Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2019

 

IL GOVERNO

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

 

         

 

  

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

IL GOVERNO

PARTE PRIMA

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

L’Involuzione sociale e politica. Dal dispotismo all’illuminismo, fino all’oscurantismo.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

I neoborbonici tra sovrani e sovranisti.

I Borbone da sempre sotto attacco sulle spinte straniere.

Garibaldi, dalla spedizione dei Mille ai partigiani.

Alla ricerca dei garibaldini scomparsi.

11 Maggio 1860, mille avanzi di galera, comandati da un bandito, sbarcarono a Marsala.

L’esercito piemontese d’invasione del Meridione d’Italia: razzista ed analfabeta.

Battaglie e sofferenze degli italiani: un secolo di guerre.

Sud, un errore lungo 70 anni.

I predoni stranieri dell'Italia.

La Cina alla conquista dell'Italia.

Venezuela, la Russia accusa gli Stati Uniti all'Onu: "Un golpe contro Maduro".

La retorica degli Europeisti.

Italia trattata come la vacca da mungere.

Francia e Germania, ecco il patto d’acciaio.

Italia, colonia Franco-Tedesca.

La grande globalizzazione? Cose già viste.

L’Ordine Liberale.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

Fatta l’Italia si sarebbero dovuti fare gli italiani.

I Fobo, ossia: gli indecisi. Cioè: gli italiani.

Italia. La Repubblica umiliata, fondata sui brogli al referendum Repubblica-Monarchia.

L’imprudenza dei socialisti.

Il Piano Marshall ha salvato gli Stati Uniti.

Giugno 1944: gli Italiani in Normandia nei giorni dello sbarco.

Prigionieri militari italiani in Russia: Il Pci nascose tutto.

Così l'Italia è entrata nella Grande guerra contro nemici e alleati.

4 novembre 2018: una data divisiva. Una inutile carneficina o una grande vittoria per l’Unità d’Italia?

Quando Calamandrei voleva collegare politica e magistratura.

11 gennaio 1948, Mogadiscio: la strage degli Italiani.

C'era una volta uno Stato.

Lo Stato che non rispetta i patti (senza sensi di colpa).

La Società signorile? Comunisti e non Capitalisti.

Sfaticati e contenti.

Italiani sfiduciati.

Senza prospettive, sogni, giovani e anziani (che se ne vanno).

E’ un paese per vecchi.

La memoria del criceto. Le amnesie italiane.

Le code ed il richiamo del mare.

Gli impegnati.

SOLITA LADRONIA.

Italia, terra di scandali dimenticati.

I pirati della strada.

I Topi d’appartamento.

Test del portafoglio.

I Furbetti del Cartellino.

I furbetti della bolletta fanno sparire 10 miliardi.

I falsi invalidi.

Le pensioni eterne.

Le 11 truffe online più sofisticate in giro in questo momento.

Il Paese della corruzione percepita. Gli italiani e il senso civico: per uno su tre è giustificabile non pagare le tasse e farsi raccomandare.

Evasori ed indigenti.

Viaggio nelle feste dei collettivi: un cocktail a 5 euro (in nero).

La mancia per gli evasori.

Il governo dei condoni: ecco tutti i regali a evasori e furbetti.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

Dai tiranni al popolo: radiografia del potere.

Il costo della democrazia: se la politica diventa un passatempo per ricchi.

Perché la democrazia rappresentativa è in crisi.

In che giorno si vota?

I Picconatori.

Ma cos'é la destra, cos'é la sinistra?

Democrazie mafiose. «La sinistra è una cupola».

1, 2, 3… Politica: a quale repubblica siamo arrivati.

L'Astensionismo al voto.

Le colpe dei padri non ricadano sui figli e viceversa.

Benedetto Croce riannodò i fili  dell’Italia ferita e divisa in due.

Prima Repubblica, le due anime dei «partiti laici».

Dal civilizzato Civil Law al barbaro Common Law. Inadeguatezza Parlamentare e legislazione giudiziaria.

Un Parlamento di "Coglioni" voterà leggi del "Cazzo".

La maledizione dei Presidenti della Camera dei Deputati.

Il Governo del rinvio e del posticipo.

Il Governo “Salvo Intese” e “Varie ed eventuali”.

Le Metafore della Politica.

La politica degli strafalcioni.

Mattarella agli studenti: "La politica non è un mestiere.

Governi la Regione e poi vai in galera…

Gli Assessori alla "Qualunque".

Comuni in fallimento.

Da Citaristi a Centemero e Bonifazi, il rischioso mestiere del tesoriere di partito.

Maledizione quaranta per cento…

Referendum Propositivo. Perché questo silenzio?

Rissa di Stato. Nel 1994 toccò a Tatarella, oggi a Conte. Ed i media, con l'opposizione, sono sempre contro le istituzioni.

Parlamento: Guerra, Peace e Love.

Paese che vai, guerriglia che trovi.

Perché il populismo?

Basta sparare sulle élites.

L’élite: La Politica con le Facce da Culo.

L'Italia non è per gli Uomini soli al Comando.

Prove tecniche di ribaltone.

Le Querele portano bene...al Governo.

Il Governo Calabrone.

Conflitto d'interessi e memoria corta.

La Perdita di Sovranità.

E la chiamano Democrazia...

Quando i ribaltoni erano una cosa seria.

Don Sturzo ed il Partito popolare. I “liberi e forti” cent’anni dopo.

Il Contropotere: I Dorotei.

Sui reati dei Ministri non c’è certezza.

"Il denaro ha sostituito la politica".

Come parla la politica.

In principio c’era la tribuna politica.

I Rapporti Gay in politica.

 

PARTE SECONDA

SOLITA APPALTOPOLI.

La Cassazione: «I corrotti non vanno trattati come i mafiosi».

Consip e la sindrome del ricorso e dell’indagine.

Gli Iter farraginosi dei malpensanti provocano ad ogni appalto una tangente.

5 ragioni per cui la corruzione blocca l'economia italiana.

Caselli: ''Cene e nomine di giudici: una rogna preoccupante''.

Corruzione: Cananzi (magistrato) “il peggior peccato è l’omissione”.

Appalti puliti, cantieri chiusi.

L'Italia è un paese fondato sulla mazzetta. Micro corruzione, la vera piaga italiana: ogni otto ore un caso di mazzette e favori illeciti.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

I moralizzatori di sinistra anti Trump.

Test di medicina: ecco le ricerche Google degli studenti furbetti!

Le lungaggini dei concorsi pubblici.

La beffa del concorso per anestesisti annullato perché «i quiz erano sbagliati».

Il Futuro a Numero Chiuso.

Scandalo doppio ai concorsi Inps.

Il Concorso in Polizia e gli aspiranti poliziotti.

I concorsi pubblici dei Presidenti del Consiglio dei Ministri.

Concorsi su Misura: Ad Personam.

I bandi per addetti stampa, «fatti su misura».

I Navigator nominati.

Un concorso truccato per aspiranti magistrati.

Processati 6 noti avvocati. Avrebbero truccato il loro esame di Stato per l’abilitazione alla professione.

Avvocatura: “Assegnazioni clientelari”.

Polizia Penitenziaria, concorso truccato: 3 arresti e ben 160 indagati.

Concorsi truccati nella sanità.

L’Università dei Baroni.

Università, si uccide per un concorso truccato.

In Ateneo. Tra moglie e marito non mettere il concorso.

Concorso dirigenti scolastici: «troppe differenze nei voti».

Concorso prof 2018: gli ultimi saranno i primi.

Lauree facili per i poliziotti.

La maturità (a buon mercato).

La grande menzogna della meritocrazia.

Per i magistrati i figli e gli amici so’ piezz’ ‘e core.

Competizioni sportive truccate.

SOLITO SPRECOPOLI.

Mose, la storia infinta.

Rimini, ecco la questura mai nata.

Addio (d'oro) dei commissari Ue.

Le polemiche d'aria fritta sui voli di Stato.

Governo che va, Auto Blu che resta.

Alitalia, in due anni erogati  900 milioni di prestito pubblico. 

L’Europa Matrigna ed i soliti coglioni.

Le Scorte. Sprechi presidenziali emeriti.

Forze dell’ordine: si spende in statue e scorte ma mancano le divise.

La voragine nell’Erario: tra ticket, doppi lavori e truffe sulle pensioni.

Quanto costano gli europarlamentari?

Si tagliano un po' di parlamentari, ma non si toccano i dipendenti di Camera e Senato.

Sei milioni in avvocati. Puglia sotto inchiesta.

Beppe Grillo è lapidario: "La Tav? È morta..."

Lo spreco degli ammortizzatori sociali per foraggiare l’elettorato comunista.

I Finanziamenti ai Kompagni Comunisti.

L’Unità. Un giornale sul groppone.

Finanziamenti agli amici sportivi.

Legge di Bilancio- Legge Omnibus- – Legge Marchetta.

Il Costo della Politica. 

Il Costo della Burocrazia.

Il Costo delle Opere Incompiute.

Fondazioni, lo spreco è all'Opera.

Ancitel: un carrozzone pubblico.

Dipendenti pubblici, in Valle d'Aosta quasi uno ogni dieci abitanti.

Gli imboscati e la guerra agli sprechi.

La voragine consulenze: in fumo 27 milioni l'anno.

Pensioni: gli sprechi dell'Inps.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

Keynes fece rinascere l’economia perché la restituì all’umanesimo.

La Questione Industriale Italiana.

Dove si ruba il TFR.

Lo Stato moroso.

Gettoni d'oro mai coniati, truffa da 700mila euro.

I tesori di lady Eni.

Signoraggio: "Su che libri avete studiato?"

Quando la Dc ordinò l’assalto a Bankitalia.

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Quell’errore di Bruxelles che ha fatto fallire le banche italiane.

Quando le banche truffano ed i truffati ci stanno.

Banche e Fisco. Lasciate ogni speranza voi che versate...

Mediobanca, così conquistò il Belpaese.

38 assicurazioni fallite: 500 mila in coda per i rimborsi. 

La dolce vita dei Bancarottieri.

Il debito che piace ai partiti.

La Tassa Rossa. Tassa patrimoniale: la storia dell'imposta che colpisce i risparmi.

Fisco e presunti evasori. Italia prima in Europa per evasione fiscale. E’ vero?

Il business delle lezioni private: vale quasi un miliardo ed è quasi tutto in nero.

La Tassa sulla Fortuna.

Slot, lotto, gratta e vinci:  gli italiani giocano tanto.  

 

 

 

 

IL GOVERNO

PARTE PRIMA

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

       ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori.

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Facciamo in modo che diventiamo quello che noi avremmo (rafforzativo di saremmo) voluto diventare.

Sono qualcuno, ma non avendo nulla per poter dare, sono nessuno.

Sono un guerriero e non ho paura di morire.

Non ho nulla più da chiedere a questa vita che essa avrebbe dovuto o potuto concedermi secondo i miei meriti. Ma un popolo di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito, informato, curato, cresciuto ed educato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Chi ci ha rincoglionito? I media e la discultura in mano alle religioni; alle ideologie; all’economie. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora ho il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

Che governi l'uno, o che governi l'altro, nessuno di loro ti ha mai cambiato la vita e mai lo farà. Perchè? Sono tutti Comunisti e Statalisti. Sono sempre contro qualcuno. Li differenzia il motto: Dio, Patria e Famiglia...e i soldi.

Gli uni sono per il cristianesimo come culto di Stato. Gli altri sono senza Dio e senza Fede, avendo come unico credo l'ideologia, sono per l'ateismo partigiano: contro i simboli e le tradizioni cristiane e parteggiando per l'Islam.

Gli uni sono per la Patria e la difesa dei suoi confini. Gli altri sono senza Patria e, ritenendosi nullatenenti, sono senza terra e senza confini e, per gli effetti, favorevoli all'invasione delle terre altrui.

Gli uni sono per la famiglia naturale. Gli altri sono senza famiglia e contro le famiglie naturali, essendo loro stessi LGBTI. E per i Figli? Si tolgono alle famiglie naturali.

Gli uni sono ricchi o presunti tali e non vogliono dare soldi agli altri tutto ciò che sia frutto del proprio lavoro. Gli altri non hanno voglia di lavorare e vogliono vivere sulle spalle di chi lavora, facendosi mantenere, usando lo Stato e le sue leggi per sfruttare il lavoro altrui. Arrivando a considerare la pensione frutto di lavoro e quindi da derubare.

Alla fine, però, entrambi aborrano la Libertà altrui, difendendo a spada tratta solo l'uso e l'abuso della propria.

Per questo si sono inventati "Una Repubblica fondata sul Lavoro". Un nulla. Per valorizzazione un'utopia e una demagogia e legittimare l'esproprio della ricchezza altrui.

Ecco perchè nessuno si batterà mai per una Costituzione repubblicana fondata sulla "Libertà" di Essere e di Avere. Ed i coglioni Millennials, figli di una decennale disinformazione e propaganda ideologica e di perenne oscurantismo mediatico-culturale, sono il frutto di una involuzione sociale e culturale i cui effetti si manifestano con il reddito di cittadinanza, o altre forme di sussidi. I Millennials non si battono affinchè diventino ricchi con le loro capacità, ma gli basta sopravvivere da poveri.

Avvolti nella loro coltre di arroganza e presunzione, i Millennials, non si sono accorti che non sono più le Classi sociali o i Ceti ad affermare i loro diritti, ma sono le lobbies e le caste a gestire i propri interessi.  

Qualcuno la notizia la dà, la maggior parte dei giornalisti la fa. Io le notizie le cerco e le raccolgo, senza metter bocca. Sarà poi il lettore a estrapolarne la verità.

Imparare ad imparare. Ci ho messo anni a capire l’importanza del significato di questa frase. L’arroganza e la presunzione giovanile dapprima me lo ha impedito. Condita da una buona dose di conformismo. Poi con il passare del tempo è arrivata la saggezza.

Capire di dover capire significa non muoversi  a casaccio, senza una meta, senza un fine, senza un programma. Capire di dover capire significa chiedersi che senso ha ogni passo che ci indicano di compiere e che compiamo, ogni prova che superiamo, ogni giorno che spendiamo insieme a delle persone. Quante volte approcciamo un problema con la reale convinzione di risolverlo con indicazioni di altri, senza chiederci se davvero esiste una strada differente per arrivare ad una conclusione sensata.

Ecco, capire di dover capire. Non muoversi a caso, per sentito dire, parlando con le persone sbagliate, non valutando attentamente ogni passo che si deve compiere. Per fare questo dobbiamo essere pronti ad “imparare ad imparare” ovvero lasciare da parte nozioni acquisite e preconcetti e ad aprirci al nuovo.

Imparare ad imparare significa creare un percorso.

Serve leggere libri? Se la risposta è positiva dobbiamo adottare un metodo per selezionare quali libri leggere perché la mole dei libri in circolazione è tale che non potremmo reggere il passo, ne, tantomeno, compararne logica e verità.

Come era ieri, è oggi e sarà domani.

Libro di Qoelet. Prologo:

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.

Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?

Una generazione va, una generazione viene ma la terra resta sempre la stessa.

Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà.

Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.

Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno: raggiunta la loro mèta, i fiumi riprendono la loro marcia.

Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio è sazio di udire.

Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.

C’è forse qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questa è una novità»? Proprio questa è gia stata nei secoli che ci hanno preceduto.

Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito.

Art. 104, comma 1, della Costituzione italiana cattocomunista.

La magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere. (.)

La magistratura per la destra è un Ordine (come acclarato palesemente), per la sinistra è un Potere (da loro dedotto dalla distinzione "da ogni altro potere").

Autonomia dei Magistrati: autogoverno con selezione e formazione per l’omologazione, nomine per la conformità e controllo interno per l’impunità. Affinchè, cane non mangi cane.

Indipendenza dei Magistrati: decisioni secondo equità e legalità, cioè secondo scienza e coscienza. Ossia: si decide come cazzo pare, tanto il collega conferma.

Non è importante sapere quanto la democrazia rappresentativa costi, ma quanto essa rappresenti ed agisca nel nome e per conto dei rappresentati.

Il nuovo comunistambientalismo combatte una battaglia retrograda, coinvolgendo le menti vergini degli studenti che assimilano tutto quanto la scuola di regime gli propini.

L'intento è quello di far regredire una civiltà secolare, sviluppata con conquiste sociali ed economiche.

Il progresso tecnologico ed industriale irrinunciabile è basato sullo sfruttamento delle risorse. Le auto per spostarci, il benessere con gli elettrodomestici e le forme di comunicazione.

Il progresso tecnologico ed industriale ha prodotto benessere, con lavoro e sviluppo sociale, con parificazione dei censi.

 Il Benessere ha fatto proliferare l’umanità.

L'uguaglianza sociale ha portato allo sviluppo sociale con svago e divertimento con il turismo e lo sfruttamento dell'ambiente.

Per gli ambiental-qualunquisti o populisti ambientali il progresso va cancellato. La popolazione mondiale ridimensionata.

Si torna alla demografia latente e gli spostamenti a piedi, nemmeno a cavallo, perchè gli animali producono biogas. Oltretutto, per questo motivo, non si possono allevare gli animali. La nuova religione è il veganismo.

Si comunicherà con le nuvole di fumo. E si torna nelle grotte dove fa fresco l'estate e ci si sta caldi e riparati d'inverno.

Inoltre bisogna che la foresta ed i boschi invadano la terra. Pari passo a pale eoliche e campi estesi di pannelli solari. La natura e l’energia alternativa al primo posto, agli animali (all'uomo per ultimo) quel che resta. Vuoi mettere la difesa di un nido di uccello palustre, rispetto alla creazione di posti di lavoro con un villaggio turistico eco-sostenibile sulla costa? E poi il business delle rinnovabili come si farà?

Come sempre i massimalisti dell'ecologia non mediano: o è bianco o è nero. Per loro è inconcepibile l'equilibrio tra progresso e rispetto della natura e degli affari.

Avv. Mirko Giangrande:

Produci? Tasse!

Lavori? Tasse!

Compri? Tasse!

Vendi? Tasse!

Studi? Tasse!

Inventi? Tasse!

Erediti? Tasse!

Muori? Tasse!

Non fai nulla? Sussidio!!!

Affidati alla sinistra.

Dove c'è l'affare lì ci sono loro: i sinistri e le loro associazioni. E solo loro sono finanziate.

La lotta alla mafia è un business con i finanziamenti pubblici e l'espropriazione proletaria dei beni.

I mafiosi si inventano, non si combattono.

L'accoglienza dei migranti è un business con i finanziamenti pubblici.

Accoglierli è umano, incentivare le partenze ed andarli a prendere è criminale.

L'affidamento dei minori è un business con i finanziamenti pubblici.

Tutelare l’infanzia è comprensivo. Toglierli ai genitori naturali e legittimi a scopo di lucro è criminale.

L'aiuto alle donne vittime di violenza è un business con i finanziamenti pubblici.

Sorreggere le donne, vittime di violenza è solidale. Inventare le accuse è criminale.

Noi non siamo poveri. Ci vogliono poveri. Non siamo in democrazia. Siamo in oligarchia politica ed economica.

Perchè i regimi cosiddetti democratici ci vogliono poveri? Per incentivare lo schiavismo psicologico che crea il potere di assoggettamento. Nessun regime capitalistico o socialista agevola il progresso economico delle classi più abbienti e numerose, che nelle cosiddette democrazie rappresentative sono indispensabili alla creazione ed al mantenimento del Potere.

Il Regime capitalista è in mano a caste e lobby che pongono limiti e divieti al libero accesso ed esercizio di professioni ed imprese.

Il regime socialista è in mano all'élite politica che pone limiti alla ricchezza personale.

Tutti i regimi, per la loro sopravvivenza, aborrano la democrazia diretta e l'economia diretta. Infondono il culto della rappresentanza politica e della mediazione economica. Agevolano familismo, nepotismo e raccomandazioni.

Muhammad Yunus, l’economista bengalese settantottenne, Nobel per la pace nel 2006, che con l’invenzione del microcredito in 41 anni ha cambiato l’esistenza di milioni di poveri portandoli a una vita dignitosa, non ha avuto esitazioni, giovedì 17 maggio 2018 all’Auditorium del grattacielo di Intesa San Paolo a Torino, nell’indicare la via possibile verso l’impossibile: eliminare la povertà. E contestualmente la disoccupazione e l’inquinamento. Come riferisce Mauro Fresco su Vocetempo.it il 24 maggio 2018, tutto il sistema economico capitalistico, nell’analisi di Yunus, deve essere riformato. A partire dall’educazione e dall’istruzione, immaginate per plasmare persone che ambiscono a un buon lavoro, a essere appetibili sul mercato; ma l’uomo non deve essere educato per lavorare, per vendere se stesso e i propri servizi, deve essere formato alla vita; l’uomo non deve cercare lavoro, ma creare lavoro, senza danneggiare altri uomini e l’ambiente. Perché ci sono i poveri, si domanda Yunus, perché la gente rimane povera? Non sono gli individui che vogliono essere poveri, è il sistema che genera poveri. Ci stiamo avviando al disastro, sociale e ambientale: oggi, otto persone possiedono la ricchezza di un miliardo di individui, questi scenari porteranno, prima o poi, a uno scenario violento: dobbiamo evitarlo. La civiltà è basata sull’ingordigia. Dobbiamo invece mettere in atto la transizione verso la società dell’empatia.

Yunus ha dimostrato, con il microcredito prima e con la Grameen Bank poi, che quella che a economisti e banchieri sembrava un’utopia irrealizzabile è invece un’alternativa concreta, che dal Bangladesh si è via via allargata a più di 100 Paesi, Stati Uniti ed Europa compresi. Con ironia, considerando la sede che lo ospitava, Yunus ha ricordato che, quando qualcuno gli ribadiva che un progetto non era fattibile, «studiavo come si sarebbe comportata una banca e facevo esattamente il contrario». Fantasia, capacità di rischiare e, soprattutto, conoscenza e fiducia nell’umanità, in particolare nelle donne, sono i segreti che hanno permesso di dar vita a migliaia di attività imprenditoriali, ospedali, centrali fotovoltaiche, sempre partendo dal basso e da progettualità diffuse. L’impresa sociale, che ha come obiettivo coprire i costi e reinvestire tutti profitti senza distribuire dividendi, sostiene Yunus, è l’alternativa possibile e molto concreta per vincere «la sfida dei tre zeri: un futuro senza povertà, disoccupazione e inquinamento», titolo anche del suo ultimo lavoro pubblicato da Feltrinelli. L’impresa sociale può permettersi di produrre a prezzi molto più bassi, non ha bisogno di marketing pervasivo, campagne pubblicitarie continue, packaging attraente per invogliare il consumatore. Così anche le "verdure brutte", quel 30 per cento di produzione agricola che l’Europa butta perché di forma ritenuta non consona per essere proposta al consumatore – «la carota storta, la patata gibbosa, la zucchina biforcuta una volta tagliate non sono più brutte» ha ricordato sorridendo Yunus – possono essere utilizzate da un’impresa sociale e messe in vendita per essere cucinate e mangiate.

«Il reddito di cittadinanza per tutti? È questo che intendiamo per dignità della persona? Ai poveri dobbiamo permettere un lavoro dignitoso, la carità non basta».

Il premio Nobel Yunus: "Il reddito di cittadinanza rende più poveri e nega la dignità umana". Scrive il HuffPost il 13 maggio 2018. L'economista ideatore del microcredito intervistato dalla Stampa: "I salari sganciati dal lavoro rendono l'uomo un essere improduttivo e senza creatività". "Il reddito di cittadinanza rende più poveri, non è utile a chi è povero e a nessun altro, è una tipica idea di assistenzialismo occidentale e nega la dignità umana". Parola di Muhammad Yunus, economista e banchiere bengalese che ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2006 per aver ideato e creato la "banca dei poveri". In un'intervista a La Stampa, l'inventore del microcredito boccia tout court il caposaldo del programma M5S: "I salari sganciati dal lavoro rendono l'uomo un essere improduttivo, ne cancellano la vitalità e il potere creativo".

Secondo Yunus l'Europa ha un grande limite. "L'Asia avrebbe bisogno di molte cose che in Europa ci sono e ci sono da tanto tempo, ma trovo che da voi ci sia un pensiero unico che limita gli slanci. Mi spiego meglio: le società europee sono ossessionate dal lavoro, tutti devono trovare un lavoro, nessuno deve rimanere senza lavoro, le istituzioni si devono preoccupare che i cittadini lavorino... Invece in Asia la famiglia è il luogo più importante e non c'è questo pensiero fisso del lavoro: esiste una sorta di mercato informale, in cui gli uomini esercitano loro stessi come persone. Penso che la lezione positiva che viene dall'Asia sia quella di ridisegnare il sistema finanziario attuale, privilegiando la dignità delle persone e il valore del loro tempo".

Durissimo il giudizio sul reddito di cittadinanza. "è la negazione dell'essere umano, della sua funzionalità, della vitalità, del potere creativo. L'uomo è chiamato a esplorare, a cercare opportunità, sono queste che vanno create, non i salari sganciati dalla produzione, che per definizione fanno dell'uomo un essere improduttivo, un povero vero".

Noi abbiamo una Costituzione comunista immodificabile con democrazia rappresentativa ad economia capitalista-comunista e non liberale.

I veri liberali adottano l'economia diretta con la libera impresa e professione. Lasciano fare al mercato con la libera creazione del lavoro e la preminenza dei migliori.

I veri democratici adottano la democrazia diretta per il loro rappresentanti esecutivi, legislativi e giudiziari, e non quella mediata, come la democrazia rappresentativa ad elevato astensionismo elettorale, in mano ad un élite politica e mediatica.

Ci vogliono poveri e pure fiscalmente incu…neati.

Quanto pesa il cuneo fiscale sui salari in Italia? E in Europa? Nell'ultimo anno la busta paga di un lavoratore medio (circa 30 mila euro lordi) era tassata del 47,9 per cento. Quindi su 100 euro di lordo in busta paga, a un lavoratore italiano medio arriva un netto di 52,1 euro. Quasi la metà, scrive l'Agi.

Che cos’è il cuneo fiscale e quanto pesa in Italia. Il cuneo fiscale – in inglese Tax wedge – è definito dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) come «il rapporto tra l’ammontare delle tasse pagate da un singolo lavoratore medio (una persona single con guadagni nella media e senza figli) e il corrispondente costo totale del lavoro per il datore».

Nella definizione dell’Ocse sono comprese oltre alle tasse in senso stretto anche i contributi previdenziali. Quindi se per un datore il costo del lavoratore è pari a 100, il cuneo fiscale rappresenta la porzione di quel costo che non va nelle tasche del dipendente ma nelle casse dello Stato. Nel caso dei contributi, i soldi raccolti dallo Stato vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di pensione (ma, come spiega l’Inps, nel nostro sistema “a ripartizione” sono i lavoratori attualmente in attività a pagare le pensioni che vengono oggi erogate: non è che il pensionato incassi quanto lui stesso ha versato nel corso della propria vita, come se avesse un conto personale e separato presso l’Inps).

Secondo il più recente rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 – pubblicato l’11 aprile 2019 – nel 2018 in Italia la busta paga di un lavoratore medio (circa 30 mila euro lordi) era tassata del 47,9 per cento. Quindi su 100 euro di lordo in busta paga, a un lavoratore italiano medio arriva un netto di 52,1 euro. Quasi la metà. Ma come siamo messi in Europa da questo punto di vista?

La situazione in Europa. Il rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 contiene anche una classifica dei suoi Stati membri, in base al peso del cuneo fiscale. Andiamo a vedere come si posizionano l’Italia e il resto degli Stati Ue presenti in classifica. Roma arriva terza, con il 47,9 per cento. Davanti ha il Belgio, primo in classifica con un cuneo fiscale (e contributivo) pari al 52,7 per cento, e la Germania con il 49,5 per cento. Subito sotto al podio si trova la Francia, con il 47,6 per cento, appaiata con l’Austria. Seguono poi Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia, Lettonia e Finlandia. Gli altri Stati comunitari grandi e medio-grandi sono nettamente più in basso in classifica: la Spagna è sedicesima nella Ue con il 39,6 per cento, la Polonia ventesima con il 35,8 per cento, e il Regno Unito ventitreesimo con il 30,9 per cento. Londra è poi, dei Paesi Ue che sono anche membri dell’Ocse, quello con il cuneo fiscale minore.

Altri Paesi Ocse. In fondo alla classifica dell’Ocse non troviamo nessuno Stato dell’Unione europea. La percentuale più bassa è infatti attribuita al Cile, appena il 7 per cento di cuneo fiscale. Davanti, staccati, arrivano poi Nuova Zelanda (18,4) e Messico (19,7). Degli Stati europei, ma non Ue, quello con la percentuale più bassa è la Svizzera, con un cuneo fiscale del 22,2 per cento. Gli Stati Uniti, infine, hanno un cuneo pari al 29,6 per cento. La media Ocse è del 36,1 per cento.

Conclusione. In Italia il cuneo fiscale è pari al 47,9 per cento. Questa è la terza percentuale più alta tra i Paesi dell’Ocse. Davanti a Roma si trovano solamente Berlino e Bruxelles.

E la chiamano Democrazia…

"In fila per tre", dall'album "Burattino senza fili" di Edoardo Bennato. Testo

Presto vieni qui ma su non fare così

ma non li vedi quanti altri bambini

che sono tutti come te

che stanno in fila per tre

che sono bravi e che non piangono mai...

E' il primo giorno però domani ti abituerai

e ti sembrerà una cosa normale

fare la fila per tre, risponder sempre di sì

e comportarti da persona civile...

Vi insegnerò la morale e a recitar le preghiere

e ad amare la patria e la bandiera

noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori

e discendiamo dagli antichi romani...

E questa stufa che c'è basta appena per me

perciò smettetela di protestare

e non fate rumore e quando arriva il direttore

tutti in piedi e battete le mani...

Sei già abbastanza grande

sei già abbastanza forte

ora farò di te un vero uomo

ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l'onore

ti insegnerò ad ammazzare i cattivi...

E sempre in fila per tre marciate tutti con me

e ricordatevi i libri di storia

noi siamo i buoni perciò abbiamo sempre ragione

e andiamo dritti verso la gloria...

Ora sei un uomo e devi cooperare

mettiti in fila senza protestare

e se fai il bravo ti faremo avere

un posto fisso e la promozione...

E poi ricordati che devi conservare

l'integrità del nucleo famigliare

firma il contratto non farti pregare

se vuoi far parte delle persone serie...

Ora che sei padrone delle tue azioni

ora che sai prendere le decisioni

ora che sei in grado di fare le tue scelte

ed hai davanti a te tutte le strade aperte...

Prendi la strada giusta e non sgarrare

se no poi te ne facciamo pentire

mettiti in fila e non ti allarmare

perché ognuno avrà la sua giusta razione...

A qualche cosa devi pur rinunciare

in cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere

perciò adesso non recriminare

mettiti in fila e torna a lavorare...

E se proprio non trovi niente da fare

non fare la vittima se ti devi sacrificare

perché in nome del progresso della nazione

in fondo in fondo puoi sempre emigrare...

Scandalo è l’inciampo che capita ma solo quando viene scoperto. Pubblicato mercoledì, 24 luglio 2019 su Corriere.it. Prendiamoci un momento di riflessione, allontaniamo l’oggetto che stiamo osservando, per coglierne meglio il profilo e la struttura, facciamo professione di umiltà, evitando di dare per acquisito e scontato il significato di parole che maneggiamo con tanta superficialità e leggerezza. Oggi conviene fermarsi un momento a ragionare su «scandalo». Parola di apparente semplicità, scandalo offre una genealogia chiara, dal padre latino scandălum, al nonno greco skandalon, nel significato di ostacolo, insidia, inciampo. Ai nostri occhi il significato si è affinato, concentrandosi sull’azione immorale o illegale che crea un turbamento, aggravato se i protagonisti sono personaggi noti. La prima considerazione su questa parola è senz’altro legata al turbamento che provoca. Questo infatti è essenziale, ma si manifesta solo quando la malefatta in questione viene conosciuta. Rubare è un reato per la legge, un’azione riprovevole per la morale, un peccato per i credenti. Ma diventa uno scandalo solo se ti scoprono. Comprensibile quindi che questo particolare «inciampo» sia protagonista di innumerevoli modi di dire, a cominciare da «essere la pietra dello scandalo», nel senso di essere il primo a dare cattivo esempio; «dare scandalo», essere protagonisti di atteggiamenti riprovevoli (vedete come torna l’aspetto pubblico); «essere motivo di scandalo», come sopra; «gridare allo scandalo», alzare i commenti additando un comportamento che si condanna. Esiste poi l’uso della parola come espressione di riprovazione e sdegno: per cui quel film o quel libro che si reputano particolarmente brutti o offensivi, ai nostri occhi sono «uno scandalo». L’aspetto pubblico dello scandalo l’ha legato da sempre alla notorietà dei protagonisti (dal pettegolezzo agli aspetti più seri) e a quel mondo di illegalità legato alla politica, alla gestione (o mala gestione) della cosa pubblica che ci riguarda tutti. È il caso delle inchieste sulle tangenti pagate a politici e amministratori infedeli rispetto al loro mandato e ai processi che ne sono scaturiti. Scandali che hanno preso i nomi più diversi: il più noto è Tangentopoli, termine coniato a Milano nel 1992 per descrivere un diffuso sistema di corruzione. Ora se Tangentopoli è una parola arditamente composta col suffissoide -poli per indicare la «città delle tangenti» l’uso giornalistico successivo è tutto da ridere: in parole come sanitopoli o calciopoli il suffissoide -poli non significa più «città» ma semplicemente «corruzione». Abbiamo visto come scandalo si porti dietro, dal momento della sua rivelazione, un condiviso moto di sdegno. Ma i motivi che spingono l’opinione pubblica a sdegnarsi non sono affatto sempre gli stessi. Cambiano i costumi, cambia (per fortuna, in molti casi) la morale, cambiano i motivi che la disturbano. Cambia la percezione stessa dei comportamenti che danno scandalo. Per esempio, il 24 luglio 1974 la Corte Suprema degli Stati Uniti sentenziò all’unanimità che il Presidente Richard Nixon non aveva l’autorità per trattenere i nastri della Casa Bianca sullo scandalo Watergate e gli intimò di consegnarli al procuratore speciale che indagava sul caso. Quei nastri dimostrarono che Richard Nixon aveva mentito, circostanza considerata intollerabile per l’opinione pubblica americana e che portarono il Presidente degli Stati Uniti a dimettersi il 9 agosto successivo. 

A discrezione del giudice. Ordine e disordine: una prospettiva "quantistica". Libro di Roberto Bin edizione  2014 pp. 114, Franco Angeli Editore. Ci può essere una teoria dell’interpretazione giuridica che riduca la discrezionalità dei giudici? Migliaia di libri sono stati scritti per elaborare teorie, regole e principi che dovrebbero arginare l’inevitabile discrezionalità degli interpreti delle leggi e garantire un certo grado di oggettività. Questo libro, rivolto agli operatori del diritto e a tutti i lettori colti, suggerisce un’altra strada.

Presentazione del volume. La discrezionalità del giudice nell'applicazione delle leggi è un problema noto a tutti i sistemi moderni, specie ora che i giudici si trovano ogni giorno ad applicare direttamente principi tratti dalla Costituzione e persino da altri ordinamenti. Sempre più spesso le valutazioni del giudice sembrano prive di briglie, libere di svolgersi secondo convinzioni personali, piuttosto che nell'alveo dei criteri fissati dal legislatore. Ogni sistema giuridico ha il suo metodo per scegliere e istituire i giudici, ma in nessun sistema è ammesso che essi operino in piena libertà, liberi di creare diritto a loro piacimento. Il legislatore è l'unica autorità che può vantare una piena legittimazione democratica, per cui ogni esercizio di potere pubblico che non si leghi saldamente alle sue indicazioni appare arbitrario e inaccettabile. Migliaia di libri sono stati scritti per elaborare teorie, regole e principi che dovrebbero arginare l'inevitabile discrezionalità degli interpreti delle leggi e garantire un certo grado di oggettività. Ma la fisica quantistica ci suggerisce di procedere per altra via, di inseguire altri obiettivi e di accettare una visione diversa della verità oggettiva.

Roberto Bin si è formato nell'Università di Trieste e ha insegnato in quella di Macerata. Attualmente è ordinario di Diritto costituzionale nell'Università di Ferrara. È autore di alcuni fortunati manuali universitari e di diversi libri e saggi scientifici.

Affidati alla sinistra.

Dove c'è l'affare li ci sono loro: i sinistri.

La lotta alla mafia è un business con i finanziamenti pubblici e l'espropriazione proletaria dei beni.

I mafiosi si inventano, non si combattono.

L'accoglienza dei migranti è un business con i finanziamenti pubblici.

Accoglierli è umano, andarli a prendere è criminale.

L'affidamento dei minori è un business con i finanziamenti pubblici.

Toglierli ai genitori naturali e legittimi è criminale.

Il Civil Law, ossia il nostro Diritto, è l’evoluzione dell’intelletto umano ed ha radici antiche, a differenza del Common Law dei paesi anglosassoni fondato sull’orientamento politico momentaneo.

Il Diritto Romano, e la sua evoluzione, che noi applichiamo nei nostri tribunali contemporanei non è di destra, né di centro, né di sinistra. L’odierno diritto, ancora oggi, non prende come esempio l’ideologia socialfasciocomunista, né l’ideologia liberale. Esso non prende spunto dall’Islam o dal Cristianesimo o qualunque altra confessione religiosa.

Il nostro Diritto è Neutro.

Il nostro Diritto si affida, ove non previsto, al comportamento esemplare del buon padre di famiglia.

E un Buon Padre di Famiglia non vorrebbe mai che si uccidesse un suo figlio: eppure si promuove l’aborto. 

E un Buon Padre di Famiglia vorrebbe avere dei nipoti, eppure si incoraggia l’omosessualità.

E un Buon Padre di Famiglia vorrebbe difendere l’inviolabilità della sua famiglia, della sua casa e delle sue proprietà, eppure si agevola l’invasione dei clandestini.

E un Buon Padre di Famiglia vorrebbe che la Legge venisse interpretata ed applicata per soli fini di Giustizia ed Equità e non per vendetta, per interesse privato o per scopi politici.

Mi spiace. Io sono un evoluto Buon Padre di Famiglia.

L'Astensionismo al voto ed i fessi e gli indefessi della sinistra: La Democrazia è cosa mia...

Maledetta ideologia comunista. Con tutti i problemi che attanagliano l'Italia, i sinistri, ben sapendo che nessun italiano più li voterà, pensano bene di farci invadere per raggranellare dai clandestini i voti che, aggiunti a quelle delle altre minoranze LGBTI,  gli permettono di mantenere il potere.

I berlusconiani e la cosiddetta Destra, poi, per ammaliare l'altra sponda elettorale, scimmiottano rimedi che nulla cambiano in questa Italia che è tutta da cambiare. Da vent'anni denuncio quelle anomalie del sistema, che in questi giorni escono fuori con gli scandali riportati dalle notizie stampa. Tutte quelle mafie insite nel sistema.

Si fa presto a dire liberali, dove liberali non ce ne sono. Se ci fossero cambierebbero le cose in modo radicale, partendo dalla Costituzione Catto comunista, fondata sul Lavoro e non sulla Libertà. Libertà, appunto, bandiera dei liberali.

Nei momenti emergenziali in tutti gli altri Paesi v'è un intento comune, anche se solo in apparenza. Politica e media accomunati da un interesse supremo. Invece, in Italia, ci sono sempre i distinguo, usati dall'estero contro noi stessi per danneggiarci sull'export, dando un'immagine distorta e denigratoria. Così come fanno i polentoni italiani rispetto al Sud Italia, disinformazione attuata dai media nordisti e dai giornalisti masochisti e rinnegati meridionali. In una famiglia normale si è sempre solidali nei momenti del bisogno e traspare sempre un'apparente unità. Solo in Italia i Caini hanno la loro rilevanza mediatica, facendoci apparire all'estero come macchiette da deridere ed oltraggiare.

Gli italiani voltagabbana. Al tempo del fascismo: tutti fascisti. Dopo la guerra: tutti antifascisti.

Prima di Tangentopoli: tutti democristiani e Socialisti. Dopo Mani Pulite: tutti comunisti.

E il perché lo ha spiegato cinquecentosei anni fa Niccolò Machiavelli in un passaggio del Principe: «El populo, vedendo non poter resistere a' grandi, volta la reputazione ad uno, e lo fa principe, per essere con la sua autorità difeso». Ecco quello che vogliono gli italiani. Vogliono qualcuno che li salvi, che li assista, che li difenda. Ed al contempo il popolo italiano ha l' attitudine a diffidare del Governo, a non parlarne mai bene, e tuttavia ad affidarsene, non avendo la forza di fare da sé, e di aspettarsi che il governo si occupi di ogni cosa e risolva ogni cosa. Si buttano immancabilmente a obbedire - questa è di Giuseppe Prezzolini - al prestigio personale e alle capacità di interessare sentimentalmente o materialmente la folla. E come si erano incapricciati, così si annoiano e poi si imbestialiscono, perché infine nessuno è capace di salvargliela la pelle. Lo diceva il più bravo di tutti: l'adulatore sarà il calunniatore.

In questo momento è bene ricordare la teoria politica di Cicerone (106 a.C.43)

1 il povero lavora

2 il ricco sfrutta il povero

3 il soldato li difende tutti e due

4 il contribuente paga per tutti e tre

5 il vagabondo si riposa per tutti e quattro

6 l’ubriacone beve per tutti e cinque

7 il banchiere li imbroglia tutti e sei

8 l’avvocato li inganna tutti e sette

9 il medico li accoppa tutti e otto

10 il becchino li sotterra tutti e nove

11 il politico campa alle spalle di tutti e dieci.

Il grande filosofo e uomo politico romano con la sua sagacia e ironia ha in poche ma efficaci parole, riassunto l’opinione che molti oggi hanno della politica.

E nel caso la teoria politica non fosse sua, allora la faccio mia.

Dunque, è questa vita irriconoscente che ha bisogno del mio contributo ed io sarò sempre disposto a darlo, pur nella indifferenza, insofferenza, indisponenza dei coglioni.

Anzichè far diventare ricchi i poveri con l'eliminazione di caste (burocrati parassiti) e lobbies (ordini professionali monopolizzanti), i cattocomunisti sotto mentite spoglie fanno diventare poveri i ricchi. Così è da decenni, sia con i governi di centrodestra, sia con quelli di centrosinistra.

L’Italia invasa dai migranti economici con il benestare della sinistra. I Comunisti hanno il coraggio di cantare con i clandestini: “. ..una mattina mi son svegliato ed ho trovato l’invasor…” Bella Ciao 

Quel che si rimembra non muore mai. In effetti il fascismo rivive non negli atti di singoli imbecilli, ma quotidianamente nell’evocazione dei comunisti. 

«È un paese così diviso l’Italia, così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo, perdio! Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Alla propria carrieruccia, alla propria gloriuccia, alla propria popolarità di periferia. Per i propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono, si accusano, si sputtanano... Io sono assolutamente convinta che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la torre di Giotto o la torre di Pisa, l’opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo darebbe la colpa all’opposizione. I capoccia del governo e i capoccia dell’opposizione, ai propri compagni e ai propri camerati. E detto ciò, lasciami spiegare da che cosa nasce la capacità di unirsi che caratterizza gli americani. Nasce dal loro patriottismo.» — Oriana Fallaci, La Rabbia e l'Orgoglio

I fratelli coltelli del Socialismo:

I Comunisti-Stalinisti per l’apologia dello statalismo extraterritoriale (mondialismo);

I Fascisti-Leninisti-Marxisti come classisti-nazionalisti (sovranismo).

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

Se a destra son coglioni sprovveduti, al centro son marpioni, a sinistra “So camburristi”. Ad Avetrana, come in tutto il sud Italia c’è un detto: “si nu camburrista”. "Camburrista" viene dalla parola italiana "camorra" e non assume sempre il significato di "mafioso, camorrista" ma soprattutto di "persona prepotente, dispettosa, imbrogliona, che raggira il prossimo, che impone il suo volere direttamente, o costringendo chi per lui, con violenza, aggressività, perseveranza, pur essendo la sua volontà espressione del torto (non della ragione) del singolo o di una ristretta minoranza chiassosa ed estremamente visibile.

Nella sua canzone "La razza in estinzione" (2001), l'artista italiano Giorgio Gaber (Milano, 1939 - Montemagno di Camaiore, 2003) critica tutto e tutti e afferma: "la mia generazione ha perso".

La Razza In Estinzione testo Album: La Mia Generazione Ha Perso.

Non mi piace la finta allegria

non sopporto neanche le cene in compagnia

e coi giovani sono intransigente

di certe mode, canzoni e trasgressioni

non me ne frega niente.

E sono anche un po' annoiato

da chi ci fa la morale

ed esalta come sacra la vita coniugale

e poi ci sono i gay che han tutte le ragioni

ma io non riesco a tollerare

le loro esibizioni.

Non mi piace chi è troppo solidale

e fa il professionista del sociale

ma chi specula su chi è malato

su disabili, tossici e anziani

è un vero criminale.

Ma non vedo più nessuno che s'incazza

fra tutti gli assuefatti della nuova razza

e chi si inventa un bel partito

per il nostro bene

sembra proprio destinato

a diventare un buffone.

Ma forse sono io che faccio parte

di una razza

in estinzione.

La mia generazione ha visto

le strade, le piazze gremite

di gente appassionata

sicura di ridare un senso alla propria vita

ma ormai son tutte cose del secolo scorso

la mia generazione ha perso.

Non mi piace la troppa informazione

odio anche i giornali e la televisione

la cultura per le masse è un'idiozia

la fila coi panini davanti ai musei

mi fa malinconia.

E la tecnologia ci porterà lontano

ma non c'è più nessuno che sappia l'italiano

c'è di buono che la scuola

si aggiorna con urgenza

e con tutti i nuovi quiz

ci garantisce l'ignoranza.

Non mi piace nessuna ideologia

non faccio neanche il tifo per la democrazia

di gente che ha da dire ce n'è tanta

la qualità non è richiesta

è il numero che conta.

E anche il mio paese mi piace sempre meno

non credo più all'ingegno del popolo italiano

dove ogni intellettuale fa opinione

ma se lo guardi bene

è il solito coglione.

Ma forse sono io che faccio parte

di una razza

in estinzione.

La mia generazione ha visto

migliaia di ragazzi pronti a tutto

che stavano cercando

magari con un po' di presunzione

di cambiare il mondo

possiamo raccontarlo ai figli

senza alcun rimorso

ma la mia generazione ha perso.

Non mi piace il mercato globale

che è il paradiso di ogni multinazionale

e un domani state pur tranquilli

ci saranno sempre più poveri e più ricchi

ma tutti più imbecilli.

E immagino un futuro

senza alcun rimedio

una specie di massa

senza più un individuo

e vedo il nostro stato

che è pavido e impotente

è sempre più allo sfascio

e non gliene frega niente

e vedo anche una Chiesa

che incalza più che mai

io vorrei che sprofondasse

con tutti i Papi e i Giubilei.

Ma questa è un'astrazione

è un'idea di chi appartiene

a una razza

in estinzione.

Classifica popoli più ignoranti al mondo, Italia prima in Europa, scrive Alessandro Cipolla sumoney.it il 23 Agosto 2018. Secondo l’annuale classifica di IPSOS Mori sull’ignoranza dei popoli, l’Italia risulta essere la dodicesima al mondo e la prima in Europa. Continuano a non sorridere le classifiche all’Italia. Dopo quella sulla corruzione redatta da Transparency International che ci vede al 54° posto (tra le peggiori in Europa), anche sul tema dell’ignoranza il Bel Paese occupa una posizione poco onorevole. Ma veramente gli italiani sono un popolo di ignoranti? La storia in teoria ci insegnerebbe il contrario, ma ogni anno la classifica stilata da IPSOS Mori ci vede ai primi posti di questa speciale graduatoria che si basa sulla distorta percezione della realtà che ci circonda.

Italia nazione più ignorante d’Europa. Ogni anno IPSOS Mori, importante azienda inglese di analisi e ricerca di mercato, stila puntualmente una classifica su quelli che sarebbero i popoli più ignoranti al mondo chiamata “Perils of Perception”, letteralmente “Pericoli della Percezione”. L’indagine si basa su delle interviste a campione a 11.000 persone per ogni nazione, alle quali vengono sottoposte delle domande su delle statistiche comuni che riguardano il proprio paese. Per esempio nella ricerca del 2017, l’ultima pubblicata, veniva chiesto se gli omicidi nel proprio paese fossero aumentati o diminuiti rispetto al 2000. Oppure se gli attacchi terroristi siano aumentati dopo l’11 Settembre o quanta gente soffra di diabete. In base al grado di errore nel dare le risposte, IPSOS Mori stila la sua classifica che nel 2014 ci vedeva come il popolo più ignorante al mondo. In quella del 2017 invece l’Italia è al dodicesimo posto, prima tra le nazioni europee.

Una percezione distorta della realtà. Leggendo la classifica e guardando i criteri di indagine, si capisce che non si deve confondere il termine “ignorante” con poco istruito o analfabeta, ma invece che ignora la realtà che lo circonda. Il termine “misperceptions” infatti con cui viene presentata la classifica generale significa “percezione erronea”. Gli italiani quindi secondo IPSOS Mori non conoscono a sufficienza quello che realmente accade nel proprio paese. Prendiamo a esempio la domanda sugli omicidi che rispetto al 2000 sono diminuiti in Italia del 39%. Per il 49% degli intervistati invece il numero sarebbe aumentato, per il 35% sarebbe lo stesso mentre solo l’8% ha risposto in maniera giusta. Non è un caso che, stando ai numeri forniti dal Viminale a ferragosto, i reati nel nostro paese sono in diminuzione così come gli sbarchi degli immigrati, ma al contrario la percezione di insicurezza e l’idea della “invasione” prendono sempre più piede tra gli italiani. Nell’epoca delle fake news gli italiani quindi sembrerebbero conoscere sempre meno cosa succede nel proprio paese, una situazione che poco si addice a un popolo che con la sua intelligenza ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del mondo. Mala tempora currunt.

Bisogna studiare.

Bisogna cercare le fonti credibili ed attendibili per poter studiare.

Bisogna studiare oltre la menzogna o l’omissione per poter sapere.

Bisogna sapere il vero e non il falso.

Bisogna non accontentarsi di sapere il falso per esaudire le aspirazioni personali o di carriera, o per accondiscendere o compiacere la famiglia o la società.

Bisogna sapere il vero e conoscere la verità ed affermarla a chi è ignorante o rinfacciarla a chi è in malafede.

Studiate “e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Gesù. Giovanni 8:31, 32).

Studiare la verità rende dotti, saggi e LIBERI!

Non studiare o non studiare la verità rende schiavi, conformi ed omologati.

E ciò ci rende cattivi, invidiosi e vendicativi.

Fa niente se studiare il vero non è un diritto, ma una conquista.

Vincere questa guerra dà un senso alla nostra misera vita.

LE IDEOLOGIE ANTIUOMO.

SOCIALISMO:

Lavoro ed assistenzialismo, ambiente, libertà sessuale e globalizzazione sono i miti dei comunisti. Moralizzatori sempre col ditino puntato

Dio, Patria e Famiglia sono i miti dei fascisti. Oppressori.

Sovranismo e populismo sono i miti dei leghisti.

Assistenzialismo, populismo e complottismo sono i miti dei 5 stelle.

LIBERALISMO (LIBERISMO):

Egoismo e sopraffazione sono i miti dei liberali.

ECCLESISMO:

Il culto di Dio e della sua religione è il mito degli ecclesiastici.

MONARCHISMO:

Il culto del Sovrano.

Nessuna di queste ideologie è fattrice rivoluzionaria con l'ideale della Libertà, dell'Equità e della Giustizia.

Per il Socialismo le norme non bastano mai per renderti infernale la vita, indegna di essere vissuta.

Per il Liberalismo occorrono poche norme anticoncorrenziali per foraggiare e creare l'elìte.

Per Dio bastano 10 regole per essere un buon padre di famiglia.

Per il sovrano basta la sua volontà per regolare la vita dei sottoposti.

Noi, come essere umani, dovremmo essere regolati dal diritto naturale: Libertà, Equità e Giustizia.

Liberi di fare quel che si vuole su se stessi e sulla propria proprietà.

Liberi di realizzare le aspettative secondo i propri meriti e capacità.

Liberi di rispettare e far rispettare leggi chiare che si contano su due mani: i 10 comandamenti o similari. Il deviante viene allontanato.

Il Papa: per eliminare la fame nel mondo non bastano gli slogan. Francesco ha inaugurato il Consiglio dei governatori del Fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo a Roma (Ifad) e incontra una delegazione di popolazioni indigene, scrive il 14/02/2019 Iacopo Scaramazzi su La Stampa. Il Papa ha caldeggiato lo «sviluppo rurale» per combattere la fame e la povertà, sottolineando la necessità di «garantire che ogni persona e ogni comunità possano utilizzare le proprie capacità un modo pieno, vivendo così una vita umana degna di tale nome», e facendo appello affinché i popoli e le comunità siano «responsabili della proprio produzione e del proprio progresso» poiché «quando un popolo si abitua alla dipendenza, non si sviluppa».

Questo vale per tutte quelle categorie di lavoratori che protestano per avere aiuti e sostegno anticoncorrenziale che porta al demerito improduttivo. E vale anche per i meridionali d’Italia. Insistere nel pretendere aiuto e non far nulla per migliorarsi.

L’assistenzialismo socialista ha prodotto gli statali, che dalla loro privilegiata posizione improduttiva, impongono stili di vita utopistici e demagogici. Questi dipendenti pubblici, spesso scolastici o sanitari, da capipopolo, fomentano le masse per inibire l’industrializzazione sostenibile e lo sviluppo turistico tollerabile, che portano sviluppo economico e sociale, in nome di un fantomatico ecologismo talebano, per poi costringer le masse ideologizzate, paradossalmente, ad essere costrette ad emigrare in posti altamente inquinati, o a villeggiare in posti meno allettanti.

Papa Francesco: "È il lavoro a dare speranza, non l'assistenzialismo", scrive il 15 giugno 2018 La Repubblica. "La speranza in un futuro migliore passa sempre dalla propria attività e intraprendenza, quindi dal proprio lavoro, e mai solamente dai mezzi materiali di cui si dispone. Non vi è alcuna sicurezza economica, né alcuna forma di assistenzialismo, che possa assicurare pienezza di vita e realizzazione". Lo ha detto papa Francesco nell'udienza con i Maestri del Lavoro. "Non si può essere felici - ha aggiunto Bergoglio - senza la possibilità di offrire il proprio contributo, piccolo o grande, alla costruzione del bene comune". Per questo "una società che non si basi sul lavoro, che non lo promuova, e che poco si interessi a chi ne è escluso, si condannerebbe all'atrofia e al moltiplicarsi delle disuguaglianze". Mentre la società che cerca di mettere a frutto le potenzialità di ciascuno è quella che "respirerà davvero a pieni polmoni, e potrà superare gli ostacoli più grandi, attingendo a un capitale umano pressoché inesauribile, e mettendo ognuno in grado di farsi artefice del proprio destino".

La dittatura dell’ignoranza. «Uno uguale uno» significa annullare la competenza. E si finisce come in Venezuela..., scrive Francesco Alberoni, Domenica 10/02/2019 su Il Giornale. L'altra sera ho assistito ad un dibattito televisivo che mi ha molto impressionato. Non dirò dove l’ho visto, ma sarebbe potuto avvenire su qualunque rete. Erano presenti quattro persone, due grandi giornalisti esperti di economia e due donne (ma potevano essere due uomini) che non ne sapevano niente, assolutamente niente. Il risultato è stato che le persone che non sapevano niente sono riuscite a surclassare, rendere muti, quelli che sapevano. In che modo? Gridando le loro stupidaggini come verità incontrovertibili e scartando tutte le obiezioni serie con un gesto di rifiuto. Poi citavano fatti inesistenti, cifre inventate, con la sicurezza dogmatica che solo l’ignorante fanatico può avere. Ripetevano slogan detti dai loro capi, luoghi comuni che circolano su internet dove ciascuno racconta le frottole che vuole. Ed ho pensato che il popolo da solo non può governarsi perché da solo finisce in balia di demagoghi spregiudicati, di fanatici, talvolta di squilibrati e viene istupidito con menzogne, false notizie. Come è successo col comunismo, col nazismo e col fascismo. Mi viene in mente il fascismo quando il Duce chiedeva: «Volete burro o cannoni?» e la gente rispondeva ottusamente «Cannoni» o, alla domanda «Volete la vita comoda?» rispondeva «No!». Ed è successo lo stesso quando la folla gridava «Barabba» al posto di Gesù Cristo, o quella che applaudiva quando ghigliottinavano Lavoisier, il padre della chimica moderna. Il popolo ha bisogno di gente che sa, di studiosi, di giornalisti, di politici esperti che insegnano a ragionare e garantiscono una informazione corretta. Allora il popolo può decidere liberamente. Ma non può farlo quando viene informato da gente che non sa, che mente. Pericle aveva saggiamente evitato la guerra con Sparta, ma dopo la sua morte, il popolo ateniese seguì gli esaltati che la scatenarono e Atene fu sconfitta. Noi oggi in Italia non siamo in una situazione diversa. Si è diffusa l’idea che «uno è uguale a uno» cioè che abbia lo stesso valore l’idea del più ignorante rispetto a chi sa. E si è prodotta una confusione mentale pericolosa. Sono le situazioni in cui i Paesi prendono strade folli, e vanno in malora come è successo in Venezuela.

Oltretutto in tv o sui giornali non si fa informazione o cultura, ma solo comizi propagandistici ideologici.

Se questi son giornalisti...

In un mio saggio sulla mafia mi è sembrato opportuno integrare, quanto già ampiamente scritto sul tema, con una tesi-articolo pubblicato su "La Repubblica" da parte di un'autrice poco nota dal titolo "La Mafia Sconosciuta dei Basilischi". Dacchè mercoledì 16 gennaio 2019 mi arriva una e-mail di diffida di questo tenore: qualche giorno fa mi sono resa conto che senza nessuna tipologia di autorizzazione Lei ha fatto confluire il mio abstract pubblicato da la Repubblica ad agosto 2017, in un suo libro "La mafia in Italia" e forse anche in una seconda opera. Le ricordo che a norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali." NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione e non, invece, l’utilizzazione funzionale allo svolgimento di attività economiche ex art. 41 Cost. La sua opera essendo caratterizzata da fini di lucro, (viene venduta al pubblico ad uno specifico prezzo) rientra a pieno in un'attività economica. L'art 70 ut supra  è, pertanto, pienamente applicabile al caso del mio abstract, non rientrando neanche nel catalogo di articoli a carattere "economico, politico o religioso", poichè da questi vengono escluse "gli articoli di cronaca od a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico ", di cui all'art 65 della medesima legge (secondo un'interpretazione estensiva della stessa), la cui riproduzione può avvenire in "altri giornali e riviste, ossia in veicoli di informazione diretti ad un pubblico generalizzato e non a singole categorie di utenti – clienti predefinite." Pertanto La presente è per invitarLa ad eliminare nel più breve tempo possibile il mio abstract dalla sua opera (cartecea e digitale), e laddove sia presente, anche da altri eventuali suoi libri, e-book e cartacei, onde evitare di dover adire le apposite sedi giudiziarie per tutelare il mio Diritto d'Autore e pedissequamente richiedere il risarcimento dei danni.

La mia risposta: certamente non voglio polemizzare e non ho alcun intendimento a dissertare di diritto con lei, che del diritto medesimo ne fa una personalissima interpretazione, non avendo il mio saggio alcun effetto anche potenzialmente concorrenziale dell'utilizzazione rispetto al suo articolo. Nè tantomeno ho interesse a mantenere il suo articolo nei miei libri di interesse pubblico di critica e di discussione. Libri a lettura anche gratuita, come lei ha constatato, avendo trovato il suo articolo liberamente sul web. Tenuto conto che altri sarebbero lusingati nell’essere citati nelle mie opere, e in migliaia lo sono (tra i più conosciuti e celebrati), e non essendoci ragioni di utilità per non farlo, le comunico con mia soddisfazione che è stata immediatamente cancellata la sua tesi dai miei saggi e per gli effetti condannata all’oblio. Saggi che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente.

La risposta piccata è stata: Guardi mi sa che parliamo due lingue diverse. Non ho dato nessuna interpretazione mia personale del diritto, ma come può notare dalla precedente mail, mi sono limitata a riportare il tenore letterale della norma, che lei forse ignora. Io credo che molte persone, i cui elaborati sono stati interamente riprodotti nei suoi testi, non siano assolutamente a conoscenza di quello che lei ha fatto. Anche perché sono persone che conosco direttamente e con le quali ho collaborato e collaboro tutt'ora. Di certo non sarà lei attraverso l'estromissione (da me richiesta) dalle sue "opere" a farmi cadere in qualsivoglia oblio, poiché preferisco continuare a collaborare con professionisti (quali ad esempio Bolzoni) che non mettono in vendita libri che non sono altro che un insieme di lavori di altri, come fa lei, ma che come me continuano a studiare ed analizzare questi fenomeni con dedizione, perizia e professionalità. Ma non sto qui a disquisire e ad entrare nel merito di determinate faccende che esulano la questio de quo. Spero che si attenga a quanto scritto nella precedente mail.

A questo preme puntualizzare alcuni aspetti. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Molti moralizzatori, sempre col ditino puntato, pretendono di avere il monopolio della verità. Io che non aspiro ad essere come loro (e di fatto sono orgoglioso di essere diverso) mi limito a riportare i comizietti, le prediche ed i pistolotti di questi, contrapponendo gli uni agli altri. A tal fine esercito il mio diritto di cronaca esente da mie opinioni. D'altronde tutti i giornalisti usano riportare gli articoli di altri per integrare il loro o per contestarne il tono o i contenuti.

Sono Antonio Giangrande autore ed editore di centinaia di libri.

Io sono un giurista ed un blogger d’inchiesta. Io esercito il mio diritto di cronaca e di critica. Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica. Per gli effetti ho diritto di citazione con congruo lasso di tempo e senza ledere la concorrenza. All’uopo ho scritto decine di libri con centinaia di pagine cadauno, basandomi su testimonianze e documenti credibili ed attendibili, rispettando il diritto al contraddittorio, affrontando temi suddivisi per argomento e per territorio, aggiornati periodicamente. Libri a lettura anche gratuita. Non esprimo opinioni e faccio parlare i fatti e gli atti con l’ausilio di migliaia di terzi, credibili e competenti, che sono ben lieti di essere, pubblicizzati, riportati e citati nelle mie opere. Opere che continuamente sono utilizzati e citati da terzi in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente. Libri a lettura anche gratuita. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Io sono un giurista ed un blogger d’inchiesta. Opero nell’ambito dell’art. 21 della Costituzione che mi permette di esprimere liberamente il mio pensiero. Nell’art. 65 della legge n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

La dottrina e la giurisprudenza interpretano tassativamente, restrittivamente e non analogicamente tale articolo, al pari delle altre fattispecie di libere utilizzazioni. Ciò non toglie che la norma possa essere interpretata estensivamente (in tal senso dottrina e giurisprudenza sono sostanzialmente unanime).

Secondo il parere dell'Avv. Giovanni D'Ammassa, su Dirittodautore.it,  limiti individuati dalla dottrina e dalla giurisprudenza italiane alla facoltà di citazione ex art. 70 Legge sul Diritto d’Autore sono i seguenti:

la sussistenza della finalità di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica;

l’opera critica deve avere fini del tutto autonomi e distinti da quelli dell’opera citata, e non deve essere succedanea dell’opera o delle sue utilizzazioni derivate. La ricorrenza dello scopo di critica non è pregiudicata dal fatto che la citazione sia fatta nella realizzazione di un’opera immessa sul mercato a pagamento;

l’utilizzazione dell’opera deve essere solo parziale e mai integrale, deve avvenire nell’ambito delle finalità tassativamente indicate e nella misura giustificata da tali finalità;

l’utilizzazione non deve essere concorrenziale a quella posta dal titolare dei diritti, non deve avere un rilievo economico tale da poter pregiudicare gli interessi patrimoniali dell’autore o dei suoi aventi causa. A questo proposito va ricordato che il concetto di concorrenza espresso dall’art. 70 Legge sul Diritto d’Autore è ben più ampio e diverso dal concetto di concorrenza sleale espresso dall’art. 2598 cod. civ.: l’assenza dell’elemento della concorrenza è condizione perché possa parlarsi di libera utilizzazione dell’opera. Una recente dottrina sostiene che bisogna avere riguardo esclusivamente alla portata della utilizzazione in relazione alla sua capacità di incidere sulla vita economica dell’opera originale; da ciò la valorizzazione dell’assenza di concorrenza dell’opera citante con i diritti di utilizzazione economica sull’opera citata, in modo da consentire anche citazioni integrali dell’opera dell’ingegno purché non si pongano in concorrenza con i diritti di utilizzazione economica dell’opera;

devono essere effettuate le menzioni d’uso (indicazione del titolo dell’opera da cui è tratta la citazione, del nome dell’autore e dell’editore);

infine si sostiene che l’interpretazione di tale articolo deve tenere conto anche del progresso tecnologico. È indubbio che l’art. 70 Legge sul Diritto d’Autore sia applicabile anche in caso di messa a disposizione online delle opere.

Secondo l'Avv. Alessandro Monteleone, su Altalex.com, tale requisito postula che l’utilizzazione dell’opera non danneggi in modo sostanziale uno dei mercati riservati in esclusiva all’autore/titolare dei diritti: non deve pertanto influenzare l’ammontare dei profitti di tipo monopolistico realizzabili dall’autore/titolare dei diritti. Secondo VALENTI, in particolare, il carattere commerciale dell’utilizzazione e, soprattutto, l’impatto che l’utilizzazione può avere sul mercato – attuale o potenziale – dell’opera protetta sono elementi determinanti nel verificare se l’utilizzazione possa considerarsi libera o non concreti invece violazione del diritto d’autore. Potrebbe ad esempio costituire concorrenza alla utilizzazione economica la riproduzione che, ancorché parziale, svii i potenziali acquirenti dall’acquistare l’originale perché avente ad oggetto le parti di maggiore interesse. Interessante è la pronuncia della Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 09.01.2007 n° 149: Con l’espressione "a fini di lucro" contenuta nella fattispecie criminosa di cui all’art. 171 ter della legge sul diritto d’autore (L. 633/41) deve intendersi "un fine di guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell’autore del fatto, che non può identificarsi con un qualsiasi vantaggio di altro genere; né l’incremento patrimoniale può identificarsi con il mero risparmio di spesa derivante dall’uso di copie non autorizzate di programmi o altre opere dell’ingegno, al di fuori dello svolgimento di un’attività economica da parte dell’autore del fatto, anche se di diversa natura, che connoti l’abuso". Lo ha precisato la Sezione Terza penale della Cassazione, con la sentenza n. 149 del 9 gennaio 2007, estensibile all'art. 70.  

Io sono un Segnalatore di illeciti (whistleblower). La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Io sono un Aggregatore di contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati.

Dr Luigi Amicone, sono il dr Antonio Giangrande. Il soggetto da lei indicato a Google Libri come colui che viola il copyright di “Qualcun Altro”. Così come si evince dalla traduzione inviatami da Google. “Un sacco di libri pubblicati da Antonio Giangrande, che sono anche leggibile da Google Libri, sembrano violare il copyright di qualcun altro. Se si controlla, si potrebbe scoprire che  sono fatti da articoli e testi di diversi giornalisti. Ha messo nei suoi libri opere mie, pubblicate su giornali o riviste o siti web. Per esempio, l'articolo pubblicato da Il Giornale il 29 maggio 2018 "Il serial Killer Zodiac ... ". Sembra che abbia copiato l'intero articolo e incollato sul "suo" libro. Sembra che abbia pubblicato tutti i suoi libri in questo modo. Puoi chiedergli di cambiare il suo modo di "scrivere"? Grazie”.

Mi vogliono censurare su Google.

Premessa: Ho scritto centinaia di saggi e centinaia di migliaia di pagine, affrontando temi suddivisi per argomento e per territorio, aggiornati periodicamente. Libri a lettura anche gratuita. Non esprimo opinioni e faccio parlare i fatti e gli atti con l’ausilio di terzi, credibili e competenti, che sono ben lieti di essere riportati e citati nelle mie opere. Opere che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente. Libri a lettura anche gratuita. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Reclamo: Non si chiede solo di non usare i suoi articoli, ma si pretende di farmi cambiare il mio modo di scrivere. E questa è censura.

Ho diritto di citazione con congruo lasso di tempo e senza ledere la concorrenza.

Io sono un giurista ed un giornalista d’inchiesta. Opero nell’ambito dell’art. 21 della Costituzione che mi permette di esprimere liberamente il mio pensiero. Nell’art. 65 della legge n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Io sono un Segnalatore di illeciti (whistleblower). La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Io sono un Aggregatore di contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati.

Quando parlo di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o dipressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa su su articoli di terzi. Vedi  “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news.

Io esercito il mio diritto di cronaca e di critica. Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Io sono il segnalatore di illeciti (whistleblower) più ignorato ed  oltre modo più perseguitato e vittima di ritorsioni del mondo. Ciononostante non mi batto per la mia tutela, in quanto sarebbe inutile dato la coglionaggine o la corruzione imperante, ma lotto affinchè gli altri segnalatori, che imperterriti si battono esclusivamente ed inanemente per la loro bandiera, non siano tacciati di mitomania o pazzia. Dimostro al mondo che le segnalazioni sono tanto fondate, quanto ignorate od impunite, data la diffusa correità o ignoranza o codardia.

Segnalatore di illeciti. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il segnalatore o segnalante di illeciti, anche detto segnalatore o segnalante di reati o irregolarità (termine reso a volte anche con la parola anglosassone e specificatamente dell'inglese americano whistleblower) è un individuo che denuncia pubblicamente o riferisce alle autorità attività illecite o fraudolente all'interno del governo, di un'organizzazione pubblica o privata o di un'azienda. Le rivelazioni o denunce possono essere di varia natura: violazione di una legge o regolamento, minaccia di un interesse pubblico come in caso di corruzione e frode, gravi e specifiche situazioni di pericolo per la salute e la sicurezza pubblica. Tali soggetti possono denunciare le condotte illecite o pericoli di cui sono venuti a conoscenza all'interno dell'organizzazione stessa, all'autorità giudiziaria o renderle pubbliche attraverso i media o le associazioni ed enti che si occupano dei problemi in questione. Spesso i segnalatori di illeciti, soprattutto a causa dell'attuale carenza normativa, spinti da elevati valori di moralità e altruismo, si espongono singolarmente a ritorsioni, rivalse, azioni vessatorie, da parte dell'istituzione o azienda destinataria della segnalazione o singoli soggetti ovvero organizzazioni responsabili e oggetto delle accuse, venendo sanzionati disciplinarmente, licenziati o minacciati fisicamente.

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). In inglese viene invece utilizzata la parola whistleblower, che deriva dalla frase to blow the whistle, letteralmente «soffiare il fischietto», riferita all'azione dell'arbitro nel segnalare un fallo o a quella di un poliziotto che tenta di fermare un'azione illegale. Il termine è in uso almeno dal 1958, quando apparve nel Mansfield News-Journal (Ohio). L'origine dell'espressione whistleblowing è tuttavia ad oggi incerta, sebbene alcuni ritengano che la parola si riferisca alla pratica dei poliziotti inglesi di soffiare nel loro fischietto nel momento in cui avessero notato la commissione di un crimine, in modo da allertare altri poliziotti e, in modo più generico, la collettività. Altri ritengono che si richiami al fallo fischiato dall'arbitro durante una partita sportiva. In entrambi i casi, l'obiettivo è quello di fermare un'azione e richiamare l'attenzione. La locuzione «gola profonda» deriva da quella inglese Deep Throat che indicava l'informatore segreto che con le sue rivelazioni alla stampa diede origine allo scandalo Watergate.

Definizione. Il segnalatore di illeciti è quel soggetto che, solitamente nel corso della propria attività lavorativa, scopre e denuncia fatti che causano o possono in potenza causare danno all'ente pubblico o privato in cui lavora o ai soggetti che con questo si relazionano (tra cui ad esempio consumatori, clienti, azionisti). Spesso è solo grazie all'attività di chi denuncia illeciti che risulta possibile prevenire pericoli, come quelli legati alla salute o alle truffe, e informare così i potenziali soggetti a rischio prima che si verifichi il danno effettivo. Un gesto che, se opportunamente tutelato, è in grado di favorire una libera comunicazione all'interno dell’organizzazione in cui il segnalatore di illeciti lavora e conseguentemente una maggiore partecipazione al suo progresso e un'implementazione del sistema di controllo interno. La maggior parte dei segnalatori di illeciti sono "interni" e rivelano l'illecito a un proprio collega o a un superiore all'interno dell'azienda o organizzazione. È interessante esaminare in quali circostanze generalmente un segnalatore di illeciti decide di agire per porre fine a un comportamento illegale. C'è ragione di credere che gli individui sono più portati ad agire se appoggiati da un sistema che garantisce loro una totale riservatezza.

La tutela giuridica nel mondo. La protezione riservata ai segnalatori di illeciti varia da paese a paese e può dipendere dalle modalità e dai canali utilizzati per le segnalazioni.

Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Nell'introdurre un nuovo art. 54-bis al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si è infatti stabilito che, esclusi i casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile italiano, il pubblico dipendente che denuncia all'autorità giudiziaria italiana o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto a una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia. Inoltre, nell'ambito del procedimento disciplinare, l'identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Si è tuttavia precisato che, qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l'identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell'incolpato, con conseguente indebolimento della tutela dell'anonimato. L'eventuale adozione di misure discriminatorie deve essere segnalata al Dipartimento della funzione pubblica per i provvedimenti di competenza, dall'interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell'amministrazione nella quale le discriminazioni stesse sono state poste in essere. Infine, si è stabilito che la denuncia è sottratta all'accesso previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241; tali disposizioni pongono inoltre delicate problematiche con riferimento all'applicazione del codice in materia di protezione dei dati personali. Nel 2014 ulteriori rafforzamenti della posizione del segnalatore di illeciti sono stati discussi con iniziative parlamentari, nella XVII legislatura. In ordine alla possibilità di incentivarne ulteriormente l'emersione con premi, l'ordine del giorno G/1582/83/1 - proposto in commissione referente del Senato - è stato accolto come raccomandazione; invece, è stato dichiarato improponibile l'emendamento che, tra l'altro, puniva con una contravvenzione chi ne rivelasse l'identità. Nel 2016 la Camera dei deputati, nell'approvare la proposta di legge n. 3365-1751-3433-A, «ha scelto, tra l'altro, la tecnica della "novella" del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165» per introdurre una disciplina di tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro. Il testo pende al Senato come disegno di legge n. 2208 Il decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90 afferma che - a decorrere dal 4 luglio 2017, data di entrata in vigore del predetto decreto - i soggetti destinatari della disposizioni ivi contenute (tra i quali intermediari finanziari iscritti all'Albo Unico, società di leasing, società di factoring, ma anche dottori commercialisti, notai e avvocati) sono obbligati a dotarsi di un sistema di segnalazione di illeciti, l'istituto di derivazione anglosassone per le segnalazioni interne di violazioni.

Stati Uniti d'America. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Non si è colti, nè ignoranti: si è nozionisti, ossia: superficiali.

Nozionista è chi studia o si informa, o, più spesso, chi insegna o informa gli altri in modo nozionistico.

Nozionista è:

chi non approfondisce e rielabora criticamente la massa di informazioni e notizie cercate o ricevute;

chi si ferma alla semplice lettura di un tweet da 280 caratteri su twitter o da un post su Facebook condiviso da pseudoamici;

chi restringe la sua lettura alla sola copertina di un libro;

chi ascolta le opinioni degli invitati nei talk show radio-televisivi partigiani;

chi si limita a guardare il titolo di una notizia riportata su un sito di un organo di informazione. 

Quel mondo dell'informazione che si arroga il diritto esclusivo ad informare in virtù di un'annotazione in un albo fascista. Informazione ufficiale che si basa su news partigiane in ossequio alla linea editoriale, screditando le altre fonti avverse accusandole di fake news.

Informazione o Cultura di Regime, foraggiata da Politica e Finanza.

Opinion leaders che divulgano fake news ed omettono le notizie. Ossia praticano:  disinformazione, censura ed omertà. 

Nozionista è chi si  abbevera esclusivamente da mass media ed opinion leaders e da questi viene influenzato e plasmato.

