Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2019

 

LA MAFIOSITA’

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

 

      

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

PARTE PRIMA   

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire Omertà. I post-social dei mafiosi.

Censura e mafia. Non si può offendere Falcone e Borsellino.

La Mafia è femmina.

Una vita sotto copertura.

Damiano Caruso e la mafia.

Quelli che non si ricordano mai. Giancarlo Siani, Pino Puglisi.

Quelli che non si pentono mai: Raffaele Cutolo.

Quelli che si pentono. Buscetta, Contorno e gli altri.

Il Carcere Ostativo per i mafiosi. “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.

Mafie. Chi comanda dietro le sbarre.

I mafiosi son gli opposti. Corsi e ricorsi storici ideologici.

Gialli: Borsellino, Rossi, Pantani. E’ depistaggio continuo.

Il racconto delle Stragi: Capaci e via D'Amelio.

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino: il coraggio di essere eroi.

La strage di Capaci 27 anni dopo. Chi era Giovanni Falcone.

In ricordo di Cesare Terranova.

Cesare Terranova. Lotta alla mafia? Polizia più efficiente e niente leggi speciali.

5 Aprile 1973 – Attentato Al Questore Angelo Mangano.

21 luglio 1979. Boris Giuliano: il nodo irrisolto del delitto.

Il Papa, la Mafia, le mafie. L’ignoranza dell’origine del termine.

Mafia esercito della Cia.

L’Antimafia Parla troppo.

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quattromila mafie spadroneggiano in Europa.

L’integrazione delle mafie straniere in Italia.

Pecunia non olet: Le Mafie del Nord Italia.

La mafia, conviene, ma non esiste. O almeno come oggi ce la propinano.

Perché la ‘ndrangheta è ormai la mafia più potente e ricca del mondo.

Le vacche sacre della 'ndrangheta non sono più intoccabili.

Le 10 Mafie di Roma: Cosa Nostra, Mafia Capitale, I clan degli zingari.

Le Mafie di Napoli: Cosa Nostra e Camorra.

Mafia Export.

La Mafia di Foggia è la "nuova Gomorra".

La Mafia del “tranquillo” Veneto.

La mafia nigeriana.

La Mafia Albanese.

La mafia cinese.

La Mafia Messicana.

La Mafia Colombiana.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Non è mafia...

Le Barzellette dell’Antimafia.

L’Antimafia Clero-Comunista.

Antimafia o Comitato di salute pubblica?

I complici di Stato.

Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il generalissimo lasciato solo da tutti.

Federica Angeli: i segreti di una star.

Paolo Borrometi: i segreti di una star.

Roberto Saviano: i segreti di una star.

Agguato a un giornalista. Spari contro il direttore di “Campania notizie”.

Lettera di Tina Palomba, una giornalista ignorata dall’antimafia di maniera.

Lettera di Francesco Amodeo, un giornalista ignorato dall’antimafia di maniera.

L'Antimafia è stata usata come mezzo per la gestione del potere.

Denunci la mafia ma non sai se lo Stato ti protegge. Il caso di Natale Giunta.

Interdittiva antimafia e comunicazione antimafia: le differenze.

Interdittiva antimafia. Il criterio del "più probabile che non”.

Interdittiva antimafia. Perseguitato dai burocrati: suicida Rocco Greco.

Quei pentiti che non convincevano Falcone.

Caccia alle streghe. L’inquisizione dell’Antimafia moralizzatrice.

Romeo & Company. Sei meridionale? Sei Mafioso!

La gogna antimafiosa.

 Paolo Giambruno. «Non era un prestanome del boss, va riabilitato». Ma lui ormai è morto…

I clan uccisero sua sorella ma lo Stato le nega i soldi.

Carolina Girasole. Assolta dopo 5 anni l’ex sindaca antimafia.

Le vittime dell’antimafia: Cosimo Commiso.

Così il Governo gestisce i testimoni di giustizia.

Sciascia e il florido mercato dell’antimafia.

Il Proibizionismo agevola la mafia.

La nuova vita dei beni confiscati alla mafia tra business, propaganda e fondi Ue.

La Cultura della Legalità e dell'Antimafia.

Il Business delle costituzioni di parte civile. Sicilia: l'associazione dei furbetti dell'anti mafia.

Il Business dei sequestri preventivi infondati. La Storia dei Cavallotti.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Non si possono vedere nemmeno da morti.

Un Domicilio per tutti.

Liberi di scegliere.

Le madri coraggio. Sfuggire ai clan.

Mafie, viaggio tra i figli del clan: ecco la “generazione paranza” da strappare alla criminalità.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La mafia in Parlamento. Il caporalato col portaborse.

Lo strano caso dei braccianti.

118 & Company. Quando il volontariato diventa caporalato.

Non è un mondo per archeologi.

Non è un mondo di avvocati incinte.

Il braccino corto degli imprenditori.

L'università dei nuovi pro(f)letari.

La vera vita dei proletari digitali.

Le Cooperative: «Caporalato e sfruttamento».

Il dumping contrattuale.

Il call center dei laureati con 110 e lode (che lavorano per 600 euro al mese).

Il Caporalato dei supermercati.

Il caporalato dei sindacati.

Lo sfruttamento delle badanti.

Riders: Cornuti e mazziati.

La vita degli addetti alle pulizie.

Fra i migranti le prostitute schiave.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Soggetti deboli: amministratore di sostegno... o di saccheggio?

Crisi delle grandi aziende: la Mangiatoia dei Commissari Giudiziali.

“Legge sovraindebitamento: salva-suicidi o ammazza Imprese?”.

Case all’asta.

Le Aste truccate e l’inutile dimenarsi delle vittime.

La vera storia di Sergio Bramini.

Le aste immobiliari e gli affari dei magistrati furbetti.

Il «caso Gazzetta» e le aziende sequestrate: «Lo Stato non deve depauperare i beni».

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le fusioni dei potenti.

Ue, 11.800 lobby per influenzare le istituzioni.                           

Se comandano i Tassisti.

Il Pd è lobby continua.

Camera dei Deputati. Elettricisti a peso d'oro.

La Casta dei Sindacalisti.

Gli uomini d'oro di Banca d'Italia.

La guerra dei medici ai medici.

La Giustizia può attendere.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I politici massoni.

Aboliamo la Democrazia.

Aboliamo la Massoneria.

Il rapporto massoneria-mafia.

"Avete paura? Non ci conoscete”.

Carlo Freccero Direttore Di Rai2: Bestemmie, Porno Rai E Massoneria.

Quelli del Bilderberg.

 

PARTE SECONDA

 

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Si muore più in pace che in guerra.

Come riconoscere il volto delle mafie.

La cupola dei conflitti d’interesse ignorati.

Fisco, ultima frontiera: evasori come i mafiosi.

La Cassazione: «I corrotti non vanno trattati come i mafiosi».

La cupola degli esattori infedeli e l’estorsione legalizzata.

Mafia-Affari-Finanza.

La cupola dei politici. Anche di sinistra. Per insabbiare il Dossier mafia-appalti si uccisero Falcone e Borsellino e si processarono i Ros?

La cupola dei politici. La viltà e la trattativa Stato-Mafia per salvarsi il culo.

La Cupola internazionale. La Pista Americana, la Deindustrializzazione, Gladio ed servizi segreti.

La Cupola internazionale. La Pista Russa. Il Comunismo Mafia di Stato.

La cupola dei Giornalisti.

La Cupola degli Appalti.

La cupola della solidarietà.

Terre a Fuoco. Il traffico di rifiuti è meglio della droga.

La Mafia Portuale.

Spacciatori di frutti proibiti.

Spacciatori di "oro nero".

La cupola del Contrabbando.

Gomorra nera a Roma.

La mafia del calcio.

La mafia sanitaria.

I bambini scippati dalla Giustizia.

La Cupola delle Occupazioni delle case.

Pizzo e tangenti dietro ai negozi del centro commerciale.

La Cupola dei parcheggiatori abusivi.

“L'Italia è un paradiso per gli zingari”.

La Cupola della Pubblica Amministrazione mafiosa.

Whistleblowing. La Cupola gerarchica omertosa e vessatoria.

I concorsi pubblici ed i metodi paramafiosi.

Democrazie mafiose. «La sinistra è una cupola».

Comunisti. Lobby Continua.

I Complotti dei Banditi di Stato. La cupola dei "Fumus" Giudiziari.

“Figli di Trojan”.

Togopoli. La cupola dei Magistrati.

 

 

LA MAFIOSITA’

PARTE PRIMA

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Mai dire Omertà. I post-social dei mafiosi.

“SEI BELLA COME UNA QUESTURA CHE BRUCIA”. Attilio Bolzoni per “il Venerdì - la Repubblica” il 18 giugno 2019. Come avrebbero mai potuto immaginare di ritrovarsi certi eredi tanto chiacchieroni, proprio loro che avevano per comandamento «la meglio parola è quella che non si dice» e che di scritto avevano lasciato (quasi) niente per almeno due secoli? Ma quale diabolica contaminazione di sangue o di pensiero ha reso grafomani, e per giunta in così poco tempo, quei discendenti con in dote tre o anche quattro quarti di nobiltà criminale? Dramma di famiglia e di famiglie, intese come clan e tribù sparse tra Palermo e Napoli, fra gli ulivi della Piana di Gioia Tauro e le colline intorno a Corleone. Salto generazionale, ma anche salto nel vuoto di piccoli boss che sembrano avere rinnegato per sempre rotta e tradizione. La privacy pare che sia diventata un optional, la riservatezza un ricordo del passato. Sono i figli della mafia nell' era digitale. «Sei bella come una questura che brucia», scrive un giovanissimo camorrista del rione Sanità sul suo profilo Facebook mentre posa con le armi in pugno ad uso e consumo esclusivo (si fa per dire) della sua fidanzatina. Inneggia contro gli sbirri e contro gli infami Giovanni Tegano, nipote dell' omonimo patriarca di Reggio Calabria famoso come "uomo di pace" per avere fermato una sanguinosa guerra a metà degli Anni Novanta.

Bacioni dal motoscafo. Esibizionista e tronfio il palermitano Domenico Palazzotto, rampollo della consorteria dell' Arenella. Si mostra in costume, sdraiato su un potente e luccicante motoscafo. Un vero e proprio orrore per i canoni della cultura mafiosa classica, un delirio che invade le piazze virtuali, che paralizza di vergogna i padri rinchiusi nel cupo silenzio del 41 bis dei penitenziari e fa rivoltare nella tomba i loro nonni. Spadroneggiano dappertutto. Su Fb, WhatsApp, su Instagram e Telegram. Nomi sconosciuti e nomi famosi, tutti insieme spudoratamente. Perché la mafia, ai tempi dei social, non ha distinzione di classe criminale.

L' anatema del "primogenero". C' è Robertino Spada che commenta sarcastico, dopo la testata al giornalista Daniele Piervincenzi: «A buffoni state fa un film pe na capocciata violentano i regazzini e tutto a posto bho vacce a capì qualcosa famo noi un reato ciamazzate». E c' è il marito di Maria Concetta Riina (si definisce il "primogenero" del capo dei capi), l' ex deejay di Tony Ciaravello. Anche per lui tra gli obiettivi ci sono i giornalisti puntualmente presi di mira in rete: «Quello che avete fatto lo riceverete da Dio moltiplicato 9 volte, voi ed i vostri figli fino alla settima generazione». Qualche studioso della materia sostiene che grazie a internet questa prole mafiosa si sia "internazionalizzata". Ma facciamo un piccolo passo indietro tanto per capire come si ragionava prima della rete. Esemplare la dichiarazione di Luciano Liggio ai commissari della Commissione parlamentare antimafia: «Ho letto di tutto, storia, filosofia, pedagogia. Ho letto Dickens e Croce...Ma quello che ammiro di più è Socrate, uno che come me non ha mai scritto niente». Oppure Totò Riina, che ai magistrati che lo interrogavano sulla sua antica amicizia con Bernardo Provenzano spiegò: «È un mio compaesano, un bravo cristiano, se proprio devo trovargli un difetto è che è... troppo scrittore...». Allusione ai famigerati pizzini attraverso i quali comunicava con la sua ciurma, la "posta certificata" di Cosa Nostra. Prima l' ossessione di lasciare tracce, poi la vanità di seminarle. Le tre scimmiette sono state sotterrate. Il non vedo, non sento, non parlo è diventato un diluvio di parole, una logorrea che veicola sì sempre mafiosità ma con una visibilità sorprendente che sembra non avere più limiti. Inserito nella lista del ministero dell' Interno come uno dei ricercati più pericolosi, il camorrista Salvatore D' Aquino ha svelato il luogo della sua latitanza (Estepona in Andalusia) concedendo alla compagna marocchina di postare su Fb qualche foto di loro due abbracciati. Sullo sfondo il mare della Costa del Sol. Beccato per la sua arroganza. Un altro compariello napoletano, Fabio Orefice, scampato a una sparatoria posta in rete come fossero trofei le foto delle sue ferite e avverte gli aggressori: «Il leone è ferito ma non è morto, già sto alzato. Aprite bene gli occhi che per chiuderli non ci vuole niente. Avita muriii». Dovete morire. Ma da dove saltano fuori questi stravaganti "malacarne", all' apparenza parvenu del crimine ma pur sempre collegati alle grandi organizzazioni? Perché corrono tanti rischi? È solo per un po' di pubblicità virale? «Sanno coniugare la loro cultura con le moderne forme di comunicazione, trasmettono segnali anche al di fuori della propria cerchia, sfoggiano potere pur sapendo che questo li espone al pericolo di un arresto», spiega Pierpaolo Farina, fondatore di WikiMafia, libera enciclopedia sulle mafie, uno dei primi studiosi italiani del fenomeno della mitizzazione dei boss a mezzo social.

Riina family life. Sono stati contagiati anche i figli della 'Ndrangheta e perfino quelli di Cosa Nostra. E uno dei primi ad innamorarsi di Fb non è neanche tanto giovane. Anzi . È il caso di Antonino, Nino Mandalà, classe 1939, capomandamento di Villabate, che per anni ha imperversato in rete. Questa voglia di offrirsi agli sguardi altrui, negli ultimi anni è stata indagata fra l' Aspromonte e lo Stretto dal giornalista Klaus Davi che si chiede: «Resta da capire ora se l' avvento dei social determinerà una mutazione genetica dell' identità della mafia calabrese del terzo millennio o se invece la tecnologia sarà l' ennesimo strumento attraverso cui la mafia più potente sarà in grado di ribadire la propria supremazia». Tutto si gioca sul filo del rasoio, fra selfie e segreti, ostentazioni e spericolati incroci, il primordiale che si mischia con il futuro, Madonne che ancora s' inchinano davanti alle case dei boss e like a tempesta. È la nuova frontiera. Il basso profilo poco si adatta ai giorni nostri. Fa scuola Salvuccio, terzo figlio dello "zio Totò" che su Fb pubblicizza il suo libro Riina Family Life e raduna intorno a sé centinaia di fan invitandoli a scrivere un messaggio privato. Per un autografo e una dedica personalizzata. In nome del padre.

·         Censura e mafia. Non si può offendere Falcone e Borsellino.

Falcone e Borsellino "vittime di un incidente sul lavoro". Agi 04 novembre 2019. Intercettato dalla Dda, il direttore dell'Osservatorio internazionale dei diritti umani e assistente parlamentare di una deputata si fa beffe dei magistrati uccisi dalla mafia e vorrebbe cambiare nome all'aeroporto di Palermo. "All'aeroporto bisogna cambiare il nome... Non va bene Falcone e Borsellino... Perché dobbiamo arriminare (girare, ndr) sempre la stessa merda... Sono vittime di un incidente sul lavoro, no?". Così Antonello Nicosia, direttore dell'Osservatorio internazionale dei diritti umani, onlus che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti, nonché di assistente parlamentare, si esprime in una conversazione intercettata recentemente dalla Dda di Palermo che lo ha fermato stanotte con l'accusa di associazione mafiosa nell'operazione "Passepartout" di Gico e Ros. "Ma poi quello là (Falcone, ndr)" proseguiva "non era manco magistrato quando è stato ammazzato... aveva già un incarico politico, non esercitava...". Secondo i pubblici ministeri Nicosia avrebbe veicolato all'esterno messaggi provenienti da mafiosi detenuti nei penitenziari sparsi nella Penisola. Accessi quest'ultimi che avvenivano grazie al suo ruolo di direttore della onlus e di consulente giuridico psicopedagogico della deputata (ex Leu appena passata con Italia Viva) Giuseppina Occhionero. Nicosia, 48 anni, di Sciacca, nel novembre scorso è stato inoltre eletto nel Comitato Nazionale dal XVII Congresso di Radicali Italiani. Dalle indagini della Dda palermitana guidata da Francesco Lo Voi - iniziate cercando il boss latitante Matteo Messina Denaro - Nicosia, sarebbe stato in contatto con il boss mafioso, anche lui saccense, Accursio Dimino, scarcerato nel 2016 e detenuto anche al 41 bis, ritenuto molto vicino al defunto capomafia di Castelvetrano, Francesco Messina Denaro, padre di Matteo. Nicosia, accusato di associazione mafiosa, riteneva di avere la chiave di accesso ai penitenziari della Penisola e di potere così, secondo l'accusa, veicolare i messaggi dei boss. Gli inquirenti parlano di "uso strumentale", da parte di Nicosia, "del rapporto di collaborazione instaurato con una parlamentare". La deputata - che non è indagata - dovrebbe essere sentita nei prossimi giorni dai pubblici ministeri del capoluogo siciliano. Cariche funzionali, quelle di Nicosia, in base alle indagini del Ros dei carabinieri e dal Gico della Guardia di Finanza, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Francesca Dessì e Calogero Ferrara, all'obiettivo di tessere relazioni con i capimafia, come Dimino. Soprattutto avrebbe assicurato favori e contatti con Messina Denaro. Un 'postino' prestigioso e insospettabile, seppure con una condanna a 10 anni per traffico di droga, ma anche questa, tutto sommato, utile alla narrazione del suo personaggio, conoscitore delle dinamiche carcerarie che asseriva di volere cambiare.

Di Maio contro Nicosia: “Fa ribrezzo. Insulta la memoria di Falcone e Borsellino definendo le stragi del 1992 un incidente sul lavoro”. Silenzi e Falsità il 4 novembre 2019. “Da Shanghai, leggo dell’arresto di Antonello Nicosia, membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani, accusato di fare da tramite tra i capimafia in carcere e i clan. Non voglio entrare nei dettagli, sarà la magistratura ad occuparsene, ma lasciatemi dire che uno che considera Messina Denaro il nostro premier e che insulta la memoria di Falcone e Borsellino definendo le stragi del 1992 un incidente sul lavoro fa ribrezzo”. Così il capo politico del Movimento 5 Stelle e ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in un post pubblicato su Facebook. “Sono parole sconvolgenti, scioccanti, che indipendentemente dalle implicazioni di Nicosia devono farci riflettere,” aggiunge Di Maio. “La mafia c’è, esiste, fa schifo e va combattuta ogni giorno. Senza nessuna paura. Siamo più forti di loro, non dimentichiamocelo mai,” scrive ancora il leader 5Stelle. Di Maio conclude il post con una citazione di Paolo Borsellino: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”. Anche la sorella del giudice ucciso dalla mafia, Maria Falcone, ha commentato quanto emerso dalle intercettazioni di Nicosia: “Le parole offensive di questo sedicente difensore dei diritti dei deboli suscitano solo disgusto,” ha dichiarato. “Mi chiedo, alla luce di questa indagine, se non sia necessario rivedere la legislazione in materia di colloqui e visite con i detenuti al regime carcerario duro. Non dimentichiamoci che lo scopo del 41 bis è spezzare il legame tra il capomafia e il territorio, recidere le relazioni tra il boss e il clan: scopo che si raggiunge solo limitando rigorosamente i contatti tra i detenuti e l’esterno,” ha sottolineato Maria Falcone.

L'offesa del cantante catanese a Falcone e Borsellino. Niko Pandetta (pregiudicato e nipote di un boss) a Realiti (Rai 2) offende i giudici vittime della mafia. E scoppia la polemica. Panorama 13 giugno 2019. “Queste persone (Falcone e Borsellino n.d.r.) che hanno fatto queste scelte di vita le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro” parola di Niko Pandetta, cantante rap neomelodico catanese, dette durante la registrazione dell’ultima puntata di “Realiti” il programma di Enrico Lucci in onda su Rai 2. Frasi che hanno sbigottito per la loro gravità il conduttore poi i presenti, infine il mondo dei social dove la frase del rapper sta facendo il giro ad una velocità incredibile accompagnata da polemiche ma anche qualche giustificazione. Prima di tutto bisogna spiegare chi si Niko Pandetta: Il suo nomignolo è “Tritolo”, conta già condanne e qualche periodo passato in carcere. E’ nipote di Salvatore “Turi” Cappello, il boss dell’omonimo clan catanese, attualmente nel carcere di Sassari dove sconta l’ergastolo al 41 bis. E proprio allo zio ergastolano, mafioso, Tritolo ha dedicato una delle sue canzoni: “Zio Turi, ti ringrazio per quello che hai fatto per me, sei stato la scuola di questa vita e per colpa di questi pentiti stai chiuso lì dentro al 41 bis”.

Senza parole. Si resta senza parole davanti a tutto questo; davanti al fatto che ormai in tv non sembrano esserci più limiti alla decenza, in nome dell’audience, ovvio. La Rai è corsa ai ripari: trasmissione sparita dal sito e spostata in seconda serata oltre ad un’inchiesta che stabilirà anche come mai a questo personaggio sia stata (come sembra) pure pagata una notte in albergo. Ma non è questo il problema.

E’ ora di dire basta. Questo paese è in emergenza, si, ma non solo economica, come sembra credere qualcuno. E’ in crisi di valori, di identità. La scuola, la famiglia, la tv, la cultura, la Chiesa, lo Stato. Colonne a cui per decenni si sono poggiate le fondamenta della crescita di intere generazioni sono in crisi, soppiantate dal nulla. Non ci sono più regole e chiunque provi ad imporne una, una sola, minimo è uno “sporco fascista” e quindi si è tutti liberi, di dire e fare qualsiasi cosa. E’ ora di dire basta a tutto questo; è ora tanto per cominciare che il paese cominci a spiegare, senza vergognarsi, che certe persone non possano andare nella tv di Stato a raccontare di essere orgogliosi di aver fatto una rapina. Un paese civile ogni tanto deve sapere dire di NO. Come un buon genitore. Altrimenti non è più nemmeno un paese.

Ps. Abbiamo deciso di non mettere in apertura del post la foto di "Tritolo". Al suo posto trovate Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Noi una scelta l'abbiamo fatta.

Riceviamo e pubblichiamo le spiegazioni e precisazioni diPandetta: La replica del cantane neo – melodico Niko Pandetta in merito alle polemiche successive alla diretta del programma “Realiti” in cui è stato coinvolto. “Mi rammarica essere protagonista di questa triste vicenda artificiosamente costruita intorno a me. Ritengo che questa mia replica sia doverosa, per mia moglie Federica e per mia figlia Sofia - alla quale, da padre, voglio trasmettere un buon esempio -, e per i miei fan. Premetto che non ho mai, e dico mai, pensato di reclamizzare la criminalità e che le mie esternazioni sono sempre state ironiche, magari maldestre… Mi riferisco nello specifico all’espressione, oggi strumento di tante polemiche, “io le pistole le ho d’oro”: è vero, potevo risparmiarmi questa battura di cattivo gusto che mi si è ritorta contro. Ci tengo a precisare che non ho mai offeso la memoria di Falcone e Borsellino, illustrissimi personaggi che non ho mai nominato. Ripeto, non posso assolutamente accettare che mi siano attribuite determinate colpe: insultare la memoria dei giudici Falcone e Borsellino significa offendere tutti coloro che sono stati coinvolti nella strage di Capaci, oggi sono un umilissimo cittadino italiano rispettoso del genere umano, incapace di compiere atti deplorevoli di tale entità!”. “Altra importante precisazione: non ho mai parlato di mio zio Turi avallandone le gesta – continua il cantante - , ho solo esternato l’affetto incondizionato che provo per lui, la mia riconoscenza nei suoi confronti per avermi creasciuto come un figlio, non avendo io un padre. Mai sono entrato nel merito delle azioni di mio zio, semplicemente l’amore che provo per lui non è condizionato dalle sue gesta. Ho dichiarato di non essere pentito del mio passato e considero questa mia affermazione onesta. Infatti la domanda rivoltami non era “rifaresti gli errori del passato?”, alla quale ovviamente avrei risposto di no; intendevo semplicemente dire che, rapportandomi all’età del tempo, non mi sono mai pentito di aver vissuto male la mia vita, e che sono felice e soddisfatto di averla cambiata”. “Per chiarezza vi racconto tutto ciò che è accaduto – dice Niko -: fui contatto per partecipare al programma di Rai 2 “Realiti - siamo tutti protagonisti”. Ho annullato due miei impegni lavorativi pur di prenderne parte: conservo ancora i biglietti dei voli aerei che mi furono inviati per essere presente (erano due, uno per me e uno per il mio manager). Senza motivazioni o spiegazioni plausibili, fu annullata la mia partecipazione al programma, ma fu trasmesso un servizio che mi riguardava. Nel corso di tale trasmissione, ove a questo punto mi vien da pensare che ero stato volutamente estromesso, il consigliere Francesco Emilio Borrelli Borrelli ha offeso e insultato me e la mia famiglia. Sono dell’opinione che non tocca ai politici giudicare le persone (utilizzando in maniera indiscriminata termini pesanti, offensivi), esistono i tribunali deputati a fare ciò. Io infatti sono stato giudicato e condannato, e ho scontato la pena inflittami. E’ evidente che questi politici (e il consigliere Borrelli è tra questi) ignorano le funzioni del carcere, ovvero la rieducazione e la reintegrazione in società di chi si è soggetto alla pena detentiva. Io non rimpiango il mio passato, perché grazie al mio passato e alla detenzione oggi sono un uomo diverso, che non potrebbe esistere se non fosse esistito il Niko di un tempo. Nessuno racconta della vita nelle carceri, della durezza della pena, delle capacità di affrontarla, del desiderio di farcela e della felicità di avercela fatta. Mi dispiace appurare che i rappresentanti della nostra Patria non sono in grado di pensare a noi ex detenuti come persone che ce l’hanno fatta, persone forti perché hanno affrontato un duro periodo di detenzione, e che ora possono mettere a disposizione della società questa loro esperienza per concretizzare qualcosa di buono, facendo del proprio passato non un vanto ma un punto di partenza. Ne deduco che chi governa questo paese non è disposto a dare una seconda possibilità ai detenuti perché non crede nel corretto funzionamento del sistema carcerario italiano, che però – guarda caso – è regolato dal Governo. E’, insomma, un cane che si morde la coda!”.

Miccoli al telefono insulta Falcone, bufera sul capitano del Palermo. Il calciatore è indagato per estorsione e accesso abusivo a un sistema informatico. Avrebbe chiesto il recupero di un credito al figlio di un boss, parlando con il quale ha definito Falcone "fango". La sorella del magistrato: "Inqualificabile". Sonia Alfano e il ministro D'Alia: "andrebbe radiato". Rabbia dei tifosi sul web: "Ora ti scordi la Sicilia". Zamparini: "Meglio che se ne vada da Palermo". La Figc chiede alla Procura federale di aprire un'inchiesta. Salvo Palazzolo il 22 giugno 2013 su La Repubblica. Amicizie pericolose e insulti verso uno dei massimi simboli della lotta alla mafia. E' bufera su Fabrizio Miccoli, il capitano del Palermo scivolato maldestramente sulle sue frequentazioni con il nipote di Matteo Messina Denaro e con il figlio del boss della Kalsa, Antonino Lauricella, detto "Scintilluni", con cui si divertiva a cantare "Quel fango di Falcone". E dopo mesi di polemiche e indagini la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha preso una decisione. Il bomber dovrà essere interrogato. E non come testimone, ma come indagato. Ieri, gli investigatori del centro operativo Dia di Palermo hanno notificato al giocatore un avviso di garanzia, che ipotizza due reati pesanti: estorsione e accesso abusivo a un sistema informatico. La prima contestazione è una clamorosa novità: il capitano rosanero avrebbe commissionato al suo amico Mauro Lauricella, il figlio del boss della Kalsa, il recupero di alcune somme dai soci di una discoteca di Isola delle Femmine. E i modi di Lauricella junior sarebbero stati piuttosto bruschi. La seconda accusa, per cui Miccoli era già stato iscritto nel registro degli indagati due mesi fa (come anticipato da Repubblica il 14 maggio) si riferisce invece a quattro schede telefoniche. Il capitano rosanero avrebbe convinto il gestore di un centro Tim a fornirgli alcune sim intestate a suoi clienti. Una di queste schede fu poi prestata a Lauricella junior nel periodo in cui il padre era latitante. Le accuse nascono proprio dalle indagini finalizzate alla ricerca di Antonino Lauricella, il re della Kalsa poi arrestato dalla polizia nel settembre 2011. Per molti mesi la Dia tenne sotto controllo Mauro Lauricella, anche intercettando le quattro misteriose schede telefoniche di cui adesso deve rispondere Miccoli. Fra quei dialoghi non emersero conversazioni utili per la ricerca del capomafia della Kalsa, ma sono saltate fuori le relazioni pericolose del giocatore del Palermo. Al telefono, Miccoli e Lauricella insultavano persino il giudice Giovanni Falcone: "Quel fango di Falcone", canticchiavano i due amici su un Suv mentre sfrecciavano per le vie di Palermo. E al telefono davano appuntamento a un altro amico in modo davvero singolare: "Vediamoci davanti all’albero di quel fango di Falcone". Toni che stridono con quelli usati da Miccoli durante le partite del cuore, quando dedicava i suoi gol proprio a Falcone e Borsellino. La Federcalcio ha incaricato la Procura federale di aprire un'inchiesta sulla vicenda.

Reazioni. Parole che suscitano l'indignazione di Maria Falcone, sorella del magistrato: "Non ho aggettivi per qualificare Miccoli, anzi ritengo che non valga nemmeno la pena di spendere una parola", dice Maria Falcone. "Che una persona dello sport e dello star system, che ha partecipato alle Partite del Cuore, quando dedicava i suoi gol proprio a Falcone e Borsellino, si esprima in quella maniera - aggiunge Maria Falcone - è davvero inqualificabile. Si vede - prosegue - che preferisce i boss alla legalita'". "Ha dimostrato - conclude - scarsissima sensibilità. Era meglio non partecipare a quelle manifestazioni". "Se venissero confermate sono affermazioni aberranti e inqualificabili, altro che calcio alla mafia. Non ci sono giustificazioni. Deridere un servitore dello Stato che ha sacrificato la vita nella lotta alla mafia è un fatto di una gravità inaudita che non può passare in silenzio soprattutto se dette da chi in questi anni è stato sui palcoscenici mediatici ed esempio per tanti giovani. Per mettere in fuorigioco le mafie, il calcio ha altri valori da seguire come l'esperienza della nazionale di calcio di Prandelli che si è allenata a Rizziconi in Calabria su un campetto confiscato alle mafie". Così, in una nota, Libera. E proprio nei campi di Libera propongono di far "passare le prossime settimane" al giocatore Federico Orlando e Beppe Giulietti, presidente e portavoce di Articolo 21. "Così magari si farà una idea più chiara sulla mafia e su coloro che sono morti per aver sfidato coloro, i mafiosi, che hanno "infangato e infangano" la Sicilia e l'Italia". "Le parole di Miccoli su Giovanni Falcone sono sconcertanti, così come sono inaccettabili le sue frequentazioni mafiose", scrive su Twitter il senatore Giuseppe Lumia, capogruppo del Pd in Commissione giustizia. "Ho atteso una precisazione da parte di Miccoli. Il suo silenzio e' sconcertante. Vada via da Palermo con l'ignominia di tutti i palermitani", scrive su Twitter Antonello Cracolici, deputato regionale siciliano e presidente della Commissione per l'applicazione del decreto Monti all'Ars. Duro anche il commento di Sonia Alfano, presidente della Commissione antimafia europea e dell'Associazione nazionale familiari vittime di mafia: "Palermo non è la città di Lauricella, Riina e i Graviano: è la città di Falcone, Borsellino, Giaccone, Agostino, Iannì, Domè e moltissime altre vittime innocenti che la mafia l'hanno combattuta a viso aperto! Le dediche di Miccoli ai giudici uccisi dalla mafia oggi suonano come delle vere e proprie prese in giro. Andrebbe radiato dal mondo del calcio". Dello stesso avviso Gianpiero D'Alia, ministro della Funzione pubblica: "Non può continuare a giocare perché ha tradito la fiducia di migliaia di tifosi che in lui, capitano del Palermo, hanno visto un esempio in cui identificarsi". "Chi utilizza certe espressioni dovrebbe chiedersi, come io chiedo, se sia mai stato degno di rappresentare la città di Palermo" dice il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. "Auspichiamo che sia lo stesso calciatore a fare immediata chiarezza su quanto accaduto", ha detto Danilo Leva, presidente del forum Giustizia del Partito Democratico, "un giocatore di calcio è un idolo per tanti giovani, e questo comporta precise responsabilità. Ci si aspetterebbe che fosse un esempio positivo e un modello di comportamento da seguire, evitando di cadere in affermazioni che feriscono il Paese, la Sicilia e Palermo, quella città cui Miccoli deve gran parte della sua fama e del suo successo". "In una società sana una persona che dice queste cose verrebbe esiliato, ma sicuramente lo vedremo in qualche reality". E' quanto ha detto Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, circa le frasi del calciatore Fabrizio Miccoli. Pif ha partecipato alla terza edizione di Trame, festival dei libri sulle mafie diretto da Gaetano Savatteri in corso a Lamezia Terme fino, dove ha presentato in anteprima nazionale le prime immagini del film da lui diretto "La mafia uccide solo d'estate", ambientato a Palermo negli anni di piombo e raccontato dagli occhi di un bambino. E scatta anche il "cartellino rosso" dei tifosi rosanero delusi dal 'Romario del Salento' che nei social network lo condannano senza appello. "Ora ti scordi la Sicilia", reagisce un tifoso sulla pagina Facebook di Miccoli, comunque in partenza, anche per l'insofferenza crescente di patron Zamparini legata proprio agli sviluppi dell'inchiesta. "Una feccia? Sei una merda", gli urla una giovane. E su Facebook nasce il gruppo "Vogliamo la radiazione di Miccoli per la frase su Falcone", con un centinaio di adesioni. Non solo. Sempre sui social network si chiede che il Palermo "prenda le distanze" dall'ex giocatore rosanero sulla frase choc sul giudice ucciso nella strage di Capaci. Fino al pomeriggio il Palermo Calcio non si è espresso sulla vicenda, tenendo la foto del capitano sulla homepage del sito, poi le parole del patron Maurizio Zamparini: "Mi dispiace tantissimo, speriamo che sia un lapsus della procura. Conoscendo Miccoli non penso che lui possa fare un'estorsione a nessuno. Le sue parole? No comment, bisogna vedere esattamente cosa ha detto. Mi rende sconcertato che i giornalisti sappiano delle intercettazioni che devono essere un segreto, poi lo sarei se lui le dovesse aver dette per davvero". "Avevo un sentore, non che fosse indagato, ma che la procura stesse facendo delle verifiche perchè lui aveva delle amicizie - ha detto Zamparini ad Antenna Sicilia secondo quanto riporta Stadionews. Questo però accade a tutti i giocatori, mica sanno che balordi frequentano. Per questo penso che faccia bene ad andarsene da Palermo". "E' un demente e con lui quelli che lo acclamano", qualcuno scrive su Twitter. Per altri il simbolo di un "calcio marcio". "La società del Palermo rescinda subito il contratto", esorta un tifoso. "Delusione infinita", incalza un altro.

Isolato e “seviziato”, ma non arretrò: per fermare Falcone ci volle il tritolo. La strage di Capaci vent'anni dopo. Il magistrato "morto che cammina" aveva portato un vento nuovo dopo gli assassini di Terranova, Costa e Chinnici. Istruì il più grande processo alla mafia che si ricordi. Obbligò il mondo a decidere dove stare. Ma come in tutte le curve della storia del nostro Paese arrivarono le bombe, i morti e le stragi. Nando dalla Chiesa il 22 maggio 2012 su Il Fatto Quotidiano. Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici. Giovane e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni-La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo. Tra quella delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo. Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento. Fu in quel punto della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella della Ginestra a ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese. I sedicenni e Falcone, i sedicenni e Borsellino. Purtroppo le stragi in Italia non finiscono mai. Nei momenti di incertezza, quando la politica si fa viscida e vigliacca insieme, tornano. Con puntualità maledetta. Per colpire chi cammina, da solo o per mano con altri. Per questo il tritolo fermò il giudice che non voleva arrendersi. Per questo, nel giorno del suo ricordo, una bomba ha fermato una sedicenne e il profumo di primavera che si portava addosso.

·         La Mafia è femmina.

TACCO 12 E ARROGANZA: LA ‘NDRANGHETA ORA E’ FEMMINA. Alessia Candito per il Venerdì-la Repubblica il 30 aprile 2019. Outfit all’ultima moda, borse e occhialoni griffati, piglio da donne in carriera. E arroganza. Si presentano davanti ai giudici chiamati a decidere se spedirle dietro le sbarre, fresche di messa in piega e su tacco 12. Sono le professioniste di fiducia della ‘ndrangheta. Sono sempre più spregiudicate e per i clan sempre più necessarie. Se nell’immaginario collettivo la donna di ‘ndrangheta assomiglia ad una signora vestita di nero, magari anche baffuta, sempre sottomessa ai maschi di famiglia, nella realtà è invece tutt’altra cosa. Oggi mostrano un volto del tutto nuovo. Ma è solo un aspetto della loro trasformazione. «La donna ha sempre avuto un ruolo importante nella criminalità organizzata calabrese» dice il comandante della Squadra Mobile di Reggio Calabria, Francesco Rattà. «Sono sempre state loro a tessere i fili della vendetta, a innescare o comporre conflitti anche sanguinosi, a crescere le nuove generazioni di affiliati. Oggi stanno solo rivendicando un ruolo fuori dalle mura domestiche».

La ‘ndrangheta non è una monade. I cambiamenti sociali toccano le corde intime dell’organizzazione e spesso chi la governa è bravo a cavalcare l’onda, se non ad anticiparla. Mentre aziende, ordini professionali e pubblica amministrazione continuano a storcere il naso di fronte a donne in posizioni apicali, la ‘ndrangheta da tempo ha imparato a cercare commercialiste, avvocate, consulenti, esponenti delle istituzioni. Insomma, in linea con i tempi che cambiano. La filosofia è stare al passo, aggiornare le avanguardie della malavita. E poi chi potrebbe mai pensare che l’organizzazione criminale che più si è raccontata in termini di machismo e tribalismo possa affidare proprio alle donne le vite e le fortune dei propri affiliati? Gli esempi ormai si contano a decine, perché anche nel mondo dei clan il ruolo della donna è questione di classe e di rango. «Non facciamoci ingannare: le signore della ‘ndrangheta, non sono la faccia presentabile del crimine organizzato» sottolinea il procuratore aggiunto giunto della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. «Spesso sono le menti nascoste di un sistema criminale di cui custodiscono i segreti ed alimentano i rancori. La loro parola condiziona le scelte che contano, dando vita a faide cruente e guerre infinite. Oggi assumono ruoli di comando, non limitandosi più ad occupare quelli di “supplenza”. Non è più consentito pensare di poter contrastare i fenomeni criminali di tipo mafioso, sempre più estesi e sofisticati, senza aver compreso che la forza delle mafie va ricercata nella capacità di rinnovare valori deviati, che proprio le donne contribuiscono a rendere forti e condivisi». Per molto tempo però la forza, il potere e l’influenza delle donne sono state sottovalutate. Maria Serraino, divenuta negli anni Settanta la regina di piazza Prealpi e dello spaccio di cocaina ed eroina a Milano; sua nipote Marisa Merico, ex principessa del narcotraffico e del contrabbando di armi, boss di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria; Aurora Spanò, condannata a 23 anni come capo del suo clan; Ilenia Bellocco, che a forza di irripetibili bestemmie faceva rigar dritto gli affiliati. Sono sempre state considerate eccezioni alla regola. Ma in realtà dentro e fuori dai clan, il pallino del potere mafioso, degli affari e delle strategie criminali è sempre più nelle mani delle donne. Ne era perfettamente consapevole quella che gli inquirenti considerano la “criminologa dei clan”, Angela Tibullo, arrestata nell’agosto scorso a Reggio Calabria, e dopo qualche mese confinata ai domiciliari.

Per diventare la “regina della penitenziaria”, a soli 36 anni, non avrebbe esitato a corrompere medici e periti per strappare scarcerazioni per i suoi assistiti, confezionare insieme a loro referti ad hoc, trasformare agenti penitenziari in postini e informatori. In cambio, offriva serate in compagnia di escort o denaro. Molto denaro. «Per invogliarmi mi spiegò che l’ultimo perito che aveva ricompensato si era “fatto la Pasqua“ con quello che aveva ricevuto e, probabilmente, si era fatto pure l’estate» ha raccontato agli inquirenti uno dei professionisti che non si è piegato. Volto noto dei salotti televisivi locali e nazionali, di fronte alle telecamere, la Tibullo si mostrava come seria e posata professionista. Quello che ha colpito gli investigatori durante le intercettazioni sono stati i toni e i modi. «Questa carta qua» diceva ad uno dei boss che grazie a lei sperava in una scarcerazione «costa diecimila euro». E con i loro familiari, tutti affiliati di alto rango, parlava da pari a pari, con l’arroganza di chi si sente indispensabile e con la familiarità della persona di fiducia. Stessa confidenza che ha sempre mostrato con il boss Matteo Alampi l’avvocata Giulia Dieni. Un tempo legale di grido e gran frequentatrice di salotti e locali cittadini, poi travolta da un’inchiesta antimafia e finita nella polvere. I giudici l’hanno condannata in primo grado e in appello per aver permesso al boss, all’epoca detenuto, di mantenere il pieno controllo del suo clan, come delle aziende in teoria sequestrate. In cambio di soldi, gioielli, regali. In altre parole, sostengono i giudici, era diventata “la portavoce” di Alampi. Se uno degli affiliati veniva convocato dal legale, per tutti il significato era chiaro: «Ti vuole parlare Matteo...», spiega uno di loro intercettato. «Ma nella società» dice un investigatore «si stenta ancora a credere che una donna possa volutamente scegliere di ricoprire questo ruolo». Sarà per questo che l’avvocata Giulia Dieni continua a esercitare la professione? Non è dato sapere. Di certo, contro di lei, il suo Ordine non si è affrettato a prendere provvedimenti. Al contrario, ha fatto scadere i termini per decidere sulla sospensione cautelare dall’esercizio della professione senza arrivare ad un verdetto. L’avvocato incaricato di relazionare sul caso ha sostenuto di avere troppo poco tempo per esaminare i documenti e comunque di aver bisogno di carte ulteriori. La sezione distrettuale di disciplina forense si è limitata a prenderne atto. Risultato? L’avvocata Dieni, condannata per i rapporti ambigui con i propri clienti, ha continuato ad entrare e uscire da carcere per parlare con i detenuti, frequentare le aule giudiziarie, trattare con i parenti. Prima dell’arresto, era una professionista di grido anche Roberta Tattini. Figlia della buona borghesia bolognese, per anni è stata una consulente finanziaria molto nota in città. Poi, alla sua porta ha bussato il boss Nicolino Grande Aracri, «il capo di giù, di Cutro, il sanguinario» raccontava lusingata. «È gente che ha i segni delle pallottole addosso. Ieri mi sono sentita importante». Il patriarca le ha chiesto una mano per sistemare una serie di affari e lei non si è tirata indietro. Anzi, la considera una grande occasione. «Fulvio, mi sta dando un’opportunità! È un affare e guadagno un milione di euro» dice al marito, che tenta inutilmente di metterla in guardia. Ma lei si sente tranquilla, nonostante sia consapevole dei rischi. «Siete uomini d’onore» la ascoltano dire gli investigatori. «Voglio il vostro migliore avvocato a difendermi, perché ho paura che con il mio sto dentro vent’anni. Invece voi mi tirate fuori». Aspettative infrante da una condanna definitiva a 8 anni e 8 mesi.

LA CAMORRA È FEMMENA.  Vincenzo Iurillo per "il Fatto Quotidiano” il 28 giugno 2019. Il ruolo apicale delle donne dei clan di camorra a Napoli è ben riassunto in una frase del pentito Mario Lo Russo. Sentito dai pm il 12 settembre 2016 per riferire sui capi dell' Alleanza di Secondigliano, a una domanda sul clan Licciardi, Lo Russo risponde: "Erano diretti da Maria Licciardi". Il salto di qualità è compiuto: le signore della camorra non svolgono più una funzione di supplenza degli uomini del clan in situazioni d' emergenza - omicidio, latitanza prolungata o cattura del boss di riferimento - ma assumono in prima persona i pieni poteri. "Maria Licciardi era indiscutibilmente il capo del suo clan, riconosciuta da tutti in quanto tale, sia interni che esterni", riassume il Gip di Napoli Roberto D' Auria che ha firmato l' ordinanza di 126 misure cautelari. Duemila pagine frutto di una inchiesta di 'sistema' - pm Ida Teresi, procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli - che la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli ha avviato nel 2012 annodando i fili dei rapporti tra alcuni dei clan più potenti della città, i Contini, i Mallardo e i Licciardi. Un patto di sangue e di affari. L' Alleanza di Secondigliano. A rappresentare i Licciardi a quel tavolo dove si decideva la spartizione dei territori e le missioni di terrore c' era Maria "a Piccerella", la sorella di Gennaro Licciardi “a scigna” (la scimmia), morto in carcere a Voghera nel 1994 dopo aver fondato il clan che ha tuttora la sua roccaforte nella Masseria Cardone, all' interno del quartiere di Miano, periferia nord di Napoli. Anche Maria ha conosciuto la prigione, a Benevento, nei primi anni 2000. E se una volta erano le donne a portare all' esterno le imbasciate e gli ordini degli uomini detenuti, nel suo caso è esattamente il contrario. Dalle conversazioni registrate in carcere, si scopre che è il marito "ad assumere le redini del clan sotto la costante direzione della moglie". Maria Licciardi fu catturata dopo due anni di latitanza, e anche stavolta si è data alla fuga, gli investigatori non sono riusciti a rintracciarla all' alba del maxi blitz. Sono invece finite in carcere le tre sorelle Anna, Maria e Rita Aieta, mogli di Francesco Mallardo, Edoardo Contini e Patrizio Bosti, e Rosa Di Nunno, moglie di Salvatore Botta. A tutte è stato riconosciuto il ruolo di capo all'interno dell'Alleanza. "Le donne avevano un ruolo rilevante sia per i collegamenti con il sistema penitenziario, sia per la capacità di assumere decisioni e di pretenderne il rispetto" ha spiegato il procuratore capo Giovanni Melillo.

Il potere di Maria "la Scimmia". L' autorevolezza di Maria Licciardi si evidenzia nella vicenda del debito di gioco di 15mila euro contratto dal figlio minorenne di un tale P. R. "Li prendiamo tranquillamente quello tiene i soldi", dicono tra loro i creditori. Non è così. L' uomo stenta a onorare le pendenze. E chiede a Maria "a scigna" (l' altro suo soprannome) un intervento per ottenere una dilazione. La storia emerge da una intercettazione ambientale. T. - E quell' altro, il figlio di P. R. - (inc) poi si rivolge a Maria "la scimmia" non li tiene a tanto alla volta ma quello è sbagliato invece di prenderlo e dirgli: scornacchiato, hai giocato? Non devi pagare a questi? Invece si rivolge a quella e ora vediamo dai 1.300 a 1.000 al mese ma che stai dicendo? () sta pieno di debiti a piangere da Maria: ma quella dice; tu giochi? Quando hai vinto ti hanno dato i soldi? E quando perdi paghi. S. - Sono cose di gioco Alla fine, anche grazie a Maria Licciardi, si troverà un accordo per una dilazione a 2.000 euro mensili. "Il rispetto per la donna era massimo - scrive il giudice - tanto che, sebbene il suo operato non fosse condiviso, comunque le richieste da lei avanzate trovavano fattiva realizzazione", per via dell' intesa di ferro tra i Licciardi e i Contini. Come nel caso del pagamento di un credito. Maria Licciardi si rivolge a Peppe, uno dei Contini. L' ordine è chiaro. La vittima va minacciata, e se necessario bastonata a sangue. "Sto aspettando a questo cornuto - esclama l' esattore - ma penso che abbusca dopo Ha detto Peppe. Se non ti dà i soldi picchialo". Anche stavolta il debitore proporrà una rateizzazione. Dovrà discuterla con Maria Licciardi in persona.

La dura legge delle sorelle Aieta. Per una estorsione da un miliardo quando la moneta era la lira, Anna è stata recentemente condannata in primo grado a 13 anni. Maria, con lo sconto di pena del rito abbreviato, se l' è cavata con 8 anni. Mentre di Rita Aieta parla così un pentito, Alfredo De Feo: "Dico subito che è persona che comanda nel clan Contini ed ha anche voce in capitolo sulle mesate (gli stipendi agli affiliati del clan, ndr). Ricordo per esempio che tolse la mesata per alcuni mesi ad uno, perché la moglie non l' aveva salutata rispettosamente". Sono sgarri che vanno puniti in qualche modo. Dovette intervenire il nipote dell' uomo su Ettore Bosti, il figlio di Rita, per far ripristinare lo stipendio allo zio.

Maddalena Oliva per “il Fatto Quotidiano” il 28 giugno 2019. Nella camorra non esiste Famiglia senza famiglia di sangue. Lo ha ricordato l' ultima relazione semestrale della Dia: "La presenza di parenti all' interno della catena di comando conferma la centralità della famiglia quale strumento di coesione. È in questo contesto che le donne assumono, sempre più spesso, ruoli di rilievo nella gerarchia dei clan, in assenza dei mariti, o coi figli detenuti". A Napoli, scompaiono i capi carismatici, e mogli e figlie ne prendono il posto. Oggi Maria Licciardi, ieri Pupetta Maresca. Ma è da tempo che le donne a Napoli partecipano alle attività illegali. La loro presenza, attiva, è radicata nella storia della camorra (e della città). A partire dall' Ottocento, e poi nel mondo del contrabbando di sigarette. Raccontava il boss dei Quartieri Spagnoli, Mario Savio: "Le contrabbandiere avevano un' abilità particolare perché riuscivano a stringere tra le cosce le valigie usate come banchetto per le sigarette e a camminare, tenendole nascoste sotto i gonnoni, con passo normalissimo, sfilando davanti ai finanzieri". Capacità organizzativa, gestione degli affari, le vediamo complici nel fiancheggiare e spalleggiare i loro uomini, o pronte ad assalire in difesa dei propri parenti. "Capesse", trafficanti di droga, usuraie, assassine, oltreché mogli, madri, sorelle, amanti. Secondo i dati raccolti da Anna Maria Zaccaria, dell' Università Federico II , sulle donne detenute per camorra, 1 su 3 risulta essere moglie o compagna di un capoclan: è quindi il legame sentimentale/coniugale a connotare la loro appartenenza. Nel 45% dei casi, ricoprono un ruolo di "gregaria", prima ancora che di pusher o di corriere (29%) o di leader (25%). A dimostrazione dello sfruttamento, o meglio della valorizzazione, della capacità femminile di fare rete. C' è un mondo che pare averlo capito, e messo a Sistema, molto più velocemente di quello che, parallelo, gli corre di fianco.

·         Una vita sotto copertura.

Una vita sotto copertura. Panorama ha incontrato uno degli "undercover" della Polizia che da anni vive infiltrato nella rete dei narcotrafficanti. Panorama il 7 giugno 2019. Ragionano come i narcotrafficanti ma non infrangono le regole della legalità: sono gli agenti sotto copertura della Polizia di Stato. Uomini e donne guidati da uno dei più esperti dirigenti del Servizio Centrale Operativo (Sco). Panorama, in esclusiva, ha potuto intervistare il pioniere degli undercover. L’abbiamo incontrato in una località segreta, armati solo di taccuino e penna: perché la prudenza non è mai troppa quando si affronta un tema come la lotta ai trafficanti di droga; perché, per la prima volta, mostra il volto senza travestimento a un giornalista; perché è infiltrato nelle maglie dell’organizzazione criminale. Lui, nome di fantasia, sembra un attore di un film americano: la sua età non traspare e neppure la cadenza rivela sua vera appartenenza, se è nato al Nord o al Sud. Come un camaleonte è stato addestrato a cambiare pelle per salvare la sua. «Sono stato infiltrato in almeno dieci importanti operazioni di Polizia» dice Jack, da due anni allo Sco. «Ho perso il conto di quanti narcotrafficanti abbiamo catturato, anche uomini al di sopra di ogni sospetto, colletti bianchi che lucrano con la droga o spietati spacciatori; abbiamo sequestrato tonnellate di stupefacenti. È sempre la prima volta però, perché ogni missione è diversa dall’altra: non sai mai come potrebbe finire». 

Parla con calma, senza emotività. «Ci vuole molta professionalità… Ho imparato a comportarmi in modo freddo, lucido, risoluto» dice. Non deve mai sembrare sbirro, neppure quando racconta «cose» da sbirro. E con la paura come la mettiamo? «Ti fa commettere errori. Non sono Batman e devo sapermi fermare, laddove lo ritenessi opportuno». Perché un poliziotto rischia la vita per un normale stipendio e senza incentivi di carriera? Perché affronta un’esistenza complicata, ai margini della società, quasi come un clochard? Accade raramente che un undercover frequenti night club in compagnia di belle donne, ristoranti stellati, hotel di lusso. «Magari...». Per un attimo sorride. «Guardi, il grimaldello è stata la riforma della legge sulla droga. E poi non sopporto che questi criminali possano sentirsi degli intoccabili e farla franca. Un giorno mi sono detto: se non si riuscisse ad arrestarli con l’attività investigativa classica e si potesse farlo sotto copertura, ben venga». Il contatto diretto con il trafficante di stupefacenti dà risultati più immediati; e negli ultimi dieci anni si sono fatti tutti furbi, al telefono si scoprono solo le corna. «Al telefono, del resto, non si registrano nitidamente i reati, tutto è più complesso. Ci sono, poi, tanti sistemi per comunicare: WhatsApp, la Chat, Facebook, Black Berry» continua Jack. Quando il Servizio Centrale Operativo decise di alzare il livello della lotta alla criminalità puntando sulla strategia dell’agente sotto copertura, chiamò Jack: lui, che aveva già dimostrato le prerogative indispensabili per questa attività investigativa, cominciò a formare altri poliziotti.

La scuderia degli undercover permette anche di risparmiare dal punto di vista economico. Per il piccolo spaccio, per esempio, si adotta una strategia collaudata, che permette in 60 giorni di arrestare 20 o 30 spacciatori che colonizzano la piazza: un intervento efficace eseguito da una decina di poliziotti dello Sco e della Scientifica; questi ultimi installano telecamere e microspie, al resto penserà l’undercover che avrà sempre le spalle coperte da un pugno di sbirri pronti a intervenire. 

Sono un team di professionisti, perché il limite che non si deve oltrepassare è sottilissimo e si rischia facilmente di bruciare l’operazione o di imbattersi nel reato penale. Chiediamo a Jack: quante volte si è trovato con le mani legate? «In molte occasioni avrei potuto fare di più, ma la legge non me lo consente. È come una linea Maginot: oltre non si può andare» dice l’agente abbassando lo sguardo come fosse una resa. «I poliziotti americani fanno moltissime operazioni sotto copertura perché la legge permette anche di provocare il reato, di vendere o cedere la merce» racconta. Dovrebbero dare la possibilità di trasportare gli stupefacenti per conto dei trafficanti, invece possono solo acquistarla. E se l’agente sotto copertura fosse costretto a una sniffatina di coca nel bel mezzo del rendez-vous? «Scherza? Il vero narcotrafficante non prende mai la cocaina perché se fosse un drogato non sarebbe credibile. Cerco sempre di evitare incontri al buio, feste e luoghi privati. Devo essere bravo a non trovarmi in certe situazioni perché mi propongo sempre come investitore e mai come consumatore».

Alla domanda: si è mai trovato ad affrontare un incontro senza supporto tecnico e senza informare il regista dell’operazione (che è sempre il direttore dello Sco)? Jack si lascia andare a un racconto da film: «A differenza dei trafficanti bosniaci che sono scaltri, superbi, difficili da conquistare, quelli albanesi si lasciano affascinare dalla persona brillante che ostenta una ricchezza vistosa. Un giorno mi presento, al primo appuntamento, sfoggiando una Lamborghini rosso fiammante. E conquisto immediatamente la simpatia dello spacciatore albanese: la pedina che mi avrebbe portato dal capo dell’organizzazione criminale. Quando ce l’ho ormai in pugno, comincio a dettare le condizioni e a farlo sentire una nullità. Gli albanesi sono molto orgogliosi, quindi cerco di renderlo vulnerabile. Al terzo appuntamento, infatti, mi confessa che prima di vendere la droga deve chiedere il permesso al proprietario. Finché, senza preavviso, mi dice: “Vieni che ti porto dal capo”. A quel punto sono a un bivio: ho un risultato investigativo importante, ma non ho il supporto di copertura dei colleghi. Non posso rischiare di fare saltare l’operazione, l’istinto mi dice di andare. Jack si ferma un secondo per creare maggiore suspense. «Mi sembra di vivere la scena di un giallo: mi portano in un luogo isolato dove si trova un capannone. E mentre il mio gancio si reca dal capo, mi accorgo che sono sorvegliato: basterebbe una telefonata o un gesto nervoso… e non vedrei più il sole. Quando torna lo spacciatore quasi mi esorta: “Il mio capo ti vuole conoscere”. Raggiungiamo il capannone e mi trovo di fronte a un bosniaco grande come una montagna che comincia a farmi un vero e proprio interrogatorio. Per fortuna la mia storia lo convince: dopo una settimana mi informano che avverrà la consegna della droga, ma all’appuntamento mi presento con i miei colleghi che fanno la retata». 

Il fatturato del traffico di stupefacenti potrebbe risanare le casse dello Stato, la richiesta di droga è talmente elevata che tutte le organizzazioni criminali guadagnano ingenti somme di denaro senza farsi la guerra: «Una volta il giro dei trafficanti di droga era chiuso e infiltrarsi era impossibile. Adesso, invece, il sistema è talmente variegato che a noi fa gioco» spiega. «Più persone spacciano e più possibilità abbiamo per mimetizzarci nelle organizzazioni criminali. Chiaramente dipende dalla etnia: lo spacciatore nigeriano ha un modus operandi, quello magrebino ne ha un altro, l’albanese o lo slavo un altro ancora». Nella galassia dei narcotrafficanti, kosovari, bosniaci e croati sono i più spietati, anche perché molti boss dello spaccio sono reduci di guerra. «Infiltrarsi nelle maglie di queste organizzazioni è una impresa impossibile. Sono determinati, praticano l’autarchia più assoluta» sottolinea Jack. «Se è vero che la droga accomuna i popoli, è anche vero che l’organizzazione criminale nigeriana batte le altre etnie perché è potente, dominante, spalmata soprattutto nelle piazze più ricche del Paese. Gli spacciatori nigeriani sono così tanti che è come affrontare con l’ombrello lo tsunami». I capi dei clan nigeriani usano i riti tribali juju per soggiogare i proseliti. Sono azioni violente: di recente un «adepto» è morto durante un rituale di iniziazione. «E aveva pure pagato 400 euro» precisa Jack. 

I boss nigeriani, giorno dopo giorno, conquistano fette rilevanti del mercato degli stupefacenti: qualcuno cerca di fare il salto di qualità, stringendo affari anche con gli spacciatori italiani. Se si volesse tracciare l’identikit del nigeriano presente nelle piazze di spaccio? «È un soggetto irregolare sul territorio, che vive in luoghi di fortuna, per cautela si rifornisce dai connazionali». Quindi scardinare e infiltrarsi nei clan nigeriani è come un labirinto. «Nonostante fossero gruppi criminali serrati, siamo riusciti, in alcuni casi, a penetrare anche a un livello superiore dell’organizzazione» sottolinea l’undercover. 

La vera difficoltà è abbattere il muro della diffidenza. E poi sono molto superstiziosi: prima di effettuare un trasporto di stupefacenti contattano lo sciamano che si trova in Nigeria. «Mi è capitato, mentre l’operazione era quasi conclusa, che il capo nigeriano fermasse la consegna della droga perché lo sciamano vietava la trattativa e la rimandava a tempi migliori» dice Jack. Anche la madre del capo riveste un ruolo importante nell’organizzazione criminale nigeriana, e ha un potere incredibile sul figlio. È lei che investe i proventi della droga in Nigeria, quasi sempre in immobili. «Siccome i nigeriani sono molto creduloni, se la mamma del trafficante di droga dovesse dire: “Non ti muovere che ho un presentimento”, spostano o addirittura sospendono l’affare. Mi è successo diverse volte».

La mafia nigeriana è in ascesa. E la Nigeria è la tratta alternativa sia per la cocaina che per l’eroina. Jack non ha dubbi: «L’ovulatore fa transitare ingenti quantità di stupefacenti». Alcune importanti operazioni, una per tutte Eiye -Calypso, a Cagliari, dimostrano che è ormai un sistema ramificato. Finché la Ndrangheta resterà la regina del grande business, perché fa tutto in proprio, dalla raffinazione al trasporto della droga e persino allo spaccio nelle zone controllate, mantenendo contatti diretti con i cartelli colombiani e importando qualsiasi carico di stupefacenti, nel mondo del narcotraffico prevarrà lo status quo. «La normativa non ci permette di infiltrarci nei cunicoli delle ndrine» sospira lo sbirro. «Ma mai dire mai». Jack saluta e si allontana. 

·         Damiano Caruso e la mafia.

“I BAMBINI SI NUTRONO DI QUESTE PORCHERIE”. Da Libero Quotidiano il 5 agosto 2019. Roberto Saviano ha fatto infuriare pure chi la mafia la combatte sul campo. Nicola Gratteri, procuratore capo della Dda di Catanzaro se la prende contro mister Gomorra e la serie che ha ispirato e a cui ha preso parte per la realizzazione: "Qualche grande personaggio che si definisce intellettuale dice che vogliamo censurare la cultura. Io invece sono preoccupato perché i bambini si nutrono di queste porcherie". Il saggista ci va giù ancora più pesante: "Oltre a fare il magistrato, io sono seguito da migliaia di persone per le quali sono un modello ciò significa che devo stare attento a quello che dico e a quello che faccio. Se so che scrivendo un romanzo, una sceneggiatura o qualsiasi altra cosa posso nuocere al comportamento dei ragazzi quel prodotto non lo faccio altrimenti sono uno spregiudicato o un ingordo che voglio solo guadagnare soldi". Il rimando a Saviano, anche se il suo nome non viene mai pronunciato, sembra chiaro.

Gratteri contro Saviano: sei un cattivo maestro. Simona Musco il 6 Agosto 2019 su Il Dubbio. L’anatema del magistrato antimafia. L’accusa del procuratore: «c’è chi dice che vogliamo censurare la cultura. Io invece sono preoccupato, perché i bambini si nutrono di queste porcherie» “Gomorra” e affini sono diseducativi e rischiano di provocare un effetto “emulazione”. E così, anziché censurare le mafie finiscono per esaltarle, trasformando in eroi coloro che, nella realtà, sono i cattivi. Nicola Gratteri, procuratore capo della Dda di Catanzaro, ancora una volta non le manda a dire. E, così come più volte ha fatto negli ultimi tre anni, punta il dito contro la serie tv nata dalla penna di Roberto Saviano, definito, nemmeno troppo tra le righe, un professionista dell’antimafia, un ingordo. Un’occasione, quella fornita dal palco di “Estate a casa Berto” a Capo Vaticano, in Calabria, per rispedire al mittente le critiche di chi, come Marco D’Amore, protagonista della serie, aveva paventato il rischio di una censura. «Qualche grande personaggio che si definisce intellettuale dice che vogliamo censurare la cultura- ha dichiarato il magistrato dialogando con il giornalista Paolo Conti, del CorSera, nel corso della rassegna – Io invece sono preoccupato perché i bambini si nutrono di queste porcherie. Oltre a fare il magistrato, io sono seguito da migliaia di persone per le quali sono un modello. Ciò significa che devo stare attento a quello che dico e a quello che faccio. Se so che scrivendo un romanzo, una sceneggiatura o qualsiasi altra cosa posso nuocere al comportamento dei ragazzi quel prodotto non lo faccio altrimenti sono uno spregiudicato o un ingordo che voglio solo guadagnare soldi». Una tesi che Gratteri sostiene ormai da tempo, in compagnia di diversi colleghi, tra i quali anche il procuratore capo della Dna Federico Cafiero de Raho, secondo cui il rischio è quello di distorcere la realtà, raffigurando la camorra come fosse un’associazione come tante altre anziché rappresentarne la violenza che la caratterizza. La polemica era nata in occasione della messa in onda della terza stagione di “Gomorra”, quando Gratteri aveva criticato il modello veicolato dalla serie tv, denunciando il rischio emulazione. «È dietro l’angolo – aveva messo in guardia Negli ultimi tempi, dagli eroi positivi destinati alla sconfitta si è passati ai boss protagonisti di storie più o meno ispirate a fatti veri. Sullo schermo vediamo un mondo abitato da “paranze” assetate di sangue, senza alcun margine di redenzione. Alla fine, i personaggi positivi sono uomini di potere, uomini di parola e uomini che sanno imporsi. Ma sono sempre criminali». Ma non era stato il solo a farlo. Ad elargire critiche era stato, infatti, anche Giuseppe Borrelli, all’epoca procuratore aggiunto della Dda a Napoli, secondo cui la pecca di “Gomorra” sarebbe quella di offrire una rappresentazione folkloristica dei clan. Parole che avevano allarmato il cast del film, che attraverso D’Amore, alias Ciro di Marzio, protagonista della fiction, aveva denunciato il rischio di censura nei confronti di quello che ha definito, invece, un fortissimo atto di denuncia partito proprio da Saviano. E lo stesso scrittore ha poi rispedito al mittente le accuse. «Il rischio emulazione — aveva replicato — credo sia un paradosso. Chi guarda il padrino diventerà Michael Corleone? Chi legge Shakespeare diventerà Riccardo III? Quando un libro, un film, una serie tv raccontano le ferite senza edulcorarle, mettono a soqquadro la percezione della realtà facendo nascere una domanda: ma davvero questo accade? Una serie che racconta il male, mostra la ferita, produce sofferenza e quindi cambiamento e crescita».

Damiano Caruso: “SAVIANO FA BUSINESS CON LA MAFIA, FALCONE CI È MORTO”. Da Il Napolista il 25 luglio 2019. L’Equipe dedica due pagine di intervista a Damiano Caruso, siciliano, gregario di Nibali. Il siciliano tocca vari temi, tra cui anche la mafia e il padre che ha fatto da scorta a Giovanni Falcone. 

Il padre nella scorta di Falcone. “Mio padre è entrato in polizia dopo il servizio militare, non aveva lavoro e si è ritrovato a Palermo nel 1984 nella scorta del giudice Falcone, guardia del corpo negli anni di piombo, e aveva appena 19 anni”. “Me ne parla con orgoglio e fierezza, col sentimento di aver vissuto momenti storici. Falcone è stato il primo a combattere apertamente la mafia. All’epoca era diverso, bisogna avere una sacro coraggio, un grande senso del sacrificio per mettere la propria vita in gioco, come ha fatto mio padre per un altro, per un milione e e 200mila delle vecchie lire, gli attuali 600 euro”.

Saviano si fa bello ma vive di questo. “La mafia bisogna raccontarla ma Saviano fa business, nella Serie Gomorra lui talvolta romanza, si fa bello ma vive di questo. Lui odia la mafia e se ne nutre. Falcone, invece, ha pagato con la vita”.

La Sicilia. “Io vivo la vera Sicilia, Ragusa è a Sud, è una zona turistica, la mentalità è più aperta, io abito a 200 metri dalla villa del commissario Montalbano, quello della serie tv, mi è capitato di assistere a qualche ripresa”.

I siciliani. “Il siciliano si lamenta facilmente e non fa nulla per cambiare le cose, ma io non piango mai. Vivo in Sicilia e ne sono felice. Spesso mi dicono: sei cretino a rimanere là, dai la metà dei tuoi guadagni allo Stato ma io mi rifiuto di farmi cambiare dal denaro e se mia moglie Ornella non avesse supportato la mia scelta di fare il ciclista, le mie assenze, mi sarei accontentato di una vita più tranquilla. Sì guadagno, ma non potrei mai vivere in 20 metri quadrati a Montecarlo o a Lugano. Abbandonare la Sicilia equivale a condannarla. Quando vado all’aeroporto, sono sereno perché so che la mia famiglia è tranquilla dov’è”.

Mi manca una grande vittoria. “Mi manca una grande vittoria. Quest’anno, al Giro, avrei potuto vincere la tappa del Mortirolo. A Ponte di Legno ero più veloce di Ciccone e Hirt ma mi hanno chiesto di aspettare Nibali. Pioveva, ero congelato, ho aspettato, è il contratto. Se mi avessero considerato un po’ di più, avrei vinto. A forza di essere gregario, di sacrificarsi per la squadra, si perde il senso della vittoria”.

Sottovalutato. “Corro nell’ombra del gruppo, nel limbo, tra il paradiso e l’inferno. Non si parla mai di me, posso comprenderlo ma talvolta sono sottovalutato e mi piacerebbe che la stampa fosse più democratica”.

·         Quelli che non si ricordano mai. Giancarlo Siani, Pino Puglisi.

Quelli che non si ricordano mai, scrive Attilio Bolzoni su La Repubblica il 16 aprile 2019. Sono quelli che non si ricordano mai, quelli che non subito e non sempre vengono richiamati negli elenchi delle "vittime innocenti”, quelli che non ci sono più per mano mafiosa ma nessuno lo sa. Oggi parliamo di loro. Sono tanti, tantissimi. Uomini, donne, anche molti bambini. Sono soltanto un nome e spesso dimenticato. Le loro vite si sono perdute nei labirinti della memoria, le ragioni della loro morte perlopiù ignote agli altri. E' una lista italiana tragica e sconosciuta. Chi era Carmelo Iannì e perché è stato ucciso? Chi era Marino Fardelli e come è saltato in aria? Chi era Rossella Casini e perché l'hanno ammazzata? E Rocco Gatto? E Giovanni Lo Sardo o Elisabetta Gagliardi, e Vito Ievolella e Domenico Petruzzelli? Il Blog Mafie dedica a loro, ai "senza volto” e ai "senza storia” una serie, una trentina di articoli scritti dai familiari  o da persone che sono state vicine in vita alle vittime. Poi le loro esistenze le facciamo riaffiorare dai racconti dei ragazzi e delle ragazze di Cosa Vostra. Perché l'impegno della memoria presuppone anche il ricordare le storie di queste vittime...Ecco chi erano Gaspare Palmeri e Nicola Guerriero, Giovanni Domè e le sorelle Nadia e Caterina Nencioni, ecco chi erano Paolo Ficalora e Giuseppe Bommarito. In Italia  anche i morti sono di serie A o di serie B, fanfare e pennacchi per i primi, l'oblio per tutti gli altri. Questa è una prima lista di persone che vogliamo ricordare, nei prossimi mesi ne faremo altre rintracciando i figli e i padri e le sorelle e le madri di tutti coloro che se ne sono andati perché erano lì nel momento sbagliato e nel luogo sbagliato o erano lì per dovere, perché hanno avuto in solitudine il coraggio di denunciare aguzzini e boss o perché da buoni cittadini non si sono piegati ai ricatti. Nomi che abbiamo sepolto.. Quelli che non si ricordano mai.

«Porto il nome di mia sorella uccisa dalla camorra, il suo killer libero è un’ingiustizia». Pubblicato domenica, 10 novembre 2019 su Corriere.it da Fulvio Bufi. Simonetta, la figlia 11enne del magistrato Alfonso Lamberti, fu uccisa il 29 maggio 1982 da un killer, ora in libertà. Il 29 maggio del 1982 la camorra uccise una bambina di 11 anni. Si chiamava Simonetta Lamberti. Suo padre Alfonso era un magistrato, procuratore a Sala Consilina, ed era lui che i killer volevano ammazzare. Lo seguirono mentre rientrava in auto con la figlia da una gita al mare. Erano stati a Vietri. In spiaggia la bambina aveva giocato, al ritorno era stanca, voleva solo andare a casa, a Cava dei Tirreni. Non ci arrivò mai. Lungo la strada un’altra macchina li affiancò e da dentro cominciarono a sparare. Alfonso Lamberti fu colpito alla testa, ma sopravvisse. Simonetta no. Simonetta morì. Trentadue anni dopo il camorrista che nel 2011 confessò di essere il responsabile di quell’agguato e nel 2014 fu condannato a 30 anni di carcere, è un uomo libero. Ma c’è un’altra Simonetta Lamberti che però, come se parlasse a nome di quella sorella che non ha mai potuto conoscere e di cui porta il nome, stavolta è viva e può ribellarsi. «Quell’uomo l’avevo anche perdonato. Mi mandò due lettere, sembrava sincero, lo incontrai in tribunale e lo guardai negli occhi. Poi gli regalai una foto di mia sorella. Pensavo che fosse davvero pentito e che volesse pagare per le sue colpe. Non era così».

Quell’uomo si chiama Antonio Pignataro, oggi ha 62 anni e la sua storia di camorrista passa per la Nco di Raffaele Cutolo e poi per il cartello che ne fu rivale, quello della Nuova Famiglia. È uno che ha attraversato tutto l’arco criminale degli anni Ottanta. «Eppure è la seconda volta che torna in libertà. La condanna per l’omicidio di mia sorella aveva smesso di scontarla già due anni dopo la sentenza. Gli concessero i domiciliari perché aveva il cancro, e io quella volta non fiatai, pensavo che sarebbe stato come infierire contro un essere umano già colpito da una malattia così grave. Ma lui ha continuato a fare il camorrista e la giustizia continua a restituirgli la libertà. E allora no, non ci sto. Voglio sapere come è possibile che uno così sia stato rimandato a casa ancora una volta». In effetti l’ultima scarcerazione di Antonio Pignataro non ha nulla a che fare con l’omicidio di Simonetta Lamberti. Nel 2017 era stato arrestato in una indagine per voto di scambio politico mafioso a Nocera Inferiore, la cittadina salernitana in cui è nato e ha sempre operato. E dove è tornato a vivere adesso con l’obbligo di dimora e di non uscire di casa tra le 22 e le 8. Nel gennaio scorso, durante il processo per queste ultime accuse, disse che le sue condizioni di salute erano peggiorate, che i tumori erano diventati due e perciò chiedeva di essere scarcerato. Non fu accontentato, come non fu accolta l’istanza presentata dal suo avvocato. Ma nel frattempo i termini di detenzione preventiva sono scaduti. Quindi Pignataro è libero. E Simonetta Lamberti, invece, è sempre più prigioniera dell’incubo di poter incontrare in qualsiasi momento l’uomo che ha segnato la vita sua e della sua famiglia, e che così pentito del suo passato di camorrista non doveva esserlo, se poi ha continuato a farlo. «Io lo so che probabilmente a me nessuno spiegherà nulla, perché i parenti delle vittime non hanno diritti. Possono essere parte civile al processo, ma poi tutto quello che viene dopo passa sulle loro teste e devono solo accettarlo. Però non è giusto. Pignataro ha ucciso mia sorella e ha ucciso l’intera nostra famiglia». Alfonso Lamberti è morto tre anni fa, ma da quel giorno dell’82 la sua esistenza è stata inesorabilmente segnata. E si è consumata tra il dolore e complesse vicende che lo spinsero a imboccare strade tortuose pur di trovare gli assassini di sua figlia (li cercò prendendo contatti con boss di camorra e il pentito Pasquale Galasso lo accusò di aver anche fatto favori ai clan). E anche la vita di Simonetta Lamberti (anzi, Simonetta Serena, perché il suo nome doveva essere Serena, ma il padre impose anche quello della figlia uccisa) scorre da 36 anni nel segno della tragedia familiare. «Ho una sorella con cui non ho mai giocato, non ne conosco la voce, non ho nessun ricordo di me e lei. Solo la sua ombra. Che cerco inutilmente di afferrare ogni giorno».

«Cose Nostre», la storia e la vita di chi ha detto no alle mafie. Pubblicato venerdì, 05 luglio 2019 da Aldo Grasso su Corriere.it. La storia di Maria Concetta Cacciola rivive nella prima puntata di «Cose Nostre», il programma di Emilia Brandi che racconta la storia e la vita di donne e uomini che si sono opposti alla violenza cieca delle mafie pagando un prezzo molto alto senza mai smettere di fare il proprio dovere (Rai1, giovedì, ore 23.50). Maria Concetta, testimone di giustizia, è stata uccisa barbaramente a soli trentun anni. Era una ragazza bella, giovane e piena di vita, che sognava un’esistenza diversa da quella che i suoi familiari volevano imporle. Aveva avuto la sfortuna di nascere in una famiglia di ‘ndrangheta, quella dei Cacciola, legata e imparentata con i più potenti Bellocco. Cacciola e Bellocco, due nomi che pronunciati nella Piana di Gioia Tauro incutono rispetto e timore. Una lunga intervista ad Alessandra Cerretti, della direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ricostruisce il dramma di Maria Concetta. Inizialmente la donna decide di affidarsi allo Stato in cerca di protezione, ma ben presto cambia idea in seguito alle continue pressioni da parte della madre e del fratello. È a questo punto che durante una conversazione telefonica tra la ragazza e sua madre, viene intercettata quella che si può definire la frase simbolo del processo e del programma: «O cu nui o cu iddi a stari» (devi stare o con noi o con loro). Così Rosalba Lazzaro pone un ultimatum alla figlia: o stai con noi o con lo Stato. La famiglia pretende la ritrattazione ma Maria Concetta è intenzionata a ricercare nuovamente l’aiuto e protezione dei Carabinieri. Nel frattempo, però, la donna viene assassinata, costretta a ingerire un litro di acido muriatico per depistare le indagini e far credere a un suicidio. Il programma ricostruisce questa drammatica storia con un’asciuttezza di linguaggio di rara intensità e di alto coinvolgimento emotivo.

Dagospia il 19 settembre 2019.Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, il quotidiano Il Mattino ha una bella faccia tosta. Oggi ricorda che il povero Giancarlo Siani avrebbe compiuto 60 anni.. Un articolo reticente e in malafede perché omette di ricordare che Siani era un cronista precario pagato a pezzo come ancora e soprattutto oggi ce ne sono tantissimi...senza contratto senza coperture di alcun tipo. Quando Siani fu ucciso dalla camorra ero cronista precario a cottimo pure io...scrivevo da Milano... rischiavo molto ma molto meno... ebbi la fortuna di essere assunto anni dopo in seguito al contratto avuto altrove. Siani pagò con la vita il coraggio e la passione per il mestieraccio ma non è cambiato proprio nulla. Anzi, la situazione è peggiorata e di tanto. Il precariato dilaga c’è gente che lavora praticamente gratis e con un sindacato che, per la responsabilità che ha, è pure peggio degli editori che ristrutturano i giornali con soldi pubblici e dell’Inpgi che tace e che fa causa a chi osa criticarlo…Frank Cimini

Pino Puglisi. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Beato Giuseppe Puglisi, Presbitero, martire. Nascita 15 settembre 1937. Morte 15 settembre 1993. Venerato da Chiesa cattolica. Beatificazione 25 maggio 2013, Foro Italico di Palermo Santuario principale in fase di costruzione nei terreni di Brancaccio confiscati alla mafia. Ricorrenza 21 ottobre. «Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto.» (Papa Francesco ricorda Pino Puglisi il 26 maggio 2013)

Don Pino Puglisi, all'anagrafe Giuseppe Puglisi (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993), è stato un presbitero, educatore e attivista italiano, ucciso da Cosa nostra il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale. Il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica con cui si compie il rito della beatificazione è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco. È stato il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia.

Biografia[modifica. L'infanzia e l'adolescenza. Nacque il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, cortile Faraone, da una famiglia modesta; il padre, Carmelo, era un calzolaio, e la madre, Giuseppa Fana, era una sarta. Nel 1953, a 16 anni, entrò nel Seminario arcivescovile di Palermo.

Attività sacerdotale. Il 2 luglio 1960, fu ordinato sacerdote dal cardinale Ernesto Ruffini. Nel 1961 fu nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e successivamente rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Nel 1963 fu nominato cappellano presso l'orfanotrofio Roosevelt e vicario presso la parrocchia Maria Santissima Assunta a Valdesi, borgata marinara di Palermo. Fu in questi anni che Padre Puglisi cominciò a maturare la sua attività educativa rivolta particolarmente ai giovani.

Il 1º ottobre 1970 venne nominato parroco a Godrano, un paesino della provincia palermitana che in quegli anni era interessato da una feroce lotta tra due famiglie mafiose. L'opera di evangelizzazione del prete riuscì a far riconciliare le due famiglie. Rimase parroco a Godrano fino al 31 luglio 1978. Dal 1978 al 1990 rivestì diversi incarichi: pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale, docente di matematica e di religione presso varie scuole, animatore presso diverse realtà e movimenti tra i quali l'Azione cattolica e la FUCI.

Il 29 settembre 1990 venne nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella: qui iniziò la lotta antimafia di padre Giuseppe Puglisi. Egli non tentava di portare sulla giusta via coloro che erano già entrati nel vortice della mafia, ma cercava di non farvi entrare i bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi degli idoli, persone meritevoli di rispetto. Egli infatti, attraverso attività e giochi, faceva capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolgeva spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa. Don Puglisi tolse dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa, e impiegati per piccole rapine e spaccio. Il fatto che lui togliesse giovani alla mafia fu la principale causa dell'ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. Decisero così di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno. Nel 1992 venne nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugurò a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione.

Insegnamento scolastico. Don Pino ebbe sempre una grande passione educativa, che lo portò ad assumere incarichi di docente di religione cattolica in molte scuole siciliane. Il suo impegno come insegnante si protrasse per oltre trent'anni, fino al giorno della morte. Le principali tappe di questo percorso iniziarono all'istituto professionale Einaudi (1962-63 e 1964-66). Successivamente insegnò nei seguenti istituti: scuola media Archimede (1963-64 e 1966-72), scuola media di Villafrati (1970-75) e sezione staccata di Godrano (1975-77), istituto magistrale Santa Macrina delle Suore basiliane italo-albanesi (1976-79) e infine liceo classico Vittorio Emanuele II (1978-93).

L'assassinio. Il 15 settembre 1993, giorno del suo 56º compleanno, intorno alle 22:45 venne ucciso davanti al portone di casa in Piazzale Anita Garibaldi, traversa di Viale dei Picciotti nella zona est di Palermo. Sulla base delle ricostruzioni, don Pino Puglisi era a bordo della sua Fiat Uno di colore bianco e, sceso dall'automobile, si era avvicinato al portone della sua abitazione. Qualcuno lo chiamò, lui si voltò mentre qualcun altro gli scivolò alle spalle e gli esplose uno o più colpi alla nuca. Una vera e propria esecuzione mafiosa. I funerali si svolsero il 17 settembre.

Le indagini e i processi. Il 19 giugno 1997, venne arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi, tra cui quello di don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto, Grigoli cominciò a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi, compreso quello di Padre Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli aveva sparato un colpo alla nuca. Dopo l'arresto egli sembrò intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso raccontò le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo". Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano venne condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, venne condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Furono condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. Sulla sua tomba, nel cimitero di Sant'Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Il 2 giugno 2003 qualcuno murò il portone del centro "Padre Nostro" con dei calcinacci, lasciando gli attrezzi vicino alla porta.

Memoria e causa di beatificazione. Don Giuseppe Puglisi è ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi. I Gang gli hanno dedicato la canzone "Il testimone", contenuta nell'album Fuori dal controllo. Il 15 settembre 1999, l'allora arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore De Giorgi, aprì ufficialmente la causa di beatificazione proclamandolo Servo di Dio.

Annullo Speciale - Godrano. Annullo Speciale - Palermo 48. Il 15 settembre 2003, per la commemorazione del decimo anniversario del martirio di Don Pino Puglisi, le poste italiane hanno concesso due annulli speciali all'ufficio postale di Godrano e all'ufficio postale Palermo 48. Quest'ultimo porta il ricordo del centro Padre Nostro, mentre quello godranese riporta la frase "Sì, ma verso dove?", motto preferito da padre Pino. A don Pino sono intitolate diverse scuole, una delle quali a Palermo, e il premio letterario "Ricordare Padre Pino Puglisi" istituito nel 2011 dal Centro Padre Nostro fondato da don Pino Puglisi il 16 luglio 1991.

Il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI, durante un'udienza con il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha concesso la promulgazione del decreto di beatificazione per il martirio in odium fidei. Il 15 settembre dello stesso anno, il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ha reso nota la data della cerimonia di beatificazione di padre Pino Puglisi, di fatto avvenuta il 25 maggio 2013. La notizia è stata data al termine della celebrazione eucaristica in occasione del XIX anniversario del martirio; durante la stessa è stata conferita l'ordinazione sacerdotale a quattro nuovi presbiteri della diocesi, ai quali l'arcivescovo ha rivolto l'invito a guardare a padre Puglisi come modello di vita sacerdotale, sottolineando che ricevevano il sacramento dell'ordine sacro proprio nell'anniversario del suo martirio. Nel successivo mese di ottobre, lo stesso prelato ha firmato il decreto che autorizza la traslazione del corpo di don Pino Puglisi dal cimitero di Sant'Orsola alla cattedrale di Palermo.

Tomba del Beato Pino Puglisi nella Cattedrale di Palermo. La traslazione è avvenuta il 15 aprile 2013, dopo la ricognizione canonica della salma effettuata alla presenza del vescovo ausiliare di Palermo Mons. Carmelo Cuttitta, durante la quale è stata prelevata parte di una costola, poi usata e venerata come reliquia durante il rito di beatificazione. Le spoglie sono state collocate ai piedi dell'altare nella cappella dell'Immacolata Concezione, in un monumento funebre che ricorda una spiga di grano (questo temporaneamente, perché proprio sui terreni di Brancaccio confiscati alla mafia è in costruzione un santuario dove la salma sarà collocata definitivamente). Il significato di tale monumento è tratto dal Vangelo: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv, 12,24). La Chiesa ne ricorda la memoria il 21 ottobre giorno del suo Battesimo. Il poeta Mario Luzi ha dedicato nel 2003 una pièce teatrale a padre Puglisi, Il fiore del dolore, rappresentata al teatro Biondo di Palermo lo stesso anno. Lo scrittore Alessandro D'Avenia non fu direttamente allievo di don Puglisi ma fu presente a svariate supplenze al liceo classico Vittorio Emanuele II. Nel 2014 D'Avenia ha dedicato il suo libro Ciò che inferno non è proprio alla figura del presbitero che molto lo ha colpito nei suoi anni di studi liceali. L'attore teatrale Christian Di Domenico porta in scena a partire dal 2013 in tutta Italia uno spettacolo dedicato alla sua memoria, U' Parrinu. Il cantautore palermitano Pippo Pollina ha dedicato a don Puglisi il brano E se ognuno fa qualcosa, all'interno dell'album L'appartenenza (2014). Nel 2016 il gruppo Parrocchiale denominato "Bottega Equo-Solidale Marittima" (provincia di Lecce) inaugura la propria sala convegni intitolandola "Sala Don Puglisi".

Devozioni. È possibile che Padre Pino sia stato devoto alla Madonna del Perpetuo Soccorso. A dimostrazione di tale fatto ci sono le molte immagini di tale Madonna nella casa a Brancaccio di Don Puglisi, aperta a tutti come un museo ecclesiastico.

Onorificenze. Medaglia d'oro al valor civile (alla memoria). «Per l'impegno di educatore delle coscienze, in particolare delle giovani generazioni, nell'affermare la profonda coerenza tra i valori evangelici e quelli civili di legalità e giustizia, in un percorso di testimonianza per la dignità e la promozione dell'uomo. Sacrificava la propria vita senza piegarsi alle pressioni della criminalità organizzata. Mirabile esempio di straordinaria dedizione al servizio della Chiesa e della società civile, spinta fino all'estremo sacrificio. 15 settembre 1993 - Palermo» — 26 agosto 2015

Palermo, ventisei anni fa il delitto di don Puglisi. Un amico rivela: "I boss sbagliavano numero, mi dicevano: Parrino ti dobbiamo ammazzare". Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta su Repubblica Tv il 14 settembre 2019. Ventisei anni fa i boss uccisero don Pino Puglisi, il parroco che voleva cambiare Brancaccio, la periferia di Palermo. Killer e mandanti sono stati condannati, ma resta un mistero: quale fu la causa scatenante del delitto? Il sacerdote proclamato beato operava nel quartiere già da due anni. Poi, all’improvviso, iniziarono le minacce. Pippo De Pasquale, grande amico di don Pino, aggiunge un tassello importante alla ricostruzione.  I boss volevano fermare a tutti i costi il parroco di San Gaetano. Qualche mese prima del delitto telefonavano per minacciarlo, ma sbagliavano numero e chiamavano il suo amico, che abitava al piano di sopra. “Parrino, ti dobbiamo ammazzare”, fu l’ultima telefonata. Ma don Pino non andò mai via da Brancaccio.

Pino Puglisi. Sacerdote cattolico italiano, vittima di mafia. Da Biografieonline.it

Biografia. Giuseppe (detto Pino) Puglisi nasce il 15 settembre del 1937 a Palermo, nel quartiere periferico di Brancaccio, in una famiglia di umili condizioni: la madre, Giuseppa Fana, è una sarta, mentre il padre, Carmelo Puglisi, lavora come calzolaio.

Nel 1953, a sedici anni, Pino entra in seminario: viene ordinato prete nella chiesa santuario della Madonna dei Rimedi il 2 luglio del 1960 dal cardinale Ernesto Ruffini.

L'attività pastorale. Divenuto nel frattempo amico di Davide Denensi (fino al trasferimento di quest'ultimo in Svizzera) e di Carlo Pelliccetti, che lo sostengono e lo supportano quotidianamente, nel 1961 Pino Puglisi viene nominato vicario cooperatore nella parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata palermitana di Settecannoli, non distante da Brancaccio. Dopo essere stato scelto come rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi e come confessore delle suore brasiliane Figlie di Santa Macrina nell'istituto omonimo, viene nominato - nel 1963 - cappellano all'orfanotrofio "Roosevelt" all'Addaura e presta servizio come vicario alla parrocchia Maria Santissima Assunta nella borgata marinara di Valdesi.

Don Puglisi educatore. In questo periodo, è vicerettore del seminario arcivescovile minorile e prende parte a una missione a Montevago, paese colpito dal terremoto; intanto, si appassiona all'educazione dei ragazzi (insegna all'istituto professionale "Einaudi" e alla scuola media "Archimede"), mantenendo tale vocazione anche quando, il 1° ottobre del 1970, viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese della provincia di Palermo costretto, in quegli anni, a far fronte agli scontri feroci in corso tra due famiglie mafiose: famiglie che, anche grazie all'opera di evangelizzazione di Don Puglisi, si riconciliano. Continua a insegnare fino al 1972 alla scuola media "Archimede", e nel frattempo è docente anche alla scuola media di Villafrati. Nel 1975 è professore alla sezione di Godrano della scuola media di Villafrati, e dall'anno successivo anche all'istituto magistrale "Santa Macrina". Dal 1978, anno in cui comincia a insegnare al liceo classico "Vittorio Emanuele II", lascia la parrocchia di Godrano e diventa pro-rettore del seminario minore di Palermo; successivamente assume l'incarico di direttore del Centro diocesano vocazioni, per poi accettare il ruolo di responsabile del Centro regionale vocazioni.

Don Pino Puglisi. A cavallo tra anni '80 e anni '90. Nel frattempo, è membro del Consiglio nazionale e contribuisce alle attività della Fuci e dell'Azione Cattolica. A partire dal mese di maggio del 1990 svolge il proprio ministero sacerdotale anche a Boccadifalco, alla Casa Madonna dell'Accoglienza dell'Opera Pia Cardinale Ruffini, aiutando ragazze madri e giovani donne in situazioni di difficoltà. Il 29 settembre dello stesso anno Don Pino Puglisi viene nominato parroco a San Gaetano, tornando quindi a Brancaccio, il suo quartiere di origine: un quartiere gestito dalla mafia - e in particolare dai fratelli Gaviano, boss strettamente legati alla famiglia di Leoluca Bagarella.

Contro la mafia e contro la mentalità mafiosa. In questo periodo, quindi, comincia la lotta di Don Puglisi contro la criminalità organizzata: non tanto cercando di riportare sulla retta via chi è già mafioso, ma provando a evitare che si facciano coinvolgere dalla criminalità i bambini che vivono per le strade e che ritengono che i mafiosi siano delle autorità e delle persone degne di rispetto. Nel corso delle sue omelie, comunque, Don Pino si rivolge frequentemente ai mafiosi, dimostrando di non temere (almeno pubblicamente) eventuali conseguenze. Grazie alla sua attività e ai giochi che organizza, il parroco siciliano toglie dalla strada numerosi bambini e ragazzi che, senza la sua presenza, sarebbero stati sfruttati per spacciare o per compiere rapine, coinvolti in maniera irreparabile nella vita criminale. Per questa sua attività, a Don Puglisi vengono rivolte e recapitate numerose minacce di morte da parte di boss mafiosi, di cui tuttavia non parla mai a nessuno. Nel 1992 riceve l'incarico di direttore spirituale del seminario arcivescovile di Palermo, e pochi mesi più tardi inaugura il centro Padre Nostro a Brancaccio, finalizzato all'evangelizzazione e alla promozione umana.

L'assassinio. Il 15 settembre del 1993, in occasione del suo cinquantaseiesimo compleanno, Don Pino Puglisi viene ucciso poco prima delle undici di sera in piazza Anita Garibaldi, davanti al portone di casa sua, nella zona orientale di Palermo. Dopo essere sceso dalla sua auto, una Fiat Uno, viene avvicinato al portone da un uomo che gli spara contro alcuni colpi diretti alla nuca. Le ultime parole di Don Pino sono "Me lo aspettavo", accompagnate da un tragico sorriso. L'assassino - verrà accertato dalle indagini e dai processi successivi - è Salvatore Grigoli (autore di più di quaranta omicidi, come egli stesso confesserà), presente insieme con Gaspare Spatuzza e altre tre persone: un vero e proprio commando composto anche da Luigi Giacalone, Cosimo Lo Nigro e Nino Mangano. I mandanti dell'omicidio sono, invece, i capimafia Giuseppe e Filippo Gaviano (che per l'assassinio verranno condannati all'ergastolo nel 1999). I funerali del parroco si svolgono il 17 settembre: il suo corpo viene sepolto nel cimitero palermitano di Sant'Orsola, e sulla tomba saranno riportate le parole "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici", tratte dal Vangelo di Giovanni.

Il film "Alla luce del sole". Nel 2005, il regista Roberto Faenza dirige il film "Alla luce del sole", in cui Don Pino Puglisi è interpretato da Luca Zingaretti: la pellicola è ambientata nella Palermo del 1991, e racconta la storia del sacerdote e del suo impegno per allontanare i bambini del luogo dagli artigli della malavita.

Chi era Padre Pino Puglisi. Ecco chi era il parroco della periferia palermitana ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993: è a lui che Papa Francesco renderà omaggio nella visita a Palermo di sabato. Mauro Indelicato, Venerdì 14/09/2018, su Il Giornale. È un caldo mercoledì, a Palermo, quel 15 settembre 1993. La città ha ancora nelle orecchie e nell’animo gli echi delle stragi e delle sparatorie che insanguinano il capoluogo siciliano da più di un anno. Forse quel colpo di pistola sparato in tarda sera sembra, per molti palermitani, un ennesimo episodio, “uno dei tanti”, dove la mafia nuovamente incide sulla quotidianità cittadina. Ma dietro quel rumore sordo, capace di far vibrare anche le persiane chiuse di piazzale Anita Garibaldi, si cela uno degli omicidi destinato a diventare tra i più raccontati di sempre: quello cioè di don Pino Puglisi. Da allora sono passati esattamente 25 anni. Il nome del prete di periferia diventato poi Beato il 23 maggio 2013, è destinato ad essere associato per sempre a quello del quartiere palermitano di Brancaccio. Lui nasce proprio lì e proprio il 15 settembre, tanto che quel giorno di un quarto di secolo fa Padre Puglisi festeggia il suo cinquantaseiesimo compleanno. Conosce bene il contesto della zona, le difficoltà per molte madri di mandare avanti la famiglia, per molti bambini di ricevere anche una basilare istruzione. Luogo difficile Brancaccio, ma anche di grande umanità, lì dove le persone più umili lontane da una “Palermo bene” fin troppo distratta cercano da sempre di vivere dignitosamente, questo nonostante proibitive situazioni sociali. Ed è proprio a questa umanità che Padre Puglisi si rivolge una volta tornato, da parroco, nel suo quartiere. È anche in quel caso il mese di settembre, ma del 1990. Dalla ragazze madri, ai disoccupati, passando per i tanti costretti all’emarginazione: è a loro che il prete guarda per far smarcare Brancaccio dalla cappa mafiosa. E qui cosa nostra nel 1990 ha tentacoli molto potenti, a partire dai fratelli Graviano, ossia i capimafia della zona fedelissimi del boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina. Tutti nomi questi legati a quanto di più tragico Palermo e la Sicilia vivono nel 1992, tra omicidi eccellenti e, soprattutto, le stragi di Capaci e via D’Amelio. Padre Puglisi, a quella mafia che all’epoca sembra invincibile e destinata ad ingabbiare una Palermo stordita dal rumore delle bombe, dà molto fastidio. Riesce a creare nel suo oratorio ciò che le istituzioni ed il disordine urbanistico del quartiere non sono mai riusciti a sviluppare: un luogo di aggregazione. Basta quello per far conoscere un nuovo mondo a tanti bambini ed adolescenti che invece, come mondo, conoscono soltanto quello mafioso. Il piacere di stare insieme, di trovare un’attività di svago comune, di giocare con altri coetanei sottraggono decine di giovani alle attività malavitose. Questo a cosa nostra non va affatto bene, specie considerando la facilità con la quale, in un quartiere così difficile, riesce a reclutare manovalanza. Così ben presto padre Puglisi diventa bersaglio dei malavitosi. Contro di lui intimidazioni, avvertimenti e quant’altro possa in qualche modo far desistere un uomo, prima ancora che un prete, venuto dalla stessa Brancaccio. Padre Puglisi va ugualmente avanti e, nel gennaio del 1993, riesce ad inaugurare quello che si potrebbe considerare come il suo più grande vanto: il centro “Padre Nostro”. Poi la mano mafiosa, come detto, a settembre mette fine alla vita del prete nel giorno del suo compleanno. Tra gli esecutori materiali vi è Salvatore Grigoli, fedelissimo dei Graviano il cui nome risulta poi legato anche alle stragi di Firenze e Milano. Catturato nel 1997, Grigoli confessa in seguito l’assassinio di Padre Puglisi assieme ad altri 45 omicidi. Da collaboratore di giustizia, Grigoli afferma come il parroco, prima di ricevere il colpo d’arma da fuoco fatale, avrebbe esclamato “me lo aspettavo”. La morte di Puglisi è destinata ad incidere profondamente sulla società civile palermitana: questa volta a cadere non è un magistrato, un imprenditore od un politico, bensì un prete di periferia. La mafia colpisce quindi al cuore di quella stessa società civile, la stessa che dodici mesi prima espone le lenzuola bianche in segno di disprezzo per cosa nostra. Il “rumore” provocato da quelle pallottole, sarebbe andato poi ben oltre quel singolo episodio, che dunque non è più “uno dei tanti”. Padre Puglisi diventa negli anni uno dei tanti simboli della lotta alla mafia, un’altra figura in grado di far comprendere l’importanza, per Palermo e per la Sicilia, di liberarsi dalla criminalità organizzata. Ma don Pino Puglisi è anche il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia: come detto, il 23 maggio (anniversario della strage di Capaci) del 2013 si è svolta la cerimonia con la quale il prete di Brancaccio diventa ufficialmente Beato. La messa si è tenuta sul prato del foro italico di Palermo, non lontano proprio dal suo quartiere. E proprio in questo che costituisce uno degli scorci più belli del capoluogo siciliano, Papa Francesco terrà una messa in suo onore a 25 anni dall’omicidio. Un altro modo, per Palermo ma anche per la Chiesa, per testimoniare l’importanza che ancora oggi ha la sua figura. Un uomo di periferia che lavora per la periferia, con il pensiero costante a come poter sgravare dal peso mafioso tanto Brancaccio quanto l’intera sua amata Palermo.

