadi». E Trump twitta: «Qualcosa di grande è accaduto». Pubblicato domenica, 27 ottobre 2019 da Corriere.it. Secondo fonti militari riportate da Fox News «un obiettivo di alto profilo dell’Isis» è stato colpito nel corso di un raid degli Stati Uniti nella giornata di sabato nella zona di Idlib, in Siria. L’identità della persona uccisa non può essere ancora confermata, spiegano le fonti, ma si crede si tratti proprio del leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi. Secondo quanto riporta la Cnn, al Baghdadi sarebbe stato localizzato grazie all’apporto della Cia. Pochi minuti prima che si diffondesse la notizia del raid il presidente americano, Donald Trump, con un tweet aveva annunciato una dichiarazione per le nove del mattino ora di Washington, scrivendo «qualcosa di molto grande è appena accaduto!». Fonti della Casa Bianca hanno quindi spiegato che si tratterà di un annuncio relativo alla politica estera. La caccia ad al Baghdadi durata da cinque anni. Ad aprile era ricomparso in un video per la prima volta dal luglio 2014, quando fu ripreso mentre parlava alla moschea di Mosul. Nel febbraio del 2018 diverse fonti Usa riportarono che il leader dell’Isis era rimasto ferito nel corso di un bombardamento aereo del maggio del 2017 e, a causa delle ferite, fu costretto a lasciare la guida dell’Isis per almeno cinque mesi. « Abu Bakr al Baghdadi si sarebbe ucciso dopo un breve scontro a fuoco con i soldati Usa entrarti nel compound dove si nascondeva. Avrebbe azionato il detonatore di un giubbotto esplosivo facendosi saltare in aria. Lo raccontano fonti del Pentagono a Newsweek. Il leader dell’Isis è stato colto dal raid mentre era con alcuni familiari. Due delle mogli sarebbero rimaste uccise probabilmente travolte dall’esplosione. 

Ucciso in Siria il califfo dell’Isis al-Baghdadi. Attesa per il discorso di Trump. Il Dubbio il 27 Ottobre 2019. il “califfo” dell’autoproclamato Stato Islamico si sarebbe fatto esplodere per evitare la cattura nel corso di un raid delle truppe Usa nella Siria nord-occidentale. Abu Bakr al-Baghdadi, il “califfo” dell’autoproclamato Stato Islamico, si sarebbe fatto esplodere per evitare la cattura nel corso di un raid delle truppe Usa nella Siria nord-occidentale. Ad annunciarlo sono alcuni media americani citando fonti del Dipartimento della Difesa di Washingrton. La Casa Bianca ha comunicato che il presidente Donald Trump farà «una dichiarazione importante» alle 9, alle 14 ora italiana. Ma è stato lo stesso Trump a trwittare: «È appena successo qualcosa di molto grande!». Secondo quanto riferisce la Cnn, invece, sarebbero in corso Sono in corso test del dna e biometrici per verificare la morte del leader dell’Isis al Baghdadi. Il nascondiglio del leader dell’Isis sarebbe stato localizzato grazie all’aiuto della Cia. Al-Baghdadi, nome di battaglia di Ibrahim Awad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai, si rivelò al mondo cinque anni fa. All’inizio del luglio 2014, poche settimane dopo che l’Isis aveva preso il controllo della città di Mosul, al-Baghdadi apparve in un video che lo ritraeva nella moschea Al-Nouri mentre pronunciava un sermone in cui ordinava ai fedeli musulmani riuniti di obbedirgli e si autoproclamava “califfo” di un territorio che si estendeva dalla Siria all’Iraq, ovvero dalla provincia di Aleppo fino a quella di Diyala. Da allora, si sono succedute le drammatiche e sanguinose tappe dell’ascesa e della caduta dello Stato Islamico. Nell’agosto del 2014, i miliziani dell’Isis avviano nel nord dell’Iraq il massacro e la riduzione in schiavitù di migliaia di appartenenti alla minoranza religiosa degli yazidi, e cominciano a diffondere una serie di video nei quali vengono mostrate le decapitazioni di ostaggi occidentali. Nel settembre dello stesso anno, gli Stati Uniti danno il via ad una campagna di bombardamenti, colpendo anche la “capitale” dell’Isis, Raqqa. Pochi mesi dopo, a inizio del 2015, lo Stato Islamico è all’apice della sua espansione territoriale, con il controllo di un’area di 88mila chilometri quadrati, tra la Siria occidentale e l’Iraq orientale, nella quale vivono quasi 8 milioni di persone. Le entrate dell’Isis ammontano a miliardi di dollari, grazie al contrabbando del petrolio, alle estorsioni e ai rapimenti di ostaggi. Il 2017 è un anno decisivo: le forze siriane riconquistano Palmira e quelle irachene liberano Mosul, ma il prezzo pagato è altissimo. In 10 mesi di battaglia muoiono migliaia di civili, la città viene in gran parte distrutta e circa 800mila persone perdono le loro abitazioni. Nell’ottobre dello stesso anno, le Forze democratiche curdo-siriane (Sdf) riprendono il controllo di Raqqa, mettendo fine a tre anni di dominio dell’Isis. A dicembre, il governo iracheno dichiara la vittoria contro lo Stato Islamico, riprendendo il controllo del confine tra Iraq e Siria. Il 23 marzo, le milizie  dell’Sdf annunciano la caduta di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis. È «la totale eliminazione del cosiddetto califfato e la sconfitta territoriale al 100 per cento dell’Isis».

“Al Baghdadi è stato ucciso” l’annuncio degli Stati Uniti. Lorenzo Vita su it.insideover.com il 27 ottobre 2019. Il califfo Abu Bakr Al Baghdadi è morto in un conflitto a fuoco nel governatorato di Idlib. Questo l’annuncio del Pentagono seguito da un tweet del presidente Donald Trump che ha detto che era appena successo “qualcosa di veramente grosso”. Attendendo le informazioni che dovrebbe dare lo stesso presidente, probabilmente in conferenza stampa alla Casa Bianca, circolano già le prime indiscrezioni su come sia avvenuta questa morte. Secondo alcuni si tratta di un raid chirurgico della Coalizione nel settore di Idlib, dove pare che fosse nascosto al Baghdadi. Altri, invece, parlano di un conflitto a fuoco da cui il leader dell’Isis si sarebbe sottratto immolandosi con una cintura esplosiva. Fonti discordanti, voci che circolano tra le fonti dei vari media che stanno dando la notizia. Ma quello che a questo sembra acclarato è che per Trump potrebbe essere davvero l’inizio ufficiale del disimpegno: almeno in quell’area del Medio Oriente. Intanto, come riporta la Cnn, che cita funzionari di alto profilo della Difesa americana, sono in corso i primi test biometrici e del Dna per capire se i resti del cadavere appartengano effettivamente ad al Baghdadi. L’annuncio è un altro importante segnale di qualcosa che sta cambiando, o è già cambiato, nella guerra di Siria. Lo Stato islamico, guidato da al Baghdadi, è da sempre la ragione formale dell’intervento militare statunitense e della Coalizione internazionale in Siria e prima ancora in Iraq. E ogni sua “morte” è stata il simbolo di un cambio di passo. Lo è ancora di più oggi, dal momento la notizia arriva dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato di voler abbandonare parte (o tutta) la Siria con la giustificazione politica di Trump (“mai più guerre infinite e tribali”) ma anche strategica di voler terminare alcuni conflitti per dedicarsi a quella “ritirata strategica” utile a far concentrare il Pentagono su altri settori. E la e tempistica, anche in questo caso, è estremamente favorevole al presidente degli Stati Uniti, specialmente dopo le critiche feroci riguardo al semaforo verde rispetto all’avanzata della Turchia contro i curdi e il tacito accordo che sarebbe stato Vladimir Putin il vero controllore di quell’area del Medio Oriente.

La conferma di Siria, Iran e Iraq. Prime conferme arrivano anche dal campo “avversario”. Secondo l’agenzia Reuters, fonti iraniane e irachene hanno dichiarato di aver ricevuto conferma dalla Siria della morte del califfo al Baghdadi. Il sito iracheno Shafaaq riporta fonti della sicurezza siriane hanno effettivamente confermato all’intelligence di Baghdad della morte del fondatore dell’Isis. “Le nostre fonti interne alla Siria hanno confermato all’intelligence irachena incaricata di dare la caccia ad al Baghdadi che è stato ucciso insieme alla sua guardia del corpo a Idlib dopo che è stato scoperto il suo covo mentre tentava di portare la sua famiglia verso il confine turco”. La televisione di Stato irachena, al Iraqiya, parla di un video del raid che ha portato alla morte del Califfo.

Trump: «Al Baghdadi è morto, si è fatto saltare in aria». Pubblicato domenica, 27 ottobre 2019 su Corriere.it da Massimo Gaggi e Giuseppe Sarcina da Washington. Trump usa il raid per ricompattare i repubblicani e il suo elettorato nella battaglia sull’impeachment. Il leader dell’Isis Abu Nakr Al Baghdadi è stato ucciso nel corso di un raid americano in Siria. La notizia è stata anticipata dai media Usa e poi confermata da Donald Trump in una conferenza dalla Diplomatic Reception Room della Casa Bianca. «È morto dopo essere fuggito in un vicolo cieco, piangendo e urlando», ha detto il presidente, «si è fatto saltare in aria e ha ucciso tre dei suoi figli che erano con lui». Trump ha precisato che «nessun americano è stato ucciso» nel corso del raid e ha ringraziato Russia, Siria, Turchia, Iraq e «soprattutto» curdi siriani per l’aiuto che hanno dato all’esercito americano nella messa a punto del raid. Nel corso della conferenza stampa il presidente ha accennato al fatto che per quanto riguarda il rimpatrio dei foreign fighters i Paesi europei sono stati «una grande delusione». Al Baghdadi era il leader dell’Isis, che Trump ha definito «la più spietata e violenta organizzazione terroristica del mondo». «Gli Stati Uniti lo cercavano da molti anni», ha aggiunto il presidente, «la sua uccisione è stata una delle principali priorità di sicurezza nazionale della mia amministrazione». Secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, Al Baghdadi si era rifugiato — insieme a un numero imprecisato di miliziani e ad alcuni membri della sua famiglia, compresi alcuni bambini — in un compound. Durante il raid, ha cercato la fuga attraverso una galleria sotterranea. Poi si è fatto saltare in aria, uccidendo anche tre dei suoi figli che in quel momento si trovavano con lui. Nel corso dell’operazione sono stati uccisi molti miliziani, inoltre sono state catturate diverse persone. Per verificare l’identità del leader dell’Isis, l’esercito americano ha effettuato dei test biometrici sul posto. L’operazione, ha spiegato il presidente, è entrata nel vivo due settimane fa ed è culminata nel raid del 26 ottobre, ma ha alle spalle mesi di preparazione. «Abbiamo dovuto rinviare il raid diverse volte», ha detto Trump, «ma ieri abbiamo avuto la conferma della presenza di Al Baghdadi nel compound». Il raid notturno è durato circa tre ore e ha visto l’impiego di otto elicotteri da guerra. «La parte più difficile della missione è stata arrivare e andare via», ha detto Trump, spiegando che i militari hanno dovuto evitare l’ingresso del compound dove era nascosto Al Baghdadi perché c’era dell’esplosivo. Il presidente, che ha seguito in diretta il raid dalla Situation Room della Casa Bianca («è stato come vedere un film»), ha spiegato che l’intera operazione è stata resa possibile anche dall’aiuto pratico fornito da altri Paesi. «La Russia ha aperto alcune delle sue basi», ha detto Trump in conferenza stampa, mentre «i curdi ci hanno dato informazioni molto utili». Il presidente ha spiegato che da tempo era deciso a scovare il leader dell’Isis. «Dal primo giorno della mia presidenza mi sono chiesto dov’è Al Baghdadi. Abbiamo fatto un lavoro eccezionale. Loro non usavano nemmeno i cellulare per non essere rintracciati. Qualche mese fa ho cominciato a ricevere delle informazioni utili, anche dall’intelligence». Trump ha riferito che «molte persone sono morte» nel blitz contro Al Baghdadi, ma non c’è nessun caduto tra i militari americani. Il presidente ha però aggiunto che un cane delle forze americane è rimasto ferito. «Siamo certi che la morte di Al Baghdadi non fermerà l’Isis ma noi continueremo a combatterlo», ha detto il presidente Usa, precisando che l’intelligence americana ha già identificato i possibili successori del Califfo: «li stiamo controllando».

Trump conferma: "Il leader dell'Isis al Baghdadi è morto. Si è fatto esplodere insieme ai suoi tre figli". Il terrorista, ha spiegato il presidente Usa, è morto da "codardo". Un raid "impeccabile", reso possibile "grazie all'aiuto della Russia, Siria, Turchia e Iraq e anche dei curdi siriani". "Paesi europei sono stati una grande delusione" nella lotta all'Isis. La Repubblica il 27 ottobre 2019. Arriva la conferma da parte del presidente statunitense Donald Trump: il leader dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi è stato ucciso nel corso di un raid americano a Idlib, nella Siria nordoccidentale. Insieme a lui, è stato ucciso anche Hassan al-Muhajir, il numero 2 dell'organizzazione terroristica, portavoce del gruppo. Lo riferiscono fonti dell'intelligence turca. L'annuncio del presidente Usa è arrivato nel corso di una conferenza stampa alla Diplomatic Reception Room della Casa Bianca. "Al Baghdadi si è fatto saltare in aria con una cintura esplosiva e ha ucciso tre dei suoi figli che erano con lui". Il terrorista era fuggito in un tunnel dove è rimasto intrappolato. Trump ha seguito in diretta lo sviluppo delll'operazione militare dalla Situation Room della Casa Bianca con il vice Mike Pence, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O'Brien, il segretario alla Difesa Mark Esper, il capo di stato maggiore interforze Mark Milley e il vice direttore per le operazioni speciali Marcus Evans.

"Era un uomo depravato e un codardo". "Abbiamo scoperto dove si trovava al Baghdadi più o meno nello stesso periodo in cui abbiamo deciso di ritirare i soldati dalla Siria", ha rivelato il tycoon, che ha aggiunto che Il leader dell'Isis "era un uomo malato e depravato, violento ed è morto come un codardo, come un cane, correndo e piangendo". "C'erano 2 mogli, entrambe indossavano giubbotti esplosivi, non li hanno fatti esplodere ma sono comunque morte". Inoltre undici bambini sono stati prelevati dalle forze Usa dal compound di al Baghdadi. 

I test del Dna hanno confermato l'identità. "I risultati dei test del Dna hanno confermato che il corpo è il suo", ha affermato il presidente Usa. I test sono stati fatti "sul posto del raid dai tecnici che erano con i nostri militari". "I nostri soldati hanno dovuto rimuovere le macerie per arrivare al suo corpo perché con la sua esplosione era crollata la galleria dove si trovava", ha aggiunto.

Grazie all'aiuto di Turchia, Russia, Siria, Iraq e curdo siriani. "Deluso dall'Ue". Il presidente ha poi sottolineato l'importanza dell'aiuto della Turchia. "La parte più difficile della missione è stata arrivare e andare via". "Abbiamo informato la Turchia, sono stati eccezionali, abbiamo sorvolato parte del loro territorio". Ed ha spiegato che l'operazione è stata resa possibile da una felice collaborazione internazionale: "Questo raid è stato impeccabile ed è stato reso possibile grazie all'aiuto della Russia, Siria, Turchia e Iraq e anche dei curdi siriani". Il leader della Casa Bianca ha poi puntato il dito contro il vecchio continente: i "Paesi europei sono stati una grande delusione" nella lotta all'Isis. Il tycoon è critico in particolar modo verso i Paesi europei che non vogliono farsi carico dei loro combattenti Isis catturati in Siria. "I miei hanno fatto un sacco di telefonate dicendo, prendetevi i vostri combattenti Isis", ha riferito il presidente Usa, puntando in particolare il dito contro Francia, Germania e Regno Unito.

L'operazione: assalto con otto elicotteri. "Siamo atterrati con otto elicotteri e all'arrivo non sono entrati dall'ingresso principale perché sapevano che c'era esplosivo", ha detto Trump, aggiungendo che l'atterraggio e la ripartenza in elicottero erano i momenti più pericolosi dell'operazione. "Nel volo di un'ora e 10 minuti stavamo sorvolando una zona pericolosa", ha detto, e poi non ha voluto rispondere a chi gli chiedeva dove l'elicottero sia atterrato al ritorno, limitandosi a dire che è rientrato in un Paese amico. "Nel nostro raid contro Abu Bakr Al Baghdadi sono stati uccisi molto combattenti dell'Isis". Ed aggiunto che "nel tunnel era rimasto solo Baghdadi, tutti i suoi seguaci sono stati uccisi o si sono arresi". "Preparavamo l'operazione da tre giorni e nessuno dei nostri è rimasto ferito, nonostante le sparatorie. Non siamo entrati dalla porta principale, come avrebbe fatto una persona normale". La missione dimostra che "quando usiamo la nostra intelligence in modo corretto, è fantastica".

"Un cane, è l'unico nostro ferito durante il raid". Nonostante le forze speciali Usa abbiano dovuto far fronte a un livello di fuoco "da non credere", l'unico ferito nel raid che ha portato alla morte di al Baghdadi è stato un cane usato dai militari nell'operazione. "Un cane bellissimo, di grande talento, è stato ferito e lo abbiamo riportato indietro". "Avevamo anche un robot con noi per andare nei tunnel in via precauzionale": "abbiamo ricevuto informazioni minuto per minuto. Poi ci hanno detto che era rimasta un'unica persona nel compound che stava scappando in un vicolo cieco". Il presidente Trump ha inoltre spiegato di non aver avvertito la speaker della Camera Nancy Pelosi prima del raid: "No, come sapete Washington è regina nella fuga di notizie, non ci siamo fidati a notificare fino a quando non eravamo fuori. Immaginate se ci fossero state fughe di notizie e le nostre truppe fossero finite nei guai".

"Non vogliamo truppe Usa in Siria per anni". "Io voglio che i nostri soldati tornino a casa", ha poi avvertito il presidente Usa. "La Siria e la Turchia devono decidere per conto loro, non vogliamo tenere le nostre truppe lì per anni". Parlando del ritiro Usa dalla Siria, il tycoon ha spiegato di non voler "fare la guardia a Turchia e Siria per il resto della nostra vita". "Metteremo al sicuro il petrolio che c'è in alcune zone", ha aggiunto il presidente, sottolineando gli "incredibili" costi di una presenza Usa in Siria.

"Ora il mondo è un posto più sicuro". "Bin Laden è stato un obiettivo importante, ma credo che al Baghdadi sia ancora più importante", "un uomo che aveva costruito un intero Califfato". Il leader di al Qaida Bin Laden era stato ucciso in un blitz americano nel 2011 durante l'amministrazione Obama. Il presidente ha rivendicato di aver "cancellato al cento per cento il califfato" di al Baghdadi, ed ha definito i sostenitori del "califfo" dei "perdenti" che "in alcuni casi erano dei burattini molto spaventati, in altri casi degli assassini spietati". "Conosciamo già il successore del leader dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi, è già nei nostri sistemi". Il terrorista "Voleva rifondare lo Stato islamico, la sua uccisione è stata importante". Si tratta di un grande successo per la pace mondiale secondo il presidente statunitense: "Ora il mondo è un posto più sicuro". "Un grande giorno per l'America e per il mondo. Il presidente ha assunto una decisione coraggiosa nel lanciare il raid e le nostre truppe l'hanno eseguita in modo brillante". Non ha nascosto la sua soddisfazione il ministro della Difesa americano, Mark Esper, in un'intervista a Abc.

Le reazioni internazionali. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con il presidente Trump "per l'impressionante successo che ha reso possibile l'eliminazione del capo dell'Isis al Baghdadi". "Questo - ha aggiunto - illustra la nostra comune determinazione, degli Usa e di tutti i paesi liberi, nel combattere le organizzazioni e gli stati terroristici. Questo successo è un punto di riferimento importante ma la campagna ancora non è conclusa".

Gian Micalessin per “il Giornale” il 28 ottobre 2019. Da una parte il destino degli alleati curdi già traditi da altri, illustri predecessori. Dall' altra la testa di un Califfo che in tempo di presidenziali può valere la rielezione. La scelta di Donald Trump di fronte a un' occasione irripetibile e impossibile da rifiutare era praticamente scontata. Ma i luoghi e le circostanze temporali dell'eliminazione di Abu Bakr Al Baghdadi, offerte ieri dalla ricostruzione della Casa Bianca e da altre fonti, consentono di inquadrare meglio anche le circostanze che hanno portato al via libera di Washington all' offensiva turca contro i curdi, all' instaurazione della cosiddetta forza di sicurezza sul confine e al momentaneo ritiro delle forze speciali americane dalla Siria. Un ritiro peraltro revocato con la scusa della difesa dei pozzi di petrolio non appena si è capito che il Califfo in fuga non aveva più vie d' uscita. Ma dietro la caccia finale ad Al Baghadi, innescata un mese fa dalle segnalazioni di fonte irachena sui movimenti dei suoi familiari verso Idlib, si cela un complesso e cinico gioco di specchi e maschere. Un giochino in cui Recep Tayyp Erdogan concede, in cambio del via libera all'operazione anti curda, quelle informazioni sull' ultimo rifugio del terrorista che i suoi servizi segreti avevano sempre tenuto ben nascoste. Ma quella concessione non è né semplice, né scontata. Si consuma dietro le quinte dell' apparente rottura tra Washington e Ankara di due settimane fa. Così mentre Erdogan rivela di aver buttato nel cestino una lettera di Trump e la Casa Bianca minaccia le sanzioni più pesanti della storia ai danni dell' alleato, la Cia tesse la tela capace di mettere con le spalle al muro il presidente turco. Una tela in cui, grazie anche a molte informazioni di fonte curda, sono enumerate tutte le connivenze dell'«alleato» con lo Stato islamico. Da quando nel 2015 ne acquistava il petrolio razziato in Siria a quando, negli ultimi mesi, si teneva ben strette le informazioni dei propri servizi segreti sui movimenti del Califfo e dei suoi ultimi fedelissimi. Un gioco sottile arrivato a compimento nella partita di scacchi consumatasi lo scorso 17 ottobre nel palazzo presidenziale di Ankara. Una partita in cui Erdogan fa i conti con le prove sbattutegli in faccia dal vice presidente Mike Pence e da quel Mike Pompeo, che prima di occupare la Segreteria di Stato aveva guidato la Cia. La posta di quella partita è il baratto segreto con cui Trump potrà rivendicare la vittoria finale sull' Isis. Ma una consegna più o meno ufficiale del Califfo agli Usa renderebbe evidente le passate complicità. Molto meglio spingerlo verso Idlib, verso quella discarica del jihadismo dove il Califfo si ritroverà stretto tra i nemici di Al Qaida, i Russi, l'esercito siriano, gli agenti turchi presenti in zona e i segugi della Cia. Un recinto senza vie d' uscite dove in cambio di un ostaggio prezioso come Al Baghdadi, parcheggiato a soli quattro chilometri dal proprio confine, è possibile esigere un congruo supplemento di prezzo. Soprattutto se la sua cattura richiede l' utilizzo di una base in territorio turco come Incirlik e un' operazione aerea con elicotteri e jet. Un' operazione durata ore e condotta a cavallo della frontiera turco nell' indifferenza assoluta di radar e antiaeree di Ankara.

Foto in posa, dettagli cruenti e autoelogi. Lo show di Donald comandante in capo. Pubblicato domenica, 27 ottobre 2019 su Corriere.it da Massimo Gaggi e Giuseppe Sarcina da Washington. Trump usa il raid per ricompattare i repubblicani e il suo elettorato nella battaglia sull’impeachment. «Era come vedere un film!». Nel momento più difficile della sua presidenza, incalzato da un impeachment che minaccia la sua sopravvivenza politica, criticato anche dai repubblicani per aver abbandonato i curdi, con l’eliminazione di Al Baghdadi, Donald Trump prende una boccata d’ossigeno. L’operazione delle forze speciali viene trasformata dal presidente in evento televisivo con 4 obiettivi: consolidare il consenso nel suo elettorato; presentare l’impeachment come l’attacco antipatriottico a un presidente che difende l’America; ricompattare il fronte repubblicano, coi «falchi» critici per la sua politica siriana, come il senatore Lindsey Graham, che ieri mattina erano alla Casa Bianca per lodarlo pubblicamente; ricucire il rapporto coi servizi, spesso sconfessati e ora in grado di svolgere un ruolo-chiave nell’iter dell’impeachment. Il tutto costruito nei 50 minuti di una straordinaria diretta televisiva nella mattina domenicale americana. Il presidente illustra con molti dettagli l’operazione degli otto elicotteri, il sorvolo per 70 minuti di aree molto pericolose, i contatti coi governi dei Paesi interessati, la scelta di non informare i leader democratici del Congresso («dovevamo mantenere il segreto, Washington è piena di spifferi»). Ma, soprattutto, insiste sulla fine del fondatore dell’Isis raccontando delle due mogli cadute, dei tre figli che Al Baghdadi si è portato dietro nei cunicoli sotterranei, condannandoli a morire con lui. Trump lo definisce «un animale codardo» che «è morto come un cane piangendo e gridando» quando, arrivato in fondo al cunicolo, si è fatto esplodere. E, ancora, la perizia del commando che è entrato nel compound sfondando i muri per non cadere nella trappola delle porte, minate. Missione conclusa senza perdite Usa (unico «eroe» il cane che inseguiva Al Baghdadi nel cunicolo, ferito) mentre sul terreno sono rimasti molti combattenti dell’Isis, liquidati da Trump come, «perdenti, marionette spaventate». I toni sono quelli, ormai consueti, iperbolici e di autoelogio. Ma in un momento così drammatico colpiscono di più: è stato il presidente a dare via libera all’attacco, ma ne parla come se l’avesse condotta in prima persona, racconta di aver seguito tutto dalla Situation Room e fa distribuire una foto molto diversa da quella scattata dal fotografo della Casa Bianca nel 2011, quando fu ucciso Osama bin Laden. Lì il presidente era quasi una figura secondaria, mentre ora l’immagine è da comitato centrale sovietico, con Trump al centro di uno schieramento di generali e membri del suo governo. Trump ringrazia i Paesi che hanno collaborato, dalla Turchia alla Russia (ma Mosca nega di aver collaborato), i militari e l’intelligence che ha raccolto le notizie. Per ultimi, ringrazia anche i curdi, ma sottolinea soprattutto che questo è il coronamento di un’operazione ordinata da lui fin dal giorno del suo insediamento, quasi tre anni fa. Nessuna menzione degli sforzi di Obama e della coalizione anti-Isis da lui creata. La retorica autocelebrativa e il linguaggio crudo sono discutibili, ma piacciono al suo elettorato. Il rischio, però, è quello di una corsa sfrenata verso il culto della personalità: ieri il presidente ha detto senza ombra di ironia che «l’Isis sa usare Internet meglio di chiunque altro, salvo Donald Trump» mentre la sua addetta stampa Stephanie Grisham ha definito l’ex capo di gabinetto John Kelly, ora critico nei confronti del leader, un uomo «incapace di gestire il genio del nostro grande presidente».

IL RAID USA DELLA MORTE DI AL BAGHDADI. Panorama il 30 ottobre 2019. Il Pentagono ha diffuso il video dell'assalto con le immagini riprese da un drone che sorvolava il compound. Il Dipartimento della Difesa Usa ha diramato il video del raid in cui è stato individuato ed ucciso Al Baghdadi, il leader dell'Isis. Nel video, girato da un drone che sorvolava la zona, si vede l'assalto e l'arrivo delle forze speciali che entrano nel compound dove il "Califfo" si era nascosto. Poi le esplosioni, compresa quella con cui lo stesso Al Baghdadi si è ucciso quando aveva scoperto di non avere vie di fuga.

Al-Baghdadi, Pentagono diffonde le prime immagini del raid che ha ucciso il leader dell'Isis. Repubblica tv il 30 ottobre 2019. Il Pentagono pubblica le prime immagini del raid che ha portato all'uccisione del leader dell'Isis, Abu Bakr al-Baghdadi. Il video condiviso su Twitter dall' Us Central Command mostra le forze americane avvicinarsi al compound. Inoltre si vedono i combattenti che "da due postazioni vicine al compound aprono il fuoco contro uno degli aerei Usa che partecipavano al raid", ha detto il generale Frank McKenzie, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti. Tra le foto mostrate dal generale si vede "il prima" ed "il dopo" il raid Usa del compound dove si nascondeva il leader terrorista. "Quando la cattura da parte delle forze Usa era vicina, Baghdadi ha fatto esplodere una bomba uccidendo se stesso e due figli", ha detto ancora McKenzie ribadendo la dinamica che era già stata illustrata dal presidente Trump nella dichiarazione di domenica 27 ottobre. McKenzie ha anche detto che le analisi del Dna hanno confermato "al di là di ogni dubbio" che l'uomo morto nell'attacco sia al Baghdadi. Ha parlato di "una corrispondenza diretta" che "ha prodotto un livello" altissimo "di certezza che i resti fossero di al Baghadi". Per quanto riguarda la sepoltura, il generale ha confermato che "è stato sepolto in mare in accordo con la legge dei conflitti armati entro le 24 ore dalla sua morte".