Il Diritto di Citazione e la Censura dei giornalisti. Il Commento di Antonio Giangrande.

Sono Antonio Giangrande autore ed editore di centinaia di libri. Su uno di questi “L’Italia dei Misteri” di centinaia di pagine, veniva riportato, con citazione dell’autore e senza manipolazione e commenti, l’articolo del giornalista Francesco Amicone, collaboratore de “Il Giornale” e direttore di Tempi. Articolo di un paio di pagine che parlava del Mostro di Firenze ed inserito in una più ampia discussione in contraddittorio. L’Amicone, pur riconoscendo che non vi era plagio, criticava l’uso del copia incolla dell’opera altrui. Per questo motivo ha chiesto ed ottenuto la sospensione dell’account dello scrittore Antonio Giangrande su Amazon, su Lulu e su Google libri. L’intero account con centinai di libri non interessati alla vicenda. Google ed Amazon, dopo aver verificato la contronotifica hanno ripristinato la pubblicazione dei libri, compreso il libro oggetto di contestazione, del quale era stata l’opera citata e contestata. Lulu, invece,  ha confermato la sospensione.

L’autore ed editore Antonio Giangrande si avvale del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Nei libri di Antonio Giangrande, per il rispetto della pluralità delle fonti in contraddittorio per una corretta discussione, non vi è plagio ma Diritto di Citazione.

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

Comunque, nonostante la sua opera sia stata rimossa, Francesco Amicone, mi continua a minacciare: “Domani vaglierò se inviare una email a tutti gli editori proprietari degli articoli che lei ha inserito - non si sa in base a quale nulla osta da parte degli interessati - nei suoi numerosi libri. La invito - per il suo bene - a rimuovere i libri dalla vendita e a chiedere a Google di non indicizzarli, altrimenti è verosimile che gli editori le chiederanno di pagare.”

Non riesco a capire tutto questo astio nei miei confronti. Una vera e propria stolkerizzazione ed estorsione. Capisco che lui non voglia vedere il suo lavoro richiamato su altre opere, nonostante si evidenzi la paternità, e si attivi a danneggiarmi in modo illegittimo. Ma che si impegni assiduamente ad istigare gli altri autori a fare lo stesso, va aldilà degli interessi personali. E’ una vera è propria cattiva persecuzione, che costringerà Google ed Amazon ad impedire che io prosegui la mia attività, e cosa più importante, impedisca centinaia di migliaia di lettori ad attingere in modo gratuito su Google libri, ad un’informazione completa ed alternativa.

E’ una vera è propria cattiva persecuzione e della quale, sicuramente, ne dovrà rendere conto. 

La vicenda merita un approfondimento del tema del Diritto di Citazione.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola.

Alcuni giornalisti contestavano a Saviano l’uso di un copia incolla di alcuni articoli di giornale senza citare la fonte.

Da Wikipedia: Nel 2013 Saviano e la casa editrice Mondadori sono stati condannati in appello per plagio. La Corte d'Appello di Napoli ha riconosciuto che alcuni passaggi dell'opera Gomorra (lo 0.6% dell'intero libro) sono risultate un'illecita riproduzione del contenuto di due articoli dei quotidiani locali Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, modificando così parzialmente la sentenza di primo grado, in cui il Tribunale aveva rigettato le accuse dei due quotidiani e li aveva anzi condannati al risarcimento dei danni per aver "abusivamente riprodotto" due articoli di Saviano (condanna, questa, confermata in Appello). Lo scrittore e la Mondadori in Appello sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per 60mila euro più parte delle spese legali. Lo scrittore ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza e la Suprema Corte ha confermato in parte l'impianto della sentenza d'Appello e ha invitato alla riqualificazione del danno al ribasso, stimando 60000 euro una somma eccessiva per articoli di giornale con diffusione limitatissima. La condanna per plagio nei confronti di Saviano e della Mondadori è stata confermata nel 2016 dalla Corte di Appello di Napoli, che ha ridimensionato il danno da risarcire da 60.000 a 6.000 euro per l'illecita riproduzione in Gomorra di due articoli di Cronache di Napoli e per l'omessa citazione della fonte nel caso di un articolo del Corriere di Caserta riportato tra virgolette.

Conclusione: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Cosa hanno in comune un giurista ed un giornalista d’inchiesta; un sociologo e un segnalatore di illeciti (whistleblower); un ricercatore o un insegnante e un aggregatore di contenuti?

Essi si avvalgono del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il Diritto di Citazione si svolge su Stampa non periodica. Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Il diritto di cronaca su Stampa non periodica diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

L’art. 21 della Costituzione permette di esprimere liberamente il proprio pensiero. Nell’art. 65 della legge l. n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Quando si parla di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

Diritto di citazione. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il diritto di citazione (o diritto di corta citazione) è una forma di libera utilizzazione di opere dell'ingegno tutelate da diritto d'autore. Infatti, sebbene l'autore detenga i diritti d'autore sulle proprie creazioni, in un certo numero di circostanze non può opporsi alla pubblicazione di estratti, riassunti, citazioni, proprio per non ledere l'altrui diritto di citarla. Il diritto di citazione assume connotazioni diverse a seconda delle legislazioni nazionali.

La Convenzione di Berna. L'articolo 10 della Convenzione di Berna, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: Articolo 10

1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

2) Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

3) Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore.

Le singole discipline.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti è il titolo 17 dello United States Code che regola la proprietà intellettuale. Il fair use, istituto di più largo campo applicativo, norma generalmente anche ciò che nei paesi continentali europei è chiamato diritto di citazione.

Italia. L'art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.». Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l'espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto è esercitabile su ogni mezzo di comunicazione di massa, incluso il web. Con la nuova formulazione c'è una più netta distinzione tra le ipotesi in cui “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera" viene effettuata per uso di critica o di discussione e quando avviene per finalità didattiche o scientifiche: se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. L'orientamento giurisprudenziale formatosi in Italia sul vecchio testo dell'art. 70 è stato in genere di restringerne la portata. In seguito a successive modifiche legislative, è stata fornita tuttavia una diversa interpretazione della normativa attualmente vigente, in particolare con la risposta ad un'interrogazione parlamentare nella quale il senatore Mauro Bulgarelli chiedeva al Governo di valutare l'opportunità di estendere anche in Italia il concetto del fair use. Il governo ha risposto che non è necessario intervenire legislativamente in quanto già adesso l'articolo 70 della Legge sul diritto d'autore va interpretato alla stregua del fair use statunitense. A parere del Governo il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003, ha reso l'articolo 70 della legge sul diritto d'autore sostanzialmente equivalente a quanto previsto dalla sezione 107 del copyright act degli Stati Uniti. Sempre secondo il Governo, sono quindi già applicabili i quattro elementi che caratterizzano il fair use:

finalità e caratteristiche dell'uso (natura non commerciale, finalità educative senza fini di lucro);

natura dell'opera tutelata;

ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all'intera opera tutelata;

effetto anche potenzialmente concorrenziale dell'utilizzazione.

Sempre a parere del governo, la normativa italiana in materia del diritto d'autore risulta già conforme non solo a quella degli altri paesi dell'Europa continentale ma anche a quello dei Paesi nei quali vige il copyright anglosassone.

A rafforzare il diritto di corta citazione è nuovamente intervenuto il legislatore, che all'articolo 70 della legge sul diritto d'autore ha aggiunto il controverso comma 1-bis, secondo il quale «è consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro [...]». La norma, tuttavia, non ha ancora ricevuto attuazione, non essendo stato emanato il previsto decreto ministeriale. Altre restrizioni alla riproduzione libera vigono nella giurisprudenza italiana, come, per esempio, quelle proprie all'assenza di libertà di panorama.

Francia. In Francia la materia è regolata dal Code de la propriété intellectuelle.

Unione europea. L'Unione europea ha emanato la direttiva 2001/29/CE del 22 maggio 2001 che i singoli Paesi hanno applicato alla propria legislazione. Il parlamento europeo nell'approvare la direttiva Ipred2, in tema di armonizzazione delle norme penali in tema di diritto d'autore, ha approvato anche l'emendamento 16, secondo il quale gli Stati membri provvedono a che l'uso equo di un'opera protetta, inclusa la riproduzione in copie o su supporto audio o con qualsiasi altro mezzo, a fini di critica, recensione, informazione, insegnamento (compresa la produzione di copie multiple per l'uso in classe), studio o ricerca, non sia qualificato come reato. Nel vincolare gli stati membri ad escludere la responsabilità penale, l'emendamento si accompagnava alla seguente motivazione: la libertà di stampa deve essere protetta da misure penali. Professionisti quali i giornalisti, gli scienziati e gli insegnanti non sono criminali, così come i giornali, gli istituti di ricerca e le scuole non sono organizzazioni criminali. Questa misura non pregiudica tuttavia la protezione dei diritti, in quanto è possibile il risarcimento per danni civili.

Citazioni di opere letterarie. La regolamentazione giuridica delle opere letterarie ha una lunga tradizione. La citazione deve essere breve, sia in rapporto all'opera da cui è estratta, sia in rapporto al nuovo documento in cui si inserisce. È necessario citare il nome dell'autore, il suo copyright e il nome dell'opera da cui è estratta, per rispettare i diritti morali dell'autore. In caso di citazione di un'opera tradotta occorre menzionare anche il traduttore. Nel caso di citazione da un libro, oltre al titolo, occorre anche menzionare l'editore e la data di pubblicazione. La citazione non deve far concorrenza all'opera originale e deve essere integrata in seno ad un'opera strutturata avendo una finalità. La citazione inoltre deve spingere il lettore a rapportarsi con l'opera originale. Il carattere breve della citazione è lasciato all'interprete (giudice) ed è perciò fonte di discussione. Nell'esperienza francese, quando si sono posti limiti quantitativi, sono stati proposti come criterio i 1.500 caratteri. Le antologie non sono giuridicamente collezioni di citazioni ma delle opere derivate che hanno un loro particolare regime di autorizzazione, regolato in Italia dal secondo comma dell'articolo 70. Le misure della lunghezza dei brani sono fissati dall'art 22 del regolamento e l'equo compenso è fissato secondo le modalità stabilite nell'ultimo comma di detto articolo.

Citare, non copiare! Attenzione ai testi altrui. Scrive il 2 Giugno 2016 Chiara Beretta Mazzotta. Citare è sempre possibile, abbiamo facoltà di discutere i contenuti (libri, articoli, post…) e di utilizzare parte dei testi altrui, ma quando lo facciamo non dobbiamo violare i diritti d’autore. Citare o non citare? Basta farlo nel modo corretto! Si chiama diritto di citazione e permette a ciascuno di noi di utilizzare e divulgare contenuti altrui senza il bisogno di chiedere il permesso all’autore o a chi ne detiene i diritti di commercializzazione. Dobbiamo però rispettare le regole. Ogni testo – articoli, libri e anche i testi dal carattere non specificatamente creativo (ma divulgativo, comunicativo, informativo) come le mail… – beneficia di tutela giuridica. La corrispondenza, per esempio, è sottoposta al divieto di rivelazione, violazione, sottrazione, soppressione previsto dagli articoli 616 e 618 del codice penale. Le opere creative sono tutelate dalla normativa del diritto d’autore e non possono essere copiate o riprodotte (anche in altri formati o su supporti diversi), né è possibile appropriarsi della loro paternità. Possono, però, essere “citate”.

È consentito il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica…L’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». Vale a dire che – a scopo di studio, discussione, documentazione o insegnamento – la legge (art. 70 l. 633/41) consente il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o parti di opere letterarie. Lo scopo deve essere divulgativo (e non di lucro o meglio: il testo citato non deve fare concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera stessa).

Dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione. Per rispettare il diritto di citazione dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione.  Quindi, se per esempio state facendo la recensione di un testo, il diritto di citazione vi consente di “copiare” una piccola parte di esso (il diritto francese prevede per esempio 1500 caratteri; in assoluto ricordate che la brevità della citazione vi tutela da eventuali noie) purché diciate chi lo ha scritto, chi lo ha pubblicato, chi lo ha tradotto e quando. Nessun limite di legge sussiste, invece, per la riproduzione di testi di autori morti da oltre settant’anni (questo in Italia e in Europa; in Messico i diritti scadono dopo 100 anni, in Colombia dopo 80 anni e in Guatemala e Samoa dopo 75 anni, in Canada dopo 50; in America si parla di 95 anni dalla data della prima pubblicazione). Se volete citare un articolo, avete il diritto di riassumere il suo contenuto e mettere tra virgolette qualche stralcio purché indichiate il link esatto (non basta il link alla home della testata, per dire). Va da sé che no, non potete copia-incollare un intero pezzo mettendo un semplice collegamento ipertestuale! Questo lo potete fare solo se siete stati autorizzati. Tantomeno potete tradurre un articolo uscito sulla stampa estera o su siti stranieri. Per pubblicare un testo tradotto dovete infatti essere stati autorizzati. Quindi, se incappate in rete in un post di vostro interesse che non vi venga in mente di copiarlo integralmente indicando solo un link. Aggregare le notizie, copiandole totalmente, anche indicando la fonte, non è legale: è necessaria l’autorizzazione del titolare del diritto. E poi, oltre a non rispettare le leggi del diritto d’autore, fate uno sgarbo ai motori di ricerca che penalizzano i contenuti duplicati.

Prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. E se scoprite un plagio in rete? Dal 2014 non c’è più bisogno di ricorrere alla magistratura. Cioè non c’è più bisogno di un processo, né di una denuncia alle autorità (leggi qui). C’è infatti una nuova procedura “accelerata”, introdotta con il recente regolamento Agcom, e potete avviare la pratica direttamente in rete facendo una segnalazione e compilando un modulo (per maggior informazioni su come denunciare una violazione leggi la guida: “Come denunciare all’Acgom un sito per violazione del diritto d’autore”).

Volete scoprire se qualcuno rubacchia i vostri contenuti? Basta utilizzare uno tra i tanti motori di ricerca atti allo scopo. Per esempio Plagium. È sufficiente copiare e incollare il testo e analizzare le corrispondenze in rete. Spesso, ahimè, ne saltano fuori delle belle… Mi raccomando, prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. Quando fate una citazione – che si tratti di una grande poetessa o dell’ultimo cantante pop – usate le virgolette e mettete il nome dell’autore e del traduttore. È una questione di rispetto oltre che legale. E se volete essere presi sul serio, fate le cose per bene.

LO SPAURACCHIO DELLA CITAZIONE DI OPERA ALTRUI. Avvocato Marina Lenti Marina Lenti su diritto d'autore. A volte mi capita di rispondere a dei quesiti postati su Linkedin e siccome quello che segue ricorre spesso, colgo l’occasione per trattarlo,in maniera molto elementare (niente legalese! ), anche in questa sede. Si tratta di una delle maggiori preoccupazioni di chi scrive: la citazione. Può trattarsi della citazione di una dichiarazione rilasciata da qualcuno, oppure la citazione di un titolo di un libro o di un film, o similia. Spesso gli autori sono paralizzati perché pensano che ogni volta sia necessaria l’autorizzazione del titolare dei diritti connessi alla dichiarazione o all’opera citata. Ovviamente non è così perché, in tal caso si arriverebbe alla paralisi totale e tutta una serie di generi morirebbe: manualistica, saggistica, biografie… Bisogna ricordare sempre che il diritto d’autore, oltre a proteggere la proprietà intellettuale, deve contemperare anche l’esigenza collettiva di poter usare materiale altrui, a certe condizioni, in modo da creare materiale nuovo, anche sulla base di quello vecchio, che arricchisca ulteriormente la collettività. E’ per questo che si ricorre al concetto di fair use, che nella nostra Legge sul Diritto d’Autore si ritrova al primo comma dell’art. 70: “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”.

In aggiunta, il concetto è più chiaramente formulato nella Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, cui l’Italia aderisce, all’art. 10 comma 1: “Sono lecite le citazioni tratte da un’opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo”.

Dunque, non c’è bisogno di autorizzazioni se, per esempio, se in un dialogo, un personaggio riferisce all’altro di aver letto il libro X, o aver visto il film Y, o aver letto l’intervista rilasciata dal personaggio famoso Z. Diverso sarebbe, ovviamente, se ci si appropriasse del personaggio X dell’altrui opera Y per farlo agire nella propria (e se state pensando alle fan fiction, ebbene sì, a stretto rigore le fan fiction sono illegali, solo che alcuni autori, come J.K. Rowling, le tollerano finché restano sul web e sono messe a disposizione gratuitamente; altri, come Anne Rice, le combattono invece in tutti i modi). Lo stesso vale se si riporta la dichiarazione di un’intervista, oppure un brano di un’altrui opera. In questo caso basterà citare in nota la fonte: nome dell’autore, titolo dell’intervista/opera, data, numeri di riferimento (a seconda della pubblicazione), editore, anno. Oltretutto, riportare la fonte dà maggiore autorevolezza alla vostra opera perché dimostra che le citazioni riportate non sono "campate in aria". Ovviamente la citazione deve constare di qualche frase, non di mezza intervista o mezzo libro, altrimenti va da sé l’uso non sarebbe più "fair", cioè "corretto".

Bisogna tuttavia fare attenzione al contenuto di ciò che si cita, per non rischiare di incorrere in altri possibili problemi legali diversi dalle violazioni del diritto d’autore: se, ad esempio, si cita una dichiarazione di terzi che accusa la persona X di essere colpevole di un reato e questa dichiarazione è priva di fondamento (perché, ad esempio, non c’è stata una sentenza di condanna), ovviamente potrà essere ritenuto responsabile della diffamazione alla stregua della fonte usata.

Il concetto di fair use, a differenza che in Italia, è stato oggetto di elaborazione giurisprudenziale molto sofisticata in Paesi come l’America. Magari in un prossimo post esamineremo i quattro parametri di riferimento elaborati dai giudici statunitensi per discernere se, in un dato caso, si verta effettivamente in tema di fair use. Tuttavia, nonostante questa lunga elaborazione, va tenuto presente che si tratta sempre di un terreno molto scivoloso, che ha volte ha dato luogo pronunciamenti contraddittori.

La riproduzione e citazione di articoli giornalistici. Di Alessandro Monteleone.

La normativa.

La materia trova disciplina nei seguenti testi di legge: art. 10, comma 1, Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche (ratificata ed eseguita con la L. 20 giugno 1978, n. 399); artt. 65 e 70, Legge 22 aprile 1941, n. 633 (di seguito anche “Legge sul Diritto d’Autore”).

L’opera giornalistica.

Come noto, l’opera giornalistica che abbia il requisito della creatività è tutelata dall’art. 1 della Legge sul Diritto d’Autore. Il quotidiano (ovvero il periodico) è considerato pacificamente opera “collettiva”, in merito alla quale valgono le seguenti considerazioni. In base al combinato disposto degli artt. 7 e 38, Legge sul Diritto d’Autore l’editore deve essere considerato l’autore dell’opera. L’editore – salvo patto contrario – ha il diritto di utilizzazione economica dell’opera prodotta “in considerazione del fatto che […] è il soggetto che assume su di sé il rischio della pubblicazione e della messa in commercio dell’opera provvedendovi per suo conto ed a sue spese”. L’editore è titolare “dei diritti di cui all’art. 12 l.d.a. (prima pubblicazione dell’opera e sfruttamento economico della stessa). E ciò senza alcun bisogno di accertare […] un diverso modo ovvero una distinta fonte di acquisto del diritto sull’opera componente, rispetto a quello sull’opera collettiva”, inoltre “il diritto dell’editore si estende a tutta l’opera, ma includendone le parti”.

Disciplina normativa in materia di citazione e riproduzione di articoli giornalistici.

Con riferimento alla possibilità di riprodurre articoli giornalistici in altre opere si osserva quanto segue:

La Convenzione di Berna contiene una clausola generale che disciplina la fattispecie della citazione di un’opera già resa accessibile al pubblico. In particolare, in base all’art. 10 della Convenzione di Berna, la libertà di citazione incontra quattro limiti specifici:

1) l’opera deve essere stata resa lecitamente accessibile al pubblico;

2) la citazione deve avere carattere di mero esempio a supporto di una tesi e non deve avere come scopo l’illustrazione dell’opera citata;

3) la citazione non deve presentare dimensioni tali da consentire di supplire all’acquisto dell’opera;

4) la citazione non deve pregiudicare la normale utilizzazione economica dell’opera e arrecare un danno ingiustificato agli interessi legittimi dell’autore. Per essere lecite, altresì, le citazioni devono essere contenute nella misura richiesta dallo scopo che le giustifica e devono essere corredate dalla menzione della fonte e del nome dell’autore.

Art. 10, Convenzione di Berna: “1)Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. 2) Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. 3) Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore”.

Con riferimento alla normativa nazionale l’art. 65, Legge sul Diritto d’Autore recita testualmente: “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato […]”.

L’articolo appena citato è considerato in dottrina una norma eccezionale non suscettibile di applicazione analogica con riguardo al carattere degli articoli, pertanto, l’elencazione sopra proposta ha natura tassativa. (R. Valenti, Commentario breve alle leggi su proprietà intellettuale e concorrenza). Si deve comunque evidenziare che una parte della dottrina (R. Valenti, nota a Trib. Milano, 13 luglio 2000, in Aida, 2001, 772, 471) ritiene che una corretta interpretazione dell’art. 65, Legge sul Diritto d’Autore porti a ritenere lecita solo la riproduzione di articoli di attualità a carattere politico, economico e religioso (con esclusione pertanto degli articoli di cronaca od a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico) che avvenga in altri giornali e riviste, ossia in veicoli di informazione diretti ad un pubblico generalizzato e non a singole categorie di utenti – clienti predefinite.

Ulteriore disciplina è dettata nell’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore che fa salva la libera riproduzione degli articoli giornalistici, a prescindere dall’argomento trattato, purché sussista una finalità di critica, discussione od insegnamento. Questa norma dà prevalenza alla libera utilizzazione dell’informazione, proteggendo la forma espressiva e lasciando libera la fruibilità dei concetti. Art. 70 LdA: “1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica odi discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. 1-bis. E' consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell'università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all'uso didattico o scientifico di cui al presente comma 2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell'equo compenso. 3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”.

In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione e non, invece, l’utilizzazione funzionale allo svolgimento di attività economiche ex art. 41 Cost. (R. Valenti, cit.). Secondo la dottrina e la giurisprudenza maggioritarie anche questa norma ha carattere eccezionale e si deve interpretare restrittivamente. (Da ultime Cass. 2089/1997 e 11143/1996. L’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore richiede inoltre che “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico”, perché siano leciti, “non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera [citata]”. Tale requisito postula che l’utilizzazione dell’opera non danneggi in modo sostanziale uno dei mercati riservati in esclusiva all’autore/titolare dei diritti: non deve pertanto influenzare l’ammontare dei profitti di tipo monopolistico realizzabili dall’autore/titolare dei diritti. Secondo VALENTI, in particolare, il carattere commerciale dell’utilizzazione e, soprattutto, l’impatto che l’utilizzazione può avere sul mercato – attuale o potenziale – dell’opera protetta sono elementi determinanti nel verificare se l’utilizzazione possa considerarsi libera o non concreti invece violazione del diritto d’autore. Infine, il terzo comma dell’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore richiede che “il riassunto, la citazione o la riproduzione” siano “sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”.

In considerazione di ciò, la mancata menzione degli elementi succitati determina una violazione del diritto di paternità dell’opera dell’autore, risarcibile in quanto abbia determinato un danno patrimoniale al titolare del diritto.

Conclusioni. La lettura combinata degli artt. 65 e 70, Legge sul Diritto d’Autore porta a ritenere che, per citare o riprodurre lecitamente un articolo giornalistico in un’altra opera, debbano ricorrere i seguenti presupposti:

1) art. 65, LdA (limite contenutistico): nel caso di riproduzione di articoli di attualità che abbiano carattere economico, politico o religioso pubblicati nelle riviste o nei giornali, tale riproduzione può avvenire liberamente purchè non sia stata espressamente riservata e vi sia l’indicazione della fonte da cui sono tratti, della data e del nome dell’autore, se riportato;

2) art. 70, LdA (limite teleologico e dell’utilizzazione economica): la citazione o riproduzione di brani o parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi qualora siano effettuati per uso di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica entro i limiti giustificati da tali fini e purchè non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera citata o riprodotta. In relazione ai singoli articoli, quindi, l’editore potrà far valere l’inapplicabilità dell’art. 65 LdA tutte le volte in cui “il titolare dei diritti di sfruttamento – dell’articolo riprodotto – se ne sia riservata, appunto, la riproduzione o la utilizzazione” apponendovi un’espressa dichiarazione di riserva.

IL DIRITTO D’AUTORE TRA IL DIRITTO DI CRONACA E LA CREAZIONE LETTERARIA.

Diritto d'autore e interesse generale. Contemperare l’esigenza collettiva di poter usare materiale altrui in modo da creare materiale nuovo, anche sulla base di quello vecchio, che arricchisca ulteriormente la collettività. Opera letteraria - giornalistica, fonte di informazione e di cronaca. Diritti costituzionalmente garantiti, senza limitazione dall'art 21 della Costituzione italiana: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.»

Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni.

Ad questa libertà è inoltre dedicato l'articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948: Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

La libertà di espressione è sancita anche dall'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

Tesi di Laurea di Rosalba Ranieri. Pubblicato da Studio Torta specializzato in proprietà intellettuale.

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI “ALDO MORO” DIPARTIMENTO DI GIURISPRUDENZA CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN GIURISPRUDENZA. TESI DI LAUREA IN DIRITTO COMMERCIALE. IL DIRITTO D’AUTORE TRA IL DIRITTO DI CRONACA E LA CREAZIONE LETTERARIA: IL CASO “GOMORRA” RELATORE: Ch.issima Prof. Emma Sabatelli LAUREANDA Rosalba Ranieri.

La maggior parte delle persone comuni, non giuristi, quando pensano al diritto d’autore hanno un’idea precisa: basandosi sui fatti di cronaca, ritengono che il diritto d’autore tuteli quel cantante o autore famosi ai quali è stata rubata o copiata l’idea della propria canzone o del proprio libro. Tuttavia questa è una visione alquanto semplicistica.

Sfogliando qualsiasi manuale di diritto industriale o un’enciclopedia giuridica veniamo a sapere che: “il diritto d’autore è quel complesso di norme che tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo riguardanti le scienze, la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro, la cinematografia, la radiodiffusione e, da ultimo, i programmi per elaboratore e le banche dati, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione, attraverso il riconoscimento all’autore dell’opera di una serie di diritti, sia di carattere morale che patrimoniale”. Dunque, del diritto d’autore non dobbiamo avere una visione riduttiva, come la si aveva in passato, in quanto il diritto d’autore ha un campo d’azione molto più ampio di quanto si possa ad un primo approccio immaginare. Si può ben pensare che in passato, a fronte delle rudimentali scoperte e conoscenze nei diversi settori in cui oggi opera, il diritto d’autore tutelava parzialmente l’autore, poiché solo gli scrittori di opere letterarie potevano esser lesi nel diritto esclusivo di usare economicamente la propria opera con la riproduzione non autorizzata della stessa a mezzo della stampa.

É dunque l’invenzione della stampa che fa sorgere l’esigenza di un diritto d’autore, che nasce prima in Inghilterra con il “Copyright Act”, la legge sul copyright (il diritto alla copia) della regina Anna del 1709; poi negli Stati Uniti, ispirati dalla legge inglese, con la legge federale del 1790 e poi in Francia con le leggi post-rivoluzionarie del 1791-1793, nelle quali si riconoscono per la prima volta i diritti morali dell’autore. Solo successivamente gli altri Stati europei, come l’Italia, adotteranno una legge a tutela del diritto d’autore. Tuttavia, prima di queste leggi, il diritto d’autore inizia a formarsi già nel mondo antico. Infatti nell’Antica Grecia non c’erano specifiche disposizioni legislative, perciò le opere letterarie erano liberamente riproducibili, ma veniva condannata l’appropriazione indebita della paternità. A Roma, invece, si distingueva il diritto di proprietà immateriale dell’autore (corpus mysticum), creatore ed inventore dell’opera, dal diritto di possesso materiale del bene del libraio e dell’editore (corpus mechanicum), essendo questi ultimi che possedevano materialmente i supporti contenenti le opere. Perciò, il diritto romano riconosceva i diritti patrimoniali soltanto ai librai e agli editori, perché una volta che l’opera fosse stata pubblicata (mediante una lettura in pubblico e la diffusione di manoscritti) i diritti venivano traslati sulla cosa materiale, invece agli autori riconosceva altri diritti quali: il diritto di non pubblicare l’opera, il diritto di mantenere l’opera inedita ed altri diritti inerenti la paternità. Con la caduta dell’Impero Romano, la cultura si rifugia presso i monasteri; infatti i monaci amanuensi, avendo a disposizione numerosi volumi, iniziarono a ricopiarne manualmente il contenuto presso vaste sale illuminate: le scriptoria. Poco tempo dopo nacquero le prime Università (a Bologna, Pisa, Parigi…) e di conseguenza la cultura non fu più di esclusivo appannaggio dei religiosi, ma anche dei laici. Molti uomini ricchi del Quattrocento si interessarono alla lettura soprattutto di testi religiosi, giuridici, scientifici, ma anche di romanzi. La diffusione della cultura e l’aumento della domanda di copie di testi letterari portò ad un mercato del libro, che permetteva ottime possibilità di guadagno, allorché fu inventata la tecnica, che avrebbe consentito la riproduzione dell’opera in maniera più rapida, più economica, e meno faticosa su centinaia o migliaia di copie. Nel 1455 nacque la stampa a caratteri mobili ad opera del tedesco Johannes Gutenberg e con essa nasce l’interesse di tutelare i testi e gli autori che li producevano. È con l’avvento della stampa che l’autore è riconosciuto come titolare di privilegi di stampa, che in passato erano concessi solo agli editori. Questo sistema resse fino al XVIII sec., fino alla produzione di leggi più organiche sul diritto d’autore. Dunque, si può affermare che il diritto d’autore in senso moderno nasce con l’invenzione della stampa e dalla necessità di dare tutela alle sole opere letterarie ed artistiche che possono essere prodotte a mezzo della stampa. Successivamente, esso fu esteso anche ad altre tipologie di opere, che possono essere prodotte con mezzi diversi dalla stampa. Il diritto d’autore si sviluppa al progredire della scienza e della tecnologia e questo ha reso ancora più ampio il margine del suo utilizzo; difatti, il diritto d’autore è oggi “un istituto destinato a proteggere opere eterogenee (opere letterarie, artistiche, musicali, banche dati, software e design)”, dunque anche opere digitali e multimediali, create con programmi di computer. Da qui emerge la difficoltà di delineare una nozione di opera dell’ingegno, tutelata dal diritto d’autore.

Inoltre, il diritto d’autore riconosce una pluralità di diritti (Si tratta del diritto esclusivo di riproduzione dell’opera e del diritto esclusivo degli autori di comunicare l’opera al pubblico “qualunque ne sia il modo o la forma” (con la rappresentazione, l’esecuzione e la diffusione a distanza)) e facoltà agli autori e diverse tecniche di protezione tanto da rendere difficile anche definirne unitariamente il contenuto. Tuttavia, è possibile ravvisare dei caratteri e dei requisiti comuni alle opere eterogenee, facendole rientrare nelle norme che tutelano il diritto d’autore, così come è possibile ravvisare degli interessi ben precisi che la legge del diritto d’autore tutela, come: l’interesse collettivo a favorire ed incentivare la produzione di opere dell’ingegno attraverso la libera circolazione delle idee e delle informazioni e l’interesse individuale, propriamente dell’autore, a godere del diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera per conseguire un profitto dall’utilizzazione di essa e a godere dei diritti morali, mediante i quali si tutela la personalità dell’autore.

LE FONTI NORMATIVE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI La capacità dell’opera creativa di suscitare interesse non solo in delimitati ambiti territoriali ha fatto sì che non si potesse prevedere una tutela limitata nello spazio, bensì una tutela universale (L’interesse di conoscere o avere tra le mani un’opera d’ingegno non si limita ai soli cittadini del territorio in cui l’autore abbia inventato la sua creazione), che permettesse la diffusione e l’utilizzo economico dell’opera anche al di là dei confini di uno Stato. Per queste ragioni sono state elaborate Convenzioni internazionali multilaterali in materia di diritto d’autore e dei diritti connessi, le quali hanno portato uno stravolgimento della previgente disciplina (Fino al 1993, anno in cui entrò in vigore il Trattato CE, oggi Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, vigeva il principio di territorialità, in base al quale il nostro ordinamento rinviava alla legge dello Stato nel quale l’opera era utilizzata o era destinata ad essere utilizzata. In tal modo, il diritto italiano accordava protezione soltanto alle opere dei cittadini italiani o alle opere di autori stranieri che fossero state pubblicate o realizzate per la prima volta in territorio italiano. Inoltre, fino al 1993, vigeva il principio di reciprocità, superato dalle Convenzioni internazionali attualmente in vigore, secondo il quale in Italia si sarebbero potute tutelare altre opere di stranieri, solo in quanto lo Stato di appartenenza dello straniero accordasse la stessa protezione concessa ai propri cittadini alle opere dei cittadini italiani), ma hanno garantito ai cittadini di ciascuno Stato contraente la possibilità di godere di una tutela uniforme. La Convenzione più importante in ordine di tempo è la Convenzione d’Unione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche, firmata nel 1886 a Berna e modificata nelle successive conferenze diplomatiche, alla quale ha aderito il maggior numero di Stati. Da ricordare è anche: la Convenzione universale sul diritto d’autore, firmata nel 1952 a Ginevra da parte degli Stati che non avevano firmato la Convenzione di Berna, tra questi in primis gli Stati Uniti d’America; la Convenzione internazionale sulla protezione degli artisti interpreti o esecutori, dei produttori di fonogrammi e degli organismi di radiodiffusione, firmata nel 1961 a Roma; I trattati dell’OMPI sul diritto d’autore e sulle interpretazioni, esecuzioni e fonogrammi, firmati nel 1996 a Ginevra, volti ad integrare le lacune delle precedenti Convenzioni. Queste Convenzioni non solo obbligano gli Stati firmatari a rispettare il principio di assimilazione o del trattamento nazionale, secondo il quale gli Stati devono accordare ai cittadini degli Stati contraenti la stessa protezione riconosciuta ai propri cittadini, ma, in aggiunta, prevedono anche una protezione minima specifica e comune per colmare le tutele insufficienti delle leggi nazionali. Nel nostro Stato il diritto d’autore è regolato tanto dalle Convenzioni appena richiamate, alle quali ha aderito l’Italia, quanto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea in tema di non discriminazione, di libera circolazione dei prodotti e dei servizi e di tutela della concorrenza; dalle Direttive comunitarie emanate in materia di diritto d’autore e anche dalla l. 22 aprile 1941, n. 633 (La l. n. 633/1941 è stata novellata ripetutamente dal nostro legislatore per dare attuazione alle direttive comunitarie, in ragione dell’obbligo di adeguamento alla normativa comunitaria, che incombe su tutti gli Stati aderenti all’ UE.) e dagli artt. 2575- 2583 c.c., che hanno recepito la codificazione normativa del Droit d’auteur francese sancita nella legge del 19/24 luglio 1793 (La legge francese sul diritto d’autore del 1793, intitolata “Droit de proprieté des auteurs”, modificata il 3 agosto 2006, è tutt’ora vigente in Francia). Dunque, ci si può domandare per quale ragione una materia così consolidata, come è attualmente la tutela del diritto d’autore, sia oggetto di questa ricerca e, come si è già anticipato, la risposta al quesito risiede nel caso giudiziario “Gomorra”, alquanto recente, che ha suscitato un notevole interesse non solo tra i giuristi ma anche tra i meri lettori del libro. Analizzando il caso concreto è possibile scorgere una serie di questioni e di profili rilevanti sul piano giuridico, che incidono addirittura sull’esito della controversia giudiziaria, mettendo in crisi l’efficacia della tutela, che non sono regolati precisamente dal legislatore e sui quali dottrina e giurisprudenza non hanno raggiunto, ancora oggi, orientamenti pacifici. In altre parole, il caso giudiziario “Gomorra” può essere utilizzato come la cartina tornasole con la quale verificare l’effettiva efficacia degli strumenti posti a tutela del diritto d’autore.

(Il caso concreto applicato al tema trattato della riproduzione di un opera con doverosa citazione dell'autore e dell'editore, al netto nella menzione sul Plagio, ossia mancanza di citazione, nota dell'autore.)

Il Convenuto. Aspetto quantitativo ed incidentale: Dunque, i convenuti respingono le doglianze della parte attrice asserendo in primo luogo che le similitudini tra gli articoli di giornale e il libro sono dovute all’identità delle fonti consultate dai giornalisti e dall’autore (forze dell’ordine e investigatori) e che gli articoli di giornale rappresentano una componente qualitativamente e quantitativamente irrilevante del libro: poche pagine rispetto alle trecentotrenta dell’intero.

La Corte. Creazione di opera letteraria atipica. Accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet, utilizzando fonti di dominio pubblico al di là dello spazio temporale congruo, senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica”.

Tribunale di Napoli – sezione specializzata in materia di proprietà industriale ed intellettuale sentenza n. 773, 7 luglio 2010. Il Tribunale di Napoli respinge la domanda della parte attrice, fondando la decisione sulle seguenti ragioni di fatto e di diritto:

1) L’opera “Gomorra” non può essere considerata un “saggio” ma “neppure tutt’altro, un’opera di fantasia” ma essa deve essere ricondotta al genere “romanzo no fiction, dedicato al fenomeno camorristico, contenenti ampi riferimenti alla realtà campana”. In particolare “Gomorra” costituisce “un accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Il suo carattere creativo emerge dall’originale combinazione delle vicende criminali del fenomeno camorristico, peraltro non esaminate in maniera organica, né secondo criteri, che avrebbero invece caratterizzato un’opera di genere saggistico. In esso fatti di cronaca vengono mescolati “con le vicende e le sensazioni personali dell’autore”, dal che deriva la nettissima distanza dell’opera “dalla mera cronaca giornalistica degli avvenimenti, da cui pure muove l’autore, e che trova puntuale riscontro nello stesso testo dell’opera”. Delineato, dunque, il genere letterario di appartenenza dell’opera di Saviano, il Tribunale esclude la violazione dell’art. 65 della legge sul diritto d’autore in quanto la norma richiede, perché ci sai plagio, “un ambito di riferimento omogeneo”, che non ricorre nel caso di specie, perché gli articoli di giornale sono stati utilizzati da Saviano mesi dopo la loro pubblicazione sulla testata giornalistica ed impiegati in un ambito e con uno scopo diverso: differentemente dal giornale con il quale si propone di dare informazioni contingenti, il libro di Saviano intende approfondire e riflettere sul fenomeno camorristico, trattato nel suo libro. (L’opera diventa di pubblico dominio quando decadono i diritti di sfruttamento economico della stessa oppure quando decorre il tempo massimo di tutela stabilito dall’ordinamento, il quale solitamente scade dopo settant’anni dalla morte dell’autore, ma vi sono altri casi in cui il termine è diverso, come ad esempio per le opere collettive, nelle quali vi rientrano i giornali, le riviste, le enciclopedie, i cui diritti di sfruttamento economico dell’opera scadono dopo settant’anni dalla pubblicazione, ma i diritti del singolo autore seguono la regola generale. L’opera di pubblico dominio può liberamente essere pubblicata, riprodotta, tradotta, recitata, comunicata, diffusa, eseguita, ecc…, ma i diritti morali devono essere sempre rispettati.)

2) L’opera “Gomorra” non promuove la critica o la discussione sul contenuto degli articoli e ciò viene confermato dalla “scrittura tesa e volutamente poco attenta ai dettagli” dell’autore. Pertanto, il Tribunale di Napoli esclude la violazione dell’art. 70 l. n. 633/1941, che richiede “la menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore e dell'editore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”, in quanto il riferimento alla norma risulta “del tutto incongruo”.

3) L’autore ha utilizzato fonti di dominio pubblico senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica” e ciò esclude la violazione dell’art. 101 l. n. 633/1941. (L’art. 101 l. n. 633/1941 così recita “La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l'impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte”).

La Corte d'Appello. Distinzione di Articoli di giornale: Cronaca; Opinione; Intervista. La rilevanza dello spazio temporale. Prevalenza dell'interesse pubblico su quello privato.

Corte d'Appello di Napoli - Sezione specializzata in materia d'impresa. Sentenza 4135/2016 del 26 settembre 2016, pubblicata il 21 novembre 2016 RG 4692/2015 repert n. 4652/2016 del 21/11/2016.

Gli articoli di giornali e le riviste rientrano a pieno titolo tra le opere protette dal diritto d’autore, ai sensi dell’art. 3 l. n. 633/1941. Sull’assunto non può sorgere alcun dubbio, non solo a causa della lettera della norma, ma anche perché bisogna distinguere le tipologie di articoli: l’articolo di cronaca, l’articolo d’opinione e l’intervista.

Il primo dà notizie di un avvenimento di attualità in modo obiettivo; perciò il cronista deve riferire l’accaduto, senza inserire alcun commento sulla vicenda.

Il secondo contiene non solo informazioni e riferimenti all'attualità, ma anche l'opinione del giornalista su una determinata questione di costume, di cronaca, culturale, ecc…

L’intervista, infine, è il resoconto di un dialogo tra l’intervistatore e la persona intervistata. Tuttavia, l’articolo di giornale, oltre ad avere carattere informativo, legato ai fatti di cronaca, può avere anche contenuti descrittivi e narrativi. In esso, infatti, il giornalista può inserire una propria visione ideologica, politica, culturale, sulla notizia in questione. A fronte di tale classificazione si esclude che gli articoli di cronaca possano essere plagiati a differenza di quanto avviene per gli articoli di giornale.

Le norme del diritto d’autore in tema di libere utilizzazioni sono del tutto eccezionali e ciò esclude che gli articoli di giornale tutelati possano essere riprodotti, citati o sunteggiati al di fuori dei rigorosi limiti in esse posti, nonché in assenza delle condizioni da esse previste. (...) É pur vero che, trascorso un certo spazio temporale dall’originaria pubblicazione della notizia, il fatto diventa notorio e non vi è alcuna violazione del diritto d’autore, se si utilizzano informazioni diffuse; tuttavia, rilevano le modalità con le quali le informazioni vengono usate. (...) È assolutamente fondato che nessuno ha il monopolio delle informazioni afferenti a fatti noti ed oggettivamente accaduti e che nessuno può subordinare all’obbligo di citazione la riproduzione o comunicazione di un’informazione, ma è pur vero che l’articolo di giornale può non essere solo informativo, come l’articolo di cronaca, quando non si limita ad esporre i fatti così come sono accaduti nella realtà, ma è connotato da una parte descrittiva e narrativa, che rende l’opera creativa e tutelata dal diritto d’autore. (...)

Gli articoli 657 , 708 e 1019 l. n. 633/1941 prevedono dei limiti ai diritti patrimoniali dell’autore, non anche a quelli morali, in quanto consentono la riproduzione, la comunicazione al pubblico, il riassunto, la citazione ecc… di opere per favorire l’informazione pubblica, la libera discussione delle idee, la diffusione della cultura e di studio, che prevalgono sull’interesse personale dell’autore. (L’art. 65 l. n. 633/1941 così recita “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato”. 8L’art. 70 l. n. 633/1941 così recita “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”).

Corte di Cassazione. Prima sezione civile. Sentenza n. 12314/1015. L'originalità e creatività dell'opera creata con l'ausilio di articoli di giornale.

(...)La violazione del diritto d’autore non si ha solo nell’ipotesi di integrale riproduzione dell’opera altrui ma anche nel caso di mera contraffazione e, dunque, nel caso di riproduzione indebita di alcune parti dell’opera, nelle quali si ravvisano “i tratti essenziali che caratterizzano l’opera anteriore”. "Cass., 5 luglio 1990, n. 7077, in Giur. it., 1991, p. 47". Su questo punto la Cassazione si è più volte pronunciata (Cass., 5 luglio 1990, n. 7077, in Giur. it., 1991, p. 47. 12 Cass., 27 ottobre 2005, n. 20925, in Foro it. 2006, p. 2080; conf. Cass., 5 luglio 1990, n. 9139, in Giust. civ., 1991, p. 152), sostenendo che sia opportuno distinguere la riproduzione abusiva in senso stretto dalla contraffazione e dall’elaborazione creativa perché la prima consiste nella “copia integrale e pedissequa dell’opera altrui”; la seconda nella riproduzione non integrale ma sostanziale dell’opera, in quanto ci sono poche differenze e di mero dettaglio; la terza, invece, consiste in un’opera originale, in quanto si connota per l’apporto creativo del suo autore ed è, pertanto, meritevole di tutela, ex art. 4 l. n. 633/1941. (...)

Conclusioni.

Tuttavia, è certo che gli articoli di giornale e “Gomorra” seguono scopi distinti, infatti, con i primi si informa e si danno informazioni contingenti, invece, con il secondo si segue il fine di approfondire e di indurre il lettore alla riflessione sul fenomeno criminale denominato camorra. La forma e la struttura espositiva dell’opera permettono di riflettere su un altro punto nevralgico della vicenda, che vede, ancora una volta, opinioni contrastanti tra la dottrina e la giurisprudenza: l’articolo di giornale rientra tra le opere protette dal diritto d’autore? Risponde al quesito sia l’art. 3 l. n. 633/1941, che annovera tra le opere tutelate dal diritto d’autore anche gli articoli pubblicati su giornali e sulle riviste, sia la distinzione tra l’articolo di cronaca e l’articolo d’opinione. Come si può leggere nel Cap. III, par. 3.1, l’articolo di cronaca non può essere plagiato, in quanto, per definizione, si limita a narrare i fatti così come sono accaduti, nella loro successione cronologica, senza che vi ricorrano i requisiti che un’opera protetta dal diritto d’autore debba avere per legge. Tali requisiti sono elencanti nel Cap III, par. 3.1. L’articolo di opinione, invece, non è una mera elencazione, bensì, un’esposizione di fatti con terminologie e prospettive proprie del giornalista, correlate, in taluni casi, dalle opinioni di chi scrive. In essi, dunque, il giornalista racconta i fatti in modo creativo, suggerendo un’impronta personale, tali da ricondurli direttamente a se stesso, cosicché è possibile che vi siano articoli scritti da giornalisti diversi, che, seppure raccontano gli stessi fatti, non incorrono nel plagio. Gli articoli di opinione possono, dunque, essere oggetto di plagio. In conclusione, l’articolo di giornale, che ricorre nel caso giudiziario in esame, non è assimilabile ad un articolo di cronaca, così come delineato nel Cap. I, par. 1.3, e, colta questa differenza, non si può negare che l’articolo di giornale sia un’opera protetta dal diritto d’autore. Tuttavia, è bene chiarire che riconoscere come meritevoli di tutela gli articoli di giornale, nei limiti appena chiariti, non significa attribuire l’esclusiva dell’informazione al giornalista e alla testata giornalistica presso la quale costui lavora, in quanto il singolo giornalista non può essere l’unico legittimato a dare informazioni. Se così fosse, si riconoscerebbe il monopolio dell’informazione a favore della testata giornalista, che per prima ha dato la notizia, in contrasto con il principio fondamentale di libertà d’espressione, sancito nell’art. 21 della Costituzione. Sul punto si rinvia al Cap. III, par. 3.2.

Non sempre è sufficiente riconoscere fra le opere protette dal diritto d’autore gli articoli di giornale perché essi possano esser tutelati efficacemente dal diritto d’autore. Infatti, come dimostra il caso esaminato, la prospettiva assunta per l’analisi della controversia può indurre il giudice a mettere in secondo piano gli articoli rispetto il libro. Più precisamente, il giudice avrebbe potuto escludere il plagio, se, durante il confronto delle due opere letterarie, ne avesse enfatizzato il suo carattere originale e creativo, rispetto alla conformazione delle notizie di cronaca contenute nell’opera. Assumere questa prospettiva, in cui il libro diventa il termine di paragone prevalente, significa non dare la giusta rilevanza agli articoli di giornale nel giudizio di plagio. Rileverebbe unicamente che gli articoli di giornale occupino un esiguo numero di pagine del libro e, poiché rappresentano una piccola parte, si escluderebbe, a priori, che un’opera alla stregua di “Gomorra” possa essere un’opera plagiaria. Pertanto, la quantità delle pagine del libro, nelle quali sono riportati gli articoli di giornale, non ritengo sia una ragione valida per escludere il plagio. Assumere, invece, la prospettiva opposta, nella quale gli articoli di giornale diventano il primo termine di paragone, consente di rilevare il plagio, se quest’ultimi sono riprodotti nel libro con la stessa forma e la stessa struttura espositiva dei giornalisti e senza che ne venga citata la fonte. In queste disposizioni normative, la legge speciale sul diritto d’autore ammette la libera pubblicazione o comunicazione al pubblico e la libera citazione delle opere protette dal diritto d’autore, affinché, in tal modo, si permetta la diffusione delle informazioni, del sapere e della cultura. Tuttavia, tale interesse generale non deve ledere i diritti d’autore, ma deve realizzarsi nel rispetto delle norme, sancite dal legislatore. Per impedire che si violassero i diritti d’autore, si è attributo alle norme che sanciscono la libera utilizzazione dell’opera protetta il carattere eccezionale. Ciò significa che esse si applicano secondo le modalità e nei casi espressamente previsti dal legislatore e che non sono suscettibili di applicazione analogica; pertanto, non è possibile applicare queste norme a casi diversi da quelli delineati dal legislatore. Dunque, le utilizzazioni devono avvenire mediante la citazione della fonte, della data e dell’autore - le c.d. menzioni d’uso - con le quali si riconosce che “una certa opera o parte di essa è frutto del lavoro di un 91 altro autore, così da evitare di essere accusati di plagio se si attinge da un testo altrui”. Se consideriamo il caso di specie, le menzioni d’uso mancano nel libro “Gomorra”. Invece, l’art. 65 l. n. 633/1941, che ritengo applicabile al caso “Gomorra”, resta, tuttavia, inosservato nell’esecuzione dell’opera. Pertanto, sarebbe bastato riportare la fonte, perché venisse riconosciuta infondata l’accusa rivolta nei confronti di Saviano. In tal modo, l’autore, non solo sarebbe stato scagionato da ogni accusa di plagio, ma avrebbe arricchito il suo lavoro di ricerca sui fatti raccontati, avrebbe permesso ai lettori di approfondire gli avvenimenti e, allo stesso tempo, il suo libro non sarebbe stato meno interessante. Dunque, la Corte non riconosce i presupposti in virtù dei quali è ammessa dal giudice in primo grado la libera riproduzione delle notizie contenute negli articoli, in quanto esclude che le vicende narrate negli articoli di Libra siano divenute di pubblico dominio e ritiene irrilevante che Saviano abbia riprodotto gli articoli nella sua opera a distanza di tempo. L’opera diventa di pubblico dominio quando decadono i diritti di sfruttamento economico della stessa oppure quando decorre il tempo massimo di tutela stabilito dall’ordinamento, il quale solitamente scade dopo settant’anni dalla morte dell’autore, ma vi sono altri casi in cui il termine è diverso, come ad esempio per le opere collettive, nelle quali vi rientrano i giornali, le riviste, le enciclopedie, i cui diritti di sfruttamento economico dell’opera scadono dopo settant’anni dalla pubblicazione, ma i diritti del singolo autore seguono la regola generale. L’opera di pubblico dominio può liberamente essere pubblicata, riprodotta, tradotta, recitata, comunicata, diffusa, eseguita, ecc…, ma i diritti morali devono essere sempre rispettati.  I primi due gradi di giudizio Il Tribunale di Napoli respinge la domanda della parte attrice, fondando la decisione sulle seguenti ragioni di fatto e di diritto: 1) L’opera “Gomorra” non può essere considerata un “saggio” ma “neppure tutt’altro, un’opera di fantasia” ma essa deve essere ricondotta al genere “romanzo no fiction, dedicato al fenomeno camorristico, contenenti ampi riferimenti alla realtà campana”. In particolare “Gomorra” costituisce “un accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Il suo carattere creativo emerge dall’originale 16 combinazione delle vicende criminali del fenomeno camorristico, peraltro non esaminate in maniera organica, né secondo criteri, che avrebbero invece caratterizzato un’opera di genere saggistico. In esso fatti di cronaca vengono mescolati “con le vicende e le sensazioni personali dell’autore”, dal che deriva la nettissima distanza dell’opera “dalla mera cronaca giornalistica degli avvenimenti, da cui pure muove l’autore, e che trova puntuale riscontro nello stesso testo dell’opera”. Delineato, dunque, il genere letterario di appartenenza dell’opera di Saviano, il Tribunale esclude la violazione dell’art. 65 della legge sul diritto d’autore in quanto la norma richiede, perché ci sai plagio, “un ambito di riferimento omogeneo”, che non ricorre nel caso di specie, perché gli articoli di giornale sono stati utilizzati da Saviano mesi dopo la loro pubblicazione sulla testata giornalistica ed impiegati in un ambito e con uno scopo diverso: differentemente dal giornale con il quale si propone di dare informazioni contingenti, il libro di Saviano intende approfondire e riflettere sul fenomeno camorristico, trattato nel suo libro.  2) L’opera “Gomorra” non promuove la critica o la discussione sul contenuto degli articoli e ciò viene confermato dalla “scrittura tesa e volutamente poco attenta ai dettagli” dell’autore. Pertanto, il Tribunale di Napoli esclude la violazione dell’art. 70 l. n. 633/1941, che richiede “la menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore e dell'editore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”, in quanto il riferimento alla norma risulta “del tutto incongruo”. 3) L’autore ha utilizzato fonti di dominio pubblico senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica” e ciò esclude la violazione dell’art. 101 l. n. 633/1941.

IL DIRITTO D’AUTORE NELL’OPERA GIORNALISTICA. I CARATTERI DELL’OPERA PROTETTA DAL DIRITTO D’AUTORE. Sarebbe utopistico credere che qualsiasi opera possa esser protetta dal diritto d’autore; infatti, lo sono solo le opere che hanno una serie di caratteri di fondo ben fissati da parte del legislatore. Pertanto, in presenza di opere nelle quali si ravvisano determinati requisiti si applica la disciplina concernente il diritto d’autore e le tutele previste al suo autore o ad altri soggetti, diversi da quest’ultimo, lesi nei loro diritti patrimoniali e morali. Si potrebbe pensare erroneamente che la ricorrenza delle medesime caratteristiche includa nella tutela del diritto d’autore solo opere omogenee, ma in realtà si tratta di una nozione così di ampio respiro da consentire ad opere diversificate ed eterogenee di rientrare comunque nella tutela del diritto d’autore. In essa rientrano, infatti, le opere letterarie, artistiche e musicali tradizionali, le banche di dati, il software e il design. Analizzare i caratteri dell’opera protetta dal diritto d’autore, dunque, diventa importante per comprendere in quali casi l’autore gode di determinati diritti e quando può agire a tutela di essi.

L’opera dell’ingegno umano. Il primo carattere che deve ricorrere affinché l’opera sia protetta dal diritto d’autore è quello di “opera dell’ingegno umano”. Si tratta di una nozione legislativa che si ricava dagli artt. 1 e 2 della l. n. 633/1941, nei quali rispettivamente si definiscono e si classificano le opere oggetto del diritto d’autore; esse sono il frutto di una “creazione intellettuale”, che si realizza a fronte dell’attività dell’intelletto umano di ideazione ed esecuzione materiale dell’opera. Dunque il concetto di creazione intellettuale é così ampio ed elastico da consentire addirittura di comprendere opere che appartengono a campi e categorie fenomenologiche diverse, come la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro e la cinematografia, le quali, seppure si avvalgono di mezzi espressivi differenti tra loro, allo stesso tempo presentano come primo carattere di fondo l’essere un’opera derivante dall’attività dell’ingegno umano.

Il carattere rappresentativo: la forma interna e la forma esterna Un requisito che ricorre nelle opere oggetto di tutela del diritto d’autore è il carattere rappresentativo, al quale Paolo Auteri attribuisce un significato: l’opera è destinata a “rappresentare, con qualsiasi mezzo di espressione (parola scritta o orale, disegni e immagini, fisse o in movimento, suoni, ma anche il movimento del corpo e qualsiasi altro segno), fatti, conoscenze, idee, opinioni e sentimenti; e ciò essenzialmente allo scopo di comunicare con gli altri”. In parole più semplici, l’opera deve avere una forma “percepibile” e non rimanere a livello di mero pensiero; ovviamente, se così fosse, la semplice idea astratta, che non è idonea a rappresentare con organicità idee e sentimenti, non potrebbe essere oggetto di tutela. Questo carattere è sancito a livello internazionale nell’art. 9 n.2 dell’Accordo TRIPs, il quale protegge la forma espositiva con cui l’opera appare, ad es: l’insieme di parole e frasi (c.d. forma esterna); la struttura espositiva, ad es: l’organizzazione del discorso, la scelta e la sequenza degli argomenti, le prospettive adottate, ecc... (c.d. forma interna), e non il contenuto di conoscenze, informazioni, idee, fatti, teorie in quanto tali e a prescindere dal modo in cui sono scelti, esposti e coordinati. (L’Accordo TRIPs, “The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights” (in italiano, Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale), è un trattato internazionale promosso dall'Organizzazione mondiale del commercio, al fine di fissare i requisiti e le linee guida che le leggi dei paesi aderenti devono rispettare per tutelare la proprietà intellettuale. L’art. 9 n.2 dell’Accordo TRIPs così recita: “La protezione del diritto d’autore copre le espressioni e non le idee, i procedimenti, i metodi di funzionamento o i concetti matematici in quanto tali”. 29 La distinzione tra forma esterna, forme interna e contenuto è stata elaborata sin dall’inizio del secolo scorso ad opera di un autorevole giurista tedesco, il Kohler, e viene seguita dalla dottrina e giurisprudenza prevalenti. Essa è stata fortemente criticata da più parti, tanto dalla dottrina, rappresentata da Piola Caselli in Italia e da Ulmer in Germania, che dalla parte minoritaria della giurisprudenza. Si è contestato, in breve, il fondamento teorico della tesi di Kohler e la difficoltà, se non l’impossibilità, di distinguere tali tre elementi a livello pratico. Inoltre, ci sono state pronunce di merito, come ad esempio la sentenza del Tribunale di Milano del 11 marzo 2010, dalle quali emerge che non sempre il contenuto è irrilevante ai fini del riconoscimento del plagio. Infatti, è possibile distinguere le idee diffuse nella cultura comune dalle idee innovative, che non appartengono al pensiero comune e che possono essere ricondotte ad un autore in particolare. Secondo tali pronunce giurisprudenziali, l’utilizzo del primo tipo di idee in un’opera dell’ingegno non produrrebbe plagio purché le idee vengano rielaborate in modo originale, invece l’utilizzo del secondo tipo di idee, anche se espresse in forma diversa, difficilmente escluderebbero il plagio).

Il carattere creativo: originalità e novità. Il carattere creativo è un criterio espressamente richiesto dal legislatore, negli artt. 1 l. n. 633/1941 e 2575 c.c., affinché l’opera sia protetta dal diritto d’autore. In dottrina tale carattere non è definito in termini omogenei. Su questo punto, la dottrina è divisa: una opinione predilige il criterio della c.d. “creatività oggettiva” 30 , secondo il quale è creativa “l’opera dotata di caratteristiche materiali, oggettive appunto, tali da distinguerla da tutti i lavori ad essa preesistenti” 31 ; l’altra, invece, sostiene il criterio della c.d. “creatività soggettiva”32 , secondo il quale è creativa l’opera che riflette la personalità dell’autore e il suo modo personale di rappresentare ed esprimere fatti, idee e sentimenti, tale da renderla “direttamente riconducibile al suo autore” (c.d. individuabilità rappresentativa). In merito alla creatività soggettiva, la dottrina ha individuato due profili del carattere creativo: l’originalità e la novità. L’originalità consiste nel risultato di un’elaborazione intellettuale che riveli la personalità dell’autore, indipendentemente dalle dimensioni e dalla complessità del contenuto dell’opera, il quale può anche essere modesto e semplice o appartenere al patrimonio comune. Dunque sarebbero originali tutte quelle opere che, seppure appaiano molto simili tra loro, hanno un taglio o una prospettiva che le rende “frutto di una elaborazione autonoma del loro autore”. Invece la novità si ha quando sono nuovi o inediti gli “elementi essenziali e caratterizzanti” dell’opera, senza che la novità sia assoluta o diventi creazione. Infatti nuove non sono solo le opere che si basano su un’idea che non ha precedenti, ma anche quelle che rielaborano elementi di opere preesistenti con forme o mezzi di espressione innovativi, tali da distinguerle dalle opere precedenti (c.d. novità in senso oggettivo). L’orientamento che ha riscontrato il maggior successo nelle pronunce giurisprudenziali è quello della “creatività soggettiva”.

La compiutezza espressiva. Un altro requisito posto dalla legge per la tutela dell’opera dell’ingegno è quello della c.d. “compiutezza espressiva”, definita dalla dottrina come “l’idoneità a soddisfare l’esigenza estetica, emotiva o informativa, del fruitore di un determinato evento creativo”. Così come asserito da Kevin de Sabbata, tale nozione è assolutamente opinabile e non vi è ancora una pronuncia giurisprudenziale o uno studio dottrinale, che sia pervenuta ad attribuirle un significato stabile e chiaro. Motivo per il quale si ravvisa una difficoltà di applicazione del principio, seppure risulterebbe rilevante per la risoluzione di casi giudiziari di plagio parziale.

La pubblicazione dell’opera. Diversamente da quanto si possa pensare, il diritto d’autore non protegge solo le opere già pubblicate e già immesse nel mercato ma anche quelle non pubblicate e non note al pubblico, le c.d. opere inedite. Infatti, la Suprema Corte, riprendendo gli artt. 6 l. n. 633/1941 e 2575 c.c., ha ribadito che il diritto d’autore ha origine nel momento della mera creazione dell’opera, che costituisce un atto giuridico in senso stretto, e non al seguito del conseguimento di formalità, come gli adempimenti di deposito e di registrazione dell’opera . Nel 2012 i giudici di legittimità hanno escluso definitivamente che l’opera debba costituire “una sorgente di utilità” ai fini di tutela, potendo, dunque, essere oggetto di tutela anche prima della pubblicazione.

IL DIRITTO D’AUTORE E IL DIRITTO D’INFORMAZIONE E DI CRONACA. Dato per scontato che il diritto d’autore tuteli, ai sensi dell’art.1 l. n. 644/1941 e dell’art. 2575 c.c., le opere caratterizzate da requisiti di fondo delineati nel paragrafo precedente, possiamo asserire che tali caratteri ricorrono nell’opera giornalistica e che, pertanto, anche gli articoli di giornale sono tutelati dal diritto d’autore. Estendere la disciplina del diritto d’autore all’articolo di giornale comporta, come conseguenza inevitabile, che le norme a tutela dell’autore possano incidere sull’esercizio dell’attività di comunicazione e di informazione sociale, che si promuove con l’opera giornalistica. Il diritto d’autore e il diritto d’informazione e di cronaca possono entrare addirittura in conflitto tra loro, perché, da un lato vi è l’interesse di tutelate i diritti patrimoniali e morali dell’autore con la limitazione della libera divulgazione delle opere protette e, dall’altro lato vi è l’interesse generale alla diffusione di informazioni esatte su fatti rilevanti e di interesse generale. Diventa, dunque, necessario approfondire i profili di rilevo costituzionale sui quali può incidere il diritto d’autore, quali il diritto 61 d’informazione e il diritto di cronaca, per poter comprendere come essi si conciliano tra loro. Il diritto d’informazione è un diritto fondamentale delle persone, che è compreso, assieme al diritto d’opinione e di cronaca, nella libertà di manifestazione del proprio pensiero, sancita a livello nazionale dall’art. 21 della Costituzione e a livello sovranazionale dall’art. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e dall’art.10 co. 1, della “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” , che consiste “nella libertà di esprimere le proprie idee e di divulgarle ad un numero indeterminato di destinatari”, senza porre limiti in merito ai mezzi di espressione e in merito agli scopi, circostanze, contenuti da esprimere, ecc… Il diritto d’informazione ha una duplice profilo: quello attivo consiste nel diritto di informare e di diffondere notizie; invece, quello passivo consiste nel diritto di essere informati, sempre che l’informazione sia “qualificata e caratterizzata (…) dal pluralismo delle fonti da cui attingere conoscenze e notizie”. In conseguenza del diritto di essere informati è fatto divieto, ai sensi dell’art. 21, co. 2, Cost., di sottoporre la stampa a controlli preventivi. Nel nostro ordinamento è dunque, vietata la possibilità di sottoporre la divulgazione dell’informazione ad autorizzazioni o censure, al fine di evitare manipolazioni della notizia e compromettere il diritto della collettività a ricevere corrette informazioni. Il diritto dei cittadini ad essere informati si esercita mediante il diritto di cronaca, definito dalla giurisprudenza come “il diritto di raccontare, tramite mezzi di comunicazione di massa, accadimenti reali in considerazione dell’interesse che rivestono per la generalità dei consociati”. Dunque, l’informazione viene comunicata e diffusa per mezzo dell’esercizio del diritto di cronaca, il quale incontra una serie di limiti per evitare che l’esercizio di questo diritto possa ledere altri diritti inviolabili. Infatti l’art. 21 co. 3 Cost., sancisce il limite del rispetto del “buon costume”, generalmente inteso come il rispetto del “pudore sessuale”. Si tratta, però, di un concetto sprovvisto di una definizione normativa e, dunque, di un significato stabile, ma a ciò sopperiscono il legislatore e l’interpretazione giurisprudenziale, tenendo conto dell’evoluzione dei costumi. Ad esempio, la legge sulla stampa n. 47 del 1948, ha stabilito che é contrario al “buon costume” la pubblicazione di contenuti impressionanti e raccapriccianti, che provocano turbamento del “comune sentimento della morale o l’ordine familiare”. Tuttavia, tanto la giurisprudenza che il legislatore nelle altre brache del diritto ammettono ulteriori limiti, quando l’esercizio del diritto d’informazione, o più in generale del diritto d’espressione, potrebbe ledere altri diritti della persona costituzionalmente tutelati ed inderogabili, quali, ad esempio il diritto alla privacy o alla riservatezza, al nome, all’immagine, alla dignità della persona e ai diritti dell’autore, riconosciuti dalla legge sul diritto d’autore. A tal proposito, la giurisprudenza, a più riprese, ha individuato una serie di requisiti, che il giornalista deve rispettare per garantire un equo bilanciamento del diritto di cronaca con altri diritti inviolabili, che potenzialmente possono entrarvi in conflitto. Per quanto riguarda il bilanciamento degli interessi dell’autore alla tutela dei suoi diritti patrimoniali e morali con gli interessi della collettività alla diffusione delle informazioni e delle notizie è intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza 12 aprile 1973, n. 38, nella quale ha affermato che le norme del diritto d’autore, rapportate all’informazione giornalistica, non contrastano con i principi costituzionali perché non limitano in alcun modo la “libera estrinsecazione e manifestazione del pensiero” e non “assoggettano la stampa ad autorizzazioni o censure”, ma, piuttosto, “tutelano l'utilizzazione economica del diritto d'autore e sono dirette ad assicurare la prova e a determinare l'indisponibilità della cosa, sia per preservarla da distruzione o alterazione, sia per assicurare l'attribuzione dell'opera all'avente diritto, sia per impedire ulteriori danni derivanti da violazione del diritto di autore”. Infatti, il legislatore garantisce il diritto d’informazione e il diritto di cronaca, ammettendo la libera utilizzazione dell’opera protetta purché si seguano i fini esplicitamente delineati nell’art. 70 l. n. 633/1941 – per uso di critica o di discussione, insegnamento o ricerca scientifica – e purché tale utilizzazione non costituisca una forma di concorrenza economicamente rilevante. La ratio della norma si rinviene nelle esigenze di progresso e diffusione della cultura e delle scienze. La questione, però, non è pacifica perché, se da un lato la Corte Costituzionale afferma che la tutela del diritto d’autore non può limitare la libera manifestazione del pensiero, dall’altro, alcuni giudici di merito, di fronte al caso concreto, ritengono che il diritto di cronaca non possa incidere sull’estensione del diritto d’autore, in quanto, a tale proposito, nessun limite è previsto espressamente dalla legge. Di conseguenza, nei fatti la delimitazione reciproca dei due diritti è rimessa al prudente apprezzamento dei giudici di merito.

L’OPERA GIORNALISTICA. Sulla base degli argomenti esposti in precedenza si può, dunque affermare che anche l’opera giornalistica è tutelata dal diritto d’autore, essendo una creazione intellettuale, la quale deriva dall’esercizio del diritto d’informazione e di cronaca. Infatti, l’art. 3 l. n. 633/1941 annovera i giornali e le riviste tra le c.d. opere collettive, che sono “costituite dalla riunione di opere o di parti di opere, che hanno carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e del coordinamento ad un determinato fine letterario, scientifico, didattico, religioso, politico ed artistico”, ma non informativo. In effetti, l’opera giornalistica é il frutto di una molteplicità di apporti creativi di diversi autori, coordinati e selezionati dal direttore della testata giornalistica. Dunque, in tale opera si possono distinguere due distinti livelli creativi: quello dei singoli giornalisti, che contribuiscono a comporre l’opera, e quello del direttore, che provvede a progettare l’opera complessiva, a scegliere e coordinare i contributi, ad organizzare e dirigere l’attività creativa dei collaboratori. Una volta rilevata questa duplice creatività, sorge spontaneo domandarsi come il legislatore tuteli tali opere. Ciò che potrebbe risultare complesso è stato, invece, risolto con estrema facilità dal legislatore, il quale ha riconosciuto come meritevole di tutela non la creatività dei singoli giornalisti, bensì quella del direttore che, mediante l’attività di scelta, di coordinamento e di organizzazione dei contributi, realizza l’opera complessiva: l’opera giornalistica. È sulla base di questa prospettiva che ben si spiegano gli artt. 7 e 38 l. n. 633/1941. L’art. 7 l. n. 633/1941 riconosce come autore delle opere collettive “chi ha diretto e organizzato la creazione dell’opera stessa”. Pertanto, rivestendo il ruolo di autore dell’opera giornalistica, il direttore del giornale può, ex art. 41 l. n. 633/1941, “introdurre nell’articolo da riprodurre quelle modificazioni di forma che sono richieste dalla natura e dai fini del giornali”, le quali, se sono sostanziali, possono essere apportate solo con il consenso dell’autore, sempre che questi sia reperibile; altrimenti, ex art. 9 dal Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico (FNSI – FIEG 1 aprile 2013 – 31 marzo 2016), “l’articolo non dovrà comparire firmato nel caso in cui le modifiche siano apportate senza l’assenso del giornalista”. Normalmente gli articoli che, a giudizio del direttore, rivestono particolare importanza sono pubblicati con la firma dell’autore, invece quelli meno rilevanti possono essere riprodotti anche senza l’indicazione del nome dell’autore. Solo se non compare la firma dell’autore, il direttore della testata giornalistica non solo può modificare ed integrare l’articolo di giornale ma anche sopprimerlo e non pubblicarlo. L’art. 38 l. n. 633/1941 attribuisce il diritto di utilizzazione economica dell’opera all’editore, salvo patto contrario, senza precludere ai singoli collaboratori di utilizzare la propria opera separatamente, purché si rispettino gli accordi intercorsi fra i collaboratori e l’editore, nei quali sono precisati i limiti e le condizioni dell’utilizzazione separata dei contributi dei singoli, a salvaguardia dello sfruttamento dell’opera collettiva. Sostanzialmente l’art. 38 l. n. 633/1941 attribuisce lo sfruttamento economico dell’opera all’editore, nel rispetto dei principi fondamentali, ai sensi degli artt. 12 e ss. l. n. 633/1941, e allo stesso tempo garantisce il diritto ai giornalisti di utilizzare il proprio articolo separatamente dall’opera complessiva, senza pregiudicare il diritto di sfruttamento economico esclusivo dell’editore sull’opera collettiva. Infatti, il legislatore, nell’art. 42 l. n. 633/1941, assicura all’autore dell’articolo di giornale pubblicato in un’opera collettiva il diritto di riprodurlo in estratti separati o raccolti in volume, in altre riviste o giornali, purché “indichi l’opera collettiva dalla quale è tratto e la data di pubblicazione”. Alla regola dell’art. 38 l. n. 633/1941, il legislatore ammette una sola eccezione, fissata nel successivo art. 39, secondo la quale l’autore può riacquistare il diritto di disporre liberamente dell’opera al ricorrere di due condizioni: 1) quando il giornalista è estraneo alla redazione del giornale, non ha un accordo contrattuale con la testata giornalistica, ma ha invitato l’articolo al giornale perché venisse riprodotto in esso; 2) quando il giornalista non ha ricevuto notizia dell’accettazione entro un mese dall’invio o la riproduzione dell’articolo non è avvenuta entro sei mesi dalla notizia dell’accettazione.

LA RIPRODUZIONE E LA CITAZIONE DELL’ARTICOLO DI GIORNALE NELL’OPERA LETTERARIA. Talvolta un libro nasce dall’esigenza di voler raccontare una storia, frutto della fantasia dell’autore, basata su fatti realmente accaduti. Infatti, molto spesso leggiamo libri con riferimenti a persone esistenti o a fatti realmente accaduti. Per scrivere un libro basato su fatti già accaduti e magari notori, lo scrittore deve informarsi servendosi di giornali, riviste e altro materiale, reperibile in qualsiasi modo. Così l’autore può ricostruire gli accadimenti e assumere informazioni dettagliate, utili per il proprio libro. Questa attività di ricerca e informazione risulta di grande importanza, in quanto, solo di seguito ad essa, lo scrittore inizierà a scrivere il suo libro. Però lo scrittore deve estrarre dalle fonti le informazioni utili e rielaborarle in modo creativo. Se, invece, si limita ad un lavoro di “copia e incolla”, corre il rischio di ledere il diritto d’autore. Una volta chiarito che, gli articoli di giornale e l’opera giornalistica nel suo insieme sono tutelati dal diritto d’autore, cosa succede se ad esser riprodotto senza citazione della fonte e dell’autore in un’opera letteraria, come è accaduto nel caso di specie “Gomorra”, sia un articolo di giornale? Per rispondere al quesito è necessario esaminare il contenuto degli artt. 65, 70 e 101 l. n. 633/1941, in materia di eccezioni e limitazioni del diritto d’autore.

Gli articoli di attualità. Nell’art. 65 della legge 53 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali, quando ricorrono tre requisiti:

1) che si tratti di articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, o altri materie dello stesso genere. Sul punto la dottrina è divisa, perché, da una parte c’è chi sostiene che sia lecita la riproduzione di articoli di attualità specificamente indicati dal legislatore (a carattere politico, economico e religioso), con l’esclusione degli articoli di cronaca a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico, mentre dall’altra parte c’è chi farientrare queste ultime fattispecie di articoli tra “gli altri materiali dello stesso carattere”; (L’art. 65 della l. n. 633/1941 così recita “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichi la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato”). 

2) che siano pubblicati in riviste o in giornali;

3) che la riproduzione o l’utilizzazione non sia espressamente riservata, ovvero quando manchi l’indicazione, anche in forma abbreviata, delle parole “riproduzione riservata” o di altre espressioni dal significato analogo, all’inizio o alla fine dell’articolo, secondo quanto prevede l’art. 7 del regolamento di esecuzione della legge sul diritto d’autore, approvato con il R.D. 18 maggio 1942, n. 1369. È necessario a questo punto fare una puntualizzazione, perché potrebbe intendersi erroneamente il significato dell’espressione “libera utilizzazione”. La libera utilizzazione consiste nella riproduzione o comunicazione al pubblico dell’opera senza il consenso dell’autore, ma nel rispetto di determinati adempimenti, fissati dalla legge, come l’indicazione della fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato. Tali formalità devono essere adempiute anche nell’ipotesi, delineata dall’art. 65 co. 2 l. n. 633/1941, di riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti, utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità per fini informativi e di cronaca, fatta eccezione del caso di impossibilità di conoscere la fonte e il nome dell’autore. (“La riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo, sempre che si indichi, salvo caso di impossibilità, la fonte, incluso il nome dell'autore, se riportato”).  La norma in esame è eccezionale e non suscettibile di applicazione analogica, ragione per la quale la libera utilizzazione non si estende alle rassegne-stampa; infatti, la riproduzione di queste ultime deve sempre essere effettuata con il consenso dei titolari dei diritti.