Al collaboratore  di don Puglisi: «Hanno fatto bene ad ammazzarlo». Pubblicato lunedì, 08 ottobre 2018 da Corriere.it. Sono passate solo tre settimane da quando Papa Francesco è andato a casa di don Pino Puglisi, fermandosi nella piazzetta dove nel 1993 il parroco di Brancaccio fu ucciso dalla mafia palermitana. Apparvero decine di lenzuoli bianchi ai balconi e sembrò che con la visita del Papa l’intero quartiere volesse voltare pagina. Ma adesso che si sono spenti i riflettori su questo luogo di memoria, frattanto diventato zona pedonale e meta di pellegrini lungo le «vie dei tesori», un energumeno indispettito dal divieto di parcheggio si scaglia contro il più vicino collaboratore di don Puglisi, Maurizio Artale, il presidente del Centro intitolato al prete che strappava i ragazzi alle cosche, inveendo: «Hanno fatto bene a ammazzari ‘u parrinu». Frase odiosa echeggiata dopo una raffica di grida e parolacce avvertite alle 13 di sabato scorso dagli abitanti dei tre edifici che s’affacciano sulla piazzetta. Tanti ai balconi. Ma tutti per pochi minuti. Pronti a rientrare, a sprangare gli infissi. E quando Artale, additato come «uno sbirro», ha guardato in alto ha scoperto il deserto. Fatta eccezione per quattro studenti arruolati come ciceroni di casa Puglisi rimasti inchiodati al balcone fino al termine della scena, senza nemmeno pensare ad uno scatto con il telefonino. La storia è adesso raccontata sul sito del Centro Padre Nostro, ma anche con nota già inviata al questore Renato Cortese e richiesta di incontro al prefetto Antonella De Miro. Come racconta Artale, «l’energumeno venuto fuori dal portone del civico n.3 di Piazzetta Puglisi, a torso nudo, barba folta e nera così come la sua capigliatura alla moda, si è diretto verso di me con un fare pari a quello di un rinoceronte che carica la sua preda... Puntandomi il dito in faccia, mi urla che per colpa mia lui non può più posteggiare la moto sotto il suo balcone e che da quando io ho comprato quella casa per il Centro, indicando con l’indice la Casa Museo dove ha vissuto il Beato Puglisi, in quella piazza non c’è più pace...». Artale a quel punto ha provato a replicare che il nome della piazza e il divieto dipendono dal sindaco. E il “picciotto”: «Ma chi? Ddu curnutu? Chiddu ca ni lassa senza travagghiu? (quello che ci lascia senza lavoro?)». E poi, indicando la casa del sacerdote proclamato santo: «Hanno fatto bene ad ammazzarlo». A quel punto Artale alza gli occhi ai balconi e trova il vuoto, come ricorda: «Dov’erano le centinaia di persone che hanno esposto i lenzuoli per il Papa? Come mai nessuno è sceso dalla propria abitazione per cercare di condurre alla ragione l’energumeno?». Amara la considerazione che anima il dibattito fra i giovani del Centro, come ripete Artale mentre il sito accende il dibattito: «Non è possibile che nessuno degli abitanti di quella piazza non ripudi con fermezza un simile comportamento... che quella piazza non sia oggi per tutti loro un vanto, un motivo di orgoglio... Oggi almeno tutti i cristiani cattolici devono decidere da quale parte stare, se dalla parte dei mafiosi o dalla parte degli ‘sbirri’». Ancora più amara la considerazione finale: «L’energumeno ha almeno avuto il coraggio di sbattermelo in faccia da che parte sta. Dopo 25 anni di testimonianza a Brancaccio, posso dire con certezza che lui ha sbagliato la parte dove stare. Ma ha deciso anche di non stare dalla vostra parte, dove si stendono lenzuoli bianchi e poi non si scende in piazza per difendere l’opera di don Pino, del Beato Puglisi». Ecco il punto di svolta che costringerà non solo la Chiesa a riaccendere i riflettori in un quartiere dove da un paio di settimana sono pure ricomparsi i picciotti con i banchetti per la vendita delle sigarette (e altro). Banchetti a ogni incrocio, a ogni semaforo, da piazzetta Puglisi a via Diaz, fino a via Giafar dove Puglisi sradicava i giovani dal marciapiede.

Padre Pino Puglisi, il sorriso di chi “se l’aspettava”. Silvia Morosi e Paolo Rastelli il 15 settembre 2016 su Pochestorie-Corriere.it. In una delle omelie più conosciute disse “Io non ho paura delle parole dei violenti… ma del silenzio degli innocenti”. Poi, in una sera del 1993, il 15 settembre, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, venne ammazzato sotto casa con un colpo alla nuca. A testa alta. Padre Pino Puglisi, “3P”, era nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, nel 1937. Nei mesi precedenti la morte aveva subito un’intimidazione mafiosa: di notte gli avevano bruciato il portale della Chiesa. Ma lui, aveva deciso di non farsi vincere dalla paura e di non mollare il suo lavoro come parroco di San Gaetano, a Brancaccio, feudo della famiglia Graviano (quella da cui il pentito Salvatore Brusca disse di aver ottenuto il tritolo per la strage di Capaci, ndr.), e insegnante di religione al liceo classico Vittorio Emanuele di Palermo. I nomi che abbiamo citato velocemente non sono nuovi alle cronache e nemmeno a questo blog. Ma questo non deve certo stupirci: vi invitiamo a rileggere la cronologia degli anni delle stragi di mafia dove vi abbiamo raccontato dell’attentato in via Palestro, a Milano. Continuò a lottare in quella Palermo che forse non aveva accolto con piacere la nascita del suo centro “Padre Nostro”, punto di riferimento per famiglie e giovani, allontanati dalla crimininalità e dalla droga. Un po’ alla volta, fece capire soprattutto ai ragazzi che per ottenere il rispetto nella vita non avevano bisogno di essere dei criminali. Alcuni pentiti rivelarono che a ordinare il delitto di don Pino furono proprio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss del quartiere. L’agguato fu affidato a un ”commando” guidato dal killer Salvatore Grigoli che, dopo essersi pentito, ha indicato tra i suoi complici Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, e il ”reggente” della cosca Nino Mangano. Grigoli ha raccontato che quando Puglisi capì che stava per essere ucciso disse ”me l’aspettavo”, e sorrise al suo assassino. “Purtroppo, e mi dispiace tantissimo, ho commesso, con vari ruoli, una quarantina di omicidi”, disse nel 2014 il pentito Spatuzza, in occasione del processo sulla trattativa Stato-mafia. Tra gli assassini commessi citò proprio quello di don Pino. “Voleva impossessarsi del nostro territorio. Prima lo controllammo, poi si decise di ucciderlo. Volevamo simulare un incidente perché sapevamo che un omicidio di un prete avrebbe avuto conseguenze, poi però optammo per il delitto classico. Era un sacerdote che andava per conto suo. E dava fastidio. Quella della sua eliminazione era una pratica aperta da almeno due anni… Si decise di simulare una rapina. Usammo una pistola di piccolo calibro per dissimulare la mano mafiosa”. Quel modello di prete che la mafia voleva ricacciare in Sagrestia, “oggi viene riconosciuto dalla Chiesa come massima fedeltà al Vangelo”, disse don Luigi Ciotti in occasione delle beatificazione di Puglisi nel 1993. “Morì per strada, dove viveva, dove incontrava i piccoli, gli adulti, gli anziani, quanti avevano bisogno di aiuto e quanti, con la propria condotta, si rendevano responsabili di illegalità, soprusi e violenze. Probabilmente per questo lo hanno ucciso: perché un modo così radicale di abitare la strada e di esercitare il ministero del parroco è scomodo”. 

Perché don Puglisi sarà beato. Vita del parroco ucciso dai boss di Brancaccio che Benedetto XVI vuole proclamare martire della fede. Una foto di archivio di Padre Giuseppe Puglisi,  il sacerdote ucciso il 15 settembre 1993, nel quartiere Brancaccio a  Palermo. Il riconoscimento del martirio, che il Papa ha decretato oggi  nell'udienza al prefetto per le Cause dei santi card. Angelo Amato,  indica che la causa di beatificazione si è conclusa positivamente e che  presto don Puglisi sarà elevato all'onore degli altari. Bianca Stancanelli il 29 giugno 2012 su Panorama. Per la sua ultima omelia scelse per tema il martirio di Cristo. Era il 14 settembre del 1993 e, in una casa d’accoglienza per ragazze madri, sulle colline alle spalle di Palermo, don Pino Puglisi parlò del sudar sangue di Gesù, alla vigilia della morte, «per la paura umana del dolore che lo attendeva». Ventiquattr’ore dopo, fu don Pino a incontrare i suoi carnefici, quattro mafiosi mandati dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano , boss di Brancaccio, che gli andarono alle spalle e lo uccisero con un proiettile alla nuca. Il parroco della chiesetta di San Gaetano li accolse con una frase diventata celebre: «Me lo aspettavo». Ventinove anni dopo, il papa Benedetto XVI annuncia la beatificazione di don Pino come martire della fede. Una scelta che segna, per la Chiesa, una decisa scelta di campo e sembra riecheggiare il potente anatema scagliato contro Cosa Nostra da Giovanni Paolo II, il 9 maggio del 1993, nella Valle dei Templi di Agrigento, davanti a tutti i vescovi siciliani e a ottantamila fedeli. Ai mafiosi, quel giorno, il papa gridò: «Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio». A Palermo, nella piccola chiesa di Brancaccio, don Puglisi commentò: «Era ora». Prete coraggio, direttore del Centro diocesano vocazioni, amatissimo professore di religione in uno dei più prestigiosi licei palermitani, assistente spirituale degli universitari della Fuci, don Pino aveva scelto di occuparsi della parrocchia di San Gaetano, nel desolato quartiere di Brancaccio, su richiesta del cardinale Salvatore Pappalardo. Per tre anni, dal 1990 al 1993, lavorò per sottrarre i bambini del quartiere al reclutamento mafioso e per dare a giovani e adulti una vita più dignitosa. Unico mandamento mafioso di Palermo ad essere coinvolto in tutte le stragi del ’92 e del ’93, Brancaccio era allora sotto il dominio dei fratelli Graviano, che si dicevano religiosissimi, non sedevano mai a tavola senza prima aver fatto il segno della croce e abitavano a centro metri dalla parrocchia di San Gaetano, dove erano stati battezzati. Abituati a comandare su un quartiere impaurito e silenzioso, dove i latitanti passeggiavano liberamente, i Graviano considerarono una sfida l’inaugurazione del “Centro Padre Nostro”, voluto da don Pino e aperto di fronte alla chiesa. E giudicarono una minaccia il fatto che quel Centro fosse frequentato fino a notte da giovani e volontari e che don Pino diventasse “un personaggio”. Minacciato, perfino picchiato, il parroco non si arrese. Quando ai suoi collaboratori venne bruciata la porta di casa, disse in un’omelia: «Chi usa la violenza non è un uomo: è una bestia». Durezze alle quali gli uomini di Cosa Nostra non erano abituati. I mafiosi ci tengono a ostentare la propria religiosità. A Totò Riina, nel giorno della cattura, vennero trovati i santini nel portafoglio e Bernardo Provenzano, nel casolare in cui venne arrestato, teneva sul tavolo una Bibbia sottolineata e annotata.  Non sono esempi isolati. Uno dei maggiori latitanti che circolavano a Brancaccio nell’estate del ’93, Pietro Aglieri, si era fatto costruire in casa una cappella e chiamava a dir messa un sacerdote, don Mario Frittitta. «Io vado dove il Signore mi manda», disse don Mario, quando la storia diventò pubblica. Don Puglisi, evidentemente, andava da un’altra parte.

Inviata di Panorama, Bianca Stancanelli è autrice di A testa Alta, storia di don Giuseppe Puglisi, un eroe solitario, edito da Einaudi nel 2003 e ora ripubblicato nei Tascabili.

Papa Francesco a Palermo per commemorare don Pino Puglisi. Il Pontefice torna in Sicilia per i 25 anni dalla morte del primo martire della mafia beatificato dalla Chiesa Cattolica. Orazio La Rocca il 14 settembre 2018 su Panorama. L'assassinio di don Pino Puglisi, primo martire della mafia beatificato dalla Chiesa cattolica; e lo storico anatema lanciato da Giovanni Paolo II contro mafiosi e malavitosi al grido di "convertitevi! Verrà il giudizio di Dio!". Papa Francesco torna in pellegrinaggio in Sicilia, dopo 5 anni dal suo primo viaggio pastorale dell'8 luglio 2013 a Lampedusa - a quasi 4 mesi appena dall'elezione pontificia - per pregare davanti al mare dove erano scomparsi oltre 400 profughi, e commemora due anniversari che hanno segnato il tormentato rapporto tra Chiesa e mondo della malavita organizzata, quel mondo fatto di morte, violenze, oppressioni che non di rado si è servito proprio della stessa Chiesa per ostentare una presunta religiosità del tutto apparente e priva di un vero legame con la vera fede cristiana. Lo sapeva bene, don Puglisi, assassinato davanti alla sua abitazione nel quartiere Brancaccio il 15 settembre 1993 - data scelta di proposito da Bergoglio per il suo secondo pellegrinaggio siciliano, a Catania e a Palermo - per mano di sicari mafiosi ai quali prima di morire il futuro beato si rivolse con un disarmente sorriso di perdono dicendo solo "me lo aspettavo".

Don Puglisi muore sorridendo ai suoi carnefici. Cadde in una pozza di sangue a soli 56 anni sul luogo diventato in 25 anni meta di soste e di preghiere silenziose, segnato da un bassorilievo rotondo con croce e dedica poggiato proprio dove Puglisi spirò. Una tragedia immane, culminata con la morte violenta di un innocente, "colpevole" solo di aver accolto e dato formazione, insegnamento, e futuro a giovani sbandati destinati a diventare sicura manovalanza malavitosa. Un "errore" gravissimo agli occhi di padrini, cosche mafiose e mondo del malaffare che dal quartiere Brancaccio facevano (e fanno) sentire la loro deleteria influenza a colpi di attentati, ricatti, protezioni sotto forma di pizzi a danno di negozianti indifesi, su tutta la città di Palermo. Don Puglisi sapeva che il suo apostolato vicino alle fasce giovanili più deboli di Brancaccio lo avrebbe portato a diventare il vero nemico numero uno della mafiosità siciliana, un esempio "pericolosissimo" che andava stroncato subito anche per evitare che il suo apostolato avrebbe fatto scuola al di là dei confini siciliani, in tutta l'Italia dove, già altri don Puglisi si stavano spendendo affrontando a mani nude e con le sole "armi" della preghiera e del perdono altre forme di malavita organizzata come la 'ndrangheta, la camorra, per le quali già c'erano stati altri sacerdoti martiri come, ad esempio, don Giuseppe Diana in Campania. Per questo don Puglisi per i capocosche di Brancaccio doveva morire. E così fu, in quel drammatico 15 settembre del '93 a quattro mesi dalla memorabile visita pastorale che un altro pontefice, destinato ad essere proclamato santo, Giovanni Paolo II, fece nella Valle dei Templi di Agrigento, dove - eludendo di proposito il rigido programma prestabilito dalla Curia vaticana - alla fine della Messa davanti a migliaia di siciliani accorsi per ascoltarlo, con alle spalle un Crocifisso che sembrava che volesse quasi proteggerlo, col dito indice alzato della mano destra scagliò contro "gli uomini di mafia" un profetico invito a "cambiare strada" , dicendo con voce alterata perchè rotta dall'emozione "convertitevi! Basta opprimere questo popolo siciliano!!!.. verrà un giorno il giudizio Divino!!...".

Il grido di Papa Wojtyla: "Mafiosi convertitevi". Mai, prima di papa Wojtyla, un pontefice si era rivolto a viso aperto e con tanta forza espressiva verso il potere mafioso in casa sua, la Sicilia. E non furono pochi quanti da quell'intervento sperarono che qualche cosa di buono potesse succedere. Pur consapevoli che certi cambiamenti non possono avvenire dall'oggi al domani. Ma quattro mesi dopo con l'assassinio di don Puglisi quelle speranze di cambiamento e di conversione subirono un duro colpo. Solo però in apparenza e, magari, di fronte allo scoramento che normalmente si può provare di fronte all'assassinio di un innocente. In effetti, il sacrificio del beato Puglisi - come ha già detto papa Francesco annunciando il suo secondo pellegrinaggio in Sicilia, come pure l'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice e tutti gli altri presuli che lo accoglieranno insieme alla popolazione siciliana - "ha già prodotto abbondanti frutti di conversione e di speranza, frutti concreti germogliati proprio nella sua Brancaccio". In effetti nel tormentato quartiere palermitato altri coraggiosi sacerdoti e laici impegnati nel volontariato hanno preso il testimone di Puglisi con la ferma intenzione a non mollarlo mai più. Ecco quindi, grazie al lavoro di squadre di giovani volontari, seminaristi intenzionati a formarsi a contatto con poveri e bisognosi la nascita di luoghi di ritrovo ricavati in ambienti e spazi tolti alla malavita e messi a disposizione della collettività, a partire da una scuola modello intitolata proprio al sacerdote martire, diventata luogo di studio, ma anche di ritrovo e di intrattenimento per tutti i ragazzi della zona, "spesso anche giovani notoriamente figli di malavitosi che noi accogliamo comunque se intenzionati sinceramente ad affrontare una nuova vita", dicono con comprensibile orgoglio oggi i discepoli di don Puglisi, spontanea entusiasta cornice all'incontro con papa Francesco prima a Catania e dopo a Palermo sul prato del Foro Italico, davanti al mare. Lo stesso luogo che il 3 ottobre 2010 ospitò Benedetto XVI, il papa teologo per eccellenza che ebbe anche lui parole e richiami altrettanto forti contro la mafia in continuità con Giovanni Paolo II, preparando la strada al successore arrivato dall'Argentina, Jorge Mario Bergoglio, che assumendo il nome di Francesco plasmerà il cammino del suo pontificato all'insegna della pace e della condanna di tutte le forme di violenze, oppressioni, guerre. E, naturalmente, di tutte le varie forme in cui si manifesta e fa sentire la sua nefasta influenza il potere mafioso. Non solo in Sicilia.

·         Quelli che non si pentono mai: Raffaele Cutolo.

Cristina Bassi e Luca Fazzo per “il Giornale” il 25 novembre 2019. A mandarlo fuori di testa, racconta, è il silenzio. «Se ci fosse almeno il rumore di uno sciacquone mi farebbe compagnia», ha detto una volta al suo difensore. Invece Michele Zagaria, il boss del clan dei Casalesi, catturato otto anni fa dopo una interminabile latitanza, è stato sepolto vivo nel reparto più duro del carcere di Opera: l'AR, la cosiddetta «area riservata», non prevista dalle leggi ma applicata di fatto ai detenuti così pericolosi che neanche il famoso 41 bis, il reparto ad alta sicurezza, è sufficiente a neutralizzarli. E nell'AR di Opera «don Michele» si è reso responsabile di una serie di minacce e di violenze che lo hanno fatto finire di nuovo sotto processo, assistito dall'avvocato di fiducia Paolo Di Furia: concretamente irrilevante, perché Zagaria è già gravato da numerosi ergastoli. Ma la vicenda ha causato il suo trasferimento d'urgenza al remoto carcere di Tolmezzo. Ed è da lì, in videocollegamento, che è apparso nei giorni scorsi in tribunale, nell'udienza a suo carico per le sue imprese ad Opera: devastazioni di celle e telecamere, minacce alle guardie e al direttore dell'epoca Giacinto Siciliano. Il tutto appesantito dall'aggravante mafiosa che il pm Stefano Ammendola ha deciso di applicare, ritenendo che Zagaria, nonostante l'isolamento ferreo, continui a farsi forza di prestigio e alleanze. La nuova inchiesta contro il boss camorrista è stata tenuta segreta dai vertici dell'amministrazione penitenziaria, ed è venuta alla luce solo ora che il processo è approdato nell'aula della Sesta sezione penale del tribunale. Lì, nel suo collegamento video, Zagaria - apparso segnato e provato - ha spiegato i motivi della sua perdita di controllo: il gangster dice di essere stressato dalle continue visite di investigatori che gli chiedono di pentirsi. «Ormai ne saranno venuti un centinaio», ha detto. Di cose da dire ne avrebbe molte: a partire dal contenuto della famosa pen drive a forma di cuore che aveva con sé al momento dell'arresto, e che è svanita nel nulla con tutti i suoi segreti. «Ma io - dice Zagaria - non ho alcuna intenzione di pentirmi». A Michele Zagaria vengono contestati ben undici reati, commessi tra il 5 e il 19 maggio 2018. Tutto, in realtà, inizia con una sorta di tentativo di suicidio: la mattina del 5 maggio l'agente del Gom (i reparti speciali della polizia penitenziaria) di servizio all'AR rossa vede Zagaria con un sacchetto di plastica in testa. Ma quando arrivano i rinforzi, Zagaria si toglie il sacchetto e si scatena, prendendo un manico di scopa e iniziando a menare fendenti contro le telecamere di sorveglianza che lo controllano 24 ore su 24. Cinque giorni dopo, il detenuto ricomincia ad agitarsi, sbattendo il «blindo», lo spioncino della sua cella; quando le guardie bloccano il blindo, «il detenuto Zagaria non domo ha continuato a creare disordine sbattendo la porta di ferro del bagno, provocando un rumore assordate e mettendo a rischio la sicurezza della sezione». Poi il boss attacca una telecamera e la lancia in corridoio, e spacca l'altra. L'episodio più grave è di pochi giorni dopo, quando rientrando in cella Zagaria prende di petto l'agente che gli aveva fatto rapporto per i fatti precedenti, gli dà due schiaffoni su un orecchio, e quando in qualche modo lo immobilizzano continua a gridare «sei un pezzo di merda, sei un pezzo di merda». Minacce che durante un colloquio con i medici manda anche al direttore Siciliano: «Il direttore io lo paragono a una busta di immondizia e io l'immondizia la butto fuori». Tra le aggravanti contestate a Zagaria, avere oltraggiato gli agenti «in un luogo aperto al pubblico quale è considerato il carcere».

Cutolo, cieco e sepolto vivo "Mai pentito. E non tradisco". Parla dopo 40 anni in isolamento: «Sapevo dov'era nascosto Moro, ma Gava mi fermò. Giusto che stia qui». Luca Fazzo, Venerdì 26/07/2019, su Il Giornale. «Seppi da uno dei componenti della banda della Magliana, un tale Nicolino Selis, il covo dove era nascosto Aldo Moro, e lo feci sapere ad Antonio Gava che però mi mandò a dire: don Rafè, fatevi i fatti vostri». Così parlò don Raffaele, ovvero Raffaele Cutolo, il boss della Nuova camorra organizzata, sepolto dal 1979 in una cella di massima sicurezza, piegato dagli anni e dall'isolamento, ma ancora con la voglia un po' guappa di dire la sua. Non potrebbe, perchè ha il divieto di incontro con chiunque tranne gli stretti familiari. Ma un cronista del Mattino riesce ad arrivare faccia a faccia con lui, separato dal vetro blindato della sala colloqui del carcere di Parma. Ne nasce una intervista-scoop che suscita le ire del ministero, che annuncia una inchiesta interna per capire come il giornalista sia arrivato a incontrare Cutolo e a raccontare il vecchio camorrista: «il respiro affaticato, il volto smagrito, i capelli lunghi la barba incolta». Il carcere lo ha piegato, anche perché vive in isolamento totale: anche all'aria dovrebbe andarci da solo, «ma che ci vado a fare?». Così resta nel suo loculo: «Aspettiamo la morte. Le giornate sono sempre uguali. Leggo poco perché da un occhio non ci vedo più e dall'altro la visione è ombrata. Qualche sera mi cucino la pasta e fagioli. E poi guardo qualche programma in televisione: l'altro giorno ho visto quello di Massimo Ranieri, Sogno o son desto». Può fumare i toscani. L'altra grande passione, le canzoni di Sergio Bruni, a Parma non gliele hanno fatte portare. É lo stesso carcere dove era rinchiuso Totò Riina, fin quando venne portato a morire in ospedale: «Riina era uno spietato, lo incontrai due volte durante la latitanza e una volta gli buttai la pistola addosso». Il 15 maggio Cutolo ha compiuto i quarant'anni di carcere ininterrotto. Sono stati, almeno all'inizio, anni di carcere un po' strani, in cui l boss detenuto poteva scegliersi la prigione, la cella, i compagni-camerieri; ed alla sua porta bussavano politici, poliziotti, spie. Al giornalista, il boss ricorda la processione che veniva a chiedergli di intercedere per la liberazione di Ciro Cirillo, l'assessore campano rapito dalla Br: don Raffaele intervenne, le Br accolsero la mediazione, Cirillo - a differenza di Moro - tornò a casa. Lo Stato, racconta Cutolo, alla porta della sua cella è tornato a bussare più di recente: «Fino a due anni fa sono venuti per convincermi a parlare. Quando stavo nel carcere di Carinola mi proposero di andare in una villetta con mia moglie per fare l'amore con lei, ma io non ho voluto: non volevo far arrestare qualcuno per poter stare con Immacolata, non l'avrei mai accettato. Il pentimento è davanti a Dio». Non mi pento, manda a dire Cutolo: ed è forse un segnale per tranquillizzare quelli fuori, quelli che ancora oggi - più a Roma che ad Ottaviano - potrebbero avere dei problemi se quest'uomo aprisse la sacca dei suoi segreti. «Io ho fatto tanto male ed è giusto che resti qui dentro», manda a dire Cutolo. A dicembre ha compiuto 77 anni, due terzi della sua vita l'ha passata dietro le sbarre. I morti che pesano sulla sua coscienza sono innumerevoli: di alcuni dice «me li sogno di notte», di altri delitti dà una spiegazione cruda, prosaica. Il vicedirettore di Poggioreale, Giuseppe Salvia, lo fece ammazzare «perché mi faceva perquisire sempre, ogni volta che entravo e uscivo dalla cella, non ne potevo più. Mi spiace, ma che potevo fare?». Il comunicato del ministero sull'intervista è duro: «L'intervista di Cutolo non è mai stata autorizzata, si sta procedendo alla ricostruzione della catena di responsabilità che ha portato a questo fatto increscioso e si prospettano provvedimenti esemplari». Certo, Cutolo avrebbe potuto rifiutare di rispondere: ma, come dice il suo legale Gaetano Aufiero, «uno che da venticinque anni non vede nessuno, se viene chiamato a colloquio da qualcuno non può che averne piacere....»

·         Quelli che si pentono. Buscetta, Contorno e gli altri.

Andrea Sparaciari per it.businessinsider.com il 3 novembre 2019. Poco più di 44 milioni. È quanto ha speso nel secondo semestre del 2018 lo stato italiano la protezione dei 1.189 collaboratori di giustizia attualmente riconosciuti e inseriti nel programma di protezione e dei loro 4.586 familiari, anch’essi sotto protezione. A dare i numeri, la “Relazione sulle misure di protezione per i collaboratori di giustizia, la loro efficacia e le modalità generali di applicazione” presentata lunedì in Parlamento. Rispetto al primo semestre 2018, i numeri sono in diminuzione: erano infatti 6.246 le persone sotto protezione, delle quali 1319 i collaboratori. Secondo il ministro dell’Interno, a guidare l’esercito dei pentiti è la camorra, con 504 pentititi, seguita da Cosa Nostra con 258, dalla ‘ndrangheta con 176, 10 dei quali sono donne e 11 di origine straniera. Solo 167, invece, i collaboratori della Sacra Corona Unita pugliese. Un piccolo esercito sparso per il Paese che vive con nomi falsi e sotto l’occhio vigile di centinaia di agenti del Servizio Centrale di Protezione. Un popolo al quale lo Stato riconosce uno stipendio – un collaboratore riceve in media tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese, più altri 500 per ogni familiare a carico -, paga l’affitto, i trasferimenti e le spese mediche. Secondo la relazione, nella seconda metà del 2018, in stipendi se ne sono andato 10.306.000 euro; circa 23 milioni sono stati usati per la locazione degli appartamenti; 5,3 milioni per spese varie; 2 milioni sono stati utilizzati per l’assistenza legale; 1,8 per gli alberghi; 781.000 per le spese mediche; 763.000 per i trasferimenti. Rispetto al semestre precedente, a colpire è l’aumento del pentitismo tra gli affiliati della ‘Ndrangheta. Se infatti non sorprende il primato della Camorra napoletana – un universo polverizzato, continuamente in guerra, dove alleanze e appartenenze vengono continuamente messe in crisi – la ‘Ndrangheta è tutta un’altra cosa: “Storicamente, è un’organizzazione a base fortemente familiare, pertanto poco incline al fenomeno della collaborazione di giustizia”, si legge nel documento. Uno dei punti di forza dell’organizzazione più potente del Paese, infatti, è sempre stato il fitto reticolo familiare che unisce i clan, frutto spesso di matrimoni combinati. Un muro di omertà che inizia a crollare. «Le dichiarazioni di stampo collaborativo hanno contribuito a far emergere la capacità di tale organizzazione criminale di coinvolgere negli affari esponenti della politica, delle istituzioni e delle professioni”, annotano gli investigatori. I quali sottolineano l’utilità dei collaboratori per comprendere le nuove dinamiche criminali di un’organizzazione assai adattabile, attenta a tutte le novità e capace di dominare i nuovi processi economici. Così la Dda ha potuto apprendere, per esempio, come affiliati delle cosche abbiamo proposto ai narcos colombiani di utilizzare i Bitcoin al posto del contante per l’acquisto di cocaina. Una proposta caduta nel vuoto per il rifiuto dei colombiani, incapaci di utilizzare la moneta virtuale. Sempre grazie ai pentiti, gli investigatori hanno anche scoperto del lancio di una startup “che attraverso il crowdfounding in Bitcoin ha raccolto 126 milioni di euro in 3 ore“. “Dal suo peculiare punto di osservazione” continuano gli inquirenti, “la Commissione centrale per le misure di protezione ha potuto verificare l’incidenza della ‘Ndrangheta nel traffico, anche internazionale, di stupefacenti (settore in cui mantiene una posizione di supremazia) e negli ambiti delle energie rinnovabili, della depurazione delle acque e dell’assistenza ai migranti (nei quali, di recente, ha allargato il proprio raggio di azione). Tale organizzazione si caratterizza, inoltre, per la conquista del monopolio di interi settori dell’economia legale e per l’espansione nelle regioni del Nord Italia e nei Paesi esteri (in Europa, Nord America e Australia)”.

I Buscetta adesso escono allo scoperto: «Dopo  30 anni di silenzi  ecco il nostro Padrino». Pubblicato venerdì, 14 giugno 2019 da Salvo Toscano su Corriere.it. Al cinema il volto glielo ha dato Pierfrancesco Favino. Quel volto che finì nel mirino di Cosa nostra riuscendo a salvarsi dalla vendetta dei padrini. Così non fu per undici parenti di Tommaso Buscetta, tra i quali due figli, assassinati dalla mafia negli anni Ottanta. È per questo che i familiari del «Boss dei due mondi», che con il suo pentimento aprì la strada che portò allo storico maxi processo, il loro volto hanno dovuto tenerlo segreto per decenni, vivendo al riparo da occhi indiscreti e sotto falsa identità. Ma adesso, dopo lunghi anni passati a nascondersi dai sicari, il figlio del collaboratore di giustizia Roberto e la madre Cristina hanno accettato di apparire in un documentario. Mentre in Italia «Il traditore» di Marco Bellocchio conquista il pubblico dopo i lunghi applausi di Cannes, raccontando la vicenda del più famoso pentito di mafia, in America due cineasti, Max Franchetti e Andrew Meier, hanno realizzato un nuovo documentario su Buscetta. Si intitola «Our Godfather: The Man the Mafia Could Not Kill» («Il nostro Padrino: l’uomo che la mafia non poté uccidere»), è in onda in streaming su YouTube dallo scorso fine settimana e dal prossimo settembre sarà disponibile sulla piattaforma Netflix. Roberto Buscetta e la madre Cristina sono stati rintracciati dai due registi in Florida. Trovare i Buscetta sembrava una vera e propria mission impossible: Franchetti e Meier ci hanno messo due anni. Ma alla fine ce l’hanno fatta. Cristina, la terza moglie brasiliana del pentito e i suoi familiari più stretti avevano vissuto sotto falso nome e in varie località per oltre trent’anni dopo l’ingresso del boss nel «Witness Protection Program». I due registi, dopo vari tentativi, hanno ottenuto una risposta scrivendo a un vecchio indirizzo email. È stata Cristina a rispondere, incuriosita, dopo tre settimane di silenzio. Quella Cristina che a metà anni Novanta accompagnò il marito in una crociera nel Mediterraneo: un giornalista lo riconobbe, scoppiò un putiferio sulla stampa. I familiari di Buscetta, morto nel 2000 di cancro a 71 anni (e sepolto sotto falso nome a Miami), erano riluttanti dal principio: «Uccidere il figlio di Tommaso Buscetta sarebbe il trofeo perfetto», ha spiegato Roberto. I racconti di suo padre a Giovanni Falcone e poi ad altri inquirenti hanno portato alla condanna di centinaia di mafiosi, tra Sicilia e Stati Uniti. Nel documentario, la moglie del pentito racconta quanto dura sia stata la scelta di don Masino di rompere il codice dell’omertà di Cosa nostra, definendo quel passaggio «la decisione più sofferta della sua vita». L’incontro tra Cristina e Roberto e i due cineasti è avvenuto nel maggio 2015 in Florida, alla presenza dell’agente della Dea Anthony Petrucci che per anni era stato uno degli angeli custodi della famiglia. Alla fine Cristina ha accettato di farsi riprendere, mentre Roberto, che sotto falso nome ha fatto il militare in Iraq e Afghanistan, ha chiesto che non venissero rivelati i suoi alias e che il suo volto fosse ripreso in ombra: «C’è sempre un rischio, la mafia non perdona». E dopo una vita di prudenza non è facile lasciarsi andare: Lisa, sorellastra di Roberto che appare nel documentario, ha detto di aver pronunciato il cognome Buscetta in questa occasione per la prima volta nella vita.

Le contraddizioni di Buscetta e l’idea di una «mafia etica». Pubblicato giovedì, 19 settembre 2019 da Corriere.it. Poche figure come Tommaso Buscetta hanno condensato in sé tante contraddizioni. Mafioso cosmopolita, una vita che sembra una sceneggiatura cinematografica (e ha infatti ispirato diversi film) segnata da gravissime violenze, lutti inflitti e subiti, prima e dopo la fatidica decisione di collaborare con la giustizia.Su La7, Enrico Mentana ha dedicato una serata al racconto del più celebre pentito italiano, proponendo in anteprima il documentario Our Godfather, di Mark Franchetti e Andrew Meier; a seguire un talk a cui oltre a Franchetti hanno partecipato Giuseppe Pignatone, Gianni Di Gennaro e Giovanni Bianconi (mercoledì, 21.25). Grazie alla collaborazione di quel che resta della famiglia di Buscetta, il documentario ha potuto concentrarsi sulla dimensione privata dell’uomo e ricostruire l’intricata vicenda della sua carriera criminale, prima e dopo il «pentimento» seguito al tentato suicidio, dal punto di vista di Buscetta stesso. In operazioni di questo tipo l’archivio è tutto e gli autori hanno raccontato che si sono convinti a produrre il documentario quando la famiglia gli ha consegnato 12 dvd di filmati amatoriali della vita negli anni «dell’esilio» Usa, sotto protezione. Il dibattito moderato da Mentana è stato fondamentale per riequilibrare la focalizzazione del racconto, garantendo una voce alle istituzioni e mettendo in prospettiva storica i fatti grazie a figure che li hanno vissuti in prima persona e sanno oggi rileggerli con lucidità. Pignatone, trent’anni alla Procura di Palermo compresi quelli del Maxiprocesso a Cosa nostra, ha giustamente scardinato l’immagine di Buscetta come «eroe romantico» ammantato di fascino, ricordando tutte le complessità del personaggio e come l’ossessione di Buscetta per una «mafia etica», a suo dire intaccata dalla presa di potere dei Corleonesi, non ha mai trovato corrispettivo nella cruda realtà dei fatti.

Vanitoso, retorico, tragico. I volti del Buscetta segreto. Pubblicato martedì, 17 settembre 2019 da Paolo Valentino su Corriere.it. «Quando finalmente abbiamo incontrato Cristina, la vedova di don Masino, in Florida», racconta Mark Franchetti, «le abbiamo spiegato la nostra idea di fare un film sul Buscetta sconosciuto, quello che dopo il pentimento ha passato 30 anni sotto falsa identità, protetto dal Fbi e dalla Dea. Lei non si fidava, ma con noi c’era Tony Petrucci, un ex agente federale che per tanti anni era stato il loro angelo custode. Abbiamo illustrato il progetto in dettaglio, ma avevamo bisogno di materiale fotografico. Di Buscetta esistevano pochissime immagini e un solo breve filmato, quando entra al maxiprocesso. Al secondo incontro, Cristina si è presentata con dodici dvd di homevideo. Nel primo che misi nel portatile c’era Buscetta vestito da Babbo Natale, che distribuisce regali ai figli. Lì abbiamo capito di avere un film». Due anni e un massacrante lavoro di ricerca tra gli Stati Uniti, Roma e Palermo dopo, Our Godfather: the Man the Mafia could not killè uno straordinario lungometraggio, che La7 manda in onda mercoledì in prima serata in un’anteprima mondiale a cura di Enrico Mentana. A firmarne sceneggiatura e regia sono Franchetti, per 25 anni inviato e corrispondente da Mosca del Sunday Times, e Andrew Meier, scrittore e giornalista del New York Times Magazine. Attingendo a una mole enorme di materiali inediti e grazie alle testimonianze di familiari e poliziotti che non avevano mai prima d’ora accettato di parlare davanti a una telecamera, Franchetti e Meier ricostruiscono un Buscetta privato, il dramma di un uomo e della sua famiglia, decimata dalla vendetta mafiosa e costretta ancora oggi a vivere nell’anonimato e nella paura: «Siamo ancora a rischio», dice Cristina in una delle interviste del film, «la mafia non dimentica».

Qual è stato il lavoro più difficile?

«Quello di instaurare un rapporto di fiducia con tutti i protagonisti. Quella di Buscetta è una famiglia complicata: ha avuto otto figli da tre donne diverse. Due figli sono stati vittima della lupara bianca. Il fratello, i nipoti, il genero e il suocero sono stati assassinati. Erano tutte persone innocenti. L’altra difficoltà è stata raccontare una personalità dai mille volti senza poterci parlare e soprattutto senza santificarlo. Buscetta era pomposo, retorico, pieno di sé, parlava spesso in terza persona, ha detto tante verità, ma dei suoi omicidi non ha mai detto nulla. Era anche molto vanitoso: un agente italiano, assegnato alla sua protezione, mi ha raccontato che una volta lo accompagnò da un notaio perché doveva autenticare dei documenti. Quello non lo riconobbe e Buscetta si arrabbiò moltissimo».

Perché decise di pentirsi?

«Penso che lo abbia fatto per due ragioni. La prima per vendicarsi, ricordiamo che i suoi figli e alcuni parenti vengono fatti sparire o uccisi già prima del pentimento. La seconda perché veramente credeva che la mafia avesse tradito sé stessa».

Che idea si è fatto di lui?

«Aveva dei principi, sia pur malati, era carismatico, affabulatore, nell’organizzazione aveva un ruolo maggiore del suo grado per la sua personalità e perché conosceva il mondo. Negli anni Cinquanta stava già in America Latina».

Com’era Buscetta negli anni della clandestinità?

«In crisi, chiuso in sé stesso. Felicia, la figlia più grande che oggi ha quasi 70 anni e ha perso due fratelli e il marito, ucciso davanti, gli è stata vicina durante la malattia fino alla fine. Ecco, lei mi ha detto che non c’è mai stata una volta in cui suo padre abbia parlato con lei o con un altro familiare di questa tragedia, della lunga scia di sangue e morti, del prezzo pagato dalla famiglia per le sue scelte. Buscetta negli anni sotto protezione è un uomo che si sente sconfitto, umiliato. Trasloca venti volte, non può avere amici. Non vuol essere ricordato come un infame e cerca di costruire una motivazione etica alla sua decisione. In questo è un grande manipolatore. Il suo legame più forte è quello con Cristina, la terza moglie, e i suoi due figli».

«Con lo Stato peggio che con la mafia»: i retroscena del racconto di “Totuccio” Contorno. Il Secolo d'Italia sabato 28 settembre 2019. «Comincio dagli Stati Uniti. Lì mi veniva dato uno stipendio mensile di 1.300 dollari, ma dal mese di ottobre questo contributo mi sarebbe stato tolto. All’epoca abitavo in un appartamento, dove pagavo 550 dollari al mese e quando mi è stato comunicato che non avrei più ricevuto il mensile ho deciso di lasciare l’appartamento, perché non avrei avuto i soldi per continuare a pagarlo, e venire in Italia”. Inizia così il racconto del pentito Salvatore “Totuccio” Contorno davanti alla Commissione nazionale antimafia della X Legislatura. È il 9 agosto 1989 e il collaboratore di giustizia racconta la sua vicenda, all’epoca in cui era negli Stati Uniti, ai deputati dell’Antimafia. Contorno, ex mafioso della famiglia di Santa Maria di Gesù di Palermo, dopo la collaborazione con la giustizia di Tommaso Buscetta cominciò a raccontare ai magistrati di Palermo i retroscena della mafia. Anche nell’ambito della indagine sulla pizza connection coordinata da Giovanni Falcone. Nel 1988 Contorno, che era sotto protezione, tornò in gran segreto a Palermo e si vendicò dei boss corleonesi, una vicenda con molti punti oscuri. Poi, nel 1989 venne nuovamente arrestato. Di recente il ruolo di Totuccio Contorno è stato interpretato dall’attore palermitano Luigi Lo Cascio nel film Il Traditore di Marco Bellocchio, in corsa agli Oscar.

“Totuccio” Contorno, i retroscena di una vita tra mafia e legalità. «In America avevo persino trovato un lavoro in un mattatoio, ma dopo cinque giorni sono stato costretto a lasciarlo a causa di una artrosi cervicale. Quindi non potevo lavorare, non ricevevo più il contributo dallo Stato, non avevo più soldi per vivere e per pagare l’appartamento, a quel punto o andavo a rubare o chiedevo beneficenza allo Stato visto che mi ero dissociato dalla mafia. Invece devo dire che mi sono trovato peggio che con la mafia. Sono rientrato in Italia e mi sono rivolto alla Criminalpol e all’Alto commissario Sica –dice ancora Contorno –. A loro ho esposto i miei problemi, spiegando la mia situazione finanziaria e il fatto che io e la mia famiglia non sapevamo come sopravvivere. Ma non ho ricevuto niente da nessuno né in America né in Italia. E ora, dopo tutti i benefici che ha avuto lo Stato, mi ritrovo in carcere a Sollicciano, praticamente sepolto vivo in una camera blindata, sorvegliato a vista 24 ore su 24. Ma per che cosa? Vorrei sapere per quale motivo mi trovo in carcere». «Vorrei farvi vedere le condizioni in cui mi trovo. E’ quasi un mese e mezzo che non riesco ad andare in bagno perché c’è sempre qualcuno che mi sorveglia, dicono che lo fanno per la mia sicurezza. Mi trovo in carcere con l’accusa di associazione a delinquere. A questo punto mi domando con chi mi sono associato, con lo Stato o di nuovo con la mafia?», dice Contorno particolarmente adirato rivolgendosi ai parlamentari che lo ascoltano. “Tenete presente che quando una persona si dissocia dalla mafia non può più rientrare nella organizzazione, io ormai sono destinato a morire. Venti giorni fa mi hanno ucciso uno zio e un cugino, ora vorrei sapere cos’altro volete da me. Una volta mi si dice che mi sono associato allo Stato, un’altra volta che faccio complotti e che commetto omicidi».

Da mafioso contro lo Stato a pentito con lo Stato. E ancora: «Ho fatto parte dello Stato, ma precedentemente, ho fatto parte anche del l’antistato. Le cose però sono cambiate: è mutata la mentalità, è stata introdotta la droga. Ho deciso quindi di cambiare io visto che le cose non erano più le stesse: i fatti, dal momento che io ero entrato a far parte di quell’organizzazione, erano mutati. Ho pensato perciò di aiutare lo Stato per liberarmi dalla mafia, soprattutto in considerazione dei loro ragionamenti e delle loro azioni. Volevo fare qualcosa per il dottor Sica o per chiunque altro, ma avevo bisogno di tempo – dice -La mia vita non si svolgeva più a Palermo, non avevo più la libertà di cui potevo disporre prima, non potevo più muovermi liberamente. Dovevo cercare attentamente se veramente volevo fare qualcosa, cioè se volevo conosce re le ultime novità». «Mi aspettavo un aiuto, volevo un lavoro, speravo di cambiare il nome. Lo Stato non mi ha dato niente in beneficenza. Io ho avuto una condanna di 6 anni a Palermo e ho fatto 6 anni e mezzo di carcere. È il 9 agosto 1989 e il collaboratore poi riarrestato si lamenta del trattamento ricevuto. “Ora mi ritrovo di nuovo in carcere, per associazione. Allora non so se posso dirlo, dice ai deputati – voi la mafia l’avete proprio capito come è istruita e come è preparata? Voi sapete cosa significa la mafia? Se uno esce fuori dalla mafia non può più rientrarvi; quando qualcuno fa il giuramento ed entra a far parte della mafia, se tradisce deve morire». «Se lo Stato in Italia fosse presente la gente aiuterebbe lo Stato: la gente vede che lo Stato è assente per cui se qualcuno assiste ad un omicidio, un furto o qualsiasi altra cosa se ne va dentro. Se, invece, lo Stato fosse presente qualcuno potrebbe dire di aver assistito ad un fatto (per esempio una macchina rubata, un tizio che passava, un latitante). Qualche persona ancora ci sarebbe per dire queste cose; ma lo Stato è assente e vedendo come hanno trattato me e Buscetta (abbandonati dallo Stato) chi potrebbe più collaborare con lo Stato»…

Su Buscetta e Michele Greco. E a proposito di Buscetta: «Se voi vi impegnate , tra me e Buscetta, Buscetta domani mattina può venire pure qua. Però ci deve essere un particolare: Buscetta ha la sua età, conosce …C’è tanta gente che dalla mafia è stata accantonata, posata. Potrebbero nascere tante cose. Ma come possono nascere le cose, così, al vento? Si potrebbero fare tante di quelle cose. Noi però, vogliamo aiuto e un supporto da voi e dallo Stato. Così si farebbero tante cose in Italia…Buscetta è sopravvissuto qualche giorno più di me perché penso che stava peggio di me. Buscetta ha superato la sopravvivenza più lunga della mia perché ha fatto un libro, un giornale ed ha preso un po’ di soldi. Ma ha una famiglia numerosa. Lui è stato abbandonato ormai, come sono stato abbandonato io». Mentre su Michele Greco infierisce dicendo: «è un grande “infamone” perché, non so se l’avete letto, l’ho pubblicato sui giornali, suo padre era un infame. Ho portato fuori questa storia proprio per far capire a tanta gente le cose che non sanno, perché ci sono degli atti che parlano e sarebbe bello poterli pubblicare e la gente, la gioventù di oggi potrebbe sapere che Michele Greco è il figlio di un infame. Diciamo infame nel termine proprio di Cosa Nostra»…

Quando Falcone finì sotto accusa per il ritorno del pentito Contorno in Sicilia. L’Antimafia pubblica i verbali. Le carte che raccontano l'isolamento del giudice. Le domande incalzanti di alcuni commissari a De Gennaro e all’ex boss. E intanto nessuno si occupava del fallito attentato dell'Addaura. Salvo Palazzolo il 27 settembre 2019 su La Repubblica. Il 9 agosto 1989, la commissione antimafia allora presieduta da Gerardo Chiaramonte convocò il pentito Salvatore Contorno per chiedergli del suo ritorno in Sicilia dagli Stati Uniti, mentre a Palermo c’erano diversi omicidi. Ma sotto accusa non sembrava lui, in quel momento arrestato (e poi scagionato), piuttosto il giudice Giovanni Falcone. Le domande fatte al collaboratore e poi anche all’ex capo della Criminalpol Gianni De Gennaro raccontano di un clima di sospetti attorno al magistrato che a giugno i boss di Cosa nostra avevano tentato di far saltare in aria sulla scogliera dell’Addaura. Di quel fallito attentato neanche si parlava a Palazzo San Macuto. I verbali di quei giorni sono stati pubblicati oggi della commissione parlamentare antimafia presieduta da Nicola Morra: raccontano la solitudine di Falcone e dei suoi più stretti collaboratori. Mentre a Palermo tirava addirittura il venticello della calunnia, “forse il giudice se l’è fatto da solo l’attentato”. Falcone era davvero isolato. Come Paolo Borsellino. Altre carte desecretate dall’Antimafia nelle scorse settimane ricordano oggi cos’era la lotta alla mafia in quegli anni difficili. Un recupero della memoria che la commissione parlamentare sta facendo grazie a un certosino lavoro di studio e ricostruzione fatto dall’ex pubblico ministero del processo Trattativa, Roberto Tartaglia, che Morra ha voluto suo consulente. In questi giorni Tartaglia è candidato alla successione di Cantone al vertice dell’autorità anticorruzione. Quella mattina del 9 agosto, il deputato del Pci Luciano Violante chiedeva al collaboratore Salvatore Contorno: “E’ stato interrogato dal dottore Falcone, o ha visto il dottore Falcone nel periodo in cui era in Italia?”. Risposta: “Andavo spesso alla Criminalpol, l’ho incontrato al bar con un paio di altri magistrati”. Violante incalzava: “Io ho fatto un’altra domanda. Lei è stato interrogato dal giudice Falcone?”. Contorno: “Non ricordo perché sono venuti diversi magistrati”. Un fuoco di fila di domande. Il verde Gianni Lanzinger: “Poco fa lei affermava di essersi incontrato con Falcone al bar. Si ricor­da cosa vi siete detti?”. Risposta di Contorno: “Era un bar all’interno della Criminalpol, frequentato da molti poliziotti. Ero andato alla Criminalpol perché avevo bisogno di un dentista e io non avevo né soldi né assistenza sanitaria per cercarmene uno. Andando al bar con un agente ho visto che c’era Falcone”. E quell’episodio, del tutto banale, diventò presto un altro sospetto. “Vi siete solo salutati?”, chiedeva il deputato. “Sì”. Anche il deputato Franco Corleone, pure lui dei Verdi, chiedeva: “E’ stato interrogato dal dottore Falcone, oltre che vederlo al bar?”. Contorno: “Quando?”. Corleone: “Non lo so, chiedo a lei… perché a noi risulta che ci sia stato l’interrogatorio”. Il deputato Salvo Andò puntava invece De Gennaro: “Lei aveva parlato col giudice Falcone del ritorno di Contorno?”. Il poliziotto chiariva che il “giudice Falcone lo ha anche interrogato nel mio ufficio”. Non c’era davvero nessun mistero in quel ritorno in Italia del pentito, che lamentava di non avere assistenza, all’epoca non c’era ancora la legge sui collaboratori:  “Contorno manifestò la sua situazione di insofferenza già negli Stati Uniti… voleva tornare in Italia”, spiegava De Gennaro. Ancora Violante: “Ci è risultato strano che Contorno, che su tante cose è preciso nel ricordare, non ricordava di essere mai stato interrogato in procura”. Risposta del poliziotto: “Forse da Falcone è stato interrogato più volte, non so, questa può essere una spiegazione”. E a quel punto Violante sbotta: “Lei si è reso conto che il problema delicato della permanenza di Contorno in Sicilia e quello relativo al rapporto tra Contorno e l’organizzazione mafiosa per un verso e in secondo luogo dei rapporti fra Contorno e settori istituzionali in quel periodo è il punto delicato della vicenda. In sostanza bisogna capire se Contorno è stato in quel periodo fonte informativa consapevole, se è stato lì per acquisire notizie e passarle a qualcuno”. E dopo questa considerazione, un’altra domanda: “E’ accaduto questo?”. Risposta netta di De Gennaro: “Ho già risposto di no per quanto riguarda il mio ufficio. Anche teoricamente ne ho spiegato la ragione. Posso dire che per quanto mi riguarda non ho avuto informazioni, tranne quelle di ordine generico”. Poi, l’Antimafia chiuse il caso. Ma intanto il tam tam dei sospetti, alimentato in quei mesi dalle lettere anonime del Corvo, aveva reso ancora più solo Giovanni Falcone.

·         Il Carcere Ostativo per i mafiosi. “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.

Cos'è l'ergastolo ostativo. Per l'Europa l’ergastolo ostativo italiano è una “punizione inumana”. Ecco cosa prevede. Maurizio Tortorella il 9 ottobre 2019 su Panorama. La Corte europea dei diritti umani ha chiesto oggi all’Italia di rivedere le sue norme in materia di ergastolo ostativo. La Corte ha infatti affermato che l’ergastolo ostativo è contrario all’art 3 della Convenzione europea per i diritti umani, che vieta i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti. In assenza di ricorsi, la sentenza diverrà definitiva in tre mesi. Per ergastolo ostativo s’intende la pena che prevede la reclusione a vita: il cosiddetto “fine pena mai”. In base alla legge italiana, anche chi viene condannato all’ergastolo ha diritto ad alcuni benefici (come la semilibertà) e può usufruire di permessi-premio; dopo 26 anni di carcere, inoltre, al condannato all’ergastolo può essere concessa la libertà condizionale se, durante la detenzione, ha tenuto una buona condotta e un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento. L’ergastolo ostativo è l’eccezione alla regola, in quanto non permette di concedere al condannato alcun tipo di beneficio o di premio. Per questo l’ergastolo ostativo viene inflitto a soggetti altamente pericolosi che hanno commesso determinati delitti: per esempio il sequestro di persona a scopo di estorsione oppure l’associazione di tipo mafioso. Per loro esiste soltanto il “fine pena mai”: tra gli ultimi casi si ricorda quello del boss mafioso Bernardo Provenzano, morto in carcere nel luglio 2016 dopo lunghissima malattia. La decisione di Strasburgo riguarda in particolare il caso di Marcello Viola, un condannato per associazione mafiosa, per omicidi e per rapimenti, che era stato condannato all’ergastolo ostativo all’inizio degli anni Novanta, al quale ora il governo italiano deve versare 6mila euro per i costi legali. Nella sentenza i giudici di Strasburgo evidenziano che “la mancanza di collaborazione è equiparata a una presunzione irrefutabile di pericolosità per la società” e questo principio fa si che i tribunali nazionali non prendano in considerazione o rifiutino le richieste dei condannati all'ergastolo ostativo. La Corte osserva che se “la collaborazione con la giustizia può offrire ai condannati all'ergastolo ostativo una strada per ottenere questi benefici”, questa “strada” è però troppo stretta. Nella sentenza si osserva che la scelta di collaborare non è sempre “libera”, perché per esempio certi condannati hanno paura che questo metta in pericolo i loro familiari. I giudici di Strasburgo scrivono anche che “non si può presumere che ogni collaborazione con la giustizia implichi un vero pentimento e sia accompagnata dalla decisione di tagliare ogni legame con le associazioni per delinquere”. La Corte non nega la gravità dei reati commessi da Marcello Viola, ma critica il fatto che l'uomo, soltanto perché non ha collaborato con la giustizia, si sia visto rifiutare le richieste di uscita dal carcere, nonostante molti rapporti indicassero la sua buona condotta e un cambiamento positivo della sua personalità. Nella sentenza si afferma che privare un condannato di qualsiasi possibilità di riabilitazione e quindi della speranza di poter un giorno uscire dal carcere viola il principio base su cui si fonda la convenzione europea dei diritti umani, il rispetto della dignità umana. Come tutte le sentenze della Corte europea, anche questa farà giurisprudenza e avrà effetti più ampi: potrà essere applicata nei confronti di chiunque si trovi a scontare una pena di quel genere. L’ergastolo nell’ordinamento italiano è regolato dall’articolo 17 e seguenti del Codice penale. L’articolo 22 dice che “la pena dell’ergastolo è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno”. L’associazione Nessuno tocchi Caino, da anni impegnata con il Partito radicale per l’abolizione dell’ergastolo ostativo, sostiene che la sentenza della Corte europea è “un pronunciamento storico”. Con questa sentenza la Corte di Strasburgo di fatto “svuota” l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede uno sbarramento automatico ai benefici penitenziari, alle misure alternative al carcere e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia. La Corte fa cadere la collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto. La Corte considera inoltre questo un problema strutturale dell’ordinamento italiano e chiede che si metta mano alla legislazione in materia. Per Sergio d’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino, “Il successo a Strasburgo è il preludio di quel che deve succedere alla Corte costituzionale italiana, che il 22 ottobre discuterà sulla costituzionalità dell'ergastolo ostativo a partire dal caso Cannizzaro, nel quale Nessuno tocchi Caino è stato ammesso come parte interveniente. Il pensiero non può che andare a Marco Pannella”.

Ergastolo ostativo, la Turchia di Erdogan condannata come l’Italia. Damiano Aliprandi il 15 Ottobre 2019 su Il Dubbio. La sentenza della Cedu sul caso Ocalan. I giudici della corte europea hanno sanzionato, così come per la “vicenda viola”, la richiesta di ammissione alla liberazione condizionale subordinata alla collaborazione. «Le prigioni non dovrebbero essere come le porte dell’inferno, dove si avvererebbero le parole di Dante: lasciate ogni speranza, voi ch’entrate». Così hanno scritto i giudici della Corte europea dei diritti umani ( Cedu) nella sentenza del 18 marzo 2014 per il caso Ocalan ( leader curdo del Pkk) contro la Turchia, condannando lo Stato di Erdogan per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, dal momento che la legge turca «non prevede, dopo un certo periodo di detenzione, alcun meccanismo di riesame della pena all’ergastolo comminata per reati come quelli commessi da Ocalan, allo scopo di valutare se continuano a sussistere motivi legittimi per tenere la persona in carcere». Parliamo della stessa identica sentenza riguardante il caso Viola che ha condannato definitivamente l’Italia, perché – come stabilisce l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario prevede che la richiesta di ammissione alla liberazione condizionale sia subordinata alla collaborazione con la giustizia.

ANCHE A ISTANBUL C’È QUELLO AGGRAVATO. Per quanto riguarda la Turchia, l’articolo 107 della legge n. 5275 sull’esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza prevede la possibilità della libertà condizionale, su riserva di buona condotta, per le persone condannate alla pena della reclusione ( severa) a vita dopo un periodo minimo di detenzione di trent’anni, per i condannati alla pena della reclusione a vita ( ordinaria) dopo un periodo minimo di detenzione di ventiquattro anni e per gli alti condannati dopo aver scontato un periodo pari ai due terzi della loro pena detentiva. Tuttavia, sempre secondo la medesima disposizione, i condannati alla pena della reclusione a vita aggravata per dei reati contro la sicurezza dello Stato, contro l’ordine costituzionale e contro la difesa nazionale ( quindi come il caso di Ocalan) commessi in gruppi organizzati all’estero non possono essere ammessi al beneficio della libertà condizionale. In sostanza anche la Turchia, come il nostro Paese, ha due forme di ergastolo: uno “ordinario” e l’altro “aggravato” ( in Italia viene definito “ostativo”).

IL PKK È ORMAI UN PARTITO ILLEGALE. Da ricordare che Ocalan aveva fondato nel 1978 il Partito dei lavoratori del Kurdistan, meglio conosciuto con il nome di Pkk, che per anni ha combattuto per il riconoscimento di una propria etnia. Il Pkk è ancora una realtà presente nel sud- est della Turchia benché sia considerato un partito illegale. Inizialmente era un gruppo che s’ispirava al marxismo- leninismo, rivendicando ( insieme ad altri partiti tra cui il Pyax, il Pyd, e il Kpd) la fondazione di uno stato indipendente nella regione storico- linguistica del Kurdistan. Il Pkk, però, al fine delle sue rivendicazioni, utilizzava metodi violenti ricorrendo spesso al conflitto armato, ricorrendo anche all’uso di attentati dinamitardi e kamikaze contro obiettivi militari turchi, ritenuti oppressori del popolo curdo.

QUANDO OCALAN ARRIVÒ A ROMA. Come sappiamo giunse a Roma il 12 novembre 1998 accompagnato da Ramon Mantovani, all’epoca deputato di Rifondazione Comunista. Il leader del Pkk si consegnò alla polizia italiana, sperando di ottenere entro qualche giorno asilo politico. Questa sua richiesta provocò un dibattito sull’opportunità di accettare tale richiesta. Alla fine – ricordiamo che c’era il governo D’Alema venne espulso in Kenia, dove poi le forze di intelligence lo presero e riportato in Turchia. In seguito la pena di morte gli verrà commutata in ergastolo a vita. D’altro canto la Cedu ha voluto esprimere concetti che poi ribadirà anche nei confronti del nostro Paese. «Le difficoltà – hanno scritto i giudici di Strasburgo – che gli Stati si trovano a dover affrontare nella nostra epoca per proteggere le loro popolazioni dalla violenza terrorista sono reali. Tuttavia – hanno sottolineato -, l’articolo 3 non prevede alcuna limitazione, non consente alcuna deroga, neppure in caso di pericolo pubblico che minaccia la vita della nazione». Un concetto che i giudici hanno dovuto cristallizzare nella sentenza, perché il governo turco ha difeso la legittimità dell’ergastolo a vita, spiegando che Ocalan si era reso responsabile di una campagna di violenza che la sua ex- organizzazione ha condotto e che ha costato la vita a migliaia di persone, tra cui numerose vittime civili innocenti.

DECIDERÀ SEMPRE UN GIUDICE. La Cedu ha ben spiegato che «nessun problema si pone rispetto all’articolo 3 se, ad esempio, un condannato all’ergastolo che, in base alla legge nazionale, può in teoria ottenere la liberazione, richiede di essere liberato ma si vede rifiutata la richiesta per il fatto che egli continua a rappresentare un pericolo per la società». In sintesi, è esattamente lo stesso concetto espresso per quanto riguarda la sentenza di condanna nei confronti dell’Italia. Non si tratta di alcun automatismo, ma la concessione all’ergastolano di poter chiedere la liberazione condizionale dopo un numero congruo di anni di detenzione: sarà sempre un giudice a valutare se concedergliela o meno. La Cedu ha citato anche una sentenza della Corte costituzionale tedesca su un caso relativo alla reclusione a vita, la quale ha sottolineato che la pena perpetua «sarebbe incompatibile con la disposizione della Legge fondamentale che consacra la dignità umana che, coercitivamente, lo Stato privi una persona della propria libertà senza dargli almeno una possibilità di poterla un giorno recuperare».

L’uomo che riuscì a scappare dall’Alcatraz italiana. Damiano Aliprandi l'8 Dicembre 2019 su Il Dubbio. Storia di Matteo Boe, l’unico uomo che riuscì a evadere dall’Asinara, la fortezza che fino ad allora risultava invulnerabile. «Col tempo mi hanno visto consumarmi poco a poco, ho perso i chili, ho perso i denti, somiglio a un topo ho rosicchiato tutti gli attimi di vita regalati e ho coltivato i miei dolcissimi progetti campati… In aria… nell’aria», dice una canzone del 1999 di Daniele Silvestri. La canzone è agghiacciante, drammatica, di forte impatto emotivo. L’elemento più sconcertante è che il protagonista della canzone, in prima persona, è un morto. Si tratta di un ergastolano che alla fine era riuscito ad evadere, ma “in orizzontale”. «Dopo trent’anni carcerato all’Asinara, che vuoi che siano poche ore in una bara», dice drammaticamente la canzone. La struggente storia cantata da Silvestri è ambientata, appunto, nell’ex carcere dell’Asinara, un’isoletta del mar Mediterraneo, vicina alla punta della Sardegna. Oggi è un luogo incontaminato dove la natura trova il suo spazio, finalmente libera dalle 11 diramazioni penitenziarie. Pochi sanno l’origine del nome. Il pensiero va subito agli asini, che pur ci sono, ma in realtà tutto nasce dalla leggenda che Ercole afferrò l’estrema propaggine settentrionale della Sardegna e la staccò dalla penisola della Nurra. E la strinse così forte nel pugno da assottigliarne la parte centrale, lasciandole impresse tre profonde insenature dove le possenti dita l’avevano strangolata. Herculis Insula, la chiamarono perciò i romani, e successivamente Sinuaria, per la sinuosità delle sue coste. Da lì, a forza della graduale storpiatura del nome romano, si è arrivati appunto a chiamarla “Asinara”. L’isola fu prima adibita a luogo di quarantena per equipaggi di navi sospette di epidemie a bordo, con annesso lazzaretto, poi nel 1915 divenne campo di prigionia per decine di migliaia di soldati austroungarici, e poi colonia penale agricola. Tra il 1937 e il 1939 vennero trasferiti qui centinaia di prigionieri etiopi. Dal dopoguerra, l’Asinara diventò a tutti gli effetti un’isola- carcere, famigerato suo malgrado negli anni 70 come “speciale” per i fondatori delle Brigate Rosse. Poi, con la sanguinosa rivolta del 2 ottobre 1977 per protestare contro le sistematiche torture, il carcere venne temporaneamente dismesso negli anni 80 per poi riaprirlo dopo le stragi mafiose e quindi ai detenuti in regime di 41 bis. Ma le sistematiche torture si inasprirono, tanto da ricevere una condanna anche dagli organismi internazionali. Fu lì che venne portato Totò Riina dopo il suo arresto. Precisamente gli venne assegnata la cella di Cala d’Oliva, uno degli undici penitenziari dell’isola. Era soprannominata “la discoteca”, ma non perché si ballava. La cella, senza finestre, era perennemente illuminata dalle lampade che il capo dei capi non poteva spegnere. In poco tempo Totò Riina si rese conto di essere finito in un luogo in cui sarebbe stato davvero isolato e sorvegliato 24 ore su 24. Senza un attimo di intimità, neanche all’interno del bagno. E con la luce sempre accesa, anche di notte. Vi rimase per 4 anni. L’Asinara però riservava l’identico trattamento nei confronti di tutti gli altri detenuti. C’è la testimonianza dell’ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci che vi trascorse lunghi anni al 41 bis. «Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda”. “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità», narra Musumeci. L’isola che ospitò anche Falcone e Borsellino prima che iniziasse il maxi processo (dovettero pagare anche il conto su richiesta dell’allora capo del Dap Nicolò Amato) è passata alla storia come l’Alcatraz italiana. E come ogni storia che si rispetti, ha conosciuto anche lei il suo Papillon. Si chiama Matteo Boe e fu l’unico uomo che riuscì ad evadere da quella fortezza che fino ad allora risultava invulnerabile. Boe è un personaggio da romanzo. È stato un bandito sardo, specificatamente di Lula, un paesino arroccato sui monti del nuorese. Divenne quasi una leggenda, tanto che il suo nome venne associato a una vita non solo di rapimenti, ma anche di attivismo politico visto che combatteva per l’indipendentismo sardo. Infatti, Boe, non riconosce alcuna autorità politica ed etica dello Stato italiano. Durante la sua detenzione, d’altronde, aveva tradotto in lingua sarda “Dio e lo Stato” di Bakunin e fatto poi stampare da un anarchico sardo. Fu condannato a sedici anni di carcere nel 1983, in seguito al rapimento di una giovanissima toscana, Sara Niccoli. Secondo le indagini ne fu poi il carceriere, quel “Carlos” che – come raccontò la stessa Niccoli – ne rese meno dura la detenzione, denotando perfino una cultura non indifferente nell’offrirle letture di pregio, come “L’idiota” di Dostoevskij e i libri di Franz Kafka. Sara, dopo anni, morirà all’età di 30 anni a causa di una malattia autoimmune. Boe fu arrestato e recluso all’Asinara. La permanenza doveva stargli ovviamente stretta, e così decise di evadere dalla fortezza con Salvatore Duras, in carcere per furto. Studiano un piano a tavolino che poi risulterà perfetto. Dopo aver tramortito un’agente mentre svolgevano un lavoro esterno, i due riescono a raggiungere la costa dove una donna – la moglie di Boe – li aspetta nascosta a bordo di un gommone. La donna, Laura Manfredi, emiliana, aveva conosciuto Matteo Boe alla facoltà di Agraria all’università di Bologna e lui era un suo compagno di corso. Un amore immenso, che la spinse ad aiutarlo ad evadere. Duras fu trovato poco tempo dopo. Boe, invece, riuscì a restare latitante per sei anni. Alla fase della latitanza risalgono tutta una serie di altri rapimenti, come quello dell’imprenditore romano Giulio De Angelis, o quello eclatante del piccolo Farouk Kassam, nel 1992, cui fu brutalmente mozzato un orecchio. Il bambino fu lasciato libero dopo 177 giorni di prigionia, nei quali mangiò poco e non si lavò, tanto che i vestiti non gli si staccavano di dosso, come sostengono le cronache dell’epoca. Nello stesso anno Boe fu arrestato in Corsica, dove si trovava per alcuni giorni di vacanza con la moglie e i due figli, e quindi estradato nel 1995, con una condanna – confermata nel ’ 96 – a 25 anni di detenzione. Nel 2003 la tragedia. Una scarica di pallettoni rivolta al balcone della sua casa di Lula uccise Luisa, la figlia quattordicenne, forse scambiata dagli esecutori per la moglie Laura, politicamente molto attiva in paese nella lotta all’istituzione di una normalità amministrativa. «In tutti questi anni disse Matteo Boe dal carcere in una delle rare interviste rilasciate- ho visto mia figlia soltanto attraverso un vetro. Le nostre mani ogni volta erano divise da una parete. Assurdo, me l’hanno uccisa senza darmi la possibilità di abbracciarla». Questa vicenda dolorosa ebbe strascichi giudiziari: Laura accusò l’allora maresciallo dei carabinieri di non aver indagato a sufficienza e andò sotto processo per calunnia, uscendone comunque assolta. Ancora oggi l’uccisione della ragazzina è senza colpevoli. Boe ha finito di scontare la sua pena nel 2017 ed è un uomo libero. Ora ha 61 anni e sta studiando per diventare guida ambientale escursionistica. Se tutto andrà bene potrà iscriversi al registro nazionale della principale associazione di categoria, l’Aigae. I detenuti che hanno cercato di fuggire dal carcere dell’Asinara sono stati tanti. La vicinanza dell’isola alla punta della Sardegna dava l’impressione che fosse facile, una volta riusciti ad eludere le guardie costiere, scappare a nuoto. Invece sono stati tanti i carcerati trovati morti annegati, recuperati giorni dopo la scoperta della loro fuga. È stato trovato morto anche un detenuto che cercava di raggiungere la Sardegna con una barchetta a remi. Dopo giorni e giorni in balia delle correnti, era morto di inedia. Solo Boe, il bandito sardo, ci riuscì.

Se il boss all'ergastolo non collabora e ottiene permessi rischia di diventare un modello. I mafiosi condannati a vita continuano a esercitare il potere carismatico. E ammorbidire il regime penitenziario, allargando l'accesso ai benefici anche per chi non si pente, non depotenzia la loro carica criminale. Stefania Pellegrini, *Professoressa ordinario di Sociologia del diritto, Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, il 29 novembre 2019 su L'Espresso. Lo scorso 23 ottobre la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza dagli effetti potenzialmente dirompenti sullo strumentario sin’ora posseduto dal nostro ordinamento in tema di contrasto alla criminalità di stampo mafioso. La Corte è intervenuta sul regime penitenziario previsto per gli ergastolani mafiosi i quali, a fronte della loro decisione di non collaborare con la giustizia, vedevano restringersi l’accesso ai benefici, in virtù di una presunzione assoluta di permanenza dei legami con l’organizzazione criminale e, contestualmente, di una presunzione assoluta di pericolosità sociale. La pronuncia ha sancito l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 bis della legge sull’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche qualora siano stati acquisiti elementi tali da escludere il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Il condannato dovrà dar prova di aver compiuto un percorso rieducativo. In sostanza, la Corte ha ritenuto come la “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non debba essere più assoluta ma relativa, e dunque valutata caso per caso dal giudice in base alle relazioni del carcere, alle informazioni ed ai pareri di varie autorità. Il raggio d’azione di tale pronuncia va inoltre circoscritto allo specifico beneficio penitenziario dei permessi premio, non essendo incidente sulla totalità dell’art. 4 bis. L’importanza di questa decisione - in attesa della sentenza - va però contestualizzata in uno specifico momento storico, essendo stata emessa all’indomani di una disposizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che il 7 ottobre, respingendo un ricorso avanzato dal Governo italiano, ha ritenuto “inumano e degradante” il divieto di accedere ai benefici penitenziari imposto dalla legge italiana agli affiliati di mafia che rifiutino una collaborazione con la giustizia. Lo Stato italiano è stato chiamato a rivedere la norma, consentendo quindi al reo di dimostrare la propria lontananza dall’organizzazione con strumenti anche diversi dalla collaborazione di giustizia. Contro e a favore di queste pronunce si sono sollevate tanti voci. Molte hanno manifestato ampia soddisfazione per una pronuncia restauratrice dello spirito di umanità di uno Stato carnefice e spietato nell’aver segregato nelle patrie galere detenuti in un inesorabile “fine pena mai”; il riscatto di uno Stato che in questi casi avrebbe rinnegato uno dei principi fondamentali della Carta Costituzionale che, all’art. 27, sancisce come la finalità della pena andrebbe orientata alla rieducazione del condannato. Il principio della umanizzazione della sanzione penale è indubbiamente connesso al doveroso principio del rispetto della personalità dell’uomo e nello specifico della dignità del detenuto. Ma accanto alla finalità rieducativa va riconnessa anche una funzione deterrente che, oltre a dissuadere i consociati dal commettere reati, svolge un effetto di orientamento culturale richiamandoli alla considerazione dei valori per la cui tutela è posta la pena. Così facendo, si andrebbe a provocare una spontanea adesione dei soggetti ai valori espressi dall’ordinamento, incentivandone il rispetto e l’osservanza. Allo Stato, di fatto, viene assegnato un compito primario rispetto a quello che gli riconosce la potestà punitiva: quello di garantire i diritti inviolabili dell’uomo, impegnandosi a tutelarli, prima che vengano violati. Prevenire il reato rappresenta una missione imprescindibile. Un dovere costituzionale che diviene cogente se riferito alla prevenzione di reati di elevata allerta sociale come quelli mafiosi. Molti, seppur autorevoli, commenti della sentenza della Corte costituzionale non hanno tenuto conto della specificità del fenomeno mafioso. La drammatica storia del nostro Paese ci ha imposto di prevedere una normativa differenziata per gli affiliati di mafia appartenenti ad un circuito criminale che è sul piano sociologico, criminologico e culturale, innegabilmente differente da tutti gli altri contesti malavitosi. La mafia, come scriveva Falcone, è criminalità e cultura. L’adesione ad una organizzazione mafiosa è qualcosa di più della partecipazione ad un’entità criminale finalizzata al profitto illecito. È un credo irrinunciabile. Si diventa mafiosi in un processo progressivo di oggettivazione. Il sicario mafioso è una non-persona, come sono non-persone le vittime. Non c’è l’Io e non c’è l’Altro, c’è solo la “Famiglia”, la “Locale”, il “Clan”. Il boss in carcere continua ad esercitare il potere carismatico criminale ed il rifiuto di collaborare con la giustizia lo rende un modello positivo per il suo ambiente. Dal carcere, prima del regime penitenziario del 41 bis, i boss controllavano gli affari ed emettevano ordini di morte. Vale la pena ricordare che i primi provvedimenti di applicazione del regime di isolamento vennero firmati all’indomani della strage di via D’Amelio, benché la norma facesse parte di un pacchetto antimafia proposto da Giovanni Falcone. Il 19 luglio del 1992, alla notizia della strage, nel carcere palermitano dell’Ucciardone si brindò con champagne introdotto in concomitanza con la preparazione dell’attentato. Il regime del 41 bis nacque con queste finalità: isolare i mafiosi dal contesto di provenienza; depotenziare la loro carica criminale; indurli a collaborare, fornendo notizie certe e riscontrabili, necessarie a prevenire delitti o ad identificare responsabilità per reati già commessi. Altro dalla finalità rieducativa. Il mafioso, tradizionalmente veste gli abiti del detenuto modello. Basare la sua “redenzione” sulla valutazione del percorso trattamentale può essere del tutto fuorviante. Solo con la collaborazione si attesta una nitida presa di distanza dal mondo criminale. In mancanza di questa essi continueranno ad essere capi rispettati ai quali si deve obbedienza. Al contempo, la collaborazione non comporta un “ravvedimento” o un pentimento. La legge non lo richiede. Nella maggioranza dei casi è il calcolo utilitaristico di avvantaggiarsi dei benefici connessi alla collaborazione ad indurre il mafioso a fornire informazioni rilevanti. Si tratta di una mera valutazione costi/benefici. Se i costi venissero ridotti e il carcere ostativo depotenziato, al mafioso non converrebbe collaborare. Alla luce di ciò, va pertanto scongiurato il pericolo dell’estensione del divieto agli altri benefici, in un cortocircuito che determinerebbe la fine di uno strumento antimafia tutt’oggi efficace. Basti pensare alla collaborazione dei mafiosi nei processi al Nord che hanno dato la possibilità di aprire nuovi procedimenti e svelare misteri da tempo archiviati. Ora, alcuni attendono l’emanazione di una legge che delimiti l’area di intervento per la concessione dei permessi, stabilendo parametri e principi fissi. Si tratterebbe di un provvedimento del tutto illegittimo perché andrebbe a limitare la discrezionalità del giudice di sorveglianza, violando la pronuncia della Corte. Tuttalpiù il legislatore potrà solo indicare le modalità di valutazione della concessione, senza reintrodurre nuove preclusioni. Ma la magistratura di sorveglianza non può essere lasciata sola ad affrontare questa delicatissima sfida che può rappresentare un’occasione per migliorare, ma non per depotenziare il contrasto alla mafia.

Permessi ai reclusi ostativi, Bruti Liberati: «Atto di civiltà che indebolirà le mafie». Errico Novi il 5 Dicembre 2019 su Il Dubbio. Intervista a Bruti Liberati. «Con la sentenza della Consulta sui permessi ai reclusi in regime ostativo viene il segnale di civiltà che un ordinamento democratico lancia come sfida proprio alle mafie». Edmondo Bruti Liberati è stato un procuratore di Milano rigoroso, ed è tuttora considerato un punto di riferimento, in ambito associativo, da molti colleghi. «Tengo a ricordare di essere stato anche un magistrato di sorveglianza: in tale veste, nel 1975, ho avuto modo per la prima volta nella storia della Repubblica di applicare l’istituto del permesso: era stato introdotto con la riforma penitenziaria, si trattava del primo passo per la rottura della tradizionale immutabilità della pena inflitta. Ed è l’opposto della logica del “buttiamo la chiave della cella” e del “lasciamoli marcire in carcere”». Appena lette le motivazioni della sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che indica la “collaborazione” come presupposto insuperabile per concedere permessi ai reclusi sottoposti al 4 bis, Bruti Liberati non esita ad auspicare che «i principi affermati dalla Consulta trovino applicazione anche per la liberazione condizionale per l’ergastolo». La pronuncia, in ogni caso, «è un segnale di civiltà che un ordinamento democratico lancia come sfida proprio alle organizzazioni mafiose, e chiude idealmente la presidenza Lattanzi, promotore del Viaggio nelle carceri».

Si può parlare anche di un “atto di coraggio”, considerata l’impopolarità che suscitano principi pure chiarissimi nella nostra Carta, a cominciare dal fine rieducativo della pena?

«La sentenza della Corte costituzionale è importante per la decisione presa e per i principi affermati. Richiama i principi costituzionali sulla esecuzione della pena e lo spirito originario della riforma penitenziaria del 1975. Quella legge, abrogando il regolamento fascista, chiuse la stagione delle riforme della prima metà degli anni Settanta. Il Parlamento ebbe il coraggio di fare entrare in vigore la riforma nonostante il crescente allarme per la criminalità organizzata e il terrorismo».

Viene riproposta idealmente la stessa sfida lanciata allora dal legislatore nei confronti di quelle minacce?

«Assolutamente sì. Ma è anche opportuno precisare il perimetro esatto della pronuncia di cui sono appena state depositate le motivazioni. Lo Corte, nonostante polemiche disinformate, non affronta la questione di fondo del cosiddetto ergastolo ostativo. Interviene soltanto, perché questa era la questione portata al suo esame, sulla disciplina dei permessi. La legge parla, con dizione fuorviante, di “permessi premio”: non si tratta per nulla di un premio per la buona condotta in detenzione, ma, di norma, del primo passaggio nel percorso di reinserimento del condannato nella società».

Ma è un’idea che suscita agitazione in una parte evidentemente maggioritaria dell’opinione pubblica.

«Nel 1975, nominato magistrato di sorveglianza a Milano, ho avuto modo, per la prima volta nella storia della Repubblica, di applicare l’istituto dei permessi: il primo passo per la rottura della tradizionale immutabilità della pena inflitta, l’opposto della logica del “buttiamo la chiave della cella”. Grazie allo scrupolo dei magistrati di sorveglianza la percentuale di mancati rientri fu modestissima, ma l’istituto del permesso ha risentito delle emergenze: di quella relativa al terrorismo alla fine degli anni ’ 70, e poi dell’emergenza mafia. Così si spiegano gli andamenti oscillanti di chiusure e riaperture».

La sentenza riguarda solo i permessi, certo: ma i principi affermati prefigurano secondo lei un superamento complessivo dell’ostatività ex 4 bis anche per l’ergastolo?

«La pronuncia della Corte riguarda solo i permessi ma i principi affermati sono di carattere generale. È prevedibile e auspicabile che tali principi trovino applicazione anche per le misure alternative della semilibertà e dell’affidamento e per la liberazione condizionale per l’ergastolo. Le presunzioni assolute e insuperabili, previste per alcuni gravi reati, di mancata rescissione dei legami con la criminalità organizzata a carico del condannato che non collabori con la giustizia sono incostituzionali, anche se la condanna è all’ergastolo. La Corte afferma che la “collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento”; aggiunge anche che “non è affatto irragionevole presumere che il condannato che non collabori mantenga vivi i contatti con l’organizzazione criminale”. Ma per rispettare i principi costituzionali occorre prevedere che “tale presunzione sia relativa e non già assoluta, e quindi possa essere vinta da una prova contraria”».

Parte della maggioranza di governo insiste nell’ipotizzare addirittura una legge che “limiti” l’applicabilità della sentenza.

«Gli allarmi lanciati prima ancora di conoscere la motivazione della sentenza sono ingiustificati. Afferma la Corte che non basta certo la sola regolare condotta carceraria o la mera partecipazione al percorso rieducativo, e nemmeno una sola dichiarata dissociazione. Occorre acquisire “elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata”. Il sistema che ne emerge è netto nell’affermare i principi costituzionali e insieme attento alle esigenze di sicurezza. L’intervento di urgenza del legislatore, da taluni invocato, non ha spazi se non con la reintroduzione di rigidità incostituzionali».

La sentenza è anche un riconoscimento della funzione svolta dai giudici di sorveglianza?

«Si può dire questo: una grande responsabilità viene assegnata alla magistratura di sorveglianza, ma non maggiore di quella che quotidianamente viene affrontata in tutti gli altri casi. Ancora una volta la Corte indica un percorso, sottolineando che alla magistratura di sorveglianza deve essere assicurato “un efficace collegamento con tutte le autorità competenti in materia”. È una assunzione di responsabilità che si richiede anche alle forze di polizia, che “devono acquisire stringenti informazioni in merito all’eventuale attualità di collegamenti con la criminalità organizzata” e non limitarsi a pigre formulette del genere “non si può peraltro escludere che…”. È un mutamento culturale che si richiede, appunto, anche alle forze di polizia. Il percorso di reinserimento dei condannati nella società, i dati statistici lo dimostrano, è un efficace, anche se ovviamente non risolutivo antidoto alla recidiva. Tutt’altro che buonismo, ma efficace politica per garantire maggiore sicurezza».

Quindi gli allarmi su un’improvvisa invasione di boss sono immotivati?

«Non si tratta di “allentare la guardia” di fronte alle organizzazioni mafiose, casomai di ricordare che in carcere non ci sono organizzazioni ma persone. L’offrire una prospettiva di uscita, di rientro nella società, andrà incontro inevitabilmente anche a fallimenti, a errori di valutazione. Ma sull’altro piatto della bilancia è il segnale di civiltà che un ordinamento democratico lancia come sfida proprio alle organizzazioni mafiose, e forse potrà contribuire alla messa in crisi, silenziosa, di consolidate appartenenze. Terrei a un’ultima notazione, che non è un tecnicismo. La prima eccezione di costituzionalità è stata sollevata dalla Cassazione: quella Corte per molto tempo attuò una sorda resistenza e talora uno scontro diretto con la Corte costituzionale in difesa della legislazione fascista. È un mutamento culturale ormai assestato che riafferma il prestigio della Corte che assicura il terzo e ultimo grado di giudizio. E la sentenza numero 253, estesa per la penna di una grande costituzionalista, chiude idealmente la presidenza di Giorgio Lattanzi, promotore del Viaggio nelle carceri».

Per i giudici non è un mafioso, ma è detenuto ancora al 41 bis. Nicola Simonetta attende dal 28 ottobre la revoca della misura. Damiano Aliprandi il 23 Novembre 2019 su Il Dubbio. Può accadere che al regime del 41 bis, la frontiera massima dell’intervento punitivo dello Stato, vi sia rinchiuso un detenuto che non appartiene alla criminalità organizzata e tantomeno al terrorismo? La risposta è sì. Si tratta di un calabrese settantenne, Nicola Antonio Simonetta, che rimane ancora al 41 bis nel carcere di Parma, nonostante la presenza di due sentenze che escludono la partecipazione al sodalizio mafioso. In sostanza il 41 bis gli viene considerato applicabile anche se due sentenze processuali hanno reso evidente l’assenza di coinvolgimenti in contesti mafiosi. La più importante, di secondo grado, c’è stata il 28 ottobre scorso che ha riformato la precedente, proprio quella che gli ha fatto scattare il 41 bis: da promotore di associazione semplice ( e non mafiosa) a mero reato di partecipante all’associazione per lo spaccio prevista dall’art. 74 dpr 309/ 90, escludendo anche l’aggravante mafiosa. Infatti da 27 anni di carcere, la pena è stata ridotta a 13. L’altra, relativa ad altro procedimento, è stata pronunciata in primo grado e lo ha assolto dal vincolo associativo. Il suo avvocato difensore Maria Elisa Lombardo, del foro di Locri, ha fatto quindi istanza direttamente al ministro della Giustizia per chiedere l’immediata revoca del regime del carcere duro visto che non ci sono più i presupposti. A questo si aggiunge anche la sua delicata condizione di salute: ha il morbo di Crohn. Se trasferito nel centro clinico di altro regime, infatti, potrà con maggiore facilità essere curato. Del caso è stata informata anche a Rita Bernardini del Partito Radicale. L’avvocata Lombardo spiega a Il Dubbio che il ministro non solo non ha disposto la revoca, ma non ha dato alcuna risposta in merito. «Dovrebbe essere un atto dovuto, così come ad esempio è accaduto con Massimo Carminati – spiega la legale -, quando essendo decaduta l’associazione mafiosa, giustamente gli è stato prontamente revocato il 41 bis. Non comprendo perché ciò ancora non sia avvenuto con il mio assistito». L’avvocata Lombardo sottolinea anche il fatto che non può fare nulla, nemmeno una istanza alla magistratura di sorveglianza di Roma competente per il 41 bis, visto che non ha ottenuto ancora nessuna risposta formale dal ministero della Giustizia. Una situazione singolare che nasce da un procedimento giudiziario molto complesso e che l’avvocata è riuscita, in parte, a decostruirlo in appello. Il procedimento più importante, per il quale Simonetta è stato condannato al 41 bis, riguarda la famosa operazione “new bridge” e prende le mosse da una ampia indagine internazionale, nella quale la Dda di Reggio Calabria, in collaborazione con l’Fbi americana, ha investigato con lo scopo di mettere a fuoco eventuali collegamenti tra esponenti legati alla famiglia mafiosa dei Gambino di New York e soggetti italiani legati, o appartenenti, alle famiglie mafiose della ‘ ndrangheta calabrese. L’indagine parte e si concentra intorno alla figura di Franco Lupoi, un italo- americano che vive a Brooklyn, con qualche precedente penale, considerato attiguo alla famiglia dei Gambino, al quale verrà presentato un’agente provocatore, tale Jimmy, che si fingerà interessato a traffici illeciti. L’avvocata Lombardo che difende Simonetta, spiega che tutto l’impianto accusatorio nasce da due fondamentali e mai provati presupposti: uno, che Lupoi appartenesse alla famiglia dei Gambino di New York, ma in dibattimento è emerso che abbia fatto solo da autista per un certo periodo di tempo. Due, che l’agente provocatore Jimmy si “inserisce” in una pianificazione di compravendita di eroina per raccogliere riscontri investigativi, ma, non è mai emersa, né tantomeno è mai stata dimostrata, la realtà di un preesistente traffico di sostanze stupefacenti tra l’Italia e l’America nel quale Lupoi fosse coinvolto. Cosa c’entra Simonetta in tutto questo? Lupoi è suo genero in quanto ne ha sposato l’unica figlia. La prima severa condanna, poi riformata in appello, nasce dalla convinzione dei giudici di primo grado che Simonetta sia stato il “regista occulto” del traffico internazionale di sostanze stupefacenti organizzato da Lupoi e Jimmy. L’avvocata Lombardo riesce a decostruire l’impianto accusatorio evidenziando che il coinvolgimento emerge sostanzialmente da un unico episodio, datato 20aprile 2012, in cui Simonetta, Jimmy e Lupoi hanno un fugace incontro di pochi minuti. Le indagini porteranno a monitorare due soli episodi di cessione di sostanza stupefacente avvenuti tra Reggio Calabria e New York tra Lupoi e Jimmy. Da tutto ciò si pianificava che si sarebbe dovuto avviare un intenso e continuativo traffico che però non è mai partito. «Tant’è che nell’inerzia delle parti – sottolinea l’avvocata Lombardo -, le autorità stanche di attendere ulteriori sviluppi, decidono di chiudere l’operazione nel febbraio 2014». In sostanza, in primo grado, Simonetta è stato condannato a 27 anni di reclusione perché avrebbe – pur non comparendo mai – occultamente coordinato il traffico che altri ( Jimmy e Lupoi) stavano organizzando. Poi è arrivata la sentenza di secondo grado che ha derubricato il reato in capo al Simonetta in una mera partecipazione ad una associazione semplice. Rimane il dato oggettivo che Simonetta non ha nessuna condanna per mafia, non risulta appartenente a nessuna ‘ ndrina, ma è tuttora al 41 bis. L’avvocata Maria Elisa Lombardo chiede la revoca immediata, altrimenti non rimane che ricorrere alla Corte Europea di Strasburgo.

L’interrogazione di Giachetti: è compatibile il carcere duro per un malato terminale? Valentina Stella il 23 Novembre 2019 su Il Dubbio. E’ il caso di Antonino Tomaselli, malato terminale per un tumore ai polmoni, detenuto in custodia cautelare in regime di 41 bis presso il carcere di Opera. Roberto Giachetti di “Italia Viva” ha presentato una interrogazione a risposta scritta ai ministri Bonafede e Speranza sul caso di Antonino Tomaselli, malato terminale per un tumore ai polmoni, detenuto in custodia cautelare in regime di 41 bis presso il carcere di Opera. Per un malato oncologico con una aspettativa di vita ridottissima è compatibile il carcere e in particolare modo il regime duro? Il parlamentare evidenzia che “Tomaselli non è imputato, né mai lo è stato in passato, per fatti di sangue” ma per il riesame e la Cassazione “le condizioni di salute in cui versa il Tomaselli non risultano modificate in peggio malgrado la gravissima malattia da cui l’indagato è affetto” e quindi sono compatibili con la detenzione al 41 bis. Giachetti, dunque, si chiede se tutto questo rispetti l’articolo 1 del decreto legislativo che riordina la medicina penitenziaria per cui “i detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione” delle stesse prestazioni sanitarie. Come ci dice infatti uno dei suoi legali, l’avvocato Eugenio Minniti, che lo segue insieme a Giorgio Antoci: «Abbiamo censurato l’assoluta inefficienza della dirigenza sanitaria del carcere di Opera in quanto è stato omesso ogni protocollo terapeutico finalizzato a preservare le condizioni di salute del signor Tomaselli sulla scorta inoltre di quanto disposto dal tribunale della libertà di Catania che aveva previsto tutta una serie di cautele da adottare per tamponare la situazione drammatica in cui versa l’uomo a cui resta un anno di vita. Noi chiediamo che venga trasferito in un centro specializzato per fronteggiare le gravissime condizioni di salute. Ad oggi viene lasciato morire in carcere un soggetto che è in custodia cautelare preventiva e non accusato di reati omicidiari». La questione era stata sollevata proprio su Il Dubbio dall’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini che commenta così oggi: «I fanatici e i cretini, diceva Sciascia più di trent’anni fa, credono che la terribilità delle pene ( compresa quella di morte), la repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli, siano gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti e associazioni criminali come la mafia. Quando lo Stato, violando i diritti umani, utilizza gli stessi metodi dei peggiori assassini, moltiplica il male fatto contagiando con il virus della violenza l’intera società».

Musumeci: «Io, ex ergastolano, dico: questa sentenza fa paura alla mafia». Damiano Aliprandi il 20 Novembre 2019 su Il Dubbio.  Carmelo Musumeci, da agosto in liberazione condizionale, sulla decisione della Consulta. «Molti “soldati”, arrestati quando erano giovani, con una speranza di rifarsi una vita sarebbero stimolati ad uscire, anche culturalmente, dalle loro organizzazioni». «Dopo le sentenze della Corte Europea e della Corte Costituzionale sulla “Pena di Morte Viva”, che hanno dato fiato alla speranza ad alcuni ergastolani, le mafie tremano perché hanno paura di rimanere senza esercito», così spiega a Il Dubbio l’ex ergastolano Carmelo Musumeci che ad agosto scorso è riuscito ad ottenere la liberazione condizionale attraverso l’accertamento della cosiddetta “collaborazione impossibile”. Ha varcato la soglia del carcere fin dal 1991 con una condanna all’ergastolo ostativo. La scadenza della pena è fissata al 31 dicembre 9999, mentre anni fa si scriveva: fine pena mai. Il che vuol dire la stessa cosa. Entrato in carcere con la licenza elementare ha conseguito due lauree, una in Giurisprudenza e una in Sociologia. Ha scritto “L’urlo di un uomo ombra” e altri libri sul fine pena. Musumeci ha attraversato dure prove durante gli anni di prigionia. Il 41 bis, le celle di isolamento a causa della sua ribellione al sistema carcerario, si è trovato a combattere non solo contro l’istituzione penitenziaria, ma anche contro diversi detenuti che, appartenendo alla cultura mafiosa, mantenevano l’ordine, quello di subire e basta, senza rivendicare i diritti. Un percorso che l’ha portato a creare relazioni con il mondo esterno, quello della cultura e della politica. Da anni ha intrapreso delle lotte per l’abolizione dell’ergastolo ostativo ed è contento per la sentenza della Consulta che ha aperto un varco alla speranza.

Ma come fa a dire che la mafia ha paura di questa sentenza?

«Perché molti "soldati" (la manovalanza, ndr), specialmente arrestati quando erano giovani, con una speranza di rifarsi una vita sarebbero stimolati ad uscire, anche culturalmente, dalle loro organizzazioni».

Però c’è chi dice il contrario e infatti c’è stata una indignazione generale.

«Sì, dai salotti televisivi e dalla carta stampata si sono scatenate tante polemiche, come se la mafia fosse solo tutta in quei 700 detenuti condannati al carcere duro e in un migliaio, poco più, di ergastolani ostativi, in carcere da 20, e anche 30, anni. Si è detto che potrebbero uscire i condannati per le stragi di mafia, dimenticando di dire che la stragrande maggioranza di loro sono diventati collaboratori di giustizia. Si è detto che il carcere duro non va abolito perché c’è il rischio che i mafiosi diano ordini dal carcere, dimenticando di dire che arrestato un boss ce n’è subito un altro che prende il suo posto».

