Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2019

 

I PARTITI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

I PARTITI

PRIMA PARTE

 

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

Il M5S compie 10 anni tra mutazioni, sfide e venti di scissione.

Cinque Stelle Cadenti.

Rousseau: "Il voto è manipolabile".

Il dossieraggio del M5s.

Beppe Grillo. Il moralizzatore: i condoni e la villa sulla spiaggia.

Grillo ex garante del M5S.

M5S, la carica degli onorevoli nessuno: umiliati, vessati e campioni di gaffe.

Luigi Di Maio e la menzogna del moderato.

C’era una volta…onestà, onestà.

Casalino il comunicativo.

Rimborsopoli. La Spesopoli dei 5 Stelle. Il caso Sarti.

5 Stelle ... rotte.

Il Sistema Casaleggio.

Stereotipi e complotti e bufale.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

La Lega non è più Lega.

Il compleanno della Lega.

I comunisti contro il comunista Salvini.

Qual è il segreto del successo di Salvini?

Il Salvini pluri-indagato.

L'Outing dei leghisti.

Un po’ comunisti ed un po’ fascisti ed un po’ ladroni.

Il Sirigate.

Ed i 49 milioni?

Il Russiagate.

L’Aifagate.

 

SECONDA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

Il partito delle Tasse e dei LGBTI.

La Sinistra: un Toga Party.

Democrazie mafiose. «La sinistra è una cupola».

Comunismo… sopravvive soltanto in Italia.

Benito Mussolini: Italia Comunista. Ovvero: il Biennio Rosso.

Sinistra italiana,  ora devi archiviare  il Novecento.

Il grande bluff del populismo di sinistra.

Conflitto d'interessi e memoria corta.

"Il saluto romano non è reato".

“Bella Ciao” non è Partigiana.

Fascismo di sinistra.

Gli antifascisti radicali al tempo dell'accordo nazi-comunista del 23 agosto del 1939.

Il Fascismo in Italia era l’equivalente del Comunismo in Russia.

Le scissioni Social-fascio-comuniste. Da Mussolini a Renzi.

Il Renzismo Junior.

Il Renzismo Senior.

E dalla fattoria di Orwell sparisce Stalin.

I russi amano ancora Stalin e continuano a celebrarlo.

Lenin fu il vero padre del Gulag.  

Mao è per sempre.  

Matteotti riformista del futuro.

Così Gramsci ha creato l’egemonia su giornali e magistratura.

Semplice dire…L’Unità.

La Resistenza accusata di terrorismo e genocidio.

La democrazia dei comunisti.

I 70 anni autocritici del leader Massimo.

C’era una volta Enrico Berlinguer. Ora gli arroganti saccenti col ditino alzato. I vecchi errori del popolo della sinistra: avversario politico = ignorante-mafioso.

Compagni coltelli.

Quelli che…il tricolore.

Ritorno al Passato.

Onesti…a chi?

E tu quanto conosci davvero la sinistra italiana?

I Comunisti italiani!? Esterofili.

Parlando di Rossana Rossanda.

Parlando di Paola De Micheli.

Parlando di Andrea Marcucci.

Maria Elena Boschi e la confessione.

Franco Bassanini, il potente che fa sistema.

Liliana Cavani.

La donna non è più tanto comunista!

C’era una volta il pugno chiuso.

Affidati alla sinistra.

"Porti aperti".

La Sinistra e l’Islam.

Primarie Pd: storia, dati, vincitori.

Della serie. Comunisti: intolleranti, ignoranti e camurristi fascisti.

I comunisti sono ignoranti per scelta. E hanno rovinato l’Italia.

Sindacati: «Il cambiamento siamo noi».

Preti, società civile e oratori: così la sinistra vince nei comuni…

“La maggioranza silenziosa” ora è populista.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

Nella mente di un terrorista.

Milano, 25 aprile 1969: la Fiera Campionaria e la bomba.

Ecco dove nasce il nuovo terrorismo italiano.

"Io gambizzato dalle Br. Una follia equiparare le vittime ai carnefici".

Sette aprile 1979: la madre di tutte le inchieste bufala.

Omicidio Pecorelli, procura Roma avvia nuova indagine.

Lotta Continua e gli infiltrati e le  bizzarre indagini sulla strage di Bologna.

Emilio Alessandrini, il giudice dalla "faccia mite".

Mario Amato. Il pm con la scarpa rotta  che combatteva da solo  i nemici dello Stato.

Così giustiziarono Rossa e il Pci gli dichiarò guerra.

La vendetta delle BR: Roberto Peci.

A casa di Alessio Casimirri, il latitante più ricercato d'Italia.

Lojacono: l'intervista esclusiva al latitante Br.

Ex terroristi: dove sono e cosa fanno.

"Ho sonno, datemi la coperta". Quelle richieste di Battisti dopo l'arresto.

Quegli intellettuali dalla parte dei terroristi.

"Il terrorismo prosperò grazie a chi diceva: compagni che sbagliano".

Reddito di cittadinanza di Stato agli ex brigatisti che hanno combattuto lo Stato.

Vite di "Brigatiste Rosse".

Walter Tobagi e l’ex operaia siciliana.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

«Formidabili un cacchio quegli anni».

Comunisti 1969. Lobby Continua.

 

 

  

I PARTITI

PRIMA PARTE

 

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·         Il M5S compie 10 anni tra mutazioni, sfide e venti di scissione.

Dagospia il 29 ottobre 2019. Da radiocusanocampus.it. Marco Morosini, ex ghost writer di Beppe Grillo, autore del libro “Snaturati – autobiografia non autorizzata del M5S”, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Riguardo il suo primo incontro con Beppe Grillo. “Era il 1992. Grillo, uscito dal camerino del Teatro Smeraldo, ha offerto un cestino di caramelle, non c’era più nessuno, c’ero solo io. Lui ha detto: chi vuole una caramella? Io ho risposto: la voglio io. E’ cominciata così. Da allora ho scritto per lui libri, articoli. Più che il ghost writer, mi definisco l’ispiratore di Grillo. Lo stesso Grillo mi ha definito una delle tre persone che gli hanno aperto gli occhi”. Sui cambiamenti del M5S. “Le idee del Movimento sono nate nel febbraio del 1992, quando ho conosciuto Grillo. Poi queste idee si sono snaturate con i V-day. Se noi vogliamo cambiare il mondo non possiamo farlo con le parolacce contro la politica. La politica è l’unica che ci può salvare dalla dittatura della finanza. Denigrare tutti i politici in quanto politici, quando poi ti siedi su quelle poltrone non è serio. Quel signore in giacca e cravatta che si vanta di aver tagliato le poltrone, siede su 6 poltrone. Il M5S deve tornare alla social-ecologia. Il problema è uno solo: i ricchi stanno devastando l’ambiente di tutti e ne soffrono soprattutto i poveri. Avete sentito dire di recente qualcuno del M5S questa cosa?”.

L'ideona grillina riportare il paese nella preistoria. Francesco Maria Del Vigo, Mercoledì 20/11/2019, su Il Giornale. Sostenevano di essere il movimento del futuro, della rivoluzione digitale e invece si sono rivelati gli archeologi del recente passato. Abbiamo avuto a che fare coi progressisti, adesso ci toccano i regressisti. La manovra del governo giallorosso sembra la Delorean di «Ritorno al futuro», ma in marcia verso il passato. C'è chi le chiama «proposte nostalgia», chi parla di «decrescita felice», ma gli emendamenti grillini sono un concentrato di tutte le ossessioni pentastellate. Nulla di nuovo sotto al sole, ma che finché i deliri passatisti rimanevano chiusi nei libri, lisergici e distopici, di Gianroberto Casaleggio tutto poteva essere derubricato come una fantasia naive. Ora che rischiano di diventare legge dello Stato, dobbiamo preoccuparci. Il principale nemico del Movimento 5 Stelle è la plastica. Avrebbero voluto colpirla in modo più pesante, ma l'argine di Pd e Italia Viva ha impedito loro di affossare un settore nel quale l'Italia primeggia in Europa. Meglio dimenticare le bottigliette d'acqua. Si torna alla borraccia e alla canna del rubinetto, incentivando per legge i filtri. Come se quello delle acque minerali non fosse un businnes da 2,8 miliardi l'anno, ma solo un nemico da abbattere nel nome della sostenibilità. La plastica è il demonio. Dimenticando che, al momento, è il prodotto che conserva meglio ogni genere di alimento. A ruota seguono i detersivi: bisogna usare quelli ricaricabili alla spina, sia per l'igiene personale che per quello della casa. Buttando nella pattumiera (ovviamente osservando meticolosamente in dettami della differenziata) decenni di progresso e comodità. L'ordine di scuderia è riportare indietro le lancette dell'orologio. Dopo aver sgasato l'acqua e svuotato i flaconi di sapone, tocca ai pannolini. Anche loro inquinano troppo: così il governo decide di incentivare l'utilizzo di quelli lavabili. Si torna negli anni '50, ma senza boom economico e la vita più che dolce sembra agra.

Annalisa Chirico per formiche.net il 24 novembre 2019. “Special relationship” alla pechinese. Tra M5S e Cina è sempre più amore. Un amore vissuto ormai alla luce del sole, senza infingimenti. La conferma è nella doppia visita che, in un piovoso weekend novembrino, il leader del movimento Beppe Grillo ha svolto presso l’ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia: venerdì la cena con l’ambasciatore cinese Li Junhua e sabato, in giornata, un secondo incontro di oltre due ore, sempre nella sede diplomatica del quartiere Parioli a Roma. Recentemente il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha annullato la propria partecipazione al G20 in Giappone, è stato ospite d’onore a Shangai dove ha brindato a prosecco con il presidente Xi Jinping, il quale deve avergli perdonato la gaffe del novembre di un anno fa quando in una conferenza stampa, a Pechino, l’allora vicepremier pentastellato lo chiamò per due volte “Ping”. Di Maio ha fatto di tutto per farsi perdonare. È l’unico leader di un Paese democratico che ha parlato soltanto una volta di Hong Kong e lo ha fatto con le parole di un funzionario cinese: sono affari interni della Cina. Già a luglio, nelle prime settimane delle manifestazioni, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, suo fedelissimo, si era recato a Hong Kong senza proferire verbo sulle proteste. Di Maio è l’uomo che ha apposto la firma sul memorandum d’intesa per la Via della Seta. L’Italia è unico Paese fondatore dell’Unione europea ad aver sottoscritto un accordo che la stampa cinese ha celebrato come un successo geopolitico nazionale. La firma per la “Belt and Road Initiative” ha già comportato per il nostro Paese una facilitazione concreta nell’esportazione di arance via aereo (nello stesso tempo, il presidente francese Macron ha incassato un maxi ordine di Airbus dalla Cina, senza doversi inchinare, in ruolo ancillare, al Partito comunista cinese). Uno sbaglia ma poi impara, si diceva, e i grillini il test di fedeltà con la Cina non lo sbagliano mai. Per non sbagliare, Di Maio, promosso alla guida della Farnesina nel Conte-bis, ha nominato come capo di gabinetto Ettore Sequi, già ambasciatore italiano a Pechino. Il 14 novembre scorso il ceo di Huawei Italia, Thomas Miao, ha pronunciato il discorso di apertura dell’evento “Smart company” organizzato a Milano dalla Casaleggio associati, la società di Davide Casaleggio che, in quanto presidente, tesoriere e amministratore unico dell’Associazione Rousseau, gestisce la piattaforma informatica e incassa ogni mese trecento euro da ogni parlamentare grillino (per un totale di circa 700mila euro nel 2018). Il manager Miao è lo stesso che ad ottobre, in occasione della inaugurazione dei nuovi uffici romani del colosso cinese delle telecomunicazioni è comparso in una photo opportunity con il sindaco della capitale Virginia Raggi, accorsa in loco per celebrare l’evento. Sempre per non sbagliare, il 15 novembre il blog di Grillo, silente sulle proteste di Hong Kong, ha ospitato un intervento negazionista sulla repressione cinese contro la minoranza uigura, turcofona e di fede musulmana, nella regione dello Xinjiang. Eppure un dettagliato report dell’Unione Europea del gennaio 2019 evidenzia “le profonde preoccupazioni dell’Ue sui diritti umani nello Xinjiang, anche in relazione alla detenzione di massa, alla rieducazione politica, alla libertà religiosa e alle politiche di sinicizzazione”. Per non parlare delle numerose segnalazioni da parte delle Nazioni Unite e di organismi come Amnesty International che mostrano come il governo cinese abbia trasformato la regione in “un enorme campo di internamento avvolto nel segreto”. Non è invece un segreto che il dossier 5G sia un argomento delicato tanto per il M5S quanto per il premier Giuseppe Conte. Quando ci sono in ballo cybersicurezza ed equilibri internazionali, il funambolismo non paga. Il tema, già terreno di scontro tra Lega e 5 Stelle attorno al “Golden power” governativo contro ogni minaccia informatica alla sicurezza nazionale, continua a suscitare diffidenza dalle parti della diplomazia statunitense. L’atteggiamento ondivago e, a tratti, dilatorio su un dossier così rilevante per la sicurezza nazionale non è stato apprezzato. Mentre l’amministrazione Trump ha stabilito, in questi giorni, che le telco cinesi Huawei e Zte, già inserite nella “Entity List”, rappresentano “minacce alla sicurezza nazionale” e sono dunque escluse dal programma di sussidi federali di un valore pari a 8,5 miliardi di dollari, l’Italia resta un punto debole nella strategia di protezione da possibili attacchi cyber. In particolare, dopo il tormentato percorso del dossier nei mesi del Conte-uno, lo scorso 24 ottobre la Camera, con i voti favorevoli di 5S e Pd, astenuti Lega, Fi e Fdi, ha dato il via libera a un ddl sul “perimetro di sicurezza cibernetica nazionale”. La legge prevede che tutte le amministrazioni dello Stato, gli enti pubblici e privati fornitori di servizi strategici debbano rientrare in questo “perimetro” che sarà organizzato e verificato da due istituzioni: il Centro di valutazione e certificazione nazionale, istituito presso il ministero dello Sviluppo economico, e il Dipartimento informazioni e sicurezza, guidato dal generale Gennaro Vecchione (vicinissimo al premier Conte e implicato nella vicenda Russiagate all’esame del Copasir). Insomma, sul 5G non c’è ancora un punto fermo. E questo, sommato alle plurime manifestazioni di un amore non più sottaciuto, genera fibrillazioni. Che l’Italia non sia più un alleato affidabile? Mao miao.

DAGONEWS il 25 novembre 2019. Il governo cinese, come ogni regime comunista che si rispetti, segue un rigido protocollo verticistico. Per questo l'altra sera l'ambasciatore ha invitato Beppe Grillo: inutile perdere tempo con i sottoposti, meglio andare direttamente dal capo dei capi. Devono aver capito che nonostante l'ascesa dei duplex Conte-Casalino e Di Maio-Casaleggio, alla fine chi conta davvero resta il Comico, il Fondatore, l'Elevato. Colui che con un cenno del blog ha dato vita al Conte-2 nonostante i dubbi di Di Maio e Casaleggio, che tanto bene si trovavano con Salvini e accarezzavano l'idea di Giggino premier.  Nonostante le difficoltà con la lingua, con Grillo che per due ore ha sparato battute intraducibili in italiano, l'interprete che arrancava e l'ambasciatore che parlava in inglese, il succo della conversazione si è concentrato su una serie di punti:

- Pechino ha avuto la conferma che il loro interlocutore privilegiato sono i 5 Stelle: Conte che finge di chiudere la porta al 5G cinese ma non attiva mai davvero il Golden Power; la firma della Via della Seta; Di Maio grande amico sia da ministro dello Sviluppo Economico che degli Affari Esteri; Casaleggio che come ospite d'onore della sua conferenza invita Thomas Miao di Huawei.

- L'unico sgarbo è stato quello di Patuanelli, che ha dato buca all'ultimo momento al viaggio in Cina, ma Grillo gli ha spiegato che non avrebbe potuto fare altrimenti vista l'esplosione della crisi Ilva. A riprova dell'amore grillino per la Cina, Di Maio ha snobbato il G20 a casa degli odiati vicini giapponesi per farsi una gita in Sicilia, mentre non si è perso per nulla al mondo la fiera di Shanghai, dove è stato invitato a cena da Xi Jinping pur non essendo un capo di Stato.

- Per la prova d'amore vera e propria, l'ambasciatore ha chiesto a Grillo come mai l'Italia tentenni così tanto sul 5G e perché non dia un via libero definitivo a Huawei e ZTE come gli altri paesi. Inutile spiegargli che Conte è terrorizzato dalle contromosse degli americani, soprattutto ora che il Russiagate pende sulla sua testolina tinta: lo sanno benissimo.

- Anche la Via della Seta non basta, visto che è stata svuotata all'ultimo momento su pressione degli americani. La Cina, ora che si è allentata la guerra commerciale e con Trump impegnato sull'impeachment, vuole diventare un investitore ancor più invadente in Italia. Per questo ha ricordato a Grillo l'offerta fatta al nostro Paese, di diventare partner ufficiale del Boao Forum for Asia, la Davos cinese che si svolge ogni anno in primavera. La richiesta era arrivata sulla scrivania di Conte quattro mesi fa, ma non ha mai ricevuto risposta. Il motivo è sempre quello del punto precedente: gli americani…

Beppone davanti a questa smitragliata di geopolitica e affari ha reagito con una serie di ''certo, come no'', annegati nel solito mare di gag e giochi di parole. Niente è stato deciso, ma il messaggio ai 5 Stelle è arrivato forte è chiaro.

Francesco Maria Del Vigo per “il Giornale” il 26 novembre 2019. Il Movimento Cinque Stelle è nato nel nome della trasparenza totale nei confronti dei cittadini. Almeno così ci avevano promesso. Quindi siamo certi che Beppe Grillo, fondatore e guru del Movimento, non avrà alcuna difficoltà nel rispondere alle domande che intendiamo rivolgergli. Tra venerdì e sabato della scorsa settimana il comico genovese - come ha scritto ieri su queste pagine Marco Gervasoni - ha incontrato due volte l' ambasciatore cinese a Roma Li Junhua. Un incontro privato tra due personaggi pubblici che ha lasciato molti dubbi. Specialmente per la segretezza con la quale è stato trattato. L' era dello streaming è durata ben poco, ma ridurre un appuntamento di questa portata alla consegna di un barattolo di pesto alla genovese è un' offesa agli italiani.

1 Lei non ha ufficialmente alcun incarico politico ma, di fatto, è il proprietario insieme a Davide Casaleggio del partito di maggioranza attualmente al governo. A quale titolo si è recato in visita al diplomatico di Pechino?

2 Ha usato i canali della Farnesina per organizzare i due incontri privati nella Capitale?

3 Lei ha sostenuto che, durante i due colloqui, avete parlato di pesto. Bella battuta, ma di quali altri affari vi siete occupati?

4 Ha interessi privati in Cina?

5 Avete avuto modo di parlare di Huawei e 5G?

6 Il 15 novembre di quest' anno la Casaleggio Associati ha organizzato una conferenza sulle Smart Company, tra gli ospiti c' era anche l' ad di Huawei, non le sembra quanto meno inopportuno visto che sono proprio i 5 Stelle ad occuparsi dei fascicoli sul 5G?

7 In molti paper (l' ultimo datato 2019) la Casaleggio Associati si occupa della Cina e consiglia ai suoi clienti di investire a Pechino, specialmente nel settore dell' e-commerce. Non crede che possa esserci un conflitto di interessi?

8 Il governo pentastellato ha firmato il discusso memorandum sulla Via della Seta. Che rapporti ci sono tra il Movimento Cinque Stelle e il Paese di Xi Jinping?

9 Il Movimento Cinque Stelle - come sostengono in molti - vuole spostare l' Italia verso l' ombrello geopolitico della Cina?

10 Pensa che il modello politico economico cinese sia compatibile con la libertà e la democrazia occidentali?

11 Fino al 2016 il M5S aveva posizioni scettiche nei confronti del gigante asiatico e arrivò anche a chiedere una consultazione contro l' invasione economica di Pechino. Poi una svolta radicale. «La Cina nella nuova era»; «Cina e India stanno rendendo la terra più verde»; «La Cina accelera sugli aumenti salariali per diminuire il risparmio precauzionale»; «Cina: agevolazioni fiscali per incoraggiare l' innovazione»; «In Cina sul mercato le prime auto senza guidatore» sono alcuni dei titoli di articoli molto elogiativi pubblicati sul suo blog. Come mai una svolta così repentina?

12 Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte - nominato dal Movimento Cinque Stelle - era al corrente di questo incontro?

13 Come mai non era presente all' incontro anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio?

14 Che rapporti ha con Romano Prodi?

15 Lei, che da sempre è in campo nella difesa dei diritti umani, ha avuto modo in quasi quattro ore di incontri, di parlare qualche minuto della repressione cinese a Hong Kong?

Francesco Verderami per il “Corriere della sera” il 26 novembre 2019. Beppe Grillo è stato costretto a intervenire, perché la scorsa settimana stava per saltare tutto: il Movimento, il governo e forse anche la legislatura. Pochi giorni prima che il fondatore di M5S arrivasse a Roma, infatti, si era tenuto un incontro durante il quale il sottosegretario alla presidenza Fraccaro e il Guardasigilli Bonafede avevano apertamente puntato l' indice contro Di Maio, additato per aver accumulato troppi errori e troppi incarichi. Al termine di un autentico processo politico, imbastito alla presenza dei maggiorenti grillini - dal ministro Spadafora, alla Taverna, a Di Battista - Di Maio aveva rinfacciato ai suoi accusatori di averlo offeso personalmente, con toni violenti ed espressioni ritenute ingiuriose: di fatto, sciolta la riunione, la delegazione 5 Stelle al governo non esisteva più. Così, per quanto possa apparire paradossale, l'uomo del «vaffa» ha dovuto interpretare il ruolo dello «stabilizzatore», si è assunto cioè l' onere di placare gli animi nel Movimento e di tranquillizzare - incredibile ma vero - Zingaretti, prima di adottare in pubblico le parole che i dorotei usavano solo nei colloqui riservati: «Non rompete più i c...». Ma Grillo è consapevole che il cessate il fuoco avrà una durata limitata, perché a dividere M5S è un problema culturale che non potrà essere sempre risolto utilizzando categorie pre-politiche: il suo «volemose bene» basterà per un po' a sedare le tensioni, non a cancellarle. E sarebbe un errore derubricare le divergenze a questioni di governo e di potere, con il blocco «contista» da una parte e la fronda «anti-contiana» dall' altra. Anche se è talmente sensibile la materia, da aver imposto ieri al portavoce del premier di smentire manovre di Conte contro il leader dei grillini. Per quanto il Pd tifi per questa soluzione, e lo sussurri pure. Se regge l'equilibrio, è perché (per ora) nel Movimento Di Maio non ha alternative, e anche perché (per ora) Di Maio non vede alternative. Tuttavia è evidente quale sarebbe la sua linea: basta mettere in sequenza la sparata contro il Mes, l' affondo contro Renzi sui fondi alla politica e il pressing per approvare la prescrizione. «Cerca pretesti», secondo i democratici. O, per dirla con il vicesegretario pd Orlando, perché «non ha più niente da perdere». Insomma, il cuore porterebbe Di Maio da un' altra parte, al punto che la Meloni si è stufata dell' andazzo e l' ha messo in piazza: «Salvini dica chiaramente "mai con i grillini"». E Salvini candidamente ha risposto: «Mai con i grillini alleati del Pd». «Qualcosa è rimasto tra Luigi e Matteo», ammette un autorevole esponente 5 Stelle, e non è solo la chat di Whatsapp rimasta aperta. Stretto nella morsa del bipolarismo, Di Maio prova a resistere evocando la «terza via». Ma in prospettiva M5S sembra la Polonia del '39, vittima predestinata delle mire di Pd e Lega che vorrebbero spartirsi ciò che resta del Movimento: nei suoi sondaggi riservati non va oltre il 10%. In questa situazione, regola politica vorrebbe che i grillini si aggrappassero al governo come roccaforte. Però siccome coi cinquestelle le regole della politica non valgono, proprio tra i cinquestelle c' è chi teorizza che l' esecutivo «potrà arrivare fino a primavera». Le urne sarebbero il regalo più bello per Salvini, che non può certo stare tre anni ad aspettarle senza correre il rischio di logorarsi. E nel Pd monta il pessimismo: d' altronde fino a quando Conte potrà resistere a Palazzo Chigi, nascondendosi dietro le emergenze? Perché con l' emergenza ligure è riuscito a distogliere l' attenzione dall' emergenza Venezia, che aveva distolto l' attenzione dall' emergenza Alitalia, che aveva distolto l' attenzione dall' emergenza Ilva... Che travaglio. E mettere anche l'emergenza Conte sulle spalle di Grillo sarebbe eccessivo: il fondatore di M5S può limitarsi a un appello, non può curarsi dei dettagli politici quotidiani. E il diavolo si annida lì. Ma non tutto è perduto, anzi per il ministro Speranza c' è speranza, e le Sardine starebbero dando un grande contributo, siccome «in quelle piazze c'è anche gente grillina, che spinge a un' intesa tra le forze democratiche». Così il Movimento verrebbe sospinto da un altro movimento. Forse.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 28 novembre 2019. Nell’ormai celebre weekend scorso di Grillo – quello in cui il cofondatore del M5S è venuto a Roma per varcare due volte la soglia dell’ambasciata cinese a Roma – il comico ha naturalmente trovato il tempo di fare una chiacchierata con Luigi Di Maio, che qui possiamo ricostruire con precisione grazie a due fonti interne al Movimento. C’era molta attesa, specialmente al vertice del Pd e a Palazzo Chigi, dove – in assoluto tandem comunicativo – volevano vedere la discesa di Grillo come dettata dalla necessità di rimettere in riga Di Maio e trovare la quadratura a un Movimento in marasma. Ma le cose, a quanto ci risulta, non stavano così. Grillo non è sceso a Roma con il bastone contro Di Maio, tutto il contrario: aveva in mano la carota. Il primo elemento è suggerito dalla semplice scansione temporale dei fatti: Grillo è arrivato nel pomeriggio di venerdì nella Capitale, ma Di Maio non si è affatto affrettato a rientrare dalla Sicilia: tra i due vi è stata una telefonata cordialissima, con la promessa di farsi una chiacchierata il giorno successivo. Non esattamente, da parte di Di Maio, il comportamento di chi sta per essere giubilato. 

Federico Capurso per “la Stampa” il 27 novembre 2019. Il Movimento 5 stelle non ne vuole sapere nulla di Hong Kong e degli scontri tra la politica e i manifestanti che da mesi protestano contro il governo filo-cinese. «Non ci occupiamo di questioni interne di altri Paesi», è la risposta del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Un atteggiamento ripreso in Parlamento dai deputati M5S della commissione Esteri. Si rifiutano, infatti, di firmare una risoluzione - presentata da Maurizio Lupi e appoggiata da Pd, Leu, Italia Viva, Forza Italia, Lega e FdI - che impegna il governo a «verificare, nelle sedi internazionali, l' eventuale violazione dei diritti umani», a chiedere il rilascio del visto dell' attivista Joshua Wong e ad allinearsi agli «impegni presi dal Parlamento Europeo», favorendo la scarcerazione «dei manifestanti arrestati durante le proteste». I Cinque stelle, però, chiudono gli occhi. Il capogruppo in commissione del Movimento, Pino Cabras, è il primo a frenare: «Vogliamo prima ragionare, aspettare. Magari è come per il bombardamento in Siria, che si diceva fosse chimico e invece, secondo i report, chimico non era». Lì, a Hong Kong, ci sono video che riprendono le forze dell' ordine usare gli idranti e lanciare lacrimogeni sui manifestanti. Per Cabras, però, «capita, nel mondo, che qualche governo risponda in modo "non gandhiano" alle manifestazioni. Piuttosto, guardiamo il Cile, dove la polizia spara proiettili di gomma ad altezza d' uomo sui manifestanti». Dunque nessuna firma, nessuna risoluzione, nessuna condanna. Scelta che solleva più di una perplessità, nella maggioranza di governo, già scottata dall' inchiesta della guardia di finanza su Open, la fondazione di Matteo Renzi, e dalla richiesta di Di Maio di una commissione d' inchiesta su partiti e fondazioni. «Allarghiamola anche alle Srl collegate ai movimenti politici», replica il deputato di Iv, Luciano Nobili, facendo implicito riferimento alla Casaleggio Associati. «Massima trasparenza - prosegue - non solo sulle donazioni, ma anche su consulenze e collaborazioni a enti pubblici, italiani e cinesi». Come a voler allungare un' ombra sulla Casaleggio e su quell' improvviso intensificarsi dei rapporti tra la Cina e i 5 stelle. Pechino ha sempre considerato il Movimento 5 stelle una forza anti-sistema e, dunque, un potenziale pericolo per i suoi interessi commerciali in Occidente. Nel 2018, però, cambia idea: i Cinque stelle vincono le elezioni a marzo e a maggio la Casaleggio Associati pubblica un documento sull' e-commerce in cui invita i suoi clienti a investire in Cina e, quando ancora nessuno ne parla, sponsorizza la Via della seta: «L' Italia - si legge - potrebbe avere un ruolo importante come "terminal" di questa nuova autostrada delle merci, ma solo se sarà in grado di parteciparvi. Sarebbe strategico entrarci come "sistema Italia" e non alla spicciolata».

La nomina di Salzano. Non è sfuggito alle forze di maggioranza il ruolo che potrebbe svolgere, nell' intensificare i rapporti commerciali con l' Oriente, Pasquale Salzano, ex ambasciatore in Qatar, nato a Pomigliano d' Arco come Di Maio, e nominato - in quota M5S - presidente di Simest e Chief International affairs officer di Cassa depositi e prestiti. Così come la doppia visita di Beppe Grillo all' ambasciatore cinese a Roma, Li Junhua - per la quale Di Maio negherà oggi ogni coinvolgimento della Cina - e un post pubblicato sul suo blog pochi giorni prima, in cui si nega la repressione del governo di Pechino sulla minoranza Uigura nella regione dello Xinjiang, denunciata da ong e comunità internazionale.

Stefano Feltri per il “Fatto quotidiano” il 27 novembre 2019. Nella costante ricerca di nemici esterni a cui attribuire le nostre sventure, in Italia si nota una sorprendente assenza: la Cina. Troppo impegnati a denunciare complotti tedeschi o sostituzioni etniche organizzate da Soros, i nostri politici sembrano non essersi accorti che Pechino e il Partito comunista cinese stanno diventando una minaccia per l' Occidente più seria della Russia ai tempi della Guerra fredda. Mentre i Cinque Stelle esultano per l' esportazione di arance in Cina, negli Stati Uniti si diffonde la consapevolezza della rapida corrosione della democrazia a opera dei cinesi. I limiti alla libertà di espressione sono sempre più evidenti: temi come Hong Kong o il credito sociale (il controllo digitale della società da parte delle autorità) sono tabù ovunque, per non parlare di Tibet e dei campi di concentramento in Xinjiang. Ma l' allarme sta salendo di livello. Nei giorni scorsi un rapporto del Senato ha presentato gli effetti del "Piano mille talenti" lanciato dalla Cina nel 2008, per trasformare il Paese da potenza manifatturiera a economia digitale: in dieci anni Pechino ha reclutato non mille, ma 7 mila scienziati e ricercatori da tutto il mondo, in particolare dall' America. Molti di questi hanno volutamente nascosto i loro legami con le autorità cinesi e i loro impegni a trasferire conoscenza e tecnologia a Pechino, mentre continuavano a lavorare per programmi finanziati dal governo americano. Le istituzioni americane che erogano 150 miliardi annui per la ricerca non hanno procedure in grado di prevenire le interferenze straniere. In pratica gli Stati Uniti stanno sostenendo il progetto egemonico di Pechino. In America questa consapevolezza comincia a suscitare un certo allarme. Possibile che in Italia, un Paese dove i cinesi sono al centro della scena tecnologica, industriale e perfino sportiva, siamo così indifferenti?

I grillini e la Cina: parla Michele Geraci. L'ex sottosegretario allo Sviluppo economico, il leghista Michele Geraci, racconta i retroscena della duplice intesa fra Pechino e Movimento 5 Stelle. Elisabetta Burba il 27 novembre 2019 su Panorama. «Di Maio l'ho portato io in Cina: è venuto qui per la prima volta nel settembre 2018». Michele Geraci, ex sottosegretario leghista al ministero dello Sviluppo economico nel governo Conte I, nonché gran tessitore delle relazioni sino-italiane, racconta i retroscena dei rapporti fra Movimento 5 Stelle e grand commis di Pechino. Una relazione finita sotto le luci della ribalta dopo la visita di Beppe Grillo all'ambasciatore cinese a Roma, Li Junhua. Il faccia a faccia, avvenuto poche ore prima che nelle urne di Hong Kong trionfassero i democratici anti-Pechino, era stato preceduto da una cena, la sera prima.  Due incontri in 24 ore che hanno fatto gridare allo scandalo l'intera opposizione. A dar fuoco alle polveri ha iniziato Matteo Salvini, che dopo aver sottolineato la frequenza dei viaggi di Di Maio si è augurato che Grillo «non stia cambiando la collocazione internazionale dell'Italia». Ha poi proseguito Giorgia Meloni, tuonando contro «la politica estera decisa da Grillo e Casaleggio» e chiedendo a gran voce «l’istituzione di una commissione speciale alla Camera per far luce sulle ingerenze straniere e, segnatamente, quelle cinesi sul governo italiano». Ma il colpo finale è arrivato dalla giornalista Maria Giovanna Maglie, grande sostenitrice di Salvini, che ha adombrato la possibilità di un piano per il post-Mattarella. «Beppe Grillo consegna i 5 Stelle al progetto Romano Prodi sul Colle» ha twittato. E ha aggiunto un sibillino: «La Cina è vicina», chiaro riferimento all'ex presidente della Commissione europea che dal 2010 insegna alla China Europe International Business School di Shanghai. Per capire quali sono i legami fra i mandarini di Pechino e i grillini di Roma, Panorama ha interpellato Michele Geraci. L'artefice del Memorandum d'intesa fra Italia e Cina sulla Nuova via della seta, firmato da Di Maio il 23 marzo 2019, ha trascorso 10 anni della sua vita in Cina (e 20 in Inghilterra). Come si legge su un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo, Geraci ha avuto un ruolo chiave nell'interscambio fra Roma e Pechino. «Con il nuovo governo e il ruolo chiave dell’esperto e pragmatico Michele Geraci – Sottosegretario al Ministero dell’Economia» recita il post datato 10 marzo 2019, «le relazioni sino-italiane hanno subito un’accelerazione». Geraci ha risposto a Panorama da Hangzhou, il capoluogo della provincia dello Zhejiang nella cui università insegna finanza.

Ma è vero che c'è una duplice intesa fra i grillini e Pechino?

«Non saprei, dovrebbe chiederlo ai 5 Stelle. Forse, più che una vicinanza politica, c’è una curiosità sui temi economici. Riguardo a Beppe Grillo, ritengo che abbia un reale interesse conoscitivo per quello che sta facendo la Cina, soprattutto a livello ambientale».

In base a che cosa lo sostiene?

«La mia è una speculazione in base a quei pochi contatti che ho avuto con Grillo in questi due ultimi anni».

Quando ha conosciuto Grillo?

«Di persona dopo essere entrato al governo, nel giugno 2018. Però ero in contatto con lui da prima, perché aveva ospitato alcuni miei articoli sul suo blog e anche il documentario «China Economy and Society», da me prodotto e presentato. Io però ero al governo in quota Lega, su chiamata diretta di Matteo Salvini, quindi il mio legame politico è con Alberto Bagnai, con Claudio Borghi e con gli altri economisti del team della Lega».

E ha introdotto Grillo anche in Cina?

«No, c'era già stato per conto suo».

Lei ritiene che ci sia da scandalizzarsi per l’incontro fra Grillo e l’ambasciatore cinese?

«Non so di che cosa abbiano parlato. Detto questo, io ho un approccio ecumenico: si parla con tutti. In particolar modo gli ambasciatori parlano con tutte le forze politiche, è normale. Magari gli italiani chiedono chiarimenti sul ruolo di Grillo nel Movimento, ma riguardo all'ambasciatore non vedo alcuno scandalo. Forse l'assenza di Luigi Di Maio al G20 in Giappone è stata più inopportuna, ma avrà avuto i suoi buoni motivi».

Ammetterà almeno che prendere l'ambasciatore per il braccio è stato un errore?

«Quello normalmente con i cinesi non si fa, ma forse Grillo e l'ambasciatore hanno un rapporto amichevole».

Non è stato un faux pas diplomatico?

«Grillo non è un diplomatico, fa quello che vuole. Però, mi scusi, con i ponti che crollano e l'economia che va giù non mi pare prioritario il fatto che Grillo abbia toccato il braccio dell'ambasciatore».

Ma comunque non è strano il cambiamento di rotta di Grillo? Fino a 10 anni tuonava contro Pechino, ora è tutto un parlare di «innovazione», «internazionalizzazione», «aumenti salariali»... 

«La Cina 10 anni aveva un Pil che era meno metà di quello odierno. Adesso è un player importante. In 10 anni ha fatto un salto tecnologico che l’Occidente non è stato in grado di fare. La curiosità è lecita, anzi anch’io invito tutti a parlare più di Cina e Asia. È giusto che il nostro popolo capisca che cosa succede nel mondo. Qui però entra in gioco una differenza importante: fare commercio significa avere obiettivi pratici».

Dunque è stato lei l'artefice dell'intesa ritrovata fra 5 Stelle e Pechino?

«Ma io non sono 5 Stelle. L’intesa, se c’è, se la saranno fatta loro. Non credo, comunque, ci sia un'intesa particolare. Riguardo invece al Memorandum d'intesa, sì: quello l’ho spinto io con la cooperazione, come è normale che sia, del nostro ambasciatore a Pechino. Ettore Sequi ha iniziato il lavoro e io, quando sono stato nominato sottosegretario, ho cooperato con lui per portarlo a conclusione. Insieme abbiamo lavorato molto bene, in armonia. E penso sia stata una cosa utile per le nostre aziende e per il nostro export».

Già, il controverso Memorandum voluto proprio da Di Maio... È stato molto criticato.

«È stato molto criticato, ma non ho mai avuto il piacere di avere un confronto diretto con chi lo criticava. L'ha criticato ad esempio Jean-Claude Juncker, che prima di diventare presidente della Commissione europea era stato primo ministro del Lussemburgo. Peccato che il Lussemburgo abbia firmato con Pechino un memorandum d'intesa simile cinque giorni dopo l'Italia, il 28 marzo 2019 (me l'ha detto al volo proprio il premier lussemburghese). Ma ci tengo a precisare che la mia responsabilità era di aiutare le imprese a esportare di più in tutti i Paesi del mondo, Cina inclusa. Nessuna azienda mi ha criticato per il Memorandum, quindi credo di aver fatto bene».  

Ma guardiamo i risultati: nonostante il Memorandum, nel 2019 il nostro export in Cina è calato.

«Il calo dell'export non si può imputare al Memorandum. Anzi, la debolezza del nostro export con la Cina è il motivo per cui abbiamo fatto l’accordo, non il risultato. I risultati si vedranno nel tempo, con calma. Con la Cina bisogna avere pazienza: io mi sarei aspettato i primi risultati a fine anno e dal 2020 in poi. Ad ogni modo alcuni passi avanti sono stati fatti. Per esempio, sono stati aperti tre voli diretti per la Cina».

Critiche respinte al mittente, dunque?

«Una critica accettabile è che non si è fatto abbastanza. L'obiettivo ultimo era quello di stimolare l'export in Cina, che purtroppo non è stato raggiunto. Ma il commercio ha un’inerzia: i dati sull'export di oggi sono il frutto dei contratti dei mesi precedenti. È impossibile avere risultati concreti in pochi mesi. E poi, per quanto mi riguarda, mi è mancato il tempo di proseguire nel percorso. Dopo la firma, sono dovuto andare in giro per mondo (Stati Uniti e Germania) a sedare gli ultimi dubbi. Con successo, tant’è che con gli Stati Uniti siamo riusciti a ridurre il numero delle nostre merci soggette a dazi. Poco dopo è caduto il governo».

Ma a firmare il Memorandum sono stati Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Loro non sono caduti.

«Sono caduti e si sono rialzati, credo. Sì, ma gli equilibri sono cambiati. Adesso al governo, oltre ai 5 Stelle, invece di me e della Lega siede chi era più contrario di tutti a quell'intesa: il Pd. Qui i cinesi mi chiedono se il nuovo governo voglia davvero fare affari con loro, se si impegnerà a realizzare il programma previsto dal Memorandum. Comunque, quest'anno grazie al Memorandum siamo saliti tantissimo di rango in Cina. E si è cominciato a vedere qualche segnale. L'Italia, per esempio, è diventato il Paese più discusso sui media cinesi. Un grande valore intangibile di pubblicità, se si pensa a quanti utenti seguono i vari media».

E questo è merito dei 5 Stelle o della Lega?

«Se mi permette, è merito mio e quindi della Lega. Tutte le aziende del Nord sono favorevoli a fare affari con la Cina. È una cosa commerciale, non politica».

Ma lei sa bene che le due questioni vanno di pari passo.

«Certo, i rapporti politici ci sono, ma questo non significa dover diventare per forza amici. I rapporti si debbono avere con tutti i Paesi. Lei pensa che Emmanuel Macron non abbia rapporti con la Cina? La Francia vende 30 miliardi di euro in aerei in un colpo, grazie a tali rapporti. Noi che cosa vogliamo fare? Discutere sul sesso degli angeli o aiutare le imprese e la nostra economia come fa, bene, Macron?»

Amici o succubi?

«Nessuno ha intenzione di essere succube di uno Stato straniero, tantomeno noi della Lega. Su questo credo ci siano pochi dubbi. In Cina il rapporto politico va a cascata con il rapporto economico. E l'arrivo del Pd al governo rischia di rovinare tutto».

Intende dire che il Pd è ostile alla Cina?

«Era ostile alla firma del Memorandum d'intesa. E siccome la Cina a quell'accordo ci tiene molto, Pechino è in allerta. Quello che abbiamo costruito rischia di crollare».

Ma se c'è chi sostiene che ci sarebbe un patto fra Pd, 5 Stelle e Pechino per dare la presidenza della Repubblica a Romano Prodi?

«Macché. I cinesi hanno i loro problemi di economia interna: cosa vuole che interessi loro chi è il presidente della Repubblica italiana! L’Italia non è al centro del mondo, né tantomeno dei pensieri della Cina, più di quanto lo siano altri Paesi. Qui in Cina Prodi gode di ottima reputazione, ma da tecnico e da professore».

A Pechino interesserà avere buoni rapporti con chi è al potere in Italia...

«Alla Cina può interessare chi siede al governo, perché è con i governi che si dialoga. Ma il presidente della Repubblica resta il nostro garante, tra l’altro Sergio Mattarella verrà in Cina l’anno prossimo. Prodi è ben rispettato in Cina, come lo sono io e altri italiani. Ma da qui a vociferare che ci sia un patto per portarlo sul Colle... Io non ne so niente, ma mi sembra fantascienza».

A proposito, anche su di lei corrono voci. Si dice che lei sia molto vicino ai cinesi.

«Ovviamente noi facciamo l’interesse degli italiani. Siamo sovranisti, no? Ma per fare questo, ovviamente bisogna anche avere ottimi rapporti con i partner commerciali. Io ho ottimi rapporti con la Cina, con gli Stati Uniti e, la sorprenderò, con tutti i Paesi con cui noi facciamo business».

Mattia Soldi per formiche.net il 29 novembre 2019. Alla faccia della non ingerenza. Puntuale come un orologio svizzero è arrivato il comunicato dell’ambasciata cinese a Roma sulla conferenza alla sala stampa del Senato con il leader delle proteste a Hong Kong Joshua Wong invitato dal Partito radicale e da Fratelli d’Italia. Conferenza cui Wong è stato costretto a partecipare via Skype, avendogli le autorità di Hong Kong impedito di lasciare il Paese per recarsi in Italia. I parlamentari bi-partisan che hanno preso parte all’iniziativa, sentenzia l’ambasciata, hanno fornito “una piattaforma per un separatista pro-indipendenza di Hong Kong e supportato “la violenza e il crimine”. Poi il verdetto: “Si è trattato di un grave errore e di un comportamento irresponsabile per cui siamo fortemente insoddisfatti ed esprimiamo la nostra più ferma opposizione”. La missione diplomatica guidata dall’ambasciatore Li Jinhua auspica dunque che “le persone coinvolte rispettino la sovranità cinese e si impegnino in azioni che aiutino l’amicizia e la cooperazione tra Italia e Cina e non il contrario”.  Il leit-motiv delle minacce cinesi è sempre lo stesso. Condannare la repressione del governo comunista delle manifestazioni a Hong Kong è un’intromissione in affari che “appartengono alla politica interna della Cina e nessun Paese, organizzazione o singolo ha alcun diritto di interferirvi”. Insomma, per l’ambasciata cinese un gruppo di parlamentari italiani non ha “alcun diritto” di convocare dentro al Senato della Repubblica una conferenza stampa per esprimere una posizione su un evento su cui il mondo intero ha gli occhi puntati, perché si tratta di un “grave errore” e di una indebita “interferenza”. Interferenza non è, invece, minacciare di ripercussioni un Paese sovrano perché non ha limitato la libertà d’espressione all’interno delle sue istituzioni. Wong, giovane attivista di 23 anni, segretario del partito Demosisto cui la Commissione elettorale di Hong Kong ha impedito di partecipare alle elezioni dei Consigli distrettuali (stravinte dal suo partito), altro non sarebbe, dice il ministero degli Esteri cinese, se non un criminale che “ha pianificato e partecipato al caos, alle violenze e agli attacchi alla polizia; tutte azioni criminali che ne hanno determinato l’arresto e attualmente si trova in una condizione di libertà provvisoria in attesa del processo”. Non solo: “ha distorto la realtà, legittimato la violenza, criticato (sic!) il principio “un Paese, due sistemi” e chiesto pubblicamente l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong, comportandosi come un clown saltellante “pro-indipendenza di Hong Kong”. I parlamentari italiani sono quindi rei di aver “ignorato i fatti appena descritti”. Di fronte a un’aperta violazione della sovranità del Parlamento e a una condanna senza precedenti di uno Stato straniero della libertà d’espressione delle istituzioni italiane ci si chiede quanto ancora possa durare la linea della “non-ingerenza” annunciata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e sposata in pieno dal partito di cui è leader, il Movimento Cinque Stelle. I fatti dimostrano che, dall’altra parte, simili premure non sono prese in considerazione. Ci si chiede infine se il governo italiano, e in particolar modo questo governo, che ha messo in cima all’agenda la sovranità e la centralità del Parlamento, riterrà ora opportuno prendere una posizione a difesa delle istituzioni. Non c’è a ben vedere ragione d’opportunità che giustifichi oltre un silenzio sempre più assordante.

(ANSA il 29 novembre 2019) - L'Italia, attraverso le sue aziende, fornisce i mezzi alla polizia di Hong Kong per portare avanti la repressione dei manifestanti che da mesi protestano contro le autorità di Pechino. È un'accusa pesante quella lanciata dall'attivista leader delle proteste nell'ex colonia britannica Joshua Wong, che in collegamento video con il Senato a Roma ha chiesto all'Italia di "dimostrare quanto tenga alla libertà" e di prendere "misure adeguate a riguardo". E ha avvertito il ministro degli Esteri Luigi Di Maio di "stare attento" ai rapporti economici con la Cina, perché "non esistono pranzi gratis al mondo". Il giovane attivista era stato invitato a partecipare di persona all'incontro organizzato da Fratelli d'Italia e Partito Radicale, ma le autorità di Hong Kong gli hanno negato l'autorizzazione a viaggiare in Europa. Il suo appello all'Italia non è stato meno forte per questo, così come le sue accuse. "Da cinque mesi viviamo la brutalità della polizia, che ormai usa armi da fuoco contro i manifestanti. Peraltro, ci sono anche aziende italiane che contribuiscono e forniscono loro mezzi, tra cui autovetture", ha detto Wong. "Invito a prendere delle iniziative per quanto riguarda l'esportazione di armi antisommossa e i mezzi utilizzati dalla polizia a Hong Kong", è stato l'appello dell'attivista ai parlamentari presenti all'incontro, esortando poi il governo italiano ad "adottare misure simili al provvedimento approvato dagli Stati Uniti, con una chiara richiesta da parte di Roma di fermare le violazioni dei diritti umani". In conferenza stampa, Wong ha raccontato che a Hong Kong c'è una vera e propria "crisi umanitaria", e che "con l'esperienza e l'esempio di Hong Kong" davanti agli occhi, "anche l'Italia deve stare attenta in particolare al progetto Belt and Road Inititative, la Via della Seta. Non è altro che una strategia della Cina per influenzare i Paesi". L'Unione europea, e in particolare l'Italia, "dovrebbero rivedere i loro legami economici con un regime così brutale come quello di Pechino". Wong non ha risparmiato ancora una volta le sue critiche al titolare della Farnesina, ribadendo di essere rimasto "piuttosto deluso nel leggere le dichiarazioni indifferenti" del ministro sulle proteste. Un rammarico già espresso in occasione del suo intervento in video ieri sera all'incontro “Hong Kong Democracy” alla Fondazione Feltrinelli a Milano, durante il quale ha sottolineato che Di Maio "ha detto di non voler interferire con i fatti di altri Paesi, ma ha tralasciato le brutalità della polizia". In Senato Wong ha espresso "rammarico" anche per la posizione di papa Francesco. "Considerati gli interessi del Vaticano con la Cina, non sono tanto sorpreso dalle parole del Papa che si è espresso a favore di pace e giustizia sociale, ma sono lo stesso rammaricato", ha detto. "Vedendo i giovani che vengono torturati e arrestati, nel suo ruolo di leader religioso non dovrebbe rimanere silente", ha osservato l'attivista. "Spero che Francesco possa riconsiderare la sua posizione ed esprimere più riguardo verso i manifestanti e la violazione dei diritti umani". Wong ha infine voluto ringraziare l'impegno dei deputati e senatori italiani a sostegno della lotta dei manifestanti, e ha sottolineato che seguirà con attenzione i provvedimenti che saranno presi dal Parlamento. "La mia richiesta umile è che l'Ue e l'Italia non chiudano gli occhi dinanzi alla crisi umanitaria di Hong Kong".

DAGONEWS l'11 dicembre 2019. Dopo la telefonata di Grillo a Di Maio, rivelata da Dagospia e poi confermata da vari giornali, l'atteggiamento del ministro degli Esteri è decisamente cambiato: mollati i panni del picconatore improvvisato, è nato un Di Maio in modalità real politik che non cerca lo scontro quotidiano con gli alleati di governo. Più consenso, meno conflitti. Quindi accordo sul MES e sulla prescrizione. Perché, in caso di rottura col PD del buon Zingaretti, col voto anticipato si consegna il paese alla destra-destra di Salvini-Meloni. Vale la pena - sottolinea Grillo - stare a sentire gli umori dei puri & duri alla Dibba/Paragone? L'altroieri c'è stata una nuova telefonata tra Grillo e Di Maio, stavolta decisamente più pacifica e serena. Una volta chiarita la linea politica meno divisiva, ora bisogna tornare a definire qualche dinamica interna, fondamentale anche per ridare un'impressione di unità nel Movimento frammentato. L'effetto di questa chiamata? Ieri si è arrivati finalmente alla nomina del nuovo capogruppo alla Camera del M5S, un ruolo chiave che però era rimasto vacante da quando Patuanelli è entrato nel governo, ormai tre mesi fa. Il problema era ovviamente di correnti: le frange anti-Giggino non gradivano i nomi da lui proposti, e tenevano tutto fermo. Di colpo, dopo la sfuriata di Beppone, ecco la quadra sul nome di Davide Crippa, che non era il candidato preferito dal capo politico Di Maio. Segno che il messaggio dell'Elevato è stato recepito. Prova ne è anche il nuovo inabissamento di Alessandro Di Battista, che dopo essersi schierato pubblicamente con Di Maio sul MES e aver menato pure sulla Von Der Leyen (''espressione del liberismo, da combattere sempre e ovunque''), è stato ancora una volta silenziato. Stesso trattamento al limite dell'indifferenza verso i senatori col mal di pancia pronti a mollare il M5S: che siano 3 o che siano 5, sono rimpiazzabili con altrettanti ''responsabili''. Un paio dalla Forza Italia carfagnata e altri 3 dal gruppo misto, tra i grillini già usciti nei due anni scorsi. ''La leadership non si compra'', avrebbe detto Beppone al discepolo di Pomigliano, con un solo messaggio vero: la tua capacità politica si misurerà dalla sopravvivenza di questo governo. Se riuscirai a tenerlo in vita, vorrà dire che avrai capito come si sta al governo. Altrimenti, schianterai il M5s al 10% che potrebbe prendere in caso di voto in primavera, e consegnerai il Paese a Salvini, che per Grillo è il peggiore degli scenari possibili.

Beppe Grillo e il riavvicinamento al Pd, l'ex M5s: "Ha un figlio accusato di stupro, così...". Libero Quotidiano l'1 Dicembre 2019. Cosa c'è dietro il clamoroso avvicinamento tra Beppe Grillo e il Pd? A suggerirlo è Giovanni Favia, storico attivista M5s emiliano e primo dissidente epurato dal comico-guru. Intervistato dal Tempo, l'ex grillino dà una lettura "privata" alla svolta politica che ha portato, ad agosto, alla nascita del governo giallorosso. "Grillo non è di centrosinistra, il suo primo nemico è stato il Pd, io l'ho conosciuto bene". E dunque? "Quello che si dice in giro - io lo riporto con molto rispetto - è che il risvolto psicologico della situazione in cui è capitata la sua famiglia gli abbia fatto cercare una pace con la sinistra", spiega Favia. "È chiaro che ti spaventi tantissimo come genitore quando hai un figlio accusato di stupro, in una vicenda così complessa, e questa situazione - secondo me - ha influito in maniera enorme sulla posizione di Grillo che ha sempre messo prima il suo ego, i suoi interessi personali, rispetto a quelli del Paese".

Alessandro Trocino e Monica Guerzoni per il “Corriere della sera” il 4 dicembre 2019. In Aula, lo sguardo di Luigi Di Maio non incrocia mai quello di Giuseppe Conte. Più spesso finisce per dirigersi verso il leghista Garavaglia, che fu viceministro dell'Economia. Occhiate d'intesa, forse di nostalgia, che fanno il paio con i capannelli del giorno dopo a Montecitorio, dove gruppuscoli di 5 Stelle dispersi confabulano con deputati leghisti, nella parte degli adescatori. Il più attivo è Giancarlo Giorgetti: «Ha ragione Di Maio, per una volta che è coerente, perché gli date contro?». Ma è lo stesso Giorgetti che un attimo dopo scherza: «Cinque Stelle? Ma no, sono quattro, tre, due, una». Gioco di parole che allude al progressivo prosciugarsi del Movimento. Fonti leghiste assicurano che già quattro senatori hanno accettato il trasbordo nella Lega e altri starebbero per cedere. Voci, spesso interessate. Ma che si innestano in un quadro complesso, che vede un ministro degli Esteri sempre più inquieto e un Movimento che va veloce in direzione scissione. È una partita che mette a rischio il governo e che ha molti protagonisti, uno per ogni anima del «fu» primo partito. Da una parte c'è Di Maio, che fa ormai apertamente asse con Alessandro Di Battista e non nasconde l'ostilità all' esecutivo che lui stesso ha formato. Dall' altra ci sono i «governisti», che cercano riparo nella terra di confine tra il premier Conte e il Pd. Infine il consistente gruppo dei deputati a fine corsa, arrivati al secondo mandato e non più ricandidabili. Di Maio non ha mai digerito il governo con il Pd. Nella riunione che diede il via libera al Conte 2, fu tra i più ostili. La riluttanza è andata crescendo e lo ha portato a riscoprire Di Battista, con il quale era entrato in rotta di collisione e che ora non perde occasione per sostenerlo, in chat o pubblicamente. «Prima o poi si dovrà staccare la spina», ripete Di Maio ai suoi, con una tale insistenza da aver generato il panico tra i parlamentari. «Si chiude la legge di Bilancio e Luigi manda tutti a casa», prevede un onorevole. E una «contiana», sottovoce: «Vuole tornare con Salvini». Temono voglia davvero mettersi alla testa di un movimento rinnovato e più piccolo, libero dal Pd e dal giogo del governo e pronto a risalire nei sondaggi, tornando magari ad allearsi con la Lega. Se pure la suggestione fosse forte, sarebbe osteggiata da gran parte dei fedelissimi. L' ultimo scontro risale a ieri. Il «capo» aveva chiesto al gruppo della Camera di chiudere il teatrino sul capogruppo eleggendo Francesco Silvestri. Ma i deputati si sono ribellati all'«imposizione dall' alto» e hanno preso tempo. Tra i pochi a seguire Di Maio sulla linea della rottura sarebbero allora Di Battista e Paragone, da sempre filoleghista, mentre persino Fraccaro e Bonafede hanno preso a rispondere a muso duro alle minacce di crisi di «Luigi». L'unico che può fermare Di Maio, per statuto, è Beppe Grillo. Il quale però non può usare l' arma finale, se non a rischio di far cadere un governo a cui tiene più del capo politico. Così si limita a una moral suasion che, nell' ultimo caso, non ha sortito effetto. Di Maio dopo il colloquio con Grillo non ha cambiato di una virgola il suo atteggiamento. Anzi, forse l'ha indurito. Quanto a Grillo, non sembra disposto a sostenere i rivoltosi e in caso di scissione potrebbe ritirarsi sull'Aventino. Se lunedì l' aria nei gruppi era «irrespirabile», molto lo si deve alla rivalità tra Di Maio e Conte. Lo scontro sul Mes viene spiegato anche in questa chiave. I rapporti tra i due si sono di nuovo interrotti, anche perché Di Maio sospetta che il premier lavori per sottrargli parlamentari in vista di un futuro partito «alla Monti». E dire che fu proprio l'attuale inquilino della Farnesina a infilare il giurista pugliese nella rosa dei papabili ministri, nel mai nato monocolore 5 Stelle. Conte raccontò: «Quando mi hanno telefonato, per onestà intellettuale dissi che non li avevo votati». Eppure il premier è stato sempre considerato uno del M5S. Almeno fino a quando Di Maio ha cominciato a temerlo (e a combatterlo). Le correnti organizzate non hanno mai attecchito nel M5S, ma si possono individuare gruppi di deputati che si muovono all' unisono. Ci sono quelli che fanno riferimento al presidente Roberto Fico e c' è il correntone virtuale dei «morti viventi», come li chiama qualcuno, cioè gli 86 parlamentari al secondo mandato. Tra loro lo stesso Fico e poi Castelli, Di Stefano, Ruocco, Sibilia, Bonafede. Tutti onorevoli che, salvo improbabili ripescaggi al governo, dovrebbero smettere di fare politica. Ecco perché, se Maio decidesse di spingere per una fine prematura della legislatura, potrebbero diventare i nuovi «responsabili» pronti a resistere per salvare il soldato Conte (e loro stessi).

Alessandro Trocino per il ''Corriere della Sera'' l'8 dicembre 2019. Nel mirino dei gruppi parlamentari ci sono due persone e un' associazione. I primi due sono Pietro Dettori e Luigi Di Maio, la terza è l' associazione Rousseau. Nonostante le smentite di prammatica, nessuno mette in dubbio che i 14 capigruppo M5S nelle commissioni abbiano chiesto e ottenuto un incontro con Luigi Di Maio, per martedì mattina, dopo una disastrosa riunione con Dettori, responsabile del blog e consulente del ministro degli Esteri. I 14 capigruppo in commissione, in mancanza di un capogruppo vero della Camera, si sono fatti portavoce. Hanno deciso di interpretare i malumori e le richieste della base. Al principio, si voleva inviare una lettera al capo politico (il famoso «documento», smentito). Poi, dopo aver ottenuto l' incontro, si è deciso di soprassedere. Anche perché tra i 14 ci sono sensibilità diverse. Dissidenti dichiarati, ma anche persone fedeli a Di Maio. Ma tutti sono critici sulle modalità con le quali il capo interpreta il suo ruolo e sulla comunicazione. Chiedono di abbassare i toni, contestano i post virulenti del Blog e le campagne in stile Salvini. Non è un caso che dica cose simili Roberta Lombardi, che in un' intervista a Sky Tg24, da Maria Latella, spiega: «Di Maio sta cercando di mantenere l' identità all' interno del governo. Ma lo fa in una modalità molto muscolare che non condivido». Per la Lombardi, «più che parlare di una fronda, parlerei del fatto che come M5S abbiamo fatto un investimento su questo governo perché volevamo fare cose utili per il Paese. Questo modo continuo di porre distinguo, semplificando, il messaggio politico alla ricerca del titolo, è stancante». Parole condivise da quasi tutti nel gruppo. Mentre resta il dissidio sulle alleanze nelle Regioni. Anche la Lombardi, dopo la Ruocco, si schiera per l' intesa con il Pd e chiede il voto su Rousseau. Reagisce con forza il senatore Gabriele: «È finita l' era dei consoli romani. La signora Lombardi si occupi del Lazio e si allei, se vuole, con Zingaretti». Ma Lombardi insiste anche su Roma: «Raggi? Nessuna deroga al limite del secondo mandato». E se Raffaele Trano smentisce «l' ennesima fake news sul mio conto, mai stato in dissenso con Di Maio», sono molti i parlamentari che contestano anche la gestione di Rousseau. Non è andata giù la faccenda dei 120 mila euro destinati a Italia 5 Stelle e finiti sul conto dell' associazione. Max Bugani si indigna: «Tutte fesserie. Abbiamo fatto tre incontri pubblici per spiegare ai parlamentari. Se non vengono non è colpa nostra». Eppure, come dice un parlamentare, «non chiedi fondi per il mercatino di Natale e poi quello che resta lo giri a Bill Gates, solo perché ha fatto un foglio Excel sul mio pc». Bugani risponde così: «Con quei 120k su Rousseau si sono organizzati eventi, votazioni e le attività di promozione che hanno portato alle elezioni del 2018, quindi all' elezione dei parlamentari». Fatto sta che i parlamentari sono imbufaliti. C' è chi sta pensando di fare causa a Rousseau, per farsi ridare i soldi. Anche perché sono molti quelli che non stanno pagando la quota. E altrettanti quelli che chiedono una modifica delle regole, per non dover più pagare e sganciarsi dall' ombra milanese di Davide Casaleggio.

Beppe Grillo seppellisce il M5s: o diventa partito o muore. Francesco Lo Dico il 19 Dicembre 2019 su Il Riformista. Forse sarà ricordato come il giorno delle ceneri del Movimento, quello che ha riportato Beppe Grillo nella Capitale. Disceso in terra per la seconda volta in pochi giorni, l’Elevato ha camminato in punta di piedi nell’enorme voragine di Roma dove il sogno a Cinque Stelle è precipitato. Non è più il baldanzoso capopolo che un tempo veleggiava nelle piazze portato a spalle sul suo canotto. Beppe lo sa bene. «Il Movimento, un secondo dopo il voto, è già bello che morto». E dunque niente vaffa, niente ceffoni all’imberbe Di Maio, niente più purghe con un post scriptum o anatemi contro i “voltagabbana”. Oggi è il tempo della traversata nel deserto, e Beppe ha deciso di farsi Padre provinciale. «Troncare, sopire». È l’appello del Conte zio, dal quale dipendono le sorti del Movimento, quello che sembra salmodiare il Garante ad ogni passo. Finché c’è premier, c’è Movimento. E dunque troncare. I portavoce che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Macché, «ce li ritroviamo sotto casa a chiederci un lavoro», dice Beppe. E il limite del doppio mandato, ultimo comandamento delle tavole della legge grillina finite infrante? Ma sì, se ne può parlare. Basta con questa retorica anticasta. La pubblica lapidazione dei traditori passati nella metacampo leghista? «Io non riesco a convincere nessuno, se una persona cambia idea lo può fare», discetta sereno Beppe, con la stessa indolente pacatezza di un Mahatma. Parole che affondano come pugnali nei cuori neri di Di Maio e Di Battista, ancora innamorati della cara vecchia forca contro i traditori. Il tempo delle odi a Trump e Farage è finito. E forse, se Beppe potesse, riavvolgerebbe indietro il nastro dello streaming che lo vide urlare addosso a Pierluigi Bersani, cinque anni fa. «Voi e il Pd avete l’occasione storica di fare bene con questo governo. Sappiate che non vi ricapiterà», è il nuovo salmo che intona Beppe. Basta con questa storia del vecchio Pd, basta con le cianfrusaglie di una propaganda politica che ora è consegnata a quel museo di cose di pessimo gusto che Luigi Di Maio custodisce con la stessa bramosia di Nonna Speranza. E la precrizione? Beppe ci scherza su. «A me serve, me la tengo». Fattosi padre provinciale, Beppe indica la strada. Prende sulle braccia l’infante Luigi. Gli dice bravo, gli dice che può sbagliare, così giovane com’è. Ma mentre ancora scalcia, smanioso di riabbracciare gli amici sovranisti, Beppe conduce il baby leader a forza sulla strada che ha in mente. Un detour progressista, l’unico possibile. Con un occhio alle Sardine, sola igiene del mondo sovranista. L’unico che può salvare il Movimento dai diavoli neri che l’hanno lasciato in terra esangue. Beppe l’ha capito. Se non c’è più il Movimento, può esserci un partito. Hic Rhodus, hic salta.

Da “il Fatto quotidiano” il 19 dicembre 2019. La giravolta, ancorché non inattesa è ardita, ma a Beppe Grillo piacciono le Sardine, nel senso del movimento che in queste settimane riempie le piazze di molte città italiane. Dopo averle magnificate davanti ai gruppi parlamentari 5 Stelle martedì sera, ieri gli ha dedicato un post sul suo blog intitolato “Le sardine sono un movimento igienico-sanitario”. Svolgimento: è “un movimento da tenere d’occhio, non si facciano mettere il cappello sopra da nessuno. È una cosa interessante, un movimento di igiene salutare, igienico-sanitario. Le Sardine non reclamano altro che l’igiene della parola. Reclamano una convalescenza vigorosa dalla attuale malattia delle lingue e delle menti che fa sembrare certe espressioni pubbliche un vociare roco di hooligan pronti al balzo, oppure un minacciare gradasso di un capobanda". Il riferimento del comico è ovviamente a Matteo Salvini, ma il pulpito non è dei migliori da questo punto di vista: “Anche noi in passato abbiamo un po’esagerato –minimizza Grillo –. Ma ora non lo facciamo più. E le nostre esuberanze erano un raffreddore rispetto alla peste che osteggia le sardine”.

Simone Canettieri per “il Messaggero” il 19 dicembre 2019. Una dimissione e un'espulsione. Nel M5S la noia sembra non esistere: nemmeno il tempo di far partire Beppe Grillo da Roma, che subito si aprono due fronti. Quello più importante riguarda la permanenza nel governo del ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti pronto a lasciare, come annunciato dal giorno del giuramento in Quirinale, perché in manovra non ci sono 3 miliardi per le sue materie, ma solo 1. Ieri mattina sembrava decisissimo a mollare, tanto che ne avrebbe già parlato da giorni con il premier Conte e con Luigi Di Maio. Ma poi in serata, dopo una moral suasion ai massimi livelli, Fioramonti «si è preso un po' di tempo per decidere», come ha detto a un parlamentare grillino. Per tutta la giornata di ieri è andata in onda una scena surreale: un ministro (Francesco Boccia del Pd) e tanti parlamentari giallorossi hanno chiesto pubblicamente al titolare del Miur «di non mollare». Con il diretto interessato che pubblicamente smentiva qualsiasi passo indietro: «Io dimettermi? Sono qui e sto lavorando». Da Palazzo Chigi e dai vertici del M5S sempre la stessa versione ufficiale: «Se Lorenzo lascia? Dovete chiederlo a lui». Ma dietro le quinte continua un lavoro certosino per convincere il ministro a non farsi da parte. Anche perché una rottura sui fondi per l'istruzione sarebbe un pessimo ritorno d'immagine per Conte e una grana per Di Maio, costretto a indicarne il successore. A questo proposito era circolata l'ipotesi Morra, ma il presidente della commissione Antimafia non sembra interessato al ruolo («Preferisco portare avanti il mio ruolo»). Ma Fioramonti non si è convinto del tutto, ieri in mattinata indicavano la data di lunedì, giorno del voto alle Camera sulla manovra, come la data dell'addio. In serata questo scenario sembrava però non decollare. Il caso rimane, anche perché Fioramonti, racconta chi lo conosce, ha «un approccio anglosassone: se non riesce a centrare un obiettivo, si fa parte», racconta sempre un parlamento. Tra oggi (in Senato c'è il decreto scuola) e lunedì (il voto sulla manovra) il quadro è destinato a essere più chiaro. Così come il destino del senatore dissidente Gianluigi Paragone, a rischio espulsione dal Movimento. D'altronde le regole interne dei grillini parlano chiaro: in caso di voto contrario alla fiducia non ci sono appigli. Si viene accompagnati fuori dal Movimento. Il giornalista si difende («Io sono stato coerente») e provoca: «Se mi cacciano? Gli farò così», dice a un Giorno da pecore mostrando il dito medio. I probiviri gli hanno notificato l'apertura del procedimento a suo carico. Dai vertici del Movimento trapela l'intenzione del «pugno duro». Ma pronto a difendere Paragone c'è Alessandro Di Battista. Durante l'assemblea di Grillo con i parlamentari Dibba e il senatore sono stati avvistati a cena con un gruppo di attivisti. Non solo, a prendere le parti di Paragone ci sono anche gli europarlamentari Ignazio Corrao e Barbara Lezzi. Entrambi dicono che non deve essere espulso «perché promuove i temi che sono nel dna del Movimento». Ora il senatore entro 10 giorni dovrà rispondere ai rilievi dei probiviri. «Faremo rispettare le nostre regole», assicurano dai vertici del Movimento.

A. Cuz. e C.Ve. per “la Repubblica” il 19 dicembre 2019. Nel giorno che sancisce il possibile slittamento della legge sul taglio dei parlamentari tra i deputati e i senatori riuniti al Quirinale, per gli auguri alle alte cariche, è tutto un interrogarsi: questa novità allunga o accorcia la legislatura? Ma all' orizzonte si profilerebbe un' altra incognita, se confermata. Dieci senatori del M5S, guidati da Gianluigi Paragone, sarebbero pronti a staccarsi dal Movimento e a costituire un gruppo autonomo. Un po' come fece Matteo Renzi con Italia viva, a settembre. Resterebbero nella maggioranza, ma pungolandola. Seguirebbero Paragone, che non aveva votato la fiducia al governo giallorosso, e che da allora è di fatto all' opposizione, senatori come Emanuele Dessì, Dino Mininno, Luigi Di Marzio. Una pattuglia che risulterebbe decisiva, perché a quel punto a Palazzo Madama la maggioranza, attualmente a quota 166, dunque di pochi voti sopra la soglia di sicurezza, sarebbe sempre in balia degli scissionisti. La caratteristica che accomuna il gruppo è l' insofferenza per la leadership di Di Maio, al quale viene rimproverato di non tenere in debita considerazione le istanze della minoranza interna. E mentre queste nubi si addensano sul governo al Quirinale la star è Mario Draghi, evocato continuamente come possibile premier di un esecutivo di larghe intese. Mattarella e Draghi si salutano a lungo, con molto calore, dopo la cerimonia. Attorno ministri, parlamentari, grand commis, osservano la scena. Draghi si ferma a colloquio con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e con l' ex premier Mario Monti. La ministra Paola De Micheli dice: «Non si va a votare». E pure il ministro del Sud, Giuseppe Provenzano, allontana l' ipotesi: «Con quale motivazione, poi? Per poter godere di un Parlamento da 945 seggi? Ma sarebbe un boomerang. La gente ci contesterebbe subito». Nel salone c' è anche Valerio Onida, presidente emerito della Consulta: «Andare al voto con le vecchie regole, e poi, mesi dopo ritrovarsi con una legge che dimezza il numero dei parlamentari? Beh, il nuovo Parlamento sarebbe subito delegittimato». Onida ipotizza che il Presidente della Repubblica potrebbe operare una moral suasion, per evitare una simile evenienza, e cercare di formare un' altra maggioranza. Un' ipotesi, quest' ultima, che al momento al Colle appare difficile: dopo i gialloverdi e i giallorossi sembra complicato ipotizzare altre coalizioni. Un tentativo sarà fatto, naturalmente, ma l' ipotesi più accreditata porta al voto. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala s' intrattiene a lungo con Mattarella, reduce dai tre e minuti e mezzo di applausi alla prima della Scala. Sala guida una città pacificata, che guarda all' Europa. «Mattarella rappresenta stabilità ed equilibrio, perciò piace così tanto ai milanesi, che chiedono la stessa cosa». I peones sono inquieti. Una vecchia volpe come Manfred Schullian (Svp), uno che conosce gli umori profondi di Montecitorio, sostiene che non si andrà a votare. Anche la sua collega di partito Juliane Unterberger, senatrice, sostiene che quanto accaduto ieri è ininfluente sul destino della legislatura. Luca Pastorino (Leu), invece, dice: «La legislatura si accorcia». «Difficile dirlo», gli fa eco il suo collega Federico Fornaro. Il nuovo gruppo resterebbe nella maggioranza, ma aumentano le tensioni.

Gianluigi Paragone contro Luigi Di Maio a Dritto e Rovescio: "Innamorato del Pd, la colpa è sua". Libero Quotidiano il 20 Dicembre 2019. Nel M5s, l'uomo del momento è Gianluigi Paragone. Al centro di mille voci e retroscena, probabile la sua espulsione dal Movimento. La sua contrarietà è esplosa in modo lampante sul Mes e sulla manovra: contro la linea di Luigi Di Maio e imposta dai vertici con le cinque stellette. Da par suo, il senatore non molla: a dimettersi non ci pensa neanche, semmai deve essere espulso. Ma nel frattempo, stando a radio-Transatlantico e retroscena di stampa, si starebbe preparando: potrebbe dar vita a un gruppo autonomo al Senato con una decina di grillini che sì appoggerebbero il governo e Giuseppe Conte, ma farebbero il bello e il cattivo tempo. Il punto è che senza questa eventuale pattuglia, l'esecutivo giallorosso andrebbe sotto. Insomma, gruppo autonomo, piccolo, ma dal peso specifico pesantissimo. E quale sia lo stato delle cose, Paragone, lo fa capire benissimo nel corso di Dritto e Rovescio, il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete 4. Ospite in collegamento, si discuteva della profonda crisi di consenso che ha investito ormai da tempo il M5s e del fuggi-fuggi di onorevoli pentastellati. "La colpa di chi è, di Di Maio?", domanda Del Debbio. E Paragone, nel rispondere, non si nasconde: "La colpa è in parte anche di Di Maio, che infatti non si è fatto sentire. Andavo bene per fare i comizi elettorali, per andare in piazza, per attaccare l'Europa cattiva - ricorda -. Perché abbiamo fatto tuta la campagna delle politiche contro l'Europa cattiva, che consente lo sfruttamento dei lavoratori a norma di legge, che consente l'evasione fiscale a norma di legge. Quindi certo, è colpa anche sua", sottolinea Paragone facendo capire di essere stato sfruttato e poi accantonato. "Ma non solo - riprende -: a quanto pare c'è questo innamoramento totale verso il Pd e verso l'Europa. Io ovviamente chiedo, su queste vicende, ovvero quelle attinenti all'Europa, di essere coerenti", conclude. E la rottura appare, ora, davvero imminente.

Goffredo De Marchis per “la Repubblica” il 20 dicembre 2019. «Mia moglie dice che non so organizzare neanche una gita. Figuriamoci se posso gestire un gruppo parlamentare. Sono un cane sciolto. All' opposizione, che è uno spazio meta-politico, posso stare anche da solo. Ma ho un mio pensiero. Se qualcuno me lo chiede sono pronto a prestarglielo». La battaglia di Gianluigi Paragone, il ribelle possibile front-man di una pattuglia di dissidenti del Movimento 5 stelle, non finisce qui. Anche se verrà espulso.

«Gli espulsi dovrebbero essere altri. I tre che hanno firmato il referendum contro il taglio dei parlamentari per esempio. Una bandiera del Movimento».

Lo scontento nel gruppo M5S al Senato è certificato. Immaginare che possa trasformarsi in gruppo è tutt' altro che lunare.

«Sono sotto processo per non aver votato la fiducia. Anzi, sotto processino come lo chiamo io, fatto dagli uomini grigi di Momo, il romanzo di Ende in cui alla bambina vogliono togliere i colori e il tempo. E dovrei capeggiare una pattuglia di dieci persone per fare da stampella al governo? Mi sembra assurdo».

La stampella però decide quando salutare la compagnia.

«Io non li vedo dieci senatori pronti a far cadere Conte al mio segnale. Lasciatemi nella mia posizione che secondo i capi è minoritaria, stupida e immatura. Questo dentro il Palazzo. Ma fuori? Una roba verde non puoi dire che è giallo marcio. Noi avevamo scritto nel programma che si poteva anche recedere dall' Euro e oggi facciamo i reggicoda di Bruxelles».

Di Maio ha venduto l'anima per la poltrona?

«Il governo è diventato più importante del Movimento. Ma attenzione: così non reggerà a lungo. C'entra forse che fra coloro che non restituiscono parte dello stipendio ci sono anche ministri, vice e sottosegretari? Loro non li deferiamo ai probiviri? La verità è che stanno distruggendo il Movimento».

Ripeto: chi? Di Maio?

«A me non interessa nulla del leader. Ma se uno ingrassa o dimagrisce non è colpa della bilancia. Se vieni brutto nei selfie non te la prendi con la macchina fotografica. Di Maio non ha più il peso politico di un anno fa. Il ragazzo è deperito, questo è evidente».

Quindi comandano Grillo e Conte.

«Grillo è un leader vero. Non ha bisogno della divisa per essere un generale. E trasferisce la sua leadership su Di Maio continuando a ripetere: il capo è lui. Ma questa conferma insistita dimostra che c'è un problema. È l'Abc del potere».

Grillo ha deciso di stare nel governo, di sostenerlo. Che si fa contro di lui?

«Se cambi il Dna del Movimento devi convincere gli attivisti, non i parlamentari che ti bastano 10 minuti, è una cosa di Palazzo. Ti devi caricare il Movimento sulle spalle, girare l'Italia, andare nelle piazze e dire: siamo cresciuti, non siamo più quelli di una volta. Noi eravamo il simbolo del cambiamento e non lo fai da un giorno all' altro. Sappiamo di non avere una classe dirigente all' altezza ma allora mi chiedo: perché dobbiamo consegnare al solo Salvini la critica all' austerity contenuta nel manifesto dei 32 professori universitari?».

I nomi citati uno per uno dal leader del Carroccio al Senato. Il sospetto che lei sia filo-Lega cresce.

«Quell' appello non doveva finire nella buca delle lettere di Salvini. Era destinato alla casella postale del governo. Lo hanno scritto accademici della Sapienza e di altre grandi università. Sono pericolosi no-euro anche loro? No. Vogliono solo ricordarci che l' Eurozona ha la peggiore performance economica del mondo. Che se non riparte l' inflazione non vai da nessuna parte. Se buttano fuori Gualtieri e ci mettono uno di quei professori voto la fiducia domani».

Sembra proprio destinato a riabbracciare la Lega.

«Sono schizofrenici anche loro. Alcuni sono liberisti altri keynesiani. Criticano il Mes e poi candidano Draghi al Quirinale».

Draghi ha messo miliardi e miliardi nel sistema e cercato a tutti i costi la crescita dell' inflazione. Più keynesiano di così.

«Non sono serviti, hanno solo gonfiato la liquidità parcheggiata nelle banche. Perché la Bce non ha i poteri della Federal Reserve o della banca centrale giapponese. Non è con Draghi che trovo soddisfazione nel mio desiderio di cambiare Bruxelles. Io non lo voterei al Colle nemmeno sotto tortura. Auguri ai leghisti».

Alessandro Di Battista sta dalla sua parte?

«Con Ale siamo amici. Ma non lo butto dentro un dibattito che si è inacidito».

Su Bankitalia però il M5S continua la sua campagna.

«La legge per escludere i pregiudicati dai cda delle banche aspetta solo i decreti attuativi. Nel Mef ci sono viceministri e sottosegretari grillini. Che fanno? Hanno il coraggio di andare fino in fondo o no? Altrimenti è inutile parlare di Bankitalia».

Ha sentito Di Maio?

«No. Se ha voglia di ragionare può chiamarmi lui. Ho qualche consiglio buono. È anche gratis».

Ora i grillini vogliono cacciare Paragone: "Vada via, si dimetta". Il senatore contro Luigi Di Maio: "Gli hanno messo pure i facilitatori. Non ha più il potere del capo politico". Ira del M5S: "Basta provocazioni, lasci il Parlamento". Luca Sablone, Martedì 17/12/2019, su Il Giornale. Caos, caos, caos: nel Movimento 5 Stelle non c'è pace. A dominare ora è la questione Gianluigi Paragone, contro cui si è scatenata una fronda di grillini risentiti dalle dure prese di posizioni contro il mutamento pentastellato. Con la fiducia al maxiemendamento del governo, ieri il Senato ha approvato la manovra economica ma non sono mancate notizie rilevanti: quattro espontenti 5S non hanno partecipato al voto, mentre il giornalista ha votato contro. Ed è stata proprio la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Intanto a Roma è arrivato Beppe Grillo con l'intento di ricompattare l'intero gruppo, che però continua a essere costantemente spaccato. Il comico genovese ha sottolineato: "Io non riesco a convincere nessuno, se una persona cambia idea lo può fare. Non sono qui per rasserenare nessuno, sono qui per conoscere. Tanta gente non l'ho mai vista nè conosciuta".

Ira contro Paragone. Il senatore grillino è finito nuovamente sotto accusa dopo la dura presa di posizione contro Luigi Di Maio nel corso di un'intervista ad Agorà su Rai 3: "Gli hanno messo pure i facilitatori. Non ha più il potere del capo politico". Immediata è stata la reazione da parte di Riccardo Ricciardi che non ha usato giri di parole: "Il senatore Gianluigi Paragone, sin dal post voto delle elezioni europee, si è allontanato dalle posizioni del Movimento 5 Stelle, e si è avvicinato sempre di più a quelle dell'opposizione". A suo giudizio con tali comportamenti si manca di rispetto "agli elettori e ai parlamentari che lavorano per l'esclusivo interesse dei cittadini". E ha riassunto tutte le varie questioni che hanno indispettito l'ambiente giallo: "Continua a provocare: ha votato contro la manovra che ha evitato, tra le altre cose, 23 miliardi di aumento dell'IVA, e da ultimo, è arrivato anche l'attacco al capo politico Luigi Di Maio". Il vicecapogruppo alla Camera infine ha rivolto un duro consiglio: "Perché non si dimette? Sia coerente, almeno per una volta e, come aveva annunciato di fare quest'estate, lasci il Parlamento". Anche Gianluca Ferrara è stato chiaro: "Paragone può andare via se non si trova più bene nel M5S. Chi si dimette va a casa". Ora bisognerà decidere se sanzionarlo per aver votato contro la manovra: "Immagino che i Probiviri agiranno, succederà...". Dello stesso avviso il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli: "Qualsiasi provvedimento sarà preso dai probiviri, Gianluigi ha sempre espresso opinioni radicali, ma penso sia sbagliato non confermare la fiducia al governo. Non ha votato la fiducia e credo sia automatica la sua espulsione".

M5s, Paragone: "Il Movimento ha tradito un sogno, ma non vado alla Lega: si è innamorata di Draghi". Il senatore ribelle nel mirino dei vertici cinquestelle vede Di Battista e smentisce le voci di un suo passaggio al partito di Salvini. E su Lannutti: "Suo figlio non è un dirigente, non c'è conflitto di interesse". La Repubblica il 18 Dicembre 2019. Gianluigi Paragone, il senatore cinquestelle "ribelle" che ha votato contro la manovra in aula e su cui è stata aperta la procedura dei probiviri, torna a ribadire che non ha intenzione di passare alla Lega. E a Radio Cusano Campus afferma: "A me interessa una cosa: il M5s era diventato membrana contenitiva di una voglia di riscatto, se tu in un anno e mezzo perdi tutti questi voti è perchè hai tradito un sogno. Il Movimento non può pensare di diventare tutto a un tratto un soggetto bello, fighetto. Ieri sera ero a una cena di attivisti (dove sembra fosse presente anche l'ex deputato 5S Alessandro Di Battista, ndr) lì ci sono ancora persone che credono che l'Europa sia cattiva, ingiusta, generatrice di conflitti sociali. Noi lo dicevamo". "Non si può rinnegare quello che dicevamo e che Grillo diceva sull'Europa e sulla sovranità. Se questa manovra restrittiva l'avesse fatta il governo precedente con Tria io non l'avrei votata comunque" spiega il senatore. Sul suo possibile passaggio al Carroccio, Paragone chiarisce: "Spazziamo via qualsiasi voce su questo. Come si può pensare che io possa passare alla Lega quando la Lega si è innamorata di Mario Draghi. Io credo che l'Europa così com'è non va bene. Io sono incazzato come non mai perché vedo che se ne fottono completamente e non mi possono venire a dire che ce l'ho col governo. Io ieri ho votato il decreto fiscale", "pretendo che queste idee diventino programma di governo dato che siamo la prima forza parlamentare. Se qualcuno ha paura si levi". Paragone ha risposto anche a una domanda sul caso Lanutti, il senatore candidato a presiedere la commissione inchiesta sulla banche ma che ha un figlio che lavora nella Popolare di Bari, la banca al centro di un salvataggio da parte dello Stato: "Credo che il figlio di Lannutti sia un dipendente normalissimo, di basso livello- ha affermato paragone- un conto è avere un parente che è negli assetti dirigenziali, un altro è avere uno allo sportello. Se non vorranno avere un cane da guardia come Elio in commissione ce ne faremo una ragione. Se dobbiamo entrare nelle logiche della maggioranza, Italia Viva e Pd hanno già detto che non lo vogliono. Giustamente Salvini dice: facciamo partire questa commissione perchè ce n'è bisogno. Ricordo che i primi gruppi parlamentari che diedero i nomi per la commissione d'inchiesta sono stati M5s e Lega, gli ultimi a dare l'elenco sono stati Pd e Forza Italia". "La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile".

Dagospia il 18 Dicembre 2019. Gianluigi Paragone, senatore del M5S, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. Su Lannutti e la commissione d’inchiesta sulle banche. “Credo che il figlio di Lannutti sia un dipendente normalissimo, di basso livello –ha affermato Paragone-. Un conto è avere un parente che è negli assetti dirigenziali, un altro è avere uno allo sportello. La storia di Lannutti parla da sé, ha scritto libri, la sua storia parla da sola. Se non vorranno avere un cane da guardia come Elio in commissione ce ne faremo una ragione. Se dobbiamo entrare nelle logiche della maggioranza, Italia Viva e PD hanno già detto che non lo vogliono. Giustamente Salvini dice: facciamo partire questa commissione perché ce n’è bisogno. Ricordo che i primi gruppi parlamentari che diedero i nomi per la commissione d’inchiesta sono stati M5S e Lega, gli ultimi a dare l’elenco sono stati PD e Forza Italia. Ci sono delle reti relazionali, se metti in controluce un pezzo del sistema bancario vedi nello sfondo delle reazioni legate anche a partiti politici storici. C’è un sistema di relazioni, può essere anche non illecito, ma assolutamente inopportuno”. Riguardo gli audio dei dirigenti di banca Popolare di Bari. “Si sentono intoccabili, evidentemente si sentono forti dei collegamenti con Bankitalia, nel caso di specie si sono sentiti forti dell’errore di valutazione fatto da Bankitalia su Tercas. A me sembra che ormai quel grande tema popolare del 4 marzo sia di un’epoca lontana. Possono fare tutte le procedure che vogliono, a me non interessa. A me interessa una cosa: Il M5S era diventato membrana contenitiva di una voglia di riscatto, se tu in un anno e mezzo perdi tutti questi voti è perché hai tradito un sogno. Il Movimento non può pensare di diventare tutto un tratto un soggetto bello, fighetto. Ieri sera ero a una cena di attivisti, lì ci sono ancora persone che credono che l’Europa sia cattiva, ingiusta, generatrice di conflitti sociali. Noi lo dicevamo. Io andavo bene quando bisognava salire sul palco e parlare delle ingiustizie dell’Europa. Non puoi pensare però che una volta sceso dal palco io possa appoggiare governi che hanno partecipato alla costruzione di quel sistema europeo. Grillo ha detto: noi dobbiamo restare su questo campo qua. A me non sta sul culo il PD, però non voglio all’Economia un ministro che sia vicino a quel credo neoliberista che ha ispirato l’Europa. Non posso continuare a sentirmi dire, persino sulle bollette della luce, che non si può fare nulla perché non ci sono i soldi. Se ho votato M5S e mi sono candidato è perché non avevo più voglia di sentir dire che non ci sono i soldi. Non si può rinnegare quello che dicevamo e che Grillo diceva sull’Europa e sulla sovranità. Se questa manovra restrittiva l’avesse fatta il governo precedente con Tria io non l’avrei votata comunque”. Sul suo possibile passaggio alla Lega. “Spazziamo via qualsiasi voce su questo. Come si può pensare che io possa passare alla Lega quando la Lega si è innamorata di Mario Draghi. Io credo che l’Europa così com’è non va bene. Io sono incazzato come non mai perché vedo che se ne fottono completamente e non mi possono venire a dire che ce l’ho col governo. Io ieri ho votato il decreto fiscale, continuo a sollevare il tema del nostro rapporto con l’Europa. Io ho una faccia, una reputazione, se gli altri non ce l’hanno sono fatti loro. Pretendo che queste idee diventino programma di governo dato che siamo la prima forza parlamentare. Se qualcuno ha paura si levi, si levi”

(ANSA il 18 Dicembre 2019) - "Hanno voluto costruire un movimento basato sul vaffa. Se vorranno cacciarmi, lancerò loro il mio vaffa e gli aggiungerò anche il dito medio. Poi mi opporrò, questo è sicuro. Non gliela renderò facile, dovranno sudare". Così il parlamentare del M5s Gian Luigi Paragone in un'intervista alla Stampa. In merito all'aver votato contro la legge di bilancio, "è una manovra in cui manca la nostra visione del Paese e non potevo votarla. Dovremmo dare delle risposte a tutti quelli che ci hanno votato, ma non lo stiamo facendo", spiega Paragone. Quanto alle parole pronunciate in tv ad Agorà, che hanno messo in discussione la leadership di Di Maio, "ho detto quello che penso ed è qualcosa che mi sembra ormai evidente. La riorganizzazione sta andando verso una maggiore collegialità nelle decisioni e ora la squadra di facilitatori si allargherà. È solo il primo passo", osserva Paragone. "Di Maio non farà mai un passo indietro. Si appoggerà a un muro di cartongesso e andrà avanti. Ma ogni settimana che passa dovrà affrontare problemi sempre maggiori. Non è più il capo politico con la leadership forte di un anno fa. Quell'epoca è finita".

I grillini “voltagabbana” decretano la fine del Movimento 5 Stelle. Angela Azzaro il 18 Dicembre 2019 su Il Riformista. Non è questione di destra o di sinistra, né di questo o quel giornale. Rispetto agli avvenimenti della vita politica, il giornalismo preferisce all’analisi dei fenomeni la povertà degli schemi. La sardina Mattia Santori ha ragione da vendere: è arrivato il momento di lanciare un grido di allarme e dire basta ai discorsi semplificati. In politica come nel magico mondo dei giornali e delle tv, in cui la politica viene raccontata, descritta, quotidianamente impoverita. A volte assistiamo al paradosso che nello stesso format o nella stessa pagina qualcuno inveisca contro i populisti, contro le banalizzazioni che propongono e che li rende vincenti, e qualcun altro riproponga il luogo comune, ormai quasi maschera della commedia dell’arte, dell’antipolitica che di volta in volta veste i panni del “sono tutti corrotti”, “sono attaccati alla poltrona”, “rubano i soldi”, “ah quelle auto blu”, fino ad arrivare all’ormai quasi mitico “sono dei gran voltagabbana”. I tre esponenti dei Cinque stelle, Ugo Grassi, Stefano Lucidi e Francesco Urraro, che hanno lasciato il movimento per aderire alla Lega, sono il segno di uno smottamento profondo nella vita politica italiana. I grillini nati come terzo polo, nel momento in cui sono andati al governo, hanno perso la capacità di attrazione sia da destra che da sinistra. La velleità di tenere tutti insieme in nome della rabbia è finita e quando si passa dagli slogan alle scelte è impossibile accontentare tutti. È l’inizio di un nuovo bipolarismo? E come si lega questo nuovo bipolarismo con la riconfigurazione del centrodestra e del centrosinistra a cui stiamo assistendo? Interrogativi, ipotesi di ricerca, osservazioni che sbattono contro il muro dell’espressione ricorrente: “voltagabbana”. La scelta di Grassi, Lucidi e Urraro non viene analizzata come il segno di un passaggio nella vita politica italiana, ma viene considerata alla stregua di un atto esclusivamente personale, quasi che i giornalisti fossero pessimi psicologici alle prese con i comportamenti dei singoli da giudicare armati di una buona dose – mai manchi! – di moralismo. Usare un linguaggio più complesso vuol dire anche questo: andare oltre quello che si considera un tornaconto personale, per aiutare a capire quale fase stiamo attraversando. Ma è sempre più difficile. Se Greta diventa “gretina”, se Matteo Renzi e Matteo Salvini, accomunati dal Fatto quotidiano, diventano “bimbiminkia”, se tutti vengono ridotti a macchiette, come è possibile alzare il livello? Ci si può accontentare come fa Marco Travaglio di storpiare i nomi e di usare l’editoriale quotidiano per prendere di mira questo o quello, oppure si può tentare di usare un altro linguaggio, di non riportare tutto agli schemi consunti, di dare spazio alla realtà senza per forza chiuderla nelle proprie certezze. E dire che Mattia Santori lo ha capito e lo ha detto. Ma non è servito. Le prime vittime degli schematismi sono loro, le sardine. Descritte dai giornali non per le novità che rappresentano, ma per quanto sono uguali al passato. Santori diventa un capopolo (La Stampa), un autoritario (Il Fatto), un leader tradizionale quasi per tutti. E a forza di raccontarlo in questo modo, chi legge o ascolta inizia a pensarlo così. Non basta dire che le sardine sono belle, che è bello il popolo che portano in piazza, se poi nella stessa pagina si insultano gli avversari politici. L’allarme contro il populismo non riguarda solo la politica, riguarda anche il mondo dell’informazione. Prima di tutto l’informazione.

Il mantenuto di Stato Nogarin piange: "Guadagno 40mila euro? Sono pochi". Il grillino chiede la guida del porto di Gioia Tauro: «Non campo». Carmelo Caruso, Giovedì 19/12/2019, su Il Giornale. Gli elettori lo hanno fischiato, il governo lo sta stipendiando (40 mila euro l'anno) e si lamenta che non riesce a sopravvivere: «Questa cifra non è sufficiente per campare». La drammatica confessione è di Filippo Nogarin, ex sindaco di Livorno del M5s, candidato all'europarlamento, recuperato dai suoi compagni come consulente, uomo di cui sembrava non ci fosse più nulla da scrivere se non inserirlo nel lungo elenco dei mantenuti di Stato in quota Beppe Grillo. Ci siamo sbagliati. E infatti, Nogarin, che nella precedente vita era ingegnere aerospaziale, ma con la passione per il mare, a cui prometteva di fare ritorno dopo l'esperienza amministrativa, ha rivelato la sua indigenza e le prossime mosse per aggirarla: farsi assegnare un altro incarico. Reduce della sventurata campagna europea (eccellente trombato) a cui ha voluto partecipare dopo la sua dimenticabile esperienza da sindaco (è riuscito a sostituire un assessore dopo appena 48 ore dall'insediamento), Nogarin è stato assunto come collaboratore del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, e percepisce 40 mila euro l'anno. È una somma che farebbe sorridere qualsiasi italiano, ma che oggi fa piangere qualunque grillino. Conversando con Il Secolo XIX, Nogarin ha parlato delle ristrettezze che è costretto a praticare in virtù del suo stipendio: «Mi pago vitto, alloggio e trasporti: questa cifra non sarebbe sufficiente per campare perché alla fine si tratta di poco più di mille euro al mese e con una famiglia di cinque persone. Avevo uno studio che si è completamente desertificato in 5 anni di mandato. Se dovessi campare solo di questo non farei una gran vita». E non a caso non vuole più farla. In silenzio ha dunque presentato la sua candidatura per guidare uno dei più grandi scali marittimi del Mediterraneo, il cuore degli scambi tra Occidente e Oriente: il porto di Gioia Tauro. Da tutti gli esperti del settore considerato tra i più complessi da gestire con i suoi due milioni e trecentomila terminal movimentati, 1225 navi attraccate, Nogarin dovrebbe amministrarlo non si capisce per quali competenze maturate. «Dopo aver gestito un Comune si può fare di tutto» si è difeso lui che da sindaco è celebre per l'operazione La città cambia: copia incollava le buche riparate di Roma e le spacciava come buche riparate di Livorno. Siamo insomma oltre quota Danilo Toninelli. E pure i calabresi non lo vogliono. Per il governatore Mario Olivero «con incredibile disinvoltura, Nogarin confida di ambire a guidare il porto di Gioia Tauro per intascare l'indennità e risolvere i problemi finanziari della sua famiglia». L'esperienza lo ha però fatto cambiare. Da sindaco aveva subito annunciato il taglio del suo stipendio. Si chiedeva: «Come può un cittadino che deve fare le leggi vivere con uno stipendio che è l'intero anno di guadagno di un operaio?». È sulla buona strada. Manca poco e chiederà anche l'auto blu.

Orizzonti sovranisti. Luigi Di Maio, l'arte dello stallo e i 320 parlamentari arroccati nella scatola di tonno. Sondaggi a precipizio, base sparita. I Cinque stelle ormai si trovano solo a palazzo: bravissimi a bloccare, smontare, dilazionare. Governati dal terrore. Tentati da Salvini. Tenuti insieme dal sommo principio: la poltrona. Susanna Turco il 10 dicembre 2019 su L'Espresso. «E allora veniteci a contare». Alle 17 e 17 di lunedì 2 dicembre, assiso al suo posto nell’Aula del Senato e sprezzante del pericolo come al solito, il grillino Alberto Airola risponde a petto in avanti al collega Matteo Salvini, leader della Lega, che proprio in quel momento al microfono ha urlato che «mancano sessanta parlamentari della maggioranza». M5S (ma anche Pd, Italia Viva, Leu) assenti nella fondamentale informativa del premier Giuseppe Conte sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Veniteci a contare, dice coraggioso Airola. Peccato che il senatore piemontese - trasfigurato dal Palazzo, sembra ormai un cugino di Gianni Cuperlo - risalti come una anomalia sui velluti color corallo delle poltrone senatoriali: è infatti l’unico a essere seduto in quell’angolo di Aula, circondato dal vuoto dei posti assegnati agli altri Cinque Stelle. Contarli, in ogni caso, non sarebbe una buona idea. Il deserto, fuori dal Palazzo, è persino maggiore. Sterminato. C’è infatti un singolare paradosso in atto ormai da oltre un anno: nati nelle piazze, i grillini hanno perso la base, soprattutto in alcune zone sono diventati tutti eletti, o comunque classe dirigente. Insomma, stanno ormai solo in Parlamento. Intenti - dalla riforma del Mef al futuro dell’Ilva, dal numero dei parlamentari al blocco della prescrizione - a fare e disfare, rimandare, dilazionare, paralizzare, oppure tagliare, far saltare, smontare. Come delle Penelopi o dei troll della democrazia. Con uno stile interdittivo che sembra finalizzato al caos ma che comunque ormai viene gestito là dentro. Nella scatoletta di tonno dove i grillini dicevano di voler entrare per buttare fuori tutti gli altri, e dove invece hanno finito per asserragliarsi loro. Per tanti motivi. Perché 86 parlamentari su 320 sono alla seconda legislatura, i cosiddetti «morti viventi», e quindi se si sciolgono le Camere per la regola grillina non potrebbero più tornare. Perché i sondaggi dicono che i voti per i Cinque Stelle sono dimezzati (e dunque lo sarebbero anche i parlamentari). Perché, alla fine, a tutto ci si affeziona, a tutto si fa l’abitudine, e dunque nel pieno di una delle sedute cruciali della legislatura ecco Paola Taverna che conversa amabile con l’ex ministra Roberta Pinotti, ormai alleata di maggioranza; ecco la pr genovese Elena Botto che si fa recapitare dai commessi una busta bianca con la grande «S» di «Senato», dalla quale estrae allegra il tablet con caricatore che aveva lasciato chissà dove; ecco l’avellinese Ugo Grassi, docente di diritto, che pare l’unica faccia gradita a Conte, ma ugualmente per tutto il tempo non lo guarda e compulsa carte; ecco Gianmauro Dell’Olio, commercialista di Bari, che segue l’intero dibattito tenendosi ficcati nelle orecchie gli auricolari bianchi con jack inserito al computer portatile (forse la traduzione? Un corso d’inglese? Mistero). E così avanti, con rari picchi d’entusiasmo partecipativo, i parlamentari Cinque Stelle. Duecentosedici alla Camera e centoquattro al Senato, per un totale di 320: come ai tempi d’oro in cui presero il 34 per cento (marzo 2018, politiche), ma avendo ormai collezionato da allora una sequela terrificante di sconfitte. E percentuali da brivido. A partire già dal 2018 e per tutto il 2019: 7 per cento in Friuli, 10,4 in Val d’Aosta, 19,7 in Abruzzo, 9,7 in Sardegna (dove pure avevano sfiorato il 40 per cento solo 10 mesi prima), 13,6 in Piemonte, 7,4 in Umbria – l’ultimo tracollo, in attesa di Calabria ed Emilia-Romagna. Compreso il 17 per cento delle Europee di maggio, in pratica, nell’ultimo anno e mezzo i Cinque Stelle hanno sfondato il 20 due sole volte: in Basilicata col 20,3 per cento nel marzo 2019 (contro il 44 per cento alle politiche dell’anno prima) e in Molise, nel peraltro ormai lontanissimo aprile 2018 (31,6 per cento). Questa innegabile rovina rende efficacissimo il metodo applicato da Federico D’Incà, oggi ministro dei Rapporti col Parlamento, per tenere in ordine le demotivate truppe grilline che ormai trovano complicato persino eleggere un capogruppo (impresa ad esempio negli ultimi tre mesi impossibile, alla Camera). Un metodo che, sulla scorta dell’andreottiano «governare con la crisi», si potrebbe ribattezzare così: «governare col terrore». Come gustosamente raccontato dal Foglio, infatti, a fronte di problemi con l’alleato Pd, D’Incà è solito inchiodare così, a quattro a quattro, i perplessi, i riottosi, gli indecisi, gli scettici. Sventolando i sondaggi: «In che collegio siete stati eletti? Di voi quattro, se andassimo a votare, forse ne tornerebbe qui uno solo». In media, e considerate anche le ultime rilevazioni ufficiali sulle intenzioni di voto, i Cinque Stelle sono oggi sul 17 per cento. La metà del marzo 2018. Dunque il ragionamento risulta assai persuasivo. E tutti filano dritti. Camminando a filo del baratro. Vale persino per il capo politico, Luigi Di Maio, che - lo dicono anche i muri - minaccia variamente la crisi, ma farà di tutto per non realizzarla. Non subito, non volontariamente. Al momento infatti le sirene di Matteo Salvini sono un richiamo troppo forte per le truppe grilline: facendo i conti sulla situazione attuale, il capo leghista, che oggi ha circa 180 parlamentari, potrebbe garantire la rielezione non solo agli uscenti, ma anche a 100-150 transfughi. E infatti il ministro degli Esteri, che alla Farnesina (dicono dalla Farnesina) non c’è mai, si sta già riallineando, anche grazie al «fratello» Alessandro Di Battista, su una posizione sovranista e più appetibile per il vasto elettorato salviniano - lasciando a Conte (e Casalino) il ruolo pseudo-montiano di amico del Pd, considerato mortifero. La sua posizione non è davvero in forse neanche alla guida politica del Movimento, come dimostra l’aver egli osato citare in un suo post Gianroberto Casaleggio, divinità laica dei Cinque Stelle: «Se cita il padre, significa che è d’accordo col figlio», è l’esegesi degli esperti. Mancano, del resto, alternative credibili all’interno del Movimento: persino il non entusiasta Beppe Grillo definisce tutti i suoi possibili oppositori dei «rompiscatole», sostanzialmente inutili. Mancano anche competitor esterni: i finora deludenti risultati dell’alleanza col Pd non rafforzano certo l’altro possibile successore, Giuseppe Conte - con sommo scorno del suo più forte puntello, Rocco Casalino. Si continuerà dunque così per un altro po’. Il dibattito animato da una successione di problemi apparentemente irrisolvibili, le liste, l’attesa per il voto di Emilia-Romagna e Calabria, l’ennesimo schianto. E dentro il Movimento, la costruzione dell’emozionante cabina di regia con la scelta dei famosi 12 «facilitatori». Una spassosa invenzione, equivalente politico dei navigator del reddito di cittadinanza: figure chiamate a realizzare l’impossibile. Semplificare e fluidificare i meccanismi grillini sembra in effetti più difficile che trovare lavoro ai disoccupati. (Giusto per dire cosa è delle riforme grilline: stando agli ultimi dati Anpal, hanno trovato un posto 18 mila persone su circa 700 mila percettori del reddito, cioè il 2,5 per cento del totale). In mezzo a questi successi, resta ancora un punto interrogativo sugli effetti del taglio dei parlamentari, approvato definitivamente a metà ottobre. Anche nel caso in cui non ci fossero le firme per indire il referendum, infatti, la legge entrerà in vigore il 12 gennaio, ma potrà essere applicata solo sessanta giorni dopo, cioè a partire dal 12 marzo (vanno ridisegnati i collegi elettorali). Dunque le Camere non potranno essere sciolte prima di quella data. Sempre che si voglia votare con le nuove regole e rinunciando a 345 parlamentari, sia chiaro.

