Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2019

 

IL GOVERNO

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

  

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

IL GOVERNO

SECONDA PARTE

 

PARTE PRIMA E-BOOK

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

L’Involuzione sociale e politica. Dal dispotismo all’illuminismo, fino all’oscurantismo.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

I neoborbonici tra sovrani e sovranisti.

I Borbone da sempre sotto attacco sulle spinte straniere.

Garibaldi, dalla spedizione dei Mille ai partigiani.

Alla ricerca dei garibaldini scomparsi.

11 Maggio 1860, mille avanzi di galera, comandati da un bandito, sbarcarono a Marsala.

L’esercito piemontese d’invasione del Meridione d’Italia: razzista ed analfabeta.

Battaglie e sofferenze degli italiani: un secolo di guerre.

Sud, un errore lungo 70 anni.

I predoni stranieri dell'Italia.

La Cina alla conquista dell'Italia.

Venezuela, la Russia accusa gli Stati Uniti all'Onu: "Un golpe contro Maduro".

La retorica degli Europeisti.

Italia trattata come la vacca da mungere.

Francia e Germania, ecco il patto d’acciaio.

Italia, colonia Franco-Tedesca.

La grande globalizzazione? Cose già viste.

L’Ordine Liberale.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

Fatta l’Italia si sarebbero dovuti fare gli italiani.

I Fobo, ossia: gli indecisi. Cioè: gli italiani.

Italia. La Repubblica umiliata, fondata sui brogli al referendum Repubblica-Monarchia.

L’imprudenza dei socialisti.

Il Piano Marshall ha salvato gli Stati Uniti.

Giugno 1944: gli Italiani in Normandia nei giorni dello sbarco.

Prigionieri militari italiani in Russia: Il Pci nascose tutto.

Così l'Italia è entrata nella Grande guerra contro nemici e alleati.

4 novembre 2018: una data divisiva. Una inutile carneficina o una grande vittoria per l’Unità d’Italia?

Quando Calamandrei voleva collegare politica e magistratura.

11 gennaio 1948, Mogadiscio: la strage degli Italiani.

C'era una volta uno Stato.

Lo Stato che non rispetta i patti (senza sensi di colpa).

La Società signorile? Comunisti e non Capitalisti.

Sfaticati e contenti.

Italiani sfiduciati.

Senza prospettive, sogni, giovani e anziani (che se ne vanno).

E’ un paese per vecchi.

La memoria del criceto. Le amnesie italiane.

Le code ed il richiamo del mare.

Gli impegnati.

SOLITA LADRONIA.

Italia, terra di scandali dimenticati.

I pirati della strada.

I Topi d’appartamento.

Test del portafoglio.

I Furbetti del Cartellino.

I furbetti della bolletta fanno sparire 10 miliardi.

I falsi invalidi.

Le pensioni eterne.

Le 11 truffe online più sofisticate in giro in questo momento.

Il Paese della corruzione percepita. Gli italiani e il senso civico: per uno su tre è giustificabile non pagare le tasse e farsi raccomandare.

Evasori ed indigenti.

Viaggio nelle feste dei collettivi: un cocktail a 5 euro (in nero).

La mancia per gli evasori.

Il governo dei condoni: ecco tutti i regali a evasori e furbetti.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

Dai tiranni al popolo: radiografia del potere.

Il costo della democrazia: se la politica diventa un passatempo per ricchi.

Perché la democrazia rappresentativa è in crisi.

In che giorno si vota?

I Picconatori.

Ma cos'é la destra, cos'é la sinistra?

Democrazie mafiose. «La sinistra è una cupola».

1, 2, 3… Politica: a quale repubblica siamo arrivati.

L'Astensionismo al voto.

Le colpe dei padri non ricadano sui figli e viceversa.

Benedetto Croce riannodò i fili  dell’Italia ferita e divisa in due.

Prima Repubblica, le due anime dei «partiti laici».

Dal civilizzato Civil Law al barbaro Common Law. Inadeguatezza Parlamentare e legislazione giudiziaria.

Un Parlamento di "Coglioni" voterà leggi del "Cazzo".

La maledizione dei Presidenti della Camera dei Deputati.

Il Governo del rinvio e del posticipo.

Il Governo “Salvo Intese” e “Varie ed eventuali”.

Le Metafore della Politica.

La politica degli strafalcioni.

Mattarella agli studenti: "La politica non è un mestiere.

Governi la Regione e poi vai in galera…

Gli Assessori alla "Qualunque".

Comuni in fallimento.

Da Citaristi a Centemero e Bonifazi, il rischioso mestiere del tesoriere di partito.

Maledizione quaranta per cento…

Referendum Propositivo. Perché questo silenzio?

Rissa di Stato. Nel 1994 toccò a Tatarella, oggi a Conte. Ed i media, con l'opposizione, sono sempre contro le istituzioni.

Parlamento: Guerra, Peace e Love.

Paese che vai, guerriglia che trovi.

Perché il populismo?

Basta sparare sulle élites.

L’élite: La Politica con le Facce da Culo.

L'Italia non è per gli Uomini soli al Comando.

Prove tecniche di ribaltone.

Le Querele portano bene...al Governo.

Il Governo Calabrone.

Conflitto d'interessi e memoria corta.

La Perdita di Sovranità.

E la chiamano Democrazia...

Quando i ribaltoni erano una cosa seria.

Don Sturzo ed il Partito popolare. I “liberi e forti” cent’anni dopo.

Il Contropotere: I Dorotei.

Sui reati dei Ministri non c’è certezza.

"Il denaro ha sostituito la politica".

Come parla la politica.

In principio c’era la tribuna politica.

I Rapporti Gay in politica.

 

PARTE SECONDA

 

SOLITA APPALTOPOLI.

La Cassazione: «I corrotti non vanno trattati come i mafiosi».

Consip e la sindrome del ricorso e dell’indagine.

Gli Iter farraginosi dei malpensanti provocano ad ogni appalto una tangente.

5 ragioni per cui la corruzione blocca l'economia italiana.

Caselli: ''Cene e nomine di giudici: una rogna preoccupante''.

Corruzione: Cananzi (magistrato) “il peggior peccato è l’omissione”.

Appalti puliti, cantieri chiusi.

L'Italia è un paese fondato sulla mazzetta. Micro corruzione, la vera piaga italiana: ogni otto ore un caso di mazzette e favori illeciti.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

I moralizzatori di sinistra anti Trump.

Test di medicina: ecco le ricerche Google degli studenti furbetti!

Le lungaggini dei concorsi pubblici.

La beffa del concorso per anestesisti annullato perché «i quiz erano sbagliati».

Il Futuro a Numero Chiuso.

Scandalo doppio ai concorsi Inps.

Il Concorso in Polizia e gli aspiranti poliziotti.

I concorsi pubblici dei Presidenti del Consiglio dei Ministri.

Concorsi su Misura: Ad Personam.

I bandi per addetti stampa, «fatti su misura».

I Navigator nominati.

Un concorso truccato per aspiranti magistrati.

Processati 6 noti avvocati. Avrebbero truccato il loro esame di Stato per l’abilitazione alla professione.

Avvocatura: “Assegnazioni clientelari”.

Polizia Penitenziaria, concorso truccato: 3 arresti e ben 160 indagati.

Concorsi truccati nella sanità.

L’Università dei Baroni.

Università, si uccide per un concorso truccato.

In Ateneo. Tra moglie e marito non mettere il concorso.

Concorso dirigenti scolastici: «troppe differenze nei voti».

Concorso prof 2018: gli ultimi saranno i primi.

Lauree facili per i poliziotti.

La maturità (a buon mercato).

La grande menzogna della meritocrazia.

Per i magistrati i figli e gli amici so’ piezz’ ‘e core.

Competizioni sportive truccate.

SOLITO SPRECOPOLI.

Mose, la storia infinta.

Rimini, ecco la questura mai nata.

Addio (d'oro) dei commissari Ue.

Le polemiche d'aria fritta sui voli di Stato.

Governo che va, Auto Blu che resta.

Alitalia, in due anni erogati  900 milioni di prestito pubblico. 

L’Europa Matrigna ed i soliti coglioni.

Le Scorte. Sprechi presidenziali emeriti.

Forze dell’ordine: si spende in statue e scorte ma mancano le divise.

La voragine nell’Erario: tra ticket, doppi lavori e truffe sulle pensioni.

Quanto costano gli europarlamentari?

Si tagliano un po' di parlamentari, ma non si toccano i dipendenti di Camera e Senato.

Sei milioni in avvocati. Puglia sotto inchiesta.

Beppe Grillo è lapidario: "La Tav? È morta..."

Lo spreco degli ammortizzatori sociali per foraggiare l’elettorato comunista.

I Finanziamenti ai Kompagni Comunisti.

L’Unità. Un giornale sul groppone.

Finanziamenti agli amici sportivi.

Legge di Bilancio- Legge Omnibus- – Legge Marchetta.

Il Costo della Politica. 

Il Costo della Burocrazia.

Il Costo delle Opere Incompiute.

Fondazioni, lo spreco è all'Opera.

Ancitel: un carrozzone pubblico.

Dipendenti pubblici, in Valle d'Aosta quasi uno ogni dieci abitanti.

Gli imboscati e la guerra agli sprechi.

La voragine consulenze: in fumo 27 milioni l'anno.

Pensioni: gli sprechi dell'Inps.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

Keynes fece rinascere l’economia perché la restituì all’umanesimo.

La Questione Industriale Italiana.

Dove si ruba il TFR.

Lo Stato moroso.

Gettoni d'oro mai coniati, truffa da 700mila euro.

I tesori di lady Eni.

Signoraggio: "Su che libri avete studiato?"

Quando la Dc ordinò l’assalto a Bankitalia.

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

Quell’errore di Bruxelles che ha fatto fallire le banche italiane.

Quando le banche truffano ed i truffati ci stanno.

Banche e Fisco. Lasciate ogni speranza voi che versate...

Mediobanca, così conquistò il Belpaese.

38 assicurazioni fallite: 500 mila in coda per i rimborsi. 

La dolce vita dei Bancarottieri.

Il debito che piace ai partiti.

La Tassa Rossa. Tassa patrimoniale: la storia dell'imposta che colpisce i risparmi.

Fisco e presunti evasori. Italia prima in Europa per evasione fiscale. E’ vero?

Il business delle lezioni private: vale quasi un miliardo ed è quasi tutto in nero.

La Tassa sulla Fortuna.

Slot, lotto, gratta e vinci:  gli italiani giocano tanto.  

 

 

 

 

IL GOVERNO

PARTE SECONDA

 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         La Cassazione: «I corrotti non vanno trattati come i mafiosi».

La Cassazione: «I corrotti non vanno trattati come i mafiosi». Errico Novi il 19 luglio 2019 su Il Dubbio. La Suprema corte contro lo stop alle misure alternative. Depositata l’ordinanza con cui la prima sezione ha rimesso la legge “spazza corrotti” alla Consulta.

La Cassazione. Si può con una certa soddisfazione notare come il circuito fra dottrina e Corti superiori funzioni bene. E cioè come vi sia un dibattito giuridico molto dinamico attorno a temi di diritto che la politica tratta a volte con una certa sbrigatività.

Lo si può dire a proposito di un’ordinanza, la numero 1992 del 2019, emessa lo scorso 18 giugno dalla Cassazione e che ieri è stata depositata. Si tratta della decisione che ha rimesso d’ufficio alla Consulta la questione di legittimità costituzionale della legge “spazza corrotti” per la parte in cui la riforma preclude l’accesso alle misure alternative persino per il peculato. Da ieri sappiamo che le ragioni della scelta compiuta dalla Cassazione sono ancora più sorprendenti, e incoraggianti, di quanto si fosse inteso. Prima di tutto perché hanno a che vedere con la violazione non del principio di irretroattività ma del principio di ragionevolezza, e silurano dunque le nuove norme in assoluto, non solo rispetto alla loro applicabilità ai reati commessi prima che la riforma entrasse in vigore. Inoltre le motivazioni dell’ordinanza si agganciano addirittura alle tesi affermate dall’accademia negli Stati generali dell’esecuzione penale.

L’irragionevolezza. Certo, a essere presa di mira è l’ostatività ex articolo 4 bis estesa a una fattispecie specifica qual è il peculato. Ma la Cassazione afferma la generale necessità di un «fondamento logico e criminologico» delle «scelte legislative» che riguardano la sanzione dei comportamenti illeciti. In sostanza, assimilare i “corrotti” a mafiosi e terroristi è, per la Suprema corte, irragionevole. Vi è quanto meno il sospetto che la “spazza corrotti” violi il principio costituzionale di ragionevolezza ( come aveva già segnalato, con ordinanza analoga, la Corte d’appello di Palermo), ed è per questo che il giudice di legittimità ha deciso di rimettere la questione alla Consulta. Dopo l’udienza con cui proprio un mese fa, la prima sezione, presieduta da Giuseppe Santalucia e con Raffaello Magi relatore, aveva assunto la decisione depositata ieri, si era dato per scontato che l’avesse voluto affermare il principio di irretroattività. L’ordinanza infatti riguarda il caso di un condannato in via definitiva per peculato, Alberto Pascali, che si è visto negare la possibilità di chiedere la messa alla prova ed è stato costretto a valicare la soglia del carcere di Bollate. In particolare, la Cassazione è intervenuta sulla successiva scarcerazione di Pascali, ordinata l’ 8 marzo dalla gip di Como Luisa Lo Gatto, convinta della inapplicabilità della norma che estende l’articolo 4 bis ai reati di corruzione, peculato compreso, anche per le condotte precedenti l’entrata in vigore della “spazza corrotti”. A chiamare in causa la Suprema corte è stata la Procura di Como, che ha impugnato l’ordinanza della gip. Nella decisione depositata ieri dalla Cassazione ci sono aspetti di straordinario interesse. Senz’altro quello della probabile irragionevolezza della “spazza corrotti” nella parte in cui estende il 4 bis a reati come il peculato, e assimila così i “corrotti” a mafiosi e terroristi. Vizio energicamente denunciato nella memoria difensiva predisposta, per Pascali, dal professor Vittorio Manes e dall’avvocato Paolo Camporini. «In particolare la condotta di peculato», afferma la Cassazione, «non appare contenere — fermo restando il suo comune disvalore — alcuno dei connotati idonei a sostenere una accentuata e generalizzata considerazione di elevata pericolosità del suo autore, trattandosi di condotta realizzata senza uso di violenza o minaccia e difficilmente inquadrabile — sul piano della frequenza statistica — in contesti di criminalità organizzata». In altre parole, non si può trattare il peculato come la mafia.

Il carcere e la riforma. Non è finita qui. Perché nel ritenere irragionevole precludere l’accesso immediato, per i corrotti, a misure alternative come la messa alla prova, la Cassazione “resuscita”, per così dire, la riforma del carcere in realtà mai venuta alla luce. Lo fa con un omaggio ai principi di quella rivoluzione incompiuta, pure contenuti, sotto forma di delega, in una legge entrata in vigore: «Va segnalato come nella scorsa legislatura», ricorda la Cassazione, «siano stati approvati in Parlamento più punti di legge delega — la n. 103 del 2017 ( la riforma penale dell’ex ministro Orlando, ndr) — tendenti alla riconsiderazione complessiva delle preclusioni legali di pericolosità in sede di accesso alle misure alternative, con riaffidamento al giudice del compito di valutare la sussistenza delle condizioni di ammissione». E, aggiunge la prima sezione persino con un certo “coraggio politico”, «il mancato esercizio, su tali aspetti, della delega, non ridimensiona la valenza obiettiva di una ampia convergenza di opinioni circa la necessaria riconsiderazione organica del sistema delle presunzioni, tradottasi», appunto, «in legge nel 2017». Nel sospettare l’incostituzionalità dell’estensione al peculato del regime ostativo ex articolo 4 bis, la Cassazione insomma si riconnette alla lavoro degli Stati generali dell’esecuzione penale. Quanto meno rispetto alla necessità di affidare al giudice la valutazione dell’effettiva, persistente pericolosità del soggetto. Una rivoluzione nella rivoluzione. Che non potrà certo far vivere una riforma penitenziaria lasciata morire, ma che almeno può eliminare le parti più irragionevoli della spazza corrotti.

·         Consip e la sindrome del ricorso e dell’indagine.

Da Il Fatto Quotidiano  il 3 ottobre 2019. Il complotto contro la famiglia Renzi non esisteva. Quello per bloccare le indagini sulla Centrale acquisti della pubblica amministrazione forse sì: sarà un processo a stabilirlo. Sono i cinque i rinvii a giudizio decisi dal gup di Roma, Clementina Forleo, sul caso Consip. A processo l’ex ministro e attuale deputato del Pd, Luca Lotti, l’ex consigliere economico di Palazzo Chigi Filippo Vannoni, l’ex comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette, il generale Emanuele Saltalamacchia e Carlo Russo, l’imprenditore amico di Tiziano Renzi. Prosciolti, invece, il maggiore Gianpaolo Scafarto e il colonnello Alessandro Sessa. La procura di Roma aveva chiesto il rinvio a giudizio degli imputati il 14 dicembre scorso. Contestualmente anche una serie di archiviazioni erano state respinte: compresa quella del padre dell’ex premier. L’ufficio inquirente capitolino intende comunque impugnare davanti alla Corte d’Appello il proscioglimento di Scafarto e Sessa. Le accuse a Luca Lotti – Il nome più noto che adesso dovrà affrontare un processo è ovviamente quello dell’ex sottosegretario di Matteo Renzi: gli inquirenti romani lo accusavano di favoreggiamento per aver rivelato l’inchiesta a Luigi Marroni, ex amministratore delegato dell’azienda che gestisce gli appalti pubblici. L’iscrizione nel registro degli indagati di Lotti – come rivelato da Marco Lillo sul Fatto Quotidiano – risale al 21 dicembre del 2016, il giorno dopo l’audizione, davanti agli inquirenti di Napoli, dello stesso Marroni, che aveva ammesso di aver saputo dal ministro dell’indagine aperta dalla procura partenopea. Il fascicolo passò subito a Roma per competenza e il 27 dicembre Lotti si presentò a Piazzale Clodio per essere sentito dagli investigatori. Poi il 14 luglio del 2017 era stato interrogato dei pm sostenendo la totale estraneità. La procura, però, quei fatti ha continuato a contestarglieli. Lo scorso 24 giugno l’ex ministro proprio al gup Forleo ha ribadito la sua versione: “Non sapevo dell’indagine. Non potevo riferire a Marroni ciò che non conoscevo”. Le contestazioni a Saltalamacchia, Del Sette e Vannoni – Favoreggiamento è il reato contestato dalla procura anche il generale Emanuele Saltalamacchia: per l’accusa invitò Marroni a essere prudente perché la procura di Napoli stava indagando. Viene contestata invece la rivelazione di segreto d’ufficio al generale Tullio Del Sette che, stando alla procura di Roma, rivelò a Luigi Ferrara, presidente della Consip, l’inchiesta a carico dell’imprenditore di Alfredo Romeo. Sempre favoreggiamento – per aver avvertito Marroni – è il reato contestato a Filippo Vannoni, già presidente di Publiacqua Firenze ed ex consigliere di Palazzo Chigi ai tempi in cui il premier era Renzi. Questo era il capitolo delle cosiddette “soffiate” che nei fatti sabotarono l’inchiesta aperta dalla procura di Napoli sugli appalti Consip. Il caso Scafarto e Sessa – L’ufficio inquirente all’epoca guidato da Giuseppe Pignatone, però, aveva chiesto il rinvio a giudizio anche di Scafarto, ex capitano del Noe dei carabinieri – poi promosso maggiore – per violazione di segreto, falso in atto pubblico e depistaggio: l’ultima accusa è contestata in concorso con Sessa. Secondo i pm Scafarto svelò al vicedirettore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo, il contenuto delle dichiarazioni di Marroni e Ferrara agli inquirenti di Napoli e l’iscrizione di Del Sette, atto coperto da segreto. Al militare veniva contestato anche il falso relativo all’informativa in cui attribuiva la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” a Romeo. In realtà a pronunciare quella frase (senza che si riferisse a Tiziano Renzi) era stato l’ex parlamentare Italo Bocchino. Scafarto ha sempre ribadito di non aver “mai taroccato” alcuna informativa. Ma, stando all’accusa, nell’informativa aveva inserito anche il presunto coinvolgimento di “personaggi asseritamente appartenenti ai servizi segreti, ometteva scientemente informazioni ottenute a seguito delle indagini esperite”. Nell’informativa scrisse che aveva “il ragionevole sospetto di ricevere attenzioni da parte di qualche appartenente ai servizi”. Per gli inquirenti Scafarto aveva anche omesso una serie di particolari sull’auto e la targa del sospetto che in realtà risultava essere un cittadino italiano residente in zona. Anzi per la procura di Roma sarebbe stato proprio Scafarto a rivelare a ex carabinieri, ora in servizio all’Aise, l’indagine di Napoli. Sempre al militare, in concorso con Sessa, viene contestato il depistaggio per aver disinstallato whatsapp dallo smartphone del colonnello e impedire quindi agli inquirenti di ricostruire le loro conversazioni. Il gup però ha deciso di prosciogliere i due investigatori. Secondo il giudice da parte di Scafarto non ci fu l’alterazione di una informativa con l’obiettivo di arrestare Tiziano Renzi_ Si tratta di errore sicuramente involontario – afferma il giudice nella sentenza – presumibilmente dovuto a una omessa correzione dell’informativa al momento della sua ultima stesura a meno di non voler attribuire all’imputato comportamenti del tutto illogici e anzi schizofrenici”. Il passaggio dell’informativa finito agli atti dell’indagine è quello in cui la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” viene attribuita all’imprenditore napoletano, Alfredo Romeo, mentre a parlare è l’ex deputato di An Italo Bocchino. “Se Scafarto avesse comunque voluto inchiodare Renzi – prosegue Forleo – avrebbe sicuramente avuto gioco facile nella correzione dell’errore che era stato da altri compiuto e non avrebbe ripetutamente sollecitato tutti i suoi collaboratori a risentire le conversazioni, a chiedere di eventuali incontri tra Tiziano e Romeo e soprattutto a invitare tutti i predetti a una rilettura dell’informativa, evidentemente finalizzata a scongiurare errori”. Carlo Russo, il millantato credito e Tiziano Renzi – La procura contestava il millantato credito Russo, imprenditore amico di Tiziano Renzi. Il padre dell’ex premier era stato in un primo momento indagato per traffico di influenze e poi solo per millantato credito in concorso con lo stesso Russo nei confronti di Alfredo Romeo. Inoltre chi indaga è convinto che sia stato Tiziano Renzi a mettere in contatto Russo con Marroni, e che il padre dell’ex premier abbia effettivamente incontrato Alfredo Romeo nel 2015, a Firenze, in un periodo ritenuto, però, troppo lontano dai fatti in indagine. Stando al capo di imputazione l’imprenditore si faceva promettere da Romeo, 100mila euro all’anno, “come prezzo della propria mediazione” nei confronti di Daniela Becchini, all’epoca dei fatti dg del patrimonio Inps, Silvio Gizzi, all’epoca amminstratore delegato di Grandi Stazioni rail, Monica Chittò, all’epoca sindaca del comune di Sesto San Giovanni e infine Marroni, ex ad di Consip. Stando alle indagini le mediazioni dovevano riguardare commesse e appalti. Russo, avrebbe millantato con l’imprenditore napoletano (per cui la Cassazione aveva annullato l’arresto per corruzione il 9 marzo) anche il tramite dell’attuale sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per fargli ottenere un appalto indetto dal comune di Sesto. Era stato sempre Russo a “prospettare” a Romeo la mediazione – tramite Renzi senior – che doveva consistere nell’ottenere aggiudicazioni di appalti della Consip. Tutte mediazioni inesistenti, secondo gli investigatori. La procura però aveva chiesto l’archiviazione per “assenza di riscontri sull’ipotesi di reato” per il padre dell’ex premier anche se ritenuto “ampiamente inattendibile”. Le richieste di archiviazione respinte – Il gip di Roma ha però respinto la richiesta di archiviazione per Tiziano Renzi, l’ex parlamentare del Futuro e Libertà, Italo Bocchino, e dell’imprenditore napoletano, Alfredo Romeo, indagati per traffico di influenze. Quindi il giudice aveva fissato la camera di consiglio per il 14 ottobre anche per l’ex ad di Consip, Domenico Casalino, per l’ex dirigente Francesco Licci e per l’ex ad di Grandi Stazioni Silvio Gizzi, cui era inizialmente contestata la turbativa d’asta e anche per l’ex presidente di Consip, Luigi Ferrara, accusato di false dichiarazioni al pm. Il 3 marzo 2017 papà Renzi dichiarò di non aver “mai preso soldi”, che si trattava “di un evidente caso abuso di cognome”, di non aver mai incontrato Alfredo Romeo. Ma due anni dopo erano emersi nuovi elementi sull’incontro come scritto in esclusiva sul Fatto Quotidiano.

(ANSA il 3 ottobre 2019) - "La mattina del 23 dicembre 2016 ho letto la prima pagina del Fatto Quotidiano: il titolo d'apertura era "Indagato Lotti". È così che ho scoperto di essere indagato, leggendo un giornale. Non ho mai ricevuto l'avviso di garanzia, perché chiesi immediatamente di essere ascoltato dagli inquirenti. Da quella mattina sono passati oltre mille giorni: 1014 per l'esattezza". Lo scrive su Facebook Luca Lotti. "In questo lungo periodo il mio nome legato all'inchiesta Consip è stato tirato in ballo in oltre 2600 articoli sui giornali italiani (cui vanno aggiunti migliaia di lanci d'agenzie e un numero incalcolabile di servizi televisivi). Sempre nello stesso periodo io ho rilasciato solo tre dichiarazioni, per confermare la mia innocenza e la mia fiducia nella giustizia: da un punto di vista della comunicazione è come tentare di fermare uno tsunami con l'ombrello. Ma da parte mia, sia chiaro, non c'è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi nessuna responsabilità, aggiunge.

(ANSA il 3 ottobre 2019) - "Oggi, 3 ottobre 2019, il giudice per le udienze preliminari ha deciso che dovrà esserci un processo per accertare definitivamente la verità dei fatti. Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un 'non indagato'. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta. Ero e resto convinto che i processi si fanno nelle aule dei Tribunali e non sui giornali. Dimostrerò in quelle sedi la mia innocenza".

(ANSA il 3 ottobre 2019) - Da parte del maggiore del Noe, Gian Paolo Scafarto, non ci fu l'alterazione di una informativa con l'obiettivo di arrestare Tiziano Renzi. E' quanto afferma, in sostanza, il gup Clementina Forleo nella sentenza di proscioglimento anche dall'accusa di falso emessa oggi per Scafarto. "Si tratta di errore sicuramente involontario - afferma il giudice nella sentenza - presumibilmente dovuto a una omessa correzione dell'informativa al momento della sua ultima stesura a meno di non voler attribuire all'imputato comportamenti del tutto illogici e anzi schizofrenici". Il passaggio dell'informativa finito agli atti dell'indagine è quello in cui la frase "Renzi l'ultima volta che l'ho incontrato" viene attribuita all'imprenditore napoletano, Alfredo Romeo, mentre a parlare è l'ex deputato di An Italo Bocchino. "Se Scafarto avesse comunque voluto 'inchiodare' Renzi - prosegue Forleo - avrebbe sicuramente avuto gioco facile nella correzione dell'errore che era stato da altri compiuto e non avrebbe ripetutamente sollecitato tutti i suoi collaboratori a risentire le conversazioni, a chiedere di eventuali incontri tra Tiziano e Romeo e soprattutto a invitare tutti i predetti a una rilettura dell'informativa, evidentemente finalizzata a scongiurare errori".

(ANSA il 3 ottobre 2019) - La Procura di Roma impugnerà alla Corte d'Appello la sentenza con cui il gup di Roma, Clementina Forleo, ha prosciolto dalle accuse l'ex maggiore del Noe, Gian Paolo Scafarto, e il colonnello dell'Arma, Alessandro Sessa. E' quanto si apprende da fonti giudiziarie.

Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano”  il 4 ottobre 2019. Ci voleva il gup Clementina Forleo per sistemare in un colpo solo la Procura di Roma, il sistema renziano e i sottostanti giornaloni. Chi legge il Fatto non ne sarà stupito, visto che il caso Consip l'abbiamo sempre raccontato per quello che è: una doppia, gigantesca trama per pilotare il più grande appalto d'Europa in cambio di tangenti promesse al padre di Renzi e al suo galoppino; e poi, scoperti quei traffici dai pm napoletani Woodcock e Carrano e dal Noe, per rovinare l'indagine con fughe di notizie dal Giglio Magico ai trafficoni che smisero di trafficare e persino di parlare, facendo sparire le microspie da Consip. Chi invece seguiva lo scandalo sui tg e i giornali, si era fatto l'idea che pm e carabinieri eversivi avessero cospirato col Fatto per rovesciare il governo Renzi a colpi di false accuse, false intercettazioni, falsi verbali e false notizie contro quel martire di babbo Tiziano. Ora l'ordinanza del gup, che rinvia a giudizio i renziani Lotti, Vannoni, Russo e i generali Del Sette e Saltalamacchia per le soffiate sull' inchiesta, ma soprattutto proscioglie l'ex capitano Scafarto dalle accuse di falso e depistaggio, spazza via la più colossale fake news politico-giudiziaria mai vista dai bei tempi di Ruby nipote di Mubarak. Lo scandalo Consip, come aveva ben capito la Procura di Napoli, erano le trame sugli appalti e le soffiate sull' indagine, non certo gli errori in buona fede di Scafarto né gli scoop di Marco Lillo, come volevano far credere la Procura guidata da Pignatone e i suoi house organ, più impegnati a indagare su chi aveva indagato e informato che su chi aveva trafficato. Ora qualcuno, se proprio non riesce a vergognarsi, dovrebbe almeno scusarsi. Scafarto, che coordinava l' indagine del Noe, fu scippato dell' inchiesta, poi indagato e addirittura interdetto dall' Arma: tutto perché, in un'informativa con migliaia d' intercettazioni, aveva invertito i nomi dell' imprenditore Romeo e del consulente Bocchino. Quella svista, che ora il gup giudica "sicuramente involontaria" (le trascrizioni erano corrette e l'ufficiale raccomandò ai suoi di rileggerle per evitare errori), gli costò l'accusa di falso e depistaggio e la fama di taroccatore di prove per "incastrare" direttamente Tiziano e indirettamente Matteo. I giornaloni abbandonarono i condizionali sempre usati per Lotti e babbo Renzi (anche su fatti assodati) e passarono all' indicativo, dando per certo il dolo del capitano. Repubblica titolò: "Due carte truccate", "Così hanno manipolato le carte per coinvolgere Palazzo Chigi". Ed evocò addirittura "la sentina dei giorni peggiori della storia repubblicana". Tipo il piano Solo, il golpe Borghese, la strategia della tensione, la P2 . Carlo Bonini sentenziò che Scafarto "ha costruito consapevolmente due falsi", una "velenosa polpetta" per incastrare i Renzis e "alimentare una campagna di stampa che, con perfetta sincronia e sapiente "fuga di notizie" (lo scoop del Fatto, ndr)" doveva costringere la povera Procura di Roma a seguire quella deviata di Napoli. Le stesse fandonie uscirono quando Lillo fu indagato per violazione di segreto in combutta con Woodcock e la Sciarelli (poi prosciolti con tante scuse, anzi senza). Non contenta, Repubblica (col Corriere e il Messaggero) pubblicò un verbale taroccato del procuratore di Modena Lucia Musti contro Scafarto e il capitano Ultimo, che le avrebbero intimato di "far esplodere la bomba" Consip per "arrivare a Renzi". Poi si scoprì che la Musti aveva detto tutt' altro. Da allora Renzi grida alla congiura contro il suo governo (peraltro caduto da solo, dopo la disfatta referendaria del 4 dicembre 2016, due settimane prima dello scoop del Fatto): "Lo scandalo Consip è nato per colpire me e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il premier. Io lo so bene chi è il mandante". E i migliori cervelli del Pd a ruota. Orfini: "Questo è il Watergate italiano, un caso di eversione, un attacco alla democrazia". Zanda, Fassino, Nencini e il duo Andrea Romano-Mario Lavia: "Complotto". E l'allora direttore di Repubblica, con grave sprezzo del ridicolo: "L'idea che sia possibile disarcionare un primo ministro o chiudere una carriera politica attraverso la manipolazione di intercettazioni e un uso sapiente delle rivelazioni ai giornali è sconvolgente Resta la necessità di liberare le istituzioni da pezzi di apparati che, come troppe volte nella storia d'Italia, agiscono in modo deviato ed eversivo". Parole degne di Sallusti, Feltri e Belpietro sui processi a B.: dalle "intercettazioni a strascico" alla giustizia a orologeria di Woodcock e Scafarto che nel "dicembre 2016, un mese politicamente decisivo per il Paese decidono i tempi" e imbeccano il Fatto, che "avvisa della tempesta che sta per succedere perché la bomba scoppi". Poi la bomba si rivela un'autobomba del Bomba. Il Watergate, un Water closed. Il Piano Solo, un Piano Sòla. E ora il gup scrive che gli unici depistaggi "volti a impedire il regolare corso delle indagini" sono quelli di "ambienti istituzionali vicini all' allora presidente del Consiglio Matteo Renzi". Ma intanto il polverone ha sortito i suoi effetti, dirottando l'attenzione generale dal vero scandalo Consip a quello falso, consacrando i dogmi dell'Immacolato Pignatone e del peccato originale napoletano, e fiancheggiando la sterilizzazione dell' indagine. Che, per fortuna, è stata sventata dai due gip: la Forleo ha prosciolto Scafarto (salvo ricorsi dei pm in appello); e Gaspare Sturzo ha respinto la richiesta d'archiviazione per Tiziano e Romeo. Intanto si son persi tre anni: l'ordinanza di ieri riporta le lancette dell' orologio al Natale 2016, quando l' indagine passò da Napoli a Roma. Tutto quel che è stato fatto, detto e scritto da allora è carta straccia. Come ha sempre sostenuto il Fatto, in beata solitudine.

Consip e la sindrome del ricorso. L'ente al centro di inchieste famose detiene il record dei contenziosi nelle gare bandite. Ecco cause e conseguenze. Fabio Amendolara l'11 luglio 2019 su Panorama. La sindrome da ricorso si scatena ogni qual volta un ufficiale giudiziario romano si presenta nella sede legale di Consip, la centrale unica degli appalti pubblici, per la notifica di un procedimento giudiziario. La cadenza? Un giorno sì e l’altro pure. Tar, Consiglio di Stato e Tribunali civili sono zeppi di procedimenti contro la Concessionaria dei servizi informativi pubblici. Il risultato è questo: i grandi appalti sono impaludati. Ogni lotto un ricorso. Tanto che la Sezione di controllo della Corte dei conti nell’ultima relazione depositata (maggio 2019) ha rilevato che «i grandi appalti Consip giungono a far registrare un tasso di impugnazione che sfiora il 30 per cento, a fronte del 2,7 per cento nazionale». Ossia: la media dei ricorsi per gli appalti banditi dagli altri enti non arriva al 3 per cento. Le contestazioni contro Consip superano il dato di dieci volte. La statistica analizzata è ufficiale ma non è completa, perché riguarda solo i dati che possiede l’Ufficio studi, massimario e formazione del Consiglio di Stato. Mancano all’appello i ricorsi cautelari d’urgenza presentati in sede civile. Un esempio da record: la sola gara numero 1.460, relativa a servizi di pulizia del Servizio sanitario nazionale, dell’importo di un miliardo e mezzo di euro, è stata interessata da 13 ricorsi. E i tempi, quando c’è la giustizia di mezzo, si fanno lunghi. I ricorsi totali ancora pendenti sono 210. Dal 2012 a oggi, su un totale di 806 ricorsi notificati, ne sono stati definiti 596, di cui 370 di primo grado e 226 in quelli successivi. Nel solo primo semestre del 2019, sono arrivati 63 ricorsi freschi freschi. Tre riguardano la pulizia delle caserme, tre la pulizia dei musei, due il Polo museale della Lombardia e il Cenacolo vinciano, uno il Parco archeologico di Paestum. Quelli pendenti, invece, al primo trimestre 2019, sono 51. Alcuni procedimenti sono tortuosi e complicati. Quello per la pulizia delle caserme militari, per esempio. In considerazione delle clausole contrattuali che consentivano di valutare l’intesa anticoncorrenziale accertata, il 16 giugno 2017 la Consip si determinò a escludere i due operatori che l’avevano vinta per violazione dei regolamenti. E questo è un tema su cui Consip è molto rigida, anche perché tra gli obiettivi della Centrale appaltante c’è quello di riqualificare la spesa pubblica e renderla più efficiente e trasparente, fornendo alle amministrazioni strumenti per gestire i propri acquisti, stimolando proprio le imprese al confronto competitivo. Come in questo caso, però, non tutto è filato liscio. Il contenzioso pende ancora davanti ai giudici amministrativi, nonostante il Tar del Lazio abbia già dato ragione a Consip. Le società hanno impugnato la sentenza al Consiglio di Stato, richiedendo le sospensioni. E il Consiglio di Stato ha sospeso la sentenza di primo grado. Effetto generato: Consip ha dovuto riammettere alla gara le due società escluse. Situazione risolta? Manco a dirlo. Tutto congelato fino alla decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea che dovrà pronunciarsi sulla questione dell’illecito anticoncorrenziale. Che, di fatto, è il tema principale dei giudizi in cui inciampa la Centrale unica degli appalti. Nell’attesa, e per prevenire ulteriori contenziosi, considerata la complessità della questione, Consip ha richiesto al Consiglio di Stato dei chiarimenti, delle linee guida per indirizzare in modo corretto le attività legate all’aggiudicazione della gara e per evitare altri contenziosi. Le controversie più frequenti ma anche più spinose riguardano soprattutto i servizi di pulizia e il cosiddetto facility management, termine entrato nello slang dell’«appaltologia» italiana e che indica la gestione dei servizi integrati: a partire dalla sanificazione all’energia elettrica, fino ad arrivare alla manutenzione e alla vigilanza. La corona da re dei contenziosi se la sono guadagnata sul campo due cartelli: al primo posto c’è il colosso delle cooperative rosse Manutencoop che nel 2017 ha avviato ben 21 contenziosi verso la Consip e nel 2018 (ultimo dato disponibile), insieme alla Rekeep, ne ha presentati 39; seconda sul podio è la Romeo gestioni (22 ricorsi in sei anni) e nel 2018 si è arrivati a quota 34. La Romeo gestioni è famosa anche per l’indagine penale che ha coinvolto il vecchio management e il ministro Luca Lotti, accusato di favoreggiamento perché avrebbe rivelato all’allora amministratore delegato della società di appalti pubblici Luigi Marroni l’esistenza dell’inchiesta coordinata dal pm anglonapoletano Henry John Woodcock. La questione contenziosi, comunque, è una brutta gatta da pelare. Si traduce in una crescita di costi per lo Stato, per colpa dei ritardi e per le proroghe tecniche. I servizi, infatti, non si fermano. Continuano in regime di proroga all’impresa che già deteneva l’appalto. Molti dei ricorsi, poi, si rivelano pretestuosi e a spesso infondati. Il totale dei giudizi favorevoli a Consip è pari a circa il 77 per cento. Bene che vada, però, le questioni si chiudono con semplici rallentamenti nelle procedure e con oneri economici per l’ente. Fino a qualche tempo fa l’ufficio legale si avvaleva di consulenze di primo piano e, ovviamente, le parcelle erano salate. Tanto che è arrivato più di qualche rimbrotto dalla Corte dei conti. Soprattutto per gli affidamenti «in via diretta e continuativa». La cerchia era ristretta: e i fascicoli finivano sempre agli stessi quattro avvocati (tra i quali spicca il nome di Alberto Bianchi, famosissimo avvocato del renzismo, fondatore della Fondazione Open e difensore del rottamatore Matteo Renzi) pur avendo a disposizione una trentina di legali interni con idoneo titolo di abilitazione. Il danno erariale, come riporta in un servizio su Il Tempo Valeria Di Corrado, stimato dai giudici contabili era coincidente con l’ammontare degli incarichi conferiti: 4,3 milioni di euro. Una cifra decisamente non irrisoria. Per correre ai ripari Consip si è rivolta all’Avvocatura dello Stato e, ad aprile, è stato siglato un protocollo che porta la firma dell’amministratore delegato Cristiano Cannarsa e dell’avvocato generale dello Stato Massimo Massella Ducci Teri. Gli scatoloni con i fascicoli sono già in fase di trasloco.

Più che un “caso Consip” esiste un “caso indagine Consip”. Il lavoro della procura ha portato ad alcune richieste di archiviazione, in particolare per il padre di Matteo Renzi, e a una serie di rinvii a giudizio. Che però non riguardano la corruzione. Massimo Bordin il 19 Febbraio 2019 su Il Foglio.  Su una cosa, a proposito della vicenda dell’inchiesta Consip, al Fatto Quotidiano hanno ragione. Questa storia delle querele incrociate causate dal recente libro di Matteo Renzi ha la consistenza della panna montata. Solo per avere un quadro preciso di chi annuncia di querelare chi, viene il mal di testa. Se tutti poi dovessero sul serio tenere fede ai loro bellicosi propositi giudiziari ne uscirebbe un guazzabuglio inestricabile che avrebbe l’unico effetto di non chiarire nulla. Sin qui si può convenire. C’è però un dato incontrovertibile che riguarda l’indagine della procura romana che comprensibilmente al Fatto non apprezzano. Il lavoro della procura ha portato ad alcune richieste di archiviazione, in particolare per il padre di Matteo Renzi, e a una serie di rinvii a giudizio che però mostrano come più che un “caso Consip” esista, secondo i pm, un “caso indagine Consip”. I rinvii a giudizio riguardano non la corruzione ma una fuga di notizie sull’inchiesta oppure reati gravi come il falso e il depistaggio imputati al maggiore Scafarto. Resta accusato Carlo Russo, incontestabilmente amico di Tiziano, ma l’imputazione di millantato credito mostra che i pm pensano al massimo che Tiziano Renzi da certi amici avrebbe fatto meglio a guardarsi. Resta infine una mail di Scafarto in cui l’allora capitano invita un ex collega del Noe passato ai servizi segreti a informare “il capo” dello stato delle indagini su Consip. Il Fatto ha trattato il capitano Ultimo, non può che essere lui “il capo”, come un pasticcione o un poco di buono per la vicenda del covo di Riina ma in questo caso lo difende. Qui non si vuol fare lo stesso percorso al contrario ma un chiarimento pare necessario.

A che punto è il caso CONSIP. Il Post martedì 30 ottobre 2019. La procura di Roma ha concluso l'indagine sulla vicenda che riguardava il padre di Matteo Renzi, e che nel tempo è diventata un'inchiesta su come si fanno le inchieste in Italia. Dopo più di due anni la procura di Roma ha concluso le indagini sul cosiddetto “caso CONSIP“, la complicata vicenda giudiziaria partita da una sospetta di fuga di notizie e trasformatasi in un’inchiesta sugli ambigui rapporti tra stampa, politica, magistratura e forze dell’ordine. Le indagini si sono concluse con la richiesta di archiviazione per quello che ne era diventato il principale protagonista, Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio. Secondo i magistrati non ci sono sufficienti prove che Tiziano Renzi abbia utilizzato le sue relazioni e le sue parentele per ottenere favori che non gli erano dovuti, nemmeno per andare a processo. Per altri importanti protagonisti dell’inchiesta la procura chiederà invece il rinvio a giudizio: i generali dei carabinieri Tullio Del Sette ed Emanuele Saltalamacchia, accusati di aver rivelato notizie riservate su indagini in corso; Luca Lotti, ex segretario alla presidenza del Consiglio, accusato di aver rivelato quelle stesse notizie riservate alla persona oggetto delle indagini (cioè Luigi Marroni, l’ex ad di CONSIP, la società che si occupa di appalti per la pubblica amministrazione che dà il nome all’inchiesta). La procura chiederà il rinvio a giudizio anche per diversi altri ex manager di CONSIP e altri dirigenti pubblici, tutti accusati di aver avuto un ruolo nella fuga di notizie. Altre richieste di rinvio a giudizio riguarderanno probabilmente altri due carabinieri: il maggiore Gianpaolo Scafarto e il suo diretto superiore, il colonnello Alessandro Sessa, accusati di aver falsificato verbali e intercettazioni per cercare di incastrare Tiziano Renzi e alzare così il profilo politico dell’indagine. I due sono anche accusati di aver rivelato ai loro superiori dettagli sulle indagini sui quali erano invece tenuti alla riservatezza. All’epoca delle indagini Scafarto e Sessa erano due uomini di fiducia di Henry John Woodcock, il primo magistrato a occuparsi del caso, sospettato e poi prosciolto per alcune fughe di notizie ricevute dai giornali e ora sotto processo da parte del CSM per il trattamento brutale a cui avrebbe sottoposto uno degli indagati. L’inchiesta CONSIP iniziò nell’estate del 2016, quando Woodcock cominciò a sospettare che l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo avesse corrotto dei funzionari di CONSIP per ottenere alcuni appalti nella sanità campana. La procura di Napoli piazzò alcune microspie negli uffici di Luigi Marroni, amministratore delegato di CONSIP, ma qualcuno lo avvertì dell’indagine e Marroni fece “bonificare” i suoi uffici. Quando fu interrogato dai magistrati, Marroni fornì l’elenco di chi lo aveva avvertito delle indagini: i generali Del Sette e Saltalamacchia (il primo comandante in capo dei Carabinieri, proveniente dalla Toscana, il secondo comandante dei carabinieri toscani), il presidente di CONSIP Luigi Ferrara, il presidente della società idrica toscana Filippo Vannoni e infine l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti. Alla fine del 2016 l’inchiesta venne divisa per ragioni di competenza territoriale: la parte che riguardava CONSIP e Marroni passò alla procura di Roma, mentre a Woodcock rimase la parte che riguardava l’imprenditore Romeo. Proprio in quei giorni ci fu una fuga di notizie a favore del giornalista del Fatto Quotidiano Marco Lillo. In una serie di articoli a fine dicembre, Lillo rivelò per primo l’esistenza dell’indagine. Lillo sarà al centro di numerose altre fughe di notizie dell’indagine i cui autori non sono mai stati identificati. Per esempio fu sempre Lillo a pubblicare il testo di un’intercettazione telefonica tra Matteo Renzi e suo padre realizzata per ordine di Woodcock nel marzo del 2017 (Woodcock continuò a intercettare Renzi nonostante il filone che lo riguardava fosse stato spostato a Roma oltre tre mesi prima). Quando nel dicembre 2016 Lillo pubblicò i suoi articoli fece un accenno anche a Tiziano Renzi, che però all’epoca non era ancora indagato. Il coinvolgimento del padre dell’allora presidente del Consiglio è secondario rispetto alla vicenda principale, cioè la fuga di notizie sulle microspie nell’ufficio dell’amministratore di CONSIP Luigi Marroni. Secondo Woodcock, Renzi e un suo “amico di famiglia” (l’imprenditore Carlo Russo) avrebbero promesso a Romeo (l’imprenditore che avrebbe corrotto funzionari CONSIP per ottenere appalti nella sanità campana: quello da cui è partito tutto) di usare la loro influenza su Marroni per facilitare i suoi affari in cambio di denaro. Quando però la procura di Roma ricevette le carte dell’inchiesta scoprì una serie di errori e irregolarità che riguardavano proprio la posizione di Renzi, e che erano stati compiuti dai carabinieri che avevano svolto le indagini per conto di Woodcock. Alcuni verbali di intercettazioni erano stati alterati, mentre altri episodi erano stati nascosti o esagerati, all’apparenza con lo scopo di incastrare Tiziano Renzi e alzare così il profilo politico dell’indagine (che fino a quel momento era un’inchiesta su un importante imprenditore napoletano, ma di interesse soprattutto locale). Negli anni l’inchiesta – partita come un caso di corruzione – si è profondamente trasformata ed è finita con il diventare un’inchiesta sull’inchiesta stessa. Il filone principale oggi riguarda infatti un reato “generato” dalla stessa inchiesta, ossia la fuga di notizie sulle microspie installate nell’ufficio di Marroni. Questa fuga di notizie proveniva da chi stava realizzando le indagini ed è poi arrivata agli ambienti politico-amministrativi toscani, in particolare quelli vicini al centrosinistra di Matteo Renzi. Secondo i magistrati qualcuno fece arrivare informazioni sull’indagine CONSIP ai capi dei carabinieri toscani, che a loro volta ne informarono il sottosegretario Lotti e un buon numero di alti dirigenti pubblici toscani. Il filone secondario su Tiziano Renzi e i suoi ipotetici traffici di influenze sembra invece essersi esaurito per mancanza di prove (uno degli elementi più bizzarri in mano all’accusa era un biglietto trovato in una discarica con le iniziali “TR”). Il terzo filone ancora aperto riguarda di nuovo l’inchiesta stessa più che i fatti che l’hanno prodotta, ossia i depistaggi e le fughe di notizie ai danni di Tiziano Renzi, compiute secondo i magistrati dai due carabinieri che condussero la fase più importante delle indagini.

Tutte le tappe della vicenda Consip: l'infografica. L'inchiesta si è chiusa con sette domande di rinvio a giudizio. Ecco tutte le tappe che hanno portato alla richiesta di processo. La Repubblica il 14 dicembre 2018. Per il caso Consip la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di sette persone: Luca Lotti, ex ministro dello Sport, accusato di favoreggiamento; Tullio Del Sette, ex comandante dei carabinieri, cui è contestata anche la rivelazione del segreto. E poi Emanuele Saltalamacchia, ex comandante della Legione Toscana, accusato di favoreggiamento. Giampaolo Scafarto, l'ufficiale che guidava le indagini, accusato di reati che vanno dal falso alla rivelazione del segreto d'ufficio. Alessandro Sessa, colonnello e numero due del Noe, cui è contestato il depistaggio; Filippo Vannoni, ex consulente di Palazzo Chigi: nei suoi confronti si procede per favoreggiamento; Carlo Russo, faccendiere amico di Tiziano Renzi: la procura lo accusa di millantato credito.La timeline

Novembre 2016. La Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Napoli indaga su presunti appalti truccati all’ospedale Cardarelli. Nel mirino la società di Alfredo Romeo: alcuni dipendenti sono sospettati di avere dei contatti con la camorra.

Dicembre 2016. L’inchiesta si allarga a Roma e coinvolge la Consip, centrale unica per i servizi della pubblica amministrazione. In particolare si indaga sulla gara per il “Facility management”, del valore di 2,7 miliardi di euro, di cui Romeo si è aggiudicato tre lotti (valore 600 milioni), per la gestione dei palazzi delle istituzioni a Roma.

23 dicembre 2016. Trapela la notizia che il ministro allo Sport Luca Lotti (già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Renzi) è indagato per rivelazione di segreto istruttorio. Indagato anche il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. Secondo l’accusa, i due hanno avvisato i vertici Consip dell’esistenza di un’indagine e della presenza di microspie.

27 dicembre 2016. Luca Lotti viene interrogato a Roma dal pubblico ministero Mario Palazzi e respinge le accuse: “Non sapevo dell’esistenza di un’inchiesta, quindi non avrei potuto rivelare a qualcuno circostanze dell’indagine in corso”.

16 febbraio 2017. Tiziano Renzi, padre di Matteo, riceve un avviso di garanzia dalla procura di Roma per “traffico di influenze illecite”: secondo l’ipotesi di accusa, insieme all’imprenditore toscano Carlo Russo, si sarebbe dato da fare per facilitare Alfredo Romeo e fargli ottenere gli appalti Consip.

1 marzo 2017. Arrestato a Napoli Alfredo Romeo, con l’accusa di corruzione nei confronti di Marco Gasparri, dirigente Consip (a sua volta indagato): secondo l’accusa, Romeo gli avrebbe versato somme per 100 mila euro, a partire dal 2012.

03 marzo 2017. Tiziano Renzi interrogato per 4 ore a Roma dal procuratore aggiunto Paolo Ielo. “Quello di cui stiamo parlando – dice il suo legale Federico Barattini – è un classico caso di abuso di cognome. Qualcuno ha abusato del nome di Tiziano Renzi. Lui non è mai stato in Consip e non ha mai preso un soldo, non ha mai avuto rapporti con Alfredo Romeo. Non lo ha mai visto”.

03 marzo 2017. Tra le carte dell’inchiesta spunta “Mister X”: un uomo che Tiziano Renzi ha incontrato nel parcheggio dell’aeroporto di Fiumicino il 7 dicembre. Ma lo stesso Renzi smonta il caso, sostenendo che si tratta di una persona con la quale ha rapporti di lavoro e ne fa il nome agli inquirenti.

06 marzo 2017. Mister X esce allo scoperto: si tratta di Alessandro Comparetto, direttore generale della società di poste private Fulmine Group: “Sono stato io a incontrare Tiziano Renzi a Fiumicino”. L’uomo è estraneo all’inchiesta.

06 marzo 2017. Alfredo Romeo, interrogato dal giudice delle indagini preliminari Gaspare Sturzo nel carcere di Regina Coeli dove è detenuto dopo l’arresto, non risponde alle domande, avvalendosi della facoltà concessa agli indagati. I suoi legali depositano una memoria: “L’immagine di Romeo come grande corruttore non è corretta”.

15 marzo 2017. I pm Henry John Woodcock e Celeste Carrano hanno disposto perquisizioni nell'ufficio del direttore generale per la gestione e manutenzione degli edifici giudiziari napoletani, Emanuele Caldarera, e presso gli uffici della Romeo Gestioni al Centro direzionale e presso il Palazzo di Giustizia.

29 marzo 2017. Consip, Emiliano ascoltato in procura a Roma per gli sms ricevuti da Lotti e Tiziano Renzi.

10 aprile 2017. Il capitano del Noe, Giampaolo Scafarto, è indagato dalla procura di Roma per falso. Autore di un'informativa, avrebbe accreditato erroneamente la tesi della ingerenza dei servizi segreti nel corso degli accertamenti e avrebbe poi falsamente attribuito ad Alfredo Romeo e non al suo collaboratore Italo Bocchino la frase intercettata: "...Renzi l'ultima volta che l'ho incontrato". Interrogato si è avvalso della facoltà di non rispondere.

16 maggio 2017. Le intercettazioni delle telefonate tra l'ex premier e il padre alla vigilia dell'interrogatorio sull'inchiesta Consip pubblicate dal Fatto, contenuta nel nuovo libro di Marco Lillo Di padre in figlio. Tiziano Renzi nega la cena con Alfredo Romeo in un ristorante "ma potrei averlo incontrato al bar".

27 giugno 2017. La procura di Roma iscrive per rivelazione del segreto il pm Henry John Woodcock, la sua compagna Federica Sciarelli (volto di “Chi l'ha visto") e il giornalista de Il Fatto Marco Lillo.

16 settembre 2017. A Woodcock i colleghi romani contestano anche il falso per le informative "sbagliate" del Noe.

2 ottobre 2017. Viene chiesta l’archiviazione per Woodcock e Sciarelli (il gip la dispone il 17 gennaio 2018).

29 ottobre 2017. I pm notificano la conclusione indagini a 7 indagati. Per gli altri, tra i quali Tiziano Renzi e Italo Bocchino, viene chiesta l'archiviazione.

·         Gli Iter farraginosi dei malpensanti provocano ad ogni appalto una tangente.

 Saul Caia per ilfattoquotidiano.it il 13 novembre 2019. Un progetto da quasi 15 milioni di euro alla raffineria di Gela, finanziato dall’Eni nel 2013, a un’azienda che in precedenza aveva ricevuto appalti “per somme non superiori ai 300 mila euro”. Nei numerosi atti d’inchiesta sul cosiddetto “sistema” di Antonello Montante, condannato in primo grado (in abbreviato) a 14 anni per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, la squadra mobile di Caltanissetta descrive i “personali e diretti interessi” dell’ex presidente di Confindustria Sicilai in “attività gestite dall’Eni”. In una comunicazione di notizie di reato del 2018 gli investigatori citano la “gara d’appalto per il trattamento dei rifiuti”, vinta dalla Petroltecnica Spa, dell’imprenditore romagnolo Mario Pompeo Pivi, specializzata nel settore bonifiche e trattamento rifiuti, che operava anche nei poli petrolchimici di Priolo e Milazzo. A “fiutare” l’affare per “veicolare i lavori”, sarebbe stato proprio “l’apostolo dell’antimafia”, come era chiamato Montante ai tempi in cui era considerato un paladino della legalità. “Avevo già un contratto alla raffineria di Gela per la gestione dei rifiuti, quindi ho proposto all’ingegnere Bernardo Casa, che conoscevo, di realizzare un impianto per trattarli in modo da non farli uscire dal territorio – spiega Pivi a Il Fatto -. Cercavo un partner locale, mi è stato suggerito di rivolgermi a Confindustria Caltanissetta e ad Antonello Montante”. Sono gli anni dell’ascesa di Montante, “indicato – si legge negli atti – come referente per l’area di Gela dal personale della raffineria”. “Una strettissima vicinanza ai vertici di Eni” documentata dai lui stesso in un file excel, trovato nel pc della sua casa a Serradifalco, in cui annotata incontri, pranzi e cene, tra il 2010 e il 2015, con la futura presidente Emma Marcegaglia, i manager Claudio Descalzi, Salvatore Sardo, Claudio Granata, Domenico Noviello, Bernardo Casa e molti altri. “Era l’estate 2013 quando alla raffineria di Gela ho incontrato Montante accompagnato da Ivan Lo Bello – spiega Pivi -, gli ho fatto vedere il progetto e siamo diventati soci”. Lo Bello è l’ex “gemello” di Montante nel mondo dell’antimafia: i due imprenditori percorrono insieme la scalata ai vertici degli industriali, iniziata dalla camera di commercio a Confindustria, fino alla vicepresidenza nazionale. A Ivan, banchiere con un’azienda nel settore dolciario, la delega all’education, mentre per Antonello, che produce biciclette e ammortizzatori, quella della legalità. In mezzo le inchieste giudiziarie. Lo Bello era finito indagato per associazione per delinquere a Potenza, poi archiviata a Roma, sugli sviluppi della vicenda Petrolgate e il giacimento Tempa Rossa in Basilicata: era accusato di aver influito nella gestione di alcuni affari al porto di Augusta. Montante, già condannato lo scorso maggio a Caltanissetta, è indagato anche per concorso esterno in associazione mafiosa e per i presunti fondi neri legati alle sue aziende. Pivi, Montante e Lo Bello si uniscono nella Terranova di Sicilia Srl, suddividendo le quote tra Petroltecnica Srl e Calta Srl. In realtà la società era stata costituita nel 2010 a Caltanissetta, ma diventa attiva solo tre anni dopo. Per gli inquirenti, la “Calta è riconducibile a Montante”, perché amministrata da Claudio Contarelli, suo uomo di fiducia, con un capitale di 10mila euro, sottoscritto da Massimo Meoni (2%) e dalla società “Compagnia Fiduciaria e di Trust Spa – Melior Trust Spa” (98%). Gli inquirenti non hanno dubbi, Montante e Lo Bello erano i “soci occulti”. “In buona sostanza – scrivono – fiutando la possibilità di veicolare i lavori per la realizzazione e la gestione della piattaforma, Montante e Lo Bello hanno utilizzato una società apparentemente a loro non riconducibile”. “All’inizio la cosa un po’ mi puzzava, avevo chiesto perché non volessero essere presenti e mi diedero una spiegazione plausibile, dicendomi che era per evitare problemi contro tutti quelli che avevano contro – racconta Pivi -. Mi fidavo, contavo molto sul loro supporto in zona, si presentavano come l’élite, l’antimafia che lottava contro il pizzo”. “Stiamo parlando di cose assurde, non ho mai fatto niente e non c’è nulla – precisa Lo Bello -. Certo che conosco Pivi, mi ricordo di aver partecipato all’incontro, mi hanno proposto questo progetto, ho visto che la cosa non era piacevole e ho fatto subito un passo indietro”. L’Eni conferma che i loro “dirigenti locali” sapevano che c’erano Montante e Lo Bello dietro la Terranova, “circostanza appresa dopo l’aggiudicazione della gara a Petroltecnica” e alla “presentazione del piano industriale della società”. Sarà Montante a farla associare a Confindustria nel febbraio 2014, presentandola all’assemblea del consiglio direttivo del Centro Sicilia. La “gara appalto – precisa Eni – per la gestione e lo smaltimento di rifiuti gestita dalla Raffineria di Gela (Ra.Ge. Spa)” è vinta “tra 12 partecipanti”, “nel gennaio 2013 dalla società Petroltecnica”. Appena un anno dopo, la società ha “chiesto ed ottenuto la voltura del contratto al Raggruppamento Temporaneo di Impresa Petroltecnica/Terranova di Sicila S.r.l”, e “il valore residuo dell’appalto era di circa 15 milioni di Euro”. “Parliamo di 5-6 milioni di euro, non di quelle cifre, Terranova non ha diviso utili – dice Pivi -, Montante e Lo Bello non ci hanno guadagnato un euro”. La Calta (oggi in liquidazione) nel 2016 cede la sua parte di quote alla Petroltecnica, che subito dopo decide di chiudere la Terranova. Dopo aver ricevuto tutte le autorizzazioni regionali, il prossimo marzo entrerà in funzione l’impianto a Gela per trattare i rifiuti, realizzato dalla società romagnola. “Sull’atto pratico, Montante e Lo Bello non hanno fatto assolutamente niente, con loro ho solo perso tempo – aggiunge Pivi -, è stata una brutta esperienza, quando nel 2015 ho letto sulla stampa di Montante, mi sono preoccupato e ho chiesto di essere ascoltato dalla Procura di Caltanissetta”.

Venezia, decine di milioni di tangenti e una ventina di condanne: perché non c’è il Mose a proteggere la città. L'ex governatore Galan, l'ex assessore Chisso: la lunga lista di politici e imprenditori responsabili del sistema di tangenti scoperto tra il 2013 e il 2014 che tra arresti, indagini e processi ha bloccato lo sviluppo dell'opera. Secondo i magistrati attorno al Mose sarebbero state emesse 33 milioni di euro di fatture false: almeno la metà - 16/17 milioni - sarebbero servite a pagare mazzette. Ma altre stime portano a una stima di quasi cento milioni. Il Fatto Quotidiano il 13 Novembre 2019. Un numero preciso sull’ammontare delle tangenti non c’è. E questo la dice lunga sul livello di corruzione che ha caratterizzato la storia del Mose, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico che rimanda direttamente al profeta capace di far separare le acque del Mar Rosso. È questo che dovrebbe fare il Mose, senza accento: proteggere Venezia dall’acqua alta. Ideato negli anni ’80, cominciato nei duemila, il progetto non ha ancora visto la luce. Colpa, sopratutto, di un sistema di tangenti scoperto tra il 2013 e il 2014 e che tra arresti, indagini e processi ha bloccato lo sviluppo dell’opera. Secondo gli inquirenti attorno al Mose sarebbero state emesse 33 milioni di euro di fatture false: almeno la metà – 16/17 milioni – sarebbero servite a pagare tangenti. Altre stime, invece, portano a ipotizzare quasi cento milioni di euro di mazzette. La data spartiacque (è proprio il caso di dirlo, nonostante il gioco di parole) nella storia dell’opera è il 4 giugno del 2014: quel giorno Venezia viene travolta da un’ondata d’alta marea partita dalla procura. Vengono arrestate 35 persone, un centinaio gli indagati. In quell’elenco di nomi ci sono imprenditori, politici, amministratori, di centrodestra e centrosinistra, che negli anni sono entrati nel libro paga di Giovanni Mazzacurati, a lungo direttore generale del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per le opere di salvaguardia della Laguna dalle acque alte. Mazzacurati voleva assicurarsi di non avere ostacoli nei finanziamenti pubblici per il Mose. Per questo pagava politici e imprenditori. Un giro colossale di mazzette, all’inizio calcolato in cento milioni di euro per cinque anni, che aveva colpito l’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan, l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’ex ministro dei Trasporti, Altero Matteoli. L’indagine era nata dagli accertamenti sui fondi neri creati all’estero da alcuni imprenditori legati al Consorzio Venezia Nuova: Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan diventata imprenditrice e poi lo stesso Mazzacurati. I tre decisero di patteggiare e sulle loro dichiarazioni è nata l’inchiesta che ha travolto Venezia. Il nome principale finito nella bufera era quello del “doge” Galan, potente ex governatore, che ha patteggiato due anni e dieci mesi per corruzione continuata. Gli hanno confiscato la villa sui Colli Euganei, per un controvalore di due milioni e 600mila euro. L’ex governatore, poi deputato di Forza Italia e poi ministro dell’Agricoltura, è stato anche condannato a risarcire lo Stato per 5 milioni 808 mila euro, di cui 5 milioni 200 mila euro per danno all’immagine e 608 mila euro per danno da disservizio. Ha patteggiato sempre per corruzione anche l’allora assessore regionale alle infrastrutture Renato Chisso: per lui due anni e mezzo di pena. Si è accordato a due anni l’ex magistrato delle Acque, Patrizio Cuccioletta. In totale il 16 ottobre del 2014 furono 19 gli indagati che patteggiarono davanti al giudice di Venezia. A Milano, invece, si accordarono con la procura – in uno stralcio dell’inchiesta – l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante e l’ex ad di Palladio Finanziaria Roberto Meneguzzo, rispettivamente a 4 anni di carcere con una confisca di 500 mila euro e a 2 anni e mezzo di reclusione. Provò a patteggiare anche l’ex sindaco di Venezia, Orsoni, ma il gup respinse l’istanza. Si aprì dunque un processo col rito ordinario: l’ex sindaco è stato assolto in appello nel luglio scorso per alcuni capi d’accusa di finanziamento illecito e prescritto per altri. La stessa decisione emessa per l’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva. Sempre i giudici di secondo grado hanno dichiarato il non doversi procedere per l’ex ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, ritenendo “il reato estinto per morte dell’imputato” e revocando “le corrispondenti situazioni civili”. In primo grado l’esponente del Pdl era stato condannato a 4 anni per corruzione. Condanna a 4 anni confermate in appello anche per Erasmo Cinque, con confisca di beni ridotta 9 milioni di euro. All’ex presidente di Adria infrastrutture, Corrado Crialese, è stata rideterminata la pena a un anno e otto mesi. Prescritte tutte le accuse a carico dell’imprenditore veneziano Nicola Falconi, in primo grado condannato a 2 anni e 2 mesi oltre che a un maxi risarcimento di 3 milioni di euro, poi ridotto a circa 100 mila euro. I grandi accusatori della vicenda Mose, invece, hanno patteggiato solo il 28 febbraio 2019: Baita, Minutillo, Mirco Voltazza, Nicolò Buson, ex direttore finanziario di Mantovani, e Pio Savioli. I primi tre hanno patteggiato 2 anni per corruzione e frode fiscale, mentre hanno chiusa la propria vicenda giudiziaria con un anno e otto mesi Buson e Savioli, quest’ultimo solo per reati fiscali. Il gup ha disposto confische per circa 24 milioni, per la maggior parte a carico di Baita e Buson, per i ruoli che avevano in Mantovani. Un primo tentativo di patteggiamento era fallito perché Baita e Buson non avevano dimostrato la possibilità di saldare le richieste economiche.

Sara Monaci per ilsole24ore.com il 14 Novembre 2019. L’inchiesta “Mensa dei poveri” fa un salto di qualità con l’arresto ai domiciliari di Lara Comi, l’eurodeputata che la scorsa primavera era stata accusata di finanziamento illecito e corruzione. Le indagini, coordinate dalla Dda della procura di Milano, dal nucleo tributario della Gdf di Milano, dalla Gdf di Busto Arsizio e di Varese, che già lo scorso 7 maggio aveva portato a 43 misure cautelari eseguite, tra gli altri, nei confronti dell’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, del consigliere lombardo “azzurro” Fabio Altitonante e dell’allora candidato alle Europee e consigliere comunale in quota FI Pietro Tatarella. Sono state proprio le dichiarazioni ai pm di Caianiello, presunto “burattinaio” del sistema e interrogato molte volte nei mesi scorsi, a confermare un quadro accusatorio già emerso dai primi racconti di imprenditori e indagati in Procura dopo il blitz.

Gli «schemi criminosi». Nell’ordinanza il Gip scrive che l’ex europarlamentare di Forza Italia «nonostante la giovane età» ha mostrato «nei fatti una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche e all’incameramento di finanziamenti illeciti». È stato arrestato anche l’ad dei supermercati Tigros Paolo Orrigoni, ai domiciliari, e il dg di Afol Metropolitana Giuseppe Zingale (in carcere). In un filone dell’indagine “Mensa dei Poveri” l’ordinanza è stata firmata dal gip Raffaella Mascarino e chiesta dai pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri per accuse, a vario titolo, di corruzione, finanziamento illecito e truffa.

«Mense dei poveri». L’operazione è un nuovo filone della maxi indagine che il 7 maggio portò a 43 misure cautelari eseguite, tra gli altri, nei confronti dell’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, del consigliere lombardo “azzurro” Fabio Altitonante e dell’allora candidato alle Europee e consigliere comunale in quota FI Pietro Tatarella. Sono state proprio le dichiarazioni ai pm di Caianiello, presunto “burattinaio” del sistema e interrogato molte volte nei mesi scorsi, a confermare un quadro accusatorio già emerso dai primi racconti di imprenditori e indagati in Procura dopo il blitz.

Le tre accuse a Comi. Inizialmente Comi era stata coinvolta perché avrebbe finto consulenze (copiando tra l’altro una tesi di laurea per simulare un lavoro mai fatto) per ottenere finanziamenti illeciti. Caianello ne parla approfonditamente nelle intercettazioni che ha subito. Coinvolto nel finanziamento illecito a suo carico anche il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Ora il quadro è diventato più preciso. Dagli elementi indiziari «emerge la peculiare abilità che l’indagata Comi ha mostrato di aver acquisito nello sfruttare al meglio la sua rete di conoscenze al fine di trarre» dal ruolo pubblico «di cui era investita per espressione della volontà popolare il massimo vantaggio in termini economici e di ampliamento della propria sfera di visibilità», scriveva già a primavera il gip.

Tre episodi. Lara Comi risponde in particolare di tre episodi. Il primo riguarda due contratti di consulenza ricevuti dalla sua società, la Premium Consulting Srl, con sede a Pietra Ligure (Savona), da parte di Afol, «dietro promessa di retrocessione di una quota parte agli stessi Caianiello e Zingale (dg di Afol, ndr)». Circostanza messa a verbale da Maria Teresa Bergamaschi, avvocato e stretta collaboratrice dell’ex eurodeputata in un interrogatorio. L’esponente di FI è accusata anche di aver ricevuto un finanziamento illecito da 31mila euro dall’industriale bresciano titolare della Omr holding e presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti. Il versamento sarebbe stato effettuato in vista delle ultime elezioni europee e per una consulenza basata su una tesi di laurea scaricabile dal web dal titolo “Made in Italy: un brand da valorizzare e da internazionalizzare per aumentare la competitività delle piccole aziende di torrefazione di caffè”. Nel terzo episodio (truffa aggravata al Parlamento europeo) è coinvolto anche il giornalista Andrea Aliverti, che collaborava con Comi come addetto stampa, con compenso di mille euro al mese, rimborsati dall’Europarlamento. Qui l’accusa sarebbe di aver organizzato un finto contratto: dei tremila euro che Comi pagava, due venivano restituiti.

Il ruolo di Caianiello. Il perno dell’inchiesta è Nino Caianiello, Forza Italia, di fatto il capo nascosto del partito in regione, pur partendo da Gallarate. Il suo ruolo era il coordinamento dei faccendieri di FI tramite l’associazione Agorà. Attraverso questa associazione riuniva le persone “amiche” e riusciva a decidere consulenze e nomine per le candidature. La forza di Caianiello secondo le ricostruzioni dell’indagine sarebbe la sua capacità di fare rete. L’inchiesta ha più dossier, che girano tutti intorno a lui. Non c’è infatti un solo episodio di corruzione o truffa o finanziamento illecito, ma ci sono più fatti non collegati fra loro: di fatto una ricostruzione dei rapporti che Caianiello aveva. Per esempio il consigliere comunale Tatarella, adesso ai domiciliari dopo mesi di carcere preventivo, è accusato di avere un rapporto di consulenza presso una società di servizi, garantendo così aiuti nelle relazioni nel Comune di Milano. Il consigliere regionale Altitonante, ora libero dopo mesi di domiciliari, avrebbe invece chiesto denaro per la sua campagna elettorale e tramite Tatarella chiesto un aiuto per sbloccare la pratica di una casa, ferma a Palazzo Marino, per ricambiare il favore. Caianiello, nell’inchiesta, coinvolge anche il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. È in questa vicenda che anche Fontana finisce indagato per abuso di ufficio (dossier stralciato su richiesta del legale). Caianiello, intercettato, chiede aiuto per “sistemare” Luca Marsico, non eletto in Forza Italia, ex socio dello studio legale in cui Fontana lavorava. Il governatore prende tempo. Poi Marsico diventa consulente di un ente di valutazione degli investimenti della Regione. Per la difesa l’incarico poteva essere ad personam, su base fiduciaria, pur essendoci stata una sorta di selezione aperta a tutti. 

Lara Comi arrestata, Gioacchino Caianiello ai pm: "Assunto a mia insaputa". Libero Quotidiano il 14 Novembre 2019. Finisce agli arresti domiciliari per un giro di tangenti Lara Comi, ex europarlamentare di Forza Italia. Il tutto nell'ambito dell'inchiesta Mensa dei poveri, su un giro di tangenti che vede al centro Gioacchino Caianiello, ex Forza Italia nel varesotto, arrestato lo scorso maggio dalla procura di Milano e ritenuto dall'accusa il burattinaio del giro di tangenti e incarichi in Lombardia. In alcune intercettazioni, l'ex coordinatore azzurro a Varese, insultava Lara Comi: "Con questa cretina della Lara a che punto stiamo? Perché io la vedo stasera, così gli faccio lo shampoo...". E con il passare delle ore emergono ulteriori dettagli sull'indagine: si scopre per esempio che Caianiello sarebbe stato "assunto a sua insaputa" proprio dall'ex europarlamentare. Nel dettaglio, nell’interrogatorio dello scorso 2 settembre, i pm milanesi informano Caianiello dell’esistenza di un contratto, durata dall’1 novembre al 31 dicembre 2016, in cui risulta assunto come collaboratore dell’esponente politico di Forza Italia. Un incarico da 40 ore settimanali a fronte di un corrispettivo di 2.450 euro lordi mensili. Eppure lui smentisce di aver ricoperto quel ruolo: "Riconosco la firma mostratami come la mia, ma non ricordo di avere svolto questo incarico e, comunque, nego di avere svolto un’attività in relazione a questo contratto diversa da quella che già da dieci anni svolgevo in favore del partito e quindi della Comi quale coordinatrice provinciale", ha risposto ai magistrati. Dunque, ha aggiunto: "Tuttavia, come ho già riferito, da più persone la Comi veniva pressata affinché trovasse un modo per riconoscermi dei sussidi economici per l’attività che, di fatto, ho continuato a svolgere dopo la formale dismissione della carica di coordinatore provinciale", aveva concluso.

Lara Comi arrestata, "ecco chi è davvero". Il magistrato scatenato: cosa diceva l'ex eurodeputata. Libero Quotidiano il  14 Novembre 2019. Arrivano le intercettazioni di Lara Comi, ex eurodeputata di Forza Italia arrestata nell'ambito dell'inchiesta "Mensa dei poveri": "Oggi io dirò che non ho mai preso 17k (17mila euro, secondo l'accusa, ndr), e che non ho mai avuto consulenze con Afol né a società a me collegate che non esistono... Se mi chiedono perché dicono questo posso dire che eri tu che facevi loro consulenza". Queste le sue parole in una conversazione mentre parla con l'avvocato Maria Teresa Bergamaschi. Nel gennaio scorso poi le consiglia di utilizzare "Telegram che è più comodo". La Comi suggerisce anche di non rispondere a telefonate sospette: "Se dovessero chiamarti non rispondere né al telefono, né agli sms poi ti spiego". In altre intercettazioni Nino Caianiello, ex coordinatore di Fi a Varese e secondo l'accusa presunto burattinaio di tutta la rete di mazzette, parla al telefono dell'ex eurodeputata in modi non proprio lusinghieri: "Con questa cretina della Lara a che punto stiamo? Perché io la vedo stasera, così gli faccio lo shampoo...", diceva Caianiello intercettato il 29 novembre 2018 parlando con il dg di Afol Metropolitana Giuseppe Zingale agli arresti anche lui.

Le chat di Lara Comi con l’avvocato: «Ma i pm mi possono indagare?» Pubblicato venerdì, 15 novembre 2019 da Corriere.it. Le ultime parole famose: «Secondo te mi possono indagare?», chiede lo scorso 10 maggio Lara Comi alla sua esperta di fondi pubblici europei, l’avvocato Maria Teresa Bergamaschi, presidente della Camera penale di Savona, che le risponde: «Per potere possono, ma sarebbe una porcheria: in una giustizia corretta non dovrebbero, ma se vogliono crearti danni per la campagna elettorale…». Dopo appena 4 giorni, però, va a finire che proprio l’avvocato, inizialmente sulla negativa nel primo interrogatorio da teste, quando il 13 maggio diventa indagata (e l’atto istruttorio viene sospeso), l’indomani 14 maggio ritorna in Procura e consegna il proprio telefono cellulare contenente in memoria le chat di Whatsapp che inguaiano definitivamente l’allora ancora europarlamentare. Questa consegna spontanea consente ai pm di ritenere quei messaggi «prova documentale» (sulla scorta di una Cassazione del 2017), e quindi di aggirare il rischio di inutilizzabilità di messaggi vocali o chat altrimenti coperti dall’immunità dell’allora europarlamentare in carica rispetto sia a intercettazioni sia a sequestri di corrispondenza. Un appunto del 2018 mostra lo schema della corruzione contestata al patron della catena Tigros, Orrigoni. Viene così ricostruita la già affiorata storia dell’accordo tra Nino Caianiello (vero referente di Forza Italia varesina) e Giuseppe Zingale (direttore generale di Afol-Agenzia metropolitana per il lavoro) affinché Afol attribuisse consulenze alla consulente di Lara Comi in cambio del fatto che lei poi retrocedesse una parte del compenso a Caianiello per i costi del partito a Varese di cui Comi coordinatrice. Retrocessione che avviene montando un’altra consulenza fittizia, da Comi a Bergamaschi, per mascherare 5.000 euro dei 10.000 che devono tornare indietro, venendo regolati gli altri 5.000 dal mancato pagamento di Comi a Bergamaschi di un libro sui fondi europei, che Comi finge di scrivere ma che in realtà le viene redatto da Bergamaschi. Pesano così, per i pm, le chat dove Comi con «emoticon» sorridente anticipa a Bergamaschi che «Zingale vorrà il suo regalo di Natale», alludendo al fatto che vorrà la parte di retrocessione illecita. E quelle dove Comi ingenuamente preannuncia come vorrebbe sviare stampa e pm («Comunque oggi io dirò che non ho mai preso 17k (17mila euro, ndr), non ho mai avuto consulenze con Afol né società a me collegate che non esistono...»), e all’amica raccomanda per prudenza di non telefonare («Se dovessero chiamarti non rispondere, poi ti spiego»), e di usare le «chat di Telegram che è più comodo» e permette la distruzione immediata dei messaggi. Proprio quelli però poi portati da Bergamaschi ai pm. Due mesi fa si aggiungono le ammissioni Caianiello, nelle intercettazioni certo non avaro di epiteti da gossip politico verso «questa cretina della Lara» alla quale «faccio uno shampoo», «una pazza scatenata» che «pensa di prendere in giro tutti»: ai pm dirà poi che «Comi era recalcitrante a retrocedere una parte del suo stipendio per finanziare le strutture del partito di Forza Italia», e allora «anche in vista delle imminenti elezioni europee escogitammo lo stratagemma di far maggiorare lo stipendio del giornalista Aliverti», per il cui ruolo di portavoce Comi prendeva dal Parlamento Europeo un legittimo rimborso di circa 1.000 euro più Iva. Lo stipendio viene alzato per finta a 3.495 più Iva, ma con l’accordo che 1.500 siano retrocessi a un uomo di Caianiello. Che all’inizio aveva in realtà esplorato un’altra copertura dietro un finto contratto a un commercialista, fatto però così male (come badante della Comi) che non a caso costui era lui il primo a ironizzarne: «Mi hanno fatto un contratto come badante, tipo filippina, io sono il filippino della Comi…sono una forma finta del filippino della Comi!». E tra le accuse spunta anche un altro schema analogo nel 2016, ma con altro buffo finto collaboratore dell’europarlamentare a spese dell’Europarlamento, 40 ore settimanale per 2.450 euro mensili: proprio Caianiello, talmente impensabile che ai pm riconosce la propria firma sul contratto, ma quasi gli sembra fatto a sua insaputa. Già da mesi è contestato a Comi anche un altro illecito finanziamento mascherato da finta consulenza, per di più copiata da una dozzina di fonti tra cui tesi di laurea, siti specializzati e in qualche riga persino il blog di Beppe Grillo: 30.000 euro dal pure indagato Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, patron della multinazionale di famiglia OMR (3.000 dipendenti, 600 milioni di fatturato, la Ferrari come primo cliente). E anche qui è Caianiello a spiegare il contesto dei rapporti. «A seguito della mancata candidatura alle elezioni politiche nazionali cui aspirava», Comi ha «iniziato a spaventarsi fortemente per la sua rielezione al Parlamento Europeo» (da cui poi pur con 32.000 voti rimase fuori perché il plurieletto Berlusconi optò per altra circoscrizione), e «ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche. Tra fine 2018 e inizio 2019 a casa dell’on. Gelmini a Milano, dove conobbi Marco Bonometti, Comi voleva che io intercedessi in suo favore nei confronti della Gelmini», e «anche Bonometti si spese con la Gelmini in favore della Comi». 

Luigi Ferrarella per il “Corriere della sera” il 15 Novembre 2019. Le ultime parole famose: «Secondo te mi possono indagare?», chiede lo scorso 10 maggio Lara Comi alla sua esperta di fondi pubblici europei, l' avvocato Maria Teresa Bergamaschi, presidente della Camera penale di Savona, che le risponde: «Per potere possono, ma sarebbe una porcheria: in una giustizia corretta non dovrebbero, ma se vogliono crearti danni per la campagna elettorale». Dopo appena 4 giorni, però, va a finire che proprio l'avvocato, inizialmente sulla negativa nel primo interrogatorio da teste, quando il 13 maggio diventa indagata (e l' atto istruttorio viene sospeso), l' indomani 14 maggio ritorna in Procura e consegna il proprio telefono cellulare contenente in memoria le chat di Whatsapp che inguaiano definitivamente l'allora ancora europarlamentare. Questa consegna spontanea consente ai pm di ritenere quei messaggi «prova documentale» (sulla scorta di una Cassazione del 2017), e quindi di aggirare il rischio di inutilizzabilità di messaggi vocali o chat altrimenti coperti dall'immunità dell' allora europarlamentare in carica rispetto sia a intercettazioni sia a sequestri di corrispondenza. Viene così ricostruita la già affiorata storia dell'accordo tra Nino Caianiello (vero referente di Forza Italia varesina) e Giuseppe Zingale (direttore generale di Afol-Agenzia metropolitana per il lavoro) affinché Afol attribuisse consulenze alla consulente di Lara Comi in cambio del fatto che lei poi retrocedesse una parte del compenso a Caianiello per i costi del partito a Varese di cui Comi coordinatrice. Retrocessione che avviene montando un'altra consulenza fittizia, da Comi a Bergamaschi, per mascherare 5.000 euro dei 10.000 che devono tornare indietro, venendo regolati gli altri 5.000 dal mancato pagamento di Comi a Bergamaschi di un libro sui fondi europei, che Comi finge di scrivere ma che in realtà le viene redatto da Bergamaschi. Pesano così, per i pm, le chat dove Comi con «emoticon» sorridente anticipa a Bergamaschi che «Zingale vorrà il suo regalo di Natale», alludendo al fatto che vorrà la parte di retrocessione illecita. E quelle dove Comi ingenuamente preannuncia come vorrebbe sviare stampa e pm («Comunque oggi io dirò che non ho mai preso 17k (17mila euro, ndr), non ho mai avuto consulenze con Afol né società a me collegate che non esistono...»), e all' amica raccomanda per prudenza di non telefonare («Se dovessero chiamarti non rispondere, poi ti spiego»), e di usare le «chat di Telegram che è più comodo» e permette la distruzione immediata dei messaggi. Proprio quelli però poi portati da Bergamaschi ai pm. Due mesi fa si aggiungono le ammissioni Caianiello, nelle intercettazioni certo non avaro di epiteti da gossip politico verso «questa cretina della Lara» alla quale «faccio uno shampoo», «una pazza scatenata» che «pensa di prendere in giro tutti»: ai pm dirà poi che «Comi era recalcitrante a retrocedere una parte del suo stipendio per finanziare le strutture del partito di Forza Italia», e allora «anche in vista delle imminenti elezioni europee escogitammo lo stratagemma di far maggiorare lo stipendio del giornalista Aliverti», per il cui ruolo di portavoce Comi prendeva dal Parlamento Europeo un legittimo rimborso di circa 1.000 euro più Iva. Lo stipendio viene alzato per finta a 3.495 più Iva, ma con l' accordo che 1.500 siano retrocessi a un uomo di Caianiello. Che all' inizio aveva in realtà esplorato un' altra copertura dietro un finto contratto a un commercialista, fatto però così male (come badante della Comi) che non a caso costui era lui il primo a ironizzarne: «Mi hanno fatto un contratto come badante, tipo filippina, io sono il filippino della Comi sono una forma finta del filippino della Comi!». E tra le accuse spunta anche un altro schema analogo nel 2016, ma con altro buffo finto collaboratore dell' europarlamentare a spese dell' Europarlamento, 40 ore settimanale per 2.450 euro mensili: proprio Caianiello, talmente impensabile che ai pm riconosce la propria firma sul contratto, ma quasi gli sembra fatto a sua insaputa. Già da mesi è contestato a Comi anche un altro illecito finanziamento mascherato da finta consulenza, per di più copiata da una dozzina di fonti tra cui tesi di laurea, siti specializzati e in qualche riga persino il blog di Beppe Grillo: 30.000 euro dal pure indagato Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, patron della multinazionale di famiglia OMR (3.000 dipendenti, 600 milioni di fatturato, la Ferrari come primo cliente). E anche qui è Caianiello a spiegare il contesto dei rapporti. «A seguito della mancata candidatura alle elezioni politiche nazionali cui aspirava», Comi ha «iniziato a spaventarsi fortemente per la sua rielezione al Parlamento Europeo» (da cui poi pur con 32.000 voti rimase fuori perché il plurieletto Berlusconi optò per altra circoscrizione), e «ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche. Tra fine 2018 e inizio 2019 a casa dell'on. Gelmini a Milano, dove conobbi Marco Bonometti, Comi voleva che io intercedessi in suo favore nei confronti della Gelmini», e «anche Bonometti si spese con la Gelmini in favore della Comi».

C.Gu. per “il Messaggero” il 15 Novembre 2019. L'ascesa e il declino della vita politica di Lara Comi sono condensati nelle 125 pagine di ordinanza, che spaziano da collaborazioni fittizie, consulenze copiate male, caccia ai finanziamenti per la campagna elettorale. «Mi hanno fatto un contratto come badante, tipo filippina. Io sono una forma finta del filippino della Comi», sbotta a giungo 2018 un commercialista assunto come falso assistente. Ma poi arrivano le europee del maggio 2019 e la stella di Forza Italia, nonostante il bottino di 32.000 voti, prende in un colpo solo il seggio e l'immunità. Pareva quasi se lo sentisse che sarebbe andata male. Come racconta nell'interrogatorio di giugno 2019 Nino Caianiello: «Dopo la mancata candidatura alle politiche a cui fortemente aspirava e la mancata rielezione in regione di Luca Marsico», ex socio del governatore Fontana indagato per la sua nomina in una commissione, la Comi «ha iniziato a spaventarsi, andava spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche che potessero garantirle la rielezione» a Bruxelles. Così viene organizzato un incontro a casa di Mariastella Gelmini, capogruppo di FI alla Camera, ospite anche il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. «La Comi voleva che intercedessi in suo favore con la Gelmini per un sostegno alla sua candidatura. Anche Bonometti si spese con la Gelmini in favore della Comi. Registrai in quella occasione un rapporto molto stretto tra la Comi e Bonometti, oltre che tra quest'ultimo e l'onorevole Gelmini». Il presidente degli industriali lombardi, a detta di Caianiello, non si formalizzò per le difficoltà economiche del «burattinaio» derivanti dalla condanna per concussione. «Anzi, la Comi aggiunse che Bonometti avrebbe potuto affidarmi una consulenza per far fronte ai miei problemi finanziari». Il proprietario della Omr, del resto, si dimostra generoso con l'ex europarlamentare, affidandole due consulenze: una sul made in Italy, l'altra sul settore automotive in Italia e Cina. Per il gip «la più completa inutilità, la mancanza di un reale valore scientifico del contenuto delle asserite consulenze, l'assenza di originalità, l'eccentricità della scelta imprenditoriale di un gruppo leader in Italia, se non a livello europeo», con 3.300 dipendenti nel mondo e 770 milioni di euro, «di commissionare consulenze di così basso profilo scientifico» è la dimostrazione che si tratti di «prestazioni intellettuali fittizie». Le relazioni, infatti, non vanno oltre «l'accostamento di brani tratti da siti internet che si occupano dello specifico settore, in alcuni casi lievemente elaborati». Il giudice riporta l'elenco delle scopiazzature con relative fonti: pagine internet degli industriali, di motori, pezzi della tesi dell'ignaro Antonio Apuzza, fino a pagina 12, capitolo 5, «copiato integralmente dall'articolo La Cina vuole diventare leader mondiale dell'auto elettrica, pubblicato il 3 gennaio 2019 sul sito di Beppe Grillo». La ricerca di soldi della Comi, stando agli atti, è incessante. Tanto che anche uno come Caianiello, che in fatto di tangenti spadroneggiava da un bar di Gallarate ribattezzato «l'ambulatorio», a un certo punto si impressiona: «Questa è matta! Questa è fuori controllo eh! Capisco la frenesia elettorale ... porti a casa 25 mila euro al mese, so' 11 anni, io non ho visto un euro!». Alla fine la difesa della Comi è disperata: «Comunque oggi io dirò che non ho mai preso 17k (17 mila euro, secondo l'accusa), non ho mai avuto consulenze con Afol né di società a me collegate che non esistono...», dice intercettata due giorni dopo il maxi blitz a Maria Teresa Bergamaschi. Già lo scorso gennaio l'ex deputata azzurra consiglia all'amica con cui tesse affari di utilizzare «Telegram che è più comodo» e permette di distruggere i messaggi. E anche di non rispondere a telefonate sospette: «Se dovessero chiamarti non rispondere né al telefono, né agli sms poi ti spiego». Dalle indagini su Comi, Orrigoni e Zingale, scrive il gip, emerge un quadro in cui «modalità mercantili», «spregiudicatezza e disinvoltura» hanno consentito ai «manovratori» remunerazioni «a spese dei contribuenti». 

Paola Di Caro per il “Corriere della Sera” il 15 novembre 2019. «Brava, preparata, simpatica, capace di piacere» ma pure «interessata, presenzialista, una che sgomitava» o addirittura «avida, cattiva, litigava con tutti». Nel giorno più nero Lara Comi divide il suo partito, Forza Italia, lasciato a giugno dopo il voto delle Europee, e che oggi preferisce dimenticarla, non dedicandole nemmeno una dichiarazione di vicinanza, o un invito alla cautela nel giudizio, ma piuttosto un silenzio imbarazzato: «Comunque con noi non aveva più a che fare». Nessuno vuole parlare in pubblico dei rapporti con la giovane e rampante ex europarlamentare che per anni ha rappresentato la faccia carina, pulita e sveglia dei giovani azzurri, con piacere ospitata nelle tivù come sui palchi dai quali parlava Berlusconi lodandone le virtù. Classe 1983, nata a Garbagnate Milanese, approdata giovanissima - a 19 anni - già a ruoli chiave nel partito (era portavoce azzurra a Saronno), la Comi alternava studio e politica: «Sin dal liceo ha fatto parte del mio Dna». Una laurea triennale in Economia alla Cattolica di Milano, la specializzazione alla Bocconi, l' impegno «totale» che - questo lo riconoscono tutti - metteva nella politica non passavano inosservati. Fu rapidissima quindi la sua ascesa: assistente di Mariastella Gelmini per quattro anni, responsabile del movimento giovanile lombardo nel 2004, Lara Comi fa il grande salto nella politica alle Europee del 2009. Sotto l' ala protettiva di Silvio Berlusconi, con 63 mila preferenze, vola a Bruxelles mentre infuria a Roma la polemica sulle candidate veline e si prepara lo scandalo Ruby. Ma lei no, non ne fu mai sfiorata. Bella, simpatica, grande lavoratrice, capace di districarsi nei meandri complessi della burocrazia europea e insieme di rappresentare la faccia fresca del partito, con durezza (come quando si gettava all' assalto dei centri sociali) o con un pizzico di malizia (quando rivelava di essersi lasciata col suo fidanzato annunciando che «Adesso sono di nuovo sul mercato») la Comi sapeva come essere protagonista. Lo fu sicuramente alle elezioni, quelle che nel 2014 videro la sua rielezione in Europa con un boom di preferenze: ben 83 mila, stavolta facendo «tutto da sola», un successo oltre le aspettative (sorpassò anche la collega Licia Ronzulli, con la quale i rapporti erano tesi), che la portò a diventare vicecapogruppo del Ppe e responsabile del partito a Varese, sotto l' ala del potente «ras» locale Nino Caianello. Poi, il primo grosso inciampo: nel 2017 finì nei guai per aver assunto nel 2009 e per un anno come assistente parlamentare sua madre. Si scusò e restituì a rate i 126 mila euro percepiti, e ottenne comunque la ricandidatura nel 2019, e ben 32 mila voti, nonostante fosse finita sotto inchiesta proprio in campagna elettorale. Berlusconi fiutò l' aria e decise di optare per il collegio del Nord-Ovest, impedendone la rielezione, lei contestualmente si sospese dal partito. Ed è stato l' inizio della fine, suggellato ieri con l' arresto. Accolto appunto con l' indifferenza dei colleghi ma dal grido sdegnato dei social. Proprio ieri, ha fatto sapere il suo avvocato, il papà di Laura Comi ha dovuto subire una delicata operazione, e lei nei giorni scorsi su Facebook gli aveva dedicato un post: «Forza papà. Combatteremo insieme». Un invito a nozze per i 600 e più che in calce al saluto la accusano di «buttarla sul patetico», di essere «cinica», esplodono di «godimento», le augurano di «marcire in galera». «Terribili», è il commento finale di Lara Comi, nella giornata più lunga della sua vita, in cui c' è posto solo per il silenzio, o la gogna.