La libertà di citazione. Prima della legge italiana sul diritto d’autore, la libertà di citazione è stata regolata dall’art. 10 della Convenzione d’Unione di Berna, il quale riporta pressoché il contenuto fissato nell’art. 70 l. n. 633/1941. Il legislatore italiano non ha provveduto, come previsto dalla norma internazionale, a chiarire espressamente che l’opera citata debba esser stata pubblicata e che la citazione debba avere un carattere di mero esempio e supporto di una tesi e non lo scopo di illustrare l’opera citata. (L’art. 10 della Convezione di Berna così recita “Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore”. 56 La Convenzione d’Unione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche fu firmata nel 1886 a Berna e ratificata ed eseguita in Italia con la legge 20 giugno 1978, n. 399. Sul punto si rinvia al Cap I, par. 1.2.).

Infatti, nell’art. 70 della legge italiana sul diritto d’autore ( L’art. 70 l. n. 633/1941 così recita “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”)  il legislatore italiano si è limitato a sancire il libero riassunto, la citazione o la riproduzione dell’opera e la loro comunicazione al pubblico, purché:

1) vi ricorra una finalità di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica, così da garantire l’informazione e la diffusione della cultura, in quanto si permette la libera fruibilità dei concetti esposti nell’opera. La dottrina precisa che si ha “uso di critica”, quando l’utilizzazione è finalizzata ad esprimere opinioni protette dagli artt. 21 e 33 Cost.;

2) l’opera critica abbia fini autonomi e distinti da quelli dell’opera citata e non sia succedanea dell’opera o delle sue utilizzazioni derivate;

3) l’utilizzazione non sia di dimensioni tali da supplire all’acquisto dell’opera, pertanto l’utilizzazione non debba essere concorrenziale a quella posta dal titolare dei diritti e idonea a danneggiare gli interessi patrimoniali esclusivi dell’autore o del titolare di diritti; 4) siano rispettate le menzioni d’uso, quali l’indicazione del titolo dell’opera da cui è tratta la citazione o la riproduzione, il nome dell’autore e dell’editore. Dottrina e giurisprudenza concordano che anche questa disposizione normativa sia del tutto eccezionale, cosicché non può essere applicata per analogia, ma deve essere interpretata restrittivamente.

Informazioni e notizie giornalistiche. L’art. 101, infine, tutela le informazioni e le notizie giornalistiche, stabilendo che sono liberamente riproducibili altrove, purché non si ricorra ad “atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e (…) se ne citi la fonte”. In questo primo comma, il legislatore non ha definito gli atti contrari, ma ha fatto rinvio alle regole di correttezza professionale, fissate nel codice deontologico dell’attività giornalistica, lasciando al giudice il compito di decidere, in merito ai casi concreti per i quali è chiamato a giudicare, se quel comportamento è scorretto o meno. (L’art. 101 co. 1 l. n. 633/1941 sancisce che “La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l'impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte”). Tuttavia, il legislatore colma la genericità del primo comma con il secondo, nel quale specifica alcuni comportamenti che, senza alcun dubbio, costituiscono atti di concorrenza sleale: per esempio, la riproduzione o la radiodiffusione, senza autorizzazione, dei bollettini di informazioni distribuiti dalle agenzie, prima che siano trascorse sedici ore dalla diramazione del bollettino stesso a coloro che ne hanno diritto, oppure prima che l’editore autorizzato abbia pubblicato la notizia; il c.d. “parassitismo giornalistico”, che si ha nel caso in cui il giornalista scorretto effettua la riproduzione o la radiodiffusione sistematica di informazioni e notizie, attingendo da altri giornali o fonti, che svolgono un’attività giornalistica a fine di lucro. Tutte queste pratiche scorrette sono sanzionate dalla legge con l’arresto dell’attività di concorrenza, con la rimozione degli effetti dell’illecito, con la condanna al risarcimento dei danni e la pubblicazione della sentenza. (L’art. 101 co. 2 l. n. 633/1941 così recita “Sono considerati atti illeciti: a) la riproduzione o la radiodiffusione, senza autorizzazione, dei bollettini di informazioni distribuiti dalle agenzie giornalistiche o di informazioni, prima che siano trascorse sedici ore dalla diramazione del bollettino stesso e, comunque, prima della loro pubblicazione in un giornale o altro periodico che ne abbia ricevuto la facoltà da parte dell'agenzia. A tal fine, affinché le agenzie abbiano azione contro coloro che li abbiano illecitamente utilizzati, occorre che i bollettini siano muniti dell'esatta indicazione del giorno e dell'ora di diramazione; b) la riproduzione sistematica di informazioni o notizie, pubblicate o radiodiffuse, a fine di lucro, sia da parte di giornali o altri periodici, sia da parte di imprese di radiodiffusione”).

CRONACA, INDAGINE GIORNALISTICA E ANALISI SOCIALE. Quando accade un fatto di rilievo pubblico, un ruolo fondamentale è svolto dal cronista, il quale giunge presso il luogo del fatto per raccontare gli avvenimenti così come accadono, nella loro precisa successione cronologica, realizzando un’attività di testimonianza diretta o indiretta. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”). Dunque, appare evidente che, diversamente dal giornalismo tradizionale, il quale attinge le notizie da fonti ufficiali e istituzionali perché si dia informazione sui fatti, il giornalismo d’inchiesta impiega mesi e mesi per sviluppare e preparare un’indagine giornalistica in quanto approfondisce aspetti e circostanze su fatti socialmente rilevanti, così da indurre il lettore a riflettere e formare la propria opinione, seppure diversa da quella letta sul giornale. L’inchiesta, pertanto, mette in rilievo problemi sociali o vicende politiche attuali e consente di compiere un’analisi sociale. L’inchiesta e la cronaca sono tipologie giornalistiche che si distinguono da “Gomorra”, la quale è a tutti gli effetti un’opera letteraria, che racchiude diversi generi, come “il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Dunque, accanto alla cronaca giornalistica, che consiste nel narrare fatti realmente accaduti “secondo la successione cronologica, senza alcun tentativo di interpretazione o di critica degli avvenimenti”, vi è il romanzo, un componimento letterario in prosa, di ampio sviluppo, frutto della creazione fantastica dell’intelletto dell’autore; il saggio, un componimento relativamente breve, nel quale l’autore “tratta con garbo estroso e senza sistematicità argomenti vari (di letteratura, di filosofia, di costume, ecc.), rapportandoli strettamente alle proprie esperienze biografiche e intellettuali, ai propri estri umorali, alle proprie idee o al proprio gusto”; e per finire il pamphlet, definito come un “breve scritto di carattere polemico o satirico”.

Io sono un Aggregatore di contenuti di ideologia contrapposta con citazione della fonte. 

Il World Wide Web (WWW o semplicemente "il Web") è un mezzo di comunicazione globale che gli utenti possono leggere e scrivere attraverso computer connessi a Internet, scrive Wikipedia. Il termine è spesso erroneamente usato come sinonimo di Internet stessa, ma il Web è un servizio che opera attraverso Internet. La storia del World Wide Web è dunque molto più breve di quella di Internet: inizia solo nel 1989 con la proposta di un "ampio database intertestuale con link" da parte di Tim Berners-Lee ai propri superiori del CERN; si sviluppa in una rete globale di documenti HTML interconnessi negli anni novanta; si evolve nel cosiddetto Web 2.0 con il nuovo millennio. Si proietta oggi, per iniziativa dello stesso Berners-Lee, verso il Web 3.0 o web semantico.

Sono passati decenni dalla nascita del World Wide Web. Il concetto di accesso e condivisione di contenuti è stato totalmente stravolto. Prima ci si informava per mezzo dei radio-telegiornali di Stato o tramite la stampa di Regime. Oggi, invece, migliaia di siti web di informazione periodica e non, lanciano e diffondono un flusso continuo di news ed editoriali. Se prima, per la carenza di informazioni, si sentiva il bisogno di essere informati, oggi si sente la necessità di cernere le news dalle fakenews, stante un così forte flusso d’informazioni e la facilità con la quale ormai vi si può accedere.

Oggi abbiamo la possibilità potenzialmente infinita di accedere alle informazioni che ci interessano, ma nessuno ha il tempo di verificare la veridicità e la fondatezza di quello che ci viene propinato. Tantomeno abbiamo voglia e tempo di cercare quelle notizie che ci vengono volutamente nascoste ed oscurate. 

Quando parlo di aggregatori di contenuti non mi riferisco a coloro che, per profitto, riproducono integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. E contro questi ci sono una legge apposita (quella sul diritto d’autore, in Italia) e una Convenzione Internazionale (quella di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche). Tali norme vietano esplicitamente le pratiche di questi aggregatori.

Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili.

Dagospia. Da Wikipedia. Dagospia è una pubblicazione web di rassegna stampa e retroscena su politica, economia, società e costume curata da Roberto D'Agostino, attiva dal 22 maggio 2000. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta». Lo stile di comunicazione è volutamente chiassoso e scandalistico; tuttavia numerosi scoop si sono dimostrati rilevanti esatti. L'impostazione grafica della testata ricorda molto quella del news aggregator americano Drudge Report, col quale condivide anche la vocazione all'informazione indipendente fatta di scoop e indiscrezioni. Questi due elementi hanno contribuito a renderlo un sito molto popolare, specialmente nell'ambito dell'informazione italiana: il sito è passato dalle 12 mila visite quotidiane nel 2000 a una media di 600 mila pagine consultate in un giorno nel 2010. A partire da febbraio 2011 si finanzia con pubblicità e non è necessario abbonamento per consultare gli archivi. Nel giugno 2011 fece scalpore la notizia che Dagospia ricevesse 100 mila euro all'anno per pubblicità all'Eni grazie all'intermediazione del faccendiere Luigi Bisignani, già condannato in via definitiva per la maxi-tangente Enimont e di nuovo sotto inchiesta per il caso P4. Il quotidiano la Repubblica, riportando le dichiarazioni di Bisignani ai pubblici ministeri sulle soffiate a Dagospia, la definì “il giocattolo” di Bisignani. Dagospia ha querelato la Repubblica per diffamazione.

Popgiornalismo. Il caso e la post-notizia. Un libro di Salvatore Patriarca. Con le continue trasformazioni dell’era digitale, diventa sempre più urgente mettere a punto dinamiche comunicative che sappiano muoversi con la stessa velocità con la quale viaggia la trasmissione dei dati e che, soprattutto, riescano a sviluppare capacità connettive in grado di ricomprendere un numero sempre maggiore di dati-fatti-informazioni. Partendo dal fenomeno giornalistico rappresentato da Dagospia – il sito di Roberto D’Agostino che ha saputo cogliere, sin dagli albori, le possibilità offerte dal mezzo digitale – il libro analizza i caratteri di una nuova forma giornalistica, il popgiornalismo. Al centro di questa recente declinazione informativa non c’è più la notizia ma la post-notizia, la necessità cioè di lavorare sulle connessioni e sugli effetti che ogni nuovo fatto, evento o dato determina. Da qui ne conseguono i tre tratti essenziali dell’approccio popgiornalistico: la “leggerezza” pesante dell’informazione, la conoscenza del quotidiano come opera aperta e la libera responsabilità del lettore.

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com.

Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione.

Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506.

La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”.

La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Certamente le mie opere nulla hanno a che spartire con le opere di autori omologati e conformati, e quindi non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera altrui. Quindi questi sconosciuti condannati all'oblio dell'arroganza e della presunzione se ne facciano una ragione.

Ed anche se fosse che la mia cronaca, diventata storia, fosse effettuata a fini di insegnamento o di ricerca scientifica, l'utilizzo che dovrebbe inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali è pienamente compiuto, essendo io autore ed editore medesimo delle mie opere e la divulgazione è per mero intento di conoscenza e non per fini commerciali, tant’è la lettura può essere gratuita e ove vi fosse un prezzo, tale è destinato per coprirne i costi di diffusione.

Valentina Tatti Tonni soddisfatta su Facebook il 20 gennaio 2018 ". "Ho appena saputo che tre dei miei articoli pubblicati per "Articolo 21" e "Antimafia Duemila" sono stati citati nel libro del sociologo Antonio Giangrande che ringrazio. Gli articoli in questione sono, uno sulla riabilitazione dei cognomi infangati dalle mafie (ripreso giusto oggi da AM2000), uno sulla precarietà nel giornalismo e il terzo, ultimo pubblicato in ordine di tempo, intitolato alla legalità e contro ogni sistema criminale".

Linkedin lunedì 28 gennaio 2019 Giuseppe T. Sciascia ha inviato il seguente messaggio (18:55)

Libro. Ciao! Ho trovato la citazione di un mio pezzo nel tuo libro. Grazie.

Citazione: Scandalo molestie: nuove rivelazioni bomba, scrive Giuseppe T. Sciascia su “Il Giornale" il 15 novembre 2017.

Facebook-messenger 18 dicembre 2018 Floriana Baldino ha inviato il seguente messaggio (09.17)

Buon giorno, mi sono permessa di chiederLe l'amicizia perchè con piacevole stupore ho letto il mio nome sul suo libro.

Citazione: Pronto? Chi è? Il carcere al telefono, scrive il 6 gennaio 2018 Floriana Bulfon su "La Repubblica". Floriana Bulfon - Giornalista de L'Espresso.

Facebook-messenger 3 novembre 2018 Maria Rosaria Mandiello ha inviato il seguente messaggio (12.53)

Salve, non ci conosciamo, ma spulciando in rete per curiosità, mi sono imbattuta nel suo libro-credo si tratti di lei- "abusopolitania: abusi sui più deboli" ed ho scoperto con piacere che lei m ha citata riprendendo un mio articolo sul fenomeno del bullismo del marzo 2017. Volevo ringraziarla, non è da tutti citare la foto e l'autore, per cui davvero grazie e complimenti per il libro. In bocca a lupo per tutto! Maria Rosaria Mandiello.

Citazione: Ragazzi incattiviti: la legge del bullismo, scrive Maria Rosaria Mandiello su "ildenaro.it" il 24 marzo 2017.

NON CI SI PUO’ SOTTRARRE ALLE CRITICHE ONLINE.

Tribunale di Roma (N. R.G. 81824/2018 Roma, 1 febbraio 2019 Presidente dott. Luigi Argan): non ci si può sottrarre alle critiche online, scrive Guido Scorza 28 febbraio 2019 su l'Espresso. In un’epoca nella quale la libertà di parola, specie online, sembra condannata a dover sistematicamente cedere il passo a altri diritti e a contare davvero poco, un raggio di libertà, arriva dal Tribunale di Roma che, nei giorni scorsi, ha rispedito al mittente le domande di un chirurgo plastico che aveva chiesto, in via d’urgenza, ai Giudici di ordinare a Google di sottrarre il proprio studio dalle recensioni del pubblico o, almeno, di cancellare quattro commenti particolarmente negativi ricevuti da pazienti e amici di pazienti. Secondo la prima sezione del Tribunale, infatti, il diritto di critica viene prima dell’interesse del singolo a non veder la propria attività professionale compromessa da qualche recensione negativa e nessuno ha diritto, nel momento in cui esercita un’attività professionale o commerciale, a pretendere di essere sottratto al rischio che terzi, ovviamente dicendo la verità e facendolo in maniera educata, lo critichino. E questo, secondo i Giudici, è quanto accaduto nel caso in questione. Il chirurgo in questione non può né pretendere che Google rinunci a mettere a disposizione degli utenti un servizio che consente, tra l’altro, la raccolta di “recensioni” sulla propria attività né che non consenta agli utenti di pubblicare commenti negativi o che cancelli quelli pubblicati. Ma non basta. Il Tribunale di Roma mette nero su bianco un principio tanto semplice quanto spesso ignorato: non può toccare a Google sorvegliare che i propri utenti non pubblichino recensioni negative perché Google non ha, né può avere, alla stregua della disciplina europea della materia, alcun obbligo generale di sorveglianza sui contenuti pubblicati da terzi. Google – e il Giudice lo scrive con disarmante chiarezza – ha il solo obbligo di rimuovere un contenuto quando la sua pubblicazione sia accertata come illecita da un Giudice e la notizia gli sia comunicata. E a leggere l’Ordinanza con la quale il Giudice ha respinto le domande d’urgenza proposte dal chirurgo vien davvero da pensare che tutti dovremmo iniziare a imparare ad accettare le critiche con spirito costruttivo e come stimolo a far meglio in futuro anziché investire ogni energia nel tentativo – vano, fortunatamente, in questa vicenda – di condannare all’oblio le opinioni di chi, su di noi, si è fatto, a torto o a ragione, ma dicendo la verità, un’idea che semplicemente non ci piace. Che un professionista, in piena società dell’informazione, davanti a un cliente – per di più suo paziente – che pubblica critiche del tipo “lavoro mal fatto, senza impegno e senza amore per la sua professione” o “Pessimo, assolutamente non idoneo a trattamenti di chirurgia estetica”, anziché fare autocritica non trovi niente di meglio da fare che correre davanti a un Giudice a domandare di trattare le parole altrui come carta straccia, da gettare di corsa nel tritacarta, è circostanza preoccupante. Probabilmente la volatilità tecnologica dei bit ci ha persuasi che le opinioni, le parole e le idee del prossimo valgano poco per davvero. Bene, dunque, hanno fatto i Giudici a ricordare che la critica è costituzionalmente garantita e che ci vuol ben altro che il rammarico di un chirurgo per qualche recensione poco lusinghiera – peraltro tra tante altre positive – per pretendere di veder cancellate, a colpi di spugna, le opinioni altrui.

·         L’Involuzione sociale e politica. Dal dispotismo all’illuminismo, fino all’oscurantismo.

Non è importante sapere quanto la democrazia rappresentativa costi, ma quanto essa rappresenti ed agisca nel nome e per conto dei rappresentati.

Dispotismo: dispotismo (raro despotismo) s. m. [der. di despota e dispotico]. – Governo esercitato da una sola persona o da un ristretto gruppo di persone in modo assolutistico e arbitrario, senza alcun rispetto per la legge. In particolare e detto Dispotismo illuminato, quello dei sovrani riformatori del 18° secolo, ispirato alle teorie politiche e filosofiche dell’illuminismo francese (esaltazione della Ragione, accettazione dell’assolutismo come forma di governo, ecc.). In senso estensivo e figurativo: autorità che si esercita in modo prepotente, oppressivo; atteggiamento ispirato a estremo autoritarismo, a noncuranza o a disprezzo degli altrui diritti.

La teoria di Montesquieu: Lo Stato e la suddivisione dei poteri.  La moderna teoria della separazione dei poteri viene tradizionalmente associata al nome di Montesquieu. Il filosofo francese, nello Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, fonda la sua teoria sull'idea che "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere". Individua, inoltre, tre poteri (intesi come funzioni) dello Stato - legislativo, esecutivo e giudiziario - così descritti: "In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati", perché “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. L'idea che la divisione del potere sovrano tra più soggetti sia un modo efficace per prevenire abusi è molto antica nella cultura occidentale: già si rinviene nella riflessione filosofica sulle forme di governo della Grecia classica, dove il cosiddetto governo misto era visto come antidoto alla possibile degenerazione delle forme di governo "pure", nelle quali tutto il potere è concentrato in un unico soggetto. Platone, nel dialogo La Repubblica, già parlò di indipendenza del giudice dal potere politico. Aristotele, nella Politica, delineò una forma di governo misto, da lui denominata politìa (fatta propria poi anche da Tommaso d'Aquino), nella quale confluivano i caratteri delle tre forme semplici da lui teorizzate (monarchia, aristocrazia, democrazia); distinse, inoltre, tre momenti nell'attività dello Stato: deliberativo, esecutivo e giudiziario. Polibio, nelle Storie, indicò nella costituzione di Roma antica un esempio di governo misto, in cui il potere era diviso tra istituzioni democratiche (i comizi), aristocratiche (il Senato) e monarchiche (i consoli). Nel XIII secolo Henry de Bracton, nella sua opera De legibus et consuetudinibus Angliæ, introdusse la distinzione tra gubernaculum e iurisdictio: il primo è il momento "politico" dell'attività dello Stato, nel quale vengono fatte le scelte di governo, svincolate dal diritto; il secondo è, invece, il momento "giuridico", nel quale vengono prodotte e applicate le norme giuridiche, con decisioni vincolate al diritto (che, secondo la concezione medioevale, è prima di tutto diritto di natura e consuetudinario). È però con John Locke che la teoria della separazione dei poteri comincia ad assumere una fisionomia simile all'attuale: i pensatori precedenti, infatti, pur avendo individuato, da un lato, diverse funzioni dello Stato e pur avendo sottolineato, dall'altro lato, la necessità di dividere il potere sovrano tra più soggetti, non erano giunti ad affermare la necessità di affidare ciascuna funzione a soggetti diversi. Locke, nei Due trattati sul governo del 1690, articola il potere sovrano in potere legislativo, esecutivo (che comprende anche il giudiziario) e federativo (relativo alla politica estera e alla difesa), il primo facente capo al parlamento e gli altri due al monarca (al quale attribuisce anche il potere, che denomina prerogativa, di decidere per il bene pubblico laddove la legge nulla prevede o, se necessario, contro la previsione della stessa).

La Teoria di Voltaire: Tolleranza e Libertà di manifestazione del pensiero. La libertà di esprimere le proprie convinzioni e le proprie idee è una delle libertà più antiche, essendo sorta come corollario della libertà di religione, rivendicata dai primi scrittori cristiani nel corso del II-III secolo e, successivamente, durante i conflitti tra cattolici e protestanti (XVI-XVII secolo). D’altra parte, essa è stata sollecitata anche dai grandi teorici della libertà di ricerca scientifica (basti pensare a Cartesio o a Galileo) e della libertà politica (ad esempio, Milton), nonché, successivamente, dagli stessi filosofi del XVIII e del XIX secolo (Voltaire, Fichte, Bentham, Stuart Mill). Va detto, comunque, che soltanto in alcuni documenti costituzionali si parla di libertà di manifestazione del pensiero (art. 8 Cost. Francia 1848; art. 21 Cost.), laddove in altri testi si preferisce utilizzare l’espressione libertà di opinione (art. 11 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino francese 1789; art. 8 Cost. Francia 1814; art. 7 Cost. Francia 1830; tit. VI, art. IV, par. 143, Cost. Francoforte 1849; art. 118 Cost. Germania 1919; art. 5 Legge fondamentale Germania 1949; art. 20 Cost. Spagna 1978; art. 16 Cost. Svizzera 1999), libertà di parola (I emendamento Cost. U.S.A. 1787) o libertà di stampa (art. 18 Cost. Belgio 1831; art. 28 Statuto albertino).

La Teoria di Voltaire. Voltaire non credeva che la Francia (e in generale ogni nazione) fosse pronta a una vera democrazia: perciò, non avendo fiducia nel popolo (a differenza di Rousseau, che credeva nella diretta sovranità popolare), non sostenne mai idee repubblicane né democratiche; benché, dopo la morte, sia divenuto uno dei "padri nobili" della Rivoluzione, celebrato dai rivoluzionari, è da ricordare che alcuni collaboratori e amici di Voltaire finirono vittime dei giacobini durante il regime del Terrore, tra essi Condorcet e Bailly). Per Voltaire, chi non è stato "illuminato" dalla ragione, istruendosi ed elevandosi culturalmente, non può partecipare al governo, pena il rischio di finire nella demagogia. Ammette comunque la democrazia rappresentativa e la divisione dei poteri proposta da Montesquieu, come realizzate in Inghilterra, ma non quella diretta, praticata a Ginevra. Nel Trattato sulla tolleranza il filosofo denuncia le conseguenze dell’intolleranza e si scaglia, in particolare, contro il cristianesimo. Secondo Voltaire bisogna abbandonare il fanatismo delle religioni storiche e abbracciare unicamente una religione razionale che si basi sull’obbedienza a Dio e sull’esercizio del bene. Essere tolleranti significa, per Voltaire: accettare la diversità e le comuni fragilità, rifiutare la tortura e la pena di morte e abbracciare una fede pacifista e cosmopolita. L'idea di tolleranza di Voltaire. Tutta la polemica di Voltaire contro le ingiustizie sociali, la superstizione, il fanatismo è esemplificata nella sua difesa del principio della tolleranza. Nella sua opera più importante, il Trattato sulla tolleranza, infatti, il filosofo parte da un fatto di cronaca (un processo concluso con la condanna a morte di un protestante di Tolosa) per denunciare globalmente le conseguenze dell’intolleranza, ed in particolare si scaglia contro il cristianesimo. «I cristiani sono i più intolleranti degli uomini», o «la nostra (religione, n.d.r) è senza dubbio la più ridicola, la più assurda e la più assetata di sangue mai venuta a infettare il mondo» scrive.  Ma la sua requisitoria è diretta contro tutte le religioni storiche che hanno tradito il loro comune nucleo razionale, fatto di alcuni principi semplici e universalmente condivisi e, attraverso l’istituzione di dogmi e riti particolari, si sono macchiate di ogni tipo di crimine (dalle guerre alle persecuzioni). Abbandonare dunque il dogmatismo e abbracciare una religione spogliata dei suoi tratti esteriori e deleteri perché: «il deista non appartiene a nessuna di quelle sette che si contraddicono tutte… egli parla una lingua che tutti i popoli intendono… egli è persuaso che la religione non consiste né nelle opinioni di una metafisica incomprensibile, né in vane cerimonie, ma nell’adorazione e nella giustizia. Fare il bene è il suo culto: obbedire a Dio è la sua dottrina». L’uomo deve accettare la diversità, i diversi punti di vista, in quanto, secondo Voltaire, essere tolleranti significa accettare le comuni fragilità: «Siamo tutti impastati di debolezze e errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura… Chiunque perseguiti un altro suo fratello, perché non è della sua opinione, è un mostro». La tolleranza deve animare qualunque tipo di potere politico e Voltaire si scaglia, quindi, anche contro l’uso della tortura e della pena di morte. Allo stesso modo attacca l’uso della religione per giustificare le guerre e rigetta il nazionalismo in nome di una fede cosmopolita.  La celebre frase: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo», a cui è legato indissolubilmente il nome di Voltaire, in realtà non fu mai pronunciata dal filosofo. Appartiene, infatti, ad una saggista (Evelyne Beatrice Hall) che scrisse e ricostruì la vita e le opere di Voltaire. Ciononostante, sicuramente le prese di posizione del filosofo in merito non scarseggiarono e, anche nella sua vita privata, soffriva profondamente delle conseguenze dell’intolleranza degli uomini. Ogni anno, infatti, dedicava un giorno al lutto e all’astensione da qualunque attività: il 24 agosto, anniversario della notte di San Bartolomeo (una strage compiuta nel 1572 dalla fazione cattolica ai danni dei calvinisti parigini), si dice che aggiornasse la sua casistica dei morti nelle persecuzioni religiose arrivando a contarne 24/25 milioni. Ma la sua personalità non fu esente da contraddizioni: si batteva contro le guerre e il pacifismo ma faceva affari lucrosi nel campo dei rifornimenti all’esercito; era un paladino della tolleranza ma intrattenne degli accesissimi diverbi con l’illuminista Rousseau che screditavano la validità di tale principio; infine, celebri furono le prese di posizione sull’inferiorità degli africani rispetto a scimmie e elefanti, oltre che all’uomo bianco.

La Teoria di Rousseau: La democrazia diretta come contratto sociale e la capacità del popolo libero a gestirla. A livello politico Rousseau parte da un presupposto sociologico: lo Stato moderno che sta nascendo e la borghesia che continua a governare stanno diventando incompatibili tra loro, scrive F Occhetta. Così per dare un senso all’uomo e alla società ritiene utile partire da un’ipotesi logica che, pur non essendosi realizzata nella storia, ne costituisce il fondamento. Il punto di partenza è costituito, secondo lo schema classico del giusnaturalista laico, dallo stato di natura, che costituisce lo scenario a partire dal quale è possibile interpretare la storia stessa. I processi politici e i sistemi istituzionali sono per Rousseau il modo di «governare» cittadini, che associandosi perdono la loro bontà naturale. Cultura e natura sono in tensione nel pensiero del ginevrino. L’immagine che usa è quella di un’arma pericolosa in mano a un bambino, per questo nei suoi scritti si incontra spesso una proporzione: l’uomo di natura sta alla bontà come l’uomo civilizzato sta alla corruzione. Gli uomini di natura possiedono solo due princìpi anteriori alla loro ragione: l’amore di sé e la pietà mentre l’uomo sociale è egoista e solo, il desiderio di apparire migliore degli altri lo porta ad essere invidioso e falso. Nello stato di natura, però, si radica un’altra contraddizione. Se, per gli illuministi la natura rappresentava un oggetto che la ragione analizzava «per Rousseau la natura rappresenta invece una realtà che non va vivisezionata con la ragione, ma prima di tutto amata e compresa col sentimento». La priorità del cuore sulla ragione, che porta a riconoscere la natura come buona, faranno di Rousseau un «illuminista pre-romantico». Basta poco però per perdere questo status ideale. Appena l’uomo isolato incontra altri uomini per associarsi, perde la sua bontà ed è costretto a fondare un patto iniquo. Questa svolta nella storia dell’umanità è per Rousseau la nascita della proprietà, che egli considera il vero male della storia e definisce con la nota immagine del palo: «Il giorno in cui un uomo ha piantato un palo e ha detto “questo è mio”, е gli altri uomini sono stati cosi ingenui da non strappare quel palo, dicendo “non c’è né mio né tuo”, in quel momento è cominciata la degenerazione della Storia». Le dottrine comuniste esaspereranno questa posizione. Se la natura umana è stata corrotta dallo sviluppo della civiltà e in particolare dall’introduzione della proprietà privata, ci chiediamo: come può essere rieducato l’uomo alla libertà? Qui tocchiamo un punto decisivo: «Per Rousseau la libertà non può che essere sociale: l’uomo è libero solo tra uomini liberi. La liberazione dell’uomo non può che essere frutto di un impegno solidale. Е la socialità che, secondo Rousseau, va riscoperta attraverso l’educazione, costituisce il primo dover essere dell’uomo. La libertà е l’uguaglianza ne costituiscono i frutti preziosi». In verità nel pensiero di Rousseau ciò che salva è una solitudine radicale: «Il “selvaggio” non tiene in alcun conto gli sguardi degli altri sa essere felice indipendentemente dagli altri e vive in se stesso. “L’uomo civilizzato” vive proiettato sempre fuori di sé, nell’opinione degli altri e deriva dagli altri la stessa coscienza della propria esistenza». Ma se gli uomini non si stimano né si aiutano, non si riconoscono reciproci e perdono la loro felicità incontrandosi, su che cosa basano la loro convivenza? Questi presupposti di natura antropologica e sociologica iniziano qui a creare problemi. Ritenere che la società sia la causa dei contrasti tra gli uomini (e non l’effetto) significa ritenere che le ineguaglianze date dalle diverse capacità e dall’appartenenza sociale prendono il posto dell’uguaglianza dello stato di natura. Ma c’è di più: «Le differenze naturali si trasformano in disuguaglianze morali e al tempo stesso gli uomini si riconoscono come individui. Per mezzo dell’opinione degli altri acquistiamo un’identità personale, ma diventiamo anche schiavi dell’opinione». La via d’uscita è di carattere morale e risiede nella capacità che ciascuno dovrebbe avere di rieducarsi alla libertà, facendo nascere il contratto sociale che è un «dover essere della coscienza», un’esigenza deontologica capace di recuperare i valori perduti dello stato di natura, quando l’uomo era buono. Ma c’è di più. Gli studi di questi ultimi anni dedicati al profilo psicologico del pensiero di Rousseau sostengono — con le dovute riserve — che la sua solitudine, il suo narcisismo e il suo masochismo siano stati le cause che lo portarono a teorizzare il «buon selvaggio» — figura letteraria già presente nel pensiero di Montaigne —, vittima innocente della società, e l’Emilio, la vittima innocente dell’educazione. In verità l’attualità del suo pensiero tocca il significato filosofico della «volontà generale» che è chiamata a guidare lo Stato per conseguire il bene comune. Secondo Rousseau la sovranità si poteva esprimere soltanto in un corpo collettivo, inalienabile e indivisibile. In questo meccanismo logico risiede l’ideologia democratica di Rousseau. Quali sono le condizioni che devono sussistere per far sì che uno Stato sia democratico? Lo Stato diventa nel pensiero di Rousseau la via di uscita politica per porre rimedio ai due grandi male sociali: quello di incontrare altri uomini in società e quello della disuguaglianza creata dalla proprietà privata. Il problema è dunque politico, e non antropologico. Il male non è mai all’interno dell’uomo ma nelle strutture politiche, che devono quindi essere riformate e cambiate. Non occorre una conversione morale e una nuova auto-comprensione dell’umano, ma è necessaria la trasformazione delle strutture politiche. In questa visione si concentra tutta la debolezza della proposta politica di Rousseau. La dimensione religiosa che potrebbe cambiare il cuore dell’uomo, insegnargli a distinguere il bene dal male e a conoscere Dio, per Rousseau deve essere invece legata alla politica che diventa per l’uomo la vera religione. Sono dunque le strutture politiche che dovrebbero essere «convertite» per espellere il male dalla storia, non gli uomini che le governano. Costruire lo Stato dunque diventa per il pensiero del ginevrino un atto religioso che non tocca il cuore del cittadino. Per questo alcuni studiosi sono inclini a ritenere che Rousseau secolarizzi il pensiero teologico introducendo l’idea di democrazia moderna. La democrazia, che si fonda sul contratto sociale, diventa in Rousseau lo strumento di redenzione e liberazione dal male; i cittadini non cedono la loro libertà e i loro diritti a un sovrano come riteneva Hobbes, ma alla collettività che li farà ritrovare insieme a tutti gli altri cittadini. Così la democrazia è per Rousseau quella forma di Stato in cui il popolo è allo stesso tempo sovrano e suddito. Per realizzare questa intuizione la sovranità deve essere esercitata direttamente dal popolo tramite procedure che garantiscano il principio di l’autodeterminazione dei singoli che devono realizzare il programma definito dall’interesse generale.  L’ambito si sposta dal teologico al teleologico. In origine c’è una situazione buona (lo stato di natura), segue una caduta (la nascita della proprietà), ne consegue che per redimersi l’uomo deve far nascere lo Stato democratico. Della redenzione non ha bisogno l’uomo, perché è buono, ma la politica, perché il male della storia, che si radica nella proprietà, appartiene alla sfera giuridica. Proprio qui però si radica la seconda contradizione del suo pensiero: tutti possono esercitare i diritti di tutti; e se questi non sono concordi? Che cos’è in realtà la «volontà generale» su cui si sono fondate le moderne democrazie? È formalmente la guida dello Stato democratico, quella che il bene comune della collettività e che si distingue dalla volontà di tutti. La maggioranza va distinta dalla minoranza e la sua volontà coincide tendenzialmente con la volontà generale. Questa è rappresentata della «classe media», non da intendere come la classe borghese, ma quella che in una votazione si determina togliendo le parti estreme. L’interpretazione di questa scelta ha portato ad applicazioni storiche opposte: il pensiero liberal democratico ha fatto coincidere la volontà della maggioranza con la volontà generale; i totalitarismi e le dittature come quelle di Napoleone e di Marx, hanno ritenuto che la volontà generale venisse intuita da personalità carismatiche. Nel pensiero di Rousseau è mancato un ponte che collegasse la vita privata dell’uomo, la dimensione, per lui importante, della coscienza e dei buoni sentimenti, con la costruzione della città. È forse questa l’urgenza di cui hanno bisogno le moderne democrazie per riformarsi. A questo riguardo diventano preziosi due insegnamenti del ginevrino. Il primo è contenuto nell’Emilio, quando Rousseau ricorda che si può vivere in due modi, recitando una parte e privandosi di vivere autenticamente, come fanno gli attori di teatro; oppure vivere e lasciarsi vivere come in una festa quando ciascuno diventa se stesso. Il fine della politica poi lo richiama nella sua Lettera a d’Alambert: «Possano i giovani trasmettere ai loro discendenti le virtù, la libertà, la pace che hanno ricevuto dai loro padri!». «La ricerca del proprio vantaggio a spese degli altri è qualche volta temperata dalla pena che proviamo nel vedere gli altri soffrire. Prima che l’amor proprio sia interamente sviluppato, la pietà naturale agisce come un freno all’ardore con cui gli uomini perseguono il proprio benessere […].

La teoria di Cesare Beccaria: Certezza del Diritto e Pene certe, ma non crudeli. Scritto da Library.weschool.com. L’Illuminismo lombardo, in stretto rapporto con quello francese ma consapevolmente non rivoluzionario e di orientamento moderato, si sviluppa nell’alveo del riformismo di Maria Teresa d’Austria (1717-1780) e Giuseppe II (1741-1790). I punti caratterizzanti sono allora quellli del riordino generale del sistema economico-giuridico del tempo (in accordo con le necessità della nascente borghesia imprenditoriale, e contro l’immobilisimo del sistema aristocratico), la polemica contro la tradizione culturale dei secoli passati, l’idea che gli intellettuali debbano collaborare attivamente al progresso collettivo della società. In ambito letterario, rilevante è la preferenza per toni sobri ed eleganti, in reazione agli eccessi della poetica barocca; tra i nomi più direttamente avvicinabili a questi propositi riformistici, ci sono sicuramente Giuseppe Parini (1729-1799; si pensi all’ode La caduta o al poemetto Il Giorno), le commedie teatrali di Goldoni (1807-1793), le tragedie di Alfieri (1749-1803). I maggiori esponenti dell’Illuminismo lombardo sono innanzitutto, oltre a Cesare Beccaria, i fratelli Alessandro (1741-1816) e Pietro Verri (1728-1797) attivi animatori di battaglie amminsitrative e legislative e della vita culturale milanese. Due gli organi per sostenere questo disegno di riforma civile: da un lato l’Accademia dei Pugni, istituzione culturale fondata a Milano nel 1761 dei fratelli Verri, Beccaria ed altri intellettuali illuminati milanesi che si fa portavoce di un gusto moderno, anticonvenzionale ed antitradizionalista; dall’altro il periodico «Il Caffè» (1764-1766) che, ispirandosi all’inglese «Spectator», diffonde gli ideali dell’Illuminismo, come quando sostiene la necessità di una nuova lingua dell’uso, agile e moderna, sull’esempio dei principali modelli europei.Particolare risalto per l’Illuminismo italiano ha l’esperienza letteraria, culturale e politico-economica di Cesare Beccaria. Di famiglia di recente nobiltà, Beccaria studia presso i gesuiti e in seguito si diploma in diritto a Pavia, e, dopo essere divenuto membro dell’Accademia dei pugni, pubblica nel 1764 il saggio Dei delitti e delle pene, composto sulla spinta e l’attiva collaborazione dell’amico Pietro Verri. In pochi anni, grazie anche ad una traduzione in francese del 1766, l’opera conquista fama in tutta Europa, tanto di divenire un punto di riferimento anche per gli illuministi francesi, nella cui corrente di riflessione sui fondamenti del diritto moderno (si pensi a Montesquieu e alla teoria di divisione dei poteri, Helvétius, Rousseau e il suo Contratto sociale) i Dei delitti e delle pene si inserisce pienamente. In seguito al successo dell’opera Beccaria si reca a Parigi con Alessandro Verri per stringere i rapporti con i philosophes, ma, sopraffatto dalla nostalgia, l’autore resta nella capitale francese solo qualche settimana per poi tornare in Italia, provocando reazioni derisorie e una brusca rottura nel rapporto con Pietro Verri. Mentre Dei delitti e delle pene si diffonde per il mondo, a Milano Beccaria vive in solitudine, dedicandosi all’insegnamento di economia e collaborando con il governo austriaco per un disegno di riforma fiscale. Beccaria muore nel 1794. Tra le sue opere ricordiamo anche Del disordine e de’ rimedi delle monete nello stato di Milano nel 1762 (1762), primo scritto pubblicato che suscita svariate polemiche; le Ricerche intorno alla natura dello stile (1770), legate alle riflessioni sull’incivilimento della società, in cui collega lo studio dello “stile” alla scienza dell’uomo, rifacendosi al sensismo; e gli Elementi di economia politica, raccolta delle sue lezioni, pubblicata postuma nel 1804. La portata rivoluzionaria del saggio di Beccaria Dei delitti e delle pene (1764) è giustificata dal fatto che questo scritto getta alcune basi fondamentali del diritto moderno. Dei delitti e delle pene nasce all’interno del clima dell’Accademia dei Pugni, su espressa indicazione di Pietro Verri, che mette ampiamente mano alla prima stesura sia correggendola sia modificandone l’assetto. L’ordinamento finale dell’opera sarà ulteriormente modificato da André Morrellet (1727-1819), in occasione della traduzione francese due anni dopo la prima pubblicazione. L’opera, sull’onda di quei principi filosofici ed etici riscontrabili in Montesquieu e Rousseau, si sviluppa come un’articolata riflessione sulla natura e i principi della punizione inferta dalla legge a chi abbia commesso qualche reato: Beccaria tematizza quindi non sul rapporto causale tra “delitto” e “pena”, ma sulla natura filosofica e sul concetto stesso di “pena” all’interno di una società umana. Beccaria ritiene infatti che la vita associata sia rivolta al conseguimento della felicità del maggior numero di aderenti al “contratto sociale” e che le leggi siano la condizione fondante di questo patto; dati questi presupposti è evidente che le peneservano a rafforzare e garantire queste stesse leggi, ed è sulle pene e sulla loro applicazione che si concentra quindi l’opera di Beccaria. Scrive così nell’introduzione all’opera: Le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo più che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità divisa nel maggior numero. Le pene sono dunque finalizzate sia adimpedire al colpevole di infrangere nuovamente le leggi, sia a distogliere gli altri cittadini dal commettere colpe analoghe. Le pene vanno allora scelte proporzionatamente al delitto commesso e devono riuscire a lasciare un’impressione indelebilenegli uomini senza però essere eccessivamente tormentose o inutilmente severe per chi le ha violate. Il tema si lega strettamente al decadimento della giustizia al tempo dell’autore, ancora legata all’arretrata legislazione di Giustiniano (il Corpus iuris civilis del VI secolo d.C.) e alla sua revisione per mano di Carlo V (1500-1558). La proposta riformistica di Beccaria vuole abolire abusi ed arbitri dipendenti, nell’amministrazione della giustizia, dalla ristretta mentalità aristocratica dei detentori del potere; secondo la prospettiva “illuminata” dell’autore una gestione più moderna del problema giudiziario non potrà che favorire, oltre che la tutela dei diritti individuali, anche il progresso dell’intera società (come nel caso delle osservazioni sulla segretezza dei processi o sul fatto che il sistema giudiziario presupponga la colpevolezza e non l’innocenza dell’imputato). La portata rivoluzionaria del discorso di Beccaria si evince in particolar modo dal discorso sulle torture, intese come uno strumento inefficace e perverso per ottenere un’illusione di verità; essendo il colpevole tale solo dopo la sentenza, le torture, utilizzate comumente come mezzo finalizzato alla confessione, sono inutili e illegittime e rischiano di assolvere coloro che, essendo più robusti di costituzione riescono a resistervi, e condannare innocenti dal fisico più debole. L’esito dunque della tortura è un affare di temperamento e di calcolo, che varia in ciascun uomo in proporzione della sua robustezza e della sua sensibilità; tanto che con questo metodo un matematico scioglierebbe meglio che un giudice questo problema. Inoltre l’innocente è messo dalla tortura in una situazione peggiore di quella del reo, in quanto il secondo, se resiste, è dichiarato innocente, mentre il primo anche se è riconosciuto tale avrà comunque dovuto subire una tortura immeritata. Altrettanto centrale è il discorso sulla pena di morte, alla cui origine Beccaria non riesce a trovare un qualche fondamento di diritto. Evidente è che non può essere un potere dato dal contratto sociale, perché nessuno aderirebbe a un patto che dà agli altri il potere di ucciderlo. Oltre a questa considerazione Beccaria nota anche che l’esistenza della pena di morte non ha mai impedito che venissero commessi quegli stessi crimini per cui altri venivano giustiziati. Infatti fa più impressione vedere un uomo che paga per la sua avventatezza, che vedere uno spettacolo che indurisce ma non per questo corregge: Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto più funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Dati questi presupposti Beccaria parte dal principio che non sia l’intensità della pena a far effetto sull’immaginazione degli uomini, quanto la sua durata ed estensione. La pena non dev’essere cioè terribile e breve, quanto certa, implacabile ed infallibile. Inoltre la misura dei delitti deve essere il danno arrecato alla società e non l’intenzione, che varia in ciascun individuo, e scopo della pena deve essere sempre la prevenzione dei delitti.

L’illuminato pensiero di Cesare Beccaria. IL TRATTATO DEI DELITTI E DELLE PENE, segna l’inizio della moderna storia del diritto penale. Saggio scritto dall’illuminista milanese Cesare Beccarla (1738-1794) tra il 1763 e il 1764, in cui l’autore si pone delle domande circa le pene allora in uso.  scritto da G.M.S. il 3 Settembre 2016 su Umsoi. Nonostante il notevole successo e la vasta eco in tutta Europa (la zarina Caterina II di Russia mise in pratica i princìpi fondamentali della riforma giudiziaria in esso proposta, mentre nel Granducato di Toscana venne perfino abolita la pena di morte), nel 1766 il libro venne incluso nell’indice dei libri proibiti a causa della distinzione che vi si ritrova tra reato e peccato. L’autore afferma, infatti, che il reato è un danno alla società, a differenza del peccato, che, non essendolo, può essere giudicabile e condannabile solo da Dio. Alla base di questa distinzione sta la tesi secondo cui l’ambito in cui il diritto può intervenire legittimamente non attiene alla coscienza morale del singolo. Inoltre, per Beccarla non è “l’intensione” bensì “l’estensione” della pena a poter esercitare un ruolo preventivo dei reati, motivo per cui, fra l’altro, esprime un parere negativo nei confronti della pena capitale, comminando la quale afferma che lo Stato, per punire un delitto, ne compie uno a sua volta. E il diritto di “questo” Stato, che altro non è che la somma dei diritti dei cittadini, non può avere tale potere: nessuna persona, infatti, darebbe il permesso ad altri di ucciderla. Riprendendo i concetti roussoviani, Beccaria contrappone al principio del vecchio diritto penale “è punito perché costituisce reato” il nuovo principio “è punito perché non si ripeta”. Il delitto viene separato dal “peccato” e dalla “lesa maestà” e si trasforma in “danno” recato alla comunità. Sulla base della teoria contrattualistica, egli arriva a sostenere che, essendo il delitto una violazione dell’ordine sociale stabilito per contratto (e non per diritto divino), la pena è un diritto di legittima autodifesa della società e deve essere proporzionata al reato commesso. Le leggi devono in primo luogo essere chiare (anche nel senso di accessibili a tutti, cioè scritte nella lingua parlata dai cittadini) e non soggette all’arbitrio del più forte; non è giusto pertanto infierire con torture, umiliazioni e carcere preventivo prima di aver accertato la colpevolezza. Un uomo i cui delitti non sono stati provati va ritenuto innocente. L’accusa e il processo devono essere pubblici, con tanto di separazione tra giudice e pubblico ministero e con la presenza di una giuria. (Tuttavia per il Beccaria legittimo “interprete” della legge è solo il sovrano; il giudice deve solo esaminare se le azioni dei cittadini sono conformi o meno alla legge scritta). La stessa pena di morte va abolita in quanto nessun uomo ha il diritto, in una società basata sul contratto fra persone eguali, di disporre della vita di un altro suo simile. E’ impossibile allontanare i cittadino dall’assassinio ordinando un pubblico assassinio. Occorre che i cittadini siano messi in condizione di comportarsi nel migliore dei modi. La condanna capitale rende inoltre irreparabile un eventuale errore giudiziario. Il vero freno della criminalità non è la crudeltà delle pene, ma la sicurezza che il colpevole sarà punito.

I tre filosofi dell'Illuminismo. Da Comprensivocesari.edu.it. Charles de Montesquieu, un illuminista aristocratico, era favorevole a una monarchia costituzionale, sul modello di quella inglese. Egli sosteneva che i tre poteri dello Stato, cioè il potere legislativo (di fare le leggi), esecutivo (di applicarle) e giudiziario (di giudicare chi non le rispetta) non devono essere concentrati nelle mani di una sola persona. Per garantire la libertà politica ed evitare che pochi pravalgano su molti, è necessario che i tre poteri restino divisi e indipendenti. Questo principio, detto della separazione dei poteri, è accolto oggi dalle costituzioni di quasi tutti i Paesi. In Italia, ad esempio, il potere legislativo spetta al parlamento, cioè a rappresentanti del popolo liberamente eletti; il potere esecutivo al governo; quello giudiziario alla magistratura, costituita dall'insieme dei giudici. Per Jean-Jacques Rousseau, un filosofo di Ginevra, il potere dello Stato, cioè la sovranità, il potere di comandare, appartiene interamente al popolo, che è l'unico sovrano. Il principio della sovranità popolare, sta alla base delle moderne democrazie. Nelle democrazie moderne, come l'Italia, la sovranità popolare viene esercitata indirettamente attraverso i rappresentanti (deputati e senatori che formano il parlamento) scelti dal popolo e prende il nome di democrazia rappresentativa. Voltaire, il più famoso dei filosofi illuministi, non riponeva nel popolo alcuna fiducia ed era disposto ad accettare il governo di un sovrano assoluto, a patto che questi si dimostrasse "illuminato" e si lasciasse guidare non dal capriccio, ma dalla ragione, preoccupandosi dell'efficienza dello stato e del benessere dei sudditi. Molti sovrani europei sembrarono sensibili alle idee illuministe e attuarono nei loro Stati importanti riforme. Il loro sistema di governo prende il nome di dispotismo illuminato.

Il dispotismo illuminato. Le idee degli illuministi furono accolte da molti sovrani europei, come Federico II di Prussia, Maria Teresa d'Austria, la zarina Caterina II di Russia e, in Italia, Leopoldo, granduca di Toscana e Carlo III di Borbone, re di Napoli. Nella seconda metà del Settecento questi "despoti" (sovrani) introdussero delle riforme, cioè dei cambiamenti che avevano lo scopo di migliorare il loro Stato, rendendolo più efficiente e moderno. In Toscana, ad esempio, il granduca Leopoldo abolì la tortura e la pena di morte. Alcuni sovrani si preoccuparono di modernizzare l'agricoltura e combatterono l'analfabetismo, favorendo l'istituzione di scuole pubbliche laiche (cioè non religiose), tanto che l'istruzione pubblica ebbe un grande sviluppo. Questi "despoti illuminati" non cessarono di essere sovrani assoluti e spesso si proposero, molto più che il benessere dei sudditi, l'aumento del proprio potere ai danni della nobiltà e del clero, ossia i ceti privilegiati. Le idee illuministe si diffondono anche in Italia In Italia i centri illuministi più attivi furono due: Napoli e Milano. A Milano fu pubblicato un giornale intitolato "Il caffè", perchè si voleva che avesse sulla società lo stesso effetto stimolante che ha la bevanda sull'organismo umano. Del gruppo milanese faceva parte il marchese Cesare Beccaria, che nel 1764 pubblicò il saggio Dei delitti e delle pene, l'opera più importante e più famosa dell'Illuminismo italiano, in cui l'autore dimostrava l'inutilità della tortura e della pena di morte. Presto tradotto in molte lingue, il saggio contribuì a far modificare le leggi e i procedimenti giudiziari in alcuni Stati, fra cui il granducato di Toscana e l'impero austriaco.

Montesquieu, Rousseau e Voltaire - Storia e politica. Appunto di Filosofia che spiega e mette a confronto le varie idee politiche e etiche di tre esponenti dell'illuminismo: Montesquieu, Rousseau e Voltaire in relazione al clima storico. Elisa P. su skuola.net.

Montesquieu, Rousseau e Voltaire - Storia e politica. Gli illuministi erano grandi ammiratori del sistema liberale inglese, proponendolo come modello nel loro programma di riforme politiche per la Francia:

- libertà religiosa;

- Libertà di stampa;

- Abolizione dei privilegi fiscali;

- Limitazione dell'assolutismo regio.

VOLTAIRE - "Lettere filosofiche" (1734). Egli aveva fatto conoscere in Francia il sistema parlamentare inglese, rendendosi conto che la società civile francese era più arretrata di quella inglese e che l'eccessivo indebolimento della monarchia potesse degenerare in anarchia; Voltaire inoltre riponeva scarsa fiducia nelle masse popolari, poichè riteneva fossero soggette al dominio dell'ignoranza e della superstizione; per questo motivo un monarca assoluto, ma illuminato, poteva essere il migliore garante del rinnovamento della società. Egli identificava come possibili monarchi illuminati Federico II e Caterina di Russia.

ROUSSEAU. Rousseau aveva fatto inizialmente parte del movimento degli illuministi, ma a partire dal "Discorso sulle scienze e sulle arti" (1750) se ne era progressivamente allontanato. Nella sua opera egli respingeva l'idea di progresso e incivilimento (progresso verso migliori condizioni materiali di vita e costumi più raffinati e umani) e la contrapponeva con la visione di un'austera comunità repubblicana, nella quale le virtù morali e politiche contavano di più delle scienze, della tecnica e degli artificiosi raffinamenti dei costumi. Nel 1762 il filosofo pubblicò la sua opera politica più celebre e discussa "Il contratto sociale"; in esso proponeva un modello di Stato in cui il sovrano fosse tutto il popolo e le leggi derivassero dalla volontà generale del popolo. Inoltre Rousseau elabora il concetto di sovranità popolare che si riferiva alla capacità degli individui di cogliere l'unico interesse generale, liberandosi quindi dei loro egoismi. In un simile Stato gli organi del Governo erano al servizio dell' intera comunità. Venne anche elaborata anche la definizione di Stato democratico, in cui la proprietà privata doveva essere subordinata all'interesse generale.

MONTESQUIEU - "Lo spirito delle leggi" (1748). Montesquieu compì un esame comparativo delle diverse forme di Governo (repubblica, monarchia, dispotismo). Secondo lui il sistema di leggi di ciascun Paese ha uno spirito (logica interna); le leggi non sono solo il prodotto del legislatore, ma sono i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose. Egli voleva appurare se in Francia erano in atto processi che stavano trasformando la monarchia in dispotismo, questi processi dovevano essere fermati finchè si era in tempo;

il dispotismo appariva a Montesquieu come una forma di Governo tipica dei Paesi asiatici, dove era agevolato da tre fattori:

- l'enorme estensione;

- La fitta popolazione;

- La relativa semplicità delle strutture sociali.

Quando tra l'autorità del sovrano e la massa dei sudditi non esistono corpi intermedi dotati di autonomia, il dispotismo è un' evoluzione inevitabile. Tra le forze sociali intermedie, Montesquieu dava importanza a quelle magistrature supreme che erano i parlamentari. Nel momento in cui queste forze prendessero ogni potere, la monarchia sarebbe degenerata nel dispotismo; Montesquieu giudicava poco adatta per la Francia la forma di governo repubblicana; lo spirito repubblicano poteva solo realizzarsi in comunità territorialmente e demograficamente limitate, come Sparta e Roma nell' antichità. Dell'Inghilterra bisognava imitare la divisione dei poteri (la potenza statale così distribuita non sarebbe stata esposta al rischio dell'assolutismo) in tre funzioni diverse:

- la legislazione (Parlamento, l'emanazione di leggi generali);

- Il Governno (re e Governo, eseguire le leggi e occuparsi dell'alta politica);

- L'amministrazione della Giustizia;

La magistratura sarà pienamente indipendente dal potere del Governo, senza che nessuno dei tre poteri cerchi di usurpare le funzioni altrui, auspicava quindi una monarchia costituzionale.

Illuministi a confronto: Rousseau e Montesquieu. Giada.cofano (Medie Superiori) scritto il 12.04.17 su scuola.repubblica.it. L'illuminismo è un movimento di pensiero nato in Francia nel '700, sviluppatosi poi nel corso del secolo nel resto dell'Europa. Gli illuministi, collaborano insieme nello sviluppo delle idee, ma ognuno di loro pone un accento o una particolare attenzione su un aspetto, che viene quindi sviluppato in modo differente. 

Rousseau, inizialmente faceva parte del movimento illuminista, poi con la pubblicazione di "Discorso sulle scienze e sulle arti" nel 1750, se ne allontana progressivamente. Sostiene che le arti e le scienze nascano da un progressivo snaturamento della sensibilità primitiva e originale dell'uomo, con conseguente negativo sugli esiti dell'evoluzione storica. Ogni passo verso la civiltà comporta, nell'uomo, il nascere di bisogni artificiosi, che lo distraggono dalle cose essenziali e autentiche. Rousseau, facendo emergere una critica radicale, respinge l'idea di progresso e incivilimento e lo contrappone con la visione di un'austera comunità repubblicana. Ne "Il contratto sociale", propone un modello di Stato in cui il popolo è sovrano, e le leggi derivano dalla volontà popolare. Gli individui così facendo si liberano dall'egoismo tipico del loro essere, sviluppando nuove capacità collaborative nell'interesse generale. La storia non era corruzione <>. Ma <>, fissando il vincolo della proprietà privata, del possedere la terra, che in realtà, originariamente, appartiene a tutti. La disuguaglianza tra gli individui deve essere risolta attraverso la ridistribuzione delle ricchezze, quindi con la definizione di leggi uguali per tutti ed uno Stato democratico. 

Differente è invece la visione politica di Montesquieu, che individua nella monarchia costituzionale, un governo in cui i poteri non si sovrappongono, né entrano in contrasto tra loro. Attraverso un esame che compie sulle diverse forme di governo, Montesquieu comprende come le leggi siano, il risultato di una varietà di condizioni fisiche,meteorologiche, sociali e storiche e non semplicemente il prodotto della ragione pura o dell'istituzione arbitraria dei legislatori. Quindi il dispotismo che stava emergendo e affermandosi in Francia, tipico dei Paesi orientali, andava fermato tempestivamente. Il modello inglese che suggeriva la divisione dei poteri diviene per l'illuminista la migliore soluzione governativa. In ogni Stato la divisione consiste in <>. Non vi è libertà se questi tre poteri sono nelle mani di uno solo, o dello stesso organismo. Seguirebbero mancanza di controllo e abusi d'ogni tipo. Se il potere giudiziario è quello legislativo fossero uniti <>. Il principio della conservazione dei poteri è ancora oggi valido, e per noi contemporanei è una cosa scontata e ovvia. Ma nel '700 una tale riforma costituiva una sorta di conquista del potere politico, economico ed ideologico, da parte di una borghesia in fermento, cosciente della propria funzione sociale propulsiva. 

Montesquieu e Rousseau sono solo due dei tanti filosofi che in questo periodo storico, hanno espresso le proprie tendenze e dottrine politiche: al primo, teorico del liberalismo moderato, si contrappone il secondo, che attraverso il suo "contratto sociale" ispirerà l'azione della borghesia democratica.

Montesquieu, la libertà risiede nella separazione dei poteri. Barbara Speca su rivoluzione-liberale.it il 17 Agosto 2011. Il viaggio alle radici del Pensiero Liberale continua con Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu (1689-1755), un protagonista dell’Illuminismo europeo nella prima metà del XVIII secolo che occupa, ancora oggi, una posizione di straordinario rilievo nella storia del liberalismo soprattutto grazie al suo capolavoro, lo Spirito delle Leggi, un’opera monumentale, frutto di quattordici anni di lavoro e pubblicata anonimamente nella Ginevra di Jean-Jacques Rousseau, nel 1748. Due volumi, trentadue libri, una vera e propria enciclopedia del sapere politico e giuridico del Settecento, nonché un lavoro tra i maggiori della storia del pensiero politico. Avversario di ogni forma di oppressione dell’uomo sull’uomo, Montesquieu è il filosofo della moderazione e dell’equilibrio. A lui viene attribuita la teoria della separazione dei poteri che rappresenta uno dei princìpi necessari dello Stato di diritto e una condizione oggettiva per l’esercizio della libertà che per Montesquieu è “Il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono”. Sulla base dell’esempio costituzionale inglese, lo scrittore politico francese sostiene che l’unica garanzia di fronte al dispotismo risiede nell’equilibrio costituzionale di cui godono i paesi in cui i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sono nettamente separati e distinti, capaci di controllarsi a vicenda. “Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura, il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non esiste libertà; perché si può temere che lo stesso monarca o lo stesso senato facciano delle leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente. E non vi è libertà neppure quando il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo o da quello esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e sulla libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: poiché il giudice sarebbe il legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore. Tutto sarebbe perduto se un’unica persona o un unico corpo di notabili, di nobili o di popolo esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le risoluzioni pubbliche e quello di punire i delitti o le controversie dei privati”. L’idea che la separazione del potere sovrano tra più soggetti sia una maniera efficace per impedire abusi affonda le sue radici nella tradizione filosofica della Grecia classica. Platone ne La Repubblica sostiene l’autonomia del giudice dal potere politico. Aristotele, nella Politica, delinea una forma di governo misto denominata politìa, una condizione di equilibrio tra oligarchia e democrazia, o meglio, una democrazia temperata dalla oligarchia. Aristotele, per di più, distingue tre momenti nell’attività dello Stato: deliberativo, esecutivo e giudiziario. In tempi più recenti, nella seconda metà del Seicento, John Locke sostiene la necessità di affidare ciascuna funzione a soggetti diversi. Montesquieu apre però la strada alla politica moderna, perfezionando la teoria della separazione dei poteri già presente in Locke. Il giurista francese trasforma la sua ricerca scientifica e sociologica in un programma morale e politico: come strutturare un sistema di leggi che, nelle condizioni storiche date, produca il massimo di libertà.“La libertà politica è quella tranquillità di spirito che la coscienza della propria sicurezza dà a ciascun cittadino; e condizione di questa libertà è un governo organizzato in modo tale che nessun cittadino possa temere un altro”. Si può definire libera solo quella costituzione in cui nessun governante possa abusare del potere a lui affidato. Per contrastare tale abuso bisogna far sì che “il potere arresti il potere”, cioè che i tre poteri fondamentali siano affidati a mani diverse, in modo che ciascuno di essi possa impedire all’altro di oltrepassare il proprio limite, degenerando in tirannìa. La riunione di questi poteri nelle stesse mani, siano esse quelle del popolo o del despota, annullerebbe la libertà perché distruggerebbe la “bilancia dei poteri” che costituisce l’unica salvaguardia o “garanzia” costituzionale in cui risiede la libertà effettiva dei cittadini. Secondo Montesquieu“Una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica” e il dispotismo, anche se rappresenta una forma “naturale” di governo, è il pericolo supremo da evitare, in quanto una sola persona “senza né leggi né impedimenti trascina tutto e tutti dietro la sua volontà e i suoi capricci”. Montesquieu struttura un metodo di interpretazione delle leggi in cui scompare l’alternativa tra legge naturale universale e immutabile, di cui avevano parlato i giusnaturalisti, e l’incertezza o l’arbitrarietà delle leggi positive su cui, dai sofisti greci fino a Montaigne e Pascal, si basava il dubbio scettico sulla stabilità della giustizia umana. Montesquieu cerca di dimostrare come, nonostante la diversità e la complessità degli eventi, la Storia abbia un ordine e manifesti l’azione di leggi costanti in grado di superare i contrasti. Ogni Stato, a sua volta, ha le proprie leggi che non sono mai casuali o arbitrarie, ma strettamente condizionate dalla natura dei popoli stessi, dai loro costumi, dalla loro religione, addirittura dal clima. Montesquieu sostiene però che sia possibile stabilire, metodologicamente, i princìpi che regolano le leggi e ne determinano il carattere e la natura: le leggi, cioè, non si formano a caso, o secondo il capriccio di qualche individuo, ma seguono la direzione loro imposta da tutto un insieme di condizioni che è compito dello studioso indagare. Lo “spirito” delle leggi corrisponde all’anima dell’insieme di norme che regolano le relazioni umane nelle diverse società. Poiché tali norme variano nei diversi popoli, non è possibile valutarle in relazione a uno schema di princìpi dotati di validità assoluta, ma ne va chiarita caso per caso la dinamica interna, facendo uso di criteri costanti riconducibili all’esprit général che rappresenta il collante, il tessuto connettivo di ogni sistema giuridico, un principio non naturale e statico ma storicamente dinamico, di cui ogni legislatore deve tener conto. Il metodo di Montesquieu presuppone che i fenomeni sociali possano essere spiegati con leggi scientificamente rilevanti come quelle delle scienze naturali: le società umane, al pari di ogni essere vivente, sono sottoposte all’azione che deriva dall’intreccio delle situazioni e delle proprie caratteristiche fisiche e spirituali. Montesquieu tenta di organizzare il Diritto in categorie semplici alle quali ricondurre la grande varietà della struttura giuridica e sociale; mette in luce il grande ruolo assunto dalla Storia ed infine, sul piano politico, tenta di strutturare un modello pratico di società per salvaguardarla dai regimi dispotici. Seguendo le orme del Saggio sul governo civile di Locke, Montesquieu definisce le leggi “rap­porti necessari che derivano dalla natura delle cose” nonché manifestazione della ragione umana. In una società civile le leggi fungono da elementi regolatori in grado di mediare le tendenze individuali, in vista del perseguimento di un obiettivo comune. Dimostrato che il mondo fisico come il mondo dell’intelligenza dipendono da rapporti intrinseci alla loro stessa esistenza, Montesquieu esamina l’intreccio delle forze che agiscono nelle varie società storiche per sco­prire coerenze e discordanze delle istituzioni e delle leggi rispetto alla loro essenziale necessità, al loro “esprit”. Le leggi fondamentali dello Stato prescindono dal principio e dalla natura del governo che per Montesquieu può essere repubblicano, monarchico o dispotico, a seconda che vi prevalga il principio della virtù, dell’onore o della paura. La stabilità dello Stato dipende dal principio del governo e si basa sulla coerenza delle sue leggi. Nella situazione storica in cui le leggi si dimostrino aber­ranti dall’esprit général che le ha determinate e le sorregge è necessario individuare la natura e la ragioni dell’errore. Quando il principio si corrompe, le migliori leggi diventano distruttive. Il principio della democrazia, ad esempio, si corrompe quando la nazione perde lo spirito d’uguaglianza o lo interpreta arbitrariamente. Nel suo capolavoro Montesquieu si propone di estendere allo studio della società umana il metodo sperimentale per fissare dei “princìpi” universali volti ad organizzare logicamente l’infinita molteplicità delle usanze, delle norme giuridiche, delle credenze religiose, delle forme politiche e per formulare, infine, leggi obiettive secondo le quali si articola costantemente, sotto l’apparenza del caso, l’incostante comportamento degli uomini. Non rifiuta la concezione machiavellica della politica come forza, ma la integra con un’accurata analisi delle molteplici “cause” – storiche, politiche, fisiche, geografiche e morali – che operano negli eventi umani. Le leggi positive formulate da Montesquieu riguardano principalmente: il diritto delle genti (leggi che regolano i rapporti esistenti tra i vari stati); il diritto politico (leggi che regolano i rapporti tra Stato e società civile); il diritto civile (leggi che regolano i rapporti tra i componenti della società civile). Rinuncia comunque alla ricerca della miglior forma di Stato, cara alla letteratura utopistica, e tenta di stabilire, concretamente, le condizioni che garantiscono, nelle diverse forme di governo, l’optimum della convivenza civile: la libertà. Il suo realismo e relativismo si salda con un alto intento normativo: un invito alla razionalizzazione delle leggi e delle istituzioni.

DA MARX ALLA RIFONDAZIONE. Giovanni De Sio Cesari.

PREMESSA. Nel secolo scorso due grandi movimenti mondiali si sono confrontati su tutti i piani possibili: il socialismo e il capitalismo. Il socialismo (e il comunismo) parlava di uguaglianza, di giustizia sociale, di solidarietà, era dalla parte dei poveri e degli oppressi; il capitalismo (liberismo) invece esaltava la competizione, puntava sull'egoismo, era dalla parte dei potenti. Per questo i giovani, i poeti, gli intellettuali, tutti quelli che avevano a cuore le sorti dell'umanità inclinavano sempre verso il socialismo. Tuttavia alla fine del secolo il capitalismo (liberismo) si è dimostrato, potremmo dire “purtroppo”, la forma più adatta alla civiltà industriale: il socialismo in parte è confluito nel capitalismo stesso e nella sua manifestazione più coerente e radicale, il comunismo, si è dissolto. In particolare il comunismo marxista è stato, in positivo o in negativo, il protagonista della storia del secolo scorso: nel nostro secolo invece è sparito come grande movimento storico anche nei paesi che si dicono ancora comunisti (Cina, Viet-nam tranne forse Cuba e Nord Corea) ed è rimasto una aspirazione di piccole minoranze politicamente ininfluenti. Almeno per le prossime generazioni il socialismo può rimanere una bella e nobile ideale ma non ha nessuna possibilità di realizzazione nella realtà nei fatti. Per un secolo quasi quindi Marx è stato il punto sul quale il mondo si divideva fra quelli che lo sostenevano e quelli che gli erano contrari: adesso il suo pensiero è fuori della realtà politica ma può dare suggerimenti, spunti, idee. Succede per Marx come per Mazzini o per Voltaire: ai loro tempi divisero il mondo ma ora sono un patrimonio comune: non siamo più contro o a favore di Mazzini, come i nostri antenati, ma giudichiamo storicamente Mazzini (e i liberali) insieme ai loro avversari reazionari, qualche volta anche riabilitandoli (come i Borboni di Napoli). Però Mazzini e gli illuministi furono dei vincitori nella storia nel senso che le generazioni che vennero dopo di loro li acclamarono come propri maestri: la storia invece ha dato torto a Marx: le statue di Mazzini sono ancora ovunque ma non se ne vedono di Marx. Ma questo nulla toglie al fatto che il pensiero di Marx rimane uno dei fondamenti della nostra cultura e della nostra civiltà. Il termine di marxismo e di comunismo viene usato in molti significati diversi e tutti validi e non ha senso parlare di "vero" comunismo contrapposto a un "falso" comunismo: le parole importanti hanno sempre tanti significati diversi e non vi è certo un copyright sul termine. Si definiscono comunisti e marxisti Stalin e Troztski, Togliatti e i sessantottini, Mao e Deng Xiaoping, (attuale dirigenza cinese ). Fondamentale è la distinzione poi fra pensiero marxiano (proprio di Marx, d'altra parte con tante interpretazioni ) e il marxismo (cioè il movimento che si fa ad esso, estremamente vario). In questa lavoro intendiamo mostrare brevemente l’evoluzione dal pensiero proprio di Marx fino a certe posizioni della cosi detta Sinistra Alternativa (S.A.) diffusa in tutto il mondo occidentale che, benchè tagliata ormai fuori dalla possibilità di governo, tuttavia mantiene un suo seguito vivace e attivo nella vita politica.

MARX : LA SCIENZA. La teoria di Marx non era un semplice pauperismo, incentrato sulle idee di giustizia e umanità (socialismo utopistico) ma voleva essere una disanima scientifica. La sua opera fondamentale venne intitolata, non a caso. “il capitale” (non “il comunismo”) perchè Marx intendeva mostrare, attraverso una analisi scientifica dell’economia capitalista che essa necessariamente doveva dissolversi per le proprie contraddizione interne e strutturali , non superabili. In sintesi, senza scendere nelle argomentazioni tecniche, Marx legò la sua dottrina alla previsione "scientifica" che i ricchi sarebbero stati sempre più pochi e sempre più ricchi (borghesi) e i poveri sarebbero stati sempre più numerosi e sempre più poveri (proletari) con la sparizione del ceto medio e dei lavoratori indipendenti. Ma questa previsione non si è affatto verificata: anzi è avvenuto il contrario di quanto previsto da Marx. In tutti i paesi capitalistici il ceto medio si è esteso fino a comprendere la grande maggioranza della popolazione e i lavoratori indipendenti sono sempre più numerosi di quelli dipendenti. Non esiste quindi una lotta del proletariato contro la borghesia perchè le due classi, nel senso marxiano, non esistono più. Le minoranze povere come gli emarginati, i giovani disoccupati, le famiglie monoredditi, gli emigrati, sono cosa diversa dal proletariato marxiano. I lavoratori non si identificano più con i salariati proletari di Marx: la classe dei lavoratori ha cambiato profondamente i suoi i caratteri. In essa confluiscono gli operai e gli impiegati, i dipendenti e gli autonomi, i professionisti e gli artigiani e i piccoli imprenditori e anche i pensionati e disoccupati: praticamente la classe lavoratrice si identifica con la nazione nel suo insieme. Resterebbero fuori solo i grandi industriali: la lotta di classe consisterebbe allora nella nazionalizzazioni delle grandi imprese: la cosa è stata fatta nel passato e ha dato risultati cosi negativi e catastrofici che tutti ora vogliono fare le privatizzazioni: non sarebbe certo nell'interesse generale cioè dei lavoratori. La lotta di classe attualmente è un concetto privo di significato. Il pensiero di Marx aveva una valore scientifico nel significato moderno del termine cioè non nel senso di verità assoluta (come fu inteso nei suoi tempi e dallo stesso Marx) ma di ipotesi che andava verificata nei fatti. Nella scienza moderna, infatti, si riconosce che non si può giungere alla verità ultima e definitiva dei fenomeni, alla essenza cioè come nella scienza antica ma che le leggi scientifiche sono ipotesi che spiegano i fatti FINO AD ORA osservati. Poichè nel caso di Marx la previsione si è dimostrata errata evidentemente anche la teoria era errata, come avviene nel campo delle scienze. Ma il fatto che le previsione non si siano verificate non toglie al fatto che la teoria fosse scientifica: bisogna solo prendere atto che si tratta di una teoria superata , “falsificata”, come si dice, dai fatti. Essa comunque conserva una grande importanza culturale e costituisce pur sempre una delle componenti fondamentali della cultura moderna.

SOCIALISMO REALE: LA RELIGIONE. E poi venne nel ‘17 la Rivoluzione Bolscevica in Russia. In realtà si trattava di qualcosa di profondamente diverso da quanto previsto “scientificamente” da Marx. Non si trattava della crisi finale del capitalismo, dell’esplodere delle sua contraddizioni perchè il capitalismo in Russia era appena appena ai primi passi e l’economia era ancora sostanzialmente a carattere feudale. Non esisteva quindi una proletariato nel senso marxiano del termine ma una sterminata moltitudine di contadini intrinsecamente tradizionalisti, come avrebbe detto Marx. Soprattutto non insorgeva, per il comunismo, il popolo nel suo complesso ma una minoranza esigua di rivoluzionari di professione che affermavano, e credevano effettivamente, di essere la autocoscienza del popolo. La caduta del capitalismo era intesa da Marx come un processo spontaneo, irreversibile, sostanzialmente pacifico che sarebbe avvenuto quando i tempi sarebbero stati maturi. Non a torto si era detto che il “Capitale ” era il libro dei capitalisti: si aspettava il crollo ma fino a che esso non sarebbe avvenuto il capitalista poteva tranquillamente godersi la propria ricchezza fino al grande giorno della Rivoluzione: i capitalisti potevano tranquillamente credere in Marx. Ma la Rivoluzione Russa era qualcosa di radicalmente diverso. Tuttavia si affermò che era una strada nuova, non prevista, si pensò anche che era un caso che la Rivoluzione fosse scoppiata in Russia e ci si aspettava che essa fosse dilagata rapidamente nel mondo capitalistico occidentale in America, in Inghilterra, soprattutto nelle Germania della crisi del dopoguerra. Ma questo non avvenne: alla fine degli anni 30 apparve chiaro ed evidente che la rivoluzione comunista non si sarebbe estesa in tempi brevi fuori dalla Russia: di fatto essa poi si estese a paesi poveri ed arretrati come la Cina. Invece in Russia si impiantò il regime staliniano: si sospettavano dappertutto complotti capitalistici, spie delle nemici, una città assediata che esigeva il massimo della disciplina, monastica più che militare. Ma se i fatti avevano smentito la teoria scientifica marxiana, Il marxismo allora divenne allora una religione, la più grande religione del ‘900. Allora tanta parte dell’umanità credette veramente che il regime sovietico avrebbe portato al mondo intero prosperità, giustizia pace. E ci voleva davvero una grande fede per credere che dagli orrori staliniani potesse nascere la società comunista prefigurata da Marx che è come dire che l’inferno in terra avrebbe prodotto il paradiso in terra. Come pensare che un regime che aveva provocato carestie spaventose, che aveva mandato a morte la grande maggioranza dei propri stessi dirigenti in spaventosi processi farsa, che dappertutto aveva sparso il terrore come nessun altro nella storia, era premessa della liberta, della prosperità, della umanizzazione. Ma in tanti ci credettero e i Don Peppone di tutto il mondo pensavano “ha da venì baffone” come di colui che avrebbe finalmente estirpato dal mondo una volta per sempre la ingiustizia e la povertà. E in tanti, in milioni, sacrificarono a questa fede terrena la loro vita e anche la verità e l’evidenza. A un certo punto gli stessi regimi comunisti si resero conto della impossibilita di raggiungere la società preconizzata da Marx. Allora la prospettiva del comunismo marxiano viene allontanato indefinitivamente nel tempo, diviene in pratica una richiamo teorico ufficiale ma in realtà si abbandonò il progetto concreto di instaurarlo, almeno in un futuro prevedibile. Si passa allora a quello che viene definito “capitalismo di stato” e i paesi comunisti in qualche modo si omologano al resto del mondo. L’evidenza e la verità erano divenute troppo forti perchè potessero ancora essere ignorate. Crollò allora la fede nel socialismo reale degradato a capitalismo di stato e il grande sogno del comunismo si spense lentamente nelle masse di tutto il mondo, lasciando un grande vuoto. Il comunismo era rappresentato da Stalin e Togliatti, Mao o i Kmer rossi, da quel terzo dell’umanità che aveva abbracciato quel sistema che sembrava allargarsi all'Asia tutta, all'Africa, all'America Latina: "le campagne che assediavano le citta," si disse. Poi a un certo punto è stato detto che quello non era il "vero" comunismo marxista, si e' parlato di "strappo" (nel 68), di "esaurimento della spinta propulsiva". Poi quel sistema è imploso improvvisamente dappertutto per decisone unanime degli stessi dirigenti (fatto forse unico nella storia) fra la soddisfazione dei popoli. Nessuno si richiama ad esso ma si parla al più di una rifondazione mentre invece il modello liberistico non solo ha vinto la sfida ma ha preso dovunque il posto del comunismo (Cina, Russia, paesi dell'est).