Lei dice spesso che l’ergastolo aggiunge ingiustizia ad ingiustizia.

«Certo, per questo i rivoluzionari francesi nel 1789 avevano mantenuto la pena di morte e abolito la pena dell’ergastolo. Penso che il carcere senza speranza sia una fabbrica di mostri e in tutti i casi la pena non dovrebbe essere una vendetta, ma piuttosto una malattia da cui si può, e si deve, guarire. La vendetta individuale è comprensibile, invece quella collettiva è disumana. Dopo dieci, venti, trent’anni di carcere un uomo, senza più vedere un tramonto, un’alba, un albero, un fiore, senza più sentire le voci dei bambini, non è più un uomo normale. Non è facile vivere senza futuro. Non è umano! Solo i morti possono vivere senza futuro. La giustizia potrebbe, anche se non sono d’accordo, ammazzare un criminale quando è ancora cattivo, ma non dovrebbe più tenerlo in carcere quando non lo è più, o farlo uscire solo quando baratta la sua libertà con quella di qualcun altro, collaborando, e spesso usando la giustizia».

Quindi un ergastolano che ha ucciso per mafia ha il diritto di una seconda possibilità?

«Se la pena è solo vendetta, sofferenza e odio come può questa fare bene o far guarire? Se siamo umani non possiamo stare prigionieri tutta una vita. Molti ergastolani sono nati già colpevoli, per il contesto sociale dove venuti al mondo, e non meritano di morire in carcere, in particolar modo i ragazzi che hanno subito la condanna all’ergastolo all’età di diciotto, diciannove e vent’anni. Penso che la pena dell’ergastolo sia una pena stupida e inutile, che distrugge il presente e il futuro a chi lo sconta e non dia vita a nessuna vita. È disgustoso essere contro l’abolizione dell’ergastolo per solo consenso sociale o politico e citare in modo strumentale le vittime, perché come dice Agnese Moro, figlia di Aldo Moro: “La sofferenza dei colpevoli non allevia il dolore delle vittime”».

E quindi, cosa propone?

«Credo che alle vittime dei reati interesserebbe di più far uscire ai colpevoli il senso di colpa per il male fatto e penso che questo sia più facile con una pena che faccia bene e che dia speranza, altrimenti il carnefice si sentirà a sua volta vittima, senza chiedersi mai quanto dolore ha inferto, ma rimanendo perennemente concentrato sul suo».

Serve l'ergastolo, non i premi agli assassini. Antonio Cianci, ergastolano, in permesso premio, esce ed accoltella un uomo per rapinarlo. Serve l'ergastolo, senza sconti. Maurizio Belpietro l'11 novembre 2019 su Panorama. La storia di Antonio Cianci andrebbe letta e riletta. Anzi, imparata a memoria. Non nelle aule scolastiche, ma in quelle di tribunale. In particolare, andrebbe declamata nell'aula della Corte costituzionale come la storia esemplare del perché un ergastolo debba essere un ergastolo e non una vacanza premio. Nonostante alle anime belle della Consulta e anche a quelle della Corte europea dei diritti dell'uomo, il «fine pena mai» non piaccia e lo ritengano una specie di tortura da vietare nella civilissima Europa, esso non ha una finalità punitiva, ma una funzione precisa, ossia impedire che gli assassini tornino a uccidere altre persone. Antonio Cianci era un ragazzo quando ammazzò la prima volta, sparando alla testa di un metronotte che aveva avuto il solo torto di incontrarlo sulla sua strada. Cianci lo uccise come un cane, ma essendo minorenne, nonostante il delitto di lì a poco tornò in circolazione, pronto per un altro omicidio. Infatti, dopo, di assassinii ne commise altri tre. Fermato a un posto di blocco da una pattuglia di carabinieri mentre era alla guida di un'auto rubata, Cianci uccise i tre militari, sparando prima che i poveretti si rendessero conto di avere davanti un killer. Condannato all'ergastolo e tenuto dietro le sbarre per decenni, l'altro giorno gli è stata concessa una licenza premio e per riconoscenza Cianci ha pensato bene di tagliare la gola a un pensionato colpevole di non essere generoso con lui. Mentre vagava nel piano interrato dell'ospedale San Raffaele, a Milano, il killer seriale ha incontrato l'uomo e gli ha chiesto di consegnargli il portafogli. Al rifiuto dell'anziano, Cianci ha messo mano al coltello e lo ha colpito al collo. Solo il caso ha voluto che al pensionato non fosse tagliata la carotide e solo il caso ha voluto che il tentato omicidio sia stato messo in atto nel sotterraneo di un ospedale, dove il pronto soccorso è stato possibile.

Ergastolano di Cerignola accoltella anziano durante permesso premio a Milano: ha ucciso 3 Cc. L'uomo, rapinato e ferito nel parcheggio sotterraneo dell'ospedale San Raffaele, non è in pericolo di vita. La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Novembre 2019. Per poche monete e un cellulare ha deciso di spendere quel permesso premio, concesso pare per un solo giorno, accoltellando alla gola per rapina un anziano di 79 anni nel parcheggio di un ospedale. Se l’è giocate in questo modo quelle ore di libertà Antonio Cianci, che aveva 20 anni quaranta anni fa quando uccise a bruciapelo tre carabinieri della stazione di Melzo, nel Milanese, che l’avevano fermato per un controllo. Oggi, ergastolano di 60 anni è stato bloccato di nuovo dalla polizia per quell'aggressione sfociata in un tentato omicidio, con la vittima che fortunatamente, da quanto si è saputo, non è in pericolo di vita. Il 79enne è stato ferito alla gola da Cianci nel tardo pomeriggio mentre si trovava nel parcheggio sotterraneo dell’ospedale San Raffaele di Milano, al piano 'meno 1', vicino a delle macchinette del caffè. Stando a quanto ricostruito dagli agenti, Cianci lo avrebbe avvicinato per chiedergli dei soldi e al rifiuto dell’anziano, lui l’avrebbe colpito alla gola con un taglierino, portando via pochi soldi e il telefonino dell’uomo. E poi è scappato ed è stato fermato dagli agenti vicino alla stazione della metropolitana di Cascina Gobba. Aveva ancora il taglierino sporco di sangue con sé e anche i pantaloni insanguinati. Cianci, originario di Cerignola (Foggia) e che le cronache dell’epoca descrivevano come un giovane dal passato difficile e un «patito di armi», aveva 20 anni quando, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre del '79, uccise i tre carabinieri che lo avevano fermato ad un posto di blocco tra Liscate e Melzo, nel Milanese, a bordo di un’auto che risultava rubata. Mentre i militari controllavano i suoi documenti quella notte, scoprendo, tra l'altro, che a 15 anni aveva già ucciso un metronotte a Segrate (venne assolto per incapacità mentale e fece 3 anni di riformatorio), il giovane fece fuoco con una pistola automatica. E uccise il maresciallo Michele Campagnuolo, l’appuntato Pietro Lia e il carabiniere Federico Tempini. Quando venne arrestato, Cianci non confessò e disse, anzi, che a sparare ai militari della stazione di Melzo erano stati alcuni sconosciuti a bordo di un’auto. Al processo di primo grado venne condannato all’ergastolo, confermato in appello nel 1983. Processo quest’ultimo in cui finalmente, però, con una lettera ai giudici confessò la strage e la condanna venne confermata, poi, anche in Cassazione. Ora era detenuto a Bollate e, da quanto si è saputo, aveva ottenuto un permesso premio di un giorno. La sua vittima di oggi è ricoverata al San Raffaele, è grave ma non in pericolo di vita. FIGLIA DI UNA VITTIMA: UN ESSERE IGNOBILE - Aveva 6 anni Daniela Lia quando nel 1979 suo padre, l’appuntato Pietro Lia, venne «massacrato senza pietà» a 51 anni, assieme ad altri due carabinieri, mentre stava facendo il suo lavoro, un servizio di controllo su una strada statale vicino Melzo, nel Milanese. Antonio Cianci gli sparò addosso 5 colpi, «ma mio padre si rialzò cinque volte, lottò finché poté contro di lui, alla fine aveva le unghie rotte». Non è bastato un ergastolo per «quell'essere ignobile», dice ora all’ANSA la donna, ma gli è stato «permesso» di creare «altro dolore» in un’altra famiglia, «di calpestare e oltraggiare ancora la memoria del mio papà e dei suoi colleghi Michele Campagnuolo e Federico Tempini». Ieri, infatti, l’ergastolano Cianci, ormai 60 anni e che già a 15 anni aveva ucciso un metronotte, ha tentato di uccidere un anziano per rapina, usufruendo di un permesso premio: una vicenda sulla quale il ministro della Giustizia Bonafede ha già disposto accertamenti preliminari. «Quando ieri molto delicatamente due carabinieri mi hanno dato conto di questa notizia - racconta Daniela Lia - sono rimasta sconvolta dal fatto che si sia permesso a questo essere ignobile, che massacrava senza pietà, di mettere un’altra famiglia in condizioni di dolore, calpestando e oltraggiando, tra l’altro, ancora la memoria di mio padre e dei suoi colleghi». Chiarisce subito di avere «molto rispetto per lo Stato», di essere «molto grata all’Arma per tutto l’affetto che ha dimostrato per la nostra famiglia in questi anni». Aggiunge, però, facendo riferimento al permesso premio concesso dai giudici, che «non si doveva permettere a quest’essere di andare ancora in giro a creare dolore». E racconta ancora che sua madre «non si riprese mai dalla morte di mio padre, fu lacerata per sempre dal dolore, ebbe un ictus e morì tre anni fa».

Il primo delitto a 15 anni, i 3 carabinieri uccisi: Cianci,  il killer in permesso che  ha accoltellato un uomo. Pubblicato domenica, 10 novembre 2019 da Corriere.it. Allo studente universitario Gabriele Mattetti, 29 anni, che lavorava per arrotondare come metronotte in una fabbrica di Segrate, il killer chiese l’ora e senza attendere la risposta sparò alla schiena, al cuore e alla testa. Era il 17 ottobre del 1974, Antonio Cianci (l’ergastolano che sabato ha accoltellato un anziano paziente nel seminterrato dell’ospedale San Raffaele), originario di Cerignola (Foggia) trasferitosi a Pioltello insieme alla madre e alle sorelle nel ‘64, all’epoca aveva 15 anni, un lavoro come lattoniere iniziato dopo la quinta elementare. E una passione smodata per le armi e un’attrazione morbosa per tutto ciò che fosse criminale. Anche se i delinquenti veri lo tenevano alla larga, perché era considerato un pazzo e una testa calda. Aveva evitato il carcere per la giovane età. Ed era ancora «vigilato», quando cinque anni dopo, la sera del 9 ottobre 1979, era stato fermato da tre carabinieri lungo la Rivoltana vicino a Liscate. Al maresciallo Michele Campagnuolo, all’appuntato Pietro Lia e al carabiniere Federico Tempini, aveva lasciato il tempo di parlare con la centrale e di verificare che la Cinquecento sulla quale viaggiava era rubata. Un testimone aveva detto d’averlo visto parlottare con i militari. Mentre un altro, multato dai carabinieri al posto di blocco, aveva perfino spiegato d’essersi fatto cambiare una banconota da quel ragazzo, tranquillo e calmo in attesa di ripartire. Quando però i militari si erano avvicinati, dopo aver avuto la conferma che la macchina «scottava» e alla guida c’era un ragazzo con precedenti per omicidio, lui aveva sfilato la 7.65 che teneva sotto la giacca e aveva scaricato loro addosso tutti i colpi del caricatore. Uccisi tutti e tre, senza il tempo di reagire. Nelle sue disordinate confessioni davanti ai magistrati non ha mai saputo spiegare il perché dei suoi quattro omicidi. Ha raccontato che uno dei carabinieri lo aveva preso in giro per la foto sulla patente. E a quel punto aveva deciso di sparare. Il suo avvocato durante il processo chiese perizie psichiatriche che però non hanno mai certificato l’infermità mentale. Per lui la condanna all’ergastolo e una vita trascorsa in cella dal 1979. Tre quarti della sua esistenza. Al carcere di Bollate, il detenuto pluriomicida Cianci non aveva mai creato problemi o preoccupazioni. Non lavorava, ma si prestava come volontario per gli altri detenuti nel segretariato, come spiega la direttrice Cosima Buccoliero. In sostanza faceva lo scrivano per i nuovi arrivati, per aiutarli a presentare istanze e domandine. Il suo non era un ergastolo ostativo, quello riservato a terroristi e mafiosi irriducibili — e sul quale si sono accese le polemiche nelle ultime settimane —, ma un regime ordinario. Tanto che il 60enne Cianci usufruiva da settembre dei permessi premio dopo 40 anni di detenzione ininterrotta. Un anno e mezzo fa era stato trasferito dal supercarcere di Opera a quello «modello» di Bollate. Una decisione motivata dalla necessità di una detenzione a sorveglianza attenuata in vista della progressiva uscita. Sabato mattina aveva lasciato il carcere con un permesso premio di tre giorni per raggiungere la sorella che vive a Cernusco sul Naviglio, a meno di cinque chilometri dal San Raffaele. Lì però non è mai arrivato.

Violenza dell’ergastolano in permesso premio, il carcere: “Cianci era cambiato”. L’ergastolano Antonio Cianci aveva ottenuto un permesso premio di 12 ore sulla base di una norma che prevede la valutazione di buona condotta e assenza di pericolosità sociale. Gabriele Laganà, Domenica 10/11/2019, su Il Giornale. Sono passati 40 anni ma Antonio Cianci non sembra essere poi essere cambiato molto. L’uomo di 60 anni, all’ergastolo per aver ucciso tre carabinieri, ieri ha tentato di uccidere un anziano per rapinarlo all’interno del parcheggio del San Raffaele. Ma perché Cianci era fuori? Secondo la relazione fornita dal carcere di Bollate favorevole alla concessione del permesso premio, disposto dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, l’assassino era cambiato tanto aver fatto un positivo percorso di ravvedimento, nella piena consapevolezza. L’uomo, in sostanza era maturato ed era considerato affidabile. E così gli è stato concesso un permesso "di 12 ore" sulla base di una norma che prevede la valutazione di buona condotta e assenza di pericolosità sociale. Ma dopo i fatti di ieri, tutte le belle parole sembrano evaporare come neve al sole. In base a quanto ricostruito dalla polizia, Cianci indossava una felpa da inserviente del San Raffaele quando si è avvicinato all’anziano di 79 anni, in ospedale per far visita ad una parente, nel piano "meno 1". L’ergastolano ha iniziato a minacciare il pensionato per sottrargli il cellulare. Davanti alla resistenza opposta dal vecchietto, Cianci ha perso la testa e l'ha colpito vicino alla giugulare con un taglierino. Non appena ha visto gli agenti avvicinarsi a lui nei pressi della stazione della metro di Cascina Gobba, il violento ha gettato arma e telefono in un bidone. Non si sa cosa ci facesse nell’ospedale. Sembrerebbe che l’uomo avesse ottenuto un permesso premio per andare a trovare la sorella nell'hinterland milanese.

La vicenda ha sconvolto l’opinione pubblica e ha messo in subbuglio la politica.Secondo quanto appreso dall'Ansa, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha dato mandato all'Ispettorato di compiere accertamenti sulla vicenda. Già domani potrebbe essere interrogato dal gip, mentre la procura chiederà la convalida del fermo e la custodia in carcere con le accuse di tentato omicidio e rapina. Un profondo sconcerto per l’intera vicenda è stato espresso da Daniela Lia, figlia di Pietro Lia, il carabiniere di 51 anni ucciso assieme ad altri due militari nel '79 per mano di Cianci. "Sono sconvolta dal fatto che si sia permesso a questo essere ignobile che massacrava senza pietà, di mettere un'altra famiglia in condizioni di dolore, calpestando e oltraggiando, tra l'altro, ancora la memoria di mio padre e dei suoi colleghi". Ma il massacro dei militari non era stato la prima azione da killer spietato per Cianci. Quest’ultimo già cinque anni prima, a soli 15 anni, aveva ucciso Gabriele Mattetti, un metronotte di 29 anni. La vittima fu colpita prima alle spalle e, una volta a terra, fu finita con due proiettili al viso e uno al cuore. Infine, l’assassino gli rubò l’arma ritrovata nello schienale di una poltrona del soggiorno di casa del criminale. Sulla questione è intervenuta anche Emanuela Piantadosi, presidente dell'Associazione Vittime del Dovere e figlia del maresciallo Stefano Piantadosi, ucciso a Opera nel 1980 da un uomo che stava controllando e che era un omicida evaso dal carcere:"Quanto altro spargimento di sangue si dovrà avere prima che il ministro della Giustizia e il governo prendano coscienza di quanto sia fondamentale monitorare seriamente la recidiva in questo Paese?". La stessa Piantadosi afferma che dalla precedente legislatura è stato chiesto al Ministero che venisse misurata “con dati certi ed inequivocabili la recidiva che rappresenta quel metro di misura essenziale per stabilire se un condannato abbia preso coscienza dei reati commessi, abbia scontato consapevolmente la sua pena e sia stato effettivamente rieducato, secondo quanto stabilito dalla costituzione art 27”. Dopo un primo colloquio avvenuto nel 2018, però, non ci sono state novità tanto che “al ministro Bonafede sono stati sollecitati ripetutamente incontri, mai più accordati, per avviare uno studio serio sulla recidiva, per garantire certezza della pena, per istituire un tavolo per le vittime di reato, per aprire un dibattito sul processo penale, al fine di dare un peso e un ruolo effettivo, che non sia solo risarcitorio, alla vittima poiché in Italia le ragioni delle vittime e la sicurezza della collettività contano meno dei diritti dei delinquenti".

Permesso premio a Cianci: solo i carabinieri erano contrari all’uscita. Pubblicato lunedì, 11 novembre 2019 da Cesare Giuzzi e Luigi Ferrarella su Corriere.it. Dopo 44 anni in cella il 60enne Antonio Cianci - l’ergastolano quadruplice omicida (di un metronotte nel 1974 a 15 anni, e di tre carabinieri nel 1979) che in permesso premio sabato sera con un taglierino in un tentativo di rapina alle macchinette del caffè del «piano -1» dell’ospedale San Raffaele ha quasi tagliato la gola al 79enne compagno di una paziente - aveva avuto non solo una positiva relazione dell’équipe di educatori-psicologi-criminologi il 29 marzo scorso; o il parere favorevole della direttrice del carcere di Bollate il 15 aprile; ma persino «un encomio il 31 ottobre 2018 per l’attività nella segreteria Nuovi Giunti». Su un piatto della bilancia il giudice di Sorveglianza, Simone Luerti, trovava esperti per i quali era «non più socialmente pericoloso» il detenuto che, dopo anni di «iniziale atteggiamento oppositivo, col tempo si era mostrato sempre più collaborativo», maturando «un senso di colpa soprattutto nei confronti delle famiglie dei carabinieri uccisi, consapevole di aver condannato figli a vivere senza i loro padri»: come Daniela Lia, che aveva 6 anni, e che ieri lamenta «altro dolore» da «quell’essere ignobile». Sull’altro piatto della bilancia, invece, il giudice aveva la chance di lavoro sprecata da Cianci quando nel 2015 era tornato in cella mezzo ubriaco: era perciò «stato segnalato al Sert del carcere, che però non aveva ritenuto il soggetto abusatore di alcol». Contraria al permesso era poi una nota dei carabinieri di Milano del 25 giugno, ma per due motivi collaterali: il fatto che la sorella avesse una denuncia per minacce e vivesse in una casa popolare dagli affitti non pagati, ma il giudice valutava che, trattandosi di permesso e non di misure alternative, la questione fosse «non rilevante». Infine il 30 maggio vengono «chieste alla Questura di Milano le informazioni» previste dalla legge, «senza che sia pervenuta risposta». E del resto anche il pm di apposito turno in Procura, che in teoria avrebbe potuto impugnare la concessione del permesso (in quel caso congelabile in attesa di udienza collegiale al Tribunale di Sorveglianza), aveva messo il visto. Tuttavia il giudice Luerti, come raramente accade, il 26 luglio sia nella motivazione sia nel dispositivo del provvedimento che autorizzava il primo permesso aveva anche prescritto: «Almeno per le prime volte, e comunque fino a nuova disposizione del magistrato, si impone l’accompagnamento dal carcere a Cernusco e rientro con familiare o altra persona nota (che potrà essere anche un volontario), al fine di evitare il possibile disagio per una nuova dimensione di libertà, che implicherebbe anche un complesso viaggio con mezzi pubblici». In attesa degli accertamenti disposti dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, è ancora da chiarire se sabato l’accompagnamento ci sia stato, o se possa essere stato equivocata al punto n.6 delle «prescrizioni» la residua formula standard «fare uso esclusivo di mezzi pubblici, con facoltà di usare i mezzi privati purché accompagnato da un familiare/volontario, negli spostamenti e all’uscita e al rientro». La rilevanza della questione rispetto al ferimento (per fortuna meno grave perché per pochi centimetri le ferite alla gola sono superficiali, il 79enne verrà dimesso tra qualche giorno, e già ai soccorritori aveva subito detto «mi è andata bene...»), è tuttavia relativa: stando infatti alle prime indagini coordinate dal pm Nicola Rossato, l’ergastolano (solo o accompagnato che fosse) è in effetti andato sia dalla sorella sia dai carabinieri di Cernusco, dove ha firmato alle 15.08. Il ferimento al San Raffaele, distante alcuni chilometri, è delle 17.45: che cosa lo abbia spinto lì ancora non si sa, e forse solo Cianci potrà spiegarlo oggi.

Permessi premio, migliaia di detenuti ne usufruiscono rispettando gli obblighi. Damiano Aliprandi il 12 Novembre 2019 su Il Dubbio. In questo primo semestre quasi 20.000 persone ne hanno usufruito. Sull’ergastolo ostativo il presidente della consulta, Giorgio Lattanzi, ha evidenziato come non si possa giustificare il mantenere in detenzione chi non intende collaborare. Il caso dell’ergastolano Antonio Cianci che, usufruendo del permesso premio di un giorno, ha accoltellato alla gola un pensionato di 89 anni per rapinarlo in un parcheggio sotterraneo dell’ospedale San Raffaele di Milano, ha riacceso l’indignazione sulla bontà di questo beneficio. Inevitabilmente è stata evocata, a torto, la sentenza della Consulta in merito alla possibilità di fare istanza per questo beneficio anche per gli ergastolani che non collaborano con la giustizia. Caso che però non riguarda Cianci, visto che non è un ergastolano ostativo. Così come non riguardò altri ergastolani, tipo il famigerato Angelo Izzo, il mostro del Circeo, che ha ingannato – tranne Giovanni Falcone che a suo tempo lo inquisì per calunnia – diversi magistrati fingendosi un collaboratore. Usufruì di un permesso premio e uccise nuovamente. Il problema che ci possano essere errori di valutazione per la concessione di tale beneficio è scontato. Ma bisogna inquadrare il nostro sistema, altrimenti diventa tutto incomprensibile. Il nostro sistema penale prevede pene molto lunghe. Non solo le prevede ma le applica anche, a differenza di quanto accade in altri Paesi. Si può citare l’esempio della strage dell’isola di Utoya in Norvegia: la pena massima prevista dal codice penale, malgrado i 77 morti, è di 21 anni. Noi abbiamo l’ergastolo e perfino il carcere con fine pena mai, ovvero l’ostativo. Il nostro sistema prevede, però, misure per riequilibrare queste pene visto che abbiamo una Costituzione e, fino a prova contraria, dobbiamo rispettarla. Questo modello di apertura del carcere ha uno scopo ben preciso e indispensabile. Non solo quello di consentire di mantenere i rapporti con la famiglia, di consentire di pensare a un’occupazione per quando si esce, ma serve anche per eliminare l’isolamento e preparare il detenuto a fare i conti con la realtà che gli spetta una volta uscito. Ci sono detenuti che, non usufruendo per diversi motivi di nessun beneficio, quando terminano di scontare la pena ed escono, non sanno nemmeno più come si prende un autobus perché per anni sono rimasti fuori da tutto. Sì, perché tutti devono avere la speranza di uscire. Anche gli ergastolani ostativi. Lo ha ribadito ieri anche il presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi, intervenendo a Firenze al convegno “Meriti e limiti della pena carceraria”, organizzato dall’Ateneo fiorentino. «Oggi che si sentono espressioni come “buttare la chiave”, “marcire in carcere” – ha spiegato Lattanzi -, cose che non si erano più sentite da anni, è ancora più importante la riflessione sui meriti della pena carceraria». Il presidente della Consulta, ha evidenziato come non si possa giustificare il mantenere in stato di detenzione per chi non intende collaborare. Lattanzi ha ricordato come «la Corte ha detto moltissime volte che le presunzioni assolute non sono consentite». Ma ritorniamo al permesso premio. È contemplato dall’articolo 30 ter, il quale stabilisce che ai condannati che hanno tenuto una regolare condotta durante l’esecuzione della pena ( 8° comma) e che non risultano essere socialmente pericolosi, possono essere concessi tali permessi dal magistrato di Sorveglianza sentito il Direttore dell’Istituto penitenziario. Tali permessi hanno come obiettivo quello di consentire ai condannati di coltivare, fuori dall’Istituto penitenziario, interessi affettivi, culturali, di lavoro. La durata dei permessi non può essere superiore ogni volta a 15 giorni e non può comunque superare la misura complessiva di 45 giorni in ciascun anno di espiazione della pena. ll fatto di usufruire tale permesso, comporta qualche rischio? Sì, ma la percentuale è bassissima e per un caso su un migliaio non può essere messo in discussione. Secondo i dati del primo semestre del 2019, sono quasi 20.000 i detenuti che hanno usufruito del permesso premio. Ciò dimostra che il sistema funziona benissimo, e per colpa di qualcuno che sbaglia non possono pagarne la conseguenza le migliaia di detenuti che rispettano rigorosamente gli obblighi.

41 bis, un’ora di umanità con Rosetta. Quasi trent’anni di isolamento. Damiano Aliprandi il 13 Novembre 2019 su Il Dubbio. Trent’anni di carcere duro e poi un colloquio: 60 minuti. Al 41 bis per mafia, senza familiari, sempre in isolamento. È il primo incontro permesso a una persona che non ha alcun grado di parentela. In carcere fin dal 1982 per reato di mafia e dagli anni 90 in poi, ininterrottamente al 41 bis, è rimasto senza parenti e, visto che il regime duro consente i colloqui solamente con i familiari, non ha mai potuto parlare con nessuno. Nessun colloquio, per decenni tumulato vivo e l’unico contatto con l’esterno è stato per via epistolare con una donna, Rosetta, con la quale non ha nessun legame di sangue, nonostante faccia parte – seppur acquisita – della sua famiglia. Lei si ricorda di lui giovane, ed è l’unica che gli scrive da anni, quando gli spedisce pacchi di pasta e qualche soldo per potergli permettere di compare qualcosa allo spaccio del carcere. Sì perché stare al 41 bis significa essere isolato da tutti, ed è difficile vivere solamente con quello che ti passano. Il 41 bis, la cui ratio teoricamente dovrebbe consistere esclusivamente quella di evitare che un boss dia ordini all’esterno al proprio gruppo criminale di appartenenza, ha diverse misure afflittive che rendono sempre più difficoltosa la tenuta del regime differenziato, perché si esce inevitabilmente fuori dal perimetro costituzionale. Una è proprio quella di avere una sola ora di colloquio al mese, esclusivamente con i parenti di primo grado, e dietro un vetro divisore. I suoi legali, le avvocate Barbara Amicarella e Benedetta Di Cesare del foro de L’Aquila, sono riusciti ad ottenere l’impossibile. Una battaglia legale a colpi di istanze e rinvii che ha permesso, dopo 37 anni, di fargli fare un colloquio di un’ora. Un caso eccezionale al 41 bis: il primo colloquio effettuato con una persona che non appartiene a nessun grado di parentela. Rosetta è la figlia della sorella della zia materna acquisita del recluso. Tramite i legali, il recluso al 41 bis aveva fatto istanza alla magistratura di sorveglianza che però ha rigettato. A quel punto ha impugnato il rigetto e ha fatto reclamo al tribunale di sorveglianza. Ma nulla da fare. Il Tribunale di sorveglianza de L’Aquila ha rigettato con il presupposto che il legame affettivo tra lui e Rosetta, che avrebbe dovuto integrare il requisito dei "ragionevoli motivi", necessario a giustificare il colloquio visivo con persone diverse dai familiari, ai sensi dell’art. 37, comma 1, d. P. R. 30 giugno 2000, n. 230, non risultava dimostrato, non essendo sufficienti a tal proposito gli accrediti periodici di somme di denaro ricevuti mediante vaglia postale dal detenuto e l’intensa corrispondenza epistolare intercorsa tra i due soggetti durante la detenzione del ricorrente. I legali hanno ricorso per Cassazione deducendo violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato. Un ricorso dichiarato fondato dai giudici che hanno sottolineato come la lettura dell’art. 37, comma 1, d. P. R. n. 230 del 2000 non legittima una tale interpretazione restrittiva della nozione di ‘ ragionevoli motivi’, «non potendosi escludere – scrivono i giudici della Cassazione – la rilevanza di situazioni collegate alla condizione detentiva patita dall’istante, valutabili su un piano esclusivamente soggettivo». I giudici della Corte suprema hanno quindi annullato l’ordinanza della magistratura di sorveglianza con rinvio, la quale poi ha dato finalmente il via libera al colloquio. Ma non finisce qui. Nel frattempo il detenuto è stato trasferito al carcere di Sassari e, come spesso accade, la direzione dell’istituto non ha dato luogo all’autorizzazione. Ancora una volta si è fermato tutto e le avvocate Amicarella e Di Cesare hanno dovuto fare ottemperanza. Anche questo ostacolo è stato superato e la settimana scorsa, dopo 37 anni, Rosetta ha potuto fare il colloquio per un’ora, dietro il vetro divisorio. Il recluso al 41 bis, d’altro canto, ha avuto finalmente un contatto visivo con un altro essere umano, con il quale ha avuto contatti solamente epistolari per decenni. È stata concessa così, grazie a una battaglia legale, una sola ora di umanità. Inevitabilmente ci si chiede se tutto ciò sia compatibile con l’articolo 27 della Costituzione.

Valerio Onida: «Senza benefici l’ergastolo è contro la Carta». Errico Novi il 5 Novembre 2019 su Il Dubbio. Valerio Onida presidente emerito della Consulta. «Con la sentenza sul 4 bis, la Corte ha inevitabilmente giudicato non libera la scelta di chi collabora. Ora nessuna legge potrà stabilire eccezioni per I boss mafiosi: il doppio binario non può spingersi fino a negare la Carta». «Se nel nostro ordinamento si può parlare di ergastolo, se ancora una simile pena esiste, è solo ed esclusivamente perché è possibile per il condannato la prospettiva di un ritorno in libertà. Senza l’accesso almeno potenziale a un esito indispensabile per attuare il fine rieducativo della pena, l’ergastolo sarebbe incostituzionale. Ecco perché non ha senso ipotizzare che la sentenza della Consulta sull’articolo 4 bis possa essere “rettificata” da una legge che ne limiti l’applicazione. Non si può escludere dal beneficio dei permessi e più in generale dai benefici penitenziari, fino alla liberazione condizionale, alcun detenuto, neppure chi è stato a capo dell’organizzazione criminale». Vale la pena di riportare subito, parola per parola, la risposta del presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida a parlamentari e magistrati che nelle ultime ore insistono per circoscrivere la pronuncia sull’ergastolo ostativo.  Ne vale la pena perché Onida è tra le figure che personificano più adeguatamente l’Istituzione con la “I” maiuscola. Forse solo lo sconquasso emotivo per una sentenza che ha sconvolto il quadro preesistente, com’è avvenuto con la pronuncia del 23 ottobre, può giustificare alcune prese di posizione. Accolta l’attenuante della novità, è opportuno rimettere in ordine i principi di diritto.

È dunque impossibile perimetrare lo spettro di applicazione della sentenza costituzionale sul 4 bis, Presidente Onida?

«Il principio per cui l’ergastolo deve necessariamente essere integrato da una possibilità, anche distante nel tempo, di liberazione è costituzionalmente sancito. Su tale aspetto non c’è alcuna discussione. Come credo sia chiaro a tutti, la Corte costituzionale ha risolto un altro dilemma: se considerare la collaborazione come presupposto irrinunciabile per l’accesso ai benefici soddisfacesse o meno il principio della necessaria prospettiva di libertà. E la Corte ha ritenuto che non fosse possibile subordinare alla collaborazione la prospettiva del ritorno in libertà. Prima d’ora si era ritenuto che fosse possibile perché si riteneva la collaborazione come una scelta pur sempre libera dell’interessato, e dunque tale da consentirgli comunque di ottenere la liberazione. Ma, a rifletterci, non si può davvero ritenere sempre libera una scelta simile. Non può esserlo per chi teme che la sua collaborazione provochi rappresaglie su persone a lui care. Per esempio. Oppure per chi non ha mai ammesso le proprie colpe, e dunque non può essere costretto a confessare, neppure dopo che una sentenza abbia invece affermato la sua responsabilità. La collaborazione non può essere pretesa, appunto. Quale sarà la bussola dei giudici di sorveglianza? Lo prescrive da sempre l’ordinamento penitenziario: accertare la rottura di ogni legame con la criminalità e il sicuro “ravvedimento” della persona».

La rottura, per un ergastolano ostativo, può essere accertata anche per via indiretta, con la rottura dei legami criminali da parte dei suoi familiari?

«È evidente che se i familiari del condannato mantengono relazioni criminali sarà più difficile provare l’insussistenza di relazioni anche indirette fra il condannato e l’organizzazione. Così com’è chiaro che se invece i familiari hanno spezzato quei legami si è di fronte a una prova che può essere significativa anche per il detenuto. D’altronde a me pare che chi muove critiche alla sentenza dimentichi soprattutto un aspetto».

Quale?

«Il carattere individuale di qualsiasi trattamento sanzionatorio e l’obbligo di valutare lo specifico percorso compiuto dal singolo condannato».

È scontato che prima o poi si arrivi a giudicare illegittimo il vincolo della collaborazione anche rispetto alla liberazione condizionale?

«È chiaro che l’ostatività per chi non collabora è destinata a cadere anche rispetto al beneficio della liberazione condizionale. Se la collaborazione non è più vincolante rispetto alla concessione del permesso, che è uno dei primi traguardi del percorso rieducativo, a maggior ragione non può essere vincolante per un istituto quale la liberazione condizionale che è il solo davvero in grado di rendere costituzionalmente legittima la pena dell’ergastolo. Il che non vuol dire che assisteremo a una scarcerazione in massa di boss mafiosi».

Perché è stupito delle reazioni alla pronuncia?

«Perché siamo al cuore dell’idea di pena prevista dalla nostra Carta e dalla Convenzione europea dei diritti umani. La prospettiva di libertà è elemento necessario perché l’ergastolo sia ammissibile, punto. La stessa costituzionalità del fine pena mai, com’è noto, è in discussione. È invece scontato che chi si vede infliggere quella pena debba sapere fin dall’inizio che un giorno potrà tornare libero».

Ma ora il Parlamento potrebbe escludere da tale prospettiva chi è stato a capo dell’organizzazione criminale?

«No. Assolutamente no. La valutazione sulla rottura delle relazioni criminali e sul percorso rieducativo, sul ravvedimento, va compiuta in concreto rispetto alla singola persona. Ripeto e scandisco: per- so- na. Non sul ruolo che quella persona ha rivestito in passato».

A proposito di diritti costituzionalmente sanciti: il Cnf ha chiesto di differire l’entrata in vigore del blocca- prescrizione per poter verificare l’efficacia delle riforme sulla velocizzazione dei processi. Condivide?

«Se si decide di bloccare la prescrizione dopo il primo grado è perché si ritiene che appello e Cassazione possano svolgersi in tempi ragionevoli. Trovo quindi non priva di senso l’idea di rinviare l’efficacia della norma in modo da verificare se i tempi del processo dopo il primo grado sono e possono essere resi ragionevoli davvero, come peraltro prescrive l’articolo 111 della Costituzione. Ciò non toglie che questa norma sul venir meno della prescrizione dopo la condanna in primo grado possa anche essere utile».

Da quale punto di vista?

«Non si può trascurare che talora le impugnazioni possono essere proposte al solo fine di raggiungere la prescrizione, da chi sa di avere in effetti una responsabilità. Se si sgombra il campo da tale uso anomalo dell’istituto, chi è condannato in primo grado e sa di essere colpevole potrà guardare piuttosto a una rapida esecuzione in forma di misure alternative e ad arrivare il prima che può alla riabilitazione. Se invece è convinto di dovere e poter dimostrare la propria innocenza, anche oggi può rinunciare alla prescrizione. Si potrebbe insomma forse attenuare il carico dei processi su Corti d’appello e Cassazione».

Ma è altrettanto necessario che chi è condannato in primo grado e sa di essere innocente non debba attendere lustri per vedere accertata la propria estraneità?

«E infatti la norma che blocca la prescrizione potrebbe essere opportunamente accompagnata dalla previsione di tempi di fase comunque insuperabili per appello e Cassazione».

Più in generale, soprattutto riguardo all’ergastolo, non vede un po’ d’insofferenza per i principi costituzionali?

«Prevale la cultura del buttar via la chiave, evidentemente. A proposito dell’ergastolo, mi pare infondata anche la preoccupazione per il fatto che il giudizio resterà affidato al magistrato di sorveglianza. La valutazione sul percorso rieducativo va necessariamente compiuta in modo non astratto ma individuale, e con la conoscenza della singola situazione. Sono proprio il singolo giudice e Tribunale di sorveglianza che devono decidere».

Il consigliere del Csm Di Matteo preferirebbe un Tribunale di sorveglianza unico nazionale.

«Una soluzione del genere sarebbe priva di coerenza logica con il principio per cui il trattamento e il percorso rieducativo, e quindi anche la valutazione del percorso, devono essere individuali. Un collegio collocato a Roma non può certo decidere su casi in tutta Italia. I magistrati di sorveglianza devono seguire da vicino i detenuti e i loro percorsi, conoscendo le situazioni concrete. Essi devono esercitare le proprie funzioni il più possibile vicino al luogo dove il condannato espia la pena e in contatto con quella realtà. Dovrebbero anzi interloquire con gli stessi detenuti e con gli operatori penitenziari. Devo dire che, se trovo spiegabili certe dichiarazioni di esponenti politici, mi lasciano più sorpreso quando queste arrivano da magistrati. È come se si volesse ipotizzare un ordinamento penitenziario diverso per i condannati di mafia. Ma non si può spingere il modello del doppio binario fino a contraddire i principi essenziali della Costituzione».

Corte costituzionale, Lattanzi: il silenzio del recluso non sia punito. Errico Novi il 6 Novembre 2019 su Il Dubbio. Così il presidente della Consulta spiega il suo giudizio sul 4 bis. Qualsiasi detenuto deve poter contare su un futuro rientro nella società, «che non può essere negato a chi non collabora». Ec’è altro da dire, dopo aver sentito Giorgio Lattanzi, il giudice delle leggi per definizione, il presidente della Corte costituzionale? Si può ancora equivocare con livore su chi difende il diritto alla speranza degli ergastolani ostativi? No, non è possibile se si ascoltano le parole pronunciate da questo maestro del pensiero giuridico due domeniche fa, lo scorso 27 ottobre, nell’auditorium di Rebibbia, dopo l’ultima proiezione del film “Viaggio in Italia – La Corte costituzionale nelle carceri”, che è quasi il manifesto della sua presidenza. Interviene, Lattanzi, dopo la presentazione di Donatella Stasio e una domanda del professor Marco Ruotolo, ordinario a Roma Tre, che cita la lettera scritta da Filippo Rigano, ergastolano laureatosi in Legge dopo 27 anni in cella: «Esiste, ci chiede Filippo, un diritto alla speranza per qualsiasi detenuto, anche ostativo?». Rigano ha discusso la sua tesi sul 4 bis proprio nel giorno in cui la Corte presieduta da Lattanzi ha sancito che è illegittimo subordinare alla collaborazione l’accesso ai permessi per gli ergastolani ostativi. «Una bella coincidenza», nota Ruotolo, «in cui torna un quesito: deve esserci per tutti, un diritto alla speranza? Non chiedo a Lattanzi di anticipare le motivazioni della sentenza sul 4 bis, ma solo se quel diritto alla speranza caro alla Corte di Strasburgo possa trovare concretezza anche in Italia». Lattanzi sorride. Davanti a lui ci sono centinaia di reclusi. Che già applaudono alla domanda di Ruotolo. E poi aspettano in silenzio la risposta dal giudice delle leggi. Eccola: «Mi sembra che senza diritto alla speranza non ci sia prospettiva di rieducazione. È chiaro che la rieducazione, la risocializzazione si basano sulla speranza. Se manca, la vita del detenuto resta senza senso». Arrivano applausi diversi dai precedenti. Perché sono chiaramente confusi con le lacrime. Lattanzi non perde il suo sorriso e continua: «È con la speranza che la vita del detenuto acquista un senso. Ora, ci sono ragioni di carattere giuridico in cui ho creduto, ma sull’ergastolo ostativo la prospettiva su cui riflettere è proprio la risocializzazione. E io in particolare», aggiunge il presidente della Consulta, «a proposito della collaborazione, ho sostenuto che se anche in Italia, come in tutti gli Stati civili, esiste un diritto al silenzio, vuol dire che dal silenzio non può derivare un aggravarsi del trattamento sanzionatorio. Un simile aggravamento», ossia l’esclusione dal diritto alla speranza e cioè dalla possibile risocializzazione, «non può essere giustificato neppure da esigenze di politica criminale. Tali esigenze possono sì legare, alla collaborazione con la giustizia, un premio, ma la mancata collaborazione non può implicare una sanzione. E questa è una cosa in cui credo profondamente». Altri applausi. Che Lattanzi merita per aver descritto con incredibile semplicità il significato che, assai probabilmente, va attribuito alla pronuncia dello scorso 23 ottobre.

Una possibilità di riscatto va almeno teoricamente concessa anche al più feroce dei criminali, a condizione che, come dice dal palco di Rebibbia il professor Ruotolo, «recida i rapporti con il crimine e, soprattutto, mostri ravvedimento». E a nessuno si può negare un simile spiraglio di vita per il semplice fatto di aver esercitato il diritto al silenzio, che altrimenti non sarebbe un diritto. Chiarissimo. Di una chiarezza disarmante. Forse persino per chi vede il veleno della collusione in chiunque osi difendere le ragioni del diritto.

Gianfilippi: «Noi giudici di sorveglianza da sempre siamo a rischio minaccia come i pm». Damiano Aliprandi il 7 Novembre 2019 su Il Dubbio. Parla al Dubbio Fabio Gianfilippi il magistrato che ha portato l’ergastolo ostativo alla consulta. All’eventuale previsione di accentramento degli uffici non corrisponde al principio costituzionale del giudice naturale». Diversi magistrati hanno criticato la Corte costituzionale per la sentenza sul regime dell’ergastolo "ostativo"’, dichiarando il 4 bis incostituzionale, nella parte in cui escludeva radicalmente dai permessi premio i condannati per reati di mafia e assimilati, che non avessero intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia. Per opporsi alla sentenza della Consulta è stato anche detto che ciò comporterebbe la messa in pericolo dei magistrati di sorveglianza che potrebbero essere minacciati dalla mafia per ottenere i benefici. Di questo e altro ancora, ne parliamo con Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza di Spoleto e componente del Tribunale di sorveglianza di Perugia. È colui, tra l’altro, che ha sollevato alla Consulta il caso di legittimità costituzionale nei confronti dell’ergastolano ostativo Pietro Pavone.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’ergastolo ostativo, ci sono state diverse polemiche. In particolare, tra i detrattori, ha preso il sopravvento il discorso per cui voi come magistrati di sorveglianza potreste essere esposti a minacce mafiose. Lei pensa che sia una osservazione fondata?

«Io faccio il magistrato, quindi ritengo che il rischio di subire pressioni sia parte di questo mestiere che mi onoro di aver scelto. Credo che queste pressioni possano esserci, così come ci sono per i colleghi pubblici ministeri o i giudici che ogni giorno scrivono sentenze riguardanti anche persone che hanno collegamenti con la criminalità organizzata. Certamente il rischio esiste, ma è un rischio che peraltro non è una novità che deriva da quello che ha detto o dirà la Corte costituzionale: la magistratura di sorveglianza si occupa da molti anni di detenuti per reati gravissimi, e anche di mafia, e già oggi valuta le loro richieste di differimento della pena per motivi di salute, le richieste di permesso per gravi motivi, oppure si occupa anche di valutare la concessione di benefici penitenziari nei confronti di quei detenuti per reati di mafia, che non siano collaboratori, ma che abbiano avuto la valutazione di collaborazione impossibile con la giustizia, cosa quest’ultima che viene stabilita proprio dal Tribunale di Sorveglianza attraverso una valutazione molto rigorosa. Quindi la nostra esposizione non è un elemento di novità. è un dato che fa parte del nostro impegno, a cui si risponde con la professionalità. Mi sento di dire che non vedo delle novità rispetto a questo punto».

Nino Di Matteo, in una trasmissione televisiva ha parlato di un unico tribunale di sorveglianza, come quello previsto per il 41 bis, a Roma. Pensa che sia utile?

«Non ho ascoltato la trasmissione televisiva, ma non credo corrisponderebbe al principio costituzionale del giudice naturale l’eventuale previsione di un accentramento, che per altro allontanerebbe il giudice dalla conoscenza della persona, che è invece fondamentale per apprezzarne le evoluzioni nel tempo. Non vedo poi come questo potrebbe ridurre il rischio di esposizione dei magistrati, che anzi si concentrerebbe sulle poche unità di quel Tribunale».

In questi giorni ci sono petizioni on line, interventi politici, tutti volti ad avanzare proposte che mirano in qualche modo a reintrodurre l’automatismo reclusivo.

«Innanzitutto penso che si debbano attendere le motivazioni della Corte che ha solo emesso un comunicato stampa, certamente molto dettagliato, ma che lascia intatta la necessità della doverosa lettura delle motivazioni per capire quale in quali termini la Corte costituzionale sia intervenuta. Dopo di che, il secondo punto del quale sono certo è che qualunque intervento il legislatore intendesse assumere, non potrà che essere un intervento che segua il percorso logico motivazionale deducibile dalla decisione della Corte. Certamente è chiaro che è necessaria una valutazione discrezionale, prudente, informata e che preveda massima attenzione alle questioni di sicurezza, rilasciata alla magistratura di sorveglianza: questo possiamo dire che è un punto fermo».

Ci sono state delle osservazioni da parte di alcuni magistrati, come ad esempio Giancarlo Caselli, sempre a proposito della concessione dei permessi premio e dei requisiti per accedervi. In sostanza osservano che non è affidabile il mafioso che rivendica di essere stato un detenuto modello, visto che il rispetto formale dei regolamenti carcerari è una regola del codice della mafia. Ma è così?

«Ho sentito molte volte queste osservazioni in questi giorni. Intanto diciamo che questa visione sminuisce di molto l’osservazione che negli Istituti penitenziari si fa sui detenuti per mandato della magistratura di sorveglianza. A fondamento della concessione, ad esempio di un permesso premio, non si tratta di valutare solo la semplice buona condotta penitenziaria, visto che si tratta di un prerequisito minimo per ogni detenuto per qualunque reato. Quando parliamo di detenuti con profili particolarmente impegnativi, come quelli che oggi ci occupano, si effettua una osservazione che deve riguardare invece la riflessione critica sui fatti di reato, il suo atteggiamento verso le vittime e verso lo stile di vita che a suo tempo aveva abbracciato. La stessa nozione di buona condotta deve comprendere un focus sui comportamenti specificamente tenuti: ad esempio l’abbandono nel tempo di atteggiamenti prevaricatori o di pressione su detenuti che abbiano magari un livello criminale più basso. O il mantenimento di uno stile di vita ancora rappresentativo di quegli approcci: ad esempio con rifiuto di lavori semplici e umili, come quelli spesso disponibili in carcere. Diventa inoltre importante valutare le rimesse in denaro che arrivano dai famigliari e gli acquisti che si fanno al sopravvitto, si può verificare cosa succede alle famiglie sui territori, cioè se vi siano ancora degli stili di vita incompatibili con i redditi dichiarati. Non è quindi la buona condotta intesa come mera assenza di rilievi disciplinari ad essere parametro importante per la concessione, ma un complessivo atteggiamento dal quale si possa dedurre l’allontanamento del detenuto dallo stile di vita pregresso. Naturalmente a questo poi si aggiunge una valutazione particolarmente seria, che riguarda i profili di pericolosità sul territorio, attraverso le informazioni che arrivano sull’operatività dei gruppi criminali di riferimento».

Quindi l’ottenimento di un beneficio è frutto di un percorso realmente intenso?

«Certamente. E quando il magistrato di sorveglianza valuta il caso specifico deve avere a disposizione una istruttoria che consideri tutte gli elementi di cui ho parlato. Parlare della sola buona condotta è uno sminuire il lavoro che si fa in carcere. Per esempio limitarsi a segnalare che un detenuto non ha mai avuto un rapporto in carcere, ecco questo non risponde alle esigenze richieste per la valutazione, che sono invece molto più intense. Queste valutazioni valgono anche quando si parla di collaboratori di giustizia: la differenza sta nel fatto che questi ultimi godono di una speciale legislazione premiale che gli consente l’accesso alla valutazione sulle misure in modo molto anticipato, in relazione con il loro contributo che, certamente, è particolarmente significativo della rescissione dei loro legami con la criminalità organizzata. Invece il detenuto per reati di mafia, che non collabori con la giustizia, dovrà attendere i termini di legge ( per un permesso premio ad esempio almeno dieci anni di pena, o quindici per i recidivi) e si valuteranno i progressi che ha fatto nel tempo».

C’è stata anche la sentenza Cedu sulla concessione della liberazione condizionale agli ergastolani non collaboranti. Se non dovesse intervenire il legislatore, potrebbe esserci una sentenza pilota?

«La sentenza Viola è stata definita una sentenza quasi pilota, perché ha dato una chiara indicazione di sistema all’Italia: si può dire che l’indicazione per un intervento preferibilmente del legislatore è sicuramente presente e non si può escludere che, se non interverrà, vi saranno nuovi ricorsi alla Cedu e il tema della liberazione condizionale potrebbe essere portato in Corte costituzionale. Per quanto riguarda il resto occorre leggere le motivazioni della sentenza della Consulta perché quello che la Cassazione e il Tribunale di Perugia remittenti chiedevano, era riferito in particolare al permesso premio con le sue caratteristiche, cioè come misura che serve a costruire i mattoni del percorso di risocializzazione, uno strumento che possa essere sperimentato per qualunque detenuto anche condannato alla pena dell’ergastolo. Ora attendiamo di leggere come la Corte costituzionale declinerà questa apertura sul permesso premio».

I penalisti: «L’applicazione del 41 bis a rischio incostituzionalità». Damiano Aliprandi l'8 Novembre 2019 su Il Dubbio. I penalisti all’Antimafia. Catanzariti: «C’è il sospetto che il 41 bis venga utilizzato per costringere alla collaborazione il detenuto. «Abbiamo una posizione fortemente critica al 41 bis per come si è evoluto. Noi comprendiamo le finalità del regime differenziato nato come misura transitoria ed eccezionale sull’onda delle stragi e che è volto a recidere ai boss mafiosi i contatti con l’organizzazione di appartenenza, ma le misure ulteriormente afflittive e l’illimitata e reiterata applicazione rischiano di mettere in discussione la natura stessa del 41 bis».

È ciò che ieri ha sostenuto l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell’Osservatorio carcere delle Camere penali, durante l’audizione presso la commissione antimafia presieduta da Nicola Morra e volta ad approfondire i profili applicativi del 41 bis. Catanzariti, ringraziando la commissione per averli invitati, ha ricordato l’importanza dell’osservatorio carceri composto dagli avvocati penalisti che svolgono le visite in carcere per monitorarne le condizioni, sottolineando l’importanza delle visite di ferragosto organizzate dal Partito Radicale e dove – grazie alla disponibilità del Dap – gli avvocati stessi hanno potuto visitare ben 60 carceri. L’unica osservazione che ha voluto però sottolineare è la mancata autorizzazione del Dap ai penalisti di poter verificare le condizioni del 41 bis. «Tale regime – ha ricordato sempre Catanzariti – fin dal 1995 ad oggi è sotto l’occhio degli organismi internazionali di cui noi come Paese facciamo parte, come ad esempio il comitato europeo per la prevenzione della tortura del consiglio d’Europa che ultimamente ha redatto un rapporto proprio sul regime duro, ma attende ancora l’autorizzazione del governo italiano per renderlo pubblico». Come detto, il rischio che le corti superiori mettano in discussione il 41 bis è davvero concreto. «Questo perché diversi profili di applicazione non rientrano nel perimetro costituzionale e infatti – ha spiegato il presidente dell’osservatorio carcere – molto spesso la Consulta è dovuta intervenire per dichiarare incostituzionale alcune restrizioni del tutto ingiustificate». In sintesi, si rischia di andare al di fuori dalla finalità del regime del 41 bis e quindi, di fatto, travolgendo il senso dell’articolo 27 della costituzione. «C’è il sospetto – sottolinea sempre Catanzariti – che il 41 bis venga utilizzato per costringere alla collaborazione il detenuto e quindi va contro la finalità stessa per il quale era stato introdotto». A proposito della transitorietà, sempre il penalista ha evidenziato decine di casi di detenuti che sono ininterrottamente al 41 bis da oltre 20 anni. Infine ha ricordato il problema degli internati, cioè coloro che hanno già finito di scontare la pena ma rimangono al 41 bis come misura di sicurezza, oppure le aree riservate del regime duro che sono un doppio isolamento. Un vero e proprio super 41 bis. Sulla stessa linea l’avvocata Piera Farina, esponente dello stesso Osservatorio e che conosce molto approfonditamente la questione del 41 bis, la quale – sempre in commissione antimafia – ha osservato che con la riforma del 2009 «sono state introdotte restrizioni sulle ore all’aria aperta e sui colloqui con i familiari che nulla hanno a che vedere con le finalità del 41 bis. Bisogna intervenire sulle criticità per rendere l’applicazione dello strumento conforme alla Carta costituzionale».

Luigi Manconi al Dubbio: «Vi racconto come funzionano le visite al 41 bis». La Lettera del Professore, già Presidente della Commissione per la Tutela dei Diritti umani del Senato, su Il Dubbio l'8 Novembre 2019. Come può la vicenda di un singolo mettere in discussione l’attività pluridecennale radicale – che sia del Partito radicale o di Radicali italiani – all’interno del sistema penitenziario, a difesa dello Stato di diritto. Caro Direttore, ricorro alla sua ospitalità per alcune puntualizzazioni in merito alla “vicenda Nicosia”. Antonello Nicosia è stato arrestato lunedì scorso con l’accusa di associazione mafiosa perché avrebbe recapitato fuori dal carcere i messaggi provenienti da alcuni boss della mafia, con cui aveva parlato durante le visite effettuate insieme a una parlamentare, della quale era assistente. Si tratta di precisazioni doverose, considerati gli attacchi – alcuni brutali, altri sinuosi- indirizzati contro l’attività svolta nelle carceri dai Radicali e dalla cosiddetta "lobby garantista" ( alla quale mi onoro di appartenere). Nella scorsa legislatura, come presidente della Commissione per la Tutela dei Diritti umani del Senato, ho visitato numerosi istituti penitenziari in tutta Italia: reparti con detenuti comuni, di alta sicurezza e oltre una decina di sezioni speciali con detenuti reclusi in regime di 41 bis. Nel corso di tutte queste visite ispettive, la nostra attività veniva costantemente accompagnata dal direttore dell’istituto e i nostri movimenti venivano seguiti passo passo, attentamente vigilati e tenuti sotto occhiuta sorveglianza da parte di agenti della polizia penitenziaria e, nel caso dei reparti a regime speciale, dagli agenti del Gom ( gruppo operativo mobile), il corpo ad altissima qualificazione della polizia penitenziaria che provvede alla custodia dei detenuti sottoposti al massimo controllo. Aggiungo che oggetto dei colloqui avuti con i detenuti – e tra questi anche esponenti di vertice delle organizzazioni criminali mafiose e camorriste reclusi in 41 bis – sono sempre state, come la legge e l’ordinamento penitenziario prevedono, informazioni relative allo stato di salute dei detenuti, alla condizione di carcerazione e a eventuali diritti che si ritenevano violati all’interno di quelle celle. Niente di più. Per questi motivi non posso che provare stupore di fronte a quanto emerge dalla vicenda Nicosia: perché sarebbe stato consentito a qualcuno di potersi muovere con tanta facilità e agibilità in luoghi che dovrebbero essere tenuti sotto strettissima sorveglianza? Nel caso fosse confermato quanto emerso nei giorni scorsi, la responsabilità maggiore sarebbe da attribuirsi a chi non ha ottemperato agli obblighi che la legge e il regolamento penitenziario prevedono. Ma tutto ciò come può giustificare la tentazione, così sfacciatamente evidente, di limitare l’attività ispettiva nelle carceri e colpire una prerogativa che per legge appartiene ad alcuni soggetti istituzionali? E, cioè, ai parlamentari, ai consiglieri regionali, al Garante nazionale, a quelli regionali e – ci auguriamo- ai garanti comunali. Come può la vicenda di un singolo mettere in discussione l’attività pluridecennale radicale – che sia del Partito radicale o di Radicali italiani – all’interno del sistema penitenziario, a difesa dello Stato di diritto e di quella norma che prevede la partecipazione della comunità esterna all’attività di rieducazione? Tutto ciò, com’è evidente, previa autorizzazione e sotto la sorveglianza del personale penitenziario. Grazie dell’attenzione e cordiali saluti.

L’ergastolo ostativo è incostituzionale: sì al permesso premio. La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario. Damiano Aliprandi il 23 Ottobre 2019 su Il Dubbio. D’ora in poi i magistrati di sorveglianza avranno il potere di poter concedere o meno il permesso premio agli ergastolani ostativi che hanno scelto di non collaborare con la giustizia. La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Una sentenza storica, quella della Consulta, perché per la prima volta, da quando fu introdotto l’ergastolo ostativo tramite un decreto emergenziale dopo la strage di Capaci, viene dichiarata incostituzionale quell’automatica presunzione di assoluta mancata rieducazione di una specifica categoria di detenuti e precludendo ad essi l’accesso al beneficio penitenziario. Tramite una nota, la Consulta ha sottolineato che tale concessione può essere data sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. In questo caso, la Corte – pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti). In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Cosa accadrà ora? Anche se il parlamento non dovesse metterci mano, riscrivendo l’articolo 4 bis come prevedeva, d’altronde, la riforma originaria dell’ordinamento penitenziario, da oggi in poi i detenuti ergastolani potranno fare istanza alla magistratura di sorveglianza per richiedere il beneficio penitenziario. Ovviamente sarà il giudice a valutare se ci sia stata o meno la cessione di pericolosità, e lo farà anche in base alle informative delle varie Direzioni Distrettuali e Nazionale Antimafia. Da ribadire che ciò riguarda esclusivamente il permesso premio e non gli altri benefici come ad esempio la liberazione condizionale come la sentenza della Corte Europea di Strasburgo valutando il caso Viola. Ma inevitabilmente, tale sentenza di illegittimità costituzionale del comma uno del 4 bis, apre le porte alla questione degli altri benefici preclusi a prescindere per la mancata collaborazione. Quindi, se il parlamento non riscrive da capo il 4 bis, magari facendolo ritornare al primo decreto voluto da Falcone, volto ad un discorso premiale della collaborazione, ci saranno altri giudici – di sorveglianza e di cassazione – che potrebbero sollevare questioni di illegittimità costituzionale anche per gli altri benefici della pena. Prima del 1992, l’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità potrebbe in sostanza ritornare per chi ha svolto un percorso trattamentale volto alla visione critica del passato e alla riabilitazione come prevede la costituzione italiana tutta centrata su una pena che sia proiettata verso la libertà. Non a caso, la parola “ergastolo” non è stata menzionata dai padri costituenti. La decisione della Consulta, arriva in concomitanza con la laurea in giurisprudenza, con tanto di 110 e lode, conseguita al carcere di Rebibbia dall’ergastolano ostativo Filippo Rignano. Ha 63 anni ed è in carcere dal 1993. «Quando l’hanno arrestato aveva solo la seconda elementare – annuncia il garante dei detenuti della regione Lazio Stefano Anastasìa -, oggi, anche grazie all’impegno e alla dedizione dei docenti e dei tutor dell’Università di Tor Vergata, ha discusso una tesi di laurea in diritto costituzionale sulla sua condizione giuridica, di condannato all’ergastolo senza possibilità di revisione, conseguendo il massimo dei voti: 110 e lode. Speriamo che la Corte costituzionale consegni alla storia la brutta pagina dell’ergastolo ostativo e dia anche a lui la possibilità di essere valutato da un giudice per il reinserimento sociale che la Costituzione prescrive a beneficio di qualsiasi condannato». E così è stato.

Ergastolo, incostituzionale non concedere permessi ai mafiosi anche se non collaborano. La Consulta fa cadere il divieto per i condannati che abbiano dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo e se l'autorità ha acquisito prove che non c'è più partecipazione all'attività criminale. La Corte costituzionale stabilisce che si valuti caso per caso. La Repubblica il 23 ottobre 2019. Cade il divieto assoluto per gli "ergastolani ostativi" di accedere a permessi premio durante la detenzione. La Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4 bis, comma 1, dell'ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, spiega Palazzo della Consulta, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. Il comunicato dell'Ufficio Stampa della Corte costituzionale spiega infatti: "La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario là dove impedisce che per i reati in esso indicati siano concessi permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia. In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all’ergastolo per delitti di mafia". "In attesa del deposito della sentenza - fa sapere l’Ufficio stampa della Corte - a conclusione della discussione le questioni sono state accolte nei seguenti termini. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo". "In questo caso, la Corte - pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti - ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti). In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica".

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 24 ottobre 2019. È la sentenza che chiude un' epoca nella legislazione antimafia: la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l' articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario. Il senso è chiaro agli addetti ai lavori. Finisce per incostituzionalità il cosiddetto ergastolo "ostativo", chiamato così perché era di insormontabile ostacolo ai benefici carcerari. Ringraziano gli ergastolani destinati finora a morire in carcere, quelli che gli avvocati chiamano «sepolti vivi». E entra in allerta rosso lo Stato. Il ministro Alfonso Bonafede ha già mobilitato gli uffici perché la «questione ha la massima priorità». È una realtà poco conosciuta, quella dell' ergastolo "ostativo" che interessa circa 1250 ergastolani (in genere condannati per mafia) su 1790 che in Italia sono stati condannati all' ergastolo. Già, perché in Italia gli ergastoli sono di due tipi: ce n' è uno normale che lascia qualche speranza di uscire di cella, scontati almeno 30 anni di detenzione e dimostrata la rottura con la vita precedente; e ce n'è un altro definitivo, il «fine pena mai» che terrorizza i mafiosi. Funziona così dal 1992. Sull'onda dell' emozione per l'omicidio di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta, lo Stato inasprì fortissimamente le norme sull' ergastolo. Fu deciso che per alcuni reati di grave allarme sociale la cella doveva restare chiusa a vita. Allo stesso tempo fu stabilito che si poteva derogare soltanto se il mafioso o il terrorista avessero collaborato con lo Stato. Di qui il dilemma: o si diventava pentiti, o era carcere a vita. Carcere peraltro reso durissimo da un altro articolo dell' ordinamento penitenziario, il 41-bis, che impedisce i contatti del detenuto con l' esterno. Ecco, la Corte costituzionale, facendo il paio con una decisione della settimana scorsa della Corte europea dei diritti dell' uomo, ha stabilito che quel "dilemma" è incostituzionale. In futuro ogni ergastolano, mafioso compreso, potrà rivolgersi al giudice di sorveglianza per chiedere i benefici carcerari (che possono essere i permessi-premio, o la semilibertà, o la possibilità di lavoro esterno) in quanto l' automatica chiusura dell' articolo 4-bis contrasta con il principio costituzionale che «le pene devono tendere alla rieducazione». Ventisette anni dopo quel fatale 1992, la Corte costituzionale dice che la collaborazione non può essere il requisito unico per valutare un mafioso all' ergastolo; ma ci sono altri requisiti: se si può escludere la partecipazione all' associazione criminale, o che non siano più collegamenti con la criminalità organizzata. Ovviamente, il condannato deve avere dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. «La presunzione di "pericolosità sociale" del detenuto non collaborante - scrive la Corte - non è più assoluta, ma diventa relativa. Può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del carcere, nonché sulle informazioni di varie autorità». E' palpabile a questo punto l'imbarazzo della politica e l'allarme della magistratura. «È un varco potenzialmente pericoloso», avverte il pm antimafia Nino Di Matteo, ora al Csm. «La mafia si può riorganizzare», gli fa eco Sebastiano Ardita, altro pm antimafia al Csm. Cauto il commento di Nicola Zingaretti: «Una sentenza un po' stravagante, non mi sento in sintonia». Matteo Salvini invece urla allo scandalo: «Mi sale la pressione... Ma che testa hanno questi giudici? Vedremo se è possibile ricorrere perché è una sentenza che grida vendetta. O proviamo a cambiare la sentenza oppure la Costituzione, se è questa l' interpretazione che ne viene data». 

Corte Costituzionale: ergastolo eccessivo, si ai premi a mafiosi e terroristi. I giudici hanno accolto le richieste della Corte Europea; no all'ergastolo ostativo. Via libera ai permessi. Panorama il 24 ottobre 2019. Giovanni Brusca e Bernardo Provenzano. Bastano questi due nomi per raccontare chi sono i detenuti condannati all'ergastolo in Italia. Parliamo di persone responsabili di centinaia di omicidi, uomini che hanno guidato la Mafia siciliana con il suo giro di droga, di affari, di estorsioni, di minacce, di reati. Delinquenti che si sono macchiati dei peggiori reati possibili e che in alcuni casi non hanno nemmeno avuto la forza di pentirsi e rinnegare il loro operato. Oggi la Corte Costituzionale ha accolto la richiesta della Corte Europea dei diritti dell'uomo e stabilito che l'ergastolo ostativo sia eccessivo, inumano, incostituzionale. E così anche Giovanni Brusca, anche Bernardo Provenzano potranno godere di permessi premio. Tutto in nome dell'umanità. Quella che dovremmo avere verso chiunque perché una persona resta pur sempre una persona e va trattata in maniera dignitosa secondo i giudici di Bruxelles. Perché anche loro hanno il diritto a rivedere i prori cari, le famiglie, gli amici, la casa. Perché la punizione deve avere comunque un limite. Loro...Verrebbe da chiedere dov'è l'umanità verso i parenti delle persone che assassini, mafiosi e terroristi hanno ucciso in nome del crimine, di un ideologia, della violenza fine a se stessa? Dov'è l'umanità verso chi ha perso un padre, un figlio (sciolto nell'acido), una moglie? Dov'è l'umanità verso le famiglie di agenti di Polizia o uomini delle forze dell'ordine che hanno pagato con la vita il loro spirito di sacrificio ed il loro amore verso la nazione? Magari i giudici della Consulta avrebbero dovuto chiedere a queste vedove, ai padri senza figli, alle famiglie distrutte un'opinione. Magari avrebbero dovuto farsi raccontare com'è la vita dopo una morte di un caro. Si sarebbero sentiti dire che il dolore è per sempre, che il vuoto incolmabile, che la rabbia ormai un'amica. Oggi lo Stato ha deciso di essere "umana" verso i violenti ed "inumana" verso le vittime. Non è la prima volta, ma ogni volta sembra davvero assurdo e sbagliato.

Ergastolo ostativo, la corte ha deciso: al mafioso non si può negare «la speranza». Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 29 ottobre 2019. Milena Gabanelli discute di ergastolo ostativo e della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo con Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze. Il 13 giugno 2019 una sezione del tribunale di Strasburgo si esprime contro l’esclusione dei benefici penitenziari per i detenuti condannati all’ergastolo per mafia e terrorismo: nell’ordinamento italiano, questi detenuti non hanno diritto alla liberazione condizionale, al lavoro all’esterno, ai permessi premio. Lo Stato italiano ricorre, chiedendo la pronuncia della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo e sottolineando che il divieto-preclusione sia da considerare un caposaldo della legislazione contro il crimine organizzato: come spiegano coloro che lo hanno combattuto, i legami con mafia, ‘ndrangheta e camorra sono difficili da recidere. L’ergastolo ostativo era stano infatti introdotto nell’ordinamento italiano nei primi anni Novanta, per rafforzare le misure contro le grandi organizzazioni criminali dopo le stragi con cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ad ottobre la Grande Camera della Corte europea ha ritenuto il ricorso inammissibile. La pronuncia si innesta sul ricorso presentato dal noto costituzionalista Valerio Onida per conto di Marcello Viola, condannato all’ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi. Dopo essere stato sottoposto per sei anni al regime di carcere duro regolato dall’articolo 41 bis, Viola ne è uscito e ha chiesto di ottenere un permesso premio e la possibilità di accedere alla liberazione condizionale. Le sue richieste sono sempre state rifiutate sulla base dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario italiano, secondo il quale per accedere a permessi premio o misure alternative al carcere i reclusi per questi tipi di reato devono prima collaborare con i magistrati, confessando le proprie responsabilità e contribuendo alle indagini nei confronti di altri. Viola invece si è sempre dichiarato innocente. Dopo il ricorso presentato da Onida, la Corte europea ha stabilito che l’ergastolo ostativo, cioè «il fine pena mai», non è compatibile con l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani. Anche l’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che le pene devono tendere «alla rieducazione del condannato». Nel 2003 la Corte Costituzionale italiana aveva difeso l’ergastolo ostativo, sostenendo che la mancata collaborazione con la giustizia sia una scelta del condannato. Pochi giorni fa, però, il massimo tribunale italiano ha dichiarato l’ergastolo ostativo sancito dall’articolo 4 bis incostituzionale, e ha affermato che anche ai mafiosi che non collaborano possono essere concessi permessi premio. Una Corte però spaccata poiché 7 giudici sarebbero stati contrati e 8 favorevoli. Quel che è certo è che la procedura è complessa: devi aver scontato almeno 10 anni di carcere, deve esserci il parere favorevole dell’assistente sociale, del Giudice del Tribunale di Sorveglianza, devono essere sentiti i pareri dei magistrati (che potranno ricorrere contro un parere favorevole non condiviso, fino in Cassazione), della procura antimafia, del Prefetto. Se sono tutti concordi sul fatto che il detenuto si è comportato in modo esemplare, che non ha più contatti con le cosche ed ha manifestato la volontà di redimersi, allora potrà ottenere un permesso premio. I magistrati che da 40 anni combattono mafia camorra e ‘ndrangheta sostengono che non c’è un solo detenuto per mafia che abbia mai avuto una sanzione, sono tutti detenuti modello, proprio per continuare a mantenere i contatti. Spiegano che è molto difficile provare la scissione con la cosca di appartenenza, e quando emerge è per puro caso, e all’interno di altre indagini, e i contatti spesso vengono mantenuti tramite gli avvocati, i cui colloqui non sono monitorabili. Difficile prendere posizione, si può prendere atto che questa pronuncia della Corte è stata presa sul serio, mentre tutte le altre che riguardano le condizioni disumane delle carceri italiane no, e continuiamo a pagare multe come se nulla fosse. La pena ha una funzione riabilitativa, e la riabilitazione passa attraverso il lavoro — lo dice la legge. Il nostro sistema, molto sensibile ai diritti umani, non garantisce a tutti i carcerati, che una volta scontata la pena usciranno, la possibilità di lavorare durante il periodo di detenzione. Infatti il 70% torna a delinquere.

Penalisti contro la Gabanelli. Querelata la giornalista del Corriere. Luca Rocca Il Tempo, 1 novembre 2019. Stavolta i penalisti non potevano far finta di nulla, ed è finita com'era ovvio che finisse, vale a dire con la querela dell'Unione camere penali contro Milena Gabanelli, rea di aver accusato gli avvocati dei mafiosi di far da tramite fra i boss in carcere e le loro cosche di appartenenza. Tutto ha avuto inizio tre giorni fa, quando la Gabanelli ha dedicato la sua rubrica "Dataroom" sul Corriere Tv alle sentenze con le quali la Corte europea dei diritti dell'uomo e la Consulta hanno "bocciato" l'ergastolo ostativo, stabilendo che anche il mafioso che non collabora con la giustizia può, se il suo legame con la criminalità organizzata è cessato, rivolgersi al magistrato di Sorveglianza per chiedere di ottenere, ad esempio, dei permessi premio. Partendo dal presupposto che è difficile accertare se davvero il mafioso in carcere ha reciso o meno i contatti con la sua cosca, la Gabanelli ha sostenuto che "migliaia di atti processuali, nel corso di quarant'anni, hanno dimostrato che casualmente emerge il fatto che il tizio che è in carcere ha ancora contatti con la cosca, e lo ha attraverso gli avvocati (i cui colloqui in carcere, ndr) non sono monitorabili". Per la giornalista, dunque, in molti casi, come dimostrerebbero gli atti giudiziari, i legali dei mafiosi farebbero da tramite fra i propri clienti e le cosche. Affermazioni che hanno provocato la reazione di Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali: "Uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti", ha affermato il penalista, prima di domandarsi se sia questo "il giornalismo d'inchiesta nel nostro Paese". Poi l'annuncio, con un'inevitabile punta di sarcasmo, della querela: "La signora Gabanelli verrà ora a raccontarci in Tribunale i riscontri che avrà certamente raccolto in ordine ad una simile, strabiliante e diffamatoria accusa nei confronti di tutti gli avvocati penalisti italiani impegnati in quei delicatissimi processi".

La reazione dei legali, i penalisti querelano Milena Gabanelli. Il Dubbio l'1 Novembre 2019. Caiazza (Ucpi): «Sarebbe questo dunque il giornalismo d’inchiesta nel nostro Paese, uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti». Il presidente delle Came- re penali Gian Domenico Caiazza annuncia querela nei confronti di Milena Gabanelli per le affermazioni sulle asserite «collusioni» grazie alle quali i mafiosi in carcere riuscirebbero a comunicare con le cosche tramite i propri avvocati. La giornalista, si legge in una nota del leader dei penalisti, «si è preoccupata in questi giorni di avvertire i suoi affezionati lettori che i detenuti per mafia in regime di massima sicurezza mantengono i contatti con le cosche di appartenenza tramite i propri difensori, i cui colloqui non sono monitorabili», rileva Caiazza. «Questo emergerebbe, a detta della giornalista, da migliaia di atti processuali, sebbene in modo tardivo e casuale. Insomma, la collusione è la regola, il suo accertamento purtroppo solo episodico», aggiunge. «Sarebbe questo dunque il giornalismo d’inchiesta nel nostro Paese, uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti. Gabanelli verrà ora a raccontarci in tribunale i riscontri che avrà certamente raccolto in ordine a una simile, strabiliante e diffamatoria accusa nei confronti di tutti gli avvocati penalisti italiani impegnati in quei delicatissimi processi». Il presidente dell’Ucpi ricorda che «a nessuno è concesso farsi beffa con tanta disinvoltura della dignità altrui; e sarà bene che Gabanelli ricordi che aggredire la libertà e la funzione del difensore significa, da che mondo è mondo, aggredire la libertà di tutti i cittadini, Gabanelli compresa».

Ergastolo ostativo, ecco i mafiosi che potrebbero chiedere i permessi (e le tre condizioni per averli). Pubblicato mercoledì, 23 ottobre 2019 da Giovanni Bianconi su Corriere.it. Leoluca Bagarella, Michele Zagaria, Giovanni Riina, Francesco Schiavone, Nadia Desdemona Lioce, Giuseppe Graviano. Quella della Cassazione è stata una scelta contrastata, passata per un solo voto: 8 a 7. Si applica anche a chi sta scontando pene non perpetue, come i trafficanti di droga. L’elenco dei potenziali destinatari della pronuncia della Corte costituzionale sull’ergastolo ostativo è lunghissimo: non solo i 1.106 ergastolani «ostativi» (quasi tutti, 1.003, rinchiusi da oltre vent’anni), ma pure i condannati a pene non perpetue finora esclusi da permessi premio e altri benefici a causa della mancata collaborazione con i magistrati. Mafiosi, terroristi, ma anche trafficanti di droga e di essere umani, contrabbandieri, sequestratori e responsabili di altri gravi reati come la pedopornografia. La lista comprende tutti i principali boss di mafia, camorra e ’ndrangheta: Leoluca Bagarella e il nipote Giovanni Riina (figlio di Totò), gli stragisti Filippo e Giuseppe Graviano; i casalesi Francesco «Sandokan» Schiavone e Michele Zagaria, l’ex «re» di Ottaviano Raffele Cutolo, i capi delle ’ndrine di Gioia Tauro Domenico e Girolamo Molè. In teoria ci sarebbero anche i neo-brigatisti rossi Nadia Lioce e Roberto Morandi, ma nel loro rifiuto di qualunque dialogo con lo Stato rientra anche la mancata richiesta dei benefici carcerari. E tanti nomi per lo più sconosciuti alle cronache. A cominciare dal mafioso catanese Salvatore Cannizzaro e dallo ’ndranghetista di Reggio Calabria Pietro Pavone, i due casi finiti davanti alla Consulta dai quali è derivata la decisione di ieri. La sentenza «è una breccia nel muro di cinta del fine pena mai», affermano soddisfatti i dirigenti dell’associazione Nessuno tocchi Caino. E in effetti di breccia si tratta. Uno spiraglio. Perché pur dichiarando incostituzionale l’automatismo tra mancata collaborazione con i magistrati e impossibilità di accedere ai permessi-premio per uscire di prigione qualche ora o qualche giorno, i 15 «giudici delle leggi» non ne hanno stabiliti altri per cui a ogni eventuale domanda corrisponderà una concessione. Anzi: hanno introdotto esplicite e stringenti condizioni (difficili da applicare ai nomi noti di cui sopra) all’esito di una discussione in camera di consiglio approfondita e non semplice. Conclusa con una decisione presa con un solo voto di scarto: 8 favorevoli e 7 contrari. Questi ultimi espressi da chi si preoccupava di non intaccare le scelte di politica criminale compiute dopo le stragi del 1992. Come ricordato dall’Avvocatura dello Stato che chiedeva di rigettare le eccezioni di incostituzionalità, la norma sotto esame serviva ad aumentare la sicurezza della collettività perché era un incentivo ai «pentimenti» utili a combattere le mafie. Ed era stata inserita nell’ordinamento per impedire anche solo il tentativo di boss e gregari di tornare a dare manforte alle organizzazioni criminali. Dunque una misura eccezionale per fronteggiare una situazione eccezionale (la presenza delle organizzazioni criminali), sebbene poi il divieto dei permessi a chi non collabora sia stato esteso ad altri reati slegati dalla mafia. Alla fine ha prevalso però l’idea che il silenzio con i magistrati (che può derivare da ragioni diverse dal continuare ad essere un affiliato ai clan) non possa essere l’unico indice per valutare la presunta pericolosità sociale del condannato. D’ora in avanti i giudici potranno così valutare il grado di risocializzazione del condannato «non collaborante», verificando però almeno tre condizioni che fanno da contrappeso all’abolizione della «presunta pericolosità assoluta»: la «piena prova di partecipazione» al percorso rieducativo durante la detenzione; l’acquisizione di elementi concreti per escludere «l’attualità della partecipazione all’associazione criminale»; la mancanza del «pericolo del ripristino» di quei collegamenti. Un tentativo di bilanciamento di interessi contrapposti (individuali e collettivi) per una decisione faticosa e contrastata.

Gherardo Colombo: «Il carcere non risolve, dopo anni mi sono ricreduto». Giulia Merlo il 23 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Parola all’ex Pm Gherardo Colombo: «L’aumento delle pene serve a farci sentire innocenti». «Nonostante la lotta alla mafia sia stata fatta anche con misure che travalicano I limiti della Costituzione come l’ergastolo ostativo, la mafia esiste ancora». Ogni magistrato si interroga sul senso della pena: che la chieda o che irroghi. Gherardo Colombo, ex pm del pool di Mani Pulite, si risponde così: «Da giovane giudice credevo nella funzione educativa del carcere, della punizione. Oggi, dopo aver conosciuto le prigioni e anche molti che vi sono finiti, conosco la distanza immensa tra quanto scritto in Costituzione e la realtà delle cose. E non credo il carcere sia uno strumento giusto».

Eppure in Italia far tintinnare le manette è sempre stata una cifra del legislatore.

«In alcuni periodi sono stati presi provvedimenti in direzione diversa. Di solito a causa di eventi esterni, però. Penso alla sentenza Torregiani, con la quale la Cedu ci condannò pesantemente per la condizione delle nostre carceri e dunque si presero provvedimenti per prevenire il sovraffollamento. Nel giro di qualche anno, tuttavia, siamo tornati quasi agli stessi numeri».

Come mai è così impensabile invertire la rotta?

«Anche per timori elettorali. Pensi alla riforma dell’ordinamento penitenziario a cui lavorò il ministro Orlando: gli Stati generali dell’esecuzione penale e le tre commissioni di riforma erano arrivate a stendere anche l’articolato, finì tutto praticamente in nulla».

Invece le leggi che inaspriscono le pene vengono approvate a furor di popolo, come nel caso del reato di evasione fiscale.

«E’ vero, ma io credo che la fede salvifica nelle manette non tenga conto della relazione tra lo strumento e le conseguenze che esso produce. Le faccio l’esempio della corruzione: sono anni che si aumentano le pene, ma il fenomeno corruttivo sostanzialmente rimane invariato».

E dunque perchè si continuano ad aumentare le pene, se i fatti dimostrano che non serve?

«Perchè è la strada più semplice, e permette di guadagnare il consenso dell’opinione pubblica. Quel che però non si ottiene, purtroppo, è di mettere a fuoco il problema».

Perchè il giustizialismo paga, elettoralmente parlando?

«Prima facie sembra strano, considerando che a fronte di una maggior richiesta di sicurezza, i reati in Italia continuano a diminuire. E questo, pur con un processo penale disastrato, anche per quel che riguarda l’esecuzione».

Lei come se lo spiega?

«Il carcere rassicura. Da un lato, logicamente, si pensa che le persone in carcere non possono commettere reati ( ma si dimentica che la gran parte delle pene è temporanea), e chi ha subito una detenzione non conforme ai principi costituzionali, quando esce torna facilmente a delinquere: la recidiva in Italia è molto alta. Dall’altro, pensare che i colpevoli stanno in carcere ci fa sentire tutti innocenti. Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci giusti, e per farlo la strada più semplice consiste nel guardare alle carceri: se i colpevoli stanno in prigione, noi, che stiamo fuori, siamo innocenti».

Il problema dunque è trovare un diverso deterrente alla commissione del reato. Quale altro strumento si potrebbe adottare?

«Prendiamo l’evasione fiscale. Perché gli italiani paghino le tasse, bisognerebbe convincerli che, con quel denaro, le istituzioni garantiscono i loro diritti: l’istruzione, la salute, la libertà personale e così via: non possono esistere diritti se non esistono le risorse per renderli effettivi. Per dire, il diritto all’istruzione esiste solo se esistono i soldi per pagare gli stipendi agli insegnanti. Poi il denaro pubblico andrebbe speso con maggiore oculatezza: in questo modo si toglierebbe un alibi a chi non paga le tasse e si giustifica sostenendo che i suoi soldi vengono sperperati».

Questo però non può valere per tutti i reati.

«Mi limito a una considerazione: nonostante l’impegno e i mezzi messi nelle indagini di Mani pulite, la corruzione è ancora qui. Nonostante l’impegno rilevantissimo nella lotta alla mafia, anche con misure che, a mio parere, talvolta travalicano il dettato della Costituzione come l’ergastolo ostativo, la mafia esiste ancora e sta progressivamente conquistando regioni che ne erano indenni. Allora mi chiedo: vogliamo osservare questi dati di realtà, per tentare una riflessione?»

La voce della magistratura, invece, rimane ancora molto orientata al carcere.

«È il loro lavoro, del resto: difficile pensare che chi manda in prigione la gente pensi che non sia utile. Però la invito a considerare che le voci che si fanno sentire di più nel sostenere la necessità del carcere sono poche, ripetitive, spesso di pm, raramente di giudici».

Anche lei, quando entrò in magistratura, la pensava così?

«A diciotto anni mi iscrissi a giurisprudenza per diventare giudice penale ( e non pubblico ministero), perché ritenevo che l’inflizione della pena fosse educativa e mi fidavo che quanto si legge nella Costituzione: che le pene non dovessero essere contrarie al senso di umanità, dovessero tendere alla rieducazione, che fosse vietata qualsiasi forma di violenza fisica o psicologica sulle persone recluse. Non solo, entrai in magistratura con la voglia e l’intenzione di contribuire al lavoro della Corte costituzionale ( che decide su impulso del giudice) e, conseguentemente, del legislatore per l’adeguamento del nostro sistema penale alla Carta».

E poi?

«Entrai in magistratura nel 1974 e, nei primi tre anni, feci il giudice in dibattimento in una sezione specializzata nei reati di sequestro di persona, che allora erano molto diffusi e nella quale si infliggevano pene spesso non inferiori ai 20 anni. Nonostante credessi che la pena dovesse essere strumento educativo, mi accorsi che facevo molta fatica a infliggere pene. Così chiesi di passare all’ufficio istruzione».

Cosa ha imparato in tanti anni e tanti processi?

«Come le dicevo, credevo che la pena, circondata dalle garanzie costituzionali, fosse educativa. Notavo però che in carcere ci andava quasi esclusivamente la povera gente, quasi mai i "colletti bianchi". Pensavo che si dovesse riequilibrare la situazione applicando il carcere anche a questi, quando colpevoli. Progressivamente, tramite la lettura, l’approfondimento, la conoscenza delle condizioni concrete del carcere, rendendomi sempre più conto della distanza tra ciò che sta scritto nella Costituzione e quel che succede nella realtà, i dubbi sono diventati sempre più consistenti, ho iniziato a farmi domande per culminare con quella decisiva: è giusto il carcere, è efficace? Specie quando si incomincia a riconoscere come persone coloro che commettono reati».

Si diventa garantisti solo quando si viene toccati in prima persona dal sistema penale?

«La parola non mi piace, come non mi piace giustizialista. Io credo che si diventi "garantisti" quando si iniziano a considerare coloro che hanno commesso un reato esseri umani. Purtroppo la nostra società vive in un equivoco formidabile: la Costituzione è una legge di inclusione sociale, la cultura sta dalla parte dell’esclusione. Quando regola e cultura confliggono, a vincere è quest’ultima. Tanto che, alla fine, il legislatore finisce con il produrre leggi in sintonia con la cultura dominante e quindi in contraddizione con lo spirito della Carta».

Si può sciogliere, questo equivoco?

«Il problema è che alla fin fine si tratta di fede. Parlare di giustizia oggi è come mettere a confronto due tifoserie di calcio, dominate dalla passione ma non propense al dialogo. Questo rende molto difficile lavorare nella direzione giusta».

Se dovesse ipotizzare una strada?

«Le parlavo dei miei anni ad occuparmi di sequestri di persona a scopo di riscatto. Oggi il fenomeno è praticamente scomparso. Non credo che ciò sia dovuto all’aumento delle pene, ma all’introduzione del blocco dei beni, del divieto di pagare il riscatto. Il reato è diventato infruttifero, quindi si è smesso di commetterlo».

Ergastolo ostativo, bocciato il ricorso: benefici anche a mafiosi e terroristi. Pubblicato martedì, 08 ottobre 2019 da Corriere.it. La Grande Camera della corte europea ha ritenuto inammissibile il ricorso dell’Italia contro l’abolizione dell’ergastolo ostativo. Con la “sentenza Viola” del 13 giugno scorso (dal nome del ricorso presentato dall’ergastolano Marcello Viola) una sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo aveva giudicato che l’ergastolo ostativo – ossia l’esclusione di qualunque beneficio per i detenuti condannati al carcere a vita per alcuni reati: mafia, terrorismo, e altri considerati particolarmente gravi – è contrario all’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani che vieta trattamenti “inumani e degradanti”. La legge italiana, all’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, prevede che per accedere a permessi premio o misure alternative al carcere i reclusi per quei reati debbano prima collaborare con i magistrati, confessando le proprie responsabilità e contribuendo alle indagini nei confronti di altri. Un automatismo che secondo i giudici di Strasburgo condiziona e preclude la possibilità di reinserimento del detenuto nel sistema sociale. Contro questa decisione (che provocherebbe nuovi ricorsi dei molti ergastolani impossibilitati a chiedere i benefici, e probabili risarcimenti da pagare da parte dello Stato), il governo italiano aveva presentato ricorso chiedendo che a pronunciarsi fosse la Grande Camera della Cedu, ossia la sua più alta espressione. Sottolineando, fra l’altro, che proprio il divieto-preclusione sia da considerare un caposaldo della legislazione contro il crimine organizzato. La Grande Camera doveva pronunciarsi sulla ammissibilità dell’istanza italiana, prima ancora di entrare nel merito della questione. Il rigetto ha reso di fatto definitiva la precedente decisione che ha bocciato l’attuale formulazione dell’ergastolo ostativo, sul quale è stata chiamata a pronunciarsi anche la Corte costituzionale, nell’udienza del prossimo 22 ottobre.

Ergastolo duro ai mafiosi, la Corte dei diritti umani di Strasburgo rigetta il ricorso dell'Italia. Diventa operativa la decisione del 13 giugno che giudicava il "fine pena mai" come trattamento inumano e degradante. Il ministro Bonafede: "Non condividiamo assolutamente, faremo il possibile in ogni sede". Liana Milella l'08 ottobre 2019 su La Repubblica. Sull'ergastolo "duro" ai mafiosi la Corte dei diritti umani di Strasburgo (Cedu) dà torto all'Italia e non accoglie il ricorso del governo contro la sentenza del 13 giugno che bocciava il cosiddetto "fine pena mai" in quanto - secondo la giurisprudenza della Corte - a chi è detenuto non si può togliere del tutto anche la speranza di un recupero, ma al soggetto in carcere va riconosciuta la possibilità di redimersi e di pentirsi ed avere quindi l'ultima chance di migliorare la propria condizione. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha espresso la sua contrarietà alla decisione della Cedu: "Non condividiamo e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e le ragioni di una scelta che lo Stato ha fatto, tanto anni fa, stabilendo che una persona può accedere anche ai benefici, a condizione però che collabori con la giustizia". Il guardasigilli ha aggiunto che "noi abbiamo un ordinamento che rispetta i diritti di tutti le persone ma che di fronte alla criminalità organizzata reagisce con determinazione". L'Italia, nel ricorso presentato a settembre aveva chiesto che il caso dell'ergastolo ostativo, previsto dall'Articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario, fosse sottoposto al giudizio della Grand Chambre, l'organo della Cedu che affronta i casi la cui soluzione può riguardare tutti i paesi della Ue. Lì, ad esempio, fu esaminata la controversia di Berlusconi contro la legge Severino (poi archiviata a seguito della sua riabilitazione) che si riferiva al diritto alla eleggibilità di un parlamentare condannato, quindi un caso che poteva avere riflessi giuridici in tutti gli Stati dell'Unione. In questo caso invece l'Italia, nel suo ricorso, spiega la specificità criminale del nostro Paese, la pericolosità stravista delle mafie, Cosa nostra, camorra, 'ndrangheta. Il ricorso motiva la ragione delle norme rigide sull'ergastolo spiegando che esse riguardano solo alcuni reati molto gravi - mafia, terrorismo, pedopornografia - e consentono una strategia severa contro chi, aderendo a un'organizzazione mafiosa o terroristica, si pone l'obiettivo di destabilizzare lo Stato. Ma l'orientamento della Cedu va in tutt'altra direzione. Proprio come dimostra il caso specifico affrontato il 13 giugno e la decisione presa dalla Corte e contestata dall'Italia.  Riguardava il ricorso a Strasburgo di Marcello Viola, un capocosca di Taurianova, detenuto per 4 ergastoli a seguito di omicidi, sequestri di persona, detenzione di armi. Ma per la Cedu quell'ergastolo "duro", che la legge italiana battezza come "ostativo", nel senso che impedisce la concessione di benefici, viola l'articolo 3 della Convenzione che vieta la tortura, le punizioni disumane e degradanti, soprattutto nega la possibilità di un percorso rieducativo. Da qui l'invito all'Italia a rivedere la legge. Un invito, si badi, che non ha carattere perentorio, non rappresenta un obbligo, ma produce però come conseguenza una serie di altri ricorsi di detenuti che lamentano condizioni disumane, tant'è che a Strasburgo ce ne sarebbero già altri 24. Inoltre anche la Corte costituzionale italiana, il 23 ottobre, dovrà trattare il caso di Sebastiano Cannizzaro, un altro detenuto per mafia, che protesta per las mancanza di permessi. In realtà l'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario (unito al 58ter), più volte rivisto dall'ordinaria stesura del 1975, dà una possibilità al detenuto quando dice espressamente che  i benefici - permessi premio, lavoro esterno, misure alternative al carcere, ma non la liberazione anticipata - possono essere concessi solo qualora chi sta in carcere decida di collaborare con la giustizia in modo da rompere in modo definitivo i suoi legami con l'organizzazione mafiosa. L'articolo dell'ordinamento specifica che "i benefici possono essere concessi anche se la collaborazione che viene offerta risulti oggettivamente irrilevante purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere in maniera certa l'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata". La ragione profonda dell'ergastolo "duro" sta proprio nel fatto che la specificità di un mafioso è quella di conservare per sempre, una volta affiliato a una famiglia criminale, il suo dovere di obbedienza. La questione dell'ergastolo ostativo divide profondamente il mondo della cultura giuridica tra coloro che sostengono la necessità di un carcere umano - come l'ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo e l'ex senatore Luigi Manconi - e chi invece ritiene che aprire le maglie della carcerazione per i mafiosi significhi distruggere anni di politica contro le cosche. Sono soprattutto magistrati antimafia come Piero Grasso, Gian Carlo Caselli, Nino Di Matteo, Federico Cafiero De Raho, Sebastiano Ardita, Luca Tescaroli, a sostenere questa seconda strada. Su cui sono allineati il ministro della Giustizia Bonafede e quello degli Esteri Luigi Di Maio, i quali hanno tentato, negli ultimi giorni, di far comprendere il danno che ricadrebbe sulla lotta alla mafia se l'ergastolo ostativo viene cancellato. Tutti ricordano che Totò Riina, indiscusso capo di Cisa nostra vino alla sua morte, nel "papello"  del 1993 in cui poneva le sue condizioni per negoziare con lo Stato citava espressamente l'ergastolo come misura da cancellare.

La Cedu conferma: «L’ergastolo ostativo è inumano e degradante». Damiano Aliprandi il 9 Ottobre 2019 su Il Dubbio. La Corte di Strasburgo boccia l’Italia sull’ergastolo ostativo. Rigettata la domanda di rinvio da parte del governo italiano in merito alla sentenza del 13 giugno sul caso Marcello Viola. La Consulta il 22 ottobre deciderà se l’art. 4 bis è incostituzionale. Diventa definitivo il giudizio negativo della Corte Europea sull’ergastolo ostativo italiano. Il collegio dei cinque giudici competente ha rigettato la domanda di rinvio da parte del governo italiano in merito alla sentenza Cedu del caso Marcello Viola. Quindi diventa definitiva la sentenza emessa il 13 giugno dalla camera semplice della Corte europea, la quale condanna l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione, ovvero per tortura e trattamenti inumani e degradanti. Il caso specifico, come detto, riguarda Marcello Viola. La sua pena perpetua è divenuta definitiva nel 2004. Egli, ricordiamo, si è sempre proclamato innocente e anche per questo, ma non solo, non ha mai scelto di collaborare, unica condizione per mettere fine all’ergastolo ostativo. Nel 2011 e nel 2013 ha presentato istanze di concessione del permesso premio, ottenendo sempre una risposta negativa. Ma i giudici di Strasburgo hanno sentenziato chiaro e tondo che l’assenza di collaborazione non può essere considerata un vincolo, a cui subordinare la concessione dei benefici durante l’esecuzione della pena, e neppure può precludere in modo automatico al magistrato la valutazione di un progressivo reinserimento del detenuto nella società. Quindi, in sintesi, la Cedu fa cadere l’automatismo della collaborazione. I giudici della Corte Europea, di fatto, mettono in discussione quella forma di ergastolo, e dunque la preclusione assoluta all’accesso ai benefici penitenziari e alla liberazione condizionale per i condannati non collaboranti, quando la condanna riguarda i reati dell’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario. Tra le premesse, la Cedu spiega in sostanza che il rifiuto di collaborare del detenuto non è necessariamente legato alla continua adesione al disegno criminale e, d’altra parte, potrebbero aversi collaborazioni per semplice “opportunismo” non legate a una vera dissociazione dall’organizzazione mafiosa, per cui non può operarsi un’automatica equiparazione tra assenza di collaborazione e permanere della pericolosità sociale. Ma quali conseguenze avrà, di fatto, la decisione della Cedu? Improbabile che i legislatori vorranno mettere mano al 4 bis, visto le numerose polemiche da parte degli esponenti di governo e l’affossamento parziale della riforma originaria dell’ordinamento penitenziario, che già era stata in parte disattesa dal governo Renzi, quando non aveva preso in considerazione la completa riforma del 4 bis indicata dagli stati generali sull’esecuzione penale. Ma la sentenza della Cedu avrà come effetto innumerevoli ricorsi da parte dei cosiddetti “fratelli minori”, ovvero coloro che, pur non avendo mai personalmente ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, si trovano nell’identica posizione sostanziale del caso Viola. Di conseguenza la Cassazione si ritroverà sommersa di casi identici relativi alla preclusione automatica dell’accesso ai benefici. Questo, però, fino a quando non ci sarà una eventuale sentenza della Corte Costituzionale che ne dichiari l’incostituzionalità. A quel punto, i legislatori saranno costretti a metterci mano. Ma la data già c’è. La Consulta, il 22 ottobre dovrà decidere se se la preclusione all’accesso dei benefici previsto dall’art. 4 bis è incostituzionale. Questo grazie al caso dell’ergastolano Sebastiano Cannizzaro, per cui la Cassazione ha rimesso, con ordinanza del 20 dicembre scorso, gli atti alla Corte Costituzionale sulla questione di legittimità dell’articolo 4 bis. Tale ordinanza della Cassazione relativa a Cannizzaro, assistito dall’avvocato Valerio Vianello Accorretti, accoglie quasi totalmente la questione del ricorrente, ovvero la sospetta incostituzionalità dell’art. 4 bis per violazione degli art. 27, comma 3 e 117 Cost., in relazione proprio all’art. 3 della Convenzione Europea. Una violazione della convenzione ora definitivamente riconosciuta anche dalla Corte Europea tramite la sentenza Viola. Ricordiamo ancora una volta che l’attuale 4 bis non ha nulla a che fare con l’intuizione di Giovanni Falcone. Quest’ultimo, essendo stato Direttore generale degli affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, ha lavorato per la stesura del primo decreto legge 13 maggio 1991, n. 152 che introdusse per la prima volta il 4 bis. La ratio non prevedeva l’esclusione dei benefici se c’era assenza di collaborazione: nel caso si doveva attendere il decorso del tempo per poterla chiedere, sapendo che è stato aumentato. Mentre il secondo decreto legge, approvato dopo la strage di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone, ha introdotto un regime ostativo del tutto differente rispetto a quello originario: senza la collaborazione con la giustizia, è preclusa in ogni caso la possibilità di accedere alle misure alternative. Ed è ciò che i giudici della corte europea di Strasburgo hanno stigmatizzato, considerandolo, di fatto, una tortura. Anche perché, ebbene ricordarlo, non significa che automaticamente i detenuti per reati ostativi vengono liberati. Significa dare la possibilità ai magistrati – con l’ausilio del parere dell’antimafia – di valutare la concessione o meno dei benefici. Non sarà la mafia a ringraziare, ma lo Stato di Diritto.