Gianluca Roselli per "il Fatto Quotidiano” il 15 novembre 2019. Era anche lei nella squadra delle ragazze che B. voleva candidare alle Europee 2009. Una nutrita truppa di almeno una decina. Alcune vennero escluse per la reazione di Veronica Lario, che all' Ansa definì la carica delle giovanissime "ciarpame senza pudore". Ma lei no: insieme a Licia Ronzulli e Barbara Matera si salvò e venne eletta a Strasburgo con 63.158 preferenze alla tenera età di 26 anni. Lara Comi, però, si è sempre considerata diversa dalle cosiddette "veline" dell' ex Cavaliere. Siamo nel 2009 e l' impero berlusconiano è al suo apice: nonostante le voci su presunte serate allegre, il Caimano domina incontrastato la politica italiana. Ha pure deciso, quell' anno, di festeggiare per la prima volta il 25 aprile facendosi immortalare a Onna, comune terremotato in Abruzzo, col fazzoletto da partigiano al collo. Le Europee, però, sono alle porte e il Pdl è in cerca di giovani leve. Ne vengono selezionate un tot, cui i big del partito accettano di dare lezioni. Ci sono Franco Frattini, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Renato Brunetta. "Ho fatto lezione per 4 ore, sono esausto. Per andare in bagno alzavano la mano. Una l' ho sgridata perché masticava la gomma. La più brava? Lara Comi", disse all' epoca Brunetta (come racconta Marco Travaglio in Papi, uno scandalo politico). Libero in quei giorni titola sereno: "Il piano di Silvio per piazzare tutte le veline". Poi Comi viene intervistata dal Giornale: "Io, superlaureata, difendo le veline che fanno politica". Veronica Lario, però, non pare essere d' accordo tanto da sferrare un primo attacco, il 28 aprile, seguito poi da quello definitivo, la conversazione con Repubblica del 3 maggio in cui, annunciando la richiesta di divorzio, parla di "figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere successo, notorietà e crescita economica". E da lì fu l' inizio della fine. Lara Comi, dicevamo, ha sempre rifiutato questo identikit. E in effetti nella mole di intercettazioni e verbali su Bunga Bunga e dintorni il suo nome non c' è. Spunta, però, una foto che la ritrae in vacanza con Roberto Formigoni, con cui ha un forte legame. Nata a Garbagnate Milanese nel 1983, inizia a fare politica a 19 anni, come portavoce di Forza Italia a Saronno, hinterland di Milano. Da qui entra nelle grazie di Mariastella Gelmini che la prende come sua assistente. A 21 anni è già alla guida dei giovani forzisti della regione. Nel frattempo si laurea due volte: alla Cattolica in Scienze economiche e alla Bocconi in Economia dei mercati internazionali. Ma riesce pure a lavorare, diventando "brand manager" della Giochi Preziosi. "Ho conosciuto Berlusconi nel 2004, a San Siro, dopo Milan-Brescia: fu scudetto!", raccontò lei. "Lara Comi ha due lauree, ha coordinato i giovani azzurri, è dirigente della Giochi Preziosi e non è mai andata in tv", disse di lei Silvio per giustificarne la repentina ascesa e la candidatura. Prima ci prova alle Politiche del 2008 alla Camera, ma non ce la fa. L'anno dopo è in Europa. Ma siccome Strasburgo è lontana e a 26 anni ci si può sentire soli, decide di assumere sua madre come assistente parlamentare nonostante la legge lo vieti. Quando scoppia lo scandalo, nel 2017, deve restituire 126 mila euro, la cifra incassata dalla genitrice. A Strasburgo, però, verrà riconfermata nel 2013 con 83.987 preferenze. Mentre nel 2019 risulterà la prima dei non eletti. Appassionata giocatrice di calcio femminile, il suo viso angelico da brava ragazza della porta accanto le ha però procurato anche un doloroso problema personale: uno stalker (tale Giovanni Bernardini, imprenditore veneto, ex candidato sindaco a Jesolo per Sel) l' ha perseguitata per mesi tanto da essere arrestato e condannato. "Ho vissuto un incubo che non auguro a nessuno", ha dichiarato Comi sulla vicenda. Ora agli arresti è finita lei.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 16 novembre 2019. La delicata operazione che attendeva suo padre è andata bene, e questo è ciò che a Lara Comi stava più a cuore. Ma per l' ex eurodeputata di Forza Italia ora si aprono altre ore difficili, quelle in cui deve preparare l' appuntamento cruciale del primo interrogatorio con il giudice che ha ordinato il suo arresto. Sono ore in cui, leggendo e rileggendo le 120 pagine dell' ordinanza di custodia eseguita all' alba di giovedì, la Comi deve prendere atto di una circostanza dolorosa: ad accusarla, a scaricarle addosso responsabilità di ogni tipo facendola finire agli arresti, sono stati due suoi amici. Un uomo e una donna che ha cercato in ogni modo di aiutare, e che davanti all' avanzare dell' inchiesta hanno deciso di cavarsi d' impiccio fregandola. Il primo si chiama Giovanni Caianiello, ed è stato a lungo il coordinatore di Forza Italia in provincia di Varese. Anche quando il partito lo ha esonerato dopo una condanna per concussione, ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo. Il 5 maggio, nella retata «Mensa dei poveri», è finito in cella. Per un po' ha fatto il duro, poi ha capito che per uscire doveva dare ai pm qualche testa. Gli ha dato quella della Comi e la settimana scorsa è tornato a casa. Il 2 settembre, interrogato in carcere, Caianiello accusa l' europarlamentare di essersi fatta dare un contratto di consulenza dalla azienda pubblica Afol: «La Comi disse a Zingale (dirigente Afol, ndr) che avrebbe potuto collaborare con Afol in relazione a progetti europei pur precisando che non lo avrebbe fatto lei direttamente, non potendolo fare per motivi di incompatibilità ma che avrebbe potuto farlo per il tramite di una persona». Ottenuto l' incarico, la Comi era comunque insoddisfatta: «La Comi - dice Caianiello - si lamentava che l' emolumento riconosciuto era troppo esiguo e tale da non riuscire neanche a coprire i costi della consulenza». Nei verbali, trasuda il rancore di Caianiello nei confronti della compagna di partito, «restia a retrocedere somme di denaro in nostro favore anche a fronte del fatto che conosceva le mie precarie condizioni economiche». Nello stesso interrogatorio l' ex ras azzurro va giù pesante anche sulle spese elettorali della Comi: «A seguito della mancata candidatura alle elezioni politiche nazionale ha iniziato a spaventarsi fortemente per la sua rielezione al Parlamento europeo, per cui ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti». Ed è lui a rivelare di una cena in casa di Mariastella Gelmini in cui insieme alla Comi c'era l' imprenditore Marco Bonometti: ora accusato di avere finanziato in nero la sua campagna elettorale. Ancora più brusca la rottura per via giudiziaria della amicizia tra la Comi e Maria Teresa Bergamaschi, giovane e brillante avvocato ligure, già presidente della Camera penale di Savona. Le due sono amiche da dodici anni, si frequentano, la Bergamaschi le chiede spesso favori. E quando a maggio scorso esplode l' inchiesta si dà da fare insieme a lei per nascondere le tracce dei favori ricevuti e di quelli restituiti. Ma dopo un po' il terrore di finire nei guai è tale che la Bergamaschi si presenta spontaneamente agli inquirenti, consegna loro il proprio cellulare con tutti i dialoghi con la Comi. Viene interrogata, prima si barcamena, poi davanti alle contestazioni crolla e accusa l' amica Comi di averla costretta a versare diecimila euro in cambio di una consulenza: «Io c' ero rimasta molto male perché era la prima volta che mi trovavo ad affrontare una richiesta illecita». Ma poi si rassegna: salvo ora accusare l' amica.

Comi dal gip per  5 ore: «È convinta  di non aver commesso reati». Pubblicato lunedì, 18 novembre 2019 da Corriere.it. «La Comi non si riconosce nella rappresentazione che le è stata fatta di soggetto che non ha rispetto delle regole, ha risposto a tutto, è convinta di non avere commesso nessun reato». Così Giampiero Biancolella, l’avvocato dell’ex eurodeputata azzurra Lara Comi, ai domiciliari da giovedì nell’inchiesta «Mensa dei poveri» e interrogata lunedì dal gip per circa 5 ore. «L’interrogatorio di garanzia non sarà certamente breve - aveva previsto l’avvocato -, la dottoressa Comi intende respingere le accuse che le sono state mosse e dimostrerà utilizzando anche documentazione che è stata acquisita nel corso dell’indagine, che i reati contestati sono inesistenti». Lara Comi, ha aggiunto l’avvocato Biancolella, «ha cercato di difendersi documentando, argomentando, spiegando, siamo convinti che ci siano tutti gli estremi per revocare la misura cautelare ma anche per una declaratoria di insussistenza degli elementi accusatori. È ovvio che è un processo complesso, agiremo nel migliore dei modi». L’interrogatorio si è svolto davanti al gip Raffaella Mascarino. Lara Comi è agli arresti domiciliari da giovedì scorso nell’ambito dell’inchiesta «mensa dei poveri». «Lara Comi desidera altresì dimostrare - aveva anticipato il legale - che le considerazioni sulla sua presunta propensione a non rispettare le regole sono completamente senza fondamento». Biancolella ha precisato, al termine dell’interrogatorio di garanzia: «Non abbiamo chiesto la revoca della misura domiciliare allo Stato». Il difensore ha spiegato di avere prodotto al gip Raffaella Mascarino la «documentazione» necessaria alla difesa della Comi, anche se «abbiamo ancora tempo per decidere e valutare se chiedere la revoca direttamente al giudice». Si è avvalso invece della facoltà di non rispondere Giuseppe Zingale, ex direttore generale di Afol, società specializzata in servizi di formazione e lavoro, detenuto in carcere. Il difensore ha chiesto la revoca dell’arresto e in subordine i domiciliari. Sempre in giornata è in programma l’interrogatorio dell’amministratore delegato della catena di supermercati Tigros Paolo Orrigoni. Corruzione, false fatturazioni, finanziamento illecito ai partiti e truffa aggravata al Parlamento europeo sono le accuse al centro dell’indagine in cui gli indagati con «spregiudicatezza e disinvoltura» avrebbero beneficiato «di favori in ragione della funzione pubblica esercitata» per soddisfare interessi personali. Un quadro di «grave allarme sociale» dove l’ex europarlamentare, 36 anni, refrattaria al rispetto delle regole, avrebbe avuto, a dir dell’accusa, due obiettivi: «il massimo vantaggio in termini economici» e ampliare «la propria sfera di visibilità».

Cristina Bassi per “il Giornale” il 19 novembre 2019. Lara Comi arriva a Palazzo di giustizia poco prima delle 11.30. Sorride, indossa scarpe da ginnastica e piumino blu. Il difensore, l' avvocato Giampiero Biancolella, le fa da scudo e rilascia una prima dichiarazione: «La dottoressa Comi intende respingere le accuse e dimostrerà, utilizzando anche la documentazione che è stata acquisita nel corso dell' indagine, che i reati contestati sono inesistenti. L' interrogatorio di garanzia non sarà breve». Infatti la ex europarlamentare di Forza Italia risponderà al gip Raffaella Mascarino per quattro ore e mezza. Giovedì scorso è finita ai domiciliari (come l' ad dei supermercati Tigros Paolo Orrigoni, l' ex dg di Afol Giuseppe Zingale invece è in carcere). Risponde di corruzione, false fatture, finanziamento illecito ai partiti e truffa aggravata al Parlamento europeo nell' ambito dell' inchiesta della Dda milanese «Mensa dei poveri». Alla fine dell' interrogatorio fiume è sempre il difensore a rispondere alle domande dei cronisti, mentre Comi lascia il palazzo. Biancolella fa una premessa: «La mia assistita è convinta di non aver commesso alcun reato. Soprattutto non si riconosce nel ritratto che è stato fatto di lei come di una persona che non rispetta le regole». Il riferimento è alla definizione dell' ordinanza di custodia cautelare: l' indagata è «refrattarietà in merito al rispetto delle regole» e mostra una «non comune esperienza nel far ricorso ai diversi collaudati schemi criminosi». Poi l' avvocato affronta le contestazioni dei pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri ed espone la «linea difensiva». Spiega che Lara Comi ha «fornito al gip chiarimenti e ampia documentazione. Abbiamo portato all' attenzione del giudice alcuni atti già acquisiti dalla Procura durante l' inchiesta, ma non presi nella dovuta considerazione al momento di formulare le accuse, che secondo noi dimostrano l' insussistenza dei reati contestati». Si parte dalla presunta mazzetta dietro una consulenza pagata da Afol e incassata dalla società della ex eurodeputata, la Premium Consulting srl. Qui la grande accusatrice di Comi è l' avvocato savonese Maria Teresa Bergamaschi, anche lei indagata. Spiega Biancolella: «La corruzione è totalmente insussistente. Abbiamo portato al gip la registrazione dei messaggi vocali che si sono scambiate le due professioniste, comunque già acquisiti, che dimostrano che è stata costruita una rappresentazione che confligge con la realtà. In quegli audio Bergamaschi afferma chiaramente che è stato sottoscritto un regolare contratto». Il legale sottolinea che le fatture sotto la lente degli inquirenti sono relative a reali attività svolte dalla Premium e a compensi professionali dovuti: «Nessuna provvista corruttiva». Significa che Bergamaschi davanti ai pm contraddice sé stessa? «Andrebbe chiesto conto a lei», continua l' avvocato. Di tenore simile la versione della difesa sulla presunta truffa all' Ue in relazione al compenso per l' addetto stampa Andrea Aliverti: «Il contratto con il giornalista è stato oggetto di verifica da parte del Parlamento europeo, che ha concluso in una mail che era tutto regolare e che il compenso era congruo». Retrocessioni di denaro a Nino Caianiello, il presunto «burattinaio» di tutta la vicenda? «Nessuna». Inoltre, aggiunge il difensore, «Caianiello è stato assistente parlamentare di Comi per due mesi alla fine del 2016 per svolgere attività sul territorio, c' era un contratto. Chiedete a lui come mai ha detto il contrario ai pm...». Infine il denaro arrivato dalla Omr holding del presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti: «Nessun finanziamento illecito, si tratta di compensi per l' attività professionale svolta da Comi in base, anche qui, a un contratto tra privati». La difesa, per ora, non chiede la revoca dei domiciliari.

Lara Comi torna libera, “Non andava arrestata”. Redazione Web Il Riformista 6 Dicembre 2019. Foto LaPresse – Matteo Corner 18/11/2019 Milano, Italia Cronaca Lara Comi arriva al tribunale per l interrogatorio di garanzia. L’ex eurodeputata di Forza Italia Lara Comi torna libera. Infatti, il tribunale del Riesame ha accolto il ricorso per la revoca degli arresti domiciliari nei confronti della Comi, secondo quanto reso noto dal suo difensore Gian Piero Biancolella.

LA VICENDA – Lara Comi era stata arrestata per presunta corruzione. Per giustificare la misura cautelare degli arresti domiciliari a carico dell’ex europarlamentare di Forza Italia, la gip di Milano, Raffaella Mascarino, aveva scritto che “se è vero che Lara Comi all’esito delle consultazioni elettorali europee del 2019 non è stata riconfermata nel proprio incarico pubblico, è altrettanto indiscutibile come la stessa abbia una rete relazionale tra alti livelli politici ed imprenditoriali, che potrebbe costituire un utile “volano” per ulteriori attività illecite“.

Lara Comi: hanno preparato le manette poi cercato il reo, infine il reato. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 16 Novembre 2019. Lara Comi «gode di una rete relazionale di alto livello» e «può contare sulla sua visibilità politica»? Inoltre ha fondato ben quattro associazioni (di cui una si chiama Popolo delle libertà, il che ricorda qualcosa di politico)? Meglio rinchiuderla in casa, in modo che, privata dei suoi rapporti prestigiosi e della sua comunità politica, non possa più commettere reati. È questo il senso dell’ordinanza di custodia cautelare che, a sei mesi dall’inizio dell’inchiesta “Mensa dei poveri” e con gli altri indagati ormai tutti liberi (tranne uno), ha dato un colpo di coda a un’inchiesta ormai morente. Per lo meno rispetto a come si era presentata quel giorno. Quel 7 maggio 2019 a Milano. Sembravano due mitragliate di kalashnikov, si sono ridotte a due colpi a salve, quelli sparati a Milano il 7 maggio scorso, quando la Direzione distrettuale antimafia, con una pomposa conferenza stampa dello steso procuratore capo Francesco Greco, sanciva che «da tempo in Lombardia politica e imprenditoria locale sono colluse con le cosche del territorio. C’è una sinergia tra le cosche della ‘ndrangheta e imprenditori del luogo». E del resto come dargli torto di fronte a un’inchiesta con 95 indagati e un blitz con 43 provvedimenti di custodia cautelare di cui 12 in carcere? La prima mitragliata, che ha portato in galera politici e imprenditori con questo grave sospetto di “mafiosità” non era però seconda all’altro colpo, la caccia al pesce grosso, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Non è un caso che il Corriere della sera il giorno dopo abbia dedicato all’evento le prime cinque pagine nazionali, oltre a quelle locali, una delle quali interamente riservata proprio al governatore. Tra notizie e commenti non mancava niente: l’associazione a delinquere con l’aggravante di aver favorito le mafie, la corruzione, il finanziamento illecito dei partiti, la turbativa d’asta, la spartizione negli appalti pubblici. Effetto mediatico spaventoso, molto efficace. Chi potrebbe infatti mai contestare anche un uso eccessivo delle manette se a Milano e in Lombardia c’è la mafia? Il punto di partenza aveva riguardato piccoli appalti sulla raccolta dei rifiuti piuttosto che il “piano neve” e un imprenditore che era in contatto con un altro. È cominciata proprio così. Solo che questo altro, Daniele D’Alfonso, ha due caratteristiche che fanno rizzare le antenne agli inquirenti: è di Corsico, zona sospetta per le infiltrazioni mafiose, ed è in contatto con alcuni politici milanesi di Forza Italia. Siamo alla vigilia delle elezioni del 2018 e qualunque conversazione diventa sospetta, qualunque attività lavorativa sembra una finzione, qualunque passaggio di denaro è una mazzetta. Il tutto con lo sfondo della mafia. Perché D’Alfonso è la stessa persona che offre un lavoro al giovane consigliere comunale Pietro Tatarella e lo retribuisce con 5.000 euro al mese, ma anche quello che, nella sua attività di imprenditore nei servizi ambientali, assume come lavoratori delle persone di Corsico e Buccinasco considerate vicine alle storiche famiglie mafiose del luogo. Lo snodo è tutto lì. Ma poi, in una sorta di catena di S.Antonio che va da Milano a Varese, si arriva a un altro personaggio chiave, Nino Caianiello, un ex socialista passato a Forza Italia, molto abile in relazioni e trattative. E da lì a incontri in quel ristorante “Berti” vicino alla Regione Lombardia, dove si dice che Gorbaciov gradisse l’ossobuco e Craxi il bollito, mentre Formigoni preferiva il riso al salto, ma che Caianiello un giorno definì, proprio al telefono con Fontana, “mensa dei poveri”. Forse ironicamente, e non immaginando di aver dato il nome a un’inchiesta giudiziaria fondata anche su intercettazioni in quel ristorante tutt’altro che per nullatenenti. La storia del presidente della Lombardia sarebbe ridicola, se non fosse tragica. Prima è sospettato di corruzione, poi di essere vittima della tentata corruzione e infine indagato per abuso d’ufficio. Tipico caso di caccia al pescecane finita con pesca di sardine. La mafia nel frattempo è sparita dall’inchiesta, se non nel reato per cui è indagato D’Alfonso, che è per questo ancora agli arresti domiciliari (deve essere davvero pericoloso, visto che non è neppure in carcere) perché i termini di custodia cautelare scadono nel prossimo maggio. Tutto il resto si è trasformato in una piccola, triste, non sappiamo ancora quanto fondata, parodia di quel che fu la Tangentopoli degli anni Novanta. Dalla Milano da bere alla Milano da mangiucchiare? E il gran finale dell’arresto di Lara Comi? “Il solito meccanismo del tipo d’autore, o della colpa d’autore”, dice Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano. E mai definizione fu più indovinata: prima individuo il colpevole, poi gli cucio addosso i reati. E sparo ancora qualche colpo a salve, visto che con il kalashnikov mi è andata male.

Lara Comi, i retroscena dell’inchiesta. Giovanni Altoprati su Il Riformista il 15 Novembre 2019. Se Lara Comi si fosse dedicata al giardinaggio o ai corsi di cucina, probabilmente, ieri mattina all’alba non sarebbe stata arrestata dai finanzieri di Busto Arsizio, in provincia di Varese. Per giustificare la misura cautelare degli arresti domiciliari a carico dell’ex europarlamentare di Forza Italia, la gip di Milano, Raffaella Mascarino, scrive infatti che «se è vero che Lara Comi all’esito delle consultazioni elettorali europee del 2019 non è stata riconfermata nel proprio incarico pubblico, è altrettanto indiscutibile come la stessa abbia una rete relazionale tra alti livelli politici ed imprenditoriali, che potrebbe costituire un utile “volano” per ulteriori attività illecite». E su cosa si baserebbe questa “rete relazionale”? La risposta la fornisce sempre la gip Mascarino: «Lara Comi risulta rappresentante legale dell’associazione “Siamo Italiani”, dell’associazione “We Change”, dell’associazione “Il Popolo della Libertà, coordinamento provinciale di Varese». Si tratta, come specificato nella stessa ordinanza di custodia cautelare, di «associazioni non riconosciute e comitati» che svolgono attività di «organizzazioni con fini culturali e ricreativi». Tanto basta, dunque, per essere spediti ai domiciliari per accuse risalenti nel tempo e per la quale Lara Comi era da tempo indagata. Dallo scorso maggio, per l’esattezza. L’operazione, infatti, è un nuovo filone della maxi indagine “Mensa dei poveri” condotta dall’antimafia milanese che la scorsa primavera terremotò i vertici di Forza Italia in Lombardia. La Dda di Milano, alla vigilia delle elezioni europee, arrestò 28 persone, indagandone una quarantina. Fra cui, appunto, Lara Comi. Le principali accuse? Associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al finanziamento illecito. Tra gli arrestati, Piero Tatarella, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Marino e Fabio Altitonante, coordinatore azzurro a Milano e sottosegretario in Regione Lombardia. I pm avevano chiesto anche l’arresto, respinto dalla Camera, del deputato forzista Diego Sozzani.  Gli arrestati delle retata di primavera sono tutti liberi da tempo. Chi scarcerato perché il capo d’imputazione è stato riqualificato, chi per scadenza dei termini di custodia cautelare. Nel caso di Altitonante, che ha già ripreso il suo posto al Pirellone, il Riesame ha smontato gran parte delle accuse. Tornando a Lara Comi, le contestazioni a suo carico riguardano la correttezza di due contratti di consulenza, un finanziamento illecito da 31 mila euro dal presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, per una ricerca basata su una tesi di laurea scaricata da internet, e una truffa aggravata al Parlamento Europeo in quanto, secondo quanto riferito dal suo ex ufficio stampa Andrea Aliverti, quest’ultimo avrebbe ricevuto un aumento stipendiale di tremila euro con l’obbligo di restituirne duemila a FI per pagare le spese della sede che Comi non pagava. «Lara Comi ha mostrato una non comune esperienza nel far ricorso a collaudati schemi criminosi», evidenzia il gip, secondo cui questi “schemi criminosi” sarebbero stati «volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche e all’incameramento di finanziamento illeciti». Dove sia la mafia, però , non è dato saperlo.  Quelli che hanno portato all’arresto di Lara Comi «sono fatti vecchi e documentati».  È stato il commento dell’avvocato Giampiero Biancolella, difensore dell’ex europarlamentare forzista. «C’è da valutare – puntualizza Biancolella – se ci siano le esigenze cautelari che legittimino i domiciliari dal momento che ipotizzare dei contatti col mondo politico e industriale per giustificare una possibile reiterazione del reato mi sembra una tesi infondata».  A dare nuova linfa all’indagine, che pare puntare anche alla Lega, le dichiarazioni fatte da Nino Caianiello, ex coordinatore azzurro di Varese. Fra gli arrestati di maggio e ora “gola profonda” della Procura di Milano.

·         5 ragioni per cui la corruzione blocca l'economia italiana.

5 ragioni per cui la corruzione blocca l'economia italiana. Meno investimenti, meno concorrenza, meno produttività e quindi meno lavoro. Ecco perché le tangenti frenano la crescita del nostro Paese, scrive Laura Ghisellini il 25 agosto 2015 su riparteilfuturo.it. Secondo un recente studio svolto dal think tank europeo Bruegel, ci sono almeno 5 comprovate ragioni per cui la corruzione in Italia è da considerarsi una delle principali cause dello stallo economico. Il ricercatore italiano Alessio Terzi, autore del report ripreso anche dal World Economic Forum, ha isolato i canali attraverso cui la corruzione influisce sul potenziale di crescita di medio-lungo termine di una economia come la nostra basandosi sulla letteratura esistente sul tema e sui dati. Non è dunque solo un problema di perdite dirette di capitale (che la Corte dei Conti stima in via del tutto approssimativa dell'ordine di grandezza di 60 miliardi di euro l'anno, ovvero circa il 4% del Pil) ma anche di una vera e propria distorsione del mercato.

1) Come diciamo fin dal giorno 1 della nostra mobilitazione, la corruzione disincentiva gli investimenti sia interni che stranieri bloccando ogni opportunità di crescita e lavoro. La certezza del diritto è infatti un requisito indispensabile perché uno Stato possa guadagnarsi la fiducia degli investitori ma l'Italia, ultima in Europa per livello di corruzione percepito secondo Transparency International, tiene lontano qualsiasi iniziativa virtuosa. Quale investitore di buon senso metterebbe a rischio le proprie risorse in un Paese in cui la normativa anticorruzione è ancora così farraginosa, in cui la burocrazia nasconde nelle sue spire le zone grigie e - solo per citare un dato - i detenuti per corruzione e altri reati connessi sono circa 440? 

2) Nello specifico - osserva Bruegel - la corruzione non solo riduce l’efficacia di profitto di un investimento, ma genera anche incertezza nei ritorno all’investimento inficiando la produttività e la produzione. Questo avviene sia per gli investimenti interni che per i Foreign Direct Investment (FDI), ma nel secondo caso la perdita è anche in termini di trasferimento internazionale di tecnologie e know-how. La scarsità di FDI comporta una diminuzione dell'indice di progresso tecnico che è un punto fondamentale della crescita a lungo termine.

3) In termini di competitività poi, la corruzione è capace di indebolire le norme antitrust, impedire l'accesso di nuovi soggetti e in generale favorire i privilegi dei soliti noti creando ostacoli alla concorrenza. Vien da sé che la mancanza di competitività agirà negativamente sulla crescita della produttività e sull'innovazione.

4) Gli imprenditori, dal loro canto, non trovano ragioni valide per mettere a frutto il proprio capitale e il proprio talento in un Paese che non lo valorizza e decidono più spesso di intraprendere attività rivolte al guadagno immediato senza una visione a lungo raggio volta a portare ricchezza e miglioramento sociale nel Paese. 

5) E ovviamente la corruzione ha un impatto deleterio sulla spesa pubblica perché aumenta il costo di beni e servizi acquistati dal settore pubblico con una conseguente riduzione dei fondi disponibili per l'efficienza della macchina statale. Inoltre influisce sulla qualità della spesa stessa dirottando le risorse nelle direzioni in cui la corruzione può essere più facilmente occultata. 

Tirando le somme, meno investimenti, meno produttività, meno progresso tecnico, meno competitività, meno innovazione, meno impresa e di conseguenza meno lavoro. L'ultimo anello di questa catena disgraziata sono i disoccupati, soprattutto i giovani, che pagano il prezzo più consistente delle tangenti e del malaffare. Mentre l'inefficienza, i servizi scadenti, il peso della crisi economica, l'assenza di opportunità toccano a tutti. 

"Lotta alla corruzione? Basta il buonsenso": le parole di Siri e il rischio di archiviare Tangentopoli. Il sottosegretario Siri presenta la linea sulle opere pubbliche: "Cancellare il Codice degli appalti, via l'Autorità anticorruzione". Perché sono loro la malattia e non le tangenti. Una posizione che traspare anche nelle nuove misure del governo, scrive Gianluca De Feo il 28 Febbraio 2019 su La Repubblica. "Siamo l'unico Paese che ha un ente ulteriore contro la corruzione, sembra che diamo per scontato che siamo tutti corrotti e dobbiamo curarci, io penso che sia il contrario: siamo tutti persone corrette fino a prova contraria". Con parole illuminanti sulla linea del governo, il sottosegretario leghista Armando Siri ha espresso le sue idee sulla gestione degli appalti pubblici. Un inno alla fiducia, perfettamente sintonizzato sulla "cultura del fare" tanto cara alla Lega: per combattere la corruzione, secondo lui, basta "il buonsenso". "Smettiamola di prendere medicine per curare una malattia che ha bisogno invece di buonsenso e di meno burocrazia". Siri si dichiara pronto a spazzare via il Codice degli appalti e anche l'Anac, l'Autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone. Dimentica la lunga catena di scandali che hanno portato alla nascita delle nuove regole. Le tangenti sull'Expo e quelle sul Mose, la cricca delle grandi opere e la recentissima inchiesta sullo stadio della Roma - con finanziamenti concessi pure al suo partito - tutte vicende che si potevano evitare con "buonsenso". Perché nella visione di Siri i controlli sono il male. Li definisce "una malattia autoimmune": "Per cuore la malattia della corruzione abbiamo scatenato degli anticorpi che non solo non riescono a curare la malattia, ma hanno distrutto l'organismo, quindi è stata una reazione eccessiva".

Ignorando i dati ufficiali, che registrano come tra maggio e agosto 2018 gli appalti siano cresciuti del 23 per cento con un aumento di oltre dieci miliardi di euro, il sottosegretario ritiene che siano i meccanismi di sorveglianza a paralizzare il settore. Il problema quindi sono i controlli. Non la lentezza della burocrazia e delle procedure che sicuramente necessitano miglioramenti. Più facile invece smantellare la sorveglianza: "Questo codice va cancellato e totalmente riscritto". La stessa posizione teorizzata tre settimane fa dal vicepremier Luigi Di Maio: il Codice degli appalti si può buttare via, perché con la legge spazzacorrotti le tangenti scompariranno. Affermazioni che sorvolano su una questione fondamentale. Le procure e i processi avvengono dopo che i reati sono stati commessi, spesso con ritardo di anni. E dal 1992 non sono riuscite a spaventare i baroni della bustarelle, che hanno proseguito nelle loro razzie. Il Codice e l'Anac invece hanno uno scopo diverso: prevenire il malaffare, garantendo gare trasparenti ed evitando quelle anomalie che hanno alimentato ruberie gigantesche e cantieri dai tempi infiniti. Lega e M5S oggi si trovano concordi nel preparare una grande deregulation. Traspare nelle prime indiscrezioni della delega affidata al governo proprio per riscrivere il Codice degli appalti.  Dove per ridurre i tempi si "mira a promuovere discrezionalità e la responsabilità delle stazioni appaltanti".

Discrezionalità è la parola chiave di tutti gli intrallazzi: la bacchetta magica che decide chi vince le gare e avrà in mano i cantieri. Il governo Berlusconi l'aveva concretizzata nel sistema dei general contractor, nato per velocizzare e morto dopo avere riempito l'Italia di opere inconcluse e inchieste giudiziarie. La bozza inoltre parla di "assicurare maggiore flessibilità nell'utilizzo delle procedure di scelta del contraente". Una formulazione sibillina, perché in passato la "flessibilità" è servita a sfornare gare su misura per l'imprenditore più vicino alla politica. E gli organismi di controllo sembrano venire ridotti al rango di suggeritori "fornendo - come recita il testo - alle medesime stazioni appaltanti misure e strumenti di supporto attraverso il potenziamento dell'attività di vigilanza collaborativa e consultiva delle competenti autorità amministrative indipendenti nonché delle altre amministrazioni pubbliche". "Vigilanza collaborativa e consultiva", senza il potere di dire no. Senza il potere di fermare gli illeciti. Almeno sul fronte della corruzione, poi, la maggioranza giallo-verde promuove l'Italia a livello europeo. Non ritiene - come dimostrano sia la cronaca che gli indicatori internazionali - che da noi il male sia più forte. No, nella bozza si scrive che bisogna limitare "i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive europee". Abbassiamo quindi le verifiche. Come se fossimo la Germania o l'Olanda, anche in questo caso chiudendo gli occhi sulla nostra lunga tradizione di malaffare nella gestione della cosa pubblica. Tutto dimenticato. Perché il "buonsenso" ci renderà un Paese modello.

Domenica scorsa su Repubblica il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia aveva chiesto una "cura shock per l'economia". Ma se i miliardi pubblici verranno elargiti discrezionalmente, il rischio è che si possa trasformare anche in uno shock per la legalità. Parola completamente scomparsa dal lessico dei ministri pentastellati che si occupano della materia.

No, la corruzione non si combatte così. Le misure proposte dal M5s sono illiberali e inefficaci, e pure pericolose, scrive il 3 Settembre 2018 Il Foglio. La campagna contro la politica corrotta quasi per definizione è stato uno dei più fortunati cavalli di battaglia del Movimento 5 stelle, anche per il clima giustizialista che si era già largamente diffuso ben prima dell’irruzione di Beppe Grillo. E’ quindi comprensibile che una delle prime proposte legislative del nuovo governo riguardi la repressione della corruzione, obiettivo naturalmente di per sé condivisibile. Le misure proposte, però, hanno due difetti non certo secondari: sono illiberali e probabilmente inefficaci. E’ illiberale l’estensione retroattiva delle pene accessorie (come l’esclusione a vita dei rapporti con la Pubblica amministrazione) per reati commessi quando la normativa era meno punitiva. E’ illiberale mettere in campo agenti provocatori che inducano a commettere reati. E’ illiberale in generale dimenticare che uno dei caratteri della pena deve essere la riabilitazione. Queste e altre considerazioni garantiste probabilmente non interessano una compagine politica che dovrebbe avere come simbolo le manette. Forse può creare qualche interrogativo invece il dubbio sull’efficacia di misure punitive generalizzate, che trascurano di esaminare le radici concrete dei fenomeni corruttivi, connesse alla farraginosità dei sistemi autorizzativi e all’esistenza di troppi soggetti in grado di intralciare anche i progetti e i lavori lecitamente assegnati. Individuare i gangli della amministrazione in cui nasce il fenomeno corruttivo, semplificare le procedure e migliorare le capacità ispettive sarebbero operazioni forse meno clamorose ma sicuramente più efficaci nella lotta contro la corruzione, che è cosa diversa dalla propaganda basata sulla denuncia della corruzione.

Il consigliere economico di Salvini? Un bancarottiere. Chi è l'uomo della Flat Tax. Gli scheletri nell'armadio di Armando Siri, fedelissimo del leader della Lega e teorico dell'aliquota unica al 15 per cento che tanto piace agli imprenditori del Nord, scrivono Giovanni Tizian e Stefano Vergine l'8 marzo 2018 su L'Espresso. Una condanna patteggiata per bancarotta fraudolenta. Due società con sede legale in un paradiso fiscale. Un socio indagato per corruzione in un'inchiesta dell'antimafia di Reggio Calabria. È questo il palmares imprenditoriale di Armando Siri, l'ideologo della flat tax targata Lega, l'uomo scelto da Matteo Salvini come consigliere economico. L'Espresso, in edicola da domenica 11 marzo, ha indagato sugli affari privati del neo senatore leghista considerato il padre della riforma fiscale promessa da Salvini: un'aliquota unica al 15 per cento, che nelle speranze degli elettori del Carroccio riuscirà a rivitalizzare l'economia italiana senza mandare a picco i conti pubblici. Responsabile della “Scuola di formazione politica” della Lega, Siri in pochi anni è diventato uno dei fedelissimi del segretario federale, che lo ha infatti nominato responsabile economico di Noi con Salvini. Mister flat tax ha però qualche scheletro nell'armadio, a partire dalla condanna a 1 anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta. Condanna comminata tre anni e mezzo fa dal tribunale di Milano in sede di patteggiamento per il fallimento della Mediatalia, società che ha lasciato debiti per oltre 1 milione di euro. Cosa è successo dopo il voto, quali fenomeni profondi della società italiana hanno prodotto le elezioni e cosa accadrà ora: a queste domande cerchiamo di rispondere nel numero del giornale in edicola domenica 11 marzo. Dal racconto di Massimo Cacciari sul popolo perduto della sinistra italiana ed europea ai "Grillini del Golfo", nuovi padroni del Sud; dalla Leganomics e i suoi ideologi a quel che rimane dopo il terremoto elettorale nell'analisi di storici e politologi, riuniti in un forum dell'Espresso. Infine, la pagina dedicata ai 40 anni dal sequestro di Aldo Moro, per capire meglio l'Italia di oggi. Secondo i magistrati che hanno firmato la sentenza, prima del crack Siri e soci hanno svuotato l'azienda trasferendo il patrimonio a un'altra impresa la cui sede legale è stata poco dopo spostata nel Delaware, paradiso fiscale americano.

Lega, L’Espresso: “L’ideologo della Flat Tax Armando Siri patteggiò per bancarotta fraudolenta”. Ex giornalista, 46 anni, eletto al Senato ha patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta. Tre anni e mezzo fa quindi un giudice ha accolto l'accordo tra accusa e difesa per il fallimento della MediaItalia, società che avrebbe lasciato debiti per oltre 1 milione di euro, scrive Il Fatto Quotidiano il 12 Marzo 2018. Prima della campagna elettorale Matteo Salvini, segretario della Lega, pensava per lui a un ruolo di governo, magari un ministero economico. Eppure, stando a quanto riporta L’Espresso, Armando Siri, 46 anni, eletto al Senato, ideologo della flat tax, ha patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta. Tre anni e mezzo fa un giudice ha accolto l’accordo tra accusa e difesa per il fallimento della MediaItalia, società che avrebbe lasciato debiti per oltre 1 milione di euro. Nelle motivazioni, riporta il settimanale, i magistrati che hanno firmato la sentenza scrivono che, prima del crack, Siri e soci hanno svuotato l’azienda trasferendo il patrimonio a un’altra impresa la cui sede legale è stata poco dopo spostata nel Delaware, paradiso fiscale Usa. La società, secondo quanto ricostruito nell’articolo, aveva iniziato l’attività nel 2002 nel settore della produzione di contenuti editoriali per media e aziende: oltre Siri, già giornalista Mediaset, altri due soci. Nel 2005 però il rosso è già di un milione di euro. Il patrimonio viene trasferito a un’altra società, la Mafea Comunication: i creditori rimangono a bocca asciutta anche perché MediaItalia viene chiusa e viene nominata liquidatriceuna cittadina dominicana, che fa la parrucchiera. Per i giudici una testa di legno. Ci sono poi due società italiane in cui il neosenatore ha avuto ruoli importanti che hanno trasferito la sede legale in Delaware e hanno lo stesso indirizzo. In un caso ricompare anche la parrucchiera dominicana. Responsabile della “Scuola di formazione politica” della Lega, Siri in pochi anni è diventato uno dei fedelissimi del segretario federale, che lo ha infatti nominato responsabile economico di Noi con Salvini. Della tassa che con aliquota fissa negli ultimi giorni ha continuato a dire: “È un progetto necessario al Paese, finora abbiamo curato per anni una polmonite con la tachipirina. In questa campagna elettorale si sono aggregati intorno alla proposta della flat tax altri partiti; gli stessi Padoan e Renzi, prima della campagna elettorale, dichiararono che la flat tax può essere un’idea interessante”. Quindi ha aggiunto: “Inutile cercare di spremere un limone secco” a proposito della possibilità di una rottamazione delle cartelle di Equitalia a sostegno della ‘flat tax’ spiegandone i dettagli. “Il condono sarà di 60 miliardi – continua Siri – in passato abbiamo fatto la ‘voluntary disclosure’ dando la possibilità a chi aveva portato i capitali all’estero di riportarli in Italia con uno sconto che può sembrare un paradosso per i poveri cristi che sono rimasti qui, magari hanno le cartelle, hanno chiuso l’attività ed hanno lo Stato che li insegue per farsi dare 40mila euro quando non hanno i soldi per vivere”. Chissà se, quando diceva queste parole, pensava anche alla sua esperienza di imprenditore fallito.

Esclusivo: la flat tax di Matteo Salvini è un'idea di un bancarottiere. Armando Siri, l’ideologo dell’aliquota unica al 15 per cento,  ha patteggiato una condanna a un anno e 8 mesi per un crac. Due società in cui il guru del leader leghista ha avuto ruoli di spicco hanno trasferito la sede legale in un paradiso fiscale. E uno dei suoi soci è indagato dall'antimafia di Reggio Calabria, scrivono Giovanni Tizian e Stefano Vergine il 12 marzo 2018 su L'Espresso. Mettereste un condannato per bancarotta fraudolenta a gestire il vostro conto corrente? Fatte le debite proporzioni, è proprio quello che ha fatto Matteo Salvini. L’uomo scelto dal leader felpato come responsabile economico del suo partito (Noi con Salvini, fondato per creare proseliti leghisti nel centro e sud Italia) è infatti Armando Siri, condannato tre anni e mezzo fa dal tribunale di Milano in sede di patteggiamento per il crac della MediaItalia, società che ha lasciato debiti per oltre un milione di euro. È a questo 46enne di Genova, giornalista che vanta un passato nella gioventù socialista e un’amicizia personale con Bettino Craxi, che il capo del Carroccio ha affidato il compito di ridisegnare il sistema fiscale italiano: Siri è infatti l’ideologo della flat tax, l’aliquota unica al 15 per cento, la tassa piatta che nelle speranze dei leghisti riuscirà a rivitalizzare l’economia italiana senza mandare a picco i conti pubblici. Responsabile della “Scuola di formazione politica” della Lega, autore di parecchi saggi politico-economici come “La Beffa” e “Il Sacco all’Italia”, in pochi anni Siri è diventato uno dei fedelissimi di Salvini. Che infatti gli ha garantito un posto da senatore piazzandolo in cima alla lista dei candidati nell’Emilia appena conquistata dal Carroccio. Un’elezione ottenuta grazie all’idea della flat tax che tanto piace ai piccoli imprenditori seguaci di Matteo. Ma non è solo questo il merito di Siri. Salvini gli ha affidato anche il compito di stringere relazioni con aziende, banche e governi stranieri. È l’ex giornalista di Mediaset che ha organizzato nel gennaio scorso un viaggio a New York in cui “il capitano” avrebbe dovuto incontrare esponenti dell’amministrazione Trump. Ed è sempre Mister flat tax ad aver tenuto conferenze finanziarie come quella organizzata a Londra da Mediobanca nel dicembre di due anni fa, o ad aver pianificato riunioni tra il segretario leghista e i rappresentanti diplomatici della Russia in Italia. Una ricerca di agganci a Oriente che interessa molti imprenditori nostrani alle prese con le sanzioni imposte a Mosca. Tanto che sempre Siri, come risulta all’Espresso, sarebbe riuscito a organizzare un incontro con Luigi Cremonini, proprietario dell’omonima azienda che in Russia ha realizzato investimenti milionari. Siri angelo custode di Matteo, dunque: suo consigliere economico, finanziario e diplomatico. Con qualche scheletro nell’armadio, primo fra tutti il fallimento della sua MediaItalia e la condanna patteggiata a 1 anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta. Una macchia finora rimasta segreta, che L’Espresso è in grado di raccontare basandosi sulla sentenza e una serie di documenti societari. La MediaItalia nasce a Milano nel 2002 per iniziativa di Siri e di due soci di minoranza, Ciro Pesce e Fabrizio Milan. Si occupa di produrre contenuti editoriali per media e aziende, tanto da diventare poco dopo responsabile della produzione del giornale di bordo della Airone, la compagnia aerea creata dall’imprenditore Carlo Toto. Gli affari vanno bene, il fatturato cresce di continuo. Ma a salire vertiginosamente sono anche i debiti, che nel 2005 superano il milione di euro. È a quel punto che le cose cambiano. Siri e soci trasferiscono tutto il patrimonio della MediaItalia a un’altra azienda, la Mafea Comunication, che in cambio non paga nemmeno un euro. Meno di un anno dopo Siri decide di chiudere la MediaItalia e nomina come liquidatrice Maria Nancy Marte Miniel, immigrata in Italia da Santo Domingo e oggi ufficialmente titolare di un negozio di parrucche e toupet a Perugia. «Una vera e propria testa di legno», la definiranno i giudici nella sentenza di condanna. Già, perché la donna non ha le competenze per gestire un’azienda né i mezzi per pagare i debiti. E così a rimanere con il cerino in mano sono i creditori della MediaItalia: fornitori, banche e lo Stato italiano. Lo stesso che adesso Siri vuole rappresentare in qualità di uomo di governo. La sentenza del tribunale di Milano parla chiaro: l’ideologo della flat tax e i suoi soci, Fabrizio Milan e Andrea Iannuzzi, hanno provocato il fallimento della società con operazioni dolose, svuotando l’azienda e omettendo di pagare alle amministrazioni dello Stato 162 mila euro tra tasse e contributi previdenziali. Avevano pure tentato di rendere la vita difficile agli inquirenti spostando nel Delaware, paradiso fiscale statunitense, la sede legale e i libri contabili della Mafea Comunication, l’azienda a cui erano stati trasferiti gli asset della MediaItalia. Una strategia - hanno ricostruito le indagini giudiziarie - architettata insieme al gruppo di commercialisti a cui si erano rivolti Siri e compagni. Fra questi spicca il nome di Antonio Carlomagno, professionista milanese già coinvolto nell’indagine giudiziaria sulla Perego Strade, la società di Lecco scalata e spolpata dalla ’ndrangheta lombarda tra il 2008 e il 2010. Carlomagno è uno dei commercialisti finiti sotto accusa - e poi assolto - per il fallimento delle aziende del gruppo Perego. Ed è lo stesso arrestato nel 2011 dalla guardia di finanza di Como perché considerato la mente di un vorticoso giro di società cartiere usate per frodare l’Iva. Scatole piene di debiti fiscali, spesso basate proprio nel Delaware, dove le tasse sono basse e la trasparenza societaria è praticamente nulla. Per questo colpisce ritrovare più volte il piccolo Stato affacciato sull’Oceano Atlantico nella parabola imprenditoriale di Siri. Non solo nella vicenda MediaItalia. Altre due società italiane in cui il guru economico di Salvini ha avuto ruoli di spicco (socio di maggioranza e amministratore unico) hanno infatti trasferito la sede legale nella piazza offshore a stelle e strisce. È successo negli stessi anni in cui la MediaItalia andava a picco. Le aziende in questione si chiamano Top Fly Edizioni e Metropolitan Coffee and Food. Due imprese simili, almeno così pare guardando i bilanci. Nate nei primi anni 2000, iniziano a fatturare sempre di più, ma contemporaneamente aumentano a dismisura i debiti. Finché Siri e gli altri soci italiani escono, al loro posto entrano azionisti e amministratori stranieri (tra cui la stessa dominicana Maria Nancy Marte Miniel) e la sede legale viene spostata nel Delaware. Un caso, forse. Di certo colpisce un particolare. Top Fly Edizioni, Metropolitan Coffee and Food e Mafea Comunication hanno sede allo stesso indirizzo: Barksdale Road, civico 113, comune di Newark.

C’è poi un’altra questione che potrebbe imbarazzare il consigliere economico di Salvini. Uno degli uomini che ha fondato insieme a lui la Top Fly Edizioni - presente insieme a Siri nell’azionariato dell’impresa fino alla cessione di tutte le quote alla testa di legno dominicana Marte Miniel - è Luigi Patimo, responsabile del mercato italiano per il gruppo Acciona, colosso spagnolo delle infrastrutture che in Italia porta l’acqua nelle case di 2,5 milioni di famiglie. Ebbene, un anno e mezzo fa Patimo è stato indagato dall’antimafia di Reggio Calabria insieme a Marcello Cammera, responsabile dei lavori pubblici nel municipio dello Stretto, oggi imputato per concorso esterno alla ’ndrangheta nel processo Gotha. Nel dibattimento che vede alla sbarra la zona grigia della mafia calabrese, impastata di massoneria e colletti bianchi, Patimo non è imputato, ma il filone che lo riguarda resta ancora aperto. Secondo i pubblici ministeri, che si sono avvalsi della collaborazione del nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio, il manager della multinazionale iberica è coinvolto in un caso di corruzione: avrebbe promesso al dirigente comunale in odore di clan (Cammera) assunzioni e consulenze. Storiaccia intricata, nella Calabria di oggi in cui la Lega ha collezionato un risultato che nessun padano avrebbe mai immaginato. Se gli affari comuni di Siri e Patimo nella Top Fly Edizioni sono ormai ufficialmente acqua passata, c’è una società in cui i due compaiono ancora come azionisti e amministratori. Si chiama Profilo ed è attiva ufficialmente nel commercio di abbigliamento per adulti e bambini. Di bilanci depositati alla Camera di commercio non c’è nemmeno l’ombra, nonostante l’impresa sia stata fondata quattordici anni fa. D’altronde Mr flat tax lo ripete di continuo: garantiremo agli italiani meno tasse e meno burocrazia. Lui, evidentemente, si è già portato avanti.

POLITICI E MAGISTRATI, UN PO’ PIÙ DI UMILTÀ (E DI BUON SENSO). LA TENSIONE TRA LE DUE PARTI SAREBBE UTILE SE INDUCESSE CIASCUNA A OCCUPARSI DELLE PIAGHE DI CASA PROPRIA DI PIÙ E PRIMA CHE DI QUELLE DELL’ALTRA. Editoriale telegrafico di Pietro Ichino per la Nwsl n. 389, 23 aprile 2016. Da una parte quelli che “tutti i politici sono ladri” (nessuna migliore assoluzione per i politici ladri!). Dall’altra parte quelli che “tutti i magistrati sono inefficienti, politicizzati e affetti da protagonismo” (una botta in testa ai tanti giudici che fanno in silenzio il loro prezioso lavoro con sacrificio, imparzialità e dedizione). I primi alimentano l’aggressività dei secondi; e viceversa. Non una parola, da parte dei primi, sulle intollerabili disfunzioni e ritardi dell’amministrazione giudiziaria italiana, sulle enormi disparità di impegno e di risultati che si registrano tra i giudici di uffici diversi e di uno stesso ufficio, sull’impunita indisponibilità dei peggiori ad allinearsi almeno alla media. Da parte dei secondi, non una parola sull’incapacità del ceto politico di dotarsi, e dotare le amministrazioni che da esso dipendono, degli anticorpi indispensabili per ridurre il fenomeno endemico della corruzione ai livelli dei Paesi a nord delle Alpi. Un appello a entrambe le parti: ciascuna faccia precedere ogni invettiva contro l’altra dall’indicazione di almeno una misura concretamente attuabile subito per correggere almeno uno dei propri difetti. Per esempio, mi piacerebbe un presidente dell’A.N.M. che esordisse dicendo: “il modo in cui funziona la giustizia civile è insopportabile: dobbiamo imparare a trattare i procedimenti in modo sequenziale, concentrando istruttoria e discussione e programmandone fin dall’inizio i tempi con gli avvocati: ci sarebbe lo strumento operativo per farlo, che colpevolmente lasciamo nel cassetto”; poi aggiunga pure il suo ceterum censeo contro i politici corrotti. E mi piacerebbe un leader dei politici iper-garantisti che esordisse dicendo: “stiamo sbagliando a insabbiare o depotenziare la legge sulla trasparenza totale e quella sulla cooperazione civica nella lotta alla corruzione (il cosiddetto whistleblowing), entrambe mutuate dalle migliori esperienze straniere”; poi aggiunga pure il suo ceterum censeo contro i giudici politicizzati e manettari. Così si respirerebbe un’aria decisamente migliore.

·         Caselli: ''Cene e nomine di giudici: una rogna preoccupante''.

Caselli: ''Cene e nomine di giudici: una rogna preoccupante'', di Gianni Barbacetto. Intervista Tratta da: ilfattoquotidiano.it del 31 Gennaio 2019. L’indagine su 15 magistrati in Calabria pare delineare un “groviglio perverso”, dice l’ex procuratore di Torino. Magistrati indagati in Calabria per corruzione in atti giudiziari e favoreggiamento mafioso. Toghe che partecipano a riunioni convocate in nome del “garantismo” insieme a un variopinto parterre di personaggi (da Flavio Briatore a Matteo Salvini, passando per Maria Elena Boschi). Polemiche sul ministro della Giustizia che va ad accogliere in aeroporto il latitante Cesare Battisti e poi posta un video su Facebook. E festeggiamenti per i cento anni di Giulio Andreotti. Gian Carlo Caselli, una vita da magistrato tra Torino e Palermo, osserva con pacatezza quello che sta succedendo. “Dell’inchiesta sui magistrati calabresi posso ovviamente parlare solo in astratto”, dice. “Ma se le prime notizie risultassero vere e fossero poi confermate dalle indagini in corso, per la magistratura (non solo calabrese) sarebbe un brutto colpo”.

Quindici toghe di vari uffici sono sospettate di reati gravi, legati all’esercizio delle loro funzioni. Sì, sarebbe - sottolineo sempre il condizionale - una macchia velenosa. Ma c’è anche il risvolto della medaglia: è la stessa magistratura che ha individuato la macchia, che ha scoperchiato quello che potrebbe risultare un groviglio perverso. Prova inequivocabile che la magistratura rimane un’istituzione affidabile e solida, perché (e non tutte le pubbliche amministrazioni possono vantarsene) dimostra di saper applicare la legge con giusto rigore anche al suo interno. Senza indulgenze che contrasterebbero con il principio della legge uguale per tutti. In un momento difficile, non è poco. Comunque, oltre al lavoro del magistrato penale, bisognerà seguire con attenzione anche quello del Csm, perché ferite come queste vanno suturate bene e in fretta.

Catanzaro, 15 magistrati indagati per inchieste manipolate. Il fascicolo è stato aperto dopo che la procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, nel luglio scorso, aveva trasmesso gli atti per competenza ai magistrati di Salerno. Tra i reati contestati quello di favoreggiamento mafioso, corruzione e corruzione in atti giudiziari, scrive Giovanna Pavesi, Giovedì 17/01/2019, su Il Giornale. Erano tutti in servizio nel distretto giudiziario di Catanzaro, con diversi incarichi. Ma oggi, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, quindici magistrati sono indagati dalla procura di Salerno per favoreggiamento mafioso, corruzione e corruzione in atti giudiziari. Il giornale indica fra gli indagati il procuratore capo di Cosenza, Mario Spagnuolo, il procuratore di Castrovillari (Cs), Eugenio Facciolla, e il procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto.

L'inchiesta. Al centro dell'inchiesta ci sarebbero episodi di favoreggiamento, a beneficio di indagati, e rivelazione di segreto d'ufficio, in relazione a operazioni di polizia, ma anche manipolazione di atti relativi a indagini. Al momento, comunque, non risulterebbero provvedimenti a carico dei magistrati coinvolti.

La testimonianza di Carchidi. Tra le persone ascoltate dai magistrati salernitani ci sarebbe il giornalista Gabriele Carchidi, direttore del sito "Iacchitè", autore di alcuni articoli sulla gestione della procura cosentina. La sua testimonianza sarebbe stata ascoltata l'11 dicembre dai carabinieri del Ros di Salerno, in missione nella città calabrese, per avere informazioni sull'inchiesta in corso.

Il legale di Facciolla: "Solo temi organizzativi". "A Salerno, per quanto riguarda la posizione del procuratore Facciolla, è in corso un approfondimento su temi amministrativi e organizzativi della procura di Castrovillari. Soltanto questo", ha spiegato all'Agi Antonio Zecca, avvocato del procuratore capo, in riferimento all'inchiesta della procura campana. Il legale ha aggiunto: "Ho letto l'articolo che riguarda un grappolo di magistrati calabresi per reati associativi o per collusioni con reati associativi, ma assolutamente nulla ha a che vedere l'indagine che riguarda Facciolla con questi temi. Il dottor Facciolla ha già ampiamente chiarito il suo ruolo e il suo comportamento ma, ripeto, sotto l'aspetto amministrativo e organizzativo dell'ufficio. È a dir poco sorprendeten che ci sia una fuga di notizie su questi temi, mi sembra un vero e proprio salto nel passato, quando negli anni Novanta le informazioni di garanzia, gli interessati le ricevevano dalle testate giornalistiche".

L'apertura del fascicolo. Il fascicolo sarebbe stato aperto dopo che la procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, nel luglio scorso, aveva trasmesso gli atti per competenza ai magistrati della città campana. Secondo le prime ricostruzioni, gli uffici coinvolti sarebbero quelli del capoluogo calabrese, di Cosenza e di Crotone.

Dal Sistema Siracusa al Sistema Italia: 31 indagati per corruzione in atti giudiziari. C’è anche il giudice Santoro del Consiglio di Stato, scrive il 24 gennaio 2019 Siracusa news. Un'inchiesta alla quale lavorano sia i pm capitolini sia quelli messinesi e per la quale, a febbraio del 2018, sono finite in carcere 15 persone e molte altre sono state indagate. Avvocati, imprenditori e magistrati sono accusati di aver aggiustato processi in favore dei clienti dello studio di Amara e Calafiore. L’inchiesta sul Sistema Siracusa si allarga sempre più, fino al Consiglio di Stato, fino a diventare un Sistema Italia dove le menti sembrano essere gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Il giudice del Consiglio di Stato, Sergio Santoro, è indagato per corruzione in atti giudiziari dalla Procura della Repubblica di Roma nella maxi inchiesta sulla presunta compravendita di sentenze nel massimo organo della giustizia amministrativa. Un’inchiesta alla quale lavorano sia i pm capitolini sia quelli messinesi e per la quale, a febbraio del 2018, sono finite in carcere 15 persone e molte altre sono state indagate. Avvocati, imprenditori e magistrati sono accusati di aver aggiustato processi in favore dei clienti dello studio di Amara e Calafiore. Nell’indagine risultano altri 30 indagati, tra i quali Francesco Saverio Romano, l’ex presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e Filippo Paradiso, dirigente del ministero dell’Interno. E figurano – come rivela il Sole 24 ore – anche altri giudici: l’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato Riccardo Virgilio, l’ex presidente della Giustizia amministrativa siciliana Raffaele De Lipsis, il giudice Nicola Russo e l’ex direttore generale del Consiglio di Stato Antonio Serrao, attualmente procuratore federale aggiunto della Figc. “Quello che dispiace è constatare la spiacevole coincidenza tra la notifica della proroga, e la diffusione della notizia, e lo svolgimento del plenum del Consiglio di Stato, fissato per venerdì mattina e da cui sarebbe uscito Santoro presidente aggiunto – ha commentato il legale di Santoro, Pierluigi Mancuso, a il Fatto Quotidiano – Non conosciamo la contestazione ma sono certo che c’è qualcuno che ha calunniato Santoro, uomo onesto e magistrato inflessibile”. Si attende per domani, infatti, la nomina per il presidente aggiunto del Consiglio di Stato e Santoro è favorito per ottenere il ruolo di numero due.

Sentenze pilotate al Consiglio di Stato: scattano le manette per giudici e politici, scrive il 7/02/2019 la Redazione de lasicilia.it. L'ipotesi è di presunta corruzione delle toghe di Palazzo Spada, tra gli indagati risultano anche avvocati, professionisti e uomini d’affari. Sono in totale quattro le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Roma nell’ambito dell’inchiesta della Procura su sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Ai domiciliari sono finti il giudice Nicola Russo, già coinvolto in altre vicende giudiziarie, l’ex presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia Raffaele Maria De Lipsis, l’ex giudice della Corte dei Conti, Luigi Pietro Maria Caruso e il deputato dell’assemblea regionale siciliana Giuseppe Gennuso. Per quest’ultimo l’ordinanza non è stata eseguita in quanto risulta al momento all’estero. Il reato contestato è corruzione in atti giudiziari. Questo nuovo colpo di scena con arresti eccellenti dovrebbe essere legato alle dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara, figura-chiave del procedimento e ritenuto il regista della rete che puntava a pilotare le sentenze, che da alcuni mesi sta collaborando con gli inquirenti. L’ipotesi investigativa gira intorno a presunte corruzioni di giudici di Palazzo Spada per pilotare alcune sentenze. Tra gli indagati risultano anche avvocati, professionisti e uomini d’affari. Tra le persone coinvolte come detto anche Nicola Russo (già coinvolto in una vicenda giudiziaria con l’imprenditore Stefano Ricucci), l’ex ministro Francesco Saverio Romano accusato di rivelazione del segreto d’ufficio, l’ex governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, l’imprenditore Ezio Bigotti e l’avvocato Giuseppe Calafiore. I pm romani nei mesi precedenti hanno cercato di ricostruire la rete e le aderenze su cui potevano contare gli indagati. Il 26 settembre scorso è stato arrestato un maresciallo dei carabinieri, ex Aisi, per l’accusa di falso in atto pubblico. Il militare era informato, in tempo reale, da una talpa sugli sviluppi della maxindagine. Un informatore che è stato in grado di propalare notizie in tempo reale, anche su informative della Guardia di Finanza non ancora depositate negli uffici di piazzale Clodio. I pm in particolare vogliono capire a chi sono finiti i 30mila euro che gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, coinvolti nella maxi indagine hanno erogato in almeno due tranche, con incontri fissati presso un convento di suore, allo stesso maresciallo dell’Arma. Ma in realtà nell'indagine ci sarebbe traccia di circa 150mila euro di tangenti versate per comprare sentenze nell’ambito della giustizia amministrativa per un totale di circa cinque episodi di corruzione contestati dai magistrati di piazzale Clodio, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo. Delle sentenze pilotate tre episodi sono contestati al giudice del Consiglio di Stato (ora sospeso) Nicola Russo e due all’ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) della Sicilia, Raffaele Maria De Lipsis. In base a quanto raccontato da Amara, Russo avrebbe ottenuto da lui circa 80 mila euro (e altri 60mila promessi), per aggiustare sentenze di tre procedimenti. A svolgere un ruolo di "mediatore", in base a quanto accertato dagli inquirenti, sarebbe stato anche l’avvocato Stefano Vinti oggetto questa mattina di una perquisizione. Il suo nome spunta in una vecchia intercettazione nell’ambito del caso Consip, finita agli atti dell’indagine, tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, in cui i due parlando dell’avvocato affermano che «comprava cause a blocchi». Per quanto riguarda De Lipsis, avrebbe ottenuto tangenti per 80 mila euro per intervenire su alcune sentenze. Tra queste anche quella relativa ad un contenzioso che la società Open Land, rappresentata da Amara, aveva con il comune di Siracusa. De Lipsis, attraverso la nomina di consulenti graditi ad Amara e Calafiore, fa ottenere alla società un risarcimento dal comune siciliano di 24 milioni euro. Di questi ne verranno elargiti due prima dell’esplosione del caso giudiziario. Per questa operazione De Lipsis ha ottenuto 50 mila euro di tangenti. Infine l’ex presidente del Cga è intervenuto, in qualità di presidente del collegio, nella vicenda relativa al ricorso presentato da Giuseppe Gennuso dopo la sua mancata elezioni alle amministrative del 2012. Il tribunale amministrativo annullò quel risultato elettorale di Siracusa favorendo Gennuso che venne rieletto alla nuova tornata. In cambio il giudice ha ottenuto 30 mila euro. Denaro che Gennuso consegnò attraverso l'ex giudice della Corte di Conti, Luigi Pietro Maria Caruso. 

Il libro mastro delle sentenze truccate: sotto inchiesta venti magistrati, scrive l'11 giugno 2018 Alessandro Ziniti su La Repubblica. Le nuove accuse dei magistrati di Roma e Messina, al centro anche processi su appalti Consip. Di che cosa stiamo parlando. Sentenze amministrative comprate e un’azione di dossieraggio per inquinare e depistare importanti inchieste penali. A febbraio una grossa indagine delle procure di Roma e Messina ha portato all’arresto di 15 persone per corruzione in atti giudiziari. In manette anche un pm della procura di Siracusa e il regista di questo giro di mazzette, l’avvocato siciliano Piero Amara con una grossa clientela internazionale. Tra gli indagati anche l’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato Virgilio. Sono partiti da un elenco di 35 sentenze trovato a casa di uno dei faccendieri e sono arrivati lì dove non avrebbero mai voluto arrivare, per di più consapevoli di essere solo sull'uscio di una porta che spalanca la strada a quella che potrebbe essere una delle più esplosive inchieste italiane sulla corruzione degli ultimi anni. Ci sono più di venti magistrati iscritti per corruzione in atti giudiziari nel registro degli indagati delle procure di Roma e di Messina per un giro enorme di processi aggiustati nell'ambito della giustizia amministrativa. Lo scenario che si apre, gravissimo e desolante al tempo stesso, è quello di un Consiglio di Stato e di un Consiglio di giustizia amministrativa fortemente condizionati dall'attivismo di un numero molto consistente di giudici a libro paga che avrebbero preso mazzette per favorire i clienti più importanti rappresentati dallo studio legale Amara-Calafiore, i due avvocati siciliani arrestati tre mesi fa e che da alcune settimane stanno facendo importantissime ammissioni riempiendo decine di pagine di verbali davanti ai pm romani coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e messinesi diretti dal procuratore Maurizio de Lucia. Alcuni atti, che coinvolgono seppure in maniera marginale un magistrato del penale di Roma il cui nome emerge dagli atti per alcune cointeressenze in società, sono stati mandati per competenza alla procura di Perugia ma l'indagine promette di allargarsi e interessare altri uffici giudiziari italiani. L'inchiesta è quella che, a febbraio, ha visto finire agli arresti quindici persone (e tra questi anche l'ex pm di Siracusa Giancarlo Longo) per un giro di corruzione allora valutato in 400 milioni di euro. Bazzecole rispetto al vorticoso passaggio di mazzette, molte delle quali estero su estero, che gli investigatori della Guardia di finanza stanno faticosamente ricostruendo in questi mesi. Partendo da questa sorta di libro mastro delle sentenze aggiustate, ma grazie anche alle dichiarazioni fatte dai due avvocati accusati di aver costruito questo fittissimo reticolo di relazioni capace di condizionare le sentenze della giustizia amministrativa in favore dei loro facoltosi clienti, tutti interessati ad appalti milionari, molti dei quali affidati dalla Consip. L'altra ma non meno importante faccia della medaglia era l'ingegnoso metodo, quello dei procedimenti cosiddetti "a specchio", che il pm amico di Amara, Giancarlo Longo, apriva a Siracusa con l'obiettivo o di entrare a conoscenza di elementi riservati di inchieste delicatissime (come quella milanese sulle tangenti Eni in Niger) condotte da altre procure o addirittura di inquinarle o rallentarli con atti appositamente compiuti. Un'attività di depistaggio e dossieraggio che viaggiava tra Roma, Milano, Siracusa e Trani e che resta al centro di un capitolo tra i più delicati dell'inchiesta. Il primo a parlare, dopo tre mesi in carcere, è stato il rampantissimo Piero Amara, 48enne avvocato originario di Augusta ma con una importante clientela internazionale e amicizie nelle stanze dei bottoni. Messa da parte la linea di difesa iniziale, quando aveva negato di aver pagato magistrati per indirizzare le sentenze, ha finito con spiegare, almeno in parte, qual era il meccanismo messo in piedi per facilitare i suoi clienti: ricorso al Tar se la gara andava male e da lì verdetto sicuro o in primo o in secondo grado. Di cose interessanti ne ha raccontate diverse ma avrebbe in parte cercato di spostare le responsabilità sul collega di studio Calafiore. Il quale non l'avrebbe presa benissimo. E così, quando i pm gli hanno contestato le dichiarazioni di Amara, anche Calafiore ha deciso di rompere il silenzio contribuendo a sua volta a mettere tanta carne al fuoco delle due procure. E alla fine, due settimane fa, anche lui si è "guadagnato" i domiciliari. Nomi su nomi di magistrati amministrativi "avvicinati" e una lettura, adesso ovviamente al vaglio degli inquirenti, dell'elenco delle sentenze aggiustate (qualcuna con relativa cifra accanto) custodito da uno dei faccendieri che lo studio legale Amara-Calafiore utilizzava per sbrigare i suoi affari. Almeno quindici i nomi dei componenti del Consiglio di Stato finiti sotto indagine a cui si aggiungono quelli iscritti a Messina tra giudici del Consiglio di giustizia amministrativa e dei Tar di Palermo e Catania. Un "cerchio magico", quello messo su negli ultimi anni da Amara e Calafiore, del quale facevano parte anche diversi avvocati (anche qui molti nuovi indagati) rappresentanti delle imprese favorite nei contenziosi amministrativi: tra i più importanti il contenzioso Ciclat e quello della Exitone. Anche Fabrizio Centofanti, imprenditore anello di questa catena, haottenuto i domiciliari. Ma lui continua a tacere.

·         Corruzione: Cananzi (magistrato) “il peggior peccato è l’omissione”.

Corruzione: Cananzi (magistrato) “il peggior peccato è l’omissione”, scrive agensir.it  il 6 dicembre 2018. “Non ci si può fermare alla frustrazione. Occorre avere fiducia e speranza davanti alla mafia e alla corruzione. Il nostro compito è valorizzare chi si comporta bene”. Lo ha detto Francesco Cananzi, magistrato, in occasione della presentazione del libro “Corrotti, no”, edito da Ave, nell’ambito della manifestazione “Più libri più liberi”. Il volume raccoglie gli scritti di Papa Francesco riguardo al tema della corruzione. “C’è una voracità che fa paura – ha aggiunto Cananzi, giudice delle indagini preliminari di Napoli -. Quando i nostri desideri li facciamo diventare nostri diritti è logico che si arriva anche alla corruzione. Davanti a questo c’è bisogno di sporcarsi le mani. La vera sfida è mettere in campo persone che mettano al servizio degli altri il proprio potere. Nel libro – ha ricordato – Francesco dice chiaramente che bisogna mettersi in gioco mentre il peggior peccato secondo me è l’omissione”. “Un’altra parola che Francesco cita – ha proseguito – è la ‘fraternità’. Il dovere di solidarietà è nella nostra Costituzione ma lo abbiamo dimenticato. La sfida è sapere impegnarsi per far capire che c’è un modo diverso in cui vivere una situazione di benessere. Il problema è che oggi tutti vogliono tutto. La sfida è educativa e si vince con il buon senso. Ciascuno di noi si deve interrogare sul valore del piccolo potere che ha per fare giustizia”. “Possiamo continuare – ha doncluso – a fare leggi e indagini ma dobbiamo lavorare sulla crescita collettiva delle persone del senso civico”.

Avv. Parrotta (Dir. ISPEG): “Sul tema corruzione servono misure precise di prevenzione”. Intervista di Simone Ciloni su New Notizie del 25/01/2019.

Buon pomeriggio Avv. Parrotta e la ringraziamo di essere qui con noi. Nel giornale ‘Il Dubbio’ lei ha scritto un articolo riguardante la corruzione; ci indichi quali sono a suo giudizio i modi per contrastarla efficacemente e quanto è profondo questo male in Italia…

«Ritengo, come già esposto a Il Dubbio, che la normativa sia parziale ed incompleta proprio perché agisce solo sul trattamento sanzionatorio, inasprendo le pene e ponendo più incisive regole per godere dei benefici in esecuzione di pena, ma non prende in alcun modo in considerazione la prevenzione al male corruttivo. Non è sufficiente un sistema di pene più severo ma occorre valutare l’introduzione di nuovi incentivi a fronte dei quali si possano ricevere benefici. Tra tutti: un rafforzamento ed un’attualizzazione generalizzata della UNI ISO 37001, lo strumento preventivo anticorruzione che aiuta le imprese a dotarsi di un sistema di legalità volto a ridurre il rischio di commissione del reato e che – all’Estero – è considerata la condizione basilare per intraprendere rapporti di natura economici con altri soggetti. Occasione mancata per mettere mano al D. Lgs. 231/01 in modo più sostanziale, il quale – come noto – prevede una responsabilità per “colpa in organizzazione” che si basa proprio sul concetto di prevenzione. La nuova legge introdurre – a livello societario – un nuovo reato che può dar luogo alla responsabilità dell’ente in caso di traffico di influenze illecite (art. 346-bis c.p.) ma non si sofferma su altro se non sul sistema sanzionatorio.Il Sistema Italia è davvero un unicum, in senso positivo, per la prevenzione della corruzione. A livello governativo v’è in corso una fitta attività di diplomazia giuridica volta a portare nei Paesi extra-UE i nostri modelli gestionali. Occorre solo farli funzionare, sancendo la loro obbligatorietà. È bene ricordare che è proprio tramite l’introduzione di norme di questo tipo che si crea e si sviluppa nella società, a tutti i livelli, una cultura di trasparenza, conformità ed integrità nei rapporti. A parere di chi scrive, la battaglia alla corruzione va compiuta proprio sul terreno della prevenzione, attraverso l’adozione di precise ed incisive misure di prevenzione».

Come Professore di diritto della cooperazione internazionale cosa pensa del recente provvedimento del Tribunale di Catania al Ministro Salvini?

«Proprio oggi su La Notizia ho rilasciato alcune mie – tecniche – impressioni. Mi occupo di diritto della cooperazione internazionale da anni come docente a Giurisprudenza presso l’Università degli Studi eCampus e volendo – da tecnico – tralasciare le impressioni politiche mi permetto di invitare ad una riflessione. Il Procuratore Zuccaro negli scorsi mesi aveva ribadito che le scelte del vice premier fossero riconducibili esclusivamente ad una sfera politica e per questo non sindacabile dal giudice penale a fronte del fondamentale principio della separazione dei poteri. Nel caso dei c.d. reati ministeriali la competenza a decidere se archiviare o richiedere l’autorizzazione alla camera di appartenenza spetta al Tribunale dei Ministri, sentito il parere dei Procuratori. Conseguentemente, l’ultima decisione è del Tribunale. Tuttavia, tenendo a mente le regole procedurali ordinarie, occorre osservare, come in genere, a seguito di una richiesta di archiviazione il Giudice competente, se ritiene di non dar seguito alla richiesta stessa, non dispone ex officio l’archiviazione ma procede ad indicare quali nuove indagini e mezzi istruttori debbano essere esperiti a fondamento della notizia di reato ovvero formulare l’imputazione coattiva dandone motivazione.Qui mi pare di aver inteso che il Tribunale dei Ministri respinga immotivatamente ben due richieste di archiviazione, non dando seguito ai pareri e alle – pesanti – dichiarazioni dei Procuratori e prosegua, dunque, l’iter giudiziario trasmettendo gli atti per la richiesta a procedere. Perché? Ogni risposta credo debba essere ricercata nella Costituzione che va osservata, sempre, da tutti gli interlocutori politici e non». Simone Ciloni

“ORA BASTA!”, PARLA SIMON PIETRO SALINI DELLA SALC, scrive Dimitri Buffa il 19 febbraio 2019 su L’Opinione. Simon Pietro Salini ormai da anni ha sostituito il fratello Claudio (deceduto tragicamente in un incidente automobilistico su una delle tante buche della Cristoforo Colombo il 31 agosto 2015) alla guida della Salc – Società appalti lavori e costruzioni – che è l’impresa numero 18 tra quelle italiane del settore, con un portafoglio opere di oltre 450 milioni di euro e un miliardo di euro di giro d’affari. A oggi ha ultimato circa 25 di quelle che si definiscono “grandi opere”, e il verbo “ultimare” va sottolineato in un paese che apre cantieri e non li chiude. La Salc, a tal proposito, ne ha altri 12 aperti sparsi in giro per l’Italia. Non è inutile dire che direttamente impiega 298 persone e indirettamente dà da lavorare a migliaia di persone in Italia e nel mondo. Salini in questa intervista della serie di “Ora basta!” ci spiega la sua adesione al manifesto dei costruttori italiani che lottano disperatamente contro la burocrazia e il senso dell’iniziativa in sé.

Architetto Salini, il presidente dell’Anac Raffele Cantone nega che il Codice degli appalti sia un problema per l’aggiudicazione degli stessi e parla di polemiche inventate. Lei che ne pensa?

«Diciamo che ha ragione forse sulla semplice aggiudicazione dei singoli appalti, però i cantieri non si aprono e a volte la procedura di varo dura più a lungo che la successiva fase di ultimazione dell’opera stessa».

Cosa non va allora secondo lei in questo Codice degli appalti?

«Oramai c'è una minore professionalità e minore preparazione nella Pubblica amministrazione. E questo porta a non prendersi responsabilità e a non correre rischi. In questo quadro il Codice degli appalti è venuto a complicare più che a semplificare le cose, con queste pretese di avere progetti esecutivi che nessuno è in grado di perfezionare nei tempi dati e con queste commissioni che giudicano sugli appalti che stentano a decollare».

E le imprese? Come mai negli anni Sessanta si costruiva in pochi mesi e oggi ci vogliono anni?

«Sicuramente ci sono state tante colpe anche da parte delle imprese. Che risentono del clima generale. Le opere pubbliche andrebbero rimesse al centro dello sviluppo economico e contemporaneamente andrebbe limitata la responsabilità erariale dei pubblici funzionari solo ai reati di malversazione, corruzione e in genere al dolo e alla colpa grave. Sia  del pubblico funzionario sia  dell’imprenditore. Tenendo però fuori tutto il resto.che altrimenti la situazione è destinata a bloccarsi per sempre».

Un discorso che oggi in Italia verrebbe giudicato eversivo vista la generale situazione di pensiero unico forcaiolo...

«Beh, anche in quell’ottica andrebbe valutato, in una ipotetica analisi costi e benefici, che il tenere tutto fermo provoca un danno erariale ben superiore. Se un’opera entra in funzione nei tempi previsti o quattro anni dopo – mettiamo un ospedale – si rischia addirittura di costruire qualcosa che al momento della sua inaugurazione è già divenuta obsoleta. Non mi pare che sia sostenibile. In mancanza del dolo o della colpa grave, bloccare tutto per irregolarità formali o cose lievi io credo che provochi danni ben superiori».

Rispetto al Codice degli appalti – nel dettaglio tecnico – cosa non funziona?

«Guardi, sono uno dei firmatari dell’appello “Ora basta!”, come lei saprà, e l’errore principale è stato quello di non prevedere una normativa transitoria in attesa che il codice e i suoi istituti andassero a regime. E questo ha bloccato proprio il numero degli appalti. Hanno messo la pubblica amministrazione nelle condizioni di non potere lavorare perché i bandi per progetti esecutivi non esistevano e non ne era pronto neanche uno. E quindi per due anni hanno dovuto dedicarsi esclusivamente a questo mentre le opere pubbliche attendevano di potere partire. La società di mio fratello che adesso gestisco io è passata in tre anni da gare per oltre tre miliardi di euro a gare per seicento milioni. Con tutto l’annesso di una ricaduta occupazionale drammatica, visto che nel settore dal 2011 a oggi si sono persi seicentomila posti di lavoro, e questo grazie alle scelte dei vari governi che si sono succeduti. Non ci sono più bandi cui partecipare perché per due anni hanno dovuto bloccare tutto per fare i progetti esecutivi e ancora non si è colmato il cosiddetto gap».

Lei sta fornendo notizie drammatiche e le sta comunicando in maniera semplice. Perché di queste cose non se ne parla nelle aperture dei Tg della sera visto che riguardano così tante famiglie?

«Questo forse va chiesto ai suoi colleghi...Il sospetto è che sia meglio parlare di altro drammatizzando le notizie di cronaca per non dovere interrogarsi sulla criminalizzazione ideologica del settore appalti...E’ anche un po’ il mio sospetto. Ma adesso l’Italia avrebbe bisogno di una robusta cura di buon senso se non vuole tornare indietro invece che andare avanti».

E quale sarebbe la cura contro questa stasi?

«Lo ha spiegato bene il professor Sabino Cassese, questo codice nasce sul pregiudizio. Le imprese sono tutte imbroglione, i funzionari pubblici tutti in cerca della mazzetta e così via. Bisognerebbe – ripeto – tornare al buon senso».

Ad esempio?

«Coordinarlo questo benedetto codice anche con la normativa sui fallimenti. Non è possibile che ci siano imprese che da fallite o in concordato preventivo partecipino agli appalti, magari con il vantaggio di non pagare subito - o mai -  i fornitori. Sennò oltre al problema della concorrenza sleale con chi nell’appalto è arrivato secondo o terzo c’è anche il rischio di provocare una filiera di fallimenti determinati dal fatto che il pesce grosso non paga quello piccolo»

E quindi?

«Quando un’impresa che ha vinto un appalto fallisce o non è in grado di portarlo a termine ci vorrebbe lo scivolo automatico al secondo classificato nella gara. Lo capirebbe anche un bambino. Ma con questa cultura del sospetto, da una parte, e dell’arrangiamento, dall’altra siamo arrivati al paradosso che è tutto fermo e il settore sta morendo».

Una riflessione sulle grandi opere e sull’urgenza delle stesse?

«Se ogni volta che ci sta una grande urgenza, dal crollo del ponte a Genova a un terremoto nel Centro Italia, va nominato un commissario per procedere in deroga al codice degli appalti allora significa che è meglio far si che la deroga stessa diventi legge. E’ intuitivo. Inutile fare leggi inapplicabili e complicate. Una volta per una grande opera pubblica il tempo medio di realizzazione non superava i tre anni, ora ce ne vogliono dieci, se ce la si fa. Così non si può andare avanti. Per questo “Ora basta!” è diventato un manifesto condiviso per tutto il nostro settore».

·         Appalti puliti, cantieri chiusi.

Appalti puliti, cantieri chiusi. In 10 anni i lavoratori dell'edilizia si sono dimezzati Colpa della crisi, ma anche di un Codice dei contratti pubblici che si è rivelato un inedito autogol istituzionale, scrive Angelo Allegri, Mercoledì 16/01/2019, su "Il Giornale". Per gli addetti ai lavori è semplicemente il Codice degli appalti: la raccolta delle norme da seguire in materia di contratti pubblici, il testo che detta le regole di un settore che nel 2017 valeva 140 miliardi di euro. Un documento a cui è legata una bella fetta di economia italiana, ma che è diventato anche l'esempio di un corto circuito istituzionale con pochi uguali perfino nel malandato Belpaese. Per rendersene conto basta passare in rassegna la sua storia: l'approvazione è del 2016, ma pochi mesi dopo deve intervenire un decreto per correggere decine e decine di errori materiali contenuti nei vari articoli. Nel 2017, un anno dopo il varo, un altro decreto «correttivo», questa volta più sostanziale, e alla fine sono più della metà le disposizioni che finiscono in qualche modo per cambiare. A questo punto, tutto a posto? Macché. Uno dei primi atti della legislatura iniziata nel 2018 è il via a una serie di audizioni parlamentari per avviare la riforma della riforma. «Il Codice ha fallito, è troppo complicato, farraginoso, così non (...) (...) si può andare avanti», dicono praticamente tutte le associazioni professionali coinvolte. Le nuove norme sono così diventate l'esemplificazione concreta di un vecchio adagio: i posti di lavoro non si creano per legge, ma per legge si possono distruggere. Nelle intenzioni si ispiravano a criteri di flessibilità e trasparenza, ma hanno avuto l'effetto di contribuire a una frenata dei contratti pubblici, gettando sale sulle ferite di chi sugli appalti vive. In prima fila le imprese di costruzioni che negli ultimi 10 anni hanno vissuto una vera e propria Caporetto: 500mila posti di lavoro persi, 120mila aziende fuori mercato, più della metà dei grandi gruppi in fallimento o in conclamata crisi finanziaria. Sulla catastrofe del settore ha pesato soprattutto la crisi della finanza pubblica con una riduzione degli investimenti nell'ultimo decennio superiore al 50% (in questo campo il governo del cambiamento non ha cambiato proprio nulla: erano attese nuove risorse per 3,5 miliardi, alla fine sono arrivati solo 550 milioni). Ma nell'ultimo paio d'anni anche il Codice degli appalti, secondo i molti detrattori, ha fatto la sua parte.

«BULIMIA» LEGALE. La spinta verso un intervento legislativo organico nel campo dei contratti pubblici è nata dalla necessità di recepire nella legislazione italiana una serie di direttive europee. Ma non ci si è fermati qui. «I provvedimenti di Bruxelles stabiliscono principi generali», spiega Ginevra Bruzzone, vice direttore generale di Assonime, l'associazione delle società per azioni. «Ma da noi, dove spesso i comportamenti degli amministratori o delle imprese lasciano a desiderare, l'approccio è quello dell'iper-regolazione, si vuole prevedere e regolare tutto». Di «bulimia normativa» parla Vittorio Barosio, avvocato e docente universitario, un atteggiamento motivato dal fatto che «il legislatore non si fida della pubblica amministrazione, considerata, non a torto, inaffidabile e incompetente». Il risultato è che nel nuovo codice si sono fissate regole così stringenti da risultare paralizzanti e in qualche caso perfino in contrasto con la stessa normativa europea che si voleva attuare. Un esempio è quello dei subappalti, sottoposti a una serie rigidissima di paletti: bisogna tra l'altro indicare in sede di gara una terna di imprese a cui si potranno affidare in un secondo tempo i lavori. «E mi starebbe anche bene se si parlasse di procedure che durano settimane», spiega Edoardo Bianchi, vice presidente dell'Ance, associazione dei costruttori. «Ma qui si parla di anni. Che cosa ne so io che cosa succederà sul mercato tra 24 mesi?». Un'altra novità è l'introduzione del principio della soft law. Di solito dopo l'approvazione di una norma con valore di legge, un regolamento amministrativo si occupa di definire i dettagli. In questo caso si sono voluti affiancare ai provvedimenti ministeriali le linee guida dell'Anac, l'Autorità anti-corruzione guidata da Raffaele Cantone, che è anche autorità dei contratti pubblici. Nelle intenzioni si opponeva la rigidità del regolamento alla flessibilità delle linee guida, in grado di fare da riferimento per la pubblica amministrazione che conservava la sua, in molti casi opportuna, discrezionalità. «La novità, però, ha aumentato la produzione normativa e introdotto una complicazione ulteriore», spiega l'avvocato Barosio. «Le linee guida sono regolatorie e cioè vincolanti, o semplicemente esplicative. Ma alla fine la distinzione non è chiara e alimenta la confusione».

DECRETI IN RITARDO. In termini quantitativi l'Anac ha fatto il suo dovere, tenendo conto anche del fatto che dopo il decreto «correttivo» del 2017 alcune linee-guida già emanate hanno avuto bisogno di una correzione: delle 10 linee-guida obbligatorie sette sono già stati pubblicate. Tutt'altro discorso vale, invece, per i compiti affidati alla burocrazia ministeriale. Nel complesso erano previsti 62 provvedimenti, ma solo un terzo circa ha visto fino ad ora la luce. «Mancano ancora misure fondamentali come la cosiddetta qualificazione delle stazioni appaltanti», dice Andrea Mascolini, direttore generale dell'Oice, l'associazione delle società di ingegneria. La novità era considerata una delle più importanti del nuovo codice: quelle che i tecnici chiamano stazioni appaltanti sono gli enti pubblici autorizzati a avviare delle gare pubbliche; tenendo conto di tutto (dalle Asl fino ai piccoli comuni), in Italia ce ne sono più di 30mila. Il Codice prevede una serie di criteri per fare in modo che dimensioni e caratteristiche dell'ente pubblico determinino il tipo di gare che questo può avviare. Per capirsi: un piccolo comune in cui l'ufficio tecnico è formato da un paio di geometri non dovrebbe assegnare appalti per milioni, visto che gli mancano le capacità per gestire adeguatamente procedure di questo tipo, e deve fare riferimento a enti più strutturati in termini di competenze e organizzazione. Principio sacrosanto che, però, si è inabissato nei corridoi ministeriali. E anche questo dà la misura delle resistenze della burocrazia alle nuove regole: gli appalti, dai piccoli ai grandi, sono soldi e potere.

SENZA RETE. «L'errore principale del Codice è stato però quello di non aver previsto una disciplina transitoria», aggiunge Mascolini. Nel 2016 gli uffici pubblici hanno dovuto, subito e senza rete, adeguarsi alle nuove regole, che prevedevano, tra l'altro, che la gara non potesse effettuarsi più sulla base del progetto definitivo, ma su quello esecutivo (la fase ulteriore, quella immediatamente precedente all'apertura del cantiere). Il rallentamento nelle aggiudicazioni è stato brusco. Anche se già per il primo semestre del 2018 una ricerca Cresme-Anac segnalava che per gli appalti superiori al milione di euro la crescita è stata del 43% in numero e del 75% in valore (dai 6,1 miliardi del primo semestre 2017 ai 10,1 dell'anno scorso). Ma secondo gli esperti non basta. I provvedimenti in discussione in questi giorni, compreso quello già approvato in sede di legge di bilancio, che alza da 40mila a 150mila euro la soglia degli appalti assegnabili senza gara, hanno come obiettivo quello di rimettere in moto il settore. Una riforma del Codice era stata annunciata dal vice premier Salvini per il mese di novembre, poi tutto è slittato, anche se qualche misura dovrebbe essere inserita nel cosiddetto decreto semplificazioni.

IL GIRO RICOMINCIA. Ma pure la riforma porta con sé alcuni rischi: quello di ricominciare da zero, ripetendo l'errore del 2016, se le modifiche saranno troppo radicali e non graduate nel tempo; e, soprattutto, quello di buttare il bambino con l'acqua sporca. I costruttori spingono per esempio, per la reintroduzione dell'appalto integrato, in cui in gara vengono assegnati insieme progetto esecutivo e lavori. Ma proprio la fase del progetto esecutivo è stata quella in cui spesso, attraverso le ormai famigerate «varianti», le imprese hanno cercato di rientrare dai ribassi a cui erano state costrette per ottenere l'appalto, facendo lievitare l'ammontare complessivo dei lavori. In discussione c'è anche la reintroduzione di un istituto tra i più controversi: l'incentivo del 2% sull'importo dei lavori ai dipendenti pubblici che svolgono in proprio la progettazione. Tra i progetti, quanto meno della Lega, c'è anche il ridimensionamento dell'Anac con le sue linee-guida e il ritorno ai tradizionali regolamenti. Bisognerà vedere che cosa ne pensano i grillini.

·         L'Italia è un paese fondato sulla mazzetta. Micro corruzione, la vera piaga italiana: ogni otto ore un caso di mazzette e favori illeciti.

Micro corruzione, la vera piaga italiana: ogni otto ore un caso di mazzette e favori illeciti. Dal professore universitario che obbliga il ricercatore a versare una somma per garantirsi il rinnovo della collaborazione al sindaco che cambia destinazione ai terreni per aiutare l’amico imprenditore. Sull'Espresso in edicola da domenica 6 gennaio vi raccontiamo la Mala Italia delle mini-mazzette, scrive Giovanni Tizian il 04 gennaio 2019 su "L'Espresso". Anche il 2018 lascia in eredità una scia di grandi e piccole corruzioni. Passano i governi, si susseguono leggi anti corrotti, ma la malattia resiste, immune a qualunque antibiotico. Uno studio di Transparency international del 10 dicembre scorso ha rivelato che nell’anno appena concluso i giornali hanno riportato 983 casi di corruzione. Quasi il doppio del 2017. E chissà quanti sono rimasti fuori da questo censimento. L'Espresso in edicola da domenica 6 gennaio pubblica un servizio sulla corruzione quotidiana, che molti considerano spicciola, in confronto alle grandi mazzette e ai grandi appalti. Ma che in realtà è capillare e i cui effetti sono devastanti per la comunità. Quelle citate da Transparency sono storie per lo più ignote all’opinione pubblica di micro corruzione. Divise per tutti i giorni dell’anno producono il dato più allarmante: tre casi al giorno, che coinvolgono almeno - la stima è al ribasso - 6 cittadini italiani ogni 24 ore. Dal professore universitario che obbliga il ricercatore a versare una somma per garantirsi il rinnovo della collaborazione fino al sindaco che cambia destinazione ai terreni per fare una “cortesia” all’amico imprenditore. Non c’è settore immune: sanità, istruzione, giustizia, sociale, edilizia. Ogni ambito ha la sua cricca. Non mancano le mafie, che alla lupara preferiscono le bustarelle per convincere gli indecisi. La fotografia della mazzetta italiana è impietosa: da sud a nord, non c’è regione, provincia, comune, esente dal desiderio di crearsi una scorciatoia pagando un dazio non dovuto. A scapito delle collettività, danneggiata enormemente dalle innumerevoli cricche locali, più o meno stabili nel tempo o che si aggregano di volta in volta per raggiungere lo scopo prefissato: procurarsi un ingiusto vantaggio personale, lucrando sulle risorse di tutti, giovani e meno giovani. I pirati in doppiopetto, i colletti bianchi della corruzione, considerano il territorio alla stregua di una preda da scarnificare. L’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone dal 2014 al 2018 ha esaminato 171 ordinanze di arresto in cui erano presenti reati contro la pubblica amministrazione. L’accusa di corruzione è presente quasi ovunque. E solo l’anno scorso l’ufficio diretto da Cantone ha proposto 19 commissariamenti di appalti pubblici, tutti macchiati da vicende di corruzione. La Commissione europea nel 2017 ha svolto un’indagine sulla percezione della corruzione nei singoli paesi membri dell’Unione. Il risultato più significativo è che in Italia il 15 per cento delle imprese ha risposto di aver ricevuto richieste di favori o di mazzette per almeno uno dei sei servizi rivolto alle aziende: permessi di costruire e commerciali, cambio d’uso dei terreni, permessi ambientali, aiuti di Stato e fondi strutturali. La differenza con la Spagna è enorme. Qui solo l’1 per cento ha rivelato di aver subito richieste di questo tipo. In generale il dato italiano è superiore dieci punti la media dell’Unione Europea. Di corruzione e non solo abbiamo parlato con il comandante generale della Guardia di Finanza, Giorgio Toschi. Nel numero in edicola da domenica, L'Espresso pubblicherà l'intervista al generale delle Fiamme Gialle. Al centro del colloquio evasione, nuova legge anti corrotti, riciclaggio e traffico di droga. «L’evasione fiscale “consapevole”, ossia da mancata o sotto-dichiarazione dei redditi d’impresa e di lavoro autonomo, è pari a circa 74,6 miliardi di euro», ha spiegato Toschi all'Espresso. Che sull'uso degli agenti sottocopertura nelle inchiesta sulla pubblica amministrazione ha risposto: ««La Guardia di Finanza ha avuto modo di esprimere le proprie valutazioni nel corso dell’iter parlamentare del disegno di legge. Pertanto, l’estensione di tale strumento ai reati contro la Pubblica Amministrazione la valutiamo positivamente. La figura dell’operatore sotto copertura è sempre distinta da quella, non prevista dal nostro codice, dell’agente “provocatore”, la cui condotta è orientata a istigare o a suscitare la commissione di un reato altrimenti non realizzabile».

L'Italia è un paese fondato sulla mazzetta. Da Nord a Sud, il linguaggio della "stecca" è riconosciuto ovunque. Viaggio nel Paese che si lascia comprare per poche centinaia di euro: tanto a pagare è sempre la collettività, scrive Giovanni Tizian l'11 gennaio 2019 su "L'Espresso". Cara vecchia piccola mazzetta. Anche il 2018 è stato un anno di grandi e piccole corruzioni. Passano i governi, si susseguono leggi anti corrotti, ma la malattia resiste, immune a qualunque antibiotico. Uno studio di Transparency international del 10 dicembre scorso ha rivelato che nell’anno appena concluso i giornali hanno riportato 983 casi di corruzione. Quasi il doppio del 2017. E chissà quanti sono rimasti fuori da questo censimento. Quelle citate da Transparency sono storie per lo più ignote all’opinione pubblica di micro corruzione. Divise per tutti i giorni dell’anno producono il dato più allarmante: tre casi al giorno, che coinvolgono almeno - la stima è al ribasso - 6 cittadini italiani ogni 24 ore. Dal professore universitario che obbliga il ricercatore a versare una somma per garantirsi il rinnovo della collaborazione fino al sindaco che cambia destinazione ai terreni per fare una “cortesia” all’amico imprenditore. Non c’è settore immune: sanità, istruzione, giustizia, sociale, edilizia. Ogni ambito ha la sua cricca. Non mancano le mafie, che alla lupara preferiscono le bustarelle per convincere gli indecisi. Chi pensa però che si tratti di un fenomeno concentrato solo in alcune aree del Paese, limitato a zone antropologicamente votate alla tangente, si sbaglia di grosso. Corrotti e corruttori non si nasce ma si diventa, si impara l’arte negli uffici pubblici e di imprese private. I pirati delle mazzette si muovono abili tra le pieghe, i cavilli e le disfunzioni della burocrazia. Più lunghi sono i tempi di attesa per una autorizzazione maggiore è il rischio di imbattersi in stimati professionisti che offrono soluzioni alternative (e illegali) per ridurre i tempi. La fotografia della mazzetta italiana è impietosa: da sud a nord, non c’è regione, provincia, comune, immune dal desiderio di crearsi una scorciatoia pagando un dazio non dovuto. A scapito delle collettività, danneggiata enormemente dalle innumerevoli cricche locali, più o meno stabili nel tempo o che si aggregano di volta in volta per raggiungere lo scopo prefissato: procurarsi un ingiusto vantaggio personale, lucrando sulle risorse di tutti, giovani e meno giovani. I pirati in doppiopetto, i colletti bianchi della corruzione, considerano il territorio alla stregua di una preda da scarnificare. L’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone dal 2014 al 2018 ha esaminato 171 ordinanze di arresto in cui erano presenti reati contro la pubblica amministrazione. L’accusa di corruzione è presente quasi ovunque. E solo l’anno scorso l’ufficio diretto da Cantone ha proposto 19 commissariamenti di appalti pubblici, tutti macchiati da vicende di corruzione. I commissari sono figure utilissime che garantiscono il prosieguo dei lavori, evitando così di chiudere e licenziare. Allo stesso tempo, però, l’indagato non continua a trarre profitto.