(ANSA il 12 dicembre 2019) - Il senatore Cinque Stelle Ugo Grassi ha formalizzato oggi l'addio al Movimento aderendo al gruppo della Lega. E' quanto fa sapere una nota del partito di Matteo Salvini. "Diamo il benvenuto al senatore Grassi. Porte aperte per chi, con coerenza, competenza e serietà, ha idee positive per l'Italia e non è succube del Pd. Su riforma ed efficienza della giustizia e rilancio delle università italiane, col senatore Grassi lavoreremo bene". Così il leader della Lega Matteo Salvini annunciando il passaggio, formalizzato oggi, del senatore Ugo Grassi dal M5s alla Lega. "Se ci sono senatori come Grassi, che è appena passato alla Lega, evitino di utilizzare una cosa non vera come il Mes: consegnino una bella lettera al presidente del Senato e dicano semplicemente che vogliono cambiare casacca e tradire il mandato che i cittadini gli hanno dato. Non c'è nulla di male. Ma vadano a casa, altrimenti a quella lettera alleghino anche un listino prezzi sul mercato delle vacche". Così Luigi Di Maio in un video su Fb.

Proprio lui...Ugo Grassi, candidato MoVimento 5 Stelle al Senato, sul blog ufficiale ilblogdellestelle.it, 23 febbraio 2018, a due settimane dal voto. "È noto che il M5S ha chiesto ad i suoi candidati di sottoscrivere una clausola anti “floor crossing” (in italiano: clausola anti defezione). Il tema è più complesso di quanto credono quei commentatori a digiuno di storia delle Costituzioni e prima di prendere per i fondelli il Movimento sarebbe bene studiare un po’ (studiare fa sempre bene; se i nostri avversari lo facessero, sarebbero un po’ più competenti ed il dialogo democratico ne trarrebbe giovamento). Com’è noto l’art. 67 cost. dispone che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” Il mio Maestro, autore dei libri sui quali mi sono formato, fu tra i primi, se non il primo, a sostenere la diretta applicazione della Costituzione ai rapporti privatistici. La clausola penale prevista dal Movimento, in caso di cambio di gruppo parlamentare, è un accordo privatistico. Sì che proprio la dottrina sulla quale mi sono formato potrebbe fornire la strumentazione teorica per far concludere ad un lettore superficiale che la clausola prevista dal M5S è nulla per diretta violazione dell’art. 67 cost. Per coloro che amano i tecnicismi: si dovrebbe dire che la clausola è nulla in forza del combinato disposto tra l’art. 1418 c.c. e l’art. 67 della Costituzione. La conclusione sarebbe tuttavia affrettata e la questione, molto più complessa, banalizzata. Sempre il mio Maestro ci ammoniva nel senso della necessaria lettura sistematica delle norme: nessuna disposizione è una monade, ognuna fa parte di un sistema e soltanto guardando al sistema nel suo complesso può comprendersi il vero significato della norma. È in questa prospettiva che va analizzata la questione della validità del mandato imperativo. Quest’ultimo è definito quale limite alla rappresentatività dell’eletto, il quale, nell’assemblea legislativa, ha il potere di assumere decisioni solo nell’interesse del gruppo di cittadini che lo ha votato. Tale limite va tuttavia coordinato con la nozione di partito politico, sì che il mandato imperativo può avere diverse gradazioni di rigidità: può imporre al singolo eletto di votare in ubbidienza della volontà del partito il quale a sua volta è limitato a rappresentare solo la classe sociale che lo ha eletto; oppure il mandato imperativo può lasciare libertà di scelta al singolo con esclusione, però, del potere di disattendere, del tutto, le macro scelte politiche alla base della sua elezione sino a poter passare al gruppo avversario. Il mandato imperativo, agli albori della nascita delle moderne democrazie, apparve subito come incompatibile con il funzionamento della democrazia stessa: se l’eletto è vincolato agli interessi del gruppo sociale che lo ha eletto egli non può esercitare quella mediazione tra opposti interessi che è il vero fulcro della democrazia e che permette alle assemblee legislative di giungere alla migliore soluzione possibile nell’interesse della nazione tutta. L’intralcio di un simile limite apparve evidente quando, durante la rivoluzione francese, il Terzo stato degli Stati Generali (esso rappresentava solo il ceto popolare, con esclusione del clero e dell’aristocrazia) si autoproclamò “Assemblea Nazionale” cioè Camera legislativa di tutta la nazione francese. Nessuno degli eletti poteva considerarsi portatore degli interessi del solo terzo stato e dunque nessuno degli eletti poteva considerare il suo mandato limitato nelle decisioni da assumere. Com’è stato esattamente osservato, il principio del divieto di mandato imperativo ha un valore in funzione del confronto democratico tra le varie forze politiche organizzate in partiti. Da qui la dottrina costituzionalistica ha osservato che il principio di cui al nostro art. 67 cost. non è altro che una descrizione simbolica del rapporto tra l’eletto ed il partito. In altri termini: il divieto di mandato imperativo deve coniugarsi con una leale tutela delle posizioni politiche del proprio gruppo di riferimento (da intendersi sia quale partito sia quale porzione della società). E qui arriviamo al nodo: il divieto di mandato imperativo reca con sé il principio di lealtà verso le idee politiche difese in campagna elettorale ed in forza delle quali si è stati votati. Il civilista, qual io sono, non ha difficoltà a ricordare che qualunque contratto deve essere eseguito secondo correttezza e buona fede. Dunque il principio di cui all’art. 67 cost. ha un suo interno limite: quello della lealtà verso l’elettore. Per comprendere se i limiti interni alla libertà di mandato siano essenziali al funzionamento di quella stessa democrazia che della libertà di mandato si nutre, torna assai utile leggere qualche passo della sentenza con cui la Corte Costituzionale sudafricana affrontò il tema. All’epoca l’African National Congress era il partito di assoluta maggioranza e con pratiche di floor-crossing poteva impedire agli altri partiti di dar vita ad un vero dibattito democratico. In pratica le clausole antidefezione previste dalla legislazione erano ritenute valide in un momento di emergenza democratica giacché servivano a rendere palese quell’implicito principio di lealtà che ho sopra menzionato. “Le parti hanno sostenuto che nelle condizioni prevalenti in Sudafrica la clausola anti defezione fosse una previsione essenziale per promuovere la democrazia. Questo avviene perché noi siamo una democrazia nuova e fragile nella quale il partito di governo controlla quasi i due terzi dei seggi dell’assemblea e ciò comporta che il partito di maggioranza abbia capacità di attrarre i membri di altri partiti offrendo loro incentivi. Si sostiene quindi che se vieni ammessa la defezione è molto probabile che venga indebolita la posizione dei piccoli partiti e dunque la democrazia stessa.” (Constitutional Court of South Africa, case CCT 23/02, october 4, 2002). Può apparire sorprendente ma la situazione attuale italiana è forse anche più grave di quanto si possa immaginare. Com’è noto, l’attuale legge elettorale contiene le stesse ragioni di illegittimità costituzionale della legge precedente. La dottrina costituzionalistica da sempre sostiene che la reiterazione di leggi già dichiarate incostituzionali costituisce un atto di rottura del patto costituzionale; cioè si tratta di eventi eversivi. La realtà drammatica, dunque, è che in questo momento tutte le forze partitiche tradizionali hanno dato vita ad un tradimento costituzionale che ha condotto il paese in uno condizione di sospensione della democrazia. Detto in modo brutale: in Italia si è instaurata una forma di dittatura silenziosa. Questo blocco unitario di potere (non richiede dimostrazione il fatto che le forze politiche di destra e di sinistra costituiscono in realtà un partito unico al potere) ha quella forza attrattiva e corruttiva attribuita dalla Corte Costituzionale sudafricana all’ANC. In un simile frangente, dunque, esplicitare il contenuto di lealtà e correttezza connaturato alla libertà di mandato di cui all’art. 67 cost. non è una violazione dell’articolo stesso, bensì una riconferma di esso, anche e soprattutto in ragione del valore fondante dell’art. 1 che ci ricorda che la sovranità appartiene al popolo. Non sarei allora così sicuro che la clausola anti defezione prevista dal nostro regolamento possa un giorno essere considerata nulla. Non posso prevedere quale sarebbe l’esito finale di un procedimento (di certo lungo) chiamato a giudicare la validità della nostra clausola interna. Per ora quel che è certo è che i nostri avversari studiano poco?

M5s, parte la gogna contro i parlamentari passati alla lega. Redazione de Il Riformista il 14 Dicembre 2019. Come da tradizione stellata, i parlamentari grillini sono i migliori di tutti finché fedeli alla linea del capo. Salvo trasformarsi in cinici profittatori assetati di prebende e denari, se decidono di lasciare il partito. Prassi consolidata che da Pizzarotti, a Nugnes e De Falco, non smentisce mai se stessa, all’insegna di accuse che si ripetono stanche a ogni “tradimento”. Dunque sotto a chi tocca. Stavolta è il braccio destro di Luigi Di Maio, Dario De Falco, a procedere alla character assassination di Ugo Grassi e Francesco Urraro, transitati nella Lega, e di Stefano Lucidi. «Vi racconto chi sono i traditori», è la premessa che apre il post su Facebook. Poi la gogna. Di Ugo Grassi scrive: «Vi basti sapere che l’ho incontrato a luglio dello scorso anno perché era critico sulle restituzioni di parte dello stipendio. era agitatissimo e in quella circostanza piangendo mi disse che “così non si riusciva a campare”. Gli risposi “vai a dirlo a chi non lavora o a chi si fa il mazzo per 12 ore al giorno a 700/800 euro al mese!”». In sintesi? Era un avido. Poi è il turno di Urraro. «Mi ha raccontato – dice De Falco – che il suo problema politico fosse l’entrata in vigore della nuova legge sull’interruzione dei termini di prescrizione. Ci aveva ripensato, non era più d’accordo e l’ho invitato ad incontrarci l’indomani per discutere del tema anche con il Ministro Bonafede, ma qualche minuto dopo esserci salutati ho capito che quello era solo un pretesto». Sintesi: bugiardo, e anche un po’ sciacallo. Infine la terza coltellata a Stefano Lucidi, «arrabbiatissimo, perché quando Luigi Di Maio è stato in Umbria, la sua regione, non ha scattato neppure un selfie con lui e con questo un parlamentare dimostra di non contare un caxxo!».

Intervista. «I grillini hanno soffocato il cambiamento e oggi sono peggio di quelli che criticavano». M5S, Salvini, le sardine, e la storia di una speranza tradita. Dalla piazza maggiore del V-day a quella di oggi, Giovanni Favia racconta dieci anni di parabola finita in un «vuoto politico spaventoso» e in un «grosso danno culturale». Susanna Turco il 22 novembre 2019 su L'Espresso. Dalla piazza del V-Day a quella delle Sardine. Dalla destra berlusconiana del Pdl («Pd-meno-elle») a quella no-immigrati di Matteo Salvini. Primo pupillo di Beppe Grillo, primo eletto in una città importante, Giovanni Favia è il testimone per eccellenza di questo decennio. Organizzò il debutto dei grillini in Piazza Maggiore nel 2007, è stato il pupillo originario di Beppe Grillo (quando Luigi Di Maio era il referente di Portici e Alessandro Di Battista votava Veltroni), il primo consigliere comunale dei Cinque stelle in una città capoluogo, poi anche in Regione. Era il predestinato, il prototipo del grillino prima maniera, alla fine divenne il primo espulso. Adesso che l’elezione regionale in Emilia Romagna si fa affare nazionale, e Bologna torna nell’occhio del ciclone con le Sardine in piazza, il Pd di Zingaretti che arranca in mezzi rinnovamenti e la Lega che si prende addirittura il PalaDozza, l’ex prototipo del grillino prima maniera - nel frattempo divenuto imprenditore con otto tra locali e ristoranti - a 38 anni guarda la politica con un occhio non disinteressato, e vede un «vuoto politico enorme, impressionante: un buco nero», tra il M5s «che è morto» e il Pd che «nemmeno lui» si sente tanto bene («per eccesso di forza, almeno qui, è diventato inerte»).

Salvini finirà per espugnare la regione più rossa d’Italia?

«Sono andato al PalaDozza, a vedere l’apertura della campagna elettorale leghista. Da osservatore, per curiosità. Ma non ho visto questa ondata pazzesca. Ho visto un po’ di ceto medio, ho visto quanto funziona lui, Salvini. Ma se vuoi fare il miracolo, strappare una regione come questa, in cui il Pd è strutturato, radicato nonostante tutto, e ha portatori di preferenze molto forti, devi avere un candidato fortissimo. Capace di parlare non tanto al tuo elettorato, ma agli altri, agli indecisi. Capace di suscitare speranza, accendere la fiamma. La candidata governatrice Lucia Borgonzoni cosa è di tutto ciò? Il suo antagonista, Stefano Bonaccini, alla fine, è un uomo fortunato».

Nel decennio scorso, Bologna ha tenuto a battesimo i primi passi dei Cinque stelle. È tutt’ora all'avanguardia?

«Casaleggio aveva capito tutto, quando decise di fare qui il V-Day, nel 2007: era il posto giusto. Perché è la città dove, contando la dimensione, c’è più avanguardia in assoluto in Italia. È la meno conformista, come vivacità culturale. È un serbatoio forte, guarda alle diversità, ha le antenne. Ed è stata tutto. Un laboratorio. Una città dove si cambia in fretta. È stata papalina, ghibellina, è stata nera – molto fascista, cosa che si dimentica – e poi è stata super rossa. C’è stata la resistenza più forte, partita dalle montagne. E poi è stata grillina».

E adesso cosa è?

«Adesso è orfana. O forse è finita, come tante città sta diventando una non-città. Divorata prima dai city users, poi dal turismo».

Dopo essere stata grillina non può essere «sardina»?

«Bologna sardina c’è sempre stata, è legata alla presenza degli studenti, al vasto mondo della sinistra. È una città però da sardine, questo sì. Ci sta che quattro ragazzi lancino qualcosa e ci troviamo in sedicimila sul Crescentone: è Bologna. Però questa roba qui ci sarà sempre, come nel 2005 quando occuparono, c’ero anche io, l’università col Dragone cinese».

È andato a piazza Maggiore a vedere le Sardine?

«L’ultima volta, in piazza, ci sono stato per sentire Tsipras. Ora che ci andavo a fare? Conosco quelli che erano là. Tutti belli, contenti, inconsapevolmente a sostegno del potere costituito - il Pd. È bene che si vada in piazza per affermare valori generici ma condivisibili. Ma politica non è dire: “Siamo contro odio, intolleranza e discriminazione”. Cioè vai in piazza per i lavoratori dell’Ilva? Il precariato? Macché. C’è l’antisalvinismo, non altro. Come il popolo Viola: a che è servito?».

Rimpiange il V-Day?

«Quella piazza sì che segnava un cambiamento politico. Era una folla che si metteva nelle mani di un comico, parlava alla sinistra e diceva: noi andiamo con lui, non seguiamo più voi. Un cambiamento fortissimo. Anche troppo violento, visto con gli occhi di oggi. Grillo era eversivo: non fosse che era una farsa, perché lui era un rivoluzionario in pantofole».

I Cinque stelle rastrellarono i voti a sinistra e adesso li lasciano alla destra di Salvini?

«Il problema vero è quello che M5S ha portato nella cultura collettiva italiana, che dopo il loro passaggio si è aggiornata in negativo. Un danno culturale e politico che è stato grosso: hanno avuto un impatto molto forte, anche per come - si guardi al taglio dei costi della politica, diventato nel frattempo un taglio ai costi della democrazia - sono stati seguiti dagli altri partiti. Anche se loro nel frattempo si sono accartocciati».

Dice il ministro M5S Vincenzo Spadafora che molti obiettivi sono raggiunti: reddito di cittadinanza, taglio dei parlamentari, spazza-corrrotti, lotta alla casta.

Sembra l'elenco degli obiettivi stagionali di un club di calcio: coppa Europa, quarto posto...Ma è politica, lo sguardo dovrebbe essere a 360 gradi: il valore è più quello che rappresenti culturalmente, ed è lì che hanno fallito. Non si tratta di riuscire a portare due leggi a casa. Anche perché l’Italia non è che cambia perché c’è lo spazza corrotti. Erano rivoluzionari, adesso si sono incassati le leggi che servono per fare i meme».

E quando hanno smesso di fare la rivoluzione?

«Il movimento era nato su politiche legate alla gestione del territorio - era quella la nostra forza - tant’è che eravamo assenti al livello nazionale, non avevamo posizioni per esempio sulle politiche del lavoro, o migratorie. Il peccato originale è stato voler fare il salto, senza elaborare un percorso condiviso. Il programma del 2013 è stato un programma di marketing, scritto in una notte, in venti punti, da Casaleggio e Grillo. E lì è partita la crepa che ha portato alla crisi politica del M5S di oggi, e al fatto di essere stati vampirizzati da Salvini. Un partito incerto, che voleva portare a casa solo adesivi da attaccare, ma senza una visione complessiva, e soprattutto che farfugliava ambiguamente sul tema oggi più grosso che è quello dell’immigrazione. Era scontato finisse male».

E perché si decise quel salto?

«È accaduto quando si è rotto il contratto tra Italia dei Valori e la Casaleggio. Fino a quel punto, il partito di Di Pietro copriva la politica nazionale e regionale, la rete dei meet up quella locale. E Grillo diceva che non saremmo mai presentati alle elezioni. Poi c’è stata la divaricazione da Di Pietro. E al Teatro Smeraldo di Milano, quando si è fondato il Movimento, la linea politica si è capovolta. Da un giorno all’altro Grillo ha detto: ho cambiato idea, candidiamoci. Un congresso senza congresso, che ha segnato l’inizio della fine».

Quel giorno proprio lei fu citato come il futuro.

«Era tutto diverso da come sembrava. Lavoravamo a gratis per l’Italia dei valori. Ci prendevano in giro. Questa è la verità, che non avrei voluto scoprire mai. Casaleggio ci avvicinava a Di Pietro in mille modi: era l’unico politico con cui era tenero. Ci buttava sempre in mezzo alle cose Idv, alle loro manifestazioni. Talvolta il blog lo condivideva. Il movimento fu palese quando Di Pietro candidò alle europee Sonia Alfano e Luigi de Magistris, che erano i candidati nostri. Idv prese l’otto per cento: fu Casaleggio che gli diede quei voti. Noi non volevamo mica».

Beh avevate in comune più di qualcosa.

«Eravamo giustizialisti, l’unica cosa di cui sono pentito».

Perché?

«Ho visto le cose da dentro. Avevo molta fiducia. Il combinato disposto pm-giornalisti sembrava una cosa da eroi, e invece non lo era: l’ho capito nel tempo. Adesso non prendo più per oro le veline dei magistrati. E, a livello umano, penso che non sia giusto utilizzare politicamente i guai giudiziari dei singoli. Anche perché l’onestà non è un punto di programma. È una condizione pre-politica. E l’animo umano è insondabile».

Quando è che nei Cinque stelle l’onestà è diventata un punto del programma politico?

«C’è sempre stata. Chiedere una politica pulita, bla bla bla: giustissimo. Però quando si è alzata la pressione del marketing, tutto ha perso di senso. L’onestà con l’acca davanti».

Honestà Honestà. Quando è accaduto?

«Duemilatredici, sempre là. Ro-do-tà Ro do tà . Erano quei tempi lì, dei tà-tà-tà».

Che effetto fa, rivisto adesso?

«Mi fa senso. Perché poi cosa diventano? Peggio. Di solito, i moralizzatori, quando si fanno classe dirigente, diventano peggio della classe dirigente precedente. Perché è invidia, di base. Prendi la Taverna: “Oh io non sono politico, diceva”. E alla fine si è laureata in Scienze politiche. La vedi oggi tutta agghindata. Cioè: voleva diventare come loro. È questo».

E lei non voleva diventare come loro?

«No. Io ero il prototipo del perfetto grillino prima maniera. Io al massimo mi sono tagliato i capelli quando ho fatto il candidato sindaco. E anche adesso, che ho i ristoranti, giro con la Panda a metano. Questi vanno in giro con l’occhialino di Armani o il botulino. Sono quello che dicevano di combattere. Ma hanno avuto strategie vincenti. Hanno usato la loro capacità di fare audience, con le tv, per far diventare i mezzi di comunicazione i loro house organ. L’agenzia di marketing che si è fatta partito. È una comunicazione nuova. Alla fine, i grandi movimenti di massa che hanno incantato i popoli hanno sempre utilizzato un momento di cambiamento tecnologico che non era stato compreso dai loro competitor. La radio e la filodiffusione, Berlusconi con la tv. Adesso i socialmedia. È stata la loro arma, l’hanno saputa usare. Ma hanno lasciato il cambiamento appeso a metà».

In che senso?

«Nel senso che hanno soffocato ogni possibilità di cambiamento. Sono entrati in gioco nel momento giusto. La crisi politica, la crisi economica. Gli italiani erano pronti . Ma loro hanno occupato lo spazio del cambiamento abusivamente: perché era gattopardesco, era invidia sociale appunto. Solo che i tanti che si sono avvicinati a loro, lo hanno fatto pensando: è l’ultima volta. Ebbene, costoro hanno preso una fregatura tale che non torneranno chissà per quanto ad occuparsi di politica. E senza una base, una partecipazione, come si fa?».

Non è che invece si rifugiano nella destra?

«Alle classi medio-basse la sinistra ha smesso di dare risposte. Il Pd è diventato il partito del libero mercato, immigrazionista, lgbt: non parla alle fasce deboli, a chi vive di più il disagio sociale. Sembra fuori dal mondo. I Cinque stelle si erano infilati in quel vuoto, ma eravamo riusciti ad agganciare la gente sull’emozione, non con dei veri, solidi, argomenti. Adesso è Salvini a farlo, a dare risposte - a modo suo. Rudi, insufficienti: almeno alla gente fa capire che si preoccupa».

In piazza funziona come Grillo?

«È efficace, funziona, non fa innamorare: c’è gente che non lo stima e lo vota. Grillo incantava la folla. Era davvero una roba spaventosa, quando si buttava col canotto sulla gente. Sembrava il Papa. E i Cinque stelle erano veramente eversivi. Ero contrario al governo giallo-verde, ma considero una fortuna M5S si siano alleati con la Lega, che li ha fermati».

Non crede che Salvini sia ancora peggio?

«Molti lo pensano, io no. Salvini è bravo, non ha una comunicazione imbattibile. La Lega sta nel sistema politico da tantissimo tempo. Rappresenta un ceto produttivo, governa. Certo, adesso è arrivato Salvini che ha questi toni da tribuno: ma è truce, non eversivo. È il risultato di un malessere, non una causa. I Cinque stelle, da soli, sarebbero arrivati a fare le stesse sue politiche. Ma da partito unico, senza alleati. Con quel mix di nazionalismo e tematiche sociali che avevano costruito. E allora sì che sarebbe stata una situazione pericolosa. Ma Salvini li ha fermati. Per fortuna. Il problema è che hanno creato un buco nero nella politica, e quel vuoto non l’ha occupato nessuno. È sparita la più grossa massa elettorale delle politiche, ed è ancora orfana. È crollata la partecipazione».

Ci sarebbero le sardine...

«Il problema è che non possono avere rappresentanza politica, visto che Pd e 5S sono i responsabili dell’ascesa di Salvini. I grillini delusi voteranno qualcosa alla fine. Ma il problema è di cosa si innamoreranno. Per ora di nessuno. Per ora».

«Grillo tolga il simbolo, così  si chiude una fase». I mille focolai del Movimento che fanno vacillare Di Maio. Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 da Corriere.it. «Beppe Grillo dovrebbe toglierci il simbolo, in modo da chiudere una fase e far rinascere qualcosa di nuovo». «Mi chiede se i gruppi rimarranno compatti? Onestamente non so dirlo». A parlare sono due big del Movimento: voci distinte, unite da un pensiero comune: il futuro incerto dei Cinque Stelle. Anche i governisti evocano scenari fino a poco tempo fa improbabili: «Di Maio sta chiedendo solo unità e compattezza: se il gruppo si sfalda Luigi è pronto a mandare tutti a casa». Eppure i malpancisti — che hanno obiettivi e motivazioni differenti, ma una voglia condivisa di cambi ai vertici — iniziano a essere diffusi a macchia d’olio in tutta la penisola, dalla Sicilia al Lombardo-Veneto. Proprio l’isola è la culla dei focolai più accesi. C’è chi come il senatore catanese Mario Michele Giarrusso (che a febbraio aveva mimato le manette in Aula ai colleghi dem) ha mal digerito il cambio di governo e alcuni passaggi politici di Di Maio. Il deputato filo giallorosso Giorgio Trizzino, invece, è l’autore di un documento per riformare il Movimento separando la leadership da ruoli di governo e ha dalla sua venti-trenta parlamentari. Un volto storico come l’eurodeputato Ignazio Corrao, invece, si è sentito non appoggiato nella volata per le Europee (Di Maio impose delle capilista) e ha criticato spesso le scelte (e i risultati) del capo politico. Discorso analogo per Laura Ferrara, calabrese. E proprio dalla punta dello Stivale arrivano altri fronti. Nicola Morra ha convocato una riunione dei parlamentari che è stata letta da molti come una sfida al ministro degli Esteri, ma che — assicurano persone vicino al senatore calabrese — «voleva essere un luogo di progetto, incontro e discussione». Anche Dalila Nesci, che si è proposta come candidata governatrice M5S per le prossime Regionali, e che è pronta a chiamare in causa anche Grillo pur di correre. In realtà, il Movimento è diviso, dilaniato anche al suo interno a partire dalla base per arrivare fino al Parlamento (sintomatica è l’impasse per la scelta del capogruppo a Montecitorio). E le elezioni in Calabria ed Emilia-Romagna rischiano di diventare la miccia in grado di far deflagrare i Cinque Stelle. I parlamentari non sono concordi e si attaccano tra loro, i vertici — visti i sondaggi che stimano il M5S sotto il risultato umbro — sembrano più orientati a una pausa, ma una decisione non è stata presa. Ci saranno nuovi incontri, ma prende quota l’idea di una consultazione su Rousseau per sgombrare il campo da dubbi. Altro tema spinoso è ovviamente Ilva. In Puglia il malessere verso la gestione dei Cinque Stelle è incarnato da Barbara Lezzi, ex ministro, molto critica con Di Maio ed esponenti a lui vicini come Vincenzo Spadafora. Sulla stessa linea anche Gianluigi Paragone (che sembra essersi riavvicinato a Di Maio dopo il caso Umbria). E tra chi punge il leader non mancano gli ortodossi come il campano Luigi Gallo. Ma non sono solo i parlamentari o gli eurodeputati le spine nel fianco. Ci sono anche i territori, anche se con modi e obiettivi diversi. Nel Lazio Roberta Lombardi è sul piede di guerra da anni. Ora freme anche il Nord. I consiglieri regionali, il lombardo Dario Violi e il veneto Jacopo Berti (che è anche uno dei probiviri), hanno lamentato uno scollamento dalle esigenze del Lombardo-Veneto. Non un atto di accusa al leader, stavolta, ma la richiesta di un cambio di passo. E anche il fedelissimo Stefano Buffagni da tempo è chiuso in un eloquente silenzio.

Paolo Becchi, lo strano intreccio tra M5s e magistratura: "Pazzesco, cosa gli hanno concesso di fare". Paolo Becchi su Libero Quotidiano il 22 Ottobre 2019. Sta sfuggendo alle cronache politiche il significato dell' ordinanza cautelare del collegio del Tribunale di Roma che, pronunciandosi sul ricorso promosso da Gregorio De Falco avverso il provvedimento di espulsione dal MoVimento 5 Stelle, lo ha rigettato, ritenendo rilevante - ai fini della rescissione del rapporto associativo - il vincolo di mandato introdotto dal codice etico attualmente vigente. Per meglio capire la portata dell' ordinanza, che se confermata in sede di merito renderà inutile il procedimento di revisione costituzionale dell' art.67 (quello che esclude il vincolo di mandato), occorre fare un passo indietro. Il 31 dicembre 2018 il collegio dei probiviri del partito di Grillo ha espulso Gregorio De Falco contestandogli due condotte: 1) l' aver votato, in Commissione lavori pubblici, a favore dell' emendamento che eliminava in radice la possibilità di applicazione del condono del 1985 agli abusi edilizi commessi ad Ischia tra il 1990 e il 2003; 2) il non aver votato la fiducia in sede di conversione del decreto Sicurezza. Il Senatore De Falco avrebbe violato, secondo il provvedimento disciplinare, due clausole del codice etico: quella che impone al parlamentare di uniformarsi a quanto preventivamente votato a maggioranza dal gruppo parlamentare per decidere su argomenti attinenti la linea dell' esecutivo, e quella - definita un vero e proprio vincolo di mandato dallo stesso Di Maio - che impone di votare la fiducia ai governi in cui il premier sia espressione del M5S. De Falco ha impugnato il provvedimento di espulsione.

IL PARADOSSO. Orbene, il Tribunale nel rigettare la richiesta di sospensione cautelare, glissando sul rilievo che l' espulsione per violazione vincolo di mandato comporta in automatico l' applicabilità della sanzione pecuniaria di 150mila euro e l' obbligo di dimissione da parlamentare (sul punto non si è espressa, ritenendo che all' attualità la sanzione pecuniaria non è stata escussa ed è pertanto da ritenersi rinunciata), ha, per la prima volta nella giurisprudenza, ritenuto che la violazione di una norma nulla sia produttiva di effetti giuridici, e cioè che essa legittimi lo scioglimento di un contratto associativo. Mi spiego. La nullità della clausola che impone il voto di fiducia è palese: la funzione parlamentare (in cui è ricompreso il voto di fiducia previsto dall' art. 94 Cost) è considerata dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione come funzione indisponibile esercitata nell' interesse della Nazione, tant' è che l' attività del parlamentare è equiparata a quella di un pubblico ufficiale. Come l'esercizio delle funzioni di un pubblico ufficiale non può costituire oggetto di un accordo tra privati, tantomeno in forma coercitiva, così le prerogative parlamentari, essendo per definizione indisponibili, non possono costituire oggetto di regolamentazione negoziale tra privati. Per utilizzare un' iperbole, è come se si ritenesse rilevante la violazione di un obbligo in cui una delle due parti private ha assunto l'impegno di cedere a terzi la propria libertà sessuale o un organo del proprio corpo. La clausola privatistica che ha per oggetto l' apposizione di un vincolo a una funzione pubblica indisponibile è giuridicamente nulla perché contraria all' interesse pubblico tutelato dalla norma costituzionale ed essendo nulla la norma la sua violazione non può produrre effetti né avere qualsivoglia rilevanza.

GLI EFFETTI. In sintesi: come non si può rescindere un contratto per la violazione di una norma nulla, così non si può essere espulsi da un' associazione per la violazione di una norma affetta da nullità. Il Tribunale di Roma giustificando la rescissione di un vincolo giuridico sulla base di una norma nulla sovverte basilari principi di diritto che sono pacificamente ritenuti incontrovertibili dalla giurisprudenza di legittimità. È significativo che il MoVimento 5 Stelle non abbia sbandierato pubblicamente questa "vittoria" giudiziaria, preferendo incassare in silenzio la "portata storica" di un' ordinanza che non solo ritiene valido un accordo privatistico che abbia ad oggetto una funzione pubblica indisponibile (abrogando ipso facto l' art. 67 della Costituzione e il principio di incoercibilità della norma nulla), ma ritiene altresì d' inciampo il requisito democratico della preventiva votazione assembleare del gruppo parlamentare per stabilire la posizione da adottare in merito alla richiesta della fiducia da parte del governo. L' ordinanza riduce così il ruolo del parlamentare, senza neanche la necessità di una riforma costituzionale, a quello di un impiegato del settore privato pigiabottoni, punibile con sanzione pecuniaria laddove violi una norma giuridicamente nulla. Pazzesco! Paolo Becchi

S. Can. per il Messaggero il 30 ottobre 2019. «Irrevocabili». Manuela Sangiorgi, ha 20 giorni per ripensarci, e per ritirare le sue dimissioni: se lei lascia, il M5S non riconquisterà mai più Imola.

«E chi se ne importa. Il M5S è morto quando morì Casaleggio».

Ma siete andati al governo.

«Loro. Quando Di Maio era ministro dello Sviluppo economico gli chiesi una mano per Mercatone Uno».

E lui?

«Non mi ha mai risposto».

Ma c' è anche Beppe Grillo.

«Una sera è stato in città e non mi ha nemmeno cercata».

Ma possibile che oggi (ieri ndr) si sia dimessa per queste cose?

«Scusi, ma non ce la faccio più».

All' improvviso Sangiorgi, 46 anni di cui 15 passati al patronato della Uil, scoppia in un pianto liberatorio.

«Hanno detto, i miei consiglieri, che avrei valorizzato il casale di mia madre. Un giorno sì e l' altro pure presentavano la sfiducia contro di me. Qui c' è un pezzo di M5S che va a braccetto con il Pd».

Ormai il mood è questo.

«Ma io liberai Imola, quindici mesi fa. Ho combattuto da sola. Anzi, con il mio portavoce scriveremo un libro».

E chi lo comprerà, scusi?

«Chi vuole conoscere questo mondo. Sono esausta, meglio disoccupata che sindaca grillina. Mi ero dimessa dalla Uil. Pensavo di durare, ma per 2.600 euro al mese non ne vale la pena».

Dicono che dietro le sue dimissioni ci sia il suo fidanzamento con un leghista.

Voce spezzata, ancora lacrime.

«I grillini sono come le SS!».

Non pianga, guardi al futuro.

«In primavera mi sposerò con il mio Simone».

E alle Regionali voterà Lega?

«Credo di sì, ci sto pensando. Anzi, se fossi in Bonaccini non starei tranquillo».

Sangiorgi: «Imola foresta  di pugnali. I 5 Stelle?  Erano all’opposizione». Pubblicato giovedì, 31 ottobre 2019 da Corriere.it. Si riposerà, dice, dopo lo stress di questi giorni, senza ambizioni politiche e da disoccupata. Manuela Sangiorgi, sindaca M5S di Imola dimessasi mercoledì, si difende dai sospetti che possa votare o candidarsi con la Lega alle Regionali in Emilia-Romagna. «Nessun contatto con il Carroccio», è la smentita. Scartata anche l’ipotesi di una lista civica a sostegno del centrodestra. Ieri Massimo Bugani, volto storico dei Cinque Stelle a Bologna e ora capostaff in Campidoglio a Roma, ha respinto l’accusa di Sangiorgi di non essere stata sostenuta dai Cinque Stelle. «Eri commissariata, è vero», ha fatto sapere lui via Facebook, «ma non da me, bensì dalla Lega. Sa tutta Imola che ogni tua scelta passava dal consigliere leghista Carapia e non dai ragazzi del M5S». Simone Carapia è il compagno di Sangiorgi, si sposeranno, ma l’ex sindaca esclude sovrapposizioni tra vita pubblica e vita privata. Il vero motivo del suo addio sarebbe la difficile convivenza in Comune con sei tra i 14 consiglieri del Movimento. «Non hanno voluto riconoscere il mio ruolo», dice ora Sangiorgi, «io sono una persona concertativa, disponibile, che sa mediare, ma loro mi facevano opposizione». L’ex sindaca, in passato responsabile del patronato Uil di Imola, ha spiegato che ormai«entrare in Comune era come entrare nella foresta dei pugnali volanti». Era entrata in Consiglio nel 2013 ed eletta prima cittadina nel giugno 2018 dopo 73 anni di dominio della sinistra. Ma aveva dovuto gestire vari avvicendamenti tra gli assessori, con una maggioranza che via via si è sgretolata. Il colpo finale però è arrivato con la formazione a livello nazionale del governo M5S-Pd. «Credevo negli ideali anticasta dei Cinque Stelle», ha detto, «invece c’è stato un chiaro trasformismo. Mi sono dimessa per non essere in mano al Pd». L’ex sindaca attribuisce non solo a Bugani ma anche a Luigi Di Maio e Beppe Grillo la responsabilità di averla abbandonata a se stessa. «Il M5S non esiste più, è morto quando è morto Gianroberto Casaleggio». Per la città romagnola ci sarà un commissario. I dem hanno intanto aperto alla possibilità di un prossimo candidato sindaco da decidere con il M5S. Freddi però i Cinque Stelle: «Voto su Rousseau».

Espulsioni e dimissioni, perché i sindaci sono il tallone d’Achille del M5S. Pubblicato mercoledì, 30 ottobre 2019 da Corriere.it. Un gigante d’argilla che ha il suo punto debole proprio nella base. Il Movimento nato dai meet up e collegato dalla Rete, che per anni ha sostenuto la fase post-ideologica tra destra e sinistra, continua a cadere a livello locale. Contrasti interni, difficoltà di progettazione, assenza di gruppi: più che a Roma i problemi di un Movimento “fluido” sono da cercare nei territori. Una difficoltà che si riscontra nella gestione dei Comuni, dove i Cinque Stelle hanno problemi sia a presentare liste - nel 2019 hanno corso in poco più di 300 enti su oltre 3800 -, sia ad amministrare quelli in cui si impongono. Il caso di Imola (il quarto Comune per importanza che il M5S governa su 46 in tutta Italia) con le dimissioni della sindaca Manuela Sangiorgi è solo l’ultimo di una lunga serie. «Quando venivo in Comune era come entrare nella foresta dei pugnali volanti. Da una parte il M5s ha suscitato voglia di mettersi in gioco, ma dall’altra non è vero che tutti possono fare politica, non c’è contezza della macchina amministrativa», ha dichiarato Sangiorgi spiegando il suo strappo. Solo quattro mesi fa, a giugno, un altro primo cittadino pentastellato, Roberto Falcone, ha lasciato la guida di Venaria Reale, in Piemonte, dopo una serie di contrasti interni (Falcone ha anche ipotizzato l’espulsione di alcuni consiglieri poco prima del suo passo indietro). In passato aveva messo sul tavolo le dimissioni (salvo poi ritirarle) anche Rosa Capuozzo, all’epoca sindaca M5S di Quarto finita al centro di una inchiesta e scaricata dai vertici. Espulsa. Come Marco Fabbri, uno dei primi sindaci pentastellati, sindaco di Comacchio allontanato dal Movimento nell’ottobre di 5 anni fa per aver corso alle elezioni provinciali (come hanno fatto poi altri primi cittadini, a partire da Virginia Raggi). Fabbri si è poi ricandidato nel 2017, vincendo. Come lui anche Federico Pizzarotti, il volto dei sindaci ex M5S forse più conosciuto e discusso. Il successo a Parma, Stalingrado grillina del 2012, la querelle con Grillo e Casaleggio, lo strappo con i vertici, la sospensione e il suo passo d’addio: una storia lunga oltre quattro anni, che si è conclusa nell’ottobre 2016. Pochi mesi prima, il 30 dicembre 2015 era stato cacciato il sindaco di Gela, Domenico Messinese, salvo come Capuozzo rimanere alla guida del comune. Storia lievemente diversa a Bagheria. Qui il sindaco Patrizio Cinque, dopo essere stato rinviato a giudizio, si è autosospeso pur rimanendo in carica. Il Movimento alle ultime amministrative perde, lui in estate viene ripescato come consulente del gruppo M5s all’assemblea regionale. Molti sindaci, dopo aver fatto il primo mandato hanno preferito lasciare. È il caso di Filippo Nogarin a Livorno (che si è candidato alle Europee ma non è stato eletto), Federico Piccitto a Ragusa, il veneto Alvise Maniero (ora deputato) a Mira, Mario Puddu ad Assemini, in provincia di Cagliari. Solo nel comune sardo il Movimento, però, è stato riconfermato dagli elettori. E solo Roberto Castiglion, sindaco di Sarego e primo sindaco della storia politica pentastellata, è al suo secondo mandato come primo cittadino. Un excursus che mostra tutte le fragilità - a prescindere dai casi spesso contestati di Roma e Torino – del Movimento in chiave amministrativa e spiega perché alcuni big stiano insistendo per rifondare i Cinque Stelle proprio dalle radici.

Ilario Lombardo per “la Stampa” il 31 ottobre 2019. Beppe Grillo potrebbe togliere con uno sbadiglio il M5S dalle mani di Luigi Di Maio. Basterebbe un post, una telefonata, una dichiarazione. E stava per farlo. L' estate scorsa, poco prima che Matteo Salvini sabotasse il governo gialloverde. C' è un episodio che spiega come la distanza tra il creatore-garante del M5S e il capo politico, scelto in una gara senza avversari, si sia scavata nel tempo anche se è emersa solo ora di fronte alla scelta di allearsi con il Pd. Com' è noto, Grillo lo vuole, Di Maio no. Una domenica di giugno, Davide Casaleggio va a Genova, nella villa del comico. Il M5S è in subbuglio. La caduta alle Europee di fine maggio fa male. Il cellulare continua a squillare, i parlamentari che hanno un rapporto da tempo con Grillo evocano il suo intervento, non ne possono più dello strapotere di Di Maio, della scollatura tra le Camere e il ministro. Anche Grillo è sconfortato. Confessa di aver plasmato il M5s su altre idee, smarrite tra compromessi di governo e l' eterno inseguimento di Salvini. «Si parla solo di migranti, dove sono le nostre cose?». L' ambiente, la repubblica fondata sulle start-up che sogna in giro per il mondo. Le differenze tra lui e Di Maio sono radicali, da sempre. Nel caos, Grillo si sente di nuovo strattonato. Il M5s, orfano del suo bastone, non cammina sulle proprie gambe: zoppica. Il comico è brutalmente sincero: «Lo sai, io mi sono rotto i co...». Vuole concentrarsi sugli show, il blog, i viaggi. Non vuole tornare di nuovo nella bolgia romana. E così a Casaleggio jr, quel giorno, fa una proposta: «Perché non ti metti tu alla guida del M5S?». Davide è spiazzato, ma non ha bisogno di pensarci: «Beppe lo sai che il mio sogno è di aprire un diving alle Maldive». Questa del centro immersioni - sua passione - è la risposta che, chi lo conosce, dà ogni volta che si sente stufo di tutto: la società e il Movimento ereditati dal papà, l' Associazione Rousseau, i parlamentari con le loro lamentele. L' episodio è stato raccontato a La Stampa da una fonte vicina a Casaleggio, confermato da un' altra nel M5s ed è noto a Palazzo Chigi. In questi giorni è tornato a circolare tra alcuni parlamentari sotto forma di indiscrezione. Casaleggio si trova in una situazione particolare. Osteggiato da molti eletti, che gli contestano l' investitura dinastica e il versamento di 300 euro mensili per Rousseau, è punto di riferimento per altri, che lo cercano lamentandosi proprio di Di Maio. Lui ascolta e abbozza ma non fa nulla. Perché c' è un patto con Di Maio dal giorno in cui i loro nomi sono stati scolpiti come soci fondatori nell' atto di nascita della nuova associazione M5s: Casaleggio non si sente tagliato per la politica ed è sempre sorpreso quando la stampa o i partiti gli attribuiscono un potere decisionale su linea e programmi che in realtà non ha. Il suo compito è occuparsi di software, soldi e comunicazione, al capo politico tocca governare il M5s e il Paese. L' imprenditore ha un coinvolgimento più diretto nel destino di Di Maio. Ne parlano con Grillo. Dal ministro dipendono gli uomini dello staff, tutti provenienti dalla Casaleggio: Cristina Belotti, e i due soci di Rousseau Pietro Dettori e Max Bugani (quest' ultimo romperà con Di Maio in piena estate e resta tra i più critici verso il leader). Tra luglio e i primi di agosto, all' alba della crisi, Grillo riceve tante chiamate da Roma. La situazione con la Lega sta sfuggendo di mano. E lui non ha mai fatto mistero di mal sopportare la narrazione leghista nella quale è stato risucchiato il M5s. È fulmineo quando si presenta l' occasione di un accordo con il Pd e incenerisce Di Maio, che appena dieci giorni prima aveva giurato: «Mai con il partito di Bibbiano». L'asse con Giuseppe Conte è conseguente. Il comico vede in lui il perno di un progetto che si sta delineando: contaminarsi con il Pd, sciogliere il M5S in un' area progressista con il cuore verde. Un bastione contro l' avanzata della destra sovranista. A fine agosto si rivolge ai giovani Dem, due settimane fa dal palco di Napoli battezza quel progetto: «Siamo noi a dare la narrazione al Pd e a tanti giovani. È meraviglioso». E lancia, a Di Maio, un avvertimento su Conte: «Decidiamo se vogliamo buttare bucce di banana sul suo cammino o affiancarlo».

SCISSIONE A CINQUESTELLE.  Ilario Lombardo per “la Stampa”il 9 ottobre 2019. Due cene. Una di dodici dissidenti, ormai con un piede fuori dal M5S. Un'altra, della fronda di tredici, tra arrabbiati e insoddisfatti di ogni tipo, che pensano ancora di poter agire dall' interno per svuotare il potere di Luigi Di Maio e liberarsi dalla camicia di forza delle regole della Casaleggio Associati e della sua piattaforma Rousseau. Ieri avrebbe dovuto prendere forma il primo bocciolo del futuro gruppo dei fuoriusciti del M5S, a ridosso tra l'altro della festa a Napoli che quest' anno celebrerà i 10 anni di vita della creatura di Beppe Grillo. La legge che riduce i parlamentari e restringe la rappresentanza per solo alcune regioni, doveva essere l'occasione della ribalta. Non è stato così fino in fondo. In undici soltanto si sono assentati. Altri, che pure assicurano di essere determinati ad andare fino in fondo e a voler lasciare il M5S, non hanno trovato il coraggio necessario, spaventati dal contraccolpo mediatico che si sarebbe scatenato dietro le urla dei colleghi. Molto ha pesato anche l'avvertimento fatto trapelare in mattinata da Luigi Di Maio, tramite i suoi uomini in Parlamento: «Chi è contro la legge si assuma le proprie responsabilità». Ne parleranno stasera a cena, dodici dissidenti, pronti alla scissione che dovrà concretizzarsi nelle prossime settimane. Una cena in una casa privata di Roma, dove si ritroveranno anche alcuni tra coloro che ieri hanno abbandonato l'Aula. Contemporaneamente il deputato Giorgio Trizzino, riunirà «un gruppo di amici» in un ristorante al centro di Roma per capire come organizzare le prossime mosse per mantenere la rivolta nel perimetro interno del Movimento. Gli uomini vicini a Di Maio in queste ore fanno circolare una considerazione: «Per una scissione ci vuole un leader». La storia insegna che non è sempre così. Ma comunque un leader potrebbe anche spuntare presto. L' idea della scissione non nasce oggi ma a luglio. E da allora ne è informato anche Federico Pizzarotti, ex grillino, sindaco di Parma riconfermato senza il simbolo del M5S e animatore di Italia in Comune che a fine novembre andrà a congresso. In queste ore si è tenuto in contatto con Roma, per capire quanto questa volta siano concrete le opportunità di una frattura organizzata nel Movimento. Gli hanno assicurato che almeno una quindicina di persone sono pronte all' addio. A Pizzarotti non sfugge che per partire serve un gruppo autonomo, con venti deputati e finanziamenti propri. A quel punto potrebbe diventare attrattivo e giocarsi le sue chance di sopravvivenza su diversi tavoli. Come virtuale partito di Giuseppe Conte, piantato nello spazio politico di centro in competizione con Matteo Renzi e capace di attrarre anche fuori dall' area della maggioranza, e agganciare Italia in Comune e tutte quella rete di amministratori che nell' area di centro sinistra vogliono valorizzare i territori. Anche per questo motivo la legge sul taglio dei parlamentari rappresentava un'ottima occasione di lancio. Perché le principali lamentele sono arrivati da sardi, abruzzesi e altri che hanno visto evaporare la rappresentanza della propria regione a favore del Trentino, terra del sottosegretario Riccardo Fraccaro, padre della legge. Il lavoro che faticosamente stanno portando avanti i registi di questa duplice fronda è iniziato in estate, quando cioè l'insoddisfazione aveva radici nella difficile convivenza con Matteo Salvini. Il governo è cambiato. Ma le dinamiche decisionali dentro il M5s restano le stesse. Ieri, in mattinata, il ministro dei rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà ha avuto un'incrinatura nelle proprie certezze: «Io credo che la riforma passerà. Nel caso in cui non ci fosse un esito favorevole oggi ne prenderemo le dovute conseguenze. Per quel che mi riguarda dovremo assolutamente fare una riflessione interna». D'Incà è sempre stato un grillino sensibile ai tormenti di chi nel M5S comincia a non sentirsi più a proprio agio. Sa quello che sta avvenendo. Ecco perché «una riflessione interna» va fatta, prima che sia troppo tardi.  

Roberto Bordi per Il Giornale il 9 ottobre 2019. Italia 5 Stelle, la kermesse grillina in programma il 12 e 13 ottobre a Napoli, parte con il piede sbagliato. Infatti, nonostante i post entusiastici pubblicati nelle ultime ore sul blog ufficiale del Movimento, già si registrano le prime defezioni. Assenze di peso, in primis quella dell'ex ministro Giulia Grillo, che proprio oggi ha accusato Luigi Di Maio di non averle mai dato ascolto durante la sua esperienza da responsabile del dicastero della Salute. Grillo non ci sarà. Come lei altri due big pentastellati: Barbara Lezzi e Gianluigi Paragone. Lezzi, dopo avere attaccato su Facebook di Maio sulla questione della candidatura in Calabria di Dalila Nesci, ha confermato ad Adnkronos che non sarà alla festa del decennale del Movimento. "Non ne ho proprio voglia. Non è dissenso il mio, ma assenza di entusiasmo". Ancora più duro Paragone, feroce critico del patto tra M5S e Pd: "Cosa vado a dire a Napoli che sono contrario su tutto? Abbiamo fatto un governo col Pd, cosa posso raccontare io a Italia 5 Stelle? È ovvio che me ne starò a casa mia". Oltre a Lezzi e Paragone, a dare forfait è anche - per motivi personali - Alessandro Di Battista. Insomma, saranno parecchi i big del partito a mancare alla storica kermesse grillina. Infatti, sono passati già 10 anni dalla fondazione, ad opera di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, del Movimento 5 Stelle. Dal 2009 ad oggi, non sono mancati dissapori e fratture, anche dolorose. Come quella che nel 2016 portò all'espulsione del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti. Ma i problemi non mancano neppure oggi. Perché dalla nascita del governo giallo-rosso, dentro al Movimento è cresciuto il fronte dei malpancisti rispetto all'alleanza con il Pd. Tanto che dietro l'angolo ci sono una o più scissioni. Una trentina i deputati pentastellati pronti ad andarsene. E con loro una fetta del popolo che nel 2018 votò a valanga il partito anti-casta, passato nel giro di pochi mesi dal 32% delle Politiche al 18% di oggi.

Il M5S compie 10 anni tra mutazioni, sfide e venti di scissione. Rocco Vazzana il 4 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Il 4 ottobre 2009 Grillo annunciava il suo partito. Oggi I nemici di Di Maio propongono un ritorno alle origini, aggiornando la “carta di Firenze”, un modo per dire stop alle alleanze. Dieci candeline. Sono quelle che oggi potrà spegnere il Movimento 5 Stelle sulla propria torta di compleanno. Un’occasione per guardarsi alle spalle e fare un bilancio di questo primo tratto di strada, tra tabù abbattuti, volti dimenticati e guerre fratricide ancora da affrontare. È passato parecchio tempo da quel 4 ottobre 2009, quando, in un teatro Smeraldo di Milano senza neanche più un posto in piedi, Beppe Grillo annuncia la nascita del suo partito. A godersi lo spettacolo dal palchetto d’onore ci sono Adriano Celentano, Claudia Mori e un Luigi de Magistris appena eletto parlamentare europeo con l’Italia dei valori. A scrivere la “sceneggiatura” dello show è Gianroberto Casaleggio. A Palazzo Chigi, da poco più di un anno, siede un Silvio Berlusconi al suo quarto tentativo di governo. Alfano alla Giustizia, Maroni all’Interno, Tremonti all’Economia e Gelmini all’Istruzione. È in questo contesto che muove i primi passi una nuova creatura politica già testata nelle piazze dei V- Day. Ambiente, Parlamento pulito, beni comuni e rifiuti zero. Sono queste le chiavi del successo che portano Grillo a bruciare le tappe del consenso popolare nel giro di pochissimi anni. Il 4 ottobre, giorno di nascita del santo “poverello” di Assisi, è in se il programma politico più efficace di un movimento fondato sul dogma della semplicità, della massaia scrupolosa perfetta per gestire il Tesoro. Obiettivo dichiarato: entrare in tutti i Comuni e le Regioni chiamate al voto da lì a poco. In realtà le “Liste Civiche” a 5 stelle sono già una realtà da qualche mese, hanno già eletto il primo consigliere comunale in un capoluogo importante come Bologna: Giovanni Favia, volto vincente del primo grillismo, e primo espulso eccellente della storia pentastellata. Linea programmatica definita per tutti i Comuni italiani è la “Carta di Firenze”, sottoscritta nel marzo dello stesso anno. Dodici punti – dall’acqua pubblica al verde urbano, passando per i trasporti e le fonti rinnovabili – da adattare a ogni contesto elettorale. È il primo “testo sacro” grillino, lo stesso a cui oggi un manipolo di dissidenti dichiara di volersi ispirare. Da ieri notte, infatti, è possibile consultare on line una versione aggiornata di quella Carta, un testo a cui i nemici interni di Di Maio hanno fatto un tagliando proprio per mettere in discussione i poteri troppo accentuati del capo politico. «Siamo attivisti e portavoce che credono nei valori fondativi del MoVimento 5 Stelle e li proteggono con passione», scrivono i ribelli, capitanati dal consigliere regionale del Lazio Davide Barillari. «Siamo in tanti a volere un M5S unito e coerente, senza scissioni o correnti: “cittadini attivi” che guardano al futuro del Mo-Vimento 5 Stelle che hanno contribuito a creare e far crescere». A incattivire i dissidenti è «l’accordo con il nostro nemico storico, il Partito Democratico», che «si sta estendendo anche nelle Regioni ( Umbria, Emilia e Calabria) e nei Comuni…. con effetti molto preoccupanti e deleteri per noi», scrive su Facebook Barillari, invocando un nuovo «Rinascimento a 5 Stelle», coerente con quello annunciato da Grillo dieci anni fa. Certo, il 4 ottobre del 2019 i due fondatori non considerano nemmeno la possibilità di correnti e fronde all’interno del M5S, dove uno vale uno ma alla fine decidono in due. Rousseau non è ancora nemmeno un progetto, le discussioni, i contributi e gli scontri si consumano sui meet- up, forum territoriali di confronto politico, facilmente indirizzabili dall’alto ma molto meno addomesticabili. Eppure, quando qualcuno esce dal seminato basta un “post scriptum” in fondo a un qualsiasi comunicato pubblicato sul post di Grillo per espellere senza troppe cortesie l’eretico di turno. Le contraddizioni non impediscono però al comico genovese di riempire le piazze e le urne. Nel 2012 il Movimento conquista Parma con Federico Pizzarotti ( poi espulso), nel 2014 tocca a Livorno con Filippo Nogarin, prima di piantare la bandiera pentastellata, nel 2016, a Roma e Torino. Nel frattempo il 25,5 per cento di italiani sceglie il M5S alle Politiche del 2013, dopo aver inondato Piazza San Giovanni per l’ultimo comizio prima del voto, manco fosse il primo maggio. L’evento è così traumatico per gli stessi grillini, da obbligarli a cambiare pelle, decretando gradualmente: l’emarginazione del fondatore, la creazione di strutture verticistiche, le alleanze. Il resto è storia recente: primo partito alle elezioni dello scorso anno col 32 per cento delle preferenze, e due governi con alleati opposti nel giro di 14 mesi. Mutazioni impensabili che oggi utilizzate dai nemici di Di Maio per chiedere un cambio di passo. Ma quel Movimento non esiste più da tempo e la nostalgia dei dissidenti difficilmente si trasformerà in dissenso organizzato. Non c’è più Gianroberto a dare la linea. Le svolte vengono vidimate dal figlio, Davide, più manager che visionario. La festa può comunque comiunciare. Appuntamento a Napoli per il 12 e 13 ottobre.

M5S, i dieci anni e il disagio di festeggiarli. Il Movimento fu fondato il 4 ottobre 2009 a Milano, da allora tutti i suoi principi sono caduti. Dall'uno vale uno alle poltrone di governo. Oggi Beppe Grillo è l'unico a fare un post: «Se io fossi il MoVimento, oggi sarebbe il mio compleanno». Un incipit che dice tutto. Susanna Turco il 04 ottobre 2019 su L'Espresso. In principio fu il Non. Il «non partito», la «non associazione», che non ha indirizzo né soldi, come si spiegava minuziosamente nel «Non statuto: «Il Movimento Cinque stelle non è un partito, né si intende lo diventi in futuro», recitava l'articolo 5. Sarà per questo che oggi, cadendo giusto i dieci anni della sua nascita- il 4 ottobre 2009 al Teatro dal Verme di Milano – il Movimento Cinque stelle non sembra avere molta voglia di festeggiare. Tutti i suoi principi fondamentali, in un decennio, sono caduti. Il principio dell'«uno vale uno» è a prendere polvere in cantina da anni. Il non statuto è stato sostituito da altri due statuti, l'orrore per «la mediazione di organismi diretti o rappresentativi» mutato in una struttura di partito vera e propria: un capo politico, un garante, una assemblea un comitato di garanzia, un collegio di probiviri, e all'orizzonte si profila addirittura una segreteria con «diciotto facilitatori». La regola dei due mandati sta sfumando nella sublime trovata del «mandato zero» preannunciato in estate da Di Maio. L'assenza di circolazione del denaro – dal no alla quota di iscrizione al no ai rimborsi pubblici – è diventata obbligo per gli eletti a versare trecento euro al mese alla Rousseau. Il no alle alleanze si è tradotto in un sì alle alleanze che ha dell'inedito almeno dagli anni Novanta: prima con la Lega, poi col Pd. In fondo, alla fine, l'unica cosa che è rimasta costante è il potere di Casaleggio, trasmesso di padre in figlio, ed esercitato ora attraverso la piattaforma, come prima attraverso la Casaleggio Associati e il blog di Grillo. Già, Grillo. È proprio lui a salutare l'arrivo del decennio: «Se io fossi il MoVimento, oggi sarebbe il mio compleanno», esordisce con un post non propriamente pimpante, nel quale peraltro usa la prima dizione dell'M5S, quella con maiuscola la V di Vaffa, relega la celebrazione alla scena finale del film “Francesco giullare di Dio” e inchioda l'alleanza col Pd alla seguente alternativa: Necessità di poltrone oppure uno step evolutivo della politica». Entusiasmo a fiumi. Nessun riferimento alla festa annuale, Italia5Stelle, che tra una settimana a Napoli, il 12 e 13 ottobre, celebrerà anche il decennale. Niente, d'altra parte, circola nelle bacheche social dei leader del Movimento. Su Facebook Luigi Di Maio ripropone la sua ultima intervista televisiva, Alessandro Di Battista il compleanno del figlio, Roberto Fico un incontro con bimbi bielorussi, Roberta Lombardi un post di Grillo, Vito Crimi una mostra su Leonardo, Paola Taverna un evento sulla non violenza: lei, almeno, ha messo in copertina la brochure di Italia5Stelle, ma è l'unica.

Una festa (inquieta) per i 10 anni del M5S Grillo: no alle tifoserie. Pubblicato venerdì, 04 ottobre 2019 su Corriere.it da Emanuele Buzzi. Per il garante l’alleanza con il Pd è «uno step evolutivo». Fico: i momenti difficili colpa nostra. Di Maio auspica «qualche stella in più». Casaleggio: «A volte ci siamo fidati di chi poi ha tradito»10 anni di 5 Stelle: «Essere o non essere?»: un dubbio amletico corre lungo tutto il Movimento proprio nel giorno in cui si festeggiano i dieci anni dalla sua fondazione. Un compleanno inquieto, tormentato dalle prospettive future, dai cambiamenti in atto e dalle immancabili tensioni interne. I Cinque Stelle si interrogano su cosa sono e cosa vogliono essere, se ribellarsi o meno alla loro sorte. Gli ultimi sei mesi sono stati scanditi da traumi come la sconfitta alle Europee o svolte epocali come l’alleanza con i dem. Il tutto accompagnato da battibecchi e richieste di passi indietro a Luigi Di Maio. Dieci anni fa, invece, era Beppe Grillo (con Gianroberto Casaleggio) l’alfa e l’omega del mondo pentastellato. E anche oggi e negli ultimi mesi la sua voce cerca di tracciare una strada. «Se siamo riusciti ad allearci con il Pd (e loro con noi) possiamo vederla in due modi: necessità di poltrone oppure uno step evolutivo della politica», scrive e invita ad abbandonare «il tifoso che c’è in noi». Andare oltre, chissà, forse con una prospettiva a lungo termine. Un messaggio che riecheggia anche nelle parole di Roberto Fico («Mi aspetto che in futuro il Movimento sia un apripista di nuove avanguardie») o di governisti come Stefano Buffagni («Evolversi o estinguersi»). E si scontra con chi tra i big sostiene che «il Movimento è morto» o con quegli attivisti delusi che abbandonano o chiedono una nuova carta di Firenze (la tavola pentastellata delle leggi per i Comuni, ndr), con l’addio di Casaleggio a Rousseau e un nuovo leader. Figli di un Movimento che di sicuro non c’è più: quello dello streaming, dell’«uno vale uno», delle piazze al grido di «onestà» e no all’euro. E così tocca a Di Maio tentare di riannodare le fila in questo anniversario, ammettendo gli errori («Qualche volta c’è stato qualcuno che ha sbagliato»), immaginando di vedere i Cinque Stelle «poter crescere in altre nazioni» e, soprattutto, tra dieci anni «con qualche stella in più». Perché cambiare è un imperativo, anche e soprattutto al governo. Il compleanno, certo, serve anche a ricordare da dove si è partiti con Gianroberto Casaleggio — «la guida», «ti spiegava dove arrivare e come arrivare» — e Grillo «l’anima», capace di «mettere in moto le persone». Ma evolversi è complesso. «Il Movimento ha svoltato ogni volta che ci hanno negato un nostro diritto. Ogni volta abbiamo accelerato, siamo saliti di livello e abbiamo raggiunto l’obiettivo», ricorda al Corriere Davide Casaleggio. Nonostante lo scoglio dell’esperienza di governo con la Lega. «A volte ci siamo fidati della parola di altri che poi hanno tradito questa fiducia. Ma era giusto farlo, da parte nostra, almeno la prima volta», assicura il presidente dell’Associazione Rousseau, che invita «a coinvolgere ancora più persone». «Essere al governo non è sufficiente — dice Casaleggio —. I cittadini devono partecipare attivamente al cambiamento del nostro Paese utilizzando anche le nuove tecnologie come già stiamo facendo con Rousseau». Al di là della Rete, però, le trame dei rapporti pentastellati sono risultate a volte fragili. Le liti a Roma e in altri Comuni in passato, ora il gruppo dei senatori in stato d’agitazione. E qualche ex che punge, come Federico Pizzarotti che invita i Cinque Stelle a «emanciparsi dai populisti che lo hanno governato». Crepe interne, ferite, espulsioni, addii dolorosi hanno costellato il percorso. D’altronde lo ricorda anche Fico: «I momenti più difficili non sono mai venuti da altri partiti o da una legge che non si riusciva a realizzare, ma dall’interno, da noi stessi». Conflittualità mai sanate, approcci diversi che sono stati la cifra del Movimento, nonostante tutto, in questi dieci anni. Una natura a tratti lacerante, simile a quella dei «protagonisti di Qualcuno volò sul nido del cuculo», come dice Nicola Morra: «Innamorati follemente della libertà di viaggiare per esplorare nuovi mondi», ma anche tentati da chi li vorrebbe «in qualche porto a godere dell’approdo sicuro». Tensioni che ora però minano la stabilità. Anche se c’è chi prova a sperare: «Solo nell’oscurità puoi vedere le stelle».

 (ANSA il 4 ottobre 2019) - "Crediamo che in questo momento così delicato per il futuro del M5S si debba ristabilire un rapporto paritetico fra gli eletti a ogni livello e la base". E' quanto si legge nella 'Carta di Firenze 2019' il documento messo on line dai dissidenti riunitisi nel capoluogo toscano domenica scorsa. Tra le richieste, oltre ad un'assemblea nazionale, c'è "la revisione dello Statuto e il superamento della figura del capo politico" e "l'attribuzione della piena proprietà e della gestione del Sistema operativo Rousseau al Movimento". "Da tempo - si legge nella Carta di Firenze on line sul sito cartadifirenze2019.it - assistiamo al dissolversi di questo progetto politico. In nome di una fraintesa responsabilità di governo, il MoVimento ha rinunciato ai propri principi identitari: dalla lotta per la ricostruzione di uno stato sociale massacrato da trent'anni di neoliberismo fino alla battaglia per la conquista della piena sovranità nazionale. Riceviamo sia per strada che sul web accuse sempre più sferzanti sulle "promesse non mantenute" e sui compromessi al ribasso. La nostra coscienza di attivisti si ribella e ci impone di riportare il M5S al pieno rispetto dei suoi valori con perseveranza e soprattutto coerenza". Tra le richieste avanzate c'è quella di una "riorganizzazione dal basso che valorizzi il ruolo centrale dei gruppi locali e degli attivisti attraverso assemblee territoriali periodiche alle quali siano tenuti a partecipare i portavoce eletti, su temi locali e nazionali". Inoltre si chiede "coerenza con le principali battaglie identitarie e territoriali del M5S con conseguente allineamento di tutte le scelte politiche locali e nazionali. La formulazione di un codice etico unico e inderogabile che imponga il pieno rispetto del mandato elettorale e disciplini la sovrapposizione tra nomine in società pubbliche o private e cariche elettive, scongiurando conflitti di interesse in qualunque forma". L'ultimo punto è dedicato alle candidature. I dissidenti chiedono la "riformulazione di criteri univoci, oggettivi e democratici per le candidature e le nomine all'interno del M5S, che premino l'esperienza, la competenza e il comprovato attivismo sui territori; apertura alla discussione di nuovi strumenti di valutazione degli eletti che garantiscano un confronto periodico tra la base e i portavoce, così da verificare il rispetto dei principi fondativi del MoVimento e il perseguimento degli obiettivi nell'arco del mandato".

M5S, è online la "Carta di Firenze". Gli "scettici" chiedono stop al capo politico e proprietà di Rousseau al Movimento. Il documento è in Rete da mezzanotte su un sito ad hoc, pubblicato proprio allo scadere del decimo compleanno dei cinquestelle. La Repubblica il 04 ottobre 2019. Più democrazia, stop al capo politico, passaggio della proprietà della piattaforma Rousseau al M5S. Questi i punti nevralgici della "Carta di Firenze", studiata dal gruppo degli "scettici" del Movimento Cinquestelle - i nemici di Di Maio contrari all'alleanza con il Pd -  riunitisi domenica scorsa nel capoluogo toscano per l'elaborazione di un documento da sottoporre ai vertici grillini, proiettato ad 'un nuovo Rinascimento' 5S, scevro da scissioni e correnti. La Carta di Firenze è online da mezzanotte su un sito creato apposta (cartadifirenze2019.it) ed è stata pubblicata non a caso nel giorno in cui il M5S compie 10 anni. "ll nostro cuore batte ancora per il Movimento 5 Stelle. Siamo quelli che da sempre sotto la bandiera del Movimento parlano con le persone per la strada, con la pioggia o con il sole cocente, mettendoci al servizio delle nostre comunità, ai banchetti e nelle piazze", è  l'incipit del documento. Dove non manca naturalmente una critica dura alla "metamorfosi" subita dal M5S in questi 10 anni. "In nome di una fraintesa responsabilità di governo -scrivono gli autori- il Movimento ha rinunciato ai propri principi identitari. Riceviamo sia per strada che sul web accuse sempre più sferzanti sulle "promesse non mantenute" e sui "compromessi al ribasso". La nostra coscienza di attivisti si ribella e ci impone di riportare il M5S al pieno rispetto dei suoi valori con perseveranza e soprattutto coerenza". Dunque le proposte concrete, riunite in 5 paragrafi. Il primo é intitolato alla trasparenza e alla democrazia interna, si chiede la convocazione di un'assemblea nazionale per avviare una riforma dello statuto, che passi per il "superamento della figura del capo politico mediante l'introduzione di organi elettivi e collegiali a livello nazionale, regionale e provinciale, che abbiano l'autorità di intervenire nella gestione dei conflitti interni nelle aree di competenza". Ma anche l'"attribuzione della piena proprietà e della gestione del Sistema operativo Rousseau al Movimento 5 Stelle assicurando la massima trasparenza della piattaforma, in particolare verso le richieste di: accesso pubblico all'anagrafe territoriale degli iscritti, verificabilità degli esiti delle consultazioni". Nella carta di Firenze si chiede poi il "miglioramento di 'Tirendiconto' per aver maggiore trasparenza sulle spese dei portavoce; completa coerenza con le principali battaglie identitarie e territoriali del M5S; formulazione di un codice etico unico e inderogabile che imponga il pieno rispetto del mandato elettorale e disciplini la sovrapposizione tra nomine in società pubbliche o private e cariche elettive, scongiurando conflitti di interesse in qualunque forma". Gli "scettici" del M5S chiedono inoltre una "riorganizzazione dal basso", avanzano proposte sui "processi partecipativi" con tanto di regolamento nazionale e tavoli di lavoro permanenti. Infine, regole nuove per le candidature e le nomine degli eletti all'interno del M5S, nonché "nuovi strumenti di valutazione degli eletti che garantiscano un confronto periodico tra la base e i portavoce, così da verificare il rispetto dei principi fondativi del Movimento e il perseguimento degli obiettivi nell'arco del mandato".

Grillo sconfessa i dissidenti: «L’alleanza è evoluzione». Rocco Vazzana il 5 ottobre 2019 su Il Dubbio. Il 4 ottobre, giorno del decimo compleanno del Movimento 5 Stelle, i pentastellati si spaccano. Doveva essere solo una festa, ma si è trasformata nell’ennesima occasione di scontro interno. Il 4 ottobre, giorno del decimo compleanno del Movimento 5 Stelle, i pentastellati si spaccano. Da un lato i volti istituzionali e lo stesso Beppe Grillo, dall’altro un gruppo agguerrito di dissidenti, contrari al nuovo corso di governo. Il fondatore soffia sulle candeline dal suo Blog, ormai personale, ma con piglio di leader, ideologo e artefice delle ultime manovre che hanno consensito a Giuseppe Conte di rimanere a Palazzo Chigi anche se con una maggioranza diversa. «Se siamo riusciti ad allearci con il Pd ( e loro con noi) possiamo vederla in due modi: necessità di poltrone oppure uno step evolutivo della politica», scrive Grillo, mettendo la firma su una decisione che lo stesso Luigi Di Maio pare aver subito a metà agosto. «Le mummie ci chiamano democristiani? Opinione di mummia resta», è il monito che il comico genovese indirizza agli scettici del suo partito. «Il Movimento si è stampato nella realtà, il Paese inizia a mettersi al passo con fenomeni globali che lo riguardano inevitabilmente», rivendica. Ma per dare risposte al paese bisogna uscire dalla logice della contrapposizione e concentrarsi sulle persone reali, argomenta Grillo. «Una cosa sola sembra vera: il paese è spaccato in due, oppure si è spaccato le due palle? È spaccato in due se è un paese di tifosi, sennò è pieno di gente stanca ed avvilita, la nuova sfida è attraversare il confronto con potenze economiche spaventose senza che la gente sia oppressa», è l’orizzonte indicato dal leader. «Intrigarsi delle nuove tecnologie senza vederle come statsandro Di Battista, che tace su us symbol. La logica dei dazi non sarà mai sufficiente». E a chi ancora non accetta l’evoluzione rapida, tipica dei movimenti, Grillo replica con una battuta: «Vedo tanti occhi aperti alla nuova realtà ed alle nuove sfide, sono così entusiasta che abbraccerei persino Mentana!». Ma l’ottimismo del fondatore cozza contro la diffidenza di chi è convinto di interpretare il grillismo meglio di Grillo. È il caso degli intransigenti, tra le cui schiere figura di diritto il consigliere regionale del Lazio, Davide Barillari, che proprio in occasione del compleanno hanno stilato un documento che mina alle basi l’intera organizzazione del Movimento. È la “Carta di Firenze 2019”, testo che prende spunto dall’omonimo “vademecum” compilato dieci anni fa da Grillo e Casaleggio per le Amministrative 2009, con cui i dissidenti invocano un ritorno alle origini. «Siamo quelli che da sempre sotto la bandiera del Mov imento parlano con le persone per la strada, con la pioggia o con il sole cocente, mettendoci al servizio delle nostre comunità ai banchetti e nelle piazze», è la premessa. «Da tempo però assistiamo al dissolversi di questo progetto politico. In nome di una fraintesa responsabilità di governo», scrivono i nemici di Di Maio, accusando il partito di aver rinunciato ai propri principi identitari. «Dalla lotta per la ricostruzione di uno stato sociale massacrato da trent’anni di neoliberismo fino alla battaglia per la conquista della piena sovranità nazionale». A essersi smarrita per strada in questi 10 anni, secondo i grillini intransigenti, è la coerenza. Per ritrovarla propongono cinque punti programmatici che sconfessano l’intera catena di comando del Movimento: dal capo politico a Davide Casaleggio. Il loro ridimensionamento viene invocato fin dal primo punto, intitolato: “Trasparenza e democrazia interna”. È qui che si chiede il «superamento della figura del capo politico mediante l’introduzione di organi elettivi e collegiali a livello nazionale, regionale e provinciale, che abbiano l’autorità di intervenire nella gestione dei conflitti interni nelle aree di competenza». Ma anche «l’attri-buzione della piena proprietà e della gestione del Sistema operativo Rousseau al Movimento 5 Stelle assicurando la massima trasparenza della piattaforma, in particolare verso le richieste di: accesso pubblico all’anagrafe territoriale degli iscritti, verificabilità degli esiti delle consultazioni». Tradotto: Di Maio e Casaleggio jr sono il problema più grosso da rimuovere. Tra le richieste, anche «un codice etico unico e inderogabile», «la riorganizzazione dal basso» e la formulazione di criteri oggettivi e democratici per le candidature e le nomine all’interno del M5S». Altro che «step successivo», gli scettici si ispirano al purismo dell’uno vale uno francescano dei primi tempi. E tra prese di posizione contrapposte, nel giorno del decimo anniversario si nota però un’assenza importante, quello di Alessandro Di Battista, che tace su Facebook dal 19 settembre. La festa può comunque avere inizio. 

M5S, arriva la stretta  dei vertici: in 274  dai probiviri,  100 i dissidenti già fuori. Pubblicato sabato, 05 ottobre 2019 da Corriere.it. Una scure invisibile. Circa cento tra addii volontari ed espulsioni dall’inizio dell’estate ad oggi. Il Movimento cambia pelle, i probiviri lavorano sottotraccia per risolvere — anche in modo drastico — i casi irrisolti. Segno delle tensioni che serpeggiano tra la base e che si sviluppano in molte Regioni. Il 30 giugno i tre probiviri, in un post, davano il la alla stretta. «Le segnalazioni pervenute dall’11 dicembre 2018 ad oggi sono 1822, di queste 274 hanno evidenziato possibili violazioni dello statuto e/o codice etico e sono state prese in carico dal Collegio», scrivevano, annunciando l’avvio di «109 procedimenti disciplinari, di cui 81 nei confronti di consiglieri comunali, municipali e parlamentari». Al momento, appunto, circa un centinaio di persone non fanno più parte dei Cinque Stelle e il percorso di valutazione degli altri casi si dovrebbe risolvere in tempi rapidi. Intanto, i contrasti stanno crescendo anche sui territori. In Sardegna si è arrivati a uno scontro aperto tra i consiglieri regionali. Due esponenti (Carla Cuccu e Elena Fancello) hanno votato la mozione della Lega per il referendum per abrogare la parte proporzionale della legge elettorale nazionale, causando la reazione degli altri Cinque Stelle in Regione. La capogruppo Desirè Manca li ha attaccati per aver disatteso le direttive nazionali. A lei ha replicato Cuccu, accusando la consigliera di essere «giunta a rinnegare politicamente la bontà di uno strumento di democrazia diretta qual è quello referendario». E Cuccu ventila proprio l’intervento sia di Luigi Di Maio sia dei probiviri. Ma i litigi tra attivisti sono scoppiati — specie dopo il passaggio dal governo gialloverde a quello giallorosso — anche in altre Regioni, in particolar modo nel Lazio dove il gruppo è spaccato addirittura in tre «correnti». E proprio romano è Davide Barillari, uno dei principali promotori del gruppo degli scettici che lanciato l’idea di una nuova carta di Firenze (un punto di riferimento per temi e norme pentastellate) e di un cambio ai vertici. L’idea trova riscontri opposti. «Questo è il momento di compattarsi, lavorare per il bene del Paese e smettere di farsi guerre interne», ha detto venerdì la sindaca di Torino, Chiara Appendino (proprio ieri però, a testimonianza delle tensioni, i Cinque Stelle torinesi si sono divisi sulla costruzione di un «muro» di Jersey contro il suk degli abusivi). La nuova Carta di Firenze, però, suscita anche l’interesse dei parlamentari. C’è chi come il senatore Mario Giarrusso afferma ad Affaritaliani che l’idea «è assolutamente condivisibile». E poi precisa: «io non ho partecipato all’iniziativa di Firenze e quindi la Carta non l’ho firmata, l’ho vista solo online, ma ne condivido lo spirito che è quello del M5s». La senatrice Elena Fattori, invece, prende le distanze dal progetto: «Non sono d’accordo con una serie di idee che ha Barillari, a partire dalla sua posizione No vax». Attriti, espulsioni, richieste che arrivano proprio nella settimana che precede la Kermesse Italia 5 Stelle, l’appuntamento annuale di ritrovo degli esponenti pentastellati. La manifestazione si terrà a Napoli sabato e domenica prossimi, a «inaugurarla», tra i primi appuntamenti un incontro alle 11 con i soci dell’Associazione Rousseau (Davide Casaleggio, Massimo Bugani, Enrica Sabatini e Pietro Dettori). Sul web si sono aperte le iscrizioni per partecipare ai vari incontri in calendario ma fino a ieri alcune aree tematiche avevano ancora numerosi posti liberi. A Napoli dovrebbe esserci anche Beppe Grillo, mentre probabilmente nel giorno conclusivo sul palco ci sarà (come già accaduto a Roma lo scorso anno) una staffetta tra il capo politico pentastellato. Di Maio e il premier Giuseppe Conte.

Dieci anni per digerire la rivoluzione di Beppe. Paolo Guzzanti il 5 ottobre 2019 su Quotidiano del sud. Dieci anni di Cinque Stelle, compiuti ieri. Era il 4 ottobre del 2009 e a Milano c’erano Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. I due fusero insieme fra il blog di Beppe Grillo, allora Presidente e rappresentante legale per statuto, e il movimento 5 Stelle con piattaforma on line. Da allora ad oggi il movimento è diventato un partito, Grillo si è ritirato in una posizione di padre nobile che però intervenuto in maniera determinante perché l’attuale governo col PD si facesse, mantenendo dunque la sua posizione di influencer assoluto. Il soggetto politico era in parte una appendice degli spettacoli politici di Beppe Grillo e delle sue idee strampalate ambientaliste e in parte era la vendemmia del più diffuso sentimento di rancore nei confronti della politica e dei politici trattati quasi senza distinzione come ladri corrotti e incapaci. Quella delegittimazione della politica era già avvenuta con la fine della guerra fredda che aveva reso obsoleti tutti gli apparati, sia del comunismo che dell’anticomunismo in senso antisovietico, cioè di alleanza militare atlantica. Era tutto già pronto e anche Berlusconi aveva potuto fare il primo grande pieno sulle note dell’antipolitica, rifiutandosi di definire Forza Italia un partito. Il movimento Cinque Stelle ha seguito il cammino inverso diventato partito e ha poi subito la stessa metamorfosi che subiscono tutti i movimenti duri e puri, ma che prima o poi devono mettersi in giacca e cravatta e sedersi allo stesso tavolo di coloro che avevano detto di odiare, e sbattere fuori per sempre, dopo aver aperto il Parlamento “come una scatola di tonno”. L’idea persa per strada era quella di imporre a furor di clic, una nuova Costituzione di fatto, dunque rivoluzionaria, non più fondata su una democrazia rappresentativa, ma sulla democrazia diretta, senza la scomodità di andare a votare per continui referendum come fan no gli svizzeri, ma con la raccolta di poche migliaia di “clic” su un sito Internet privato. La democrazia rappresentativa voluta dai famosi “padri fondatori” era già stata attaccata e sbeffeggiata con i movimenti detti “girotondi” che portavano in piazza, come un valore morale, il puro vilipendio delle istituzioni. Attaccare il Parlamento, la politica e i rappresentanti del popolo era già una prassi non solo consolidata, ma accettata con timidezza per non dir peggio dai guardiani delle istituzioni. Ciò permise a Grillo di vantarsi di aver creato un ammortizzatore legalitario: “Se non ci fossimo noi, la gente vi rincorrerebbe con i forconi, ma noi assorbiamo la protesta e la rendiamo politica”. A grillo si poteva e si può obiettare che gli italiani non sono mai stati capaci di fare una rivoluzione, ma in genere di attaccare chi era già caduto, che è lo sport più popolare dopo il calcio. La democrazia parlamentare nel frattempo aveva perso i suoi pochi tifosi, perché i grandi partiti erano morti, le militanze erano finite e coloro che in Italia considerano la forma della democrazia un valore in sé si sono sempre contati sula punta delle dita. I Cinque Stelle sono stati molto espliciti, molto spettacolari specialmente al loro esordio: chi può dimenticare le forche caudine inflitte da Grillo a Bersani con lo streaming in diretta? Fu fatto genialmente credere dai pentastellati che con loro, ogni trattativa sarebbe avvenuta in diretta sotto gli occhi della telecamera. Sappiamo come è andata a finire. Le prove della corruzione dei partiti e dei loro cassieri e procacciatori d’affari, esistevano almeno dal 1980 quando proprio a me capitò per puro caso e senza alcun particolare merito, di raccogliere per la Repubblica l’intervista dell’allora braccio destro di Giulio Andreotti, Franco Evangelisti in cui mi dichiarava s che “Qui avemo rubbato tutti” fornendo dettagli persino comici sulla distribuzione di fondi neri ai partiti e ai singoli politici, passata poi alla storia con la formula “A Fra’, che te serve?”. La cosa più strabiliante fu che allora, quaranta anni fa, di fronte a quella confessione non accadde nulla: nessun procuratore aprì un fascicolo, né la sinistra comunista si indignò, salvo che per i modi da gradasso e dialettali del povero Evangelisti. Ma il sistema nel 1980 era ancora compatto e i partiti si reggevano a vicenda, non potendosi negare al Partito comunista di fare la spesa a Mosca e di portare poi allo Ior vaticano i dollari del Cremlino, sotto gli occhi attenti degli agenti del Tesoro americano per evitare banconote false e di un rappresentante del ministero degli Interni, cosa cui provvedeva talvolta anche personalmente Francesco Cossiga. Era, guerra fredda permettendo, un sistema stabile e perfetto. Tutti si approvvigionavano coprendosi e questa era la pecca genetica della democrazia italiana. Così, il povero Evangelisti fu messo alla gogna soltanto per il suo modo spudorato e romanesco di esprimersi, ma nessuno chiese di accendere la luce sull’infornata di miliardi con cui il Partito comunista alterava le regole del gioco. Era molto più divertente per tutti chiudere gli occhi e mettere in tasca quel che si poteva. Poi il comunismo cadde e le potenze occidentali tentarono un ricambio radicale della classe dirigente italiana facendo scattare l’operazione “Clean Hands” cui lavorò il procuratore Rudolph Giuliani, poi sindaco dell’11 settembre e ora avvocato di Trump. che mise alla gogna e alla porta l’intera classe dirigente col pretesto di una tangente Enimont da pochi spiccioli ponendo fine alla Prima Repubblica. Berlusconi poi fece saltare il piano con la sua rocambolesca maggioranza di “fascisti e leghisti sdoganati”, come ha detto pochi giorni fa, impedendo la scontata vittoria di Achille Occhetto. I Cinque Stelle sono gli eredi di tutto ciò e non fa specie che Trump li coccoli, anche per infastidire Bruxelles. Ma nel frattempo l’arte dello spariglio inventata da Berlusconi è diventata prassi politica proprio con i Cinque Stelle, specializzati nella nuova arte del fidanzamento entusiasta con coloro che avevano insultato a sangue fino al giorno prima. I contenuti mirabili anche se fiabeschi e puerili hanno lasciato posto alla pochette del fortunato professor Conte, diventato un loro co-leader. Tutto cambia affinché il sistema sopravviva e ci sembra che il movimento abbia almeno questo di buono: ha fatto capire che la politica non si fa con le idee, ma col solo pallottoliere. Le parole non contano e nemmeno le parolacce. Giacca e cravatta, pronti a tutto, con sfacciata sincerità.

·         Cinque Stelle Cadenti.

Giorgia Meloni e il tonno M5s: "Finita la loro credibilità. Sapete perché non hanno fatto vedere la diretta?" Libero Quotidiano il 26 Agosto 2019. "È la fine della credibilità del Movimento 5 Stelle". Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, sceglie una diretta Facebook per seppellire definitivamente i 5 Stelle sotto le macerie morali e politiche dell'inciucio con il Pd. "Ricordate quando il M5s voleva aprire il palazzo come se fosse una scatoletta di tonno? Poi è successo che loro sono diventati il tonno: si sono chiusi nella scatoletta e non ne vogliono uscire". "C'è stata la diretta streaming - ha continuato con amara ironia - del confronto con Zingaretti mentre stanno lì a spartirsi le poltrone per fare un governo di gente che gli italiani vogliono mandare a casa? Non hanno fatto la diretta perché sanno che quello che stanno facendo è sbagliato ed è l'esatto contrario di tutto quello che hanno detto per anni. È la fine della credibilità di un Movimento che doveva rappresentare il cambiamento e invece si è dimostrato essere la peggiore partitocrazia", ha spiegato Meloni che poi ha aggiunto: "Per tagliare il numero dei parlamentari bastava che Conte si dimettesse 48 ore dopo".

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 6 settembre 2019. «Il M5S oggi governa col Pd. Nella scatoletta di tonno ci abbiamo trovato la piovra, ed è stato più facile lasciarci abbracciare che combatterla». Una del gruppo dei casaleggesi, Debora Billi, viene allo scoperto e annuncia: lascio il M5S. Stiamo facendo tutto l' opposto di quello che Casaleggio ci aveva insegnato. Molti dei casaleggesi (a partire da Pietro Dettori) non hanno tradito la lezione del loro maestro, Gianroberto Casaleggio. E va riconosciuto; che si sia o meno d' accordo con loro, o coi loro avversari (i grillini-contiani-casaliniani), o con nessuno dei due fronti. Billi fino al 2018 è stata per cinque anni la responsabile della comunicazione web nello staff M5S, in larga parte selezionato direttamente dal fondatore, il manager milanese. È stata un personaggio le cui azioni avevano un peso, una donna anche molto discussa, per alcune sue uscite, ma non ha agito per tornaconto personale: «Oggi mi allineo a tanti altri amici e dico addio al Movimento. L' obbrobrio che si è consumato nel Palazzo ha superato in nefandezza il golpe del 2011, e la mano che ha riconsegnato il mio Paese ai carnefici della Grecia stavolta porta il nome di Movimento. Ho dato il mio ultimo Oxi (no) a Rousseau». Il suo racconto è un momento di verità sul mare di trasformisti in cui annega il Movimento: «Ho partecipato a cerchi magici, a vertici, ho vissuto momenti storici per il Movimento. Ho scritto decine di post per il blog di Beppe, alcuni dei quali finiti sulle prime pagine. Ho fatto campagne web e social, nel periodo dell' assai discusso divieto tv, che hanno coinvolto e trascinato l' intero Movimento. Esisteva ancora a quell' epoca il Movimento, sapete?». Non nasconde neanche, Billi, i punti più attaccabili del suo curriculum, addirittura rivendica «la campagna di Luigi sui "taxi del mare" è stata un' idea mia, e ha aperto gli occhi al Paese sui trafficanti di uomini». O come quando scrisse un orribile tweet notturno (girato a valanga nella propaganda M5S) contro Giorgio Napolitano: «Gianroberto mi disse "Chiudi tutto per 48 ore, e passerà". Un ottimo consiglio». Spiega che la lunga guerra nel M5S è iniziata da lontano, dalla morte del fondatore: so che Gianroberto mi ha difeso fino in fondo. Adesso è il passato, «come è passato Gianroberto: era malato, aveva i giorni contati, e fu così che nel m5s partì la prima Foresta dei Pugnali Volanti. In quella guerra sanguinosa e tutta interna, tanti furono i morti lasciati a terra. In primis i meetup, quelli litigiosi ma anche quelli "scomodi"; poi singoli attivisti, scomunicati di botto; e poi la gente nel Palazzo, dai parlamentari agli umili lavoratori della vigna m5s come ero io o Messora». Sui giorni finali, dell' accordo Conte-Casalino Grillo con Franceschini e Zingaretti, riassume: «È stata la strage dei casaleggini, di cui quello che avete visto nei giorni scorsi è stato solo l' atto finale». Vincono «alcune mezze figure di capacità nulle, e qualche arrampicatore che ha poi fatto carriera spinto da chissà chi». I parlamentari? «Ho visto moltissimi di loro fare appelli per il governo con il Pd: sì, sei su scherzi a parte. Addio M5s, torno ad essere libera. Non devo più fedeltà a nessuno: Gianroberto è morto, ma mi piace pensare che avrebbe approvato».

"OGGI MUORE IL MOVIMENTO DI GIANROBERTO CASALEGGIO". Jacopo Iacoboni lascia un Aggregato elettorale e una mutazione culturale di massa che resisterà alla fine del M5S, e può modificare i tratti di tutto ciò con cui si mescolerà, a partire già da domani. Domanda: se Giorgio Napolitano chiedesse al movimento 5 stelle di entrare in un nuovo governo con il partito democratico, lei cosa farebbe, come risponderebbe? Risposta di Casaleggio: L’ho già detto, uscirei dal Movimento. Domanda di Nuzzi: Oggi lo trova impraticabile? Impraticabile!

M5S, quando Casaleggio diceva: "Impraticabile governare col Pd". Gianroberto Casaleggio, in un'intervista rilasciata a Gianluigi Nuzzi nel 2013, spiegava come fosse "impraticabile" dar vita a un governo col Pd. Francesco Curridori, Martedì 03/09/2019 su Il Giornale. "Oggi muore il Movimento di Gianroberto Casaleggio RIP". A scriverlo in un tweet è il giornalista de La Stampa Jacopo Iacoboni dove aver postato un video di un'intervista che Gianroberto Casaleggio aveva rilasciato a Gianluigi Nuzzi nel 2013. "Se Giorgio Napolitano chiedesse al movimento 5 stelle di entrare in un nuovo governo con il partito democratico, lei cosa farebbe, come risponderebbe?", chiede Nuzzi. Il co-fondatore del Movimento Cinque Stelle con ha neppure un attimo di esitazione: "L’ho già detto, uscirei dal Movimento". A quel punto, il giornalista insiste: "Oggi lo trova impraticabile?". "Impraticabile", chiosa Casaleggio senior. Chissà cosa penserebbe del fatto che oggi il M5S, il movimento anti-casta per eccellenza, abbia sfruttato una sua invenzione, la piattaforma Rousseau per ratificare un'alleanza di governo col Partito democratico di Nicola Zingaretti e Matteo Renzi? Il tutto dopo essere stato per 14 mesi al governo con la Lega di Matteo Salvini, il partito più vecchio d'Italia. Un passaggio trasformista da destra a sinistra avvenuto nel giro di un mese e benedetto da poco più di 63mila clic.

5 Stelle, chi ha vinto e chi ha perso con il voto su Rousseau? La nuova mappa del potere. Pubblicato martedì, 03 settembre 2019 da Marco Imarisio su Corriere.it. L’interesse primario di restare al governo val bene una mezza uccisione del padre. In senso metaforico e freudiano, s’intende. Dopo la giornata di ieri il M5S entra in terra sconosciuta, con un nuovo rimescolamento di questo partito che ancora non è tale, ma al tempo stesso agisce come la vecchia Democrazia cristiana, senza seminare morti e feriti al suo interno, cercando almeno in apparenza di tenere tutto insieme, vincitori e vinti di giornata. Oggi più che mai il futuro del movimento è un’ipotesi. L’anima pragmatica del M5S ha prevalso ancora una volta, ma non è stato un passaggio indolore, perché questa volta ognuno dei protagonisti lascia qualcosa di se per strada, che sia potere, rilevanza, o anima. E i sorrisi molto tirati del capo politico e dell’Erede valgono più di ogni altro discorso. 

Bilancio agrodolce. Davide Casaleggio paga forse il prezzo più alto. Chi lo conosce sa bene quanto la figura di Gianroberto influenzi ancora il suo comportamento e le sue decisioni. Certo, una giornata in cui «tutto il mondo ha aspettato la pronuncia di Rousseau», come ha detto Di Maio, avrebbe reso fiero suo padre, che teorizzava una Rete «pervasiva, capace di cambiare le relazioni tra le persone e le composizioni dei governi». Ma Casaleggio senior immaginava anche il suo M5S come «funzionale» alla distruzione del Partito democratico, concetto ribadito nero su bianco, in opere e interviste. «Una alleanza con il Pd? Se dovesse accadere, uscirei subito dal Movimento». Anche per questo lascito paterno, l’unica dichiarazione pubblica di Davide dopo l’inizio della crisi innescata meno di un mese fa da Matteo Salvini puntava dritta alle elezioni. L’erede invece ha finito per sconfessare se stesso e suo padre, nel nome della ragion pratica e della necessità di impedire l’implosione del Movimento. 

A denti stretti. Neppure ieri, a giochi fatti, Luigi Di Maio è riuscito a dire che il M5S farà il nuovo governo con il Partito democratico. Proprio non gli veniva. Una sola citazione, di sfuggita, in una conferenza stampa colma invece di rimpianto per quel che è stato. Parlava da uomo ferito, il capo politico del Movimento, come un amante tradito che ancora non riesce a farsene una ragione. La sua unica consolazione è stata proprio quel proscenio, prova del fatto che non gli verrà subito chiesto il conto dell’alleanza fallita con la Lega, a lui più congeniale di quella che sta per essere varata per inclinazione politica e affinità umana. La messinscena di Rousseau gli consente di nascondere la sua contrarietà al Pd dietro la volontà quasi bulgara degli iscritti alla piattaforma, e lui ha cominciato a fare i compiti con un discorso che è stato un primo tentativo di riprendersi la scena. Avrà ancora un ruolo importante, ma la sensazione diffusa, dentro e fuori il M5S, è che per lui il meglio sia passato.

L’eterna risorsa. Il suo gemello diverso, Alessandro Di Battista, ex guevarista diventato l’ultimo giapponese dell’alleanza con la Lega, sembra avere un grande avvenire dietro le spalle. Il suo fascino presso la base penta stellata risulta in picchiata. Da asso nella manica a eterna «risorsa» poco utilizzata il passo è davvero breve. Non si annunciano tempi luminosi per quella parte di M5S schierata in modo esplicito per un ritorno tra le braccia di Salvini. 

Vincitori a tempo. Eppur si è mosso. Dopo tanto tergiversare, Beppe Grillo ha battuto un colpo, dimostrando in modo netto, come sia sempre lui il più amato del M5S, l’unica persona che i militanti seguirebbero ovunque. Per la prima volta in questi anni da Cincinnato, si è messo in gioco con convinzione. Questo nuovo inizio, che in qualche modo riporta il M5S nell’alveo movimentista dove era stato concepito, ha un solo padre. Piaccia o non piaccia a quanti nel Movimento avevano interesse a sminuire il suo peso, il vincitore assoluto è lui. Il vero lavoro per Grillo comincia adesso, e chissà se l’Elevato e i suoi sbalzi d’umore avranno voglia di occuparsi a tempo pieno del vuoto di potere che si sta creando nel M5S. Il possibile riempitivo sarebbe l’ala sinistra, figura mitologica che in realtà nessuno ha mai visto. Roberto Fico ne è considerato il capo, ma fino ogni volta che contava ha sempre taciuto, fingendosi morto. Il momento per dare qualche segno di vita è arrivato. A sostenerlo nell’impresa, Fico troverà la truppa parlamentare, i peones che si erano schierati a testuggine contro il ritorno alle urne lanciando velati messaggi di ribellione. La loro ferrea volontà non dipende dal ragionamento politico, quanto piuttosto dall’istinto di conservazione. Ma per un Movimento che si proponeva di abolire la democrazia parlamentare, è comunque un notevole contrappasso.

STELLE CADENTI. Giuseppe Marino per ''il Giornale'' il 29 Agosto 2019. Dal matrimonio impossibile al «Sì» in poche ore. Com' è possibile che i promessi sposi dalla concordia miracolosa, Pd e M5s, litighino solo sul compare d' anello? Una possibile spiegazione sta nel potere reale accumulato dall' uomo della discordia, Luigi Di Maio: legami, nomine e, soprattutto, un conto in banca cointestato a lui in cui sono affluiti milioni. Il capo politico è ormai contestatissimo all'interno del Movimento, dopo un anno di sconfitte elettorali, dopo aver portato il consenso dei pentastellati dal 33 al 17%, dopo il collasso delle europee con tanto di tentato golpe di Alessandro Di Battista. All' inizio delle trattative, dice una fonte pentastellata di governo, il M5s era pronto a chiedere a Di Maio, che aveva legato troppo le sue fortune a Matteo Salvini, un passo di lato. I primi retroscena raccontavano infatti di un veto posto dal Pd sulla sua figura non contestato dal M5s. Si era perfino tenuta una riunione dei gruppi parlamentari grillini in assenza del capo politico, ufficialmente «perché potessero sentirsi più liberi di parlare». Poi, dice la fonte, si è capito che «Luigi poteva creare troppi problemi». Eppure Grillo e Casaleggio hanno chiaramente puntato tutto su Giuseppe Conte, con un' operazione di immagine che lo ha promosso a volto del Movimento e del governo, al posto del giovane vice premier. Di Maio poteva essere scartato, ma all' improvviso il M5s ha cominciato a fare muro. Ieri è arrivata una selva di dichiarazioni coordinate di parlamentari e sottosegretari, da Fantinati a Dall'Orco. Il Pd ha resistito fino all' ultimo, facendo sapere che non «c' erano veti su Di Maio al governo», purché non a Palazzo Chigi. E Luigi ha replicato stizzito: «Qualcuno sembra più concentrato a colpire il sottoscritto che a trovare soluzioni». Alla fine un posto nel governo giallorosso l' avrà. Luigi, leader fantasma eppure immortale. «Di Maio - spiega il deputato Davide Galantino, tra gli ultimi fuoriusciti da M5s - ha scelto molti candidati, regalando un posto in Parlamento a gente che non ha fatto un giorno di militanza e ora gli è fedele». Ma, soprattutto, è il capo del Comitato per le «restituzioni» che gestisce i 2mila euro al mese versati dai parlamentari. Soldi che, dopo lo scandalo rimborsopoli, non vanno più al Fondo per il microcredito, ma finiscono su un conto bancario intestato ai tre componenti del Comitato: Di Maio e i due capigruppo Francesco D' Uva e Stefano Patuanelli, in carica (vedi statuto firmato davanti al notaio Luca Romano il 7 agosto 2018) fino allo scioglimento delle Camere. «Oggi - dice Galantino - se non sono state fatte altre restituzioni, dovrebbero esserci 5 milioni di euro su quel conto». Lo statuto prevede che i tre membri del comitato possano essere estromessi da assemblea a consiglio direttivo. I cui membri sono sempre i due capigruppo e Di Maio l' intoccabile. Vuoi capire la crisi?