Il Dna confrontato con quello raccolto in Iraq durante la detenzione. Due dei figli di Al Baghdadi sono morti quando si è fatto esplodere durante la fuga e non tre come dichiarato dal presidente americano Donald Trump. La Repubblica il 31 ottobre 2019. Il Pentagono ha desecretato e divulgato le prime immagini del raid di due ore che si è concluso con la morte del leader dell'Isis Abu Bakr al-Baghdadi, in Siria, nella notte tra sabato e domenica scorsi. Il video registrato da un drone mostra le forze Usa che si avvicinano al compound dove si nascondeva il califfo dello Stato Islamico e i raid aerei con gli F-15 e i droni Mq-9 Reaper. Il comandante del Comando centrale Usa, il generale Frank McKenzie, ha detto che il Dna usato per confermare l'identità di al Baghdadi è stato confrontato con quello che era stato raccolto durante la sua detenzione a Camp Bucca, in Iraq. Il Pentagono ha anche mostrato immagini del prima e dopo l'attacco. McKenzie ha dunque fornito alcune precisazioni, indicando, ad esempio, che due dei figli di al Baghdadi sono stati uccisi quando si è fatto esplodere durante la fuga e non tre come dichiarato dal presidente americano Donald Trump. Oltre ai due figli, entrambi con meno di 12 anni, sono morti nel raid quattro donne e un uomo, oltre ad una serie di combattenti. Due terroristi sono stati catturati durante il blitz e sono stati recuperati documenti e apparecchiature elettroniche. (AGI)

Morte di Al Baghdadi, i retroscena del blitz: il Dna preso da un paio di mutande e il furgone pieno di verdure. Pubblicato martedì, 29 ottobre 2019 da Corriere.it. Le spoglie sono state inumate, forse deposte in mare, seguendo lo stesso trattamento riservato ad Osama. Un rito e un messaggio al nemico che deve ora trovare un successore per il Califfo. Già in estate, erano circolate ricostruzioni su una nuova guida per l’Isis, mossa dettata dalle presunte cattive condizioni di salute del capo. Il mantello sarebbe stato indossato da Abdullah Qardash, noto anche come il «fantasma». Iracheno turcomanno, nato nel 1976, ex militare di Saddam, un passato nella guerriglia qaedista e un passaggio – decisivo – a Camp Bucca, la prigione dove si sono formati molti dei quadri del movimento e dove era stato designato lo stesso Califfo. Esperto di questioni religiose, grande organizzatore, Qardash avrebbe iniziato a occuparsi da mesi dei combattenti. Secondo una interpretazione fino al 2014 non ci sarebbe stato un grande feeling con al Baghdadi, differenze in seguito superate grazie ai successi militari, con il trionfale ingresso delle colonne «nere» a Mosul. Da quel momento la sua stella è salita. Un ruolo di ideologo consacrato, di recente, anche gli Usa. Il Dipartimento della Giustizia ha offerto una taglia di 5 milioni di dollari sottolineando il suo spessore. Qualche analista ha però espresso riserve. Non è un discendente del Profeta, è osteggiato da un’ala - hanno detto - circostanza però confutata da altri. O addirittura sarebbe deceduto da tempo. E insieme ai dubbi hanno offerto candidature alternative. Abu Abdel Rahman al Jazrawi; il misterioso Abu Othman al Faransi, forse francese, ma con origini nel Golfo; Abu Othman al Tunisi, apparso accanto al suo capo nel video dell’aprile scorso. Nella mappa redatta dagli americani c’erano poi due luogotenenti di livello. Ghazwan al Rawi, uomo di fiducia, è morto nel medesimo assalto. Abu Hassan al Muhajir, portavoce del movimento, è stato eliminato qualche ora dopo da un raid aereo. Decessi che attendono, al solito, conferme. Nelle valutazioni dell’intelligence statunitense c’è una «sporca mezza dozzina» di militanti con profili ambiziosi. Sono loro le nuove prede, attenti a schivare i proiettili e ad evitare di essere scoperti da una spia o dagli apparati elettronici. Il silenzio radio si impone e chissà che non ripensino al filmato del 2019 usato da al Baghdadi per dimostrare di essere in vita. Magari ha rappresentato un errore. La clip è stata studiata – da lontano -, con l’esame dei materassini su cui sedevano i presenti, stessa lente per copricapi e abiti. Il grande ricercato si spostava, a volte, su un furgone pieno di verdura, su un paio di Toyota. Gli emissari erano portati bendati al suo cospetto, spogliati d’ogni cosa potesse nascondere una cimice, restavano a colloquio per 30 minuti al massimo e poi il leader se ne andava lasciandoli nel «covo». Solo dopo ore potevano andarsene, sempre con il volto coperto e su mezzi guidati da guardie fidate. Eppure tutte le ricostruzioni su come gli americani siano arrivati al bersaglio differiscono nei dettagli, ma ruotano attorno ad un elemento comune: lo hanno scoperto filmando uno dei corrieri. E’ possibile che il most wanted sia stato costretto a rilassare certe misure per la necessità di parlare con i suoi adepti. Il comandante dei curdi siriani Maflouz Abdi ha dichiarato alla NBC che una loro fonte, parte della scorta del Califfo, avrebbe sottratto un paio di mutande e raccolto campioni di Dna poi girati agli Stati Uniti in estate, dettagli per provare chi fosse il target. Rivelazioni da romanzo per le quali è impossibile distinguere tra propaganda e realtà. Ognuno, in questa storia, vuole il suo pezzo di gloria e punta ad ottenere ritorni politici. Ecco perché sono possibili sorprese mentre il Pentagono sta conducendo nuove operazioni nella regione contro obiettivi ritenuti sensibili. Nell’incursione a Barisha i commandos statunitensi hanno catturato due persone, quindi hanno sequestrato materiale. Ci vorrà del tempo per le indagini, non è chiaro se renderanno pubbliche delle immagini. Per il momento tengono tutto coperto, compreso il nome del cane da guerra mandato dalla Delta Force e dai rangers del 75esimo nel tunnel sotto il nascondiglio. Riserbo in parte violato da Trump: ieri ha postato su twitter la foto dell’animale. Anche qui un’analogia con la missione conclusasi con la fine di bin Laden: allora i Seals avevano al loro fianco un pastore belga, Cairo. E se nella palazzina di Abbottabad, avevano usato tre volte la parola in codice «Geromino» per confermare via radio il successo, l’altra sera il termine concordato sarebbe stato «jackpot». Quando, alle 19.15, a Washington hanno ricevuto quel segnale hanno compreso di aver chiuso la partita.

Marco Ansaldo per “la Repubblica” il 30 ottobre 2019. Identificato grazie alle mutande. E inseguito fino alla morte da un cane americano. Sembrano dettagli inventati, tanto paiono surreali. Ma anche non lo fossero si trasforma in una scena umiliante la descrizione della morte di Abu Bakr al Baghdadi, fondatore e numero uno dell' Isis, fattosi infine esplodere nel suo tunnel pieno di libri religiosi e di sistemi di ventilazione nella siriana Barisha, poco al di là del confine con la Turchia. I retroscena della localizzazione e cattura del Califfo, secondo quanto rivelato alla Cnn da Mustafa Bali, portavoce delle forze curde in Siria, arredano ancora meglio il "film", come Donald Trump ha raccontato la cattura del leader terrorista nella notte fra sabato e domenica. Un video che presto verrà mostrato pubblicamente, depurato dei dati ancora da declassificare. A localizzare il covo è stato un informatore, uno di quegli stessi curdi ai quali Trump ha voltato le spalle decidendo il ritiro dal nord della Siria. È stato lui a rubare le mutande del Califfo. Gli ha sottratto i boxer e li ha fatti arrivare agli americani, i quali prontamente li hanno fatti analizzare dai chimici militari per i test del Dna che hanno portato alla conferma dell' identità. Esami condotti sul posto con un lettore di Dna portatile, da tecnici che hanno accompagnato le forze speciali e confrontato i campioni del Dna già in loro possesso. Operazione che ricorda quando il Mossad raccolse dall' altra parte di un gabinetto la pipì del leader palestinese Yasser Arafat, giusto per analizzarne lo stato di salute. Ma in quella che pare la sceneggiatura di un film d' azione, c' è anche un altro protagonista. Al Pentagono non si parla d' altro. È lei, Conan, il cane soldato che ha messo all' angolo il leader del cosiddetto Stato islamico nel tunnel senza uscita, rimanendo leggermente ferita quando al Baghdadi si è fatto esplodere uccidendo i tre figli con i quali si faceva scudo. È lei la vera eroina del giorno. Sguinzagliata da uno dei Rambo della Delta Force quando prima della mezzanotte gli otto elicotteri americani sono atterrati a Barisha, ha inseguito la preda nel cunicolo fino all' esplosione finale. Conan è un nome di battaglia, l' identità ufficiale di questa femmina di pastore belga del tipo Malinois, non è stata fornita. La foto invece sì, dallo stesso Trump, e da lui postata su Twitter: "Meravigliosa, ha fatto un gran lavoro!". Anche qui, un altro ricalco: Cairo, cane dell' unità speciale K-9, nel 2011 fu impiegato dei Navy Seals nel blitz in cui venne ucciso Osama bin Laden, nella roccaforte pachistana di Abbottabad. Nello scatto d' ordinanza twittato dal capo della Casa Bianca, Conan indossa un' imbracatura mimetica. Sguardo dolce, lingua a penzoloni, ora. Ma la cagna Rambo deve avere ricevuto un addestramento di prim' ordine. Sullo sfondo, ci sono naturalmente gli uomini della Delta Force. Che invece non parlano mai, e nemmeno vogliono apparire. Un commando speciale che, contrariamente al loro Commander-in-chief che ha spifferato tutto (esultando anche via Twitter per la morte, in un altro raid, di Abu Hassan al-Muhajir, uno dei possibili successori di Al Baghdadi) sono devoti al silenzio e al profilo basso. Giusto un' esclamazione, al termine della missione: "Jackpot". Parola in codice per dire: obiettivo raggiunto.

Morte di Al Baghdadi: il califfo tradito da una «talpa» che voleva vendicarsi dell’Isis. Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 da Corriere.it. Un facilitatore, un uomo che aveva la totale fiducia del Califfo, ma che lo ha tradito per vendicarsi. Sarebbe lui, un militante sunnita che viveva accanto al leader, ad aver favorito l’operazione Usa. Oggi la «talpa» non è più in Iraq in quanto è stato portato via dagli americani insieme ai congiunti. Il Washington Post ha fornito una nuova ricostruzione dell’assalto condotto dalla Delta Force e dal 75esimo Ranger. Le fonti citate dal giornale hanno fornito un quadro più preciso. La spia, era un elemento che collaborava con i curdi YPG, ed ha accettato di aiutare gli Stati Uniti. Era una pedina importante in quanto si occupava della logistica di al Baghdadi, sapeva dei suoi spostamenti nella regione di Idlib, accompagnava persino alcuni familiari del capo nelle uscite. Le sue informazioni, insieme al lavoro di intelligence e forze speciali (anche francesi), hanno contribuito a restringere la zona di ricerca al villaggio siriano di Barisha, a pochi chilometri dal confine turco. Quando il Pentagono ha avuto le conferme sull’identità del bersaglio ha lanciato il blitz, provato per l’ultima volta in un poligono di Erbil dove i militari si sono addestrati all’irruzione che prevedeva l’abbattimento di muri. Tattica che hanno poi ripetuto al momento dell’azione. Una volta iniziata l’irruzione i commandos si sono trovati difronte molti minori usciti dalla casa mentre il Califfo è fuggito in un tunnel. I soldati hanno lanciato alcuni cani da guerra che hanno inseguito il target e la caccia si è chiusa quando il terrorista ha fatto detonare la fascia esplosiva che portava. La deflagrazione ha mutilato il corpo ma ha lasciato intatta la testa e – secondo il quotidiano – i soldati lo hanno riconosciuto. Nell’attacco sono morti anche tre figli e due mogli del leader. Diversi gli aspetti interessanti. Primo. La Cia si è mossa inizialmente con grande prudenza in quanto voleva evitare di cadere in una trappola, cosa avvenuta nel 2009 nella base afghana di Khost ad opera di un «triplo», un giordano che aveva aderito ad al Qaeda, poi si era tramutato in un collaborazionista dei servizi, quindi si è immolato come kamikaze tra gli agenti statunitensi. Secondo. La talpa ha deciso di guidare gli americani in quanto nutriva risentimento profondo verso l’Isis, responsabile della morte di un parente. Terzo. L’uomo era presente anche alla fase finale dell’incursione e riceverà probabilmente la ricompensa di 25 milioni di dollari. Quarto. Questo è solo uno spezzone di una storia non ancora chiusa.

Al Baghdadi morto, Usa: “Un informatore dell’Isis ha rivelato ai curdi la posizione del Califfo”. I vertici americani, nei giorni che hanno preceduto il raid, sono stati "in stretto contatto" con il comandante delle forze curde: le Forze democratiche siriane (Sdf) si sono servite di un informatore dell'Isis per ottenere campioni del sangue e un pezzo di biancheria intima del Califfo per avere conferma della sua identità. Il Fatto Quotidiano il 29 ottobre 2019. Se gli americani sono riusciti a uccidere il leader dell’Isis Al Baghdadi è merito dei curdi, che “hanno giocato un ruolo chiave in tutto questo, un ruolo molto importante. Nessuno dovrebbe sottovalutare quanto le Sdf siano state fondamentali in tutto questo”. Il dipartimento di Stato americano, parlando alla Cnn dell’operazione militare che ha portato alla morte del Califfo, rivela che “le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno giocato un ruolo chiave nella sua individuazione”. A spiegare all’emittente il ruolo chiave dei curdi è Mustafa Bali, portavoce delle forze curde in Siria: le Sdf si sono servite di un loro informatore nell’Isis per localizzare il covo di Al Baghdadi. Non solo: l’informatore ha ottenuto campioni del sangue e un pezzo di biancheria intima del Califfo per conferma della sua identità prima che venisse condotto il raid. I vertici militari americani sono stati “in stretto contatto” con il comandante delle forze curde, il generale Mazloun Abdi, informato passo per passo “su tutti gli aspetti di quello che stavamo facendo”. E “lui, la sua gente e le sue fonti di intelligence hanno giocato un ruolo chiave” per il buon fine dell’operazione. Bali ha inoltre aggiunto che le Sdf a guida curda “hanno condiviso a maggio informazioni con gli Usa sulla posizione di al-Baghdadi, localizzato a Idlib“, la regione del nordovest della Siria dove – come confermato da Donald Trump – è stato ucciso il leader dell’Isis. “Ci sono domande sul caso al-Baghdadi a cui deve rispondere la Turchia, che – ha aggiunto – ha effettuato numerosi attacchi aerei all’interno della regione del Kurdistan iracheno”. Domenica Bali aveva già accusato la Turchia “di non aver rilevato come minaccia per la sicurezza la presenza del capo dell’Isis e del portavoce” del gruppo, “a pochi chilometri dal suo confine“. Intanto emergono altri particolari del raid: secondo quanto affermato da Mohammad Ali Sajid, il cognato di al-Baghdadi, in un’intervista trasmessa in Iraq e riportata dal New York Times, i giorni prima della morte, al-Baghdadi ha vissuto in tunnel sotterranei, attrezzati con sistemi di ventilazione e illuminazione, e pieni di libri religiosi. Precisando anche che il Califfo comunicava con flash drive e consentiva a chi lo circondava di usare cellulari. E quando voleva cambiare postazione si spostava con due pickup Toyota bianchi accompagnato da cinque uomini.

Ecco chi ha affittato la casa ad Al Baghdadi. Giovanni Giacalone su it.insideover.com il 30 ottobre 2019. Emergono ulteriori dettagli sull’ultima fase della fuga dell’ex leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi e, in particolare, sulla persona che gli avrebbe affittato la casa: un cittadino siriano di nome Abu Mohamed Halabi. Secondo le informazioni raccolte, Halabi non avrebbe soltanto affittato la casa al “Califfo” e alla sua famiglia, ma si sarebbe anche occupato di nasconderlo in attesa, forse, di farlo sconfinare in Turchia. In seguito al raid il corpo del siriano è sparito in quanto preso in carico dagli uomini della Delta Force. Halabi non era infatti uno sconosciuto, ma un alto membro del gruppo qaedista “Tanzim Hurras ad-Din” (I guardiani della religione), un gruppo formato nel febbraio del 2018 dopo essersi staccato da Hayat Tahrir al Sham e attualmente guidata da Abu Humam al-Shami (Samir Hijazi), come confermato lo scorso luglio da un jihadista di al blogger Ayman Jawad al-Tamimi. Questa informazione non confermerebbe dunque la presa in comando del palestinese Khaled Mustafa al-Aruri “Abul Qassam”. Lo scorso settembre, Washington inseriva Tanzim Hurras ad-Din nella black list delle organizzazioni terroristiche (documento reperibile qui) mentre il Dipartimento di Stato offriva una taglia di cinque milioni di dollari per informazioni che potessero condurre all’individuazione di tre figure di spicco de I guardiani della religione: Sami al-Uraydi, Abu Abdal-Karim al-Masri e Faruq al-Suri. Nel contempo però le dinamiche che emergevano dalla Siria occidentale non erano delle migliori per la neo-nata organizzazione: i rapporti con Hayat Tahrir al-Sham (la vecchia Al Qaeda in Siria) erano sempre più tesi, in particolare dopo l’arresto di tre membri di Thd ad un check point qaedista. Ci poi sono alcuni dettagli interessanti riguardanti Thd ed esposti al quotidiano britannico The Independent da Elizabeth Tsurkov, analista esperta in Siria e Iraq presso il Foreign Policy Research Institute, secondo cui vi sarebbe stata una fuga di volontari dal gruppo jihadista a causa delle difficoltà, da parte della leadership, di pagare i salari e conterebbe ora meno di 2mila uomini. I conti di Tanzin Durras al-Din sarebbero talmente malconci che la scorsa settimana sarebbe persino stata organizzata una campagna per donazioni. Un ulteriore aspetto di interesse riguarda i rapporti che il gruppo Tanzim Hurras ad-Din intratteneva con l’Isis, non troppo amichevoli ma neanche pessimi come nel caso di Hayat Tahrir al-Sham, anche se forse il termine più corretto per definire tale relazione è “ambigua”: vale infatti la pena ricordare che nell’ottobre del 2018 il governo russo aveva accusato Thd di aver pianificato un attacco “false flag” con armi chimiche e di operare come parte dell’Isis. Tornando ad Abu Mohamed Halabi “Salama”, per molti aspetti rispecchia egregiamente l’ambiguità dell’organizzazione di cui faceva parte: ufficialmente commerciante di generi alimentari, era arrivato nel tranquillo villaggio di Barisha tre anni prima ed aveva comprato una casa ancora in costruzione che aveva terminato egli stesso. L’uomo, padre di otto figli, era sempre cordiale, non dava molta confidenza e aveva pochissimi visitatori. Halabi avrebbe fatto parte di un flusso di 4mila sfollati siriani ricollocatisi a Barisha durante il conflitto, in quanto lontana dagli scontri e dalla campagna aerea russo-siriana. Il soggetto in questione non era però un semplice commerciante, ma un membro di Tanzim Hurras ad-Din e un trafficante di esseri umani che avrebbe ricoperto un ruolo chiave nel far fuggire i leader dell’Isis e le loro famiglie verso la Turchia, grazie a una rete da egli stesso gestita. L’ultimo “cliente” gli è però risultato fatale. Vale inoltre la pena ricordare che nel febbraio del 2014 un miliziano identificatosi con il medesimo nome, Abu Mohamed Halabi, aveva rilasciato una dichiarazione al Washington Post, affermando di aver collaborato con l’Isis durante gli scontri con Jabhat al-Nusra e di temere vendette in seguito alla ritirata dell’Isis dalla zona. È più che plausibile ritenere che si trattasse della stessa persona, elemento che evidenzierebbe un ruolo decisamente più solido di quel che inizialmente era apparso, tra Halabi e gli uomini del Califfato. Insomma, Halabi non era il semplice “padrone di casa” di Al Baghdadi.

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 29 ottobre 2019. Viveva con la sua famiglia in tunnel sotterranei, attrezzati con sistemi di ventilazione e illuminazione, e con librerie contenenti libri religiosi, il leader Abu Bakr al-Baghdadi. Secondo quanto riportato dal New York Times in un'intervista di Mohammad Ali Sajid, il cognato di al-Baghdadi, il califfo comunicava con flash drive e consentiva a chi lo circondava di usare cellulari. Quando voleva cambiare postazione, si spostava con due pickup Toyota bianchi accompagnato da cinque uomini. A raccontare invece ciò che è rimasto di quei tunnel sono le riprese aeree. Tre pozze di calce, sabbia e cemento; tre crateri bianchi, come se a esplodere fossero state colline di sale. Le riprese dell'area dove sorgeva il bunker-rifugio di Abu Bakr al Baghdadi mostrano la polverizzazione dell'edificio nel quale si nascondevano il terrorista e la sua famiglia estesa. A spazzare via ogni memoria della loro presenza sono stati i sei missili che la Delta Force ha fatto piovere sull'edificio alla fine della missione, quando gli otto elicotteri CH 47 hanno abbandonato la scena intorno alle 3,30 di domenica mattina. Le uniche immagini della località, a meno di mezzo chilometro del villaggio siriano di Barisha, presso il confine nord occidentale con la Turchia, sono in un video girato da un operatore locale e acquisito dalla Cnn, che mostra le rare suppellettili sopravvissute al bombardamento. Alcuni libri in lingua musulmana, un passeggino rosa per bambini, un video registratore; brandelli di abiti di bambini, un proiettile inesploso. Il materiale più sensibile, come ha confermato ieri il Pentagono in una conferenza stampa, è stato rimosso nelle due ore successive all'irruzione del commando uSA. Il capo degli Stati maggiori riuniti, generale Mark Milley, ha ammesso l'esistenza di altri filmati prodotti dalle camere montate sui caschi dei marines, Trump ha promesso che presto saranno divulgati, dopo il necessario vaglio da parte del personale di sicurezza. Di certo il presidente non li aveva visti quando domenica mattina ha detto di aver seguito le operazioni in diretta, come in un film. I dettagli che ha raccontato su Baghdadi che scappava piangendo, se veri, possono solo essergli stati raccontati da uno dei militari che hanno partecipato all'operazione. Il raid è partito dalla base irachena di Erbil, con un volo di appena 70 minuti, che ha portato la pattuglia aerea ad attraversare a bassa quota lo spazio aereo della Russia e della Turchia. Una volta arrivati sull'obbiettivo, gli elicotteri hanno sganciato due bombe per disperdere il personale di sicurezza e ostacolare una risposta prima dell'atterraggio. Il confronto è poi continuato a terra: il segretario della Difesa Mark Elper ha ripetuto ieri che ci sono state vittime dalla parte dei miliziani e che due di loro sono stati fatti prigionieri. Al Baghdadi usava il rifugio da tempo. La sorveglianza effettuata con l'aiuto delle forze dell'Sdf siriano durava da almeno cinque mesi. Si trovava a due passi dal villaggio di Barisha e a poca distanza da Idlib, e la prigionia alle quale si era consegnato non deve essere stata troppo severa. Con lui c'erano le mogli, due delle quali hanno attivato il corpetto esplosivo alla vista dei marines, e si sono date la morte, così come è toccato ai figli che Baghdadi ha trascinato con sé fino al vicolo cieco del tunnel nel quale si è fatto esplodere insieme a loro. La detonazione gli ha mutilato il corpo ma non la testa. I membri della Delta Force sono stati in grado di effettuare una ricognizione facciale sulla base dell'enorme quantità di dati che il Pentagono ha ammassato negli ultimi anni nei riguardi dei terroristi internazionali. Quando bin Laden fu ammazzato ad Abbottabad nel 2011, campioni di Dna furono prelevati dal cadavere e trasportati nei laboratori statunitensi, per confrontarli con quelli di una recente campagna di immunizzazione nella cittadina pachistana. L'esame durò diverse settimane. A distanza di otto anni la scientifica del Pentagono ha fatto diversi passi avanti. I marines disponevano di un macchinario portatile, del peso di 50 kg. È bastato un campione di saliva o di sangue e quindici minuti dopo è giunta la conferma dell'identità, sulla base del profilo genetico consegnato volontariamente tempo fa da una delle sue figlie. Prima di disperdere i suoi resti in mare come toccò a Osama.

Anna Lombardi per “la Repubblica” il 29 ottobre 2019. Abu Bakr Al Baghdadi si è fatto esplodere. Come hanno fatto gli americani a stabilire con tanta rapidità che i resti fossero proprio i suoi? Test del Dna completi sono ancora in corso, ma la prima conferma dell' identità del leader terrorista è arrivata quasi immediatamente unendo i risultati di un test biometrico di riconoscimento facciale a quelli di un test del Dna condotto con macchine di nuova generazione. Si tratta di dispositivi sviluppati negli ultimi anni, in seguito alle polemiche per la lunghezza dei tempi di identificazione del corpo di Osama Bin Laden. Sono grandi quanto un microonde e trasportabili in elicottero : il loro uso è avvolto dal mistero ma sarebbero in dotazione alle forze speciali Come avvengono le analisi? Una goccia di sangue prelevata dal corpo permette di avere risultati attendibili sull' identità di una persona in 90 minuti se confrontata a quella di un parente. Secondo il Washington Post che cita una fonte del Pentagono, il materiale comparativo è stato fornito volontariamente da una delle figlie di Al Baghdadi. C' è stato poi un test biometrico condotto sulla testa, rimasta intatta nell'esplosione. È stata comparata alle foto di Al Baghdadi Che fine ha fatto il corpo? Il consigliere alla Sicurezza nazionale della Casa Bianca Robert O' Brian ha detto che per il cadavere è stato seguito lo stesso protocollo applicato a Bin Laden. I resti sarebbero già stati dispersi in mare, come avvenne per il leader di Al Qaeda Perchè questo protocollo? La tradizione islamica richiede che la sepoltura avvenga entro 24 ore, ma considera quella in mare inappropriata. Ai tempi di Bin Laden religiosi e familiari definirono "un affronto" la decisione di disperderne il corpo in mare, presa per non trasformare la tomba in meta di pellegrinaggio. Di sicuro i resti di Al Baghdadi sono stati portato via dagli americani, mentre quelli delle due mogli uccise sono rimasti sul posto: indossavano cinture esplosive e non c'era tempo per disinnescarle Il leader jihadista è morto piangendo, come ha detto Trump? I giornali sollevano dubbi sulla ricostruzione. Trump ha detto di aver visto tutto dalla Situation Room comparando l' esperienza alla visione di un film. Ma fonti del Pentagono hanno rivelato che avrebbe assistito a un video senza sonoro. Il ministro della Difesa Mark Esper, anche lui in sala, ha detto di non "conoscere questi dettagli".