Dalle Madonie alle Alpi. La Commissione europea nel 2017 ha svolto un’indagine sulla percezione della corruzione nei singoli paesi membri dell’Unione. Il risultato più significativo è che in Italia il 15 per cento delle imprese ha risposto di aver ricevuto richieste di favori o di mazzette per almeno uno dei sei servizi rivolto alle aziende: permesso di costruire e commerciali, cambio d’uso dei terreni, permessi ambientali, aiuti di Stato e fondi strutturali. La differenza con la Spagna è enorme. Qui solo l’1 per cento ha rivelato di aver subito richieste di questo tipo. In generale il dato italiano è superiore dieci punti la media dell’Unione Europea. L’ultimo rapporto 2018 di Confartigianato è l’amara istantanea di quanto già emerso nelle ricerche sia della Commissione europea sia di Transparency international: elaborando i dati Istat, l’ufficio studi dell’associazione degli artigiani è arrivata alla conclusione che il 7,9 per cento della famiglie italiane nel corso della vita ha ricevuto richieste di denaro, favori, regali o altro in cambio di servizi o agevolazioni. Segue a questa constatazione suffragata dai dati una classifica regionale. C’è il Lazio che svetta, con il 17,9 per cento, poi l’Abruzzo con l’11,5 per cento di famiglie che hanno subito i metodi della corruzione. A seguire Puglia, Basilicata, Molise e Campania, che vanno dall’11 al 8,9 per cento. Subito dopo si piazza la Liguria, 8,3 per cento. A pari merito due regioni che per ricchezza si trovano agli antipodi e che invece sono unite dalla corruzione: Calabria e Emilia Romagna. Il 7,2 per cento delle famiglie di entrambe ha dichiarato di aver avuto richieste illecite per soddisfare ciò che invece gli sarebbe spettato per diritto. In questa speciale classifica troviamo tutte le altre: anche le insospettabili Friuli-Venezia Giulia e Marche, il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Provincia Autonoma di Bolzano e la Provincia Autonoma di Trento. Lombardia e Veneto (luoghi di mastodontici scandali su appalti Expo e Mose) si piazzano a metà classifica, dopo Calabria, Emilia Romagna.

Veglione coi carabinieri. E proprio dall’Emilia arriva uno degli ultimi casi del 2018. A Carpi, in provincia di Modena, era tutto pronto per salutare l’anno vecchio in grande stile. E invece l’ultimo Capodanno sarà ricordato a lungo da queste parti. Una storiaccia di corruzione, bandi cuciti su misura e favori sta scuotendo la giunta Pd della città. Nel mirino della procura di Modena una serie di affidamenti senza gara, tra i quali quello dato a una società che avrebbe dovuto organizzare la festa di San Silvestro. Il maggiore indiziato è il vicesindaco e assessore Pd Simone Morelli. Nell’assessorato che dirige si sono recati i carabinieri per raccogliere documenti utili alle indagini coordinate dal procuratore capo di Modena Lucia Musti. Intanto, nell’attesa di capire l’evoluzione dell’inchiesta (dove emergono anche lotte di potere all’interno del partito e legami con la potente diocesi locale) una cosa è certa: il festone di fine anno è stato annullato dalla giunta di cui è assessore Morelli. Irregolarità nell’assegnazione dell’appalto. A subire, dunque, sono sempre i cittadini. Come al solito il prezzo di vere o presunte corruzioni lo paga la collettività, costretta a rinunciare al suo giorno di festa. Le indagini ci diranno quanto è robusta l’ipotesi dei magistrati. Di certo, però, sono fatti come quelli di Carpi che hanno ricadute dirette sulla vita delle persone. Possono sembrare ipotesi di corruzione spicciola in confronto ai grandi appalti milionari, ma è corruzione quotidiana, i cui effetti si riverberano ogni giorno sui destini di famiglie e imprese.

Furbetti ad alta quota. Anche nell’insospettabile Valle d’Aosta non mancano i furbetti della mazzetta. A finire nei guai a novembre, per esempio, è stato il responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Valtournenche. Lui, secondo gli investigatori, sfruttando la sua posizione ha favorito la cerchia di imprenditori amici in cambio di denaro. Chi in qualche modo si è opposto ha dovuto incassare le ritorsioni. Molto più clamore ha suscitato nella stessa regione il caso dell’ex governatore Augusto Rollandin, indagato nell’ambito di un giro di corruzione insieme a un manager e un imprenditore. Si attende la fine di febbraio, per capire se verrà o meno rinviato a giudizio. Rimanendo sulle Alpi ma spostandoci verso est arriviamo in Trentino. Nell’ultimo anno qui sono accaduti due fatti degni di nota. Entrambi riguardano settori cruciali per la vita delle persone: sanità e istruzione. Beni comuni usati come cosa privata. La procura di Trento, con la Guardia di finanza, a giugno ha messo sotto inchiesta 17 persone, tra professori e personale amministrativo dell’Università per appalti irregolari, incarichi esterni pilotati e doppi lavori. Pochi mesi prima della bufera sull’Ateneo è stata la sanità la pietra dello scandalo. Tecnici, professionisti, imprenditori, i protagonisti della vicenda. A vincere gli appalti erano le imprese più fortunate di altre che sapevano in anticipo le offerte dei concorrenti. Così i furbetti riuscivano a sbaragliare gli onesti. Un servizio di soffiate che aveva un suo prezzo. Anche in Alto Adige il fenomeno è tutt’altro che assente. Una ricerca dell’Astat (l’istituto provinciale di statistica) ha rivelato che l’anno scorso il 3,1 per cento delle famiglie è stato direttamente coinvolto in episodi corruttivi, mentre cinque altotesini su dieci conoscono qualcuno che ha ricevuto una richiesta illecita in almeno un settore tra sanità, istruzione, uffici pubblici, lavoro e assistenza. Del resto la Guardia di finanza sei mesi fa ha reso noti alcuni dati significativi dul Trentino-Alto Adige: «Negli ultimi 17 mesi sono stati recuperati 210 milioni di euro di imposte evase. Denunciate per reati contro la pubblica amministrazione 134 persone e sequestrati 3,4 milioni».

Furbetti con la fascia. Il corrotto a volte può indossare la fascia tricolore di un sindaco. Succede di continuo, ma le tante storie di malapolitica locale non escono dai confini provinciali. Eppure messe assieme tratteggiano un quadro in cui il municipio, simbolo più prossimo della democrazia, viene svenduto a interessi privati. Prendiamo il caso di Acireale. Roberto Barbagallo del Pd è stato sindaco finché la procura di Catania - il pm Fabio Regolo- lo ha indagato per corruzione elettorale. Si è dimesso e ora è sotto processo. È accusato di aver disposto dei controlli amministrativi nei confronti di due ambulanti con l’obiettivo metterli in difficoltà, così da spingerli a chiedere aiuto al sindaco, che in cambio ha chiesto i voti per un suo compagno di partito candidato alla scorse Regionali. A nord, invece, lo scorso anno ha patteggiato una pena a 4 anni Danilo Rivolta, l’ex sindaco Forza Italia di Lonate Pozzolo, provincia di Varese. Secondo l’accusa, Rivolta ha ricevuto denaro per cambiare la destinazione d’uso di alcuni terreni. Favori, insomma, a imprenditori amici tramite anche lo studio di architettura del fratello. Sempre in Lombardia, a Seregno, a finire nei guai per una storiaccia di corruzione e abuso d’ufficio sono stati l’ex primo cittadino Edoardo Mazza (Forza Italia) e il due volte sindaco e poi vice di Mazza Giacinto Mariani, leghista della prima ora, mr preferenze, devoto a Matteo Salvini. Di Mariani campeggia una foto su Facebook dell’11 novembre 2018 di fianco al ministro del Viminale, «il mio ministro preferito», ha scritto Mariani. Quella visita non gli ha portato particolarmente bene: 30 giorni dopo è stato rinviato a giudizio. La sua colpa sono le irregolarità commesse, sostengono i pm, su una pratica edilizia viziata dalla corruzione dell’allora sindaco di Forza Italia, Mazza. Da Seregno a Torre del Greco cambia poco. Se non i nomi. In questo caso nel paese vesuviano è finito a processo Ciro Borriello, sindaco fino all’inchiesta, con l’accusa di corruzione: le indagini hanno evidenziato un legame «malsano» tra il sindaco e alcuni imprenditori. Negli atti si parla di 20 mila euro al mese per Borriello. Saranno i giudici a giudicare le indagini della guardia di finanza e della procura. Intanto però Ciro Borriello per quell’inchiesta ha dovuto rinunciare al sogno di fare politica in grande nella Lega di Salvini. Già, l’ex amministratore di Torre del Greco aveva aderito al Carroccio sovranista, per tutti era diventato il primo sindaco leghista della Campania. Anche Borriello può vantare una foto ricordo con l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini. I casi, però, non finiscono qui. Si contano a centinaia in pochi anni. Da Brindisi, a Sperlonga, fino ai piccoli comuni dell’Abruzzo o del Molise. Storie sconosciute di democrazia infettata dal germe della mazzetta. Di diritti soppiantati dalla cultura del favore. È il caso delle numerose inchieste sparse nel Paese sull’assegnazione degli alloggi popolari. Veri e propri canali paralleli, dove non conta chi ne ha diritto ma chi può pagare di più. È accaduto a Roma, dove sono stati scoperti corrotti tra dipendenti del Comune e dell’Ater (ente che si occupa delle case popolari). E a Lecce, dove la procura sospetta che alcune assegnazioni siano state fatte in cambio di voti. Tra gli indagati, un altro leghista, il parlamentare Roberto Marti. A lui i pm contestano di aver concesso al fratello del boss l’uso di un bene confiscato.

Per un pugno di spiccioli. Le megatangenti miliardarie ai tempi della lira o quelle milionarie di oggi catalizzano l’attenzione mediatica. C’è tuttavia un mondo di sotto della corruzione in cui si muovono professionisti e imprenditori, dirigenti e impiegati, che si vendono per molto poco. Tra Roma e Torre del Greco, per esempio, è stato scoperto non molto tempo fa un giro di tangenti nel mondo delle assicurazioni. Avvocati, giudici di pace, periti, forze dell’ordine. Nel registro degli indagati sono finiti profili di ogni categoria. Gli inquirenti hanno parlato di “sistema oliato”, con i legali che dettavano le sentenze ai giudici di pace e stabilivano a chi dovesse essere riconosciuta la responsabilità di un incidente. È facile comprendere la portata del danno per chi, invece, era tagliato fuori dal giro. Durante le perquisizioni a casa del giudice sono stati ritrovati 30 mila euro, secondo gli investigatori sono le mazzette accumulate. Non proprio una cifra sbalorditiva. Del resto non ha fatto un grosso affare neppure l’impiegato dell’Agenzia delle Entrate di Cosenza che per accelerare una pratica di successione ha chiesto in cambio 300 euro. C’è poi chi, come un dirigente dell’ufficio tecnico di una Asl laziale, per garantire l’appalto a ditte amiche, ha chiesto in cambio non cash ma servizi di giardinaggio e traslochi da effettuare nelle sue abitazioni. E che dire delle sentenze comprate per 500 o mille euro in Puglia? Le ha scoperte l’anno scorso la Guardia di finanza a Foggia. Un prezzo alla portata di tutti. Nell’indagine sui verdetti a misura di corruttore è emerso un altro particolare: un commercialista indagato aveva a libro paga un funzionario tributario. Per una spesa mensile di soli 400 euro il professionista si era comprato una pedina cruciale nel meccanismo sanzionatorio. Illuminanti le parole del colonnello dell’epoca che ha condotto le indagini: «La funzione pubblica giudiziaria era stata trasformata in una sorta di giustizia privata». In poche parole il senso della corruzione quotidiana. Saccheggio perpetuo ai danni della collettività.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto dei saggi dedicati)

·         I moralizzatori di sinistra anti Trump.

Università e raccomandati: lo scandalo dei "moralizzatori" anti-Trump, scrive il 14 Marzo 2019 Libero Quotidiano. I protagonisti incriminati per frode nello scandalo delle ammissioni fraudolente ad alcuni dei colleges più prestigiosi d’America sono stati descritti sui media come il “Who’s who” dell’America facoltosa e amorale. Vero. Ma ciò che non è stato sbattuto in prima pagina è la perfetta coincidenza tra l’essere disposti a truffare personalmente il sistema in segreto per un tornaconto privato, e il presentarsi in pubblico come modelli di superiore moralità politica, aperti sostenitori di Obama e dei Democratici, e fustigatori di Trump. Cinquanta individui sono stati incriminati, e alcuni arrestati. Trentatrè sono genitori ricchi che pagavano da decine di migliaia a 6 milione di dollari (per un totale di 25 milioni). Il resto sono funzionari degli esami esterni (SAT e ACT) che falsificavano i test di ammissione innalzando il voto ai candidati, e allenatori che costruivano curriculum sportivi fittizi per farli entrare come atleti di qualità che non avevano: tutto pur di dare a rampolli incapaci dei posti che venivano sottratti ad altri meritevoli, visto che nelle università USA di elite c’è il numero chiuso. Al centro della trama c’è il consulente William Singer, che ha creato una Fondazione che formalmente doveva fare servizi onesti di assistenza e che serviva invece come sua cassaforte privata con cui pagare i funzionari dei test e gli allenatori corrotti perchè facessero il lavoro sporco. Ad alimentare il “fondo”, che appariva “senza scopo di lucro”, erano i genitori che versavano le somme richieste per il “servizio” e che, vergogna nella vergogna, potevano a fine anno metterle nella dichiarazione dei redditi come contributi di beneficenza. Singer ha confessato tutto, e rischia 20 anni per la truffa. Nessuna università è stata coinvolta come parte della truffa, e nessuno studente è stato incriminato. Singer collabora da settembre con l’FBI e il Dipartimento di Giustizia nell’indagine chiamata “Operation Varsity Blues” e ha fatto per ora, pare, solo una parte dei nomi del suo giro. In totale avrebbe “aiutato” 800 ragazzi e ragazze, gran parte ignari della cospirazione dei genitori, a entrare nei colleges desiderati. Quelli resi noti finora sono Yale, Stanford, USC, Georgetown, Ucla (colleges che hanno un tasso ufficiale di “accettati” rispetto al numero di quelli che fanno domanda che va dal 5% di Stanford al 7% di Yale e al 16% delle altre 3). Poi ci sono pure scuole meno prestigiose, ma che erano nel network di Singer: Wake Forest (tasso di ammissione del 28%), Texas Austin (36%) e San Diego (50%). Se un genitore paga e truffa per far entrare il figlio in un college dove normalmente c’è il 50% di chance di entrare senza trucco vuol dire che ha proprio una bella stima di lui. 

Ecco qualche nome della galleria dei ricchi & amorali, la quasi totalità di sinistra. 

Felicity Huffman è una attrice molto famosa (protagonista della serie le “Mogli Disperate”) e una abituale finanziatrice dei DEM, da Obama alla senatrice DEM Kamala Harris. In un articolo di fine 2016 appare combattiva e virtuosa sotto il titolo “Ultima star che conferma la sua partecipazione alla Marcia delle Donne di Washington per protestare la Inaugurazione di Donald Trump, appena eletto”. “Andrò alla marcia con le mie due figlie Sophia Grace di 16 e Georgia Grace di 14”, disse a testa alta. “Sento che questa elezione è diventata una questione da femminista. Sento che il meglio di noi sia stato battuto”, aveva pontificato . Era proprio eticamente già matura per costruire un paese migliore, e per dare alle sue bambine l’educazione giusta. A qualunque costo. 

Jane Buckingham, autrice di vari libri tra cui una “Guida per le ragazze moderne in situazioni scabrose”, è stata una collaboratrice di Cosmopolitan e un guru del marketing. Nei suoi articoli e testi, dice la pubblicità del libro citato, “dispensa sagge soluzioni per le miriadi di piccole problematiche che angustiano la vita con calore, grande umorismo e saggezza impeccabile”. Nello scambio con Singer, finito negli atti processuali, ha detto, non senza ironia: “So che è una pazzia… ma io ho bisogno che mio figlio entri alla USC…. E poi ho bisogno che tu trovi la cura per il cancro e che tu faccia la pace in medio oriente”. 

Gordon Caplan, co-chairman dello studio legale Willkie Farr & Gallagher LLP, ha donato a Hillary Clinton e alla senatrice DEM Kirsten Gillibrand. 

Agustin Huneeus è un imprenditore vinicolo californiano: ha dato 33mila dollari a Hillary nel 2016, 150mila dollari al Comitato Nazionale Democratico e 66mila a Nancy Pelosi. 

Robert Flaxman, padrone della Crown Realty and Development, ha donato alla campagna di Hillary nel 2016. Essendo un immobiliarista è un donatore seriale, e ha contribuito negli anni sia ai DEM sia al GOP (come ha fatto Trump in carriera, peraltro). 

Gordon Ernst, allenatore di tennis alla Georgetown University quando falsificò le credenziali di alcuni candidati senza capacità, è tra le persone incriminate. Nella capitale, diciamo che “frequentava bene”. Infatti, è stato il trainer privato di tennis di Michelle Obama e della figlia Malia. “Michelle ha un gran rovescio”, disse Ernst al New York Times. Tra il 2012 e il 2018 ha accettato oltre 2,7 milioni in mazzette in cambio dell’inserimento nel team femminile di quel college di almeno 12 studentesse, comprese “alcune che non giocavano a livello competitivo”, e quindi non avevano titolo. Malia è ora ad Harvard, e sicuramente nessuno può pensare che abbia avuto qualche implicazione nello scandalo. Con quel cognome non ne aveva certo bisogno. Ciò che si può dire su Ernst è che la familiarità e la frequentazione della famiglia Obama non gli ha elevato il carattere etico.

Tangenti per far entrare i figli ai college: attrici e top manager coinvolti nello scandalo Usa. Pubblicato martedì, 12 marzo 2019 da Corriere.it. Ci sono le attrici Felicity Huffman (la Bree di «Casalinghe Disperate») e Lori Loughlin (protagonista della serie tv «Summerland»), oltre a vip e amministratori delegati tra le decine di persone coinvolte nello scandalo delle ammissioni ai college che scuote il mondo delle accademie Usa. Secondo il procuratore generale di Boston i sospettati avrebbero pagato ciascuno tangenti fino a sei milioni di dollari per garantire ai loro figli l’accesso a università prestigiose come Yale, Georgetown, Stanford e Usc (University of Southern California). Le autorità federali hanno parlato di un vero e proprio racket e di un giro d’affari da 25 milioni di dollari. Tra gli arrestati, anche allenatori e amministratori degli atenei, che avrebbero accettato di far fittiziamente figurare gli studenti come atleti (che notoriamente hanno un accesso privilegiato) o di falsificare i risultati dei test di ammissione. Secondo i funzionari, le bustarelle andavano da poche migliaia di dollari fino a sei milioni e venivano versate a un mediatore californiano - William Rick Singer, 58 anni - che attraverso la sua società College & Career Network si occupava di «aggiustare» le application e le graduatorie. Per quanto riguarda Felicity Huffman, secondo i media americani gli inquirenti sarebbero in possesso di registrazioni che proverebbero che l’attrice e il marito (l’attore William H. Macy) avrebbero corrisposto una «regalia» di 15mila dollari per spingere la candidatura della figlia maggiore; avrebbero poi avviato trattative anche per la secondogenita, ma senza portare a termine il piano. Lori Loughlin e il marito, un noto stilista, avrebbero invece accettato di pagare 500mila dollari per far inserire le due figlie in una squadra sportiva della Usc e così facilitarne l’ammissione al college, senza che poi avessero mai partecipato ad alcuna attività specifica.

Università Usa nella bufera: 50 incriminati per scandalo tangenti milionarie nelle ammissioni, scrive Marco Valsania il 12 marzo 2019 su Il Sole 24 ore. Un vasto scandalo di corruzione scuote nel profondo il mondo universitario americano, con ramificazioni anche nello sport, nello spettacolo e nel mondo aziendale americano. Procuratori federali hanno incriminato decine di persone, quasi 50 in tutto tra le quali allenatori di prestigiosi centri accademici, attori di Hollywood e leader di business, in una vasta truffa che vedeva di fatto la compravendita dell’ammissione degli studenti in cambio di ingenti bustarelle e tangenti, per un totale di svariati milioni di dollari. Gli studenti venivano accettati quali “atleti” sotto mentite spoglie, cioè senza avere alcun reale merito sportivo o accademico. I nomi delle università nella bufera sono da shock: ci sono Yale, Stanford e la University of Southern California. Vale a dire la “crema” dell’accademia. Di rilevo anche i nomi degli attori coinvolti: tra questi Felicity Huffman e Lori Loughlin (entrambe arrestate), che avrebbero pagato le tangenti per ottenere in cambio l’ammissione dei propri figli. Nel mirino anche un noto avvocato e uno stilista di moda. Allenatori e dipendenti delle università in questione hanno intascato milioni di dollari in cambio della falsificazione del sistema di ammissioni. A far esplodere lo scandalo è stata la procura federale di Boston. Il suo responsabile Andrew Lelling ha definito la vicenda come il più grave e ampio scandalo nell’ammissione universitaria mai indagato e perseguito dal Dipartimento della Giustizia. Al cuore del caso è una società privata di gestione delle procedure e pratiche di ammissione con sede a Newport Beach in California. Genitori abbienti pagavano forti somme affinchè i loro “pargoli” potessero truccare i test di ammissione e inventare credenziali sportive. Il proprietario dell'azienda, William Rick Singer, è stato incriminato di una lunga serie di reati, da associazione a delinquere a riciclaggio di denaro, da ostruzione della giustizia a truffa ai danni degli Stati Uniti. L'impresa era nata nel 2007 e si chiama “The Edge College and Career Network”. Con un soprannome, però, forse rivelatore: “The Key”, la Chiave. Di ingresso nelle università, si intendeva, ma questa volta forse in prigione. Il sistema universitario americano è oltretutto già attraversato da forti polemiche e crisi di credibilità che lo vedono accusato di perpetuare e rafforzare un clima sociale di elitismo e discriminazione, rischiando di minare alla radice la vantata meritocrazia americana. In discussione sono aspetti quali i costi sempre più elevati delle rette universitarie - oltre 50-60.000 dollari l’anno per gli istituti privati di maggior prestigio, parte della cosiddetta Ivy League e non solo. Sotto accusa è anche il fatto che gli studenti di fasce sociali meno abbienti, anche quando ammessi, spesso si trovano poi oppressi da impossibili ammontari di debito. Le università americane, uniche al mondo, mantengono oltretutto in vita una pratica di cosiddetta “legacy”, che favorisce apertamente i figli di chi già ha frequentato quelle istituzioni, e che rimane in vigore nonostante sia stata denunciata da più studi e libri.

 Mazzette per l’ammissione dei figli ai college Usa: la lista di famiglie e allenatori accusati. Pubblicato mercoledì, 13 marzo 2019 da Corriere.it. La procura di Boston ha incriminato una cinquantina di persone per aver pagato mazzette di denaro in cambio dell’ammissione dei figli in prestigiosi college come Yale, Stanford e la University of Southern California. La lista degli imputati comprende 33 genitori, 13 tra coach e dirigenti scolastici e un imprenditore californiano che avrebbe fatto da tramite incassando 25 milioni di dollari dal 2011. Si tratta William Rick Singer fondatore di «The Edge College and Career Network», una società di consulenza per l’ammissione ai college fondata nel 2007 e con sede a Newport Beach, in California. Singer è anche l’amministratore delegato della Key Worldwide Foundation, una ong che aiutava gli studenti a superare i test con metodi non leciti. Insieme a Singer lavorano Steven Masera e Mikaela Sanford. I genitori sono accusati di aver pagato mazzette che variavano tra i 100 mila dollari e i 6,5 milioni di dollari per assicurare ai pargoli un posto in un’università prestigiosa.

Tra questi Gamal Abdelaziz, manager di un resort.

Gregory e Marcia Abbott, lui è il fondatore e il presidente di una compagnia di packaging di cibo e bevande.

Diana e Todd Blake, lei è l’amministratrice delegata di una compagnia di merchandising e lui è investitore e imprenditore.

Jane Buckingham, a capo di una compagnia di marketing.

Gordon Caplan, avvocato e co-presidente dello studio legale internazionale Willkie Farr&Gallagher.

I-Hsin «Joey» Chen, lavora nell’industria navale.

Amy and Gregory Colburn. lui è un medico. 

Robert Flaxman, a capo di una compagnia immobiliare basata a Los Angeles.

Mossimo Giannulli, celebre designer di moda, e Lori Loughlin, che ha recitato nella nota serie tv Full House (Gli amici di papà) ed è stata la protagonista di Summerland, telefilm statunitense arrivato anche in Italia nell’estate del 2005.

Elizabeth e Manuel Henriquez. lui è il fondatore e il presidente di una compagnia finanziaria.

Douglas Hodge, ex amministratore delegato di Pimco.

Felicity Huffman, attrice, resa famosa dalla serie tv «Casalinghe disperate», dove interpretava Lynette Scavo.

Agustin Huneeus, possessore delle vigne di Napa, Calif. 

Bruce and Davina Isackson. Bruce è il presidente di un’azienda immobiliare ed edilizia.

Michelle Janavs, ex dirigente di un’azienda alimentare.

Elisabeth Kimmel, imprenditrice a capo di una compagnia editoriale.

Marjorie Klapper, co-proprietaria di un’azienda di gioielli.

Toby MacFarlane, un ex dirigente di una compagnia di assicurazioni.

William E. McGlashan Jr., dirigente alla TPG, una delle più grandi equity firm.

Marci Palatella, amministratore delegato di un’azienda che distribuisce liquori.

Peter Jan “P.J.” Sartorio, imprenditore.

Stephen Semprevivo, dirigente in un’azienda di outsourcing.

David Sidoo.

Devin Sloane, fondatore e amministatore delegato di una compagnia che si occupa di acqua potabile.

John Wilson, fondatore e amministratore delegato di un’azienda di costruzioni.

Homayoun Zadeh, professore associato di odontoiatria alla University of Southern California.

Robert Zangrillo, fondatore di un’agenzia immobiliare e di costruzioni basata a Miami.

I soldi venivano usati per corrompere i coach, in particolare di calcio, tennis e pallavolo, e indurli a reclutare i rampolli di famiglie ricche come atleti anche se non avevano capacità sportive: una strada che, negli Stati Uniti, aumenta le possibilità di entrare in un college. Per questo venivano create false storie di successo, manipolando foto di competizioni e falsificando le partecipazioni a vari programmi sportivi.

Ecco la lista degli allenatori accusati di aver preso mazzette:

Michael Center, allenatore di tennis alla University of Texas di Austin.

Gordon Ernst, ex allenatore di tennis a Georgetown.

William Ferguson, allenatore della squadra di pallavolo femminile di Wake Forest.

Donna Heinel, direttrice associata di atletica alla University of Southern California.

Laura Janke, ex vice allenatrice della squadra di calcio femminile della University of Southern California.

Ali Khosroshahin, ex allenatore della squadra di calcio femminile della University of Southern California.

Rudolph Meredith, ex allenatore della squadra di calcio femminile a Yale.

Jorge Salcedo, ex capo allenatore della squadra di calcio maschile alla University of California, a Los Angeles.

John Vandemoer, ex allenatore di vela Stanford.

Jovan Vavic, ex allenatore di polo alla University of Southern California.

Complici della grande truffa anche istruttori privati e esaminatori.

Igor Dvorskiy, esaminatore del College Board e A.C.T., è accusato di aver preso tangenti per facilitare il passaggio di alcune persone al West Hollywood Test Center Niki Williams, insegnante alla high school di Houston esaminatore del College Boarde A.C.T. 

Mark Riddell, sorvegliante durante i test è accusato di aver aiutato gli studenti per far loro ottenere un voto migliore.

Martin Fox, presidente dell’accademia privata di tennis a Houston.

COME SI DICE "FAMILISMO AMORALE" IN CINESE? Giuseppe Sarcina per il “Corriere della sera” il 3 maggio 2019. Nella lista dei «clienti» del faccendiere William Singer c' è anche Tao Zhao, co-fondatore e presidente della Shandong Buchang, gruppo farmaceutico con sede nel Nord della Cina e quotato alla Borsa di Shanghai. L' imprenditore cinese avrebbe versato 6,5 milioni di dollari a Singer per ottenere l' ammissione della figlia Yusi Zhao nell' Università di Stanford, in California. È l' ultimo sviluppo dello «scandalo degli atenei». La procura di Boston, titolare del dossier, ha già ordinato l' arresto di 33 persone, tutti personaggi facoltosi, manager in vista o celebrità come le attrici Lori Loughlin e Felicity Huffman. Singer, 59 anni, l' architetto dello schema criminale, ha confessato tutto. Operava con una società di preparazione ai test universitari, «The Key» e con una fondazione non profit, «The Key Worldwide Foundation». Il sistema era a suo modo flessibile. Singer poteva falsificare i risultati delle prove di ammissione, gonfiare il curriculum degli studenti o, alla vecchia maniera, distribuire mazzette agli allenatori dei diversi istituti, spacciando per atleti formidabili anche i giovani meno dotati nelle discipline sportive. Alla fine del 2016, scrivono il Los Angeles Times e lo Stanford Daily , il tycoon Tao Zhao sta cercando di iscrivere la figlia Yusi in uno dei college più prestigiosi degli Usa. Chiede un consiglio a Michael Wu, consulente finanziario della filiale di Morgan Stanley a Los Angeles. Wu risponde segnalando lo studio «The Key» di William «Rick» Singer che figurava tra i contatti della banca dal 2015. Parte l' operazione. «Rick» allunga una tangente di 500 mila dollari al coach della squadra di vela a Stanford, John Vandemoer ed ecco che, nel marzo del 2017, Yusi «Molly» Zhao viene ammessa nell' istituto, come velista prodigio, anche se dagli accertamenti non risulta tutta questa passione per le imbarcazioni. L' intervento della magistratura di Boston ha disintegrato il meccanismo: Morgan Stanley ha licenziato Wu, l'Università di Stanford ha cacciato l'allenatore Vandemoer e ha fatto sapere di non aver incassato un dollaro dei 6,5 milioni versati dagli Zhao. E Yusi? Aveva iniziato a frequentare i corsi sull' Asia Orientale, ma nel marzo di quest' anno avrebbe lasciato il campus californiano. Anche un' altra famiglia cinese, secondo il Wall Street Journal , avrebbe consegnato 1,5 milioni di dollari a Singer per spingere la figlia ventunenne Sherry Guo nelle aule di Yale. Colpisce il doppio standard del broker: di solito la sua tariffa, a obiettivo raggiunto, arrivava fino a 250 mila dollari. Ma per l' élite cinese d' esportazione si passava ai milioni. Forse perché i controlli delle Università sono diventati più severi con le domande in arrivo dalla Cina. In ogni caso i posti a disposizione sono contesi in modo feroce dall' establishment americano. Qualche numero: nelle otto Università della Ivy League, a cominciare dalle tre stelle Harvard, Yale e Princeton, il 70% degli studenti proviene da quella che i sociologi chiamano «upper class», il 20% dalla «middle class» e solo il 10% dalla «bottom class». Chi esce da qui entra direttamente nella classe dirigente degli Stati Uniti e non solo.

·         Test di medicina: ecco le ricerche Google degli studenti furbetti!

Test di medicina: ecco le ricerche Google degli studenti furbetti! Le Iene l'11 ottobre 2019. Fabio Agnello ci ha raccontato tutti i trucchi degli studenti durante i cento minuti del temutissimo test di ingresso a Medicina. Ecco il report con tutti i dettagli sulle ricerche effettuate su Google durante la prova e, in maniera parecchio sospetta, anche prima. “Ho visto dei ragazzi che usavano il telefono, altri avevano lo smartwatch”. Nella puntata di giovedì 10 ottobre vi abbiamo raccontato dei furbetti del test di medicina. Fabio Agnello, nel servizio che vedete qui sopra, ci ha raccontato tutti i trucchi adottati dagli studenti che affrontano la temutissima prova d’ingresso alla facoltà di Medicina, dai micro auricolari allo smartwatch fino al classico cellulare. Tutti apparecchi naturalmente vietati durante il test. E che qualcosa durante i cento minuti del test non vada proprio secondo le regole come ci ha spiegato Agnello, lo dimostrerebbero anche le ricerche effettuate su Google. In relazione al test di medicina dell’anno 2018/2019, che si è svolto il 4 settembre 2018 dalle 11 alle 12:40, gli avvocati Francesco Leone, esperto in ricorsi universitari che abbiamo intervistato nel nostro servizio, e Simonia Fell hanno commissionato a Roberto serra, esperto di motori di ricerca Seo, un report sulle parole più cercate su Google proprio durante i 100 minuti in cui si svolgeva il test. Dal report, che potete scaricare integralmente cliccando qui, emerge proprio come alcune parole chiave del test siano finite tra quelle più cercate su Google proprio nei 100 minuti in cui si svolgeva il test. Parliamo di termini come “glucogenesi”, “nanismo acondroplastico”, “enzima”, “frattale”, come dire di solito non cercatissime. Il dato forse più interessante che emerge dal report è che tra le ricerche effettuate in quei 100 minuti c’è anche quella relativa a una serie numerica di 5 numeri, connessa al test. Quante probabilità ci sono che persone che non stanno svolgendo il test cerchino proprio quella serie numerica? “Le probabilità sono 1 su 622 milioni”, commenta l’esperto Roberto Serra. “Era più facile vincere il superenalotto che cercare casualmente quella serie numerica”. E questa specifica ricerca, come evidenzia il report, è un esempio lampante: “Durante l’intera giornata è stato rilevato un interesse di ricerca, un picco nelle ricerche Google, alle 11.21, con evidenti picchi”.  Ovvero, da quando il test è iniziato. Un esempio utile è inoltre quello sul termine “Frattale”. Il report rileva che la prima ricerca del termine “risale alle ore 10:28 (quindi prima dell’inizio del test, ndr) ma procede per l’intero svolgimento del test per un totale di 488 momenti di interesse di ricerca nei quali Google registra un’alta frequenza di ricerca”. E ci sarebbe un altro indizio del fatto che a cercare questo termine fossero persone legate al test: i termini che Google ha indicato come correlati a “frattale” erano altri termini chiave del test. “Questa grande mole di ricerche ha permesso alle reti neurali di Google di individuare i related topics e le Related queries. Gli argomenti correlati a ‘Frattale’ sono: costituzione (argomento trattato nella domanda successiva); Gluconeogenesi (argomento affrontato in un’altra domanda); Enzima. Le domande correlate sono state: "frattale significato", cioè esattamente la risposta alla domanda e "Enzima di restituzione", argomento trattato nella domanda numero 34”. Nelle conclusioni del report si legge infine che “le statistiche di Google riportano una evidente fuga di informazioni durante le ore 11 e le ore 12:40”. Per escludere dalle ricerche tutti gli studenti che hanno chiesto di uscire 30 minuti prima della fine del test (prevista per le 12:40), il report sottolinea che “la maggioranza delle ricerche avviene durante le ore 11:00 e le ore 12:10”. Inoltre, secondo Roberto Serra, esperto e autore del report, “dati alla mano una considerevole percentuale degli ammessi, avendo di fatto effettuato ricerche pertinenti tramite Google, ha avuto un vantaggio sul restante dei partecipanti, tale assunto è dunque sufficiente per inficiare il test di ammissione”. Il report si riferiva al test del settembre 2018, ma come ci ha raccontato Fabio Agnello quest’anno le cose non sembrano essere andate molto diversamente!  “Non è cambiato niente”, ci ha detto l’avvocato Francesco Leone, esperto di ricorsi universitari. “Anche quest’anno le parole chiave del test sono state cercate su Google durante i cento minuti della prova”. Insomma, è proprio il caso di dire che chi di Google ferisce di Google perisce!

·         Le lungaggini dei concorsi pubblici.

Paghe in lire e lungaggini. Il caos dei concorsi statali. Il ministro Bongiorno denuncia: «Due anni per le correzioni, ora le faranno i pensionati». Lodovica Bulian, Domenica 14/07/2019, su Il Giornale. Due anni e mezzo per un concorso. Con le prove che ancora vengono corrette integralmente a mano. Ma non è il solo inghippo di una macchina ferma a vent'anni fa. Le poche persone che correggono decine di migliaia di test, per farlo sono pagate in lire. Giura che è tutto vero, Giulia Bongiorno, ministro della pubblica amministrazione in un'intervista a Tpi in cui racconta ciò che si è trovata di fronte una volta insediata. Altro che pubblica amministrazione digitale. «Appena sono entrata in carica mi sono trovata di fronte al paradosso di concorsi che non finivano mai. Abbiamo ribaltato il meccanismo dei controlli, abbiamo sveltito le procedure, ma quando mi sono messa a studiare la catena per capire dove si perdeva tempo ho scoperto un paradosso incredibile». Racconta la titolare della pa che ci sono interi concorsoni dove le prove, i test, «sono ancora corrette integralmente a mano. I risultati, in questo modo arrivavano anche dopo due anni e mezzo. Non solo - dice il ministro - Spesso buona parte del ritardo accumulato nella proclamazione dei vincitori è dovuto al fatto che mancano le persone per correggere materialmente i test». Una carenza dovuta al fatto che molti correttori rinunciano e non danno la loro disponibilità per via di un gettone di presenza considerato misero. Ma a quanto ammonta? Ed ecco la sorpresa: «Ho chiesto ai funzionari del ministero a quanto ammontasse esattamente - riferisce Bongiorno - e ho scoperto che, per quanto legato a tante variabili intuibili, come il numero delle prove da verificare, il costo base era ancora stimato in lire!». Quanto? 500mila lire. Già. Scoperte al limite del surreale nei palazzi dove si governa la pubblica amministrazione italiana. Il ministro annuncia rimedi non più rinviabili: «Il gettone che si percepisce per un concorso con molti candidati da scrutinare adesso passa da 500mila lire a 5.000 euro. Non solo». Per sveltire la pachidermica macchina dei concorsi della Pa i rinforzi saranno attinti direttamente tra i pensionati italiani: «Abbiamo rimosso un vincolo che impediva ai pensionati di fare questo lavoro. I pensionati hanno più tempo libero, molto rigore, sono perfetti per questo compito, perché dovevano essere esclusi in linea di principio? Ho detto Sono pensionati, non sono mica morti!. Così avremo più mani e più occhi e andremo più veloci. In attesa di digitalizzare tutto». Le cure della Bongiorno, ammette lo stesso ministro, faranno lievitare i costi «del singolo concorso. Ma Tria non è tipo che risparmia su questi costi, non mi ha fatto problemi perché condivide questo principio. Come si calcola quanto costa alla collettività e ai singoli il tempo di chi deve attendere due anni per capire se ha vinto no? Per me il concorso veloce è un simbolo. L'avevo promesso. Un modo per dire che tutta la macchina dello Stato deve ricominciare a correre». Appena in tempo per i nuovi concorsi che con quota 100, giura il ministro, produrranno un ricambio «uno a uno» negli apparati della pubblica amministrazione. Intanto una nuova direttiva firmata dal ministro della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, e dal sottosegretario con delega alle Pari Opportunità, Vincenzo Spadafora, invita a «utilizzare in tutti i documenti di lavoro (relazioni, circolari, decreti, regolamenti, ecc.) termini non discriminatori»: al posto di «uomini», meglio usare «persone».

·         La beffa del concorso per anestesisti annullato perché «i quiz erano sbagliati».

La beffa del concorso per anestesisti annullato perché «i quiz erano sbagliati». Pubblicato martedì, 16 luglio 2019 da Valentina Santarpia su Corriere.it. Domande con risposte inesatte, o incongruenti. Sembra essere questa la motivazione che ha spinto la commissione d’esame ad annullare la prova preselettiva del concorso pubblico per anestesisti bandito dall’università di Tor Vergata. Ma naturalmente si tratta solo di una prima ipotesi: quello che è certo è che l’attesissimo concorso per rianimatori è saltato: tutto da rifare, hanno sentenziato i commissari di fronte alla platea incredula dei 130 vincitori della prova preselettiva, che lunedì scorso hanno aspettato invano tre ore nell’aula magna di Economia che iniziasse la seconda prova. Ma andiamo con ordine. Venerdì scorso si svolge la prova preselettiva del più grande concorso per rianimatori degli ultimi dieci anni a Roma, a cui potevano partecipare anche gli specializzandi dell’ultimo anno. Si presentano in circa 500 per 59 posti, di cui molti sono destinati a mobilità e trasferimenti, per cui di fatto quelli disponibili sono meno di 20. Ma è un’occasione unica per chi vuole provare anche solo a inserirsi in una graduatoria pubblica e sognare di lavorare in ospedale. Sono quattro le prove previste, e la prima è una sorta di scrematura. «Già durante la prova furono fatte alcune osservazioni alla commissione inerenti la dubbia esattezza di alcune delle possibili risposte a scelta multipla», scrive uno specializzato che preferisce rimanere anonimo. «Al termine della prova il confronto è diventato sempre più acceso come sempre più dubbi emergevano su alcune delle domande somministrate». Nel pomeriggio vengono pubblicati i risultati: sono solo 130 quelli ammessi alla seconda prova scritta. Che avrebbe dovuto svolgersi ieri mattina: appuntamento alle 8.30. Ma «passano i minuti, le mezz’ore, le ore, ma della commissione non vi è traccia, arriverà solo intorno alle 11 per annunciare che la preselezione è stata annullata, la seconda non si farà ed è tutto da rifare per evitare una pioggia di ricorsi». Lo sgomento è inevitabile: «E’ normale in un concorso di tale caratura somministrare un compito con domande a cui non è possibile dare una risposta tra quelle presenti? E’ normale che le domande con risposte inesatte o errate siano addirittura più di una? E’ normale tenere 130 professionisti, alcuni con anni di esperienza alle spalle, senza nemmeno accennare al perché la prova non comincia? E’ normale influenzare turni, ferie e impegni familiari di centinaia di medici non garantendo lo svolgimento ineccepibile delle prove?», si chiede l’anestesista scoraggiato. Ovviamente ora ci sarà un’indagine interna per capire cosa è successo e perché. L’università non si è ancora pronunciata (sul sito c’è ancora il calendario delle prove) ma il pasticcio sembra evidente.

·         Il Futuro a Numero Chiuso.

Il Futuro a Numero Chiuso. Numero chiuso compie vent’anni  la legge che lo ha istituito. Pubblicato martedì, 28 maggio 2019 da Paolo Fallai su Corriere.it. L’introduzione del «numero chiuso» in alcune facoltà universitarie in Italia, compie vent’anni. E’ stato introdotto per la prima volta con la Legge 264 del 1999 del Ministro Ortensio Zecchino, legittimata della sentenza numero 383/98 della Corte Costituzionale che richiedeva la valutazione delle modalità di accesso al mondo universitario. La facoltà di Medicina è una delle più antiche, è presente per esempio nell’ordinamento della Sapienza fin dalla fondazione da parte di papa Bonifacio VIII nel 1303. La prima donna a laurearsi in medicina in Italia è stata Maria Montessori, nel 1896. Fino al 1923 potevano accedere alle facoltà di Medicina soltanto coloro che avevano frequentato il liceo classico, dopo quella data furono ammessi anche quelli dello scientifico. Solo nel 1969, l’ingresso alla facoltà venne garantito a tutti i possessori di un diploma di maturità. La prima introduzione di un «numero chiuso» a Medicina risale al 1997, quando lo stesso ministro Zecchino lo istituì con un decreto ministeriale. Ma già alla fine degli anni Ottanta, molti atenei iniziarono a limitare l’accesso ad alcune facoltà, mediante decreto rettorale. Decisioni fortemente contestate con numerosi ricorsi per incostituzionalità (in particolare con riferimenti agli articoli 3, 33, 34 e 97), accolti dai Tribunali Amministrativi Regionali. La sentenza n. 383 del 27 novembre del 1998 della Corte Costituzionale, giudice relatore Gustavo Zagrebelsky, stabilì tra l’altro che «L’accesso ai corsi universitari è materia di legge». La disposizione di legge sottoposta al controllo di costituzionalità attribuisce al Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica il potere di disciplinare con proprio atto l’accesso alle scuole di specializzazione e ai corsi universitari, «anche a quelli per i quali l’atto stesso preveda una limitazione nelle iscrizioni». Ma la Corte sottolineava che «l’intera materia necessita di un’organica sistemazione legislativa, finora sempre mancata: una sistemazione chiara che, da un lato, prevenga l’incertezza presso i potenziali iscritti interessati e il contenzioso che ne può derivare e nella quale, dall’altro, trovino posto tutti gli elementi che, secondo la Costituzione, devono concorrere a formare l’ordinamento universitario». Così nel 1999, sempre con la firma del Ministro Zecchino, fu promulgata la legge n. 264/1999 intitolata «Norme in materia di accessi ai corsi universitari», composta da cinque articoli e che definì non solo la programmazione a livello nazionale per Medicina e Chirurgia, Medicina Veterinaria, Odontoiatria e protesi dentaria e Architettura, ma anche la possibilità di programmare il numero degli iscritti a livello locale valutando attentamente alcuni parametri quali posti nelle aule, attrezzature e laboratori scientifici, personale docente e tecnico.

·         Scandalo doppio ai concorsi Inps.

SCANDALO DOPPIO AI CONCORSI INPS. Dagonews il 22 giugno 2019. Scandalo doppio ai concorsi INPS. I tecnici dell'era Boeri, oggi sotto la gestione Tridico, colpiscono ancora. Qualche mese fa uscivano due avvisi pubblici INPS con i quali Tridico tentava di risolvere temporaneamente l'annoso problema delle commissioni di invalidità civile, passaggio utile alla risoluzione definitiva della condizione critica; venivano perciò bandite 1404 posizioni aperte per medici e 407 per operatori sociali. L’ultimo termine utile per inviare la domanda di partecipazione alle selezioni era il 2 maggio 2019, termine perentorio entro il quale inoltrare il proprio curriculum ed esprimere le proprie preferenze. La graduatoria era prevista per il 20 giugno, con presa di servizio al 1 luglio. E qui casca l’asino? No Il mammut!  La procedura on line il 18 giugno 2019 risultava riaperta e funzionante e con un nuovo termine di presentazione domanda: il 2 luglio 2019. Si è mai visto un avviso pubblico arbitrariamente riaperto senza alcun avviso a chi aveva già inoltrato la domanda? Il direttore generale dell'Inps si giustifica parlando di “mero errore generato dal sistema informatico” in due righe di comunicato stampa. Benissimo, tutto chiaro. Ma è possibile che lo stesso “mero errore del sistema” si verifichi nello stesso modo e allo stesso momento per due avvisi di selezione pubblica diversi? È possibile che una cosa così grave possa essere risolta con questa stitica spiegazione e che la locuzione “mero errore” possa essere sufficiente a rassicurare più di 10mila professionisti? Una cosa è certa: se uno dei pretendenti, per caso, non si fosse accorto di questa (chiamiamola) anomalia, l’INPS avrebbe pubblicato le sue graduatorie il 24 giugno, aggiornate a che data? Si avrà mai il nome delle ennesime manine, quelle manine in grado di dar luogo a ''meri errori'' contemporanei, identici, ripetuti? Non è che forse il medico X, amico di Y, cugino di Z, voleva cambiare la destinazione prescelta, correggere Roma per Latina, Firenze per Milano...  del resto in quella città ormai lo sa, ci sono meno domande rispetto a quella che aveva indicato nella domanda precedente... cambiare destinazione vorrebbe dire una meta sicura. Ma sicuramente non sarà stato così.

·         Il Concorso in Polizia e gli aspiranti poliziotti.

Il caso. «Noi, aspiranti poliziotti. Vincitori del concorso, restiamo fuori per colpa della Lega». La nipote dell'agente uccisa nella strage di via D’Amelio. Il volontario dei vigili del fuoco. E molti altri, quasi tutti laureati. Hanno passato con ottimi voti il primo esame per diventare agenti ma sono stati fermati in corsa da un emendamento voluto dalla Lega che ha abbassato l’età. E ora danno battaglia al Tar. Fabio Salamida l'11 dicembre 2019 su L'Espresso. Emanuela sogna da sempre la divisa di agente della polizia, quell’uniforme per cui sua zia, di cui porta lo stesso nome, ha perso la vita mentre prestava servizio a via D’Amelio il 19 luglio 1992. Emanuela è stata a un passo dall’indossarla, quella divisa, perché è tra i 455 “idonei con riserva” che hanno partecipato al concorso per assumere 1.148 allievi agenti della polizia di Stato, indetto a maggio 2017 e aperto a candidati sia civili che militari. Chiamata mai arrivata: un emendamento fortemente voluto dalla Lega ha cambiato i requisiti richiesti per accedere al corso di formazione e ha messo fuori dalla graduatoria Emanuela e tante altre ragazze e ragazzi che come lei avevano superato le selezioni con ottimi punteggi. Tutti loro attendono con fiducia la sentenza definitiva del Tar del Lazio, che però arriverà solo nell’aprile del prossimo anno. Nel frattempo, hanno creato una chat su whatsapp dove si scambiano notizie e informazioni: una piccola e agguerritissima comunità, intenzionata ad andare fino in fondo. La nipote della prima donna agente di scorta nella storia della polizia, medaglia d’oro al valor civile per aver dato la vita a 24 anni mentre proteggeva il giudice Paolo Borsellino, ha oggi 26 anni: troppi secondo i nuovi requisiti richiesti per vestire la divisa della zia-eroe: «Mi sento vittima di un’ingiustizia che va a ledere la persona nella sua integrità. Non voglio pensare che in uno stato di diritto il legislatore possa cambiare le norme in corso d’opera. Ho iniziato a partecipare alle commemorazioni in onore di mia zia sin da piccola; è da allora che vedo la polizia come una grande famiglia di cui voglio entrare a far parte. Quello che è successo ha fatto crescere in me la voglia di combattere in nome della giustizia». Emanuela è mamma di una bambina di 4 anni e sa bene che l’uniforme è anche un rischio, che talvolta indossarla può far paura: «L’importante è saper gestire la paura, non farsene condizionare. Per me questo è il coraggio, altrimenti sarebbe incoscienza». Emanuela vuole ripercorrere i passi di sua zia e quelli di suo padre, anche lui poliziotto. E sa già che quella divisa, addosso a lei, sarà un po’ più pesante. Antonio Fasci fa l’istruttore di karate a Caserta; 27 anni, ha una laurea in giurisprudenza: «La passione per questa divisa? Nasce molti anni fa, quando ogni mattina al mio risveglio vedevo mio padre abbottonare la giacca di ordinanza per andare al lavoro. La mia è una vocazione, una spinta inevitabile. E vedermi escluso dalla graduatoria per una mera questione di età mi provoca tanta amarezza». Il padre è commissario di polizia. Ha una causa aperta con il Ministero per un blocco degli scatti di carriera, ma quando vede il figlio perdersi d’animo lo esorta a non mollare: «Mi sostiene molto nei momenti difficili», racconta Antonio, «non nascondo che è dura restare in questo limbo di promesse e di chiacchiere. Dalla politica arrivano rassicurazioni (a riguardo, è stato depositato un emendamento al Senato, ndr), ma al momento è tutto un “forse”. L’iter giudiziario sembra darci ragione, purtroppo è lungo e potrebbe durare più di due anni. A quel punto molti di noi avranno trenta o trentacinque anni e saremo ancora più vecchi». A Noemi Fedele, figlia di carabiniere, il concorso in polizia è costato il matrimonio: 29 anni, addestratore cinofilo, è laureata in economia aziendale e management e vive in provincia di Taranto: «Da ragazzina, per assecondare la mia passione per la polizia, mio padre mi portava a visitare le caserme; ogni volta che vedevo una volante mi ci immaginavo dentro. Quando è uscito il concorso, ho studiato notte e giorno e ho ottenuto un risultato più che soddisfacente. Eppure mio marito, che porta la divisa della marina, mi ha posto un aut aut: non sopportava l’idea di vedermi poliziotta, perché per lui è un mestiere troppo pericoloso e non adatto a una donna. Non ho esitato neppure un attimo e ci siamo separati ancor prima che iniziassi le prove di selezione». C’è chi il poliziotto lo farebbe anche gratis, come Antonio Maiello, trentunenne di Afragola: «Da volontario in Croce Rossa, ti rendi conto di quanto sia importante donare un sorriso a chi è in difficoltà, senza badare a nulla, né a turni massacranti né alle festività». Figlio di vigile urbano, Antonio è un arbitro di calcio a 5 in serie C1. «Dopo aver aver arbitrato sui campi di calcio, soprattutto quelli di certe zone dove i “tifosi” sono le “bande” degli amici dei giocatori, ti rendi conto di quanto sia complicato far rispettare le regole. Tra noi, per motivarci prima delle partite ci diciamo: “siamo uomini giusti portatori di regole giuste”. E per me entrare in polizia avrebbe quello stesso significato». Laureato in giurisprudenza, Antonio ha fatto pratica nello studio di un avvocato penalista: «Una delle mie aspirazioni era quella di diventare pubblico ministero. Durante il praticantato, mi sono trovato in situazioni in cui si difendevano dei criminali e in alcuni casi, grazie all’ottimo lavoro della difesa, sono stati assolti. Era contro i miei ideali, ma rientra nelle regole». Gabriele Petrozzi, invece, quando ha fatto il concorso era istruttore di nuoto, ma ha lasciato le piscine in attesa di una chiamata ormai certa che però non è mai arrivata: «Ho totalizzato un punteggio di 9,5, ma mi sono visto escludere come tanti altri. Sono senza un lavoro e con un’incertezza del futuro che penso perseguiti un po’ tutti noi. Pur essendo tra i più stimati nell’ambiente dove lavoravo, non mi sono fatto rinnovare il contratto e ho iniziato a fare consegne per un magazzino di tovagliato per ristoranti in attesa di partire per il corso». Proprio tra gli agenti che frequentano la palestra dove lavorava ha sentito la sua vocazione: «Persone allegre e positive che amano il proprio mestiere malgrado le difficoltà. Ascoltando le loro storie ho capito che mi sarei trovato in una grande famiglia. Mi dicevano che ovunque sarei andato avrei trovato persone che mi avrebbero accolto in una comunità. Per questo mi sono innamorato dell’idea di indossare quella divisa. A casa sono rimasti tutti stupiti dell’impegno messo per superare il concorso. Non sono mai stato un grande studioso, ma in questo caso mi sono dedicato anima e corpo per riuscirci tanto che mia madre, quando ha visto il punteggio raggiunto, mi ha detto che aveva conosciuto un altro figlio, mai visto in tutti gli anni passati». Mirella Occhipinti, 30 anni e una laurea in tecniche della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, viene da Corleone, tristemente nota frazione palerimitana, dove ha vissuto per 25 anni prima di trasferirsi in provincia di Enna. Qui vive col compagno, anche lui poliziotto. Ottenuta l’idoneità, per indossare la divisa ha lasciato un lavoro a tempo indeterminato: «Crescere in un posto come Corleone ti fa sentire dentro, come un pugno, il valore di parole come giustizia e coraggio. Il coraggio di guardare il mondo a testa alta, con gli occhi di chi non si è lasciato piegare dall’illegalità e dalle ingiustizie». La divisa, anche per Mirella, è una vocazione: «Crescendo in un ambiente difficile come quello in cui sono nata e vissuta, spesso hanno storto il naso quando ho detto di voler entrare in polizia. Eppure ho conosciuto tanti ragazzi per bene, tante associazioni antimafia che hanno lavorato sodo, tante persone che non hanno avuto mai paura di dire che la mafia fa schifo. Quando sei piccola e senti dire che hanno sterminato una famiglia per una faida, ti cova dentro la rabbia e la voglia di cambiare tutto». Arriva dal Piemonte Antonio Federico Trunfio, un posto nel settore meccanico dei mezzi pesanti dove ripara gli autobus. A 18 anni si iscrive al comando provinciale dei vigili del fuoco e da allora guida i camion da volontario: «Nelle selezioni interne dei vigili del fuoco non sono riuscito a rientrare per poca anzianità. Poi ho partecipato al concorso per la polizia totalizzando un ottimo punteggio. Come è andata a finire lo sappiamo: con i nuovi requisiti richiesti ho superato i limiti d’età. Sembra una beffa: troppo giovane per i pompieri, troppo vecchio per i poliziotti». Di Scampia, 27 anni, Antonio Rinaldi ha perso suo padre per una grave malattia quando aveva 15 anni e mantiene la sua famiglia da appena diplomato: «Tra il 2004 e il 2006, gli anni più bui della faida tra clan, ho visto coi miei occhi l’impegno costante degli agenti. Dopo qualche anno, le Case dei Puffi, la piazza di spaccio più grande d’Europa, erano tornate dei luoghi quasi normali, gli “zombie” (i tossicodipendenti in cerca di dosi, ndr) non c’erano più, i bambini tornavano a giocare nei giardini, le famiglie potevano camminare tranquille per le strade. È questo che mi ha fatto ammirare tanto i poliziotti e desiderare di fare quel lavoro. Il bando di concorso è stato pubblicato all’una di notte: alle due già stavo compilando la richiesta». Oggi, Antonio è senza lavoro. «Ho preparato l’esame lavorando dieci ore di seguito e rinunciando alle due di pausa per uscire prima e andare a casa a studiare. Ho passato sui libri anche i quindici giorni di ferie. Quando sono partito per i cinque giorni delle selezioni, al lavoro mi hanno fatto molti problemi, malgrado fosse nei miei diritti. Così, ottenuta l’idoneità, mi sono licenziato. Sono cresciuto in una famiglia umile, di operai. A casa non vedevano bene l’idea che lasciassi il lavoro per qualcosa di incerto, ma era l’occasione che aspettavo da sempre. Il giorno che è arrivata la notizia è stato il più bello della mia vita; adesso quella data significa l’inizio di una lunga agonia». Il sogno, per tutti e 455, resta quello di servire lo Stato, avere un lavoro non precario, anche se pagato poco, indossando una divisa per cui darebbero anche la vita e non per apparire in qualche selfie o in qualche diretta Facebook. Altri ragazzi a cui l’Italia sta negando un futuro, altri ragazzi da piangere se decideranno di emigrare in posti migliori.

·         I concorsi pubblici dei Presidenti del Consiglio dei Ministri.

Premier Conte, concorso universitario e rapporti con Guido Alpa: ha mentito? Le Iene il 2 dicembre 2019. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, nel servizio in onda a Le Iene martedì sera dalle 21.15, mostrano una serie di documenti inediti e clamorosi, secondo i quali Giuseppe Conte nella vicenda del concorso all’università e del suo rapporto professionale col maestro e mentore Guido Alpa, non avrebbe detto tutta la verità. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha mentito agli italiani sul concorso con il quale nel 2002 è diventato professore ordinario di diritto privato all’Università di Caserta “Luigi Vanvitelli” (qui sopra potete vedere l'ultimo servizio andato in onda)? Il professor Guido Alpa, già mentore e amico di Giuseppe Conte, era incompatibile nel ruolo di commissario d’esame di Giuseppe Conte? Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, nel servizio in onda martedì a Le Iene su Italia1, tornano sulla vicenda del concorso universitario sostenuto da Giuseppe Conte a Caserta, nel quale uno dei commissari era proprio il professore Guido Alpa. Lo fanno mostrandovi in esclusiva una serie di documenti clamorosi che smentiscono tutte le versioni date sinora dal premier su questa storia. Nelle precedenti puntate della loro inchiesta, Antonino Monteleone e Marco Occhipinti si erano chiesti se si fosse trattato di un concorso universitario regolare, dato che un’eventuale comunanza di interessi economici tra commissario d’esame e candidato avrebbe fatto scattare l’incompatibilità di Alpa come esaminatore di Conte. Il premier ha mentito, quando ha parlato dei suoi rapporti di lavoro con Alpa? Se i documenti di cui Le Iene sono entrati in possesso fossero autentici, si può sostenere che la sua nomina a professore ordinario di diritto privato sarebbe avvenuta irregolarmente? Dei rapporti con Alpa aveva già parlato lo stesso Conte nel suo curriculum vitae: “Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, diritto societario e fallimentare”. Per stessa ammissione di Conte si sarebbe trattato di uno studio a Roma, a via Cairoli, dislocato su due piani, in cui il giovane Conte occupava il piano superiore, ma aveva in realtà un unico numero di telefono e una stessa segretaria, pagata da entrambi. Giuseppe Conte, in una lettera al quotidiano La Repubblica dell’8 ottobre 2018, si era giustificato spiegando che all’epoca Conte e Alpa erano “coinquilini”, trattandosi di una semplice condivisione della segreteria e del numero telefonico, ma con distinte attività professionali e in spazi diversi, Alpa al primo piano e Conte al secondo, per cui ognuno avrebbe pagato il suo affitto separatamente. Nulla di più. Vi abbiamo poi raccontato della causa del 2002, nella quale Guido Alpa e Giuseppe Conte hanno entrambi difeso l’Autorità garante della privacy. Una causa per la quale, aveva tenuto a precisare Giuseppe Conte, per stroncare i dubbi su una eventuale comunanza di interessi economici tra i due, ognuno aveva fatturato per conto suo. Le Iene hanno fatto ben due diverse richieste di accesso agli atti per verificare che quanto dichiarato dal premier fosse vero, ma l’Autorità per la Privacy le ha sempre respinte. E avevano anche chiesto a Conte di mostrare, all’insegna della massima trasparenza, almeno la sua fattura relativa a quell’incarico presso il Garante della Privacy, relativamente al primo grado. Il premier però non ci ha mai mostrato la sua fattura o qualsiasi altra cosa dimostrasse che quanto da lui dichiarato fosse vero, ma oggi siamo in grado di anticiparvi un documento esclusivo, che potete leggere qui. È il 29 gennaio del 2002 quando l’Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera di incarico per fare assumere la propria difesa nell’ambito di quella causa, una controversia tra Rai, Garante e Agenzia delle entrate, aperta al Tribunale civile di Roma. La lettera ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo e indovinate a chi è indirizzata? “Al Prof. Guido Alpa e al Prof Avv. Giuseppe Conte, Via Sardegna, 38, Roma”. La lettera di incarico recita così: “Con riferimento alla controversia in oggetto, e a seguito dell’indisponibilità manifestata dall’Avvocatura dello Stato che ha assunto la cura degli interessi della controparte, il garante prega le SS.VV., ai sensi dell’art. 17 del reg. n. 1/2000 del garante e dell’art. 43 del r.d. del 30 ottobre 1993, n.1611, di assumere la difesa di questa Autorità come da procura che verrà sottoscritta dal Presidente”. A questo punto ci chiediamo: perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sostenuto Giuseppe Conte, si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto nè di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate? E perché Conte non ci ha mai mostrato, come più volte da noi richiesto, la fattura intestata a lui? Questa lettera di incarico, lo ricordiamo ancora una volta, è arrivata a gennaio 2002, cioè sei mesi prima che si concludesse il concorso universitario di Caserta. Stando a questa lettera, inoltre, emerge un’altra cosa che non torna rispetto alle versioni precedenti e non è di poco conto: Giuseppe Conte nel 2002 non avrebbe aperto un nuovo studio con Guido Alpa come indicato sul suo curriculum, e non sarebbe neanche stato in affitto al piano superiore dello stesso stabile a via Cairoli, dove Alpa aveva al piano di sotto un suo studio separato, come sostenuto in una lettera al direttore di Repubblica l’8 ottobre 2018. Al contrario come si evince dal documento mostrato in esclusiva dalle Iene, l’avvocato Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, dove lo stesso Guido Alpa in un’intervista mai smentita racconta che il giovane Conte fosse suo ospite. Antonino Monteleone è andato allora a chiedere spiegazioni al Premier Giuseppe Conte, con in mano la lettera di incarico del Garante della Privacy e con altri documenti esclusivi che smentiscono quanto dichiarato sulla vicenda finora dal presidente Giuseppe Conte. Le fatture riguardo all’assistenza legale fornita al Garante per quella causa di primo grado erano davvero due, distinte e separate, come sempre sostenuto dal Presidente? Questa cosa avrebbe escluso un comune interesse economico tra esaminato ed esaminando. Oppure era una sola, cosa che costituirebbe grave motivo di imbarazzo per il professore Giuseppe Conte? L’avvocato più famoso d’Italia ha confermato quanto dichiarato ormai un anno fa, oppure ha cambiato versione ancora una volta?

Scoprite cosa ha risposto il premier alla Iena nel servizio in onda martedì sera su Italia1, dalle 21.15.

Conte e il concorso universitario: ecco la parcella fumante. Le Iene il 3 dicembre 2019. Nella puntata di questa sera de Le Iene, Antonino Monteleone e Marco Occhipinti ci mostrano altri documenti esclusivi che dimostrerebbero che il Premier Conte avrebbe mentito sui suoi rapporti di lavoro con il Prof. Guido Alpa e che quest’ultimo non avrebbe potuto esaminarlo nel concorso che lo nominò professore di diritto privato a Caserta. Un nuovo documento esclusivo confermerebbe che il premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economici e professionali e quindi quest'ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d'esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte è diventato professore ordinario di diritto privato. E' la nuova clamorosa scoperta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, che spiegheranno stasera nel corso della puntata de Le Iene, e che vi anticipiamo qui. Pubblichiamo infatti il progetto di parcella per la causa civile nella quale il primo ministro Conte e il professor Alpa difesero il Garante per la privacy. E' su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, il tutto firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte. È ancora possibile a questo punto sostenere, come ha fatto Giuseppe Conte nell’ultimo anno ai microfoni delle iene, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario? Il primo ministro ha mentito sul fatto che ognuno avesse fatturato per conto suo? Il presidente del Consiglio ha sempre negato il rapporto professionale con Guido Alpa, nonostante nel suo curriculum vitae lui stesso avesse scritto così: “Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, diritto societario e fallimentare”. Si sarebbe trattato di uno studio a Roma, a via Cairoli, dislocato su due piani, in cui il giovane Conte occupava il piano superiore, uno studio che aveva in realtà un unico numero di telefono e una stessa segretaria, pagata da entrambi. Giuseppe Conte in una lettera al quotidiano La Repubblica aveva detto che lui e Alpa erano solo “coinquilini”, uniti da una semplice condivisione della segreteria e del numero telefonico, ma con distinte attività professionali in spazi diversi e con contratti di affitti diversi. Nell’articolo pubblicato ieri vi abbiamo mostrato in esclusiva un altro documento, una lettera di incarico del Garante per la privacy in cui si chiede a Guido Alpa e a Giuseppe Conte di assumere la difesa dell’Ente in una controversia legale con Rai e Agenzia delle entrate, aperta al Tribunale civile di Roma. Giuseppe Conte, per stroncare i dubbi su un'eventuale comunanza di interessi economici tra i due, ha sempre sostenuto che ognuno aveva fatturato per conto suo. Il documento però sembra raccontare un’altra storia: la lettera ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo. E indovinate a chi è indirizzata? “Al Prof. Guido Alpa e al Prof Avv. Giuseppe Conte, Via Sardegna, 38, Roma”. Ci siamo chiesti perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sostenuto Giuseppe Conte, “si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto né di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate”. Quel documento conferma anche un’altra circostanza su Giuseppe Conte non avrebbero detto la verità. Prima del concorso universitario, da quanto riferito da Alpa, Conte era ospite in via Sardegna e non come aveva detto il premier alle Iene e a Repubblica con un contratto d’affitto separato per il suo studio al piano di sopra di quello di Alpa, in piazza Cairoli, dove si trasferirà alcuni anni dopo. Questa sera, insieme ai nuovi documenti esclusivi, vi mostreremo anche i verbali di udienze di quel processo al tribunale civile di Roma, da cui si evince che Conte partecipò sempre, tranne una sola volta in cui fu sostituito, mentre Guido Alpa non andò mai. È legittimo dunque pensare al “dominus” che manda a udienza il suo “giovane allievo”? Non perdete questa sera, su Italia1 dalle 21.15 a Le Iene, la nuova puntata dell’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sulla vicenda del concorso universitario più importante della sua vita, per l’avvocato Giuseppe Conte, presidente del Consiglio. Il confronto con la nostra iena è tutto da vedere. Alla fine dell’accesa disputa il Presidente ammetterà l’esistenza per quell’incarico di una sola fattura?

Guardate qui sotto l'ultimo servizio di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sulla vicenda del concorso universitario di Giuseppe Conte

Conte, le Iene e il progetto di parcella a doppia firma con Alpa. Pubblicato martedì, 03 dicembre 2019 da Corriere.it. «Questa è la “parcella fumante”. La prova che il premier Giuseppe Conte ha mentito». Le Iene rilanciano l’accusa al presidente del Consiglio di non aver detto la verità sulla sua collaborazione professionale ed economica con l’avvocato Guido Alpa, lo stesso che lo giudicò nel concorso universitario di Caserta del 2002 per la cattedra di diritto privato. E a riprova mostrano un documento «su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte». Palazzo Chigi in una nota precisa: «Si tratta di un progetto di parcella ma non una fattura unica». La puntata delle Iene di martedì 3 dicembre, Antonino Monteleone e Marco Occhipinti», parte dall’interrogativo scottante: «È ancora possibile sostenere, come ha fatto Giuseppe Conte nell’ultimo anno, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario?». Un interrogativo che viene più volte chiesto di fugare allo stesso presidente del Consiglio, a margine di una visita a Vallo della Lucania. «Non c’è mai stata una fattura unica» ripete Conte. Nel documento cointestato però, rimarcano le Iene, «c’è un riepilogo del compenso dovuto per un unico importo complessivo di 26.830,15 da saldare su un solo conto corrente a me intestato, documento, e seguono le coordinate bancarie di una filiale di Banca intesa di Genova».

Parcella fumante, le Iene inchiodano Conte: "Difesa di Palazzo Chigi aggrava la sua posizione". Giuseppe Conte si trova nei guai fino al collo. Le Iene lo hanno smascherato e ora è difficile mentire. Serena Pizzi, Mercoledì 04/12/2019, su Il Giornale. La puntata di ieri sera de Le Iene ha messo in luce una parte del passato oscuro del premier Giuseppe Conte. La parcella "fumante" - così ormai la chiamano tutti - ha creato non poche difficoltà all'ex avvocato del popolo. Quella fattura che non c'è, quella carta intestata (doppia), quei possibili favoritismi all'esame, tutto crea qualche dubbio intorno alla figura del "candido" premier. E se da una parte Conte si giustifica e cerca di avere la risposta a tutto, dall'altra la iena lo inchioda. Antonino Monteleone ha messo in difficoltà il premier. Gli ha portato i documenti (che lui pensava che mai sarebbero venuti fuori) e gli ha mostrato che qualcosa non torna. Intervistato dall'Adnkrons, il giornalista ha dato la sua versione dei fatti. "Una storia italiana, molto italiana, sia nell'evoluzione che nell'epilogo - dice -. La difesa di Palazzo Chigi, secondo me, aggrava la posizione del presidente del Consiglio, che replica dicendo che sostanzialmente ha lavorato gratis per la persona che lo ha giudicato al concorso per la cattedra di professore ordinario". La iena è consapevole che questa "non sia la questione del secolo", ma ha la sua importanza: stiamo dicendo che "Conte ha consentito al professor Alpa di fatturare anche il suo lavoro, perché ricordiamo che Alpa in Tribunale al primo grado non ha mai messo piede, andava sempre l'avvocato Conte". Perché Conte va a lavorare in udienza e poi dice che fattura tutto Alpa? Perché mette la sua firma in calce ad un progetto di parcella comune?, si chiede la Iena, secondo cui "se due avvocati sono distinti e separati non hanno la carta intestata in comune". Monteloene si fa parecchie domande, vuole capire. In questa storia, qualcosa che non va c'è. È evidente. "Mi chiedo - continua all'Adnkrons - il fatto che non si sia fatto pagare da uno dei commissari che lo ha giudicato al concorso, vi sembra una bazzecola? Secondo me no". E in effetti non è proprio una cosa da niente. Anzi. La iena, quindi, nel ricostruire il tutto mette in evidenzia le varie contraddizioni, le diverse versioni dei fatti (prima le due fatture, poi il giornalista trova i documenti e Conte, invece, dice di non averli trovati) e come il premier abbia cercato di galleggiare senza sprofondare. "La realtà è che Conte cambia versione tre volte nel giro di poco più di un anno, che le fatture divise che aveva annunciato non esistono, perché ha fatturato Alpa, e che quindi il presidente Conte ha lavorato gratis per uno dei commissari del concorso per la cattedra di professore ordinario - conclude -. Il presidente Conte ha poi pubblicato l'intervista integrale su Facebook, ma qualche secondo lo ha tagliato. Noi eccetto qualche taglio necessario per così dire per la “punteggiatura”, abbiamo mandato le interviste integrali". Diciamo che questo non è proprio un bel momento per il premier. Si trova inguaiato fino al collo. Ci mancava questa fattura, il concorso e l'amico. E ora c'è pure il Mes.

C.Gu. per “il Messaggero” il 5 dicembre 2019. Un «progetto di parcella» redatto «su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell'intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, il tutto firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte». È questo il documento, mostrato ieri nel servizio delle Iene Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, che incastrerebbe il premier: secondo i giornalisti conferma che Conte e il professor Alpa erano già legati da interessi economici e professionali e quindi quest'ultimo non poteva svolgere il ruolo di commissario d'esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte è diventato professore ordinario di diritto privato. «Assolutamente scorretto», la replica di palazzo Chigi, che confuta punto punto il servizio tv. La firma congiunta apposta sull'atto riguarda la causa civile nella quale Conte e Alpa hanno difeso il garante per la privacy. «È ancora possibile a questo punto sostenere, come ha fatto il premier nell'ultimo anno, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario? Il primo ministro ha mentito sul fatto che ognuno avesse fatturato per conto suo?», si domandano le Iene.  Quel documento, affermano i giornalisti, conferma anche un'altra circostanza sulla quale il presidente del Consiglio non avrebbero detto la verità. Prima del concorso universitario, ha riferito Alpa, Conte era ospite in via Sardegna e non, come ha sostenuto il premier, con un contratto d'affitto separato per il suo studio al piano di sopra di quello di Alpa, in piazza Cairoli, dove si trasferirà alcuni anni dopo. Non solo. Rileggendo i verbali delle udienze di quel processo al tribunale civile di Roma, si evincerebbe che Conte sia stato sempre presente in aula, tranne una volta in cui fu sostituito, mentre Alpa non andò mai. «È legittimo dunque pensare al dominus che manda a udienza il suo giovane allievo?», si chiedono i giornalisti. «È un progetto di parcella ma non una fattura unica», è, nella sostanza, la replica di Conte. «Questo non preclude che poi ciascun professionista emetta la propria fattura. All'epoca del concorso e anche successivamente non c'è mai stata associazione professionale, formale o anche solo sostanziale, tra il professor Alpa e l'allora avvocato Conte».

(Adnkronos il 5 dicembre 2019) - E' diventato il caso del giorno. Alcuni quotidiani hanno data la notizia della parcella del premier come prima notizia, altri hanno fatto approfondimenti. Come sempre la pubblica opinione si è divisa, e sui social c'è chi si fa notare come Conte alla fine dell'intervista trasmessa dalle Iene ieri sera se la sia cavata bene e chi invece sottolinea come la bugia sia venuta a galla. Conte, già ieri sera, aveva messo su Facebook l'integrale del servizio delle Iene, come a dimostrare di non temere nulla. La iena Monteleone, ovviamente, ha un'idea ben chiara di come sono andare le cose. "Una storia italiana, molto italiana, sia nell'evoluzione che nell'epilogo. La difesa di Palazzo Chigi, secondo me, aggrava la posizione del presidente del Consiglio, che replica dicendo che sostanzialmente ha lavorato gratis per la persona che lo ha giudicato al concorso per la cattedra di professore ordinario". Così all'Adnkronos la 'Iena' Monteleone, ritorna sul caso sollevato dall'inchiesta della trasmissione di Italia Uno all'indomani della messa in onda e della replica di palazzo Chigi. "Capisco che non è la questione del secolo - aggiunge la Iena -, però qui si sta dicendo che Conte ha consentito al professor ALPA di fatturare anche il suo lavoro, perché ricordiamo che ALPA in Tribunale al primo grado non ha mai messo piede, andava sempre l'avvocato Conte". "Perché Conte va a lavorare in udienza e poi dice che fattura tutto ALPA? Perché mette la sua firma in calce ad un progetto di parcella comune?", si chiede la Iena, secondo cui "se due avvocati sono distinti e separati non hanno la carta intestata in comune". "Sto aspettando qualche avvocato che mi smentisca in tal senso, visto che il professore-avvocato Conte mi ha rimproverato di essere ignorante in tema giuridico e di dinamiche di assistenza legale", dice ancora Monteleone, sottolineando che a suo avviso "ogni avvocato per dovere deontologico si fa pagare il suo lavoro, non esiste il patrocinio pro bono, esiste il patrocinio dello Stato per chi non se lo può permettere. Poì mi chiedo: il fatto che non si sia fatto pagare da uno dei commissari che lo ha giudicato al concorso, vi sembra una bazzecola? Secondo me no". Quanto all'altro argomento usato dal premier, che ha spiegato di aver vinto il concorso di Caserta con l'unanimità della Commissione, "questo non vuol dire nulla - dice ancora Monteleone - perché basta che anche un solo commissario sia incompatibile per rendere l'intera procedura irregolare". Dunque, è un "argomento un po' deboluccio". "La verità è che per un anno ci hanno detto che ognuno aveva fatturato per conto suo. Poi, dopo che abbiamo trovato i documenti, Conte ha detto effettivamente di non aver trovato la fattura", sottolinea la Iena, ricordando che "a gennaio 2019 abbiamo chiesto al presidente di mostrare la sua fattura" e che "il garante della privacy prima e il Tar dopo ci hanno detto no", con "una sentenza, tra l'altro, quest'ultimo, che ha demolito la legge sull'accesso civico agli atti della pubblica amministrazione, stabilendo criteri che renderanno impossibile per i giornalisti avvantaggiarsi della normativa". "La realtà è che Conte cambia versione tre volte nel giro di poco più di un anno, che le fatture divise che aveva annunciato non esistono, perché ha fatturato Alpa, e che quindi il presidente Conte ha lavorato gratis per uno dei commissari del concorso per la cattedra di professore ordinario", evidenzia ancora Monteleone, che conclude: "Il presidente Conte ha poi pubblicato l'intervista integrale su facebook, ma qualche secondo lo ha tagliato. Noi eccetto qualche taglio necessario per così dire per la "punteggiatura", abbiamo mandato le interviste integrali".

La parcella "equivoca" tra il premier Conte e l'avvocato Alpa. Il Corriere del Giorno il 4 Dicembre 2019. Le Iene mostrano un nuovo documento: “Avevano interessi comuni”. Palazzo Chigi ancora una volta nega: “Non è una fattura comune ma solo un progetto”. “Un nuovo documento esclusivo confermerebbe che il premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economici e professionali e quindi quest’ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d’esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte è diventato professore ordinario di diritto privato”. E’ quanto è stato pubblicato ieri dal sito de Le Iene, che anticipava “la nuova clamorosa scoperta di Le Iene che è stata svelata nel corso della puntata di ieri sera. Il programma “Le Iene” (Italia 1) ha esibito una parcella “su carta intestata a entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente di una filiale di Genova di Banca Intesa, il tutto firmato da entrambi, Guido Alpa e Giuseppe Conte“. “È ancora possibile a questo punto sostenere, come ha fatto Giuseppe Conte nell’ultimo anno ai microfoni delle Iene, che non vi fossero interessi economici in comune e che non vi fosse incompatibilità del professor Alpa nel giudicare Conte al concorso universitario? Il primo ministro ha mentito sul fatto che ognuno avesse fatturato per conto suo?“, si domandano Le Iene. Palazzo Chigi respinge questa accusa, rispondendo che “si tratta di un progetto di parcella ma non una fattura unica“. Le Iene ricordano inoltre che “il presidente del Consiglio ha sempre negato il rapporto professionale con Guido Alpa, nonostante nel suo curriculum vitae lui stesso avesse scritto così: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, diritto societario e fallimentare“. Per essere precisi, si sarebbe trattato di uno studio ubicato  a Roma, in via Cairoli, dislocato su due piani, dei quali il giovane Conte occupava il piano superiore, in uno studio legale che in realtà aveva un unico numero di telefono e la stessa segretaria che veniva retribuita da entrambi. Il premier Conte aveva invece sempre sostenuto che non c’è mai stata un’associazione professionale, formale o anche solo sostanziale, tra il prof. Alpa e l’allora avv. Conte sia all’epoca del concorso che successivamente , e smentisce che ci sia mai stato un conto corrente unico utilizzato da entrambi. All’epoca del concorso (2002) il prof. Alpa aveva uno studio professionale associato con un avvocato genovese e comunque non avrebbe potuto avete due differenti studi associati. A conferma di quanto sostenuto – secondo l’ufficio stampa di Palazzo Chigi – non è mai esistita una partita iva comune o anche solo un conto corrente cointestato o comunque utilizzato per proventi in comune. Secondo i portavoce  di Conte è quindi scorretto affermare che ci sia o ci possa essere una fattura in comune tra Guido Alpa e Giuseppe Conte sostenendo che “Il documento mostrato dalle Iene non vale a dimostrare il contrario ed è una chiara sciocchezza che esso smentisca la ricostruzione sin qui fornita dal Presidente Conte”. Il premier Conte ribadisce: “Non abbiamo mai fatto una fattura insieme, cioè avevamo conti separati. Guardi io ho controllato, questo chiariamolo, allora io ho controllato per il primo grado, in realtà la mia fattura non l’ho trovata, invece ho trovato la fattura del secondo grado e del terzo grado della Cassazione”. A Monteleone ha detto: “Lei non sa nulla di diritto, si fidi e le hanno spiegato male come funzionano i processi… È normale che se ci sono 10 avvocati al collegio difensivo non vanno tutti e 10. Basta che vada uno a coprire l’udienza, in rappresentanza di tutti”. Secondo la versione di Conte è quindi normale che due professionisti, autonomi ma coinquilini, e quindi dotati di una segreteria comune, abbiano emesso un unico progetto di parcella, a firma congiunta, con riferimento alla causa per la quale facevano parte del medesimo collegio difensivo. Questo non preclude in alcun modo che, sulla base di quel singolo, complessivo progetto di parcella, poi ciascun professionista emetta autonomamente e distintamente la propria fattura, per ottenere il pagamento dei propri compensi. Alla fine in circa mezz’ora di intervista il premier ha cambiato più volte la sua versione: “si è passati da non esiste una fattura unica”, al “io la mia fattura per il primo grado non l’ho trovata“, all’ultima versione “sì effettivamente per quel lavoro fatturò solo Alpa“. E se fatturò solo Alpa, con Conte che partecipò a quasi tutte le udienze, mentre Alpa mai! Ne è la riprova la circostanza che la fattura emessa da Guido Alpa in relazione al processo di primo grado nella causa Garante Privacy/Rai è la fattura del solo Guido Alpa. I relativi compensi sono stati erogati sul conto corrente personale di quest’ultimo, e non su un conto corrente comune relativo a una presunta società di professionisti. La decisione di Conte di non farsi pagare è dettata dal fatto che, nel primo grado di giudizio, il suo apporto all’istruzione e alla conduzione della causa era stato marginale rispetto a quello del professor Alpa. Del resto, come riconoscono correttamente anche gli inviati delle Iene, vi sono stati altri incarichi che il professor Conte ha svolto per il Garante, anche senza il coinvolgimento professionale di Alpa, decidendo poi di non farsi pagare. Ma le Iene insistono nel sostenere che “il premier Conte e il professor Alpa erano legati da interessi economici e professionali e quindi quest’ultimo non sarebbe potuto essere il commissario d’esame al concorso universitario di Caserta del 2002, con il quale Conte diventò professore ordinario di diritto privato“. Il documento in realtà sembra raccontare una storia differente: la lettera inviata allo studio ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo. E soprattutto è indirizzata “al Prof. Guido Alpa e al Prof Avv. Giuseppe Conte, Via Sardegna, 38, Roma”. Ci siamo chiesti, dicono Le Iene,  perché mandare un’unica lettera ai due professionisti se, come ha sostenuto il premier  Giuseppe Conte, “si trattava di due incarichi distinti e non c’era un’associazione né di diritto né di fatto e soprattutto se quell’incarico fu pagato con due fatture separate“. “Se la collaborazione era in corso, il premier Conte non sarebbe potuto essere valutato dal professor Guido Alpa. Ma se il rapporto di lavoro era stato interrotto almeno due anni prima il problema non si pone” è l’opinione di Umberto Fantigrossi, presidente uscente degli avvocati amministrativisti, il quale per chiarire la problematica sollevata dal programma tv Le Iene ha spiegato che “non esistono regole precise, ci muoviamo nell’ambito dei principi poiché per orientarci in questo campo dell’incompatibilità si applicano alle commissioni di concorso, per via analogica, le norme che valgono per i giudici in base al codice di procedura civile”. Quindi secondo il professor Fantigrossi “l’incompatibilità tra esaminando ed esaminatore, tra allievo e maestro, sussiste qualora la collaborazione sia in atto, ma se invece è passata il vantaggio cessa di esistere“. Per l’avvocato Fantigrossi “è tutta una questione di tempi, se tra la collaborazione e il concorso è trascorso un tempo congruo, il problema non esiste”.

Maurizio Belpietro per ''la Verità'' il 03 dicembre 2019. Le Iene azzannano in tv l' avvocato del popolo, che adesso deve difendere sé stesso. La notizia è arrivata alla fine di una giornata in cui era stato Giuseppe Conte ad azzannare. In Parlamento, dove era andato a rispondere sul caso del Fondo salva Stati, il presidente del Consiglio aveva accusato Matteo Salvini di spregiudicatezza e scarsa cultura delle regole, perché il capo della Lega si era azzardato a «insinuare» un tradimento del governo sul Mes, il meccanismo economico di stabilità. Ma prima ancora che arrivasse la replica dell' ex ministro dell' Interno alle bordate, è arrivata una nota della trasmissione tv in onda su Italia 1. Il comunicato della rete Mediaset annunciava che Le Iene avrebbero messo in onda un servizio con documenti inediti sulla carriera del professor Giuseppe Conte. In pratica, una lettera d' incarico dell' Autorità garante della privacy risalente al 2002, un testo che rappresenterebbe la prova del conflitto d' interessi del capo del governo quando salì in cattedra. La storia in parte era già stata raccontata quando Conte fece il suo ingresso a Palazzo Chigi. All' epoca Repubblica tirò fuori la notizia che il premier era stato promosso docente ordinario da una commissione di cui faceva parte Guido Alpa, docente che con Conte divideva lo studio di Roma. Il neo premier replicò sostenendo di non essere mai stato socio del professore e di non aver mai fatto parte del suo studio. Una difesa un po' fragile, ma supportata del formalismo dell' assenza di cointeressi professionali, ossia dalla mancanza di parcelle in comune per attività forensi svolte dai due. A consolidare la tesi giunse poi un parere dell' Anac, l' autorità anticorruzione, che certificò il mancato intreccio professionale fra i due avvocati. Dunque, anche se avevano una stanza nel medesimo edificio, a pochi passi l' uno dall' altro, Alpa e Conte non erano soci e il primo non aveva giudicato l'altro in una situazione di oggettivo conflitto d' interessi. Fine? No, perché adesso Le Iene hanno trovato la lettera d' incarico della causa già oggetto di dubbi. Il documento risale agli inizi del 2002, cioè sei mesi prima del concorso che consentì a Conte di diventare professore ordinario all' età di 38 anni. Nel testo ritrovato dal programma Mediaset il Garante della privacy chiede ad Alpa e al futuro presidente del Consiglio di patrocinare una causa a difesa dell' Authority. Per le Iene sarebbe la prova che i due avvocati avevano in qualche modo interessi comuni e dunque il più anziano e noto, cioè il professor Alpa, mesi dopo avrebbe giudicato il più giovane, promuovendolo. L' inviato di Italia 1 ha gioco facile nel puntare il dito, perché nonostante sia stato sollecitato a farlo, finora il presidente del Consiglio non ha mostrato la prova che taglierebbe la testa al toro, ovvero la fattura per le prestazioni professionali prestate al Garante. Se fosse intestata solo a lui e non anche al professor Guido Alpa si dimostrerebbe la separazione fra i due, ma senza non si può mostrare nulla, se non i dubbi verso una situazione di fatto che certo appare piuttosto anomala. Sappiamo come vanno - e soprattutto come andavano - certe cose nelle università italiane, dove la scelta dei prof da premiare non sempre risponde al criterio dell' oggettività. Perciò, nel caso del presidente del Consiglio, appare un po' curioso che nella commissione che lo giudicò idoneo a ricoprire l' incarico di professore ordinario ci fosse Guido Alpa, cioè un coinquilino di studio, anche se un po' più grande e più famoso. Inquilino che poi, dopo l' elevazione di Conte al soglio di Palazzo Chigi, lo gratificherà di un' intervista in cui lo definisce un suo allievo. Solo che gli allievi di regola poi non vengono messi in cattedra dai maestri. Al momento non è nota la reazione di Conte, anche se sull' argomento il premier ritiene di aver già detto tutto, giudicando chiuso il caso. La lettera però oggettivamente lo riapre, perché anche se le formalità sono rispettate e non si può sostenere l' esistenza di un' associazione professionale che impedisse la presenza di Alpa in quella commissione, l' inopportunità resta. I due si conoscevano, dividevano lo stesso ufficio e, anche se ciascuno operava per conto proprio, sei mesi prima di quel concorso furono entrambi incaricati dallo stesso cliente e per di più con la stessa lettera. L' avvocato dirà che la legge è rispettata e le insinuazioni provvederà a perseguirle quando non sarà più a capo del governo. Ma a chi lamenta spregiudicatezza e scarsa cultura delle regole agli altri, è richiesto un supplemento di cautela, perché la forma sarà anche rispettata, ma la sostanza rimane. Le stanze quelle sono. Così come i dubbi.

Alessandro Rico per ''La Verità'' il 03 dicembre 2019. Dopo la clamorosa smentita della tesi di Giuseppe Conte, che s' era detto non al corrente di essere un papabile premier quando firmò il parere per Fiber 4.0 (la sera prima di consegnarlo era a un vertice con Matteo Salvini e Luigi Di Maio), si prospetta un' altra grana per la reputazione del presidente del Consiglio. Stavolta, non nelle sue vesti di avvocato del popolo, ma di avvocato privato, per clienti di prestigio, come l' Autorità garante per la protezione dei dati personali. La vicenda rischia di proiettare ombre inquietanti sul rapporto di Conte con il suo mentore Guido Alpa e sulla legittimità del concorso da professore ordinario, che il premier vinse nel 2002 e nella cui commissione figurava proprio il giurista piemontese. La storia la racconteranno Antonino Monteleone e Marco Occhipinti questa sera, alle Iene, su Italia 1, alle ore 21.15. E ovviamente andranno a raccogliere anche la versione di Conte. I due già l'anno scorso avevano messo sotto la lente d' ingrandimento la relazione professionale del presidente del Consiglio con il professore, titolare di una cattedra di diritto civile alla Sapienza. Le iene avevano indagato sullo studio legale che lo stesso Giuseppi, nel proprio curriculum, dichiarava di aver aperto con Alpa a Roma, in via Cairoli, zona Esquilino. Secondo le spiegazioni fornite dal premier in una lettera a Repubblica dell' 8 ottobre 2018, si trattava in realtà di un appartamento in cui gli inquilini condividevano solamente numero di telefono e segretaria, pagando però due affitti diversi e soprattutto fatturando ciascuno per conto proprio. Alpa era al piano di sotto, Conte al piano di sopra, ma i professionisti lavoravano separatamente. Sullo sfondo, c' era il concorso del 2002 da professore ordinario per l' università casertana Luigi Vanvitelli, con cui Conte ottenne l' abilitazione e nella cui commissione sedeva anche Alpa. Chiaramente, se fosse provato che i due avvocati erano effettivamente associati, ne deriverebbe che quel concorso era viziato. Le Iene ritengono di aver raccolto un nuovo indizio che farebbe sospettare che il premier abbia mentito sulla vicenda. Il 29 gennaio del 2002, ovvero sei mesi prima che si concludesse il concorso a Caserta, l'Autorità garante per la protezione dei dati personali invia una lettera d' incarico per la propria difesa nell'ambito di una controversia con la Rai e l' Agenzia delle entrate, aperta al tribunale civile di Roma. La missiva, rilevano Monteleone e Occhipinti, «ha un unico numero di protocollo, è inviata a un unico studio legale, presso un unico indirizzo»: via Sardegna 38, Roma. Destinatari, proprio Guido Alpa e Giuseppe Conte. Ma allora, se i due avvocati lavoravano e fatturavano indipendentemente, che senso aveva spedire un' unica lettera a entrambi? E soprattutto, perché nel suo curriculum Giuseppi alludeva a uno studio in via Cairoli, se questa lettera d' incarico mostrerebbe che Conte era domiciliato presso lo studio Alpa in via Sardegna, a due passi da via Veneto, a mezz' ora di camminata dall' Esquilino? D'altra parte, la redazione delle Iene ricorda di aver presentato due richieste di accesso agli atti per verificare che le dichiarazioni del presidente del Consiglio fossero vere. L' Autorità, però, le ha respinte entrambe. E Conte non ha mai mostrato la fattura di questa prestazione legale: se fosse intestata solo a lui, il premier fugherebbe ogni dubbio su un eventuale rapporto professionale con Alpa e, conseguentemente, sulla sua carriera accademica. L' avvocato del popolo si avvarrà ancora della facoltà di non rispondere al popolo?

TRAVAGLIO IN DIFESA DI CONTE. Estratto dall'articolo di Marco Travaglio per ''il Fatto Quotidiano'' il 5 dicembre 2019. (…) L' altroieri è fallito miseramente l' ennesimo tentativo delle Iene di sbugiardare il premier Conte sui suoi rapporti con lo studio Alpa nel 2002, ai tempi della sua promozione, decisa da una commissione presieduta da Alpa, a professore di Diritto privato: la fattura che doveva smentirlo non era una fattura, ma un progetto di parcella; riguardava Alpa e non Conte, che in quella causa sostituì Alpa in alcune udienze senza farsi pagare; e non può inficiare il concorso del 2002 per conflitti d' interessi perché risale al 2009, sette anni dopo il concorso, in cui peraltro Conte fu promosso da 5 commissari su 5. Ieri naturalmente il Giornale e La Verità hanno rilanciato la bufala ("La bugia di Conte", "La parcella che inchioda Conte"). E tal Renzi ha dichiarato al Messaggero: "Se quello che viene contestato a Conte fosse stato contestato a me, i 5Stelle chiederebbero le dimissioni e scatenerebbero i social contro di me. Non so cosa sia successo tra Conte e Alpa. Penso che sarà Conte il primo ad aver interesse a chiarire". A parte che Conte l'ha fatto per l' ennesima volta con un' intervista alle Iene, è curioso che Renzi dica di "non sapere quel che è successo tra Conte e Alpa": se non lo sa, come può fare paragoni con quello che viene contestato a lui? E quando mai ha chiarito quel che viene contestato a lui, infinitamente più grave di quel che veniva contestato a Conte, visto che Conte, Alpa e nessun loro amico o parente sono indagati, mentre Renzi ha padre e madre condannati in primo grado e tutti i fedelissimi indagati e/o imputati (Lotti, Carrai, Bianchi, Bonifazi, i coniugi leopoldi Donnini-Mammoliti, Vannoni, Del Sette, Saltalamacchia, ecc.). (…)

Dagospia il 5 dicembre 2019. La replica di Antonino Monteleone, autore con Marco Occhipinti del servizio delle ''Iene'' sul rapporto tra Conte e Alpa: «La fattura che doveva smentirlo non era una fattura, ma un progetto di parcella; riguardava Alpa e non Conte, che in quella causa sostituì Alpa in alcune udienze senza farsi pagare; e non può inficiare il concorso del 2002 per conflitti d'interessi perché

risale al 2009, sette anni dopo...». Non è un messaggio del portavoce del Presidente del Consiglio, ma l'editoriale apparso su un quotidiano italiano. C'è molta confusione. Mettiamo alcuni punti in chiaro.

1) Nessuna coppia di professionisti che svolge incarichi "distinti" e "separati" firma progetti di parcella su carta co-intestata e doppia firma.

2) Riguardava solo Alpa? Urge visita dall'optometrista. Perché qui qualcuno ha scritto senza vedere né l'intestazione né le firme in calce al documento.

3) Conte si presenta a TUTTE le udienze tranne una. Alpa non si presenta MAI.

4) Esaminatore (ALPA) ed esaminato (CONTE) avevano "interessi economici e professionali" comuni prima dell'avvio delle procedure per il concorso da professore ordinario, durante e successivamente. Per restringere il campo: la causa di primo grado del Garante Privacy contro la RAI si incardina in tempi che quasi si sovrappongono col concorso. Scrivere il progetto di parcella insieme sette anni dopo annullerebbe questa incontrovertibile circostanza di fatto?

Solo alla luce di queste circostanze si comprende perché Conte a ottobre 2018 e a gennaio 2019 fosse spinto dalla necessità di sottolineare che "ognuno ha fatturato per conto suo". Ma si è rivelata un'affermazione F-A-L-S-A. Ne volete un'altra? Secondo il sito casertace.net Guido Alpa, nella sua sterminata carriera e nelle innumerevoli commissioni di concorso delle quali ha fatto parte, SOLO una volta sarebbe stato all'Università di Caserta. Al concorso da ordinario di Giuseppe CONTE. Uno dice... coincidenze.