LA VERA STORIA DEL M5S NEI TWEET DI IACOBONI. Scusate, correggetemi se sbaglio: Mattarella non aveva chiesto risposte chiare entro le 19 di ieri? Oggi non iniziano le consultazioni? Leggo ovunque che ci sono ancora problemi grossi. Come mai allora l’alleanza di governo e Il nome del premier non sono ancora comunicati? Dago Spia il 27 agosto 2019. Un thread su Twitter di Jacopo Iacoboni, autore di ''L'Esperimento'' e ''L'Esecuzione'' (Laterza), i due libri fondamentali per capire il Movimento 5 Stelle.

1. Il M5S nasce tanti anni fa attraverso un Esperimento di ingegneria sulle reti, prima aziendali, poi sociali, di Gianroberto Casaleggio: uno strumento per creare il consenso e eventualmente manipolarlo, e andare al potere. Lo scopo è governare. Non stare all’opposizione

2. All’inizio il M5S, specie in alcune aree, pesca tanto nell’elettorato deluso di centrosinistra, a Bologna, a Torino, con temi come la partecipazione, l’ambiente, l’accesso a Internet. Al Vday di Grillo, la piazza appare, anche a me, prevalentemente composta da gente di sinistra.

3. In realtà, dietro c’è Casaleggio, la sua azienda, il Controllo che esercita su tutta l’organizzazione e la “rete delle reti”. Grillo è solo un frontman. Le idee di Casaleggio sono un po’ nouvelle droite, un po’ filoleghiste. Lo dice lui stesso più volte: “Mai col Pd”.

4. Negli anni, avendo Casaleggio capito prima di tutti in Italia le possibilità offerte dai social, anche a un uso casereccio, in politica, la propaganda del M5S si sposta sempre più su tre temi: anticasta (dove la casta, più che Berlusconi, è il Pd), antiImmigrati, antiEuropa.

5. La straordinaria vittoria del 2013 diventa così il trionfo del 2018: ma il M5S è ormai sempre più inserito in network internazionali sovranisti, o nazionalpopulisti: sempre meno Podemos (usato all’inizio come specchietto), sempre più Russia, Brexit, giro Trump (fino a Bannon).

6. Nel 2017-2018 la scelta di fondo è chiara: convergere verso la Lega. È il testamento ideologico lasciato dall’inventore dell’Esperimento al figlio. Che lo rispetta: nel 2018, la Lega è fin dall’inizio IL “forno”, il primo forno. Dalla Lega si parte, e lì si vuole arrivare.

7. La parentesi di dialogo col Pd è, come dice Di Maio, solo “un secondo forno”: aperto tatticamente, ma i capi vogliono altro.

8. Nel frattempo tutto i temi più violenti della propaganda sui social, hanno spesso congiunto è reso indistinguibili i cluster della propaganda della Bestia leghista, e dei gruppi e pagine Facebook e account coordinati pro M5S. Hanno ESATTAMENTE gli stessi temi.

9. Non so se effetto voluto da Roberto Casaleggio, sperato, o preterintenzionale, nella convergenza a destra del M5S (“Farage sarà il premier Uk”, profetizza felice Casaleggio, e sbaglia di poco: è Johnson), il M5S si dimezza, la Lega raddoppia, e più. Voti in uscita al Pd, pochi.

10. l’Esperimento, mentre si realizza nell’Esecuzione con la Lega, è compiuto. Ma, nel compiersi, finisce. Anche se la fine non significa automaticamente estinzione. Finisce perché la sua missione oggettiva è compiuta: radicalizzare, polarizzare, traghettare elettorato a destra.

11. La fine viene paradossalmente accelerata dal gesto (apparentemente suicida) di Salvini: rompere l’alleanza. È la Lega, che rompe (non è tuttora chiaro il perché), non il Movimento. Il Movimento stava benissimo lì dov’è, dove avrebbe atteso la sua morte naturale.

12. restano le spoglie di una spaventosa, feroce battaglia di potere interna, tuttora in corso, per decidere cosa è meglio per la sopravvivenza. Il figlio di Casaleggio è nave in tempesta, e non sa dove andare, anche se istintivamente preferisce la Lega.

13. Il premier Conte gli offre di traghettare quel che resta del M5S dentro mediocri ma efficaci reti di relazione romano-istituzionali-vaticane. In attesa della morte certa, significa un altro giro di valzer e di potere. La morte poi verrà, e non sarà bella.

14. Vedremo se il figlio sceglie il padre, o compie il parricidio finale. Cercar (e trattare) la bella morte leghista o una morte ritardata, col Pd? In entrambi i casi, resta l’Aggregato elettorale: umori, vizi, rabbia, estremismo, populismo, creato e coltivato dall’Esperimento.

15. Un Pd forte potrebbe inoculare dentro di sé il virus, per immunizzarlo. Escludo che questo Pd ne sia in grado. È più facile che succeda il contrario, e assuma dentro di sé i tratti del nemico. Fine

M5S, FINE DELLA PRESA PER IL CULO. Sergio Rizzo per la Repubblica il 27 agosto 2019. La surreale crisi politica d' agosto ci offre una sola certezza: l' età dell' innocenza del Movimento Cinque Stelle si è del tutto esaurita. Nato per scardinare il decrepito sistema dei partiti rimpiazzando la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta via web, e sbarcato in massa nel parlamento italiano con l' unico obiettivo di «aprirlo come una scatoletta di tonno», ha finito per integrarsi in pieno con il contenuto di quella scatoletta. Tonno, magari con qualche spina, ma sempre tonno. La storia dell' ultimo anno, e più ancora degli ultimi giorni, sta a dimostrare come il M5S sia ormai assimilato a quel sistema che si proponeva di mandare in pensione. Si tratta, a tutti gli effetti, di un partito come gli altri: sia pure al netto di alcune curiose stravaganze dai contorni mai chiariti fino in fondo, tipo la famosa piattaforma Rousseau e il ruolo dei signori privati che la controllano. Identici rituali. Medesimi codici nei rapporti interni, articolati in correnti governate da altrettanti capibastone. E quel che toglie definitivamente ogni dubbio, perfino gli stessi linguaggi. Dopo la batosta elettorale in Sardegna abbiamo sentito Luigi di Maio ripudiare prontamente la tesi della sconfitta, come hanno sempre fatto gli sconfitti: «È inutile confrontare il dato delle amministrative con quello delle politiche. Se si guarda agli altri partiti il M5S è in linea con tutte le altre forze politiche». E all' indomani dell' indimenticabile scoppola presa alle Europee di fine maggio, ecco il capo politico grillino rifugiarsi in una pietosa giustificazione, tirando in ballo gli elettori: «Prendo atto che la nostra gente si è astenuta e attende risposte, e noi queste risposte gliele vogliamo dare. Restiamo comunque ago della bilancia in questo governo». Le dirette streaming? Un vecchio ricordo, e anche un po' fastidioso. La trasparenza sbandierata nell' età dell' innocenza come regola aurea nelle relazioni con i diversi? Meglio i rassicuranti vertici di maggioranza, tali e quali rispetto a quelli delle maggioranze di un tempo. Magari a tarda sera, magari a casa di qualche amico, dove manca soltanto la crostata. Vertici estenuanti, tanto da far rimpiangere i caminetti democristiani, le melodrammatiche maratone uliviste, le litigate notturne fra Gianfranco Fini e Giulio Tremonti. Il dogma intangibile del limite ai due mandati per gli eletti del Movimento? Demolito dal "mandato zero" annunciato da Di Maio come la grande innovazione politica della terza (o quarta?) repubblica, ma già sperimentato con successo (nella seconda?) da Roberto Formigoni. Con qualche big grillino già corso ai ripari saltando un giro per assicurarsi la possibilità di correre al giro seguente con l'avversario fuori gioco: ma senza immaginare che proprio lui si sarebbe inventato il mandato zero. E la guerra alle poltrone? Evaporata silenziosamente nella selva di nomine pubbliche fatte seguendo senza troppe remore il manuale Cencelli nuova edizione. Per arrivare a rispolverare nelle trattative per fare un governo, al termine di una fulminea metamorfosi, la politica dei due forni in auge nella Prima Repubblica, ma quella vera. Formula che si deve, nientemeno, a Giulio Andreotti. Fu lui a coniarla, ormai più di mezzo secolo fa, al tempo del primo centrosinistra. La Democrazia cristiana era combattuta fra l' alleanza con i socialisti o con lo schieramento liberale e "il Divo" affrontò il dilemma spiegando che i cattolici avrebbero potuto produrre indifferentemente il pane nel forno con la sinistra o con la destra. Il partito docilmente si adeguò. Esattamente come avrebbero fatto i democristiani soltanto qualche anno dopo, cambiando radicalmente la strategia delle alleanze. Anche il segretario del Partito socialista Bettino Craxi non avrebbe avuto molti scrupoli, nel suo mitico decennio, nell' usare la tattica dei due forni brevettata dalla Dc: l'accordo con la destra democristiana per il governo e l' intesa con i comunisti nelle giunte di sinistra per il controllo delle amministrazioni locali. Da allora la politica italiana si è riempita letteralmente di doppi forni, con la complicità di leggi elettorali scriteriate: che sembravano fatte apposta. Così anche gli insospettabili hanno imparato molto bene l'adagio andreottiano, quello secondo cui "il potere logora chi non ce l' ha". Con il risultato che l' età dell' innocenza se n' è definitivamente andata.

Da "uno vale uno" a "uno vale l'altro". L'ultima giravolta dei Cinque Stelle. Ecco l'ultima giravolta del Movimento 5 Stelle. Le macroscopiche abiure sono cinque, proprio come le stelle. Francesco Maria Del Vigo, Sabato 24/08/2019, su Il Giornale. La metamorfosi è avvenuta. I 5 stelle non sono più i 5 stelle. O, meglio, non sono più quello che si spacciavano di essere, ma che con buona probabilità non sono mai stati. In questi giorni confusi e accaldati Di Maio e soci stanno smontando, bullone per bullone, tutta la loro sbilenca macchina da guerra. Ma le macroscopiche abiure sono 5, come le stelle.

1. La democrazia diretta. Era un'ossessione. Avrebbero voluto installare nello sgabuzzino di ogni italiano un seggio elettorale per consultarci anche sul cambio di lampadine nei bagni di Montecitorio. Per anni hanno interpellato i loro iscritti su Rousseau su qualsiasi cosa (purché marginale). Uno stalking. Ora non solo hanno messo in soffitta la loro traballante piattaforma, ma stanno scappando dalla suprema forma di democrazia diretta: le elezioni. Meglio la democrazia indiretta, che ti fa governare anche con il Pd.

2. Lo streaming. Il piede di porco con cui scardinare tutti gli oscuri giochi di palazzo. La diretta dell'incontro con Bersani e il faccia a faccia con Renzi? Dimenticatele. Non le vedrete mai più. Ora, quando devono decidere le sorti del governo e delle loro poltrone, si chiudono in una stanza, tirano giù le tapparelle e mettono le assi di legno alle porte. È finita l'era della trasparenza, la nuova parola d'ordine è opacità.

3. Uno vale uno, uno vale l'altro. Era lo slogan degli slogan: uno vale uno. Finita l'era della casta, del politico appollaiato sulla sua torre d'avorio a sputacchiare sulle plebi. Uno dei cardini attorno al quale ruotava questo ragionamento era la volontà del Movimento di non scendere a patti con nessuno. Il primo smottamento lo avevamo già visto con il contratto gialloverde. Ora Di Maio, da bibitaro a panettiere, ha inaugurato l'era dei due forni: da una parte Pd, dall'altra la Lega. Purché si stia al governo va bene tutto. Uno vale l'altro.

4. Diversità antropologica. I grillini hanno sempre sostenuto di essere diversi. Un'altra cosa rispetto ai tradizionali politici. Una diversità antropologica e quasi spirituale. Puri. E poi vedi Di Maio che esce dalle consultazioni e fa un discorso in politichese che andrebbe sottotitolato e tradotto da una mummia della prima Repubblica. Si sono democristianizzati senza avere la cultura politica dei Dc.

5. Il governo contro il popolo. La nouvelle vague è stata inaugurata da Conte, ex avvocato del popolo autonominatosi giudice di Salvini. Il premier, parlando in Senato, pur di attaccare il leghista ha criticato chi invoca le piazze e usa i social per fare politica. Lui. Paracadutato a Palazzo Chigi da un movimento nato sul web e cresciuto sui social. Un movimento che ha aizzato le piazze e portato sotto i palazzi migliaia di persone al delicatissimo grido di «vaffanculo». Da populisti ad anti popolo. Il passo è stato brevissimo.

Sì Tav, sì Tap, sì Ilva: così, in un anno, il M5S ha fallito le sue battaglie-simbolo. Ora che è al governo il Movimento si è scontrato con la pragmatica realtà dei fatti, che non tiene conto delle promesse da propaganda elettorale. Charlotte Matteini il 24 Luglio 2019 su TPI.

Sì Tav, sì Tap, sì Ilva: così, in un anno, il M5S ha fallito le sue battaglie-simbolo. Anche il baluardo No Tav è crollato. Il premier Conte ha annunciato che a decidere sull’Alta velocità Torino-Lione sarà il parlamento, un parlamento in cui al momento sussiste una granitica maggioranza trasversale favorevole all’opera. Un brutto colpo per il Movimento 5 Stelle, che per anni ha fatto del No Tav uno degli intoccabili baluardi della propria piattaforma ideologica. “Noi restiamo per il No Tav e voteremo no in Parlamento”, si è affrettato a dichiarare Di Maio su Facebook. La presa di posizione non ha però sortito grandi effetti, a giudicare dalle decine e decine di commenti negativi piovuti sotto al post.

Tav, Ilva e Tap. No Tav, No Ilva e No Tap sono stati, indiscutibilmente, gli argomenti principe della campagna elettorale delle scorse politiche. Esattamente come il No Ilva e No Tap, ma anche il no all’immunità parlamentare e il vincolo del doppio mandato, anche il No Tav si è scontrato con la pragmatica realtà dei fatti, che non tiene conto delle promesse da propaganda elettorale. Quello della Tav è solo l’ennesimo baluardo a 5 Stelle caduto sotto i colpi dell’alleanza politica con la Lega di Matteo Salvini e della realpolitk. “La blocchiamo in due settimane”, disse della Tap Alessandro Di Battista in campagna elettorale. Sappiamo com’è finita e quali strascichi ha portato con sé la mancata promessa. Sulla Tav, il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli solo pochi mesi fa aveva dato per certa la dipartita del progetto. Dopo l’analisi costi-benefici, con l’unico parere contrario dell’ingegner Coppola, per il Movimento 5 Stelle la Tav era morta e sepolta. A distanza di pochi mesi la ritroviamo però viva e vegeta, risorta come un’araba fenice. Anche per l’Ilva di Taranto il Movimento aveva promesso la chiusura dello stabilimento in campagna elettorale. Una volta al governo, dopo un travagliato percorso e un’altrettanta travagliata trattativa con Arcelor Mittal, ha firmato l’accordo per il mantenimento dell’impianto, facendo infuriare i tarantini che avevano votato M5S proprio sulla base di quella promessa.

Mandato zero e immunità parlamentare. E uno, e due, e tre. I baluardi elettorali del Movimento 5 Stelle si sono sciolti come neve al sole nel giro di pochi mesi. La stessa fine hanno fatto altri due principi cardine del M5S: il vincolo del doppio mandato e l’immunità parlamentare. Nel primo caso, proprio ieri Di Maio ha annunciato che per gli eletti in consiglio comunale la regola dei due mandati massimi non varrà, ci sarà il “mandato zero” per dare la possibilità ai più esperti di approdare in ruoli di maggior spessore senza però rinunciare ai due mandati concessi da statuto. E anche il no all’immunità parlamentare per evitare i processi è ormai un vecchio ricordo sepolto in fondo al cassetto dopo il salvataggio di Salvini dal processo per il caso Diciotti e il diniego concesso per salvare la senatrice Paola Taverna da un processo per diffamazione. Nel giro di un solo anno, il Movimento 5 Stelle al governo ha detto addio a molteplici baluardi elettorali senza che vi fossero reali giustificazioni a supporto, se non la convenienza politica del momento. Per lo zoccolo duro dell’elettorato a 5 stelle questi baluardi erano essenziali. La domanda sorge spontanea: che cosa accadrà ora al già compromesso e asfittico consenso elettorale del Movimento?

Charlotte Matteini. Nata e cresciuta a Milano. Ho una laurea in scienze della comunicazione e mi occupo di politica dal 2011. Ho lavorato a Il Giorno, Tgcom24, Fanpage e Open. Collaboro con TPI dal 2019.

Sconfessata dai suoi, attaccata dagli avversari. Raggi isolata: con i 5 Stelle ho chiuso. Pubblicato lunedì, 08 luglio 2019 da Alessandro Trocino su Corriere.it. Roma «Io con i 5 Stelle non ci parlo più». Virginia Raggi è furente. Un bollitore sul punto di esplodere. I suoi rapporti con il Movimento si sono ridotti a zero. Nessuno la cerca e lei meno che meno. Separati in casa, dove la casa è la Capitale. Ex fiore all’occhiello della nuova Italia targata 5 Stelle. Ex «vento che cambia» ridotto a ponentino maleodorante che ristagna su una città putrescente. Roma, non da ora, è uno scandalo. Per i romani e per il Movimento. Ma Roma è ormai una città Stato, governata, o sgovernata, da una sindaca senza più partito. Sconfessata dai piani alti, attaccata dai giornalisti, maltrattata da avversari, criminali, topi e gabbiani. La separazione è completa, il distacco compiuto. La Raggi è ormai solo formalmente un’esponente dei 5 Stelle. La sua solitudine completa è certificata da un post di Alessandro Di Battista. Lo scrittore (dalla quarta del libro PaperFirst) sentenzia: «Dovere del Movimento è sostenere il sindaco di Roma e far capire a tutti chi è che vuole il male della Capitale per sporchi giochi politici». Di Battista, battitore libero entrato in rotta di collisione con Luigi Di Maio, porta allo scoperto il non detto. Il Movimento si è girato dall’altra parte. Non vede non sente non parla. Perché, come sostiene un esponente nazionale di spicco, «ormai la sindaca è indifendibile». Per questo ieri Di Battista se ne esce una frase pesantissima: «Tutti, ma dico tutti, si sono messi in testa di buttarla giù». I «proprio tutti» sono i 5 Stelle? È quel Luigi Di Maio che ha ribadito di essere «incazzato» per chi «ancora oggi» è in giro per l’Italia a presentare libri, invece di partecipare alla pugna con «il principale esponente dello schieramento avverso» (come il vicepremier ha definito Salvini)? Il punto di non ritorno dei rapporti tra Raggi e 5 Stelle è Casal Bruciato. L’8 maggio scorso, con coraggio, la Raggi si presenta nella periferia romana in solidarietà alla famiglia rom assediata e contestata dall’estrema destra e Casa Pound. Le urlano «mafiosa, schifosa, puttana, portali a casa tua». Si aspetta la solidarietà dei suoi. Ottiene la reazione stizzita e para leghista da Di Maio: «Prima si aiutano i romani, gli italiani, poi tutti gli altri». E’ la fine. «Io con questi ho chiuso», sibila la sindaca ai consiglieri più fidati. Da allora, la sindaca balla da sola. Sempre più fragile e isolata. Commettendo una valanga di errori e di ingenuità. Andando in Aula per raccontare che sono in distribuzione «22 mila stecche di legno per le panchine dei parchi» e per annunciare un nuovo filobus a Tor Pagnotta mentre Roma è un inferno. Attaccando la Regione Lazio (abilissima nella propaganda e nel temporeggiare, con effetti sulla sindaca ma anche sulla città), con video imbarazzanti, complici dipendenti-attori dell’Ama. Pochi le sono restati vicini. L’ultimo ufficiale di collegamento, Francesco Silvestri. E un gruppetto di romani, come Stefano Vignaroli. Nel frattempo si sono interrotti anche i rapporti tra il Campidoglio e la Comunicazione nazionale, che provava a a guidare, a sollecitare e controllare la sindaca. Da mesi c’è silenzio. Ognuno va per la sua strada. Dal Campidoglio partono frecce avvelenate: «Ma cosa dovremmo farci dire dal nazionale? Avete visto che campagna elettorale hanno fatto? Non ne hanno indovinata una e vorrebbero farci la lezione. Almeno noi siamo coerenti ». Fino a quando, chissà. Di certo la Raggi non ha alcun futuro con i 5 Stelle. E in molti si augurano che caschi in fretta. A quel punto, la sua carriera politica sarebbe decisamente finita. Alessandro Trocino.

Luigi e Virginia maestri di gaffe: più comici loro del capo Grillo. Il sindaco di Roma confonde siti di smaltimento rifiuti. E il leader sbaglia ponte e spara cifre a caso sul Morandi. Francesco Maria Del Vigo, Lunedì 08/07/2019 su Il Giornale. Ora è tutto chiaro. Lo hanno battuto. I grillini hanno battuto Grillo. Sono più comici di lui. Ormai da anni gli spettacoli di Beppe Grillo non fanno più il tutto esaurito. Logico: perché devo pagare un costoso biglietto per vedere uno spettacolo che va in onda costantemente, tutti i giorni, su tutte le reti, tutti i giornali e tutti i siti? Il grillismo è la politica prestata ai comici. Comici a loro insaputa, purtroppo per loro. Comici che governano, purtroppo per noi. Ne abbiamo avuto una mediatica e mastodontica rappresentazione nel corso delle ultime 48 ore. Il vicepremier Luigi Di Maio e la sindaca di Roma Virginia Raggi hanno superato loro stessi, inanellando una serie di gaffe che sembrano uscite dalla penna di un esilarante umorista. Partiamo con ordine: sabato l'ineffabile Di Maio pubblica un video sul ponte Morandi. Senza un motivo ben preciso, così, giusto per dare un po' addosso ai Benetton. Uno sproloquio di tre minuti su Facebook, prontamente condiviso dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. E qui doveva suonare un campanello d'allarme. La condivisione di Toninelli sta a una gaffe come la denominazione di origine controllata sta al vino. Praticamente è la garanzia di una bufala. Infatti Di Maio parte subito male, affermando che Autostrade per l'Italia ha annunciato di corrispondere alla comunità genovese 500mila euro. Un piccolo errore: c'è solo uno scarto di 499,5 milioni di euro. Perché 500 sono milioni di euro e non «mila». In un'azienda privata uno che fa un errore così come minimo riceve una lettera di richiamo. Ma è solo l'inizio: poco dopo indica l'immagine di un pilone danneggiato. Ma sbaglia ponte. Non è il Morandi di Genova ma un ponte a Ripafratta, nel Pisano. Epic fail, direbbero in rete. Ma i grillini tra di loro sono molto solidali e volete che non sia subito arrivato qualcuno a fare compagnia all'improvvido ministro? Certo che sì, ci ha pensato Virginia Raggi, che ne ha combinate due da far sembrare Di Maio (quello che è riuscito a sbagliare tre congiuntivi di fila in un post, a dire che siamo fatti per il 90 per cento di acqua e a spostare Pinochet in Venezuela) uno scolaretto - ovviamente ripetente - di gaffe. Avviso: tutto quello che state per leggere è vero e, ahinoi, non è opera di fantasia. Roma, lo sappiamo, è invasa dai rifiuti e la sindaca sabato pubblica un video per scaricare la colpa su Zingaretti. «Eccoci i cancelli sono chiusi, l'impianto è fermo - denuncia impavida come una iena -. Zingaretti ha preso in giro tutti i romani. Noi dovevamo venire qui a scaricare i nostri rifiuti. Questa è la verità». Invece no. Non è la verità, Virginia. Di Maio ha sbagliato ponte e lei ha sbagliato impianto: i cancelli alle sue spalle non sono quelli di Rida Ambiente, ad Aprilia, ma quelli di Eco Aprilia. Un impianto che non rientra nell'elenco di quelli previsti dal piano rifiuti regionale, quindi Zingaretti questa volta non c'entra un accidenti. Ma lei non ci sta. E ci riprova. Altro video, altro impianto, altri cancelli, altra gaffe. Torna ad Aprilia il giorno dopo e stavolta ce la fa, becca gli impianti giusti e riattacca con la filippica: «Buongiorno anche oggi gli impianti di smaltimento rifiuti di Rida sono chiusi e i camion non possono scaricare. Lo ripeto: l'ordinanza regionale di Zingaretti non funziona». Niente da fare. È più forte di lei. L'impianto è chiuso perché apre lunedì, come è scritto nero su bianco nella ordinanza da lei citata. Un altro errore da bocciatura. Meglio di uno spettacolo di Grillo, no? Peccato che il biglietto lo paghino tutti gli italiani, anche quelli che non vorrebbero vederlo.

Appendino, figuraccia in procura: si proclama sindaco "a sua insaputa". Interrogata dai pm per la consulenza all'ex portavoce si dice all'oscuro. Stefano Zurlo, Giovedì 20/06/2019, su Il Giornale. La consulenza a sua insaputa. Il genere, lanciato a suo tempo da Claudio Scajola con la casa di cui secondo la sentenza era all'oscuro, si arricchisce di un nuovo capitolo: a scriverlo è il sindaco di Torino Chiara Appendino inciampata nella terza tegola giudiziaria della sua carriera. Dopo i guai di piazza San Carlo e dopo i bilanci ballerini del Comune, ecco il lavoro commissionato dal Salone del Libro all'ex portavoce del primo cittadino, Luca Pasquaretta. Obiettivamente, non una gran cosa: un impegno relativo ma non trascurabile, 17 giorni, ricompensato con 5mila euro lordi ma finito nel mirino dei magistrati che l'hanno addebitato anche ad Appendino. Lei non ci sta ad arroccarsi in una difesa tecnica ed esce allo scoperto. Va dai pm per un lungo interrogatorio, poi all'uscita chiarisce il suo punto di vista: «Ho potuto dimostrare agli inquirenti, richiamando il mio intervento in Consiglio del febbraio 2017 dove avevo chiaramente espresso la mia contrarietà a qualunque tipo di assegnazione di carattere consulenziale con attribuzione economica, di non essere stata a conoscenza del successivo sviluppo». Sì, Appendino si chiama fuori. È indagata per concorso in peculato, ma fa scouting d'innocenza, o meglio pesca le sue vecchie parole per rivendicare la sua correttezza. I tempi mitici della purezza fondativa sono ormai alle spalle, i 5 Stelle sono nella stanza dei bottoni, insomma si sono aperti al mondo con le sue tentazioni, talvolta irresistibili, e in particolare i sindaci delle metropoli sono i parafulmini di innumerevoli situazioni e collezionano di regola un guardaroba intero di avvisi di garanzia su qualunque argomento. Ma Appendino, con i grillini in caduta libera anche in Piemonte e Torino alle prese con i fantasmi del declino, tira fuori le unghie e rilancia: lei era contraria. E la consulenza è arrivata a sua insaputa. Come la casa con vista sul Colosseo a Scajola. «Ero convinta - spiega lei - che tutti avessero preso atto di tale mia ferma posizione e quando invece il 4 maggio 2018, e cioè ad un anno dalla fine dell'incarico, venni a saper da una testata giornalistica che la consulenza era stata assegnata, immediatamente reagii lamentando l'assegnazione dell'incarico contro la mia volontà e a mia insaputa».

Ecco, siamo alla proclamazione del dogma dell'innocenza, anche se in questo modo Appendino dimostra di non controllare nemmeno atti che la riguardano da vicino, cosi vicino che si ritrova accusata dai pm. Tutto può essere: demagogia e arzigogolo. Un fatto è certo: nell'Italia in cui le leggi non si contano e si contraddicono, anche i 5 Stelle dovrebbero riflettere sulla giustizia. Non è alzando le pene che si risolvono i problemi e per un sindaco è facilissimo rimanere invischiati nella palude degli avvisi di garanzia. Un tema decisivo, a maggior ragione mentre la riforma complessiva di tutta la materia è tornata d'attualità «A tal fine - è la conclusione di Appendino - ho prodotto ai pm materiale attestante quanto da me riferito». Chissà. Forse, Appendino se la caverà. Anche se su questa storia e sulla consulenza, che gli investigatori sospettano fittizia, è stata ondivaga e ha dato più di una versione. Ma resta il disagio di fondo: amministrare una metropoli è un'impresa temeraria, esposta a mille insidie e mille verifiche. Cosi, magari a ragione, anche il sindaco 5 Stelle si iscrive al partito di quelli che hanno fatto qualcosa senza sapere di farlo.

Onesti ma non troppo. Alessandro Sallusti, Giovedì 09/05/2019, su Il Giornale. Conte licenzia Siri, Salvini, dopo tanto minacciare, incassa muto e Di Maio gongola. Dice il leader dei Cinque Stelle: «È la vittoria dell'onestà». Ma chi è lui per distribuire patenti di onestà prima che una sentenza definitiva abbia fatto chiarezza e giustizia (non tutte le fanno, ma un punto fermo ci vuole)? Domande a Di Maio: suo padre, raggiunto da un avviso di garanzia per reati ambientali, è onesto? Papà Di Battista, che non paga i dipendenti, è onesto? La Raggi, finita a processo, e assolta, per abuso d'ufficio e falso, era da considerare onesta quando ricevette l'avviso di garanzia? La sindaca di Torino, Chiara Appendino, a processo per omicidio, lesioni e disastro colposo oltre che per falso ideologico, è, secondo lui, nella categoria degli onesti? È stato onesto, secondo il loro punto di vista, non impedire alla magistratura di indagare su Matteo Salvini per il caso Diciotti? L'onestà è materia pericolosa, da maneggiare con cura, financo Gesù ci andava molto cauto. Usarla a intermittenza, secondo le convenienze politiche e personali, è cosa assai disonesta in sé. Per di più, trasformare la democrazia in un tribunale del popolo, come ha fatto ieri il governo, è un fatto grave per la società, più delle eventuali malefatte dei malandrini che, come dimostra la cronaca, sono sempre in agguato. Lo fanno i politici, di maneggiare l'onesta con disinvoltura, ma anche i magistrati non sono da meno. È stato per esempio disonesto gettare il governatore della Lombardia, Attilio Fontana - uomo sulla cui onestà ci scommetto - dentro l'inchiesta su presunte tangenti nel campo della gestione dei rifiuti. I fatti che gli vengono contestati - l'assunzione a undicimila euro l'anno di un suo socio di studio con il quale ha sempre condiviso l'attività politica - non solo non appaiono come un reato, ma non c'entrano nulla con le tangenti e i malaffari infamanti al centro dell'indagine. Purtroppo questa è l'Italia, i politici fanno i giudici e i giudici fanno politica. La rivoluzione promessa da Salvini non si è avverata e anche lui ha dovuto battere in ritirata. Per fortuna, dopo i fatti di ieri, è praticamente certo: presto si ritirerà anche questo governo.

CINQUE STELLE CADENTI. Emanuele Buzzi per il “Corriere della Sera” l'1 maggio 2019. Un crollo drastico. La votazione sul programma per le Europee dei Cinque Stelle - complice anche la data, in mezzo a ferie pasquali e ponti - ha visto la partecipazione di poco più di 14 mila iscritti, uno tra i dati più bassi fatti registrare dalla piattaforma. Stavolta non era un voto dirimente, ma serviva solo per decidere la priorità dei temi secondo gli attivisti. A ricevere più click è stata la lotta all' evasione fiscale. Ha infatti ricevuto 9.433 voti il capitolo del programma su: «Le multinazionali che lavorano in Italia devono pagare le tasse in Italia: stop ai paradisi fiscali e armonizzazione fiscale». I 14 mila votanti, però, sono il punto più basso del percorso di partecipazione nella campagna pentastellata per le Europee. I due turni per la formazione delle liste avevano visto rispettivamente oltre 37 mila e 32 mila votanti. La ratifica delle cinque capolista era stata accolta più freddamente, con poco più di 20 mila votanti. Un calo che nei commenti al post è stato accompagnato anche da qualche spunto pessimista. Solo pochi mesi fa - seppur per un caso totalmente diverso, quello del voto sul caso Diciotti - i militanti che avevano preso parte alla consultazione erano stati 52 mila. A preoccupare, però, è anche il radicamento nel territorio del Movimento, suffragato dai dati (ancora parziali, dato che in Sardegna si voterà a giugno) sulle liste presentate per le Amministrative: 306 candidati sindaco su 3.856 città al voto. Un numero - uno su 13 - che evidenzia come il Movimento stia faticando a creare una rete locale. E fa tornare in scena la discussione sulle novità strutturali (compreso il rapporto con le liste civiche, che sarà trattato anche in una assemblea delle liste sarde). «Dove non siamo pronti dobbiamo smetterla di presentarci», aveva detto Luigi Di Maio annunciando i cambiamenti. Ma i numeri radiografano una involuzione. Nel 2014, cinque anni fa, il Movimento si presentò in 578 Comuni. Ora, le liste sono dimezzate. E il Piemonte diventa un caso: finora sono solo 22 i Comuni (su 829 al voto) che avranno sulla scheda elettorale un candidato Cinque Stelle. Proprio in una tornata che comprende non solo le Europee, ma anche le Regionali. «Alle Comunali non siamo mai stati presenti in modo capillare», si limita a commentare un pentastellato. L' Associazione Rousseau ha pubblicato sul sito l' elenco dei donatori (con nome e cognome), compresi quelli che hanno versato anche cifre inferiori ai 500 euro. All' appello figurano tutti i principali big eletti in Parlamento e anche chi, come Sara Cunial, è stata appena allontanata dal gruppo a Montecitorio. Mancano, invece, diversi parlamentari Cinque Stelle nel registro delle rendicontazioni di deputati e senatori (riferite sempre ai mesi tra gennaio e marzo). Tra i donatori, svetta il deputato molisano Antonio Federico, con oltre 13 mila euro «restituiti» nel corso del 2019.

·         Rousseau: "Il voto è manipolabile".

Nicola Biondo per linkiesta.it il 4 dicembre 2019. Ricordate lo scandalo che ha travolto Facebook e Cambridge Analytica, 87 milioni di profili su Facebook utilizzati per sponsorizzare la candidatura di Donald Trump e la campagna pro-Brexit? Non è successo solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma anche qui in Italia. Anzi, quel metodo è stato testato per la prima volta nel nostro paese. Ad aver anticipato i metodi di Cambridge Analytica è stata Casaleggio Associati, la srl milanese che ha fondato e gestito fino al 2016 il Movimento Cinque stelle. Ad accorgersene è stato Marco Canestrari, ad oggi il primo e unico whistleblower dell’azienda-partito, attualmente programmatore informatico a Londra. Era il febbraio 2013 quando sul blog di Beppe Grillo gestito dall’azienda milanese viene dato l'annuncio del rilascio di un’app per sostenere la campagna elettorale del Movimento. «Tu puoi fare molto per restituire l'Italia ai suoi cittadini. Lo puoi fare diffondendo le idee e il programma del MoVimento 5 Stelle. Diventa Attivista 5 Stelle. Se hai un profilo Facebook puoi iniziare subito». Era il manuale del perfetto grillino, bastava accedere all'applicazione Facebook dal blog, accettare le condizioni e l'utente poteva aggiungere il logo ufficiale alla sua foto profilo, promuovere lo Tsunami Tour, diffondere il programma e appoggiare i candidati del M5s. E ovviamente raccogliere fondi. Solo che quella chiamata alle armi celava un inganno, una gigantesca cessione di dati personali. Consentire l’accesso al proprio profilo a quell’app, e accettare le condizioni, significava però fornire in automatico le proprie informazioni base del profilo Facebook, dall'indirizzo e-mail fino al proprio luogo di nascita, quello di residenza e l’orientamento politico e religioso. Richiedere tutti questi dati è il primo passo di una potenziale e gigantesca profilazione di massa di cittadini comuni e anche dei futuri parlamentari che di lì a poche settimane il Movimento avrebbe messo in lista e poi eletto. Un’operazione simile sarà ripetuta anche nel 2014, in occasione delle elezioni europee. Secondo Canestrari, «l’app consentiva agli amministratori di Casaleggio Associati una serie di operazioni. Tra cui monitorare le attività dell’utente attivista: infatti c'era una sorta di concorso, i più attivi sarebbero stati premiati con una cena con Grillo». Canestrari spiega che «l’app non è più attiva, ma web Archive conserva le informazioni che permettono di risalire ai permessi richiesti da Casaleggio Associati». Questa è la pagina recuperata. Casaleggio scelse di richiedere il maggior numero di permessi, ossia di dati, anche quelli non pertinenti all'attività politica. Ma non solo: esattamente come è successo con Cambridge Analytica, la srl milanese ha potuto ottenere pressoché ogni dato disponibile non solo sugli attivisti che avevano scaricato l’app, ma anche sui loro amici di Facebook, quindi chiunque avesse avuto tra gli amici un attivista del movimento che si era scaricato l’app potrebbe aver subito un accesso ai propri dati da parte della Casaleggio. Una stima delle intrusioni è impossibile, ma si tratterebbe di una delle più ampie operazioni di raccolta di dati personali mai avvenuta in Italia. Un patrimonio inestimabile sia dal punto di vista del marketing politico che commerciale. Ad aver gestito l’intera operazione era Casaleggio Associati come responsabile dei dati per conto di Beppe Grillo, mentre Pietro Dettori si occupava del funzionamento dell’applicazione Facebook secondo il ricordo di alcuni ex-dipendenti. Oggi Dettori è socio di Rousseau e social media manager di Luigi Di Maio. Rimangono aperti molti interrogativi. Quante sono le persone profilate da Casaleggio Associati e che fine hanno fatto i dati raccolti? Era legale? Questi dati sono stati ceduti per fini commerciali? E a chi? L’operazione è stata replicata anche nel 2014 (qui il link) e nel 2018, in occasione delle due tornate elettorali europee e nazionali, anche qui attraverso un’app di Facebook, ospitata sul sito di Luigi Di Maio, ma la piattaforma, secondo Canestrari, «aveva probabilmente già limitato la possibilità di accedere ai dati, proprio in seguito allo scandalo di Cambridge Analytica. Non possiamo sapere - dice l’ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio - se li hanno effettivamente scaricati, né che cosa ne abbiano fatto. Bisognerebbe chiedere al Garante se hanno tabelle da poter confrontare, oppure indurlo ad aprire una nuova istruttoria ma credo sia passato troppo tempo». I fatti raccontano che la Cambridge Analytica italiana ha aperto la strada e che altri hanno percorso la via tracciata. Fatti che gettano una nuova luce sugli incontri che i Casaleggio hanno avuto con esponenti di punta della società inglese, della Brexit, come Liz Bilney, e Steve Bannon. Il metodo Casaleggio, dunque, pare sia stato esportato altrove. Quando è scoppiato lo scandalo dei dati sottratti a Facebook da Cambridge Analytica, Davide Casaleggio disse «non ho ancora capito che cosa è successo, mi informerò». Intervistata da Linkiesta, l’ex-analista di Cambridge Analytica Brittany Kaiser ha detto: «So per esperienza diretta che esistono molti dati a disposizione sui comportamenti degli elettori italiani. Dati che i vostri partiti potrebbero comprare senza problemi, se volessero usarli». C’era un filo sottile sull’asse Milano-Londra che doveva rimanere segreto. E che oggi è possibile vedere più chiaramente. Quello che è avvenuto tra Londra e Washington venne testato per la prima volta in Italia. Le cavie eravamo noi.

Mazzilli, ex ingegnere  di Facebook: «Così ho scritto  il nuovo codice di Rousseau». Pubblicato sabato, 19 ottobre 2019 su Corriere.iti da Martina Pennisi. Il 32enne: «Entro fine anno rilasceremo la nuova piattaforma e l’app di voto. Il nostro login potrà essere la chiave d’accesso ad altri servizi legati alla cittadinanza digitale». È passato poco più di un mese da quando Davide Casaleggio ha sbandierato il raggiungimento del «record mondiale di partecipazione a una votazione politica online in un solo giorno» su Rousseau. In realtà, già nel 2017 in Spagna venivano espresse online 155 mila preferenze dagli elettori di Podemos. Più dei 79 mila e rotti che lo scorso 2 settembre hanno dato il benestare al Conte II sul sito su cui danno il loro parere gli iscritti al Movimento 5 Stelle (il paragone con l’Estonia, dove il voto elettronico viene usato nelle elezioni nazionali, regge invece fino a un certo punto). Ma il senso della frase di Casaleggio era chiaro: attacchi hacker, falle, multe e perplessità sull’attendibilità delle decisioni prese sull’asse Associazione Rousseau-Casaleggio Associati-Movimento 5 Stelle non mutano intenzioni e obiettivi del tricefalo pentastellato. Rousseau — intesa come piattaforma — va avanti. E non ha più solo il volto dell’inconsapevole filosofo svizzero ma anche quello di un informatico 32enne. Emanuel Mazzilli, italiano trapiantato in Silicon Valley. Non l’ultimo della fila: nei due anni a Twitter ha lavorato all’applicazione per Android e come software engineer di Facebook si è occupato del flusso di aggiornamenti anche qui nell’app di Android, oltre che dell’implementazione di Messenger Kids. Nel curriculum ha anche la candidatura nel 2018 alla circoscrizione estero per il Movimento 5 Stelle. Enrica Sabatini, socia dell’Associazione Rousseau, ha detto di averlo assoldato, senza però fare il suo nome, in un’intervista al Fatto Quotidiano in cui annunciava una versione open source di Rousseau. Lui si è presentato poche settimane dopo sul palco di Italia a 5 Stelle, suscitando più di una perplessità sul fatto che sia un dipendente o ex dipendente di Facebook a mettere mano a codice e dati della piattaforma usata dagli iscritti a uno dei due partiti al governo. Lo abbiamo contattato per provare a chiarire questi punti e capire a cosa stia lavorando. Ci ha risposto per iscritto.

Emanuel MazzilliLei è un dipendente Facebook?

«Da ingegnere informatico ho lavorato per diversi anni nella Silicon Valley per numerose aziende tra le quali alcuni colossi come Twitter e Facebook. In particolare sono stato nel team di Facebook a Menlo Park in California, dove mi sono occupato dello sviluppo dell’app di Android che al momento conta oltre un miliardo di utenti, poi il 26 novembre 2018 ho lasciato tutto per provare a lanciarmi in questa nuova avventura».

Il 6 luglio 2019 ha però tenuto un corso di Facebook Marketing Engineering.

«Come già detto, non ero più dipendente di Facebook. A luglio 2019 mi è stato chiesto di tenere alcune lezioni all’interno di un master in Marketing organizzato da Digital Combat Academy. Ma si tratta di una società che non ha alcuna relazione con Facebook».

Ha iniziato a sviluppare la nuova piattaforma Rousseau quando era ancora in Facebook?  

«No. Come ho già detto, ho lasciato Facebook per lanciarmi in questa nuova e stimolante avventura. Non ci sono sovrapposizioni».

Come è iniziato il suo rapporto con il Movimento e con l’Associazione Rousseau?

«Mi sono iscritto al Movimento 5 Stelle nel maggio 2012, una settimana prima di emigrare negli Stati Uniti. In questi anni sono stato attivo nel meetup estero. Ho conosciuto Davide (Casaleggio, ndr) nel 2018 ed ho capito che avevamo una visione comune su come la tecnologia stava rivoluzionando la politica e su come Rousseau avrebbe potuto avere un ruolo da protagonista in questo ambito».

Adesso è un dipendente dell’Associazione Rousseau?

«Ho messo a disposizione le mie competenze professionali dalla fine dello scorso anno per un tempo limitato di dieci mesi in cui dovevamo creare un sistema di voto scalabile pronto ad accogliere un milione di persone, riscrivere da zero tutte e 14 le funzioni esistenti e sbloccare la crescita utente con un sistema più efficiente. Ora sto transitando al ruolo di advisor che mi consentirà di coordinare il team di sviluppo che abbiamo costruito in questi mesi e che dovrà affrontare nuovi ed ambiziosi obiettivi sempre con lo stesso fine: aumentare l’impatto dei cittadini sulla vita politica».

Come sta agendo, in concreto?

«Come detto sono il responsabile dell’area sviluppo della nuova piattaforma che è stata riscritta da zero. Per quanto riguarda la app, invece, rientra in un progetto di apertura ulteriore di Rousseau che sto coordinando in prima persona e che si chiama “Rousseau Open Engineering”: in sostanza abbiamo lanciato una call pubblica per professionisti It, sviluppatori e grafici, invitandoli a partecipare alla scrittura in crowdsourcing (condivisione) del codice della nuova applicazione mobile che sarà compatibile con smartphone e smart Tv. Ad oggi ci hanno già risposto 71 programmatori e 19 designer».

Con quante persone sta lavorando e da dove?

«Tra risorse interne ed esterne ho coordinato 14 sviluppatori a vario titolo. Oltre a questi, abbiamo lavorato con Enrica Sabatini e altri professionisti provenienti da settori trasversali, per creare un prodotto che fosse comprensivo di tutte le sensibilità necessarie. Durante gli anni a Facebook e Twitter ho lavorato su piattaforme usate da miliardi di persone diverse: dal piccolo artigiano che usa i social network per promuovere la propria attività fino ai capi di Governo che affidano allo stesso strumento annunci determinanti per l’intero mercato mondiale. Ho provato a esportare questa esperienza in Rousseau dove queste molteplici entità possono e devono dialogare affinché la direzione politica sia costruita in maniera condivisa da tutti e ognuno abbia voce per il contributo che può dare. Per il ruolo di advisor è molto più probabile che continuerò in futuro a collaborare principalmente da San Francisco».

Parliamo di tempi.

«Abbiamo sviluppato la nuova piattaforma e siamo entrati nella fase di beta testing. Il nostro obiettivo è ambizioso: vogliamo mettere la collaborazione nell’infrastruttura. Nei prossimi mesi accoglieremo le indicazioni degli iscritti che si sono resi disponibili come beta tester per modellare la piattaforma intorno all’utente. Accedendo alla piattaforma in anteprima, questi iscritti potranno dare i loro feedback in termini di criticità, ma anche di suggerimenti per funzioni future. Quanto più i cittadini collaboreranno, tanto più la piattaforma risponderà alle esigenze di tutti. Entro fine anno rilasceremo per tutti la nuova piattaforma e l’app di voto».

Cosa dobbiamo aspettarci?

«Oltre a quanto già detto, c’è molto di più. Abbiamo, infatti, progettato il login di Rousseau in modo che possa essere usato per accedere ad altri siti. Tecnicamente questa caratteristica si chiama Single Sign On. Così come quando vi iscrivete a Netflix o Spotify potete utilizzare la vostra identità Facebook, così l’identità Rousseau (sempre certificata con documento) potrà essere la chiave d’accesso ad altri strumenti e servizi legati alla cittadinanza digitale».

Come giudica l’operato di Rousseau fino a oggi? Definirebbe validi i risultati emersi?

«Credo che il risultato sia stato straordinario. In poco tempo, abbiamo aumentato di circa il 50 per cento gli utenti certificati. A oggi Rousseau conta 154.258 utenti certificati e 124.010 aventi diritto al voto. Abbiamo stabilito il record mondiale di votanti online in un solo giorno (79.634) e creato un’infrastruttura solida che il 3 settembre ha gestito, migliaia di connessioni al secondo. Le faccio un esempio: solo nelle prime due ore abbiamo registrato 36 mila operazioni di voto».

Anche a livello tecnico, se chi organizza il voto controlla anche la base dei dati il risultato in che modo può essere considerato attendibile?

«Abbiamo un log puntuale degli accessi alle macchine e ai database: qualsiasi cosa facciamo sulle nostre macchine viene registrata. Questo sistema è stato implementato da una società esterna specializzata in infrastruttura e consente di verificare, solo per fare alcuni esempi, che non ci siano accessi durante le operazioni di voto, né manomissione dei log. Tutto viene poi validato e certificato con atto notarile per il quale, come sa meglio di me, ogni dichiarazione mendace determinerebbe pesanti conseguenze penali».

Sulla nuova piattaforma cambierà qualcosa sulle validazioni del voto? Ci sarà sempre una società esterna specializzata e senza alcun legame con l’associazione Rousseau, a differenza da quanto accaduto in passato?

«Ogni votazione su Rousseau è stata validata da enti terzi che siano il notaio o una società esterna. Nel tempo abbiamo raffinato sempre di più questo processo e il nostro obiettivo è arrivare ad un sistema di certificazione del voto basato su blockchain».

Come ha lavorato per superare le criticità evidenziate dal Garante per la privacy che hanno portato alla multa di aprile da 50mila euro?

«Abbiamo riscritto tutto da zero anche soddisfacendo tutte le richieste e i suggerimenti del Garante. La multa di aprile, lo ribadisco, si riferiva ad un accertamento avvenuto nel 2018 su una piattaforma di voto che non è più in uso e che, tra l’altro si riferiva anche a motivi procedurali come non aver inserito il nome della società di hosting nella pagina privacy. Siamo riusciti così a progettare e sviluppare una nuova infrastruttura che non presenta più quelle criticità, ma che è anzi allo stato dell’arte in termini di sicurezza, privacy e robustezza».

Ritiene, in generale, che il voto elettronico possa soppiantare quello tradizionale?

«Il voto elettronico è già realtà in altri paesi come l’Estonia. In Italia manca la base del voto elettronico, che è l’identità digitale per diritto di nascita. Implementata quella ed estesa a tutti gli ambiti della vita dei cittadini, non sarà impensabile transitare al voto elettronico. Quando leggo delle scetticismo generale in materia sorrido, perché rivedo le stesse identiche perplessità che hanno accompagnato qualsiasi miglioramento tecnologico. Esperimenti come il nostro sono pionieri nel settore. Siamo stati quelli che in mezzo ad un coro disfattista di “non si può fare” si sono alzati e l’hanno fatto».

Si è candidato nel 2018 da San Francisco, ha programma di candidarsi nuovamente?

«Al momento non ho in programma di candidarmi nuovamente».

ROUSSEAU, PIATTAFORMA D’AFFARI? Liberoquotidiano.it il 9 settembre 2019. "Perché Davide Casaleggio che era orientato come il padre Gianroberto sul 'mai col Pd' ha cambiato idea all'ultimo istante? Qual è il vero motivo? Se non ci poniamo questa domanda non capiremo". Il giornalista de La Stampa Jacopo Iacoboni, in collegamento con Alessandra Sardoni a Omnibus su La7, solleva alcuni interrogativi sull'improvviso cambio di rotta di Casaleggio rispetto alla trattativa con Nicola Zingaretti: "E' inquietante e strano che l'elemento apicale della trattativa, quindi Casaleggio, è sottratto a qualsiasi scrutinio dell'opinione pubblica". Quindi Iacoboni invita a riflettere sul ruolo della stampa nei confronti della piattaforma Rousseau: "E' necessario vigilare sul business di Davide Casaleggio. Non parlo solo dei contributi del M5s, ma sui termini dei suoi affari. Chi sono le aziende fornitrici? Ci sono aziende extra-italiane con cui lavora? Ci sono interessi cinesi?".

Rousseau, il risultato del voto sulla piattaforma del Movimento 5 Stelle. Pubblicato martedì, 03 settembre 2019 da Corriere.it. Gli iscritti al Movimento 5 Stelle hanno dato il loro parere sulla piattaforma Rousseau sul governo guidato da Giuseppe Conte e basato sull’accordo fra il M5S e il Partito democratico: il 79 per cento dei 79.634 votanti ha detto sì alla formazione del nuovo esecutivo. Il risultato è arrivato un’ora e 26 minuti dopo la chiusura delle urne digitali. «Io credo che dobbiamo essere molto orgogliosi che tutto il mondo ha aspettato la pronuncia di questi 80 mila cittadini italiani su una piattaforma digitale che è unicum al mondo», ha commentato Luigi Di Maio in conferenza stampa alla Camera. Ora c’è da percorrere, ha ricordato il leader 5 Stelle, «l’ultimo miglio per la squadra di governo». Questa mattina, il Blog delle Stelle ha accompagnato l’avvio della consultazione online con una «bozza di lavoro» che il premier incaricato «sta integrando e definendo». La bozza, leggibile sul Blog 5 Stelle, è intitolata «Linee di indirizzo programmatico per la formazione del nuovo governo» ed elenca 26 punti. Tra questi, la «neutralizzazione dell’aumento dell’Iva», la «riduzione delle tasse sul lavoro», la «protezione dell’ambiente nel sistema costituzionale», «con la nuova Commissione Ue rilanciare investimenti e margini di flessibilità», la «riduzione del numero dei parlamentari», riformare il sistema giustizia e l’elezione del Csm, «combattere l’evasione fiscale», «completare il processo di autonomia differenziata giusta e cooperativa», tutelare i risparmiatori e il risparmio, «introdurre la web tax per le multinazionali che spostano i profitti», «rendere Roma una capitale sempre più attraente e vivibile». 

Liberoquotidiano.it il 3 settembre 2019. In attesa del risultato delle votazioni degli iscritti alla piattaforma Rousseau sul governo giallo-rosso, Ferruccio De Bortoli scrive in un lapidario post pubblicato sul suo profilo twitter che questo è "uno dei giorni più bui della nostra democrazia rappresentativa". Saranno infatti 115mila persone a determinare il futuro di questo Paese e non le elezioni politiche, come dovrebbe avvenire in una democrazia vera. I votanti grillini decideranno quindi se ci sarà un Conte bis e un esecutivo a guida Movimento 5 Stelle-Partito democratico.

Il voto su Rousseau: una violenza alla Costituzione. Antonello de Gennaro su Il Corriere del Giorno il 2 Settembre 2019. Tutti gli improvvisati giuristi e costituzionalisti grillini possono gentilmente spiegarci in quale passaggio della nostra legge elettorale, della legge istitutiva parlamentare, della nostra tanto richiamata Costituzione, che viene continuamente calpestata da un comico, ed un branco di ex-disoccupati privi di alcuna competenza specifica e tantomeno politica, si parla del voto su Rousseau? Soltanto in Italia si poteva consentire ad un’associazione privata come Rousseau che controlla di fatto la vita del Movimento 5 Stelle, non solo di finanziarsi con soldi pubblici donati/trattenuti obbligatoriamente dagli stipendi degli eletti del 5 Stelle, ma persino di voler condizionare la vita pubblica e politica, calpestando il dettato costituzionale, subordinandola ad un voto online privo di alcun controllo certificato, e che è stato già hackerato ripetutamente e per questo sanzionato ben due volte dal Garante della Privacy, per illecito trattamento dei personali. La storia dei voti sulla piattaforma Rousseau racconta che dei circa 115mila  iscritti alla piattaforma, che quindi rappresentano appena l’1 per cento dell’elettorato del M5S alle ultime Politiche, in realtà in media ne votano molto meno. Ad esempio al quesito sul mandato zero, il 25 e il 26 luglio scorsi, hanno risposto appena in 25 mila. Di poco più alta la partecipazione alle “Europarlamentarie” (primo turno, 31 marzo 2019: 37.256 votanti; secondo turno 4 aprile 2019: 32.240). Il massimo dei votanti sulla piattaforma “controllata” di fatto da Davide Casaleggio, si è raggiunto nella consultazione del 18 febbraio 2019 sul “caso Diciotti“, che coinvolgeva l’alleato di governo Matteo Salvini: a votare furono in 52.417. Per concludere il voto del 3 febbraio 2018 per le “Parlamentarie”  quando a votare furono in 39.991. Per  votare sull’alleanza fra M5s e Lega, il 18 maggio 2018, i votanti furono 44.769. Per Sabino Cassese “non si gioca con la democrazia”, per Cesare Mirabelli “così la democrazia rappresentativa va a mare”, per Giovanni Maria Flick “il voto su Rousseau è contro la Costituzione”. È un giudizio netto e molto critico quello di due presidenti emeriti della Corte Costituzionale e di un costituzionalista sul ricorso al voto online per gli iscritti al M5S per decidere se dar vita al governo con il Partito Democratico. Domani dalle 9 alle 18 i (presunti) 115.372 aventi diritto al voto sulla piattaforma Rousseau sono stati chiamati  a esprimere il proprio voto sull’alleanza con il Pd per un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte. Il quesito a cui potranno rispondere gli iscritti è: “Sei d’accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?“. La domanda questa volta è ben più esplicita e chiara di quanto era successo il 18 maggio 2018, quando il quesito che avrebbe portato al governo con Matteo Salvini, non veniva mai citava esplicitamente la Lega, bensì si chiedeva solo l’approvazione del “contratto del governo del cambiamento“. La domanda legittima da porsi è molto semplice e chiara : come si può affidare ai presunti circa 115 mila iscritti di decidere via internet e senza alcuna garanzia od organismo terzo di controllo qualificato, sul voto elettronico,  al posto di 10milioni e 700 mila elettori che nel 2018 hanno votato per il M5S ? E questa sarebbe democrazia ? Tutti gli improvvisati giuristi e costituzionalisti grillini possono gentilmente spiegarci in quale passaggio della nostra legge elettorale, della legge istitutiva parlamentare, della nostra tanto richiamata Costituzione, che viene continuamente calpestata da un comico, ed un branco di ex-disoccupati privi di alcuna competenza specifica e tantomeno politica? In un video odierno su Facebook  l’ex-venditore di bibite allo Stadio San Paolo, ha annunciato la sua rinuncia alla carica di vicepremier nel Conte Bis, facendo finta che tale decisione fosse la sua, quando invece la verità è che ormai è stato scaricato dai suoi “controllori-datori di lavoro”(leggasi: Casaleggio & Associati e Beppe Grillo). Come si fa a non ridere quando Di Maio dice ” Conte è un premier super-partes” quando invece è palesemente di parte schierato politicamente con il M5S. Saremmo curiosi di sapere dov’è finito il rito delle “graticole” dei meet-point di Grillo, dov’è finita la legenda (ormai una barzelletta) dell’ “uno vale uno”, come mai i grillini che si dichiaravano nemici del “sistema della politica” , delle auto blu, delle poltrone, che andavano a fare le consultazioni a Palazzo Chigi con Renzi e Bersani con i tablet collegati in streaming, adesso hanno perso usi, costumi, abitudini e principi di vita ? Da dove nasce, se non dal manuale Cencelli il concesso espresso (sempre da Di Maio n.d.a.) “se ci fosse stato un vicepremier Pd era giusto che ci fosse un vice M5S. Il Pd ci ha ripensato e ha rinunciato ad avere un suo vicepremier, per cui il problema ora non esiste più”. Di Maio ha mentito ben sapendo di mentire, quando ha detto  che “avevamo due strade, o tornare al voto o verificare se c’era un’altra maggioranza. Tornando al voto ci saremmo ritrovati nella stessa situazione di oggi, la destra ci diceva che eravamo di sinistra, e viceversa, ma noi siamo post-ideologici”. L’unica speranza è che qualunque Governo, sia capace di governare il Paese, insieme ad una serie di riforme fondamentali, come quella sul lavoro (che cancelli l’inutile reddito di cittadinanza), sull’economia, sulla giustizia, si sbrighi a fare una nuova legge elettorale che escluda i listini “bloccati” riservati ai nominati ( o meglio ai servi sciocchi) di questo o quel leader di partito o di corrente, e che riporti il voto del cittadino al centro delle elezioni. Il voto va meritato sulla base delle capacità, delle competenze, della moralità, della coerenza, e non pilotato come sinora accaduto. Da questo punto di vista, si stava molto meglio nella 1a Repubblica, quando la politica era riservata a persone capaci di farla, con un ‘esperienza maturata nei decenni, e sopratutto al servizio dei cittadini, che altrimenti non li votavano, eleggendolo o rieleggendoli in Parlamento. In nome del popolo “sovrano”. Non a caso l’articolo 1 della nostra Costituzione dice che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”. Dovrebbero rileggerla in molti, anzi in tanti. A partire da chi ci governa.

Rousseau, la vera ragione del ritardo? Soldi, altro che la "democrazia diretta" del M5s. Libero Quotidiano. 3 Settembre 2019. È il denaro, bellezza. Il risultato del voto sulla piattaforma Rousseau si è fatto attendere più del previsto. Molto più del previsto. Il M5s avrebbe dovuto rivelarlo poco dopo le 18, pochi minuti dopo la chiusura delle urne virtuali. E invece l'attesa si è protratta quasi fino alle 19. Poi la certificazione dell'inciucio col Pd, indicato da quasi l'80% degli aventi diritto sulla piattaforma digitale. Un "plebiscito", come ha detto Luigi Di Maio, il quale poi ha ancora sparato ad alzo zero contro Matteo Salvini. Immediata la risposta del leghista: "Mai col Pd. Non potrete scappare dal voto in eterno". Ma, si diceva: è il denaro, bellezza. Ci si riferisce al lungo ritardo nella comunicazione dei risultati. Nell'attesa, fiorivano le più disparate teorie: brogli, incursioni nel sistema, Enrico Mentana affacciava il sospetto di un attacco hacker all'ultimo respiro, problemi tecnici di varia natura, imbarazzo nel comunicare quel che era accaduto. E invece no. È il denaro, bellezza. Probabilmente il ritardo non era dovuto a nessuna delle ragioni elencate qui sopra. Ma al denaro, appunto. Perché mai? Perché il risultato, il M5s, voleva veicolarlo per la prima comunicazione sul Blog delle Stelle, il sito di riferimento dei grillini e della Casaleggio Associati. E così è stato. Soltanto dopo la pubblicazione del risultato sul blog hanno preso la parola prima Luigi Di Maio, dunque il notaio Tacchini, infine Davide Casaleggio. Il ritardo, insomma, con discreta approssimazione era dovuto al fatto che il blog, a causa dell'enorme numero di accessi simultanei, era andato in crash. Era irraggiungibile e non aggiornabile. E - crash o non crash - di accessi il Blog delle Stelle ne ha registrati tanti. Anzi, tantissimi. E gli accessi significano denaro, introiti pubblicitari. È il denaro bellezza. Insomma, un'ora e mezza di ritardo probabilmente per... ragioni pubblicitarie. Eccola, la "democrazia diretta" con cui si riempiono la bocca Di Maio, Casaleggio e compagnia cantante. Altro che democrazia diretta: business. Una vicenda grottesca, da barzelletta, con l'Italia in attesa per un'ora e mezza perché un blog era in crash, quando con assoluta probabilità il risultato nel M5s era già noto, ma non riuscivano a "caricarlo" sul sito perché, semplicemente, non funzionava più. Roba da barzelletta. Il perfetto prologo per un governo spaventoso, quello che si può considerare senza troppa paura di sbagliare il più a sinistra che la nostra Repubblica abbia mai avuto.

Francesco Storace smonta Rousseau: "Ho votato, ecco le password". Libero Quotidiano il 3 Settembre 2019. Uno sfotto alla pagliacciata grillina o la prova del fatto che la pagliacciata grillina è anche vulnerabile? Si parla del voto sulla fantomatica piattaforma Rousseau in corso oggi, martedì 3 settembre, con cui gli iscritti grillini sceglieranno se far nascere, o meno, il governo con il Pd. E Francesco Storace, su Twitter, comunica: "È stato facilissimo votare no al governo sulla piattaforma Rousseau", dunque allega uno screenshot (senza però il nome del votante) che mostra come il voto sarebbe stato registrato. A stretto giro di posta, sempre Storace svela la password per accedere alla piattaforma, e qu siamo sicuramente allo sfottò: sarebbe "B1BB14N0", ovvero Bibbiano.

MA QUALE ''CERTIFICAZIONE'' DI ROUSSEAU! Dagospia il 4 settembre 2019. Thread su Rousseau di Luciano Capone, giornalista del ''Foglio'', su Twitter il 3 settembre 2019. Il paese, i cittadini e le istituzioni sono in attesa del voto su Rousseau. È una cosa maledettamente seria soprattutto perché Rousseau non è affatto una cosa seria. Parliamo ad esempio del fatto che secondo Davide Casaleggio e il M5s il "voto è certificato". Che vuol dire? Partiamo dalla conclusione: è una balla, il voto su Rousseau non è certificato. Non c'è alcun controllo su correttezza e regolarità del processo da parte di un ente terzo. Anzi, gli accertamenti del Garante della Privacy confermano che il voto è manipolabile e non è segreto. Cosa intende Casaleggio quando dice che un notaio "certifica"? "Io certifico solo il numero di voti", dice il notaio Valerio Tacchini. Significa che il notaio assicura che i risultati finali che escono dai pc dell'associazione Rousseau sono gli stessi comunicati al pubblico. Ma il notaio Tacchini non ha alcuna competenza né gli strumenti tecnici per verificare che il processo elettorale è stato regolare, che la votazione non è stata manipolata dall'interno, che non ci sono state intrusioni dall'esterno, che il voto degli iscritti è riservato. È come se il notaio certificasse che il polpettone che esce dal forno del ristorante è lo stesso che viene servito a tavola, ma non dice nulla su come è stato cucinato: se c'è carne avariata o umana e se i cuochi ci hanno sputato o fatto pipì dentro, il notaio non ce lo dice. Ecco, tutto questo (carne avariata e pipì nel polpettone) con Rousseau può accadere. Lo dice il Garante per la Privacy: "L'assenza di adeguate procedure di auditing informatico... non consente di garantire l’integrità, l’autenticità e la segretezza delle espressioni di voto". E ancora: "La regolarità delle operazioni di voto è affidata alla correttezza personale e deontologica degli incaricati di queste funzioni tecniche... cui si aggiunge la certezza che le attività compiute non potranno essere oggetto di successiva verifica da parte di terzi". Il Garante parla pure del notaio: "Sussistono forti perplessità sul significato da attribuire al termine “certificazione” riferito all’intervento di un notaio o di altro soggetto di fiducia in una fase successiva alle operazioni di voto, con lo scopo di asseverarne gli esiti". Perché, come si diceva, "poco può aggiungere sulla genuinità dei risultati" visto che i dati su Rousseau "sono, per loro natura e modalità di trattamento, tecnicamente alterabili in pressoché ogni fase del procedimento di votazione e scrutinio antecedente la “certificazione”". Aggiungiamo qualche nota personale sul notaio. Valerio Tacchini non è per nulla "terzo" o super partes. È un amico personale di Casaleggio, già candidato non eletto del M5s al Senato e ora consulente del ministero dei Beni culturali, che segue tutte le faccende del movimento. Tacchini è pure il notaio davanti al quale il 20 dicembre 2017 Davide Casaleggio e Luigi Di Maio hanno costituito (per la terza volta) il M5s (ci sono altri due “Movimento 5 stelle”) riscrivendo la storia e diventando così fondatori di un partito già fondato. Quindi non solo Tacchini non ha alcuna competenza per "certificare" il voto, ma non può neppure essere considerato "terzo" per i suoi legami con il vertice del partito. Insomma, il voto su Rousseau è una boiata pazzesca ed è triste che l'Italia sia in attesa del suo responso.

Jacopo Iacoboni: Ieri Davide Casaleggio ha detto che il voto è stato certificato da una società terza. Beh, ehm, forse meglio dire da una società seconda, fornitore dell’associazione Rousseau? Rousseau, voto certificato dalla stessa società che ha progettato la piattaforma M5S e il voto su Rousseau: si profila una nuova polemica. Perché l’ente terzo di Rousseau in realtà non è terzo ma lavora per l’associazione stessa. Facciamo un passo...ilmessaggero.it

Dal profilo Twitter di Jacopo Iacoboni il 5 settembre 2019. Ieri Davide Casaleggio ha detto che il voto è stato certificato da una società terza. Beh, ehm, forse meglio dire da una società seconda, fornitore dell’associazione Rousseau? Cosa significa? Semplice. La Sighup srl, società che certifica il voto, è la stessa che, come dice il suo presidente, ha progettato la piattaforma e fa parte del team che la mantiene “perché abbiamo il compito di fare lo screening”.. Come dice Canestrari, è ridicolo. In tutto questo è stato ripetutamente è facilmente concesso, a Casaleggio sul Fatto online e a vari commentatori pro M5S, di ripetere questa narrazione costruita alla Casaleggio anche in prime time tv, davanti a tante persone. Questo scacco fa parte dello scacco della democrazia.

RISPOSTA DI MARCO CANESTRARI: Che non ha certificato “il voto” ma ha riportato alcuni dati di conduzione dell’infrastruttura durante l’orario di quel che chiamano voto. Robetta che si trova nei log.

Rousseau inviolabile? Ecco come “bucarlo”. Daniele Bomistalli su Il Corriere del Giorno il 6 Settembre 2019. Intervista tratta dal sito Medium.com. Un consulente NATO per l’intelligence militare (di 29 anni) vi spiega perché il voto online è davvero pericoloso. Ogni produttore o fornitore di servizi online giurerebbe sulla sicurezza informatica dei propri sistemi ma, sfortunatamente, non è cosi. Da Rousseau proclami del genere ne sono sempre arrivati, anche quando la situazione era chiaramente più critica di quella attuale. Il voto su Rousseau sarà fondamentale per ratificare la nascita del nuovo governo Conte oppure per decretarne la fine prima dell’inizio. Ma per gli esperti ci sono diversi pericoli in agguato. Il primo è quello informatico. Dal Movimento assicurano che la piattaforma è inviolabile. Ma è davvero così? Ho intervistato Gianni Cuozzo, esperto di “cybersecurity”. A soli 29 anni è consulente per l’intelligence militare di diversi Paesi Nato, e fondatore di ben 4 aziende di successo che si occupano di sistemi di attacco e difesa informatica. Gianni Cuozzo, classe 1990, è esperto di cybersecurity e consulente strategico per diversi paesi Nato.

Gianni, ci sono molte polemiche attorno al voto delle prossime ore sulla piattaforma Rousseau. Dal Movimento 5stelle fanno sapere che il sito è sicuro. Ma come stanno davvero le cose? Rousseau è vulnerabile?

"Ogni produttore o fornitore di servizi online giurerebbe sulla sicurezza informatica dei propri sistemi ma, sfortunatamente, non è cosi. Da Rousseau proclami del genere ne sono sempre arrivati, anche quando la situazione era chiaramente più critica di quella attuale. Ne è testimonianza l’operazione dell’agosto 2017 di Luigi Gubello aka “Evariste Gal0is”, che dimostrò come il database utenti non fosse sicuro e come le password policies (la politica per l’utilizzo di password, ndr) dei propri amministratori non fossero esattamente all’ultimo grido. Quell’operazione costò alla Fondazione Rousseau una multa di circa 50.000 euro da parte del Garante della Privacy. Davide Casaleggio, tra l’altro, reagì scompostamente con una querela, invece di ringraziare Gubello per aver sottolineato le falle del sistema. Oggi leggendo il comunicato rilasciato dal Movimento 5 Stelle, rimango colpito da informazioni a dir poco fuorvianti. Al punto 2 del comunicato si bollano come “FAKE NEWS” le preoccupazioni avanzate dagli esperti sulla sicurezza della piattaforma, elencando poi una lista di tecnologie che, a loro dire, dovrebbero rassicurare sugli standard utilizzati. Nel comunicato ad esempio si dice che Keycloak (programma per la gestione del login, ndr) “non è mai stato hackerato”. E’ falso: Keycloak è un software open-source, cioè con codice sorgente libero e aperto alla contribuzione di terzi, e negli anni ha avuto diversi problemi di sicurezza. Basta cercare su Google “keycloak cve” (Common Vulnerability Exposure) per rendersene conto. Stesso discorso va fatto per le dichiarazioni sull’utilizzo di “moduli e framework per la piattaforma aggiornati”. I sistemi aggiornati sono utili solo contro vulnerabilità o tecniche di exploitation note, questo non significa che il sistema sia sicuro o “immune” bensì che non è facilmente aggredibile (il che è già un bene). Gli amministratori della piattaforma però non devono dormire sugli allori: non sono da escludere attacchi provenienti da altre nazioni volte a gettare benzina sul fuoco in un momento istituzionale delicato come quello che stiamo vivendo. In sintesi, penso si siano fatti buoni passi in avanti per quanto riguarda la sicurezza della piattaforma Rousseau ma rimane comunque vulnerabile ad attacchi più sofisticati e strutturati".

E come si potrebbe riuscire a mettere a segno questi attacchi?

"Sul blog dei 5 stelle si fa riferimento ad un sistema di sicurezza con doppio fattore via SMS (2FA). Esistono diverse tecniche che hanno dimostrato come sia possibile bypassare questa autenticazione a doppio fattore: alcune possono intercettare il codice di autenticazione rendendo vana la misura di sicurezza. Ad esempio esistono tecniche di SIM Swapping per replicare il messaggio che viene inviato via sms: il tutto grazie a delle falle nei protocolli di comunicazione delle celle telefoniche (SS7). Un attacco simile è stato subito da “Coinbase”, la più grande piattaforma per lo scambio di Cryptovalute al mondo, che di sicuro aveva requisiti di standard di sicurezza molto più restringenti e budget molto più alti di quelli della Fondazione Rousseau. Un altro modo per “bucare il sistema”, che potrebbe impedire il voto in toto, risiede nel tracciare l’architettura che genera il codice che viene inviato via SMS e abbattere uno specifico server. Questo impedirebbe agli utenti di ricevere l’SMS per accedere alla piattaforma e quindi far saltare la votazione. Purtroppo la Fondazione non ci dà indicazioni del livello di resilienza dell’intera piattaforma ma, considerando i budget dichiarati, ho ragione di pensare che la sicurezza sia piuttosto limitata e quindi fossi in loro ci andrei piano nel parlare di “immunità della piattaforma Rousseau”".

Quindi il voto per il “progetto di governo” del 3 settembre può essere manipolato dall’esterno?

"Sì. Molti degli attacchi di cui abbiamo parlato sono mirati, quindi non replicabili su vasta scala, ma possono colpire singoli utenti particolari come quelli con privilegi d’amministrazione all’interno della piattaforma. Inoltre esistono tecniche di “elevazione dei privilegi” con le quali, sfruttando degli errori nel codice, si può trasformare un utente semplice in un utente con privilegi d’amministrazione. Da lì tramite tecniche di “escaping” si può passare dalla piattaforma ad attaccare il server nella sua interezza e quindi andare poi a cercare il database ed alterarne i valori. Ovviamente stiamo parlando di attacchi non semplici da eseguire, ma sono possibili. Un’altra via per manipolare l’esito delle votazione risiede nell’attaccare il database in cui questi voti vengono salvati. Ogni volta che un utente effettua una votazione viene popolata una tabella su un database e, per analizzare la votazione, può venir fatta una richiesta alle varie tabelle degli utenti votanti. Se alterate, queste tabelle nel server, possono esporre dati alterati agli stessi amministratori di Rousseau. E nessuno se ne accorgerebbe. Le statistiche ci dicono che circa il 70% di chi subisce un attacco non sa che è sotto attacco o che è stato sotto attacco".

E dall’interno? E’ possibile che in piattaforme del genere sia prevista la modifica degli esiti di una consultazione senza renderne conto agli utenti?

"Assolutamente sì. Dall’interno un amministratore con i giusti livelli di privilegi può, tramite semplici script, sovrascrivere le tabelle dei database a proprio piacimento ed alterare il risultato della votazione. Così quando vengono prodotti i risultati, essendo anonimi, nessuno può rendersi conto della cosa".

Ci sono precedenti che testimoniano come si possa modificare il voto?

"Al Def Con, la più grande conferenza hacker al mondo che si tiene tutti gli anni a Las Vegas, da diversi anni è presente una sezione dedicata all’alterazione dei sistemi di votazione online. L’anno scorso, ad esempio, sono state manomesse le cabine digitali utilizzate nelle ultime votazioni negli Stati Uniti. Quindi sì, è assolutissimamente fattibile e ci sono diversi sospetti che ciò sia accaduto durante alcune votazioni nell’est Europa e in Sud America: sia da apparati statali che da organizzazioni criminali che agivano per conto terzi".

Che capacità e che strumenti deve avere un potenziale attaccante della piattaforma? E’ così difficile?

"Per quanto riguarda gli strumenti, non si ha bisogno di nulla oltre ciò che si può facilmente reperire in internet: basta un pc qualsiasi ed una connessione. Per quanto riguarda operazioni ad alta intensità computazionale, come ad esempio decodificare HASH (Codici che nascondono le password) o generazione di traffico massiccio, vi sono diversi servizi online sia su internet in chiaro, sia nel deep web, che con qualche migliaio di euro possono fornire tutta la potenza necessaria. Quello che cambia molto però è la preparazione dell’hacker, in gergo lo “skill”. Come detto penso che, anche se non perfetta, negli ultimi anni la sicurezza di Rousseau ha fatto passi in avanti, ma ovviamente ciò non la rende immune, bensì più difficile da violare. Del resto tutte le contromisure di sicurezza informatica non mirano a rendere inviolabile un’organizzazione o una piattaforma, ma a rendere più complesso l’eventuale attacco, per far sì che l’equazione costo:target:rischio sia sconveniente. Per quanto riguarda Rousseau però il target è molto appetibile quindi penso che oltre agli “hacker della domenica” ci possano essere strutture ed organizzazioni ben più complesse che abbiano lo skill necessario per compiere operazioni del genere".

Esistono piattaforme veramente inviolabili?

"Assolutamente No. Fino a poco tempo fa si sono sentiti teorici puntare molto sulle votazioni tramite blockchain. Personalmente ritengo anche quell’approccio fallimentare. La blockchain non è necessariamente “anonima” in quanto si basa su registri pubblici che vengono condivisi con tutti gli utenti di una rete e, sebbene questo approccio possa essere anonimizzato, sono culturalmente contrario ad un sistema di votazione basato su registri pubblici. Inoltre, da un punto di vista tecnico, essendo la blockchain basata su registri de-centralizzati su più nodi, l’alterazione di un solo nodo comporterebbe la sincronizzazione dei nodi di tutta la rete, mettendo a repentaglio l’intera catena di sicurezza. E questo è dimostrato anche dai recenti attacchi alla blockchain descritti in un articolo apparso sul MIT Tech Review".

In conclusione, il voto online è da considerarsi una pratica pericolosa?

"Non è ancora giunto il tempo per votazioni di questo tipo online. Finchè non avremo tecnologie di anonimizzazione efficaci e sicure, penso che la cara e vecchia matita debba avere vita lunga. Il voto online è ancora più pericoloso quando poi avviene su una piattaforma chiusa, appartenente prima ad una società privata e poi ad una fondazione privata, di cui non si conosce il codice sorgente, non è possibile vedere gli audit di sicurezza e non se ne conosce con esattezza l’architettura. Consiglio alla Fondazione Rousseau di dare certezze tecniche in tal senso, con documenti e codici sorgenti visionabili e non con proclami da televendita anni ‘90."

Piattaforma Rousseau: cos'è e come funziona il voto. Storia dello strumento di voto del Movimento 5 Stelle. Martedì si decide il futuro del Governo Pd-M5S. Ma, funziona davvero? Barbara Massaro l'1 settembre 2019 su Panorama. Il Movimento propone, la base decide. E' questa la logica che guida l'esperienza politica del Movimento 5 Stelle sin dalla sua fondazione nel 2009. E per far sì che militanti ed elettori possano dire la loro è stata creata la cosiddetta piattaforma Rousseau della quale si è tornato a parlare in questi giorni come colei che avrà l'onore e onere di decidere - grazie al voto degli elettori - il destino ultimo del governo Conte bis. Il voto sul futuro del Governo Pd-M5S è previsto per il 3 settembre, dalle 9 alle 18. Questo il quesito proposto agli iscritti: "Sei d'accordo che il Movimento 5 Stelle faccia partire un Governo insieme al Partito Democratico e presieduto da Giuseppe Conte?"

Cos'è la piattaforma Rousseau. La piattaforma Rousseau altro non è se non un sito internet con un'area riservata cui possono accedere solo gli iscritti che devono identificarsi con account e password e dimostrare di essere tesserati grillini. Entro quest'area è possibile partecipare alle attività del movimento, proporre leggi, fornire punti di vista e soprattutto votare per le decisioni politiche dei 5 stelle. All'interno dello Statuto pentastellato la piattaforma viene definita come "il luogo dove devono obbligatoriamente svolgersi quasi tutte le più importanti votazioni del partito".

A chi appartiene la piattaforma. La piattaforma, però, non è di proprietà del Movimento, ma di una società privata senza scopo di lucro, l’Associazione Rousseau, fondata da Gianroberto Casaleggio e ora controllata da suo figlio Davide insieme a Massimo Bugani, Pietro Dettori e Enrica Sabatini. Nel corso della storia pentastellata la piattaforma di voto è stata usata una settantina di volte sia per scegliere i candidati da presentare nelle varie tornate elettorali sia per questioni più importanti.

Come e per cosa si vota. Dopo il tracollo alle europee, ad esempio, i militanti sono stati invitati a rispondere con un "sì" o con un "no" alla riconferma di Luigi Di Maio nel ruolo di guida politica del M5S (il "sì" ha trionfato con l'80% delle preferenze). A febbraio scorso, invece, i militanti si sono espressi circa l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini a proposito del caso Diciotti (in questo caso a vincere è stato il "no" con il 60% delle preferenze) e in precedenza sempre Rousseau ha determinato la laurea a capo politico pentastellato dello stesso Luigi Di Maio. In questi giorni se ne è tornato a parlare perché agli elettori (che per accedere a Rousseau devono pagare una quota d'iscrizione oltre che essere tesserati del M5S) verrà chiesto di esprimere il proprio consenso o meno circa le linee programmatiche del governo rosso-giallo in fieri.

Quali sono i problemi della piattaforma Rousseau. Una responsabilità notevole delegata a uno strumento che, però, evidenzia parecchie falle strutturali. In primo luogo perché il numero di iscritti non è noto (Di Maio parla di 100.000, ma non ci sono dati ufficiali depositati agli atti); poi perché le identità dei votanti non sono protette da anonimato e infine perché è stato più volte dimostrato che la piattaforma non è a prova di hacker ( i pirati informatici sono entrati spesso nel portale rendendo pubblici persino i numeri privati dei leader grillini). In questo senso Rousseau è stata anche multata dal Garante della Privacy. Lo scorso marzo è stata chiesta un'ammenda di 50.000 euro in quanto la piattaforma - si leggeva nelle motivazioni - "non garantisce la protezione delle schede elettroniche e l'anonimato dei votanti in tutte le fasi del procedimento elettorale elettronico" e già nel 2018 Rousseau era entrata nel mirino del Garante che aveva chiesto 35.000 euro per uso illecito dei dati personali. 

Chi verifica i voti? Inoltre non esiste una società terza che verifica e computa i voti effettivi e le preferenze indicate, ma solo un anonimo notaio di fiducia del movimento che, ad ogni tornata referendaria verifica l'esito del voto e lo rende pubblico. Manca, quindi, la cosiddetta "certificazione di voto" essenziale per garantire la legittimità dell'espressione popolare anche in caso di democrazia diretta. Tecnicamente, quindi, i voti sarebbero passibili di manomissione. Lo statuto ricorda che la verifica dell’abilitazione a votare e il conteggio dei voti vengono effettuati in maniera automatica, mentre - si legge nel documento - "la regolarità delle consultazioni è certificata da un organismo indipendente, nominato dal Comitato di Garanzia, o da notaio" la cui identità, però, non è mai stata resa pubblica. Non solo: ogni qual volta la base è stata chiamata a esprimersi in maniera massiccia subentrano bug, falle del sistema e black out ritenuti sospetti dagli addetti ai lavori in quanto potrebbero rappresentare una copertura per alterare la volontà espressa dall'elettorato.

Quanti soldi girano intorno a Rousseau. Dietro la piattaforma, poi, c'è anche un bel giro di soldi: ogni politico del M5S, ad esempio, ogni mese deve -  sempre x statuto - versare 300 euro a Rousseau e gli stessi militanti, per aver diritto al voto, devono pagare. Il Sole24 Ore ricorda che "tra contributi da persone fisiche e proventi da eventi e attività editoriali, nel 2018 l'Associazione Rousseau ha incassato 1,24 milioni di euro, tra i quali spiccano i 699.844 euro provenienti dai parlamentari M5S". I dati sono contenuti nel bilancio 2018 che è stato chiuso con un avanzo di gestione di 57.573 euro e un patrimonio netto positivo per 2.188 euro.

NON FATE LEGGERE AI DIRIGENTI PD IL POST FACEBOOK DI ADINOLFI. Monica Rubino per La Repubblica il 2 settembre 2019. Martedì, come è ormai noto, i 115.372 aventi diritto al voto su Rousseau saranno chiamati dalle 9 alle 18 a esprimere il proprio voto sull'alleanza con il Pd per un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte. Il quesito a cui potranno rispondere gli iscritti è: "Sei d'accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?". La domanda si presenta ben più esplicita di quanto è successo il 18 maggio 2018, quando il quesito che avrebbe portato al governo con Matteo Salvini, non citava esplicitamente la Lega, ma chiedeva solo l'approvazione del "contratto del governo del cambiamento". C'è però un altro dettaglio interessante. Secondo quanto potuto verificare da Repubblica, il quesito, che è già pubblicato sulla piattaforma Rousseau, offre agli iscritti due risposte. Il bottone del "No" è il primo ad apparire, sopra a quello del "Sì". Lo scorso anno, in occasione del governo con la Lega, il "Sì" veniva prima del "No".

I precedenti su Rousseau. La storia dei voti su Rousseau insegna che dei 115mila e dispari iscritti alla piattaforma (che rappresentano appena l'1 per cento dell'elettorato grillino alle ultime Politiche) in realtà in media ne votano molto meno. Ad esempio al quesito sul mandato zero, il 25 e il 26 luglio scorsi, risposero appena in 25 mila. Un pochino più alta la partecipazione alle europarlamentarie (primo turno, 31 marzo 2019: 37.256 votanti; secondo turno 4 aprile 2019: 32.240). Il massimo dei votanti si è raggiunto nella consultazione sul caso Diciotti, che coinvolgeva l'alleato di governo Matteo Salvini: era il 18 febbraio 2019 e votarono in 52.417. Infine alle Parlamentarie del 3 febbraio 2018 votarono in 39.991. Per l'alleanza fra M5s e Lega, il 18 maggio 2018, i votanti furono 44.769. Vedremo quanti saranno i voti domani.

M5s, la scheda del voto su Rousseau: il dettaglio-bomba, qui può saltare tutto davvero. Libero Quotidiano il 2 Settembre 2019. L'inciucio tra M5s e Pd scricchiola, eccome. Non solo per le ultime mosse di Luigi Di Maio, il quale continua ad alzare la posta e, soprattutto, lancia Alessandro DiBattista come ministro per le Politiche europee. Nome indigeribile per l'universo-mondo, quello di Dibba, figurarsi per i democrat. Insomma, questa mossa del capetto politico grillino pare propedeutica al far naufragare la trattativa con la sinistra. Ma non è tutto. Sullo sfondo, come è arcinoto, si staglia il voto sulla fantomatica piattaforma Rousseau, con cui i grillini sono chiamati ad esprimersi sull'alleanza con lo storico nemico, il Pd. I 115.372 aventi diritto al voto saranno chiamati ad esprimersi dalle 9 alle 18 di domani, martedì 3 settembre. E sulla scheda con cui viene proposto il quesito si palesa un clamoroso indizio circa il fatto che ora, probabilmente, lo stato maggiore M5s - da Davide Casaleggio in giù - avrebbe cambiato idea sull'inciucio. Già, perché la domanda viene posta così: "Sei d'accordo che il Movimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?". Domanda chiarissima, insomma. Ma soprattutto, tra le risposte figura prima il "no" e poi il "sì". Come a suggerire che il "no" sia la soluzione favorita. Ma non è tutto. Come l'atteggiamento sia diverso rispetto ai tempi dell'alleanza con la Lega lo dimostra anche quanto la domanda sia esplicita, sintetizzabile in: "Volete andare al governo col Pd?". Ai tempi dell'intesa col Carroccio, infatti, la domanda recitava: "Approvi il contratto del governo del cambiamento?". Insomma, la Lega non veniva neppure nominata. E, soprattutto, il "sì" precedeva il "no". Rousseau, insomma, pronta a far naufragare l'esecutivo-horror.

“ALLA FINE È TUTTO IN MANO A GRILLO E DI MAIO”. Antonio Atte per Adnkronos il 2 settembre 2019. Gli iscritti 5 Stelle nel 2017 l'avevano incoronata con un voto sul Blog come candidata sindaco di Genova. Poi però un post di Beppe Grillo dal titolo "Fidatevi di me" sconfessò il responso della base, annullando quella votazione tra lo sbigottimento generale. Marika Cassimatis, insegnante ligure, alla vigilia della consultazione online di Rousseau sull'accordo di governo tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico, ne è certa: "Alla fine - commenta con l'Adnkronos - decideranno comunque Grillo e Luigi Di Maio, è tutto in mano a loro". "Nel mio caso la votazione fu regolare, poi però Grillo intervenne per invalidarla. C'è stata anche una causa. Per quanto riguarda Rousseau, il Garante della privacy ha avanzato dubbi sulla trasparenza delle votazioni", dice ancora Cassimatis. Dubbi che però l'Associazione Rousseau guidata da Davide Casaleggio ha provato a fugare ieri con un lungo post, precisando che "l'area voto utilizzata negli ultimi 5 mesi e che verrà utilizzata per il voto sul progetto di governo non è stata oggetto di contestazioni da parte del Garante". Secondo l'ex candidata genovese sconfessata da Grillo, "quello su Rousseau è un referendum a uso interno, non credo proprio che il Presidente Mattarella prenderà in considerazione l'idea di far passare un incarico di governo per la piattaforma online, sarebbe una violazione dei principi costituzionali". E poi c'è il nodo statuto. Come osserva Cassimatis, "l'articolo 4 del nuovo statuto M5S dice che se il garante o il capo politico non gradiscono l'esito della votazione possono farla ripetere". In tal caso, si legge nello statuto, la votazione "si intenderà confermata solo qualora abbia partecipato almeno la maggioranza assoluta degli iscritti ammessi al voto". "Ma il numero esatto degli iscritti non si conosce", obietta Cassimatis, che aggiunge: "Con l'avvocato Lorenzo Borrè abbiamo intentato una serie di ricorsi, anche per capire quanti siano effettivamente gli iscritti. I 5 Stelle hanno il desideri di consultare la base ma è solo per dare un contentino a chi crede che questo Movimento si avvalga di una democrazia diretta che nei fatti non c'è". "Purtroppo - chiosa l'ex esponente del M5S - è tutto molto in mano al capo politico. Non so quale valore possa avere la consultazione, perché alla fine decide Di Maio per statuto. Non ce lo inventiamo perché siamo complottisti o perché abbiamo il dente avvelenato. Il nuovo statuto blinda Di Maio e questo è innegabile".

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 2 settembre 2019. Comunque finirà, qualunque accordo con il Pd dovrà essere sottoscritto dopo un voto sulla piattaforma Rousseau. «Decidono gli iscritti al movimento», ribadisce il vertice Cinquestelle. E questo potrebbe essere un bel problema, visto che il sistema con cui i militanti esprimono il proprio parere ha una reputazione tormentata e ha già collezionato due multe e un richiamo ufficiale da parte del garante della privacy. Voto manipolato, hacker, click ripetuti dalla stessa persona. La piattaforma non gode di una buona fama in termini di affidabilità, tanto che in un lungo post sul blog delle Stelle il movimento pubblica le «dieci fake news» sulla struttura online da cui passerà il voto decisivo sul governo giallo-rosso. Prima notizia falsa: Rousseau non appartiene alla Casaleggio associati, che l'ha solo sviluppata «gratuitamente, non riceve finanziamenti pubblici» e destina le donazioni versate mensilmente dai parlamentari al supporto delle attività dell'associazione. Il voto, sostiene il movimento, non può essere manipolato ed è certificato da un notaio. Scongiurati anche i tentativi di orientare il risultato con adesioni di massa dell'ultima ora, poiché possono partecipare solo gli iscritti certificati da almeno sei mesi prima della data della consultazione. La piattaforma è sicura? Sì, è nuova e sostituisce quella vecchia oggetto di contestazioni del garante della privacy. Al momento, si assicura, il software non è mai stato hackerato, nessun utente può votare due volte e l'esito è al riparo da presunte manipolazioni, perché il database con i risultati non è accessibile direttamente da parte degli amministratori. Le precisazioni pentastellate riassumono perplessità e contestazioni sollevate negli ultimi tre anni dal garante per la protezione dei dati personali. L'ultima sanzione è del 4 aprile scorso: l'authority ha multato Rousseau per 50 mila euro stigmatizzando che «non gode delle proprietà richieste a un sistema di e-voting», cioè di votazione online, e non garantisce «la protezione delle schede elettroniche e l'anonimato dei votanti in tutte le fasi del procedimento elettorale elettronico». In sostanza, è manipolabile. Nel provvedimento il garante rileva possibili problemi riguardo alla sicurezza e alla segretezza delle votazioni e di scarsa protezione dei dati degli elettori. Oltre a pagare la multa, il movimento ha dovuto prendere contromisure per rendere il sistema meno vulnerabile e «assicurare l'autenticità e la riservatezza delle espressioni di voto». Altra sanzione da 32 mila euro è stata comminata a marzo 2018 con un provvedimento in cui il garante sottolineava proprio la vulnerabilità della sicurezza e dei dati degli iscritti. Tra le principali criticità: la sicurezza della password, l'individuazione preventiva di falle nei servizi online e soprattutto la protezione dei dati sensibili degli utenti, dunque degli iscritti votanti. Tanto che l'authority, in un precedente provvedimento del 21 dicembre 2017, ha chiesto l'adozione di forme di «auditing» rimarcando come «le misure di sicurezza connesse al controllo delle operazioni di voto destino alcune perplessità» e invitando a una riconfigurazione del sistema «in modo da minimizzare i rischi per i diritti e per le libertà delle persone fisiche». Altro tema delicato è la mancanza di un ente terzo di controllo che verifichi la correttezza del voto. Il partito ha commissionato la certificazione solo due volte: in occasione delle Quirinarie 2013 e per la votazione del «Non statuto» nel 2016. I militanti si sono espressi via web altre settanta volte ma in nessun caso il voto è stato certificato, dato che sul sistema non è comparso il nome della società. Queste consultazioni, prive di sigillo ufficiale, potrebbero dunque essere state oggetto di manipolazione. «Stiamo lavorando su un sistema di certificazione distribuito su blockchain», ha promesso Davide Casaleggio a maggio 2018. L'ultima votazione sulla Rousseau è di febbraio 2019 e riguardava l'autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri per Matteo Salvini nel caso Diciotti. Si è chiusa un'ora e mezza dopo il previsto per la «massiccia affluenza» ma senza grossi intoppi, non come la disastrosa consultazione di gennaio 2018 per la scelta dei candidati alle elezioni politiche nelle liste proporzionali: problemi tecnici, proteste e sistema più volte in tilt. Quanto alla permeabilità della piattaforma, più di una volta l'hacker R0gue_0 ha beffato la sicurezza informatica, pubblicando a settembre sul sito Privatebin mail, password e numeri di telefono del vicepremier Luigi Di Maio e dei ministri Danilo Toninelli e Alfonso Bonafede. Mentre uno studente universitario di 26 anni, ad agosto 2017, si è introdotto con il nickname «Evariste Galois», matematico francese vissuto tra il 1811 e il 1832.

Giulia Sbarbati per “Libero Quotidiano” il 2 settembre 2019. Nei giorni in cui Luigi Di Maio ha minato la via delle trattative giallorosse per calcolo personale, c' è chi ancora spera in un margine per invertire la rotta. Sono quei grillini che si guardano allo specchio e non vogliono morire piddini. La verità è che la galassia pentastellata non è affatto coesa come ci raccontano. Soprattutto a livello locale. Il punto di raccordo di questa piattaforma sommersa è il consigliere della Regione Lazio Davide Barillari, che è uscito allo scoperto minacciando dimissioni di massa.

Perché, per usare parole sue, questa alleanza è "un errore madornale"?

«Già l' accordo con la Lega ci aveva messo di fronte a compromessi difficili da mandare giù, con il Pd sarà ancora peggio. La storia non ci ha insegnato nulla».

Cosa teme?

Che possa ripetersi quello che è accaduto qui nel Lazio, dove un tentativo di dialogo con Zingaretti, governatore senza maggioranza, c' è già stato nel 2018 ed è stato un fallimento. Ha tradito tutte le promesse, mercanteggiando i voti che gli mancavano nel peggior stile democristiano e portando avanti politiche opposte alle nostre».

Quanti la pensano come lei?

«Siamo in tanti, soprattutto a livello regionale e comunale, dove pesano gli scandali che hanno travolto il Pd, penso a Mafia Capitale a Roma, alla sanità in Umbria e agli affidi illeciti di Bibbiano. È chiaro che tutto questo sta mettendo in grande difficoltà i portavoce locali, che temono di essere silenziati e devono dare direttamente conto alla base di questa giravolta».

Cosa farete?

«Per ora abbiamo aperto una riflessione e siamo in attesa di vedere quale sarà l' esito della consultazione su Rousseau. Anche se sarebbe stato più corretto dare la parola agli iscritti quando si è aperta la crisi e non a cose fatte. Non dimentichiamoci che noi siamo dei portavoce, più sentiamo la base e più siamo coerenti con il nostro essere».

Si parla in questi giorni di un quesito sfumato, secondo lei quale sarebbe la formula più corretta?

«La domanda dovrebbe essere chiara e diretta: Volete un governo con il Pd, sì o no?».

Quale posizione prevarrà?

«Credo che alla fine vincerà il sì, ma sono curioso di vedere in che misura. In base a quello deciderò se continuare a combattere dall' interno o se tornare al mio vecchio lavoro».

Cosa si augura?

«Che il Movimento esca dalla fase adolescenziale in cui si trova, dobbiamo crescere senza smarrire noi stessi».

Il suo, quindi, è un appello per il no?

«Certamente».

Dagospia. Dal profilo Twitter di Jacopo Iacoboni il 29 Agosto 2019. Vi potrebbe interessare un mio piccolo thread con alcuni dati sulla piattaforma Rousseau?

1. Ovviamente, tutti sanno che la piattaforma non è una piattaforma, è un semplice sito, molto insicuro e obsoleto, hackerato almeno due volte e sanzionato altrettante (50 mila euro di multa a Casaleggio) dall’Authority italiana su dati e privacy.

2. Piccolo spoiler: le cose interessanti arriveranno alla fine. All’inizio vi ricordo solo cose scontate e di background.

3. Le sanzioni, modeste nelle somme, sono molto gravi nei due profili di infrazione : 1 potenziale manipolabilità dei voti. 2 potenziale riconducibilità dei voti ai votanti.

3 bis. Dal punto di vista forense, Stefano Zanero vi spiegherebbe meglio cosa significa. Comunque io, per sbrigarci, vi riassumo che Rousseau è: insicura, non segreta, manipolabile.

4. Ma facciamo un gioco. Volete giocare?

5. Ok. Facciamo come se i punti fin qui esposti non esistessero. Significa che mi sdraio totalmente sulla prospettiva di Casaleggio. Faccio come se fossi in un talk show italiano. Prendo la piattaforma come se fosse trasparente e certificata da ente terzo. Ci state?

6. Mistero grosso su Rousseau è sempre stato: quanti sono gli iscritti che votano? Allora: gli iscritti sono passati dagli oltre 135 mila di ottobre 2016 ai 150 mila dichiarato ad agosto 2017. Ad agosto 2018 il numero dichiarato da Casaleggio era sceso a 100 mila. Che significa?

7. Beh, significa che in questi anni, poiché nessuno poteva controllare, hanno dato i numeri. Il 2 agosto 2017, Davide Casaleggio disse alla Stampa Estera che contava di arrivare in un anno a un milione di iscritti. L’anno dopo, dichiarava iscritti scesi a 100mila?

8. Veniamo alle cose succulente. Gli ultimi due voti davvero importanti sono stati: il via libera al governo M5S con la Lega. E il salvataggio di Salvini da un grave processo. Ricordate? Molto bene. Ma non credo ricordiate tutto.

9. Anche il voto per il governo M5S con la Lega, passò da Rousseau. Con una piccola decisiva differenza. La piattaforma di Casaleggio disse sì a Salvini 12 giorni prima dell’incarico a Conte. Voto su Rousseau il 18 maggio, incarico il 31. Qui sotto traduco?

10. Casaleggio e Di Maio non imposero allora al Quirinale di essere sotto-ordinato a Rousseau. Fecero il loro voto, è SOLO DOPO dissero a Mattarella che dicevano sì a Salvini. Salvini non rischiò di essere fottuto a sorpresa. E il Quirinale fu il luogo supremo, non scavalcato.

11. Ok dai, non vi vedo abbastanza preoccupati. Vediamo i risultati delle due ultime decisive consultazioni. Dei votanti su Rousseau (44.796 persone; di solito è questo l’ordine numerico di grandezza che vota) il 94% disse sì alla Lega (42.274 persone). Dissero di no solo 2.522.

12. Persino in un voto davvero contrario a tutto il giustizialismo grillini, quello sul processo a Salvini, Rousseau salvò Salvini, con buon margine: il 59% (30.948 iscritti) scelse di concedere l'immunità al ministro dell'Interno. Mentre 21.469 (40,95%) votarono no.

13. Erano due voti ALTAMENTE “POLITICI”. è questa è la “base elettorale attiva” (quei 50-60 mila che votano, dei 100mila iscritti) su Rousseau: gente che - se scordiamo i primi punti del mio thread - sopporta benissimo la Lega, semmai odia il Pd.