LA RIFONDAZIONE : LA SETTA. Ma se i regimi comunisti ormai sono spariti o quasi dalla storia quella antica religione del comunismo non è affatto spenta: continua nei gruppi della Sinistra Alternativa, piccoli di numero ma estremamente attivi sul piano ideologico e delle manifestazioni politiche. Già negli anni 60, e poi soprattutto con la contestazione del 68, quaranta anni fa ormai, si disse che non era finito il comunismo marxista ma solo una sua deviazione che non aveva niente a che fare con il vero pensiero marxiano. Infatti quando si dissolsero i miti comunisti, la maggioranza dei comunisti con Berlinguer si posero come i “veri” democristiani (la definizione e’ di Pasolini) cioè quelli che volevano realizzare quello che i democristiani avevano promesso ma non realizzato e massima aspirazione il compromesso con DC stessa: la democrazia borghese divenne allora la democrazia e basta, il capitalismo divenne l’economia di mercato, e si fece lo strappo da "Mosca". Ma la minoranza combattiva e motivata invece voleva rifondare il comunismo su nuove basi che non fossero quelle del socialismo reale: continuò sempre a vagheggiare una società alternativa ma in modo sempre più confuso e vago. L'esigenza della rifondazione nasce dall'idea che il comunismo realizzato sia una cosa sostanzialmente diversa da quello che Marx intendeva: si dice qualcosa di vero ma si pone anche una grande questione che non può essere ignorata: perche mai tutti quelli che per due generazioni hanno detto, e sono stati universalmente creduti, di seguire Marx, perche mai tutti poi hanno costruito sistemi tanto diversi da quello marxista? Perche erano tutti dei malvagi, dei traditori opportunisti, spie della CIA? Chi mai ci crederebbero e comunque nello spirito di Marx sono le condizioni materiali e non la moralità degli uomini a fare la storia. Non si accetta la spiegazione più elementare: il pensiero di Marx era inattuabile e per questo chi ha cercato ostinatamente di attuarlo ha costruito qualcosa di diverso, ha creduto di portare il paradiso in terra ma ha invece costruito solo l'inferno in terra. Quando vi era il grande partito comunista guidato da Togliatti, il migliore, il discorso era chiaro: si contrapponeva alla democrazia borghese la dittatura del proletariato, al capitalismo la economia pianificata, all’America l’Unione Sovietica. L’alternativa attualmente proposta invece non si capisce bene “cosa” sia, con quali “mezzi” attuarla (la rivoluzione e la via elettorale sembrano ambedue escluse), soprattutto “quando” (non pare in questa generazione). Alla fine raccoglie consensi da un piccolissimo gruppo di appassionati e dai molti scontenti (voto di protesta). L’inquadramento della realtà non corrispondono a quello della gente (cioè di quelli (nella stragrande maggioranza) non particolarmente politicizzati): la gente ha il problema del mutuo, della precarietà, dell’aumento degli alimentari e la S.A. parla di Multinazionali, di Afganistan, della base di Vicenza, di fascismo. I modelli cioè sono quelli di un altra società ALTERNATIVA e non corrispondono a quelli della società attuale: in altre parole si tratta di una filosofia che vagheggia una società che non esiste e non di un discorso politico che indica i mezzi per operare in quella che c'è. I gruppi marxisti hanno quindi assunto l'aspetto di una setta che va sempre più rimpicciolendosi ma che resiste, coraggiosa e indomita. Come tutte le sette è chiusa in se, impermeabile al mondo esterno: ritiene che tutti gli altri, il 98% delle persone non ha capito nulla o che è corrotta, o che è succube di un inganno globale o della TV, che ogni avvenimento si spiega con il complotto dei capitalisti e della Cia. Afferma che la fine del mondo capitalistico è dietro l’angolo anche se poi se ne sposta continuamente la data come fanno i testimoni di Geova, sulla fine del mondo. Anche le parole assumono significati diversi da quelli comuni e compare un frasario oscuro, incomprensibili ai non adepti. Non avendo quindi proposte proprie, concrete ed effettive, ha sostenute le “buone” cause che però non c’entravano niente con il comunismo: il pacifismo il divorzio, i gay, l’anti consumismo. Per colmo di assurdo sostengono pure HAMAS che è quanto di più lontano si possa immaginare dal comunismo e dalla sinistra in generale. Tuttavia i gruppi marxisti della Sinistra Alternativa assolvono a una importante funzione nelle democrazie occidentali in cui sono comunque inseriti e partecipi: rappresentano infatti la voce dissenziente che mette in discussione i concetti dominanti, le prospettive condivise, la direzione stessa verso cui corre la società. Costituiscono quindi una riserva essenziale di pensiero critico che va oltre le prospettive immediate e realizzabili, di tenere aperta cioè una alternativa logica alla necessita del momento. Riveste cioè quelle caratteristiche che furono anche nella storia del passato proprie delle sette alle quali si devono anche molti sviluppi della civiltà e della cultura. Giovanni De Sio Cesari

Il nuovo fascismo: Liberale, Antifascista ed Europeista. Marco Gervasoni, 10 ottobre 2019 su Nicolaporro.it.  Caro Nicola, oggi il mio pezzo comincia a mo’ di lettera perché dobbiamo riconoscerci sconfitti. La nostra battaglia per la libertà, di parola prima di tutto, condotta fin dall’inizio da te, e da noi tutti, è persa. Me lo confermano due recenti fatti. Uno, di cui scrive Azzurra Barbuto su Libero del’8 ottobre: un insegnante livornese accusata di razzismo, e richiamata dai superiori, per aver proposto in classe un’esercitazione in cui si contrapponevano le ragioni dei favorevoli a quelle dei contrari all’immigrazione, senza prendere posizione. Come ha osato? Sarebbe come se nella Germania nazista si fronteggiassero le ragioni dei nazisti a quelle degli altri: l’accusa di essere ostile al Fuhrer sarebbe scattata subito. O come se in uno qualsiasi dei regimi comunisti si opponessero le ragioni del marxismo-leninismo a quelle degli altri: insegnante buttata fuori subito in quanto “traditrice del popolo”. Secondo fatto, da La Verità del 9 ottobre: i verdi italiani, riunitisi in una cabina telefonica, chiedono formalmente ai giornali e alle Tv di non ospitare le ragioni degli scienziati negazionisti: quelli che non credono alla (balla) della emergenza climatica. Non si capisce quale ritorsione i gretini nostrani minaccino, per i reprobi che continuino a pubblicare, ad esempio, Franco Battaglia. Ma l’avvertimento è lanciato. Di fronte a tutto ciò dobbiamo dichiararci sconfitti. E in nome del “nuovo umanesimo” professato da Giuseppi e i suoi fratelli (nel doppio senso) dobbiamo essere costruttivi. Ecco alcune proposte. Gli insegnanti di ogni grado, dai nidi all’università, dovranno rispettare i valori del SELA (Stato Etico Liberale Antifascista) che sono: 1) l’Antifascismo (che non abbisogna di spiegazioni, esso è, come l’Essere parmenideo); 2) l’immigrazione è positiva e gli immigrati (tutti profughi) sono intrinsecamente buoni, ci arricchiscono sia materialmente che spiritualmente; 3) l’emergenza climatica è un dogma inoppugnabile; 4) l’Europa è la nostra patria, le nazioni e i confini non esistono, l’Euro ci ha reso tutti più ricchi e felici. Gli insegnanti sono obbligati, al di là delle loro materie, a insistere sempre su questi valori e a ribadirli durante le ore di lezione: quindi avremo la Letteratura Liberale, la Matematica Liberale, il Disegno tecnico Liberale, la Musica liberale, e via dicendo. Apposite ore saranno tuttavia riservate per l’insegnamento della MLAE (Mistica Liberale Antifascista Europeista). Qualsiasi insegnante sia colto a mettere in dubbio questi valori sarà immediatamente licenziato ed eventualmente deferito al TDRLA (Tribunale per la Difesa della Razza Liberale Antifascista). Sarà fatto divieto agli insegnanti di mettere in dubbio i valori del SELA anche sui social, che saranno controllati da un‘apposita commissione del Ministero della Educazione Liberale Europeista. Chiunque anche solo ponga un like su post contrari ai valori del SELA sarà licenziato. Ma poiché il privato è pubblico e il pubblico è privato, grazie ai sistemi di ricognizione facciale e alle tecnologie introdotte dalla Cina comunista (un modello per il SELA), l’insegnante sarà licenziato anche se dovesse dubitare dei valori Liberali Antifascisti Europeisti in piscina o al bar. Sui pensieri, si sta lavorando, ma anche qui con l’apporto di Pechino si stanno facendo passi avanti. Per quanto riguarda invece i giornalisti, chiunque voglia scrivere su testate cartacee, on line o in tv o in radio dovrà possedere la tessera dell’OGLE (Ordine dei Giornalisti Liberali Europeisti). Qualsiasi giornale ospitasse pezzi scritti da estranei all’Ordine sarà chiuso. Ogni pezzo sarà comunque preventivamente controllato dal Ministero della Cultura Liberale Antifascista, ricordato più speditamente come MINCULA (senza apostrofo). Il MINCULA provvederà, attraverso appositi algoritmi, a modificare e a riscrivere pezzi che mettano in dubbio i valori del SELA. E’ chiaro che alla quinta modifica di pezzo nel corso di un mese, il MINCULA farà chiudere il giornale. Tutto questo, oltre che estremamente Liberale Antifascista ed Europeista, mi sembra anche nuovo per il nostro paese. O no? Marco Gervasoni, 10 ottobre 2019

GENERAZIONE Z 2. Carole Hallac per “la Stampa”il 9 ottobre 2019. Addio Millennials. All' Advertising Week di New York i riflettori sono puntati sui Gen Z, il gruppo demografico più influente del pianeta, e che entro il 2020, rappresenterà 2.56 miliardi di individui e conterà il 40% dei consumatori. Chi sono i Gen Z? Nati dopo il 1996, sono la prima generazione di «social natives», e usano in maniera istintiva e naturale i social media. Bombardati da continue informazioni, la curva per attirare la loro attenzione è di soli otto secondi, ma possono guardare Netflix per ore. Passano di media nove ore al giorno davanti allo schermo, quattro di queste facendo diverse cose allo stesso tempo in quanto abilissimi al multitasking. Per loro, mondo virtuale e quello reale sono realtà complementari, e alcuni considerano Alexa parte della famiglia. Sono diffidenti verso la classe dirigente, e più sovversivi dalle generazioni precedenti, capaci con un tweet di mobilitare un boicottaggio o creare un movimento per una causa a cui credono. La «we generation» I Gen Z si distinguono dai Millenials, considerati la generazione dell'«io», per essere quella del «noi» e usano i social media per creare comunità e non solo connessioni individuali. Pensano al noi in senso globale, non solo al proprio cerchio di amicizie, e sono sensibili al benessere collettivo. Negli Stati Uniti, il 51% appartiene a gruppi di minoranze, una diversità che vogliono celebrare. Questo vale anche per l' orientamento sessuale: solo due terzi si considera eterosessuale, e sin da piccoli, rigettano la divisione binaria spronando Mattel a introdurre una bambola no gender. Hanno a cuore l' eco sostenibilità, scegliendo brand e aziende che considerano etici (70%), sia per gli acquisti che quando entrano nella forza lavoro. Desiderio di autonomia Grazie all' uso delle risorse online, in particolare YouTube, i Gen Z hanno l' abilità di auto educarsi e ritenere un grande numero di informazioni. «Maturano sia fisicamente che mentalmente prima delle altre generazioni - spiega Monica Dreger, VP di Mattel - e ora sono parte delle decisioni importanti in famiglia, come l' acquisto di una casa o di una macchina». Il desiderio di autonomia spinge molti a lasciare gli studi dopo il liceo o lanciare il proprio business, e, sul lavoro, prediligono l' indipendenza mentre i Millennials cercano la collaborazione.

Il rapporto con i social. Il 94% dei Gen Z usa almeno un canale social, a cui quasi la metà ammette di essere costantemente connessa. In una ricerca dell' agenzia Hill Holiday, è pero emerso che il numero di Gen Z cui i social fanno sentire ansiosi, tristi o depressi, è in aumento (48% contro 41% nel 2017). Molto più giovani stanno cercando di staccarsene temporaneamente (il 58% contro il 50% del 2017), e di questi, un terzo si è completamente disconnesso. Tra le cause, la perdita di tempo, la negatività online, problemi di stima e preoccupazioni sulla privacy. Si rileva un aumento di "Finsta", finti profili Instagram in cui danno accesso a un numero ristretto di amici e sentono meno pressioni di pubblicare immagini di una vita perfetta. Ciò nonostante, il 74% ritiene che i social abbiano più benefici che svantaggi, come l' abilità di connettere con altri. Tra i canali in crescita, Tik Tok (40 milioni di utenti), e la piattaforma di gaming Discord (250 millioni). Come conquistarli La parola chiave per la Gen Z è l' autenticità. «I brand devono prendere sul serio il messaggio che vogliono comunicare, non può essere solo di apparenza - spiega Ziad Ahmed, fondatore ventenne di JUV Consulting, società di consulenza focalizzata sulla Gen Z - Abbiamo un filtro naturale per l' inautenticità». Vogliono sentirsi unici, scegliendo prodotti esclusivi, ad edizione limitata e personalizzati, e amano lo shopping esperenziale, spingendo molti brand digitali a creare negozi e pop up shop.

Greta Thunberg e Carola Rackete, ambientalisti e Ong fanno un partito insieme. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 6 Ottobre 2019. Tira una brutta aria in politica. Eravamo convinti di aver visto il peggio con la nascita del governo giallorosso, i grillo-comunisti al potere e la loro ideologia a metà tra Utopia e Incompetenza. E invece, tenetevi forte, al peggio non c' è mai fine perché stanno arrivando i gretini al seguito della Thunberg, il movimento dei Fridays For Future, ossia del cazzeggio del venerdì per bigiare la scuola, che ora ha intenzione di trasformarsi in un partito. Sì, ma mica un partito di periferia, buono a candidarsi per le elezioni locali. No, un partito globale. Dopo il successo avuto dalle piazzate dei ragazzini ecologisti in mezzo mondo, Greta & Co. sono pronti a fare il grande passo, a scendere in politica, sfidando dall' interno quel Palazzo che contestano, anzi aprendolo come una scatoletta di tonno, se non fosse che questa espressione è già stata usata ed è un po' troppo poco ecologista. Il Climate Party, il partito del Clima, cui darebbe vita la Thunberg, intende superare i «partiti verdi e ambientalisti che si sono impantanati nei giochi di potere dei parlamenti nazionali e regionali», si legge su Italpress, e proporre «una piattaforma programmatica alle elezioni, comune in tutti i Paesi occidentali», per dare vita - udite udite - a una «leadership governativa internazionale».

CORSI E RICORSI. L' ultima volta che un partito ha avuto una vocazione Internazionale è stata ai tempi del Partito comunista, e sappiamo come è finita. I proletari di tutto il mondo non si sono uniti spontaneamente; viceversa l' idea è stata imposta negli altri Paesi con esiti sanguinari. A questo retaggio globalista i gretini associano il mito della democrazia diretta e digitale, della E-democracy come a loro piace chiamarla. L' obiettivo è portare in politica i cittadini comuni, gli adolescenti dell' antipolitica, volti nuovi, candidi e quindi candidabili, facce pulite anche perché odiano tanto lo smog e l' anidride carbonica. Ma il problema, oltre che anagrafico, è di competenza: con quale esperienza, con quali conoscenze, con quali capacità di leadership questi sbarbatelli andranno a comandare, per dirla con Rovazzi? Non rischiamo una nuova accozzaglia di incapaci buttati lì nei Palazzi, mandati al macello, e allo stesso tempo in grado di mandare in malora tutto l' Occidente? Non bastavano i grillini, ora ci toccano pure i gretini. Il dramma è che alla loro ingenuità sommano pretese smodate come quella di salvare il pianeta, con un cocktail letale tra inettitudine e scarso senso della realtà. Questo Partito del Clima intende addirittura sfidare le superpotenze del Male come Cina, Russia, India, Pakistan, Iran, che «hanno anteposto gli interessi militari e nazionali al rispetto dell' ambiente». Ma ve li vedete quattro adolescenti imberbi e una paladina delle emissioni zero con le treccine far cambiare rotta a Putin, a Xi Jinping, a Modi? Ah be', c'è Greta Thunberg, c'è il partito del Clima, deindustrializziamo subito, torniamo a un' economia rurale Orsù, non fateci ridere. Aggiungici poi l' ideologia dello sconfinamento. Perché tutto, secondo i gretini, deve stare entro i parametri, i limiti (le emissioni, i consumi, lo sfruttamento delle terre coltivate), tranne le nazioni che devono perdere i loro confini e diventare globali. E qua l' ideologia di Greta si salda con quella di Carola, con lo slogan No Borders, con l' essere cittadini del mondo, e non figli di un luogo e di una storia. Soprattutto, però, quello che nausea è scoprire che la partecipazione genuina, l' ambizione nobile a cambiare le coscienze dei grandi del mondo, la battaglia senza doppi fini dei ragazzini si risolve, come sempre, in scopi molto più meschini: l' obiettivo di far carriera, di essere eletti e magari riuscire a occupare un giorno le stanze dei potenti.

COME FINIRÀ. Resta solo da capire chi guiderà, quali saranno i colori e come si chiamerà ufficialmente questo partito del Clima. Per la leadership Greta pare avvantaggiata, anche se al momento non può ancora eleggere né essere eletta e quindi per un paio d' anni dovrà farsi aiutare da qualche vicario. Per il colore, il verde sarebbe troppo sputtanato perché già utilizzato dai Verdi e dalla Lega: i gretini farebbero meglio a utilizzare un colore trasparente, come l' aria che vogliono respirare e come le loro idee, così trasparenti da essere invisibili. Per il nome, si potranno sbizzarrire con le sigle: Il Partito della Tripla Fi come Fridays For Future oppure C & G che non è la versione tarocca di Dolce e Gabbana ma sono le iniziali di Carola e Greta. Oh, però sti ragazzini devono fare in fretta. Nel 2030 il pianeta si estingue e, se non scendono in campo ora, rischiano di essere morti prima ancora di essere eletti. Gianluca Veneziani  

Giuliano Cazzola per Startmag il 6 ottobre 2019. L’8 ottobre la Camera compirà il misfatto di introdurre nella Costituzione il cosiddetto taglio dei parlamentari il cui numero sarà ridotto a 400 a Montecitorio e a 200 a Palazzo Madama (non hanno neppure avuto l’accortezza di adottare dei numeri dispari). Visto che sono contrario a questa norma – ne spiegherò i motivi – ho sottoscritto un appello promosso da ‘’+Europa’’ dal titolo ‘’Non mutilate la Costituzione’’. So che il mio, come quello di altri, è solo un atto di testimonianza, perché l’approvazione della norma di rango costituzionale potrà contare non solo sulla maggioranza giallo-rossa, ma anche sul voto di altri gruppi che non vorranno tirarsi indietro quando si è chiamati a "tagliare delle poltrone e dei privilegi" e a ridurre "i costi della politica", per compiacere a un’opinione pubblica forcaiola. Ed è anche un atto tardivo perché la norma ha subito ben due letture con un intervallo di sei mesi tra la prima e la seconda, come stabiliscono le procedure di modifica della Carta costituzionale (rigida). A dire la verità mi sentirei di giudicare il ‘’taglio’’ con maggiore benevolenza del riordino istituzionale di cui alla legge Boschi. Meglio un Senato di 200 componenti, ma con poteri pieni ed eletto, di quell’organo ridicolo, inutile e depotenziato che era previsto nella legge citata, fortunatamente bocciata nel referendum popolare. Va, tuttavia, riconosciuto che la riforma del governo Renzi rispondeva ad un disegno organico che – piacesse o meno – trovava corrispondenza anche nella legge elettorale. Non dimentichiamo, infatti, che è stata l’impostazione delle leggi elettorali a cambiare più volte il sistema politico, fino a contrassegnare, nei fatti, il numero delle Repubbliche, pur nella sostanziale continuità dell’ordinamento costituzionale. La nuova norma che la nuova maggioranza ha ereditato da quella precedente, imposta ad ambedue gli alleati succedutisi nel (breve) tempo, dal M5S, è una specie di salto nel buio, perché, il profilo istituzionale che ne scaturirà dipenderà molto da come sarà cambiata la legge elettorale, in senso maggioritario oppure proporzionale. Soprattutto al Senato – sottolinea +Europa – avrebbe accesso un numero minimo di forze politiche, sacrificando, così, la rappresentanza di ampie porzioni del corpo elettorale. Il che, aggiungiamo noi, potrebbe pure produrre una maggioranza diversa nelle due Camere. Sempre sul piano tecnico-giuridico vi sarebbero altre critiche da fare, come, ad esempio, la mancata riduzione del numero dei rappresentanti dei Consigli regionali chiamati a partecipare all’elezione del Capo dello Stato. Si tratta di aspetti che vanno colmati rapidamente, attraverso misure adeguate, a partire da una nuova legge elettorale. Ma proprio qui casca l’asino, perché è dubbio che si possano raggiungere le convergenze necessarie; poi c’è di mezzo – se sarà ammesso dalla Consulta – il requisito referendario promosso dai Consigli regionali dominati dalla Lega. Sarà in grado la maggioranza di tappare questi buchi nell’ordinamento e soprattutto ne avrà il tempo? Ma – per quanto gravi – non sono quelli tecnici gli aspetti di cui il Paese dovrebbe vergognarsi. E’ la logica che ispira siffatto provvedimento (come del resto anche la riforma Renzi-Boschi) a destare preoccupazioni, tanto più serie nella misura in cui esse non sono avvertite, come meriterebbero, dall’opinione pubblica. Le istituzioni della democrazia vengono considerate un “costo’’, un “privilegio”, un fenomeno da limitare e circoscrivere, nella sua potenzialità di fare danni ai cittadini. Se è vero – come scrisse Piero Calamandrei – che una Costituzione nasce sempre da un atto di rottura polemica con il regime precedente, quella del 1948 era figlia dell’antifascismo e della lotta per la democrazia. Da dove provengono invece le modifiche (al pari di quelle bocciate dagli italiani nel 2016) che i pentastellati riusciranno a realizzare nelle prossime ore? Le loro radici sono nell’antipolitica, si alimentano con la subcultura della denuncia della ‘’casta’’, che ha fatto la fortuna di tanti libri e di un numero ancora maggiore di talk show, da cui si è alimentato un clima mediatico-giudiziario che ha indotto la classe politica stessa a suicidarsi, a sottoporsi inerme e indifesa alla gogna, a rinunciare spontaneamente alle risorse pubbliche che erano previste per assicurare l’esercizio libero dell’agire politico e a mollare, nel deserto, chi di loro veniva ghermito dai meccanismi di una giustizia persecutoria. Proprio nei giorni scorsi la Corte di Appello di Napoli ha assolto da tutte le imputazioni Alfonso Papa, ex magistrato ed ex deputato del PdL, che dieci anni or sono fu inquisito ed incarcerato come componente di una inesistente P4. Ma è solo l’ultimo di questi casi, vittime di un ‘’credo’’ giustizialista di parte della magistratura inquirente (‘’un imputato assolto è solo un colpevole che l’ha fatta franca’’) che ha inquinato l’opinione pubblica. Infatti, il taglio dei parlamentari sarà salutato come una vittoria (di chi?), anche se sarà invece una clamorosa sconfitta della democrazia. Colpiscono il silenzio e la condiscendenza di tanti che avrebbero l’autorevolezza e l’autorità di parlare. Purtroppo – come affermava Winston Churchill – chi nutre il coccodrillo lo fa nella speranza di essere divorato per ultimo.

Perché il taglio dei parlamentari non è affatto una buona idea. Il Parlamento costa troppo, i parlamentari sono troppi, la macchina legislativa è lenta e inefficiente: sono queste le motivazioni alla base della riforma costituzionale che prevede il taglio del numero dei parlamentari. Ma siamo sicuri che siano motivazioni corrette e condivisibili? Proviamo a capirci qualcosa in più. Adriano Biondi il 12 luglio 2019 su Fanpage. Nell’epoca del post ideologismo, dell’assenza dell’Idea e del trionfo del senso pratico, a uscire decisamente indebolita è la concezione della politica che può fare a meno dei grandi riferimenti ideologici e delle visioni di insieme. È il trionfo della ricerca del consenso, della propaganda come fine e della deresponsabilizzazione come bussola dell’azione politica, ora ridotta a semplice amministrazione. L’annunciato taglio dei parlamentari, raccontato all’opinione pubblica come un “taglio delle poltrone”, si inserisce perfettamente in tale contesto. Stiamo parlando, infatti, di un provvedimento probabilmente non necessario, di sicuro non urgente, e su cui permangono molti dubbi di natura giuridica e politica, che meriterebbero maggiore considerazione e non una riduzione in slogan semplicistici. Come vi stiamo raccontando, il Senato ha dato il via libera in seconda lettura al disegno di legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari, che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. Ove la Camera desse il via libera in seconda lettura, sempre a maggioranza assoluta, la legge si intenderebbe approvata, salvo indizione di un referendum (che potrà essere chiesto entro tre mesi dalla pubblicazione da un quinto dei membri di Camera o Senato, da cinque Consigli regionali o da cinquecentomila elettori). La proposta prevede essenzialmente una riduzione di 365 parlamentari: per quanto riguarda la Camera si passerebbe dai 630 attuali a 400, di cui 8 eletti nelle circoscrizioni estero, invece di 12; al Senato, invece, dai 315 attuali si passerebbe a 200, di cui 4, e non più 6, eletti nella circoscrizione estero; il taglio per ogni camera è dunque del 36,5%. Le ragioni alla base di una simile modifica sono essenzialmente tre: il Parlamento costa troppo, i parlamentari sono troppi, la macchina legislativa è lenta e inefficiente. E meritano qualche considerazione ulteriore, perché se può avere senso una revisione complessiva di meccanismi, funzioni e anche numero degli eletti, è lecito farsi qualche domanda su una riforma che cambia "solo" i numeri della rappresentanza.

I parlamentari sono davvero troppi?

Il primo argomento a sostegno della proposta di riforma verte su un assunto: 945 parlamentari (più i senatori a vita) sono “troppi”. I numeri però sembrano indicare una cosa diversa, dal momento che, in rapporto alla popolazione, abbiamo un deputato ogni 96mila abitanti e un senatore ogni 192mila. Come spiega un report del Centro Studi del Senato, si tratta di un tentativo portato avanti con alterne fortune da anni, e anche nella diciassettesima legislatura la questione era stata affrontata più o meno allo stesso modo. Nella relazione che accompagnava la proposta di modifica, "si proponeva di passare dall’attuale criterio di un deputato ogni 95.000 abitanti ad un parametro più in linea con gli standard europei: un deputato ogni 125.000 abitanti. Ne sarebbe derivato un numero complessivo di 480 deputati. Per i senatori, si proponeva un numero complessivo di 120, ripartiti in proporzione al numero di abitanti in ciascuna Regione". Successivamente, la Commissione per le riforme costituzionali, istituita dall’allora Presidente del Consiglio l’11 giugno 2013, invece, nel corso di un articolato lavoro che comprendeva anche la forma di governo, gli istituti di partecipazione popolare e il superamento del bicameralismo paritario, propose una Camera di 450 deputati e un Senato tra i 150 e i 200 membri. Il Parlamento, nei mesi successivi, discusse e approvò la riforma Boschi – Renzi, che prevedeva 630 deputati e 100 senatori, nell'ambito della revisione dell'assetto istituzionale e del bipolarismo perfetto: progetto bocciato poi a larga maggioranza dal voto dei cittadini il 4 dicembre del 2016. Ora Lega e Movimento 5 Stelle, con il supporto di Fratelli d'Italia, ci riprovano, insistendo sempre sul fatto che i parlamentari italiani siano "troppi". Per capire se questa polemica ha senso, proviamo a fare un confronto con gli altri paesi della Unione Europea. Ecco, sostanzialmente al momento il dato italiano è comunque tra i più bassi in Europa ed è molto simile a quello di paesi come la Germania e la Francia.

Il risparmio dei costi per lo Stato. Uno dei cavalli di battaglia dei proponenti è il risparmio dei costi per le casse dello Stato che sarebbe determinato dall'approvazione della riforma. Anche qui però le cifre sparate un po' ovunque (Di Maio parla di 500 milioni a legislatura) non sembrano molto precise. Il senatore di Forza Italia Malan ha calcolato che il risparmio complessivo determinato dal taglio dei parlamentari sarebbe di 61 milioni l’anno, cifra simile a quella calcolata per la riforma Renzi – Boschi, stimata in 50 milioni l’anno. In effetti, la riforma non incide né sul personale, né sulle spese correnti di funzionamento delle Camere, né sui trattamenti previdenziali (almeno non nel breve termine), dunque il semplice taglio dei parlamentari determinerebbe risparmi sulla quota per indennità, spese per l’esercizio del mandato e rimborsi spese di senatori e deputati. Una cifra minima rispetto ai circa 975 milioni di costo della Camera dei deputati e ai 550 circa di costo del Senato. Questo perché la mera riduzione del numero di parlamentari non è affiancata dalla revisione dei processi e delle strutture che determinano la spesa maggiore per le casse dello Stato e non è da escludere che, per gestire una mole di lavoro maggiore e spostamenti più ampi, il costo per singolo parlamentare post riforma possa aumentare. I costi, infatti, sono strettamente legati all'attività politica e a quella istituzionale e su questo aspetto, come si legge nella relazione finale della Commissione del 2013, l'errore di percezione fondamentale nasce dal fatto che "nel dibattito pubblico il tema della riduzione del numero dei parlamentari è stato connesso a quello del costo delle attività politiche, confondendo così questo piano con quello dei costi della democrazia". Un terreno scivoloso, sul quale bisogna agire con molta cautela. Volendo ragionare allo stesso modo dei proponenti, ad esempio, si potrebbe dire che solo il referendum per confermare o meno il taglio dei parlamentari costerà circa 300 milioni di euro, bruciando dunque i risparmi dei primi sei anni. Ha senso ragionare in questo modo quando in gioco vi è la rappresentanza dei cittadini?

Rappresentanza e potere legislativo. "Ridurre, in questo modo, il numero dei parlamentari distrugge la rappresentanza democratica. Siamo alla follia. Il combinato disposto del taglio del numero dei parlamentari e del Rosatellum produrrà un effetto distorsivo nella rappresentanza, con soglie di sbarramento che passeranno, dal formale 3%, anche al 10%-20% e oltre a causa dei collegi elettorali che, soprattutto al Senato, diventano enormi e ingestibili tanto da svilire la rappresentanza”. Sono queste le parole con cui Federico Fornaro, deputato di Liberi e Uguali, ha sintetizzato uno dei principali problemi di una riforma fatta i questo modo. Ettore Maria Colombo su Tiscali ha analizzato come cambierebbe poi lo scenario dopo il taglio secco dei parlamentari, sottolineando come a “meno poltrone” corrisponda nei fatti “meno democrazia”: Oltre alla soglia ‘esplicita’ di sbarramento (il 3% nel Rosatellum), scatta una soglia ‘implicita’ legata al fatto, semplice e banale ma devastante, per la rappresentanza, che il numero dei deputati e, soprattutto, dei senatori da eleggere diminuisce drasticamente. Soprattutto al Senato, dove la maggioranza delle regioni italiane, tranne quelle popolose, non eleggerà più di 4 senatori, nei collegi proporzionali, e un numero molto basso (tre), fissato per legge, nei collegi uninominali. Insomma, non solo per le liste minori (dal 3% al 5% dei voti, che dovrebbero avere il diritto, in base alla soglia di sbarramento, di eleggere), ma anche per liste maggiori (tra l’8% e il 10%, fino al 20%) sarà praticamente impossibile ottenere eletti, al Senato. Ma c’è di più, perché a una diminuzione della rappresentatività delle Camere corrisponde indirettamente anche un indebolimento delle stesse, non proprio il modo migliore di rispondere alla crisi di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Come ha spiegato la senatrice De Petris nel corso della discussione del provvedimento, servirebbe piuttosto ricostruire e rafforzare un legame ancor più forte tra cittadini ed eletti, magari fermando il percorso di costante indebolimento del Parlamento, in atto ormai da tempo: L'ossessione è stata sempre quella di rafforzare e verticalizzare il potere nelle mani dell'Esecutivo e ciò è andato avanti costantemente, con le decretazioni d'urgenza, che non sono realmente d'urgenza; con il fatto che la maggior parte dell'attività parlamentare che svolgiamo non riguarda l'iniziativa legislativa parlamentare, ma consiste nell'intervenire continuamente per convertire decreti-legge e dare pareri su atti del Governo, con le relative questioni di fiducia. Basta del resto considerare i numeri forniti da OpenPolis: la stragrande maggioranza delle leggi approvate sono ratifiche di trattati internazionale o decreti legge, secondo una prassi cominciata anni fa e adottata anche dal governo Lega – Movimento 5 Stelle con grande naturalezza. In questa dinamica non si vede quale effetto migliorativo possa arrivare dalla semplice riduzione del numero dei parlamentari. Anche dal punto di vista della "velocità" ed "efficacia" del lavoro del Parlamento in seguito alla riduzione dei componenti è lecito sollevare qualche dubbio. Questo perché la riforma non interviene sui meccanismi istituzionali, non intacca il bicameralismo perfetto, non modifica i rapporti col governo, né (ovviamente) incide sui regolamenti parlamentari e sulle dinamiche interne alle Camere. Il tempo medio di approvazione di una legge nella XVII legislatura è stato di 237 giorni, con un legame diretto fra la volontà politica del governo e la celerità del via libera del Parlamento: anche senza considerare i decreti, consideriamo che le 46 leggi di iniziativa parlamentare hanno richiesto in media 504 giorni l’una (quasi un anno e mezzo), le 195 leggi di iniziativa governativa sono state approvate in media in 172 giorni, neanche 6 mesi (FONTE). La riforma non migliora questi meccanismi perché, non solo non interviene direttamente nei meccanismi del bicameralismo, ma aumenta anche il carico di lavoro per il singolo parlamentare e per il suo staff, con il rischio che a sconfinare sia ancora più spesso il governo.

Riduzione dei parlamentari, perché è sbagliato. Il Barbuto il 9 Maggio 2019. Uno dei cavalli di battaglia del M5S è il c.d. taglio delle poltrone, ossia la riduzione del numero di parlamentari, secondo una logica molto populista e semplice da far assimilare all’elettorato supino, ignorante e inconsapevole: se si riduce il numero di parlamentari, si riducono i costi e quindi gli sprechi e, conseguentemente, ci risparmiamo tutti.

Ma è davvero così? Secondo diversi esponenti del M5S, il taglio dei parlamentari, che prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 (in totale da 945 a 600), porterà ad un risparmio di quasi 500 milioni di euro. Da qui la semplice equazione per cui riducendo il numero si riducono gli sprechi. Le cifre, tuttavia sono molto soggettive, ampiamente interpretabili e ballerine. Fraccaro qualche mese fa parlava di un risparmio di 100 milioni l’anno, ma siccome la cifra non fa presa, oggi si parla di 500 milioni (a legislatura). E’ chiaro che si tende a sparare la cifra più grossa quando si parla di questi temi, perché se andiamo a considerare quanto guadagna in media un parlamentare, quanto restituisce allo Stato in termini di tasse e imposte, quanto gli viene rimborsato, il trattamento di fine rapporto e la pensione, la stima del risparmio si attesta intorno ai 50 milioni di euro l’anno, ossia poco più di un euro al giorno per elettore. E’ ovvio che con queste cifre non si ottengono consensi, ma se si sparano cifre grosse, l’opinione pubblica la si conquista facilmente.

Non è un problema di soldi. Ad ogni modo non è solo un problema di soldi. Perché se fosse solo una questione di risparmi dei bilanci pubblici, le soluzioni ci sarebbero, come quella di ridurre le voci di rendiconto (tipo rimborsi per spese telefoniche, alloggi, trasporti, ecc.) per cui i parlamentari a 5S, ossia i proponenti della legge sul taglio delle poltrone, sono i più spendaccioni in assoluto. Come dimenticare i 17.000 € di spese telefoniche di Paola Taverna o i 27.000 € di spese di benzina del Ministro Barbara Lezzi? Non è quindi una questione di soldi. E’ questione di rappresentatività. Il provvedimento s’inserisce perfettamente nella logica neo-liberista per cui vanno ridotte le voci di dissenso all’interno del sistema politico, in modo da favorire gli interessi dei gruppi di potere (banche, industria, lobby, ecc.) i quali si sostanziano meglio quando a decidere sono poche persone e coese, non solo all’interno del governo, ma in tutte le istituzioni di rappresentanza politica. Non è un caso che il tema della riduzione dei parlamentari sia stato un punto fondamentale nel piano di rinascita democratica della loggia massonica P2, gestita da Licio Gelli. La finalità del piano era quella di privatizzare le istituzioni democratiche e gestirle in modo oligarchico, favorendo quindi gli interessi di grossi gruppi economici a svantaggio delle classi più deboli della popolazione.

Taglio dei parlamentari e dei finanziamenti pubblici ai partiti. Il provvedimento non va letto in sé per sé, ma alla luce del taglio dei finanziamenti pubblici ai partiti. Riducendo i parlamentari ed eliminando il finanziamento pubblico ai partiti si elimina ogni forma di partecipazione politica dal basso e alternativa alla visione dominante della gestione della cosa pubblica. In altre parole si impedisce a qualunque cittadino di organizzarsi in un partito o un movimento e di proporre una diversa visione del mondo. I partiti che avranno le disponibilità economiche potranno dunque organizzarsi sul territorio, pagare le campagne elettorali, aprire sedi nelle città o nei paesi, stampare manifesti o organizzare incontri e dibattiti per far conoscere il proprio programma, mentre gli altri non avranno queste possibilità.

Quali partiti potranno permettersi tutto ciò? Quelli che attualmente siedono in Parlamento o stanno al governo, per esempio, i quali potranno sfruttare parte delle indennità dei propri eletti per finanziarsi (come fanno tutti i parlamentari del M5S, versando ogni mese 300 € a Casaleggio), oppure quelli che ricevono soldi da investitori privati e hanno le risorse per ottenere maggiori risorse chiedendo, con l’aiuto dei media e costose pubblicità, il 2×1000 ai propri sostenitori. Ora, è evidente che se un partito viene finanziato da un privato, sia esso una banca o un’industria o un lobbysta, dovrà in qualche modo ricambiare il favore. Non occorrono dimostrazioni per arrivare a capire ciò. E quindi le politiche pubbliche divengono ostaggio degli interessi privati. Ecco perché l’abolizione del finanziamento pubblico è stato uno sbaglio.

Eliminare lo strumento e non la causa. Con ciò non voglio difendere chi, finora, ha abusato del finanziamento pubblico, ma non si può eliminare uno strumento se viene utilizzato male. E’ come dire che si dovrebbe eliminare internet perché ci sono gli hacker o gli haters o gli analfabeti funzionali. Non si può dare colpa allo strumento, semmai a chi lo utilizza. In questo quadro è ovvio che in parlamento accederanno solo i partiti già strutturati e finanziati in modo più o meno etico e più o meno lecito e quindi si elimina ogni voce dissonante, inoltre la riduzione del numero dei parlamentari se ridurrà in proporzione i seggi dei partiti dominanti, eliminerà in modo assoluto i seggi della minoranza, la quale – s’è detto – non avrà nemmeno la forza di presentarsi alle elezioni.

Così si crea maggiore distanza tra i parlamentari e gli elettori. Tra l’altro il provvedimento comporterà una riduzione e un conseguente allargamento geografico dei collegi elettorali e, quindi, un maggiore scollamento tra il parlamentare e il territorio di riferimento. Se già oggi si sente la distanza tra l’eletto e i suoi elettori, domani sarà anche peggio, visto che il parlamentare rappresenterà un collegio molto più ampio.

Il fumo negli occhi del sistema proporzionale. Anche qualora si dovesse sbandierare un ritorno ad un sistema elettorale misto tra maggioritario e proporzionale, in cui il M5S rivendicherà il suo ruolo di garante della democrazia, ciò non comporterà di fatto un allargamento in Parlamento a forze politiche alternative, vista l’impossibilità anche solo di presentarsi alle competizioni elettorali. E anche qualora una forza politica nuova avesse la capacità economica di farlo ed entrasse in Parlamento, la riduzione del numero dei parlamentari graverà maggiormente su questa anziché in proporzione su tutti i gruppi parlamentari, con conseguente inutilità di fatto della presenza di una minoranza, giacché non si avrà nemmeno la forza numerica di avere i propri rappresentanti nelle commissioni parlamentari.

La realtà è che Lega e M5S si aggrappano alle poltrone. Ecco perché ridurre il numero dei parlamentari, in un quadro di impossibilità di formare soggetti politici alternativi a quelli dominanti (e, ribadisco, il M5S è solo di facciata alternativo, ma rappresenta gli interessi privati, in primis quello di Casaleggio Associati), date le ristrettezze economiche e in un Parlamento a numero ridotto, è una trovata antidemocratica e in linea con la visione neo-liberista e oligarchica già ampiamente concretizzata sin dall’epoca della P2. Insomma, con la scusa di far risparmiare gli italiani, gli si impedisce di dissentire con l’unica forza che hanno: mettersi insieme e dettare una linea politica alternativa, con lo strumento del partito o del movimento. E quindi gli unici che trarranno beneficio da questo provvedimento sono quelli che attualmente detengono il potere politico.

Il vincolo di mandato. Non dimentichiamo che la Costituzione, all’art. 67, stabilisce che Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato, il ché vuol dire che il parlamentare non è soggetto al suo partito, ma al suo elettorato e rappresenta non il programma del partito, ma l’interesse della nazione. Con la riduzione dei seggi, che vuol dire un posto più prezioso, però, saranno premiati solo i fedelissimi, ossia quei parlamentari che di fatto giureranno fedeltà al partito e non alla Costituzione.

Obiettivo: eliminare la democrazia. Presto ne vedremo delle belle, quando, oltre alla riduzione della rappresentatività parlamentare, si eliminerà di fatto anche il diritto di manifestare liberamente, per tutti tranne che per i sostenitori della maggioranza (tipo Casapound o Forza Nuova, giusto per fare i primi due nomi che mi vengono in mente). Ma già qualche segnale ce l’abbiamo, vero? Inviare la digos a casa di una signora che aveva attaccato uno striscione o chiedere loro di far sequestrare il cellulare ad una ragazza o prendere a schiaffi una ragazza che manifesta – il tutto per una legittima contestazione a Salvini ma in generale all’attuale stato delle cose – non è una forma di repressione? Anche ridurre il numero dei parlamentari, eliminare il finanziamento ai partiti e tagliare quindi le gambe a chi vuole aggregarsi e fare politica, è una forma di repressione. Con la scusa del risparmio, però.

Da Il Fatto Quotidiano l'8 ottobre 2019. Ok definitivo dell’Aula della Camera al taglio dei parlamentari. Il disegno di legge costituzionale che riduce i deputati a 400 dai 630 attuali ed i senatori a 200 dagli attuali 315, è stato definitivamente approvato a Montecitorio con 553 voti a favore, 14 contrari e due astenuti. Trattandosi di un disegno di legge costituzionale, era richiesta la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea, pari a 316 voti. A favore voterà la maggioranza che sostiene il governo Conte 2: naturalmente i 5 stelle, che sono stati i principali promotori del disegno di legge, anche se si registra un dissidente: il deputato Andrea Colletti ha dichiarato che, dando voce ai dubbi di altri colleghi, voterà contro; quindi Pd, Leu e Italia viva. Al momento dell’annuncio del sì dei democratici, che nelle scorse tre letture si sono invece schierati contro, sono iniziate polemiche e contestazioni provenienti dai banchi del Carroccio e di Fratelli d’Italia. Il renziano Roberto Giachetti ha annunciato il suo sì, ma ha anche detto che da domani raccoglierà le firme per un referendum e per chiedere di bocciare la riforma. Nonostante le contestazioni, anche il centrodestra ha detto che voterà a favore. Tra chi ha annunciato che voterà contro: Vittorio Sgarbi del Misto che ha accusato i 5 stelle di “stuprare il Parlamento”, l’ex M5s Nello Vitiello e la sua componente nel Misto 10volteMeglio, il socialista Riccardo Nencini e Maurizio Lupi. Si asterranno invece Bruno Tabacci e Mario Borghese.

La Lega annuncia il sì. Il capogruppo Romeo: “Voto favorevole senza se e senza ma”. Il Carroccio, che nelle ultime tre letture aveva sostenuto il provvedimento, ha annunciato che voterà contro. La riserva è stata sciolta in tarda mattinata, anche se già ieri Matteo Salvini aveva lasciato intendere che non avrebbero fatto mancare i voti. A parlare chiaramente oggi è stato il capogruppo leghista alla Camera Massimiliano Romeo: “Il nostro è un voto favorevole senza se e senza ma. Il governo però deve dimostrare di avere i numeri”.

M5s sul Blog delle Stelle: “E’ un momento storico per il nostro Paese”. Per i grillini oggi è un giorno decisivo perché viene affrontato uno dei cavalli di battaglia storici: “Ci siamo, tra poco la nostra legge di riforma costituzionale passerà alla Camera per l’ultima votazione”, si legge sul Blog delle Stelle. “E’ un momento storico per il nostro Paese: presto avremo 345 parlamentari in meno e milioni di euro da investire in servizi per i cittadini. Questo governo è nato principalmente per realizzare subito due obiettivi: ridurre il numero di senatori e deputati ed evitare l’aumento dell’Iva che sarebbe costato 600 euro all’anno per ciascuna famiglia. Con l’ok definitivo di Montecitorio potremo dire di aver mantenuto il primo di questi impegni presi con gli italiani, mentre il secondo verrà realizzato con la legge di bilancio”. In Aula è intervenuta la deputata 5 stelle Anna Macina: “Non è cosa di poco conto i risparmi che porterà il taglio dei parlamentari, ma sostanzialmente questa è si una battaglia di M5s, ma non è mai stata una bandierina o una merce di scambio. Il Movimento non è in vendita, come non lo è la costituzione. Questa riforma non nasce sotto l’ombrellone non è un ricatto”. Lo spirito riformatore” di M5s questa volta ha portato al successo su una riforma per un motivo,”perché c’è un Movimento che ha portato qui dentro quelli che sono fuori”.

Il deputato M5s Andrea Colletti vota contro: “Ci sono anche altri colleghi che hanno dubbi”. Come annunciato, il deputato 5 stelle Andrea Colletti ha deciso di esporsi in dissenso rispetto al gruppo e non voterà a favore del provvedimento. “Ci sono altri colleghi nel mio gruppo che hanno dubbi, e mi faccio latore anche dei loro dubbi”, ha detto. Colletti si è domandato se non fosse meglio puntare ad altre riforme, per esempio al superamento del bicameralismo perfetto o al monocameralismo. “Avrebbe portato a risparmi molto superiori” e a una maggiore efficiente. “E poi è più efficiente un Senato di 200? Come faranno a svolgere ruolo di controllo? Saranno più esposti alle lobbies. Questo dibattito sarebbe dovuto essere fatto, ma non è stato possibile farlo”. Quanto ai “correttivi” su cui si è accordata la maggioranza “andavano inseriti nella riforma, perché stiamo parlando della Costituzione, non di un Regolamento di Condominio”.

Pd ora vota a favore: “Votiamo a favore perché abbiamo ottenuto delle garanzie”. Proteste dai banchi del centrodestra. “Noi pensiamo che il Parlamento sia la casa della democrazia e pensiamo che chi è qui oggi rappresenti a pieno titolo i cittadini, e la nostra idea non è cambiata, il nostro no precedente, era convinto, a difesa di queste cose. Ora diciamo convintamente sì” al taglio dei parlamentari “perché abbiamo ottenuto quelle garanzie”. Così Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, parlando in Aula, durante le dichiarazioni, in vista del voto sul taglio dei parlamentari. “Garanzie arrivate attraverso un lavoro serio che ha trovato una sintesi efficace, che dice che le storture che ci portavano a dire no verranno corrette immediatamente, a ottobre verranno inserite le nostre proposte. Abbiamo chiesto una revisione del sistema elettorale – dice il dem – accordo prevede di dare più centralità al ruolo del parlamento, c’è stato un reale cambio di passo, avremmo voluto anche una revisione del bicameralismo perfetto, ma questa è una discussione che possiamo fare nei prossimi mesi”.

I renziani di Italia viva a favore. Ma Giachetti: “Ora raccogliamo le firme per il referendum”. Anche i renziani, nonostante la scissione dal Pd, hanno annunciato che sosterranno la maggioranza. Anche se il deputato Roberto Giachetti ha chiesto che si raccolgano le firme per il referendum e perché si chieda ai cittadini cosa ne pensano. “Non c’è dubbio alcuno che il nostro sistema vada riformato, lo si dice da decenni e lo si è tentato di fare, e più andiamo avanti e più il ritardo è colpevole. E’ il taglio dei parlamentari la risposta? E’ evidente che non lo è. Lo sappiamo tutti che la risposta sarebbe il superamento del bicameralismo”.

Tabacci: “Non posso che astenermi”. Il Maie vota a favore, ma si astiene Mario Borghese. “Dopo tre voti contrari”, ha dichiarato il deputato Bruno Tabacci del gruppo Misto, “non posso che astenermi, perché questa norma entra in un accordo di governo che ho appoggiato. Si va verso un sinedrio sempre più ristretto, altro che casta. E’ come se per perdere peso noi vorremmo amputare un arto”, spiega ancora: sottolineando che “si prospetta un risparmio simbolico e maggiore efficienza dei parlamentari, come se meno parlamentari possono fare meno danni”. Il Maie invece ha annunciato che voterà sì con Andrea Cecconi e Antonio Tasso, mentre Mario Borghese non parteciperà al voto.

Nencini (Psi): “La democrazia costa più delle dittature. Una buona ragione per votare no”. Contrario anche Maurizio Lupi. Il socialista Nencini ha annunciato che voterà contro la riforma. “La democrazia costa più delle dittature”, ha scritto su Facebook il presidente del Psi. “Se al taglio dei parlamentari non si collega una riforma delle funzioni delle due Camere e una legge elettorale proporzionale, saltano i cardini della rappresentanza dei cittadini in parlamento. Una buona ragione per votare no”. Contrario anche Maurizio Lupi: “Noi voteremo contro questa riforma costituzionale, non perché vogliamo difendere le poltrone. Voi volete il taglio perché non credete nella democrazia rappresentativa. Questa riforma come è stata costruita è fatta per conseguire la popolarità”.

L’ex M5s Vitiello: “Perché 400 e non 300 deputati? Per la propaganda siete pronti a tutto”. 10 volte meglio votare contro La componente del gruppo misto di “Dieci volte meglio” (ex M5s) dirà no al taglio dei parlamentari perché “manca di organicità”. Lo ha annunciato in AUla Nello Vitiello. “Perché 400 e non 300 deputati? Quale è la logica? Si vuole togliere rappresentanza ai cittadini”, ha affermato. Rivolgendosi poi al M5s ha dichiarato: “Per la propaganda siete disposti a tutto”.

Gli sberleffi 5 Stelle e il «lutto» dei dem. Orfini: voto la riforma anche se fa schifo. Pubblicato martedì, 08 ottobre 2019 su Corriere.it da Monica Guerzoni, Gian Antonio Stella e Renato Benedetto. Sì definitivo al disegno di legge costituzionale che riduce i deputati a 400 dai 630 attuali e i senatori a 200 dagli attuali 315: a Montecitorio 14 i voti contrari e due astenuti. I «buu» di Lega e FdI, ma l’atmosfera è sotto tono. «Alla faccia di Salvini, tié!». I forbicioni gialli sono di cartone e le poltrone rosse sono dipinte sul maxi striscione bianco, ma il taglio questa volta è vero e Di Maio, Fraccaro, D’Incà, esultano increduli in piazza Montecitorio per la «riforma storica, che ricorderanno i nostri figli e i nostri nipoti». La ricorderanno anche molti dei 553 deputati che hanno pigiato il bottone dell’autodistruzione, in un clima di rassegnazione mascherata da atto di responsabilità, «per il bene del Paese». I 5 Stelle ostentano sorrisi imposti dalla disciplina di partito, i dem invece sono in lutto e lo rivelano anche nell’abbigliamento. Andrea Giorgis, responsabile riforme del Pd, sfoggia una cravatta plumbea e ammette che non l’ha pescata a caso. Debora Serracchiani indossa una giacca nera con righina bianca, che ricorda quei biglietti da visita usati per porgere le condoglianze: «Non sono contenta, l’ho votato senza entusiasmo». Al bancone della buvette, un gruppetto di deputati del Movimento brinda a prosecco di Valdobbiadene. Evviva. Ma il profumo destinato a finire nelle cronache parlamentari è un altro. Tacchino arrosto, metafora abusata dai deputati rassegnati a infilarsi nel forno delle riforme. Ecco Paolo Barelli di Forza Italia, che scherza con Giancarlo Giorgetti mimando con la mano una padella: «Li vedi questi? Sono tutti tacchini alla griglia». Tra pizzette e piadine il ministro Federico D’Incà sparge ottimismo, profetizza «600 sì» e rende giustizia ai «volatili» della Camera: «Basta tacchini e capponi, siamo gente seria che pensa al bene del Paese». Pochi, nella maggioranza, hanno voglia di scherzare. «Domanda di riserva?», implora il ministro di Leu Roberto Speranza. Per Nicola Acunzo, attore che ha recitato con Mario Monicelli, «toccare la Costituzione è sempre un azzardo». Lo sa bene il capogruppo del Pd, Graziano Delrio. Per scrivere il discorso della grande capriola, votare sì in quarta lettura dopo aver bocciato le precedenti tre, l’ex ministro si è chiuso a lungo nella sua stanza a Montecitorio. Una volta in aula Delrio giura che «non c’è nessuna cambiale in bianco, nessun ricatto, nessuna svendita», annuncia il «voto convinto» degli 89 reduci dalla scissione e incassa un coretto di «buu» da Lega e Fratelli d’Italia. Si arrende alla disciplina di partito anche Matteo Orfini, che per giorni aveva tentato la resistenza dell’ultimo giapponese: «I correttivi hanno ridotto il danno, ma la riforma fa schifo lo stesso e il partito l’ha gestita malissimo, perché l’abbiamo votata gratis». Non c’è un grammo di pathos, una briciola di solennità, un pizzico di afflato costituente tra gli scranni, dove i deputati vanno e vengono, telefonano e chiacchierano senza rispetto alcuno per l’oratore del momento. Piero Fassino supplica Di Maio di smetterla con la «retorica dei costi», che toglie credibilità alle istituzioni: «Noi non siamo profittatori». L’azzurro Simone Baldelli, avvistato in un corridoio mentre faceva le prove del discorso («Robespierre era il più popolare fino al momento prima che gli tagliassero la testa»), vota «coerentemente no» e mette il dito nella piaga dell’incoerenza altrui: «Tanti enumerano le ragioni per cui votare contro, ma poi finiscono per annunciare il loro sì». È il caso di Roberto Giachetti, di Italia viva. L’ex vicepresidente della Camera si tappa il naso perché la riforma lo disgusta e mentre vota a favore apre, a parole, il primo comitato per il no al referendum.

Da Corriere.it l'8 ottobre 2019. «Stiamo assistendo a un voto di scambio senza precedenti, si concede a un governo illegittimo e a una banda di parlamentari», i 5 stelle, «di fare uno stupro del parlamento che ricorda quello fatto a casa di Grillo, di cui si è parlato solo 4 minuti sui giornali, da 4 uomini tra cui il figlio» del cofondatore del Movimento 5 stelle, indagato per una presunta violenza sessuale nella casa del padre in Sardegna. È durissimo l’intervento in Aula di Vittorio Sgarbi, deputato del gruppo Misto, che più volte si scaglia contro i pentastellati, ma anche contro «Forza Italia Viva», facendo una sorta di acronimo tra i nomi del partito di Forza Italia e di Italia viva. «Con il potere di intimidazione che ebbe solo Mussolini voi ricattate Pd, Forza Italia viva (riferendosi appunto ai renziani di Italia viva).  Siete ipocriti e bugiardi e falsi», dice ancora sempre contro i 5 stelle, «votati sì perché c’è il voto palese ma avreste votato contro con voto segreto». Il M5s «è un partito di morti» «mai mai mai votare con i 5 stelle, che sono il partito del non essere, non esistono, siamo qui a celebrare un funerale. Il Pd non ceda il ricatto e non lo faccia la Lega», chiude infine Sgarbi.

Taglio dei parlamentari, Roberto Giachetti: "Oggi voto sì, ma da domani mi batterò per cancellare la legge". Libero Quotidiano l'8 Ottobre 2019. La confusione regna sovrana dentro al Pd. Da sempre. E quanto detto in aula da Roberto Giachetti a ridosso del voto sul taglio ai parlamentari, voluto dal M5s e appoggiato dal Pd stesso pur di tornare al governo, lo dimostra in modo plastico. Quasi comico. Già, perché Giachetti prende parola per dire che lui voterà sì alla sforbiciata, salvo poi battersi con tutte le forze per cancellarla. Per la precisione, il democratico ha detto: "Io lo voterò, ma non lo faccio convintamente. Lo voto perché sta dentro un accordo di programma, quello di questo governo. Oggi voterò sì ma non è finita qui per quel che mi riguarda - assicura in Parlamento -. Finisce il mio dovere di lealtà al governo su questo tema. Un secondo dopo il mio voto su questa riforma, mi adopererò affinché assieme alla mia firma vi sia il numero necessario tra Camera e Senato per ottenere lo svolgimento del referendum. Se ci fossero le firme necessarie costituirò un comitato per il no a questa riforma". Idee chiare, insomma, e parecchio confuse.

Sì al taglio dei parlamentari, la vittoria del MoVimento. Paolo Delgado l'8 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Oggi il voto della legge simbolo dei grillini: ok anche di Lega e Fi. I senatori della Repubblica passeranno da 315 a 200 e I deputati da 630 a 400. Il risparmio sarà di circa 65 milioni di euro. Oggi, salvo molto improbabili sorprese, una Camera quasi unanime voterà una riforma contro se stessa, o più precisamente contro il Parlamento. Il taglio dei parlamentari che verrà approvato oggi in quarta e definitiva lettura non risponde ad altra logica. Il risparmio è irrisorio: 65 mln a fronte di un aumento del debito di 34 mld nell’ultimo anno. Dal punto di vista dell’efficienza la decurtazione dei parlamentari non avrà effetti, se non quello di complicare per un po’ le cose dovendo i regolamenti adeguarsi alla nuova composizione del Parlamento. Compito difficile dal momento che nelle Camere si procede spesso "per prassi", cioè per abitudine. La riforma ha un solo segno: quello dell’antiparlamentarismo. Mira a dare sbocco concreto alla decennale campagna, soprattutto ma non esclusivamente dell’M5S, che mira a rappresentare il Parlamento come un covo parassiti nullafacenti nella migliore delle ipotesi e spesso di veri e propri mascalzoni. La riforma peggiorerà le cose. La riduzione del numero dei parlamentari aumenterà il già immenso potere delle segreterie di partito e finirà di ridurre i parlamentari a una massa ben stipendiata di peones delegati ad alzare la mano come leader ordina e comanda. Con ciò moltiplicando la sensazione che si tratti di una istituzione in sé parassitaria, quando invece la situazione attuale è il prodotto di un progressivo e lucido svuotamento di tutte le funzioni del Parlamento a vantaggio del potere esecutivo e della tendenza a selezionare le classi dirigenti, a partire proprio da quella politica, al ribasso, premiando sempre e solo la silenziosa fedeltà. La riforma, passata pochi mesi fa al Senato solo per un pugno di voti regalati da FdI, sarà approvata a furor di decapitando, cioè di parlamentari, pur detestando i votanti stessi quel che si accingono ad approvare con finto entusiasmo. La Lega aveva votato la riforma dei 5S solo in omaggio al vincolo di maggioranza ma arrivati alla quarta votazione non se la sente di negare il sostegno, tanto più che la riforma passerebbe comunque, per la comprensibile paura di passare da partito di cialtroni. Il Pd e LeU non nutrono simili patemi d’animo. Dopo aver bocciato la riforma per tre volte, denunciandola con toni spesso stentorei, la voteranno ora perché è il prezzo per salvare il governo. Su tutti, infine, aleggia il terrore di passare per difensori dell’immondo Parlamento e del detestabile ceto politico agli occhi di un’opinione pubblica drogata da dieci anni di retorica "anti Casta". Per alcuni versi, dunque, la situazione attuale ricorda davvero quella del 1992- 93, quando un ceto politico delegittimato prima dall’esplosione della Lega di Bossi, poi alle inchieste di tangentopoli, non seppe resistere a un’ondata che, in quel caso, adoperava il referendum contro il proporzionale di Mario Segni per abbatterla e rottamarla. La stessa Dc, partito che di proporzionale più di ogni altro viveva, alla fine del 1992 aderì alla crociata per il maggioritario, nella speranza vana di salvare almeno il salvabile. Per altri versi, però, la situazione è radicalmente diversa da quella di allora. La crociata contro "i politici" data ormai da 12 anni: inaugurata, probabilmente contro o almeno ben oltre le stesse intenzioni degli autori, dal folgorante successo del libro di Stella e Rizzo La Casta. L’obiettivo dell’M5S nato dieci anni fa ma con radici nei vaffa days del 2008, il nocciolo della propaganda pentastellata è sempre stato il ceto politico, e più concretamente il Parlamento. Lo stesso grido di battaglia "Onestà" allude in realtà al difetto opposto che inquinerebbe per intero la politica e i fumosi vagheggiamenti sulla "democrazia diretta" miravano proprio a rivolgere il disagio crescente della popolazione verso la "democrazia indiretta", quella rappresentativa, quella appunto parlamentare. Il voto di oggi segna dunque la vittoria piena dell’M5S, proprio come il referendum del ‘ 93 siglò il trionfo schiacciante dei paladini "anti- partito’ del maggioritario. Ma stavolta si tratta di una sorta di "vittoria postuma". Nel frattempo l’M5S si è inserito in pieno, nonostante le sparate di Di Maio a favore del vincolo di mandato, nella pratica dei giochi politici, delle alleanze dettate dall’opportunità, dei voti decisi sulla base del calcolo dell’utilità momento per momento. A differenza che nel 1993, l’arrembaggio antiparlamentare che si realizzerà oggi non porterà dunque alla sostituzione della democrazia parlamentare con forme di democrazia diretta, ma sarebbe più corretta dire plebiscitaria. Non a caso, l’M5S ha rinunciato per ora alla proposta, ancora più esplosiva, di introdurre il referendum propositivo. Il risultato sarà invece una situazione di caotica indeterminatezza, nella quale i partiti si spingeranno ancora di più verso il modello, già avanzato, della compagnia di ventura guidata da un capitano che si orienta, e orienta la sua truppa parlamentare, a seconda dei suoi interessi e vantaggi.

Vittorio Feltri sul taglio dei parlamentari: "La vera ragione per cui Di Maio ha segato le istituzioni". Libero Quotidiano l'8 Ottobre 2019. Vi proponiamo l'editoriale di Vittorio Feltri sul taglio dei parlamentari, pubblicato su Libero di martedì 8 ottobre, nella giornata in cui la sforbiciata è stata votata in aula alla Camera. È partito l' iter per tagliare di brutto il numero dei parlamentari. Non sappiamo se la procedura giungerà in porto, e dobbiamo dire che non ce ne frega niente sul piano sostanziale. Nelle Camere, bischero più o bischero meno, non cambia niente. Il risparmio in termini finanziari, circa 500 milioni di euro, sarebbe minimo, però dobbiamo ammettere che, al di là di questo aspetto marginale, ridurre la quantità di deputati e senatori non sarebbe un sacrilegio. In fondo gli organici pletorici in politica e nella pubblica amministrazione non hanno mai giovato ai fini della efficenza. Ciò detto, non possiamo evitare una considerazione elementare: se il Movimento 5 Stelle pretende di segare gli uomini e le donne delle istituzioni c' è un motivo che va al di là della esigenza di spendere meno soldi. Ed è quello di convincere la gente che Di Maio e compagnia brutta vogliono andare incontro a chi odia i politici per partito preso. I quali politici non fanno molto per essere apprezzati dal popolo, tuttavia la stupidità della casta non è dovuta alla moltitudine dei suoi componenti, bensì alla incapacità di essere all' altezza di ricoprire ruoli di comando. In altri termini, i pentastellati, non sapendo amministrare lo Stato, si limitano a sfoltire le poltrone e rinunciano a tranciare le spese che gonfiano il nostro debito. In questo modo non riusciranno mai a contenere il passivo che ci affligge, ma lo accresceranno, cosa che succede da oltre trent' anni, a prescindere dal governo in carica. C' è poi un altro elemento da tenere in conto. Quand' anche passasse - e non crediamo - l' idea di diminuire la quota dei rappresentanti dei cittadini, si tratterebbe poi di organizzare un referendum nazionale, come previsto dalla costituzione. E ne vedremmo delle belle considerato che agli italiani di questi problemi non importa un accidenti. Vittorio Feltri

Taglio parlamentari, Maria Giovanna Maglie a Stasera Italia: "A cosa serve questo voto", attacco al Pd. Libero Quotidiano l'8 Ottobre 2019. Non ci vuole granché per smontare ciò che abbiamo visto oggi in aula alla Camera, dove è stato votato il taglio ai parlamentari voluto dal M5s. Taglio a cui si è accodato anche il Pd, che nel nome dell'inciucio di governo ha ribaltato quanto fatto nelle tre precedenti votazioni (ovvero: voto contrario). Una discreta farsa, insomma, al di là della riforma in sé, pur condivisibile. E a puntare il dito contro la farsa che si è vista a Montecitorio, a Stasera Italia in onda su Rete 4, ci ha pensato Maria Giovanna Maglie, che come sempre non usa giri di parole: "Ritengo la decisione di oggi squinternata perché l'hanno votata persone che la pensavano in modo diverso", e ogni riferimento al Pd non è ovviamente casuale. E ancora: "Hanno fatto un pateracchio che serviva a salvare l'esistenza di questo governo", conclude Maria Giovanna Maglie. Touchè.

Vittorio Feltri a Stasera Italia: "Taglio dei parlamentari? Un coglione in più oppure uno in meno..." Libero Quotidiano l'8 Ottobre 2019. Cosa ne pensa, Vittorio Feltri, del taglio dei parlamentari approvato alla Camera oggi, martedì 8 ottobre? Il direttore di Libero dice la sua a Stasera Italia, il programma condotto da Barbara Palombelli su Rete 4. E va dritto al punto: "In fondo a me dei parlamentari non me ne frega niente. Il problema non è avere meno deputati e meno senatori, potrebbe anche essere, forse, un vantaggio - premette Feltri -. Non sono gli organici pletorici che aiutano l'efficienza. Però anche ridurli a capocchia senza adottare dei provvedimenti più seri praticamente non ha senso - rimarca -. Penso che il M5s goda particolarmente perché è convinto di andare incontro ai desideri del popolo che odia la politica. Credo che ci sia anche una componente di questo tipo nel popolo, però non al punto di voler ridurre i parlamentari. Poi anche quando sono ridotti, coglione più o coglione meno è circa la stessa cosa", conclude un caustico Vittorio Feltri. 

Celebrano la vittoria contro le poltrone per sostituirle con una élite più ristretta. La democrazia svenduta al capo partito o al leader di un’azienda che decide cosa far votare e cosa no. Fabio Evangelisti l'8 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Sarò rozzo. Almeno quanto è rozzo il ragionamento che porterà, fra qualche ora, l’Aula di Montecitorio a ridurre i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. “Taglio” lo definiscono dall’alto della loro cultura istituzionale i giuristi della Casaleggio & Associati. Ma sarebbe più giusto definirla un’amputazione senza anestesia. Ad ogni modo si tratta della più drastica e scriteriata manomissione del nostro sistema istituzionale, sostenuta da un solo argomento: basta con le poltrone, ‘ Basta con la Casta’. Come se la Casta fosse questione di numeri e non di privilegi. Quando per risparmiare, a titolo d’esempio, si poteva incidere sulle indennità e i benefit dei parlamentari. Ma vuoi mettere l’effetto che fa annunciare che è fatta, e cantare che “il nemico è vinto, è battuto”. Becchime per i polli. E chissenefrega della dell’articolazione della democrazia e del pluralismo e della tutela delle minoranze e della adeguata rappresentanza delle diverse aree del Paese. Il film già visto per il reddito di cittadinanza e l’abolizione della povertà. Si affacceranno nuovamente al balcone per festeggiare la sconfitta della Casta quando, in realtà, l’avranno soltanto sostituita con una nuova e più ristretta élite. E dispiace leggere di insigni giuristi che in questo sfregio alla Costituzione vedono la possibilità di una miglior selezione del ceto politico, finalmente scelto su basi etiche e di maggior rappresentatività e competenza. Succederà esattamente il contrario. Un ceto politico che cercherà soltanto di autotutelarsi e riprodursi. D’altronde, non s’improvvisa una classe dirigente con le geometrie istituzionali. Servono lunghi processi storici ed economici, condizioni sociali e culturali per far emergere quadri adeguati. Discorso che vale anche in direzione opposta: il populismo imperante, da Trump a Bolsonaro, ne è una riprova. Del resto, la proposta in questione si nutre della stessa logica di chi vorrebbe introdurre il vincolo di mandato per deputati e senatori. Ricordate i frizzi e i lazzi di quando Berlusconi pretendeva che, per mettersi al riparo dei franchi tiratori, fossero soltanto i capigruppo a votare nelle aule parlamentari. Qui è anche peggio! Si vorrebbe che a decidere sia uno soltanto, il capo partito. Che, magari dietro la sua scrivania, a capo di una società privata, deciderà poi in base a sue personalissime valutazioni cosa è bene e cosa è male per il Paese. Altro che pieni poteri. La democrazia rinsecchirebbe in una sola stagione e non so quale termine scoverebbe oggi Marco Pannella per denunciare una tale deriva partitocratica. Di certo, c’è che il culto della democrazia ( anche quando la si vorrebbe diretta) è davvero ben poca cosa per gran parte degli attuali esponenti politici. E dispiace che il Pd aggiunga il suo voto favorevole a questa legge di riduzione dei parlamentari, firmata dall’allora ministro Fraccaro, dopo averla contrastata per 14 mesi e votato contro in ben tre precedenti passaggi d’Aula. Per intenderci, tutto è perfettibile. Personalmente ritengo intoccabile soltanto la prima parte della nostra Costituzione. Quella dedicata ai principi fondamentali della nostra Repubblica. Di tutto il resto si può discutere. E ricordo che di riduzione del numero dei parlamentari e di riforma della struttura dello Stato si parla da più di quarant’anni. In archivio sono disponibili gli atti e i documenti delle Commissioni presiedute da Aldo Bozzi, da Ciriaco De Mica e Nilde Iotti e fino alla bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Un approfondito lavoro di studio e di ricerca. Non l’approssimazione e l’improvvisazione di oggi. Provate a chiedere al primo deputato grillino che incontrate per strada: perché un Senato di 200 membri e non 150 oppure 100 ( che farebbe anche più yankee)? Quello allargherà le braccia, ma non vi darà una risposta compiuta. Persino la “deforma” immaginata da Matteo Renzi si nutriva almeno di un ragionamento alto e ambizioso: non soltanto la riduzione dei parlamentari, ma diversificare composizione, compiti e funzioni di Camera e Senato. Qui soltanto la propaganda, dietro il vuoto. C’è da sperare che il quorum di oggi ( o domani) a Montecitorio non impedisca un ricorso allo strumento referendario e che la sollevazione indignata di un’intellighentia, rimasta colpevolmente silente nell’ultimo anno, possa rimediare in parte al danno che intanto si sarà prodotto.

La sinistra già si vergogna di aver tagliato i seggi per compiacere i grillini. Votano la riforma anticasta in aula ma subito annunciano che vogliono cancellarla. Carmelo Caruso, Giovedì 10/10/2019 su Il Giornale.  Non la apprezzavano per niente, ma la hanno votata e adesso annunciano che sono pronti a rimediare (ma con il referendum). Non era di sinistra, e soprattutto non era del Pd, la riforma tagliapoltrone che, in un pomeriggio di ottobre, ha rimpicciolito gli emicicli di Camera e Senato, meno 345 parlamentari, e restituito il sorriso a Luigi Di Maio. Democrazia, bilanciamento? Tiè. Il voto è stato plebiscitario, ma cosa si può dire della coerenza? Roberto Giacchetti, deputato del Pd e oggi italiano vivo con Matteo Renzi, ha passato una vita (da radicale) chiedendo rappresentanza per le minoranze ed è finito tra i riluttanti che hanno votato la riduzione dei seggi. Per fedeltà al nuovo governo, e al M5s, ha rinnegato (e non ha atteso neppure che la campanella suonasse tre volte) la sua precedente fede. Ha già comunicato che saboterà la riforma e che andrà in giro per l'Italia a diffondere il vecchio testamento e riabilitare l'antico parlamento. Torna insomma a quello che sa fare e spera di cancellare quello che ha fatto: «Sarò il primo a costituire i comitati per il no alla riforma». Ha tre mesi di tempo per raccogliere cinquecentomila firme e ha promesso che ci riuscirà. Ma non era meglio votare no, come del resto avevano in precedenza votato tutti i parlamentari del Pd in tre e ben passate letture? Prima di ribaltare il governo, e quindi opinione sul M5s, nessuno più di loro si era opposto a questa riforma, diciamolo, tanto demagogica e anticasta quanto davvero poco utile (lo pensa anche mister forbici, Carlo Cottarelli) ai nostri scalcagnati conti pubblici. «Progetto peronista», «collasso democratico», «scorciatoia» per indebolire il parlamento... Non si sa se saranno le prossime sciagure che ci attendono, ma si sa che erano parole del Pd riguardo alla legge. Si vuole dire che la cattiva figura, e l'opportunismo, in questa circostanza era tale che ci si immaginava il silenzio, la contrizione. Ci si è sbagliati, al punto che, da ieri, non si contano più le dichiarazioni contro la novità e proprio per bocca del Pd. Per non chiamarla altrimenti, Matteo Orfini la chiama sincerità («Abbiamo approvato una riforma alla quale avevamo votato contro per tre volte. Lo dico con sincerità. Mi è costato moltissimo e penso che sia stato un passaggio gestito malissimo») mentre il deputato Nicola Pellicani, ancora più esplicito di lui, l'ha chiamata «schifezza, un suicidio» per cui è convinto di finire sui libri di storia insieme al suo compagno, Carmelo Miceli, che all'Huffington Post, ha confessato di sentire il fuoco sotto e lui bollire in pentola: «Siamo dei tacchini». E, a volerla dire tutta, come si può votare una riforma quando perfino il capogruppo, Graziano Delrio, in aula riconosce: «Avevamo e abbiamo grandi perplessità»? Singolare e irraggiungibile è stata tuttavia Maria Elena Boschi che, prima del voto, ha chiarito subito con quale animo fermo diceva sì: «Votiamo questa riforma, ma certo non migliorerà il funzionamento del parlamento. Andremo a commettere il nostro dovere». Onore nel disonore a Ettore Rosato, il solo che ha dichiarato quello che tutti sanno: «La voto soltanto perché inserita in un accordo fra Pd e M5s». Sarà, ma fa impallidire perfino uno che ne ha viste (e compiute) tante come l'ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti: «Un suicidio. Hanno trattato democrazia e seggi come il macellaio fa con la carne». La verità? L'hanno venduta per stare al governo. Con la poltrona e pure scontenti.