Guido Olimpio per il “Corriere della sera” il 29 ottobre 2019. Le spoglie sono state inumate, forse deposte in mare, seguendo lo stesso trattamento riservato ad Osama. Un rito e un messaggio al nemico che deve ora trovare un successore per il Califfo. Già in estate, erano circolate ricostruzioni su una nuova guida per l' Isis, mossa dettata dalle presunte cattive condizioni di salute del capo. Il mantello sarebbe stato indossato da Abdullah Qardash, noto anche come il «fantasma». Iracheno turcomanno, nato nel 1976, ex militare di Saddam, un passato nella guerriglia qaedista e un passaggio - decisivo - a Camp Bucca, la prigione dove si sono formati molti dei quadri del movimento e dove era stato designato lo stesso Califfo. Esperto di questioni religiose, grande organizzatore, Qardash avrebbe iniziato a occuparsi da mesi dei combattenti. Secondo una interpretazione fino al 2014 non ci sarebbe stato un grande feeling con Al Baghdadi, differenze in seguito superate grazie ai successi militari, con il trionfale ingresso delle colonne «nere» a Mosul. Da quel momento la sua stella è salita. Un ruolo di ideologo consacrato, di recente, anche dagli Usa. Il Dipartimento della Giustizia ha offerto una taglia di 5 milioni di dollari sottolineando il suo spessore. Qualche analista ha però espresso riserve. Non è un discendente del Profeta, è osteggiato da un'ala - hanno detto - circostanza però confutata da altri. E insieme ai dubbi hanno offerto candidature alternative. Abu Abdel Rahman al Jazrawi; il misterioso Abu Othman al Faransi, forse francese, ma con origini nel Golfo; Abu Othman al Tunisi, apparso accanto al suo capo nel video dell' aprile scorso. Nella mappa redatta dagli americani c' erano poi due luogotenenti di livello. Ghazwan al Rawi, uomo di fiducia, è morto nel medesimo assalto. Abu Hassan al Muhajir, portavoce del movimento, è stato eliminato qualche ora dopo da un raid aereo. Decessi che attendono, al solito, conferme. Nelle valutazioni dell' intelligence statunitense c'è una «sporca mezza dozzina» di militanti con profili ambiziosi. Sono loro le nuove prede, attenti a schivare i proiettili e ad evitare di essere scoperti da una spia o dagli apparati elettronici. Il silenzio radio si impone e chissà che non ripensino al filmato del 2019 usato da Al Baghdadi per dimostrare di essere in vita. Magari ha rappresentato un errore. La clip è stata studiata - da lontano -, con l' esame dei materassini su cui sedevano i presenti, stessa lente per copricapi e abiti. Il grande ricercato si spostava, a volte, su un furgone pieno di verdura, gli emissari erano portati bendati al suo cospetto, spogliati d'ogni cosa potesse nascondere una cimice, restavano a colloquio per 30 minuti al massimo e poi il leader se ne andava lasciandoli nel «covo». Solo dopo ore potevano andarsene, sempre con il volto coperto e su mezzi guidati da guardie fidate. Eppure tutte le ricostruzioni su come gli americani siano arrivati al bersaglio differiscono nei dettagli, ma ruotano attorno ad un elemento comune: lo hanno scoperto filando uno dei corrieri. Il comandante dei curdi siriani Maflouz Abdi ha dichiarato alla Nbc che una loro fonte, parte della scorta del Califfo, avrebbe sottratto un paio di mutande e raccolto campioni di Dna poi girati agli Stati Uniti in estate, dettagli per provare chi fosse il target. Rivelazioni da romanzo per le quali è impossibile distinguere tra propaganda e realtà. Sono possibili sorprese, sono in corso nuove operazioni Usa. Nell'incursione a Barisha i commandos statunitensi hanno catturato due persone e sequestrato materiale. Ci vorrà del tempo per le indagini, non è chiaro se renderanno pubbliche delle immagini. Per il momento tengono tutto coperto, compreso il nome del cane da guerra mandato dalla Delta Force nel tunnel sotto il nascondiglio. Anche qui un' analogia con la missione conclusasi con la fine di bin Laden: allora i Seals avevano al loro fianco un pastore belga, Cairo. E se nella palazzina di Abbottabad, avevano usato tre volte la parola in codice «Geromino» per confermare via radio il successo, l' altra sera il termine concordato sarebbe stato «jackpot». Quando, alle 19.15, a Washington hanno ricevuto quel segnale hanno compreso di aver chiuso la partita.

Giordano Stabile per “la Stampa” il 29 ottobre 2019. L'Isis ha subito un colpo devastante, ma non è ancora finito. Ha perso il suo fondatore e leader carismatico, Abu Bakr al-Baghdadi, il primo jihadista che ha osato proclamarsi successore di Maometto. I suoi resti sono stati cremati e le ceneri poi disperse in mare, così come per Osama Bin Laden , hanno fatto sapere dal Pentagono. Ma l' organizzazione resta ramificata in Siria e Iraq, ha cellule attive dal Maghreb alle Filippine. E ha ancora spazi di manovra nel caos che si è creato nel territorio settentrionale della Siria dopo il ritiro americano. Washington nei giorni scorsi ha mandato indietro 500 soldati, anche per gestire il blitz contro il califfo. Nel Nord-Est c' è un ingorgo di truppe Usa, russe, turche, governative, curde, milizie varie, terroristi in fuga. Nel Nord-Ovest, specie nella provincia di Idlib, è un proliferare di gruppi jihadisti. In tutto ciò l' Isis ha tenuto in piedi la sua struttura burocratica. Al vertice c' è la Majlis al-Shoura, l' assemblea degli anziani, composta per «l'80 per cento da iracheni, il 18 da siriani, il 2 da stranieri». Ha il compito di scegliere il successore del califfo. Il nome dato come più probabile è quello di Al-Hajj Abdullah Qardash, già ufficiale dell' esercito sotto Saddam Hussein. Qardash è un turkmeno originario di Tall Afar, da sempre roccaforte dei salafiti iracheni. Ha conosciuto Al-Baghdadi a Camp Bucca e da allora lo ha seguito nella scalata ai vertici. In quanto turkmeno, però, non ha la qualifica indispensabile per il titolo di califfo, cioè quella di discendente dalla tribù del Profeta, gli Al-Quraishi. Potrebbe essere nominato solo «comandante». In seconda battuta arriva il saudita Abu Abdelrahman al-Jazrawi. Già a capo della branca giudiziaria del califfato, giurista, teologo. Il terzo nome è quello di Abu Othman al-Tunisi, uno dei due uomini che appaiono assieme ad Al-Baghdadi nell' ultimo video, diffuso ad aprile. Infine c' è il capo del Diwan al-Jund, il «ministero delle forze armate», Iyad al-Obaidi. Le forze speciali americane sono a caccia di tutti e tre. Ed è chiaro che il terreno più promettente resta il Nord-Ovest della Siria. Il portavoce Al-Mujahir è stato ucciso a Jarabulus, sul confine con la Turchia. L' intelligence Usa ha calcolato che almeno «cento terroristi di spicco dell' Isis hanno trovato riparo nella provincia di Idlib negli ultimi mesi», tanto che il Pentagono l' ha definita «il più grande rifugio jihadista del mondo». E non c' è soltanto l' Isis. La formazione più importante è Hayat al-Tahir al-Sham, il Comitato per la liberazione della Siria, un' alleanza di jihadisti che altro non è che l' ex Al-Nusra. Altro gruppo implacabile è il Partito islamico turkmeno, che si avvale di combattenti dall' Asia centrale. E poi Hurras al-Din, il gruppo che ha dato rifugio al califfo. Ha una posizione ambigua, fra Al-Qaeda, Isis e altri gruppi più moderati sostenuti dalla Turchia.

 Michele Farina per il “Corriere della sera” il 29 ottobre 2019. Una delle tre mogli e uno dei tanti nipoti di Abu Bakr al Baghdadi avrebbero giocato un ruolo nella sua dipartita: secondo fonti del New York Times , è stato proprio l'arresto di una moglie e di un «corriere» l'estate scorsa a mettere i cacciatori sulle sue tracce. Ufficiali iracheni hanno raccontato al Guardian della cattura di un uomo siriano che aveva già fatto passare nella zona di Idlib le mogli di due fratelli del Califfo, Ahmad e Jumah, dopo aver condotto sulla stessa rotta alcuni figli dall' Iraq. Con il siriano e sua moglie, l'intelligence avrebbero «cooptato» un nipote del capo dell'Isis: le informazioni avrebbero portato all'individuazione della zona in cui si nascondeva il ricercato mondiale numero uno, che non si fidava di nessuno al di fuori della cerchia dei fedelissimi. Così vicini da morire con lui. Due mogli uccise nel blitz, hanno detto gli americani. Tre figli saltati in aria nel tunnel. Scudi umani o eredi devoti? I nomi e l' età non sono stati resi noti. Nessuno presta molta attenzione ai familiari di un tagliagole responsabile di innumerevoli vittime. La sua uccisione offusca quelle dei suoi cari. Quando gli americani nel 2006 disintegrarono il rifugio di Al Zarkawi, il precedessore del Califfo, chi ricorda che sotto le macerie rimase almeno una delle quattro mogli con il figlio? Diverso destino per Hudhayfah al Badri, il figlio diciottenne di Al Bagdhadi, scomparso durante un attacco a una centrale termoelettrica in Siria l' anno scorso. I siti vicini all' Isis hanno celebrato «il martirio» del giovane mostrandolo con un kalashnikov nelle braccia. Hudhayfah era nato nel 2000 a Samarra, quando il padre si faceva ancora chiamare Ibrahim Awad ed era sposato con Asma al Dulaimi. Nel corso degli anni, Al Baghdadi ha aggiunto altre due o tre mogli: Isra A-Qaisi (siriana) e Saja al Dulaimi. Nozze lunghe e brevi. Benché l' ufficio anagrafe del Califfato prevedesse un'identificazione precisa per nascite e matrimoni, la famiglia del capo è sempre stata avvolta nella leggenda. Nell' ottobre 2015 si diffuse addirittura la notizia che il leader avesse sposato una quindicenne foreign fighter tedesca, Diane Kruger, nella provincia irachena di Ninive. La Reuters citando fonti tribali in Iraq ha riportato che Al Baghdadi avesse tre mogli, due irachene e una siriana. Più di recente, una compagna si sarebbe aggiunta dal Golfo. Anche il numero dei figli «ufficiali» non è certo: 6 secondo William McCants, ex consigliere del Dipartimento di Stato Usa. Un tranquillo padre di famiglia: così l' ha descritto Saja al Dualimi, arrestata in Libano nel 2014 dopo essere stata liberata dalle prigioni siriane grazie a uno scambio con dodici suore prigioniere dell' Isis. Saja viene descritta come la moglie più «tosta», anche se lei stessa ha giurato che il matrimonio sarebbe durato solo tre mesi nel 2009. Rimasta vedova del primo marito (ex ufficiale di Saddam ucciso dagli americani) si era spostata come molti sunniti iracheni in Siria. La donna ha raccontato di aver saputo della vera identità di Al Baghdadi (conosciuto via chat) solo dopo avere chiesto il divorzio, «a causa delle ristrettezze economiche in cui lui versava». Frutto della loro relazione fu Hagar: il Califfo mandò l' equivalente di 100 dollari mensili per il mantenimento della piccola, prima di sospendere l' invio nel 2011. Saja, liberata in Libano nell' ottobre 2017, ha rilasciato interviste in cui parla del Califfo come di un padre premuroso che giocava con i figli, anche se spesso spariva dicendo «di andare a trovare il fratello». Altre figure femminili nella cerchia familiare hanno avuto un ruolo importante, forse più delle sue stesse mogli. Una zia, Saadia Ibrahim, è stata con lui fin dall' inizio. Due dei suoi figli sono morti combattendo sotto i vessilli neri dell' Isis. Era zia Saadia a gestire la rete dei rifugi segreti del nipote adorato a Mosul. Era con lui anche in Siria? Il papà premuroso che diventava brutale con le schiave. Una giovane yazida ha raccontato al Guardian di essere stata violentata dal Califfo quando era ancora una ragazzina. Lei che vide la cooperante americana Kayla Mueller tornare in lacrime dopo essere stata stuprata dal boss, un giorno fu convocata dal capo supremo. Pensava a nuove violenze in camera da letto, e invece lui scherzando la fece sedere sul divano in soggiorno. E aprendo il laptop nero le mostrò una decapitazione con aria divertita: «Abbiamo ucciso quest' uomo oggi». Quell' uomo era il giornalista James Foley. «Si divertiva a vedere le nostre reazioni».

Francesco Semprini per “la Stampa” il 31 ottobre 2019. Non poteva mancare il «traditore» nell' epica impresa di stanare ed eliminare Abu Bakr al Baghdadi. Si tratta di un miliziano di vecchia data che voleva vendicarsi dell' assassinio di un parente ordinato dai vertici dell' Isis. E che ora incasserà la taglia posta sulla testa del leader delle bandiere nere, un assegno da 25 milioni di dollari. Un alto tradimento, visto che l' informatore apparteneva al cerchio magico di miliziani addetti alla protezione del capo, e si occupava in particolare dei suoi spostamenti, così come raccontato nella produzione Netflix «Black Crows». Pertanto costantemente aggiornato su spostamenti e rifugi del Califfo, compreso il compound di Barisha alle porte di Idlib, nel Nordovest della Siria, dove il terrorista più ricercato al mondo ha trovato la morte. Secondo l' identikit del Washington Post, il «traditore» è riuscito a ritagliarsi prima il ruolo di delatore a beneficio dei militanti curdi delle Syrian Democratic Forces, alleate degli Usa nella lotta all' Isis. Ha partecipato al blitz Poi la gestione delle sue confidenze è passata nella mani dell' intelligence Usa, che ha impiegato settimane nel valutare la reale attendibilità e affidabilità della talpa. A convincere definitivamente sulla bontà della fonte, la consegna nelle mani degli 007 americani di quei brandelli di biancheria intima e quel campione di sangue che hanno permesso di risalire al Dna del Califfo. A quel punto è stato deciso il raid, prima che il Califfo potesse fiutare qualcosa e fuggire. L'informatore quindi sarebbe stato presente durante il blitz delle Delta Force, guidandole e mettendole in guardia dal fatto che spesso Al Baghdadi indossava cinte o giubbotti esplosivi, determinato a uccidersi piuttosto che a consegnarsi ai nemici. Solo due giorni dopo l' operazione la talpa sarebbe stata portata fuori dalla Siria per proteggere lui e la sua famiglia e aiutarlo a rifarsi una nuova vita grazie alla corposa taglia incassata. Ci sono tutti così gli ingredienti che rendono l' eliminazione di Al Baghdadi ancora più epica, il traditore, il cane eroe di nome Conan che, come per Osama Bin Laden, è stato tra i protagonisti del blitz. Quindi il corriere, altra affinità col raid di Abbottabad in Pakistan del 2 maggio 2011, che assieme a una delle mogli è stato intercettato dalla Cia e arrestato, risultando determinante per individuare l' obiettivo. Tutti elementi che candidano l' epica impresa, così come descritta da Trump, a diventare un nuovo cult hollywoodiano.

Il presidente turco: «Abbiamo preso  la moglie del Califfo Al Baghdadi». Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 da Corriere.it. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato che il suo Paese ha catturato una moglie di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso da un commando statunitense a fine ottobre. «Abbiamo preso sua moglie, lo dico oggi per la prima volta, ma non ci vantiamo», ha affermato Erdogan parlando ad Ankara, il giorno dopo l’annuncio da parte di Ankara dell’arresto di una sorella del leader estremista islamico. Il presidente turco non ha fornito altri dettagli. Non ha detto quando o come la donna è stata catturata e non ha comunicato il nome della donna. A quanto è dato sapere,   Al-Baghdadi aveva quattro mogli, «il numero massimo che può avere contemporaneamente sotto la legge islamica», secondo quanto riferito da un suo uomo. Il leader dell’Isis si è fatto esplodere durante un’incursione del 26 ottobre da parte delle forze speciali statunitensi nel suo nascondiglio nella provincia di Idlib. L’annuncio di Erdogan arriva pochi giorni dopo che le forze turche hanno catturato la sorella maggiore di al-Baghdadi, identificata come Rasmiya Awad, nella città di Azaz, nella provincia di Aleppo, nel nord-ovest della Siria. La Turchia in entrambe le occasioni hanno colto l’occasione delle catture per evidenziare il proprio ruolo nella lotta all’Isis.   Azaz fa parte di una regione amministrata dalla Turchia a seguito di precedenti incursioni militari per scacciare militanti IS e combattenti curdi, a partire dal 2016. I gruppi siriani alleati invece gestiscono l’area conosciuta come la zona dello scudo dell’Eufrate.    Awad era con suo marito, sua nuora e cinque figli quando è stata catturata. Un funzionario turco ha detto che la sorella di 65 anni è sospettata di essere affiliata al gruppo estremista e l’ha definita una «miniera d’oro» di informazioni. Le autorità hanno pubblicato una foto della sorella.    Non è stato immediatamente chiaro se la cattura di Awad abbia poi reso possibile quella della moglie.    Una delle donne di Al Baghdadi è un’irachena noto con il nome di Nour, figlia di uno dei suoi aiutanti, Abu Abdullah al-Zubaie. È stata identificata per nome dal cognato del Califfo in una recente intervista con la televisione Al Arabiya. Una delle ex mogli di al-Baghdadi è stata arrestata in Libano nel 2014 ed è stata liberata un anno dopo in uno scambio di prigionieri con Al Qaida. L’ex moglie irachena, Saja al-Dulaimi, era fuggita da al-Baghdadi nel 2009 quando era incinta di sua figlia. Ad un certo punto, si ritiene che Al Baghdadi abbia voluto come schiava un’adolescente tedesca nel 2015 che potrebbe essere fuggita qualche anno dopo. Secondo i resoconti il Califfo ha anche tenuto personalmente prigioniera la cooperante statunitense Kayla Mueller, morta in un raid in Siria nel 2015. Il raid che ha ucciso Al Baghdadi è stato un duro colpo per lo Stato islamico, che ha perso territori in Siria e Iraq in una serie di sconfitte militari inflitte dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e alleati siriani e iracheni. L’aiutante di Baghdadi, un saudita, è stato ucciso ore dopo il raid, anche nella Siria nord-occidentale, in un’altra operazione degli Stati Uniti. L’Isis ha nominato un successore dopo la morte del Califfo ma grande mistero ancora aleggia sulla sua identità e sulle conseguenze che l’uccisione di Al Baghdadi hanno avuto sulla gerarchia del gruppo.    Fino alla sua morte, Al Baghdadi si è spostato da una località all’altra nella Siria orientale nel mezzo delle operazioni militari che hanno portato di fatto alla sconfitta dell’Isis, almeno a livello territoriale. La sua corse è finita a Idlib, nella Siria nordoccidentale, un’area controllata da un gruppo militante rivale legato ad al-Qaida. Non è ancora chiaro se qualcuna delle mogli se fosse con lui nel momento della sua morte.  

Giordano Stabile per “la Stampa” il 6 novembre 2019. La Turchia batte un colpo contro l' Isis e arresta la sorella del defunto califfo Abu Bakr al-Baghdadi, eliminato lo scorso 27 ottobre in un blitz delle forze speciali americane. Per Ankara è la dimostrazione della sua volontà di lottare «contro ogni forma di terrorismo». Ma il luogo dove è stata scovata Rasmiya Awad, a pochi chilometri dall' ultimo rifugio del capo dello Stato islamico, evidenzia ancora una volta come il Nord-Ovest della Siria, sotto influenza turca, sia diventato il rifugio di jihadisti di ogni tipo. Awad, 65 anni, è stata fermata ad Azaz, una città vicina al confine con la Turchia, a poche decine di chilometri da Barisha, il villaggio dove si era nascosto il fratello, e non lontana da Jarabulus, dove è stato ucciso l' ex portavoce Abu Hasan al-Mujehir. È sempre più chiaro che l' Isis ha scelto quella regione per cercare di ricostruirsi, anche in alleanza con altri gruppi estremisti. Il portavoce della presidenza turca, Fahrettin Altun, ha sottolineato come l'arresto della sorella dell' ex califfo rappresenti «l' ennesimo esempio del successo delle nostre operazioni di contro-terrorismo». Altun ha spiegato che la donna è stata trovata in una roulotte, «assieme al marito, la nuora e cinque bambini», ed è stata subito interrogata per «sospetto coinvolgimento in un gruppo terroristico». È considerata dagli investigatori «una miniera d' oro», perché potrebbe ricostruire gli ultimi spostamenti del fratello e della sua cerchia ristretta e portare all' identificazione del nuovo califfo, scelto domenica scorsa. Il successore Il nome, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Qurayshi, dice poco o nulla sulla sua identità. Quando nel 2010 Al-Baghdadi salì al vertice, dopo l' eliminazione del suo predecessore, bisognò attendere oltre sette mesi per dargli un volto e un' identità. Ora la cattura della sorella potrebbe accelerare la procedura e permettere di decapitare di nuovo la leadership dell' Isis. In questo senso aiutano anche le informazioni fornite dalla talpa che ha portato alla scoperta del covo, il corriere personale di Al-Baghdadi, Mohammad Ali Sajit. L' ex califfo, ha raccontato, ha vissuto gli ultimi mesi nella roccaforte dell' Isis sulla riva orientale dell' Eufrate, espugnata alla fine dello scorso marzo. Era assieme a sette stretti collaboratori e ha tenuto con sé fino all' ultimo una giovane schiava yazida. Fuori dal controllo di Assad Il califfo si vestiva spesso «come un pastore», indossava sempre il giubbetto esplosivo, anche quando dormiva, e costringeva le sue guardie del corpo a fare altrettanto. Non usava mai il cellulare, ma i suoi collaboratori sì. Quando anche l' ultimo bastione del califfato è caduto, è riuscito ad attraversare quasi tutta la Siria, muovendosi soltanto di notte, con scarpe da ginnastica e il volto coperto, diretto verso la provincia di Idlib. L' area è stata scelta, ha spiegato la talpa, perché era «l' ultima fuori dal controllo del governo di Damasco», una zona dove operavano altri gruppi jihadisti che potevano coprire il capo dello Stato islamico e forse allearsi con lui nel tentativo di rilanciare il progetto di califfato.

Usa, K-9 il cane eroe ferito mentre inseguiva Al Baghdadi nel tunnel: "È tornato in servizio, sta bene". Trump twitta la foto del cane che ha inseguito il leader dell'Isis rimanendo ferito, e sui social diventa il volto del coraggio. "Il nome resta segreto, è un membro Delta, non possiamo rivelarlo". Ma secondo Newsweek, si chiama Conan ed è di razza pastore belga Malinois. Nel 2011, un cane della stessa sazza di nome Cairo prese parte al raid che portò alla morte di Osama bin Laden. Katia Riccardi il 29 ottobre 2019. "Al Baghdadi è morto come un cane", ha detto il presidente americano Donald Trump il giorno dell'uccisione del leader dell'Isis. Per poi puntare tutto su un altro cane, un eroe. Il solo americano rimasto ferito nel raid, mentre inseguiva il più grande terrorista del mondo fino alla sua morte. È su di lui che Trump punta per descrivere il coraggio dell'operazione effettuata a Barisha, a 24 chilometri da Idlib, nel nord ovest della Siria. Trump ha pubblicato, declassificandola, la sua foto lunedì pomeriggio, twittando, "Abbiamo declassificato una foto del meraviglioso cane (nome non declassificato) che ha fatto un GRANDE LAVORO nel catturare e uccidere il leader dell'Isisi, Abu Bakr al-Baghdadi!". Il post in poche ore ha raggiunto più di 420 mila like. La sua identità segreta è motivo di curiosità globale. "Il nostro" K-9, come lo chiamano", ha dichiarato Trump, "io lo chiamo cane. Un bellissimo cane, un cane di talento, è stato ferito e riportato indietro". Il nome è segreto o rivelerebbe il gestore e le operazioni militari. Inoltre, non è stata rilasciata una descrizione della razza. "È un'operazione Delta, non possiamo rivelare particolari", ha detto un funzionario della Difesa alla Cnn anche se secondo Newsweek, il suo nome è Conan, ed è un cane da pastore belga Malinois. Dalle ricostruzione dei fatti si ritiene che K-9 Conan sia stato inviato nel tunnel nel momento in cui il timore era che Al Baghdadi indossasse un giubbotto suicida. Cosa vera. Tanto che il leader del sedicente Stato islamico si è poi fatto esplodere uccidendo se stesso e tre dei suoi bambini. Il presidente ha dichiarato che il tunnel è crollato durante l'esplosione. Probabile, così ha lasciato intendere Trump, che nel tunnel ci fosse più di un cane: Al Baghdadi "ha raggiunto la fine del tunnel, mentre i nostri cani lo inseguivano". Il cane, membro dell'esercito Delta, che ha eseguito il raid, è stato ferito ma e si sta riprendendo, ha detto un funzionario della Difesa degli Stati Uniti. Cosa confermata dal capo di Stato maggiore congiunto Usa, Mark Milley: K-9 è ancora "in azione" ed è tornato in servizio con il suo gestore. Le forze armate statunitensi si affidano in genere a pastori tedeschi e Malinois belgi. Il generale Milley nelle stessa conferenza stampa, al Pentagono ha dchiarato di non sapere come il presidente Trump abbia saputo che Al Baghdadi sia è morto "urlando, piangendo e piagnucolando": "Potrebbe aver ottenuto parlando direttamente con il personale militare sul campo". Non è la prima volta che le forze armate americane fanno affidamento su cani nelle operazioni contro i terroristi. Nel 2011, un cane di nome Cairo, pastore belga come K-9, prese parte al raid che portò alla morte di Osama bin Laden. Cairo ha protetto l'area intorno al complesso bin Laden mentre le forze della Navy SEALs entravano nel compound. Per quanto riguarda i rapporti di Trump con i cani, non è passato inosservato che sia tra i pochi presidenti moderni a non averne uno alla Casa Bianca. All'inizio di quest'anno, durante una manifestazione a El Paso, aveva pensato di rimediare. I suoi consiglieri lo avevano incoraggiato perché un animale domestico sarebbe stato un vantaggio politico. "Non mi dispiacerebbe averne uno, onestamente, ma non ho tempo. Come apparirei a spasso un cane sul prato della Casa Bianca?", aveva detto. In ogni caso un alto funzionario ha detto che il presidente Usa incontrera K-9 Conan, lui sì. È stato invitato alla Casa Bianca. Non è detto che passerà dal prato.

Ecco K-9, il cane ferito nel raid contro Al Baghdadi (la foto diffusa da Trump). Pubblicato martedì, 29 ottobre 2019 su Corriere.it da Valentina Santarpia. Il nome è stato rivelato da Newsweek, ufficialmente non viene rivelato per motivi di sicurezza. Il cane sarà ricevuto alla Casa Bianca. Il nome non può essere comunicato ufficialmente, perché pur sempre di un a missione speciale si tratta. Ma la foto, quella sì: e così oggi Donald Trump ha twittato un'immagine del cane dell’unità cinofila che ha aiutato i rambo della Delta Force a uccidere il leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, in Siria. «Abbiamo desecretato la foto di un meraviglioso cane (il nome resta segreto) che ha fatto una gran lavoro nel catturare e uccidere il leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi!», ha scritto Trump allegando l’immagine del pastore tedesco eroe.«È un'operazione Delta, non possiamo rivelare particolari», ha detto un funzionario della Difesa alla Cnn. Ma naturalmente i giornali americani non si sono accontentati. Secondo Newsweek, il cane-coraggio si chiama Conan ed è un pastore di razza belga Malinois. Trump, parlando del suo ferimento, aveva usato un nome in codice: «Il nostro K-9, come lo chiamano- io lo chiamo cane- un bellissimo cane, un cane di talento, è stato ferito e riportato indietro». Il generale Mark Milley, il capo di Stato maggiore congiunto Usa, ha detto ai giornalisti lunedì scorso che l'animale «ha svolto un servizio eccezionale» durante l'incursione. Non rendere noto il nome è una precauzione di sicurezza, per evitare ritorsioni, proprio come si fa con le truppe umane che hanno partecipato al raid, spiega Milley. Un altro pastore belga Malinois di nome Cairo ha accompagnato gli US Navy Seals nel raid del 2011 che ha ucciso Osama bin Laden, il leader di al-Qaida, in Pakistan. Il presidente Barack Obama ha incontrato il cane durante una cerimonia per onorare il commando. Ma come è andata l'operazione? Secondo quanto raccontato dal presidente Usa, c'erano diversi cani nel Delta, che hanno partecipato al raid contro Al Baghdadi: il leader dell'Isis «ha raggiunto la fine del tunnel, mentre i nostri cani lo inseguivano», ha riferito Trump. E poiché il tunnel è crollato durante l'esplosione in cui si è ucciso Al Baghdadi, è intuitivo pensare che il cane sia rimasto ferito dall'esplosione. Ora però si sta rimettendo, secondo quanto ha detto un funzionario della Difesa degli Stati Uniti e confermato da Milley: K-9 è ancora «in azione» ed è tornato in servizio. Ma presto farà visita alla Casa Bianca, dove Trump lo riceverà con tutti gli onori. Sarebbe il primo cane a calpestare il prato del palazzo presidenziale in epoca Trump. Il presidente non ha infatti, come i suoi predecessori, adottato un cucciolo. «Non mi dispiacerebbe- aveva detto all'inizio del suo mandato- Ma non ho tempo».