14. Non so come andrà a finire. So solo com’è andata fino ad oggi. Ah, mi sono appena ricordato che ci sono i punti da 1 a 3: è una piattaforma privata di un’associazione privata di Davide Casaleggio su server privati mai controllati da ente terzo

La casa di vetro sempre più opaca. Nessuno chiede più a Rousseau. Francesco Maria Del Vigo, Lunedì 19/08/2019, su Il Giornale. La democrazia diretta ha tirato le cuoia. Almeno per come ce la avevano propinata i pentastellati. Nell'agosto più politico e pazzo della storia repubblicana c'è un grande assente. Non Jean Jacques. Ma la mitologica piattaforma del Movimento Cinque Stelle quella che, nel racconto grillino, tutto decide, amministra e organizza all'interno del partito. La casa di vetro, il simbolo stesso della tanto sbandierata democrazia diretta, l'urna virtuale all'interno della quale tutti i sostenitori depositano le loro volontà. Nell'idea del fondatore la piattaforma doveva essere una specie di telecomando che permetteva agli iscritti di decidere ogni minima posizione del movimento. La realizzazione pratica di quello che Grillo per anni ha berciato dai palchi di tutta Italia: i politici sono vostri dipendenti, siete voi che li pagate. Ecco, attraverso Rousseau, i grillini avrebbero dovuto indirizzare il grillismo. Ovviamente era una pantomima: il sistema operativo collassava quasi sempre, più volte il garante per la privacy ha denunciato l'inaffidabilità delle valutazioni e la veridicità dei risultati. Ma per anni Casaleggio e soci hanno continuato a far votare programmi, regole e cavilli sulla loro piattaforma. Votazioni per lo più insignificanti e dall'esito ampiamente scontato. Fino a questa estate. Il governo moribondo è in barella, la Lega ne fa di tutti i colori, il movimento crolla nei sondaggi e apre per la prima volta a nuove alleanze, Conte rimane inchiodato alla poltrona, insomma il momento più incasinato della storia dei Cinque Stelle e su Rousseau cosa succede? Niente di niente. Tutto fermo al 25 luglio. Per Rousseau la crisi non c'è mai stata. Loro al massimo si esprimono su temi di grandissimo rilievo politico come il «mandato zero». Ora le decisioni vengono prese nella blindatissima villa di Grillo a Marina di Bibbiona, lontano da occhi indiscreti, senza nessuna diretta streaming e nessuna consultazione. Quando il gioco si fa duro Rousseau e la democrazia diretta finiscono in soffitta. Troppo pericoloso interpellare la base chiedendole cosa ne pensa di un governo con il Pd di Renzi, il Pd vituperato, spernacchiato e messo alla berlina per anni. Troppo rischioso avventurarsi in una votazione su un possibile ritorno alle urne o sulla fine del governo. Figuriamoci interrogarsi sul ruolo del sempre più evanescente Di Maio. La democrazia diretta va bene solo quando le acque sono calme e non c'è nulla da decidere. In questi casi, il rischio di prendersi dagli iscritti un sesquipedale vaffa è troppo alto.

Rousseau, come (non) funziona la piattaforma digitale del M5S (a spese del contribuente). Il Corriere del Giorno il 26 Agosto 2019. Sul portale rousseau.movimento5stelle.it non vi è alcuna ufficialità su quanti siano gli iscritti . Recentemente Luigi Di Maio capo politico del M5S ne ha dichiarati circa 100 mila, che viene spesso “spacciato” come il grande popolo del M5S sul web, che, previa registrazione e successiva approvazione (alla faccia della democrazia ) dell’iscrizione da parte dei “fedelissimi” di Davide Casaleggio, possono esprimere il proprio voto in caso di referendum o per la scelta dei candidati per le varie elezioni, e di poter teoricamente partecipare alle attività del Movimento. La piattaforma Rousseau bandiera della democrazia diretta del M5S , potrebbe tornare centrale per sbrogliare la complicata matassa dell’alleanza di governo con il Pd. Infatti nei momenti più delicati della storia del M5S sono stati i referendum online ad indicare, seppure con più di qualche dubbio, la linea politico da attuare. In realtà non vi è alcuna ufficialità su quanti siano gli iscritti al portale rousseau.movimento5stelle.it . Recentemente Luigi Di Maio capo politico del M5S ne ha dichiarati circa 100 mila, che viene spesso “spacciato” come il grande popolo del M5S sul web, che, previa registrazione e successiva approvazione (alla faccia della democrazia ) dell’iscrizione da parte dei “fedelissimi” di Davide Casaleggio, possono esprimere il proprio voto in caso di referendum o per la scelta dei candidati per le varie elezioni, e di poter teoricamente partecipare alle attività del Movimento. La partecipazione nel primo periodo di vita del Movimento Cinque Stelle era abbastanza alta, ma col tempo è molto diminuita progressivamente come i numeri confermano. Il referendum sull’alleanza con la Lega nel maggio 2018 venne votato sulla piattaforma Rousseau , da soltanto 44 mila iscritti-registrati . Successivamente alla votazione per la riconferma di Di Maio come capo politico dopo il crollo del Movimento alle elezioni europee parteciparono oltre 56 mila, mentre erano stati soltanto 20 mila i votanti a quella per la scelta delle cinque donne capolista alle Europee per Bruxelles. Recentemente anche da parte di ex collaboratori della Casaleggio Associati, sono stati ripetutamente sollevati ed emersi non poco dubbi  sulla gestione “trasparente” dei dati degli iscritti e sulla correttezza e legalità dei risultati delle votazioni online. Proprio sulla base di queste motivazioni il Garante della Privacy ha comminato all’ Associazione Rousseau due maxi sanzioni. La prima da 32 mila euro per aver ravvisato il trattamento illecito dei dati personali, confermato da un hackeraggio che svelo pubblicamente sul web centinaia delle informazioni e dati personali degli iscritti . La seconda multa da 50 mila euro, venne comminata a seguito della riscontrata vulnerabilità della piattaforma e la possibilità di alterare i voti degli iscritti. Non è un caso infatti se recentemente il M5S volesse piazzare al vertice del garante della Privacy un proprio uomo. E parlano anche di democrazia….

LA SÒLA DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA. Da Corriere.it 4 aprile 2019. La piattaforma Rousseau dell’omonima associazione di Davide Casaleggio «non gode delle proprietà richieste a un sistema di evoting (voto elettronico, ndr)». Non dà, quindi, le adeguate garanzie «che prevedono la protezione delle schede elettroniche e l’anonimato dei votanti in tutte le fasi del procedimento elettorale elettronico» durante l’espressione delle preferenze da parte degli iscritti al Movimento 5 Stelle. È la conclusione a cui è giunto il Garante della privacy, che negli ultimi due anni ha monitorato gli interventi dell’Associazione e l’ha ammonita per le ripetute intrusioni degli hacker. Con l’odierno provvedimento è arrivata una multa da 50 mila euro e la richiesta — per scongiurare ulteriori sanzioni — di consentire la verifica a posteriori delle attività compiute, assegnare credenziali di autenticazione ad uso esclusivo di ciascun utente con privilegi amministrativi, definendo per ciascuno i differenti profili di autorizzazione, e realizzare un sistema di voto che fornisca garanzie di sicurezza, autenticità e riservatezza. Nell’atto con il quale il garante Antonello Soro aveva reso nota l’apertura dell’istruttoria, avvenuta nell’agosto del 2017 e notificata nel gennaio del 2018, il garante contestava la «mancata designazione delle società Wind Tre Spa e Itnet Srl quali responsabili del trattamento dei dati personali degli utenti dei diversi siti riferibili al Movimento 5 Stelle», che «configura l’illiceità del trattamento medesimo in ragione della comunicazione dei dati a soggetti terzi, in mancanza del consenso degli interessati». L’Autorità — già allora — criticava l’ «indiscutibile obsolescenza tecnica» della piattaforma ed evidenziava la necessità immediata di «misure di sicurezza» più forti «connesse al controllo delle operazioni di voto».

M5S, dal Garante della privacy 50mila euro di multa a Rousseau: "Il voto è manipolabile". Per l'Authority l'associazione presieduta da Casaleggio non garantisce la segretezza e la sicurezza del voto degli iscritti, scrive Giovanni Vitale il 4 aprile 2019 su La Repubblica. "La piattaforma Rousseau non gode delle proprietà richieste a un sistema di e-voting". In parole povere: non garantisce né la segretezza né la sicurezza del voto degli iscritti ai 5Stelle, il cui risultato può essere manipolato - senza lasciare traccia - dagli amministratori del sistema, in ogni fase del procedimento elettorale. È l'esito dell'attività ispettiva svolta dal Garante della privacy che, al termine di una istruttoria in più fasi durata due anni, ha "condannato" l'Associazione presieduta da Davide Casaleggio a pagare 50mila euro e a predisporre una serie di misure correttive volte a: scongiurare la permanente vulnerabilità della piattaforma; consentire la verifica a posteriori delle attività compiute; rimuovere la condivisione delle credenziali di accesso, che rendono impossibile identificare e controllare i soggetti autorizzati a operare sulla piattaforma; progettare un sistema di e-voting in grado non solo di proteggere i dati personali da attacchi interni ed esterni, ma soprattutto di "assicurare l'autenticità e la riservatezza delle espressioni di voto". Pena, ulteriori sanzioni.

Il voto non è segreto. Anche se, dopo una precedente istruttoria, l'Associazione Rousseau ha adottato alcuni accorgimenti mirati a garantire la libertà e la segretezza del voto - come la cancellazione o la trasformazione in forma anonima dei dati personali trattati, una volta terminate le operazioni di voto, nonché il disaccoppiamento del numero telefonico del votante dal voto espresso - il Garante ritiene che gli interventi non siano ancora sufficienti. Anzi - scrive - "sono state evidenziate persistenti criticità" scrive. Oltre ad aver scoperto l'esistenza di una tabella esterna alla piattaforma (presente all'interno del data center di Wind, con cui l'associazione Rousseau aveva un contratto di servizi) contenente tutte le informazioni relative alle operazioni di voto, al numero di telefono e all'ID dei votanti, insieme all'espressione di ciascun voto, il Garante ritiene che "la mera rimozione del numero telefonico, a fronte della presenza di un altro identificativo univoco dell'iscritto", come Casaleggio rivendica di aver fatto, "non possa essere considerata quale misura coerente con gli obiettivi di protezione dei dati personali che si intendevano promuovere". Non solo "la rilevata assenza di adeguate procedure di auditing informatico, eludendo la possibilità di verifica ex post delle attività compiute, non consente - scrive il Garante - di garantire l'integrità, l'autenticità e la segretezza delle espressioni di voto, caratteristiche fondamentali di una piattaforma di e-voting (almeno sulla base degli standard internazionali comunemente accettati)".

Possibilità di manipolazione. La protezione dei dati personali è messa a rischio anche da un'altra condotta, ovvero quella di lasciare "esposti i risultati delle votazioni (per un'ampia finestra temporale che si estende dall'istante di apertura delle urne fino alla successiva "certificazione" dei risultati, che può avvenire a distanza di diversi giorni dalla chiusura delle operazioni di voto) ad accessi ed elaborazioni di vario tipo (che vanno dalla mera consultazione a possibili alterazioni o soppressioni, all'estrazione di copie anche offline)". E ciò perché gli amministratori di sistema, cioè le persone in possesso delle credenziali per accedere e operare sulla piattaforma (mediante due diverse utenze con privilegi) sono cinque per il sito movimento5stelle.it e altre cinque per il sito rousseau.movimento5stelle.it, alcune delle quali uguali per l'uno e l'altro sito. Ma non è possibile identificarle. Perciò "la modalità di assegnazione delle credenziali e dei privilegi relativi alle varie funzionalità dei siti dell'Associazione (...) risultano inadeguate sotto il profilo della sicurezza - avverte il Garante - poiché la condivisione delle credenziali impedisce di attribuire le azioni compiute in un sistema informatico a un determinato incaricato, con pregiudizio anche per il titolare, privato della possibilità di controllare l'operato di figure tecniche così rilevanti".

Controlli impossibili. "La regolarità delle operazioni di voto è quindi affidata alla correttezza personale e deontologica di queste delicate funzioni tecniche, cui viene concessa una elevata fiducia in assenza di misure di contenimento delle azioni eseguibili e di suddivisione degli ambiti di operatività, cui si aggiunge la certezza che le attività compiute, al di fuori del ristretto perimetro soggetto a tracciamento, non potranno essere oggetto di successiva verifica da parte di terzi". È cioè fare un controllo su chi fa cosa, sua ex ante, sia ex post. "In questo senso la piattaforma Roussau non gode delle proprietà richieste a un sistema di e-voting", sentenzia il Garante richiamando il documento adottato dal comitato dei ministri del consiglio di Europa il 14 luglio 2017 "che prevede la protezione delle schede elettroniche e l'anonimato dei votanti in tutte le fasi del procedimento elettorale elettronico". La piattaforma, infatti "non appare in grado né di prevenire eventuali abusi commessi da addetti interni, né di consentire l'accertamento a posteriori dei comportamenti da questi tenuti, stante la limitata efficacia degli strumenti di tracciamento delle attività" scrive il Garante. E "in questo senso sussistono forti perplessità sul significato da attribuire al termine 'certificazione' riferito al titolare del trattamento all'intervento di un notaio o di un soggetto terzo di fiducia in una fase successiva alle operazioni di voto con lo scoop di asseverarne gli esiti". "Non c'è dubbio infatti - si legge - che qualunque intervento ex post di soggetto di pur comprovata fiducia (notai, certificatori accreditati) poco possa aggiungere, dal punto di vista della genuinità dei risultati, in un contesto in cui le caratteristiche dello strumento informatico utilizzato, non consentendo di garantire tecnicamente la correttezza delle procedure di voto, non possono che produrre una rappresentazione degli esiti non suscettibile di analisi, nell'impossibilità di svolgere alcuna significativa verifica su dati che sono, per loro natura e modalità di trattamento, tecnicamente alterabili in pressoché ogni fase del provvedimento di votazione e scrutinio antecedente la cosiddetta certificazione".

Multa a Rousseau, Di Maio: «Soro è Pd, prossimo Garante sia insospettabile». Pubblicato sabato, 06 aprile 2019 da Martina Pennisi su Corriere.it. I 50 mila euro di multa del Garante per la privacy alla piattaforma Rousseau sono diventati un caso politico. A margine dell’evento dei pentastellati Sum, il vice premier Luigi Di Maio ha dichiarato: «Ci sono delle nomine in scadenza, tra le quali anche il Garante della Privacy. E in questo caso noi ci adopereremo per individuare una figura al di sopra di qualsiasi sospetto. Qui il sospetto è politico, anche perché il garante è un politico del Pd». Ha aggiunto: «Quando ci multano per la seconda volta per un software che non abbiamo più qualche dubbio ci viene...». Di Maio, leader dei 5 Stelle, gruppo che si affida a Rousseau per raccogliere il parere dei suoi iscritti e chiede ai suoi parlamentari di contribuire economicamente all’omonima associazione presieduta da Davide Casaleggio, ha dunque commentato la vicenda nella doppia veste di capo politico del Movimento colpito della sanzione e di ministro di un governo espressione di un parlamento a maggioranza gialloverde che dovrà eleggere in giugno il nuovo collegio dell’Autorità. A mettere in discussione l’indipendenza dell’attuale presidente del Garante Antonello Soro dal Partito democratico, di cui è stato capogruppo alla Camera fino al 2009, è stato un post non firmato sul blog delle Stelle, immediatamente dopo l’annuncio della multa: «L’ex capogruppo Pd, oggi Garante della privacy, ha deciso di multare nuovamente Rousseau per un sistema di voto che non è quello utilizzato oggi e che non è più online. Ha mai controllato gli altri partiti? Il suo partito per esempio? Temiamo che ci sia un uso politico del Garante». Durante Sum, e prima di Di Maio, si è espresso anche Casaleggio: «Mi sembra sia chiaro che fosse un attacco politico. A capo dell’Authority del garante della privacy non può starci un ex capogruppo del Pd ma neanche un politico in generale. Deve essere un professionista che mantenga la propria autonomia». Soro ha replicato sottolineando di non aver «intenzione di fare polemica con alcuno, né ho bisogno di dimostrare la mia indipendenza di giudizio né quella delle mie colleghe nell’esercizio del mandato del Garante. Un’esperienza che nei sette anni passati si è misurata sul terreno della tutela dei diritti e del contrasto alla loro violazione. Ne fanno fede i provvedimenti per chiunque facilmente accessibili». Ha aggiunto: «Se il dottor Casaleggio ha rilievi da muovere può ricorrere, come previsto dalla legge, al giudice ordinario». Oltre a Soro, l’attuale collegio in scadenza del Garante è composto dalla vice presidente Augusta Iannini, ex magistrato, ex capo dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia e moglie di Bruno Vespa; Giovanna Bianchi Clerici, deputata della Lega fino al 2006 ed ex consiglio di amministrazione Rai, e Licia Califano, docente di diritto costituzionale. Come detto, il prossimo quartetto verrà eletto da giugno: due dalla Camera, due dal Senato. Sarà poi il nuovo collegio a scegliere il suo presidente. Nel botta e risposta sul provvedimento che ha causato la seconda multa a Rousseau — la prima da 32mila euro risaliva a marzo — si discute inoltre dei presunti interventi già fatti sulla piattaforma. Casaleggio, quando Il Foglio ha pubblicato le prime indiscrezioni sulla decisione del Garante, ha scritto sul blog delle Stelle di aver apportato una serie di modifiche per venire incontro alle perplessità delle ultimi due anni. Due giorni dopo è arrivata la sanzione. Marco Canestrari, programmatore ex Casaleggio associati e coautore de Il sistema Casaleggio, spiega al Corriere come almeno una delle azioni intraprese sia ininfluente: «La pagina dell’iscrizione al Movimento si basa ancora sul sistema Movable Type (che non si più aggiornare dal 2013, ndr). Anche se l’area voto adesso usa Keycloak rimane insicura». In parole povere, è stata ricostruita la porta di una stanza di una casa le cui fondamenta rimangono instabili. «L’intero contesto è sbagliato: il codice non è pubblico, non si ha chi abbia accesso a cosa e come e quindi tutto può essere», aggiunge Canestrari. Il Garante si era espresso negli stessi termini dopo la prima reazione di Rousseau: «Le misure asseritamente migliorative che sarebbero state adottate sono giunte, via mail, ad istruttoria già chiusa e senza alcuna documentazione a sostegno» e «risultano comunque ininfluenti ai fini delle pregresse criticità evidenziate e sanzionate nel provvedimento».

CASALEGGIO E LA SINDROME RANCOROSA DEL BENEFICATO? Umberto Rapetto, Generale (ris.) della Guardia di Finanza, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche, per Startmag.it l'8 aprile 2019. Ho sentito Davide Casaleggio tuonare contro Antonello Soro. Non riesco a fare a meno di strillare anch’io contro il Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Ma c’è una differenza. E nemmeno trascurabile. Mentre Casaleggio echeggia l’immancabile complotto, io invece sono indeciso se accusare Soro di eccessiva bontà o di munificente favoritismo. La sanzione di 50 mila euro che è stata affibbiata dal Garante per la privacy non è affatto piovuta dal cielo, come qualcuno ha pensato di far credere a simpatizzanti ed accoliti. A chi è afflitto dalle scie chimiche, non crede allo sbarco sulla Luna, ipotizza accoppiamenti multispecie (forse per non dimenticare che il cane è il miglior “amico” dell’uomo…), teme gli alieni o – così a seguire – è turbato da chissà quale altra preoccupazione, viene spontaneo suggerire di approfondire quel che è successo e scoprirne l’antefatto. La storia della “super multa” (che di super non ha davvero nulla, né nell’entità finanziaria, né nella fattispecie considerata) ha radici lontane e bisogna raggiungere l’agosto del 2017, quando la celeberrima piattaforma informatica Rousseau (tessuto connettivo digitale) finisce sotto attacco degli hacker. La non trascurabile violazione dei dati – fortunatamente non sottaciuta dai mezzi di informazione, spesso presi da più scottanti temi – ha inevitabilmente innescato l’attivazione di un procedimento da parte del Garante per la privacy. La disciplina vigente, infatti, parla chiaro e sottolinea che incidenti del genere non danneggiano tanto chi gestisce i dati ma piuttosto i soggetti cui quelle informazioni personali si riferiscono. I pirati informatici hanno beffato, sì, la Casaleggio & Associati e il relativo entourage tecnico, ma hanno recato pregiudizio ad una platea di “innocenti”, colpevoli solo di aver affidato alla piattaforma Rousseau i propri dati immaginando che questi fossero adeguatamente protetti. Il 21 dicembre 2017 arriva il provvedimento n° 548: l’Autorità, a conclusione dell’istruttoria relativa alla violazione dei sistemi informatici riferiti alla Piattaforma Rousseau e ad altri siti connessi al Movimento 5 Stelle, ha prescritto nei confronti dei relativi titolari del trattamento l’adozione di misure necessarie e opportune al fine di rendere i trattamenti dei dati personali degli utenti dei predetti siti web conformi ai principi della disciplina in materia di protezione dei dati personali. Il secondo step di questo contenzioso è datato 16 maggio 2018 e segnato dal provvedimento n° 289. Il Garante, paziente più di Giobbe, dopo aver ricevuto informazioni, documentazione e un approfondimento tecnico (testualmente “dal quale sono emersi alcuni profili di criticità nelle misure di sicurezza fino ad allora adottate”), ha concesso una proroga dei termini precedentemente stabiliti per l’adempimento delle prescrizioni impartite con il provvedimento del 21 dicembre 2017. Casaleggio & Associati – pur non avendo soddisfatto gli standard auspicati da Soro e peraltro stabiliti dalla legge – ottengono così una dilazione di tempo potendo mettersi in regola entro il 30 settembre 2018. Per chi avesse scarsa confidenza con il calendario, alla piattaforma Rousseau viene permesso di essere sicura entro un anno dalla devastante breccia aperta nel perimetro dei propri forzieri informatici. Davide Casaleggio, in qualità di legale rappresentante pro-tempore dell’Associazione Rousseau, risponde in anticipo rispetto il termine accordato, comunicando l’avvenuta adozione di ulteriori accorgimenti assunti al fine di porre rimedio alle criticità rappresentate dall’Autorità con il provvedimento del 16 maggio 2018 e trasmettendo al Garante i report tecnici delle due società incaricate di effettuare i “penetration test”. Il successivo 7 agosto 2018 l’Autorità si trova costretta a rilevare – proprio dalla documentazione trasmessa ed in particolare dalle risultanze dei security assessment – la presenza di debolezze strutturali degli applicativi testati con conseguente necessità dell’adozione di adeguate contromisure. Il Garante chiede quindi di far pervenire, entro il già concesso termine del 30 settembre 2018 ogni ulteriore elemento di valutazione in ordine alle misure e alle iniziative assunte a tutela dei dati personali degli utenti. Il 4 ottobre 2018 Soro e gli altri componenti dell’Autorità concedono una ulteriore proroga a Casaleggio per allineare la piattaforma Rousseau alle prescrizioni sancite dalla normativa in vigore e per tutelare finalmente gli utenti che si servono del sito e dei relativi servizi. Il termine ultimo per “dare completo adempimento alle prescrizioni contenute nel paragrafo 7 del provvedimento n. 548 del 21 dicembre 2017” viene così fissato al 15 ottobre 2018. L’Ufficio del Garante informa in anticipo i predetti responsabili che nei giorni 12 e 13 novembre 2018 sarebbe stato effettuato un accertamento ispettivo di natura prettamente tecnica avente lo scopo di verificare in concreto – attraverso una serie di accessi ai sistemi informatici svolti in presenza di tutte le professionalità necessarie – la robustezza dei sistemi di sicurezza adottati rispetto alle criticità rappresentate dall’Autorità. Questo l’iter, lungo e travagliato, che si profila ben diverso da una coltellata a tradimento – Bruto docet – tipica di una congiura. Non va sottovalutato che il Garante già nel suo primo provvedimento aveva suggerito “la cancellazione o la trasformazione in forma anonima dei dati personali trattati, una volta terminate le operazioni di voto, nonché il disaccoppiamento del numero telefonico del votante (dato personale particolarmente identificativo) dal voto espresso, allo scopo di rendere i dati relativi alle votazioni meno direttamente riconducibili ai votanti o, addirittura, del tutto anonimi”. A questo proposito non può passare inosservato che (come si legge nel punto 2.2 del tanto vituperato provvedimento sanzionatorio) il Garante ha «constatato che la tabella di database contenente le informazioni relative alle operazioni di e-voting effettuate nelle settimane e mesi precedenti l’accertamento ispettivo (ultimi dati relativi alla votazione online del 12 settembre 2018) “non contiene [più] il numero di cellulare del soggetto votante” e che la medesima tabella “contiene un ID utente [che] permette indirettamente di risalire [al] soggetto votante”». Ogni considerazione qui la lasciamo a chi – tra i lettori – è appassionato di democrazia diretta e di segretezza del voto. Al punto 3.4 del provvedimento del Garante si legge poi, sempre a proposito della piattaforma Rouseeau, che “La stessa, infatti, non appare in grado, tra l’altro, né di prevenire gli eventuali abusi commessi da addetti interni, non essendo stati in essa previsti accorgimenti per partizionare il loro dominio d’azione (in particolare, degli amministratori di sistema e dei DBA – data base administrators), né di consentire l’accertamento a posteriori dei comportamenti da questi tenuti, stante la limitata efficacia degli strumenti di tracciamento delle attività”. Potrei continuare in un impietoso “taglie e incolla” dei brani del provvedimento n° 83 che il 4 aprile scorso l’Autorità Garante ha emesso comminando la contestata sanzione. Il provvedimento è a disposizione di chi vuole prenderne visione e, consideratane l’estrema leggibilità, può soddisfare chi intende sapere la verità sulla vicenda e fare le proprie valutazioni sull’intera architettura della piattaforma da molti identificata come il Paradiso terrestre della democrazia partecipativa. Alla fine della storia quei cinquantamila euro sono l’equivalente di un divieto di sosta a chi per strada, forse, ha commesso ben più imperdonabili infrazioni in danno ai cittadini e ai loro diritti civili. Rimuovere Soro (magari per mettere al suo posto l’ex avvocato di Facebook, nota realtà in cui la privacy è calpestata quotidianamente) sarebbe un evidente segnale di ingratitudine. Forse addirittura un indizio della sindrome rancorosa del beneficato.

Giuseppe Marino per “il Giornale” l'8 aprile 2019. La prima multa l' hanno pagata senza fiatare, rinunciando a opporsi in tribunale. Alla seconda hanno reagito con gli strepiti di Davide Casaleggio e l' ordine di conquistare la poltrona del Garante, subito fatto suo dal vicepremier Luigi Di Maio che, a dispetto della pretesa di rendere indipendente l' Authority, sarebbe intenzionato a piazzare alla guida un suo uomo. Forzatura che portata a termine a multa già comminata avrebbe il sapore della porta della stalla chiusa dopo la proverbiale fuga dei buoi. A meno che a scatenare la voglia di mettere la museruola al Garante non ci sia qualche altro interesse. Una possibile spiegazione può essere cercata in una serie di mail recapitate agli iscritti alla piattaforma Rousseau all' inizio di settembre e resa nota praticamente in tempo reale da Matteo Flora, fondatore di The Fool e brillante imprenditore con aziende che si occupano di cybersecurity, reputazione sul web e diritto in campo tecnologico: «Caro iscritto al Movimento 5 Stelle, - recitava il messaggio di posta elettronica - abbiamo ricevuto notizia di un possibile accesso illecito ai dati presenti sul server dei servizi erogati per il Movimento 5 Stelle e le autorità stanno già indagando assieme a noi e alcune società che ci supportano per identificare le eventuali modalità di accesso e ulteriori protezioni da attivare alcune delle quali sono già state messe in piedi. In linea con quanto richiesto dalla nuova normativa sulla protezione dei dati personali (Gdpr) ti informiamo di questa potenziale violazione dei tuoi dati». La mail fa riferimento alla violazione della piattaforma Rousseau da parte di un hacker avvenuta a settembre 2018. Si tratta di un episodio diverso da quello che ha fatto scattare la multa del Garante, risalente a due anni fa. Il fattore tempo è decisivo: perché il Gdpr, la nuova e molto più stringente normativa europea sulla Privacy, prevedeva un' entrata in vigore posticipata del nuovo regime di sanzioni, in modo da dare tempo alle aziende di adeguare le proprie procedure di difesa. Il termine previsto era il 25 maggio 2018, circa tre mesi prima dell' ultima violazione subita da Rousseau ad opera del solito hacker, Rogue0. Nonostante le raccomandazioni del Garante e le promesse dei gestori di Rousseau di migliorare le difese, il misterioso incursore si era fatto beffe della creatura tecnologica di Casaleggio, mettendo in rete una lista di donazioni effettuate a luglio 2018 con nomi, cognomi, importi e indirizzi email dei donatori messi alla mercè di chiunque. La violazione è avvenuta appena due giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il che apre all' applicazione dell' articolo 83 della norma, dove sono previste sanzioni durissime, fino a 10 milioni di euro. Tra le condizioni per valutare l' entità della sanzione c' è anche la presenza di precedenti provvedimenti subiti dal «responsabile del trattamento in questione relativamente allo stesso oggetto» e «il rispetto di tali provvedimenti». Rousseau ci ricadrebbe in pieno e, anche senza arrivare al massimo della multa, sarebbe una batosta ben maggiore dei 50mila euro impartiti in base alle norme pre-Gdpr. «Oltretutto - spiega Flora -la norma prescrive di avvisare gli utenti del sito violato entro 72 ore specificando una serie di dettagli che nella mail di Rousseau sembrano mancare». Il sospetto che con un nome gradito ai grillini il Garante possa diventare più tenero non è azzardato. E infatti Di Maio ieri ha accusato Antonello Soro di partigianeria, invocando un nome non politico, ma il nome che circola è quello dell' avvocato barese Marco Bellezza, che non solo è stato legale di Facebook (azienda spesso nel mirino per questioni di privacy), ma soprattutto consigliere giuridico dello stesso Di Maio per l' innovazione digitale. Alla faccia dell' indipendenza.

Tasse e fondi pubblici. Tutti i misteri dei soldi a Rousseau. Un libro inchiesta: le ricevute dei versamenti sollevano il sospetto di una elusione fiscale, scrive Giuseppe Marino, Sabato 06/04/2019, su Il Giornale. Le uova d'oro della gallina Rousseau valgono 650mila euro. Mica noccioline se si pensa che nella galassia pentastellata che ruota intorno a Davide Casaleggio c'è l'azienda fondata da papà Gianroberto che, nell'ultimo bilancio noto (2017), annota un fatturato di 1,17 milioni di euro e un utile di appena 20.480. Sulla gestione del tesoro di Rousseau aleggiano dubbi che fanno a pugni con il marchio di fabbrica della trasparenza che il MoVimento spende a piene mani nell'arena politica, incluso il rapporto con il fisco. Le fonti del fiume di denaro che piove nelle casse dell'associazione sono due: le oltre 22mila donazioni di piccola entità che provengono dagli attivisti e i 300 euro al mese che la copiosa pattuglia di parlamentari grillini si è impegnata a versare per coprire «le spese di funzionamento» della piattaforma che il MoVimento ha per statuto come unico possibile fornitore. La cifra totale nell'arco di una legislatura potrebbe arrivare vicino ai 6 milioni di euro. Su quest'ultima fonte di entrate a sollevare ingombranti quesiti sono stati gli autori di Il sistema Casaleggio (ed. Ponte alle Grazie), un volume inchiesta sulla galassia degli enti che ruotano intorno all'erede del defunto guru del MoVimento. Nicola Biondo, ex responsabile della Comunicazione per l'M5s alla Camera (prima che le pubbliche relazioni grilline diventassero dominio di Rocco Casalino) e Marco Canestrari, ex informatico presso la Casaleggio associati, sono venuti in possesso di una ricevuta del versamento da 300 euro di uno dei parlamentari grillini (che ha voluto mantenersi anonimo) rilasciata da «Rousseau». Il documento non parla di donazioni, ma è presentato come corrispettivo di un servizio: «Contributo per il mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l'attività dei gruppi e dei singoli parlamentari». Nicola Biondo, dopo aver fatto esaminare il documento al commercialista Alessio Argiolas, solleva una lunga lista di dubbi: «Noi da qui non possiamo capire se è stata pagata l'imposta di bollo, che si applica proprio sulla ricevuta. Sarebbe il caso che qualcuno lo chiedesse all'Associazione Rousseau. L'Iva è stata pagata?». Il documento, riprodotto in questa pagina, riporta la dicitura «Ricevuta», corredata sia da un codice fiscale sia da una partita Iva. Non c'è invece alcuna indicazione sull'eventuale importo da pagare per uno dei due balzelli, l'imposta di bollo o l'Iva, che andrebbe corrisposto nel caso in cui il documento dalla forma non impeccabile fosse da considerare come fattura. Per molto tempo, tra l'altro, i parlamentari non avrebbero ottenuto alcuna ricevuta per il versamento. La senatrice «ribelle» Elena Fattori sollevò la questione e ricevette i documenti solo poco prima di un'intervista televisiva. «A me non è arrivato nulla», dice invece il senatore Gregorio De Falco, che è stato espulso ma ha comunque onorato i versamenti per il periodo in cui faceva parte del gruppo parlamentare pentastellato. Ma c'è un ulteriore dubbio che andrebbe chiarito. Da dove provengono i contributi versati dai parlamentari? Domanda centrale -incalza Biondo- perché se vengono dall'indennità è un loro sacrificio, ma se provenissero dalle spese si configurerebbe un finanziamento pubblico non dichiarato, attraverso una partita di giro. L'associazione, oltretutto, non ha fatto piena chiarezza nemmeno sulla seconda fonte di entrate, le donazioni degli attivisti, avendo pubblicato un elenco composto di centinaia di iniziali, niente nomi. Uno sterminato omissis, salutato anche da qualche polemica interna. Che ovviamente è stata del tutto ignorata.

M5S, la blockchain fa il suo esordio sulla piattaforma Rousseau: primo voto con Casaleggio e Di Maio. La simulazione durante la due giorni milanese del Movimento. Dal Pd, il deputato Boccia rilancia: "Con Zingaretti doneremo al partito la piattaforma Hackitaly e li sfideremo sulla trasparenza", scrive il 10 marzo 2019 La Repubblica. Prove tecniche di blockchain nel Villaggio Rousseau del Movimento 5 Stelle, dove si è svolta la prima simulazione di voto "certificato" sulla piattaforma della Casaleggio Associati. Anche il vicepremier Luigi Di Maio, oltre a Davide Casaleggio hanno assistito alla prima votazione di questo tipo sul sistema che aumenterà, a detta del Movimento, la sicurezza delle consultazioni online. La simulazione all'interno della due giorni grillina a Palazzo delle Stelline di Milano, cui hanno partecipato 1800 iscritti. Casaleggio già ieri, anticipando l'inserimento della nuova tecnologia sulla piattaforma di riferimento di 5Stelle, aveva descritto con termini entusiastici il voto su blockchain definendolo "un nuovo diritto che sta emergendo online". "Il voto su blockchain - le sue parole - sarà sicuramente inserito nella piattaforma Rousseau non appena lo avremo costruito e finalizzato. Siamo qui anche per condividere un primo passo che è stato fatto in questa direzione anche grazie ai tanti sviluppatori che vorranno contribuire con le loro critiche e i loro suggerimenti su questo codice che sarà reso disponibile a tutti". Il sistema alla base del meccanismo consiste in una struttura di dati distribuita e immutabile, una sorta di registro digitale partecipato e decentralizzato, le cui voci sono raggruppate in blocchi concatenati cronologicamente, tenuti insieme da chiavi criptografiche che ne impediscono la modifica. Da qui la sicurezza, e l'impiego nelle transazioni online. "Tutti possono vederlo, giocarci ed evolverlo come pensano sia più utile - ha assicurato il fondatore e presidente dell'associazione che prende il nome dal filosofo francese - questo è un nuovo modo di gestire una parte di software e una parte di un nuovo diritto che oggi sta emergendo di voto online". Casaleggio garantisce anche sulla sicurezza del voto: "E' più sicuro e dal punto di vista del dato è blindato proprio per la tecnologia della blockchain che non permette nessuna modifica neanche successiva dei dati che vengono inseriti, ma soprattutto permette la certificazione distribuita, che è un nuovo modo di gestire il dato che fino a oggi non era possibile fare". Una kermesse dedicata all'Europa -  dove a tenere banco comunque le frizioni del governo - in cui sono stati toccati diversi temi, tra cui appunto la tecnologia creata per le criptovalute e applicata a vari ambiti, fino alla democrazia, nella visione grillina della partecipazione. Una prospettiva contestata a distanza ma apertamente dal deputato Francesco Boccia del Pd, al lavoro - ha spiegato contestando lo slancio tecnologico grillino - sulla stessa tecnologia. "Davide Casaleggio fa annunci utilizzando paroloni come blockchain, un argomento complesso che, in questo specifico caso viene utilizzato come "specchietto per le allodole" dopo il flop tecnologico del voto sull'autorizzazione a procedere su Salvini - la sua dichiarazione - A Milano è andata in scena l'ennesima farsa fatta a uso e consumo degli investitori potenziali per le attività della Casaleggio ma che non ci pare abbiano nulla a che fare con la democrazia italiana. Dicono che su Rousseau si arriverà con il voto con blockchain? A noi appaiono sempre più opachi e continueremo a sfidiarli sulla trasparenza online. Dopo l'insediamento del nuovo segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti, doneremo al Pd la piattaforma Hackitaly - promossa in prima persona da Boccia - è open source e realmente trasparente, sfideremo proprio sulla trasparenza l'associazione Rousseau".

Soldi, banche dati e notai fedelissimi: cosa c’è nella scatola nera di Rousseau. La struttura gonfiabile del Rousseau City Lab nella tappa di Napoli, a dicembre 2018. Casaleggio è il dominus: tutti gli incarichi sono affidati a lui per statuto. "Presto nuova infrastruttura per accogliere milioni di attivisti", scrive Giovanni Vitale il 20 febbraio 2019 su L'Espresso. Diciotti, giunta del Senato dice no al processo a Salvini. Giarrusso mima le manette rivolto al Pd. Bonafede lo sconfessa. Diciotti, giunta dice no al processo a Salvini: alle proteste Pd Giarrusso (M5s) risponde col gesto delle manette.

È la scatola nera del M5S. Saldamente in mano a Davide Casaleggio che attraverso l'Associazione Rousseau - di cui è presidente, amministratore unico e tesoriere - controlla sia le casse del partito, sia le banche dati e la relativa piattaforma "per la democrazia diretta" con 100mila iscritti (40mila in meno rispetto all'anno scorso). "Ma stiamo lavorando a una nuova infrastruttura per raccoglierne milioni" spiega Erica Sabatini a nome di Rousseau. Da qualche tempo, a differenza del passato, si può accedere anche come "ospiti", ma per svolgere tutte le attività - proporre leggi o varare le liste - occorre aderire ai 5S. L'altro ieri, alla consultazione sul processo a carico di Salvini, "hanno votato oltre 52 mila iscritti, la giornata più partecipata del Movimento". Tuttavia certificata non da una società terza, come sarebbe stato lecito aspettarsi, bensì dal notaio storico del M5S: Valerio Tacchini, già alle prese col televoto dell'Isola dei Famosi.

Casaleggio associati e Rousseau. Fino a due mesi fa la sede fisica e legale di Rousseau coincideva con quella della Casaleggio Associati, l'azienda "madre" di consulenza fondata da Gianroberto e guidata dall'erede, ora traslocata vicino a piazza San Babila. Un indirizzo unico, via Morone 6, sufficiente ad alimentare il sospetto che l'associazione "senza fine di lucro" costituita da padre e figlio nel 2016 per "promuovere lo sviluppo della democrazia digitale e coadiuvare" l'azione politica dei Cinquestelle, fosse una costola della loro srl privata. Anche in virtù di un intreccio di ruoli, blindatissimi da regole e codicilli, che oggi fanno di Davide il padrone assoluto del Movimento. Sia il nuovo statuto dei 5Stelle sia il codice etico obbligano infatti a utilizzare esclusivamente la piattaforma Rousseau per consultare gli iscritti e gestire le votazioni online.

La nascita di Rousseau. L'associazione nasce l'8 aprile di tre anni fa con una dotazione iniziale di 300 euro, pari alle quote dei due fondatori: i Casaleggio. Appena 4 giorni dopo, il 12 aprile 2016, Gianroberto muore. Davide, rimasto socio unico, convoca l'assemblea (ovvero sé stesso), modifica lo Statuto e decide l'ingresso di due nuovi soci, l'anno scorso diventati tre: il fedele Max Bugani, che sta anche nella segreteria del vicepremier Di Maio; il "casaleggino" Pietro Dettori, pure lui a Palazzo Chigi, e la consigliera di Pescara Erica Sabatini. Per statuto tutti gli incarichi sono però appannaggio di Casaleggio jr. L'articolo 13 prevede infatti che "il presidente è nominato dall'assemblea tra i soci fondatori" (quindi Davide, il solo rimasto) e "quando l'amministrazione è affidata ad un singolo amministratore", come in questo caso, "il presidente è anche unico amministratore e presidente dell'ente". Ancora e sempre Davide. Che perciò delibera i rendiconti predisposti dal tesoriere e provvede, in questa ultima veste, alla gestione economico-finanziaria ordinaria. In pratica Casaleggio jr nomina, autorizza e vigila su sé stesso. Forte di un doppio tesoro. I dati degli iscritti e l'obolo dei parlamentari "che da Rousseau ricevono regolare ricevuta", dice Sabatini: 300 euro a testa al mese, 90mila euro totali, versati "per lo svilupppo e il supporto delle piattaforme informatiche M5S".

Il bilancio. L'ultimo disponibile è del 2017, primo anno completo dell'associazione, pubblicato sul Blog delle Stelle a giugno. Chiuso in rosso nonostante i risparmi sul personale: solo due i dipendenti a tempo pieno dichiarato, 4 sono part-time, più un collaboratore e uno stagista. Il disavanzo di gestione ammonta a 135.062 euro, con un patrimonio netto negativo di 55.386 euro. Troppe le uscite, rispetto ad entrate non proprio esaltanti: a fronte di 357mila euro di ricavi (ottenuti soprattutto dalle microdonazioni, in media 53 euro, solo 40 superiori ai mille euro) i costi superano i 493mila. A pesare gli esborsi sulla sicurezza, "investiti per la tutela degli iscritti e gli accantonamenti precauzionali per le spese legali relative alle cause in corso", si legge nel rendiconto. Anche di questo si occupa l'associazione di Casaleggio. Sicuro del proprio tornaconto: un milione di incasso per ogni anno di legislatura. Tanto quanto guadagnerà Rousseau dal contributo di deputati e senatori.

·         Il dossieraggio del M5s.

M5s, l'ex grillino Aldo Giannuli sui dossier: "Attività segrete, cosa hanno in mano", scrive il 5 Aprile 2019 Libero Quotidiano. La montagna di dossier su parlamentari e ministri da parte di esponenti del M5sè un vero e proprio fenomeno di schedatura spontanea da parte dei singoli parlamentari grillini, una "intelligence del Movimento" come l'ha definitiva il sottosegretario Stefano Buffagni, braccio destro di Luigi Di Maio e uomo delle nomine per conto dei grillini. Quelle di Buffagni non sono "parole a caso". L'esperto di intelligence Aldo Giannuli, fino a poco tempo fa sostenitore del M5s salvo poi prenderne le distanze, garantisce in un'intervista al Giornale che quel che dice Buffagni va preso con grande serietà. La costruzione sistematica di dossier a carico di alleati e avversari politici è "la prassi di tutto il sistema italiano - dice Giannuli -. Ha notato come si azzuffano quando bisogna scegliere il presidente del Copasir, il comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti?". Resta il dubbio se l'attività venuta a galla tra i grillini sia nata per iniziative individuali o per mandato dall'altro della Casaleggio: "Io non escluderei un'attività anche di carattere difensivo di dossieraggio, da parte di singoli parlamentari o dirigenti del M5s". Giannuli tende a escludere che ci possa essere un'attività sistematica e coordinata di spionaggio politico da parte dei grillini, fondamentalmente perché non ne sarebbero capacità: "Qui abbiamo a che fare con un circo equestre senza organismi di controllo, per cui si alza il capo politico ed espelle una persona dal movimento". Uno degli aspetti che comunque lascia perplessi è la presunta attività di dossieraggio nei confronti di Salvini, cioè sul ministro dell'Interno: "Certo che è grave - ha aggiunto Giannuli -, ma che lo facciano loro non è più grave rispetto al fatto che lo facciano o lo abbiano fatto già altri. Il problema qui è che abbiamo chiuso gli occhi sulla vulnerabilità del sistema, perché lo sviluppo dei mezzi di comunicazione ha reso tutto più facile: intercettare mail, hackerare un sito, ascoltare telefonate". Quel che però non viene mai considerato con la giusta attenzione è il pericolo che queste attività può creare: "Stiamo sottovalutando i pericoli che derivano da questa situazione. E a dire quanto non si stia capendo niente lo dimostra il fatto che il M5s ha votato contro la normativa che stabilisce le regole sul web, parlando a vanvera di rischio censura su internet. Lo hanno fatto senza sapere che invece ora c'è il Far west sulla rete. Fatto sta che la politica funziona così - ha concluso Giannuli - e prima o poi verranno fuori storie abbastanza deprimenti. Perché tutti spiano tutti".

Il senso dei M5S per i «dossier». Giorgetti: ne hanno su tutti. Tommaso Labate per il ''Corriere della Sera'' il 3 aprile 2019. «Loro hanno dei dossier su tutti, anche su di noi...». Ecco, prima di delineare i contorni di questa spy story permanente che agita sottotraccia la vita dell’esecutivo e che solo in casi eccezionali finisce con una denuncia pubblica — è successo ieri, quando nel colloquio con Federico Fubini del Corriere il ministro Giovanni Tria ha detto di aver subito un «attacco spazzatura» con tanto di «violazioni della privacy» per la storia di Claudia Bugno — prima di tutto questo, insomma, bisogna fare qualche passo indietro. Al «loro», al «noi», all’io narrante. «Loro» sono genericamente ambienti del M5S; «noi», invece, sono i ministri della Lega di Matteo Salvini. L’«io», autore della confidenza fatta alcune settimane fa a una serie di amici e colleghi, colui che a ragione o a torto immagina che tra i corridoi di Palazzo Chigi ci sia un sospetto viavai di dossier, risponde al nome di Giancarlo Giorgetti. Sia chiaro, quelli che hanno raccolto la confidenza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio si sono trovati di fronte un interlocutore tutt’altro che intimorito dall’andazzo denunciato. Giorgetti frequenta il Palazzo dall’epoca in cui il leader della Lega era Umberto Bossi, ne ha viste di tutti i colori, ha i galloni del veterano, di quello che ormai non si sorprende più di tanto. Epperò, al pari del resto della compagine leghista, il sottosegretario dev’essersi sorpreso assai nei primi istanti del consiglio dei ministri che a inizio febbraio doveva istruire la pratica del rinnovo di Luigi Federico Signorini alla vicedirezione generale della Banca d’Italia. Perché in quella sede, e su questo le testimonianze di diversi presenti alla riunione collimano, tutti i componenti del governo in quota M5S si erano presentati all’appuntamento muniti, manco a dirlo, di «un dossier» sull’uomo di finanza pubblica che da una vita è in Bankitalia. «Come se in qualche modo l’obiettivo», racconta una fonte, «fosse collegare in maniera pretestuosa la sua provenienza toscana al mondo renziano...». Infatti, il rinnovo non ci fu. È come se la denuncia di Giovanni Tria risvegliasse un mostro che non si era mai sopito. Fogli, screenshot, voci, veline e veleni hanno già scandito la fine dell’inverno della politica con caso che ha visto (suo malgrado) protagonista Giulia Sarti. «Credo si tratti di una vendetta politica interna al M5S. Lì dentro c’è una cyberguerra. Alla Casaleggio c’era una fobia nei miei confronti e tutti quelli che erano stati vicini a me erano visti con sospetto e subivano uno spionaggio stile Stasi», è la conclusione a cui era arrivato uno dei primi espulsi del M5S, Giovanni Favia, durante un’intervista rilasciata a Monica Guerzoni sul Corriere il 19 marzo. Anni fa, Favia era molto vicino all’ormai ex presidente della Commissione giustizia della Camera, finita nel tritacarne dopo l’inchiesta delle Iene. E dire che nel 2014 era stato Gianroberto Casaleggio a denunciare «dossier in preparazione contro di me, la mia famiglia e la mia società». Sembra passato un secolo. Dopo di allora, il giochino dei dossier è entrato e uscito dalla vita pubblica del Movimento inquinando in ordine sparso competizioni regionarie (Sicilia, seconda candidatura di De Vito, 2017), comunarie (Roma, ai danni di Marcello De Vito, oggi arrestato, 2016), i primi cento giorni della giunta Raggi e molto altro ancora. Oggi, nella maggioranza, qualcuno ha l’impressione che il senso della politica per il dossieraggio abbia varcato i confini di Palazzo Chigi. Trasformando in un ricordo quasi innocuo il grande scandalo che fece, nel 2009, la decisione dell’allora sindaca di Napoli Rosa Russo Iervolino di registrare a loro insaputa un confronto con i big del Pd partenopeo sulla giunta. Vista con gli occhi di oggi, una barzelletta.

Fabrizio Roncone per il ''Corriere della Sera'' il 3 aprile 2019. Dopo dieci minuti di colloquio, la mette giù così: «Il ministro Tria non è in discussione». Pausa . «Per il momento». Ha 35 anni, si chiama Stefano Buffagni ed è il grillino più potente di Palazzo Chigi (ufficialmente sarebbe sottosegretario agli Affari Regionali: ma, come vedremo, ha altro a cui pensare).

Tracce di leggenda: non si separa mai da una cartellina rossa in cui conserva i dossier più delicati del Paese.

Tracce di verità: dove c' è una poltrona da assegnare - Consob, Inps, Cdp, Fincantieri, Bankitalia - c' è lui. Molto amico di Giancarlo Giorgetti, sempre in contatto con il premier Giuseppe Conte, per anni legatissimo a Gianroberto Casaleggio, ora legato al figlio Davide e, perciò, assai ascoltato da Luigi Di Maio.

Tracce di attualità: uscendo da una riservatezza monacale, negli ultimi dieci giorni ha sferrato due attacchi durissimi. Il primo, alla Lega, per la partecipazione al Forum delle famiglie a Verona; il secondo, al ministro Giovanni Tria.

«Francamente, in questi giorni, con Tria avremmo preferito parlare di Def, di risparmi bancari, e invece siamo stati costretti ad affrontare un altro, sgradevole genere di argomenti: quello relativo al ruolo della dottoressa Claudia Bugno».

Tria ha detto ieri a Federico Fubini sul Corriere: «Ho subito un attacco spazzatura sul piano personale».

«Io credo che Tria si riferisse ad alcuni articoli pubblicati dal Fatto e da La Verità In ogni caso, dev' essere chiaro che noi non abbiamo l' abitudine, nelle vicende politiche, di attaccare i familiari dei nostri interlocutori. Insomma, per capirci: certe brutte cose non sono uscite dall' intelligence del Movimento».

Anche lei, comunque, è stato durissimo.

«Ho detto ciò che penso: noi non riteniamo idonea la dottoressa Bugno per ricoprire un certo ruolo. Io sto ancora qui a cercare di capire come sia stato possibile indicarla per StMicroelectronics Quella non è una poltrona di spartizione, quella è una postazione strategica dove deve finire una persona competente. Punto».

Quindi lei «No, aspetti: e la Bugno, mi chiedo, sarebbe competente? Ha un curriculum adatto? Noi del Movimento, con la nostra storia, potevamo accettare la sistemazione, su quella poltrona, di una signora che ha persino preso una multa perché coinvolta nelle tragiche vicende di Banca Etruria?».

Il ministro Tria dice che certe intimidazioni non passeranno.

«Tria, Tria Io non lo voglio nemmeno sapere perché la dottoressa Bugno si muova con tanta disinvoltura, perché vada in giro a dire si fa così, si fa colà, perché parli a nome del ministro». A voi, la sensazione è questa, il ministro Tria non piace a prescindere.

«Gliel' ho detto prima: lui non è in discussione, in questo momento».

Non vi piace, non lo sopportate: e, probabilmente, non avete il coraggio di sfiduciarlo perché sapete che con un governo così litigioso, così traballante e molto incerto in materia di economia, trovare un sostituto adeguato sarebbe forse impossibile.

«Noi non sopportiamo chi lavora per interessi personali e non pensando agli interessi del Paese. Aggiungo che quando poi Tria prova a ricattarci, beh, non è il massimo».

Sta dicendo una cosa grave.

«Senta: Tria, al momento, ha la fiducia del Parlamento. E io ovviamente rispetto sia la volontà del Parlamento, sia quella del Capo dello Stato».

Le parole di Buffagni sono queste. Pronunciate da chi sa che può essere netto, forte, minaccioso. Sensazione: Buffagni è abbastanza sicuro che la vicenda con Tria e la sua consigliera non sia ancora da considerare chiusa. Dove possa portare, poi, probabilmente non lo immagina però con precisione ancora nemmeno lui.

E dev' essere così.

Perché Buffagni, in questa fase, è l' uomo del Movimento che decide e sa (il legame con la Casaleggio Associati, come dicevamo, era e resta assai intenso).

Colpiscono alcuni dettagli: così giovane e già così abilissimo a cambiare tono di voce (da gelido e tagliente a complice e divertito). Attentissimo ai rapporti con i giornalisti: chiami e risponde, trova sempre cinque minuti. Spregiudicato se serve, prudente di istinto, cinico, veloce nel decidere. Pochi passaggi televisivi, poche foto, quasi mai al ristorante, mai nei salotti.

Schegge di curriculum: nasce a Milano, cresce a Bresso (periferia nord), tiene a far sapere che a 4 anni era in una piscina a nuotare, si laurea in Economia e management per l' impresa alla Cattolica, attivista a Cinque Stelle dal 2010, tre anni dopo in consiglio regionale, poi una moglie e un figlio. Una cosa che preferisce non raccontare: quando può, con altri volontari va nei reparti pediatrici degli ospedali e cerca di far sorridere i bambini travestendosi da clown. Una cosa che nessuno osa dirgli - puoi avere 35 anni, ma se sei già potente, te li trovi sempre tutti chini: ha un taglio di capelli anni Ottanta e indossa abiti da berluscones del tempo che fu (ma il sospetto è: uno così, lascia qualcosa al caso?). 

CASALEGGIO’S, SOPRANO’S A 5 STELLE? Il Fattoquotidiano.it il 5 aprile 2019. Nicola Biondo, ex capo della comunicazione del M5S e Marco Canestrari, ex dipendente della ‘Casaleggio Associati’ hanno presentato alla Camera dei Deputati, assieme a Walter Rizzetto, il libro ‘il sistema Casaleggio‘. I due autori accusano il figlio del di Gianroberto Casaleggio di conflitto d’interessi e paventano anche una “gigantesca elusione fiscale” attraverso “il contributo per il mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività dei gruppi e singoli parlamentari” che deputati e senatori 5 Stelle versano all’Associazione Rousseau. “Davide Casaleggio è oggi il più grande lobbista d’Italia” affermano gli autori del libro.

Carlo Vulpio: I Casaleggios’ i 50 mila euro che devono pagare al Garante della privacy li vogliono da me”. Carlo Vulpio su Facebook il 5 aprile 2019. I Casaleggios’ i 50 mila euro che devono pagare al Garante della privacy li vogliono da me. Il principino Davide Casaleggio, infatti, erede per via dinastica della società commerciale che di fatto, attraverso la piattaforma Rousseau, è proprietaria di tutti i dati e i profili di 338 parlamentari della Repubblica italiana e dei parlamentari del M5s che siedono nel Parlamento europeo, che è proprietaria dello stesso M5s (di cui è “garante” Beppe Grillo, che di tutta l’architettura è solo il front-man), che possiede i dati e i profili di tutti gli iscritti alla medesima piattaforma, mi ha citato in giudizio, assieme alla piccola tv Tele Dehon dei padri dehoniani, per “diffamazione”. Non ha avuto il coraggio, il principino, di fare una querela penale. Si è limitato a una citazione civile, perché, com’è noto, in questo Paese - in cui la libertà di stampa, l’informazione, il diritto alla libera manifestazione del pensiero sono ancora da conquistare pienamente come è avvenuto nel resto del mondo occidentale -, se vuoi dissuadere e intimidire giornali e giornalisti, ma anche privati cittadini, devi azzannarli sui soldi. E così ecco che i Casaleggios’ vogliono soldi, soldi, soldi. Ma soldi perché? Perché i Casaleggios’ vogliono 50 mila euro da me e da Tele Dehon? Vogliono quattrini per le cose che ho detto in una puntata del programma Speakers’ Corner di Tele Dehon del 30 gennaio scorso (che i padri dehoniani appena ricevuta la citazione civile si sono precipitati a rimuovere dal web, quindi l’effetto intimidatorio intanto è stato sortito). E cosa ho detto in quel programma tv? Le stesse cose che ha detto il Garante della privacy con il suo provvedimento, che ha sanzionato i Casaleggios’ con una multa di 50 mila euro. Nel mio intervento, in base al diritto, garantito costituzionalmente, che ognuno di noi ha di esprimere le proprie opinioni e le proprie critiche, aggiungevo che tutta questa “architettura” messa su dai Casaleggios’ – partito-setta, codice “etico” con penali da 100 mila euro per i dissenzienti, versamento obbligatorio di 300 euro al mese alla piattaforma Rousseau da parte dei parlamentari ridotti a burattini, cosa che realizza di fatto quel finanziamento pubblico ai partiti vietato dalla legge italiana, violazione della Costituzione perché di fatto viene violato l’articolo 67 della Carta, che proibisce il vincolo di mandato – tutta questa “architettura”, dicevo, sostanzia di fatto un progetto eversivo, sul quale, se ci fosse un magistrato in Italia, andrebbe aperta una indagine penale, che dovrebbe valutare anche la sussistenza dei reati di estorsione e violenza privata. I Casaleggios’ non gradiscono e sparano citazioni per danni con l’arroganza dei nuovi potenti, i quali, orwellianamente, nelle forme e nella sostanza, sono di gran lunga peggiori dei potenti che li hanno preceduti. Poi, con il loro codazzo di giornalisti e intellò e imprenditori “etici”, si ritrovano tutti insieme alla convention di Ivrea, a usurpare il nome e l’eredità di Adriano Olivetti, che con i Casaleggios’ non c’entra nulla, ma viene, anch’egli orwellianamente, rovesciato nel suo contrario. I Casaleggios' non ci fanno paura. Anzi, ci rafforzano nella convinzione che difendere la democrazia, la Repubblica e la libertà è ancora più bello e necessario.

·         Beppe Grillo. Il moralizzatore: i condoni e la villa sulla spiaggia.

Parola di omicida (stradale). Alessandro Sallusti, Venerdì 29/11/2019, su Il Giornale. Il ministro Di Maio ha detto che bisogna revocare le concessioni autostradali al gruppo Benetton «per vendicare i morti del ponte Morandi», e sul suo blog Beppe Grillo si è accodato aprendo una campagna mediatica contro gli attuali gestori. La parola «vendetta» in bocca a un ministro della Repubblica fa paura più delle colpe dei Benetton. Un governo non dovrebbe né vendicarsi né vendicare, semmai pretendere giustizia (che si esercita nelle aule dei tribunali, non a Palazzo Chigi), rispettare e fare rispettare i contratti firmati, ammesso che ne siano capaci. Ed è qui che cascano l'asino vendicatore Luigi Di Maio e il suo compare Beppe Grillo: è un anno e mezzo, da quando cioè cadde il Morandi di Genova, che minacciano tutti i giorni di cacciare a calci i Benetton dalle autostrade ed è da un anno e mezzo che nulla accade. Evidentemente la cosa non è così semplice e forse neppure al momento possibile, né legalmente né economicamente. E poi siamo sicuri che un governo incapace a tenere in cielo i nostri aerei (caso Alitalia) e a produrre acciaio (caso Ilva) sia in grado di garantire più sicurezza ed efficienza sui seimila chilometri (e sulle migliaia di ponti e viadotti) della rete autostradale oggi in concessione? È una domanda retorica, perché la risposta è: no, non sono in grado di farlo, e se lo faranno «per vendetta» l'unico risultato è che saremo tutti più a rischio. Il moralismo unito al giustizialismo fanno disastri, come aver voluto togliere per questioni etiche lo scudo penale ai nuovi padroni dell'Ilva. A maggior ragione se a voler cacciare gli «assassini», e a fare la morale, è un signore, Beppe Grillo, condannato per triplice omicidio stradale e con sulle spalle sei condanne definitive per diffamazione, una delle quali per aver definito «vecchia puttana che si è comprata il premio Nobel» Rita Levi Montalcini. Almeno i Benetton non stanno scappando, come fece lui saltando giù dalla sua jeep in difficoltà su un sentiero e lasciandola così precipitare in un burrone con a bordo due amici e la loro bimba di nove anni. Per risolvere il caso autostrade ci vogliono processi rapidi ed equi, tecnici e politici capaci. Purtroppo non abbiamo, e non avremo, né gli uni né gli altri. E questo sì, grida vendetta.

Fulvio Abbate per huffingtonpost.it il 15 ottobre 2019. In Beppe Grillo truccato da Joker c’è la dimostrazione scenica dell’improbabilità politica del Movimento 5 Stelle. Cabaret funereo, ammuina da avanspettacolo istituzionale. Se ne può certamente ridere, se ne può certamente piangere, se ne può infine trarre la conclusione, non meno cabarettistica, che l’uomo, in verità, nel suo numero improvvisato, riportava alcuni di noi, i più esperti di commedia minore all’italiana, a rivedere Peppino De Filippo nei panni dell’onorevole missino ospite a “Tribuna politica”, proditoriamente truccato da bagascia dal sadico regista televisivo interpretato da Walter Chiari, così nel film “Gli onorevoli”. O piuttosto suggeriva la maschera di Aldo Fabrizi palazzinaro nella sauna di “C’eravamo tanto amati”. Un carnevale di cartapesta, suggestioni da “come eravamo” cinematografico, quanto al resto: zero politica. Beppe Grillo truccato da Joker, professionalmente parlando, mostra uno spettacolo spettralmente penoso, espediente da comico agli esordi, filodrammatica parrocchiale. L’uomo travisato da antagonista di Batman consegna semmai, sempre ai più attenti, la prova provata dell’etica mutante praticata dai grillini e dal loro capocomico fondatore. Molti commentatori di cose politiche, come accade in ogni ukase, cioè che hanno tuttavia la pretesa di mostrarsi culturalmente scafati, ogniqualvolta si trovano davanti a una solenne pubblica stronzata, riferiscono quest’ultima al Situazionismo. In realtà, il vero situazionista non si curerebbe mai di un film feticcio di massa, preferendo piuttosto prendere a calci nel sedere Joker stesso e ancor di più chi voglia farne un oggetto di dibattito presunto epocale. Beppe Grillo truccato da Joker è dunque la caricatura di un se stesso già caricaturale, votato a mostrarsi crudelmente spietato davanti ai suoi poveri fan-elettori. Soprattutto quando elenca i temi della già visionaria propaganda pentastellata: la sostenibilità, la crescita incontrollata dei consumi, l’assenza d’ogni attenzione ecologico nel continente asiatico, e così facendo sembra quasi di rivederlo ai suoi primordi, nell’antemarcia grillina, quando ancora si accaniva a martellate sui computer, facendo quasi il verso al mitologico fusto pubblicitario della Plasmon. Grillo cita addirittura l’entropia, concetto che alla maggior parte dei suoi fan deve risultare francamente oscuro, e nel far questo si rende simmetrico a Casaleggio jr., cioè alle non-risposte di quest’ultimo quando, sempre i cronisti, lo interrogano sull’opacità della Piattaforma Rousseau. Va da sé che perfino Davide in questa tornata, nonostante si presenti con aspetto da banalissimo uomo medio, da programmatore di pc, dà a sua volta la sensazione d’avere il volto impiastricciato di cerone. Beppe Grillo truccato da Joker alla fine è paccottiglia. Perfino il suo vaffanculo infine ribaltato, cioè rivolto ai suoi, pronunciato durante la festa per i 10 anni tenuta a Napoli per legittimare ulteriormente la coabitazione di governo con il Partito democratico, in realtà si esaurisce in se stesso, lascia il tempo che trova, potrebbe essere smentito già l’indomani. Vuoi che te lo spieghi meglio? Grillo sta dicendo che è preferibile lasciare gli altri a logorarsi che non fottere se stessi, e nel dire così, sebbene truccato approssimativamente da Joker, il rossetto sbavato tra bocca e baffi, in realtà sta indossando le orecchie e la gobba di Andreotti. Il cinismo soddisfatto di chi - chiamalo fesso - è riuscito comunque a occupare il Palazzo. Chi l’avrebbe mai detto quando il M5S era soltanto gazebo? Un risultato che riassume la fluidità etica del Movimento. Resta il vaffanculo, ora ritorto verso il suo popolo già blandito e adesso abbandonato al proprio destino, quelli dell’“allora il Pd?”, un copione che sembra cancellare perfino le molte energie profuse per issare lo spettro di Bibbiano in faccia agli ex antagonisti. Un trucco che rende irrilevanti le considerazioni su quanto i grillini siano post-ideologici, né destra né sinistra, più semplicemente dilettanti allo sbaraglio cui è ignota perfino la consapevolezza della storia. Alla fine, ciò che resta è un triste epilogo come in un finale di Fellini, con i cronisti e i notisti politici a fare il girotondo intorno a un signore anziano per l’occasione truccato da vecchio esaurito aspirante imitatore per la “Corrida” di Corrado, anche se volendo avrebbe potuto perfino travisarsi, che so, da Mandrake o magari da Tarzan, o perfino, pensando ancora una volta all’entropia, da Topo Gigio o ancora, non sembri sminuente, da Fra’ Cazzo da Velletri.

Claudio Bozza per corriere.it il 18 ottobre 2019. «Ci sono semplicemente troppi elettori anziani e il loro numero sta crescendo. Il voto non dovrebbe essere un privilegio perpetuo, ma una partecipazione al continuo destino della comunità politica, sia nei suoi benefici che nei suoi rischi». Beppe Grillo, citando un articolo pubblicato da New Republic nel 1970, lancia una provocazione dal suo blog: «E se togliessimo il voto agli anziani?», è il titolo del poste sulla piattaforma del fondatore del M5S. Le parole di Grillo sono molto forti e arrivano proprio nel momento in cui è sempre più inteso il dibattito sulla possibilità di allargare il diritto di voto anche ai giovani dai 16 anni in su. «In un mondo sempre più anziano, esperti, studiosi e politici propongono di abbassare l’età del voto (io lo proposi anni fa) — scrive il comico sceso in politica su beppegrillo.it —, ma cosa dovrebbero fare le democrazie quando gli interessi degli anziani sembrano essere in contrasto con gli interessi delle giovani generazioni?». L’idea di togliere il voto agli anziani, secondo quanto scrive Grillo «nasce dal presupposto che una volta raggiunta una certa età, i cittadini saranno meno preoccupati del futuro sociale, politico ed economico, rispetto alle generazioni più giovani, e molto meno propensi a sopportare le conseguenze a lungo termine delle decisioni politiche». E poi: «In tal caso, i loro voti dovrebbero essere eliminati del tutto, per garantire che il futuro sia modellato da coloro che hanno un reale interesse nel vedere realizzato il proprio disegno sociale aggiunge ancora il fondatore del Movimento — Gli elettori sono, in larga misura, guidati dal proprio interesse personale, e l’affluenza relativamente bassa degli elettori più giovani può essere in parte causata dal sentirsi alienati da un sistema politico gestito da persone che non considerano della loro stessa natura». Grillo non dà una definizione di anziano. Ma cita due parametri Istat: nel nostro paese le persone che hanno più di 65 anni, vicine all’età della pensione, o che hanno già smesso di lavorare, sono oggi oltre 13 milioni e mezzo. La classe più numerosa è quella di coloro che hanno tra i 65 e i 69 anni, ma ci sono anche 17.630 centenari. Sempre l’Istat, nel 2015, ha rivelato che dopo i 65 anni 1 persona su 5 non si interessa di politica e non ne parla mai e questa percentuale sale a circa 1 persona su 3 (il 32%) oltre i 75 anni. In entrambi i casi, comunque sia, anche lo stesso Beppe Grillo rimarrebbe privato del diritto di voto, visto che il padre nobile dei grillini ha 70 anni. Ma privare il diritto al voto dei cittadini più anziani sarebbe giusto?, si domanda retoricamente Grillo. La risposta: «La prima opposizione sarebbe quella della discriminazione, fondata sull’età. Ma è falso, affinché vi sia discriminazione vi deve essere un trattamento diverso tra due o più gruppi/identità basato su alcune caratteristiche arbitrarie. In questo caso, le politiche differenziate per età non dividono la popolazione in due o più gruppi, poiché tutti, alla fine, diventiamo anziani. Quindi non c’è ingiustizia». Il dibattito è aperto.

L’anatema di Grillo e tutti zitti. Ginevra Cerrina Feroni il 22 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Anziani, cives senza pienezza di diritti ma sottoposti a doveri. Una morte civile, ancor prima di quella naturale. Proposta choc. Fuori da ogni limite di ragionevolezza, seriamente preoccupante all’interno di ogni sistema che possa definirsi democratico, è la proposta di Beppe Grillo di togliere il diritto di voto agli anziani. Proposta ancora più censurabile e imbarazzante in quanto espressa non da una persona ai margini del quadro e del potere politico ma proprio dal grande “Pater” fondatore, ideologo e capo indiscusso del Movimento/ Partito dei 5 Stelle che insieme alla Sinistra governa oggi il Paese. Il post di Grillo non si connota come una gag provocatoria ed estemporanea di un istrione comico su un palcoscenico di teatro. Tutt’altro. Che tristezza il silenzio sull’anatema di Grillo contro gli anziani da rottamare e basta. Bene articolato in tutte le sue motivazioni e, dunque, ancora più agghiacciante nel suo complesso. In sintesi vi si afferma che «gli interessi degli anziani sembrano essere in contrasto con gli interessi delle giovani generazioni». Nel medesimo post si precisa altresì «che in Italia le persone che hanno più di 65 anni, vicini all’età della pensione o che hanno già smesso di lavorare sono oggi oltre tredici milioni e mezzo». Portando avanti la sua tesi, Grillo afferma che tale massa di anziani risulterebbe «non amare particolarmente il progresso». Da qui l’opportunità di deprivarli del diritto di voto per «favorire le giovani generazioni». Dunque: anziani, cives senza pienezza di diritti ( ma sottoposti a doveri). Una morte civile, ancor prima di quella naturale. L’Italia è una Repubblica democratica ( art. 1 Costituzione). E’ democratica perché fonda il potere politico sul suffragio universale, applicato come noto per la prima volta su scala nazionale il 2 giugno 1946. Un diritto di voto riconosciuto a donne e uomini a partire da una determinata età anagrafica, senza esclusioni di sorta. Fu un evento epocale. Si è affermato come principio supremo dell’ordinamento costituzionale. L’onorevole Attilio Piccioni così ammoniva in Assemblea Costituente nella seduta del 6 giugno 1947: «Bisogna far sì che il popolo, tutto il popolo, i 28 milioni di elettori in particolar modo, si sentano interessati, associati quasi permanentemente a quello che è lo sviluppo della vita pubblica locale e nazionale». Ecco perché questo quasi- silenzio che è calato sulla recente proposta di Grillo turba e non poco. Flebili o non incisive, rispetto alla sconsideratezza della proposta, sono le voci emerse nel pubblico dibattito. Nell’attuale complessa fase politica in cui, senza tregua, ci si interroga sul rischio di eventuali ferite che potrebbero essere inferte al nostro sistema democratico, la proposta di Grillo, in dispregio di diritti fondamentali costituzionalmente garantiti, risulta da non sottostimare nella sua pericolosità. Essa va, infatti, decifrata anche per ciò che può evocare: un primo passo verso lo svuotamento dei postulati fondanti la moderna democrazia, sia rappresentativa che diretta. Oggi si toglie il diritto di voto agli anziani, domani forse ai disabili, dopodomani magari agli avversari politici… e quant’altro. Ed allora ci domandiamo se, a fronte di una proposta di tal genere, non sarebbe opportuna una sua ricontestualizzazione in termini critici e una ferma presa di posizione da parte delle più alte cariche dello Stato, nel loro ruolo di garanti della Costituzione e dei diritti politici insopprimibili dei cittadini. In difetto, una deriva davvero insopportabile.

Grillo: “Togliamo il voto agli anziani!”. I vecchi rispondono. Le Iene il 28 ottobre 2019. Beppe Grillo qualche giorno fa ha proposto di togliere il voto sostenendo che a loro non interessa il futuro. Michele Cordaro ha chiesto un commento a chi il diritto di votare lo perderebbe. Barbara Alberti, Vittorio Feltri, Dacia Maraini, Maurizio Costanzo e non solo, rispondono alla provocazione del fondatore del Movimento 5 Stelle. Qualche giorno fa Beppe Grillo ha lanciato la proposta di togliere il diritto di voto agli anziani. “Se un 15enne non può prendere una decisione per il proprio futuro, perché può farlo chi questo futuro non lo vedrà?”, scrive Grillo sul suo blog. Michele Cordaro è andato da alcuni cittadini italiani di una certa età a chiedere cosa pensano di questa proposta.

Barbara Alberti, 76 anni, scrittrice, risponde: “Vecchio ai miei tempi era un titolo d’onore e adesso viene usato come insulto. Credo che a 16 anni non si sia ancora pronti per votare, bisogna essere maturi”. Vittorio Feltri, 76, direttore di Libero, alla proposta di togliere il diritto di voto agli over controbatte: “Togliere il diritto di voto è anticostituzionale. E poi le decisioni dei ragazzini dovrebbero essere più interessanti delle mie? Lo escludo. A parità di imbecillità cerchiamo tutti di avere gli stessi diritti”. La Iena gli chiede se le cose che interessano a lui sono le stesse che interessano ai giovani. Feltri Risponde in modo molto chiaro: “A me per esempio interessa la figa però non mi ricordo perché”. Anche sulle unioni civili dice la sua: “Le lesbiche mi stanno simpatiche perché hanno i miei stessi gusti”.

Dacia Maraini, 83, scrittrice, gli ricorda: “Grillo sarebbe il primo a perdere il diritto di voto. E comunque ci sono tante persone anziane che pensano al futuro, non per loro magari, ma per i figli o i nipoti”. Però. Le ricorda la iena, gli anziani sono più probabilmente contro matrimoni gay e legalizzazione di marijuana. Ma la Maraini non è d’accordo: “Non è una questione di età, è una questione di cultura”.

Maurizio Costanzo, 81, giornalista, conduttore, autore, commenta: “Ha perso una bella occasione per stare zitto. Comunque, non è vero che si diventa egoisti con l’età. Al massimo rincoglioniti, ma i rincoglioniti ci sono pure a trent’anni”. Costanzo propone anche qualche idea per il futuro: “Diamo il voto ai 16enni che sono molto più svegli di me e di Grillo”. Don Gino Rigoldi, 80, sacerdote ed educatore, fa una proposta diversa: “Sì, lo toglierei. Ma a chi ha tra i 30 e i 50 anni perché tendono a essere più furbi che giusti. E mi farebbe piacere che avessero la possibilità di votare i 16enni”.

Lia Levi, 88, scrittrice, ricorda una cosa molto importante: “Quando era bambina, essendo ebrea ho vissuto le leggi razziali. Quando procedi per categorie vai sempre molto vicino al razzismo. Sul voto ai 16enni invece terrei i 18 come limite per dare loro la possibilità di formarsi. Perché dare il voto a chi non ha ancora trovato se stesso?”. Lina Wertmüller, 91, regista, specifica: “Gli anziani conoscono la vita più dei giovani, quindi hanno maggiore esperienza”. Con questo ben di Dio di intervistati non potevano mancare dei suggerimenti per Beppe Grillo.

Vittorio Feltri affronta il tema della costituzione: “Io l’ho studiata e sono in grado di suggerirgli di dare una ripassata e vedrà che lui non può fare una proposta così idiota”. Dacia Maraini fa un lieve monito: “Stai attento, perché a volte le provocazioni vengono prese sul serio”. Maurizio Costanzo suggerisce di ampliare il suo lessico: “Si distragga con altro, diceva così bene Vaffa, trovi un’altra parolaccia”. Barbara Alberti propone infine il silenzio: “Lui la spara enorme e nessuno la commenta. Sarebbe un boato silenzioso salvifico enorme”.

Paolo Becchi contro la follia di Grillo: "L'ultima dell'Elevato di sto' cazzo". A chi vuole togliere il voto. Libero Quotidiano il 18 Ottobre 2019. "Togliere il voto agli anziani". Provocazione o svolta inquietante? Per Paolo Becchi, il post pubblicato da Beppe Grillo è solo "l'ultima dell'Elevata di sto' cazzo". Dalle parti del guru dev'essere successo qualcosa di grave, a giudicare dalla clamorosa svolta ferragostana che ha dato il via libera al ribaltone a una indigeribile (per i grillini delle origini, tra cui lo stesso Becchi) alleanza con il Grande Nemico Pd. Il filosofo, editorialista di Libero e ideologo sovranista, su Twitter non può lasciar passare la "proposta" del fondatore del Movimento 5 Stelle e a sua volta, caustico, rilancia: "Dopo una certa togliamo il diritto di voto e magari anche il diritto alla vita con un bel programma nazionale eutanasico". Il retrogusto è inquietante: "Così creeremo la razza superiore degli Elevati. A me ricorda qualcosa, a voi?". Ecco l’ultima dell’ Elevato di sto’ cazzo: dopo una certa togliamo il diritto di voto e magari anche il diritto alla vita con un bel programma nazionale eutanasico. Così creeremo la razza superiore degli Elevati. A me ricorda qualcosa, a voi?

Rita Pavone risponde a Beppe Grillo: "Vuoi togliere il voto agli anziani? Allora ecco dove devi andare". Libero Quotidiano il 19 Ottobre 2019. Anche Rita Pavone se la prende con Beppe Grillo. La proposta del comico e fondatore del M5s di "togliere il voto agli anziani", più che una provocazione, si è trasformata in una valanga politica sul guru grillino e i suoi seguaci. E la famosissima interprete di Datemi un martello, che sui social non si sottrae mai alla polemica politica e sociale, gli risponde per le rime: "Allora vada a casa e si metta in poltrona con il plaid sulle gambe. Essendo del 1948, anche lui fa parte della terza età". In un post pubblicato sul suo blog, Grillo aveva gettato l'amo con queste parole: "Se un 15enne non può prendere una decisione per il proprio futuro, perché può farlo chi questo futuro non lo vedrà?". Un passo ben oltre il diritto di voto ai 16enni.

Mastella contro Beppe Grillo: "Via il voto agli anziani? Se i giovani sono come gli amici di suo figlio...". LIbero Quotidiano il 18 Ottobre 2019. Dopo Paolo Becchi è Clemente Mastella a criticare il fondatore del Movimento Cinque Stelle e la sua ultima proposta: "Grillo ha dichiarato che bisogna togliere il voto agli anziani. Spero stia scherzando, altrimenti siamo alla follia. E poi se penso ai giovani che frequentavano il figlio di Grillo e che hanno, da quanto letto, violentato una ragazza milanese. Beh, diecimila volte il voto agli anziani".  Il commento dell'ex parlamentare azzurro giunge dopo le durissime parole di Beppe Grillo intenzionato a "togliere ai non più giovani la possibilità di votare". Il motivo? "L'idea nasce dal presupposto che una volta raggiunta una certa età, i cittadini saranno meno preoccupati del futuro sociale, politico ed economico, rispetto alle generazioni più giovani" giustifica il comico sul blog dei Cinque Stelle dimenticando che il voto non è solo un dovere, ma anche un diritto di ciascun cittadino. 

Gino Strada: «La proposta  di Grillo di togliere il voto agli anziani? Una sciocchezza». Pubblicato sabato, 19 ottobre 2019 da Fabrizio Caccia su Corriere.it. Gino Strada, lo chiediamo a lei che ha 71 anni ed è coetaneo di Beppe Grillo e addirittura nel 2013 fu candidato dal Movimento 5 Stelle a presidente della Repubblica...

«Sì, ma non credo che al prossimo giro, nel 2022, riproporranno la mia candidatura per il Quirinale eh? Anzi, penso proprio di no».

Lo dice per le forti critiche che ha mosso ai Cinque Stelle già nello scorso governo sul decreto sicurezza, sulla gestione dei migranti?

«Già».

Comunque Grillo, nel suo blog, ha proposto di togliere il voto agli anziani, citando tra l’altro un’indagine Istat secondo cui dopo i 65 anni una persona su 5 non si interessa più di politica.

«La trovo una sciocchezza. Io non devo insegnare niente a nessuno, però in questo caso direi che è proprio vero: “Un bel tacer non fu mai scritto”. .. ».

Perché?

«Cioè, insomma, secondo Grillo tutti gli esseri umani sono liberi e uguali fino a 64 anni e poi dopo addio?».

Infatti Vincenzo Costa, presidente dell’Auser, l’associazione per l’invecchiamento attivo, ha protestato fermamente: «Se Grillo non vuole più andare a votare lo faccia - ha detto - ma lasci intatti i diritti di cittadinanza degli altri, perché quelli non hanno età».

«Proprio così. Giusto. Anzi io penso che bisognerebbe coinvolgere di più gli anziani nella politica, gli anziani sono una risorsa, bisognerebbe piuttosto portarli nelle scuole a raccontare ai ragazzi la storia del nostro Paese. Loro sono la nostra memoria e senza memoria si vive male. Anzi di più: diventa rischioso».

Tra pochi mesi con Emergency lei aprirà il secondo ospedale in Africa: è stato progettato da Renzo Piano, un altro vecchietto niente male.

«Ho sentito bene? Noi due “vecchietti”? Comunque è vero: l’ospedale ormai è pronto, l’abbiamo finito di costruire e nella primavera del 2020 inaugureremo questo centro d’eccellenza di chirurgia pediatrica in Uganda che farà bene a tanti bambini e si aggiungerà alla cardiochirurgia già attiva a Khartum, in Sudan, che cura già pazienti di 30 Paesi diversi. L’idea è quella di creare con Emergency una rete che possa aiutare tutta l’Africa nei prossimi anni. Sì, ma io qui non sto parlando di me o di Renzo Piano...».

Prego, continui.

«Voglio dire: ce ne sono a bizzeffe in Italia di anziani che hanno ancora una grande passione politica e civile, parlo di cittadini comuni, anche persone semplicissime che non hanno un pezzo di carta, un diploma, una laurea, eppure avrebbero tanto, tantissimo, da insegnare in giro. Gli anziani devono essere valorizzati in questo Paese. Invece, se togli loro anche il voto, rischi davvero di farli sentire più inutili, li emargini sempre di più».

E cosa pensa invece dell’idea di Grillo di abbassare l’età del voto?

«Il voto ai sedicenni? Sì, stavolta sono d’accordo. Ma a una condizione: che prima venga insegnata loro l’educazione civica, invece di toglierla dalle scuole. Questi cittadini neovotanti, infatti, avrebbero l’enorme responsabilità di decidere chi poi dovrà rappresentarci nelle istituzioni. Perciò è il caso che vadano a votare preparati».

Voto agli anziani, lettera di un prof furibondo con Grillo. Massimo Fochi, professore Storia e Filosofia su Nicolaporro.it il 27 ottobre 2019. Ho ricevuto questa bella riflessione sul diritto di voto agli anziani e ai sedicenni da un professore di Storia e Filosofia che con piacere pubblico. "Platone riteneva che giovani e politica dovessero essere tenuti separati. Perché? Con La Repubblica, Platone attacca la democrazia in cui “i giovani pretendono gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi”. Ma tutto questo, secondo il grande filosofo, sarebbe assurdo e non può funzionare, perché la società finirebbe sotto il controllo di questo gruppo certo energetico e vitale, ma allo stesso tempo privo di esperienza, impulsivo, pronto alla violenza e poco riflessivo (pensiamo a come sono gli adolescenti!) e quindi ci sarebbe il rischio di portare alla rovina la collettività e lo Stato. Superato questo punto di vista estremo e recuperato il contributo che anche i giovani possono e debbono dare alle decisioni collettive, siamo davvero convinti che estendere il voto ai sedicenni sia una buona idea? Venendo a noi, al nostro tempo mi chiedo: come si fa a confondere una moda superficiale e transitoria (del tipo: andiamo a manifestare per il clima, con finalità generiche e persino ovvie) con una vera capacità e volontà di interessarsi ai problemi collettivi? I ragazzi di oggi, escluse pochissime eccezioni, li sentite mai parlare o interessarsi di politica? Magari hanno anche ragione, la politica che possono vedere fa schifo ma la loro unica reazione è: me ne frego! Ma poi se un minorenne non è pienamente imputabile perché ritenuto non in grado di deliberare in maniera consapevole nemmeno per se stesso e nell’agire personale, lo rendiamo responsabile delle sorti collettive??? Davvero poche idee e pure confuse nei nostri politici, ma come diceva Gaber, quando è moda è moda. Non basta, non c’è limite al peggio. Arriva Grillo e propone di togliere il voto agli anziani. In Europa le legislazioni elettorali si sono per lungo tempo ispirate al principio del suffragio ristretto, stabilendo dei requisiti di reddito o di cultura o ad una combinazione dei due requisiti. Dunque da un punto di vista teorico, la limitazione del suffragio origina dall’idea che il voto non sia un diritto ma una funzione e che pertanto si può decidere chi sia il più idoneo a svolgerla. Ma nella nostra Costituzione e nella nostra cultura democratica riteniamo che non sia così. Per noi, giustamente, il voto è un diritto! Il diritto di voto, come sancito sempre nell’articolo 48 della nostra Costituzione, può essere limitato solo in questi casi: 1) per sopravvenuta incapacità civile 2) per effetto di una sentenza penale irrevocabile 3) negli specifici casi di indegnità morale indicati dalla legge. Come vediamo quindi, non è assolutamente contemplata, come causa di perdita del diritto, il tempo rimasto a disposizione. (Grillo dimmi, vogliamo calcolare il tempo di vita rimanente pure ai malati terminali onde negare anche a loro il diritto? Ma poi perché non interdire anche gli infartuati, i diabetici o chi abbia esami del sangue sballati: potrebbero vivere poco…).

La moderna democrazia si fonda sull’idea che non esistano decisioni “giuste” per tutti, ma che la politica debba tener conto e produrre una complicata composizione di interessi differenti, grazie a prospettive e contributi diversi e tramite un voto che sia il più esteso, composito e rappresentativo possibile. Perché mai il contributo di chi sia anziano ed esperto, di chi abbia avuto una vita di lotte, conquiste ma anche disillusioni e grandi speranze magari andate deluse dovrebbe essere superfluo? Non sarebbe preziosissima, inestimabile questa esperienza? Tutte le civiltà hanno ritenuto che i saggi, gli anziani dovessero guidare la collettività e ora arriva la svolta! I nostri tempi si ricorderanno perché hanno visto Grillo proporre una nuova opera di filosofia politica indelebile nei secoli: La “Rap publica” di Joker, un capolavoro!" Massimo Fochi, professore Storia e Filosofia

I Vecchi alla riscossa. De Benedetti, Del Vecchio, hanno 80 anni ma ancora la voglia di lottare e strigliare manager e figli. Giorgio Gandola il 30 ottobre 2019 su Panorama. «Capisco che i miei figli non amino il giornale, però smettano di distruggerlo». C’è chi a 84 anni passeggia fuori stagione sulla spiaggia di Alassio con il labrador, chi osserva i cantieri della metropolitana addormentandosi su una panchina e chi si prepara all’ultima battaglia. La più assurda e difficile, quella contro la prole alla quale aveva affidato l’azienda. Quindi contro se stesso. Carlo De Benedetti a caccia del 29,9 per cento del gruppo Gedi perché i conti vanno male e l’azione vale 23 centesimi («so che il prezzo è basso, ma hanno fatto un disastro») non è solo un fremito da pagina dell’economia o il capriccio senile di un signore annoiato. È un gigantesco colpo di scena hollywoodiano, è l’uscita del faraone dalla piramide in una notte di luna piena per riprendersi la scena. I figli Rodolfo e Marco, intanto, difendono la poltrona di comando di Repubblica e ricevono schiaffi in silenzio, anche dalla redazione dove sono partiti gli applausi per l’Ingegnere e nessuno si è sognato di dire una sola parola in loro favore. Hanno respinto l’offerta al mittente considerandola una miseria e probabilmente non si capacitano del ritorno di paparino con la scimitarra. Proprietario del colosso Kos - 81 fra residenze per anziani e strutture mediche per un totale di ottomila posti letto ottenuti con sostanziosi accreditamenti pubblici - è impensabile che non abbia trovato un attico vista mare per sé. Eppure gira in tondo con aria da raider dalle parti di Largo Fochetti, vittima di un dinamismo da trentenne, prefigurando di ricomprare-risanare-regalare (verbo per lui privo di significato dalla nascita) il gruppo a una fondazione. Sembra una follia, un eccesso di stizza. Invece il ritorno dei grandi vecchi è una elettrizzante tendenza che manda al rogo l’ennesima sgangherata profezia di Steve Jobs: «In questo momento il nuovo sei tu, ma fra non molto sarai il vecchio e verrai spazzato via». Ma davvero? Leonardo Del Vecchio, Luciano Benetton, Silvio Berlusconi, Giuseppe De’ Longhi, Ferruccio Ferragamo. E prima di loro Bernardo Caprotti, Pietro Barilla, Maurizio Borletti, la famiglia Busnelli, vincenti nel riconquistare l’azienda. E nel mondo colossi come l’indiano Ratan Tata o l’estemporaneo miliardario statunitense Warren Buffett, che non si è dovuto riprendere niente ma è un esempio devastante per ogni catena di comando politicamente corretta: lui ha 89 anni, il suo vice Charles Munger 95 e il delfino Tony Nicely 75, un liceale. La squadra degli ottantenni potrebbe vincere la Champions league della finanza. Se anche De Benedetti dovesse riuscire nella scalata-bis ai gioielli di famiglia arriverebbe secondo, dopo Bernardo Caprotti che nel 2011 riprese il controllo di Esselunga allora di proprietà dei tre figli. Gliel’aveva data lui attraverso una fiduciaria, s’era tenuto solo l’8 per cento, ma un giorno andò a fare la spesa, ne uscì disgustato e decise di tornare a battere cassa. Gesti estremi ma non estranei al capitalismo familiare, capace di colpi di mano e di romantici ritorni a casa. Come quello di Pietro Barilla, gigante della pasta italiana, che nel 1975 vendette la sua creatura alla multinazionale statunitense Grace per ricomprarla quattro anni dopo in nome dell’italianità. E non senza sofferenze. Un giorno disse: «Nel 1978 non avevo ancora la cifra in cash e davanti ai manager di Grace rimasi così male che mi misi a piangere». Tre anni fa, quando ha deciso di rientrare in Luxottica perché avvertiva sinistri scricchiolii, l’allora ottantunenne Leonardo Del Vecchio lo ha fatto in sordina, ma con decisione. Benservito all’a.d. Adil Khan, di nuovo pieni poteri per sé, mentre l’ex top manager Andrea Guerra sceglieva la via della Leopolda renziana. Il maggior gruppo mondiale degli occhiali aveva di nuovo il fondatore sulla tolda. Perché? «Si tende a dare sempre più importanza ai manager» spiegò. «Ma ciò che veramente conta sono le idee, la visione imprenditoriale, la capacità di guardare lontano. Il manager si concentra sulle tecniche di gestione e a volte si dimentica di chiedersi se il prodotto che fa è buono o cattivo». Con la stessa determinazione un mese fa, a 84 anni, Del Vecchio è andato all’assalto di Mediobanca. Ha scelto l’11 settembre, data simbolica, per scuotere il salotto di Piazzetta Cuccia e in una settimana ha rastrellato il 6,94 per cento delle azioni. Un blitz in piena regola, senza annunci, senza avvisaglie, da grande condottiero silenzioso. Semplicemente l’a.d. della banca d’affari milanese Alberto Nagel è accusato dal numero uno di Luxottica di poco coraggio, se non di immobilismo. Agli amici Del Vecchio ha rivelato che «si aspetta un cambio di passo» ed è pronto a salire al 14 per cento. A quel punto la sua non sarebbe solo una secchiata d’acqua gelata per la sveglia, ma l’indicazione della porta d’uscita. Gli economisti da salotto ce l’avevano venduta come la stagione delle agili gazzelle bocconiane con master a Harvard, invece è sempre quella degli orsi grigi. Riflessivi, apparentemente lenti, con gli occhiali sulla punta del naso e il plaid sulle ginocchia, ma determinati a colpire senza scampo negli anfratti della foresta finanziaria. Saggi e letali. Pronti a sussurrare ai giovani, parenti o no, la strofa di Paolo Conte: «Come disse Atahualpa o qualche altro dio, descansate niño che continuo io». Più o meno il senso di ciò che ha detto Luciano Benetton alla famiglia tornando a 82 anni sul ponte di comando. Nessuna faida, ma l’accettazione dura (per i figli) di un dato di fatto: l’azienda aveva bisogno del totem. Poche taglienti parole quando ha fatto piazza pulita del passato, sostenuto dalla sorella Giuliana, due anni meno di lui: «Nel 2008 avevo lasciato l’azienda con 155 milioni di fatturato, la riprendo con 81 di passivo. Mentre gli altri ci imitavano, la United colors spegneva i suoi colori. Ci siamo sconfitti da soli e negozi che erano pozzi di luce sono diventati bui e tristi come quelli della Polonia comunista. Sono tornato a metterci la faccia, nel 2020 tornerà in attivo anche il bilancio». Parole dolci per gli oltre 7 mila dipendenti, micidiali per il sangue del suo sangue. Una restaurazione completata tre mesi fa quando è stato richiamato in ufficio - nel suo ufficio - Gianni Mion (76 anni), il vero ingegnere finanziario dell’impero, colui che 30 anni fa seppe trasformare gli artigiani dei maglioncini in una delle più potenti famiglie italiane. E che oggi deve occuparsi della successione dei talenti. Due ulteriori rientri vip hanno lasciato strascichi ribollenti di retroscena. Uno è quello di Ferruccio Ferragamo (73 anni) nel quartiere generale fiorentino di una delle griffe del lusso più famose del mondo. Presidente e amministratore delegato ad interim, dentro lui e fuori il delfino di turno, Eraldo Poletto, dopo soli 18 mesi e dopo una significativa flessione della redditività. Frase definitiva e molto british per motivare la decisione: «Era un bravo manager, sul quale avevamo puntato per l’esperienza nel retail e nel marketing, ma è sopraggiunta una diversità di vedute strategiche. Ne abbiamo preso atto e ci siamo lasciati in buoni rapporti». L’altra «riconquista» alla spagnola è quella di Giuseppe De’ Longhi (80 anni, trevigiano, 3,3 miliardi di patrimonio netto), l’artefice del successo della multinazionale dei piccoli elettrodomestici, tra macchine per il caffè, robot da cucina, climatizzatori e aspirapolvere, arrivata a 2 miliardi di ricavi. Ha deciso che il futuro digitale va cavalcato nel modo giusto e a guidare la rivoluzione intende esserci lui. Tutto ciò somiglia a una foto immortale di Robert Capa, scattata in Sicilia nel 1943 dopo lo sbarco americano: raffigura un pastore locale che indica con un bastone la strada per Palermo a un giovane soldato palestrato. Il marine dell’Iowa accosciato è alto come il vecchio picciotto in piedi. Ma è quest’ultimo a indicare la strada al ragazzone. L’uno ha dentro di sé gioventù e forza, l’altro la bussola del tempo. «Onora il padre» scriveva Tommaso Berger vent’anni fa urlando al tradimento filiale. E scalava le classifiche della saggistica dopo avere scalato quelle dei redditi con marchi come il caffè Hag, le acque minerali Fiuggi, Sangemini, Ferrarelle, Levissima, Uliveto e la pomata Vegetallumina. Storie di dolore e di tribunali, di imperiosi ritorni e di cessioni per monetizzare. Onora il padre è la metafora di Ratan Tata (81 anni, la gerontofebbre non è solo italiana), che cinque anni fa aveva lasciato la tolda dell’impero indiano dell’acciaio, dell’auto (anche Jaguar e Rover), della finanza. Ma dopo due bilanci a precipizio è tornato nottetempo a Mumbai a silurare il presidente Cyrus Mistry contro il parere dei figli e rischiando una crisi di governo. Ha abbandonato lo yacht per rientrare a osservare i mercati dal forziere di Paperone. È l’azionista numero uno, il primo cent fu del nonno. «Avevo il diritto, anzi il dovere di farlo». Ottantenni con la nostalgia del comando. Il fenomeno è dirompente, controtendenza, quindi televisivo. Non a caso l’ultimo successo Hbo s’intitola Succession, serie tv in onda su Sky Atlantic dove padri e figli si scannano per il potere dentro la famiglia Roy, top nei media. La rivista Variety spiega che l’autore Jesse Armstrong ha preso spunto da Rupert Murdoch & Sons. Ma la fiction potrebbe essere facilmente ambientata in Italia. Per una volta non ad Arcore, perché Silvio Berlusconi (83 anni) di sta muovendo con i mezzi corazzati non contro i figli e il management ma a favore. Preoccupato per l’assedio di Vincent Bolloré a Mediaset, il Cavaliere ha fatto arrivare gli ussari del fondo Peninsula (guidato dall’ex top manager di Mediobanca, Stefano Marsaglia) con un miliardo fresco per supportare Piersilvio nella realizzazione di MediaForEurope, il nuovo polo europeo della TV in chiaro, e per blindare l’azienda di famiglia. Si è messo di nuovo davanti a tutti a prendere il vento in faccia, leader napoleonico fino in fondo. Diceva Benedetto Croce che «la cosa migliore che possano fare i giovani è invecchiare». Più che un destino, una condanna. I gerontoleoni l’hanno preso in parola e a due mesi dal 2020 continuano a immaginare la foto di famiglia simil-Buckingham Palace anni Cinquanta. Con i padri in piedi, la mano protettiva appoggiata sulla spalla delle madri in crinolina. I figli stanno al loro posto più in basso in pantaloni alla zuava e ciuffi da Guerra e Pace appiccicati alla fronte. Innocui e annoiati come i levrieri accucciati. Si divertano pure con le blockchain e i bitcoin, l’importante è che non facciano danni. In molti lo pensano, De Benedetti lo ha spiattellato chiaro. Peraltro Rodolfo e Marco hanno un vantaggio decisivo sui colleghi in ritirata: per conoscere le novità di famiglia non devono neanche invitare a cena il vecchio e stappare un Sassicaia per rabbonirlo. Basta che accendano la tv alle 20.30, lui sta spiegando tutto a Lilli Gruber. 

Giorgio Meletti per “il Fatto Quotidiano” il 5 novembre 2019. Il capostipite fu Julius August Walther von Goethe. Non sappiamo quanto la sua dedizione all' alcol fosse dovuta a un padre ingombrante come Johann Wolfgang. Certo è che, quando morì a Roma di cirrosi epatica, il grande scrittore fece scrivere sulla tomba "Figlio di Goethe", privandolo per sempre dell' identità personale. La storia dell' uomo è piena di padri che trattano i figli come prolungamenti di sé. Ma quella lapide, "figlio di Goethe", al cimitero acattolico di Roma sembra un monumento al capitalismo familiare italiano. La borghesia industriale è ossessionata dal desiderio di farsi dinastia. Molte delle maggiori imprese italiane, a cominciare dalla Fiat, sono andate in malora per la fissazione dei fondatori di affidarle a un consanguineo. Un drappello di feudatari onnipotenti ha imposto a un sistema economico arcaico il prezzo dei propri fallimenti, quasi sempre riconducibili ai drammi freudiani del rapporto padri-figli. Ogni dramma familiare è costato alla comunità dei sudditi miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Nessuno ha protestato. Per decenni banchieri, manager, azionisti di minoranza, economisti, politici e giornalisti hanno taciuto per non perdere la priorità acquisita nella gara a chi otteneva il maggior beneficio con l' elogio più spudorato del padrone, e soprattutto dei figli quand' anche palesemente idioti.

Da questo punto di vista, la figura più limpida è stata quella del fondatore dell' Esselunga, Bernardo Caprotti, morto tre anni fa a 91 anni. Una decina d' anni prima dell' inderogabile commiato, aveva già tolto le deleghe gestionali a suo figlio Giuseppe, non giudicando all' altezza nessuno dei tre eredi. Successivamente aveva rafforzato il concetto revocando la donazione ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta del 70 per cento delle azioni, che poi sono finite a Marina, figlia della seconda moglie Giuliana Albera. Le due creature deluse avevano fatto causa al padre, secondo una mozione degli affetti tipica delle belle famiglie del capitalismo italiano, di cui resta maestra insuperata Margherita Agnelli, la figlia dell' Avvocato che sull' eredità del padre ha fatto causa sia alla madre Marella Caracciolo che al figlio John Elkann.

Leonardo Del Vecchio a 84 anni ancora comanda sentendosi insostituibile. Anche lui ha prima promosso e poi eliminato dalla linea di successione manageriale il primogenito Claudio, 63 anni, e ha dato e tolto azioni ai sei figli. La struttura familiare è complessa. Claudio, Marisa e Paola sono figli della prima moglie Luciana Nervo, Leonardo Maria, ventenne, è figlio della seconda e quarta moglie Nicoletta Zampillo, i più piccoli Luca e Clemente li ha avuti dalla terza moglie Sabina Grossi, una parentesi rosa tra il primo e secondo matrimonio con la Zampillo. La quale, caso più unico che raro, tiene alto il vessillo muliebre nel capitalismo italiano. Dopo il divorzio del 2000, Del Vecchio l' ha risposata nel 2010 riconoscendole un premio notevole: adesso è lei l' erede principale, alla morte del marito avrà il 25 per cento della Luxottica e in prospettiva suo figlio Leonardo Maria è in pole position per comandare su fratelli e sorelle. Del Vecchio non ha la fissazione di essere avvicendato da un consanguineo, semmai quella di non essere mai avvicendato. Quelli che non si arrendono al calendario tengono all' amo i figli per decenni, spesso trasformandoli in altrettanti patetici Carlo d' Inghilterra.

Caso tipico sarebbe il 55enne Alessandro Benetton, che però forse la voglia di fare l'erede al trono non l'ha mai avuta. E comunque deve fare i conti con una famiglia complicata: quattro quote equivalenti, risalenti ai fratelli fondatori Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo, e uno statuto di stampo medievale che riserva ai consanguinei le cariche nelle holding di famiglia. Nel 2005, Luciano annunciò che il figlio Alessandro sarebbe diventato il nuovo capo dell' impero dei maglioni e dei pedaggi autostradali. "Ma prima dovrà farsi le ossa", aggiunse, notazione inquietante se riferita a un uomo di oltre 40 anni. Da allora Alessandro è sempre apparso più che altro in fuga, mentre Luciano ci ripensava: "Credo che sia un errore cercare e imporre l' erede". Un anno fa, alla morte di Gilberto, stratega della diversificazione nei servizi a pedaggio all' ombra della politica, si è riparlato di Alessandro, ma si è capito che non c' è accordo con i cugini che nel frattempo si spartiscono le poltrone nei cda del gruppo: solo due giorni fa Sabrina, figlia di Gilberto, è entrata nel cda di Atlantia, Christian, figlio di Carlo, in quello di Adr, e Franca Bertagnin, figlia di Giuliana, si è accomodata in quello di Telepass.