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 9 ottobre 2019. Vivono in «aree riservate», blocchi del carcere organizzati in modo da rendere impossibile qualsiasi contatto con altri detenuti. Perché secondo alcuni, un'occhiata fuggevole potrebbe essere un messaggio; il gesto impercettibile di una mano, una condanna a morte. Ma solo un boss ha osato dire di non poterne più dei rigori del 41 bis. È Michele Zagaria, capo del clan dei Casalesi in cella a Opera, che lo scorso febbraio durante un'udienza ha raccontato di vivere «una situazione disumana» e che nessun detenuto vuole trascorrere con lui l'ora d'aria per paura di microspie. Gli altri boss ostentano indifferenza per un regime inflitto da una giustizia che non riconoscono. Sono 1.250, secondo i dati di Nessuno tocchi Caino, i detenuti sottoposti a ergastolo ostativo, pari ai due terzi dei 1.790 condannati a vita. Sono capoclan, mafiosi di grosso calibro ma anche picciotti con curriculum da killer, brigatisti rossi, terroristi, trafficanti di droga, sequestratori, chi si è macchiato di reati legati alla pornografia o alla prostituzione minorile. Rispetto agli ergastolani comuni, non hanno una prospettiva di vita diversa da quella dietro le sbarre, non possono chiedere la liberazione condizionale né le misure alternative alla detenzione o permessi. Sempre che non scelgano di collaborare. L'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario è stato introdotto per mettere i mafiosi di fronte a un bivio, come ha ricordato l'ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: essere fedeli a Cosa nostra e pagarne le conseguenze fino in fondo, oppure collaborare con lo Stato e cominciare il processo di ravvedimento previsto dalla Costituzione. Tra i boss irriducibili in regime di carcere duro ci sono Leoluca Bagarella, Giovanni Riina, Benedetto Santapaola, Antonino e Rocco Pesce, Michele Zagaria, Giuseppe Pelle, Giovanni Strangio, Sebastiano Nirta. Tra i brigatisti Nadia Desdemona Lioce, uno dei capi delle Nuove Br condannata per gli omicidi di Marco Biagi e Massimo D'Antona e rinchiusa al 41 bis, oltre ai nomi di spicco della vecchia guardia come Rita Algranati, Cesare Di Lenardo, Fabio Ravalli, sua moglie Maria Cappello, Antonino Fosso, Rossella Lupo. E adesso per loro cosa cambia? «La decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo non induce alcun automatismo, ora si tratterà solo di ragionare. La legge italiana non cambia, la sentenza è un'indicazione all'Italia a modificare un sistema che si ritiene non in linea con la giurisprudenza della Corte», spiega Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti. Come sintetizza l'avvocato di Marcello Viola, Antonella Mascia, «non è che da domani escono tutti dalle carceri». Possono però chiedere che nei loro confronti vengano applicati i benefici concessi agli ergastolani e per farlo si rivolgeranno al giudice di Sorveglianza, che valuterà le situazioni personali, i percorsi di resipiscenza e deciderà caso per caso. Sarà la prossima mossa di Viola: «Andiamo davanti al tribunale di Sorveglianza dell'Aquila, per vedere eseguire questa sentenza che riguarda l'applicazione della misura individuale», anticipa il suo legale. Per ora, se l'Italia non rispetta le indicazioni della Corte di Strasburgo, il rischio è una multa. Rileva il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi: «Si tratta in realtà di una decisione che non ha una diretta esecutività e un'automatica applicabilità all'interno dell'ordinamento italiano. Nella sentenza della Cedu infatti lo Stato viene invitato a riformulare la normativa che prevede l'ergastolo ostativo in modo da non tener conto esclusivamente della mancanza di collaborazione con la giustizia. Sarà dunque compito del legislatore italiano trovare il necessario equilibrio con le particolarissime caratteristiche delle associazioni mafiose»». Ma dal 22 ottobre la situazione potrebbe registrare un'accelerazione: la Corte Costituzionale è chiamata a decidere se la norma è legittima o meno. Per il presidente emerito della Consulta Valerio Onida, che ha fatto parte del collegio di difesa di Viola, il carcere duro è «incostituzionale: bisogna che il legislatore modifichi la norma, se non lo facesse permarrebbe una violazione strutturale della Convenzione europea e si aprirebbe la strada a nuove condanne».

I mille «reclusi a vita», tocca alla Consulta decidere dopo la sentenza di Strasburgo. Pubblicato martedì, 08 ottobre 2019 su Corriere.it da Giovanni Bianconi. I giudici di sorveglianza dovranno valutare caso per caso. Marcello Viola, il pluriergastolano ’ndranghetista che aveva presentato il ricorso a Strasburgo, tornerà davanti al tribunale di sorveglianza dell’Aquila, città nella quale è detenuto, per vedersi applicare i permessi-premio e la liberazione condizionale che in passato gli erano stati negati. Gli altri condannati che si sono rivolti alla Corte europea — dovrebbero essere una ventina, ma non c’è un dato preciso — potranno fare altrettanto in attesa che i giudici europei decidano di applicare anche a loro i principi sanciti con la sentenza ribadita ieri. Ma il «popolo dell’ergastolo ostativo», che in teoria potrebbe cominciare a chiedere le misure alternative alla reclusione senza spiragli, ammonta a 1.106 persone (su un totale di 1.633 ergastolani definitivi); più della metà dei quali (628) rinchiusi da oltre vent’anni e 375 da più di 25. La gran parte sono accusati di associazione mafiosa; gli altri per omicidi o sequestri di persona aggravati da favoreggiamento dalla mafia, terrorismo, tratta di esseri umani, traffico di droga, pedopornografia e altri reati gravi. Nomi noti e meno noti: dal boss Leoluca Bagarella a Giovanni Riina, da Francesco «Sandokan» Schiavone a Michele Zagaria, fino alla neo-brigatista Nadia Lioce.In ogni caso, per loro non si apriranno indiscriminatamente le porte del carcere. In primo luogo perché — come spiega l’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, che ha contribuito al ricorso di Viola a Strasburgo — «non ci sono automatismi», sebbene «lo Stato italiano abbia il dovere di rivedere la norma». Pena il pagamento di multe, prevede il costituzionalista Alfonso Celotto. Tuttavia, ammesso che l’Italia cancellasse subito la preclusione dei benefici penitenziari agli ergastolani condannati per quel gruppo di reati, sarebbero comunque i giudici di sorveglianza a decidere l’ammissione dei detenuti ai permessi o alle altre misure, valutando ogni volta le singole situazioni, dalla «pericolosità sociale» al «ravvedimento». E la vicenda del pentito Giovanni Brusca, il killer di mafia che in quanto pentito non è un ergastolano e dunque già gode di attenuazioni alla detenzione pura e semplice, dimostra che possono essere molto rigorosi. Ma a prescindere dalla Corte europea e da ciò che sceglieranno di fare governo e Parlamento, ad avere un effetto diretto sulla legislazione italiana sarà la decisione che dovrà prendere la Corte costituzionale dopo l'udienza del prossimo 22 ottobre. Quel giorno si discuteranno due eccezioni di incostituzionalità che ricalcano in buona parte la questione affrontata a Strasburgo. Due diverse ordinanze della Cassazione e del tribunale di sorveglianza di Perugia, infatti, hanno sollevato un dubbio che si sovrappone al «caso Viola»: il fatto che, come previsto dall’attuale articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, solo la collaborazione del condannato con i magistrati possa essere considerato il metro per non considerarlo più un pericolo per la società esterna, e quindi ammetterlo alla richiesta di misure alternative. Con questa norma, sostiene chi s’è rivolto alla Consulta, i giudici di sorveglianza non hanno la possibilità di valutare l’evoluzione del condannato verso quel reinserimento sociale che l’articolo 27 della Costituzione fissa come obiettivo della pena. Che deve valere per tutti. E proprio i permessi premio e le altre possibilità di uscire gradualmente dal carcere consentono di progredire su quel percorso che poi dev’essere valutato dalla magistratura. Con questi presupposti, l’esclusione automatica dei benefici per chi non collabora sarebbe in contrasto con la legge fondamentale della Repubblica. In più, la Cassazione pone un altro dubbio: che sia legittimo equiparare, tagliando fuori dall’accesso ai benefici entrambe le categorie, gli affiliati all’associazione mafiosa con chi è stato condannato ad altri reati con l’aggravante del favoreggiamento alla mafia o del «metodo mafioso». Sebbene nelle eccezioni sollevate davanti alla Consulta non se ne facesse cenno perché precedenti alle decisioni della Corte europea, è presumibile che i giudici costituzionali tengano in considerazione anche del verdetto di Strasburgo. E la loro sentenza avrà conseguenze immediate. In un senso o nell’altro.

Ergastolo duro bocciato, Gian Carlo Caselli: "A Strasburgo non conoscono la storia della mafia". Repubblica Tv l'8 ottobre 2019. La Corte dei Diritti umani di Strasburgo ha rigettato il ricorso dell'Italia contro la sentenza che boccia l'"ergastolo duro", ovvero  il "fine pena mai". Gian Carlo Caselli, 46 anni in magistratura, ex procuratore capo di Torino e Palermo, non approva: “È una sentenza pericolosissima. Per la Corte di Straburgo va riconosciuta ai detenuti la possibilità di redimersi e di pentirsi. Ma i mafiosi non ne vogliono sapere di pentirsi. Hanno pronunciato un giuramento a vita. Consentire spazi di libertà vuol dire consentire l'attività criminale". Non solo: "L'isolamento dei mafiosi arrestati ha creato una slavina di pentimenti, ora che il quadro cambia, chi ha voglia di pentirsi ci penserà 300mila volte. La lotta alla mafia subirà dei rallentamenti”. Intervista di Antonio Iovane, Radio Capital.

(ANSA l'8 ottobre 2019) - L'Italia deve riformare la legge sull'ergastolo ostativo, che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia. Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo, rifiutando la richiesta di un nuovo giudizio avanzata dal Governo italiano dopo la condanna - che adesso diventa definitiva - emessa il 13 giugno scorso.

Luca Tescaroli (magistrato) per ''il Fatto Quotidiano'' l'8 ottobre 2019.L'iniziativa di abolire la pena dell' ergastolo viene in questi giorni riproposta. Sicuramente, merita massimo rispetto per le ragioni di umanità e giuridiche che la sottendono. L' abolizione era stata prevista nei progetti di riforma del codice penale del 1973 e in quello elaborato dalla commissione Grosso, e in occasione della riforma del rito abbreviato del 2000. Mi chiedo se sia eticamente accettabile la sua estensione al mafioso irriducibile e se sia compatibile con il proposito di contrastare efficacemente l' azione, il potere e la pericolosità delle strutture mafiose radicate nel nostro Paese. In proposito, si impone di riportare alla memoria cosa accadde agli inizi degli anni Novanta. I vertici di Cosa Nostra idearono e attuarono le stragi del 1992 e del 1993 con la prospettiva di ottenere, fra l' altro, proprio l' abrogazione dell' ergastolo, una volta raggiunta la consapevolezza che le condanne irrogate (fra le quali 19 all' ergastolo) nel giudizio di appello del maxi-uno, istruito dal pool guidato da Antonino Caponnetto, sarebbero divenute definitive. Perciò, eliminare il carcere a vita significa oggettivamente favorire la mafia, al di là dell' intenzione di chi si è fatto portatore della proposta. Al contempo, la proposta invia al mafioso un segnale pericoloso di interessata disponibilità delle classi dirigenti a interagire con il sistema mafioso e costituisce un segnale di debolezza e di indulgenza dello Stato, nei confronti dei cittadini e delle vittime di mafia, che inevitabilmente percepiscono un atteggiamento ingiustificato di buonismo nei confronti di chi è portatore di lutti e dolore, di chi li imprigiona nelle loro paure e si impadronisce dei proventi del loro lavoro senza fare nulla per meritarlo, attraverso l' estorsione. Non si può dimenticare mai che i componenti delle strutture mafiose continuano a controllare il territorio, inquinano il tessuto sociale ed economico del Paese e impediscono la fruizione delle garanzie collettive della libertà e della sicurezza. I mafiosi manifestano un' attitudine a generare violenza e morte che impone la loro perpetua sepoltura civile e un serrato isolamento dal mondo esterno per neutralizzare le loro condotte e l' interruzione dell' esercizio del loro potere anche dal carcere, attuabile con l' irrinunciabile regime carcerario di cui all' art. 41 bis O.P...I mafiosi non possono essere rieducati, perché non mostrano alcun segnale di resipiscenza e permangono in perpetuo all'interno del sodalizio, dal quale possono fuoriuscire solo con la morte o la collaborazione. Devono avvertire il peso dell' afflizione e la forza dello Stato, con il quale per troppo tempo hanno saputo e potuto convivere e trattare. In ogni caso, quand'anche dovessero dare segnali di mutato atteggiamento, l' ordinamento penitenziario già prevede la possibilità di affievolire il rigore della pena di cui si tratta. La perpetuità dell' ergastolo, infatti, non è assoluta: l' ergastolano può essere ammesso al lavoro all' aperto e alla liberazione condizionale quando abbia scontato almeno 26 anni di pena, se ha tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento. La sanzione è ulteriormente riducibile, a seguito dell' applicazione dell' istituto penitenziario della liberazione anticipata, che consente di detrarre 45 giorni per ogni semestre di pena scontata, se il detenuto partecipa all' opera di rieducazione. Ma non solo. Il rigore della pena può essere affievolito dalla concessione di permessi premio (per non più di 45 giorni all' anno, dopo dieci anni di detenzione, periodo che può essere ridotto di un quarto per effetto dell' applicazione della liberazione anticipata) e dalla semilibertà (con il limite dell' espiazione di almeno vent' anni di pena). Un ergastolano può essere liberato condizionalmente dopo diciannove anni e sei mesi, avendo già usufruito di 428 giorni di permesso. A ciò si aggiunga che l'ergastolo è stato ritenuto dalla Consulta incostituzionale per i minorenni, nei cui confronti quindi non potrà mai essere applicato. Pertanto, il proposito di abolire l' ergastolo trova in sé ben poche ragioni d' essere, visti gli istituti premiali già esistenti nella vigente legislazione. Se poi teniamo conto che tale pena è prevista da vari Paesi europei quali il Portogallo, la Spagna, la Germania che fortunatamente non conoscono le gravi problematiche del crimine mafioso, ci rendiamo conto di quanto singolare sia rinunciare alla forza deterrente di questa sanzione per camorristi, 'ndranghetisti o mafiosi irriducibili. D' altro canto, la general-prevenzione e la neutralizzazione a tempo indeterminato di certi criminali rientrano tra i fini della pena non meno della sperata emenda, come ha ricordato la Corte Costituzionale con la sentenza numero 264 del 22 novembre 1974. Gli stessi cittadini italiani hanno ritenuto che l' abolizione dell' ergastolo indebolisca inopportunamente l' apparato intimidativo, visto l' esito negativo del referendum abrogativo del 1981.

ERGASTOLO OSTATIVO, SABELLA: “DECISIONE CORTE EUROPEA È REGALO ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA”. Da radiocusanocampus.it il 9 ottobre 2019. Il magistrato Alfonso Sabella è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Riguardo la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’ergastolo ostativo. “Non è una decisione che è immediatamente esecutiva, però l’Italia deve comunque riformare le norme altrimenti rischia sanzioni a livello europeo –ha affermato Sabella-. Per come la vedo io, si tratta di un regalo alla criminalità organizzata. Il presupposto che finora ha tenuto, anche sul piano costituzionale, è che se tu fai parte di un’associazione di tipo mafioso e non ho le prove che ne sei uscito, non ho nessuna possibilità di provare a rieducarti. Questa norma ha funzionato e ha impedito a dei capi di riprendere il controllo dell’associazione. La prima volta che ho votato da bambino fu in un referendum per l’abolizione dell’ergastolo. A quei tempi ero contrario all’ergastolo. Poi ho cambiato idea quando ho conosciuto la mafia, la mafia stragista, quella che scioglieva i bambini nell’acido. E ho capito come l’ergastolo vero sia un’arma di cui lo Stato non possa fare a meno. Probabilmente il nostro governo riuscirà a trovare una soluzione, altrimenti l’impatto sarebbe devastante perché un migliaio di ergastolani potrebbe usufruire di permessi e questo potrebbe finire per creare nuovi fuggitivi e latitanti. Anche se bisogna pur sempre passare dalla magistratura di sorveglianza prima di dare i permessi. Un aspetto su cui molti non hanno ragionato è che queste norme hanno avuto anche una funzione salva vita dei magistrati. Quando il legislatore ha deciso di togliere discrezionalità ai giudici ha salvato la vita a molti di loro. Con la discrezionalità invece, ci sarà il giudice buono che ti dà i permessi e quello cattivo che ti tiene dentro. Questo significa sovraesporre i magistrati che interverranno più rigidamente nei singoli casi. Devo dire però che un po’ ce la siamo cercata. Abbiamo deciso di applicare strumenti come l’ergastolo anche ad altro tipo di reati per cui questi presupposti non ci stanno. Io sono rimasto malissimo quando è stato fatto morire Bernardo Provenzano al 41 bis, per un motivo di vendetta. Era accertato che da mesi era un vegetale. Lì abbiamo dato la dimostrazione che abbiamo usato quello strumento come forma di ritorsione, come forma di tortura. L’aggravante dell’agire al fine di agevolare l’associazione mafiosa è ormai un’aggravante che molte procure contestano a chiunque. E’ stato tolto il valore a questa aggravante. Io dico: gli strumenti che abbiamo per la lotta alla mafia sono preziosi, teniamoceli, ma applichiamoli solo ai casi in cui devono essere applicati. Bisognerebbe favorire i contatti fra l’ergastolano ostativo e le vittime dei reati che lui ha commesso. La giustizia riparativa può far bene, anche perché può dare all’ergastolano la possibilità di riflettere su quello che ha fatto e in alcuni rari casi può anche essere un percorso rieducativo”.

QUEI GIUDICI IGNORANO CHE COSA SIANO LE NOSTRE MAFIE. Francesco La Licata per “la Stampa”il 9 ottobre 2019. La Corte dei Diritti umani di Strasburgo ha emesso una sentenza che, alla luce delle argomentazioni proprie di un processo penale "normale", non può che essere definita ineccepibile e in linea con le tendenze della maggior parte dei paesi europei. Il recupero del detenuto deve essere l' obiettivo della condanna alla detenzione, che non deve presentarsi come disumana e senza speranza. E l'ergastolo, per definizione, non lascia spazi a molte aspettative. Ma è un paese normale l'Italia con le sue tre o quattro mafie? Quindi esistono altri argomenti che concorrono a considerare "pericoloso" il pronunciamento della Corte, senz' altro frutto di una cultura giuridica distante dalla nostra storia, lontana e recente. I giudici di Strasburgo non sanno cosa sono le organizzazioni criminali mafiose che da prima dell' Unità d'Italia hanno occupato almeno un terzo del territorio del nostro Meridione. Una prima osservazione riguarda la possibilità di redenzione del detenuto, che non si realizza nel mafioso irriducibile (cioè non collaboratore). Se non si è mai pentito, l'affiliato rimane a vita vincolato dal giuramento di sangue pronunciato al momento del suo ingresso nella "famiglia". E perciò non esiste alcuna possibilità di "cambiamento" o "redenzione", anzi la storia ci insegna che userà ogni concessione dello Stato per agevolare l'organizzazione criminale. Solo un gesto pubblico (come l' avvio di una collaborazione) può essere considerato l' inizio di una "nuova vita", come bene ha spiegato la vicenda umana di Tommaso Buscetta e di tanti altri collaboratori. La sentenza viene considerata "pericolosa" dai migliori specialisti della lotta alla mafia, che ricordano come tra le richieste contenute nel "papello" che Totò Riina inoltrò allo Stato per "concedere" la fine dello stragismo mafioso, vi fosse l' abolizione dell' ergastolo e del carcere duro (il 41 bis). Questo perché un boss, condannato a "fine pena mai" e relegato all' isolamento, è come un re senza potere e territorio e, dunque, non può imporre la sua volontà. In sostanza non è più un capo, come non lo fu Luciano Liggio in carcere, rispettato come un presidente onorario, ma non temuto come un capo. Anche la lotta alla mafia potrebbe subire arretramenti, se la sentenza trovasse applicazione in Italia. Nessun mafioso cederebbe più alla collaborazione senza la spada di Damocle del "fine pena mai" e una detenzione "normale" (senza isolamento e 41 bis) scoraggerebbe ogni forma di dissociazione o pentimento. Ma questo la Corte di Strasburgo non lo sa.

Ergastolo ostativo, l’ira del M5S: «È un regalo alle cosche». Simona Musco il 9 ottobre 2019 su Il Dubbio. Morra: «si sta minando il 41 bis». Ma le Camere penali esultano: «pagina fondamentale nel recupero dei diritti umani». Il presidente emerito della Consulta Onida: «una forma di detenzione incostituzionale». Un regalo ai mafiosi, una follia, da un lato. Dall’altro, una scelta di civiltà giuridica e di umanità. La decisione della Cedu spacca in due il mondo della cultura giuridica e della politica, tra coloro che sottolineano la necessità di non arretrare sul terreno della lotta alle mafie e chi, invece, evidenzia l’esigenza di un carcere umano, che non entri in conflitto con la Costituzione. Ad aprire le polemiche, pochi minuti dopo la decisione di Strasburgo, è il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, che parla di «offesa agli uomini di Stato». E parla di «scontro» tra l’Italia e la Cedu, che consentirebbe così agli ergastolani di chiedere «risarcimenti milionari», mettendo inoltre «a rischio» il 41 bis. Una linea, quella di Morra, che conferma quella giustizialista condivisa da tutto il M5s. A partire dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che annuncia: «faremo valere in tutte le sedi le ragioni» del governo. I benefici, per il Guardasigilli, sono accessibili solo a chi collabora con la giustizia, perché «di fronte alla criminalità organizzata bisogna reagire con grande determinazione». E a rincarare la dose ci pensa anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, secondo cui «se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie e persone innocenti, ti fai il carcere secondo certe regole». Mentre per il capogruppo del M5s in Antimafia, Mario Giarrusso, quello della Cedu sarebbe un atto «irresponsabile» al quale bisogna reagire «con fermezza», se necessario anche «rinunciando al Consiglio d’Europa». Posizione che trova d’accordo anche il magistrato antimafia Nino Di Matteo, secondo cui «queste erano le aspettative degli stragisti», per soddisfare le quali sono state usate «le bombe» e l’ex procuratore nazionale antimafia Grasso, che parla di «una scarsa conoscenza del modello mafioso italiano». Una legge dura, quella sul carcere ostativo, «ma non incostituzionale», sostiene, in quanto «pone i mafiosi davanti a un bivio» : essere fedeli al proprio clan o allo Stato. Durissimo anche il magistrato Gian Carlo Caselli. «L’isolamento dei mafiosi – sottolinea – ha creato una slavina di pentimenti, ora che il quadro cambia, chi ha voglia di pentirsi ci penserà 300mila volte. La lotta alla mafia subirà dei rallentamenti». Per Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio, si tratta di una decisione «inadeguata», che distrugge «le conquiste per le quali magistrati come Giovanni Falcone e mio fratello Paolo hanno anche sacrificato la vita». Si dice preoccupata anche Maria Falcone, sorella del magistrato Giovanni, che rivolge un appello alla politica: «trovare una soluzione che non vanifichi anni di lotta alla mafia e che sappia contemperare i diritti con la sicurezza dei cittadini». E mentre i leghisti Matteo Salvini e Jacopo Morrone invocano il lavoro obbligatorio in carcere, opponendosi a qualsiasi ammorbidimento della legge per gli ergastolani, a rivendicare la correttezza della decisione dei giudici di Strasburgo ci pensa l’associazione Antigone. «Ci deve essere sempre una prospettiva di rilascio – afferma il presidente Patrizio Gonnella – E chiunque oggi dica che adesso si introduce un automatismo nell’uscita, afferma qualcosa non corrispondente al vero. Non c’è alcun allarme sociale». Voce che si associa a quelle di Irene Testa, tesoriere del Partito Radicale, secondo cui «i diritti umani non sono negoziabili», e di Giandomenico Caiazza, presidente dell’Ucpi, che parla «pagina fondamentale nel recupero di valori che sono della Convenzione europea e della nostra Costituzione - sottolinea - E ora sarà importantissima la decisione della Corte Costituzionale in materia analoga». E sulla questione intervengono anche due presidenti emeriti della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli e Valerio Onida. Per il primo, «la Corte di Strasburgo difende i diritti dell’uomo e non può che essere orientata alla giustizia – sottolinea – certo dovrà essere rivista la disciplina del 41 bis, ma niente di allarmante. Il 41 bis potrebbe essere rivisto sulla base di un principio di personalizzazione dei casi». Mentre per Onida, la normativa sull’ergastolo ostativo è «incostituzionale» e ora il legislatore deve modificarla. Se non lo facesse rischierebbe «nuove condanne», ma «penso che il problema sarà risolto dalla Corte costituzionale», che sulla questione si pronuncerà a breve.

Ergastolo ostativo, la commissione Antimafia: "Non va toccato". Di Maio: "Rischio boss fuori dal carcere". Il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho: "Questa misura ha consentito le collaborazioni". La Repubblica il 05 ottobre 2019. Potrebbe arrivare già martedì la decisione della Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'ergastolo ostativo: un verdetto che preoccupa non solo il Guardasigilli Alfonso Bonafede, il quale teme conseguenze sulle politiche di lotta alla mafia e al terrorismo, ma anche i  magistrati antimafia e la stessa commissione parlamentare. Ma che cos'è l'ergastolo ostativo? È un istituto con il quale si prevede che, per chi è condannato al carcere a vita per reati di mafia e terrorismo e non collabora con la giustizia, non possano esserci benefici penitenziari, quali la libertà condizionale. Ebbene questa misura è stata censurata il 13 giugno scorso, con una sentenza adottata a maggioranza, dalla Corte europea di Strasburgo per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - che vieta "trattamenti inumani e degradanti". Il caso in esame riguardava Marcello Viola, un ergastolano condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi. I giudici della Corte europea avevano sollecitato, con la loro pronuncia, una riforma dell'ergastolo ostativo. Dal governo italiano, quindi, è arrivata la richiesta di rinvio alla Grande Camera, sottoposta ora al vaglio di ammissibilità: nella sua istanza, il governo ricorda come il fenomeno mafioso sia la principale minaccia alla sicurezza non solo italiana, ma europea e internazionale, e sottolinea che l'ergastolo ostativo è stato dichiarato più volte conforme ai principi costituzionali dalla Consulta. In Italia oggi ci sono 957 ergastolani per crimini di mafia, mentre sono 1.150 i collaboratori di giustizia e 4.592 i soggetti (compresi i familiari) sotto protezione. In un anno (2017-2018) 111 membri di associazioni mafiose e 7 testimoni hanno scelto di collaborare. "Quella legislazione ha avuto positivi risultati e ha consentito le collaborazioni. Nel momento in cui dovesse venir meno, se l'ergastolo si trasformasse in una pena diversa è certo che tutti i risultati positivi fino a ora conseguiti non si avrebbero più" ha detto il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho. Anche la commissione parlamentare Antimafia sottolinea che la misura non deve essere toccata: "La Corte Europea dei diritti dell'uomo deve dichiarare da che parte sta nella lotta alla mafia. È paradossale che davanti alla realtà delle mafie, alla loro capacità di espandersi a livello globale e di penetrare ogni settore della vita democratica, si discute di ergastolo ostativo". Sul tema interviene anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che, su Facebook, sottolinea come si corra "il serio rischio di ritrovarci fuori dal carcere anche boss mafiosi e terroristi" e la possibilità di "una serie infinita di ricorsi da parte di questi detenuti". Inoltre "si andrebbero a depotenziare gli strumenti giudiziari che oggi ci permettono di fronteggiare il fenomeno mafioso e terroristico. E non si tratta di un problema che interessa solo l'Italia, ma ne va della sicurezza di tutta l'Europa". Pertanto, è la conclusione, "è doveroso aprire una seria riflessione, lo dobbiamo alle troppe vittime di mafia e terrorismo che hanno perso la vita senza nessuna colpa".

Facebook. Luigi Di Maio 5 ottobre 2019: Da sempre il MoVimento si batte contro la mafia e i mafiosi. La storia del nostro Paese ci ha lasciato in eredità troppo sangue e dolore. Ancora oggi siamo davanti a un fenomeno che, nonostante l’ottimo lavoro di magistratura e forze dell’ordine, continua a rimanere vivo nel nostro Paese. Uno degli strumenti a disposizione della giustizia italiana è quello dell’ergastolo ostativo. Una delle tante intuizioni del magistrato Giovanni Falcone che ci ha permesso di contrastare con fermezza mafiosi e terroristi. Un condannato per mafia, o per reati gravi come il terrorismo, può usufruire di benefici penitenziari solo se decide di collaborare con la giustizia. E chi non collabora deve scontare la sua pena. Vi dico tutto questo perché nei prossimi giorni è atteso il verdetto della Grande Camera sul ricorso che il governo ha fatto alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo che lo scorso giugno ha detto che l’ergastolo ostativo rappresenterebbe una violazione dei principi della dignità umana. In base alla decisione della Grande Camera potremmo trovarci a dover affrontare una serie infinita di ricorsi da parte di questi detenuti, con il serio rischio di ritrovarci fuori dal carcere anche “boss” mafiosi e terroristi. Ovviamente si andrebbero a depotenziare gli strumenti giudiziari che oggi ci permettono di fronteggiare il fenomeno mafioso e terroristico. E non si tratta di un problema che interessa solo l’Italia, ma ne va della sicurezza di tutta l’Europa. È doveroso aprire una seria riflessione, lo dobbiamo alle troppe vittime di mafia e terrorismo che hanno perso la vita senza nessuna colpa.

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 7 ottobre 2019. Al momento sono 957 i detenuti in regime di ergastolo ostativo. Mafiosi, ex brigatisti, ma anche condannati per traffico di droga, prostituzione minorile, pedopornografia. Se oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) dovesse respingere il ricorso dell'Italia contro la sentenza del 13 giugno 2019 con cui i giudici di Strasburgo hanno dato ragione al boss Marcello Viola - affermando che l'ergastolo ostativo sia contrario all'articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani che vieta la tortura, i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti - la lotta alla mafia e al terrorismo verrebbe depotenziata. «L'Europa continua a mostrare indifferenza per le mafie, salvo poi sdegnarsi per stragi al di fuori dei confini italiani come Duisburg», è l'attacco del presidente della commissione Antimafia Nicola Morra. «Si dovrebbe lavorare affinché la nostra legislazione antimafia venga recepita da altri ordinamenti nazionali in attesa di una normativa europea contro la mafia. Invece la Cedu vuole impedire che l'ergastolo, senza possibilità di alcun alleggerimento, di alcun beneficio, di alcuno sconto di pena, possa indurre mafiosi ad accettare la possibilità di collaborare con lo Stato, diventando fonti informative importanti per sconfiggere i sodalizi mafiosi». Il timore concreto, sottolinea Morra, è che bocciando l'ergastolo ostativo «si delegittimi il 41 bis, che è un regime carcerario che impedisce al detenuto di continuare a relazionarsi con l'organizzazione di cui era parte». Insomma, per il presidente della Commissione antimafia bocciare l'ergastolo ostativo «sarebbe un colpo anche alla memoria di Falcone e Borsellino». Intanto le prime conseguenze della sentenza di giugno si sono già verificate: altri dodici condannati hanno depositato il loro ricorso davanti alla Corte europea, sullo stampo di quello di Viola, mentre 250 ergastolani hanno presentato ricorso al Comitato delle Nazioni unite. Se l'azione dell'Italia venisse respinta, sarebbe un terremoto per l'intero sistema: dovranno essere risarciti tutti i detenuti che ne faranno richiesta e ripensato il sistema del 41 bis, regime di carcere duro approvato nell'ambito della legge Gozzini il 10 ottobre 1986 e più volte criticato dalla Corte di Strasburgo. Oggi sono 1.150 i collaboratori di giustizia e 4.592 i soggetti (compresi i familiari) sotto protezione, tra il 2017 e il 2018 sono stati 111 i membri di associazioni mafiose e 7 i testimoni che hanno scelto di collaborare. Per sperare di ottenere qualsiasi tipo di beneficio, dai permessi al lavoro esterno, i condannati devono non solo dimostrare di essersi incamminati sulla strada della riabilitazione, ma anche di aver tagliato i ponti con gli ambienti criminali di riferimento e collaborare fattivamente con la giustizia. Per la Cedu ciò costituisce un «trattamento inumano ai sensi dell'art. 3», mentre la Consulta si è più volte pronunciata sul tema ribadendo la costituzionalità ma aprendo la strada a una rivisitazione, tant'è che vi sono stati casi di detenuti che hanno ottenuto la liberazione condizionale per effetto di un percorso rieducativo virtuoso. Adesso però la Corte europea potrebbe forzare la mano e per questo il governo italiano ha presentato il ricorso alla Grande Camera ricordando come il fenomeno mafioso sia la principale minaccia alla sicurezza non solo italiana, ma anche europea e internazionale.

Perché togliere l'ergastolo ai boss mafiosi è un gravissimo errore. Il 22 ottobre i giudici dovranno decidere se sono legittime le norme che vietano i benefici di pena ai capi della criminalità organizzata. Una legge voluta da Giovanni Falcone finora caposaldo della lotta alle cosche. Lirio Abbate il 7 ottobre 2019 su La Repubblica. Il 22 ottobre nel Palazzo della Consulta si deciderà se cancellare una delle norme per il contrasto alla mafia proposte da Giovanni Falcone quando era direttore generale degli affari penali al ministero di via Arenula. Si discuterà nel giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 4bis dell’ordinamento penitenziario che prevede la preclusione all’accesso dei benefici per i detenuti che si trovano all’ergastolo ostativo, cioè per coloro che non hanno mai collaborato con la giustizia. La Corte Costituzionale è chiamata a decidere se questa norma è illegittima. La legge italiana prevede alcuni benefici per gli ergastolani come il lavoro fuori dal carcere, permessi premio e misure alternative alla detenzione. La legge che comprende l’articolo 4bis, voluto da Falcone che lo scrisse nel 1991 per rafforzare il contrasto alle mafie e tutelare ancor di più ogni singolo giudice di sorveglianza chiamato a decidere sui detenuti, stabilisce che a questi benefici (dopo 10 anni si può essere ammesso ai permessi premio, dopo 20 alla semilibertà e dopo 26 alla libertà condizionale, termini che possono essere diminuiti di 45 giorni ogni semestre se il detenuto partecipa positivamente al trattamento penitenziario), non possono accedere gli ergastolani definitivi accusati di omicidi in ambito mafioso, o collegati all’associazione mafiosa o finalizzata al traffico di droga, ai reati legati alla pornografia o alla prostituzione minorile. Il carattere ostativo di queste condanne può essere superato solo se l’ergastolano collabora con la giustizia. Nel momento in cui si dovesse decidere di abrogare questa norma si rimetterebbe tutto nelle mani del singolo giudice di sorveglianza che dovrebbe valutare ai fini del trattamento di reclusione se accordare o meno il permesso o la libertà condizionale. In questo modo si scaricherebbe sulle carceri, sugli operatori sociali che redigono le relazioni trattamentali in cui descrivono il comportamento del detenuto e sul singolo giudice di sorveglianza la responsabilità della decisione. E li si sottoporrebbe alle eventuali “pressioni” dei mafiosi condannati al carcere a vita come Leoluca Bagarella, Giovanni Riina, Benedetto Santapaola, Salvino Madonia, Antonino Pesce, Rocco Pesce, Domenico Gallico, Francesco Barbaro, Giovanni Strangio, Giuseppe Nirta, tanto per citarne alcuni tra i più efferati criminali che si sono macchiati le mani con il sangue di decine di vittime innocenti. In questo modo si ritorna al regime che vigeva prima delle stragi del 1992, quando il carcere per i mafiosi era come una passeggiata. A più riprese diversi politici in passato hanno tentato di cancellare, modificare, annullare questa norma. Sarebbe un vantaggio per i mafiosi che si sono sempre opposti alla collaborazione e che sono stati riconosciuti colpevoli di aver ordinato o eseguito stragi e omicidi. La Cedu (Corte Europea dei diritti dell’uomo) lo scorso giugno ha deciso di condannare l’Italia a risarcire un ergastolano ostativo, per la violazione della dignità umana, e il governo ha appellato davanti alla Grande Camera della Corte di Strasburgo. Queste sentenze del Consiglio d’Europa non richiedono di modificare il nostro ordinamento, condannano solo lo Stato a risarcire il danno. Non si può spazzare via uno dei punti fermi del contrasto alle mafie, e non si può mettere sullo stesso piano il mafioso che collabora, il boss che ha reciso ogni legame con l’organizzazione criminale e i suoi affiliati, con quelli invece che continuano ad aggrapparsi al silenzio imposto dall’omertà del loro codice d’onore senza dare alcun segno di pentimento o desistenza. Si corre il rischio, cancellando questa norma, di far tornare indietro di ventotto anni la lotta alla mafia. Basti pensare a quando rivedremo circolare per le strade di Corleone Leoluca Bagarella e Giovanni Riina, o in quelle di Catania, Nitto Santapaola, con in tasca il loro permesso premio o la loro libertà condizionata. A quella vista dei boss in giro per le strade di paesi e città cosa dovrebbero pensare i familiari delle loro vittime innocenti? Riflettiamoci ancora bene, con coscienza, prima di azzoppare uno strumento fondamentale della lotta alle mafie.

Così si rischia di riesumare il vecchio sistema mafioso. Vincenzo Musacchio ( Giurista e Presidente dell’Osservatorio Antimafia del Molise) il 9 ottobre 2019 su Il Dubbio. Chi non ha vissuto il periodo delle stragi di mafia non può comprendere cosa significhi vedere numerosi boss mafiosi che si sono macchiati di crimini efferati uscire a breve dal carcere. Gli unici deterrenti reali per i mafiosi sono il 41bis, la confisca dei beni e l’ergastolo, inteso come effettiva reclusione senza alcuna possibilità di accedere ai benefici penitenziari. Possono apparire misure non pienamente conformi ai dettami costituzionali ma rappresentano la migliore normativa contro la mafia, scritta peraltro con il sangue delle innumerevoli vittime della criminalità organizzata. Siamo di fronte a strumenti efficaci senza i quali probabilmente non avremmo mai potuto scalfire il potere dei boss di primo piano. Se si toccasse uno solo di questi strumenti, ritengo che il sistema antimafia italiano potrebbe collassare. Mi riferisco, in particolare, all’ergastolo ostativo, sempre odiato dai mafiosi che lo temono moltissimo. Chi non ha vissuto il periodo delle stragi di mafia non può comprendere cosa significhi vedere numerosi boss mafiosi che si sono macchiati di crimini efferati uscire a breve dal carcere. Potremmo assistere al ritorno in libertà di alcuni boss irriducibili. Una scelta molto rischiosa che potrebbe riesumare il sistema mafioso tradizionale, che è stato sconfitto proprio grazie agli strumenti antimafia in vigore. I boss storici, ma anche i nuovi, non vogliono né il 41bis, tantomeno l’ergastolo ostativo e lo dimostra che abbiano tentato più volte in passato di mettere mano proprio sul regime carcerario del 41bis e sul superamento dell’ergastolo per i boss. Chi conosce le mafie, sia per esperienza vissuta sul campo che per studio, sa che sfruttano l’ingenuità dei cittadini che non conoscono l’enorme capacità delle organizzazioni mafiose di rigenerarsi in pochissimo tempo con la sola presenza dei loro boss storici. Se tornassero a comandare i vecchi capimafia oggi ergastolani lo Stato ne uscirebbe inesorabilmente sconfitto e si darebbe loro lo strumento per riaffermare il loro potere perduto. Sarebbe un segnale di nuova sconfitta delle istituzioni. Come insegnava Giovanni Falcone, il mafioso che ha giurato fedeltà all’organizzazione criminale di appartenenza, una volta uscito dal carcere, non potrà non tornare a servirla fino alla morte. Non dobbiamo mai dimenticarci che i mafiosi di cui parliamo sono stragisti o persone che ne hanno seguito le strategie senza batter ciglio. Personalmente credo che la necessità di evitare rapporti tra gli esponenti carcerati e quelli a piede libero sia irrinunciabile. Ricordiamoci bene che riscontri oggettivi e probatori nei vari processi per mafia comprovano chiaramente che la detenzione dell’imputato di delitti di mafia non interrompe né sospende il vincolo associativo né sostanzialmente impedisce al detenuto di concorrere alla consumazione di gravi reati all’esterno degli stabilimenti carcerari con istigazioni, sollecitazioni, ordini e altre similari attività. Falcone e Borsellino ci hanno insegnato che all’interno degli istituti di reclusione le gerarchie mafiose si ricostituiscono automaticamente senza soluzione di continuità con gli organigrammi e le organizzazioni esterne, cagionando sovente il sovrapporsi di occulte autorità intramurarie al personale di custodia statale, espropriato in gran parte dei suoi poteri. Dare la certezza di libertà ai mafiosi senza alcun tipo di collaborazione con la giustizia è un regalo inspiegabile e un’offesa al sacrificio di tantissime vittime di mafie e dei loro familiari. Se queste sono le premesse, non meravigliamoci se i boss torneranno a brindare così come fecero quando hanno fatto saltare in aria Falcone, sua moglie e gli uomini della sua scorta! 

Vince la mafia. La Consulta abolisce l'ergastolo ostativo. Assassini e terroristi non pentiti potranno uscire. Uno schiaffo a vittime e buon senso. Alessandro Sallusti, Giovedì 24/10/2019 su Il Giornale. I due fatti non sono legati tra loro, ma certo la coincidenza temporale è di quelle che fanno riflettere. Da una parte il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in una intervista al Corriere, conferma l'intenzione di rendere molto più severa e punitiva la legge che prevede il carcere per gli evasori come «svolta culturale ed educativa»; dall'altra la Corte Costituzionale, sempre ieri, ha tolto il carcere a vita per i mafiosi conclamati e non pentiti. Pene più dure per chi evade anche somme non rilevanti e pene più morbide per chi uccide, compie stragi, organizza il traffico di droga: una contraddizione in termini difficilmente comprensibile e digeribile. Entrambe queste «svolte culturali» ci fanno paura. La prima, quella del ministro sugli evasori, perché introduce la cultura giacobina e marxista del giustizialismo educativo nella nostra legislazione; la seconda quella sull'ergastolo perché toglie allo Stato una delle poche armi che si sono dimostrate efficaci nella lotta alle mafie. L'ergastolo «fine pena mai» fu introdotto agli inizi degli anni Novanta in quel pacchetto di leggi speciali per fronteggiare l'emergenza terroristica e mafiosa, di una mafia che aveva dichiarato guerra allo Stato a suon di attentati, omicidi e stragi. Come tutte le misure emergenziali, sospendeva alcune garanzie previste dalla Costituzione e viaggiava sul filo del rispetto dei diritti dell'uomo. Non era una cosa di cui vantarsi, ma i risultati non tardarono ad arrivare. L'idea di marcire e morire in carcere convinse molti mafiosi a collaborare con la giustizia (l'unico modo per sperare di tornare un giorno in libertà), cosa che ha permesso ai magistrati di smantellare cosche e arrestare quasi tutti i boss. Togliere il «fine pena mai» sarà anche una misura di civiltà, ma ancora prima è un regalo alle mafie che sicuramente tirano un sospiro di sollievo e «vincono» la battaglia per tirare fuori di prigione i loro storici e irriducibili capi. Togliere dall'ordinamento una misura emergenziale significa riconoscere che quell'emergenza è finita, che il pericolo è scampato. Non me ne intendo, ma sostenere che la mafia non è più un'emergenza stride con la realtà. Una follia esattamente come sostenere che tutti gli evasori devono finire in manette per motivi culturali.

Da Sallusti a Di Battista, il dietrofront di quelli che volevano abolire l’ergastolo. Damiano Aliprandi il 31 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Nel 2013 firmarono l’appello dei detenuti ora sono contro le sentenze della Cedu e della Consulta. Da don Luigi Ciotti al direttore del “giornale” Alessandro Sallusti, passando per Alessandro di Battista, fino al silenzio di Roberto Speranza. La sentenza della Consulta che dichiara incostituzionale quella parte del 4 bis che vieta la concessione del permesso premio agli ergastolani ostativi che decidono di non collaborare, ha provocato reazioni scomposte da parte di taluni magistrati, partiti politici e gran parte degli organi di informazione. Eppure, tra di loro, c’è chi nel passato si era espresso per la completa abolizione dell’ergastolo. Curioso che oggi criticano una sentenza che non abolisce l’ergastolo ostativo, ma lo fa rientrare il più possibile entro il perimetro costituzionale. Ma chi sono e in quale occasione sono stati parte attiva nella battaglia contro l’ergastolo ostativo? Tutto ha avuto inizio quando nel 2013 quando un gruppo di ergastolani ostativi diede vita a una campagna per sensibilizzare la Chiesa, la società civile, il governo e il mondo politico nel suo insieme, aprendo un dibattito culturale sull’abolizione della pena dell’ergastolo, tenendo conto del valore del “tempo” e del precetto marchiato nell’articolo 27 della Costituzione. Il loro desiderio è quello di vedere cancellato dalla loro “posizione giuridica” quel “fine pena mai” per essere sostituito da un “fine pena certo”. Solo in questo modo, secondo il gruppo di ergastolani, una società civile e uno Stato di diritto potrebbero garantire quella seconda possibilità che ogni persona merita. Per queste ragioni, grazie all’aiuto dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, gli ergastolani avevano attivato questa campagna raccogliendo migliaia di firme. Nel 2014 l’iniziativa popolare per l’abolizione dell’ergastolo è stata proposta alla Camera dove è poi rimasta nel cassetto. Tra i primi firmatari c’erano personalità come Agnese Moro, Margherita Hack, Umberto Veronesi, ma anche don Luigi Ciotti che però, oggi, ha espresso perplessità in merito alla sentenza della Corte costituzionale. Eppure, ribadiamo, la Consulta non ha abolito l’ergastolo. Tale iniziativa popolare era partita su più fronti, trovando anche l’ok di qualche parlamentare pentastellato. Tra i quali spicca Alessandro Di Battista che sottoscrisse l’appello contro l’ergastolo “perché – così scrisse – condivido in pieno”. A presentare alla Camera la proposta di legge popolare c’era anche l’attuale ministro della Salute Roberto Speranza, oggi però è rimasto in silenzio. Un silenzio forse dovuto al fatto che il leader del suo partito, ovvero Pietro Grasso, si è espresso duramente contro la sentenza della Consulta, evocando il fantasma del papello di Riina. Ma tra i firmatari della petizione popolare per l’abolizione dell’ergastolo ostativo spicca il nome di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, in questi giorni in prima linea contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo prima e quella della Consulta dopo, con tanto di titolo in prima pagina: “La mafia ha vinto”. Eppure, ribadiamolo ancora una volta, la sentenza non abolisce l’ergastolo come Sallusti stesso avrebbe voluto. Pochi sono rimasti coerenti, a differenza – per esempio – di Rifondazione comunista che sottoscrisse allora e oggi, coerentemente, ha esultato per la sentenza. Quella iniziativa popolare firmata da numerose personalità politiche ed esponenti della cosiddetta “società civile” è scaturita, dicevamo, da un gruppo di ergastolani, guidato da Carmelo Musumeci, da poco in libertà condizionale. Musumeci, già quando era recluso, ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dell’inutilità della pena come l’ergastolo, in particolare quello ostativo che non permette l’accesso ai benefici o alla libertà salvo rare eccezioni e dove si può cambiare la sua condizione solo diventando collaboratore di giustizia. Ha varcato la soglia del carcere nel 1991 con una condanna all’ergastolo ostativo. La scadenza della pena fissata al 31 dicembre 9999, mentre anni fa si scriveva: fine pena mai. In pratica la stessa cosa. Musumeci ha attraversato dure prove durante gli anni di prigionia. Il 41 bis, le celle di isolamento a causa della sua ribellione al sistema carcerario, si è trovato a combattere non solo contro l’istituzione penitenziaria, ma anche contro diversi detenuti che, appartenendo alla cultura mafiosa, mantenevano l’ordine, quello di subire e basta, senza rivendicare i diritti. Un percorso che l’ha portato a creare relazioni con il mondo esterno, quello della cultura e della politica. Tanti, della società esterna, sostenevano la sua battaglia. E tanti di loro, oggi, si sono accodati nell’indignazione creata da una falsa informazione, in alcuni casi fatta da loro stessi.

La doppia morale dell'Europa. A noi chiede il rigore sui conti pubblici. Poi è morbida con assassini e mafiosi sull'ergastolo ostativo. Mario Giordano il 24 ottobre 2019 su Panorama. Ci mancava l’Europa. Ci mancava solo quella. Ci mancava l’Europa che invitasse l’Italia a essere più clemente con la peggior specie di criminali, boss mafiosi e stragisti, assassini e terroristi. Ci mancava l’Europa che ci spingesse a scarcerare quei pochi che riusciamo a tenere in cella, nonostante le nostra inveterata tendenza a trasformare le galere in hotel a porte girevoli, oggi sei dentro, domani subito fuori. Ci mancava l’Europa a soffiare sul fuoco del liberi tutti, dell’impunità garantita, della premialità esagerata, di quell’insieme di misure che danno l’impressione, alla fine, di uno Stato dalle parte dei criminali più che delle vittime. Pronto a tendere la mano ai malfattori assai più che a chi dai malfattori è minacciato. Ci mancava l’Europa (nella fattispecie sotto forma di Corte europea dei diritti umani di Strasburgo) che ci sollecitasse a eliminare «l’ergastolo ostativo». Quest’ultimo, introdotto nella nostra legislazione nel 1992, all’indomani delle stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino,  prevede che chi si macchia di reati particolarmente gravi non possa accedere ai benefici previsti dalla legge a meno che non diventi collaboratore di giustizia. In pratica lo Stato dice ai delinquenti incriminati di reati gravi: avete due possibilità, o vi pentite e raccontate tutto, o uscirete dal carcere solo per andare al cimitero. È facile capire come la misura abbia di fatto moltiplicato il numero dei pentiti, facilitando il lavoro dei magistrati. Perché dunque l’Europa ci spinge a togliere uno strumento di lotta alla criminalità che sta funzionando? E perché ci vuole impedire di tenere in carcere per sempre chi si è macchiato di delitti terribili? In effetti nel Paese degli inganni linguistici, quale siamo ormai diventati, l’ergastolo ostativo è di fatto l’unico vero ergastolo. L’altro, cioè l’ergastolo semplice, non ostativo, l’ergastolo-ergastolo, l’ergastolo tout court, infatti non è più un ergastolo. Non lo è da un pezzo. È un ergastolo edulcorato. A metà. Part time. Da «fine pena mai» a «fine pena dopo un po’». In apparenza dura per sempre ma in realtà no. Con tanti permessi, un po’ di sconti, la buona condotta, sei subito fuori. Il solito miracolo del codice italiano. Più penoso che penale, per la verità. Infatti. l’Italia è quel Paese dove chi strangola la fidanzata e la infila in un sacco nero torna libero dopo appena cinque anni di cella. L’Italia è quel Paese dove chi uccide un vigile travolgendolo appositamente l’auto torna libero dopo appena cinque anni di cella. L’Italia è quel Paese dove un padre che ammazza il figlio a coltellate torna libero dopo appena 11 mesi di cella. L’Italia è quel Paese dove chi uccide una guardia giurata a sprangate per rubargli la pistola, senza mai pentirsi, senza mai chiedere scusa, dopo appena un anno esce di cella per festeggiare il suo compleanno con amici e fidanzata sotto gli occhi esterrefatti della figlia della vittima. L’Italia è un Paese così. Qualche giorno fa, a Cecina, due agenti sono intervenuti per fermare un russo che dava in escandescenze. Quest’ultimo ha reagito. Una poliziotta ha avuto un’ischemia, è gravissima in ospedale. Il russo è stato lasciato libero. Per lui solo l’obbligo di firma. In un Paese così, in un Paese dove l’impunità sembra legge e la severità una parola da libri di storia, ebbene, in un Paese così si sentiva forse il bisogno dell’intervento buonista dell’Europa? Che non è operativo, si capisce. Dovrà essere recepito (e speriamo che non lo sia). Ma in ogni caso è strano: è forse questa la stessa Europa tanto rigorosa sul fronte dei conti, la stessa Europa che non esita a chiedere di massacrare pensionati e lavoratori, la stessa Europa inflessibile sui parametri del debito e così intransigente sugli zero virgola del deficit. Possibile, allora, che sbrachi in questo modo quando si parla di sicurezza e lotta alla criminalità? Possibile che diventi così morbida, malleabile, quando si parla di delinquenti e non di pensionati, fino a consigliarci di lasciar liberi mille ergastolani della peggior specie? Due volti, una morale sola: il prossimo che si gonfia il petto proclamando «lo dice l’Europa», va condannato a stare in ginocchio su ceci per tutta la vita. Ergastolo punitivo. E ostativo, ovviamente. 

Ergastolo ostativo, tutti contro la Consulta: il carcere duro non si tocca. Paolo Delgado il 25 Ottobre 2019 su Il Dubbio. La sentenza sull’ergastolo ostativo spaventa maggioranza e opposizione. Le critiche agli ermellini arrivano anche da don Ciotti: «I primi ad avere una buona condotta in carcere sono I mafiosi. Allora credo che dei paletti bisogna pur metterli». La sentenza della Consulta sull’ergastolo ostativo, che fa seguito alla sentenza di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo emessa due settimane contro la stessa misura ‘ ostativa’, era obbligatoria dovendo la Consulta tenere conto sia dell’articolo della Carta che impone il trattamento egualitario sia di quello che assegna alla pena funzione rieducativa. Le reazioni, a una sentenza non di tribunale ma della massima istituzione, la Corte costituzionale, hanno però assunto toni che a tratti costeggiano l’eversione. Il ministro degli Esteri e leader del primo partito di maggioranza ha escluso i condannati per mafia dal consesso umano: «Quelli non sono persone con diritti umani. Sono animali». Salvini, dall’opposizione, ha rilanciato «Sentenza assurda, diseducativa, disgustosa e devastante». Nel luglio 1992, appena un mese e mezzo dopo la strage di Capaci, con un’opinione pubblica giustamente sconvolta per l’assassinio del giudice Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta, il giovanissimo Pds di Achille Occhetto decise di non votare le leggi eccezionali antimafia incluse nel decreto antimafia Martelli- Scotti. Ugo Pecchioli, che era stato il "ministro degli Interni" del Pci, l’uomo forte del partito nella lotta al terrorismo spiegò la scelta così: "Lo giudichiamo stravolgente di princìpi fondamentali della Costituzione". Non fu una decisione facile. Osava opporsi a un’opinione pubblica che, nello stesso gruppo parlamentare dell’allora "Quercia", era invece favorevolissimo a sacrificare tutto, dai diritti fondamentali ai princìpi costitutivi, in nome della lotta alla mafia. In 27 anni le cose sono cambiate. La sentenza della Consulta sull’ergastolo ostativo, che fa seguito alla sentenza di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo emessa due settimane contro la stessa misura ‘ ostativa’, era obbligatoria dovendo la Consulta tenere conto sia dell’articolo della Carta che impone il trattamento egualitario sia di quello che assegna alla pena funzione rieducativa. Le reazioni, a una sentenza non di tribunale ma della massima istituzione, la Corte costituzionale, hanno però assunto toni che a tratti costeggiano l’eversione. Il ministro degli Esteri e leader del primo partito di maggioranza ha escluso i condannati per mafia dal consesso umano: "Quelli non sono persone con diritti umani. Sono animali e faremo di tutto perché resti il regime ostativo". Salvini, dall’opposizione, ha gareggiato in truculenza: "Sentenza assurda, diseducativa, disgustosa e devastante. Cercheremo di smontarla con ogni mezzo legalmente possibile". Il partito azzurro, quello che sulla carta dovrebbe essere il più garantista, non si tira indietro: "Sono garantista ma così si possono riattivare canali di comunicazione col rischio di vanificare anni di lotta alla mafia". A sinistra le cose non sono molto diverse. Lo stesso segretario del Pd Zingaretti, pur evitando le sparate alla Di Maio- Salvini non esita, per la prima volta nella storia della Carta, a bocciare la sentenza: "Non mi sento in sintonia con una sentenza stravagante". Persino LeU, che almeno nella sua anima proveniente da SeL era sempre stata su questo fronte netta, si defila e si nasconde dietro un muro di silenzio. Un po’ per non carezzare contro pelo la sua stessa base un po’ per non contraddire Piero Grasso, che poche settimane fa, all’inizio di ottobre, aveva criticato la sentenza europea. Pesantissime anche le reazioni di alcuni magistrati. Il consigliere del Csm Nino Di Matteo usa un po’ di diplomazia in più rispetto alle reazioni durissime con le quali aveva accolto la sentenza europea, ma conferma la sostanza: "La sentenza apre un varco potenzialmente pericoloso. Spero che politica sappia prontamente reagire e, sulla scia delle indicazioni della Corte costituzionale, approvi le modifiche normative necessarie ad evitare che le porte del carcere si aprano indiscriminatamente ai mafiosi e ai terroristi condannati all’ergastolo". Le parole, in questo caso, sono pesate col bilancino ma la richiesta è chiara: sta alla politica vanificare la sentenza "pericolosa", della Corte. Detto fatto. I tecnici del ministero della Giustizia sono già al lavoro. Persino don Ciotti si pone inquieti "interrogativi". Umanità va bene però "paletti bisogna pur metterli perché si sa che i primi a comportarsi bene in carcere sono proprio i mafiosi". Non c’è solo la Consulta. La Cassazione è stata negli ultimi giorni presa di mira allo stesso modo per aver smontato la sentenza d’appello che, al contrario della prima sentenza, confermava l’impianto dell’accusa su Mafia capitale. Non si tratta di fare propria la frase insensata secondo cui "le sentenze non si discutono" ( anche se desta qualche stupore vedere questa sentenza "discussa" da chi con la frase insensata di cui sopra si è riempito la bocca per decenni). Ma a fronte di una vicenda nella migliore delle ipotesi discutibile, tanto che la prima sentenza era arrivata alle stesse conclusioni di quelle della Cassazione, la pioggia di articoli dolenti per il "ritorno indietro" e il favore fatto agli imputati condannati ( salvo riconteggi nel nuovo appello) a pene del tutto sproporzionate. L’ex procuratore Caselli, che le sentenze deve rispettarle per professione, ha risolto il rebus con una spiegazione brillante. Insomma: "Può accadere che la Cassazione si esprima più volte contraddicendosi sullo stesso caso? E allora a quale cassazione credere?", Tra le sentenze contraddittorie citate dal magistrato c’è quella del 2015 a proposito della "mafia silente", quella che minaccia anche con "il non detto, il sussurrato, il semplicemente accennato". E non è forse "mafia silente" anche il "carisma criminale" di Carminati? Insomma, il solo farsi vedere di Massimo Carminati è segno di silente intimidazione mafiosa. Simili reazioni a sentenze della Cassazione e addirittura della Corte costituzionale sono segnali pericolosi e non trascurabili. E’ evidente che mentre una parte delle forze politiche è davvero e convintamente pronta a sorvolare sui princìpi costituzionali, molte altre sono invece semplicemente troppo spaventate e intimidite dalle possibili reazioni dell’elettorato per prendere posizione, fosse pure in difesa della Costituzione. Prendere esempio da quel che il Pds osò fare nel 1992 sarebbe utile.

Vittorio Feltri, mafiosi e delinquenti "comuni": "Chi fa distinzione tra i criminali è un idiota". Libero Quotidiano il 25 Ottobre 2019. Molti giornali hanno ferocemente criticato la Corte costituzionale perché ha accolto le obiezioni dell' Europa contro il cosiddetto ergastolo ostativo. In sostanza i giudici della Consulta sostengono che anche i mafiosi e i terroristi, dopo aver scontato un cospicuo numero di anni in galera per reati gravissimi, debbano godere dello stesso regime premiale riservato a detenuti comuni. Il che consiste in pochi privilegi, per esempio giorni di vacanza fuori dalla prigione e riduzioni di pena finalizzate ad abolire la morte civile. Provvedimenti saggi e in sintonia con i princìpi sanciti dalla Carta. Dove è allora il problema? Secondo vari commentatori abituati ad applicare alla giustizia il criterio di un tanto al chilo, i condannati per reati mafiosi devono restare in gattabuia vita natural durante e trattati a calci nel culo come se non fossero esseri umani. Costoro meritano di subire leggi speciali in contrasto col concetto che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Mentre un detenuto per reato di sangue, che magari ha ucciso moglie e figli, merita di uscire di cella alcuni dì, nonostante il succitato ergastolo, chi invece si è macchiato di un crimine di mafia è costretto a marcire dietro le sbarre per sempre. Perfino un idiota capisce che è sbagliato dividere i delinquenti tra gente di serie A e gente di serie B. I carcerati non sono diversi l' uno dall' altro, ed è necessario siano valutati alla stessa stregua. Considerare gli appartenenti alla onorata società esseri inferiori e meritevoli di torture sistematiche è qualcosa di vergognoso che contrasta con lo spirito costituzionale. È vero che una condanna è una punizione, ma è altrettanto vero che essa deve puntare alla riabilitazione del recluso. Pertanto nessuno di quelli che sono dietro le sbarre può essere massacrato bensì posto in condizione di riabilitarsi. Mafioso o criminale comune che sia. Altrimenti la giustizia non è più tale, ma diventa una forma di vendetta sociale che non si concilia con la esigenza di recuperare gli uomini e le donne che hanno sbagliato. di Vittorio Feltri

Idioti forse, giustizialisti mai. Alessandro Sallusti, Sabato 26/10/2019, su Il Giornale. Vittorio Feltri ieri ha scritto che è «da idioti e giustizialisti» opporsi al carcere a vita per i mafiosi e i terroristi che si sono macchiati di gravi crimini perché «nessuno di quelli che sono dietro le sbarre può essere massacrato bensì posto in condizioni di riabilitarsi, mafioso o criminale comune che sia», altrimenti non sarebbe giustizia ma una vendetta in contrasto con i principi della Costituzione. Visto che noi siamo tra i pochi che abbiamo criticato l'abolizione del 4 bis (l'articolo che introduce la possibilità dell'ergastolo a vita) ci sentiamo chiamati in causa in quanto «idioti giustizialisti». Su «l'idiota» possiamo discutere, ma sul «giustizialista» no, non lo siamo. Vittorio Feltri ha ragione: il carcere «fine vita mai» che nega la possibilità di una riabilitazione è una barbarie. Il fatto è che il «4 bis» non dice questo, non preclude il ravvedimento. In quella legge non c'è scritto che chi fa saltare in aria con cento chili di tritolo il giudice Falcone, sua moglie e l'intera scorta deve per forza morire in prigione campasse altri cent'anni. E neppure che se uno scioglie un bambino nell'acido è successo anche questo - debba essere sepolto vivo in una cella. No, quella legge dice un'altra cosa. Dice che se tu fai saltare in aria dieci persone e ti diletti a sciogliere bambini hai gli stessi diritti di un detenuto comune compreso i permessi e la libertà a fine pena a patto che collabori con la giustizia a smantellare l'organizzazione che ti ha portato a compiere simili efferatezze. Per intenderci, se Totò Riina avesse preso le distanze dai suo esercito di mafiosi sarebbe morto nel letto di casa e non in un carcere. Feltri dice bene: anche al mafioso più incallito deve essere data la possibilità di riabilitarsi, cioè prendere coscienza degli errori fatti. Ma gli chiedo: può dirsi «riabilitato» uno che volutamente protegge assassini in libera circolazione, bombaroli a spasso e trafficanti di droga (cioè di morte), uno che chiamato a rispondere di duecento omicidi si presenta in aula non per negare o difendersi ma solo per sfidare la corte con un sorriso beffardo, a dimostrare ai suoi compari fuori che lui è un duro e nulla teme e diventare quindi un modello da imitare? Centinaia di mafiosi assassini si sono pentiti, con i loro racconti fatti il più delle volte per pura convenienza - hanno evitato nuove stragi e altri morti. E hanno così rivisto la luce di una libertà non sempre meritata. Sono stati questi, caro Vittorio, tutti degli idioti come noi?

Ma la pena non è una vendetta. Cari manettari, finchè vale la Costituzione la pena non è vendetta e il fine è rieducare. Valter Vecellio il 26 Ottobre 2019 su Il Dubbio. D’accordo: questo è il Paese dove un noto presentatore se ne esce dicendo che viviamo in un Paese a democrazia ridotta perché sono anni e anni che il presidente del Consiglio non viene eletto dal popolo. Accade anche che un parlamentare, e il gia’ citato conduttore definiscano “imperatore” il console Quinto Fabio Massimo, detto “Il temporeggiatore”. Capita. Scagli pure la prima pietra chi non ha sillabato, in vita sua, una qualche castroneria. Dunque, l’indulgenza, è d’obbligo; e con tutti. Anche se a volte comporta una certa fatica. È il caso della recente sentenza della Corte costituzionale a proposito dell’ergastolo ostativo. A questo punto, senza scomodare i poderosi manuali di un Costantino Mortati, basta leggere la Costituzione, che ha sicuramente un pregio: quella di essere scritta in un italiano cristallino, comprensibile anche a un illetterato. Si vada all’articolo 134: “La Corte costituzionale giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”. Chiaro, limpido: se si sospetta che una legge sia in contrasto con la Costituzione, la Corte Costituzionale, composta da magistrati e giuristi a composizione mista, valuta e stabilisce se il contrasto vi sia o no. Nel caso dell’ergastolo ostativo, ha stabilito che vi sono delle norme che non si conciliano con la Costituzione; e di conseguenza ha emesso una sentenza. Ora nel merito, la cosa può non piacere, ma resta il fatto che, sempre Costituzione alla mano, l’articolo 27 stabilisce: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”. Anche qui, la volontà dei Padri Costituenti è chiara, limpida: la pena non è vendetta, e non solo punizione o salvaguardia della collettività. Deve tendere alla “rieducazione del condannato”. Si chiami Mario Rossi o Totò Riina. E, sempre le pene, devono essere conformi al senso di umanità. Dunque, l’ergastolo, cioè lo stabilire a priori che si è irrecuperabili, è contrario allo spirito e alla lettera della Costituzione; e parimenti contrario qualsivoglia trattamento che non sia conforme al senso di umanità. La cosa può non piacere, e in questo caso la via maestra è semplice: proporre un cambiamento della norma costituzionale. Ma fin quando c’è, la si deve osservare. Questo ha ribadito la Corte Costituzionale, nient’altro. Sentenza che non è per nulla piaciuta a un fresco componente del Consiglio Superiore della Magistratura: un magistrato che con alterne fortune si è impegnato nel fronte antimafia, ha fatto parte della Direzione Nazionale Antimafia e per troppa loquacità ( ma forse qualche altra ragione più profonda e sostanziale) da quell’ufficio è stato rimosso. Ha idee ben radicate, questo magistrato, e le ha esposte in varie pubblicazioni, anche se non sempre i fatti sembrano avergli dato ragione. Ad ogni modo, una certa coerenza gli va riconosciuta, indubbiamente. Proprio per questo, sorprende alquanto una sua presa di posizione rispetto alla sentenza della Corte costituzionale: “Si apre un varco potenzialmente pericoloso, ponendo fine all’automatismo che caratterizza l’ergastolo ostativo”. Forse dovrebbe nutrire maggior fiducia nei confronti dei suoi colleghi che saranno di volta in volta chiamati a decidere e valutare. Ma tant’è. Certo: se non ha fiducia lui nei suoi colleghi… Si aggiunge che si deve “che si concretizzi uno degli obiettivi principali che la mafia stragista intendeva raggiungere con gli attentati degli anni ’ 92-’ 94?. E qui, se si fosse un giudice costituzionale si avrebbe un moto di irritazione e stizza, per adombrare che si realizza, con una sentenza che si richiama alla Costituzione vigente, quello che la mafia stragista perseguiva. Ma il bello, cioè il brutto viene dopo: quando si invoca di fatto un intervento del Parlamento: “la politica sappia prontamente reagire e approvi le modifiche normative necessarie ad evitare che le porte del carcere si aprano indiscriminatamente ai mafiosi e ai terroristi condannati all’ergastolo”. A parte la manifesta infondatezza delle “porte del carcere” aperte indiscriminatamente, in sostanza succede questo: il neo- componente del Csm che per tutta la vita ha tuonato contro l’interferenza della politica, per "l’indipendenza della magistratura", e la difesa della Costituzione, ora si augura che la politica intervenga e "sani" presunti vulnus che la Corte Costituzionale avrebbe inferto richiamandosi ai dettami costituzionali… Questa si, per citare una definizione del segretario del Pd Nicola Zingaretti, è una bella stravaganza. Solo che per Zingaretti la stravaganza è la sentenza. Che dire? Un giudizio perlomeno stravagante…

In prigione 41 anni, muore ma senza vedere la famiglia. Mario Trudu, ergastolano ostativo recluso da 41 anni, è morto all’ospedale di Oristano. Damiano Aliprandi il 26 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Alla fine non ce l’ha fatta, nemmeno per poche ore ha potuto riabbracciare i familiari a casa. Mario Trudu, ergastolano ostativo recluso da 41 anni, è morto all’ospedale di Oristano per complicanze polmonari dopo aver vinto la sua lunga battaglia per curarsi fuori dal carcere di Massama e riabilitarsi fisicamente stando ai domiciliari. Questo è il fine pena mai che vige in Italia e pochissimi altri Paesi. Questo è l’ergastolo ostativo quando non si collabora con la giustizia: si può uscire dal carcere solamente tramite una bara. Mario Trudu muore proprio quando due sentenze, quella della Cedu e poi della Consulta, aprono una breccia nel muro di cinta del fine pena mai. Trudu avrebbe avuto tutte le carte in tavola per poter uscire da uomo libero, riabilitato, pronto per ricominciare a vivere, come prevede la nostra Costituzione scritta da chi ha conosciuto la ferocia dello Stato etico durante il fascismo. Non a caso, sulla nostra carta costituzionale non viene menzionato l’ergastolo così come il carcere. La svolta culturale, la più alta e illuminante, fu proprio quella. Però Mario Trudu non ha potuto, nessun permesso premio, nessuna libertà condizionale e nemmeno, fino a venti giorni fa, la possibilità di curarsi adeguatamente fuori dal carcere. C’è la sua avvocata Monica Murru, la quale da anni si è battuta per lui, che giovedì sera ne ha dato la triste notizia. «Mi hanno appena avvisato che Trudu non ce l’ha fatta – scrive Murru -, è morto stasera nel reparto di terapia intensiva, senza essere potuto tornare a casa neppure una manciata di ore. Ho davanti il suo viso, le sue braccia fatte di muscoli lunghi di uomo di campagna, come se avesse sempre zappato la terra anziché stare 40 anni in carcere, il suo sorriso ironico. E mi sento addosso il peso pesante di un lavoro inutile, di un risultato arrivato troppo tardi». E infine aggiunge: «Una sopraggiunta proprio adesso che la Corte Europea dei diritti umani e la Consulta hanno sancito una svolta verso una giustizia umana, verso una pietà che Mario non ha potuto sperimentare. Stanotte la mia toga è pesante e fredda come una coperta sarda. Una burra di orbace capace di schiacciarti, ma non di scaldarti». Trudu faceva il pastore, ma ha anche fatto parte della famosa Anonima sequestri. Infatti venne condannato per due sequestri di persona. Del primo si dichiarava da sempre innocente, e tramite il suo libro edito da stampalibera “Totu sa beridadi, tutta la verità, storia di un sequestro” – teneva molto a sottolineare che se non fosse stato per quella prima ingiusta condanna ( 30 anni, ha scritto, sono davvero troppi per un reato non commesso) non avrebbe architettato il rapimento poi compiuto fuggendo da Ustica, dove era al confino in attesa della sentenza di Cassazione. Non per giustificarsi, aveva sottolineato, ma per spiegare quali sono stati i meccanismi dell’odio e della rabbia. Era in carcere, come detto, da 41 anni, destinato a morirvi perché, assumendosi in pieno la responsabilità del sequestro dell’ingegner Gazzotti ( morto in uno scontro a fuoco poco prima che venisse rilasciato), non ha mai fatto i nomi dei suoi complici. E lo Stato, nel caso di non collaborazione, è feroce, spietato, senza concedere alcuna possibilità. Trudu in occasione di un’udienza per chiedere di curarsi disse: «Non vi sto chiedendo di farmi uscire, ma di farmi curare». Non è uscito dall’ergastolo ostativo, perché I magistrati ritenevano che la sua collaborazione potrebbe in astratto essere ancora possibile. L’avvocata Murru aveva presentato una miriade di istanze di permesso, anche legate a progetti, ma non era mai riuscita a ottenere nulla. Con la sentenza della Consulta avrebbe avuto finalmente la possibilità. Ma troppo tardi. Ora Trudu non c’è più.

Pasticcio nel calcolo della pena: scarcerato  il boss pluriomicida. Pubblicato venerdì, 25 ottobre 2019 su Corriere.it da Luigi Ferrarella. Accolto il ricorso: libero per la seconda volta l’ergastolano di ‘ndrangheta 58enne Domenico Paviglianiti. In carcere per sempre. No, dentro per 30 anni su 168 teorici. No, dopo 23 anni, fuori per sempre. No, fuori solo per 24 ore, e poi di nuovo dentro fino al 2024. No, di nuovo fuori, e per sempre. Per quanto stordenti come palline volanti su una roulette impazzita, sono regole. E le regole non si possono forzare, neanche per cercare di tenere comunque in carcere un pluriomicida ergastolano di ‘ndrangheta, che in estate era stato liberato da un particolarissimo rimbalzo di norme. Così il 58enne Domenico Paviglianiti una settimana fa, senza che si sia saputo, per la seconda volta in due mesi è stato scarcerato dai magistrati per «fine pena». Ma stavolta definitivamente: proprio lui che in agosto era stato riarrestato, appena 24 ore dopo essere stato liberato grazie alla commutazione in 30 anni del suo ergastolo (peraltro di tipo ostativo a qualunque beneficio), e poi al computo che glieli considerava già giuridicamente scontati pur a fronte di 23 anni trascorsi in cella. L’ergastolo, maturato nel 2002 in base alla norma che lo fa discendere da due condanne superiori ciascuna a 24 anni (e lui, su 8 sentenze, ne aveva quattro a 30 anni per altrettanti omicidi), gli era stato annullato due mesi fa perché l’Italia nel 2002 non aveva rispettato la parola data alla Spagna nel 1999 e 2006 che il superlatitante, là catturato nel 1996, qui non sarebbe stato sottoposto al carcere a vita, all’epoca non contemplato della legislazione iberica. Caduto l’ergastolo, i 168 anni di somma aritmetica di otto sentenze di condanna erano stati assorbiti, a norma di legge, nel tetto massimo ammesso in Italia da scontare in cella, 30 anni. Ma a questo punto, oltre a 3 anni e mezzo «fungibili» ad altro titolo, gli avvocati Mirna Raschi e Marina Silvia Mori avevano fatto valere anche la detrazione di 3 anni per un indulto, e di oltre 5 anni (1.815 giorni) di «liberazione anticipata» (45 giorni per legge ogni 6 mesi espiati): sicché Paviglianiti, dopo 23 anni di cella, a febbraio 2019 risultava aver già raggiunto e anzi superato il tetto massimo dei 30 anni. E il 4 agosto il gip aveva dovuto ordinarne «l’immediata scarcerazione». Ma la libertà era durata 24 ore, perché a razzo la Procura di Bologna gli aveva applicato un conteggio diverso da quello della Procura Generale di Reggio Calabria nel 2002: un nuovo calcolo che collocava il fine pena di Paviglianiti non più all’11 febbraio 2019, ma al 24 gennaio 2027, facendo leva su una condanna del 2005 (17 anni per associazione mafiosa a Reggio Calabria) che però anche a un osservatore esterno pareva già tra quelle considerate nel primo conto. E infatti adesso il gip Domenico Truppa rileva che il ricorso di Paviglianiti è fondato proprio perché «è evidente» che quella sentenza «non è un elemento di novità sopraggiunto», in quanto «non solo era stata valutata» nel primo computo del 2002 ma «è stata valutata» già anche dal gip che due mesi fa commutò l’ergastolo in 30 anni: «Era questo provvedimento che avrebbe», se mai, «dovuto essere impugnato in Cassazione», ma «tale opzione non è stata perseguita dal pm».

La vita incostituzionale dell’ergastolo ostativo col peccato originale di favorire il “pentitificio”. Tiziana Maiolo il 9 ottobre 2019 su Il Dubbio. Come puoi rieducare con il “fine pena mai”? L’ergastolo ostativo è nato l’otto giugno del 1992 con il decreto “Scotti- Martelli”, a cavallo tra l’ultimo governo Andreotti e il governo Amato, negli stessi giorni in cui il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi chiedeva azioni radicali per risanare la finanza pubblica ( con una manovra da 30.000 miliardi di lire nel 1992 e una da 100.000 nel 1993) e la mafia aveva alzato il tiro fino a uccidere il magistrato Giovanni Falcone. L’incostituzionalità del provvedimento fu denunciata in modo quasi unanime, dentro e fuori il Parlamento. Gli avvocati scioperarono. Protestarono i membri della Commissione Pisapia. Perché il decreto era prima di tutto un attacco palese al nuovo processo penale entrato in vigore nel 1989 per il quale la prova si forma nell’aula e non nelle segrete stanze dove la pubblica accusa stipula il patto, spesso indecoroso, con il collaboratore di giustizia. Il decreto, emanato da un governo che non aveva la forza di arrestare Totò Riina e gli altri boss latitanti, fu un atto di impotenza e di vendetta più che di giustizia. La finalità fu esplicitamente quella di creare il “pentitificio” per smantellare le organizzazioni criminali e mafiose colpendole dall’interno. Furono costituiti i ” colloqui investigativi”, incontri riservati tra corpi speciali di polizia e singoli detenuti, che sfuggivano al controllo dello stesso magistrato. E il ricorso alle normali misure alternative al carcere o ai benefici penitenziari previste dalla riforma fin dal 1975, fu vietato per i condannati dei reati più gravi di mafia e terrorismo, tranne che per i “pentiti”. La prima conseguenza fu che diventò, nei fatti, vietato essere o dichiararsi innocenti. La seconda che, essendo la legge retroattiva ( altro motivo di incostituzionalità ), obbligava persone in carcere da anni e che magari usufruivano già per esempio di permessi esterni, a inventarsi qualcosa, magari mettendo a repentaglio la propria o altrui vita, per dimostrare la propria volontà di collaborazione e poter godere di nuovo dei propri diritti. In Parlamento scoppiò un putiferio. I liberali, i radicali, Rifondazione comunista e gran parte del Pds erano contrari. Anche tra i socialisti c’erano molte perplessità. Il decreto, in discussione al Senato per la conversione in legge, veniva criticato soprattutto per la palese violazione dell’articolo 27 terzo comma della Costituzione, che stabilisce le pene non possano “consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e debbano “tendere alla rieducazione del condannato”. Come puoi rieducare con il “fine pena mai”? Le critiche erano così diffuse, anche tra i banchi della maggioranza di pentapartito, che si pensò a un certo punto di archiviare il decreto, di non convertirlo e lasciarlo al suo destino nel cestino della carta straccia. quel punto provvide però la mafia a dettare l’agenda alla politica. Il 19 luglio saltò in aria l’auto del giudice Paolo Borsellino. E il decreto “Scotti- Martelli” riprese vita fino a essere approvato con una corsa frenetica del Parlamento prima della scadenza dei sessanta giorni. Con il voto contrario di due liberali ( Alfredo Biondi e Vittorio Sgarbi) e di Rifondazione comunista e l’astensione del Pds. In quegli anni esisteva ancora il garantismo della sinistra. Dell’incostituzionalità di quella legge non si parlerà più fino al 2003, quando sarà proprio l’Alta Corte a sancirne la costituzionalità con un argomento che non verrà più messo in discussione nella sostanza ( se pure in seguito ammorbidito) fino all’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo del giugno scorso. Il punto centrale è proprio quello che, in senso negativo, era stato denunciato in Parlamento nel 1992, il “pentitificio”. Poiché il detenuto, dice in sostanza la Corte Costituzionale, è libero se collaborare o meno, l’applicazione dei benefici penitenziari è solo nelle sue mani. Non c’è dunque coartazione né trattamento disumano nei suoi confronti. Ma non si è tenuto conto, nella sentenza, dei fatto che esistono anche gli innocenti o coloro che non possono raccontare ciò che non sanno o che non vogliono far correre rischi a persone innocenti come i parenti propri o di altri. Argomenti che evidentemente sono stati considerati rilevanti per la Cedu. 

Flick: «Così la Corte ridà valore alla dignità di ogni uomo». Errico Novi il 9 ottobre 2019 su Il Dubbio. Intervista a Giovanni Maria Flick presidente emerito della Consulta. «Non si subordina la fine della pena alla collaborazione perché spetta solo al giudice valutare il recupero del condannato: quello del collegio di Strasburgo è un ordine a cui ora l’Italia è vincolata». C’è un po’ di Giovanni Maria Flick, del presidente emerito della Consulta che è stato anche guardasigilli, in una sentenza storica come quella sull’ergastolo ostativo. «Insieme con altri studiosi, avevo trasmesso alla Corte europea dei Diritti dell’uomo una valutazione in veste di amicus curiae, come avviene spesso per i casi sottoposti ai giudici di Strasburgo. Ebbene, ci eravamo permessi di sollevare un aspetto forse non sempre considerato, ossia la lesione che l’ergastolo ostativo produce anche rispetto alla competenza del giudice nella valutazione sull’effettivo recupero del condannato. E proprio la restituzione di tale piena potestà valutativa al giudice di sorveglianza è non solo un ritorno ai principi costituzionali, ma anche l’esclusione di qualsiasi rischio di mettere fuori i boss, come sento dire». Flick, naturalmente, non si sente affatto corresponsabile di una tremenda minaccia per la Repubblica: in una giornata storica per la civiltà del diritto, sa di aver cooperato a riaffermare il principio inviolabile della dignità.

Ma l’Italia potrebbe sottrarsi al rispetto di questa sentenza?

«Secondo l’articolo 117 della Costituzione siamo sottoposti agli obblighi derivanti dalla sottoscrizione di trattati internazionali. La Convenzione europea dei Diritti umani è un architrave di tale ordinamento sovranazionale: ne siamo vincolati e siamo dunque vincolati ad applicare le sentenze della Corte di Strasburgo. Nel caso specifico, considerato che il collegio ha dichiarato inammissibile il ricorso italiano, si afferma non un diritto di singole persone, ma un’indicazione vincolante a cui lo Stato deve uniformarsi. L’accesso ai benefici, per chi è condannato all’ergastolo, non potrà essere subordinato alla collaborazione».

E se comunque lo Stato italiano non si uniformasse?

«Ci sarebbe la possibilità di ricorrere al giudice affinché sollevi la questione di costituzionalità delle norme sull’ergastolo ostativo. Peraltro la stessa Corte costituzionale è già investita della valutazione sull’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che preclude l’accesso ai benefici per alcuni reati, e già in quella sede, tra pochi giorni, potrà esprimere una valutazione adeguata. Ma posso muovere un’obiezione alla sua stessa domanda?»

In che senso?

«Nel senso che trovo difficile una contestazione formale dello Stato italiano rispetto a un giudizio con cui la Corte di Strasburgo evoca il problema della dignità».

Al centro della pronuncia sull’ergastolo ostativo c’è la dignità?

«La Corte dice che va contro la dignità della persona offrire un’unica alternativa al carcere a vita individuata nella collaborazione con la magistratura».

Tale previsione, secondo la commissione Diritti umani presieduta da Manconi, configurerebbe persino una tortura di Stato.

«Non so fine a che punto sia una considerazione compatibile con quanto previsto dalla Convenzione di New York contro la tortura. E comunque non credo sia necessario spingersi fino a tal punto. Anche perché la Corte ha richiamato l’Italia al rispetto di un ulteriore cardine del diritto penale, qual è la competenza esclusiva del giudice sulla valutazione del percorso rieducativo del condannato e sul suo possibile reinserimento».

Con l’ergastolo ostativo tale competenza era stata disconosciuta?

«Evidentemente sì: subordinare l’effettivo reinserimento sociale del condannato alla sua eventuale collaborazione significa avocare la valutazione che dovrebbe competere al giudice naturale precostituito, se possiamo così definirlo, che nel caso del detenuto è il giudice di sorveglianza. Si tratta di un’affermazione che risponde anche alla presunta grande incognita che questa sentenza, per alcuni, dischiuderebbe».

A cosa si riferisce?

«Al fatto che riconoscere la competenza del giudice di sorveglianza fa giustizia dei timori di veder liberate fiumane di mafiosi: sarà il magistrato, in ciascun singolo caso, a valutare se è effettivamente compiuto un processo di recupero».

Si restituisce dignità all’uomo. Persino se è stato mafioso.

«Anche in relazione a una conseguenza, sottovalutata direi, dell’ergastolo ostativo. Vede, nel nostro ordinamento, nella nostra tradizione, il processo di cognizione ha come oggetto il fatto. La gravità della lesione al bene giuridico offeso. A essere giudicato non è il mafioso o il corrotto, ma il fatto. L’uomo viene in considerazione solo con l’esecuzione della pena. Con l’ergastolo ostativo si opera un capovolgimento, perché nella fase di esecuzione si continua a giudicare non l’uomo e il suo percorso, ma ancora il fatto. Solo che così un Paese trasfigura i connotati stessi del diritto penale».

Una perdita di civiltà?

«Tanto più perché simmetricamente connessa al cosiddetto diritto penale del nemico. Al mantra del buttare la chiave, in cui il carcere non è estrema ratio, ma soluzione abituale e, inevitabilmente, discarica sociale. In tal modo il processo di cognizione, a sua volta, non giudica più il fatto ma l’uomo, mafioso o corrotto che sia, in quanto nemico a prescindere».

Un sistema da Stato d’eccezione: la Cedu ci sollecita a superarlo?

«In un momento di eccezionalità qual è stato il ’ 93 forse l’ostatività poteva avere una spiegazione: ora non la si può comprendere. Così come mi sono sempre sentito in compagnia del Santo Padre, di Moro, di Napolitano, nel ritenere che l’ergastolo fosse una pena illegittima nella formulazione ma legittima nell’esecuzione finché è possibile avere una prospettiva di uscirne con la liberazione condizionale, quando si ritiene ragionevolmente che il condannato si sia rieducato. Con la scomparsa, provocata dal regime ostativo, di quel recupero di legittimità, io proprio non riuscivo ad accettare quell’illegittima dichiarazione che è il fine pena mai».

Un ergastolano alla Consulta per testimoniare il suo riscatto. Marcello Dell’Anna si è laureato in giurisprudenza con lode, è relatore nel corso di formazione giuridica per avvocati, è al 4 bis e non può avere benefici. Damiano Aliprandi il 19 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Dopo la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, ovvero la sentenza Viola contro l’Italia del 13 giugno scorso, l’ergastolo ostativo torna nuovamente all’esame della Corte costituzionale sulle due questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 4 bis sollevate dalla prima Sezione della Cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia nei casi, rispettivamente, Cannizzaro e Pavone. Se nel caso Viola si discuteva dell’impossibilità di richiedere la liberazione condizionale per mancata collaborazione con la giustizia, la discussione del prossimo 22 ottobre si concentra proprio sul perché il requisito della collaborazione renda di fatto inapplicabile la richiesta del permesso premio. Secondo il giudice della Cassazione che ha sollevato l’illegittimità costituzionale relativo al caso Cannizzaro, l’esclusione dell’applicazione del beneficio penitenziario in mancanza della scelta collaborativa, senza consentire al giudice una valutazione in concreto della situazione del detenuto, sarebbe «in contrasto con la finalità rieducativa della pena, non tenendo conto della diversità strutturale, rispetto alle misure alternative, del permesso premio che è volto ad agevolare il reinserimento sociale del condannato attraverso contatti episodici con l’ambiente esterno». Il Tribunale di sorveglianza di Perugia a firma del magistrato Fabio Gianfilippi solleva l’analoga questione di legittimità costituzionale nei confronti dell’ergastolano Pavone. Il 22 ottobre saranno quindi presenti i rispettivi avvocati dei due ergastolani. L’avvocato Vianello Accorretti per il caso Cannizzaro e gli avvocati Michele Passione e Mirna Raschi per il caso Pavone. La parte però più interessante è che all’udienza parteciperanno anche i cosiddetti amicus curiae, ovvero le parti terze che, nonostante non siano parte in causa, offrono un aiuto alla Consulta per decidere. Per il caso Pavone si affiancherà l’avvocata Emilia Rossi, per l’autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà, e l’avvocato Vittorio Manes per l’Unione Camere penali italiane. Per quanto riguarda il caso Cannizzaro si affiancherà l’avvocato Andrea Saccucci per Nessuno Tocchi Caino e l’avvocato Ladisalao Massari per Marcello Dell’Anna. Ma chi è quest’ultimo? Si tratta di un ergastolano ostativo ed è la prima volta nella storia che un detenuto, per di più ergastolano, interverrà in un giudizio incidentale di legittimità costituzionale. Un amicus curiae che, grazie al suo ravvedimento, è il simbolo di chi – pur non collaborando per svariate ragioni – ha tutte le carte regola per uscire dal carcere visto l’evidente riabilitazione, ma ne rimane imprigionato per la mancata collaborazione con la giustizia. D’Anna ha varcato le soglie del carcere quando aveva poco più di 20 anni. Apparteneva alla Sacra corona unita e ha commesso un duplice omicidio in un contesto mafioso. Ora ha 52 anni e dopo 27 anni di detenzione è ancora dentro nel carcere di Nuoro e rischierà di non uscirne più. Nel corso della sua detenzione ha elaborato una visione critica del passato, ha ripudiato la violenza e ha scelto “l’arma” del Diritto. Infatti si è laureato in giurisprudenza con lode all’Università di Pisa, discutendo la tesi sui diritti fondamentali dei detenuti e sul regime del 41 bis. Ma non solo. Nel 2014, la Scuola forense di Nuoro ha deciso di dargli una mano nel percorso di riscatto e gli ha affidato il ruolo di coordinatore interno e di relatore principe nel corso di formazione giuridica per avvocati. La sua famiglia però vive in Puglia. Il mare complica la possibilità di incontrarla. C’è anche una bella storia d’amore. Lasciò sua moglie quando aveva 21 anni. Ma nel 2016 si sono riabbracciati e si sono risposati proprio il giorno di Natale. Marcello Dell’Anna è un ergastolano ostativo, un sepolto vivo. Ha finito di scontare la pena per il 416 bis, ma gli rimane l’aggravante mafiosa per l’omicidio. Ed è lì che continua ad esserci il 4 bis, quella parte in cui gli vieta le misure alternative non avendo scelto di collaborare. La questione l’ha sollevata anche lui ricorrendo alla Cassazione. Quest’ultima l’ha accolta, ma attenderà di decidere dopo la sentenza della Consulta del 22 ottobre. Sì, perché i casi Cannizzaro e Pavone sono sovrapponibile al suo. Ma in realtà è sovrapponibile a tutti quei “sepolti vivi” che, nonostante il ravvedimento e la mancanza di pericolosità sociale, sono costretti a rimanere il resto dei loro giorni dentro quelle quattro mura. Forse il 22 ottobre, la Corte costituzionale potrebbe decidere di ridare il potere ai magistrati di sorveglianza di poter valutare se concedere o meno quei benefici negati a prescindere. Forse sarà decisivo anche l’aiuto dell’ergastolano Marcello D’Anna.

Ergastolo ostativo, l'Europa dice no. La storia di chi è cambiato. Le Iene il 18 ottobre 2019. Per i giudici della Corte dei diritti dell’uomo il regime carcerario duro per i condannati all’ergastolo non è accettabile. In tanti hanno attaccato la sentenza: Antonino Monteleone ha incontrato Carmelo Musumeci, il primo ad esser stato sottoposto a quel regime carcerario: “Meglio la pena di morte, è più umana”. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha deciso che l’ergastolo ostativo, cioè il regime carcerario durissimo destinato a terroristi e mafiosi, è contro i diritti umani. La politica italiana ha, quasi all’unanimità, condannato la scelta dei giudici di Strasburgo. Ma è possibile per un criminale incallito redimersi? Antonino Monteleone ha incontrato Carmelo Musumeci, criminale siciliano classe 1955, il primo a cui è stato applicato l’ergastolo ostativo: condannato per vari reati tra cui omicidio, la fine della sua pena è prevista il 31 dicembre 9999. Cioè tra 7.980 anni. “Criminali si diventa, non si nasce”, racconta Carmelo. “Mia nonna mi aveva insegnato a rubare, passavo un uomo in divisa e mi diceva "attento, quello è l’uomo nero". Nasco come rapinatore, perché era la cosa più semplice”. Nel 1972 varca per la prima volta la porta del riformatorio per una rapina a mano armata. Entrato in carcere non ancora maggiorenne, qualche anno dopo si ritrova ad avere a che fare con la legge della strada: “Il carcere è una fabbrica di criminalità”, ci dice. Comincia così a rapinare le banche e a fare la bella vita, e a guadagnare molti soldi. Mette su una banda di soldati agguerriti, e in qualche anno diventa il boss della Versilia pronto a scalzare il clan rivale: “È stata una vera e propria guerra che è durata un anno: non si sapeva se si sarebbe tornati vivi. Non ho ordinato degli omicidi, ma ne ho compiuti”. Cosa si prova a uccidere una persona? “Ho sudato freddo, avevo paura perché anche lui era armato”. Carmelo subisce un attentato, gli sparano ma sopravvive. Lui decide di uscire dal giro, ma i suoi amici non vogliono e gli fanno un agguato: sopravvive anche a questo e subito dopo viene arrestato e portato nel super carcere dell’Asinara. “Ho conosciuto i peggiori regimi, ho vissuto il carcere in modo cattivo”, ci dice. La Iena allora gli chiede cosa bisognerebbe fare con una persona che spaccia, ruba e uccide: “Bisogna fermare chi lo fa arrestandolo, ma poi va aiutato a migliorare non a peggiorare”, risponde. Condannato all’ergastolo, mentre è in isolamento decide di studiare e diventa scrittore. Oggi ha una voce su Wikipedia, dove viene descritto come “scrittore e criminale”. Prima scrittore, poi criminale. “Sono entrato in carcere con la quinta elementare, ora ho tre lauree”, racconta con orgoglio. Da quando si è istruito, ha fatto parlare molto di se e in tanti gli hanno offerto sostegno. Dopo 27 anni ha la libertà condizionale, e vive in un convento dove fa volontariato. “Gli studi e le relazioni mi hanno fatto bene”. Però non è fuori dal mondo andare troppo duri con i mafiosi: “Dare l’ergastolo ostativo a 19 anni come può permetterti di cambiare? È meglio la pena di morte dell’ergastolo ostativo, è più umana”. In tanti hanno gridato allo scandalo, sostenendo anche che Falcone e Borsellino siano stati uccisi di nuovo. “Il senso di umanità che avevano, io l’ho visto in pochissimi magistrati”, dice Gioacchino Genchi, il superpoliziotto informatico che ha lavorato con i due giudici. “Ho visto soffrire Borsellino quando si stavano dando degli ergastoli. Falcone si è battuto perché fosse creato un sistema premiale per chi collabora”. “È strano un paese che deve definire ‘ostativo’ un ergastolo. Ergastolo è fine pena mai, almeno per i mafiosi e i terroristi non si concede al giudice di dare permessi e scappatoie che rendono l’ergastolo finto”, dice Marco Travaglio, il direttore de Il Fatto Quotidiano. “I giudici europei non sanno tutte le conseguenze della cultura mafiosa”, continua Travaglio. Il giornalista fa l’esempio di Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio: lui è all’ergastolo ostativo e non può avere permessi poiché non collabora. Se si lascia al giudice la possibilità di decidere, ci sarebbero tentativi continui di intimidire o corrompere il giudice. Per Travaglio la sentenza della Corte europea è “demenziale”.