QUANTO SI RISPARMIA DAVVERO CON IL TAGLIO DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI? Edoardo Frattola per osservatoriocpi.unicatt.it il 9 ottobre 2019. È in dirittura d’arrivo l’iter della legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari di 345 unità (230 deputati e 115 senatori). Alcuni esponenti governativi del M5S hanno sostenuto che questo taglio garantirà risparmi per 500 milioni a legislatura. In realtà, il risparmio netto generato dall’approvazione di questa riforma sarà molto più basso (285 milioni a legislatura o 57 milioni annui) e pari soltanto allo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana. L'11 luglio scorso il Senato ha approvato in seconda lettura il disegno di legge costituzionale n. 214-515-805-B, che a partire dalla prossima legislatura riduce il numero di deputati da 630 a 400 e il numero di senatori da 315 a 200.[1] Il via libera definitivo da parte della Camera è atteso a settembre. Al di là delle possibili considerazioni sull’impatto di questa riforma sul funzionamento del Parlamento, è utile chiedersi a quanto ammonterebbe l’eventuale risparmio per le casse dello Stato derivante dal taglio di 345 parlamentari. Il vicepremier Di Maio e il ministro Fraccaro hanno più volte sostenuto che il taglio dei parlamentari garantirà un risparmio di circa 500 milioni di euro a legislatura, ovvero 100 milioni annui.[2] In realtà, il risparmio sembra essere molto più contenuto. Lo “stipendio” di un parlamentare è dato dalla somma di due componenti: l’indennità parlamentare, soggetta a ritenute fiscali, previdenziali e assistenziali, e una serie di rimborsi spese esentasse. L’indennità lorda mensile ammonta a circa 10.400 euro, ma al netto delle varie ritenute si attesta attorno ai 5.000 euro. La somma dei rimborsi spese per l’esercizio del mandato (diaria, collaboratori, consulenze, convegni, spese accessorie di viaggio e telefoniche ecc.) è invece pari a 8.500-9.000 euro al mese.[3] Ogni parlamentare ha quindi un costo di circa 230-240 mila euro annui al lordo delle tasse, per un totale di circa 222 milioni. Queste cifre trovano conferma nei bilanci di previsione delle due camere: la spesa prevista per il 2019 per i compensi dei parlamentari è infatti di 225 milioni. Il risparmio lordo annuo che si otterrebbe riducendo il numero di parlamentari di 345 unità ammonta quindi a 53 milioni per le casse della Camera e a 29 milioni per quelle del Senato, per un totale di 82 milioni. Il risparmio sull’intera legislatura (410 milioni) si avvicinerebbe, ma sarebbe comunque inferiore, a quanto dichiarato dagli esponenti del M5S. Tuttavia, il vero risparmio per lo Stato deve essere calcolato al netto e non al lordo delle imposte e dei contributi pagati dai parlamentari allo Stato stesso. Considerando un’indennità netta di 5 mila euro mensili per ciascun parlamentare (a cui sommare tutti i rimborsi esentasse), il risparmio annuo che si otterrebbe con la riforma in questione si riduce a 37 milioni per la Camera e a 20 milioni per il Senato. Il risparmio netto complessivo sarebbe quindi pari a 57 milioni all’anno e a 285 milioni a legislatura, una cifra significativamente più bassa di quella enfatizzata dai sostenitori della riforma e pari appena allo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana.[4] Questo non significa necessariamente che i risparmi non siano giustificati, ma occorre metterli in proporzione anche rispetto a dichiarazioni, come quelle del vicepremier Di Maio, secondo cui con questa legge “si tagliano privilegi ai politici e si restituisce al popolo”.

"IL PARLAMENTO TAGLIA I PARLAMENTARI, CONTE SPENDE 17 MILIONI IN AUTO BLU". Gianni Carotenuto per ilgiornale.it il 9 ottobre 2019. "Un miliardo di motivi" per votare il ddl taglia-poltrone. È l'espressione usata su Facebook da Luigi Di Maio per annunciare la riduzione del numero dei parlamentari, al vaglio della Camera dopo il via libera espresso dal Senato lo scorso 11 luglio. Secondo i calcoli del Movimento 5 Stelle, passando da 945 a 600 tra deputati e senatori si otterrà un risparmio di 500 milioni a legislatura. Una stima giudicata troppo ottimistica dall'Osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli, che parla di minori spese per 47 milioni l'anno e un risparmio allo Stato dello 0,007% della spesa pubblica. Tanto che lo stesso Cottarelli, su Twitter, si è divertito a scrivere: "Qual è il numero che unisce il taglio dei parlamentari e James Bond? 007". Scettici anche alcuni deputati che, nonostante le indicazioni di voto dei loro partiti, si sono astenuti. Come Angela Schirò (Pd), per la quale la riforma voluta dai 5 Stelle comporta un "taglio lineare" che "acuisce uno squilibrio di rappresentatività nella circoscrizione estero, rispetto alle altre, portando a una rappresentanza simbolica". Anche Forza Italia, pur votando a favore, ha criticato il ddl taglia-poltrone. Il senatore Franco Dal Mas lo ha definito "una misura demagogica varata con spirito anticasta" che "non produrrà grandi benefici". Ancora più feroce il commento del deputato di Fratelli d'Italia, Emanuele Prisco. Durante le dichiarazioni di voto sul taglio dei parlamentari, Prisco ha rivendicato che "Fdi è l'unico partito di opposizione che nelle tre precedenti letture ha espresso voto favorevole senza essere legato né da accordi programmatici né da contratti di governo". Poi il carico da novanta contro il governo: "Mentre noi stiamo discutendo del taglio dei parlamentari che produce un risparmio di circa 60 milioni di euro, Palazzo Chigi - ha accusato Prisco - spende 170 milioni per rifare il parco auto. Alla faccia dei tagli che ci propone il Movimento 5 Stelle, alla faccia dei privilegi dei politici: ai suoi ministri il M5S le auto blu le compra e le compra care". Anche Fdi, come tutti gli altri partiti a eccezione di +Europa, ha votato a favore della riduzione dei parlamentari. "Siamo l'unico partito di opposizione - ha aggiunto il deputato - che nelle tre precedenti letture ha espresso voto favorevole senza essere legato né da accordi programmatici né da contratti di governo, coerente con la propria storia". Quindi l'affondo contro Di Maio: "Si impegni a dire subito che si va a casa se dovessero mancare i voti al Pd", ha concluso l'onorevole.

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica”il 9 ottobre 2019. A volte la storia assomiglia a un mostro che si mangia la coda, ma questo non significa che non si possa partire da molto lontano. Così l' argomento dell' amputazione di un buon numero di deputati e senatori, con le sue ovvie implicazioni punitive, è vetusto come l' aggettivo che lo definisce. Basti pensare che nell' anno 1895 uno spiritoso deputato moderato, Francesco Ambrosoli, diede alle stampe un libricino dal titolo "Salviamo il Parlamento: contro il parlamentarismo" nel quale sviluppando il tema primigenio "Perché i deputati sono antipatici" vivamente incoraggiava i suoi colleghi a essere molto modesti e comunque molto cauti nel dare nell' occhio rispetto a pretese e privilegi. Nel 1955, e quindi ormai in regime democratico e repubblicano, il grande Giovanni Ansaldo ripropose quello scritto con tale intensità da indicarne addirittura la collocazione presso la benemerita biblioteca di Montecitorio. Tre anni prima, in "Totò a colori" il re della commedia si era confrontato con la figura di un borioso onorevole all' interno di un costrittivo vagone-letto: «Io sono un onorevole! Un o-no-re-vo-le!» scandisce. «Un onorevole?» chiede Totò palesemente scettico. «Sì» gli risponde quello tra il compiaciuto e l' altezzoso; e qui, accompagnato da una salutare propulsione del braccio monta e deflagra lo sberleffo di surreale potenza: «Ma mi faccia il piacere!». Vero è che a quei tempi tutto ciò si poteva pur sempre confinare dentro il derelitto e comodo recinto del qualunquismo. Ma oggi? Beh oggi che è giunto il giorno del drastico taglio degli eletti, un po' viene da pensare che chi semina vento raccoglie tempesta, proverbio che può variamente interpretarsi nel senso che i suddetti eletti se lo sono meritato, ma anche che l' intero mondo che ruota attorno al potere, a partire dal sistema mediatico, si è ben guardato dal compiere un esame di coscienza. Ci fu un' occasione nel 1992-93 quando, dopo la lunga stagione delle vacche grasse culminata in una sintomatica proliferazione di ristoranti e punti di ristoro, sulle Camere si abbatté il funesto passaggio di Mani pulite. Fine dell' immunità parlamentare, arresti a catena, transenne davanti alla Camera, dietro le sbarre un furor di popolo che si esprimeva con lanci di uova, frutti, ortaggi; i parlamentari non uscivano più nemmeno per andare a pranzo, i ristoranti della Città politica desertificati, per la strada insulti, sputi; facendo la fila a un ufficio postale il povero Willer Bordon venne affrontato da un colonnello dell' aviazione: «La chiamo deputato perché onorevole sarà il mio pitale!»; ansia, panico, anche qualche suicidio, chi si rivolgeva allo psicologo, chi alla cartomante, chi cominciò a fare sedute spiritiche per sapere dall' aldilà quando sarebbe finita. Ce n'era abbastanza, insomma, per imparare la lezione e darsi una raddrizzata. E invece no, niente. Forse fu perché le cose brutte si dimenticano in fretta; o perché presto venne il tempo di Berlusconi, che delle assemblee aveva un' idea tutta sua e non esattamente nobile («Servono a rassicurare le mogli mentre a Roma si h a l' amica»); o magari perché proprio allora il Parlamento cominciava a perdere il suo core business (leggi e controllo). Fatto sta che dieci anni dopo tutto l' andazzo era di nuovo ricominciato. Daccapo: aumenti di indennità, (però furbamente ribattezzati "rimborsi" o "adeguamen-ti"), diaria, portaborse, sgravi fiscali, assicurativi, automatismi, galleggiamenti, viaggi per il mondo e altre diavolerie all' insegna del privilegio. Ci fu pure l' ideona di aprire dei "Camera point", subito falliti, per vendere gadget che nessuno acquistava. Dopo l' 11 settembre ricominciarono costosissime blindature, con pezzi del centro storico letteralmente sequestrati alla città. Sullo sfondo, sempre più visibili, lo svuotamento delle istituzioni, l' oscuramento definitivo delle culture politiche, quindi una selezione basata su una legge elettorale definita dal suo creatore "Porcellum" e che non solo equiparava il seggio a un' investitura, ma favoriva anche le più scorrevoli e opportunistiche migrazioni. Al passaggio di millennio l' antipolitica, col proposito di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, era ancora lontana. Ma nessuno nei Palazzi - ah l' antica metafora di Guicciardini ripresa da Pasolini! - ritenne di moderare richieste, pretese e grotteschi benefici per farsi perdonare l' assenteismo o pianisti d' aula. Venne dunque il tempo dei corsi di lingue e per sommelier, degli spazi di preghiera e raccoglimento, delle ferie prolungatissime, delle settimane dedicate alle gastronomie regionali, delle vacanze-pellegrinaggi, dei club di tifosi. A un certo punto un gruppo di onorevoli cavallerizzi ottenne di poter sfilare, clòppete- clòppete, per le vie di Roma con altri onorevoli che partecipavano in carrozza, intorno polizia, carabinieri e vigili urbani, dietro squadre Ama pronte a raccogliere le deiezioni equine. È da cinque stelle ricordare tutto ciò? È populismo stabilire un nesso fra distanza dalla vita della gente e illegittimità della classe politica? Nel maggio del 2007 uscì "La Casta" di Stella e Rizzo: a dicembre aveva già venduto un milione 200 mila copie mettendo a nudo uno stato d' animo che già da un pezzo la politica doveva intercettare, disinnescare. Adesso è decisamente troppo tardi; adesso non servirà nemmeno tagliare perché è già Sparlamento. Ci si consola, nei giorni di buonumore, pensando che la storia bene o male continua.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

Europa, cosa non ha funzionato: meriti e colpe. Se c'è così tanto scontento, le istituzioni Ue hanno gravi responsabilità perché hanno dimostrato di ragionare con miopi calcoli ragionieristici. Però attenzione, è troppo comodo scaricare su Strasburgo la responsabilità di politiche sbagliate che invece sono nostre, scrive Luca Ricolfi il 24 ottobre 2018 su Panorama. Fra meno di otto mesi saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo. Forse, da quando si vota per questo organismo, ossia dal 1979, questa sarà la prima volta in cui noi cittadini europei non potremo chiamarci fuori, o snobbare l'appuntamento elettorale, come, sia pure in misura diversa da Paese a Paese, abbiamo sempre fatto. La ragione è semplice: per la prima volta, in discussione non saranno semplicemente le politiche dell'Europa, ma sarà l'esistenza stessa dell'Unione. Le recenti avanzate dei movimenti populisti, sovranisti, nazionalisti (o come preferite chiamarli) nelle più recenti elezioni nazionali, suggerisce infatti che, dopo il 26 maggio 2019, possa emergere un Parlamento in cui la maggioranza non è più detenuta dalla forze politiche tradizionali che hanno sempre retto il timone della politica europea (socialisti, popolari, liberaldemocratici) bensì dai partiti e movimenti che osteggiano l'Europa e vorrebbero uscirne, o cambiarne drasticamente le regole.

Cosa non ha funzionato in Europa. Vale quindi la pena chiedersi che cosa non ha funzionato in Europa (sul fatto che qualcosa non abbia funzionato sono tutti d'accordo), e soprattutto se le colpe dell'Europa siano quelle che di solito le vengono ascritte: l'incapacità di proteggere i confini di terra e di mare, la mancanza di poteri del Parlamento, l'austerity in politica economica. Sul primo punto (la protezione dei confini) credo che le critiche siano sacrosante: l'Europa ha scaricato completamente sui Paesi geograficamente critici (soprattutto Italia, Grecia, Ungheria) l'onere di gestire la pressione migratoria, alimentando in alcuni di essi l'ascesa di movimenti anti-immigrati. Sulla debolezza del Parlamento europeo, ovvero sull'idea che il progetto degli Stati Uniti d'Europa non sia mai veramente decollato, per cui l'Europa avrebbe scelto di diventare un gigante in economia e rimanere un nano in politica, avrei invece qualche dubbio. Se è vero che uno dei fattori che ha soffocato e soffoca le economie del Vecchio continente è stata l'iper-legislazione, ossia la proliferazione di norme, direttive, regolamenti che ostacolano l'attività economica, forse sarebbe il caso di chiedersi se un Parlamento più forte, ovvero più capace di sfornare leggi a getto continuo, non avrebbe aggravato il problema dell'eccesso di regolamentazione; un problema, peraltro, che non è certo nato con la crisi, visto che Giulio Tremonti lo aveva ampiamente analizzato e denunciato in un libro del 2005 (Rischi fatali, Mondadori). Resta il punto più dolente, l'austerità. Qui l'opinione prevalente (in Italia largamente prevalente) è che ne abbiamo avuta troppa, e che la cura sia stata sbagliata, perché avrebbe ammazzato il paziente anziché guarirlo. Su questo vorrei sollevare qualche dubbio. Non per dire che la politica economica imposta ai Paesi europei sia stata quella giusta, ma per notare alcune cose su cui troppo si sorvola. 

Primo. Il debito eccessivo che ha travolto alcuni Paesi europei, e in particolare Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda (i cosiddetti Piigs) nonè stato imposto, o favorito, o incentivato, dalle autorità europee, ma è frutto delle scelte delle classi dirigenti nazionali, che ora pretendono di liberarsi del giogo dell'Europa.

Secondo. La maggior parte dei Paesi europei, compresi quelli dell'area euro, dalla crisi sono ormai usciti da tempo, recuperando i livelli di reddito pre-2008, e in diversi casi persino incrementando il tasso di occupazione. Da questo punto di vista la tesi della "fine del lavoro", per cui le macchine ci starebbero soppiantando e la piena occupazione sarebbe irrimediabilmente un'utopia del passato, appare incompatibile con la storia recente delle economie europee, che è risultata fallimentare in tre soli Paesi: Grecia, Italia, Finlandia.

Terzo. I Paesi europei che meglio sono riusciti a recuperare le posizioni dopo la batosta del 2009-2011 sono quelli che hanno affrontato il problema del debito pubblico più dal lato delle spese che dal lato delle entrate. Visto da questa angolatura, il problema dell'austerità non è se praticarla o non praticarla, ma se praticare l'austerità "buona", che punta sulle riduzioni di spesa per riequilibrare i conti e attenuare la pressione fiscale, o praticare l'austerità "cattiva", che aumenta le tasse senza incidere in modo sostanziale sulla spesa corrente (inutile aggiungere che quel poco di austerità che l'Italia ha praticato, peraltro solo nel 2012-2013, è stata di questo secondo tipo).

L'esempio emblematico dell'Irlanda. Ecco, questo è un punto su cui - a mio parere - l'Europa è stata molto carente. Non perché abbia invitato i Paesi a rimettere in ordine i conti pubblici, ma perché ha cercato di imporre l'equilibrio di bilancio in modo puramente ragionieristico, come se l'importante fosse solo contenere il deficit, e non il modo in cui lo si fa. Emblematico il caso dell'Irlanda, cui nel momento peggiore della crisi le autorità europee tentarono - fortunatamente senza successo - di imporre l'aumento della tassa societaria (la più bassa d'Europa: 12,5 per cento), senza valutare che proprio mantenendola bassa l'Irlanda avrebbe potuto uscire dalla crisi, grazie al flusso di investimenti esteri indotto da un'aliquota così contenuta: in quella circostanza le classi dirigenti nazionali si rivelarono assai più saggee lungimiranti di quelle europee. Forse, più che prendere posizione risolutamente pro o contro l'Europa, questo dovremmo fare nei mesi che ci separano dalle elezioni europee: ripercorrere la storia di questi 40 anni per cercare, in futuro, quantomeno di non ripetere gli errori più gravi. (Articolo pubblicato sul n° 44 di Panorama in edicola dal 18 ottobre con il titolo "Europa, meriti e colpe").

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

Così entrammo nell’Euro, retroscena del miracolo europeista. Antonella Rampino l'8 Dicembre 2019 su Il Dubbio. I dubbi di Monti, lo scetticismo di Bruxelles, le bugie di Aznar, l’aiuto di Chirac. Così entrammo nella moneta unica. Ma perché Mario Monti mise in dubbio che l’Italia ce l’avrebbe fatta a entrare nell’euro?, chiede ( anche un po’ retoricamente) Vincenzo Visco che da ministro delle Finanze lavorò serratamente a fianco di Ciampi durante tutta quella complessa e difficile stagione, mentre Romano Prodi ascolta e se la ride sotto i baffi rio Grilli, che al Tesoro affiancava Mario Draghi anche non ha. Poco più in là Vittoella pattuglia dei più stretti collaboratori di Ciampi, e che in quei mesi si fece scaramanticamente crescere la barba (“me la taglierò solo il giorno in cui ce l’avremo fatta”, disse all’epoca) ammette che sì, l’ipotesi della “gradualità”, l’entrare nell’Unione monetaria solo in un secondo momento, era stata presa in considerazione, fosse solo come possibilità tecnica: lui e Draghi ne discussero con Ciampi ma “dopo il vertice di Valencia e le parole di Aznar fu chiaro che dovevamo tentare tutto e subito”. Qual è la storia, quanti inciampi e possibili trappole dovessero essere disinnescate, dentro e fuori i confini nazionali, per vedere infine realizzato il grande e all’epoca temerario progetto, proprio a partire da Aznar che si premurò di dire via Financial Times che era stata la Spagna a convincere l’Italia -“una balla clamorosa” dice oggi senza mezzi termini Prodi”- lo vedremo più avanti. Ma intanto occorre ricordare che quella domanda, riusciremo a entrare nella moneta unica, e a entrarvi dalla porta principale, nella pattuglia di testa dell’Unione, riusciremo ad essere tra i Paesi che determineranno l’Europa e i nuovi equilibri non solo monetari nel mondo, se la ponevano tutti, in quella primavera- estate del 1996 che sembra lontanissima e invece dispiega i suoi benefici effetti anche oggi. Per Carlo Azeglio Ciampi, l’uomo che portò per mano l’Italia a rientrare nello SME a quota di cambio 990, attuando un risanamento dei conti pubblici di clamorosa rapidità – precondizione per l’accesso all’eurozona - fu subito chiaro lo scopo nazionale, e si può dire anche patriottico perché si tratta proprio della stessa personalità che trasse la parola dall’oblio della vocaboliera politica: “Si trattava di spezzare il machiavello, il circolo vizioso inflazione- svalutazione- sfiducia, e quindi tassi di interesse elevati, che aveva tenuto l’Italia sull’orlo dell’abisso finanziario”. Si trattava di mettere il Paese al riparo: dove è ancora oggi, tanto che nella crisi dei debiti sovrani iniziata oltre dieci anni fa ci siamo potuti difendere e salvare. Mettere al riparo l’Italia dall’abisso era il rovello di Ciampi, il motivo per il quale accettò di far parte da ministro del Tesoro del primo governo Prodi, dopo esser stato liquidato come presidente del Consiglio dai partiti che lo avevano sostenuto in Parlamento per tutto il 1993 alla stregua di un “governo amico”. Ma il compito che si era dato era, e fu, assai arduo. Nessuno, nella pubblica opinione, e quel che è peggio nei partiti e tra gli opinion leader che anzi ingaggiarono una quotidiana battaglia di scetticismo e anche semplici malevolenze, credeva davvero che l’obiettivo sarebbe stato centrato. Racconta Romano Prodi che “quando, dopo le elezioni del 1996, gli chiesi di diventare ministro ero molto dubbioso che mi dicesse di sì, ma in lui prevalse il senso di patria. Fu però subito molto schietto: accetto solo a due condizioni, avere l’euro come missione, e un ruolo da ministro tecnico, fuori dalle beghe dei partiti e con un rapporto diretto col presidente del Consiglio”. La sfida non era solo di riuscire a raggiungere i parametri di finanza pubblica che il Trattato di Maastricht prescriveva ma anche e soprattutto “entrare nel gruppo di testa, perché in coda il gioco è chiuso” ricorda ancora Prodi: “Non era solo un problema di standing: chi non arriva nel primo round non arriva neanche nel secondo, la gradualità era politicamente impossibile, il sistema si sarebbe chiuso ci dicemmo con Ciampi”. Che è come dire: se non ce la facciamo noi, subito, l’Italia non ce la potrà mai fare. “Blindammo subito la strategia, Ciampi al Tesoro, Vincenzo Visco alle Finanze”. I due infatti come sappiamo viaggeranno di concerto strettissimo, sarà proprio Visco a trovare con la lotta all’evasione fiscale lo strumento per rimettere in sesto i conti, e anche materialmente tra Roma, Bruxelles, Washington, Francoforte, Parigi, Berlino: un sodalizio che diventerà poi una grande amicizia. “Sapevamo che il vero nodo era la tenuta della coalizione di governo, con un deficit al 7,5 per cento. Sapevamo di dover mandare, tra mille polemiche che si sarebbero scatenate, un messaggio forte, come facemmo e ripetutamente, alla pubblica opinione”, continua Prodi. Nelle prime ore dopo l’insediamento del governo “mandammo a Kohl e Chirac una lettera molto chiara: vogliamo scendere subito sotto la soglia del 3%. E ce la facemmo: in meno di un anno arrivammo al 2,7. Il debito pubblico scese dal 127 per cento del Pil a 111, a fine governo arrivò addirittura al 100%…”. La rievocazione di quella stagione gloriosa nella quale una classe dirigente politica altamente competente, consapevole e responsabile riuscì a salvare la pelle a un Paese oberato dalla folle finanza pubblica inaugurata negli anni Ottanta, ad attuare il disegno dell’Italia nell’euro prima di esser rimandati a casa da Bertinotti grazie a un solo voto mancante alla fiducia in Parlamento, e soprattutto prima che Ciampi potesse avviare un vero risanamento del debito pubblico, è stata al centro di una riunione di discussione e studio organizzata dalla Normale – che a Ciampi ha dedicato una sua Scuola, con corso di studi martedì scorso a Palazzo Strozzi a Firenze, nell’ambito di una lunga serie di convegni sulla figura di Ciampi e sui determinanti ruoli istituzionali da lui ricoperti nella sua “vita di corsa” – secondo le sue stesse parole- che come ha anticipato il direttore della Normale Luigi Ambrosio, culminerà ad aprile 2020, nel centenario della nascita. Una discussione straordinaria per la presenza dei protagonisti dell’epoca, e per la libertà del confronto, nella fragorosa assenza di testimoni del mondo dell’informazione. La via della franchezza l’imbocca subito, per l’appunto, Romano Prodi. “L’entrata dell’Italia nell’euro all’estero non era gradita a tutti. Al cruciale vertice di Valencia, Aznar fece il furbo, fece l’hidalgo raccontando al Financial Times che era stata la Spagna a convincere una riottosa Italia”. Non era vero niente, “tutte balle” sbotta Prodi “e la prova sta in un’intervista di Ciampi al Sole 24 Ore, già a gennaio 1996 disse che la volontà era entrare nell’euro e nel gruppo di testa”. ” Aznar era dilagante”, ricorda Mario Monti. Il quale ci mise del suo, dando da Commissario UE alla Concorrenza nel maggio del 1996 un’intervista al Financial Times nella quale metteva in dubbio che l’Italia ce la potesse fare, avanzando pure l’ipotesi che il tentativo potesse sortire l’effetto di un rallentamento complessivo della nascita dell’euro. Il governo italiano – oltre la rabbia fredda di Ciampi- reagì con asprezza, pubblicamente, a cominciare da Prodi. Che al convegno è seduto proprio accanto a Monti, e sorridendo lo ascolta giustificarsi “io volevo solo scuotere l’opinione pubblica… lei, presidente Prodi, fece benissimo a reagire… ho un bellissimo ricordo di quel nostro contrasto, e lei poi mi confermò come Commissario…”. Non fu, come sappiamo, solo Monti a dubitare: pur essendo clamoroso da parte dell’italiano più importante a Bruxelles, lo fece anche, addirittura, dall’altra sponda dell’Oceano Franco Modigliani. E con cadenza da stillicidio sulla prima pagina del Corriere della Sera c’erano sempre Giavazzi e Alesina ad avanzare pirotecniche critiche. Ricomposto pubblicamente il dissidio, pubblicamente Prodi ha chiesto a Monti quale fosse la posizione della Commissione Ue, come corpo collettivo, verso l’Italia, “perché è una cosa che non ho mai capito”. La Commissione, ha risposto Monti, “è stata sempre ambigua: dell’ingresso dell’Italia nell’euro abbiamo discusso solo al momento di prendere la decisione. La posizione di Aznar era dilagante, tutti capivano che la Spagna puntava a rallentare l’Italia, ma siccome anche in Italia c’erano dubbi…”. Il governo, racconta Vincenzo Visco, “prese la decisione di tentare il tutto per tutto a settembre, in una riunione breve e senza dissensi a Palazzo Chigi. C’erano Prodi, il suo sottosegretario Micheli, naturalmente Ciampi ed io, il vicepremier Veltroni e il ministro Treu. Per ragioni politiche e di tempo capimmo subito che non potevamo operare attraverso tagli rilevanti alla spesa pubblica, capimmo che oltre quelle che Ciampi chiamava “misure di tesoreria” – e cioè rimodulazioni contabili di alcune poste di bilancio- ci restava solo lo strumento fiscale. E aumentare le tasse è il “lavoro sporco” del ministro delle Finanze…”. Nasce così a fine dicembre l’eurotassa, che valeva 4.300 miliardi di lire e serviva a ridurre dello 0,6% il disavanzo. E che a sorpresa non solo venne poi effettivamente resa agli italiani, “la prima tassa restituita della storia” come dice il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, ma che gli italiani furono fieri di pagare: come sappiamo dal memoir di Paolo Peluffo, portavoce di Ciampi da Palazzo Chigi al Quirinale, fu commissionato un sondaggio, e il 67% degli italiani erano fortemente convinti dell’ingresso nell’Unione monetaria. Un sondaggio analogo, e anche quello dal risultato inatteso, testimoniava che a differenza dei loro governi i cittadini di Olanda, Francia e Germania erano in larghissima parte favorevoli all’Italia nell’euro: quei dati aiutarono a vincere le resistenze del falco tedesco Starck. Il Cancelliere tedesco Kohl, pur personalmente favorevole, aveva infatti il problema della propria opinione pubblica, e non solo. La sua preoccupazione era se il governo avrebbe retto, e cosa ne sarebbe stato del debito pubblico italiano, “dovete fare i compiti a casa, mi diceva, e del resto lui era così, usava sempre metafore legate ai banchi di scuola…” ricorda Prodi. “Ma i più contrari erano i bavaresi: dovetti parlare molte volte col capo della Cdu Stoiber”. Il segnale politico che ce l’avremmo fatta ad avere il via libera dei grandi paesi europei arrivò dalla Francia. Accade tutto a novembre 1996, al momento dell’ingresso della lira nello Sme, il “serpentone europeo” che fece da ponte all’euro. “Si trattava di contrattare la quotazione. Nelle riunioni alle quali partecipavamo Mario Draghi per il Tesoro e io per la Banca d’Italia si era partiti da quota 920 e si era arrivati a una quota 950 irrinunciabile per la Bundesbank, mentre il mandato che avevamo ricevuto da Palazzo Chigi era 1.000 lire per marco”, racconta Pierluigi Ciocca. Che, al momento decisivo, si rivolge a Prodi e gli sihgerisce di telefonare a Chirac. Cosa che Prodi fa immediatamente: “Non c’è nessuna Europa senza l’Italia, a me il cambio non interessa” gli dice il presidente francese. La Francia voleva l’Italia nella moneta unica, “era fu il segnale che attendevamo”, nota Prodi. I tedeschi accettarono subito quota 990. Chirac, bisogna considerare, era molto irritato per le continue svalutazioni della lira che mettevano in difficoltà il sistema industriale francese, e in vetrina le sue inefficienze. Gli Stati Uniti dubitavano intanto non solo che l’Italia ce la facesse: erano scettici proprio circa una nuova moneta unica europea ( chi scrive ricorda i fondi del Washington Post, “Europei ammalati di vanità monetaria…). “Temetti che potessero farla saltare appena nata” confessa Prodi. “Sarebbe bastata una mossa speculativa, ma invece non accadde: quegli Stati Uniti erano assai diversi da quelli di oggi. Avevano il senso della comune famiglia europea”. Il 2 gennaio 1997 Ciampi comunica al presidente del Consiglio che i conti sono a posto, il deficit è al 2,7 per cento – ben al di sotto del 3. “E avemmo un surplus primario del 6,2 per cento – un record- mentre il Pil crebbe dell’ 1,8” ricorda Vincenzo Visco, che perseguendo evasione ed elusione fiscale di fatto “finanziò” l’ingresso nell’euro con 4,5 punti di Pil, e vi fu infatti in seguito un taglio delle tasse per una equivalente percentuale. “Ma tutto dipese non solo dalla credibilità, dalla coesione e determinazione del governo: senza la determinazione, la caparbietà, l’abilità politica, la serenità anche nei momenti più difficili che aveva Carlo Azeglio Ciampi, non ce l’avremmo mai fatta” ammette Vincenzo Visco. Perché Ciampi contraddiceva a ogni vertice, a ogni incontro, la nomea di incompetenza e inaffidabilità della classe dirigente e politica italiana. E perché era un uomo con una straordinaria capacità di relazioni umane: franco, diretto, aperto e sempre sorridente. L’Italia ce la fece, in extremis ma ci riuscì. Poi, quella formidabile squadra di governo che era riuscita nell’impossibile impresa venne mandata a casa. “Cominciò la caccia alla lepre, e la lepre ero io” ricorda Prodi, “e Ciampi capì subito il gioco che Bertinotti stava facendo”. Furibondo, mentre stava preparando il piano di risanamento in 10 anni del debito pubblico italiano, meditò di dimettersi subito. Resta, oltre all’euro, una grande lezione politica: credibilità, competenza, coesione attorno a un progetto politico forte sono gli unici elementi capaci di resuscitare la fiducia nella politica dei cittadini. E al punto tale da pagare volentieri le tasse.

I primi 20 anni dell'euro: le cose non dette, scrive Roberto Castaldi l'1 gennaio 2018 su L'Espresso. L’Euro è nato il 1 gennaio 1999, esattamente 20 anni fa. Da quel giorno il cambio tra le vecchie monete nazionali e l’euro è divenuto irreversibile, e sui mercati si è potuto scambiare solo euro. I nostri stipendi, conti correnti, mutui da quel momento in poi erano in euro. È importante ricordarlo, perché nell’immaginario collettivo la nascita dell’euro è in realtà spostata avanti di 3 anni, all’avvio della circolazione fisica dell’euro, il 1 gennaio 2002. Ma in quei tre anni c’era già l’euro e circolavano diverse frazioni di esso sotto forma di vecchie banconote e monete nazionali sulla base del cambio divenuto irreversibile. Questa discrepanza tra la realtà della nascita dell’euro e la percezione dell’avvio della moneta unica è foriera di molte incomprensioni rispetto agli ultimi 20 anni. Vorrei celebrare questa ricorrenza mettendo in luce 20 cose spesso dimenticate o non dette sull’euro, sulle sue origini, sul suo significato storico, sui suoi effetti, sui suoi limiti. Alcune positive, alcune meno, ma non per questo meno rilevanti per capire il presente e l’assoluta urgenza di completare l’unione economica e monetaria. È anche un modo per cercare di favorire in Italia l’emergere di una memoria condivisa e di una comprensione adeguata di alcuni dei passaggi storici più importanti della nostra storia recente, rispetto ai quali continuano a imperversare nel dibattito affermazioni prive di senso. L’Euro, come ogni moneta, è un’istituzione. È quindi una creazione eminentemente politica, anche se ha poi un fondamentale utilizzo ed impatto nel campo economico e finanziario. È la creazione di una piena sovranità europea in ambito monetario. Per far funzionare un’unione monetaria è indispensabile anche una qualche forma di condivisione della sovranità economica e fiscale. La soluzione più logica ed efficace sarebbe stata la creazione di un governo europeo dell’economia dotato di poteri fiscali. Ma la Francia si oppose e si scelse quindi la via dei parametri di convergenza, poi il Patto di stabilità e crescita: ovvero di fissare delle regole europee sulle politiche fiscali che avrebbero segnato i confini ed i limiti entro i quali si sarebbe potuta esercitare la sovranità fiscale nazionale, in modo che non mettesse a rischio la moneta unica e quindi i risparmi e i redditi di tutti. L’unione monetaria è stata il completamento di un percorso che è consistito sostanzialmente nella risposta europea a due grandi shock esterni. Il primo fu l’inconvertibilità del Dollaro in oro nel 1971 – che ha reso possibile lo shock petrolifero del 1973 e portato alla finanziarizzazione dell’economia. La risposta europea fu l’avvio della cooperazione e poi dell’integrazione monetaria con l’ECU e poi il Sistema Monetario Europeo. Il secondo fu la caduta dell’URSS e del Muro di Berlino del 1989 e la prospettiva della riunificazione tedesca. Per accettarla gli europei chiesero alla Germania di rinunciare alla propria sovranità monetaria, al marco, che era la moneta dominante in Europa. Infatti, contrariamente a quanto sostengono i no-euro contemporanei, nei due decenni precedenti la nascita dell’euro ogni qualvolta la Bundesbank tedesca cambiava i tassi di interesse, le altre banche centrali nazionali seguivano a ruota. Cioè l’unico Paese davvero sovrano sul piano monetario era la Germania. Politicamente l'euro fu la cessione del Marco all'Europa da parte della Germania al fine di garantire se stessa e gli altri che la Germania riunificata ‎non avrebbe comportato un'Europa tedesca ma una Germania europea. I benefici di una moneta stabile, bassa inflazione e bassi tassi, che erano stati alla base del successo economico tedesco venivano condivisi con gli altri europei. L’euro non è affatto un diabolico disegno egemonico tedesco, ma fu lo strumento europeo per impedire un’egemonia tedesca. E infatti inizialmente con l'euro la Germania divenne "il grande malato" d'Europa. Servirono le riforme di Schroeder per rilanciare la competitività tedesca e la sua economia. Quando nel dicembre del 1997 furono decisi‎ i Paesi ammessi alla terza fase dell'Unione Economica e Monetaria, tra cui l'Italia, i tassi di interesse sui debiti pubblici iniziarono a convergere rapidamente. In pochi mesi il famigerato spread scese di circa 400 punti. In pratica da quel momento abbiamo risparmiato 4 punti percentuali di interessi l’anno sul debito pubblico italiano. Allora il nostro debito era circa il 120% del PIL, quindi il risparmio era di circa il 4,8% del PIL all'anno. Bastava mantenere le tasse e le spese com'erano, senza fare nulla, senza rigore o austerity, e il debito sarebbe sceso di circa 5 punti percentuali l'anno. E' ciò che ha fatto il Belgio: entrato nell'euro con un debito del 120% del PIL nel 1997, allo vigilia della crisi nel 2007 l'aveva ridotto all'87%. Tale beneficio fu immediatamente evidente agli italiani: il governo Prodi dapprima fu costretto a imporre la “Tassa per l’Europa” per centrare il parametro del deficit e entrare nella moneta unica, e l’anno successivo la restituì all’80%! Com’era possibile che un anno lo Stato italiano fosse messo talmente male da dover imporre una tassa straordinaria e l’anno dopo fosse invece nelle condizioni non solo di non ripetere tale tassa, ma addirittura da restituirne l’80%? Grazie al primo “dividendo” dell’euro, ovvero la riduzione del costo del servizio del debito pubblico, cioè la discesa dei tassi di interesse. I tassi bassi favorirono un boom degli investimenti intra-europei e portarono crescita e occupazione. Per la prima volta dopo 30 anni nei primi 10 anni dell'Euro il mercato europeo ha prodotto più posti di lavoro di quello americano. Inoltre i tassi bassi e la moneta stabile hanno permesso a moltissimi italiani - in precedenza abituati a tassi di interesse molto più elevati - di acquistare casa‎ grazie a mutui improvvisamente molto più convenienti e stabili che in passato. Purtroppo per l'Italia la manna dei tassi bassi fu usata dal centro-destra per aumentare la spesa corrente azzerando l'avanzo primario. Questa prassi si è manifestata costantemente durante tutti i governi Berlusconi dal 1994 al 2011. Così è toccato sempre al centro-sinistra nei brevi periodi al governo di dover risanare i bilanci pubblici per evitare contraccolpi sui mercati. Straordinari al ‎riguardo i disastri provocati dall'ultimo governo di centro-destra durante la crisi. Con il secondo governo Prodi il debito era sceso al 104% e lo spread a 34 punti! In pratica l'Italia pagava di interessi sul debito solo lo 0,34% in più della Germania, che aveva un debito molto più basso. In tre anni di centro-destra al governo, con la maggioranza più ampia della storia della Repubblica e in grado di legiferare come voleva, il debito è risalito al 116% e lo spread a 565, cioè pagavamo 5,65% più della Germania di interessi sul debito: un’enormità. Che ci ha portato a rischio default. Il centro-destra non ha voluto prendersi la responsabilità delle misure di risanamento necessarie e Berlusconi preferì dimettersi lasciando l'ingrato compito al Governo Monti. Monti non solo dovette approvare di corsa una serie di misure lacrime e sangue, per sistemare i conti, ma fu anche costretto a cambiarle in corso d'opera a danno dei ceti popolari, per poter avere il voto in Parlamento del Popolo delle Libertà, il gruppo più numeroso a sostegno del suo governo. Anche se oggi alcuni nel centro-destra fingono di esser stati all’opposizione invece che al governo nella legislatura 2008-2013. Dal punto di vista‎ economico un mercato unico e una moneta unica obbligavano a competere attraverso l'efficienza dei sistemi-Paesi e l'innovazione di prodotto e di processo. Obbligava alla competizione verso l'alto, invece che verso il basso sul costo del lavoro. Perché veniva meno la scorciatoia della svalutazione, che avvantaggia pochi esportatori e impoverisce tutti i cittadini e i risparmiatori. Ecco perché l'attenzione e il dibattito si sono spostati‎ sulle riforme strutturali. L'adesione all'euro permetteva all'Italia - e agli altri Paesi - di competere su un piano di parità. Era l'iscrizione alla gara e ora bisognava iniziare a correre, come inutilmente predicò Ciampi dal Quirinale. Ma nel centro-destra e in gran parte del Paese l’ingresso nella moneta unica fu percepito come l'aver vinto la gara. E ci sedemmo, stanchi e soddisfatti, cogliendo i primi frutti dell'euro: i vantaggi dei tassi bassi di cui ho detto prima. Oggi paghiamo i costi della miopia della classe dirigente italiana di‎ allora con una competitività decrescente e la crisi economica. È un mito che il problema dell'adesione italiana all'Euro‎ sia stata una inadeguata negoziazione del tasso di cambio tra la lira e l'euro alla sua nascita il 1 gennaio del 1999. In realtà per tutte le monete fu utilizzato lo stesso criterio: la media del cambio dei 3 anni precedenti. Ogni polemica su questo è pretestuosa. È una clamorosa bugia che l'aumento dei prezzi seguito all'avvio della circolazione fisica dell'euro, il 1 gennaio del 2002, sia dovuto al cambio o alla moneta unica in sé. Infatti tale aumento non si verificò nella stessa misura in altri Paesi. Il problema fu che il cambio non venne osservato. Questo fu dovuto ad una scelta politica ben precisa del centro-destra, che avendo vinto le elezioni del 2001 tra i suoi primi atti al governo abolì l'obbligo del doppio prezzo per sei mesi e gli osservatori sul change over (il passaggio della circolazione fisica dalla Lira all’Euro) che erano già stati creati presso tutte le province. Il centro-destra smantellò deliberatamente gli strumenti di controllo già predisposti dai governi precedenti, ovvero da Ciampi e Letta, scegliendo di non applicare le indicazioni dell'Unione Europea rispetto alla gestione del change over. In pratica Forza Italia, Lega e Alleanza Nazionale decisero di usare il change over per realizzare una massiccia redistribuzione del reddito nazionale dai percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati) a favore di tutti coloro che potevamo cambiare liberamente i propri prezzi e tariffe, ovvero commercianti‎, categorie produttive, partite iva, che consideravano la loro base elettorale. Che proprio le forze del centro-destra ora attacchino l'euro e gli attribuiscano l'aumento dei prezzi è davvero paradossale. È bene che gli italiani sappiano chi devono ringraziare per l'erosione del loro potere d'acquisto. La percezione sociale dell'euro fu anche vittima di una sfortunata concomitanza. L'avvio della circolazione fisica dell'euro il 1 gennaio 2002 è infatti avvenuta nel pieno dell'impennata del prezzo del petrolio dopo l'attacco alle Torri gemelle dell'11 settembre 2001. Il greggio aumentò progressivamente da 18 fino a 144 dollari al barile, per poi stabilizzarsi per un po’ intorno ai 100 dollari e attualmente intorno ai 70 (sempre più di 3 volte il prezzo prima dell’11 settembre). Ovviamente ciò ha comportato un aumento dei costi di produzione e trasporto e quindi dei prezzi di tutti i beni. Eppure non abbiamo l'espressione "shock petrolifero" per indicare questo periodo. Perché il petrolio si paga in dollari. Alla nascita l'euro valeva 1,16 dollari. E all’inizio si è progressivamente svalutato, favorendo le esportazioni europee, fino ad un minimo intorno a 0,70 dollari. Ma quando il greggio ha iniziato a salire, l’euro si è apprezzato, fino a 1,45 dollari, cioè praticamente raddoppiando il suo valore e assorbendo buona parte dello shock petrolifero. In sostanza l'euro ci ha salvato dallo shock petrolifero, ma ne è rimasto vittima nella percezione sociale a causa della concomitanza tra l’avvio della circolazione fisica dell’euro e l’avvio della fase di aumento del prezzo del petrolio. Dopo la firma del Trattato di Maastricht le maggiori critiche all’architettura dell’unione monetaria furono quelle dei federalisti, che sostenevano l’insostenibilità di un’unione monetaria senza un’unione economica, fiscale e politica. All’epoca vi era un grande consenso su questo. In una serie di dibattiti promossi dall’Istituto degli Affari Economici di Londra l’euroscettico conservatore Portillo ammetteva che la moneta unica avrebbe permesso un miglior funzionamento del mercato unico, ma lui era comunque contrario perché avrebbe portato inevitabilmente all’unione politica, che lui aborriva. Mentre l’economista europeista tedesco Issing (poi membro del Board della Banca Centrale Europea) sosteneva che certo l’unione monetaria disegnata a Maastricht era incompleta e non avrebbe potuto funzionare nel lungo periodo, ma lui era comunque favorevole, perché avrebbe costretto a completare l’unione economica e politica. Paradossalmente, contro tutte queste previsioni, i primi 10 anni dell’euro sono stati un grande successo e ciò ha fatto perdere quella consapevolezza. Di fronte alla crisi finanziaria del 2008 i limiti dell’architettura di Maastricht sono emersi nuovamente. L’assenza di una capacità fiscale europea, e quindi di strumenti per la stabilizzazione macro-economica, per affrontare crisi asimmetriche, e per mettere in campo una politica economica anti-crisi sono divenute evidenti. E la convergenza economica si è deteriorata. Tutti sanno cosa serve. Il Blueprint della Commissione del 2011, il Rapporto dei Quattro Presidenti delle istituzioni europee del 2012, quello dei Cinque Presidenti (includendo stavolta anche il Parlamento europeo) del 2015, e le successive proposte della Commissione Juncker mettono in chiaro che senza l’unione bancaria, fiscale, economica e politica la moneta unica nel lungo periodo non può funzionare. Ciò che manca è la volontà politica, la leadership politica a livello europeo. Ciò non significa che non siano stati fatti passi avanti, con la creazione di alcuni strumenti per affrontare le crisi, come l’unione bancaria, il rafforzamento delle competenze e dei poteri della BCE sulle banche sistemiche, il Meccanismo Europeo di Stabilità, e il recente accordo per utilizzarlo come backstop del Fondo di Risoluzione dell’unione bancaria. Così come il Fiscal Compact e il semestre europeo abbiano rafforzato il coordinamento delle politiche fiscali nazionali a livello europeo. Ma i passi compiuti non sono sufficienti. E non sono stati nemmeno comunicati e spiegati adeguatamente all’opinione pubblica. Almeno c’è stato un cambio negli orientamenti di politica economica. La prima reazione alla crisi del 2008 è stata la politica di austerità, anche perché non esistendo strumenti d’azione a livello europeo era l’unica su cui ci si potesse facilmente accordare. Dal 2014 in poi il focus è diventato invece la crescita, grazie alla Commissione Juncker con la sua Comunicazione sulla flessibilità, che reinterpretava il Patto di stabilità e crescita, e con il Piano Juncker, ovvero il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici, che doveva mobilitare 315 miliardi entro la fine della legislatura e ne ha già mobilitati oltre 350, di cui 50 in Italia. Un grande successo e il principale motore di investimenti nell’UE, nonostante il bilancio dell’Unione sia appena lo 0,9% del PIL.

In ogni caso è importante rendersi conto che tutti i Paesi che hanno chiesto un sostegno finanziario dall’UE – Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro - e che si sono impegnati nelle riforme strutturali, oggi crescono a ritmi elevati e sono tornati autonomi sui mercati finanziari. Tranne la Grecia che ci ha messo molti anni, tutti gli altri sono usciti rapidamente dal programma di aiuti e oggi crescono molto più dell’Italia. Chi dice che le politiche europee hanno fallito mente. Il problema è che l’Italia ha preferito non chiedere il sostegno finanziario dell’Unione per non doversi impegnare ad una serie di riforme strutturali, magari impopolari inizialmente, ma in grado di rilanciare la produttività e la competitività del Paese. Il triste risultato è sotto gli occhi di tutti. Il fatto che manchi una consapevolezza diffusa di tutto ciò è drammatico. Ed è parte della mancata comprensione del significato storico dell'euro dal punto di vista politico ed economico. Se ci si rendesse conto di tutte queste cose, non avremmo surreali discussioni su un'eventuale uscita dall’euro o dall’UE, che sono possibili solo se non se ne comprendono bene le conseguenze. E nonostante le immagini dei pensionati greci in lacrime - impossibilitati a ritirare i propri soldi dalle banche quando c’è stato il rischio di un’uscita della Grecia - dovrebbero essere ancora fresche nella mente di tutti. Dovremmo invece concentrarci sul completare l’unione economica e monetaria, affiancando alla moneta unica e alla Banca Centrale Europea un governo federale dell'economia con un bilancio e un Tesoro europeo adeguati. Aldilà delle responsabilità della classe dirigente italiana, il nodo vero da cui dipende una ripresa stabile e duratura degli investimenti e dell'occupazione è la creazione di bilancio europeo fondato su risorse proprie in grado di promuovere investimenti, politiche di stabilizzazione macro-economica e solidarietà. Queste sono le riforme su cui dovrebbe vertere il dibattito in vista delle elezioni europee, che saranno il momento decisivo in cui gli europei potranno scegliere con il loro voto se dare un mandato a rafforzare l’Unione completando l’unione economia e monetaria, o se rafforzare chi vuole indebolire l’Unione e ritornare alle sovranità nazionali ottocentesche.

L’euro ha 20 anni. Dalla nascita alla Grexit Luci e ombre della moneta unica. Il 1° gennaio 1999 l’euro diventa la moneta ufficiale per 11 Paesi. Ora l’hanno adottata 19 Stati sui 28 della Ue. Le eccezioni di Gran Bretagna, Danimarca e Svezia. La fine della banconota da 500. L’euro forte freno all’export, scrive Francesca Basso il 29 dicembre 2018 su "Il Corriere della Sera". 

Il sogno della moneta unica. L’euro è stato lanciato il 1 gennaio 1999, inizialmente solo per le transazioni contabili e finanziarie. All’epoca l’Unione europea era composta da 15 Stati (attualmente sono 28 e quando Londra uscirà saranno 27). Nei tre anni successivi rimane una moneta «virtuale», usata principalmente dalle banche e dai mercati finanziari. Solo dal 1° gennaio 2002 entra in circolazione: le nuove banconote mandano in soffitta la lira, il marco, il franco e le altre monete nazionali. L’euro nasce con l’obiettivo di essere la moneta dell’Unione europea e infatti viene adottata da undici Paesi su quindici allora membri della Ue: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna. La Grecia adotterà l’euro il 1° gennaio 2001: è il dodicesimo Paese. Con gli anni la Ue si allarga e aumenta anche il numero degli Stati che entrano nell’eurozona. Ma per poter far parte del club dell’euro è necessario rispettare una serie di parametri economici: attualmente sono solo 19 i Paesi membri che usano l’euro. La Slovenia adotta la moneta unica nel 2007, nel 2008 è la volta di Cipro e Malta, l’anno dopo della Slovacchia, nel 2011 dell’Estonia, nel 2014 della Lettonia. L’ultimo Paese a entrare nell’eurozona è la Lituania, che fa il suo ingresso il primo gennaio del 2015. Un gruppo di «uomini ragno» scioglie alla presenza di Wim Duisenberg, presidente della Banca centrale europea, il nastro azzurro che ricopriva le sette banconote giganti poste sull’edificio sede della Bce a Francoforte: è la fine di agosto del 2001 e cominciamo i preparativi per l’entrata in circolazione della nuova moneta.

Il tasso di cambio, 1 euro vale 1.936,27 lire. Il 31 dicembre 1998, alla vigilia del debutto dell’euro, i tassi di cambio definitivi sono resi noti dalla nuova Banca centrale europea: un euro varrà 1.936,27 lire italiane, 1,95583 marchi tedeschi, 6,55957 franchi. Migliaia di funzionari nelle banche e nelle Borse di tutta Europa restano al lavoro nelle vacanze di Natale e di Capodanno per assicurarsi che tutto sia pronto quando i mercati finanziari riapriranno il 4 gennaio. I negozi si preparano a esporre i prezzi in due valute. Il 1 gennaio 1999 l’euro diventa la moneta ufficiale per 291 milioni di persone. La nuova valuta può essere utilizzata per i bonifici bancari e per i pagamenti tramite assegno e carta di credito. Lunedì 4 gennaio 1999 è il battesimo dell’euro sui mercati dei cambi. Un euro inizialmente scambia per più di 1,18 dollari, ma poche settimane dopo scivola a meno di un dollaro e alla fine di ottobre raggiunge il livello più basso di sempre, a 0,8230 dollari.

Le eccezioni di Gran Bretagna, Svezia e Danimarca. La Gran Bretagna non ha mai abbandonato la sterlina. Negoziò infatti una «deroga» (opt-out) dal Trattato di Maastricht che ha consentito a Londra di non adottare l’euro. Anche la Danimarca ha esercitato un’opt-out affidando la decisione se adottare o meno la moneta unica a un referendum: il 28 settembre del 2000 i danesi decisero di mantenere la corona. Anche la Svezia, con un referendum nel 2003, si unisce alla Danimarca e alla Gran Bretagna nel respingere la moneta unica. Invece per Andorra, Monaco, San Marino e la Città del Vaticano l’euro è la moneta ufficiale, ma viene utilizzata anche in Guadalupe, Martinica e Saint-Barthelemy nei Caraibi, a Mayotte e Reunion nell’Oceano Indiano, e nelle Azzorre, Canarie, Madeira, Kosovo e Montenegro.

Cambio record sul dollaro nel 2008. L’euro è la valuta internazionale più importante dopo il dollaro. Il cambio si attesta inizialmente a 1,18. Ma il rapporto tra la divisa unica e il biglietto verde subisce numerose oscillazioni: toccherà un minimo di 0,83 nel 2001 e un massimo record di 1,60 il 15 luglio 2008. Gli Stati Uniti sono scossi dalla crisi dei mutui subprime. La Grande Crisi è alle porte e colpirà entrambe le sponde dell’Atlantico. A novembre l’Eurozona entra in recessione.

Il caso Atene e il rischio Grexit. Atene entra a far parte del club dell’euro solo dal 1° gennaio del 2001 e non dal 1999 come gli altri undici Paesi: non aveva i parametri di budget a posto. Di fatto la Grecia non li ha mai avuti. Nel novembre del 2009 l’allora primo ministro ellenico, George Papandreou, confessò pubblicamente che i bilanci economici inviati dai precedenti governi greci all’Unione europea erano stati falsificati con l’obiettivo di garantire l’ingresso della Grecia nella zona euro. È l’inizio della crisi greca, che nel 2015 ha avuto il suo picco con il rischio Grexit, ovvero l’uscita di Atene dall’euro scongiurata in extremis da un accordo tra i creditori internazionali rappresentati da Ue, Bce, Fondo monetario internazionale e il governo di Atene. Nell’agosto scorso la Grecia è uscita dal terzo programma di salvataggio.

Crisi del debito, Draghi «salva» l’euro. Il 2010 vede esplodere il problema dei debiti sovrani in Europa che rischiano di mandare in pezzi l’eurozona. A maggio l’Ue e il Fondo monetario internazionale intervengono con un salvataggio da 110 miliardi di euro per la Grecia, che si impegna in un severo piano di austerità. Un mese dopo l’euro precipita sotto 1,20 dollari. A novembre anche l’Irlanda, le cui banche sono soffocati dai debiti, ottiene un piano di salvataggio Ue-Fmi da 85 miliardi di euro. Il Portogallo riceve analoghi aiuti, per 78 miliardi di euro, nel maggio 2011. Il 25 luglio 2012 il tasso di interesse dei titoli di Stato della Spagna sale al 7,6%, scatenando il timore di un crollo dell’euro. Il giorno dopo a Londra il presidente della Bce Mario Draghi promette: «Nei limiti del nostro mandato, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza» («Within our mandate, the Ecb is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough»). Nel mese di agosto del 2012, in una sola settimana, la Bce riacquista obbligazioni di Paesi della zona euro per 22 miliardi, sostenendo soprattutto l’Italia e la Spagna. In ottobre l’Ue decide di cancellare una parte del debito greco ed estendere una nuova serie di prestiti.

Il Quantitative easing. A maggio 2014 la moneta unica torna a salire e raggiunge quota 1,40 dollari, frenando le esportazioni europee. La Ue è ancora in crisi, l’inflazione non riparte e c’è un rischio deflazione. La Bce mette in campo strumenti di politica monetaria non convenzionale, prima con gli Ltro e poi da marzo 2015 con il Quantitative Easing (acquisto di titoli di Stato e di obbligazioni). L’euro crolla nel giro di pochi mesi a 1,05 dollari. Le iniezioni della Bce diminuiscono nel tempo. La Bce dal primo gennaio 2019 la Bce terminerà il Qe, con il quale ha accumulato 2.600 miliardi di titoli del debito pubblico e di corporate bond.

Le banconote in circolazione, addio al taglio da 500 euro. L’euro è amministrato dalla Banca centrale europea e dal Sistema europeo delle banche centrali. La Bce è responsabile unico delle politiche monetarie comuni, mentre coopera con il Sistema delle banche entrali per quanto riguarda il conio e la distribuzione di banconote e monete negli Stati membri. Dal 2002 sono in circolazione monete bimetalliche da 1 e 2 euro, monete di colore rame ma di acciaio ricoperto di rame da 1, 2 e 5 centesimi. La Finlandia ha deciso di non produrre e di non far circolare le monete da 1 e 2 centesimi. Dal 2004 anche i Paesi Bassi non le producono più. Ci sono poi le monete da 10, 20 e 50 centesimi in oro nordico. Le monete hanno un lato comune a tutti i Paesi che hanno adottato l’euro e un lato con un effigie decisa dal singolo Stato. Le banconote da 5, 10, 20, 100, 200 e 500 euro sono invece uguali in tutta l’eurozona. Nel maggio 2016 la Bce ha deciso di sospendere la produzione della banconota da 500 euro. «A partire dal 27 gennaio 2019 — si legge in un comunicato della Bce — le banche centrali dell’area euro cesseranno di emettere le banconote da 500 euro» ma manterranno sempre il loro valore e potranno essere cambiate presso le banche centrali dell’Eurosistema per un periodo illimitato. La Bce ritiene che «l’uso di questa banconota possa facilitare attività illegali e di riciclaggio».

L’euro causa di tutti i mali. Il passaggio dalla lira all’euro ha innescato una serie di polemiche, dal cambio (1 euro per 1936,27 lire) giudicato da diversi analisti troppo oneroso per l’Italia all’aumento del costo della vita, legato ai controlli non sufficienti quando sono stati adeguati i prezzi (in Germania non è successo). L’euro resta il bersaglio facile di populisti e sovranisti, che incolpano la moneta unica di molti degli effetti della crisi economica che ha messo a dura prova l’Italia e l’Europa negli anni passati: rimpiangono la possibilità di svalutare la moneta per guadagnare in competitività (dimenticandosi però che così il potere d’acquisto delle famiglie crolla). Comunque, l’euro piace agli italiani: secondo l’Eurobarometro di ottobre, il 65% degli italiani è favorevole alla moneta unica.

L'euro e il tasso di cambio drogato, così la Germania si è arricchita a spese nostre, scrive l'1 Gennaio 2019 Michele Zaccardi su "Libero Quotidiano". Se c'è un Paese che si è avvantaggiato dall'euro questo è la Germania. Basta un dato a confermare questa ricostruzione: l'andamento della bilancia commerciale tedesca, cioè la differenza tra esportazioni e importazioni. A partire dall'adozione dell'euro, questa differenza esplode a favore della Germania. Dopo dieci anni consecutivi in deficit nel 2002 la bilancia commerciale torna in territorio positivo all'1,9% del Pil. Da allora non c'è stato anno nel quale la Germania abbia frenato la sua corsa alla conquista dei mercati mondiali.

Locomotiva tedesca - L'economia tedesca da sempre è fortemente orientata all' export. E da sempre registra saldi positivi negli scambi con l'estero. Tuttavia, con l'introduzione dell'euro, quella che era una situazione fisiologica è diventata patologica. Prima del varo della moneta unica, infatti, succedeva una cosa molto semplice: più la Germania vendeva beni all'estero più la sua moneta si apprezzava, acquistava valore. Per comprare una Mercedes, ad esempio, un cittadino spagnolo doveva procurarsi i marchi per pagarla. E più ne acquistava meno ce n'erano in circolazione, con la conseguenza che il valore del marco cresceva. Il contrario accade alla moneta di un Paese che importa troppo: si svaluta. Ora, prima dell'euro il mercato riportava in equilibrio i prezzi delle valute: il marco si apprezzava, i beni tedeschi diventavano meno convenienti e la gente smetteva di acquistarli. Poi, con la moneta unica, questo meccanismo fu bloccato. L'euro, dunque, non fu fatto per impedire all'Italia di svalutare, ma per impedire alla Germania di rivalutare. Non sorprende allora il fatto che proprio dal 2002 i conti esteri di Berlino continuino a ingrassare. E non può essere un caso che nei 16 anni che precedono la nascita dell'euro, dall' 86 al 2001, le partite correnti tedesche, la differenza tra beni e servizi comprati e venduti all'estero, abbiano accumulato un deficit di quasi 15 miliardi di dollari. Mentre l'Italia registrava un avanzo di 69 miliardi. Se si confrontano questi risultati con quelli dei sedici anni successivi all'ingresso nell'euro, non il saldo con l'estero italiano è in negativo di 160 miliardi, ma soprattutto la situazione appare fuori controllo. La Germania, infatti, in questo lasso di tempo ha incamerato dagli altri Paesi, quelli con cui commercia, un avanzo di 3.256 miliardi di dollari, 3mila miliardi di euro.

Il problema dell'eurozona sta tutto qui: il Paese più prospero in realtà campa sulle spalle degli altri. La crescita del reddito in Germania è stata sostenuta dal denaro dei Paesi europei meno floridi. Fino al 2010, a rimorchiare il vagone tedesco ci hanno pensato i Pigs, acronimo di Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. O meglio i loro cittadini che, finanziati dalle banche tedesche, acquistavano beni prodotti in Germania. Poi, tra il 2010 e il 2012, il giochino si è inceppato, gli istituti di credito hanno smesso di prestare denaro fuori dai confini nazionali ed è scoppiata la crisi.

Mercantilismo - La Germania ha adottato un modello di sviluppo che gli economisti chiamano mercantilismo: i salari sono tenuti a bada e con essi l'inflazione, in modo da essere sempre più competitivi e vivere sulle spalle degli altri. Un modello che non può essere adottato da tutti, a meno che non si riesca a vendere su Marte, o su un altro pianeta. Insomma, ci deve essere sempre qualche Paese che accetta di utilizzare le proprie risorse per sostenere l'offerta di beni prodotti dall'industria tedesca. Purtroppo, questo modello, adottato dall' Unione europea, è intrinsecamente fragile. Maggiore infatti il peso del settore estero, maggiore è l'esposizione ai venti internazionali. Se si esporta molto in un certo Paese, si finisce per dipendere da quello che succede lì: se questo va in crisi il Paese esportatore finisce nei guai. È il mercantilismo bellezza. Lo sviluppo delle economie europee in questa direzione è chiaro se si guarda all' incidenza dell'export sul Pil. Più è alto il rapporto più si dipende dall' estero. Così se nell' 86 l'export contava per il 18,7% del prodotto italiano e per il 21,3 di quello tedesco, nel 2017 la percentuale è salita al 31,3% e al 47,2%, rispettivamente. Quasi la metà del reddito che si produce in Germania viene dall' estero. Il surplus tedesco, nel 2017 si è attestato a 297 miliardi di dollari. Quasi il doppio di quello cinese, nonostante l'economia di Pechino sia grande quattro volte quella della Germania.

Costi dell'euro. Se la moneta unica ha fatto così bene alla Germania, altrettanto non si può dire per l'Italia. In particolare se si guarda all' export. Tra l'85 e il 2001 le esportazioni italiane sono cresciute a una media annua del 7,9%, poco meno di quelle tedesche (+9,4%). Dopo, l'Italia langue, con un +2,2% di media tra il 2002 e il 2017. Di contro la Germania veleggia su un sempre più inarrivabile +6,7%. Ma non solo. Osservando i dati dall'86 al 2016 sul commercio tra Germania e Italia si vede chiaramente come, con l'introduzione dell'euro, il saldo peggiori a favore dei tedeschi. Nei 15 anni precedenti l'adozione della moneta unica, la differenza tra export e import nei confronti di Berlino è negativa per 69 miliardi di dollari. Nei quindici anni successivi addirittura di 227 miliardi. Insomma, una massa crescente di denaro lascia l'Italia e si dirige in Germania a causa di un tasso di cambio drogato: troppo debole per i tedeschi e troppo forte per noi. Michele Zaccardi

Euro, il divorzio da Bankitalia di Carlo Azeglio Ciampi: primo passo verso il baratro per il nostro Paese, scrive l'1 Gennaio 2019 Michele Zaccardi su "Libero Quotidiano". L'ennesimo monito della Banca centrale europea all'Italia a ridurre il debito, è arrivato pochi giorni fa. Il peso che l'Italia si porta sul groppone è grande, ma le ricette seguite negli ultimi anni non hanno fatto altro che aumentarlo. Il debito pubblico, ora al 131,8% del reddito nazionale, nel 2007 era al 99,8%. È evidente che qualcosa è andato storto. Le misure di austerità adottate, cioè tagli alla spesa e aumenti delle tasse, sono state basate sul presupposto che l'Italia fosse un Paese di scialacquatori, in particolare durante gli anni '80. La voragine nei conti si apre infatti in quel decennio, col raddoppio del peso del debito in rapporto al Pil. La vulgata vuole che la crescita del debito pubblico sia insomma colpa di una gestione allegra delle finanze dello Stato, portata avanti da un ceto politico parassitario e corrotto. Per mantenere il consenso e talvolta per ingrassare delle vere e proprie clientele, le classi politiche della Prima Repubblica avrebbero elargito laute prebende. Una mangiatoia alla quale si sarebbero abbuffate le grandi consorterie nazionali: industriali, politici, finanzieri e sfaticati che vivevano di false pensioni di invalidità e assistenzialismo. Ecco, questa vulgata, in parte vera, non tiene conto del dato storico. Che vede il debito esplodere a partire dal 1981, dal famoso divorzio tra Ministero del Tesoroe Banca d'Italia. Fino al 1980 il debito pubblico si mantenne basso in rapporto al Prodotto interno lordo. Poi, dall'81 inizia una salita vertiginosa che lo porterà dal 56,1% al 121,8% nel '94.

La voragine. E questa non può essere una coincidenza, a meno che non si creda che i politici siano diventati tutti ladri dopo quella data. Nel marzo dell'81 il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, e il governatore della Banca d' Italia, Carlo Azeglio Ciampi, si mettono d'accordo per rendere indipendente dal governo l'istituto di emissione. Prima della separazione, infatti, Palazzo Koch era obbligato ad acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti. In questo modo il governo riusciva a finanziarsi al prezzo che voleva: se un'asta di titoli di stato andava deserta perché gli investitori ritenevano il rendimento offerto troppo basso, interveniva Bankitalia. Certo, non era tutto rosa e fiori, ma un merito il matrimonio ce l'aveva: permettere al governo di fare politiche di redistribuzione e investimenti pubblici senza preoccuparsi troppo dei vincoli di bilancio. E senza aumentare il debito pubblico.

Il problema inflazione. A partire dalla fine degli anni '70 la spirale inflattiva che travolse le economie occidentali, causata dai due shock petroliferi del '73 e del '79, spinse politici ed economisti a cercare strategie alternative per bloccare l'aumento vertiginoso dei prezzi. La soluzione che si trovò fu quella di impedire che venisse stampato troppo denaro. Così, in quasi tutto il mondo, le banche centrali diventarono autonome dai governi, e lo stesso avvenne in Italia. Il ragionamento era che per ridurre la rincorsa dei prezzi, gli istituti di emissione non dovevano mostrarsi proni alle richieste dei governi. Insomma, le Banche centrali dovevano essere percepite come credibili dai mercati. Fino a quando i politici al potere avrebbero potuto farsi dare il denaro che gli occorreva con una semplice telefonata ai banchieri centrali, questi ultimi non avrebbero avuto credibilità, e così le loro decisioni. Per trionfare sull'inflazione bisognava separare chi ha il potere di creare denaro da chi lo amministra. L' Italia si mise in scia delle altre economie avanzate. L' inflazione, che scese dal 10,8% dell'84 al 5,8 dell'86 (dati Ocse), fu infine domata. Ma la scelta ebbe ripercussioni violentissime sulle finanze pubbliche. Senza un acquirente di ultima istanza, infatti, lo Stato si mise nelle mani dei mercati. E l'Italia, per finanziarsi, fu costretta ad offrire rendimenti sempre più alti. Il debito nei quattordici anni dal 1980 al 1994 decuplicò, da 114 a oltre 1000 miliardi di euro. Serpente monetario - Sempre in quegli anni, in realtà un po' prima, nel '79, l'Italia entrò nel Sistema monetario europeo, un accordo di cambio fisso con altri Stati del vecchio continente. Una riedizione del "Serpente monetario europeo", naufragato qualche anno prima con l'uscita di Regno Unito e Irlanda, seguiti nel '73 dall' Italia e nel '74 dalla Francia. Nel nuovo sistema ad ogni moneta era attribuito un peso a seconda della sua solidità. Chiaramente la lira valeva di meno del marco, a causa del divario tra le due economie. Le valute orbitavano attorno a una parità centrale, l'Ecu, il cui valore era la media tra tutte le monete europee. I Paesi dovevano impegnarsi a contenere le oscillazioni entro un certo margine, anch'esso stabilito di comune accordo (per l'Italia era il 6% in più o in meno sull' Ecu). Per far questo le banche centrali intervenivano comprando valuta nazionale se questa era troppo debole o vendendola se troppo forte. Il problema era che le decisioni di fatto erano prese a Berlino: se la Germania decideva di aumentare i tassi di interesse tutti gli altri dovevano accodarsi. Altrimenti i capitali sarebbero andati in terra tedesca, dove davano più interessi. In questo modo l'Italia fu costretta ad offrire rendimenti sempre più alti sul proprio debito. Di conseguenza la spesa per interessi aumentò, toccando il suo massimo nel '90, quando lo Stato fu costretto a sborsare ai suoi creditori più dell'11% del Pil. Questi due eventi, divorzio tra Tesoro e Bankitalia e ingresso nello Sme, fecero esplodere il debito pubblico a causa dei costi crescenti che lo Stato doveva sostenere per finanziarsi. Infatti, se fino alla fine degli anni '70, i tassi reali, quindi depurati dall' inflazione, furono negativi, dopo non fu più così. Durante quel decennio i tassi di lungo periodo crebbero dal 7,7% al 14,7% del '77, rendimenti che però furono ampiamente neutralizzati da un aumento dei prezzi a doppia cifra. Basta dare un occhiata ai dati del Fondo monetario internazionale sui rendimenti dei titoli di Stato. Negli anni '80 questi si mantennero largamente sopra il 10%, con un picco del 20% nel 1982. Il costo del debito iniziò a ridursi solo nel '93, per poi scendere al 9,4% nel '96.

Miliardi bruciati - Alcune decisioni prese da quelli che diventeranno i protagonisti della Seconda repubblica contribuirono poi a rendere la situazione insostenibile. Tra questi il governatore della Banca d'Italia e futuro capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Dominus di Palazzo Koch dal '79 al '93, Ciampi decise nel '90 di ridurre i margini di manovra della lira: se prima la moneta italiana doveva mantenersi entro una forchetta del 6% rispetto all'Ecu, dopo l'oscillazione fu limitata al 2,5%. Per l'Italia sarebbe stato sempre più difficile rimanere nello Sme. Un sistema così strutturato non poteva reggere. E infatti crollò. Il serpente monetario morì sotto i colpi inferti dalla speculazione finanziaria. Il 16 settembre di quell' anno, il Regno Unito, piegato dalle scommesse miliardarie del finanziere George Soros, uscì dallo Sme. Il giorno dopo la stessa decisione fu presa dal governo italiano, guidato dal premier Giuliano Amato. La lira si svalutò di circa il 25-30% sul marco tedesco e l'Italia si liberò da quella che sembrava sempre di più come una camicia di forza. Di liberarsi dal cappio, però, Ciampi non aveva voglia. Nei mesi precedenti l'uscita dallo Sme, il governatore di Bankitalia bruciò oltre 70mila miliardi di lire, nel velleitario tentativo di difendere un tasso di cambio ormai spacciato. Michele Zaccardi

Mario Draghi all’ultimo miglio: ma quale sarà la sua eredità? Scrive l'1 gennaio 2019 Andrea Muratore su Gli occhi della guerra su "Il Giornale". Con l’inizio del 2019 Mario Draghi entrerà nell’ultimissima fase del suo mandato da presidente della Banca centrale europea, iniziato l’1 novembre 2011. Non solo perché proprio nello stesso giorno del 2019 si insedierà il successore dell’ex governatore della Banca d’Italia all’Eurotower di Francoforte ma anche perché l’inizio del nuovo anno rappresenterà il primo, vero banco di prova per analizzare la tenuta sul lungo periodo dell’azione di Draghi alla guida della Bce. Il 2019 sarà infatti il primo anno in cui la Bce non avvierà alcun programma di acquisto di titoli nel contesto del quantitative easing avviato nel 2015.  Tra marzo 2015 e marzo 2016 gli acquisti di titoli di Stato dei Paesi dell’area euro sono proceduti a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese; tra aprile 2016 e dicembre 2017 il volume è salito a 80 miliardi di dollari, per poi scendere a 30 a partire dallo scorso gennaio.

Draghi alla prova del dopo-Qe. Sotto l’egida di Draghi, ha scritto Luciano Canova su Valori, la Bce ha investito 2,15 trilioni di euro e diretto 362 miliardi verso i titoli italiani. Una cifra sufficiente a consolidare definitivamente l’euro nel lungo periodo? Sulla risposta affermativa a questa domanda si giocherà il futuro giudizio storico su Mario Draghi. Difficile trarre conclusioni definitive, ma nel rispetto del dovere di cronaca, sarà interessante avviare un ragionamento sul ruolo giocato dal banchiere italiano in questi anni difficili per l’economia internazionale. L’opera di Draghi sarà analizzata in relazione, soprattutto, al giudizio sulla sua principale mossa di politica monetaria. Essa ha sicuramente avuto il merito di rompere l’egemonia dei “falchi” del rigore sui conti e dell’austerità capitanati dalla Germania di Angela Merkel (“deprimente constatare che se la maggioranza della Bce non avesse seguito le decisioni di Mario Draghi, ma le obiezioni dei tedeschi, a quest’ora l’euro non esisterebbe più”, ha ammesso l’ex Ministro Joschka Fischer) e Draghi la capacità di presentarsi come un decisore di politica economica autorevole e credibile, portatore di un vero progetto di lungo periodo. Tuttavia, la crisi borsistica degli ultimi mesi segnala come il Qe europeo abbia avuto difficoltà a trasmettersi all’economia reale e come buona parte del diluvio di liquidità abbia alimentato l’inflazione dei mercati finanziari che ora segnalano il loro surriscaldamento con uno sgonfiamento preventivo. Il limite d’azione della Bce in questo contesto è stato ulteriormente rafforzato dalla ristrettezza del suo raggio d’azione, sebbene Draghi si sia, come ha detto Paolo Savona, “procurato poteri che non avevamo previsto” per ovviare al deficit di credibilità e leadership di buona parte delle istituzioni comunitarie. 