Il capitalismo familiare si arena se ci sono troppi parenti a mettere bocca, problema che in casa Agnelli fu risolto ripristinando una sorta di legge salica in favore di John Elkann: che in perfetta solitudine - nonostante un esercito di cugini-soci, il più ingombrante dei quali è il presidente della Juventus, Andrea Agnelli - tratta in queste settimane la grande fusione con i Peugeot, altra famiglia complicata, ma stavolta francese. L' Avvocato però aveva anche stabilito il limite dei 75 anni per gli incarichi societari, al quale fu il primo a sottoporsi. Luciano Benetton, invece, a 84 anni è tornato a gestire la produzione di maglioni, parlando malissimo dei manager a cui l' aveva delegata per otto anni. I grandi vecchi che si ritengono insostituibili sono sadici non solo con gli eredi, ma anche con i manager, magari dopo averli scelti vantandosi della propria capacità di talent scout. Il campione è Cesare Romiti. Quando comandava alla Fiat cacciò Vittorio Ghidella perché sapeva fare le auto, mentre il sistema di potere del manager romano si fondava sulla accurata selezione di yes men incompetenti. Quando Romiti ha lasciato la Fiat, la liquidazione principesca concessagli dall' Avvocato gli ha consentito di costruire la sua dinastia imprenditoriale sui figli Maurizio e Pier Giorgio. Un fallimento clamoroso che il padre ha commentato alla Goethe: "I miei figli sono molto in gamba. Il loro vero handicap è chiamarsi Romiti e quindi ne risentono, come tutti i figli di uomini che hanno avuto un ruolo". Storie di dieci anni fa.

Adesso il disprezzo per i figli non all' altezza si esprime in modo più diretto. Il maestro di cerimonie è naturalmente Carlo De Benedetti. Nelle scorse settimane ha fatto una piazzata ai figli Rodolfo e Marco accusandoli pubblicamente di essere due incapaci, responsabili del deplorevole stato della Gedi, colosso editoriale nato dalla fusione tra Repubblica-Espresso e Stampa-Secolo XIX . Ha parlato di "gestione del tutto inefficace, azienda senza vertice e senza comando, sconquassata e non gestita, nave senza capitano, in balia di onde altissime", e tutto questo perché, semplicemente, i due rampolli "non sono capaci di fare questo mestiere". De Benedetti è sicuramente il vero campione di quel capitalismo familiare che per decenni ha dato a intendere agli italiani - grazie all' ampia corte sopra descritta di ruffiani col master - di avere i meriti di ciò che andava bene e nessuna colpa di ciò che andava male. Gente che ha usato le scatole cinesi per comandare con i soldi degli altri (De Benedetti deteneva il 5 per cento del capitale del suo gruppo) e con un solo obiettivo: perpetuare il potere della propria dinastia di capitalisti con i soldi degli altri. Quando, all' inizio di ottobre, ha rivolto a Rodolfo (presidente della controllante Cir) e Marco (presidente di Gedi) un' offerta per comprarsi a prezzo vile il pacchetto di controllo del gruppo editoriale, e i due figli lo hanno mandato al diavolo trattandolo da rincoglionito, la rusticana volgarità della contesa ne ha oscurato l' aspetto più scandaloso. L' Ingegnere sette anni fa ha donato ai figli tutte le azioni, cioè quel 5 per cento di cosiddetto "possesso integrato" con cui la famiglia comanda sull' impero. E ha imposto agli azionisti di minoranza, detentori del 95 per cento del capitale, un manager a suo dire eccellente, suo figlio. "Rodolfo è una sicurezza", affermò con la stessa tracotante sicumera con cui garantiva all' Italia un radioso avvenire grazie ai suoi statisti preferiti, Walter Veltroni e Francesco Rutelli. In pochissimo tempo, Rodolfo si è fumato 2 miliardi di euro (delle banche) sbagliando gli investimenti in centrali elettriche della Sorgenia, e spiegando poi agli azionisti che l' investimento era stato geniale, solo che non si erano avverate le previsioni su cui era basato. Gli azionisti della Cir hanno perso la Sorgenia e le banche se la sono dovuta accollare al posto dei 2 miliardi di crediti. Nel frattempo, De Benedetti, pur avendo ammazzato la Olivetti e varie altre aziende, o forse proprio grazie a quello, ha messo da parte un gruzzolo personale di 600 milioni che usa per giocare in Borsa, come ha dimostrato la vicenda Renzi-Etruria. E come dimostra una segnalazione del Sole 24 Ore: lo stesso bollettino padronale ha notato, proprio alla vigilia della stravagante offerta per le azioni Gedi, movimenti sospetti sul titolo. Appena un anno dopo aver lasciato gli azionisti in balia del genio manageriale di Rodolfo, l' Ingegnere liquidò l' ideona Sorgenia in un modo che val la pena di rileggere nella ricostruzione dell' agenzia Ansa del 14 febbraio 2014: "'Non c' entro nulla, non sono in consiglio e non sono più azionista Cir. È una domanda che dovete fare ad altri'. Così Carlo De Benedetti ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano se ci siano spiragli nelle trattative sulla sistemazione della partita finanziaria di Sorgenia, la società elettrica del gruppo Cir". Anziché chiedere scusa agli azionisti Cir e Gedi per avergli mollato due manager che lui stesso dipinge - con cognizione di causa - come incapaci, De Benedetti continua a spadroneggiare sul Corriere della Sera, sempre pronto a ospitarlo, e fa sapere ai mercati finanziari che gli 85 anni che compirà fra pochi giorni non sono un problema: "Mi sento molto bene". Quindi punta a riprendere la guida di Repubblica ed Espresso, ma non per sempre, solo per due o tre anni, cioè fino all' 88esimo compleanno. Nei Paesi civili, se un uomo di 85 anni manifesta simili propositi su società quotate, come minimo chiamano un medico. In Italia - trattandosi di un potente (ex?) editore in grado di far annusare una botta di carriera a un giornalista, un finanziamento a un economista, spazio sui giornali a un politico - gli si offrono microfoni e taccuini per fargli dire tutto e il contrario di tutto senza mai obiettare. Nel 2012 spiegò che la decisione di lasciare il campo a quel genio di Rodolfo voleva contribuire a "un più ampio passaggio generazionale in un capitalismo troppo rivolto al passato". Nel 2019, gli lasciano dire, senza chiamare il medico, che l' ambizione di spodestare i figli e tornare al timone della Gedi è solo una normale forma di arditismo senile: "C' è molta gente che molla, e c' è poca gente che osa". L' ha detto davvero. Il "boia chi molla" di un capitalismo morente.

ESERCIZIO GARANTISTA. Massimiliano Annetta il 6 settembre 2019 su L’Opinione. Ripetete con me e in rigoroso ordine: 1) Il figlio di Beppe Grillo è, come chiunque, un presunto innocente fino a prova contraria in forza dell’articolo 27, comma 2, di quella Costituzione di cui, quasi sempre a sproposito, andate riempiendovi la bocca; 2) Il fatto che suo padre possieda una villa in Costa Smeralda non ha alcunché di scandaloso, perché ciascuno ha il diritto di spendere i denari lecitamente guadagnati come meglio crede; 3) Il mix di invidia sociale e giustizialismo da quattro soldi che i Cinque Stelle vi hanno propinato fino ad oggi fa ribrezzo.

Ripetere l’esercizio fino a quando non avrete capito. Su, da bravi.

Renzi difende il figlio di Grillo: "No a processi sui social". In un post su Twitter, Matteo Renzi ha commentato così l'indagine per violenza sessuale di gruppo in cui è stato coinvolto Ciro Grillo, figlio di Beppe: "Se è colpevole o no lo decideranno i giudici, non i social. Noi siamo garantisti". Roberto Bordi, Domenica 08/09/2019 su Il Giornale. "Se il figlio di Beppe Grillo è colpevole o no lo decideranno i giudici, non i social. Garantisti sempre". Sono le parole con cui Matteo Renzi, su Twitter, difende Ciro Grillo, il figlio più piccolo del comico genovese indagato insieme ad altri tre ragazzi per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una 19enne. L'ex premier, che negli ultimi tempi ha ammorbidito i suoi toni polemici nei confronti di Grillo e di tutto il Movimento 5 Stelle, al punto da propiziare l'inizio della trattativa con il Pd che ha portato alla nascita del governo giallo-rosso, è intervenuto per svelenire il dibattito nato sui social, in particolare su Twitter, dopo l'indagine della procura di Tempio Pausania sullo stupro di gruppo che sarebbe stato commesso nella villa di Porto Cervo di proprietà di Grillo. "Se il figlio di Beppe Grillo è colpevole o no lo decideranno i giudici, non i social. Saremo un Paese civile quando nessuno userà le famiglie per aggredire gli avversari politici. In attesa che imparino a farlo gli altri - si legge nell'ultimo post di Matteo Renzi - diamo noi una dimostrazione di civiltà: garantisti sempre". Una presa di posizione, quella dell'ex premier, sulla falsariga di quanto fatto in occasione della polemica sul giro in moto d'acqua, a Milano Marittima, del figlio di Matteo Salvini. Anche in quel caso, l'ex segretario del Pd aveva chiesto di non strumentalizzare la vicenda, invitando gli elettori dem e l'opinione pubblica a "lasciare stare il giovane". Un appello dettato probabilmente da quanto provato sulla propria pelle da Renzi, tirato in ballo per i problemi giudiziari dei genitori.

Quante cautele sull’indagato per stupro Grillo junior. E se fosse stato di CasaPound? Vittoria Belmonte venerdì 6 settembre 2019 su Il Secolo d'Italia. Il ragazzo, Ciro Grillo, diciannovenne con una gran voglia di divertirsi, merita ovviamente tutte le garanzie che spettano agli altri cittadini italiani. Non è bello speculare su quest’accusa infamante di stupro arrivata da una modella scandinava con cui avrebbe trascorso una notte brava a base di alcol e forse anche altro nella bollente estate che sta per volgere al termine. Siamo in Costa Smeralda, Ciruzzolohiil (questo il nome usato dal figlio di Beppe Grillo su Instagram), con altri tre amici (tutti di alta estrazione sociale) si porta in villa (la casa paterna?) una scandinava che poi denuncia uno stupro di gruppo. Denuncia tardiva, perché arriva circa dieci giorni dopo il fattaccio. C’è pure un filmato: gli avvocati dei giovani dicono che da lì si vede che il rapporto era consenziente. Gli avvocati della presunta vittima sostengono che dal video ben si evince che si trattò di stupro. Roberto Giachetti, ultrà del garantismo, già avverte: guai a chi specula su questa vicenda. Per carità, e chi vuole speculare. Tanto più che alle garanzie del Codice per Grillo junior si aggiunge il fatto che il ministro della Giustizia è un grillino, Alfonso Bonafede, molto giustizialista quando si tratta di castigare i politici corrotti. E per gli altri reati? Non speculiamo ma per vicinanza cronologica viene in mente un’analoga vicenda: quello dello stupro di Viterbo ad opera di due esponenti di CasaPound. L’evento, pochi mesi fa, meritò l’apertura dei principali quotidiani italiani, ma questo è un dettaglio. Il Pd all’epoca non aveva come adesso perso la voce. Accusava eccome. Eppure anche in quel caso i due stupratori asserirono di avere avuto un rapporto consenziente (e furono anche arrestati). Il senatore di Liberi e Uguali, Francesco Laforgia propose lo scioglimento di CasaPound e di altri movimenti di destra sostenendo che la violenza, e dunque anche lo stupro, provengono da lì, da quella cultura. Ritroverà oggi lo stesso spirito gagliardo e combattivo contro i Cinquestelle? Vedremo. Il senatore del Pd Bruno Astorre, sempre a proposito dello stupro di Viterbo, ebbe a dire: “Di fronte a crimini di questo tipo, e nel rispetto comunque dei diritti dei due giovani arrestati che appartengono a CasaPound, la priorità è la vittima, la famiglia e la comunità di Viterbo che è ferita e sgomenta davanti a questo crimine. Tuttavia, i vertici del governo, Salvini, Di Maio e la maggioranza mettano al bando un’organizzazione parafascista come Casapound – conclude Astorre – che produce una cultura basata sulla violenza, la xenofobia e la sopraffazione”. Intervenne anche la ministra della Salute Giulia Grillo, M5S: “Lo stupro di Viterbo è l’ennesima intollerabile offesa alle donne, aggravata dal fatto che i colpevoli sono militanti di una forza politica. Nessuna connivenza e massima severità con chi umilia le donne e promuove una cultura di sopraffazione che va combattuta in ogni modo”. ne nacque pure una baruffa (una delle tante) tra Salvini che evocò la castrazione chimica e Di Maio che rintuzzò la proposta: “Non è nel contratto”. Basta poco insomma perché uno stupro da reato penale tutto da verificare (bisogna infatti anche tenere presente l’attendibilità della denunciante, che sarà stata opportunamente vagliata dagli inquirenti prima di stabilire se Ciro Grillo meritasse o meno gli arresti domiciliari, che non sono stati ordinati) diventi un caso politico. Eppure stavolta quel particolare “quid” non è scattato. Chissà perché. Sarà per distrazione. O per l’euforia da festeggiamenti seguito alla nascita del Conte bis. Vedremo. Intanto qualche giornalista è riuscito a dare un’occhiata al profilo Instagram del figlio di Grillo, che è anche campione di kick boxing.  Nel commento a una sua foto il ragazzo scrive: “Ti stupro, bella bambina, attenta”. E in un altro romantico post scrive: “la tua bitch mi chiama jonny sinn”. Un riferimento, a quanto pare, all’attore porno Jhonny Sins. E ancora, come riporta il Corriere, “in una immagine del 31 agosto 2017 ripresa durante un viaggio, una vacanza studio al Macleans College, una scuola situata a Bucklands Beach, Auckland, si vede Ciro in primo piano con degli amici e il commento del figlio di Grillo che recita: «C..i durissimi in Nuova Zelanda»”.

Grillo garantista? Il vero scandalo sono 25 anni di orgia manettara. L'Inkiesta il 3 gennaio 2017. Ora che i guai coinvolgono i suoi, per Grillo l'avviso di garanzia non equivale a una condanna. Un comportamento uguale a quello dei suoi avversari. Che legittima l'uso politico della giustizia. E la rabbia dei cittadini contro i politici “tutti uguali, tutti ladri”. Scusate, dov’è la novità? Una forza politica fonda il suo successo politico urlando che gli altri sono tutti ladri (1), va al potere (2), i suoi leader o i suoi amministratori finiscono indagati (3) e pure quella forza politica si scopre garantista (4). Oggi tocca a Grillo, col suo codice di comportamento per gli eletti e la regola secondo cui l’avviso di garanzia “non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti”, dopo anni a sostenere l’esatto contrario. Prima di loro era toccato ai Democratici (un tempo di sinistra) passare dalle monetine a Craxi allo sdegno per le intercettazioni sulla scalata Unipol-Bnl diffuse a mezzo stampa. Ai leghisti, passati dal cappio a Montecitorio agli applausi per Alessandro “il pirla” Patelli, quello della tangente Enimont da 200 milioni di lire. Agli ex missini, orgogliosamente manettari fino all’alleanza con Berlusconi. A Berlusconi stesso, megafono mediatico del pool di Mani Pulite fino all’avviso di garanzia a pochi mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi. Fateci caso: mai nessuno è garantista quando i guai coinvolgono gli altri. Nessuno si scandalizza quando la carcerazione preventiva viene usata con estrema disinvoltura contro un avversario politico. Nessuno, quando un ministro altrui si dimette senza nemmeno essere indagato, a causa delle intercettazioni telefoniche sbattute in prima pagina. Nessuno, quando il candidato avverso si piglia la nomea di ”impresentabile” a pochi giorni dalle elezioni, senza alcuna condanna definitiva a suo carico. Nessuno che sottolinea quanto alcune indagini, in prossimità delle elezioni, successive all’insediamento di un amministrazione, o alla caduta di un governo abbiano un timing quantomeno curioso. Nessuno che si scandalizza quando una parlamentare, scienziata di fama mondiale, viene definita “trafficante di virus” da un settimanale, a indagini ancora in corso, e poco importa se si siano concluse con un nulla di fatto. Fateci caso: mai nessuno è garantista quando i guai coinvolgono gli altri. Nessuno si scandalizza quando la carcerazione preventiva viene usata con estrema disinvoltura contro un avversario politico. Nessuno, quando un ministro altrui si dimette senza nemmeno essere indagato, a causa delle intercettazioni telefoniche sbattute in prima pagina. Nessuno, quando il candidato avverso si piglia la nomea di ”impresentabile” a pochi giorni dalle elezioni, senza alcuna condanna pendente. Quando accade, quando i guai riguardano gli altri, i toni sono quelli di venticinque anni fa. Si parla di fatti inquietanti, si presume la colpevolezza, si citano le parole dell’ordinanza d’arresto scambiandole per sentenze, si ironizza sui fatti privati - irrilevanti ai fini d’indagine - che si leggono sui giornali. Si uniscono puntini a caso, facendo intendere chissà quali trame, nascoste dietro il paravento del condizionale. Si fa strame della dignità umana dell’indagato nel nome di una “questione morale” che vale sempre e solo per gli altri. Poi - ops! - ci si stupisce se la gente pensa che i politici siano tutti uguali e tutti ladri, che il Parlamento sia un covo di inquisiti o di gente che ha qualcosa da nascondere. Che l’azione debordante della magistratura non sia un abuso di potere, bensì un male necessario per arginare il malaffare. Che manette, cappi, scope e apriscatole funzionino meglio, nel marketing politico, di idee, riforme, visioni del futuro. Oggi, se la politica italiana fosse seria, dovrebbe plaudere alla (timida) svolta di Grillo e fare quadrato attorno a Virginia Raggi, più in balia della propria incompetenza e della propria inattitudine a combattere contro poteri più grandi di lei, che della propria disonestà, o di quella dei suoi collaboratori. Non succederà. E al prossimo giro di giostra le parti si invertiranno. E la rabbia continuerà a montare.

Vittorio Sgarbi e il figlio di Grillo indagato per stupro, la bomba in aula: "Perché Di Maio è ministro". Libero Quotidiano il 10 Settembre 2019. C'è spazio anche per le insinuazioni, pesantissime e privatissime, di Vittorio Sgarbi nel giorno della fiducia alla Camera. Durante le dichiarazioni di voti, il deputato eletto con Forza Italia, oggi nel Gruppo Misto, attacca frontalmente Luigi Di Maio: "È stato fatto ministro (degli Esteri, ndr) per proteggere il figlio di Grillo". Secondo Sgarbi, non appena il figlio di Grillo, Ciro Grillo, è risultato indagato per violenza sessuale di gruppo insieme ad altri 3 amici ai danni di una 19enne italo-svedese nella villa sarda del comico, Grillo si sarebbe adoperato per piazzare nel governo il leader del Movimento 5 Stelle per "trovare l'appoggio del Pd che controlla i giudici, vedi il caso Palamara".

Da Libero Quotidiano il 19 settembre 2019.  "Si vergogni Luigi Di Maio e si vergognino i cinque stelle che hanno votato con voto segreto per l'arresto dell'onorevole Sozzani, dopo che, con voto palese, hanno fatto il governo contro gli italiani". Vittorio Sgarbi commenta indignato il voto alla Camera contro il deputato di Forza Italia, Diego Sozzani. L'Aula ha negato l'autorizzazione all'applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari per il politico, indagato per illecito finanziamento dei partiti e corruzione. Una decisione che non ha evitato la critica di Sgarbi contro i pentastellati, rei di desiderare Sozzani in carcere "per obbedire agli ordini di un Grillo nella cui casa il figlio indagato ha stuprato una ragazza, garantendogli, con Bonafede, un ministro della giustizia amico. Vergogna. Usare lo Stato per proteggere il loro capo".

Accuse di stupro al figlio di Grillo, perquisita la villa del fondatore M5s a Marina di Bibbona. Ciro Grillo, il figlio di Beppe. I carabinieri hanno sequestrato il telefonino di Ciro, in cui sarebbe registrato il video della presunta violenza sessuale. La Repubblica il 9 settembre 2019. Blitz dei carabinieri a Marina di Bibbona, nella villa di Beppe Grillo: cercavano un video della presunta violenza di gruppo su una ragazza svedese. Gli inquirenti hanno sequestrato l'iPhone al figlio Ciro. Ne dà notizia Il Tirreno. Villa Corallina, sulla spiaggia di Marina di Bibbona, non è soltanto il buen retiro di Beppe Grillo, popolare comico e leader politico del M5S, ma anche il sancta sanctorum del Movimento. È il luogo, per capirci, dove si svolgono i direttivi del partito pentastellato, dove si decidono alleanze e strategie. Proprio recentemente il garante dei Cinque Stelle ha riunito i vertici per mandare avanti l'alleanza giallo-rossa. Proprio nella residenza estiva toscana si trova in questi giorni il figlio di Grillo, indagato insieme ai tre amici genovesi Vittorio Lauria, Francesco Corsiglia e Edoardo Capitta, tutti tra i 19 ed i 20 anni. Il 29 agosto scorso i carabinieri di Milano a Marina di Bibbona sono giunti con un decreto di perquisizione firmato dai magistrati di Tempio Pausania che conducono le indagini. Lo stupro, infatti, sarebbe stato consumato a Porto Cervo, in un'altra villa di Grillo.

Ciro Grillo, «ritardi »nell’esame del video sul cellulare. Pubblicato lunedì, 09 settembre 2019 da Andrea Galli su Corriere.it. Milano- Cristallizzato il giorno del sequestro del cellulare (il 29 agosto) sul quale è presente un video dirimente per accertare se i rapporti sessuali sono stati consenzienti oppure se è stato uno stupro di gruppo, e considerando il giorno inizialmente stabilito per l’avvio della copia forense del medesimo telefonino (il 24 settembre), tra le due date balla quasi un mese. È un mese che potrebbe avere la sua legittimazione nei lunghi tempi della giustizia (secondo quanto previsto dal codice di procedura penale: la notifica agli avvocati, l’individuazione dei periti, l’eventuale nomina di periti di parte, e via elencando); e ancora, è un mese che potrebbe rispondere a esigenze investigative; ma è un mese che potrebbe causare ritardi non certo utili a un’indagine delicatissima dal suo inizio e sviluppatasi con una tempistica che non «convince» molti. Il cellulare del quale parliamo appartiene a Ciro Grillo, il figlio del comico Beppe, e gliel’hanno confiscato, per appunto alla fine dello scorso mese, nella villa a Marina di Bibbona, in Toscana, dal punto di vista politico centro nevralgico per le riunioni dei Cinque Stelle (e il nuovo governo); un immobile di proprietà del padre come l’appartamento a Porto Cervo dove Ciro, con gli amici genovesi Vittorio Lauria, Francesco Corsiglia e Edoardo Capitta, il 16 luglio avrebbe stuprato una studentessa universitaria di 19 anni (la cui versione è giudicata assai credibile). La ragazza appartiene a una facoltosa famiglia italo-scandinava di Milano e ha denunciato le presunte violenze il 26 luglio, appena atterrata in città con mamma e papà, dieci giorni dopo la serata cominciata al «Billionaire» e, sempre bevendo in gran quantità, proseguita nella casa del comico. La durata delle operazioni per realizzare la copia forense di un telefonino è variabile, condizionata da diversi fattori. Possono però bastare pochi giorni, e minor tempo con provvedimenti d’urgenza e specie se l’interesse prioritario è un unico dato (il video); dunque la Procura di Tempio Pausania avrebbe potuto disporre prima del contenuto di quel telefonino, anche magari già in coincidenza dei giorni durante i quali procuratore e pm hanno ascoltato i quattro (indagati con l’accusa di stupro) forti di quel filmato, con la possibilità d’incalzare maggiormente Lauria, Corsiglia, Capitta e Grillo. E forse poco cambia la probabile decisione, proprio in queste ore, di anticipare a dopodomani la copia forense. L’asse tecnologico resta, al momento, il cuore centrale dell’inchiesta. Difficile che l’amica della 19enne, l’unica testimone, possa fornire elementi utili (dormiva); esclusi fascicoli d’indagine paralleli legati alla droga (la vittima non ne avrebbe fatto menzione). Tutto sta lì, nei cellulari, e nel recupero, insieme al video, di eventuali chat cancellate, magari, è una delle tante ipotesi, dopo la scoperta della convocazione per gli interrogatori.

 Ciro Grillo e le accuse di stupro, perquisita la villa  del padre a Marina di Bibbona. Pubblicato lunedì, 09 settembre 2019 da Marco Gasperetti su  Corriere.it. Anche villa Corallina, la residenza estiva di Beppe Grillo davanti alla spiaggia di Marina di Bibbona, a sud di Livorno, entra nell’inchiesta per stupro nella quale è indagato Ciro, figlio del fondatore del M5S. I carabinieri hanno perquisito l’abitazione su disposizione della procura di Tempio Pausania. Secondo Il Tirreno, che ha anticipato la notizia, la perquisizione sarebbe avvenuta il 29 agosto quando nella villa si trovava anche Ciro. I militari avrebbero sequestrato al giovane lo smartphone. Ad accusare Ciro Grillo e altri tre giovani, il racconto di una studentessa norvegese. «Mi hanno fatto bere vodka e mi hanno violentata», ha raccontato la ragazza ai magistrati. Le prove della violenza sarebbero contenute in un video filmato da uno smartphone. Ciro Grillo e gli altri tre giovani hanno sempre respinto ogni accusa. A Villa Corallina Beppe Grillo trascorre grande parte dell’estate. Il 18 agosto la casa, che ha due entrate, una in mezzo alla pineta e l’altra davanti alla spiaggia, è stata teatro del summit politico del M5S che ha deciso la strategia del movimento durante la crisi di governo.

Le accuse al figlio di Grillo,  «è sempre violenza sessuale  se manca il pieno consenso». Pubblicato lunedì, 09 settembre 2019 da Guastella su Corriere.it. Tra i massimi esperti nei reati contro i «soggetti deboli», Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, di recente ha pubblicato il libro «Crimini contro le donne» (Franco Angeli).

Dottor Roia, come nel caso dei 4 giovani genovesi accusati di aver violentato una 19enne, spesso la donna che denuncia deve affrontare la reazione di chi dice che era consenziente. Come si fa a stabilire la verità?

«La prima considerazione da fare è che nel nostro ordinamento la persona offesa del reato ha l’obbligo di dire la verità sia alla polizia giudiziaria, sia al pm, sia al giudice. Se non lo fa, commette reati gravi come le false dichiarazioni al pm, la falsa testimonianza e la calunnia. L’indagato-imputato, invece, non ha quest’obbligo. Questo è già un discrimine che dovrebbe costituire un freno a false dichiarazioni da parte delle vittime».

È sufficiente?

«La giurisprudenza dice che è sufficiente il racconto della persona offesa per arrivare a un giudizio di colpevolezza, purché il giudice verifichi a fondo la credibilità della testimonianza. E qui entra in campo la specializzazione della polizia giudiziaria, del pm e del giudice che devono conoscere i modi di comportamento delle vittime per valutare se non ci siano elementi probatori che le smentiscono. Questo consente di filtrare eventuali denunce strumentali che, però, nella ma esperienza ho visto molto raramente. Il processo penale è troppo traumatico perché una donna scelga di affrontarlo calunniando».

Quando una donna è da ritenere consenziente?

«Quando dà un consenso pieno, prima e durante l’atto. Una donna potrebbe dire sì all’inizio e poi cambiare idea. In questo caso, l’uomo si deve fermare, altrimenti c’è violenza».

E se lei non è in grado di dare un consenso?

«Se è ubriaca o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, l’uomo ha il dovere di astenersi in ogni caso dall’ avere con lei rapporti sessuali. Nella norma che punisce la violenza sessuale, oltre ai casi di costrizione con la violenza fisica o con la minaccia, si fa riferimento all’abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica, anche transitorie».

Succede che le vittime non denuncino subito la violenza, ma dopo un certo tempo.

«Non esiste un catalogo di comportamenti delle vittime di violenza. L’esperienza insegna che il modo di agire non è stereotipato, ciascuna lo fa a modo suo in relazione all’aggressione subita e alla sua situazione. C’è chi chiama subito la polizia, chi lo dice dopo giorni, chi urla e chi sta zitta. Normalmente la vittima tende a colpevolizzarsi perché pensa di aver commesso qualcosa che ha spinto l’uomo ad abusare di lei. Per questo la legge concede non tre, ma sei mesi alla vittima per valutare, per quanto possibile, più serenamente la situazione e poi denunciare».

Sempre più spesso vengono denunciate violenze di gruppo.

«È un reato autonomo con pene più severe della violenza sessuale perché ha un’elevatissima traumaticità per la vittima».

Il figlio di Grillo e  tre amici indagati  per stupro di gruppo. Pubblicato venerdì, 06 settembre 2019 da Corriere.it. Una ragazza scandinava di venti anni ha denunciato per stupro quattro ragazzi genovesi, tra cui c’è Ciro, 19 anni, il figlio di Beppe Grillo, il comico e leader del Movimento 5 Stelle: a riferirlo è la Stampa . Secondo quanto riportato dal quotidiano, Ciro e i suoi tre amici sono indagati per violenza sessuale di gruppo. I 4 avevano conosciuto la ragazza in una discoteca, e poi avevano proseguito la serata nella villa della Costa Smeralda. Insieme al figlio del fondatore del Movimento sono coinvolti tre amici genovesi, in Sardegna per passare le vacanze: Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. I quattro giovani ieri sono stati interrogati per ore dal magistrato Laura Bassani, pubblico ministero della Procura di Tempio Pausania, titolare del fascicolo. Secondo i ragazzi, si sarebbe trattato di un rapporto consenziente.

Il figlio di Beppe Grillo accusato di violenza sessuale in Sardegna. Ciro, 19 anni, insieme a tre amici indagato dalla procura di Tempio Pausania dopo un presunto stupro di gruppo nella villa di Porto Cervo del comico. La denuncia di una modella scandinava ai carabinieri di Milano: sull'episodio versioni contrapposte. La Repubblica il 6 settembre 2019. Il figlio di Beppe Grillo, Ciro di 19 anni, e tre amici sono indagati per una presunta violenza sessuale di gruppo, che sarebbe avvenuta nella villa del comico a Porto Cervo, dopo la denuncia di una modella di origini scandinave incontrata in una discoteca in Costa Smeralda. La vicenda è riportata dai quotidiani "Il Secolo XIX" e "La Stampa". Secondo ciò che racconta lei, modella di origini scandinave, vent'anni ancora da compiere, si sarebbe trattato di uno stupro, forse avvenuto al termine di una notte di eccessi alcolici. Nella versione dei quattro giovani - tutti figli di imprenditori, medici e professionisti della Genova bene - il rapporto è stato consenziente. I quattro giovani ieri sono stati interrogati per ore dal magistrato Laura Bassani, pubblico ministero della Procura di Tempio Pausania, titolare del fascicolo. Nel frattempo dai carabinieri di Milano sono stati acquisiti tutti i cellulari e un video, la cui interpretazione però non sarebbe univoca, Per la vittima dimostrerebbe la violenza, per gli avvocati difensori il contrario, e cioè che la ragazza era consenziente. I giovani si sono difesi negando ogni addebito. E i legali hanno messo in luce alcune debolezze del racconto fornito dalla ragazza alle forze dell'ordine. Tre su tutte: il ritardo della denuncia, presentata dalla modella al suo ritorno a Milano, una decina di giorni dopo i fatti; la continuazione della vacanza per un'altra settimana e la pubblicazione di foto del viaggio sui social network, anche dopo che si sarebbe consumata la presunta violenza sessuale.

TOMMASO FREGATTI e MARCO GRASSO per La Stampa il 5 settembre 2019. Una serata estiva in discoteca, terminata in una lussuosa villa di Porto Cervo. Qui, al momento è l' unica cosa certa, si consuma un rapporto sessuale di gruppo, fra una ragazza e quattro coetanei, che si erano incontrati nel locale. Secondo ciò che racconta lei, modella di origini scandinave, vent' anni ancora da compiere, si sarebbe trattato di uno stupro, forse avvenuto al termine di una notte di eccessi alcolici. Nella versione dei quattro giovani - tutti figli di imprenditori, medici e professionisti della Genova bene - il rapporto è stato consenziente. Il teatro della vicenda è la residenza estiva di Beppe Grillo, in Costa Smeralda: uno dei giovani indagati per violenza sessuale di gruppo è infatti Ciro, 19 anni, figlio del comico fondatore del Movimento Cinque Stelle, e campione italiano di savate. Insieme a lui sono coinvolti tre amici genovesi, in Sardegna per passare le vacanze: Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. I quattro giovani ieri sono stati interrogati per ore dal magistrato Laura Bassani, pubblico ministero della Procura di Tempio Pausania, titolare del fascicolo. Nei giorni scorsi i carabinieri di Milano li hanno perquisiti, alla ricerca di indizi che confermassero la versione fornita dalla vittima. Gli investigatori hanno acquisito tutti i cellulari, alla ricerca di messaggi che facciano luce sui rapporti con la ragazza, e, soprattutto, hanno acquisito un video, al momento la prova più importante dell' inchiesta. Dal filmato, recuperato in uno dei cellulari, emergerebbero una ripresa integrale del rapporto sessuale. La sua interpretazione, tuttavia, non è univoca. Per la vittima dimostrerebbe la violenza, per gli avvocati difensori il contrario, e cioè che la ragazza era consenziente. Le audizioni sono durate tutto il giorno. Gli inquirenti hanno interrogato i quattro studenti (assistiti dagli avvocati Paolo Costa, Enrico Grillo, Ernesto Monteverde, Romano Raimondo, Gennaro Velle), con l' obiettivo di confrontare le diverse versioni alla ricerca di concordanze o eventuali contraddizioni. Denuncia dopo 10 giorni I giovani si sono difesi negando ogni addebito. E i legali hanno messo in luce alcune debolezze del racconto fornito dalla ragazza alle forze dell' ordine. Tre su tutte: il ritardo della denuncia, presentata dalla modella al suo ritorno a Milano, una decina di giorni dopo i fatti; la continuazione della vacanza per un' altra settimana e la pubblicazione di foto del viaggio sui social network, anche dopo che si sarebbe consumata la presunta violenza sessuale; alcuni messaggi al vaglio degli investigatori.

Il 16 luglio I fatti risalgono al 16 luglio. Una decina di giorni dopo quella serata, la giovane si presenta dai carabinieri di Milano e in una clinica lombarda. Racconta l'incontro con i ragazzi, conosciuti in una delle discoteche più note della zona, e la proposta di continuare la festa nella casa di uno di loro, poco lontano. In un primo momento si sarebbe appartata con uno dei quattro; successivamente si sarebbero aggiunti gli altri tre. E il rapporto sarebbe avvenuto contro la sua volontà. La versione difensiva contesta questa resoconto: la modella, raccontano i quattro ragazzi, sarebbe ritornata a casa dopo quella notte, senza esprimere alcun disappunto; anzi, secondo uno di loro, avrebbe ringraziato per la serata trascorsa. Una ricostruzione che troverebbe parziale conferma nella continuazione del soggiorno da parte della ragazza e della pubblicazione delle foto di altre serate, una delle quali al Billionaire. La denuncia, stando all' interpretazione difensiva, sarebbe pretestuosa. Fra gli elementi al vaglio degli investigatori non c' è solo il video, ma anche lo stato della ragazza: c' è stato o meno un abuso di alcol o droghe? L' inchiesta si muove in un confine molto labile, che non riguarda solo l' accertamento del consenso al rapporto sessuale, ma anche un eventuale stato di minorata difesa. Legato alla predominanza fisica e numerica dei quattro ragazzi o, eventualmente, allo stato psicofisico alterato della ragazza.

TOMMASO FREGATTI, MARCO GRASSO per la Stampa il 07 Settembre 2019. L’incontro alla discoteca Billionaire di Flavio Briatore, il seguito del party nella villa del comico e leader del M5S Beppe Grillo a Porto Cervo: «Avevo bevuto molto, soprattutto vodka, ero ubriaca. A casa hanno continuato a farmi bere. A un certo punto uno di loro mi ha portato in una stanza, voleva fare sesso. Gli ho detto di no due volte, lui mi ha costretto. Poi sono arrivati gli altri e hanno abusato di me a turno». È il 26 luglio scorso quando i carabinieri della stazione Moscova, a Milano, raccolgono la denuncia della studentessa scandinava che racconta di essere stata violentata da Ciro Grillo, figlio di Beppe, e da altri tre amici genovesi, Francesco Corsiglia, Vittorio Lauria, ed Edoardo Capitta. La ragazza, sconvolta, è accompagna della madre. Frequenta una scuola esclusiva di Milano. Spiega così la motivazione per il lasso di tempo passato dai fatti, che risalgono al 16 luglio: la giovane era in vacanza con delle amiche e, prima dell’arrivo della madre, è rimasta sola alcuni giorni; a lei racconta quanto accaduto. L’aereo per il ritorno, spiega ancora agli investigatori, era già stato prenotato. E con la madre la studentessa decide di denunciare tutto una volta ritornata a casa. Nel verbale è indicato chiaramente un aspetto fondamentale di questa indagine coordinata dalla Procura di Tempio Pausania: la 20enne ha raccontato che quella notte era ubriaca. Non in grado di potersi difendere. Non solo. E avrebbe anche provato a respingere i ragazzi. Per questo ai quattro è contestata l’aggravante dell’abuso di sostanze alcoliche. Un’accusa che deve essere necessariamente provata dagli inquirenti perché la giovane modella si è recata alla clinica Mangiagalli di Milano 10 giorni dopo il presunto stupro: «Impossibile capire dagli esami se quella sera fosse realmente ubriaca», spiega un inquirente. L’unico modo per ricostruire lo stato psicofisico della modella è attraverso testimonianze e racconti. E qui spunta un altro elemento: una supertestimone, un’amica della ragazza presente sia al Billionnaire sia nella villa di Grillo, senza assistere alla presunta violenza sessuale. Nel taccuino degli investigatori di Tempio, coordinati dal procuratore capo Gregorio Capasso e dal pm Laura Bassani, un nome c’è già. La ragazza verrà convocata nei prossimi giorni. Altra prova importante è un video che riprenderebbe il momento del rapporto, trovato nel telefonino di uno dei ragazzi. Per i legali dei giovani, tuttavia (assistiti dagli avvocati Paolo Costa, Enrico Grillo, Enrico Monteverde, Barbara Raimondo, Gennaro Velle), sarebbe una prova a discarico, perché dimostrerebbe che il rapporto era consensuale. Dopo che la vicenda è rimbalzata sui social, Ciro Grillo e alcuni amici, e la stessa vittima (assistita dal legale Laura Panciroli, hanno chiuso i profili Instagram e Fb. Renzo Giachetti (Pd) ha invitato a «non strumentalizzare la vicenda del figlio di Grillo».

Veronica Cursi per il Messaggero il 6 settembre 2019. Le foto delle ultime vacanze in Liguria abbracciato a cinque, sei ragazze. Le feste sulla spiaggia con il drink in mano, i selfie sorridenti con gli amici e gli addominali scolpiti in bella mostra: il profilo Instagram di Ciro Grillo, «Ciruzzolohiil», il figlio 19enne di Beppe indagato per violenza sessuale, da qualche ora non esiste più. Ma fino a stamattina, prima che il nome del ragazzo fosse coinvolto nelle indagini per un presunto stupro di gruppo ai danni di una modella incontrata in una discoteca a Porto Cervo, era pieno di fotografie che ritraevano la sua vita social: allenamenti di kick boxing, viaggi, vacanze studio. E proprio in alcune di queste immagini spuntano commenti davvero poco edificanti. Come quella foto dell’agosto 2017 in cui Ciro compie un esercizio atletico e commenta: «Ti stupro bella bambina attenta». In una immagine del 31 agosto 2017 ripresa durante un viaggio, una vacanza studio a Auckland, Ciro è con degli amici e scrive: «C..i durissimi in Nuova Zelanda». C'è la goliardia di un ragazzino 19enne, le feste alcoliche, tra gli hashtag spunta anche un "Bluwhale", il folle gioco social che prevede la sottomissione di adolescenti a complessi rituali. Ciro ora è accusato di aver stuprato una modella conosciuta in un locale in Sardegna, nella residenza estiva del fondatore del Movimento 5 Stelle, in Costa Smeralda. Il gruppo, che ieri è stato ascoltato dal pm titolare del fascicolo, Laura Bassani, si sarebbe difeso sostenendo che il rapporto sia stato consenziente. Nei giorni scorsi, i carabinieri di Milano hanno perquisito i ragazzi in cerca di indizi sulla vicenda. Gli investigatori avrebbero acquisito anche un video che sarebbe la prova più importante dell'inchiesta.

L’estate di Ciro con gli amici tra discoteca e casa di papà Stupro, indagato Grillo jr. Pubblicato venerdì, 06 settembre 2019 da Alessandro Fulloni  su Corriere.it. Feste spensierate al Billionaire in Costa Smeralda e anche combattimenti (quasi sempre vincenti) sui ring di mezza Italia. Sui siti specializzati in arti marziali Ciro Grillo viene spesso definito «astro nascente» della «savate»: disciplina di combattimento nota anche come boxe francese, nata tra i soldati dell’armée napoleonica e nel milieu di Marsiglia, in questa pratica i colpi vengono portati con piedi e mani, mescolando karate, judo e pugilato. Il diciannovenne figlio del fondatore del Movimento Cinque Stelle ha un palmarès sportivo assai lungo. Che comprende almeno tre titoli nazionali juniores, uno senior, diversi allori regionali e una recentissima convocazione in nazionale. Tesserato con l’Ardita Savate di Genova — palestra fucina di campioni —, a giugno, dopo un torneo europeo che si è disputato in Croazia, Ciro è tornato a casa con un’onorevole medaglia d’argento. Un mese più tardi ha preso la maturità al liceo scientifico-sportivo ed è partito per la vacanza in Costa Smeralda, dove il padre ha un appartamento al Piccolo Pevero, per una pausa di relax dopo la conclusione degli studi. Giornate di svago tra Porto Rotondo e Porto Cervo trascorse assieme a tre inseparabili compagni, tra i quali l’amico del cuore Francesco Corsiglia, figlio di un cardiologo assai stimato, e altri due ragazzi genovesi, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta. Anche se adesso il profilo Instagram di Ciro Grillo — il nickname era «Ciruzzolohiil» — è chiuso, sino a ieri mattina erano visibili foto di feste sulla spiaggia con il drink in mano, sorrisi e abbracci con le ragazze, i selfie sorridenti in comitiva e gli addominali scolpiti. In una foto dell’agosto 2017 il figlio del comico scrive, accanto a una foto in un cui compie un esercizio atletico, un commento decisamente pesante: «Ti stupro bella bambina, attenta». In un’immagine del 31 agosto 2017, ripresa durante un viaggio, una vacanza studio al Macleans College (scuola che si trova a Bucklands Beach, Auckland) si vede il ragazzo in primo piano con degli amici e un suo commento: «C...i durissimi in Nuova Zelanda». Un’altra foto lo ritrae insieme a un amico con i rayban neri. Sotto compaiono le parole di Ciro Grillo che dice: «la tua bitch (prostituta, ndr) mi chiama jonny sinn». Compare anche un hashtag, quello di #Bluwhale, famigerato gioco (rimasto un fenomeno sul web, mai verificato) che prevede la sottomissione di adolescenti a complessi rituali che indurrebbero al suicidio. Poi tante foto di combattimenti di savate. Sono numerose le interviste online in cui Ciro Grillo parla della sua passione nata 4 anni fa per la boxe francese, «che mi serve per non pensare allo stress della scuola». Gli allenamenti «sono frequenti, almeno quattro a settimana e ciascuna seduta può durare un paio d’ore. Papà è orgogliosissimo dei miei titoli: dice che sono il frutto dell’allenamento». Dagli avvocati che difendono i quattro giovani non filtra quasi nulla. Corsiglia è assistito da Romano Raimondo e Gennaro Velle, Lauria da Paolo Costa, Capitta da Ernesto Monteverde e Grillo da Enrico Grillo. Questi è il nipote di Beppe — è infatti il figlio di Andrea, fratello maggiore del comico — e nel 2013 è stato citato come vicepresidente nella vecchia associazione che deteneva i diritti del primo logo dei Cinque Stelle. I legali sostengono di avere una stessa linea difensiva. Che prevede, oltre a sintetiche dichiarazioni alla stampa, «la massima fiducia nei magistrati». Uno di loro aggiunge: la ragazza sarebbe stata «pienamente consapevole» di ciò che sarebbe «successo dopo la festa in discoteca». E tutti e quattro i diciannovenni avrebbero avuto un rapporto «consenziente» con la giovane. Che invece ai carabinieri di Milano il 26 di luglio ha denunciato uno stupro.

La ragazza che accusa il figlio di Grillo: «Il Billionaire  e la vodka. Poi lo stupro». Pubblicato sabato, 07 settembre 2019 da Andrea Galli su Corriere.it. La vodka. L’ubriachezza (inizialmente da consenziente ma in una seconda fase con probabili costrizioni) e la voglia di tornare a casa insieme a un’amica. Il fermo invito dei quattro ragazzi ad andar via, sì, ma verso un’altra abitazione («Venite da noi, mangiamo poi vi portiamo dove volete»). L’abitazione dello stupro: un primo ragazzo che ha preteso un rapporto dopo esser stato rifiutato, e poi i tre amici (uno forse s’è tirato indietro ma senza interrompere l’aggressione di gruppo). Lo scenario milanese dell’inchiesta per stupro su quattro ragazzi, tra i quali il figlio di Beppe Grillo, ha colori neutri alle pareti, arredo minimal dell’Ikea, non sedie divise da una scrivania ma poltrone ravvicinate; e ha marescialle con esperienza specifica sui reati di violenze e un sistema di videoregistrazione per lasciare che la vittima parli secondo i propri tempi e desideri, senza l’invasiva scansione della verbalizzazione a ogni risposta. In questa stanza della stazione dei carabinieri di Porta Garibaldi, dedicata all’ascolto di chi subisce abusi (qui arrivano anche i bimbi, accolti da soffici tappeti, giocattoli e disegni), venerdì 26 luglio la 19enne ha raccontato la sera e la notte di dieci giorni prima, a partire dal tavolo prenotato al «Billionaire» d’intesa (in parte) con i quattro. Quello che segue è il suo racconto, reso sì a distanza temporale dai presunti fatti, ma per una motivazione ribadita dalla ragazza, cittadina italiana con mamma di Milano e papà scandinavo (la famiglia risiede in centro); un racconto ricostruito dal Corriere attraverso il «viaggio» della denuncia, dagli stessi carabinieri alla Procura di Milano e da questa alla magistratura di Tempio Pausania con il coinvolgimento dell’Arma di Olbia. La distanza temporale è una delle basi sulle quali poggia la difesa degli indagati. La 19enne, prossima universitaria e reduce dalla maturità in uno dei più prestigiosi collegi di Milano (e d’Italia), figlia di una coppia attiva nel settore privato e per natura giramondo, era in Sardegna insieme a un’amica, ugualmente italiana e con uno dei genitori nato nel Nord Europa. La sera del 16 luglio, con un taxi hanno raggiunto il «Billionaire» perché l’amica conosceva uno dei futuri indagati. Si sono seduti insieme. Soprattutto per bere, e bere pesantemente. Ore dopo, stanche e poco lucide a causa dell’alcol, le amiche hanno deciso di andarsene. Sempre secondo la testimonianza della 19enne, una ragazza alta, esile e bionda che nel pomeriggio ha eliminato la maggioranza delle fotografie dai profili dei social network e che, cercata, ha scelto di non parlare, ha comunicato ai quattro che avrebbe chiamato un taxi per andare a dormire.

I quattro l’hanno invitata a rimanere per una spaghettata — c’erano stati esclusivamente bicchieri, sul tavolo del «Billionaire» — da consumarsi nella casa di uno di loro. Dinanzi alle obiezioni delle amiche, hanno prenotato un furgone che fa trasporto privato e a bordo del mezzo hanno raggiunto l’abitazione. La 19enne ha mangiato. Insieme agli altri s’è alzata, ha camminato vagando per le camere senza accorgersi d’esser seguita da uno degli indagati che, all’interno di una camera da letto, le ha proposto un rapporto sessuale. Lei ha detto di smetterla, lui ha insistito, e quando ha provato a fuggire, l’ha bloccata e violentata. Non ha saputo dire, la vittima, dove fosse l’amica, che sarà sentita a breve dalla Procura: ovvero se era cosciente, se si è resa conto di quanto stava accadendo e ha cercato di intervenire oppure no. Ha però avuto un lucido ricordo, la 19enne, della seconda parte delle violenze, quando si sono aggiunti gli altri. L’indomani, non ha denunciato. Ha pubblicato sul profilo Instagram una foto con l’amica mentre brindavano su un divano del «Billionaire»; ma brindavano a se stesse, prima dello stupro, e non dopo, dunque confutando la convinzione della difesa per cui c’è stato sesso insistito al quale non si sarebbe opposta, anzi. I giorni successivi, sono atterrati i genitori. La madre ha ravvisato delle anomalie nel comportamento della figlia, l’ha convinta a confidarsi, la famiglia è rientrata a Milano e come primissima azione si è presentata — mamma, papà, ragazza — nella stazione di via della Moscova, dove i carabinieri hanno attivato la procedura di trasferimento nella stanza «protetta» di Porta Garibaldi. Agli investigatori, la 19enne ha fornito nomi e profili sui social network e, pare, ha esattamente «collocato» in quella casa, quella notte, Grillo, Capitta, Corsiglia e Lauria. Ognuno con i propri presunti ruoli e le proprie responsabilità.

Il figlio di Grillo e i suoi amici si difendono: "Nei cellulari video che dimostra rapporto consensuale". I carabinieri di Milano stanno analizzando il contenuto dei telefoni sequestrati ai quattro ragazzi che, secondo le accuse di una 19enne milanese, l'avrebbero violentata il 16 luglio in Costa Smeralda. La sua avvocata: "Si indaghi con serenità". Massimo Pisa il 7 settembre 2019 su La Repubblica. "I fatti sono ancora al vaglio della procura, a cui la famiglia della ragazza si affida affinché vengano compiuti gli accertamenti con la massima serenità": poche parole quelle di Laura Panciroli, l'avvocata che rappresenta la studentessa milanese 19enne che accusa quattro ragazzi - e tra loro c'è Ciro, figlio secondogenito di Beppe Grillo - di averla violentata lo scorso 16 luglio dopo una serata in una nota discoteca in Sardegna. La ragazza, che si è appena diplomata in uno dei più prestigiosi collegi di Milano, ha raccontato di quella notte ai suoi genitori alcuni giorni dopo: e loro l'hanno subito portata dai carabinieri della compagnia Duomo di Milano e poi al centro del Servizio violenze sessuali della clinica Mangiagalli. Chi ha ascoltato il racconto della ragazza, che era in vacanza con una amica, e chi ha raccolto quel racconto cominciato in caserma alle otto di sera e firmato alle tre del mattino usa l'aggettivo "credibile" per la ricostruzione fatta dalla giovane della presunta violenza di gruppo in Costa Smeralda. Credibile che quei quattro ragazzi, che avevano convinto lei e una sua amica ad allontanarsi dalla discoteca, li avesse conosciuti proprio quella sera: così testimoniavano i messaggi sul cellulare, dati su cui i carabinieri della compagnia Duomo di Milano hanno dovuto lavorare qualche giorno prima di identificarli: Ciro Grillo, il figlio di Beppe e padrone di casa, e i suoi amici Francesco Corsiglia, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta. Credibili, ancora, le brutalità che avrebbe subito, lo stupro consumato in un primo momento da uno solo dei ragazzi, poi dagli altri tre, con l’amica della vittima addormentata in un sonno ubriaco nell’altra stanza. Il fascicolo è sul tavolo del procuratore capo di Tempio Pausania, Gregorio Capasso, e del pubblico ministero Laura Bassani. I cellulari di quattro indagati sono stati sequestrati dai carabinieri milanesi ma non ancora letti. Né video né chat: dev’esserne estratta copia forense, con apposito incarico a un perito, perché il contenuto possa finire nel fascicolo senza inquinamenti. Ma sono stati gli stessi ragazzi, assistiti dai loro legali (Enrico Grillo per Ciro, Romano Raimondo e Gennaro Velle al fianco di Corsiglia, Paolo Costa per Lauria ed Ernesto Monteverde in difesa di Capitta) durante gli interrogatori a parlare di un filmato, di uno smartphone che avrebbe ripreso la nottata e i rapporti. Consenzienti, giurano i ragazzi, così come quel video, come la decisione di accettare l’invito al residence di Ciro Grillo dopo qualche brindisi al Billionaire. I risultati delle visite mediche nella clinica milanese sono già stati trasmessi alla procura di Tempio, che a breve dovrebbe ricevere anche gli esami tossicologici sui ragazzi, e i filmati delle telecamere di Porto Cervo. 

Le accuse al figlio di Grillo: caccia alle chat eliminate.  La moglie del comico dai pm. Pubblicato domenica, 08 settembre 2019 da Andrea Galli su Corriere.it. Si chiama Ufed, ed è un programma informatico, in questo caso un’arma degli investigatori, per estrarre dai cellulari i dati cancellati: messaggi, registri delle chiamate, foto, posizioni geografiche e video. Ogni singolo dato fatto sparire. Se il 16 luglio Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia, Vittorio Lauria e Ciro Grillo, il figlio di Beppe, hanno stuprato l’universitaria 19enne nella casa di proprietà del comico a Porto Cervo, e se da allora in avanti hanno commentato i fatti, o ancora se in prossimità degli interrogatori si sono scambiati sui telefonini consigli per mantenere davanti al magistrato una posizione univoca, salvo poi, per appunto, eliminare le «tracce», ecco, emergerà tutto. La tecnologia è l’asse centrale dell’inchiesta della Procura di Tempio Pausania, anche se manca un’ ultima deposizione forse decisiva, quella dell’amica. Secondo il racconto della 19enne reso ai carabinieri il 26 luglio, dieci giorni dopo le presunte violenze, consumate approfittando dell’ubriachezza della ragazza, l’amica dormiva. Resta da capire se dormiva in conseguenza di un’azione spontanea, innescata proprio dalle bevute, se quella situazione è stata accelerata dal gruppo, che ha insistito nel porgere bicchieri pieni di vodka, o se il fatto che non fosse cosciente è rientrato in una strategia dei quattro, fra i 18 e i 20 anni d’età e di facoltose famiglie genovesi: aver preso tempo per togliere l’unica possibile testimone, e infatti con gli investigatori la vittima s’è chiesta se non abbiano volontariamente atteso. La difesa insiste nel parlare di rapporti sessuali ripetuti, sì, ma con il consenso della 19enne, italo-scandinava come l’amica, coetanea; e ricorda che nella casa adiacente quella sotto «inchiesta» c’era la stessa moglie di Grillo (è un’unica abitazione frazionata in due parti distinte). Ammesso che la donna fosse sveglia (erano le 6), si sarebbe accorta di una situazione fuori controllo e sarebbe, va da sé, intervenuta, invitano a ragionare gli avvocati. La moglie darà la sua versione in Procura, quando la sentiranno, come faranno con due vicini di casa di Grillo. Stando alla denuncia, l’inizio dello stupro avrebbe poggiato sulla fragilità della vittima, che, per sua ammissione, ha bevuto moltissimo sia al «Billionaire», dove le amiche e i quattro si sono seduti insieme al medesimo tavolo, sia nella fase successiva, con il trasferimento, ufficialmente per una spaghettata sebbene le amiche non volessero, nell’appartamento del comico. Non ha parlato, la 19enne, di lividi o altri segni rimasti sul corpo; ha riferito che un primo ragazzo ha preteso un rapporto sessuale, lei ha detto no, quello ha insistito e l’ha stuprata, imitato, poco dopo, dagli altri, pur se forse uno dei ragazzi, non ha partecipato. Il che non toglie che non abbia fatto nulla per impedirle (sono tutti indagati per stupro). Abbiamo parlato dell’Ufed e dei cellulari. Su alcuni di questi — è un’altra base della difesa — sono presenti almeno due video «chiarificatori» poiché mostrerebbero un rapporto consenziente, uno dei numerosi avvenuti in sequenza e intervallati dall’uscita per comprare le sigarette da parte di tre dei ragazzi in un distributore automatico, distante ottocento metri, attraverso una zona non granché coperta da telecamere i cui filmati potrebbero aver accreditato lo spostamento. Secondo i legali di Capitta, Corsiglia, Lauria e Grillo, la 19enne era, con evidenza, d’accordo. In più, in immagini postate sui profili social già il successivo pomeriggio, non avrebbe commentato negativamente la nottata; dunque, secondo i legali, ha mentito, e l’ha fatto in forte e anomala differita. Per quale ragione, domandano, ha denunciare soltanto il giorno 26? La 19enne ha detto che era in Sardegna senza i genitori, atterrati giorni dopo; quando la mamma, preoccupata da anomalie nel comportamento della figlia, l’ha convinta a confidarsi, insieme al marito ha deciso d’accompagnare la ragazza dai carabinieri come primissima azione al rientro a Milano, la città di residenza.

Grillo, caccia alla verità nei telefonini dei ragazzi. C'è un video della serata in Sardegna. La difesa della giovane: "Riservatezza". Cristina Bassi, Domenica 08/09/2019 su Il Giornale. Massima riservatezza e speranza che le indagini si svolgano nella «massima serenità». La giovane milanese che ha denunciato Ciro Grillo e tre suoi amici per stupro di gruppo si affida agli inquirenti. E all'avvocato penalista Laura Panciroli, che da anni assiste le vittime di violenza. La ragazza, che ha 19 anni come il figlio minore del comico e fondatore del Movimento 5 stelle, vive in centro, è di buona famiglia. È una studentessa, non una modella come si era detto inizialmente, fresca di maturità. Nessun commento trapela nei delicati giorni degli accertamenti giudiziari. È tutto al vaglio della Procura, che ha delegato parte delle indagini ai carabinieri di Milano, cui la giovane si è rivolta accompagnata dai genitori lo scorso 26 luglio. La denuncia è stata fatta a dieci giorni dai fatti, al rientro dalle vacanze. È stata la madre a convincere la 19enne a raccontare tutto alle forze dell'ordine. E a sottoporsi agli accertamenti medici e psicologici del Soccorso violenza sessuale della clinica Mangiagalli, un centro specializzato. La 19enne ha raccontato che durante la vacanza in Costa Smeralda, il 16 luglio, è uscita con un'amica, Grillo e tre amici di lui: Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. Hanno tra i 18 e i 20 anni. Dopo una serata al Billionaire, in cui i ragazzi avrebbero tutti bevuto, il gruppo si è spostato nella casa di villeggiatura dei Grillo che si trova in un residence. Il pretesto è stato quello di una spaghettata. Una volta nell'appartamento, l'amica della ragazza milanese si è addormentata a causa del troppo alcol. Mentre la 19enne denuncia di essere stata aggredita e stuprata a turno da tre dei quattro ragazzi. Impossibile per lei, in inferiorità numerica e probabilmente resa poco reattiva dallo stato di ebbrezza, difendersi o scappare. I quattro indagati non negano alcuna circostanza, neppure il sesso di gruppo. Ma sostengono, in versioni che combacerebbero l'una con l'altra, che la giovane donna era consenziente. Il ritardo della denuncia non facilita gli accertamenti clinici che da prassi vengono effettuati sulle vittime di stupro, né gli esami tossicologici possono ormai più dire quale fosse lo stato di alterazione o meno della studentessa. Aspetto quest'ultimo che ha un fondamentale importanza nei casi di violenza per determinare i limiti del consenso. La denuncia è stata subito trasmessa per competenza alla Procura di Tempio Pausania, il cui procuratore Gregorio Capasso ha assicurato che le indagini saranno celeri. Gli elementi chiave, contatti, messaggi, foto, si trovano nei cellulari degli indagati che sono stati sequestrati ma non ancora analizzati. Ci sarebbe anche un video del rapporto sessuale di gruppo.

Giampiero Mughini per Dagospia il 7 settembre 2019. Caro Dago, come tutti sto leggendo gli articoli relativi ai quattro ragazzi liguri (di cui uno porta un cognome famoso) accusati da una ragazza scandinava diciannovenne che vive di Italia di avere abusato di lei. La cronaca racconta di una serata passata in discoteca, i bicchieri di vodka uno dopo l’altro, i quattro e la ragazza più ubriachi che non, e poi il trasferimento nella villa di quello dal cognome famoso, i primi approcci, quella che la ragazza indica come la prima violenza e poi tutti gli altri a turno. Spetta ai magistrati capire i fatti e indicare la responsabilità. Mi colpisce il fatto che pare esista un video dell’atto sessuale nel telefonino di uno dei quattro eroi. Pare che l’avvocato della difesa sostenga che il fatto stesso di avere girato quel video dimostra che l’atto sessuale fosse consenziente, risultasse piacevole a tutti i presenti e che come tale il videomaker lo avrebbe trasmesso agli altri e idioti come lui suoi “followers”. A me vengono i brividi al pensare che un gesto personale e privato quale un atto sessuale diventi immediatamente materia di scambio cliccante. Alla loro età io non avevo i soldi di che comprarmi un bicchiere di vodka, altro che ubriacarmi. Il primo bicchiere di whiskey della mia vita l’ho bevuto quando ero a metà strada tra i trenta e i quarant’anni. I pochi soldi che avevo a vent’anni, quelli andavano all’agente rateale della casa editrice Einaudi. E comunque quello che avveniva o non avveniva tra me una ragazza era cosa talmente privata e segreta. Mai nella mia vita ho usato una volta il verbo “scopare”, che trovo ignobile, e dire che quanto a fantasie e immaginazioni sono un depravato sessuale: solo che quelle fantasie e immaginazioni appartengono solo a me, ripeto solo a me, come tutto il resto della mia vita. Una cosa soltanto mi chiedo. Figli non ne ho avuti e non ne ho mai voluti perché non mi sono mai sentito all’altezza di fare il padre. Ne avessi avuto uno che si fosse comportato come uno dei quattro eroi – vodka a garganelle, il video di un atto sessuale non sappiamo se consenziente o meno – quanti calci nel culo gli avrei dati, ma quanti? Cento, duecento? Forse di più. Giampiero Mughini

Il figlio di Grillo indagato  per violenza: sopralluogo nella villa a Porto Cervo. Pubblicato giovedì, 12 settembre 2019 su Corriere.it da Alessandro Fulloni e Alberto Pinna. Un’ora circa di ispezione nell’abitazione in Costa Smeralda dove Ciro Grillo, assieme. Scaricata in serata la «copia forense» di video, foto e messaggi. Un’ora circa di ispezione — dalle 13 e 30 alle 14 e 30 e che sarebbe stata «accuratissima», secondo gli avvocati della difesa — condotta dal procuratore di Tempio Pausania Gregorio Capasso nella villa di Beppe Grillo, a Porto Cervo, dove il 16 luglio si sarebbe consumata una violenza sessuale di gruppo ai danni di una studentessa diciannovenne residente a Milano. Dello stupro sono accusati il figlio del garante M5s, Ciro Grillo, e i suoi amici Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria, tutti di Genova, tutti tra 19 e 20 anni. E tutti che avrebbero abusato della giovane. Magistrati e legali della difesa - Barbara Raimondo, Gennaro Velle, Paolo Costa, Enrico Grillo, Ernesto Monteverde e Mariano Mameli - hanno analizzato le stanze dell’abitazione in cui si sarebbero svolti i fatti che la ragazza ha denunciato ai carabinieri di Milano. Sono stati fotografati gli ingressi delle due abitazioni: si tratta di due villette parallele, una di proprietà della famiglia Grillo e l’altra (quella dove è avvenuta la violenza) che è comunque nella disponibilità della stessa famiglia. Fotografata anche la doccia dove sarebbe avvenuto un rapporto tra la giovane e uno del quartetto di amici. Anche questo uno stupro, secondo la ragazza che il 26 luglio, accompagnata dai genitori, ha sporto la denuncia presso la caserma di via Moscova a Milano; invece un rapporto consenziente secondo la linea di difesa comune a tutti e quattro i diciannovenni. Che avrebbero incontrato la coetanea, che stava assieme a un’amica, alla discoteca Billionaire.

Poi all’alba, dopo aver bevuto abbondante vodka, sarebbero andati tutti nell’abitazione (adiacente a quella in cui quella mattina dormiva la madre) dove Ciro Grillo ha trascorso l’estate. Una delle due giovani si sarebbe addormentata nel soggiorno per il troppo alcol e non si sarebbe accorta di ciò che stava accadendo all’amica. Nei prossimi giorni verrà ascoltata dai carabinieri in un ambiente protetto. La Procura di Tempio ha avviato anche il controllo del contenuto dei telefoni cellulari — oltre ai video ripresi nella casa ci sarebbero anche, secondo la difesa, messaggi scambiati tra uno dei giovani e la ragazza milanese — sequestrati: un’analisi svolta in contradditorio tra il perito nominato dal procuratore Gregorio Capasso e un esperto incaricato dal pool difensivo, Mattia Epifani. In serata sarebbe stata scaricata la copia forense dei cellulari ora a disposizione delle parti. Sono state anche disposte perizie foniche finalizzate a capire se qualcuno possa avere udito eventuali grida da parte della vittima della presunta violenza. 

Paolo G.Brera per la Repubblica il 13 settembre 2019. «Fate conto che vengano fotocopiati», dice uno degli avvocati difensori cercando di spiegare cosa stia succedendo, nella palazzina a due piani della procura di Tempio Pausania, ai sette telefonini sequestrati per scoprire la verità sul presunto stupro di gruppo maturato tra la vodka ghiacciata del Billionaire e uno dei due appartamenti di Beppe Grillo al Piccolo Pevero, nella baia incantata alle spalle di Porto Cervo. Sono quasi le nove di sera quando il procuratore capo, Gregorio Capasso, esce dall' ufficio in cui è iniziata la partita del destino per Ciro Grillo, il figlio di Beppe, e i suoi tre amici della Genova bene, accusati da una giovane studentessa italo-scandinava di averla stordita con l' alcol e poi violentata, a turno, fino a mattina. Il procuratore ha affidato a un perito la trascrizione completa del contenuto dei sette cellulari. Cinque telefonini apparterrebbero ai quattro ragazzi, almeno uno alla ragazza che ha denunciato la violenza - e uno in cui ci sarebbero filmati e fotografie catturati al Billionaire, il locale glamour di Briatore dove il gruppo ha trascorso - ad alto tasso di shottini - la prima parte della serata. «Ci vorrà tempo, pare ci sia molto materiale su questi strumenti telematici che sono stati sequestrati dalla pm», dice l' avvocato Romano Raimondo che difende uno dei giovani, Vittorio Lauria. Ci sono i filmati, più di uno, ripresi in momenti diversi, anche quando tra alcuni dei ragazzi e una delle due giovani portate nell' appartamento di Grillo con la scusa di una spaghettata finale è iniziato quello che per i quattro giovani è stato solo sesso consenziente, ma che li ha portati sotto inchiesta con un' accusa pesantissima. C' è anche altro, nei telefonini che ora un perito nominato dalla procura ha iniziato ad aprire per «fotocopiarne il contenuto» trascrivendo tutto su una copia conforme, sotto gli occhi attenti dei periti delle parti. È una prova irripetibile che va fatta con attenzione non solo tecnologica ma anche forense, perché un errore di procedura potrebbe rendere vana la lettura del contenuto. Ci sono le conversazioni tra i quattro amici prima e dopo quella notte estrema, ci sono gli scambi di messaggi e i post sui social network, in particolare su Instagram. Invoca solo «un rispettoso silenzio », il procuratore. Lontano da quel «clamore mediatico che avrei tanto voluto evitare», dice smarcandosi da qualunque commento su una lunga giornata di accertamenti iniziata con un' ora di curve nei cinquanta chilometri che separano la procura dagli appartamenti di Grillo nel mini residence al Pevero Golf. Tra la veranda che affaccia sul green di buca nove e le finestre sulla baia e sulle ginestre in fiore, i tecnici del nucleo scientifico dei carabinieri hanno scattato fotografie ed effettuato rilievi, metro per metro sui luoghi in cui, secondo il suo racconto disperato, la vittima ha vissuto il suo incubo.

Marco Grasso per La Stampa il 13 settembre 2019. A fine mattinata c’è chi strabuzza gli occhi, nella lussuosa tranquillità del Pevero Golf Club: «Ma che stanno girando una fiction?», chiede una signora al barista del circolo. Nel cortile di fronte, dove comincia l’ingresso del residence privato dove da anni ha casa Beppe Grillo, va in scena la realtà più incredibile per questo angolo di Costa Smeralda: i carabinieri della sezione rilievi, coordinati dal procuratore di Tempio Pausania Gregorio Capasso, stanno ricostruendo passo passo la scena di uno stupro di gruppo. Lo fanno minuziosamente, filmando ogni passaggio, sulla base del racconto della studentessa di vent’anni che ha denunciato per violenza sessuale il figlio del comico e tre amici, che l’avrebbero stuprata al termine di una serata di eccessi cominciata a dieci minuti di macchina da questo complesso, al Billionnaire di Flavio Briatore.

Il sopralluogo. Gli accertamenti vanno avanti tutta la mattina e hanno un obiettivo preciso: cristallizzare ogni singola testimonianza di quella sera. Sul luogo in cui sono avvenuti i fatti erano in sei. La vittima e i quattro ragazzi accusati di violenza sessuale - Ciro Grillo, giovane campione di salvate, gli amici Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria - che si difendono sostenendo che la ragazza era consenziente. C’era poi un’amica di lei. I magistrati l’hanno interrogata due giorni fa: «Mi sono addormentata e non mi sono accorta di niente». Quello andato in scena secondo la denuncia della vittima, è uno stupro a cui hanno partecipato in quattro, uno dei quali ha anche ripreso tutto con il telefonino.

La villa in Costa Smeralda. La residenza dei Grillo è un appartamento spazioso, con un soggiorno, in cui si sarebbe assopita la testimone, e una camera da letto, in cui si sarebbe consumata la violenza. Ottanta metri quadri circa attraversati da un muro divisorio che separa l’altra ala della casa, dove quella notte ha dormito Parvin Tadjk, moglie del fondatore del Movimento Cinque Stelle, e madre di Ciro. La sua testimonianza - la donna sarà convocata nelle prossime settimane dal magistrato che sta coordinando l’inchiesta - non è semplicemente un’audizione di routine: ha sentito ho visto qualcosa di quanto accaduto nell’appartamento a fianco?

L’analisi dei cellulari. Ieri gli investigatori hanno gettato le basi per un altro passaggio fondamentale: l’estrazione dei file dei telefoni sequestrati ai quattro ragazzi. La copia forense permetterà di vedere i contenuti delle chat, e, soprattutto, di analizzare quel video così controverso da dividere gli avvocati delle due parti.

Il video e le fotografie  di Grillo jr e degli amici,  ora si cerca il tassista. Pubblicato venerdì, 13 settembre 2019 su Corriere.it da Alessandro Fulloni, inviato ad Arzachena. Esaminati i primi contenuti dei telefonini. La Procura sentirà Parvin Tadjk, la moglie di Grillo che la notte del 16 ha dormito in uno dei due appartamenti. Un primo video e alcune foto sono stati esaminati, giovedì notte, dai periti della Procura di Tempio Pausania e da quelli della difesa e della parte lesa. Comincia a prendere forma la ricostruzione di ciò che sarebbe accaduto all’alba del 16 luglio nella villa che Beppe Grillo — garante del Movimento 5 Stelle — ha in Costa Smeralda, al Pevero, in prossimità del Golf Club di Porto Cervo (comune di Arzachena). Qui Ciro, figlio 19enne del comico, campione italiano di savate, avrebbe violentato, assieme a tre amici coetanei tutti di Genova, una ragazza milanese, anche lei di 19 anni, conosciuta poche ore prima assieme a un’amica al Billionaire, l’esclusivo locale di proprietà di Flavio Briatore dove il gruppetto aveva trascorso la prima parte della serata tra abbondanti shottini. Una vicenda denunciata dieci giorni dopo, il 26, dalla stessa giovane accompagnata dai genitori alla caserma dei carabinieri di via Moscova, a Milano. Ciro Grillo e i suoi tre amici (Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria) da subito, interrogati dal procuratore di Tempio Pausania Gregorio Capasso e dalla pm Francesca Bassani, hanno parlato di «rapporti consenzienti». Che sarebbero stati filmati da uno dei quattro. Giovedì, dopo il sopralluogo degli investigatori (c’era anche il comandante del reparto investigativo dei carabinieri di Olbia Astrid Greta Gentili) nella residenza dei Grillo, circa 80 metri divisi in due appartamenti attigui, è cominciata l’analisi dei file (video e foto) estratti dai cellulari, sette in tutto, sequestrati ai ragazzi. Uno sarebbe quello della vittima, gli altri apparterrebbero tutti agli indagati. Sebbene per la verifica delle «copie forensi» (in pratica la «replica digitale» di tutto il contenuto dei telefonini messo a disposizione dell’indagine) sia previsto un termine, estensibile, di 60 giorni, Capasso ha deciso di accelerare al massimo il «back up» «a garanzia di tutte le parti coinvolte nell’indagine». Per questo i periti (Mauro Sanna per la Procura e Mattia Epifani per la difesa) hanno trascorso l’intera notte di giovedì «repertando» almeno uno dei diversi video girati. «Top secret» l’esito. Secondo i legali dei quattro ragazzi (Corsiglia è assistito da Romano Raimondo e Gennaro Velle, Lauria da Paolo Costa, Capitta da Ernesto Monteverde e Mariano Mameli e Grillo da Enrico Grillo) quel filmato sarebbe la dimostrazione che non c’è stato alcuno stupro. Mentre per Laura Panciroli, difensore della giovane, sarebbe una prova d’accusa. E ancora: secondo la difesa, i periti avrebbero visto anche foto, con scenari di Porto Cervo, che la giovane (rimasta in contatto nelle 48 ore successive con qualcuno dei quattro) avrebbe postato sui social. Nei prossimi giorni la Procura sentirà Parvin Tadjk, la moglie di Grillo che la notte del 16 ha dormito in uno dei due appartamenti della residenza in Costa Smeralda. Sarà ascoltata anche la donna di servizio che alloggiava in una stanza adiacente a quella della compagna del garante M5s. Sono previste inoltre perizie foniche per chiarire che possibilità ci sia nell’abitazione di poter ascoltare nitidamente rumori da una camera all’altra. Gli investigatori, oltre che con il personale del Billionaire, vogliono parlare con il tassista che ha portato a casa la vittima del presunto stupro e l’amica (già ascoltata: ha detto di essersi addormentata per via della vodka e di non ricordare nulla). Anche in questo caso le versioni sono distanti: Ciro Grillo e gli amici sostengono di aver accompagnato le due ragazze sino ad Arzachena dove poi le hanno lasciate, chiamando un altro taxi. Ma la diciannovenne — che forse sarà sentita in incidente probatorio — ha detto che è stata lei a chiamare l’auto una volta uscita dalla villa a Porto Cervo.

Ciro Grillo, spuntano video e fotografie del presunto stupro. I periti della procura di Tempio Pausania hanno cominciato ad analizzare i telefonini dei ragazzi, tra cui Grillo Jr., accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una 19enne. Trovati video e fotografie compromettenti. Roberto Bordi, Sabato 14/09/2019, su Il Giornale. Continuano le indagini della procura di Tempio Pausania sul presunto stupro di gruppo, ai danni di una 19enne, che si sarebbe consumato la notte del 19 luglio nella villa di Beppe Grillo a Porto Cervo e che sarebbe stato commesso dal figlio del comico, Ciro, insieme ad altri tre ragazzi della "Genova bene". Come scrive il Corriere della Sera, i periti della procura avrebbero già analizzato un primo video e alcune fotografie registrati da uno dei quattro giovani. Interrogati dal procuratore Gregorio Capasso e dalla pm Francesca Bassano, i ragazzi hanno parlato di "rapporti consenzienti". A differenza della vittima, che 10 giorni dopo i fatti aveva denunciato ai carabinieri di via Moscova, a Milano, di avere subito uno stupro a causa dell'ingente quantità di alcool consumata. L'esame dei contenuti multimediali presenti negli smartphone dei quattro ragazzi segue di poche ore il sopralluogo che gli investigatori hanno compiuto nella residenza di Beppe Grillo. In tutto, sono 7 i cellulari sequestrati dagli inquirenti. Uno (o due) di proprietà della vittima, gli altri cinque (o sei) dei ragazzi. Il contenuto dei file, che potrebbe rivelarsi decisivo per capire come sono andate veramente le cose, rimane top secret. Per il momento, sarebbe stata effettuata la "copia forense" dei cellulari, vale a dire la "fotocopia" in formato digitale di tutti i file presenti nei dispositivi mobili. Sessanta i giorni concessi ai periti della procura per l'analisi di video e foto. Tuttavia, il procuratore Capasso ha insistito per accelerare al massimo le operazioni "a garanzia di tutte le parti coinvolte nell'indagine". Ecco perché l'intera notte di giovedì è stata spesa nella "repertazione" delle foto e dei video presenti nei cellulari. Ma non è finita qui. Perché gli investigatori, oltre al personale del Billionaire dove è avvenuta la "festicciola" alcolica che ha preceduto i rapporti sessuali, attendono di parlare con il tassista che ha portato a casa la vittima del presunto stupro oltre all'amica che era insieme alla 19enne.

Marco Grasso per la Stampa il 14 settembre 2019. Non si ferma l’inchiesta sullo stupro di gruppo denunciato dalla studentessa di vent’anni che accusa il figlio di Beppe Grillo, Ciro, e tre suoi amici di averla violentata. Dopo il blitz nella residenza estiva del fondatore del Movimento Cinque Stelle a Porto Cervo, teatro della presunta violenza, bisogna ora trovare una sintesi in una storia colma di discrepanze, a partire dalla versione della giovane («sono stata violentata») e quella dei quattro ragazzi («è stato un rapporto consenziente»). La Procura su questo punto sarebbe pronta a utilizzare lo strumento dell’incidente probatorio. La vittima potrebbe essere sentita per cristallizzarne la testimonianza, e renderla valida anche per un eventuale processo. Fra le possibilità a disposizione degli inquirenti c’è anche il confronto “all’americana” con i quattro ragazzi indagati.

I giovani - Grillo era insieme agli amici Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria, in vacanza in Sardegna dopo la maturità - si difendono sostenendo che quella notte si è consumato un rapporto di gruppo consenziente. Non è il solo punto su cui le due versioni dei fatti divergono. Un’altra importante discrepanza emerge dal resoconto della fine della notte. I ragazzi hanno raccontato al procuratore Gregorio Capasso di aver riaccompagnato ad Arzachena la ragazza. Lei dice invece che si sono limitati a chiamarle un taxi, dove sarebbe salita con l’amica. Si cerca il tassista Per questa ragione i carabinieri stanno dando la caccia a un nuovo possibile testimone - il tassista - che potrebbe riferire particolari importanti su questo finale di serata e sulle condizioni delle due ragazze. L’amica della vittima sarebbe caduta in un sonno profondo e, pur dormendo nella stessa stanza, non avrebbe sentito niente di quanto accadeva: «Abbiamo bevuto tantissimo, non ricordo niente». E importante sarà altrettanto l’audizione della moglie di Parvin Tadjk, moglie di Beppe Grillo e madre di Ciro, che dormiva nella stanza adiacente, separata da un muro. Sono in corso perizie foniche, per comprendere cosa si senta tra un lato e l’altro della casa. Ieri sono proseguite le operazioni sui telefoni, e gli inquirenti hanno scaricato post e immagini pubblicate sui social network dalla vittima, nelle 24 ore successive alla presunta violenza.

Alberto Pinna per il “Corriere della sera” il 23 ottobre 2019. Parvin Tadjik, moglie di Beppe Grillo, ha parlato con i magistrati. Quando il figlio Ciro e i tre amici facevano l' alba nella villetta in Costa Smeralda con una studentessa di 19 anni - «Mi hanno ubriacata e ripetutamente violentata» denunciò la ragazza; «Era consenziente» si sono difesi loro - la signora era in una stanza attigua. Se quella notte ha sentito qualcosa, lo ha detto al procuratore Gregorio Capasso e alla sostituta Laura Bassani, che l'hanno ascoltata ieri come «persona informata sui fatti». Sulla deposizione niente è trapelato. Parvin Tadjik, 59 anni, era accompagnata dall' avvocato Enrico Grillo, difensore di Ciro e legale di famiglia, il quale tuttavia non ha potuto presenziare, trattandosi di testimonianza e non di interrogatorio. La moglie di Grillo non era obbligata a rispondere alle domande dei magistrati, in quanto prossima congiunta di uno degli indagati. Ma non risulta si sia avvalsa della facoltà di astenersi. Dormiva, così da indiscrezioni dai primi atti dell' inchiesta, e non avrebbe sentito niente né la notte né il mattino successivo. Non si sa se abbia confermato oppure fornito qualche particolare utile alle indagini: i ragazzi al mattino successivo sono rimasti a casa e lei dovrebbe averli incontrati. Ciro Grillo, Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria, tutti ventenni, sono accusati di violenza. Il 16 luglio, dopo una serata nel Billionaire, avevano invitato la studentessa e una sua amica in uno dei due appartamenti della famiglia Grillo al Piccolo Pevero (nell' altro accanto, c'era Parvin Tadjik). «Mi hanno fatto bere per abusare di me... Mi ha violentato uno, poi a turno gli altri tre...». Al rientro a Milano, dieci giorni dopo, la ragazza ha raccontato tutto ai genitori. Dopo la denuncia ai carabinieri il sequestro dei telefoni cellulari e dei profili su social, il lavoro dei periti - uno per la procura, uno per i difensori e uno per la parte lesa - è ancora in corso e risulta particolarmente complicato nel repertare i numerosi messaggi e commenti, ma soprattutto il video che uno dei ragazzi ha girato: quelle immagini possono conferma se c' è stata o no violenza. Difficile invece che elementi decisivi emergano da una decina di testimonianze, raccolte nei giorni scorsi, fra le quali i vicini di casa al Piccolo Pevero, il tassista che ha riportata a casa la diciannovenne quella sera e l' amica della studentessa, che pare abbia confermato: ubriaca, dormiva profondamente nel soggiorno e non si è accorta di ciò che accadeva pochi metri più in là, nella camera da letto.

A Grillo fa schifo la casta. Ma ha sfruttato due condoni. Il comico vuole moralizzare il Paese però tace su come ha sistemato la sua posizione edilizia e fiscale. Stefano Zurlo, Giovedì 21/02/2013 su Il Giornale. Schifa i condoni, come schifa le tangenti. Già nel 2004 ironizzava perfido sui deputati del Pdl: «Immaginiamo che costoro non abbiano ma maneggiato tangenti, condoni» e altre porcherie enumerate in un'interminabile lista di malefatte. Il furbetto della piazza. Strano. Beppe Grillo, il fustigatore, il moralista, l'ammazzacasta da standing ovation, deve avere la memoria cortissima. Immaginazione per immaginazione, si può andare indietro al 2002 e al 2003 e in quelle date si troveranno anche i condoni tombali del tribuno che ha messo le mani nel verminaio della Seconda repubblica. Grillo infatti possiede il 99 per cento delle azioni della Gestimar, una società immobiliare di cui è amministratore unico il fratello Andrea. E la Gestimar, che ha in portafoglio una decina di proprietà fra Liguria e Sardegna, si è avvalsa non una ma due volte del condono. Quello firmato, per intenderci, dal nano di Arcore, come lui chiama con slancio amicale Silvio Berlusconi, e dall'allora superministro dell'Economia Giulio Tremonti. Ma sì, il leader del Movimento 5 stelle ha utilizzato il tanto deprecabile condono, come prima e dopo di lui hanno fatto migliaia e migliaia di italiani. Connazionali cui va la sua compassione dall'alto di una fiammeggiante retorica. Lui, naturalmente, non ha tempo per aggiornare la propria biografia e raccontare come la Gestimar risolse i suoi problemi. E mise a posto la propria pozione fiscale. Dettagli. Scriveva il comico sul suo blog già il 27 luglio 2006: «L'italiano medio è abusivo e condonista». Poi, non contento, rincarava la dose: «L'italiano medio è un povero cristo che ruba a se stesso e al suo Paese e non lo sa». Grillo, a quanto sembra, rappresenta bene questa mediocrità tricolore perché pattina sopra i due condoni due dell'azienda di famiglia. Non solo: nel suo palmares c'è anche un condono edilizio per via di un terrazzo da 100 metri quadri che impreziosisce la sua villa di Sant'Ilario a Genova e che il comico aveva fatto ricoprire. Insomma, non s'è fatto mancare niente Grillo e a proposito dello slalom con il fisco ha solo approfittato delle norme varata dalla coppia Berlusconi-Tremonti. Niente di illecito, però la lingua non si ferma e Grillo colpisce con durezza chi gli ha permesso di sfangarla dieci anni fa. Scriveva allora il fratello Andrea. «In considerazione della possibilità concessa dalla legge finanziaria 2003 di definire la propria posizione fiscale con riferimento ai periodi di imposta dal 1997 al 2001, fermo restando il convincimento circa la correttezza e la liceità dell'operato sinora seguito, si è ritenuto opportuno avvalersi della fattispecie definitoria di cui all'articolo 9 della predetta legge (condono tombale)». E così i fratelli grillo afferrarono la corda lanciata ai contribuenti dal governo Berlusconi. L'altra sera, mentre Grillo incendiava piazza Duomo, Adriano Celentano si schierava con lui, l'uomo nuovo, attraverso la sua ultima canzone Ti fai del male. Il testo del Molleggiato non cita per nome Grillo ma è esplicito che più esplicito non si può: «Si dice in giro che fra i partiti c'è un'onda nuova che è partita dal niente». Ma sì, la valanga celebrata da Celentano è quella dei grillini. Peccato che due righe prima il Molleggiato lanci l'allarme: «Riemergono purtroppo parole pericolose, parole come condono tombale». Ma dove riemergono? L'artista avrebbe potuto specificare che le parole di Berlusconi sono state precedute dalla biografia dei fratelli Grillo. Il comico dal palco, per esempio nel corso di un comizio a Bologna, ha specificato che la Gestimar se la cavò sborsando una cifra modesta, nell'ordine dei cinquecento euro. Ma pezzi di carta non se ne sono visti. I militanti si devono fidare del suo verbo e i giornalisti, come è noto, non sono ammessi a porre domande. Così va il Belpaese oggi. Con Grillo che sbeffeggia l'Italia alle vongole, condonista, e Oscar Giannino che mordeva il Cavaliere: «Di tombale c'è solo l'idea che Berlusconi sia liberale». Purtroppo, destinata alla tomba era anche la carriera politica del giornalista, franato su un curriculum universitario più fantasioso di un romanzo di fantascienza.

Il vizio del moralista Grillo. Sanate megaville e società. Il comico tuona contro i condoni ma li ha sfruttati per la residenza a Genova e l'immobiliare col fratello. Paolo Bracalini, Giovedì 08/11/2018 su Il Giornale. Beppe Grillo sul blog denuncia da anni la piaga dell'evasione fiscale in Italia, anche se - raccontò l'ex impresario Lello Liguori - il comico pretendeva di farsi pagare i suoi spettacoli in nero. Ma Beppe Grillo denuncia da anni anche la malapianta dei condoni fatti dai vari governi. «Il cittadino deve sentirsi rispettato come contribuente, non preso per il culo da una serie infinita di condoni e dallo Scudo Fiscale» tuonava nel 2012. «I politici sono ectoplasmi che rinnovano la loro esistenza grazie a palliativi, l'ultimo è il condono per le abitazioni abusive» ammoniva nel 2013, epoca governo del «porporato Nipote Letta», cioè Enrico. Il M5s in Parlamento si occupa delle vere emergenze nazionali mentre «loro» si occupano solo di «salvare Berlusconi, salvare il Monte dei Paschi di Siena e fare il condono edilizio» sentenziava sempre sul blog nel 2013. «Il governo strizza l'occhio ai furboni con la procedura di condono nota come «voluntary disclosure» rituonava il comico nel 2017. Ma quando si trattava di condonare la roba sua, Grillo non si è schifato per nulla. Anzi più volte il fondatore del M5s ha approfittato della possibilità di sanare gli abusi. Nel suo caso per tre volte, con due tipologie diversi di condoni. I primi due sono scritti nei bilanci della Gestimar Srl, società immobiliare con sede a Genova proprietaria di una decina di immobili fra Liguria e Sardegna, di cui Beppe Grillo era socio al 99%, insieme al fratello Andrea. Ebbene nei bilanci 2002 e 2003 si legge: «In considerazione della possibilità concessa dalla legge finanziaria 2003 di definire la propria posizione fiscale con riferimento ai periodi di imposta dal 1997 al 2001, fermo restando il convincimento circa la correttezza e la liceità dell'operato sinora eseguito, si è ritenuto opportuno di avvalersi della fattispecie definitoria di cui all'articolo 9 della predetta legge», ovvero il condono tombale dell'allora governo Berlusconi, ministro Tremonti, ovvero del «nano di Arcore» e «Tremorti», come li soprannominava gentilmente il comico. Il loro condono però lo prendeva sul serio. Come l'altro, edilizio, quello che i suoi fan diventati ministri giustificano in Sicilia e promuovono ad Ischia. Del condono edilizio di Grillo scrisse Filippo Facci sul Giornale ricostruendo l'epopea del comico-fustigatore di costumi: «Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo: Ci hanno messo 40 anni per farlo così buono, diceva indossando una felpa con scritto University of Catanzaro. Lo yogurt è un prodotto buono, si difese lui. Per quella pubblicità vinse un Telegatto. È il periodo in cui andò a vivere a Sant'Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di plastica. Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi». È un artista, mica si può chiedergli la coerenza. Del resto Grillo ha fatto l'apologia della decrescita, del pianeta slow, delle auto ad acqua che non inquinano e non consumano petrolio, ma ha posseduto Ferrari e barche a motore. L'altra megavilla, quella a Bibbona a pochi metri dal mare che affitta a 15mila euro a settimana, ha la fortuna di essere stata accatastata solo come A7 (villino), invece che A8 (villa), come pure quella di Sant'Ilario. Comico, condonato e anche fortunato.

Beppe Grillo e quegli abusi edilizi. A Marina di Bibbona? L’Inkiesta il 6 marzo 2013. Quante panzane su Grillo. Nella pioggia di notizie sull’ex comico c’è anche quella della villa abusiva. Non quella a Sant’Ilario (quella sì abusiva), sanata a suo tempo grazie al condono edilizio, ma quella di Marina di Bibbona. Circolano immagini come queste sotto: che, con tanto di coordinate satellitari, spiegano come la distanza dalla battigia sia ridottissima. Tanto da essere fuori legge. Vero? Falso? Tutt’e due. La distanza è troppo poca, è vero. Contravverrebbe anche alla legge. Ma il problema è che è una villa antica, costruita molto prima della legge e anche di Beppe Grillo. Per cui è legale, legalissima. E poi, se è vero che Grillo vuole rivoltare la vecchia Italia come un calzino, di sicuro la villa è una delle poche cose che lascerebbe al suo posto. A due passi dalla spiaggia.

Beppe Grillo: la villa al mare e le spiagge (semi) libere. Giulio Gori lunedì 11 marzo 2013 su Blogo.it. «Non mi rovinate la duna» strillava qualche giorno fa Beppe Grillo durante una passeggiata sulla spiaggia di Marina di Bibbona, accompagnato dall’amico scrittore Stefano Benni. Il leader del Movimento 5 Stelle si rivolgeva ai fotografi e ai giornalisti che lo stavano circondando: «Grillo, per favore, solo qualche domanda». Niente da fare, silenzio. E se tutti quelli che hanno visto le immagini hanno potuto notare la maschera da Uomo Ragno che copriva il volto del comico, non pochi, in questi giorni sulla rete, si sono posti anche qualche domanda su quella villa così insolitamente vicina al mare. «Sarà un abuso edilizio?» «Sarà tutto a posto?», sono le domande che si è posto il "popolo del web", sì proprio quello di cui Grillo si fa alfiere, ma che qualche volta ti si può ritorcere contro. Ebbene, i malpensanti possono mettersi il cuore in pace: la «casa rosada» che il comico possiede a Marina di Bibbona, a pochi metri dalla battigia, è in regola. E’ semmai la frase «non mi rovinate la duna» a stonare, con quel «mi» che sa di un senso di proprietà che si allarga oltre i confini del buon senso: proprio come la recinzione della villa che avanza verso il mare grazie a una concessione sul demanio pubblico. Il rapporto di Beppe Grillo e «villa corallina», ventuno stanze con tanto di piscina esterna e uno spazio verde di quasi 5700 metri quadri, inizia il 18 luglio 2001, quando il comico la acquista quale unico proprietario in regime di separazione dei beni. La struttura appare oggi diversa da come emerge dalle vecchie mappe catastali, ma i disegni spesso risultano non aggiornati da decenni, mentre i documenti allegati, che al contrario sono sempre tenuti al passo, spiegano che il 13 luglio 2001, cinque giorni prima del rogito, le tre precedenti proprietarie depositarono in atti una variazione toponomastica: si tratta, in parole povere, di un procedimento che serve ad aggiornare il catasto, quando questo non risponde più alla realtà dei fatti. Non è un condono, è un modo per correggere il mancato aggiornamento dei documenti. La moglie Parvin Tadjik, nei primi mesi dopo l’acquisto, andava e veniva da Marina di Bibbona assieme a un architetto di fiducia, come raccontano al bar Pieffe, dove i due facevano tappa fissa per il caffè. La spiaggia bibbonese non è tra le più belle di Toscana, né il mare è particolarmente attraente. Ma quello che offre rispetto ad altri luoghi è una lunghissima spiaggia libera che si estende per cinque chilometri fino a Marina di Cecina, con lunghi tratti in cui si può avere la rara fortuna di non incontrare nessuno. Un vero paradiso per chi è in cerca di privacy. Così, il grande terreno attorno alla villa, immerso in una fitta pineta che rende impossibile intravedere la struttura dalla strada, viene presto recintato. Ma, forse per meglio proteggersi da occhi indiscreti, Grillo e famiglia pensano che la villa meriti qualche metro di respiro in più. Dalle carte catastali emerge infatti che tra la villa e il confine che dà sulla spiaggia ci siano al massimo una decina di metri di distanza. Il recinto, tuttavia, risulta distante dall’edificio una trentina di metri. Com’è possibile? All’Ufficio Edilizia Privata del Comune di Bibbona srotolano un’enorme mappa a colori che indica gli spazi di demanio di Stato dato in concessione. E tra i tanti rettangoli disegnati in grigio sulla spiaggia, ce n’è anche uno in corrispondenza della villa di Beppe Grillo (a differenza degli altri questo rettangolino non è al centro della battigia, come per gli stabilimenti balneari, ma è più arretrato e confina con il terreno di proprietà del comico). Per ragioni di privacy, il Comune non fornisce il nome della persona fisica o della società cui la concessione è stata accordata, né quali siano i relativi termini economici. Fatto sta che quella concessione, ottenuta su una spiaggia di tutti, consente alla villa di Grillo di avere un po’ di spazio in più, con tanto di terrapieno creato un paio di metri davanti alla recinzione per pareggiare il terreno. Anche in questo caso, tutto in regola. La stessa recinzione non impedisce il passaggio nello spazio di cinque metri dalla battigia, come prescritto dalle norme. Qui siamo almeno a venticinque. Resta tuttavia un dubbio ed è lo stesso Grillo ad alimentarlo; sono note a tutti le sue battaglie per i Beni Comuni non privatizzabili, a partire dall’acqua per arrivare fino alle spiagge: in un post pubblicato sul suo blog l’8 luglio 2009, il comico tuonava contro le «spiagge semi-libere»: «Ormai sono spiagge piene di roba – scriveva – Piene di sdraio, piene di ombrelloni, piene di bambini. Piene di venditori, marocchini, senegalesi. Piene di chiunque». Piene anche di parchi privati, si potrebbe ormai dire. Oltretutto, mentre uno stabilimento balneare privato offre un servizio al pubblico, il giardino di una villa è a beneficio solo del proprietario e dei suoi ospiti. Quanto alla spiaggia, non serve un esperto per capire che una concessione non se la può permettere chiunque. Così, un uomo ricco (che ancora nel 2009 se la prendeva contro la Legge Cappellacci «che ha dato 40.000 ettari di spiagge pubbliche ai privati in concessione per sei anni») può godersi un pezzo della spiaggia di tutti. Lui se lo può permettere. Ma poi sale sul palco e arringa la folla contro chi vuole privatizzare tutto quel che è nostro, persino l’aria che respiriamo. Beppe Grillo aveva ragione quando, con quel post, ci svelava che «noi siamo un Paese semi-libero. Come le nostre spiagge». Giulio Gori

Ho riflettuto a lungo sull'opportunità di pubblicare questo pezzo. Non perché sia un brutto pezzo, o perché contenga inesattezze. Anzi: è un pezzo onesto, caratteristica che ritengo fondamentale e imprescindibile per il buon giornalismo. La mia perplessità nasceva perché dopo il presunto "scoop" dell'Espresso, che mi è sembrato un vero e proprio buco nell'acqua, colmo di insinuazioni e di inesattezze, non volevo in alcun modo che Polisblog potesse essere accomunato a quei "tutti uguali" che titolano sbagliando una traduzione dal tedesco, o che parlano di "marcia su Roma", o che confondono una "sociedad anonima" con uno "schermo giuridico". So bene che in ogni caso in molti interpreteranno questo pezzo come un attacco gratuito, senza considerare il fatto che un politico – soprattutto uno che si propone nel ruolo del moralizzatore – debba abituarsi a essere "scandagliato" in tutte le sue manifestazioni pubbliche. In molti lo interpreteranno così senza nemmeno leggerlo (è la dura legge del web). Pazienza: non posso e non voglio che Polisblog, così come tutta Blogo, ceda alla tentazione di autocensurarsi pur di non essere confuso con gli altri. Parlano i fatti. E il fatto stesso che io mi sia sentito in dovere di far precedere lo scritto di Giulio Gori da questa premessa la dice lunga sui tempi difficili che stiamo vivendo.  Alberto Puliafito Direttore responsabile di Blogo.it 

·         Grillo ex garante del M5S.

JACOPO IACOBONI per la Stampa  il 15 settembre 2019. Face off, cambio di faccia. Morto Gianroberto Casaleggio, che tutto dettava, dopo anni di propaganda molto dura sui migranti e contro l' euro, anni di macchina dell' odio sui social pro M5S, Beppe Grillo ora tenta di re-indossare l' antica maschera dei primi anni duemila, ambiente, futuro, giovani. Il cofondatore del Movimento 5 stelle e il suo nuovo team (con cui Casaleggio non ha a che fare) la prossima primavera organizzeranno un tour per l' Italia, un investimento paragonabile a quello dello Tsunami Tour, anche se non sarà con le insegne di partito, per cercare di dare un volto ecologista al suo Movimento. Gli italiani gli crederanno? È un altro paio di maniche, ma il tour si chiamerà "Regeneration Road", e Grillo non sembra avvertire particolari pudori per ciò che nel frattempo il Movimento ha prodotto: dalle alleanze con Farage e la Brexit, agli incontri con Steve Bannon, al governo con Salvini, decreti sicurezza compresi. Il gruppo avrà due furgoncini, si sta pensando al classico van Volkswagen, simbolo della cultura hippie, e sarebbe tutto un programma. Ci sono tante cose del suo Movimento da far dimenticare, e allora verranno coinvolti nelle varie tappe comici, poeti, inventori, artisti, innovatori. A ognuno verrà chiesto: cosa significa per te «rigenerare» un Paese? Partendo dai classici specchietti per le allodole dei tempi del primo V-day: l' economia circolare, la politica, il futuro, il clima, l' ambiente, il tempo libero, gli affetti. Grillo stesso, e questo dà l' idea di quanto non si ponga la domanda «che cosa abbiamo combinato?», ha presentato così il giro ai suoi fedeli: «Ripercorreremo l' itinerario che Pier Paolo Pasolini fece, con il suo sguardo poetico e molto aperto e curioso, verso "la lunga striscia di sabbia"». Enormità del paragone a parte, esempi di tappe saranno la viisita alla Mogu, impresa che sul Lago di Varese produce pannelli usando gli scarti di lavorazione del legno dai funghi, oppure alla Mater Biotech, progetti di riconversione di siti produttivi alla chimica verde; pazienza se poi al governo il suo Movimento ha lasciato l' Ilva com' era, non ha fermato la Tav e il Tap, ha confermato le trivelle. La domanda quindi è: sarà creduto ancora, il Grillo parlante? In quante delle tappe ci sarà lui personalmente? Rischia contestazioni, dai tanti delusi? Forse si è accorto del rischio di passare alla storia come l' uomo che ha prodotto il più rilevante spostamento elettorale verso l' estrema destra dell' Italia recente. Una settimana fa Grillo ha scritto a Domenico De Masi. Il sociologo un paio di anni fa, a cena con lui a Roma, era stato critico sulla gestione M5S della Capitale, aveva dato qualche suggerimento e infine salutato scherzosamente il comico: «Se non mi ascoltate ti ammazzo». E giorni fa, dopo la nascita del governo col Pd, Grillo gli ha scritto un messaggino: «Mi ammazzi lo stesso, ora?». Il bisogno di tornare presentabile. Per le prime uscite si pensava a fine settembre, non ha aiutato la brutta storia del figlio del comico indagato per presunto stupro di gruppo. Nel progetto del tour, Grillo può investire una piccola parte dei soldi che il suo nuovo blog sta incassando: la relazione di bilancio della Beppe Grillo srl ha avuto un risultato positivo di 73mila 238 euro. I ricavi delle vendite di "spazi web" sono notevoli, 230mila euro. E delle spese legali delle tante cause perse si occupa Davide Casaleggio: l' Associazione Rousseau scrive a bilancio nel 2018 272mila 972 euro spesi per supporto legale «a tutela del garante Beppe Grillo». Ma la stagione delle invettive e dell' odio è finita, ora Beppe s' è messo in salvo dai suoi fantasmi, è al governo coi cari «pidioti».