Le Iene e il premier Conte. Una sola cosa era importante e l’abbiamo appurata noi: Guido Alpa commissario a S.MARIA C.V. solo una volta nella vita. Casertace.net il 3 Dicembre 2019. Stasera, tra pochi minuti Le Iene daranno del bugiardo al presidente del consiglio Giuseppe Conte. Mai puntata del popolare programma di Italia 1 era stata tanto annunciata, dettagliata, spiegata prima di andare in onda. Onestamente, in questa circostanza studiamo il problema del nostro mestiere, della lunga militanza in un territorio in cui la legalità reale è inesistente. Dunque, il disincanto si impadronisce dei nostri pensieri e ci fa accogliere queste cose con una scrollata di spalle. Non è che occorresse un supplemento di indagine per capire che Conte, con il professorone Guido Alpa avesse raccontato balle. Pensate un pò che quando uscì per la prima volta la notizia, il professorone, per anni e anni potentissimo presidente della Cassa forense nazionale, cioè del tesoro dell’Ordine degli avvocati, Conte disse che lui e Alpa non avevano mai collaborato professionalmente e che avevano due studi distinti, uno in un piano di uno stabile romano, l’altro nello stesso stabile ma al piano superiore. Ovviamente non ci ha creduto nessuno. Men che meno noi. Si sa che gli italiani sono molto indulgenti rispetto a queste cose, e la notizia pubblicata all’epoca da Repubblica perchè Conte era il premier della coalizione 5 Stelle-Lega, oggi viene rilanciata dalla rete di Berlusconi e dai giornali dell’area di centrodestra. In paesi come gli Stati Uniti e la Germania, non sarebbe stata necessaria la dimostrazione formale, palmare della bugia. Già quella storia del primo piano e del secondo piano sarebbe stata sufficiente per certificare l’inopportunità grave di un comportamento che aveva portato il professore Alpa ad essere il decisivo componente della commissione che a Santa Maria Capua Vetere aveva sancito l’idoneità di Giuseppe Conte, tradottasi poi in una chiamata per la cattedra di diritto privato all’università di Firenze. E invece stasera Le Iene mostreranno che esiste una sola fattura relativa all’incarico che Alpa e Conte hanno svolto quali avvocati del garante nazionale della privacy e quella sarà la prova provata che i due erano soci di fatto professionali. L’unica cosa che Le Iene avrebbero dovuto fare, con i mezzi che hanno sarebbe stato un gioco da ragazzi acquisire questa informazione, sarebbe stata quella di verificare se quella seduta di esame del 2002, quella commissione eletta con i voti di tutti i professori ordinari italiani di quella specifica materia, sia stata una tantum del professore Alpa. Al tempo preside della facoltà di Giurisprudenza, di quella che si chiamava Sun, cioè seconda università di Napoli, c’era il professore Franciosi. Ebbene, la verifica l’abbiamo fatta noi. Guido Alpa è stato commissario del concorso per professore ordinario di diritto privato alla facoltà di Giurisprudenza di Santa Maria Capua Vetere, una ed una sola volta, cioè quando al concorso partecipò Giuseppe Conte. Che altro dobbiamo dire? Un’altra cosa. Quando Guido Alpa ha lasciato la sua cattedra di ordinario di diritto privato a La Sapienza di Roma, è stato attivato il concorso. Ricordate quando un anno e mezzo fa tutti i telegiornali parlarono dell’impegno che Conte avrebbe dovuto affrontare partecipando ad un concorso? Si trattava esattamente di quello de La Sapienza. Va bè, ma in Italia non succederà niente, perchè funziona così. Se sei frescone, furbino, bugiardino, fai il premier.

 Dagospia il 4 dicembre 2019. DA “Un Giorno da Pecora - Radio1”. Se il rapporto con Giuseppe Conte inficia il fatto che il professor Alpa fosse un commissario del suo esame per la cattedra di Caserta? “Se si parla di opportunità, probabilmente il professor Alpa avrebbe potuto non farne parte, per un estremo scrupolo. Se Alpa ne faceva parte si vede che era assolutamente tranquillo. I problemi della politica comunque mi pare siano altri, questo è un tema secondario”. A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1 è Andrea Mascherin, Presidente del consiglio Nazionale Forense, che oggi è stato ospite della trasmissione condotta da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro.

 Conte, duro botta e risposta con Monteleone: "Al limite dovrebbe dire 'lei è un frescone'". Le Iene 6 dicembre 2019. Nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi il presidente del Consiglio ha attaccato Antonino Monteleone: “Lei dice menzogne, non ho lavorato gratis per Alpa”. Poi lo difende per i vergognosi attacchi subiti sui social. Con Marco Occhipinti la Iena torna sul concorso del 2002 che ha nominato Conte professore ordinario, mostrando nuovi documenti esclusivi. “Perché dice che ho lavorato gratis per Alpa? Al limite dovrebbe dire: ‘lei è un frescone, ha lavorato gratis per il Garante’. Questa è diffamazione”. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha apostrofato così Antonino Monteleone durante una conferenza stampa a palazzo Chigi insieme al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il premier è tornato sul caso del concorso universitario che nel 2002 ha nominato Conte professore ordinario di diritto privato ancor prima che la Iena facesse la sua domanda. Domenica 8 dicembre durante la puntata de Le Iene vi mostreremo le nuove scoperte che abbiamo fatto sul caso del concorso universitario del premier. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti ci hanno mostrato nuovi documenti esclusivi. Ve ne abbiamo parlato in questo articolo anticipandovi il primo di una serie, che sembrano testimoniare che Giuseppe Conte avrebbe mentito sui suoi rapporti professionali con Guido Alpa, e che dunque quest’ultimo fosse incompatibile per legge nel suo ruolo di esaminatore al concorso. “Lei sta studiando questo caso da molto tempo”, ha detto il premier a Monteleone durante la conferenza stampa. “Ha acquisito tutte le carte possibili e immaginabili, le ho risposto più volte nelle interviste. L’ultima volta per mezz’ora (come potete vedere cliccando qui)”. Poi arriva l’attacco alla Iena: “C’è rimasto male, perché ho visto che ha fatto dei post su Facebook in cui scrive delle cose offensive”. “Impossibile, cose offensive è impossibile”, replica Monteleone. “Io le dico, ma come può scrivere "il presidente Conte ha lavorato gratis per uno dei commissari del suo concorso"?”, ribatte il premier. “Sono venuto a farle una domanda su questo tema presidente”, gli risponde Monteleone. Qui però non c’è spazio per la domanda della Iena, e il presidente del Consiglio dice: “Diciamolo ai cittadini perché credo che ormai tutti sappiano di questo caso”, ha detto Conte. “Se lei si è procurato la lettera di conferimento dell’incarico e ha visto che l’incarico è stato conferito ad Alpa e a Conte… abbiamo sviscerato che un collegio difensivo può essere composto anche da venti avvocati nel civile. Lei ha constatato che eravamo io e Alpa: perché lei dice che io ho lavorato gratis per Alpa? Se l’incarico mi è stato conferito dal Garante, e io non mi faccio pagare come in questo caso perché ritengo di aver svolto attività difensiva non di rilievo, evidentemente non me la sono sentita di fatturare essendo il Garante un ente pubblico. Lei stesso si è fatto dire dal Garante che anche qualche altra volta, dove sono io solo nel collegio difensivo, non mi sono fatto pagare. Anche in famiglia sono sempre stato tacciato di essere poco venale. Anche con altri clienti è capitato di aver lasciato lì qualche fattura e non essermi fatto pagare. Perché dice che ho lavorato gratis per Alpa? Al limite dovrebbe dire: “lei è un frescone, ha lavorato gratis per il Garante”. Questa è diffamazione. Non dovete approfittarvi del fatto che da quando sono presidente del Consiglio ho detto che non avrei mai querelato i giornalisti, perché continuate a scrivere menzogne su menzogne.” “Sono venuto qui per farle solo una domanda”, prova a intervenire Monteleone ma il premier lo interrompe subito senza farlo parlare: “Gliela faccio io la domanda, perché ha scritto questo nel post su Facebook dopo l’intervista di mezz’ora? Lei fa solo domande ma può offendere!”. Il presidente del Consiglio è poi tornato sulle vergognose offese ricevuti sui social network dalla Iena, arrivando persino ad augurargli il cancro, e si è rivolto a questi hater: "Voi potete anche ritenere di difendere la mia posizione, ma offendere Monteleone e i familiari quello no, perché non aggiunge nulla alla civiltà del dibattito". Finalmente c’è spazio per la domanda di Antonino Monteleone, che però è stata tagliata dal sito de La Repubblica che invece aveva riportato il botta e risposta e che quindi vi proponiamo qui: “Siccome è cambiata più volte la sua versione…”. “No, è stata sempre la stessa” replica immediatamente Conte. “Anche questo è offensivo. Quello è un progetto di parcella, non è una fattura. La fattura l’ha emessa solo Alpa perché abbiamo appurato che io al Garante non ho mai fatturato. Quindi non c’è una fattura in comune. Quello che lei tendenziosamente cerca di insinuare potrebbe avere un rilievo se Alpa avesse raddoppiato il suo compenso e quindi si fosse fatto pagare anche per conto di Conte. Quella fattura però prevede solo il compenso di Alpa, Conte ha rinunciato. Se ne faccia una ragione”. “A noi risulta che lei non abbia lavorato gratis per il Garante”, risponde Monteleone. “Ci risulta dai documenti, che ha chiesto all’Autorità di versare anche i suoi compensi sul conto di Alpa, che è stato il suo esaminatore…”. “Ma questa è diffamazione, lei sta insistendo”, ribatte immediatamente Conte. “A noi risulta così”. “Lei è fuori di testa”, sbotta il premier. “Io non ho fattura e non ho chiesto il raddoppio della fattura”. “Le sto chiedendo se Alpa, quando ha fatturato, aveva nelle sue voci delle parti che gli spettavano”, chiede Monteleone. “Lei vuole dimostrare una comunanza di interessi attraverso un progetto di parcella che risale al 2009, e attraverso questo vorrebbe dimostrare una comunanza d’interessi che riguarda il 2002, l’anno del concorso. Dopo sette anni poteva cambiare il mondo, ma non dimostrerebbe mai l’esistenza di una cointeressenza economica del 2002. È un fatto logico: un documento del 2009 non potrà mai dimostrare la cointeressenza di un fatto concorsuale del 2002. Se ne faccia una ragione”. A questo punto Conte si alza e fa per andarsene, mentre Monteleone sta ancora provando a formulare una domanda per lui: “A noi risulta che tra le voci che ha presentato Alpa ci fossero anche la presenza in udienza, che era solo sua. Le chiedo: se Alpa ha incassato i compensi per la presenza in udienza è un problema o no?”. “Il fatto che io abbia partecipato non ha alcun rilievo economico, perché nel processo civile le memorie difensive sono quelle che contano”, risponde Conte che poi se ne va per davvero. Potrete vedere le nuove scoperte di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti nella puntata de Le Iene di domenica 8 dicembre.

Dagospia il 6 dicembre 2019. Il premier Conte non ci sta alle accuse della Iena sulla fatturazione in comune con Guido Alpa, nell'ambito del concorso universitario di Caserta nel 2002. "Lei è fuori di testa", dice l'inquilino di Palazzo Chigi al giornalista in conferenza stampa. "Monteleone, se ne faccia una ragione: non riuscirà a dimostrare una fatturazione in comune con Alpa", ha aggiunto Conte rispondendo alla provocazione dell'inviato della trasmissione di Italia Uno.

Marco Billeci per fanpage.it il 6 dicembre 2019. C’è un passaggio nell’arringa difensiva dell’avvocato Giuseppe Conte di fronte alle polemiche sul concorso con cui l’attuale premier è diventato professore ordinario che rischia di rivelarsi un boomerang. “L’Anac ha detto che non c’è nessun conflitto d’interessi”, ha affermato più volte il premier per ribattere alle accuse circa la presenza del suo mentore Guido Alpa nel collegio che nel 2002 gli assegnò una cattedra all’università di Salerno. I documenti visionati da Fanpage.it, che riportiamo in questo articolo, dimostrano che le cose non stanno proprio così. La vicenda – scoperchiata per la prima volta da Repubblica nell’ottobre 2018 – è stata riportata alla ribalta negli ultimi giorni dalla trasmissione televisiva “Le Iene”. L’innesco del caso, come detto, è la presenza del professor Guido Alpa nel collegio dei docenti chiamati a giudicare i candidati del concorso vinto dall'attuale Presidente del Consiglio. Alpa è considerato il maestro professionale di Conte e  ha condiviso per anni con lui l’indirizzo dello studio professionale. I due hanno anche lavorato insieme in diverse occasioni. Secondo “Le Iene”, la collaborazione tra Conte e Alpa andava al di là della condivisione degli spazi e degli incarichi e si configurava invece come un vero e proprio sodalizio economico e professionale. Di conseguenza, Alpa non sarebbe potuto essere uno dei commissari chiamati a giudicare il premier nel suo concorso universitario. Falso, replica Conte che sottolinea innanzitutto come la sua promozione sia avvenuta all’unanimità, per cui il giudizio di Alpa non sarebbe stato decisivo. Ma soprattutto, il premier rivendica che la sua attività professionale e quella di Alpa si siano sempre svolte in parallelo, senza alcun tipo di associazione professionale che avesse potuto gettare l’ombra di conflitto d’interessi sul concorso sostenuto nel 2002 dall’avvocato del popolo. Per avvalorare la sua tesi, Conte nella sua difesa sui media ha citato più volte i pareri sul tema dell’Autorità Nazionale Anticorruzione che lo assolverebbero. L’ultima volta lo ha fatto rispondendo alle domande dell’inviato delle Iene, come documentato nella versione integrale dell’intervista pubblicata sul profilo Facebook ufficiale del premier.  “L’Anac ha già detto che non c’è nessuna cointeressenza d’interessi”, dice Conte nel video. L’autorità guidata all’epoca da Raffaele Cantone è stata chiamata a pronunciarsi sul caso a seguito dell’esposto dell’avvocato pesarese Silvio Ulisse.  Nel maggio 2019,  l’Anac  risponde all'avvocato Ulisse, con una lettera che ricalca le conclusioni a cui è giunta l'istruttoria in merito al concorso universitario sostenuto da Conte. Nella lettera, che pubblichiamo integralmente, si sottolinea come la vicenda riguardi “fatti molto risalenti nel tempo e, in quanto tali, nemmeno modificabili in autotutela”. In pratica, si prende atto dell’impossibilità di intervenire sull’esito di un concorso che si è tenuto ormai 17 anni fa. Di conseguenza, l’autorità riguardo al procedimento “ritenendo preclusa qualunque possibile valutazione nel merito, ne ha disposto l’archiviazione”. L’Anac dunque non ha mai detto che tra Conte e Alpa non c’era conflitto d’interessi. Più semplicemente, l’organismo anticorruzione ha valutato come sia ormai impossibile modificare il corso degli eventi e quindi si è fermato prima di pronunciarsi sul merito della questione. Se parlassimo di un processo, si tratterebbe di prescrizione e non di assoluzione. Conte nella sua difesa chiama in causa in realtà anche un'altra delibera dell’Anac. Si tratta di un documento del marzo 2017 in cui Raffaele Cantone afferma che “ai fini della sussistenza di un conflitto di interessi fra un componente la commissione di concorso e un candidato, la collaborazione professionale o la comunanza di vita […] deve presupporre una comunione di interessi economici o di vita tra gli stessi di particolare intensità e tale situazione può ritenersi esistente solo se detta collaborazione presenti i caratteri della sistematicità, stabilità, continuità tali da dar luogo ad un vero e proprio sodalizio professionale.” Questo parere, tuttavia, si limita a fissare dei criteri generali di incompatibilità fra esaminante ed esaminato, riguarda una vicenda distinta da quella che ha coinvolto il premier ed è comunque precedente allo scoppio della vicenda Conte-Alpa. L’unico pronunciamento dell’Anac sul caso specifico è quello rivelato adesso da Fanpage.it. Non condanna Conte, ma nemmeno lo assolve. Sul caso del concorso grazie al quale Conte è diventato professore ordinario si era espresso, nell’ottobre del 2018, anche il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone. Che affermava: “Conte dà una spiegazione plausibile. Il fatto che un soggetto possa scrivere un libro insieme o si trovi a essere co-difensore in un procedimento non integra di per sé gli estremi della comunione di interessi”. Un giudizio, quello di Cantone, che è diverso dal parere dell’autorità, che sostanzialmente non entra nel merito. Cantone sottolinea ancora: “Abbiamo provato a spiegare che non basta l’esistenza di un rapporto fra maestro e discente, c’è bisogno di una comunione di interessi economici”. Un concetto ribadito qualche giorno dopo: “Una collaborazione sporadica e l’ufficio condiviso non bastano per stabilire che vi sia comunanza di interessi tra lui e il prof Guido Alpa”.

Concorso universitario di Conte e caso Alpa: nuovo documento esclusivo. Le Iene il 10 dicembre 2019. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti tornano sul concorso universitario del 2002 che ha fatto diventare Giuseppe Conte professore ordinario di diritto privato. Guido Alpa, suo commissario d’esame, ma anche avvocato incaricato insieme a Conte in una causa civile, era incompatibile nel giudicarlo e promuoverlo? Ecco due nuovi documenti che smentirebbero la versione del premier e confermerebbero l’incompatibilità di Alpa. Con Antonino Monteleone e Marco Occhipinti torniamo a chiederci se il concorso universitario del 2002 che ha nominato Giuseppe Conte professore ordinario di diritto privato sia stato viziato dall’incompatibilità di uno dei suoi esaminatori, il professor Guido Alpa. E se il premier non abbia mentito più volte da un anno a questa parte per difendere la regolarità di quel concorso. 

Lo facciamo nel servizio in onda a Le Iene stasera a Le Iene dalle 21.15 su Italia 1. Un servizio nel quale vi mostriamo in esclusiva due nuovi documenti, la seconda parte del progetto di parcella con la lista delle prestazioni svolte in una causa civile del 2002 e l'unica parcella emessa per quell'incarico, che dimostrerebbero ulteriormente l’incompatibilità di Guido Alpa a giudicarlo in quel concorso. Ve ne abbiamo parlato nelle precedenti puntate della nostra inchiesta, nella quale vi abbiamo raccontato che Guido Alpa, oltre che commissario d’esame di Giuseppe Conte, sarebbe stato incaricato di difendere insieme a lui il Garante della Privacy in una causa civile al Tribunale di Roma contro la Rai. E che a causa di questo incarico comune quindi sarebbe stato incompatibile nel giudicarlo al concorso universitario, che ha portato Conte a salire sul gradino più alto della carriera universitaria. Qualche giorno fa vi abbiamo mostrato un documento esclusivo, la prima parte del progetto di parcella di quella causa civile del 2002, in cui difendevano il Garante della Privacy. Una causa nella quale, lo ricordiamo, sono stati incaricati per la difesa, l’avvocato Giuseppe Conte e il professor Guido Alpa, con un'unica lettera d'incarico, un unico protocollo e indirizzata allo stesso indirizzo dello studio Via Sardegna 38 di Guido Alpa, fatto che smentirebbe le dichiarazioni del premier che aveva sostenuto che all'epoca avrebbe avuto uno studio con locali e affitti separati, al piano di sopra da quello di Alpa a piazza Cairoli. Mentre poi Alpa avrebbe raccontato che nel 2002 l'allora giovane di belle speranze Giuseppe Conte era suo ospite nel suo studio a via Sardegna. Avevamo pubblicato in esclusiva un progetto di parcella compilato su carta intestata e firmata da entrambi, con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente, di una filiale di Genova di Banca Intesa. Il tutto appunto firmato sia da Alpa che da Conte. Perché mai, ci siamo chiesti, l’avvocato Conte avrebbe dovuto firmare questo progetto di parcella se, come ha sostenuto ai nostri microfoni, lui con quelle prestazioni non aveva niente a che fare e se in più lui dal Garante alla Privacy non intendeva farsi pagare? Oggi pubblichiamo un nuovo documento esclusivo che potete leggere qui, ovvero la seconda parte di quel progetto di parcella, clamoroso per il suo contenuto perché smentisce la ricostruzione dei fatti data dal premier dopo il nostro servizio della scorsa settimana. Tra qualche ora poi pubblicheremo in esclusiva la testimonianza di una figura di rilievo delle istituzioni, che smentirà anche lui le dichiarazioni del premier. Anche il documento che vi mostriamo adesso, ancora una volta, parla chiaro ed elenca nel dettaglio le voci delle prestazioni per le quali è stato richiesto il pagamento: c’è la partecipazione alle udienze dal valore di 416 euro, la precisazione conclusioni, stimata 103 euro, l’assistenza all’udienza conteggiata per 2.160 euro e la discussione in pubblica udienza valutata 1.392,50. Oltre che tante altre voci, che tutte insieme sembrano essere il totale delle prestazioni fornite al cliente dai due avvocati. Non a caso l'elenco delle competenze si trova su una carta intestata a nome di Alpa e Conte e come dicevamo è firmata da entrambi. L'altro documento che vi mostriamo è la parcella poi emessa da Guido Alpa, importante come prova, perché ci consente di notare come il totale fatturato da Alpa corrisponda con il totale delle voci delle prestazioni indicate nel progetto di parcella cofirmato da Alpa e Conte. Secondo tutti gli esperti del settore interpellati dalle Iene, il progetto di parcella sembra dare un'indicazione chiara al Garante: paga tutte le competenze qui elencate su uno stesso conto corrente. La lettura di questi due documenti va incrociata con un'altra documentazione esclusiva trovata dalle Iene: i verbali di 5 udienze di quella causa del 2002, dai quali si evinceva che in primo grado avesse presenziato in aula quasi sempre Giuseppe Conte, mentre tutte le volte in cui il giovane avvocato era presente, non lo era invece il suo collega anziano e già molto affermato Guido Alpa. Il presidente del Consiglio aveva sostenuto come nel corso del primo grado della causa a cui si riferisce quella parcella, lui non avesse svolto attività difensiva di rilievo e aveva deciso dunque di non farsi pagare dal suo cliente, l'Autorità per la Protezione dei dati Personali. Ma se è vero che non si è fatto pagare, allora come si spiega la seconda pagina di quel progetto di parcella, che contiene voci di prestazioni svolte durante le udienze a cui partecipò solo Giuseppe Conte? Perché quelle prestazioni sono state inserite nella lista delle competenze da pagare, con tanto di corrispettivo economico determinato per ognuna di quelle voci? E se non fossero state prestazioni da lui eseguite perché mai anche Giuseppe Conte firmò anche lui quel progetto di parcella?   Come avrà giustificato ai microfoni di Antonino Monteleone questi due nuovi documenti esclusivi che abbiamo trovato? 

Conte e il concorso universitario: Cantone smentisce il premier. Le Iene il 10 dicembre 2019. Torniamo sul caso del concorso universitario con cui Giuseppe Conte è diventato professore ordinario di diritto privato: pubblichiamo la nostra telefonata con Raffaele Cantone, ex presidente dell’Anac, che smentisce la versione di Conte sul parere dato dall’Autorità anti corruzione. E vi mostriamo anche quel parere di Anac. Tutto nel servizio di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti. Torniamo sul concorso universitario di Caserta, che nel 2002 ha affidato a Giuseppe Conte la cattedra di professore ordinario di diritto privato. Vi mostriamo un nuovo documento esclusivo e con la telefonata a Raffaele Cantone, ex presidente di Anac, che di fatto smentisce la versione di Giuseppe Conte. Quel concorso, come vi abbiamo raccontato durante le precedenti puntate dell’inchiesta di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, potrebbe essere stato viziato da incompatibilità. A giudicare Conte, infatti, tra i commissari d’esame, c’era il suo mentore e amico Guido Alpa. E proprio il professor Alpa, abbiamo scoperto, poco prima di quell’esame avrebbe lavorato a una causa civile, insieme a Giuseppe Conte, per difendere l’Autorità garante della Privacy. Vi avevamo mostrato un primo documento esclusivo, il progetto di parcella per quella causa: su carta intestata a entrambi e con la richiesta di pagamento dell’intera cifra di 26.830,15 euro su un unico conto corrente intestato ad Alpa di una filiale di Genova di Banca Intesa. Il tutto firmato da entrambi. Sull’importo della fattura, Conte aveva detto, nel corso di una infuocata conferenza stampa: “Lei forse non lo sa, ma gli enti pubblici devono farsi pagare ai minimi tariffari. Quella quindi è una fattura sicuramente ai minimi tariffari che prevede solo il compenso di Alpa. Conte ha rinunciato, se ne faccia una ragione”. Avevamo allora pubblicato anche la seconda parte di quel progetto di parcella, un documento in cui compare la lista delle prestazioni che i due professionisti indicano come svolte e che chiedono all’autorità di pagare su un unico conto corrente. Nella lista delle prestazioni da fatturare sono indicate le voci che riguardano sicuramente anche il lavoro svolto da chi ha partecipato alle udienze. A proposito di queste ultime vi avevamo mostrato anche i verbali di 5 udienze, dai quali risultava evidente che in primo grado Conte avesse quasi sempre presenziato in aula, tranne una volta in cui era stato sostituito. Giuseppe Conte, a proposito di quell’incarico legale e della presenza in udienza, aveva però dato un’altra versione:  “Dico la verità ero in un periodo particolarmente impegnativo, per altri fronti, perché mi stavo consolidando nel mondo universitario della ricerca eccetera e quindi l’attività difensiva se l’è fatta, intendo dire quella seria, più solida, quella più impegnativa, se l’è fatta Alpa… e io ho fatto l’udienza quando ero libero, io non credo di essere stato a tutte le udienze, comunque diciamo quando davo una mano…”. Nella seconda parte del progetto di parcella le voci pagate sono indicate con chiarezza: c’è la partecipazione alle udienze dal valore di 416 euro, la precisazione conclusioni, stimata 103 euro, l’assistenza all’udienza conteggiata per 2.160 euro e la discussione in pubblica udienza valutata 1.392,50. Che in generale si tratti di prestazioni svolte anche da Giuseppe Conte sembra certificato dal fatto che c’è la sua firma sul progetto di parcella. Perché mai allora, ci chiediamo, l’avvocato Conte avrebbe dovuto firmare un progetto di parcella con l’elenco delle prestazioni fornite da un altro avvocato, se lui con quelle prestazioni non aveva niente a che fare? Ma c’è ancora un altro punto molto importante da chiarire, ovvero il presunto parere di Anac, l’Autorità nazionale anti corruzione, sul caso del concorso universitario del 2002. Giuseppe Conte a questo proposito ci aveva detto: “A parte che questo l’ha valutato già l’Anac, ha detto che non c’è nessuna, cointeressenza di interessi… io avevo la mia attività professionale, Alpa aveva la sua attività professionale, Alpa aveva uno studio professionale a quell’epoca…” Antonino Monteleone e Marco Occhipinti hanno deciso allora di sentire proprio Raffaele Cantone, all’epoca presidente dell’Anac, per cercare di fare chiarezza una volta per tutte (la telefonata con il presidente Cantone potete ascoltarla nel video che pubblichiamo in alto). Monteleone chiede: “La chiamavo perché sto cercando di capire se l’autorità quando ai tempi in cui lei era presidente fu formalmente incaricata di esprimere un parere sulla questione del concorso dell’avvocato conte prima di diventare presidente del consiglio”. Raffaele Cantone risponde così: “Sì, ci fu un esposto, mi pare di un’associazione di consumatori. Noi facemmo un intervento di carattere procedurale, dicemmo che in realtà si trattava di una vicenda non recente per i quali il nostro intervento di qualunque tipo sarebbe stato irrilevante visto che nei confronti di quel concorso nessun atto amministrativo poteva essere fatto”. Lo potete giudicare voi stessi, leggendo il parere di Anac, a questo link. Appare quindi evidente, almeno stando alle parole di Cantone e al documento esclusivo che pubblichiamo, che Giuseppe Conte non avrebbe detto il vero quando ha affermato che l’Anac si era pronunciata “escludendo la comunanza di interessi economici”. Monteleone prosegue: “Lei fece anche un’intervista a Radio Capital nell’ottobre del 2018, nella quale disse ‘effettivamente è plausibile la spiegazione del presidente Conte, se è vero come lui sostiene che hanno, emesso fatture separate per l’incarico del 2002’”. “Io avevo detto semplicemente che mi sembrava plausibile la spiegazione che aveva dato”, aggiunge Cantone. La Iena lo incalza: “L’unica cosa che volevo capire è se due professionisti che usano una carta intestata comune che firmano entrambi un progetto di parcella possono definirsi due professionisti che svolgono incarichi distinti e separati”. La risposta di Raffaele Cantone è assolutamente inequivocabile: “Certamente i fatti emersi sono diversi da quelli che erano stati rappresentati all’epoca, però io non me la sento di esprimere un giudizio. L’unica cosa che mi sento di dirle è che ovviamente rispetto alla situazioni che io vissi all’epoca le cose sono cambiate, quindi all’epoca lui aveva dato una giustificazione. Oggi le cose sono cambiate”.

·         Concorsi su Misura: Ad Personam.

Dalle mazzette al lavoro, così è cambiato il sistema delle tangenti.  Stefano Elli ilsole24ore.com il 16 Maggio 2019. La raccomandazione, in Italia, non è certo una novità. La Treccani la definisce come: «Intercessione in favore di una persona, soprattutto al fine di ottenerle ciò che le sarebbe difficile conseguire con i mezzi e i meriti propri o per le vie ordinarie». Vecchio, inossidabile, vizio nazionale. Dagli atti giudiziari delle ultime inchieste per corruzione (l'ultima, ma non solo, quella della Procura di Milano che ha coinvolto alcune municipalizzate lombarde e il sistema degli appalti in Regione) sembrano emergere alcune novità. Ai potenziali corrotti non vengono più soltanto versate le celebri «mazzette», quelle classiche, avvolte in carta di giornale, quelle che, per intenderci, fecero scoppiare il caso Tangentopoli. Oggi si offre lavoro. Non solo per sé, ma per i propri cari: figli, mogli, amanti, consanguinei. Oppure consulenze inesistenti, mascherate in modi più o meno maldestri. Tangente come segno tangibile di un abbruttimento epocale che vede piegarsi un diritto, anzi, Il Diritto Fondativo della Repubblica, in un mero strumento di pagamento: come a dire: «io ti offro i miei servigi e il mio prezzo è il lavoro dei miei cari». Oppure, ancora, come nell'ultimo caso di cronaca che ha portato agli arresti domiciliari il sindaco leghista di Legnano, Gianbattista Fratus, la neo assessore alle Opere Pubbliche Chiara Lazzarini e in carcere il vicesindaco (e assessore al bilancio), Maurizio Cozzi, entrambi di Forza Italia, lavoro offerto per pilotare affari. In questo caso si è trattato di “piazzare” ai vertici apicali di aziende municipalizzate strategiche, dei “vertrauensmenschen”, degli uomini di stretta fiducia. Come? Semplice: truccando i bandi per le loro assunzioni. Una degenerazione che non è soltanto penalmente rilevante ma pure socialmente avvilente. Una modalità già vista, per fare un altro esempio, negli atti del «caso Montante», in Sicilia, dove i magistrati sospettano che funzionari dello Stato considerati “infedeli” nulla abbiano chiesto per sé, se non un lavoro per le consorti. Del resto un modo per pagare deve pur esserci: procurarsi contanti con la normativa antiriciclaggio in vigore è sempre più complicato. A uno degli indagati dell'inchiesta milanese che chiede denaro al suo presunto corruttore (per andare in ferie), questi risponde che 2.000 euro deve «prenotarli» e al posto dei contanti gli consegna la carta di credito. Accanto a queste forme, certo, permangono quelle classiche dazioni ambientali che transitano su conti esteri cifrati verso paradisi penali che resistono inossidabili a qualunque pressione internazionale, nonostante tutte le modifiche normative a cominciare dallo scambio automatico di informazioni. Ma il lavoro come «mazzetta», certo, è un cambio di passo.

Tangenti e assunzioni in cambio di voti: arrestato il sindaco leghista a Legnano e due assessori di FI. Azzerata la giunta. Giambattista Fratus e due assessori di Forza Italia sono stati arrestati con l'accusa di turbativa d'asta e corruzione elettorale. Nominato un commissario. Carmelo Schininà TGla7 il 17 maggio 2019. C'è il comune di Legnano, storica roccaforte leghista, al centro dell'inchiesta della procura di Busto Arsizio che ha travolto la giunta comunale, già scossa a marzo dalle dimissioni di 13 consiglieri, di minoranza e dissidenti leghisti. Arrestati il primo cittadino Giambattista Fratus, il vicesindaco e assessore al bilancio Maurizio Cozzi in quota Forza Italia e l'assessore forzista alle opere pubbliche Chiara Lazzarini. Sindaco e assessore sono ai domiciliari, in carcere invece il vicesindaco. Sono accusati di aver modificato bandi di gara su misura per candidati selezionati ad hoc. Un'amministrazione che più che fare gli interessi pubblici avrebbe curato i propri attraverso un sistema che - scrive il giudice per le indagini preliminari "individuava persone gradite e manovrabili e verosimilmente riconoscenti in futuro della scelta operata". Undici le persone indagate per tre episodi di gare, secondo i magistrati, turbate, come l'assunzione del nuovo direttore generale della municipalizzata Amga che si occupa di rifiuti, strade pulite e infrastrutture. "Un volta che si individua la persona, basta. Fa La Gara, finito!" dice intercettato il vicesindaco Cozzi che insieme alla Lazzarini avrebbe selezionato parallelamente alla gara ufficiale gente che reputava di fiducia. Cozzi avrebbe anche tentato di favorire la nomina del suo commercialista per una consulenza contabile in un'altra municipalizzata, la Europa Service, chiedendo al direttore generale di modificare il bando di concorso su misura. nel faldone delle intercettazioni c'è anche una telefonata in cui la Lazzarini riporta frasi pronunciate dal sindaco, nelle quali spunta il nome del vicepremier Salvini. Fratus è indagato anche per un episodio di corruzione elettorale: l'ipotesi di un baratto, un pacchetto di voti per un posto nel cda di un'altra municipalizzata per la figlia di un candidato alle amministrative del 2017 che era stato escluso al primo turno. 

Concorsi pubblici: lo scandalo dei presunti bandi "ad personam" e la lista nera. Dalla giustizia alla sanità, fino alla PA, le conseguenze di un controsenso tutto italiano. it.blastingnews.com il 12 marzo 2017. Chi partecipa ad un concorso lo fa generalmente per superarlo dopo il consapevole sacrificio di dover studiare e prepararsi per molti anni, nella speranza di conquistare l’agognato posto fisso. Le aspettative dei concorsisti si scontrano però con una inequivoca dura realtà: il bando il più delle volte è perfettamente calibrato per reclutare esclusivamente determinati concorrenti. Trattasi di un fenomeno che incarna un’anormalità tutta italiana. Un recente esempio viene proprio dalle diverse selezioni pubbliche delle Forze armate : quelle dei 559 agenti di polizia di Stato, quello per allievi agenti della Polizia Penitenziaria, quello per marescialli del ruolo ispettori dell’Arma dei carabinieri, il concorso per allievi marescialli della guardia di finanza, dei carabinieri in ferma breve. La lista è assai lunga proprio perché il solito bando all’italiana incarna un’occasione perfetta per sistemare parenti e amici o tutti quei fortunati che hanno la sfrontatezza di pagare il commissario di turno corruttibile.

Quasi tutti i concorsi pubblici, come recentemente evidenziato anche dal presidente dell’ANAC Cantone sono ginepraio di corruzione, affari di famiglia e sospetti di malaffare. In questi casi a nulla servono le commissioni per la trasparenza, i comitati e movimenti che dovrebbero preservare e garantire l’integrità, la legittimità, il corretto svolgimento del concorso. Se a monte i requisiti oltremodo specifici impediscono di fatto l’accesso a chi non li ha, a valle l’effetto che ne consegue non può essere che quello di una procedura selettiva che preclude ai più bravi e meritevoli l’opportunità di partecipare e vincere. Basti ricordare come non sono pochi i concorsi indetti da molte università Italiane che regalano puntualmente cattedre al nipote o parente di turno, in spregio alla legge ed alle procedure concorsuali in ambito sanitario volti a procurare un ingiusto vantaggio ad alcuni concorrenti “pre-selezionati”. Ancora una volta dunque una disparità di trattamento tra tutti i potenziali candidati. Fra le motivazioni nascoste dietro ai bandi pubblici c’è soprattutto la stabilizzazione del personale precario, vuoi che si tratti di dirigenti, di dipendenti, semplici impiegati o funzionari. Un recente articolo del Quotidiano.it ha infatti denunciato la situazione dei precari idonei, ma anche dei vincitori non ancora assunti, che ammonta a quota oltre 151mila. Un esercito di giovani e meno giovani, che per ora grazie ad un emendamento alla legge di bilancio 2001 si è visto congelare le graduatorie fino al termine dell’anno 2017. Fra i precari ci sono però anche quelli che lavorano negli enti pubblici per più anni spesso senza aver neppure partecipato ai concorsi. Per intendersi quelli che dopo aver svolto il perfezionamento nell’ufficio del processo (circa 1500) si vedono attribuire 6 punti, alla fine del superamento di tutte le prove concorsuali come previsto dal recente bando per 800 assistenti giudiziari nel quale si richiede il solo diploma come titolo di partecipazione. Che sia anche questo un bando ad hoc volto a stabilizzare gli ex 1500 tirocinanti una volta per tutte? Bando 800 cancellieri e CONSOB: i vincitori saranno tutti precari? Infine come non segnalare il recente bando della Consob rivolto solo a chi ha un diploma di maturità ed ha maturato un’esperienza pregressa non inferiore a 7 anni, nelle PA, presso la Banca d’Italia o presso altre Autorità amministrative indipendenti. Anche qui è forte il sospetto di un concorso ad hoc per sistemare definitivamente la ridottissima platea di chi per 7 anni ha già svolto mansioni esecutive nella PA. Benché non è sempre ovvio che chi indice il concorso lo faccia esclusivamente a immagine e somiglianza di uno o pochi candidati, prima o poi deve arrivare il momento della pubblicazione della graduatoria finale. Solo allora si saprà se si è trattato solo di una coincidenza o se invece i dubbi erano fondati.

Concorsi su misura, le università ignorano le sentenze che ordinano di rifarli daccapo. Il Tar contro l'ateneo di Pescara: "Riformulate il bando o arriva il commissario". Unical difende il vincitore dopo tre interventi del tribunale amministrativo. I casi di Firenze, Pisa, Tor Vergata, Catania. Corrado Zunino il 7 maggio 2018 su La Repubblica.  Cresce il contenzioso nelle università italiane. Lo segnala l’Autorità nazionale anticorruzione, lo confermano le sentenze in calendario nei Tribunali amministrativi regionali. Sale la ribellione di dottorandi e ricercatori, umanisti e medici nei confronti della gestione dei concorsi negli atenei, della prassi che offre corsie preferenziali agli interni: i bandi cuciti su misura di un candidato voluto dal Dipartimento, gradito al presidente di commissione. “Da una parte c’è una presa di coscienza più forte degli studenti e dei professionisti migliori”, ha già detto Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, “dall’altra qualcuno usa il ricorso come mantello alla propria impreparazione”. La risposta di molte università alla contestazione crescente è quella di disattendere le sentenze dei Tar e dei Consigli di Stato. Lasciarle in sonno. Gli atenei, di fronte a indicazioni precise dei giudici amministrativi, non fermano i risultati dei concorsi censurati in tribunale, non riformulano i giudizi sui vincitori, non rifanno le commissioni. Lo scorso 28 aprile il Tar di Pescara, all’ennesimo rinvio silenzioso dell’Università di Pescara e Chieti su un concorso in Medicina, ha inviato l’ultimatum: “Avete 15 giorni di tempo per provvedere al riesame dei titoli dei candidati e formare una commissione diversa, fatta di docenti esterni ed estratti a sorteggio”. Pena, l’arrivo di un commissario. L’ultimatum scade tra cinque giorni. La questione ha visto il Tribunale annullare la selezione per Pediatria organizzata nel 2016: il presidente di commissione aveva redatto il verbale post-concorso in solitudine facendolo approvare agli altri due membri successivamente, via mail. Il Tar ha ordinato una nuova prova, che l’università non ha mai messo in piedi. Il presidente si è limitato a trascrivere i vecchi verbali e a riproporli. Scrive il Tar: “Nelle nuove carte sono stati integralmente riprodotti i criteri precedentemente formulati e i giudizi attribuiti sulla base di quei criteri. È del tutto inverosimile che la commissione abbia proceduto, anche questa volta, a un riesame in modo collegiale”. Di fronte “a una palese violazione del giudicato della prima sentenza”, il Tar ha chiesto all’ateneo di verbalizzare “gli interventi di ciascuno nelle riunioni collegiali”, di stilare “una tabella in cui per ciascun criterio debbano essere indicati i titoli di entrambi i candidati e le proposte motivate di ciascun commissario” e, quindi, di rinominare i giudici. “Tutti i membri dovranno essere sostituiti e la nuova commissione dovrà essere composta da tre professori di prima fascia esterni all’ateneo e individuati tramite sorteggio”. L’Università in queste ore ha scritto al ministero dell’Istruzione: dateci voi i tre nomi per rifare il concorso, “poi procederemo spediti”. La denuncia del chirurgo Pierpaolo Sileri, sfociata in un processo per tentata corruzione nei confronti del rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, Giuseppe Novelli, poggia anche su un verdetto del Tar del Lazio non rispettato. Il concorso per un posto da associato in Chirurgia del febbraio 2015 era stato trasformato silenziosamente in una chiamata diretta, visto che non era stato reso pubblico. È dovuto intervenire il Consiglio di Stato per sancire in seconda istanza: “La funzione delle norme è quella di rendere edotti dell’esistenza della procedura anche soggetti diversi da quelli individuati autonomamente dagli organi universitari, al fine di accordare loro una chance di partecipazione”. Il vecchio concorso è stato fermato, il nuovo non è stato neppure calendarizzato. Oggi Sileri è senatore dei 5 Stelle. Nel caso del ricercatore di Storia contemporanea Giambattista Scirè, l’Università di Catania – e questa è un’altra strategia di un ateneo che non accetta il candidato imposto dal Tar o, semplicemente, non vuole rivedere le proprie decisioni – ha interpretato la sentenza del Consiglio di giustizia siciliano in modo parziale, conveniente: non ha assunto il vincitore di Storia secondo legge, Scirè appunto, né ha allontanato l’architetta maldestramente premiata. L’ateneo ha concesso al contestante quattro mesi di lezioni, poi lo ha rimesso su strada. Kafkiana la storia del concorso di Economia aziendale all’Università di Pisa. Giulia Romano, con l’aiuto del marito docente, ha registrato la combine organizzata per un posto da professore ordinario, il Tribunale amministrativo ha chiesto il dietrofront e imposto una nuova selezione. L’Università ha avviato il bando bis, ma fin qui ha incassato otto rinunce: docenti con altri impegni. Ad oggi, integrazione dopo integrazione, la nuova, scottante prova non vede la luce. E l’avvocato della Romano moltiplica le diffide all’ateneo. L’Università della Calabria ha provato a risolvere in maniera gattopardesca il concorso di Storia della Filosofia in cui era stato riammesso un candidato che già aveva presentato titoli falsi. Unical ha avviato il terzo rifacimento della selezione: la seconda in classifica è stata retrocessa al terzo posto e il terzo è stato spinto al secondo. Il vincitore contestato, Christian Vassallo, è rimasto il vincitore. Il Tar locale ha annullato il terzo tentativo di sartoria applicata, ma il candidato straordinariamente voluto dal Dipartimento resta in Dipartimento. Dopo la denuncia del dottore di ricerca Andrea Bulleri, il Tribunale amministrativo di Firenze – come si legge nella lettera inviata dall’Osservatorio indipendente dei concorsi universitari anche al presidente della Repubblica - ha sottolineato “la manifesta illogicità e travisamento” della valutazione dei titoli da parte del Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Il ruolo era da ricercatore in Progettazione architettonica. Il Dipartimento ha preso atto, ha riconvocato la stessa commissione (compresi i due membri andati in pensione), ma sostanzialmente ha riconfermato i punteggi. Al Consiglio nazionale delle ricerche si è andati oltre. Il Tar del Lazio ha disposto il riesame dei titoli di fronte al ricorso della chimica Clara Maria Silvestre. La commissione ha formalmente accettato, ma quando è passata alla rivalutazione per il posto da dirigente di ricerca ha introdotto nuovi criteri. E, quindi, ha riproposto la graduatoria che ha escluso la ricorrente Silvestre. “È da sottolineare”, scrive l’Osservatorio indipendente, “che la commissione ha assegnato ad alcuni candidati vincitori punteggi superiori ai limiti da essa stessa fissati e ha valutato positivamente titoli non posseduti, ma semplicemente autocertificati”.

Come funzionano i "concorsi su misura" nelle università. L. Evangelista il 13 luglio 2018 su orientamento.it. Un articolo pubblicato oggi su Il Corriere della Sera spiega in che modo le commissioni vi valutazione riescono ad aggirare le procedure e ad  assumere candidati che sono già stati scelti. Ad esempio (cito dall’articolo): "Nel 2015 l’Università di Roma 3 bandisce un concorso di II fascia (professore associato) nel settore di filosofia morale. La cosiddetta legge Gelmini sul reclutamento permette di specificare il profilo del docente esclusivamente tramite uno o più settori disciplinari. Se vuoi assumere un traduttore, non puoi cioè specificare «deve aver tradotto Guerra e pace» ma soltanto la lingua richiesta. Filosofia morale, dicevo. All’articolo 1 del bando, però, spunta il «particolare riguardo» alla cittadinanza, al confine, allo spazio e perfino al potere della filosofia francese, tedesca e italiana contemporanea (sic). L’università è un microcosmo e i settori disciplinari sono dei quartieri in cui più o meno si conoscono tutti o è facile risalire ai residenti. Tra gli abilitati, ce n’è uno che ha pubblicato libri come Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida e Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica. Suonano familiari? L’autore è il predestinato. Il concorso è stato cucito su di lui. Alcune settimane più tardi, trionferà sugli altri sventurati che hanno fatto domanda." L’autrice dell’articolo suggerisce, vista la situazione, di permettere la chiamata diretta abolendo i concorsi (semplice "perdita di tempo e soldi") e creare meccanismi punitivi per università che reclutano personale inadeguato. Una soluzione è abolire il valore legale del titolo di studio, il fatto cioè che una laurea presa alla Bocconi valga a fini legali quanto una laurea presa  in una università agli ultimi posti per qualità dell’insegnamento. E ugualmente, subordinare la gran parte dei finanziamenti pubblici a ogni università alla qualità della didattica e della produzione scientifica.

·         I bandi per addetti stampa, «fatti su misura».

Aeroporti di Puglia, polemiche su bando per addetti stampa, «fatto su misura». Il consiglio dell'Ordine chiede la revoca del bando. La Gazzetta del Mezzogiorno il 31 Ottobre 2019. Il consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Puglia chiede «l'immediata revoca del bando" per l’assunzione a tempo determinato di due addetti stampa pubblicato da Aeroporti di Puglia «e la redazione di uno nuovo che elimini le discriminazioni», ritenendo «inaccettabili» i requisiti previsti «che tradiscono l’ennesimo bando sartoriale di una società a totale controllo pubblico». La società aeroportuale pugliese ha pubblicato nei giorni scorsi un bando per 12 mesi destinato alla selezione di due giornalisti professionisti iscritti all’Albo da almeno 5 anni e richiedendo, tra gli altri requisiti, l’età inferiore ai 50 anni e lo stato di disoccupazione certificato da almeno 6 mesi. «Non si possono discriminare i colleghi - scrive l’Odg in una nota - in base all’età anagrafica o se iscritti nell’elenco pubblicisti o professionisti».

MARMO (FI): PROCEDURA OPACA - Sulla vicenda del bando degli Aeroporti di Puglia per l’assunzione a tempo determinato di due addetti stampa è intervenuto anche il presidente del gruppo consiliare di Forza Italia, Nino Marmo, che parla di «criteri decisamente opachi» nel bando perché «rivolto a chi è iscritto nelle liste di disoccupazione dell’Inps». «Peccato, però - dice Marmo - che si richiedano due giornalisti, regolarmente iscritti nell’elenco dei professionisti: i giornalisti senza lavoro, infatti, non si iscrivono all’Inps, ma nell’istituto della loro categoria, ovvero l’Inpgi. Nessun giornalista si iscriverebbe all’Inps, a meno che non lo sappia in tempo utile». Marmo continua rilevando che «tra i requisiti preferenziali c'è quello di aver fatto esperienze in società ed enti che svolgono attività nell’ambito dei trasporti pubblici, specie aeroportuali» e ricorda che «quest’estate due giornaliste hanno fatto un tirocinio proprio in Aeroporti di Puglia. Uno stage estivo di cui nessuno ha mai saputo niente perché non se ne è data notizia». «Vogliamo vederci chiaro - conclude Marmo - anche perché una delle due giornaliste è la moglie di persona nota per aver collaborato con il sindaco di Bari, Antonio Decaro, alle ultime elezioni comunali».

M5S CHIEDE CHIAREZZA - «Chiarezza» sul bando per l'assunzione a tempo determinato di due addetti stampa pubblicato da Aeroporti di Puglia viene chiesta dalla consigliera regionale del M5S Antonella Laricchia, che annuncia "una richiesta di audizione» e la «revoca dello stesso, come fatto anche dall’Ordine dei Giornalisti». «I requisiti preferenziali - spiega Laricchia - ci lasciano più di un dubbio. Non vorremmo trovarci davanti all’ennesimo caso di un bando cucito su misura. Purtroppo, le precedenti esperienze in fatto di nomine non ci possono far stare tranquilli». Laricchia evidenzia alcuni dei requisiti sospetti, come «l'iscrizione ai Centri per l’Impiego invece che alle liste dei giornalisti disoccupati dell’Odg o dell’Assostampa», «una premialità a chi ha avuto un’esperienza pregressa in una società o ente che svolge attività nell’ambito dei trasporti pubblici, preferibilmente aeroportuali», «l'iscrizione all’elenco dei professionisti da almeno 5 anni, l’età non superiore ai 50 anni, la redazione di articoli su giornali online, agenzie di stampa e quotidiani nazionali. Non si capisce l’esclusione di quotidiani locali e tv». «Sappiamo - conclude la consigliera pentastellata - che AdP non è tenuta a seguire le norme per i concorsi che si applicano agli enti di diritto pubblico in quanto SPA, ma essendo una società interamente controllata dalla Regione pretendiamo la massima trasparenza. Vigileremo sui risvolti di questo bando e auspichiamo, intanto, che non finisca per premiare persone vicine alla vecchia politica».

ADP: CERCHIAMO GIORNALISTI DI VALORE - «Con riferimento alla nota diffusa dal Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia circa le modalità di selezione di due giornalisti», Aeroporti di Puglia precisa che «i requisiti richiesti sono esclusivamente riferiti alla necessità di avvalersi di professionalità di alto valore e comprovata esperienza; che il limite di età indicato risponde alla necessità di selezionare risorse che a giudizio di Aeroporti di Puglia possano garantire la più ampia disponibilità in ordine alle particolari esigenze di mobilità e articolazione del servizio; che la scelta di indicare tra i requisiti richiesti l’iscrizione all’elenco dei professionisti risponde unicamente alla volontà di avvalersi di giornalisti che svolgano in esclusiva tale attività professionale». Nel «ribadire la correttezza del proprio operato», Aeroporti di Puglia, «in linea con la trasparenza e correttezza cui sono sempre stati improntati i rapporti con l’Ordine, l’Assostampa e gli Organi di informazione, comunica la propria disponibilità a valutare una riapertura dei termini di presentazione delle domande finalizzata a chiarire con l’Ordine dei Giornalisti di Puglia e Assostampa i criteri di selezione di cui al bando in oggetto».

·         I Navigator nominati.

Concorso navigator  al via, ma è già a rischio per la raffica di ricorsi. Pubblicato lunedì, 17 giugno 2019 da Michele Schinella su Corriere.it. Era uno dei 20 mila candidati a cui è stato impedito di partecipare al concorso per navigator in base al voto di laurea, ma il giudice del lavoro del Tribunale di Catania, proprio alla vigilia delle prove che vedranno impegnati a Roma il 18, 19 e 20 giugno circa 60mila candidati, lo ha rimesso in gioco. È solo un provvedimento cautelare d’urgenza, ma potrebbe far scivolare nel caos il concorso per reclutare i 3.000 esperti fortemente voluti dal Movimento 5 Stelle e dal ministro del Lavoro e vice premier Luigi Di Maio per aiutare i destinatari del reddito di cittadinanza a cercare e trovare il lavoro. Davanti ai giudici del Lavoro della penisola, infatti, pendono decine di ricorsi, il cui esito ormai arriverà a prove svolte, mentre tutti gli altri esclusi sono ancora in tempo a imitarli e affidare la possibilità di guadagnarsi un posto di lavoro alla carta bollata. Trentamila euro all’anno lordi per due anni avevano indotto 80 mila persone munite di laurea in diverse specialità (unico titolo richiesto dal bando) ad avanzare domanda di partecipazione al concorso organizzato e gestito dall’Anpal, Agenzia nazionale politiche del lavoro, società pubblica interamente partecipata dallo Stato italiano. Circa un quarto di aspiranti navigator, però, sono stati privati della possibilità di cimentarsi nelle prove e di mostrare il loro valore in base al voto di laurea, che è divenuto una sorta di requisito specifico e ulteriore di ammissione. Il fine? Limitare il numero dei partecipanti all’unica prova selettiva e velocizzare la procedura, che già di per sé per come è stata strutturata è velocissima: un test a risposta multipla di 100 domande, chi totalizza il punteggio più alto vince. Legando la possibilità di partecipare al concorso al voto di laurea, di fatto la si è affidata al caso. Poiché ciascun candidato all’atto della domanda poteva concorrere solo per una provincia e gli ammessi al concorso sono stati definiti a livello provinciale in proporzione al numero dei posti messi in palio (20 ammessi per ogni posto bandito), è accaduto che azzeccando la provincia «giusta», alcuni candidati sono stati ammessi pur avendo un voto di laurea più basso di altri che avendo beccato la provincia «sbagliata» sono rimasti tagliati fuori. Il giudice del Lavoro di Catania, Giuseppe Tripi, ha valorizzato quest’ultimo paradosso: «La concreta ammissione dei singoli candidati finisce per dipendere da fattori casuali, aleatori e non predeterminabili, quali sono quelli dipendenti dal numero di candidati che avranno richiesto di partecipare in relazione a ciascuna provincia, con conseguente svilimento del requisito del più alto voto di laurea, diversamente valorizzato a seconda del contesto provinciale di riferimento», ha motivato nel decreto adottato inaudita altera parte. Gli avvocati Santi Delia e Michele Bonetti, autori del ricorso al momento vincente, commentano: «Il giudice ha accolto in pieno le nostre argomentazioni. Qui è accaduto qualcosa di più grave e clamoroso ma già solo il voto di laurea non può tagliare fuori dalle prove i candidati». Che l’uso del voto di laurea a fini preselettivi potesse minare la tenuta dello stesso concorso non era rischio del tutto imprevedibile. Di recente (nel febbraio del 2019), ma prima ancora che il bando per navigator fosse pubblicato, era stato il Tar del Lazio a bocciare il voto di laurea quale criterio di limitazione alla partecipazione ai pubblici concorsi. Lo aveva fatto giudicando della legittimità di un concorso per ingegnere bandito dall’Enac, l’ente nazionale aviazione civile: «La previsione di un ulteriore requisito di accesso alla relativa procedura selettiva (oltre alla laurea, ndr), non può dunque fondarsi sulla semplice volontà dell’ente di limitare preventivamente il numero dei partecipanti al concorso. È, infatti, evidente che l’Enac abbia inteso introdurre un illegittimo indice selettivo, correlato ad un predeterminato obiettivo di preparazione culturale degli aspiranti concorrenti, con il fine precipuo di escludere dalla partecipazione al concorso i soggetti che abbiano ottenuto risultati meno brillanti nel corso degli studi universitari, per di più adottando un parametro (il voto di laurea) che, a ben vedere, potrebbe non rappresentare un indice attendibile di preparazione del candidato, dipendendo esso da un rilevante numero di variabili (tra gli altri, il tipo di laurea conseguito e presso quale Università)», scrissero i giudici amministrativi. I legali Delia e Bonetti aprono scenari non del tutto rassicuranti per coloro che usciranno vittoriosi dalle prove: «Poiché in questa vicenda è il giudice del Lavoro a dover decidere se è legittimo che il solo voto di laurea consenta o meno la partecipazione alla selezione, non opera il termine di decadenza (di 60 giorni) per la proposizione dell’azione al Tar ed il concorso avrà, ove i ricorsi vengano accolti, delle code importanti di prove suppletive per i 20.000 soggetti esclusi». Insomma, al termine delle tre giornate di concorso i vincitori non si potranno sentire pienamente vincitori e gli esclusi potranno ancora nutrire speranze da giocarsi in eventuali prove suppletive. Tutto questo per non aver voluto organizzare un’altra giornata di prove, da aggiungere alle tre già in programma.

Fiorisce il grande business per un posto da navigator. Al via oggi il «concorsone»: fra corsi di formazione e spese per l'alloggio può costare 1.500 euro ai candidati. Giuseppe Marino, Martedì 18/06/2019, su Il Giornale. Quanto vale il sogno di un lavoro? Tanto, a giudicare dal business che si è sviluppato intorno al concorsone per i navigator al via oggi alla Fiera di Roma. C'è chi ha speso fino a 1.500 euro. Può sembrare paradossale che un'offerta di impiego così specifica, sulla carta, e per di più a tempo determinato, sia riuscita ad attirare un numero così alto di potenziali concorrenti (ben 79mila). Il punto è che l'Anpal, l'agenzia del ministero del Lavoro a guida 5 Stelle che gestirà la selezione, ha individuato requisiti molto ampi: una nutrita serie di lauree, da Economia a Pedagogia. E ancora: l'esperienza non solo non è richiesta, ma è sconsigliata, perché a parità di merito, passa il più giovane. E infine i posti a disposizione sono stati suddivisi su base provinciale, lasciando pensare agli aspiranti navigator che non si renderà necessario nemmeno lasciare la propria città, o perlomeno la provincia. La fretta con cui è stata gestita la selezione, la vaghezza dei criteri e dei temi dei 100 quiz e l'abbondante partecipazione intanto hanno generato gli appetiti di una collaudata macchina che vive a ricasco dei concorsi pubblici sebbene da un punto di vista legale e organizzativo, la prova per i navigator, bandita dall'Anpal che è una società per azioni, sebbene al 100 per cento pubblica, sia ben diversa da un vero e proprio concorso. Buona parte dei cento quiz sono piuttosto vaghi: prove attitudinali, cultura generale, logica, informatica. Poi c'è una sezione sul reddito di cittadinanza, alcune altre sulle politiche del lavoro e lo scoglio economia aziendale. Con un programma così vasto, e generico, società di formazione serie e altre più improvvisate si sono lanciate sulla torta della speranza. Fioccano i corsi on line con costi abbastanza contenuti, dai 100 ai 150 euro. Sono stati dati frettolosamente alle stampe anche manuali appositi, sebbene rimanga il dubbio di come si possa condensare un simile vasto campo del sapere in un solo volume. Eppure c'è chi ha sborsato la bellezza di cinquanta euro per aggrapparsi alla solidità della carta stampata. E per chi invece ha voluto investire sul serio, sono nati anche una miriade di corsi di formazione. Il costo è decisamente più elevato, da 250 a 500 euro. Una mazzata per molti giovani speranzosi ma anche disoccupati più cresciuti che hanno voluto tentare la sorte spinti dal miraggio di uno stipendio che, con i rimborsi spese, potrà arrivare ai duemila euro al mese. In zona Fiera di Roma, lungo la strada per Fiumicino, c'è chi lucra anche sull'alloggio. Nonostante la struttura sia ben lontana dal centro di Roma, i prezzi per una stanza sono lievitati a 200 euro a notte. C'è già un ampio plotone di delusi: 25mila candidati scartati per il voto di laurea troppo basso. Ed è nato il business intorno a chi non si rassegna. Avvocati che offrono ricorsi individuali o collettivi a prezzi tra i 500 e i 1.500 euro. E qualcuno ha già sbattuto contro il muro del Tar. «Alcuni colleghi si sono rivolti ai tribunali amministrativi che si sono dichiarati non competenti perché la società è una Spa - dice l'avvocato Francesco Leone, noto specialista di Palermo - noi abbiamo scelto di rivolgerci al tribunale ordinario. È stato tutto organizzato con una gran fretta: a me una prova preselettiva basata solo sui titoli di studio non è mai capitata».

"Io, in coda sotto al caldo per...Io, in coda sotto al caldo per diventare Navigator, in mezzo a un'Italia perduta". Giovani laureati, perfino con master all'estero. Cinquantenni da sempre precari. Mamme con neonati. Padri e figli insieme. Tutti a fare il concorsone per due anni di co.co.co., in un immenso padiglione romano dove si misura il fallimento di questo Paese. Tommaso Ederoclite il 21 giugno 2019 su L'Espresso. Tra le oltre 70 mila domande inviate per partecipare al concorso per i cosiddetti Navigator c’era anche la mia. Circa due settimane fa ho letto l’elenco delle persone ammesse alla prova e sono stato convocato per i quiz che hanno come scopo quello di selezionare coloro che dovrebbero in futuro “aiutare” i fruitori del reddito di cittadinanza a trovare lavoro. Non pensavo che per un co.co.co di nemmeno due anni arrivassero tante domande. Possibile che per un contratto precario ci siano 70 mila laureati pronti a litigarsi un ulteriore percorso lavorativo incerto? A quante pare sì.

Sono le nove, ci sono due turni per le prove, quello della mattina e quello pomeridiano. Il mio turno è quello delle 14:30. Prima di partire apro il cellulare e giro un po’ sulle decine di gruppi e forum che sui social in queste settimane si sono confrontati sul concorso. È impressionante il numero di persone che ogni minuto postaun commento, un pensiero, una paura, una spiegazione o pone una domanda sul contenuto della prova. Dividono i soldi della benzina o del pedaggio autostradale, si mettono d’accordo sul pranzo, condividono le stanze di un B&B o di un albergo. Tanti selfie di ragazzi in partenza, sorridenti come se stessero andando in gita. Dai treni, dalle auto, negli autogrill.

Decido anche io di mettermi in auto. Arrivo all’uscita nord della Fiera di Roma intorno alle 11:30. Appena imbocco la via del parcheggio vedo le auto in fila per entrare. Il parcheggio è interamente al sole. Oggi la giornata è torrida. La temperatura della macchina segnala 36 gradi. C’è gente che aspetta nel parcheggio e cerca refrigerio come può. Ci sono alcuni ragazzi che si sono organizzati con un lenzuolo tenendo gli sportelli di due auto aperti pur di fare ombra. Vado verso l’entrata e attraverso il parcheggio vedo da lontano una piccolissima piazzola di erba all’ombra sotto il cavalcavia che porta verso l’entrata principale della Fiera. Affollatissima. Ci sono persone sedute sull’erba con testi e appunti appoggiati sulle gambe. Alcuni ragazzi riposano sdraiati su un plaid. Altri seduti in cerchio discutono e ognuno di loro ha il suo testo tra le mani. In questo gruppo intravedo una carrozzina, seduta a terra di lato c’è la mamma. Mentre dondola il piccolo legge delle domande dal cellulare e il ragazzo seduto di fronte a lei, presumibilmente il suo compagno, cerca di rispondere ai quesiti che gli vengono posti.

Salgo il cavalcavia, le scale mobili sono rotte. Centinaia e centinaia di ragazzi seduti a terra sui lati a formare un corridoio umano attorno a quelli a che stanno uscendo dal turno precedente. Gli appunti sono ormai diventati dei ventagli, e qualcuno inizia a lamentarsi ad avere paura di malori per la troppa afa. Il caldo sul cavalcavia è aumentato dal tetto in plexiglass. Una gabbia di calore. I cancelli sono ancora chiusi. Decido di parlare con qualcuno e mi avvicino a un uomo sulla cinquantina in piedi davanti a me. Gli chiedo se sta aspettando da molto, mi risponde che è lì dalla mattina presto. Sento un accento meridionale, gli chiedo di dov’è. Mi risponde orgoglioso «siciliano». Gli chiedo chi ha accompagnato. Lui sorride e mi risponde che è lui a essere lì per il concorso. Mi scuso mortificato, lui mi poggia la mano sulla spalla e mi risponde sorridendo: «Nemmeno tu sei più così giovane». Due lauree, una in lettere ed una in psicologia. Lavoro precario come professore, e altre attività presso associazioni. Mai un posto fisso. Ecco chi ho davanti. Perché un uomo più che maturo, con una alta formazione, una preparazione culturale e titoli di ogni genere è lì, a cinquant’anni, su un cavalcavia in plexiglass, sotto un sole che sfiora i 40 gradi a competere per un biennio da precario?

Aprono i cancelli e, scendendo le scale, dall’alto vedo un fiume di persone infinito. I flussi del primo turno che escono e del secondo turno che entrano creano un colpo d’occhio di una folla che non ricordo di aver mai visto, se non al concerto dei Depeche Mode, forse. Mentre scendo le scale ascolto una conversazione tra un padre ed una figlia. Lei  25 anni, lui è poco più grande di me. Sono entrambi qui per il concorso. Discutono sulle strategie per rispondere al meglio ai quiz. Inizia l’estenuante fila per il primo ingresso. Dopo circa venti minuti riesco a passare ed entro in un enorme padiglione dove si fanno i riconoscimenti delle carte d’identità e delle domande informatizzate. In questo padiglione incontro un ragazzo che non vedevo dai tempi dell’università. Quarant’anni, una laurea in Sociologia. In questi anni ha fatto prima il coordinatore di una comunità per minori difficili, oggi invece è  docente di sostegno privato per ragazzi disabili. Gli chiedo come mai partecipa a l concorso. Mi risponde secco: “sai, il posto fisso”. Gli faccio notare che un semplice co.co.co di due anni. Mi risponde speranzoso “per ora meglio di niente”. Poco più avanti mi si avvicina un giovane sorridendo, mi saluta calorosamente ma non lo riconosco subito. Poi metto a fuoco. Era un allievo a qualche mia lezione all’università di Napoli. Oggi con la sua laurea lavora presso un bene confiscato alla Camorra nelle zone di Casal di Principe. Tra le conversazioni nella fila ascolto una ragazza che racconta di essere partita in pullman il giorno prima da Reggio Calabria e di aver lasciato la bambina di 6 mesi ai nonni. Racconta che è laureata in Scienze dell’Educazione e che ora ha un contratto a tempo indeterminato in un centro commerciale. «E tu lasci un lavoro a tempo indeterminato per uno precario?», le chiede una. «Certo», risponde lei, «meglio questo che finire a piegare magliette dopo aver studiato tanti anni». Mentre insieme a questi due amici ritrovati, continuiamo a fare la fila per arrivare al padiglione dove si terrà la prova. Il mio disagio, il senso di inquietudine inizia a fondersi con la rabbia. Una rabbia livida, intensa. Ho intorno a me migliaia di persone che tra lauree, dottorati, master, perfezionamenti ed esperienze all’estero rappresentano il meglio del nostro Paese, sotto tutti gli aspetti. Sono qui, tutti a camminare lentamente, seguendo le indicazioni degli organizzatori sul dove andare. Tutti in maniera silenziosa, tesa, nevrotica, quasi spaventata. Sono davanti alla dimostrazione plastica che in questi decenni trascorsi intere generazioni hanno vissuto in una sorta di limbo lavorativo, senza una strada precisa, cercando di costruire il proprio futuro attraverso le strade più disparate, il più delle volte lontane dalla loro reali competenze e senza sicurezze di nessun tipo. Né economica e né sociale, né emotiva e né affettiva. Cosa è successo a queste persone? Come mai quasi due e più generazioni sono rimaste indietro?

Arriviamo finalmente nel padiglione della prova. A occhio ci sono circa 3 mila persone, mentre altre continuano ad entrare. Si sente una voce che parte da un microfono che invita le persone al silenzio e ad accomodarsi ai posti indicati dagli organizzatori.

Dopo circa un’ora tra preparazione, spiegazione, consegna dei plichi e dei questionari, inizia la prova. L’intero padiglione entra in un silenzio inquietante. Si sente solo il rumore degli enormi condizionatori. E i passi degli organizzatori che camminano lentamente, tra i banchi, a controllare che non ci siano furbi a copiare o sbirciare risposte da qualche foglio. 100 minuti, 6000 secondi per rispondere a 100 domande che vanno dal mercato del lavoro al Jobs Act, dal reddito di cittadinanza alla logica, fino ad arrivare a chiederti dove si trovano Melfi o Empoli. Finita la prova, la voce dello speaker lentamente dà le indicazioni per l’uscita. Inizia il flusso di ritorno.

La fila per l’uscita è diversa. È inquieta e più silenziosa. Dalle facce si riesce a capire chi era soddisfatto della prova e chi meno. C’è una ragazza che piange, altre cercano di consolarla. «Ho sbagliato tutto», dice lei. Un altro ragazzo invece urla «’ho indovinata» alzando il pugno dopo aver guardato il cellulare. La cosa per uscire è talmente lunga che non riesco a vederne l’inizio e la fine. Mi rivedo nelle file in bianco e nero del film “La folla” di King Vidor, o in quelle ancora più inquietanti di “1984” di Orwell. E mi sento come Moretti in “Ecce Bombo”, ammaccato. Non faccio altro che ripetermi: come ci siamo ridotti così? E non parlo delle persone in fila, loro sono le vittime. Parlo di un mercato del lavoro che ha creato una marginalità sociale, economica, psicologica, emotiva. Un sentimento collettivo che taglia e incide su una fascia di età che va dall’uomo di 50 anni al neo-laureato di meno di 25. Queste generazioni avrebbero dovuto ribellarsi, dire che è un loro diritto avere “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del proprio lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”, come recita l’art. 36 della Costituzione, e che il destino beffardo e cinico ha voluto che fosse una delle domande del quiz. C’è qualcosa di profondo che non ha funzionato nei decenni trascorsi. Intere generazione di professionisti e lavoratori intellettuali che hanno fatto sacrifici, speso soldi, investito in risorse umane e personali non hanno avuto e non hanno ancora le opportunità che meritano. È un allarme sociale enorme. Che è sfuggito non alle analisi ma alla politica. Mentre abbandoniamo il padiglione re incontro i due amici visti prima di entrare. Gli chiedo come ritornano a casa. Entrambi rispondono “in treno”. Offro un passaggio. Accettano entrambi. Prendere un regionale è molto più scomodo di un viaggio in auto, vale la pena perdere il biglietto. Ci mettiamo in auto, perdiamo un’ora solo per uscire dal Grande Raccordo Anulare.

In auto si parla di figli, di politica, di futuro, ma la rabbia e l’incertezza restano. Accendo la radio, c’è un ministro che parla del concorso Navigator come la svolta per il lavoro in Italia. Spengo la radio, in auto cala il silenzio, inizia a fare buio.

Tommaso Ederoclite, 42 anni è dirigente locale del Pd a Napoli in Campania e blogger dell'Espresso.

Domenico Parisi, l'inventore dei "navigator". Intervista all'uomo che in un solo anno rivoluzionerà il mondo dell'occupazione in Italia, partendo da un'app e dai CPI. Luca Telese il 16 agosto 2019 su Panorama.

«Guardi qui!».

Il suo cellulare?

«No, non il cellulare: questa applicazione».

Al centro dello schermo c’è un numero molto grande, 44 mila e rotti. Cosa è?

«(Sorriso). Sono i posti di lavoro disponibili, in questo preciso momento, in Missisippi. Domani potrebbero essere di più o di meno».

E come funziona?

«Come quando cerchi una pizzeria dove ordinare una cena su una app di consegne. Solo molto più sofisticato».

Facciamo una prova.

«D’accordo: tu sei legato con il tuo nome, diciamo che sei Mimmo Telese».

La app ha il tuo curriculum e i tuoi dati anagrafici, professionali e lavorativi.

«Ovviamente. Diciamo che Mimmo Telese vuole fare il saldatore. E lo vuole fare a Jackson.

Metto il mio nome, indico la località e...

«Vede? Gira una clessidra, passa meno di un minuto e abbiamo il nome di cinque ditte».

Incredibile.

«La app è profilata in modo tale da dirti: dove è il posto di lavoro, quali sono le condizioni contrattuali, quanto è il monte ore che devi lavorare e - soprattutto - quanto è lo stipendio che viene offerto».

In questa prima opzione 2 mila dollari, l’ultima arriva a 3 mila.

«(Sorriso solare). È il mercato del lavoro! Allora il nostro Mimmo Telese manda una mail, riceve una risposta con un appuntamento, va a farsi i colloqui e sceglie».

Sembra troppo bello.

«Funziona così. L’80 per cento dei lavoratori del Mississippi che usa questa app ha trovato un impiego».

È il suo famoso software! Quello per trovare lavoro.

«(Allarga le braccia). Proprio lui».

Hanno detto che lei è venuto dall’America in Italia, a dirigere l’agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro, per vendere questo brevetto.

«Grazie per la domanda, che mi permette di rispondere subito a questa diceria: è una sciocchezza colossale, una balla».

Perché non è vero che lei lo vuole vendere?

«Ma si figuri! Venire in Italia è stata per me una perdita economica. Ma al tempo stesso una arricchimento d’esperienza professionale impagabile».

E quindi?

«Uno che torna in Italia perché vuole essere utile e restituire qualcosa al Paese dove è nato si mette a vendere il software alla società per cui lavora come presidente? È una follia solo pensarlo. E poi c’è un’altra cosa».

Me la dica.

«Il software non è nulla. Non è un brevetto. Il fattore rivoluzionario di questo sistema sono i dati».

Ma lei pensa davvero che si può ripetere tutto questo in Italia?

«E perché non dovrei? Qui ci sono più soldi, più risorse, più ricchezza».

Non si sente troppo ottimista? I centri per l’impiego sono a pezzi.

«Non è vero».

No?

«Senta, io li sto girando uno a uno. Non tutti sono disorganizzati come si dice. Molti funzionano già, altri hanno bisogno di essere riorganizzati. Ma partiamo da un’ottima base».

Quanti anni pensa che serviranno?

«(Sorriso). Anni? Noi non abbiamo tutto questo tempo. Ci dobbiamo mettere mesi».

È serio?

«Ho già riorganizzato Anpal servizi. Adesso mi occuperò dei centri. E ora sono arrivati i navigator».

La grande polemica. De Luca dice che non li vuole.

«Spero che il governatore della Campania ci ripensi presto. I navigator sono forze giovani, entusiasmo, cultura. Li abbiamo scelti così. E adesso li formiamo».

Lei riuscirà a ripetere il miracolo del Mississippi?

«(Sorriso). Dobbiamo riuscirci».

Mimmo Parisi, professore ed esperto di lavoro. Luigi Di Maio lo ha scelto, corteggiato, strappato allo Stato più povero d’America, il Mississippi, dove partendo da zero - e grazie al software di cui avete letto - ha costruito il modello di domanda e offerta che ha rivoluzionato il mercato del lavoro. Adesso vuole replicare in Italia. Di Maio, con un lapsus simpatico lo definì «italo pugliese». In realtà, è un italo americano con alle spalle una storia da romanzo d’altri tempi. Orfano, emigrato, uomo pervaso di ottimismo incredibile e prodotto di un mix fra orgoglio terrone e spirito reaganiano. Solo la sua biografia spiega il suo ottimismo e la sua ambizione. La scorsa settimana ha riunito per la prima volta i suoi navigator, tra musiche dei Queen, discorsi e fiducia incrollabile nel metodo: «Saranno le persone che andranno a cercare i lavoratori per ricongiungerli al lavoro. Saranno la scintilla che accende il circuito».

Cosa faceva suo padre?

«(Sospiro). Mio padre? Non lo conosco».

Davvero?

«Nulla, zero: non so cosa facesse, non l’ho mai incontrato in vita mia, non so se lui sappia che esisto».

Ma come è possibile?

«Mia madre non mi ha mai raccontato nulla di lui, è stata una sua scelta. Mi diceva soltanto, quando ero bambino: «Tu sei frutto di questo mio amore. Il primo grande amore di tua madre».

Sembra la parafrasi della canzone di Lucio Dalla, 4 marzo 1943: «Diceva che era un uomo/veniva dal mare». È stato un dramma per lei?

«Lasciamo perdere. È troppo complesso. È la chiave di tutta la mia vita. È un nodo con cui mi confronto da tutta la vita».

Come e quando ha trovato il modo di convivere con questa assenza?

«(Sorriso). Mai.

Mai?

«È stata la prima grande lezione che ho avuto dalla vita. Quello che non puoi controllare devi imparare a gestirlo. Nel bene o nel male, ma devi».

Si riesce?

«Ma guardi che la mia infanzia non è una storia lacrimevole. Per me, nel mio ricordo, è un periodo bellissimo e felice. Oggi posso dire che questa esperienza mi ha anche arricchito».

Cosa vuol dire prima di tutto essere «orfano», per lei.

«Apprezzare più di chiunque altro il valore della famiglia».

Però lei non riesce a vivere la sua infanzia neanche con sua madre.

«No. Si immagini una ragazza madre, negli anni Sessanta, senza soldi, al Sud».

Cosa fa?

«Sceglie di emigrare, a vent’anni. E se ne va al Nord».

Come si chiama?

«Lucia: oggi lei ha 74 anni. E fece una scelta per lei importante, che ha cambiato la mia vita».

Quale?

«Capì che non avrebbe potuto mantenermi e crescermi da sola, a Milano, e nel frattempo lavorare. E così mi mise in un orfanotrofio, dopo aver cercato una struttura in cui sarei stato accolto nel miglior modo possibile».

Quanti anni aveva?

«Appena nato. Poi all’età tre anni sono stato trasferito nel Villaggio Sos a Ostuni».

E com’era?

«Per un’incredibile coincidenza fui il primo bambino a entrare in questo progetto innovativo, che si discostava dagli istituti tristi che abbiamo in mente tutti».

In che senso?

«Era un modello basato sulle case famiglia, su un clima familiare, su istitutrici che erano molto simili a dei genitori per l’amore e per la cura che ci dedicavano».

Funzionò?

«Pensi che ancora oggi c’è una targa in quel villaggio dedicata a quel primo bambino: «La casa Mimmo». Diventai mio malgrado un modello».

E che ricordo ha di quegli anni?

«Una delle esperienze più belle, più formative e più felici della mia vita».

Chi era la donna che si prese cura di lei?

«Si chiama Lina. Io la considero a tutti gli effetti una madre. Ed ecco il primo paradosso della mia vita: ho due madri».

E c’è stata anche una figura maschile di riferimento?

«Sì, si chiama Giancarlo Corrado. Era uno degli «amici del villaggio» di cui le parlavo, quello che si è preso cura di me. Oggi a 76 anni. Non è curioso? Nato senza un genitore importante, oggi me ne ritrovo tre».

Per lei quest’uomo è stato come un padre?

«Oh sì! È stato il primo navigator della mia vita. Le basti sapere che quando faccio la scelta più importante di tutte, ed emigro in America, ci vado accompagnato da lui. È il genitore che mi ha portato per mano in una nuova vita».

E cos’è un navigator?

«È qualcuno che ti rende comprensibile la complessità del mondo».

Che scuola superiore sceglie?

«(Sospiro). Ecco il punto. Io avrei voluto fare il liceo classico. Ma la scuola in cui ero, il contesto del Sud...»

Pensano che per un orfano fosse troppo?

«Pensano che quella sia la scuola giusta per i figli della borghesia. Mentre io devo studiare qualcosa che mi garantisca un lavoro subito. E così mi iscrivono all’istituto tecnico agrario».

Ha sofferto per questa scelta?

«No, era destino. Quella formazione mi ha dato tante cose che hanno fatto di me l’uomo che sono».

Per esempio?

«Il senso concreto della vita, lo spirito pragmatico».

Con quanto si era maturato?

«(Ride). Col massimo: 60 sessantesimi. Io vorrei trasmetterle lo spirito con cui studiavo. Pensavo già a cosa avrei fatto dopo. Pensavo che non potevo permettermi di sbagliare perché non avevo nessuna rete protettiva».

E va lavorare presto?

«Per tutto quello che le ho detto, inizio a 16 anni, mentre sono a scuola».

E cosa fa?

«Prima imbianchino e manovale, poi muratore, ma anche agricoltore e poi pizzaiolo».

Per qualche mese?

«Per sei anni. E immodestamente posso dirle che ero bravo».

Quale è il segreto del mestiere?

«Una cosa molto importante, per tutto quello che ho fatto dopo. Il pizzaiolo lavora sulla preparazione. Quando inforni le pizze sei già alla fine del tuo lavoro».

Perché?

«Perché il segreto di una pizza è nell’impasto.

E come le piace di più? Grossa o fina?

«A me piace fina. Ma ho avuto un maestro napoletano, la so fare grossa, buonissima e ben lievitata».

Dove lavorava?

«Al ristorante Il Castello, vicino a Piacenza. Ma questo viene dopo».

Tuttavia lei sceglie di  iscriversi all’università.

«Era un desiderio troppo grande, per me. Il mio riscatto sociale. In questo Giancarlo mi sostiene e mi aiuta».

E che facoltà sceglie?

«Agraria: mi laureo con una tesi sullo sviluppo delle comunità, e festeggio con una serata memorabile in pizzeria».

Al Castello?

«Glielo ho detto: ho trovato molte famiglie lungo la mia strada».

Che anno era?

«Il 1992: era agosto, avevo 26 anni».

E qui lei decide di emigrare, perché? Laureato, in un’università del Nord, si era ricongiunto a sua madre. Perché?

«Non è che non trovassi un impiego... come spiegarle?»

Ci provi?

«Diciamo così. Il modo in cui io mi volevo porre nella vita, non era quello che l’Italia degli anni Novanta mi offriva».

Perché lei era già «americano» nelle sue aspirazioni?

«Sì, io ero cresciuto nel mito dell’American dream».

E come lo tradurrebbe, se lo dovesse spiegare a un giovane di oggi?

«Il sogno americano è l’idea che nulla e nessuno, tranne te stesso, può mettere un limite alla tua vita.

Ci crede ancora?

«Io sono una delle prove che questo è possibile. È l’essenza della democrazia americana, ed è un valore in cui io mi riconosco».

In Italia lei non aveva particolari simpatie politiche, in America sì. Come è possibile?

«In America sono conservatore. Sono repubblicano».

E cosa significa?

«Decidi come individuo se veramente vuoi contribuire a cambiare le cose. E poi fallo».

Come definirebbe tutto questo?

«In due parole. È lo spirito reaganiano».

Arriva in America da studente?

«Con una borsa internazionale di 30 mila dollari».

E le bastano?

«Nooo! Non scherziamo. Porto con me i risparmi della mia vita».

Lei aveva risparmiato così da tanto da studente imbianchino pizzaiolo? Non ci credo.

«Deve crederci. Non avevo speso nulla per me.

Non un cinema? Non una vacanza?

«Glielo ho detto. Ero figlio di nessuno e avevo un obiettivo».

Nell’università americana fa subito carriera.

«Vengo assunto come ricercatore a sociologia, nel 1998, a 35 mila dollari l’anno».

E sua madre?

«Veniva a trovarmi ogni anno».

E Giancarlo?

«Come le ho detto mi ha portato negli Stati Uniti. Faceva il direttore amministrativo di una Usl».

Lei diventa sociologo, esperto di demografia.

«La persona esiste perché esiste un sistema».

Il giovane Mimmo entra nel sistema americano, e trova anche moglie.

«Michelle, la fortuna della mia vita. È lei che mi ispira tutti i giorni a fare quello che faccio».

Come l’ha conosciuta?

«(Risata). È imbarazzante! Nel più classico dei riti americani, l’happy hour.

Lo racconti.

«Finisce la settimana lavorativa e alle 17 ci troviamo tutti a bere e a chiacchierare. È quello che facciamo negli Stati Uniti, ogni venerdì».

E in un happy hour lei trova Michelle?

«L’ho vista. Sono rimasto folgorato. Non le ho mai tolto gli occhi di dosso. Dopo una settimana eravamo usciti insieme».

E inizia a lavorare però il governo.

«Vengo coinvolto in un programma di ricerca sul lavoro, per elaborare dati sullo sviluppo economico».

Perché il Mississippi vuole scrollarsi di dosso la sua povertà.

«Ho la fortuna di conoscere due grandi governatori: Barbour e Bryan. Inizio a lavorare sui dati, la mia specialità».

Cos’ha imparato?

«I dati sono una ricchezza non sono uno scarto. Sono come il petrolio. La società del terzo millennio sarà guidata da una unica bussola, un unico potere: la produzione e dal consumo dei dati».

E all’epoca cosa le dicevano?

«Mi prendevano per matto!

Come si fa a portare nello Stato più povero d’America la Nissan?

«È stata una scommessa. Che poi abbiamo ripetuto con la Toyota. Il Mississippi è uno Stato piccolo che ha solo 3 milioni di abitanti e una economia essenzialmente agricola. Poteva competere con New York e con la Florida?»

Dire di no.

«E invece sì. Sa come? Grazie ai dati».

Mi spieghi con un esempio.

«Eccolo. C’è un’equazione nei processi aziendali: per ogni assunto devi avere esaminato almeno 30 persone  qualificate per quel lavoro.

Certo».

Se tu però hai i dati, questa equazione, che ovviamente ha anche un costo, può essere abbattuta.

«Ma dietro i dati ci devono essere le persone. E noi le abbiamo trovate! Il cuore del mio sistema è la formazione: ti preparo, ti connetto e ti sostengo».

Cosa ha imparato in quegli anni?

«Un’altra grande lezione della mia vita: «Devi sempre dimostrarti più grande di quello che sei»».

E cosa devono diventare i centri per l’impiego italiani?

«I pilastri di questo sistema: i nuclei contenitori del capitale umano. Il lavoro c’è sempre. Ma deve trovare la sua strada.

Come può pensare di riuscire a ripetere il miracolo in Italia?

«Perché ho iniziato con una ricognizione. Perché sto girando ovunque. E le dico che pochi giorni fa ero a Prato. E quel centro già funziona».

Cosa abbiamo in Italia da cui partire?

«Tutto. Abbiamo le risorse e i saperi. Abbiamo la cultura, la creatività, l’intelligenza».

Cosa ci manca?

«Fino a ieri? La volontà e la certezza di poter riuscire. Se lei ora gira con me per i corridoi di Anpal tutto questo lo trova».

In quanto vedremo i primi risultati?

«In meno di un anno. È una promessa».

Ma come è arrivato sulla poltrona che ricopre oggi?

«Una coincidenza del tutto fortuita».

Racconti...

«Avevo fatto un intervento in un convegno alla «Sapienza», dove raccontavo questo modello...»

Finisce tra gli applausi.

«E qualcuno mi dice: «È il futuro, devi parlare con Luigi»».

E lei capisce che era Di Maio?

«(Risata sonora). Io non avevo mai sentito nominare Di Maio. Non sapevo neanche che cosa fossero i Cinque stelle. Le uniche stelle che conoscevo erano quelle degli alberghi, ah ah ah».

In che periodo siamo?

«Settembre 2018. Mi presentano Di Maio».

E cosa le dice?

««Quello che hai fatto in America tu lo devi venire a fare qui da noi»».

E lei gli crede?

«No. A ottobre mi richiama e mi dice: «Mimmo, vuoi diventare presidente dell’Anpal? Ci devi aiutare»».

E lei?

«Io fino all’ultimo non lo volevo fare.

Come ha fatto a convincerla?

«Mi ha detto: questa è la tua restituzione. Questo è quello che puoi fare per il tuo Paese. E poi: «Mi dai un anno della vita»».

E a questo punto?

«C’erano di mezzo una bandiera e il mio orgoglio. È stata una sfida. E io l’ho accettata».

Michelle cosa le ha detto?

««Se lo vuoi fare, devi farlo»».

Ha avuto dei dubbi?

«Dopo tutte le accuse che io ho subito, secondo lei sarei rimasto, se non credessi in quello che faccio?»

Crede ai navigator, assunti con un contratto precario?

«Certo. Quei ragazzi vogliono lavorare, essere protagonisti, raccogliere la sfida, crescere».

Ma non li ha scelti lei.

«Abbiamo costruito il modello selettivo con cui sono stati selezionati. Ho detto: «Voglio persone capaci di pensare». E questi sono giovani, intelligenti, laureati. Sono l’energia che cambia il mondo».

E adesso?

«Me li formo uno a uno».

Non mi ha risposto sulla precarietà.

«È una sciocchezza. Tutti siamo precari in questa vita».

Lo dice proprio lei?

«Certo. Non esistono posti di lavoro garantiti nel tempo della crisi. Sono le carriere che garantiscono il futuro!»

Quanto lavora?

«Dalle 5 e 30 alle 22, ogni giorno».

Ha usato la musica dei Queen per le sue convention.

«(Sorriso). Yes: We will rock you!

Quale l’ultimo segreto del sistema Parisi che vuole rivelare?

«Aprire gli occhi. Tutto è già davanti a noi solo che in questo Paese, molto spesso, anche le persone intelligenti non trovano le soluzioni».

E perché?

«(Sospiro). Perché guardano sempre nel posto sbagliato. Quando avremo imparato dove cercare, grazie ai dati, saremo già a metà dell’opera».    

·         Un concorso truccato per aspiranti magistrati.

Un concorso truccato per aspiranti magistrati. Un avvocato svela la “truffa” subita nel 1992, scrive il 28 Settembre 2017 Il Corriere del Giorno. Era  il 23 maggio 1992 e all’Hotel Ergife sulla via Aurelia a Roma è il giorno dell’abbinamento delle buste del concorso in magistratura per uditore giudiziario: mercoledì 20, diritto penale; giovedì 21, diritto amministrativo; venerdì 22, diritto privato con riferimento al diritto romano. C’era anche Francesca Morvillo la compianta moglie del giudice Falcone,  la quale alle 16 salutò tutti andando via. Doveva prendere quel maledetto aereo che la portò a Palermo dove venne uccisa insieme a suo marito, Giovanni Falcone. È il primo colpo di scena del concorso durante le stragi di mafia. Un concorso così particolare da essere finito in un libro scritto dal professore Cosimo Lorè e pubblicato da Giuffrè Editore.  Scoprire il dietro le quinte di quel concorso, svelato 25 anni dopo, è stato possibile  alla tenacia un avvocato di Asti,  Pierpaolo Berardi all’epoca dei fatti un giovane legale candidato a quel concorso, il quale racconta che allorquando lesse il titolo del tema di diritto penale era più che soddisfatto: proprio quel caso da sviluppare sulla responsabilità penale nel trattamento medico, oggetto del concorso, lui lo aveva appena affrontato in Tribunale. La successiva prova di diritto amministrativo andò anche lei bene;  quella di diritto privato e romano era stata oggetto di un seminario che aveva seguito poco prima del concorso. Ma passato un anno dopo quel concorso, allorquando vennero resi noti i risultati degli esami scritti, l’ avvocato Berardi esito a poter credere ai suoi occhi. Era stato bocciato. Fu in quel momento che iniziò  la sua battaglia legale. Il Tar ed Consiglio di Stato gli dettero ragione, mentre  il Ministero di Giustizia e il Consiglio Superiore della Magistratura alzarono il loro solito muro di gomma “politico”. L’avvocato Berardi chiese legittimamente di potere vedere i suoi scritti e il verbale, ma – come racconta oggi al quotidiano LA STAMPA  – “Mi dissero al telefono che il verbale non c’era“. Dopo un ennesimo ricorso vittorioso al Tar, il legale piemontese ottenne le prove ed i verbali del suo esame, da cui arrivò l’ennesima sorpresa: “I mie temi e quelli di altri non vennero assolutamente corretti. Ho calcolato i tempi: tre prove giuridiche complesse per ogni candidato e grafie diverse possono essere corrette ed esaminate riportando voti e verbale per ciascuno in 3 minuti? Evidentemente no”. Berardi non si fermò ed andò avanti, infatti la Legge gli consentiva di poter di chiedere anche le prove degli altri candidati promossi. E lì scoprì tante altre anomalie ed illegalità. I temi erano facilmente riconoscibili perché una volta scritti su una sola facciata, altre volte in stampatello, alcuni persino pieni di macroscopici errori giuridici, altri idonei come il suo, ma sui cui non era stato apposto alcun  voto. Addirittura un candidato elaborò il tema su una traccia diversa da quella indicata nell’esame.  Qualcuno scrisse con una calligrafia doppia (per far riconoscere il suo elaborato a chi doveva esaminare; un altro () aveva riportato copiando  pagine e pagine copiate da manuali di Diritto, mentre si  potevano solo consultare i codici. Tra i temi casuali che Berardi chiede di visionare c’è anche quello di Francesco Filocamo, attuale magistrato al Tribunale di Civitavecchia ed estratto a sorte come presidente del Tribunale dei Ministri. Il Ministero di Giustizia con estremo imbarazzo è costretto a risponde a Berardi ammettendo l’inverosimile  e cioè che le sue prove non sono in archivio. Uno scandalo o una vergogna ? Probabilmente entrambi. Partono i ricorsi. L’ avvocato Berardi viene ascoltato a Perugia da un sostituto procuratore della Repubblica  alla presenza come uditrice, di una magistrata che aveva vinto proprio quel concorso. Ma non è finita. Infatti quando il Tar ed  il Consiglio Superiore della Magistratura ordinano di ricorreggere i suoi temi, invece di nominare una nuova commissione,  incredibilmente viene chiamato a valutarlo  la stessa che lo aveva bocciato ! Dopo aver sempre affermato che era tutto regolare, il Consiglio Superiore della Magistratura nel 2008 è costretto a riconoscere all’unanimità che gli elaborati dell’avvocato Berardi non erano mai stati esaminati dalla Commissione. Conseguenze? Nessuna.  E poi parlando di indipendenza della magistratura… In realtà si sentono degli “intoccabili”.

·         Processati 6 noti avvocati. Avrebbero truccato il loro esame di Stato per l’abilitazione alla professione.

Inchiesta “Favori&Giustizia”, l’avvocato Ciardo potrà tornare a Lecce. Revocato il divieto disposto il 6 dicembre. Per l’accusa, su pressione del pm Arnesano, il legale avrebbe indicato a un’aspirante avvocatessa la traccia di una materia per superare l’esame di Stato. V.Val. il 25 gennaio 2019 su Lecce Prima. Potrà tornare nel Palazzo di giustizia di viale de Pietro per svolgere la sua professione, il penalista Mario Ciardo, colpito un mese e mezzo fa dal divieto di dimora nel Comune di Lecce, nell’ambito dell’inchiesta su presunti scambi illeciti di favori tra il pubblico ministero Emilio Arnesano, pezzi grossi della Asl e alcuni avvocati. Il giudice del Tribunale di Potenza Amerigo Palma ha accolto la richiesta di revocare la misura, avanzata da Ciardo attraverso i difensori Ladislao Massari e Gabriele Valentini, essendo venute meno le esigenze cautelari. Ciardo è indagato per abuso d’ufficio perché, secondo l’accusa, in qualità di componente della Commissione dell’esame di Stato (sessione 2017) di avvocato avrebbe indicato la traccia di una materia per il superamento della prova orale di Federica Nestola, 32enne originaria di Leverano (sospesa per un anno dalla professione). Lo avrebbe fatto su pressione del pm Arnesano, a sua volta sollecitato da un’amica di Nestola, l’avvocatessa 32enne di Copertino Benedetta Martina, accusata nella stessa inchiesta di aver avuto rapporti sessuali col magistrato proprio in cambio di favori e alla quale, proprio nei giorni scorsi, il gip ha revocato i domiciliari.