Trump twitta la foto del cane che ha inseguito il leader dell'Isis rimanendo ferito, e sui social diventa il volto del coraggio. "Il nome resta segreto, è un membro Delta, non possiamo rivelarlo". Ma secondo Newsweek, si chiama Conan ed è di razza pastore belga Malinois. Nel 2011, un cane della stessa sazza di nome Cairo prese parte al raid che portò alla morte di Osama bin Laden. Katia Riccardi il 29 ottobre 2019 su La Repubblica. "Al Baghdadi è morto come un cane", ha detto il presidente americano Donald Trump il giorno dell'uccisione del leader dell'Isis. Per poi puntare tutto su un altro cane, un eroe. Il solo americano rimasto ferito nel raid, mentre inseguiva il più grande terrorista del mondo fino alla sua morte. È su di lui che Trump punta per descrivere il coraggio dell'operazione effettuata a Barisha, a 24 chilometri da Idlib, nel nord ovest della Siria nello stesso giorno in cui conferma su Twitter la morte del "sostituto numero uno di Abu Bakr al-Baghdadi" ucciso dalle truppe americane. "Molto probabilmente avrebbe preso il comando. Ora è morto anche lui!". Trump ha pubblicato sul social come tweet fissato la foto del cane eroe lunedì pomeriggio: "Abbiamo declassificato una foto del meraviglioso cane (nome non declassificato) che ha fatto un GRANDE LAVORO nel catturare e uccidere il leader dell'Isisi, Abu Bakr al-Baghdadi!". Il post in poche ore ha raggiunto più di 420 mila like. La sua identità segreta è motivo di curiosità globale. "Il nostro" K-9, come lo chiamano", ha dichiarato Trump, "io lo chiamo cane. Un bellissimo cane, un cane di talento, è stato ferito e riportato indietro". Il nome è segreto o rivelerebbe il gestore e le operazioni militari. Inoltre, non è stata rilasciata una descrizione della razza. "È un'operazione Delta, non possiamo rivelare particolari", ha detto un funzionario della Difesa alla Cnn anche se secondo Newsweek, il suo nome è Conan, ed è un cane da pastore belga Malinois. Dalle ricostruzione dei fatti si ritiene che K-9 Conan sia stato inviato nel tunnel nel momento in cui il timore era che Al Baghdadi indossasse un giubbotto suicida. Cosa vera. Tanto che il leader del sedicente Stato islamico si è poi fatto esplodere uccidendo se stesso e tre dei suoi bambini. Il presidente ha dichiarato che il tunnel è crollato durante l'esplosione. Probabile, così ha lasciato intendere Trump, che nel tunnel ci fosse più di un cane: Al Baghdadi "ha raggiunto la fine del tunnel, mentre i nostri cani lo inseguivano". Il cane, membro dell'esercito Delta, che ha eseguito il raid, è stato ferito ma e si sta riprendendo, ha detto un funzionario della Difesa degli Stati Uniti. Cosa confermata dal capo di Stato maggiore congiunto Usa, Mark Milley: K-9 è ancora "in azione" ed è tornato in servizio con il suo gestore. Le forze armate statunitensi si affidano in genere a pastori tedeschi e Malinois belgi. Il generale Milley nelle stessa conferenza stampa, al Pentagono ha dchiarato di non sapere come il presidente Trump abbia saputo che Al Baghdadi sia è morto "urlando, piangendo e piagnucolando": "Potrebbe aver ottenuto parlando direttamente con il personale militare sul campo". Non è la prima volta che le forze armate americane fanno affidamento su cani nelle operazioni contro i terroristi. Nel 2011, un cane di nome Cairo, pastore belga come K-9, prese parte al raid che portò alla morte di Osama bin Laden. Cairo ha protetto l'area intorno al complesso bin Laden mentre le forze della Navy SEALs entravano nel compound. Per quanto riguarda i rapporti di Trump con i cani, non è passato inosservato che sia tra i pochi presidenti moderni a non averne uno alla Casa Bianca. All'inizio di quest'anno, durante una manifestazione a El Paso, aveva pensato di rimediare. I suoi consiglieri lo avevano incoraggiato perché un animale domestico sarebbe stato un vantaggio politico. "Non mi dispiacerebbe averne uno, onestamente, ma non ho tempo. Come apparirei a spasso un cane sul prato della Casa Bianca?", aveva detto. In ogni caso un alto funzionario ha detto che il presidente Usa incontrera K-9 Conan, lui sì. È stato invitato alla Casa Bianca. Non è detto che passerà dal prato.

Bobe, il cane rimasto orfano durante il raid contro Al Baghdadi è stato adottato da un fotografo siriano. Pubblicato lunedì, 04 novembre 2019 da Corriere.it. Mentre fotografava le conseguenze dell’attacco che ha portato all’uccisione del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, il fotoreporter siriano Fared Alhor si è imbattuto in un cucciolo che sembrava essere in difficoltà. «Mi sono girato e, per caso, ho visto un cucciolo accanto al corpo della sua mamma. Ululava e sembrava triste», ha raccontato il reporter alla Cnn. Dopo aver giocato con l’animale, nel tentativo di aiutarlo a sentirsi meglio, Alhor ha chiesto se qualcuno si stava già occupando del cane e, quando ha scoperto che sarebbe rimasto orfano, ha deciso di prendere in mano la situazione. «Ho viaggiato con lui per 20 miglia, sotto la pioggia, in moto, dato che non avevo una macchina», ha spiegato, come riporta People. Inizialmente, ha portato il cane a casa di un amico dove erano presenti altri cuccioli, ma non è stato in grado di separarsi da lui e ha deciso di portarlo a casa. «Sono andato dal veterinario, per assicurarmi che tutto andasse bene con Bobe», ha scritto su Twitter, in un post accompagnato da alcune immagini della visita. Per pagare le cure necessarie per l’animale, Alhor sta raccogliendo delle donazioni presso la struttura veterinaria, il famoso Santuario di Ernesto che da anni si occupa dei randagi in Siria. «Ho bisogno di supporto per garantire cibo e una nuova cuccia a Bobe. Avrà una bella vita e ci sistemeremo, io e lui». Bobe è il secondo cane a catturare il cuore del pubblico all’indomani del raid. Il primo era stato Conan, un pastore belga Malinois, rimasto ferito nell’azione, la cui immagine è stata diffusa da Trump (in un fotomontaggio).Conan ha alle spalle ben cinquanta missioni di combattimento in quattro anni.

Da ansa.it il 28 ottobre 2019. Su alcuni media inglesi e americani, dal New York Times al The Guardian, si comincia a dubitare della ricostruzione fatta da Trump sulla morte di Abu Bakr al-Baghdadi. Il New York Times mette in dubbio il macabro racconto della morte del capo dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi che Donald Trump ha fatto agli americani in diretta televisiva. Diversi sono i punti critici rilevati dal quotidiano, in particolare la descrizione del Califfo che urla e piange nel tunnel dove poi si è fatto esplodere. Secondo il New York Times, infatti, le immagini alle quali hanno assistito Trump e i suoi collaboratori nella 'situation room' erano senza audio. Non solo, di Baghdadi braccato nel tunnel il presidente americano non ha potuto nemmeno vedere le immagini in diretta. Gli ultimi minuti di vita del leader dell'Isis, infatti, sono state riprese dalle telecamere installate sugli elmetti dei soldati americani che stavano facendo il blitz. Quei video però sono stati consegnati a Trump soltanto dopo la conferenza stampa. Su una domanda specifica della Abc sul racconto cinematografico di Trump il capo del Pentagono Mark Esper ha provato a tergiversare dicendo di essere all'oscuro di certi dettagli e di ritenere che il presidente abbia parlato con i militari sul campo per farsi dare tutte le informazioni. Analoga l'analisi che si legge sul "The Guardian". E in Italia anche esperti di Medio Oriente come il giornalista Alberto Negri si mostrano perplessi per alcune 'incongruenze' che emergerebbero dalla versione dei fatti fornita dal presidente americano. "Non c’era audio, non si vedeva quasi niente perché era notte - scrive Negri su Facebook - si distinguevano a stento le sagome degli attaccanti e dei jihadisti. Ma Trump, grazie a una fervida immaginazione, è stato in grado di descrivere nei dettagli la morte di Al Baghdadi. I russi non sono convinti, turchi e curdi lo assecondano, i siriani tacciono se non per protestare contro l’annuncio di Trump di occupare i loro pozzi petroliferi. I testimoni in zona parlano di tre ore di battaglia, raid e bombardamenti: fatti da chi e come? Da un aereo Usa e da sei elicotteri che poi dovevano tornare in Iraq? In Iraq o in Turchia che è a 5 minuti di volo ed è un Paese con basi Usa e Nato? Un racconto che fa acqua da tutte le parti: forse a Trump il Pentagono ha dato informazioni monche perché non si fida".

Federico Rampini per “la Repubblica” il 28 ottobre 2019. Proprio mentre è sotto accusa per aver abbandonato i curdi della Siria settentrionale al loro destino, Donald Trump incassa un successo prezioso. «Il terrorista mondiale numero uno è stato giustiziato dagli Stati Uniti». Nell'annunciare la morte di Al Baghdadi il presidente ha buon gioco a descriverlo come «un codardo che piange e strilla mentre è inseguito dai cani delle nostre teste di cuoio». Trump infierisce senza ritegno ma è giustificato da un dettaglio orrendo: il capo dell' Isis si è fatto saltare in aria con tre figli, tre vite innocenti dopo tante altre, gli ultimi di una lunga scia di vittime sacrificate dall'aspirante califfo in nome della guerra santa. La fine di Al Baghdadi vale politicamente per Trump quanto l'eliminazione di Osama Bin Laden per il suo predecessore Barack Obama. Il raid che colpì il capo di Al Qaeda nel suo rifugio pachistano sancì le credenziali di statista di Obama, il quale doveva farsi "perdonare" da mezza America il suo secondo nome (Hussein), l'infanzia nell'Indonesia musulmana, il discorso del Cairo (2009), insomma tutti i sospetti sul suo "filo-islamismo". Naturalmente Bin Laden aveva sulle spalle un bilancio ben più pesante agli occhi degli americani: i tremila morti dell'11 settembre, il primo attacco nemico nella storia ad aver colpito il territorio continentale degli Stati Uniti. Anche Al Baghdadi però è stato un nemico feroce, potente e insidioso. All' apogeo della sua espansione sembrò davvero che l'Isis potesse "riunificare" un' area vasta del Medio Oriente sotto un nuovo Califfato anti-occidentale. Con un modello organizzativo e operativo di "franchising", agli antipodi di Al Qaeda, seppe però ispirare e poi rivendicare attacchi terroristici in molte città occidentali, dalla California alla Spagna, dall'Inghilterra alla Francia, dal Belgio alla Germania; più innumerevoli stragi nei Paesi a maggioranza musulmana. Si capisce che Trump voglia gongolare, il verdetto della storia sembra implacabile: prima o poi i nemici giurati dell' America fanno una brutta fine (anche se i verdetti della storia non sono mai definitivi, e sul terreno c'è chi teme che Isis e Al Qaeda possano risorgere dalle ceneri, magari insieme). Alla danza della vittoria Trump aggiunge inevitabili sbavature. A differenza di Obama attribuisce a se stesso un ruolo esorbitante e inverosimile nell' operazione; esagera il ruolo dell'«alleata Russia» (allarmando i propri generali); non ringrazia abbastanza i curdi. Infine - forse la cosa che dovrebbe più preoccuparci - coglie l' occasione per rinnovare un duro attacco agli europei: colpevoli di non farsi carico dei tanti jihadisti "combattenti stranieri" originari del Vecchio continente. Questo genere di rancore prima o poi Trump lo trasforma in ripicca e castigo. Manca un anno all' elezione presidenziale del 2020; gli elettori hanno la memoria corta; la politica estera non è in cima ai loro pensieri. Non ci sono prove che l' eliminazione di Bin Laden nel 2011 abbia avuto qualche impatto sulla rielezione di Obama l'anno successivo; similmente sarebbe azzardato pensare che la morte di Al Baghdadi sposti voti decisivi fra dodici mesi. Essa però conforta la narrazione di Trump: missione compiuta, torniamo a casa. C' è un' America di destra stanca di guerre perché delusa dall' ultimo disegno imperiale dei neoconservatori, quelli che con Bush junior promisero di rifare il Medio Oriente piegandolo per sempre. C'è un'America di sinistra stanca di guerre perché sempre meno convinta che esistano "interventi umanitari": basta ascoltare la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren per sentire la stessa voglia di riportare a casa tutti i soldati. L' una e l' altra America convergono sul fatto che molti conflitti mediorientali sono troppo antichi e troppo complessi per essere tagliati con la spada come il nodo di Gordio. L'una e l'altra America vedono necessità domestiche a lungo trascurate, debolezze interne che stanno facendo perdere la gara della modernità contro la Cina. Una volta sconfitta la minaccia concreta di una centrale terroristica come l'Isis, in grado di esportare jihad in Occidente, l' abbandono di alcuni teatri mediorientali agli "imperialismi locali" - russo, ottomano, arabo, persiano - diventa un prezzo quasi obbligato da pagare.

Francesca Caferri per “la Repubblica” il 28 ottobre 2019. «È morto come un cane». Se c' è un' espressione nel discorso con cui Donald Trump ha annunciato la morte di Abu Bakr Al Baghdadi che resterà nella memoria è questa. La frase del presidente americano non è piaciuta al mondo musulmano, compresa la maggioranza che nelle azioni del leader dell' Isis non si è mai riconosciuta. Nell' Islam infatti il cane è considerato un animale sporco e da tenere lontano. Paragonare un musulmano, buono o cattivo che sia, a un cane è un insulto. Ma da dove viene l'antipatia dei musulmani per i cani? Nel Corano questi animali sono nominati soltanto due volte ed entrambe senza connotazioni negative: come compagni per pesca o caccia. Sono gli hadith, i detti del Profeta, ovvero le parole che condivise con chi gli era accanto e che sono poi state trascritte (spesso con decine di anni di ritardo), su cui si basa buona parte della giurisprudenza islamica a condannare i cani e a raccomandarne l' allontanamento. Oggi gli studiosi musulmani sono divisi fra chi considera impura solo la saliva del cane e chi l' animale in toto. Se tenere un cane per fare la guardia o per cacciare è ammesso, la presenza nelle case è comunque sconsigliata.

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 28 ottobre 2019. «È morto come un cane, è morto da codardo. Il mondo è ora un posto più sicuro». Donald Trump ha raccontato il raid che ha portato alla morte di al Baghdadi con una profondità di dettagli generosa per il pubblico statunitense, ma forse anche pericolosa per i militari statunitensi che l'hanno messa a punto, e per gli alleati che li hanno aiutati con l'intelligence necessaria. L'azione era stata coordinata dalla scorsa estate, quando l'arresto e l'interrogatorio di una delle mogli del leader terrorista e di un corriere avevano permesso di localizzare la presenza di Baghdadi in una località nel nord ovest della Siria, nelle prossimità di Idlib, una zona in verità controllata dalle milizie qaediste di Hayat Tahrir a Sham. È perlomeno strano che Baghadi si fosse fidato dell'organizzazione delle milizie jihadiste con la quale aveva avuto diversi screzi in passato. Le indagini si sono svolte con l'aiuto delle milizie della Sdf, che secondo il portavoce Kino Gabriel collaboravano al progetto da più di un mese. Anche i curdi siriani e iracheni rivendicano il ruolo che hanno avuto nella fase organizzativa, per un periodo di cinque mesi. L'attacco contro la residenza era stato concepito dal Pentagono come un'azione sul terreno. La decisione di Trump di ritirare le truppe Usa dalla Siria ha complicato le cose, e ha forzato l'elaborazione della missione aerea notturna. Il commando statunitense, del quale facevano parte elementi della Delta Force, aveva già avviato e abortito due altre missioni negli ultimi giorni. L'ordine definitivo è arrivato la sera di domenica in Italia, quando otto elicotteri hanno preso il volo diretti verso l'obiettivo, assistiti da jet dell'Air Force e da droni. Il presidente degli Usa ha raccontato che il volo si è svolto tutto a bassa quota, in una sequenza drammatica perché i velivoli avrebbero potuto facilmente essere presi di mira in un area di conflitto internazionale. Russi e turchi erano stati avvertiti e si sono astenuti dall'intervenire, ma prima di atterrare gli elicotteri hanno ugualmente dovuto affrontare ed annientare una fonte di fuoco domestica, che Trump ha attribuito ad una banda locale. Una volta a terra i marines si sono aperti un varco con l'esplosivo attraverso un muro laterale dell'abitazione. Sapevano che la porta principale era minata, e per questo l'hanno evitata. Il presidente ha detto che tutti i componenti della squadra sono tornati alla base senza aver sofferto alcun danno; il ministro della Difesa Mark Esper lo ha corretto: due di loro hanno riportato lievi ferite. Baghdadi ha cercato di fuggire approfittando del reticolo di tunnel che era scavato sotto la proprietà: «Lo abbiamo seguito in diretta dalla Situation Room. ha raccontato Trump senza dissimulare una punta di compiacimento Frignava e piangeva, e si è tirato dietro tre bambini che gli facessero da scudo». Undici altri minori sono stati rinvenuti nella villa e messi in salvo; non è chiaro se fossero tutti suoi figli, o parte della famiglia allargata che lo circondava. I marines erano a conoscenza dei passaggi sotterranei, un altro dettaglio che sembra puntare alla collaborazione in loco, da parte dell'intelligence curda o di quella della Sdf. Hanno lanciato i cani all'inseguimento, e uno di loro deve essere arrivato molto vicino al bersaglio nel momento cruciale della caccia. A quel punto al Baghdadi ha fatto esplodere il corpetto minato che indossava. Il suo corpo ne è rimasto dilaniato, sempre nella descrizione fatta dal presidente Trump, e il cane è rimasto ferito. I membri del commando lo hanno raccolto e trasportato in salvo. L'identità della vittima è stata confermata da un kit del dna amministrato dagli stessi marines. La missione è durata due ore, e ci sono state perdite tra le file dei miliziani che proteggevano il terrorista.

La breccia nel muro poi l’assedio: così gli Usa hanno ucciso Al Baghdadi. Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 su Corriere.it da Guido Olimpio. Il gruppo terrorista conferma in un audio l’uccisione di Al Baghdadi, avvenuta in seguito a un raid Usa, e annuncia al mondo il nome del nuovo leader. Il Pentagono ha intanto diffuso ii video del blitz. Utilizzati anche droni e aerei. I guerriglieri spazzati via, i commandos che si avvicinano alla casa, la distruzione dell’edificio. Il Pentagono ha diffuso brevi video per documentare la missione conclusasi con l’uccisione del Califfo a Barisha, in Siria. Una mossa accompagnata da un avvertimento: ci aspettiamo ritorsioni. I filmati mostrano un gruppo di militanti – pare non dell’Isis – che aprono il fuoco sui velivoli statunitensi, ma qualche istante dopo sono investiti dal tiro delle mitragliatrici degli elicotteri. Non hanno scampo. Poi in uno spezzone appare una colonna di uomini, probabilmente membri della Delta Force e del 75esimo Ranger, procedere verso il nascondiglio di Al Baghdadi. Creeranno una breccia nel muro per infilarsi all’interno e inseguire il target. Una volta neutralizzato il bersaglio sarà l’aviazione a demolire la casa con bombe di precisione. Il generale Kenneth McKenzie, responsabile del Central Command, ha fornito alcuni dati. Nel raid sono state uccise 4 donne, un militante, il Califfo e due minori (probabilmente i figli). Due complici sono stati catturati. L’identificazione del ricercato è avvenuta con il DNA, campioni confrontati con quelli che avevano prelevato a Camp Bucca, quando Al Baghdadi era detenuto. Confermato il ruolo dei curdi siriani YPG nel lavoro di intelligence, ma gli insorti non hanno partecipato al blitz. Recuperato materiale elettronico e cartaceo che potrà favorire altre incursioni. Gli americani – hanno precisato nel comunicato - hanno impiegato elicotteri da trasporto, d’attacco, droni e aerei di «quarta e quinta generazione». Per gli esperti si tratterebbe di MH60M e forse Apache, F15, F 35 e F 22. Un drone Reaper ha avuto un ruolo iniziale lanciando missili o bombe contro il compound. Quanto alla base di partenza l’alto ufficiale ha sostenuto che il team è decollato dalla Siria. McKenzie non ha invece confermato la descrizione «colorata» fatta da Donald Trump, con il leader estremista piangente nel tunnel dove poi ha trovato la morte azionando la fascia esplosiva. I suoi resti sono stati infine deposti in mare. L’ufficiale ha ricordato il ruolo del cane da guerra – senza rivelarne il nome – impiegato dai militari nell’assalto finale: l’animale ha 4 anni di servizio ed ha partecipato a 50 missioni. E’ possibile che il Califfo fosse ospitato nella zona controllata dai rivali qaedisti di Hurras al Din in cambio di denaro. E’ questa l’ipotesi avanzata da esperti citati dal New York Times che hanno esaminato documenti burocratici dello Stato Islamico. In queste carte sono indicati pagamenti, somme e dettagli che dimostrerebbero come l’Isis «comprasse» la collaborazione della fazione molto forte nella regione di Idlib. La casa dove era nascosto al Baghdadi apparteneva proprio ad un dirigente di al Hurras.

La tempistica dietro la morte di Al Baghdadi. Andrea Massardo su it.insideover.com il 3 novembre 2019. Combattere il terrorismo internazionale, soprattutto quello di matrice islamica non è mai stato facile per le forze segrete, anche a causa della marcata omertà della popolazione locale. Un esempio può essere quello di Osama Bin Laden, ucciso il 2 maggio del 2011 a seguito di un raid americano ad Abbottabad, in Pakistan, a pochi chilometri dal confine con l’Afghanistan. Esattamente come nel caso dell’uccisione di Abu Bakr al Baghdadi del 27 ottobre, la soffiata è avvenuta (a quanto trapelato) da una persona a lui vicina, che ha deciso di vendere la loro vita. Tornando leggermente indietro nella storia, prima del manifestarsi del fenomeno del terrorismo islamico nella regione, si ricorderà anche la cattura dell’ex dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, avvenuta il 13 dicembre del 2003 mentre si nascondeva in un buco di ragno...

Quando le date non sembrano essere una coincidenza. A leggere attentamente le date, non sfugge all’occhio la distanza di quasi otto anni esatti dalla cattura o dall’uccisione dei precedenti personaggi, nemici giurati degli Stati Uniti d’America: Saddam nel 2003, Osama Bin Laden nel 2011 e Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019. Se si considerano invece gli anni delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America, si nota come gli anni 2004 e 2012 (prossimamente anche 2020) sono quelli nel quale il presidente americano uscente si candida per il secondo mandato alla Casa Bianca. A ben vedere la riuscita delle operazioni volte a stanare il ricercato hanno sempre portato bene alla massima carica di Stato, con il buon auspicio anche del presidente Donald Trump per la prossima tornata elettorale.

In un certo senso, la cattura o l’uccisione del ricercato sembra essere stata ostentata quasi come segno della propria vittoria nell’ambito della politica estera, ottimo bigliettino da visita agli occhi del popolo. Una sorta di successo in grado di mettere la figura del presidente in primo piano e quindi congeniale alla campagna elettorale, soprattutto nei territori centrali degli Stati Uniti d’America. Allo stesso tempo però la notorietà tende a diminuire con il passare dei mesi ed il tempo, nelle logiche di voto, è molto importante: più prossimo è il fatto alle elezioni, maggiore sarà il suo impatto sugli elettori.

Il potere della CIA. Non sono poche le critiche rivolte alla Cia che si sono succedute negli anni riguardo alle intromissioni sulle elezioni americane. Si sono avanzate negli anni anche accuse di congiure contro la figura del presidente stesso (basti pensare all’uccisione di John Fitzgerald Kennedy e di suo fratello, Robert Kennedy, durante la campagna elettorale), sebbene conclusioni certe non siano mai state raggiunte. Certamente ci sono stati però presidenti americani che hanno lavorato con maggiore simbiosi con i servizi segreti e questo è il caso degli ultimi vent’anni ed una rielezione della carica non è stata mai vista in queste occasioni come pericolosa riguardo alla propria libertà di azione. Lungi dall’accusare la Cia di temporeggiare le operazioni per dare modo di giocarsi il successo in campagna elettorale, è comunque curioso come nel 2003, 2011 e 2019 la casualità abbia voluto che tale vantaggio sia comunque stato concesso. Chiusa comunque anche questa partita, adesso si attenderanno sviluppi circa la successione ad al-Baghdad, cui nome è già stato identificato in Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi. La vita e le possibilità di azione del nuovo leader sembrano comunque limitate, data la vicina e completa disfatta di quel che rimane dello Stato Islamico di Siria ed Iraq. Ciò comunque non pare a questo punto primario interesse della Cia, che può adesso dedicarsi ad altre faccende, tornando nel suo canonico letargo di otto anni, in attesa del prossimo nemico degli Stati Uniti da colpire, con la precisione di un orologio svizzero.

La morte di Al Baghdadi. “Vi racconto gli orrori dell'Isis”. Le Iene il 27 ottobre 2019. Il presidente Usa annuncia la morte di Abu Bakr Al-Baghdadi, il Califfo che per 5 anni ha guidato lo Stato Islamico. A Le Iene vi avevamo raccontato l’inferno in cui era precipitata Mosul dopo l’arrivo delle bandiere nere dell’Isis, attraverso il coraggioso racconto di un blogger. La morte del califfo dell’Isis Abu Bakr Al-Baghdadi, annunciata dal presidente Usa Donald Trump, è sicuramente una tappa storica della decennale battaglia dell’Occidente contro il terrorismo islamico. Il Califfo, accerchiato da un raid degli uomini delle forze speciali Usa all’interno di un suo compound nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, si è fatto saltare in aria con un giubbetto esplosivo, per non essere catturato vivo. Test biometrici, spiega Fox News, avrebbe confermato l'identità di Al Baghdadi, la cui posizione sarebbe stata scoperta dalla Cia. "Qualcosa di molto grande è appena successo" aveva twittato poche ore fa il presidente degli Stati Uniti. E sempre Donald Trump ha aggiunto alcuni elementi: "Al Baghdadi urlava e piangeva in una galleria senza uscita mentre era inseguito dalle forze usa, si è fatto esplodere uccidendo anche tre suoi figli. I curdi ci hanno dato informazioni molto utili. Io ho seguito l'operazione nella situation room, è stato come guardare un film. Confermo che nessun soldato usa è rimasto ucciso". È difficile in questo momento dire se la scomparsa del leader storico dell’Isis segnerà anche il tramonto definitivo dell’organizzazione, dopo la perdita di oltre il 90% dei territori conquistati in Siria e Iraq, a partire dalle due “capitali” Raqqa e Mosul. Di una cosa però siamo certi: la morte del califfo Al Baghdadi non cancella dalle pagine più drammatiche della storia gli orrori che i suoi miliziani hanno perpetrato in questi anni di guerra contro l’Occidente. Un orrore che Le Iene vi hanno raccontato attraverso le parole di un testimone d’eccezione, un uomo coraggioso che ha rischiato la vita per far conoscere al mondo il volto sanguinario dello Stato Islamico, nel servizio che potete rivedere qui sopra. Si tratta di Omar Mohammed, blogger di “Mosul Eye”, e per anni  è stato l’unica fonte da cui tutto il mondo ha potuto conoscere le esecuzioni, gli agguati, gli attentati suicidi compiuti a Mosul, in Iraq. “Di giorno ero una persona diversa, con un’altra personalità. Ma quando tornavo a casa, iniziavo a scrivere sul blog e diventavo Mosul Eye”, cioè il blog con cui Omar testimonia dall’interno come si vive sotto l’occupazione dello Stato Islamico. “Sapevo che era una cosa molto pericolosa, ma bisognava farlo. Chiedevano sempre soldi, non si poteva lasciare la città, non si poteva andare a scuola, ascoltare musica, l’arte era proibita, si poteva parlare con le persone solo dentro casa, non si poteva usare il cellulare”. Un inferno, insomma. Ma il peggio, in un mondo catapultato all’improvviso nel Medioevo più buio, deve ancora arrivare. Quello che vede con i suoi occhi è davvero insostenibile: “Gli omosessuali venivano buttati giù dai tetti, i cristiani crocifissi in mezzo alla strada, lapidazioni, decapitazioni e torture, per qualsiasi motivo. Le esecuzioni erano diventate veri show per tutti, girati a volte come dei film. Ho visto dei bambini giocare a calcio, in mezzo alla strada, con le teste dei cadaveri”. Omar vede anche decine e decine di ragazzini, spesso solo bambini, indottrinati nelle scuole coraniche e convinti a guidare veicoli bomba o a indossare giubbotti esplosivi per farsi saltare in aria. Omar cerca di annotare mentalmente tutto quello che vede, di ricordare i nomi delle vittime e dei carnefici, per poi trasmetterle al mondo attraverso le pagine del suo blog. Il suo è un gioco pericolosissimo: i miliziani dell’Isis lo minacciano, lo cercano, provano ad isolare il segnale di internet quartiere per quartiere, per stanarlo. Ma non riescono a trovarlo, nonostante la sua stanzetta e dunque il suo blog “Mosul Eye”, confini con la casa di un comandante straniero dello Stato Islamico. Oggi Omar vive in Europa, in una località protetta lo abbiamo intervistato. Ma temiamo che l’Isis, anche dopo la scomparsa del suo leader Al Baghdadi, possa avere ancora qualcosa da voler dire al mondo. A modo suo.