Fine umanità mai. Carlo Fusi il 12 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Quando, con sentore di strumentalità, si tirano in ballo persone o fatti del passato per giustificare misure dell’oggi, spesso è perché le motivazioni dell’oggi sono scarse o poco convincenti. E’ la sensazione non l’unica: solo la più benevola – che si ricava dalla lettura delle valutazioni usate da Marco Travaglio per contestare la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha invitato l’Italia a ripudiare l’ergastolo ostativo – quello senza alcuna possibilità di benefici – in quanto, appunto, inumano. Travaglio ricorre alla memoria di Falcone e Borsellino per sostenere che loro quella misura, «l’hanno inventata» e dunque chi la critica fa il gioco dei malavitosi, dei mafiosi, dei corrotti. Anzi, dovrebbe avere il coraggio di deturpare il loro ricordo affermando che i due magistrati erano, oltre che inumani, «violatori» della Costituzione. A parte – e questo giornale lo ha scritto più volte – che la verità storica è un’altra e cioè che Falcone, consapevole che l’ergastolo senza condizionale ( citiamo il nostro Damiano Aliprandi) era incostituzionale, non ha escluso i benefici bensì solo allungato i tempi per ottenerli, il nodo vero non è storico- memorialistico bensì culturale. Quanto il sofisma sia fuorviante è confermato dalla sua stessa essenza: praticamente – e Travaglio infatti lo fa – seguendo quel percorso logico si arriva a sostenere che i giudici europei con i loro verdetti intendono non salvaguardare principi basilari della civiltà e del rispetto della dignità umana bensì surrettiziamente «dare una mano» a mafiosi, malavitosi, corrotti. Di più. Usando lo schema precedente, perfino Papa Francesco quando sostiene che l’ergastolo ostativo è «una morte nascosta» si pone sullo stesso piano dei giudici di Strasburgo. Per Travaglio la Cedu è «demenziale». Verrebbe da usare stesso aggettivo per le sue argomentazioni. Visto che la Costituzione viene tirata in ballo forse è il caso di ricordarla. Laddove agli articoli 13 e 27 prescrive che «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà», e che «le pene… devono tendere alla rieducazione del condannato». Vale per chiunque: perfino per mafiosi, malavitosi e corrotti. Nessuno vuole rimetterli in libertà gratuitamente: sarà il giudice a stabilire il se e il come. Ma negargli la speranza, solo quella, di lasciare un giorno, per alcune ore, il carcere è roba da aguzzini. Dei mille e passa in quelle condizioni, il ravvedimento anche di uno solo rappresenta una vittoria per tutti. Anche per Travaglio.

Brusca richiede i domiciliari: «I pm sono d’accordo con me». Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 da Corriere.it. Secondo la Procura nazionale antimafia, dopo ventitré anni di carcere Giovanni Brusca può finire di scontare la pena agli arresti domiciliari. E sulla base di questo parere per la prima volta favorevole il killer di Capaci, l’uomo che ordinò di sequestrare e poi uccidere e sciogliere nell’acido il figlio del pentito Santo Di Matteo, divenuto a sua volta collaboratore di giustizia dopo la cattura nel 1996, prova a ribaltare l’ennesimo rifiuto del tribunale di sorveglianza. S’è rivolto alla Corte di cassazione, e la prima sezione penale si riunirà oggi per decidere sul ricorso presentato dall’avvocato Antonella Cassandro, che con il collega Manfredo Fiormonti assiste l’ex boss mafioso. Il legale contesta che nell’ultimo rifiuto del marzo scorso, il nono dal 2002, il tribunale di sorveglianza di Roma non ha tenuto nella giusta considerazione le valutazioni del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che dopo i precedenti no ha detto sì all’ipotesi che il pentito sia detenuto a casa. Assenso motivato dal fatto che «il contributo offerto da Brusca Giovanni nel corso degli anni è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità soggettiva del collaboratore, sia sotto il profilo della attendibilità oggettiva delle singole dichiarazioni». E poi perché «sono stati acquisiti elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca»: le sentenze che hanno riconosciuto «la centralità e rilevanza del contributo dichiarativo del collaboratore», e «le relazioni e i pareri sul comportamento di Brusca in ambito carcerario e nel corso della fruizione dei precedenti permessi». Il mafioso che a Capaci azionò la leva per far esplodere la bomba che uccise Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, ha già usufruito di oltre ottanta permessi premio. Ogni volta esce di prigione per vari giorni e resta libero 11 ore al giorno (la sera deve rientrare a casa), solitamente trascorse con il figlio oggi ventottenne. Dando prova della «affidabilità esterna» certificata dagli operatori del carcere romano di Rebibbia, che aggiungono: «L’interessato non si è mai sottratto ai colloqui e partecipa al dialogo con la psicologa, mostrando la volontà di dimostrare il suo cambiamento». Ma il tribunale di sorveglianza ha continuato a negare la detenzione domiciliare. Ritenendo che per un mafioso del suo calibro, dalla «storia criminale unica e senza precedenti», responsabile di «più di cento delitti commessi con le modalità più cruente», che in virtù della collaborazione è stato condannato a 30 anni di prigione anziché all’ergastolo (che sarebbe stato ostativo a benefici o misure alternative), il «ravvedimento» dev’essere qualcosa che va oltre «l’aspetto esteriore della condotta». Non basta comportarsi bene, insomma; ci vuole «un mutamento profondo e sensibile della personalità del soggetto»; una sorta di «pentimento civile» che vada oltre le dichiarazioni rilasciate davanti ai magistrati. Anche attraverso un «riscatto morale nei riguardi dei familiari delle vittime» che non sarebbe mai avvenuto. In passato Brusca ha incontrato Rita Borsellino, la sorella di Paolo morta nel 2018, su iniziativa della donna: circostanza che «non dimostra che vi sia stata una richiesta di perdono alla signora né ai discendenti di Paolo Borsellino o ai familiari delle altre vittime dei delitti commessi, e neppure al dottor Pietro Grasso», l’ex magistrato che il pentito voleva far saltare in aria nell’estate del ‘92. La difesa di Brusca ribatte che l’ex boss mafioso ha più volte chiesto pubblicamente perdono alle vittime, e di poter effettuare attività di volontariato durante i permessi in segno di concreto ravvedimento, ma «non gli è stato concesso per motivi di sicurezza». Di qui il ricorso in Cassazione, contestando la pretesa di «un ravvedimento ad personam modellato sulla figura del Brusca». Che in ogni caso, a 62 anni di età, è ormai arrivato in vista del traguardo del fine pena: calcolando i tre mesi sottratti per ogni anno di detenzione scontato, la scadenza dei trent’anni dovrebbe arrivare a novembre 2021.

Grasso: «Brusca non  è come Riina, il ravvedimento c’è stato». Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 su Corriere.it da Virginia Piccolillo e G. Bianconi. Il no alla richiesta dei legali del pentito: resterà all’interno di Rebibbia Grasso: «Lui non è come Riina. Il ravvedimento c’è stato» di G. Bianconi. «Sì, è vero, anch’io posso ritenermi una vittima di Giovanni Brusca, perché ha progettato un attentato contro di me e voleva rapire mio figlio; ma pure perché tra le centinaia di persone che ha ucciso o di cui ha ordinato la morte c’erano alcuni miei amici. Ma è pure vero che queste cose le sappiamo grazie a lui, alla sua collaborazione e confessione. Le ha dette anche a me, durante decine di interrogatori». Pietro Grasso è stato il giudice a latere del maxi-processo alla mafia, poi procuratore di Palermo e procuratore nazionale antimafia, prima di entrare in politica con il Partito democratico, diventare presidente del Senato e fondare Liberi e uguali. Conosce bene il pentito che chiede di finire di scontare la sua pena in detenzione domiciliare.

Lei è favorevole è contrario a questa concessione?

«La decisione è nelle mani giuste: quelle dei giudici, e non credo che la mia opinione debba in qualche modo condizionare la decisione che dovranno prendere. I giudici devono emettere un provvedimento sul piano tecnico, senza essere influenzati dai sentimenti delle vittime».

Il tribunale di sorveglianza ha già detto no, motivando il rigetto anche con il fatto che Brusca non ha chiesto perdono nemmeno a lei.

«Dopodiché Brusca ha fatto ricorso e ora tocca alla Cassazione: la via giudiziaria è quella corretta. Quando ho avuto a che fare con lui avevo l’obiettivo di cercare la verità. Non mi sono preoccupato di ottenerne le scuse o richieste di perdono, la legge per “ravvedimento” intende altro. Lui ha deciso di collaborare con la giustizia, rompendo ogni legame con Cosa nostra, rendendo dichiarazioni che hanno trovato riscontri e conferme. Il “pentimento sociale” richiesto dai giudici di sorveglianza secondo me è rappresentato anche dalla collaborazione che non s’è interrotta in oltre vent’anni, perché ha aiutato a scoprire la verità su ciò che era avvenuto e impedito ulteriori crimini».

Però Maria Falcone e Tina Montinaro, sorella del magistrato e vedova del caposcorta che saltò in aria con lui a Capaci, sono contrarie a un ulteriore beneficio.

«Condivido il loro dolore e la loro rabbia, ma so anche che i giudici per fare il loro dovere sono tenuti ad applicare le norme prescindendo dai sentimenti delle vittime, per dimostrare che l’ordinamento statale opera secondo giustizia e mai secondo vendetta. Per me è stato giusto che Riina e Provenzano siano rimasti in carcere fino alla loro morte, ma uno come Brusca non si può valutare alla stessa maniera. Ha scontato oltre 23 anni in carcere, e tra due anni la pena sarà esaurita, gode già di permessi che per certi versi gli concedono più spazi di libertà rispetto alla detenzione domiciliare: è la dimostrazione che collaborare paga. I magistrati hanno tutti gli elementi per decidere, e rispetterò qualsiasi decisione».

Anche lei è preoccupato per il rischio che l’ergastolo ostativo, che impedisce la concessioni dei benefici a mafiosi e terroristi non pentiti, venga bocciato senza appello dalla Corte europea dei diritti umani?

«Sì, perché non sono sicuro che a livello europeo, attraverso la sola lettura delle carte, si riesca a percepire fino in fondo la pericolosità e l’incidenza della criminalità organizzata in Italia».

Poi toccherà alla Consulta a decidere, la Costituzione prevede il reinserimento sociale di tutti i detenuti.

«Lo so bene, ma un mafioso non può reinserisi se non rompe le regole dell’organizzazione criminale, e questo si dimostra solo collaborando con lo Stato. Inoltre la norma concede la possibilità di accedere ai benefici anche a chi dimostra di non avere più legami con l’ambiente criminale pur non potendo fornire nuovi elementi ai magistrati».

Ma l’abolizione del divieto non significherebbe scarcerazione automatica, sarebbero sempre i giudici a valutare caso per caso.

«È vero, tuttavia non sempre i tribunali di sorveglianza hanno la possibilità di conoscere a fondo le storie criminali dei singoli soggetti. In ogni caso la strada per uscire dall’ergastolo ostativo c’è già, e ovviamente dipende dallo spessore criminale dei singoli detenuti. Ma vorrei ricordare anche un altro particolare».

Quale?

«L’abolizione dell’ergastolo era uno dei punti del papello di richieste che Riina pretendeva dallo Stato per fermare le stragi. Ce l’ha raccontato proprio Giovanni Brusca». 

Dago News l'11 ottobre 2019. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, il senatore Grasso ex magistrato sostiene a spada tratta l’ergastolo ostativo e nello stesso tempo la scarcerazione di Brusca “perché pentito”. Un pentito sul quale tra l’altro bisognerebbe discutere a livello di attendibilità perché accusò Mannino di essere mafioso. Mannino è stato assolto. La procura di Palermo avrebbe il dovere di procedere contro Brusca per calunnia. Non lo fa perché non vuole in pratica indagare su se stessa. E allora la procura di Caltanissetta dovrebbe indagare su Palermo per abuso di ufficio sotto forma di omissione. Cane non mangia cane e siamo sempre lì. È la giustizia bellezza... Amen. Frank Cimini

La decisione della Cassazione su Brusca, scarcerare l’uomo, non il pentito. Errico Novi l'8 ottobre 2019 su Il Dubbio. La pronuncia sul boss che innescò la strage di Capaci. I difensori del mafioso che ordinò di sciogliere Giuseppe Di Matteo nell’acido avevano dalla loro parte il parere favorevole della Dna. Ma ha pesato la valutazione sulla profondità del ravvedimento. È forse il mafioso colpevole delle più atroci mostruosità. Compiute contro lo Stato come contro altri mafiosi e loro familiari. Con la stessa feroce noncuranza, l’oggi 62enne Giovanni Brusca ha materialmente spinto il bottone che provocò l’esplosione di Capaci, dunque la morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, così come ha ordinato di uccidere, per strangolamento, un ragazzino di 14 anni, Giuseppe Di Matteo, colpevole di avere un padre pentito, Santino, e sciolto in un bidone di acido dopo l’esecuzione. Brusca è dunque un simbolo. Più di Totò Riina. Simbolo di una indole criminale estrema. Ecco perché se oggi la prima sezione della Suprema Corte di Cassazione, dopo l’udienza di ieri, decidesse di concedergli i domiciliari, cambierebbe in modo definitivo, irreversibile, l’orientamento della giustizia italiana rispetto alla funzione rieducativa della pena. Se anche nel più crudele dei malavitosi, con un curriculum di omicidi che lui stesso fatica a collocare tra quota 100 e quota 200, si possono scorgere i segni del ravvedimento e del compiuto recupero sociale, sarà assai più difficile mostrare in futuro l’intransigenza cieca e irriducibile esibita finora con mafiosi e con criminali di altra natura. Antonella Cassandro e Manfredo Fiormonti, difensori di Brusca, hanno chiesto alla Suprema corte di riformare l’ordinanza con cui nel marzo scorso il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha rigettato l’istanza di commutazione della pena da detentiva a domiciliare. Non è il primo ricorso, né si è trattato del primo rigetto: anche qui i numeri sono da record, visto che siamo a quota 9. Stavolta però è diverso. Perché a marzo per la prima volta dal 2002, la Procura nazionale antimafia, chiamata a esprimere il proprio parere sulla compatibilità del beneficio penitenziario con il percorso del detenuto, ha espresso valutazione favorevole. Secondo l’ufficio diretto da Federico Cafiero de Raho, infatti, Brusca può dirsi «ravveduto». E appunto, gli avvocati Cassandro e Fiormonti sono certi che il giudice di sorveglianza, nel respingere l’istanza di 7 mesi fa, non abbia tenuto nella giusta considerazione il giudizio della Dna. La Procura antimafia ha dichiarato che «il contributo offerto da Brusca nel corso degli anni è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità soggettiva del collaboratore, sia sotto il profilo della attendibilità oggettiva delle singole dichiarazioni». In realtà non sempre le verità offerte dal superboss sono state suffragate dai riscontri processuali. Non nel processo a Calogero Mannino, per esempio. Negli anni lo stesso Brusca ha ammesso che alcune sue ricostruzioni sono state poco altro che una riproposizione di fatti ascoltati, da detenuto, in televisione. Ma visto che in altri casi le sue parole hanno trovato corrispondenza nelle verità processuali delle sentenze, la Dna ritiene sussista anche un’implicita prova del suo ravvedimento umano: «Sono stati acquisiti elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca», desumibili appunto sia dalle sentenze che hanno riconosciuto «la centralità e rilevanza del contributo dichiarativo del collaboratore», sia da «relazioni e pareri sul comportamento di Brusca in ambito carcerario e nel corso della fruizione dei precedenti permessi». Giovanni Brusca non è un ergastolano. I suoi delitti, che appunto si contano oltre il centinaio solo per stare agli omicidi, non hanno dato luogo a un fine pena mai proprio in virtù della «collaborazione». È stato condannato a 30 anni. Ne ha già trascorsi 23 in carcere ( ora è a Rebibbia, è recluso dal 1996). Nel novembre 2021, tra poco più di 2 anni, sarebbe comunque a fine pena, dunque libero. Un aspetto non irrilevante. Eppure non è la materia in base alla quale la Cassazione scioglierà il rebus. Innanzitutto valuterà se il giudice di sorveglianza è stato coerente nel ritenere insufficienti le risultanze trattamentali — costruite sì sulla base anche dell’attendibilità della collaborazione, ma prima ancora sulla sua condotta di detenuto —. Se cioè il diniego del Tribunale sia stato costruito in modo solido, se il giudice è stato lineare nel rigettare l’istanza in virtù del principio secondo cui «per un mafioso del suo calibro, dalla storia criminale unica e senza precedenti, il ravvedimento dev’essere qualcosa che va oltre l’aspetto esteriore della condotta» e visto che tale ravvedimento non può, a parere del giudice, essersi verificato così in profondità. Ma proprio la necessità di considerare l’avvenuto recupero umano di Brusca, e non solo la sua funzionalità di pentito, dimostrerà come già prima che si pronunciasse la Corte europea dei Diritti dell’uomo, la valutazione sulla crescita del detenuto non poteva dipendere solo dalle sue dichiarazioni. E indirettamente emergerà, dunque, quanto fosse sbagliato subordinare la legittimità dell’ergastolo ostativo alla collaborazione. Persino nel caso del ferocissimo Brusca, l’eventuale ritrovata umanità deve per forza precedere l’aiuto offerto ai pubblici ministeri. Inevitabilmente la Cassazione non potrà tenere conto del no ribadito ieri, sui domiciliari a Brusca, da Maria Falcone, sorella di Giovanni e presidente della Fondazione a lui intitolata; e neppure del «dolore a vita» con cui ha motivato il suo dissenso Tina Montinaro, vedova dell’agente Antonio, morto anche lui a Capaci. Ma le loro legittime opinioni ribadiscono che non può esserci scambio tra Stato e pentiti, e che se al collaboratore Brusca può essere concessa la scarcerazione deve essere perché si è convinti che la sua ferocia si è placata davvero. 

No ai domiciliari per Giovanni Brusca, la Cassazione respinge il ricorso. Il Dubbio l8 ottobre 2019. Il verdetto nella tarda serata di ieri respinge il ricorso presentato dai legali dell’ex boss mafioso. Per la Corte non ci sono le condizioni per i domiciliari. Maria Falcone e Piero Grasso su barricate opposte. La Cassazione ha deciso niente arresti domiciliari per Giovanni Brusca. Il killer della strage di Capaci dunque resta in carcere. Stamani la prima sezione penale ha infatti respinto il ricorso presentato dai legali del mafioso divenuto poi collaboratore degli inquirenti. Sulla vicenda si era registrata una diversità di vedute tra la Procura Nazionale Antimafia secondo cui il boss si era ravveduto e lo stesso Procuratore generale della Cassazione fortemente contrario ad un’uscita dal carcere. Brusca ha già scontato 23 anni, oltre all’uccisione di Falcone di lui si ricorda anche il terribile episodio nel quale ordinò di sequestrare e poi uccidere il figlio del pentito Santo Di Matteo. Il commento di Maria Falcone, sorella del magistrato vittima della mafia, è stato duro: «Se si accetta che per un fine superiore vengano concessi benefici ai criminali che collaborano con lo Stato, resta però inaccettabile la concessione di sconti ulteriori a chi si è macchiato di delitti tanto efferati». Di parere opposto l’ex procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso: «Anch’io posso ritenermi una vittima di Giovanni Brusca, perché ha progettato un attentato contro di me e voleva rapire mio figlio; ma pure perché tra le centinaia di persone che ha ucciso o di cui ha ordinato la morte c’erano alcuni miei amici. E’ pure vero che queste cose le sappiamo grazie a lui, alla sua collaborazione e confessione. Lui ha deciso di collaborare con la giustizia, rompendo ogni legame con Cosa nostra, rendendo dichiarazioni che hanno trovato riscontri e conferme». 

Mafia, per la Cassazione il ravvedimento di Brusca non è compiuto. Per la Suprema corte la "caratura criminale" e la "gravità dei reati commessi" dal collaboratore di giustizia non permettono la concessione degli arresti domiciliari. E il "compiuto ravvedimento" e il "pentimento civile" vanno approfonditi e verificati nel tempo. La Repubblica il 19 dicembre 2019. Giovanni Brusca, il killer della strage di Capaci e dell'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo non può andare ai domiciliari: la sua "caratura criminale" e la "gravità dei reati commessi" non permettono la concessione di questo beneficio, per il quale è necessario che ci sia un "compiuto ravvedimento" e il "pentimento civile", elementi che vanno approfonditi e verificati nel tempo. Lo spiega la Prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 7 ottobre, ha respinto la richiesta di domiciliari al collaboratore di giustizia ed ex boss di Cosa nostra, che sconta a Rebibbia 30 anni di carcere, con fine pena nel 2022. Brusca chiedeva di poter accedere agli arresti domiciliari, istanza già respinta dal tribunale di sorveglianza di Roma. Ma proprio la "caratura criminale che ha dimostrato nella sua vita di possedere" portano a considerare "non ancora acquisita la prova certa e definitiva del suo ravvedimento, ma solo di un ravvedimento non compiuto, anche considerata l'incertezza del completamento del suo percorso di pentimento". Con la sentenza depositata oggi, i giudici di piazza Cavour condividono le conclusioni del Tribunale di sorveglianza della capitale, rilevando "l'insussistenza della prova di un effettivo compiuto ravvedimento", e che "lo sforzo di Brusca nel manifestare il suo pentimento civile e il suo intento di riconciliazione nei confronti delle famiglie delle vittime e della società tutta vadano approfonditi e verificati nel corso del tempo". Inoltre, si legge ancora nella sentenza, "a fronte delle indubbie manifestazioni di resipiscenza" di Giovanni Brusca, le "iniziative riparatorie" da lui intraprese non sono "ancora espressione di un suo compiuto ravvedimento", ma che tale percorso "sia attualmente soltanto positivamente avviato". Dunque, il "positivo percorso trattamentale portato avanti da Brusca", continua la Suprema Corte, il "suo 'buon' livello di revisione critica del passato e il comportamento collaborativo da lui tenuto" non sono indici "sufficienti" in relazione al suo "indiscusso spessore criminale". Nella sentenza della Cassazione infatti si ricorda che la "storia criminale di Brusca è senza dubbio unica e senza precedenti", con "più di cento omicidi commessi, con le modalità più cruente, in alcuni casi senza selezionare le vittime, ma colpendo indifferentemente bambini solo per realizzare vendette trasversali, capi mafia, servitori dello Stato, privati cittadini caduti nell'ambito dell'attività stragista", e come, "tra tanti 'uomini d'onore', nessuno avesse realizzato un pari percorso sanguinario, manifestando inusitata violenza e assoluto spregio per il valore della vita umana".

Brusca resta in carcere:  la Cassazione ha respinto  la richiesta dei domiciliari. Pubblicato lunedì, 07 ottobre 2019 su Corriere.it da Virginia Piccolillo. Il no alla richiesta dei legali del pentito: resterà all’interno di Rebibbia Grasso: «Lui non è come Riina. Il ravvedimento c’è stato» di G. Bianconi. Giovanni Brusca non andrà agli arresti domiciliari. Lo ha deciso la prima sezione della Corte di Cassazione che ha respinto la richiesta dei difensori del boss degli arresti domiciliari. I giudici hanno accolto la tesi della procura generale: «Non è ancora acquisita la prova certa e definitiva del suo ravvedimento». Così l’uomo che azionò la bomba per Giovanni Falcone e che per ritorsione contro il pentimento di Santino Di Matteo fece rapire, strangolare e sciogliere nell’acido il figlio Giuseppe per il Pg resterà in cella. Anche se è diventato un collaboratore di giustizia. E anche se a favore dei domiciliari si era pronunciato il procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho facendo levare alta la protesta dei familiari delle vittime contro la tesi, sostenuta dagli operatori penitenziari, che il boss abbia dato prova di ravvedimento e di «affidabilità esterna». Tesi quest’ultima suffragata dal fatto che Brusca ha già ottenuto 80 permessi premio ed è sempre tornato in cella. «Mio padre non sarebbe d’accordo con questo regalo. Ha ucciso più di 140 persone», aveva ricordato Giovanni Montinaro, figlio del caposcorta di Falcone alla notizia della richiesta dei domiciliari. E sul superprocuratore aveva attaccato: «Dà l’ok ai domiciliari per Brusca? È indegno della sua carica». Sua madre, Tina, aveva confessato: «Mi sento presa in giro. Non conta il nostro dolore?». La sorella di Falcone, Maria, aveva avvertito: «Brusca è ambiguo e spietato, merita solo il carcere». «Non ci ha mai chiesto scusa», aveva denunciato Nicola Di Matteo, fratello del bimbo ammazzato...«Uccidete il canuzzo», aveva ordinato Brusca, detto «scannacristiani», quell’11 gennaio del ‘96, dopo aver saputo della sua condanna. Il piccolo venne messo faccia al muro. Il mafioso Chiodo gli mise una corda al collo e tirò e poi raccontò:«Non ha capito niente. Dopo averlo spogliato ho preso il bambino per i piedi, Monticciolo e Brusca per le braccia e l’abbiamo messo nell’acido. Poi siamo andati tutti a dormire». Cafiero De Raho si difende: la sua non era solo una valutazione discrezionale, ma in linea con il Codice e la Costituzione: «A seguito del contributo che ha dato e il ravvedimento evidenziato — spiega —, le condanne si sono mantenute sotto il tetto dei 30 anni, e con le riduzioni che ogni anno ci sono finirà di scontare la pena nel novembre 2021».  

Mafia, Giovanni Brusca resta in carcere. La Cassazione boccia la richiesta dei domiciliari. La Procura Nazionale Antimafia aveva invece dato parere favorevole: "Si è ravveduto". La reazione di Maria Falcone: "Inaccettabile la concessione di sconti ulteriori a chi si è macchiato di delitti tanto efferati. Grasso: "Ha rotto i legami con Cosa nostra e aiutato a  scoprire la verità". La Repubblica l'08 ottobre 2019. Giovanni Brusca, il killer della strage di Capaci resta in carcere. La prima sezione penale della Cassazione, al termine della camera di consiglio di oggi, ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa del boss di Cosa Nostra, che chiedeva la detenzione domiciliare. La Procura Nazionale Antimafia aveva detto  sì: “E’ ravveduto”, mentre la Procura generale della Cassazione aveva ribattuto che no, doveva restare in cella. Il verdetto è arrivato a tarda sera. Brusca, che ordinò anche di sequestrare e poi uccidere e sciogliere nell'acido il figlio del pentito Santo Di Matteo, ha già scontato ventitré anni di carcere. Come si diceva, per la Procura Nazionale Antimafia Brusca, si è ravveduto. Forte di questo risultato Brusca ieri  rincarava: “I pm sono d’accordo con me”.  Dopo ventitré anni di carcere sperava di finire di scontare la pena agli arresti domiciliari. La prima sezione penale della Corte di cassazione, si è riunita à per decidere sul ricorso degli avvocati del boss, Antonella Cassandro e Manfredo Fiormonti. Il legale contesta che nell’ultimo rifiuto del marzo scorso, il nono dal 2002, il tribunale di sorveglianza di Roma non ha tenuto nella giusta considerazione le valutazioni del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che dopo i precedenti no ha detto sì all’ipotesi che il pentito sia detenuto a casa. Brusca è in carcere a Rebibbia. Duro il commento di Maria Falcone, sorella del giudice ucciso con la moglie e la scorta nell'attentato di Capaci: "Resta un personaggio ambiguo, non merita altri benefici. Ricordo ancora che  proprio grazie alla collaborazione con la giustizia ha potuto beneficiare di premialità importanti: oltre a evitare l'ergastolo per le decine di omicidi che ha commesso - tra questi cito solo quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell'acido a 15 anni- ha usufruito di 80 permessi". "Con la sua decisione la Cassazione ha dato una risposta alla richiesta di giustizia dei tanti cittadini che continuano a vedere nella mafia uno dei peggiori nemici del nostro Paese", prosegue Maria Falcone. "Se si accetta che per un fine superiore vengano concessi benefici ai criminali che collaborano con lo Stato, resta però inaccettabile la concessione di sconti ulteriori a chi si è macchiato di delitti tanto efferati", conclude. Diversa la posiione dell'ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: "Anch'io posso ritenermi una vittima di Giovanni Brusca, perché ha progettato un attentato contro di me e voleva rapire mio figlio; ma pure perché tra le centinaia di persone che ha ucciso o di cui ha ordinato la morte c'erano alcuni miei amici. E' pure vero che queste cose le sappiamo grazie a lui, alla sua collaborazione e confessione. Lui ha deciso di collaborare con la giustizia, rompendo ogni legame con Cosa nostra, rendendo dichiarazioni che hanno trovato riscontri e conferme". Il "pentimento sociale" richiesto dai giudici di sorveglianza secondo Grasso "è rappresentato anche dalla collaborazione che non s'è interrotta in oltre vent'anni, perché ha aiutato a scoprire la verità su ciò che era avvenuto e impedito ulteriori crimini". 

Il caso Brusca. Giorgio Bongiovanni su Antimafia duemila il 7 Ottobre 2019. Le confessioni di un pentito che ha collaborato con lo Stato.

Giovanni Brusca è l'assassino di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.

E' l'uomo che premette il pulsante a Capaci il 23 maggio 1992, facendo saltare in aria un'autostrada.

Giovanni Brusca è l'assassino del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Mario Santo Di Matteo), ucciso strangolato dopo 25 mesi di prigionia e sciolto nell'acido, per suo ordine, dal fratello di Brusca, Enzo Salvatore.

Giovanni Brusca, per sua stessa ammissione, è autore di oltre cento delitti. Tutti commessi per ordine di Cosa nostra.

Giovanni Brusca, come capo mandamento di San Giuseppe Jato, è stato un membro della cosiddetta Cupola.

Giovanni Brusca è stato affiliato personalmente dal Capo dei Capi, Salvatore Riina.

Giovanni Brusca è stato arrestato il 20 maggio 1996, ad Agrigento, mentre guardava, ironia della sorte, proprio un film sulla strage di Capaci.

Oggi Giovanni Brusca è un detenuto che da 23 anni sconta il suo debito con la giustizia secondo i dettami previsti dall'istituto dei collaboratori di giustizia.

La Procura nazionale antimafia, guidata da Federico Cafiero de Raho, ha espresso parere favorevole ai domiciliari con le seguenti motivazioni: “Il contributo offerto da Brusca Giovanni nel corso degli anni è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità soggettiva del collaboratore, sia sotto il profilo della attendibilità oggettiva delle singole dichiarazioni”. Secondo quanto riferito dalla Dna vi sono anche "elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca” quali le sentenze che hanno riconosciuto “la centralità e rilevanza del contributo dichiarativo del collaboratore” e “le relazioni e i pareri sul comportamento di Brusca in ambito carcerario e nel corso della fruizione dei procedenti permessi”. Sicuramente non si può dire che per Brusca il percorso di collaborazione con la giustizia sia stato facile. Particolarmente travagliato in principio, dove non mancavano le contraddizioni e le incertezze ed addirittura si pensava potesse essere un falso pentito, col tempo ha riferito fatti di grandissimo rilievo andando ben oltre gli omicidi da lui commessi o sulle responsabilità di Cosa nostra. Il rapporto tra mafia-politica-istituzioni è stato sviscerato, nel corso degli anni, arrivano a raccontare in aula anche del cosiddetto "papello" di Totò Riina. Dopo l'incontro avuto con Rita Borsellino ha ritrovato un nuovo impulso per andare ancora più a fondo su certi argomenti. Così ha riferito anche del ruolo dell'ex senatore Marcello Dell'Utri (condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa) nel contatto con Silvio Berlusconi e lo scorso anno ha raccontato anche dell'incontro che vi sarebbe stato, a detta di Matteo Messina Denaro, tra Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio, e lo stesso ex Premier, oggi indagato a Firenze come mandante esterno delle stragi del 1993. Secondo quanto riferito da Brusca, Messina Denaro gli disse che Graviano avrebbe visto al polso di Berlusconi un orologio da 500 milioni. Ricordiamo, così come ha scritto la Procura nazionale antimafia, che Brusca è stato riconosciuto attendibile da diversi organi giurisdizionali tanto che in moltissimi processi gli sono state riconosciute le attenuanti previste dall'art.8 (quello previsto per i collaboratori di giustizia). Tutto questo riguarda Giovanni Brusca. Un figura che può essere approfondita leggendo il libro "Ho ucciso Giovanni Falcone", scritto con Saverio Lodato (edito da Mondadori e rieditato nel 2017). Oggi l'ex boss di San Giuseppe Jato, tramite il suo avvocato Antonella Cassandro, chiede di poter scontare gli ultimi tre anni di pena che gli restano agli arresti domiciliari. Brusca, infatti, concluderà nel 2022 la propria detenzione carceraria sempre rimanendo sotto il vincolo della collaborazione con la giustizia, con l'obbligo di non infrangere la legge, così come ha fatto in questi anni. Brusca infatti, mentre si trovava in carcere, fu indagato perché sospettato di riciclaggio e fittizia intestazione di beni ma successivamente venne assolto in tutte le sedi, diversamente da altri collaboratori di giustizia che, nel corso del loro percorso, hanno commesso anche delitti. Su Giovanni Brusca si può dire e pensare tutto quello che si vuole. Il perdono, seppur difficile, per chi è di fede cristiana rappresenta una chiave. Chi è laico ha altri strumenti. In particolare i familiari vittime di mafia hanno tutto il diritto di esprimere il loro parere in piena libertà. Nessuno chiede loro di innamorarsi di Giovanni Brusca, perorare la sua causa o perdonarlo. Tuttavia vi sono degli argomenti che andrebbero presi in considerazione in particolare da chi, come Maria Falcone, è sorella di un giudice che a tutti noi ha insegnato il rispetto della legge. Non è un mistero che quella sui pentiti è una legge fortemente voluta da Giovanni Falcone. E non è un mistero che tale legge fu approvata, così come quella sul 41 bis, soltanto dopo la morte di Paolo Borsellino, nel 1992. Ed oggi, a 27 anni dalle stragi, di questi due strumenti legislativi si torna prepotentemente a parlare. Si può essere certi che Giovanni Falcone avrebbe colto l'opportunità della collaborazione con la giustizia del suo stesso assassino ed avrebbe messo in atto la legge, senza lasciarsi trasportare da emozioni o sentimenti. Ed è probabile che avrebbe anche perorato la richiesta della detenzione domiciliare per Brusca, così come hanno fatto anche i magistrati della Procura nazionale antimafia, la direzione del carcere di Rebibbia, e le autorità di pubblica sicurezza di Palermo. Forse, in questo delicato momento storico, anziché scandalizzarsi per un'eventuale detenzione domiciliare concessa ad un collaboratore di giustizia si dovrebbero fare barricate, scendendo in piazza, contro la possibile sentenza Cedu che potrebbe spazzare via l'ergastolo ostativo dal nostro sistema giuridico, permettendo la libertà a chi, diversamente, non ha mai intrapreso alcun percorso di collaborazione con la giustizia e che, una volta usciti dal carcere tornerebbero inevitabilmente a delinquere e a manifestare tutto il proprio potere. Come ha scritto il nostro editorialista Saverio Lodato il nostro è un Paese strano dove si rischia di vedere liberi gli assassini criminali e mafiosi, con i collaboratori di giustizia destinati a marcire nelle patrie galere.

L'Italia è un paese per mafiosi, non per pentiti, come Giovanni Brusca. Saverio Lodato su Antimafia duemila il 7 Ottobre 2019. Conobbi Giovanni Brusca, oltre vent’anni fa, nel suo isolamento nel carcere romano di Rebibbia, a un paio di anni di distanza dalla sua cattura in una villetta di San Leone, in provincia di Agrigento (20 maggio 1996). Era l’uomo di Capaci, quello che aveva azionato il telecomando, assassinando così Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, i poliziotti Antonino Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani. Era l’uomo che aveva commesso - per sua stessa ammissione - fra i cento e i duecento omicidi. Era l’uomo che aveva dato ordine ai suoi gregari - mafiosi come lui - di sequestrare, e poi strangolare il piccolo Giuseppe Di Matteo, di appena quindici anni, perché il padre - Santino - si era pentito, collaborando così con la giustizia italiana. Criminale sino al midollo, mafioso discendente di famiglia di altissimo lignaggio mafioso - i Brusca di San Giuseppe Jato furono tradizionalmente alleati di Totò Riina -, Giovanni Brusca era stato uno dei carnefici di punta della Cosa Nostra "corleonese" in quasi vent’anni di escalation sanguinaria che provocò migliaia di vittime. Volli incontrarlo perché se il suo mestiere era quello del mafioso, il mio è quello del giornalista. Non c’è molto da capire, o da aggiungere. E potrei enumerare decine e decine di altri casi di grandi criminali, comuni o "politici", che sotto ogni latitudine hanno raccolto le loro memorie di fronte al taccuino di un giornalista. Il libro che venne pubblicato al termine dei nostri colloqui esiste ancora, perché da allora viene ristampato ininterrottamente. A riprova che i lettori non hanno mai trovato nulla di strano nel fatto che un giornalista intervistasse un criminale in isolamento. Ma per completezza d’informazione va anche detto che, quasi subito dopo l’arresto, Giovanni Brusca aveva già intrapreso la strada della collaborazione con i magistrati. Prova ne sia che, per incontrarlo in carcere, dovetti ottenere il via libera di quasi una ventina di giudici, sparsi in tutt’Italia, che indagavano a vario titolo, e per un infinita quantità di reati, proprio su di lui. Sarebbe bastato che una sola delle mie richieste fosse stata respinta e io non sarei mai stato ammesso ai colloqui con Brusca. Il libro reca un titolo forte: "Ho ucciso Giovanni Falcone" (Mondadori) e resta l’unica testimonianza dal vivo del killer di Capaci. All’uscita in libreria, Maria Falcone, con dichiarazioni alle agenzie di stampa, si espresse duramente, affermando che lei non avrebbe mai dato possibilità di parola a un criminale. Sono trascorsi vent’anni. Giovanni Brusca, per ammissione ancora una volta di decine e decine di corti che lo hanno esaminato, è risultato veritiero e collaborativo in tutte le sue deposizioni. Maria Falcone oggi, di fronte all’eventualità che la Cassazione dopo ventitré anni di carcere riconosca a Brusca gli arresti domiciliari, torna a ribadire quello che ha sempre detto: che Brusca, in parole povere, non è meritevole di niente. E’ un punto di vista che capisco. Non scrivo queste note per spezzare lance a favore di Brusca. Mi limito però ad osservare che, insieme a Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca, per un’epoca differente della storia di Cosa Nostra, è stato il più grande collaboratore di tutti i magistrati intenzionati a contrastare il fenomeno mafioso. Proprio in queste ore, e ne parliamo nell’articolo pubblicato di seguito, e sotto forma di ironico paradosso, la Grande Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) sta decidendo in merito al superamento dell’ergastolo per tutti i mafiosi attualmente detenuti, indipendentemente dal fatto che si siano pentiti. Stranamente, anche se per noi non c’è nulla di strano, non si è levata nessuna voce di protesta. Giornali e tv stanno ignorando la notizia. Che vogliamo fare? Rispedire a casa tutti i mafiosi e gettare le chiavi per Giovanni Brusca? Sarebbe alquanto bizzarro. Sarebbe l’ennesimo scempio alla memoria di Giovanni Falcone. Il quale - lo ricordiamo a chi non lo sa, o preferisce dimenticarlo - riteneva che la figura del collaboratore di giustizia andava incentivata e, nel caso di mantenimento del patto, adeguatamente corrisposta dallo Stato. C’è una legge in tal senso. E proprio da lui voluta. Se non piace, il Parlamento può abrogarla in qualsiasi momento. E su questo anche Maria Falcone dovrebbe convenire.

Fiammetta Borsellino: «Mio padre e Falcone non avrebbero liquidato l’ergastolo ostativo in modo così semplicistico». Il Dubbio il 30 Ottobre 2019. L’intervento al festival della comunicazione sulle pene e sul carcere. «Penso che bisogna lasciare aperte delle maglie perché le situazioni vanno valutate caso per caso. «È stata la cultura dell’emergenza, la rabbia che sicuramente in quegli anni richiedeva una risposta immediata, che ha dato luogo al grande inganno di via d’Amelio, una storia di menzogne che hanno dato luogo a innocenti condannati all’ergastolo tramite falsi pentiti costruiti a tavolino tramite torture e processi caratterizzati da gravissime anomalie». È Fiammetta Borsellino, figlia più piccola dell’ex giudice stritolato dal tritolo a via D’Amelio, a parlare durante il secondo incontro intitolato “Paure e gabbie. Perché la giustizia non subisca le infiltrazioni della vendetta”, nell’ambito del Secondo Festival della comunicazione sulle pene e sul carcere a Milano. Una vera e propria spina nel fianco del coro granitico di una certa antimafia, la figlia di Borsellino, la quale – come ha detto Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia, nel presentarla – «è una fra le poche persone che ha avuto il coraggio di non entrare nel coro sui temi dell’antimafia e di avere un pensiero complesso che ha messo in discussione tutto, anche il ruolo di alcuni magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine». Si è affrontata la questione scottante dell’ergastolo ostativo e della recente senza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale quella parte del 4 bis che subordina la concessione o meno del permesso premio alla collaborazione. «Io penso che, da giudici, mio padre e Giovanni Falcone non avrebbero liquidato così come viene fatto in questi giorni la questione se sia giusto o sbagliato eliminare o mantenere il carcere ostativo, perché loro ci hanno insegnato che questi problemi sono dei problemi complessi, che non possono essere semplificati in questo modo», ha risposto Fiammetta. «Sicuramente io non sono una esperta in questo settore – ha continuato la figlia di Borsellino -, ma penso che bisogna lasciare aperte delle maglie perché le situazioni vanno valutate caso per caso. Non bisogna confondere dei provvedimenti che sono stati pensati ventisette anni fa sull’onda di una gravissima emergenza, bisogna anche pensare a quello che è il contesto attuale. Sicuramente bisogna diffidare delle semplificazioni». Fiammetta Borsellino ha sottolineato che si tratta di «un problema molto complesso, che va letto in relazione all’attuale disastrosa condizione delle carceri italiane. Bisogna evitare le semplificazioni come ‘ la mafia ha perso’ o ‘ la mafia ha vinto’ o anche ‘ la mia antimafia è migliore della tua’, perché fanno male. Io sono convinta che il problema invece andasse affrontato e che la modalità con cui si sta affrontando sia esattamente quelle giusta, quella che va incontro a quell’altissimo senso di umanità che poi è stato il valore che ha guidato tutta la vita di mio padre». Parole lucide, di alto spessore e soprattutto umane che ha creato commozione tra i presenti, soprattutto i detenuti come Pasquale Zagari e l’ergastolano Roberto Cannavò con dietro una storia di mafia, di morte e poi di rinascita. Ornella Favero ha poi chiesto a Fiammetta se è vero che la sentenza della Consulta abbia ucciso una seconda volta il padre. «A uccidere mio padre per la seconda volta sono stati i depistaggi: è stato il tradimento di alcuni uomini delle Istituzioni che oggi tra l’altro, proprio per aver dato prova di altissima incapacità investigativa, hanno fatto delle carriere senza che tra l’altro, e questo lo voglio sottolineare, il Csm si sia mai assunto una responsabilità circa l’avvio di procedimenti disciplinari diretti ad accertare quello che è stato fatto e perché è stato fatto», ha risposto Fiammetta Borsellino. Ma, alla sollecitazione posta dal professore Davide Galliani, ha anche aggiunto che parlare in nome delle vittime della mafia è sbagliato, perché ognuno ha la propria identità, pensieri e vissuti.

Giù le mani da Falcone, non voleva escludere per sempre dai benefici i condannati all’ergastolo ostativo. Damiano Aliprandi l'8 Ottobre 2019, su Il Dubbio. La sentenza della Cedu sul caso Viola fa rientrare il 4 bis nel perimetro costituzionale. In un recente convegno, organizzato dall’Osservatorio carcere delle Camere penali italiane e da Magistratura democratica, I giuristi hanno concordato che la decisione della Corte europea rimette al centro il concetto di “speranza”. La sentenza Viola della Corte europea dei diritti umani, contro la quale l’Italia ha presentato una domanda di rinvio, in merito all’ergastolo ostativo non permette indiscriminatamente la liberazione dei boss mafiosi. Non smantella il cosiddetto sistema antimafia. Non distrugge ciò che avrebbe voluto Falcone. Anzi fa rientrare il 4 bis nel perimetro costituzionale proprio come aveva voluto il giudice ammazzato. No, la sentenza Viola della Corte europea dei diritti umani, contro la quale l’Italia ha presentato una domanda di rinvio, in merito all’ergastolo ostativo non permette indiscriminatamente la liberazione dei boss mafiosi dal carcere. Non smantella il cosiddetto sistema antimafia. Ma, soprattutto, non distrugge ciò che avrebbe voluto Giovanni Falcone. Anzi, al contrario, fa rientrare il 4 bis nel perimetro costituzionale proprio come aveva voluto il giudice ammazzato dal tritolo in via Capaci.

L’ORIGINE DEL 4 BIS NEL RISPETTO DELLA COSTITUZIONE. Ma andiamo con ordine. La Cedu, il 13 giugno scorso, si era espressa sul ricorso dell’ergastolano Marcello Viola e assistito dagli avvocati Antonella Mascia, Valerio Onida e Barbara Randazzo. Tutto ruota su quella parte del 4 bis che nega, a priori, qualsiasi concezione dei benefici se c’è assenza di collaborazione. I giudici di Strasburgo hanno sentenziato chiaro e tondo che l’assenza di collaborazione non può essere considerata un vincolo, e neppure può precludere in modo automatico al magistrato la valutazione di un progressivo reinserimento del detenuto nella società. Ciò si avvicina di molto a ciò che aveva voluto Giovanni Falcone quando, essendo stato Direttore generale degli affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, ha lavorato per la stesura del primo decreto legge 13 maggio 1991, n. 152 che introdusse per la prima volta il 4 bis. Perché? Basterebbe leggere un capitolo del recente libro – con la prefazione di Mauro Palma – dal titolo “Il diritto alla speranza. L’ergastolo nel diritto penale costituzionale”. Un libro pensato da autorevoli giuristi come Emilio Dolcini, Elvio Fassone, Davide Galliani, Paulo Pinto de Albuquerque e Andrea Puggiotto. Giovanni Falcone, consapevole che l’ergastolo senza condizionale sarebbe stato incostituzionale, non ha assolutamente escluso la possibilità dei benefici in assenza di collaborazione, ma ha semplicemente allungato i termini per ottenerla. In soldoni, ciò che aveva ideato Falcone, contemplava questa ratio: se non collabori non è preclusa la misura alternativa, devi solo attendere il decorso del tempo per poterla chiedere, sapendo che è stato aumentato. Ecco perché la sentenza Viola, se applicata, si avvicina al decreto Falcone originale: l’assenza di collaborazione non deve precludere a vita la possibilità di accedere ai benefici della pena. Poi accadde che, dopo la strage di Capaci e di Via D’Amelio, lo Stato italiano, non solo non si è giustamente piegato alla mafia, ma per reazione ha approvato il secondo decreto legge, quello del 1992, il quale introduce nel nostro ordinamento un regime ostativo del tutto differente rispetto a quello originario. Con il nuovo decreto legge, senza la collaborazione con la giustizia, è preclusa in ogni caso la possibilità di accedere alle misure alternative. Uscendo, di fatto, dal perimetro costituzionale che Falcone aveva invece salvaguardato. Usare quindi il suo nome per opporsi alla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo è, di fatto, una operazione irrispettosa per chi, pur combattendo duramente la mafia, aveva a cuore la nostra costituzione.

COLLABORAZIONE E PERICOLOSITÀ SOCIALE. Numerosi esponenti di primo piano dell’attuale governo, Commissione antimafia compresa, hanno sollevato numerose polemiche su tale sentenza, soprattutto puntando sul fatto che se dovesse essere modificato il 4 bis, si andrebbero a depotenziare gli strumenti giudiziari che oggi i permettono di fronteggiare il fenomeno mafioso e terroristico. Ma la collaborazione è un elemento indissolubile per la lotta alla mafia? L’istituto dei collaboratori di giustizia è uno dei principali strumenti utilizzati negli ultimi venti anni nella lotta contro la criminalità organizzata. Lo stesso Giovanni Falcone, però, uno dei massimi sponsor dell’utilità dei collaboratori, valutava la dichiarazione dei pentiti con grande prudenza. Fu uno dei motivi per il quale venne aspramente criticato. Ma, ritornando alla sentenza Viola, gli stessi giudici della Corte europea hanno evidenziato che il rifiuto di collaborare del detenuto non è necessariamente legato alla continua adesione al disegno criminale e, d’altra parte, potrebbero aversi collaborazioni per semplice “opportunismo” non legate a una vera dissociazione dall’organizzazione mafiosa, per cui non può operarsi un’automatica equiparazione tra assenza di collaborazione e permanere della pericolosità sociale. Qui la differenza tra dissociazione e collaborazione. Anche il magistrato Nino Di Matteo ha criticato aspramente la sentenza Viola. A rispondergli però, è Sergio D’Elia dell’associazione del Partito Radicale Nessuno tocchi Caino. «Tale posizione – sottolinea D’Elia – è un atto di sfiducia nei confronti dei giudici delle alte giurisdizioni chiamati a valutare la compatibilità della legge nazionale con i principi fondamentali della carta costituzionale italiana ed europea. Ma è un atto di sfiducia anche nei confronti dei magistrati ordinari, a partire da quelli di sorveglianza, che continuano a mantenere il potere di concedere benefici o misure alternative agli ergastolani». E aggiunge: «E’ un atto di sfiducia anche nei confronti di se stesso, poiché la magistratura di sorveglianza deciderà sulla base delle informative delle varie Direzioni Distrettuali e Nazionale Antimafia, di cui lui stesso fa parte. Quindi, dopo la fine dell’ergastolo ostativo, capimafia o picciotti potranno uscire dal carcere solo se e quando pm e giudici lo vorranno. A ben vedere, con la sentenza Viola vs Italia, saranno liberi, più che gli ergastolani, i magistrati che oggi hanno le mani legate dal vincolo della collaborazione previsto dal 4 bis». Tali concetti sono stati ribaditi anche durante il convegno organizzato dall’osservatorio carcere delle Camere penali italiane e e da Magistratura democratica che ha visto, tra gli altri, la partecipazione del responsabile dell’osservatorio carceri Gianpaolo Catanzariti, il presidente dell’Ucpi Gian Domenico Caiazza, Elisabetta Zamparutti di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini del Partito Radicale, il presidente di Magistratura Democratica Riccardo De Vito e il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma. Tutti concordi nel dire che la sentenza Viola rimette al centro il concetto di “speranza”.

ASPETTANDO LA CONSULTA IL 22 OTTOBRE. E a proposito di speranza, il 22 ottobre la Corte costituzionale dovrà decidere se disinnescare almeno parzialmente il meccanismo di preclusione all’accesso dei benefici di cui all’art. 4 bis. Parliamo del caso dell’ergastolano Sebastiano Cannizzaro, per cui la Cassazione ha rimesso, con ordinanza del 20 dicembre scorso, gli atti alla Corte costituzionale sulla questione di legittimità dell’articolo 4 bis. Le polemiche sono montate soprattutto per questo: il “timore” che la Consulta possa aprire le porte del carcere ai boss mafiosi. A rispondere è l’avvocato del foro di Roma Valerio Vianello Accorretti che assiste Cannizzaro. «È un errore macroscopico sostenere questo timore- osserva l’avvocato a Il Dubbio -. Si eliminerebbe solo l’obbligo di collaborare sugli episodi per cui si è stati condannati, ma resterebbe la necessità di aver compiuto un proficuo percorso rieducativo in carcere, nonché l’ulteriore esigenza di escludere l’attualità di collegamenti con le realtà criminose di originaria appartenenza. Presupposti il cui rispetto sarà sempre sottoposto al controllo di un magistrato di Sorveglianza, senza la cui autorizzazione nessuno potrà ottenere alcun beneficio penitenziario». Questi sono i fatti, il resto sono fin troppe inesattezze nei confronti dell’opinione pubblica che non fanno altro che alimentare l’ignoranza del diritto e l’indifferenza verso i diritti.

·         Mafie. Chi comanda dietro le sbarre.

L’ultimo custode dell’Asinara: «Ho conosciuto gli uomini più pericolosi d’Italia». Pubblicato sabato, 31 agosto 2019 da Corriere.it. Ti racconta di “zio Paolino”, delle sue capre, di quanto era bravo ad accudirle nell’ovile dell’Asinara mentre scontava la sua condanna per omicidio. «Si dedicava al nostro gregge come fosse il suo. Sarà che io sono molto sensibile a queste cose perché vengo da un paese di pastori ma gli ero proprio affezionato...». Lo chiamava zio perché poteva essere un parente e comunque così lo trattava, «tanto che spesso gli portavo mia figlia piccola che con lui si divertiva....». Seduto al tavolino del piccolo bar di Cala Reale, occhiali scuri e caffè, Gianmaria Deriu è in vena di confidenze. E sorprende un po’ perché lui era un ispettore del carcere e le belle parole sono per un detenuto, persona sulla quale un tempo vigilava. Premessa: il sessantenne Deriu è il solo ex agente rimasto sull’isola dopo la chiusura del penitenziario (1998) dove arrivò appena ventenne: «Non ho avuto la forza di andar via, io sono innamorato di questo mondo così unico, di questi silenzi...». È praticamente l’unico vero abitante dell’isola del Diavolo, l’Asinara. Vive in solitudine nel vecchio palazzo Reale dove un tempo soggiornavano i Savoia e dove lui ora lavora per l’ente Parco. Perché l’isola è oggi un parco nazionale protetto. Asini, capre, cavalli, pernici, che girano liberi fra le strutture della vecchia colonia penale, al cospetto di un mare cristallino. Ed è lì che vanno i pensieri di Deriu, al carcere di un tempo e al rapporto speciale che lui aveva con vari detenuti che gli sono rimasti incredibilmente amici. «Se vuoi lo chiamo e gli chiedo se puoi scrivere il suo nome». Fa il numero e quando l’altro risponde, s’illumina. «Ehi, zio Paolino, come stai?... Ti sei appena buttato a letto. Ti disturbo allora... Io tiro avanti... Senti un po’, c’è qui un giornalista e gli ho raccontato di quanto ti ho nel cuore, può scriverlo il tuo nome?... Bene dai, un abbraccio grande, ti voglio sempre bene». Zio Paolino è dunque Paolo Picchedda di Albagiara (Oristano), oggi ottantenne, che all’Asinara scontò tredici anni per omicidio, fino al 1998 per poi essere trasferito altrove. A volte in carcere nascono delle insospettabili amicizie. Come questa, fra guardia e prigioniero. Chiacchierano, scherzano, ridono. Di tanto in tanto Picchedda va pure a trovarlo all’Asinara, anche perché ha un ricordo piacevole dell’isola. «Gianmaria è un grande uomo», ci dice al telefono. «Quegli anni li ho passati bene, avevo 1.400 capre, non mi sembrava nemmeno di essere un detenuto e quando me ne sono andato mi è dispiaciuto. Appena posso ci torno. L’anno scorso Gianmaria mi ha anche ospitato tre giorni a Palazzo Reale...». Il loro legame non è un caso unico. Deriu è infatti rimasto in contatto con diversi reclusi della colonia penale. «Un altro è Peppe, il meccanico, quello aveva le mani d’oro, un grande ingegno ... Mi piaceva anche perché con lui l’officina era sempre molto ordinata e pulita... Aspetta che lo chiamo...». Fa il numero di Peppe, condannato per traffico di droga e altro. «Ehi, carissimo, tutto bene...? Gli ho raccontato della ruspa che avevi smontato e rifatto... E quella volta del cinghiale? Ah ah, che ridere... Bei momenti Peppe. Conservo sempre un bel ricordo di te anche se eri in galera... Va bene, niente nome, ciao. Passa a trovarmi». Peppe non vuole essere citato e Deriu rispetta il desiderio: «È tutta gente che ho nel cuore». I suoi ricordi sono una galleria di personaggi, perché dall’Asinara sono passati uomini che hanno fatto la storia del crimine, assassini, sequestratori, capi terroristi rossi e neri, boss di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta. Deriu li ha conosciuti un po’ tutti. «Andiamo alla Scomunica che ti racconto». La punta della Scomunica è la «cima» dell’isola, 408 metri. «Il mio rifugio, ci vado quando voglio riflettere». Come se vivere in un’isola praticamente da solo non gli bastasse a raccogliere i pensieri. Ci andiamo con un fuoristrada che Deriu normalmente usa per intervenire su qualche emergenza di questi 52 chilometri quadrati di territorio ondulato dove c’è sempre almeno un turista in difficoltà. Attraversiamo il piccolo borgo di Cala d’Oliva che ha una storia singolare. Qui c’è la casa rossa sul mare dove nell’agosto del 1985 Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, minacciati dalla mafia, si trasferirono con le famiglie per scrivere la sentenza del maxi processo di Palermo contro Cosa Nostra. E duecento metri più in là c’è il carcere bunker che nel 1993 recluse il capo dei capi, Totò Rina: «Ho rifiutato il servizio quella volta, è stato l’unico rifiuto della mia carriera. Il direttore mi aveva chiesto di fare qualche turno ma ho detto mi spiace, non ci riesco». Motivo? «Con Falcone e Borsellino avevo stretto una bella amicizia. Le stragi sono state per me un colpo al cuore. E per questa ragione ho preferito stare lontano da Riina». L’ex br Alberto Franceschini. Iniziamo a salire verso punta della Scomunica, sei chilometri di sterrato sconnesso. Si corre, si salta, si balla, fra arbusti, garitte e muli bianchi che spuntano in qua e in là senza timori. «Guarda lì, in quel campo lavorava Elia Martella, detenuto modello, era dentro per un delitto passionale. Aveva un mulo e curava un orto. Quando se ne andò chiese di portarsi il mulo ma gli dissero di no e dopo poco, senza Elia, il mulo morì». Ancora un paio di chilometri di buche ed eccoci alla meta, la cima che ama. Deriu scende, raggiunge una roccia e ci invita a guardare la sua isola, che da quassù sembra una grande clessidra. «Stupenda», sorride cercando il refrigerio del vento. «Vedi com’è? Vedi il mare di fuori, da quella parte c’è Cala Tappo», indica. «Boe è scappato da lì». Matteo Boe, il bandito di Lula che qui ha scritto una pagina epica per essere riuscito, unico nella storia, a evadere. Primo settembre 1986. Con l’aiuto di un altro detenuto, tramortì una guardia e fuggì a bordo di un gommone portato sull’isola dalla sua donna. Era Laura Manfredi, una modenese figlia di imprenditori che lui aveva conosciuto all’Università di Bologna dove studiavano entrambi. Boe fu poi catturato e ricondannato, facendosi così 25 anni di galera che ha finito di scontare nel 2017. «Per un agente l’evasione è sempre una sconfitta ma io non riservo mai rancore, di indole tendo a metterci una pietra sopra». Ha rivisto anche Boe? «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». C’è un codice non scritto che regola questi rapporti e che vale soprattutto con certi detenuti. Deriu lo conosce bene, lo rispetta e sa dove si deve fermare. Come sa che di altri qualcosa può dire. I brigatisti e i neofascisti, per esempio. All’Asinara sono finiti leader come Renato Curcio, Alberto Franceschini, Pierluigi Concutelli. «Franceschini si è commosso quando mi salutò per andarsene. È venuto poi due volte a trovarmi, ci sentiamo spesso...». Deriu riflette: «Dopo tanti anni gli animi si quietano. Si trova una certa pace, una certa serenità. Ai vecchi detenuti chiedo sempre se stanno bene, se lavorano. Mi fa piacere che la loro vita abbia un senso... Non ho mai visto in loro dei criminali, non solo almeno. In ciascuno c’era del buono, c’erano delle qualità...». Zio Paolino faceva sorridere le capre, Peppe rianimava i motori, Elia amava il mulo. 

Da.Sa. per “il Mattino” il 4 dicembre 2019. Nessun contatto con l' esterno, colloqui con i familiari limitati e controllati, isolamento dagli altri detenuti. In poche parole, il carcere duro riservato a boss e mafiosi per evitare che comunichino con gli affiliati liberi. Invece, il boss che per anni si è finto pazzo, percependo anche la pensione di invalidità, aveva tre smartphone in cella al 41bis. La scoperta è stata effettuata nel carcere di massima sicurezza di Parma, dove da mesi è detenuto Giuseppe Gallo, noto negli ambienti della camorra napoletana con i soprannomi «scignetella» e «Peppe o pazzo», 43enne di Boscotrecase e capo del clan Gallo-Limelli-Vangone di Boscotrecase, una delle cosche più ricche, potenti e feroci della provincia. Poche settimane fa, alla moglie è stato sequestrato un impero milionario, una parte dei beni nella disponibilità della cosca che secondo l' Antimafia superano i 100 milioni. Tre giorni fa Gallo è stato condannato in appello a 20 anni per aver partecipato al duplice omicidio di Massimo Frascogna e Ruggiero Lazzaro, nella faida innescata dagli Scissionisti a nord Napoli. Nella stessa giornata, collegato in videoconferenza con il tribunale di Torre Annunziata dove è in corso un altro processo sul traffico di droga, ha chiesto la parola ed ha attaccato platealmente alcuni collaboratori di giustizia. In particolare Antonio Maresca, ex imprenditore del settore catering al soldo del suo clan, accusato di essere «un bugiardo e anche un cattivo pagatore». Uno dei pochi boss di camorra della provincia a poter godere di un nascondiglio a Scampia durante la sua latitanza, per anni Giuseppe Gallo era riuscito a evitare processi e detenzione grazie all' attestazione di una schizofrenia, una patologia che gli permetteva di incassare 720 euro mese di pensione di invalidità grazie alla connivenza di alcuni medici. Per il sistema sanitario campano era pazzo, per l' Antimafia uno spietato boss di camorra. Anni di indagini hanno permesso di dimostrare la seconda tesi e dal 2010 è detenuto al regime di massima sicurezza riservato ai capi di mafia più pericolosi. Tra un tentativo di suicidio e una perizia psichiatrica, Gallo è stato condannato in diversi processi e sta scontando ad oggi 20 anni definitivi per traffico internazionale di stupefacenti, con altre condanne pendenti: a parte quella per il duplice omicidio, anche altri 30 anni di reclusione per il rapimento, il pestaggio e le torture a due fratelli che non avevano pagato un carico di droga. Detenuto al 41bis, appunto, ieri mattina gli agenti del Gom (gruppo operativo mobile) della Polizia penitenziaria e quelli del Nic (nucleo investigativo centrale) hanno scovato nella sua cella addirittura tre telefonini. Un iPhone e due apparecchi Android, tutti perfettamente funzionanti e dotati di schede sim sulle quali sono state avviati accertamenti. Gallo sostengono gli investigatori utilizzava quasi quotidianamente il cellulare e sono in corso indagini per accertare con chi parlava e soprattutto se questi telefoni venivano utilizzati o messi a disposizione anche da altri detenuti. Di questo rinvenimento, ovviamente, è stata informata la procura nazionale antimafia: Giuseppe Gallo, infatti, è il primo detenuto al 41bis trovato in possesso di cellulari, almeno il primo di cui si ha conoscenza. Ieri, dunque, è stato scoperto per la prima volta in Italia che anche il regime del carcere duro è permeabile. Una falla incredibile, sulla quale sono in corso le indagini. Innanzitutto sui contatti avuti da Gallo direttamente dal carcere grazie ai suoi smartphone. Ma anche su chi ha frequentato negli ultimi mesi la cella del boss tra personale del penitenziario, guardie, medici che possano aver avuto contatti con lui. Infine, sui pochi parenti ancora autorizzati ai colloqui. Nel frattempo, il suo difensore, l' avvocato Ferdinando Striano, ha preferito non commentare l' insolito ritrovamento.

Mafia, boss detenuto al 41bis scoperto con tre cellulari nel carcere di Parma. Carenze nel regime speciale che doveva far diventare il carcere impermeabile all'esterno. Lirio Abbate il 29 novembre 2019 su L'Espresso. I detenuti al 41 bis, il regime speciale pensato in passato come il carcere “impermeabile” per i mafiosi, adesso, di fatto, è diventato permeabile. Non è più il “carcere duro” di venticinque anni fa, tutto è cambiato, e ora i boss riescono pure a comunicare con l'esterno attraverso telefoni cellulari. Nella cella di uno dei capi della camorra, detenuto al 41bis a Parma, Giuseppe Gallo, detto “Peppe o pazzo”, sono stati trovati tre telefoni, un Iphone e due apparecchi Android, che il camorrista teneva nascosti in cella. Tutti e tre perfettamente funzionanti e dotati di schede sim sulle quali sono state avviati accertamenti. La scoperta è stata fatta dagli agenti del Gom (gruppo operativo mobile) della Polizia penitenziaria e da quelli del Nic (nucleo investigativo centrale) e  di questo rinvenimento è stata informata la procura nazionale antimafia. Il camorrista Gallo utilizzava quasi quotidianamente il cellulare, e indagini sono in corso per accertare con chi parlava e soprattutto se questi telefoni venivano utilizzati o messi a disposizione anche da altri detenuti. È uno dei primi casi in cui si scopre che un detenuto al 41 bis utilizza il cellulare. Tutto ciò fa pensare ad un allentamento di questo regime carcerario speciale che aveva come obiettivo quello di impedire i collegamenti con l'esterno. Sempre più spesso, invece, si scoprono telefoni cellulari nei reparti dei detenuti che sono in alta sicurezza, ma al 41bis non era mai accaduto fino adesso, almeno non risulta ufficialmente. Il controllo dei 41bis è affidato agli agenti del Gom, un gruppo non “speciale” ma specializzato, chiamato a operare su problemi specifici come la detenzione dei boss. Sono agenti poco noti al pubblico, di notevole competenza e capaci di lavorare con grande sacrificio. Il loro reparto, anno dopo anno, viene ridimensionato per numero di agenti, mentre i detenuti sottoposti allo speciale regime aumentano sempre di più. Nell’ultimo anno il carcere “impermeabile” ha subito una serie di criticità per l’applicazione di una circolare varata due anni fa. Questo provvedimento, impugnato dai detenuti, ha portato la magistratura di sorveglianza a renderlo difforme tra i vari istituti. La volontà di uniformare questo regime detentivo si è così dimostrata un tentativo poco lungimirante di disciplinare gli aspetti della vita dei mafiosi carcerati. Il progressivo svuotamento dei contenuti del regime speciale, ad opera delle numerose pronunce della magistratura di sorveglianza, ha avuto risvolti negativi sia sulle finalità del regime ma anche sull'organizzazione dell'intero sistema che si occupa della gestione di questi detenuti. In più c'è pure la difficoltà per gli agenti di attuare le disposizioni quando si trovano davanti a strutture carenti che non permettono di far osservare al meglio il 41 bis e in tanti lamentano pure la mancanza di direttive specifiche a livello centrale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria su questo regime speciale. Il 41bis sembra essere stato dimenticato o lasciato al suo destino. La scorsa commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi, aveva affrontato nella relazione conclusiva questo regime di detenzione, sostenendo che «rappresenta un insostituibile corollario della legislazione antimafia di cui si è dotato il nostro Paese». Per poi aggiungere, usando le dichiarazioni rese in commissione dal procuratore antimafia Maurizio de Lucia che «il regime del 41-bis ha cambiato un panorama che prima della sua introduzione era assolutamente devastante, perché l’espressione “grand hotel Ucciardone” è stata coniata non dalla stampa o dai magistrati, ma proprio dai collaboratori di giustizia. Tutti, infatti, hanno raccontato cos’era il carcere (..) che non interrompeva il carattere di continuità di governo dei capi: quindi per loro era indifferente essere fuori o dentro il carcere, perché continuavano a comandare». Secondo la commissione antimafia «Se, non si interrompessero, soprattutto per le organizzazioni mafiose di tipo verticistico, i contatti delittuosi di taluni detenuti “qualificati”, lo stato detentivo dei soggetti per i quali ricorrono “gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica” ed “elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un’associazione criminale”, si rivelerebbe un fattore neutro per le associazioni criminali che continuerebbero a operare normalmente, perfino per le questioni di “straordinaria amministrazione”, così vanificando gli sforzi compiuti nella lotta alle mafie e le stesse finalità della pena». Nella relazione veniva evidenziato che «numerose vicende registrate negli ultimi anni hanno dimostrato come, in effetti, l’istituto si sia rivelato indispensabile. È stato grazie all’articolo 41-bis che, per fare solo un esempio, la commissione provinciale di Cosa nostra non si è potuta ricostituire quando i “capi mandamento” della Sicilia occidentale, alla fine del 2008, necessitavano di rifondare la struttura di vertice che  potesse consentire loro di tornare a realizzare, testualmente, “le cose gravi”. La necessaria autorizzazione del capo in carica, Totò Riina, proprio perché ristretto al “carcere duro”, tardava ad arrivare, sì da consentire all’autorità giudiziaria di intercettare le conseguenti agitazioni della consorteria mafiosa e, dunque, di interrompere, con gli arresti, quel pericoloso disegno criminale che avrebbe riportato la Sicilia nei suoi anni più bui». La commissione antimafia concludeva dicendo: «Il regime speciale continua a rivelarsi un importantissimo supporto per il contrasto alla criminalità mafiosa. Proprio per questo, lo Stato dovrebbe compiere un ulteriore sforzo per fornire le strutture adeguate senza le quali si rischia di vanificare le restrizioni adottate e di conferire loro una portata afflittiva contraria ai principi dell’ordinamento. L’adeguatezza riguarda, oltre che la creazione – mediante nuovi istituti o la riorganizzazione di quelli preesistenti – di penitenziari “dedicati”, anche l’aspetto sanitario, al fine di garantire ai detenuti tutte le cure e le assistenze necessarie, senza per ciò affievolire la tutela delle esigenze di ordine pubblico. Per il resto, il quadro normativo, dopo gli interventi legislativi, appare idoneo al suo fine, anche se alcuni miglioramenti sono ancora possibili, come in tema di formazione dei gruppi di socialità e di uniformazione della giurisprudenza delle magistratura di sorveglianza, nei termini già indicati nel corso della presente relazione. Con riferimento alle prassi applicative, deve segnalarsi la preoccupazione sulle interpretazioni “umanitarie” che, dal campo dei sacrosanti diritti dei detenuti, si spostano sul sistema complessivo della prevenzione che viene irrimediabilmente compromesso, come avvenuto in tema di colloqui con l’esterno e di accesso alla stampa da parte dei detenuti, nelle accezioni chiarite nella pagine precedenti. Stessa preoccupazione si manifesta con riguardo all’interpretazione dei presupposti che danno luogo all’applicazione, prima, e alla proroga, poi, del regime speciale, che se non rapportate rigorosamente ai “gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica”, può condurre a un’estensione considerevole dell’articolo 41-bis, sì da far implodere, alla lunga, l’istituto e, comunque da non assicurare, per i detenuti che effettivamente creano una situazione di pericolo, il funzionamento rigoroso del sistema». Intanto i mafiosi iniziano a telefonare dalle loro celle.

M.L. per il “Fatto quotidiano” il 7 novembre 2019. La Procura generale di Palermo sta indagando su una storia incredibile: Totò Riina aveva un telefonino nel carcere di Rebibbia quando era recluso nel luglio 1993. Proprio mentre i suoi fedelissimi Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, sotto la regia del cognato-reggente Leoluca Bagarella, realizzavano le stragi e le bombe di Roma e Milano per piegare lo Stato e costringerlo a trattare, Riina disponeva di un cellulare in carcere. La storia, dai contorni ancora da verificare, è stata raccontata al processo d' appello sulla Trattativa il 14 ottobre da un giudice di grande esperienza: Andrea Calabria, 64 anni. Da allora i pm in gran segreto stanno svolgendo indagini e hanno già trovato i primi riscontri. Non solo e non tanto sull' esistenza del telefonino oggi impossibile da verificare. Quanto sul perché Riina sia rimasto detenuto, dopo quella segnalazione proveniente dal Capo della Polizia, in un carcere che sembrava voler favorire i suoi contatti con l' esterno. La storia del telefono in mano a Riina (recluso all' isolamento del 41 bis!) era scritta in una nota riservata del Capo della Polizia. Lo ha raccontato a sorpresa nell' aula bunker del carcere dell' Ucciardone solo 20 giorni fa il giudice Andrea Calabria. Nel 1993 si occupava di detenuti al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Oggi è presidente di sezione della Corte d' Appello di Roma. Calabria ha avuto un momento di fama in qualità di presidente della Corte del caso Vannini: è sua la sentenza, con relatore Giancarlo De Cataldo, che ha ridotto la pena a 5 anni per Antonio Ciontoli, l'uomo che ha sparato accidentalmente e poi ha ritardato i soccorsi al fidanzato della figlia, un ragazzo di 20 anni, Marco Vannini. Calabria, nell' aula bunker dell'Ucciardone a Palermo, ha ricordato così quel che accadde nel luglio 1993. L'incipit non è solenne: "Non so se l'avevo già detta questa cosa piuttosto importante che riguardava Riina () venne una segnalazione riservata del ministero dell'Interno credo proprio dal capo dalla polizia nella quale si ipotizzava che con l'ausilio di alcun agenti di polizia penitenziaria a Rebibbia Riina avesse a disposizione un apparato per comunicare con l'esterno, un telefono o un telefonino". Calabria prosegue: "Fui proprio io, d'accordo con il consigliere Filippo Bucalo, a trasferire Riina al carcere di Firenze Sollicciano per qualche mese in attesa di fare gli accertamenti e verificare se questa notizia fosse fondata o infondata". A stoppare tutto fu Francesco Di Maggio, il vicecapo dipartimento del Dap, un magistrato famoso perché era stato più volte ospite di Maurizio Costanzo in tv, quasi come un novello Falcone. "Io presi qualche giorno di ferie, Di Maggio richiamò Bucalo - prosegue Calabria - e gli fece revocare il provvedimento facendo rimanere Riina detenuto a Rebibbia. In base a quali informazioni io non lo so". Secondo Calabria il Capo della Polizia non diceva come aveva saputo quella notizia: "Sono quelle relazioni riservate che sono indirizzate al Dap, dove non si indica la fonte". Il capo della Polizia allora era il prefetto Vincenzo Parisi, scomparso negli Anni Novanta come Di Maggio. Il capo dipartimento, Adalberto Capriotti, non era molto operativo e Di Maggio era più di un semplice vice. Proprio perché non era in ufficio, la nota riservata rimase ferma per quattro giorni. Preoccupata per l' inerzia e per le sue conseguenze, secondo Calabria, fu la dottoressa Cinzia Calandrino, segreteria particolare del capo del Dap, a metterne a conoscenza il capo dell' ufficio detenuti Filippo Bucalo e il suo vice, Andrea Calabria, appunto. I due subito disposero il trasferimento. Ad agosto Calabria parte per le ferie, di ritorno scopre che Di Maggio ha revocato il trasferimento e Riina non si è mai mosso da Rebibbia. Calabria non ha un buon rapporto con Di Maggio. Non chiede perché Riina non sia stato trasferito. Né se fosse stata attivata un'inchiesta sul telefono a Rebibbia e su eventuali complicità delle guardie penitenziarie. Di certo nessuno ha mai informato la Procura di Palermo, diretta allora da Gian Carlo Caselli. I magistrati palermitani della Procura generale sono andati a Roma nei giorni scorsi negli uffici del ministero per cercare la nota del Capo della Polizia del luglio 1993. Non l'hanno trovata. Però un riscontro al racconto del dottor Calabria c' è: nell' estate del 1993 ci furono due provvedimenti ravvicinati. Il primo disponeva il trasferimento immediato di Riina a Sollicciano. Il secondo lo revocava. Ora la Procura generale di Palermo guidata da Roberto Scarpinato vuole capire perché.

Mafia, allarme per i minicellulari: «Sono in tutte le carceri, ordini via sms». Il fenomeno in Puglia e e Basilicata. Pochi giorni fa la scoperta di un boss che ordinò un delitto dalla cella. Massimiliano Scagliarini il 3 Ottobre 2019 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Nei negozietti di elettronica degli extracomunitari si vendono a 20 euro. Su Amazon costano addirittura meno. Sono cellulari cinesi. I più piccoli pesano 15 grammi e sono alti appena 6 centimetri. Facilissimi da nascondere, vendutissimi a chi ha una relazione clandestina. E - secondo la Direzione distrettuale antimafia - ormai onnipresenti in carcere, consentendo così ai boss di tenere i contatti con l’esterno. La scorsa settimana i carabinieri, nell’ambito di una indagine per omicidio collegata al clan Strisciuglio del capoluogo, hanno effettuato sequestri di minicellulari nelle carceri di Bari, Trani, Matera, Melfi e in Sicilia. Escluse allo stato complicità degli agenti della polizia penitenziaria, è altamente probabile che i telefonini vengano portati all’interno durante i colloqui con i familiari, nei pacchi dei viveri o in quelli della biancheria, un po’ come la lima che nei fumetti veniva nascosta nella torta. Una logistica complessa contro cui, teme chi in queste ore si sta occupando del problema, ci sono poche contromisure se non accurate perquisizioni: è improponibile l’uso di jammer per schermare le celle (se non nei reparti destinati ai detenuti al 41 bis, ma non è questo il caso), perché la rete cellulare serve anche al personale in caso di emergenze. I boss sono dunque tornati ai vecchi sms. Anche perché i mini-cellulari non hanno sistema operativo, e questo dagli affiliati ai clan è considerato un vantaggio: in questo modo non possono essere attaccati con i trojan, i programmi che trasformano il telefonino in una microspia e che ormai vanno molto di moda. Saverio Faccilongo, il plenipotenziario degli Strisciuglio nel quartiere San Pio di Bari considerato il mandante dell’omicidio di un rivale interno al clan, secondo i carabinieri dava ordini dal carcere proprio con un minicellulare, e aveva perfettamente chiari i rischi dell’uso della tecnologia: alla moglie che gli chiede il permesso di dare il suo numero ad altri «amici», Faccilongo fornisce per sms indicazioni precise. «Chiama lo zio subito e allontanate i tel vostri quando parlate, attenzion amo dai il mio a lei ma solo se è nuova». Vuole insomma essere chiamato solo se la scheda dell’interlocutore «è nuova», per evitare che le forze di polizia potessero già averla sotto intercettazione. «Allontanate i telefoni vostri quando parlate», per paura che contenessero un trojan capace di captare la conversazione. E non è un atteggiamento paranoico: il cellulare di Michele Ranieri, la vittima dell’omicidio di San Pio, veniva ascoltato in tempo reale dagli investigatori proprio grazie a un software spia. L’indagine della Dda di Bari ha evidenziato il ruolo delle mogli dei capi delle organizzazioni criminali, che - facendo passare i numeri di telefono - consentivano i mariti di parlarsi da un carcere all’altro. È il caso, ad esempio, dei colloqui tra Faccilongo e altri due detenuti ritenuti esponenti di spicco del clan di Enziteto, Nicola Ciaramitaro (detenuto a Melfi) e Aldo Brandi (rinchiuso a Matera): la moglie di Faccilongo aveva chiesto al marito di poter passare il suo numero a «Marika» e «Ale», i nomi di battesimo delle mogli dei due sodali. «Marika no dal tel grande», scrive Faccilongo alla moglie: intende ordinare all’interlocutore di non utilizzare uno smartphone, sempre per il terrore dei trojan.

Mafie. Chi comanda dietro le sbarre. Lirio Abbate su L'Espresso, il 18 agosto 2019. Se si vuol comprendere meglio com'è strutturata la mafia sul territorio occorre guardare dentro il carcere, analizzare i movimenti di chi sta nelle sezioni di alta sicurezza o in quelle riservate ai detenuti sottoposti al 41bis, guardare da vicino la vita carceraria e quali tipi di rapporti si creino tra detenuti. Questo esame sui boss reclusi può aiutare a capire come si muovono i mafiosi che sono fuori. I dettagli della vita carceraria illuminano, agli occhi degli investigatori, gerarchie e le alleanze che rispecchiano quelle che si organizzavano sul territorio. Si parte dal primogenito di Salvatore Riina, Giovanni. 43 anni, in cella dal 1996 a scontare la condanna all'ergastolo per quattro omicidi compiuti a Corleone. È stato lui fino a poco tempo fa il mafioso di riferimento per tutti i detenuti sottoposti al 41bis nel carcere di Spoleto dove è rinchiuso dal 2008. Un riflesso condizionato dovuto al potere che aveva suo padre. E così, per "rispetto" del capo dei capi, è toccato al giovane Riina "aprire" il "saluto" del mattino con tutti i detenuti della sezione. Lo ha fatto dalla sua cella: urlando attraverso feritoie e canali d'aria il suono della voce raggiungeva tutti. Un modo per augurare il buon giorno e, dopo questo "benestare", si apriva la giornata, mentre gli altri a turno, si mettevano in linea con la scala gerarchica. Un gesto simbolico ma chiaro per il popolo dei carcerati. Perché la mafia vive e si nutre di simboli e gesti. Giovanni Riina è nato in clandestinità, durante la latitanza del padre, come i suoi tre fratelli. È stato partorito in una delle migliori cliniche di Palermo, è cresciuto nel lusso. L'ultima abitazione fino al 15 gennaio 1993, giorno dell'arresto del capo di Cosa nostra, è stata una sfarzosa villa in via Bernini alla periferia della città, con tanto di piscina e boiserie in quasi tutte le stanze, di proprietà della società Villa Antica di Giangiuseppe Montalbano, mai indagato per questi fatti. La carriera di assassino di Giovanni inizia dopo la maggiore età. Ha 19 anni quando il 22 giugno 1995 strangola a mani nude un uomo, innocente, per "provare agli altri boss della cosca la freddezza e la capacità di sopprimere una vita umana". Questo omicidio è stato il battesimo del fuoco per il rampollo della famiglia, deciso dallo zio, Leoluca Bagarella, all'epoca latitante, e sconvolto per la morte della moglie, Vincenzina Marchese. Oggi è ancora ignoto se la donna si sia suicidata per colpa del marito o sia stata uccisa. Il suo corpo non è stato mai trovato. Il primogenito di cava Riina ha partecipato ad altri tre delitti, sempre nel 1995, due uomini e una donna, vittime innocenti che non avevano nulla a che fare con la mafia. Dopo dieci anni di "apertura del saluto", il rampollo di casa Riina ha smesso dal giorno seguente alla morte del padre. Scomparso il capo dei capi, è scomparso anche lui dalla gerarchia carceraria. E questo fa comprendere come gli assetti dentro Cosa nostra sono immediatamente cambiati dal momento in cui è deceduto Salvatore Riina. Nel frattempo il carcere di Spoleto si è arricchito di nuovi arrivi, il primo è Leandro Greco, 29 anni, nipote di Michele Greco, il "papa" di Cosa nostra. Dal nonno ha ereditato il carisma mafioso, diventato presto, nonostante la giovane età, un boss della zona di Ciaculli a Palermo dove aveva grande influenza il "papa". È nella stessa sezione di Mila jr. Il secondo arrivo è Giuseppe Sirchia, affiliato di spicco della famiglia mafiosa di Passo di Rigano, una delle più importanti del capoluogo siciliano. Entrambi potrebbero portare un nuovo assetto del potere mafioso in carcere, rispecchiando quello di fuori. Nel carcere dell'Aquila il "saluto" lo aprono i mafiosi palermitani Gianni Nicchi, Ignazio Fontana e Andrea Adamo. Sono loro a gestire con il loro carisma criminale la vita carceraria dei mafiosi al 41bis. Prima di loro la linea veniva data da un altro capomafia, Leonardo Vitale senior, adesso trasferito nel carcere di Sassari dove è molto complicato fare il "saluto" o dare la linea al popolo delle mafie che è rinchiuso li, perché questa struttura ultra moderna, realizzata appositamente per i 41bis, è un carcere "impermeabile", cioè che blocca la comunicazione con l'esterno. E di questo i detenuti hanno timore, rispetto agli altri istituti dove i vecchi edifici hanno sempre qualche crepa in cui il mafioso riesce a infilarsi, sfuggendo al controllo. A Sassari è rinchiuso Leoluca Bagarella e pure Massimo Carminati, il capo di mafia Capitale, in attesa della decisione della Cassazione in calendario a ottobre. Carminati, che nel frattempo ha cambiato squadra di legali, per preparare meglio la difesa, è rimasto impassibile alla notizia dell'omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, avvenuto in un parco di Roma con modalità in pieno stile mafioso. Il cecato conosceva bene la vittima, e apprendendo la notizia non ha mosso Prima Pagina un muscolo, non ha fatto alcun commento. È apparso così tranquillo come quando due giorni prima dell'agguato ha incontrato in carcere il figlio per il solito colloquio con i familiari. L'uccisione di Diabolik non è un fatto che si possa ignorare, perché il calibro della vittima e la sua importanza criminale modificano gli equilibri tra i clan romani. Se l'omicidio è stato concordato dai "re di Roma", allora significa che è stata infranta la pax mafiosa che nel 2012 era stata imposta proprio da Carminati, per non attirare l'attenzione degli inquirenti sui propri affari. L'ordine era stato rispettato fino adesso. Il controllo dei 41bis è affidato in carcere agli agenti del Gom (Gruppo Operativo Mobile) della Polizia penitenziaria, un gruppo non "speciale" ma specializzato, chiamato a operare su problemi specifici come la detenzione dei boss. Sono agenti poco noti al pubblico, di notevole competenza e capaci di lavorare con grande sacrificio. Ma il loro reparto è a rischio. Un decreto che di fatto lo avrebbe svuotato era sul tavolo del ministro della Giustizia Bonafede, al vaglio del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi e del capo Dap, Francesco Basentini. Nell'ultimo anno il regime di carcere "impermeabile" sta subendo una serie di criticità per l'applicazione di una circolare varata due anni fa che vuole rendere omogeneo in tutte le carceri il 41bis. Provvedimento impugnato dai detenuti che ha portato la magistratura di sorveglianza a renderlo difforme tra i vari istituti. La volontà di uniformare questo regime detentivo si è così dimostrata un tentativo poco lungimirante di disciplinare gli aspetti della vita dei mafiosi carcerati. I detenuti fanno parte di un micro-sistema sociale capace di sviluppare una serie di regole non scritte, condivise da tutti e rivolte a tutti. Chi non le applica viene punito dal popolo carcerario, guidato sempre, nei reparti in cui si trovano i mafiosi, da un boss rispettato e riverito. "Le "buone maniere" non riguardano soltanto il saluto" racconta chi è stato detenuto. "Per esempio, il sedersi a tavola ha una simbologia particolare che non ha niente a che fare con il bon ton, ma piuttosto con il potere del "capo cella" che solitamente è una persona "di rispetto". La disposizione dei posti a tavola è gerarchica: c'è il capotavola e al suo fianco le sue persone di fiducia, i suoi "ragazzi"; gli altri vengono disposti secondo un ordine dettato dal capo-tavola e sempre rispettato; le persone in fondo al tavolo sono le meno considerate. Addirittura, una tipologia di punizione può essere quella di far scalare un componente verso il basso, che è la parte opposta al posto principale. Di fronte, dal lato opposto della tavola non ci deve essere nessuno, in quanto, essendo disposta la tavola verticalmente al cancello d'ingresso - il "blindo" deve essere tassativamente accostato o chiuso - nessuno deve poter rivolgere le spalle a chi potrebbe presentarsi fuori dalla cella per qualsiasi motivo, agenti penitenziari compresi. E il capo cella deve poter avere sempre la visuale libera". Preparare la tavola, sedersi e, alla fine del pranzo, alzarsi. Tutto è un rito, con gesti, movimenti e linguaggio che sottolineano la supremazia di uno sugli altri. Una rappresentazione visiva del potere, della gerarchia, di chi comanda e di chi sono gli alleati.

Tavolate e boss che comandano: tutto vero ma prima del 41 bis…Damiano Aliprandi il 20 Agosto 2019 su Il Dubbio. “L’Espresso” descrive una situazione, ma I garanti ribadiscono: le norme lo vietano. Mauro Palma sottolinea che il saluto viene ritenuto come una violazione del divieto di comunicazione e spesso viene sanzionato. Detenuti al 41 bis che pranzerebbero insieme in maniera tale da riproporre in tavola la scala gerarchica mafiosa, i saluti tra di loro che sarebbero da ricondurre a rituali mafiosi, il figlio di Riina che comanderebbe al carcere di Spoleto, il presunto esempio virtuoso del 41 bis del carcere di Sassari.

L’ARTICOLO DELL’ESPRESSO. Ma è tutto vero ciò che è stato scritto nell’ultimo numero de L’Espresso? Il regime speciale, ricordiamo, è stato introdotto come misure emergenziale dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio. Lo scopo originario è quello di evitare che i boss mafiosi diano ordini all’esterno attraverso il proprio gruppo di appartenenza. Tale istituto, com’è noto, è stato reso stabile nel 2002 con il governo Berlusconi. Poi, nel 2009, c’è stato un ulteriore intervento legislativo che l’ha reso ancor di più rigido. Ma il 41 bis, fin dalla sua istituzione, è stato più volte redarguito da varie sentenze della Corte costituzionale affinché non diventi un “regime duro” e che si limiti al solo scopo originario. Premessa indispensabile, onde evitare di parlare di ammorbidimento, o addirittura una concessione alla mafia, ogni provvedimento che eviti di farlo uscire fuori dal perimetro costituzionale. Il 41 bis, quindi, presenta diverse restrizioni che lo rendono differente dalla detenzione normale. A partire dalla socialità.

IL REGIME SPECIALE. Per i reclusi al regime speciale, è possibile solo incontrarsi – teoricamente due ore al giorno sono per la socialità, anche se in molti istituti ancora vige la regola incostituzionale di una sola ora – tra compagni di gruppo, con un numero variabile tra i 2 e i 4 detenuti. Ma non è possibile mangiare insieme. Quindi niente tavolata a pranzo o a cena. Ma non solo. Per quanto riguarda i gruppi di socialità, è difficile che ci siano persone della stessa regione geografica, quindi va da sé pensare che un sistema di gerarchia di potere tra di loro non può assolutamente esserci. C’è la questione del saluto che mette in evidenza l’Espresso. È vero. Nella maggior parte delle carceri che ospitano il 41 bis, per via della struttura, c’è il rischio che taluni detenuti, non appartenenti allo stesso gruppo di socialità, possano scambiarsi dei saluti. Raggiunto da Il Dubbio, il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma ha tenuto a precisare che «l’articolo de L’espresso parte da due principi positivi: l’importanza del ruolo dei Gom e l’impermeabilità, che appunto non vuol dire carcere duro, ma evitare che i boss veicolino messaggi all’esterno».

LA SPIEGAZIONE DI PALMA. Per quanto riguarda il discorso del saluto, Mauro Palma sottolinea che viene ritenuta come una violazione del divieto di comunicazione e spesso viene sanzionata. «In alcuni istituti, anche in maniera estremamente rigida», aggiunge il Garante. E fa l’esempio dell’istituto de L’Aquila. «Abbiamo verificato che al regime del 41 bis aquilano, salutare una persona facendo seguire al saluto anche il nome di battesimo, era considerato una violazione del divieto di comunicazione e pertanto da sanzionare con l’isolamento». Per il garante ciò è eccessivo, perché «ci dovrebbe essere la necessità di mantenere rigorosamente la chiara differenza tra il divieto di possibile comunicazione e il divieto di parola: l’osservata attivazione di procedimento disciplinare per chi saluti – chiamandola per nome – una persona non del proprio gruppo di socialità, sembra avvicinarsi più a questa seconda ipotesi che non al necessario controllo sulla prima». Ma al regime del 41 bis del carcere di Spoleto esiste un predominio di taluni boss su altri, come il figlio di Totò Riina?

IL GARANTE DEL LAZIO: IL FIGLIO DI RIINA NON COMANDA. Raggiunto da Il Dubbio, il garante regionale del Lazio e Molise Stefano Anastasìa smentisce tale dinamica. «Che ci siano persone più “famose” rispetto ad altre è fuori discussione, perché al 41 bis ci sono anche boss ristretti che erano a capo di piccoli gruppi criminali. Detto questo, se ci sono boss che vogliono in qualche modo comandare all’interno dei gruppi di socialità, esistono le aree riservate dove di fatto, vengono isolati da tutto e tutti». Il Garante Anastasìa sul caso specifico spiega che questo problema del figlio di Riina che avrebbe dettato legge è assolutamente inesistente. «Se fosse stato così, come detto, lo avrebbero mandato nelle aree riservate e soprattutto né il personale penitenziario, né la direttrice del carcere, ha mai messo in evidenza questo problema». Il garante ci tiene a specificare che il 41 bis, infatti, è nato anche per quello e le regole restrittive vietano dinamiche del genere che si verificavano nel passato. Chi le trasgredisce, viene raggiunto da sanzioni disciplinari. Il regime del 41 bis di Sassari è davvero un esempio virtuoso? L’avvocata Maria Teresa Pintus dell’osservatorio carcere della camera penale della Sardegna, raggiunta da Il Dubbio, spiega senza mezzi termini che in realtà al Bancali di Sassari ci sono problemi gravissimi: «Le celle sono sotterranee e si sa, se stai in un fosso sotto terra e hai tutto chiuso – dal blindo alle finestre – d’estate non puoi che soffocare, oltre a ciò si aggiunge la carenza dell’acqua e quella che esce dai rubinetti è gialla». Una situazione del genere, quindi, non è impermeabilità, ma carcerazione dura. E questo rischia di far andare il 41 bis fuori dal perimetro costituzionale.

·         I mafiosi son gli opposti. Corsi e ricorsi storici ideologici.

Insulti a Falcone: polemica sulla trasmissione «Realiti» di Rai2. Pubblicato lunedì, 10 giugno 2019 da Corriere.it. La prima puntata della trasmissione è andata in onda il 5 giugno e da allora non si placano le polemiche. A «Realiti», nuovo programma condotto da Enrico Lucci su Rai2 nella puntata di esordio ospiti due «neomelodici». Uno è Leonardo Zappalà, 19 anni, in arte «Scarface», l'altro è Niko Pandetta, detto «Tritolo», che alcuni definiscono «il re del neomelodico catanese», nipote di Turi Cappello, boss condannato al carcere a vita per reati di mafia. Zappalà, dopo aver visto un filmato riguardante Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, commenta: «Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro». E Lucci a replicare augurandogli di «Studiare la storia». Pandetta invece, durante la trasmissione, ha spiegato come parte delle sue canzoni siano dedicate allo zio al 41 bis, e come altre sia proprio lui a scriverle. Niko Pandetta, che ha già parecchi anni di carcere alle spalle, è il nipote di Salvatore Cappello, detto Turi, boss del clan Cappello, attualmente detenuto in carcere a Sassari, «fine pena mai». «Mio zio scrive i testi delle canzoni dal 41 bis, il primo cd l'ho finanziato con una rapina» ha detto in tv Pandetta. In «Dedicata a te», recita: «Zio Turi ti ringrazio per quello che hai fatto per me, sei stato la scuola di questa vita e per colpa di questi pentiti stai chiuso lì dentro al 41 bis». Contro Pandetta e contro i neomelodici che inneggiano ai boss e alla criminalità si era scagliato nella stessa trasmissione il consigliere della Regione Campania, Francesco Emilio Borrelli. Proprio lui è stato poi il destinatario di un video di Pandetta, che mostra una pistola (poi spiegherà essere un giocattolo, o così comunque sosterrà), e rivolgendosi a Borrelli dice: «Io le pistole ce l'ho d'oro. Io sono onorato di mio zio perché ha fatto 28 anni di 41-bis da innocente». Borrelli ha fatto sapere di aver segnalato il video alla Procura della Repubblica. Ma intanto la polemica su quanto avvenuto si è allargata: Paolo Borrometi, giornalista sotto scorta per essere stato bersaglio di un'aggressione e di intimidazioni dopo aver svelato le infiltrazioni mafiose a Scicli e gli «affari» delle cosche della Sicilia sud-orientale, scrive «Il problema è che "personaggetti" del genere non meritano di andare in Rai. Ed è grave che vengano invitati. Così come l'altro suo “collega”, tale Niko Pandetta, che, sempre su Rai2, ci ha spiegato che lo zio ergastolano (boss al carcere duro per mafia), Turi Cappello, scriva le sue canzoni dal carcere. Proprio quel Cappello che ha dato il cognome al clan Cappello di Catania che, secondo i Magistrati, doveva realizzare un attentato con un'autobomba nei miei confronti e nei confronti degli Uomini della mia scorta. Ma è possibile tutto ciò? C'è chi è morto per la Giustizia, c'è chi dovrebbe saltare in aria secondo i piani dei clan. E la Rai cosa fa? Fa parlare chi inneggia ai boss?». Borrometi invita quindi la Rai a una presa di posizione, mentre sulla sua pagina Facebook ufficiale Pandetta pubblica copia del voucher che dimostra come la sua trasferta per partecipare come ospite della trasmissione sarebbe stata pagata proprio dall'azienda di viale Mazzini. Lo show intanto è stato sposato in seconda serata.

«Realiti», la procura di Catania apre un’inchiesta sulla trasmissione. Pubblicato martedì, 11 giugno 2019 da Corriere.it. Dopo le scuse dei vertici Rai, la Procura di Catania ha aperto una inchiesta sulla puntata di «Realiti», la trasmissione condotta da Enrico Lucci su Rai2, che aveva sollevato numerose polemiche. Il fascicolo di indagine, di cui titolare è il procuratore aggiunto Carmelo Petralia, è per ora senza indagati. La Polizia Postale di Catania acquisirà i video della trasmissione: al centro dell’inchiesta le dichiarazioni dei due giovani neomelodici, uno dei quali aveva insultato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lunedì l’annuncio che viale Mazzini aveva deciso di aprire un’istruttoria interna sulla trasmissione. L’indagine dovrà chiarire, oltre all’eventuale profilo penale delle dichiarazioni dei due neomelodici Leonardo Zappalà e Niko Pandetta, anche eventuali rapporti con ambienti criminali locali, nonché i legami di Pandetta con lo zio, il boss Salvatore Cappello, che sta scontando la condanna all’ergastolo. Durante la puntata della trasmissione, andata in onda in prima serata su Rai2 lo scorso 5 giugno, Zappalà parlando di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino aveva detto: «Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro». A scatenare polemiche erano state anche le parole di Niko Pandetta, che aveva raccontato come le sue canzoni fossero ispirate allo zio, il boss condannato al «fine pena mai» per reati di mafia (e rinchiuso in regime di 41 bis) Salvatore Cappello. Per poi, a show finito, postare un video in cui minacciava con una (finta) pistola d’oro, il consigliere della Regione Campania Borrelli. Lunedì, dopo il post pubblicato da Paolo Borrometi, giornalista sotto scorta dopo essere stato vittima di un’aggressione e diverse intimidazioni, erano arrivate le scuse dei vertici Rai. L’azienda di viale Mazzini aveva annunciato l’apertura di un’indagine interna. «Mi scuso pubblicamente - ha detto il direttore di Rai2 Carlo Freccero in un’intervista al «Messaggero» - Non voglio dire di più per ora, mi confronterò con i vertici della Rai». E ancora, Freccero ha aggiunto: «Il problema è subito apparso gravissimo, eravamo tutti costernati, e infatti ne abbiamo già discusso subito dopo la puntata». E dopo le parole di Mari Falcone, che ha commentato alCorriere: «Quel cantante andava cacciato dallo studio», interviene anche la famiglia di Paolo Borsellino. «Per ora mi limito a dire vergogna, in famiglia decideremo se tutelarci in altre sedi» fa sapere Fabio Trizzino, marito di Lucia, la figlia del giudice ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992.