«Lei era disposta a tutto il giudice raccomandava». Interdizione a due avvocati. Erasmo Marinazzo Giovedì 27 Dicembre 2018 su quotidianodipuglia.it. Interdetto per due mesi l'avvocato Augusto Conte, 77 anni, di Ceglie Messapica, da componente del Consiglio distrettuale di disciplina. Per l'ex presidente del Consiglio dell'Ordine di Brindisi, la misura arrivata dal Tribunale di Potenza dice che «si mostra servile verso Arnesano (il pubblico ministero della Procura di Lecce, Emilio Arnesano, ndr) verso la sua proposta: ha trovato il modo di farselo amico e si pone nella condizione di potergli chiedere in futuro un favore. E' evidente che essendo Conte un avvocato e lui un pubblico ministero, l'occasione si porrà presto». Un anno, invece, la sospensione disposta per l'avvocatessa Federica Nestola, 32 anni di Copertino, dall'esercizio dell'attività forense: «Ha dimostrato di essere un soggetto disposto a tutto, pur di fare carriera: costei tanto timorosa di affrontare la prova orale dell'esame di avvocato, peraltro per non aver studiato nulla, non ha alcun timore di presentarsi nella stanza di un giudice per accordarsi con lo stesso». Questo uno dei passaggi dell'interdittiva. Che entra anche nel merito della professione legale per motivare la sospensione dell'avvocatessa: «...attesa la impreparazione professionale e la possibilità di esercitare la professione forense, ovvero di partecipare a concorsi pubblici dopo avere conseguito illegittimamente l'iscrizione all'albo». Le misure sono quelle dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminare, Amerigo Palma, e riguardano due episodi dell'inchiesta che con il blitz del 6 dicembre ha colpito i vertici della Asl di Lecce e il magistrato salentino: la raccomandazione che l'avvocato Conte avrebbe accettato dal pm Arnesano per non dare seguito al procedimento disciplinare a cui è sottoposta l'avvocatessa Manuela Carbone. E ancora una raccomandazione: consistente - questa l'accusa dell'inchiesta del pubblico ministero Veronica Calcagno e della Guardia di finanza di Lecce - nell'avvicinare i componenti della Commissione della prova orale per l'abilitazione forense (sessione 2017) per ottenere la promozione dell'avvocatessa Federica Nestola alla sua ultima chanche dopo cinque bocciature (la prova non può essere più ripetuta dopo la sesta volta). Perché il magistrato si sarebbe mostrato tanto benevole con la giovane avvocatessa? Perché avrebbe posto sempre come condizione quella di avere favori sessuali. Dunque, infligge, ancora un duro colpo alla deontologia professionale di alcuni esponenti dei fori di Lecce e di Brindisi (nonché ancora al pm Arnesano) la seconda ordinanza del giudice Palma. Un atto che arriva dopo quello che il 6 dicembre ha visto finire in carcere il pm Arnesano, 61 anni di Carmiano (difeso dagli avvocati Luigi Corvaglia e Luigi Covella); e il direttore del dipartimento di Medicina del lavoro dell'ospedale Vito Fazzi, Carlo Siciliano, 62 anni di Lecce (difeso dall'avvocato Luigi Rella, giovedì scorso ha ottenuto i domiciliari). Ai domiciliari sono finiti il direttore generale della Asl, Ottavio Narracci, 59 anni, di Fasano (avvocati Ubaldo Macrì e Gianni De Pascalis); i dirigenti Asl Giorgio Trianni (avvocati Luigi Suez e Stefano Chiriatti) e Giuseppe Rollo (avvocati Marcello Pennetta e Donato Vergine), 66 e 58 anni, di Gallipoli e di Nardò; e l'avvocatessa Benedetta Martina, 32 anni, di Copertino (avvocato Stefano Prontera). Divieto di dimora a Lecce per l'avvocato Mario Ciardo, 55 anni, di Tricase (avvocato Ladislao Massari). Il pm Arnesano e gli avvocati Augusto Conte e Manuela Carbone rispondono di tentato abuso di ufficio nel capo di imputazione sul procedimento disciplinare. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l'avvocato Conte è stato avvicinato dal magistrato dopo che l'avvocatessa Carbone gli chiese di intercedere per bloccare il procedimento disciplinare. In quella circostanza il magistrato avrebbe fatto presente di aver cercato di parlare anche con il pubblico ministero facente parte del Consiglio di disciplina: con tatto largo largo. Primo contatto con l'avvocato Conte il 12 settembre. Il 25 settembre l'incontro in un bar non lontano dal Tribunale, con i finanzieri in servizio di osservazione muniti di telecamere e di macchine fotografiche. L'ordinanza racconta ancora di incontri e scambi di telefonate: come quella del 28 settembre scorso. Il magistrato viene messo al corrente dall'avvocatessa della fissazione della data del procedimento disciplinare, il 6 dicembre. E, allora, chiama l'avvocato Conte. «La conversazione si concludeva con l'anticipazione da parte dell'avvocato Conte che egli aveva già affrontato l'argomento con uno dei commissari e che, comunque, si sarebbe incontrato nuovamente con il dottore Arnesano a ridosso dalle data fissata per la nuova udienza», dice testualmente l'ordinanza.

L'udienza disciplinare non si tenne per assenza di alcuni componenti del consiglio di disciplina. Era fissata per il 6 dicembre, giorno del blitz e della prima ordinanza in cui erano riportati gli stessi fatti approfonditi poi nell'interdittiva. L'avvocato Conte difeso da Aldo Morlino e Federica Nestola difesa da Alberto ed Arcangelo Corvaglia, valutano ora di chiedere l'annullamento delle interdittive al Tribunale del Riesame.

Napoli, ombre sull'esame avvocati: sequestrate le prove scritte. Leandro Del Gaudio Martedì 22 Ottobre 2019 su Il Mattino. Sono entrati in punta di piedi o quasi. Coscienti della sacralità del luogo, hanno agito con rispetto e con determinazione. E hanno acquisito tutte le prove scritte dell’esame di avvocato tenuto a Napoli nel dicembre del 2017. Blitz dei carabinieri a Castelcapuano, indagine sugli aspiranti avvocati, o meglio, su un presunto accordo corruttivo per condizionare la prova scritta - decisamente la più complessa - per l’accesso alla professione forense. Indagine per corruzione, ci sono i primi soggetti a finire sotto inchiesta. In questi giorni sono stati infatti perquisiti due impiegati presso la Corte di appello di Napoli, uno dei quali ha per altro svolto un ruolo negli anni scorsi nell’allestimento dell’esame di Stato per avvocato. Ma andiamo con ordine, a partire dagli esiti più visibili di una inchiesta finora tenuta rigorosamente sotto traccia. Indagine condotta dal pm anticamorra Ida Teresi, magistrato in forza al pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Borrelli, alcuni giorni fa la visita dei carabinieri nel tempio laico della giustizia napoletana, tra volte e scaloni antichi di Castelcapuano. Cosa cercano i militari dell’arma? In poche righe, c’è la storia di un’indagine per molti versi ancora top secret: gli inquirenti hanno chiesto tutte le prove scritte del 2017, nel tentativo di verificare alcuni elementi raccolti finora con quanto messo nero su bianco. Possibile che vogliano analizzare la parte iniziale e quella finale di ogni elaborato, per raffrontarlo con frasi raccolte nel corso di altre indagini. Ed è questo il probabile retroscena dell’inchiesta, una vicenda nata nel corso di indagini anticamorra, alla luce di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. Parole captate con sofisticati mezzi di contrasto al crimine organizzato, che spingono gli inquirenti a stralciare quelle frasi e alcuni nomi, per aprire un fascicolo in cui compare una sola accusa: l’ipotesi di corruzione. È in questo scenario che vengono notificati alcuni decreti di perquisizione ad un gruppo di indagati, che ora devono difendersi dall’accusa di aver provato a combinare prove scritte blindate, destinate ad ottenere un giudizio positivo. Tra gli indagati, dunque, due impiegati del Palazzo di giustizia, ma anche alcuni potenziali beneficiari delle presunte combine. Sotto inchiesta finiscono candidati, ma anche il genitore di uno degli aspiranti avvocati, che evidentemente organizza una trama di contatti con il funzionario indagato. Probabile che, nel corso di questa vicenda, siano finiti anche espliciti riferimenti a dazioni di denaro, con il classico schema di «soldi in cambio di favori». Ed è anche possibile immaginare che qualcuno si sia lamentato ad alta voce, dopo aver versato somme di denaro, senza ottenere la promozione del figlio (o di uno stretto congiunto) alla prova orale. Una vicenda che ora attende l’analisi del materiale informatico e dei documenti finora finiti sul tavolo degli inquirenti. Non è la prima volta che la Procura di Napoli decide di aprire un’inchiesta sull’esame di avvocato, accendendo i riflettori su una prova che ogni anno tiene impegnati migliaia di candidati. E non è un caso che, nella nuova organizzazione della Procura di Napoli, è stato formato un pool ad hoc che deve occuparsi di prove concorsuali, di test che riguardano potenzialmente migliaia di candidati. Ma torniamo al blitz dei carabinieri a Castelcapuano. Stando alle statistiche, quasi il quaranta per cento dei candidati ottenne il superamento della prova scritta. Tra questi, c’è chi ha avuto rapporti con il funzionario finito sotto inchiesta. Contatti, ipotesi di accordo, che emergono solo in parte dalle verifiche condotte finora, che hanno comunque giustificato il blitz a sorpresa dei giorni scorsi. Esiste un mercimonio all’ombra delle prove per diventare avvocato? Basta una simile domanda a giustificare un blitz, con l’acquisizione di carte e supporti informatici. Alcuni anni fa, nel corso di un’altra inchiesta, alcuni avvocati furono costretti a rifare l’esame di abilitazione professionale, dopo essere stati coinvolti in indagini penali sulla fatidica prova scritta che si tiene a pochi giorni da Natale, nei saloni della Mostra d’oltremare. 

Esame di avvocato 2017: Procura di Napoli apre indagine per corruzione su prova scritta. La Procura ha avviato un’indagine per corruzione relativa alle prove scritte del 2017. Sconforto fra chi vuole sostenere l'esame.I. M.V. il 25 ottobre 2019  su Blasting News Italia. La Procura di Napoli vuole vederci chiaro. Questa volta a finire nell’occhio del mirino è proprio l’esame di avvocato. L’inchiesta per corruzione, così com’è stata catalogata, vede come protagonisti diversi aspiranti avvocati campani che due anni fa sostennero le prove scritte per l’esame di avvocato. Un traguardo oggi molto difficile da raggiungere. L'indagine è stata aperta con un blitz dei carabinieri a Castelcapuano, al termine della quale gli stessi hanno acquisito tutte le prove scritte dell’esame di avvocato tenutosi a Napoli nel lontano dicembre del 2017. L’ipotesi principale al momento è un presunto accordo corruttivo fra impiegati del Ministero della Giustizia che organizzavano l’esame e qualche partecipante che dietro la promessa di superare gli scritti ha deciso di ricompensare gli indagati con diverse migliaia di euro. Dunque soldi (che a volte non sarebbero stati nemmeno sufficienti ) in cambio dell’agognato conseguimento del titolo di avvocato. Da segnalare che non è la prima volta che la Procura di Napoli apre un’inchiesta sull’esame di avvocato, forse sempre per colpa del fatto che nel 2017 il 40% dei candidati ottenne il superamento della prova scritta. A questo proposito si è anche formato un pool ad hoc per occuparsi di varie prove concorsuali fra cui anche l’esame di procuratore legale. Intanto al gruppo di indagati, fra cui gli stessi candidati sono stati notificati i decreti di perquisizione. Anche i 2 impiegati del Palazzo di giustizia sono stati perquisiti. I carabinieri vogliono verificare e analizzare la parte iniziale e quella finale di ogni elaborato, per confrontarlo con frasi raccolte nel corso di altre indagini, grazie alle intercettazione telefoniche. Lo schema anche in questo caso era sempre lo stesso soldi in cambio di favori. Dietro le prove per diventare avvocato potrebbe dunque nascondersi un mercimonio di denaro anche in virtù del fatto che il numero dei promossi ogni anno diminuisce drasticamente a livello nazionale, salvo vistose eccezioni. Al momento le persone sospettate sono 5 in totale, ma l’indagine è ancora aperta e ciò non toglie che si estenda anche ad altre Corti d’Appello.

Drastica riduzione del numero di aspiranti avvocati: i motivi. E se da un lato aumento la percentuale di bocciati, dall’altro lato diminuisce il numero di aspiranti che decidono di intraprendere il percorso di abilitazione all’esercizio della professione forense. Fra i principali motivi le pessime condizioni di svolgimento del praticantato e non solo dal punto di vista economico), il carico complessivo di lavoro, le responsabilità certamente non parametrate alle competenze acquisite nel corso degli anni universitari. Ecco dunque che i sacrifici, le abnegazione e i ritmi frenetici mal si conciliano con la strada della precarietà cui va avviandosi la professione forense. Chissà che l’accesso meritocratico alla professione non avvenga in parte proprio con l’introduzione dell’obbligo di utilizzare i soli codici non annotati con la giurisprudenza durante le prove. Sicuramente le forze politiche e gli esperti del settore invocano una nuova formazione giuridica e una rivisitazione dei criteri di accesso ed aggiornamento dei professionisti forensi.

Processati 6 noti avvocati. Avrebbero truccato il loro esame di Stato per l’abilitazione alla professione, scrive il 28 Maggio 2018 casertace.net. Chi ha fatto gli esami di scuola superiore ricorda, in base alle varie epoche in cui li ha sostenuti, sistemi a dir poco avventurosi, sicuramente ingegnosi, per far arrivare temi già scritti, versioni già tradotte, problemi matematici già risolti, dove si teneva la prova scritta. Nell’era dei telefonini e poi degli smartphone tutto è cambiato. Certo, è vietato portarli, ma possono essere utili come testa di ponte affinché questi contenuti arrivino in maniera rapida. Se lo fanno gli studenti, il fatto è riprovevole ma non ci sono conseguenze di diritto penale. Se invece lo fanno gli avvocati durante una prova per l’accesso alla professione, allora il reato c’è. Oddio, non è che il corpo delle leggi abbia incrociato, su questa materia, l’interesse dei parlamenti da più di 90 anni a questa parte, visto che, a suo tempo, la richiesta di rinvio a giudizio per 6 avvocati dell’agro aversano fu formulata ai sensi degli articoli 1 e 2 della Legge 475 del 1925. A farne le spese sono stati Generoso Grasso, Giuseppe Massimo, Fabio Della Corte, Marco Carleo, Antonio Cantile e Lorenzo Caruso. In breve, durante la prova scritta denominata “parere di diritto penale” per l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense, svoltasi a Napoli il 15 dicembre 2010, Generoso Grasso fece redarre da un terzo il compito che rispondeva alla seconda traccia, poi lo inviò all’indirizzo email di Giuseppe Massimo, che in quel momento sosteneva l’esame, il quale girò poi l’elaborato – sempre via mail – ad altri partecipanti alla stessa prova scritta.

Spagna, indagati 500 neolaureati italiani in giurisprudenza. “Hanno pagato 11mila euro per l’iscrizione all’albo”. Il 28 maggio 2016, otto pullman carichi di giovani neolaureati sono arrivati alla facoltà di Giurisprudenza della capitale spagnola. Obiettivo: permettere ai passeggeri di sostenere l'esame di abilitazione professionale che permette l'esercizio della professione in tutta Europa, scrive Il Fatto Quotidiano il 21 Settembre 2018. Un pellegrinaggio organizzato con otto pullman che trasportavano neolaureati italiani all’università Rey Juan Carlos di Madrid e 11mila euro a testa pagati per ottenere l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato. Per questo 500 aspiranti avvocati sono finiti, come riportano Repubblica e La Stampa, nel registro degli indagati di un giudice istruttore del tribunale di Madrid. Frode nella validazione di titolo di diritto è l’accusa rivolta agli aspiranti avvocati italiani, dopo la denuncia di “colleghi” spagnoli impressionati dal numero di stranieri presenti nell’aula dell’università per sostenere la prova d’esame del 28 maggio 2016. La via spagnola per l’abilitazione all’esercizio della professione d’avvocato, valida in tutta Europa, era già nota. Migliaia di neolaureati italiani in giurisprudenza hanno varcato, negli ultimi anni, la frontiera per sostenere l’esame che avrebbe evitato loro il tirocinio e il test in patria, facilitando e velocizzando il processo d’iscrizione all’albo, tanto che l’Ordine degli avvocati era corso ai ripari introducendo regole più stringenti: in Italia non può essere riconosciuto alcun titolo di studio ottenuto all’estero che non sia una laurea o un master. In entrambi i casi, i giovani italiani non avrebbero potuto scavalcare l’iter del tirocinio e del successivo esame di abilitazione professionale. Quest’ultimo caso, però, ha aggiunto un particolare che, oltre ad aggirare le nuove norme, ha giustificato l’avvio di un’indagine. Il 28 maggio 2016, otto pullman con circa 500 giovani neolaureati a bordo sono arrivati alla facoltà di Giurisprudenza della capitale spagnola. Obiettivo: permettere ai passeggeri di sostenere l’esame per l’iscrizione all’albo degli avvocati spagnoli che permette l’esercizio della professione in tutta Europa. Il viaggio sarebbe stato organizzato da una società che ha permesso agli aspiranti avocati di frequentare un master in “abogacia” e sostenere otto esami sufficienti per ottenere i crediti necessari ad affrontare il test di abilitazione. Una via rapida di accesso alla professione al costo di 11 mila euro. Ma la massiccia presenza di italiani alla sessione d’esame del maggio 2016 ha fatto insospettire i colleghi spagnoli che hanno presentato un esposto all’osservatorio spagnolo della corruzione. Scelta che ha fatto aprire un’indagine a carico dei giovani arrivati all’università Rey Juan Carlos. Non è la prima volta che l’ateneo deve fronteggiare dei guai giudiziari, dopo lo scandalo delle lauree rilasciate con eccessiva facilità ad alcuni esponenti politici.

Avvocati, la laurea è in vendita. Ecco le prove del grande bluff. Esami scritti (già fatti) e i master offerti da agenzie ad hoc I diplomi sono rilasciati in Spagna e riconosciuti in Italia, scrive Manila Alfano, Sabato 30/09/2017, su Il Giornale. Un faldone di pagine, una quarantina, test complessi, quesiti tecnici, formulati in spagnolo. Diritto penale, diritto costituzionale, civile. Domande approfondite sulla costituzione spagnola. C'è di tutto perché superato questo mastodontico test si ottiene il «grado en derecho». La laurea. È il primo grande passo per il traguardo: aggiudicarsi il titolo di abogado. Avvocato in spagnolo che però in questo caso è una conquista che avviene tutta in Italia, senza mai o quasi, mettere piede in Spagna. Un procedimento apparentemente complicato ma rodato e che ha funzionato già per migliaia di abogados di nazionalità italiana. Almeno quattro sessioni all'anno, centinaia di aspiranti abogados alla volta. Un esercito dove nessuno cade mai. Dove per tutti è un successo. Questa volta l'appuntamento è per oggi a Roma, dove si aspettano 300 persone. In una mattina l'impresa che ha dell'incredibile: il superamento di ben nove esami in lingua spagnola e il conseguimento razzo del master. In aula la commissione universitaria che arriva direttamente da Madrid e un paio di addetti delle agenzie che fanno da tramite tra gli allievi e l'università. Agenzie che si occupano di aiutare gli studenti italiani a orientarsi nel mondo universitario spagnolo. Si preoccupano di sbrigare le pratiche con l'ateneo, evitano agli iscritti fastidiosi viaggi, inviano i documenti per posta, addirittura organizzano voli charter per trasportare carichi di abogados a iscriversi negli albi spagnoli. Tutor che si assicurano che tutto vada a buon fine. Tanto da inviare ai candidati persino le domande dell'esame con le risposte giuste già cerchiate. Un aiuto decisivo, in effetti. C'è da sperare nella memoria. Un passo che ti cambia la vita, ti apre le porte al «Ilustre Colegio de Abogados». Un giuramento e poi via a trascrivere il prestigioso titolo all'albo degli avvocati stabiliti in Italia. Certo, per i primi tre anni, l'abogado in Italia, deve agire in concerto con un avvocato, ma può esercitare, firmare atti. Trascorsi i termini, davanti alla legge, si è tutti uguali. Tutti avvocati, ma vuoi mettere aver aggirato la seccatura del rognosissimo esame di Stato dalla riuscita tutt'altro che certa? È così che è nato un vero e proprio esaminificio. Un sistema che Il Giornale può documentare, esami al limite della farsa, uno scandalo. Succede tutto in Italia, a Roma, Milano, Bologna. Investimenti di denaro consistenti. Circa ventimila euro da pagare all'università spagnola, diecimila per ottenere la laurea, altri dieci per il master. Con loro l'allievo dovrebbe prepararsi, seguire corsi e approfondimenti per poi sostenere questa grande prova finale composta da nove esami, tutto ovviamente in spagnolo; sviluppare anche competenze linguistiche oltre a quelle giuridiche. Le due condizioni imprescindibili richieste dal ministero spagnolo per ottenere il titolo. Ma di lavoro con gli studenti futuri abogados ce n'è ben poco. In teoria dovrebbero esserci piattaforme on line, corsi web, materiale didattico. Una giungla in cui districarsi è difficilissimo. Per questo sorgono le agenzie, disseminate un po' in tutta Italia con un piede in Spagna. A loro va un'altra grossa percentuale, dai 5 ai 10 mila euro. Un titolo che a conti fatti, ti porti a casa con trentamila euro. Poi c'è chi si pente, chi dopo aver pagato, accede a un portale pressoché vuoto, si sente preso in giro e vuole tornare indietro, chi punta a fare il prima possibile, chi chiede lumi, chi impreca. Si leggono decine di pagine di chat, c'è di tutto. Un grande dubbio su tutti: «Ma ci daranno le domande e le risposte prima dell'esame?», altri spiegano: «Comunque sta piattaforma è un bordello, manco riesco a scaricare il materiale» un altro che concorda: «Il corso di diritto tributario faceva ridere, le ho inviato il caso pratico esponendo dubbi e mi ha messo 9 e manco risposto!!!». Poi c'è chi riesce a calmare i timori di tutti. «Tranquilli, conosco uno che lo ha passato senza problemi e senza studiare». Avvocati che ci troveremo nelle aule di giustizia.

·         Avvocatura: “Assegnazioni clientelari”.

Regione Lazio, debiti per 26 milioni verso legali esterni. Il capo dell’Avvocatura: “Assegnazioni clientelari”. Attive 1156 cause. Rodolfo Murra riferisce al governatore una situazione "disastrosa" all'interno dell'ufficio legale dell'Ente, con molti avvocati "reclutati secondo modalità singolari" senza "il superamento di un concorso bandito ad hoc", quadro che ha determinato negli anni il "conferimento di incarichi professionali all'esterno". E ora i professionisti esterni cui sono state girate le pratiche interne, attendono il pagamento di oltre 26 milioni di euro. La Corte dei Conti chiede di rimediare, mentre la Regione replica: "Abbiamo già posto dei paletti agli incarichi". Vincenzo Bisbiglia il 2 agosto 2019 su Il Fatto Quotidiano. Gli avvocati della Regione Lazio sono stati “reclutati secondo modalità piuttosto singolari“, senza “il superamento di un concorso bandito ad hoc” e “non tutti” sono dotati di “concreta esperienza nel campo forense”. Situazione che ha determinato negli anni il “conferimento di incarichi professionali all’esterno” a legali “individuati a volte per soddisfare esigenze clientelari” oppure grazie “a mere conoscenze personali“. A questi avvocati esterni la Regione deve ancora versare parcelle per oltre 26 milioni di euro. Lo mette nero su bianco il capo dell’Avvocatura regionale, Rodolfo Murra, in una missiva protocollata il 28 dicembre scorso e inviata al governatore Nicola Zingaretti. La lettera è giunta agli atti della Corte dei Conti, da cui ha preso spunto il procuratore generale del Lazio, Andrea Lupi, che martedì scorso ha criticato – sotto questo aspetto – la gestione dell’Ente sottolineando una “scollatura fra l’avvocatura e gli uffici”. Anche se proprio dall’arrivo di Murra – nel giugno 2017 – le assegnazioni sono drasticamente calate. Il problema del debito, però, rimane. Murra è arrivato a via Cristoforo Colombo dopo l’esperienza a capo dell’Avvocatura capitolina iniziata con Ignazio Marino e conclusasi a pochi mesi dall’elezione di Virginia Raggi. A dicembre 2018, il legale restituiva a Zingaretti un quadro dell’ufficio legale definito “disastroso“, con l’assenza di un “ruolo” (una normativa interna, ndr) che “rende pericolosamente permeabile la struttura destinata allo svolgimento delle attività forensi”. I 19 legali, come si legge nel documento, sono stati reclutati secondo modalità “singolari” e “senza un concorso ad hoc“, situazione che ha creato una “disomogenea preparazione ed attitudine”. La condizione descritta dall’attuale capo dell’avvocatura ha portato all’esterno numerosi fascicoli, “una pratica che ha determinato conseguenze per certi versi disastrose, a partire dal profilo del rispetto delle procedure selettive” e “di controllo successivo sul relativo operato” fino a “squilibri evidentissimi sul piano economico finanziario”. Ad oggi, si legge nella nota allegata “l’esposizione debitoria che l’Amministrazione ha maturato, come somme non ancora pagate e reclamate a titolo di compensi professionali, ammonta a 26.314.101 euro“. Senza contare, scrive ancora Murra “che questi massicci affidamenti hanno prodotto disfunzioni anche in ambito amministrativo”. Non solo. “V’è da dire che le esternalizzazioni non sono state affatto avversate dai legali interni” i quali “si sono visti sgravati di consistente lavoro”. Un carico “che può dirsi significativo ma giammai eccezionale“. Il procuratore regionale della Corte dei Conti del Lazio, Andrea Lupi, nella requisitoria sul rendiconto generale dell’Ente ha rilevato che “nel passato il ricorso all’esternalizzazione degli incarichi legali aveva grande diffusione. Ne costituiscono testimonianza le moltissime parcelle presentate da un cospicuo numero di legali che chiedono il pagamento di crediti professionali“. E ancora: “Sono ancora molti gli incarichi di domiciliazione presso legali di altri fori. Si concorda con la sezione circa la necessità di regolamentare il fenomeno costituendo un albo di fiduciari“. Gli incarichi esterni sono stati assegnati nel corso degli ultimi 20 anni e sono drasticamente calati dopo il 2017, con l’arrivo proprio di Murra in Regione Lazio. Secondo i dati forniti dall’ufficio stampa di via Cristoforo Colombo, nel 2012 gli affidamenti esterni erano ancora 477 e nel 2015 circa 200. Nel 2019 sono stati appena 4. Sempre la Regione precisa che il costo delle parcelle è basato inevitabilmente sul tabellare ministeriale” e “quelle che pervengono con riferimento agli incarichi assegnati dalle gestioni precedenti vengono vagliate secondo un parametro di congruità“. Andando a spulciare la sezione “trasparenza” del sito dell’Ente, troviamo l’elenco completo degli incarichi ancora attivi. Si tratta di 1.156 assegnazioni, in gran parte avvenute dal 2012 in poi – ma ce ne sono anche del 2009 e del 2006 – per l’ammontare di circa 4,7 milioni di euro. Un importo monstre se si pensa che la Regione Lombardia, ad esempio, nel 2017 ha assegnato un solo caso all’esterno. E per essere ricorso a un patrocinio presso un legale non presente nell’avvocatura pubblica, l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni sempre nel 2017 fu condannato dalla Corte dei Conti. E pensare che la sede dell’Avvocatura, ha rilevato Murra, non prevedeva nemmeno l’ingresso con cartellino. “Nei prossimi giorni – scriveva il coordinatore a dicembre – vedrà la collocazione del cosiddetto ‘tornello’ all’ingresso, dispositivo che a quanto è dato sapere l’amministrazione non è mai riuscita ad installare prima, sebbene tutte le altre sedi decentrate lo prevedano ed in effetti lo abbiano come perfettamente funzionante“, tutto ciò per far sì che “l’ufficio legale inizi a somigliare sempre di più alle altre strutture regionali”. La requisitoria di Lupi ha messo sul chi va là la Lega in Regione. “Zingaretti si attivi per dare mandato agli uffici di mettere in atto quanto indicato dalla magistratura contabile“, hanno affermato i consiglieri Orlando Tripodi, Laura Corrotti e Daniele Giannini. “Questo modus operandi – hanno detto – non è accettabile, a meno che non si voglia favorire qualche amico dell’amico”.

·         Polizia Penitenziaria, concorso truccato: 3 arresti e ben 160 indagati.

Polizia Penitenziaria, concorso truccato: 3 arresti e ben 160 indagati, scrive Luigi Maria Mormone su 2anews il 16 Febbraio 2019. Per concedere in anticipo le soluzioni dei test per un posto nella Polizia Penitenziaria i destinatari dei provvedimenti chiedevano tra i 10mila e i 30mila euro. I militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli e personale del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria (Nic) hanno eseguito tre misure cautelari degli arresti domiciliari emesse dal gip presso il Tribunale di Napoli e numerosi decreti di perquisizione, per un totale di 160 indagati. I destinatari della misura cautelare sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata in danno dello Stato e altri gravi reati commessi in relazione alle procedure per il reclutamento, nel 2016, di 400 allievi agenti del corpo di Polizia Penitenziaria. Vista la gravità dei fatti concernenti il concorso in questione, il Capo del Dipartimento della Polizia penitenziaria aveva annullato la relativa prova scritta disponendone la ripetizione nel luglio 2017.Le indagini, coordinate dal procuratore della Repubblica di Napoli Giovanni Melillo e dal sostituto Giancarlo Novelli, hanno scoperto gravi indizi sulla divulgazione di materiale concorsuale riservato ad opera di un soggetto legato da rapporti di lavoro alla Intesistemi spa di Roma, società che si era aggiudicata l’appalto per l’elaborazione, la stampa e la fornitura dei questionari per la prova scritta. I destinatari dei provvedimenti, come le persone già colpite da misura restrittiva il 17 ottobre 2018 e altri loro stretti collaboratori, avevano poi venduto questo materiale a un numero consistente di candidati: per ottenere le soluzioni dei test in anticipo si sborsavano dai 10mila ai 30mila euro.

Polizia Penitenziaria, concorsi truccati: auricolari, braccialetti e Whatsapp. Come riporta “Il Mattino”, alcuni concorrenti erano stati scoperti durante lo svolgimento della prova scritta con sistemi di comunicazione a distanza (come auricolari e telefoni cellulari), cover di telefonini, braccialetti che riproducevano le sequenze di risposte esatte ai questionari, t-shirt sulle quali erano state impresse risposte esatte sotto forma di simboli matematici.A tradire gli indagati è stato anche Whatsapp, su cui si scambiavano informazioni e consigli su come superare le prove scritte: da un lato i concorrenti, e dall’altra gli organizzatori della truffa, i quali avevano già in tasca le soluzioni ai quiz. Sono stati inoltresequestrati un autoveicolo e uno scooter di grossa cilindrata, che si ritiene siano stati acquistati con i proventi delle attività delittuose contestate.

Concorsi truccati nella Penitenziaria: 3 arresti e 160 avvisi chiusura indagini, scrive Venerdì 15 Febbraio 2019 Il Messaggero. I militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli e personale del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria (Nic) hanno dato esecuzione a tre misure cautelari degli arresti domiciliari emesse dal gip presso il Tribunale di Napoli nei confronti di Dario Latela, Carolina Caiazzo e Daniele Caruso, e a numerosi decreti di perquisizione. I destinatari della misura cautelare sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata in danno dello Stato e altri gravi reati commessi in relazione alle procedure per il reclutamento, nel 2016, di 400 allievi agenti del Corpo di polizia penitenziaria. Le indagini,  svolte nel contesto di differenti aperti presso le procure di Napoli e Roma e poi riunificati,  procedenti, hanno consentito di acquisire gravi indizi sulla divulgazione di materiale concorsuale riservato ad opera di un soggetto legato da rapporti di lavoro alla Intesistemi spa di Roma, la società che si era aggiudicata l’appalto per l’elaborazione, la stampa e la fornitura dei questionari da utilizzare per la prova scritta, tenuta a Roma dal 20 al 22 aprile 2016. I destinatari dei provvedimenti, come le persone già colpite da misura restrittiva  il 17 ottobre 2018 (Sabato Vacchiano, Giuseppe Fastampa,  Luigi Masiello, Ciro Fiore e altri) e altri loro stretti collaboratori, avevano poi venduto questo materiale a un numero consistente di candidati. Alcuni concorrenti erano stati scoperti durante lo svolgimento della prova scritta  con sistemi di comunicazione a distanza (auricolari, telefoni cellulari, ecc), cover di telefonini, braccialetti che riproducevano le sequenze di risposte esatte ai questionari,  tshirt sulle quali erano state impresse risposte esatte sotto forma di simboli matematici. Il quadro indiziario, ritenuto dal giudice idoneo all’adozione dei provvedimenti oggi eseguiti, dovrà naturalmente ricevere la conferma dal contraddittorio già nella fase cautelare. Sono stati poi eseguiti due decreti di sequestro preventivo di un autoveicolo Hummer e di uno scooter di grossa cilindrata che si ritiene siano stati acquistati con i proventi delle attività delittuose contestate. Completate le operazioni connesse alla esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare, si procedeva alla notifica di circa 160 avvisi di conclusione delle indagini nei confronti dei concorrenti che avevano fatto uso del materiale riservato, nonché di intermediari e di altri soggetti emersi in rapporti illeciti afferenti alla divulgazione dello stesso materiale con i principali indagati. Si ricorda che, in ragione della gravità dei fatti concernenti il concorso in questione, con suo provvedimento in data 22 giugno 2017, il Capo del Dipartimento della Polizia penitenziaria aveva annullato la relativa prova scritta disponendo la rinnovazione della medesima, espletata poi a luglio 2017. «Sono ottimi e proficui i rapporti di collaborazione fra l'Amministrazione Penitenziaria e la Procura della Repubblica di Napoli, come dimostra l'operazione di oggi. Il mio personale ringraziamento va al Procuratore e ai magistrati che hanno coordinato l'inchiesta, nonchè agli uomini del NIC della Polizia Penitenziaria e della Guardia di Finanza che l'hanno portata a termine con successo»: così il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini in merito all'operazione sul concorso truccato.

·         Concorsi truccati nella sanità.

Medicina, specialità  più brevi e formazione  on line. Così potremo assumere giovani dottori. Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 su Corriere.it da Giuseppe Remuzzi. Il problema dell’esodo dagli ospedali. Una proposta per eliminare le liste d’attesa Ospedali, è allarme turnover: un medico su due ha più di 55 anni. i«I taly calls on retired doctors to fill health worker gap» titola il Lancet di qualche settimana fa. Insomma l’Italia chiede ai medici in pensione di tornare al lavoro, e lo hanno fatto già venti regioni. Cosa sta succedendo? Vediamo. L’età media dei nostri dottori è fra le più alte d’Europa e nel giro di dieci anni più di 33.000 medici di medicina generale e quasi 50.000 medici ospedalieri lasceranno l’attività. Molti andranno via con «quota cento» ad appena 64 anni, salvo poi sentirsi chiedere «dottore ci scusi non ce la facciamo, sarebbe disponibile a tornare in Ospedale? Anche solo qualche giorno la settimana...». Se non fosse vero se ne potrebbe sorridere, ma avere una perforazione intestinale e non trovare un chirurgo che ti operi sarà un dramma e lo sarà per tanti. Intanto i nostri giovani medici vanno all’estero, in Francia, Inghilterra, Germania, qualcuno in Svizzera; quanti? Mille ogni anno secondo i dati ufficiali ma potrebbero essere molti di più (se ne sono già andati in 30.000, lì trovano condizioni di lavoro più favorevoli e sono pagati meglio). Da noi per i ragazzi certezze non ce ne sono. Qualche guardia medica, qualche sostituzione, per i più fortunati un contratto libero professionale. E dopo? Dopo non si sa, il tuo concorso sembra sempre sul punto di essere bandito ma non sai quando, e comunque bisogna aspettare che si esauriscano le graduatorie degli altri ospedali... A questo punto il Lancet chiede al ministero cosa pensa di fare, gli rispondono che da qui al 2023 ci saranno 100 milioni in più per le scuole di specialità. «Ma non basterà» dichiara Carlo Palermo, presidente dell’associazione dei medici ospedalieri «servono molte più risorse e organizzare la formazione dei medici in modo diverso». È vero, purché sia fatto nell’ambito di un tentativo di riordino dell’intero Servizio Sanitario che comprenderà la messa in sicurezza e l’ammodernamento degli edifici, degli arredamenti, delle apparecchiature e si dovrà basare soprattutto sull’entusiasmo, la dedizione e le competenze dei giovani medici. Ne abbiamo 50.000, dei quali 30.000 in specialità e probabilmente 20.000 che vorrebbero lavorare e intanto si arrangiano in qualche modo. Non va bene, questi ragazzi, che sono dottori fatti e finiti, dovrebbero entrare a far parte dell’organizzazione degli ospedali o della medicina del territorio presto (all’inizio saranno contratti a tempo determinato, ma con qualche garanzia, almeno per i migliori, di quello che verrà dopo). Lavoreranno sotto la guida di medici esperti, s’intende, ma assumere quei ragazzi e farlo subito vuol dire trasformare il problema dell’esodo dei medici, che non sappiamo come risolvere, in una opportunità unica per rilanciare il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Un po’ si è già cominciato a dire il vero — per lo meno in Lombardia — dove gli specializzandi del quarto e quinto anno potranno finalmente visitare, prescrivere farmaci e operare, come succede già negli altri Paesi dell’Europa e negli Stati Uniti. «Ma non finiremo — potrebbe obiettare qualcuno — con l’affidare la nostra salute e quella dei nostri figli a dei ragazzini?». No, quelli che si laureano oggi sono quasi tutti bravissimi, assai più della maggior parte dei loro colleghi di venti o trenta anni fa. Sarà per via dell’esame di ammissione a medicina con le sue brave domande di logica che tutti abbiamo criticato? Chi lo sa, fatto sta che quel test con tutti i suoi difetti però funziona: i ragazzi di oggi non solo sanno di medicina ma sanno anche stare vicino agli ammalati più e meglio di quanto non sapessimo fare noi. Ai giovani medici chiederemo di lavorare solo per il Servizio Sanitario Nazionale e di farlo a tempo pieno e di considerare il sabato come gli altri giorni; in questo modo non ci saranno più liste d’attesa né per gli esami né per gli interventi e nemmeno corsie preferenziali per chi paga. E i soldi? Si trovano. Si tratta di trasformare il nostro modo di fare formazione e adeguarlo alle moderne tecniche di apprendimento. Pensate che il più grande giornale di medicina del mondo mette a disposizione di chi vuole specializzarsi un sistema di apprendimento online, «NEJM Resident 360» — è solo un esempio, ce ne sono altri — dove puoi trovare tutto quello che serve, dalle basi teoriche della scienza medica, alle conoscenze più sofisticate per ciascuno degli ambiti specialistici. E non crediate che siano solo nozioni teoriche, ti mettono di fronte ai problemi di tutti i giorni, ti chiedono di trovare la soluzione e poi vogliono sapere se l’hai trovata, ti aiutano a individuare le opzioni possibili (ti assistono persino nelle procedure manuali con dei video semplicemente fantastici che le descrivono in ogni dettaglio). Non ti senti ancora sicuro? Grazie a questo sistema puoi parlare via Skype con i migliori specialisti del mondo. Se risolvi almeno l’ottanta per cento dei problemi in un tempo ragionevole, ti considerano uno specialista e si può stare sicuri che a quel punto lo sei davvero. Per qualcuno ci vorranno sei mesi per altri molti di più, anche anni, non siamo tutti uguali. A questo punto la specialità, quella dell’Università con le sue belle lezioni frontali, potrebbe durare anche solo un anno, al massimo due, il tempo che serve per inquadrare i grandi problemi dell’area di interesse. Poi i ragazzi potranno cominciare a lavorare, negli ospedali o con i medici di famiglia, il resto sarà e-learning, non solo per gli anni della specialità ma per sempre. Con «NEJM Resident 360» imparano i giovani e nel frattempo i medici esperti cui è affidata la loro formazione scopriranno cose che oggi non sanno o che avevano dimenticato. Insomma, si impara insieme, ci guadagnano tutti — e specialmente gli ammalati — e si risparmia. In questo modo potremo finalmente dare ai nostri giovani medici uno stipendio adeguato e qualche certezza. Così forse non avranno più bisogno di cercare un lavoro all’estero anche perché, con loro, il nostro Servizio Sanitario Nazionale tornerà a essere fra i migliori del mondo.

Cosenza, finti concorsi per operatore sanitario: suicida uno dei candidati truffati. «Era disperato». Pubblicato mercoledì, 23 ottobre 2019 da Corriere.it. Uno dei giovani che avevano partecipato ai corsi per operatore sanitario rivelatisi finti, per i quali i carabinieri del Nas di Napoli hanno arrestato questa mattina sei persone, si è suicidato quando si è reso conto di essere stato vittima di una truffa. A rivelarlo, nel corso della conferenza stampa sull’operazione, è stato il comandante del Nucleo, Vincenzo Maresca. «Il giovane, disoccupato da anni — ha aggiunto Maresca — è stato sopraffatto dalla disperazione». «La misura della custodia cautelare in carcere per le persone coinvolte nell’operazione — ha aggiunto il colonnello Maresca — può sembrare forte, ma noi la riteniamo giusta. Il caso del suicidio del giovane allievo dei corsi, d’altra parte è emblematico della gravità dei fatti. Stiamo parlando di una persona che, venuta a conoscenza dell’illiceità dell’iniziativa cui aveva partecipato, sborsando 2.500 euro, si è reso conto dell’inutilità dell’impegno che aveva profuso visto che non poteva utilizzare il titolo professionale che aveva acquisito, rivelatosi carta straccia, per uscire dal dramma della disoccupazione che stava vivendo». Sulla vicenda del giovane suicida il Procuratore della Repubblica di Castrovillari, Eugenio Facciolla, nel corso della conferenza stampa, ha detto che «le indagini sono ancora in corso. Stiamo verificando — ha aggiunto — anche l’ipotesi di un’istigazione al suicidio. La morte del giovane risale ad un’epoca antecedente l’avvio delle indagini. Stiamo approfondendo e verificando tutto, comunque».

Tiziana Lapelosa per “Libero quotidiano” il 24 ottobre 2019. Partecipare ad un corso che gli avrebbe assicurato una carta in più da spendere nella caccia (perché in Italia di caccia si tratta) di un posto di lavoro. Scoprire di essere stato raggirato, che i signori così attenti al futuro in realtà non erano altro che truffatori. E uccidersi. È la storia tristissima di un disoccupato che ha preferito la morte ad un futuro fatto di umiliazioni, raggiri, inutili e pesantissimi esborsi di soldi col miraggio di un lavoro che gli avrebbe restituito quella dignità per avere un posto e un ruolo nel mondo. Siamo a Castrovillari, in Calabria, profondo sud, dove un tempo i giovani e le proprie famiglie venivano truffate con fantomatici corsi di computer: uomini e donne si presentavano a casa con tanto di cravatta e tacchi a spillo a proporre la "tangente" per il futuro. Si pagava, il corso iniziava. Una, due, tre lezioni e poi il nulla. E siccome oggi il computer lo sanno usare più o meno tutti e in Italia c'è carenza di operatori socio-sanitari, perché non promuovere dei corsi e rilasciare tanto di attestato da spendere nelle strutture sanitarie sparse per l' Italia? Una occasione da non perdere, avrà pensato Antonio (nome di fantasia), che per «crescere» e vedere la luce ha pure sborsato 2.500 euro. Un mese di lavoro per chi è fortunato, due per chi lo è meno. Una vincita al superenalotto per chi è disoccupato e decide di investire i propri risparmi, o quelli della propria famiglia, per avere poi uno stipendio a fine mese e garantirsi una vita dignitosa.

Gli avvoltoi. Antonio, però, non aveva fatto i conti con gli avvoltoi. «Il giovane, disoccupato da anni, è stato sopraffatto dalla disperazione quando si è reso conto dell'inutilità dell' impegno che aveva profuso», ha raccontato Vincenzo Maresca, comandante dei Nas di Napoli. Quelle lezioni non gli sarebbero mai servite a nulla. Era stato truffato e se ne è accorto prima che venisse aperta una inchiesta sui falsi corsi per diventare Operatori socio-sanitari. La sua storia ora è racchiusa nei faldoni dell'inchiesta che ieri ha portato a sei misure cautelari in carcere emesse dal gip di Castrovillari su richiesta della locale Procura della Repubblica. Si tratta di quattro imprenditori operanti nel settore degli istituti di formazione professionale (due residenti nel Cosentino e due nel Napoletano), e di due dipendenti dell' Asp di Cosenza. Tutti fanno parte, per l'accusa, di una associazione per delinquere finalizzata al rilascio di falsi diplomi di Operatore Socio Sanitario. I Nas hanno anche sequestrato 291 titoli di qualifica professionale illecitamente rilasciati ad altrettante persone.

Scuola professionale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i sei avrebbero organizzato, negli anni 2015/2017, più di 30 corsi specifici in una scuola professionale ad Altomonte (Cosenza), chiamata «Sud Europa», senza alcun accreditamento alla Regione Calabria. I giovani desiderosi di trovare un lavoro, e «reclutati» tutti in Calabria, pagavano tra i 2mila e i 2mila e 500 euro per frequentare corsi inutili, fatti male e lontani anni luce da quanto invece dispone la normativa nazionale, che prevede mille ore di corsi con 450 ore di tirocinio. Al contrario, le persone ammanettate offrivano una didattica superficiale, tenevano le pseudo-lezioni all' interno di un ex ospedale a Trebisacce (in provincia di Cosenza), sede di lavoro di due degli arrestati. Il tutto per dare una parvenza di ufficialità alla faccenda. Non si conosce il numero esatto delle persone che vi hanno preso parte. Eugenio Facciolla, procuratore della Repubblica di Castrovillari, ha fatto sapere che le «indagini sono ancora in corso» e che «stiamo verificando anche l' ipotesi di un' istigazione al suicidio» per quanto riguarda la vicenda di Antonio, il disoccupato.

Sanità Lazio, candidato escluso “indovina” 16 vincitori su 20 del concorso al San Camillo. L’Asl si difende: “Tutto regolare”. Uno dei partecipanti al concorso per dirigenti ha inviato a se stesso una pec con i nomi di coloro che, secondo lui, sarebbero entrati fra i primi 20 in graduatoria. Un mese e mezzo dopo, alla pubblicazione, i primi due sono esattamente quelli pronosticati dal candidato, mentre nelle altre 18 posizioni ci sono 14 dei 20 nomi inseriti in elenco. Fra loro ci sono ex candidati e il coordinatore del comitato a sostegno della rielezione di Nicola Zingaretti a governatore del Lazio. Alla selezione hanno partecipato 160 persone. Luca Teolato il 28 agosto 2019 su Il Fatto Quotidiano. Ha indovinato 16 dei 20 vincitori di un concorso per dirigenti di un concorso per dirigenti delle professioni tecniche sanitarie all’ospedale San Camillo di Roma. Addirittura centrando i primi due nominativi in graduatoria. Tutto ciò un mese e mezzo prima della proclamazione dei vincitori. È riuscito a Antonio Di Nicola, uno dei candidati che ha partecipato alla selezione, alla quale hanno partecipato in totale 160 persone. Nella graduatoria ufficiale stilata lo scorso metà giugno dall’azienda ospedaliera San Camillo di Roma, luogo dove si è svolto il concorso, i primi due classificati coincidono esattamente con i primi due vincitori previsti dal concorrente. Le altre 18 posizioni sono state conquistate, in ordine non esattamente coincidente con le previsioni del candidato, da altri 14 esaminandi che risultano anche nella classifica dei primi 20 stilata a fine aprile da Di Nicola. Nello specifico il terzo previsto da Di Nicola si è piazzato al 12° posto, il quarto all’ottavo, il quinto al settimo, il sesto al quinto e via discorrendo. “Parliamo di incarichi dirigenziali con stipendi di circa 130 mila euro lordi cadauno”, sottolinea il candidato ‘medium’ che ora sta preparando due esposti che depositerà alla Procura di Roma e al Tar del Lazio. “Non sto accusando nessuno – ci tiene a sottolineare Di Nicola – ma esigo quantomeno che venga fatta piena luce su questa vicenda”. L’ospedale San Camillo ha ribadito al Ilfattoquotidiano.it che “il concorso si è svolto correttamente”. La speciale top 20 è stata compilata dal candidato perché “durante le prove scritte – spiega Di Nicola – ho notato degli episodi che mi hanno insospettito. Uno su tutti quello di un concorrente trovato con foglietti di carta che anziché essere allontanato è stato spostato in prima fila davanti alla commissione d’esame. Oltre ad alcune modalità anomale, inerenti le prove scritte, ho trovato inusuale anche il fatto che la presidente della commissione del nostro concorso inizialmente era stata nominata membro di altre due commissioni d’esame per incarichi simili”. “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”, avrà pensato Di Nicola, che in attesa dell’ultima prova orale prevista per fine maggio, ha iniziato ad informarsi sugli altri candidati per cercare di capire quali sarebbero stati i vincitori del concorso. E la pec che lui stesso si è inviato il 2 maggio, con i nominativi dei primi 20 in graduatoria, è quasi coerente con il risultato finale. “Tramite le notizie recuperate sui circa 60 candidati ammessi all’ultima prova orale – dice Di Nicola – ho stilato la mia personale classifica dei vincitori del concorso. I posti a disposizione erano 14, ma visto che gli istituti sanitari del Lazio in futuro potranno attingere dalla graduatoria, in caso di necessità, per ricoprire i posti vacanti, mi sono spinto fino al 20° classificato, dato che anche arrivare a ridosso del 14° classificato sarebbe stato comunque molto importante”. Ed in base ad “appartenenze partitiche o sindacali dei candidati”, ed anche “in relazione a presunti rapporti con membri della commissione d’esame di altri concorrenti”, Di Nicola dice di essere arrivato vicino alla perfezione nella sua previsione. I primi due nominativi in graduatoria coincidono esattamente con i due previsti dal candidato. “La prima classificata era alle dirette dipendenze del presidente di commissione” evidenzia Di Nicola. Poi andando avanti tra i vincitori ci sono “ex candidati del Pd alle amministrative passate – racconta il candidato – alcuni eletti altri no, un ex presidente di municipio, un coordinatore del comitato per ‘Zingaretti presidente‘, rappresentanti sindacali vari e membri di primo piano dell’ordine professionale della nostra categoria”.

Milano, al concorso 439 aspiranti radiologi: tutti bocciati. Policlinico, nessuno riesce ad accedere agli orali. La «sufficienza» si ottiene con 21 punti su 30 nel primo test e con 14 su 20 nel secondo, nessuno li ha superati entrambi. Gallera: «Chiederò chiarimenti», scrive il 14 febbraio 1029 Sara Bettoni su Il Corriere della Sera. Dei quattrocento e passa in concorso, al traguardo non s’è visto nessuno. Università Statale, 4 febbraio scorso. In risposta a un bando del Policlinico per assumere tecnici di radiologia a tempo indeterminato, si presentano in 439. Gli esaminatori in realtà hanno in mano elenchi con oltre 760 iscritti, ma più del 40 per cento non si presenta. Forse perché impegnato in altre selezioni o perché nel frattempo ha già trovato un buon posto. Ma torniamo in quelle aule della Statale. L’azienda incaricata della selezione valuta i candidati in base a una prova scritta e una pratica. La «sufficienza» si ottiene con 21 punti su 30 nel primo test, con 14 su 20 nel secondo. A fine giornata, gli esaminatori tirano le somme. E nessuno dei 439 passa entrambe le prove. Saltano gli orali, tutto da rifare.  Non è il primo caso in Italia, dicono dall’ospedale, ma al Policlinico non era mai successo. Perché tutti questi bocciati? In parte gli aspiranti tecnici radiologi, in arrivo anche da fuori Lombardia, potrebbero essere stati disorientati da alcune domande sul Sistema sanitario regionale, a loro poco noto. In parte, la preparazione richiesta dall’ospedale è piuttosto elevata. Non da tutti. L’episodio tuttavia preoccupa l’assessore lombardo alla Sanità Giulio Gallera, che chiederà «delucidazioni e chiarimenti» alla direzione generale. A breve, promette il Policlinico, sarà bandito un nuovo concorso.

Concorsi sospetti nella sanità, arrestati assessore e segretario del Pd dell’Umbria. Pubblicato venerdì, 12 aprile 2019 su Corriere.it. Il segretario del Pd dell’Umbria Gianpiero Bocci e l’assessore regionale alla Salute e coesione sociale Luca Barberini sono stati arrestati dalla Gdf nell’ambito dell’indagine della procura di Perugia su alcune irregolarità che sarebbero state commesse in un concorso per assunzioni in ambito sanitario. Nei confronti dei due sono stati disposti i domiciliari. Stesso provvedimento per il direttore generale dell’Azienda ospedaliera Emilio Duca e per il direttore amministrativo della stessa azienda. Sempre la Guardia di Finanza ha eseguito delle perquisizioni nei confronti della presidente della Regione Catiuscia Marini. Nell’indagine sarebbero coinvolti anche 6 dirigenti di una azienda ospedaliera.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 13 aprile 2019. Un'associazione a delinquere per truccare e condizionare le assunzioni negli ospedali, piegandole alle richieste dei politici locali. L'avevano messa in piedi, secondo l'accusa della Procura di Perugia, il direttore generale della Azienda ospedaliera umbra Emilio Duca, il direttore amministrativo Maurizio Valorosi e altri complici. Ma dietro ci sarebbero state le pressioni della presidente della Regione Catiuscia Marini, dell' assessore alla Salute Luca Barberini e del segretario del Partito democratico umbro (nonché ex deputato e sottosegretario al ministero dell' Interno) Giampiero Bocci. Barberini e Bocci sono ora agli arresti domiciliari come Duca e Valorosi, mentre la presidente Marini è indagata per concorso in abuso d' ufficio, rivelazione di segreto e falso. Un terremoto giudiziario che fa tremare il governo della Regione e la politica del Pd in Umbria. Ieri gli ufficiali della Guardia di finanza hanno perquisito gli uffici della presidente Marini che si è detta «tranquilla e fiduciosa nell' operato della magistratura». Il neo-segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha già commissariato la federazione locale. In attesa delle versioni degli inquisiti, le carte dell' accusa raccontano di un «efficiente e solido sistema clientelare», fondato su una «prolungata e abituale attività illecita» per pilotare i concorsi dell'azienda ospedaliera. Almeno 8 sono i concorsi manipolati individuati dagli investigatori delle Fiamme gialle e dai pm guidati dal procuratore Luigi De Ficchy, che grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali hanno seguito quasi in diretta le assegnazioni dei posti ai candidati indicati dai politici Bocci, Barberini e Marini. Grazie ai dirigenti ospedalieri che li informavano prima sul contenuto delle prove d'esame e poi aggiustavano i punteggi a loro favore. «Gli porto su le domande, sennò come fa?», diceva, prima di andare in consiglio regionale, il direttore Duca. Al quale una componente della commissione d' esame confidava: «Quelli che mi hai dato te (i nomi dei candidati, ndr) li ho dati tutti il massimo...». Dopodiché si giustificava con un primario dispiaciuto per il piazzamento di due infermiere: «Ma non te sto a dire... erano tanti da sistema'». Per l'assunzione di quattro assistenti contabili, Duca e Valorosi si sono trovati a dover assecondare le raccomandazioni dell'assessore Barberini e di Bocci, ma anche della nipote di un dirigente regionale del Pd e della presidente Marini. Dalle intercettazioni del 9 maggio 2018, infatti, risulta che il direttore abbia promesso di consegnare le tracce della prova scritta al vicepresidente del consiglio regionale Alvaro Mirabassi e a Bocci, dopodiché incontra la presidente della Regione: «Qui ce so le domande, tra quelle lì... sta tranquilla», le dice, e secondo gli inquirenti «consegna un foglio al di lei segretario, Valentino Valentini, al quale viene affidato il compito di portarlo a una donna». Era la favorita della governatrice, che assieme ai nomi dei segnalati dagli altri politici figurerà nelle prime quattro posizioni. Gli stessi aiuti vengono garantiti anche per le prove pratiche e orali, in particolari alla candidata di Bocci. «Era andato da Bocci per scrivergli un po' d' appunti per 'sta ragazza», dice Duca, mentre Valorosi riferisce: «Messaggio da Bocci: vuole gli orali, le domande orali». Alla presidente della commissione Duca raccomanda di «portare avanti le persone raccomandate da Bocci, Barberini e Marini, e dunque di "gonfiare" in particolare la valutazione di una delle candidate». Per un candidato meritevole ma «non segnalato» si riserva un posto futuro, mentre per la nomina del direttore della Struttura di anestesia vengono abbassati i punteggi di un «esterno» sperando che non si presenti (come avverrà), e alzati quelli del favorito da Bocci: «Ci puoi anche mettere mezzo punto in più per avvicinarlo a questo, che tanto non ci sarà, e dopo lo porti a 39!». Conclusione del giudice: «L' intera procedura verrà svuotata di ogni valenza in quanto gli indagati ne decideranno le sorti in maniera del tutto indipendente da ogni valutazione di merito».

Umbria, inchiesta Sanità: arrestati segretario Pd e assessore regionale. Indagata anche la presidente della Regione Catiuscia Marini nell'inchiesta su un concorso. "Massima collaborazione, sono tranquilla e fiduciosa nell'operato della magistratura", scrive La Repubblica il 12 aprile 2019. Il segretario del Pd dell'Umbria Gianpiero Bocci e l'assessore regionale alla Salute e coesione sociale Luca Barberini sono stati arrestati dalla Gdf nell'ambito dell'indagine della procura di Perugia su alcune irregolarità che sarebbero state commesse in un concorso per assunzioni in ambito sanitario. Nei confronti dei due sono stati disposti i domiciliari. Stesso provvedimento per il direttore generale dell'Azienda ospedaliera Emilio Duca e per il direttore amministrativo della stessa azienda.  Anche il presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, Pd, è indagata nell'inchiesta. Al momento non si conoscono gli addebiti nei suoi confronti. Dall'insieme degli elementi raccolti nell'indagine sulle assunzioni all'ospedale di Perugia deriva "un chiaro quadro di prolungata e abituale attività illecita". E' quanto emerge dall'ordinanza di custodia cautelare disposta dal gip di Perugia. Secondo il giudice da parte degli indagati sono state "condizionate e sostanzialmente falsate le procedure di selezione del personale dell'Azienda ospedaliera". Undici i concorsi al centro dell'inchiesta e 35 le persone indagati. La Guardia di Finanza ha eseguito decreti di perquisizione nei confronti del presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, del segretario regionale del Pd ed ex sottosegretario all'Interno Gianpiero Bocci e dell'assessore regionale alla Sanità Luca Barberini. L'inchiesta della procura di Perugia riguarda un concorso di una delle aziende sanitarie umbre. Nell'indagine sarebbero coinvolti anche sei dirigenti dell'azienda ospedaliera. L'indagine è seguita direttamente dal procuratore Luigi De Ficchy e ipotizza, a vario titolo, i reati di abuso d'ufficio, rivelazione del segreto d'ufficio, favoreggiamento e falso. I finanzieri, secondo quanto si apprende, hanno perquisito oltre che le abitazioni e gli uffici dei destinatari dei decreti, anche la sede dell'assessorato alla Sanità. "Quest'oggi mi è stata notificata dalla procura della Repubblica di Perugia una richiesta di acquisizione di atti nell'ambito di una indagine preliminare relativa a procedure concorsuali in capo ad una Azienda sanitaria umbra": lo ha reso noto la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini. "Ho offerto la mia massima collaborazione personale e istituzionale - ha sottolineato Marini - all'attività dei rappresentanti dell'autorità giudiziaria. Sono assolutamente tranquilla e fiduciosa nell'operato della magistratura, nella certezza della mia totale estraneità ai fatti e ai reati oggetto di indagine" - Nelle carte dell'inchiesta sulla sanità umbra spunta anche Giampiero Bocci, "all'epoca dei fatti deputato e sottosegretario al ministro dell'Interno, oggi segretario regionale del Partito democratico". A lui il gip fa riferimento per due conversazioni intercettate all'indagato Duca, dg dell'ospedale di Perugia. Nella prima, del 9 maggio 2018, Duca parla con Alvaro Mirabassi, vicepresidente del Consiglio Comunale di Perugia: "Anche il Mirabassi chiede di avere le tracce della prova scritta che si terrà il 16 maggio e il Duca lo rassicura aggiungendo inoltre che avrebbe dovuto darle anche a "Giampiero" (dovendosi intendere evidentemente l'onorevole Bocci)", si legge nell'ordinanza. Nella seconda intercettazione e in altre a seguire si conferma "la necessità avvertita da entrambi di far combaciare i diversi interessi clientelari, in particolare quelli segnalati dai predetti Barberini (assessore regionale alla Salute, ndr) e Bocci, al quale, ultimo, il Duca ripromette di consegnare le tracce scritte l'indomani". Il gip riporta l'intercettazione nella quale Duca dice: "Ah, anche Bocci è a Roma, me lo ha detto lui, ora gli mando un messaggio e domani pomeriggio, quando tornava su, gli porto le domande". 

UMBRIA: SISTEMA PD…E I GIOVANI CHE NON RIENTRANO IN QUESTO SISTEMA? Scrive il 13 Aprile 2019 Antonio Massari e Valeria Pacelli per Il Fatto Quotidiano. “Non riesco a togliermi le sollecitazioni dei massimi vertici di questa Regione a tutti i livelli. Ecclesiastici – omissis – ecumenici, politici, tecnici. Se no a st’ora c’avevo messo le mani sulla gastro… altro che disposizioni di servizio dell’altra volta (…) Tra la massoneria, la curia e la giunta (…) non me danno tregua. E la Calabria Unita”. Così il 6 giugno 2018 parlava Emilio Duca, direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Perugia, l’uomo al quale – secondo le accuse dei pm di Perugia – si rivolgono politici e non solo per segnalare persone a loro vicine da inserire nelle graduatorie di selezione del personale nella sanità umbra. Ieri Duca è finito agli arresti domiciliari insieme al direttore amministrativo Maurizio Valorosi, all’ex sottosegretario all’Interno Gianpiero Bocci e all’assessore alla Salute Luca Barberini (che annuncia le sue dimissioni). Altri sei dirigenti dell’Azienda ospedaliera sono stati invece sospesi. Sono gli esiti di un’inchiesta in cui è indagata per abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio anche la governatrice umbra Catiusca Marini. Procediamo con ordine. 

L’indagine, partita a fine 2017, ha svelato l’esistenza di un “sistema” clientelare in cui esisteva una “generalizzata disponibilità a commettere illeciti all’interno dell’azienda ospedaliera da parte di coloro che si occupano delle procedure di selezione”. Duca e Valorosi, in questo sistema, secondo il gip Valerio D’Andria, “interessati al soddisfacimento delle esigenze politiche”, facevano da tramite con alcuni componenti delle commissioni d’esame per ottenere le tracce che poi sarebbero state consegnate ai candidati “segnalati”. Secondo le accuse, Barberini avrebbe interferito in quattro concorsi e Bocci in tre. L’ex sottosegretario avrebbe anche passato agli altri indagati informazioni sull’indagine e per questo è accusato anche di favoreggiamento. 

Sono otto le procedure, secondo l’accusa, “condizionate ”. Tra queste anche quella per l’assunzione di quattro assistenti contabili indetta nell’aprile del 2018.” Una procedura, secondo il gip, “condizionata dalle segnalazioni provenienti da esponenti politici, Catiuscia Marini, Luca Barberini, Gianpiero Bocci e Moreno Conti”, quest’ultimo “componente della direzione regionale del Pd”. “Al fine di raggiungere il fine prefissato di garantire a quattro candidati la vittoria del concorso – continua l’ordinanza – Duca e Valorosi ottengono dalla accondiscendente presidente della commissione le tracce delle prove scritte e del questionario, nonché, le domande della prova orale. I fogli che contengono tali preziose informazioni sono poi consegnati ai politici sopra indicati affinché li facciano avere ai candidati”. Le tracce del concorso, secondo quanto dice Duca intercettato, dovevano finire anche all’ex sottosegretario: “Anche Bocci è a Roma, me lo ha detto lui, ora gli mando un messaggio e domani pomeriggio… gli porto le domande”. Il 10 maggio quindi la presidente della commissione consegna “a Duca una busta” con i contenuti della prova. Quello stesso giorno il manager sanitario va in consiglio regionale dove incontra la governatrice Marini. 

La conversazione tra i due viene intercettata: “Il Duca riferisce alla Marini di avere le ‘domande’in vista dello scritto (‘qui ce so le domande… sta tranquilla’) che ci sarà tra cinque giorni” e poi consegna un foglio al suo segretario “al quale viene affidato il compito di portarlo a una donna”, una delle “segnalate”. È poi in una intercettazione del 25 maggio che Duca “ribadisce la necessità di portare avanti le persone raccomandate da Bocci, da Barberini e dalla Marini e, dunque, di ‘gonfiare’ in particolare la valutazione di una delle candidate”. “Sono assolutamente tranquilla e fiduciosa nell’operato della magistratura – ha detto ieri la governatrice Marini –, nella certezza della mia totale estraneità ai fatti e ai reati oggetto di indagine”.

Sanità, inchiesta in Umbria: intercettati i cellulari, "Manipolata commissione a concorso". Ecco cosa si legge nell'ordinanza del gip, scrive il 12 aprile 2019 La Nazione. Telefonini intercettati e cimici negli uffici. Per captare le conversazioni tra gli indagati nell'inchiesta choc sulla sanità in Umbria la Guardia di Finanza si è avvalsa di diversi apparati tecnologici. E dei "trojan", quei "cavalli di Troia" virtuali, quei programmi-spia che captano tutte le attività di uno smartphone, compresi i messaggi. Questo emerge nell'ordinanza del gip di Perugia Valerio d'Andria riguardo agli arrestati. Il lavoro degli inquirenti  "ha consentito di documentare il significativo contenuto di alcuni colloqui tenuti dall'indagato Emilio Duca, direttore generale dell'azienda ospedaliera di Perugia, al di fuori del suo ufficio", si legge nella stessa ordinanza. Sia Emilio Duca che Maurizio Valorosi, direttore amministrativo della stessa azienda, entrambi indagati nell'inchiesta, erano anche sottoposti a intercettazione ambientale in ufficio. Nell'ordinanza d'arresto del gip di Perugia che ha portato alla luce lo scandalo della sanità umbra si legge tra l'altro di una presunta "alterazione della procedura concorsuale consistita nella manipolazione dell'esito del sorteggio dei componenti della commissione esaminatrice".

Sesso e regali in cambio delle risposte ai concorsi: così medici e infermieri ottenevano il posto fisso a Perugia, scrive Simone Gussoni il 13/04/20190 su nursetimes.org. Emergono nuovi particolari in merito allo scandalo dei concorsi truccati per assumere medici, infermieri ed altri operatori sanitari e ausiliari presso alcuni ospedali di Perugia. “Una prolungata ed abituale attività illecita (…) mediante la quale sono state condizionate e sostanzialmente falsate le procedure di selezione del personale dell’azienda ospedaliera”. Con queste poche parole si può riassumere l’inchiesta portata avanti negli ultimi anni dalla Procura della Repubblica di Perugia, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 35 persone. Secondo le ultime indiscrezioni vi sarebbe stata una vera e propria concorsopoli. I candidati desiderosi di ottenere un posto fisso in ospedale avrebbero offerto soldi ma anche prestazioni sessuali a favore dei politici e dei dirigenti ospedalieri arrestati.

Scandalo sanità, sesso con la candidata dopo i suggerimenti, scrive il 13.04.2019 corrieredellumbria.corr.it. Spuntano anche rapporti sessuali in ufficio con una candidata nelle carte dell’inchiesta di Perugia sulla sanità umbra. In particolare, il gip fa riferimento al caso di uno degli indagati che «incontra la candidata e le dà suggerimenti sia sul curriculum che sulle condotte da assumere dopo la nomina della commissione esaminatrice. Alla fine del secondo colloquio - scrive il gip - inoltre i due interlocutori si scambiano effusioni e hanno un rapporto sessuale». La circostanza si ripete anche in successive occasioni, riporta l’ordinanza: «Anche dopo la procedura i due si incontrano presso l’ufficio (...) consumando in ogni occasione un rapporto sessuale». Il pm evidenzia come «i convegni amorosi si tengano proprio nel periodo in cui si svolge la procedura e senza che vi siano indici apparenti di una relazione sentimentale tra i due indagati» e ciò - sostiene - «indurrebbe a ritenere presente un vero e proprio accordo corruttivo fondato su uno scambio tra le prestazioni sessuali e la nomina». Tuttavia, il gip, evidenziando come il legame tra i due «quantomeno di amicizia, era ben precedente», sottolinea come più probabilmente si tratti di «una logica tipicamente clientelare che sfugge però all’inquadramento del delitto ipotizzato».

Umbria, intercettazioni. "Ho le domande, tranquilla". Inchiesta si allargherà. «Qui ce so le domande, tra quelle lì... sta tranquilla». Diceva così il direttore dell'azienda ospedaliera alla governatrice Pd. Bufera sulla sanità in Umbria, scrive Sabato, 13 aprile 2019 Affari italiani. E' un indagine "destinata ad allargarsi" quella condotta dalla Guardia di Finanza su una decina di concorsi per assunzioni all'ospedale di Perugia che sarebbero stati pilotati, secondo l'Ansa. L'inchiesta si incentra "principalmente" sull'ospedale del capoluogo umbro. Ma potrebbe estendersi - secondo quanto si e' appreso - anche ad altri settori della sanita' e della politica legata al Pd. «Qui ce so le domande, tra quelle lì... sta tranquilla». Diceva così il direttore dell'azienda ospedaliera alla governatrice Pd. Bufera sulla sanità in Umbria. Perquisizioni, arresti e tante polemiche politiche. Ai domiciliari sono finiti il segretario regionale del Partito democratico ed ex sottosegretario all'Interno, Gianpiero Bocci, l'assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini, e il dg dell'ospedale, Emilio Duca. Stesso provvedimento per il direttore amministrativo. Indagata la presidente della Regione, Catiuscia Marini. L'inchiesta, condotta dalla guardia di finanza e coordinata dalla Procura di Perugia, è stata aperta con ipotesi di reato che vanno dall'abuso di ufficio alla rivelazione del segreto d'ufficio, dal favoreggiamento al falso. Nel mirino è finito un concorso per dirigenti nell'Azienda sanitaria di Perugia. Se Barberini si è dichiarato estraneo ai fatti e si è autosospeso dal Pd, oltre ad aver annunciato che si dimetterà dalla carica di assessore, la governatrice in una nota ha annunciato che "mi è stata notificata dalla Procura della Repubblica di Perugia una richiesta di acquisizione di atti nell'ambito di una indagine preliminare relativa a procedure concorsuali in capo ad una Azienda sanitaria umbra. Ho offerto - ha aggiunto Marini - la mia massima collaborazione personale e istituzionale all'attività dei rappresentanti dell'autorità giudiziaria".

Umbria, scandalo sanità: le intercettazioni. In attesa delle versioni degli inquisiti, le carte dell’accusa raccontano di un «efficiente e solido sistema clientelare», fondato su una «prolungata e abituale attività illecita» per pilotare i concorsi dell’azienda ospedaliera. Il Corriere della Sera riporta alcune intercettazioni del caso. «Gli porto su le domande, sennò come fa?», diceva, prima di andare in consiglio regionale, il direttore Duca. Al quale una componente della commissione d’esame confidava: «Quelli che mi hai dato te (i nomi dei candidati, ndr) li ho dati tutti il massimo...». Dopodiché si giustificava con un primario dispiaciuto per il piazzamento di due infermiere: «Ma non te sto a dire... erano tanti da sistema’». Per l’assunzione di quattro assistenti contabili, risulta che il direttore abbia promesso di consegnare le tracce della prova scritta al vicepresidente del consiglio regionale Alvaro Mirabassi e a Bocci, dopodiché incontra la presidente della Regione: «Qui ce so le domande, tra quelle lì... sta tranquilla», le dice, e secondo gli inquirenti «consegna un foglio al di lei segretario, Valentino Valentini, al quale viene affidato il compito di portarlo a una donna». Era la favorita della governatrice, scrive il Corriere della Sera, che assieme ai nomi dei segnalati dagli altri politici figurerà nelle prime quattro posizioni. Gli stessi aiuti vengono garantiti anche per le prove pratiche e orali, in particolari alla candidata di Bocci. «Era andato da Bocci per scrivergli un po’ d’appunti per ’sta ragazza», dice Duca, mentre Valorosi riferisce: «Messaggio da Bocci: vuole gli orali, le domande orali». Alla presidente della commissione Duca raccomanda di «portare avanti le persone raccomandate da Bocci, Barberini e Marini, e dunque di “gonfiare” in particolare la valutazione di una delle candidate». Dalle carte, riportate sempre dal Corriere della Sera, risulta anche che per per la nomina del direttore della Struttura di anestesia vengono abbassati i punteggi di un «esterno» sperando che non si presenti (come avverrà), e alzati quelli del favorito da Bocci: «Ci puoi anche mettere mezzo punto in più per avvicinarlo a questo, che tanto non ci sarà, e dopo lo porti a 39!». Insomma, secondo le parole del giudice riportate sempre dal Corriere della Sera: «L’intera procedura verrà svuotata di ogni valenza in quanto gli indagati ne decideranno le sorti in maniera del tutto indipendente da ogni valutazione di merito».

Arresti sanità: Marini, assoluta estraneità ad addebiti. La presidente umbra Catiuscia Marini in una conferenza stampa ha rivendicato la sua "assoluta estraneità" rispetto alla sua posizione di indagata. "Ho appreso grazie al puntuale lavoro degli inquirenti di una situazione sconcertante - ha detto - che se sarà confermata risulta molto grave per la nostra regione". "Tutelerò anche l'integrità morale della mia persona e della figura di presidente della Regione perchè se confermato, ho il dovere di difendere non solo Catiuscia Marini ma la Regione che rappresento", ha aggiunto. 

13 Aprile 2019 Umbria On. «Gli porto su le domande sennò questo come fa?». «Quelli che mi hai dato te, li ho dati tutti il massimo». E ancora: «Erano tanti da sistema’, tanti… tanti»; «Messaggio da Bocci… vuole gli orali, le domandi orali». Sono solo alcuni frammenti, quelli più significativi, delle conversazioni captate dagli uomini della Guardia di Finanza di Perugia e contenute nelle 80 pagine dell’ordinanza del gip Valerio D’Andria che venerdì pomeriggio hanno portato ai domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi ‘truccati’ all’ospedale Santa Maria della Misericordia, il segretario regionale del Pd ed ex sottosegretario al ministero dell’Interno, Gianpiero Bocci, l’assessore regionale alla sanità, Luca Barberini, il direttore generale dell’azienda ospedaliera di Perugia, Emilio Duca, e il direttore amministrativo della stessa struttura, Maurizio Valorosi. Un’inchiesta in cui è coinvolta, come indagata a piede libero, anche la presidente della Regione, Catiuscia Marini, insieme ad altre 30 persone, sei delle quali colpite da misure interdittive. Un vero e proprio terremoto giudiziario, che riguarda alti dirigenti del Santa Maria della Misericordia e dell’assessorato alla sanità, alcuni membri degli otto concorsi finiti sotto la lente, candidati e familiari, ma anche un sindacalista, un generale in congedo dell’Arma dei carabinieri e un brigadiere della Finanza. L’inchiesta non si ferma.

Il ‘sistema’. Intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno prodotto una grossa mole di contenuti audio-visivi, ma anche un captatore informatico (il cosiddetto trojan) inserito all’interno dell’utenza del dg Emilio Duca, hanno fatto emergere – si legge nell’ordinanza – «un chiaro quadro di una prolungata ed abituale attività illecita» (posta in essere in prima battuta dallo stesso Duca, promotore e coordinatore dell’associazione, con il direttore amministrativo Valorosi ma «unitamente agli altri»), «mediante la quale sono state condizionate e sostanzialmente falsate le procedure di selezione del personale dell’azienda ospedaliera», attraverso la comunicazione a terzi interessati delle tracce d’esame e indirizzando le varie commissioni in ordine alle valutazioni da assegnare ai candidati, in un caso – è il caso del concorso per dirigente sanitario biologo – anche attraverso la manipolazione dell’esito del sorteggio dei componenti della commissione. «Si è di fronte, senza dubbio, ad un ‘sistema’, termine che ritorna più volte nelle conversazioni intercettate» scrive ancora il gip.

Domande in ‘consiglio regionale’. Il primo a finire sotto la lente degli inquirenti è il concorso per l’assunzione a tempo determinato di collaboratore professionale sanitario-infermiere, svolto tra il gennaio e l’aprile 2018. Una conversazione tra Duca e Valorosi, intercettata il 30 gennaio 2018 (giorno precedente alla prova scritta) documenta chiaramente come «Duca avesse con sé le tracce e che fosse in procinto di consegnarle in ‘consiglio regionale’». «Gli porto su le domande se no questo come fa?» dice Duca. Qualche giorno dopo, il 13 febbraio, lo stesso dg fornisce un indizio significativo in ordine alla persona al ‘consiglio regionale’ interessata a ricevere le tracce: l’assessore alla Sanità, Luca Barberini. Dirà una delle indagate allo stesso Duca: «Quelli che mi hai dato te, li ho fati tutti il massimo», aggiungendo che «l’assessore poteva stare tranquillo».

Date di esame spostate. «Erano tanti da sistema’, tanti.. tanti». «Che bocialli, ce mancherebbe altro!…rischiamo il culo noi, eh?» è un’altra delle conversazioni captate dagli investigatori da una delle indagate, membro della commissione, che avrebbe ricevuto pressioni, nello stesso concorso, anche in merito all’assunzione di una parente del generale dei carabinieri. Una «persona dell’assessore» sarebbe stata raccomandata anche nel concorso per dirigente medico geriatria, avvenuto tra maggio e giugno 2017, durante il quale sarebbe stato addirittura deciso di spostare la data della prova orale, in maniera tale da consentire nel frattempo ad una candidata di fruire della procedure di di stabilizzazione e dunque di non partecipare alle altre prove concorsuali, a favore dei candidati che l’avrebbero seguita in graduatoria.

Gli ‘sponsor’. «Invece che 40 lo portamo a 30, per avvicinarlo a quell’altri 3 nostri… gestire un punto non è un problema» dice ancora Duca in un’intercettazione in merito ad un altro concorso, quello di direttore della struttura complessa di anestesia concluso a maggio 2018 con la nomina di uno degli indagati, concorso in cui emerge la necessità di far vincere «un candidato interno, anche per non scontentare gli interessi locali». «Ho parlato anche con l’assessore e gli ho fatto vede’ i punteggi» dice ancora Duca, parlando di assessorato come «sponsor» e riferendo di un colloquio avuto in proposito anche con la presidente della Regione, Catiuscia Marini.

Le pressioni della politica. È invece nel concorso per l’assunzione di 4 assistenti contabili, svolto nella primavera 2017, che sarebbero emersi gli interessi dell’assessore Barberini e dell’on.Giampiero Bocci, allora sottosegretario al Viminale. «Tocca farsi dare le domande» dice ancora Duca in una conversazione. Anche un politico locale chiede di avere le tracce della prova scritta e Duca lo rassicura aggiungendo inoltre che avrebbe dovuto darle «anche a ‘Gianpiero’». Duca rifersice poi alla stessa Marini di avere le ‘domande’ in vista dello scritto: «Qui ce so le domande, tra quelle lì… sta tranquilla». Per il gip è «decisiva intromissione dell’onorevole Bocci e dell’assessore Barberini», visto che Duca ribadisce la necessità di portare avanti le persone raccomandate da Bocci, Barberini e Marini, e dunque di ‘gonfiare’ in particolare la valutazione di una delle candidate. Afferma Valorosi in un’altra intercettazione: «Messaggio da Bocci… vuole gli orali, le domandi orali»). Sin dall’inizio, sempre secondo il gip, la procedura è dunque condizionata dalle segnalazioni provenienti da esponenti politici.

Tra sesso e ‘spionaggio’. Raccomandazioni in campo da Marini e Bocci sarebbero emerse anche per in un concorso da coadiutore amministrativo (cat. B). «L’altro ieri Giampiero mi ha dato due nominativi» dice ancora Valorosi in una conversazione intercettata, nel quale però una candidata ‘raccomandata’ dall’ex sottosegretario venne bocciata. Tra gli altri concorsi finiti nell’indagine, quello da dirigente medico anestesista e per collaboratore professionale (categoria D), quello da dirigente sanitario biologo – finito nelle carte dell’inchiesta per la procedura di nomina di uno dei componenti della commissione, persona «affidabile» – ed infine un concorso dirigenziale a tempo determinato in capo alla Regione: in questo caso dal capo d’imputazione emerge per Duca anche l’accusa mossa dalla procura – ma per i quali non ci sono profili da parte del gip – di corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, avendo avuto rapporti sessuali con una delle candidate. C’è poi il capitolo peculato: Duca, Valorosi e Pacchiarini si erano accorti di essere intercettati – ma pensavano ad uno spionaggio ‘privato’ – e per questo hanno chiesto ad una ditta di eseguire una bonifica dei propri uffici attraverso risorse (1.342 euro) dell’azienda ospedaliera.

Gli indagati. Oltre ai nomi già emersi, risultano indagati anche Walter Orlandi (attuale dirigente responsabile regionale della Sanità), Diamante Pacchiarini (direttore sanitario), Roberto Ambrogi (responsabile Ufficio contabilità e bilancio), Domenico Barzotti (componente e segretario della commissione esaminatrice del concorso da infermiere), Lorenzina Bolli (presidente commissione di uno dei concorsi), Riccardo Brugnetta e Amato Carloni (componenti commissione riservata al personale della Regione), Gabriella Carnio (responsabile delle professioni sanitarie), Maria Cristina Conte (responsabile ufficio personale), Pasquale Coreno (generale dei carabinieri in congedo), Potito D’Errico (docente universitario e primario di Odontoiatria), Giuseppina Fontana (componente commissione riservata al personale della Regione),  Rosa Maria Franconi (dirigente Ufficio acquisti e appalti), Antonio Tamagnini (responsabile attività amministrative e sperimentazioni cliniche), Maurizio Dottorini (presidente commissione di uno dei concorsi), Patrizia Mecocci (docente e direttore scuola di specializzazione in Geriatria), Paolo Leonardi (dipendente azienda ospedaliera), Marco Cotone (segretario regionale Uil-Fpl), Eleonora Capini (candidate), Vito Aldo Peduto (direttore di Anestesia e rianimazione), Simonetta Tesoro (dirigente medico Anestesia e rianimazione), Mario Pierotti (padre di una delle candidate), Francesco Oreste Domenico Riocci (brigadiere della Guardia di Finanza), Milena Tomassini (dipendente regionale), Serena Zenzeri (componente ufficio procedimenti disciplinari), Giampiero Antonelli, Moreno Conti, Fabio Gori, Alessandro Sdoga, Domenico Oristanio.

L’unità di crisi: «Via le mele marce». La bufera ha fatto scattato la convocazione di un’unità di crisi permanente. A dare l’indicazione il ministro della Salute, Giulia Grillo: «Il quadro della vicenda – commenta il ministro – è molto grave. Per la parte che attiene al mio ministero effettueremo ogni verifica che ci compete. Quando c’è di mezzo la salute dei nostri cittadini non possiamo permettere che gli abusi di una certa politica, di un cattivo modo di amministrare la sanità sporchino il lavoro di tanti operatori che ogni giorno con sacrificio sostengono il Ssn. Cacceremo le mele marce, subito, perché non può esserci salute senza legalità». La riunione ci sarà alle 16 nella sede del dicastero di Lungotevere Ripa: l’obiettivo è accertate se, e in che misura, siano stati commessi reati contro la pubblica amministrazione e impedimenti nell’erogazione dei servizi sanitari ai cittadini.

Attesi sviluppi. Ma l’inchiesta è solo alle battute iniziali e dunque destinata ad allargarsi, visto che dagli otto concorsi al momento finiti nel mirino potrebbero aggiungersene altri, non solo relativi all’ospedale di Perugia. Tante le persone informate sui fatti – dirigenti, politici, personale sanitario, vincitori ed esclusi dalle graduatorie – che sono e saranno ascoltate dalla procura per cercare eventuali nuovi elementi. Circostanza questa confermata anche nell’ordinanza, laddove si evidenzia che per il pm «l’attivismo degli indagati e l’utilizzo spregiudicato delle relazioni di potere emerse nel corso delle indagini, costituisce un serio pericolo anche in funzione della necessaria escussione delle persone informate sui fatti, tenuto conto del concreto rischio che costoro subiscano le pressioni degli indagati». Intanto, in attesa degli interrogatori – che dovrebbero svolgersi entro martedì -, i quattro arrestati hanno avuto modo di incontrare i loro legali, David Brunelli per Barberini, Bocci e Valorosi e Francesco Maria Falcinelli per Duca. «Immaginiamo che ci saranno sviluppi investigativi e che siamo al momento solo al punto di partenza – spiega il professor Brunelli -, dunque è ancora prematuro fare valutazioni. Ma i miei assistiti sono sereni e convinti di potersi difendere agevolmente». Richiesta di revoca del provvedimento al gip e/o istanza di riesame le due ipotesi sulle quali stanno lavorando le difese.

Le deleghe post dimissioni di Barberini. La Marini ha preso atto delle dimissioni dell’ormai ex assessore alla sanità, quindi ha firmato il decreto – fino a nuove determinazioni – per la distribuzione delle deleghe: a Fabio Paparelli vanno le politiche e programmi sociali (welfare), politiche familiari, per l’infanzia e per i giovani, politiche immigrazione, cooperazione, associazionismo e volontariato sociale; ad Antonio Bartolino tutela e promozione della salute, programmazione e organizzazione sanitaria, ivi compresa la gestione del patrimonio immobiliare sanitario, sicurezza sui luoghi di lavoro e sicurezza alimentare; infine a Fernanda Cecchini vanno i rapporti con l’assemblea legislativa regionale.

L’inchiesta sui concorsi truccati in Umbria, scrive Sabato 13 aprile 2013 Il Post. Sono stati arrestati il segretario locale del PD e l’assessore alla Salute, accusati di aver favorito alcuni candidati in concorsi in ambito sanitario: è indagata anche la presidente della regione. Il segretario del PD dell’Umbria Gianpiero Bocci e l’assessore regionale alla Salute e coesione sociale Luca Barberini sono stati arrestati nell’ambito di un’inchiesta della procura di Perugia su alcune irregolarità che sarebbero state commesse in concorsi per assunzioni in ambito sanitario. Nell’inchiesta è indagata anche la presidente della regione Catiuscia Marini, del PD, ma al momento non si conoscono le accuse nei suoi confronti. In tutto i concorsi al centro dell’inchiesta sono undici, mentre sono trentacinque le persone indagate. I fatti contestati sarebbero avvenuti nel 2018, quando Bocci era deputato del PD e sottosegretario del ministero dell’Interno. Per Bocci e Barberini sono stati disposti gli arresti domiciliari e, oltre a loro, sono stati arrestati anche Emilio Duca e Maurizio Valorosi, rispettivamente direttore generale e direttore amministrativo dell’azienda ospedaliera di Perugia. Gli imputati sono accusati a vario titolo di abuso d’ufficio, rivelazione del segreto d’ufficio, favoreggiamento e falso. L’inchiesta, condotta dal procuratore Luigi De Ficchy, riguarderebbe alcuni concorsi per assumere circa trenta tra medici, infermieri e personale ausiliario nell’ospedale di Perugia. I concorsi, secondo l’accusa, sarebbero stati truccati da Bocci e Barberini per favorire alcuni candidati, anticipando loro le domande che gli sarebbero state rivolte. Nell’ordinanza del Gip di Perugia si legge che Bocci e Barberini «hanno indicato i soggetti da favorire nelle selezioni pubbliche e hanno ricevuto una pronta risposta da parte del direttore generale e del direttore amministrativo, i quali hanno garantito loro la comunicazione di notizie riservate, nonché un costante impegno volto a monitorare le procedure e ad assicurare il risultato sperato». A Bocci sono contestate alcune intercettazioni telefoniche in cui Duca dice di dovergli consegnare le tracce della prova scritta di un concorso che si è tenuto nel maggio del 2018. Il Gip dice anche che gli indagati sarebbero venuti a sapere dell’indagine nei loro confronti e di essere sottoposti a intercettazioni telefoniche, e  ha giustificato l’arresto di Bocci dicendo che l’imputato avrebbe comunicato a Valorosi l’esistenza delle indagini. Secondo il Gip ci sarebbe quindi stato un rischio elevato «che egli sfruttando conoscenze acquisite nell’ambito istituzionale e in particolare tra ufficiali di polizia giudiziaria, possa porre in essere altre condotte analoghe a quelle già approfondite con conseguente pregiudizio per le indagini». Dalle intercettazioni risulterebbe anche un video in cui Duca aveva con sé le tracce delle prove scritte del concorso da portare in consiglio regionale, per consegnarle all’assessore regionale Luca Barberini. Nell’ordinanza d’arresto si legge anche di una presunta “alterazione della procedura concorsuale consistita nella manipolazione dell’esito del sorteggio dei componenti della commissione esaminatrice” e di una presunta “alterazione della procedura concorsuale consistita nella manipolazione dell’esito del sorteggio dei componenti della commissione esaminatrice”. In un’altra intercettazione Duca, parlando degli appoggi politici che avrebbe trovato per aiutare un candidato in un concorso, avrebbe indicato un certo “assessorato”, aggiungendo che avrebbe avuto anche «un colloquio avuto in proposito con la Presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini». Marini, che è presidente della regione dal 2010, ha detto di aver ricevuto una richiesta di acquisizione di atti e di aver offerto la sua massima collaborazione nell’inchiesta. «Sono assolutamente tranquilla e fiduciosa nell’operato della magistratura, nella certezza della mia totale estraneità ai fatti e ai reati oggetto di indagine» ha detto commentando la sua iscrizione nel registro degli indagati.

L’inchiesta sui concorsi ospedalieri truccati della Regione Umbria, scrive Alessandro D'Amato il 13 Aprile 2019 su Next Quotidiano. Un “sistema che andava avanti da sempre” quello con cui sono stati “condizionati e sostanzialmente falsati”, come scrive il gip, da esponenti di primo piano del Pd umbro 11 concorsi per una trentina di assunzioni all’ospedale di Perugia per primari, medici, infermieri e ausiliari fino ad arrivare alle categorie protette. Ed Emilio Duca, direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Perugia, al telefono diceva: “Non riesco a togliermi le sollecitazioni dei massimi vertici di questa Regione a tutti i livelli. Ecclesiastici – omissis (forse si è sbianchettato il termine: Magistrati? Nda) - ecumenici, politici, tecnici. Se no a st’ora c’avevo messo le mani sulla gastro… altro che disposizioni di servizio dell’altra volta (…) Tra la massoneria, la curia e la giunta (…) non me danno tregua. E la Calabria Unita”. L’indagine ha portato agli arresti domiciliari l’assessore regionale alla Sanità Luca Barberini, il segretario regionale del Pd (ora commissariato da Nicola Zingaretti) Gianpiero Bocci, il direttore generale dell’Azienda ospedaliera Emilio Duca e quello amministrativo Maurizio Valorosi. La presidente della Regione Catiuscia Marini, anche lei del Partito democratico, è invece indagata a piede libero. Per la procura “in più occasioni” si sarebbe interessata ai concorsi. L’indagine, condotta dalla guardia di finanza, è andata avanti per mesi. Con intercettazioni telefoniche a attività d’indagine a riscontro. Complessivamente sono 35 le persone indagate. A chi doveva superare le prove – scrive ancora il gip nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari – venivano fornite “le tracce d’esame e gli indirizzi della commissione in ordine alle valutazioni da assegnare ai candidati”. L’accusa ritiene che Barberini abbia interferito in quattro concorsi e in tre Bocci (in passato sottosegretario all’Interno in tre Governi del Pd) che avrebbe anche passato agli altri indagati informazioni sull’indagine e per questo deve rispondere di favoreggiamento. Secondo il gip alla base delle esigenze cautelari per i due c’è “l’abile sfruttamento di un efficiente e solido sistema clientelare e la stabile utilizzazione delle funzioni e del ruolo istituzionale rivestito per finalità illecite”. Più in generale per il giudice che ha disposto le misure cautelari “dall’insieme degli elementi raccolti deriva un chiaro quadro di abituale attività illecita”. Delineato anche dalle intercettazioni agli atti. “Messaggio da Bocci… vuole gli orali, le domande orali”, dice il direttore amministrativo Valorosi al dg Duca. Quest’ultimo il 9 maggio del 2018 – scrive il gip – “si reca in consiglio regionale e ha un incontro con la presidente della regione Umbria Catiuscia Marini… il Duca riferisce alla Marini di avere le ‘domande’ in vista dello scritto (‘qui ce so le domande, tra quelle lì…sta tranquilla’)”.

Gli otto concorsi truccati. Almeno 8 sono i concorsi manipolati individuati dagli investigatori delle Fiamme gialle e dai pm guidati dal procuratore Luigi De Ficchy, che grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali hanno seguito quasi in diretta le assegnazioni dei posti ai candidati indicati dai politici Bocci, Barberini e Marini. Grazie ai dirigenti ospedalieri che li informavano prima sul contenuto delle prove d’esame e poi aggiustavano i punteggi a loro favore. «Gli porto su le domande, sennò come fa?», diceva, prima di andare in consiglio regionale, il direttore Duca. Al quale una componente della commissione d’esame confidava: «Quelli che mi hai dato te(i nomi dei candidati, ndr)li ho dati tutti il massimo…». Scrive il Corriere: Per l’assunzione di quattro assistenti contabili, Duca e Valorosi si sono trovati a dover assecondare le raccomandazioni dell’assessore Barberini e di Bocci, ma anche della nipote di un dirigente regionale del Pd e della presidente Marini. Dalle intercettazioni del 9 maggio 2018, infatti, risulta che il direttore abbia promesso di consegnare le tracce della prova scritta al vicepresidente del consiglio regionale Alvaro Mirabassi e a Bocci, dopodiché incontra la presidente della Regione: «Qui ce so le domande, tra quelle lì… sta tranquilla», le dice, e secondo gli inquirenti «consegna un foglio al di lei segretario, Valentino Valentini, al quale viene affidato il compito di portarlo a una donna».

“Rischiamo di perdere la Regione”. Carlo Bertini sulla Stampa spiega le possibili ripercussioni dell’inchiesta sulla sanità umbra, che coglie il Partito Democratico durante la ricostruzione del neosegretario: Zingaretti si trova a gestire una forte scossa di terremoto proprio nel Day After del lancio delle liste per le europee in pompa magna. Con lo slogan del grande rinnovamento e dei nomi che parlano al paese. Un terremoto perché Bocci è stato pure sottosegretario agli interni, insomma una personalità di peso. Che alle primarie si è schierato con Martina dopo aver militato nell’area cattolica del partito fin dai tempi della Margherita. «E che evidentemente non si aspettava nulla, visto che ieri era tranquillamente in Direzione», raccontano dirigenti che erano ieri al terzo piano del Nazareno mentre parlava il segretario. Lo sconcerto insomma è grande, e sorge pure la domanda: ma non è che cade la giunta e si rischia di perdere pure l’Umbria? I renziani non aprono bocca, meno che meno la sfidante di Zingaretti in tandem con Giachetti, Anna Ascani, vicepresidente del partito eletta come capolista nella regione. «Preferisco non commentare», stop.  Anche i suoi amici renziani non speculano, ma non sono teneri su come andrà alle urne. «Al di là di quello che si dice, non ci sono aspettative di grandi masse di voti in arrivo. Perché i capilista non parlano al paese, non c’è un progetto, c’è solo un calo di gradimento per partiti di governo». Tradotto, se il Pd andrà così così Zingaretti non se la potrà prendere solo con il caso Umbria.