“Whatever it takes”: e Draghi divenne un leader. Mario Draghi aveva iniziato la sua tenuta della Bce in parziale continuità con il predecessore Jean-Claude Trichet, a cui si era associato nella famosa lettera inviata al governo Berlusconi nell’estate 2011 che aveva contribuito a una generale delegittimazione dell’esecutivo italiano, ma in pochi mesi riuscì a virare rispetto alla debole gestione di Trichet, che inopinatamente nel 2011 aveva optato per varare due rincari consecutivi del tasso di sconto che avevano prodotto conseguenze infauste per i Paesi più indebitati. Il cambiamento, rispetto alla gestione Trichet, sarebbe partito dalla stessa postura del direttore dell’Eurotower. Un vero e proprio spartiacque, in questo contesto, è stato rappresentato dall’intervento di Draghi alla Global Investment Conference tenutasi a Londra il 26 luglio 2012, in mesi che vedevano la valuta unica sbandare sotto i colpi della speculazione finanziaria e l’inefficienza decisionale delle istituzioni comunitarie. Draghi pronunciò poche, semplici parole destinate a segnare gli anni a venire: “Nell’ambito del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. Tutto il necessario: whatever it takes. Tre parole che non furono seguite da alcuna azione immediata, ma che bastarono nel breve periodo a decapitare il circolo vizioso della speculazione. Non c’era alcun dubbio sull’interpretazione: la Banca centrale europea avrebbe vigilato indipendentemente dalle inefficienze della risposta politica e guidato, di fatto, una risposta alla crisi finanziaria decisa e tenace. Lo spread italiano calò di oltre 50 punti nelle 24 ore seguenti al discorso di Draghi. Si può dire che sia stata l’onda lunga di quel discorso di Draghi, prima ancora delle misure concretamente approvate da Francoforte, a garantire un periodo di respiro all’economia europea nel quinquennio successivo. Solo negli ultimi mesi la spinta propulsiva del whatever it takes va esaurendosi mano a mano che crescono le incertezze sul piano aggregato.

Il bazooka di Draghi: il quantitative easing. Dopo aver impostato tra il 2011 e il 2012 il suo antesignano, il programma Ltro, dal 2015 la Bce di Draghi avviò con forza il suo quantitative easing, annunciato da Draghi al World Economic Forum di Davos a gennaio. Il piano triennale da oltre 2 trilioni di euro ha portato a una progressiva convergenza tra i rendimenti dei titoli dei Paesi europei e a una generale riduzione dello spread tra i titoli, dei costi di finanziamento bancari e del clima di sfiducia aleggiante nelle borse europee. Ciò ha consentito una situazione di ritorno alla crescita economica, rimasta in ogni caso a livelli subottimali per le continue rigidità causate dall’incompletezza di un’architettura politico-economica eccessivamente condizionata dall’egemonia del mercantilismo tedesco finalizzato alle esportazioni, che ha rallentato la ripresa a livello aggregato. A Draghi si deve riconoscere una visione di lungo periodo che è mancata a numerosi altri decisori dell’Eurozona; tuttavia, il programma di stimolo è rimasto sotto diversi punti incompleto o i suoi obiettivi sono stati deviati in maniera controintuitiva.

I limiti del quantitative easing. Pur espandendo oltre i 4mila miliardi di euro l’attivo complessivo della Bce, il quantitative easing ha prodotto risultati contrastanti in certi contesti. Nell’estate scorsa è stato centrato l’obiettivo di Draghi di portare l’inflazione al 2%, che se da un lato ha permesso a Francoforte di poter segnare un ulteriore punto nel programma dall’altro è stata in larga misura alimentata, negli ultimi mesi, soprattutto dai rincari energetici legati alle tensioni sui mercati internazionali delle materie prime. Buona parte dei trilioni riversati dalla Bce sull’economia europea non hanno raggiunto l’economia reale per generare investimenti produttivi, alimentando altresì la dilatazione dei bilanci borsistici che oggi, mentre tutte le banche centrali del mondo iniziano a stringere la corda, va via via disperdendosi. Per il futuro, il politologo Roberto Marchesi ha proposto sul Fatto Quotidiano di procedere alla “riforma della Bce consentendole di intervenire a sostegno delle imprese e contro la disoccupazione con un Qe mirato a questo scopo invece che a quello più generale di sostenere la liquidità monetaria, ora meno necessario ma di cui hanno beneficiato molto di più le banche che le aziende (e per niente i lavoratori)”. Marchesi mette in luce la debolezza della cinghia di trasmissione tra lo stimolo monetario e la crescita economica. Il governo tedesco ha invece criticato fortemente la volontà di Draghi di raggiungere un preciso target d’inflazione, causa di un’erosione del valore reale dei crediti dei suoi istituti col resto del continente ma, al contempo, ne ha beneficiato indirettamente grazie al volano garantito dalla svalutazione dell’euro alle sue esportazioni, come del resto puntualizzava già nel 2015 l’associazione Asimmetrie. In questo senso, il quantitative easing ha mancato l’obiettivo di ridurre le disparità strutturali tra i Paesi dell’Unione e l’eterogeneità economica nel contesto europeo.

Un bilancio conclusivo. In ogni caso, bisogna sottolineare che Draghi lascerà un’eredità pesante dalla quale non sarà possibile prescindere nelle future analisi delle dinamiche dell’area euro. In un contesto caratterizzato da un vuoto di leadership, il leader dell’Eurotower ha acquisito centralità nel contesto comunitario e acquisito un ruolo profondamente politico. Ora che l’onda lunga delle misure adottate tra il 2012 e il 2015 Draghi cerca di rendere stabile lo stato di cose creato nella sua gestione, per evitare che un suo successore afferente all’ala rigorista dell’Unione possa rilanciare politiche favorevoli alle misure di austerità che tanti problemi hanno causato. Dopo la fine del Qe, un modo per “costituzionalizzare” quanto fatto potrebbe essere il rilancio delle Tltro (acronimo di Targeted Longer Term Refinancing Operations), prestiti a tassi bassissimi per garantire liquidità al sistema del credito, e di riflesso, al mondo delle imprese, 700 miliardi di euro dei quali vanno in scadenza nei prossimi due anni. Riguardo a Draghi, invece, si specula sul suo futuro una volta finita la gestione all’Eurotower.

Draghi dopo l’Eurotower. C’è chi ipotizza una sua discesa in campo in politica, come potenziale candidato di una coalizione politica avversa all’attuale maggioranza. Ma questo francamente appare improbabile considerato gli altisonanti incarichi a cui Draghi è associato da diversi media: in futuro si prevede per lui un ruolo da candidato alla guida del Fondo monetario internazionale (la Lagarde terminerà la sua gestione nel 2021) o da presidente della Repubblica (il settennato di Sergio Mattarella terminerà nel 2022). Segno di un prestigio che Draghi ha saputo conquistarsi mostrando capacità non indifferenti e qualità che mancano tanto al suo predecessore Trichet quanto al presidente della Commissione Juncker nell’offrire una reazione alla crisi economica capace di ingenerare un grado di fiducia che sembrava scomparso nel 2011 e nel 2012. Draghi è considerato pressoché all’unanimità l’uomo che è stato capace di salvare l’euro tra il 2012 e il 2015. Nel contesto della tempesta finanziaria, ciò corrisponde a verità. Sul lungo periodo, solo se l’architettura comunitaria reggerà agli stress test a cui è continuamente sottoposta si potrà dare una risposta definitiva. Tuttavia, Draghi non ha e non avrebbe potuto salvare l’Unione e l’euro dalle loro contraddizioni intrinseche. Dal suo ruolo eminentemente tecnico, ha potuto condizionare le regole del gioco, non contribuire a migliorarne la codificazione. Ciò che manca, in Europa, è la politica vera. Mancano gli statisti degni di De Gasperi, De Gaulle, Adenauer. E la stessa necessità dell’Unione di aggrapparsi a Draghi per restare a galla è un sintomo di questo problema.

Fine del Quantitative Easing, le cose da sapere. Cosa cambia con la fine degli stimoli all’economia della Banca centrale europea, scrive Andrea Telara il 12 dicembre 2018 su "Panorama". Quasi tutti gli osservatori dell’economia sono concordi: nella riunione dei vertici della Banca Centrale Europea (Bce) del 13 dicembre, il presidente Mario Draghi non sorprenderà. Come previsto, annuncerà la fine dal prossimo mese del Quantitative Easing (Qe), il programma di stimoli all’economia iniziato circa 3 anni e mezzo fa. Ecco, di seguito, una panoramica sulle cose da sapere per capire i cambiamenti all’orizzonte. 

Cos’è il quantitative easing. Quantitative easing è espressione inglese che in italiano, tradotta alla lettera, significa alleggerimento quantitativo. E' una misura con cui la banca centrale effettua degli acquisti programmati di titoli finanziari (in particolare di bond, cioè di obbligazioni) negoziati sul mercato. In questo modo, a intervalli regolari, la Bce immette nel sistema finanziario una massiccia dose di liquidità che serve appunto per comprare i titoli.

Perché è avvenuto. Lo scopo della Bce, e di tutte le autorità monetarie che hanno effettuato negli anni scorsi un quantitative easing, è (in linea massima) quello di ampliare la quantità di moneta in circolazione, in modo da stimolare l'economia. È ciò che hanno già fatto negli anni scorsi, molto prima della Bce, altre banche centrali extra-europee come la Federal Reserve americana, la Bank of England britannica e la nipponica Bank of Japan. 

Beneficio per gli Stati. Grazie agli acquisti della banca centrale, la domanda di obbligazioni sul mercato è notevolmente salita negli anni scorsi. Di conseguenza, anche i prezzi dei titoli sono cresciuti mentre i loro rendimenti sono scesi. Se infatti il prezzo di un'obbligazione (che dà un interesse prestabilito) registra un incremento, chi la acquista porta a casa ovviamente un rendimento netto inferiore, rispetto a quello incassato da chi se l'è messa nel portafoglio qualche mese prima. Dunque, acquistando i titoli di stato europei, la Bce ha fatto calare i loro interessi, con un effetto: i paesi del Vecchio Continente che li hanno emessi hanno risparmiato un bel po’  un po' di  soldi per finanziare il loro debito pubblico.

Spinta all’economia. Oltre a dare beneficio ai conti pubblici dei governi, che hanno avuto così un po' più di risorse per sostenere la crescita economica, il quantitative easing ha avuto effetti positivi anche sul sistema creditizio. La banca centrale, infatti, ha comprato anche i titoli emessi e posseduti dalle banche del Vecchio Continente. Con i soldi ricevuti da Francoforte, gli istituti di credito sono stati stimolati ad allargare i prestiti concessi alle famiglie e alle imprese. 

Sprint alle borse. Il Qe ha avuto effetti positivi anche sulle borse. Poiché i rendimenti delle obbligazioni sono scesi, gli investitori si sono spostati su asset più rischiosi come le azioni, i cui prezzi sui listini hanno viaggiato con il turbo. Inoltre, avendo un po' più soldi a disposizione grazie al rivalutarsi delle loro attività finanziarie, i consumatori sono stati spinti a spendere un po' di più, allontanando così il rischio di una deflazione generata dalla crisi.

Tassi fermi. Anche se il quantitative easing si avvicina al capolinea, la Bce ha promesso un atterraggio morbido. Innanzitutto, ha precisato che manterrà i tassi d’interesse a livelli bassi per molto tempo, per non frenare troppo l’economia. I primi rialzi al costo del denaro, di pochi decimi di punto, ci saranno infatti a partire dall’estate o dall’autunno del 2019. Inoltre, la Bce non immetterà più nuova liquidità ma continuerà comunque a reinvestire quella esistente. In altre parole, la banca centrale utilizzerà i soldi rimborsatigli dagli stati europei quando i titoli giungono alla scadenza, per comprare altri bond sul mercato. Gli stimoli di Draghi, insomma, proseguiranno ancora per un po’.

L’euro ha rovinato l’Italia, lo dice Bloomberg. Vent’anni di moneta unica non avrebbero portato nulla al nostro Paese. La nostra economia soffre però anche di problemi strutturali ben più profondi, scrive Giuseppe Cordasco il 31 dicembre 2018 su "Panorama". Con l’inizio del 2019 l’euro compirà 20 anni, visto che esattamente il primo gennaio 1999 la moneta unica faceva il suo ingresso ufficiale sui mercati finanziari, per approdare tre anni dopo, il primo gennaio 2002, nelle tasche dei cittadini europei, italiani compresi. Un periodo significativo di circolazione per poter fare un primo bilancio del suo avvento. E le somme, soprattutto per l’Italia, non sono per niente lusinghiere, anzi tutt’altro. A scorrere le cifre messe insieme in questi giorni da Bloomberg Economics, che ha fatto un resoconto del primo ventennio di euro, il nostro Paese ne esce infatti con le ossa rotte. Quel che però bisognerebbe approfondire è se il nostro attuale malessere economico dipenda direttamente dall’euro, o quanto non piuttosto dal fatto che la moneta unica ha contribuito ad amplificare carenze strutturali del nostro sistema produttivo. Ma andiamo con ordine, e vediamo cosa ci dicono i numeri.

Venti anni di arretramento. Le prime evidenze, relative allo studio di Bloomberg, ci mostrano senza pietà, uno scenario devastante per il nostro Paese. Basti pensare ad esempio che tra il 1985 e il 2001 il prodotto interno lordo italiano era cresciuto di 482 miliardi di euro (+44%), mentre tra il 2002 e il 2017 la crescita è stata pari a 31 miliardi, ovvero uno striminzito + 2% in quasi vent'anni. Altra nota molto dolente poi è quella delle esportazioni, da sempre cavallo di battaglia della nostra economia. Ebbene, sempre tra l'85 e il 2001, l’export era cresciuto in Italia del 136,3%, mentre, dall’avvento dell’euro, la crescita si è fermata a un modesto +40,9%, ossia meno di un terzo.

A questo già desolante panorama, potremmo poi ancora aggiungere il fatto che il Pil pro capite è allo stesso livello del 1999, che la disoccupazione da sei anni staziona sempre intorno all'11% e che la produzione industriale langue ancora del 22% al di sotto dei livelli massimi raggiunti nel 2007.

Produttività, tallone d’Achille. Ma un’analisi seria e ragionata non può fermarsi a queste pur eclatanti evidenze. Quel che bisognerebbe approfondire infatti è, come già accennato, quanto l’entrata in vigore dell’euro non abbia accresciuto difficoltà che erano già insite nel nostro sistema economico, e che lo rendevano già di per sé più debole rispetto ad altre economie europee. E in questo senso, un esempio molto lampante è rappresentato dalla produttività. Quest’ultima rappresenta in maniera molto semplificata, la quantità di prodotto che ogni singolo lavoratore produce in una data unità di tempo, ad esempio in un’ora. Una produttività più alta, significa che un sistema produttivo è più efficiente, più innovativo, e dunque più concorrenziale sul mercato. Se andiamo a scorrere le statistiche realizzate da Eurostat sui Paesi dell’Unione, scopriamo allora che questo rappresenta un vero e proprio tallone d’Achille dell’Italia. Nel periodo che va infatti dal 1999 al 2017, la produttività in Italia non solo non è cresciuta, ma è addirittura calata quasi del 5%. Nello stesso periodo, la Francia ha visto la propria produttività crescere più del 13%, la Spagna del 12% e la Germania ha fatto un balzo in avanti anch’essa del 12%, il tutto grazie a forti riforme del mercato del lavoro, che invece in Italia sono state sempre poco incisive. Non a caso forse, questi Paesi hanno ottenuto benefici ben più consistenti dall’entrata in vigore dell’euro, come dimostra lo stesso studio di Bloomberg.

Addio svalutazione. Ma perché la moneta unica influisce così tanto nel rapporto tra produttività e sviluppo dell’economia? La spiegazione è semplice: in passato, per colmare gap di mancata evoluzione della produttività, l’Italia utilizzava lo strumento, fin troppo abusato, della svalutazione monetaria. Una lira debole, ci permetteva comunque di essere competitivi sui mercati internazionali, nonostante la nostra produttività fosse inferiore a quella dai nostri competitor. Con l’arrivo dell’euro, il giochetto della svalutazione non è stato più possibile, e il nodo di una mancata crescita della produttività è venuto drammaticamente al pettine. Abbiamo deciso di competere con grandi Paesi, come Germania e Francia appunto, e per farlo ora dobbiamo utilizzare gli stessi mezzi, ossia l’innovazione, gli investimenti, la ricerca. Tutte armi che in Italia da anni risultano spuntate, per colpe tanto della politica che della classe imprenditoriale. In tutto questo scenario dunque, l’euro non ha fatto altro che mettere in evidenza questa palese arretratezza del nostro sistema produttivo. Ci sarebbe stato tutto il tempo per rimediare, e forse c’è ancora, l’importante sarebbe però non addossare tutte le colpe all’euro, il cui funzionamento andrebbe comunque magari in parte migliorato, ma cercare di individuare le debolezze strutturali della nostra economia e intervenire su di esse. A cominciare proprio dalla produttività.

Vincitori e vinti dell’euro, scrive l'1 gennaio 2019 Andrea Muratore su Gli occhi della guerra su "Il Giornale". Nel gennaio 1999 l’euro entrava formalmente in vigore attraverso il blocco dei rapporti di cambio tra le valute dei Paesi in cui la moneta unica europea avrebbe iniziato a circolare a partire dal 1 gennaio 2002. A vent’anni di distanza, l’Eurozona risulta, in termini aggregati, una delle economie più importanti del pianeta e l’euro è oramai secondo, per quanto a lunga distanza, al solo dollaro come importanza nelle transazioni internazionali. Mario Draghi, che si può legittimamente considerare come l’uomo che tra il 2012 e il 2015 ha salvato l’euro, perlomeno sul breve periodo, dalle disastrose conseguenze delle politiche di austerità, ha sottolineato nel suo messaggio di fine anno che oramai, in Europa, è nata un’intera generazione che “non conosce altra moneta”, mentre Jean-Claude Juncker ha definito l’euro “un simbolo di unità, sovranità e stabilità”. Se quanto detto da Draghi è un dato di fatto, Juncker è molto impreciso. A vent’anni di distanza, possiamo dire che l’integrazione economica abbia avuto vincitori evinti. E il nostro Paese, l’Italia, si trova purtroppo nella seconda categoria. Anche nel mondo dell’economia i maggiori ricercatori sono divisi sul giudizio da dare alle prime due decadi di integrazione monetaria europea. Forse il “tramonto dell’euro” di cui ha scritto anni fa Alberto Bagnai non è alle porte, ma di sicuro al suo posto, come spiegato dall’attuale senatore della Lega, si è verificato il tramonto di numerosi sistemi economici del continente, tra cui quello italiano ha subito le conseguenze più drastiche.

Vincitori e vinti dell’euro secondo Bloomberg. L’agenzia di informazione finanziaria Bloomberg ha approfittato dell’anniversario per redigere un accurato bilancio del primo ventennio della moneta unica, valutando 16 Paesi dell’Eurozona in base a dieci diversi parametri legati alla competitività dell’economia, all’integrazione ai mercati internazionali e alle capacità di rispondere alle crisi sistemiche e cercando di determinare i “vincitori” e i “vinti”. L’Italia, come anticipato, è nel secondo gruppo, intervallato da cinque nazioni intermedie, assieme a Francia e Spagna. Come si legge sul report: “Vent’anni di adesione all’euro non hanno portato nulla all’Italia. Legando la sua economia ad alta inflazione all’export tedesco senza adottare misure per aiutare le imprese a competere, l’Italia ha perso una guerra di logoramento”. Si rovescia il classico mantra, portato avanti da diversi commentatori ed economisti nostrani come Carlo Cottarelli, che le principali problematiche per l’Italia fossero legate alla sua inadeguatezza all’esperimento della moneta comune. Di fatto, è il sistema stesso delle regole comunitarie a limitare il nostro Paese nella sua azione, rendendolo di fatto satellite del mercantilismo tedesco.

Un’Europa a due velocità. Si è modellata un’Europa a più velocità che deve adattare il suo ritmo a seconda delle preferenze della vettura di testa, che lungi dall’essere una locomotiva è una motrice ingolfata. “Eppure”, scrive Libero, “due decenni or sono, fra i capi di Stato e di governo fu unanime l’illusione circa gli effetti rivoluzionari che avrebbe rappresentato l’adozione della moneta unica. Erano tutti convinti che i meccanismi economici avrebbero ricevuto una potente spinta propulsiva e che si sarebbe avuta anche una forte accelerazione dell’integrazione politica”. La realtà è stata molto più prosaica. Uno spazio economico si è accentrato attorno a un nucleo ristretto di Paesi (la Germania e i “nordici”) che con il combinato disposto di rigore monetario, deflazione salariale interna e rispetto selettivo delle regole imposte ad altri hanno costruito un sistema congeniale alle loro esportazioni ad alto valore aggiunto. Salvo ricadute sociali che solo ora cominciano a palesarsi in tutta la loro grandezza.

Premi Nobel contro l’euro. Numerosi economisti di fama mondiale hanno espresso dubbi sulla capacità di tenuta dell’euro sul lungo periodo. Tra questi, è necessario citare alcuni premiati dalla più alta onorificenza nel campo dell’economia: il Premio Nobel. Oliver Hart, Nobel 2016, ha accusato la Commissione europea di essere andata “troppo oltre” nel suo tentativo di centralizzare il controllo sulle economie nazionali e di aver forzato un’integrazione omogenea impossibile. Stessa accusa che già nel 1998 venne proferita dal padre nobile del neoliberismo, Milton Friedman. Secondo Friedman, “più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza più seria, però, è che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre più accentuata”. Paul Krugman, Nobel nel 2008, e Joseph Stiglitz, Nobel nel 2001, hanno criticato invece gli effetti strutturali sull’economia europea causati dall’euro. Secondo Stiglitz, l’euro si basa sulla svalutazione interna dei Paesi membri e “non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa”. Paul Krugman, invece, ha definito l’euro un progetto “campato in aria” per la mancanza di integrazione fiscale e di una reale solidarietà capace di ridurne gli squilibri. Finchè durerà l’euro, secondo Krugman, “l’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea”.

Una Bce al servizio della crescita rafforzerebbe l’euro? Nello stesso articolo in cui esprime queste critiche, tuttavia, Krugman sottolinea come l’Europa non sia ancora un continente in pieno declino, ma “un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio”. E porre rimedio si può in un 2019 che inizia con la fine del quantitative easing, il “bazooka di Draghi” che, assieme al celebre whatever it takes del 2012, ha tenuto l’euro in linea di galleggiamento fino ad oggi. Ora tuttavia, mentre la finanza mondiale sembra dirigersi verso una nuova crisi, proprio la Banca Centrale Europea potrebbe rappresentare un fattore di riequilibrio tra i diversi Paesi. Porre in essere strumenti di assicurazione di parte dei debiti pubblici nazionali e di riduzione degli squilibri interni garantirebbe un po’ di respiro a un sistema che in vent’anni ha visto le sue faglie interne espandersi enormemente. L’euro non è irreversibile, né definirlo tale lo metterà al riparo da nuove crisi pari a quella debitoria del 2010-2011.

Il fatto di avere una banca centrale, la Bce, che non garantisce il debito pubblico dei singoli Paesi, rappresenta una contraddizione gravissima. Ciò significa che i singoli Paesi si indebitano in una valuta che non controllano, che non possono stampare, una valuta straniera, zattere in preda ai marosi dei mercati. Il risultato, in Italia, lo abbiamo sotto i nostri occhi. Vinti tra i vinti, assistiamo tuttavia alla sordità dei “vincitori” temporanei, a cui si associa anche un altro sconfitto, la Francia, per mascherare la sua situazione. Draghi e la Bce hanno garantito sollievo all’euro. Solo una riforma dell’Eurotower potrebbe dargli stabilità e rendere possibile che tra vent’anni si possano fare nuovi bilanci su una valuta ancora esistente.

CERCANDO L’ITALEXIT.

Autarchici, populisti, italiani. I timori del Paese in tempo di crisi. Il saggio di Lorenzo Bini Smaghi, «La tentazione di andarsene» (edito dal Mulino), analizza la crisi economica anche con gli strumenti della psicologia e della politica, scrive Federico Fubini il 3 maggio 2017 su "Il Corriere della Sera". Se una cifra è rimasta impressa a fuoco nella mente di centinaia di milioni di donne e uomini nella crisi degli ultimi dieci anni, essa riguarda la (percepita) cecità degli economisti. Considerati attenti ai numeri, ma non alle realtà sociali che ribollono sotto di essi. Disprezzati perché innamorati dei loro modelli su come dovrebbe funzionare quel coacervo di interessi, consenso e regole che è una democrazia. Mal sopportati com’è destino di tutti gli «esperti», secondo la sprezzante espressione con la quale i fautori della Brexit si sono imposti nel referendum nel Regno Unito. Forse anche per questo Lorenzo Bini Smaghi sceglie di spiazzare nel suo ultimo libro, La tentazione di andarsene (Il Mulino). Bini Smaghi, da anni firma del «Corriere», è una personalità nota in Italia e in Europa per le sue qualità di economista: dirigente del Tesoro in un momento di fulgore di quella amministrazione con Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi; parte dell’esecutivo della Banca centrale europea negli anni di presidenza di Jean-Claude Trichet; oggi presidente di Société Générale e visiting scholar a Harvard. Bini Smaghi spiazza nel suo saggio perché non si limita a parlare di economia, ma va oltre. E non risparmia né i partiti, né i riflessi condizionati delle istituzioni italiane, né i tanti che diffondono presunte verità destinate a intossicare il discorso pubblico. La tentazione di andarsene (ovviamente, dall’euro) analizza la crisi anche con gli strumenti della psicologia e della politica, per mettere a nudo una «dissonanza cognitiva» sempre più diffusa. La sensazione di sfasamento dalla realtà, di cui parla l’autore, riguarda il posto dell’Italia in Europa e le cause dei problemi che da decenni affliggono l’economia e la struttura sociale di un sistema rimasto indietro rispetto ai suoi pari. «La divergenza economica trova una corrispondenza nell’atteggiamento dei cittadini verso le istituzioni europee — scrive Bini Smaghi —. Dall’essere fra i principali sostenitori dell’Unione Europea, gli italiani sono diventati fra i più critici». Ma questo cambio di umore appare contraddittorio se si guarda ai problemi che fanno del Paese un caso (quasi) unico nell’area euro. Infatti «se l’Italia cresce meno degli altri partner, pur beneficiando delle stesse condizioni ed essendo sottoposta agli stessi vincoli, le difficoltà non dovrebbero provenire dalle istituzioni europee». Ma appunto si innesta qui la prima, feroce critica di Bini Smaghi: «Questa contraddizione — scrive — si spiega in parte con una forma di dissonanza cognitiva che spinge il Paese a negare qualsiasi addebito riguardo allo stato in cui versano la società e l’economia». Rimuovere i problemi giocando con le statistiche o darne la colpa ad altri — meglio se a Bruxelles o a Berlino — è la dieta politica di base di qualunque movimento populista di destra, sinistra, centro o di tutte queste posizioni insieme. Nasce così il secondo, severo affondo di Bini Smaghi. «Quando la realtà dei problemi non può più essere nascosta — osserva — rimane un’ultima cartuccia: il capro espiatorio. Tende sempre più a diffondersi l’idea che l’Italia sia nella condizione in cui si trova per colpa dell’Europa (…). Secondo questa tesi, un’Italia troppo forte darebbe fastidio». Dunque, «forze esterne si sarebbero alleate per fare di noi una colonia». Niente in queste versioni sembra compatibile con l’evidenza che tutti i Paesi sono sottoposti alle stesse regole, con esiti diversi. Peraltro Bini Smaghi smonta dati alla mano la leggenda metropolitana, una di più, secondo cui la Spagna crescerebbe di più perché il suo deficit pubblico è più alto: da anni il governo di Madrid somministra agli elettori dosi maggiori di cosiddetta «austerità». Ma il cuore della riflessione resta politico. Bini Smaghi cita un giudizio formulato da Guido Carli nel 1993: «Una delle eredità più persistenti della cultura autarchica, fascista, è senza dubbio la sindrome del complotto internazionale». Dove porta tutto questo? È la parte finale del pamphlet, che non dovrebbero perdersi neppure coloro che non saranno d’accordo. Porta, prevedibilmente, alla caduta della fiducia degli italiani verso tutte le istituzioni. Interne ed europee. Un difetto nazionale che «parte dall’alto, dalla classe politica, che spesso si tira indietro al sorgere delle difficoltà». L’autore spiega così l’anomalia tutta italiana dei governi di non eletti, i «tecnici», chiamati a compiere le scelte impopolari di cui i politici non vogliono la responsabilità. Si spiega così anche la tendenza a affidarsi ai «tecnici» invece di affrontare elezioni in momenti di crisi come nel 2011. Ma «la mancanza di fiducia in se stessa — o la mancanza di coraggio — della classe politica, si traduce in immobilismo», avverte Bini Smaghi. Alla lunga il rischio è che anche ciò che resta della classe dirigente finisca per inseguire il populismo sul suo terreno, perdendo ulteriore credibilità. E dopo anni di accuse, alla fine i cittadini si convincano a decretare il proprio autoisolamento dall’Europa. Un tempo, appunto, la chiamavano autarchia.

Scandalo rimborsi alla Ue: così i partiti euroscettici hanno truffato Strasburgo. I finti assistenti di Le Pen, la badante della madre di Kaczynski, i contratti illeciti della moglie di Farage: ma ora il Parlamento europeo rivuole i soldi. E ci sono anche casi italiani. Su Repubblica in edicola e Repubblica+ l'inchiesta integrale con tutti i casi e i nomi coinvolti, scrive Alberto D'Argenio il 7 marzo 2017 su "La Repubblica". Sono loro, i grandi partiti europei che vogliono abbattere l’Unione, al centro delle inchieste per frode ai danni delle casse del Parlamento di Strasburgo: abusano sistematicamente dei soldi Ue per portare a termine i loro disegni politici in patria. Frodi sistemiche, organizzate a livello centrale, come quelle del Front National di Marine Le Pen, dello Ukip di Nigel Farage o del partito Diritto e giustizia del polacco Jaroslaw Kaczynski. Assumono collaboratori con i soldi di Strasburgo ma li impiegano in patria per lavorare al partito. Ci sono anche casi italiani, di singoli eurodeputati del Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega ed ex Pd. In questo caso senza un disegno di sistema, organizzato dalle forze politiche di appartenenza, ma episodi isolati. La mappa delle frodi all’Europarlamento tracciata da Repubblica può partire in Francia, con un nuovo e inedito filone di indagini sul Front National di Marine Le Pen. Già nella bufera per i casi legati agli assistenti pagati da Strasburgo ma al lavoro in Francia della candidata all’Eliseo, ora la forza politica che vuole portare Parigi fuori dall’Europa è al centro di un nuovo caso: le autorità europee e transalpine indagano sui contratti degli assistenti di altri big come Louis Aliot, compagno di Marine Le Pen, e Florian Philippot, braccio destro della leader, o del padre, il fondatore dell’Fn Jean-Marie. Si passa allo Ukip di Nigel Farage, che a breve dovrà restituire circa un milione di euro al Parlamento Ue per i contratti di una serie di assistenti – tra cui la moglie Kirsten - che lavoravano per il partito pur essendo stipendiati da Strasburgo. E poi ancora, le fondazioni dello Ukip, che prendevano fondi Ue per sostenere la politica europea del movimento ma che invece hanno usato i soldi per la campagna del referendum dello scorso giugno su Brexit. Per finire con il caso di Jaroslaw Kaczynski, dominus politico del governo polacco guidato da Beata Szydlo che usava la signora Bozena Mieszka-Stefanowska, assistente del deputato Tomasz Poreba e quindi pagata da Strasburgo, come badante della madre scomparsa nel 2013. Uno dei casi che riguardano il partito Diritto e giustizia che dovranno essere rimborsati all’Europarlamento. Tra i dossier italiani quello di Lara Comi, deputata di Forza Italia che ha assunto la madre come assistente parlamentare e ora dovrà restituire i 126 mila euro percepiti dalla signora, Luisa Costa, dal 2009 al 2010. Al centro di un’inchiesta ancora in corso e i cui esiti non sono ancora decisi due eurodeputate grilline: Daniela Aiuto e Laura Agea. La prima è nel mirino per avere chiesto il rimborso, diverse migliaia di euro, per una mezza dozzina di ricerche che le sarebbero dovute servire per svolgere il mandato europeo ma che in realtà sono state copiate da siti come Wikipedia. La seconda ha assunto come assistente un imprenditore, sospettato di non avere il tempo di svolgere il lavoro relativo la mandato europeo dalla deputata ma al massimo, nella veste di attivista del Movimento, di seguirla nella politica locale. Al centro di un’inchiesta anche un collaboratore del leghista Mario Borghezio, il viceministro Riccardo Nencini (ex europarlamentare al quale Strasburgo aveva chiesto indietro 455 mila euro ma ha scampato il rimborso grazie alla prescrizione) e il deputato eletto con il Pd, ora Mdp, Antonio Panzeri, che ha fatto ricorso alla Corte di giustizia europea di fronte alla richiesta di restituire 83 mila euro. Quelli italiani sono casi isolati e spalmati su tre legislature, con la stragrande maggioranza dei 73 parlamentari eletti ogni cinque anni che rispetta alla lettera le regole.

Ue, scandalo rimborsi: la Comi ha assunto la madre. Verifiche su due M5s: ricerche copiate e dubbi su collaboratore. I casi, tutti senza risvolti penali, sono stati rivelati da Repubblica. L'eurodeputata di Forza Italia sta già restituendo i 126mila euro contestati: "E' stato un errore del mio commercialista", ha detto. Le due grilline invece hanno dichiarato di aver scoperto dei casi dalla stampa e di essere pronte a prendere provvedimenti per rimediare, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 7 marzo 2017. L’europarlamentare di Forza Italia Lara Comi sta restituendo al Parlamento europeo 126mila euro per aver assunto la madre come assistente dal 2009 al 2010; per le deputate M5s Daniela Aiuto e Laura Egea ci sono due procedimenti aperti su rispettivamente: sei ricerche sul turismo commissionate a una società accusata di aver copiato i contenuti da siti tipo Wikipedia, l’assunzione di un collaboratore che sarebbe invece un imprenditore che lavora sul posto. Sono questi alcuni dei casi, tutti senza risvolti penali, raccontati da Repubblica in merito alle accuse a carico di europarlamentari italiani che siedono a Bruxelles e su cui il Parlamento ha avviato accertamenti. E se la prima si è difesa dicendo che si è trattato un errore per cui sta già pagando, le altre due hanno dichiarato di aver scoperto i fatti dalla stampa e di essere pronte a prendere provvedimenti. Tra i primi a reagire ci sono stati i parlamentari del Ppe, gruppo di cui fa parte la Comi, e che, secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, avrebbero detto di non essere a conoscenza del caso: “Una tegola sulla testa”, hanno commentato nei corridoi, anche se la vicenda non riguarda i soldi che ha in gestione il gruppo e soprattutto si riferisce alla scorsa legislatura.

Lara Comi ha replicato dicendo che si tratta di una vicenda “ben nota” e di un fatto “ampiamente chiarito”: la decisione di ingaggiare la madre come collaboratrice fiduciaria, si è difesa la Comi, è stata presa sulla base del parere, poi rivelatosi errato, dell’allora suo commercialista, cui la Comi successivamente ha ritirato l’incarico. “Sto restituendo fino all’ultimo centesimo la somma che viene contestata, con una detrazione che ogni mese mi viene prelevata direttamente dallo stipendio”, ha detto. “Nel 2009, a 26 anni, sono stata eletta in Parlamento Europeo. Ho lasciato il mio lavoro nel settore privato e con grande entusiasmo ho intrapreso quest’avventura. Ogni giorno mi trovavo di fronte a sfide nuove e importanti e, per affrontarle, ho deciso di avere a fianco a me, con un incarico fiduciario, la persona di cui avevo la massima fiducia, mia madre, che mi è stata vicino in tutti i momenti più importanti della vita. Per potermi supportare in questo ruolo lei si è presa l’aspettativa – non retribuita – dal suo lavoro pubblico come insegnante”. Comi sostiene che non era stata messa a conoscenza del fatto che non potesse più assumere un familiare: “La possibilità di scegliere un familiare come collaboratore era permessa fino al 2009, con un periodo transitorio di un anno, come mi aveva spiegato il mio commercialista, che aveva anche consultato gli uffici del Parlamento Europeo. Solo dopo molti anni, cioè nel 2016, vengo a scoprire che questa possibilità era stata esclusa dai regolamenti parlamentari. Per questa ragione, già lo scorso 3 aprile 2016, ho ritirato l’incarico al mio commercialista che, seppure in buona fede, aveva commesso l’errore”.

Altro capitolo è quello del Movimento 5 stelle. Le due eurodeputate si sono difese con una nota poi pubblicata su Facebook dicendo di aver appreso dalla stampa e di essere pronte a prendere provvedimenti. Il primo caso è quello di Daniela Aiuto, accusata di aver commissionato almeno sei ricerche che sarebbero state plagiate dalla società di consulenza a cui si era rivolta. La parlamentare ha quindi replicato: “Ho disposto la sospensione del pagamento delle fatture già emesse”, ha scritto su Facebook. “Inoltre ho comunicato ai servizi parlamentari che provvederò personalmente a rimborsare le fatture già saldate. Resta inteso che agirò legalmente nei confronti della società di consulenza per il rimborso delle somme già sostenute e anche per il risarcimento di ogni ulteriore danno. Pur essendo parte lesa in questa vicenda ho dato la mia piena e totale disponibilità a collaborare con i servizi parlamentari per tutelare il Movimento 5 stelle”. Reazione simile quella della collega Laura Agea, accusata invece di aver assunto un collaboratore a Bruxelles che in realtà svolge l’attività di imprenditore. “Ho appreso dalla stampa”, ha replicato sempre su Facebook, “che sono in corso verifiche riguardanti l’attività svolta da uno dei miei collaboratori locali. Pur non avendo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, mi metto immediatamente a disposizione delle autorità competenti per qualsiasi tipo di documentazione circa la sua attività, che si svolge nel quadro dei miei lavori di deputato al Parlamento europeo. Ho deciso di sospendere momentaneamente la collaborazione in corso per approfondire i termini dell’inchiesta di cui, al momento, non ho informazioni, per permettere alle autorità competenti di svolgere serenamente i dovuti controlli e per non esporre il mio collaboratore ad inutili strumentalizzazioni. Questi controlli sono fondamentali per garantire trasparenza e onestà, valori portanti del Movimento 5 stelle”.

Tra i casi ricordati da Repubblica anche Massimiliano Bastoni, ex assistente parlamentare del leghista Mario Borghezio dal 2009 al 2014 e contemporaneamente consigliere comunale a Milano. L’eurodeputato del Carroccio ha replicato che “l’indagine nasce da presupposti inesistenti: Bastoni aveva tutto il diritto di fare anche il consigliere comunale perché non si tratta di un’attività salariata. E comunque ogni lunedì lui era qui a Bruxelles e può dimostrarlo”. Nella lista c’è anche l’attuale viceministro Riccardo Nencini a cui l’Olaf aveva chiesto di rimborsare 455mila euro per viaggi irregolari e contratti di assistenti, ma dopo aver fatto ricorso alla Corte di giustizia i pagamenti sono caduti in prescrizione.

Caso diverso quello dell’ex Pd e oggi Mdp Antonio Panzeri. A lui il Parlamento ha chiesto nel 2016 una somma di 83 mila euro. Una contestazione riferita alla legislatura 2004-2009 e legata ai finanziamenti ricevuti dalla sua associazione Milano Più Europa. All’epoca, sostiene Panzeri, la funzione di assistenza al parlamentare poteva essere affidata anche ad associazioni. Poi il Parlamento ha cambiato le regole applicandole “retroattivamente”. “Una palese violazione dei principi di diritto”, afferma l’eurodeputato.

Venticinque anni da Maastricht Ue ed euro sono già al collasso. A Bruxelles si festeggia l'anniversario del trattato di Maastricht. Ma già si ragione su una nuova Unione europea a più velocità. È il fallimento totale del progetto iniziale, scrive Giovanni Neve, Domenica 5/02/2017 su "Il Giornale". Quando venticinque anni fa i trattati di Maastricht segnarono la nascita dell'Unione Europea e posero le basi per la moneta unica, il mondo correva ancora sull'onda lunga dell'ottimismo successivo alla caduta del muro di Berlino. Un anno prima il politologo statunitense Francis Fukuyama, in un celebre saggio, aveva parlato di Fine della storia: il modello del libero mercato e della società aperta avrebbe trionfato ovunque con Washington nel ruolo di supremo garante. Le proteste di Seattle e Genova erano ancora lontane e molti guardavano alla globalizzazione con ottimismo. Le illusioni di Fukuyama si sono infrante l'11 settembre 2001 con l'attentato alle Torri Gemelle. Ma il vero colpo di grazia arrivò nel 2008 con il crollo di Lehman Brothers e l'esplosione della crisi dei mutui sub prime, da cui scaturì la crisi del debito che fece tremare le fondamenta dell'euro. Oggi la tempesta euroscettica si è abbattuta su tutti i sistemi politici d'Europa e in molti Paesi, tra i quali l'Italia, l'euro è diventato il simbolo del deterioramento economico di quella piccola e media borghesia che guarda con crescente rabbia a una classe dirigente accusata di aver tradito le promesse di quel 7 febbraio 1992 che sembrava dover aprire agli europei i cancelli di un futuro più stabile e prospero. Se il fuoco del nazionalismo è tornato a bruciare, ad alimentarlo è stato però anche l'atteggiamento di governi che in un'ottica nazionale hanno continuato a pensare, dimostrando spesso di essere i primi a non aver creduto nel sogno di un'Europa davvero unita. L'obiettivo dei padri fondatori dell'integrazione europea, come Jacques Delors, era arrivare a una progressiva cessione delle sovranità nazionali che arrivasse a costruire un soggetto politico unico. Francia e Germania, sotto la guida di Francois Mitterrand e Helmut Kohl, dovettero però cedere da subito alle resistenze di Paesi, come Olanda e Regno Unito, timorosi che una difesa europea avrebbe privato di senso l'esistenza stessa della Nato. Una prospettiva indigeribile per Londra, che non intendeva rinunciare alla sua indipendenza in politica estera e al rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. La cooperazione finì quindi per concentrarsi su quella economica, non importa quanto gli stessi architetti dell'euro, come Tommaso Padoa-Schioppa, avessero messo in guardia sui pericoli di una "moneta senza Stato". Gli Stati membri economicamente più deboli, come la Spagna, sembravano più ingolositi dai fondi strutturali che preoccupati dagli aggiustamenti di bilancio ai quali sarebbero stati costretti dalla fine dell'epoca della spesa a debito. La Commissione guidata da Jacques Santer troverà il compromesso nella convergenza sui famosi "tre pilastri": cooperazione economica, cooperazione diplomatica e cooperazione intergovernativa sugli affari interni. La clausola di opt out a favore della Gran Bretagna, chiamatasi fuori in partenza dal progetto dell'euro, non sarebbe bastata, ventiquattro anni dopo, a scongiurare la Brexit. Terminati i negoziati, il trattato sull'Unione europea viene firmato il 7 febbraio 1992 nella cittadina olandese di Maastricht dai dodici Paesi allora parte della comunità europea. Muore la Comunità Economica Europea, nasce l'Unione europea. E, soprattutto, nasce l'Unione Economica e Monetaria. Quello che verrà chiamato Patto di Stabilità e Crescita fissa i criteri contabili che avrebbero dovuto rispettare i futuri aderenti alla moneta unica, ovvero quelli che vengono comunemente chiamati "parametri di Maastricht": un rapporto tra deficit e pil non superiore al 3%, un rapporto tra debito e pubblico e Pil non superiore al 60% (con deroghe per Belgio e Italia, che registravano già livelli di indebitamento assai superiori), un tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% a quello dei Paesi più virtuosi, un tasso di interesse di lungo termine non superiore al 2% del tasso medio dei tre Paesi suddetti e almeno due anni di permanenza virtuosa (ovvero senza fluttuazioni) nel Sistema Monetario Europeo. Il primo giugno 1998 la Banca Centrale Europea prese il posto dell'Istituto monetario europeo, in vista dell'introduzione dell'euro il primo gennaio 1999 e l'entrata in circolazione altri tre anni dopo. Il trattato di Maastricht introduce la cittadinanza europea per tutti coloro che abbiano la cittadinanza di uno Stato membro. Il diritto di stabilirsi, circolare e soggiornare nel territorio della Ue viene rafforzato. Alla libera circolazione di merci, si aggiunge la libera circolazione delle persone. Le innovazioni principali sono il diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni municipali del comune di residenza (in qualunque Paese Ue esso sia) e a quelle del Parlamento europeo dello Stato di residenza; il diritto alla protezione consolare attraverso cui un cittadino europeo può chiedere assistenza all'estero alle autorità diplomatiche di un qualsiasi Paese della Ue in assenza di istituzioni di rappresentanza del proprio; il diritto di presentare una petizione al Parlamento europeo su temi di competenza comunitari che coinvolgano direttamente gli interessi del cittadino e l'istituzione di un mediatore comunitario incaricato di tutelare persone fisiche e giuridiche in caso di cattiva amministrazione delle istituzioni comunitarie. Vantaggi minimi per il cittadino europeo che, dopo l'abbattimento delle frontiere, ha iniziato a fare i conti con l'emergenza immigrazione e l'allerta terrorismo. Nei giorni scorsi Angela Merkel ha ipotizzato un'Unione europea a più velocità in risposta al continuo disgregamento dell'Europa e dell'euro. Secondo la cancelliera tedesca, questo concetto dovrebbe comparire anche nella dichiarazione in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, che si celebrerà in Italia a fine marzo. "La storia degli ultimi anni ha mostrato che ci sarà anche una Ue a più velocità, che non sempre tutti i membri saranno allo stesso livello di integrazione", ha affermato Merkel, sottolineando che l'incontro alla Valletta si è svolto comunque in uno "spirito di unità". La cancelliera non è certo l'unico politico ad aver ipotizzare al vertice di Malta un'Europa a più velocità. La discussione emerge soprattutto alla luce della futura uscita del Regno Unito dall'Unione europea.

Predica bene ma razzola male: le tante responsabilità di Berlino. Dietro i guai dell'Europa ci sono spesso le scelte tedesche, scrive Roberto Fabbri, Lunedì 6/02/2017 su "Il Giornale". I nazionalisti di ritorno sono soliti accusare la Germania di ogni inciampo dell'Europa. Talvolta esagerano con i pregiudizi, e non sarebbe neanche male ricordare che stiamo parlando di un Paese che su affidabilità e impegno nel lavoro ha qualcosa da insegnarci. Su molti argomenti tuttavia è difficile dar loro torto. E se oggi, a 25 anni dalla firma del trattato di Maastricht, l'ideale europeista tocca i suoi livelli più bassi di popolarità, è spesso colpa delle scelte della «locomotiva tedesca», affetta da uno storico «complesso di superiorità» che non di rado sconfina nell'arroganza. Atteggiamenti che troppo spesso hanno spinto la Germania a gestire l'Unione come il cortile di casa propria. Gli esempi, soprattutto in economia, non mancano. Possiamo partire dalla politica monetaria europea, così spesso criticata da Berlino per le scelte di Mario Draghi «l'italiano», ma di fatto favorevole agli interessi della Germania, che si avvantaggia dei bassi tassi d'interesse risparmiando cifre ingenti grazie al divario tra cedole previste e pagamenti reali. D'altra parte, come lo stesso presidente della Bce ricorda, i tassi bassi sono la conseguenza di enormi masse di denaro accumulato e non reinvestito, effetto del fortissimo surplus commerciale tedesco. E qui veniamo a un altro punto delicato. Il surplus tedesco è generato da un record mondiale delle esportazioni, equivalente all'incirca al 9% del prodotto interno lordo della Germania. Ora, è indiscutibile che un simile risultato discenda dalla qualità della produzione di beni tedeschi, ma in Europa esistono delle regole, che non sono solo quelle che garbano a Berlino: una, «firmata» dalla Commissione Europea, «raccomanda» un limite del 6% nella differenza trai volumi dell'export e dell'import: e non risulta che Berlino abbia mai subito una procedura d'infrazione per i suoi ripetuti sforamenti di questo parametro, che oltretutto generano forti sbilanci in ambito Ue. Con il diabolico combinato disposto dei tassi bassi e del surplus commerciale record la Germania incamera ogni anno 300 miliardi di euro e «regala» a quasi tutti gli altri Paesi Ue (spicca l'eccezione dell'Olanda, che sotto questo profilo è una «piccola Germania») la deflazione, causa di crescita bassa (più o meno: in Italia ahinoi di più) e disoccupazione. Questi i fatti e i numeri, e per ragioni di spazio resta fuori molto altro. Sarebbe ora che la signora Merkel predicasse un po' meno e razzolasse meglio.

Euro, 15 anni fa l’entrata in vigore. Come sono cambiati i prezzi: caffè da 900 lire a 90 centesimi, pizza aumentata del 123%. Dal primo gennaio 2002 l'addio alla lira. Dai dati della Fondazione Nens, ecco com'è diminuito il nostro potere d'acquisto. Raddoppiato il costo dei quotidiani e del Big Mac, anche se l'aumento record spetta alla Margherita: da 6.500 lire a 7,5 euro. Cresciute ben più dell'inflazione, in generale, tutte le spese vive delle famiglie: dall'elettricità al gas alla benzina, scrive "Il Fatto Quotidiano" l'1 gennaio 2017. Il caffè al banco da 900 lire a 90 centesimi, il Big Mac da 4.900 lire a 4,20 euro, la pizza margherita da 6.500 lire (3,36 a euro) agli attuali 7,5 euro. Andando a cercare i prezzi di fine 2001, si scopre quanto sia cambiato il costo di beni e servizi negli ultimi 15 anni. Da quando cioè, il primo gennaio 2002, gli italiani abbandonavano la lira e nel nostro Paese entrava in vigore l’euro (quotato al cambio fisso di 1936,27 lire). Non solo cibo e bibite: dalle bollette alla benzina, è lunga la lista dei rialzi, in certi casi molto elevati. Certo ben più dell’inflazione. Ci sono anche casi inversi, soprattutto nel comparto elettronico dove è aumentata la concorrenza e sono diminuiti i prezzi, ma in questo caso più del passaggio dalla lira all’euro hanno contato i passi da gigante della tecnologia. Qualcosa è rimasto immobile nel tempo, come la giocata minima del Lotto, passata dalle 1.500 lire del 31 dicembre 2001 all’euro del primo gennaio 2002 e da lì mai più cambiata. Sono i dati del Nens (Nuova Economia Nuova Società, la fondazione che fa capo a Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco) a fornire un termine di paragone fra i prezzi attuali e quelli di 15 anni fa. Tra i grandi classici, quella che ha subito l’aumento maggiore è la pizza margherita: pur con le dovute distinzione territoriali, si passa dai 3,36 euro della media Nens del 2001 agli attuali 7,5 euro, con un rialzo pari al 123%. Sono vicini al raddoppio invece sia il caffè al banco (da 900 lire a 90 centesimi) che il Big Mac (da 4.900 lire a 4,20 euro), come anche i quotidiani in edicola: nel 2001 leggere il giornale costava 1.500 lire, oggi 1,50 euro. Sono i simboli della perdita di potere d’acquisto degli italiani, peggiorata ulteriormente dopo la crisi economica. La lista è lunga: nel 2002 per l’elettricità, spiegava il Nens, si spendevano 647mila lire (circa 334 euro), mentre i dati pubblicati il 31 dicembre dall’Autorità dell’Energia parlano di una spesa fissata a 498 euro (+50% circa). Andamento più contenuto per il gas, con la spesa annua passata da 1 milione e 700mila lire a 1.022 euro (+16%). È salita anche la benzina, per la verità con un percorso decisamente altalenante che l’ha portata a toccare il massimo storico con punte oltre i 2 euro nel 2012. Per un litro di carburante si è passati da circa 2mila lire agli 1,5 euro attuali (+45%). L’unico comparto in controtendenza è quello dell’elettronica, complice lo sviluppo tecnologico e il boom delle vendite online che hanno ulteriormente alzato la concorrenza e abbassato i prezzi. Fare paragoni tra i prodotti di allora e quelli odierni diventa difficile. Ma basti pensare che all’inizio del nuovo millennio una Tv 46 pollici, la migliore sul mercato, costava circa 6,5 milioni di lire, mentre oggi una Tv smart Full Hd 49 pollici costa meno di 500 euro. Nel 2001 per comprare una fotocamera digitale da 1,9 megapixel di risoluzione ci volevano 890mila lire mentre oggi con circa 100 euro si trovano macchine da 20 megapixel. Infine, il Motorola Startac 130, vanto per l’epoca, costava oltre 2 milioni di lire, ben più di qualsiasi ultimo modello di smartphone.

Euro killer, ci ha rovinato la vita: ecco perché, scrive Giuliano Zulin l'1 gennaio 2017 su “Libero Quotidiano”. Con l'euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più, disse Romano Prodi nel 1999. Sono passati quasi 15 anni dall' introduzione della moneta unica e la frase del Professore sembra che sia stata pronunciata a Zelig. È successo il contrario. O meglio, molti lavorano settimane o mesi in meno per colpa della crisi, ma non guadagnano di più. Anzi. Chi ha un posto praticamente porta a casa a fine mese uno stipendio paragonabile a quello del 2001. Con l'aggravante di aver perso anche potere d' acquisto: in quel gennaio-febbraio 2002 i prezzi dei prodotti più diffusi, dal caffè alla pasta, dall' abbigliamento fino al gelato, subirono un rincaro pazzesco, fuori dal normale, che nessuno fu in grado di fermare e analizzare. I consumatori dovettero affrontare aumenti fino al 200%. E in quei due mesi è iniziato il declino dell'Italia. Sappiamo tutti che gran parte delle colpe sono da imputare ai tedeschi, che imposero un cambio lira-euro troppo alto in modo da non avere rivali nelle esportazioni. Sappiamo anche che Prodi e Ciampi commisero l'errore di accettare il diktat tedesco per avere un posto al sole, previa introduzione di un'eurotassa, per entrare nella moneta unica, restituita solo in minima parte. Ma quello che ancora non sappiamo è perché il governo Berlusconi si voltò dall' altra parte durante i primi mesi di vita dell'euro. Solo nell' estate 2002 si creò un osservatorio sui prezzi, ma la frittata era già stata fatta. Ovvio, imprenditori e venditori italiani arrotondarono le mille lire all' euro per recuperare un po' di soldi e rimanere competivi con i partner europei. Legittimo. L'esecutivo però avrebbe dovuto fare uno sforzo sui contratti dei dipendenti e sulle pensioni. Sarebbe stato utile varare aumenti di stipendio, una tantum ed extra-inflazione, per mettere a pari i lavoratori con i produttori. Magari con interventi fiscali, tipo taglio di tasse. Sfruttando, per l'occasione, il calo dei tassi d' interesse sul debito pubblico proprio grazie all'introduzione dell'euro. Niente di tutto questo fu realizzato. Gli italiani si sentirono più poveri e iniziarono così a diminuire i loro consumi. Il circolo negativo era appena all'inizio. La crisi del 2008 e, successivamente, quella dello spread nel 2011, diedero la mazzata finale al nostro Paese. Il doppio effetto, calo del potere d' acquisto e sfiducia, innescarono il crollo delle vendite al dettaglio e degli acquisti immobiliari. Di conseguenza le aziende hanno iniziato prima a tagliare le spese superflue, poi gli investimenti, quindi a licenziare, fino a chiudere. Non a caso sono sette-otto anni che il Pil è asfittico. Le imprese, anche quelle sane, hanno così cominciato a perdere valore, perché operano in un mercato debole. Un affare per gli stranieri che hanno messo nel mirino le nostre società, marchi famosi compresi. Fanno ridere quelli che dicono che l'euro non è la causa dei mali italiani. In quel prezzo del gelato schizzato del 200% c' è tutto il nostro male. Uno autentico strozzinaggio. Spiace che nessun politico abbia chiesto scusa agli italiani. Nemmeno i grandi tifosi della moneta unica. Ma di quelli parleranno Paolo Becchi e Fabio Dragoni lunedì, con la carica dei 101 contro l'euro.

Euro: Adusbef, la rapina del secolo, scrive il 4 gennaio 2017 l'"Agi". Quindici anni d'inferno per famiglie, depredate ed impoverite di 14.955 euro pro capite, un paradiso per speculatori e cleptocrati, arricchitisi su pelle di lavoratori e consumatori.  Sfilati 358,9 mld euro, al ritmo di 997 euro di media l'anno a famiglia. (Adusbef) - A 15 anni dal changeover lira-euro (1.1.2002), introdotto anche in Italia da governanti sedicenti statisti, in realtà modesti maggiordomi della cleptocrazia europea, propagandato come la nuova Eldorado per gli italiani, ratificato forzatamente  (e senza alcun referendum popolare), la moneta unica è stata la più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie, un vero inferno, una rovina per lavoratori e ceto medio impoverito, un paradiso per speculatori, banchieri, assicuratori, monopolisti dei pedaggi, elettrici e del gas, e di tutti coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dei controlli di contigue autorità, che invece di verificare la congruità dei rincari, andavano a braccetto con i rapinatori seriali. L'effetto trascinamento del cambio lira-euro entrato in vigore dal 1.1.2002 (1.000 lire= 1 euro), con lo sciagurato tasso di cambio fissato a 1.936,27 lire ad euro (invece di un giusto tasso di 1.300 lire max per 1 euro), ha svuotato le tasche delle famiglie italiane, al ritmo di 997 euro l'anno di rincari speculativi, per un conto finale di 14.955 euro pro-capite negli ultimi 15 anni. Dall'ingresso nell' euro infatti, si è registrata una perdita del potere di acquisto, che anche le statistiche ufficiali sono costrette a riconoscere, pari a 14.955 euro per ogni famiglia (24 milioni), con un trasferimento di ricchezza stimata in 358, 9 miliardi di euro, dalle tasche dei consumatori a quelle di coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dai dovuti controlli delle inutili, forse contigue, autorità di settore. La “cleptocrazia europea a trazione tedesca” ha scippato perfino la speranza del futuro, a quelle masse di invisibili disperati, che nel 2001 appartenevano al ceto medio e 15 anni dopo sono costretti ad affollare le mense della Caritas, solo per sfamarsi con un pasto caldo. Dall'ingresso nell' euro infatti, avvenuto senza alcun controllo nel gennaio 2002 con il Comitato Euro che assecondava gli aumenti, si è registrata una perdita del potere di acquisto, che anche le statistiche ufficiali sono costrette a riconoscere, pari 997 euro in media annui per ogni famiglia (24 milioni), con un vero e proprio trasferimento di ricchezza stimato in 358,9 miliardi di euro, dalle tasche dei consumatori a quelle di coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dai dovuti controlli delle inutili, forse contigue, autorità di settore. Il crollo dei consumi e le sofferenze economiche degli italiani, che ha colpito anche il ceto medio ed i redditi che potevano essere definiti dei “benestanti” nel 2001,è dimostrato inconfutabilmente dallo studio Adusbef sulla capacità di spesa (Cds), un indicatore economico che misura i redditi con il potere di acquisto, pari in Italia a 119 nel 2001,tra le più elevate dei paesi europei superata da Inghilterra (120); Svezia (123); Belgio (124); Austria (126); Danimarca (128); Olanda ed Irlanda (134); Lussemburgo (235); più elevata di Francia; Germania e Finlandia (116). Nel 2015 l'Italia (-16,8%) guida la classifica negativa della capacità di spesa (Cds) ridotta di 20 punti ed attestata a 99; al secondo posto la Grecia (-13,8% la Cds che passa da 87 a 75); al terzo il Regno Unito (-8,3% con la Cds a 110. Adusbef e Federconsumatori, che avevano già denunciato a fine 2001 l'ottusità della Bce, un mostro giuridico sordo e cieco, afflitto da un delirio di onnipotenza che decise di stampare la banconota da 500 euro a misura di evasori e riciclatori di denaro sporco e di economia criminale, rifiutò di stampare le banconote da 1 e 2 euro come efficace strumento in grado di offrire l'esatta percezione del valore dell'euro,  hanno già divulgato gli aumenti sconsiderati da changeover, avvenuti con la complicità dei governi, con la lista di cento prodotti con il prezzo fissato nel dicembre 2001, ultimi giorni di vita della lira, come ad es. la penna a sfera aumentata del + 207,7%, seguita dal tramezzino (+198,7%) e dal cono gelato con (+159,7%), la confezione di caffè da 250 grammi (+136,5%), il supplì (+123,9%), un chilo di biscotti frollini (+113,3%), la giocata minima del lotto (+ 97,8%), aumenti vertiginosi su prodotti di largo consumo che hanno svuotato e saccheggiato le tasche delle famiglie. Gli osservatori di Adusbef e Federconsumatori registravano anche l'aumento dei costi delle abitazioni, problema gigantesco per le famiglie italiane sia relativamente all'acquisto che per l'affitto e per il costo mensile complessivo, registrando 25 anni di stipendio nel 2014 per acquistare un appartamento di 90 metri quadri che nel 2001 ne costava 15 anni di stipendio medio, a conferma di un aumento vertiginoso dei prezzi. La finalità di demolire definitivamente un modello sociale costituito sul “valore del risparmio”, sostituendolo con società fondate sul “debito”, per rafforzare il dominio dei banchieri e della finanza di carta, degli algoritmi che strutturano i derivati killer e della troika, innescando un circolo vizioso per alimentare i profitti delle banche sulla pelle di intere generazioni intossicati dalle carte di debito, ci deve convincere a correggere i gravissimi errori fatti in questi 15 anni, per non continuare a ripeterli. Non deve essere più consentito ad una ristretta cerchia di soggetti che decidono dei destini del mondo, di disegnare un modello di Europa a misura di eurocrati e banchieri, che hanno distrutto la ricchezza delle famiglie, per ingrassare i soliti manutengoli del potere economico, anche a costo di essere definiti, dal cerchio magico delle élites che rappresentano solo loro stessi, con l'appellativo di “populisti”, ossia coloro che tutelano il popolo ed i consumatori oppressi dai banchieri centrali e dalla finanza criminale. Poiché l'euro ha rappresentato la più grande rapina, la rovina del secolo che ha impoverito grandi masse di lavoratori e pensionati, artigiani, piccoli imprenditori, partite Iva, famiglie, Adusbef e Federconsumatori chiedono di rinegoziare i Trattati europei stipulati a misura di banche e monopoli, vessatori ed iniqui per i consumatori. Elio Lannutti (Adusbef) - Rosario Trefiletti (Federconsumatori) 

Il punto di non ritorno. Purtroppo è necessario uscire dall'euro. E saranno dolori. Doppi, scrive Nicola Porro, Venerdì 27/01/2017, su "Il Giornale". Per anni Antonio Martino ci ha spiegato, anche sulle colonne di questo Giornale, di come la costruzione dell'euro fosse pericolosa. Martino, e noi con lui, venivamo definiti euroscettici. Il pensiero unico vinse. Le tesi di Ciampi, Dini, Prodi e per finire Monti e Letta, prevalsero. Per anni anche noi euroscettici abbiamo pensato con Oa (una serie televisiva e visionaria): «Esistere è sopravvivere a scelte ingiuste». Insomma negli anni, nonostante fossimo contrari all'euro-costruzione, abbiamo ritenuto che mollare sarebbe stato un pasticcio, costoso. Era necessario sopravvivere ad una scelta ingiusta. Siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Purtroppo è necessario uscire dall'euro. E saranno dolori. Doppi. I primi li abbiamo già pagati quando aderimmo, i secondi li dovremmo affrontare ora. Chi vi racconta che ritornare alla lira è una passeggiata di salute, vi sta ingannando. Ma restare inchiodati alla moneta malata è peggio. L'Italia, è una questione di tempo, non potrà ripagare il suo debito pubblico. Negli ultimi quindici anni i suoi avanzi primari sono stati tra i più virtuosi d'Europa. La sua economia reale, al contrario, la peggiore. Siamo in una tenaglia che ci sta stritolando. Lasciamo perdere per un attimo le responsabilità. Oggi paghiamo 70 miliardi di interessi sul debito. Nei prossimi mesi sono destinati a crescere. E non saremo in grado di pagarli. A ciò si sommano le ragioni ante moneta unica. Non c'è motivo al mondo, dal punto di vista tecnico, per il quale la nostra economia debba avere una moneta rivalutata e per questa ragione la nostra industria debba delocalizzare o perdere ragioni di scambio rispetto alla Baviera. Ciò che scriviamo in queste poche righe non solo è confortato da una ricerca di Mediobanca che pubblichiamo all'interno. È argomento - non ideologico, ma tecnico - di mezzo mondo finanziario. Che si chiede non tanto se Italexit avverrà, ma piuttosto quando succederà. Abbiamo due strade. La prima è fare come coloro che non credevano a Brexit e Trump: aspettare passivi. La seconda è studiare i modi migliori e legali per rendere la rottura più indolore possibile. Ps. Un'alternativa esiste: ripudiare, anche in parte, il debito pubblico. Ma ciò ci porterebbe alla totale perdita di sovranità nazionale.

"L'addio sarà duro, ma restare sarebbe peggio". L'ex ministro ed economista: "Dire che non si può fare retromarcia aggrava la situazione", scrive Gian Maria De Francesco, Sabato 28/01/2017, su "Il Giornale".

«Nel giugno 1971 la Rivista italiana di politica economica pubblicò in caratteri minuscoli, per nasconderlo il più possibile, un mio saggio contro il piano Werner, il primo esperimento di unione monetaria europea, nel quale sostenevo che il progressivo restringimento dei margini di fluttuazione dei tassi di cambio avrebbe creato problemi».

Il report di Mediobanca non suona nuovo ad Antonio Martino, già professore di Economia politica alla Luiss di Roma e oggi deputato di Forza Italia. Quello scritto gli valse la riprovazione di Piero Fassino che lo bollò come «euroscettico» allorquando Martino fu nominato ministro degli Esteri nel 1994. Ma «il Pci fece campagna contro gli accordi di Messina del 1955 che portarono al Trattato di Roma del 1957», ricorda Martino, figlio del ministro che quegli accordi li promosse e li firmò.

Onorevole, anche Mediobanca ha ipotizzato che è possibile uscire dall'«area monetaria ottimale» dell'euro.

«Un'area monetaria è ottimale se c'è mobilità dei fattori della produzione che non può esserci tra Paesi con ordinamenti, lingue ed economie differenti. Quale mobilità può esserci tra la Baviera e la Sardegna? Si usa quel termine per l'euro perché il suo padrino è il Nobel Bob Mundell che studiava gli ambiti monetari ottimali e che non ho mai capito come potesse considerare tale l'Unione europea».

Una certa politica sostiene queste posizioni da tempo.

«La situazione è molto più complessa di come la si descrive politicamente. Luigi Einaudi era favorevole a una moneta unica perché si sarebbe tolta agli Stati nazionali la possibilità di monetizzare il debito facendo comprare alle banche centrali i titoli emessi per finanziare il deficit e aumentando l'inflazione che è la più odiosa delle imposte. Ma oggi cos'è il quantitative easing se non un acquisto massiccio di titoli del debito pubblico da parte della Bce che li paga creando euro? Fra tre anni al massimo se ne vedranno gli effetti e l'inflazione si abbatterà su uno scenario diverso dall'attuale».

Mediobanca punta il dito contro la perdita di produttività del lavoro connessa al cambio fisso.

«Se il disavanzo delle partite correnti non determina una svalutazione della moneta nazionale, il sistema si riporta in equilibrio con le variabili macroeconomiche interne: prezzi, livello dell'occupazione e sviluppo. L'Italia ristagna da tanto tempo proprio per questo motivo».

L'impostazione europea è dunque sbagliata?

«Comportarsi come se non si potesse fare macchina indietro aggrava gli errori, mentre è possibile farlo in modi non penosi dal punto di vista economico e sociale».

Quindi l'uscita è possibile come dicono Salvini, Meloni e Grillo?

«L'uscita non è semplice e indolore ma l'euro ha creato una perdita secca di potere d'acquisto. Tuttavia non vedo una maggioranza che abbia un progetto o un piano per realizzarla. L'idea del referendum non sta in piedi perché non sono ammessi in materia di trattati internazionali. Io ed altri economisti avevamo proposto nel 2012 che la Grecia adottasse una moneta parallela che circolasse assieme all'euro al tasso di cambio che il mercato avrebbe determinato. Dopo un paio d'anni si sarebbe raggiunto il tasso di equilibrio e la Grecia sarebbe potuta uscire ordinatamente».

Quali miglioramenti si avrebbero con una nuova lira?

«Se avessimo una moneta nazionale, avremmo altri due obiettivi di politica economica: l'equilibrio di bilancia dei pagamenti e la politica monetaria nazionale. È per questa ragione che da un po' si ricomincia a parlare di una possibile conveniente uscita della Germania».

Finanziamenti Italia-UE: per il Belpaese saldo negativo di 5 miliardi, ma è anche colpa nostra, scrive Marta Panicucci su "Ibtimes.com" il 16.03.2016.

Marta Panicucci. Toscana di nascita, dopo alcuni anni in giro per l'Italia, ho messo le radici a Firenze. Laurea triennale in Lettere moderne, 110 e lode alla Sapienza di Roma in Editoria e scrittura giornalistica, ho frequentato il master in Informazione multimediale e giornalismo economico-politico al Sole 24Ore. Giornalista dal 2015, smanetto su siti di informazione dal 2010. Scrivo per giornali online occupandomi soprattutto di economia e politica.

La corte dei Conti ha pubblicato la Relazione annuale 2015 al Parlamento su “I rapporti finanziari con l’Unione Europea e l'utilizzazione dei fondi comunitari” che mette sulla bilancia i contributi economici che l’Italia versa all’Unione e i soldi che Bruxelles versa, invece, all’Italia per progetti di sviluppo e occupazione. Secondo la Corte dal 2008 al 2014, la casse italiane registrano un saldo negativo di 39 miliardi, che rappresenta quindi la differenza tra quanto abbiamo dato e ricevuto in quel periodo di tempo. Soltanto nel 2014 l’Italia ha versato 5,4 miliardi in più di quanto abbiamo ricevuto come finanziamenti. Su questi calcoli si alzano le voci di protesta contro i burocrati di Bruxelles, contro l’UE brutta e cattiva che complotta contro l’Italia. Ma in realtà, il fatto che l’Italia versi più di quanto riceve è fatto noto da tempo, da quanto sono in vigore le modalità di calcolo dei contributi dovuti dai Paesi membri all’UE. Il dato interessante che, però, la Corte dei Conti aggiunge alla discussione è che la responsabilità delle minori entrate rispetto alle uscite è anche nostra, perché non sappiamo spendere i finanziamenti provenienti dall’UE.

Come si finanzia l’UE. Basta andare sul sito dell’Unione Europa per verificare le modalità con cui si finanzia l’UE. La fonte principale è il contributo dei Paesi membri calcolato in circa lo 0,7% del reddito nazionale lordo. “I principi di base – si spiega - sono la solidarietà e la capacità contributiva, ma se ne risulta un onere eccessivo per determinati paesi, si procede ad aggiustamenti”. Un’altra parte dei soldi arriva dall’IVA di ciascun Paese (circa lo 0,3%) e dai dazi all'importazione sui prodotti provenienti dall'esterno dell'UE. Per quanto riguarda il 2014, ultimo dato disponibile, la Corte dei Conti indica un saldo (negativo per l’Italia) di 5,4 miliardi di euro. Il contributo italiano è diminuito del 7,5% rispetto all’anno precedente a fronte, però, di una flessione degli accrediti ricevuti dall’Unione per la realizzazione di programmi europei del 15,1%. Inoltre, sottolinea la Corte, l’Italia continua a farsi carico insieme ad altri Paesi di una quota dei rimborsi al Regno Unito per la correzione dei suoi “squilibri di bilancio” (circa 1,2 miliardi di euro nel 2014, con un incremento di circa il 29% rispetto all’anno precedente).  Le contribuzioni di Danimarca, Irlanda e Regno Unito sono ridotte rispetto agli altri Paesi perché non partecipano a certe politiche nel settore della giustizia e degli affari interni e quindi gli altri membri devono compensare versando a loro parte dei contributi.

Le responsabilità italiane del saldo negativo. Ma se la notizia dei contributi italiani maggiori dei finanziamenti non è nuova, risulta interessante il dato evidenziato dalla Corte dei Conti sulla gestione italiana dei soldi provenienti dall’UE. L’analisi della Corte ha evidenziato che “per far fronte ai ritardi nell’utilizzo di tali fondi ed evitare perdita di risorse comunitarie, le Autorità italiane, d’intesa con la Commissione Europea, hanno ridotto la quota di cofinanziamento nazionale, attraverso le riprogrammazioni definite nell'ambito del Piano di Azione Coesione”. L’Italia da una parte non impiega soldi per i confinanziamenti con l’UE e dall’altra utilizza male i fondi accreditati dall’Unione. La Corte sottolinea il capitolo delle frodi e delle irregolarità per i contributi illeciti che continuano a crescere di anno in anno, tanto da raggiungere quota 142,2 milioni in salita rispetto agli 82 milioni di un anno prima. Questo dato di fatto non solo ci fa perdere in termini di credibilità internazionale, ma anche in termini economici veri e propri. Formazione, occupazione, imprenditoria e agricoltura sono i settori maggiormente coinvolti nelle frodi e nelle truffe con i soldi europei. “Un fenomeno che desta allarme” e che porta spesso alla “mancata realizzazione delle attività finanziate, soprattutto con riguardo ai contributi pubblici”. Insomma miliardi che partono dall’Europa, finiscono nella casse italiane che le impiega per opere o attività fantasma. Ma ormai la programmazione dei finanziamenti europei 2007-2013 è andata, ma siamo ancora in tempo per cercare di recuperare quella in corso, 2014-2020. A riguardo la Corte osserva che “l’Accordo di Partenariato tra l’Italia e la Commissione europea, del novembre 2014, prevede che le criticità dei cicli precedenti vengano superate attraverso una programmazione più trasparente e verificabile, un monitoraggio permanente ed un supporto all’attuazione, anche grazie alla Agenzia per la coesione territoriale, i piani settoriali nazionali di riferimento nonché i piani di rafforzamento amministrativo per le Amministrazioni centrali e per le Regioni”. Speriamo che la trasparenza sia sufficiente a contrastare il malaffare tutto italiano. Insomma, il saldo tra soldi ricevuti e versati dall’UE resta anche nel 2014 negativo, ma non per un accanimento dell’Unione nei confronti dell’Italia, ma perché è l’Italia stessa che continua a dimostrarsi bravissima nel darsi la tappa sui piedi da sola. E poi addossare la colpa agli altri.

Perché quando parliamo di “tornare alla lira” dimentichiamo la storia, scrive Alessandro Volpi il 15 febbraio 2017. La moneta nazionale italiana è sempre stata molto debole: la sua difesa ha causato problemi, tra cui spirali inflazionistiche, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. E in alcuni casi per affrontare le crisi della lira l’Italia ha dovuto accettare limitazioni alla propria “sovranità nazionale” - tema oggi caro a chi attacca l’euro -. L’analisi di Alessandro Volpi, Università di Pisa. "Sembra affermarsi con sempre maggiore insistenza, come tema centrale del dibattito politico, un continuo richiamo alla lira, caratterizzato da una profonda nostalgia e dall’auspicio di un ritorno ad una presunta età dell’oro caratterizzata dalla presenza delle monete nazionali. Rispetto ad una simile ondata “passatista” può essere utile mettere in fila alcuni elementi suggeriti dalla storia della nostra vecchia moneta che non dovrebbero farla rimpiangere troppo.

1) La lira è stata una moneta molto debole, fatti salvi pochi fortunati momenti. Già prima della nascita della Banca d’Italia, avvenuta nel 1893, la lira italiana emessa dalla Banca nazionale si trovò spesso sull’ottovolante, a partire dal 1866, quando fu sospesa la sua convertibilità, fino alla tempesta della Banca romana. Gli affanni proseguirono con la crisi del 1921 e soprattutto con la politica mussoliniana di Quota novanta, con cui il duce tentò un improponibile e costosissimo cambio tra sterlina e lira, fissato appunto a 1 a 90, che i grandi operatori rifiutarono, mettendo l’Italia fuori dai mercati e costringendola ad avviare una dura quanto retorica fase autarchica. Dopo la seconda guerra mondiale, le debolezze proseguirono con una sequenza micidiale di crisi; nel 1963-64, quando sulla moneta si scaricarono le tensioni sociali e politiche determinate dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica, nel 1973, allorché la lira fu colpita ancora più duramente di altre divise dagli effetti del primo grande shock petrolifero, e nel 1976, anno di una delle più pesanti svalutazioni della moneta italiana. Il 13 settembre 1992 poi il governo Amato fu costretto ad annunciare l’uscita della lira dal sistema monetario europeo (SME) e ad accettare una significativa svalutazione, di fatto imposta dalla Germania. Da quel momento, fino all’entrata in vigore dell’euro, nonostante i tanti sacrifici contenuti dalle varie finanziarie, il destino della nostra moneta non si risollevò.