M. Tamb. per “la Stampa” l'11 giugno 2019. Enrico Lucci è frastornato e quasi non si rende conto dell' effetto paradosso che gli sta piovendo addosso. Lui che quel tema aveva voluto proprio per raccontare un fenomeno inquietante e puntare il dito su una categoria pericolosamente seguita, ora viene accusato se non di fiancheggiare, di minimizzare.

Lucci, il programma le è sfuggito di mano?

«Ma quando mai. La bufera è scoppiata perché nessuno ha visto la trasmissione che si chiama "Realiti" e appunto affronta temi caldi, quello che avviene nello show umano mondiale».

E allora che è successo?

«Ho invitato un neomelodico, un pischelletto che prima di entrare mi ha detto: "Io non sono mafioso, ma dicendolo ho più follower"».

Peggio, ancora più inquietante.

«Siì, ma io questo devo far vedere, anche se va detto io non sono l' autore. Gli ho chiesto quali sono i suoi miti e poi gli ho consigliato di studiare, gli ho detto che non conosceva la storia e anche Borrelli (consigliere regionale campano, ndr) se l' è presa con il suo atteggiamento da gangster. Gli dico che la mafia è merda e cerco di trattarlo da padre, in fondo non avevo davanti Riina, ma un ragazzetto ignorante».

E poi?

«Gli ho parlato dei grandi siciliani, di Pio la Torre, di Piersanti Mattarella e dei nostri fratelli Falcone e Borsellino e qui è scattato l' applauso».

E la frase di Zappalà...

«All' inizio non l' avevo sentita bene e oltretutto parlava in mezzo dialetto. Quando però ho afferrato, ovviamente mi sono indignato. E sono contento che il presidente della Commissione antimafia Morra abbia sottolineato che io sono immediatamente intervenuto per stigmatizzare l' ignoranza del cantante».

Non tutti però l' hanno pensato allo stesso modo.

«Ne sono dispiaciuto, si è arrivati a conclusioni avendo un' idea confusa dell' accaduto. Noi raccontiamo questo mondo urticante e terribile, ma dobbiamo farlo per far sapere che queste situazioni esistono nell' indifferenza del mondo civile. Sul web questi neomelodici vengono osannati, imitati. E lì sta il male».

E adesso che cosa succede?

«Ripeto, io non sono l' autore, però mi dispiace molto che si sia verificato questo equivoco sulla netta presa di posizione del programma contro chi attacca i nostri eroi».

Alfio Sciacca per il “Corriere della sera” l'11 giugno 2019. La sua popolarità è diventata contagiosa quando tra i ragazzini di Catania e provincia ha cominciato ad andare di moda il «taglio alla Pandetta», che poi sarebbe una rasatura quasi a zero con ampia sfumatura sulle orecchie simile a quella di tanti calciatori. Vincenzo, Niko, Pandetta, 27 anni, è sicuramente il più noto tra i due protagonisti della polemica nata dopo la trasmissione «Realiti». Le sue canzoni totalizzano milioni di visualizzazioni su YouTube e gli adolescenti le conoscono a memoria. Compresa «Dedicata a te», che ha fatto 2,5 milioni di visualizzazioni. Non è ispirata da una donna, ma dallo zio di Niko, il boss Turi Cappello, detenuto al 41 bis.

«Ti ringrazio per tutto quello che fai per me - recita- . Sei stato una scuola di vita, mi hai insegnato a vivere con onore... per colpa di questi pentiti sei tra quattro mura».

Una venerazione quella per lo zio ergastolano che a Catania è un boss di prima grandezza, erede del vecchio boss Salvatore Pillera, «Turi cachiti» (che in slang catanese vuol dire: mettiti paura). Il nome dello zio se lo è fatto tatuare sul braccio destro, tra croci, simboli ultrà, doppi tagli.

«Mio zio ha scritto alcuni testi delle mie canzoni dal 41 bis» confessa. E poi: «Il mio primo cd l' ho finanziato con una rapina». Di problemi con la giustizia ne ha avuti anche di recente: nell' ottobre 2017 venne indagato nell' inchiesta «Double track» per spaccio e detenzione di cocaina. Non stupisce che sui social mostri la pistola e minacci. Appena un mese fa la Procura lo ha citato a giudizio per diffamazioni e minacce nei confronti di una giornalista del sito MeridioNews che aveva realizzato un reportage proprio sul mondo dei neomelodici.

Meno popolare Leonardo Zappalà, 19 anni, in arte Scarface, ma nessun precedente con la giustizia. Lui e Pandetta cantano rigorosamente in napoletano anche se sono catanesi. Il primo vive nel quartiere Cibali, a due passi dallo stadio, mentre Zappalà tradisce le sue origini di Paternò già dall' inflessione. La sua popolarità al momento è confinata ai concerti di paese, alle feste private e, soprattutto, alle serenate su commissione. Sul suo profilo ha postato la foto accanto a Lucci e il video in cui spiega come fare incetta di like: «Prendi dei soldi in mano, fai la faccia del duro ed è fatta». E spiega: «Qui tutti i ragazzi di strada ascoltano le canzoni napoletane». Ma ieri più che like ha raccolto insulti. Quello più gentile: «Non so se mi fai più schifo o pena...mi fai vergognare di essere siciliano». Lui ha provato a replicare, senza nessun segno di pentimento: «Tutte bugie, ero in tv per parlare della musica neomelodica, no per parlare della antimafia... giornalisti terroristi». In questa storia di neomelodici in salsa siciliana non c' è dunque il lieto fine del bellissimo Song 'e Napule . Qui si ammicca ai mafiosi e si mettono in discussione i martiri. Il tutto in diretta Rai. E dire che i ragazzi di Palazzolo Acreide, la città di Pippo Fava, misero su una rivolta quando si venne a sapere che in città ci sarebbe stato un concerto di Niko Pandetta. E riuscirono a farlo annullare.

Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” l'11 giugno 2019. A parte le famiglie Falcone e Borsellino e le altre vittime di mafia, che hanno il sacrosanto diritto di protestare, invitiamo alla calma i politici indignati speciali che stanno linciando Enrico Lucci per aver ospitato due cantanti neomelodici e aver fatto uscire la loro cultura mafiosa al naturale. Nella prima puntata del suo talk Realiti su Rai2, Lucci ha intervistato in diretta Leonardo Zappalà, detto "Scarface", e Niko Pandetta, in arte "Tritolo". Il primo, a proposito di Falcone e Borsellino, ha detto che se la sono cercata: "Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce, ci deve piacere anche l' amaro". L' altro, reduce da 10 anni di galera, ha spiegato che le sue canzoni sono dedicate allo zio ergastolano al 41-bis perché ritenuto il boss del clan Cappello a Catania, ha insultato i pentiti e poi ha minacciato un consigliere verde campano critico con lui. Lucci li ha esortati "a studiare la storia" e ora, sopraffatto dalle polemiche, ammette di aver gestito male la diretta: "Non cerco scuse, il risultato è stato pessimo e ci siamo messi tutti in discussione per rettificare, pulire e ritrovare il focus del racconto, che è la gara tra i protagonisti dell' attualità social". La Rai ha definito "indegne" le parole dei due e annunciato un' indagine interna. Ma per il presidente della commissione di Vigilanza Alberto Barachini, ex dipendente Mediaset e deputato di FI , la condanna "non è sufficiente: la grave offesa arrecata alla memoria di due esempi luminosi della lotta alla mafia si configura come un evidente omesso controllo da parte della governance del servizio pubblico, a cui chiedo formalmente un controllo più rigoroso dei contenuti e degli ospiti delle trasmissioni". La miccia innesca il solito falò delle vanità e delle ipocrisie: viva Falcone e Borsellino, abbasso i neomelodici. E, se la questione fosse così semplice, ci uniremmo volentieri al coro degli indignados. Ma è un po' più complessa. Il programma si occupa dei fenomeni più popolari sui social e purtroppo i neomelodici, perlopiù campani, sono popolarissimi non solo sul web, ma anche nelle piazze del Sud, in particolare della Sicilia. Vengono ingaggiati a peso d' oro ai matrimoni dei clan e alle feste di quartiere, dove dedicano ai boss e ai picciotti detenuti le loro canzoni intrise di cultura mafiosa. Forse che il servizio pubblico deve ignorare questo fenomeno inquietante, ma purtroppo diffusissimo? Grandi registi del Sud gli hanno dedicato film stupendi, grotteschi, neorealisti e per nulla moralistici: Reality di Garrone, Song' e Napule dei Manetti Bros, Belluscone di Maresco. Chissà quanti fan dei neomelodici li hanno visti e, proprio perché non contenevano prediche ma solo fotografie della realtà, hanno capito qualcosa. Perché mai la Rai non dovrebbe mostrare anche quegli angoli bui di società, che molti fingono di non vedere e molti ignorano del tutto, salvo poi meravigliarsi se le elezioni danno risultati inaspettati? Piaccia o non piaccia, esiste un' Italia che preferisce i mafiosi ai giudici antimafia, detesta i pentiti che "fanno la spia", scambia l' omertà per coerenza e le menzogne per dignità. Che deve fare il servizio pubblico: nascondere le telecamere sotto la sabbia, o affondarle nella merda che ci circonda per sbatterla in faccia ai benpensanti e ai malpensanti?  Se le polemiche su Realiti servissero a gestire meglio situazioni complicate come quella sfuggita di mano a Lucci, sarebbero benvenute. Ma qui ciò che si vuole a reti unificate è altro: la facciata edificante e pulitina delle istituzioni che ogni 23 maggio e 19 luglio corrono a Palermo con la lacrima retrattile a deporre corone di fiori a Capaci e in via D' Amelio, salvo poi trescare con le mafie per tutto il resto dell' anno. Il solito derby ipocrita e oleografico tra Stato e Antistato, giudici buoni (quelli morti) e mafiosi cattivi. Un quadretto che non regge più, con tutto quel che si scopre sulle complicità fra due mondi che si vorrebbero separati e invece sono sempre più sovrapponibili. In fondo, i due neomelodici han detto quel che disse il sette volte presidente del Consiglio Andreotti di Ambrosoli, ucciso da un killer mafioso mandato da Sindona: "Se l' andava cercando". Quel che disse il tre volte presidente del Consiglio Silvio B. sull'"eroe Mangano" che non aveva mai parlato di lui e di Dell' Utri. Quel che pensano molti dei parlamentari FI &Pd che due mesi fa han votato contro il reato di voto di scambio politico-mafioso. E molto meno di quel che disse il governatore Pd della Campania, Vincenzo De Luca, sulla necessità di "ammazzare" politici antimafia "infami" come Rosy Bindi, Di Maio, Fico e Di Battista. Sono più gravi le parole dei due neomelodici o la candidatura col Pd a Capaccio-Paestum di Franco Alfieri, re del clientelismo e delle fritture di pesce, indagato per voto di scambio con la camorra, eletto e festeggiato domenica notte da un corteo di cinque ambulanze a sirene spiegate di proprietà di un imprenditore del clan camorristico dei Marandino, condannato in via definitiva per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso? Giovedì Rai2 trasmetterà La Trattativa, il film proibito di Sabina Guzzanti sui politici e i carabinieri che trattarono con Cosa Nostra, moltiplicando le stragi, rafforzando la mafia e genuflettendo lo Stato ai piedi dei corleonesi. Fra costoro c' era Dell' Utri, tuttora detenuto per mafia, che - dice la sentenza di primo grado - anticipava le leggi pro mafia del governo B. al boss Mangano, mentre B. continuava a finanziare Cosa Nostra anche da premier. Il presidente della Vigilanza sdegnato per due neomelodici viene dal gruppo B. Mai saputo nulla dei suoi padroni veteromelodici? Mamma non gli ha ancora detto niente?

Da “la Zanzara - Radio 24” il 12 giugno 2019. “Non mi hanno capito”. Il neomelodico Leonardo Zappalà a La Zanzara su radio 24 cerca di spiegare la sua frase su Falcone e Borsellino durante il programma Realiti che ha scatenato il putiferio nella tv pubblica: “Volevo dire che quando fanno delle scelte di vita, ci sono anche delle conseguenze”. Se piace il dolce, deve piacere  anche l’amaro, cioè se fai il giudice devi aspettarti anche di crepare?: “Certo, certo…”.  Sai chi erano Falcone e Borsellino?: “Io non ho studiato la sua storia, perciò io non devo parlare di questa cosa….E’ una disgrazia. Però voglio dire, loro che condannano solo le altre persone… io ho fatto questo paragone. Anche i mafiosi sono esseri umani, non è che devono essere condannati solo i mafiosi…”. Da che parte stai, di Falcone e Borsellino o dalla parte della mafia?: “Io sono dalla parte del mio orgoglio. Io la mafia non la conosco. Non c’ho mai avuto a che fare, non so neppure se esiste”. Come non sai se esiste?: “Io non lo so….”.  Quelli che hanno ammazzato Falcone e Borsellino sono dei criminali o no?: “Io non lo so. Io a quei tempi non c’ero, quindi non mi interessa. Comunque se esiste, la mafia è una merda”. Perché dici che non esiste?: “Perché non lo so. Perché io non ho studiato, mi interesso solo di musica. Cosa volevo dire col dolce e l’amaro? Io volevo dire che quelle persone hanno scelto quella carriera, quello stile di vita. Hanno provato a combattere un soggetto che sapevano essere pericoloso e purtroppo è successa una disgrazia. E mi dispiace”. Poi si accorge di aver detto delle cose inopportune e dice: “Io sto dalla parte dello Stato. Con Falcone e Borsellino. Però per me, per quello che ho letto su Google, dietro uno Stato c’è la mafia, si dice. Però alla fine a me non interessa...”

Comunicato stampa di Niko Pandetta. Dagospia il 12 giugno 2019. Niko Pandetta, cantante neo – melodico di origini calabresi, coinvolto nelle polemiche successive al programma “Realiti” andato in onda il 5 giugno su Rai 2, dichiara quanto segue: “Mi rammarica essere protagonista di questa triste vicenda artificiosamente costruita intorno a me. Ritengo che questa mia replica sia doverosa, per mia moglie Federica e per mia figlia Sofia - alla quale, da padre, voglio trasmettere un buon esempio -, e per i miei fan.  Premetto che non ho mai, e dico mai, pensato di reclamizzare la criminalità e che le mie esternazioni sono sempre state ironiche, magari maldestre…Mi riferisco nello specifico all’espressione, oggi strumento di tante polemiche, “io le pistole le ho d’oro”: è vero, potevo risparmiarmi questa battura di cattivo gusto che mi si è ritorta contro. Ci tengo a precisare che non ho mai offeso la memoria di Falcone e Borsellino, illustrissimi personaggi che non ho mai nominato.  Ripeto, non posso assolutamente accettare che mi siano attribuite determinate colpe: insultare la memoria dei giudici Falcone e Borsellino significa offendere tutti coloro che sono stati coinvolti nella strage di Capaci, oggi sono un umilissimo cittadino italiano rispettoso del genere umano, incapace di compiere atti deplorevoli di tale entità!”. “Altra importante precisazione: non ho mai parlato di mio zio Turi avallandone le gesta – continua il cantante - , ho solo esternato l’affetto incondizionato che provo per lui, la mia riconoscenza nei suoi confronti per avermi cresciuto come un figlio, non avendo io un padre. Mai sono entrato nel merito delle azioni di mio zio, semplicemente l’amore che provo per lui non è condizionato dalle sue gesta. Ho dichiarato di non essere pentito del mio passato e considero questa mia affermazione onesta. Infatti la domanda rivoltami non era “rifaresti gli errori del passato?”, alla quale ovviamente avrei risposto di no; intendevo semplicemente dire che, rapportandomi all’età del tempo, non mi sono mai pentito di aver vissuto male la mia vita, e che sono felice e soddisfatto di averla cambiata”. “Per chiarezza vi racconto tutto ciò che è accaduto – dice Niko -: fui contatto per partecipare al programma di Rai 2 “Realiti - siamo tutti protagonisti”. Ho annullato due miei impegni lavorativi pur di prenderne parte: conservo ancora i biglietti dei voli aerei che mi furono inviati per essere presente (erano due, uno per me e uno per il mio manager). Senza motivazioni o spiegazioni plausibili, fu annullata la mia partecipazione al programma, ma fu trasmesso un servizio che mi riguardava. Nel corso di tale trasmissione, ove a questo punto mi vien da pensare che ero stato volutamente estromesso, il consigliere Francesco Emilio Borrelli Borrelli ha offeso e insultato me e la mia famiglia. Sono dell’opinione che non tocca ai politici giudicare le persone (utilizzando in maniera indiscriminata termini pesanti, offensivi), esistono i tribunali deputati a fare ciò. Io infatti sono stato giudicato e condannato, e ho scontato la pena inflittami. E’ evidente che questi politici (e il consigliere Borrelli è tra questi) ignorano le funzioni del carcere, ovvero la rieducazione e la reintegrazione in società di chi si è soggetto alla pena detentiva. Io non rimpiango il mio passato, perché grazie al mio passato e alla detenzione oggi sono un uomo diverso, che non potrebbe esistere se non fosse esistito il Niko di un tempo. Nessuno racconta della vita nelle carceri, della durezza della pena, delle capacità di affrontarla, del desiderio di farcela e della felicità di avercela fatta. Mi dispiace appurare che i rappresentanti della nostra Patria non sono in grado di pensare a noi ex detenuti come persone che ce l’hanno fatta, persone forti perché hanno affrontato un duro periodo di detenzione, e che ora possono mettere a disposizione della società questa loro esperienza per concretizzare qualcosa di buono, facendo del proprio passato non un vanto ma un punto di partenza. Ne deduco che chi governa questo paese non è disposto a dare una seconda possibilità ai detenuti perché non crede nel corretto funzionamento del sistema carcerario italiano, che però – guarda caso – è regolato dal Governo. E’, insomma, un cane che si morde la coda!”

Da Radio Cusano Campus il 12 giugno 2019. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta” condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Sulle parole di un cantante neomelodico contro Falcone e Borsellino durante la trasmissione "Realiti" su Rai Due. “Il problema non è tanto che questo mentecatto abbia detto queste parole perché da lui non ci si poteva aspettare altro –ha affermato Borsellino-. Il problema è invitare questo mentecatto, farlo sedere sul trono. Queste persone cercano visibilità e dargli visibilità è sbagliato. La tv di Stato non dovrebbe dare visibilità a un mentecatto del genere che cerca solo visibilità. I ragazzi sono disposti a picchiare la propria madre o la propria nonna pur di finire sui giornali o in tv. La Rai dopo aver sbagliato ha chiesto scusa, il programma è stato declassato in seconda serata, è stata tolta la diretta per fare in modo che non possano più accadere cose del genere. Però quando Vespa ha invitato il figlio di Riina, in quel caso non è stato preso alcun provvedimento. Anche quello è stato grave. Perché non si dà visibilità ai ragazzi delle scuole dove vado a parlare e che mi ascoltano per ore quando parlo di mio fratello? Nel mondo di oggi contano solo i like e dare visibilità a certi mentecatti non è giusto. Il nostro è un Paese in cui le persone si riuniscono per dare solidarietà a una persona che ha sparato alle spalle a un ladro che stava scappando. In un Paese in cui un ministro passa il tempo a farsi i selfie e a dire che la visibilità è l’unica cosa importante, non ci si può aspettare gran che”.

«Realiti», dopo  le polemiche l’ex procuratore difende Lucci. Pubblicato giovedì, 13 giugno 2019  da Annalisa Grandi su Corriere.it. «Non credo che voltare le spalle e mettere la testa sotto la sabbia sia una buona soluzione». Va in onda la seconda puntata di «Realiti», lo show di Rai 2 condotto da Enrico Lucci e che era stato al centro di una polemica per la presenza, nella puntata del 5 giugno, di due neomelodici, uno nipote di un boss l’altro che aveva offeso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Enrico Lucci, che già prima della messa in onda della seconda puntata si era difeso dicendo di aver «fatto il proprio lavoro» e di «non avere nulla di cui scusarsi», nella seconda puntata ospita in studio il magistrato Alfonso Sabella, che è stato sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo di Gian Carlo Caselli (oltre che assessore alla Legalità e Trasparenza del Comune di Roma nominato da Marino dopo lo scandalo di Mafia Capitale). «Devo fare outing, ero venuto con un’idea e l’ho cambiata dopo aver visto il filmato» ha detto Sabella. Che è tornato sulle polemiche seguite alle dichiarazioni di Leonardo Zappalà, e in particolare a quel «Falcone e Borsellino? Queste persone che hanno fatto queste scelte di vita le sanno le conseguenze. Come ci piace il dolce ci deve piacere anche l’amaro»: «Ero venuto qua per dirti che eri stato debole - ha commentato il magistrato rivolgendosi a Lucci - Però in riferimento alla storia era ampiamente sufficiente visto tutto quello che avevi detto prima a questo ragazzo». Sabella ha spiegato che «è giusto raccontare questo mondo sommerso che esiste (il riferimento è ai neomelodici) e che arriva a milioni di visualizzazioni e che ha gli adolescenti tra i suoi fans più importanti». «Girare le spalle - ha aggiunto - e mettere la testa sotto la sabbia, non credo sia una buona soluzione. Io posso dire che facendo un paragone, quanto male ha fatto alla lotta alla mafia il negare l’esistenza della mafia? A Roma per tanti anni si è girata la testa dall’altra parte, non si è visto che a Roma le mafie stavano attecchendo e si stavano ingrassando a spese dei cittadini e della collettività poi ci si è resi conto all’improvviso quando c’è stato un funerale un po’ kitsch come quello dei Casamonica ma in realtà averlo negato non ha fatto bene a questa città». Alla seconda puntata di «Realiti» era stato invitato anche il giornalista Paolo Borrometi, sotto scorta dopo un’aggressione e diverse intimidazioni. Era stato lui a rilanciare la polemica sulle dichiarazioni dei due neomelodici in diretta tv. Borrometi però aveva scelto di non andare, e aveva spiegato: «Non andrò perché non può passare l’idea di puntate riparatorie come accadde qualche anno fa dopo la puntata di Porta a Porta con ospite il figlio di Totò Riina, anche lui condannato per mafia. Non andrò perché non esiste nessuna possibilità alle scuse a Falcone e Borsellino, ai loro familiari e a tutti coloro che sono stati offesi con quella puntata che di servizio pubblico non aveva proprio nulla. Non andrò, infine, perché lo devo ai ragazzi della mia scorta che dovevano saltare in aria con me in quell’attentato organizzato proprio dal clan Cappello (quello dello zio di uno dei due neomelodici ospitati nella trasmissione). Loro meritano rispetto» aveva scritto in un post su Facebook.

Giampiero Mughini per Dagospia il 12 giugno 2019. Caro Dago, c’è stato un tempo ormai lontano in cui quando incontravo Enrico Lucci e c’era in qualche modo di mezzo il racconto televisivo, ringhiavamo l’uno contro l’altro. Il tempo per fortuna passa. Lui è divenuto un bravissimo uomo di televisione, e con gran piacere ero andato ospite nel programma che lui conduceva prima di “Realiti”. Vedo adesso del pandemonio suscitato da due scemotti che hanno farfugliato qualche fesseria non ricordo più se nella prima o nella seconda puntata del suo programma. Leggo che Enrico sarebbe stato “punito” col venire traslocato in seconda serata, e dunque alla notte fonda. Allibisco. Ciascuno di noi non è responsabile dei suoi genitori né dei suoi figli, meno che mai degli ospiti che si trova di fronte in un set televisivo. Mi pare che Enrico abbia prontamente replicato ai due scemotti, e ammesso che i due meritassero una qualche replica o non piuttosto una qualche pernacchia. Con tutto quello che si vede in televisione in fatto di ciarlatani e di puttanelle e di gente che quando parla fa soltanto rumore con la bocca, non mi pare proprio che in quei pochi minuti di “Realiti” sia stata la stata violata la Costituzione, il senso civico, i valori della Resistenza. Due scemotti più, due scemotti meno, che cambia? Ci fosse una selezione all’ingresso dei set di tutto il palinsesto televisivo giornaliero, è probabile che le trasmissioni televisive si ridurrebbero della metà. Per mancanza di personale, ossia di macchiette. A Enrico rivolgo ogni augurio di buon proseguimento del suo lavoro.

Dopo le polemiche su «Realiti», Rai2 mette in onda «La Trattativa». Pubblicato mercoledì, 12 giugno 2019 da G. Sclaunich su Corriere.it. Giovedì sera alle 21:20 andrà in onda su Rai2 il film «La Trattativa» di Sabina Guzzanti. «È la prova provata che siamo la rete più antimafia di tutte», ha sottolineato il direttore di Rai2 Carlo Freccero, riferendosi a quelle che ha definito «pretestuose polemiche» sulla prima puntata di Realiti, in onda mercoledì scorso sempre sulla stessa emittente. Uno dei cantanti neomelodici ospiti della trasmissione aveva infatti offeso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre un altro aveva minacciato un consigliere della Regione Campania. La Rai ha avviato un’indagine interna ma anche la procura di Catania ha aperto un’inchiesta sulla trasmissione. La messa in onda de «La Trattativa», invece, era stata annunciata da tempo. Il docufilm, che racconta il patto segreto tra i boss di Cosa nostra e gli esponenti delle istituzione all’epoca delle stragi dei primi anni Novanta, avrebbe dovuto essere trasmesso in tv già nel 2015. Ce ne sono voluti quattro in più. L’allora consigliere di amministrazione e ora direttore di Rai2 Freccero ha spiegato perché: «Quanta fatica ho fatto a realizzare questo intento! Avevo chiesto invano la messa in onda di questo film sin da quando ero consigliere di amministrazione nel 2015. Ora finalmente ci sarà». Al film seguirà un dibattito condotto dall’ex direttore del Tg1 Andrea Montanari con ospiti il giornalista del Foglio Giuseppe Sottile, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, il cronista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi. Ci sarà anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che qualche settimana fa aveva commentato la decisione di mandare in onda il docufilm avanzando l’ipotesi di parlarne nella commissione Vigilanza Rai, della quale è componente: «Penso che si possa fare una discussione. Decideremo insieme quale atteggiamento assumere». L’opera di Sabina Guzzanti era stato presentata fuori concorso alla mostra del Cinema di Venezia del 2014: all’epoca era stata molto applaudita. Il film racconta le tappe della trattativa Stato-mafia mettendo insieme interviste reali e immagini di repertori con ricostruzioni girate con attori: più che un docufilm è stato definito una docufiction. La regista stessa l’aveva definito «un film di finzione ma è tutto vero. Lo scopo è mettere tutti, anche chi non segue la cronaca e non legge saggi e giornali, in condizione di capire fatti che hanno cambiato la storia della nostra democrazia. È importante sapere chi ha preso quelle decisioni, da dove viene l’Italia in cui viviamo».

La compagnia di giro dell'antimafia sfrutta pure Falcone per respingere Matteo. La sorella del giudice costretta a giustificarsi: «Invito da sempre i ministri». Carmelo Caruso, Giovedì 23/05/2019, su Il Giornale. Palermo Povero giudice! Sul balcone anti Salvini hanno trascinato pure Giovanni Falcone. Per protestare contro il ministro dell'Interno, si sta per consumare l'ennesimo vilipendio di cadavere. Smascherata da ogni tipo di scandalo, abitata da diavoli travestiti da angeli, l'antimafia si spacca non su come combattere la criminalità organizzata ma sull'opportunità o meno di accogliere a Palermo il leader della Lega. Nel giorno dell'anniversario dell'assassinio di Falcone, all'aula bunker dell'Ucciardone è prevista, e da giorni annunciata, la presenza del vicepremier in veste istituzionale. L'evento è organizzato dalla sorella del magistrato, Maria, che presiede l'associazione che porta il nome del fratello e che da sempre invita i rappresentanti dello Stato. Ma sarà l'ideologia che ha la meglio sul ricordo e la memoria: il risultato è che le altre associazioni antimafia non hanno accettato la sua decisione e hanno deciso di boicottare la giornata. Giovanni Impastato, fratello di Peppino, coordinatore del Centro Impastato, non ci sarà e ha invitato anche i giovani a non partecipare: «Invitiamo tutti i giovani a non andare all'aula bunker e a venire invece alla manifestazione che stiamo organizzando a Cinisi nella sede di Casa memoria». E non sembrerà vero, ma la sorella di Falcone ha dovuto giustificarsi e spiegare che, da 27 anni, ha sempre invitato tutti i ministri: «Invito da sempre i ministri dell'Interno, della Giustizia e dell'Istruzione. Ma invito le istituzioni, non le persone». Per sostenere la posizione di Maria Falcone, Claudio Fava, figlio del giornalista ucciso dalla mafia Pippo Fava, e presidente della Commissione d'inchiesta sulla mafia all'Ars, aveva prima annunciato la sua presenza, «perché un ministro ha il dovere di venire a Palermo e ricordare Falcone» ma ieri ha invece dichiarato che non ci sarà perché ormai «hanno trasformato il ricordo del giudice in un festino di Santa Rosalia». Per Fava, infatti, è ormai «una cerimonia patriottica grottesca. Il mio problema non è che invitino Salvini. Il mio problema è che chiedano a lui di dire e a noi di ascoltare. Fossi io la sorella di Giovanni Falcone avrei chiesto a Salvini di venire e di tacere». Da qui la scelta di organizzare una contro manifestazione ed è tristissimo dirlo, ma sembra di parlare di un contro-festival. Anpi e Arci si riuniranno a Capaci e hanno tutta intenzione di farne un'ennesima balconata: «Sarà un'ulteriore giorno di resistenza democratica nel rispetto della Costituzione nata da quella lotta popolare antifascista. Sarà anche un corteo per dire no al razzismo». E con tutta la libertà di pensiero proprio non si capisce cosa c'entri il no al razzismo con la tragica fine di un magistrato. Ci sarà invece il sindaco Leoluca Orlando, arcinemico di Salvini a cui chiede di non fare comizi salvo farne uno lui: «Ribadirò la posizione di ossequioso rispetto e ferma applicazione dei principi e del dettato costituzionale». Ecco, davvero tutto si era visto ma non avremmo mai creduto che il nome di Falcone, per fare un torto a Salvini, potesse finire maltrattato come un libro al Salone di Torino.

Se la lotta al Governo conta più che ricordare Falcone. Orlando, Fava e Musumeci hanno disertato la commemorazione ufficiale per attaccare il Governo ed i ministri presenti. Panorama il 25 maggio 2019. C'è qualcosa di serio che non va in questo paese se nel giorno dell'anniversario della strage di Capaci, nella quale rimase ucciso Giovanni Falcone con la moglie e gli uomini della scorta, i maggiori rappresentanti delle istituzioni siciliane e locali decidono di non partecipare, disertando la commemorazione ufficiale in segno di lotta al Governo Conte e dei suoi rappresentanti presenti: il Ministro dell'Interno, Matteo Salvini ed il presidente della Camera Roberto Fico. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, ed il Presidente della Commissione Antimafia della Sicilia, Claudio Fava non si sono presentati oggi alla cerimonia. Un no dal sapore puramente della lotta politica, anzi, di partito, non della lotta alla mafia. Una scelta libera, certo, motivata in vario modo, ci mancherebbe. Un gesto che però pesa, che si commenta da solo, che dà l'esatta dimensione del livello (pietoso) raggiunto dallo scontro politico che alla fine fa solo il gioco della criminalità organizzata.  «Le istituzioni devono essere sempre rispettate e sono inutili le polemiche» ha commentato Maria Falcone, sorella del giudice, dando l'ennesima lezione di quale sia il livello del senso dello Stato cui dovremmo tendere. Tutti. L'ultima parola, oggi come 27 anni fa, la lasciamo a chi, su quell'autostrada ha lasciato la vita: "Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole". (Giovanni Falcone)

Lo sciacallaggio di Orlando. Domenico Ferrara 24 Maggio 2019 su Il Dubbio. Sicuramente non è stato voluto, ma Matteo Salvini ha fatto un regalo a Giovanni Falcone e alla famiglia del giudice assassinato dalla mafia. Gli ha regalato la “diserzione” di Leoluca Orlando dalla commemorazione della strage di Capaci. E non è poco. Perché ogni anno Orlando era lì a presenziare davanti alla lapide di quel magistrato che ha osteggiato quando era in vita. Non sto qui a ricordare le accuse esternate a Samarcanda, se n’è scritto fin troppo. Ricordo invece le frasi che il giudice Falcone gli riservò per delineare il soggetto: “La cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo, Orlando fa politica attraverso il sistema giudiziario. Sarà costretto a spararle sempre più grosse. Per ottenere ciò che vogliono, lui e i suoi amici sono disposti a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura”. Quest’anno Orlando abbandona la commemorazione in segno di protesta contro il ministro dell’Interno che sarebbe venuto a lucrarci sopra qualche voto. Si chieda piuttosto cosa ha fatto lui ogni 23 maggio da 27 anni a questa parte.

«Un torto a Falcone». Salvini replica alle polemiche di Fava e Musumeci. Il Dubbio. 24 Maggio 2019. Commemorazioni e polemiche a Palermo. Il sindaco Orlando accoglie Conte e Fico e poi cambia piazza: «speravo che qualsiasi presenza istituzionale non si sarebbe trasformata in un comizio». «Gli assenti hanno sbagliato. I Fava è gli Orlando hanno sbagliato». Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, Matteo Salvini punta il dito contro chi ha deciso di non partecipare al consueto appuntamento commemorativo che ogni anno si svolge all’interno del bunker dell’Ucciardone, a Palermo. Ma chi non c’è ha semplicemente scelto di ricordare il giudice Giovanni Falcone altrove, anche in polemica col ministro dell’Interno. Come il presidente dell’Antimafia all’Ars, Claudio Fava, a Capaci insieme a Libera, al Centro Impastato e all’Arci. «Se bisogna trasformare una giornata di memoria e di lotta in una platea applaudente al Grande Fratello se la facciano da soli, io sono stufo di messe cantate. Io penso che i nostri morti li confortino le parole dei vivi», dice il figlio di Pippo Fava, il giornalista assassinato da Cosa nostra nel 1984. E lontano dall’aula bunker si è tenuto anche il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, per evitare di incrociare Matteo Salvini. «Ho accolto, com’era doveroso, il presidente della Camera Fico e il presidente del Consiglio Conte e adesso mi recherò in piazza Magione con i ragazzi di Palermo che celebrano il 23 di maggio per dire grazie a chi ha dato la vita per combattere la mafia», commenta il primo cittadino palermitano. «Mi ero augurato che qualsiasi presenza istituzionale oggi a Palermo e all’Aula Bunker non si trasformasse in occasione per comizi pre- elettorali. Ho appreso che purtroppo non sarà così», spiega Orlando. Tra gli assenti, anche il presidente della Regione, Nello Musumeci. Per il capo della Lega qualcuno «non ha capito che bisogna combattere tutti insieme. Se qualcuno di sinistra non è venuto o se ne è andato perché c’era Salvini si è perso lui qualcosa. Una giornata di speranza, di giovani, di lotta alle mafie».

“Hanno trasformato il ricordo della Strage di Falcone nel Festino S. Rosalia”, l’accusa di Fava. Il Sicilia 22 Maggio 2019. “Hanno trasformato il ricordo del giudice Falcone nel festino di Santa Rosalia. Al posto dei vescovi e dei turibolanti che spargono incenso, domani ci saranno i ministri romani, gli unici che avranno titolo per parlare (con la loro brava diretta televisiva) e per spiegarci come si combatte cosa nostra. Cioè verranno loro, da Roma, per spiegarlo a noi siciliani, a chi da mezzo secolo si scortica l’anima e si piaga le ginocchia nel tentativo di liberarsi dalle mafie”. Lo scrive in un lungo post su Facebook il presidente della commissione regionale antimafia, Claudio Fava, che annuncia che domani non andrà a ricordare Giovanni Falcone nell’aula bunker di Palermo. “Preferisco andare a Capaci, nel luogo in cui tutto accadde, preferisco stare assieme a chi non ama le messe cantate sui morti”. Fava andrà dunque alla casina “No Mafia”, da dove sarebbe stato premuto il telecomando che ha provocato l’esplosione del tritolo, alla contro manifestazione organizzata da Arci e Anpi. “Se fossi io la Fondazione Falcone – aggiunge – avrei invitato i signori ministri nell’aula bunker di Palermo per ascoltare il procuratore generale di Palermo, il direttore del centro Impastato, il presidente della fondazione La Torre, il procuratore di Agrigento, il sindaco di Palermo, il portavoce della cooperativa Placido Rizzotto che si occupa da 20 anni dei beni confiscati ai corleonesi, un paio di giornalisti che di mafia ne scrivono ogni giorno da un quarto di secolo, il presidente di Libera, quello di Addio Pizzo e magari anche il sottoscritto, per spiegare alle autorità romane quello che abbiamo imparato sulle antimafie di latta, sugli amici innominabili del cavaliere Montante a Roma e altrove, sul codazzo di senatori, nani, false vittime e ballerine che agitano la scena siciliana da molto tempo. Ma così non sarà. Pazienza. Io – conclude – domani vado a Capaci.”.

L’ex pm antimafia Di Lello: “Fu Orlando a firmare un esposto contro Falcone”. Il Sicilia il 25 Maggio 2019. Non si è ancora spento l’eco delle polemiche che hanno segnato le celebrazioni per il 27esimo anniversario della strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Dopo le assenze eccellenti del 23 maggio dalla cerimonia che si è svolta all’Aula bunker dell’Ucciardone a Palermo (prime fra tutte quelle di Leoluca Orlando, Claudio Fava e Nello Musumeci), interviene Giuseppe Di Lello, ex magistrato, già componente del pool antimafia ed ex parlamentare di Rifondazione comunista, che intervistato dall’Adnkronos, non usa giri di parole: “Fu Leoluca Orlando insieme al gruppo della Rete a fare l’esposto contro Falcone. Ma l’Italia è un Paese che non ricorda. Il 23 non è andato all’aula bunker perché c’era Salvini? Io dico che non sarei andato perché c’era lui”. “La verità? E’ che la Sicilia è un’isola pirandelliana” ha detto ancora all’Adnkronos. Di Lello che fece, appunto, parte del pool antimafia spiega come anche quest’anno “come sempre” lui sia stato nell’Aula bunker, quella stessa aula in cui fu celebrato il primo maxiprocesso alla mafia. “Un’emozione come ogni anno – racconta –, ma anche un ricordo triste. Ho pensato a Chinnici, a Falcone, a Borsellino, un intero ufficio Istruzione demolito con il tritolo”. “Troppi veleni” aveva comunicato il presidente della Regione siciliana per motivare la sua assenza. Una cerimonia ridotta a un “Grande Fratello” aveva detto Fava, mentre il sindaco Orlando aveva accolto gli ospiti istituzionali fuori dall’aula bunker “trasformata in piazza per comizi“, per poi andar via prima dell’arrivo del ministro dell’Interno. Secondo Peppino Di Lello, invece, quella del 23 “non è stata una passerella“. Per l’ex componente del pool antimafia, il ministro dell’Interno “aveva l’obbligo di essere presente” perché nella strage di Capaci “la mafia ammazzò anche tre poliziotti. Sarebbe stata assurda l’assenza di Salvini o del premier Conte”.

Maria Falcone: “La migliore risposta alle polemiche sono state le migliaia di ragazzi. “La risposta migliore la danno le migliaia di ragazzi che sono arrivati a Palermo da tutta Italia. Hanno riempito una città. Alle polemiche risponde l’entusiasmo dei giovani, segno che stiamo seminando bene”. Così Maria Falcone, sorella del giudice e presidente della Fondazione che del magistrato prende il nome: “Fare polemica su chi dovesse salire sul palco e sulle scalette – dice – mi pare piuttosto riduttivo. Ribadisco poi un’altra cosa: le presenze istituzionali nazionali, parlo dei ministri, sono una costante di tutti i 23 maggio. La lotta alla mafia senza le istituzioni non si può fare”.

Quei cazzotti a Falcone. Due o tre cose che bisognerebbe sapere sul rapporto tra Falcone e Leoluca Orlando. Anna Germoni. L’ennesimo cazzotto a Giovanni Falcone. Nemmeno di fronte alla morte, si fermano gli attacchi e le polemiche. Si specula, si distorce, si spiega il suo nome per una manciata di voti. Perché non parlare di programmi, di piattaforme, di riforme, di contenuti del suo movimento? No, il leader di Rivoluzione Civile, Antonio Ingroia, non si arresta di fronte a nulla. Eppure di motivi per stare in silenzio ce ne sarebbero: come lo scontro Orlando-Falcone, che culminò con l’ennesimo calvario del giudice di doversi difendere davanti al Csm. E Leoluca Orlando è anche uno dei primi firmatari di quel movimento di Ingroia.  E allora diventa imbarazzante, non ricordare la storia. Nell’agosto del 1989 inizia a collaborare con i magistrati il mafioso Giuseppe Pellegritti, fornendo preziose informazioni sull’omicidio del giornalista Giuseppe Fava rivelando al magistrato Libero Mancuso di essere a conoscenza, di fatti inediti sul ruolo del politico Salvo Lima negli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Mancuso informa subito Falcone, il quale interroga il pentito il 17 agosto. Il giudice si muove rapidamente e il 21 agosto parte una richiesta istruttoria dalla Procura di Palermo. Negli atti depositati, Falcone spiega che il pentito non sta dicendo la verità. Il giorno dopo, Pellegritti viene interrogato dalla Corte d’Assise d’Appello nel carcere di Alessandria, dove conferma il teorema su Lima mandante dell’omicidio Mattarella.  Il 4 ottobre, Falcone dopo due mesi di indagini, appurando la sua totale inaffidabilità,  firma un mandato di cattura per "calunnia continuata" contro Pellegritti. È una reazione dura ma necessaria. Subito si scatena la canea contro Giovanni Falcone. La versione corrente è che il magistrato vuole proteggere  Andreotti e Lima, cioè il potere. Leoluca Orlando Cascio dichiara guerra a Falcone. E proprio da una puntata della trasmissione Sarmarcanda, condotta da Michele Santoro su Rai Tre,  il 24 maggio 1990 il sindaco di Palermo lancia un’accusa gravissima: il pool ha una serie di omicidi eccellenti a Palermo e li tiene «chiusi dentro il cassetto». A questa denuncia si associano gli uomini del movimento La Rete: Carmine Mancuso, Alfredo Galasso e Nando Dalla Chiesa. In particolare si fa riferimento a una serie di documenti, otto scatole sigillate negli uffici giudiziari e a un armadio pieno di carte, lasciato da Rocco Chinnici. Galasso, Mancuso e Orlando fanno esposto al Csm, l’11 settembre 1991. L’avvocato Giuseppe Zupo, avvocato di parte civile della famiglia Costa, recapita, sempre al civico del Palazzo dei Marescialli, due memorie, proprio su questi otto pacchi, sottolineando “il mancato esame… e di doveri trascurati”. Falcone ormai è sotto tiro. E anche i giornali intraprendono una battaglia di fuoco tra di loro. La Repubblica, del 20 maggio 1990, titola un’intervista di Silvana Mazzocchi a Falcone, con I nomi, altrimenti stia zitto…, dove il giudice replica:” Se il sindaco sa qualcosa faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma tutta la responsabilità di quello che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati…”.  Il sindaco di Palermo ribatte attraverso L’Unità del 14 agosto 1991, a firma di Saverio Lodato, Indagate sui politici, i nomi ci sono. Per un anno Leoluca Orlando Cascio, come un martello pneumatico, bombarda Falcone con le stesse accuse. Lo fa con ogni mezzo: interviste su giornali, tv e conferenze stampa. Intercede anche Cossiga, ma il sindaco di Palermo non si placa. Il capo dello Stato allora il 16 agosto 1991 scrive una lettera al Guardasigilli Claudio Martelli e ne manda copia al presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno affinché sulla “già nota teoria di Orlando”,  “venga aperta un’inchiesta affidata all’autorità giudiziaria al di fuori della Sicilia”. (Leoluca Orlando Cascio, recentemente ha dichiarato di non pentirsi della polemica con Falcone e che “oggi dichiarerebbe le stesse cose”). Il Csm, dopo l’intervento  di Cossiga, l’esposto di Galasso, Mancuso, Orlando e dell’avvocato Zupo, convoca Falcone.  Ormai non si contano più le  sue audizioni dentro al Palazzo dei Marescialli. E’ il 15 ottobre 1991 quando depone davanti al Csm, in un’udienza riservata. Ecco che cosa Falcone dichiara nel verbale (il n. 61): «Se c’è stata preoccupazione, da parte nostra, è stata proprio quella di non confondere le indagini della magistratura nella guerra santa alla mafia… Adesso non si parla di prove nel cassetto perché i cassetti sono stati svuotati. Essere costretto a scrivere all’Unità che non è certo carino scrivere – dopo che si presenta questo memoriale - Falcone preferì insabbiare tutto. Quando nel corso di una polemica vivacissima fra Orlando e altri, una giornalista mi chiese che cosa pensassi di Orlando, io ho detto “ma cosa vuole che possa rispondere di un amico”, ecco, dopo poche ore, tornato in sede, ho appreso quell’attacco riguardante le prove nei cassetti. Se vogliamo dirlo questo mandato di cattura non è piaciuto, perché dimostrava e dimostra che cosa? Che nonostante la presenza di un sindaco come Orlando la situazione degli appalti continuava a essere la stessa e Ciancimino continuava ad imperare, sottobanco, in queste vicende. Difatti sono stati arrestati non solo Ciancimino, ma anche Romolo Vaselli, e Romolo Vaselli è il factotum di Vito Ciancimino per quanto attiene alle attività imprenditoriali. Devo dire che, probabilmente, Orlando e i suoi amici hanno preso come un inammissibile affronto alla gestione dell’attività amministrativa del comune un mandato di cattura che, in realtà, si riferiva a una vicenda che riguardava episodi di corruzione molto seri, molto gravi, riguardanti la gestione del comune di Palermo.. la Cosi e la Sico (due imprese romane n.d.r.) durante la gestione Orlando… quegli stessi appalti che le imprese di Ciancimino si sono assicurati durante la gestione Orlando. La Cosi e la Sico, due imprese, che erano Cozzani e Silvestri che si trovavano a Palermo con tutte le attrezzature, materiale e con il personale umano di Romolo Vaselli, che è un istituzione a Palermo, il conte Vaselli”. Poi Falcone si sfoga: «Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo…Io sono in grado di resistere, ma altri colleghi un po’ meno. Io vorrei che  vedeste che tipo di atmosfera c’è per adesso a Palermo». Questo diceva Falcone. Dopo la sua morte fu Ilda Boccassini, senza tanti giri di parole, a denunciare: “Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento”.

·         Gialli: Borsellino, Rossi, Pantani. E’ depistaggio continuo.

GIALLI: BORSELLINO, ROSSI, PANTANI: E’ DEPISTAGGIO CONTINUO. Andrea Cinquegrani su lavocedellevoci.it l'8 Luglio 2019. L’eterno giallo sulla strage di via D’Amelio. La vergogna di una verità non raggiunta, di una giustizia che non arriva. E lo scandalo di un maxi depistaggio di Stato, orchestrato proprio da chi avrebbe dovuto operare per mandare in galera killer e mandanti: ed invece ha coperto, occultato, sviato. La più colossale menzogna costruita calpestando la memoria del giudice coraggio Paolo Borsellino, il simbolo, con Giovanni Falcone, nella vera, autentica lotta alle mafie e ai loro riciclaggi stramiliardari. I cittadini sono ormai stufi di marce, marcette, sbandierate e sceneggiate: vogliono la verità su quei morti, e vedere finalmente sotto processo tutti quelli che fino ad oggi l’hanno fatta franca. Siamo alla seconda puntata sui Misteri d’Italia, che sono in piedi da decenni, come tanti sepolcri imbiancati. Abbiamo parlato del caso clou, quello che ha visto l’assassinio a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E adesso siamo al giallo della strage di via D’Amelio, che guarda caso ha non pochi punti in comune.

QUEL DEPISTAGGIO CHE HA NOMI E COGNOMI. In primo luogo perché, come nel giallo Alpi, siamo in presenza di un clamoroso Depistaggio di Stato. Sul quale fino ad oggi non si sono levate proteste, in mezzo ad un totale, complice silenzio politico e istituzionale. Nessuna forza politica, infatti, è scesa in campo per dire una parola su quel depistaggio, né il governo gialloverde, né l’impalpabile opposizione, né s’è udita una sillaba da parte del presidente mummia Sergio Mattarella. Una vergogna. Un depistaggio sul quale s’è aperto un processo: alla sbarra tre poliziotti che facevano parte, all’epoca delle prime indagini, del team guidato dall’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Un uomo anche dei Servizi segreti, La Barbera, sul quale è stata scaraventata tutta la responsabilità per il depistaggio, vale a dire il taroccamento del pentito Vincenzo Scarantino. Adesso La Barbera non può difendersi, perché da una quindicina d’anni è passato a miglior vita. Non può quindi più raccontare se ha fatto tutto di testa sua, se ha organizzato la tragica sceneggiata da solo, oppure se ci sono stati interventi dall’alto, ad esempio dei magistrati dai quali funzionalmente e gerarchicamente dipendeva.

Il falso pentito Vincenzo Scarantino: A questo punto sorge spontanea la domanda: riuscirà mai il processo in corso sul depistaggio a chiarire quale effettivo ruolo hanno giocato i magistrati? Vorranno e potranno raccontare quello che è veramente successo i tre poliziotti ora alla sbarra? Sarà verità oppure omertà? Staremo a vedere. Il nodo sta tutto nella costruzione a tavolino del pentito Scarantino. Una costruzione emersa mano a mano, attraverso non poche testimonianze. La verbalizzazione sulla strage di Scarantino era servita a far condannare 7 innocenti che hanno scontato la bellezza di 16 anni di galera. Proprio come è successo per il giovane somalo che ha scontato sempre 16 anni (sembra un macabro rituale) per un omicidio mai commesso, quello di Ilaria e Miran, sulla base della testimonianza taroccata di un altro somalo, alias Gelle. Nella sua ultima verbalizzazione Scarantino (e così poi ha fatto la moglie) ha descritto per filo e per segno tutta l’operazione-taroccamento. E’ stato minacciato, intimidito, convinto non certo con metodi anglosassoni ad imparare un copione a memoria. Ogni giorno, prima delle udienze processuali, veniva istruito come uno scolaretto, gli veniva fatta ripetere la parte. Gli era stato anche detto che in caso difficoltà avrebbe potuto chiedere di andare in bagno, lì dove avrebbe trovato un poliziotto pronto a ricordagli la parte e imbeccargli le risposte. Ai confini della realtà.

Nino Di Matteo: Tutto questo è ormai storia. Ora occorre arrivare agli autori del testo della sceneggiata. In che misura e con quali ruoli sono coinvolti i tre magistrati che ne hanno “gestito” il pentimento, ossia Anna Maria Palma, Carmine Petralia e Nino Di Matteo? La figlia di Paolo, Fiammetta Borsellino, ha più volte puntato l’indice nei confronti dei magistrati che fino ad oggi non hanno subito alcuna conseguenza, né civile, né penale. Chiede con la forza e la passione civile che la animano di accertare per ciascuno le precise responsabilità. Potranno saltare fuori dal processo che vede alla sbarra i tre poliziotti? Da tener presente un elemento non da poco. Uno dei tanti magistrati che hanno seguito le prime piste per far luce sulla strage di via D’Amelio è stata Ilda Boccassini. Toga di gran prestigio, la quale ha potuto valutare l’attendibilità di Scarantino. E prima di passare alla procura di Milano, ha inviato una memoria ai suoi colleghi – evidentemente Palma, Petralia e Di Matteo in prima fila – per metterli in guardia da un pentito del tutto inattendibile e inaffidabile come Scarantino. Ma di tutta evidenza i colleghi non hanno tenuto in alcun conte le sue parole. Sarà possibile approfondire tale circostanza nel corso dell’odierno processo per il maxi depistaggio?

DAVID ROSSI. GENOVA INDAGA SU SIENA (?) Passiamo ad altri due gialli senza mai alcuna risposta. Nemmeno parziale. Con il concreto rischio che vadano a finire definitivamente in naftalina. Stiamo parlando dei casi di David Rossi e Marco Pantani. Accumunati, anche stavolta, da non poche, tragiche somiglianze. Una cortina di silenzio sta sempre più avvolgendo la morte dell’ex responsabile delle comunicazioni per il Monte dei Paschi di Siena, David Rossi, volato giù dal quarto piano della sede centrale in via dei Salimbeni, a Siena. Un caso che la procura di Siena ha più volte cercato di archiviare, sostenendo la tesi del suicidio. Una tesi che non sta in piedi, manifestamente infondata, per tutta una serie di anomalie che anche uno scolaretto delle elementari sarebbe in grado di vedere. Per questo oltre un anno fa il fascicolo è passato alla procura di Genova, che dovrebbe indagare anche sulle stesse indagini farlocche portate avanti a Siena. Ma da Genova non arrivano notizie. Tutto fermo, a quanto pare. Come mai? C’è forse qualche remora nel cavar fuori scomode verità sulle inerzie, quanto meno, dei colleghi senesi? Periodicamente saltano fuori alcune news, soprattutto per i servizi mandati in onda dalla Iene. Ed emergono di volta in volta notizie su festini, attività massoniche, strani intrecci all’interno del Monte dei Paschi, interventi vaticani. Poi di nuovo cala il silenzio più assordate. Una scena del crimine che parla da sola, come documentano alcune perizie. Quella sulla dinamica della caduta del corpo, da cui risulta chiaro come si sia verifica una spinta e non si possa essere trattato di una caduta da suicidio Poi la perizia grafologica, per dimostrare come le due lettere lasciate ai familiari da David Rossi fossero state scritte sotto coazione. E soprattutto quella medica che evidenzia segni di colluttazione sul corpo, da trascinamento e da sollevamento: che fanno letteralmente a pugni con ogni ipotesi di suicidio. Senza contare uno degli elementi base. I vertici MPS – già teatro di diverse altri morti sospette di funzionari in quei bollenti anni di “crisi”, come viene documentate nel libro “Morte dei Paschi di Siena” di Elio Lannutti – erano a conoscenza del fatto che a brevissimo David Rossi si sarebbe recato dai magistrati per raccontare la sua verità sugli scandali targati Mps. Una testimonianza che poteva risultare devastante. Per questo David non doveva parlare.

MARCO PANTANI. GIRI E GIRONI INFERNALI. Così come non avrebbe mai dovuto parlare Marco Pantani sugli scandali del doping nelle corse e sulle mani delle scommesse pilotate dalla camorra in occasione del Giro d’Italia del 1999. Un giallo che dovrebbe tornare ancor più di attualità oggi, dopo le recenti rivelazioni su un altro giallo, la morte del calciatore David Astori. La fine di Pantani resta avvolta in una cortina di nebbia su cui la magistratura non ha voluto far luce. La scena del crimine, quel 14 febbraio 2004 al residence Le Rose di Rimini, parlava in un modo che più chiaro non si può. Una stanza sottosopra, il letto squarciato, un giubbotto non si sa chi di chi e soprattutto un corpo che racconta di ferite, trascinamento, tracce ematiche, tutto evidente frutto di una colluttazione. E ancora, una pallina di pane e coca che avrebbe dovuto subito indirizzare gli inquirenti verso una pista ben precisa: Pantani venne “abboffato” con palline di pane e coca, tali da provocargli un arresto cardiaco. Ma quella scena del crimine è stata subito inquinata: indagini fatte con i piedi e, per fare un solo esempio, tracce di un cornetto Algida nel contenitore dei rifiuti, lì lasciato – così scrivono i magistrati – da chi ha subito fatto le indagini: forse per concentrarsi meglio…Cento e passa anomalie, ha denunciato con amarezza il legale della famiglia Pantani, Antonio De Rensis. Che si è dovuto arrendere davanti alla richiesta di archiviazione sancita dalla procura di Forlì e poi ratificata dalla Cassazione. Sotto il mero profilo tecnico resta in vita una flebile inchiesta alla Procura di Napoli, affidata al pm antimafia Antonella Serio. Lo stesso De Renzis, ingoiata la sentenza della Cassazione, ha cercato di far riaprire il caso del Giro d’Italia 1999, quello che decretò la fine sportiva e anche umana del Pirata. Un Giro chiaramente comprato e taroccato dalla camorra, che aveva scommesso miliardi di lire, all’epoca, sulla sconfitta del campione. Il quale fu fermato, infatti, al tappone di Madonna di Campiglio. Per uno ematocrito troppo elevato, frutto di una combine, proprio perché la camorra aveva effettuato quelle maxi scommesse. Non ci volle molto a “convincere” con metodi non proprio inglesi i medici dell’equipe ad alterare quei dati. “Oggi il ciclismo è morto”, disse quel giorno il capo equipe, un medico svedese, Wim Jeremiasse, dopo qualche mese “affondato” in un lago austriaco. Della combine aveva parlato un camorrista in carcere a RenatoVallanzasca, e da lì partì l’indagine della procura di Forlì. Che identificò quel camorrista, il quale confermò la sua versione, poi ribadita da diversi altri pentiti di camorra. Ma che fa la procura di Forlì? Se ne frega, ritiene le prove non sufficienti e archivia! De Renzis chiede alla procura di Napoli la riapertura del caso quasi tre anni fa: proprio perché è coinvolta la camorra e hanno parlato dei pentiti. Ma da allora di quel fascicolo giudiziario non si sa più niente. La giustizia è sempre in fase di archiviazione.

LE OMBRE SU QUEL 19 LUGLIO 1992. I buchi neri della Strage di via D’Amelio: ecco tutti i misteri irrisolti. Davide Guarcello il 17 Luglio 2019 su La Sicilia. La prima svolta nelle indagini sulla Strage di via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino è arrivata col “Borsellino quater” che ha certificato nel 2017 il colossale depistaggio (“uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”) messo a segno probabilmente dalle “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone. E mentre il processo sulla Trattativa Stato-mafia si è concluso in primo grado con condanne pesantissime, nel 2019 è arrivata la seconda svolta: per quel depistaggio sono sotto accusa anche due pm che all’epoca gestirono il falso pentito Vincenzo Scarantino: Anna Maria Palma e Carmelo Petralia. Sono quindi ancora tante, oggi, le domande senza risposta e i misteri attorno alla strage del 19 luglio 1992. Oltre alla matrice mafiosa, si cercano anche i cosiddetti “mandanti occulti” e i depistatori di Stato. Ecco una carrellata sui quesiti rimasti aperti, i “buchi neri” di via D’Amelio.

L’UOMO MISTERIOSO NEL GARAGE. Il primo e tra i più inquietanti aspetti mai indagati a fondo è la presenza di un uomo misterioso, esterno a Cosa nostra, di cui parla il pentito Gaspare Spatuzza quando racconta del furto e della preparazione della Fiat 126 con 90 chili di tritolo. In un garage di via Villasevaglios 17 c’è anche questa oscura presenza, mai individuata con certezza. Nel 2009 Spatuzza lo aveva indicato come un appartenente ai servizi segreti, e indicandolo in Lorenzo Narracci, braccio destro di Bruno Contrada e 007 del Sisde, il cui numero di telefono è presente anche in un foglietto rinvenuto nei pressi del cratere di Capaci. Lo 007 era pure residente in via Fauro a Roma, teatro della strage del ’93. Tre singolari coincidenze o qualcosa di più? Spatuzza lo riconoscerebbe durante un confronto all’americana, salvo poi fare un leggero passo indietro nel 2010, parlando solo “di una certa somiglianza” con quell’uomo misterioso. Ad oggi questo “uomo nero” resta senza un volto e un nome.

IL TELEFONO INTERCETTATO. Come facevano i mafiosi a sapere gli orari e gli spostamenti esatti di Borsellino di quella domenica? Il giudice aveva l’abitudine di andare a trovare la madre in via D’Amelio (colpevolmente lasciata senza zona rimozione, altro “buco nero”), ma la visita di quel giorno fu imprevista. Tanto che Borsellino avvertì per telefono del suo arrivo. La Procura di Caltanissetta incaricò il commissario Gioacchino Genchi di svolgere una perizia sul telefono di casa di Rita Borsellino, la sorella del giudice che abitava con la madre in via D’Amelio: dalle testimonianze emerse che c’erano stati precedentemente strani rumori di fondo nelle telefonate, oltre ad “alcuni squilli anomali”. Per il consulente, il telefono quindi poteva essere stato intercettato. A confermare questa pista, dopo tanti anni, nel 2013, lo stesso Totò Riina, intercettato al carcere di Opera. A colloquio con la sua “dama di compagnia” Alberto Lorusso, Riina rivelò: «Sapevamo che Borsellino doveva andare là perché lui ha detto: ‘Domani mamma vengo’». Fu realmente intercettato quel telefono? E da chi? Secondo le indagini il sospetto autore fu Pietro Scotto, un tecnico della società telefonica Sielte, fratello di Gaetano Scotto, boss dell’Arenella considerato trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e ambienti dei servizi segreti deviati. Gaetano Scotto è tra i mafiosi condannati all’ergastolo per la strage e poi rimesso in libertà insieme agli altri 6 boss: Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana e Vincenzo Scarantino. La sua posizione però sembrerebbe diversa rispetto a quella degli altri ingiustamente accusati della strage: su Scotto peserebbero altre ombre, come l’Addaura e i presunti contatti con Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro“.

CHI AZIONÒ IL TELECOMANDO? Dopo tanti anni ancora non si è riusciti a identificare con assoluta certezza chi azionò l’ordigno piazzato sulla 126. In base alle testimonianze dei collaboratori di giustizia Tranchina e Ferrante, sarebbe stato Giuseppe Graviano ad azionare la carica dal giardino-agrumeto che delimita via D’Amelio. Ma è realmente possibile che abbia deciso di esporsi al rischio dell’onda d’urto in un luogo così vicino? Poteva essere facilmente visto da qualche condomino del palazzo. E finora manca una prova tangibile del luogo esatto da cui partì l’input del telecomando. Riina invece dice che fu piazzato direttamente nel tasto del citofono. Fu davvero così? Ancora è un mistero.

LE CICCHE E IL VETRO SCUDATO. Un giallo anche il ritrovamento sul tetto di un edificio di fronte a via D’Amelio di cicche di sigarette e un vetro scudato. Il complesso “Iride“, cioè il palazzo dei “fratelli Graziano“ a 11 piani all’epoca in costruzione, sito a pochi metri dal luogo e con una visuale perfetta sulla strada, venne perlustrato da due agenti della Criminalpol di Catania: Mario Ravidà e Francesco Arena. È la mattina del 20 luglio 1992: sono passate circa 12 ore dalla strage. I due poliziotti individuano il palazzo dei Graziano come possibile punto per azionare l’autobomba. Mentre uno interroga sulle scale uno dei Graziano (legati ai Madonia e ai Galatolo), l’altro poliziotto sale sul tettodell’edificio e trova 26 piante ad alto fusto a mo’ di copertura, un vetro spesso scheggiato poggiato sul parapetto, molti mozziconi di sigaretta e dei numeri di cellulare. All’improvviso giunge un’altra squadra di poliziotti che blocca i due colleghi della Criminalpol: “Tutto ok, ci pensiamo noi”. Così i due se ne vanno, stilando una relazione di servizio dettagliata. Relazione che inspiegabilmente scompare. Su quei reperti non fu mai fatta l’analisi del DNA, che avrebbe potuto portare a chi verosimilmente pigiò il telecomando da lì o a chi faceva da vedetta.

IL CASTELLO UTVEGGIO. Un’altra ipotesi sull’azionamento dell’esplosivo riguarda Castello Utveggio, da cui si ha una visuale ad ampio raggio sul luogo della strage. Agnese Borsellino ha raccontato che suo marito le raccomandò una volta di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal Castello Utveggio. Chi c’era lì? Oltre a essere la sede del Cerisdi, per Genchi era una sorta di sede occulta del Sisde (servizio segreto civile) a Palermo: “Con mio disappunto – rivela Genchi – La Barbera convocò Verga (direttore del Cerisdi) palesandogli l’oggetto dell’indagine. Tali soggetti di lì a poco smobilitarono dal castello”. I tabulati telefonici per Genchi dicono che con certezza il Sisde operò da lì, nonostante abbia più volte smentito questa circostanza.

I SERVIZI. Arnaldo La Barbera [ANSA]Oggi sappiamo che Arnaldo La Barbera era a libro paga del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, definito come il “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio”. Notevole il ricordo del Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Maggi arrivò tra i primi, circa dieci minuti dopo il botto delle 16,58: «Uscii da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa… proprio senza una goccia di sudore». Era «gente di Roma» che lo stesso Maggi conosceva di vista, appartenenti ai Servizi Segreti. Che ci facevano lì in così poco tempo? Guardando attentamente le immagini dell’epoca si vedono in effetti diverse figure losche aggirarsi tra i corpi fatti a pezzi. Si faccia quindi chiarezza identificando questi soggetti, per capire le ragioni del loro vagare con fare sospetto in via D’Amelio.

I 100 SECONDI. L’esplosione è fissata esattamente alle ore 16:58 e 20 secondi. Dopo appena 100 secondi, alle 17 in punto, Bruno Contrada – in barca con l’amico Gianni Valentino e lo 007 Narracci – chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma e, a suo dire, ottiene conferma dell’attentato. In mezzo a quei cento secondi però c’è stata un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione. Dunque, in soli 100 secondi: esplode l’autobomba in via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) avvisa da un telefono fisso (non identificabile dai tabulati) dell’accaduto; Valentino a sua volta informa Contrada e gli altri sulla barca; Contrada dal suo cellulare chiama il Sisde e ottiene la conferma sull’attentato. Tutto in soli cento secondi. Come poteva sapere la figlia di Valentino, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? E come potevano sapere al Sisde che era esplosa una bomba in via D’Amelio già 100 secondi dopo lo scoppio? Fino alle 17:15 le forze dell’ordine parlavano genericamente di “esplosione” e “incendio in zona Fiera”. Valentino e Contrada, però, in alto mezzo al mare, già alle 17 sapevano tutto. Contrada per tre volte sarà indagato per concorso in strage e tutte e tre le volte archiviato.

L’AGENDA ROSSA. Il mistero dei misteri resta la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Su questo aspetto si sono scritti fiumi di inchiostro: una telefonata anonima ad un giornalista nel 2005 permise di far trovare una foto finita nel dimenticatoio per 13 anni; nel celebre scatto di Franco Lannino, l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, con la borsa in mano. Arcangioli fu poi indagato e assolto in via definitiva. Sappiamo comunque che l’ex pm Giuseppe Ayala fu tra i primi ad arrivare in via D’Amelio. Le sue molteplici versioni sulla borsa di Paolo Borsellino sono considerate “contraddittorie” da Fiammetta Borsellino. Di recente Ayala ha replicato nervosamente alla figlia di Borsellino. E in aula si è scontrato duramente con l’avvocato Fabio Repici(legale di parte civile di Salvatore Borsellino) che puntava a dimostrare l’inattendibilità del teste. “Il collega Ayala – ha detto il pm Nico Gozzo – ha reso diverse versioni… non so quanto tutto questo appartenga al modo di essere di Ayala oppure evidentemente a una voglia in qualche modo di depistare le indagini. Saranno i colleghi di Caltanissetta a stabilirlo”. In un recente editoriale, il cronista Saverio Lodato scrive: «Ripetutamente interrogato sul punto, Giuseppe Ayala, avanti negli anni come tutti noi, a spiegazione di una quasi mezza dozzina di versioni differenti su questa circostanza, si è dichiarato pronto a rendere conto a Dio quando sarà, visto che su questa terra la memoria non lo aiuta più, nel ricordare a quali mani affidò la borsa delle discordia». L’unica cosa certa è che quella borsa tornerà improvvisamente dentro l’auto, ancora fumante e con qualche focolaio da spegnere. Poi la nuova asportazione. La borsa sarà per oltre 6 mesi nell’ufficio di Arnaldo La Barbera, abbandonata. E non appena Lucia Borsellino chiese chiarimenti per l’assenza dell’agenda rossa, fu presa per pazza.

IL DEPISTAGGIO. Infine il depistaggio sulle indagini, ormai certo. Chi ha tradito Borsellino? Chi istruì Scarantino suggerendogli bugie condite da elementi di verità? Sono stati solo i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, oggi sotto indagine? O come sostiene Fiammetta Borsellino, alle spalle ci sarebbero alcuni magistrati?

BORSELLINO. LA PISTA “MAFIA-APPALTI” DENUNCIATA DA GIUFFRE’ 13 ANNI FA. Paolo Spiga su lavocedellevoci.it l'8 Febbraio 2019. Giallo Borsellino. La pista “Mafia-Appalti” per individuare il vero movente delle strage di via D’Amelio prende sempre più corpo. Giorni fa ha puntato i riflettori Fiammetta Borsellino ai microfoni di “Che tempo che fa”. Ferdinando Imposimato la indicò addirittura nel 1995 firmando un vero e proprio j’accuse con la relazione di minoranza alla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Tiziana Parenti. Ricostruzione ancor più dettagliata nel volume “Corruzione ad alta velocità” scritto nel 1998 dallo stesso Imposimato insieme a Sandro Provvisionato. Ora stanno emergendo altre ricostruzioni fino ad oggi misconosciute. Eccoci, ad esempio, all’audizione, sempre in Commissione Antimafia, del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci. Paci fa riferimento all’epoca in cui Borsellino era procuratore capo a Marsala: “Allora – rammenta Paci – di quel rapporto ‘Mafia-Appalti‘ Borsellino chiese copia quando si trova ancora a Marsala. Altro dato che emerge inquietante è che spesso ci siamo soffermati a pensare a quest’aspetto, già nel 1991 Cosa nostra vuole organizzare un attentato a Paolo Borsellino a Marsala. Per quest’attentato che non va in porto muoiono due mafiosi, i fratelli D’Amico, i capi della famiglia di Marsala. Muoiono perchè si oppongono all’eliminazione di Borsellino a Marsala”. Continua Paci: “Che cosa ha fatto Borsellino nel 1991 di particolare? Questo è un altro rovello che ha spesso accompagnato nei nostri approfondimenti. Paolo Borsellino viene a conoscenza del rapporto Mafia-appalti a Pantelleria. Evidentemente viene a conoscenza di quelle famose notizie che riguardano anche la De Eccher, il rapporto con imprenditori del Nord e, soprattutto, la vicenda che riguarda l’amministratore della società, comunque legato mani e piedi al mondo politico romano”. Quindi il filo rosso mafia-politica nazionale. Non solo la Rizzani-De Eccher, comunque, fra le società più che border line nel dossier “Mafia-Appalti” finito a febbraio 1991 sulla scrivania di Giovanni Falcone e, scopriamo ora, di Borsellino a Marsala. Ma anche la Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi che fa esclamare a Falcone “la mafia è entrata in Borsa”; la Fondedile–Icla tanto cara a ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino; la Saiseb”. Insomma, la mafia stava penetrando in modo massiccio tra i big del mattone. Non solo, ma nell’inchiesta di Falcone e Borsellino c’è la chicca dei maxi appalti per la TAV, quell’altra velocità che stava già diventando il colossale business degli anni a venire e su cui hanno acceso i riflettori Falcone e Borsellino. Per questo “Dovevano Morire”. Non è certo finita, perchè del rapporto “Mafia-Appalti” come movente almeno per la strage di via D’Amelio, ha parlato anche uno dei pentiti ai quali è stata sempre riconosciuta la massima attendibilità, Antonino Giuffrè. Le sue parole pronunciate nel 2006 davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catania vengono riportate nella sentenza del Borsellino quater. Ecco cosa, già 13 anni fa, verbalizzava Giuffrè: “Un motivo è da ricercarsi, per quanto io so, nel discorso degli appalti. Perchè si sono resi conto che il dottor Borsellino era molto addentrato in questa branca, cioè in questo discorso mafia, politica e appalti. E forse alla pari del dottor Falcone”. E ribadisce: “Il dottor Borsellino stava diventando più pericoloso di quello che addirittura si era pensato, in particolare per quanto riguarda il discorso degli appalti”. Ricorda il fatto che la pericolosità di Borsellino era ancor più elevata perchè avrebbe potuto diventare procuratore nazionale antimafia. Quindi rammenta l’isolamento totale (anche sul fronte dei colleghi magistrati) sia di Falcone che di Borsellino. Nella motivazione del Borsellino quater, infatti, si legge: “L’inquietante scenario descritto dal collaboratore (Giuffrè, ndr) trova precisi riscontri negli elementi di prova emersi nell’ambito del presente procedimento, che evidenziano l’isolamento creatosi intorno a Borsellino e la sua convinzione che la sua esecuzione sarebbe stata resa possibile dal comportamento stesso della magistratura”. Parole che pesano come macigni. E ancora, tanto per chiudere i cerchi, scrivono le toghe: “Falcone e Borsellino erano pericolosi nemici di Cosa Nostra per la loro persistente azione giudiziaria svolta contro l’organizzazione mafiosa e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti”. E poi qualcuno dubita ancora del movente “Mafia-Appalti”?

·         Il racconto delle Stragi: Capaci e via D'Amelio.

La strategia stragista del 1992. La Repubblica il 28 giugno 2019. La deliberazione, ad opera della commissione provinciale di Palermo di "Cosa Nostra", del piano stragista nel quale si inserisce l’attentato di Via D’Amelio è stata accertata, da ultimo, dalla sentenza n. 24/2006 del 22 aprile 2006 della Corte di Assise di Appello di Catania, passata in giudicato. La sentenza in esame, resa in sede di giudizio di rinvio, ha dovuto anzitutto assolvere al compito, demandato dalla precedente pronuncia della Corte di Cassazione (Sezione VI, n. 6262 del 17/1/2003) relativa alla strage di via D'Amelio, di stabilire quale sia stato il momento "ultimo e finale" della decisione di morte adottata nei confronti del Dott. Borsellino, riformulando un giudizio di merito sull'individuazione del momento deliberativo della strage. In proposito, la sentenza n. 24/2006 della Corte di Assise di Appello di Catania ha evidenziato, anzitutto, che la decisione di morte del giudice Borsellino non è stata isolata ma è stata adottata nel contesto deliberativo di un "piano stragista" comprensivo anche della decisione di uccidere altri personaggi "eccellenti", tra i quali il giudice Falcone, e che il collaborante Antonino Giuffrè, con riguardo al periodo in cui era prevedibile l'esito negativo dei maxiprocesso pendente ancora presso la Corte di Cassazione (poi definito con sentenza del 30 gennaio 1992), ha riferito di una riunione avvenuta a metà dicembre 1991, in cui, in occasione degli auguri natalizi e quindi in presenza della quasi totalità dei rappresentanti della Commissione Provinciale (liberi o sostituti dei detenuti), venne decisa, tra gli altri, anche la morte dei giudici Falcone e Borsellino. La sentenza in esame ha quindi ravvisato l’esistenza di un "piano stragista", nel cui ambito concettuale occorre poi distinguere un duplice "contenuto" decisionale, di natura "deliberativa" e di natura "strategica": infatti non si tratta di una generica "linea strategica" avulsa da una "decisione collegiale", ma, all'opposto, si tratta di un vero e proprio piano di contenuto "decisionale" duplice: decisionale-deliberativo e decisionale-strategico.

Quanto al contenuto decisionale-deliberativo, la sentenza de qua ha sottolineato che: «nel caso di specie viene deliberata la morte di più personaggi eccellenti, ben individuati, i cui nomi ricorrenti sono quelli dei giudici Falcone e Borsellino, nonché degli onorevoli Lima, Mannino, Martelli. (…) […] Una volta manifesta la volontà delittuosa, il piano si viene a "perfezionare" nel suo contenuto deliberativo (ed anche strategico, v. infra) e non necessita dunque di ulteriore decisione. Di particolare rilievo è l’individuazione del "tempo" in cui viene a formarsi la volontà collegiale (la riunione o le riunioni in cui viene deliberato il piano), che segna il preciso momento di perfezionamento del piano stragista e che distingue il successivo momento della sua fase esecutiva, attuata attraverso la realizzazione dei delitti già deliberati. Tale piano non costituisce un "mero progetto" o una semplice "linea strategica", come dimostrano, in modo indubbio, gli eventi delittuosi con esso deliberati e poi in concreto realizzati. Nell'arco di pochi mesi vennero infatti uccisi: l’onorevole Salvatore Lima (13 marzo 1992), il giudice Giovanni Falcone (strage di Capaci del 23 maggio 1992), il giudice Paolo Borsellino (strage di via D'Amelio del 19 luglio 1992), l’esattore Ignazio Salvo (17 settembre 1992). Risulta inoltre agli atti (v. in particolare, sentenza di secondo grado relativa alla strage di Capaci, pag. 900 e segg.) che:

Fu programmato, ad opera del Brusca, l’attentato all' on.le Mannino, poi sospeso per accelerare quello in pregiudizio del giudice Borsellino;

Venne progettato l’attentato all' on.le Martelli affidato a Sangiorgi Gaetano, ma l'esecuzione venne interrotta poiché il Sangiorgi era stato controllato dalle forze dell'ordine, mentre si stava recando a Mantova ove la vittima abitava.[...]

La sentenza in esame ha posto in risalto come del tutto diverso dal suindicato contenuto decisionale-deliberativo del piano stragista sia il contenuto "decisionale-esecutivo" che concerne l’attività successiva di predisposizione ed organizzazione dei mezzi necessari alla concreta realizzazione dei vari delitti, prima già deliberati. Siffatta attività viene di regola affidata ad un ristretto gruppo di associati, a volte anche estranei alla pregressa fase di decisione deliberativa, e si manifesta attraverso il compimento di atti "preparatori" all' esecuzione o di "concreta" esecuzione. [...] Con riguardo al contenuto deliberativo del piano stragista, la sentenza in oggetto ha introdotto una distinzione che consente di diversificarne in esso una natura "ricognitiva" ed una natura "costitutiva", specificando quanto segue in ordine alla prima natura: «A tale fine è necessario richiamare la pacifica esistenza di una originaria decisione di morte adottata da Cosa Nostra già negli anni '80, e mai revocata, nei confronti dei giudici Falcone e Borsellino a causa della tenace e continuativa azione giudiziaria da entrambi condotta contro 1' organizzazione criminale (…). In esecuzione della su indicata decisione di morte vennero commessi due attentati a carico del giudice Borsellino negli anni 1987 e 1988.

Più numerosi furono gli attentati commessi a carico del giudice Falcone dal 1983 al gennaio 1992, di cui il più eclatante e notorio è quello effettuato nella villa della "Addaura" nell' anno 1989 (…). [...] Ora, la peculiarità della su indicata decisione di morte, che la rende "unica" nel suo genere, è, costituita da tre elementi:

Innanzi tutto la presenza dei sopra citati "molteplici attentati" ad essa conseguenti e dai quali, per varie ragioni, non era mai derivata l’uccisione dei due giudici.

In secondo luogo la ricorrente "reiterazione" di tale decisione di morte nel corso delle riunioni di Cosa Nostra (…) a punto tale che era diventata "abitudinaria". In tal senso basti richiamare le dichiarazioni del Brusca rese nel corso dei giudizi di merito relativi alle due stragi in esame, e, per ultimo, quelle rese nel presente processo: "perchè io questo fatto che si doveva eliminare il dottor Falcone lo sapevo da una vita, si è rinnovato il da farsi, e più si è aggiunto anche un' altra serie, un' altra rosa di nomi, più quella del dottore Borsellino ... Per me non è che ho saputo quel giorno [riunione in casa Guddo dei primi di febbraio/metà febbraio 1992] che si doveva uccidere Giovanni Falcone; io della morte di Giovanni Falcone lo sapevo già dal 1982. Ho partecipato a dei tentativi già per mettere in atto quel fatto. Mi è stato rinnovato quello che già io sapevo. Prima da soldato e poi da capo mandamento. Non l'ho appreso quel giorno cioè quella mattina" (udienza antimeridiana 23 gennaio 2004 pagg. 18,19,20). Lo stesso dicasi per le dichiarazioni rese dal Giuffrè nel presente giudizio: " ...ma non era che noi abbiamo parlato solo di questi discorsi il dicembre del '91, erano tutti argomenti che durante l’arco degli anni spesso e volentieri si ci tornava, si tornava a parlare di Falcone quando c'era l’operazione nell'88 e si diceva, diceva, si diceva “Prima o poi ni nama nesciri”, cioè prima o poi dobbiamo arrivare alla resa dei conti, cioè dobbiamo arrivare... insomma per essere chiari all' uccisione del dottore Falcone. Sono tutti discorsi questi che ci trasciniamo, ci siamo trascinati nel tempo" (udienza 12 dicembre 2003, pag. 28). Ed ancora: "Era notorio all'interno dì Cosa Nostra, ed in modo particolare all'interno della commissione, che prima o poi sia il Giudice Falcone che il Giudice Borsellino sarebbero stati uccisi (pag. 43 udienza 28 gennaio 2004).

In terzo luogo, e soprattutto, la "sopravvenienza", alla su indicata decisione di morte, di una situazione di estrema e fondamentale importanza nella vita di Cosa Nostra, riconducibile alle vicende del maxi processo istruito dal giudice Falcone contro Cosa Nostra. In proposito è sufficiente qui richiamare (ma v. gli ampi riferimenti nelle due sentenze di merito) che i giudici di primo grado avevano condiviso l’impostazione data dal magistrato in ordine alla struttura piramidale e compatta dell' organizzazione criminale, mentre quelli di secondo grado avevano ridimensionato tale tesi. Fondamentale era pertanto il definitivo giudizio della Corte di Cassazione.

Siffatta situazione aveva raggiunto il punto di massima criticità e conseguente maturazione nel periodo intercorrente tra: l’estate dell'anno 1991, quando il Riina, nonostante gli spasmodici tentativi effettuati invano, aveva fondato motivo per prevedere 1' esito negativo del maxi processo (…); l'inizio dell'anno 1992, quando il processo è stato deciso, con esito negativo, con la sentenza 30 gennaio 1992, n. 80, della Cassazione. Il contenuto di tale sentenza veniva invero ad assumere effetti devastanti per Cosa Nostra a motivo del modo in cui si configurava la responsabilità a carico dei componenti del suo organismo di vertice; infatti veniva ad essere riconosciuta, con l'autorità derivante da una pronuncia della Corte di Legittimità, l’esistenza della Commissione Provinciale e delle regole di funzionamento della stessa, fra le quali quella inerente alla collegialità delle decisioni concernenti gli omicidi eccellenti. [...]».

L' adozione del piano stragista viene ad assumere, nei confronti dei giudici Falcone e Borsellino, un contenuto "rinnovativo" dell' originaria decisione di morte (risalente agli anni '80 e mai revocata), nel senso di una rinnovazione attuata mediante "conferma" di tale decisione (v. infra, la riunione degli auguri di fine anno 1991, riferita dal Giuffrè) o mediante sua "riconferma" (v. infra le riunioni ristrette di febbraio/marzo 1992, riferire dai collaboranti Brusca e Cancemi).

[…] La sentenza de qua ha precisato che il piano stragista ha anche natura "ricognitiva", e quindi natura di "conferma", rispetto all'originario "movente specifico" in base al quale venne adottata la decisione di morte risalente agli anni '80, mai revocata. Movente costituito dalla "persistente pericolosità" derivante dalla continuativa azione giudiziaria svolta dai due magistrati in netta opposizione agli interessi, specie economici, di Cosa Nostra. In proposito, sono state riportate le ulteriori conferme derivanti dalle dichiarazioni rese nel giudizio di rinvio dal Giuffrè, che ha riferito in merito alla "notoria" pericolosità dell'azione giudiziaria dei due magistrati, i quali miravano a colpire gli interessi economici dell'organizzazione: "Sin dall'inizio degli anni '80, comincia a delinearsi la pericolosità, tra virgolette, del dottore Falcone. Il dottore Falcone ... mirerà al cuore di Cosa Nostra, quando arriva al cuore e intendo riferirmi in modo particolare all'economia di Cosa Nostra ... Giovanni Falcone era diventato un nemico non solo della Cosa Nostra italiana, era diventato anche per Cosa Nostra americana, mirando appositamente all’economia di Cosa Nostra" (pag. 21-22, udienza 12 dicembre 2003); ed ancora: "che il dottore Borsellino forse, addirittura, stava diventando più pericoloso di quello che addirittura si era pensato. Ed in modo particolare, e lo dico tranquillamente e serenamente, per quanto riguarda il discorso degli appalti"; "Perché il dottore Borsellino, si sono resi conto che era molto addentrato in questa branca, cioè in questo discorso mafia politica e appalti. E forse forse alla pari del dottore Falcone" (pagg. 46 – 48, udienza 28 gennaio 2004).

Strage di Capaci, il racconto dei sopravvissuti: "Quel giorno ho visto l'asfalto salire in cielo". Il racconto dell'attentato costato la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e a tre agenti della scorta nelle parole degli agenti sopravvissuti al tritolo. Lirio Abbate il 23 maggio 2017. Una delle tappe della strategia attuata dai mafiosi di Cosa nostra nel 1992 - attaccare frontalmente lo Stato - è l’attentato di Capaci al magistrato Giovanni Falcone. È una strategia funzionale alla ricerca di nuovi referenti politici. E anche per questo l’attentato viene eseguito in fretta. Totò Riina aveva premura di portare a termine il progetto di uccidere il magistrato che era il principale nemico di Cosa nostra. Perché aveva premura? Perché aveva perso il potere, non era più credibile agli occhi di alcuni boss e quindi doveva essere un attentato eclatante. Riina si era impegnato con i suoi picciotti affinché la sentenza della Cassazione ribaltasse le condanne all’ergastolo per gli imputati del maxi processo a Cosa nostra. Ma questo non era successo. Accanto all’azione dei mafiosi gli inquirenti oggi cercano di capire se possono esserci delle mani esterne ad aver agito insieme a Cosa nostra. Ciò che è avvenuto il 23 maggio 1992 lo spiegano i sismografi siciliani che registrano una fortissima esplosione alle ore 17 e 56 minuti e 32 secondi. Un’esplosione che è come una scossa di terremoto. Una carica di 572 chili di esplosivo viene fatta saltare sotto un condotto dell’autostrada in direzione di Palermo, vicino allo svincolo di Capaci. L’esplosione prende in pieno la prima delle tre auto blindate che formano il corteo su cui viaggiano Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato. Nella prima auto ci sono i poliziotti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani mentre in quella che segue ci sono i coniugi Falcone e Morvillo con l’autista giudiziario Giuseppe Costanza che siede nel sedile posteriore. Il magistrato aveva preferito mettersi alla guida con accanto la moglie. La deflagrazione provoca un gigantesco cratere sul bordo del quale si ferma l’auto del magistrato. Appena dietro c’è la terza blindata del corteo, con gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, che sono scioccati e feriti, ma sopravvivono. I tre poliziotti scendono dall’auto e cercano di dare aiuto al giudice, alla moglie e all’autista. Nonostante le lesioni riportate e con il contributo di alcuni soccorritori, i feriti vengono estratti dall’auto, ad eccezione di Falcone, che resta incastrato fra le lamiere. Per lui è necessario aspettare i Vigili del Fuoco. Come raccontano agli inquirenti Corbo, Capuzza e Cervello, il giudice Falcone, sua moglie Francesca e l’autista Costanza dopo l’esplosione sono ancora vivi. La donna respira ma è priva di conoscenza, mentre Falcone mostra con gli occhi di recepire le sollecitazioni dei soccorritori. La corsa in ospedale in ambulanza e gli sforzi dei medici non riescono però a salvarli. Entrambi muoiono in serata per le emorragie. Lesioni interne provocate dall’onda d’urto dell’esplosione. L’autista Costanza invece, ricoverato in prognosi riservata, ce la farà. Della prima auto blindata, quella che apre il corteo, nell’immediatezza dell’arrivo dei soccorsi non c’è traccia. Le prime persone arrivate sul posto pensano in un primo momento che sia riuscita a sfuggire alla deflagrazione. Solo dopo alcune ore la Fiat Croma verrà ritrovata accartocciata in un appezzamento di terreno a un centinaio di metri di distanza, con i corpi dei tre poliziotti dentro.

23 maggio 1992. Ore 17 e 56 minuti e 32 secondi. Capaci. Una carica di 572 chili di esplosivo viene fatta saltare dai mafiosi sotto l'autostrada. L'esplosione viene segnalata alle sale operative di polizia e carabinieri che inviano sul posto uomini e mezzi. Questo sono le loro conversazioni radio, che accompagnano Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo nel tragitto fino all'ospedale. Dove perderanno la vita. (a cura di Beatrice Dondi e Leonardo Sorregotti). I momenti immediatamente successivi e quelli precedenti l’attentato vengono ricostruiti dai tre agenti sopravvissuti alla strage. E sono loro che offrono agli inquirenti le “immagini” dell’attentato attraverso la loro descrizione di ciò che hanno visto.

Macerie dappertutto. «C’è stato un grosso botto, uno spostamento d’aria, una deflagrazione. Mi sono sentito catapultare in avanti», racconta Angelo Corbo. «Dopo l’esplosione con grossa difficoltà si è cercato di uscire dall’auto, perché purtroppo eravamo anche pieni di detriti, di massi. Uscendo si è capito della gravità della situazione, la voragine purtroppo era ben visibile. Ci siamo avvicinati alla macchina del dottor Falcone mettendoci intorno per non fare avvicinare nessuno. L’auto era praticamente in bilico su quel cratere con la parte anteriore che sembrava mancante. Non riuscivamo a estrarre né Falcone né la dottoressa Morvillo, altre persone sono venute in aiuto. Ricordo che non riuscivamo ad aprire gli sportelli, specialmente quello del dottor Falcone che era bloccato. Dalla parte della dottoressa Morvillo invece c’era il vetro sradicato, e con l’aiuto di volontari l’abbiamo tirata fuori dall’abitacolo. Intanto l’auto di Falcone stava prendendo fuoco, allora ci siamo attivati per spegnere questo principio d’incendio. Il dottor Falcone era in vita, non so dire se era cosciente, perché purtroppo con il vetro blindato non si sentiva nulla, comunque era vivo. Si era pure rivolto verso di noi guardandoci. L’autista Costanza era sul sedile posteriore ed era sdraiato su un fianco».

Uno sguardo ormai chiuso. «Nei pressi dello svincolo autostradale di Capaci, ho sentito una grande deflagrazione, un’esplosione. Non ho visto più niente e non so che cosa ha fatto in quel momento l’auto», racconta Gaspare Cervello. «Non so il tempo che ho trascorso svenuto dopo quella deflagrazione. Ho ripreso i sensi dentro l’auto, lo sportello era bloccato e solo con forza riesco ad aprirlo. Non ho fatto caso ai colleghi, se stavano bene, cioè se erano vivi; l’unica cosa che mi ha dettato l’istinto è stata di uscire dall’auto e andare direttamente verso quella del giudice Falcone. Mentre mi avvicinavo alla blindata ho visto una scena straziante. L’auto era coperta da terriccio e asfalto, e c’era ancora il vetro, ma non riuscivamo a dare aiuto. Nulla. L’unica cosa che ho fatto è stata quella di chiamare il giudice Falcone: “Giovanni, Giovanni...”, e lui si è voltato, però era uno sguardo ormai chiuso, abbandonato, perché aveva tutto il blocco della macchina davanti che lo schiacciava. Aveva soltanto la testa libera di muoversi. Ha mosso la testa solo per quegli attimi in cui l’ho chiamato. La dottoressa Morvillo era chinata in avanti come l’autista Giuseppe Costanza, e la prima sensazione è stata: “Ormai tutti e tre non ce l’hanno fatta”. Mentre la macchina degli altri colleghi che stava davanti, non l’ho vista... Ho pensato che ce l’avevano fatta, che fossero andati via per chiamare i soccorsi, perché noi via radio non potevamo fare più niente perché la nostra auto era distrutta».

L’ultima parola: “Scusi”. «L’ultima cosa che ricordo del dottor Falcone è quando gli ho chiesto quando dovevo riprenderlo. Mi ha detto: “Lunedì mattina”. Io gli ho risposto: “Allora, arrivato a casa cortesemente mi dia le chiavi dell’auto in modo che io lunedì mattina posso prendere la macchina», racconta Giuseppe Costanza. «Probabilmente era sovrappensiero perché lui allora sfilò le chiavi che erano inserite al quadro dandomele dietro e io a quel punto lo richiamai dicendo: “Cosa fa? Così ci andiamo ad ammazzare”. E lui allora mi disse: “Scusi, scusi”. Ecco, queste sono le ultime parole che io ricordo perché poi non c’è più nulla. Potevamo andare a una media di 120-130, non più di tanto. Nel momento in cui sfilò le chiavi ci fu una diminuzione di velocità».

Le mani che tremavano. «Guardavo a destra dell’auto e ho sentito un’esplosione, seguita subito da un’ondata di caldo. Mi sono girato verso la parte anteriore dell’autovettura, per guardare cosa accadeva», ricorda Paolo Capuzza. «Ho visto l’asfalto che si alzava nel cielo. Poi mi sembra che l’autista abbia sterzato e siamo andati a finire sul guardrail destro per evitare di andare addosso all’auto del dottor Falcone. Sul tettuccio sentivamo ricadere tutti i massi e una nube nera. Non vedevamo niente, polvere e nube nera. Poi siamo usciti dall’auto con le armi in pugno, ho cercato di prendere l’M12 in dotazione, oltre che le pistole che avevo addosso, ma non sono riuscito a prendere il mitra, perché la mano non riusciva a tenerlo, non riuscivo a stringerlo. Ho preso la mia pistola e siamo usciti dalla blindata e ci guardavamo intorno, perché ci aspettavamo che arrivasse il colpo di grazia. Poi abbiamo visto la voragine che c’era davanti all’auto del dottor Falcone, alla quale mancava il vano motore. C’era un principio di incendio ed abbiamo preso l’estintore che era sulla nostra auto, abbiamo spento le fiamme. L’incendio era proprio davanti l’autovettura del dottor Falcone, che era sul limite del precipizio, dove si era creata la voragine. Ci siamo guardati intorno per proteggere ancora il magistrato mentre il collega Gaspare Cervello chiamava per nome il dottor Falcone, che non ha risposto. Però si è girato con la testa... Abbiamo aspettato i soccorsi e non abbiamo fatto avvicinare nessuno».

Era il 23 maggio 1992, 25 anni fa.

Dagospia il 18 aprile 2016. Giuseppe Costanza: “Maria Falcone è spuntata dopo Capaci. Ha creato la Fondazione Falcone e fin dal primo anno, alle commemorazioni, non mi ha invitato. Un anno dopo la strage di Capaci sono rientrato in servizio alla Procura di Palermo ma non sapevano che cavolo farsene di un sopravvissuto. Così mi hanno retrocesso a commesso”…

Alessandro Milan per “Libero Quotidiano” 18 aprile 2016.  C' è un uomo che più di altri avrebbe titolo a dire qualcosa sull' apparizione di Riina junior in Rai e sulla lotta alla mafia in generale. È Giuseppe Costanza, l' autista di Giovanni Falcone negli ultimi otto anni di vita del magistrato, dal 1984 fino al 23 maggio 1992. Costanza era a Capaci. Di più, Costanza era a bordo della macchina guidata da Falcone e saltata in aria sul tritolo azionato da Giovanni Brusca. Eppure in pochi lo sanno. Perché per quei paradossi tutti italiani, e siciliani in particolare, da quel giorno Costanza è stato emarginato. Non è invitato alle commemorazioni, pochi lo ricordano tra le vittime. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di essere suo ospite a cena in Sicilia e ho ricavato la sensazione di trovarmi di fronte a qualcuno che è stato più del semplice autista di Giovanni Falcone: forse un confidente, un custode di ricordi e, chissà, uno scrigno di segreti. Che però Costanza dispensa col contagocce: «Perché un conto è ciò che penso, un altro è ciò che posso provare». Un particolare mi colpisce del suo rapporto con Falcone: «Il dottore - Costanza lo chiama così - aveva diritto a essere accompagnato in macchina, oltre che da me, dal capo scorta. Ma pretendeva che ci fossi solo io».

Perché non si fidava di nessun altro?

«Quale altro motivo ci sarebbe?».

Costanza ha deciso di parlare perché a suo parere troppi lo fanno a sproposito.

Cominciamo da Riina a "Porta a Porta"?

«Mi sono rifiutato di vederlo. Solo a sapere che questo soggetto era stato invitato da Bruno Vespa mi ha dato il voltastomaco. Vespa qualche anno fa ha invitato pure me, mi ha messo nel pubblico e non mi ha rivolto una sola domanda. Ora parla con il figlio di colui che ha cercato di uccidermi. I vertici della Rai dormono?».

Cosa proponi?

«Lo Stato dovrebbe requisire i beni che provengono dalla vendita del libro di Riina. Questo si arricchisce sulla mia pelle».

Lo ha proposto la presidente Rai Monica Maggioni.

«Meno male. Ma tanto non succederà nulla. D'altronde sono passati 24 anni da Capaci senza passi avanti».

Su che fronte?

«Hanno arrestato la manovalanza di quella strage. Ma i mandanti? Io un' idea ce l' ho».

Avanti.

«Presumo che l' attentato sia dovuto al nuovo incarico che Falcone stava per ottenere, quello di Procuratore nazionale antimafia».

Ne sei convinto?

«Una settimana prima di Capaci il dottore mi disse: "È fatta. Sarò il procuratore nazionale antimafia"».

Questa è una notizia.

«Ma non se ne parla».

Vai avanti.

«Se lui avesse avuto quell'incarico ci sarebbe stata una rivoluzione. Sempre Falcone mi disse che all' Antimafia avrebbe avuto il potere, in caso di conflitti tra Procure, di avocare a sé i fascicoli. Chiediti quali poteri ha avuto il Procuratore antimafia in questi anni. E pensa quali sarebbero stati se invece fosse stato Falcone».

Chi non lo voleva all' Antimafia?