Perugia, l’indagine sui concorsi pilotati in ospedale. Il dg Duca: «Giunta, curia  e massoni non mi mollano». Pubblicato sabato, 13 aprile 2019 da Giovanni Bianconi Corriere.it. Nel sistema delle assunzioni pilotate, anche chi alla prova d’esame faceva «scena muta» poteva avere delle chance. Il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera perugina Maurizio Valorosi s’era messo a disposizione del politico che aveva raccomandato la candidata da respingere, Gianpiero Bocci. «Gli ho detto “Gianpiero, io se tu dici che è una questione vitale... da quanto vedo c’ha delle difficoltà”», raccontava al direttore generale Emilio Duca. Ma Bocci non insisté: «Non è una questione di vita o di morte... Ho capito, insomma, che sì, interessava, però fino a un certo punto... e allora meglio prendere due buoni». Ora che sono tutti agli arresti domiciliari (Duca, Valorosi, l’ormai ex segretario regionale del Pd Bocci e l’altrettanto ex assessore regionale alla Sanità Luca Barberini), emergono i retroscena delle trame per truccare i concorsi raccontati dagli stessi protagonisti. Che si arrabattavano per «contemperare l’onestà intellettuale, l’attenzione ai nostri amministratori, ma anche il funzionamento dell’azienda», confidava Duca. Per il giudice che ha ordinato gli arresti è la dimostrazione di un «meccanismo clientelare diffusissimo», alimentato con «prassi illecite ben tollerate da tutto l’ambiente», del quale «gli stessi indagati sembrano essere dei semplici ingranaggi». Al punto che Duca quasi si lamentava di non riuscire a scrollarsi di dosso «le sollecitazioni dei massimi vertici di questa regione a tutti i livelli... ecclesiastici — omissis — ecumenici, politici, tecnici... Tra la massoneria, la giunta e la curia — omissis — non me danno tregua». Secondo la Procura dietro il «sistema» c’era una vera e propria associazione a delinquere, ma il giudice delle indagini preliminari non la vede allo stesso modo. Perché, sostiene, «dovrebbe ricomprendere i referenti politici, che incidono pesantemente nelle procedure di selezione sia del personale infermieristico che medico». I pubblici ministeri, invece, per ora li hanno lasciati fuori dalla presunta «consorteria criminale». Ma al di là dei reati contestati, l’indagine che scuote alle fondamenta la Giunta e il Partito democratico dell’Umbria ha scoperchiato un sistema di potere dentro il quale si specchiano due fazioni interne al Pd e al governo regionale, da sempre in lotta tra loro. Nel corso di Perugia se ne parla nei crocchi e ai tavolini dei bar. È come se la magistratura avesse gridato alla città che il re è nudo, e in questo caso la verità conosciuta da tutti ma da tutti taciuta è lo scontro intestino tra l’anima ex democristiana della Margherita (rappresentata da Bocci e Barberini) e quella ex comunista dei ds, di cui è espressione la presidente della Regione Catiuscia Marini. Con Bocci si scontrò alle primarie, lo sconfitto si trasferì alla Camera e al sottogoverno nazionale (sottosegretario all’Interno), ma qui è rimasto saldamente agganciato a un pezzo di governo e di amministrazione del consenso. Quando nel 2016 la presidente nominò Duca alla guida dell’Azienda ospedaliera di Perugia, il suo fedelissimo Barberini si dimise dall’assessorato: lui e Bocci sponsorizzavano Valorosi, rimasto nella carica di direttore amministrativo. Poi la protesta rientrò, e dalle intercettazioni sembrerebbe che la convivenza proseguì grazie alla gestione clientelare delle assunzioni, con la spartizione dei posti da assegnare grazie ai concorsi truccati. Quando s’è trattato di eleggere il segretario regionale, dopo la sconfitta alle elezioni politiche che ha contribuito a scolorire l’Umbria rendendola sempre meno rossa, Bocci s’è candidato alle primarie contro Walter Verini, il deputato scelto da Zingaretti per commissariare il partito dopo gli arresti. «Io e Bocci non siamo la stessa cosa — dichiarò Verini all’epoca —, io non ho mai avuto un candidato per una Asl, e quando sento dire “i miei” penso ai familiari, non alle truppe nel partito». Nei gazebo vinse Bocci, quattro mesi dopo è lui a guidare il Pd, ma ancora una volta sono arrivati prima i magistrati. «L’inchiesta farà il suo corso, però è chiaro che un sistema di governo che pure ha prodotto risultati positivi e importanti si mostra logoro, chiuso e autoreferenziale — dice Verini nella sede del partito dopo aver diretto la prima riunione di ciò che resta della segreteria —. Io credo che abbiamo gli anticorpi per risollevarci, ma se non lo facciamo in fretta lasceremo campo libero alla Lega, oltre che alla magistratura». Salvini ha già chiesto elezioni anticipate per la Regione, ma la ministra 5 Stelle Giulia Grillo lo ha stoppato: «Nessuno sciacallaggio». Il 26 maggio qui si voterà per il Parlamento europeo ma anche per il sindaco. Per provare a riprendersi la città ceduta cinque anni fa al candidato di Forza Italia Andrea Romizi, il Partito democratico ha evitato di dilaniarsi alle primarie scegliendo il giornalista tv Giuliano Giubilei, che ora per provare ad arrivare al ballottaggio dovrà saltare anche l’ostacolo di questa inchiesta giudiziaria. Che rischia di avere conseguenze pure su altri confronti e conflitti di potere e sottopotere, dove gli sfidanti fanno capo sempre agli stessi schieramenti. Come nella imminente scelta del rettore dell’università; i due candidati con maggiori possibilità si portano addosso le rispettive sponsorizzazioni di Bocci e Marini. Anche se c’entrano nulla con l’indagine, entrambi temono di uscirne azzoppati. Perché a prescindere dai reati, è un sistema di potere a ritrovarsi sotto accusa.

COSÌ SILURARONO LA PEDIATRA ONESTA: «A QUELLA DAREMO UNA BASTONATA». Luca Benedetti Michele Milletti per “il Messaggero” il 13 aprile 2019. Nell' inchiesta su sanità e favori che ha messo in ginocchio il Pd umbro e fatto vacillare la giunta regionale con arresti e indagati, c' erano i favoriti e i nemici. E i nemici sono quelli che si opponevano a quel sistema che per la Procura si basava su un «muro di omertà». «Una bastonata, di quelle forti, che si fa male», è l'indicazione che il direttore amministrativo dell' azienda ospedaliera perugina, Maurizio Valorosi (ai domiciliari) chiede di dare alla professoressa Susanna Esposito, primario di Clinica Pediatrica. Lo chiede a Diamante Pacchiarini (direttore sanitario, indagato). La Esposito nel maggio dell'anno scorso ha presentato un esposto in Procura per segnalare criticità e anomalie. L'anomalia era la presenza a reparto di un professore di geriatria medica parcheggiato a Pediatria dal 2015. Due anni dopo la scheda di valutazione firmata dalla Esposito è stata positiva, ma la professoressa ha spiegato in Procura che lo aveva fatto «solo perché pressata (anche con minacce di conseguenti provvedimenti disciplinari in caso contrario) dalla dirigenza amministrativa....». In effetti l'Esposito viene bastonata: sospesa per quattro mesi e multata di 350 euro. «Tu controlla i tabulati orari...Diamà, fatti mandare i tabulati orari dell' ultimo anno e mezzo», dice il direttore generale Emilio Duca (da venerdì mattina ai domiciliari) perché la Esposito viene inchiodata alla sospensione e alla multa controllando al millimetro le presenze a reparto. Ma, scrive il gip, facendo anche scadere i termini perentori di 30 giorni per iniziare il provvedimento disciplinare. Il sistema prevedeva l' aiutino ai segnalati, agli amici e anche alle amanti. Per farlo funzionare c' era un passaggio chiave: la formazione delle commissioni dei concorsi. Per esempio per il concorso di dirigente sanitario biologico un primario segnala un membro «affidabile». Il dg Duca spiega che il terzo membro della commissione va sorteggiato. E l' unica strada per mettere un amico è fare in modo che al sorteggio pubblico non si presenti nessuno. Ecco cosa ascolta da Duca la Finanza: «É stato detto che il giorno ultimo quando scade, presso i locali della Direzione del personale verrà praticato il sorteggio...di norma non viene nessuno...se non c' è nessuno e l'Ufficio personale se la sente dice: abbiamo sorteggiato...guarda caso è passato...». Anche un altro primario spinge per un membro di commissione amico. E Duca spiega: «Vediamo se io riesco, detto tra noi, a trovare una soluzione qua con l' estrattore». Il dg Duca è l'uomo chiave dell' inchiesta. Per la Procura l'uomo del sistema e l'uomo che non può dire no al sistema. C'è da scegliere il primario di Gastroenterologia e lui, al telefono, si sfoga così per una impasse ancora irrisolta: «La gastro va chiusa...vanno rinchiusi in galera tutti (omissis)...non riesco a togliermi le sollecitazioni dei massimi vertici di questa regione a tutti i livelli...ecclesiastici(omissis) ecumenici, politici, tecnici. Se no a st' ora c' avevo messo le mani sulla gastro altro che disposizioni di servizio dell' altra volta; tra la massoneria, la curia e la giunta-omissis-non me danno tregua. E la Calabria Unita...(omissis)». Duca si sfoga, ma dice di aver capito quando Valorosi lo richiama all' ordine per far ricapitare le domande per gli orali di un concorso. Valorosi: «Messaggio da Bocci...vuole gli orali, le domande orali. Duca: «Ho capito». Gianpiero Bocci al momento dell' intercettazione, maggio 2018, sta passando le ultime ore al Viminale come sottosegretario all' Interno del governo Gentiloni. Ai domiciliari finirà da segretario regionale del Pd.

«Le sistemiamo tutte e tre e abbiamo fatto tutti contenti». Pubblicato domenica, 14 aprile 2019 da Giovanni Bianconi su Corriere.it. Non soltanto gli indagati per le assunzioni pilotate negli ospedali di Perugia sapevano dell’inchiesta a loro carico, e di essere intercettati al punto di cercare e trovare le microspie in ufficio; avvertiti - secondo i pubblici ministeri - dall’ex sottosegretario al ministero dell’Interno Gianpiero Bocci. Nel «torbido sistema» messo in piedi per gestire i concorsi, potevano contare anche sulla «collaborazione» delle persone danneggiate in favore dei raccomandati, che appena interrogati come testimoni andavano a riferire agli interessati il contenuto delle loro dichiarazioni. È successo quando due donne escluse per fare posto all’amante dell’ormai ex direttore generale dell’azienda ospedaliera Emilio Duca hanno raccontato di essere state sentite dalla polizia giudiziaria proprio a Duca e alla sua amica. Per i pm si tratta di un episodio «grave e significativo», perché dimostra che due persone «penalizzate nell’ambito di una procedura selettiva per un incarico di prestigio, hanno temuto che le loro dichiarazioni fossero male accolte dal sistema di potere che gestisce con criteri non trasparenti il sistema sanitario». Nelle oltre 500 pagine dell’atto d’accusa con cui la Procura di Perugia aveva chiesto il carcere per quattro indagati e gli arresti domiciliari per altri dodici, ottenendo dal giudice solo quattro domiciliari e sei misure interdittive, è descritto «un quadro avvilente di totale condizionamento della sanità pubblica agli interessi privatistici e alle logiche clientelari politiche»; nonché «uno stabile e consolidato asservimento della dirigenza sanitaria agli interessi di parte della locale classe politica». L’obiettivo dei politici è il consenso elettorale; quello dei dirigenti «acquisire consenso presso i propri referenti politici e conseguentemente assicurarsi il mantenimento dell’attuale posizione lavorativa». Conclusione: «Il criterio della selezione per merito non esiste, o meglio è stato bandito dall’Ospedale di Perugia. E che ciò avvenga in un settore così nevralgico ed importante per la vita e la salute dei cittadini quale il servizio sanitario rende tali condotte ancora più odiose». In un colloquio registrato, Duca confessa che se fosse intercettato verrebbero fuori «cinque reati ogni ora» e gli inquirenti gli danno amaramente ragione. Hanno chiesto gli arresti alla vigilia delle elezioni, ma anche della scadenza per il rinnovo delle cariche nella Sanità umbra: secondo i pm era giunto per i dirigenti il momento «di incassare i “crediti” maturati con la politica» a suon di raccomandazioni giunte a buon fine. E dalle intercettazioni s’intuisce come il «sistema» non fosse limitato agli ospedali. Il 7 maggio 1028, Duca evocava con Moreno Conti, componente della direzione regionale del Pd e «factotum di Bocci», il «rischio di andarci a finì in galera, per cui cercamo de fà le cose prudenti». E Conti rassicura: «Io quando esco da qua manco mi ricordo di esserci venuto. Anche perché adesso devo andare all’Agenzia delle Entrate a portà a un altro... per Gianpiero (Bocci, ndr), perché c’è un concorso anche all’Agenzia delle Entrate». Duca dice che la cosa interessa pure sua figlia, «se c’ho bisogno me muovo», e Conti lo incita: «Ma tu diglielo che Gianpiero è messo bene lì... per le Entrate Gianpiero è messo molto bene».  La assunzioni pilotate avvenivano secondo rigide spartizioni tra le diverse anime del partito egemone. Nel concorso per cui è indagata la presidente della Regione Catiuscia Marini, gli investigatori della Guardia di finanza hanno ascoltato in diretta l’incontro in cui la governatrice avrebbe ricevuto le domande per l’esame da recapitare alla sua candidata (circostanza che lei nega). «Tu ce l’hai tutte?» chiede la presidente, e Duca spiega: «Ci sono tre prove. La prima sarà la più selettiva, quindi è naturale che se non ci attrezziamo...». Poi si parla di una busta, e in un’altra circostanza Duca confessa a un diverso interlocutore: «Ho portato le domande alla Marini (...) Adesso vedemo com’è la situazione... su ‘ste cose è sempre un casino... a me m’ammazza, questo è il problema». Quando capisce di poter sistemare sia la candidata della Marini che quelli di Bocci e dell’ex assessore Barberini, Duca esulta con il direttore amministrativo Maurizio Valorosi: «Le sistemamo tutte e tre così abbiamo fatto contenti tutti... tanto bene è venuta, un bijoux». Anche Valori è contento, e in un’altra circostanza aveva spiegato il diverso valore delle raccomandazioni, a seconda della provenienza: «Se me lo chiede Barberini mi pesa eccetera, e qualcosa famo. Se lo chiede Mirabassi (vicepresidente del Consiglio comunale, ndr) non me ne frega ‘na sega».

DAMMELA UT DES. Eri.P. per La Nazione il 14 aprile 2019.  «Il problema è che dico all’assessore. gli dico “guarda noi, io so’ riuscito a fa tutto sabato perché in verità mi sono dovuto anche prostituire perché, capisci anche l’imbarazzo visto dalla Mecocci (Patrizia, docente e direttore della Scuola di specializzazione in Geriatria, indagata) le ho detto “guarda è una persona dell’assessore… questa è quella che non è venuta gliè da da’ na mano». Le raccomandazioni di “Concorsopoli” viaggiavano sempre sulla direttrice politico-amministrativa. Quando era l’assessore Luca Barberini, quando l’ex sottosegretario Gianpiero Bocci, quando, ancora la presidente della Regione, Catiuscia Marini a segnalare i nominativi e a chiedere le tracce delle prove d’esame. Tutti interessati – ma non solo loro – a piazzare i propri candidati ai primi posti dei concorsi pubblici dell’Umbria. Un “sistema” ormai collaudato, secondo la procura. È l’aprile del 2018 – nel pieno di un’indagine ancora top secret –: Emilio Duca, parlando con Maurizio Valorosi chiarisce di aver avuto i temi dalla dottoressa Mecocci «la quale gestiva personalmente e direttamente il concorso con il consenso del dottor Dottorini (Maurizio, presidente della Commissione di uno dei concorsi, anche lui indagato, ndr)». Duca e Valorosi discutono addirittura – annota sempre il gip Valerio D’Andria – dell’esito della procedura, programmando quale debba essere l’ordine in modo da soddisfare tutte le esigenze in gioco: quelle della direttrice del Reparto, quelle dei medici interni che ambiscono a stabilizzare il loro rapporto di lavoro e quelle dei “raccomandati” dal politico”. In particolare l’assessore alla sanità ha condizionato quattro procedure concorsuali, l’allora onorevole, nonché sottosegrerario del Pd, Bocci è intervenuto illecitamente in tre procedure. Un «abile sfruttamento di un efficiente e solido sistema clientelare». Ma nell’inchiesta che ha provocato un terremoto politico senza precedenti spuntano anche rapporti sessuali in ufficio con una candidata poi selezionata per il posto da Dirigente a tempo determinato per il servizio programmazione Economica-finanziaria. È il capo di imputazione 28: l’unico in cui la procura contesta a Emilio Duca il reato di corruzione per aver «compiuto atti contrari ai propri doveri d’ufficio in cambio di utilità consistite in diversi rapporti sessuali. A fronte di questi ultimi Duca poneva in essere – è sempre il capo di imputazione – un’attività di intermediazione e di influenza presso i componenti della Commissione esaminatrice». Il riferimento è al caso di uno degli indagati che «incontra la candidata e le dà suggerimenti sia sul curriculum che sulle condotte da assumere dopo la nomina della commissione esaminatrice. Alla fine del secondo colloquio – scrive il gip – inoltre i due interlocutori si scambiano effusioni e hanno un rapporto sessuale». La circostanza si ripete anche in successive occasioni, riporta l’ordinanza: «Anche dopo la procedura i due si incontrano presso l’ufficio (...) consumando in ogni occasione un rapporto sessuale». Il pm evidenzia come «i convegni amorosi si tengano proprio nel periodo in cui si svolge la procedura e senza che vi siano indici apparenti di una relazione sentimentale tra i due indagati» e ciò - sostiene - «indurrebbe a ritenere presente un vero e proprio accordo corruttivo fondato su uno scambio tra le prestazioni sessuali e la nomina».

Più raccomandati che posti: «I curriculum? Strappali subito». Pubblicato lunedì, 15 aprile 2019 da Giovanni Bianconi, inviato a Perugia da Corriere.it. «E questo che è?», si domandò il 18 giugno scorso il direttore generale degli Ospedali di Perugia (da ieri dimissionario) Emilio Duca, scartabellando nel suo ufficio. «Ah, i curriculum... è meglio che li strappiamo così vengono qua e li sequestrano... fosse mai». Detto fatto. Quei fogli finirono in pezzi, ma tutto fu ascoltato e ripreso dalle microspie e telecamere della Guardia di finanza: così quel tentativo di distruzione di prove è divenuto un indizio che s’è aggiunto a quelli che hanno portato il manager agli arresti domiciliari, insieme ad altri tre dei 35 indagati dell’inchiesta sui concorsi truccati nella Sanità umbra. La paura di Duca di essere sotto inchiesta non l’ha salvato dalle sue stesse parole intercettate anche nei momenti di maggior timore. E più parlava, più forniva elementi a suo carico. Come quando, convinto di essere spiato, cercò di ricordare con il direttore amministrativo Maurizio Valorosi (arrestato anche lui) telefonate e incontri potenzialmente compromettenti: «Intanto m’ha chiamato Valentino (segretario della presidente della Regione Catiuscia Marini, ndr)... con la Marini, me ricordo... che sono andato su per tre volte... m’è toccato portare all’incontro... questa cosa mi preoccupa un po’...». Per la Procura di Perugia sono ammissioni che rafforzano il quadro accusatorio, come le altre precauzioni per cercare di sfuggire alle «cimici»: dalla ricerca di informazioni tramite lo zio medico di uno dei pubblici ministeri titolari dell’indagine (da cui non seppe nulla) alla decisione di affrontare certi argomenti fuori dall’ufficio: «Annamo sulla terrazza… che qua dentro, non so cosa sta succedendo». Ma è servito a poco, perché le carte dell’inchiesta traboccano di dialoghi registrati tra Duca, Valorosi e le altre persone coinvolte nel condizionamento delle prove d’esame in favore delle persone segnalate dai politici. A cominciare dall’ex assessore alla Sanità Luca Barberini e dall’ex segretario regionale del Partito democratico Gianpiero Bocci (finiti entrambi ai domiciliari), che fanno capo alla cordata interna al Pd avversa alla presidente della Regione Marini (indagata). Accomunati però dai magistrati, che denunciano un «consolidato e collaudato meccanismo per cui ogni singola fase concorsuale viene subordinata al soddisfacimento degli interessi della classe politica, con un’ingerenza centrale e prevalente da parte di Barberini, Marini e Bocci». Discutendo delle raccomandazioni per alcuni posti riservati alle «categoria protette» dei disabili, il 4 maggio 2018 Valorosi dice a Duca: «Devono fare un ordine di priorità». E Duca svela l’identità degli sponsor: «Io ce l’ho dentro la borsa perché c’ho anche i nomi; uno ce l’ha Barberini, ce l’ha la Marini...». Valorosi ne aggiunge altri: «Quella di Bocci, che so’ andati a cena, la nipote di Conti (esponente locale del Pd legato a Bocci, ndr)..». I due interlocutori a volte si lamentano per il numero eccessivo di richieste ricevute, e il 10 maggio 2018, parlando di Bocci, Duca sbotta ridendo: «Eh, gliel’ho detto, dico “i posti già son finiti!”». Poi aggiunge che gli stessi politici dovrebbero fare una selezione: «Anche loro devono dire “questo si e questo no!”», e riferendosi alla Marini: «Se mi chiama o mi manda giù Valentino... dopo che facemo?... Casomai tocca bocciarli! Con delle prove tocca farli fuori! Glielo dicemo!». Due mesi prima un dipendente dell’ospedale dice a Valorosi che un altro assessore — Antonio Bartolini, che non risulta indagato e ora ha avuto la delega alla Sanità — avrebbe «fatto qualche pressione» in favore di una concorrente (poi esclusa), e commenta: «Però Bartolini è al Bilancio, non ha la Sanità se Barberini dice... è un’altra cosa». E Valorosi concorda. La governatrice Marini, che si è già dichiarata estranea a ogni ipotesi di reato, oltre all’interrogatorio con i pm non ancora fissato dovrà affrontare in consiglio regionale tre mozioni di sfiducia. Il suo difensore Nicola Pepe invita alla «massima cautela e al più assoluto rispetto delle persone coinvolte e dell’autorità inquirente», mentre l’avvocato David Brunelli, che assiste Barberini, Bocci e Valorosi, esprime «forti dubbi sulla sussistenza di esigenze cautelari tali da giustificare gli arresti domiciliari».

“CE L'HAI TUTTE? HA DA FÀ LA SELEZIONE”. Maria Rosa Tomasello per “la Stampa” il 16 aprile 2019. Dei quattro posti per assistenti contabili nella categoria C (le cosiddette categorie protette) messi a concorso nel 2018 dall' Azienda ospedaliera di Perugia, tre furono assegnati ai candidati segnalati da altrettanti «esponenti politici di elevata caratura», che comunicarono «tracce riservate» e poi «domande che dovevano restare segrete», e tra questi, secondo l'accusa della procura di Perugia contenuta nella richiesta dei pm, ci sarebbe stata anche la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini. Per gli altri candidati (97 le persone ammesse) nessuna chance. Ma anche il quarto fu pilotato. « Ce l' hai tutte? Ha da fà la selezione» chiede Marini, in un colloquio intercettato il 10 maggio - sei giorni prima della prova scritta - a Emilio Duca, direttore generale dell' azienda, riferendosi - scrivono i pm, - alle tracce che il manager si è appena procurato. Il dialogo è contenuto nel lungo atto d' accusa (500 pagine) firmato dal procuratore Luigi De Ficchy con i sostituti Paolo Abbritti e Mario Formisano, che il 12 aprile ha portato all' arresto di quattro persone (35 gli indagati). La persona alla quale la presidente si riferisce è A.C., nuora di un ex funzionario di rilievo della Legacoop Umbria che sarebbe stata segnalata alla governatrice dalla vedova di quest' ultimo. Duca, come documenta l'indagine con immagini riprese nel suo studio, ha ricevuto gli argomenti delle prove scritte da Rosa Maria Franconi, presidente della commissione d' esame al mattino. «La figlia di.... mettetela dentro, non lo so.» dice Marini. La presidente, sintetizzano i pm, «chiede a Duca se gli può mandare la Marisa a prendere le domande da consegnare alla candidata, ma Duca tentenna e così Marini chiama il suo consigliere politico» e gli chiede «di mettere le tracce della prova scritta in una busta e di portarle a Marisa, quella della Legacoop», in modo da farla avere alla candidata. La storia del concorso è già scritta: «I posti sono già finiti» dichiara Duca prima ancora delle prove d' esame. Un'affermazione che trova conferma nelle pagine successive. A essere nominati vincitori, il 25 giugno, saranno i candidati "sponsorizzati" secondo i pm oltre che da Marini, da Maurizio Valorosi, direttore amministrativo dell' azienda con Marco Cotone, segretario regionale Uil Fpl, da Giampiero Bocci, segretario regionale del Pd, e da Moreno Conti, componente della direzione regionale dem. «La delicatezza della vicenda induce alla massima cautela» commenta Nicola Pepe, difensore della presidente Marini, rinnovando fiducia negli inquirenti, e sottolineando che la governatrice non intende «alimentare strumentalizzazioni politiche che possano rappresentare un intralcio all' accertamento della verità, assai distante dalle rappresentazioni fornite da alcuni articoli giornalistici». La linea del Pd sull' inchiesta non cambia, ma l' imbarazzo aumenta nel timore di un allargamento dell' indagine in vista delle amministrative di maggio. Per uscire dal pantano, Catiuscia Marini lavora a tappe forzate. Ieri ha incontrato a Roma il ministro della Salute Giulia Grillo. «Abbiamo offerto alla regione Umbria la possibilità di essere appoggiati da un nucleo di esperti in questa fase delicata» ha detto Grillo al termine dell' incontro, sottolineando che per il vertice dell' azienda ospedaliera decapitata dall' inchiesta sono sul tavolo «un paio di nomi», mentre prosegue l' attività ispettiva. «Nelle prossime 24-48 ore avremo i nuovi vertici» ha annunciato Marini. Ieri il direttore generale Duca, finito ai domiciliari, si è dimesso. E a rimettere l' incarico è stato anche Bocci, anche lui agli arresti, che ha restituito la tessera «per tutelare il Pd».

Umbria, arresti nella sanità: si dimette la governatrice Marini Le intercettazioni: «Bocciali». Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 su Corriere.it. Si è dimessa la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini (Pd). L’annuncio è arrivato oggi pomeriggio al termine di una lunga riunione nel palazzo che ospita la sede della Giunta, nel centro di Perugia. Marini è indagata nell’inchiesta della procura di Perugia su alcuni concorsi per assunzioni che sarebbero stati pilotati all’ospedale del capoluogo umbro. «So così di fare la cosa più giusta e più coerente con i miei valori, quelli della mia famiglia e con quelli della comunità politica a me più vicina - scrive in una lettera inviata alla presidente dell’Assemblea Legislativa, Donatella Porzi -. Ringrazio chi in questi giorni difficili e complessi mi ha dato fiducia e attestati di stima. Mi pare importante mandare un saluto a tutti gli umbri ed alle popolazioni della Valnerina colpite dal sisma con le quali ho condiviso le fasi più difficili, ma umanamente più intense, del mio mandato istituzionale. So di fare la cosa più giusta per l’Umbria, questa mia bellissima terra, ricca di storia, cultura e valori di solidarietà», prosegue la missiva. «Io sono una persona perbene, per me la politica è sempre stata fare l’interesse generale - conclude -, da sindaco della mia Città (Todi, ndr), da europarlamentare e in questi anni da presidente di Regione: quello che sta accadendo non solo mi addolora, ma mi sconvolge e sono sicura che ne uscirò personalmente a testa alta». Nicola Zingaretti, la ringrazia del gesto: «Ha scelto di mettere al primo posto il bene della sua Regione. Sebbene in presenza di un’indagine che è ancora allo stato preliminare», il segretario del Pd plaude alla «responsabilità di fare un passo indietro proprio allo scopo di evitare imbarazzi e strumentalizzazioni. Da garantisti - dichiara in una nota -, aspetteremo che la giustizia faccia il suo corso prima di emettere giudizi definitivi. Spero lo facciano tutti».

Sanitopoli umbra, Marini si dimette: «Io, costretta a lasciare perché sono donna», scrive Mercoledì 17 Aprile 2019  Simone Canettieri su Il Messaggero. «Mi sono dimessa da presidente della Regione Umbria per tutelare le istituzioni e per difendermi. Ma il Pd non può essere così giustizialista per inseguire il M5S: siamo ancora alla fase delle indagini, non si è celebrato nemmeno il processo. Ecco, alla fine non vorrei essere l'Ignazio Marino di Zingaretti. E comunque ho un dubbio».

Quale Catiuscia Marini?

«Se fossi stato un presidente uomo il mio partito si sarebbe comportato alla stessa maniera? Ho letto brutte dichiarazioni e ho notato atteggiamenti che non mi sono piaciuti».

Come ha maturato la decisione di dimettersi?

«Dopo un confronto con la giunta, la maggioranza e il mio avvocato ho deciso di lasciare per essere libera di difendere la mia onorabilità. Rimanere in carica non me lo avrebbero permesso in pieno. E poi, con questo clima, se fossi rimasta a capo della Regione la gogna sarebbe stata continua. Questa scelta, invece, mi permette di affrontare a testa alta l'indagine: non mi voglio vergognare ad andare in giro per la mia regione, per le città. Chi mi conosce lo sa: non sono attaccata alla poltrona e la mia storia lo testimonia».

L'inchiesta sulla sanità umbra che la vede coinvolta - e che ha portato agli arresti domiciliari di un suo assessore, del segretario del Pd e di due dirigenti dell'Asl - offre però uno squarcio inquietante.

«Per quanto mi riguarda sono tranquilla. Non ho mai parlato con nessuno del mio decreto per le assunzioni».

Le ha fatto effetto rileggere la sua intercettazione, premesso che tutti noi al telefono spesso parliamo in libertà e a volte fuori registro?

«A dire il vero, vorrei capire bene i contorni dell'inchiesta. Sono tranquilla, lo dico sul serio, voglio solo che emerga tutta la verità. Ecco perché ho deciso di fare un passo indietro».

Ma si è sentita scaricata dal Pd?

«No, questo no. Di sicuro non volevo essere un ingombro, ho grande rispetto per la comunità democratica e per i candidati sindaco delle prossime amministrative. La mia permanenza, forse, avrebbe potuto danneggiarli».

Ha subito pressioni per dimettersi?

«Per la modalità mediatica con la quale è stata raccontata questa storia e per certe dichiarazioni che ho visto voglio ribadire la mia idea: il Pd non può essere giustizialista, i processi non si fanno così».

Ma ce l'ha con il segretario Zingaretti?

«Ci siamo sentiti al telefono, ci conosciamo da trent'anni, ma se fossi stata un uomo si sarebbe comportato così? Sono molto perplessa».

Perché dice che il Pd insegue i grillini sul giustizialismo?

«Ho letto le dichiarazioni di Paola De Micheli, braccio destro del segretario, che si vanta di non aver mai chiesto le dimissioni di Virginia Raggi a Roma. Ma come si fa? Che politica è questa? Non vorrei che il Pd perdesse la bussola riformista che l'ha contraddistinto finora. Detto questo, rivendico di aver preso la decisione in autonomia. Ma c'è un clima che non mi piace».

La settimana scorsa l'ex sindaco di Roma Ignazio Marino è stato assolto per la vicenda degli scontrini che gli costò la sfiducia del Pd dal notaio. Lei si è fermata prima per non fare la stessa fine?

«Diciamo che spero di non essere il Marino di Zingaretti. Un amministratore pubblico, come me, parla con tante persone, sta in mezzo alla società, non si può usare questo approccio così giustizialista, insisto. In venti anni non ho mai avuto un provvedimento giudiziario a mio carico, ho una storia specchiata».

Oggi intanto Salvini sarà a Perugia. La Regione è persa?

«Mi auguro di no, abbiamo le risorse umane e politiche per reagire».

Rimarrà nel Pd?

«Certo, la mia è stata una decisione politica anche per non inficiare le Europee. Almeno nessuno potrà dire nulla...».

Zingaretti l'ha ringraziata?

«E' stato molto carino, diciamo che si è sentito sollevato».

Ha sentito Matteo Renzi?

«Sì, mi ha mandato un messaggio che ho molto apprezzato».

Cosa c'era scritto?

«Lo tengo per me». 

“METTETELA DENTRO”. Marco Mensurati per “la Repubblica” il 17 aprile 2019. «Mettetela dentro», assumete quella ragazza. Così aveva ordinato la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini ai suoi referenti della Sanità. E quelli, senza dire una sola parola, avevano obbedito. Anche perché quella gara era già ampiamente truccata e una raccomandazione in più o una in meno, per loro, non faceva differenza. Poche cose possono spiegare meglio la vita quotidiana di certe amministrazioni pubbliche in Italia, come la cronaca del "concorso per quattro posti da assistente amministrativo di categoria C, riservato ai disabili", indetto dall' Azienda Ospedaliera di Perugia e ricostruito passo dopo passo dai pm che stanno indagando sulla sanità umbra. Il concorso, come detto, era truccato sin dall' inizio. E la Marini lo sapeva perfettamente visto che non ha avuto problemi a chiedere in prima persona a Emilio Duca e Maurizio Valorosi (direttore generale e direttore amministrativo dell' Azienda) di far arrivare le domande dello scritto alla sua protetta, Anna Cataldi, la nuora di un ex funzionario storico (deceduto) della Lega Coop. «Mettetela dentro». È il 10 maggio del 2018. Le domande vengono recapitate alla ragazza. Che però non è l' unica raccomandata di quel concorso. Duca lo spiega chiaramente a Rosi Francone, il presidente della commissione d' esame. «Cerqueglini e Pannacci (altri due candidati, ndr) sono roba di Bocci e Barberini», il segretario regionale del pd e l' assessore alla Sanità - entrambi ai domiciliari. Tifi, invece, è stato segnalato direttamente da Valorosi. Infine c' è la Cataldi. «La Presidente mi ha segnalato questa qui, sta Cataldi». Allo scritto, la prima delle tre prove, le cose vanno male, però. Spiega la Franconi: «La Cataldi ha fatto una bella prova; ma ce ne è un' altra che sta andando molto molto bene». Meglio della Cataldi. L' "altra" si chiama Cristina Saccia e, per qualche giorno, sarà l' incubo di Duca & co, preoccupati di non poter, a causa sua, accontentare i voleri della Marini. «Se non riusciamo - si sfogherà Duca con un amico - m' ammazza». Alla fine della prova pratica - la seconda in programma - il problema non è ancora risolto, la Saccia è ancora davanti alla Cataldi. Le pressioni sulla presidente Franconi aumentano e Duca cerca di rassicurarla: «Il concorso lo gestirà il sistema nel suo insieme e si cercherà di tutelare chi è dentro il sistema». Il sistema cercherà di dare il suo meglio in occasione dell' esame orale, l' ultimo, il decisivo. La situazione è disperata anche perché la Franconi ha spiegato a Duca che c' è un altro problema. Oltre ad essere più brava della candidata della Marini, la Saccia ha un' altra "colpa": «è pure laureata». Mentre la Cataldi ha un diploma all' istituto tecnico commerciale. Duca e Valorosi pensano di assumerla in un altro concorso, «ma il problema - dice sconsolato Duca - è che non c' ha una raccomandazione». La soluzione è quella di far arrivare ai quattro candidati «che devono vincere» le domande dell' esame orale. Alla Cataldi verranno inviate tramite Valentino Valentini, il consigliere politico della Presidente della Regione Umbria. A quel punto è tutto pronto. Così come ricapitola Duca a Valorosi: «Allora: alla Franconi ce sta una che l' ha segnalata la Marini e sta andando bene, poi c' è una che non è raccomandata da nessuno che però è brava e che però non c' è posto per metterla dentro, perché ci sono due persone di Bocci e quel Tifi». La prova orale nonostante i raccomandati conoscessero le domande in anticipo, riesce ugualmente ad andare male. Lo spiega la stessa Franconi. Tira fuori dalla borsa un foglio con la graduatoria finale e comincia a raccontare: «Allora: Tifi se non lo fermavo mi raccontava tutto il diritto amministrativo». Ma Duca va di fretta, a lui interessa sapere della Cataldi, la donna della Marini, ne indica il nome sul foglietto che la Franconi ha messo sul tavolo. Franconi: «La Cataldi o si è emozionata o non ho capito bene che cosa sia successo (...) Le Cerquiglini però è stata brava. (...) Invece chi è andata abbastanza bene a sto orale è stata la Saccia Ma siccome c' è la Cataldi qua, io». Il resto è tutto nel verbale n.4 della commissione esaminatrice. Al primo posto si piazza Tifi, al secondo Pannacci, al terzo Cerqueglini, al quarto la Cataldi. Il palazzo è servito. La Saccia, solo quinta. Questa la sua valutazione: «La candidata ha una sufficiente conoscenza e padronanza degli argomenti richiesti, una discreta capacità di analisi e professionalità». Nelle settimane successive, la donna decide di provare a fare ricorso e richiede l' accesso formale agli atti del concorso. Duca e Valorosi si agitano moltissimo, di tutti quelli che hanno truccato - la procura gliene contesta otto - quello era senza dubbio il più delicato, l' unico che poteva condurre direttamente alla presidente della Regione. Occorre parlarle. Promettergli un concorso tutto per lei «Effettivamente osserva Valorosi - ci sono diciassette scoperture nelle categorie protette...».

"Concorsi truccati nella sanità": arresti e indagati, ecco tutti i nomi. L'inchiesta in Umbria: un lungo elenco di dirigenti, funzionari, docenti e anche candidati, scrive Michele Nucci su La Nazione il 13 aprile 2019. La maxi indagine della Guardia di Finanza sui concorsi all’Azienda ospedaliera riguarda complessivamente 35 persone, tutte indagate, alcune agli arresti domiciliari e altre sospese dai pubblici uffici. Un elenco fatto di pagine e pagine in cui ci sono politici, dirigenti sanitari, docenti universitari, componenti delle commissioni e alcuni candidati. Tra in nomi di spicco naturalmente c’è prima di tutto la governatrice umbra, Catiuscia Marini (indagata), presidente della Giunta regionale dal 2010; l’assessore regionale alla Sanità, Luca Barberini (ai domiciliari), folignate e “bocciano doc”, titolare dell’assessorato dal 2015; Gianpiero Bocci (anche lui ai domiciliari), da poche settimane segretario regionale del Partito democratico e sottosegretario al Ministero dell’Interno fino al marzo 2018. Nell’elenco c’è poi Emilio Duca (agli arresti domiciliari), direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Perugia; Walter Orlandi, che è invece l’attuale dirigente responsabile regionale della Sanità umbra; Diamante Pacchiarini, direttore sanitario e Maurizio Valorosi (ai domiciliari), direttore amministrativo Azienda ospedaliera. Indagato anche Roberto Ambrogi, responsabile Ufficio contabilità e bilancio; Domenico Barzotti, componente e segretario della Commissione esaminatrice del concorso da infermiere; Lorenzina Bolli, presidente commissione di uno dei concorsi; Gabriella Carnio, resposabile delle professioni sanitarie; Maria Cristina Conte, reponsabile ufficio personale; Potito D’Errico, docente universitario e primairio di Odontoiatria; Rosa Maria Franconi, dirigente Ufficio acquisti e appalti; Antonio Tamagnini, responsabile attività amministrative e sperimentazioni cliniche; Maurizio Dottorini, presidente commissione di uno dei concorsi; Patrizia Mecocci, docente e direttore scuola di specializzazione in Geriatria; Paolo Leonardi, dipendente Azienda ospedaliera; Marco Cotone, segretario regionale Uil-Fpl; Eleonora Capini, una delle candidate; Vito Aldo Peduto, direttore di Anestesia e rianimazione 2; Simonetta Tesoro, dirigente medico Anestesia e rianimazione 2; Mario Pierotti, padre di una delle candidate; Milena Tomassini, dipendente regionale; Riccardo Brugnetta, Amato Carloni e Giuseppina Fontana, componenti della commissione riservata al personale della Regione. E ancora: Serena Zenzeri, componente ufficio procedimenti disciplinari; Pasquale Coreno, generale in congedo dell’Arma dei carabinieri. Gli altri indagati sono Giampiero Antonelli, Francesco Oreste Domenico Riocci, brigadiere della Guardia di Finanza; Moreno Conti, Fabio Gori, Domenico Oristanio, Alessandro Sdoga. Per i quattro agli arresti domiciliari (Barberini, Bocci, Duca e Valorosi) c’è il divieto di incontro e colloquio anche telefonico e tramite internet con persone diverse dai familiari. Per Ambrogi, Carnio, Conte, Franconi, Pacchiarini e Tamagnini è stata stabilita l’interdizione inerente l’esercizio di pubblica funzione.

Nomine truccate nella Sanità «Incontri segreti nell’obitorio». Pubblicato giovedì, 03 ottobre 2019 su Corriere.it da Alberto Pinna. Arresti e indagati. Ai domiciliari anche il sindaco di Macomer, Antonio Succu. L’accusa: concorsi pilotati per ostetriche e infermieri. Concordavano come truccare i concorsi e pilotare le assunzioni anche nella camera mortuaria dell’ospedale o nelle sale operatorie: l’ambiente era schermato ed erano certi di non essere intercettati. Due medici, primari dell’Azienda Sanitaria Locale — uno ex consigliere regionale, l’altro attuale sindaco di Macomer — sono in custodia cautelare agli arresti domiciliari insieme al dirigente del servizio infermieristico, a un operatore sanitario e alla responsabile dell’agenzia interinale che reclutava i lavoratori. La bufera che ha investito la sanità sarda ha il suo epicentro nella ASL n.5 di Oristano e all’ospedale San Martino. Oltre alle misure cautelari ci sono altre 3 posizioni — di dirigenti e funzionari — all’esame del gip di Oristano (che deciderà se accogliere la richiesta di interdizione dagli incarichi dopo averli interrogati) e una quindicina di indagati: corruzione, frode nelle pubbliche forniture, omissione di atti d’ufficio, abuso d’ufficio, rivelazione di segreti d’ufficio. Ma la bufera può generare una valanga: la procura della repubblica ima allargato le indagini, contestando ad alcuni indagati il voto di scambio. Posti di lavoro in cambio di preferenze alle elezioni. Qualche candidato veniva anche «convinto» a candidarsi col Partito dei Sardi (Pds). Quasi tutti gli indagati sono esponenti di rilievo o comunque militanti di questo partito, una formazione che ha sostenuto a lungo la giunta regionale di centro sinistra, ma che poi nella tornata elettorale dello scorso febbraio — vinta dalla coalizione del centro destra — non è riuscita a eleggere alcun rappresentante. Dei quattro agli arresti domiciliari Augusto Cherchi è ex consigliere regionale e primario di anestesia a Oristano; Antonio Onorato Succu sindaco di Macomer e primario di ginecologia; Salvatore Manai operatore sanitario e candidato per il PDS alle comunali di Oristano; Gianni Piras, capo del servizio infermieristico, nel quale confluivano parte dei neoassunti. Agnese Canalis è invece responsabile della EWork, agenzia interinale che forniva il personale, e secondo le accuse si atteneva alle indicazioni di Cherchi, Succu e Manai. La Canalis è stata interdetta dall’incarico per un anno. La sede della EWork a Sassari è stata perquisita; potrebbero essere stati sequestrati documenti sui rapporti con altre aziende sanitarie sarde e da Oristano l’inchiesta pare destinata ad allargarsi ad altre ASL della Sardegna. È stato perquisito anche lo studio di un avvocato (che non risulta tuttavia fra gli indagati). «Le misure cautelari in questa fase dell’indagine ci hanno sorpreso» è il solo commento dell’avvocato Antonello Spada, che difende Manai. I magistrati avevano ricevuto segnalazioni dal 2016 su assunzioni sospette di lavoratori, molti dei quali residenti a Macomer. Le indagini della Guardia di finanza sono andate avanti per più di tre anni. «Abbiamo trovato riscontri alle segnalazioni — ha affermato il procuratore Ezio Domenico Basso — documentali, cartacei e informatici». Le mani sulla sanità, secondo le accuse, avevano una regia ad alto livello. Più di 30 le persone favorite nei concorsi: una ventina di infermieri, 6 ostetriche, una decina di operatori socio sanitari. Le selezioni venivano truccate con metodi semplici ma ingegnosi: firme sulle buste, nelle quali erano chiusi gli elaborati dei partecipanti, apposte dai componenti delle commissioni in posizioni particolari: di traverso o sui lembi, in modo da rendere riconoscibile l’identità della persona «raccomandata» e favorita.

Caso Pittella, Cassazione distratta. I punti oscuri della sentenza sulle accuse per i concorsi truccati, scrive Leo Amato su Il Quotidiano del Sud, Giovedì 13/12/2018.  Anche la Cassazione, per la fretta, può inciampare. E' quanto commentano, a denti stretti, gli addetti ai lavori, il giorno dopo il deposito delle motivazioni per cui la Corte ha disposto una nuova udienza davanti al Tribunale del riesame di Potenza sulle accuse al governatore Marcello Pittella sui concorsi truccati nella sanità. Sono diversi, infatti, i punti interrogativi aperti nelle 18 pagine con cui il presidente della V sezione, Grazia Miccoli (già addetto alla segreteria generale del Consiglio superiore della Magistratura), ha accolto il ricorso presentato dai legali del governatore, i professori Franco Coppi e Donatello Cimadomo, contro l'ordinanza che a fine luglio aveva confermato gli arresti domiciliari disposti 3 settimane prima dal gip di Matera, Rosa Nettis. Interrogativi da cui nei prossimi giorni dipenderà la revoca del divieto di dimora per il governatore, che è anche sospeso dall'incarico per effetto della legge Severino, o la conferma della misura cautelare a cui resta sottoposto, solo “attenuata” a settembre per la chiusura delle indagini e il venir meno del rischio d'inquinamento probatorio. 

GLI ATTI “STRALCIATI”. Il primo è senz'altro quello costituito dalle lacune in tema di indizi a carico di Pittella che si sono aperte nelle motivazioni del Riesame, nel momento in cui la Cassazione ha bocciato il richiamo integrale effettuato, «per la completa disamina dell'attività d'indagine» dal loro estensore, il presidente del Tribunale Aldo Gubitosi, all'ordinanza “madre” del gip: «in modo che essa costituisca parte integrante della presente». Uno stralcio deciso d'iniziativa dai giudici del “Palazzaccio” sulla base di un orientamento recente dei colleghi della VI sezione (marzo 2018), senza alcun rilievo in tal senso formulato dai difensori, che ha lasciato automaticamente “scoperti” proprio gli aspetti fondamentali della vicenda, dati per acquisiti dal Riesame in quanto già trattati dal gip, benché oggetto di specifica contestazione dei legali. «A questa Corte non è consentito (…) integrare o correggere la motivazione del provvedimento impugnato attraverso il riferimento alla motivazione dell'ordinanza applicativa della misura cautelare stessa». Così i magistrati di Trastevere, che si sono astenuti anche dall'esame delle rare intercettazioni telefoniche citate dal Riesame, sempre perché le altre erano state già ampiamente trattate nell'ordinanza del gip. «La ricerca del valore indiziante delle conversazioni – aggiunge la Cassazione - non può essere compiuta in sede di legittimità, tramite una lettura delle trascrizioni delle conversazioni». 

LE LACUNE. Il risultato, pressoché inevitabile, è stato che l'ordinanza del Riesame, presa singolarmente, è risultata mancante rispetto all'«obbligo motivazionale», e caratterizzata dalla sottolineatura di «una serie di elementi indiziari, come indicati anche nell'ordinanza genetica, omettendo una reale e autonoma valutazione critica di tali elementi (…) e sostanzialmente aggirando le obiezioni difensive, sulla cui fondatezza non spetta certamente a questa corte esprimersi, neppure facendo ricorso – ribadiscono i giudici – a una lettura integrata». Di qui la censura, anche a livello stilistico, per la genericità di una «una serie di affermazioni che non superano il confine meramente congetturale», perché effettivamente sganciate dalla riproposizione di tutti gli elementi a loro sostegno, e le «letture “probabilistiche” del ruolo di Pittella». 

LA LISTA VERDE. L'esempio più eclatante è quello riferito al concorso per l'assunzione di 8 funzionari di categoria protetta all'Asm, con l'«attribuzione al Pittella della cosiddetta “lista verde” dei raccomandati», e la ricostruzione dell'incontro con l'ex direttore amministrativo dell'Asm, Maria Benedetto, avvenuto nella residenza di Lauria del governatore, in cui quest'ultimo, secondo il Riesame: «con ogni probabilità, veniva informato dalla Benedetto proprio della insufficienza delle votazioni riportate dai candidati della cosiddetta lista verde». Nell'ordinanza annullata dalla Cassazione non viene ripetuto il contenuto delle intercettazioni in cui la Benedetto prepara la “lista” spiegando a una collaboratrice che «quelli verdi sono di Pittella», e poi spiega all'ex commissario Pietro Quinto la stessa cosa, concordando di andare di persona a Lauria per sottoporgli i punteggi ottenuti dai “suoi” nella prova scritta. Non viene contestualizzata, come fatto in precedenza dal gip, nemmeno un'altra intercettazione, immediatamente successiva all'incontro a Villa Pittella, in cui Benedetto rassegna a Quinto l'accaduto e gli spiega di dover effettuare dei «correttivi», per poi tornare in ufficio e rimettere mano alla graduatoria provvisoria della selezione “incriminata”, sotto l'occhio delle telecamere nascoste dalla Guardia di finanza. Ne si citano, ovviamente (perché giudicati superflui anche dal Riesame), l'interrogatorio di garanzia in cui Benedetto ha riconosciuto la paternità di quelle raccomandazioni («avevo messo un puntino io personalmente. Avevo mosso un puntino verde (…) Su quelli che mi aveva detto Quinto, eh sarebbero state le persone gradite a Pittella. Diciamo “gradite”. Un puntino avevo messo io verde»), o, ancora, l'acquisizione di un'altra “lista verde” (riferita a una selezione successiva) scoperta durante le perquisizioni nell’archivio di una dipendente Asm, che ha confermato i sospetti degli inquirenti.  Così per la presidente della V sezione, che ha sostituito nella scrittura della sentenza la relatrice Caterina Mazzitelli, anche l'associazione “lista verde” - Pittella diventa «congetturale». Toccherà quindi al Riesame tornare sulla questione, ed eventualmente rimettere assieme certosinamente tutti i pezzi del puzzle, per motivare la sua seconda decisione sul ricorso dei legali di Pittella, adeguandosi ai criteri dettati dai giudici della Suprema Corte. Sempre che di qui a 10 giorni il governatore non abbia già ottenuto la revoca del divieto di dimora dal gip, a cui ieri è stata presentata un’istanza in tal senso. D'altro canto il collegio potentino, riprendendo in mano la vicenda, non dovrebbe avere difficoltà nel rispondere a un altro degli interrogativi aperti dalla pronuncia della Cassazione, rintuzzando il furore delle veementi critiche al suo operato. 

ABUSO O FALSO? Si tratta di quello, sempre sul tema dei gravi indizi di colpevolezza a carico di Pittella, dell'atteggiamento psicologico attribuito al governatore rispetto ai reati che gli sono contestati e alle doglianze dei suoi difensori per l'addebito di una sua presunta istigazione in forma indeterminata («implicita o esplicita») dei commissari delle selezioni truccate a favorire i suoi raccomandati. Per i magistrati romani il Riesame, nell'ordinanza annullata, avrebbe attribuito a Pittella il «dolo eventuale» rispetto sia alla falsificazione delle graduatorie che agli abusi d'ufficio commessi dai commissari per pilotare l'esito dei concorsi finiti nel mirino dei pm («La condotta di istigazione viene ascritta al ricorrente a titolo di dolo eventuale»). In pratica Pittella non avrebbe voluto avvantaggiare ingiustamente nessuno, ma avrebbe soltanto accettato il rischio che qualcuno dei commissari lo facesse, anche facendo carte false, raccogliendo le sue raccomandazioni. Per questo evidenziano che «per la configurabilità dell'elemento soggettivo del reato di abuso d'ufficio è richiesto che l'evento sia voluto dall'agente e non semplicemente previsto e accettato come possibile conseguenza della propria condotta». «E’ del tutto ovvio - aggiungono - come tutto ciò finisca per riverberarsi anche sull’elemento soggettivo riferito al reato di falso ideologico, considerata la evidente strumentalità nella vicenda in esame di tale reato rispetto alla condotta in ufficio». 

L’EQUIVOCO. Peccato che nell'ordinanza annullata il riferimento al «dolo eventuale», come pure all'istigazione «implicita o esplicita» dei commissari dei concorsi, sia limitato espressamente all'unico capo d'imputazione per un altro reato, peraltro più grave: quello di falso. Mentre sulle due contestazioni per abuso d'ufficio il Riesame sostiene perentoriamente che «nessun dubbio è possibile (…) sulla consapevolezza e sulla volontarietà delle condotte ascritte al ricorrente con riferimento alla manipolazione delle procedure del concorso». Quindi avrebbe agito proprio con quella precisa volontà di agevolare i suoi raccomandati evocata dalla Cassazione. Fin qui l'abuso d'ufficio. Poi avrebbe accettato il rischio che per assecondare le sue indicazioni i commissari di gara falsificassero le carte, dal momento che c'era una graduatoria da ritoccare. Dunque il falso e il riferimento al dolo eventuale («accettava il rischio che i commissari, per adeguarli al suo volere e in presenza di votazioni dei raccomandati ampiamente al di sotto della sufficienza, alterassero i punteggi assegnati»). Un equivoco  di facile risoluzione, insomma. D'altronde è normale una svista durante la redazione di una sentenza in tempi record (meno di 3 settimane quando per un deposito in Cassazione – anche in caso di detenuti in carcere – possono volerci fino a tre mesi). Lo stesso Riesame, a fine luglio, aveva fatto prestissimo, depositando dopo soli 15 giorni (rispetto all'identico termine di legge di un mese), e una consuetudine che tende ad aggiungervi qualche settimana.

Basilicata, la “lista verde” di Pittella per i concorsi: “Tutti i raccomandati hanno fatto schifo. Sia fatta la sua volontà”. "Mezzucci", logiche clientelari anche per alimentare "il consenso elettorale" per cui i concorsi erano truccati a favore di candidati segnalati dal governatore. Il gip: "È il deus ex machina, nulla si muove senza il suo suggello". Nelle carte anche sponsor eccellenti: politici e anche religiosi come l'ex viceministro Bubbico (Leu), don Angelo Gallitelli (segretario del vescovo di Matera, l'ex sottosegretario De Filippo (Pd), il deputato Piepoli (Cd), e il questore di Matera, Paolo Sirna. Nelle intercettazioni anche l'ex senatrice Lucia Esposito, "la discepola della Campania", vicina a De Luca. Nessuno di loro risulta indagato, scrivono Giuseppe Pipitone e Giovanna Trinchella il 6 Luglio 2018 su Il Fatto Quotidiano. Una madre che si sente “un verme” perché sa di essere parte di un “sistema” in cui i “meritevoli” devono lasciare spazio ai raccomandati. Dove la sua stessa figlia potrebbe essere vittima di chi come lei aggiusta i concorsi. È esemplare l’intercettazione che il gip di Matera Angela Rosa Nettis riporta quasi alla fine dell 425 pagine con cui ha firmato trenta misure cautelari tra cui i domiciliari per il governatore della Basilicata Marcello Pittella. È lui il deus ex machina, che “detta le sue regole partitocratiche, trasmette i suoi elenchi, le sue liste verdi, le sue direttive”. Cioè i nomi dei raccomandati che devono vincere i concorsi, che se “hanno fatto tutti schifo”, come registrano gli investigatori in un’intercettazione. Poco importa. A contare è la volontà di Pittella: “Sia fatta la sua volontà”, è il refrain di religiosa ispirazione con cui i sottoposti eseguono le indicazioni del presidente. A parlare in una conversazione captata dagli investigatori delle fiamme gialle è Maria Benedetto, direttore amministrativo della Azienda sanitaria di Matera, finita in carcere come il commissario dell’Asm, Pietro Quinto (ex dg Asm) considerato dagli inquirenti “il collettore delle raccomandazioni che promanano” dal presidente Pittella. La donna, parlando con la sua segretaria, si lamenta del destino della sua brillante figlia, studentessa a Bologna, rispetto a quello del figlio di Quinto, neo laureato in giurisprudenza a Bari e già tirocinante in uno studio legale nel capoluogo pugliese grazie al padre: “Mia figlia senza voler essere…mia figlia…è dieci volte più brava e poi dico io i nostri figli, tu immagina quando aggiusto le cose nei concorsi e se capita a mia figlia? Che pur essendo più brava di…non può andare avanti … e allora mi sento un verme ... dico mi sa che faccio parte anche io di questo sistema! però veramente, se il figlio veramente … ma io provo ammirazione per le persone brave. Siccome lo so i mezzucci, mi … cioè una cosa alluci… cioè il mio cruccio… ma così, ma questo come farà… andrà sempre avanti così”.

Voti gonfiati anche per gli omonimi dei raccomandanti. – Mezzucci, raccomandazioni, favori, logiche clientelari per cui i concorsi erano truccati, anche quelli per i disabili: i candidati a ricoprire anche posti da dirigenti – segnalati da Pittella – avevano in anticipo le tracce “con domande facili“, “generiche“, anzi a uno dei raccomandati sarebbe stato anche chiesto quale argomento avrebbe voluto affrontare nelle tracce. C’è stato anche il caso di un candidato, essendo omonimo dello sponsorizzato che si era ritirato, si è visto attribuire un voto altissimo. Chi partecipava ai concorsi poteva sapere anche già in anticipo le domande che sarebbero state fatte all’esame orale. Tra i capi di imputazione c’è anche la distruzione dei verbali di correzione con “le reali votazioni“. Sì perché i voti (che in alcuni casi erano espressi anche in giudizi e non in punteggi), stando alla procura di Matera, venivano anche gonfiati o attribuiti a “tavolino” dai commissari in favore dei candidati con uno sponsor. E che gli inquirenti hanno individuato nell’ex viceministro dell’Interno Filippo Bubbico (Leu), in don Angelo Gallitelli, segretario del vescovo di Matera Antonio Caiazzo, nel deputato nonché ex sottosegretario alla Salute Vito De Filippo (Pd), nell’ex parlamentare barese Gaetano Piepoli (Cd).

“La discepola della Campania” vicina a De Luca – Nelle carte si parla anche di Lucia Esposito, vincitrice di un concorso il 28 giugno del 2017, indicata nelle intercettazioni come “della Campania…la discepola“. Esposito infatti è vicina al governatore della Campania, Vincenzo De Luca. Esponente del Pd è stata pure eletta al Senato, subentrando nel settembre del 2017 a Vincenzo Cuomo, eletto sindaco di Portici, per alcuni mesi titolare di un doppio incarico. Il gip annota anche il nome del questore di Matera, Paolo Sirna. Che avrebbero sollecitato Quinto a intercedere su altre vicende, come l’assunzione del figlio di Piepoli alla Fondazione Matera 2019 (mai avvenuta perché secondo il gip gli indagati erano stati informati dell’esistenza dell’inchiesta). Nessuno di loro risulta indagato. Anche perché come ricorda il giudice esiste una sentenza della Cassazione (la n° 32035 del 2014) che stabilisce che la mera “raccomandazione” o “segnalazione” non costituisce una forma di concorso morale nel reato di abuso d’ufficio in assenza di ulteriori comportamenti.

Pittella deus ex machina: “Sia fatta la sua volontà” – “Uno squallido e disarmante spaccato i cui protagonisti con disinvolta facilità si muovono con un malinteso senso di impunità“, scrive il gip nell’ordinanza. Anche perché stando alle indagini delle Fiamme Gialle proprio Quinto avrebbe saputo di essere intercettato dal senatore Salvatore Margiotta, appena rieletto dal Pd. Ma non solo: “Alla luce di quanto su esposto può fondatamente formularsi a carico di tutti gli odierni indagati una prognosi di pericolosità in considerazione della straordinaria gravità dei fatti loro ascritti aventi a oggetto la mercificazione della funzione pubblica, la spartizione partitocratica degli incarichi dei posti messi a concorso nel settore attenzionato della sanità pubblica, che offre uno squallido e disarmante spaccato”. Questo perché i protagonisti di questa ennesima storia di malaffare “agiscono nella consapevolezza di uno scambio di reciproci favori dimenticando di essere investiti di una pubblica funzione, interessati unicamente alla realizzazione del proprio tornaconto ed ingerendo – prosegue il giudice – anche nei soggetti privati che a vario titolo vengono in rapporto con loro la convinzione che il potere pubblico implichi prevaricazione e abuso, privilegio guarentigie e sottrazione a ogni regola di correttezza”. E in questo quadro che il numero uno della Regione “detta le sue regole partitocratiche, trasmette i suoi elenchi, le sue liste verdi, le sue direttive”. Anche se “non si sente molto nelle intercettazioni perché è accorto, le sue direttive sono sempre mediate… Ma è il deus ex machina, nulla si muove senza il suo suggello”. Anche come lui stesso ammette lo scambio deve essere biunivoco: “Dobbiamo accontentare tutti“. Del resto parlando di “Marcello” o “lui”, “come si fa – sottolinea il gip – riferimento quando lo si chiama in causa in un accezione che lo vede sovraordinato e vigile determinatore delle sorti e delle carriere: accezioni che tutti comprendono e per le quali ossequiosamente tacciono in un ‘sia fatta la sua volontà‘: il Quinto ‘nulla fa’ se non con il ‘placet‘ del suo referente politico Pittella”.

Pittella voleva ricandidarsi, gip: “Continuerà a garantire favori” - E per farlo esiste, anzi esisteva un “collaudato sistema attraverso il quale vengono pilotati i concorsi pubblici per l’assunzione di personale, specie amministrativo, e ciò anche al fine di dare sfogo alle segnalazioni che promanano da esponenti politici e non solo. E – chiosa il gip – Quinto ne è il dominus”. Un sistema che andava infranto perché secondo il giudice “il pericolo di reiterazione è quantomai attuale e concreto, solo se si considera che Pittella negli ultimi giorni ha manifestato la volontà di ricandidarsi come governatore della Basilicata e ciò fa ritenere che continuerà a garantire i suoi favori e imporre i suoi placet ai suoi accoliti pur di consolidare il suo bacino clientelare, potendo contare su appoggi locali, in uno scambio di utilità vicendevoli”. Come quando Pinto otteneva dall’imprenditore Gaetano Appia, che aspirava a ottenere convenzioni, “lavori di imbiancatura e muratura di casa”. I domiciliari per il presidente sono stati decisi anche perché c’era ancora una “questione in sospeso” che Pitella avrebbe voluto portare a termine: “Che se non riuscirà a realizzare fino alla fine della presente consiliatura la nuova candidatura – ragiona il gip – gli consentirà di raccogliere consensi da parte di coloro che sono i collettori delle esigenze e delle aspirazioni” che provengono dalla futura unificazione dell’ospedale Madonna della Grazie di Matera e il quello di Policoro per creare l’ospedale regionale San Carlo “e creare un’azienda ospedaliera unica con sede nel capoluogo e Quinto aspirava al ruolo di dg della Ausl Basilicata“.

Documenti distrutti, il gip: “Mondo delinquenziale” - Pittella e tutti gli altri “hanno manifestato consapevolezza e adesione a tale metodo di accapparramento e violazione delle regole di legalità e trasparenza, ancorché emersi nel ruolo di concorrenti morali o istigatori o anche beneficiari. A leggere le risultanze investigative emerge uno sconfortante scenario la dove i meritevoli non protetti, considerati inutile zavorra, viene negata ogni speranza che le regole vengano rispettare”. Ma non solo. Tutto sarebbe potuto essere considerato regolare se gli investigatori non avessero colto gli illeciti nel momento stesso in cui avvenivano: “Le procedure di concorso sarebbero apparse connotate da legalità, come detto, se la falsificazione, l’occultamento, la distruzione dei documenti, non fosse stata dimostrata da immagini e discorsi, se l’illecito non fosse stato documentato in presa diretta dai sussurri, dai pizzini (quando ormai era noto che ci fosse un’inchiesta, ndr), da una gestualità che appartiene davvero a un mondo delinquenziale di elevata caratura”. Non ci sono solo i comportamenti di coloro hanno una funzione pubblica a essere stigmatizzati: “Anche i privati che si interfacciano con i principali protagonisti sanno di poter contare su questo uso distorto della funzione pubblica e con l’ausilio e la complicità degli stessi funzionari infedeli di realizzare i loro interessi (come gli imprenditori Gaetano Appio o i quattro Lascaro, ndr). Reiterata poi è l’attività duplice e a doppio binario condotta dal professore universitario Agostino Meale, documentata ed emersa dai molteplici elementi a suo carico”.

Il professore universitario “corrotto” con le consulenze – L’ordinario dell’Università di Bari è infatti tra coloro per cui il giudice ha disposto i domiciliari con l’accusa di corruzione con Quinto, per aver ottenuto incarichi di consulenza e assistenza legale in cambio della disponibilità ad agevolare la carriera universitaria e professionale del figlio di Quinto, studente a Bari. Quel figlio di cui parlava Maria Benedetto. Il docente, stando all’accusa, avrebbe accettato di fare da relatore della tesi di laurea e lo avrebbe inserito per la pratica forense nello studio di un avvocato amico e, infine, avrebbe dato la sua disponibilità ad aiutarlo nel dottorato di ricerca presso la propria cattedra. Da Quinto avrebbe in cambio ottenuto, fra giugno 2017 e gennaio 2018, incarichi per  57mila euro circa in qualità di legale di volta in volta della Asm, della Asp e della Asl di Bari, in sette diversi procedimenti dinanzi ai Tribunali amministrativi di Matera, Potenza e Bari. C’è poi il pericolo di inquinamento probatorio “in considerazione della rete di conoscenza e di espansione del potere, a vario, titolo, esercitato dai soggetti indagati nell’odierno procedimento”. Nell’ordinanza si legge un episodio in particolare e si cita una intercettazione di una indagata: “O mi devo fare pure scannerizzare le carte, mi devo fare le fotocopie perché questi siccome sono delinquenti ancora quando io me ne sono andata, le fanno sparire, mica è la prima volta che hanno fatto queste cose capito?”.

Assunzioni e favori per alimentare “il consenso elettorale” -  Questo perché “la politica” è “nella sua sempre più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivo ma a soddisfacimento dei propri bisogni di locupletazione e di sciacallaggio di poteree condizionamento sociale”. Le assunzioni e i favori sarebbero servite ad alimentare “il consenso elettorale” e come merce di scambio per “politici di pari schieramento che governano regioni limitrofe, come è il caso della Puglia e della Campania“. E proprio sul ruolo di Pitella il gip scrive anche che, relativamente a un concorso del 2015 “il cui esito ha vacillato fino alla fine“, tutto è stato poi “sopito con la mediazione del governatore Pittella, che avrebbe suggerito… di accontentare tutti”. Il paradosso è che l’inchiesta è iniziata un anno e mezzo fa dopo l’esposto di un ex dipendente della cooperativa “Croce verde Materana” che denunciava un tentativo di truffa proprio i danni della Asm, cuore di questo coacervo di illeciti, per le irregolarità contributive nell’ambito di un servizio di trasporto malati che sarebbe stato svolto da personale non assunto. Lì non c’era bisogno né di concorsi, né di sponsor, né di essere “nell’elenco del presidente”.

COME AL “PRONTO SOCCORSO”, UN CODICE PER OGNI RACCOMANDAZIONE: QUELLO DI PITTELLA ERA VERDE, scrive il 7 Luglio 2018  Cronache Lucane. Il governatore lucano, Marcello Pittella, è passato in pochi giorni dalla vacanza dorata all’Hilton di Matera, in occasione della festa della Bruna, agli arresti domiciliari a Lauria presso l’immobile di color amaranto, sito in via Rocco Scotellaro, dove c’è un cartello che riporta l’indicazione: “Villa Pittella”. Proprio Villa Pittella compare in più occasione nell’ordinanza del Gip Angela Rosa Nettis, e rappresenta, stando alle risultanze investigative, il fortino del “gladiatore” dentro il cui perimetro non arrivavano occhi e orecchie indiscrete, quali quelle degli investigatori. Un pò come Villa San Martino ad Arcore per Berlusconi. Un pò come se Villa Pittella fosse in acque internazionali o uno Stato nello Stato. Pittella durante l’attività investigativa attuava, come riportato nel faldone dell’inchiesta, strategie per fare in modo che le tracce si interrompessero pochi metri prima di condurre a lui. Gli inquirenti scrivono di lui: «Non si sente molto nelle intercettazioni perché è accorto, le sue direttive sono sempre mediate, da lui si reca la Benedetto per riceverle o le comunica attraverso altre persone, ad esempio la Berardi, direttore Amministrativo dell’Ospedale San Carlo di Potenza». Avvengono vari incontri a Villa Pittella di cui gli investigatori sanno per quale scopo vanno gli interlocutori del governatore e sanno poi, tramite intercettazioni, quali sono gli esiti, poi confermati dai risultati dei concorsi truccati. Nonostante le tattiche di difesa, comunque gli inquirenti ritengono di aver ricostruito fatti e ruoli tali da sostenere che: «Nella sanità lucana c’è un “sistema di corruzione e asservimento della funzione pubblica a interessi di parte di singoli malversatori”. Sistema al cui centro c’è «sempre la stessa ratio ispiratrice, la politica nella sua sempre più fraintesa accezione negativa e distorta».

IL RUOLO DI PITTELLA E LA “LISTA DEI VERDI”. I concorsi nella Sanità lucana veniva truccati con «l’attribuzione di punteggi artatamente “gonati”» nei confronti di quei candidati che risultavano «raccomandati dal Presidente Pittella», che segnava i nomi, suoi e di altri, «comprese autorità civili e religiose», nella sua personale «“Lista dei verdi”». Chi era in questa lista, «quelli verdi sono di Pittella», come emerge dalle indagini, passava qualsiasi concorso e in qualsiasi modo. Un insufficienza, come quella di Annuzo Eliana, per fare un esempio, ma i nomi sono molti, segnalata dal Presidente, valutata dalla commissione 18/30 diventava poi 25/30.  Pittella per gli inquirenti è il «Deus ex machina della distorsione istituzionale nella sanità lucana». Pittella «influenza anche le scelte gestionali delle Aziende sanitarie ed ospedaliere lucane interfacciandosi direttamente con i loro Direttori Generali i quali sono stati tutti da lui nominati prima nel 2015 e poi a gennaio scorso in qualità di Commissari straordinari.  Pittella faceva in modo di manipolare «le procedure selettive per assumere personale nella sanità e ciò al ne non solo di ampliare il consenso elettorale ma anche allo scopo di “scambiare” favori ai politici di pari schieramento che governano Regioni limitrofe, come è il caso della Puglia e della Campania». Non è tutto. Pittella, insieme agli altri indagati, agisce « nella consapevolezza di uno scambio di reciproci favori dimenticando di essere investiti di una pubblica funzione, interessati unicamente alla realizzazione del proprio tornaconto ed ingenerando anche nei soggetti privati che a vario titolo vengono in rapporto con loro la convinzione che il potere pubblico implichi prevaricazione ed abuso, privilegio e guarentigie e sottrazione ad ogni regola di correttezza». E ancora: «Nel corso delle indagini è emersa la figura del Pittella Marcello, governatore che detta le sue regole partitocratiche, trasmette i suoi elenchi, le sue liste “verdi”, le sue direttive … nulla si muove senza i suoi dictat, senza il suo “’suggello”». Se non eri nella “Lista dei verdi” di Pittella ed eri comunque preparato al più venivi giudicato uno dei tanti «meritevoli non protetti», ma comunque considerati perentoriamente una «inutile zavorra» a cui «viene negata ogni speranza che le regole vengano rispettate».

PITTELLA E QUINTO. Quinto è tra coloro che «rientrano a pieno titolo tra i “fedelissimi” del governatore lucano» e la sua figura «assurge a quella di soggetto totalmente asservito al suo principale referente politico». Perchè Pittella puntava molto sull’Asm? Perchè il governatore lucano «ha ben individuato nell’Asm di Matera, per quel che qui interessa, una possibile proficua leva sociale di consenso elettorale in vista, altresì, di future e vicine elezioni nel prossimo autunno. E nulla è più efficace, allo scopo, della leva delle assunzioni nella pubblica amministrazione ed a tempo indeterminato, in una Regione, quale è la Basilicata, storicamente afflitta dalla piaga della disoccupazione». «La incondizionata vicinanza del Quinto al Presidente, «a Marcello» «a lui» come si fa solitamente riferimento quando lo si chiama in causa» fa si che  svolga quasi un ruolo da notaio rispetto ai dicktat del governatore, dinanzi ai quali «ossequiosamente» tace rimettendosi «in un “sia fatta la sua volontà”». In pratica «Quinto “nulla fa” se non con il “placet” di Pittella».

IL CONCORSO AL CROB. La cabina di regia svolta da Pittella nel pilotare i concorsi, così come contestato dai pm di Matera, emerge con evidenza nel selezione indetta, nel 2015, dal Crob di Rionero per la copertura a tempo indeterminato di un posto da dirigente amministrativo. «Anche in tal caso, così come è emerso per i concorsi oggetto di indagine, la procedura selettiva è stata condizionata dalla politica, ed ancora una volta con il “suggello” del Governatore Pittella, con la particolarità che il candidato vincitore è un soggetto di fuori regione, esponente attivo, peraltro di recente proclamato Senatore, del Partito Democratico nonchè persona molto vicina al Governatore campano De Luca». «Ma in realtà – proseguono gli inquirenti – anche in questo concorso è lecito ipotizzare che vi saranno più vincitori atteso che il primo in graduatoria, acquisita la posizione dirigenziale, beneficerà della mobilità verso qualche azienda sanitaria campana, e di conseguenza, come peraltro è emerso nel concorso per dirigente Asm, si procederà a far scorrere la graduatoria e ad assumere i candidati raccomandati che sono stati collocati nelle prime posizioni». Chiarelli vedendo le prove scritte «esprime disappunto su come è stata eseguita la traccia, a suo avviso prevedibile, tanto che i candidati meriterebbero di essere “uccisi e cacciati tutti quanti”» Il fatto però è che, come emerso dalle intercettazioni che «confermano la manipolazione di tale concorso, le direttive ricevute dal Governatore Pittella» sorge un dilemma «… il problema è questo, e che Marcello ha detto che c’è un’esigenza qua, perché questa andrebbe portata da …  lì purtroppo ci ha messo il suggello, il suggello». In sintesi, come ricostruito dagli inquirenti, doveva in primis doveva vincere «quella … della Campania … la discepola» di De Luca, poi bisognava piazzare  Maria Carmela Varasano (funzionario amministrativo in servizio a Roma presso il Ministero della Salute). Varasano ed Esposito sono quel «qualcuno di fuori che se ne deve andare» e che, scorrendo la graduatoria, avrebbero fatto conferire l’incarico dirigenziale sarà a Patrizia Aloè. La graduatoria finale è risultata essere; Esposito, Varasano e inne Aloè. Per questo Chiarelli, Benedetto e Amendola sono accusati di aver «assegnando il voto dopo aver individuato l’autore dell’elaborato (senza anonimato) ed attribuendo “a tavolino” (“..dottò ma Aloè … metti 24″) i relativi punteggi che venivano all’occorrenza “gonfiati” per consentire il superamento della prova pratica da parte dei candidati segnalati dal Presidente della Regione Basilicata Pittella, nella specie Esposito, Varasano e Aloè al ne di procurare agli stessi un indebito vantaggio patrimoniale relativo al superamento del concorso e quindi all’assunzione a tempo indeterminato presso quell’ente pubblico ovvero altre aziende sanitarie beneficiando dell’istituto del cosiddetto “scorrimento delle graduatorie”»

·         L’Università dei Baroni.

Sistema Baronale: un'associazione a delinquere con metodi paramafiosi.

Università truccata? Alessandro Bertirotti il 18 luglio 2019 su Il Dubbio. È tutta questione di… ipocrisia. Catania non è la perla della situazione, ma solo parte degli ingranaggi. Non è una novità, anzi, lo sappiamo da sempre che le cose procedono in questo modo, con una costante e continua opacità fra i vari gangli delle Istituzioni. Ognuno di noi, sia genitore oppure professore, vuole il meglio dei propri figli oppure allievi. Ogni docente, ad ogni livello e in qualsiasi processo educativo, individua i migliori, coloro che potrebbero davvero e bene interpretare la prosecuzione dei propri principi, siano essi pedagogici che scientifici. È del tutto naturale, quindi, fare il possibile perché allievi individuati come migliori possano diventare i propri eredi scientifici. Di fronte a due persone, una delle quali è conosciuta da tempo, perché l’ho vista crescere al mio fianco, rispetto ad un’altra a me sconosciuta, è giusto, ovvio e sano scegliere la prima. Così fa l’Uomo, per difendere se stesso, per la comunità nella quale vive. Dunque, sono i concorsi, in loro stessi e come sono strutturati, ad essere una vera e propria presa per i fondelli. E questo lo sanno tutti, persino i magistrati. E, per fare in modo che i propri allievi, quelli avuti accanto in anni di collaborazione e abnegazione, possano essere i vincitori, si fa di tutto. Ed è giusto, proprio per essere loro riconoscenti, per il denaro e il tempo spesi, per le ricerche e gli aiuti nelle ricerche senza che il loro nome venisse pubblicato. Si tratta di gavetta? Forse, ma certo si tratta di formazione, di educazione al mondo accademico internazionale, che è costituito da rapporti di forza e rapporti di stima. Proprio come accade ovunque, né più e né meno. Ecco dovrebbe dunque esistere un sistema di cooptazione diretta, di chiamata diretta, senza nessun concorso pubblico fasullo ed inutile, sia per coloro che sono in commissione, sia per coloro che vi partecipano. Una chiamata diretta, anche sulla base di lettere di referenze a favore del candidato alla chiamata, proprio come avviene nei Paesi anglosassoni. Ecco, questo sistema, certo competitivo e comunque basato sulla propria fama, affidabilità e storia personale, potrebbe certo eliminare quegli accordi nascosti, perché gli accordi ci sono, portando avanti, alla luce del sole, coloro che di volta in volta possono essere all’altezza di far parte dell’accademia, da tutti i punti di vista. Non si deve, infatti dimenticare, che per un docente educare e formare un giovane, possibile accademico, è sempre un investimento di tempo, energie e sapere. In questo modo, ogni docente fornirebbe a tutti le stesse opportunità di partenza, stando a guardare quali sono i migliori, e con il sistema della cooptazione li incoraggerebbe a diventare il preferito perché migliore, e non per altre motivazioni. Certo, si instaurerebbe una sorta di agonismo fra gli studenti, basato proprio sulla necessità di dimostrare al docente in cattedra che vale la pena spendersi per lui, in vista di una possibile carriera accademica, ma l’agonismo nell’ambito di situazioni lavorative può essere uno stimolo positivo. Questo penso, e questo ho scritto. E forse le cose andrebbero meglio.

Università, tempesta sullo strapotere dei "Baroni". L'ultima inchiesta coinvolge il rettore di Catania. Ma gli scandali hanno coinvolto anche Padova, Firenze, Bologna, segno di un malcostume che abbassa qualità e competenze. Fabio Amendolara il 18 luglio 2019 su Panorama. «Poi alla fine qui siamo tutti parenti… alla fine l’università nasce su una base cittadina abbastanza ristretta, una specie di élite culturale della città, perché fino adesso sono sempre quelle le famiglie». In queste parole del rettore di Catania Francesco Basile, il politologo statunitense Edward Banfield avrebbe potuto trovare la prova della sua teoria sul familismo amorale. L’intercettazione è finita nell’inchiesta che la Procura catanese, poco prima di chiedere l’arresto di Basile (poi rigettato dal gip), ha battezzato «Università bandita». Il piano di Basile, dell’ex rettore Giacomo Pignataro e dei docenti coinvolti era quello di bandire concorsi cuciti su misura per i loro candidati. Concorsi ad personam. Come in altre università italiane. La consuetudine, come raccontano le indagini che da varie procure si sono abbattute come una tempesta sugli atenei, è questa. «Che la cultura debba soggiacere al potere è la cosa più desolante», ha sentenziato il procuratore etneo Carmelo Zuccaro. Neanche un mese fa, per restare in Sicilia, sono stati condannati tre docenti universitari, Simone Neri Serneri, Luigi Masella e Alessandra Staderini, che componevano la commissione d’esame per il concorso di ricercatore di Storia contemporanea nella struttura didattica di Lingue, a Ragusa. Un anno di reclusione ciascuno, pena sospesa, per abuso d’ufficio e interdizione dai pubblici uffici e dagli uffici direttivi. I tre dovranno risarcire anche lo storico Giambattista Scirè che in quel concorso era stato bocciato, sostiene l’accusa, a vantaggio di un architetto che, pur non avendo i titoli, era arrivato primo. Il copione si ripete un po’ ovunque negli atenei. E ognuno aveva la sua ricetta per far quadrare i concorsi. A Firenze, per esempio, vigeva il principio dello scambio di piaceri, che in campo accademico, per darsi legittimità, era diventato do ut des. I prof intercettati non erano contenti, ma si adeguavano: «Perché la logica universitaria è questa, è un mondo di merda». L’intercettazione è finita nei faldoni dell’inchiesta di Firenze, la più importante finora mai condotta da una procura. Qui l’ipotesi è che con il classico do ut des, l’abilitazione di ben 26 docenti di diritto tributario in vari atenei italiani tra il 2013 e il 2015 avrebbe penalizzato la carriera accademica di almeno una dozzina di ricercatori. È lo scandalo più grande mai ipotizzato. Non solo per i numeri: 45 indagati di cui sette finiti agli arresti domiciliari, 22 interdizioni dall’insegnamento. Anche per estensione territoriale: sono stati colpiti tutti i principali atenei italiani, Roma, Firenze, Napoli, Bologna, Sassari e Palermo. E come ha ricostruito Claudia Fusani nelle news di Tiscali, al centro dell’inchiesta ci sono due associazioni, la Ssdt (Società studiosi diritto tributario) e la Aipdt (Associazione italiana professori diritto tributario), che raccolgono i migliori accademici della materia. Il top del diritto tributario. Che ha valutato l’abilitazione di decine di candidati. E infatti negli atti d’indagine è spiegato: «Ricevevano l’utilità di far abilitare i candidati sponsorizzati per conto della propria associazione e di non far abilitare i candidati ritenuti di ostacolo alle carriere dei propri allievi». La cosa più triste è che il tutto avveniva «a prescindere da ogni merito, ma esclusivamente in funzione della soddisfazione degli interessi personali e delle rispettive associazioni». Alcuni di loro si sono difesi davanti al giudice sostenendo che «era un modo per alzare l’asticella». Ma nell’aula in quel momento deve essersi sentito molto forte lo stridio di chi ha tentato di arrampicarsi sugli specchi. E a febbraio la Procura ha chiuso i conti con i prof, notificando a 45 di loro un avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che anticipa (se le cose non dovessero cambiare con interrogatorio difensivi e memorie) a una richiesta di rinvio a giudizio. Una delle intercettazioni è emblematica: far entrare le persone giuste nell’accademia significa anche gestire la materia. L’ex ministro Augusto Fantozzi, docente di diritto tributario, ex commissario straordinario di Alitalia e rettore dell’Università telematica «Giustino Fortunato» di Benevento, se lo fa scappare durante una cena intercettata in modo ambientale. «Bisogna trovare persone di buona volontà che di sopra e di sotto, di qua e di là, ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia nei futuri concorsi». E qui, oltre al principio del do ut des, ne viene coniato un altro. Fantozzi parla di «trade off», che nel lessico finanziario è la «perdita di qualcosa in cambio di altro». E infatti l’ex ministro pronostica «il trade off di Maisto contro Tundo», due candidati. E qui spunta un altro big della politica di qualche anno fa: il professor Gianni Marongiu, genovese, avvocato con un passato da sottosegretario alle Finanze nel primo governo Prodi. Marongiu, nella ricostruzione dei magistrati, è indicato nella fase riguardante la mancata abilitazione di una candidata «le cui aspirazioni di carriera presso l’Università di Genova», ricostruisce l’accusa, «erano invise a Marongiu allo scopo di tutelare quelle della figlia». La palla, però, da Genova torna a Firenze, dove in un’altra indagine 16 persone sono indagate per l’ipotesi di aver pilotato concorsi della facoltà di Medicina. L’inchiesta è concentrata sul programma triennale di reclutamento di professori e ricercatori universitari e su un concorso per neurochirurgo. Tra gli indagati ci sono l’ex direttrice dell’Ospedale Careggi di Firenze e attuale direttrice dell’assessorato regionale alla Salute, Monica Calamai, e il manager dell’ospedale, Rocco Damone. La stampa locale l’ha battezzata la «Cattedropoli dei baroni di medicina» che decidevano a tavolino chi far vincere. Ed è stato uno dei penalizzati, il professor Oreste Gallo, a segnalare in procura le anomalie. In passato uno dei denuncianti, sui social è diventato addirittura un eroe: Philip Laroma Jezzi, ricercatore tributarista, con una registrazione fatta con il cellulare è stato capace di incastrare altri baroni dell’università di Firenze. A lui lo dissero in faccia: «Non è che non sei idoneo ma non rientri nel patto, non sei in lista. Ritirati». Le trame concorsuali nelle università italiane sono variegate, ma l’effetto è sempre il medesimo. A Palermo, per esempio, la tempesta ha colpito l’ex ordinario di Scienza delle finanze Andrea Parlato. L’hanno beccato a telefono mentre diceva: «Sono quattro più il nostro... sono tutti d’accordo». Secondo l’accusa, il prof spiegava come sarebbe finito il concorso per l’abilitazione all’insegnamento universitario. Era il marzo 2015. «Mariù passerà», diceva al telefono. Mariù, Maria Concetta, è la figlia di Parlato, ricercatrice a Scienze politiche. Una «cricca», invece, è stata definita quella che avrebbe truccato i concorsi a Torino: un posto da ordinario all’Università e l’assegnazione indetta dall’ateneo di tre borse di studio nel dipartimento di Neuroscienze «Rita Levi Montalcini». Dall’indagine è emerso che i profili venivano cuciti addosso ai candidati sponsorizzati e che i concorsi venivano chiamati a telefono con il nome del futuro vincitore. Ma i trucchetti non riguardano solo i «baroni» universitari. A Padova è finito sotto inchiesta il direttore generale, l’ingegnere Alberto Scuttari, per aver assegnato, sospetta la Procura, il posto di addetta alle relazioni esterne a una sua storica collaboratrice con un concorso che sarebbe stato creato ad hoc. Un esposto anonimo arrivato in Procura prima della selezione conteneva il pronostico sul nome. E ci ha azzeccato.

Università, la vergogna italiana: i baroni spadroneggiano, e ai giovani non resta niente. L’Inkiesta il 29 giugno 2019. Tre ricercatori tra cui Venezia e Pisa svelano il segreto di Pulcinella degli atenei pubblici italiani. Dai commissari interni che scelgono i colleghi esterni amici per far passare il pupillo, alle coppie di baroni nei dipartimenti fino a come escludere i candidati indesiderati all'orale. È il segreto di Pulcinella dell’Università italiana. Tutti lo conoscono, ma fanno come se nulla fosse. Fin quando non arriva un’inchiesta che per qualche giorno fa indignare l’opinione pubblica. E poi si ricomincia, nell’omertà generale. I "baroni" negli atenei non sono mai scomparsi, ma vivono e prosperano. Se ci si accoda al professore giusto e al suo "clan" si può fare carriera, sennò per avere una cattedra o un assegno di ricerca decente bisogna emigrare. O rispetti la consuetudine o non farai mai carriera. E a poco a poco vieni emarginato senza mai poter tenere il corso per cui avresti i titoli. Non tutti, ma tanti si comportano così: promuovono il discepolo fedele anche se al concorso si è presentato un altro più meritevole. Non importa se c’è un commissario esterno. Anzi, si adeguerà alla decisione presa dai "baroni" dell’ateneo per vedersi ricambiare il favore quando servirà. L’ultimo esempio sembra venire dall’indagine della procura di Catania. Dieci indagati per corruzione e turbativa d'asta tra cui il rettore dell’Università. Secondo l’accusa, i direttori di dipartimento avrebbero truccato 27 concorsi per professori ordinari, associati e ricercatori. Con loro sono indagati altri 40 professori da atenei provenienti da tutta Italia: Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. Ovvero tutti i commissari esterni che venivano di volta in volta nell'Università di Catania. Chiariamoci: siamo garantisti fino all’ultimo grado di giudizio, ma non ingenui. Sono tante, tantissime le segnalazioni arrivate ieri di ricercatori pronti a raccontare come nella loro università funziona in modo simile. Forse non si viola sempre la legge, ma si consolida un sistema politico fatto di correnti, prescelti, parenti ed ostracismo. Ammettiamo che sia tutto legale, sarà la magistratura a dirlo. Ma la meritocrazia viene violentata ogni giorno. «Ci sono solo due modi per cui un candidato esterno riesce a vincere dottorato: se non ci sono candidati interni o se ce ne sono due appartenenti a “clan” diversi nel dipartimento. Per evitare di farsi male a vicenda si sceglie quello arrivato da fuori. Anche se non lo merita», rivela con poco stupore un ricercatore della Ca’ Foscari, che ha deciso di parlare in cambio dell’anonimato. «La storia di Catania era già nota da tempo agli addetti ai lavori. Il malcostume dei concorsi pilotati è sistematico. Nessun ateneo può dirsi esente da questo tipo di prassi. Qui alla Ca' Foscari era così fino a pochissimi anni fa. Poi è stato posto un vincolo che esclude candidati interni da alcuni concorsi importanti. Chissà perché poi quel vincolo è diventato opzionale».

Come il Consiglio superiore della magistratura e la politica anche il mondo universitario è fatto di correnti che mantengono il potere.

La lotta non è sempre quella macchiettistica tra candidato preparatissimo di un'altra università e lo stupido raccomandato cresciuto dai "baroni" dell'ateneo. Ma la certezza è che a parità di curriculum importanti si sceglie la persona più vicina al barone di riferimento. Il problema è che il giudizio è sempre discrezionale. «Le decisioni vengono prese a livello politico con accordi preconfezionati. Le commissioni sono composte da tre persone e i due membri esterni vengono selezionati con cura dal membro interno in modo che siano d'accordo con lui sull'esito finale del concorso» spiega il ricercatore della Ca Foscari. «Per evitare di essere scoperti ci si mette d'accordo prima su chi dovrà essere il vincitore del bando» . Ma perché uno o due esterni dovrebbero appoggiare un raccomandato? «Perché si fanno delle promesse reciproche: appoggi per concorsi che si dovranno tenere in avvenire nell'ateneo da cui l'esterno proviene. Ma in gioco c'è anche l'avanzamento di carriera. Perché spesso i commissari sono professori associati che aspirano a diventare ordinari. Oppure semplice ragioni di lobby, ed è questo che fa paura. Come il Consiglio superiore della magistratura e la politica anche il mondo universitario è fatto di correnti che mantengono il potere accademico».

Spesso la prima scrematura per far fuori i candidati indesiderati avviene prima dell'orale. Quando si fa una domanda di dottorato il candidato deve presentare il curriculum, le sue pubblicazioni e il progetto di ricerca su cui lavorerà negli anni. La commissione valuta e se ritiene pertinenti i titoli passano all’orale. E tra un candidato allevato dal barone e uno senza santi in paradiso vince sempre il primo. «Ho partecipato in contemporanea a tre bandi di dottorato in altrettanti atenei. Nell’università dove mi sono formato non sono passato neanche all’orale. Ma con gli stessi titoli ho vinto il bando negli altri due atenei più prestigiosi», spiega un ricercatore della Normale. «Nel mio ateneo è entrata li pupillo del professore interno della commissione. Voglio pensare sia solo un caso». Anche noi, pur notando che sono numerose le coppie di professori all'interno della stessa università. Nulla di male, anche la Corte Costituzionale ha chiarito che marito e moglie possono partecipare a un concorso nello stesso dipartimento, ma come si può tutelare uno aspirante dottorando che deve concorrere contro lo studente della moglie del commissario interno? Va bene che l'amore è cieco, ma nei dipartimenti universitari sembra vederci benissimo.

Un mio professore mi ha fermato tutto preoccupato dicendomi: ”Ma perché non mi hai detto che hai fatto la domanda in quell’ateneo? Se vuoi faccio la telefonata così stai tranquilla.

Alcuni "baroni" non si limitano a influenzare le vittorie solo nel loro ateneo, ma se hanno amici in altre università, cercano di piazzare il loro protetto. Ogni candidato deve consegnare alla commissione giudicante anche una lettera di presentazione da parte del suo professore che spesso aggiunge anche una telefonata per “galateo istituzionale”, non si sa mai. «Un mio professore mi ha fermato tutto preoccupato dicendomi: ”Ma perché non mi hai detto che hai fatto la domanda in quell’ateneo? Se vuoi faccio la telefonata così stai tranquilla”», confessa una ricercatrice di un'università del centro Italia. «Gli ho imposto di non farlo perché volevo farcela con le mie forze ed evitare casini». La soluzione? Eliminare la discrezionalità della composizione delle commissioni. Bisognerebbe definire una lista di candidati commissari a livello nazionale e che venissero sorteggiati per settore disciplinare. Ma l'organo principale che dovrebbe discutere di questa cosa è il Consiglio dell'università, un organo nazionale che riunisce tutte le università nazionali. Ma lì ci sono proprio i "baroni". Un cane che si morde la coda. La politica potrebbe forzare la mano ma già immaginiamo i cortei in cui si griderebbe all'attentato all'autonomia degli atenei. Sarebbe facile, facilissimo opporsi in nome della libertà. Oppure si potrebbe seguire il suggerimento del professore che nel film La meglio gioventù invitava uno studente ambizioso di medicina ad andarsene: «Vada a studiare a Londra, a Parigi, vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L'Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire». Qualcuno potrebbe obiettare che si è sempre fatto così. Anche il grande fisico Ettore Majorana, scomparso nel 1938 ha ottenuto una cattedra grazie a una raccomandazione. Majorana era uno dei ragazzi di via Panisperna, cresciuto sotto l'ala protettiva di Enrico Fermi. E proprio Fermi nel 1937 presiedette la Commissione che doveva assegnare tre cattedre di Fisica Teorica che andarono a tre suoi pupilli Gian Carlo Wick inviato a Palermo, Giulio Racah a Pisa)e Giovanni Gentile, figlio del filosofo a Milano. Non contento Fermi chiese di assegnare una cattedra anche a Majorana, nonostante il concorso ne prevedesse solo tre. Il ministro dell'Istruzione accolse la richiesta di Fermi e nominò Majorana professore ordinario di Fisica Teorica all'Università di Napoli. Ora in quel caso si trattava delle migliori menti della loro generazione. Non possiamo dire con certezza che lo siano anche i raccomandati di oggi.

Trasparenza e Merito. L'Università che vogliamo. L'Espresso: "E a Catania l'ateneo è cosa loro", 8 settembre 2019. L'articolo dal titolo "E a Catania l'ateneo è cosa loro", pubblicato domenica 8 settembre su L'Espresso, parla dell'inchiesta della Procura denominata "Università bandita" all'ateneo di Catania. E' evidente che di fronte ai gravi reati ipotizzati dopo le indagini dalla procura e alle interdizioni già inflitte ai vertici dell'ateneo da parte dei giudici, ancora prima dell'inizio del processo, non sono giustificabili minimizzazioni da parte del mondo accademico e non è possibile da parte del Miur andare di fioretto, occorre usare la sciabola: ne va dell'immagine stessa dell'istituzione universitaria e del paese.