2) Questa debolezza cronica ha visto conseguenze rilevanti sui conti pubblici italiani almeno su due piani ben evidenti. In primo luogo è costata moltissimo alla Banca d’Italia che ha dovuto impiegare molte risorse per difendere il cambio della lira dagli attacchi speculativi provenienti dalle altre monete. Ogni qual volta le criticità politiche del quadro italiano o le difficoltà economiche mettevano la lira al centro delle tensioni, il governatore di BankItalia doveva utilizzare tante risorse pubbliche per agire sul mercato dei cambi e riportare la nostra moneta in linea di galleggiamento. Ciò avvenne spesso sia durante il periodo di Guido Carli sia in quello di Carlo Azeglio Ciampi. I costi pubblici della lira debole sono stati poi particolarmente alti a causa dell’innalzamento dei tassi di interesse pagati sui titoli di stato denominati, appunto, in lire. Nel 1990 il tasso medio di interesse dei titoli di Stato sfiorava il 13 per cento, due anni più tardi nel pieno della già ricordata crisi della lira, il medesimo tasso era salito al 14 per cento con punte massime del 17,79 per i BOT annuali. Per tutti gli anni successivi, mentre il debito pubblico cresceva rapidamente, i tassi continuarono a mantenersi intorno al 10 per cento. Solo con l’avvento dell’euro, nonostante l’ulteriore impennata del nostro debito, i tassi crollarono abbattendo così una delle principali voci della spesa pubblica: nel 2004 il tasso medio dei titoli di Stato era caduto al 2,66 e persino durante la bufera degli spread del 2011 e 2012 tale tasso non si è allontanato troppo dal 3 per cento.

3) La debolezza della lira ha generato una continua svalutazione che ha prodotto a sua volta molteplici conseguenze negative a cominciare da una costante pulsione inflazionistica, destinata ad erodere il potere d’acquisto degli italiani, solo in parte compensata dalla maggiore competitività attribuita alle merci italiane dal deprezzamento della valuta nazionale. Il combinato disposto di svalutazione e inflazione ha infatti generato una cattiva distribuzione della ricchezza favorendo i settori votati all’esportazione rispetto al resto dell’economia dipendente invece dai consumi interni. Inoltre il fatto di fondare la competitività italiana quasi interamente sulla debolezza della lira ha drogato il sistema produttivo, bloccando qualsiasi ipotesi di ristrutturazione finalizzata a premiare i settori più innovativi. Inoltre, per evitare che la crisi della lira si trasformasse nel suo fallimento sono state necessarie manovre finanziarie durissime, in particolare proprio dopo la già ricordata uscita dallo SME, quando furono poste in essere due leggi finanziarie da circa 150mila miliardi di lire con un forte incremento della pressione fiscale e con la firma di accordi pesantissimi per i redditi dei lavoratori.

4) Ci sono poi due ulteriori aspetti, in parte tra loro correlati, che sono riconducibili alla debolezza della lira. Le molteplici crisi citate sono state affrontate con un forte dispendio di risorse pubbliche ma hanno avuto bisogno, sempre, di interventi esterni che hanno certamente limitato la sovranità italiana: così è avvenuto con la benevolenza degli Stati Uniti nel 1963 e con la non ostilità europea nel 1976 e nel 1992. Non è del tutto vero dunque che con la moneta nazionale il nostro Paese non subisse condizionamenti esterni. Il secondo aspetto consiste nelle continue fughe di capitali dall’Italia dettati proprio dalle incertezze della lira e dalle strategie di attrazione poste in essere dagli altri Paesi; un’emorragia che si almeno in parte arginata con l’euro. Rimpiangere i vecchi tempi andati non rappresenta, talvolta, la migliore soluzione." 

Il ventennio dell’Euro: la sinistra schiava e opportunista festeggia una Europa che ha distrutto e umiliato l’Italia e gli italiani, scrive il 4 gennaio 2019 Andrea Pasini su Il Giornale. Ha senso che un ergastolano festeggi il giorno della sua condanna? Penso proprio di No? Allora perché la sinistra festeggia la nascita dell’Euro? Sono già passati vent’anni da quando la moneta unica Euro fu introdotta nelle economie dell’allora Europa degli 11. Un anniversario che inebria gli europeisti di casa nostra accecati dall’ideologia dell’Europa a tutti i costi e programmati dalla propaganda per ripetere il mantra “L’Europa ci ha regalato 80 anni di pace”. L’introduzione dell’Euro doveva essere nelle intenzioni di chi la volle e forse, purtroppo, lo è stata, la saldatura definitiva dei paesi del Vecchio Continente all’interno di quella prigione fiscale chiamata Unione Europea. Dentro la quale ci sono carcerieri e carcerati: La Germania e la Francia i primi, tutti gli altri, a vario titolo, i secondi. Questi vent’anni di Euro a fronte dei pochissimi vantaggi che hanno reso, hanno fatto perdere una delle prerogative più importanti di uno stato libero e indipendente: la sovranità monetaria. Abbiamo ceduto il controllo sulla nostra politica monetaria che era l’unica cosa che avrebbe permesso di mettere in campo delle risposte diverse da quelle scelte da Bruxelles (ossia quelle dell’austerity senza se e senza ma e dell’aiuto sempre e solo alle banche, meglio se di amici di amici) per rispondere alla crisi del 2007/2008. Si sarebbe potuto, per esempio, dare un forte incentivo al consumo o sostenere il lavoro o altre opzioni ma la cosa più importante sarebbe stata che lo avremmo scelto noi per la nostra Patria, non i tedeschi o i francesi. Per non parlare del fatalismo da quattro soldi a cui si sono arresi gli europeisti di casa nostra tutto riassunto in questa infelice espressione: “eh… ma da sola l’italietta dove vuole andare?” con tutte le sue varianti del caso. Come se l’Italia non avesse mai dimostrato di saper badare a se stessa dal punto di vista economico/finanziario. L’ Euro, per chiunque non sia stato ammaestrato dalla propaganda del politicamente corretto, non è altro che il mezzo economico progettato dalla Germania per perpetuare una politica di sottomissione delle economie del Mediterraneo, prima fra tutte l’Italia. Infatti non è un caso che il fenomeno tremendo della de-industrializzazione abbia preso una dimensione preoccupante sotto l’egida dell’Euro. Nonostante il dramma economico e umano che ha portato l’Euro, la sinistra arcobaleno, gli europeisti, i radicali e tutto quel mondo politico festeggia i vent’anni di prigione monetaria. Venti anni di diktat, di umiliazioni, di ruffianerie e soprusi politici, economici e umani. Dovunque si guardi si possono cogliere più motivi per disprezzare l’Euro che per amarlo, Se si è italiani o greci (a cui va un pensiero addolorato). L’unica ricorrenza per cui si dovrebbe festeggiare ogni anno con inni e fanfare sarebbe un’eventuale uscita dall’ Euro del nostro paese non certo la sua.

Tremonti: "L'entrata dell'Italia nell'Euro? Per un interesse tedesco". "L'euro? L'Italia è entrata per interesse tedesco". Giulio Tremonti non usa giri di parole e in un'intervista al Sole 24 Ore racconta come è nata la moneta unica, scrive Luca Romano, Domenica 06/01/2019, su "Il Giornale".  "L'euro? L'Italia è entrata per interesse tedesco". Giulio Tremonti non usa giri di parole e in un'intervista al Sole 24 Ore racconta come è nata la moneta unica e soprattutto l'ingresso di Roma nell'euro. L'ex ministro del Tesoro svela un retroscena: "È molto probabile che l’Italia abbia fatto il 3% di Maastricht perché si era già deciso di farla entrare nella moneta. Tutti gli Stati hanno fatto operazioni di bilancio per centrare il 3%, anche operazioni puramente contabili. Nel caso italiano la scelta fu tedesca, in terra neutra sul lago Lemano gli industriali tedeschi da un lato non ancora consolidati nella grande Germania e dall’altro temendo la concorrenza dell’industria italiana allora ancora molto forte convinsero la “banca tedesca” a fare entrare l’Italia nella moneta così che la curva dei tassi sul debito italiano crollò". Poi lo stesso Tremonti spiega anche come sono andate le cose proprio subito dopo l'entrata del nostro Paese nel sistema della moneta unica: "Di incerto restava non l’ingresso, ma l’anno di ingresso. Non essendo un economista mi permetto di rinviare a quanto scritto da Modigliani e da Spaventa alle posizioni espresse da Ciampi, da Savona, da Romiti. È comunque probabile che il cambio lira/euro sia stato influenzato in negativo sull’Italia da tutto quanto sopra: come pizzino applicato sul biglietto di ingresso. Data la dimensione storica del fenomeno e la natura dell’Italia come paese fondatore, il tipico meschino errore". Poi risponde per le rime a Prodi che proprio sul Sole ha puntato il dito contro il governo di centrodestra del 2002 accusandolo di non aver vigilato sul rincaro dei prezzi nel passaggio da Lira e Euro: "È polemica e infantile l’idea dei controlli da fare H24. L’idea sinistra della polizia annonaria. Nella realtà, nella storia dell’Italia non ci sono mai stati o comunque diffusi pezzi monetari ad alto valore ma sempre pezzi cartacei e monetine. Perfino gli assegnini degli anni ’70 erano pezzi di carta e come tali accettati. Se mi è consentito l’unica vera idea, e non solo per l’Italia ma per l’Europa, era quella della banconota da un euro e un’idea non solo di interesse italiano come alcuni ottusi mi obiettarono ma di interesse per l’euro in sé, se l’euro aspirava a diventare una vera moneta globale. Forse non è un caso se esiste la banconota da un dollaro". Infine sull'ipotesi di un'uscita dalla moneta unica, Tremonti ha le idee chiare e respinge questo tipo di scenario: "Un conto è uscire da una moneta nazionale per entrare in una moneta sovranazionale. Un conto è uscire da una moneta sovranazionale per entrare in una moneta nazionale. Chi lo fa perde il futuro senza riacquistare il suo passato. Si dimentica che c'è stata e che c'è comunque la globalizzazione e che forze esterne distruggerebbero l'operazione".

Tremonti: «L’Italia entrò nell’euro per l’interesse tedesco. Uscirne? Sarebbe distruttivo», scrive Alessandro Graziani il 06 gennaio 2019 su "Il Sole 24 ore". «La mia prima occasione di incontro con l'euro è stata accademica alla Oxford Union Society, 18 febbraio 1999. Dibattiti provocatori e paradossali, pensi che nel 1938 in un'occasione gli studenti votarono a favore di Hitler contro Churchill, salvo poi morire sui loro “spitfire”. A ogni modo, il mio dibattito era “euro is in our national interest”? Sarei stato il primo oratore italiano mai invitato, ma ad un patto: dimostrare che l'euro conveniva al Regno Unito. L'avversario era Frederick Forsyth, che oggi si direbbe “populista”. L'occasione era unica e perciò avrei parlato anche a favore del demonio. Alla fine votarono se pure per poco a favore della sterlina. Non credo che oggi farebbero diverso, anzi». L'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti inizia con un aneddoto la sua intervista a IlSole24Ore ed entra nel dibattito lanciato da questo giornale su vizi e virtù dei 20 anni della moneta unica.

A venti anni dalla nascita, che giudizio dà dell'euro?

«Per quanto atipico l'euro è comunque una moneta e, come tutte le monete, non può essere trattato come una “monade” e neppure come un “noumeno”. Che sia Platone o Kant, che sia la tecnica a farsi metafisica, troppi “esperti” oggi considerano l'euro come entità staccata o staccabile dalla realtà ed in specie dalla politica. E questo è per certi versi paradossale per due ragioni. In primo luogo perché l'euro fu concepito dai padri come strumento economico per fare politica: “federate i loro portafogli, federerete i loro cuori”. In secondo luogo perché gli ultimi venti anni, ovvero l'età dell'euro, sono anche gli anni nei quali sono cambiate la struttura e la velocità del mondo: venti anni fa non solo c'erano ancora le monete nazionali, ma c'era anche il telefono fisso, il commercio era ancora internazionale, non c'erano l'Asia o Internet. E già questo ci porta ad una prima considerazione: che effetti hanno sulla moneta la scomparsa della domanda salariale un tempo causa sistemica di inflazione o l'apparizione di circuiti finanziari automatici ed autogestiti che rendono la moneta, un tempo segno sovrano, sempre meno sovrana di sé stessa?»

Insomma, secondo lei l’euro nacque tenendo poco conto della realtà internazionale?

«È il caso di evitare l'errore “tecnico” che consiste nel considerare l'euro solo in termini di quantità monetaria, di velocità, di tassi di interesse o di cambio. Pensando che questo possa governare la realtà o prescindere dalla realtà. Soprattutto perché l'euro è moneta atipica. Per la prima volta nella storia, si ha moneta senza governi e governi senza moneta. All'origine ci furono un grande pensiero e grandi uomini. L'impressione è che la realtà presente sia un po' differente».

L’euro è anche frutto di grandi eventi storici, come la riunificazione tedesca. Che ne pensa?

«Le date chiave sono il 9 novembre 1989 e il 15 aprile 1994. È più o meno qui che si colloca il “big-bang” della storia contemporanea: a Berlino con la caduta del muro e a Marrakech con il WTO. Non puoi capire l'una senza capire l'altra. Dal crollo del muro all'unione monetaria passano solo 700 giorni, ma sono i giorni nei quali è cambiata la storia. Forse una eterogenesi dei fini. Non la riduzione della forza tedesca con l'estensione del marco, ma l'effetto opposto. In ogni caso la storia si rimette in cammino. Dappertutto, anche in Italia. Ricordo due episodi per tutti: 15 giorni dopo Maastricht inizia a Milano “Mani Pulite”. Qualche tempo dopo attracca a Civitavecchia il Britannia».

L’ingresso dell’Italia nell’euro avvenne per merito o perchè conveniva ad altri Paesi europei?

«È molto probabile che l'Italia abbia fatto il 3% di Maastricht perché si era già deciso di farla entrare nella moneta. Tutti gli Stati hanno fatto operazioni di bilancio per centrare il 3%, anche operazioni puramente contabili. Nel caso italiano la scelta fu tedesca, in terra neutra sul lago Lemano gli industriali tedeschi da un lato non ancora consolidati nella grande Germania e dall'altro temendo la concorrenza dell'industria italiana allora ancora molto forte convinsero la “banca tedesca” a fare entrare l'Italia nella moneta così che la curva dei tassi sul debito italiano crollò. Di incerto restava non l'ingresso, ma l'anno di ingresso. Non essendo un economista mi permetto di rinviare a quanto scritto da Modigliani e da Spaventa alle posizioni espresse da Ciampi, da Savona, da Romiti. È comunque probabile che il cambio lira/euro sia stato influenzato in negativo sull'Italia da tutto quanto sopra: come pizzino applicato sul biglietto di ingresso. Data la dimensione storica del fenomeno e la natura dell'Italia come paese fondatore, il tipico meschino errore».

L’ex premier Prodi ha scritto pochi giorni fa sul Sole24Ore che se l’euro fece salire i prezzi di merci e servizi, la responsabilità è del Governo di centrodestra che, quando a inizio 2002 l’euro entrò nelle tasche degli italiani, non vigilò adeguatamente. Come risponde?

«È polemica ed infantile l'idea dei controlli da fare H24. L'idea sinistra della polizia annonaria. Nella realtà, nella storia dell'Italia non ci sono mai stati o comunque diffusi pezzi monetari ad alto valore ma sempre pezzi cartacei e monetine. Perfino gli assegnini degli anni '70 erano pezzi di carta e come tali accettati. Se mi è consentito l'unica vera idea, e non solo per l'Italia ma per l'Europa, era quella della banconota da un euro ed un'idea non solo di interesse italiano come alcuni ottusi mi obiettarono ma di interesse per l'euro in sé, se l'euro aspirava a diventare una vera moneta globale. Forse non è un caso se esiste la banconota da un dollaro».

Superato il changeover, che giudizio dà dei primi anni dell’euro?

«Nei primi anni, a partire dal 2002, tutto è stato relativamente tranquillo e credo ben governato nella relativa normalità, portata da quella che in effetti era una assoluta novità. Ad esempio nel 2003 il caso in cui i “custodi dell'euro” volevano applicare alla Germania non solo la procedura per deficit eccessivo, ma anche le sanzioni. Ricordo di aver fatto notare che il Trattato prevedeva le sanzioni solo nel caso di intenzionale e sfidante deviazione dai criteri di Maastricht e non nel caso di numeri generati da una economia in crisi. Premesso che dare le sanzioni alla Germania, ma anche a nessun altro, non è una cosa molto intelligente, premesso che la Corte di Giustizia avvalorò la proposta italiana (salvo un piccolo errore di procedura commesso perché si era all'alba), premesso che se colpita dalle sanzioni la Germania non avrebbe poi fatto le sue grandi riforme, fu davvero curioso che chi chiedeva le sanzioni in applicazione fanatica del Patto dichiarò qualche tempo dopo che il Patto era stupido».

Trattato di Lisbona, allargamento a Est della Ue, globalizzazione. L’Europa cambia. Con che impatto sull’euro?

«La storia faceva il suo mestiere e troppi esperti, governanti e santoni non si accorgevano di quello che stava succedendo. Con il Trattato di Lisbona la piramide istituzionale dell'Europa si è rovesciata, trasferendo verso Bruxelles enormi quote di potere non più controllato in senso propriamente democratico. La globalizzazione? Non è l'Europa che è entrata nella globalizzazione, ma la globalizzazione che è entrata in Europa trovandola incantata e impreparata: l'Europa a disegnare l'astratto mercato perfetto, le nostre imprese costrette a competere con mondi molto meno vincolati e regolati. L'allargamento ad Est? Giusto, ma troppo veloce. Ed ora chi lo chiedeva così veloce condanna Visegrad. Forse avrebbero dovuto leggersi un libro di storia. In ogni caso l'Est chiedeva democrazia e Bruxelles e il Lussemburgo si sono organizzate come la fabbrica della democrazia post-moderna ad esempio occupandosi della “horizontal family”. Infine la crisi. Non si trova la parola crisi nei Trattati se non a proposito delle calamità naturali e degli sbilanci commerciali in un singolo Stato. Il fondo anticrisi proposto dall'Italia nel 2008 fu costituito anni dopo usando un notaio che arrivò di notte all'Eurogruppo incorporandolo come un “hedge fund”».

Con la crisi divampa la polemica contro l’Europa delle regole e i burocrati di Bruxelles. Di chi è la responsabilità?

«La sconfinata devoluzione di poteri verso l'alto e quindi verso un sostanziale vuoto democratico, l'orgia legislativa, la eliminazione totale istantanea dei dazi europei, la trasformazione dell'Europa in un corpus politico sui generis, la mala gestio della crisi, ciascuno di questi fatti capace da solo di produrre effetti violentissimi, e tutti insieme un caos, tutto questo per quasi venti anni è stato causato ma non capito dalla classe dirigente europea che adesso ricorda i nobili dopo la rivoluzione francese. Non hanno capito niente, ma ricordano tutto. Ricorda chi chiedeva di tenere ancora un po' i dazi e chi ancora nel '97 parlava della lumachina di mare, dei fagioli europei, dei furetti con il passaporto europeo, etc.? Pochi sanno che in extremis pochi giorni prima del voto sulla Brexit Bruxelles sospese il regolamento “toilet flushing” sugli impianti igienici da standardizzare nelle case europee. E poi uno si chiede perché “questa” Europa non è amata».

Soluzioni possibili?

«Il venire meno della solidarietà con le atrocità combinate alla Grecia e con il golpe finanziario in Italia sono episodi che non possono più essere ripetuti e forse l'idea degli eurobond, già emersa con la proposta Delors nel 1994 e più avanti con la Juncker-Tremonti, potrebbe essere la soluzione».

Gli anni della crisi hanno portato alla ribalta la Bce. Con Qe e «whatever it takes» Draghi ha salvato l’euro. Concorda?

«Una premessa. Mi risulta che il Parlamento tedesco abbia appena approvato, e che quello francese stia per farlo, una norma che sterilizza l'impatto di una “Hard-Brexit” sui derivati con controparti europee. Che cosa vuol dire? Io credo che pur determinata dalla scelta americana di creare moneta “ex nihilo” la scelta Bce della “quantitative easing” sia stata pur nella sua particolare applicazione una grande e giusta scelta: Ma forse anche per valorizzarla nella sua intelligenza politica è venuto il tempo di alcuni rilievi ed interrogativi: il 2% di inflazione è davvero un target o piuttosto un plafond? E comunque che effetto hanno gli strumenti monetari nel'età della globalizzazione? Nel wording Bce si legge da anni: “sovereign debt crisis”. Siamo sicuri che la crisi fosse nei debiti, nei bilanci pubblici o non piuttosto nel settore privato? Perché si è permesso ai Governi di fare “austerity” salvo il caso di qualche Governo che ha fatto l'opposto? Ha avuto senso speculare contro gli Npl italiani sottraendo risorse alle nostre banche ed invece ignorare il mondo opaco ed enormemente più pericoloso dei derivati?»

L’euro è irreversibile? La maggioranza degli italiani e degli europei è a favore della moneta unica. Che ne pensa?

«Un conto è uscire da una moneta nazionale per entrare in una moneta sovranazionale. Un conto è uscire da una moneta sovranazionale per entrare in una moneta nazionale. Chi lo fa perde il futuro senza riacquistare il suo passato. Si dimentica che c'è stata e che c'è comunque la globalizzazione e che forze esterne distruggerebbero l'operazione. Tra l'altro per una moneta nazionale servirebbe coesione nazionale, non una parte che la vuole e l'altra no. Chi firmerebbe le nuove banconote e chi le prenderebbe in cambio delle materie prime che noi trasformiamo? Se è pur vero che in questo momento c'è più paura di perdere l'euro che fiducia nell'euro in sé, il popolo italiano nella sua profonda saggezza la dice molto lunga al proposito. Certamente qualcosa in più va fatto. Guardi la fotografia del Trattato di Roma: uomini, un tipo d'uomo che gli inglesi dicono “grave”, uomini che avevano fatto la prigione o l'esilio per le loro idee. Guardi le “family photo” europee attuali. La differenza non sta solo nel fatto che quelle erano foto in bianco e nero e queste sono foto a colori».

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         I neoborbonici tra sovrani e sovranisti.

I neoborbonici tra sovrani e sovranisti. Pubblicato sabato, 12 ottobre 2019 su Corriere.it da Goffredo Buccini e Federico Fubini. Le organizzazioni «sudiste» criticano l’unità d’Italia (e l’Ue). Oggi si incontrano a Cosenza. «A lu suono della grancascia/ viva sempre lu popolo bascio/ a lu suono delle campane/ viva viva li popolane». Persino l’inno sanfedista che nel 1799 segnò la sanguinosa restaurazione borbonica potrebbe trovare spazio oggi a Cosenza. Nella storia rovesciata dal revisionismo nostalgico, l’eroina illuminista Eleonora Pimentel diventa «un’assassina che dal forte Sant’Elmo sparava sui napoletani» e i lazzaroni del cardinale Ruffo «patrioti che lottavano per difendere Napoli», spiega soavemente Gennaro De Crescenzo, leader e anima culturale del Movimento neoborbonico partenopeo (con un sito da trentamila iscritti, accessibile solo con parole chiave come la piattaforma Rousseau). Anche questo garbato professore di Scampia potrebbe scendere a Cosenza, rispondendo alla chiamata di Pino Aprile, il grande saggio del revanscismo meridionale che sogna gli stati generali del Sud attorno al Movimento 24 Agosto da lui fondato al grido di «equità o secessione!». Settanta o ottanta organizzazioni «sudiste» (molte delle quali con… un solo iscritto) potrebbero trovarsi lì stamattina, al teatro Modernissimo. Giornalista di lungo corso, autore del bestseller Terroni divenuto bibbia dell’insorgenza sudista, Aprile rompe gli indugi e spiega: «Loro vogliono candidarmi. Io, dopo nove libri in nove anni, ho ceduto. E sapete quando? Quando il Parlamento ha detto che priorità nazionale era la Tav e non una linea degna di questo nome tra le due più importanti città meridionali, Napoli e Bari. Ho chiamato loro che insistevano e ho detto: parliamone». «Loro» sono un magma, forse non numeroso ma chiassoso, in grado comunque di promuovere in cinque consigli regionali una giornata per le «vittime meridionali dell’Unità d’Italia», il 13 febbraio, data della caduta della fortezza di Gaeta e con essa del regno borbonico per mano dei piemontesi nel 1860. Aprile non sogna il ritorno di «Urré» sul trono delle Due Sicilie, ma in quel magma molti lo sognano. Tutti sono convinti comunque che dal Garigliano in giù il «Nord» abbia colonizzato terre e anime, riducendo in miseria il paradiso costruito dai re Borbone. Una tesi contraddetta dalla storiografia più seria, a partire da Galasso, e tuttavia sventolata quanto le bandiere col giglio che ormai ammantano gli spalti del San Paolo, avendo sostituito le confederate americane come simbolo di sudismo. Un’estetica e una politica della nostalgia attraversano il Paese almeno in due sensi, in questi anni. Magari nostalgia non di ciò che era: di ciò che si immagina sarebbe stato. Nostalgia sovranista di fronte all’integrazione europea, borbonica di fronte all’integrazione italiana. Perché in fondo, come quelle di Plutarco, queste sono storie che presentano tratti paralleli. Come l’Italia è passata da un reddito medio disponibile per abitante del 5% sopra la media dell’Europa avanzata nel 1991 all’11% sotto nel 2018, così il Meridione è passato dal 74% del reddito pro-capite del Centro-Nord nel 1971 al 54% di oggi. Come il prodotto per ora lavorata dell’Italia è passato dal 2% della media dell’Europa più avanzata vent’anni fa al 9% sotto, oggi, così il prodotto per unità di lavoro al Sud è sceso di nove punti negli ultimi quarant’anni rispetto al Centro Nord. E, come uno su cento da Agrigento o Caserta tutti gli anni emigra ancora a Milano o Padova, così nell’ultimo decennio un italiano su cento è partito verso posti come Londra, Monaco o Barcellona. Anche le nostalgie nascono e crescono parallele. È dunque irresistibile per alcuni la tentazione di pensare: eravamo più industrializzati prima di assimilarci a un insieme più vasto; abbiamo subito un’integrazione magari giusta ma imposta alle condizioni di altri, i piemontesi o i tedeschi. Sempre di più, il neomeridionalismo e il neoborbonismo (non sempre coincidenti) appaiono uno specchio attraverso il quale il sovranismo può vedere se stesso, o forse l’uno è costola dell’altro o entrambi sono frutto di una temperie dove prospera la nostalgia di un passato immaginario (la Retrotopia di cui parla Bauman). La colpa è sempre di un’entità più vasta e assorbente. Perciò il credo neoborbonico si va sposando con il sovranismo. De Crescenzo a giugno ha fatto un’ora e un quarto di intervista-spot su Byoblu.com rete sovranista che dedica tempi e attenzioni analoghe a Alexandr Dugin, Diego Fusaro, Fabio Dragoni e altri anchor sovranisti. Si dice che abbia rivisto personalmente il testo di «Al Sud», la canzone neoborbonica del suo amico Povia (non esisteva emigrazione/ non c’era disoccupazione/ ma poi venne Garibaldi/ a rubare oro e soldi). Ma nega «relazioni sovraniste» il professore di Scampia. E, fino a un certo punto, persino tentazioni separatiste: «Noi vogliamo cambiare la storia nell’Italia unita. Se poi ci accorgiamo che questa possibilità non c’è, allora arrivederci e grazie». Resta scettico tuttavia su un ingresso in politica in prima persona: «Servono soldi. Noi abbiamo duecento ragazzi con noi. E una cinquantina di imprenditori, piccoli imprenditori». Tali diffuse correnti di ripensamento attraversano le élite economiche meridionali anche quando queste non sono di fede neoborbonica. Il Mezzogiorno nell’Italia unita ha perso molto del vantaggio che aveva agli albori dell’età industriale, dice per esempio Maurizio Paternò di Montecupo, docente di economia aziendale alla Sapienza, aristocratico di una delle più grandi famiglie siciliane di epoca borbonica e membro di decine di collegi sindacali in tutti i settori industriali del Paese. Nelle sue parole di italiano non pentito, «il Sud si sarebbe salvato molto di più se fosse rimasto indipendente e autonomo». In fondo c’è chi lo pensa anche dell’industria italiana prima del processo europeo. Paternò ricorda la prima ferrovia su suolo italiano costruita dai Borboni fra Napoli e Nocera nel 1836, la fabbrica di mozzarelle della Reggia di Carditello dei primi dell’800, la Real fabbrica della seta di San Leucio (Caserta) del 1778. «Quello fu uno dei primi impianti integrati di produzione in Italia» dice Luciano Morelli, ex presidente di Confindustria Caserta e amministratore delegato della Eco-Bat di Milano. Morelli, che sottolinea come per lui l’Italia e l’Europa siano «un valore», descrive l’unificazione dei Savoia come «guerra di conquista» e confessa «nostalgia per quello che avrebbe potuto essere e non è stato». Ma, legandosi a un sentire ormai comune, sovranismo e borbonismo si spingono un po’ più in là. Il filosofo sovranista Fusaro è molto vicino a Pino Aprile, che ne ha sponsorizzato la candidatura a sindaco di Gioia Tauro, non con grandi risultati: «Io però nel suo progetto politico nemmeno ci entro, mi interessava che un elemento di rottura fosse inserito in quel sistema di potere. Dopo di che, Diego e io siamo amici, sì», dice Aprile. Prove tecniche di intesa antieuropea? L’autore di Terroni scantona. «Io voglio l’Europa dei popoli, dei catalani e dei calabresi. Poi c’è sicuramente qualche area del meridionalismo che confonde sovranismo e indipendenza. Forse voi non avete notato una cosa: da anni il Sud vota in blocco, viene fregato, si sposta in blocco da un’altra parte. Nasce prima la consapevolezza di sé e poi qualcuno che la rappresenta». Aprile muta insomma in compatto voto d’opinione ciò che per decenni appariva il tentativo clientelare di saltare sul carro del vincitore quale che fosse. Oggi, inutile dirlo, tanta opinione s’è girata verso la Lega. Il leader meridionalista siciliano Enzo Maiorano è stato un precursore: molto vicino a Roberto Calderoli già nel 2004. Ma restano a conferma di questo singolare legame anche le lodi per i neoborbonici del leghista Mario Borghezio, «non siamo più soli, anche dall’altra parte della Penisola ci sono veri patrioti», e l’ammirazione di molti neoborbonici per il governatore leghista veneto Luca Zaia, «ci servirebbe qui uno come lui». Non pochi oggi dicono «facciamo come la Lega», lasciando circolare una mitologia speculare ai celti e a Pontida: il brigante Carmine Crocco, i massacri di Pontelandolfo, il presunto lager per borbonici irriducibili nella fortezza piemontese di Fenestrelle, il ricordo di Pietrarsa come del simbolo di una potente industrializzazione borbonica poi stroncata dagli italiani. «Sarebbe ridicolo dire Borbonia felix», ammette Marco Esposito, giornalista e saggista non certo ostile al movimento: «Tuttavia l’unità è nata con l’idea di uccidere Napoli che li terrorizzava». Il tema è scivoloso. Si informa sulle domande e poi fa perdere le tracce il «capo della Real Casa» Carlo di Borbone, domiciliato fra Parigi e il principato di Monaco, ma raggiungibile a una mail che ha come nome di dominio sicilie.com (al plurale...). Pure Luigi de Magistris si eclissa dopo un primo contatto. Di certo ha fatto aprire dalla giovane pasionaria meridionalista Flavia Sorrentino uno sportello (Difendi la città) a tutela dell’onore partenopeo e da anni tiene in caldo molti filoni retorici del populismo sudista. L’ex direttore del Corriere del Mezzogiorno, Marco Demarco, autore di Terronismo, sostiene addirittura che, di fronte al consueto giochino della torre (chi butteresti giù tra Garibaldi e Crocco?), il sindaco nicchierebbe. Forse per non indispettire «lu popolo bascio».

·         I Borbone da sempre sotto attacco sulle spinte straniere.

Il destino crudele di Eleonora Pimentel vittima dei Borbone. Pubblicato mercoledì, 04 settembre 2019 da Paolo Mieli su Corriere.it. Una biografia di Antonella Orefice (Salerno) restituisce l’onore alla poetessa che partecipò alla rivoluzione del 1799 e fu impiccata a Napoli per volontà del re. La Napoli di fine Settecento era la più popolosa città di un’Italia che non era ancora Italia. Il censimento del 1742 aveva registrato poco più di 300 mila abitanti. Più 100 mila stranieri. Il 10 per cento dei locali erano i cosiddetti «lazzari» (dal vocabolo spagnolo laceria che sta ad un tempo per lebbra e miseria). Il conte di Tournay, Charles de Brosses, così li descrisse al ritorno da un viaggio nella capitale del regno borbonico: «La più nauseabonda gentaglia che sia mai strisciata sulla faccia della terra; banditi e fannulloni che passano la loro vita nelle strade e vivono della distribuzione dei conventi; tutte le mattine invadono le scale e l’intera piazza di Monte Oliveto e offrono uno spettacolo di tale laidezza da far vomitare». Goethe fu più comprensivo verso quei «vagabondi»: il «lazzarone», secondo lo scrittore tedesco, «tutto sommato non è per nulla più ozioso del suo simile di altre classi». Saranno, in ogni caso, quegli straccioni i protagonisti della controrivoluzione del 1799 che, incoraggiata dal sovrano, farà a brandelli il ceto della Repubblica. Repubblica che, sorretta dall’esercito francese, per qualche mese aveva dato a Napoli l’illusione di essere improvvisamente diventata un’avanguardia rivoluzionaria dell’Europa tutta. Un’esperienza destinata ad affascinare gli storici meridionali: dal pur critico e coevo Vincenzo Cuoco a Benedetto Croce. «Eleonora Pimentel Fonseca» pubblicato dalla casa editrice Salerno (pagine 312, euro 22) esce il 12 settembre La storia di quella rivoluzione è al centro di un libro, Eleonora Pimentel Fonseca di Antonella Orefice, in uscita da Salerno. Eleonora, era nata a Roma, nel gennaio 1752, da una famiglia portoghese. Il padre, don Clemente Henriquez de Fonseca Pimentel Chaves, aveva deciso di trasferirsi nella città di Papa Benedetto XIV per sposare una sua conterranea, Caterina Lopez de Leon. La Roma di quel Papa, al secolo Prospero Lambertini, aveva eccellenti rapporti con il Portogallo in rapida modernizzazione sotto la guida del marchese di Pombal, acerrimo nemico della Compagnia di Gesù. Dopo la morte di Benedetto (1758) e l’elezione di un Pontefice filogesuita, Clemente XIII, il padre di Eleonora aveva deciso di trasferirsi a Napoli, che con il Portogallo manteneva ottimi rapporti. Napoli fu scelta perché — come aveva fatto Lisbona nel 1759 — si accingeva ad espellere i suoi seimila gesuiti (1767). Fu così che Eleonora divenne «napoletana». In quella fine del XVIII secolo allorché, puntualizza la Orefice, Napoli raggiunse «il massimo del suo splendore»: il regno di Carlo di Borbone aveva donato alla capitale del Mezzogiorno un’immagine prestigiosa. Per via di «riforme sociali e sfavillanti progetti edilizi» l’antica Partenope fu sempre più apprezzata in Europa e tale apprezzamento continuò a crescere anche dopo l’ascesa al trono di Ferdinando IV, almeno finché il regno fu governato da Bernardo Tanucci (1776). Ma nel momento della cacciata di Tanucci — in qualche modo pretesa dalla moglie del re, Maria Carolina d’Austria — le relazioni tra la città e la sua élite intellettuale iniziarono ad incrinarsi. Élite che aveva avuto il personaggio simbolo nel giurista Gaetano Filangieri, ammirato non solo da Benjamin Franklin, ma anche da Goethe (per la «nobiltà temperata dall’espressione di uno squisito senso morale», scrisse l’autore del Viaggio in Italia). Ed entrò a far parte di questa avanguardia intellettuale la giovane Eleonora, già famosa prima del 1799 come scrittrice di opere elegiache.

Eleonora fu già prima del ’99 una ribelle. La fonte principale di documenti sulla sua vita è nelle carte della crisi coniugale «scoperte» quarant’anni fa dall’avvocato Franco Schiattarella. La Pimentel ebbe un matrimonio infelice (1778), con Pasquale Tria de Solis, tenente dell’esercito borbonico quasi vent’anni più anziano di lei. L’unione fu turbata dalla morte (per vaiolo, poco dopo la nascita) di un figlio, Francesco, e dagli ostentati tradimenti del marito. Finché nel 1785, sette anni dopo le nozze, Eleonora decise di separarsi. Scelta che, sottolinea l’autrice, all’epoca fu considerata «un’ignominia». In particolare per una poetessa di corte. La quale però riuscì a ottenere da un giudice al passo con i tempi, Andrea Tontulo, il riconoscimento delle sue ragioni. Sicché da quel momento Eleonora poté dedicarsi ad una «nuova vita»: protetta dalla corte, che le aveva affidato un incarico di bibliotecaria, si occupò della comunità di San Leucio, poi della piccola Filadelfia, fondata in Calabria da un vescovo giansenista liberale di Potenza, Giovanni Andrea Serrao. All’indomani della Rivoluzione francese, Eleonora fu conquistata dai «giacobini napoletani», giovani colti e idealisti appartenenti a famiglie «benestanti se non ricche» che non condividevano la supponenza antifrancese di sovrani e aristocratici. Ma, precisa la Orefice, «è importante sottolineare che l’etichetta di “giacobini” fu loro attaccata in modo improprio senza tener conto delle reali caratteristiche di questi cospiratori che avevano ben poco in comune con gli adepti al club dai quali erano nati a Parigi il governo di Robespierre e il Terrore». Ormai però il gioco era fatto. La regina Maria Carolina (sorella della moglie di Luigi XVI decapitata in Francia con il marito) si mise alla testa di un’offensiva contro i «giacobini» napoletani e quando, dopo alcuni complotti che videro anche Eleonora in veste di «sospettata», fu scoperta nel 1794 una vera congiura, la repressione con partecipazione festante dei «lazzari», fu violentissima: recisione delle mani, lingue estirpate, teste tagliate, corpi dei supposti cospiratori bruciati in piazza.

Nel 1794 si concluse la fase più sanguinosa della Rivoluzione in Francia. Venne poi l’epoca del Direttorio, Napoleone iniziò la campagna d’Italia e Ferdinando IV — pur sospettoso — cercò di inserirsi nel gioco politico. Ma Maria Carolina tenne duro nella sua ispirazione violentemente antifrancese. Finché gli eventi precipitarono: a fine dicembre 1798 la corte fuggì a Palermo sul vascello Vanguard messo a disposizione dall’ammiraglio Nelson. E venne il tempo della Rivoluzione napoletana — «facilitata» dai 28 mila soldati del generale Championnet — che iniziò con l’assalto alle carceri e la liberazione dei detenuti. La fortezza di Gaeta si arrese ai francesi senza combattere. Gli uomini che il re aveva lasciato a sovrintendere la resa si diedero alla fuga e, scrive la Orefice, la plebe napoletana reagì con ira: «Con aria spavalda e minacciosa i peggiori criminali percorrevano strade e vicoli intenzionati a difendere valori religiosi, politici e morali» contro i francesi che si comportavano come un esercito di occupazione. Fu la situazione parossistica che si trovò ad affrontare Eleonora la quale, quarantasettenne, ottenne dal governo provvisorio la direzione del «Monitore Napoletano», giornale nato sul modello di quelli che avevano accompagnato l’intera campagna napoleonica. A differenza però di altri fogli, quello della Pimentel fu critico anche nei confronti dei «liberatori» francesi. Nel senso che i «giacobini» partenopei furono percepiti più come collaborazionisti che rivoluzionari. Non però Eleonora. Il numero del 26 marzo del «Monitore» denunciò il generale Antonio Gabriele Venanzio Rey per le «manovre economiche estorsive» nei confronti della popolazione. Il numero precedente aveva rivelato una frode del generale Guillaume Duhesme. Rey cercò di censurare il giornale e di fare arrestare il tipografo, Gennaro Giaccio. La Pimentel tenne duro, smascherò le ruberie del generale francese e ne ottenne la rimozione. Un secolo e mezzo dopo (nel 1947) Benedetto Croce diede risalto a quell’articolo del «Monitore» che diceva molto dell’integrità morale della Pimentel. Il giornale ebbe vita breve. Come, del resto, la Rivoluzione napoletana. L’ultimo numero del «Monitore» fu il trentacinquesimo, pubblicato l’8 giugno 1799. Le truppe del cardinale Fabrizio Ruffo che, su autorizzazione di re Ferdinando, da febbraio erano risalite dalla Sicilia reclutando un grandissimo numero di contadini e popolani — fu per dimensioni l’unica esperienza autenticamente popolare in quella fase della storia d’Italia — giunsero a Napoli. Al grido di «Viva Sant’Antonio» (in polemica con San Gennaro, accusato di aver «fatto il miracolo» al cospetto di Championnet, regalando popolarità al generale francese) e «Viva Santafede» entrarono in città. Fu il finimondo: i preti rimasti a Napoli o nei dintorni che non avevano preso parte alla spedizione di Ruffo, per dare testimonianza di adesione alla causa borbonica, «incitavano al massacro e benedicevano ogni scelleratezza». I seguaci della Rivoluzione, individuati spesso in modo approssimativo, venivano uccisi, fatti a pezzi: parti del loro corpo furono arrostite e mangiate; le teste decapitate erano prese a calci in un macabro gioco di strada. Il cardinale Ruffo (che questo libro in qualche modo rivaluta rispetto alla demolizione che di lui ha fatto la storiografia risorgimentale) accettò il 19 giugno una resa molto vantaggiosa per i rivoluzionari ai quali (quasi tutti) sarebbe stato consentito di espatriare o riprendere la propria vita nel regno. Il trattato, secondo cui «i prigionieri di entrambi gli schieramenti» dovevano «essere subito rimessi in libertà», fu firmato anche dal rappresentante inglese. Ma Nelson, in nome del re Ferdinando, respinse i patti pur sottoscritti da un emissario britannico. Il cardinale Ruffo si ribellò all’ammiraglio che, dopo un’estenuante trattativa, accettò di fare imbarcare alcuni rivoluzionari, tra i quali avrebbe dovuto essere Eleonora. A quel punto però re Ferdinando pretese che uomini e donne che avevano avuto un ruolo da protagonisti nel ’99 napoletano fossero fatti prigionieri e in gran parte impiccati.

Si ebbero alcune sorprese: i lazzari — aizzati in parte da Lady Hamilton, amante di Nelson — si scagliarono contro i sanfedisti accusandoli di parteggiare per i repubblicani. Il cardinale Ruffo, che si era battuto per comportamenti leali a favore di coloro che si erano arresi, a questo punto si dimise da ogni incarico. Quando poi tornò a Napoli (per un mese soltanto, ospite della nave Foudroyant di Nelson ancorata in porto, prima di tornarsene a Palermo dove sarebbe rimasto due anni), Ferdinando IV, «per evitare che si creasse una frattura con i sostenitori del cardinale», respinse le dimissioni e lo nominò luogotenente generale del regno, carica corrispondente a quella di un viceré. Poi però diede inizio alle esecuzioni, a partire da quella dell’ammiraglio Francesco Caracciolo che lo aveva sì accompagnato a Palermo nel dicembre 1798, ma nel marzo successivo lo aveva «tradito» per unirsi ai rivoluzionari. E battersi, valorosamente, contro la flotta borbonica nei mari di Procida, Sorrento e Castellammare. Dal re fu poi dato l’ordine di annullare qualsiasi provvedimento preso in virtù degli «infami principi democratici» nonché di «togliere dagli archivi e dai processi tutte le carte» che potessero in un futuro provare l’esistenza di quella «sedicente Repubblica». E soprattutto il massacro ad essa seguito. Tale provvedimento «mirava», sostiene l’autrice, «a distruggere la memoria storica di quegli eventi di cui nessuno avrebbe dovuto più proferire parola o cercare di emulare, pena la morte». La repressione durò cinque anni. Fu una delle più spietate operazioni di cancellazione della memoria. Ne fu vittima anche la Pimentel, riacciuffata, processata, giustiziata e poi «riraccontata». Si diffuse la diceria che la direttrice del «Monitore napoletano» fosse stata condotta al patibolo priva di mutande, cosa che «avrebbe consentito, a maggiore soddisfazione della plebe, di poter osservare la fuoruscita dell’utero in seguito all’impiccagione». Secondo Enzo Striano — ne Il resto di niente(Mondadori) — qualcuno le avrebbe offerto in extremis una spilla per congiungere i lembi della veste. Ma la Orefice dimostra che si tratta di leggende, anche in quest’ultima versione più pietosa.

All’inizio del 1806 nuovo giro di boa: giunse a Napoli il generale napoleonico Massena, che mise di nuovo in fuga Ferdinando alla volta di Palermo. Su Napoli regnarono prima Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat. Ferdinando tornò sul trono nel 1815 come re delle Due Sicilie. Ma stavolta si impegnò nella «politica dell’amalgama», cioè a tenere al loro posto sia i funzionari dell’apparato statale che gli ufficiali dell’esercito promossi dai francesi. La damnatio memoriae sopravvisse solo nei confronti dei rivoluzionari del 1799. In particolare per Eleonora. Accusata, volta a volta, di esser stata «la borbonica, la poetessa, la traditrice, la femminista, la rivoluzionaria, l’esaltata, l’infanticida, la sublime e finanche l’ermafrodita», tutte definizioni «arbitrarie, forzate e spesso offensive», avallate purtroppo «dalle incolmabili lacune documentarie». Lacune che però Antonella Orefice è riuscita in grandissima parte a colmare. Restituendo alla Pimentel ciò che era doveroso restituirle. A Eleonora Pimentel Fonseca il giovane Benedetto Croce dedicò un saggio nel 1887. In seguito Croce curò una raccolta di scritti della Pimentel, riedita nel 2000 dal Mulino e dall’Istituto italiano per gli studi storici, Il Monitore Repubblicano del 1799. Enzo Striano (1927-1987) rievocò a sua volta la Pimentel nel romanzo Il resto di niente, edito nel 1986 da Loffredo, poi riproposto da Avagliano nel 1997, da Rizzoli nel 1998 e da Mondadori nel 2013. Da segnalare anche: Maria Antonietta Macciocchi, Cara Eleonora (Rizzoli, 1993); Mario Forgione, Eleonora Pimentel Fonseca (Newton & Compton, 1999); Elena Urgnani, La vicenda letteraria e politica di Eleonora de Fonseca Pimentel (La Città del Sole, 1998)

·         Garibaldi, dalla spedizione dei Mille ai partigiani.

"Io faccio il tifo per la mia Patria. È la storia a dirmi che sono italiano", scrive Matteo Sacchi, Lunedì 22/04/2019, su Il Giornale. Non si sa se Metternich abbia detto davvero che Italia è solo un'espressione geografica (la frase fu all'epoca probabilmente distorta). A volte sembra, però, che siano gli italiani stessi a pensarlo: tentazioni secessioniste, recriminazioni neoborboniche, senso di inferiorità verso le altre nazioni. Non tutti, per carità, e sicuramente non l'archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi. Ha appena dato alle stampe per Sem Sentimento italiano (pagg. 158, euro 15). Il libro, che ha molti passaggi autobiografici, è un inno a quello che nel sottotitolo è definito come «un popolo inimitabile», un popolo che però a torto «pensa di meritare qualunque disprezzo». Ne abbiamo parlato con lui.

Cos'è il sentimento italiano?

«Per me è un sentimento naturale, l'insieme dei valori con cui sono cresciuto e mi sono formato. È un insieme di cultura e di esperienza che è stato possibile acquisire solo crescendo e vivendo in un territorio che vanta trenta secoli ininterrotti di storia. C'è un filo rosso di civiltà che non si è mai spezzato dall'ottavo secolo avanti Cristo. È una cosa unica. Certo ci sono altre civiltà antichissime. Ma guardi la Cina: lì la continuità è stata spezzata dalla rivoluzione culturale di Mao... Il comunismo ha portato un oblio forzato; da noi invece la fiaccola non si è mai spenta. A volte ha vacillato ma spenta mai».

Eppure non abbiamo molto orgoglio nazionale. Come mai?

«La territorialità è tipica di tutti gli animali evoluti. Bello il canto dell'usignolo vero? Sta solo segnalando agli altri usignoli che quel territorio è il suo. Il senso della territorialità negli umani è organizzato, basta a pensare al concetto di limen dei romani, per intenderci. Gli italiani hanno lottato a lungo per essere una nazione. Poi è arrivato il trauma prodotto dal fascismo. Mussolini ha illuso gli italiani di essere una superpotenza militare. Il trauma della sconfitta li ha piegati. Hanno iniziato a percepire la parola Patria come fosse un tradimento o un inganno. Come scrive Corrado Alvaro, hanno iniziato a tifare per Radio Londra, a tifare contro i loro figli in guerra. È stato un trauma tremendo che ha lasciato tracce profonde. Fortunatamente l'Italia si è rialzata, ma il trauma è rimasto».

Questioni ideologiche hanno pesato?

«Indubbiamente c'è stato un pezzo di sinistra che, a colpi di ideologia marxista, ha trasformato la Patria soltanto in una proiezione dei poteri del capitale cattivo che manda in guerra i poveracci. Ci sono voluti anni e anni per rivedere il Tricolore fatto sventolare sistematicamente. Questo grazie anche ad alcuni presidenti della Repubblica che hanno particolarmente insistito sul tema... Ma siamo sinceri: anche un pezzo di destra ha coltivato idee secessioniste. C'era chi si permetteva di dire che col Tricolore ci si puliva il culo. Per me è intollerabile, i miei nonni hanno combattuto nella Grande guerra».

Ma il sentimento di italianità c'è?

«Spesso è nascosto ma poi viene fuori. Conosco colleghi che hanno avuto carriere sfolgoranti all'estero ma che rientrerebbero subito in Italia se ne avessero la possibilità. Mi hanno spesso chiesto di parlare di Italia a scuola, nei convegni e anche a Mantova al Festivaletteratura. Lì ho iniziato citando Augusto e le Res Gestae: Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua. È da prima di Augusto che esiste l'idea dell'Italia. È stato Giulio Cesare a inventare l'idea di Occidente. Noi abbiamo tutto questo alle spalle e non possiamo perderlo. Il grande rogo della civiltà romana si è trasformato in una fiammella ma la fiammella non si è mai spenta. L'hanno tenuta viva Dante, Petrarca, Machiavelli. È arrivata al Risorgimento e lì ha consentito di ritrovare un'unità che, per secoli, a colpi di divisioni e di invasioni ci è stata negata».

Nel libro insiste molto sul valore del Risorgimento. Ma negli ultimi anni è nata tutta una pubblicistica neoborbonica che trasforma parte dell'epopea risorgimentale in una mera invasione...

«Il Risorgimento è stato un momento fondamentale, dopo secoli di oppressione e spoliazione gli italiani hanno ritrovato la loro dignità. Era pensabile che un fenomeno del genere avvenisse senza violenza? Ci sono stati episodi terribili, come quello di Bronte, ma non si può ridurre l'impresa di Garibaldi a un'invasione. È arrivato in Sicilia con mille uomini ed è sbarcato sul continente con trentamila: qualcosa vorrà dire no? E poi tutto questo rimpianto dei Borbone a sud e degli austriaci a nord... I Borbone avevano uno stato stagnante e di polizia, gli austriaci fucilavano i volontari tredicenni accorsi a difendere Venezia, non so cosa ci sia da rimpiangere...».

Eppure per molti Garibaldi...

«Fermo lì. Lasci stare Garibaldi. C'erano 500mila persone a Londra a festeggiare Garibaldi quando arrivò nel 1864. Ha dimostrato al mondo che gli italiani sapevano battersi e fare da soli. Aveva un Paese ai suoi piedi e non si è mai arricchito. C'è un solo posto in cui si parla male di Garibaldi ed è l'Italia, persino Lincoln, durante la guerra di Secessione, lo voleva negli Usa per dargli il comando delle truppe dell'Unione, anche se non sapeva una parola di inglese. Si può riflettere sulla storia, ma non stravolgerla».

Che differenza c'è tra patriottismo e nazionalismo?

«Il secondo è la degenerazione del primo, il primo è amore per la patria, il secondo si trasforma in odio per il prossimo. Lo capisco è difficile ormai parlare di patriottismo però io tifo per noi! Lo trovo normale. Posso raccontarle una cosa?»

Prego.

«Quando ho finito il romanzo sulla disfatta della selva di Teutoburgo ho deciso di andare là a deporre un fiore per un centurione nato a Bologna e morto durante la battaglia, durante la strage delle legioni di Varo. Si chiamava Marco Celio e aveva 53 anni ed era di Bologna, quasi un concittadino per me, gli dedicò una stele suo fratello, è per questo che conosciamo il suo nome. Ho scelto un punto degli scavi archeologici dove un cartello segnalava che erano stati ritrovati i sandali di un ufficiale romano appartenuto alla XVIII legione. Ho deposto lì il mio fiore. C'era una scolaresca tedesca un po' rumorosa. Vedendo il gesto si sono fatti più silenziosi, l'insegnante mi ha chiesto perché stessi mettendo un fiore lì e ho risposto: Because I'm italian. Lo ripeto, io tifo per noi».

Come può la piccola Italia sopravvivere in un mondo globale?

«La risposta è l'Europa. Avere l'Europa unita è un sogno e non un fatto solo economico. E quel sogno è nato anche grazie all'Italia che è tra i fondatori. Unire popoli che si sono fatti la guerra per secoli è il più grande esperimento politico che ci sia in circolazione».

Garibaldi, dalla spedizione dei Mille ai partigiani, scrive Giorgio Granzotto il 5 febbraio 2008 La Repubblica. Il 31 dicembre si è chiuso il capitolo delle iniziative bellunesi per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi. Per la verità non sono state molte, quasi che il Generale non appartenesse più alla storia d'Italia o comunque fosse passato troppo tempo per suscitare una diffusa emozione, reo, si dice anche, di aver conquistato all'unità italiana quel Mezzogiorno che si 'meritava" un regime come quello borbonico, contro il quale 'l'odio era diffuso in tutte le classi sociali" (G. Candeloro nella Storia dell'Italia moderna). Tra le iniziative ha primeggiato la mostra 'Belluno Garibaldina", allestita dagli studenti della seconda Liceo classico classi A e B, una novità nella iniziativa e nel contenuto, di notevole interesse storico per i reperti che ha esibito e notevole per il lavoro di ricerca che è valso a mettere insieme i nomi dei bellunesi che parteciparono alla spedizione dei 'Mille" del 1860 e in altri momenti dell'epopea garibaldina. Ricerca pubblicata in un fascicolo nella collana edita dal Comitato di Bolzano dell'Istituto per la storia del Risorgimento. Però si è forse persa l'occasione per richiamare, nella riflessione indotta dalla mostra, quel contesto storico in cui avvenne la spedizione di Garibaldi e forse sarebbe stato interessante raccogliere, ma come pretenderlo da quei ragazzi volenterosi? Quello che allora fu detto e da taluno ancor oggi si dice contro la virtuosità di quella spedizione e del suo Generale, condannato come avventuriero e, impudicamente, commerciante di schiavi, come un disvalore nella nostra identità di Nazione che nacque dal complesso nostro Risorgimento, fatto di intellettuali e popolo. Garibaldi si mosse secondo un disegno democratico, un dovere politico con il fine della unità nazionale che era già di lingua e di cultura. Il Risorgimento tuttavia, alla fine, si svolse e concluse con la egemonia del "partito moderato", nella sedimentazione dei movimenti giacobini (confrontasi Antonio Gramsci e Rosario Romeo nella medesima ma divergente conclusione) e con la sconfitta della parte democratica, del Partito d'Azione (Mazzini, Garibaldi e lo stesso Cattaneo) avendo quello dietro di sé uno Stato organizzato, una dinastia secolare, istituzioni e magistrature efficienti, un esercito bene armato ancorché con generali sprovveduti, e questo invece solo volontari male armati. E poi nell'Italia unita il trasformismo fu l'arma politica usata e vincente, mentre sul piano economico - sociale prevalse 'il patto scellerato" tra borghesia industriale del nord e gli agrari - latifondisti del sud, con l'accantonamento di qualsiasi riforma agraria sostituita da uno sfruttamento di natura coloniale. Il fascismo cercò di volgere a proprio favore il mito di Garibaldi, trasformando il senso della Nazione italiana, proprio del pensiero suo, in un vieto nazionalismo. Gli epigoni di Garibaldi furono gli interventisti democratici nella prima guerra mondiale - Trento e Trieste come completamento dell'unità - in cui l'importanza della solidarietà internazionale per la democrazia era più forte dello stesso tema dell'irredentismo sulla scia della partecipazione di Garibaldi alla prima Internazionale. Nel tempo che verrà dopo, il garibaldinismo democratico e progressista rivisse quando, contro il golpe del generale Franco a difesa della Repubblica si schierarono le Brigate internazionali, formate dagli antifascisti accorsi da tutto il mondo e segnatamente la 12º Brigata Garibaldi costituita dagli antifascisti italiani (e tra di essi un buon numero di bellunesi). Contro il fascismo nelle sue forme italiane e tedesca, nacque in Italia dopo l'8 settembre 1943 la Resistenza e di nuovo 'i garibaldini" furono la parte più consistente nella lotta per l'indipendenza, e l'unita della patria, per la libertà. Il movimento garibaldino nella Guerra di Liberazione nacque su ispirazione dell'antifascismo comunista ma comprese volontari della più varia ascendenza e appartenenza; si pensi, ad esempio, alla forte presenza di cattolici nella Brigata 'Gramsci" operante nel Feltrino. Il movimento partigiano in provincia di Belluno si articolò in Brigate e Divisioni garibaldine - l'originaria 'N. Nannetti" e poi la 'Belluno", avendo accanto alcune Brigate autonome - la 7ma Alpini di ispirazione azionista, la 'Val Cordevole" d'ispirazione cattolica e la 'Piave". Come narrano i documenti, l'atto iniziale è del 23 settembre 1943, il nome di Garibaldi fu scelto per tre motivi fondamentali che indicano il percoro 'politico" di quelle formazioni partigiane. Anzitutto per quello che rappresentava nella storia d'Italia e nella coscienza popolare il nome di Garibaldi e il garibaldinismo come lotta guerrigliera e popolare; in secondo luogo perché rappresentava una continuità nei fini e nei metodi con la lotta armata combattuta contro il fascismo che dalla Spagna dilagherà in tutta Europa in una guerra atroce, in terzo luogo per dare al movimento partigiano un simbolo capace di unificare in una lotta popolare i patrioti di qualsiasi fede politica o religiosa.

572 furono le Brigate Garibaldi presenti in tutte le Regioni occupate dai nazisti. Il segno distintivo degli appartenenti alle Brigate garibaldine, anche rispetto alle formazioni di altra ispirazione (Fiamme verdi, ecc.) fu il fazzoletto rosso annodato attorno al collo. Il colore rosso certamente richiamava il 'rosso" delle lotte operaie e contadine dalla fine ottocento e delle sue significative bandiere ma fu conseguenza diretta della scelta del nome di Garibaldi e che richiamava nella sua interezza il fenomeno garibaldino nella storia italiana, quindi compreso il "rosso" dei volontari di Garibaldi. Garibaldi fin dall'inizio della sua avventura di combattente per l'indipendenza e la libertà dei popoli e delle nazioni, si vesti di una camicia rossa; si sa che i volontari che lo seguirono indossarono anch'essi una camicia rossa non per imitazione del Generale ma per un puro caso. Nel 1848 Garibaldi, in America del Sud, formò la "Legione italiana" a difesa della Repubblica di Montevideo e dovendosi dare un segno distintivo ai volontari italiani per distinguerli da quelli francesi e spagnoli, trovò in un magazzino una consistente quantità di stoffa rossa che il committente non aveva più ritirato e per la quale egli pagò un misero prezzo. Quelle camicie rosse si trasformarono nel fazzoletto rosso delle Brigate partigiane del 1943-45. Fu continuità di ideale e di forma. D'altra parte anche per l'aspetto ed il comportamento i partigiani del 1943-45 non furono molto diversi dai garibaldini del 1860 come descritti dal colonnello della Regia Marina Giacomo Fazio nelle sue 'Memorie giovanili della rivoluzione siciliana e della guerra del 1860": «I volontari invece con quella elasticità che è propria della fanciullezza, si scompigliavano, si raggruppavano, si squagliavano, si riannodavano con la massima disinvoltura e speditezza, non lasciavano presa al nemico, e non lasciandogli il tempo di approfittare degli errori commessi». Giorgio Granzotto

Magistrato Catanzaro: “Unità d’Italia è stata imposta”. Augias: “Parole terribili”, scrive il 22 Gennaio 2019 vesuviolive.it. Abbiamo sempre sostenuto, sottolineato e ripetuto che la storia italiana, così come la si trova sui libri di scuola, non ripercorre in maniera lineare e limpida la realtà accaduta, specialmente per quanto riguarda l’Unità d’Italia. Purtroppo, però, la consapevolezza di chi ha messo in discussione il passato non riesce ancora a sfondare il muro di scetticismo del nostro Paese, né tanto meno a disintegrare la maschera dietro cui si nasconde. Ci prova ogni tanto, con rischio di gogna mediatica, qualche studioso o qualche appassionato, tentando di aprire le menti italiane a nuove interpretazioni. Un esempio di quanto è l’intervento di Nicola Gratteri, magistrato e procuratore della Repubblica di Catanzaro, ospite di Corrado Augias a “Quante Storie”, programma andato in onda il 12 gennaio su Rai3. In studio si parlava di mafia, e della sua possibile origine all’epoca di Garibaldi, quando inizio ad incancrenirsi nella società e a mischiarsi nella politica: “In un secolo e mezzo la classe dirigente ha legittimato le mafie – dice Gratteri -. L’Unitá d’Italia è stata imposta, come possono mille Garibaldini conquistare un Regno forte contro migliaia di Borbonici che difendevano la loro terra, senza aver avuto una mano da poteri locali (diventati poi sempre più forti grazie alla classe dirigente degli ultimi 150 anni); la storia viene scritta dai vincitori, e i perdenti appaiono come i soliti sporchi, brutti e cattivi”. Per niente convinto Augias, che si è lasciato andare anche a questo commento: “Lei ha detto parole terribili…prendiamo atto, ma andiamo avanti…”. Complimenti, comunque, a Gratteri, che ha provato a portare sul piccolo schermo un pezzo cruciale della nostra storia, che in tanti conoscono ancora nella sua immagine storpiata.

‘Ndrangheta, cancro dell’Italia piemontese come mafia e camorra, scrive il 20 gennaio 2019 Angelo Forgione. «Lei ha detto parole terribili». Così uno sgomento Corrado Augias, durante la trasmissione Quante Storie di sera, commenta quanto detto da Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, che gli ha appena sbattuto in faccia la verità dei malviventi meridionali assoldati dai garibaldini e dell’impiego dei danari delle massonerie per corrompere gli alti ufficiali borbonici nella risalita del Sud dalla Sicilia verso Napoli. Augias è consapevole che l’Italia sia nata male, ma non perché il Nord ha forzato il Sud e ha legittimato le mafie, avvalendosene. No, l’Italia, secondo la sua visione, è nata male perché «la bella mela rossa aveva un baco dentro, ed era nel Mezzogiorno». Terribile è il parto dell’Italia, e terribile è il bigottismo di chi pure parla di retorica scolastica ma non ha saputo leggere la storia degli ultimi 158 anni e finge di cascare dal pero, di fronte a chi rivede in modo critico la storia e la riscrive, attribuendo ai veri responsabili, i “padri” della patria e i vari governi d’Italia, le colpe dell’affermazione delle mafie meridionali, cancro dell’Italia piemontese. Il vero potere mafioso in Calabria, come quelli in Sicilia e in Campania, è nato proprio dal perverso abbraccio tra la politica piemontese, la massoneria e la delinquenza meridionale. L’evoluzione del potere economico e finanziario delle cosche calabresi inizia proprio nel 1869, durante le elezioni amministrative a Reggio Calabria, quando il blocco dell’alta borghesia legata ai latifondisti assoldò la “picciotteria” (il termine ‘ndrangheta si impose solo dal 1929) per compiere attentati e vessazioni ai danni del blocco dei borghesi filo-borbonici e della Chiesa, in procinto di vincere la tornata elettorale. Era già successo in Sicilia e a Napoli, per volontà di Garibaldi, in occasione dello sbarco dei Mille e del plebiscito per l’annessione del Sud al regno sardo dei Savoia. Il potentato latifondiario vinse, e la malavita venne messa al servizio dei partiti governativi in tutta la provincia di Reggio Calabria, ma i brogli furono talmente evidenti che il prefetto fu costretto a invalidare il consiglio comunale, il primo ad essere sciolto per mafia quando ancora non esisteva il reato di associazione mafiosa o la legge per lo scioglimento dei comuni. Nel ‘900 la relazione tra mafia e politica divenne sempre più stretta. Per il terribile terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, il Governo dell’epoca stanziò 180 miliardi di lire. La classe dirigente locale pretese la gestione di quei soldi, e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, altro statista piemontese di grande spicco, volle in cambio che il popolo fosse tenuto a bada. Fu il primo atto di un Governo centrale per soggiogare i meridionali, e da quel momento si susseguirono continue leggi per il Sud che sarebbero servite solo ad alimentate dipendenza dallo Stato. La ‘ndrangheta, ancora oggi, fa riferimento alla massoneria con affiliazioni in cui si nominano personaggi del Risorgimento: Mazzini, Garibaldi e Cavour. Tutti nemici del legittimismo borbonico e dei borbonici, come gli inglesi e la loro massoneria, i veri mandanti della cancellazione delle Due Sicilie dalla geopolitica mediterranea. Il patto del Gran Maestro Giuseppe Garibaldi con i picciotti siciliani e calabresi e i camorristi napoletani di allora è il simbolo di un abbraccio ancora esistente voluto da Londra. Perché le mafie ci furono inoculate dagli inglesi per destabilizzare la nazione napolitana e minarne la politica mediterranea in vista dello scavo del Canale di Suez verso l’Oriente ed il Nord Africa. I mafiosi tornarono utili anche agli Alleati anglo-americani nel corso della “liberazione” dal Fascismo, che alle mafie e alle logge aveva tagliato i viveri. È un’eredità cancerogena, finalizzata a privare il Meridione della possibilità di sfruttare il suo enorme potenziale. Nel mio saggio Napoli Capitale Morale, tra i vari argomenti che spiegano il ribaltamento nazionale, parlo anche di massoneria, della sua evoluzione storica, del suo ruolo fondamentale nelle vicende d’Italia, delle dipendenze dalle logge britanniche quanto delle parentele con le mafie meridionali, cioè con società segrete di tipo paramassonico piramidale nate intorno al 1830, in piena degenerazione carbonara e all’incoronazione dell’anti-inglese Ferdinando II, ma in due città ricche per quella che era l’Italia dell’epoca quali erano Napoli e Palermo, mica povere come oggi. E non è un dettaglio.

L'unità d'Italia, il magistrato antimafia e le parole scomode ignorate, scrive Gigi Di Fiore su Il Mattino Giovedì 17 Luglio 2014. Prendete un discorso lungo ed articolato, isolatene solo le parti meno scomode, cucinatelo ad uso e consumo del tema principale e del ruolo ricoperto dal relatore ed avrete offerto, come spesso accade, solo un pezzetto parziale di verità. Accade di frequente, le sintesi e l'occhio attento alle esigenze di cassetta favoriscono certe operazioni mediatiche che, soprattutto nei convegni e nelle manifestazioni, offrono solo alcuni frammenti di quello che l'autore dell'intervento voleva comunicare. Riflessioni ad alta voce scattate dopo l'ennesima visione, su youtube, di tre minuti del discorso di Nicola Gratteri (stimato procuratore aggiunto a Reggio Calabria), tre anni fa a Mantova. Era il famoso Festivaletteratura. Era l'11 settembre 2011, era il bel cortile mantovano di San Sebastiano. Si parlava di mafie, di 'ndrangheta, di Italia. Gratteri era una delle persone più idonee a discutere di quegli argomenti: titolare delle principali indagini sulla 'ndrangheta negli ultimi 25 anni, sotto scorta dall'aprile del 1989, calabrese doc, è uno di quei meridionali tenaci che non le mandano a dire. Che preferiscono agire, guardare in faccia pericoli e realtà sgradevoli, difendendo il coraggio delle proprie idee. Platea affollatissima, applausi e la Gazzetta di Mantova a titolare "Gratteri: Il Nord non sa capire le mafie. Aguzzate la vista e le scoprirete". Certo, l'infiltrazione della 'ndrangheta al Nord era argomento di attualità. Certo, il magistrato, autore con Antonio Nicaso anche di documentati saggi sulla storia della 'ndrangheta, era assai legittimato a parlare sull'argomento. Eppure, il 2011 era anche l'anno del 150esimo anniversario dell'unità d'Italia. E Gratteri, per fortuna in un passaggio documentato in video dal solito telefonino e poi scaricato su youtube, ebbe da dire anche su questo. Fuori dai denti e contro ogni conformismo politicamente corretto. "Sono per l'unità d'Italia, ci mancherebbe altro", la premessa. Con una serie di "ma" successivi. Come questo: "I piemontesi hanno imposto la chiusura delle acciaierie di Mongiana, in provincia di Reggio Calabria, a favore di quelle di Brescia, in cambio della promessa della riforma agraria". E come inizio non c'è male. Il seguito è ancora più duro: "Chi ha imposto l'unità d'Italia, che non fu discussa ma imposta, ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere ed emarginate". Aggiungendo: "Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari. E' proliferato il brigantaggio, che è cosa diversa dalla picciotteria". Uno come Gratteri sa entrare anche nella polemica aperta, con i pseudo conoscitori della storia delle e mafie. Con queste parole: "Dei caproni ignoranti, che non leggono e non hanno studiato, ma insegnano all'università e vanno ai convegni antimafia, non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria dal brigantaggio". Ma in quell'intervento c'è anche di più. Una ripresa degli argomenti che per primo scrisse nel 1972 Carlo Alianello. Ecco cosa ha detto Gratteri: "Rispetto alle violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata, in Calabria, in Puglia, le Fosse Ardeatine non sono nulla". Roba pesante. Ma di quella parte dell'intervento di Gratteri nessuno riprese nulla. Ci ha pensato la Rete, che sa essere implacabile a fissare quelle parole: youtube, pagine facebook, siti di associazioni e movimenti meridionali. Un pezzetto del Gratteri pensiero, scomodo per tanti, che mi sembrava giusto riproporre qui. Anche questa è controstoria. 

·         Alla ricerca dei garibaldini scomparsi.

Alla ricerca dei garibaldini scomparsi, da archiviodistatotorino.beniculturali.it. Nella ricostruzione di quella grande avventura del Risorgimento italiano che portò alla fine del Regno delle Due Sicilie e alla conquista dell’Italia meridionale, l’attenzione degli storici e la memoria collettiva si sono concentrate sui Mille sbarcati a Marsala con il generale Garibaldi. Parzialmente in ombra sono rimaste le migliaia di altri partecipanti, come il caso dei “garibaldini di Bezzecca” che combatterono nel 1866 durante la Terza guerra di Indipendenza, sul cui numero totale la storiografia ha fornito solo approssimazioni, peraltro giustificate dalla dimensione e dalla complessità della documentazione.

Il progetto Alla ricerca dei garibaldini scomparsi, si compone di due parti:

La prima si è concentrata sui garibaldini dei Mille, realizzata grazie al contributo della Fondazione CRT (Cassa di Risparmio di Torino), con la partecipazione della Fondazione CARIGE (Cassa di Risparmio di Genova), intende far emergere dall’anonimato quella moltitudine di eroi sconosciuti provenienti da quasi tutte le regioni italiane, da molti paesi europei e anche dalle Americhe e dall’Africa, protagonisti di una epopea che solidamente ancora oggi resiste nell’immaginario collettivo. La seconda prende le mosse dalla ricerca La mappa ritrovata effettuata dal Museo Garibaldino di Bezzecca a partire dal 2011 e che ha prodotto un database di oltre 43.000 nomi dei volontari che parteciparono alla Battaglia di Bezzecca durante la Terza guerra di Indipendenza nel 1866, arruolati nei reggimenti dei Corpi Volontari Italiani. La ricerca si è conclusa nel 2014 e i risultati sono stati pubblicati sul sito web dell’Associazione Araba Fenice di Arco (TN). Nel corso delle ricerche sono stati individuati anche due garibaldini dei “Mille” che non figurano né nell’Elenco dei Mille sbarcati a Marsala, né nell’Elenco ufficiale, pubblicato nel Supplemento n. 266 della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 12 novembre 1878. Si tratta di Guglielmo Gallo, da Molfetta, e Vincenzo Speroni, nato a Roma nel 1829, già volontario nella 1° guerra d’indipendenza e durante la difesa della repubblica romana nel 1849. Si possono considerare una prima riscoperta di “garibaldini scomparsi”. Quelli che seguono sono alcuni grafici realizzati dopo lo studio della documentazione che permettono di avere una rappresentazione immediate di statistiche come le età, le professioni e le provenienze geografiche dei garibaldini.

Da cronologia.leonardo.it. Giuseppe Garibaldi: «Ripeto: l’album dei Mille coi loro ritratti pubblicato da Alessandro Pavia e che raccomando all’Italia, supplirà alla debole mia memoria per ricordare tutti i componenti della gloriosa schiera. Caprera, 1° ottobre 1874»

I NOMI DEI MILLE (apparsi sulla Gazzetta Ufficiale del 12 novembre 1878). Quelli in grassetto erano già beneficiari della pensione nella lista del 1865, mentre altri nomi furono cancellati con la motivazione riportata a fianco. Quelli con a fianco l'asterisco * sono inclusi nella lista e hanno anche il ritratto (i ritratti per l'enorme spazio sono presenti solo nel CD-ROM dedicato tutto a Garibaldi)

* 1 ABBA Giuseppe Cesare di Giuseppe, nato a Cairo Montenotte il 6 ottobre 1838, ivi residente, possidente, letterato.

* 2 ABBAGNALE Giuseppe fu Melchiorre, nato a Casola il 25 novembre 1816, morto in Aversa il 13 febbraio 1869.

* 3 ABBONDANZA Domenico di Giuseppe, nato a Genova il 18 luglio 1824, ivi residente, negoziante.

* 4 ACERBI Giovanni, nato a Castelgoffredo il 14-11-1825, già deputato al parlamento, morto a Firenze il 4-9-1869.

* 5 ADAMOLI Carlo di Francesco, nato a Milano il 22 marzo 1842, residente a Melegano, fittabile

* 6 AGAZZI Isaia Luigi fu Alessandro, nato a Bergamo il 10 dicembre 1838, ivi residente, uffiziale in riforma del R. esercito.

7 AGRI Vincenzo, nato a Firenze il 15 aprile 1833; affatto sconosciuto in patria. Non fu trovato iscritto, come si pretendeva, sui registri del già Istituto, ora Ospizio Garibaldi, di Palermo.

* 8 AJELLO Giuseppe di Giusto, nato a Palermo nell'anno 1828, morto nel manicomio di Palermo l'1 dicembre 1869.

* 9. AIRENTA Gerolamo di Giovanni Battista, nato a Rossiglione nel 1842, (già) proprietario, morto nel dicembre 1875 nel manicomio di Milano.

* 10. ALBERTI Clemente di Arcangelo, nato a Carugate il 23 novembre 1835, residente a Monza, caffettiere, sottotenente dei volontari in ritiro.

11 ALESSIO Giuseppe. Compreso nel Bollettino del 1864, ma non si hanno notizie ufficiali che lo confermino dei Mille. Alcuni dicono appartenuto alla 6^ compagnia della spedizione di Talamone.

* 12 ALFIERI Benigno di Luigi, nato a Bergamo il 7 marzo 1841, ivi residente, ramaio.

* 13 ALPRON Abramo Isacco di Jacob, nato a Padova il 22 giugno 1834, ivi residente, negoziante.

14 AMATI Fermo di Giovanni, nato a Bergamo il 17 febbraio 1841, morto a Palermo nel 1860.

15 AMISTANI Giovanni di Angelo, nato a Brescia il 7 aprile 1831, residente a Verona, scrivano.

* 16 ANDRETTA Domenico fu Benedetto, nato a Portobuffolè il 6 febbraio 1838, ivi residente, possidente.