Nel campo di prigionia dei seguaci del Califfo: «Noi ora pensiamo solo a sopravvivere». Pubblicato lunedì, 28 ottobre 2019 su Corriere.it da Lorenzo Cremonesi, inviato in Siria. Viaggio nel centro più popoloso di quello che resta dei seguaci di Al Baghdadi: quasi 71.000 sfollati — prigionieri. «Dobbiamo morire, è il destino di ogni essere vivente. Ma lui è il Califfo Abu Bakr al Baghdadi, non muore mai. Vale il ruolo, non la persona. Ne faranno un altro che prenderà il suo posto!». Due o tre donne completamente velate non si tirano indietro nel dimostrare il loro totale sostegno al Califfo. «Quante volte lo hanno dato per morto e poi non era vero?», reagiscono ostili. Tutte la pensano davvero così? Difficile dire. La maggioranza chiede assistenza medica per i figli e di avere notizie di mariti, fratelli, padri, tutti combattenti tra i ranghi dell’Isis. Catturati dai curdi, oppure feriti, morti? Non lo sanno. «Che ne è stato di Mohammad? Mio figlio. Ha solo 25 anni. Ci siamo visti l’ultima volta durante la battaglia di Baghouz a gennaio. Non ne so più nulla. Potete aiutarmi?», implora Safa Ahmad, 50 anni, originaria di Aleppo. Un’altra, Aisha Othman, 27 anni, due figli, chiede di Mahmud Ibrahin, suo marito 31 enne, ferito nei villaggi lungo l’Eufrate dopo la caduta di Raqqa nel 2017. «Vorrei andare dai miei genitori a Mosul. Ma non ho passaporto, nessuno garantisce per me», esclama mostrando uno sgualcito foglietto rilasciato dall’ufficio locale della Croce Rossa. Fa ancora caldo, pur a tardo ottobre. Le donne sono sudate, le vesti sgualcite. Anche i tendoni delle agenzie umanitarie Onu mostrano l’usura del luogo. Per puro caso siamo arrivati nel centro più popoloso di quello che resta dei seguaci di Al Baghdadi proprio poche ore dopo la notizia della sua morte. Una coincidenza, perché la nostra visita era programmata da tempo e le autorità militari curde di Rojawa danno i visti col contagocce alla stampa estera per venire al grande campo di detenzione, a Al Hol. Quasi 71.000 sfollati — prigionieri genericamente sospettati di sostenere l’Isis, per lo più donne irachene e siriane con i figli, miste però ad alcune migliaia di fanatiche pericolose, tra le quali oltre 3 mila volontarie straniere venute apposta per combattere la guerra santa dell’Isis e «donare» al Califfo i loro figli. Sono piccoli jihadisti in nuce: ne hanno oltre 7.000. Vedove, mogli, orfani dell’Isis, sono ritenuti talmente pericolosi da essere chiusi in un recinto speciale. Tra loro pare vi sia anche un’italiana, di cui però non dicono il nome. «Dobbiamo stare all’erta. Ci aspettiamo attentati e rivolte in ogni momento per vendicare la morte di Al Baghdadi. Esistono anche cellule attive dell’Isis nei villaggi arabi qui vicini e nella città di Hasakah. Più volte hanno tentato di organizzare evasioni di massa. E non sono mancate violenze interne con accoltellamenti e persino tentativi di decapitazioni», spiega la trentenne Meshgar Mohammad, incaricata dall’amministrazione curda di gestire le straniere. «Abbiamo il problema della carenza di guardie. Sino a tre settimane fa c’erano oltre 800 sentinelle armate al campo. Ma, da quando l’esercito turco ha lanciato l’offensiva contro le nostre regioni, almeno 500 sono andate a combattere al fronte, 107 hanno già perso la vita a Ras al Ayn e Tal Abyad. Con le 300 rimanenti possiamo fare poco, la sicurezza non è più garantita», aggiunge. A onore del vero, il campo oggi appare calmo, senza segnali di rivolte imminenti. Non molto diverso da come lo avevamo visto a marzo, dopo la fine della battaglia di Baghouz, che aveva segnato la fine della dimensione territoriale del Califfato. Le donne chiedono medicine. Tre cecene si nascondono il viso, ma mostrano i figli emaciati, bisognosi di cure. Due uzbeke, completamente velate di nero, le scarpe sfondate, piangono la loro situazione: «A casa non possiamo tornare. I nostri uomini sono morti, non abbiamo i soldi per i figli che neppure vanno a scuola». Quando chiediamo cosa pensano della morte di Al Baghadi, alcune alzano la spalle: «Non ci riguarda più. Adesso dobbiamo solo sopravvivere».

Francesco Semprini per “la Stampa” il 28 ottobre 2019. Robert Baer, ex operativo della Cia, esperto di Medio oriente e terrorismo, qual è la differenza tra l' eliminazione di Abu Bakr al Baghdadi e quella di Osama bin Laden?

«Nessuna in linea di massima, gli effetti saranno gli stessi, qualcuno prenderà il posto di al Baghdadi così come al Zawahiri è succeduto a Bin Laden. Il timore è che accada ciò che è avvenuto dopo l' uccisione del fondatore di Al Qaeda, quando la spinta terroristica è divenuta persino più violenta e aggressiva».

Ha un'idea di chi sarà il nuovo Califfo?

«Sarà sicuramente qualcuno più efficace e pragmatico, o forse più razionale. Le atrocità compiute da Al Baghdadi hanno reso lo Stato islamico inaccettabile per la stragrande maggioranza de musulmani, anche per alcuni di quelli allineati su posizioni più radicali».

Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti hanno già individuato il nuovo Califfo.

«Credo proprio di no. Si può andare per tentativi, si possono individuare dei capi regionali o dei leader tribali ma forse nemmeno l'Isis, al momento, sa chi sarà la sua nuova guida».

I miliziani dell'Isis su Site hanno detto però che la jihad continua.

«Certo ed è questo il punto. Si pone troppo l'accento sulla leadership, non credo che siano i leader il fattore trainante dell' estremismo sunnita. Basta guardare Abu Musab al-Zarqawi, fondatore di Al Qaeda in Iraq (antesignano di Isis) il quale è stato velocemente sostituito da Abu Omar al Baghdadi e quest' ultimo, nel 2010, da Abu Bakr al Baghdadi».

È plausibile un loro riavvicinamento ad altre formazioni terroristiche?

«Gli apparati di sicurezza occidentali hanno dibattuto per anni sulla rivalità tra al Qaeda e Baghdadi, ma lui sino a due giorni fa viveva nelle zone controllate dai qaedisti. Di fatto si tratta di realtà che appartengono allo stesso movimento, quello di un certo estremismo salafita. Se in passato si sono combattuti fra loro è stato solo per dispute contingenti. Sono formazioni che, a seconda della convenienza, possono riunirsi e allearsi. Questo ci sfugge e, come tutte le cose che non conosciamo, ci angoscia maggiormente».

Quindi l'Isis sopravviverà ad Al Baghdadi?

«In qualche modo sì, potrà cambiare nome, potrà aver un nuovo leader e forse una modalità operativa diversa, ma sopravviverà. E questo anche per un motivo politico fondamentale, ovvero dinanzi all' ascesa dell'Iran, a cui gli Stati Uniti stanno consegnando il Medio oriente, l'unico collante per il mondo sunnita è l'estremismo violento».

Quindi le ragioni della sopravvivenza di questi movimenti sono di scala più ampia?

«L'elemento su cui occorre riflettere è il caos che domina il Medio Oriente. Basta guardare a cosa succede in queste ore in Libano o in Iraq. Questo unito agli effetti delle grandi migrazioni, e ai cambiamenti climatici che sovente sono all'origine delle crisi non aiuta certo a sconfiggere il terrorismo, al di là di chi sia il capo di un'organizzazione. L'estremismo sunnita ha imparato ad essere camaleontico, a cambiare velocemente pelle e leader, ad adattarsi alle mutazioni e alle sfide che provengono all'esterno. Al Baghdadi in questo disordine regionale è solo una goccia nell'oceano».

Tutti i segreti di Al Baghdadi. Mauro Indelicato su it.insideover.com il 30 ottobre 2019. Era a Barisha da almeno cinque mesi, lì viveva tra bunker e tunnel spaziosi e ventilati, protetto da guardie e fedelissimi. Ecco cosa è emerso nelle ultime ore sulla latitanza di Abu Bakr Al Baghdadi, il leader dell’Isis scovato ed ucciso nel nord della Siria nella giornata di domenica. Molte indiscrezioni sono state diffuse grazie ad un’intervista rilasciata dal cugino Mohammad Ali Sajid sul New York Times.

Le comunicazioni con Flash Drive. Al Sajid ha rivelato quelle che erano le abitudini quotidiane da parte dell’autoproclamato califfo. Una vita sì in fuga, ma al tempo stesso anche non così colma di privazioni. Viveva con la sua famiglia, nel suo compound a pochi chilometri da Barisha c’era la possibilità di fare tutto: passeggiare, ricevere confidenti e collaboratori, così come coloro che procuravano al leader dell’Isis viveri o facevano giungere messaggi. Segno anche di una rete di fiancheggiatori molto estesa e sorprendente considerando come la provincia di Idlib, dove è situato il villaggio in cui Al Baghdadi ha vissuto, da anni è in mano ai rivali di Al Qaeda. Una vita, quella dell’autoproclamato Califfo, senza dubbio trascorsa con il pensiero ad una possibile cattura. Non solo le guardie all’esterno della struttura in cui è stato trovato, ma anche le cinture esplosive indossate dalle mogli di Al Baghdadi e dallo stesso terrorista, oltre alle armi di cui disponeva, fanno pensare ad una quotidianità dove la possibilità di irruzioni nemiche era ben messa in conto. Nelle rivelazioni di Al Sajid, a spiccare è soprattutto il modo con il quale Al Baghdadi comunicava con l’esterno. Il leader dell’Isis, secondo il cugino, usava la flash drive: qui metteva tutti i dati che poi passava ai suoi fedelissimi. Una latitanza peraltro non lontana dalla tecnologia: nonostante fosse meticoloso sulla sicurezza, Al Baghdadi secondo Al Sajid consentiva l’uso dei cellulari a chi era nel suo compound. Quando doveva spostarsi, al suo seguito c’erano due pick-up bianchi con a bordo cinque persone armate fino ai denti.

Il raid nel compound. Tunnel, bunker, spazio esterni e locali adibiti a rivere i fedelissimi: di tutto questo oggi non è rimasto che un cumulo di macerie. Le dinamiche poi trapelate nelle ore successive al raid americani, hanno rivelato come dopo l’individuazione del nascondiglio di Al Baghdadi sono state sganciate almeno due bombe e poi a terra è stata vera e propria battaglia. Ci si chiede adesso se da quel luogo sono stati prelevati documenti sensibili e materiali utili non solo a ricostruire la vita in latitanza del fondatore dello Stato Islamico, ma anche dell’organigramma dell’Isis e di eventuali elementi utili a capire come potrebbe evolversi l’organizzazione terroristica dopo la fine di Al Baghdadi. I militari della Delta Force, avrebbero prelevato elementi fondamentali anche per confermare l’identità del soggetto riconosciuto come Al Baghdadi che si è fatto esplodere alla vista delle forze speciali. La prova del dna sarebbe stata eseguita grazie agli esami con materiale comparativo forniti da una delle figlie del califfo in modo volontario. Una prova che avrebbe dato esito positivo nel giro di pochi minuti. Il corpo di Al Baghdadi poi, sarebbe stato prelevato e, anche qui si viaggia sul filo delle indiscrezioni, gettato in mare.

Chi è Abu Bakr Al Baghdadi. Mauro Indelicato su it.insideover.com il 24 maggio 2018. Abu Bakr al Baghdadi nasce  il 28 luglio del 1971. Sembra quasi uno scherzo del destino il fatto che colui che nel 2014 si autoproclamerà “califfo” abbia trovato i natali a Samarra. In questa città irachena di poco più di settantamila abitanti, situata a nord di Baghdad, l’eredità di un passato che la vedeva assoluta protagonista degli antichi califfati è ancora oggi presente tra i cittadini. Del resto, Samarra ospita ancora oggi la Malwiyya, ossia il minareto a spirale posto tra le mura di una delle più grandi moschee della cultura islamica costruita nel nono secolo. Ma non solo, qui ha anche sede il sepolcro di due dei dodici Imam venerati dagli sciiti duodecimani, ospitato sotto la grande cupola dorata danneggiata da un attentato nel febbraio 2006. Il suo vero nome è Ibrahim Al Badri, ma oggi è noto unicamente con il suo nome di battaglia Abu Bakr al Baghdadi ed è diventato tristemente famoso in tutto il mondo per il discorso di proclamazione dello Stato Islamico nel luglio 2014 a Mosul.

Gli anni universitari di Al Baghdadi. Il futuro autoproclamato califfo dell’Isis ha trascorso tutta la sua infanzia a Samarra e a 18 anni ha lasciato la sua città natìa per trasferirsi a Baghdad. È nella capitale irachena che intraprende i suoi studi di diritto islamico, presso l’Università di Al Adhamiya: quando si trova nella più grande città del Paese, Saddam Hussein è al potere già da più di un decennio e, poco prima della sua laurea, Baghdad assiste alla pioggia di bombe e missili della Prima guerra del Golfo. Stando a quanto trapela dagli archivi dell’università irachena, non sembrano esserci particolari riferimenti su di lui. Si sa che era un ottimo studente, ma non sembra emergere altro e questo è un particolare non da poco visto che le attività universitarie erano molto monitorate nell’Iraq di Saddam. Un dettaglio importante proviene invece dalla sua vita più privata: Al Baghdadi pare fosse un frequentatore abituale della moschea di Tobchi, quartiere povero della capitale irachena. Qui inoltre incontra e sposa la sua prima moglie, Saja, e condivide con alcuni amici un’inedita passione, ossia il calcio.

La radicalizzazione di Al Baghdadi e la sua detenzione a Camp Bucca. Non è dato sapere, almeno per il momento, quando e come sia avvenuta la radicalizzazione di Al Baghdadi. Nemmeno i due giornalisti che hanno scritto le sue biografie più accreditate, l’americano Will McCants e l’iraniano Ali Ashem, sembrano fornire dettagli in merito. C’è chi afferma che già ai tempi dell’università proclamasse ideologie islamiste ultra ortodosse, tanto da bloccare un matrimonio nei pressi di casa sua per il solo fatto che nella stessa sala ballassero maschi e femmine assieme, ma l’inizio della sua affiliazione ai gruppi jihadisti non è noto. Forse, è il sospetto incontrato negli appunti dell’intelligence americana, tra il 1996 ed il 2000 Al Baghdadi vive in Afghanistan dove impara le prime tecniche di guerriglia. Su questo punto, però, non si è mai avuta conferma. Certo è invece che la prima volta dell’apparizione del suo volto tra le schede segnaletiche risale al febbraio 2004. Gli americani, che dodici mesi prima avevano invaso l’Iraq e destituito Saddam Hussein, lo scovano a Falluja e lo arrestano. Al Baghdadi era noto ancora con il suo vero nome ma, soprattutto, non era ancora tra i principali ricercati: il suo arresto è avvenuto infatti per il fatto che il futuro califfo si trovava in compagnia di un leader della guerriglia sunnita. Viene dunque rinchiuso a Camp Bucca, una base nei pressi di Bassora trasformata in prigione dagli americani. Mediatore tra i detenuti e tra detenuti e soldati americani, riconoscimento di un certo carisma e di abilità oratorie, Al Baghdadi in carcere si guadagna il rispetto del mondo islamista. Ma soprattutto, è proprio qui che inizierebbe la “carriera” all’interno dell’integralismo islamico del futuro califfo.

La scalata all’interno dell’Isil. Nel dicembre del 2004 Al Baghdadi viene liberato da Camp Bucca e, dettaglio non da poco, torna in società da cittadino qualunque e non da terrorista: il suo nome infatti è tra quelli dei detenuti civili. La sua voce gli americani la riascolteranno nel 2008, all’interno di un video dove Al Baghdadi compare con un passamontagna ed un mitra in mano mentre coordina un’azione di assalto nei pressi di Mosul. In quei frame, viene testimoniata la scalata di Al Baghdadi all’interno del terrorismo islamista iracheno, iniziata dalla sua liberazione da Camp Bucca. Secondo il giornalista iraniano Ali Ashem, Al Baghdadi dal 2005 in poi avrebbe vissuto ad Al Qa’im, posto di frontiera tra Iraq e Siria: lì avrebbe gestito per conto dell’Isil (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) il territorio coordinando anche il reclutamento di jihadisti provenienti dall’estero. L’Isil, fondata nel 2006, è presieduta in quegli anni da Abu Omar Al Baghdadi, ucciso poi a Tikrit nell’aprile del 2010: a succedergli sarà, per l’appunto, Ibrahim Al Badri, che da quel momento in poi inizierà a farsi chiamare Abu Bakr Al Baghdadi. La sua ars oratoria, assieme alla capacità di controllo del gruppo ed alla sua propensione alla gestione scrupolosa delle spese dell’organizzazione, gli valgono una fulminea scalata tra i ranghi dell’islamismo iracheno, fino per l’appunto ad arrivare al vertice.

L’attività di Al Baghdadi in Siria. Tra il 2011 ed il 2012, il leader dell’Isil inizia ad operare con il suo gruppo in una Siria sconvolta dalle proteste e dalla guerra. Il governo di Assad inizia a perdere territori, a vantaggio di formazioni definite ribelli ma che, al loro interno, celano folte rappresentanze islamiste. Al Baghdadi trasforma quindi il suo gruppo da Isil ad Isis (Stato islamico dell’Iraq e della Siria), annunciando una fusione con i miliziani del Fronte Al Nusra, estensione siriana di Al Qaeda. Un progetto, quest’ultimo, che non viene visto di buon grado dai vertici di Al Nusra. Nasce proprio in questi frangenti un astio che porterà ben presto ad uno scontro tra le due fazioni. L’Isis guadagna terreno in Siria nei confronti di Al Nusra e stabilisce, nei territori occupati, un controllo che mira alla creazione di un vero e proprio Stato. È questo il preludio alla proclamazione del califfato.

La proclamazione dello Stato islamico a Mosul. Si arriva così alle famose immagini del video in cui, presso la grande moschea di Mosul, Abu Bakr Al Baghdadi ha proclamato la nascita del califfato e dello Stato Islamico. È il 29 giugno del 2014, l’Isis è al culmine di un’espansione territoriale operata sia in Siria che in Iraq, che porta l’autoproclamato califfato a controllare una vasta zona che va dal nord di Baghdad fino alle porte di Aleppo. Nel suo discorso, Al Baghdadi incita tutti gli islamici ad attaccare gli infedeli presenti non solo all’interno dello Stato Islamico, ma anche in tutto il mondo: un proclama quello, a cui sono seguiti poi numerosi attentati terroristici sia in medio oriente che in Europa.

La sorte incerta di Al Baghdadi. Dove sia e cosa faccia adesso il califfo è un mistero. Il suo califfato oramai è ridotto a piccole porzioni di deserto siriano, le forze di Damasco e di Baghdad sono riuscite negli anni a riguadagnare il territorio andato perduto nel 2014. L’Isis non è però stato definitivamente sconfitto: resta da chiarire se Al Baghdadi sia ancora vivo e se, soprattutto, sia rimasto al timone della sua rete del terrore. Durante l’espansione massima dello Stato islamico, appare certo che Al Baghdadi vivesse stabilmente a Raqqa, città siriana dove aveva situato la capitale del califfato. Con la sua organizzazione in difficoltà invece, più volte sono state dette diverse voci contrastanti sulla sua sorte. Tra il 2015 ed il 2016, per due volte il governo iracheno aveva dichiarato di averlo scovato ed ucciso, ma in entrambi i casi non si è avuta conferma. Nel giugno del 2017 invece, sono stati i russi ad aver dichiarato di aver ucciso Al Baghdadi in un raid proprio a Raqqa. Ma un messaggio audio del settembre 2017, dichiarato autentico, del califfo ha dimostrato anche in questo caso l’infondatezza della notizia. Più di recente, alcuni quotidiani arabi hanno fatto riferimento ad un misterioso raid compiuto dagli americani nella provincia siriana di Al Hasakah, culminato con la cattura di Al Baghdadi: anche in questo caso, non è arrivata alcuna conferma mentre, dalla capitale irachena, fonti della sicurezza fanno sapere di essere sulle tracce del leader dell’Isis e di sospettare un suo posizionamento alla frontiera tra Siria ed Iraq.

Cristiana Mangani per “il Messaggero” il 28 ottobre 2019. Nato a Samarra, in Iraq, il 28 luglio del 71, morto a Idlib, in Siria, il 26 ottobre del 2019. Abu Bakr al Baghdadi non era il suo vero nome, ma un nome di battaglia che aveva sostituito a quello originario di Ibrahim Awad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai. Dalla sconfitta di Mosul è stato avvistato a Falluja, Samarra, Camp Bucca, ma ci è voluta una delle sue mogli per permettere alla Cia di identificare il luogo preciso dove si nascondeva. In un'intervista al Sunday Telegraph, chi lo ha conosciuto, lo ha definito timido, studioso, poco incline alla violenza. Eppure la storia ce lo riporta diverso, come il leader dell'autoproclamato Stato islamico, i cui combattenti hanno messo a ferro e fuoco mezzo mondo dopo la nascita nel giugno del 2014 in alcuni territori tra l'Iraq nord-occidentale e la Siria orientale. In età giovanile, quello che poi diventerà il Califfo nero, segue studi di Lettere e del Corano. Avrebbe voluto iscriversi a una facoltà giuridica, ma la media dei suoi voti non viene considerata sufficiente. Prenderà il diploma di laurea a Baghdad nel 1996.

L'ARRESTO. Così come Osama bin Laden, capo di al Qaeda, anche al Baghdadi viene catturato e rimane prigioniero degli americani in Iraq per dieci mesi, fra febbraio e dicembre 2004. Viene rinchiuso nella prigione di Camp Bucca, dove però è classificato come detenuto civile e non come jihadista. Dopo il rilascio, entra in contatto con al Qaeda, ma l'accordo non regge. Si rivela al mondo cinque anni fa. All'inizio del luglio 2014, poche settimane dopo che l'Isis ha preso il controllo della città di Mosul, decide di apparire in un video che lo ritrae nella moschea Al-Nouri mentre pronuncia un sermone in cui ordina ai fedeli musulmani di obbedirgli. Nella stessa occasione si autoproclama califfo di un territorio che si estende dalla Siria all'Iraq, ovvero dalla provincia di Aleppo fino a quella di Diyala. Da quel momento, la sua ascesa va di pari passo con le stragi e gli attentati. Nell'agosto del 2014, i miliziani dell'Isis avviano nel nord dell'Iraq il massacro e la riduzione in schiavitù di migliaia di appartenenti alla minoranza religiosa degli yazidi, e cominciano a diffondere una serie di video nei quali vengono mostrate le decapitazioni di ostaggi occidentali. Nel settembre dello stesso anno, gli Stati Uniti danno il via ad una campagna di bombardamenti, colpendo anche la capitale dell'Isis, Raqqa. Nel gennaio del 2015, lo Stato Islamico è all'apice della sua espansione territoriale, con il controllo di un'area di 88 mila chilometri quadrati, tra la Siria occidentale e l'Iraq orientale, nella quale vivono quasi 8 milioni di persone. Le entrate ammontano a miliardi di dollari, grazie al contrabbando del petrolio, alle estorsioni e ai rapimenti di ostaggi. La prima volta che viene dato per morto, o per gravemente ferito, risale al 21 aprile del 2015. Fonti irachene affermano che è stato colpito in un raid delle forze americane il 18 marzo a Ba'ej nel governatorato di Ninive. Ma la notizia rimane senza conferme. Tanto che il califfo ricompare in un filmato di propaganda, forse girato a Falluja, nel febbraio 2016. Ci vorrà più di un anno prima che le forze irachene riescano a liberare Mosul, ma il prezzo pagato sarà altissimo. In 10 mesi di battaglia muoiono migliaia di civili. Nell'ottobre 2017, le Forze democratiche siriane (Sdf) riprendono il controllo di Raqqa, mettendo fine a tre anni di dominio dell'Isis. E a dicembre, il governo iracheno dichiara la vittoria contro lo Stato Islamico. Continua la caccia ad al Baghdadi che i media iraniani danno ciclicamente per morto. Ma lui il 29 aprile ricompare in un video per fare la rivendicazione della strage di Pasqua nello Sri Lanka. E a settembre ancora un messaggio, questa volta audio, per incitare alla battaglia.

Il diabete, il tesoro rubato, gli scontri  nel cerchio magico: così è caduto Al Baghdadi. Pubblicato martedì, 05 novembre 2019 su Corriere.it da Farid Adly e Guido Olimpio. Catturato dagli iracheni, il «pentito» di Isis Mohammed Ali Sajet al-Zoubaj sapeva molto sugli ultimi mesi del Califfo. In un’intervista ad Al Arabya ha svelato otto dettagli. Mohammed Ali Sajet al-Zoubai , parente e uomo di fiducia di al Baghadi, è stato per molti mesi al fianco del leader. In luglio è stato catturato dagli iracheni e, probabilmente, ha fornito informazioni importanti. In una lunga intervista ad al Arabya ne ha svelati alcuni in una narrazione che non è per nulla definitiva. Intanto i turchi hanno annunciato di aver arrestato una sorella del Califfo ucciso ad Azaz, nel nord ovest della Siria.

Primo. Il Califfo soffriva di diabete – aspetto emerso già un anno fa - e altri acciacchi. Per questo aveva dovuto ridurre la sua azione, ma era comunque in controllo. Per molto tempo si è nascosto nel deserto iracheno (Anbar), viveva in un bunker di sei metri per otto, lo stesso dove ha registrato il video diffuso in aprile.

Secondo. Il suo movimento ha perso uno dopo l’altro quadri rilevanti, la caccia condotta dagli avversari si è fatta serrata. E’ evidente che il sistema di sicurezza ha iniziato a deteriorarsi. Il Califfo temeva i raid aerei, quando usciva dal sotterraneo mandava uno dei suoi uomini a verificare l’area e aspettava una mezz’ora prima di avventurarsi all’esterno. Attorno a lui solo 5 uomini.

Terzo. Successivamente al Baghdadi, insieme ad un piccolo nucleo, si è spostato nella parte orientale della Siria in alcuni rifugi sicuri, cambiati di continuo. Abu Kamal, Almayadeen sono alcune delle località dove ha trovato ospitalità. Secondo al Zoubai i fuggiaschi si affidavano a dei pastori che dovevano vegliare sul perimetro circostante. Erano le vedette insospettabili, potevano garantire il cibo.

Quarto. Durante il lungo periodo di assenza dalla guida quotidiana dell’organizzazione sono avvenuti duri scontri interni tra le due componenti di miliziani: i Muhajirin (migranti; cioè i combattenti stranieri, arabi e non) e gli Ansar (i sostenitori; cioè gli iracheni e siriani). Divergenze che si sono trasformate in scontro armato interno e reciproche faide, la più importante è stata quella avvenuta a Hajin. Il Califfo ripeteva: “Se abbiamo subito queste perdite è perché qualcuno ha tradito”. Era ossessionato.

Quinto. A causa della fuga repentina il cerchio “magico” del leader ha celato 75 di milioni di dollari, oro ed altri valori in una galleria nel deserto iracheno. Ma sembra che alcuni beduini siano riusciti a scoprire il tesoro e a rubarne una parte. Non è chiaro se questa versione sia attendibile o, invece, mascheri altro.

Sesto. Con il peggioramento della situazione nell’Est della Siria, il Califfo ha raggiunto l’area di Idlib, convinto che qui fosse più sicuro in quanto altri esponenti si erano stabiliti nel settore. Di nuovo si è affidato a dei pastori come sentinelle. Che non sono bastate. Ora sul ruolo di questi civili sono nate delle ipotesi da parte di alcuni osservatori (come Hassan Hassan), compresa quella che abbiano “venduto” al Baghdadi. Inoltre ci si chiede se le due persone portate via dai commandos dopo il raid non fossero dei mujaheddin, bensì le talpe che hanno aiutato gli Usa.