"A volte bastava cambiare la data di scadenza di una abilitazione. Altre volta piazzare il criterio giusto che solo uno aveva. Oppure taroccare i verbali e magari fare qualche "favore" al commissario esterno, comunque sempre un amico fidato, per fargli chiudere un occhio al momento giusto. Ecco il grande "sistema" che ha consentito ai baroni nell'Università di Catania di trasformare l'ateneo più antico della Sicilia, fondato nel 1434, il più grande a Sud di Napoli, in "cosa loro". Ne sono convinti i magistrati della procura etnea , guidata da Carmelo Zuccaro che hanno indagato 60 docenti e sospeso i due rettori uscenti, Giacomo Pignataro e Francesco Basile. Entrambi molto amati dalla sinistra dem: Pignataro, ad esempio, è stato nominato dalla ministra Valeria Fedeli, il 22 febbraio 2018, pochi giorni prima del voto per le Politiche, a capo del nucleo di valutazione dei bilanci degli atenei. Carica che ricopre ancora, stando al sito del ministero dell'Istruzione. Per i pm sarebbero stati manovrati una trentina di concorsi interni, con un sistema capillare di gestione delle selezioni per la chiamata di professori associati, ordinari e ricercatori. Un terremoto che non ha avuto molta eco a livello nazionale, una mega indagine che ha alzato il velo su un metodo di cooptazione che, ci scommettono in molti, non cambia poi molto da ateneo ad ateneo. Per questo nessun docente e politico, né a Catania né nel Paese, ha commentato quanto denunciato dalla procura in questa mega Università del Sud. Per favorire il proprio allievo alcuni direttori di dipartimento facevano davvero di tuto, come ad esempio cercare di far nominare nella commissione un docente esterno amico e "riconoscente". Accade a Scienze politiche, dove il direttore Giuseppe Barone voleva piazzare il suo allievo Sebastiano Granata in una selezione per ricercatore. Barone, saputo da una sua collega che per questo concorso erano arrivate molte domande, chiama quindi il suo allievo e gli dice: "Il concorso è bello tosto". Aggiungendo di essere al lavoro per avere la disponibilità a far parte della commissione di una professoressa che a lui "deve molto". Nella stessa conversazione, intercettata dagli inquirenti, Barone chiede all'allievo di fare verifiche sugli altri concorrenti: "Vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare...", dice. E pur di schiacciare "questi stronzi" sarebbe stato messo in scena, secondo i pm, perfino un seminario fasullo per anticipare le spese di viaggio, vitto e alloggio, alla commissaria desiderata. I pm hanno indagato Barone e alcuni dipendenti del dipartimento "per avere, con artifici e raggiri consistiti nel simulare, anche attraverso la predisposizione di una locandina, lo svolgimento di un convegno sul tema "I volontari in Russia durante la grande guerra", inducendo in errore gli uffici amministrativi dello stesso dipartimento di Scienze politiche che, confidando sull'effettivo svolgimento del convegno in realtà mai svoltosi, erogavano in favore della professoressa le somme di 460 euro per il volo di andata e ritorno da Napoli a Catania, di euro 300 per il vitto ed una somma non ancora determinata per l'alloggio". Al di là delle note dei pm, come è andato il concorso bandito alla fine del 2017. Manco a dirlo lo ha vinto Granata, che con un lungo sms ringrazia poi Barone: "Caro Prof, volevo solo dirle grazie perché anche ieri mi ha confermato, una volta di più, non solo di essere un maestro fantastico, ma anche un vero papà". Ma Barone ha anche un figlio "vero", che qualche anno fa è stato promosso, tra i dubbi dei suoi stessi colleghi, in un altro dipartimento. I dubbi emergono dalla ordinanza della procura, quando l'ordinario di Economia politica Roberto Cellini fa notare l'inopportunità di chiamare il figlio del direttore del dipartimento di Scienze politiche Barone, Antonio. Barone jr ha comunque ottenuto la cattedra di Diritto amministrativo, anche per l'intervento dell'ex rettore Pignataro, che Barone senior ringrazia poi con un sms: "Caro Giacomo, anche se gli atti del concorso non sono ancora perfezionati, l'esito positivo ormai noto mi spinge a non aspettare oltre per ringraziarti per quello che hai fatto per Antonio e per me". Come vincerà un'altra figlia e nipote d'arte: Alberta Latteri, il cui padre Ferdinando è stato rettore, e che diventerà ricercatrice il 29 agosto 2017 dopo un interessamento dell'ex rettore Antonino Recca. A Catania alcune volte per evitare problemi i rettori intervenivano per convincere i candidati a fare un passo indietro, come ha fatto Basile per la chiamata a ordinario di Biologia: la scelta ricadeva su Massimo Gulisano, ma a quel posto ambiva anche Luca Vanella, un figlio d'arte: il padre è Angelo, noto docente dell'ateneo. Basile convince quindi Vanella a non creare problemi: "Entro fine anno farai tu il concorso". E Vanella junior risponde: "Va bene, faccio un passo indietro". In altri casi per far vincere il nome scelto dal "sistema" bastava cambiare un criterio in corso, come accade al dipartimento di Scienze biologiche dove il direttore Carmelo Monaco in una conversazione diceva candidamente: "D'altronde cu spatti avi a megghiu parti", chi comanda si prende la parte migliore. E aggiungeva: "E' chiaro che avere una posizione di direttore è importante in queste occasioni... importante è che fai contento un po' tutti". Da direttore poteva gestire le chiamate dei concorsi e scrivono gli inquirenti: "Il 15 maggio 2017 Monaco informa Salvatore Saccone di avere predisposto le graduatorie per la programmazione delle chiamate di prima e di seconda fascia da proporre al Consiglio di dipartimento". Monaco gli racconta altresì di aver saputo che, in quella sede, Angela Messina esprimerà un voto contrario alla proposta. Gli chiede, pertanto, di intercedere con i colleghi del suo settore al fine di calmarli precisando che è sua intenzione "procedere a settembre con la chiamata da ordinario per lo stesso Saccone". Chi si mette di traverso paga le conseguenze. Un docente, Francesco Sciuto, fa ricorso al Tar su una selezione per la quale Monaco aveva individuato già un vincitore. "Monaco per rappresaglia, riferisce che toglierà a Sciuto alcune responsabilità e attività di insegnamento poiché, a suo dire, "ha pestato la merda e ora se la piange...vabbè lo distruggeremo... è un uomo finito", scrivono i pm. In ogni caso il metodo più diffuso era quello di taroccare i criteri: anche riscrivendo i verbali del concorso. Come per il concorso di Chirurgia generale. "Nella dichiarazione allegata al verbale sottoscritta dal professore Umberto Cillo si legge che la commissione si era riunita ed aveva predeterminato i criteri per la valutazione dei candidati con la presenza, -presso l'Università di Catania - dei commissari De Franciscis e Guglielmi e - presso l'Università di Padova - del commissario Cillo (asseritamente collegato per via telematica) mentre, al contrario, la riunione e la predisposizione dei criteri si svolgevano senza alcun intervento del Cillo (impegnato in sala operatoria tra le 12 e le 13.30) e nella stanza del rettore Basile che interveniva direttamente (e senza averne alcun titolo) nella formazione degli stessi criteri". I pm hanno indagato anche l'ex sindaco Enzo Bianco: Si sarebbe attivato con Basile per far istituire al dipartimento di Scienze umanistiche una cattedra di diritto romano, poi ricoperta dal suo assessore Orazio Licandro che insegnava a Catanzaro. "Università bandita": così i magistrati hanno chiamato l'indagine. Bandita, ma solo per chi non aveva nell'ateneo il padrino giusto. Dopo la sospensione, Basile si è dimesso. E in un clima a dir poco difficile comunque si sono appena svolte le elezioni per il nuovo rettore. Elezioni stravinte dal professore di Fisica Francesco Priolo, un nome nel settore a livello nazionale. Priolo non ha padrini politici e ha guidato la scuola superiore d'eccellenza, portando a Catania quattro premi Nobel, tra i quali John Ernest Walaker e Jean-Marie Lehn. Ma non è certo esterno all'ateneo e ha lavorato a stretto contatto con i rettori uscenti e molti docenti finiti nel mirino della procura. Riuscirà adesso a rompere davvero con il vecchio sistema, con quei colleghi che lui conosce bene e che secondo i pm consideravano l'università "cosa loro"?

Concorsi truccati all'Università, sospesi il rettore di Catania e 9 professori. La intercettazioni tra il rettore e il direttore amministrativo all'origine del caso, che ha portato a 40 docenti di 14 università indagati. Natale Bruno il 28 giugno 2019 su La Sicilia. L’hanno denominata "Università bandita" ed è l'inchiesta della polizia di Stato di Catania, su delega della locale Procura Distrettuale della Repubblica, per far luce sui concorsi che hanno riguardato le carriere universitarie. Un'inchiesta che si estende in tutta Italia. Intanto, nove professori dell’università etnea con posizione apicale e il rettore Francesco Basile sono stati sospesi con un provvedimento di interdizione dai pubblici uffici emesso dal gip. I reati ipotizzati dall'ufficio inquirente presieduto dal procuratore Carmelo Zuccaro sono quelli di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Tra i nove professori indagati ci sono l’ex rettore Giacomo Pignataro, Giuseppe Sessa (Medicina), Filippo Drago (Medicina), Carmelo Monaco (Agraria), Giancarlo Magnano di San Lio (Filosofia), Giuseppe Barone (Scienze Politiche), Michela Maria Bernadetta Cavallaro (Economia), Giovanni Gallo (Matematica) e Roberto Pennisi (Giurisprudenza). A tutti gli indagati  - giunti stamattina in questura per la notifica del provvedimento - sono state fatte perquisizioni a casa, sequestrati i loro cellulari. L’inchiesta è coordinata dal procuratore Carmelo Zuccaro e affidata ai sostituti Bisogni, Vinciguerra e Di Stefano.

Le denunce dell'ex direttore amministrativo all'origine del caso. L'inchiesta '"Università bandita" è stata avviata nel luglio del 2015 e si è conclusa nel mese di marzo del 2018, ed è nata dalle denunce tra l'ex rettore Giacomo Pignataro e Lucio Maggio, ex direttore amministrativo generale dell'Ateneo. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali è emersa l'esistenza di un'associazione a delinquere con a capo il rettore dell'Università Francesco Basile. Nel corso della conferenza stampa è stato rivelato un particolare che ha riguardato proprio il passaggio di consegne tra i due rettore e la bonifica da eventuali cimici nella stanza del "Magnifico" da parte del neoeletto Basile. La corruttela, secondo gli inquirenti, sarebbe avvenuta per il conferimento degli assegni, delle borse di studio e dei dottorati di ricerca, ma anche per l'assunzione di personale tecnico-amministrativo, per la composizione degli organi statutari dell'Ateneo (consiglio di amministrazione, nucleo di valutazione, collegio di disciplina) e per l'assunzione e la progressione in carriera dei docenti universitari. Il "sistema delinquenziale" secondo gli investigatori della polizia di stato, non è ristretto alla sola università di Catania, ma si estende ad altri atenei  i cui docenti sono stati selezionati per fare parte delle commissioni esaminatrici: in particolare è emerso che questi ultimi si sarebbero sempre "preoccupati di non interferire sula scelta del futuro vincitore compiuta preventivamente favorendo il candidato interno che risultava prevalere anche nei Casi in cui non fosse meritevole". 

Il codice "sommerso". Dalle indagini è emerso un vero e proprio codice di comportamento “sommerso” che veniva applicato nell'ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi dovevano essere predeterminati dai docenti interessati e nessuno spazio doveva essere lasciata selezioni meritocratiche e soprattutto neo doveva essere presentato alcun ricorso amministrativo contro le decisioni degli organi statutari.

"Macchia pesante". "C'è un sistema di nefandezza che purtroppo macchia in maniera pesante l'Università di Catania": è il quadro sconfortante tratteggiato dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro in conferenza stampa. "E’ un mondo desolante quello che emerge da questa inchiesta. Quando l’espressione della cultura Accademica che dovrebbe essere assolutamente non soggetta al potere si sottomette al potere... Il merito purtroppo non è il metodo di selezione dei candidati, ma una scelta che dall’alto viene calata. È il sistema corruttivo è quello per cui oggi un candidato accede a quel posto, non per merito, ma perché qualcuno lo ha già deciso. Se nel mondo accademico catanese queste cose avvengono sistematicamente, come siamo riusciti a provare, veramente il quadro è desolante. Bisogna fare i conti con quello che è emerso e poi voltare pagina". L’operazione della Digos ha accertato l’esistenza di 27 concorsi truccati in giro per gli atenei italiani: 17 per professore ordinario, 4 per professore associato, 6 per ricercatore. Sono in corso 41 perquisizioni anche nei confronti di ulteriori indagati. Nel procedimento sono complessivamente indagati 40 professori delle Università di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona.

Quaranta docenti indagati in tutta Italia​ per concorsi universitari truccati. Coinvolti professori delle Università di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. Giuseppe Marinaro il 28 giugno 2019 su Agi. Sono 40 i professori indagati - delle Università di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona - nell'operazione della Digos di Catania denominata Università Bandita. L'inchiesta - nell'ambito della quale 9 professori dell'università di Catania con posizione apicale, e il rettore Francesco Basile, sono stati sospesi con procedimento di interdizione dai pubblici uffici - ipotizza i reati di associazione a delinquere, corruzione, turbativa d'asta ed altro. Sarebbe stata accertata l'esistenza di 27 concorsi truccati: 17 per professore ordinario, 4 per professore associato, 6 per ricercatore. Scattate decine di perquisizioni. Ulteriori particolari nella conferenza stampa convocata alle ore 10 alle procura di Catania. Un codice sommerso e un sistema sanzionatorio, in grado di pilotare concorsi e bandi. Una "associazione a delinquere", "con a capo il rettore dell'università di Catania ed il suo predecessore", rispettivamente Francesco Basile e Giacomo Pignataro, "finalizzata a commettere un numero indeterminato di reati". E che coinvolgeva docenti di 14 atenei italiani. Dieci professori sospesi a Catania, fra cui un rettore e un ex rettore, quaranta complessivamente gli indagati e decine le perquisizioni. La procura etnea ha disposto per nove professori dell'università cittadina con posizione apicale, e per il rettore Francesco Basile, la sospensione con procedimento di interdizione dai pubblici uffici, tutti ritenuti responsabili di associazione a delinquere nonché, a vario titolo, di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, corruzione per l'esercizio della funzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, falsità ideologica e materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d'ufficio e truffa aggravata. Un'associazione a delinquere, volta "ad alterare il naturale esito dei bandi di concorso" per il conferimento degli assegni, delle borse e dei dottorati di ricerca; per l'assunzione del personale tecnico-amministrativo; per la composizione degli organi statutari dell'Ateneo (Consiglio d'amministrazione, Nucleo di Valutazione, Collegio di Disciplina); per l'assunzione e la progressione in carriera dei docenti universitari. Su questo ultimo aspetto, spiegano gli inquirenti, il "sistema delinquenziale" non è ristretto all'università' etnea ma si estende ad altri atenei italiani, i cui docenti, nel momento in cui sono stati selezionati per fare parte delle commissioni esaminatrici, si sarebbero sempre preoccupati di "non interferire" sulla scelta del futuro vincitore "compiuta preventivamente favorendo il candidato interno che risultava prevalere anche nei casi in cui non fosse meritevole". Le regole del codice hanno un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni sono punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico. Il gip parla di "estrema pericolosità'" e "piena consapevolezza" delle "gravi illiceità" commesse dal gruppo spinto "da finalità diverse dalla buona amministrazione e volto, al contrario, alla tutela degli interessi di pochi privilegiati che condividono le condotte criminali dell'associazione a delinquere". Emergono inoltre dalle raccomandazioni dei sodali di "non parlare telefonicamente" o dalla volontà palesata di effettuare delle preventive "bonifiche" degli uffici pubblici per ridurre il rischio di indagini e accertamenti nei loro confronti. Il provvedimento interdittivo è stato emesso sulla base della attività di indagine condotta dal giugno 2016 al marzo 2018 e interessa, oltre al rettore Basile e al predecessore Pignataro, i professori Giuseppe Sessa (Medicina), Filippo Drago (Medicina), Carmelo Monaco (Agraria), Giancarlo Magnano di San Lio (Filosofia), Giuseppe 'Uccio' Barone (Scienze politiche), Michela Maria Bernadetta Cavallaro (Economia), Giovanni Gallo (Matematica), e Roberto Pennisi (Giurisprudenza). 

Catania, concorsi truccati all’università: sospesi rettore e 9 docenti. Indagati 40 prof in tutta Italia. L'inchiesta riguarda in particolare l’assegnazione di 17 posti per professore ordinario, quattro per professore associato e sei per ricercatore. Le accuse sono di associazione per delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Il Fatto Quotidiano il  28 Giugno 2019. Associazione per delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Sono queste le accuse nei confronti del rettore di Catania, Francesco Basile, e di altri nove professori, che sono stati sospesi dal servizio dal Gip. Al centro delle indagini su Università bandita della Digos coordinate dalla Procura etnea 27 concorsi che secondo l’accusa sono stati truccati. Sono complessivamente 40 i professori indagati degli atenei di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. L’ordinanza applicativa della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio emessa dal Gip di Catania, su richiesta della locale Procura distrettuale, è stata eseguita da personale della polizia di Stato. I nove docenti destinatari del provvedimento sono professori con posizioni apicali all’interno dei Dipartimenti dell’università di Catania. Un vero e proprio “codice di comportamento sommerso” operante in ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi devono essere predeterminati dai docenti interessati. È quanto emerge dall’operazione ‘Università bandita’ della Polizia di Stato di Catania, secondo quanto ha raccontato in conferenza stampa il procuratore Carmelo Zuccaro. Le indagini hanno accertato come nessuno spazio doveva essere lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo poteva essere presentato contro le decisioni degli organi statutari. Secondo quanto accertato, inoltre, le regole del codice avevano un un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni erano punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico. La polizia di Stato sta eseguendo 41 perquisizioni nei confronti dei 40 professori indagati. L’inchiesta riguarda in particolare l’assegnazione di 17 posti per professore ordinario, quattro per professore associato e sei per ricercatore. L’ordinanza applicativa della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio emessa dal Gip di Catania, su richiesta della locale Procura distrettuale, è stata eseguita da personale della polizia di Stato. I nove docenti destinatari del provvedimento sono professori con posizioni apicali all’interno dei Dipartimenti dell’università di Catania. L’inchiesta della Digos di Catania è la terza che coinvolge l’Ateneo fiorentino, dopo le due avviate dalla procura del capoluogo toscano. La prima in ordine di tempo è quella sui presunti concorsi truccati relativi alle abilitazioni nella disciplina di diritto tributario, che nel 2017 portò a sette arresti e all’interdizione dalle università per 22 docenti. Poi c’è quella più recente che ha sconvolto la facoltà di Medicina di Firenze e che ipotizza presunte turbative nella programmazione dei concorsi per prof e ricercatori. L’udienza preliminare è prevista per i primi di settembre. Le accuse contestate, a vario titolo, sono quelle di induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta, abuso d’ufficio, frode in pubbliche forniture e truffa. Tra i nomi più in vista anche quello dell’ex ministro Augusto Fantozzi, che venne interdetto dalla docenza universitaria per nove mesi, provvedimento poi revocato dal tribunale del riesame su ricorso del suo difensore, avvocato Nino D’Avirro. Ancora aperta invece l’inchiesta sulla facoltà di medicina, coordinata dal pm Tommaso Coletta. Le indagini, partite nel 2017, avrebbero messo in evidenza, irregolarità nella programmazione dei concorsi e in una procedura concorsuale per l’individuazione di un professore associato.

Concorsi truccati, sospesi l’attuale rettore di Catania Basile e il suo predecessore Pignataro. Quotidiano della Sicilia venerdì 28 Giugno 2019. Quaranta professori di quattordici atenei indagati per associazione per delinquere, corruzione e turbativa d'asta. Indagini della Digos per l'assegnazione di diciassette posti da ordinario, quattro da associato e sei da ricercatore. Il procuratore Zuccaro, "Sistema di nefandezze". Il clientelismo "Disonore per il mondo della Cultura". Il rettore di Catania, Francesco Basile e altri nove professori etnei tra i quali il suo predecessore Giacomo Pignataro, sono stati sospesi dal servizio dal Gip dopo essere stati indagati per associazione per delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Al centro delle indagini dell’operazione denominata “Università bandita” della Digos coordinate dalla Procura della Repubblica di Catania sono 27 concorsi.

Quaranta docenti indagati. Sono complessivamente quaranta i professori indagati degli atenei di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona.

L’ordinanza applicativa della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio emessa dal Gip di Catania, su richiesta della Procura distrettuale, è stata eseguita da personale della polizia di Stato.

Basile – 61 anni, dal 1992 ordinario di Chirurgia generale nella Scuola di Medicina e oggi direttore dell’unità di Clinica chirurgica dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania – venne eletto nel febbraio del 2017 al posto di Giacomo Pignataro. Nel 2016 è stato eletto presidente della società Italiana di Chirurgia Day Surgery.

I nove docenti destinatari del provvedimento sono professori con posizioni apicali all’interno dei Dipartimenti dell’università di Catania. La polizia di Stato sta eseguendo perquisizioni nei confronti dei professori indagati. L’inchiesta “Università Bandita”, è scaturita da indagini avviate dalla Digos della Questura di Catania su concorsi che per l’accusa sono stati “truccati”. E in particolare riguardano l’assegnazione di diciassette posti per professore ordinario, quattro per professore associato e sei per ricercatore.

La conferenza stampa. Un vero e proprio “codice di comportamento sommerso” operante in ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi devono essere predeterminati dai docenti interessati. E’ quanto emerge dall’operazione ‘Università bandita’ della Polizia di Stato di Catania sfociata stamane nella sospensione dal servizio da parte del Gip del rettore Francesco Basile e altri nove professori, indagati per associazione per delinquere, corruzione e turbativa d’asta. L’operazione è stata illustrata durante una conferenza stampa alla quale ha preso parte il procuratore della Repubblica Carmelo Zuccaro. Le indagini hanno accertato come nessuno spazio doveva essere lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo poteva essere presentato contro le decisioni degli organi statutari. Secondo quanto accertato, inoltre, le regole del codice avevano un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni erano punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico.

I nomi dei professori sospesi. Come detto c’è anche l’ex rettore dell’Università di Catania Giacomo Pignataro tra gli indagati e anche per lui è stata disposta la sospensione dal servizio. Gli altri docenti sono il prorettore Giancarlo Magnano di San Lio; l’ex direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali Giuseppe Barone; il direttore del Dipartimento di Economia e Impresa Michela Maria Bernadetta Cavallaro; il direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche e Biotecnologiche Filippo Drago; il direttore del Dipartimento di Matematica e Informatica Giovanni Gallo; il direttore del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali Carmelo Giovanni Monaco; il direttore del Dipartimento di Giurisprudenza Roberto Pennisi; il presidente del coordinamento della Facoltà di Medicina Giuseppe Sessa.

Zuccaro, “Sistema di nefandezze”. “L’indagine – ha detto Zuccaro – ha consentito di svelare un sistema di nefandezze che purtroppo macchia in maniera veramente pesante il nostro Ateneo perché coinvolge tutti i personaggi di maggiore responsabilità al suo interno”. “Abbiamo accertato che questo sistema, che vedeva al vertice il precedente rettore e il rettore attuale – ha aggiunto – ha inquinato il sistema di votazione all’interno dell’Ateneo per la nomina del rettore e per la nomina degli organi più importanti. A cascata questo sistema si é perpetuato per condizionare numerosi concorsi di tutti i dipartimenti”.

Il sistema “baronale”. Quello descritto dal Procuratore è un sistema che un tempo sarebbe stato definito “baronale”. “Un sistema – ha affermato Zuccaro – che non esito a definire squallido perché le persone che vengono proposte non sono le più meritevoli per aggiudicarsi il titolo. Quando qualcuno ha il coraggio di proporsi come candidato per questo posto nonostante il capo del dipartimento abbia deciso che non sia venuto il suo momento, queste persone vengono fatte oggetto di critiche pesanti, addirittura di ritorsioni da parte del capo del dipartimento”. “Si è usata la parola, da parte di qualcuno, non da parte mia – ha aggiunto -, di metodi paramafiosi. Parto dal principio che se tutto è mafia, nulla è mafia. Io uso la parola mafia per sistemi effettivamente mafiosi. Però questi sono sistemi criminali e anche i sistemi criminali organizzati non mafiosi posso produrre effetti devastanti”.

Disonore al mondo della Cultura. “I fatti – ha concluso – sono estremamente gravi e certamente non fanno onore a persone che dovrebbero appartenere al mondo della cultura: cultura che non può soffrire l’adozione di sistemi clientelari e non basati sul merito per potersi perpetuare. Una cultura che si basa su questi sistemi è una cultura destinata a rimanere sterile e a perseguire più esigenze clientelari che non esigenze di progresso e di sviluppo della nostra società”.

Terremoto all'Ateneo, 40 indagati. Antonio Condorelli su Live Sicilia 28 giugno 2019. Ventisette concorsi truccati, diciassette per professore ordinario, sei per ricercatore e i vertici dell'Università sono stati decapitati dalla magistratura. Arriva come un ciclone l'ultima operazione della Procura di Catania sull'Ateneo, eseguita dalla Digos, gli indagati sono quaranta e spiccano i nomi eccellenti, a partire dall'attuale Rettore, Francesco Basile e dal suo predecessore, Giacomo PIgnataro. I NOMI - Oltre ai due Rettori, il Gip di Catania ha sospeso Giancarlo Magnano San Lio, prorettore dell'Università, Giuseppe Barone, ex direttore del dipartimento di Scienza Politiche, Michela Cavallaro, direttore del dipartimento di Economia, Filippo Drago, direttore del dipartimento di scienze biomediche, Giovanni Gallo, direttore del dipartimento di matematica, Carmelo Monaco, direttore del dipartimento di Scienze biologiche, Roberto Pennisi, direttore del dipartimento di Giurisprudenza e Giuseppe Sessa, presidente del coordinamento della Facoltà di Medicina dell'università di Catania. La Procura aveva richiesto per loro gli arresti domiciliari.

L'INDAGINE - L'inchiesta nasce dalle denuncie incrociate presentate dall'ex Rettore Giacomo Pignataro e da Lucio Maggio, direttore amministrativo. La Digos inizia a eseguire le intercettazioni e viene fuori un sistema di preconfezionamento dei concorsi universitari. Il 2 febbraio del 2016, dopo l'elezione di Basile, la prima domanda che ha posto al suo predecessore è stata emblematica: "La stanza l'hanno bonificata?". Il passaggio di consegne avviene mentre le cimici della Digos registrano. La Digos ha accertato che "il futuro vincitore dei concorsi veniva deciso a tavolino e i concorsi venivano costruiti ad hoc per chi dovesse vincere, stabilendo chi dovessero essere i commissari, i membri esterni, nei casi più gravi era il candidato stesso a elaborare i criteri del concorso".

"IL CAPO" - Francesco Basile è ritenuto il "capo" dell'associazione a delinquere finita nel mirino della Procura. Il Cda è stato eletto grazie a dei "pizzini", consegnati anche ai rappresentanti degli studenti "che - sottolinea la Digos - non si sono sottratti a questa logica". Tra gli indagati, Giuseppe Barone, è accusato anche per il concorso predisposto in favore del proprio figlio dai vertici dell'Università.

IL TRUCCO - Tutto sarebbe stato stabilito "a tavolino", anche il numero delle pubblicazioni che dovevano essere presentate. Il condizionamento da parte dei vertici universitari riguarderebbe anche il conferimento degli assegni, l'assunzione di personale tecnico amministrativo, la composizione degli organi statutari dell'Ateneo, l'assunzione e la carriera dei docenti universitari.

IL CODICE - Metodologie "paramafiose", e un codice basato sul "ricatto" e l'assenza del merito. I concorsi erano stati già prestabiliti per alimentare un sistema fatto da "figli dei figli", spiega la Procura di Catania, nel quale "si prescinde totalmente dalla meritocrazia". "Chi non accettava di dare qualcosa in cambio - continuano i magistrati - era escluso in partenza. La culla della cultura adottava gli stessi metodi delle associazioni mafiose. La cultura della forza e del ricatto".

L'INTERCETTAZIONE - "Dobbiamo soggiacere al potere". Tra gli indagati ci sono anche i beneficiari dei "concorsi", alcuni di questi pretendevano - spiega il Pm Santo Distefano - di vincere il concorso e si dolevano della presenza di altri candidati che non sottostavano alle regole e spingevano affinché il concorso fosse dedicato solo a loro, che stavano dentro il sistema. Gli stessi beneficiari del sistema sollecitavano il Rettore ad avere condotte ritorsive nei confronti degli altri candidati che continuavano a insistere per partecipare al concorso". È un sistema, "non c'è il pagamento di una mazzetta", spiega il procuratore Carmelo Zuccaro, "essere professore o meno cambia completamente i parametri economici".

ALTRI ATENEI - Nel sistema di gestione dei concorsi truccati sono coinvolti professori di altre Università italiane. I professori coinvolti farebbero parte di un sistema di scambio di favori.

Concorsi truccati all'Università, sospesi il rettore di Catania e 9 professori. Tra gli indagati anche l'ex procuratore D'Agata. La intercettazioni tra il rettore e il direttore amministrativo all'origine del caso, che ha portato a indagare 60 docenti di 14 università e altre sei persone. Natale Bruno il 28 giugno 2019 su La Repubblica. L’hanno denominata "Università bandita" ed è l'inchiesta della polizia di Stato di Catania, su delega della locale Procura Distrettuale della Repubblica, per far luce sui concorsi che hanno riguardato le carriere universitarie. Un'inchiesta che si estende in tutta Italia. Intanto, nove professori dell’università etnea con posizione apicale e il rettore Francesco Basile sono stati sospesi con un provvedimento di interdizione dai pubblici uffici emesso dal gip. I reati ipotizzati dall'ufficio inquirente presieduto dal procuratore Carmelo Zuccaro sono quelli di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Tra i nove professori indagati ci sono l’ex rettore Giacomo Pignataro, Giuseppe Sessa (Medicina), Filippo Drago (Medicina), Carmelo Monaco (Agraria), Giancarlo Magnano di San Lio (Filosofia), Giuseppe Barone (Scienze Politiche), Michela Maria Bernadetta Cavallaro (Economia), Giovanni Gallo (Matematica) e Roberto Pennisi (Giurisprudenza). A tutti gli indagati  - giunti stamattina in questura per la notifica del provvedimento - sono state fatte perquisizioni a casa, sequestrati i loro cellulari. L’inchiesta è coordinata dal procuratore Carmelo Zuccaro e affidata ai sostituti Bisogni, Vinciguerra e Di Stefano.

L'inchiesta '"Università bandita" è stata avviata nel luglio del 2015 e si è conclusa nel mese di marzo del 2018, ed è nata dalle denunce tra l'ex rettore Giacomo Pignataro e Lucio Maggio, ex direttore amministrativo generale dell'Ateneo. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali è emersa l'esistenza di un'associazione a delinquere con a capo il rettore dell'Università Francesco Basile. Nel corso della conferenza stampa è stato rivelato un particolare che ha riguardato proprio il passaggio di consegne tra i due rettore e la bonifica da eventuali cimici nella stanza del "Magnifico" da parte del neoeletto Basile. La corruttela, secondo gli inquirenti, sarebbe avvenuta per il conferimento degli assegni, delle borse di studio e dei dottorati di ricerca, ma anche per l'assunzione di personale tecnico-amministrativo, per la composizione degli organi statutari dell'Ateneo (consiglio di amministrazione, nucleo di valutazione, collegio di disciplina) e per l'assunzione e la progressione in carriera dei docenti universitari. Il "sistema delinquenziale" secondo gli investigatori della polizia di stato, non è ristretto alla sola università di Catania, ma si estende ad altri atenei  i cui docenti sono stati selezionati per fare parte delle commissioni esaminatrici: in particolare è emerso che questi ultimi si sarebbero sempre "preoccupati di non interferire sula scelta del futuro vincitore compiuta preventivamente favorendo il candidato interno che risultava prevalere anche nei Casi in cui non fosse meritevole". 

Il codice "sommerso". Dalle indagini è emerso un vero e proprio codice di comportamento 'sommerso' che veniva applicato nell'ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi dovevano essere predeterminati dai docenti interessati e nessuno spazio doveva essere lasciata selezioni meritocratiche e soprattutto neo doveva essere presentato alcun ricorso amministrativo contro le decisioni degli organi statutari.

"Macchia pesante". "C'è un sistema di nefandezza che purtroppo macchia in maniera pesante l'Università di Catania": è il quadro sconfortante tratteggiato dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro in conferenza stampa. "E’ un mondo desolante quello che emerge da questa inchiesta. Quando l’espressione della cultura Accademica che dovrebbe essere assolutamente non soggetta al potere si sottomette al potere... Il merito purtroppo non è il metodo di selezione dei candidati, ma una scelta che dall’alto viene calata. È il sistema corruttivo è quello per cui oggi un candidato accede a quel posto, non per merito, ma perché qualcuno lo ha già deciso. Se nel mondo accademico catanese queste cose avvengono sistematicamente, come siamo riusciti a provare, veramente il quadro è desolante. Bisogna fare i conti con quello che è emerso e poi voltare pagina".

Concorsi truccati nelle università: i nomi di tutti gli indagati. Natale Bruno su La Repubblica il 28 Giugno 2019. Nell’operazione della Digos sono state effettuate 41 perquisizioni. L'inchiesta ha accertato l’esistenza di 27 concorsi truccati in giro per gli atenei italiani: 17 per professore ordinario, 4 per professore associato, 6 per ricercatore. Ma si indaga su altre 97 procedure concorsuali. Gli indagati sono complessivamente 66: 40 professori dell'università di Catania e 20 degli atenei di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona, più altre sei persone collegate a vario titolo all'università del capoluogo etneo. E tra i nomi eccellenti c’è pure quello dell’ex procuratore di Catania Enzo D’Agata finito nel registro degli indagati assieme alla figlia Velia che avrebbe, secondo l’accusa, ottenuto una via preferenziale per una cattedra di professore associato. Ecco i nomi dei 62 indagati dell’inchiesta ‘Università bandita’ordinata dalla procura di Catania: Salvatore Cesare Amato (Unict), Massimo Antonelli (UniRoma), Marinella Astuto (Unict), Pietro Baglioni (UniFirenze), Laura Ballerini (Sissa Trieste), Antonio Barone (Unict), Giuseppe Barone (Unict), Francesco Basile (rettore Unict), Alberto Bianchi (Unict), Antonio Giuseppe Biondi (Unict), Paolo Cavallari (UniMilano), Michela Maria Bernadette Cavallaro (UniCt), Giovanna Cigliano (UniNapoli), Umberto Cillo (UniPd), Giorgio Conti (La Cattolica Roma), Agostino Cortesi (UniVe), Velia Maria D’Agata (Unict), Enzo D’Agata, Stefano De Francisci (UniCz), Francesco Saverio De Ponte (UniMessina), Santo Di Nuovo (Unict), Francesco Di Raimondo (Unict), marcello Angelo Alfredo Donati (Unict), Filippo Drago (Unict), Alessia Facineroso (Unict), Santi Fedele (UniMessina), Enrico Foti (Unict), Giovanni Gallo (Unict), Anna Garozzo (Unict), Eugenio Gaudio (UniRoma La Sapienza), Maria Giordano (Unict), Sebastiano Angelo Granata (Unict), Salvatore Giovanni Gruttadauria (Unict), Calogero Guccio (Unict), Alfredo Guglielmi (UniVr), Giuseppina La Vecchia (UniChieti-Pescara), Giampiero Leanza (Unict), Massimo Libra (Unict), Giancarlo Magnano di San Lio (Prorettore Unict), Luigi Vincenzo Mancini (UniRoma La Sapienza), Claudio Marchetti (UniBologna), Massimo Mattei (UniRomaTre), Paolo Mazzoleni (Unict), carmelo Giovanni Monaco (Unict), Maura Monduzzi (UniCagliari), Marco Montorsi  (Rettore Humanitas Rozzano), Giuseppe Mulone (Unict), Paolo Navalesi (UniCz), Matteo Giovanni Negro (Unict), Ferdinando Nicoletti (Unict), Karl Jurgen Oldhafer (Barmbek Asklepios Hospital Amburgo), Giuseppe Pappalardo (Unict), Pietro Pavone (Unict), Roberto Pennisi (Unict), Vincenzo Perciavalle (Unict), Giacomo Pignataro (Già rettore Unict), Giovanni Puglisi (Unict), Stefano Giovanni Puleo (Unict), Maria Alessandra Ragusa (Unict), Antonino Recca (già rettore Unict), Romilda Rizzo (Unict), Salvatore Saccone (Unict), Giovanna Schillaci (Unict), Giuseppe Sessa (Unict), Luca Vanella (Unict) e Giuseppe Vecchio (Unict). 

VOLETE FARE CARRIERA UNIVERSITARIA? DOVETE PAGARE! Lorena Loiacono per “il Messaggero” il 28 aprile 2019. Sono stati spesi quasi 2,5 milioni di euro per vedere pubblicate ricerche scientifiche che probabilmente, senza spendere un euro, non sarebbero andate da nessuna parte. Pubblicazioni praticamente fasulle, comprate, utili solo ad arricchire curriculum, indispensabili però per far carriera. Così migliaia di ricercatori universitari hanno tentato la scalata alla carriera accademica. Alcuni hanno cercato la scorciatoia, altri ci sono letteralmente cascati, pensando di pagare per una valutazione in piena regola. Accade in Italia, dove per accedere ai concorsi necessari alla carriera di professore ordinario bisogna aver acquisito l' Asn, l' Abilitazione scientifica nazionale. E per averla è necessario presentare nel proprio curriculum le pubblicazioni ottenute durante gli studi e la preparazione. Se le pubblicazioni non ci sono, l' abilitazione non arriva. C' è chi le ottiene con il proprio studio vantando ricerche di interesse notevole, chi si affida a gruppi di ricerca trainati da docenti dal nome importante e chi invece apre il portafogli per vedere il proprio nome pubblicato su pseudo riviste scientifiche, meglio note come riviste predatorie, che pubblicano tutto quel che arriva. Dietro compenso, ovviamente, e senza attivare i dovuti controlli: il peer review che un editore scientifico dovrebbe garantire. Ad aprire questo vaso di Pandora, che ora scuote il mondo accademico, è uno studio portato avanti da Mauro Sylos Labini, un ricercatore del dipartimento di Scienze politiche dell' Università di Pisa, da Manuel Bagues dell' Università di Warwick in Inghilterra e da Natalia Zinovyeva dell' Università di Aalto in Finlandia. I tre ricercatori hanno passato al setaccio i curriculum di 46mila tra ricercatori e professori che comparivano nelle candidature della prima edizione dell' Abilitazione Scientifica Nazionale dell' anno 2012-13. Che cosa emerge dalla ricerca? Circa il 5% dei partecipanti all' abilitazione scientifica nazionale ha utilizzato le riviste predatorie almeno una volta. Vale a dire oltre 2000 ricercatori universitari. «Una stima conservativa basata sulla nostra indagine - spiega Mauro Sylos Labini - suggerisce che per pubblicare circa seimila articoli, i ricercatori del campione hanno speso più di due milioni e mezzo di dollari. Con una media di 440 dollari ad articolo, circa 400 euro. Parte di questa cifra esce direttamente dalle tasche dei ricercatori, ma un' altra parte proviene dai loro fondi di ricerca pubblici, e si tratta comunque di una stima che non tiene conto delle spese per la partecipazione a conferenze predatorie, spesso associate a queste pubblicazioni. Un pacchetto completo, quindi, composto da pubblicazioni e convegni. Finalizzato a veder innalzare il punteggio utile per ottenere la certificazione necessaria a far carriera nell' Università. Tra i 2mila docenti ci sono anche i ricercatori che non sapevano di incappare in una scorciatoia poco professionale. I settori scientifici maggiormente interessati da questo escamotage sono Economia aziendale, Organizzazione e Finanza aziendale. Sono questi infatti i campi in cui sono state riscontrate maggiormente le pubblicazioni a pagamento. Ma, tenendo presente il tariffario delle riviste predatorie, lo spreco di risorse sembra essere maggiore per le pubblicazioni nel campo della Medicina dove una pubblicazione può arrivare a costare anche 2.500 dollari, circa 2200 euro. Più pubblicazioni si hanno, maggiore è la possibilità di veder aumentare il proprio hindex, il punteggio con cui si giudica l' attività di un ricercatore. Il fenomeno delle pubblicazioni a pagamento è ben noto all' estero tanto che esistono vere e proprie liste nere con i nomi delle riviste. Una delle più famose è quella messa a punto da un bibliotecario dell' Università del Colorado, Jeffrey Beall. Un esempio celebre è la pubblicazione della trama della puntata di Star Trek Vojager: un ricercatore dal nome fittizio Zimmerman, volendo svelare l' inganno, riuscì a farsi pubblicare la ricerca, passandola per buona, dall' American Research Journal of Biosciences che gli chiese 749 euro. Alla fine ne bastarono 50.

NON FATEVI PRENDERE PER IL CURRICULUM! DAGOREPORT il 29 aprile 2019. Come ha scritto Lorena Loiacono per il “Messaggero” (ripreso da Dagospia) “Sono stati spesi quasi 2,5 milioni di euro per vedere pubblicate ricerche scientifiche che probabilmente, senza spendere un euro, non sarebbero andate da nessuna parte. Pubblicazioni praticamente fasulle, comprate, utili solo ad arricchire curriculum, indispensabili però per far carriera”. “Per entrare in università bisogna pagare”. Ma anche se non si paga con moneta sonante i meccanismi che creano un curriculum ad hoc per far sì che venga poi bandito un “concorso profilato” per il candidato CHE SI VUOL FAR VINCERE passano attraverso logiche economiche (lavoro gratis e simili) o di controllo baronale (metodi di appartenenza e filiazione). “Concorsi profilati” vuol dire che nel bando si cerca un candidato con tali e tali caratteristiche che corrispondono a un solo essere vivente: quello che la “comunità scientifica”, il barone, ha deciso di far vincere perché ha ormai fornito i servizi richiesti (svolto esami al posto del docente, seguito tesine, impaginato riviste, fatto da segreteria tuttofare e altri, meno nobili, lavori, come fare la spesa…). Come fare? Molto semplice: se devo mettere in cattedra un ornitologo e il mio candidato ha studiato la cinciallegra e conosce, che so, il tedesco, il bando richiederà a un certo punto “… particolarmente gradita la conoscenza di uccelli come la cinciallegra... Si richiede la conoscenza del tedesco”. Quindi se un ha studiato il pettirosso, l’aquila reale e il gufo, sa inglese e francese e magari si è specializzato in veterinaria perde.  Ora è nato un “Osservatorio” (vedi sotto) che denuncia tutto questo e sta mettendo a disposizione molte informazioni. Per prima cosa, qui un vademecum di come ti metto in cattedra, in quattro-cinque anni, il figlio di…, l’amante, l’amico, il mio tuttofare facendolo diventare il partecipante vincente di un concorso “profilato” bandito per lui. Molto semplice. Tengo per un annetto o due presso di me, docente, il giovane prescelto (figlio di un collega, amante, un ricco di famiglia che non ha bisogno di lavorare…) come semplice “Cultore della materia” con qualche rimborso dall’ateneo. Poi gli/le faccio vincere uno dei posti a disposizione per un Dottorato di ricerca, così per tre anni è pagato e se ne sta in università a fare il segretario tuttofare. Poi gli/le faccio vincere una delle numerose borse di studio all’estero dove, di solito, il borsista va assai poco ma scrive una tesina, in lingua straniera, a fine esperienza. Intanto gli/le ho fatto pubblicare articoli pseudo “scientifici” sulla rivista di Classe A che io docente dirigo e nessuno legge, l’ho fatto intervenire a convegni organizzati da me dove sono presenti solo i convegnisti e, infine, dall’editore universitario è arrivato il mio turno per scegliere un libro da pubblicare e scelgo quello del mio protetto. Questo, e non altro, è quanto sciaguratamente i concorsi universitari (criteri stabiliti da Anvur e Mibac) valutano. A questo punto siamo pronti: basta un “bando profilato” ed è in cattedra. E’ una competizione scorretta dall’inizio e che non si può poi raddrizzare. Né il rottamatore Renzi né gli homines novi dei Cinque Stelle e della Lega stanno mettendoci mano. Vediamo alcuni esempi per capire meglio e, in specifico, due “denunce” dell’”Osservatorio concorsi”.

RIVISTE DI CLASSE A, B… O A VANVERA? E CHI LE LEGGE? NESSUNO. L’Anvur, è l’organo di valutazione delle riviste “scientifiche”: ce ne sono migliaia, che nessuno legge, nemmeno chi le scrive. Scrivere su una rivista di classe A conferisce punteggio per il concorso universitario; per una di classe B meno, per le altre nulla. Ovviamente ciascun barone ha piazzato la rivista che dirige (o per la quale collabora) in classe A; ma l’Anvur a finito per metterci persino riviste assurde e il loro contrario: si va dagli “Acta Archaeologica Academiae Scientiarum Hungaricae” ad “Abitare”; da riviste che manco escono alla rivista principe sull’arredo. Delle due l’una: o ha senso riviste che non leggono nemmeno gli specialisti oppure hanno senso quelle che hanno presa anche sul mercato. Nelle riviste delle scienze naturali e mediche gli articoli sono, in genere, firmati da molti autori. Come dire: più siamo più la ricerca fa impressione. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: in genere contano il primo e l’ultimo firmatario: gli altri sono messi in mezzo per far… titoli per il concorso dove saranno piazzati.

SOCIETA’ SCIENTIFICHE O CONCORSUALI? Le società scientifiche, costituite o controllate tutte da docenti universitari, dovrebbero svolgere attività scientifica in aggiunta a quella universitaria. Ma spesso servono solo per piazzare gli aderenti nei concorsi. Di una società di Filosofia (la Sie, Società di Estetica) circola un filmato su internet dove l’ex presidente, lo scomparso professore Luigi Russo, si lascia sfuggire il vero senso dei convegni organizzati dalla “Società scientifica” della quale era vicepresidente l’attuale rettore dell’Università degli Studi di Milano, Elio Franzini: “(il nostro ndr) è un convegno, che poi è uno pseudo convegno: serviva per incontrarsi per le faccende concorsuali” (dal minuto 55 al minuto 105 dell’allegato video registrato all’Università di Torino). I membri della società sono presenti in quasi tutte le commissioni concorsuali del loro raggruppamento e possono così far vincere altri loro associati. Sostanzialmente, diverse società scientifiche finiscono con il diventare organismi paralleli di controllo dei concorsi attraverso i loro membri che compongono le commissioni in favore di aderenti alla società stessa. Chi non è all’interno (e quindi non paga quota e non sottostà alle logiche di appartenenza) è improbabile che vinca un concorso anche se molto più preparato! Così è in moltissime società “scientifiche”. In Italia, s’intende! Aver svolto una professione ad alto livello non dà alcun punteggio nei concorsi. Per cui, poniamo, a un concorso in “Teoria della comunicazione televisiva” se si presenta Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, che magari ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio dei giovani, la sua lunga esperienza nel settore vale zero. Zero. Meno di un articolo di due pagine di un sub-assistente con due note sull’allegato della rivista di classe A! Da qui uno capisce perché i professori universitari italiani ormai contino poco e il distacco dal mondo delle professioni sia abissale. E perché i figli della “élite” italiana (molti dei politici e dei direttori di giornali) studino all’estero. Sono i progetti di ricerca finanziati dal ministero. Qui vale la stessa cosa delle riviste: un docente che, tramite aderenze al ministero, riesce a far finanziare il proprio progetto di ricerca ci butta dentro gli ex studenti che vuole: ovviamente quello da mettere in cattedra.

USCITE DEI BANDI. I bandi di concorso sono ricorrenti come il bollino nero sulle autostrade: in genere escono con l’esodo di agosto e si concludo prima del rientro estivo. Cioè: se non ti dicono che sono banditi perché è il “tuo concorso”… hai voglia a scoprirli nei siti degli atenei che lo bandiscono o in quello del ministero! Sono nascosti e banditi in periodo estivo, quando l’università è ferma da mo’. E’ un sistema che funziona al contrario, insomma: se tu vuoi il più bravo dovresti dare massima visibilità al concorso; ma se tu vuoi che a vincerlo sia quello che hai già scelto ed è magari scarsino devi metterti il più possibile al riparo da sorprese: meglio che non lo scopra nessuno e non ci siano altri partecipanti.

VALUTAZIONE TITOLI. Ci sono concorsi che valutano con lo stesso punteggio (mettiamo 3 punti) monografie di 500 pagine che hanno fatto nuove scoperte e brevi scritti di nessun approfondimento scientifico su una rivista fuori classe ma ugualmente valutati dal presidente di commissione. Specie quando a presentarsi è il suo assistente o protetto. Alcuni di questi casi, recentemente, sono stati impugnati persino dalle università che hanno bandito il concorso, tanto era l’evidenza. Ma senza l’intervento della magistratura – che non interviene quasi mai – non se ne può far nulla. Tra i pochi interventi sanzionatori della magistratura quello contro la moglie dell’ex rettore della Statale, Fernanda Caizzi Decleva. L’ex rettore della Sapienza, Luigi Frati (come molti altri), fu indagato per “parentopoli”.

FAMILISMO. Secondo uno studio statistico e scientifico, condotto da Stefano Alessina, ricercatore all’Università di Chicago, il fenomeno del nepotismo è ben radicato nelle università italiane. Gli studi hanno rivelato che i settori disciplinari più esposti sono Ingegneria industriale, Legge, Medicina, Geografia e Pedagogia. E, facendo riferimento alla distribuzione geografica, il fenomeno diventa più frequente al Sud, in particolare nelle isole, anche se non sono esclusi alcune importanti università italiane. Tra i 10.783 accademici in Medicina sono stati rilevati 7.471 cognomi distinti. Le prime cinque università con il maggior numero di cognomi sarebbero:  Libera Università Mediterranea «Jean Monnet», Casamassima di Bari, Sassari, Cagliari, Suor Orsola Benincasa di Napoli, Catania.

OSSERVATORIO. Come dicevamo è nato recentemente l’ “Osservatorio Indipendente dei Concorsi Universitari” che denuncia pubblicamente il maggior numero possibile di “bandi profilati”.  L’art. 24, comma 2, della Legge 240/2010, prevede infatti che non si possano inserire nei bandi “competenze così specifiche da scoraggiare i potenziali candidati”. Ovviamente i dipartimenti che bandiscono concorsi fanno, indisturbati, l’esatto contrario. L’ultima denuncia-segnalazione dell’Osservatorio è avvenuta a Pasquetta con una lettera indirizzata al rettore di Padova (Rosario Rizzuto, che è anche membro del Commissione dei rettori) relativa ad un concorso “profilato” per la I fascia in Chimica generale. La lettera, come al solito, è stata  inviata anche al ministro Marco Bussetti (Lega) e al Viceministro dell’Università Lorenzo Fioramonti (Cinque Stelle), che queste cose dovrebbe saperle visto che, per insegnare, ha dovuto trovarsi un’università in Sud Africa.  In questo caso, il bando profilato richiede al candidato “linee di ricerca riguardanti la chimica metallorganica nei suoi aspetti fondamentali e applicativi, con particolare riferimento all'utilizzo dei metalli di transizione in sintesi e catalisi metallorganica, anche di interesse industriale”: guarda guarda giusto giusto il profilo del candidato interno all’università. Stessa cosa era avvenuta il 15 aprile quando l’Osservatorio aveva segnalato ai professori Franco Anelli, Guido Merzoni e Damiano Palano facenti parte la commissione il concorso della Cattolica (rettore il giurista Franco Anelli ) in “Filosofia politica”:  in questo caso al candidato era richiesta la conoscenza dei “meccanismi di selezione delle élite, dai rapporti fiduciari ai processi di mediazione degli interessi, alle dinamiche di disintermediazione e di reintermediazione”. Scrive l’Osservatorio: “Tale profilo replica verbatim il progetto di ricerca, del tutor Prof. Damiano Palano”,  e, guarda caso, il concorso è stato vinto dal candidato interno “Dott. Antonio Campati, attualmente Professore a contratto presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, il quale ha prodotto nel frattempo diversi contributi sul tema”.

CONSIGLIO DI STATO. Nelle commissioni universitarie non crede più nessuno, nemmeno il Consiglio di Stato. “Le commissioni universitarie, a parer nostro, non sono più degne di fiducia”, scrive il Consiglio di Stato nell'ultima sentenza in tema di concorsi non credibili. E si rivolge direttamente al ministero dell'Istruzione intimando di riconoscere la cattedra di Diritto del lavoro alla docente Carmela La Macchia, bocciata tre volte da tre commissioni diverse nominate per gestire l'Abilitazione scientifica nazionale nella sua disciplina: le aveva preferito, nel ruolo di professore di prima fascia, un altro candidato. E così il Consiglio di Stato, dove è finito il primo ricorso, alla fine ha scritto al Miur: siete obbligati a dare l'idoneità all'appellante. E a pagare 6.500 euro di spese legali (sentenza 1321 dello scorso 25 febbraio). I casi già “denunciati” sono molti. Homines novi o meno, l’università NON CAMBIA MAI. Forse renderla meritocratica e legata alla società non porta voti. E, dopo Renzi, anche Lega e Cinque Stelle sembra ci abbiano rinunciato.

Firenze, concorsi pilotati a Careggi: interdetti 8 docenti. Non possono partecipare a commissioni d'esame né alla programmazione dei bandi universitari, scrivono Michele Bocci e Gerrado Adinolfi il 19 marzo 2019 su La Repubblica. Otto docenti universitari di cui sei in servizio all'ospedale di Careggi di Firenze sono stati interdetti per sei mesi o un anno da parte della loro attività accademica. Il tribunale ha accolto alcune richieste della procura che ha indagato 16 persone per i concorsi pilotati all'ateneo alla facoltà di Medicina.Per altri 3 indagati la gip (giudice per le indagini preliminari) perché sono in pensione. Per un altro professore, Fabio Cianchi, invece perché non ci sono sufficienti e gravi indizi di colpevolezza. Ad essere sospesi per un anno "dalla direzione/partecipazione ad organismi istituzionali con funzioni programmatiche o deliverative" e interdetti "agli stessi dal partecipare a commissioni d'esame o valutazione di qualsiasi tipo" sono i professori Marco Santucci, Massimo Innocenti e Domenico d'Avella. Mentre sono stati interdetti dalle stesse funzioni per sei mesi i docenti Gabriella Pagavino, Nicola Pimpinelli, Gianni Virgili, Franco Servadei e Alessandro Della Puppa. Si salvano dal provvedimento in quanto già in pensione l'ex prorettore dell'ateneo Paolo Bechi e i professori Donato Nitti e Roberto Delfini. L'inchiesta del pm fiorentino Tommaso Coletta è iniziata alla fine del 2017 e si è concentrata sul programma triennale di reclutamento di professori e ricercatori universitari da parte del dipartimento di chirurgia e medicina traslazionale dell'Università (ora sciolto) e su un concorso universitario, quello per neurochirurgo. I reati contestati a vario titolo sono falso in atto pubblico, abuso d'ufficio e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente. Nel registro degli indagati sono iscritte anche tre persone per le quali la procura non ha chiesto la misura dell'interdizione. Si tratta della ex direttrice di Careggi, e attuale direttrice dell'assessorato regionale alla Salute, Monica Calamai, e dell'attuale manager dell'ospedale, Rocco Damone. Di recente è stato iscritto Enrico Masotti, dirigente del policlinico.

L’Università dei baroni, scrive domenica, 10 marzo 2019 Il Corriere.it. L’Italia è una Repubblica fondata sulla spintarella? «La raccomandazione è sempre esistita, ma forse negli ultimi anni è addirittura aumentata». Parola di Luca Zingaretti che si trasforma in barone universitario con un nuovo look che a seconda dei gusti politici, letterari o religiosi lo avvicina a Lenin, a Pirandello oppure a Sant’Antonio. Tuttoapposto è il primo film dell’attore palermitano Roberto Lipari, che vede protagonisti lo stesso Lipari e Zingaretti. Roberto è uno studente universitario in un ateneo in cui i docenti sono degli impuniti: vendono esami, assumono solo amici e parenti, ragionano unicamente con la logica del «chi ti manda», sotto la regia e con la collusione del poco magnifico rettore (Zingaretti) che tra l’altro è il padre di Roberto. Il figlio, Edipo che uccide metaforicamente il padre, stufo di essere immerso in un mondo da prima Repubblica («a fra’ che te serve?» era lo slogan di reciproco aiuto), decide di combattere l’andazzo vigente, inventando con i suoi amici un’app per smartphone (chiamata Tuttapposto) che valuta l’operato dei professori. Il TripAdvisor degli studenti sovverte le gerarchie e l’ordine costituito: sono gli universitari a dare voti e like ai professori. È la rivoluzione dal basso, la presa della Bastiglia accademica, gli studenti acquisiscono un potere inaspettato e i docenti sono costretti a comportarsi onestamente pur di ottenere un buon punteggio sotto la minaccia di un’ispezione ministeriale. Riflette Zingaretti: «Personaggi come il rettore che interpreto non dovrebbero esistere in generale nella nostra società, ma soprattutto nel mondo dell’istruzione che dovrebbe essere un modello e un esempio, perché la scuola è il luogo dove si formano gli uomini di domani». L’attore allarga il ragionamento: «I giovani devono cambiare questa società, il futuro è nelle loro mani: spero che riescano a fare meglio di noi che avevamo sogni e illusioni, progetti e ideali che non si sono realizzati». Zingaretti si è prestato alla commedia, una cifra che non pratica abitualmente: «Anche se il comico non è il mio genere, in questo caso sono stato conquistato da una sceneggiatura intelligente: Tuttoapposto è un film molto ben scritto, molto garbato ma nello stesso tempo graffiante. È una metafora sul mondo in cui stiamo vivendo, sulla corruzione che ci circonda, una satira anche feroce su certi tipi di malcostume». La ricetta per uscire dal vizio della raccomandazione? «Non saprei quale potrebbe essere la cura. Siamo un popolo fatto così: l’unica è sperare in generazioni più probe». Tuttoapposto, prodotto da Tramp Limited (società che fa capo a Ficarra e Picone) e diretto da Gianni Costantino, sarà distribuito da Medusa in autunno. Nel cast anche Monica Guerritore, Ninni Bruschetta, Sergio Friscia. Il film si gira nel Palazzo degli Elefanti di Catania, sede del Comune, perché sarebbe stato difficile trovare una vera università che si prestasse a essere messa in una luce così negativa. Pure la città — Borbona Sicula — è di fantasia perché non si sa mai. Stucchi, lampadari, dipinti e affreschi contribuiscono a dare quell’atmosfera da Gattopardo dove i baroni agiscono impuniti e strafottenti. Un contesto opaco che ricorda quanto accade troppo spesso nella realtà. Se il baronato è una piaga, la soluzione — anche se siamo in una commedia — però rischia di essere altrettanto poco trasparente: chi non sa inizia a giudicare chi sa, chi deve imparare valuta chi è già istruito, allegoria dell’attuale scontro tra popolo ed élite. «È il paradosso della Fattoria degli animali — riflette Lipari —: è possibile che le cose migliorino, ma non è detto che ci si comporti meglio di prima. Il film non vuole dire come dovrebbero andare la cose, ma avverte che non è impossibile cambiarle. È una commedia giocata anche sul conflitto generazionale, io ho 28 anni e credo che le cose possano cambiare, racconto di una generazione che reagisce, che vuole migliorare le cose. Magari è un rischio affidare il giudizio agli studenti, ma almeno è un tentativo».

Concorso rifatto per l'astrofisica del team di "Rosetta". Prima esclusa, ora vince. L'ateneo di Padova ritorna sui suoi passi, dopo il ricorso al Tar. Non era stata valutata la sua "attività sul campo". Diventa professore associato, scrive Corrado Zunino il 13 febbraio 2019 su La Repubblica. La scienziata delle stelle, e ancor più delle comete, no. Non poteva essere fatta fuori da una commissione disattenta alle sue trentatré pagine di curriculum e indifferente alle decisive missioni spaziali a cui ha partecipato (o che ha coordinato). È bastato un ricorso al Tar del Veneto - vinto facile - per rifare quel concorso da professore associato al Dipartimento di Fisica e Astronomia (si chiama "Galileo Galilei" il dipartimento) dell'Università di Padova e consegnare la cattedra a chi aveva contribuito a guidare - dall'Italia, anche da Padova - la sonda Rosetta: dodici anni nello spazio e un contributo di scoperte che stanno cambiando il nostro approccio allo studio delle comete. La rapida retromarcia dell'ateneo patavino sulla scienziata Monica Lazzarin, 56 anni, dice due cose: all'Università di Padova si possono fare errori comuni a quello di molti atenei italiani - i bandi spinti verso un candidato -, ma poi si ha l'accortezza di tornare sui propri passi. Secondo, ci sono nuovi segnali di attenzione e resistenza dei rettori italiani nei confronti dei pilotaggi concorsuali realizzati dai singoli dipartimenti: sempre più spesso i "magnifici" accolgono gli inviti a controllare i bandi, annullano graduatorie, rifanno concorsi. La ricercatrice Monica Lazzarin, dopo una vita interstellare - quale membro, tra l'altro, della commissione Nasa postdoctoral program e partecipante a numerose missioni dell'Agenzia spaziale europea - dallo scorso 1 febbraio può insegnare "Astrofisica del sistema solare" ai suoi studenti di Padova. Sì, nel concorso del marzo 2017 i tre membri della commissione giudicante l'avevano chiaramente sfavorita - lo dirà un Tribunale amministrativo regionale quattordici mesi dopo - consentendo a uno dei due candidati vincitori di presentare due pubblicazioni scritte insieme a due commissari. Gli arbitri universitari, ha sentenziato il Tar, avrebbero usato un "eccesso di potere" nell'attribuire a una seconda candidata vincitrice un ruolo di guida in una ricerca anche se mai era stata "principal investigator" (primo responsabile scientifico). Al contrario della Lazzarin. Il giudizio "eccellente" calato sulla vincitrice, poi, si scontrava con il solo "ottimo" della candidata sconfitta e ricorrente. Nella sentenza del Tar colpisce il quarto punto preso in analisi dai giudici amministrativi: la non attribuzione di punteggio per la Missione Rosetta. Hanno scritto i giudici (siamo nel maggio 2018): "La mancata valutazione dell'attività svolta nell'ambito della missione dell'Agenzia spaziale europea" vizia il processo valutativo "per eccesso di potere dovuto alla mancata valutazione di elementi istruttori". In altri passaggi i giudici parlano di "affermazioni prive di riferimenti oggettivi che, nel loro complesso, non contengono un raffronto effettivo tra le posizioni dei candidati". La commissione non aveva preso in considerazione, per continuare, "le attività di osservazione spaziale poste in essere nel corso degli anni" richiamandole "in modo generico e indifferenziato": la ricorrente, la Lazzarin appunto, ne aveva effettuate quarantaquattro in varie zone del mondo, uno dei due vincitori ne aveva invece dichiarato solo sedici. Monica Lazzarin, ancora, era stata relatrice di tesi in ventotto occasioni (contro tre della vincitrice). Dopo la sentenza del Tar del Veneto favorevole alla co-coordinator di Rosetta, l'Università di Padova ha istituito una nuova commissione al Dipartimento di Fisica e Astronomia, ha fissato il nuovo concorso e lo scorso 31 gennaio il rettore Rosario Rizzuto ha pubblicato il decreto di nomina dell'astrofisica Monica Lazzarin a professore di seconda fascia (51 mila euro lordi l'anno per tredici mensilità). Si è insediata il giorno dopo. Esce dalla graduatoria il vincitore maschio, resta dentro la collega, ora seconda. Plaude l'Associazione "Trasparenza e merito", a cui la Lazzarin è iscritta. Ma i ricorsi non si fermano.

Palermo, parentopoli al concorso universitario: il Tar boccia tre volte la gara. Il Tribunale: "Giudizi irragionevoli, manifesta ingiustizia". Ora si aspetta la costituzione della quarta commissione per il ruolo da ricercatore a Tecnologia dell'Architettura. Il dipartimento chiede l'intervento del ministro, scrive Corrado Zunino il 28 gennaio 2019 su La Repubblica. Per tre volte il Tribunale amministrativo regionale, sede di Palermo, ha sentenziato: la valutazione sul concorso universitario di Tecnologia dell’Architettura è “irragionevole”, ora “irrazionale”, ora “travisante dei fatti”. I fatti, poi, sono i titoli presentati dai tredici candidati per ottenere il ruolo da ricercatore. Per tre volte il Tar ha annullato gli atti e sciolto la commissione giudicante, ma i nuovi commissari, una volta insediati, hanno sempre ribadito: la vincitrice, per noi, è e resta Francesca Scalisi (fidanzata del figlio del docente di Architettura che incardinò il concorso, ormai nel lontano dicembre 2010). E così il Tribunale di Palermo, che non molla il punto così come la candidata Federica Fernandez, attende la costituzione della quarta commissione, cosa non semplice perché molti docenti contattati si stanno defilando: vogliono restare lontani dal concorso-infinito dell’Università di Palermo, l’Icar 12. Il direttore del Dipartimento di Architettura, Andrea Sciascia, è scorato. “Su questa vicenda, che ho ereditato, proprio in questi giorni ho scritto al rettore”, spiega, “ci deve essere un intervento di alto livello, forse direttamente da parte del ministro Bussetti”. Sui casi più plateali prodotti dalla malauniversità italiana aveva promesso interventi e lettere di censura il viceministro all’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Accerchiato dalla burocrazia e dalla politica leghista, che di queste questioni non intende occuparsi, per ora Fioramonti non si muove. E gli atenei italiani continuano a non applicare, nei fatti, le sentenze a loro contrarie emesse dai Tar e dal Consiglio di Stato.

Il concorso del febbraio 2012 ad Architettura, sede di Palermo, l’ultimo in cui si richiedeva un ricercatore a tempo indeterminato, aveva richiamato tredici candidati. Bando per titoli. La prima commissione in fase di scrutinio decise di sottrarre alla Fernandez diciassette pubblicazioni: le aveva scritte con “altri autori”. Non funziona così per prassi e norma: si attribuisce il punteggio di merito, un mezzo, un terzo, a seconda del numero degli autori e della riconoscibilità della mano. Fuori dai giochi, la candidata Fernandez firmò un primo ricorso (e con lei un collega). I giudici accolsero scrivendo: “La scelta di non valutare quei titoli da parte dei commissari è imponderabile, non ci sono criteri e si va al di là della legittima discrezionalità”. Tra l’altro, nel dare un giudizio sui singoli lavori, non si è tenuto conto del cosiddetto “impact factor”, cioè di quanto l’opera abbia inciso sulla comunità scientifica di riferimento (il numero di citazioni). 

Seconda commissione, stesso vincitore. Secondo ricorso e nuovo intervento del Tar. Siamo al giugno 2015. Questa volta due opere della Fernandez, “per mero errore materiale”, vengono attribuite a un altro candidato ancora. “Giudizi arbitrari, valutazione erronea e contraddittoria, palese vizio di eccesso di potere, ingiustizia manifesta”, scrive il Tar. Atti annullati e commissari a casa. Si scopre che si erano espressi positivamente su una tesi di dottorato della candidata Scalisi che la commissione, in verità, non aveva mai ricevuto.

La terza commissione, insediata dall’università, si riunisce, rivaluta e conferma: Scalisi prima. Questa volta aggiunge giudizi negativi per la controinteressata Fernandez: “Scarsa originalità”. Il 14 gennaio 2019, due settimane fa, i giudici del Tar di Palermo accolgono il terzo ricorso della candidata “non originale” ma tenace. I suoi motivi di lagnanza ora sono cinque e il Tribunale ne rileva “l’intensità e la continuità” dei lavori sottolineando “i giudizi sovrapponibili e apodittici” del terzo ciclo di giudici universitari e la difficoltà a credere a valutazioni che, a proposito della candidata Scalisi, parlano di “rilevante innovatività e diffusione” di libri mai pubblicati o diffusi pochi giorni prima. Ecco: “La commissione ha introdotto un nuovo e non previsto criterio basato sulla prevalenza del “numero di pubblicazioni come unico autore” che risulta in contrasto con gli stessi criteri da essa stabiliti”.

Tre ricorsi accolti in otto anni con due rettori diversi. L’Associazione Trasparenza e merito si chiede: “Esiste qualcuno dentro l'Università che riconoscerà mai il danno alla carriera subito dalla candidata Fernandez? Esiste un Miur che possa controllare, con ispezioni e atti concreti?”. L’architetta Fernandez, oggi 45 anni, due figli, è riuscita a costruirsi una carriera parallela a quella accademica e dice: “Sono direttrice di dipartimento di un istituto privato di ricerca sui materiale innovativi, coordino dodici progetti, alcuini internazionali, la Commissione europea mi ha chiamata come esperta dell'innovazione. Sono realizzata e valorizzo ogni giorno l’eccellenza, ma quel titolo accademico per me è importante e non voglio fermarmi. Aspetto con ansia la quarta commissione e il quarto giudizio”. Il direttore di Dipartimento, Sciascia appunto: “A prescindere dai mali di Parentopoli, questa storia va chiusa”. 

Università di Catania, sul concorso truccato i giudici evidenziano "collusione a più livelli". Sono state rese note le motivazioni della sentenza che ha condannato la commissione di un concorso bandito nel 2011. La vincitrice non aveva i titoli. Andrea Sessa 31 maggio 2019 su Catania Today. Sono pesantissime le motivazioni della sentenza di condanna nei confronti della commissione giudicatrice dell'Università di Catania, per un concorso svolto nel 2011 e bandito dal dipartimento Disum per la copertura di un posto nella sede distaccata di Ragusa. La vicenda, già al centro delle cronache e raccontata in dettaglio da Catania Today, aveva visto coinvolti i professori Neri Serneri, Luigi Masella e Alessandra Staderini condannati a un anno di reclusione - pena sospesa - per il reato di abuso d'ufficio e con l'interdizione dai pubblici uffici. Chi ha denunciato l'accaduto e le irregolarità del concorso è stato uno dei partecipanti al concorso, Giambattista Scirè, che ha condotto una lunga battaglia giudiziaria. Prima il Tar, poi il Cga e adesso il tribunale hanno confermato le sue denunce e quel concorso "truccato". Le motivazioni della sentenza, rese pubbliche da pochi giorni, sottolineano le irregolarità di un concorso bandito per la posizione di ricercatore in storia contemporanea a tempo determinato vinto, però, da un architetto senza alcun dottorato contro una platea di "storici".

"Una lucida decisione non fondata sull'errore". Nella querelle sulla ammissibilità e sui titoli posseduti dalla concorrente Melania Nucifora, laureata in architettura, si è concentrato il giudizio della giustizia italiana. Nelle motivazioni, redatte dal giudice Maria Pia Urso, si scrive, in merito al collegio giudicante del concorso e alla vittoria di una candidata senza i titoli, che " si esclude l'errore e consegna al giudizio una lucida decisione, non fondata sull'errore. I tre commissari conoscono perfettamente i settori scientifico-disciplinari, le declaratorie, gli allegati al secreto ministeriale ed agiscono sulla scorta di quel bagaglio normativo, violandolo. Scrivono i commissari nel verbale che "tanto la normativa quanto la prassi didattica e scientifica considerano la storia urbana , del territorio e dell'ambiente ambito pienamente interno alle discipline storiche propriamente intese e dune al settore M-Sto/04". "Gli atti assunti - scrivono ancora i giudici - dalla commissione giudicatrice sono affetti da macroscopico vizio di illegittimità, essendo stati adottati in aperta ed evidente violazione delle previsioni contenute nel decreto ministeriale". I giudici, inoltre, sottolineano che l'ateneo catanese avrebbe dovuto cambiare i membri di quella commissione: "Della macroscopica violazione di legge i commissari erano perfettamente consapevoli tanto che, posti di fronte alla necessità di riesaminare la questione, non esistevano a reiterarla, affermando concetti falsi che - ove mai non fossero stati colti, in buona fede, nella prima versione dell'illecito, essendo stati, frattanto, chiaramente denunciati dal Tar, avrebbero potuto essere emendati ricorrendo ad una semplice consultazione, a riscontro, del materiale normativo. A margine, osserva il Collegio che utile sarebbe stato affidare la rinnovazione degli atti ad una commissione giudicatrice in una diversa composizione". Ma l'università andrà avanti per la sua strada, senza mai costituirsi parte civile al processo.

"Profilo della collusione a più livelli". Sono durissimi alcuni passaggi contenuti nelle circa 30 pagine della motivazione della sentenza di condanna. Emerge la presa d'atto di un sistema malato e incancrenito: "Pur non necessario ai fini della valutazione della condotta ascritta agli imputati, il profilo della collusione emerge a più livelli". "Scorrendo i titoli delle pubblicazioni - si legge nelle motivazioni - vantate dalla candidata Nucifora, si ha come la percezione di una tela pazientemente tessuta per aspirare ad entrare in un settore accademico diverso da quello che, sulla base del titolo di laurea, ci si sarebbe aspettati. Un architetto che, sulla via di Damasco, resta folgorata dagli studi di storia contemporanea e che abusivamente, ne comincia a corteggiare il contesto". I giudici contestano alla vincitrice di quel concorso di avere "indossato un abito, quello di storico, sopra la pelle di architetto". "E' la vittoria del paradosso: tutti gli altri candidati offrono profili di omogenea normalità; discutono infatti di storia contemporanea ma, in fatto di originalità, nessuno può competere con la Nucifora. Infatti, nessuno di quei candidati è architetto", si legge ancora nel documento.

Le conclusioni. I giudici individuano anche la vicinanza della candidata al concorso Nucifora con l'allora preside Enrico Iachello, di cui era segretaria. Concorso a cui partecipa "contro ogni elementare decisione di buon senso" perché era un settore totalmente diverso dal suo. Eppure lo ha vinto, in barba a chi aveva studiato per anni e si era formato sul campo. "In tale gratuito e non condivisibile progetto i tre imputati hanno arrecato un danno economicamente risarcibile al dottor Scirè, ipotecandone il futuro, obliterandone l'entusiasmo, rallentandone il cammino professionale", sono le amare conclusioni della sentenza. Nelle scorse settimane era arrivata anche una lettera da parte del viceministro del Miur, Lorenzo Fioramonti, all'università etnea: "Il caso del dottor Giambattista Scirè lo ritengo esemplare di comportamenti clientelari e corporativi assolutamente imperdonabili. Dopo anni di ricorsi e procedimenti giudiziari, la magistratura ha riconosciuto non solo in via amministrativa, ma anche in via penale, che si è commesso un grave abuso nei confronti del dottor Scirè da parte della commissione preposta alla valutazione concorsuale presso l'università di Catania". "Mi auguro che il caso del dottor Sciré, a cui va tutta la mia solidarietà, sia il capitolo finale di un brutto libro. E mi auguro che l'Università di Catania, come tutte le università italiane, valorizzi chi ha il coraggio di denunciare casi di abuso e corruzione, perché così fanno coloro che hanno a cuore il bene dell'università e della ricerca", aveva concluso Fioramonti. Adesso il ricercatore vittoriese porta avanti la sua battaglia con una associazione che si chiama "Trasparenza e Merito, l'università che vogliamo": "Non mi sono arreso e ho lottato per anni finché è arrivata la giustizia. Adesso con l'associazione aiutiamo molti ragazzi, che spesso ragazzi non sono visto che hanno 40 anni e hanno investito la loro vita e i loro sogni dentro la ricerca e negli atenei. Ragazzi che ci segnalano abusi e che sosteniamo sia dal punto di vista legale sia dal punto di vista psicologico. Ma dentro le università ci sono tantissime persone che fanno con onestà e coscienza il proprio lavoro. Era quello che avrei voluto fare pure io".

Firenze, concorsi truccati a Medicina, 14 indagati. L'indagine parte dall'esposto di un associato, scrive il 19 gennaio 2019 "La Repubblica". Medicina sotto i riflettori a Firenze per un'inchiesta della Procura su 14 docenti indagati per presunte alterazioni nei concorsi per le cattedre. E su di loro adesso pende un procedimento di interdizione dai pubblici uffici, ovvero potrebbero dover lasciare l'insegnamento universitario. Gli indagati hanno ricevuto gli avvisi di garanzia e una convocazione dal gip, Anna Liguori, perché il pm Tommaso Coletta, titolare dell'inchiesta, ha chiesto l'interdizione. I reati contestati sono abuso d'ufficio e turbamento del procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto del bando, articolo 353 bis del codice penale. L'indagine, condotta dalla Guardia di finanza, è partita da un esposto di un professore associato, che ha più volte denunciato violazioni sui bandi. Nel settembre del 2017, un'inchiesta simile, condotta dal pm Paolo Barlucchi, investì i “baroni” del diritto tributario.

Concorsi truccati, più di cento segnalazioni al Miur. Il viceministro Fioramonti prosegue nella sua campagna: "Tolleranza zero nei confronti di chiunque pensi di poter utilizzare un concorso pubblico a fini privati", scrive Corrado Zunino il 15 novembre 2018 su "La Repubblica". Giacca appesa allo schienale della sedia, sguardo alla telecamera, il viceministro dell’Istruzione e dell’Università, Lorenzo Fioramonti, ieri ha annunciato su Facebook un intervento diretto sui concorsi contestati nei nostri atenei: “Sui casi più eclatanti chiederemo alla direzione generale del ministero di convocare i rettori e chiedere chiarimenti. Al più presto”. E’ partita la campagna del Miur – meglio, del viceministro Cinque Stelle – sui concorsi disegnati, scolpiti, nascosti dai dipartimenti accademici. Fioramonti lo aveva annunciato a “Repubblica” a luglio: “Gli atenei italiani sono ancora clientelari e con una tradizione di poca trasparenza, gli arruolamenti sono rimasti oscuri, troppi concorsi cuciti su un candidato”. Per muoversi in questa direzione il professore dell’Università di Pretoria in aspettativa aveva incontrato le associazioni nate per combattere il fenomeno e aveva scelto, tra non poche polemiche, il suo segretario particolare nella persona di Dino Giarrusso, già incursore delle Iene. Ora, ricordando il suicidio del ricercatore di Alatri Luigi Vecchione, il viceministro Fioramonti ha detto: “Ho raccolto numerose lamentele dal giorno del mio insediamento, oltre cento segnalazioni. Con le nostre poche forze fatichiamo a evaderle”. Ha citato, sfogliando, il caso di Agnese Rapposelli, che ha contestato i risultati di un concorso di Statistica all’Università di Chieti: “Il Tar le ha dato ragione, ha chiesto una nuova prova entro il 30 aprile, ma siamo arrivati a novembre e la prova non c’è”. E altri due casi curati dall’associazione “Trasparenza e merito”: Giulia Romano estromessa dal ruolo all’Università di Pisa e Giambattista Scirè in vertenza a Catania. Il viceministro, dopo aver promesso una “soluzione sistemica” del problema arruolamento universitario e in generale della questione sottofinanziamento, ha chiuso: “Non posso accettare che si dica genericamente di affidarsi alla magistratura, noi non lasceremo mai soli quelli che si rivolgono al ministero. Tolleranza zero nei confronti di chiunque pensi di poter utilizzare un concorso pubblico a fini privati. Non è più possibile accettare che queste situazioni si ripetano in un’Italia che vuole puntare sull’università e la ricerca come volano di una nuova economia”.

·         Università, si uccide per un concorso truccato.

Università, si uccide per un concorso truccato. Ora indaga la polizia. Luigi Vecchione, ricercatore 43enne, aveva denunciato all'Anac le irregolarità nella selezione della Sapienza cui aveva partecipato nel 2016. Poche ore prima di spararsi ha portato le carte alla Mobile, scrive Corrado Zunino il 12 novembre 2018 su La Repubblica. Aveva preparato da solo, ingegnere meccanico, la pistola con cui si è sparato. Un colpo in canna, soltanto uno. Mercoledì scorso, tardo pomeriggio. "Mamma, papà, scusatemi. Mi hanno trattato come un mafioso. Portate tutto all'avvocato Testa", ha lasciato scritto Luigi Vecchione, 43 anni, ingegnere nato e residente ad Alatri, in provincia di Frosinone. Il papà, al rientro, erano le 18, lo ha trovato davanti al camino. Riverso. Era la seconda casa di famiglia, nella frazione di Mole Bisleti. Luigi lì studiava, costruiva. Papà ha letto il biglietto, ha visto a fianco gli appunti ordinati a proposito di quel concorso universitario riservato agli ingegneri tenuto nella seconda metà del 2016: tecnico di laboratorio. Ne parlava sempre. Era stato l'inizio dei suoi patimenti: "Mi hanno fatto fuori", ripeteva, "i baroni l'hanno regalato ai loro protetti".

L'ultimo colloquio con la Mobile. Quel mercoledì, quattro ore prima, l'uomo aveva raggiunto insieme al suo legale gli uffici della squadra mobile di Frosinone. Era stanco, profondamente depresso.  "Voleva essere rassicurato, era convinto di essere perseguitato dalla Sapienza", dice ora l'avvocato Angelo Testa. In questura l'ingegnere aveva rimesso in fila i passaggi della sua vicenda e all'uscita l'avvocato gli aveva detto che avrebbe portato il caso alla procura di Frosinone: "Sembrava sereno", spiega adesso. Luigi Vecchione è andato dritto a casa dei suoi, ha scritto e si è tolto la vita. Il percorso universitario dell'uomo, illustrato sul profilo Linkedin, era stato anomalo, da lavoratore-studente. Dopo la Maturità era entrato in polizia per l'anno militare ed era stato assegnato al reparto mobile, la celere. Il padre aveva trascorso una vita in polizia. Il primo lavoro era stato in un negozio di zona: riparazione cellulari. Quindi, aveva fatto il meccanico d'auto, l'operaio (per sei anni alla Bitron), ancora installatore di antenne a partita Iva. Tutto questo mentre portava avanti gli studi alla Sapienza. Si è laureato nel 2011, a 36 anni, e ha preso il dottorato all'Università della Tuscia.

Il concorso e il vincitore già deciso. In Sapienza ha seguito ricerche per la produzione di idrogeno dall'ammoniaca, si è stanziato in un laboratorio a Viterbo e ha affrontato il concorso da tecnico. Al suo avvocato ha raccontato: "Abbiamo partecipato in quattordici, ma il vincitore era stato già scelto e così i tre posti alle sue spalle. In nove si sono ritirati, io ho voluto insistere. Ero l'unico senza protezioni.  Ha vinto la persona indicata e anche la classifica dal secondo al quarto è stata scritta in base alla precedente spartizione. Io sono arrivato a pari merito con il quarto, ma, più anziano, sono rimasto fuori dalla graduatoria. Solo io", ha detto al capo della squadra mobile.

Gli audio all'Anticorruzione. L'ingegner Vecchione si è rivolto all'Autorità nazionale anticorruzione, consegnando agli uffici di Raffaele Cantone alcuni audio in cui la spartizione era stata registrata: "Hai fatto una bella figura, tenendo conto che non avevi nessuno dietro", si può ascoltare nei file. Il ricercatore di Alatri ha continuato a seguire un progetto di energia alternativa interno alla Sapienza: combinazione di idrogeno ed etanolo a fini energetici. Il 9 novembre 2016 l'Anac ha inviato carte e prove alle procure di Roma e Viterbo, ravvisando "estremi di reato". Le inchieste, però, hanno faticato a decollare.

Il posto perso dopo la denuncia. L'ingegnere meccanico che si era fatto da sé ha iniziato a temere di essere seguito e controllato e il suo profondo malessere, testimoniato da diversi post sulla corruzione e la Costituzione italiana resi pubblici su Facebook, è deflagrato quando, lo scorso 31 agosto, il contratto con la Sapienza si è concluso e il suo progetto - finanziato da una multinazionale con 180mila euro - è stato affidato. "Per portarlo a compimento mi sarebbe servito ancora un anno. Mi hanno allontanato perché hanno scoperto che li ho denunciati". L'associazione Trasparenza e merito, ricordando il suicidio di Norman Zarcone, ha scritto: "Si faccia qualcosa e presto sul fronte dei concorsi truccati, le conseguenze di un fenomeno incancrenito, la malauniversità, possono essere tragiche". Il padre di Luigi Vecchione: "Lui è un martire della corruzione negli atenei".

·         In Ateneo. Tra moglie e marito non mettere il concorso.

Marito e moglie insieme in ateneo: per la Consulta non sono parenti, scrive il 10 aprile 2019 Sergio Rizzo. Cattedre in famiglia. La Corte: un coniuge può partecipare a un concorso nello stesso dipartimento dell’altro. Cugini o fratelli no. Al più lacerante interrogativo familiare che tormenta senza sosta la giurisprudenza abbiamo finalmente una risposta chiara: moglie e marito non sono parenti. Soprattutto, non lo sono se l’una partecipa a un concorso universitario da professore di prima fascia indetto da un dipartimento nel quale l’altro è un pezzo da Novanta. Così ha deciso la Corte costituzionale con un pronunciamento depositato martedì 9 aprile su una questione di legittimità...

TRA MOGLIE E MARITO NON METTERE IL CONCORSO. Sergio Rizzo per “la Repubblica” l'11 aprile 2019. Al più lacerante interrogativo familiare che tormenta senza sosta la giurisprudenza abbiamo finalmente una risposta chiara: moglie e marito non sono parenti. Soprattutto, non lo sono se l' una partecipa a un concorso universitario da professore di prima fascia indetto da un dipartimento nel quale l' altro è un pezzo da Novanta. Così ha deciso la Corte costituzionale con un pronunciamento depositato martedì 9 aprile su una questione di legittimità sollevata dal consiglio di giustizia amministrativa della Regione siciliana, organo che esercita nell' isola le funzioni del Consiglio di Stato. Il caso è la nomina di Daniela Giordano a professore di prima fascia nel dipartimento di Ingegneria elettrica dell' Università di Catania di cui è stato fondatore ed è esponente di spicco suo marito Alberto Faro. Lei aveva vinto il concorso, ma in seguito a un ricorso il Tar di Catania aveva annullato la nomina sulla base di una legge voluta nel 2010 dalla ministra dell' Istruzione Mariastella Gelmini per porre un freno alla piaga del nepotismo da anni dilagante negli atenei italiani. Quel provvedimento vieta la partecipazione ai concorsi a « coloro che abbiano un grado di parentela o affinità fino al quarto grado compreso con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione ». E come sarebbe stato possibile darle torto? Parentele e affinità ( per la Treccani sono " affini" i rapporti fra i coniugi e i rispettivi parenti) hanno regolato il ritmo vitale di intere generazioni accademiche, con le cattedre che passavano da mariti a mogli a figli a nipoti e pronipoti. Senza alcun rispetto per la decenza, né per la rispettabilità della disciplina insegnata. Accadeva pressoché ovunque, ma soprattutto, e purtroppo, accadeva al Sud. Le cronache pullulavano di casi scandalosi, come quello che denunciò l' autorità anticorruzione nel breve periodo in cui era guidata dal prefetto Achille Serra, quando si scoprì che alla Scuola d' alta formazione europea di Caserta, testuale, «frequenti rapporti di parentela, affinità o coniugio legano nel 50% dei casi il corpo docente con personalità del mondo politico, forense o accademico ». Ma torniamo a Catania. Dopo la sentenza del Tar la vicenda si sposta al Consiglio di giustizia amministrativa che rimanda la palla alla Corte costituzionale, dove viene affidata a Giuliano Amato, in veste di relatore. La questione si presenta subito spinosa. L' Università di Catania attacca sottolineando che nella legge Gelmini il " coniugio" non è di proposito esplicitato, anche perché « sarebbe discriminatorio e irragionevole un divieto che costringesse uno dei due coniugi a scegliere tra il rapporto coniugale, l' unità familiare e le legittime aspettative professionali». Al contrario chi aveva presentato il ricorso al Tar di Catania sostiene che l' incompatibilità prevista per gli affini riguarda proprio marito e moglie sulla base di interpretazioni consolidate della stessa magistratura amministrativa. La Consulta conclude invece che per quanto la legge Gelmini abbia voluto «meglio tutelare l' imparzialità della selezione » dei professori universitari, « che essa non includa il coniugio come motivo di incandidabilità degli aspiranti alla chiamata non può ritenersi irragionevole ». Perché «il coniugio richiede un diverso bilanciamento. Esso pone a fronte dell' imparzialità non soltanto il diritto a partecipare ai concorsi ma anche le molteplici ragioni dell' unità familiare, esse stesse costituzionalmente tutelate». Aggiunge, la Consulta, come sia «significativo che in altri sistemi giuridici vicini al nostro vengono promossi percorsi accademici che favoriscono l' unità familiare e l' esigenza di preservare l' accesso alla carriera accademica da condizionamenti è soddisfatta da meccanismi diversi dalla drastica previsione dell' incandidabilità». Dunque la legge Gelmini, non prevedendo esplicitamente l' incompatibilità fra moglie e marito, è pienamente costituzionale. E ora un coniuge può fare un concorso e diventare professore nel dipartimento dove c' è già l' altro coniuge. Ma la famiglia, si sa, viene prima di tutto.

·         Concorso dirigenti scolastici: «troppe differenze nei voti».

Concorso presidi, vincitori contro bocciati che hanno fatto ricorso: «Non ci ruberanno il posto». Pubblicato lunedì, 01 luglio 2019 da Corriere.it. Spettabile redazione Corriere della Sera, siamo un gruppo di futuri Dirigenti Scolastici, costituitosi successivamente al superamento dell’ultima prova concorsuale. L’ originario scopo di tale iniziativa era quello di garantire a tutti noi una preziosa rete di collaborazione, utile per potere gestire al meglio le nostre future Istituzioni scolastiche. Scopriamo in questi giorni di avere, in qualità di singoli e come gruppo, un’altra primaria finalità: difenderci dalle pretestuose aggressioni dei nostri colleghi che non hanno superato la prova scritta. Le definiamo pretestuose perché non ci appaiono volte al ripristino della giustizia e della legalità, ma alla egoistica tutela di personali, e a nostro avviso inesistenti, interessi. Se i nostri colleghi odierni domandassero il ripristino delle singole posizioni, in presenza di validi motivi, godrebbero certamente del nostro appoggio. Il recente timore di questo gruppo, tuttavia, risiede nel fatto che, stante la nota difficoltà di impugnare aspetti strettamente valutativi, si proceda alla ricerca di qualche presunto vizio formale, allo scopo di mettere in discussione l’intera procedura concorsuale. Il «Caso Sardegna», ossia la principale delle motivazioni a sostegno della richiesta di annullamento, ai nostri increduli occhi rappresenta proprio questo: un pretesto, tendenzialmente anche un po’ azzardato e puerile. Non riusciamo, infatti, proprio a capacitarci di come 224 prove svolte 55 giorni dopo la nostra abbiano potuto inficiare la bontà delle rimanenti 8500. Facciamo inoltre rilevare il fatto che, anche in assenza di nubifragi nella nostra bella isola, la prova non sarebbe stata affatto unica: si pensi ai circa 600 ricorrenti della preselettiva, che hanno svolto la loro prova contestualmente agli aspiranti sardi! Una seconda sessione, quindi, si sarebbe dovuta tenere a prescindere dall’ordinanza di chiusura delle scuole, per il giorno 18 ottobre 2018, emanata dal Sindaco di Cagliari. Notiamo sgomenti come, in queste ultime settimane, sia in atto una campagna di informazione montata artatamente, supponiamo al maldestro scopo di influenzare il TAR Lazio. Ora, al di là del fatto che non riteniamo così facilmente impressionabili i Magistrati della nostra Repubblica, questo non ci sembra un buon servizio ai cittadini, in quanto pare che a suonare debba essere una campana sola. Vorremmo, invece, che risuonasse chiaramente nell’aria pure la nostra: quella di coloro che hanno superato, con pieno merito, tutte le prove, acquisendo così un legittimo interesse alla regolare conclusione della procedura concorsuale. Con sommo dispiacere, dopo avere superato tre estenuanti prove, ci ritroviamo nella condizione di dovere reperire quanto prima un buon legale. A noi appare assurdo, ma a oggi tant’è. Saremo uniti e battaglieri, allo scopo di difenderci da alcuni nostri colleghi che, pur valutando quotidianamente gli studenti, risultano incapaci di accettare il giudizio negativo altrui e chiedono che la selezione si ripeta da zero. Ci riferiamo, ovviamente, non ai ricorrenti in generale, che esercitano un loro pieno diritto, ma solo a coloro che auspicano di ottenere una seconda possibilità non tanto sulla base di ingiustizie subite, bensì di sterili cavilli. L’allievo di uno di noi, evidentemente molto più arguto di alcuni membri della categoria professionale che lo dovrebbe educare, ha osservato come lui rigiocherebbe volentieri la gara Juventus-Ajax. Ovviamente ciò non potrà in nessun caso accadere, esattamente come non si dovrà tenere alcuna nuova prova scritta. Anche perché, come opportunamente sottolineato dal Sig. Ministro alcuni giorni fa, la Scuola italiana, lo scriviamo volutamente con la lettera maiuscola, ha urgente necessità di nuovi DS. Questi oggi, finalmente, ci sono e potranno alleviare l’annosa piaga delle diffuse reggenze, tremenda tanto dal punto di vista didattico quanto da quello organizzativo. Vogliamo ribadire la nostra fiducia in una procedura concorsuale che ha coinvolto ben 34000 docenti e che non può, nel modo più assoluto, perdere ogni parvenza di credibilità a causa di un ricorso al TAR di un pugno di candidati esclusi. Questa è stata una selezione durissima che noi abbiamo, a costo di immani sacrifici, sostenuto insieme alle nostre famiglie a fronte di una promessa: il ruolo da Dirigente Scolastico al primo settembre 2019. È preciso compito delle istituzioni difendere tanto il proprio operato quanto il nostro lavoro. La Scuola, la fucina del futuro della nostra Repubblica, deve ripartire da qui: basta ricorsifici! Nei ruoli dello Stato si entra per pubblico concorso.* Claudia Salvatrice Amico, Anna Ascani, Fabiola Baldo, Angiolina Benvegna, Maria Giovanna Bonfà, Irene Borrelli, Emanuela Bussi, Carla Cantelli, Tonina Caradonna, Raffele Carucci, Amalia Catena Fresta, Iolanda Cavaliere, Francesca Cellamare, Pietro Chierichetti, Fabio Cocco, Elisabetta Dedato, Monica Del Duca, Sabina Depaoli, Alessandra Di Giovanni, Lucia Di Paola, Laura Di Rosa, Cinzia Fenu, Patrizia Gumina, Isabella Iannuzzo, Iole Latino, Massimo Lattari, Magda Lazzaretta, Gianluca Mastromarino, Giorgio Michelazzo, Mariella Milone, Maria Giuseppa Modeo, Gianluca Moretti, Simona Maria Murgia, Leandra Negro, Maria Iole Nieddu, Claudia Notaro, Cristina Pagetti, Antonello Pannella, Giuseppa Pavone, Carlo Raffaele Pedrazzini, Monica Pezzoli, Amedeo Raimondi, Sergio Russo, Teresa Scimonello, Ada Senestro, Tiziana Serrao, Josepha Seruai, Giovanni Taibi, Vincenza Tascone, Lucia Troiano, Giuseppe Valle, Umberto Vassallo, Maria Vitale Paolo Zoppetti.

Concorso annullato dal Tar, Bussetti: «Assumeremo  i nuovi presidi  a settembre». Pubblicato giovedì, 04 luglio 2019 da Gianna Fregonara su Corriere.it. «Anche a me, quando ho vinto il concorso per dirigente scolastico, hanno annullato la procedura per violazione del principio di anonimato. Hanno ricorretto i temi. Sono risultato nuovamente vincitore. Dunque io comprendo come si sentano oggi i 2.900 candidati che hanno superato tutte le prove e sono pronti a entrare di ruolo. Sono dispiaciuto, abbiamo fatto un concorso che è storico: 38 mila candidati in tutta Italia, 38 commissioni e sottocommissioni, 342 commissari: la scuola italiana ha bisogno di questi nuovi dirigenti».

Ministro Bussetti, il Tar è stato chiaro: tutto da rifare, dunque a settembre non avremo i nuovi presidi.

«Al contrario, farò di tutto per assumerli, penso a quanto hanno lavorato e studiato per il concorso. Abbiamo presentato l’appello al Consiglio di Stato e chiesto anche la sospensiva di questa sentenza in via di urgenza. Se la nostra richiesta sarà accolta, procederemo ad approvare la graduatoria e ad assumere dal primo settembre i nuovi presidi nelle scuole».

E se poi il Consiglio di Stato dovesse confermare nel merito la decisione del Tar? I nuovi presidi torneranno a casa? O farete la solita sanatoria?

«Le sentenze si rispettano. Intanto confido che a settembre si possa iniziare l’anno con i nuovi dirigenti».

Sì, ma la procedura non era corretta: ci sono tre commissari che sono incompatibili, come è stato possibile?

«I commissari autocertificano che non hanno incompatibilità, poi gli uffici ministeriali controllano a campione. A nostro avviso i tre casi rilevati dal Tar non possono invalidare la procedura. Agli uffici Miur risulta che le due commissarie che secondo il Tar avrebbero fatto formazione nell’anno precedente in realtà non hanno svolto alcuna attività incompatibile secondo la disciplina vigente».

E il sindaco di Alvignano, in provincia di Caserta, che non avrebbe potuto essere commissario ma lo è?

«Abbiamo controllato: dalle prime verifiche non risultano candidati residenti nel comune di Alvignano tra i partecipanti al concorso. Dunque verrebbe meno ogni possibilità anche teorica di aver inficiato i risultati».

Però il sindaco ha dichiarato una falsità.

«Se l’autocertificazione risultasse falsa vi sarebbe materia per il giudice penale. Ma ciò non può certo inficiare il buon esito di un concorso. C’è un evidente interesse pubblico a che il concorso si concluda. Io sono fiducioso». 

Perché non avete spiegato questi dettagli già davanti al Tar?

«L’Avvocatura dello Stato l’ha fatto. Lo farà con ancora maggior dettaglio davanti al Consiglio di Stato».

Oltre ai presidi mancano anche gli insegnanti nelle scuole, lei ha promesso nuovi concorsi, straordinari e ordinari, entro l’estate ma ancora non ci sono i bandi.

«Quello che è successo con i presidi consiglia di fare tutti i passaggi burocratici per bene. Entro luglio, intendo proporre un decreto legge per dare attuazione all’accordo con i sindacati per il concorso straordinario per la Scuola secondaria, riservato ai precari con più di tre anni di anzianità».

Per settembre lei ha annunciato 58 mila assunzioni: l’anno scorso volevate 56 mila insegnanti ma poi ne avete assunti solo la metà.

«Purtroppo mancano gli insegnanti, è un problema che viene da lontano. Abbiamo aggiornato le graduatorie ad esaurimento dove erano chiuse. Per il primo settembre 2019 speriamo di avere i nuovi insegnanti di ruolo».

Nel Decreto legge di correzione della Finanziaria che ci chiede l’Europa ci saranno tagli alla scuola? 

«Piccoli risparmi sul funzionamento del ministero. Nessun taglio alla Scuola, né all’Università né alla Ricerca».