Grillo "licenzia" pure i suoi: "I ministri siano esterni a politica". Il fondatore dei grillini ha aggiunto che per il Movimento "è l'occasione di dimostrare che le poltrone non c'entrano nulla". Andrea Pegoraro, Mercoledì 28/08/2019 su Il Giornale. “I ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica”. Lo dice Beppe Grillo in una pagina del suo blog, in merito alla formazione del nuovo governo giallorosso. L'accordo Pd-M5S ha infatti avuto il via libera dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che domani mattina alle 9.30 ha convocato Giuseppe Conteper dargli l’incarico di avviare l'esecutivo. Grillo ha sottolineato che “oggi è l’occasione di dimostrare a noi stessi ed agli altri che le poltrone non c’entrano nulla”. E ha aggiunto che “è assolutamente normale ed atteso che ogni accenno ad un ministero si trasformi in una perdita di tempo condita da cori di reciproche accuse di attaccamento alla poltrona”. A questo proposito, il comico genovese ha spiegato che esiste “un po’ di poltronofilia” ma allo stesso tempo non ci sono le condizioni per spiegarci i vari aspetti che i ministeri dovranno affrontare. Ha inoltre spiegato che "il ruolo politico lo svolgeranno i sottosegretari" e si dovrà "imparare a governare i “tecnici” della burocrazia che occupano da tempo immemore i ministeri". Nel frattempo, l’Adnkronos riporta la notizia secondo cui Grillo, parlando della formazione del nuovo governo, ha chiarito il senso del suo ultimo post, precisando che il suo riferimento "è ai ministeri più tecnici". Il fondatore dei grillini ha invitato i partiti "a trovare le persone migliori", dicendo in una telefonata a Luigi Di Maio: "Sei tu il capo politico e decidi tu per il Movimento, il mio è stato un paradosso".

Beppe Grillo, granata sul governo di Pd e M5s: "Ministri tecnici e sottosegretari politici", Conte nel sacco. Libero Quotidiano il 28 Agosto 2019. La granata di Beppe Grillo sull'accordo appena trovato tra Pd e M5s. A pochi minuti dalla convocazione ufficiale del Quirinale di Giuseppe Conte come premier incaricato, "l'elevato" guru fondatore del Movimento interviene cambiando le carte in tavola del futuro governo: "grandi personalità e tecnici" come ministri e "politici come sottosegretari", è il suo clamoroso diktat. Fuori Luigi Di Maio dalla squadra (lui stesso se ne è tirato fuori, rivendicandone anzi il "senso di responsabilità" del suo rifiuto al ruolo di premier "offertomi da Matteo Salvini), dunque, ma anche tanti big del Pd ex ministri con Letta, Renzi e Gentiloni e aspiranti riciclati nell'esperimento giallorosso. Un bel grattacapo per Conte, un bel trappolone per chi al Nazareno pensava già di aver messo le mani sulle poltrone. "Questa crisi somiglia sempre di più ad un guasto dell'ascensore: quello che conta è mantenere la calma, non fare puzze e non dimenticare chi siamo - scrive Grillo sul suo blog -. Non facciamoci distogliere dalle incrostazioni che la realtà ha lasciato sui nostri scudi, è assolutamente normale ed atteso che ogni accenno ad un ministero si trasformi in una perdita di tempo condita da cori di reciproche accuse di attaccamento alla poltrona. Questo perché un po' di poltronofilia c'è ma, soprattutto, non ci sono i tempi né per un contratto e neppure per chiarirci su ogni aspetto, anche fintamente politico, delle realtà che i ministeri dovranno affrontare". Poi il punto cruciale: "Oggi è l'occasione di dimostrare a noi stessi ed agli altri che le poltrone non c'entrano nulla: i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica. Il ruolo politico lo svolgeranno i sottosegretari, ognuno dovrà scegliere secondo verso cui dovrà rispondere nei fatti e sintetizzare, per ogni ministero, l'approccio ottimale e imparare a governare i tecnici della burocrazia che li occupano da tempo immemore". Così parlò "l'elevato" Grillo, da oggi e per sempre il vero capo politico dei 5 Stelle ed eminenza grigia del governo giallorosso.

Grillo parla con Dio e dice: «Senza di me una Babele». Giulia Merlo il 28 Agosto 2019 su Il Dubbio. Il fondatore in un post fa luce sulla contesa interna. «da cosa crede sia mosso il poppante che ciuccia? Dal bisogno forse? No quella è semplice, essenziale, naturale ed ecologica avidità», e il riferimento sembra al leader politico del movimento. Beppe Grillo sceglie di parlare per metafore, ma le bordate arrivano comunque forti. Il Garante del Movimento cinque stelle ha pubblicato un post più che sibillino sul suo blog: il titolo “Ho incontrato Dio”, poi un lungo monologo in cui Dio parla direttamente con lui e gli chiede conto delle sue scelte. «Sbaglio oppure una delle paure più diffuse oggi in Italia è che lei torni in campo, signor Giuseppe? Lei è il lessico, il vocabolario, della politica e del paese a partire dal V- Day. Lei è effetto e causa perfettamente pesati dell’oggigiorno. Senza vaffa in pratica non c’è sostanza e non si va da nessuna parte. Senza vaffa mancano nord e sud, est ed ovest caro Giuseppe. E lei cerca di rinchiudersi nel suo guscio sul mare…», un flusso di coscienza che sembra anche una sorta di j’accuse nei confronti di un Movimento che ha perso i connotati del vaffa, soprattutto in questa fase di consultazioni. «Capisce quello che le dico Giuseppe? Si era messo sul suo palco trapiantato in una piazza a sbraitare di ladri ed economia, di un Parlamento con più ladri che a Scampia. Non esistono ladri, non esiste economia, non esiste la democrazia e non c’è nessun Ovest. Esiste soltanto un unico, intrecciato, multivariato dominio dell’avidità…», continua il post, che poi fa un riferimento che a molti è apparso eloquente: «Da cosa crede sia mosso il poppante che ciuccia? Dal bisogno forse? No quella è semplice, essenziale, naturale ed ecologica avidità», con “il poppante” che potrebbe essere proprio Di Maio, oggi alla spasmodica ricerca di una collocazione nel futuro governo. Grillo poi analizza a modo suo lo svolgimento della crisi, scrivendo che «un giorno, i nostri figli, vedranno quel mondo perfetto: opinioni diverse ed opposte cammineranno tenendosi per mano cantando una pastorale», ma in questo mondo «Nessuno ascolterà nessuno, lo è stato sin da quando l’uomo è uscito dal magma. E lei ha osato interferire con queste leggi primordiali con i suoi vaffa, generando rischiose differenze, visibili contraddizioni, fiducioso di un uomo affrancato dalla natura». Alla fine, Grillo si lancia un auto- appello: «Ora, faccia rientrare i vaffa signor Giuseppe, lasci che il mondo torni alle sue piccole diplomatiche faccende, smetta subito di interferire con le primordiali leggi della dicitura e lasci ad ognuno la sua mediocrità». Una sorta di desistenza, quella vagheggiata da Grillo, che però termina con un incoraggiamento a lui da parte di Dio: «Li lasci lì senza un linguaggio: che la Babele si scateni». Come a dire che, senza di lui, il Movimento non avrà più nessuna lingua che il popolo possa capire.

Aldo Grasso per blog.oggi.it il 24 agosto 2019. «Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari, non si può lasciare il Paese in mano a della gente del genere solo perché crede che senza di loro non sopravviveremmo», ha tuonato Beppe Grillo. E ancora: «Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni, salviamo il paese dal restyling in grigioverde dell’establishment, che lo sta avvolgendo! Come un serpente che cambia la pelle». Grillo è uscito dal silenzio per salvare la barca del M5S. Forse faceva meglio a tacere, rintanato nella sua mega-villa immersa nel silenzio di Sant’Ilario o nel suo lussuoso buen retiro toscano, a Bibbona. Con i suoi “vaffa”, con i suoi sberleffi, con la sua promessa di un mondo migliore reso tale da una sorta di riscatto giustizialista, si è reso conto Grillo del mostro che ha creato? Si è reso conto di aver plasmato una banda di incapaci che sono andati al governo solo per accrescere il potere di Matteo Salvini? Probabilmente sì, per questo ora si offre come Salvatore. Con i grillini, Salvini ha fatto tutto quello che ha voluto: Decreto Sicurezza 1 e 2, immunità per il caso della nave Diciotti, copertura totale sui 49 milioni “intascati” dalla Lega e su Russiagate, via libera a Tav, Tap e Ilva. È stata solo un’avventura sconclusionata, improvvisata, infantile, velleitaria (eppure di successo). Come ha scritto Massimo Nava: «Ancora più inesplorato è il meccanismo della delega che ha portato il guru a consegnare la propria creatura a discepoli che non sapevano camminare né sull’acqua, né sulle proprie gambe, che si sono rivelati piuttosto delfini arroganti e presuntuosi, pronti a rinnegare il maestro e persino a scannarsi fra loro». Adesso Grillo è prigioniero di un meccanismo di cui è stato artefice e strumento. Così si ritrova a essere un comico che non fa più ridere e un politico che non comanda. La sua colpa non è di essersi circondato di persone incompetenti come il ministro Danilo Toninelli; la sua colpa è di non aver capito che Toninelli è l’essenza stessa del grillismo, che il capo politico Luigi Di Maio rappresenta l’ideologia grillina al pari di Toninelli. Con Gianroberto Casaleggio, guru, Grillo pensava di inoltrarsi nell’utopia come sberleffo, ora si ritrova con il figlio di Casaleggio (eredità dinastica), con una piattaforma Rousseau che è una parodia della democrazia e un esercito di sbandati che hanno fatto di tutto per consegnare il potere a Matteo Salvini, detto il Truce. E ora vuol salvarci dai nuovi barbari. Mah!

Vittorio Feltri, Salvini, Renzi, Grillo e la crisi: "A chi andrà il prossimo vaffa". Libero Quotidiano il 20 Agosto 2019. Ho sempre avuto simpatia e ammirazione per Beppe Grillo, geniale nelle sue trovate comiche talvolta irresistibili. Poi egli ha cambiato mestiere o, meglio, si è messo a farne due: continua a fare il giullare e, nel contempo, si occupa col medesimo stile di cosa pubblica. Ha fondato una compagine, il Movimento 5 Stelle, pur non disponendo di alcuna stella, limitandosi a sfoggiare un discreto numero di personaggi raccattati nelle osterie e sugli spalti degli stadi. Tuttavia la cosa più importante, la più trainante, che costui ha inventato per sfondare nel complesso mondo degli elettori è stato uno slogan molto efficace in Italia, benché abbastanza volgare per quanto assai diffuso tra i compatrioti. Questo: vaffanculo. Il cui significato è afferrato al volo sia dai meridionali sia dai settentrionali. In pratica, il vaffanculo è l' unico elemento in grado di rappresentare appieno l' unità nazionale, altro che i jeans, il calcio e la cocaina. Quelli del Nord e quelli del Sud hanno un glossario diverso e non sempre i due gruppi "etnici" si comprendono colloquiando, tuttavia si mandano reciprocamente a fare in culo senza equivocare il significato dell' espressione. Il genio di Grillo si è manifestato proprio nella scelta di questo diffuso modo di dire, privo di contenuti ideologici, in cui chiunque si riconosce d' acchito. Non era mai successo che un leader raccogliesse tanti consensi con un paio di parole fuse, una delle quali "culo", accolte dal pubblico non solo quale sfogo ma anche quale semplice e sintetico programma politico. Se io in un articolo scrivo "vaffanculo" vengo accusato di ricorrere ad un linguaggio inaccettabile, scorretto, da bettola; mentre Grillo, ripetendo questo che poi è un insulto greve ha vinto le elezioni senza che nessuno lo processasse per reiterata trivialità. Comunque aver sdoganato il fondoschiena è un merito notevole da ascriversi pienamente a Beppe. E noi non possiamo che applaudirlo. La liberazione del lessico da lui promossa e realizzata è un' opera d'arte indiscutibile. Ma dobbiamo aggiungere per completezza di informazione che il vaffanculo in politica non introduce un argomento degno di considerazione. È lecito mandare al diavolo uno scocciatore, un figlio e perfino la moglie, però non credo costituisca uno spunto per aprire una discussione costruttiva in ambito istituzionale. Se invece siamo arrivati così in basso da fancularci in piazza, in tv e nel Palazzo, dobbiamo interrogarci non sul progressivo imbarbarimento dell'idioma, bensì sullo squallore dei nuovi modelli impostisi nei rapporti tra i partiti. Inoltre c' è da chiedersi se sia giusto e vantaggioso dare retta a un capobanda che anziché ragionare di politica, ti manda a quel paese, ricorrendo a termini che in altri tempi sarebbero forse stati accettati nelle trattorie, o nelle taverne, mai in un consesso di deputati e senatori. Oggi invece lo scettro è nelle mani del genovese, è lui che detta l' agenda politica, che boccia Salvini, recupera Renzi, Veltroni e Prodi.

Sogno o son desto? Vedo la realtà, la descrivo e mi viene da ridere constatando che la nostra vita, la mia come quella di tutti, dipenda da un vaffanculo che non scandalizza affatto, e viene accettato dal popolo quale dottrina illuminata. Vittorio Feltri

Il tramonto di Grillo: veste i panni di Napolitano e si infila la maschera di Monti. Andrea Delmastro domenica 11 agosto 2019 su Il Secolo d'Italia. Levata la maschera, finalmente scopriamo il vero volto del saltimbanco Grillo. Dopo aver promesso roboanti rivoluzioni in nome di una non meglio precisata democrazia di base, del famoso “uno vale uno”, il padrone del M5S invoca, in nome del logoro patto repubblicano antisovranista, un governo di inciucio nazionale con il Pd. Il terrore delle urne, il panico elettorale è una delle chiavi di lettura di questa solo apparente mutazione antropologica dei 5Stelle. I duri e puri della democrazia diretta, le vestali dell’antipartitocrazia assumono, in verità, con naturalezza la grammatica del più scafato Cirino Pomicino al fine di mantenere, contro l’evidente volontà del popolo italiano, uno “scranno al sole”. Il candore con cui i pentastellati si agitano nel sottobosco dei più triti riti parlamentari, fra divanetti del transatlantico e anticamere nella Presidenza del Consiglio, al fine di dar vita al più classico ed indigesto dei golpi parlamentari non deriva solo dalla fame di potere e dal fascino dell’odiosa Roma. C’è altro! C’è che le rivoluzioni non sono materia per giullari! I giullari non hanno un volto e proprio per questo indossano con naturalezza qualunque maschera. È dai tempi dei greci, infatti, che i “giullari” vanno a corte e indossano, con indifferenza, qualunque maschera imponga il padrone. Non fa eccezione Grillo, postmoderno giullare, occasionalmente incaricato dal padrone di recitare anche la parte del rivoluzionario da salotto! Siamo così giunti, in limine mortis del grillismo (politica s’intende!), all’ultima maschera e all’ultima scena. L’ Europa ha chiesto al giullare Grillo di mettere la maschera di un Monti o di un Napolitano chiunque e Grillo non ci ha pensato un secondo.  Ora Grillo, vestiti i panni di Napolitano e assunta la maschera di un Monti qualunque, invoca un governo di “inciucio nazionale” contro i “barbari”. Così facendo ha anticipato l’immorale fine di un movimento nato sulla democrazia diretta e che esalerà gli ultimi respiri al fianco del PD in una manovra di palazzo dall’indigesto retrogusto di golpe antidemocratico. Si chiude, dunque, la scena con questo ultimo colpo di teatro, ma non ci sono applausi, anzi si sbaracca perché alla fine a teatro il committente decide l’opera, ma rimane pur sempre il pubblico a decretarne il successo o l’insuccesso. Il pubblico ha decretato l’insuccesso, non un solo applauso, ma un triste epitaffio morale sulla tomba politica del grillismo e del suo fondatore che suona pressappoco così: “ad imperitura infamia di chi esalò gli ultimi respiri al fianco del PD in una manovra di palazzo”.

"Ebetino", "Ballista", "Fai schifo" Ma ora Beppe fa la corte a Renzi. Il guru del M5s apre all'intesa con chi insultò in modo feroce. Francesco Maria Del Vigo, Lunedì 12/08/2019 su Il Giornale. In Italia tutto è possibile. In politica ancor di più. La storia recente ce lo ha insegnato. Ma che si aprisse un confronto, e probabilmente un asse, tra Grillo e Renzi sembrava fantascienza. Anzi, per amor di precisione, sembrava un film horror. In questa folle estate, invece, è successo anche questo e all'orizzonte si profila l'incubo di un governo Pd-Cinque Stelle. Gli effetti della poltronite (l'amore viscerale per le comode sedute di Camera e Senato) hanno avvicinato l'inavvicinabile e il post, pubblicato due giorni fa da Grillo sul suo blog, non lascia spazio a interpretazioni: i due stanno flirtando. Non sappiamo se sarà amore, ma sappiamo con certezza che finora è stato odio. Vi riproponiamo una piccola antologia di insulti recapitati dall'ex comico all'ex premier. Roba delicatissima e di raffinata eleganza, come è nello stile del leader genovese. Nel corso degli anni, tra gli altri, gli ha affibbiato i nomignoli di «ebolino», «ebetino», «Renzie» (dopo che Matteo aveva sfoggiato il giubbotto da Fonzie) e «scrofa ferita». Ma è solo l'inizio dello scambio di gentilezze tra i due. «Siete passati da Lorenzo il Magnifico all'ebetino di Firenze», ammoniva il pubblico durante uno spettacolo nel 2010. Aveva già capito che Renzi avrebbe fatto carriera, era il primo di una lunga lista di sberleffi al limite della diffamazione. «Hanno bussato alla porta e non c'era nessuno. Era Matteo Renzi» attacca Grillo nel 2012 dal palco, ma questi sono solo bufetti. «Pd, partito di lotta e di massoneria» (2014), il riferimento a squadre e compassi è una costante della grammatica grillesca che raggiungerà l'acme durante il caso Consip, quando Renzi gli rispose, per difendere il padre Tiziano, con un pacatissimo: «Grillo fai schifo». Massone e amico dei poteri forti, ovviamente: «Matteo Renzi non dice mai una cosa vicina alla gente comune. Il fu giovane Renzie lo si ricorda per le sue comparsate, in giubbetto di pelle, da Maria De Filippi. È l'uomo delle banche e dei capitali» (2013). Poteva mancare un allusione sessuale nel florilegio di insulti? Ma ovviamente no: «Renzi soffre di invidia penis» (2012). E poi una lunga serie di hashtag che corrispondono ad altrettante battaglie sul web ingaggiate dai grillini: «#RenzieBuffone internazionale» (2014). «#RenzieSparaballe» (2014). «Forte coi deboli, debole coi forti #ebetinodenunciacitutti» (2014). «Renzie, ballista da esportazione #Renziebastaballe» (2015). Non mancano nemmeno i paragoni con personaggi discussi: «Mussolini ebbe più pudore. Non le chiamò riforme» (2014). «È come Achille Lauro che per diventare sindaco di Napoli regalò ai potenziali elettori una scarpa con la promessa di dare la seconda se fosse stato eletto. Gli 80 euro di Renzie sono peggio. Lui almeno una scarpa prima delle elezioni l'ha data». (2014). «Renzi come Schettino» (2014). «Renzi peggio di Monti» (2015). «Renzi come Lubitz» (il pilota che ha fatto precipitare volontariamente l'aereo della Germanwings nel 2015). Praticamente il male assoluto, che però diventa un male necessario quando non si vuole mollare il governo. E poi una sequela infinita di insulti e minacce, ve ne riproponiamo una piccola parte:_«Renzi? È falso e ipocrita» (2014), «Renzi è una persona malata. L'ebetino, così come Monti e Letta, vanno analizzati dal punto di vista psichiatrico: hanno la alessitimia, non hanno cioè la capacità di riconoscere le emozioni» (2014), «Renzi pifferaio magico» (2014), «Renzi burattino» (2014), «Renzi voltagabbana» (2014), «Non sei credibile» (2014). «Denunceremo Renzi per abuso di credulità» (2015), «Vuoi i nomi per il Quirinale? Vaffanculo» (2015). «Sei una gaffe esistenziale» (2015), «Ha rottamato solo suo padre» (2017). Una corrispondenza amorosa che si srotola nel corso di sette anni e che ora potrebbe sfociare in una mostruosa convivenza, tutto nel nome del demone dell'antisalvinismo. E i presupposti sono quelli di un disastro.

 “GRILLO PRONTO A ELEVARSI PER SALVARE L’ITALIA DAI NUOVI BARBARI? Marco Benedetto per Blitz quotidiano l'11 agosto 2019. Davanti all’ultimo delirio di Beppe Grillo, cosa avrebbe fatto un genovese di una volta? Avrebbe telefonato a una Croce Bianca, Verde, Azzurra che offrono assistenza e ambulanza da vari punti della Riviera che circonda Sant’Ilario. E avrebbero chiesto ai portantini di chiuderlo in luogo sicuro. Rileggete le parole del blog di Grillo: “Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari, non si può lasciare il paese in mano a della gente del genere solo perché crede che senza di loro non sopravviveremmo”. Elevato, così si è auto definito Grillo da quando il figlio di Casaleggio lo ha emarginato, preferendogli Giggino Di Maio, quello che Grillo descriveva così: “Quando lo abbiamo preso, in provincia di Napoli, parlava come Bassolino. Io gli dicevo: Luigi come va? E lui: O nun me romp u cazz”. Fosse vivo Gilberto Govi, il comico genovese che Grillo non è mai riuscito a emulare, ci costruirebbe una gag, tipo quella del manager. Il nipote faceva il ciclista e aveva un manager. Govi gli chiede: “E questo chi o l’é?”. “O mae menagger”. “Menagger? E ti ti vae con un coscì?”. Pensate i giochi di parole, i doppi sensi, le battute che Enrico Bassano avrebbe potuto mettere a disposizione di Govi. Invece, cosa strabiliante, nessuno sembra fare una piega. Forse pensano che sia solo una battuta. Eppure di danni Grillo ne ha già fatti tanti, anzi troppi. Ora siamo all’emergenza. Se si va alle elezioni il Movimento 5 stelle rischia una batosta biblica. Grillo è costretto a rimangiarsi i suoi anatemi. Ricordate quando inveiva sul Pd-meno-elle? Ora dicono le cronache, “al voto preferisce un accordo che, vista la situazione potrebbe essere solo con il Pd, magari con Renzi”. La politica giustifica tutto, per carità, ma c’è sempre un limite. D’altra parte se pensate che al povero Papa Francesco sono arrivati a far dire che Salvini è come Hitler e la Lega è erede del partito nazista… Se il giovane Bergoglio avesse studiato un po’ meglio la storia europea invece di perdersi nella ammirazione del dittatore fascista Peron oggi si renderebbe conto che la base elettorale nazista e fascista è più simile a quella del Movimento 5 stelle che a quella della Lega. Per anni Grillo ha diffuso e coltivato odio sociale, invidia dei fannulloni verso chi lavora, un nichilismo insensato in nome di una decrescita felice mal metabolizzata che ci vorrebbe far tornare al primo Medio Evo se non all’età della Pietra, la guerra ai vaccini. Nessuno mi toglie dalla testa che se Grillo non avesse scatenato il finimondo contro la Gronda di Genova (dando sponda ai miseri e fallimentari calcoli elettorali della sinistra), il ponte Morandi sarebbe stato chiuso in tempo per evitare la catastrofe. Invece un suo candidato sindaco arrivò a dire che l’ipotesi di un collasso del Ponte Morandi era una “favoletta” messa in giro per spingere la soluzione della Gronda. Era il 2013. La pericolosità dell’ideologia grillina è stata confermata nell’ultimo anno dal Governo guidato da Giuseppe Conte. Hanno votato alcune leggi di pura demagogia per rafforzare la loro base elettorale nel Meridione, come il reddito di cittadinanza. E non sono stati nemmeno capaci di fare le cose per bene. Ora, la crisi di Governo è stata annunciata anche se non formalmente aperta. Ma lo sarà davvero? Fate un po’ i conti: stando ai sondaggi, tutti i partiti tranne Lega, FdI e Pd perderebbero metà dei seggi, ma nel Pd dove in Parlamento domina Renzi, le nuove liste saranno da pulizia etnica. Perché Renzi e i suoi dovrebbe immolarsi? E con lui i 5 stelle. E Berlusconi poi? Come fa a fidarsi di Salvini? Forse nemmeno se gli promettesse di chiudere la Rai e fare di Mediaset la sola rete nazionale italiana. Eppure, di fronte al problema di fondo, la burocrazia che stritola l’Italia, le tasse (concentrate su pochi) che la affondano, tutto quello che sa proporre Di Maio come misura qualificante è la riduzione del numero dei parlamentari. In Italia, dove si legifera su tutto, anche sulla lunghezza del collare dei cani, senza un organico adeguato di Deputati e Senatori l’attività legislativa si incaglierà del tutto. Certo sarebbe meglio snellire le procedure, escludere il Senato dal processo legislativo, magari non alla maniera arronzata nel bar del borgo sull’Arno che voleva Renzi, piuttosto con una definizione di ruoli come negli Usa. Ma i 5 stelle il Senato hanno lottato per conservarlo e per conservare l’attuale complesso iter legislativo. A loro, in nome dell’odio sociale che è il loro carburante, preme togliere qualche stipendio sopra i mille euro. Ecco perché i sondaggi anticipano la giusta disgregazione elettorale del Movimento. Che poi il Pd vada dietro a Di Maio, riesumando il sogno di Bersani, è segno che la tabe è rimasta ben radicata, come un virus maligno, nel cervello della auto proclamata sinistra. Di fronte all’emergenza, hanno riesumato anche Beppe Grillo. I genovesi una volta amavano definirsi così: “Strinzo i denti, riso raeo, son zeneize, parlo ciaeo” (Stringo i denti, rido poco, sono genovese, parlo chiaro).  Forse è il momento che riesumino il loro mantra. E prendano le Pagine Gialle nazionali, forse il male è molto più diffuso.

Emanuele Buzzi per il “Corriere della sera” il 29 luglio 2019. Ancora più defilato, se possibile. Beppe Grillo si prepara a una nuova stagione, politica e artistica. E lo fa seguendo un percorso sempre più netto. Sta lavorando, dicono i rumors, a un nuovo spettacolo. E i Cinque Stelle? Un altro passo di lato: da leader a padre nobile, a spettatore attento. Il Movimento e Beppe Grillo hanno imboccato strade parallele. Ormai distanti anche fisicamente: Grillo non ha preso parte nemmeno alla chiusura della campagna elettorale per le Europee e nel suo ultimo blitz a Roma non ha incontrato i big. Certo, i contatti con i vertici e gli altri big (a partire da Davide Casaleggio) ci sono sempre e sono costanti. Ma il fondatore nelle ultime settimane è stato molto caustico nei confronti dei pentastellati. Durante il suo ultimo show a Pontenure, alle porte di Piacenza, pochi giorni prima del suo settantunesimo compleanno, ha ironizzato: «Eravamo un acquario: io, Casaleggio, Di Battista. Poi l' acquario è bollito e oggi siamo una zuppa di pesce». Pochi giorni dopo ha accolto i cambiamenti proposti per la riorganizzazione del Movimento a suo modo, prendendo di mira il «mandato zero» (ieri Luigi Di Maio, incontrando gli attivisti calabresi, ha precisato che «non sono novità calate dall' alto»). «Il mandato ora in corso è il primo di un lungo viaggio...Ma di andarmene a casa non ho proprio il coraggio...», aveva commentato invece il garante parafrasando il testo della canzone «Se mi lasci non vale», nell' interpretazione di Julio Iglesias. E solo pochi giorni fa è tornato a pungere ancora i Cinque Stelle, intervenendo con un post molto caustico sulla questione del via libera del premier Giuseppe Conte all' Alta velocità Torino-Lione (battaglia su cui Grillo si è speso in prima persona, venendo anche condannato in primo grado e poi prescritto). Il garante si è detto «molto scontento della situazione che si è venuta a creare». Ora per l' anno che verrà il fondatore del Movimento sta pensando a un ulteriore impegno. Grillo, raccontano i ben informati, sta lavorando a un nuovo spettacolo da portare in scena nei prossimi mesi, c' è chi ipotizza anche in autunno. Uno show pungente in cui prenderà di mira tutti. Compresi anche i pentastellati. Un passo che suona quasi come uno strappo, a dieci anni dalla nascita del M5S. Ma i timori vengono fugati dal Movimento. Alcuni Cinque Stelle al momento si limitano a commentare: «Beppe ha sempre preso di mira chi governa». E su un ulteriore allontanamento, d' è chi dice: «Ovvio che ci manchi, ma lui ha sempre detto che avrebbe fatto camminare il Movimento sulle sue gambe. Ed è stato di parola», dicono alcuni pentastellati.

Se nemmeno Grillo vota i grillini. Il Garante ha perso la pazienza. Il comico boccia il governo gialloverde: "Come stare in traghetto mentre hai il mal di mare". Francesco Maria Del Vigo, Venerdì 17/05/2019, su Il Giornale. Alla fine il primo a essersi rotto le scatole del governo dei grillini è proprio lui: Beppe Grillo. L'uomo che li ha creati e che ha dato loro il nome, il suo nome. Quello con cui continuiamo tutti a chiamarli: grillini, appunto. Ma Grillo, a giudicare dall'intervista che ha rilasciato a Sette, il settimanale del Corriere della Sera, non è più grillino. Che qualcosa si fosse incrinato tra lo scienziato pazzo e la sua creatura, lo avevamo già capito. Il Grillo che si guarda riflesso nello specchio della politica non si piace affatto. E non perde occasione per dirlo. I segnali, d'altronde, c'erano tutti: il nome tolto dal simbolo, un blog separato da quello del Movimento che tratta temi sempre più visionari e surreali, il ritorno agrodolce sui palchi dove non può non fare a meno di fare quello che gli viene meglio: sbertucciare i potenti. Ma i potenti sono i suoi, questa volta, e pure la sua satira è costretta a marciare con il freno a mano tirato, per non rovinare nel ridicolo. Se Grillo non avesse fondato i grillini ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate a sentirlo sbeffeggiare Di Maio che sbaglia i congiuntivi e Toninelli che parla di tunnel inesistenti. Sembrano i bersagli perfetti per la sua satira. Così Grillo ha fatto un passo di lato ed è tornato sul palco, paradossalmente, per gustarsi lo spettacolo. Ma non il suo, quello dei suoi. E non possiamo negare che a volte sarebbe esilarante, se non ci fosse di mezzo il nostro Paese. «Volevano bruciarmi, allora mi sono spostato, malignamente vorrei sottrarmi alle cause», dice Grillo a proposito delle cause intentate dagli espulsi. Poi è ancora più chiaro e disilluso: «Il mio ruolo è come quello dei primi stadi dell'Apollo: fornisci la spinta, l'energia, poi ti stacchi un po'. C'erano solo due possibilità: continuare a essere il capo del Movimento oppure assumere la posizione del garante». Il comico non nasconde il senso di disagio e amarezza di fronte alle peripezie del governo gialloverde: «È come stare sul traghetto mentre soffri il mal di mare». E non manca neppure il solito attacco all'alleato-nemico Salvini, quello che finisce sempre al centro delle sue battute più caustiche: «Ritengo le sue idee allo stesso livello dei dialoghi di uno spaghetti western. Lo manderei a calci a fare il suo lavoro al Viminale, però siamo al governo, dobbiamo essere più consapevoli». Ed è tutto chiaro: questo è un Grillo di lotta, il solito Grillo di lotta, ma con la differenza non da poco che ora al governo ci sono i grillini. E lui non riesce proprio a capacitarsene. Dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e sono finiti a fare i pesci in barile nei palazzi del potere. Anche su un'eventuale sconfitta alle prossime elezioni europee il comico genovese è sibillino: «Se le prossime elezioni europee andranno male devo sfiduciarlo? Quello che conta è non perderci, non la possibilità di perdere». Una frase che vuol dire tutto e niente, ma che marca ancora una volta la distanza sempre crescente tra il garante e il leader politico dei pentastellati, quel Di Maio che poche settimane fa il comico ha liquidato con una dichiarazione tombale: «Bisogna avere pazienza con lui, è giovane». E ora pare che la pazienza la abbia persa anche lui. Grillo continua a fare Grillo, ma forse non si rende conto che parla più come il leader dell'opposizione che come il fondatore del partito che pilota l'esecutivo. E la prima impressione che rimane dopo aver letto la sua intervista è chiara: nemmeno Grillo ha più voglia di votare questi grillini. 

AVETE CAPITO PERCHÉ GRILLO NON È PIÙ GARANTE DEL M5S? Mauro Suttora per ''Libero Quotidiano'' il 5 aprile 2019. Che sfortunato Davide Casaleggio. Proprio nel giorno delle primarie online per scegliere i candidati alle europee del 26 maggio, la sua piattaforma Rousseau è stata dichiarata fuorilegge dal Garante della Privacy. «Non garantisce gli standard minimi di segretezza e sicurezza del voto, che è manipolabile dagli organizzatori in qualsiasi momento, senza lasciar traccia». La sanzione è salata: 50mila euro. Da sempre i dissidenti grillini denunciavano l' assurdità di far votare gli iscritti del primo partito italiano sul server privato della società commerciale milanese Casaleggio & Associati. E senza alcuna certificazione esterna, tranne in due casi (le presidenziali 2013 e il voto per un nuovo statuto). Il Garante avvertiva già da due anni della fragilità di Rousseau. Il rampollo Casaleggio, succeduto dinasticamente al padre Gianroberto dopo la sua morte tre anni fa, aveva assicurato di avere riparato le falle del sistema. Che però qualche burlone hackera allegramente in varie votazioni. E che ora viene giudicato irregolare alla radice. La tegola sul Movimento 5 stelle (M5s) arriva proprio alla vigilia di Sum 2019, che si apre domani a Ivrea: il convegno annuale in cui Casaleggio junior si autoproclama «guru del futuro», giurando però di non essere il capo del M5s con Luigi Di Maio, ma un semplice «tecnico al servizio del movimento». A Ivrea in livrea arriveranno domani, fra gli altri, Franco Bernabé (ex ad Eni e Telecom, dirigente del club Bilderberg, una volta odiato dai grillini complottisti), Marco Travaglio e l' allenatore Zeman. Sarà dura, questa volta, magnificare le doti di Rousseau («piattaforma per la democrazia unica al mondo«), ma rivelatasi una ciofeca. Qualche grillino ora per disperazione sosterrà che si tratta di una vendetta in extremis del presidente della authority Garante della Privacy, Antonello Soro, ex deputato Pd, in scadenza quest' anno. Ma la multa di 50mila euro rischia di essere nulla in confronto ai 75mila euro di risarcimento danni cui è già stato condannato finora il M5s nelle cause intentate dai numerosi grillini radiati ingiustamente in questi anni. Cifra che aumenterà di molto, perché riguarda solo i primi espulsi: Roberto Motta e Antonio Caracciolo a Roma hanno ottenuto 30mila euro nel 2018, Mario Canino sempre a Roma 22mila euro a gennaio, più sei attivisti napoletani. Ma sono pendenti altre nove cause con una trentina di "vittime" in tutta Italia: due a Palermo con l' ex deputato Riccardo Nuti, una a Genova con Marika Cassimatis, cacciata da Grillo dopo aver vinto le primarie per sindaco, altre due a Napoli con ben 23 attivisti, e altre quattro a Roma. I soldi dovranno tirarli fuori Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Ed è questo il principale motivo per cui il comico genovese si è allontanato dalla sua creatura: per non essere travolto finanziariamente dalla gestione autoritaria del movimento fondato nel 2009. Intanto ieri i Cinquestelle sono stati messi sotto scrutinio in un convegno all' Umanitaria di Milano dall' associazione di giuristi Italiastatodidiritto, presieduta dall' avvocato Simona Viola. Il tema era: «Il M5s crede veramente alla democrazia, o si regge su princìpi non democratici riducendo i suoi 330 parlamentari a semplici portavoce?» Per Fabrizio Cassella, docente di diritto costituzionale all' università di Torino, la risposta è chiara: «I Cinquestelle violano la Costituzione, che all' articolo 67 esclude il vincolo di mandato. Ogni parlamentare rappresenta la Nazione, e per approvare leggi nell' interesse generale dev' essere libero di argomentare, dibattere e negoziare, arrivando assieme ai suoi colleghi a una sintesi che bilanci i vari interessi particolari». Ai deputati e senatori grillini, invece, tocca obbedire a una ferrea disciplina di partito. E chi osa dissentire viene punito con l' espulsione. È capitato a 40 di loro la scorsa legislatura, e ad altri quattro in questa. Il comandante Gregorio De Falco, in particolare, che un anno fa fu l' acquisto più prestigioso nella nuova compagine parlamentare (noto per aver intimato al capitano Francesco Schettino di non abbandonare la sua nave), è stato cacciato a gennaio. Non aveva votato la fiducia sul decreto sicurezza. «Mi rendo conto che difendere il divieto di vincolo di mandato in un Paese di trasformisti non è popolare», ammette l' avvocato Guido Camera, «ma in democrazia la forma è tutto. Possiamo avere idee diverse sul contenuto delle leggi, ma sulle regole del gioco per farle dobbiamo essere tutti d' accordo». E i referendum, caposaldo della democrazia diretta propagandata dai grillini? «Guardiamo alla Svizzera, il loro Paese ideale», ha detto il professor Dino Guido Rinoldi dell' università Cattolica di Milano, «dove lo scorso 25 novembre i cittadini hanno detto no a un quesito che voleva ridurre l' efficacia dei trattati internazionali». Tipico tema sovranista, mentre gli elvetici si sono dichiarati ben felici di sottostare a leggi sovranazionali. «Principio presente nell' articolo 11 della nostra Costituzione: l' Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».

CHI DECIDE? «In realtà nei referendum la risposta è sempre importante quanto la domanda», ha avvertito Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale. Chi decide quali argomenti sottoporre a un sì e a un no, e in che forma? Nel caso dei grillini, è sempre la srl Casaleggio, dall' alto, a formulare i quesiti online per i suoi iscritti. Non c' è mai stata una votazione su iniziativa della base. In questo senso una testimonianza preziosa è, dall' interno, quella di Nicola Biondo. Già responsabile della comunicazione dei deputati grillini, Biondo pubblica proprio in questi giorni il suo secondo libro sul M5s: 'Il sistema Casaleggio' (ed. Ponte alle Grazie, con Marco Canestrari): «Il vero padrone del movimento non è mai stato Grillo, ma prima Gianroberto Casaleggio e poi il figlio Davide.

Beppe Grillo, dramma M5s: bombardato di cause e assediato dai debiti, perché vuole mollare, scrive Mauro Suttora il 6 Aprile 2019 su Libero Quotidiano. Che sfortunato Davide Casaleggio. Proprio nel giorno delle primarie online per scegliere i candidati alle europee del 26 maggio, la sua piattaforma Rousseau è stata dichiarata fuorilegge dal Garante della Privacy. «Non garantisce gli standard minimi di segretezza e sicurezza del voto, che è manipolabile dagli organizzatori in qualsiasi momento, senza lasciar traccia». La sanzione è salata: 50mila euro. Da sempre i dissidenti grillini denunciavano l' assurdità di far votare gli iscritti del primo partito italiano sul server privato della società commerciale milanese Casaleggio & Associati. E senza alcuna certificazione esterna, tranne in due casi (le presidenziali 2013 e il voto per un nuovo statuto). Il Garante avvertiva già da due anni della fragilità di Rousseau. Il rampollo Casaleggio, succeduto dinasticamente al padre Gianroberto dopo la sua morte tre anni fa, aveva assicurato di avere riparato le falle del sistema. Che però qualche burlone hackera allegramente in varie votazioni. E che ora viene giudicato irregolare alla radice. La tegola sul Movimento 5 stelle (M5s) arriva proprio alla vigilia di Sum 2019, che si apre domani a Ivrea: il convegno annuale in cui Casaleggio junior si autoproclama «guru del futuro», giurando però di non essere il capo del M5s con Luigi Di Maio, ma un semplice «tecnico al servizio del movimento». A Ivrea in livrea arriveranno oggi, fra gli altri, Franco Bernabé (ex ad Eni e Telecom, dirigente del club Bilderberg, una volta odiato dai grillini complottisti), Marco Travaglio e l' allenatore Zeman. Sarà dura, questa volta, magnificare le doti di Rousseau («piattaforma per la democrazia unica al mondo«), ma rivelatasi una ciofeca. Qualche grillino ora per disperazione sosterrà che si tratta di una vendetta in extremis del presidente della authority Garante della Privacy, Antonello Soro, ex deputato Pd, in scadenza quest' anno. Ma la multa di 50mila euro rischia di essere nulla in confronto ai 75mila euro di risarcimento danni cui è già stato condannato finora il M5s nelle cause intentate dai numerosi grillini radiati ingiustamente in questi anni. Cifra che aumenterà di molto, perché riguarda solo i primi espulsi: Roberto Motta e Antonio Caracciolo a Roma hanno ottenuto 30mila euro nel 2018, Mario Canino sempre a Roma 22mila euro a gennaio, più sei attivisti napoletani.

Nove procedimenti - Ma sono pendenti altre nove cause con una trentina di "vittime" in tutta Italia: due a Palermo con l' ex deputato Riccardo Nuti, una a Genova con Marika Cassimatis, cacciata da Grillo dopo aver vinto le primarie per sindaco, altre due a Napoli con ben 23 attivisti, e altre quattro a Roma. I soldi dovranno tirarli fuori Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Ed è questo il principale motivo per cui il comico genovese si è allontanato dalla sua creatura: per non essere travolto finanziariamente dalla gestione autoritaria del movimento fondato nel 2009. Intanto giovedì i Cinquestelle sono stati messi sotto scrutinio in un convegno all' Umanitaria di Milano dall' associazione di giuristi Italiastatodidiritto, presieduta dall' avvocato Simona Viola. Il tema era: «Il M5s crede veramente alla democrazia, o si regge su princìpi non democratici riducendo i suoi 330 parlamentari a semplici portavoce?» Per Fabrizio Cassella, docente di diritto costituzionale all' università di Torino, la risposta è chiara: «I Cinquestelle violano la Costituzione, che all' articolo 67 esclude il vincolo di mandato. Ogni parlamentare rappresenta la Nazione, e per approvare leggi nell' interesse generale dev' essere libero di argomentare, dibattere e negoziare, arrivando assieme ai suoi colleghi a una sintesi che bilanci i vari interessi particolari».

Ai deputati e senatori grillini, invece, tocca obbedire a una ferrea disciplina di partito. E chi osa dissentire viene punito con l' espulsione. È capitato a 40 di loro la scorsa legislatura, e ad altri quattro in questa. Il comandante Gregorio De Falco, in particolare, che un anno fa fu l' acquisto più prestigioso nella nuova compagine parlamentare (noto per aver intimato al capitano Francesco Schettino di non abbandonare la sua nave), è stato cacciato a gennaio. Non aveva votato la fiducia sul decreto sicurezza. «Mi rendo conto che difendere il divieto di vincolo di mandato in un Paese di trasformisti non è popolare», ammette l' avvocato Guido Camera, «ma in democrazia la forma è tutto. Possiamo avere idee diverse sul contenuto delle leggi, ma sulle regole del gioco per farle dobbiamo essere tutti d' accordo». E i referendum, caposaldo della democrazia diretta propagandata dai grillini? «Guardiamo alla Svizzera, il loro Paese ideale», ha detto il professor Dino Guido Rinoldi dell' università Cattolica di Milano, «dove lo scorso 25 novembre i cittadini hanno detto no a un quesito che voleva ridurre l' efficacia dei trattati internazionali». Tipico tema sovranista, mentre gli elvetici si sono dichiarati ben felici di sottostare a leggi sovranazionali. «Principio presente nell' articolo 11 della nostra Costituzione: l' Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».

Chi decide? - «In realtà nei referendum la risposta è sempre importante quanto la domanda», ha avvertito Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale. Chi decide quali argomenti sottoporre a un sì e a un no, e in che forma? Nel caso dei grillini, è sempre la srl Casaleggio, dall' alto, a formulare i quesiti online per i suoi iscritti. Non c' è mai stata una votazione su iniziativa della base. In questo senso una testimonianza preziosa è, dall' interno, quella di Nicola Biondo. Già responsabile della comunicazione dei deputati grillini, Biondo pubblica proprio in questi giorni il suo secondo libro sul M5s: 'Il sistema Casaleggio' (ed. Ponte alle Grazie, con Marco Canestrari): «Il vero padrone del movimento non è mai stato Grillo, ma prima Gianroberto Casaleggio e poi il figlio Davide. Abbiamo così il partito che governa una delle principali potenze industriali del mondo in mano a una società privata. I grillini hanno avuto successo opponendosi al finanziamento pubblico dei partiti e alla Casta dei politici. Bene. Ma ora usano anche loro i milioni pubblici dei gruppi parlamentari e dei loro stipendi per finanziare la società commerciale che li dirige. Insomma, la Casta mantiene se stessa. Almeno prima il finanziamento ai partiti serviva anche per tenerne aperte le sezioni territoriali, palestra di democrazia. Adesso invece c' è solo la piattaforma Rousseau. Che finalmente è stata giudicata per quel che è». Mauro Suttora

Beppe Grillo offese professore di chimica ambientale: adesso dovrà risarcirlo con 50 mila euro. Il Corriere del Giorno l'8 Luglio 2019. Nel corso dei vari gradi di processo le cose si sono concluse con un risarcimento di 50mila euro, oltre alla condanna di Grillo a pagare anche 2200 euro di spese legali all’avversario costituitosi parte civile. Per la Cassazione, quanto attribuito da Grillo al ‘prof’ è vero e di interesse pubblico “tuttavia le espressioni usate (da Grillo n.d.r.) sono offensive in quanto, pur rispondendo alle frasi pronunciate dal Battaglia, stante l’esigenza di porre l’opinione pubblica a conoscenza di tale censurato orientamento, si sono sostanziate, almeno per una parte in attacchi personali”. ROMA – Il comico di professione e di fatto Beppe Grillo, “garante” del M5S,  deve pagare 50mila euro al docente universitario di chimica ed editorialista professore Franco Battaglia,  “negazionista” del cambiamento climatico e sostenitore dell’energia nucleare, per averlo attaccato con “espressioni offensive” durante un comizio alla vigilia del referendum "pro atomo" del 2011. Lo ha stabilito la Corte Cassazione che ha annullato per prescrizione la condanna penale inflitta al ‘padre’ dei Cinquestelle, come si apprende dalle motivazioni depositate nella sentenza 29489 della Suprema Corte e relative all’udienza svoltasi lo scorso 3 aprile alla Quinta Sezione Penale. In primo grado invece Grillo era stato condannato, dal Tribunale di Ascoli Piceno, a un anno di reclusione, oltre al risarcimento del danno in favore di Battaglia, con concessione della provvisionale a carico di Grillo da 50 mila euro, che è stata confermata dalla Cassazione. In appello, la condanna al carcere era stata sostituita dalla multa mentre veniva confermato l’indennizzo per il professore universitario anche perchè – sostengono gli ermellini della Suprema Corte – la difesa di Grillo non aveva contestato né l’entità del risarcimento né il suo fondamento con “specifici motivi di ricorso”, come richiede la legge. “Non puoi permettere a un ingegnere dei materiali e neanche a un ingegnere nucleare, parlo di Battaglia, consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire così, con nonchalance, che a Cernobyl non è morto nessuno: io ti prendo a calci nel c… e ti sbatto fuori dalla televisione, prendo un avvocato e ti denuncio e ti mando in galera. Quale dialogo, non ne voglio più di dialogo“, aveva detto Grillonella sua polemica a distanza con Battaglia. Nel corso dei vari gradi di processo le cose sono andate diversamente e si sono concluse con un cospicuo risarcimento, oltre alla condanna di Grillo a pagare anche 2200 euro di spese legali all’avversario costituitosi parte civile. Per la Cassazione, quanto attribuito da Grillo al prof è vero e di interesse pubblico “tuttavia le espressioni usate sono offensive in quanto, pur rispondendo alle frasi pronunciate dal Battaglia, stante l’esigenza di porre l’opinione pubblica a conoscenza di tale censurato orientamento, si sono sostanziate, almeno per una parte in attacchi personali“.

Giravolta del giustizialista Grillo: diffama e poi sfrutta la prescrizione, scrive Franco Battaglia, Venerdì 05/04/2019, su Il Giornale. «La prescrizione, in Italia, è l'àncora di salvezza dei delinquenti. Oggi, un delinquente che è stato beccato inconfutabilmente con le mani nella marmellata, fa di tutto per allungare i tempi processuali e ottenere la prescrizione del reato. Il M5s, fin dal primo momento in cui è entrato in Parlamento, ha proposto di interrompere la prescrizione dal momento del rinvio a giudizio per tutta la durata del processo. È una norma semplice ed efficace che impedirebbe numerosissime ingiustizie. Quando un reato si estingue per prescrizione, lo Stato fallisce due volte: una perché non è riuscito ad accertare la verità; un'altra volta perché viene cancellato tutto l'impegno profuso da giudici, avvocati, cancellieri, inquirenti, ecc., con un inaudito sperpero di denaro pubblico. Tra imprenditori e politici, coloro che hanno usufruito, a vario titolo, della prescrizione sono tantissimi (solo per fare alcuni esempi: de Benedetti, Berlusconi, Andreotti, Calderoli, D'Alema). La prescrizione deve interrompersi dopo il rinvio a giudizio: chiediamo al governo di mantenere i propri impegni!». Così tuonava Alfonso Bonafede, probabilmente in un discorso alla Camera dei deputati, com'è riportato sulla pagina del 24 ottobre 2015 del blog del suo intimo amico, Beppe Grillo. Bonafede è ministro della Giustizia da molti mesi, ma ieri, 3 aprile, Beppe Grillo ha avuto estinto uno dei suoi tanti reati di diffamazione, proprio per prescrizione. Più precisamente è lo stesso Grillo che, prostratosi in ginocchio innanzi ai giudici della Corte di Cassazione ha chiesto e ottenuto di avvalersi di una prescrizione che, solo per mero vizio formale del Tribunale di Ascoli Piceno gli è stata, obtorto collo, riconosciuta. Ecco i fatti. Nel 2011 Grillo, in pubblico comizio a San Benedetto del Tronto, pronunciava gravissime parole infamanti nei miei confronti, accusandomi di mentire perché sarei al soldo di multinazionali non meglio specificate: comunque al soldo dei cattivi. Posto che io insegno a 400 studenti l'anno che pagano le tasse, e che l'università mi paga uno stipendio, c'è un sacco di gente desiderosa di sapere se è vero che io insegni cose false perché qualcuno mi paga. Onde per cui, mio malgrado, ero stato costretto a querelare Beppe Grillo, non certo per avermi egli apostrofato, in quel comizio, «coglione» (che ci può stare), o per avermi minacciato di prendermi a calci in culo e di sbattermi in galera, nonché informato che mi avrebbe impedito di partecipare a interventi pubblici in tv («come si faceva ai tempi del fascismo con gli antifascisti», precisò il comico). Il pubblico ministero di Ascoli Piceno, in seguito alla mia querela, rinviava Grillo a giudizio non per diffamazione, ma per diffamazione aggravata dalla recidiva (pare che Grillo avesse dato della «vecchia puttana» al premio Nobel Rita Levi Montalcini e avesse dovuto patteggiare la pena). A causa della recidiva, la prescrizione di Grillo si sarebbe estesa a 9 anni. Però, il giudice di primo grado, nel comminargli la pena di un anno di reclusione, si dimenticava, per quel che capisco io, di specificare nella sentenza che la pena comminata teneva conto dell'aggravante della recidiva. Ma era evidente che ne stava tenendo conto, vista la severissima pena (tant'è che il Pm di primo grado, quello che aveva rinviato Grillo a giudizio «per diffamazione aggravata dalla recidiva», aveva chiesto seimila euro di ammenda). Pur Grillo assente, ieri in Cassazione se ne respirava nell'aria la presenza querula e piagnucolante: anziché rinunciare alla prescrizione come un minimo di coerenza e decoro gli imponevano, il comico implorava l'Alta corte di tener conto del fatto che la dimenticanza del giudice di Ascoli Piceno comportava, a norma di legge, che la pena non stava sottintendendo alcuna aggravante per recidiva e, di conseguenza, il proprio reato andava dichiarato bell'e prescritto. Inoltre, in sede di Cassazione, Grillo ricorreva adducendo un'altra mezza dozzina di ragioni, nessuna delle quali è stata dall'Alta corte accolta. A parte il cavillo della recidiva. Per farla breve, tutti i tre gradi di giudizio hanno confermato il reato di diffamazione di Grillo, ma siccome sono trascorsi i termini della prescrizione del reato senza recidiva (anche se il comico è recidivo), il reato di Grillo è estinto. Egli non deve pagare allo Stato alcunché, neanche i 6000 euri comminatigli dalla Corte d'appello di Ancona. A me rimane l'amarezza non certo edulcorata dalla piccola provvisionale ricevuta grazie al tenace impegno dei miei legali, i bravissimi Cesare Placanica e Lauretta Giulioni che codesto individuo maleducato non ha neanche sentito il bisogno di chiedere scusa: le persone normali lo fanno anche solo per una gomitata inavvertitamente inferta. E mi rimangono ancora due domande: primo, come mai il ministro della Giustizia grillino ha idee diverse dalle mie sulla prescrizione; e, secondo, mi chiedo se Luigi Di Maio espellerà Beppe Grillo dal Movimento dei grillini con la stessa prontezza esercitata verso tale Marcello De Vito che, mi risulta, pur accusato di ordinarie nefandezze, non è stato condannato a niente. Me lo voglio proprio vedere questo film.

Di Maio e Casaleggio nuovi fondatori del Movimento 5 Stelle. Non c’è più Grillo: è garante, scrive domenica, 10 marzo 2019 Il Corriere.it. Beppe Grillo? Per la prima volta non compare (o quasi) nelle carte dell’associazione che regola la vita dei Cinque Stelle. I «nuovi» soci fondatori del Movimento sono Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, una scelta dettata dalla volontà di tracciare idealmente un filo conduttore nella storia pentastellata: il leader e il figlio dello stratega e co-fondatore. Tre pagine che cambiano la pelle del Movimento e danno inizio alla nuova fase, quella lanciata a Italia 5 Stelle a Rimini con l’elezione del nuovo capo politico e che arriva fino ad oggi. Tre pagine sanciscono l’atto costitutivo di associazione — come si legge — denominata Movimentò 5 Stelle, che raccoglie l’eredità delle associazioni che hanno retto i pentastellati dalla loro nascita fino a fine 2017. È la sera del 20 dicembre 2017 quando a Milano si presentano davanti al notaio Valerio Tacchini — punto di riferimento per gli atti M5S — nel suo studio in una delle vie del centro, Casaleggio e Di Maio, già lanciato nella campagna elettorale per le Politiche («Stiamo agli ultimi passaggi di una repubblica al tramonto», dice quel giorno). Sono loro due a dar vita alla nuova associazione che — si legge — ha una sede legale e una sede operativa a Roma (ma il leader secondo le regole vidimate quella sera ha il potere da statuto di sopprimere o istituire eventuali sedi operative). Beppe Grillo, che era a capo dell’associazione punto di riferimento per i pentastellati quando si sono presentati alle Politiche 2013, compare come garante. Una scelta — viene spiegato — dettata da una necessità giuridica, assicurare uno status di imparzialità alla figura del garante. Un momento preciso (l’atto viene firmato alle 20.14) in cui Grillo — che proprio in quel periodo aveva deciso di riprendere le redini del suo blog — diventa ufficialmente il padre nobile. Nell’atto costitutivo compare, invece, Casaleggio, che fino a quel momento aveva solo ruoli legati all’Associazione Rousseau (la piattaforma viene nominata come punto di riferimento per i 5 Stelle nello statuto allegato). E a proposito di punti di riferimento tecnologici, nel testo si legge che l’associazione «promuove, attraverso idonee piattaforme internet o altre modalità, eventualmente non telematiche, la consultazione dei propri iscritti». C’è un punto che riguarda il leader. «I comparenti conferiscono espresso mandato al capo politico affinché lo stesso possa modificare e/o integrare il presente atto e i relativi allegati, senza alterarne il significato sostanziale». Ma si tratta di un passaggio legato alle modifiche formali per eventuali errori tecnici. Le modifiche statutarie per i principi associativi competono agli associati (previo raggiungimento di determinati quorum), gli iscritti al Movimento. Sono menzionati anche, oltre al garante, i componenti del comitato di garanzia e del collegio dei probiviri. Tutti — per assumere i ruoli — hanno dovuto dare una conferma a Di Maio. Infatti, nei loro casi «l’accettazione della carica» coincide «con una semplice comunicazione scritta, anche mediante messaggio di posta elettronica, spedita all’indirizzo del capo politico».

Beppe Grillo, l'uomo che volle farsi Napoleone. Dopo essere stato l'anima ed il fondatore Grillo è ormai ai margini del Movimento 5 Stelle, scrive  Giampaolo Pansa il 22 marzo 2019 su Panorama. Un leader del passato o un cialtrone? Beppe Grillo suscita sempre questo dilemma. Da cronista sono anni che lo seguo. Mi rammento soprattutto dell’estate 2012, la campagna elettorale siciliana. Iniziata con la traversata a nuoto dello stretto di Messina. Il voto dell’isola aveva regalato a Grillo un altro trionfo. La vittoria gli consentì di ritornare alla sua villa di Genova convinto di rendere ancora più ferreo il controllo sul Movimento che aveva fondato. Chi non obbediva ai suoi proclami venne cacciato. Per sfottere Bersani & c. che si vantavano delle loro primarie, Grillo si inventò le Parlamentarie. Tutte condotte sul web e con modi così privati e aspri, da dittatore anarchico, che gli valsero l’accusa di comportarsi come un nuovo Mussolini. A me sembrava piuttosto un Napoleone redivivo e per di più di natura stellare. Ormai esistevano molti indizi per tracciarne un profilo realistico. E il primo dato che affiorava era quello di essere un ridicolo bufalibron. È una vecchia parola di slang padano, soprattutto pavese. Indica un tizio che non sa un cavolo di niente, non ha mai aperto un libro, ma si è limitato a soffiare sulle pagine per farle scorrere e dare la sensazione di averle lette e meditate. Mi suggerisce questa immagine l’identikit di Grillo rivelato da lui medesimo. Grillo era un presuntuoso al cubo tanto da presentarsi come il Grande sterminatore che stava ammazzando i partiti. Con una forza e una velocità da costringerlo a suggerire alla casta di suicidarsi con più lentezza: «Sono anni che dico che i partiti sono morti, ma adesso spariscono troppo rapidamente. Fate con calma, non esagerate a prendermi alla lettera». La presunzione lo spingeva a dare di sé un ritratto surreale: «Sono vent’anni che giro il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi della Terra. Mi sono fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E adesso i partiti pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto!». Ma Grillo, come accade a tanti attori di teatro, era un fantastico trasformista. Amava mutare personaggio e mostrarsi impaurito: «La liquidazione del sistema dei partiti è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e di non trovare più nulla. E poi come si fa? Noi non siamo pronti a riempire un vuoto così vistoso». Già, chi poteva colmare questo baratro e sostituirsi alla Casta in dissoluzione? Ecco una domanda che nessuno poneva a Grillo. Anche presentandogli qualche ipotesi. Un potere alieno? Le truppe della Nato? Una forza militare interna, per esempio i carabinieri? L’invasione di milioni di cinesi, già presenti sul territorio con nutrite avanguardie? La presunzione del Napoleone stellare emergeva nel descrivere come sarebbe diventato il Parlamento italiano bonificato da lui. Ne usciva un bordello terrificante. Rappresentanti di liste civiche. Movimenti di gente perbene. Esperti. Gli eletti delle Cinque stelle. I No-Tav. Quelli dell’acqua pubblica e dei beni comuni. I referendari. «Magari ci troveremo pure il povero Di Pietro, mi sa che stavolta non lo vuole nessuno». Messa in guardaroba la divisa napoleonica, Grillo ritornava a spaventarsi. Non era nato il giorno prima e sapeva bene che con quell’Armata brancaleonica sarebbe stato impossibile governare un nazione complessa come l’Italia. Infatti dichiarava che si sarebbe ben guardato dall’andare a Palazzo Chigi. E di caricarsi della croce che tutti i capi di governo debbono portare. Scandiva: «L’ho detto e lo ripeto: io nel Palazzo non ci entro, non mi lascio ingabbiare. Preferisco restare un battitore libero, un franco tiratore. Ma troveremo persone competenti e oneste per fare il premier e i ministri». La paura di cimentarsi come uomo di governo spingeva il Napoleone stellare a diventare banale: «I ministri devono essere esperti nelle loro materie. Ci vuole una selezione molto stringente». Se qualcuno gli chiedeva che cosa avrebbe deciso sull’euro, sulla politica estera, sul diritto di cittadinanza, sull’immigrazione, sulla bioetica, lui replicava: «Sono questioni troppo grandi perché possa decidere un non-leader. Faremo dei referendum popolari propositivi. In Svizzera decidono così da 200 anni». Era assai più facile rifugiarsi nelle illusioni. Grillo ne possedeva un campionario senza limiti: «Destra e sinistra sono etichette preistoriche. Dobbiamo ricostruire un’identità, una comunità locale e nazionale. Se i cittadini, e non più i partiti, diventano lo Stato, anche nazionalizzare diviene una bella parola. In Italia ci sono un milione di volontari. Io ne vorrei 60 milioni. Il mio dentista, per qualche ora la settimana, dovrà operare gratis chi ha bisogno. Il razzismo in Italia non esiste. È solo un fenomeno mediatico». Grillo era sempre pronto a ritornare allo stile che gli si adattava di più: superficiale, semplicione, da chiacchiere al bar. Il mitico taglio della spesa pubblica, si può realizzare in un batter d’occhio. L’Alta velocità ferroviaria non serve, è sufficiente cancellarla e si risparmiano 20 miliardi. Idem per i caccia bombardieri: aboliti, risparmio di 15 miliardi. Anche le province eliminate con un tratto di penna. Niente pensioni superiori ai 3 mila euro. I rifiuti delle grandi città? Meglio spedirli in Germania. Il Napoleone stellare si concedeva un solo momento di sincerità: «Per salvare l’Italia la gente si dia da fare, partecipi, rompa i coglioni, s’impegni. E io sarei il nuovo Mussolini? Più democratico di me non c’è nessuno. Lo so benissimo che non posso salvare l’Italia: io getto le basi, faccio il rompighiaccio, dissodo il terreno. Poi ogni cittadino deve camminare con le sue gambe. Io il mio lavoro l’ho fatto. Ora tocca agli italiani». E infatti molti italiani sembravano votarlo. I sondaggi davano i Cinquestelle al 30 per cento? Nessuno era in grado di saperlo. Neppure questo demagogo vestito da Napoleone, ma con la zucca vuota. Dannoso anche a se stesso. Già, che cosa prevedere? Inutile chiederlo a Casaleggio senior. Lui amava le profezie, ma a lunga distanza. Secondo un biografo di Grillo, Andrea Scanzi, il guru Gianroberto vedeva il futuro nel modo seguente: «Nel 2018 il mondo sarà diviso in due blocchi: a Ovest con internet e a Est con una dittatura orwelliana. Nel 2020 ci sarà la Terza guerra mondiale, durerà vent’anni e spazzerà via San Pietro, Notre-Dame e altri luoghi simbolici. Si useranno armi batteriologiche, il clima sarà stravolto e il mare si alzerà di 12 metri...». Oggi vediamo un altro spettacolo. Prima o poi, il mondo di Grillo sparirà. E forse avremo nostalgia delle spacconate di Napoleone.

Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, il golpe perfetto. Spulciando i documenti: Grillo fatto fuori dal M5s, scrive l'11 Marzo 2019 Libero Quotidiano. Il golpe nel Movimento 5 Stelle ora è ufficiale. Sorpresa: Luigi Di Maio non ne è la vittima, ma l'autore insieme a Davide Casaleggio. Per la prima volta, scrive il Corriere della Sera, il fondatore Beppe Grillo "non compare (o quasi) nelle carte dell'associazione che regola la vita dei 5 Stelle". I "nuovi" soci fondatori dell'Associazione Movimento 5 Stelle infatti sono proprio Di Maio e Casaleggio (figlio dell'altro co-fondatore, Gianroberto Casaleggio). In tre pagine, insomma, si cambia la storia tracciando non solo idealmente una riga sul passato recentissimo. D'altronde, la santa alleanza Casaleggio-Di Maio era già stata sancita il 20 dicembre 2017, davanti al notaio Valerio Tacchini a Milano. Già allora Grillo figurava come "garante"", una scelta "dettata da una necessità giuridica, assicurare uno status di imparzialità alla figura". Secondo il documento, "le modifiche statutarie per i principi associativi competono agli associati (previo raggiungimento di determinati quorum), gli iscritti al Movimento". Ma i veri poteri gestionali sono tutti in capo a Di Maio, a cui i membri del comitato di garanzia e del collegio dei probi viri devono comunicare di accettare la loro nomina mediante semplice comunicazione scritta, anche via mail. 

Grillo e Di Battista ai margini: i tormenti dei nuovi 5 Stelle. Pubblicato lunedì, 11 marzo 2019 da Corriere.it. «La situazione si può recuperare, vediamo che cosa succede nelle prossime settimane, se Alessandro deciderà di tornare a darci una mano in campagna elettorale. Certo, la linea è decisa e la conosce anche lui, per ora nessuno può mettere in discussione né Salvini né la maggioranza con la Lega. Se decidesse di tornare a fare campagna elettorale accettando queste regole d’ingaggio, ovviamente esordirebbe dicendo che tutte le notizie sulle ruggini tra lui e Di Maio erano inventate…». In cambio della garanzia dell’anonimato, una delle figure di maggiore esperienza all’interno del Movimento Cinque Stelle — che si muove su quella cerniera che collega il gruppo parlamentare alla Casaleggio associati e a Palazzo Chigi — riassume la situazione in cui è venuto a trovarsi Alessandro Di Battista. Che, insieme a Beppe Grillo, adesso si ritrova qualche chilometro più in là delle colonne d’Ercole fissate da Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, freschi «fondatori» della ri-costituita associazione «denominata Movimento Cinque Stelle», col «fondatore» (quello vero, e cioè il comico genovese) declassato al ruolo di semplice «garante». Oltre quelle colonne d’Ercole, fino a un nuovo ordine che probabilmente non arriverà né prima né durante né dopo le elezioni Europee, non ci si può spingere. Il governo Conte rimane un totem, l’alleanza con Salvini anche, Tav o non Tav. Per cui, una campagna elettorale per le Europee svolta sulla traccia dei mille distinguo dalla Lega — che era il piano originario del ritorno in prima fila di Di Battista — adesso è finita in soffitta. È successo tutto nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, mentre in Abruzzo si scrutinavano le schede che certificavano il primo successo del 2019 leghista e la prima disfatta dell’anno per il Movimento. Tempo qualche ora e Di Battista, a colloquio con Di Maio e con il gotha della comunicazione pentastellata, si ritrovava «fuori linea». Anzi, addirittura, artefice di una «comunicazione che ci ha mandato a sbattere». A sentire le testimonianze dirette a un mese di distanza da quella riunione, alla fine del summit il ragionamento opposto dal leader dell’ala barricadera del Movimento è più o meno questo: «Ho una presenza in televisione già fissata e mi adeguo a quello che chiedete. Dopodiché, mi faccio da parte. Se cambiate idea, fatemi sapere». L’intervista in questione era quella a Giovanni Floris per Di Martedì, su La7, rimasta celebre per gli applausi del pubblico invocati da un Di Battista rimasto anni luce distante dagli attacchi a Salvini. Ed è, a oggi, l’ultimo suo segnale di vita pubblica, reale e sui social network. Dopo di quella, il nulla. «Simul stabunt, simul cadent», si diceva già nel 2013 di Grillo e Di Battista, che da subito avevano incarnato un Movimento più intransigente che votato al dialogo, più ideologico che pragmatico, decisamente tutto di lotta e per nulla di governo. Adesso sono nella fase in cui «simul cadent». Il primo in giro col suo show, spesso oggetto di fischi e contestazioni in realtà rivolti a un governo in cui non crede. Il secondo desaparecido, ormai con un piede e mezzo di nuovo fuori dalla contesa politica, disposto a cambiare i piani del suo avvenire solo nel caso in cui il Movimento decidesse di divorziare da Salvini. Già, perché è Salvini il convitato di pietra di questa storia. Il Salvini salvato dal processo per la Diciotti dai senatori del M5S e poi dal voto su Rousseau (Di Battista e Grillo erano favorevoli al processo), il Salvini che pretende la Tav (Di Battista era ed è per il no secco), il Salvini diventato per un pezzo del Movimento un alleato da cui divorziare e per un altro pezzo l’unica speranza di salvezza. Dopo lo statuto della nuova associazione, se ci fosse la rappresentazione plastica di una scissione che culturalmente e politicamente è già sotto gli occhi di tutti, il M5S col marchio di originalità — con tanto di nome e simbolo — sarebbe là dove decideranno di stare Di Maio e Casaleggio junior. E Di Battista? Tornerà oppure no? Chissà. Nel frattempo, nelle ultime settimane, ha rifiutato anche di partecipare al piano di emergenza, quello di ignorare Salvini per concentrarsi esclusivamente sul tamponare l’emorragia di voti verso il Pd. Basti guardare la vicenda dell’arresto (poi revocato) dei genitori di Renzi, suo antico cavallo di battaglia. Niente, non ha detto neanche mezza parola.

Beppe Grillo contestato a Lecce: attivisti bruciano bandiere del M5s. Manifestanti contro Grillo a Lecce.  Il fondatore del Movimento in tour nella città pugliese è stato preso di mira da ex attivisti cinquestelle, scrive il 9 marzo 2019 La Repubblica. Dopo le contestazioni a Bari, è la volta di Lecce. Ancora fischi e urla contro Beppe Grillo, finito anche oggi nel mirino di alcuni manifestanti che lo hanno definito "traditore" e "infame". Su uno dei cartelloni che stringono tra le mani si legge: "Grillo-M5s complici di Tap, siete finiti vaffa". E così, quello che fu lo slogan utilizzato per celebrare le giornate per archiviare volgarmente il passato, è adesso un invito rivolto a chi ne fece una bandiera. Il comico si trova a Lecce, città che ospita il suo spettacolo 'Insomnia (ora dormo!)' e dove alcuni ex attivisti del M5s e cittadini contrari alla realizzazione del gasdotto Tap che approderà in Puglia portando così gas azero in Europa, hanno manifestato contro il fondatore e garante del Movimento. Una protesta in cui alcune bandiere pentastellate sono state bruciate e in cui Grillo è stato definito "garante di Ilva e di Tap". I manifestanti, che si sentono presi in giro dalle promesse non mantenute dai grillini, si sono poi rivolti a chi ha varcato l'ingresso del teatro politeama greco per assistere allo show: "Non date i vostri soldi a chi ha tradito il nostro territorio". La contestazione è rivolta anche al ministro per il Sud Barbara Lezzi.

Grillo "traditore" contestato: "Adesso dimettiti da garante". Gli attivisti protestano davanti al teatro romano dove si è esibito il fondatore. "Massacro" social per i vertici, scrive Laura Cesaretti, Mercoledì 20/02/2019, su Il Giornale. La crisi dei Cinque stelle in due istantanee di ieri: il vecchio fondatore Beppe Grillo furiosamente contestato dagli attivisti davanti al teatro romano in cui si esibiva. «Grillo traditore, volevi silenziarci!»; «Casaleggio Trouffeau»; «Da mai con i partiti ad alleati con la Lega ladrona», gli slogan. Poi l'immagine - esteticamente piuttosto ripugnante - del senatore Giarrusso che, subito dopo aver votato per salvare l'alleato di governo dal processo, fa il gesto delle manette all'avversario politico Renzi. Due episodi che riassumono perfettamente la scivolosa palude di contraddizioni in cui il partito della Casaleggio è sprofondato. Tanto che la parola «scissione» non è più tabù: «Così è inevitabile», geme più di un parlamentare. Per un movimento politico allergico per statuto alla democrazia interna, da sempre organizzato in modo leninista attorno ad una azienda privata che lo controlla, ritrovarsi lacerato tra principi identitari (in sintesi, le manette) e ragion di poltrona è uno choc. Il 41% (secondo le cifre della Casaleggio, che nessuno può controllare) che ha votato sì al processo, in nome della «coerenza» con il giustizialismo fondativo, ora minaccia di organizzarsi come una vera corrente interna, depositaria del «credo» originario. «C'è qualcuno che dice che il 41% deve andarsene, qualcun altro lo vuole etichettare come dissidenza. Io so invece che il 41% e pronto a mobilitarsi e vuole chiedere conto della direzione di questo governo», declama via Facebook Luigi Gallo, presidente della Commissione Cultura e affiliato alla fronda che fa capo a Roberto Fico. Ieri c'erano parlamentari grillini che si passavano con le lacrime agli occhi il furioso editoriale del Fatto, da sempre considerato un vero e proprio organo di partito, se non un vangelo. «Ha ragione Travaglio - si sfoga con l'Adnkronos un deputato - è stato un suicidio politico. Un voto dirimente per il destino del Movimento. Abbiamo consentito a Salvini di essere il protagonista». Luigi Di Maio, il «capo» che per non inguaiarsi ha delegato al sondaggione farlocco del blog una decisione parlamentare, affetta entusiasmo: «È stato un grande momento di democrazia, i nostri iscritti decidono e noi portiamo avanti quella linea. Ora il caso è chiuso». Ma su Facebook viene massacrato dagli attivisti che lo accusano di aver «distrutto» il M5s, di averlo «omologato» agli altri e trasformato in «una brutta copia della Lega». Lo statista di Pomigliano ha portato a casa la blindatura del patto di governo e l'asse con un Salvini che, di qui alle Europee, sarà costretto a pagargli svariate cambiali di gratitudine sulle scelte dell'esecutivo e su nomine e posti. Ma la sua posizione rimane precaria: se i prossimi appuntamenti elettorali sanciranno il precipitoso declino del M5s nelle urne, il malcontento e le rivalità interne rischiano di esplodere e di delegittimarlo. Finora, per tenere buoni i parlamentari, bastava il timore di non essere ricandidati e di finire in mezzo alla strada. Ma se il partito precipita dal 30% al 20%, come dicono i sondaggi, il potere di deterrenza nelle mani del gruppo di comando si affievolisce assai. La dissociazione di Appendino e Nogarin (la Raggi è stata ripresa per le orecchie) dal salvataggio di Salvini è un segnale chiaro: i sindaci al primo mandato, che devono fare i conti con l'elezione diretta, temono che il «poltronismo» romano li penalizzi. E Di Maio ha reagito violentemente: «Si sono fatti strumentalizzare, mi sono cadute le braccia», ha inveito nell'assemblea dei gruppi l'altra notte. I «governisti» sono in difficoltà, il ministro Bonafede si arrampica sugli specchi: «Sono stato combattuto anche io, ma si trattava di difendere una legge costituzionale», spiega confusamente. Ma sembra l'Apprendista stregone Topolino alle prese col sabba delle scope.

Fulvio Abbate per “il Dubbio” il 19 febbraio 2019. Beppe Grillo, la prima volta che l’ho visto di persona, è stato negli studi di un’emittente televisiva privata palermitana, ai margini di una circonvallazione trafficata, sarà stato il 1978, e lui era già famoso, era già Grillo, ovviamente con 30 chilogrammi in meno. Chissà che ci faceva lì, con il suo cespuglio di capelli, la salopette, indumento-vessillo del tempo interamente rivestito di denim di Fiorucci. L’uomo, il comico, il personaggio era allora assimilabile, nella sua cifra politica e antropologica, meglio, attitudinale, sia nell’aspetto sia nell’eloquio, come dire, “selvaggio”, ad altre figure della medesima ondata di anticonformismo, non necessariamente attori, non strettamente comici, gente come Rino Gaetano con “Nun te reggae più”, Enzo Carella con “Tentami, toccami con l’alito” e perfino i Pandemonium con “Tu fai schifo sempre”, allegria informale, da reduci dell'aria settantasettina. Poi, come talvolta accade, qualcuno si è accorto del ragazzo, sì, Pippo Baudo e, sia pure depotenziandone i picchi da cabaret della crudeltà, versione pop di un teatro altrimenti estremo, assodato che Grillo al naturale non può rinunciare al propellente liberatorio del turpiloquio, come in seguito avremmo visto, al punto di farne addirittura un manifesto politico, “Vaffanculo!” in luogo di “Proletari di tutti paesi unitevi”. Così facendo, l’uomo, il ragazzo, il furbetto Beppe ha raggiunto perfino le fasce protette, il banale televisivo del sabato sera, distinguendosi comunque per la sua irruenza, sia pure tra i paletti di un testo scritto, rodato, battute verificate serata dopo serata. In seguito, forte di un riscontro indubitabile, decisamente nazionalpopolare, cioè sempre baudiano, l'ex debuttante già provetto si è messo a raccontare il mondo, inviato stralunato, le sopracciglia a circonflesso, con “Te lo do io l’America”, dietro le quinte conterraneo Antonio Ricci a sostenerlo. A uno così puoi non aprire i portelloni del cinema? Eccolo accanto a Coluche, collega francese, lo stesso che, già nel 1980, si era candidato alle presidenziali del suo paese, con un appello, fiancheggiato da firme eccellenti come Pierre Bourdieu, Félix Guattari, Alain Touraine, Gilles Deleuze, dove si rivolgeva, fra molti altri, “agli sfaccendati, agli zozzoni, ai drogati, agli alcolizzati, ai froci, alle donne, ai parassiti, ai giovani, ai vecchi, agli artisti, agli avanzi di galera, alle lesbiche, ai garzoni, ai neri, ai pedoni, agli arabi, ai francesi, ai capelluti, ai buffoni, ai travestiti, ai vecchi comunisti, agli astensionisti convinti, a tutti quelli che non credono più nei politici”. Il film era “Scemo di guerra” di Dino Risi, l’anno il 1985. Chissà se nelle pause di lavorazione Coluche, anch'egli sempre in salopette, gli abbia inoculato l’idea di creare un movimento di agitazione permanente, ciò che in Italia non è riuscito a quello che si faceva chiamare Jack Folla e portava già in piazza una falange di “incazzati”. Si racconta ancora che il comico Grillo, ormai accertata voce anti-sistema, distruggesse sul proscenio dei teatri-tenda, martellata su martellata, i computer, salvo poi ricredersi dopo la visita di un “colletto bianco”, tal Casaleggio, giunto a suggerirgli che, studiando meglio, fosse preferibile rottamare la salopette da comico alternativo marginalizzato piuttosto che i pc; il resto è storia pubblica nota, cresciuta sul bisogno di risarcimento, almeno dopo l’embargo subito da parte della Rai, in seguito, si dice, alle battute su Bettino Craxi e i suoi socialisti in viaggio di Stato in Cina, versione comunque smentita da Bobo Craxi,  l’obiettivo era semmai Biagio Agnes, il direttore generale di viale Mazzini, dunque i democristiani, che non il povero Grillo, finito lì, in mezzo in quanto protetto di Baudo. Insomma, su quel torto subito, Beppe ha costruito il lato B vincente della sua carriera, uno spartiacque. Da una parte “Ahia, non ce la faccio più!”, puro musical, simpatia leggera, ordinarie battute sul costume, dall’altra un immenso e glorioso “Vaffanculo!”, pari, almeno nell’evidenza sonora, al “Vincere!” mussoliniano, e un rosario di epiteti per la numerosa controparte, per lo “Psiconano” (Berlusconi), per “Gargamella” (Bersani), per la “Salma” (Napolitano), per “Ebetino” (Renzi), per “Cancronesi” (Umberto Veronesi). Un movimento mosso innanzitutto, aldilà dei molti comprimari, dall’immensa pulsione narcisistica che trova in Grillo il primo motore immobile di se stesso. D’altronde, a chi non piacerebbe che dal proprio cognome venisse un’onda di riscontro davvero di massa e popolare? Perfino San Francesco, nella sua umiltà, ha infine accettato che potessero esistere i francescani, no? Nel caso di Beppe, plebiscitariamente, verranno battezzati subito "grilini", estensioni, se non erezioni, del promotore. Non ci soffermeremo sul suo esercito all’ombra dei gazebo, precipitato ultimo, o forse iniziale, di un’operazione di marketing politico riuscita, come già Forza Italia anni prima, la rete in luogo delle antenne di Cologno. E neppure proveremo a interrogarci sulle loro attitudini, sul loro lessico essenziale, sulle carenze, neppure sui loro inenarrabili spaventevoli errori alla prova del governo locale e non, ci basterà concentrarci unicamente su Grillo, spinterogeno comico che ha reso possibile nascita e affermazione di un ircocervo politico, indubitabile elemento di novità nel Mercante in Fiera elettorale nazionale. I cinici affermano che, assai presto, il nostro si sarebbe pentito dell’impresa con la sua mole di impegni, e forse soltanto il supporto di un Ego smisurato, in grado di fargli pronunciare ai giornalisti complimenti quali “Vi mangio e poi vi vomito!” lo avrebbe trattenuto da un subitaneo "ragazzi, ho scherzato", dai, era soltanto un gioco, dimostrare che l’avremmo vinta noi, in barba ai Fassino che mi ha schernito, fesso lui. La ragione? Si guadagna assai di più facendo il comico, riempiendo i teatri. Pensandoci bene, con oculatezza tutta ligure, se gli altri hanno ormai modo di vederti gratuitamente, quando vai in piazza Maggiore a Bologna e ti fai trasportare su un canotto sulle teste delle persone, oppure in Sicilia, ad Alcamo, e proprio in terra di mafia dici che “no, non sono venuto ad amareggiarvi con quella brutta parola alla quale spesso, ingiustamente, vi associano!”, non che la dirà, quella parola, Beppe subito loro. Già, se ti mostri gratuitamente perché poi dovrei pagare il biglietto? Dai, forse risponde al semplice entusiasmo narcisistico occasionale l’immagine di lui al balcone dell’Hotel Forum di Roma mentre proclama la vittoria del Campidoglio e di Torino, mimando i raggi del sole con le mani e poi mostrando una gruccia, una stampella, un appendino. Avremmo dovuto trovarci lì accanto a lui per intuire tutte le volte in cui Beppe Grillo deve avere sospirato, sempre con se stesso e non certo con Di Maio e Di Battista, che ogni show è accettabile se dura il giusto, d’essersi rotto anche del nuovo prestigioso giocattolo-carovana. Non è forse vero che da un certo momento in poi in poi il suo nome è andato fuori dal simbolo del Movimento 5 Stelle? Segno che la manovra di allontanamento da parte sua, del suo impegno, della sua faccia, talvolta coperta dal cappuccio, della sua effettiva volontà viene da lontano, al di là della fase declinante, dei sondaggi devastanti, è in atto da molto tempo, se non da sempre, lì a controbilanciare la parte del garante pronto, come nel gioco delle parti, a sostenere che più che di governo il MoVimento dovrà essere di lotta, un modo assai più snello di proseguire nel definitivo sganciamento, la pace festiva dopo la tempesta politica e feriale nella villa di Marina di Bibbona, magari nel dolcefarniente con Parvin, sua moglie, c'è vita oltre i meetup. Alla fine d’ogni ipotesi, resta da interrogarsi su quale sia il profilo psicologico e culturale esatto di Grillo, e per questo basterà scorrere la sua pagina Twitter, lì c’è modo di imbattersi su riflessioni sul mercato mondiale di antibiotici e antimicotici, sulla fine del lavoro o della sopravvivenza degli alberi nel deserto o ancora se si possono provare sentimenti per un robot e infine sulla notizia che il più grande parco solare al mondo sarà in Egitto, così fino a quel tweet, degno d’enigma da sfinge: “Se voti SI vuol dire NO se voti NO vuol dire SI, siamo tra il comma 22 e la sindrome di Procuste”. Quanto appare delittuoso, da parte di un signore che ha fatto della semplificazione la sua forza, sottoporre al suo mondo, e lateralmente anche a tutti noi, un simile quesito labirintico ovvero fino a che punto può spingersi il narcisismo? Rispetto a comma 22, chissà se Beppe avrà mai davvero letto il libro di Joseph Heller o visto il film omonimo di Mike Nichols con Alan Arkin che interpreta il capitano Yossarian, pronto a presentarsi nudo al contrappello del mattino, così da essere esonerato, riconosciuto pazzo, da ogni futura missione di guerra? E chi altri, tra i suoi, sarà in grado di distinguere tra Procuste e locuste? La sensazione è che Grillo in tutti questi anni, si sia solamente, palazzeschianamente, divertito, perfino alla faccia dei suoi stessi compagni d’avventura, nessuno escluso, li abbia usati tutti come cavie, criceti nella ruota a 5 stelle, per un suo scanzonato patafisico divertissement degno di un Ubu re, perfino alla faccia di coloro per i quali “Beppe ha sempre ragione”, se così non fosse, magari, non leggeremo nel suo blog notizie degne di “Mondo cane”, ossia che “ci sono impianti in Cina in cui si allevano milioni di scarafaggi come nell’impianto di Jinan, dove a circa 1 miliardo di scarafaggi vengono fornite 50 tonnellate di rifiuti alimentari”. Tornando invece a Comma 22, non è forse vero che alla fine, superato ogni livello di sopportazione, Yossarian fugge su un canotto, e magari in quest’immagine, ricordandolo quel giorno a Bologna, quando l’apoteosi era solo all’inizio, e tuttavia il canotto era già gonfiato e pronto, risiede la chiave di tutto, la rivelazione di un imminente ritorno alla salopette della piena libertà? 

·         M5S, la carica degli onorevoli nessuno: umiliati, vessati e campioni di gaffe.

M5S, la carica degli onorevoli nessuno: umiliati, vessati e campioni di gaffe. Dovevano cambiare tutto, sono la nuova palude. Vi raccontiamo le tragiche disavventure dei parlamentari a 5 stelle da cui dipende la vita della legislatura. E su cui pende il dramma collettivo: non essere rieletti, scrivono Mauro Munafò e Susanna Turco il 2 aprile 2019 su L'Espresso. Dovevano essere i giacobini, invece sono gli spettri, i fantasmi, le anime morte. Sono, letteralmente, la maggioranza silenziosa e indistinta: una nuova «palude» - si chiamava così il gruppo più moderato e più numeroso, anche al tempo della rivoluzione francese. Trainati da Salvini e dalla sua volontà di potenza, messi sotto tiro dal Pd, i 327 parlamentari grillini hanno invaso Montecitorio e Palazzo Madama un anno fa, il 23 marzo 2018, prima seduta delle Camere dopo il voto trionfale del 4 marzo. Oggi rappresentano la quintessenza di questa legislatura recitata a soggetto. Il correlato collettivo del premier Conte (chi era costui?). Sono quelli che, avvicinandosi il vaticinato crollo delle Europee, finalmente entrano al ristorante di Montecitorio, ormai aggirati i divieti di un tempo: dopo il decreto sicurezza, vale tutto. Quelli che vagolano per la buvette del Senato addentando una crostata, nel giorno in cui, appena votato per il salvataggio di Matteo Salvini dal processo sulla Diciotti, si sono ritrovati in manette il loro presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito. Quelli - sempre più numerosi - che sanno che non torneranno: i sei della Basilicata, i quindici della Sardegna, gli undici dell’Abruzzo e gli altri eletti nelle regioni dove i consensi in meno di un anno si sono più che dimezzati (in media dal 40 al 20 per cento) e che fanno da memento a tutti gli altri fanti pentastellati. A partire dal Piemonte, dove si vota in maggio. Quanto durerà?

·         Luigi Di Maio e la menzogna del moderato.

Luigi Di Maio e la menzogna del moderato. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 16 Maggio 2019: "Quando diede del boia a Mattarella". Adesso i moderati sono loro. I grillini. Ripetiamo, testuale: «I moderati siamo noi», come ha detto Luigi Di Maio in un' intervista a Repubblica (nuovo corso, si fa per dire) rivolto alla Lega, che invece la dovrebbe «piantare con i fucili». Di Maio ha anche detto che occorrerebbe «abbassare i toni», sì, l' ha il capo dei grillini, lui che i toni li ha abbassati solo per gli abusi edilizi di suo padre. Cioè: non si riesce neanche a commentarla, questa cosa: è come se «abbassiamo i toni» l' avesse detto Pavarotti durante la Bohème. Prima ancora di ricordare le fresche uscite grilline delle ultime settimane, vien da ricordare quando lo stesso Di Maio - che non era in piazza: era vicepresidente della Camera, il 17 marzo di due anni fa - disse «non vi lamentate se ci saranno manifestazioni violente sotto al Parlamento», e accadeva mentre cinque giorni dopo era prevista proprio una manifestazione grillina che si proponeva di «circondare il Parlamento». Moderati. Abbassare i toni. E ieri, a Repubblica, Di Maio ha detto che «l' unica paura che ho è che l' esasperazione di certi toni possa aumentare il livello di tensione sociale, l' ultradestra è un pericolo, siamo in democrazia». Ah, siamo in democrazia. Quella dei giornali dissenzienti che i grillini vogliono chiudere. Quella dei giornalisti compiacenti che soltanto loro possono partecipare ai dibattiti. Cioè: per anni - tanti - i grillini se ne sono fottuti dei regolamenti e dei galatei anche minimi, hanno avvelenato i dibattiti televisivi con sparate di bassa demagogia, fatto gestacci in Parlamento tipo «emendami questo», urlato «boia» al capo dello Stato, e provocato, interrotto, urlato, spinto, strattonato, graffiato un questore, fatto i pagliacci con bavagli e striscioni, inventato aggressioni dopo averle fatte, bloccato i lavori parlamentari, avventati - in un celebre caso - sui tavoli delle presidenze, occupato aule e commissioni, bloccato il loro ingresso, gridato «siete solo merda» ai colleghi maschi e «sapete solo fare pompini» alle parlamentari, interrotto altri colleghi mentre rilasciavano dichiarazioni alle telecamere, accusato come niente di «assassinio» e gridato «la mafia è nello Stato» per ogni sciocchezza.

PLOTONI D' ESECUZIONE. Moderati. Abbassare i toni. Dopo il crollo del Ponte Morandi sembrava che litigassero su chi dovesse comandare il plotone di esecuzione contro i Benetton, ora è finita a pizza e fichi col cappello in mano. Ma poi: chi ha definito «vere puttane» e «pennivendoli» i giornalisti, la Lega o Alessandro Di Battista? Chi li definiva «infimi sciacalli», Salvini o Di Maio? Era il novembre scorso, non il Pleistoicene. Abbassare i toni. Moderati. Forse, chissà, anche la pretesa di far dimettere Armandino Siri da sottosegretario fa parte del moderatismo - e non del giustizialismo a corrente alternata - a dispetto di un' inchiesta ridicola e di una presunzione d' innocenza che vale solo per i grillini, e soprattutto per Virginia Raggi che è rimasta indagata per due anni ma sempre intoccabile al suo posto. Lo stesso giustizialismo che ora tocca al sindaco di Milano Giuseppe Sala, in effetti colpevole di aver portato l' Expo a Milano. Lo stesso che ora fa strillare ai grillini lombardi che «da Formigoni a Maroni per arrivare a Fontana, la Lombardia del centrodestra e dei partiti è una tangente ambulante», come scriveva ieri il sito pentastellato. Lo stesso che, dopo una semplice telefonata tra Salvini e Berlusconi, che era stato male - e ricordiamo che Lega e Forza Italia comunque governano insieme in molte regioni e comuni - ha fatto improvvisamente spuntare un pacchetto di proposte grilline contri i conflitti d' interesse, una cosa che cancellerebbe l' esistenza politica di Berlusconi oltre alle candidature di tutti gli imprenditori che operino in regime di concessione pubblica, ma non solo: le vieterebbe anche a tutti i direttori di giornali e telegiornali.

VIVA I GILET GIALLI. Molto moderato. Molto sereno. E che toni accorati. Non ci si deve accordare con Berlusconi, anzi, si deve temere l' ultradestra: ecco perché i Cinque Stelle pochissimo tempo fa cercarono di accreditare una fratellanza grillina con i «gilet gialli» francesi, col vicepremier Di Maio direttamente in trasferta: era un moderatismo ben mascherato, a dispetto di una carica eversiva che ai fumantini d' Oltralpe è ormai unanimemente riconosciuta. Ma poi: volete davvero l' elenco? Quello delle moderazioni? Secondo Di Maio, il libro-intervista a Salvini e relativa casa editrice andavano esclusi dal salone di Torino (infatti), secondo Di Maio Salvini parlava di cannabis per coprire il caso Siri, secondo Di Maio non va fatta l' intera Tav, secondo Di Maio la Lega «è alleata con chi nega l' Olocausto». Questo Di Maio. Che bisogna abbassare i toni. Quello che ha tutto molto moderato. Soprattutto nella scatola cranica. Filippo Facci

·         C’era una volta…onestà, onestà.

Alessia Candito per repubblica.it il 29 novembre 2019. Sciolta positivamente la riserva, il docente Unical Francesco Aiello è ufficialmente il candidato pentastellato alla presidenza della Regione Calabria. Ma alla campagna di trasparenza, tutela e rilancio del territorio promessa, potrebbe esserci un ostacolo grande quanto una casa. Per la precisione, la sua casa. La villetta di Aiello è stata dichiarata parzialmente abusiva e in parte da abbattere, ma svetta ancora orgogliosa a Carlopoli, in provincia di Catanzaro, nonostante Tar e Consiglio di Stato abbiano condannato il professore e il fratello a demolire un piano. La storia ha radici antiche - siamo alla fine degli anni Ottanta - addirittura a quando mamma e papà Aiello hanno deciso di tirarla su. E si sono fatti prendere la mano, andando ben oltre la cubatura prevista. Quando l'anno dopo il responsabile dell'ufficio tecnico del Comune, arrivato scortato dalle forze dell'ordine, ha certificato volumetrie più che doppie e una destinazione d'uso completamente diversa da quella prevista nel piano di lottizzazione, l'hanno ignorato. Lo stesso hanno fatto negli anni successivi con l'ordinanza di demolizione e il verbale di inottemperanza notificato un anno e mezzo dopo. Risultato, la casa è per lo più abusiva - ci sono un piano interrato e il secondo in più e il corpo principale è grande quasi il doppio del previsto - ma è rimasta là. Solo dopo quattro anni - è il '99 e la questione si trascina da un decennio - in Comune si ricordano di quella pratica rimasta in sospeso. L'amministrazione avvia la procedura per la revoca della concessione edilizia e improvvisamente anche in casa Aiello ci si ridesta. Non per mettere le cose a posto, ma per bloccare l'iniziativa del Comune con un ricorso al Tar. In attesa dell'esito della richiesta di condono, si spiega. Ma va male, malissimo, perché l'istanza viene respinta. E anche la richiesta di sanatoria viene accettata solo con lo sconto. Traduzione, il corpo principale viene "graziato" nonostante la palese obesità rispetto a quanto previsto, ma seminterrato e primo piano - dice la sentenza - devono essere demoliti. L'ordinanza però rimane nuovamente lettera morta. L'amministrazione riesce solo a farsi pagare dagli Aiello gli oneri concessori per corpo principale e primo piano, sanati con un provvidenziale condono, ma il resto della costruzione abusiva rimane dov'è. Passano altri dieci anni e il Comune ci riprova a mettere un po' d'ordine nella giungla di cemento cittadino. Ai fratelli Domenico e Francesco Aiello, eredi della costruzione, viene notificata l'ennesima ordinanza di demolizione, inutilmente contestata dai due di fronte a Tar e Consiglio di Stato. Non muovono un dito e l'amministrazione - ancora una volta - si dimentica della questione. Tocca ad un vicino di casa dei due fratelli sollecitare per l'ennesima volta la giustizia amministrativa per far rispettare la sentenza e ancora una volta gli Aiello si mettono di traverso. Ma perdono, di nuovo. L'unica cosa che riescono ad ottenere è che si butti giù "solo" il secondo piano e giusto perché smantellando il seminterrato verrebbe giù tutto l'edificio.  Così ha stabilito il perito, che su incarico dei giudici ha studiato il caso e depositato la propria relazione un anno fa. Ma nulla si è mosso, la villetta è ancora lì e nessuno si è disturbato a togliere neanche una tegola. "È l'uomo giusto" ha detto il coordinatore pentastellato per le regionali Paolo Parentela. "Guardiamo alla solidarietà, al lavoro, alla bellezza e ricchezza della natura e alle altre risorse della nostra terra, che recupereremo, valorizzeremo e proteggeremo dalla 'ndrangheta, dai colletti bianchi e dalla politica delle clientele, degli abusi, dei compari e dei comitati di affari". Ma magari dall'abusivismo edilizio no.

Laura Castelli travolta dallo scandalo Aig. M5s in rivolta, ma c’è sempre chi grida: “Gomblotto”. Sveva Ferri mercoledì 23 ottobre 2019 su Il Secolo d'Italia.  Incassata la fiducia sul dl Imprese, nel governo esplode il caso politico dell’Associazione italiana alberghi per la gioventù e dell’emendamento che puntava a trasformarla in ente pubblico. Un caso maturato in seno al M5S, visto che l’emendamento era stato presentato da alcuni senatori grillini e, come emerso poi, vedeva il viceministro all’Economia Laura Castelli coinvolta in un conflitto di interessi. Inoltre, ad aggiungere imbarazzo a imbarazzo, c’è anche il fatto che la vicenda è emersa per le rivelazioni, rigorosamente anonime, di uno stesso deputato grillino alla testata Politico.eu. Per il M5s, insomma, un bel disastro sotto tutti i punti di vista.

La gola profonda grillina svela il conflitto di interessi. Il nodo è che il segretario nazionale della no profit è Carmelo Lentino, collaboratore della Castelli. Circostanza, si diceva, diventata di dominio pubblico per la soffiata di una gola profonda grillina a Politico.ue. Soffiata accompagnata dalle rivelazioni sui numerosi maldipancia all’interno del M5S, che pure però fino a oggi non aveva sollevato barricate contro l’emendamento. Il quale, va ricordato, è stato stralciato frettolosamente solo oggi, ovvero solo a scandalo scoppiato. E adesso sembra esserci tutta una rincorsa a prendere le distanze.

Il M5S scopre di avere sempre avuto dubbi. «Noi deputati della Commissione X abbiamo sempre espresso dubbi e dato pareri negativi sull’argomento», ha sostenuto Marco Rizzone. «Lentino – ha raccontato il grillino all’Adnkronos – è venuto anche da noi sei mesi fa a “sponsorizzare” la norma, ma l’abbiamo fermato. Quindi chiediamo: Laura Castelli era consapevole? Noi questa cosa la sapevamo da sei mesi. L’abbiamo segnalata anche all’allora capogruppo Francesco D’Uva». «Se avessimo voluto colpire Castelli lo avremmo fatto durante la formazione del governo», ha quindi sostenuto Rizzone. È stato poi il collega Fabio Berardini a sostenere che «se questa persona non ha informato Castelli della sua posizione, allora lei è parte lesa». Praticamente il caso Aig non sarebbe altro che uno dei tanti “gomblotti” di cui i Cinquestelle denunciano ciclicamente di essere vittime.

La goffa difesa dell’«entourage» di Laura Castelli. Fonti dell’Aig, però,  precisano che gli incontri sono avvenuti prima che Lentino diventasse collaboratore della Castelli. Dall’entourage del viceministro dell’Economia, invece, filtra irritazione per quella che viene definita una «polemica strumentale costruita ad arte». Le stesse fonti hanno inoltre evidenziato che sulla norma si è registrata un’«ampia condivisione» da parte delle altre forze politiche, che hanno presentato emendamenti analoghi. Il provvedimento, dicono, recepisce il contenuto di due proposte di legge, una targata M5S al Senato e un’altra di Forza Italia presentata alla Camera, mentre l’anno scorso il leghista Gianfranco Rufa presentò un emendamento alla legge di bilancio. Se ne prende atto, ma quelle proposte contemplavano anche il ruolo di Lentini al fianco della Castelli e il conflitto di interessi che ne deriva?

Il pacco e contropaccotto ai danni dello Stato. Sempre Berardini e Rizzone però hanno sottolineato che per il M5S esiste anche un problema tutto politico. «Con questa norma si voleva trasformare in ente pubblico una no profit» dopo «una sentenza del Tribunale di Roma che ha rigettato la richiesta di concordato e in particolare la richiesta di omologazione del concordato proposta da questa associazione, che pare abbia una pendenza debitoria pari a circa 9 milioni di euro». «In questo modo si sposta la massa debitoria sullo Stato. Per noi è importante fermare le porcate, non solo fare buone leggi», hanno sottolineato i due.

Il presidente dell’Aig se la prende con la stampa. L’ha invece buttata sulla “stampa cattiva” il presidente dell’Aig, Filippo Capellupo, dicendosi «sorpreso» dalle ricostruzioni giornalistiche. Secondo lui, «mortificano il valore storico e sociale dell’Aig». «Articoli pieni di inesattezze e ricostruzioni fantasiose su presunti conflitti di interessi, che non tengono conto – ha detto Capelluto – della natura e della particolarità di un ente che ha favorito per quasi 75 anni il turismo giovanile, scolastico e sociale, consentendo la mobilità nazionale e internazionale di milioni di giovani italiani e stranieri». Quindi, ricapitolando, il “gomblotto” sarebbe politico e mediatico, ordito alle spalle della Castelli e, cosa ancora più evidente, di quei senatori grillini che, a quanto pare, hanno presentato l’emendamento a loro insaputa.

Carmelo Caruso per “il Giornale” il 18 novembre 2019. Ha visto cose che un elettore grillino non poteva immaginare «Colf lavorare in nero per i loro deputati; candidati trombati, ma promossi capi di gabinetto; viceministri accompagnati dai cognati; tribù di amici assegnati nei ministeri». E oggi c' è l'alloggio di servizio di Elisabetta Trenta. Prima lo ha richiesto da ministro della Difesa, poi lo ha fatto assegnare al marito (maggiore dell' Esercito) e adesso non ha nessuna intenzione di lasciarlo malgrado non abbia più nessun incarico. «E infatti la sua risposta è peggiore della notizia». Da anni, Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, insegue il tartufo del M5s, il finto onesto che si svela furbo, il moralista che predica valori che regolarmente calpesta.

Da ex ministro M5s, la Trenta dice di avere diritto all' alloggio e che farla traslocare sia per lo Stato più oneroso che lasciarglielo.

«Siamo di fronte a un ex ministro preso per caso. Proprio il Giornale ha rivelato che era stata bocciata come 007. L'hanno piazzata al ministero e mi si permetta il paragone: bocciata da infermiere e promossa a primario. Inadeguata».

E però, pretende l'appartamento di Stato anche se ne possiede un altro che (mannaggia) non è al centro di Roma.

«Non risponde nel merito e non parla del vero problema: quello di opportunità.

Quale militare poteva bocciare la sua richiesta da ministro? E però, non c'è solo il caso della Trenta».

Vuole aprire il suo archivio?