Settimo. Sempre il cognato ha precisato di aver permesso il recupero da parte delle truppe di Bagdad del fucile d’assalto comparso nel video al fianco di al Baghdadi e altra documentazione. Nel corso dell’intervista ha mostrato l’arma aggiungendo che il suo capo ne possedeva altre e teneva sempre vicino il corpetto esplosivo.

Ottavo. Non ha escluso che il nuovo Califfo sia l’iracheno Abdullah Haji, il militante noto come il professore per i suoi studi religiosi, ma con una lunga esperienza sul campo di battaglia. Di lui si è parlato a lunghi nei giorni scorsi e in estate gli Usa, offrendo una taglia da 5 milioni di dollari, lo hanno definito come potenziale successore.

La famiglia allargata di un killer premuroso: 3 o 4 mogli, sei figli, il nipote che l’ha tradito. Pubblicato lunedì, 28 ottobre 2019su Corriere.it da Michele Farina. Dalla zia che gestiva i suoi rifugi segreti alla ex: «L’ho lasciato perché era in bolletta»: la famiglia di Abu Bakr Al Baghdadi. Una delle tre mogli e uno dei tanti nipoti di Abu Bakr al Baghdadi avrebbero giocato un ruolo nella sua dipartita: secondo fonti del New York Times, è stato proprio l’arresto di una moglie e di un «corriere» l’estate scorsa a mettere i cacciatori sulle sue tracce. Ufficiali iracheni hanno raccontato al Guardian della cattura di un uomo siriano che aveva già fatto passare nella zona di Idlib le mogli di due fratelli del Califfo, Ahmad e Jumah, dopo aver condotto sulla stessa rotta alcuni figli dall’Iraq. Con il siriano e sua moglie, l’intelligence avrebbero «cooptato» un nipote del capo dell’Isis: le informazioni avrebbero portato all’individuazione della zona in cui si nascondeva il ricercato mondiale numero uno, che non si fidava di nessuno al di fuori della cerchia dei fedelissimi. Così vicini da morire con lui. Due mogli uccise nel blitz, hanno detto gli americani. Tre figli saltati in aria nel tunnel. Scudi umani o eredi devoti? I nomi e l’età non sono stati resi noti. Nessuno presta molta attenzione ai familiari di un tagliagole responsabile di innumerevoli vittime. La sua uccisione offusca quelle dei suoi cari. Quando gli americani nel 2006 disintegrarono il rifugio di Al Zarkawi, il predecessore del Califfo, chi ricorda che sotto le macerie rimase almeno una delle quattro mogli con il figlio? Diverso destino per Hudhayfah al Badri, il figlio diciottenne di Al Bagdhadi, scomparso durante un attacco a una centrale termoelettrica in Siria l’anno scorso. I siti vicini all’Isis hanno celebrato «il martirio» del giovane mostrandolo con un kalashnikov nelle braccia. Hudhayfah era nato nel 2000 a Samarra, quando il padre si faceva ancora chiamare Ibrahim Awad ed era sposato con Asma al Dulaimi. Nel corso degli anni, Al Baghdadi ha aggiunto altre due o tre mogli: Isra A-Qaisi (siriana) e Saja al Dulaimi. Nozze lunghe e brevi. Benché l’ufficio anagrafe del Califfato prevedesse un’identificazione precisa per nascite e matrimoni, la famiglia del capo è sempre stata avvolta nella leggenda. Nell’ottobre 2015 si diffuse addirittura la notizia che il leader avesse sposato una quindicenne foreign fighter tedesca, Diane Kruger, nella provincia irachena di Ninive. La Reuters citando fonti tribali in Iraq ha riportato che Al Baghdadi avesse tre mogli, due irachene e una siriana. Più di recente, una compagna si sarebbe aggiunta dal Golfo. Anche il numero dei figli «ufficiali» non è certo: 6 secondo William McCants, ex consigliere del Dipartimento di Stato Usa. Un tranquillo padre di famiglia: così l’ha descritto Saja al Dualimi, arrestata in Libano nel 2014 dopo essere stata liberata dalle prigioni siriane grazie a uno scambio con dodici suore prigioniere dell’Isis. Saja viene descritta come la moglie più «tosta», anche se lei stessa ha giurato che il matrimonio sarebbe durato solo tre mesi nel 2009. Rimasta vedova del primo marito (ex ufficiale di Saddam ucciso dagli americani) si era spostata come molti sunniti iracheni in Siria. La donna ha raccontato di aver saputo della vera identità di Al Baghdadi (conosciuto via chat) solo dopo avere chiesto il divorzio, «a causa delle ristrettezze economiche in cui lui versava». Frutto della loro relazione fu Hagar: il Califfo mandò l’equivalente di 100 dollari mensili per il mantenimento della piccola, prima di sospendere l’invio nel 2011. Saja, liberata in Libano nell’ottobre 2017, ha rilasciato interviste in cui parla del Califfo come di un padre premuroso che giocava con i figli, anche se spesso spariva dicendo «di andare a trovare il fratello». Altre figure femminili nella cerchia familiare hanno avuto un ruolo importante, forse più delle sue stesse mogli. Una zia, Saadia Ibrahim, è stata con lui fin dall’inizio. Due dei suoi figli sono morti combattendo sotto i vessilli neri dell’Isis. Era zia Saadia a gestire la rete dei rifugi segreti del nipote adorato a Mosul. Era con lui anche in Siria? Il papà premuroso (che si è fatto saltare in aria con tre figli) diventava brutale con le schiave. Una giovane yazida ha raccontato al Guardian di essere stata violentata dal Califfo quando era ancora una ragazzina. Lei che vide la cooperante americana Kayla Mueller tornare in lacrime dopo essere stata stuprata dal boss, un giorno fu convocata dal capo supremo. Pensava a nuove violenze in camera da letto, e invece lui scherzando la fece sedere sul divano in soggiorno. E aprendo il laptop nero le mostrò una decapitazione con aria divertita: «Abbiamo ucciso quest’uomo oggi». Quell’uomo era il giornalista James Foley. «Si divertiva a vedere le nostre reazioni».

L’ultima follia: l’Isis tratta meglio le donne dell’Occidente! Alessandro Rico il 16 Novembre 2019 su Nicola Porro.it. Le foreign fighters? Si arruolano nell’Isis per scappare da «genitori conservatori e una società da cui non si sentono incluse né rispettate». È la bizzarra tesi di Azadeh Moaveni, reporter californiana di origini iraniane che oggi riceve a Milano il premio Cutuli, dedicato alla memoria della giornalista del Corriere della Sera uccisa in Afghanistan 18 anni fa. E proprio il Corriere ha dedicato una breve quando sconcertante intervista alla Moaveni, che spiega le ragioni dell’attrattiva dello Stato islamico per le combattenti. «Diversamente dai gruppi jihadisti che l’hanno preceduto», argomenta la giornalista, «l’Isis ha promesso alle donne ruoli importanti, non solo come mogli e madri», lasciando intravvedere la possibilità di riempire un vuoto lasciato dal fallimento delle Primavere arabe. E anche «per le europee ci sono dietro storie personali di ribellione: contro genitori conservatori e una società da cui non si sentono incluse né rispettate». Insomma, il principale quotidiano nazionale commemora una sua giornalista assassinata da due afgani, pubblicando i vaneggiamenti di una reporter che sembra indicare nell’Isis un campione dell’emancipazione femminile. E che dà la colpa degli arruolamenti di donne occidentali nella jihad ai «genitori conservatori» e alla società che non le capisce e non le valorizza. Poverine: oppresse nei Paesi in cui vigono parità di accesso allo studio e alle professioni e libertà sessuale, queste vittime del maschilismo corrono ovviamente tra le braccia dei fondamentalisti islamici. Loro sì che promettono «ruoli importanti». Ad esempio, quello delle schiave sessuali: la fine che fanno di solito le eroine sensibili alle sirene del Califfato. Ironia della sorte, poche ore prima che fosse pubblicato questo articolo sul sito del Corsera, si apprendeva che uno dei presunti rapitori di Silvia Romano, la cooperante milanese sequestrata un anno fa in Kenya, non si è presentato in tribunale a Malindi dove doveva essere processato. La ventiquattrenne sarebbe viva, ma, come aveva rivelato qualche mese fa Il Giornale, è stata forzata a contrarre un matrimonio con rito islamico. La sua città, intanto, accoglie la giornalista premiata perché ci racconta che il segreto del «successo» dell’Isis è stato il coinvolgimento delle leader femminili. Chissà, quella povera ragazza, quanto desidererebbe tornare dai «genitori conservatori», nella società che non la include e non la rispetta…Alessandro Rico, 16 novembre 2019

Mauro Zanon per “Libero quotidiano” il 14 Novembre 2019. Il suo nome di battaglia è "Umm Muthanna al-Britaniyah", e fino a qualche giorno fa le autorità erano convinte che fosse una foreign fighter britannica, dato che ha passato la sua infanzia nella capitale inglese e ha studiato presso il prestigioso Goldsmiths College, frequentato, in passato, anche dal celebre artista Damien Hirst. Ma secondo quanto rivelato ieri dal Parisien, sulla base di fonti concordanti, Tooba Gondal ha in realtà il passaporto francese e figura tra gli undici jihadisti che la Turchia sta per rispedire a Parigi. «Tooba Gandal è una reclutatrice molto famosa dello Stato islamico. Faceva venire sul territorio (siro-iracheno, ndr) le giovani donne, affinché si sposassero con i combattenti», ha dichiarato al Parisien Jean-Charles Brisard, presidente del Centre d'analyse du terrorisme (Cat). Tooba, infatti, era stata soprannominata la "matchmaker" dopo il suo arrivo in Siria: era cioè l' agente matrimoniale dell' Isis, quella che sceglieva le musulmane più fragili per convincerle a sposare i miliziani del califfato. «I britannici hanno paura, non vogliono più avere nulla a che fare con noi. Ma saranno obbligati. Non possiamo restare per sempre in questi campi», ha detto recentemente Umm Muthanna al-Britaniyah, convinta di avere il diritto di rientrare nella terra di Sua Maestà, nonostante il divieto di soggiorno emesso da Londra nel novembre 2018. Peccato, però, che Tooba Gondal si sia dimenticata di essere nata a Parigi, e di conseguenza di avere la nazionalità francese, non britannica. Secondo quanto riportato dalla televisione parigina Cnews, la Gondal è figlia di un importante uomo d' affari, e conserva pochissimi legami con la Francia, Paese che ha lasciato per l' Inghilterra quando era ancora bambina. Dopo gli studi al Goldsmiths, nel 2015 ha raggiunto le fila dell' Isis, stabilendosi a Raqqa, l' ex capitale del califfato, diventando subito una delle responsabili della propaganda sui social. «Spero ardentemente che il governo britannico mi riprenda. Voglio dimostrare che sono cambiata», ha scritto lo scorso mese in una lettera aperta al Sunday Times. Nel 2015, si diceva dispiaciuta su Twitter di non aver visto il massacro del Bataclan «con i propri occhi». riproduzione riservata Tooba Gondal alias Umm Muthanna al-Britaniyah, 25 anni, francese. Ha reclutato ragazze per farne spose dei terroristi dell' Isis in Siria. Lei stessa è rimasta vedova tre volte di jihadisti.

Alvin è salvo: l'arrivo del piccolo all'ambasciata italiana a Beirut. Le Iene il 9 novembre 2019. Il piccolo, nato in Italia da genitori albanesi, è stato salvato da un campo di prigionia in Siria per combattenti dell’Isis. Luigi Pelazza ha seguito tutte le operazioni per riportarlo a casa: non perdetevi il servizio domenica alle 21.15 su Italia 1. Un luogo finalmente sicuro, dopo tanto tempo, e un saluto con un sorriso liberatorio. Il piccolo Alvin è finalmente tornato a casa in Italia, salvo dal campo di prigionia per guerriglieri dell’Isis in Siria in cui era costretto a vivere. Alvin era stato portato via dall’Italia dalla madre nel 2014, quando aveva solo 6 anni. La mamma, che si era radicalizzata, l’aveva portato a Damasco per unirsi allo Stato islamico. È stata poi uccisa durante un bombardamento assieme agli altri figli avuti da un militante del sedicente Stato islamico, e lui era rimasto solo in quel luogo di paura e terrore. Adesso Alvin è tornato a casa sua, in Italia, circondato dall’amore della sua famiglia. Nel video che potete guardare qui sopra vi mostriamo il momento in cui il piccolo arriva all’ambasciata italiana a Beirut, accompagnato dalla Croce rossa e dalle autorità albanesi. Finalmente in un luogo sicuro dopo tanto tempo, e lì riesce a trovare la forza per salutare e sorridere a Luigi Pelazza che ha acceso i riflettori sulla sua storia.

Alvin è tornato in Italia! Ecco come lo abbiamo salvato dall'Isis. Le Iene l'11 novembre 2019. Rapito dalla madre nel 2014 e portato in Siria, dove lei si è unita al sedicente Stato islamico, Alvin ha vissuto lontano dalla sua casa in Italia per cinque anni. Abbiamo seguito la sua storia con Luigi Pelazza fin dall’inizio, ritrovandolo poi in un campo di prigionieri dell’Isis: ecco la sua liberazione e il suo ritorno. Eccolo il piccolo Alvin, finalmente al sicuro tra le mura della sua casa insieme alla sua famiglia! Dopo cinque anni passati tra i miliziani dell’Isis il bambino è tornato tra le braccia di suo papà Afrim e di suo nonno, arrivato appositamente dall’Albania. Noi de Le Iene abbiamo seguito fin dall’inizio la terribile storia di Alvin. La sua vicenda inizia nel 2014, quando la madre si radicalizza e decide di andare in Siria per unirsi alle schiere del sedicente Stato islamico. La donna porta con sé il piccolo Alvin, che si trova così all’improvviso catapultato dalla realtà italiana a quella dell’Isis. Da quel giorno il papà Afrim non lo aveva più visto. “Cosa ti ha fatto tua mamma!”, diceva disperato a Luigi Pelazza. La donna è morta durante un bombardamento e Alvin è rimasto da solo, ancora zoppicante per quell’esplosione. Un mese fa, grazie a una lettera scritta dallo stesso Alvin e all’aiuto delle autorità curde che controllano il campo di prigionia di Al Hol, siamo riusciti a far incontrare il piccolo con suo papà Afrim. La riunione tra i due è stata commovente, ma con un problema: Alvin non è potuto uscire dal campo insieme al padre. “Solo la presenza di un delegato del governo albanese può far uscire da qui il bambino”, hanno detto le guardie. E quindi il piccolo è dovuto rimanere ad Al Hol. Non potevamo però lasciare Alvin abbandonato a se stesso in quel luogo infernale. E quindi abbiamo fatto tutto quello che potevamo per salvarlo dal campo di prigionia. Grazie all’interessamento del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al lavoro dei diplomatici della Farnesina e delle autorità albanesi è stato possibile realizzare questo sogno. Abbiamo seguito il salvataggio di Alvin in ogni suo passaggio, come potete vedere nel servizio qui sopra. Siamo stati a Beirut, in Libano, dove il piccolo è stato portato dalla Croce rossa internazionale dal campo di Al Hol via Damasco. Lì ha potuto finalmente mangiare un panino e le patatine, come tutti i bambini della sua età. A Beirut finalmente è arrivato all’ambasciata italiana, dove ha incontrato l’ambasciatore Massimo Marotti e ha formalizzato il suo rientro in Italia. Finalmente Alvin è felice, tranquillo e circondato da persone che si prendono cura di lui. Infine arriva il momento di partire in aereo alla volta di Roma. Lì lo aspettano il padre insieme alle sorelle: quando scende dall’aereo un picchetto d’onore è sulla pista ad aspettarlo. Dopo cinque lunghissimi anni Alvin può tornare ad abbracciare le sorelle e il suo amato papà. Forza piccolo Alvin, l’incubo è finito e adesso hai tutta la vita davanti per recuperare quello che hai perduto in Siria. Noi gli facciamo un ultimo regalo: un cappellino de Le Iene. Ti auguriamo tutto il meglio piccolo, buona fortuna!

Così abbiamo trovato il piccolo Alvin. Guido Salvini il 10 Novembre 2019 su Il Dubbio. Il racconto di Guido Salvini, GIP presso il Tribunale di Milano, il Gip che ha seguito le indagini sul minore sottratto dalla mamma per portarlo nei territori del Califfato. Cinque anni fa Berisha Valbona, moglie di un operaio albanese che in Italia pensava solo a lavorare, aveva svegliato di prima mattina, mentre il marito ancora dormiva, il figlio Alvin di 6 anni. Non lo aveva fatto per mandarlo a scuola. Vestita di nero da capo a piedi l’aveva condotto all’aeroporto e da qui avevano raggiunto la Turchia e poi la Siria. Era andata a “sposare” la guerra contro i “miscredenti” del Califfato dell’Isis. Erano in Italia da molti anni, la famiglia non aveva mai dato luogo ad alcun problema, eppure qualcuno, via internet, l’aveva indottrinata di nascosto. Per molto tempo di lei e del bambino non si era saputo quasi nulla se non che ella aveva giurato fedeltà al Califfo e aveva sposato un “combattente”. Inoltre in uno dei pochissimi messaggi via internet che il piccolo Alvin era riuscito a mandare al padre disperato, aveva scritto che quel giorno la mamma, quando l’aveva portato via, si era vestita come una tartaruga Ninja e nel luogo ove l’aveva condotta aveva paura perché di notte cadevano tante bombe. Erano passati gli anni e, mentre il regno del Califfato si restringeva sotto l’azione degli occidentali, dei curdi e delle forze regolari sembrava, purtroppo, sempre più probabile che madre e figlio fossero rimasti sepolti sotto una bomba durante qualche attacco. Ero il GIP che seguiva l’indagine sulla sottrazione del minore commessa dalla madre fanatizzata e, anche a seguito delle mie richieste di non dimenticare quel caso e di raccogliere qualsiasi informazione utile i Carabinieri e i servizi di intelligence italiani, il cui impegno spesso non è riconosciuto, hanno continuato a cercare notizie e attivare contatti in Siria per sapere soprattutto se fosse stato trovato vivo da qualche parte un bambino che parlava italiano. Sembrava non vi fosse più speranza. Poi in primavera quando l’ultimo fazzoletto di terra dominato dall’Isis era stato strappato al suo sanguinario potere, è arrivata, prima incerta, poi confermata, la buona notizia. Un bambino che parlava un po’ di italiano e che ricordava la sua vita nel nostro paese, era stato ritrovato ferito ma vivo tra i tanti prigionieri e le sue fattezze, come il padre aveva confermato, corrispondevano a quelle di Alvin. Si trovava tra migliaia di ex combattenti dell’Isis, donne e bambini nel campo curdo di Al Hol nel nord- est della Siria. Subito la Procura di Milano e da Roma Ministero dell’Interno, Carabinieri e Servizi di informazione si sono adoperati per farlo rientrare e il miracolo è avvenuto. Tornato in Italia ha raccontato che mentre viaggiava con la sua nuova “famiglia”, se così possiamo chiamarla, erano caduti in un bombardamento. La madre Berisha, il suo nuovo marito dell’Isis, il figlio piccolo che avevano da poco avuto insieme ed un altro figlio del combattente, erano morti sul colpo. Solo lui che si trovava a poca distanza, una fortuna o un segno del destino se si vuole crederci, era rimasto ferito ma si era salvato. Ora speriamo possa riprendere una vita il più possibile normale con il padre. Tornare a scuola, vivere tra noi. Questa volta la giustizia e la collaborazione internazionale tra i “buoni” hanno avuto un successo che vale anche più di tanti processi. Alvin, uscito dall’inferno, è un regalo e un motivo di onore per il nostro Paese e per tutti noi.

Alvin, il bambino dell'Isis, è tornato in Italia: "Non mi facevano andare a scuola e mamma si vestiva da Ninja". Il ragazzino di 11 anni nel 2014 era stato portato in Siria dalla madre che si era unita allo Stato islamico. A Fiumicino accolto dal padre e le due sorelle. A casa grazie a Scip, Mezzaluna Rossa, consolato albanese e Croce Rossa. Rocca: "Ora salviamo altri bimbi, gli Stati prendano esempio dal nostro Paese". Conchita Sannino l'8 novembre 2019 su la Repubblica. “Te l’ho detto che tornavi a casa. Sei diventato grande, sei un ometto”. Il bambino è un po’ confuso, ma sorride. Il padre Afrim Berisha si scioglie in lacrime, accanto a lui le sorelline maggiori. Ore 6.40, Fiumicino, aeroporto: la missione è davvero compiuta. Alvin, undici anni, il bambino che sua madre voleva trasformare in un piccolo combattente per la jihad, è atterrato su suolo italiano, è a casa. Tra non molto rientrerà verso Barzago, il comune di Lecco dove è nato e dove viveva con il padre, le sorelle e quella madre, Valbona - poi diventata foreign fighter - che lo aveva sequestrato, trascinato su un aereo e catapultato nell’inferno delle azioni di guerra Isis. Alvin aveva dovuto dire addio alla scuola, cambiare nome, ora era Yusuf, dimenticare l’italiano, parlare solo l’arabo.Addosso la felpa e il cappellino della Croce Rossa, adesso è tornato alla sua vita : a tenergli la mano fino all’abbraccio con la sua famiglia - sotto la foschia e la pioggia di Fiumicino all’alba - è la polizia italiana e i funzionari dello Scip, il Servizio di cooperazione internazionale che ha portato a termine l’operazione insieme con le autorità albanesi, con il supporto della Farnesina, e la collaborazione del Ros di Milano, gli 007 dell’Arma già delegati dalla Procura di Milano. “È una storia bellissima”, dice Alberto Nobili, il procuratore aggiunto antiterrorismo della Procura di Milano. “In 40 anni è la prima volta che tengo una conferenza stampa, e vedo solo sorrisi e volti felici”, sintetizza il generale Giuseppe Spina, del Servizio (interforze) della cooperazione internazionale. E Francesco Rocca, presidente dei movimenti internazionali della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, prova a trarre l’eredità di questa incredibile vicenda: “Alvin è il nome di una speranza, da oggi nel mondo. Abbiamo dimostrato che noi come operatori umanitari possiamo agire, fare tanto, ma non da soli: solo se ci sono le volontà dei governi che si uniscono. Come in questo caso. E sono sicuro che questo produrrà frutti buoni: già oggi ci hanno chiamato altre Croce Rossa dal mondo, dalle Maldive, dall’Olanda, da altri Paesi. Se gli Stati si muovono, altri bambini possono essere strappati alla guerra”. Il generale dei carabinieri Giuseppe Spina, direttore dello Scip, in avvio di conferenza stampa al Terminal 5 dell'aeroporto di Fiumicino ha riferito che la madre di Alvin, Valbona Berisha, è morta "presumibilmente" a luglio scorso in territorio siriano nel corso di combattimenti. La donna si era radicalizzata, arruolandosi nel Califfato e portando via dall'Italia cinque anni fa il bambino. A proposito della complessa operazione che ha riportato a casa Alvin, il procuratore aggiunto Nobili ha sottolineato: "È il primo caso in Europa, di un orfano dei teatri di guerra, restituito ai suoi affetti, alla sua casa. Un gioco di squadra straordinario: coltiviamo l’orgoglio italiano, quando vogliamo siamo capaci di tanto. Da intercettazioni ricordo questo grido disperato di Alvin, che diceva al padre: “qui non mi fanno andare a scuola, mamma si veste come una ninja”, come a dire "sai papà sono finito in un mondo surreale". Ecco perché oggi si apre una pagina nuova, laggiù sono tanti i bambini da salvare”.

Alvin rapito dalla madre e portato in Siria: «È morta sotto le bombe». Pubblicato giovedì, 14 novembre 2019 da Corriere.it. «Mia mamma è morta in un bombardamento, io ero vicino a lei». È quanto ha detto Alvin, in un’audizione protetta con un psicologo, davanti agli investigatori del Ros, delegati dal capo del pool antiterrorismo milanese Alberto Nobili e dal pm Alessandro Gobbis. Il bambino undicenne è tornato in Italia l’8 novembre dopo che la madre jihadista lo portò in Siria nel 2014. È ancora sotto choc e la settimana prossima sarà ricoverato e operato per la ferita alla gamba subita nell’esplosione. Da quanto si è saputo, inquirenti e investigatori, confrontandosi con lo psicologo, hanno deciso di sentire soltanto per poco Alvin, che ancora presenta, è stato spiegato, uno stato di choc molto elevato per il trauma emotivo. Lo ascolteranno ancora più avanti, ma non prima di un mese, dopo che sarà stato ricoverato ed operato per la grave lesione alla gamba che ha subito proprio a seguito di quell’esplosione. Il bambino giovedì mattina ha confermato, ovviamente tra le lacrime, che ha visto la madre morire in un bombardamento e che lui in quel momento era a fianco a lei ma si è salvato. Ha spiegato che il bombardamento è avvenuto quando erano in un altro campo profughi, sempre in Siria, non in quello di Al Hol da cui il piccolo, grazie ad un’operazione delicata di magistrati, forze dell’ordine, Croce Rossa e 007, è stato portato via e fatto rientrare in Italia. L’undicenne non si ricorda quando è avvenuto quel bombardamento che ha ucciso la mamma, si ricorda soltanto che faceva «molto caldo». I medici forse proprio dalla ferita del piccolo potranno dire a quando risale l’esplosione. Alvin l’8 novembre era tornato finalmente in Italia, dopo quasi 5 anni in Siria (la mamma l’aveva portato via dall’Italia il 17 dicembre 2014), e ha potuto riabbracciare il papà, dopo che era stato strappato anche alle sue due sorelle e inserito nello «Stato islamico». Dopo la caduta dell’Isis e la morte della madre di origine albanese, il bimbo viveva nell’area «orfani» di Al Hol, campo profughi nel nord est della Siria sotto il controllo dei curdi e che ospita oltre 70 mila persone, in gran parte compagne e figli di combattenti jihadisti morti o in prigione. Probabilmente solo più avanti inquirenti e investigatori potranno sapere da lui cosa ha passato in quei lunghi anni in Siria, dove ha visto tutto l’orrore del Califfato.

È tornato in Italia Alvin, rapito dalla madre e cresciuto con l’Isis: atterrato a Fiumicino. Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 da Corriere.it. «Papà sto arrivando». Dall’altro capo del telefono la voce di Alvin, 11 anni. La fine di un incubo per il padre Afrim, che non ha mai smesso di cercare il suo bambino, portato via a soli sei anni dalla moglie Valbona nel dicembre del 2014, decisa a unirsi alle fila dell’Isis. Trascinato in Siria, cresciuto nei campi di addestramento utili per la jihad, ribattezzato «Yusuf», infine orfano e dopo la morte della madre durante un bombardamento, finito nel campo profughi di Al Hol, nel territorio curdo-siriano. Dopo cinque anni Alvin è tornato a casa. Venerdì mattina poco prima delle 8 è arrivato all’aeroporto di Fiumicino a Roma, nelle prossime ore raggiungerà il piccolo paese della Brianza dove è nato e cresciuto, dove ancora vivono il suo papà e le due sorelle più grandi. Una straordinaria missione di cooperazione internazionale lo ha restituito alla sua famiglia. L’operazione, che ha visto in azione lo Scip, il servizio interforze di polizia, e il Ros, raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, con la collaborazione del consolato albanese, della Croce Rossa Italiana e degli operatori della Mezzaluna Rossa, ha permesso di farlo arrivare in Italia attraverso uno speciale corridoio umanitario. «Le persone che ti stanno accompagnando sono amici di papà. Non devi avere paura», le parole sussurrate al telefono ieri mattina da Afrim al suo bimbo ritrovato. L’operaio albanese lo scorso 25 settembre era riuscito a raggiungere il campo di Al Hol e a incontrare il piccolo, ma non aveva potuto portarlo via con sé. I documenti rilasciati dall’ambasciata albanese (Alvin è nato in Italia, ma non ha la cittadinanza) non erano bastati. Il disperato appello del papà, rilanciato dalle trasmissione «Le Iene» e accolto dalle istituzioni, per giorni il palazzo di Regione Lombardia si è illuminato con la scritta «Free Alvin», non è caduto nel vuoto. Ci sono volute settimane prima per pianificare e poi per portare a termine l’operazione, particolarmente difficile e complicata così come l’inchiesta sulla foreign fighter Valbona e sul sequestro del bambino condotta fin dal 2015 dai magistrati Alberto Nobili e Alessandro Gobbis. Infine la svolta delle ultime ore. Nel campo di Al Hol vivono 70mila tra donne e figli di combattenti Isis. Questa è la prima volta che un minore esce da lì per raggiungere un Paese europeo. Nelle immagini filmate a Damasco si vede Alvin un po’ claudicante, forse denutrito, certamente spaesato, assieme agli eroi che lo hanno appena strappato all’orrore. Ha ferite a un piede e a un orecchio, dovrà essere curato, ma è vivo. «Adesso bisogna riportare a casa anche tutti gli altri bambini», dice Afrim.