I sindacati premono per cambiare l’intesa sull’autonomia differenziata che riguarda anche gli insegnanti, li ascolterà?

«Il testo che riguarda la scuola è definito a livello tecnico ormai da mesi. Lo stiamo limando in questi giorni con il confronto politico tra le forze di maggioranza». 

Concorso presidi,  via libera del consiglio  di Stato: assunti  dal 1 settembre. Pubblicato venerdì, 12 luglio 2019 da Redazione Scuola su Corriere.it. Il Consiglio di Stato ha deciso: è sospeso l’annullamento del concorso dei presidi deciso la settimana scorsa dal tar del Lazio. I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso del ministero dell’Istruzione e dunque dal 1 settembre potranno essere in carica i 2.900 nuovi presidi. La sospensiva della decisione del Tar era stata chiesta dal ministero dell’Istruzione in via urgente per permettere - così aveva spiegato a caldo il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti di portare in cattedra i nuovi presidi in via provvisoria il primo settembre in attesa della decisione sul merito e cioè se il concorso sia nullo o no, sentenza che potrebbe arrivare anche in uno o due anni.

Il Tar del Lazio una settimana fa aveva annullato il concorso dei dirigenti scolastici che era arrivato alle fasi finali. Delle undici contestazioni contenute nel ricorso esaminato dalla terza sezione del tribunale amministrativo, una sola era parsa dirimente ai giudici: l’incompatibilità e il conflitto di interessi di tre commissari che hanno contribuito a preparare e approvare i criteri di valutazione e i punteggi: si tratta di Elisabetta Davoli e di Francesca Busceti, che avrebbero svolto corsi di preparazione nei mesi scorsi per gli aspiranti presidi, ovvio motivo di incompatibilità perché avrebbe potuto avvantaggiare chi aveva seguito i corsi e Angelo Francesco Marcucci che è sindaco in Campania, carica che risulta incompatibile con la presenza in commissioni per concorsi pubblici. Per questo il Tar aveva annullato l’intero concorso. Il Miur aveva presentato ricorso al Consiglio di Stato perché i tecnici del ministero avevano ritenuto corrette le procedure e «infondata la censura del Tar». I posti messi a bando per i nuovi presidi erano 2425, ma durante il concorso, sia per evitare altri ricorsi, sia per la carenza di dirigenti scolastici che è ormai un’emergenza, si era deciso di aumentare i posti a oltre 2900. A presentarsi erano stati oltre 38 mila insegnanti in tutta Italia.

Presidi, riparte il concorso per assumere quasi tremila dirigenti della scuola. Il Consiglio di Stato ha accolto l'appello del ministero: "Prioritario consentire le assunzioni dal primo settembre". Bussetti: "Bene la sospensiva, ora procederemo senza indugio". Ma i nuovi saranno assunti con riserva. Ilaria Venturi il 12 luglio 2019 su La Repubblica. Aveva suscitato clamore la sentenza del Tar che aveva annullato il concorso per i presidi. Un vero e proprio terremoto nel mondo della scuola, afflitto dal problema della mancanza di capi di istituto e che attendeva i nuovi dirigenti da settembre. Il Miur ha fatto ricorso. E l'appello è stato accolto: la Sesta sezione del Consiglio di Stato ha sospeso, in attesa del merito, la sentenza con la quale il Tar del Lazio aveva annullato il concorso per il reclutamento di 2.900 dirigenti scolastici. Tirano un sospiro di sollievo i candidati promossi, già arrivati agli orali. Insoddisfatti i ricorrenti che avevano sollevato dubbi rispetto alla legittimità della prova scritta che si è tenuta a ottobre scorso.

Centinaia i ricorsi che hanno segnalato anomalie nelle sotto-commissioni, prove non tutelate dall'anonimato sino allo scritto rinviato per i candidati sardi causa maltempo. La sentenza del Tar del 2 luglio scorso aveva in particolare accolto il ricorso di alcuni candidati per incompatibilità di tre componenti delle sottocommissioni incaricate della valutazione delle prove scritte. Nelle ordinanze sì sottolinea che "a prescindere dal merito delle questioni devolute in appello e da ogni valutazione sull'effettiva portata invalidante dei vizi dedotti (segnatamente dei vizi riscontrati dal primo giudice) deve ritenersi preminente l'interesse pubblico alla tempestiva conclusione della procedura concorsuale, anche tenuto conto della tempistica prevista per la procedura di immissione in ruolo dei candidati vincitori e per l'affidamento degli incarichi di dirigenza scolastica con decorrenza dal primo settembre 2019". In questo modo si consente al Miur di portare a termine gli orali e di completare il reclutamento. L'udienza pubblica per la decisione definitiva è fissata al 17 ottobre. Soddisfatto il ministro Marco Bussetti: "Bene la sospensiva del Consiglio di Stato. Procederemo ora senza indugio con la pubblicazione della graduatoria e le assunzioni - dichiara - So quanto hanno studiato i vincitori. Ci sono passato: ho fatto anche io questo concorso anni fa. La scuola italiana non può aspettare, ha bisogno di nuovi dirigenti scolastici per guidare i nostri istituti e superare il fenomeno dannoso delle reggenze. Glieli daremo". Le assunzioni saranno fatte con riserva. "Il Consiglio di Stato non è entrato nel merito dei motivi del ricorso: la partita è aperta" dice l'avvocato Massimo Vernola. Il concorso va avanti, sebbene sotto la spada di Damocle di giudizi che arriveranno a procedure terminate e a nuovo anno scolastico avviato. "Non dubitavamo di questa decisione, la sentenza del Tar era basata su un punto che ritenevamo debole - dichiara Antonello Giannelli presidente dell'associazione nazionale presidi - Eravamo dell'idea che il concorso non dovesse essere bloccato, poi ovviamente chi ha singoli diritti da vantare può andare avanti". L'Anp aveva proposto un appello autonomo in appoggio a quello del Miur. "Sicuramente ora c'è la speranza che ci sia una soluzione per garantire l'avvio dell'anno scolastico - dichiara Lena Gissi segretaria della Cisl scuola - a questo concorso ci sono stati più di 34mila partecipanti: perché tanto interesse? Il modello di selezione va rivisto, il contenzioso è enorme e va garantita massima trasparenza. Ora è tempo di rivedere la governance delle scuole, lo sviluppo professionale dei docenti e il ruolo del dirigente scolastico sempre più solo e al centro di un carico burocratico esasperato".

Concorso presidi, il granello di sabbia e i tremila vincitori beffati. Pubblicato mercoledì, 03 luglio 2019 da Gianna Fregonara e Orsola Riva su Corriere.it. Mettiamoci nei loro panni. Dopo anni di onorato servizio nella scuola, avevano deciso di rimettersi sui banchi a studiare per passare in plancia di comando: diventare presidi. Per mesi hanno letto e sottolineato libri e dispense, a volte anche frequentato costosi corsi di formazione, preso aspettative, treni e aerei, dormito in hotel la notte prima dell’esame e ora, a un passo dall’agognato traguardo, dopo aver speso tanto tempo e soldi, se lo vedono sfilare così. Per un’imperdonabile leggerezza commessa dal Miur nella composizione delle commissioni giudicatrici. Lo ha stabilito il Tar: il concorso va annullato, prova da rifare. Tutta colpa di tre commissari di Caserta in palese conflitto di interesse: due preparatrici di corsi e un sindaco in carica. E così a settembre - al netto del ricorso al Consiglio di Stato subito annunciato dal Miur che dovrà fare il suo corso - le oltre 8 mila scuole italiane rischiano di riaprire i battenti con il solito carosello di dirigenti in reggenza: presidi che devono gestire anche tre-quattro scuole diverse che a loro volta spesso si articolano su più plessi come nei casi dei tanti istituti comprensivi che uniscono scuole d’infanzia elementari e medie. Come ormai è la norma nella pubblica amministrazione, anche questo concorso è stato investito da subito da una marea di ricorsi. Prima ci sono stati quelli che erano stati bocciati alla prova preselettiva che hanno ottenuto - via Tar - di poter essere ammessi a una prova scritta suppletiva. Poi ci sono stati i bocciati allo scritto che hanno fatto ricorso perché in Sardegna causa maltempo le prove si sono svolte due mesi dopo delle altre regioni. Infine sono iniziate ad arrivare una serie di segnalazioni rilanciate dalla stampa di irregolarità varie con commissari che correggevano i compiti e contemporaneamente partecipavano a consigli comunali. E’ stato pure aperto un fascicolo in procura. Di tutte queste contestazioni, i giudici amministrativi, nella persona del presidente della terza sezione bis del Tar Giuseppe Sapone, ne hanno tenuta in piedi una sola: una su dodici. Ma tanto è bastato per annullare tutta la costosissima procedura messa in piedi dal Miur: prima con una prova preselettiva a cui avevano partecipato 38 mila candidati. Fatta una prima scrematura e portati gli aspiranti presidi a 8.700, in autunno c’era stato lo scritto, dopo del quale erano rimasti in 3.700. Il governo intanto, in vista dei pensionamenti di quest’anno, complice l’onda lunga dei baby boomers e il quota 100, aveva pure aumentato i posti disposizione da 2.400 a 2.900. Erano stati quasi tutti già scelti e invece: tutto da rifare. E pazienza se nella sentenza i giudici hanno respinto tutti le altre obiezioni mosse dalla ricorrente ritenendole infondate - leggi: pretestuose. Respinta l’obiezione sulla valutazione dei candidati tramite voto numerico («la censura è infondata»); respinta quella sul software per le risposte e sull’errata formulazione di due quesiti («le censure appaiono destituite di principio di prova)»; respinta quella sul ritardo in Sardegna causa maltempo («anche siffatta doglianza non coglie nel segno)»; respinta anche quella sulla presunta violazione del principi di anonimato. Quest’ultimo è uno dei cavalli di battaglia degli studi legali specializzati nei ricorsi al Tar: già nel 2011 il concorso presidi in Lombardia fu annullato per l’uso di buste trasparenti che in linea teorica (solo in linea teorica!) avrebbero compromesso il sacrosanto principio della non riconoscibilità del candidato. Lo stesso è accaduto tre anni dopo con il test di Medicina per colpa di codici alfanumerici decrittabili e plichi manomessi: con il bel risultato che circa 5.000 bocciati all’esame sono stati ammessi al corso di laurea anche se avevano preso zero nel test; e per di più sono passati davanti a chi quel test lo aveva superato. Ma questa volta, no. I giudici hanno respinto anche questa obiezione: «La doglianza appare priva di fondamento e va dunque disattesa». Giù giù, punto per punto, fino a quell’ultima obiezione, la dodicesima, su cui invece il Tar non ha potuto non dare ragione alla ricorrente. Ma non si potevano annullare solo le prove delle commissioni incriminate? Quelle dei tre commissari in palese confitto di interesse? No, perché i tre avevano preso parte alla riunione preliminare di gennaio della Commissione plenaria che aveva fissato niente meno che le griglie di valutazione per tutti. «Ne discende che tale illegittimità si riflette a cascata sull’operato di tutte le commissioni». E pazienza se i vincitori meritavano il posto. A inceppare la macchina dei concorsi può bastare un granello di sabbia. Il Miur ora farà ricorso ma se si vuole togliere acqua al business dei ricorsi bisogna essere inappuntabili. E anche questa volta non è stato così.

Tar, bloccato il concorso dei presidi: «Lezioni al via con tremila in meno». Pubblicato mercoledì, 03 luglio 2019 da E. Andreis e A. De Gregorio su Corriere.it. È in subbuglio il mondo della scuola, dopo la sentenza del Tar del Lazio che ha travolto la procedura del concorso per dirigenti scolastici, indetto per coprire 2.900 posti vacanti. Alla ripresa delle lezioni, quasi tremila istituti rischiano di trovarsi nel caos, senza guida. Caselle vuote che da anni vengono occupate con il carosello delle reggenze, che mettono un unico preside alla guida di più istituti, con compiti e responsabilità enormi: «A volte non ci dormivo la notte», racconta Valeria Sentilli, dirigente scolastica dell’istituto Francesca Morvillo di Roma, a Tor Bella Monaca, zona impegnativa di Roma. Quando ha assunto l’incarico, ha organizzato con i genitori lavori di tinteggiatura, muratura, carpenteria. In aggiunta a quella struttura con 1.500 alunni, l’anno scorso ha avuto in gestione anche la scuola di via Merope: un altro istituto-trincea. Tante le incombenze: «Un preside è datore di lavoro, incontra le famiglie, si occupa del budget, dà le linee guida, è responsabile di tutto», spiega. Contro la decisione del Tar, il Miur presenterà oggi ricorso, chiedendo una sospensiva d’urgenza per terminare lo svolgimento degli orali, stilare la graduatoria dei vincitori, assumere i nuovi presidi «con riserva». «Ma se il Consiglio di Stato confermasse la decisione, sarebbe il caos», afferma Mario Rusconi, Associazione nazionale presidi del Lazio: «Servirebbero due anni per arrivare a un nuovo concorso e nel frattempo migliaia di scuole sarebbero senza timoniere: come dire che il preside non serve». Nell’attesa, chi ha superato le prove (3.680, su 35 mila aspiranti), dopo aver studiato per mesi e mesi, vede crollare l’obiettivo. Come Annalisa Celli, 48 anni, maestra della primaria Decio Raggi di Rimini, laureata in Giurisprudenza, due master: «Insegno da 22 anni. Ho studiato tantissimo, tutta la vita, sacrificando la mia famiglia. Lo aspettavamo da anni, questo concorso, e un Tar si permette di giocare con noi come con delle pedine». I sindacati sono preoccupati: se la sentenza del Tar venisse confermata, nelle 8.300 scuole italiane mancherebbero quasi 3.200 dirigenti. A tirare le somme è Maddalena Gissi, Cisl Scuola, che ai 2.900 posti disponibili aggiunge i circa 300 che andranno in pensione entro metà luglio. Per ragioni d’età lascerà Ermelina Ravelli, 68 anni, preside da 30 dell’istituto Capirola di Leno (Bs): oltre 2.500 studenti, a cui ha aggiunto la reggenza dell’agrario Bonsignori di Remedello (Bs), altri 500. «Due scuole complesse, impegnate in progetti internazionali, sperimentazioni, corsi serali, accoglienza di immigrati: sarebbe folle che finissero in reggenza». Una fatica sorretta dalla passione, quella del dirigente, racconta Roberto Garroni, preside del liceo Virgilio di Milano: «È il terzo anno che ho nove plessi cui badare, anche distanti tra loro, sette in reggenza a Pioltello, dall’asilo alle medie, e due a Milano, il mio liceo e una media, la Tiepolo — dice —. Un esercito da governare, ho fatto il conto: 3.100 studenti dai 3 ai 19 anni, 290 docenti, 60 amministrativi. L’indennità per le reggenze è 400 euro netti, lo stipendio base sui 2.800 euro, lavorando sei giorni su sette con responsabilità civili, penali, amministrative ... non lo si fa certo per lo stipendio. Ma questo lavoro, lo rifarei tutta la vita».

Concorso presidi,  il Tar: «Troppe irregolarità, da rifare». Pubblicato martedì, 02 luglio 2019 da Corriere.it. Tutto da rifare, almeno così sembra dalle prima informazioni: il Tar del Lazio ha annullato il concorso dei dirigenti scolastici che era arrivato alle fasi finali. Troppe irregolarità: secondo la terza sezione del Tar i ricorsi presentati in Campania sono da accogliere. Invece dell’ordinanza cautelare i giudici amministrativi hanno deciso di procedere direttamente con la decisione. Dei dodici motivi di irregolarità segnalati dai ricorrenti, il Tar ha accolto quello che riguarda l’incompatibilità e il conflitto di interessi di tre commissari che hanno contribuito a preparare e approvare i criteri di valutazione e i punteggi: si tratta di Elisabetta Davoli e di Francesca Busceti, che avevano svolto corsi di preparazione nei mesi scorsi per gli aspiranti presidi, ovvio motivo di incompatibilità perché potrebbe avvantaggiare chi ha seguito i corsi e Angelo Francesco Marcucci che è sindaco in Campania, carica che risulta incompatibile con la presenza in commissioni per concorsi pubblici. Il Miur sta predisponendo il ricorso al Consiglio di Stato perché i tecnici - riferiscono fonti del ministero - ritengono corrette le nomine e «infondata la censura del Tar». I posti messi a bando per i nuovi presidi erano 2425, ma durante il concorso, sia per evitare altri ricorsi, sia per la carenza di dirigenti scolastici che è ormai un’emergenza, si era deciso di aumentare i posti a oltre 2900. A presentarsi erano stati oltre 38 mila insegnanti in tutta Italia.

Concorso presidi, uno scandalo tutto italiano. Commissari ubiqui, preveggenza, risultati anticipati sui social, software impazziti. E parlamentari candidati. Il concorso per i nuovi dirigenti scolastici è sommerso da ricorsi. E c’è il rischio di dover ripartire da zero. Elena Testi il 31 maggio 2019 su L'Espresso. Da concorso per dirigenti scolastici è divenuto un plico da presentare direttamente in procura. Una serie di presunte irregolarità che rischiano di invalidare le prove scritte e costringere il Ministero dell’Istruzione a far ripetere la prova a oltre novemila aspiranti manager destinati a dirigere gli istituti scolastici del Paese. Una lunghissima lista con tanto di foto, verbali e denunce. Ed eccolo il rosario sgranato delle anomalie: membri di Commissione con il dono dell’ubiquità, senatori che partecipano e fanno ricorso contro il Ministero, software che impazziscono all’improvviso durante la prova scritta, cataclismi naturali che lasciano a casa un’intera regione, la Sardegna. E ancora: annunci profetici sui social network con il numero preciso degli ammessi alla prova orale prima che i risultati siano stati resi pubblici dal ministero dell’Istruzione, liste di nominativi che appaiono e scompaiono per poi essere nuovamente consultabili nel portale del Miur. Fughe di notizie. È il 17 ottobre scorso, le porte delle aule si aprono. Durata dell’esame 150 minuti con il divieto di parlare e usare dispositivi elettronici. Regole rigidissime, insomma, e celerità nella correzione delle prove scritte, questo era stato il mantra di viale Trastevere, recitato con rigore dal suo capo: il ministro Marco Bussetti. Il tutto si è tramutato in una slavina di ricorsi al Tar che rischia di sotterrare il corso-concorso per dirigenti scolastici (questa la dicitura corretta) e il sogno del ministro di farne un cavallo di battaglia. E da puledro vincente si è trasformato in cavallo di Troia. Dei 9.376 concorsisti e aspiranti presidi con 2.910 posti a disposizione, sono 3.795 quelli che hanno superato la prova scritta e ora si apprestano a preparare l’orale. Gli altri sono alle prese con sentenze del Consiglio di Stato, avvocati e accuse che fioccano nel forum del mininterno.net appositamente dedicato agli insegnanti. Si va dal «è tutto da rifare» all’«entrano sempre i soliti noti» fino a un più perentorio «la verità è che non bisognava studiare, ma trovarsi una buona raccomandazione». L’indignazione aumenta, mentre gli indizi che qualcosa sia andato come non doveva andare, diventano un sostanzioso plico che potrebbe invalidare il corso-concorso e riportare gli oltre novemila al punto di partenza come in un gioco dell’oca. Enigmi come quello di alcuni componenti delle sottocommissioni preposte alla correzione delle prove presenti contemporaneamente in due posti differenti. Il sindaco di Alvignano Angelo Francesco Marcucci, mentre correggeva gli scritti, presiedeva alla stesso orario anche la seduta della giunta comunale, dovendo in teoria essere presente in due luoghi distanti 40 minuti d’auto. L’ispettore del Lavoro di Napoli, Giuseppe Cantisano, veniva immortalato con il sindaco Luigi De Magistris durante un incontro sulla sicurezza, nonostante dai verbali della sottocommissione n. 6 figurasse presente durante le valutazioni. Stesso dono dell’ubiquità per Paola Quaresima: presente nello stesso momento sia alle correzioni delle prove che a una riunione del Consiglio d’Istituto del liceo Cavour di Roma. Non da meno la professoressa dell’università “Aldo Moro” di Bari, Maria Angela Volpicella che, stando alle firme dei verbali di facoltà e sottocommissione, con una mano teneva i libretti degli studenti e con l’altra metteva i voti ai futuri manager. Dalla facoltà di essere fisicamente in più luoghi si passa ai poteri di preveggenza. E sulla regolare correzione delle prove si assiepano dubbi. La notte dell’8 maggio i candidati hanno ricevuto per posta elettronica le prove in formato Pdf. Il foglio con il nome e il voto finale di alcuni candidati porta una data antecedente alla correzione della prova. Scoprirlo è stato semplice, merito dei miracoli tecnologici che permettono di risalire alla creazione di un file. Ciò significherebbe che alcune sottocommissioni sono state in grado di dare una valutazione senza neanche leggere le risposte date ai quesiti. C’è chi invece sembra aver fatto errori di valutazione. Come la sottocommissione 29 che il 18 aprile, dopo venti giorni dalla pubblicazione degli ammessi agli orali, rettifica i voti di tre concorsisti, depennandoli dalla lista dei promossi. È la commissione 30 a pareggiare i conti, aggiungendone altri inizialmente bocciati per “errori materiali” come si legge nella nota diffusa dal Miur. Ma al corso-concorso sono in molti ad avere poteri paranormali. Particolarmente diffusa la capacità di prevedere il futuro, come nel caso di News Freschissime. Si presenta come un uomo, campano, sindacalista e matematico. Nessuno sa chi sia, ma viene seguito da tutti gli oltre novemila. Sul sitowww.mininterno.net nel forum dedicato al “Concorso DIRIGENTI SCOLASTICI” pubblica lo stato di avanzamento delle correzioni delle prove scritte. Il 7 marzo, venti giorni prima che la lista degli ammessi venga pubblicata ufficialmente dal Ministero dell’Istruzione, News Freschissime scrive: «Totale corretti 8.967/95.6 %; totale ammessi 3.488/38.89 %; rimangono da correggere 500 prove». Il 27 marzo si scoprirà che il nickname aveva ragione. Fuga di notizia che continua nei giorni successivi. Alcuni con il fiato sospeso, altri informati da qualche membro di sottocommissioni. Lucio Ficara prima pubblica «Concorso a DS, spunta un dato: 5.367 bocciati alla prova scritta». Non appena la lista degli ammessi all’orale spunta on line, digita trionfante: «Mie fonti non tradiscono mai. Esito concorso DS conferma ufficialmente il dato che avevo rivelato su Facebook». Il post è stato cancellato, ma L’Espresso ne possiede lo screenshot. In Umbria alcuni scoprono il voto grazie alle soffiate, la pratica è così disinvolta che un giornale locale pubblica i voti migliori, nonostante il Miur debba ancora inviare la mail ai partecipanti con gli esiti finali. E c’è chi ammette: «Io ho la fortuna di avere un dirigente scolastico all’ultimo anno prima della pensione, ti darebbe anche la moglie se gliela chiedessi». A partecipare al concorso c’è anche Lucia Azzolina, deputata del Movimento 5 Stelle e componente della Commissione Istruzione della Camera. Nessun conflitto d’interessi, ma tra i novemila piovono lamentele che denunciano l’inopportunità per un parlamentare della commissione Istruzione di prendere parte a una selezione pubblica per dirigenti scolastici. Post chilometrici, frasi lapidarie, in un marasma di oltre migliaia di messaggi. C’è chi immagina il volto dei commissari vedendola arrivare all’esame orale e chi ricorda il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che decise di accantonare il sogno di divenire professore universitario per elegante opportunità politica. Ma l’Azzolina ha deciso di proseguire nella strada, evitando di pubblicizzare la sua vita da cittadina privata, rispondendo alle accuse: «È giusto che un deputato della Repubblica italiana pensi anche all’accrescimento della propria carriera, soprattutto in un partito dove c’è il vincolo dei due mandati». In corsa anche l'onorevole Lucia Azzolina. «Una mia collega ha fatto ricorso? Io non lo farei mai da cittadina privata, figuriamoci da deputata della Repubblica italiana». Lo scorso 27 giugno, sempre Azzolina, scrive su Facebook: «In bocca al lupo a tutti coloro che vorranno diventare dirigenti scolastici. Pubblicati i quesiti per le prove pre-selettive». Un in bocca al lupo per sé e per la sua collega di partito, Gelsomina Vono, la senatrice che ha deciso di fare ricorso al Tar per essere ammessa alle prove scritte a causa dello scarso punteggio ottenuto alle pre-selettive e ribattezzata per questo dalla rete la sessantina. Il tribunale amministrativo ha accolto la richiesta della pentastellata con sentenza leggibile on line fino a poco tempo fa, poi misteriosamente sostituite da un link error. Soffiate, partecipanti illustri e un software, quello prodotto da Cineca, azienda partecipata dal ministero di Viale Trastevere, che ha dato segni di follia durante la prova scritta. Bocciato con una sentenza del Tar già nel 2016, abolito nei test di medicina perché considerato inattendibile e nonostante questo utilizzato dal Miur per la selezione dei dirigenti scolastici. Fogli cancellati a metà, colpa di un “conferma e procedi” che non ha funzionato. In molti hanno fatto verbalizzare l’accaduto, altri hanno protestato con i tecnici dell’aula nel momento in cui hanno dovuto consegnare la prova praticamente in bianco. C’è poi chi ha deciso di immortalare lo stato delle aule, scordandosi della regole base di un concorso pubblico: non utilizzare dispositivi elettronici. Le prove sono state comunque considerate valide, ma c’è chi all’esame non è proprio arrivato il giorno prestabilito. È il caso della Sardegna, rimasta bloccata a causa del maltempo. L’impronta d’Italia è stata richiamata all’appello il 13 dicembre. Esattamente due mesi dopo. Il Miur ha deciso che il concorso non era da invalidare nonostante la legge preveda che «qualora, per cause di forza maggiore sopravvenute, non sia possibile l’espletamento della prova scritta nella giornata programmata, ne viene stabilito il rinvio con comunicazione, anche in forma orale, ai candidati presenti». Questo per garantire l’unicità della prova e che non ci siano «disparità di trattamento». Il risultato è che la Sardegna è la regione con il più alto numero di promossi: 60 per cento. Eppure l’Italia necessita di nuovi dirigenti scolastici qualificati. Lo dicono i numeri: sono 6.300 quelli in servizio con 400 pronti ad andare in pensione, a fronte di una richiesta di 8000 manager per 8.500 scuole. Lo dice anche il presidente di Anp Antonello Giannelli, che di fronte al concorso “da rifare” chiama a gran voce la “prudenza”. «Abbiamo molti problemi», esordisce, «ma il primo sono gli edifici scolastici». Poi specifica: «In Italia c’è un crollo ogni quattro giorni». Controsoffitti da rifare, l’intonaco che si stacca cadendo sulle teste degli studenti: «I presidi in teoria dovrebbero passare classe per classe con un bastone per controllare la situazione, se succede qualcosa e noi non abbiamo avvertito, possono ritenerci responsabili». Da tecnici a segretari: «Negli ultimi anni», spiega Giannelli, «abbiamo assistito a una riduzione delle segreterie, all’appello ne mancano duemila, con il risultato che siamo costretti ad assumere bidelli per espletare questo genere di servizi. Alcuni di loro si trovano a dover effettuare le ricostruzioni di carriera per mandare i docenti in pensione. Il risultato è che i dirigenti scolastici preferiscono fare w soli e per seguire le segreterie trascurano altre incombenze». Una scuola poco competitiva con il resto dell’Unione europea e sempre più lontana da Agenda 2030, il piano approvato dalle Nazione Unite per lo sviluppo sostenibile. Giovani italiani demotivati con picchi di eccellenza nel Nord Est, ascensore sociale inesistente, netto ritardo rispetto agli altri Paesi europei persino nelle competenze digitali. È questa la scuola italiana. Copia perfetta di un corso-concorso che doveva avere regole rigidissime e celerità nella correzione delle prove.

Concorso presidi: l'Espresso denuncia nuove anomalie. Ancora irregolarità durante la prova scritta. Mancato anonimato e un software che non ha funzionato come avrebbe dovuto: in esclusiva le falle durante l'esame per i dirigenti scolastici. Mentre il Ministero scarica le responsabilità sui commissari. In attesa della sentenza del Tar che il 2 luglio potrebbe invalidare tutto. Elena Testi il 14 giugno 2019 su L'Espresso. Violazione dell'anonimato e documenti informatici corrotti. E ancora: componenti di sottocommissioni che si dimettono; codici alfanumerici, creati per celare l'identità dei candidati, che diventano la chiave per capire presunte irregolarità. Un ministero, quello dell'Istruzione, che scarica la responsabilità sui commissari. Continuano le anomalie del corso-concorso per dirigenti scolastici con un'indagine aperta dalla procura di Roma e una sentenza del Tribunale Amministrativo che potrebbe invalidare il 2 luglio la prova scritta. Nel numero in edicola da domenica 16 giugno e  già online su Espresso+  pubblichiamo in esclusiva tutte le nuove e presunte anomalie. L'Espresso ha visionato decine di verbali ora analizzati e messi sotto la lente d'ingrandimento dei periti informatici. Se inizialmente le anomalie sembravano essere commissari presenti in due posti contemporaneamente mentre erano impegnati nelle correzioni o un software inefficiente, adesso si fa sempre più vicina l'ipotesi che in alcuni casi si sapesse l'identità di chi doveva sostenere la prova. Colpa, forse, di una falla nell'organizzazione della selezione. Il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti,  intervistato dall'Espresso , di fronte all'ipotesi di una violazione dell'anonimato risponde con un: «Il mio auspicio è avere il prima possibile i Dirigenti scolastici neoassunti in servizio. Ne abbiamo un grande bisogno, le scuole li stanno aspettando». Per il Miur ogni responsabilità sul regolare svolgimento del concorso era in capo alle commissioni, ma è analizzando i dati che si scopre che oltre il sessanta percento dei commissari si è dimesso, nonostante avesse dato la sua disponibilità a prendere parte alle correzioni. Ora si attende il lavoro della magistratura che potrebbe bocciare la politica di reclutamento del ministro Marco Bussetti. Un fallimento per il Miur, una catastrofe per la scuola italiana che si ritroverebbe a settembre con tremila dirigenti scolastici in meno. Nel frattempo, tramite Facebook, si annuncia un nuovo concorso e una sanatoria per gli insegnanti.

Concorso presidi, dopo l'inchiesta dell'Espresso il Tar potrebbe annullare tutto. Il servizio del nostro giornale apre uno scenario senza precedenti per il Miur: il tribunale amministrativo il 2 luglio deciderà se far ripetere l'esame per dirigenti scolastici. Ma non finisce qui: anche la procura di Roma ha aperto un'inchiesta. Elena Testi il 6 giugno 2019 su L'Espresso. Un concorso per dirigenti scolastici forse tutto da rifare. La valanga di ricorsi al Tar del Lazio si è tradotto con due ordinanze arrivate alle 19.30 di ieri. Il duro colpo è stato inferto al Ministero dell'Istruzione e ora i giudici amministrativi analizzano il rosario di presunte anomalie documentate da l'Espresso: dono dell'ubiquità per i membri delle commissioni, fughe di notizie, software impazziti. E ancora: schede di valutazione create prime della correzione delle prove scritte. È questo lo scenario surreale dell'ultima selezione nazionale per dirigenti scolastici che si concretizza con un obbligo sibillino emesso dal Tribunale amministrativo: il Miur deve pubblicare nel proprio sito il ricorso e rendere noto agli ammessi alla prova orale che il concorsone potrebbe essere annullato qualora le presunte irregolarità venissero accertate. Non era mai successo. Ma l'impensabile potrebbe diventare realtà. Il tutto si tradurrebbe in un fallimento per il ministero dell'Istruzione e in una catastrofe per la scuola italiana, costretta a rinviare di un anno l'arrivo dei nuovi presidi. Arrivo promesso dal ministro Marco Bussetti per questo settembre.

La strada intrapresa dai giudici è chiara: chi ha presentato il ricorso non verrà ammesso alla prova orale con riserva. Il 2 luglio il Tar deciderà con sentenza se annullare o meno le prove scritte e richiamare gli oltre novemila a ripetere l'esame. A commentare le ordinanze l'avvocato Massimo Vernola: «I giudici avendo disposto l'integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti gli ammessi all'orale hanno quantomeno escluso l'infondatezza del ricorso. Adesso ogni decisione è aperta e rinviata alla sentenza. Sono moderatamente ottimista». Silenzio del Miur. Marco Bussetti ha deciso di adottare la tattica della mimetizzazione. Si aggira per i corridoi di Viale Trastevere con lo sguardo torvo e le spalle incurvate per quella che potrebbe diventare una vicenda senza precedenti storici. Doveva essere il ministro designato a inaugurare i nuovi concorsi del Governo del cambiamento: celeri, trasparenti e inattaccabili. Ma adesso da uomo del Fare è diventato l'uomo del Rifare. Il corso-concorso per dirigenti scolastici, come anticipato da L'Espresso, è divenuta un'imbarazzante vicenda per il Miur che adesso attende con il fiato sospeso il lavoro della magistratura.

La partita non si gioca solo davanti al Tar del Lazio che, il 2 luglio potrebbe entrare direttamente nel merito e comunicare quello che Marco Bussetti scongiura da giorni, l'annullamento del concorso. Anche il pubblico ministero Desiree Digeronimo in questi giorni ha voluto dare una svolta decisiva all'intera vicenda, aprendo un'indagine che si potrebbe tramutare in un lungo elenco di rinvii a giudizio. Un'inchiesta, quella della procura romana, che potrebbe trascinare il Ministero dell'Istruzione in uno scandalo senza precedenti con membri delle sottocommissioni che rischiano di essere indagati per gravi reati penali. Dal ministero nessuna replica, neanche per placare gli animi, almeno per il momento, nonostante proprio Marco Bussetti divenne dirigente scolastico grazie a un ricorso vinto nel 2014. Sua consigliera fedelissima al Miur è Amanda Ferrario, la paladina che quel ricorso lo guidò, divenendo amica fedele di Bussetti. Nel frattempo le anomalie si accumulano. Ieri mattina gli avvocati Pierpaolo Dell'Anno e Giuseppe Murone si sono presentati in procura con nuove irregolarità: le griglie di valutazione create magicamente prima della correzione della prove e un nuovo straordinario caso di ubiquità. Dopo il sindaco di Alvignano Angelo Francesco Marcucci, l'ispettore del Lavoro di Napoli, dott. Giuseppe Cantisano, Maria Angela Volpicella e Paola Quaresima, anche Eter Rizzi mentre correggeva le prove era presente durante un consiglio d'Istituto.

Gli orali dei 3.800 però vanno avanti nel silenzio assoluto con il rischio di dover pagare il gettone di presenza due volte ai membri delle sottocommissioni esaminatrici, qualora venisse tutto bocciato. Ma sono loro, i quasi quattromila che ce l'hanno fatta, a sperare che il 2 luglio finisca tutto in una gigantesca bolla di sapone e il Tar del Lazio liquidi la faccenda. A quel punto potrebbe però essere la procura di Roma a mescolare nuovamente le carte in tavola, accertando le presunte irregolarità. Tutto questo mentre le scuole attendono presidi che gestiscano il futuro delle nuove generazioni.

Concorso dirigenti scolastici: l’assalto degli esclusi. Tuttoscuola 3 febbraio 2003. Sono centinaia i candidati al concorso per dirigenti scolastici che risultano privi dei requisiti richiesti. Quel che avevamo rilevato con sorpresa la settimana scorsa in alcune regioni, ha trovato ampia conferma in molte altre, tanto da far pensare che vi sia stato “un passaparola”. In base ai dati raccolti da Tuttoscuola  presso gli uffici scolastici regionali, questo popolo è piuttosto eterogeneo. Proviamo a scoprirlo.

In quasi tutti i territori tra i presunti non aventi diritto ci sono presidi incaricati attualmente in servizio ma privi del triennio richiesto (triennio che avrebbero potuto maturare in corso d’anno se il bando avesse tardato ad uscire).

Vi sono docenti di scuola elementare laureati, con i requisiti richiesti per partecipare al futuro concorso ordinario, ma che sono stati esclusi dagli incarichi, perché la relativa ordinanza ministeriale ha consentito l’accesso (anche per le istituzioni del settore elementare) solamente ai docenti della secondaria.

Vi sono anche vicari di lungo corso che hanno svolto funzioni di vicepreside per anni.

Vi sono docenti di varia provenienza che ci provano. Non mancano anche docenti pensionati.

Obiettivo: ottenere l’ammissione con riserva, poi si vedrà. Chissà…

Intanto al Miur si contratta la ridistribuzione del 10% dei posti a concorso e la riapertura del bando per ammettere tra qualche mese i presidi che maturano il triennio richiesto con 180 giorni di incarico nel 2002-03. Corre voce anche di una possibile sospensione del bando per ampliare i requisiti di ammissione (ci vuole una legge!). Insomma, tra attese e leggende metropolitane, la telenovela rischia di trasformare il riservato quasi in una formalità, per assicurare comunque il posto di dirigente ai vecchi e nuovi incaricati: un concorso su misura, al di là del merito.  Sarebbe una macchia sulla qualità del concorso e su quei candidati che hanno tutte le carte in regola.

Concorso presidi, uno scandalo tutto italiano. Commissari ubiqui, preveggenza, risultati anticipati sui social, software impazziti. E parlamentari candidati. Il concorso per i nuovi dirigenti scolastici è sommerso da ricorsi. E c’è il rischio di dover ripartire da zero. Elena Testi il 31 maggio 2019 su L'espresso. Da concorso per dirigenti scolastici è divenuto un plico da presentare direttamente in procura. Una serie di presunte irregolarità che rischiano di invalidare le prove scritte e costringere il Ministero dell’Istruzione a far ripetere la prova a oltre novemila aspiranti manager destinati a dirigere gli istituti scolastici del Paese. Una lunghissima lista con tanto di foto, verbali e denunce. Ed eccolo il rosario sgranato delle anomalie: membri di Commissione con il dono dell’ubiquità, senatori che partecipano e fanno ricorso contro il Ministero, software che impazziscono all’improvviso durante la prova scritta, cataclismi naturali che lasciano a casa un’intera regione, la Sardegna. E ancora: annunci profetici sui social network con il numero preciso degli ammessi alla prova orale prima che i risultati siano stati resi pubblici dal ministero dell’Istruzione, liste di nominativi che appaiono e scompaiono per poi essere nuovamente consultabili nel portale del Miur. Fughe di notizie.

Concorso presidi, troppe anomalie: tra commissari ubiqui, ricorsi e fuga di notizie. L'Espresso ha scoperto una lunga serie di presunte irregolarità sulla prova per i nuovi dirigenti scolastici. A cui ha partecipato anche la deputata M5S Azzolina, membro della commissione istruzione. L'inchiesta integrale sul nuovo numero e in anteprima per i nostri abbonati. Elena Testi il 31 maggio 2019 su L'espresso. Un concorso. Una lunga lista di presunte irregolarità. E una valanga di ricorsi al Tar che potrebbero invalidare l’ultima selezione pubblica per dirigenti scolastici andata in scena su tutto il territorio nazionale lo scorso 17 ottobre. Doveva essere il primo concorso inaugurato dalla reggenza di Marco Bussetti al ministero dell’Istruzione, ma rischia di tramutarsi in un boomerang tra membri di commissione con il dono dell’ubiquità, fughe di notizie, software impazziti durante la prova scritta, dispositivi elettronici utilizzati dai candidati e senatrici della forza di Governo pronte a fare ricorso contro il Miur per prendere parte alla selezione. L’Espresso nell'inchiesta in edicola da domenica 2 giugno e  in anteprima per gli abbonati su Espresso + , è in grado di pubblicare  la documentazione che svela tutte le anomalie. Ed è così che si scopre che i componenti di alcune sottocommissioni erano presenti in due posti differenti alla stesso orario, come ad esempio il sindaco di Alvignano Angelo Francesco Marcucci, che, mentre correggeva gli scritti, presiedeva alla stesso orario anche la seduta della Giunta comunale. Tra doni di preveggenza e ubiquità, spuntano anche voti emessi prima della correzioni degli scritti.

Gli enigmi da sciogliere sono molteplici, come quello della fuga di notizie. Nickname in grado di diffondere i risultati venti giorni prima del Ministero dell’Istruzione. E ancora: un software, quello prodotto da Cineca, azienda partecipata dal ministero di Viale Trastevere, che ha dato segni di follia durante la prova scritta, cancellando a metà alcuni esami. Bocciato con una sentenza del Tar già nel 2016, abolito nei test di medicina perché considerato inattendibile e nonostante questo utilizzato dal Miur per la selezione dei dirigenti scolastici.  Tra i partecipanti alla prova anche Lucia Azzolina , deputata del M5S e membro della commissione istruzione, che alle nostre domande ha risposto con prudenza, affermando: «Sarà al magistratura a decidere». Più dura nei confronti della collega di partito Gelsomina Vono, bocciata alla prova pre-selettiva ha fatto ricorso al Tar per essere ammessa agli iscritti. «Io non lo avrei mai fatto da cittadina privata, figuriamoci da onorevole della Repubblica italiana», ha commentato sempre l’Azzolina. Eppure l'Italia necessita di nuovi dirigenti scolastici qualificati. A dirlo sono i numeri: sono 6.300 quelli in servizio con 400 pronti ad andare in pensione, a fronte di una richiesta di 8000 presidi per 8.500 scuole. Scuole che potrebbero però pagare le conseguenze di un concorso tutto da chiarire.

Concorso dirigenti scolastici, nuovo ricorso: «troppe differenze nei voti». Pubblicato giovedì, 30 maggio 2019 su Corriere.it. Non c’è pace per il concorso per i dirigenti scolastici - ne saranno assunti circa 2900 che stanno affrontando le prove orali - che è alle battute finali. Dopo il ricorso sul rinvio della prova scritta in Sardegna a causa dell’allarme meteo lo scorso inverno, spunta una nuova denuncia firmata da 271 aspiranti presidi. Contestano il fatto che nelle correzioni degli scritti ci sia una enorme differenza di punteggio assegnato a seconda della commissione che ha corretto i compiti: «Essendo i compiti corretti random, i risultati delle commissioni dovrebbero essere simili e discostarsi di poco dalla mediana - spiega una delle professoresse ricorsiste - invece, in particolare la commissione 30 ha dato voti molto bassi rispetto alle altre». Non solo, dal verbale di una commissione emerge che 5 dei 300 compiti sono stati ricorretti una volta che si sono conosciuti i nomi dei candidati (che in una prima fase sono rappresentati da codici) e i voti sono stati alzati e addirittura raddoppiati. Queste sono alcune delle incongruenze che i professori ritengono di aver riscontrato sottoponendo i verbali delle commissioni ad un calcolo statistico approfondito e che hanno rilevato nella loro denuncia alla magistratura. Intanto il concorso va avanti. Del resto una via d’uscita eventuale c’è già, che permetterebbe di evitare di far saltare tutto il concorso in caso di accoglimento delle istanze dei ricorsisti e al netto della procedura penale che eventualmente ne seguirebbe. E’ stato studiato, dopo il ricorso sul caso Sardegna. Il bando infatti prevedeva una prova scritta contestuale in tutta Italia, che il maltempo in Sardegna ha impedito. L’idea dei tecnici del Miur è che invece di annullare il concorso, in caso di accoglimento del ricorso, si procederà ad una prova «sanatoria» che consentirà a tutti coloro che hanno «partecipato» agli scritti di poter essere messi in graduatoria, come se li avessero passati. Intanto, di presidi c’è bisogno nei prossimi tre anni ben oltre la quota di 2900.

·         Concorso prof 2018: gli ultimi saranno i primi.

Concorso prof 2018,  la beffa dei più bravi scavalcati dagli ultimi in classifica. Pubblicato venerdì, 05 luglio 2019 da Orsola Riva su Corriere.it. Concorso che vai, pasticcio che trovi. L’ultimo caso riguarda il concorso 2018 per docenti di scuola media e superiore dove, per un complicato intreccio di ritardi amministrativi e rattoppi peggiori del buco, i più bravi - i primi in graduatoria - rischiano di essere scavalcati da chi ha ottenuto un punteggio più basso di loro. Vediamo perché. Il concorso in questione è stato bandito il 1° febbraio dell’anno scorso dall’ex ministra Valeria Fedeli per assicurare una cattedra a tutti e solo i supplenti che oltre ad avere anni di servizio alle spalle avevano anche un’abilitazione in tasca (non importa se frutto di una selezione rigorosissima o presa in Romania). In base al bando sarebbero stati tutti (nessuno escluso) inseriti in una graduatoria di merito da cui poi sarebbero stati assunti. Un concorso senza bocciati insomma. Per passare, bastava presentarsi all’orale tenendo una lezione simulata e rispondere a delle domande di inglese di livello B2 (quello appena sotto l’«advanced», per capirci). Peccato che a causa dei ritardi nella formazione delle commissioni (i compensi erano così bassi che reperire i commissari ha richiesto tantissimo tempo - alcune commissioni non si sono ancora riunite!), la pubblicazione delle graduatorie dei vincitori abbia subito enormi ritardi. E così a settembre dell’anno scorso solo 6.748 vincitori hanno potuto iniziare il loro anno di prova, mentre quasi altrettanti (5.642) hanno perso il treno per entrare di ruolo (dati Uil). Un danno per loro ma anche per le scuole che sono state costrette a prendere dei supplenti al posto loro. Non per nulla delle 56 mila assunzioni autorizzate dal Mef per il 2018 metà sono andate deserte. Per tutelare in qualche modo i malcapitati, il Miur - con un decreto ad hoc firmato a settembre scorso dal ministro Marco Bussetti - ha deciso di accantonare i posti residui del contingente 2018 in modo che fossero a loro disposizione quando finalmente a settembre 2019 sarebbero stati assunti. Solo che nel frattempo, da gennaio in poi, si sono liberati moltissimi altri posti per via dell’onda lunga dei baby boomers che vanno in pensione e del Quota 100. Col risultato paradossale che quelli che avevano un punteggio più basso ma nel frattempo, grazie allo scorrimento delle graduatorie, hanno ottenuto il diritto a salire in cattedra, avranno la possibilità di trovare un posto molto più vicino a casa. Una disparità di trattamento - un’ingiustizia - denunciata non solo dai diretti interessati ma anche dai sindacati confederali (Cgil Cisl e Uil) che, in un incontro al Miur il 2 luglio scorso, hanno chiesto al ministero di ripensare la procedura in modo che anche chi ha l’unica «colpa» di essere più in alto in graduatoria abbia la possibilità di scegliere su tutte le cattedre che si sono liberate nel frattempo. Il Miur ha preso tempo e rinviato la questione alla prossima riunione del 12 luglio anche se dalla Uil si dicono fiduciosi nella possibilità di una soluzione a breve, «anche per evitare inutili contenziosi che vedrebbero l’Amministrazione soccombente».

·         Lauree facili per i poliziotti.

Indagini sulla Link: due poliziotti nei guai per gli esami facili. Accertamenti dei pm su un corso-fantasma che garantiva agli iscritti le risposte ai test, scrive Luca Fazzo, Sabato 06/04/2019, su Il Giornale. Porta dritta ai vertici del Siulp, il più importante sindacato dei poliziotti italiani, l'inchiesta della Procura di Firenze sugli «esami facili» che centinaia di agenti di Ps hanno potuto sostenere presso la Link Campus University, l'ateneo caro al Movimento 5 Stelle ma anche all'universo della nostra intelligence. Due poliziotti in servizio nel capoluogo toscano sono finiti nel registro degli indagati per avere passato sottobanco ai loro colleghi le domande che sarebbero state rivolte durante gli esami della Link. Sembrerebbe uno scambio di favori tra colleghi, ma non è così. E a farlo intuire è una mail del luglio scorso, di cui il Giornale è in possesso, inviata ai poliziotti che frequentavano i corsi. L'accordo tra Link e Siulp è un accordo alla luce del sole: grazie alla convenzione, gli agenti che vogliono laurearsi per poi partecipare al concorso per ispettore possono farlo a un prezzo ridotto. E fin qui tutto bene. Il problema è un corso in Human Security che i poliziotti possono frequentare e che consente di saltare un bel po' di esami della Link accedendo direttamente al secondo anno. Ma il corso va pagato a un'altra società. Un anno fa, il Giornale scopre che i poliziotti devono versare i soldi su un conto corrente di San Marino intestato a una fondazione, la Hero: come eroe. Di chi è questo conto? La Link dice di non saperne niente. I vertici del Siulp escludono di possedere conti a San Marino, e minacciano querele. Il 18 luglio scorso, dopo che gli articoli del Giornale avevano sollevato il caso - facendo indignare anche il capo della polizia, Franco Gabrielli - qualcuno decide di correre ai ripari. E ai poliziotti iscritti al corso di Human Security arriva una mail che indica un nuovo conto su cui versare la retta: non bisogna mandare più i soldi a San Marino, ma su un conto - di cui viene fornito l'Iban - al Credito Emiliano di via Emanuele Filiberto, a Roma. Il conto è intestato alla L.S. Servizi srl. Di cosa si tratta? Basta una visura camerale per scoprire che l'amministratore unico è Felice Romano, il potente segretario nazionale del Siulp. Quello che dei soldi a San Marino diceva di non sapere niente, ma che adesso incamera gli stessi soldi per gli stessi corsi. Il corso di Human Security, a quanto sta emergendo, è una scatola vuota: poliziotti-alunni interrogati recentemente «non hanno assistito a nessuna lezione, non si sono mai recati a Roma, non hanno visto mai nessun professore ma solo i due soggetti che si definivano tutor e/o professori». Per un po' uno di questi tutor è stato il figlio di Sandro Pisaniello, segretario amministrativo del Siulp. L'ipotesi della Procura di Firenze è che la retta pagata per il corso di Human Security garantisse ai poliziotti di conoscere in anticipo quali argomenti sarebbero stati trattati durante le prove d'esame alla Link. E anche questa ipotesi trova conforto in documenti che il Giornale ha a disposizione, mai smentiti. Sono messaggi contenuti nelle chat di due esponenti del Siulp a Firenze, Marino Spagna e Alessandro Benucci. Il 28 settembre 2017 Spagna comunica ai colleghi che per l'esame di analisi strategica gli converrà presentarsi ferrati in «geopolitica aerospaziale, geopolitica delle religioni, geopolitica cinese». Benucci due mesi dopo dà consigli ancora più precisi in vista dell'esame di organizzazioni internazionali. Per frequentare il corso-fantasma, i poliziotti (e in tutta Italia si parla di centinaia di casi) hanno pagato la retta: prima a San Marino, alla Banca Agricola Cooperativa, sul conto della Hero (controllata al 100 per cento da una fiduciaria, dietro la quale non si sa tuttora chi si celi); poi alla srl romana amministrata dal leader del Siulp. E a rendere tutto più complesso - o forse più chiaro - c'è il dettaglio che a indicare ai volonterosi colleghi il conto di San Marino era stato lo stesso poliziotto sindacalista che poi mandava anche le «dritte per passare gli esami: è Spagna il 27 febbraio 2018 a girare agli iscritti «l'iban che mi ha inviato Sandro Pisaniello, presidente della fondazione Link». Lo stesso Pisaniello che gestisce la cassa del Siulp.

COME SCOTTA L'UNIVERSITÀ DI SCOTTI - ''LAUREE FACILI PER I POLIZIOTTI''. Gerardo Adinolfi e Luca Serranò per ''la Repubblica - Firenze'' il 6 aprile 2019. Un corso di perfezionamento per bypassare gli esami del primo anno e approdare direttamente al secondo, che sarebbe stato superato dagli studenti- poliziotti senza partecipare a una lezione e senza vedere alcun professore, ma solo inviando per mail una tesina di poche pagine. Non solo. Anche esami sostenuti in sedi considerate " non idonee", come una stanza nel mercato ortofrutticolo della Mercafir a Firenze, con domande in alcuni casi anticipate ai candidati su una chat di Whatsapp. Un' inchiesta della procura di Firenze accende i riflettori su presunte lauree facili per gli agenti di polizia iscritti alla Link Campus University, l' università privata con sede a Roma creata nel 1999 dall' ex ministro democristiano Vincenzo Scotti. La Link Campus, nata come filiale dell' Università di Malta e poi, dal 2011, riconosciuta come università non statale dal ministero dell' Istruzione, dell' università e della ricerca, è salita alla ribalta delle cronache perché considerata vicina al mondo del Movimento 5 Stelle. Quando, prima delle ultime elezioni politiche, Luigi Di Maio presentò la sua squadra di governo in caso di vittoria, tra i papabili ministri c' erano anche alcuni docenti della Link. Come Elisabetta Trenta, poi effettivamente diventata ministra della Difesa del governo gialloverde. Alla Link era vicedirettrice del Master in Intelligence and Security. Ma questa su cui indaga la procura di Firenze è tutta un' altra storia, ancora agli inizi e con una verità ancora tutta da accertare. La pm Christine Von Borries vuole capire se davvero, dal 2017 al 2019, ci siano stati degli illeciti nello svolgimento del corso e degli esami destinati agli agenti. E così ha delegato accertamenti alla Guardia di finanza per verificare, tra le altre cose, se davvero questi - 23 tra poliziotti in servizio in Toscana e loro parenti che si sono iscritti nel 2017 e una quindicina nel 2018 - abbiano goduto di una corsia preferenziale. Sul registro degli indagati sono finite tre persone, accusate di falso ideologico e abuso d' ufficio: un poliziotto della questura di Firenze che secondo la procura ha fatto da raccordo tra gli altri colleghi e l' università e che, secondo un testimone, avrebbe anticipato su Whatsapp le domande scritte degli esami, e due persone definite i tutor della Link e che avrebbero assistito gli allievi nel percorso formativo. E di cui, secondo le accuse, « non si ha prova che rivestano il ruolo di professori universitari ». La Finanza ha perquisito la casa degli indagati, alcuni uffici della Link e quello della questura di Firenze in uso al poliziotto, a caccia dei telefoni cellulari e di tracce, come messaggi su Whatsapp, che potrebbero essere utili alle indagini. L' inchiesta è partita da alcune testimonianze raccolte dalla procura. L' attenzione degli investigatori si è concentrata sul corso Human security, la cui quota secondo i testimoni costava 600 euro e veniva pagata su un conto a San Marino intestato alla Fondazione sicurezza e libertà. Un corso, secondo l' accusa, riconosciuto dalla Link e che permetteva, a coloro che lo frequentavano, di essere « dispensati da 5/ 6 esami del primo anno » della laurea triennale in " Scienze della politica e dei rapporti internazionali". I poliziotti, si legge nel decreto di perquisizione, per superare il corso di perfezionamento « non hanno mai assistito a nessuna lezione, non si sono mai recati a Roma, non hanno visto mai nessun professore, ma solo i due soggetti indagati che si definivano tutor- professori». Per gli esami, invece, «hanno sostenuto scritti preparati online sulla base di testi e indicazioni trovati sul sito, presso delle stanze individuate da questi tutor a volte dentro il mercato ortofrutticolo, altre in Palazzo Strozzi » . Nonostante la diversità delle materie, come l' inglese o il Diritto costituzionale, le prove sarebbero inoltre state sempre sostenute «alla presenza di una sola persona (uno dei tutor) o a volte di un assistente non meglio identificato». Nessuna contestazione viene rivolta al Siulp, il sindacato più rappresentativo della polizia che ha stipulato la convenzione con l' ateneo e a cui è iscritto l' agente indagato.

Gianluca Di Feo per ''la Repubblica - Firenze'' il 6 aprile 2019. Ma dove finisce l' ateneo privato e dove comincia lo Stato? L' indagine fiorentina sulle lauree "agevolate" per gli agenti di polizia ripropone il grande dilemma dell' università Link Campus. L' invenzione di Vincenzo Scotti, storico leader democristiano ed ex ministro dell' Interno, è talmente incastonata nel cuore del potere romano da esserne diventata un punto di riferimento. Persino il Movimento 5Stelle ne ha subito il fascino, selezionando dai suoi ranghi la ministra della Difesa e altre figure chiave dell' attuale esecutivo. Ma ogni settimana gli eventi dell' ateneo sono affollati di parlamentari e grand commis: una platea bipartisan e trasversale, un po' come gli organismi che sovrintendono alle attività della Link. Ci sono ex uomini di governo di destra e sinistra, alti magistrati in servizio e soprattutto dirigenti degli apparati di sicurezza. L' università ha sviluppato una vera passione per il settore, con una vasta offerta di master dedicati all' intelligence, alla cyberprotezione, al controllo dei flussi migratori. Il corpo docente è letteralmente un corpo speciale, che raccoglie personaggi di primissimo piano, in servizio o in pensione, del Viminale o dei Servizi Segreti: ci sono nove tra prefetti, generali e 007, incluso il numero due del Dis, la Direzione che coordina tutta l' intelligence italiana. Una parata prestigiosa che appare stonata rispetto al business dell' università, con uno statuto che affida la gestione a una società privata e quindi al profitto. L' ateneo infatti è sorto nel 1999 per iniziativa del Cepu, il più famoso esamificio a pagamento, e riconoscimento solo della Malta University. A promuoverlo come università italiana fu il ministro Ortensio Zecchino, che oggi è ai vertici della stessa Link. Uno dei modelli di crescita più fortunato sono le convenzioni con categorie professionali o enti pubblici, garantendo - lecitamente - una serie di agevolazioni nel corso di studio a chi si iscrive: lo stesso meccanismo usato dal sindacato di polizia Siulp e adesso al centro dell' indagine fiorentina. In passato però questo schema aveva già provocato l' intervento della magistratura, con un' indagine sui rapporti con i vertici del ministero dell' Agricoltura e il sospetto di lauree concesse con troppa rapidità. Ci sono poi state proteste di insegnanti che non ricevevano i compensi dall' ateneo, rimostranze accolte solo dopo un' interrogazione parlamentare proprio dei 5Stelle. E infine l' attenzione per gli ultimi cambiamenti della compagine azionaria, con l' acquisto di quote da parte di un avvocato svizzero con base a Londra e molto attivo nelle relazioni energetiche con Mosca. Uno dei capitoli fondamentali dell' inchiesta sui rapporti tra Donald Trump e la Russia passa proprio dalla Link, dove insegnava un misterioso professore maltese che per primo avrebbe offerto allo staff dell' allora candidato presidenziale le mail trafugate alla sua rivale Hillary Clinton. Grandi e piccole storie che si intrecciano nelle aule dell' ateneo romano, aumentando le perplessità sulla presenza di prefetti, spie e generali in un' università nata per perseguire finalità assai diverse dalla tradizionale accademia.

·         La maturità (a buon mercato).

«Il prof pagato per fare il compito della Maturità al posto degli studenti». Pubblicato venerdì, 19 luglio 2019 da Corriere.it. Una lettera anonima all’Ufficio territoriale scolastico, l’ex Provveditorato, scritta probabilmente da un gruppo di genitori (anche se sugli autori non possono esserci certezze), ha portato la Procura della Repubblica di Bergamo ad aprire un fascicolo con l’ipotesi di concussione, al momento a carico di un professore di matematica. Un caso tutto da capire, riportato nella mattinata di oggi dal settimanale Bergamopost. La lettera, ricevuta dall’Ufficio scolastico poche ore prima delle prove di matematica del 20 giugno, spiegava che, se gli ispettori del ministero si fossero presentati all’Istituto Aeronautico Locatelli (tra i più noti nel particolare settore a livello nazionale) avrebbero trovato un docente di matematica, commissario interno, a svolgere il compito in aula, proprio durante la prova degli studenti. Gli ispettori, entrati al Locatelli, hanno trovato in effetti l’insegnante alla cattedra, che stava lavorando sul primo quesito di matematica, su un foglio. La prova è stata interrotta, il professore allontanato e sostituito: è un ingegnere che da dicembre era entrato in servizio a scuola, in sostituzione di una docente di ruolo. C’è però un altro elemento che ha sollevato parecchie perplessità, tanto che subito dopo gli ispettori a scuola sono arrivati anche i militari della Guardia di finanza, del gruppo di Bergamo: nella lettera anonima si parlava anche di 500 euro «in contanti» — questa l’espressione utilizzata nella missiva misteriosa — chiesti ad alcuni studenti come «sostegno per il lavoro dei commissari interni». Un’accusa precisa, per quanto anonima, che unita all’altra curiosa circostanza del professore effettivamente seduto alla cattedra a svolgere il compito, ha portato la Finanza e la Procura su una strada obbligata: l’apertura di un’inchiesta con l’ipotesi di concussione. Al momento l’unico indagato è il docente. La campanella della scuola è suonata da un pezzo. Ora c’è quella dell’allarme, giudiziario però. Per i prossimi giorni i finanzieri di Bergamo hanno programmato una serie di interrogatori, con docenti e studenti. Il preside, Giuseppe Di Giminiani, difende l’istituto: «Nulla di vero in tutte queste pseudo accuse». Mentre il docente dice: «Volevo solo portarmi avanti con il lavoro di correzione del compito di matematica, che ci sarebbe stato il giorno dopo. Mai sentito parlare di 500 euro in contanti»

Da Lugano a Pomigliano d'Arco, per fare la maturità (a buon mercato). Ogni anno decine di studenti partono dal Ticino per diplomarsi a Napoli. Lo scandalo delle promozioni assicurate sta scuotendo la Svizzera, scrive Elisabetta Burba il 15 febbraio 2019 su Panorama. «Si rivolga al mio avvocato». Così risponde Silvana Giunta, la preside dell'istituto Fogazzaro di Lugano, in Ticino, quando Panorama la chiama per un'intervista. Ma chi è il suo avvocato? «Non mi interessa» è la sconclusionata risposta della preside. L'imbarazzo corre sul filo. In effetti, di motivi per sentirsi a disagio Silvana Giunta ne ha in abbondanza: la sua scuola è al centro di uno scandalo che sta scuotendo tutta la Svizzera. Per sostenere la maturità, gli studenti dell'istituto Fogazzaro si trasferiscono in massa in Italia, in una scuola dove la promozione è garantita. E con quel diploma, riconosciuto in patria in virtù di accordi bilaterali, possono poi accedere alle università svizzere. Apriti cielo! La vicenda ha indotto il Dipartimento dell'Educazione (Decs) ad aprire un'inchiesta amministrativa sul Fogazzaro, che è stato costretto a sospendere le lezioni. Non bastasse, il deputato ticinese dell'Udc Tiziano Galeazzi ha presentato sulla vicenda un'interrogazione al Consiglio di Stato. Ma andiamo per ordine. Da cinque anni a questa parte, ogni estate 80/90 studenti ticinesi varcano il confine per venire in Italia a sostenere l'esame di maturità. E non si fermano a Como o a Varese. Proseguono per 800 e passa chilometri fino a raggiungere Pomigliano d'Arco. Proprio così: la città in periferia di Napoli, dove si è formato il vice-premier Luigi Di Maio, è diventata il diplomificio degli studenti ticinesi in affanno. A conferire loro l'agognato titolo di studio è l'Istituto Giuseppe Papi. Su Internet si presenta come «un centro di studi moderno e all'avanguardia» che offre vari indirizzi, dal liceo scientifico all'istituto professionale per i servizi socio-sanitari. Eppure già in passato era finito nei guai. «A seguito di irregolarità» di natura didattica e amministrativa accertate durante un'ispezione, il 12 aprile 2016 il ministero dell'Istruzione gli aveva revocato la «parità scolastica». Il provvedimento era poi stato sospeso, perché la scuola aveva presentato un ricorso (accolto) al Tar. Ma l'Ufficio scolastico regionale non si era dato per vinto. Dopo aver fatto ricorso al Consiglio di Stato, aveva effettuato un'ulteriore ispezione relativa all'anno scolastico 2017-2018. Anche in questo caso, gli ispettori avevano rilevato irregolarità e si erano ripromessi di svolgere ulteriori verifiche. Non è finita. Lo scandalo delle maturità truccate al Giuseppe Papi è finito anche nel mirino della Procura di Nola, sollecitata da un esposto di Valeria Ciarambino, consigliera regionale della Campania del MoVimento Cinque stelle. «Dalle informazioni si apprende di gravi irregolarità avvenute presso il Papi nel corso degli esami» si legge nell'esposto, datato 5 ottobre 2018. «Si parla di esami scritti in cui vengono passate sottobanco tracce dei temi, soluzioni dei problemi e risposte sussurrate agli orali e che a fornire queste facilitazioni sono i docenti interni». Prima dell'esposto, la consigliera aveva scritto all'Istituto scolastico regionale per informarsi sui motivi che avevano portato alla revoca della parità dell'Istituto Papi. Lo scorso 13 febbraio lo scandalo è approdato anche in Parlamento, con un'interrogazione a prima firma della deputata campana Virginia Villani. Quello dell'istituto Giuseppe Papi non è un caso isolato. Negli ultimi 10 anni varie scuole parificate della Campania (la più nota è il Voltaire di Secondigliano) sono finite al centro di inchieste giudiziarie, con tanto di arresti, perché garantivano a studenti di tutta Italia la promozione alla maturità in cambio di denaro. «In alcune indagini si parla di un vero e proprio prezzario dei diplomi, del valore di migliaia di euro» precisa la consigliera Ciarambino a Panorama. «Solo nel primo semestre del 2016, in tutta Italia sono stati chiusi 27 diplomifici. E' un problema endemico. E la mia denuncia nasce dall'auspicio che questo cancro possa essere debellato, perché l'istruzione rappresenta il futuro del nostro Paese». Finora non era mai saltato fuori, però, che gli studenti arrivavano anche dall'estero. «Maturità alla napoletana» è il titolo dell'inchiesta andata in onda il 24 gennaio sulla televisione della Svizzera italiana Rsi. «Da Lugano a Napoli, 850 km per una maturità a buon mercato» denuncia il giornalista Gianni Gaggini. «Perché una sede così lontana, scomoda e anche molto costosa? Il trucco c’è ed è clamoroso. L’inchiesta della trasmissione Falò, basata su testimonianze dirette e prove documentali, scoperchia un episodio sconcertante: esami truccati, risposte passate agli studenti, aiuti sottobanco per una promozione assicurata». Con un pregevole lavoro d'inchiesta, Gaggini ha svelato che un «anno-passerella» fra Lugano e Pomigliano, con tanto di esami, costa più o meno 15.000 franchi svizzeri (oltre 13.000 euro). Il pacchetto comprende tre viaggi a Napoli, più vitto, alloggio e spese extra per 10 giorni, oltre a 8.500 franchi (7.500 euro) di retta annuale e ai 3.000 euro di quota esame. Già, la quota esame. Alcuni testimoni raccontano davanti alla telecamera che i 3.000 euro sono pagati in contanti, con una busta che viene consegnata a un «signore con i capelli rossicci» della scuola di Napoli, che «viene a prenderli con una valigetta nera». Commento del giornalista Gaggini: «Una bella somma, che difficilmente al rientro in Italia poteva passare la frontiera, visto il limite di esportazione di 10.000 euro in contanti».   Accuse pesanti... Come risponde l'Istituto Giuseppe Papi? Panorama contatta anche l'istituto campano, chiedendo del preside. «No, guardi, al momento non c'è» risponde una voce femminile. E' possibile parlargli più tardi? «Grazie. Ci sentiamo» è la laconica risposta. Mah, pronto, pronto... «Arrivederci, buona giornata». Klack. Da Lugano a Pomigliano, la risposta è sempre la stessa: una cornetta riagganciata.      

·         La grande menzogna della meritocrazia.

La grande menzogna della meritocrazia. Chi è povero resta povero, scrive l'8 febbraio 2019 Cristiano Puglisi su Il Giornale. “Se ci si impegna si arriva dove si vuole”. “Tutto è possibile, basta crederci e lottare”. Frasi come queste, nell’odierna società liberal-capitalista, sono state assimilate come valori condivisi. Sono la base di quel concetto chiamato “meritocrazia”, per il quale, nella società contemporanea, priva di caste e rigide divisioni gerarchiche, i meritevoli ottengono sempre un risultato. Ma è davvero così? Se sicuramente questa dinamica è stata realistica nel dopoguerra, quando le economie miste dell’Europa occidentale offrivano a tutti una possibilità di crescita dopo le miserie del conflitto, e il “boom” economico guidava lo sviluppo di un benessere diffuso, oggi, nella società del liberismo assoluto, che produce una concentrazione della ricchezza verso l’alto, i dati sembrano riferire una realtà diversa. Secondo l’OCSE, in un Paese sviluppato (si parla proprio del nostro idolatrato Occidente, Italia ma anche Stati Uniti, Germania, Francia, Gran Bretagna...) , per un bambino nato in una famiglia a basso reddito, sono oggi necessarie mediamente ben cinque generazioni prima che un suo erede possa entrare nella cosiddetta “classe media”. Cinque generazioni. In termini di tempo, si tratta, all’incirca, di un secolo e mezzo. Un’infinità di tempo. E no, non è sempre stato così. Perché sono i stessi dati OCSE a spiegare come, per i nati tra il 1955 e il 1975, l’ascensore sociale fosse più che una bella favola. E non è finita qui. Perché anche la cultura tende ad essere ereditaria. Cosa che peraltro non deve stupire visti i costi di un’istruzione universitaria di buon livello. Si pensi che, in Italia, ben due terzi dei figli di genitori a bassa istruzione conseguono una laurea. E nel resto dei Paesi sviluppati occidentali non va tanto meglio, la media è comunque di circa uno su due. Va beh, dirà qui qualcuno, ma c’è sempre la possibilità di emergere grazie al lavoro. Macché. Secondo dati ISTAT, in Italia tra i giovani tra i 15 e i 34 anni che trovano lavoro quattro su 10 lo trovano con la segnalazione di parenti, amici o conoscenti. Con una disoccupazione giovanile al 40% da anni è abbastanza semplice intuire che chi ha relazioni in grado di procurare un lavoro le ha grazie alla posizione sociale che occupa. E se si pensa che il problema riguardi solo l’Italia si è fuori strada. In sintesi, piove sempre e solo sul bagnato. Fa soldi chi ha soldi per farli, lavora in posti di prestigio chi ha le conoscenze o il potere per arrivarci. Punto. Il resto sono favole per tenere buoni gli “incazzati”. Eppure non c’è giorno in cui qualcuno non ci magnifichi la “meritocrazia”. Che, allo stato attuale, è più che altro uno strumento ideologico, un meccanismo di difesa di un sistema che, come si è già avuto modo di scrivere su questo blog qualche giorno fa, si è ormai completamente incartato, ma che rifiuta di ammetterlo, urlando contro provvedimenti come il reddito di cittadinanza perché sarebbero “anti-meritocratici”. Uno strumento ideologico, la meritocrazia, che, in questo sistema economico in cui l’1% della popolazione mondiale detiene l’82% della ricchezza del pianeta, non può che essere una splendida, ma del tutto inesistente, utopia.

·         Per i magistrati i figli e gli amici so’ piezz’ ‘e core.

A processo il pm barese Di Bari. Fece “pressioni” per favorire il figlio, scrive il 30 Settembre 2015 Il Corriere del giorno. I fatti risalirebbero al 2011 e l’inchiesta è stata coordinata dal pm Carmen Ruggiero della Procura della repubblica di Lecce. Un magistrato di Bari sarà processato dai giudici del Tribunale di Bari per una presunta raccomandazione a favore del figlio affinché vincesse un dottorato di ricerca. Si tratta del pm Gaetano Di Bari in attività presso la Procura della repubblica di Bari, che è stato rinviato a giudizio dal gup di Lecce. L’accusa è stata derubricata in tentata induzione indebita a dare o promettere utilità. Secondo l’accusa della procura leccese, il pm Di Bari avrebbero abusato dei suoi poteri per costringere il prof.  Antonio Dell’Atti, preside della facoltà di Economia dell’Università di Bari, per favorire la carriera di suo figlio Carlo, dottore di ricerca in diritto commerciale. Obiettivo: farlo diventare ricercatore. Il pm Gaetano De Bari chiaramente ha sempre negato qualsiasi tipo di pressione, ma non ha convinto i giudici leccesi competenti sull’operato dei colleghi baresi. Una cosa è certa se a Taranto si indagasse a fondo sulle “pressioni” che partono dalla Procura per sistemare amici, figli, mariti e mogli, negli enti e società pubbliche, incassando decine e decine di migliaia di euro, allora ci sarebbe da ridere, o meglio da piangere per molti di loro. Chissà che qualcuno del Consiglio Superiore della Magistratura prima o poi si svegli ed aprano gli occhi anche su Taranto. Se non ora, quando?

"Cattedra a mio figlio" pm nei guai, scrivono Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini il 17 luglio 2015 su La Repubblica. Un esposto contro i giornali che si occupavano di scandali universitari. Poi una strana vicenda, ancora da accertare, di una presunta raccomandazione per il figlio mista a una presunta rivelazione di segreto di ufficio. Ecco la storia che rischia di diventare l'ennesima bomba all'interno del palazzo di giustizia di Bari. La procura di Lecce ha chiesto il rinvio a giudizio per il sostituto procuratore di Bari, Gaetano de Bari per tentata concussione e rivelazione del segreto istruttorio. Tutto parte da una lettera scritta all'allora procuratore Antonio Laudati dal preside della facoltà di Economia, Vittorio dell'Atti. In quella missiva era raccontata una circostanza che viene poi approfondita e dà appunto il via all'indagine. «De Bari - si legge nell'avviso di conclusione delle indagini firmato dal pm Carmen Ruggiero abusando della sua qualità e dei suoi poteri compiva più atti idoenei a costringere Antonio Dell'Atti e suo figlio Vittorio, preside della facoltà di Economia, ad agevolare la carriera di suo figlio Carlo, dottore di ricerca in diritto commerciale e farlo diventare ricercatore, senza riuscirvi per fatti indipendenti dalla sua volontà». In particolare «De Bari - si legge ancora nell'avviso - dopo essersi recato in più occasioni presso lo studio professionale di Antonio Dell'Atti, con il quale intratteneva rapporti di abituale frequentazione anche conviviale, gli chiedeva espressamente di intercedere per avviare il figlio alla carriera universitaria». In particolare, viene contestata al pm una circostanza: e cioè di aver convocato nel 2011 con un «pretesto Antonio Dell'Atti» per riferirgli alcune circostanze che riguardavano un procedimento penale assegnato a De Bari stesso e che riguardava una ricercatrice e che in qualche modo poteva creare qualche problema al professore. «Per avvalorare quanto rivelato gli mostrava anche un fascicolo della procura (...) e si mostrava disponibile a concordare con lui una soluzione per il procedimento in modo da evitare pregiudizi nei suoi confronti». «Il giorno dopo - si legge ancora nell'avviso -De Bari incontrava di nuovo Antonio, presente anche il figlio Vittorio al quale, dopo aver fatto generico riferimento al fenomeno del clientelismo che a suo dire regolava l'accesso alla carriera universitaria dalla quale venivano esclusi studenti meritevoli » ribadiva che se avesse esercitato l'azione penale contro la ricercatrice «avrebbe potuto derivarne conseguenze pregiudizievoli nei confronti del padre Antonio benchè al momento non fosse indagato». Il pm De Bari ha sempre respinto ogni accusa sostenendo di non aver minimamente mai raccomandato il figlio a nessuno (tanto che non ha avuto alcuna carriera universitaria) nè tantomeno di aver rivelato alcun segreto di ufficio: il contenuto del fascicolo era già noto perchè collegato a un procedimento civile noto a tutte le parti. De Bari ha inoltre spiegato il perchè dell'incontro con i due professori, con i quali ha confermato di avere un'antica frequentazione: proprio per questo, voleva capire se ci fossero state dei motivi di incompatibilità e valutare se potesse continuare a occuparsi del fascicolo che gli era stato assegnato. Sia a Bari sia a Lecce sono poi stati ascoltati i due Dell'Atti che hanno dato una loro versione della storia, senza effettivamente mai accusare direttamente il pm (il fascicolo non è nato da una loro denuncia ma appunta da una lettera contro i giornali nella quale facevano riferimento a questa storia). Le loro parole sono bastate però, prima alla procura di Bari per inviare gli atti a Lecce, e poi al pm Ruggiero per chiedere il processo: dopo alcuni rinvii, il gup dovrebbe decidere a metà settembre.

La replica: rapporto di amicizia con Dell'Atti volevo capire se astenermi dall'indagine.

Lecce, pm arrestato per corruzione: sesso anche per pilotare l’esame da avvocato in programma l’11 dicembre. Dall'ordinanza che ha portato in carcere Emilio Arnesano emerge il tentativo di influenzare la prova dei prossimi giorni. Moneta di scambio nella corruzione, secondo l'accusa, sesso e favori anche spiccioli, come scatole di viagra gratis, scrive Tiziana Colluto il 7 Dicembre 2018 su Il Fatto Quotidiano. L’aiuto durante l’esame da avvocato presumibilmente a fronte della richiesta di rapporti sessuali. Il pm della Procura di Lecce, Emilio Arnesano, da giovedì 6 dicembre nel carcere di Potenza, stava “di recente programmando di interferire sullo svolgimento delle prove scritte”, fissate per la prossima settimana, dall’11 al 13 dicembre. È questo che ha spinto la Procura lucana ad accelerare nella richiesta di custodia cautelare in carcere per il magistrato salentino accusato di corruzione. Dietro le sbarre anche un dirigente della Asl di Lecce, Carlo Siciliano, ritenuto il “trait d’union tra il comitato d’affari della sanità leccese e il magistrato infedele”. Gli interrogatori di garanzia per loro si sono tenuti stamattina, mentre slitteranno a lunedì quelli degli indagati finiti ai domiciliari, il direttore generale Asl Ottavio Narracci, due primari e un’avvocata. Il rischio di influenzare la prova per l’abilitazione alla professione forense avrebbe fatto il paio con il presunto condizionamento di un procedimento disciplinare, la cui discussione in seno all’Ordine degli Avvocati era in programma per ieri. Anche in questo caso, promessa di sesso in cambio di una raccomandazione al presidente del collegio di disciplina. Non solo. Secondo l’accusa, il pm stava tentando di allungare le mani su processi nella titolarità dei colleghi, per aggiustarli. E “recenti captazioni danno proprio atto di un ulteriore e recente accordo corruttivo tra il magistrato e un medico che gli fornisce gratuitamente medicinali (viagra) per pilotare, secondo il consolidato metodo di sostituzione in udienza, l’ennesimo procedimento penale, a carico del figlioccio del sanitario”. Tutto da provare. Sono queste, però, le motivazioni alla base dell’ordinanza di custodia cautelare emanata dopo appena quattro mesi di indagini. Che ora sono destinate ad allargarsi, “con l’emersione di ulteriori protagonisti di questo sistema di corruttela (ad es. altri sanitari per condizionare ulteriori processi penali, avvocati per avvantaggiare propri praticanti nel superamento delle imminenti prove scritte)”. “Verosimilmente, i procedimenti emersi in questi pochi mesi come oggetto di scambi corruttivi – scrive, infatti, il gip Amerigo Palma – potrebbero non essere gli unici ad aver subito gli effetti destanti e rovinosi del metodo delinquenziale con cui Arnesano ha svolto le funzioni di pm”. Tanti gli episodi riportati, alcuni recentissimi. Tra i più significativi, ci sono proprio quelli relativi all’imminente esame di abilitazione alla professione forense. Il 27 novembre scorso, viene registrata la conversazione tra il pm Arnesano e un avvocato, G.G.: il legale chiede al magistrato di poter intervenire per far superare l’esame ad una sua praticante. Arnesano gli risponde che ha appena fatto lo stesso all’esame orale con una donna raccomandata da una sua conoscente, cioè l’avvocata Benedetta Martina, con la quale intrattiene rapporti intimi. “Un’ammissione di pubblico dominio, nei confronti di terzi non coinvolti direttamente in tale vicenda, particolarmente grave per la lesione dell’immagine della magistratura, professandosi appunto come sicuro riferimento per quanti volessero indebitamente ottenere vantaggi in cambio di rapporti sessuali”, è quanto annotano gli inquirenti lucani. Aggiunge, infatti, Arnesano che “aveva accettato la richiesta di aiuto a condizione che potessero concedersi a lui sia l’avvocato in questione che la candidata all’esame”, effettivamente poi superato. Nel caso della raccomandazione proposta da G.G., il magistrato chiede di incontrare la giovane, “verosimilmente per accertare di persona le fattezze di questa”. Dopo averla conosciuta, si dimostra ben disposto “ad avvicinare uno dei commissari”, un suo collega. Come fare a influenzare l’esame? Il metodo è rodato, a quanto pare: G.G. confida ad Arnesano di essere già riuscito in passato “a intervenire sulla prova scritta di alcuni candidati, facendo loro scrivere, sull’elaborato, delle frasi concordate che permettevano al commissario di turno da lui avvicinato di poter riconoscere le persone”. La sponsorizzazione di una donna all’esame orale, poi, riempie diverse pagine dell’ordinanza. È, come detto, amica dell’avvocato Martina (finita ieri ai domiciliari), quest’ultima professionista che “non esita ad avere plurimi rapporti sessuali con l’Arnesano – scrive il gip – pur ammettendo esplicitamente con F.N. (la candidata) la propria ripugnanza fisica per il magistrato”. Anche per F.N. il baratto sarebbe dovuto consistere in un rapporto intimo e quando chiede a Martina come comportarsi con lui, lei le risponde: “Vattene conciata, tieni conto che Arnesano si butta eh (…) ogni volta per evitarlo che schifo perché poi è viscido, che schifo”. Tante, insomma, le ombre proiettate dall’inchiesta lucana su colui che viene definito come un “sostituto procuratore del tutto privo di qualsiasi freno inibitorio” e che “si rendeva responsabile, a getto continuo, di molteplici episodi di corruzione e abuso, prostituendo l’esercizio della sua funzione in cambio di incontri sessuali ed altri favori”. Anche spiccioli. “Deve evidenziarsi – si legge nelle carte – come il non particolare valore dei favori ottenuti (ad esempio scatole di viagra) corrisponda non ad una minore tenuità delle sue condotte, ma piuttosto, ad una sua più accentuata pericolosità: svendere la funzione giudiziaria per un approccio sessuale, per una battuta di caccia o per ottenere significativi sconti nell’acquisto di barche, appare il segno di una personalità ormai criminale”. Ora le indagini saranno estese anche agli altri fascicoli ancora sulla scrivania e “per i quali vi sia il sospetto che siano stati utilizzati come strumento per ottenere favori”.

«Lei era disposta a tutto il giudice raccomandava» Interdizione a due avvocati, scrive Erasmo Marinazzo su quotidianodipuglia.it Giovedì 27 Dicembre 2018. Interdetto per due mesi l'avvocato Augusto Conte, 77 anni, di Ceglie Messapica, da componente del Consiglio distrettuale di disciplina. Per l'ex presidente del Consiglio dell'Ordine di Brindisi, la misura arrivata dal Tribunale di Potenza dice che «si mostra servile verso Arnesano (il pubblico ministero della Procura di Lecce, Emilio Arnesano, ndr) verso la sua proposta: ha trovato il modo di farselo amico e si pone nella condizione di potergli chiedere in futuro un favore. E' evidente che essendo Conte un avvocato e lui un pubblico ministero, l'occasione si porrà presto». Un anno, invece, la sospensione disposta per l'avvocatessa Federica Nestola, 32 anni di Copertino, dall'esercizio dell'attività forense: «Ha dimostrato di essere un soggetto disposto a tutto, pur di fare carriera: costei tanto timorosa di affrontare la prova orale dell'esame di avvocato, peraltro per non aver studiato nulla, non ha alcun timore di presentarsi nella stanza di un giudice per accordarsi con lo stesso». Questo uno dei passaggi dell'interdittiva. Che entra anche nel merito della professione legale per motivare la sospensione dell'avvocatessa: «...attesa la impreparazione professionale e la possibilità di esercitare la professione forense, ovvero di partecipare a concorsi pubblici dopo avere conseguito illegittimamente l'iscrizione all'albo». Le misure sono quelle dell'ordinanza del giudice per le indagini preliminare, Amerigo Palma, e riguardano due episodi dell'inchiesta che con il blitz del 6 dicembre ha colpito i vertici della Asl di Lecce e il magistrato salentino: la raccomandazione che l'avvocato Conte avrebbe accettato dal pm Arnesano per non dare seguito al procedimento disciplinare a cui è sottoposta l'avvocatessa Manuela Carbone. E ancora una raccomandazione: consistente - questa l'accusa dell'inchiesta del pubblico ministero Veronica Calcagno e della Guardia di finanza di Lecce - nell'avvicinare i componenti della Commissione della prova orale per l'abilitazione forense (sessione 2017) per ottenere la promozione dell'avvocatessa Federica Nestola alla sua ultima chanche dopo cinque bocciature (la prova non può essere più ripetuta dopo la sesta volta). Perché il magistrato si sarebbe mostrato tanto benevole con la giovane avvocatessa? Perché avrebbe posto sempre come condizione quella di avere favori sessuali. Dunque, infligge, ancora un duro colpo alla deontologia professionale di alcuni esponenti dei fori di Lecce e di Brindisi (nonché ancora al pm Arnesano) la seconda ordinanza del giudice Palma. Un atto che arriva dopo quello che il 6 dicembre ha visto finire in carcere il pm Arnesano, 61 anni di Carmiano (difeso dagli avvocati Luigi Corvaglia e Luigi Covella); e il direttore del dipartimento di Medicina del lavoro dell'ospedale Vito Fazzi, Carlo Siciliano, 62 anni di Lecce (difeso dall'avvocato Luigi Rella, giovedì scorso ha ottenuto i domiciliari). Ai domiciliari sono finiti il direttore generale della Asl, Ottavio Narracci, 59 anni, di Fasano (avvocati Ubaldo Macrì e Gianni De Pascalis); i dirigenti Asl Giorgio Trianni (avvocati Luigi Suez e Stefano Chiriatti) e Giuseppe Rollo (avvocati Marcello Pennetta e Donato Vergine), 66 e 58 anni, di Gallipoli e di Nardò; e l'avvocatessa Benedetta Martina, 32 anni, di Copertino (avvocato Stefano Prontera). Divieto di dimora a Lecce per l'avvocato Mario Ciardo, 55 anni, di Tricase (avvocato Ladislao Massari). Il pm Arnesano e gli avvocati Augusto Conte e Manuela Carbone rispondono di tentato abuso di ufficio nel capo di imputazione sul procedimento disciplinare. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l'avvocato Conte è stato avvicinato dal magistrato dopo che l'avvocatessa Carbone gli chiese di intercedere per bloccare il procedimento disciplinare. In quella circostanza il magistrato avrebbe fatto presente di aver cercato di parlare anche con il pubblico ministero facente parte del Consiglio di disciplina: con tatto largo largo. Primo contatto con l'avvocato Conte il 12 settembre. Il 25 settembre l'incontro in un bar non lontano dal Tribunale, con i finanzieri in servizio di osservazione muniti di telecamere e di macchine fotografiche. L'ordinanza racconta ancora di incontri e scambi di telefonate: come quella del 28 settembre scorso. Il magistrato viene messo al corrente dall'avvocatessa della fissazione della data del procedimento disciplinare, il 6 dicembre. E, allora, chiama l'avvocato Conte. «La conversazione si concludeva con l'anticipazione da parte dell'avvocato Conte che egli aveva già affrontato l'argomento con uno dei commissari e che, comunque, si sarebbe incontrato nuovamente con il dottore Arnesano a ridosso dalle data fissata per la nuova udienza», dice testualmente l'ordinanza. L'udienza disciplinare non si tenne per assenza di alcuni componenti del consiglio di disciplina. Era fissata per il 6 dicembre, giorno del blitz e della prima ordinanza in cui erano riportati gli stessi fatti approfonditi poi nell'interdittiva. L'avvocato Conte difeso da Aldo Morlino e Federica Nestola difesa da Alberto ed Arcangelo Corvaglia, valutano ora di chiedere l'annullamento delle interdittive al Tribunale del Riesame.

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d'Appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell'Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell'Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall'ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c'erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino. Le intercettazioni sono adesso al vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato un'inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i concorsi ai propri figli. Altri guai dunque per l'ateneo che, come ha raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di concussione, abuso d' ufficio in concorso, falso, tentata truffa, maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore, Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l'appalto, per quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un appalto che adesso costa appena 300 mila euro. L'inchiesta sull'ateneo messinese dunque è tutt'altro che conclusa ed ogni giorno che passa si scoprono altri imbrogli. Agli atti dell'inchiesta, avviata dopo la denuncia di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono molte intercettazioni della moglie del rettore. Convinta di non essere ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall'ufficio documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende costituirsi parte civile a tutela dell'immagine degli atenei e inoltre se intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina». (Repubblica — 20 novembre 2008 pagina 20, sezione: cronaca).

·         Competizioni sportive truccate.

Danza sportiva Rimini, gare "truccate". Denunciati giudici e istruttori. Per tutti l'accusa è quella di frode in competizioni sportive in concorso. Il Resto del Carlino il 26 novembre 2019. Scoperta dai carabinieri una presunta frode in competizioni sportive e in concorsi nel mondo della danza professionistica: otto gli indagati tra giudici federali, direttori di gara e istruttori della Fids (Federazione Italiana Danza Sportiva). Eseguite sette misure coercitive e interdittive. Per tutti l'accusa, a vario titolo, è frode in competizioni sportive in concorso. L'operazione è stata eseguita nelle province di Milano, Monza-Brianza, Varese, Terni, Reggio Calabria, Matera e Bari. In particolare, è stato applicato il divieto di esercitare professioni o rivestire incarichi all'interno di società sportive per sei mesi a un istruttore di danza e a due giudici federali Fids; l'obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria per un direttore di gara Fids e tre istruttori di danza. L'intera frode ruotava attorno alla figura dell'istruttore di danza tesserato Fids, che risulta tra i sette indagati. Era uno degli istruttori Fids a ricevere le segnalazioni sugli atleti da favorire. Una volta vagliate e valutate, le comunicava a giudici, direttori di gara, o ad altri soggetti che poi avrebbero contattato le giurie. Il gip di Rimini ha disposto vari provvedimenti cautelari interdittivi e coercitivi. Al termine dell'indagine è stato anche denunciato un dirigente centrale della Fids per il reato di omessa denuncia: non avrebbe segnalato all'autorità giudiziaria gli illeciti sportivi.

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Mose, la storia infinta.

Enrico Tantucci per “la Stampa” il 2 novembre 2019. Mose, la storia infinta. Gli intoppi continuano e anche i problemi tecnici. È stato infatti rinviato a nuova data il sollevamento completo della barriera delle dighe mobili alla bocca di porto di Malamocco, previsto per lunedì prossimo. E la fiducia nel sistema di sbarramento che dovrebbe proteggere Venezia dall' acqua alta comincia a vacillare. A nutrire qualche dubbio è il primo procuratore di San Marco Carlo Alberto Tesserin, che si occupa della gestione e della tutela della Basilica marciana, nella parte più bassa della città e più esposta alle acque alte. «Che dopo cinque anni le paratoie immerse in acqua presentino qualche problema, è più che normale - osserva - ma si tratta di capire se le vibrazioni registrate siano un problema facilmente risolvibile o qualcosa di più serio. In ogni caso servono certezze, perché non potremmo scoprire ora che il Mose non funziona, lasciando la città senza difese dalle acque alte. Per quanto ci riguarda, ci stiamo attrezzando per un progetto di messa in sicurezza idraulica dell' intera Basilica, dopo averlo fatto per l' area di ingresso del nartece. Non possiamo lasciare San Marco indifesa, in attesa di capire se e quando il Mose entrerà in funzione». L'ennesimo problema è spuntato durante i sollevamenti parziali della barriera di Malamocco, il 21 e 24 ottobre scorso. Sono state riscontrate infatti delle vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico. Lo spostamento del sollevamento completo è stato quindi deciso dal Consorzio Venezia Nuova, in attesa di verifiche tecniche dettagliate e di interventi di soluzione. Quella di Malamocco è la bocca di porto più profonda della laguna, con 14 metri. Sulla barriera sono state posate 19 paratoie, ciascuna lunga 29,5 metri e larga 20 per uno spessore di 4,5 metri, incernierate a sette cassoni di alloggiamento in calcestruzzo installati all' interno del fondale. Le prove di sollevamento delle prime nove dighe sono iniziate intorno alle 20 di lunedì 21 ottobre. È seguito, il 24 ottobre, il test alle altre 10 paratoie. La movimentazione dell' intera barriera era stata fissata in modo simbolico nella notte del 4 novembre, giorno in cui cade l' anniversario della «grande acqua alta» del 1966. Ma ancora una volta qualcosa è andato storto: in questo caso, un problema di vibrazioni alle tubazioni. Niente da fare, quindi, per la prova generale che dovrebbe servire a testare gli impianti provvisori e la tenuta del sistema. Il problema potrebbe riguardare le staffe delle tubazioni che espellono l' aria per consentire così il sollevamento delle paratoie, che sarebbero più distanziate rispetto a quelle delle altre bocche di porto e potrebbero invece essere ora infittite. Per il Mose sono già stati spesi quasi 6 miliardi di euro. Secondo il cronoprogramma, il prossimo anno dovrebbe essere dedicato alle prove e ai collaudi. L' opera dovrebbe essere consegnata il 31 dicembre del 2021. Ma ci sono ancora molti problemi da risolvere. A cominciare dai guai tecnici e dalle criticità scoperte negli ultimi anni. Come la presenza dei sedimenti che bloccano il sistema come successo di recente. O come le cerniere, che presentano alcune parti arrugginite, altre attaccate dalla corrosione. Una gara d' appalto da 34 milioni per sistemarle è ferma al Provveditorato. Pochi giorni fa il neo ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, è arrivata a Venezia per ascoltare al Provveditorato triveneto alle opere pubbliche una relazione sullo stato d' avanzamento dell' opera. «La prossima settimana saranno nominati il nuovo Provveditore alle Opere pubbliche e il commissario Sblocca cantieri del Mose», ha annunciato. Ce n' è bisogno anche per dare un' accelerata alla risoluzione di tutti i problemi che riguardano un' opera faraonica finora rivelatasi fragilissima.

·         Rimini, ecco la questura mai nata.

Rimini, ecco la questura mai nata. Spesi 56 milioni, è un ecomostro. Pubblicato domenica, 08 settembre 2019  Alfio Sciacca, inviato a Rimini, su Corriere.it. Un corpaccione in cemento armato di 30 mila metri quadrati spiaggiato nel cuore della città, tra lo stadio, l’ospedale è il lungomare dei turisti. Un’incompiuta vandalizza e diventata nel tempo covo di sbandati e tossicodipendenti. Quasi un quartiere che, quando si piove, si trasforma in una palude maleodorante con gravi conseguenze per l’igiene e la vivibilità della zona. Una grande incompiuta, un monumento allo spreco che si trova non in Calabria o Sicilia, ma in una delle perle dell’efficiente Emilia Romagna.

Quella che doveva diventare la nuova questura di Rimini, o meglio la cittadella della sicurezza, è una storia che comincia tanti anni fa. E, come per ogni incompiuta che si rispetti, anche in questo caso si fatica a ricostruirne tappe, responsabilità e possibili soluzioni. La prima pietra viene posata nel 2000 quando il comune di Rimini autorizza il progetto della società DAMA per realizzare la nuova sede della questura. Probabilmente il peccato originale di tutta la storia risale a questa prima fase. Quando cioè si decide di realizzare una struttura di quelle dimensioni per ospitare la nuova questura. «Caratteristiche e dimensioni dell’opera –dicono gli amministratori locali di Rimini — furono concordati direttamente dalla società con il Ministero dell’Interno». L’opera viene ultimata dopo circa cinque anni e a quel punto si aprono le trattative per il contratto di locazione col ministero dell’Interno. Viene anche sottoscritto un preliminare che prevede un canone annuo di 3 milioni e 300 mila euro, che però rapidamente diventa carta straccia. Il ministero considera infatti il canone di affitto particolarmente esoso. Si apre un contenzioso tra comune, società e ministero in cui ognuno accampa le proprie ragioni. Risultato non viene mai concluso il contratto di affitto e l’opera resta a lungo inutilizzata. Passa i mesi e gli anni e alla fine la società DAMA, che si era enormemente esposta con le banche per realizzare l’opera, è costretta a portare i libri in tribunale e quindi va in fallimento.

Patto per la sicurezza. L’opera intanto comincia a deperire e soprattutto la città di Rimini si trova a fare i conti con quella ferità aperta nel cuore della città. Ma nel 2014 si apre una seconda fase, nella quale il governo nazionale decide comunque di dover intervenire per dare comunque un senso a quell’opera mastodontica. La soluzione sembra a portata di mano. Viene individuata l’Inail come possibile acquirente dell’immobile al fallimento. Nel 2017 con il ministro Marco Minniti viene firmato il cosiddetto «patto per la sicurezza» che prevede di adibire la struttura a «cittadella della sicurezza», ospitando non solo la questura, ma anche la Polizia Stradale e il comando provinciale della Guardia di Finanza. In via transitoria si decide inoltre che la questura, che da anni lamenta di non avere una sede adeguata,