«Al ministero dello Sviluppo Economico, grazie a Luigi Di Maio, abbiamo perso un uomo dalla provata competenza per fare posto a Giorgio Sorial. Candidato M5s trombato, disoccupato. Almeno una crisi occupazionale, la sua, è stata risolta. La compagna di Sorial è stata anche candidata governatrice dell'Abruzzo. Ecco, hanno scoperto anche il familismo. E la chiamavano sobrietà».

Altre prove?

«Il viceministro dei Trasporti, Giancarlo Cancelleri, la cui sorella è deputata (e siamo a due), in un incontro ufficiale, si è presentato con il cognato ingegnere (e siamo a tre). Tra l'altro, un consiglio a Cancelleri: i cognati non portano bene».

Dato che parliamo di cognati, ritorniamo alla casa. Sirena irresistibile.

«Soprattutto per il M5s. Ricordate Paola Taverna? La madre stava in un alloggio popolare. Ma era cointestataria di una casa a Olbia. Dovette andarsene perché Virginia Raggi l'ha allontanata. Fanno i moralisti, ma sono zoppi. Posso ancora continuare».

Come fermarla.

«Prendete Roberto Fico di cui si parla poco. La colf era assunta in nero, ma ha dichiarato che era un' amica che lavorava gratis. Straordinaria l'amicizia. Anche io ne cerco una tale. Era in nero, tanto che Le Iene hanno avuto ragione. E ricordate il bus?»

Si riferisce alla sua apparizione da presidente appiedato?

«Proprio quella. L'ha preso una volta e una sola. Per farsi scortare nella sua passeggiata servivano cento uomini delle forze dell' ordine».

Ma proprio non riesce a dialogarci?

«Hanno fustigato tutti salvo poi fare peggio di quelli che fustigavano. Hanno aperto la scatoletta e si sono messi a nuotare nell' olio. La casta sono oggi loro. Ma devo ancora concludere».

Avanti.

«Di Beppe Grillo non si può parlare, ma ha una condanna per omicidio colposo. Del figlio sappiamo che è sotto indagine. L'accusa è odiosa che si può solo sperare non sia vera. Di Casaleggio si conoscono i contributi, pochi, ma ci sono, che ha ricevuto da alcune aziende».

Una «pacchia»?

«Ho deciso. Nella prossima vita faccio il grillino».

Il caso. Il super staff di Luigi Di Maio agli Esteri: costa il doppio di quello dei suoi predecessori. Settecentomila euro l'anno per l'assunzione di otto fedelissimi. Nessuno, da quando sono disponibili i dati, ha mai speso tanto alla Farnesina. Mauro Munafò il 15 novembre 2019 su L'Espresso. Nessuno ha mai speso più di Luigi Di Maio per il proprio staff da Ministro degli esteri: almeno da quando sono disponibili i dati. Il capo politico del Movimento 5 Stelle, titolare della Farnesina nel governo Conte 2, ha infatti costruito intorno a se una squadra di otto persone che costano in stipendi oltre 700mila euro l'anno allo Stato. Settecentoundicimila euro per la precisione. È questa la cifra lorda annuale degli emolumenti degli uffici di diretta collaborazione, formati dai fedelissimi che ogni ministro può assumere con chiamata diretta per tutta la durata del suo mandato, e che nel caso di Di Maio non hanno precedenti nella storia recente. Un fatto che stona con la lotta agli sprechi della politica da sempre bandiera del Movimento. Ad aiutare il ministro Di Maio nel suo incarico ci sono Cristina Belotti, capo segreteria e Segretario particolare del Ministro (120mila euro annui); il portavoce Augusto Rubei (140mila euro l'anno); il consulente su sicurezza e difesa Carmine America (80mila euro l'anno); il consulente ai social network Daniele Caporale (80mila euro, per lui anche un aumento rispetto al precedente incarico sempre con Di Maio); Pietro Dettori, uno degli uomini chiave della comunicazione della Casaleggio (120mila euro l'anno); l'addetta stampa Sara Mangieri (90mila euro l'anno), il consigliere per "le informazioni diffuse attraverso i media" Giuseppe Marici (70mila euro l'anno) e per ultimo il documentarista Alessio festa (11,580 euro). Per un totale di oltre 710mila euro. Dietro questa cifra inusuale c'è un problema tutto politico: nel primo esecutivo Conte, L uigi Di Maio rivestiva tre incarichi governativi : ministro del Lavoro, ministro dello Sviluppo economico e vice presidente del Consiglio. Una triade di ruoli che gli permetteva di avere tre diversi uffici di collaborazione con relativa possibilità di spesa. Ridotti i suoi incarichi al solo, seppure prestigioso, ministero degli Esteri, Di Maio ha portato un buon numero dei suoi alla Farnesina, superando però sensibilmente la spesa dei suoi predecessori. Il ministro Moavero Milanesi, da cui Di Maio ha ereditato la poltrona, aveva una squadra composta da otto persone per un costo che nel 2019 si è fermato intorno ai duecentomila euro. certo, vista la caduta del governo, parliamo di un periodo di 8 mesi, ma anche "adeguando" la cifra all'intera annualità, si arriva a circa 300mila euro. Più spendaccione, ma comunque lontano dalle cifre raggiunte da Di Maio, era stato Angelino Alfano. Nel 2017 il su staff si componeva di 9 persone per un costo totale di 587 mila euro. Sempre di nove persone si componeva la squadra di Paolo Gentiloni che, nel 2016, spendeva in totale 468mila euro. Nei suoi otto mesi alla Farnesina nel 2014, Federica Mogherini spendeva invece 265mila euro (con un team di 5 persone) e prima di lei Emma Bonino, ministra per dieci mesi a cavallo tra il 2013 e il 2014, arrivava a 370mila euro.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 24 novembre 2019. Gli insegnanti di storia, di geografia e forse d' italiano costano. Ne sa qualcosa il Ministero degli Esteri che, immaginiamo suo malgrado, ha dovuto mettere sotto contratto otto consulenti di sostegno al ministro Luigi Di Maio. Soldi pubblici ovviamente, nello stile della tanto deprecata Kasta. Per le sue consulenze, Di Maio sta spendendo molto di più di Angelino Alfano, quando era agli Esteri, e tre volte di più del precedente ministro Enzo Moavero Milanesi. Non si era mai visto alla Farnesina un tale dispiegamento di collaboratori per agevolare il lavoro del ministro: tutto un mulinare di comunicazioni, relazioni, stampa, media, come se i funzionari di uno dei più prestigiosi ministeri non fossero all' altezza delle esigenze scolastiche del capo politico dei grillini. È un momentaccio per Giggino nostro (e triste il Paese che lo ha nominato ministro). Davide Casaleggio, tramite la piattaforma Rousseau, l' ha umiliato, negandogli la «pausa elettorale» e mettendo in seria discussione la sua leadership. Persino Marco Travaglio lo descrive ormai come una guida azzoppata, «vieppiù indebolita». La democrazia da strada chiama uguaglianza l' atto del piallare tutto quello che è diverso, quello che sporge, foss' anche una testa. Così, basta montarsi un po' la testa, come ha fatto Giggino, per essere subito decapitati.

Pasquale Napolitano per “il Giornale” il 9 dicembre 2019. Resta a Palazzo Chigi ma cambia stanza: Dario De Falco, ex capo della segreteria politica di Luigi di Maio, si accasa nello staff del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. Il contratto è stato registrato il 5 settembre scorso, giorno del giuramento del Conte bis. Ma solo due giorni fa, sul sito della presidenza del Consiglio, sono stati pubblicati tutti gli incarichi dei consulenti (111) dell' esecutivo giallorosso. De Falco, pomiglianese e amico d' infanzia del capo politico dei Cinque stelle, è stato il primo a essere salvato dal navigator Di Maio nel passaggio dal Conte 1 al Conte 2. Lo stipendio non è ancora noto: il decreto che stabilisce il compenso è in fase di registrazione. Dario De Falco sarà consulente del sottosegretario Riccardo Fraccaro per le questioni istituzionali. E sarà soprattutto l' occhio (vigile) di Di Maio a Palazzo Chigi: tra il leader dei Cinque stelle e De Falco c' è un forte legame. Dovrà marcare stretto il premier Conte e gli alleati del Pd. Fu proprio Di Maio ad affidare a De Falco l' incarico di tesoriere della campagna elettorale alle Politiche del 2018. Dalla vecchia poltrona (capo della segreteria politica del vicepremier Di Maio) di Palazzo Chigi, il grillino, amico del leader, ha seguito i dossier più delicati. De Falco è reduce dall' apertura a Pomigliano d' Arco di spazio 5 stelle, luogo di ritrovo ed elaborazione politica degli attivisti vicini a Di Maio. E sarà De Falco a curare la diffusione capillare nel Mezzogiorno dei pensatoi vicini a Di Maio. Dovrà dividersi tra Roma, seguendo le questioni istituzionali per il sottosegretario Fraccaro, e le regioni del Sud per il lancio degli spazi 5 stelle. Nel governo Conte1, per l' amico d' infanzia del ministro Di Maio era previsto uno stipendio pari a 100mila euro. Chissà se la cifra sarà riconfermata con il passaggio alle dipendenze di Fraccaro. L' amicizia resta, dunque, un valore solido per Di Maio. Enrico Esposito, altro collega di studi del titolare della Farnesina, è stato piazzato nella segreteria del ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli: Esposito guiderà l' ufficio legislativo. Il segretario generale del Mise sarà Salvatore Barca, altro compaesano di Di Maio rimasto nel giro delle poltrone nella fase di transizione tra Conte1 e Conte 2. Compaesana di Di Maio è anche Assia Montanino, la segreteria 26enne pomiglianese, riconfermata nello staff di Patuanelli. Salve le poltrone anche per altri due collaboratori del capo politico dei Cinque stelle: Marco Bellezza e Giovanni Capizzuto. Bellezza, ex consigliere giuridico di Di Maio alla vicepresidenza del Consiglio, è stato spedito nel board del Fondo Nazionale Innovazione (Invitalia Ventures SGR). Operazione da manuale per Capizzuto: l' ex capo della segreteria tecnica del ministero del Lavoro è stato nominato nel Cda di Anpal, (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro) da Di Maio due giorni prima della nascita del Conte bis. Insomma, l' ultimo atto di Di Maio da ministro del Lavoro è stato trovare un lavoro al suo collaboratore.

Altro che Forza Sud: M5s fa Forza Campania con i nuovi "facilitatori". Nel nuovo team 9 su 12 sono del Meridione E 6 arrivano dalla stessa regione di Di Maio. Pasquale Napolitano, Lunedì16/12/2019, su Il Giornale. Luigi di Maio lancia Forza Sud. Al Tempio di Adriano di Roma, il leader dei Cinque stelle presenta il nuovo team del futuro del M5S. Nove facilitatori su dodici arrivano dal Sud: sei dalla Campania. La nuova struttura di vertice dei grillini mette un altro tassello al piano del capo politico dei Cinque stelle: costruire una propria squadra nel Mezzogiorno, fedele e allineata. I facilitatori, che andranno a comporre il team del futuro, e che dunque avranno in mano il controllo delle aree tematiche centrali, dalla Giustizia all'Ambiente, sono tutti fedelissimi e compaesani del leader. Le votazioni si sono chiuse nel tardo pomeriggio di sabato. Ieri c'è stata la presentazione ufficiale a Roma. «Si chiude il primo step di un periodo di riorganizzazione partito un anno fa», spiega Di Maio al Tempio di Adriano, annunciando gli Stati generali del Movimento per riscrivere la carta dei valori: «Dobbiamo progettare i prossimi vent'anni per l'Italia e il M5s», annuncia baldanzoso. Mentre sul futuro del secondo governo Conte, il leader pentastellato è categorico: «Dal mese di gennaio serve un nuovo accordo di programma». Spulciando i nomi dei facilitatori balza subito il collegamento territoriale con Di Maio. Il record spetta alla Campania: 6 facilitatori su 12 provengono dalla stessa regione del titolare della Farnesina. Alla guida del team Sanità c'è Valeria Ciarambino, pomiglianese (come Di Maio) e capogruppo dei Cinque stelle in Regione Campania. Una pasdaran di Di Maio, già candidata (non eletta) cinque anni fa alle elezioni europee. Da Scisciano, in provincia di Napoli, a pochi chilometri da Pomigliano, arriva Gennaro Saiello: consigliere regionale della Campania che avrà la delega alle Imprese. È un altro storico sodale di Di Maio. Delega pesante, all'Economia, per Vincenzo Presutto, senatore napoletano vicino all'ala degli ortodossi. Il quinto è Andrea Cioffi, campano ed ex sottosegretario allo Sviluppo Economico. Cioffi guiderà il team delle Infrastrutture. La più giovane è Iolanda Di Stasio, deputata originaria di Afragola, che coordinerà il team degli Esteri: un nome in forte ascesa nel Movimento. Nei primi due anni, la parlamentare si è fatta apprezzare per le relazioni internazionali e un forte appeal social. Tanto da guadagnare la veloce promozione. Dalla Campania arriva anche Maria Pallini, che avrà la delega del team Lavoro. Sei campani su 12 faranno parte della squadra che affiancherà Di Maio nel nuovo corso del Movimento. Altri tre facilitatori arrivano dal Mezzogiorno: Valentina D'Orso, siciliana, avrà la delega alla Giustizia, Giampiero Trizzino, altro siciliano, guiderà il team dell'Ambiente, e Luciano Cadeddu, sardo, piazzato al vertice del dipartimento Agricoltura. Completano la rosa tre grillini: Dino Giarrusso, (europarlamentare), Istruzione, ricerca e cultura, Luca Frusone (deputato), Difesa, e Luca Carabetta, Innovazione. Di Maio ha praticamente monopolizzato le nomine, piazzando fedelissimi e compaesani. È un'altra conferma dell'operazione che punta a creare nel sud un movimento autonomo, legato al ministro degli Esteri. Pronto a smarcarsi dalle correnti grilline filo Pd. Oltre al team del futuro, è stata presentata anche la segreteria (ristretta) politica che coadiuverà Di Maio: Emilio Carelli (Comunicazione), Paola Taverna (Attivismo Locale), Danilo Toninelli (Campagne elettorali), Ignazio Corrao (Enti Locali), Enrica Sabatini (Affari interni), Barbara Floridia (Formazione).

Federico Capurso per “la Stampa” il 16 dicembre 2019. Luigi Di Maio a Roma presenta i nuovi 18 «facilitatori» del «team del futuro» che lo affiancheranno nella gestione del Movimento. Complicazioni lessicali, nient'altro, per non dire «dirigenti» e «segreteria politica». Come a dare una mano di trucco leggera, in sostanza, alla trasformazione del M5S in partito. Una metamorfosi necessaria, però, per alleggerire il peso sulle spalle del leader. Lo stesso Di Maio ammette di essersi sentito «molto solo negli ultimi anni, anche nel prendere le decisioni». E per proteggerlo, così, dalle critiche che lo sommergono da mesi e dall' accusa di aver accentrato nelle sue mani tutto il potere. In sala, al Tempio di Adriano, è presente lo stato maggiore grillino. Anche Davide Casaleggio, che in una prima fase aveva visto con diffidenza la riorganizzazione del Movimento, temendo potesse essere usata per togliergli potere. In effetti, subito dopo la sconfitta alle elezioni Europee dello scorso maggio, era esattamente questa la strategia dei vertici e la speranza di molti uomini di peso del partito. Poi, la debolezza della leadership di Di Maio, erosa dalle sconfitte elettorali e dalla caduta del governo con la Lega, hanno bloccato tutto. Anzi, hanno invertito il processo e Casaleggio si è trasformato in un elemento assolutamente necessario al capo politico per sopravvivere. Così, un ministro di peso dei Cinque stelle spiega la scelta di inserire Enrica Sabatini nella segreteria come responsabile degli agli «Affari interni». Una dicitura che «vuol dire un po' tutto», la presenta Di Maio con un mezzo sorriso tirato, ma il capo politico sa bene che quello sarà il ruolo più delicato e di potere della nuova struttura. La pupilla di Casaleggio avrà il compito di coordinare tutti i dirigenti e imprimere una direzione e una tempistica al loro lavoro. «Dovrò rendere i vari gruppi di lavoro un' orchestra che suona in armonia», spiega lei. Di Maio, seduto al fianco di Casaleggio, quando sale sul palco lancia subito un messaggio d' intesa al figlio del fondatore: «I facilitatori non si sostituiranno alla piattaforma digitale». Un' assicurazione, in sostanza, sulla presenza del sito web Rousseau nella prossima vita del partito. L' inaugurazione della segreteria, infatti, è solo il primo passo. Di Maio detta i tempi: «Entro la terza settimana di gennaio puntiamo a completare i facilitatori regionali». Poi, «ci saranno gli Stati generali del Movimento, durante i quali avremo l' occasione di scrivere una nuova Carta dei valori». Si corre. Tutto nei prossimi tre mesi. D'altronde, «questa riorganizzazione è già in ritardo», ammette l' europarlamentare Ignazio Corrao, nominato nella segreteria politica con il compito di affiancare i sindaci Cinque stelle. «Ci saremmo evitati molti problemi se fosse arrivata prima. Adesso però non ci si deve fermare, si deve allargare ancora di più alla base e renderla partecipe». E l' impulso a coinvolgere gli attivisti, con assemblee nei territori e riportando i banchetti nelle strade, arriva anche da altri due membri della segreteria politica, Paola Taverna e Danilo Toninelli. Mentre Emilio Carelli promette una «comunicazione più strutturata, con toni diversi», di governo. Spinte divergenti, ma la trasformazione è quasi completa. Manca solo una sede di partito e una scuola di formazione politica. «Non sono previste», rispondono dal Movimento, «per ora».

Simone Canettieri per “il Messaggero” il 16 dicembre 2019. L'obiettivo che Luigi Di Maio lancia dal palco è un pochino ambizioso: «Vogliamo far tornare la felicità nelle case degli italiani». Insomma, da abolire dopo la povertà ora c'è la tristezza, per il capo dei grillini. Questo e altro, fa capire il ministro degli Esteri, d'ora in poi sarà possibile grazie al team del futuro del M5S. Un evento lanciato in pompa magna nel tempio di Adriano. Foto della prima fila: Pietro Dettori, braccio destro di Luigi, Davide Casaleggio, il leader politico con a fianco la fidanzata Virginia Saba. Ai lati i facilitatori, che «non saranno decisori», ha tenuto a specificare Di Maio per non creare subito tensioni con la squadra pentastellata che sta al governo. Ecco, in sala nonostante il consiglio dei ministri previsto in serata si sono visti solo tre sottosegretari (Castelli, Tofalo e Di Stefano) e un ministro, Vincenzo Spadafora. Durante la presentazione si è capito che la plenipotenziaria sarà Enrica Sabatini, nuova responsabile degli Affari interni. «Lei sarà tutto», l'ha presentata Di Maio. Di fatto la socia di Rousseau, quindi molto vicino a Casaleggio, da ieri è una specie di vicesegretario, la numero 2, quello che nei partiti di una volta era il coordinatore nazionale. La presentazione ha dato modo al leader politico dei pentastellati di «iniziare a sentirsi meno solo». Perché finalmente «potrà condividere le responsabilità e il peso delle scelte con gli altri». Da oggi, spiega, «sarà tutto più facile». Allo stesso modo, però, la presentazione dei facilitatori è stato anche un valzer di mea culpa sugli errori commessi negli ultimi mesi. Il via alle danze è partito dal deputato ed ex giornalista Emilio Carelli (si occuperà di comunicazione): «Dobbiamo cambiare il tono e le strategie», ha detto alludendo agli errori commessi nel passaggio tra l'opposizione e la forza di governo. «Il Movimento è una piramide rovesciata, la base è il nostro vertice e noi dobbiamo rimanere degli umili portavoce. Chiedo scusa perché spesso si è creata una distanza, che dovrà essere colmata. Chiederò di ricominciare dall'ascolto con delle vere e proprie assemblee fisiche», è stata invece la riflessione di Paola Taverna, vicepresidente del Senato con delega agli attivisti. A quella base, cioè, che si è ristretta nelle urne, basti pensare ai voti scomparsi alle Europee di sei mesi fa. A seguire spazio ai restanti componenti del direttorio a sei: Danilo Toninelli, Ignazio Corrao e Barbara Floridia. Insieme a loro ci saranno anche i 12 facilitatori (tutti passati dal vaglio di Rousseau) divisi per aree tematiche (ambiente, lavoro, economia, esteri, difesa). «Stasera con questo evento possiamo chiudere un primo step di un processo di riorganizzazione partito quasi un anno fa: non è stato semplice. L'anno che sta per concludersi è quello in cui il Movimento ha raggiunto i dieci anni», ha concluso Di Maio. Che è in attesa di cancellare la tristezza, da ieri ha abolito la solitudine.

Salvatore Dama per “Libero Quotidiano” il 16 dicembre 2019.  Tre senatori grillini passano con la Lega, mettendo nei guai la maggioranza a Palazzo Madama. «Ed è solo l' inizio», dichiara Matteo Salvini salutando l' arrivo di Francesco Urraro, Stefano Lucidi e Ugo Grassi. Sono gli stessi che mercoledì avevano votato contro la risoluzione pro Mes, ribellandosi agli ordini superiori. «Voltagabbana!», li maledice Di Maio, «quanto costa un senatore? Salvini li compra un tanto al chilo. Avrà promesso seggi o non so cos' altro». Ma intanto per Gigino questa non è l' unica grana del giorno. L' altra si chiama "facilitatori". Si tratta della classe dirigente che il capo politico del M5s ha deciso di affiancare a se stesso per dare l' idea di una guida collegiale del Movimento. E per sfuggire alla critica di chi lo accusa di essere l' uomo solo al comando. La selezione doveva essere "democratica". Affidata, cioè, al voto della piattaforma Rousseau. Non è andata così. Lo scrutinio on line è aperto da ieri. Ma la base grillina non decide un bel niente. Può solo limitarsi a ratificare una lista bloccata compilata da Di Maio e Casaleggio. C' è chi l' ha presa male. Per esempio l' ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta. Si era candidata, con un suo team di facilitatori, al comparto "sicurezza e difesa". Ma è stata esclusa. Probabilmente c' entra la storia della casa del ministero, quella che suo marito aveva tenuto nonostante la consorte non fosse più titolare della Difesa. Se è così, nessuno ha avuto il coraggio di dirlo. Alla Trenta è stato solo fatto presente che la sua candidatura non rispettava i requisiti previsti dal regolamento. «Ritengo di essere vittima di una trama agita da alcuni poteri forti», denuncia, «ma non intendo mollare la presa. Ribadisco il mio convincimento nei valori fondanti il Movimento delle origini e intendo continuare la mia battaglia civile e politica, forte anche del sostegno di migliaia di attivisti e sostenitori. Non mollerò». Però le brucia: «Incredibilmente non è stata fornita alcuna spiegazione, e questo episodio conferma le perplessità su alcuni processi decisionali dei vertici del Movimento», dichiara ancora l' ex ministra, annunciando di avere delle carte scottanti su Di Maio e Casaleggio: «Nei prossimi giorni convocherò una conferenza stampa, in occasione della quale fornirò la mia interpretazione di quel che mi è accaduto nelle ultime settimane, presentando un articolato dossier, a partire dalla mia esperienza di ministro della Difesa per 14 mesi». I "complicatori", come li chiamano i dissidenti, sono sei e saranno destinati a occuparsi di altrettante aree tematiche. Eccoli: Barbara Floridia (Formazione e personale); Emilio Carelli (Comunicazione); Paola Taverna (Attivismo locale); Danilo Toninelli (Campagne elettorali); Ignazio Corrao (Supporto Enti locali amministrati dal MoVimento 5 Stelle); Enrica Sabatini (Affari interni). Quest' ultima è socia dell' associazione Rousseau e considerata come molto vicina a Davide Casaleggio. Ma pure gli altri sono stati selezionati tra i fedelissimi. La piattaforma Rousseau non potrà fare altro che confermare o meno. Non scegliere. On line si votano anche "i progetti presentati per ciascuna delle 12 aree tematiche. Per ognuna vincerà solo il progetto che avrà ottenuto più voti". Ma in competizione c' è solo un team per tema.

M5S, Trenta è fuori dal team del futuro: i grillini non la vogliono. Il nome dell'ex ministro della Difesa non compare nel gruppo dei facilitatori, da oggi al voto sulla piattaforma Rousseau. Ufficialmente la causa dell'esclusione è legata alla mancanza dei requisiti richiesti, ma la vicenda della casa ha messo in imbarazzo i pentastellati. Lavinia Greci, Giovedì 12/12/2019, su Il Giornale. Alla fine, il nome dell'ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, è fuori e non figura tra i "facilitatori" del team del futuro, da oggi al voto sulla piattaforma degli attivisti del Movimento 5 Stelle. Nelle ultime ore, proprio su di lei, erano emersi diversi malumori tra i pentastellati, con alcuni parlamentari pronti a chiedere uno stop al capo politico del partito, Luigi Di Maio. Secondo quanto riportato da Adnkronos, proprio in queste ore, saranno pubblicati i nomi e nel team "Sicurezza e Difesa", quello a cui ambiva Trenta, l'ex ministro non ci sarà. Il team sarà presentato domenica prossima al Tempio di Adriano e lì saranno presenti il ministro degli Esteri e tutti i facilitarori che gli iscritti M5S voteranno nelle prossime ore.

Le tensioni nel M5S. A spiegare le motivazioni di questa esclusione, sono fonti del movimento, le quali hanno chiarito che la squadra da lei guidata non rispettava tutti i criteri e i requisiti necessari e previsti dal regolamento pentastellato. Già nella giornata di ieri si erano percepiti diversi malumori tra i pentastellati, divisi tra tensioni interne e ipotesi di abbandono del partito. Ma, in particolare, a infiammare la discussione politica era proprio il nome di Trenta e il voto per i candidati al team del futuro. Secondo quanto ricostruito da Adnkronos, in caso di mancata esclusione, diversi eletti sarebbero stati persino pronti a chiedere ai vertici di fermare la sua partecipazione alla consultazione online. E così, infatti, è stato.

La casa di Trenta. E a esasperare il malcontento verso di lei nelle ultime settimane anche la vicenda della sua casa in zona San Giovanni, assegnata prima a lei e poi al marito, maggiore dell'Esercito. La volontà di rimanere nell'abitazione e la questione legata all'affitto aveva fatto innervosire molti eletti tra i pentastellati, che avrebbero addirittura paventato la possibilità di una segnalazione ai probiviri. Ma non solo: in base a quanto riportato da Adnkronos, tra gli esponenti del M5S c'era anche chi non escludeva di presentare un'interrogazione parlamentare per chiarire la gestione degli alloggi di servizio nel periodo in cui Trenta era ministro della Difesa.

I malumori delle ultime ore. Il deputato della commissione Difesa, Luigi Iovino, avrebbe confermato la tensione delle ultime ore e si sarebbe detto "particolarmente scocciato da atteggiamenti di singoli che stanno oscurando i comportamenti virtuosi" che, secondo lui, contraddistinguono da sempre il M5S all'interno delle istituzioni. "Sono certo", ha continuato il pentastellato, "che le sollecitazioni del capo politico saranno accolta dall'ex ministro. Non spetta a me stabilire la verità e ci sono indagini in corso, quindi non voglio ipotizzare futuri scenari".

Il disappunto dei pentastellati. Nelle ultime ore, Iovino avrebbe poi chiarito il suo pensiero, ragionando "sull'inopportunità di trascinare tutto il Movimento in faccende che possono solo danneggiare chi, sin dal principio, offre un modello alternativo di gestione della cosa pubblica decurtandosi lo stipendio, rinunciando alle indennità di carica e alla maggior parte di privilegi derivanti dal proprio ruolo". Il pentastellato aveva poi specificato: "Esercitare il potere al servizio della collettività, solo per la collettività, è una condizione irrinunciabile per tutti noi". E sulla candidatura di Trenta, cancellata nelle ultime ore, aveva concluso citando il fondatore del M5S: "Sulla candidatura di Trenta mi vengono in mente le parole di Gianroberto Casaleggio: 'Al minimo dubbio, nessun dubbio'. Se il Movimento non vuole perdere la bussola deve ancora tenere saldi certi punti cardinali".

La replica della Trenta. La ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha appreso questa mattina dal Blog delle Stelle che la candidatura a "facilitatore" del Movimento 5 Stelle per l'area Sicurezza e Difesa non è stata ammessa alla votazione sulla piattaforma Rosseau, per ignote ragioni. "Incredibilmente non è stata fornita alcuna spiegazione, e questo episodio conferma le perplessità su alcuni processi decisionali dei vertici del Movimento", ha dichiarato Trenta, che aveva presentato il suo "Team del Futuro" lunedì scorso presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati. "Nei prossimi giorni, convocherò una conferenza stampa, in occasione della quale fornirò la mia interpretazione di quel che mi è accaduto nelle ultime settimane, presentando un articolato dossier, a partire dalla mia esperienza di Ministro della Difesa per 14 mesi". Ha poi aggiunto: "Ritengo di essere vittima di una trama agita da alcuni poteri forti, ma non intendo mollare la presa. Ribadisco il mio convincimento nei valori fondanti il Movimento delle origini, ed intendo continuare la mia battaglia civile e politica, forte anche del sostegno di migliaia di attivisti e sostenitori. Non mollerò".

Elisabetta Trenta, se questo è un Ministro. Oltre alla vicenda della casa la cosa peggiore del suo mandato è stata la gestione inadeguata e ideologica della Difesa. Fausto Biloslavo il 3 dicembre 2019 su Panorama. La casa con l’affitto irrisorio a Roma e il «dog sitting» con l’auto blu al suo cagnolino sono solo aspetti emblematici di chi parla bene e razzola male. Elisabetta Trenta, stella grillina in declino, i veri danni li ha compiuti alla guida della Difesa a Palazzo Baracchini, dal giugno 2018 a settembre di quest’anno. L’ex ministro voleva trasformare le Forze armate in una specie di Protezione civile rafforzata a tal punto che ha dato l’ordine ai caccia bombardieri - costo: 13 mila euro ogni ora di volo - di fotografare dal cielo le Terre dei fuochi. E non ha mandato avanti contratti cruciali di approvvigionamenti e mezzi fondamentali per la sicurezza dei nostri militari come i «blindo» Centauro 2 e il veicolo da trasporto truppe Freccia. Per non parlare della benedizione ai sindacati delle stellette, prima che la delicata materia fosse regolata dal Parlamento, della rivolta dei generali in congedo, che hanno disertato la parata del 2 giugno per protesta e della comunicazione della Difesa tornata all’età della pietra. Si preferiva accendere i riflettori su trenini e balletti del ministro a Lourdes, ma sulle missioni più ostiche all’estero è stata fatta calare una cappa di silenzio. Fino a metà novembre, Trenta utilizzava ancora la «macchina blu», un’Alfa 159. Un suo diritto per sei mesi come ex ministro, ma che cozza con la propaganda grillina contro i privilegi. L’errore iniziale dell’avventura governativa del capitano della riserva selezionata è stato circondarsi di collaboratori non all’altezza scelti per la supposta fedeltà al Movimento cinque stelle. Nell’ambiente della Difesa lo chiamavano «il cerchio magico». Un ufficiale di grado superiore spiega a Panorama «che erano tutti arrivati con chiamata diretta del ministro, ma invece che andare a pescare fra i primi della classe si è circondata di gente inadatta». Nel cerchio magico c’erano persone frustrate, che avevano pure il dente avvelenato con le gerarchie militari pensando di essere state ingiustamente danneggiate nella carriera. E volevano fare la rivoluzione. I fedelissimi che hanno fatto parte del gabinetto del ministro, oggi quasi tutti trasferiti, sono soprattutto il colonnello Antonello Arabia, capo della segreteria, il tenente colonnello Toni Caporella, consigliere, il colonnello Massimo Ciampi, trait d’union con i nascenti sindacati militari. E il colonnello Francesco Greco, responsabile dell’ufficio pubblica informazione ancora al suo posto. I fedelissimi dell’ex ministro abitano tutti nel cosiddetto «condominio Trenta», un comprensorio della Difesa in area Flaminia, una delle zone migliori di Roma. Tra le iniziative più criticate del ministro Trenta nell’ambiente militare è il pallino per il «duplice uso sistemico» delle Forze armate secondo un fantomatico progetto Ianus, che non si trova da nessuna parte nei dettagli. I militari sono sempre stati impiegati, fin dall’unità d’Italia, in modalità dual us per calamità naturali o compiti di vigilanza, come accade da anni con la missione Strade sicure, la più numerosa con oltre 7 mila uomini. L’obiettivo recondito della gestione grillina della Difesa, però, era trasformare le Forze armate in una specie di Protezione civile rafforzata con scarso impiego all’estero. «La boiata peggiore è stata l’esercitazione a Pratica di Mare sul duplice uso sistemico, costata non poco» sottolinea una fonte di Panorama nel mondo militare. Il 7 maggio la Difesa riunisce il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro per i Beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli, il capo del dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli e il capo di Stato maggiore, generale Enzo Vecciarelli per un mega show all’aeroporto militare di Pratica di Mare vicino a Roma. La simulazione prevede uno tsunami che colpisce il litorale romano e provoca un terremoto. Un elicottero trasporta i vip sul comando in mare a bordo di nave Etna, che per muoversi costa 53 mila euro. Addirittura sfrecciano due caccia (almeno 20 mila euro per ora di volo in coppia), che certo non dovevano sganciare le bombe per fermare l’ondata. Conte è entusiasta e annuncia: «Questo evento dimostra le mirabili capacità organizzative e di coordinamento delle nostre Forze armate negli interventi a supporto delle attività della Protezione civile». L’operazione, mai scritta, di «disarmo prevede anche una smilitarizzazione semantica. I sistemi d’arma passano in secondo piano, la parola “combat” è un tabù e il soldato diventa più simile a un poliziotto in nome del politicamente corretto» osserva una fonte all’interno della Difesa. Manifesti e «simpatici video» sui social, avallati dal ministro anche per il 4 novembre, giorno delle Forze armate e della vittoria nella Prima guerra mondiale, rispecchiano la folle idea di soldati disarmati più simili a crocerossine che a militari addestrati a combattere. Il 23 giugno la Fao (l’organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura) che ha il quartiere generale a Roma, aveva chiesto un intervento di «jammer», di disturbo delle frequenze dei telefonini, per mantenere la segretezza dell’elezione del nuovo segretario cinese. Il ministro della Difesa ha detto no per i timori della reazione delle forze di polizia, considerandola un’azione troppo aggressiva. Ma l’aspetto più estremo del «duplice uso sistemico» delle Forze armate è l’utilizzo di caccia bombardieri Amx, Tornado ed Eurofighter «per monitoraggio ambientale condotto grazie ai sensori» speciali dei velivoli «nell’ambito del piano di azione di contrasto dei roghi dei rifiuti nella Terra dei fuochi» si legge sul sito della Difesa. Un’ora di volo di un Eurofighter, costruito per sganciare bombe, costa 13 mila euro. Un lavoro di ricognizione simile veniva già fatto sul terreno dai soldati di Strade sicure, che usano il mini drone Raven, lanciato a mano, infinitamente più economico. «Trenta ha provocato gravi danni come cercare di ridurre le Forze armate a una specie di protezione civile rafforzata» conferma il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica. «Si può archiviare questa bizzarra concezione, ma i ritardi sui nuovi sistemi d’arma e approvvigionamenti sono un danno elevato. Nel caso degli F 35, per esempio, i tira e molla hanno minato la credibilità del Paese». Il leghista Roberto Paolo Ferrari, membro della Commissione Difesa alla Camera, accusa l’ex ministro Trenta «di avere tenuto bloccati per un anno e mezzo programmi che avevano già la copertura finanziaria come i blindo Centauro 2 e il Freccia». Nel primo caso, i vecchi esemplari non possono venire inviati all’estero a causa dello «scafo» non protetto dalle trappole esplosive. L’ingiustificato ritardo ha provocato crisi e cassa integrazione alla Iveco defence. In pratica, i nuovi sistemi d’arma sono rimasti bloccati al ministero dello Sviluppo economico, che era guidato dal leader grillino Luigi Di Maio. E Trenta non si è strappata i capelli per risolvere la situazione. Ferrari punta il dito anche sull’abortito drone ad alta quota e lungo raggio che doveva essere prodotto da Piaggio Aero. «Un investimento da 700 milioni già finanziato, ma bloccato dalla componente grillina» sostiene il parlamentare della Lega. E pure sull’approvvigionamento di munizioni si è registrato una contrazione. «Non solo sui grossi calibri, ma anche per le armi individuali con relativa riduzione delle capacità addestrative» denuncia ancora Ferrari. Michele Nones dell’Istituto affari internazionali evidenziava fin da aprile in un dettagliato studio che «la gestione governativa delle spese per la Difesa sembra essere ormai precipitata in uno stato confusionale». In zona Cesarini il ministro Trenta ha autorizzato l’adesione al programma Camm-Er di rinnovo del nostro sistema di difesa contraerea, che dal prossimo anno diventerà inutilizzabile. Però è stato stanziato appena un milione di euro, che non basterà neppure a sviluppare il progetto. L’aspetto più grave è il disinteresse per le nostre aziende. «Totale desolazione nel supporto all’industria italiana della Difesa» spiega a Panorama chi lavora nel settore. «Ogni volta che le era chiesto di appoggiare o intervenire a livello internazionale la signora non ha mai fatto nulla. Era assolutamente inadeguata al ruolo». Nella Repubblica ceca una nostra azienda stava facendo un’offerta importante. Il ministro della Difesa locale aveva invitato Trenta a Praga, ma lei non ha neppure risposto. Il generale Tricarico sottolinea che «fra i danni irreversibili, ha innescato e prodotto aspettative eccessive per i sindacati dei militari riconoscendoli prima di una legge del Parlamento». L’alto ufficiale in congedo fa parte di una schiera di generali che il 2 giugno si sono rifiutati, in segno di protesta, di presentarsi alla parata militare a Roma per la Festa della Repubblica. E tanti altri hanno preso carta e penna attaccando l’esponente grillina. Una «rivolta» dei generali mai vista prima e condita dai balletti a Lourdes del ministro, dal gesto simbolico Peace & love in Parlamento e dalle entusiastiche congratulazioni alla coppia gay della Marina. La disastrosa gestione della comunicazione della Difesa nel periodo Trenta ha registrato anche il curioso caso del portavoce Augusto Rubei, che aveva praticamente commissariato il ministro per conto dei grillini. Ex collaboratore di varie testate, da Repubblica a Lettera 43, da marzo si era dedicato alla campagna elettorale delle Europee. E il 23 luglio è passato ufficialmente nello staff Di Maio. Fino ad allora riceveva 90 mila euro dalla Difesa, ma voleva di più con un doppio incarico che la Corte dei conti ha stoppato con due pagine di «osservazioni dell’ufficio di controllo» in possesso di Panorama. Adesso che è consigliere del capo grillino alla Farnesina «per gli aspetti legati alla comunicazione» incassa 140 mila euro. Il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, ha scritto in un editoriale l’epitaffio più chiaro sulla gestione Trenta durata 14 mesi: «Una visione assai limitata del comparto Difesa, pacifista da oratorio e Casa del popolo, ma oggi quanto meno inadeguata anche solo a comprendere le sfide attuali».

Camporini: "Questo cripto-pacifismo mette a rischio l'Italia". L'ex generale ed ex capo di Stato Maggiore analizza l'attività da Ministro della Difesa di Elisabetta Trenta. Luciano Tirinnanzi il 3 dicembre 2019 su Panorama. Si narra che, negli anni Settanta, il vertice di un apparato della sicurezza dello Stato poco prima di lasciare l’alloggio di alta rappresentanza, dove campeggiava un quadro d’autore d’immenso valore, lo abbia portato via e sostituito con una copia. Oggi quella «crosta» è sempre lì, a simboleggiare un malcostume italiano che, a giudicare dalla vicenda Trenta, è ancora in auge. Panorama intervista il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e della Difesa. Il quale, alla domanda su Elisabetta Trenta, sospira: «Preferirei non commentare questa storia. Recentemente ho avuto un incontro con lei per ricucire il rapporto, dopo che aveva preso male una mia dichiarazione».

Cos’era successo?

«Semplicemente non condivido la visione politica che ha espresso durante il suo mandato, perché rappresenta un cripto-pacifismo che non ha ragione d’essere nel mondo di oggi. Io ritengo necessario, per la protezione della nostra società, prendere le necessarie precauzioni tra cui la disponibilità di uno strumento militare adeguato ai possibili rischi. Una visione non condivisa da lei né dal governo precedente».

E dell’alloggio che non voleva lasciare cosa ne pensa?

«Il problema della casa per i militari è tuttora molto sentito. Purtroppo, in passato, uno dei vezzi più comuni è stato pensare che, avendo ottenuto l’alloggio in ragione di un determinato incarico, il privilegio era perpetuo. Finisco il mandato? L’alloggio me lo tengo. Vado in pensione? Idem. Divorzio? Cambio casa, ma l’alloggio lo lascio all’ex moglie. Così facendo si è creata la figura giuridica dei «sine titulo», coloro cioè che occupano alloggi della Difesa senza averne diritto. Il problema è che contro questo malcostume abbiamo armi spuntate, cosicché del patrimonio immobiliare teoricamente disponibile per la Difesa è possibile poi utilizzarne solo una frazione».

Le è capitato mai di trovarsi in una simile situazione?

«Credo che l’esempio debba sempre venire dall’alto. Le poche volte che ho avuto una casa di servizio, l’ho lasciata immediatamente a fine incarico. Guardi, può controllare: mi sono congedato il 17 gennaio 2011 e il 31 gennaio ho fatto il trasloco, giusto il tempo di mettere insieme le cose».

L’immagine delle nostre forze armate ne esce deteriorata?

«Sì. Peraltro, nella nostra cultura, la difesa dello Stato non è mai stata espressione di orgoglio nazionale e di cura per mantenerne l’efficienza, come accade in Francia o Regno Unito. È un atteggiamento che risale agli anni della Guerra fredda, dove chi parteggiava per l’Est faceva di tutto per mettere in cattiva luce le forze armate, in quanto parte dell’Alleanza atlantica. È un retaggio che purtroppo ci portiamo dietro, e che tra i 5 Stelle ha trovato alimento».

Che ne pensa della capacità di governo grillina?

«Ho ascoltato sia dichiarazioni pubbliche che discorsi fatti in ambienti ristretti, dove veniva messo in discussione persino il concetto di gerarchia militare. Cosa che nella Difesa è ovviamente un principio fondamentale. I rischi che tale mestiere comporta si possono affrontare con serenità solo se c’è una chiara linea di comando e altrettanta assunzione di responsabilità. Se si mette in discussione questa «catena» - cosa che mi è sembrato di percepire con molta chiarezza dagli esponenti del passato governo - si mettono a rischio le forze armate e il Paese stesso».

Al vertice del ministero preferirebbe un generale?

«In linea di principionon ho alcuna obiezione. Storicamente però il miglior ministro della Difesa è stato per me Beniamino Andreatta, dunque un civile. Quando abbiamo avuto dei militari, vedi Domenico Corcione e Giampaolo Di Paola, nel primo caso non se ne è accorto nessuno. Mentre Di Paola, anche se molto bravo, ha preso decisioni che non ho affatto condiviso. La verità è, però, che bisognerebbe modificare per legge - e non serve cambiare la Costituzione - il mandato del consiglio supremo di Difesa, che oggi è organo di consulenza ma che per me dovrebbe diventare un organo decisionale. Nel passato troppe volte ho visto riunioni del consiglio in cui si dicevano certe cose e, appena finito, ognuno tornava a fare i fatti suoi. Ricordo che Giulio Tremonti non voleva avere alcuna influenza sulla sua gestione, anche dal punto di vista finanziario, perché lo considerava solo una simpatica presa di coscienza di opinioni altrui».  

Vittorio Zincone per “7 - Corriere della Sera” il 9 dicembre 2019. Lorenzo Fioramonti è il ministro pentastellato dell'Istruzione. Ha quarantadue anni, un corposo curriculum accademico e un insolito attivismo mediatico. Lo rivendica: «Penso che un ministro abbia anche il ruolo dell' opinion maker ». È diventato celebre perché vuole infilare lo sviluppo sostenibile nei programmi scolastici, perché sostiene di preferire le mappe del mondo ai crocifissi nelle classi e perché voleva introdurre la Sugar Tax, la cosiddetta tassa sulle merendine. Dopo qualche minuto che stiamo parlando del M5S dice: «Il Movimento ha subìto uno snaturamento dovuto a un'attenzione eccessiva ai sondaggi e al concentrarsi su alcune tematiche importanti ma non dirimenti».

Quali sarebbero queste tematiche?

«Il taglio dei parlamentari, i vitalizi...».

Le vostre battaglie di bandiera.

«Giustissime e indispensabili. Ma non costituiscono una visione di Paese. Ci si ottiene un consenso trasversale, a destra e a sinistra, poi però quando si tratta di governare, vengono al pettine i nodi creati dall'aver tenuto insieme persone con visioni opposte del Paese».

Fioramonti ha ricoperto il ruolo di viceministro ai tempi della maggioranza giallo-verde. Ora spiega: «L'anno di governo con la Lega ci ha logorati. Su molte questioni avremmo dovuto avere il coraggio di dire "no"».

Quali questioni?

«I decreti sicurezza, la legittima difesa, il caso Diciotti...».

Lei che cosa ci sta a fare in un M5S snaturato, logorato e con poco coraggio?

«Cerco di portare avanti i contenuti e la filosofia primordiale del Movimento, che nacque progressista e ambientalista. Se questa filosofia dovesse venire a mancare, faremo dei ragionamenti».

Una scissione? La creazione di un'altra creatura politica?

«Intanto provo a far ragionare il Movimento di cui faccio parte, poi si vedrà».

Alcuni retroscena la indicano come leader alternativo a Luigi Di Maio.

«Non ho questa ambizione. Ma secondo me il M5S, oltre a una carenza di visione del Paese, ha anche un problema di organizzazione interna. C'è un bellissimo studio degli anni Settanta di Jo Freeman che si chiama La tirannia dell'assenza di struttura: spiega che nei movimenti che si dicono fluidi, in cui si racconta che tutti partecipano e però c'è un solo leader, in realtà a decidere sarà solo il leader e chi gli sta intorno».

Sembra descrivere proprio il M5S.

«Oggi servirebbe una struttura. Serve un radicamento sul territorio e idee chiare di partecipazione non solo digitale. Mi chiedo: che relazione c'è tra noi e un'azienda privata che non si capisce a quale titolo gestisce parte delle nostre risorse e che si inserisce nell'agenda politica?».

Boom. Si riferisce alla Casaleggio Associati?

«Va benissimo un server provider che ci fa il sito web, ma questa situazione dimostra che il problema più che la leadership, è l'organizzazione del Movimento».

Lei come si è avvicinato al M5S?

«Attraverso i meet up bolognesi ai tempi dei primi V-day. Poi un paio di anni fa, Giorgio Sorial, ex parlamentare Cinque Stelle, che aveva letto il mio libro Presi per il Pil, mi ha invitato a presentarlo a Montecitorio».

Nel suo profilo Facebook sono stati trovati insulti del 2013 contro Daniela Santanchè e altri personaggi pubblici. Roba da haters grillini.

«Non ero un attivista Cinque Stelle, ma un semplice cittadino. È passato molto tempo e, in ogni caso, non vado fiero dei toni. Ho già chiesto scusa in pubblico e in privato».

Ha tuttora un buon rapporto con Beppe Grillo?

«Sono sempre stato un suo fan e lo considero un grande visionario. Ci siamo sentiti al telefono qualche giorno fa. Si voleva complimentare per la proposta di introdurre lo sviluppo sostenibile tra le materie di studio. Quando Grillo ha capito che ero un po' frustrato per come vengo trattato, mi ha rassicurato: "Non ti preoccupare. È il problema di noi elevati". Solo in Italia un provvedimento sulla didattica ecologista è considerato folkloristico».

Quando comincio a citare i commenti ironici dei suoi detrattori il ministro si sfoga: «Greta Thunberg ha fatto un tweet per complimentarsi con me. Ho ricevuto l'endorsement di Bernie Sanders. Grazie a questa proposta sono stato invitato alla conferenza dell'Onu sui cambiamenti climatici COP25 di Madrid. E il settimanale tedesco Sternha scritto: "Ecco perché la Germania ha bisogno di un ministro così". L'economia ecologica nel mondo è mainstream ed è candidata al Nobel, qui è ridotta a macchietta, con un ambientalismo spesso ancillare. Se è vero che siamo entrati nella sesta estinzione di massa, questi dovrebbero essere argomenti centrali in ogni decisione politica».

Lei ha proposto la tassa sulle merendine.

«Ho proposto la Sugar Tax. Il Green New Deal deve passare attraverso un fisco intelligente, altrimenti è fuffa. Ho seguito un principio elementare: rimodulare l'Iva aumentandola sui prodotti dannosi per la salute e per l'ambiente e diminuendola su altri prodotti. Più alta quella sulle bevande zuccherine e sui voli aerei, più bassa quella sui pannolini. E lo sa perché è saltata quest'idea di rimodulazione green del fisco?».

Perché?

«Perché Renzi si è opposto e Di Maio, invece di dire "Renzi non capisce nulla", gli è andato dietro. Avremmo dovuto tenere la barra dritta».

Lei quanto è ambientalista?

«Quando vivevo a Pretoria avevo una casa completamente ecosostenibile: riciclavo l'acqua piovana e la usavo per irrigare l'orto, l'energia veniva dai pannelli solari. Mia moglie oltre che vegana è anche un'attivista plastic free ».

Sua moglie Janine, tedesca.

«È bilingue, tedesco e spagnolo».

È vero che discutete in inglese?

«Viene spontaneo. Ma io parlo in inglese anche con i miei figli, Damiano che ha nove anni e Lukas che ne ha cinque».

Davvero? E perché?

«Ho sbagliato a dirlo? Tranquillizzo tutti: ho sempre parlato loro in italiano. Quando ho visto che lo sapevano bene, visto che con la madre parlano spagnolo, ho preferito tenere in allenamento l'inglese».

Le hanno rinfacciato di mandarli nelle scuole private, invece che nelle pubbliche.

«Frequentano da sempre scuole internazionali, in giro per il mondo. E ormai la loro continuità didattica e curriculare è legata a quel percorso. Ora comunque vivono in Germania. Con Janine, che deve seguire un po' i suoi anziani genitori, abbiamo deciso di tenerli lontani dai casini della nostra politica. Li raggiungo appena posso».

È per questo che, come ha raccontato durante la trasmissione Otto e mezzo, le capita di dormire spesso sul divano nella sua stanza ministeriale?

«Sì. A volte è più comodo che raggiungere casa, che si trova ai Castelli».

Perché, invece di usare un'abitazione romana che spetta a ogni ministro, ha una casa a sud-est della Capitale?

«Mio padre vive a Zagarolo e i miei fratelli a Frascati. Io sono collocato in quella zona. Sono cresciuto a Tor Bella Monaca».

Quartiere della zona sud-est di Roma, appunto. Mi racconti la sua infanzia.

«Papà era medico di pronto soccorso, mamma insegnava alle medie. Un'infanzia nella norma».

Miti giovanili?

«Poca roba. Giocavo a pallamano, allo Scientifico ero rappresentante d'istituto e scrivevo per il giornalino della scuola La finestra sul cortile».

A vent'anni flirtava con l'IdV di Antonio Di Pietro.

«Sì, durante gli anni dell'Università a Tor Vergata».

Master a Siena e dottorato a Fiesole.

«In mezzo il servizio civile internazionale a Gand, in Belgio».

A Gand?

«Non ero mai uscito dall'Italia. Mi sembrava un buon modo per andare all'estero. Finii in una Ong ambientalista: sgobbavo nel loro bed and breakfast. La sera piangevo, chiamavo mia madre... non pensavo che sarebbe stata così dura».

Il suo curriculum la vede rimbalzare da Londra all'Università di Pretoria, in Sud Africa, passando per Heidelberg in Germania. Il momento più duro da espatriato?

«Il momento più duro in realtà l'ho vissuto a Bologna, nel 2009. Janine era incinta. Io rischiavo di diventare disoccupato per aver sfidato l'Università presentandomi al concorso contro la richiesta avanzata dallo stesso dipartimento di non mettere in imbarazzo la commissione che doveva portare avanti un altro candidato. Avevamo investito tutti i nostri risparmi per costruire un'abitazione/centro di ricerca sullo sviluppo sostenibile, ma il terreno era andato distrutto durante i lavori per la variante di valico...».

Come ne uscì?

«Con un'offerta molto ben retribuita che arrivò da un'università tedesca».

Ora è ministro dell'Istruzione. Qual è il gol che vorrebbe realizzare entro la fine del mandato?

«Portare la scuola al centro della programmazione economica del Paese. La scuola come modello di sviluppo».

Spesso, oggi, il dibattito pubblico sulle scuole, è fatto di classifiche tra istituti. Lo sa che ci sono dirigenti scolastici che dicono agli studenti «se non siete in grado di tenere il ritmo del nostro istituto vi consigliamo di abbandonare»?

«Spero che non sia vero. È un fenomeno che si chiama self-selection bias: si selezionano alla base i più bravi per dimostrare che la scuola è buona. Ma la scuola ha un senso se accoglie chiunque e lo rende competente, se riattiva un ascensore sociale che in Italia è fermo da troppo tempo».

Lei ha detto che lascerà il ministero se non ottiene un aumento della spesa per la scuola di tre miliardi di euro.

«Ci sto lavorando, milioncino dopo milioncino. E mi importa poco di che cosa accadrà a me».

Davvero se ne andrà se non ottiene fondi adeguati?

«O colgo l'occasione per portare un cambiamento oppure è davvero inutile restare al ministero a scaldare la poltrona».

Il record della Trenta. Onorificenze e premi a pioggia per i fedelissimi. Paolo Bracalini, Domenica 01/12/2019, su Il Giornale. L'ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta (M5s), è stata in carica meno di 15 mesi ma ha stabilito un record, quello degli «encomi solenni» che ha distribuito ai suoi fedelissimi alla Difesa. Si tratta di un riconoscimento importante, che ha un peso anche nella futura carriera (e retribuzione) dei militari a cui viene assegnato, ma che è stato distribuito con grande generosità dalla Trenta: 130 encomi in pochi mesi, «un record assoluto assicurano fonti delle Forze armate» sentite dal Foglio, che ha scoperto il caso. «Un riconoscimento che in passato è stato consegnato ai reduci di guerra, agli eroi commenta il portale Infodifesa -. Uno schiaffo ai sacrifici di quei militari che nel mondo o per strada, tutti i giorni, rischiano la vita». Quel che colpisce non è solo il numero delle onorificenze ma anche i destinatari. Tra questi, il colonnello Francesco Greco, capo Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione del ministero, premiato dalla Trenta con un encomio «per la preziosissima e leale collaborazione assicurata ai vertici del Dicastero». Una onorificenza che arriva il 5 settembre 2019, cioè il giorno del giuramento del nuovo ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che finora ha mantenuto Greco in quel ruolo. Ma nei 130 encomi ci sono altri fedelissimi dell'ex ministra. «Il sergente maggiore capo Mirko Lapi, allora consigliere del ministro per l'analisi strategia e la cyber security, il tenente colonnello Cristiano Pinna, ex aiutante di campo della ministra Trenta. A loro, come ance al colonnello Toni Caporrella e allo stesso Greco, il 2 giugno scorso è stata conferita l'onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Quella di Ufficiale, invece, è andata nello stesso giorno al colonnello Massimo Ciampi, capo ufficio personale militare e Capo affari giuridici presso il gabinetto del ministro Trenta. Tutti e sei insieme al ministero» tutti e sei premiati con onorificenze prestigiose.

Non solo, c'è un altro caso. In via Flaminia a Roma c'è l'immobile della Difesa servizi Spa. Lì vivono il colonnello Greco, il colonnello Antonello Arabia, e il tenente colonnello Toni Caporrella. «Ossia il capo ufficio pubblica informazione nominato dalla Trenta nel 2018, l'ex capo ella segreteria nonché militante storico del M5s nel secondo Municipio di Roma, e poi il consigliere per le politiche delle alleanze dell'ex ministro - scrive il Foglio - Tutti insieme al ministero, tutti insieme in una zona esclusiva dove un appartamento in affitto costa tra i 2-3mila euro al mese. Una fortunata coincidenza considerando le migliaia di ufficiali e sottufficiali che attendono per anni un alloggio di servizio». Qualcuno lo avrebbe soprannominato «condominio Trenta», e non dal numero civico.

La casa della Trenta e la vergogna dei 5 stelle. L'ex ministro della difesa occupa ancora la casa in centro a Roma che le era stata assegnata quando era ministro, come un politico da Prima Repubblica. Panorama il 19 novembre 2019. L’evoluzione è quasi completa. Cadono governi, cambiano facce, spariscono partiti, eppure - dalla Prima alla Terza Repubblica - per i politici il vizietto immobiliare non tramonta mai. L’ultima a cascarci in ordine di tempo (altri ne verranno) è Elisabetta Trenta. La fu ministra della Difesa è passata alle cronache per essere una grande ballerina di tango e ora rischia di rimanere nella Storia come la prima 5 Stelle ad aver approfittato del suo status per occupare un immobile in una zona rinomata, un appartamento di pregio di proprietà pubblica. Come si dice: servire lo Stato per servire se stessi. Per la precisione, la casa è stata formalmente assegnata al marito, il maggiore dell’Esercito Claudio Passarelli. E infatti lei precisa che “nessuna legge è stata violata”, Però per molti la faccenda puzza terribilmente di escamotage, a cominciare dai suoi colleghi pentastellati. Se Luigi Di Maio definisce la faccenda “inaccettabile”, sui social il senatore Gianluigi Paragone è ancora più severo: “Ex ministro Trenta, molli la casa!!! Che c… (omissis di Panorama). La risposta è:“Non me ne vado, ho una vita di relazioni e mi serve l'appartamento più grande!!!”. Ora, immemore delle battaglie anti-casta del M5S, come un politico qualsiasi, Trenta rifiuta di andarsene. Evidentemente la storia non ha insegnato nulla. Gli italiani ai politici perdonano quasi tutto ma difficilmente dimenticano le speculazioni immobiliari, vere o presunte. Negli anni ci hanno lasciato le penne politiche in tanti, leader e semi-leader che hanno visto distrutta o rallentata la loro carriera: Gianfranco Fini, Claudio Scajola, Walter Veltroni, Ciriaco De Mita, Luciano Violante, Nicola Mancino e altri ancora, tutti però rimasti al loro posto, anche dopo le varie Affittopoli e Svendopoli. L’unico che ribaltò la situazione fu Massimo D’Alema, che mollò la casa pubblica ad affitto agevolato e ne comprò privatamente una, nel quartiere Prati di Roma. Una scelta tempestiva, che rafforzò la sua leadership nella sinistra e lo portò successivamente a guidarla anche a Palazzo Chigi, da premier. Oggettivamente, è difficile pensare a Elisabetta Trenta come novella D’Alema. Più facile immaginarla tra stucchi e tendaggi, seduta a bere un tè nel salotto di casa, mentre si affaccia su uno dei quartieri più belli di Roma e chiacchiera amabilmente con suo marito sulla loro vita a 5 Stelle, come il movimento che l’ha rilanciata in politica dopo che nei primi anni del Duemila era stata assessora di una giunta di centrodestra a Velletri, sui Castelli Romani. Ne ha fatta di strada Elisabetta. D’altronde da cosa nasce cosa. Anzi, da casa nasce casa. Nuova. 

Il tic moralista grillino Di Maio scarica la prof ma assume gli amici. Il leader M5s alla Trenta: "Lasci la casa". Ma riempie i ministeri di compagni di scuola. Domenico Di Sanzo, Martedì 19/11/2019, su Il Giornale. Via da quella casa. Il capo politico del M5s lo ha ripetuto anche ieri, nonostante la telefonata dell'ex ministro della Difesa in cui Elisabetta Trenta ha spiegato al leader grillino «che tutto è stato fatto correttamente». Luigi Di Maio ha consegnato l'avviso di sfratto in mattinata, dai microfoni di Rtl 102.5: «La ministra Trenta ha smesso di fare la ministra circa due mesi fa, aveva tre mesi per lasciare quella casa ed è bene che la lasci. Poi se il marito ufficiale dell'Esercito ha diritto all'alloggio può fare una domanda e sono sicuro che ne avrà diritto, quindi potrà accedere all'alloggio come tutti gli altri ufficiali dell'Esercito». L'ex vicepremier ha proseguito il ragionamento, discettando sulla presunta superiorità morale dei Cinque Stelle: «Questa cosa fa arrabbiare i cittadini e fa arrabbiare anche noi - ha aggiunto Di Maio senza mezzi termini - perché siamo sempre quelli che si tagliano gli stipendi, da ministro continuo a tagliarmi lo stipendio, come fanno tutti gli altri sottosegretari e parlamentari del Movimento». Un atteggiamento diverso rispetto ad altri casi in cui esponenti pentastellati si sono trovati in imbarazzo. Nella maggior parte delle situazioni Di Maio ha cercato di difendere i suoi uomini. Oppure si è chiuso in un silenzio altrettanto imbarazzato come nella vicenda dei gravi insulti sui social del ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti rivelati il mese scorso dal Giornale. Pazienza se, a taccuini chiusi, qualche parlamentare del M5s ieri mugugnava sul metodo di scelta del capo politico, che ha cooptato ministri, deputati e senatori dalla «società civile», digiuni di militanza grillina come la Trenta. Di Maio ora è deciso a sfrattare l'ex ministro. E anche se si tratta di fattispecie diverse, tanta durezza stride con alcune cose fatte dal leader da quando ha occupato le poltrone del governo. Una su tutte: le nomine. Nella settimana appena trascorsa il Giornale si è occupato dei super stipendi degli uomini di fiducia del capo politico alla Farnesina. Una spesa pubblica pari a 700mila euro all'anno. E fonti del ministero degli Esteri giurano che nessuno aveva mai osato spendere così tanto. Forse solo il ministro socialista Gianni De Michelis a cavallo tra gli anni '80 e '90. L'elenco dei fedelissimi alla Farnesina è abbastanza lungo. C'è il comunicatore Augusto Rubei (140mila euro), l'ex dipendente della Casaleggio Associati Pietro Dettori (120mila euro), l'addetta stampa Sara Mangieri (90mila euro), il social media manager Daniele Caporale (80mila euro), già con Di Maio a Palazzo Chigi. La lista prosegue con Alessio Festa che guadagna 11mila e 580 euro per seguire le relazioni istituzionali del ministro. Anche lui, come gli altri, vecchia conoscenza del capo politico, avendolo seguito prima alla vicepresidenza della Camera e poi a Chigi. Dal Mise invece Di Maio si è portato Cristina Belotti, adesso Capo segreteria alla Farnesina per un compenso annuo di 120mila euro. In «quota Pomigliano» c'è Carmine America, ex compagno di liceo di Di Maio, nominato come esperto di sicurezza, difesa e questioni internazionali a 80mila euro annui. Infine, tra i comunicatori abbiamo Giuseppe Marici, traslocato dall'ufficio stampa del M5s alla Camera, che percepisce 70mila euro l'anno. A questi otto vanno aggiunti altri sette fedelissimi. Rimasti a presidiare i vecchi ministeri di Di Maio, lo Sviluppo Economico e il Lavoro. Non sono pubblicati i compensi di tutti loro, ma molti sono campani, quindi conterranei dell'ex vicepremier. Come Assia Montanino, Daniel De Vito (149mila euro), Enrico Esposito (150mila euro), Luigi Falco (100mila euro). Intanto dal M5s sono piovute critiche nei confronti della Trenta. Il senatore Gianluigi Paragone, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano e il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo hanno chiesto all'ex ministro di lasciare l'abitazione di servizio. E ci è andato giù duro il Blog delle Stelle: «I nostri valori sono incompatibili con l'intenzione di mantenere l'appartamento, sono valori intoccabili e li facciamo rispettare». 

Di Maio, Taverna, Dessì... Il vizietto immobiliare dei 5s. Quella della Trenta è solo l'ultima furbata dei grillini alle prese con l'alloggio. Quando il capo cambiò casa. Domenico Di Sanzo, Martedì 19/11/2019, su il Giornale. Tutti a casa. E non è una metafora grillina contro la «casta» della politica. Perché il caso che ha coinvolto l'ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che ha mantenuto l'abitazione di servizio ora assegnata al marito militare, non è l'unico che ha visto esponenti del M5s alle prese con vicende imbarazzanti collegate ai beni immobili. Ad esempio, a febbraio del 2018 aveva fatto discutere il cambio di domicilio del capo politico del Movimento, che di lì a poco sarebbe diventato ministro per la prima volta. Dopo aver abitato per anni a Trastevere, a ridosso delle elezioni politiche dell'anno scorso Luigi Di Maio decise di trasferirsi in una zona davvero prestigiosa. Da casta. In via del Colosseo, con vista esclusiva sui Fori Imperiali. Allo stesso indirizzo era indicata la sede del «legale rappresentante» del comitato pentastellato per le elezioni politiche del 2018, così come era scritto nel modulo per le donazioni al di sopra dei 5 mila euro scaricabile dal Blog delle Stelle. Tre anni prima, nel 2015, c'era stata la polemica sulle case dello Staff comunicazione del M5s al Senato pagate con i soldi del gruppo destinati a «scopi istituzionali». Ben 160mila euro spesi nel 2014 per pagare l'affitto ai comunicatori, alcuni spediti a Roma direttamente da Casaleggio. Tra di loro Rocco Casalino, attuale portavoce del premier Giuseppe Conte, che si era sistemato in un appartamento in via di Torre Argentina insieme a un collega, a due passi dal Pantheon. Per un esborso di denaro del gruppo di Palazzo Madama pari a 40mila euro in un anno. Ma non c'era solo Casalino. Tutti gli spin doctor grillini erano domiciliati in una zona centralissima e costosa, compresa tra il Pantheon e Via Giulia. Claudio Messora, altro comunicatore poi traslocato all'Europarlamento e in seguito entrato in polemica con il M5s, a Roma abitava in una casa nei pressi di Piazza Navona, per un canone di affitto di 1.600 euro al mese. Passando dagli appartamenti di lusso alle case popolari, come non menzionare l'abitazione della madre della vicepresidente del Senato Paola Taverna. Siamo al Quarticciolo, periferia della Capitale. La storia comincia alla fine del 2017, quando l'Ater del Lazio stabilisce che la signora ottantenne ha perso il diritto a occupare la casa popolare con canone di affitto agevolato. Perché? La famiglia, secondo gli uffici capitolini, è proprietaria di più di un immobile, tra cui uno sempre a Roma, nella borgata di Torre Angela. A ottobre del 2018 arriva l'avviso di sfratto. La pasionaria grillina protesta parlando di «accanimento». Ma, dopo ricorsi e carte bollate, la parola fine sulla vicenda arriva a gennaio di quest'anno: il Tribunale civile di Roma rigetta il ricorso della madre della Taverna e ribadisce che la signora Graziella Bartolucci non possiede più i requisiti per abitare in quella casa. La vicepresidente del Senato chiosa: «Sono così pulita che non trovano nulla su cui attaccarmi se non i miei affetti». Anche il senatore Emanuele Dessì, con tutte le differenze tra i due casi, è scivolato sull'edilizia popolare. La grana scoppia a febbraio 2018. Si scopre che il candidato a Palazzo Madama nel collegio plurinominale di Latina abita in una casa popolare a Frascati pagando 7,75 euro al mese di affitto, che fanno 93 euro all'anno. Lui si difende: «Non guadagno con il mio lavoro, non ho reddito, sono povero, non ho conto, non ho auto». Le cifre erano molto più alte per passare le vacanze nella villa di Beppe Grillo, a Marina di Bibbona in provincia di Livorno. Il fondatore di un Movimento ispirato al francescanesimo, nell'estate del 2013 finisce sui giornali non a causa della sua attività politica, ma per la decisione di affittare ai turisti la sua villa Corallina, in Toscana. L'annuncio compare sul sito dell'agenzia Emma Villas. In cui si possono trovare tutti i dettagli sulla lussuosa magione del comico, all'epoca in prima linea nella gestione del M5s. Due piani, otto camere da letto, sette bagni, cinque ettari di proprietà, parco suggestivo, piscina d'ordinanza. Il tutto a un costo faraonico compreso tra i 13mila e i 14mila euro a settimana.

Domenico Di Sanzo per “il Giornale” il 18 novembre 2019. Tutti a casa. E non è una metafora grillina contro la «casta» della politica. Perché il caso che ha coinvolto l' ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che ha mantenuto l' abitazione di servizio ora assegnata al marito militare, non è l' unico che ha visto esponenti del M5s alle prese con vicende imbarazzanti collegate ai beni immobili. Ad esempio, a febbraio del 2018 aveva fatto discutere il cambio di domicilio del capo politico del Movimento, che di lì a poco sarebbe diventato ministro per la prima volta. Dopo aver abitato per anni a Trastevere, a ridosso delle elezioni politiche dell' anno scorso Luigi Di Maio decise di trasferirsi in una zona davvero prestigiosa. Da casta. In via del Colosseo, con vista esclusiva sui Fori Imperiali. Allo stesso indirizzo era indicata la sede del «legale rappresentante» del comitato pentastellato per le elezioni politiche del 2018, così come era scritto nel modulo per le donazioni al di sopra dei 5 mila euro scaricabile dal Blog delle Stelle. Tre anni prima, nel 2015, c' era stata la polemica sulle case dello Staff comunicazione del M5s al Senato pagate con i soldi del gruppo destinati a «scopi istituzionali». Ben 160mila euro spesi nel 2014 per pagare l'affitto ai comunicatori, alcuni spediti a Roma direttamente da Casaleggio. Tra di loro Rocco Casalino, attuale portavoce del premier Giuseppe Conte, che si era sistemato in un appartamento in via di Torre Argentina insieme a un collega, a due passi dal Pantheon. Per un esborso di denaro del gruppo di Palazzo Madama pari a 40mila euro in un anno. Ma non c' era solo Casalino. Tutti gli spin doctor grillini erano domiciliati in una zona centralissima e costosa, compresa tra il Pantheon e Via Giulia. Claudio Messora, altro comunicatore poi traslocato all'Europarlamento e in seguito entrato in polemica con il M5s, a Roma abitava in una casa nei pressi di Piazza Navona, per un canone di affitto di 1.600 euro al mese. Passando dagli appartamenti di lusso alle case popolari, come non menzionare l' abitazione della madre della vicepresidente del Senato Paola Taverna. Siamo al Quarticciolo, periferia della Capitale. La storia comincia alla fine del 2017, quando l'Ater del Lazio stabilisce che la signora ottantenne ha perso il diritto a occupare la casa popolare con canone di affitto agevolato. Perché? La famiglia, secondo gli uffici capitolini, è proprietaria di più di un immobile, tra cui uno sempre a Roma, nella borgata di Torre Angela. A ottobre del 2018 arriva l' avviso di sfratto. La pasionaria grillina protesta parlando di «accanimento». Ma, dopo ricorsi e carte bollate, la parola fine sulla vicenda arriva a gennaio di quest' anno: il Tribunale civile di Roma rigetta il ricorso della madre della Taverna e ribadisce che la signora Graziella Bartolucci non possiede più i requisiti per abitare in quella casa. La vicepresidente del Senato chiosa: «Sono così pulita che non trovano nulla su cui attaccarmi se non i miei affetti». Anche il senatore Emanuele Dessì, con tutte le differenze tra i due casi, è scivolato sull'edilizia popolare. La grana scoppia a febbraio 2018. Si scopre che il candidato a Palazzo Madama nel collegio plurinominale di Latina abita in una casa popolare a Frascati pagando 7,75 euro al mese di affitto, che fanno 93 euro all' anno. Lui si difende: «Non guadagno con il mio lavoro, non ho reddito, sono povero, non ho conto, non ho auto». Le cifre erano molto più alte per passare le vacanze nella villa di Beppe Grillo, a Marina di Bibbona in provincia di Livorno. Il fondatore di un Movimento ispirato al francescanesimo, nell' estate del 2013 finisce sui giornali non a causa della sua attività politica, ma per la decisione di affittare ai turisti la sua villa Corallina, in Toscana. L'annuncio compare sul sito dell' agenzia Emma Villas. In cui si possono trovare tutti i dettagli sulla lussuosa magione del comico, all' epoca in prima linea nella gestione del M5s. Due piani, otto camere da letto, sette bagni, cinque ettari di proprietà, parco suggestivo, piscina d'ordinanza. Il tutto a un costo faraonico compreso tra i 13mila e i 14mila euro a settimana. 

 Luca Fazzo per “il Giornale” il 16 novembre 2019. Era proprio una love story, quella tra i servizi segreti e la Link Campus, l' università romana fucina dei politici del Movimento 5 Stelle finita al centro dello scandalo del Russiagate. Dopo le rivelazioni sul ruolo nel complotto anti-Trump del professor Jospeh Mifsud, ormai irreperibile da tempo, ora salta fuori un dettaglio che riguarda la più nota tra gli esponenti grillini formatisi nell' ateneo fondato dall' ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti. Si tratta di Elisabetta Trenta, laureata alla Link e nominata ministro della Difesa nel governo Conte 1. Che la Trenta avesse contatti nel mondo dell' intelligence per via familiare era noto: suo marito è un ufficiale dell' esercito che ha lavorato a lungo alle dipendente del generale Giovanni Caravelli, attualmente vicedirettore dell'Aise (l' ex Sismi). Ma evidentemente alla Trenta non bastava: voleva per se stessa un futuro da agente segreto in prima persona. Un atto interno all' Aise, che il Giornale ha a sua disposizione e di cui ha verificato l'autenticità, racconta che Elisabetta Trenta fece domanda di assunzione all' Aise all' epoca in cui gli 007 esteri erano guidati dal generale Alberto Manenti. La Trenta riuscì a fare prendere in esame la sua candidatura, superò il primo scoglio e quando era a un passo dall' arruolamento si scontrò sull' ostacolo più banale, il colloquio psico-attitudinale. Si tratta dell' esame cui tutte le aspiranti spie devono sottoporsi anche nel caso (come quello della Trenta) che non siano destinate ad attività operative sul campo o a infiltrazioni. Si tratta di verificare parlando con psicologi e psichiatri se i candidati abbiano la solidità caratteriale per reggere una professione comunque complessa. E la Trenta viene bocciata. I documenti dell' Aise dicono che alla dottoressa fu offerta a quel punto una sorta di premio di consolazione: l'assunzione come «articolo 7». L'articolo prevede una assunzione a tempo, per seguire progetti specifici alle dipendenze dirette del capo dell'agenzia. Quando il direttore cambia, gli «articoli 7» cessano automaticamente il servizio. E questo spiega perché la Trenta declina l'offerta: il suo referente sarebbe stato Manenti, il cui mandato alla testa dell'Aise era in scadenza. Appena il tempo di cominciare, e sarebbe rimasta a casa. L'esponente grillina, d'altronde, da lì a pochi mesi si consolò a livelli ben più alti, venendo designata a ministro della Difesa, e incamerando in questo modo rapporti con i servizi segreti ben più solidi di quelli che avrebbe avuto come semplice agente a tempo determinato. Certo, può apparire singolare che un soggetto che non ha superato l'esame psichico per una posizione di basso livello venga scelto come ministro della Difesa: ma per i membri del governo non sono previste visite attitudinali. Da notare c' è che nella nuova veste, il ministro Trenta utilizza e rinsalda i rapporti che aveva già nella sua vita precedente: sia con Caravelli, l' ex superiore gerarchico di suo marito, sia con l' altro vicedirettore dell' Aise nominato dal premier Giuseppe Conte (prima versione, governo gialloverde) ovvero il generale della Finanza Giuseppe Caputo. I rapporti della Trenta con Caravelli e Caputo sono di pubblico dominio. E non si sfilacciano neanche quando nel maggio scorso l'Espresso accusa Caputo di essere tra i responsabili dell' acquisto di un software di spionaggio chiamato Exodus, che la Procura di Roma considera in realtà un pericoloso malware. In estate il governo Conte 1 cade, e nel nuovo gabinetto la Trenta non viene confermata. Ma la storia della sua domanda di assunzione all' Aise rinfocola inevitabilmente gli interrogativi sul ruolo effettivo giocato dalla Link Campus nelle attività di intelligence del nostro governo. A partire dal ruolo di Alberto Manenti, che era a capo del' Aise quando i servizi americani chiesero l' aiuto italiano per frenare la corsa alla presidenza di Donald Trump, e che nei giorni scorsi La Verità ha indicato come il suggeritore della scomparsa di Mifsud. E che, nonostante sia in pensione, ha incontrato il capo della Cia in occasione della sua ultima visita a Roma.

 Sergio Rame per ilgiornale.it il 17 novembre 2019. "Chiarisca al più presto". Dopo le inchieste del Giornale e del Corriere della Sera il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico pungolano l'ex titolare della Difesa Elisabetta Trenta. Ieri Luca Fazzo ha svelato la domanda di assunzione nei servizi segreti stoppata perché non era riuscita a passare i colloqui psico-attitudinali. Oggi Fiorenza Sarzanini ha, invece, rivelato che, una volta conclusa l'esperienza con il primo governo Conte, si è tenuta l'appartamento nel centro di Roma che da "ministra" aveva ottenuto come "alloggio di servizio". Lei si schermisce dalle inchieste dicendo che "il Paese non è al sicuro se escono certe notizie" e che aveva il diritto di rimanere in quella casa, ma in parlamento fioccano già le interrogazioni urgenti per farla venire a chiarire al più presto. "Da ministro ho chiesto l'alloggio di servizio perché più vicino alla sede lavorativa, nonché per opportune esigenze di sicurezza e riservatezza. L'alloggio è stato assegnato ad aprire 2019, seguendo l'opportuna e necessaria procedura amministrativa, esitata con un provvedimento formale di assegnazione da parte del competente ufficio". La Trenta usa la propria bacheca di Facebook per ribattere all'inchiesta del Corriere della Sera che ha acceso i riflettori sull'appartamento ottenuto dopo essere arrivata al ministero della Difesa. Al governo con Giuseppe Conte era stata portata dai Cinque Stelle. Ma adesso Luigi Di Maio è già corso a scaricarla: "Tengo a sottolineare che il M5s non ne sapeva niente". Anche lui, come tutti i partiti che siedono in parlamento, vuole un chiarimento "il prima possibile". "Vedremo cosa ha da dire - ha detto il capo politico grillino - ovviamente lei non è più nostro ministro". Dal canto suo la Trenta assicura che, da quando ha lasciato il ministero della Difesa, ha per regolamento tre mesi di tempo per poter lasciare l'appartamento. "Il termine ancora non è scaduto", ha commentato ricordando che la scadenza è il prossimo 5 dicembre e che questo temporeggiamento è stato dettato solo "per evitare ulteriori aggravi economici sull'amministrazione". "Come è noto - ha poi spiegato - mio marito è ufficiale dell'Esercito Italiano con il grado di maggiore e svolge attualmente un incarico di prima fascia, incarico per il quale è prevista l'assegnazione di un alloggio del medesimo livello di quello che era stato a me assegnato". Il suo chiarimento non ha, tuttavia, convinto nessuno. Tanto che non c'è soltanto Di Maio a chiedere all'ex titolare della Difesa ulteriori spiegazioni. Il presidente dei senatori piddì, Andrea Marcucci, ha già preannunciato una interrogazione urgente del gruppo. "Se le indiscrezioni risultassero vere - ha tuonato l'esponente dem - saremmo di fronte ad un comportamento molto grave, anche perché coinvolgerebbe una esponente di primissimo livello del Movimento 5 Stelle". Anche per il senatore di Forza Italia, Maurizio Grasparri, il caso della Trenta ricade sui Cinque Stelle, "moralisti un tanto a chilo" che ancora una volta si dimostrano "bugiardi e ipocriti". "Non bastava Di Maio che riempie i tanti ministeri, dove immeritatamente approda, di amici e sodali strapagati con soldi dei cittadini - ha commentato - non bastava il viceministro Cancelleri che si è fatto accompagnare da sorella e cognato, manco fosse Fini, a un incontro legato alla sua funzione". E, nel ricordare che l'ex titolare della Difesa ha un'altra casa a Roma, ha chiesto all'attuale ministro Lorenzo Guerini di indagare al più presto su quanto accaduto e di far sapere agli italiani "quale canone ha pagato la Trenta quando era ministro e quanto paga il maggiore marito". In commissione Difesa i parlamentari di Fratelli d'Italia Salvatore Deidda, Wanda Ferro e Davide Galantino si stanno già occupando da tempo delle assegnazioni degli alloggi per i militari. Un problema serio su cui sono già state presentate interrogazioni e risoluzioni. "La vicenda (della Trenta, ndr) è ancor più grave se si pensa alle odiose campagne del Movimento 5 Stelle contro i presunti privilegi. Privilegi che, a quanto pare, sono invece 'di casà per gli stessi grillini", hanno chiosato i tre.

Dall’account facebook di Elisabetta Trenta il 17 novembre 2019: "Gentilissima dottoressa Sarzanini, con meraviglia ho letto l’articolo di questa mattina. Ciò che non mi spiego è perché una giornalista seria come lei, l’ho sempre rispettata, prima di scrivere non senta la fonte principale. Comunque sapevo che ieri aveva chiesto il mio numero ed io ho autorizzato a fornirglielo, ma ha scritto prima di ascoltarmi. Non importa. Le spiego lo stesso. Da ministro ho chiesto l’alloggio di servizio perché più vicino alla sede lavorativa, nonché per opportune esigenze di sicurezza e riservatezza. L’alloggio è stato assegnato ad aprire 2019, seguendo l’opportuna e necessaria procedura amministrativa, esitata con un provvedimento formale di assegnazione da parte del competente ufficio. Quando ho lasciato l’incarico, avrei avuto, secondo regolamento, tre mesi di tempo per poter lasciare l’appartamento; termine ancora non scaduto (scadenza tre mesi dal giuramento del nuovo governo, vale a dire 5 dicembre 2019). Come è noto, mio marito è ufficiale dell’Esercito Italiano con il grado di maggiore e svolge attualmente un incarico di prima fascia, incarico per il quale è prevista l’assegnazione di un alloggio del medesimo livello di quello che era stato a me assegnato (infatti a me non era stato concesso un alloggio ASIR - cosiddetto di rappresentanza - ma un alloggio ASI di prima fascia. Pertanto, avendo mio marito richiesto un alloggio di servizio, per evitare ulteriori aggravi economici sull’amministrazione (a cui competono le spese di trasloco, etc.), è stato riassegnato lo stesso precedentemente concesso a me, previa richiesta e secondo la medesima procedura di cui sopra. Tanto per doverosa informazione. Le sarei grata se volesse pubblicare questa mia. Grazie Cordiali saluti Questa è la lettera da me inviata alla giornalista, strumento di qualcuno che da due giorni mi attacca. Mi chiedo il perché ma intanto credo che sia giusto chiarire. Buona domenica a tutti!

«Non me ne vado. Ho una vita di relazioni, l’appartamento grande adesso mi serve». Pubblicato domenica, 17 novembre 2019 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. «Mio marito militare? È stato solo svantaggiato». «Sono molto arrabbiata. Questa storia mi porterà dei danni. È evidente che ormai sono sotto attacco». Elisabetta Trenta risponde al cellulare alle 9,30 di domenica mattina mentre prepara il post da pubblicare su Facebook. «Devo chiarire, è tutto regolare».

Vuol dire che rimarrà nell’alloggio che aveva da ministra?

«Ormai la casa è stata assegnata a mio marito e in maniera regolare. Per quale motivo dovrebbe lasciarla?».

E crede sia giusto tenerla?

«Mi faccia spiegare. Non ho chiesto subito l’alloggio pur avendone diritto, ma soltanto nell’aprile scorso. Ho resistito il più possibile nel mio. Un ministro durante la sua attività ha necessità di parlare con le persone in maniera riservata e dunque ha bisogno di un posto sicuro».

Lei ha una casa al quartiere Pigneto di Roma. Non poteva rimanere lì, sia pur con misure di protezione adeguate?

«No, c’erano problemi di controllo e di sicurezza. In quella zona si spaccia droga e la strada non ha vie d’uscita. E poi io avevo bisogno di un posto dove incontrare le persone, di un alloggio grande. Era necessaria riservatezza».

Ma ora non è più ministra.

«Ho l’atto di cessazione dell’esercito a me e ho tre mesi per andare via. Intanto mio marito ha fatto richiesta perché è aiutante di campo di un generale e per il suo ruolo può avere quell’appartamento».

Scusi ma se era così semplice e regolare, perché avete deciso di farlo solo adesso?

«Quando sono diventata ministra, mio marito è stato demansionato. Ora ha di nuovo i requisiti. E comunque noi prima facevamo una vita completamente diversa. Dopo la vita del marito ha seguito quella della moglie. Se vivevamo in due uno sull’altro poteva andare bene, poi le condizioni sono cambiate. E anche adesso continuo ad avere una vita diversa».

Che vuol dire?

«È una vita di relazioni, di incontri». Però avete una casa di proprietà e questo vi impedisce di poter usufruire dell’alloggio di servizio. «In realtà mio marito ha la residenza nella sua città dove ha una casa, ma ha diritto ad avere l’alloggio dove lavora. Invece l’appartamento di Roma al quartiere Pigneto è intestato soltanto a me. Finora è rimasto vuoto, non l’ho affittato. Continuo a pagare il mutuo e sono nella legalità e per questo non capisco gli attacchi. Crede davvero che se non fosse stato tutto in regola lo Stato maggiore avrebbe dato il via libera?».

Lei è stata ministra. Non ritiene che fosse difficile dire di no a suo marito?

«Potevano farlo. E comunque se avessi lasciato quell’alloggio di servizio per trasferirmi in un altro avrei dovuto fare un doppio trasloco visto che quello di mio marito era a carico dello Stato. Invece così lo Stato ha risparmiato».

Al momento della sua nomina lei aveva assicurato che suo marito sarebbe stato trasferito ad altro incarico. Come mai non è successo?

«L’avevo spostato e adesso è tornato a fare quello che faceva. Non è giusto che lui paghi le conseguenze del mio incarico. Posso assicurare che da questa mia nomina è stato solo svantaggiato: è andato in un altro ufficio per motivi di opportunità perché ero convinta fosse giusto. Quando ho cessato l’incarico è stato reintegrato».

Lei è stata nominata in quota 5 Stelle e il Movimento ha sempre dichiarato guerra ai privilegi.

«Non credo proprio che si tratti di un privilegio perché io l’appartamento lo pago e lo pago pure abbastanza».

Molti militari lamentano di non aver ottenuto l’alloggio pur avendo i requisiti.

«Durante il mio mandato io mi sono occupata delle esigenze di tutti i militari. E infatti è sempre stato detto e scritto che i generali mi osteggiavano e la base mi difendeva. Lasci stare, qui ci sono altre ragioni. Due giorni fa è stato pubblicato un documento riservato con il mio test attitudinale per l’Aise, l’agenzia dei servizi segreti. Poi è saltata fuori la storia della casa. È evidente che sono sotto attacco».

Da parte di chi?

«Non lo so. È un attacco al presidente Conte? All’Aise, al Movimento? Alla Link Campus, dove sono tornata a lavorare?».

Nel pomeriggio Luigi Di Maio le chiede pubblicamente di lasciare la casa. Vi siete parlati?

«Si, gli ho spiegato che tutto è stato fatto correttamente».

E quindi?

«Quando l’incarico di mio marito sarà terminato lasceremo la casa come dicono le regole».

Stefano Buffagni dice che lei non ha rispettato le regole del Movimento.

«Se mi avesse chiamato l’avrei spiegato anche a lui».

Quindi resterà nel M5S?

«Ho chiesto di essere una dei 12 facilitatori. Ci rimarrò di sicuro».  

Lo stratagemma della Trenta per tenersi la casa da ministra. L'ex titolare della Difesa resta nell'appartamento ottenuto come "alloggio di servizio" per la carica nel suo vecchio governo: era stato assegnato al marito militare. Mauro Indelicato, Domenica, 17/11/2019, su Il Giornale. Continua a suscitare polemiche il caso dell’alloggio romano assegnato, dopo la nomina a ministro della Difesa, ad Elisabetta Trenta. Il caso, venuto fuori dopo un’inchiesta de il Giornale, nei prossimi giorni potrebbe assumere anche un rilievo politico. Secondo quanto emerso, Elisabetta Trenta dopo il suo insediamento al dicastero della Difesa, all’interno del governo Conte I, ha chiesto l’assegnazione di un appartamento nella capitale. Una circostanza questa certamente ordinaria e consuetudinaria, visto che i ministri devono risiedere a Roma per poter raggiungere in qualsiasi momento sia la sede del ministero assegnato che Palazzo Chigi in caso di consiglio dei ministri. Tuttavia, come sottolineato da Il Giornale e come rimarcato anche da un articolo di Fiorenza Sarzanini de Il Corriere della Sera, per quanto riguarda il ministro Trenta si rintraccia subito una prima anomalia. Al momento del suo giuramento, avvenuto nel giugno 2018, il neo titolare della Difesa risulta già titolare di una casa, assieme al marito, nella capitale. Presidente del consiglio e presidente della Repubblica hanno appositi appartamenti all’interno delle rispettive sedi istituzionali, non è così per quanto riguarda i ministri: all’interno dei ministeri non ci sono appartamenti, i membri del governo possono chiedere sì un appartamento ma se hanno già casa a Roma di solito si decide semplicemente di rafforzare la sicurezza nel quartiere in cui si abita. Elisabetta Trenta, nonostante la sua casa nella capitale, ha deciso ugualmente di chiedere un appartamento. Ed alla fine le è stata assegnata un’abitazione all’interno di uno stabile del ministero, dove va a vivere assieme al marito. Si tratta di un appartamento di “Livello 1”, assegnabile cioè a personalità di alto livello, dunque anche ad un ministro. E se già questo risulta alquanto strano, visto che la Trenta aveva una casa a Roma, è ancora più inusuale che, nonostante dal settembre scorso non sia più un ministro, l’ex titolare della Difesa risulti ancora dentro quell’appartamento. Questo perché in realtà destinatario dell’alloggio non è Elisabetta Trenta, bensì il marito Claudio Passarelli. Quest’ultimo è maggiore dell’esercito e, al momento dell’ingresso della consorte all’interno del governo Conte I, risulta ufficiale addetto alla segreteria del vice direttore nazionale degli armamenti all'ufficio Affari generali. Ed i casi dunque potrebbero essere due: da un lato “etico”, visto che l’assegnazione fatta dalla stessa Trenta dell’alloggio al marito potrebbe apparire come un escamotage per continuare a risiedere nello stabile appartenente al ministero. Dall’altro lato però, potrebbe intervenire anche la Corte dei Conti: l’appartamento in questione, come detto, è di livello 1 ed il marito non ha una qualifica tale da giustificare l’assegnazione di un alloggio del genere. “Non è escluso che la magistratura contabile – si legge sul Corriere – sia chiamata a valutare eventuali danni erariali e quella ordinaria debba verificare la regolarità della procedura di assegnazione”. Ma il caso, come detto, potrebbe essere anche etico e politico: la Trenta è entrata nel Conte I su indicazione del Movimento Cinque Stelle, che della lotta a sprechi e privilegi per i politici ne ha sempre fatto un baluardo. E dalla base grillina c’è già chi vuol chiedere conto e ragione, anche ad alti livelli, del caso dell’appartamento in cui ancora oggi risiede l’ex ministro Trenta.

L’assegnazione? Al marito militare. Così Trenta si è tenuta la casa da ministra. Pubblicato domenica, 17 novembre 2019 su Corriere.it da Fiorenza Sarzanini. L’ex titolare della Difesa, scelta dal M5S, vive nell’appartamento nel centro di Roma che aveva ottenuto come “alloggio di servizio”. Avviate verifiche sulla procedura. Ha ottenuto l’alloggio «di servizio» poco dopo essere stata nominata ministra della Difesa. Ma in quell’appartamento in uno dei luoghi più suggestivi del centro di Roma, Elisabetta Trenta ha deciso di rimanerci anche adesso che non ha più alcun ruolo pubblico. E ci è riuscita facendolo assegnare al marito, il maggiore dell’Esercito Claudio Passarelli. Una vicenda che imbarazza il dicastero ma soprattutto il Movimento 5 Stelle che l’aveva indicata per l’esecutivo come «esperta di questioni militari» e da sempre è schierato — almeno a parole — contro i privilegi. Anche perché la concessione potrebbe essere avvenuta aggirando i regolamenti, visto che la coppia ha una casa di proprietà nella capitale e dunque non sembra avere necessità di usufruire dell’alloggio. In ogni caso il «livello 1» di dimora attribuito al momento di scegliere la casa per la ministra, è molto superiore a quello previsto per l’incarico e il grado del suo consorte. E dunque non è escluso che la magistratura contabile sia chiamata a valutare eventuali danni erariali e quella ordinaria debba verificare la regolarità della procedura di assegnazione. Senza contare che potrebbe essere il Movimento, primo fra tutti il capo politico Luigi Di Maio, a chiedere conto all’ex ministra di quanto accaduto. Si torna dunque al giugno 2018 quando Movimento 5 Stelle e Lega formano il governo guidato da Giuseppe Conte. Trenta viene scelta come responsabile della Difesa. In genere i ministri che risiedono a Roma o comunque hanno a disposizione un appartamento in città non ottengono l’alloggio di servizio. Si provvede a «blindare» la loro casa e a predisporre tutte le misure di sicurezza adeguate al ruolo mentre il trasferimento viene deciso soltanto in situazioni eccezionali di grave minaccia. Lei ha una casa al quartiere Pigneto, non sembra ci siano rischi particolari, però chiede una «residenza» dove si trasferisce con il marito. Si trova in uno stabile del ministero a poche centinaia di metri da piazza San Giovanni in Laterano. L’appartamento è al 2° piano, molto ampio, chi lo ha visto parla di «casa di alta rappresentanza». La procedura viene seguita dal V reparto della Stato Maggiore dell’esercito guidato dal generale Paolo Raudino. Ben prima che il governo gialloverde entri in crisi, la ministra decide di rendere definitiva l’assegnazione. E così si stabilisce che l’intestatario sia il marito. In realtà appena due giorni dopo l’arrivo alla Difesa il rapporto tra Trenta e il consorte era stato al centro delle polemiche su un possibile conflitto di interessi. Passarelli era infatti «ufficiale addetto alla segreteria del vice direttore nazionale degli armamenti all’ufficio Affari Generali» e questo aveva spinto l’opposizione a sollevare il problema di possibili incompatibilità. Con una nota ufficiale i collaboratori di Trenta avevano dunque comunicato che «la ministra ha chiesto il trasferimento del maggiore Claudio Passarelli per questioni di opportunità all’ufficio Affari Generali, retto da un dirigente civile, che sovrintende alle esigenze organizzative e logistiche del funzionamento del segretariato generale». Lo spostamento in realtà non risulta avvenuto, ma evidentemente Trenta non ritiene che il suo legame familiare possa crearle problemi. Dunque va avanti la procedura relativa all’appartamento. E quando a fine agosto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte decreta la fine del governo gialloverde, Passarelli risulta intestatario dell’alloggio. Secondo le regole del ministero della Difesa - pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale - gli alloggi «di servizio» vengono assegnati in base all’incarico ricoperto. E il grado di maggiore di Passarelli non rientra tra quelli che possono ottenere un alloggio di primo livello, come è appunto quello occupato dalla ministra e ora rimasto nella disponibilità della coppia. E poi c’è da chiarire il problema della casa al quartiere Pigneto, visto che uno dei requisiti per entrare in graduatoria è dimostrare di non avere un’altra abitazione nel Comune di residenza. Circostanze sulle quali Trenta e suo marito dovranno fornire spiegazioni.

 Elisabetta Trenta: "Per l'alloggio a Roma pago 540 euro al mese". Elisabetta Trenta non intende rinunciare all'alloggio di servizio: "Non è un privilegio, perché mio marito ne ha diritto e paghiamo per quell'alloggio". Francesca Bernasconi, Lunedì, 18/11/2019, su Il Giornale.  È bufera sull'ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, destinataria di un alloggio di servizio, non ancora lasciato libero dopo la fine della sua esperienza al governo. La grillina, infatti, vive ancora, insieme al marito, nella casa in quartiere San Giovanni, nel centro della Capitale. L'ex ministro si era difesa, specificando di avere diritto a tre mesi, prima di lasciare l'appartamento, termine non ancora scaduto. Inoltre, il marito, essendo un ufficiale dell'Esercito, avrebbe comunque diritto ad un alloggio di pari grado. Così, per evitare allo Stato le spese del trascolo, al marito sarebbe stato riassegnato lo stesso appartamento. La spiegazione, però, non aveva convinto nemmeno i membri del suo stesso partito, primo fra tutti il leader Luigi Di Maio, che aveva le chiesto a gran voce di abbandonare il prima possibile quella casa. Ed è scontro nel Movimento 5 Stelle. Ma la Trenta non ci sta, perché, a parer suo, lei è nel giusto: "Non c'è nessun privilegio- ha detto l'ex ministro in un'intervista a Radio Capital- perché mio marito ne ha diritto. Sta nella legge". La Trenta ha dichiarato di sentirsi "la coscienza completamente a posto" e di essere nel giusto e non sembra voler cedere alle richieste dei 5 Stelle: "Il Movimento pensa alla sostanza o alla forma?", si chiede. Poi aggiunge: "Capisco che il Movimento voglia lottare contro i privilegi, ma questo non lo è". Infatti, l'ex ministro dichiara di pagare l'affitto per quell'alloggio. Allora, a quanto ammonterebbe la cifra? "Tra l'affitto e il condominio sono 540 euro al mese". E alla giornalista, che le fa notare come 540 euro a Roma sia il costo di una stanza per uno studente, Elisabetta Trenta risponde: "Lo so, ma è quello che viene richiesto e viene dato agli ufficiali per il lavoro che compiono". Infine, la pentastellata risponde anche alle polemiche relative alla presenza di un'altra proprietà della coppia: "La casa di proprietà è la mia, nella quale mio marito è venuto a stare ma non ha la residenza", specifica. Intanto, la procura militare di Roma ha aperto un fascicolo sull'appartamento di servizio assegnato all'ex ministro della Difesa. L'inchiesta, partita a seguito delle notizie date dai media circa il mantenimento dell'alloggio anche dopo la fine dell'esperienza di governo, avrebbe mero carattere conoscitivo. Il fascicolo aperto sarebbe infatti un modello 45, senza cioò né indagati né ipotesi di reato.

Elisabetta Trenta lascia la casa delle polemiche: "Io, cittadina comune". Perché sta mentendo. Libero Quotidiano il19 Novembre 2019. Sulla casa da 200 metri quadri sventola bandiera bianca. Si arrende, Elisabetta Trenta, e annuncia la resa in un'intervista a 24 Mattino su Radio 24: "Mio marito, pur essendo tutto regolare e sentendosi in imbarazzo, per salvaguardare la famiglia ha presentato istanza di rinuncia all'alloggio". Insomma, l'ex ministra grillina che per la casa è stata scaricata anche dai grillini, vende la sua decisione come una sorta di "piccolo atto eroico". E ancora, aggiunge: "Lasceremo l'appartamento nel tempo che ci sarà dato per fare un trasloco e mettere a posto la mia vita da un'altra parte. Sono una cittadina come gli altri, chiedo e pretendo rispetto", ha concluso. Peccato però che la Trenta non sia una cittadina come tutte le altre: è un ex ministro e godeva di una casa in zona San Giovanni di, come detto, circa 200 metri quadri. Ma soprattutto ne godeva a un canone ridicolo, 520 euro al mese. Il prezzo che pagano gli universitari per una stanza condivisa. Si pensi che, come sottolinea Il Tempo, per un appartamento di 35 metri quadri nella stessa zona di Roma, il canone d'affitto medio è di 800 euro. Altro che "cittadina come tutte le altre". E le parole di oggi della Trenta fanno il paio con quelle della vigilia, in cui aveva spiegato che avrebbe tenuto l'appartamento perché, dopo essere stata ministro, ha una vita di relazioni e dunque le serve un'abitazione sontuosa. Parole che hanno sollevato un polverone, tanto da aver peggiorato la situazione dell'ex ministro che grillina, che forse non a caso il giorno successivo ha optato per il passo indietro.

Casa Trenta, indaga la Procura militare: l’iter per la casa deciso in due giorni. Pubblicato lunedì, 18 novembre 2019 da Corriere.it. È accaduto tutto in poche ore nel settembre scorso. Mentre Elisabetta Trenta lasciava l’incarico di ministra della Difesa, suo marito Claudio Passarelli veniva trasferito a nuovo incarico e chiedeva l’assegnazione dell’alloggio «di servizio» dove la coppia già abitava da cinque mesi. Una pratica «perfezionata» appena un mese dopo con l’attribuzione definitiva. È su questa procedura che la procura militare ha deciso adesso di svolgere accertamenti. Ma il vero rischio potrebbe arrivare dai magistrati penali. Da circa un mese — su denuncia dello Stato Maggiore — è stata infatti aperta un’inchiesta su tutti i militari che rimangono negli appartamenti della Difesa senza avere i requisiti. E dunque anche i vari passaggi che segnano questa vicenda dovranno essere verificati proprio per stabilire se siano stati compiuti abusi. In attesa dell’esito delle indagini il Movimento 5 Stelle ha inviato un messaggio esplicito in linea con quanto già dichiarato da Luigi Di Maio: «Trenta lasci la casa e faccia presentare una nuova domanda a suo marito. Se ha diritto la otterrà». Per comprendere bene che cosa sia accaduto bisogna tornare all’insediamento del governo Lega M5S l’1 giugno 2018. Trenta va al dicastero della Difesa, all’epoca vive con il marito al quartiere Pigneto. «La casa non era adatta a svolgere incontri riservati», ha dichiarato due giorni fa in un’intervista al nostro giornale, sottolineando anche la «scarsa sicurezza». In realtà i vicini spiegano come tutta la zona fosse stata videosorvegliata, ma il trasferimento può comunque essere giustificato perché è responsabile di un dicastero «pesante». E così il 19 aprile 2019 la coppia entra nella nuova dimora da 180 metri quadri a poche centinaia di metri da piazza san Giovanni in Laterano: quattro camere, due bagni, salone doppio, cucina con terrazzo, posto auto e cantina. Il 5 settembre 2019 il governo Conte 1 si dimette, Trenta rimane senza incarico. Ma, come ha spiegato nell’intervista «la mia vita era ormai cambiata, ora ho incontri, relazioni». Evidentemente decide che al Pigneto non vuole tornare. Il 6 settembre il maggiore Passarelli, che secondo lei «era stato demansionato perché è mio marito», diventa aiutante di campo del generale Nicolò Falsaperna che proprio Trenta aveva fatto nominare un anno prima, esattamente il 14 settembre 2018, Segretario Generale della Difesa e Direttore Nazionale Armamenti. Appena poche ore dopo aver ottenuto il nuovo incarico Passarelli deposita la richiesta di assegnazione dell’alloggio dove i due già abitano. La risposta positiva arriva a metà ottobre. La pratica è chiusa. «È tutto in regola, io non me ne vado», dice ora Trenta. Già questa mattina i carabinieri potrebbero acquisire copia degli atti al ministero su delega del procuratore militare Antonio Sabino per verificare la regolarità della procedura. Un’attività che si affianca a quella dei pubblici ministeri romani. Circa un mese fa l’ufficio guidato da Michele Prestipino ha infatti ricevuto una denuncia dello Stato Maggiore con l’elenco degli alloggi che risultano occupati da chi aveva ottenuto la casa «per motivi di servizio» e poi ha trovato il modo di rimanerci pur avendo perso i requisiti. Esattamente come sembrano aver fatto Trenta e il marito. Un ulteriore motivo di imbarazzo per i 5 Stelle che hanno sempre sostenuto di voler combattere i privilegi. Ieri tutti i partiti hanno continuato ad attaccare Trenta e «la doppia morale dei grillini» e sul Blog delle Stelle è comparso il post che la invitava ad andare via «perché i nostri valori sono intoccabili e li facciamo rispettare. Sempre. Questo è ciò che ci distingue dai partiti». Secondo le voci interne la decisione è comunque presa: se l’ex ministra deciderà di resistere sarà denunciata ai probiviri e rischierà l’espulsione dal Movimento.