L'Europa che punisce solo gli innocenti. Gian Micalessin, Venerdì 08/11/2019, su Il Giornale. Lui è tornato, la vergogna resta. La vergogna di un'Europa consapevole di non aver la forza politica e giuridica di riprendersi, condannare e imprigionare le bestie dell'Isis uscite dai propri confini. Il cinismo di un'Europa capace - per la stessa ragione di abbandonare in un crudele limbo migliaia di bimbi innocenti. Bimbi come quello appena tornato in Italia. Bimbi colpevoli soltanto d'esser stati messi al mondo da genitori complici dell'abominio Isis. Il totem della vergogna è quel campo di Al Hol in Siria dove sono detenuti decine di migliaia fra madri, spose e figli dell'Isis fuggiti a febbraio dal villaggio di Baghuz, l'ultima ridotta del Califfato. Qualche migliaio proviene dalla civile Europa. Su di loro i curdi si limitano a vigilare senza garantire, per oggettiva mancanza di risorse, le più elementari condizioni di vita. Dentro le morti per fame e stenti sono quotidiane, si contano a centinaia e colpiscono soprattutto i bambini. Quell'inferno è l'ultima filiera dello Stato Islamico. In quell'universo disperato e precario le pasionarie di Al Baghdadi impongono la propria legge violenta trasmettendola a migliaia di bimbi. Tutto questo con la tacita complicità di Germania, Francia, Inghilterra e Belgio da cui sono partiti migliaia o centinaia di jihadisti con le loro famiglie. L'Italia ha regalato all'Isis poco più di cento militanti, ma è stata uno dei pochi paesi pronta riprendersi qualcuna di quelle belve. E ieri un loro figlio innocente. Ma non stiamo meglio di altri. Qui da noi, come a Londra, Berlino e Parigi, facciamo i conti con legislazioni, magistrati e tribunali inadeguati a garantire la galera a vita ai responsabili delle stragi messe a segno in Europa e degli orrori seriali consumatisi nel Califfato. In Inghilterra solo uno su dieci fra le centinaia di jihadisti rientrati da Iraq e Siria è stato incriminato. Siamo al paradosso di una democrazia europea incapace di punire chi ha ucciso i propri cittadini, ma pronta ad abbandonare al proprio destino i loro figli innocenti. Le nostre tanto decantate regole di civiltà ci rendono insomma incapaci di far giustizia. Anche perché, volendo provarci, finiremmo solo con il riportare tra noi dei potenziali assassini pronti a far nuovi proseliti nelle galere e a minacciarci una volta fuori. Così i terroristi possono terrorizzarci anche da sconfitti, mentre noi - i presunti vincitori - continuiamo a non sapere come fermarli. Potevamo uscirne con un tribunale e leggi speciali europei capace di garantire una giustizia rapida e proporzionata agli orrori sovranazionali messi a segno dello Stato Islamico. Ma le leggi sovranazionali dell'Unione Europea servono ad imporre il diametro delle vongole non certo a condannare i terroristi e rieducare i loro figli. Anche per questo l'Ue è un morto che cammina. Sopravvissuta al terrorismo rischia di non sopravvivere alla propria ignavia.

Isis, il successore di Al Baghdadi sarà «il fantasma» iracheno Qardash? Pubblicato lunedì, 28 ottobre 2019 da Corriere.it. Morto il Califfo Al Baghdadi qualcuno dovrà indossare il mantello di leader. E indiscrezioni sostengono che il movimento sarà guidato da Abdullah Qardash, detto «il fantasma». Anzi, secondo alcuni era già alla testa della fazione fin dai primi giorni d’agosto. Possibile che nelle prossime ore arrivi un annuncio che possa confermare o smentire. Iracheno di Tal Afar, esperto di questioni religiose, avrebbe fatto parte della sicurezza sotto il regime di Saddam. Dopo l’invasione americana del 2003 è passato nelle file di al Qaeda e successivamente ha aderito all’Isis. Un legame nato – come per altri “ufficiali” – all’interno di Camp Bucca, la prigione dove erano stati rinchiusi i guerriglieri catturati. Un incubatore di estremismo, un laboratorio che creerà la futura gerarchia dello Stato Islamico a cominciare dallo stesso al Baghdadi. Fino al 2014 i rapporti di Qaradash e il futuro Califfo non sarebbero stati dei migliori, differenze messe da parte dopo la grande offensiva chiusasi con la conquista di Mosul. L’estremista sarebbe stato molto vicino ad Abu Alaa al Afri, figura di peso uccisa in seguito. Un rapporto che avrebbe accresciuto le sue capacità di organizzatore. Ricostruzioni affermano che Al BAghdadi, il 9 agosto, avrebbe deciso di assegnargli la gestione dell’intero apparato militare e politico. Un passaggio di consegne imposto – aggiungono – dalle cattive condizioni di salute del leader. Difficile, però, dire quanto sia attendibile la versione, peraltro uscita sui media regionali da diverse settimane e dunque prima del blitz Usa. Infine un paio di particolari. Il padre del presunto successore è stato definito un abile oratore e una figura che ha plasmato i figli. Qaradash ha infatti tre fratelli: due sono morti, un terzo vivrebbe in Turchia. E poi le tinte forti per descrivere il capo come un uomo crudele, determinato. Dettagli non definitivi in una realtà dove i fatti concreti si intrecciano con i «si dice» e le analisi interessate.

Il nuovo Califfo sarà il "distruttore". Così è chiamato Abdullah Qardash, ex ufficiale iracheno ritenuto l'erede di Al Baghdadi. Gian Micalessin, Martedì 29/10/2019, su Il Giornale. Di certo nessuno piangerà sulla tomba di Abu Bakr Al Baghdadi. Seguendo la stessa procedura attuata dopo l'eliminazione di Osama Bin Laden gli uomini della Delta Force che nella notte tra sabato e domenica avevano caricato sugli elicotteri i resti martoriati del Califfo hanno ricevuto l'ordine di disperderli in mare. Nel frattempo la morte del leader dello Stato Islamico innesca polemiche giornalistiche e dispute dottorali. Sul fronte dei media viene messa in dubbio la ricostruzione in stile hollywoodiano del blitz offerta dal presidente Donald Trump. Sul fronte dell'antiterrorismo gli esperti si accapigliano sul nome del successore del Califfo. Le discussioni più appassionate, almeno in America, riguardano i teatrali resoconti di un Trump pronto a descrivere gli ultimi momenti di un Al Baghdadi ripreso mentre «ansimava, piangeva e urlava». Un resoconto considerato perlomeno dubbio dal New York Times. I filmati delle telecamere montate sugli elmetti delle forze speciali oltre a non riprodurre il sonoro non sarebbero in grado di agganciare il satellite dentro un tunnel come quello in cui s'è infilato il Califfo prima di farsi saltare in aria. Dunque cos'ha visto il Presidente? Probabilmente nulla, specula il New York Times, mentre il segretario alla Difesa, Mark Esper spiega all'Abc che il presidente potrebbe aver «avuto la possibilità di parlare con gli uomini del commando presenti sul campo». Spiegazioni che non salvano l'inquilino della Casa Bianca dalle contestazioni di un gruppo di veterani dell'Iraq appostati in quel «Nationals Park Stadium» di Washington dove domenica si giocavano le finali del campionato di baseball e dove il presidente sperava, s'illudeva di venir osannato come il grande vincitore della guerra allo Stato Islamico. Una guerra che non può, comunque, dirsi terminata. La morte di Al Baghdadi apre ora la corsa alla successione. Una corsa che secondo alcuni esperti, si sarebbe conclusa già lo scorso 8 agosto quando Amaq, l'agenzia ufficiale del Califfato, annunciava la designazione come erede del Califfo di Abu Abdullah Qardash, un ex ufficiale dell'esercito di Saddam Hussein che nel 2004 aveva condiviso con Al Baghdadi la cella della prigione americana di Camp Bucca in Iraq dove erano entrambi detenuti. Soprannominato il «Professore» per la sua laurea in studi islamici e per il ruolo di supremo giudice religioso svolto dentro l'Isis Qardash è conosciuto anche come il «distruttore» per la ferocia con cui ha sempre perseguitato chiunque, dentro e fuori l'organizzazione, si frapponesse al suo capo. Secondo altri esperti, tra cui Rita Katz direttrice di Site, uno dei centri di ricerca più attenti nell'analisi dei documenti del terrorismo islamista, il comunicato di Amaq era un falso. Altri studiosi delle gerarchie dell'Isis fanno notare come Qardash - un turcomanno originario di Tal Afar - non possa vantare, a differenza di Al Baghdadi, l'appartenenza ai «Qurasyshi», la stirpe degli eredi del Profeta a cui l'Islam wahabita riserva il privilegio di aspirare alla carica di Califfo. Ed è anche strano che l'erede del Califfo sia stato nominato senza un comunicato ufficiale di quella shura (assemblea) dei capi militari e religiosi dell'Isis chiamata per statuto a designare un nuovo leader supremo. Una «shura» che viste le difficoltà del movimento impiegherà più di qualche settimana prima di trovare un luogo adeguato in cui riunirsi e decidere senza il rischio di ritrovarsi prima del previsto al fianco di Al Baghdadi e delle 72 vergini nel tanto desiderato Paradiso dei Martiri.

Marco Ventura per “il Messaggero” il 28 ottobre 2019. Morto il capo dei capi dell'Isis Al Baghdadi, il terrorista più ricercato al mondo sul cui capo pendeva una taglia americana da 25 milioni di dollari, il Consiglio del Califfato (lo Stato senza territorio ma non senza governo) eleggerà il successore. E con la morte, annunciata dall'Intelligence turca in un altro blitz americano a sud della città siriana di Jarabulus, di Hassan Al Muhajir vice e portavoce di Al Baghdadi, ecco emergere come probabile successore il capo della sicurezza e ex ministro della Difesa del Califfato, Abu Abdullah Al Qardash detto Hajji Abdallah il distruttore, ancora più cattivo e violento del leader ucciso, stando alle testimonianze. Appare in poche immagini con il volto duro, accigliato, e lo sguardo penetrante. Era nel gruppo di stretti seguaci del Califfo nel video di 18 minuti dello scorso aprile, dopo la disfatta dell'Isis in marzo, in cui Al Baghdadi tornava a farsi vedere dopo lo storico sermone nella Grande Moschea di Mosul del 2014. Ma chi è Al Qardash il turkmeno, quale struttura eredita? Quanta forza ha ancora l'Isis e come cambierà la sua identità? Sono tutte domande che si pongono gli analisti mediorientali. La stessa scelta di Al Qardash, annunciata in agosto dall'agenzia del Califfato, Amaq, con un dispaccio la cui autenticità è però contestata, riporta al cuore dell'Isis, multinazionale che continua a avere il fulcro in Siria e Iraq. Iracheno di origine turkmena, nato nel distretto di Tal Afar a ovest di Mosul, laurea in scienze islamiche al gran collegio per Imam di Mosul Al-Adham Abu Hanifa Al-Numanin, ufficiale dell'esercito iracheno di Saddam Hussein, quindi militante di Al Qaeda e compagno di cella di Al Baghdadi nel penitenziario americano di Camp Bucca a Bassora, sale nei ranghi e diventa braccio destro del N. 2 dell'Isis, Abu Alaa al Afri, ucciso nel 2016. Capo della sicurezza in Siria e Iraq, incaricato di proteggere il Califfo e individuare e sgominare i nemici interni, sue caratteristiche sarebbero crudeltà, militanza e autoritarismo. Il suo potere si estende in altri Paesi. Sarebbe lui il principale colpevole della repressione della minoranza religiosa yazida nell'Iraq nord-occidentale. Ma sarebbe pure il supervisore di svariate operazioni di terrorismo globale. La successione, in agosto, sarebbe stata osteggiata dai puristi che consideravano la sua discendenza non adeguata: Al Baghdadi vantava infatti la filiazione diretta dal clan dei Qurayshi, cioè da Maometto. Contro il Turkmeno sarebbero schierati soprattutto gli stranieri, in particolare i tunisini che ambiscono alla leadership. Il nuovo Califfo, chiunque sarà, potrà contare su cellule dormienti di terroristi tra Medio Oriente, Africa e Europa. Dal Mozambico al Burkina Faso. Dall'Iraq all'Occidente. Lo scorso luglio un rapporto dell'anti-terrorismo USA ha certificato la potenzialità di insorgenza dell'Isis in Iraq e il suo risorgere in Siria. Trentamila tra combattenti e simpatizzanti dell'Isis si trovano nel campo di prigionia di Al Hol nel nord della Siria, a fatica controllato dai curdi, ma almeno un centinaio sarebbero già scappati. Altre migliaia affollano le altre prigioni dell'area. Il problema è che sta venendo meno la solidità della coalizione globale contro l'Isis, mentre le cause storiche e sociali della nascita del Califfato non sono state rimosse, e gli jihadisti sono tuttora in grado di arruolare giovani disperati via Internet. Si tratta di vedere ora chi avrà la forza di imporre la propria autorità ai comandanti militari sul terreno. Il nome di Al Qardash sarebbe stato confermato da un prigioniero eccellente dell'Isis come Abu Zeid Al Iraqi. È possibile un ammutinamento dei comandanti stranieri, che da questa nomina potrebbero sentirsi marginalizzati. Con una resa dei conti, nella quale la ripresa degli attentati segnalerebbe la forza e l'attivismo di un gruppo sugli altri. Com'è stato con la crescita dell'Isis a danno di Al Qaeda.

«Il nuovo capo dell’Isis è Abu Ibrahim al-Hashimi al Qurayshi»: l’annuncio del gruppo terrorista. Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 su Corriere.it da Guido Olimpio. Il gruppo terrorista conferma in un audio l’uccisione di Al Baghdadi, avvenuta in seguito a un raid Usa, e annuncia al mondo il nome del nuovo leader. Il Pentagono ha intanto diffuso ii video del blitz. Utilizzati anche droni e aerei. Il nuovo portavoce dell’Isis, Abu Hamza al-Quraishi, ha confermato in un audio la morte del leader dell’organizzazione, Al Baghdadi. In un audio, ha anche annunciato il nome del successore: è Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi. La comunicazione arriva nel giorno in cui il Pentagono ha diffuso i video del blitz nel quale ha ucciso Al Baghdadi e «ridotto a un parcheggio» il suo compound. Mina al Alami, esperta di jihadismo della Bbc, aveva osservato che l’Isis non poteva far passare troppo tempo. Le migliaia di militanti attendevano un segnale chiaro, un punto di ripartenza. In passato i movimenti, nei riti degli annunci, si sono mossi a seconda delle circostanze. Nell’aprile 2010 è trascorsa una settimana prima che venisse confermato il decesso di Abu Omar al Baghdadi e un mese per rivelare il nome del leader, il primo Califfo, Abu Bakr al Baghdadi. La fine del portavoce Abu Mohammed al Adnani è stata commentata lo stesso giorno. Per Osama – ha ricordato l’analista – passarono appena 48 ore, ma ci vollero quattro mesi prima di dare la notizia della promozione del numero due, l’egiziano Ayman al Zawahiri, da molto tempo al fianco di bin Laden.

Nuovo leader dell'Isis è Al Quraishi. Nel primo audio: "Trump è un vecchio goffo". Lo Stato islamico ha confermato la morte del califfo Al Baghdadi a seguito del raid statunitense avvenuto tra sabato e domenica notte e anche quella del portavoce Abu al-Hassan al-Muhajir, caduto in un'operazione separata nel nord della Siria a poche ore di distanza. Il nuovo speaker ha minacciato gli Usa: "Non gioire". La Repubblica il 31 ottobre 2019. Lo Stato islamico ha confermato tramite una registrazione audio che il suo leader Al Baghdadi è morto, lo riporta l'agenzia di stampa Amaq, uno degli organi di propaganda dell'Isis. Ed ha annunciato anche il successore: Abu Ibrahim al-Hashimi al Quraishi. Lo Stato islamico non ha rilasciato alcun dettaglio sul nuovo leader e non ha pubblicato foto, ma ha affermato che si tratta di un veterano della jihad. Il gruppo musulmano sunnita, che era rimasto in silezio dopo il raid, ha confermato anche che il suo portavoce Abu al-Hassan al-Muhajir è morto. Al-Muhajir, riporta l'Ap, è stato ucciso domenica a Jarablus, nel nord della Siria, in un'operazione congiunta Stati Uniti e forze curde, poche ore dopo che al-Baghdadi si è fatto esplodere durante un raid americano nella provincia nord-occidentale di Idlib in Siria. Il nuovo portavoce, Abu Hamza al Quraishi, durante il messaggio audio di circa stette minuti diffuso giovedì, riporta l'Ap, ha invitato i seguaci a giurare fedeltà al nuovo califfo ed ha avvertito gli americani: "Non gioire". Il portavoce invita alla vendetta "contro infedeli e apostati", "il nuovo califfo vi farà soffrire più di Al Baghdadi", ha continuato, puntando il dito contro il presidente Donald Trump: "È un vecchio goffo, che la sera ha un'opinione e il mattino ne ha un'altra". Il nuovo portavoce rivolgendosi sempre agli Stati Uniti, ha evidenziato come lo Stato islamico sia "alle porte dell'Europa e nel cuore dell'Africa". Il successore di Al Baghdadi, ha spiegato lo speaker, è stato nominato dal Consiglio della Shura dell'Isis. Un ricercatore dell'Università di Swansea ed esperto di Isis, Aymenn al-Tamimi, riporta Reuters ha spiegato che Abu Ibrahim al-Hashimi al Quraishi è un nome non conosciuto, ma che potrebbe trattarsi in realtà di Hajj Abdullah, personaggio che il Dipartimento di Stato statunitense aveva identificato tra i possibili successori di Al Baghdadi: "Potrebbe essere qualcuno che conosciamo, che forse ha appena assunto questo nuovo nome", ha spiegato Tamimi. Le forze speciali statunitensi hanno rintracciato Al Baghdadi nel nord-ovest della Siria, e nella notte tra sabato e domenica hanno attaccato il complesso dove si nascondeva: Al Baghdadi, autoproclamato califfo dell'Isis nel 2014, si è fatto esplodere dopo essere rimasto in trappola in un tunnel sotterraneo.

Lo Stato islamico conferma la morte di al-Baghdadi ed elegge un nuovo califfo. Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi è il nuovo califfo dello Stato islamico. Abu Hamza al-Qurayshi è il nuovo portavoce. Franco Iacch, Giovedì 31/10/2019 su Il giornale. Abu Bakr al-Baghdadi è morto. E’ quanto ha confermato lo Stato islamico in un messaggio audio diffuso da Al-Furqan Media. Il nuovo califfo è Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi. L'intera macchina mediatica dello Stato islamico è in attività, con sigle simpatizzanti di supporto operative su diverse piattaforme social.

Stato islamico: “Il califfo Abu Bakr al-Baghdadi è morto”. 24 ore prima di pubblicare l'audio, al-Furqan Media, ala mediatica dello Stato islamico, ha annunciato l’imminente diffusione di un nuovo messaggio. Al-Furqan Media, ala mediatica del gruppo responsabile della diffusione dei monologhi audio della leadership dell’organizzazione terroristica, in un messaggio audio diffuso pochi minuti fa ha confermato la morte di Abu Bakr al-Baghdadi. Al-Furqan Media risponde direttamente alle principale figure del movimento. I precedenti messaggi audio come Give Glad Tidings to the Patient e He was Sincere Toward Allah and Allah Fulfilled His Wish, letti rispettivamente da Abu Bakr al-Baghdadi e Abul-Hasan Al-Muhajir, ormai ex portavoce dello Stato islamico, sono stati pubblicati da Al-Furqan Media.

La fase preparatoria: il ruolo di Bank al-Ansar. Da circa 24 ore, il canale Bank al-Ansar con la sua Media Invasion Brigade (lanciata all'inizio dello scorso aprile) ha intensificato la sua attività per la creazione di nuovi account Twitter, YouTube e Facebook. La Media Invasion Brigade si riferisce alla jihad mediatica. Sfruttare, cioè, le diverse piattaforme social per amplificare i messaggi ufficiali dell'organizzazione terroristica. Bank al-Ansar consente agli utenti di ignorare la registrazione richiesta per aprire nuovi account, garantendo un ventaglio di profili pronto uso. Bank al-Ansar, quindi, fornisce agli utenti account nuovi e relativi codici di accesso. In questo modo i jihadisti aggirano le impostazioni di sicurezza delle piattaforme social, “saltando” da un account all’altro ed alimentando la diffusione dei contenuti a vantaggio di una persistenza temporale e profondità strategica digitale. Annunciando la diffusione di un messaggio audio, lo Stato islamico ha sfidato nuovamente i protocolli di sicurezza delle piattaforme social e video sharing, facendo leva sulla “stupidità dei crociati”.

Presentato il nuovo portavoce dello Stato islamico. L’audio, della durata di sette minuti e 37 secondi, è stato intitolato وَمَنْ أَوْفَى بِمَا عَاهَدَ عَلَيْهُ الله فَسَيُؤتِيهِ أجراً عَظيماً che potremmo tradurre in “Chiunque adempirà al destino promesso da Dio otterrà una grande ricompensa”. L'Mp3 da 11,3 mb si sta diffondendo velocemente sulla rete. Abbiamo scaricato la nostra copia da Telegram, ma il messaggio è disponibile su una incredibile varietà di piattaforme grazie anche ai ridotti tempi di upload.

L’audio è stato letto da Abu Hamza al-Qurayshi, nuovo portavoce dello Stato islamico. Abu Hamza al-Qurayshi è il successore di Abu al-Hassan al-Muhajir, definito come “ministro ed assistente di al-Baghdadi”. Figura di spicco dell'organizzazione terroristica, Abu al-Hassan al-Muhajir è stato presentato su Al-Furqan il 5 dicembre del 2016. Abu al-Hassan al-Muhajir era l'erede di Abu Mohammad al-Adnani, eliminato in un raid aereo statunitense il 30 agosto del 2016. Al-Muhajir, la cui vera identità è ancora oggi sconosciuta, non possedeva la preparazione ed il carisma del suo predecessore. Fino ad oggi non esistono foto, video ed informazioni su Abu al-Hassan al-Muhajir.

Il nuovo califfo è Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi. "Fin da quando ha assunto il comando dei credenti, lo sceicco Abu Bakr al-Baghdadi, principe dei credenti, ha ravvivato la jihad in Iraq, sostenendo i musulmani ovunque. Dall'est all'ovest della terra ha lottato contro infedeli ed apostati fino a quando Dio Onnipotente ha inviato un omicida sulla sua strada. Che Allah lo accetti. Lo sceicco Abu al-Hassan al-Muhajir, che aveva sostituito lo sceicco Abu Mohammad al-Adnani, ha incontrato il suo martirio, era un veterano mujaheddin della guerra in Iraq. Che Allah lo accetti". Le frasi “possa Dio preservarlo”, “che Allah lo protegga” e “possa Dio proteggerlo”, si riferiscono ad una persona in vita e rientrano tra le locuzioni standard utilizzate dalle organizzazioni terroristiche. La frase "che Allah lo accetti" si riferisce ad una persona non più in vita. "America, non rallegrarti della morte di al-Baghdadi. Non ti rendi conto che lo Stato islamico è ora in prima linea in Europa ed in Africa occidentale e che continuad ad estendersi da est a ovest (un riferimento al vecchio slogan dell'organizzazione terroristica). Il Consiglio della Shura, dopo aver confermato il martirio dello sceicco Abu Bakr al-Baghdadi e seguendo le sue precedenti direttive e volontà, ha prestato giuramento ad Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, nuovo califfo dello Stato islamico. Il Consiglio della Shura ha agito nell'interesse della comunità musulmana. Che lo sceicco Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi possa continuare l'opera del suo predecessore. Trump, vecchio pazzo, vendicheranno la morte di Baghdadi. Il nuovo prescelto ti farà provare un nuovo orrore: al confronto i giorni di Baghdadi ti sembreranno un dolce ricordo. America, non vedi che sei diventata lo zimbello del mondo? Il tuo destino è controllato da un vecchio pazzo che va a dormire con un'opinione e si sveglia con un'altra. Non festeggiare e diventare arrogante. E voi credenti, radunatevi attorno al nuovo leader. Siate pazienti e continuate a dimostrare la vostra religione e Jihad. Continuate a combattere per liberare i vostri fratelli e sorelle (in riferimento all'ultimo messaggio audio al-Baghdadi). Ricordate le promesse fatte allo sceicco al-Baghdadi. Aderite alla comunità musulmana ed al suo imam. Impegnatevi a far rispettare l'ultimo comandamento del Principe e smantellate le prigioni dei musulmani. Continuare a convertire nel nome dell'Onnipotente con il sangue dei politeisti e pazientate fino a quando non si sarà imposto il dominio di Dio Onnipotente e la Jihad".

Cosa sappiamo sul nuovo califfo. Come qualsiasi società, lo Stato islamico ha un piano di successione nel caso in cui avvenisse l’eliminazione delle figure principali: la struttura del "califfato" (fisico o in pectore) impone una figura centrale. Le organizzazioni terroristiche annunciano la morte dei rispettivi leader in base alle esigenze contestuali (come ad esempio la disponibilità o meno del corpo) e soltanto quando possono trarne un reale vantaggio. Il nome di battaglia del nuovo califfo suggerisce che rivendica una discendenza con il profeta Maometto. Un califfo deve possedere determinati attributi e credenziali: musulmano, adulto, devoto, sano di mente, fisicamente integro e provenire dalla tribù Quraysh della penisola arabica. La parola khalifa significa successore. Soltanto un legittimo califfo può richiedere la fedeltà di tutti i musulmani. Non abbiamo informazioni sulla figura che si nasconde dietro lo pseudonimo Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi. Il nuovo portavoce afferma che "è uno studioso, un noto guerriero, emiro della guerra e profondo conoscitore delle strategie militari degli Stati Uniti". Il nuovo califfo, infine, avrebbe combattuto in diverse occasioni contro gli eserciti dell'Occidente.

Tradotto in italiano il messaggio audio della morte di al-Baghdadi. La traduzione italiana del messaggio audio è concepita per alimentare quella falsa idea di insurrezione jihadista globale. Franco Iacch, Sabato 09/11/2019, su Il Giornale. E’ stata rilasciata sulla rete la traduzione italiana del messaggio audio in cui si conferma la morte di Abu Bakr al-Baghdadi e la nomina di Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi a suo successore. La sfera di influenza della strategia del terrorismo è nel campo psicologico.

Stato islamico, la portata globale di un messaggio audio. La sigla pro-Is Muntasir media ha diffuso sulla rete la traduzione italiana del messaggio audio che potremmo tradurre in “Chiunque adempirà al destino promesso da Dio otterrà una grande ricompensa”, pubblicato il 31 ottobre scorso da al-Furqan Media. In quel messaggio audio, lo Stato islamico ha confermato la morte Abu Bakr al-Baghdadi e la nomina di Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi a suo successore. Nei giorni scorsi Muntasir media ha sottotitolato il messaggio audio letto da Abu Hamza al-Qurayshi, nuovo portavoce dello Stato islamico, anche in inglese, francese e spagnolo. La traduzione italiana dei 7 minuti e 32 secondi è corretta. Non si notano errori nel testo scritto (ricordiamo che Muntasir è sempre una sigla pro-Is). Considerando il ventaglio dei vocaboli utilizzati, chi ha tradotto il testo parla perfettamente italiano. Per intenderci: la traduzione non è stata effettuata tramite un semplice translate online. Per tradurre un messaggio, c'è qualcuno in ascolto. O meglio. Per tradurre in italiano il messaggio audio, si presume che ci possa essere qualcuno in ascolto. Non dobbiamo però dimenticare che questo potrebbe essere anche uno scaltro tentativo di dare una portata globale al messaggio di al-Furqan Media. La sfera di influenza della strategia del terrorismo è nel campo psicologico.

Il Dipartimento Traduzioni dello Stato islamico. In una infografica diffusa lo scorso 28 agosto Telegram, il Dipartimento Traduzioni dello Stato islamico avrebbe riconosciuto ufficialmente tredici canali gestiti da simpatizzanti. Le tredici sigle pro-Is, Isis-linked group o Isis-aligned group, sarebbero state autorizzate a tradurre i comunicati ufficiali. Lo Stato islamico, quindi, avrebbe concesso ai simpatizzanti piena affidabilità ed autorevolezza per la traduzione dei testi nelle rispettive lingue e dialetti. Le tredici sigle pro-Is sono responsabili per le traduzioni dei testi ufficiali in Inghilterra, Francia, Spagna,Turchia, Russia, Malesia, Somalia, Indonesia, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, India e nelle Filippine. Il riconoscimento non conferma il rapporto diretto, ma potrebbe essere il primo tassello di una nuova collaborazione tra l’organizzazione centrale ed i simpatizzanti. Da sottolineare come la propaganda in lingua inglese, francese e spagnola si concentra più sulle profezie apocalittiche che sui materiali in lingua araba.