«Forse politici o faccendieri. Gente collusa. Ma queste piste non le sento nominare».

Torniamo ai mandanti.

«L'attentato a Palermo è un depistaggio, per dire che è stata la mafia palermitana. Sì, la manovalanza è quella. Ma gli ordini da dove venivano? Ti racconto un altro particolare.

Io personalmente, su richiesta di Falcone, gli avevo preparato una Fiat Uno da portare a Roma. E lui nella capitale si muoveva liberamente, senza scorta. Se volevano colpirlo potevano farlo lì, senza tutta la sceneggiata di Capaci. Ricorda l'Addaura».

21 giugno 1989, il fallito attentato all' Addaura. Viene trovato dell' esplosivo vicino alla villa affittata da Falcone.

«Io c'ero».

All'Addaura?

«Sì, ero lì quando è intervenuto l' artificiere, un carabiniere. Eravamo io e lui. Lui ha fatto brillare il lucchetto della cassetta contenente l'esplosivo con una destrezza eccezionale. Poi ha dichiarato in tribunale che il timer è andato distrutto. Ha mentito. Io ho testimoniato la verità a Caltanissetta e lui è stato condannato».

Invece come è andata?

«L'esplosivo era intatto. Lo avrà consegnato a qualcuno, non chiedermi a chi. Evidentemente lo ha fatto dietro chissà quali pressioni».

Falcone aveva sospetti dopo l'Addaura?

«Parlò di menti raffinatissime. Io posso avere idee, ma non mi va di fare nomi senza prove. Attenzione, io non generalizzo quando parlo dello Stato. Ma ci sono uomini che si annidano nello Stato e fanno i mafiosi, quelli bisogna individuarli».

23 maggio 1992: eri a Capaci.

«Ma questo agli italiani, incredibilmente, non viene detto. Quella mattina Falcone mi chiamò a casa, alle 7, comunicandomi l'orario di arrivo. Io allertai la scorta. Solo io e la scorta in teoria sapevamo del suo arrivo».

Cosa ricordi?

«Falcone, sceso dall'aereo, mi chiese di guidare, era davanti con la moglie mentre io ero dietro. All'altezza di Capaci gli dissi che una volta arrivati mi doveva lasciare le chiavi della macchina. Lui istintivamente le sfilò dal cruscotto, facendoci rallentare. Lo richiamai: "Dottore, che fa, così ci andiamo ad ammazzare". Lui rispose: "Scusi, scusi" e reinserì le chiavi. In quel momento, l' esplosione. Non ricordo altro».

Perché la gente non sa che eri su quella macchina?

«Mi hanno emarginato».

Chi?

«Le istituzioni. Ti sembra giusto che la Fondazione Falcone non mi abbia considerato per tanti anni?».

La Fondazione Falcone significa Maria Falcone, la sorella di Giovanni.

«Io non la conoscevo».

In che senso?

«Negli ultimi otto anni di vita di Giovanni Falcone sono stato la sua ombra. Ebbene, non ho mai accompagnato il dottore una sola volta a casa della sorella. Andavamo spesso a casa della moglie, a trovare il fratello di Francesca, Alfredo. Ma mai dalla sorella».

Poi?

«Lei è spuntata dopo Capaci. Ha creato la Fondazione Falcone e fin dal primo anno, alle commemorazioni, non mi ha invitato».

Ma come, tu che eri l'unico sopravvissuto, non eri alle celebrazioni del 23 maggio 1993?

«Non avevo l'invito, mi sono presentato lo stesso. Mi hanno allontanato».

È incredibile.

«Per anni non hanno nemmeno fatto il mio nome. Poi due anni fa ricevo una telefonata. "Buongiorno, sono Maria Falcone". Mi ha chiesto di incontrarla e mi ha detto: "Io pensavo che ognuno di noi avesse preso la propria strada". Ma vedi un po' che razza di risposta».

E le hai chiesto perché non eri mai stato invitato prima?

«Come no. E lei: "Era un periodo un po' così. È il passato". Ventitre anni e non mi ha mai cercato. Poi quando ho iniziato a denunciare il tutto pubblicamente mi invita, guarda caso. Comunque, due anni fa vado alle celebrazioni, arrivo nell' aula bunker e scopro che manca solo la sedia con il mio nome. Mi rimediano una seggiola posticcia. Mi aspettavo che Maria Falcone dicesse anche solo: "È presente con noi Giuseppe Costanza". Niente, ancora una volta: come se non esistessi».

L' emarginazione c'è sempre stata?

«Un anno dopo la strage di Capaci sono rientrato in servizio alla Procura di Palermo ma non sapevano che cavolo farsene di un sopravvissuto. Così mi hanno retrocesso a commesso, poi dopo le mie proteste mi hanno ridato il quarto livello, ma ero nullafacente».

Per l' ennesima volta: perché?

«Ho avuto la sfortuna di sopravvivere».

Come sfortuna?

«Credimi, era meglio morire. Avrei fatto parte delle vittime che vengono giustamente ricordate ma che purtroppo non possono parlare. Io invece posso farlo e sono scomodo. Diciamola tutta, questi presunti "amici di Falcone" dove cavolo erano allora? Ma chi li conosce? Io so chi erano i suoi amici».

Chi erano?

«Lo staff del pool antimafia. Per il resto attorno a lui c'era una marea di colleghi invidiosi. Attorno a lui era tutto un sibilìo».

Tu vai nelle scuole e parli ai ragazzi: cosa racconti di Falcone?

«Che era un motore trainante. Ti racconto un episodio: lui viveva in ufficio, più che altro, e quando il personale aveva finito il turno girava con il carrellino per prelevare i fascicoli e studiarli. Questo era Falcone».

È vero che amava scherzare?

«A volte raccontava barzellette, scendeva al nostro livello, come dico io. Però sapeva anche mantenere le distanze».

Tu hai servito lo Stato o Giovanni Falcone?

«Bella domanda. Io mi sentivo di servire lo Stato, che però si è dimenticato di me. E allora io mi dimentico dello Stato. L'ho fatto per quell' uomo, dico oggi. Perché lo meritava. È una persona alla quale è stato giusto dare tutto, perché lui ha dato tutto. Non a me, alla collettività».

Il presidente Mattarella non ti dà speranza?

«Io spero che il presidente della Repubblica mi conceda di incontrarlo. Quando i miei nipoti mi dicono: "Nonno, stanno parlando della strage di Capaci, ma perché non ti nominano?", per me è una mortificazione. Io chiederei al presidente della Repubblica: "Cosa devo rispondere ai miei nipoti?"».

Questo silenzio attorno a te è un atteggiamento molto siciliano?

«Ritengo di sì. Fuori dalla Sicilia la mentalità è diversa. Devo dire anche una cosa sul presidente del Senato, Piero Grasso».

Prego.

«Di recente, a Ballarò, presentando un magistrato, un certo Sabella, come colui che ha emanato il mandato di cattura per Totò Riina, mi indicava come "l' autista di Falcone". Ma come si permette questo tizio? Io sono Giuseppe Costanza, medaglia d' oro al valor civile con un contributo di sangue versato per lo Stato e questo mi emargina così? "L'autista" mi ha chiamato. Cosa gli costava nominarmi?».

Costanza, credi nell' Antimafia?

«Non più. Inizialmente dopo le stragi c'è stata una reazione popolare sincera, vera. Poi sono subentrati troppi interessi economici, è tutto un parlare e basta. Noi sopravvissuti siamo pochi: penso a me, a Giovanni Paparcuri, autista scampato all' attentato a Rocco Chinnici, penso ad Antonino Vullo, unico superstite della scorta di Paolo Borsellino. Nessuno parla di noi».

Il 23 maggio che fai?

«Mi chiudo in casa e non voglio saperne niente. Vedo personaggi che non c'entrano nulla e parlano, mentre io che ero a Capaci non vengo nemmeno considerato. Questa è la vergogna dell' Italia».

PAOLO BORSELLINO, UNA STRAGE ANNUNCIATA. Attilio Bolzoni per “la Repubblica” il 19 giugno 2019. Quando è morto Paolo Emanuele Borsellino, siciliano, magistrato della Repubblica, figlio di un farmacista e padre di tre figli, assassinato dall'esplosivo mafioso e dal cinismo di un'Italia canaglia, tradito e venduto da uno Stato che non ha mosso un dito per salvarlo? È morto il 19 luglio in via Mariano D' Amelio o era già morto il 23 maggio a Capaci, quando alle 17,58 l'autostrada si è aperta e il suo amico Giovanni Falcone se n' è andato poi fra le sue braccia? È morto la sera del 25 giugno quando ha fatto pubblicamente testamento nella biblioteca di Casa Professa o era già morto quando qualcuno intorno a lui stava trattando la resa con i macellai di Totò Riina? È morto nel lontano '84 quando di giorno aveva la scorta e di sera no o è morto nell' 88 quando a Marsala c' erano "grandi proprietà di mafia" e i latitanti non li cercavano mai? Quando è morto per davvero Paolo Emanuele Borsellino, nato il 19 gennaio del 1940 nel quartiere arabo della Kalsa e diventato eroe solo dopo che i becchini l'hanno seppellito nel cimitero di Santa Maria del Gesù? Se vogliamo raccontarla sino in fondo la storia di quest'uomo che per cinquantasei giorni abbiamo visto come un cadavere che camminava per Palermo, bisogna fissare nella nostra mente soprattutto le date di quell'estate breve del '92, bisogna inseguire le ombre che si muovevano al tempo fra la Sicilia e Roma, bisogna riascoltare la sua voce. Perché ormai ci resta solo quella. L'agenda rossa che aveva sempre con sé non si è mai più trovata. Forse non c'è stato delitto più clamorosamente annunciato nemmeno nella Palermo dove l'omicidio politico- mafioso di tipo "preventivo-dimostrativo" era sempre preceduto da quella carica di paura più spaventosa del sangue stesso, e forse è proprio fra le pieghe delle sue parole - ora commosse ripensando all'amico che non c'era più, ora disperate per la solitudine dove anno dopo anno era sprofondato - sono rintracciabili i volti nascosti dietro il massacro. Tutti conoscevano la sorte che gli stava toccando. Tutti. E, lui per primo, è andato avvertito incontro al suo destino. È considerato l'erede di Falcone, il testimone che ha raccolto le ultime confidenze dell'amico eppure - in quei cinquantasei giorni di delirio fra Capaci e via D' Amelio - nessuno lo cerca, nessuno l'ascolta mai. Vuole parlare e non lo fanno parlare, vuole indagare e non lo fanno indagare. Le pigrizie, il terrore, le complicità. I magistrati che investigano sulla strage di Capaci (quelli di Caltanissetta) non lo convocano nella loro procura nemmeno per un caffè. Al Consiglio superiore della magistratura non gli consentono di affiancare i suoi colleghi per condurre l'inchiesta, da Palazzo dei Marescialli "amichevolmente" gli spiegano dell'«inopportunità di una sua partecipazione alle indagini per il coinvolgimento emotivo». Giugno passa in fretta, troppo in fretta. I poliziotti della sua scorta sono preoccupati, ci sono molte auto in sosta in via Mariano D'Amelio dove abita la madre del magistrato. È malata, lui la va a trovare sempre. I poliziotti segnalano al prefetto Mario Iovine e al questore Vito Plantone: «È pericoloso...». Prefetto e questore non fanno nulla. È già il 20 giugno. Cinque giorni dopo Borsellino viene a conoscenza che alcuni ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri stanno incontrando un pezzo grosso della mafia, l' ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Negoziano con lui, gli chiedono se può aiutarli a prendere Totò Riina. In cambio di cosa? È l'inizio della trattativa fra Stato e mafia che negli anni a seguire farà tanto scandalo in Italia. Ma in quei giorni, in quei cinquantasei giorni, Paolo Borsellino è sconvolto. Non è uomo da trattativa lui, da "dialogo" con quella gente. Il conto alla rovescia è già cominciato. Per l'ultima volta parla in pubblico la sera del 25 giugno. E ricorda il "giuda" che accoltellò Falcone al Csm, quando scelsero un anziano magistrato che nulla s'intendeva di mafia pur di sbarrargli la strada. E mentre si tormenta ci sono personaggi degli apparati che tramano, che stanno scendendo a patti. Totò Riina ha appena stilato un "papello", una serie di richieste - la revisione del maxi processo, la modifica della legge sui pentiti, norme più morbide sulla confisca dei beni - da sottoporre allo Stato. Tutto s'incastra, tutto è a posto: il patibolo è pronto. Alla procura della repubblica di Palermo arriva una segnalazione di un attentato contro di lui che di quella procura è il vice, però gli altri non gli dicono niente. Siamo quasi alla fine dell'estate breve, quasi. Ancora il tempo di interrogare il pentito Gaspare Mutolo. «Mi fido solo di Borsellino», fa sapere. Ma il procuratore capo Giammanco gli manda un altro magistrato e Gasparino fa scena muta. Quando poi finalmente lo incontra, il boss gli svela nomi di giudici, poliziotti di alto rango, di spioni. Luglio, il "festino" di Santa Rosalia, la patrona di Palermo. Paolo Borsellino vede per l'ultima volta anche la sua Santuzza. Ormai ha capito tutto. Mancano due giorni, due dei cinquantasei giorni. È mattina, esce dalla sua casa sul mare a Villagrazia di Carini e prende per mano Agnese. Le dice: «Non sarà la mafia ad uccidermi ma saranno altri. E questo accadrà perché c'è qualcuno che lo permetterà. E fra quel qualcuno, ci sono anche miei colleghi». Hanno già rubato la Fiat 126, l'hanno già imbottita di esplosivo. Alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio il procuratore salta in aria con i cinque poliziotti della sua scorta. Ma era già morto. I resti di Emanuela Loi, pezzi di carne insanguinata, finiscono appiccicati al quinto piano sulla parete dell' edificio. Non ci sono più neanche Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Tutto era già scritto.

19 LUGLIO 1992. Via D'Amelio: la storia sofferta di una mezza verità. Dall'attentato che tolse la vita a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta si sono succedute inchieste e processi. Ma restano ancora domande senza risposta: chi sono i mandanti occulti della strage? Chi ha ordito il depistaggio che ha fatto condannare innocenti e coperto i veri responsabili? Federico Marconi il 19 luglio 2017 su L'Espresso. Raccontare la storia dei 25 anni trascorsi dalla strage di via D’Amelio significa fare i conti con indagini e processi, mezze verità e totali bugie, false testimonianze e depistaggi. Le vicende giudiziarie sono riuscite a individuare chi fece esplodere la bomba che uccise Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Purtroppo ancora sfuggono i mandanti occulti di quel tragico delitto: perché se c’è una certezza è che Cosa Nostra non ha fatto tutto da sola.

LE CONDANNE INGIUSTE. Sicuramente con l’attentato del 19 luglio 1992 Gaetano Murana, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura non c’entrano nulla. Condannati nel gennaio del 1996 dalla Corte d’Assise di Caltanissetta nel primo troncone del processo sui fatti di via D’Amelio, i nove componenti del “mandamento” della Guadagna sono stati assolti lo scorso 13 luglio dalla Corte d’Appello di Catania. «Quali rappresentanti dello Stato, ci sentiamo in dovere di chiedere scusa, nonostante non siano nostre le responsabilità, per le condanne ingiuste inflitte nell’ambito del processo per la strage di Via D’Amelio» hanno dichiarato nelle battute finali del procedimento le due procuratrici generali di Catania. La sentenza del tribunale etneo mette fine a una vicenda cominciata il 27 settembre 1992, quando il gruppo investigativo speciale “Falcone-Borsellino” guidato dall’ex capo della mobile di Palermo (e agente del Sisde) Arnaldo La Barbera arresta Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino. I due picciotti della Guadagna dichiarano: “abbiamo rubato la Fiat 126 fatta esplodere a via D’Amelio”. Inoltre accusano alcuni compari di mandamento: Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto. Le dichiarazioni di Scarantino vengono confermate da Francesco Andriotta, suo compagno di cella a Busto Arsizio, a cui il killer avrebbe confidato la storia del furto e dell’esecuzione dell’attentato. Le rivelazioni di Scarantino coinvolgevano anche Salvatore Cancelli e Gioacchino La Barbera, due collaboratori di giustizia, che da subito accusano il pentito di dire falsità nelle sue dichiarazioni. O «fregnacce pericolose» come ha affermato Ilda Bocassini nel 2014, procuratore aggiunto di Milano, tra il ’92 e il ’94 applicata alla Procura di Caltanissetta che si occupava degli attentati a Falcone e Borsellino. «Dissi che andava sospeso tutto, che dovevamo verificare» continua la Boccassini, audita nel corso del processo di revisione «anche gli investigatori nutrivano dubbi su Scarantino, ma i pm hanno deciso di andare avanti per quella strada».

IL DEPISTAGGIO. Tutto l’impianto accusatorio del “Borsellino uno”, iniziato nell’ottobre 1994, veniva retto dalla confessione di Scarantino. Ma i dubbi sulla sua affidabilità si facevano sempre più forti: gli avvocati difensori si chiedevano come fosse possibile che un balordo del genere potesse essere stato utilizzato per un’operazione complessa come l’attentato di via D’Amelio. Non solo, nel corso dei confronti i collaboratori di giustizia facevano a pezzi "Vincenzino". «Ma a questo come gli date ascolto? State attenti: è falso» dichiara ai giudici Salvatore Cancemi «non credete nemmeno a una virgola di quello che vi sta dicendo. A questo qua queste parole gliele hanno messe in bocca, gli hanno fatto una lezione e ora la sta ripetendo». Lezione che presto si stufa di ripetere. Nel luglio del 1995, in un’intervista telefonica a Studio Aperto, Scarantino ritratta: «Ho detto bugie, accusato innocenti». Ma per i pm di Caltanissetta non cambia molto. «È probabile che Scarantino stia vivendo un momento di difficoltà» ribatte il sostituto procuratore Giordano «in ogni caso, il fatto che abbia deciso di fare marcia indietro non risponde a verità». Per il pm Carmelo Petralia invece «un' eventuale ritrattazione non avrebbe alcun effetto sul processo: le indagini non sono legate solo alle dichiarazioni dei collaboranti». Il 26 gennaio 1996 il processo arriva a sentenza. Ergastolo per Profeta, 18 anni a Scarantino, 9 anni a Orofino per favoreggiamento, assolto Scotto. Le condanne verranno confermate in Cassazione. Pochi mesi dopo, il 14 maggio, inizia il “Borsellino Bis”. Alla sbarra Totò Riina, il boss della Guadagna Pietro Aglieri, Carlo Greco, Giuseppe Calascibetta, Giuseppe Graviano, Francesco Tagliavia, Salvatore Biondino, Cosimo Vernengo, Antonino Gambino, Lorenzo Tinnirello, e i latitanti Natale Gambino e Giuseppe La Mattina. Secondo l’accusa Riina e gli altri si sono riuniti agli inizi di luglio a casa di Calascibetta per «delineare le modalità di consumazione della strage». Anche questa volta l’impianto accusatorio si regge sulle accuse di Scarantino, che viene chiamato a testimoniare il 14 settembre 1998. E per la seconda volta, ritratta: «Io non c’entro nulla con l’omicidio Borsellino». «A Pianosa il carcere era durissimo, cibo scarso e con i vermi. La Barbera mi disse che in cambio delle mie accuse mi sarei fatto solo qualche anno di galera e mi avrebbe dato 200 milioni» dichiara il pentito davanti a giudici e telecamere. Ma ancora una volta la sua ritrattazione non viene creduta. A febbraio del 1999 arrivano le condanne: ergastolo per Totò Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia. Gli altri imputati sono condannati a dieci anni di reclusione per associazione mafiosa ma assolti dal reato di strage. Le condanne diventano definitive con il passaggio in Cassazione nel 2003. Durante il processo di Appello, un nuovo pentito conferma le accuse ritrattate ma comunque credute di Scarantino: Gaetano Pulci, braccio destro del boss Giuseppe Madonia. «Gaetano Murana mi ha confidato in cella di aver preso parte alla strage di via D’Amelio» le parole di Pulci, che permettono ai giudici di cementare la versione di Scarantino.

I MANDANTI OCCULTI. Pulci, in carcere per scontare una pena di 21 anni per omicidio, aveva numerose conoscenze nel mondo della politica: per questo è una fonte inesauribile di dichiarazioni eclatanti per gli inquirenti siciliani. Non solo per i giudici dell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio, ma anche per quelli a lavoro sulla trattativa Stato-mafia e sui "mandanti occulti" delle stragi di maggio-luglio 1992. «C’erano alcuni ministri tra le persone di cui ho sentito parlare che garantivano Cosa nostra della riuscita delle stragi. Con nome e cognome, non che io presumo» afferma Pulci. Le sue dichiarazioni finiscono così nel fascicolo che la Procura di Caltanissetta aveva aperto nel 1993 per fare chiarezza sulle personalità esterne a Cosa Nostra che hanno ordinato e agevolato le stragi. Sotto inchiesta personalità di spicco nell’Italia degli anni ’90: Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Il fascicolo viene però archiviato nel 2003: «Gli atti dell’indagine, a prescindere dal loro valore probatorio, non potrebbero sostenere l’ipotesi accusatoria di un concorso di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio», la motivazione del Gip Giovanbattista Tona.

NUOVE CONDANNE. Le indagini non si fermano e nel 1998 ha inizio il terzo processo sulla strage di via D’Amelio, che vede imputati i boss Giuseppe Madonia, Benedetto Santapaola, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Filippo Graviano, Michelangelo La Barbera, Giuseppe e Salvatore Montalto, Matteo Motisi, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Mariano Agate, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Benedetto Spera, Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, accusati di aver ordinato l’eliminazione di Borsellino. L’iter processuale, che durerà dieci anni, porterà alle condanne di tutti gli imputati. Nel 2003 si torna in aula. Questa volta a Catania, dove si celebra un processo unico per le stragi del 23 maggio e del 19 luglio. Nel 2006 vengono condannati all’ergastolo boss Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella e Salvatore Buscemi ritenuti colpevoli di entrambi gli eccidi. Per la strage di Capaci l’ergastolo è inflitto a Giuseppe Montalto, Francesco e Giuseppe Madonia, mentre per via d’Amelio a Carlo Greco, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate, Giuseppe Calò, Antonino Geraci e Benedetto Spera. Le pene sono confermate dalla Cassazione nel 2008.

LA SVOLTA. Sempre nel 2008, la svolta. Inizia a collaborare con la giustizia Gaspare Spatuzza, U’ tignusu, killer della cosca di Brancaccio. Le rivelazioni fatte ai giudici sono eclatanti: «Sono stato io a rubare la Fiat 126 esplosa in via D’Amelio, incaricato dai fratelli Graviano». La versione di Spatuzza smentisce la testimonianza di Scarantino e degli altri pentiti su cui i giudici avevano fondato i primi tre processi. La procura di Caltanissetta riapre le indagini sulla strage e nel 2009 Scarantino e Candura dichiarano ai pm di essere stati costretti a dichiarare il falso da Arnaldo La Barbera e il suo gruppo investigativo. Ha così inizio il “Borsellino Quater”, quarto processo sulla strage del 19 luglio. «Mi massacrarono, mi fracassarono. Un poliziotto mi fece sbattere la testa a terra mentre io piangevo» dichiara nell’udienza del 10 ottobre 2013 Salvatore Candura «Io continuavo a proclamarmi innocente, ma La Barbera mi diceva "sarò la tua ossessione, ti farò dare l’ergastolo: io ho le prove"». il 1 aprile 2014 testimonia al processo anche Scarantino: !Mi hanno distrutto la vita, sono stato picchiato davanti ai miei figli e mia moglie. Ho sempre detto che della strage non so niente e che mi hanno indotto a fare le dichiarazioni». Nel corso del dibattimento si parla quindi di "depistaggio di Stato", e si cercano le responsabilità soprattutto nel gruppo investigativo di La Barbera che arrestò e gestì da subito gli interrogatori di Candura e Scarantino. Non solo, nel novembre 2014 le dichiarazioni di un nuovo pentito permettono di fare maggiore chiarezza sulla strage. Fabio Tranchina, autista del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, ha dichiarato ai giudici che «fu Graviano ad azionare il telecomando che fece esplodere la bomba in via D’Amelio». Le dichiarazioni contrastavano con le parole di Totò Riina di pochi mesi prima. Intercettato durante l’ora d’aria trascorsa con il mafioso Alberto Lorusso, il boss parlava «della bomba azionata da un interruttore nel citofono». I giudici del “Borsellino quater” considerano attendibili le deposizioni di Spatuzza e Tranchina, mentre nessun elemento conferma la versione del “citofono” di Riina.

LE DOMANDE SENZA RISPOSTA. Rimangono però ancora degli interrogativi: chi ha avuto interesse a deviare le indagini dai veri sicari di Paolo Borsellino? Chi ha pilotato le dichiarazioni del pentito Scarantino, ostacolando le indagini? La versione di Scarantino indicava i mandanti nella borgata della Guadagna e non nel mandamento dei Graviano nel quartiere di Brancaccio. E la differenza non è da poco: Guadagna e Brancaccio sono due mondi lontani per le loro “relazioni esterne”, per i rapporti dei rispettivi boss. I fratelli Graviano sono stati a lungo sospettati di avere instaurato un legame con Marcello Dell’Utri, oggi in carcere a Rebibbia per scontare una pena di sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E Gaspare Spatuzza lo dichiara davanti ai giudici: «Giuseppe Graviano mi fece i nomi di Berlusconi e Dell’Utri. Il boss aggiunse che ‘grazie alla serietà di queste persone, ci avevano messo il Paese nelle mani». A 25 anni dal 19 luglio 1992 non sappiamo ancora molto. Chi è stato l’artificiere che ha imbottito di 90 chili di espolosivo la Fiat 126? Chi è la persona esterna a Cosa Nostra che, secondo le dichiarazioni di Spatuzza, era presente quando è arrivato l’esplosivo? Che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino, con gli appunti sulle sue ultime indagini? Sono domande a cui nuove inchieste giudiziarie potrebbero dare risposta. «Dobbiamo pretendere la verità utile a dare un nome e un cognome alle menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare servitori dello Stato e impedire la ricostruzione dei fatti». Ha detto Fiammetta Borsellino lo scorso 23 maggio, nel giorno del 25° anniversario della strage di Capaci, nel corso di una trasmissione su Rai1. Le “menti raffinatissime” esterne a Cosa Nostra ma che con lei spartivano affari, interessi, potere. È giusto ricordare quel che ha dichiarato la signora Agnese Borsellino ai magistrati nel settembre 2009. Il marito Paolo, giudice che nella vita aveva conosciuto mafiosi a migliaia, «ha visto la Mafia in faccia» non dopo un processo, né durante un interrogatorio di un boss. Ma dopo essere stato al Ministero degli Interni il 17 luglio 1992. Due giorni prima di morire.

19 LUGLIO 1992. Questo Paese ha un debito di verità con le vittime della strage di via D'Amelio. Se la giustizia ha fatto il suo corso ora tocca alla politica. Che ha il dovere di scavare per far venire fuori le risposte alle troppe domande rimaste. Lirio Abbate il 17 luglio 2018 su L'Espresso. La magistratura a distanza di 26 anni dalla strage di via D'Amelio ha fatto la sua giusta parte, spazzando via indagini e sentenze marce, inquinate da “farlocchi” collaboratori di giustizia, da inchieste dubbie e procedure al limite dell'illegalità. Con quel modo sbagliato di procedere si è mancato di rispetto alla memoria delle vittime del 19 luglio 1992 quando un'autobomba uccideva il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino, e gli agenti della polizia di Stato Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. È rimasto vivo il poliziotto Antonino Vullo, che in questo video che L'Espresso pubblica, racconta l’incubo di quel giorno. Il 19 luglio del 1993 una Fiat 126 imbottita di tritolo esplode uccidendo il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è l'agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta. Alle sue parole, e alle sue lacrime, è affidato il racconto dell'incubo di quel giorno. Oggi però la magistratura, e gli investigatori che hanno avviato nuove indagini, ci hanno dato dimostrazione che si può ancora avere fiducia nella giustizia. Se si è arrivati a scompaginare sentenze ormai passate ingiudicate, a trovare le prove “nascoste” per anni, e far emergere come è stato disatteso “il metodo Falcone”, oltre ai magistrati e agli investigatori il merito è anche del lavoro svolto dagli avvocati che si sono costituiti parte civile e che in passato hanno difeso alcuni degli imputati della strage, la cui posizione è stata “revisionata”. E dunque, se la giustizia ha fatto il suo corso, e come sappiamo le aule dei tribunali hanno spesso un loro limite, adesso chi deve proseguire per trovare la verità è la politica. Le indagini giudiziarie hanno limiti, regole e termini precisi oltre i quali non si può sconfinare rispetto ai ristretti argini del processo penale, che è diretto ad accertare singole responsabilità. Questo non significa rinunciare alla giustizia dei tribunali. Vuol dire invece che è arrivato il momento di sostenere nei fatti che la sede naturale in cui cercare la verità storica complessiva sulle stragi è quella politica. Spetta proprio alla politica scavare per far venire fuori le risposte alle tante domande rimaste ancora appese che portano a interrogarci su chi ha progettato questo depistaggio. Perché 57 giorni dopo la strage di Falcone, Cosa nostra è stata mandata a uccidere un altro magistrato impegnato nella lotta alla mafia? Perché tanta fretta? Chi ha fatto sparire l'agenda rossa di Borsellino? Chi ha suggerito le dichiarazioni ai falsi pentiti spostando così il fuoco delle indagini su un gruppo di persone innocenti? E poi ancora tanti altri interrogativi. A distanza di 26 anni dalle stragi di Falcone e Borsellino possiamo dire che la mafia stragista dei corleonesi è stata sconfitta e l’impunità su cui fondava la sua forza attrattiva è rimasta soltanto nel ricordo nostalgico di tanti capimafia che invecchiano all’ergastolo. Tuttavia, sulla campagna di destabilizzazione realizzata per mano corleonese restano ombre e interrogativi che i processi non hanno chiarito nonostante l’impegno profuso dalla magistratura, specie negli ultimi anni. C'è sempre da sperare che almeno qualcuno dei protagonisti, diretti o indiretti, o soltanto testimoni del perseguimento di quegli interessi di personaggi esterni a Cosa nostra, finalmente contribuisca a far luce sulle pagine buie della storia italiana. Si deve fare perché tutto ciò riguarda la dignità di questo Paese che, ora, ha un debito di verità.

Borsellino: ecco il depistaggio. Un video girato dagli inquirenti nelle strade in cui fu rubata l'auto usata per l'attentato di via D'Amelio. E arriva la prova: il falso pentito indica il posto sbagliato, Spatuzza quello giusto. E' la conferma di un'indagine inquinata per troppo tempo da qualcuno. Per convenienza o per ragion di Stato. Lirio Abbate l'8 marzo 2012 su L'Espresso. Adesso è ufficiale: c'è stato un depistaggio orchestrato da qualcuno sulla strage di via D'Amelio a Palermo in cui vennero uccisi Paolo Borsellino e cinque dei suoi agenti di scorta. I principali attori di questa triste storia sono stati i falsi pentiti che davanti ai giudici si sono auto accusati di avere avuto un ruolo nell'attentato del 19 luglio '92. A cominciare dal furto della Fiat 126 che venne imbottita di tritolo e fatta esplodere in via D'Amelio. È da questo primo taroccato tassello, oggi ricostruito bene dalla procura di Caltanissetta e dalla Dia nissena, che le indagini furono subito deviate e spostate verso altri obiettivi. Si parte proprio dal furto della 126 di cui si è incolpato Salvatore Candura, un personaggio di cui nessun mafioso fino al 1992 aveva mai sentito parlare. Eppure compare sulla scena del crimine come il sedicente autore del furto, l'uomo che (insieme ad un altro falso pentito, Vincenzo Scarantino) sostiene di aver organizzato la prima parte esecutiva dell'attentato. Oggi, a distanza di vent'anni, e dopo tre sentenze con il marchio della Cassazione sulla strage Borsellino, si scopre che Candura ha detto il falso. Una scolta che avviene grazie alla collaborazione con la giustizia di Gaspare Spatuzza, che rivela retroscena inediti su via D'Amelio e tra l'altro dice che Candura non c'entra: è stato lui a rubare l'auto. A chi credere? La Dia decide di fare un riscontro in un modo molto semplice che però, incredibilmente, non era mai stato usato in precedenza. Gli investigatori chiedono infatti separatamente a Candura sia a Spatuzza di portarli sul luogo dove, secondo loro, era stata rubata la 126 usata per l'attentato. I due indicano due vie diverse di Palermo. A risolvere la questione è la ex proprietaria della macchina: che indica lo stesso posto di Spatuzza, smendendo clamorosamente Candura. E quasi vent'anni dopo, tutto si riapre.

Borsellino, ecco perché ci vergogniamo. Ventiquattro anni dopo la strage il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare. Lirio Abbate il 18 luglio 2016 su L'Espresso. Siamo arrivati a 24 anni dalla strage di via D'Amelio alla celebrazione del quarto processo per esecutori e depistatori, dopo aver avuto quello per i mandanti ed organizzatori di questo attentato avvenuto il 19 luglio 1992, in cui sono stati uccisi il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli. Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La verità però ancora non emerge su molti aspetti di questa strage. Non emergono i motivi dei depistaggi, i motivi che hanno spinto piccoli pregiudicati a diventare falsi collaboratori di giustizia, perché ci sarebbero stati "suggerimenti" investigativi che hanno spostato l'asse delle indagini lontano da quelle reali. Sono interrogativi a cui si deve dare ancora una risposta, ma che hanno portato nei giorni scorsi Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso, a sostenere davanti alla Commissione antimafia presieduta da Rosi Bindi che "quello che sta emergendo in questa fase processuale (è in corso a Caltanissetta il quarto procedimento sulla strage, ndr) ci si deve interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni". Parole pesanti, che sembrano essere scivolate nel silenzio mediatico e politico. Il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare. "Il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato e lo dico da figlia, mi fa vergognare", ha detto Lucia Borsellino ai commissari antimafia, ai quali ha precisato: «Nel caso della strage che ha tolto la vita a mio padre e agli uomini della scorta non è stato fatto ciò che era giusto si facesse, se siamo arrivati a questo punto vuol dire che qualcosa non è andata. Ci sono vicende che gridano vendetta anche se il termine non mi piace». Per poi concludere: «Mi auguro questa fase processuale tenti di fare chiarezza sull’accaduto, pensare ci si possa affidare ancora a ricordi di un figlio o una figlia che lottavano per ottenere un diploma di laurea è un po’ crudele, anche perché papà non riferiva a due giovani quello che stava vivendo. Non sapevo determinati fatti, è una dolenza che vivo anche da figlia e una difficoltà all’elaborazione del lutto». Oggi le indagini della procura di Caltanissetta hanno svelato che a premere il pulsante che ha fatto esplodere l'auto carica di esplosivo è stato Giuseppe Graviano, ma non si conosce il motivo che ha portato ad accelerare la strage. Si è scoperto che nei 57 giorni che separano gli attentati di Capaci e via d'Amelio uomini delle istituzioni hanno parlato con i mafiosi, ma non si sa a cosa abbia portato questo "dialogo". Si è scoperto che le indagini dopo l'attentato del 19 luglio 1992 sono state depistate, ma non è stato individuato il movente. Nemmeno quello che ha portato tre pregiudicati a raccontare bugie ai giudici, ad autoaccusarsi della strage e rischiare il carcere a vita, a diventare falsi collaboratori di giustizia. I magistrati, grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza (senza le cui dichiarazioni, riscontrate in tutti i punti, non sarebbe stato possibile avviare la nuova inchiesta dopo le sentenze definitive sulla strage) e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano, sono riusciti a trovare alcune tessere del mosaico che dal '92 avevano impedito di ricostruire la trama dell'attentato. Un attentato che a 24 anni di distanza ci continua a far star male, come dice Lucia Borsellino, "per il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato" e questo ci fa vergognare.

Agenda Rossa, mistero senza risposta. Cos'era e che fine ha fatto il quaderno su cui Paolo Borsellino annotava appuntamenti e osservazioni? Chi aveva interesse a farlo sparire e perché? Umberto Lucentini il 18 luglio 2013 su L'Espresso.

Cos'è l'Agenda Rossa di Paolo Borsellino? E' un'agenda dell'Arma dei Carabinieri, con la copertina rossa, che il procuratore aggiunto Paolo Borsellino aveva avuto in dono all'inizio dell'anno e che è sparita subito dopo l'attentato di via D'Amelio del 19 luglio del 1992. Le testimonianze della moglie Agnese Piraino Leto e del figlio Manfredi lo confermano: Borsellino aveva riposto l'agenda rossa dentro la borsa 24 ore che è stata trovata praticamente intatta dentro l'auto blindata, in via D'Amelio, dopo l'esplosione. Nella borsa sono stati trovati il costume da bagno che Borsellino aveva utilizzato poche ore prima a mare, un paio di occhiali da sole, altri effetti personali. Ma di quell'agenda nessuna traccia.

Perché è così importante? Paolo Borsellino era solito prendere appunti nelle agende annuali, dove registrava gli appuntamenti di lavoro, gli spostamenti privati e anche le spese di casa. Nell'agenda rossa, secondo la testimonianza dei suoi più stretti collaboratori, e dopo l'attentato a Giovanni Falcone, Borsellino aveva iniziato a scrivere una serie di appunti su quei drammatici giorni seguiti alla strage di Capaci. L'allora tenente Carmelo Canale, uno dei suoi fidati investigatori, lo aveva visto scrivere sull'agenda rossa pochi giorni prima del 19 luglio del 1992. 

Cosa ha raccontato Canale a proposito di quell'agenda? Il carabiniere era a Salerno con Borsellino, insieme erano lì per il battesimo del figlio di Diego Cavaliero, uno dei sostituti che aveva lavorato con il magistrato alla Procura di Marsala. Canale ha raccontato di essersi svegliato e di aver visto Borsellino, nella camera d'albergo che dividevano, intento a scrivere qualcosa nell'agenda. Canale, per cercare di alleggerire la tensione di quei giorni, scherza con Borsellino: "Ma che fa, vuole diventare pentito pure lei?". Riceve una risposta che lo gela: "Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch'io ho le mie cose da scrivere". Quell'agenda, ha raccontato Canale, Borsellino dopo aver finito di scrivere quegli appunti l'ha riposta dentro la borsa 24 ore che portava sempre con sé.

Di cosa si occupava in quei giorni Borsellino? Da procuratore aggiunto a Palermo stava raccogliendo le prime rivelazioni di diversi "pentiti" di mafia di primissimo piano. Con lui aveva iniziato a collaborare Gaspare Mutolo, ex autista dell'allora latitante Totò Riina, che svelò i nomi delle "talpe" di Cosa nostra nelle istituzioni come l'ex numero 3 del Sisde, Bruno Contrada, o il magistrato Domenico Signorino. E in quei giorni aveva avuto notizia di un "dialogo" tra pezzi dello Stato e i mafiosi, cioè la "trattativa" di cui si sta occupando il processo appena aperto a Palermo a carico di alti ufficiali dei carabinieri, mafiosi, politici. L'1 luglio, nell'agenda grigia (un'altra agenda che Borsellino teneva a casa e che è stata ritrovata) è segnato il cognome del neo ministro degli Interni, Nicola Mancino, che Borsellino ha incontrato al Viminale. Mancino ha sempre detto di non ricordarsi quell'incontro. 

Che fine può aver fatto l'agenda rossa scomparsa in via D'Amelio? Una traccia che ha fatto ripartire le indagini sulla sparizione dell'agenda rossa è stata trovata grazie ad una fotografia scattata subito dopo l'attentato di via D'Amelio. Nell'immagine, e poi nei filmati girati dalla Rai, si vede un carabiniere in borghese che si allontana da via D'Amelio con in mano la borsa. Ma, si scoprirà dalle indagini e dalle relazioni di servizio, la borsa viene "ufficialmente" ritrovata dentro l'auto blindata del magistrato solo dopo aver compiuto questo strano tragitto. Il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli, il carabiniere in borghese che si è allontanato con la borsa in mano, è stato indagato per il reato di furto dell'agenda rossa con l'aggravante di aver favorito l'associazione mafiosa, e poi prosciolto "per non aver commesso il fatto".

Chi può avere paura di cosa era scritto in quell'agenda? Hanno scritto gli aderenti al Movimento delle Agende Rosse, nato su iniziativa di Salvatore Borsellino, ingegnere, fratello di Paolo: "In quel diario sono contenuti appunti sugli incontri ed i colloqui che Borsellino ebbe con collaboratori di giustizia e con rappresentanti delle Istituzioni. Si tratta di elementi determinanti per mettere a fuoco le complicità di pezzi dello Stato con Cosa Nostra. Chi si è appropriato dell'agenda può oggi utilizzarla come potente strumento di ricatto proprio nei confronti di coloro che, citati nel diario, sono scesi a patti con l'organizzazione criminale".

Le audizioni di Borsellino : «Nessun terzo livello mafia-politica». Damiano Aliprandi il 19 luglio 2019 su Il Dubbio. Nelle audizioni desecretate il pm ucciso a via d’Amelio dice: «ho la convinzione, tra l’altro condivisa da Falcone, che questa specie di centrale che sarebbe al di sopra della mafia sostanzialmente non esiste».

Le audizioni di Borsellino. La narrazione in corso, anche di tipo giudiziario, è quella che cerca di collegare “Cosa nostra” con la misteriosa “entità”, una Spectre che dirige la cupola mafiosa come se fosse composta da burattini. Una sorta di terzo livello che coordina tutto, perfino la Storia italiana. Qualcosa del genere la ritroviamo scritta anche nella sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato – Mafia che ha condannato gli ex Ros, Marcello Dell’Utri, Nino Cinà e prescritto il pentito Giovanni Brusca. Eppure, sia Falcone che Borsellino, concordavano con il fatto che la mafia agiva per conto proprio, pensava al suo di potere e che i suoi rapporti con la politica e il mondo economico, consistevano nel trarre vantaggi. Infatti, chi non ubbidiva, politico o imprenditore che sia, veniva ucciso. Ma tutto ciò è ben cristallizzato nelle audizioni recentemente desecretate dall’attuale commissione antimafia sotto la presidenza di Nicola Morra.

La commissione Morra. Parliamo di quelle relative alla commissione riunita nel novembre 1988. Oltre a Borsellino, c’era anche Giovanni Falcone e il capo del pool del Tribunale di Palermo, Antonino Caponnetto. Proprio Borsellino, quando ha preso la parola, e dopo aver denunciato tutte le difficoltà che ha vissuto nella procura di Marsala, ha affrontato il rapporto tra mafia e politica. «Ho la convinzione – ha spiegato Borsellino -, tra l’altro condivisa dal collega Falcone, dopo otto anni di indagini sulla criminalità mafiosa, che il famoso “terzo livello” di cui tanto si parla – cioè questa specie di centrale di natura politica o affaristica che sarebbe al di sopra dell’organizzazione militare della mafia – sostanzialmente non esiste. Dovunque abbiamo indagato al di sopra della cupola mafiosa non abbiamo mai trovato niente». Borsellino ha sottolineato, che «da tante indagini viene fuori invece la contiguità e i reciproci favori, e senza andare lontano basta vedere il caso Ciancimino e il caso Salvo».

L’analisi di Falcone. D’altronde lo stesso Giovanni Falcone, nel corso della sua vita, subendo anche critiche, ha più volte spiegato che per “terzo livello” non intendeva indicare l’esistenza di una dimensione superiore a quella della mafia militare e dei suoi capi, fatta di colletti bianchi in grado di muovere le fila. Lo ha spiegato anche durante un’audizione al Csm del 15 ottobre del 1991, per difendersi proprio dalle accuse mosse tramite esposti a firma dell’avvocato Giuseppe Zupo, l’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, dall’avvocato Alfredo Galasso e di Carmine Mancuso. Durante l’audizione resa pubblica dal CSM qualche anno fa, Giovanni Falcone ci ha tenuto a spiegare che lui non solo ribadisce l’inesistenza del terzo livello, ma ha aggiunto che non parlarne non è assolutamente una fatto benefico a favore della classe politica. «Magari ci fosse un terzo livello!», ha esclamato Falcone. «Basterebbe una sorta di Spectre, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo!», ha aggiunto. «Ma purtroppo non è così – ha detto amaramente Falcone -, perché abbiamo rapporti molto intesi, molto ramificati e molto complessi».

Il terzo livello. Ma allora, Giovanni Falcone, cosa intendeva in realtà per “terzo livello”? Lo ha spiegato benissimo sempre durante quell’audizione e non c’entra assolutamente nulla con l’idea di una mafia eterodiretta. «Ci sono delitti – ha illustrato Falcone – che sono quei delitti per cui si è costituita l’organizzazione criminosa ( contrabbando di tabacchi, traffico di stupefacenti, etc): questi delitti sono del primo livello – chiamiamoli così – i delitti certi, quelli previsti». «Poi abbiamo dei delitti eventuali, del secondo li- vello, cioè che non sono nella finalità dell’organizzazione in quanto tale, ma che vengono, volta per volta, consumati per garantire la prosecuzione dell’attività dell’organizzazione ( vedi, per esempio, lo sgarro di un picciotto che provoca la sua uccisione e così via)». «Infine abbiamo dei delitti che servono per tutelare l’organizzazione nel suo complesso. Ecco, quindi, il delitto di un magistrato, di un uomo politico, etc. Questi delitti, che non sono né del primo livello, previsti, né del secondo livello, eventuali, li possiamo definire del terzo livello» . Ecco spiegato il concetto. Falcone, come Borsellino, non ha mai immaginato che esistesse una sorta di consiglio di amministrazione sovraordinato rispetto ai clan capace di dettare le condizioni delle azioni criminali, quasi fosse una super Spectre. Al contrario riteneva già Cosa Nostra una organizzazione perfettamente piramidale con un gruppo dirigente che contava al proprio interno intelligenze e professionalità le più disparate, ben inserite nel circuito politico economico legale assoggettate all’unico vincolo possibile: servire gli scopi dell’onorata società.

19 LUGLIO 1992. Paolo Borsellino, l'ultima intervista due mesi prima di morire. Ecco la trascrizione del colloquio tra il magistrato antimafia e due giornalisti francesi di Canal+. Il 21 maggio del 1992 raccontava i rapporti tra l'entourage di Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Due anni dopo l'Espresso ne pubblicava la trascrizione. Che oggi vi riproponiamo. Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo il 18 luglio 2017 su L'Espresso. «Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l'inquadratura – Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania - Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l'intervista domandando al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio '86. Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell'estate dell'85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio. Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E' solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino - che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso. Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di "cavalli". Come la telefonata di Mangano all’attuale presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr]. E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri. Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo... qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità». Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «...Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso... Non sono io il magistrato che se ne occupa...». A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n'è saputo nulla è perché i magistrati non hanno trovato prove sufficienti? Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «...a Catania poi li hanno prosciolti tutti... quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra...» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l'unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti. Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

ALLA CORTE DI ARCORE.

Tra queste centinaia di imputati ce n'è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l'ha conosciuto?

«Sì, Vittorio Mangano l'ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il '75 e 1'80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L'indagine fu particolarmente fortunata perché – attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice - si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un'ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere - ora i miei ricordi si sono un po' affievoliti - di questa famiglia, che era stata l'autrice dell'estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l'esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l'ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra».

Uomo d'onore di che famiglia?

«L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano - ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto "procedimento Spatola" [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso - che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».

E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?

«Il Mangano, di droga ... [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1'arrivo di una partita d'eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli". Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa - beh, sì per associazione semplice – riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d'Appello confermò questa decisione di primo grado... ».

Quando ha visto per la prima volta Mangano?

«La prima volta che l'ho visto anche fisicamente? Fra il '70 e il '75».

Per interrogarlo?

«Sì, per interrogarlo».

E dopo è stato arrestato?

«Fu arrestato fra il '70 e il '75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l'ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po' sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?

«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».

Quando, in che epoca?

«Fra il '75 e 1'80, probabilmente fra il'75 e l'80».

Ma lui viveva già a Milano?

«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

E si sa cosa faceva a Milano?

«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un'agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non "cavalli" per mascherare il traffico cli stupefacenti».

Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?

«Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero...».

Ma lui comunque era già uomo d'onore negli anni Settanta?

«...Buscetta lo conobbe già come uomo d'onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell'estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d'incontro... ma tutti e due erano detenuti all'Ucciardone qualche anno prima o dopo il '77».

Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova...

«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d'onore. Contorno tuttavia - dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo - precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».

Mangano conosceva Bontade?

«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarazione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe parlato a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]... ».

Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c'è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D'Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.

«Non sono a conoscenza di questo episodio».

Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un'avanguardia?

«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le "teste di ponte" dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n'erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell'inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c'è dubbio comunque che... è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po' diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel '76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all'interno dell’organizzazione mafiosa».

Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?

«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

Dunque quando Mangano parla di "cavalli" intendeva droga?

«Diceva "cavalli" e diceva "magliette", talvolta».

Perché se ricordo bene c'è nella San Valentino un'intercettazione tra lui e Marcello Dell'Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: "Mangano parla con tale dott. Dell'Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L'interlocutore risponde affermativamente... il Mangano riferisce allora a Dell'Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche "Il cavallo" che fa per lui. Dell'Utri risponde che per il cavallo occorrono "piccioli" e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico "Silvio". Dell'Utri risponde che quello li non "surra"[non c'entra, ndr]”).

«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo... Tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant'è che Mangano fu condannato».

E Dell'Utri non c'entra in questa storia?

«Dell'Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

A Palermo?

«Sì. Credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

Dell'Utri. Marcello Dell'Utri o Alberto Dell'Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].

«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell'Utri Marcello e Alberto, entrambi».

I fratelli?

«Sì».

Quelli della Publitalia, insomma?

«Sì».

E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell'Utri?

«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

Sì, ma quella conversazione con Dell'Utri poteva trattarsi di cavalli?

«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l'albergo».

In un albergo. Dove?

«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l'albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».

Ah, oltretutto.

«Sì».

SICILIANI A MILANO.

C'è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell'Utri?

«Non mi dovete fare queste domande su Dell'Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena... dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

Sono di Palermo tutti e due...

«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione... a Palermo gli uomini d'onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».

C'è un socio di Dell'Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell'Utri e Mangano partiva da un'utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].

«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò... Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose – almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime - la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un'unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera... So dell'esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente...».

A Palermo c'è un giudice che se n'è occupato?

«Credo che attualmente se ne occupi..., ci sarebbe un'inchiesta aperta anche nei suoi confronti...».

A quanto pare Rapisarda e Dell'Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell'immobiliare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].

«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell'Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

I SOLDI DI COSA NOSTRA

Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.

«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura... so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda - che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

Ma c'è un'inchiesta ancora aperta?

«So che c'è un'inchiesta ancora aperta».

Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?

«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».

Concernenti cosa?

«Questa parte dovrebbe essere richiesta... quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell'Utri e uomini d'onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s'interessa all'industria, o com'è?

«A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l'organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All'inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa. Un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all'industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s'interessi a Berlusconi?

«E' normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l'organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

E uno come Mangano può essere l'elemento di connessione tra questi mondi?

«Ma guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un'attività commerciale. E' chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

Però lui si occupava anche di traffico di droga, l'abbiamo visto anche In sequestri di persona...

«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni - siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 - appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c'è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so ...» .

Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell'Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.

E questa inchiesto quando finirà?

«Entro ottobre di quest'anno...».

Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?

«Certamente ...».

Perché cl servono per un'inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria...

«Passerà del tempo prima che ... », sono le ultime parole di Paolo Borsellino. Palermo, 21 maggio, 1992.

Borsellino non indagava su Dell’Utri. Nessuna inchiesta nel ’92. Tutto quello che non torna nell’intervista a canal +, a 2 giorni da Capaci. Damiano Aliprandi il 24 luglio 2019 su Il Dubbio. La scorsa settimana alcuni organi di stampa hanno riportato la notizia che la procura di Caltanissetta sta svolgendo una indagine sulla famosa intervista fatta, per conto della Tv francese Canal +, a Paolo Borsellino.

L’intervista – realizzata esattamente due giorni prima della strage di Capaci -, secondo i giornalisti che l’hanno condotta, doveva far parte di un documentario sulla malavita organizzata in Europa. Ma, sempre secondo gli autori, il documentario non è stato mai trasmesso per motivi legati alla tv francese. I giornalisti sono due. Fabrizio Calvi, alias Jean- Claude Zagdoun, autore di numerosi libri, soprattutto sui servizi segreti. L’altro è Jean Pierre Moscardo, scomparso nell’ottobre 2010.

Borsellino non stava indagando su Dell’Utri. L’intervista, prima uscita nel 1994 sull’ Espresso in forma scritta, poi riportata non integralmente su Rainews 24 nel 2000 e infine nel 2009 nella cosiddetta versione integrale tramite un dvd de Il Fatto Quotidiano, suscitò numerose indignazioni popolari, perché Borsellino parlava di argomenti riguardanti Mangano, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Peccato però, come emerge in tutta evidenza, che Borsellino non se ne stesse assolutamente occupando e infatti, alle ripetute sollecitazioni dei giornalisti, ci ha tenuto sempre a precisare che erano argomenti che non conosceva, consultando atti non suoi. Ma andiamo con ordine. Come detto, nel 1994 uscì su l’Espresso la prima trascrizione dell’intervista. Dopodiché, nel 2000, il giornalista Sigfrido Ranucci, ha trasmesso su Rainews una parte dell’intervista dove Borsellino parlava di Mangano e Dell’Utri. In questo contesto, è nata una prima polemica. Paolo Guzzanti ha scritto un articolo di fuoco contro Ranucci, osservando che l’intervista mandata in onda dalla Rai fosse falsificata all’evidente scopo di attribuire alle dichiarazioni di Borsellino significati diversi da quelli espressi dall’originale. A quel punto, sempre nel medesimo articolo, Guzzanti ha commentato: «Qualcuno l’ha manipolata. Se non è stata la Rai, chi ci ha messo le mani?».

Intervista manipolata. Ne è scaturita una querela da parte di Ranucci. I giudici, però, hanno assolto Guzzanti, hanno scritto, discolpando però Ranucci di essere stato lui l’autore della manipolazione, che è «obiettivamente vero, nei suoi elementi essenziali, il fatto che l’intervista mandata in onda da Rainews, è frutto di una alterazione». Sempre nella medesima sentenza di assoluzione, emerge anche un altro aspetto degno di nota. Partiamo sempre dalla modalità dell’intervista. Le domande sono tutte volte, con insistenza, sul rapporto tra Dell’Utri e Mangano, in particolare la vicenda dei cavalli, nome in codice utilizzato da quest’ultimo per parlare di droga. Borsellino ha più volte ripetuto di non essere a conoscenza della vicenda, facendo riferimento esclusivamente a una vecchia indagine che seguì, dove emerse un contatto tra Mangano e la famiglia mafiosa degli Inzerillo. I giornalisti, a questo punto, hanno inserito una domanda relativa al rapporto con Dell’Utri. Ed è qui che nasce un fraintendimento, ben chiarito dai giudici che hanno assolto Guzzanti. «Risulta evidente – sottolineano i giudici che l’ultima risposta data da Borsellino, anche se l’interlocutore formula la domanda (“sì ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?”) in modo analogo rispetto a quello usato al principio del discorso, deve essere riferita alla conversazione del Mangano con uno della famiglia degli Inzerillo, chiaramente un soggetto diverso da Dell’Utri ( che non è stato imputato nel maxi processo), anche se l’interlocutore nella sua domanda, ha continuato ad individuare la telefonata intercettata come avvenuta con Dell’Utri». I giudici quindi osservano: «Insomma, le esplicite precisazioni già fatte da Borsellino evidenziano che la sua risposta si riferisce alla telefonata del maxi processo, individuata anche dal contenuto ( il riferimento ai cavalli), essendo irrilevante che il suo intervistatore continui a riferirsi a Dell’Utri, anziché ad uno degli Inzerillo, malgrado quanto appena spiegato dal Magistrato».

Le riprese. Già due sono i punti che dovrebbero essere chiariti. Così come dovrebbe essere chiarita anche la modalità delle riprese durante l’intervista che si vede nel video cosiddetto “integrale”. Borsellino era al corrente di essere ripreso in alcune situazioni? I giornalisti inquadrano il campanello di casa sua, continuano la ripresa anche quando il giudice apre la porta. Viene inquadrato tutto il soggiorno e anche le sue gambe mentre cammina. Arrivano telefonate durante l’intervista: ad una di queste, Borsellino fa cenno con la mano di non riprenderlo, ma la telecamera per un po’ rimane comunque accesa. Sempre nel video integrale si notano anche probabili tagli visto la presenza di “dissolvenze”. Così come, e questa è la parte più enigmatica della vicenda, Borsellino viene ripreso di lato nonostante chiede di mantenere il segreto quando passa degli atti in cui si parla anche delle indagini su Dell’Utri. Borsellino dice testualmente al giornalista che ha di fronte: «Io glieli do l’importante che non dica che glieli ho dati io». Lo fa con un sorriso, consapevole di farlo con fiducia. Sappiamo che Borsellino ha avuto i documenti, su sua esplicita richiesta visto che è stato avvisato del tema dell’intervista, da un suo collaboratore. Parliamo, ripetiamo, di fogli con le schede di indagini nelle quali erano citati Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Indagini di cui Borsellino mai si era occupato, come lui stesso più volte ha tenuto a dire nel corso dell’intervista. Fogli che tuttora non sono stati resi pubblici dal giornalista. Ma l’enigma non finisce qui. Da ribadire che, a domanda dei giornalisti, Borsellino esamina gli appunti e riferisce, leggendo i fogli, che è in corso un’inchiesta a carico dei fratelli Dell’Utri e che tale inchiesta era condotta con il vecchio rito processuale dal magistrato Leonardo Guarnotta. Parliamo dei fogli che poi Borsellino ha consegnato. Quando è uscito il dvd dell’intervista, lo stesso Marcello Dell’Utri ha chiesto l’annullamento del processo perché a giudicarlo è lo stesso Guarnotta che avrebbe condotto le indagini nel ’ 91. Il motivo è sia il principio ne ibis idem, sia perché un giudice che aveva condotto delle indagini su di lui non può certamente giudicarlo. Ma arriva il colpo di scena.

Non esisteva nessuna indagine. Il ricorso, nel 2010, è stato rigettato. Il motivo? Dagli stessi archivi della Procura risulta che non è mai esistita nessuna indagine. Dell’Utri è stato indagato dal 1994 in poi. Lo stesso Pg Nino Gatto ha infatti dichiarato in aula: «Nel nostro codice non esiste ancora il procedimento invisibile e se Dell’Utri avesse avuto un carico pendente già da prima ne sarebbe rimasta traccia». Dell’Utri quindi non aveva nessun carico pendente al momento dell’intervista. Chi ha inserito questi procedimenti probabilmente inesistenti negli archivi, che poi sono finiti nelle mani inconsapevoli di Borsellino? Tante sono le domande, diversi i punti da chiarire.

Un momento drammatico. Il tutto però è da inquadrare in un contesto drammatico. A due giorni di distanza dall’intervista, saltano in aria Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta. Meno di due mesi dopo, lo stesso destino è toccato a Borsellino. L’intervista però avrebbe potuto avere un valore importante, se i due giornalisti gli avessero fatto domande riguardanti la sua personale attività, anziché su inchieste che non erano neanche di sua competenza come lui stesso disse insistentemente. Perché esclusivamente domande su Dell’Utri ( all’epoca di scarsa notorietà) e Berlusconi? Sappiamo che tale intervista poi verrà ampiamente utilizzata da vari giornali e programmi tv, per sostenere che Borsellino sarebbe stato fatto fuori per il suo interessamento ai due, che sarebbero poi diventati politici importanti. Altri erano i suoi interessi, soprattutto mafia- appalti ( dossier che ha voluto studiare fin da subito, anche se era procuratore a Marsala e non ancora a Palermo) come è emerso dagli atti e testimonianze. Tutto però è passato in sordina. Soprattutto dal 2000, in poi.

La Strage di via D'Amelio. La testimonianza del poliziotto Antonio Vullo. La Repubblica il 24 giugno 2019. Dalla deposizione del teste Antonio Vullo si desume, dunque, che il 19 luglio 1992 egli si recò presso l’abitazione estiva di Paolo Borsellino, a Villagrazia di Carini, insieme a Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Sul luogo sopraggiunsero poi gli altri componenti della scorta: Walter Cosina, Agostino Catalano e Emanuela Loi. Intorno alle ore 16 il Dott. Borsellino chiamò i due capipattuglia delle autovetture di scorta – il Traina e il Catalano – per comunicare loro che poco dopo avrebbe dovuto recarsi in Via D’Amelio. Il Dott. Borsellino, su richiesta del Vullo, diede loro le indicazioni occorrenti per raggiungere il suddetto luogo; in questo momento, il Vullo notò che il Magistrato aveva in mano un piccolo oggetto simile a un’agenda, con la copertina di colore scuro. Pochi minuti dopo il corteo di autovetture partì in direzione di Via D’Amelio; esso era composto dall’autovettura di “staffetta”, guidata dal Vullo, con a bordo il Li Muli e il Traina, dall’autovettura condotta dal Dott. Borsellino, e dall’altra autovettura di scorta all’interno della quale vi erano il Catalano, la Loi e il Cosina. Dopo avere percorso l’autostrada dallo svincolo di Carini a quello di Via Belgio, le autovetture imboccarono via dei Nebrodi e via Autonomia Siciliana, sino ad arrivare in Via D’Amelio, dove il Vullo si soffermò perché vi erano numerosi autoveicoli parcheggiati, circostanza che apparve assai singolare al teste, il quale sapeva che in tale luogo abitava la madre del Magistrato (in seguito, il Vullo avrebbe appreso che era effettivamente stata presentata da alcuni colleghi una relazione finalizzata a ottenere una zona rimozione sul posto). Prima che il Vullo e il Traina avessero il tempo di prendere qualsiasi decisione, il Dott. Borsellino li sorpassò e posteggiò la propria autovettura al centro della carreggiata, davanti al cancelletto posto sul marciapiede dello stabile. Il Vullo fece scendere dalla propria autovettura gli altri componenti della scorta e si spostò in corrispondenza della fine di Via D’Amelio, per impedire l’accesso di altre persone. Uscito dall’abitacolo del veicolo, il Vullo vide che il Dott. Borsellino era andato a pressare il campanello del cancelletto ed aveva acceso una sigaretta; accanto a lui vi erano il Catalano e la Loi, mentre il Traina e il Li Muli stavano tornando indietro. Qualche secondo dopo, il Dott. Borsellino e i suddetti componenti della scorta entrarono all’interno del piccolo cortile nel quale vi era il portone dello stabile. Il Vullo vide che il Cosina era fermo davanti all’altra autovettura, e pensò quindi di avvicinare ad essa anche l’autoveicolo da lui condotto, in modo da essere pronti per ripartire. Durante questo spostamento, il teste vide che il Dott. Borsellino e gli altri componenti della scorta erano fermi davanti al portone di ingresso dello stabile, dove il Magistrato stava pigiando sul campanello. Mentre il Vullo stava posizionando l’autovettura al centro della carreggiata, egli venne investito da una corrente di vapore e polvere ad altissima temperatura all'interno dell'abitacolo. Sceso dal veicolo, si rese conto di quanto era accaduto; sul luogo era calata una pesante oscurità, e le condizioni di visibilità erano estremamente limitate. Egli vide subito il corpo di un collega per terra e si pose alla ricerca degli altri, pensando che fossero ancora vivi. Si incamminò quindi in direzione di via Autonomia Siciliana, dove fu raggiunto dai primi soccorsi e poi condotto in ospedale.

Una completa ricostruzione della dinamica della strage è stata operata dalla sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), dove si evidenzia che «gli ultimi istanti di vita di Paolo BORSELLINO e degli agenti della scorta si riflettono nelle parole cariche di commozione pronunciate dall’agente Antonio VULLO, unico superstite della strage.

Il teste VULLO, nell’udienza del 22.11.1994, ha riferito di avere preso servizio alle 12.45 e di avere avuto la comunicazione di portarsi a Villagrazia di Carini, ove Paolo BORSELLINO si trovava con la sua famiglia. Dal villino al mare il magistrato si allontanò per raggiungere l’abitazione della madre, in via D’Amelio, intorno alle 16. Il teste ha precisato di avere saputo quale sarebbe stata la destinazione solo poco prima di partire, precisando che né lui né gli altri colleghi della scorta conoscevano l’ubicazione della via D’Amelio, dove non si erano mai recati con Paolo BORSELLINO. Fu quest’ultimo a spiegare quale percorso avrebbero dovuto fare per arrivarci. Come di regola avveniva, la destinazione venne comunicata alla sala operativa solo qualche minuto dopo la partenza; egli si trovava a bordo dell’autovettura che apriva il corteo, seguita da quella del magistrato – che stava alla guida ed era solo nell’auto – seguita a sua volta dalla seconda auto di scorta. A bordo dell’auto con il VULLO – che era alla guida – viaggiavano il caposcorta Claudio TRAINA e Vincenzo LI MULI; nella seconda auto di scorta, guidata da Walter CUSINA, viaggiavano Agostino CATALANO e Emanuela LOI. In breve tempo, seguendo le indicazioni sul percorso che aveva dato loro Paolo BORSELLINO, arrivarono in via D’Amelio.

P.M. PETRALIA: Descriva come avete trovato Via D'Amelio quando siete arrivati.

TESTE VULLO: Mah, il primo colpo d'occhio: era pieno di automobili parcheggiate, difatti, dato che era la madre, sia a me sia al capomacchina, che era Claudio Traina, ci ha dato un po' di pensiero...

P.M. PETRALIA: Cosa vi ha dato pensiero?

TESTE VULLO: Siccome e' l'abitazione della madre, che noi sapevamo che quella era l'abitazione della madre, tutte 'ste auto parcheggiate...

P.M. PETRALIA: Vi hanno...?

TESTE VULLO: Certo, ci hanno un po' infastidito. Dalla sua auto scesero TRAINA e LI MULI, che dovevano fare la “bonifica” al portone dello stabile, mentre egli si posizionò con l’auto in fondo alla via D’Amelio; Paolo BORSELLINO parcheggiò l’auto al centro della strada e scese, accompagnato dal CATALANO e dalla LOI; il TRAINA era già davanti al portone del civico 19 quando venne raggiunto dal magistrato.

A quel punto il VULLO uscì anch’egli dall’auto pistola alla mano, guardò in giro, vide che tutto era normale, anche se la sua visuale era un po’ coperta dal fogliame e non vedeva più il magistrato e i colleghi della scorta; vide che CUSINA era anch’egli fermo in piedi vicino alla propria auto e accendeva una sigaretta. Il teste ha proseguito dicendo che a quel punto egli decise di girare l’auto, mettendola in posizione per ripartire; le altre auto erano ferme così come erano arrivate, con il davanti verso la fine della strada. Dall’interno dell’auto vide che Paolo BORSELLINO era ancora davanti al portone, intento a pigiare il campanello; il VULLO ha detto di essersi girato poi a guardare il collega CUSINA, che era ancora fermo vicino alla propria auto. In quel momento vi fu l’esplosione.

TESTE VULLO: L'esplosione... sono stato investito io da una nube abbastanza calda, all'interno dell'abitacolo sono stato sballottato, sono uscito dal veicolo e tutto distrutto, già avevo visto il corpo di un collega, dell'autista CUSINA, che era accanto alla mia macchina, e... mi sono messo a girare così, senza nessuna meta, cercando aiuto o dando aiuto agli altri colleghi...

P.M. PETRALIA: Per quanto è rimasto proprio sul teatro dell'esplosione?

TESTE VULLO: Ma un paio di minuti, tre - quattro minuti.

P.M. PETRALIA: Ha visto nessun estraneo in quei frangenti?

TESTE VULLO: No, no.

P.M. PETRALIA: Poi cosa ha fatto?

TESTE VULLO: Ma prima sono andato verso la fine di Via D'Amelio, così, cercando di... avere qualche aiuto da qualcuno...

P.M. PETRALIA: Quando dice "fine di Via D'Amelio" intende dire il lato del giardino od il lato di Via Autonomia Siciliana?

TESTE VULLO: Il lato del giardino. Ho visto tutto distrutto, non ho visto nessuno che potesse aiutarci e (sono andato a vedere) dall'altra parte, verso la via Autonomia Siciliana, e là ho visto il primo collega... la prima volante che è arrivata, però non ricordo bene chi fossero.

P.M. PETRALIA: E lei è arrivato contemporaneamente all'arrivo della volante oppure è arrivato prima?

TESTE VULLO: Ma un... un paio di secondi prima.

P.M. PETRALIA: Lungo il percorso, diciamo, tra il luogo dove materialmente era esploso l'ordigno e l'inizio di Via D'Amelio da Via Autonomia Siciliana che cosa ha potuto notare?

TESTE VULLO: Solamente alcuni brandelli dei colleghi.

P.M. PETRALIA: Lei ha potuto vedere, per quello che ci ha detto un attimo fa, Paolo BORSELLINO che usciva dalla macchina e si avviava verso il portone della casa della madre...

TESTE VULLO: Sì, esattamente.

P.M. PETRALIA: Ricorda, se lo ricorda, se aveva per caso qualcosa in mano, come una borsa, agende od altri oggetti di una certa dimensione tali da poter colpire la sua attenzione?

TESTE VULLO: No, assolutamente.

P.M. PETRALIA: Cioè non lo ricorda o non aveva nulla?

TESTE VULLO: No, non aveva nulla in mano.

P.M. PETRALIA: Aveva le mani libere?

TESTE VULLO: Se aveva qualcosa di piccolo, tipo un telefonino, non so, però qualcosa di vistoso non l'aveva. Si sarebbe notato subito».

Sempre nella sentenza emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta si soggiunge che il teste Vullo, nelle dichiarazioni rese nel processo c.d. “Borsellino ter”, all’udienza del 2.7.1998, ha precisato meglio il percorso seguito da Villagrazia di Carini per raggiungere la via D’Amelio: «Fecero ingresso in autostrada dallo svincolo di Carini, viaggiarono a velocità piuttosto sostenuta fino alla circonvallazione, dalla quale uscirono dallo svincolo di via Belgio; svoltarono subito a destra in via dei Nebrodi, proseguendo fino a via delle Alpi e svoltando ancora in viale Lazio, percorsero via Massimo D’Azeglio fino alla via Autonomia Siciliana, svoltando infine in via D’Amelio.

Ha precisato poi che lungo l’intero percorso – compreso il tratto cittadino – il traffico era scarso e che, tra l’ingresso in via Belgio e l’arrivo in via D’Amelio, trascorsero all’incirca dieci minuti». (pagg 120-126)

I “buchi” delle prime indagini. La Repubblica il 29 giugno 2019. Arnaldo La Barbera, capo della Squadra Mobile di Palermo nell'estate del 1992 [...] Se - da un lato - è assolutamente certo, alla luce degli approdi dei precedenti processi (sul punto, confermati dalle risultanze di questo), che la consumazione della strage del 19 luglio 1992 avveniva utilizzando, come autobomba, proprio la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti, è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra sulla quali non si addiveniva a risposte soddisfacenti, nemmeno con la poderosa istruttoria espletata nel presente procedimento. Tutt’altro che rassicuranti, ad esempio (come si vedrà, in maniera più approfondita, nella parte dedicata alla vicenda della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), sono le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage, di appartenenti ai servizi di sicurezza, intenti a ricercare la borsa del Magistrato. Infatti, uno dei primissimi poliziotti che arrivava in via D’Amelio, dopo la deflagrazione delle ore 16:58 del 19 luglio 1992, era il Sovrintendente Francesco Paolo Maggi, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto arrivava sul posto circa una decina di minuti dopo la deflagrazione, mentre Antonio Vullo, l’unico superstite fra gli appartenenti alla scorta di Paolo Borsellino, in evidente stato di shock emotivo e psicologico, era seduto sul marciapiede, con la testa fra le mani. Il Sovrintendente Maggi, dunque, confidando di poter trovare qualche altra persona ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta, poiché i loro corpi erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. In questo contesto, mentre le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio, anche sulla Croma blindata del Magistrato, il poliziotto della Squadra Mobile notava quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: “uscii da... da 'sta nebbia che... e subito vedevo che arrivavano tutti 'sti... tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu' 'u stesso abito, una cosa meravigliosa”, “proprio senza una goccia di sudore”. Si trattava di “gente di Roma”, appartenente ai Servizi Segreti; infatti, alcuni erano conosciuti di vista (anche se non davano alcuna confidenza) ed, inoltre, venivano notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci. La circostanza (mai riferita prima dal teste, nonostante le sue diverse audizioni) veniva confermata da un altro appartenente alla Polizia di Stato, vale a dire il Vice Sovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Palermo. Anche quest’ultimo, che arrivava sul posto ad appena cinque minuti dalla deflagrazione, dopo aver constatato che non c’era più nulla da fare per il Magistrato ed i colleghi della Polizia di Stato che gli facevano da scorta, aiutava i residenti nello stabile di via D’Amelio, soccorrendo forse anche la madre del Magistrato. Quando riscendeva in strada, il poliziotto notava, nei pressi della Croma blindata di Paolo Borsellino, un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa. Alla richiesta di chiarimenti sulla sua presenza lì, l’uomo si qualificava come appartenente ai “Servizi”, mostrando anche un tesserino di riconoscimento: sebbene il ricordo del teste, sul punto specifico, non sia affatto nitido, vi era persino un veloce scambio di battute fra i due sulla borsa di Paolo Borsellino. Infatti, l’agente dei Servizi Segreti chiedeva se c’era la borsa del Magistrato dentro l’auto blindata, oppure (addirittura) si giustificava per il fatto che aveva detta borsa in mano: “Ho un contatto con una persona, ma questo contatto è immediato, velocissimo, dura pochissimo, perché evidentemente (…) il nostro intento era quello di mantenere le persone al di fuori (…) della zona e quindi non fare avvicinare a nessuno (…). E incontro (…) un soggetto, una persona, al quale... ecco, e questo è il momento, non riesco a ricordare se questo soggetto mi chiede (…) della valigia, della borsetta del dottore o se lui era in possesso della valigia. (…) Con questa persona, al quale io chiedo, evidentemente, il motivo perché si trovava su (…) quel luogo. Questo soggetto mi dice di essere... di appartenere ai Servizi”. […] Proseguendo nella breve rassegna di alcune delle anomalie e zone d’ombra emerse attraverso le prove raccolte nel presente processo, si deve anche rilevare la singolare cronologia del sopralluogo eseguito dalla Polizia Scientifica di Palermo (“su richiesta della locale Squadra Mobile”), nella carrozzeria di Giuseppe Orofino alle ore 11 del lunedì 20 luglio 1992 [...], perché quest’ultimo aveva denunciato, appena un paio d’ore prima, il furto delle targhe (ed altro) da una Fiat 126 di una sua cliente, all’interno della sua autofficina. Ebbene, quando la Polizia Scientifica eseguiva detti rilievi nell’officina di via Messina Marine, non erano stati ancora rinvenuti, in via D’Amelio, né la targa oggetto della denuncia di Orofino (la stessa, come detto, veniva ritrovata soltanto il 22 luglio 1992), né il blocco motore della Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti (rinvenuto verso le 13.00/13.30 di quel 20 luglio 1992). Inoltre, come già esposto, era soltanto nel successivo pomeriggio del 20 luglio 1992, a seguito del menzionato intervento del tecnico Fiat di Termini Imerese, che detto blocco motore veniva attribuito ad una Fiat 126. Dette circostanze non sono affatto di poco momento, ove si rifletta sulla circostanza che, invece, già nel pomeriggio del 19 luglio 1992, fonti della Polizia di Stato ipotizzavano l’utilizzo, come autobomba, proprio di una Fiat di piccole dimensioni e, in particolare, «una 600, una Panda, una 126». Detta ipotesi investigativa, rivelatasi fondata e coerente con i successivi rinvenimenti sullo scenario della strage, dei reperti dell’autobomba, non è spiegabile soltanto con l’efficienza e la solerzia profusa dagli inquirenti nel cercare di far immediatamente luce, con il massimo sforzo investigativo praticabile, su di un fatto gravissimo, che cagionava anche la scomparsa prematura dei cinque appartenenti alla Polizia di Stato, bensì necessariamente ipotizzando un apporto di tipo confidenziale da parte di taluno che (evidentemente) era ben informato sulle concrete modalità esecutive dell’attentato. Diversamente, non si spiegherebbe, sul piano logico, il motivo per cui la Squadra Mobile di Palermo, diretta da Arnaldo La Barbera (già collaboratore del Sisde, con il nome in codice “Rutilius”, sin dal 1986), sollecitasse un intervento della Polizia Scientifica, per un immediato sopralluogo nell’officina di un carrozziere qualunque di Palermo, che aveva soltanto denunciato (appena un paio d’ore prima) il furto di alcune targhe da un’automobile di un sua cliente (targhe che, come detto, verranno rinvenute soltanto alcuni giorni dopo, in via D’Amelio), in un momento in cui nemmeno era rinvenuto il blocco motore (poi associato ad una Fiat 126). L’aspetto appena menzionato si colora di tinte decisamente fosche, alla luce di quanto riferito da Gaspare Spatuzza (in maniera assolutamente attendibile, come si vedrà -diffusamente- nella parte della motivazione a ciò dedicata), sulla presenza di un terzo estraneo a Cosa nostra al momento della consegna della Fiat 126, alla vigilia della strage, nel garage di via Villasevaglios, prima del suo caricamento con l’esplosivo. Su detta persona, non conosciuta e mai più rivista, che non aveva proferito alcuna parola, durante la breve permanenza del collaboratore nel suddetto garage, sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza si spingeva a qualche considerazione relativa all’estraneità al sodalizio mafioso di Cosa nostra e, persino, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni: “se fosse stata una persona che io conoscevo (…), sicuramente sarebbe rimasta qualche cosa (…) più incisiva; ma siccome c'è un'immagine così sfocata (…). Mi dispiace tantissimo e aggiungo di più, che fin quando non si sarà chiarito questo mistero, che per me è fondamentale, è un problema serio per tutto quello che riguarda la mia sicurezza (…). Io sono convinto che non sia una persona riconducibile a Cosa nostra perché (…) c'è questa anomalia di cui per me è inspiegabile”. “C'è un flash di una sembianza umana. (…) c'è questa immagina sfocata che io purtroppo... (…) c'è questo punto, questo mistero da chiarire”; “ho più ragione io a vedere questo soggetto in carcere, se appartiene alle istituzioni, che vedendolo domani fuori”. Peraltro, quest’ultimo spunto del collaboratore di giustizia, sull’eventuale appartenenza alle istituzioni del terzo estraneo, presente alla consegna della Fiat 126, nel pomeriggio di sabato 18 luglio 1992, prima del caricamento dell’esplosivo, veniva approfondito dalla Procura, nella fase delle indagini preliminari di questo procedimento, sondando ulteriormente Gaspare Spatuzza, e anche sottoponendogli diversi album fotografici, con immagini di vari appartenenti al Sisde, senza approdare a risultati tangibili. […] Infine, si deve almeno accennare (prima di passare a trattare più diffusamente della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino), ad alcune emergenze che dimostrano il coinvolgimento diretto del Sisde, al di fuori di qualsivoglia logica e regola processuale, nelle prime indagini sulla strage di via D’Amelio, orientate verso la falsa pista di Vincenzo Scarantino. Quest’ultima circostanza, neppure ricordata dal neo-Procuratore Capo di Caltanissetta (dell’epoca), Giovanni Tinebra, veniva invece confermata persino dal dirigente del Sisde, Bruno Contrada, il quale spiegava come detta richiesta della Procura nissena, veniva appunto assecondata, per l’insistenza del Capo Centro di Palermo, Andrea Ruggeri. Peraltro, già nell’ambito del precedente processo c.d. Borsellino bis, veniva accertato che il 10 ottobre 1992, veniva trasmessa alla Squadra Mobile di Caltanissetta, una nota (sul contenuto della quale riferiva il Dirigente della predetta Squadra Mobile, all’epoca delle stragi, dott.Mario Finocchiaro), elaborata proprio dal centro Sisde di Palermo, su specifica richiesta del Procuratore Giovanni Tinebra (sulla cui deposizione, innanzi a questa Corte, non vale più la pena d’indugiare). Quest’ultimo, dopo aver constatato che le forze di polizia nissene non avevano alcuna specifica conoscenza delle dinamiche interne alle famiglie mafiose palermitane, con un’iniziativa affatto singolare, sollecitava una più stretta collaborazione del Sisde nell’espletamento delle indagini per la strage di Via D’Amelio. I frutti avvelenati di detta improvvida iniziativa non tardavano a maturare, posto che nella predetta nota del 10 ottobre 1992, confezionata dal Sisde proprio nel periodo in cui era in atto il tentativo di far ‘collaborare’ Vincenzo Scarantino, utilizzando Vincenzo Pipino (costretto ad andare in cella con lui, dal dottor Arnaldo La Barbera), vi era una dettagliata radiografia con tutto ciò che, al tempo, risultava alle forze dell’ordine su Vincenzo Scarantino ed i suoi familiari, con i precedenti penali e giudiziari a carico degli stessi, nonché i rapporti di parentela ed affinità con esponenti delle famiglie mafiose palermitane. La tematica della genesi e della gestione della ‘collaborazione’ di Vincenzo Scarantino verrà ampiamente ripresa e trattata nella parte della motivazione dedicata alla sua posizione. (pagg 782-788; 822-824)

Giorno dopo giorno fino al 19 luglio 1992. La Repubblica il 10 luglio 2019. […]. Proseguendo, poi, nell’analisi delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia, sulla preparazione della strage e sulle attività compiute il sabato 18 luglio 1992, dopo aver personalmente consegnato la Fiat 126, nel garage di via Villasevaglios, ai sodali Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, oltre che (si ripete) al predetto terzo estraneo, si deve esaminare la successiva sottrazione delle targhe (poi apposte all’autobomba), da parte di Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino, secondo le direttive impartite dal loro capo mandamento. L’incarico in tal senso (come anticipato) veniva dato a Spatuzza da Giuseppe Graviano, nella settimana antecedente alla strage, nella casa di Borgo Ulivia,  dove il capo mandamento trascorreva la sua latitanza: le direttive (come già accennato) erano quelle di rubare delle targhe da una Fiat 126, nel pomeriggio del sabato di quella settimana, da automobili parcheggiate all’interno di autosaloni od officine, senza far scattare allarmi né operare alcuna effrazione, in maniera tale che il proprietario se ne potesse accorgere solo al momento della successiva riapertura, dopo il fine settimana (secondo i piani di Cosa nostra, a strage già avvenuta). Peraltro, simili modalità operative erano state seguite anche in precedenza, come spiegato dal collaboratore, per l’esecuzione di un omicidio negli anni ’90 (in quel caso le targhe venivano prelevate in via Fichidindia), oltre che, successivamente, per il fallito attentato allo stadio Olimpico nel gennaio del 1994: lo scopo non era tanto quello di sfuggire ai possibili controlli delle forze dell’ordine, in occasione degli spostamenti del mezzo da utilizzare come autobomba (come visto, infatti, la Fiat 126 di Pietrina Valenti, circolava con la sua targa originale, sia pure per pochi chilometri e con altre due automobili a far da vedetta, ancora il sabato 18 luglio 1992), quanto quello di evitare che ne venisse accertata la provenienza furtiva, una volta che l’automezzo era, appunto, già imbottito d’esplosivo e posizionato nei luoghi dove doveva esplodere. […] Una volta reperite le due targhe, Spatuzza (come già concordato con il capo mandamento) si recava, da solo, al maneggio dei fratelli Vitale, per incontrare Giuseppe Graviano e consegnargli le targhe stesse. Giuseppe Graviano lo aspettava, come concordato, appoggiato sulla Renault 19 che usava in quel periodo165, intento a conversare con un’altra persona. Una volta avvedutosi della sua presenza, Graviano gli si faceva incontro, a piedi, mentre il soggetto col quale parlava, entrava negli uffici della Palermitana Bibite (si trattava di uno de fratelli Vitale, in particolare, di quello che abitava proprio nello stabile di via Mariano D’Amelio). Il capo mandamento di Brancaccio prendeva in consegna le targhe da Spatuzza e, dopo essersi informato sul luogo dove le aveva rubate, gli raccomandava di allontanarsi, l’indomani 19 luglio 1992, stando il “più lontano possibile” di Palermo. Seguendo il consiglio, Spatuzza si recava a trascorrere la domenica in un villino che prendeva in affitto a Campofelice di Roccella, organizzato una piccola festa per i familiari e le persone più care, proprio per far sì che costoro non si trovassero a Palermo e, una volta appreso, dai mezzi d’informazione, della strage in danno del dott. Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, pensava “ce l’abbiamo fatta” (sino a quel momento, non aveva ricevuto alcuna informazione sull’identità dell’obiettivo). L’indomani, Spatuzza faceva rientro a Palermo ed aveva un ulteriore incontro con Giuseppe Graviano, in un appartamento di via Lincoln, nella disponibilità di Giuseppe Farana: nell’occasione, il capo mandamento si complimentava con Spatuzza per il suo apporto nell’attentato e si dimostrava estremamente soddisfatto, poiché avevano dimostrato di essere in grado “di colpire dove e quando” volevano; nel contempo, invitava Spatuzza ad adoperarsi affinché si componessero i malumori ed i piccoli contrasti che, di tanto in tanto, insorgevano nella famiglia mafiosa di Brancaccio, in prospettiva di “altre cose” che dovevano “portare avanti”. […] Dunque, si può senz’altro affermare che le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, in ordine alle attività compiute nella settimana precedente all’attentato di via D’Amelio, vanno a comporsi armonicamente con quelle rese dagli altri collaboratori di giustizia coinvolti in quel segmento della fase esecutiva relativa all’osservazione degli spostamenti di Paolo Borsellino, nella giornata della domenica 19 luglio 1992. Se ne ricava, infatti, un quadro complessivo in cui, nella settimana precedente la strage, i soggetti deputati alla sua realizzazione (appartenenti, da un lato, alle famiglie della Noce, Porta Nuova, San Lorenzo e, dall’altro, a quelle di Brancaccio, Corso dei Mille e Roccella) si attivavano, secondo i rispettivi ambiti di competenza, per portare a compimento l’attentato (pianificato per la giornata di domenica 19 luglio 1992), secondo la sequenza cronologica di seguito indicata:

- sabato 11 luglio 1992, Salvatore Biondino ed i suoi uomini (Giovan Battista Ferrante ed i due Salvatore Biondo, “il lungo” ed “il corto”), effettuavano la prova del telecomando alle Case Ferreri;

- lunedì 13 luglio oppure martedì 14 luglio, Raffaele Ganci sondava la disponibilità di suo nipote, Antonino Galliano ad effettuare, per la domenica successiva, il pedinamento del dott. Borsellino;

- in un arco di tempo compreso tra il martedì 14 luglio ed il successivo giovedì 16 luglio, Gaspare Spatuzza veniva convocato da Giuseppe Graviano, per ricevere le sue direttive sul furto delle targhe da apporre all’autobomba. Nell’occasione, il capo mandamento raccomandava espressamente di rubare le targhe il sabato pomeriggio, in orario di chiusura degli autosaloni e delle officine, senza operare alcuna effrazione o fare altro che potesse anticipare la denuncia del furto a prima del lunedì successivo;

- giovedì 16 luglio 1992, Salvatore Biondino (in compagnia di Giuseppe Graviano e di Carlo Greco) diceva a Giovanni Brusca che erano “sotto lavoro” e che non avevano bisogno di alcun aiuto, da parte sua (confermando che, in quel preciso momento, la macchina organizzativa della strage era già ben definita);

- lo stesso giovedì 16 luglio oppure l’indomani, Salvatore Biondino avvisava Giovan Battista Ferrante di non andare in barca la domenica successiva e di tenersi a disposizione, perché ci sarebbe stato “del daffare”;

- nello stesso arco di tempo, fra il 16 giovedì ed il venerdì 17 luglio, Raffaele Ganci informava Salvatore Cancemi che la domenica ci sarebbe stato l’attentato con l’esplosivo, contro Paolo Borsellino, durante una visita del Magistrato alla madre e che Salvatore Biondino aveva già messo a punto ogni dettaglio per l’esecuzione;

- venerdì 17 luglio 1992, alle ore 17.58, Gaspare Spatuzza telefonava all’utenza intestata a Cristofaro Cannella [...];

- sabato 18 luglio 1992, nella tarda mattina, Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino recuperavano, da un elettrauto di Corso dei Mille, due batterie per autovettura, necessarie, assieme all’antennino procurato dall’imputato, a far esplodere l’autobomba; successivamente, Spatuzza portava la Fiat 126 in un garage seminterrato, a meno di un chilometro di distanza dalla via D’Amelio, scortato da Nino Mangano e Fifetto Cannella; nello stesso pomeriggio, Spatuzza e Tutino rubavano anche le targhe da un’altra Fiat 126, nella carrozzeria di Giuseppe Orofino e, successivamente, Spatuzza consegnava dette targhe a Giuseppe Graviano, presso il maneggio dei fratelli Vitale (come da precedenti accordi);

- sempre nella giornata del sabato 18 luglio 1992, Giovan Battista Ferrante incontrava Salvatore Biondino, che – dandogli appuntamento per le sette dell’indomani mattina – gli consegnava un biglietto con scritto il numero di un’utenza mobile (quella intestata a Cristofaro Cannella) che doveva chiamare, l’indomani, appena avvistato il convoglio di automobili della scorta di Paolo Borsellino;

- domenica 19 luglio 1992, alle ore 16.52, Giovan Battista Ferrante telefonava all’utenza mobile di Cristofaro Cannella, per avvisare dell’imminente arrivo del magistrato in via D’Amelio.

Dalla sequenza degli eventi appena indicati, desumibile dal racconto dei collaboratori di giustizia che partecipavano alla fase esecutiva dell’attentato (o che offrivano, comunque, elementi concreti per ricostruire detta fase), pare evidente che le (attendibili) dichiarazioni di Gaspare Spatuzza (sostituendosi a quelle, mendaci, rese in precedenza da Vincenzo Scarantino) si saldano perfettamente con quelle rese da Antonino Galliano, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca, trovando anche, nello svolgimento degli accadimenti da costoro descritta, un’efficace riscontro di natura logica. Ancora, si deve rilevare come le predette dichiarazioni dei vari collaboratori di giustizia, oltre ad essere perfettamente compatibili e complementari fra di loro, convergono anche in merito alla circostanza fondamentale che il giorno prescelto per l’attentato in via D’Amelio era proprio la domenica 19 luglio 1992: in questo senso, infatti, vanno lette anche le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, sulle precise direttive impartitegli da Giuseppe Graviano per il furto delle targhe (di sabato pomeriggio, in orario di chiusura degli esercizi, senza fare effrazioni o lasciare tracce visibili, che avrebbero anticipato la denuncia, rispetto al lunedì). Nello stesso senso, come detto, paiono illuminanti le dichiarazioni di Antonino Galliano, cui veniva richiesta – già lunedì 13 o martedì 14 luglio – la disponibilità a pedinare il magistrato per la domenica successiva ed anche quelle di Giovan Battista Ferrante, che doveva tenersi a disposizione per la domenica, nonché (sia pure con minor precisione) quelle di Salvatore Cancemi, cui Raffaele Ganci faceva presente, pochi giorni prima della strage (giovedì o venerdì), che tutto era già organizzato per fare un attentato a Paolo Borsellino, con l’eplosivo, quella domenica. Tutte queste dichiarazioni, trovano ora, ulteriore e significativo sostegno, in quelle rese da Gaspare Spatuzza. […] Per quanto riguarda, poi, le ragioni della scelta di collaborare con la giustizia, Spatuzza la spiegava come il punto d’arrivo di un tormentato percorso morale e religioso, di rivisitazione critica delle proprie condotte delinquenziali, avendo egli maturato, durante la propria detenzione ed anche a seguito dell’incontro con persone che scontavano condanne per la strage di via D’Amelio, basate su ricostruzioni che egli ben sapeva non esser rispondenti a quanto realmente accaduto il 19 luglio 1992 e nei giorni immediatamente precedenti, il desiderio di modificare radicalmente la sua vita e di riscattare i suoi trascorsi, anche cercando conforto nella religione […] In proposito va evidenziato che, [...], era proprio nel periodo della detenzione a Parma, con Gaetano Murana, che Spatuzza, pur non essendo affatto intenzionato a diventare un collaboratore della giustizia, si spingeva a fare delle rivelazioni ai magistrati della Procura Nazionale Antimafia, per avvisare che c’erano stavano facendo un errore negli accertamenti giudiziari sulla strage di via D’Amelio: a tal riguardo, si rinvia alla lettura del verbale integrale del colloquio investigativo con i dottori Vigna e Grasso del 26.6.1998 (acquisito agli atti, sull’accordo delle parti, all’udienza del 7.11.2016). In detto verbale -peraltro, ben difficilmente utilizzabile, ai fini di prova (sebbene oggetto di molteplici domande, nel controesame dibattimentale del collaboratore), in quanto reso in totale assenza di garanzie difensive (e facendo esplicitamente presente che si trattava di un colloquio senza alcuna valenza processuale)- Gaspare Spatuzza (ben dieci anni prima dell’avvio della sua collaborazione), diceva che l’automobile, poi utilizzata come autobomba in via D’Amelio, veniva rubata dai ragazzi della Guadagna e, poi, da ‘‘altri’’, senza che Orofino sapesse alcunché o c’entrasse qualcosa, avendo semplicemente subito il furto delle targhe da un mezzo ricoverato nella sua autofficina; l’automobile veniva riempita altrove, d’esplosivo, e Vincenzo Scarantino era totalmente estraneo a questi fatti; gli avevano fatto dire ‘‘quelle cose che non doveva dire’’.

Va in scena il grande depistaggio. La Repubblica il 19 luglio 2019. Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, che ha condotto alla condanna alla pena detentiva perpetua di Profeta Salvatore, Scotto Gaetano, Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano ed Urso Giuseppe, per il loro ritenuto concorso nella strage di Via D’Amelio. L’affermazione della responsabilità penale dei predetti soggetti per il delitto di strage è stata compiuta:

- per Profeta Salvatore nel processo c.d. “Borsellino uno”, con la sentenza n. 1/1996 emessa in data 27 gennaio 1996 dalla Corte di Assise di Caltanissetta, confermata dalla sentenza n. 2/1999 emessa in data 23 gennaio 1999 dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta, divenuta irrevocabile il 18 dicembre 2000;

- per Scotto Gaetano nel processo c.d. “Borsellino bis”, con la sentenza n. 2/1999 emessa in data 13 febbraio 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta, confermata dalla sentenza n. 5/2002 emessa in data 18 marzo 2002 dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta, divenuta irrevocabile il 3 luglio 2003;

- per Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano ed Urso Giuseppe, nel processo c.d. “Borsellino bis”, con la sentenza n. 5/2002 emessa in data 18 marzo 2002 dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta, divenuta irrevocabile il 3 luglio 2003, la quale ha riformato in parte qua la sentenza n. 2/1999 emessa in data 13 febbraio 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta, che aveva invece assolto i predetti imputati dal medesimo delitto.

Le dichiarazioni di Scarantino hanno assunto un valore determinante per tutte le predette condanne.