* 17 ANDREOTTI Luigi di Francesco, nato a S. Terenzo (Sarzana-Lerici) il 20 febbraio 1829, morto in Lerici il 26 aprile 1871

* 18 ANFOSSI Francesco fu Giuseppe, nato a Nizza nel 1819, escluso dall'onore della medaglia e dal diritto a pensione.

* 19 ANTOGNOLI Federico di Decio, nato a Bergamo il 17 agosto 1839, (già) sarto, morto a Calatafimi nel 1860.

* 20 ANTONELLI Giovanni fu Arcangelo, nato a Pedona (Camajore) il 13 dicembre 1820, residente a Lucca.

* 21 ANTONELLI Stefano di Francesco, nato a Sajano il 20 agosto 1841, morto il 24 aprile 1867.

* 22 ANTONGINI Alessandro fu Gaetano, nato a Milano nel 1842, morto il 14 aprile 1870 a Milano.

* 23 ANTONGINI Carlo fu Gaetano, nato a Milano il 19 settembre 1836, ivi residente negoziante.

* 24 ANTONINI Marco di Pietro, nato a S. Daniele l'8 dicembre 1834, residente a Udine, negoziante.

* 25 ARCANGELI Febo di Angelo, nato a Sarnico il 3 gennaio 1839, residente a Vaprio, agente di negozio.

* 26 ARCANGELI Isacco di Bartolo, nato a Sarnico il 9 settembre 1838, ivi residente, farmacista.

* 27 ARCARI Sante Luigi di Angelo, nato a Cremona il 17 luglio 1826, morto in Milano il 19 aprile 1871

* 28 ARCHETTI Gio. Maria di Giacomo, nato a Iseo il 13 gennaio 1840, ivi residente, notaio.

* 29 ARCONATI Rinaldo di Enrico, nato a Milano il 27 luglio 1845, residente a Varese, avvocato.

30 ARETOCA Ulisse, compreso nel Bollettino del 1864, ma non si hanno notizie ufficiali che lo confermino dei Mille. (Si noti che fra varie istanze testé pervenute al Ministero dell'Interno, ve n'ha una di certo Rebua Ulisse, di Livorno, che dice di aver fatto parte della spedizione di Talamone, ed essere stato erroneamente compreso fra i Mille di Marsala sotto il nome di Aretoca Ulisse che non gli spetta). Notizie private assegnerebbero l'Aretoca alla 2^ compagnia della spedizione di Talamone.

* 31 ARGENTINO Achille fu Raffaele, nato a S. Angelo de' Lombardi l'1 dicembre 1821, residente a Salerno, ingegnere e direttore della Succursale del Banco di Napoli.

* 32 ARMANINO Giovanni di Girolamo, nato a Genova il 13 marzo 1839, ivi residente, calzolaio.

* 33 ARMANI Antonio di Francesco, nato a Riva di Trento il 6 febbraio 1837, residente a Limone S. Giovanni.

* 34 ARMELLINI Bartolomeo fu Antonio, nato a Montepulciano il 24 maggio 1843, ivi residente, fruttivendolo.

* 35 ARTIFFONI Pietro di Antonio, nato a Bergamo il 6 dicembre 1818, residente a Pedrengo.

* 36 ASCANI Zelindo di Girolamo, nato Montepulciano il 24 maggio 1843, ivi residente, falegname.

* 37 ASPERTI Pietro Gio. Battista fu Giovanni, nato a Bergamo 19 gennaio 1839, ivi residente, possidente.

* 40 ASTORI Felice di Giovanni, nato a S. Pellegrino il 2 novembre 1827, residente a Bergamo, panettiere.

41 AZZI Adolfo di Agostino, nato a Trecenta il 25 agosto 1837, morto a Palermo il 4 luglio 1860 per ferita alla coscia.

42 AZZOLINI Carlo, compreso nel Bollettino del 1864, ma non si hanno notizie ufficiali che lo confermino dei Mille di Marsala. Informazioni private lo ascrivono alla spedizione di Talamone, nella seconda compagnia.

* 43 BACCHI Luigi Giuseppe di Angelo, nato a Parma l'11 settembre 1843, residente a Genova, giornaliere.

* 44 BADERNA Carlo Luigi fu Ferdinando, nato a Piacenza il 17 agosto 1834, residente a Castel S. Giovanni, merciaio.

* 45 BADARACCHI Alessandro di Giuseppe, nato a Marciano il 20 ottobre 1836, tenente nell'esercito.

46 BAIGNERA Crescenzio di Francesco, nato a Gardone il 6 settembre 1822, morto combattendo in Sicilia nel 1860.

* 47 BAICE Giuseppe fu Sebastiano, nato a Magrè il 7 settembre 1837, morto in Magrè il 30 giugno 1867.

48 BAJOCCHI Pietro fu Andrea, nato ad Atri il 17 maggio 1834, morto a Palermo nel giugno 1860 per colpo d'arma da fuoco.

49 BALBONI Antonio Davide di Giovanni nato a Cremona il 21 febbraio 1831, ivi residente, barbiere.

* 50 BALDASSARRI Angelo di Felice, nato a Sale Marasino il 9 marzo 1832, (già) panattiere, morto il 25 marzo 1864 nell'ospedale civile di Brescia.

* 51 BALDI Francesco di Francesco, nato a Pavia il 21 febbraio 1840, ivi residente, calzolaio.

* 52 BALICCO Enrico di Carlo, nato a Bergamo il 15 settembre 1838, (già) stalliere, morto a Bergamo il 22 settembre 1861

* 53 BANCHERO Carlo di Tommaso, nato a Genova il 6 marzo 1838, morto il 6 marzo 1868.

* 54 BANCHERO Emanuele di Luigi, nato a Savona il 14 ottobre 1840, residente a Patasso (Perù).

* 55 BANDI Giuseppe di Agostino, nato a Gavorrano il 15 luglio 1834, residente a Livorno, giornalista.

* 56 BARABINO Tomaso di Carlo, nato a Genova il 20 dicembre 1834, ivi residente, portiere.

57 BARACCHI Gerolamo di Antonio, nato a Brescia il 20 aprile 1831, morto nel 1860 a Palermo per ferite.

58 BARACCHINO Luigi Andrea di Domenico, nato a Livorno il 29 settembre 1835, residente a Sarzana.

* 59 BARACCO Giuseppe di Vincenzo, nato Finalmarina l'8 ottobre 1843, ivi residente, capitano marittimo.

* 60 BARATIERI Oreste di Domenico, nato a Condino (Trento) il 12 novembre 1841, residente a Roma, maggiore nell'esercito, e deputato al Parlamento 

* 61 BARBERI Giovanni fu Luigi, nato a Castelletto Ticino il 18 gennaio 1840, residente a Torino, negoziante.

* 62 BARBERIS Enrico fu Melchiorre, nato a Castelletto Ticino il 15 ottobre 1843, ivi residente, negoziante e possidente.

* 63 BARBESI Alessandro di Gaetano, nato a Verona il 27 luglio 1825, ivi residente, albergatore.

* 64 BARBETTI Fortunato Bernardo di Giuseppe, nato a Brescia il 20 gennaio 1827, ivi residente.

* 65 BARBIERI Gerolamo di Gio. Battista, nato a Bussolengo il 7 giugno 1839, ivi residente, veterinario.

* 66 BARBIERI Innocente di Giuseppe, nato a Brescia il 21 dicembre 1840, ivi residente, orefice.

67 BARBOGLIO Giuseppe di Pietro, nato a Brescia il 3 settembre 1838, ivi residente, possidente.

* 68 BARONI Giuseppe di Giuseppe, nato a Bergamo il 29 agosto 1825, ivi residente.

* 69 BARUFFI Stefano di Santino, nato a Vignate il 24 dicembre 1834, residente a Milano, commerciante.

* 70 BARUFFALDI Tranquillino di Alfonso, nato a Barzio il 12 luglio 1839, residente a Milano.

* 71 BASSANI Enrico Napoleone fu Giuseppe, nato a Ponte S. Pietro l'8 maggio 1836, ivi residente, ufficiale in riforma del R. esercito.

* 72 BASSANI Giuseppe Antonio di Paolo, nato a Chiari il 26 giugno 1838, ivi residente, domestico.

* 73 BASSINI Angelo fu Giacomo, nato a Pavia il 29 luglio 1815, ivi residente, tenente colonnello pensionato.

* 74 BASSO Gio.Battista fu Onorato, nato a Nizza l'11 dicembre 1824, residente a Caprera, proprietario.

75 BAY Luigi di Gaetano, nato a Lodi il 31 maggio 1845, residente a Piacenza.

* 76 BAZZANO Domenico fu Salvatore, nato a Palermo il 13 settembre 1827, residente a Catania, portiere.

* 77 BECCARELLI Pietro di Emanuele, nato a Porta al Borgo nel 1822, morto il 14 agosto 1871

* 78 BECCARIO Domenico Lorenzo di Giuseppe, nato a Genova, morto a Palermo nel 1860.

* 79 BEFFAGNA Alessandro di Giacomo, nato a Padova il 5 novembre 1835, residente a Genova, negoziante.

* 80 BELLAGAMBA Angelo di Francesco, nato a Genova il 3 febbraio 1843, (già) marinaio, morto il 12 marzo 1870.

* 81 BELLANDI Giuseppe di Giuseppe, nato a Brescia il 16 dicembre 1833, ivi residente, scrivano.

* 82 BELLANTONIO Francesco fu Giuseppe, nato a Reggio C. il 15 giugno 1822, residente a Napoli, già commesso di P.S.

* 83 BELLENO Giuseppe Nicolò di Paolo, nato a Genova morto a Calatafimi nel 1860.

* 84 BELLINI Antonio fu Giovanni Vincenzo, nato a Verona il 7 luglio 1835, residente a Bovolone, commerciante.

* 85 BELLISIO Luigi di Pietro, nato a Genova nel 1837, ivi residente, R. impiegato.

* 86 BELLISOMI Marchese Aurelio di Pio, nato a Milano il 25 aprile 1836, residente a Messina, direttore della sede della Banca Nazionale.

87 BELLONI Ernesto fu Gio.Battista, nato a Treviso il 24 marzo 1841, morto combattendo a Reggio C. il 21 Agosto 1860.

88 BENEDINI Gaetano di Luigi, nato in Asola il 28 dicembre 1830, (già) medico chirurgo, morto a Firenze il 31 maggio 1868.

* 89 BENESCH Ernesto di Francesco, nato a Balschoru (Boemia) nel 1842, residente a Torino (nel 1868). Era sottotenente della legione ausiliaria ungherese, e nel marzo del 1865 fu dispensato dal servizio, per affari di famiglia, dietro sua domanda. Per questa causa fu giudicato non competergli pensione.

* 90 BENSAIA Giov.Battista fu Salvatore, nato a Messina il 9 agosto 1825, ivi residente, spedizioniere.

* 91 BENSAIA Nicolò fu Salvatore, nato a Messina nel 1833, morto il 14 ottobre 1874 nel manicomio di Palermo.

* 92 BENVENUTI Raimondo di Ernesto, nato ad Orbetello il 15 dicembre 1842, ivi residente.

* 93 BENVENUTO Bartolomeo fu Antonio, nato a Genova il 21 marzo 1842, ivi residente, parrucchiere.

* 94 BERARDI Giovanni Maria di Francesco, nato a Brescia il 17 dicembre 1840, residente a Bologna, armaiuolo.

* 95 BERETTA Edoardo fu Felice Camillo, nato a Pavia nel 1838 (già) possidente, morto in Pavia nel 1870.

96 BERETTA Giacomo fu Giovanni, nato a Barzanò il 13 giugno 1838, residente a Milano impiegato privato.

* 97 BERGONCINI Germano fu Carlo, nato a Livorno Vercellese il 9 aprile 1833, ivi residente, possidente.

* 98 BERINO Michele fu Michele, nato a Barge di Saluzzo il 6 settembre 1840, ivi residente, panattiere.

99 BERIO Emanuele, detto il moro, nato ad Angola (Africa) nel 1840, morto a Napoli il 2 marzo 1861, nello spedale dei Santi Apostoli.

* 100 BERNA Gio.Cristiano di Cristiano, nato a Treviso il 30 marzo 1833, ivi residente, già segretario della società del Tiro provinciale, ora ricevitore del lotto.

* 101 BERTACCHI Lucio Marco fu Luigi, nato a Bergamo il 14 gennaio 1837, ivi residente, scrivano.

* 102 BERTHE' Ernesto di Giuseppe, nato a Lecco il dì 8 luglio 1832, residente a Modena.

103 BERTI Enrico di Giuseppe, nato a Vicenza il 29 febbraio 1826, morto a Cagliari, nello spedale, il 5 aprile 1861

104 BERTINI Giuseppe di Francesco, morto a Livorno nel 1861

* 105 BERTOLOTTO Gio.Battista G. di Francesco, nato a Genova il 2 dicembre 1840, morto in Genova il 16 aprile 1871

* 106 BERTOZZI Giovanni Battista fu Antonio, nato a Pordenone il 9 marzo 1840, (già) ingegnere, morto a Varazze nel 1861

* 107 BETTINELLI Giacomo di Pasquale, nato a Bergamo il 12 luglio 1836, tenente nel 71° fanteria.

108 BETTONI Faustino fu Gio.Maria, nato a Mologno il 24 luglio 1831, residente ai Molini di Colognola, farmacista.

* 109 BEVILACQUA Alessandro fu Francesco, nato ad Ancona il 10 settembre 1824, ivi residente, calzolaio.

* 110 BEZZI Egisto fu Gio.Battista, nato a Cusiano (Trento) il 16 gennaio 1835, residente a Milano, commerciante.

* 111 BIANCHI Achille Maria di Giovanni, nato a Bergamo il 12 novembre 1841, tenente del 43° fanteria.

* 112 BIANCHI Angelo di Gaetano, nato a Milano il 7 maggio 1837, residente a Milano, commerciante.

* 113 BIANCHI Ferdinando fu Costantino, nato a Bianchi il 3 marzo 1797, (già) scrivano, morto nel gennaio 1866 a Napoli.

* 114 BIANCHI Ferdinando Martino fu Carlo, nato a Bergamo il 4 febbraio 1838, residente a Salaparuta, impiegato.

115 BIANCHI Gerolamo fu Felice, nato a Caronno (Como) il 5 giugno 1841, morto alla presa di Palermo sulla piazza di Ferravecchia ( 30 maggio 1860).

116 BIANCHI Luigi di Francesco, nato a Cermenate il 20 aprile 1837, residente a Milano, sarto.

117 BIANCHI Luigi Pietro di Francesco, nato a Pavia il 12 settembre 1841, morto a Calatafimi il 15 maggio 1860.

* 118 BIANCHINI Massimo di Giovanni, nato a Livorno il 16 gennaio 1844, residente a Carrara, fornaio.

119 BIANCO (LO) Francesco fu Santo, nato a Catania il 25 gennaio 1830, già brigadiere di P.S., morto il 12 febbraio 1863 di colpo di fucile fortuito.

* 120 BIDISCHINI Francesco di Giuseppe, nato a Burnova il 28 settembre 1835, residente a Roma.

121 BIFFI Luigi Adolfo di Ermenegildo, nato a Caprino, il 24 maggio 1846, morto a Calatafimi nel 1860.

* 122 BIGNAMI Claudio di Carlo Antonio, nato a Pizzighettone il 3 marzo 1835, ivi residente.

* 123 BISI Gio.Battista fu Domenico, nato a Legnago il 6 maggio 1832, residente a Rovigo, tenente nelle RR. dogane.

* 124 BIXIO Nino fu Tommaso, nato a Genova il 2 ottobre 1821, già ivi residente, deputato al parlamento, tenente generale e capitano marittimo, morto in navigazione ad Achim (Sumatra).

* 125 BOARETTO Lorenzo, detto Bigoli, fu Giovanni Battista, nato a Bovolenta, il 16 marzo 1836, ivi residente, negoziante.

* 126 BOASI Stefano di Enrico, nato a Genova il 4 marzo 1841, ivi residente, commerciante.

* 127 BODINI Dario di Pietro, nato a Parma il 20 marzo 1830, ivi morto il 9 marzo 1867.

* 128 BOGGIANO Ambrogio di Giacomo, nato a Genova il 31 agosto 1837, morto il 15 maggio 1860 a Calatafimi.

129 BOLDRINI Cesare fu Pietro Antonio, nato a Castel d'Ario il 29 giugno 1816, (già) medico- chirurgo, morto in dicembre a Napoli per ferite riportate in battaglia a Maddaloni l'1 ottobre 1860.

* 130 BOLGIA Giovanni di Nicola, nato a Orbetello il 7 settembre 1840, ivi residente.

* 131 BOLIS Luigi di Carlo, nato a Bergamo il 4 giugno 1841, residente a Firenze, chincagliere.

* 132 BOLLANI Francesco di Gio.Battista, nato a Cazzago il 20 settembre 1840, ivi residente.

* 133 BONACINA Luigi di Angelo, nato a Bergamo il 19 giugno 1841, morto a Milano il 20 ottobre 1864, nello spedale Fate Bene Fratelli.

134 BONAFEDE Giuseppe di Domenico, nato a Gratteri il 19 marzo 1831, residente a Palermo, direttore del giardino di acclimatazione.

* 135 BONAFINI Francesco di Francesco, nato a Mantova l'11 ottobre 1830, residente a Brescia, impiegato di finanza.

* 136 BONANOMI Giacomo fu Pietro nato a Como il 2 febbraio 1842, ivi residente, notaio.

* 137 BONAN Ranieri Tertulliano fu Fioravante, nato a Livorno il 28 aprile 1815, (già) macchinista, morto il 19 novembre 1871

138 BONARDI Carlo di Gio.Maria, nato ad Iseo il 7 novembre 1837, morto combattendo a Calatafimi il 15 maggio 1860.

139 BONDUAN Pasquale di Valentino, nato a Mestre il 7 maggio 1840, residente a Cuneo, scrivano privato.

* 140 BONETTI Francesco di Giovanni, nato a Zogno l'11 giugno 1841, tenente nel 45° reggimento fanteria.

* 141 BONI Fedele di Giovanni, nato a Modena il 24 aprile 1833, residente a Parma, bracciante.

142 BONI Francesco Alessandro di Credindio, nato a Brescia il 3 ottobre 1841, residente a Provezze, segretario comunale.

* 143 BONINO Giacomo di Michele, nato a Genova il 16 ottobre 1834, (già) commesso, morto l'1 dicembre 1871

* 144 BONSIGNORI Eugenio Paolo di Francesco, nato a Montirone il 30 agosto 1826, morto il 21 aprile 1871 a Milano.

* 145 BONTEMPELLI Carlo di Pietro, nato a Bergamo il 18 marzo 1832, ivi residente, cappellaio.

146 BUONTEMPO Giuseppe Rinaldo di Nicola, nato a Orzinuovi il 10 agosto 1830, morto combattendo in Palermo nel 1860.

* 147 BONVECCHI Luigi fu Pacifico, nato a Treja l'8 novembre 1825, morto in Treja il 26 settembre 1861

* 148 BORCHETTA Giuseppe fu Tommaso, nato a Mantova il 26 febbraio 1827, ivi residente, ingegnere.

* 149 BORDINI Giovanni fu Pietro, nato a Padova il 2 novembre 1828, residente a Bologna, tenente a riposo del Regio esercito.

* 150 BORETTI Ercole fu Siro, nato a Pavia il 28 novembre 1836, ivi residente, impiegato municipale.

* 151 BORGOGNINI Ferdinando di Francesco, nato a Firenze nel 1838, residente a Viareggio, calzolaio.

* 152 BORGOMAINERI Carlo Pietro di Pietro, nato a Milano nel 1833, (già) scrivano straordinario alla Cassa Depositi e Prestiti, morto il 14 ottobre 1875 a Rio Janeiro.

153 BORRI Antonio di Lorenzo, nato a Roccastrada il 16 gennaio 1833, ivi residente, agricoltore.

154 BORSO Antonio fu Antonio, nato a Padova il 13 giugno 1818, (già) cameriere, morto a Torino il 2 aprile 1863, nello Spedale S.Giovanni.

* 155 BOSCHETTI Gio.Battista fu Pietro, nato a Covo il 6 agosto 1841, ivi residente, farmacista.

* 156 BOSSI Carlo di Filippo, nato a Santambrogio Olona il 10 novembre 1840, ivi residente.

* 157 BOTTACCI Salvatore di Antonio, nato in Orbetello il 4 gennaio 1843, ivi residente, liquorista.

* 158 BOTTAGISI Cesare di Carlo, nato a Bergamo il 18 aprile 1831, morto a Calatafimi nel 1860.

* 159 BOTTAGISI Luigi Enrico di Carlo, nato a Bergamo il 25 gennaio 1830, ivi residente, calzolaio.

* 160 BOTTAGISI Martiniano fu Gaspare, nato a Bergamo il 2 gennaio 1817, ivi residente, cameriere.

* 161 BOTTERO Giuseppe Ernesto di Luigi, nato a Genova il 3 dicembre 1832, ivi residente, commerciante.

162 BOTTICELLI Giovanni di Bartolo, nato a Salò il 13 gennaio 1834, morto nel 1860 a Palermo per ferite.

* 163 BOTTINELLI Giuseppe Girolamo fu Gaetano, nato a Viggiù il 18 agosto 1831, ivi residente marmista.

* 164 BOTTONE Vincenzo di Melchiorre, nato a Palermo il 24 dicembre 1838, ivi residente fino al 1868, già sottotenente di vascello. Partì nel 1868 per ignota destinazione, né si sa dove ora sia, né se viva.

* 165 BOVI Paolo fu Antonio, nato a Bologna nel 1814, già luogotenente generale, morto in Bologna il 28 settembre 1871

166 BOZZANI Eligio di Pietro, nato a Fontanellato l'11 febbraio 1839, residente a Parma, proprietario.

* 167 BOZZETTI Romeo di Francesco nato a S.Martino in Veliseto il 25 febbraio 1835, residente ad Alessandria ufficiale superiore dell'esercito.

* 168 BOZZO Gio.Battista di Francesco, nato a Genova il 9 marzo 1841, ivi residente, commerciante.

* 169 BOZZOLA Candido di Andrea, nato a Legnago il 16 luglio 1835, residente a Padova, negoziante panettiere.

* 170 BRACA Ferdinando di Giovanni, nato a Montanara, ora Cadestefani, il 26 febbraio 1835, residente a Siena.

* 171 BRACCINI Gustavo Giuseppe ( e non Gaetano) di Giovanni, nato a Livorno il 21 marzo 1836, ivi residente, muratore.

172 BRACCO Amari Giuseppe di Francesco, nato a Palermo il 29 marzo 1829, ivi residente, agente di cambio.

173 BRAICO Cesare fu Bartolomeo, nato a Brindisi il 18 marzo 1823, residente a Roma, impiegato all'archivio di Stato.

174 BRAMBILLA Prospero di Prospero, nato a Bagnatica il 4 maggio 1839, residente a Bergamo, demente nel manicomio di Ostino (Bergamo).

* 175 BRESCIANI Pietro Giuseppe di Silvio, nato ad Adrara S.Martino il 23 dicembre 1836, ivi residente, notaio.

* 176 BRIASCO Vincenzo fu Giuseppe, nato a Genova il 22 settembre 1842, ivi residente, tipografo.

* 177 BRIZZOLARO Gio.Edoardo fu Giovanni, nato a Bergamo il 7 marzo 1841, ivi residente, agente di studio.

* 178 BRUNIALDI Gio.Battista fu Antonio, nato a Poiana il 3 maggio 1839, residente a Torino, sellaio.

179 BRUNTINI Pietro di Pietro, nato a Bergamo il 14 marzo 1833, (già) filatore, ferito a Calatafimi ed a Palermo, morto a Catanzaro il 6 ottobre 1860.

* 180 BRUZZESI Filippo fu Lelio, nato a Torrita nel 1834, residente a Roma, negoziante.

* 181 BRUZZESI Giacinto fu Lelio, nato a Cervetri il 15 dicembre 1823, residente a Milano, commerciante.

182 BRUZZESI Pietro fu Raffaele, nato a Civitavecchia il 15 ottobre 1832, residente a New York.

* 183 BUFFA Emilio fu Paolo, nato ad Ovada il 18 Nov. 1833, (già) residente a Torino, (già) barbiere, morto il 23 dicembre 1871

* 184 BULGHERESI Jacopo Augusto di Giuseppe, nato a Livorno il 20 giugno 1844, ivi residente, barbiere.

* 185 BULLO Luigi fu Giuseppe, nato a Chioggia il 14 agosto 1829, morto a Venezia il 17 dicembre 1871

* 186 BUONVICINI Federico fu Gaetano, nato a Terranegra di Legnago il 3 ottobre 1839, ivi residente commissionario e mediatore.

187. BURATTINI Carlo fu Domenico, nato ad Ancona il 4 marzo 1827, (già) capitano marittimo, morto in Camerano il 23 luglio 1870.

* 188 BURLANDO Antonio di Andrea, nato a Genova il 2 dicembre 1823, ivi residente, proprietario.

* 189 BUSCEMI Vincenzo di Antonio, nato a Palermo il 21 maggio 1816, ivi residente.

190 BUTTI Alessandro fu Giacomo, nato a Bergamo il 23 febbraio 1844, (già) calzolaio, morto in Bergamo l'8 giugno 1877.

* 191 BUTTINONI Francesco fu Francesco, nato a Treviglio il 16 giugno 1828, residente ad Isso, fittabile.

* 192 BUTTIRONI Emilio di Vincenzo, nato a Suzzara il 17 marzo 1844, residente a Pavia, fotografo.

* 193 BUTTURINI Antonio fu Pietro, nato a Pescantina il 23 novembre 1826, residente a Verona, agente di farmacia.

* 194 BUZZACCHI Giovanni di Benedetto, nato a Medole il 15 ottobre 1836, residente a Mantova, medico.

* 195 CACCIA Carlo fu Giuseppe, nato a Monticelli d'Oglio il 15 dicembre 1838, residente a Verolanova (Brescia), ufficiale riformato del R. esercito.

* 196 CACCIA Ercole di Giuseppe, nato a Bergamo il 12 agosto 1840, (già) scrivano, morto a Bergamo il 20 aprile 1861

197 CADEI Ferdinando di Giacomo, nato a Caleppio il 23 marzo 1838, (già) farmacista, morto a Calatafimi il 15 maggio 1860.

* 198 CAFFERRATA Francesco di Francesco, nato a Genova il 10 marzo 1839, ivi residente, imbiancatore.

* 199 CAGNETTA Domenico fu Antonio, nato a Pavia il 21 luglio 1841, ivi residente, possidente e negoziante di legnami.

200 CAIROLI Benedetto Angelo fu Carlo, nato a Pavia il 28 gennaio 1825, domiciliato a Groppello, possidente, deputato al Parlamento.

* 201 CAIROLI Carlo Benedetto Enrico fu Carlo, nato a Pavia nel 21 febbraio 1840, morto combattendo a Villa Glori il 23 ottobre 1867.

* 202 CALABRESI Pietro di Martino, nato a Carteno Breno il 4 agosto 1837, ivi residente.

203 CALAFIORE Michelangelo fu Francesco, nato a Fiumara il 21 gennaio 1809, morto in Fiumara il 13 luglio 1861, era ricevitore del lotto.

* 204 CALCINARDI Giovanni di Andrea, nato in Brescia il 20 marzo 1833, residente in America, medico.

* 205 CALDERINI Ercole Enrico di Antonio, nato a Bergamo il 23 settembre 1833, residente a Firenze, impiegato di finanza.

206 CALONA Ignazio di Gio.Battista, nato a Palermo il 16 settembre 1795, (già) colonnello nell'esercito, morto il 3 settembre 1864 a Moncalieri.

* 207 CALVINO Salvatore fu Giuseppe, nato a Trapani il 25 dicembre 1820, residente a Roma, segretario generale del Consiglio di Stato, già deputato al Parlamento.

* 208 CALZONI Secondo Giovanni di Andrea, nato a Bione il 17 giugno 1840, residente a Livorno, già sottotenente dei volontari.

* 209 CAMBIAGHI Gio.Battista di Felice, nato a Monza l'11 giugno 1838, residente a Genova, commesso.

* 210 CAMBIAGIO (o Cambiaso) Biagio di Andrea, nato a Genova il 19 dicembre 1838, residente a Rivarolo Polcevera.

* 211 CAMBIASO Gaetano di Antonio, nato a Campomerone (Genova) il 19 agosto 1840, residente a Verona, mediatore.

* 212 CAMELLINI Giuseppe di Natale, nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1834, residente a Genova, sarto.

* 213 CAMICI Venanzio di Giuseppe, nato a Colle di Val d'Elsa il 22 dicembre 1835, residente a Poggibonsi, caffettiere.

* 214 CAMPAGNUOLI Giuseppe Carlo fu Antonio, nato a Pavia il 6 nov. 1835, residente a Milano, impiegato al Monte di Pietà.

* 215 CAMPANELLA Antonio fu Gaspare, nato a Palermo il 28 febbraio 1823, morto (per suicidio) all'Arma di Taggia (S. Remo), il 6 dicembre 1868.

* 216 CAMPI Giovanni di Giuseppe, nato a Monticelli d'Ongina l'8 settembre 1820, residente a Torino, musicante.

* 217 CAMPO Achille fu Antonio, nato a Palermo il 12 giugno 1818, residente a Bari, maggiore del distretto militare.

218 CAMPO Giuseppe Baldassarre fu Antonino, nato a Palermo il 23 settembre 1830, ivi residente, possidente.

219 CANDIANI Carlo Antonio fu Gio.Battista , nato a Milano il 23 luglio 1828, ivi residente.

* 220 CANEPA Giuseppe di Angelo, nato a Genova il 12 gennaio 1834, già sottotenente di fanteria, morto il 22 gennaio 1876.

* 221 CANETTA Francesco Serafino di Domenico, nato ad Oggebbio il 13 dicembre 1836, ivi residente, possidente.

* 222 CANEZZA Bartolomeo di Benedetto, nato a Rapallo il 14 marzo 1839, residente a Genova, macchinista.

* 223 CANFER (o CANFORI) Pietro di Gio.Battista, nato a Bergamo il 9 giugno 1839, (già) suonatore, morto il 30 gennaio 1865.

* 224 CANINI Cesare fu Giuseppe, nato a Sarzana il 30 marzo 1841, residente a Fosdinovo.

225 CANNONI Gerolamo fu Giovanni, nato a Grosseto il 27 febbraio 1842, residente a Roccalbegna, messo del collettore.

226 CANTONI Angelo Maria di Ferdinando, nato a Mezzani Rondani il 15 ottobre 1829, imbianchino, morto il 23 dicembre 1867.

227 CANTONI Lorenzo di Geremia, nato a Parma il 10 agosto 1830, ivi residente, bracciante.

* 228 CANZIO Stefano di Michele, nato a Genova il 3 gennaio 1837, ivi residente direttore della Società enologica.

* 229 CAPPELLETTO Giuseppe Maria fu Pietro, nato a Venezia il 10 luglio 1810, morto in Brescia il 29 settembre 1861

* 230 CAPITANIO Giuseppe fu Luigi, nato in Bergamo il 18 giugno 1841, (già) scrivano, ivi morto il 23 febbraio 1871

* 231 CAPURRO Giovanni di Agostino, nato a Genova il 28 dicembre 1840, ivi residente, ora proprietario di locanda.

* 232 CAPURRO Gio.Battista di Gio.Battista, nato a Genova il 12 aprile 1841, capitano nel 69° fanteria.

* 233 CAPUZZI Giuseppe di Stefano, nato a Bedizzole il 25 novembre 1825, residente a Brescia, segretario della Biblioteca.

* 234 CARABELLI Daniele fu Domenico, nato a Gallarate il 1° aprile 1839, residente a Milano, argentiere.

* 235 CARAVAGGI Michele fu Carlo, nato a Chiari l'11 luglio 1843, già lavorante panattiere, morto in Brescia nel 1861

* 236 CARBONARI Lorenzo fu Sante, nato ad Ancona il 4 giugno 1823, residente a Grottammare, inabile al lavoro per ferite riportate in guerra.

* 237 CARBONARI Raffaele di Domenico, nato a Catanzaro il 21 novembre 1812, ivi residente, colonnello del R. esercito a riposo.

* 238 CARBONE Francesco di Giovanni, nato a Genova il 16 agosto 1840, capitano nel 17° fanteria.

* 239 CARBONE Luigi di Girolamo, nato Sestri Ponente il 20 giugno 1837, residente a Lavagna, costruttore navale.

* 240 CARBONELLI Vincenzo fu Pietro, nato a Secondigliano il 20 aprile 1822, residente a Genova, medico e deputato al Parlamento.

* 241 CARDINALE Natale Francesco di Girolamo, nato a Genova il 25 dicembre 1840, ivi residente, commesso.

* 242 CARETTI Antonio di Angelo, nato a Milano, nel 1836, morto nel 1867 combattendo a Mentana.

* 243 CARINI Gaetano fu Francesco, nato a Corteolona il 7 agosto 1832, capitano nell'esercito, morto in Bovino il 27 luglio 1861

* 244 CARINI Giacinto fu Giovanni, nato a Palermo nel 1827, generale nell'esercito in disponibilità e deputato al Parlamento.

245 CARINI Fedele Giuseppe di Luigi, nato a Pavia il 24 febbraio 1842, tenente nel 27° fanteria.

* 246 CARIOLATO Domenico fu Nicola, nato a Vicenza il 7 luglio 1836, ivi residente, possidente, capitano in pensione.

247. CARLUTTI Francesco fu Francesco, nato a Palmanova nel 1817, (già) orefice, morto in Alba il 24 gennaio 1861

248 CARMINATI Agostino Giovanni Bernardo di Giovanni, nato a Bergamo il 20 novembre 1837, già ufficiale di stato maggiore delle piazze in aspettativa, per ferite riportate in servizio, residente a Savona.

249 CARPANETO Francesco di Andrea, nato a Genova il 30 agosto 1837, ivi residente, commesso.

250 CARRARA Antonio Pietro Giulio fu Bellobuono, nato a Bergamo il 25 gennaio 1842, residente a Roma, agente d'affari.

* 251 CARRARA Cesare fu Pietro, nato Treviso l'11 novembre 1835, (già) scritturale, morto il 20 febbraio 1877 in Firenze.

252 CARRARA Giuseppe Antonio Luigi fu Giuseppe, nato a Bergamo il 1° gennaio 1838, ivi residente, calzolaio.

253 CARRARA Giuseppe Sante di Natale, nato a Bergamo il 28 marzo 1834, ivi residente, mediatore.

254 CARTAGENOVA Filippo di Giovanni Battista, nato a Genova nel giugno 1826, morto a Varazze l'11 febbraio 1871

* 255 CASABONA Antonio di Giacomo, nato a Genova il 21 giugno 1838, ivi residente.

* 256 CASACCIA Enrico Raffaele di Gerolamo, nato a Genova, morto a Calatafimi nel 15 maggio 1860.

* 257 CASACCIA Bartolomeo Emanuele di Andrea, nato a Genova il 23 novembre 1829, residente a Napoli, commissionario.

258 CASALI Alessandro fu Vincenzo, nato a Pavia il 27 settembre 1837, ivi residente, fittabile, morto il 4 settembre 1877.

* 259 CASALI Enrico fu Vincenzo, nato a Pavia il 29 luglio 1839, ivi residente, agente d'affari.

* 260 CASASSA (od anche CASAZZA o CASACCIA) Nicolò di Filippo, nato nell'Isola del cantone l'11 marzo 1839, residente a Buenos-Ayres, droghiere.

* 261 CASIRAGHI Alessandro di Vincenzo, nato a Milano il 25 settembre 1841, residente a Varese.

* 262 CASSANELLO Francesco Tomaso di Pietro, nato a Genova il 19 agosto 1842, ivi residente.

* 263 CASTAGNA Pietro di Agostino, nato a Verona il 15 novembre 1838, ivi residente, possidente.

* 264 CASTAGNOLA Domenico di Giuseppe, nato a Genova il 7 marzo 1839, ivi residente, tappezziere.

* 265 CASTAGNOLI Pasquale Natale di Antonio, nato a Livorno il 5 maggio 1842, ivi residente, falegname.

* 266 CASTALDELLI Guido fu Giacomo, nato a Massa Superiore il 30 maggio 1827, ivi residente.

* 267 CASTELLANI Egisto fu Carlo, nato a Milano il 7 dicembre 1843, ivi residente, telegrafista al servizio delle ferrovie dell'A. I.

* 268 CASTELLAZZI Antonio di Osvaldo, nato a Gosaldo il 28 novembre 1840, già residente a Venezia, già regio pensionato, morto il 24 settembre 1878 allo spedale civile di Venezia.

* 269 CASTELLINI Francesco Maria di Angelo, nato alla Spezia l'11 novembre 1843, residente a Genova, oste.

* 270 CASTIGLIA Salvatore fu Francesco, nato a Palermo il 10 marzo 1819, residente ad Odessa, console generale di Italia.

* 271 CASTIGLIONI Cesare fu Luca, nato a Tradate il 2 giugno 1841, residente a Milano, possidente.

* 272 CASTION Gaetano fu Antonio, nato a Portogruaro il 24 settembre 1820, ivi residente, (già) brigadiere

* 273 CATTANEO Angelo Alessandro di Pietro, nato a Bergamo il 25 ottobre 1839, (già) sottotenente di fanteria, morto a Nizza il 5 marzo 1870.

* 274 CATTANEO Angelo Giuseppe di Davide, nato ad Antegnate il 3 aprile 1842, morto a Tagliuno il 7 agosto 1867.

* 275 CATTANEO Bartolomeo fu Francesco, nato a Gravedona il 19 ottobre 1847, residente a Milano, orefice.

* 276 CATTANEO Francesco di Tommaso, nato a Novi Ligure il 17 ottobre 1835, ivi residente, negoziante.

277 CATTONI Telesforo di Federico, nato a Tabellano il 1° luglio 1841, (già) dottore in legge, morto a Gazzoldo il 14 ottobre 1861

* 278 CAVALLERI Gervaso Giuseppe fu Antonio, nato a Milano il 19 giugno 1839, ivi residente, inverniciatore.

* 279 CAVALLI Luigi di Francesco, nato a S. Nazario li 7 aprile 1839, residente a Vicenza, dottore in legge, possidente.

* 280 CECCARELLI Vincenzo di Luigi, nato a Roma il 27 maggio 1842, residente ad Asti, commesso viaggiatore.

* 281 CECCHI Silvestro di Giovanni, nato a Livorno l'8 gennaio 1844, ivi residente, corallaio.

* 282 CEI Giovanni di Angelo, nato a Livorno nel 1833, (già) facchino, morto nello spedale di Livorno nel 1868.

* 283 CELLA Gio.Battista fu Giorgio, nato ad Udine il 5 settembre 1837, ivi residente, avvocato.

* 284 CENGIAROTTI Sante fu Michele, nato a Caldiero di San Bonifacio l'11 ottobre 1834, ivi residente.

285 CENNI Guglielmo fu Lorenzo, nato a Comacchio li 26 febbraio 1817, residente a Roma, colonnello a riposo.

286 CEPOLLINI Achille. È ufficialmente escluso che uno di tal nome trovisi ora nell'esercito. Alcuno lo dice (già) maggiore nelle piazze, morto a Torino nel 1867 o 1868. Altri lo afferma nato a Napoli verso il 1820, tra i difensori di Venezia nel 1848-49, alla campagna di Lombardia nel 1859 come cacciatore delle Alpi; imbarcatosi a Lonato e sceso a Talamone, ma poi, raggiunto Garibaldi in Sicilia, capitano, ferito a Calatafimi; infine professore di lettere a Napoli. Nessuna notizia ufficiale; a Napoli è sconosciuto.

* 287 CEREA Celestino di Francesco, nato a Bergamo il 5 aprile 1840, ivi residente, vetturale.

* 288 CERESETTO Angelo di Gio.Battista, nato a Genova, morto combattendo al Volturno il 1° ottobre 1860, colpito nel ventre.

* 289 CERIBELLI Carlo fu Gaetano, nato a Bergamo lì' 11 febbraio 1838, ivi residente, ufficiale in riforma del R. esercito.

* 290 CERVETTO Maria Stefano fu Domenico, nato a Genova il 17 maggio 1839, tenente nel 51° fanteria.

* 291 CEVASCO Bartolomeo di Giuseppe, nato a Genova l'11 giugno 1817, ivi residente, già fuochista sui vapori.

* 292 CHERUBINI Pasquale detto Luigi di Giovanni, nato a S. Stefano di Piovene (Vicenza) l'11 aprile 1827, morto in Vicenza il 13 ottobre 1870.

293 CHIESA Giuseppe fu Camillo, nato a Borgoticino il 30 gennaio 1839. Appartenne alla leva del 1859 e fu inscritto nella 9^ compagnia, 4° reggimento, brigata Piemonte. Nel luglio 1861 denunciato disertore, condannato in contumacia, ed amnistiato nel 1872, cessò di essere iscritto nei ruoli dell'esercito. Ora di ignota esistenza.

* 294 CHIESA Liberio di Daniele, nato a Milano il 22 dicembre 1838, ivi residente; amputato di una gamba in seguito a ferita riportata a Palermo nel 1860; già maggiore dell'esercito in ritiro; rimosso dal grado nel 1870, ed escluso dall'onore di fregiarsi della medaglia e dal diritto a pensione.

* 295 CHIOSSONE Vincenzo di Paolo, nato a Messina il 2 maggio 1827, già tenente nell'esercito, morto il 10 febbraio 1871

* 296 CHIZZOLINI Camillo fu Carlo, nato a Campitello il 6 giugno 1836, residente a Campitello, frazione del comune di Marcaria, possidente e medico.

297 CIACCIO Alessandro di Giuseppe, nato a Palermo il 29 ottobre 1818, ivi residente, possidente.

298 CICALA Ernesto di Giovanni, nato a Genova il 19 settembre 1834, capitano nel 9° bersaglieri.

* 299 CIOTTI Marziano di Valentino, nato a Gradisca (Austria) il 13 agosto 1839, residente a Montereale Cellina, commerciante.

* 300 CIPRIANI Bonaventura di Michele, nato a Godega il 26 dicembre 1826, residente a Caserta.

* 301 CIPRIANI Cesare Augusto di Giovanni, nato a Firenze il 6 novembre 1839, ivi residente scritturale.

* 302 COCCHELLA Stefano di Antonio, nato a Genova il 26 maggio 1839, ivi residente.

* 303 COCOLO Giuseppe fu Giovanni Battista, nato a Conegliano il 23 settembre 1840, morto a Milano nel 1861

* 304 COELLI Carlo di Giovanni, nato a Castellone il 13 settembre 1838, ivi residente, medico.

305 COGITO Guido Lorenzo Giovanni Battista di Giuseppe, nato in Acqui il 22 novembre 1841, residente a Milano, parrucchiere.

* 306 COLI (od anche COLLI) Gaetano fu Agostino, nato a Budrio l'8 agosto 1835, residente a Bologna, già esercente liquorista.

307 COLLI Antonio. Da taluno fu creduto faciente parte del reggimento Guide, nel 1860 in formazione a Pinerolo sotto il comando del colonnello Vasco, poi disertore per raggiungere la spedizione, e morto a Calatafimi od a Palermo. " invece risultato ufficialmente che al detto reggimento è appartenuto un Colli Luigi, fu Paolo, nato a Montecchio (Reggio Emilia) il 13 marzo 1833 e disertato il 13 maggio 1860; - che un Colli Antonio, allo sbarco di Marsala, apparteneva alla intendenza, e il decreto e la medaglia spettantigli trovansi presso il Ministero della Guerra; che nessun Colli figura negli elenchi dei morti e feriti dell'esercito meridionale; e infine che il Colli Antonio è affatto sconosciuto alle provincie di Bologna, Modena e Padova (Montagnana).

* 308 COLLINI Angelo di Giovanni Antonio, nato a Mantova il 1° settembre 1839, ivi residente, notaio.

* 309 COLOMBI Luigi Alberto di Arcangelo, nato a Misano di Gera d'Adda il 29 agosto 1839, medico, morto a Crema nel 1870.

* 310 COLOMBO Donato fu Abramo, nato a Ceva di Mondovì nel 1838, residente a Trapani, prof. nelle Regie scuole tecniche.

* 311 COLOMBO Gerolamo fu Natale, nato a Bergamo il 24 novembre 1840, ivi residente, parrucchiere.

* 312 COLPI Giovanni Battista fu Giovanni, nato a Padova il 20 giugno 1838, residente a Saletto, medico e possidente.

* 313 COMI Cesare di Giovanni, nato a Trescorre l'11 marzo 1844, tenente nel 30° reggimento fanteria.

314 COMPIANO Bartolomeo di Lorenzo, nato a Genova il 7 novembre 1841, ivi residente.

* 315 CONTI Carlo fu Bartolo, nato a Carvico il 14 marzo 1836, residente a Bergamo, scrivano.

* 316 CONTI Demetrio di Zeffirino, nato a Loreto il 23 dicembre 1837, residente ad Ancona, regio impiegato nel Bagno penale.

317 CONTI Lino fu Defendente, nato a Brescia il 23 settembre 1825, residente a Milano, commerciante.

* 318 CONTI Luigi Antonio fu Fermo, nato a Sondrio il 21 ottobre 1839, ivi residente, commesso di studio.

* 319 CONTRO Silvio di Luigi, nato a Cologna Veneta il 22 aprile 1841, già capitano di fanteria, inscritto nella Tesoreria di Novara.

* 320 COPELLO Enrico di Carlo, nato a Genova il 22 gennaio 1844, ivi residente, commerciante.

* 321 COPLER Giuseppe di Angelo, nato a Tagliuno il 14 settembre 1829, residente a Brescia, burattinaio e suonatore.

* 322 CORBELLINI Antonio Giuseppe fu Angelo, nato a Borgarello il 25 luglio 1843, residente a S. Cristina, veterinario.

* 323 CORONA Marco fu Giacomo, nato a Forno di Zoldo il 20 agosto 1827, già residente a Torre di Bajro (Ivrea), (già) sarto e cocchiere, morto il 20 marzo 1861

* 324 CORTESI Francesco di Giovanni , nato a Sala Baganza il 18 agosto 1833, ivi residente.

* 325 CORTI Francesco fu Giacomo, nato a Bergamo l'8 febbraio 1841, ivi residente, filatojere.

326 COSSIO Valentino fu Nicola, nato a Talmassons il 13 aprile 1843, residente a Seghebbia.

* 327 COSSOVICH Marco di Giuseppe, nato a Venezia il 28 gennaio 1824, ivi residente, regio pensionato.

328 COSTA Giacomo di Domenico, nato a Roveredo (Tirolo) il 23 luglio 1834, residente ad Aosta, mugnaio.

* 329 COSTA Giuseppe di Giovanni, nato a Genova il 14 marzo 1840, ivi residente, cuojajo.

330 COSTA Giuseppe di Pietro, nato a Genova il 20 novembre 1827, macchinista, morto a Genova il 17 agosto 1871

* 331 COSTETTI Massimiliano di Gabriele, nato a Reggio Emilia il 15 settembre 1840, ivi residente, sarto.

* 332 COVA Gio.Paolo di Innocente, nato a Milano il 18 marzo 1840, ivi residente.

* 333 COVINI Paolo fu Luigi, nato a Pavia il 26 maggio 1837, residente a Stradella, possidente e medico.

* 334 COVIOLI Giuseppe Romeo di Marco, nato a Bergamo il 13 maggio 1839, ivi residente, stampatore.

* 335 CREMA Angelo Enrico di Luigi, nato a Cremona il 17 marzo 1836, ivi morto il 9 febbraio 1867.

* 336 CRESCINI Gio.Battista di Paolo, nato a Ludriano il 24 gennaio 1839, residente a Brescia, scrivano.

* 337 CRESCINI Rizzardo Paolo fu Giuseppe, nato a Bergamo il 2 luglio 1841, residente a Grignano, tipografo.

338 CRESCIONINI Giuseppe di Alberto, nato a Bergamo il 22 luglio 1815; ex-comandante il Corpo degli adolescenti in Palermo; poi (nel 1863) escluso dall'onere di fregiarsi della medaglia e dal diritto a pensione.

* 339 CRISPI Francesco di Tomaso, nato a Ribera il 16 ottobre 1818, residente a Roma, avvocato e deputato al Parlamento.

* 340 CRISTIANI Cesare di Ferdinando, nato a Livorno il 17 dicembre 1841, ivi residente, tipografo.

* 341 CRISTOFOLI Giacomo di Cesare, nato a Clusone il 25 febbraio 1842, residente a Bergamo, ragioniere e possidente.

* 342 CRISTOFOLI Pietro Angelo di Luigi Filippo, nato a S.Vito al Tagliamento il 16 luglio 1841, residente a Genova, chirurgo.

* 343 CRUCIANI (non CROCIANI) Gio.Battista di Antonio, nato a Foligno il 4 gennaio 1842, ivi residente, fabbricante di paste.

344 CUCCHI Francesco Luigi fu Antonio, nato a Bergamo il 17 dicembre 1834, ivi residente, possidente e deputato al Parlamento.

* 345 CURTOLO Giovanni di Domenico, nato a Feltre l'11 luglio 1839, ivi residente, scrivano privato.

346 CURZIO Francesco Raffaele di Francesco, nato a Turi il 23 dicembre 1822, residente a Firenze, avvocato. 

* 347 DACCO' Luigi fu Pietro, nato a Marcignago il 15 febbraio 1838, residente a Buenos-Ayres, ingegnere e benestante, inscritto nella Tesoreria di Pavia.

* 348 DAGNA Pietro di Giuseppe, nato a Pavia il 16 marzo 1842, ivi residente, subeconomo dei Benefizi vacanti.

* 349 DALL'ARA Carlo di Giuseppe, nato a Rovigo, il 18 febbraio 1835, residente a Venezia, uffiziale provinciale.

* 350 DALLA SANTA Vincenzo di Giuseppe, nato a Padova l'1 agosto 1827, (già) agente privato, morto combattendo a Bezzecca il 21 luglio 1861

* 351 DALLA PALU' Antonio fu Nicola, nato a Vicenza il 24 novembre 1824, ivi residente, ex-maggiore pensionato.

* 352 DALL'OVO Luigi Enrico di Ermenegildo, nato a Bergamo l'8 gennaio 1821, colonnello comandante il 12° fanteria.

353 DAMASO Lipidio (e non DALMAZIO Antonio), di genitori ignoti, nato a Verona il 10 dicembre 1826, (già) residente a Monza, morto il 23 ottobre 1861

354 DAMELE Pietro Lorenzo fu Gio. Battista, nato a Diano Castello il 13 aprile 1837, residente a Milano, commissionario.

* 355 DAMIANI Gio.Maria di Carlo, nato a Piacenza il 15 ottobre 1832, residente a Bologna, rappresentante l'Agenzia Stefani.

* 356 DAMIS Domenico fu Antonio, nato a Lungro il 14 febbraio 1824, colonnello nell'esercito.

357 DANCONA Giuseppe di Isacco Gerolamo, nato a Venezia il 29 dicembre 1838, morto nel 1861 a Villa S. Giovanni (Reggio Calabria) , schiacciato sotto un carro.

* 358 DAPINO Stefano Rocco di Carlo, nato a Genova il 21 febbraio 1841, già luogotenente nel 23° fanteria, ivi residente, negoziante.

* 359 DE AMEZAGA Luigi di Giacomo, nato a Genova il 30 novembre 1833, ivi residente, già capitano infant. Marina.

360 DEBIASI Giuseppe di Angelo, nato a Pugliolo frazione del comune di Lerici, il 23 novembre 1828, residente a Genova, marinaio.

* 361 DEBONI Giacomo fu Polidoro, nato a Feltre, morto a Pastrengo il 20 giugno 1871

* 362 DE COL Giuseppe Francesco di Felice, nato a Bellano lì 11 agosto 1819, residente a Como, giornaliere.

363 DE COL Luigi di Giacomo, nato a Venezia il 12 dicembre 1838, ivi residente, regio pensionato.

* 364 DEFENDI Giovanni fu Alessandro, nato a Lurano il 3 ottobre 1834, residente a Caravaggio, portinaio.

* 365 DE FERRARI Carlo fu Nicola, nato a Sestri Levante il 1° ottobre 1833, residente a Torino, albergatore.

* 366 DEL CAMPO Lorenzo di Marco, nato a Genova l'1 dicembre 1835, ivi residente, pescivendolo.

* 367 DEL CHICCA Giuseppe di Lorenzo, nato a Bagni S. Giuliano il 9 maggio 1842, residente a Livorno, funaiuolo.

* 368 DEL FÀ Alessandro fu Giuseppe, nato a Livorno il 22 dicembre 1838, ivi residente.

* 369 DELFINO Luca Gio.Battista di Pasquale, nato a Genova nel 1807, morto il 20 febbraio 1865 in Genova.

* 370 DELLA CASAGRANDE) Andrea di Giuseppe, nato a Genova il 26 luglio 1836, ivi residente, commerciante.

* 371 DELLA CASAGRANDE) Giovanni di Giorgio, nato in Genova lì 11 gennaio 1842, ivi residente, già sottotenente nel 59° fanteria.

* 372 DELLA CELLA Ignazio di Candido, nato a Genova il 30 luglio 1835, morto il 25 ottobre 1870.

* 373 DELLA TORRE Carlo Pompeo fu Antonio, nato a Milano il 13 agosto 1831, ivi residente, cameriere.

* 374 DELLA TORRE Ernesto di Andrea, nato ad Adro il 26 marzo 1844, già sottotenente nell'11° fanteria, residente a Portici, commissionario.

* 375 DELLA VIDA Natale Cesare di Vincenzo, nato a Livorno il 25 dicembre 1831, ivi residente, calzolaio.

* 376 DELLE PIANE Gio.Battista di Andrea, nato in Genova il 25 giugno 1839, ivi residente.

* 377 DEL MASTRO Michele fu Carmine, nato ad Ortodonico il 6 marzo 1827, morì combattendo alle barricate di Palermo l'1 giugno 1860.

* 378 DEL MASTRO Raffaele Francesco Paolo fu Carmine, nato ad Ortodonico il 9 maggio 1825, ivi residente, proprietario.

* 379 DELUCCHI Giulio Giuseppe di Gaetano, nato a San Pier d'Arena il 7 novembre 1841, residente a Genova, scrittore.

* 380 DELUCCHI Luigi di Giuseppe, nato a Montoggio il 1° luglio 1836, residente a Genova.

* 381 DE MAESTRI Francesco di Peregrino, nato a Spotorno il 18 ottobre 1826, già capitano dei veterani, morto nel marzo 1876 nello spedale di Savona.

* 382 DE MARCHI Bonaventura Domenico fu Francesco, nato a Malo il 21 febbraio 1831, residente a Torino, farmacista.

383 DE MARTINI Germano (e non Gennaro). Di ignota origine ed esistenza. Di Novara lo dice l'elenco del 1862 e parecchi lo confermano, ma ufficialmente consta non essere egli nato in Novara, né esservi da alcuno conosciuto.

* 384 DE MICHELI Tito di Pietro, nato a Genova il 7 febbraio 1842, capitano nel 42° fanteria.

* 385 DE NEGRI Gio.Battista di Antonio, nato a Genova il 3 febbraio 1842, ivi residente.

* 386 DE NOBILI barone Alberto fu Cesare, nato a Corfù il 12 maggio 1837, morto a Catanzaro il 5 novembre 1861

387 DE PALMA Nicola fu Raffaele, nato a Milazzo nel 1812, morto a Torre del Greco nel 6 luglio 1861

* 388 DE PAOLI Cesare di Francesco, nato a Pozzoleone il 24 gennaio 1830, ivi residente, docente privato.

* 389 DE PASQUALI Luigi di Carlo, nato a Genova il 17 settembre 1823, ivi residente marinaio.

* 390 DESIDERATI Basilio Emilio di Luigi, nato a Mantova nel 1840, residente a Brescia, panattiere, morto l'8 gennaio 1861

391 DE STEFANIS Giovanni Antonio di Modesto, nato a Castellammare il 18 luglio 1832, residente a Vicenza, maggiore nell'esercito.

* 392 DE VECCHI Carlo fu Francesco, nato a Copiano il 3 novembre 1842, residente a Sant'Angelo Lodigiano.

* 393 DE WITT Rodolfo di Nicola, nato ad Orbetello il 13 aprile 1841, ivi residente, scritturale.

394 DE ZORZI Ippolito di Giuseppe, nato a Vittorio (Caneda) il 18 aprile 1839, ivi residente, possidente.

* 395 DEZZA Giuseppe di Baldassarre, nato a Melegrano il 23 febbraio 1830, tenente generale, comandante la divisione di Milano, aiutante di campo onorario di S.M., e deputato al Parlamento.

396 DI CRISTINA Giuseppe di Rocco, nato a Palermo il 14 febbraio 1821, morto in Altarello di Baida il 18 agosto 1867.

* 397 DI FRANCO Vincenzo di Placido, nato a Palermo il 4 febbraio 1819, ivi residente, impiegato al Genio militare.

398 DI GIUSEPPE Gio.Battista fu Giuseppe, nato a S. Margherita Belice il 17 gennaio 1816, residente a Palermo, maggiore pensionato.

* 399 DILANI Giuseppe di Felice, nato a Bergamo il 14 ottobre 1839, già macellaio, morto a Monte Suello il 4 luglio 1861

400 DIONESE Eugenio di Giovanni, nato a Vicenza il 15 ottobre 1837, residente a Palermo, già luogotenente.

* 401 DODOLI Corrado di Costantino, nato a Livorno il 14 aprile 1838, ivi residente, navicellaio.

* 402 DOLCINI Angelo di Francesco, nato a Bergamo il 28 agosto 1838, residente a Genova, falegname.

* 403 DONADONI Angelo Enrico di Giovanni, nato a Bergamo il 12 giugno 1840, ivi residente, negoziante.

* 404 DONATI Angelo di Giacomo, nato a Padova il 2 ottobre 1843, ivi residente, industriante.

* 405 DONATI Carlo di Giuseppe, nato a Treviglio nel 1835, morto nel 4 gennaio 1865 nello Spedale Fate Bene Fratelli di Milano.

* 406 DONEGANI Pietro di Giuseppe, nato a Brescia il 13 dicembre 1831, ivi residente, armaiuolo.

* 407 DONELLI Andrea fu Melchiorre, nato a Castel Ponzone il 26 settembre 1829, già residente a Milano, ivi morto il 15 maggio 1868 allo Spedale Maggiore per tubercolosi.

* 408 DONIZZETTI Angelo Paolo fu Andrea, nato ad Ossanesga l'8 aprile 1843, residente a Bergamo, fabbricante di organi.

* 409 ELIA Augusto fu Antonio, nato ad Ancona il 4 settembre 1829, ivi residente, tenente colonnello pensionato e deputato al Parlamento.

* 410 ELLERO Enea di Mario, nato a Pordenone il 9 settembre 1840, ivi residente, avvocato.

* 411 ERBA Filippo fu Luigi, nato a Milano il 3 febbraio 1834, ivi residente, possidente.

* 412 EREDE Gaetano Angebrico di Michele, nato a Genova, morto il 20 giugno 1860 a Milazzo.

413 ESCOFFI (e non ESCUFI ) Francesco Luigi fu Luigi, nato a Torino il 26 aprile 1837, morto a Calatafimi il 15 maggio 1860.

* 414 ESPOSITO MERLI DELUVIANI Gio.Antonio, di genitori ignoti, nato a Treviglio il 9 luglio 1839, residente a Bergamo, scrivano.

415 EVANGELISTI Paolo Emilio di Filippo, nato a Genova il 17 gennaio 1840, ivi residente, commerciante.

* 416 FABIO Luigi di Giovanni, nato a Pavia il 26 gennaio 1836, già luogotenente di fanteria, ivi residente, impiegato al civico Spedale.

* 417 FABRIS Placido fu Bernaudo, nato a Povegliano il 3 gennaio 1839, ivi residente, possidente.

* 418 FACCINI Onesto di Domenico, nato a Lerici il 10 luglio 1828, residente a S.Pier da Ponti (Firenze), calzolaio.

419 FACCIOLI Baldassarre fu Gerolamo, nato a Montagnana il 5 agosto 1841, già dott. in matematica, già luogotenente d'artiglieria, morto il 17 settembre 1866 in Fiesso Umbertiano.

* 420 FACHETTI Alessandro Antonio fu Giovanni, nato a Bergamo il 12 aprile 1812, residente a Montafia, possidente, già sottotenente dei veterani d'Asti in pensione.

* 421 FACHETTI Gio.Battista di Antonio, nato a Brescia il 4 giugno 1841, residente a Torino, domestico.

* 422 FANELLI Giuseppe fu Lelio, nato a Montecalvario il 15 ottobre 1827, già residente in Napoli, morto in Napoli nella casa di salute Fleurent il 3 gennaio 1877.

* 423 FANTONI Gio.Battista fu Francesco, nato a Legnago il 4 giugno 1840, già sottotenente nel 35° fanteria, residente a Piombino, cassiere della Banca agricola.

424 FANTUZZI Antonio di Vincenzo, nato a Pordenone il 5 maggio 1833, (già) barbiere, morto a Torino l'11 aprile 1865 nello Spedale detto Cottolengo.

425 FANUCCHI Alfredo di Filippo, nato a Salviano (Livorno), morto combattendo a Capua nel 1860.

426 FASCE Paolo Federico di Emanuele, nato a Genova, morto a Calatafimi il 15 maggio 1860.

* 427 FASCIOLO Andrea di Antonio, nato a Genova il 31 maggio 1839, residente a Mantova (fortezza ), tenente di fanteria.

* 428 FASOLA Alessandro fu Gaudenzio, nato a Novara il 28 febbraio 1799, capitano nel 1° reggimento del treno

429 FATTORI BIOTTON Antonio fu Antonio, nato a Castello Ticino (Tirolo) il 18 marzo 1826, residente a Zubiena.

* 430 FATTORI Giuseppe fu Gio.Battista, nato ad Ostiano il 2 luglio 1839, ivi residente.

* 431 FERITI Gio.Marsilio di Pietro, nato a Brescia il 3 ottobre 1841, morto il 28 gennaio 1861

* 432 FERRARI Filippo di Bartolomeo, nato a Varese Ligure il 15 agosto 1836, residente a Genova, filogranista.

433 FERRARI Pietro Giacomo di Giuseppe, nato a Brescia il 20 marzo 1836; prima escluso dall'onore di fregiarsi della medaglia e dal diritto a pensione, per patita condanna criminale; poi ammesso, e morto il 27 settembre 1863 per ferite in Brescia.

434 FERRARI Gio.Domenico fu Luigi, nato a Napoli il 3 gennaio 1805, ivi residente, già luogotenente di vascello di stato maggiore.

* 435 FERRARI Paolo di Pietro, nato a Brescia il 2 luglio 1820, ivi residente, tenente pensionato.

* 436 FERRI Pietro di Giacinto, nato a Bergamo il 5 agosto 1843, morto a Bergamo il 287 agosto 1867.

* 437 FERRIGHI Felice fu Giovanni, nato a S.Clemente di Valdagno il 5 gennaio 1831, morto a Cremona il 20 ottobre 1861

* 438 FILIPPINI Ettore di Antonio, nato a Venezia il 30 gennaio 1841, residente a Milano , impiegato ferroviario.

439 FINCATO Gio.Battista fu Antonio, nato a Treviso il 19 giugno 1828, residente a Padova, parrucchiere.

* 440 FINOCCHIETTI Domenico di Luigi, nato a Genova il 16 maggio 1830, ivi residente, ex-tenente nel 54° fanteria, ora negoziante.

* 441 FIORENTINI Pietro fu Giuseppe, nato a Verona il 28 giugno 1825, morto a Milano il 28 dicembre 1861

* 442 FIORINI Edoardo fu Giuseppe, nato a Cremona il 10 dicembre 1835, ivi residente.

* 443 FIRPO Pietro di Bernardo, nato a Genova l'8 gennaio 1838, ivi residente, commerciante.

* 444 FLESSATI Giuseppe fu Domenico, nato a Cerea il 9 maggio 1830, morto a Legnago il 14 marzo 1861

445 FOGLIATI Luigi di Bartolo, nato a Molvena nel maggio 1820, (già) orefice, morto combattendo a Maddaloni il 1° ottobre 1860.

446 FOLIN Marco fu Simone, nato a Venezia il 12 marzo 1831, muratore, sospeso il pagamento della pensione il 22 luglio 1876 per condanna; attualmente nelle carceri giudiziarie di Genova per altra condanna. Escluso dall'onore di fregiarsi della medaglia e dal diritto a pensione.

* 447 FONTANA Giuseppe fu Giuseppe, nato a Trento il 12 novembre 1824, residente a Milano, commerciante.

* 448 FORESTI Giovanni di Cristoforo, nato a Pralboino il 18 aprile 1842, residente a Milano, impiegato ferroviario.

449 FORMIGA Luigi fu Giovanni, nato a Mantova il 25 novembre 1840, residente a Milano, operaio.

* 450 FORNI Antonio di Carmelo, nato a Palermo il 7 gennaio 1806, ivi residente, possidente, maggiore delle piazze in riposo.

* 451 FORNI Luigi di Stefano, nato a Pavia nel 1837, morto in Pavia nell'8 aprile 1861

* 452 FOSSA Giovanni di Domenico, nato a Genova il 28 ottobre 1838, ivi residente. - FRANCISCO Antonio, recte MERIGONE Francesco Antonio. Vedi N° 628.

* 453 FRANZONI Guglielmo di Natale, nato a Parma il 26 gennaio 1842, ivi residente, bracciante.

* 454 FRASCADA BELFIORE Paolo, di genitori ignoti, nato a Vigevano il 22 maggio 1840, residente a Garlasco.

* 455 FREDIANI Francesco fu Carlo, nato a Massa il 14 maggio 1829, già sottotenente nei bersaglieri, residente a Cairo, impiegato postale egiziano, inscritto nella tesoreria di Lecce.

* 456 FRIGO Antonio Bartolomeo fu Bartolomeo, nato a Montebello il 7 aprile 1832, ivi residente. ex-albergatore.

* 457 FROSCIANTI Giovanni fu Fabio, nato a Collescipoli il 20 novembre 1811, residente a Piediluco, possidente.

* 458 FUMAGALLI Angelo Luigi fu Francesco, nato a Bergamo il 20 giugno 1838, residente a Milano, meccanico.

* 459 FUMAGALLI Antonio di Pietro, nato a Bergamo il 15 gennaio 1842, già sottotenente nel 19° fanteria, morto a Napoli il 24 maggio 1861

* 460 FUMAGALLI Angelo Enrico di Gaetano, nato a Senago il 13 settembre 1826, morto il 21 novembre 1869.

* 461 FUSI Giuseppe di Carlo, nato a Pavia l'11 novembre 1840, residente a Milano, commesso di studio.

* 462 FUXA Vincenzo di Gabriele, nato a Palermo il 28 gennaio 1820, già maggiore di fanteria in aspettativa, ivi residente, impiegato allo Stabilimento agricolo.

463 GABRIELI Raffaele di Giuseppe, nato a Roma il 30 gennaio 1835, residente a Palermo.

* 464 GADIOLI Francesco di Antonio, nato a Libiola il 16 febbraio 1839, iscritto sulla Tesoreria di Roma, cameriere.

* 465 GAFFINI Antonio di Carlo, nato a Milano il 27 novembre 1832, residente a Firenze, domestico.

* 466 GAFURI Eugenio fu Fortunato, nato a Brivio il 21 ottobre 1830, morto a Bergamo nel 1871

* 467 GAGNI Federico di Giuseppe, nato a Bergamo l'11 dicembre 1837, ivi residente, fruttivendolo.

* 468 GALETTO Antonio Alessandro di Francesco, nato a Genova il 30 ottobre 1838, ivi residente.

469 GALIGARSIA Sebastiano fu Michele, nato a Favignana il 28 ottobre 1820, morto combattendo a Calatafimi il 15 maggio 1860.

* 470 GALIMBERTI Giacinto fu Napoleone, nato a Milano il 5 luglio 1832, (già) impiegato alla cassa di risparmio, morto a Cantù il 17 novembre 1869.

* 471 GALIMBERTI Giuseppe Carlo fu Napoleone, nato a Milano il 10 gennaio 1834, ivi residente, agente commerciale.

* 472 GALLI Carlo di Pietro, nato a Pavia il 16 novembre 1837, ivi residente, cambia valute.

* 473 GALLEANI Gio.Battista di Filippo, nato a Genova il 1° febbraio 1843, ivi residente, commerciante.

* 474 GALLEANI Luigi Francesco di Filippo, nato a Genova il 15 agosto 1840, (già) luogotenente di stato maggiore (divisione Sirtori), morto all' opedale di Napoli il 3 ottobre 1860.

* 475 GALLOPPINI Pietro di Francesco, nato a Borgo Sesia il 25 marzo 1839, residente a Gonova, cameriere d'albergo.

* 476 GAMBA Barnaba di Giacomo, nato a Zogno il 15 maggio 1824, morto a Bergamo il 5 giugno 1861

* 477 GAMBINO Giuseppe di Francesco, nato a Voltri nel 1838, morto a Genova nel 1861

* 478 GANDOLFO Emanuele di Adamo, nato a Genova il 12 febbraio 1841, ivi residente, commerciante.

* 479 GARBINATI Guido di Domenico, nato a Vicenza nel 1837, (già) agente privato, morto a Vicenza nel 1871

* 480 GARIBALDI Gaetano di Gio.Battista, nato a Genova il 21 maggio 1840, ivi residente.

* 481 GARIBALDI Giovanni Stefano Agostino di Domenico, nato a Genova, morto a Palermo il 27 maggio 1860, sotto il ponte dell'Ammiraglio per ferite di arma da fuoco e di bajonetta.

482 GARIBALDI generale, Giuseppe fu Domenico, nato a Nizza il 4 luglio 1807 residente a Caprera, agricoltore, deputato al Parlamento.

* 483 GARIBALDI Menotti di Giuseppe, nato a Rio Grande (Brasile) il 22 settembre 1840, residente a Roma, agricoltore, deputato al Parlamento.

484 GARIBALDO Giovanni di Giovanni, nato a Genova il 24 ottobre 1838, ivi residente, morto il 6 maggio 1871

* 485 GARIBOTTO Giuseppe Marino di Giacomo, nato a Genova il 4 agosto 1840, ivi residente.

486 GASPARINI Giovanni Andrea fu Bernardo, nato a Carrè l'8 marzo 1831, ivi residente, medico-chirurgo non esercente.

487 GASPARINI Gio.Battista fu Antonio, nato a Sandrigo il 17 marzo 1836, residente a Montecchio Precalcino, (già) tenente nell'esercito.

488 GASTALDI Cesare di Giovanni, nato a Neviano degli Arduini, il 15 marzo 1838, residente a Parma, bracciante.

* 489 GASTALDI Giuseppe Giovanni Battista fu Domenico, nato a porto Maurizio il 24 maggio 1833, ivi residente, capitano marittimo.

490 GATTAI Cesare di Alessandro, da Livorno (?), morto a Calatafimi il 15 maggio 1860.

* 491 GATTI Stefano di Angelo, nato a Mantova il 24 settembre 1840, capitano nell'esercito.

492 GATTINONI Gio.Costanzo Zaccheo di Girolamo, nato a Bergamo il 10 luglio 1837, morto a Palermo il 29 maggio 1860.

493 GAZZO Daniele di Antonio, nato a Padova il 5 novembre 1821, morto nel tragitto da Messina a Napoli il 1° ottobre 1860.

494 GERA Domenico di Bernardo, nato a Longare nel 1844, (già) residente ai Corpi Santi (Milano), morto il 20 settembre 1870

495 GERARD (e non GIRARD) Omero del fu Luigi, nato (a Livorno?) nel 1835, morto a Livorno il 23 novembre 1861 allo Spedale.

* 496 GERVASIO Giuseppe di Antonio, nato a Genova il 3 marzo 1837, macchinista, morto il 14 gennaio 1871

* 497 GHIDINI Luigi di Francesco, nato a Bergamo il 15 settembre 1839, morto a Bergamo il 20 agosto 1867.

* 498 GHIGLIONE Gio.Battista di Gaetano, nato a Genova il 14 settembre 1838, ivi residente, sottotenente nel 3° granatieri

* 499 GHIGLIOTTI Francesco Antonio di Gio.Battista, nato a Genova il 7 novembre 1829, ivi residente, parrucchiere.

* 500 GHIRARDINI Goffredo di Alessandro, nato ad Asola il 27 febbraio 1841, residente a Mantova, notaio.

* 501 GHISLOTTI Giuseppe di Luigi, nato a Comun Nuovo il 29 aprile 1841, residente a Bergamo, avvocato.

* 502 GIACOMELLI Pietro fu Antonio, nato a Noventa Vicentina il 4 agosto 1836, residente a Monselice, medico.

* 503 GIAMBRUNO Nicola di Cesare, nato a Genova l'8 agosto 1839, ivi residente.

* 504 GIANFRANCHI Raffaele Felice di Giovanni, nato a Genova il 13 gennaio 1841, già vi residente. Nel marzo 1874 espatriò, prima recandosi in Francia, poi in America. Dal 1° ottobre 1873 non percepì pensione: e la famiglia è priva di sue notizie da molto tempo. Riuscirono inutili le ricerche fatte sul suo conto nel distretto del R. Consolato di Buenos Ayres, dove credevasi che ei dimorasse.

505 GILARDELLI Angelo Giuseppe di Antonio, nato a Pavia nel 1837, morto combattendo a Palermo nel 1860.

506 GILIERI Girolamo fu Antonio, nato a Porto Legnago l'11 luglio 1825, morto a Palermo nel 1860.

* 507 GIOLA Giovannni fu Domenico, nato ad Alessandria il 13 novembre 1814, residente a Torino.

508 GIUDICE Gio.Girolamo fu Domenico, nato a Codevilla il 14 marzo 1829, già sottotenente di fanteria, morto il 2 novembre 1862 annegatosi nel fiume Po.

* 509 GIULINI Luigi Giovanni fu Benigno, nato a Cremona il 31 maggio 1835, residente a Bergamo, ingegnere nelle ferrovie.

* 510 GIUNTI Egisto Edoardo di Giovanni, nato a Livorno il 13 luglio 1832, ivi residente, legatore di libri.

* 511 GIUPPONI Giuseppe Ambrogio fu Giuseppe, nato a Bergamo il 26 marzo 1838, ivi residente, possidente.

* 512 GIURIOLO Giovanni di Pietro, nato in Arzignano il 2 aprile 1839, ivi residente, avvocato.

* 513 GIUSTA Giuseppe di Antonio, nato in Asti il 25 dicembre 1832, residente a Mondovì, già tenente nel 69° fanteria.

* 514 GNECCO Giuseppe di Tommaso, nato a Genova nel 1824, morto in Francia il 29 gennaio 1871

515 GNESUTTA Coriolano di Raimondo, nato a Latisana il 9 maggio 1839, ivi residente, fornaio.

* 516 GNOCCHI Ermogene fu Silvestro, nato ad Ostiglia il 18 gennaio 1819, residente a Mantova, pensionato, già luogotenente nel treno.

* 517 GOGLIA Domenico fu Francesco, nato a Pozzuoli il 25 marzo 1830, residente a Roma, capitano commissario nell'esercito.

518. GOLDBERG Antonio. Mancano notizie ufficiali. Taluno afferma essere egli nato a Pest (Ungheria) nel 1826; tenente nei cacciatori delle Alpi nel 1859; sergente nella 6^ compagnia a Talamone. Alla presa di Palermo avrebbe riportato due ferite; appartenuto di poi al corpo invalidi, sarebbe morto nel 1862 a Sorrento (o Salerno?).

* 519 GORGOGLIONE Giuseppe di Cesare, nato a Genova il 29 novembre 1840, residente in Alessandria, ebanista.

* 520 GOTTI Pietro fu Antonio, nato a Bergamo il 10 ottobre 1841, residente a Milano , vetturale.

* 521 GRAFIGNA Giuseppe di Giovanni, nato a Genova il 22 aprile 1826, ivi residente, oste.

522 GRAMACCINI Leonardo di Bartolomeo, nato a Sinigaglia il 4 gennaio 1827, residente a Pesaro, calzolaio.

523 GRAMIGNOLA Innocente di Ambrogio, nato a Robecco d'Oglio l'11 aprile 1834, (già) capitano nel 31° fanteria, morto a Peschiera nel 1868.

524 GRANDI Francesco di Luigi, nato a Tempio l'5 luglio 1842, residente a Napoli,