 Trenta: «Mio marito rinuncia all’alloggio, traslocheremo». Pubblicato martedì, 19 novembre 2019 da Corriere.it. «Mio marito, pur essendo tutto regolare, e sentendosi in imbarazzo, per salvaguardare la famiglia ha presentato istanza di rinuncia per l’alloggio». Così a 24 Mattino su Radio 24 l’ex ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. «Lasceremo l’appartamento nel tempo che ci sarà dato per fare un trasloco e mettere a posto la mia vita da un’altra parte. Sona una cittadina come gli altri, chiedo e pretendo rispetto», ha dichiarato.

Trenta si arrende: "Mio marito ha presentato rinuncia per la casa, traslocheremo". La Repubblica il 19 novembre 2019. "Mio marito, pur essendo tutto regolare, e sentendosi in imbarazzo, per salvaguardare la famiglia ha presentato istanza di rinuncia per l'alloggio". Lo ha annunciato intervistata da Radio 24 l'ex ministra della Difesa grillina, Elisabetta Trenta. "Lasceremo l'appartamento nel tempo che ci sarà dato per fare un trasloco e mettere a posto la mia vita da un'altra parte. Sono una cittadina come gli altri, chiedo e pretendo rispetto", ha dichiarato l'ex ministra sfogandosi per le polemiche che l'hanno travolta a causa quell'alloggio di servizio passato da lei, ministra (con casa di proprietà a Roma), al marito militare. Un benefit rivendicato con forza in virtù della regolarità delle procedure, 180 metri quadrati in centro a Roma, per 540 euro al mese, composto da doppio salone di rappresentanza, quattro camere, due bagni, cucina con terrazza e posto auto nel garage condominiale. "Non ho violato nessuna legge - ha insistito anche oggi - è tutto in regola, mi sono attenuta alle regole. Hanno speculato sulla mia privacy. Forse da ministro - ha aggiunto amareggiata - ho dato fastidio a qualcuno, non lo so, ma non voglio alimentare polemiche, sono una donna di Stato". Quanto al M5s, che sembra averla 'scaricata' in questa vicenda, prima Trenta ha rassicurato dicendo "non sono stata trattata bene, ma io nei valori del Movimento ci credo e non ho nessuna intenzione di abbandonarlo"; poi però, ha ammesso: "Prendermi una pausa di riflessione da Movimento? Chissà, magari me la prendo". Scottano d'altronde le parole di Luigi Di Maio che ha definito "non accettabile" la sua permanenza nell’alloggio in via dell’Amba Aradan, e l'attacco diretto amplificato via Blog delle stelle. "Ho parlato con Di Maio - ha detto stamattina - credo che abbia capito le mie ragioni, poi non lo so che cosa vogliano fare...".Fastidiosa comunque agli occhi dei grillini quell'operazione che ha trasferito l'assegnazione dell'appartamento dall'allora ministra al consorte, maggiore Claudio Passarelli, addetto alla segreteria del generale Nicolò Falsaperna, a sua volta è segretario generale della Difesa. Ieri la Procura militare di Roma ha aperto un fascicolo sul caso. "Atto duvuto", ha spiegato il procuratore militare Antonio Sabino, per "sgomberare ogni dubbio, anche da un punto di vista amministrativo"; ma anche la magistratura ordinaria potrebbe intervenire dopo l’esposto del Sindacato dei militari. Trenta però ha spiegato ancora: "Non è una questione di grado, Maggiore, si può essere anche un Sergente: è una questione di incarico. Sono alloggi di incarico, temporanei. Un ufficiale si sposta di solito ogni tre anni, sposta la famiglia, i figli, e la moglie non può lavorare. Si sta lottando contro i privilegio, e io ho fatto tanto. Ma si sta facendo un 'caso Elisabetta Trenta' che non esiste. Si sta lasciando passare l'idea che l'ex ministro abbia mantenuto la casa di servizio: è falso. Quell'alloggio è stato assegnato temporaneamente a mio marito. Ci dormo perché sono la moglie". Infine l'ex ministra 5s, pur arrendendosi al pressing, ha continuato a difendere il suo operato. Anzi, prendendosela con la stampa che ha raccontato il caso, ha attaccato ancora: "Mentre c'è Venezia che affoga, e sappiamo il motivo, si parla per giorni sul nulla di un ex ministro. Vorrei che la stampa avesse un ruolo diverso. La mia colpa è essere una persona per bene".

"Al ministro toccava un alloggio più piccolo". Il predecessore La Russa: scelta inopportuna. Sabrina Cottone, Martedì 19/11/2019, su Il Giornale. Ignazio La Russa, avvocato, vicepresidente del Senato, esponente di Fdi, ministro della Difesa nel Berlusconi IV, racconta la sua esperienza: «Ero in affitto in zona Prati e avrei avuto diritto all'appartamento a disposizione del ministro, che è un bell'appartamento di meno di cento metri quadrati vicino al Colosseo, ma alla fine ho preferito rimanere a casa mia».

Come mai ha preso questa decisione?

«Sono andato a visitarlo nei primissimi giorni da ministro. Il ministro precedente, che legittimamente lo abitava, lo aveva già restituito. Io ho preferito non traslocare come molti ministri che abitano a Roma, anche se era un bell'appartamento. Ho pensato che non ci fossero ragioni particolari per cui un ministro dovesse avere un appartamento diverso».

L'ex ministro Trenta spiega che è per ragioni di sicurezza e riservatezza che ha chiesto l'alloggio in san Giovanni in Laterano.

«Premesso che non ho molto piacere di occuparmi di un ministro della Difesa perché da ex non mi sembra elegante, quando avevo bisogno di fare incontri riservati, li facevo al ministero della Difesa, con le misure di riservatezza che le Forze Armate sono in grado di assicurare».

Ma la Trenta ha sbagliato a chiedere l'assegnazione di quell'alloggio o ha sbagliato perché è poi subentrato il marito?

«Forse era lecito chiedere un appartamento più grande, come ha fatto lei non accettando l'appartamento al Colosseo. Di sicuro è stato poco opportuno il passaggio dell'appartamento al marito: per i militari so che c'è una graduatoria interminabile. Non so se sia reato ma c'è stata una certa leggerezza. Non è una storia edificante ma non è il suo atto più grave».

E quale ritiene l'atto più grave?

«Ho avuto buoni rapporti con tutti miei predecessori e successori alla Difesa, con l'eccezione della Trenta. Contro di lei ho fatto un intervento in aula quando decise di intitolare la manifestazione del 2 giugno all'accoglienza, cercando di polemizzare con Salvini e gli alleati sovranisti».

Solleva anche lei il tema dei privilegi della casta?

«La Trenta non è un politico e secondo me è un errore assegnare il ministero della Difesa a chi non lo è. Anche un militare non è indicatissimo, perché è abituato a prendere ordini. Invece con esperienza e un partito alle spalle, puoi permetterti scontri come il mio con Tremonti per difendere le prerogative delle Forze armate».

Quale sarebbe la morale della storia?

«La casta non esiste, esistono persone che sbagliano. Di fronte alla casa tutti commettono leggerezze. È peggio per chi predica bene e razzola male e la Trenta è stata scelta da chi, come M5s, fa della lotta ai privilegi la sua ragion d'essere». 

Francesco Cundari per linkiesta.it il 20 novembre 2019. Rimasta nel confortevole alloggio assegnatole quando era al governo nonostante al governo non sia più, l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta ha dato ieri molte spiegazioni che meritano attenzione, anzitutto per il loro valore politico-letterario, indipendentemente dagli accertamenti della procura militare (che ha aperto un fascicolo). A dimostrazione della tesi si potrebbero citare mille perle, come l’impavido «Non credo proprio che si tratti di un privilegio perché io l’appartamento lo pago e lo pago pure abbastanza», dichiarato al Corriere della sera il giorno stesso in cui, ai microfoni di Radio Capital, precisa di sborsare ben «540 euro di affitto» (per 180 metri quadri, a Roma, in una zona «rinomata»); o il classico «è evidente che sono sotto attacco», seguito da una raffica mozzafiato di inquietanti interrogativi («È un attacco al presidente Conte? All’Aise? Al Movimento? Alla Link Campus, dove sono tornata a lavorare?»); o ancora la giustificazione che inevitabilmente dà il titolo all’intervista: «Ho una vita di relazioni». Il punto centrale della sua linea difensiva, tuttavia, sta nella risposta alla domanda sul perché, possedendo già una casa nel quartiere Pigneto, dovesse averne anche una di servizio. Non poteva restarsene lì? «No – risponde Trenta – c’erano problemi di controllo e di sicurezza. In quella zona si spaccia droga e la strada non ha vie d’uscita». Chiaro? Vado a capo per lasciarvi il tempo di rifletterci su, e riprendere fiato. Ricapitolando: sulle pagine del principale quotidiano del paese, con la nonchalance con cui voi rispondereste alla domanda «come va?», l’ex ministra della Difesa spiega che il motivo per cui aveva bisogno di un altro appartamento era che dove abitava lei si spacciava droga e c’erano conseguenti problemi di sicurezza. Un inconveniente che all’allora ministra, evidentemente, dev’essere sembrato un motivo ragionevole non già per chiamare la polizia, il sindaco di Roma, il presidente del Consiglio o l’esercito, allo scopo di cambiare la situazione del quartiere; bensì, semplicemente, per cambiare quartiere. Decisione ancora più significativa, considerando che l’ex ministra, il sindaco di Roma e il presidente del Consiglio erano e sono tuttora espressione dello stesso partito, nato e affermatosi proprio in nome della lotta contro i privilegi della «casta». Da questo piccolo apologo si ricava dunque, prima di tutto, una certezza. E cioè che non è affatto vero che i cinquestelle abbiano capito prima e meglio di tutti le ragioni profonde della rabbia popolare e dell’indignazione contro i privilegi della «casta»: con le dichiarazioni di Elisabetta Trenta si potrebbe riempire un intero manuale su tutto quello che non si dovrebbe dire, mai e poi mai, in situazioni del genere. Dunque è assolutamente inutile inseguirli, imitarli o chiedere consiglio a loro per le ricette. Dopo anni di isteria autodenigratoria, dopo aver tagliato a casaccio finanziamento ai partiti e numero dei parlamentari, piccoli odiosi privilegi e fondamentali garanzie costituzionali, almeno i politici del centrosinistra dovrebbero aver capito che nulla di tutto ciò è bastato né basterà mai, perché non è quello il punto. L’elettore arrabbiato non si arrabbia perché politici che si sono presentati come campioni della lotta ai privilegi ottengono case di lusso a prezzi stracciati, ma perché sotto casa sua si continua a spacciare indisturbati. Questo è il motivo per cui i cinquestelle perdono voti, e continueranno a perderli, nonostante tutti i tagli degli stipendi, dei rimborsi e dei parlamentari di cui possono vantarsi: perché non hanno proprio nient’altro di cui vantarsi. Il punto non è nemmeno che dopo essersi tagliati i compensi, raddoppino o triplichino le spese per i collaboratori (che comunque, intendiamoci, bello non è). Perché il problema di fondo non è quanto costano, ma quanto rendono. E come rendono le città e qualunque altra cosa si trovino ad amministrare, a cominciare da una Roma dove lo spaccio di droga è ormai l’unico servizio che funziona ventiquattro ore su ventiquattro, e non solo al Pigneto.

Trenta, ecco le 9 domande a cui l’ex-ministra grillina dovrà rispondere: dall’affitto all’iter. Il Secolo d'Italia mercoledì 20 novembre 2019. Sono 9 le domande, dall’ammontare dell’affitto dell’alloggio di servizio all’iter burocratico seguito, a cui l’ex-ministra della Difesa, la grillina Elisabetta Trenta, dovrà rispondere. Le ha messe in fila, una dietro l’altra, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri. Che ieri sulla vicenda dell’alloggio di servizio, occupato dalla Trenta e dal marito, il maggiore dell’Esercito, Claudio Passarelli, ha depositato a Palazzo Madama un’interrogazione. Gasparri chiede al successore della Trenta, l’attuale responsabile della Difesa, Lorenzo Guerini, di fare chiarezza sull’assegnazione dell’appartamento di servizio abitato dall’ex ministro Elisabetta Trenta, e da suo marito, il maggiore dell’Esercito, Claudio Passarelli. E pone una serie di questioni: dall’ammontare dell’affitto al numero dei metri quadrati. Gasparri prende spunto dalla notizia pubblicata dal Corriere della Sera il 17 novembre scorso sulla «disponibilità della famiglia dell’ex-ministro Trenta di un alloggio di proprietà della Difesa sito a Roma nel quartiere San Giovanni per conoscere «tutti i dettagli della vicenda relativa all’assegnazione dell’appartamento». Interrogazione di Gasparri: accertare quanto pagava di affitto la Trenta. Di qui le domande specifiche:

1: «se il maggiore» dell’Esercito, Claudio Passarelli, cioè il marito di Elisabetta Trenta, «avesse titolo per fare domanda per questo alloggio».

2: «Quale sia stato l’andamento amministrativo e burocratico della vicenda» chiede, inoltre, Gasparri. «Visto che ad aprile il ministro» Elisabetta Trenta, «in quanto tale, occupava l’appartamento a lei concesso per la sua carica ma, contemporaneamente, lo stesso veniva concesso al marito».

3: Il senatore azzurro chiede, inoltre, a Guerrini, «quale sia stata la sequenza delle decisioni e delle assegnazioni».

4: L’esponente di Forza Italia vuol «sapere», inoltre, «chi abbia firmato i relativi atti amministrativi». E questo «sia per quanto riguarda la precedente assegnazione al ministro, sia per quanto riguarda l‘assegnazione al Maggiore Passarelli».

5: Inoltre c’è la questione dell’importo dell’affitto. Secondo la Trenta, lei pagava 540 euro al mese. Praticamente una miseria per un appartamento di grande prestigio di 180 metri quadrati a San Giovanni. Si è scoperto, invece, che pagava, in realtà, 141 euro di affitto e 173 euro di mobilio. Da qui la richiesta di Gasparri di sapere «a quanto ammonti» realmente «l’affitto pagato sia da Trenta prima che da Passarelli successivamente».

6: Inoltre c’è la questione della grandezza dell’appartamento. Una casa di altissima rappresentanza di 180 metri quadri, perlomeno il doppio, se non il triplo di quanto hanno normalmente a disposizione le famiglie italiane. Accertare, sollecita Gasparri, «di quanti metri quadrati sia l’immobile».

7: L’interrogazione presentata da Gasparri invita Guerini ad accertare, inoltre, «se il ministro» Trenta «e il maggiore Passarelli siano proprietari di alloggi nella città di Roma». «O, comunque, in zone limitrofe». E «se non ritenga opportuno che il ministro e il maggiore Passarelli lascino l’immobile».

8: E ancora. Forza Italia vuol sapere «quali altri ufficiali, appartenenti alle Forze Armate, abbiano fatto domanda per lo stesso alloggio».

9: Infine «se vi siano delle graduatorie». «E quale sia la loro consistenza per quanto riguarda alloggi di servizio a Roma ed in altre città».

 Casta diva. Alessandro Sallusti, Martedì 19/11/2019 su Il Giornale. Quando si dice che la toppa è peggio del buco. L'ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta - oggi cittadina comune - non ne vuole sapere di lasciare la casa che le era stata assegnata perché «la mia vita è cambiata e io devo tenere relazioni sociali dignitose». E aggiunge: «E poi ora pago l'affitto». Già, 540 euro al mese per 180 metri quadrati in un palazzo signorile nel centro di Roma. Arroganza e capricci da diva (non se ne va) più il privilegio da casta (il canone ridicolo): se il nome non fosse già stato scelto da un famoso resort di lusso, da oggi la Trenta andrebbe ribattezzata «Casta Diva», anche se le sembianze non sono proprio quelle di una star del cinema. Per intenderci, la Trenta abita e vive a sbafo, macchina e autista e segreteria a disposizione ventiquattr'ore al giorno, in quanto ex ministra. E lei a tornare nel nulla da cui era venuta non ci sta. In questo è simile alla maggior parte dei suoi colleghi di partito, e pure al premier Conte, che pur di non mollare la ribalta si presta a tutto: Lega e Pd pari sono purché se magni. Tanta determinazione a tutelare se stessi è il motivo principale per cui difficilmente si tornerà a votare presto. Altro che fini analisi politiche, ma quale senso di responsabilità, al diavolo i disoccupati dell'Ilva e gli alluvionati di Venezia. La casa, signori, è la casa in centro a Roma che insieme allo stipendio e alle comparsate in tv tiene in piedi la legislatura. I costi di tutto ciò? E che sarà mai, basta alzare un po' le tasse, andare al servile Tg1 e dire che non è vero, che tanto i fessi ci credono e tutto va avanti come se niente fosse. E c'è pure Di Maio che fa lo sdegnato: «È una vergogna, la Trenta deve lasciare quella casa», tuona ora, a caso scoppiato, facendo la parte di quello che cade dalle nuvole ma che paga una sua giovane segretaria più di quello che guadagna un primario ospedaliero a fine carriera. Ci piacerebbe sapere se anche gli altri ministri Cinque Stelle, tipo Toninelli e Lezzi, hanno mollato all'istante tutti i privilegi che avevano quando erano in carica. Perché la storia di questi anni insegna: con i Cinque Stelle a pensare male difficilmente si sbaglia. Comunque non si commette peccato.

Elisabetta Trenta, una della casta. La vicenda della casa dell'ex Ministro della difesa è la prova di come ormai anche il M5S sia diventato ciò che voleva combattere. Maurizio Belpietro il 19 novembre 2019 su Panorama. La vicenda dalla casa dell'ex Ministro della Difesa, la grillina Elisabetta Trenta, è uno spaccato perfetto della politica di oggi. Soprattutto di come è cambiato il Movimento 5 Stelle. Tutti le hanno chiesto di andarsene e lei ha tenuto duro fino ad oggi. Di tutta questa storia la cosa più surreale era l’intervista in cui diceva che “non me una vado perché ho una vita di relazioni ed ho bisogno di spazio…”. Ma che cosa significa una frase del genere? Tutti abbiamo bisogno di spazio ed abbiamo una vita di relazioni, ma non facciamo pagare tutto questo allo Stato. “Non posso tornare al Pigneto perché ci sono gli spacciatori”, diceva… Questa frase è la dimostrazione reale e classica della "casta". Si ha una poltrona e si diventa casta, si pretendono tutti i vantaggi, compreso l'appartamento a prezzo ridicolo in centro a Roma a 540 euro al mese. Roba da monolocale di periferia. E poi il discorso sul degrado. Con il suo atteggiamento la Trenta ci spiega come la gente comune può rimanere con gli spacciatori io che sono stata ministro invece voglio la casa in centro. Un ministro invece dovrebbe far qualcosa per mandare via gli spacciatori dai quartieri, non lasciarli alla gente comune ed andarsene a vivere in centro con una casa dello Stato, pagata da noi. Tutta la vicenda è incredibile, anche la procedura con cui sono avvenute le cose. Questa casa viene assegnata a lei anche se ha un’altra casa in centro. Dopodiché, nel giorno in cui non viene riconfermata, avviene che il marito passa sotto un certo comando e quel comando dispone di assegnare in poche ore la casa, la stessa casa, al marito. Ora voi pensate alla burocrazia italiana. Ci vogliono giorni, settimane per fare qualsiasi cosa, anche solo per trasferire un soldato semplice. Poi ecco che in poche ore un Capitano viene promosso Maggiore e gli viene data una casa nuova, in pieno centro a 540 euro al mese. In poche ore, mentre per una persona normale servono giorni, settimane per qualsiasi cosa: un documento, un trasferimento, un passaggio di proprietà. Qui sono bastata poche ore.

Elisabetta Trenta, Giorgia Meloni scoperchia un altro scandalo: "Anche il suo cane scortato con l'auto blu". Libero Quotidiano il 20 Novembre 2019. Elisabetta Trenta travolta dagli scandali. Dopo l'affitto più che agevolato della casa di Stato, è il turno del suo cagnolino. Da quanto rivela il Messaggero l'ex ministro della Difesa ha usufruito dell'auto blu per portare il suo amico a quattro zampe direttamente al Ministero. Una notizia che ha generato pesanti critiche da parte di Giorgia Meloni. "Dopo la faccenda della casa a cui non voleva rinunciare, ora si aggiunge la scorta con l'auto blu (pagata dai contribuenti) al cane dell'ex Ministro Trenta. Alla faccia della lotta ai privilegi del M5S" cinguetta al vetriolo la leader di Fratelli d'Italia. La grillina era finita nelle grinfie di destra e sinistra per essersi rifiutata (in un primo momento) di lasciare l'abitazione di Stato, concessole solo in veste di ministro. Casa che avrebbe dovuto abbandonare non appena finito il mandato. E invece la Trenta aveva ben pensato di assegnarla in incognita al marito in quanto militare. Ma la beffa non finisce qui perché la pentastellata, solo in via teorica contraria ai benefici della casta, ha mentito sul canone di affitto. 540 euro al mese come aveva riferito sotto accusa? Assolutamente no. Per lei solo 315 euro mensili.  

Mario Ajello per ilmessaggero.it il 21 novembre 2019. C’è stato e c’è ancora un altro inquilino, oltre a Elisabetta Trenta e al marito, nell’appartamento a San Giovanni. Da cui l’ex ministra ha deciso di traslocare, sotto il fuoco delle polemiche che rischiano di riportarla al Pigneto dove proprio non vuol tornare («Spacciano»). L’altro inquilino è Pippo. Un quadrupede, un cagnetto, un batuffolo peloso, insomma uno schnauzer nano. Fu donato alla Trenta da un ufficiale dell’esercito e lei ci si è affezionata tanto. Al punto che, da ministra della Difesa, lo voleva avere spesso al fianco, nei giorni in cui non era in missione in qualche parte del mondo. Un cane, cioè Pippo, scorrazzava al ministero della Difesa? Ma certo. Qualche militare lo andava a prendere con l’auto di servizio nella casa di via Amba Aradam e lo “scortava” fino al dicastero. Pur non essendo lui un quadrupede dall’aria marziale ma magari, sotto il pelo, nascondeva doti da consigliere politico d’area grillina, perché il grillismo in grigio-verde l’allora ministra cercava di creare. E comunque: che gioia avere Pippo nelle austere stanze istituzionali. I più fidati collaboratori della Trenta avevano il privilegio di poterci giocare con frasette così: «Pippo, vieni qui, daiiiii, fatti vedere.... Bacini? Sììì, bacini...bacini....bacini...». Gli veniva lanciata la pallina e lui la rincorreva - «Bravo Pippo, bravo... bravo...» - lungo il corridoio del primo piano. Pippo davanti a tanto affetto sembrava sorridere. Anche se non c’è niente da ridere, se non per il fatto - dicono al ministero - che la coppia Trenta&Pippo ha lasciato la sede della Difesa ma adesso dovrà lasciare anche il bel salotto di casa. E al povero Pippo toccherà, dopo le carezze dei generali, la compagnia degli spacciatori del Pigneto.

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della sera” il 20 novembre 2019. Elisabetta Trenta ha deciso di traslocare prima di essere cacciata dai 5 Stelle. A convincerla sono state le pressioni dei vertici del Movimento, primi fra tutti Luigi Di Maio e Stefano Buffagni, ma soprattutto il rischio di essere sbugiardata in Parlamento. La relazione preparata al ministero della Difesa per rispondere alle interrogazioni di deputati e senatori sull' alloggio di servizio che aveva ottenuto quando era ministra e poi ha fatto assegnare al marito, svela infatti nuovi dettagli sulla procedura seguita. E soprattutto il canone mensile: 141,76 euro. Una cifra ben inferiore a quella che la stessa Trenta aveva sostenuto di pagare: «Oltre 540 euro, che è tanto». Si chiude dunque il «caso», ma rimane aperta l' inchiesta e soprattutto la ferita nei rapporti con i Cinque Stelle che l' avevano sfidata a «chiedere l' assegnazione di un nuovo appartamento, se davvero ha i titoli per averlo». Sono le 9 di ieri quando Trenta si arrende e parla anche a nome del coniuge, il maggiore dell' esercito Claudio Passarelli: «È tutto regolare, ma mio marito ha comunque presentato un' istanza di rinuncia per l' alloggio. Traslocheremo». A Radio24 aggiunge: «Nulla ci fa sentire in imbarazzo, lo facciamo per salvaguardare la serenità della famiglia, spero che questo atto di amore serva a tacitare la schifezza mediatica che è caduta su di me». Poi affronta il problema con il Movimento. Domenica aveva detto di aver «spiegato a Di Maio come stanno le cose», ora si sfoga: «Non sono stata trattata bene, ma nei valori del M5S ci credo, non ho nessuna intenzione di lasciare il Movimento. Mi è dispiaciuto che, prima di parlare e giudicare, nessuno mi abbia chiamata per chiedermi come stanno le cose. La mia faccia è pulita, non smetterò di fare politica e di essere del Movimento. Ma forse una pausa di riflessione me la prendo, non ho deciso nulla». E sul suo rapporto con il capo politico - al quale si era proposta come uno dei dodici «facilitatori» - aggiunge: «Credo che Di Maio, con cui ho parlato, abbia capito le mie ragioni. Io sono un militare e so che prima di comandare le persone ci si parla, so che un comandante difende i propri uomini». A questo punto saranno l'indagine amministrativa avviata dallo Stato maggiore e quella della Procura militare a dover stabilire se la procedura sia stata corretta. Quanto accertato finora dimostra che sono bastate poche ore per avere la certezza che l' assegnazione sarebbe stata trasferita dalla moglie al marito. Il 5 settembre, giorno delle dimissioni del governo Conte, ha segnato l' uscita dal dicastero di Trenta. Nemmeno 24 ore dopo il marito è stato infatti nominato aiutante di campo del segretario generale della Difesa. Trenta - così come prevede la legge - aveva 90 giorni per liberare l' alloggio e tornare nel proprio appartamento al quartiere Pigneto. Invece il 2 ottobre la pratica è stata chiusa e le carte relative a quella stessa casa sono state intestate a Passarelli. Secondo la versione fornita dallo Stato Maggiore «Passarelli aveva dichiarato di possedere un immobile a Roma e un altro a Campobasso che ai fini dell' assegnazione non rappresentava motivo ostativo perché il personale titolare di alloggio Asi può usufruire di un appartamento di servizio pur disponendo di proprietà alloggiativa nella stessa circoscrizione». Spetterà ai magistrati accertare se davvero questo iter sia legittimo, se possano esserci stati favoritismi. La Difesa stabilirà invece se Passarelli abbia diritto a un nuovo alloggio di servizio. Di certo rimane che la cifra pagata ogni mese dalla coppia è ben inferiore a quella comunicata pubblicamente dalla ex ministra. E anche questo sarà sottolineato in Parlamento. Secondo quanto risulta alla Difesa «il canone mensile è di 141,76 euro mentre vengono versati 173,19 euro per l' utilizzo del mobilio». Totale 314,95 euro, arredamento compreso.

Simone Canettieri per ilmessaggero.it il 20 novembre 2019. Era il golden boy del M5S. Non solo romano, non solo laziale. Ma anche nazionale. Al punto che per lui, Luigi Di Maio pensò anche a ruoli di primo piano. Ma Fabio Fucci, ex sindaco di Pomezia (comune di 63mila abitanti a sud di Roma) del M5S, da oggi è passato con la Lega di Matteo Salvini. Un cambio di casacca clamoroso, che segna la rottura definitiva tra i grillini e Fucci. Quest'ultimo alle comunali dell'anno scorso fece di tutto per poter essere ricandidato sotto le insegne dei pentastellati, nonostante avesse già concluso due mandati (il primo da consigliere comunale finito prima del tempo). Ma non c'è stato nulla da fare: le regole sono regole. Tanto che alla fine i vertici del M5S non gli hanno dato il via libera - Fucci ne parlò anche con Davide Casaleggio durante un blitz a Milano - e lui ha corso lo stesso a sindaco, ma con una lista civica, perdendo. Da oggi il consigliere comunale di Pomezia è passato con la Lega di Salvini.  

Federica Angeli e Maria Elena Vincenzi per ''la Repubblica - Cronaca di Roma'' il 20 novembre 2019. Quello che ieri ha portato a tre arresti domiciliari è solo il primo filone di una storia di corruzione che ora guarda al consigliere regionale grillino Davide Barillari. Se per i tre finiti in manette ieri, il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Costantino, il sindacalista della Sicel Andrea Paliani (ex autista del fondatore di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie) e il consulente del lavoro Alessandro Tricarico, la posizione è già piuttosto chiara, ora l' indagine vira verso la Pisana: bisogna capire per quale motivo il politico Cinquestelle, indagato, si fosse messo a disposizione della combriccola. Se dietro ci fosse qualcosa di illecito. Le carte dell' inchiesta dei carabinieri del nucleo investigativo, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Luigia Spinelli, raccontano una storia di corruzione in cui non mancano, appunto, gli agganci con la politica. Vecchie simpatie di estrema destra e attuali collegamenti con i grillini. Al centro, il sindacalista e il maresciallo che facevano intendere a un imprenditore, Cristopher Faroni, proprietario di alcune cliniche convenzionate col Ssn e indagato in altro procedimento, di poterlo aiutare se avesse assunto un consulente. Insomma, gli promettevano di tirarlo fuori dai guai giudiziari in cambio di una parcella da 250mila euro all' anno a Tricarico: d'altronde il militare era quello incaricato a indagare su di lui. Tanto che è stato proprio Faroni, esasperato, a raccontare tutto al pm. Ed è proprio in questo contesto che spunta il nome di Barillari. Agli occhi dell' ex autista di Delle Chiaie, il consigliere regionale grillino, componente della VII Commissione, Sanità e Politiche sociali, è il Mister Wolf della Pisana: risolve problemi. È alla sua porta che bussa per la questione del gruppo Ini di Faroni, è a lui che si raccomanda per far commissariare immediatamente la società in modo da non far perdere ai suoi iscritti il posto di lavoro. È sempre a Davide Barillari che Andrea Paliani si rivolge per fare una ispezione nella clinica " Città Bianca" a Veroli, che appartiene a Faroni. « Te passo a prende io sotto la Regione ok amico mio?», gli dice al telefono il 30 aprile 2019. E così è stato. I due, Barillari e Paliani, vanno a Veroli e insieme fanno una denuncia alla Guardia di finanza di Frosinone. La querela contro il gruppo Ini va avanti, «procede bene » , lo rassicura il sindacalista, ricevendo in cambio dal consigliere regionale l'informazione che « il 14 giugno ci sarà in Regione una consulta per lavorare sul miglioramento della sanità nel Lazio». E, a quanto dichiara al telefono con un suo uomo fidato, sarà proprio il 5Stelle a dare a due quotidiani - Il Tempo e Il Fatto Quotidiano - in esclusiva la notizia sull' indagine in corso nei confronti di Faroni. La vicenda finisce anche sul tavolo dell' ex ministra Giulia Grillo. « Sono stato al ministero della Salute, ho parlato con la Grillo, spingi con lei su questa cosa » , sollecita Paliani. «Sento io lo staff della Grillo», lo rassicura il consigliere grillino. Insomma, non c' è dubbio che il loro contatto in Regione sia lui. Perché in fondo i due sono amici e se lo ricordano anche nel corso delle frequentissime telefonate. « Sei un grande Davide: quello che fai te è un po' quello che faccio io. Comunque sappi che il tuo amico accanto ce l' hai, e sono io. Davide io do la mia vita per te » , dice Paliani al telefono. Barillari lo ringrazia e subito dopo firma la lettera per commissariare la Ini. O almeno questo racconta in una telefonata successiva Paliani alla compagna.

Federica Angeli e Maria Elena Vincenzi per ''la Repubblica - Cronaca di Roma'' il 20 novembre 2019. Andrea Paliani, l'autista di Delle Chiaie, l'estremista nero Maurizio Boccacci, il capo ultrà Fabrizio Piscitelli. La destra estrema che si muove compatta per infilare i suoi uomini nella sanità grazie all' aiuto del Movimento 5 Stelle. Le trame che si intrecciano nell' ordinanza di 178 pagine con cui sono state arrestate tre persone ricalcano scenari già visti. In cui basta fare il nome di Diabolik per incutere terrore in chi si sta ricattando e per ottenere subito quello che si vuole. « Ci sono andato a parlare con Diabolik quindi ho alzato il tiro, capito?», confida al telefono Paliani a un suo consulente del sindacato. Ancora: a uno degli appuntamenti con l' amministratore delegato del gruppo Ini di Faroni, Paliani va insieme al carabiniere suo complice, Costantino, al consulente che vogliono far assumere, Tricarico e a Maurizio Boccacci. L' incontro avviene in un ristorante della capitale: Boccacci li accompagna proprio allo scopo di intimorire il manager. Ed è sempre all' estremista di destra che Paliani propone di andare a sollecitare l' assunzione altrimenti saranno guai seri e si procederà a farlo finire sul lastrico, accentuando fatti e denunce per cui procede la procura di Roma. Boccacci si rifiuterà. « Sai cosa dico al giudice? - si legge in un' intercettazione tra Paliani e la sua compagna - Che i Faroni hanno i libri di Delle Chiaie, così li arresta subito. Gli dico che a un incontro mi hanno detto che sono camerati, così se li inc...». Fu lo stesso Paliani a regalare quel libro di Delle Chiaie alla famiglia Faroni, con tanto di dedica. Un piano premeditato in ogni dettaglio. Tanto poi allo scacco matto col commissariamento della società «ce pensa Barillari».

Fico e la colf irregolare: il giudice dà ragione a Le Iene. Le iene il 18 ottobre 2019. Vi abbiamo raccontato della colf che lavorava senza alcun contratto nella casa dove il presidente della Camera Roberto Fico viveva con la sua compagna, quando stava a Napoli. Lui ci aveva detto che era falso, che era solo un’amica che aiutava la compagna Yvonne. E ci aveva querelato. Ma ora il giudice dà ragione a noi. Una vicenda di cui torneremo a raccontarvi prossimamente. Non era solo rapporto di amicizia quello tra  la compagna del Presidente della Camera Roberto Fico e Imma. La donna, come avevamo sostenuto nel servizio di Marco Occhipinti e Antonino Monteleone, che potete rivedere qui sopra, svolgeva il lavoro di colf nella casa dove viveva quando tornava a Napoli. Lavoro andato avanti per anni, ma senza un contratto regolare. Dunque Le Iene non lo hanno diffamato e adesso a confermarlo è il  giudice per le indagini preliminari che ha archiviato il procedimento, ma ancor prima a  sostenerlo è stato anche il magistrato della procura di Napoli al quale Fico si era rivolto per querelarci. Nel servizio di Antonino Monteleone vi abbiamo raccontato di una colf pagata in nero, senza contratti e senza contributi. A svelarlo è stata una persona che abbiamo intervistato, e che frequentava la stessa via dove vive a Napoli Roberto Fico. Una persona che spiega che Imma lavorava in quella casa tutti i giorni feriali e da anni: “Imma, una persona che conosco bene: fa la baby sitter e le pulizie, le viene promesso un contratto a tempo indeterminato che non le è stato mai fatto”. Non solo, ci sarebbe stato anche un altro giovane in nero: “Roman, un ragazzo ucraino senza permesso di soggiorno”,  che faceva lavoretti somatici e che poi sarebbe stato mandato via per evitare scandali subito dopo l’elezione a Presidente della Camera, che prevedeva la presenza della scorta e della polizia sotto la casa in cui Fico viveva quando tornava a Napoli...Con una scusa avevamo avvicinato proprio Imma che aveva confermato che lavorava come colf  proprio nella casa dove viveva Fico quando stava a Napoli, “da mezzogiorno alle tre e dalle sei alle sette e mezzo, dal lunedì al venerdì, per 5 giorni a settimana e da più di cinque anni, per 500 euro al mese”. Imma però aggiungeva anche che le pagavano  i contributi “perché loro a queste cose ci tengono”. Una circostanza che il presidente della Camera, avvicinato all’epoca  da Monteleone, ha però negato: “Quali contributi… se ci fosse un rapporto di lavoro allora ok…”. Questo lo scambio iniziale tra la Iena e il Presidente: “ha mai avuto collaboratori a qualunque titolo che fossero in una situazione di contratto “borderline”? nella casa in cui lei vive quando è a Napoli? “Sì, nella casa dove vivo quando a Napoli, della mia compagna”. “com'è la situazione?”, chiede la Iena. “Lì la situazione è tranquilla”. “Non ci sono collaboratori domestici?”. “Collaboratori domestici no, non ce ne sono, collaboratori domestici”. “Mai stati?” “No”. “Con contratto, senza contratto?” “No”, ha proseguito Fico, che al massimo parla di “una carissima amica della mia compagna Yvonne”. “Si aiutano a vicenda”. Ma anche un giudice, oltre ai nostri testimoni, come vi abbiamo anticipato, la pensa diversamente. E prossimamente a Le Iene vi racconteremo come sono andate le cose.

Fico e la colf in nero, il presidente perde contro Le Iene: abbiamo detto il vero. Le Iene il 22 ottobre 2019. Il presidente della Camera Roberto Fico perde contro Le Iene accusate di diffamazione. Aveva risposto con una querela ai servizi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sulla presenza di una colf in nero nell’abitazione dove vive a Napoli la compagna dell’esponente del Movimento 5 Stelle. Anche il giudice per le indagini preliminari ha riconosciuto che abbiamo detto solo cose vere. Il giudice dà ragione a Le Iene e archivia la querela per diffamazione del presidente della Camera Roberto Fico. Si conclude così la vicenda della colf in nero che ha prestato servizio nella casa di Napoli della campagna del rappresentante del Movimento 5 Stelle e in cui anche lui vive i giorni della settimana in cui torna a Napoli. Antonino Monteleone e Marco Occhipinti hanno ricostruito che tipo di lavoro è quello svolto dalla colf baby sitter in quella casa. A distanza di un anno e mezzo, dopo il parere del giudice, vi raccontiamo com’è finita. Il 29 aprile 2018 abbiamo chiesto al presidente della Camera se avesse mai avuto collaboratori con situazione contrattuale borderline nella casa in cui lui vive quando è a Napoli (clicca qui per il primo servizio), Fico ci aveva risposto: “Sì, nella casa dove vivo quando a Napoli, della mia compagna, lì la situazione è tranquilla". Non ci sono collaboratori domestici? "Collaboratori domestici no, non ce ne sono, collaboratori domestici". Mai stati? "No". Con contratto, senza contratto? "No". Ora lo possiamo dire con certezza senza essere smentiti: il Presidente su questa questione ha detto il falso. Qualche giorno più tardi ci ha querelati. Così mentre noi abbiamo proseguito la nostra inchiesta con il secondo servizio (clicca qui per vederlo), anche la Procura di Napoli ha avviato le indagini per appurare che la sua accusa fosse fondata. A ottobre viene sentita la compagna di Fico: “Imma ha lavorato come baby sitter e come collaboratrice domestica”, ha detto la donna come emerge dalle carte. Agli inquirenti ha anche precisato che la domestica “era stata regolarmente retribuita per le mansioni svolte e che la mancata regolarizzazione del rapporto di lavoro”, tra le altre cose, “...dalla natura amicale dei rapporti intercorrenti tra loro...”. Quindi la stessa compagna di Fico ammette che i rapporti con la colf che lavorava in quella casa fossero senza un contratto regolare. Il presidente ci ha querelato perché lo avremmo definito come “datore di lavoro della signora Imma”. Ma il pubblico ministero incaricato di indagare Le Iene, ha messo nero su bianco che le espressioni utilizzate non possono essere interpretate” in tal senso, “ma solo che in quell’abitazione, dove vive (Fico) quando è a Napoli, lavorasse una colf in nero”. Noi lo abbiamo detto e anche il gip lo riconosce “la colf-babysitter non è stata assunta da Roberto Fico”, piuttosto abbiamo ricostruito come “lei lavorasse in nero in quell’abitazione dove vive quando Fico viene a Napoli”. Il magistrato ha poi sentito sentito anche la nostra fonte, che il giudice delle indagini preliminari ha  riconosciuto come “legata da rapporto parentale con Imma... circostanza che lascia dedurre una diretta conoscenza dei fatti denunciati”. Tutto questo ha permesso di riportare una notizia “senza carattere diffamatorio e denigratorio”, come conclude nell’ordinanza, e quindi la denuncia di Fico è stata archiviata in quanto “la fonte della notizia è risultata qualificata e la ricostruzione della vicenda è apparsa veritiera, in quanto è certamente consentito al giornalista operare accostamenti tra notizie vere...”. Allora perché il presidente della Camera dopo i nostri servizi ha deciso di querelarci? Antonino Monteleone è tornato da lui e citando Beppe Grillo gli ha chiesto se è ancora d’accordo con un intervento del leader dei 5 stelle: “Di solito si querela la verità, non la menzogna. Chi querela sono i politici e i rappresentanti delle cosiddette istituzioni, quando non hanno altre argomentazioni per finire sui giornali di regime e fare la figura dell’innocente”. Fico però non è completamente d’accordo: “Quando qualcuno pensa di essere stato diffamato, querela. I magistrati hanno scritto che io non ho alcuna colf a nero nella casa dove abito, dove ho la residenza...”. Ma qui il Presidente cerca di cambiare le carte in tavola: nessuno ha mai sostenuto che la domestica fosse nell’appartamento in cui lui ha la residenza. Come fa a confondere le due cose?

Fico e la colf in nero: perché ha querelato (e perso contro) Le Iene? Le Iene il 22 ottobre 2019. Siamo tornati dal presidente della Camera Roberto Fico. Un anno e mezzo fa ci aveva querelato dopo le vicende della colf in nero che lavorava nella casa di Napoli della compagna. Ora il giudice si è pronunciato: noi abbiamo detto il vero. E lui? Antonino Monteleone glielo ha chiesto citando anche Beppe Grillo…Un anno fa il presidente della Camera Roberto Fico ci ha detto il falso quando gli abbiamo chiesto della presenza di una colf in nero nella casa della compagna in cui a volte vive quando è a Napoli. Ora lo possiamo dire con certezza senza essere smentiti. Quando il 29 aprile 2018 gli abbiamo chiesto se avesse mai avuto collaboratori con situazione contrattuale borderline in quella casa, Fico ci ha risposto: “Sì, nella casa dove vivo quando sono a Napoli, della mia compagna, lì la situazione è tranquilla”. Non ci sono collaboratori domestici? “Collaboratori domestici no, non ce ne sono, collaboratori domestici”. Mai stati? “No”. Con contratto, senza contratto? “No”. Ora possiamo dire che ha detto il falso: in quella casa c’era una colf e per di più era sprovvista di contratto. Dopo avervelo raccontato, Fico ci ha querelato per diffamazione. A dire che avevamo ragione oggi non sono solo i nostri testimoni, ma anche un giudice per le indagini preliminari. Ha accertato che non abbiamo in alcun modo diffamato il presidente della Camera. Avevamo ricevuto una segnalazione da una persona che frequenta la via della casa in cui vive il presidente quando torna a Napoli. “Si chiama Imma cioè Immacolata”, ci aveva detto. La nostra fonte sembrava molto ben informata perché – oggi lo possiamo rivelare – frequentava la colf ed era in confidenza con lei tanto da raccogliere i suoi sfoghi: “Lei accettava quello che le veniva proposto perché aveva bisogno di lavorare e tutti sapevano quello che fa perché abita pure nel palazzo della compagna di Fico”, ci spiegava la fonte. La colf-baby sitter si occupava della spesa e dei bambini. La nostra fonte sembrava davvero ben informata anche sui compensi: “Prima prendeva 700 euro, poi ridotto a 500 perché le hanno diminuito le ore di lavoro perché si alterna con un ucraino, Roman. E la pagavano in contanti”. Antonino Monteleone allora aveva provato a incontrare il presidente per chiedergli informazioni: alla nostra vista non si era fermato imboccando anche strade contromano, nonostante lui gli chiedesse di fermarsi. Così lo abbiamo chiesto alla diretta interessata. Siamo andati a fare qualche domanda a Imma. “Io lavoro qua faccio la babysitter”, ci diceva sull’uscio della casa dove abita la compagna di Fico. Ci aveva parlato anche dei turni che faceva: “Da mezzogiorno alle 3 e dalle 6 alle 7 e mezza dal lunedì al venerdì”. E addirittura del suo compenso: “500 euro, come se fossero 5/6 euro all’ora. Sono rimasta qui per l’affetto verso la bambina perché me la sono cresciuta”. E quando le abbiamo chiesto se era in nero: “No, con contratto perché loro ci tengono molto a queste cose”, aveva risposto. Così lo scorso 29 aprile 2018 chiediamo conferma al presidente Fico: “Imma? La conosco bene. È una vicina di casa che abita dove c’è la mia compagna ed è una sua carissima amica”. E alla nostra richiesta se le venissero pagati i contributi, la risposta di Fico è inequivocabile: “Quali? Se ci fosse un rapporto di lavoro tra la mia compagna e lei, sì”. Dopo i nostri servizi, il presidente Fico ci ha querelati. La colf Imma invece è stata sostituita da un’altra domestica. Possibile che nessuno dal Movimento 5 Stelle sensibile alla legalità abbia detto nulla sulla vicenda? Beppe Grillo ha taciuto, Luigi Di Maio e Rocco Casalino pure. L’unico che ha commentato è stato Alessandro Di Battista: “Dovrebbe intervenire per far capire alla propria compagna che occorre sistemare questa situazione. Se una persona ricopre un ruolo pubblico ha il dovere di essere onesto e di apparire come tale”. Perché Fico dopo i nostri servizi ha deciso di querelarci? Antonino Monteleone ha incontrato il presidente della Camera e citando Beppe Grillo gli ha chiesto se è d’accordo con un intervento del leader dei 5 stelle: “Di solito si querela la verità, ma la menzogna. Chi querela sono i politici e i rappresentanti delle cosiddette istituzioni, quando non hanno altre argomentazioni per finire sui giornali di regime e fare la figura dell’innocente”. Fico però non è completamente d’accordo: “Quando qualcuno pensa di essere stato diffamato, querela. I magistrati hanno scritto che io non ho alcuna colf a nero nella casa dove abito, dove ho la residenza...”. Ma qui cerca di cambiare le carte in tavola: nessuno ha mai sostenuto che la domestica sia nell’appartamento in cui lui ha la residenza. Come fa a confondere le due cose? Anche un giudice ha scritto che questa sua dichiarazione è falsa: la colf Imma è in nero. E Fico prova a spiegare perché il giudice non gli ha dato ragione: “La diffamazione è stata archiviata perché è valso il diritto di cronaca”. Nelle carte si precisa che “la fonte della notizia è risultata qualificata e la ricostruzione della vicenda è apparsa veritiera. Nel caso specifico, gli indagati (cioè Le Iene, ndr) hanno riportato un dato logico e di interesse pubblico evidenziando la mancata regolarizzazione di un rapporto di lavoro della colf”. A queste obiezioni della iena Monteleone Fico si è opposto insistendo di aver ragione: “Tutti i giudici hanno scritto che io non ho alcuna colf a nero”. In tutto ciò a noi interessa che fine abbia fatto Imma, che è stata sostituita da un’altra collaboratrice. “Farà la sua vita”, risponde Fico. Ma come: non era tanto amica? E al di là di tutto rimane una domanda: può la terza carica dello stato liquidare come amicizia una colf in nero senza contratto e contributi? A casa cosa penseranno i tanti cittadini che rispettano la legge mettendo in regola i propri domestici e dipendenti? 

C'ERA UNA VOLTA "ONESTA’, ONESTA’". Valentina Errante per “il Messaggero” del 3 aprile 2019. Pressioni, ingerenze. Nel groviglio che si era creato in Campidoglio è difficile distinguere tra gli interessi privati delle figure istituzionali e quelli pubblici. Le consulenze e gli incarichi da parte degli imprenditori avrebbero creato corridoi speciali per i progetti facendoli passare per scelte politiche. Così Marcello De Vito lavorava ai fianchi i suoi compagni di partito, per convincerli della bontà dei progetti. E a sorpresa, dalle carte di due inchieste che inevitabilmente si intrecciano, emerge anche un vecchio rapporto professionale, tra un' azienda della famiglia Parnasi e l' ex assessore all' Urbanistica Paolo Berdini, nemico acerrimo del progetto Tor di Valle. Circostanze che confondono gli affari personali e l' interesse pubblico, almeno secondo Parnasi che sostiene che una parcella pagata a metà abbia scatenato l' avversione del futuro assessore. Non emerge con chiarezza, invece, come sia stato possibile che il progetto degli Ex Mercati generali, business dei fratelli Toti, non sia passato all' esame del Consiglio comunale, ma abbia ottenuto direttamente l' approvazione della giunta. Non lo chiarisce neppure l' assessore all' Urbanistica, Luca Montuori, sentito subito dopo gli arresti, così come gli altri testi, interrogati dai pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli dopo l' ennesimo terremoto nel pianeta Cinquestelle. Così come un doppio ruolo lo avrebbe svolto Luca Lanzalone, imputato per corruzione, al quale la sindaca suggeriva di mandare «tutto il materiale sui Mercati generali», almeno secondo il verbale della presidente della commissione Urbanistica. È Alessandra Agnello, presidente della Commissione capitolina Lavori pubblici, sentita come testimone il 22 marzo, a raccontare alle pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli delle pressioni di De Vito: «Con riferimento alla realizzazione del Nuovo stadio della Roma io ho avvertito un certo pressing da parte di De Vito. Notai che era particolarmente eccitato e sollecitava tutti ad andare avanti a votare favorevolmente». La consigliera del M5S ha aggiunto che, in occasione di una riunione di maggioranza preliminare alla delibera per la dichiarazione di pubblica utilità dell' opera, votò contro, «ma in sede consiliare mi sono adeguata alla maggioranza come da codice etico del Movimento. Nella riunione di maggioranza, effettivamente, De Vito era il più attivo per trascinare tutti a votare a favore. Rimasi colpita da questo atteggiamento, non mi vengono in mente altre riunioni nelle quali si fosse mostrato così determinato». Nel groviglio di rapporti intrecciati è stato lo stesso Luca Parnasi a riferire ai pm di una vecchia ruggine tra lui e l' ex assessore all' Urbanistica Paolo Berdini, nemico numero uno del progetto stadio. Spiegando così - fatture alla mano - la netta opposizione dell' assessore, poi sostituito da Montuori, al progetto Tor di Valle. L' incarico di progettazione per una convenzione edilizia in via Laurentina tra Parsitalia e la Regione risaliva al 2005. Berdini, allora vicino a Rifondazione comunista, nel 2008 avrebbe percepito solo il 50 per cento dell' incarico, che ammontava a oltre 78mila euro, per il mancato conseguimento degli obiettivi. L' assessore Luca Montuori, invece ha ricordato come nel Consiglio comunale De Vito spingesse perché il progetto Mercati generali andasse avanti. «La prima volta in cui lui mi chiese di incontrare gli investitori nel progetto dei Mercati Generali - ha detto a verbale - io restai perplesso». L' assessore cerca poi di spiegare come la delibera venne votata in giunta: «Mi sono confrontato con il mio staff in merito alla competenza della Giunta o del Consiglio per l' approvazione del progetto. Mi sono confrontato soprattutto con il direttore del Dipartimento, Roberto Botta, i funzionari che si occupano delle concessioni, altri funzionari interni all' amministrazione esperti di convenzioni, con l' Avvocatura capitolina e poi, in particolare, con il Segretario Generale, Pietro Paolo Mileti e il Vice Segretario Maria Rosa Turchi». Mileti, interpellato sul punto dai pm, dice di non ricordare.

Le regole del M5S ? Non valgono nulla! Il "caso De Vito" nella Capitale lo dimostra. Il Corriere del Giorno il 21 Luglio 2019. Sulla “posizione” di Marcello De Vito, quindi vige il codice di comportamento firmato nel 2016 e che prevede le dimissioni solo “se, durante il mandato, sarà condannato in sede penale, anche solo in primo grado. O se in seguito a fatti penalmente rilevanti venga iscritto nel registro degli indagati e la maggioranza degli iscritti al M5S mediante consultazione in rete ovvero i garanti del Movimento decidano per tale soluzione nel superiore interesse della preservazione dell’integrità M5S”. Il codice di comportamento firmato solennemente prima delle elezioni amministrative del 2016 da Virginia Raggi e Marcello De Vito non serve a nulla , o meglio serve a a tutelare De Vito presidente del Consiglio Comunale di Roma (attualmente agli arresti domiciliari) che non può essere espulso da un’associazione diversa da quella del 2009 con cui si era candidato ed è stato eletto in Assemblea capitolina. In poche parole, legalmente parlando, è come se nella Capitale in Campidoglio è come se ci fosse un partito diverso da quello che c’è in Parlamento, che quindi su base su altre logiche e regole e persino ad altri garanti uno dei quali è deceduto. E’ questa la vera ragione per la quale i nuovi probiviri del M5S non possono decidere e prendono tempo . Il “caso” del consigliere comunale del M5S  Marcello De Vito, che si trova agli arresti domiciliari per “corruzione” sulla vicenda del nuovo stadio della Roma Calcio , rischia di essere persino più complicato di quanto pensasse il solito Luigi Di Maio che parla tanto e dimostra ancora una volta di non sapere quello che dice. Venerdì scorso era attesa la decisione dei probiviri del M5S che a molti sembrava piuttosto scontata.  Ci si aspettava l’espulsione sopratutto a seguito delle dichiarazioni del capo politico del M5S  Di Maio, fatte il 20 marzo scorso due ore dopo l’arresto di De Vito, che lo aveva espulso in direttissima attraverso Facebook e televisioni vari  commettendo però ancora una volta un grande errore: non risulta scritto da nessuna parte che il capo politico del Movimento 5 Stelle  possa irrogare sanzioni,  e non c’è neanche la fattispecie per la quale Marcello De Vito si è beccato pubblicamente  un “calcio nel sedere”  che per il momento resta metaforico e mediatico. E niente di più. Di fatto quell’espulsione annunciata da Di Maio non è mai arrivata. Ed ancora non arriva. Al momento esiste solo un procedimento ancora pendente. Una dei nuovi probiviri del M5S Raffaella Andreola, consigliera comunale di Villorbo, piccolo paesino del Veneto, demandata a decidere sul presidente del Consiglio Comunale di Roma, si limita a dichiarare “Stiamo valutando“,  ma non dice cosa. E le assurdità di questa vicende non sono ancora finite. Infatti il Movimento 5 Stelle che ha partecipato alle elezioni politiche del 2018 in realtà è un partito diverso da quello che si era presentato e aveva vinto le elezioni amministrative a Roma, che  un’associazione politica costituita del 2009, che aveva un proprio simbolo che richiamava Beppe Grillo, che aveva fatto votare online sulla pagina del Movimento 5 Stelle,  il candidato sindaco a una determinata platea di iscritti. Invece Luigi Di Maio è il capo politico di un’altra associazione creata nel 2017 ed utilizzata in occasione delle ultime elezioni politiche del 2018. Dal punto di vista legale è come se fosse un altro partito, avendo un proprio statuto, che è stato scritto incredibilmente da un altro indagato , l’ avvocato Luca Lanzalone, ex-presidente dell’ ACEA spa (in quota M5S) anch’egli finito arrestato per la vicenda dello stadio della Roma. Con un nuovo simbolo da cui è scomparso il nome di Beppe Grillo ed al posto del suo blog iniziale, adesso  vi è  il Blog delle Stelle, che è creatura ed espressione di Davide Casaleggio che lo gestisce in maniera poco trasparente. Un movimento che raccoglie dati e fa votare i propri iscritti sulla piattaforma dell’ Associazione Rousseau, (c0ntrollata sempre da Casaleggio e dai suoi soci-adepti ) e quindi non  più sulle vecchie pagine del M5S dalle quali è stato necessario far migrare tutti i precedenti dati. Sulla “posizione” di Marcello De Vito, quindi vige il codice di comportamento firmato nel 2016e che prevede le dimissioni solo “se, durante il mandato, sarà condannato in sede penale, anche solo in primo grado. O se in seguito a fatti penalmente rilevanti venga iscritto nel registro degli indagati e la maggioranza degli iscritti al M5S mediante consultazione in rete ovvero i garanti del Movimento decidano per tale soluzione nel superiore interesse della preservazione dell’integrità M5S“.  Vi è anche un piccolo particolare su cui ha fatto giurisprudenza l’avvocato Lorenzo Borré, che assiste legalmente e vince quasi sempre i ricorsi degli espulsi “grillini”: il M5S del 2009 non ha più la disponibilità del sito e peraltro uno dei garanti è morto (Gianroberto Casaleggio) e l’ex-garante Beppe Grillo si guarda bene dal far smuovere le acque. Nel frattempo De Vito attraverso il suo legale ha inviato una memoria difensiva ai probiviri ed al momento nessuno sa o rivela le intenzioni del presidente dell’Assemblea capitolina (ancora in carica, nonostante gli arresti !) se restare o meno  fra gli iscritti del M5S. Il secondo grado di giudizio politico, dopo i probiviri,  è il Comitato di Garanzia dove siede Roberta Lombardi che è sempre stata molto vicina a De Vito.  L’ avvocato Borrè spiega  che “Non si potrebbero contestare a De Vito ipotetiche violazioni -tutte da dimostrare- di norme di un’associazione diversa da quella che pretende di irrogare sanzioni disciplinari .Tantomeno gli si possono contestare eventuali mancanze agli obblighi gravanti sugli eletti nel partito del 2017, perché appunto egli è consigliere eletto nelle liste di altra, antitetica associazione“. E la “barzelletta” sull’onestà del M5S continua  ancora….

MENTRE I GRILLINI FANNO I MANETTARI CON SIRI, DE VITO PARLA DAL CARCERE E GLI ROVINA LA FESTA GIUSTIZIALISTA: "LE DECISIONI SULLO STADIO SONO STATE PRESE DA TUTTO IL MOVIMENTO". Valentina Errante per Il Messaggero l'11 maggio 2019. Solo dichiarazioni spontanee, per dire che la delibera del progetto Tor di Valle era stata condivisa dall' intera maggioranza: «Tutte decisioni concordate nel rispetto dell' iter amministrativo». Marcello De Vito, ex presidente del consiglio comunale, in carcere per corruzione dallo scorso 20 marzo, incontra per la prima volta i pm che lo accusano di avere creato, insieme all' avvocato Camillo Mezzacapo, un «format» che prevedeva una corsia preferenziale in Campidoglio per i progetti delle aziende che affidavano incarichi professionali allo studio legale Mezzacapo. Sulle parcelle, poi, lo stesso De Vito avrebbe ottenuto una percentuale. «Non sono un corrotto né una persona corruttibile». E ai pm, l' ex presidente del consiglio comunale ha spiegato quali siano stato l' iter, all' interno dei Cinquestelle, per la formazione della maggioranza quando, nel giugno 2017, si era stabilito che lo Stadio dovesse avere il requisito dell' interesse pubblico. «Il nostro statuto prevede che si voti compatti». In attesa delle motivazioni del Tribunale del Riesame, che ha confermato le misure cautelari per gli indagati, le indagini intanto vanno avanti sui cellulari sequestrati al momento degli arresti anche all' influencer grillino Gianluca Bardelli, finito ai domiciliari. I carabinieri stanno recuperando tutte le chat, anche quelle cancellate, dalle quali ritengono di potere trovare altri elementi di indagine. Buona parte della deposizione di Marcello De Vito, durata circa un' ora e mezza, è stata dedicata alle questioni interne ai Cinquestelle, per chiarire che la delibera approvata in Consiglio comunale il 14 giugno 2017, e considerata dalla procura la contropartita ottenuta dall' imprenditore Luca Parnasi che aveva affidato incarichi allo studio Mezzacapo, era in realtà autentica espressione della maggioranza all' interno del Movimento, raggiunta anche dopo polemiche e defezioni. Così come prevede lo Statuto. Di certo, non sarebbe stato lui a spingere. Davanti ai pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli, ha così ripercorso tutti i passaggi, partendo dalla prima crepa, al momento dell' esame del municipio. Anche sul progetto dell' ex fiera di Roma, che, secondo i pm, De Vito avrebbe spinto sulla base di incarichi legali affidati allo studio Mezzacapo dai fratelli Toti, il consigliere grillino ha respinto ogni addebito. «Tutto regolare». Così come ha potuto fornire la sua versione senza contraddittorio anche sul progetto dell' ex stazione Trastevere di Giuseppe Statuto, il terzo episodio di corruzione, secondo la procura. «Il nostro assistito - hanno spiegato gli avvocati Angelo Di Lorenzo e Guido Cardinali - ha fornito chiarimenti agli inquirenti, spiegando nel dettaglio i vari passaggi della procedura che ha portato alla delibera di Tor di Valle». Non è escluso che la prossima settimana i pm ascoltino Mezzacapo che, davanti al gip, aveva reso dichiarazioni spontanee ma adesso ha dato la propria disponibilità ad essere interrogato.

Mettetevelo in testa: onestà e competenza non bastano per governare. Lo spiegava già Tocqueville a metà Ottocento e oggi tanti leader politici farebbero bene a rileggerlo. Essere onesti è un prerequisito. E non ha alcun senso opporgli la presunta competenza, scrive Antonio Funiciello il 2 aprile 2019 su Panorama. L’oblio della politica è l’oblio delle idee della politica. Ramsay MacDonald, uno dei fondatori del Labour Party britannico e primo premier laburista della storia, diceva che i partiti mangiano idee, si nutrono di idee. Se privi un partito di idee, gli sottrai la possibilità stessa di nutrirsi e, quindi, di perseverare nei propri scopi e prosperare a beneficio di se stesso e della nazione. Più in generale, si potrebbe dire lo stesso riguardo alla politica, della quale nelle democrazie liberali i partiti sono i macchinari aziendali e gli attrezzi di bottega.

Chi di manette ferisce, di manette perisce, scrive il 21marzo 2019 Mirko Giordani su Il Giornale. Marcello De Vito, Movimento 5 Stelle, è innocente fino a prova contraria, e chiunque sia contrario a questo principio non vive nel 21esimo secolo ma nell’alto Medioevo. A dire la verità questo principio non è neanche vagamente accettato dai Cinque Stelle, che si sono dimostrati pronti ad impiccare chiunque in pubblica piazza anche per un semplice avviso di garanzia. Tradizione ereditata dalla sinistra manettara. Adesso che uno di loro è finito sul patibolo e non per una stupidaggine, ma per corruzione, c’è da sperare che De Vito ne esca pulito, c’è da essere garantisti fino all’ultimo, e di evitare di agire come dei lupi che mangiano delle carcasse morte. In poche parole, non dobbiamo comportarci come i pentastellati, sempre pronti con il cappio in mano e con la ghigliottina insanguinata. Che sia da monito per gli sbruffoni, che sia da monito a quel signore della politica che si chiama Giarrusso, che faceva il segno delle manette agli avversari politici. Mai come oggi la poesia di John Donne è attuale: per chi suona la campana? Ieri per i partiti tradizionali, oggi per i duri e puri dei 5 Stelle.

Dai "mariuoli" alle mele marce, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 21/03/2019, su Il Giornale. C'è un'operazione in corso all'interno dei Cinque Stelle. Una grande, orchestrata e pianificata campagna mediatica per far passare un concetto: Marcello De Vito, presidente dell'assemblea capitolina finito in manette per tangenti sul nuovo stadio, è solo una mela marcia. Una solenne menzogna. Perché De Vito, ora scaricato come un pacco dai vertici del Movimento, era espressione del Movimento stesso. Assolutamente organico ai papaveri pentastellati, ortodosso, allineato con i duri e puri della prima ora. Ossessionato da tutte le parole d'ordine dei grillini: legalità, trasparenza, lotta alla corruzione e alla casta. Bellissime parole, a quanto pare tutte disattese. Almeno a giudicare dalla reazione di Di Maio che lo ha immediatamente espulso, al di fuori di ogni regola del partito. Ma basta dare un'occhiata agli ultimi spot elettorali di De Vito, per capire di avere davanti un grillino doc. Il tutto condito da una esibita ostilità nei confronti di tutte le grandi opere. Per poi - scherzo del destino - scivolare su quelle medie, come lo stadio della Capitale. A dimostrazione che il problema non è la dimensione di quello che si vuole costruire, ma la statura di chi presiede quei lavori. Bastano un piccolo uomo e un politico meschino per fare una grande truffa con un'opera modesta. E neppure i Cinque Stelle sfuggono a questa regola.

Con gli arresti di Roma hanno definitivamente perso la loro verginità, è crollato il mito di una presunta superiorità morale e financo antropologica. «Questa congiunzione astrale... è tipo l'allineamento della cometa di Halley, hai capito? Cioè è difficile secondo me che si riverifichi così... e allora noi, Marcè, dobbiamo sfruttarla sta cosa, secondo me, cioè guarda... ci rimangono due anni», si dicono al telefono l'avvocato Camillo Mezzacapo e Marcello De Vito, con un linguaggio astrale involontariamente ironico. E di fatto inserendo anche la corruzione nel firmamento fondato da Grillo e Casaleggio. E, ad essere malevoli, i sondaggi dimostrano che il Movimento non è lontano dalla sua notte di San Lorenzo. Non solo, avvisiamo il partenopeo Di Maio che bollare come mela marcia, come metastasi isolata senza pericolo di contagio, il compagno di partito che sbaglia, porta iella. E non esistono gesti apotropaici per scongiurarla. Lo insegna la storia recente. Dietro a un corrotto molto spesso se ne nasconde un altro, e così via. Il 17 febbraio 1992, il socialista Mario Chiesa, allora presidente del Pio Albergo Trivulzio, venne colto con le mani nella marmellata: una mazzetta di sette milioni di lire. Bettino Craxi lo definì: «un mariuolo isolato». Da quella stecca nacque l'inchiesta Mani pulite. Il sassolino che preludeva una valanga. E sappiamo tutti che fine hanno fatto Craxi e il Partito socialista.

''ROMA È IN MANO A UNA LOBBY OPACA''. Giuseppe Salvaggiulo per ''La Stampa'' il 20 aprile 2019. Roma in mano a una lobby opaca, che indirizza la sindaca Raggi. Grillo impotente. I dissidi interni. Le filiere di potere. Pinuccia Montanari racconta la sua verità. Chiamata a Roma a fine 2016, se ne è andata l' 8 febbraio, dopo che la giunta Raggi ha bocciato il bilancio di Ama, l' azienda comunale dei rifiuti, e poco prima del licenziamento del presidente, Lorenzo Bagnacani, che ha depositato gli esposti e gli audio della sindaca su cui indaga la Procura.

Che effetto le ha fatto ascoltarli?

«In pubblico la Raggi ci sosteneva. In privato, come dimostrano gli audio, mostrava un' altra faccia».

Bagnacani parla di pressioni. Le ha subite anche lei?

«Su di me non potevano esercitarle. Ma ho assistito a quelle di Franco Giampaoletti, direttore generale del Comune, su Rosalba Matassa, ottima dirigente del mio assessorato, perché cambiasse il suo parere positivo al bilancio di Ama».

La dirigente come reagì?

«Era disperata. Alla fine si è dimessa. Il suo successore ha poi fatto quello che Giampaoletti voleva».

La Raggi obietta: anche il collegio sindacale di Ama aveva dato parere negativo.

«Un' informazione inesatta. In un primo momento aveva dato parere favorevole. Ma a distanza di mesi, e nonostante fosse decaduto secondo pareri giuridici indipendenti e autorevoli, lo stesso collegio ha ribaltato il parere. Una vicenda non solo sorprendente e rarissima, ma anche inquietante».

In che senso?

«Durante la giunta dell' 8 febbraio chiesi a Giampaoletti se era vero che quel parere era stato cambiato dopo che lui aveva preso un caffè col presidente del collegio sindacale, Marco Lonardo. Lui confermò. E qui mi fermo, perché c' è un' inchiesta penale in corso».

Che altro successe in quella giunta, l' ultima per lei?

«Giampaoletti mi mostrò per la prima volta la delibera che bocciava il bilancio dell' Ama: "Assessore, c' è da firmare".

Una scorrettezza assoluta».

E gli altri assessori?

«Margherita Gatta condivideva le mie perplessità. Ma votò a favore dopo che Marcello De Vito (allora presidente dell' Assemblea capitolina, poi arrestato per corruzione, ndr), le si avvicinò sussurrandole qualcosa all' orecchio».

Fu stupita?

«Solo in parte. Negli ultimi mesi tra Raggi e De Vito c' era totale sintonia».

Poi cosa successe?

«Io votai contro e mi dimisi. Grillo, che avevo informato perché era stato lui a chiedermi di fare l' assessore a Roma nel 2016, mi disse che sulla mia rimozione erano irremovibili e lui non poteva essere d' aiuto».

Sa se Grillo ne ha parlato con la Raggi?

«Certo, l' ha anche tacciata di ingratitudine nei miei confronti. Poi mi ha detto che avevo fatto bene ad andarmene».

Per la sua esperienza, che ruolo ha Grillo nel M5S?

«Ne custodisce i valori, ma non può far nulla. Ha scarsa voce in capitolo, almeno su Roma».

Nei mesi precedenti aveva provato a parlare con la Raggi?

«Era totalmente inaccessibile, schermata dai suoi collaboratori».

Come comunicavate?

«Con il sistema delle chat. Un meccanismo terrificante che, all' occorrenza, serve a colpire implacabilmente le persone che dissentono, per delegittimarle».

Chi è Giampaoletti, con cui lei si era scontrata in Campidoglio?

«Direttore generale del Comune e più stretto collaboratore della sindaca. Come Lemmetti, portato a Roma dall' avvocato Luca Lanzalone, che nel suo ufficio lasciava la valigia ogni volta che passava da Roma».

A Genova vi eravate incrociati?

«Con Giampaoletti no. Con Lanzalone una volta. L'aveva chiamato il segretario generale del Comune per una consulenza sull' azienda trasporti».

Chi era il segretario generale?

«Mariangela Danzì, attuale capolista del M5S alle Europee nel Nord-Ovest. Altro personaggio importante. Molto amica di Pietro Paolo Mileti, segretario generale del Campidoglio, a sua volta legatissimo a Giampaoletti. Stessa, unica filiera».

Ovvero?

«Lanzalone, Lemmetti, Giampaoletti. Gli ultimi due hanno brindato alla buvette del Campidoglio la sera delle mie dimissioni».

Lanzalone l' ha poi ritrovato a Roma?

«Ce lo presentarono Bonafede e Fraccaro come un giurista a nostra disposizione».

Il suo ruolo nasce dal rapporto con Grillo?

«Non mi risulta. Ho ragione di credere che nasca a Milano, non a Genova».

Che idea si è fatta del licenziamento di Bagnacani?

«Vergognoso, come il mio isolamento. Cacciati perché portavamo avanti i valori del M5S».

Chi prende le decisioni in Campidoglio: la sindaca?

«No. Mi sono fatta l' impressione che a comandare sia una lobby opaca. Lei non conta più molto, a quanto vedo. Pare eseguire le direttive delle persone che la circondano».

Ama è un' azienda decotta?

«Sciocchezze. È solida e ricca. Dal punto di vista industriale può essere una macchina da guerra. Ma Lemmetti e Giampaoletti avevano altre mire».

Quali?

«Non lo so. Ma certo fa gola un business miliardario garantito per i prossimi 15 anni».

E quindi?

«Se paralizzata e sabotata, Ama può essere poi essere spolpata».

La Raggi dice: Roma era nella merda, per questo ho cacciato Bagnacani.

«Sciocchezze. Tutto quello che abbiamo fatto, con fatica, è stato condiviso con lei. E poi per strada la merda, per usare il suo linguaggio, c' è anche ora che lei si è liberata di noi.

Ma non se ne parla più».

Roma è un capitolo chiuso?

«Scriverò un libro. Titolo: Assesso' nun se po fa'».

Lorenzo D'Albergo per ''la Repubblica'' il 20 aprile 2019. Pinuccia Montanari è l' ex assessora all' Ambiente della giunta Raggi. Amica di Beppe Grillo, di Reggio Emilia come l' ex presidente di Ama Lorenzo Bagnacani, non ha dubbi: «Perché dannarsi per chiudere in rosso il bilancio dell' azienda? Perché dopo due rendiconti in rosso una società che vale 7 miliardi e che ha un affidamento per i prossimi 15 anni, dove la garanzia sono i soldi dei cittadini, può essere privatizzata. Ci ho provato in tutti i modi a farli ragionare, per il bene del Movimento. Ma la sindaca ha scelto un' altra strada». Uscita dal Campidoglio lo scorso 8 febbraio, alla bocciatura del rendiconto 2017 della municipalizzata, Montanari prefigura il futuro di un' Ama data in pasto ai privati: «Prenderebbero soltanto la parte in cui si fanno lauti guadagni, lasciando al pubblico il resto». Il business dei rifiuti da una parte, lo spazzamento e il decoro dall' altra.

Dottoressa Montanari, ma qualcuno le ha mai detto che il piano era questo?

«No, in caso il contrario. Ma qui parlano i fatti, non le intenzioni. E questo blocco su Ama non aveva senso per chi voleva il bene della capitale».

Deve pensarla così anche Grillo. Si è schierato dalla sua parte.

«Beppe, a livello nazionale, è l' unico che ha capito la situazione. Mi ha anche scritto che in Comune erano irremovibili e che avevo fatto bene ad andarmene. L' unico che conserva i valori 5S è lui. Ma non può far nulla».

E a Roma? I consiglieri difendono la sindaca.

«Molti di loro hanno espresso vicinanza alle mie posizioni. Ma non tutti si sentono di fare gli eroi. Peccato, la politica ha tempi brevi e l' etica dovrebbe prevalere».

Era presente alle riunioni finite nelle registrazioni pubblicate dall' Espresso?

«Sì, a un incontro».

E che effetto le fa risentire quegli scambi?

«Risentendoli ho pensato che la politica deve avere il massimo rispetto per l' autonomia dei manager. Ieri sera, in tv, ho sentito la sindaca dire che poteva fare quello che voleva su Ama in quanto partecipata al 100%. È la stessa teoria di Lemmetti (Gianni, assessore al Bilancio, ndr). Ma il controllo sulle partecipate è altro».

Lo dicono anche i pareri che Ama ha richiesto a diversi legali Però, poi, il cda è stato comunque allontanato. Quale passaggio le resta più oscuro?

«Il collegio sindacale ha cambiato opinione dopo un caffè con Giampaoletti (Franco, il dg del Comune finito sotto inchiesta per tentata concussione proprio sul caso Ama, ndr). È terribile quello che c' è scritto sull' articolo dell' Espresso. Se fosse vero che il presidente del collegio sindacale ha avuto qualcosa in cambio della modifica del parere, sarebbe gravissimo. Equivarrebbe a falsificare un parere sul bilancio, cambiandolo, per un vantaggio ».

Cosa le diceva Bagnacani in quelle ore?

«Che lui era corretto. E su questo non ho dubbi. Se si deve cambiare un bilancio, occorre farlo solo sulla base di idonea documentazione, che non c' era».

E ora?

«Penso che faranno molta fatica a far digerire quel bilancio in giunta, rischiano di approvare un falso. Io li ho avvertiti».

Se potesse tornasse indietro?

Cosa direbbe alla sindaca?

«Le suggerirei di esaminare tutti i pareri per farmi un' idea. Ma la sindaca ha scelto la via di Lemmetti e Giampaoletti. Per ora le ha portato lo stallo sul porta a porta, un' azienda senza cda e bilancio. Assistiamo alla lenta agonia di Ama e della città. Noi avevamo iniziato un cambiamento, ma qualcuno lo ha bloccato. A Reggio Emilia, dove il porta a porta è partito nel 2006, oggi la differenziata è all' 80%. Roma avrebbe potuto fare lo stesso. La sindaca non è stata lungimirante».

Ora, però, si difende.

«Stanno dicendo tante fesserie. La storia dei bonus ai dirigenti è falsa. E poi sono passati due mesi e il bilancio desiderato da sindaca, Lemmetti e Giampaoletti non è stato ancora approvato. Perché se il problema era Bagnacani?».

Virginia Raggi: «Roma è fuori controllo». Ecco gli audio finiti in procura nell'inchiesta su Ama. L'esposto di Bagnacani, ex ad dell'azienda dei rifiuti poi licenziato: «La sindaca ci ha fatto pressioni per chiudere il bilancio in rosso». Depositati registrazioni e chat. La grillina: «I romani si affacciano e vedono la merda». E al manager sui conti: «Devi fare quello che ti diciamo, anche se ti dicono che la luna è piatta». L'inchiesta esclusiva sulle pressioni del Campidoglio, scrive Emiliano Fittipaldi il 18 aprile 2019 su L'Espresso. A Roma la guerra della monnezza è senza quartiere. Si combatte nelle piazze e nelle strade, che una ricerca dell’Eurostat certifica come le più sporche d’Europa. Dentro i palazzi del potere, dove i nemici dell’amministrazione pentastellata, Matteo Salvini in primis, usano «i topi» e «il degrado mai visto prima» come armi da campagna elettorale. Si combatte negli impianti dell’Ama del Salario e di Rocca Cencia, andati a fuoco per cause misteriose nei mesi scorsi. Ma oggi il fronte che preoccupa di più Virginia Raggi e il suo cerchio magico è quello di Piazzale Clodio, sede della procura della Capitale. Se è noto che i magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati alcuni alti dirigenti del Comune e il direttore generale del Campidoglio Franco Giampaoletti, L’Espresso ha scoperto che l’ex presidente e ad dell’Ama Lorenzo Bagnacani, che è stato licenziato in tronco dalla Raggi a febbraio, qualche giorno fa ha spedito ai pm un nuovo esposto, dove accusa la sindaca in persona. E lo raccontiamo sul nuovo numero in edicola da domenica 21 aprile e  in anteprima online su Espresso+. La Raggi, scrive Bagnacani ai pm, avrebbe infatti esercitato «pressioni» indebite su di lui e sull’intero cda dell’azienda, «finalizzate a determinare la chiusura del bilancio dell’Ama in passivo, mediante lo storno dei crediti per i servizi cimiteriali». Secondo la denuncia, in sintesi, la sindaca avrebbe spinto il manager a togliere dall’attivo dell’azienda (il bilancio era in utile per oltre mezzo milione di euro, un dato di poco inferiore rispetto a quello dell’anno precedente) «crediti che invece erano certi, liquidi ed esigibili», con l’unico obiettivo - sostiene Bagnacani - di portare i conti di Ama in rosso. Un’accusa grave e molto simile a quella che l’ex direttrice del dipartimento Rosalba Matassa ha lanciato contro Giampaoletti, attuale braccio destro della sindaca ora indagato per tentata concussione.

La rilevanza penale della vicenda è ancora tutta da dimostrare. Ma è un fatto che la storia rischia di creare più di un grattacapo alla sindaca. Anche perché Bagnacani a fine marzo ha allegato, insieme all’esposto, alcune registrazioni contenenti colloqui tra lui, Virginia Raggi e altri dirigenti comunali, oltre a centinaia di conversazioni a due fatte con la sindaca su Telegram e WhatsApp. L’Espresso le ha lette, e ha ascoltato anche altri file acquisiti dalla Guardia di Finanza. Negli audio la Raggi parla al suo amministratore con tono assertivo («Lorenzo, devi modificare il bilancio come chiede il socio... se il socio ti chiede di fare una modifica la devi fare!») e appare prona agli input degli uomini della sua struttura tecnica, composta da fedelissimi come il dg Giampaoletti, uomo vicino a Luca Lanzalone, e il super assessore al Bilancio e alle Partecipate, il potente Gianni Lemmetti. Così, al numero uno dell’Ama Bagnacani che le spiega come lui si sentirebbe in grande difficoltà a modificare il bilancio davanti a motivazioni «squalificate», la Raggi gli ordina secco: «Se tu lo devi cambiare comunque, lo devi cambiare. Punto. Anche se loro dicono che la luna è piatta». Le registrazioni svelano una sindaca inedita. Che, pur di far cambiare idea al suo amministratore delegato, arriva a promettergli un prestito in favore di Ama da ben 205 milioni di euro («così ti levi dalle palle le banche»). E che, spazientita, dice che Roma «è praticamente fuori controllo», che «i sindacati fanno quel cazzo che vogliono», e la Tari, la tassa sui rifiuti, non può essere aumentata perché «i romani oggi si affacciano e vedono la merda. In alcune zone purtroppo è così, in altre zone è pulito e tenete bene...in altre zone...cioè non c'è modo, non c'è modo. Allora...quando ai romani gli dico sì la città è sporca però vi aumento la Tari, ma io scateno, cioè mettono la città a ferro e fuoco altro che gilet gialli ». Bagnacani non ha mai voluto modificare il bilancio come chiesto dalla Raggi e dai suoi uomini, temendo di fare un falso in bilancio. «Virginia, così ci beccano...non possiamo fare quello che non può essere fatto», le dice). Lo scorso febbraio il manager e i membri del cda sono stati licenziati per «giusta causa». In pole position per prendere il posto di Bagnacani ora c'è l'avvocato Pieremilo Sammarco, che ha mandato il suo curriculum per diventare presidente di Ama. La Raggi ha lavorato nel suo studio prima di diventare sindaca. «Pieremilio? È il mio dominus», ha detto in passato.

«Devi cambiare il bilancio»: le parole che imbarazzano Raggi L’esposto dell’ex ad dell’Ama. Pubblicato giovedì, 18 aprile 2019 da M. Egizia Fiaschetti e Ilaria Sacchettoni su Corriere.it. «I romani si affacciano e vedono la m...» dice la sindaca Virginia Raggi, registrata da Lorenzo Bagnacani, ex amministratore delegato della municipalizzata dei rifiuti (Ama) licenziato dal Campidoglio lo scorso febbraio, quando la lite sul bilancio aziendale era esplosa in tutta la sua gravità. Parole agli atti della Procura, perché Bagnacani da manager defenestrato si è trasformato in grande accusatore dei vertici capitolini, prima depositando un esposto e, ora, integrando quella denuncia con gli audio delle sue conversazioni con la sindaca. Dal suo primo esposto, nei mesi scorsi, è partita l’inchiesta dei magistrati Paolo Ielo e Luigia Spinelli nella quale si ipotizza una tentata concussione — i vertici capitolini avrebbero premuto sul collegio sindacale dell’Ama affinché modificasse il bilancio — per la quale ci sono già i primi indagati, il direttore generale Franco Giampaoletti (che finora ha sempre smentito) il suo vice Giuseppe Labarile e l’ex ragioniere generale capitolino Luigi Botteghi. Ora, il nuovo materiale depositato in Procura dimostrerebbe non solo che le pressioni per far andare il bilancio in rosso ci furono, ma che a quelle pressioni avrebbe preso parte la stessa sindaca. Perché al di là della descrizione (più o meno colorita) della situazione rifiuti, dagli audio pubblicati dall’Espresso emerge anche il diktat della sindaca nei confronti del suo manager: «Devi modificare il bilancio. (...) Anche se loro dicono che la luna è piatta. (...) Il socio ti chiede di fare una modifica: la devi fare». Frasi che vanno lette anche alla luce di quanto è accaduto successivamente, quando Bagnacani è stato estromesso dalla municipalizzata, per non essersi adeguato agli ordini venuti dall’alto. Nei prossimi giorni è possibile che l’ex ad venga nuovamente ascoltato dagli investigatori. Monta così un nuovo caso che rischia di travolgere la prima cittadina pentastellata, dopo anni di bufere giudiziarie, avvicendamenti di assessori, processi politici. Parole, quelle di Raggi, che denunciano impotenza nell’amministrazione della Capitale. Secondo l’opposizione e non solo — anche gli alleati della Lega si lanciano all’attacco — si tratterebbe di un’ammissione di incapacità della sindaca. Il nuovo atto d’accusa di Bagnacani, intanto, potrebbe portare a un salto di qualità investigativo. Potenzialmente, infatti, le frasi di Raggi, acquisite dai magistrati, sono prove di una pressione esercitata nei confronti del suo ex dirigente. Ma la sindaca si difende su Facebook e lancia la controffensiva: «Molto rumore per nulla. Indagano il governatore dell’Umbria Catiuscia Marini per concorsi truccati nella sanità; il sottosegretario della Lega Armando Siri per una presunta tangente di 30 mila euro tra Sicilia e Liguria; il segretario del Pd e Governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, per finanziamento illecito... Ma parlano di me». E sul linguaggio disinvolto, non proprio istituzionale, emerso dalle registrazione ammette: «Uso parolacce, ma non me ne vergogno perché sono incazzata quando vedo chi pensa a prendere i premi aziendali piuttosto che a pulire la città. Perché questo è quello che si ascolta in quegli audio». Nel respingere gli attacchi, la sindaca insiste su quello che, a suo avviso, sarebbe stato il vero motivo di scontro: «Nessuna pressione, ma solo tanta rabbia per chi non ha fatto bene il lavoro per il quale era pagato. Si pretendeva che approvassi un bilancio con il quale i dirigenti di Ama avrebbero avuto centinaia di migliaia di euro in più. I vertici del Campidoglio hanno bocciato la proposta dell’ex ad Bagnacani. Ed io e la mia giunta abbiamo votato contro come avrebbe fatto qualsiasi romano». E ancora: «Addirittura si ipotizzava che aumentassi la tassa dei rifiuti, mentre in azienda sarebbero continuati ad arrivare i premi a pioggia. Mi sono ribellata e non me ne pento». Le opposizioni però, da Antonio Tajani (FI) a Roberto Morassut (Pd), la accusano di «fallimento» e ne chiedono le dimissioni.

L'ex ad Ama attacca la Raggi: "Sono stato vessato e cacciato". Bagnacani: "Sono stato allontanato per non essermi piegato a delle richieste che reputavo assolutamente non conformi", scrive Angelo Scarano, Venerdì 19/04/2019, su Il Giornale. "Questa vicenda mostra che ho sempre perseguito la via della legalità. Sono stato allontanato per non essermi piegato a delle richieste che reputavo assolutamente non conformi. Ho rispettato le regole anche davanti al rischio di essere cacciato". L'ex presidente di Ama, Lorenzo Bagnacani, in una intervista a la Repubblica torna a parlare delle vicende della municipalizzata romana dopo le rivelazioni del settimanale L'Espresso. "La prima cittadina ha sempre apprezzato il mio operato - dice Bagnacani - Anche fino a poche settimane prima del mio licenziamento, non sono mancati attestati di stima via sms. Ma anche su Facebook e Twitter... continuavano a rilanciare i risultati raggiunti da Ama. Il nostro lavoro quindi è stato apprezzato e rilanciato sui social dal Comune. Qualche rimpianto? Tanto è stato fatto, molto poteva essere ancora fatto. Rivendico di aver impostato il nuovo modello di raccolta differenziata su 320 mila abitanti, una media città italiana, in 8 mesi. Roma ne ha 2,8 milioni, serviva più tempo. Ma su quei 320 mila siamo arrivati al 70% di differenziata e il Conai (il Consorzio nazionale imballaggi, ndr) ci ha riconosciuto il premio 'Teniamoli d'occhiò. Un grandissimo lavoro". E ancora: "Quegli audio fanno capire chiaramente quello che ho vissuto. Sono stati 10 mesi molto duri. Non si riusciva a venire a capo di una situazione banale, facile da comprendere. Anche sui temi più complessi qualsiasi azienda investe una o due settimane, un mese. Qui siamo andati avanti per 10 mesi. La crisi del bilancio ha influito sul servizio offerto ai romani? È evidente. Mi hanno mandato via perchè non ho accettato di modificare il bilancio, come mi chiedeva arbitrariamente il Comune. Non per le performance, quelle le abbiamo migliorate".

In un'altra intervista, questa volta a La Stampa, l'ex ad Ama poi rincara la dose: "Per quindici volte la Raggi ha mandato deserta l'assemblea dei soci dell'Ama, non approvando il bilancio 2017, sebbene validato da Cda, collegio sindacale nella prima versione e società di revisione Ernst & Young in entrambi i progetti di bilancio. Non mi prestavo a chiudere il bilancio in passivo, mandare l'azienda in malora, aprire la strada ad altre soluzioni. Parlo solo di cose che posso documentare. Un fatto è che una delibera di Ignazio Marino, mai cancellata dalla Raggi, prevede la privatizzazione con due bilanci in rosso. Chi può avere interesse? Chi sogna un business con una concessione da 8 miliardi per i prossimi anni e rischio imprenditoriale pari a zero". Infine smaschera il sindaco: "Poco prima di cacciarmi mi mandava messaggi di stima e incoraggiamento. Era arrabbiata solo perché non mi piegavo e difendevo la legalità. Ho cominciato a registrare solo quando, avendo avuto il timore che si stessero prospettando ipotesi di illiceità, mi sono rivolto a degli avvocati. Loro mi hanno consigliato di registrare tutto a fini di giustizia e per tutelarmi".

Il manager Ama accusa:  «Dissi no alla modifica del bilancio e Raggi mi licenziò». La Lega: la sindaca lasci subito. Pubblicato giovedì, 18 aprile 2019 da Corriere.it. Esposto in procura dell'ex presidente e ad dell’Ama, Lorenzo Bagnacani, licenziato in tronco dalla Raggi a febbraio. Ai pm di piazzale Clodio lancia accuse precise contro la sindaca in persona. Le indiscrezioni arrivano da un servizio dell'Espresso. «La Raggi, scrive Bagnacani ai pm - si legge nelle anticipazioni pubblicate on line dalla testata -, avrebbe infatti esercitato "pressioni" indebite su di lui e sull’intero cda dell’azienda, "finalizzate a determinare la chiusura del bilancio dell’Ama in passivo, mediante lo storno dei crediti per i servizi cimiteriali"». La sindaca avrebbe insomma «spinto il manager a togliere dall’attivo dell’azienda crediti che invece erano certi, liquidi ed esigibili», con l’unico obiettivo - sostiene Bagnacani - «di portare i conti di Ama in rosso». A sostegno delle sue dichiarazioni, continua L'Espresso, Bagnacani avrebbe allegato «alcune registrazioni contenenti colloqui tra lui, Virginia Raggi e altri dirigenti comunali, oltre a centinaia di conversazioni a due fatte con la sindaca su Telegram e WhatsApp». Conversazioni che L'Espresso sostiene di aver ascoltato e che riporta nell'articolo. La Raggi sosterrebbe infatti con tono perentorio, anche di fronte alle difficoltà espresse da Bagnacani: «Lorenzo, devi modificare il bilancio come chiede il socio... se il socio ti chiede di fare una modifica la devi fare! Anche se loro dicono che la luna è piatta». Dai toni delle conversazioni si evincerebbe anche che la sindaca fosse particolarmente infastidita: «Roma è praticamente fuori controllo, i sindacati fanno quel cazzo che vogliono, i romani si affacciano e vedono la merda. In alcune zone purtroppo è così, in altre zone è pulito e tenete bene... cioè non c'è modo, non c'è modo. Allora... ai romani gli dico sì la città è sporca però vi aumento la Tari,: cioè mettono la città a ferro e fuoco altro che gilet gialli». «Se il contenuto delle intercettazioni della sindaca Raggi corrispondesse al vero, sarebbe la confessione di un grave reato e la chiara ammissione di una palese incapacità a governare. Per coerenza con le regole del Movimento ci aspettiamo le sue immediate dimissioni». È quanto dichiara il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, la leghista Erika Stefani, in riferimento all'esclusiva pubblicata dall'Espresso.

Lorenzo D’Albergo per “la Repubblica” il 19 aprile 2019. Dopo il licenziamento «per giusta causa», ha fatto i bagagli. L' ex presidente di Ama, Lorenzo Bagnacani, è tornato nella sua Reggio Emilia. Ma continua a seguire con attenzione le vicende della municipalizzata dei rifiuti di Roma. Vuoi per gli esposti affidati alla procura, vuoi perché il manager fatica a chiudere con il passato. La testa è ancora lì. Alle richieste grilline di trasferirsi dalla Torino di Chiara Appendino alla capitale guidata da Virginia Raggi per salvare la città dal degrado e a tutto quello che è venuto dopo, dalle frizioni sul bilancio 2017 con la sindaca alle conversazioni pubblicate ieri dall' Espresso.

«Perché le ho registrate? Per difesa, penso si sia capito quello che stava succedendo. Ci sono state pressioni di un certo livello. Anche personali? La procura e la Corte dei Conti hanno tutto, su questo preferirei non dire altro».

Dottor Bagnacani, in quegli scambi la sindaca pare piuttosto decisa. Lei avrebbe dovuto modificare i conti dell' azienda secondo la prima cittadina.

«Questa vicenda mostra che ho sempre perseguito la via della legalità. Sono stato allontanato per non essermi piegato a delle richieste che reputavo assolutamente non conformi. Ho rispettato le regole anche davanti al rischio di essere cacciato».

Raggi ha commentato con un «molto rumore per nulla». I 5S in Campidoglio, ascoltate le registrazioni, dicono che la sindaca è stata fin troppo tenera. Che effetto le fa?

«Singolare. La prima cittadina ha sempre apprezzato il mio operato. Anche fino a poche settimane prima del mio licenziamento, non sono mancati attestati di stima via sms. Ma anche su Facebook e Twitter... continuavano a rilanciare i risultati raggiunti da Ama. Il nostro lavoro quindi è stato apprezzato e rilanciato sui social dal Comune».

E poi cos' è successo? La sindaca è stata mal consigliata? Negli esposti sono stati tirati in ballo l' assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti, e il dg del Comune, Franco Giampaoletti.

«Questo va chiesto a lei. Resto nel mio perimetro, dico quello che ho fatto io. Ho solo rispettato le regole, a prescindere da quelle che potevano essere le conseguenze».

Qualche rimpianto?

«Tanto è stato fatto, molto poteva essere ancora fatto. Rivendico di aver impostato il nuovo modello di raccolta differenziata su 320 mila abitanti, una media città italiana, in 8 mesi. Roma ne ha 2,8 milioni, serviva più tempo. Ma su quei 320 mila siamo arrivati al 70% di differenziata e il Conai (il Consorzio nazionale imballaggi, ndr) ci ha riconosciuto il premio "Teniamoli d' occhio". Un grandissimo lavoro».

Perché, allora, la rottura?

«L' elemento degenerativo è stato il bilancio. Come azienda l' abbiamo subito e abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità. Abbiamo interpellato i migliori avvocati, dall' ex presidente dell' Antitrust Antonio Catricalà in giù. Ci hanno tutti detto che le nostre scelte erano giuste».

Che idea si è fatto, a questo punto, dell' insistenza del Comune? Perché il bilancio doveva chiudere in rosso?

«In Regione, in audizione, mi sono lanciato in un' interpretazione. Ho detto che la delibera che apre, dopo due rendiconti in perdita, alla privatizzazione di Ama non è mai stata cambiata. Quell' atto e l' ostinazione a portare l' azienda in una direzione... non decreto i motivi altrui, il mio è un ragionamento».

Si parla di Pieremilio Sammarco, dominus della sindaca, come suo successore.

«Quando un amministratore esce da un' azienda non è giusto che commenti. Sarebbe una scelta della sindaca».

Torniamo alle registrazioni. Le ha risentite?

«Quegli audio fanno capire chiaramente quello che ho vissuto. Sono stati 10 mesi molto duri. Non si riusciva a venire a capo di una situazione banale, facile da comprendere. Anche sui temi più complessi qualsiasi azienda investe una o due settimane, un mese. Qui siamo andati avanti per 10 mesi».

Quasi un anno di blocco. Che effetti ha avuto sul servizio?

«Si metta nei panni dei fornitori. Perché dovrebbero parlare con un' azienda in cui non hanno più fiducia? A ottobre e novembre sono mancati i ricambi dei mezzi per la raccolta. La crisi del bilancio ha influito sul servizio offerto ai romani? È evidente. Mi hanno mandato via perché non ho accettato di modificare il bilancio, come mi chiedeva arbitrariamente il Comune. Non per le performance, quelle le abbiamo migliorate».

Ernesto Menicucci per “il Messaggero” il 18 aprile 2019. Alle sei della sera, quando il sole sta per tramontare, l'unica Raggi visibile in Campidoglio è una sua sosia, reginetta della protesta delle femministe contro la sindaca. Lei invece, Virginia, è nel suo studio con affaccio sui Fori, davanti ad un manipolo di fedelissimi: gli avvocati che la difendono, lo staff nella forma più ristretta. Gli audio dell'ormai ex ad di Ama Lorenzo Bagnacani sono in circolo sul web da circa tre ore e il timore che aleggia nello studio, e nelle stanze del Campidoglio, è uno solo: «Quanti altri audio verranno resi noti? E quali? Li possono utilizzare?», chiede la sindaca ai legali. Il fatto che i suoi colloqui con il manager della municipalizzata dei rifiuti fossero registrati, infatti, non la coglie di sorpresa. Nè lei e neppure quelli del cerchio magico: «Lo sapevamo tutti che Bagnacani registrava con il suo I-pad: spesso li faceva sentire anche quei colloqui». Il problema, però, sotto la coltre del «va tutto bene», è capire quali file sono in possesso della Procura e anche della stampa. Perché è evidente che, nel Movimento Cinque Stelle romano e nazionale, sembra di essere tornati ai primi mesi del mandato Raggi: lì erano le chat a preoccupare sindaca ed entourage, oggi è cambiato solo il supporto digitale. Una ripetitività di situazione che imbarazza i vertici nazionali grillini, che ieri non si sono certo sperticati in difese della sindaca. Ufficiosamente, la vicenda viene bollata con «è una cavolata, il nulla», ma Luigi Di Maio con i suoi ha reagito quasi con un moto di stizza: «Con la Raggi è sempre così...», l'hanno sentito dire. E, nel corso del pomeriggio, capo politico e sindaca si sono scambiati una serie di messaggi: «Com'è questa vicenda di Ama?», la domanda di Di Maio. «Riguarda il bilancio non approvato», la risposta. Per i pentastellati il tema era una chiaro: «Ma su Siri possiamo continuare ad attaccare?». Il rischio-boomerang era dietro l'angolo. Da oggi, i cinquestelle sono spiegano «tra l' attesa e l' irritazione». Gli esponenti pentastellati di spicco sono alla finestra: «Quell' audio è illegittimo ragiona uno di loro poi si vedranno gli sviluppi. Su questa vicenda non c' è un' indagine, se poi ci fosse si vedrà il da farsi». Raggi, con i consiglieri di maggioranza, tace. Nessun intervento nelle chat interne, nè su questo, né su altri argomenti. Le opposizioni, Pd e FdI, chiedono che vada in aula a riferire, tre consigliere dem occupano simbolicamente l' aula Giulio Cesare, il presidente facente funzioni Enrico Stefàno (che ha preso il posto dell' arrestato Marcello De Vito) chiude un occhio e neppure le espelle dall' aula. Riti stanchi, di una stanca politica romana, dove certe scene con attori, protagonisti e ruoli diversi si ripetono da oltre un decennio. Virginia, al suo tavolo, prepara la strategia difensiva. Lei, e i suoi legali, si affrettano a far sapere: «La sindaca non è indagata». E ad alcuni consiglieri viene un dubbio: «Ma ci sono stati contatti con la Procura?». Lei studia cosa dire, per quando andrà la sera a Piazza Pulita e per i giorni successivi. L' imbarazzo, comunque, è tangibile. Anche per il linguaggio che emerge da quei colloqui: «Sì, ho detto delle parolacce perché sono incazz...», si sfoga Raggi su Fb. Mentre sul resto, la linea difensiva ripetuta anche ad alcuni dirigenti capitolini, è sempre la stessa: «Non ho detto nulla di strano. Bagnacani doveva approvare il bilancio, perché avevo fior di pareri legali che supportavano questa scelta. E quando dico che la città è una m... sto criticando il lavoro dell' ad di Ama». L' affondo, anche con i collaboratori, è tutto sugli alleati-avversari: «Se pensano di mischiare un chicco d' uva con tutto il grappolo, si sbagliano di grosso», la rincuorano i grillini. Dove il chicco sarebbe la vicenda Ama, il grappolo l' inchiesta sul sottosegretario leghista Siri. Raggi, a telecamere spente, insiste: «Non mi dimetto, non riusciranno a farmi cedere». Ma le ombre, sul rapporto sempre più complicato tra M5S e Lega, si allungano.

Il modello Raggi non si sconfigge in procura. Pubblicato sabato, 20 aprile 2019 da Il Foglio. La lettura delle registrazioni dei colloqui tra Virginia Raggi e l’ex presidente dell’Ama lascia sbigottiti. E’ uno squarcio di realtà che si sovrappone e si contrappone alle dichiarazioni ufficiali, in cui si sente prevalere la disperazione privata, esattamente il contrario delle autoesaltazioni esibite in pubblico. La prima cittadina di Roma fa quasi tenerezza: si sente assediata da poteri e interessi che non controlla, dai sindacati dei netturbini al suo sempre più stringente circolo di sostenitori, e chiede disperatamente aiuto, anche se questo dovesse significare la stesura di un bilancio falso. Naturalmente se la persona Raggi in questa vicenda appare come una vittima intrappolata in una ragnatela dalla quale non riesce a uscire, l’amministratrice e l’avvocato Raggi, al contrario, dimostra un’incompetenza e un’inadeguatezza sconcertante. E’ un avvocato, quindi sa che stilare un bilancio non corrispondente ai dati è un reato, ma si infila in una tortuosa trattativa in cui prevede persino di avviare un