In particolare, per quanto attiene a Salvatore Profeta, possono richiamarsi le conclusioni raggiunte dalla sentenza n. 468/2011 del 16 dicembre 2000 della I Sezione della Corte di Cassazione, che, nel definire il processo c.d. “Borsellino uno”, ha così riassunto il contenuto della pronuncia di appello, confermativa di quella di primo grado: «Salvatore Profeta è stato chiamato in correità dal cognato Vincenzo Scarantino per avere partecipato alla fase esecutiva della strage di via D'Amelio, con particolare riferimento ai distinti episodi a) della riunione organizzativa nella villa di Calascibetta, b) dell'incarico di procurare l'autovettura destinata ad essere utilizzata come autobomba, e) della presenza nell'autocarrozzeria di Orofino al momento dell'arrivo dell'esplosivo da caricare a bordo della Fiat 126 rubata. Particolare attenzione ha dedicato la Corte distrettuale alle vicende della complessiva chiamata in correità dell'imputato da parte di Scarantino, reo confesso e condannato con la sentenza di primo grado non impugnata dall'interessato, il quale però nel settembre 1998, nel corso di questo giudizio d'appello e del giudizio di primo grado nel processo c.d. D'Amelio-bis, ha ritrattato tutte le dichiarazioni auto- ed etero-accusatorie rese nella fase delle indagini preliminari e confermate nel dibattimento di primo grado di questo processo e in quello del D'Amelio-bis. La Corte, dopo averne tratteggiato il profilo criminale e i rapporti con elementi di spicco della famiglia di Santa Maria di Gesù, quali il capo-mandamento Pietro Aglieri e il cognato Salvatore Profeta, la genesi e i motivi delle confidenze fatte a Francesco Andriotta nel carcere di Busto Arsizio e della tormentata e incostante collaborazione con la giustizia, ha descritto il contenuto delle originarie e contrastanti dichiarazioni accusatorie di Scarantino, riguardanti le diverse fasi della vicenda cui asseriva di avere partecipato: dalla riunione organizzativa di fine giugno o dei primi giorni di luglio 1992 nella villa di Calascibetta, cui avrebbe accompagnato il cognato Profeta, al furto, alla consegna, al trasferimento e al caricamento nell'officina di Orofino dell'autovettura Fiat 126, all'incontro con Gaetano e Pietro Scotto in cui avrebbe avuto conferma dell'intercettazione in corso sulle telefonate del dott. Borsellino, alle notizie ricevute circa l'avvenuta esecuzione della strage. La Corte ha ritenuto inconsistente e del tutto inattendibile la ritrattazione generale di Scarantino perché essa era il risultato di pressioni esterne esercitate sul collaboratore attraverso il suo nucleo familiare da elementi inseriti nel contesto mafioso palermitano e perché era caduta anche su circostanze che avevano trovato positiva conferma in altre acquisizioni probatorie, quali: le dichiarazioni di Candura, Augello e Francesco Marino Mannoia circa la frequentazione di Pietro Aglieri. capo-mandamento di Santa Maria di Gesù, e il coinvolgimento nel traffico di stupefacenti nel quartiere della Guadagna; le concordi dichiarazioni di Candura e Valente e i rilievi tecnici circa l'incarico di rubare la Fiat 126, la consegna e l'effettivo utilizzo della medesima in via D'Amelio come autobomba; la deposizione di padre Giovanni Neri, parroco di Marzaglia, circa le forti pressioni esercitate su Scarantino a partire dal giugno 1998 perché ritrattasse le originarie accuse. Ma - ha osservato la Corte - come "l'accertata inattendibilità della ritrattazione non implica per sè sola l'attendibilità delle dichiarazioni rese in precedenza da Scarantino a prescindere dalle regole di valutazione della prova stabilite dall'art. 192.3 c.p.p.", così "neppure la falsità di talune dichiarazioni implica l'inattendibilità di tutte le altre dichiarazioni accusatorie che possano reggere alla verifica giudiziale del riscontro, dovendo trovare applicazione il principio della valutazione frazionata delle propalazioni accusatorie provenienti dal chiamante in correità che siano dotate del requisito dell'autonomia fattuale e logica rispetto alle dichiarazioni di cui è stata accertata l'inattendibilità", tanto più se si considera che il contesto simulatorio e stato determinato dalla "interferenza nel percorso collaborativo" di esponenti del sodalizio mafioso" mirata al deliberato inquinamento delle prove e resa agevole dall'originaria tendenza del collaboratore ad operare la commistione di elementi reali e di altre circostanze non vere". E tale requisito di autonomia fattuale e logica e di intrinseca consistenza è stato rinvenuto, rispetto alle successive false propalazioni (l'attendibilità di Scarantino si affievoliva quanto più egli nel suo racconto si allontanava dalla porzione di vicenda cui aveva direttamente partecipato, ad esempio per la presunta riunione organizzativa di fine giugno o primi di luglio nella villa di Calascibetta alla quale avrebbe accompagnato il cognato Profeta), nell'originaria e spontanea narrazione del collaboratore, la quale però, per la rilevata mancanza di costanza e precisione e per le contraddizioni frutto della mai risolta conflittualità della genesi della scelta collaborativa particolarmente tormentata e perennemente avversata dai familiari, imponeva, quanto alla valutazione della chiamata in correità degli altri imputati, "una particolare cautela" e "la ricerca di adeguati riscontri esterni individualizzanti". Il maggior rigore nella valutazione delle dichiarazioni di Scarantino, laddove venivano di volta in volta sanate le contraddizioni emergenti dai precedenti interrogatori, era imposto altresì dall'inusuale attività di studio e di annotazione delle medesime contraddizioni, esercitata dal collaboratore con l'aiuto di agenti addetti alla sua tutela, com'era emerso dal promemoria prodotto dal difensore e riconosciuto dal teste agente Mattei. L'attendibilità estrinseca di Scarantino è stata così apprezzata, all'esito di un'analisi particolarmente penetrante e scrupolosa, solo ed esclusivamente in relazione al nucleo fondamentale del discorso narrativo riguardante la porzione della fase esecutiva della strage cui egli aveva certamente partecipato e che rispondeva alle caratteristiche del suo profilo criminale, e cioè: la richiesta di procurare un'autovettura di piccola cilindrata rivoltagli da Pietro Aglieri e da Salvatore Profeta, l'incarico dato a Candura di rubare l'autovettura Fiat 126 e la consegna della medesima, da lui messa poi a disposizione degli esecutori materiali dell'attentato. Il profilo criminale di Scarantino (secondo i collaboratori Augello, Marino Mannoia e Candura e gli accertamenti degli apparati di sicurezza), indipendentemente dall'effettivo possesso della qualità di "uomo d'onore", era compatibile con il suo racconto e con il confessato coinvolgimento nell'episodio delittuoso, almeno limitatamente a questa parte della fase esecutiva della strage di via D'Amelio, in forza degli stretti rapporti esistenti con Aglieri e Profeta, il primo capo-mandamento e il secondo esponente di spicco della famiglia di Santa Maria di Gesù, del suo inserimento nel contesto criminale della Guadagna (quartiere ricadente nel mandamento di Santa Maria di Gesù) e della sperimentata propensione a commettere reati di specie diversa. La sua confessata partecipazione al furto della Fiat 126 messa a disposizione degli autori della strage e utilizzata come autobomba, compiutamente dimostrata dalle dichiarazioni accusatorie di Candura e Valenti, era stata d'altra definitivamente accertata dalla sentenza di condanna di primo grado divenuta sul punto irrevocabile, valutabile ai fini della prova del fatto in essa accertato ex art. 238-bis c.p.p. nei confronti degli odierni imputati. La chiamata in correità nei confronti di Profeta e di Aglieri come mandanti del furto risultava fornita di un riscontro anche di carattere logico perché la certa partecipazione di Scarantino, in qualità di committente, al furto della Fiat 126 implicava la necessità (posto che egli, anche ad ammetterne l'appartenenza, non rivestiva sicuramente un ruolo significativo nell'organizzazione di Cosa nostra) del conferimento dell'incarico di procurare l'autovettura da parte di esponenti di rilievo del sodalizio mafioso, in particolare del mandamento di Santa Maria di Gesù cui appartiene la famiglia della Guadagna, la cui partecipazione alla strage, insieme con gli altri mandamenti palermitani, era dimostrata dalle dichiarazioni di tutti i collaboratori di giustizia. (…) Le dichiarazioni accusatorie di Scarantino, limitatamente a quella porzione della fase esecutiva riguardante la vicenda dell'incarico datogli da Profeta, insieme con Pietro Aglieri, di procurare un'autovettura di piccola cilindrata da utilizzare nella strage, hanno trovato altresì, secondo la Corte territoriale, i seguenti, idonei e positivi, riscontri individualizzanti di natura dichiarativa e logica.

A) Premesso che le dichiarazioni accusatorie di Scarantino erano da considerarsi attendibili quanto più esse trovavano una precisa corrispondenza in quelle rese de relato molto tempo prima della sua collaborazione da Francesco Andriotta (sentito nel giudizio d'appello e nel processo D'Amelio-bis in qualità di testimone dopo la declaratoria di nullità dell'esame irregolarmente assunto in primo grado secondo le regole proprie dell'imputato di reato connesso), la reiterata indicazione di Profeta come mandante del furto dell'autovettura di piccola cilindrata da usare come autobomba è stata fatta innanzi tutto, anche con ricchezza di dettagli, fin dal 1993 dal teste Andriotta, per averla ricevuta da Scarantino durante la comune detenzione carceraria a Busto Arsizio, in epoca antecedente quindi alla scelta collaborativa di questo e in assenza di altre fonti di conoscenza. E la Corte, dimostrata l'opportunità e l'effettività della comunicazione e la verosimiglianza dei colloqui fra i due nella struttura carceraria (giusta le deposizioni del direttore e di agenti del carcere di Busto Arsizio, i rilievi fotoplanimetrici, il sequestro di bigliettini, le intercettazioni telefoniche, le ammissioni di Scarantino), pur dando atto dell'affannosa ricerca di benefici premiali da parte dell'Andriotta, ha ritenuto intrinsecamente attendibili solo le parti della narrazione affatto originali e non altrimenti conoscibili da fonti diverse da quella costituita dal racconto di Scarantino, coerenti, costanti e antecedenti la collaborazione di quest'ultimo e reciprocamente convergenti con la successiva chiamata in correità di questi; mentre ha ritenuto inattendibili le parti della narrazione in cui erano contenuti elementi nuovi o aggiuntivi del racconto inseriti successivamente per adeguarsi alla fonte primaria o alle risultanze processuali (sulla riunione nella villa di Calascibetta; sul luogo in cui la Fiat 126 fu imbottita di esplosivo e sulla presenza di Profeta all'operazione) o in cui il teste era incorso in contraddizioni non plausibilmente spiegate. In particolare, un alto grado di attendibilità intrinseca è stato riconosciuto alle parti della narrazione riguardanti il furto dell'autovettura, commissionato da Scarantino a Candura, e il mandato ricevuto in proposito da parte di Profeta, non altrimenti conoscibili se non attraverso il racconto fatto dallo stesso Scarantino prima della sua collaborazione e sostanzialmente convergenti con la successiva chiamata in correità di questo; mentre una assolutamente modesta attendibilità poteva riconoscersi alle dichiarazioni coinvolgenti le posizioni di Orofino e Scotto, dei quali erano note le imputazioni da organi di stampa prima della collaborazione di Andriotta e sulle cui posizioni era palese il contrasto tra la versione della fonte primaria e quella del teste indiretto sulle circostanze fondamentali dell'arrivo e del luogo di caricamento dell'esplosivo e dell'avvenuta conoscenza da parte di Scarantino dell'intercettazione abusiva delle telefonate del dott. Borsellino.

B) Sotto il profilo logico, l'incarico dato da Scarantino a Candura di eseguire il furto della Fiat 126 poteva spiegarsi, dato l'uso cui l'autovettura era destinata, solo con la circostanza che egli aveva a sua volta ricevuto il mandato da esponenti di vertice di Cosa nostra. Le soggettivamente credibili, intrinsecamente attendibili, reciproche, incrociate e positivamente riscontrate propalazioni dei collaboratori di giustizia, aderenti all'organizzazione criminale di Cosa nostra (Ferrante Giovan Battista, Anzelmo Francesco Paolo, Ganci Calogero, La Marca Francesco, Grigoli Salvatore, La Barbera Gioacchino, Camarda Michelangelo, Di Carlo Francesco, Cancemi Salvatore, Drago Giovanni, Onorato Francesco, Lo Forte Vito, Di Filippo Emanuele, Di Filippo Pasquale, Calvaruso Antonio, Galliano Antonino, Brusca Giovanni, Di Matteo Mario Santo, Cannella Tullio) hanno confermato l'esistenza e la permanenza del progetto omicidiario ai danni del dott. Borsellino fin da quando egli era nel 1988 Procuratore della Repubblica di Marsala ed hanno identificato il relativo movente nella vendetta mafiosa contro un acerrimo nemico dell'organizzazione mafiosa, responsabile insieme con il dott. Giovanni Falcone del c.d. maxiprocesso palermitano (Cancemi, Ganci C., Di Carlo, Camarda, Onorato, Di Filippo P., Brusca G., Cannella); hanno delineato la fase deliberativa della strage con riferimento alle plurime riunioni della Commissione provinciale, organismo di vertice di Cosa nostra, tenutesi tra il marzo e il giugno 1992 (Brusca, La Marca, Cancemi); ne hanno descritto la fase esecutiva, consistita nella prova del telecomando, nei sopralluoghi, nella fissazione fin dai primi giorni della settimana del giorno di domenica 19 luglio per l'attentato e nel pattugliamento del percorso delle autovetture che conducevano quel giorno il magistrato in via D'Amelio (Ferrante, Anzelmo, Cancemi, Ganci, La Marca e Galliano). Di talché, il primo e incontroverso risultato probatorio è costituito dalla certa riferibilità dell'uccisione del magistrato ai mandamenti palermitani di Cosa nostra, che considerava il dott. Borsellino un nemico irriducibile, nell'ambito di un progetto strategico generale teso all'eliminazione di diversi rappresentanti "eccellenti" delle istituzioni dopo la negativa decisione della Corte di cassazione riguardo al c.d. maxiprocesso palermitano. E, dal coinvolgimento dei mandamenti di San Lorenzo, Porta Nuova, Brancaccio, Resuttana, della Noce e di Santa Maria di Gesù (cui appartiene il territorio della Guadagna), sembra lecito inferire la compatibilità della partecipazione all'attentato stragista di Salvatore Profeta (uomo d'onore di assoluto rilievo nel quartiere della Guadagna ricadente sotto il controllo della famiglia di Santa Maria di Gesù, di cui era capo Pietro Aglieri e altro elemento di spicco Giovanni Pullarà) e di Vincenzo Scarantino (il quale, se non addirittura uomo d'onore della Guadagna, presentava un profilo criminale caratterizzato da stretti rapporti di parentela e di effettiva frequentazione con Profeta, suo cognato, e con Aglieri, capo-mandamento della famiglia di Santa Maria di Gesù, secondo la concorde indicazione dei collaboratori Candura, Salvatore Augello e Francesco Marino Mannoia e la scheda informativa dei servizi investigativi). La confessione e la chiamata in correità del Candura (egli si è confessato autore materiale del furto commissionatogli da Scarantino), rilevanti ai fini dell'individuazione dell'esecutore materiale e dei mandanti del furto dell'autovettura Fiat 126 di Pietrina Valenti utilizzata come autobomba, sono state giudicate serie, intrinsecamente attendibili e obiettivamente riscontrate, oltre che dalla confessione dello stesso Scarantino, dalle deposizioni di Luciano Valenti, fratello della derubata, e di Luigi Meola, amico del Candura, i quali hanno confermato i particolari dell'episodio ad essi narrati dal Candura, e da una numerosa serie di circostanze esterne elencate in motivazione. Anch'esse postulano la necessità di un mandato da parte di esponenti di vertice di Cosa nostra del mandamento di Santa Maria di Gesù a Scarantino perché procurasse un'autovettura da utilizzare come autobomba, sì che anche per questa via è risultata logicamente compatibile la partecipazione all'attentato stragista di Salvatore Profeta, cognato di Scarantino e importante uomo d'onore di quella famiglia, chiamato in correità dal primo come mandante del furto. L'organico inserimento di Profeta e il ruolo di indubbio rilievo da lui rivestito, insieme con Pietro Aglieri e Giovanni Pullarà, nel mandamento di Santa Maria di Gesù era dimostrato dalle dichiarazioni di numerosi collaboranti (Candura, Augello, Marino Mannoia, P. Di Filippo, Mutolo, Marchese, Favaloro, C. Ganci, La Barbera, Cancemi, Drago, G. Brusca e Di Matteo), mentre la posizione di supremazia gerarchica di Profeta rispetto a Scarantino è stata descritta dai collaboratori Candura, Augello e Marino Mannoia. E tale mandamento (in cui ricadeva il quartiere della Guadagna) aveva partecipato alla strage insieme agli altri mandamenti palermitani di Cosa nostra.

C) La natura dei legami di parentela tra Scarantino e Profeta (cognati) e la forte stima ripetutamente espressa dal chiamante nei confronti del secondo, causa entrambe della descritta crisi collaborativa, escludevano ogni intento calunniatorio nelle dichiarazioni accusatorie del primo.

D) Gaetano Costa, esponente di spicco della 'ndrangheta e collaboratore di giustizia, ha riferito di essere stato interessato da Giovanni Pullara' della famiglia di Santa Maria di Gesù, mentre erano insieme detenuti nel carcere di Livorno nel giugno o luglio del 1992 dopo la strage di Capaci, per far fronte all'esigenza di Cosa nostra di reperire sul mercato un potentissimo e poco voluminoso esplosivo, dal dichiarante denominato "Sintax", presso tale Buccarella, esponente della S.C.U., e di essergli stato indicato a tal fine dal Pullarà come referente affidabile e serio, per conto di Cosa nostra, il suo "figlioccio" Totuccio Profeta (circa i comprovati rapporti tra Pullarà e Profeta hanno riferito i collaboranti Ganci, Mutolo e Marchese). Il Costa fornì al Pullarà le indicazioni per la ricerca delle persone idonee al contatto con Buccarella ricevendone poi assicurazione che "era tutto a posto". Il Pullarà non spiegò a cosa servisse l'esplosivo, ma nel commentare la strage di Capaci aveva detto al Costa che quello che era successo era nulla in confronto a quel che sarebbe accaduto quando fosse saltata la "burza", non quella di Milano ma "quella di Palermo", sì che il Costa dopo la strage di via D'Amelio capì che il Pullarà col termine "burza" aveva fatto una chiara allusione al dott. Borsellino. Il Costa conosceva Profeta come importante uomo d'onore e abile killer della famiglia di Santa Maria di Gesù perché di lui gli aveva parlato Giovanni Pullarà non soltanto nella circostanza della richiesta di esplosivo ma anche in precedenza, definendolo come persona affidabilissima di cui i vertici della famiglia si fidavano ciecamente; e di ciò ebbe conferma quando, in occasione del trasferimento di Profeta all'Asinara, Pietro Pipitone avvertì Ignazio Pullarà dell'arrivo di questi perché gli fossero predisposte condizioni di vita carceraria adeguate al rango. Le rivelazioni del Costa erano state spontanee, disinteressate, indifferenti, coerenti, costanti, non contestate dalle difese, e riscontrate quanto alla comune detenzione con il Pullarà nel carcere di Livorno fra il maggio e il luglio 1992, al profilo criminale del Buccarella, all'astratta coincidenza dell'esplosivo da lui denominato "Sintax" con il Semtex identificato dai periti; mentre non vi era necessaria contraddizione tra le propalazioni del Costa con quanto dichiarato dal collaboratore Ferrante circa la disponibilità da parte della famiglia di San Lorenzo di una rilevante quantità di esplosivo plastico in contrada Malatacca, e con quanto accertato dal perito nel processo D'Amelio-bis circa il rinvenimento di 10 Kg. di Semtex confezionato in 4 pani in contrada Malatacca, non avendo il Ferrante potuto precisare la destinazione data alla residua partita di plastico, sotterrata in fusti di plastica fin dal 1986 e sparita dopo l'arresto di Raffaele Ganci, ne' identificare la provenienza dell'esplosivo usato per la strage di via D'Amelio con quello che si trovava nella disponibilità della famiglia di San Lorenzo. (…) Tutti questi elementi di prova, significativamente convergenti, dimostrano la responsabilità di Salvatore Profeta in ordine al furto dell'autovettura Fiat 126 utilizzata come autobomba nella strage di via D'Amelio: furto che, pure in assenza di obiettivi riscontri alla tardiva, contraddittoria e inattendibile dichiarazione accusatoria di Scarantino in ordine alla partecipazione dell'imputato anche all'ulteriore segmento della fase esecutiva, costituito dal prelievo dell'esplosivo dal magazzino-porcilaia del Tomaselli e dal suo caricamento a bordo dell'autovettura rubata nell'autocarrozzeria di Orofino, implica un contributo essenziale e determinante alla consumazione della strage di via D'Amelio, essendo Profeta perfettamente consapevole dell'uso cui era destinata l'autovettura reperita e messa a disposizione dei complici, tanto da metterne a conoscenza il cognato Scarantino».

Con la citata sentenza n. 468/2011 del 16 dicembre 2000, la Corte di Cassazione ha ritenuto che «a fronte dell'illustrata - invero pregevole e sapiente architettura argomentativa della ratio decidendi», non cogliessero nel segno le critiche difensive sollevate per i profili di asserita violazione delle regole probatorie stabilite dagli artt. 192 commi 2 e 3 c.p.p. e per la denunziata illogicità manifesta della motivazione. […] Inoltre, per quanto attiene a Scotto Gaetano, Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano ed Urso Giuseppe, possono richiamarsi le conclusioni raggiunte dalla sentenza n. 11914/2004 del 3 luglio 2003 della V Sezione della Corte di Cassazione, che, nel definire il processo c.d. “Borsellino bis”, ha così riassunto il contenuto della pronuncia di appello nella parte relativa alle dichiarazioni di Scarantino: «Le dichiarazioni di Scarantino, il cui spessore criminale nel traffico di droga è descritto nel cap.8 ,& 2, che ricorda la condanna definitiva a 9 anni di reclusione e l'inserimento nella famiglia della Guadagna (vedi anche coll. T. Cannella, l'episodio della lite con N.Gambino, p.1284), grazie al rapporto di affinità con Salvatore Profeta del quale era uomo di fiducia e braccio esecutivo (coli. Augello, ritenuto attendibile già nella sentenza definitiva B. 1, p. 1269 ss) ed alla protezione da parte di Pietro Aglieri (p. 1281). In grado di affrontare il difficile cammino della collaborazione e sostenere i lunghi e logoranti esami dibattimentali, nonostante il modesto livello intellettuale. Parte dal presupposto della centralità delle dichiarazioni dibattimentali precise e puntuali (tanto nel processo B. 1 definitivo -p. 1297 ss- quanto nel dibattimento di 1° grado del presente giudizio -p.1335 ss.- sottolineando il serrato controllo in sede di controesame -p. 1372-con le relative contestazioni mediante l'utilizzazione di verbali del P.M. che risentivano i contraccolpi psicologici della scelta di collaborare, p.1434). In relazione a tali esami non regge la tesi dell'indottrinamento/ manipolazione da parte degli investigatori ed in particolare dagli uomini del gruppo Falcone- Borsellino che si occupavano del servizio di protezione. Dall'esame del dr. La Barbera emerge la linearità del percorso collaborativo di Scarantino; tutte le iniziative di inquinamento provengono dall'organizzazione mafiosa (dr.Bo) tramite moglie e parenti del collaboratore. Escluso che tra Andriotta e Scarantino ci potesse essere un incontro, dopo l'inizio della collaborazione. Spiegata l'origine delle annotazioni sui verbali di interrogatorio come mero sussidio strumentale alla richiesta di colloquio con il difensore senza alcuna influenza sull'autodeterminazione di Scarantino. I promemoria, assieme ad album fotografici ed i rilievi tecnici allegati, erano stati prodotti al momento della ritrattazione dal nuovo difensore di fiducia (pag.447). Le accuse della moglie Basile sull'indottrinamento avevano fatto seguito all'abbandono del coniuge che aveva scelto la collaborazione. Analizza le varie annotazioni per rilevarne la assoluta inidoneità a sostenere la tesi difensiva dell'indottrinamento e la piena paternità di Scarantino.

Dall'intercettazione ambientale di conversazione tra S. e Basile in carcere trae ulteriore argomento in ordine al ruolo inquinante della Basile ed alla genuinità delle propalazioni. La stessa ritrattazione della ritrattazione in appello segna il ritorno, per la sentenza impugnata, alle originarie propalazioni che, del resto, erano state anche rapportate al giudizio di assoluta inattendibilità della ritrattazione negoziata (già ritenuta nella sentenza definitiva 23.01.99, p. 1278 e ss.). In definitiva ritiene Scarantino attendibile nella completezza delle dichiarazioni dibattimentali (in cui erano state anche chiarite le contraddizioni con Caldura p.1440), pur rendendosi conto del punto nodale costituito dalla chiamata in correità dei collaboranti Di Matteo, La Barbera, Cancemi, Ganci R. e Brusca (quest'ultimo aggiunto nell'interrogatorio 15.11.94 e poi sempre confermato, p.1480), mantenuta risolutamente ancora in sede di confronto e dopo la ritrattazione della ritrattazione. Perviene a ritenere la inattendibilità relativa sul punto, inidonea a fare dubitare delle altre dichiarazioni (compresa quella in ordine alla provenienza dell'esplosivo, ritenuta in sentenza coerente in sé e riscontrata dalle propalazioni di Costa, p. 1473) perché Scarantino spiega le ragioni di quelle precedenti omissioni e delle mancate individuazioni fotografiche. La sentenza dà all'inserimento dei nomi dei collaboranti una spiegazione diversa da quella data in primo grado (rendersi volutamente inattendibile, p. 1490), per giungere alla conclusione che non può affermarsi la falsità di Scarantino neppure in punto di presenza dei collaboratori alla riunione nella villa di Calascibetta (p. 1528). Ritiene poi che l'episodio dell'incendio ai danni di Orazio Abate non dimostri il consapevole mendacio di Scarantino».

La stessa sentenza n. 11914/2004 del 3 luglio 2003 della V Sezione della Corte di Cassazione ha riassunto nei seguenti termini l’ultima parte della struttura motivazionale della pronuncia emessa nel giudizio di appello del processo c.d. “Borsellino bis”, relativa alle posizioni dei singoli imputati che, nel presente procedimento, sono stati individuati come persone offese della calunnia continuata contestata allo Scarantino:

«7)Scotto Gaetano. La sentenza contesta la contraddittorietà del narrato di Scarantino circa gli incontri al Bar Badalamenti, evidenziando il comportamento rispettoso delle regole. Scarantino non è ritenuta l'unica fonte, stante la valenza indiziaria di cointeressenza dei fratelli Scotto in affari illeciti, spessore di Scotto Gaetano nella zona Resuttana-Arenella, territorio includente via D'Amelio, riconducibilità dell'attentato al gruppo di appartenenza, siccome esclusa l'ipotesi alternativa estranea a cosa nostra. Sottolinea come l'impegno di Scotto Pietro assume legittimazione solo a ragione del fratello uomo d'onore. Considera non riuscito l'alibi, a causa di zone d'ombra nelle comunicazioni a mezzo cellulare in corrispondenza dei giorni degli incontri al bar Badalamenti. Inoltre l'impegno professionale a Sala Bolognese non necessitava continuità di presenza ed i testi erano inaffidabili o generici ed altri contrari all'alibi. Erano sterili le richieste di prova con monitoraggio dei biglietti aerei. Il pensiero di Ferrante su mancanza di intercettazioni la domenica 19.07.92 è conforme alla tesi accusatoria, che imposta l'intervento abusivo nel periodo precedente. Afferma la responsabilità anche per il reato associativo, sulla base di numerosi collaboranti, specificamente nell'attività di spaccio.

8)Gambino Natale.

9)La Mattina Giuseppe.

10)Urso Giuseppe detto Franco.

La sentenza rigetta gli appelli per 416 bis c.p. rilevando la partecipazione di Gambino a vari omicidi assieme a Scarantino, Profeta, Greco ed Aglieri. Ritiene riscontrate da Drago le accuse di Scarantino che lo addita quale tramite per gli incontri trai capi di Brancaccio e S. Maria di Gesù. Rivaluta le dichiarazioni di Tullio Cannella. La Mattina, addetto alla persona di Aglieri ed al suo fianco in vari delitti efferati, ne condivide e protegge la latitanza. Urso, accusato da Scarantino con riscontro in Cannella, é indicato come uomo d'onore da Biondino e da vari collaboranti, cognato di Vernengo Cosimo. La sentenza di primo grado li aveva assolti da strage e reati connessi, per carenza di individualizzanti riscontri alla chiamata di Scarantino, siccome essi attenevano solo al fatto oggettivo (descrizione villa, parcheggio auto, l'officina di Orofino, il caricamento ecc. non consentono.. il collegamento con il chiamato in c., restando immutati anche nell'ipotesi di sostituzione del chiamato con altro soggetto...) mentre non erano riscontri l'appartenenza al mandamento, il possesso dell'auto usata per l'accompagnamento. Il collaborante Cannella (de relato Bagarella), astrattamente valutabile a conferma, è ritenuto inattendibile per interesse all'accusa. L'impugnata sentenza giudica incoerente quella di 1° grado e sostiene, quanto all'appartenenza al gruppo, che la fungibilità del ruolo non tiene conto degli specifici rapporti con i capi. Rivaluta, poi, l'attendibilità di Cannella siccome ospita il latitante Bagarella, sua fonte collaudata, e ne gode la fiducia. Bagarella gli aveva confidato che i Graviano, con gruppo della Guadagna, avevano realizzato la strage via D'Amelio, indicato il ruolo di Aglieri, Gambino Natale, La Mattina ed Urso. Definisce risibile il contrasto con Gambino (ed Urso) rimasto senza conseguenze. Una conferma all'accusa proverebbe da indagini di polizia e da altri collaboranti. Richiama la regola dell'utilizzazione di uomini sperimentati e di fiducia dei capi, quali erano appunto La Mattina, Gambino ed Urso. Quest'ultimo era stato scelto come esperto elettricista, vicino ai Vernengo, in stretti rapporti con Agliuzza contitolari dell'officina Orofino. I testi d'alibi di Urso (circa l'impegno nel suo supermercato, il pomeriggio del 18.07.92 in cui era avvenuto il caricamento) di dubbia attendibilità, per i legami con il ricorrente, e generici; facile lo spostamento, frequente l'assenza. Accoglie in definitiva l'appello del P.M. e condanna anche per la strage.

11)Vernengo Cosimo. La sentenza rigetta l'appello avverso condanna per 416 bis c.p. siccome ritiene il ricorrente inserito nella famiglia della Guadagna, per specifichi riferimenti ad episodi sintomatici di mafiosità, non solo nel narco-traffico, e stretti rapporti con i maggiori sodali del territorio per essere figlio del boss Pietro Vernengo. Quanto alla strage, era stato assolto in primo grado, siccome mancanti riscontri specifici alle dichiarazioni di Scarantino e non ritenuti tali l'appartenenza al gruppo, né l'accertata disponibilità dell'auto con cui era entrato da Orofino. La sentenza impugnata accoglie l'appello del P.M. Sottolinea che Vernengo é l'unico indicato sin dall'inizio dal teste Andriotta, come partecipante alla strage, a conferma della fonte diretta Scarantino. Altro riscontro verrebbe dal collaborante Costa Gaetano (confidenza, in carcere, di un cugino omonimo del Vernengo sulla sua partecipazione alla strage), sottoposto a positivo scrutinio di attendibilità per disinteresse, conoscenza autonoma ed anteriorità rispetto alla collaborazione di Scarantino. Tale elemento è saldato con la richiesta di esplosivo Semtex fatta da Pullarà a Costa, su istanza del figlioccio Profeta con i saluti di Luchino (Bagarella), sempre in carcere dopo la strage di Capaci, e comunicata a Buccarella legato con i Modeo pugliesi. Questi già nel passato avevano avuto rapporti con i Vernengo per il contrabbando di sigarette. Il tutto viene rapportato all'impiego della Suzuki bianca, diversa dal fuoristrada di proprietà del ricorrente (Nissan grigia).

12) (…)

13)Murana Gaetano. Ancora una volta viene rigettato l'appello avverso condanna per 416 bis c.p. per una serie di indici sintomatici di partecipazione alla famiglia Guadagna. Fedele autista di Aglieri, suo padrino (intercettazione a Pianosa), gestisce il totonero.

Accolto invece quello del P.M. avverso l'assoluzione dalla strage. Scarantino lo dà presente alla riunione fuori tra gli accompagnatori, lo indica come partecipante a trasferimento della 126 nei pressi di via Messina- Marine, perlustrazione durante il caricamento, scorta sino a p.zza Leoni. La sentenza ritiene riscontro individualizzante le dichiarazioni di Pulci, ritenuto attendibile (Incontro in carcere con Murana, che, per difendere Aglieri da una provocazione del collaborante, difende, dopo la ritrattazione di Scarantino, la versione di cosa nostra su indottrinamento di Scarantino e si lascia andare all'ammissione della propria partecipazione, con la famiglia di Guadagna, alla strage. Puntualizza che il Murana rifiuta il confronto con Pulci».

Un falso dopo l'altro che diventa verità. La Repubblica il 18 luglio 2019. In ordine alle dichiarazioni sulla strage di Via D’Amelio rese nel corso del suddetto interrogatorio del 24 giugno 1994, una precisa disamina e una accurata valutazione critica sono state operate dalla sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”), di cui si riportano alcuni passaggi particolarmente significativi: «Vincenzo SCARANTINO ha detto di essere "uomo d’onore" e di essere stato “combinato” circa due anni prima di venire arrestato; la sua affiliazione venne tenuta riservata, per ragioni di cautela.

P.M.: Precisi quando è stato combinato chi era presente e che cosa è avvenuto.

SCARANTINO: Due anni prima del mio arresto c’era Pietro AGLIERI, Carlo GRECO, Pino LA MATTINA, Natale GAMBINO, mio cognato Salvatore PROFETA, Pinuzzo GAMBINO, eh… Tanino… MORANA… c’era pure, poi chi c’era? E altri che non mi ricordo, in questo momento non mi ricordo… eh… siamo andati nella sala di Pasquale TRANCHINA, in via Villagrazia, in una sala, ed abbiamo fatto una cerimonia, abbiamo mangiato, ‘Enzino è uomo d’onore, Enzino è uomo d’onore’… tutte queste cose… dopo abbiamo finito di mangiare, ci siamo baciati tutti, auguri, auguri, auguri e ce ne siamo andati dalla sala ed io, diciamo, ero uomo d’onore! (…)

SCARANTINO: Poi abbiamo finito di mangiare siamo andati via, ognuno per i fatti suoi, e a me m’hanno messo ‘riservato’ per non essere a occhio della polizia e degli altri uomini d’onore al di fuori della famiglia, non mi presentavano a nessuno, ero uno riservato che andavo negli appuntamenti che faceva Pietro AGLIERI con mio cognato, per decidere sugli omicidi e di altre cose…Intorno al 24 giugno 1992 – non ha ricordato il giorno esatto, ma comunque la strage di Capaci era già avvenuta – Salvatore PROFETA gli chiese di accompagnarlo alla villa di Giuseppe CALASCIBETTA, ove trovarono il padrone di casa, Pietro AGLIERI, Pinuzzo LA MATTINA, Natale GAMBINO, Carlo GRECO, Giuseppe SALEMI; poi gli venne chiesto di andare a prendere Renzo TINNIRELLO e così fece, accompagnandolo alla villa; erano presenti anche Ciccio TAGLIAVIA,Salvatore RIINA e Giuseppe GRAVIANO. Fu quella la prima volta in cui vide Salvatore RIINA, del quale in precedenza aveva solo sentito parlare: non vi fu una presentazione, ma ugualmente egli comprese che si trattasse del RIINA; questi poi era accompagnato da BIONDINO – o forse da “Ciccio GANCI” -, a bordo di una Fiat “126” bianca.

P.M.: Ma… chi le ha detto che quella persona che è arrivata era Salvatore RIINA?

SCARANTINO: Ma si sapeva che era Salvatore RIINA ‘u’ zu’ Totò’.P.M.: Quando poi… è stato arrestato RIINA e lì vedendo le sue fotografie…

SCARANTINO: Sì… l’ho conosciuto, per questo ho fatto casino a Busto Arsizio… perché l’ho conosciuto che era lui e non volevo che mi chiedessero se lo conoscevo o non lo conoscevo… però io lo conoscevo che era lui, Totò RIINA… l’ho visto là, alla villa. (…)

P.M.: Senta, RIINA Salvatore com’è arrivato alla villa di CALASCIBETTA?

SCARANTINO: Con una “126” bianca, che era… però non mi ricordo, ma penso che è BIONDINO, o BIONDINO o Ciccio GANCI, ma sicuramente è BIONDINO, non ricordo bene.

P.M.: Cioè vuol dire che RIINA era accompagnato da BIONDINO Salvatore?

SCARANTINO: Sì, sì.

Lo SCARANTINO ha poi descritto il giardino e l’interno della villa del CALASCIBETTA. Quando la riunione era in corso ha potuto sentire che i presenti dicevano che occorreva ammazzare BORSELLINO e che occorreva fare attenzione che non rimanesse vivo, come stava per accadere per FALCONE, che per poco non era riuscito a scampare alla morte; fu lo stesso Salvatore RIINA a ribadire che BORSELLINO doveva venire ucciso. Ha detto poi SCARANTINO che, per educazione, lui e Pino LA MATTINA uscirono ed aspettarono fuori dal salone dove era in corso la riunione. Terminata la riunione, il cognato Salvatore PROFETA gli affidò un incarico di fiducia.

SCARANTINO: … siamo rimasti quelli della borgata, io, Pietro AGLIERI, Pino LA MATTINA, Natale GAMBINO, mio cognato, Peppuccio CALASCIBETTA che lo chiamano ‘kalashnikov’, Carlo GRECO e… mio cognato… ‘insomma, si deve capitare una bombola d’ossigeno’, dice, ‘così neanche facciamo trovare le bucce, non si deve trovare completamente niente’, dice, ‘Enzino, vai con Peppuccio, là sotto da Peppuccio il fabbro’, in corso dei Mille, siccome lo conosco, ci siamo più amici io e Peppuccio CALASCIBETTA con questo ‘Peppuccio il Romano’ e siamo andati in questa fabbrica dove c’è, vendono acido, tutti questi prodotti tossici…

P.M.: E scusi, tutti questi prodotti tossici tra cui l’acido, la fabbrica è di Peppuccio FERRARA?

Va rilevato per inciso che, fino a quel momento, lo SCARANTINO non aveva ancora citato il cognome del venditore di “bombole”, che viene così involontariamente suggerito dall’interrogante.

SCARANTINO: No, è dell’amante… (…) siamo andati da questo Peppuccio, gli ho detto…, con un bigliettino, mi hanno dato un bigliettino, non lo so, non mi ricordo la bombola come si chiamava, però ‘C’ tipo che c’è la ‘C’… è un nome un po’ dimenticato, però dice che una bombola potente, potentissima, è un prodotto potentissimo, non ci vuole né… né niente, non ci vuole… questa è una bombola potentissima…

Ha proseguito assicurando che il venditore di bombole aveva promesso loro di informarsi se avrebbe potuto acquistare a sua volta la bombola dal fabbricante senza registrazione e senza rilascio di fattura; in seguito, il “Peppuccio” fece sapere che la risposta era stata negativa perché, non disponendo di un’analoga bombola vuota da consegnare in cambio, per vendergliene una il fabbricante avrebbe dovuto registrare il suo nome.

SCARANTINO: E poi è ritornato Peppuccio e ha detto ‘Enzino, digli a Peppuccio che sono andato là e là ci vuole il mio nome, gli devo portare il vuoto, il vuoto dove ce l’ho! E poi come glielo metto il mio nome in una bombola di questo genere, come posso rischiare di mettere il mio nome!?’ Gli ho detto ‘Va be’, Peppuccio’, ora ah, dice, ‘diglielo a Peppuccio, queste bombole si possono andare a rubare, dove c’è la villa di Pietro AGLIERI, di fronte stanno facendo una metropolitana, non ricordo bene, se è una stazione, non ricordo bene, dice che con questo ossigeno vi tagliano i binari, si può andare a rubare là, se vuoi la possiamo andare a rubare…

Va notato qui per inciso che, da come SCARANTINO ha riferito la risposta, pare che il fabbro venditore di bombole fosse consapevole dello scopo per il quale gli era stata chiesta la fornitura della bombola e, dunque, del rischio al quale egli sarebbe andato incontro qualora glie l’avesse venduta; invero, è lo stesso SCARANTINO ad ammettere che la sua “famiglia” si riforniva abitualmente dallo stesso Peppuccio dell’acido necessario per sciogliere i cadaveri e che questi ne era consapevole; significa, perciò, che la vendita della bombola avrebbe comportato un rischio ben maggiore di quello che poteva comportare il coinvolgimento in un fatto illecito quale la distruzione di un cadavere. Anche a ritenere veritiero il racconto di SCARANTINO, è del tutto inverosimile che il venditore di bombole fosse stato messo realmente al corrente della destinazione finale della bombola. SCARANTINO ha proseguito dicendo che Salvatore PROFETA gli disse di lasciar perdere la questione della bombola, cioè che non se ne faceva nulla; però ha aggiunto che – vista la potenza dell’esplosione che si era verificata in via D’Amelio – a suo giudizio sicuramente era stata usata una bombola di quel tipo e, poiché a lui non era stato chiesto di andare a rubarla, sicuramente ci erano andati Natale GAMBINO, Nino GAMBINO, Tanino MORANA e “Peppuccio il fabbro”. Furono il cognato Salvatore PROFETA e Giuseppe CALASCIBETTA a commissionargli il furto di un’auto di piccola cilindrata.

SCARANTINO: … mio cognato e Peppuccio CALASCIBETTA mi hanno detto "Si deve andare a fare una macchina piccola, di cilindrata piccola", gli ho detto "Va be’, la macchina la vado a fare io, una 126" gli ho detto, "porto una 126" però io già la 126 ce l’avevo, me l’ha portata CANDURA e VALENTI che gli ho dato 150.000 più gli davo la droga, gli davo buste di droga e questa macchina non è che io l’ho presa per andare a fare la strage, l’ho presa così, per farla aggiustare, per fare cambiare i pezzi e l’ho messa là sotto al fiume, accanto al magazzino di Ciccio TOMASELLO… (…) L’indomani gli ho detto "La 126 l’ho fatto, la 126 l’ho fatto" e due giorni, tre giorni prima è venuto Cosimo VERNENGO e Tanino, gliel’ha detto mio cognato e Peppuccio ‘prendiamo questa 126 e la portiamo in via Messina Marine’, non subito nel garage di Giuseppe OROFINO, l’abbiamo messo in via Messina Marine posteggiata normale.

In seguito, nel pomeriggio del sabato precedente la strage la “126” venne portata da Giuseppe OROFINO nel proprio garage; c’erano anche Natale GAMBINO, Renzo TINNIRELLO, Pietro AGLIERI, Francesco TAGLIAVIA, Cosimo VERNENGO e Franco URSO (genero di Pietro VERNENGO, di professione elettricista). Mentre costoro allestivano l’autobomba, allo SCARANTINO e ad altri venne affidato l’incarico di vigilare all’esterno.

SCARANTINO: … e io, Tanino e Natale giravamo con il peugeottino là, sempre in via Messina Marine se vedevamo sbirri, li dovevamo avvisare o gli si sparava o… avevamo le pistole addosso…

Ha proseguito SCARANTINO riferendo che la mattina del sabato precedente la strage egli ebbe occasione di apprendere che era stata fatta una intercettazione telefonica al magistrato.

P.M.: Perché si è deciso di fare sabato, di imbottire la macchina e domenica portarla in via D’Amelio? Si era saputo che era quello…?

SCARANTINO: C’è stato… che è venuto, c’era, eravamo nel bar, bar BADALAMENTI alla Guadagna… ed è venuto un ragazzo, una persona, lo chiamano ‘Tanuzzo’, non mi ricordo bene, e c’ero io, Natale GAMBINO, Cosimo ed è arrivata questa persona, giovane, per parlare con Natale o con Cosimo… dice… ‘Mio fratello il lavoro lo ha fatto bello sistemato’ ed io per educazione sono entrato nel bar a prendere il caffè ed ho lasciato loro che parlavano e dopo dice "Min… stavolta ce lo inculiamo" ha detto Natale… dice "Stavolta lo fottiamo, c’è cascato con l’intercettazione del telefono, stavolta ce lo inculiamo", dopo io me ne sono andato, è venuto lui il sabato mattina, io me ne sono andato per i fatti miei…

La mattina della domenica egli partecipò alla “scorta” della “126”, che venne portata sul luogo dell’attentato; SCARANTINO era a bordo della propria Ranault “19”, c’erano anche Pino LA MATTINA con la sua Fiat “127” bianca, Natale GAMBINO con la sua “126”, Tanino MORANA con la “127” azzurra; la “126” che doveva esplodere era guidata da Renzo TINNIRELLO.

SCARANTINO: Pietro AGLIERI aspettava ai ‘Leoni’, siamo arrivati ai ‘Leoni’ e ci hanno fatto segnale che noi potevamo andarcene, questa macchina non l’avevano portata subito in via D’Amelio, o l’hanno messa in un garage o in qualche box da quelle parti, non sono sicuro se questo Peppuccio CONTORNO ha il box, perché abita in quelle vie, di viale Lazio, abita in queste vie, noi ce ne siamo andati, io me ne sono andato per i fatti miei…

Sul posto, con la “autobomba”, rimasero Renzo TINNIRELLO, Pietro AGLIERI e Francesco TAGLIAVIA. Erano circa le 7.30 quando egli li lasciò e se ne andò; più tardi al bar incontrò il cognato, al quale disse che era tutto a posto; più tardi, verso le 10.30-11 ebbe occasione di assistere ad una rissa in chiesa. Apprese in strada, poco dopo le 17, che BORSELLINO era stato ucciso; salì allora a casa del cognato, che era intento a guardare la televisione. SCARANTINO ha proseguito dicendo che a premere il telecomando in via D’Amelio erano stati Renzo TINNIRELLO, Pietro AGLIERI e Francesco TAGLIAVIA: non ha chiarito però come lo apprese, limitandosi a riferire che Natale GAMBINO gli disse che in via D’Amelio “ci sono andati tre con le corna d’acciaio”. Dunque, lo SCARANTINO non ha riferito fatti percepiti direttamente, giacché prima aveva detto di essersi allontanato dalla “126”, lasciando quelle tre persone con l’auto: è dunque probabile che si tratti di una semplice deduzione dello SCARANTINO, visto che le persone indicate sono proprio quelle che vide rimanere vicino all’autobomba quando egli se ne allontanò. Poi SCARANTINO ha ribadito di avere commissionato il furto della “126” al CANDURA prima della riunione in cui si sarebbe decisa l’uccisione di Paolo BORSELLINO e che, quando suo cognato gli chiese di rubare un’auto piccola, egli già disponeva di quella “126” ma non lo disse, invece promise che ne avrebbe procurata una quanto prima, per fare bella figura. Il CANDURA un giorno di pomeriggio gli consegnò alla Guadagna la “126” rubata; egli la parcheggiò per la strada, ma poiché gli pareva che fosse troppo in vista poi la spostò vicino al fiume Oreto, vicino al garage di Ciccio TOMASELLO. Lo SCARANTINO ha poi ribadito che, dai discorsi fatti con Natale GAMBINO e Giuseppe CALASCIBETTA e anche dall’entità dello scoppio verificatosi in via D’Amelio egli comprese che era stata adoperata una bombola.

P.M.: … lei sa per certo che poi la bombola è stata recuperata e quindi è stata messa sulla autovettura che è servita come autobomba, è sicuro di questo?

SCARANTINO: Questa bombola si cercava, si cercava di averla perché con l’esplosivo non è che poteva fare questo danno, l’unico modo di non lasciare tracce… della 126… l’unico modo era questa bombola…

P.M.: Ma lei sa se poi l’hanno, lei ha la certezza… qualcuno le ha detto che poi la bombola è stata trovata, oppure…?

SCARANTINO: No… non è che ho la certezza che poi la bombola l’hanno trovata… ma come ne parlavano… Natale, Peppuccio, ne parlavano come se ce l’avessero messa, Peppuccio… andava e veniva…

P.M.: Peppuccio chi intende?

SCARANTINO: Calascibetta… (…)

P.M.: Senta… lei sa… che tipo di esplosivo… è stato usato?

SCARANTINO: No, no.

P.M.: Sa dove è stato procurato?

SCARANTINO: Ma io penso… che l’ha portato Cosimo VERNENGO, perché ho visto arrivare Cosimo VERNENGO con una Jeep, però ho visto che è entrato a marcia indietro nel garage di OROFINO.

P.M.: Quindi il sabato pomeriggio?

SCARANTINO: Sì.

Il passo appena riportato appare estremamente eloquente. Lo SCARANTINO palesa una incompetenza assoluta in materia di esplosivi, mostrando di ritenere che l’esplosione di una “bombola” faccia un danno molto maggiore di quello che si potrebbe provocare con un comune esplosivo. Ma è evidente anche che lo SCARANTINO non sa nulla circa le modalità di confezione della carica esplosiva utilizzata in via D’Amelio. Pertanto il tenore delle risposte fornite fino a quel momento non giustificava affatto la domanda posta dal Pubblico Ministero sul tipo di “esplosivo” impiegato in via D’Amelio; ancor meno giustificate appaiono le ulteriori domande poste sull’argomento, a loro volta non giustificate dalla prima risposta – negativa - fornita al riguardo dallo SCARANTINO, l’unica genuina e coerente con le precedenti. Le successive risposte appaiono indubbiamente influenzate dall’interrogante, anche perché non è affatto chiaro come possa lo SCARANTINO ricollegare razionalmente la venuta del VERNENGO nell’officina dell’OROFINO con l’impiego dell’esplosivo. In ogni caso, lo SCARANTINO, anziché persistere nella propria convinzione riguardo all’uso esclusivo di una bombola per l’attentato di via D’Amelio, ha colto al volo il pensiero dell’interrogante e ha iniziato a rispondere sulla quella falsariga. Lo SCARANTINO ha poi aggiunto che alla “126” vennero sostituite le targhe, ma non ha saputo precisare dove vennero prese quelle che vi vennero montate; la domenica mattina fu Pietro AGLIERI a prelevare l’auto dall’officina di OROFINO e a condurla ai “Leoni”; inoltre, la domenica mattina Renzo TINNIRELLO suggerì all’OROFINO di rompere il lucchetto che chiudeva il portone. Va rilevato però che poco prima lo SCARANTINO aveva detto che Pietro AGLIERI la mattina di domenica 19 luglio attese il corteo delle auto ai “Leoni” e che la “126” era stata condotta fin lì dal TINNIRELLO. In conclusione, va detto che le dichiarazioni dello SCARANTINO in ordine al furto della “126” usata per la strage sono in netto contrasto con l’epoca del furto risultante dalla denuncia sporta da Pietrina VALENTI, secondo la quale l’auto le fu rubata nella notte tra il 9 e il 10 luglio: dunque, lo SCARANTINO non poteva averla già ricevuta dal CANDURA prima della riunione alla villa di CALASCIBETTA, collocata intorno al 26 giugno». Ciò posto, deve osservarsi che le suesposte dichiarazioni dello Scarantino, pur essendo sicuramente inattendibili (come è stato successivamente ammesso dall’imputato ed è comprovato dai numerosi elementi di prova già analizzati nel capitolo relativo alla ricostruzione della fase esecutiva della strage di Via D’Amelio), contengono alcuni elementi di verità, che, secondo una ragionevole valutazione logica, devono necessariamente essere stati suggeriti da altri soggetti, i quali, a loro volta, li avevano appresi da ulteriori fonti rimaste occulte. In particolare, le risultanze istruttorie emerse nel presente procedimento confermano in modo inequivocabile sia la circostanza che l’autovettura fosse stata rubata mediante la rottura del bloccasterzo, sia l’avvenuta sostituzione delle targhe del veicolo: due dati di fatto che lo Scarantino ha riferito sin dal primo interrogatorio reso dopo la manifestazione della sua volontà di “collaborare” con la giustizia, e che erano sicuramente estranei al suo personale patrimonio conoscitivo. Lo Scarantino è ritornato sulla propria versione dei fatti nell’interrogatorio del 29 giugno 1994, confermandola ampiamente ma con l’aggiunta di alcune precisazioni e modifiche. […] In questo ulteriore interrogatorio, reso a cinque giorni di distanza dal precedente, dunque, lo Scarantino ha continuato ad accompagnare numerose circostanze false con taluna oggettivamente veridica (come la affermazione che, essendo stato rotto il bloccasterzo dell’autovettura, il contatto veniva stabilito collegando tra loro i fili dell'accensione), e ha inserito nel suo racconto alcune modifiche che potevano indurre in errore sulla sua credibilità: in particolare, l’epoca della riunione nella villa del Calascibetta in cui era stata decisa l’eliminazione del magistrato è stata spostata in avanti, collocandola tra la fine di giugno e i primi di luglio, mentre l’epoca del furto dell’autovettura è stata avvicinata a quella dichiarata nella denuncia, in quanto lo Scarantino ha riferito di avere avuto il veicolo a propria disposizione già sette giorni prima di venerdì 17 luglio. Il tentativo della Scarantino di superare alcune precedenti contraddizioni con altre fonti di prova traspare con assoluta chiarezza dall’interrogatorio reso il 25 novembre 1994 davanti al Pubblico Ministero rappresentato dal dott. Carmelo Petralia, dalla dott.ssa Anna Maria Palma e dal dott. Antonino Di Matteo. […] Nelle ultime risposte fornite dallo Scarantino è percepibile con chiarezza il tentativo, malriuscito, di superare i contrasti riscontrabili tra la sua versione dei fatti e quella esposta da altri collaboratori di giustizia, nonché le molteplici contraddizioni presenti nel suo percorso dichiarativo. […] Nella successiva sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”) si è osservato che, nell’esame reso all’udienza dell’8 marzo 1997, lo Scarantino ha inserito anche Salvatore Profeta e Giuseppe Graviano tra le persone che andarono nella carrozzeria di Giuseppe Orofino mentre si stava preparando la “autobomba”, precisando di non avere rivelato prima i loro nomi perché aveva paura. Quest’ultima pronuncia ha rilevato che «tali dichiarazioni appaiono emblematiche, tanto della personalità dello SCARANTINO, quanto del suo rapporto di “collaborazione” con l’Autorità Giudiziaria. La dichiarazione riguardante gli SCOTTO, che mostra un insanabile contrasto con quelle rese in precedenza, evidentemente è frutto dell’ennesimo “aggiustamento” fatto per adeguare la propria versione dei fatti agli sviluppi delle indagini e del processo. Inoltre, si assiste all’ennesimo tentativo maldestro da parte dello SCARANTINO di giustificare le persistenti incertezze e contraddizioni adducendo il timore di coinvolgere determinati soggetti: in precedenza aveva detto di avere avuto paura ad accusare Giovanni BRUSCA, timore che invece non sentiva nei riguardi dei GRAVIANO, mentre appare assurdo che egli non abbia fatto il nome del cognato per paura, avendolo già accusato di avergli commissionato il furto della “126”». L’esame condotto sulle predette dichiarazioni evidenzia, dunque, come attraverso una pluralità di deposizioni lo Scarantino avesse incolpato Profeta Salvatore, Scotto Gaetano, Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano ed Urso Giuseppe di aver partecipato alle fasi esecutive dell’attentato, attribuendo loro le condotte sopra descritte. La completa falsità di tali dichiarazioni emerge con assoluta certezza non solo dall’esplicita ammissione operata dallo stesso Scarantino, ma anche, e soprattutto, dalla loro inconciliabilità con le circostanze univocamente accertate nel presente processo, che hanno condotto alla ricostruzione della fase esecutiva dell’attentato in senso pienamente coerente con le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, come si è visto nel capitolo attinente alla posizione dell’imputato Vittorio Tutino. Da tale ricostruzione emerge in modo inequivocabile, oltre alla inesistenza della più volte menzionata riunione presso la villa del Calascibetta, la mancanza di qualsiasi ruolo dello Scarantino nel furto della Fiat 126, la quale, per giunta, non venne mai custodita nei luoghi da lui indicati, né ricoverata all’interno della carrozzeria dell’Orofino per essere ivi imbottita di esplosivo. A fortiori, devono ritenersi del tutto false le condotte di altri soggetti, delineate dallo Scarantino in rapporto alle suddette fasi dell’iter criminis da lui descritto.

Le calunnie del “pupo”. La Repubblica il 17 luglio 2019. All’imputato Vincenzo Scarantino viene contestato il delitto di calunnia continuata e aggravata (artt. 61 n. 2, 81 cpv. e 368, commi 1 e 3 c.p.), consistente nell’avere, nel corso degli interrogatori e degli esami dibattimentali resi nell’ambito dei procedimenti per la strage di via D’Amelio, incolpato falsamente, pur sapendoli innocenti, Profeta Salvatore, Scotto Gaetano, Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano ed Urso Giuseppe di aver partecipato alle fasi esecutive dell’attentato, e, quindi, della commissione del delitto di strage, per il quale i medesimo soggetti furono condannati alla pena dell’ergastolo. In particolare, le condotte costitutive del delitto di calunnia, attribuito allo Scarantino, si sostanziano nell’avere accusato:

Profeta Salvatore, Vernengo Cosimo, Gambino Natale, La Mattina Giuseppe e Murana Gaetano di essere stati presenti alla riunione organizzativa della strage tenutasi presso la villa di Calascibetta Giuseppe, nel corso della quale i predetti sarebbero erano rimasti fuori dal salone in compagnia del medesimo Scarantino;

Profeta Salvatore, di avere incaricato lo Scarantino, al termine della predetta riunione, di reperire un’autovettura di piccola cilindrata ed una sostanza contenuta in bombole comunemente utilizzata per tagliare i binari dei treni;

Gambino Natale, di avere avvisato lo Scarantino - il venerdì precedente alla strage - di rendersi disponibile per il trasporto della macchina all’officina di Orofino Giuseppe;

Vernengo Cosimo e Murana Gaetano, di aver trasportato, unitamente allo Scarantino, la Fiat 126 nel garage di Orofino Giuseppe il venerdì prima della strage;

Scotto Gaetano, di aver reso possibile, attraverso l’opera del fratello Pietro, l’intercettazione del telefono in uso alla madre del dott. Borsellino al fine di avere contezza degli spostamenti del magistrato alla via Mariano D’Amelio, in particolare riferendo di un incontro avvenuto, il sabato mattina precedente la strage, presso il bar Badalamenti nel quartiere della Guadagna, ove lo Scotto era giunto a bordo di una autovettura guidata dal fratello Pietro (che era rimasto in auto ad attenderlo) e dove aveva avuto un colloquio, alla presenza dello Scarantino, con Gambino Natale e Vernengo Cosimo nel quale aveva esplicitamente fatto riferimento all’avvenuta intercettazione dell’utenza telefonica attestata in via D’Amelio, e specificando altresì di averlo visto - la settimana precedente – a colloquio con le stesse persone e nello stesso bar, ove era giunto pur sempre a bordo di una vettura in compagnia del fratello Pietro;

Gambino Natale di avere avvisato lo Scarantino il pomeriggio del sabato antecedente alla strage di portarsi presso l’officina di Orofino Giuseppe;

Gambino Natale e Murana Gaetano di essere stati impegnati, unitamente allo Scarantino, nell’attività di pattugliamento nei pressi della predetta officina durante il caricamento dell’autobomba;

Profeta Salvatore, Vernengo Cosimo, Urso Giuseppe, nella sua qualità di elettricista, e La Mattina Giuseppe, di essere stati presenti, il pomeriggio del sabato antecedente alla strage, al caricamento dell’autobomba all’interno dell’officina di Orofino Giuseppe, dove il Vernengo, unico tra i presenti, avrebbe fatto ingresso a bordo di un’autovettura Suzuki Vitara di colore bianco;

La Mattina Giuseppe, Murana Gaetano e Gambino Natale di aver infine partecipato, ciascuno a bordo della propria autovettura, la domenica del 19 luglio 1992 al trasferimento dell’autobomba dall’officina di Orofino Giuseppe a piazza Leoni.

Il tempus commissi delicti del reato continuato di calunnia è stato individuato dal Pubblico Ministero nelle seguenti date:

- il 24.6.1994 ed il 25.11.1994 (con particolare riguardo alla riferita condotta di partecipazione alla riunione tenutasi presso la villa di Calascibetta) per le dichiarazioni rese sul conto di Murana Gaetano;

- il 24.6.1994, il 29.6.1994 (in relazione alla riferita condotta di avere avvisato lo Scarantino, il venerdì precedente alla strage, di rendersi disponibile per il trasporto della macchina all’officina di Orofino) e l’8.3.1997 (con particolare riguardo alla riferita condotta di avere avvisato lo Scarantino il sabato di portarsi presso l’officina dell’Orofino per svolgere l’attività di pattugliamento durante il caricamento della Fiat 126) per le dichiarazioni rese sul conto di Gambino Natale;

- il 24.6.1994 per le dichiarazioni rese sul conto di Urso Giuseppe;

- il 24.6.1994 e l’8.3.1997 (con particolare riguardo alla riferita condotta di essere stato presente al caricamento dell’autobomba all’interno dell’officina di Orofino Giuseppe il sabato pomeriggio precedente alla strage) per le dichiarazioni rese sul conto di La Mattina Giuseppe;

- il 24.6.1994 per le dichiarazioni rese sul conto di Vernengo Cosimo;

- il 24.6.1994 ed il 29.6.1994 (con particolare riguardo alle dichiarazioni relative all’incontro avuto con il Vernengo e con Gambino Natale la settimana precedente alla strage nel bar Badalamenti) per le dichiarazioni rese sul conto di Scotto Gaetano;

- il 24.6.1994 ed il 24.5.1995 (con particolare riguardo alle dichiarazioni relative alla presenza, il sabato antecedente alla strage, al caricamento dell’autobomba all’interno dell’officina di Orofino Giuseppe) per le dichiarazioni rese sul conto di Profeta Salvatore.

In particolare, l’interrogatorio del 24 giugno 1994 è stato reso dallo Scarantino al Pubblico Ministero, in persona della dott.ssa Ilda Boccassini e del dott. Carmelo Petralia, e in presenza altresì del dirigente della Polizia di Stato dott. Arnaldo La Barbera. In tale occasione lo Scarantino, anzitutto, ha dichiarato “spontaneamente” quanto segue: «Effettivamente ho fatto pervenire alle SS.VV. una mia richiesta di conferire immediatamente con L'A.G. di Caltanissetta perché in questi mesi di detenzione ho maturato finalmente la decisione di collaborare con la Giustizia e di riferire con lealtà e sincerità tutto quello che è di mia conoscenza sulla strage di Via D'Amelio e su tutti gli altri reati che io ho commesso nel corso della mia vita. Premetto che sono responsabile insieme ad altri della morte del Giudice Paolo BORSELLINO. Intendo cominciare sin da oggi la mia collaborazione e prendo atto che l'odierno interrogatorio avviene alla presenza dell'Avvocato Luigi LI GOTTI del Foro di Roma; intendo quindi revocare i miei legali di fiducia». Come riportato nel verbale, lo Scarantino, quindi, ha dichiarato «l'intenzione di collaborare con la Giustizia ammettendo anzitutto di essere uomo d'onore e spiegando tempi e modalità della sua affiliazione, riferendo che era stato combinato circa due anni prima della strage di cui è processo». Egli ha riferito «della riunione in cui si decise la consumazione della strage in danno del Dott. Borsellino, indicandone tempi luoghi e partecipanti, precisando che la stessa si era tenuta nella villa di "Peppuccio" CALASCIBEITA verso il 23 giugno del 92. Ad essa, tra gli altri, partecipò Salvatore RIINA e Pietro AGLIERI che la presiedettero. La stessa ebbe termine circa 3 ore dopo». Lo Scarantino ha riferito «inoltre dell'incarico ricevuto subito dopo da PROFETA e Pietro AGLIERI in ordine all'acquisto di una "bombola" di ossigeno da utilizzarsi come mezzo deflagrante in grado di distruggere completamente l’ “autobomba”». Nel verbale si precisa che lo Scarantino «continua poi riferendo dell'incarico, ricevuto dal cognato PROFETA Salvatore, di procurare una autovettura di piccola cilindrata che doveva servire da autobomba, Dichiara di essere stato già in possesso di una FIAT 126 in quanto ricevuta da CANDURA Salvatore e VALENTI Luciano, cui egli aveva commissionato il furto in cambio di 150.000 e droga. Descrive poi che la stessa auto fu portata in via Messina Marine e parcheggiata sulla strada. Successivamente la stessa fu custodita nell'autofficina di OROFINO Giuseppe, coindagato. SCARANTINO riferisce inoltre che il sabato mattina, giorno prima della strage tale "Tanuccio" o Gaetano si presentò nel bar di BATALAMENTI dove riferì a lui stesso e a gli altri complici che, il proprio fratello aveva effettuato l'intercettazione del telefono del Giudice BORSELLINO e che "tutto era a posto". Conferma che l'autovettura è stata "preparata" il sabato pomeriggio precedente la strage nell'autofficina di OROFINO e che la stessa la domenica mattina, giorno della strage, verso le 6,00-6,30, fu portata, scortata dallo stesso, nei pressi di piazza dei Leoni. Riferisce poi di aver appreso da Natale GAMBINO che materialmente il telecomando fu premuto da "Ciccio" TAGLIAVIA, Pitero AGLIERI e Renzino TINNIRELLO in un appartamento nella loro disponibilità nei pressi del luogo della strage». Sollecitato dal Pubblico Ministero, «SCARANTINO riferisce di non avere ricordi precisi su chi ha fornito i telecomandi usati dal commando, ma dichiara che un personaggio molto importante vicino a Pietro AGLIERI, di nome Salvatore e proprietario di un'AUDI 80, potrebbe essere colui il quale fornii il materiale tecnico, persona che lo stesso SCARANTINO conobbe, indicatogli da AGLIERI, quando l'indagato doveva acquistare una cameretta per la casa. Infatti giorni dopo si recò presso il negozio di detto Salvatore che potrebbe identificarsi per SBEGLIA Salvatore arrestato per la strage di Capaci e che lo stesso SCARANTINO avrebbe rivisto sui giornali quando si trovava nel carcere di Termini Imerese». Lo Scarantino quindi ha raccontato «numerosi episodi da lui conosciuti relativi sia a fatti di sangue sia a traffico di stupefacenti». Il Pubblico Ministero ha chiesto al dichiarante come mai, visto che solamente da circa 4 anni era stato affiliato, egli poteva conoscere tutti questi fatti delittuosi, anche di notevole rilevanza. Egli ha risposto «che fin dall'età di 11 anni era il pupillo di capi famiglia e uomini d'onore ed era nelle grazie sia di Ignazio e Giovanni PULLARA' che di Pietro AGLIERI. Grazie a ciò poteva apprendere i fatti di sangue descritti». Dopo essersi soffermato sugli omicidi di Santino Amato e Salvatore Lombardo, lo Scarantino ha risposto ad una serie di ulteriori domande del Pubblico Ministero. Alla domanda «se il furto della macchina era stato commissionato in funzione della strage o per altri motivi», lo Scarantino ha risposto «che commissionò il furto al CANDURA e VALENTI per rivenderla a pezzi oppure per sostituire i pezzi ad una delle 126 di cui disponevo. Al CANDURA lo SCARANTINO consegnò in cambio della vettura rubata 150.000 lire e un quantitativo di eroina. La macchina fu portata al fiume presso un suo deposito. La macchina procurata dal CANDURA era color ruggine». Essendogli stato chiesto nuovamente se realmente la bombola era stata procurata ed adoperata per l'esecuzione della strage, «SCARANTINO riferisce di non avere la certezza dell'uso della bombola ma di aver capito che sia Natale GAMBINO che Peppuccío CALASCIBETTA si erano adoperati attivamente per ricercarla. SCARANTINO riferisce di non conoscere ne il tipo dell'esplosivo usato, ne il nome di colui che l'aveva procurato, ma ricorda che Cosimo VERNENGO il giorno prima della strage arrivo con una IEEP presso il garage di OROFINO entrando verso le cinque del pomeriggio ed uscendo verso le 21,30 e che il VERNENGO aveva disponibilità di esplosivi. Dichiara che OROFINO era presente poichè aveva aperto il cancello». Al Pubblico Ministero che gli ha domandato come mai era stato scelto proprio il garage dell’Orofino, lo Scarantino ha risposto che l’Orofino era un uomo di fiducia e che di lui rispondeva personalmente Tinnirello Renzino, ed ha aggiunto che «fu proprio OROFINO ad aggiustare il bloccasterzo rotto della FIAT 126», specificando altresì che «alla stessa furono cambiate le targhe», senza però indicare precise circostanze al riguardo. Ha inoltre affermato che «fu Natale GAMBINO a comunicare allo SCARANTINO l'ora in cui si dovevano ritrovare l'indomani per scortare l'autovettura. Il trasporto dell'auto terminò alle ore 7,20». Lo Scarantino a questo punto ha descritto «il modo in cui trascorse le ore successive della domenica sino alle 17,30 circa quando cominciò a circolare la notizia dell'esplosione in via D'Amelio». Al Pubblico Ministero che gli chiedeva di chiarire le sue precedenti dichiarazioni sull'elettricista che era intervenuto il sabato nell'autofficina dell’Orofino, lo Scarantino ha risposto «dicendo che si chiamava Pietro URSO, genero di VERNENGO, uomo d'onore, titolare tra l'altro di un deposito di bibite e proprietario di un motoscafo dove lo stesso SCARANTINO aveva viaggiato», e ha ribadito «che questi è specializzato in elettricità precisando che se era entrato nel garage quel pomeriggio doveva aver qualche compito specifico da fare». Parlando nuovamente della riunione precedente la strage, lo Scarantino ha ribadito «che fu proprio RIINA a decidere con autorità della morte del Giudice Borsellino venendo sostenuto da AGLIERI», e che tutti gli altri partecipanti non espressero nessuna opinione contrastante, né avrebbero potuto farlo, stante l’autorità indiscussa del Riina. Egli ha inoltre sostenuto di essere sicuramente in grado di riconoscere fotograficamente i partecipanti alla riunione, ha elencato i componenti della sua “famiglia” mafiosa, capeggiata da Pietro Aglieri, ed ha precisato «che per la strage di cui è processo non sa se c'è stato l'aiuto di qualcuno di altre famiglie aggiungendo che in occasione di questi fatti si mantiene il più stretto riserbo». Ha, infine, raccontato dell’omicidio Lucera ed escluso di conoscere Bagarella e Provenzano. (pagg 1665 -1671)

La “collaborazione” di Francesco Andriotta. La Repubblica il 14 luglio 2019. La collaborazione di Francesco Andriotta (intrapresa nel settembre 1993) per la strage di via Mariano D’Amelio, non solo apriva la strada, in maniera determinante, a quella successiva di Vincenzo Scarantino (che iniziava a giugno 1994), ma permetteva altresì di puntellare il costrutto accusatorio riversato nei tre gradi del primo processo celebrato per questi fatti (nei confronti dello stesso Scarantino Vincenzo, nonché di Profeta Salvatore, Scotto Pietro ed Orofino Giuseppe), consentendo persino di superare la clamorosa ritrattazione dibattimentale di Scarantino, nel settembre 1998. Oggi, anche alla luce delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, la genesi e l’evoluzione di quella collaborazione, devono esser rivisitate, con la consapevolezza che le dichiarazioni di Andriotta costituivano la svolta per le indagini preliminari dell’epoca, inducendo alla collaborazione anche Scarantino. Pertanto, come anticipato, prima di affrontare il merito di quanto riferito dall’imputato nell’odierno procedimento, dal 2009 in avanti, ammettendo apertamente la natura mendace della propria collaborazione (e lo scopo della stessa, vale a dire costringere Scarantino a ‘collaborare’, mettendolo con le “spalle al muro”), soltanto una volta messo innanzi all’evidenza di quanto già accertato dalle più recenti indagini, pare opportuno muovere dal contenuto delle dichiarazioni (come detto, pacificamente mendaci) che questi rendeva, da ‘collaboratore’ della giustizia, in relazione a quanto (asseritamente) appreso sulla strage di via D’Amelio, durante la detenzione in carcere a Busto Arsizio, con Vincenzo Scarantino. Andriotta iniziava a ‘collaborare’ sui fatti di via D’Amelio, con l’interrogatorio del 14 settembre 1993 (reso a Milano, davanti al Pubblico Ministero, dott.ssa Ilda Boccassini), dove riferiva (in sintesi, in ben otto ore d’interrogatorio) che:

- chiedeva il trasferimento dal carcere di Saluzzo a quello di Busto Arsizio, per essere più vicino alla famiglia; arrivava in tale ultima struttura il 3 giugno 1993 e veniva assegnato al Reparto Osservazione, occupando prima la cella n. 5 e poi la n. 1, dove rimaneva fino al 23 agosto 1993;

- proprio in tale periodo conosceva Vincenzo Scarantino, col quale instaurava un rapporto cordiale, che diventava, giorno dopo giorno, più stretto; come usualmente avveniva tra detenuti, i due iniziavano a parlare delle rispettive vicissitudini e, quindi, anche delle attività illecite per cui erano detenuti;

- Scarantino gli riferiva che contrabbandava sigarette (come attività collaterale) e che era legato ad importanti personaggi mafiosi, in particolare a Carlo Greco e Salvatore Profeta, con i quali gestiva grossi traffici di stupefacenti; di Profeta aggiungeva che era suo cognato, nonché uomo d’onore, che godeva di grande rispetto in Cosa Nostra, essendo il braccio destro di Pietro Aglieri, il capo nel quartiere della Guadagna;

- col passare dei giorni, il rapporto di confidenza si tramutava in vera e propria amicizia, con scambio di favori: Scarantino cucinava anche per Andriotta, mentre quest’ultimo, in occasione dei colloqui carcerari, consegnava alla propria moglie dei messaggi scritti per la famiglia di Scarantino; a volte era lo stesso imputato che scriveva tali messaggi, su dettatura di Scarantino, poiché questi non sapeva scrivere in corretto italiano e la moglie di Andriotta (che doveva chiamare il numero di telefono riportato sul pizzino, leggendone il contenuto all’interlocutore), non capiva cosa vi era scritto;

- nel prosieguo del rapporto fra i due detenuti, Scarantino si lasciava andare ad una serie di importanti confidenze, riguardanti anche il suo diretto coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. Inizialmente, Scarantino gli spiegava solo che era imputato per questi fatti e che le prove a suo carico erano le dichiarazioni di tali Candura e Valenti, delle quali non si preoccupava perché si trattava di due tossicodipendenti poco attendibili (Scarantino aveva, addirittura, appreso che il secondo, nel corso di un confronto con il primo, aveva ritrattato le sue dichiarazioni). Scarantino neppure era preoccupato per il filmato, in possesso di Candura, che lo ritraeva in occasione di una festa di quartiere, giacché era in grado di darne ampia giustificazione. Invece, qualche apprensione mostrava Scarantino quando apprendeva dell’arresto di suo fratello per l’accusa di ricettazione di autovetture, tanto che, con il predetto sistema dei messaggi trasmessi tramite la moglie di Andriotta, cercava di capire se detto reato era o no collegato alla strage di via D’Amelio. Molto più forte era la preoccupazione di Scarantino quando (tramite un detenuto della seconda sezione) apprendeva che in televisione davano notizia dell’arresto di un garagista coinvolto nella strage di via D’Amelio. In tale contesto, Scarantino si lasciava andare ad ulteriori confidenze, rivelando ad Andriotta, tra le altre cose, che temeva un eventuale pentimento del predetto garagista, le cui dichiarazioni potevano comportare, per lui, la condanna all’ergastolo. La fiducia nutrita nel compagno di detenzione, poi, induceva Scarantino a confessare ad Andriotta di aver effettivamente commissionato al predetto Candura il furto di quella Fiat 126 che veniva utilizzata nella strage del 19 luglio 1992, e ciò su richiesta di un parente (un cognato o fratello). L’autovettura da sottrarre doveva essere di colore bordeaux, perché anche la sorella di Scarantino (Ignazia) ne possedeva una dello stesso colore (in tal modo, se qualcuno lo avesse visto durante gli spostamenti della vettura, non avrebbe nutrito alcun sospetto). Candura (sempre secondo le false confidenze di Scarantino, riferite da Andriotta) aveva sottratto la Fiat 126 di proprietà della sorella di Valenti Luciano e quest’ultimo la aveva portata nel posto stabilito, dove Scarantino la aveva presa in consegna, provvedendo a ricoverarla in un garage, diverso da quello dove la stessa era stata, successivamente, imbottita d’esplosivo. Inoltre, Andriotta aveva riferito anche ulteriori circostanze di dettaglio (sempre apprese, a suo dire, da Scarantino), in merito al furto della predetta autovettura, come il fatto che la stessa non era in condizioni di perfetta efficienza e, per tal motivo, veniva spinta o trainata. Ancora, per il furto di detta autovettura, Scarantino aveva promesso 500.000 lire a Candura, ma ne aveva corrisposto soltanto una parte, vale a dire 150.000 Lire, oltre a della sostanza stupefacente (non pagando la differenza). L’autovettura era stata anche riparata ed alla stessa erano state cambiate le targhe. Inoltre, Scarantino gli confidava che era lui stesso che aveva portato la macchina dal garage alla via D’Amelio. Circa il luogo dove la vettura era stata imbottita d’esplosivo, Scarantino gli confidava cose contrastanti, giacché, in un primo momento, riferiva di una località di campagna dove la sua famiglia possedeva dei maiali, e successivamente, dopo l’arresto del predetto garagista, faceva invece riferimento proprio all’autorimessa di quest’ultimo. Peraltro, Scarantino non era presente al riempimento della vettura d’esplosivo, perché se ne occupavano altre due persone, uno dei quali era uno specialista italiano di nome Matteo o Mattia. Scarantino spiegava anche che si era ritardata la denuncia del furto delle targhe al lunedì successivo all’attentato. A tale primo interrogatorio ne seguivano altri, in relazione ai quali si riporteranno, in questa sede (anche per economia motivazionale, attesa la pacifica falsità di tutte queste dichiarazioni dell’imputato, come ammesso ampiamente da Andriotta, anche nell’esame dibattimentale) solo gli ulteriori dettagli e circostanze, via via aggiunti, rispetto a quanto già sopra sintetizzato. In particolare, nel corso dell’interrogatorio del 4 ottobre 1993 (nel carcere di Milano Opera, sempre alla presenza del Pubblico Ministero, dott.ssa Ilda Boccassini), l’odierno imputato riferiva:

- di un messaggio fatto pervenire a Vincenzo Scarantino, occultato dentro un panino e gettato all’interno del cubicolo dove questi si trovava, da parte di alcuni detenuti sottoposti al regime differenziato dell’art. 41-bis O.P. (e ristretti nell’apposita sezione), come preannunciato da un amico del detenuto (che gridava dalla finestra “Vincenzo quando vai all’aria domani mattina, trovi un panino, mangiatillo”). Nel biglietto c’era il seguente messaggio: “guidala forte la macchina”; detto biglietto veniva poi dato da Scarantino ad Andriotta, affinché quest’ultimo lo consegnasse alla moglie, che avrebbe dovuto chiamare il recapito telefonico indicatole, per leggere all’interlocutore il testo del predetto messaggio;

- che Scarantino confidava ad Andriotta che il “telefonista” arrestato per la strage di via D’Amelio aveva intercettato la telefonata per conoscere gli spostamenti del dott. Paolo Borsellino operando su un armadio della società telefonica posto in strada. Questo soggetto era il fratello di un grosso boss mafioso. Quando veniva arrestato il “telefonista”, comunque, Scarantino non sembrava affatto preoccupato;

- che colui che, a dire di Scarantino, gli aveva commissionato il furto dell’automobile da utilizzare per la strage, era Salvatore Profeta; Andriotta motivava l’iniziale reticenza, a tale riguardo, con la paura di menzionare un personaggio d’elevato spessore criminale, spiegando che rammentava il nome del parente di Scarantino, in quanto quest’ultimo gli confidava che commentava tale presenza, al momento in cui l’esplosivo arrivava o veniva prelevato per essere trasportato nella carrozzeria, con la frase ”è arrivata la Profezia”;

- che il ritardo nella denuncia di furto al lunedì successivo la strage, riguardava le targhe apposte alla Fiat 126.

In occasione dell’interrogatorio del 25 novembre 1993, inoltre, Andriotta rendeva le seguenti ed ulteriori dichiarazioni:

- riferiva alcuni dettagli sul messaggio minatorio di cui aveva parlato nel precedente atto istruttorio, precisandone il contenuto (“guida forte la macchina”);

- su domanda dei magistrati, rendeva ulteriori dichiarazioni sul predetto Matteo o Mattia, evidenziando che Scarantino non gli specificava se questi era siciliano o meno, e precisando di non essere sicuro se, al posto di tale nome, il compagno di detenzione menzionava un altro nome, simile a quello appena riferito;

- nel momento in cui arrivava l’esplosivo o quando lo stesso veniva trasferito sulla Fiat 126, assieme a tale Matteo o Mattia, era presente anche Salvatore Profeta; inoltre, Andriotta non poteva escludere che fossero presenti altre persone, poiché Scarantino gli faceva intendere di aver pronunciato la frase “è arrivata la Profezia”, a coloro che si trovavano sul posto.

Ancora, in occasione dell’interrogatorio del 17 gennaio 1994, Andriotta aggiungeva che, dopo la strage di via D’Amelio, Candura cercava, più volte, Scarantino, per sapere se l’autovettura utilizzata per l’attentato era proprio quella rubata da lui; Scarantino lo trattava in malo modo, intimandogli di non fargli più domande sul punto, e facendogli fare anche una telefonata minatoria, vista l’insistenza del Candura. Infine, Andriotta precisava che Scarantino ordinava a Candura di non rubare l’automobile nel quartiere della Guadagna. Ulteriori e significative progressioni nelle dichiarazioni di Andriotta, sempre riportando (falsamente) le confidenze carcerarie (inesistenti) di quest’ultimo, si registravano nel verbale d’interrogatorio del 29 ottobre 1994, dove l’imputato spiegava di aver taciuto, sino a quel momento, su alcune circostanze, per timore delle eventuali conseguenze per la propria incolumità personale. In particolare, il prevenuto riferiva che alla strage partecipava anche Salvatore Biondino, pur non sapendo con quale ruolo (Scarantino non glielo aveva detto). Inoltre, Scarantino gli parlava anche di una riunione in cui si definivano alcuni dettagli relativi all’esecuzione della strage, cui partecipavano Salvatore Riina, Pietro Aglieri e Carlo Greco, Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera e Giovanni Brusca (sul punto si tornerà nel prosieguo, atteso che Andriotta, in buona sostanza, si adeguava alle sopravvenute dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, sulla riunione di villa Calascibetta). Nel successivo interrogatorio del 26 gennaio 1995, Andriotta proseguiva nell’aggiunta di ulteriori particolari sulla predetta riunione, evidenziando che alla stessa (sempre a dire di Scarantino) partecipava anche un tal Gancio o Ciancio, capo mafia di un quartiere di Palermo, nonché quel Matteo o La Mattia di cui aveva parlava in precedenza. Mentre si svolgeva la riunione, Scarantino rimaneva all’esterno, a fare la vigilanza; per un motivo che Andriotta non ricordava, ad un certo punto, entrava dentro la stanza, assistendo persino ad un momento della discussione: non tutti i partecipanti alla riunione erano d’accordo per assassinare il dott. Paolo Borsellino e, in particolare, Cancemi era uno di quelli che dissentiva. I Madonia non erano presenti alla riunione ma facevano pervenire il loro consenso. Ancora, Scotto aveva avuto anch’egli un ruolo nella strage (sempre a dire di Scarantino), avendo -quanto meno- fornito il consenso dei Madonia rispetto alla stessa. Infine, a proposito del “telefonista”, Scarantino confidava all’imputato che, circa due giorni prima del collocamento dell’autobomba in via Mariano D’Amelio, questo soggetto comunicava che “era tutto a posto”, nel senso che era stato messo sotto controllo il telefono della casa della madre del dott. Borsellino. In data 31 gennaio 1995 e 16 ottobre 1997, Andriotta veniva esaminato, rispettivamente, nei dibattimenti di primo grado dei processi c.d. Borsellino uno e Borsellino bis ed, in specie, nella seconda occasione, approfondiva le accuse mosse nei confronti dello Scarantino, chiamando anche in causa (sempre de relato dal compagno di detenzione), per la prima volta, in relazione alla strage di via D’Amelio, Cosimo Vernengo, come “partecipe” all’eccidio (si riporta, in nota, lo stralcio d’interesse della relativa dichiarazione dibattimentale, sulla quale si ritornerà). Infine, sempre nell’ambito del processo c.d. Borsellino bis, Andriotta veniva nuovamente esaminato il 10 giugno 1998, allorché riferiva (falsamente) che veniva minacciato, in data 17 settembre 1997, mentre si trovava in permesso premio a Piacenza, da due individui che lo chiamavano per nome, gli intimavano di confermare la ritrattazione fatta da Scarantino ad Italia Uno nel 1995 e aggiungevano che doveva anche parlare dell’omosessualità del predetto. In sostanza, Andriotta doveva dire che Vincenzo Scarantino nel 1995, ritrattando le sue dichiarazioni, aveva detto la verità e che aveva fatto (prima d’allora) delle accuse false, per la strage di via D’Amelio, perché continuamente picchiato, su istigazione del dott. Arnaldo La Barbera. Inoltre, Andriotta doveva spiegare che quanto a sua conoscenza sulla strage di via D’Amelio e su fatti di mafia era il frutto di un accordo fra lui e Scarantino. Altri avvertimenti gli venivano fatti sempre dagli stessi due individui, nel periodo natalizio del 1997, quando si trovava in permesso: tra le istruzioni ricevute, vi era anche quella di nominare come suoi difensori, prima di Pasqua, gli avvocati Scozzola e Petronio (direttiva alla quale aveva, poi, ottemperato). In cambio di quanto richiesto, gli venivano promessi trecento milioni di Lire. Ciò premesso, si deve ora passare a trattare della valutazione d’attendibilità o meno delle predette dichiarazioni, da parte delle Corti d’Assise che si occupavano di questi fatti, nei precedenti processi celebrati per la strage di via D’Amelio. Così sinteticamente riportate le mendaci dichiarazioni che l’imputato rendeva in ordine alle inesistenti confidenze carcerarie di Vincenzo Scarantino, occorre esaminare anche le conclusioni raggiunte da talune delle sentenze dei precedenti processi celebrati per la strage di via D’Amelio, in ordine alla sua attendibilità. In tal senso, la sentenza di primo grado del primo processo celebrato per questi fatti (c.d. Borsellino uno), concludeva per un giudizio positivo sull’attendibilità intrinseca di Andriotta, evidenziando che la decisione di questi di collaborare con la giustizia era il frutto di una scelta autonoma, maturata e meditata all’interno della sua coscienza, in maniera del tutto libera e spontanea. A tal proposito, si valorizzavano le dichiarazioni di alcuni testimoni che consentivano (ad avviso di quella Corte) di dissipare i dubbi prospettati dalle difese sul possibile impiego del ‘collaboratore’ di giustizia in funzione di agente provocatore, nonché il fatto (positivamente valutabile) che Andriotta riferiva, inizialmente, i fatti di reato che lo riguardavano in prima persona e, solo in seguito, delle confidenze carcerarie di Vincenzo Scarantino sulla strage di via D’Amelio (peraltro, seguendo un preciso suggerimento degli inquirenti dell’epoca, come oggi è dato sapere per la confessione dell’imputato, sul punto specifico attendibile), nonché il fatto che l’imputato continuava a rendere dette dichiarazioni anche dopo la conferma in appello della pena dell’ergastolo, nel processo (per omicidio) a suo carico: queste circostanze deponevano per l’assoluta mancanza, nella genesi della collaborazione di Andriotta, di valutazioni di personale tornaconto, che potessero far dubitare della genuinità delle sue dichiarazioni. Non risultavano, poi, elementi da cui inferire che Andriotta nutrisse nei confronti degli imputati (con i quali non aveva, in precedenza, alcun genere di rapporti), sentimenti d’astio, risentimento o vendetta, tali da far ipotizzare che potesse esser mosso da ragioni di malanimo o da intenti calunniosi. Infine, le dichiarazioni di Andriotta venivano valutate ricche di dettagli, costanti rispetto a quelle rese in fase d’indagine e verosimili sul fatto che potesse essere stato il ricettore delle confidenze di Scarantino, poiché l’ingresso dell’imputato, dal 3 giugno 1993, nel reparto carcerario di Busto Arsizio dove il detenuto della Guadagna era (in precedenza) ristretto da solo, era motivo di sollievo per Scarantino, consentendogli di uscire finalmente da quella condizione di solitudine ed alienazione che si protraeva ormai da diversi mesi. Con particolare riferimento alle valutazioni negative, sulla credibilità di Francesco Andriotta, già contenute nella pronuncia d’appello a suo carico (per la quale l’imputato è ergastolano), confermata dalla decisione del giudice di legittimità, la Corte d’Assise del primo processo sui fatti di via D’Amelio, riteneva che tale giudizio critico non potesse, in alcun modo, inficiare il suddetto giudizio d’attendibilità, non refluendo nel procedimento per la strage del 19 luglio 1992. Inoltre, le dichiarazioni di Andriotta potevano dirsi, sempre ad avviso della prima Corte d’Assise che s’occupava della strage di via D’Amelio, confortate da una serie di elementi oggettivi:

- dagli accertamenti condotti presso il carcere di Busto Arsizio, emergeva l’effettiva possibilità di comunicare per Andriotta e Scarantino, come confermato anche dai testi Murgia ed Eliseo, che spiegavano come le rispettive celle (e finestre) erano contigue (inoltre, era dimostrato che l’agente di turno della Polizia Penitenziaria, unico per tutto il Reparto, non poteva assicurare la sorveglianza a vista di Scarantino, dovendo attendere a tutte le altre incombenze);

- potevano dirsi pienamente riscontrate le dichiarazioni del collaboratore Andriotta per quanto atteneva al proprio ruolo di tramite con l’esterno, in favore di Scarantino, sulla base della documentazione acquisita al processo, nonché per le dichiarazioni di Bossi Arianna (moglie di Andriotta), e, ancora, per il contenuto delle intercettazioni di quel processo;

- era accertato che Ignazia Scarantino, sorella di Vincenzo, coniugata con Salvatore Profeta, utilizzava l’autovettura Fiat 126, di colore amaranto, targata PA 622751, intestata a Profeta Angelo, e che, in effetti, sul quotidiano “Il Giorno” del 10 luglio 1993, veniva riportata, in un trafiletto in settima pagina, la notizia dell’arresto di un fratello di Vincenzo Scarantino.

In parte diverso era il giudizio sull’attendibilità di Francesco Andriotta, nonché sulla valenza del suo contributo dichiarativo, da parte dei Giudici di prime cure del secondo processo celebrato per la strage di via D’Amelio. Vale la pena di riportare, qui di seguito, un breve stralcio della sentenza di primo grado emessa nel processo c.d. Borsellino bis, appunto, nella parte della motivazione a ciò dedicata: “Dal contesto delle dichiarazioni dibattimentali di Andriotta e, soprattutto, dall’analisi delle dichiarazioni utilizzate per le contestazioni appare tuttavia evidente che le dichiarazioni di Andriotta prima del pentimento di Scarantino Vincenzo sono state limitate alle confidenze di Scarantino riguardanti singoli momenti esecutivi della strage, quali il furto della Fiat 126 utilizzata come autobomba, la custodia dell’autovettura prima della sua utilizzazione, il ruolo di Profeta Salvatore, (…), il caricamento dell’esplosivo presso la carrozzeria Orofino, il trasporto dell’autovettura sul luogo della strage e l’esecuzione di una intercettazione telefonica sul telefono della madre del dott. Borsellino ad opera di un parente di un uomo d’onore a nome Scotto, (…). Infatti risulta chiaro dalle dichiarazioni rese in dibattimento dall’Andriotta che lo stesso ha parlato della famosa riunione preparatoria della strage solamente dopo che i mezzi di informazione avevano diffuso la notizia del pentimento di Scarantino Vincenzo. (…) Orbene, per quanto attiene alla prima fase delle dichiarazioni di Andriotta è agevole osservare che hanno trovato ampio riscontro (…) tutte le indicazioni fornite da Andriotta circa la concreta possibilità che lo stesso aveva di dialogare con Scarantino (…). Assolutamente incontestabile appare, poi, lo scambio di favori e cortesie tra lo Scarantino e l’Andriotta e, in particolare, il fatto che lo Scarantino si sia avvalso della collaborazione dell’Andriotta per le comunicazioni con l’esterno del carcere (…). Alla luce di tali fatti appare ampiamente riscontrato il fatto che Scarantino Vincenzo abbia progressivamente intensificato i suoi rapporti con il compagno di detenzione, (…) ed appare credibile che possa anche avergli fatto qualche confessione, verosimilmente limitata, frammentaria e forse confusa (…). Certamente il distacco temporale tra le prime dichiarazioni di Andriotta e l’inizio della collaborazione con la giustizia di Scarantino e la divergenza di molti dettagli dagli stessi riferiti induce ad escludere un iniziale accordo tra i due (…) le dichiarazioni di Andriotta non possono certo considerarsi come prove autonome rispetto alle corrispondenti dichiarazioni di Scarantino Vincenzo, per la semplice ragione che lo stesso non ha fatto altro che riferire confidenze ricevute dal compagno di detenzione. Tali dichiarazioni (…) hanno solamente il valore di confermare, proprio per il fatto di essere state raccolte ampiamente prima dell’avvio della collaborazione di Scarantino Vincenzo, soltanto l’intrinseca attendibilità delle dichiarazioni rese da quest’ultimo nella prima fase della sua collaborazione con la giustizia e di rendere per contro assolutamente inattendibile la successiva totale ritrattazione di Scarantino”.

In buona sostanza (come appena riportato), i Giudici di primo grado del processo c.d. Borsellino bis ritenevano veritiere le rivelazioni originarie di Francesco Andriotta, fatte prima che Vincenzo Scarantino intraprendesse la sua ‘collaborazione’: le dichiarazioni dell’imputato, non dotate di autonomia (nel senso che si trattava, come detto, delle confidenze del vicino di cella), erano pienamente utilizzabili per dimostrare l’attendibilità della collaborazione di Scarantino e la falsità della sua successiva ritrattazione (“in tale limitato ambito le dichiarazioni di Andriotta hanno una sicura valenza di conferma dell’attendibilità intrinseca delle originarie dichiarazioni di Scarantino Vincenzo e ciò a prescindere da qualsiasi eventuale arricchimento o coloritura che l’Andriotta possa avere operato”). Inoltre, la Corte d’Assise del secondo processo celebrato per questi fatti, riteneva logicamente credibile anche il predetto intervento intimidatorio, da parte di emissari di Cosa Nostra, mentre Andriotta si trovava in permesso premio; tale intervento era collocabile in una più ampia strategia d’inquinamento probatorio, tesa ad ottenere anche la ritrattazione delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino (la stessa conclusione, sul punto, veniva raggiunta dai Giudici di secondo grado). A diversa conclusione, invece, pervenivano i medesimi Giudici, in relazione alle dichiarazioni di Andriotta, successive alla notizia del pentimento di Scarantino ed alle sue rivelazioni sulla riunione deliberativa della strage di via D’Amelio. A tal proposito, si evidenziava, in chiave negativa, che dette confidenze di Scarantino ad Andriotta non erano agganciate ad alcun episodio concreto (come gli arresti di Giuseppe Orofino, Rosario Scarantino e Pietro Scotto) o a risultanze tangibili, come la ricostruzione delle modalità del fatto attraverso gli esiti della consulenza esplosivistica, sicché le stesse, qualora effettivamente fatte, sarebbero state del tutto gratuite ed ingiustificate (se non per il solo fatto della fiducia che Scarantino riponeva in Andriotta). Inoltre, le giustificazioni fornite da Andriotta in relazione al grave ritardo con cui rendeva questa parte delle sue dichiarazioni, vale a dire il timore di conseguenze negative per la propria incolumità personale, venivano ritenute fragili, poiché egli, in precedenza, non si limitava a tacere qualche nome o talune circostanze, ma ometteva totalmente di fare dette rivelazioni. Infine, tali ultime dichiarazioni, a differenza delle prime, non apparivano costellate da incertezze e contraddizioni, ma si mostravano perfettamente allineate rispetto a quelle (sopravvenute) di Vincenzo Scarantino.

La Corte d’Assise del secondo processo per questi fatti, così si esprimeva, sul punto: “Ad un certo punto, leggendo le dichiarazioni rese da Scarantino nel corso delle indagini, come meglio di dirà più avanti, si ha quasi l’impressione che Scarantino ed Andriotta conducano un gioco perverso, non necessariamente concordato prima, in cui le due fonti si confermano reciprocamente e progressivamente: Andriotta confermando di avere ricevuto le confidenze relative alle ulteriori dichiarazioni rese dall’ex compagno di detenzione, spesso riportate dai mezzi di infomazioni o culminate in arresti ed operazioni di polizia; Scarantino confermando di avere fatto tali confidenze all’Andriotta (ciò avviene sicuramente per esempio in un particolare momento sospetto della collaborazione di Scarantino in cui lo stesso indica Di Matteo Mario Santo tra i partecipanti alla riunione, Andriotta conferma di avere percepito un cognome simile che ricorda come “Matteo, Mattia o La Mattia” e Scarantino a chiusura del cerchio conferma di averne parlato ad Andriotta in pericoloso incastro di reciproche conferme)”. In conclusione, la Corte d’Assise “ritiene che l’attendibilità delle dichiarazioni rese da Andriotta successivamente al pentimento di Scarantino e, in particolare, delle dichiarazioni riguardanti la famosa riunione preparatoria sia perlomeno dubbia, non potendosi escludere che l’Andriotta abbia in realtà riportato notizie apprese dai mezzi di informazione e che abbia avviato con Scarantino, anche al di fuori di un espresso e preventivo accordo, un facile sistema di riscontro reciproco incrociato”. Nello stesso solco rispetto alle valutazioni appena riportate, si ponevano anche quelle effettuate dai Giudici dell’appello del primo processo celebrato per questa strage (l’appello del processo c.d. Borsellino uno, infatti, veniva celebrato in parallelo rispetto al dibattimento di primo grado del secondo processo per questi fatti). Come si diceva, anche i Giudici di secondo grado del primo troncone del processo, dopo aver acquisito, con l’accordo delle parti, le nuove dichiarazioni testimoniali di Andriotta (fatte nel parallelo procedimento c.d. Borsellino bis), le valutavano inattendibili, nella parte in cui il collaboratore introduceva elementi nuovi, mai accennati prima della collaborazione di Vincenzo Scarantino. (pagg 1531 - 1563)

Il ruolo di Vittorio Tutino. La Repubblica il 13 luglio 2019. Già si è visto, analizzando l’articolato racconto di Gaspare Spatuzza sulla preparazione della strage di via D’Amelio, come si tratti di dichiarazioni provenienti da una fonte assolutamente credibile, che si è autoaccusata, innanzitutto, della partecipazione ad un eccidio per il quale lo stesso Spatuzza non sarebbe mai stato perseguito (attese le responsabilità già irrevocabilmente accertate nei precedenti processi per questi fatti), dando molteplici spunti all’autorità giudiziaria, per riscontare positivamente le sue dichiarazioni (logiche, coerenti, circostanziate, precise e continue) e mettendo così in discussione una parte di quanto veniva accertato dalle precedenti sentenze irrevocabili sulla strage di via D’Amelio. Del pari, sono stati diffusamente analizzati i motivi della ritenuta attendibilità delle medesime dichiarazioni, alla luce delle altre risultanze istruttorie di questo processo e di quelli precedenti, contestualmente confutando i rilievi critici avanzati dalla difesa di Vittorio Tutino, in relazione ad alcune apparenti discrasie nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia o contraddizioni rispetto ad ulteriori risultanze (ad esempio: sulla sistemazione dei freni e la chiusura della portiera della Fiat 126; sul possesso della carta di circolazione della medesima automobile, da parte della proprietaria; sulla chiusura del portone d’accesso alla carrozzeria di Giuseppe Orofino; etc…). Ancora, sono stati singolarmente analizzati e valutati anche gli ulteriori elementi di prova, richiesti dalla legge, a conferma della chiamata in correità di Gaspare Spatuzza, superando (ancora una volta) i rilievi critici della difesa sulla collaborazione di Tullio Cannella (per un suo potenziale interesse all’accusa) e su quelle, sopravvenute nel corso del dibattimento, di Vito Galatolo (per la progressione dichiarativa) e Francesco Raimo (soprattutto per la tardività della sua dichiarazione, fatta ad un anno dalla chiusura del verbale illustrativo). Inoltre, sono state prese in considerazione anche le dichiarazioni rese dall’imputato, negli esami dibattimentali (come detto, anche in quello del procedimento c.d. Capaci bis, oltre che in questo dibattimento) e nel suo confronto con due dei suoi accusatori (Gaspare Spatuzza e Vito Galatolo). A fronte del poderoso compendio probatorio a carico, l’imputato si difendeva, come detto, con la mera negazione del proprio contributo alla realizzazione della strage (e finan