Stato islamico, l’autorevolezza concessa ai simpatizzanti. Lo Stato islamico avrebbe concesso piena affidabilità ed autorevolezza soltanto per la traduzione dei testi ufficiali nelle rispettive lingue e dialetti delle tredici sigle pro-Is. E' il solo messaggio dello Stato islamico tramite i suoi canali Idra (al-Naba, Islamic State ed Amaq del Central Media Diwan) ad avere l'autorità necessaria per innescare i distaccamenti o consacrare le loro operazioni per attacchi pianificati e su larga scala. Il ruolo dei simpatizzanti è praticamente irrilevante senza un'azione fisica di supporto nel mondo reale che possa dare credibilità alle loro minacce. I simpatizzanti continueranno ad invocare un qualsiasi evento che possa essere ricollegato al terrorismo islamico e rivendicato dall'organizzazione terroristica. I simpatizzanti sono divenuti essenziali per la sopravvivenza dell'organizzazione terroristica sulla rete. Per alimentare quella falsa idea di insurrezione jihadista globale, lo Stato islamico non può più fare a meno dei suoi simpatizzanti e delle loro reti di diffusione non attenzionate dalle autorità. Il riconoscimento non conferma il rapporto diretto, ma potrebbe essere il primo tassello di una nuova collaborazione tra l’organizzazione centrale ed i simpatizzanti. L'efficacia di questi ultimi, nonostante siano stati consacrati a mujaeddin dallo stesso al-Baghdadi, sarà sempre marginale. Senza un'azione fisica di supporto nel mondo reale che possa dare credibilità alle loro minacce, il ruolo dei simpatizzanti è destinato a rimanere irrilevante. In ogni caso, le sigle pro-Is continueranno ad invocare disperatamente un qualsiasi tipo di attentato che possa essere inconfutabilmente etichettato come tale.

Iraq, catturato il vice di al-Baghdadi nella zona di Kirkuk. Pubblicato martedì, 03 dicembre 2019 da Corriere.it. Le autorità irachene hanno annunciato la cattura del vice del defunto autoproclamato «Califfo» dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, ucciso da un commando statunitense a fine ottobre.Una nota della polizia, diffusa dai media locali, riferisce che «forze di polizia, dopo aver ricevuto informazioni precise, hanno arrestato il terrorista noto come Abu Khaldoun all’interno di un appartamento nella zona di Hawija, provincia di Kirkuk», a nord del Paese. L’emittente al Arabiya riferisce che Khaldoun sarebbe anche cugino di al-Baghdadi. Hisham al Hashemi, un analista di sicurezza iracheno, ha confermato in un tweet che le forze di sicurezza avevano arrestato Hamed Shaker Saba ‘al-Badri, conosciuto appunto come Abu Khaldun. Hashemi ha aggiunto che Abu Khaldun era «uno dei più alti leader del Daesh, che era solito dirigere l’intelligence nel gruppo terroristico».

La morte di al Baghdadi non uccide lo Stato islamico. Sarebbe un errore personificare un’ideologia. Lo Stato islamico ha un piano di successione nel caso in cui avvenisse l’eliminazione delle figure principali. Franco Iacch, Domenica 27/10/2019, su Il Giornale. Lo Stato islamico, così come tutte le organizzazioni terroristiche che lo hanno preceduto, ha già pronto un consiglio della shura incaricato di nominare il sostituto di Abu Bakr al-Baghdadi. Nel momento in cui scriviamo, la morte del califfo dello Stato islamico è presunta. Tuttavia anche se fosse stato ucciso, sarebbe un grosso errore personificare un’ideologia.

Cosa dicono i canali ufficiali. Nel momento in cui scriviamo, i canali ufficiali dello Stato islamico non fanno alcun riferimento al raid statunitense dove avrebbe perso la vita Abu Bakr al-Baghdadi. Silenzio anche sui canali ufficiali di al Qaeda.

La reazione dei simpatizzanti. Diverse, invece, le reazioni sui canali simpatizzanti che stiamo monitorando. I canali pro-Is mantengono un atteggiamento scettico in attesa di una comunicazione ufficiale dello Stato islamico. Sui canali pro-Is si moltiplicano le voci di un imminente messaggio audio di al-Baghdadi. I simpatizzanti dello Stato islamico predicano cautela in attesa di informazioni certe provenienti dal comando centrale. Diverse, invece, le reazioni sui canali pro-aQ che stiamo monitorando. Nel momento in cui scriviamo, la notizia della presunta morte di al-Baghdadi è stata accolta con entusiasmo, con messaggi di incitamento verso la figura di Ayman al-Zawahiri. Per i simpatizzanti di al Qaeda, la presunta morte di al-Baghdadi sancirà la fine dello Stato islamico.

La morte di al Baghdadi non ucciderebbe lo Stato islamico. Sarebbe presuntuoso pensare alla morte di Abu Bakr al-Baghdadi come un colpo strategico per l’organizzazione terroristica per due principali motivi: Per prima cosa sarebbe opportuno ricordare che l’effetto dipende dalla resilienza organizzativa del gruppo e dal sostegno locale. In secondo luogo, non dovremmo mai dimenticare che lo Stato islamico è un’organizzazione forgiata dalla sconfitta. Nella sua precedente incarnazione, Al Qaida in Iraq, ha subito raid costanti dalle forze speciali americane e britanniche che hanno decimato la sua leadership come il fondatore Abu Musab al-Zarqawi, terminato nel giugno del 2006. Anche i successori di Abu Musab al-Zarqawi, Abu Ayyub al-Masri e Abu Omar al-Baghdadi, furono eliminati nel 2010. Baghdadi è, probabilmente, la figura preminente nell’attuale galassia jihadista, ma sarebbe strategicamente sbagliato ritenere che una sua uscita di scena possa far crollare l’intera organizzazione terroristica. Al Qaeda non è scomparsa dopo la morte di Osama bin Laden. Come qualsiasi società, lo Stato islamico ha un piano di successione nel caso in cui avvenisse l’eliminazione delle figure principali. Prendiamo a riferimento la morte di Abu Musab al-Zarqawi. Il fondatore di al Qaida in Iraq fu eliminato di mercoledì: il successore fu annunciato il lunedì successivo. Il 22 marzo del 2004 Israele eliminò il fondatore di Hamas, Ahmed Yassin: il successore fu presentato 24 ore dopo. Gli attacchi contro la leadership raramente riducono le capacità di un’organizzazione, ma rientrano in una più ampia strategia di logoramento e pressione che mira ad esporre le debolezze delle organizzazioni terroristiche. L’unico modo per sconfiggere lo Stato islamico è rifiutarla come organizzazione legittima. Ciò richiederà di mitigare quei fattori che lo Stato islamico ha sfruttato a suo vantaggio per ottenere il potere. Nel momento in cui scriviamo, la morte del califfo dello Stato islamico è presunta.

Terrorismo: i fattori rigeneranti. Nonostante le sconfitte temporanee, ci aspettiamo delle nuove mutazione. Esistono tre fattori rigeneranti. Il primo è legato all'esperienza storica delle organizzazioni radicali che sono riuscite a fondere la jihad con il terrorismo. I media occidentali hanno poi contribuito a perpetuare questa concezione errata. Sfruttando i conflitti locali si forma un'ideologia religiosa che si basa sul ripristino di una forma di califfato per un confronto con l'infedele Occidente. Il secondo fattore ruota attorno all'ideologia simile di questi gruppi che consente loro di raggiungere obiettivi generali condivisi senza un coordinamento organizzativo. La loro forza deriva dall'ideologia, non dai leader che possono essere eliminati. La forza centrale di queste organizzazioni è la loro base radicalmente islamica che ha un'ampia portata e che permette loro di continuare a produrre nuovi gruppi terroristici. Il terzo fattore di cui godono questi gruppi è la loro grande capacità di sfruttare le condizioni locali, come l'instabilità, i conflitti politici e settari. La forza militare è necessaria ma ha un effetto temporaneo poichè i terroristi sono in continua evoluzione e adattamento che a sua volta si traduce in longevità.

I giudici di Mosul che danno la caccia ai soldi dell’Isis per non farlo tornare. In ufficio giorno e notte, vivono sotto la strettissima sorveglianza di scorte armate. Dopo la caduta dello Stato islamico tocca ai magistrati impedirne la rinascita. Ecco come lavorano. Marta Bellingreri il 2 settembre 2019 su L'Espresso. Su una scrivania non troppo affollata, Raed al-Maslah mette in ordine le carte per il prossimo interrogatorio. Alla sua sinistra in alto, su un grande monitor, le immagini trasmesse dalle telecamere di sicurezza rivelano la vita caotica della Corte. Alle sue spalle, invece, quasi a vegliare dall’alto, l’immagine dell’aquila nera e dorata che porta la bandiera nazionale in petto, simbolo della Repubblica di Iraq. Un campanello tintinna all’apertura della porta annunciando l’arrivo del nuovo arrestato. Ad essere accompagnata di fronte al giudice questa volta è una donna originaria di Tell Afaar, cittadina a prevalenza turkmena, per tre anni una delle roccaforti dello Stato islamico vicino a Mosul. Al-Maslah è il primo giudice delle indagini preliminari della Corte Speciale per il Terrorismo della regione di Ninive. Da due anni il Tribunale ha sede a Tell Kef, pochi chilometri a nord di Mosul, l’ex-capitale de facto dello Stato islamico in Iraq. La donna invece era un’insegnante prima che l’Isis occupasse la sua cittadina e suo marito si affiliasse all’organizzazione come combattente. Di lui dice di aver perso le tracce. Ma lei è stata adesso arrestata per aver trasferito migliaia di dollari per conto dell’organizzazione terrorista. L’Isis continua infatti a lavorare clandestinamente in tutto l’Iraq, dove diversi membri fanno da tramite per mantenere e trasmettere il suo capitale. È un fatto del tutto eccezionale che il giudice conceda all’Espresso di assistere all’interrogatorio della donna. «Trentamila dollari la prima volta, ventimila dollari la seconda, la terza solo trecento. È lei stessa ad indicarci con precisione somme e luoghi di incontro e a fornire dettagli della modalità», sottolinea il giudice, prendendo appunti. «Anas chiama Khaled, Khaled chiama Ahmed e Ahmed chiama Anis e così via: sono tutti nomi fittizi, nessuno di loro sa né chi lo sta chiamando né chi ha fornito il numero. Quello che sanno tutti invece è che la telefonata non è giunta all’improvviso né per caso: la stavano aspettando». Sono definite cellule dormienti dell’Isis ma in verità non stanno dormendo affatto. Lo dimostra anche questa donna che, prima di essere arrestata, prelevava somme di denaro e le passava ad altri. «Appuntamento di fronte la moschea di Nabi Yunes, appuntamento di fronte al centro commerciale, appuntamento di fronte al mercato… poche parole chiave, un orario preciso e un sacchetto di plastica per la spesa con decine di dollari dentro da portare via. I destinatari del denaro sono principalmente i familiari dei combattenti dell’Isis che si nascondono nel deserto tra Iraq e Siria o di quelli in carcere di cui spesso non hanno notizie». Come tutte le mafie nel mondo, anche l’Isis ha bisogno di tener viva la fede dei suoi sostenitori, fede che si traduce in banconote da distribuire. Col suo sguardo cordiale ma deciso e la sigaretta spesso in bocca, il giudice Raed al-Maslah sta raccogliendo diversi testimoni e i tabulati telefonici degli indagati per ricostruire lo spostamento di questo capitale immenso e capire come lo Stato islamico stia provando a risorgere in Iraq. «Un’altra fonte ci ha detto che al telefono hanno ordinato di trasferire cinquantacinquemila dollari in un colpo solo. Gli arrestati, come questa donna, finora si sono dichiarati sempre innocenti, dicendo di farlo dietro minaccia, ma i loro numeri di telefono non sono composti a caso: chi chiama sa già per certo che quella persona è disponibile, è affiliata: è fedele. E se davvero lei fosse innocente, perché non è tornata a fare l’insegnante come molte donne di Tell Afaar che sono tornate al proprio lavoro statale con uno stipendio regolare? Che sia colpevole o innocente, lo stabiliranno le indagini. Ma in ogni caso chiunque abbia lavorato per l’Isis è una vittima di quel sistema criminale». Il 7 luglio 2019 l’esercito iracheno e la coalizione internazionale a guida statunitense hanno lanciato la campagna “Will of Victory” per colpire le cellule dell’Isis in vaste aree del paese che, dopo la sconfitta di Mosul, hanno continuato ad organizzare attentati e reclutare nuovi militanti. Raed al-Maslah è di Baghdad, ma da quando quasi due anni fa ha preso servizio alla Corte di Mosul torna a casa una volta ogni quaranta giorni. Per tutta la settimana, notte compresa, lavora in Tribunale dove alla mattinata di interrogatori seguono visite agli arrestati, lettura di documenti, visione di centinaia di video, tutto il materiale utile alle indagini. A ridosso della scrivania quasi ordinata, una porta conduce alla sua stanzetta dove trascorre le brevi notti, prima di cominciare l’ennesima lunga giornata. Dietro la scelta di limitare gli spostamenti, non vi è soltanto l’enorme mole di lavoro da fare, ma motivi di sicurezza. Anche Raed, come molti giudici iracheni, è sotto costante minaccia di morte per le indagini che svolge. La giustizia irachena ha tra le mani migliaia di casi: i militanti arrestati durante la battaglia e le decine di nuovi arresti, come la donna di Tell Afaar. Tante persone vengono regolarmente scarcerate per mancanza di prove o perché ingiustamente accusate di far parte dell’Isis, come è accaduto a un dottore «che è stato costretto dall’Isis a lavorare in ospedale, ma che dopo un anno e mezzo è riuscito a scappare. Era innocente», riporta il giudice, chiedendo al suo assistente di chiamare di nuovo il medico, ormai in attesa della scarcerazione, perché sia lui stesso a raccontarsi. Il superiore di al-Maslah si chiama Salem Nuri, giudice Presidente della Corte di Appello di Mosul. In uno scaffale accanto alla scrivania, Nuri conserva una piccola scultura a lui molto cara. Si alza in piedi per prenderla e poggiarla sopra la pila infinita di carte sul tavolo. «Questo è il Codice di Hammurabi, uno dei primi codici di legge esistenti al mondo», dice con uno sguardo severo, quasi in tono di rimprovero, tenendo in mano il modello raffigurante la stele in basalto nero. «Questa è la storia dell’Iraq: da questo codice di leggi babilonese dell’Antica Mesopotamia a oggi, possiamo affermare di credere nella giustizia e nello stato di diritto. Non è un caso che siamo stati il primo obiettivo di attentati dei leader dello Stato islamico, anche prima che occupassero Mosul nel giugno 2014». Nuri, come tutti i suoi colleghi, a seguito dell’occupazione della città, è scappato insieme alla famiglia verso Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove tuttora risiede. Ogni mattina si reca a Mosul per lavorare alla Corte, in una città ancora semidistrutta dalla feroce battaglia per scacciare l’Isis. Della sua casa a Mosul, al posto dei suoi ricordi, non sono rimaste che macerie. In un sistema prevalentemente cor­rotto ed eccessivamente burocratico, con la tortura regolarmente praticata nelle carceri per estorcere le confessioni, questi giudici stanno lottando dall’interno per riformare il sistema. Ma il primo grande ostacolo è proprio la legge anti-terrorismo del 2005 che prevede la pena di morte o venti anni (in Iraq considerato l’ergastolo) per leader e affiliati di organizzazioni terroristiche senza distinzione di ruoli e crimini commessi. Una legge che rimane vaga su diversi punti. Da Baghdad è il giudice Ahmed di Mosul, collega e amico dello stesso al-Maslah, a parlare delle pecche del sistema iracheno. Anche lui scappato da Mosul nel 2014, ha continuato il suo lavoro a Baghdad al Tribunale Penale di Rusafa e poi di Karkh, i due distretti di Baghdad rispettivamente a est e ovest del fiume Tigri che attraversa la città. «Il problema è la legge che deve essere riscritta, guardando alle sfide di oggi. Spesso devo emettere sentenze che non mi rappresentano, che non rappresentano la mia cultura, come la pena di morte», confessa Ahmed che preferisce non venga pubblicato il suo cognome. «Avevo dichiarato innocenti delle donne perché non le ritenevo affiliate dell’Isis: da come parlavano ho capito che non avevano nulla a che vedere con Daesh. Eppure poi in appello sono state condannate». Ogni frase è interrotta dall’aspirare profondo della sigaretta e dal sorseggiare del caffè. Poi conclude: «Dobbiamo lottare per affermare la giustizia, ma ricordare che il lavoro di indagini che precede la sentenza è serio e si basa su robusti dossier di indagini, spesso ignorati dalla stampa internazionale». Molti dei giudici hanno un’esperienza da diversi anni e si ritrovano a processo dei militanti estremisti che avevano già condannato ai tempi di al-Qaeda, come racconta Jawwad Hussein, giudice a Rusafa, Baghdad: «Alcuni li conosco personalmente, li avevo condannati nel 2010 e sono fuggiti da Abu Ghraib nel 2013. Per dimostrare la loro affiliazione all’Isis, hanno compiuto subito dei massacri», spiega senza mezzi termini. Uno dei primi passi positivi dell’Iraq post-Isis è stato già fatto: la Corte Internazionale dell’Aja nel luglio del 2018 ha organizzato un pilot training coi giudici iracheni e altri esperti di indagini criminali internazionali che hanno così unito le forze. Al-Maslah era presente e ha presentato alla conferenza la sfida del suo lavoro nella raccolta di prove, nello svolgimento delle indagini e dei processi. Ad ascoltarlo anche Karim Khan, avvocato penalista britannico, oggi a capo della missione investigativa dell’Onu in Iraq per i crimini di Daesh (acronimo arabo di Stato islamico). Khan e al-Maslah non si perderanno di vista un attimo, almeno per i prossimi due anni di mandato investigativo che potrebbe portare alla Norimberga d’Iraq. Mentre a Mosul si trovano solo gli indagati di crimini commessi nella regione di Ninive, di cui Mosul è capoluogo, a Baghdad ci sono anche i cosiddetti foreign fighters, cittadini provenienti da decine di paesi del mondo che si sono uniti allo Stato islamico. Negli primi mesi del 2019, la condanna a morte di dodici cittadini francesi a Baghdad ha riportato al centro dell’attenzione internazionale il tema della giustizia in Iraq, il paese in cui una delle più grandi organizzazioni terroristiche internazionali, l’Isis per l’appunto, ha provato a costruire uno Stato, ambendo a ridisegnare i confini tra l’Iraq e la Siria in guerra. Che gli stranieri siano giudicati alla Corte di Baghdad dipende soprattutto dalla presenza delle ambasciate nella capitale, permettendo così ad ambasciatori e interpreti di seguire le udienze. Raramente invece sono presenti avvocati dei paesi di origine degli imputati. Gli stessi stati del resto non hanno alcun interesse ad estradarli. «Siamo pronti a lavorare a questi casi, ma abbiamo anche bisogno della cooperazione internazionale», ricorda Raed al-Maslah. «Gli Stati in possesso di informazioni e prove devono condividerle con noi e solo così potremo sconfiggere questa minaccia globale: con un’alleanza globale tra i diversi paesi. Non lasciateci soli», sono le ultime parole che riecheggiano infine tra i nostri pensieri. Perché si sa che Daesh può tornare. Basterebbe solo averne consapevolezza, e non scrollarsi di dosso tutto ciò, come se non ci riguardasse.

ATTENTATO CONTRO I MILITARI ITALIANI IN IRAQ: CI SONO CINQUE FERITI. Da repubblica.it il 10 novembre 2019. Attentato esplosivo contro militari italiani in Iraq: cinque i feriti, di cui tre in gravi condizioni ma nessuno in pericolo di vita. Lo si apprende da fonti della Difesa. L'attentato è avvenuto in mattinata vicino a Kirkuk. L'esplosione è stata molto violenta. A uno dei militari feriti è stata amputata una gamba, ha riferito Nicola Lanza de Cristoforis, comandante interforze, intervistato da Rai News 24, un altro ha subito gravi lesioni interne e un altro ha riportato danni al piede. Un ordigno esplosivo rudimentale (Ied - Improvised Explosive Device), nascosto sotto terra, è detonato al passaggio di un team misto di Forze speciali italiane. Due dei feriti sono effettivi al nono reggimento d'assalto paracadutisti Col Moschin dell'Esercito e tre appartengono al Gruppo operativo incursori Comsubin della Marina militare. Il team, parte della Task force 44, stava svolgendo attività di addestramento ("mentoring and training") in favore delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all'Isis. Missone che - fanno sapere dalla Difesa - andrà avanti. I cinque militari coinvolti sono stati subito soccorsi, evacuati con elicotteri Usa e trasportati nell'ospedale americano di Baghdad, dove stanno ricevendo le cure del caso. I soldati devono la loro salvezza all'essersi trovati su un mezzo corazzato. Le famiglie sono state informate. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, "è stato prontamente messo al corrente dell'attentato dal capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Enzo Vecciarelli, e segue con attenzione - viene sottolineato - l'evolversi della situazione". Ha commentato l'attentato, il generale Marco Bertolini, ex comandante della Folgore e del contingente italiano in Afghanistan, spiegando che contro gli ordigni rudimentali Ied, "non esiste una contromisura che garantisca la sicurezza assoluta". "I militari che operano sul campo sono persone preparate, che sanno quello che fanno e lo fanno con passione", ma ci sono dei rischi che corre chi "opera sul campo".

Solidarietà e vicinanza ai feriti. In queste ore si susseguono le dichiarazioni di vicinanza ai feriti da parte delle più alte cariche dello Stato e da parte di politici di ogni colore. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha informato immediatamente il Presidente della Repubblica Mattarella e il Presidente del Consiglio Conte. Il ministro, viene sottolineato alla Difesa, "in queste ore di preoccupazione, esprime la più profonda vicinanza alle famiglie e ai colleghi dei militari coinvolti". Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, su Facebook ha commentato la notizia: "Sto seguendo con dolore e apprensione quel che è accaduto in Iraq ai nostri militari, coinvolti in un attentato". "I nostri ragazzi erano impiegati in attività di formazione delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all'Isis. - prosegue il ministro - . In questi casi il primo pensiero va ai soldati colpiti, alle loro famiglie e a tutti i nostri uomini e donne in uniforme che ogni giorno rischiano la vita per garantire la nostra sicurezza. Seguiamo con attenzione ogni sviluppo". Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fa sapere una nota del Quirinale, "appresa la notizia del gravissimo attentato contro il contingente militare italiano in Iraq", ha fatto pervenire al ministro della Difesa, e al capo di stato maggiore della Difesa, "un messaggio di solidarietà per i militari rimasti feriti". Una nota di Palazzo Chigi ha riferito che il "Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è stato informato tempestivamente dal ministro della Difesa, in merito all'attentato che ha coinvolto questa mattina cinque militari italiani in Iraq. È Stato aggiornato sulle loro condizioni di salute e continua a seguire costantemente e con attenzione la situazione. Il presidente Conte esprime vicinanza ai militari feriti, che stanno ricevendo in queste ore le cure mediche, e alle loro famiglie". La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per attentato con finalità di terrorismo e lesioni gravissime in merito a quanto avvenuto in Iraq nella mattinata di oggi e che ha portato al ferimento di 5 soldati italiani. L'indagine è coordinata dall'aggiunto con delega all'antiterrorismo Francesco Caporale. Il 12 novembre, tra soli due giorni, ricorre il 16esimo anniversario dell'attentato di Nassiriya del 2003, in cui morirono 19 italiani.

Lorenzo Cremonesi per corriere.it l'11 novembre 2019. Kirkuk è una città difficile, contesa, cuore di ambizioni contrastanti e tensioni irrisolte. Non è affatto strano che proprio qui le truppe italiane — parte del contingente internazionale di sostegno e addestramento sia ai Peshmerga curdi che all’esercito nazionale iracheno dispiegato nella regione con modalità e obbiettivi diversi nel tempo da dopo la guerra del 2003 — siano prese di mira. In attesa dei risultati dell’inchiesta, la prima pista che viene in mente per individuare i responsabili è quella dell’Isis, o almeno di ciò che resta delle sue cellule combattenti dopo le sconfitte subite negli ultimi tre anni nelle sue roccaforti tra Iraq e Siria e l’uccisione dello stesso Califfo Al Bagdadi il 26 ottobre. Se ne era già parlato tre giorni fa, quando 17 razzi Katiuscia avevano colpito una base nei pressi di Mosul dove sono acquartierati alcuni contingenti delle forze speciali irachene assieme agli addestratori americani. Sembra che i tiri partissero dalla zona urbana di Mosul: non hanno provocato vittime. Eppure, si è trattato dell’azione più seria dalla disfatta dell’Isis a Mosul, e in effetti dalla sua ritirata generale dall’Iraq, nell’estate del 2017. La spiegazione? «Con lo scoppio delle rivolte popolari in tutto il Paese contro il governo del premier Adel Abdul Mahdi, le forze di sicurezza irachene sono costrette ad abbandonare la sorveglianza anti-Isis per controllare le piazze. Ovvio che le cellule del Califfato hanno così spazio e opportunità per rialzare la testa», notavano già la sera del 8 novembre i commentatori locali ripresi dai media americani. Il ragionamento appare sensato. Da oltre un mese l’Iraq è gravemente destabilizzato. I rivoltosi chiedono pane, lavoro, ma soprattutto denunciano la corruzione endemica negli apparati dello Stato e vorrebbero la sostituzione della classe politica. Un movimento che ha assonanze con le attuali sommosse in Libano. Però i bilanci di sangue in Iraq sono molto più pesanti. Mahdi inizialmente ha reagito col pugno di ferro. Poi si è aperto a trattare offrendo riforme. Ma la piazza chiede la sua testa. La polizia ha quindi ripreso a sparare sule persone. I morti superano quota 300, migliaia i feriti. Le grandi città, specie del centro-sud, sono paralizzate. Non è strano che le cellule dell’Isis possano agire con maggior facilità nel caos, approfittando comunque del malcontento sunnita contro gli apparati dello Stato dominati dalla maggioranza sciita sin dalla caduta di Saddam. Gli attentati sono così in crescita. Lo scenario di Mosul appare molto simile a quello di Kirkuk. Due poli petroliferi centrali dell’Iraq settentrionale, contesi sin dal tempo delle mire coloniali inglesi, francesi e della nuova Turchia ricavata dalle ceneri dell’Impero Ottomano dopo la fine della Grande Guerra. Non a caso oggi il presidente Erdogan si fa paladino della minoranza turcomanna per riguadagnare influenza sulla regione. Ma, in particolare, fu Saddam Hussein negli anni Ottanta e Novanta a fare la guerra ai curdi a suon di trasferimenti forzati di centinaia di migliaia di arabi sunniti a Kirkuk, allontanando i curdi a nord del governatorato. Dopo i conflitti del 1991 e soprattutto del 2003 i curdi ripresero però il controllo di Kirkuk e dei pozzi. Vantaggio che rafforzarono dopo il loro intervento, garantito dagli americani, contro l’Isis vittorioso a Mosul nel giugno 2014. Ma la scelta curda di indire un referendum per la totale indipendenza da Bagdad il 15 settembre 2017 fu il classico passo più lungo della gamba. L’esercito iracheno reagì con durezza, riprese Kirkuk con le armi, i curdi si divisero tra loro e vennero internazionalmente criticati anche dagli alleati più fedeli, tra cui l’Italia. La regione curda ne risultò gravemente indebolita, isolata. Oggi la città conta circa 900 mila abitanti, in maggioranza arabi-sunniti, l’esercito iracheno sta nel centro, nelle periferie, controlla i poli petroliferi.

Iraq, i video dopo l'attacco alle forze speciali italiane. IlGiornale.it pubblica in esclusiva le immagini subito dopo l'attacco subito dalle nostre forze speciali. Guarda i video esclusivi. Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto, Lunedì 11/11/2019, su Il Giornale.

Gli elicotteri Usa trasferiscono i militari italiani feriti...Sono questi i primi momenti subito dopo l'attacco ai nostri militari impegnati in Iraq nella lotta contro le bandiere nere dello Stato islamico. Ma poi cosa succede? Viene subito richiesto l'intervento degli elicotteri Usa, che trasferiscono i nostri feriti in un ospedale Role 3, dove vengono c